“Poste Italiane Spa - spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004) art.1 comma 2, DCB Milano” 3-4 ANNO LXXXIV · 2013 LUGLIO - DICEMBRE 1 sommario RIVISTA TRIMESTRALE DELLA “SCUOLA BEATO ANGELICO” PER LA CULTURA E LA FORMAZIONE ESTETICA DELL’ANIMA ANNO LXXXIV · 2013 “Poste Italiane Spa - Spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003 (conv.in L. 27/02/2004) art.1 comma 2 DCB Milano”. Direzione Ammin. Scuola Beato Angelico Viale S.Gimignano, 19 - 20146 Milano tel. 02/48302854 - fax 02/48301954 email [email protected] - www.scuolabeatoangelico.it - Autorizzazione del Tribunale di Milano n.484 del 14/09/1948. Con approvazione ecclesiastica. Direttore Dr. Arch. Valerio Vigorelli. c/c postale N. 15690209. “ISDN. 0003-1747”. 38 dies natalis Il Dies Natalis di Don Marco L’Omelia di Mons. S.E. Angelo Mascheroni Messaggi del Cardinale Angelo Scola e del Vescovo S.E. Florentin Lettera di Federico Lettera del parroco P. Mariano Ceresoli Il nostro confratello sacerdote e artista Don Marco Melzi, artista di Dio Don Marco ricorda Gio Ponti Quasi un testamento di Don Marco 56 cronaca e carisma Festa di San Benedetto abate a Civate Festa della Trasfigurazione e benedizione delle nuove porte Alla ricerca della propria vocazione Capire i passaggi del restauro La Siepe Devota 72 Per allargare la cerchia degli amici senza aumentare le spese, “L’Amico dell’Arte Cristiana” ritorna al formato più economico degli anni ’40-50 dello scorso secolo e nello stesso tempo si rinnova nella sua veste grafica anche grazie alla collaborazione con gli Amici dell’Associazione ALBA, regolarizzando anche altri aspetti tecnici (pagine, scadenze, ecc.). Siamo sempre grati a quanti ci sostengono con le loro offerte dato che questo periodico è inviato gratuitamente a quanti conosciamo o a quanti ci conoscono. 56 59 63 66 70 ex-alunni Luca di Francesco Eli Riva Mauro Baldassari 74 38 41 44 45 46 48 49 51 54 55 72 Arsa A cinquant’anni dall’apertura del Concilio Vaticano II 74 dies natalis IL “DIES NATALIS” DI DON MARCO 24 SETTEMBRE 2013 Così si chiama per i cristiani come lui, il passaggio dalla vita mortale alla perfetta comunione con Dio: la definitiva nascita alla vita che non muore. L’abbiamo annunciata così: Il Signore Gesù, la Vergine Maria, gli angeli e i santi, che tanto spesso ha effigiato pregando nelle sue sculture, accolgano nella gloria del Padre DON MARCO MELZI, sacerdote, educatore e artista, membro della Famiglia e Scuola Beato Angelico. Don Marco a otto mesi “La produzione artistica di Don Marco si caratterizza per lo stile personale di immediata comunicazione e pietà: le sue innumerevoli opere sono diffuse sia in Diocesi che in Italia e all’estero: il nostro Duomo ne ospita più di una.”. A cura di Don Valerio Sacerdote dei “Fratelli della Famiglia Beato Angelico” si è spento sabato 21 settembre 2013 alle ore 21.45. Quando saranno passati a miglior vita i suoi molti e affezionati allievi, i suoi confratelli e consorelle, gli amici, gli ammiratori ai quali ha profuso i doni di un ministero sacerdotale umile, generoso, cordiale e di gran buon esempio, le sue sculture continueranno l’opera di mediazione tra i devoti e il loro Signore (specie Crocifisso), la loro Madre SS. e i loro Santi. Mancato a noi una settimana dopo la ricorrenza dei suoi 95 anni, celebrata nella semicoscienza di una già lunga degenza, strenuamente combattuta dal desiderio di essere ancora disponibile, “cosa posso fare per te?”, ripeteva ancora, Don Marco era della classe del 1918. Da una famiglia profondamente cristiana, con i suoi degnissimi fratelli, formato nell’oratorio 38 di San Gregorio a Milano, come fratello maggiore, iniziò ben presto la vita di lavoro: nel 1936-37 è Maestro elementare e già di ruolo a Inzago nel 1938-39, Bruzzano, Milano, Affori, Carate Brianza lo avevano già avuto supplente o provvisorio. Nel 1939 inizia il suo lungo servizio militare al corso allievi ufficiali; nel 1940 partecipa alle operazioni militari sul fronte occidentale, nel 1941 come sottotenente partecipa alla campagna di Albania e di Grecia, (medaglia al valore assegnata sul campo). Successivamente in Egeo, a Samo e Sira; catturato e deportato in Germania nel 1943 donde è liberato ad Amburgo dagli inglesi nel 1945, anno del suo congedo. Ritornato in Italia riprende l’insegnamento elementare a Inzago dal ’45 al ’47; l’anno della sua entrata nel seminario teologico di Venegono. Consacrato sacerdote il 3 giugno 1950 a Milano, entra nella Famiglia Beato Angelico, come promesso al Fondatore Mons. Giuseppe Polvara, prematuramente morto nel 1950 (e non senza qualche difficoltà dalla Diocesi). Nella Famiglia Beato Angelico conclude l’anno di Noviziato il 6 Agosto 1951 e dopo la Maturità Artistica (Primo Premio Rinascente) intraprende gli studi accademici a Brera, alla scuola di Francesco Messina, assistente Enrico Manfrini; contemporaneamente insegna Storia dell’Arte a Venegono ai seminaristi liceali dal 1951 al 1958, che lo ricorderanno e saranno magari suoi committenti. Nell’avvicendamento dei confratelli sacerdoti alla Direzione della Fondazione di Culto, Scuola Beato Angelico, dal 1982 al 1985, Don Marco condusse a termine la definitiva formulazione del Codice Fondamentale della Famiglia religiosa, poi eretta dal Card. Carlo Maria Martini Arcivescovo, nonchè Don Marco sottotenente, 1941 Don Marco appena ordinato sacerdote, 1950 39 dies natalisL la realizzazione dell’altare marmoreo sospesero mai la sua cura per le anime, della nostra Chiesa, consacrato testimoniata dall’inginocchiatoio nel 1984 dallo stesso Arcivescovo con la stola violacea sempre pronta a imperitura memoria. nel suo studio, non senza qualche La produzione artistica di Don Marco affettuosa gelosia della comunità nella si caratterizza per lo stile personale quale invece lascia un grande vuoto. di immediata comunicazione e pietà: Ora tocca a lui non lasciarlo tale. le sue innumerevoli opere sono diffuse sia in Diocesi che in Italia e all’estero: Arrivederci Don Marco. il nostro Duomo ne ospita più di una. Alla Beato Angelico, grazie al suo grado militare insegna persino La coincidenza della Domenica e del educazione fisica agli studenti Lunedì successivo, ritardò la comunicazione del Liceo Artistico, oltre che nelle al pubblico della notizia della morte di Don discipline specifiche, e nel successivo Marco sul quotidiano cattolico “Avvenire”, Istituto d’Arte disegno e scultura. fino al martedì 24 (preceduta però sul Come educatore di giovani è pure “Corriere della sera” di lunedì) con l’annuncio assistente spirituale, presiedendo ogni del rito funebre per il pomeriggio dello mattina la visita eucaristica dei più devoti. stesso giorno cosìcché, sia pur a fatica, Valga per tutti l’intervento di uno la nostra chiesa bastò a contenere quanti, di loro al rito funebre di martedì 24 col passa parola, lo seppero per tempo. Settembre che riproduciamo a parte. La celebrazione eucaristica accompagnata Nè l’insegnamento, nè l’attività solerte dai canti delle consorelle è stata presieduta della “sua bottega”: l’attrezzatissimo da Sua Eccelleza Mons. Angelo Mascheroni laboratorio appositamente costruito con la partecipazione di Sua Ecc. Mons. a doppia altezza per i suoi lavori, Erminio De Scalzi e del Vicario di Zona Mons. Carlo Faccendini. Nel folto gruppo di sacerdoti, insieme ai suoi confratelli Don Vincenzo e don Valerio, hanno concelebrato: il Decano Don Renzo Vanoi con il confratello Don Paolo, il parroco P. Mariano Ceresoli TOR. Parr. SS. Patroni con i confratelli P. Antonio e P. Vittorio; Don Antonio Carretta, Don Fausto Gilardi, Don Giovanni De Micheli, gli ex allievi Mons. Domenico Sguaitamatti, Mons. Guido Calvi, P. Gianni Bordin; Don Emanuele Rocco, Don Andrea Perego, Don Paolo Rota e altri ancora cui siamo grati. Don Marco attorniato dalle sue sculture, 2008 40 L’OMELIA DI SUA ECC.ZA MONS. ANGELO MASCHERONI 24 SETTEMBRE 2013 Siamo dinnanzi alla salma di Don Marco Melzi, sacerdote ed artista; e siamo dinanzi alla sua salma per la messa di congedo; non gli diciamo addio, ma solo arrivederci; anche perchè la nostra fede, comune a tutti noi, vissuta in profondità da Don Marco, ci dice e con affermazione chiara, che la morte non è l’ultimo capitolo di nostra esistenza, ma solo il penultimo; l’ultimo capitolo è quello della vita senza fine, senza termine; la vita eterna! Se con la memoria dovessimo contare le opere di Don Marco, non solo non riusciremmo ad enumerarle tutte, sono molte, ma tuttavia ricaveremmo d’apprima l’esigenza di uno sguardo interiore, profondo: solo la contemplazione ci permetterebbe di notare due aspetti sempre presenti; e sono di alto valore spirituale ed umano: il bello ed il sacro! Don Marco possedeva un carattere aperto, ampiamente felice; era di una relazione interiore immediata, quand’anche a prima vista poteva sembrare discreta e riservata. L’artista ed il prete Don Marco non amava esibirsi, non chiedeva complimenti e felicitazioni per le sue opere; il suo donarsi all’arte, alle opere che egli pensava, meditava, pregava e traduceva in sculture, aveva come premio solo il risultato Don Marco nei suoi abiti di lavoro “Se con la memoria dovessimo contare le opere di Don Marco, non riusciremmo ad enumerarle tutte... ma solo la contemplazione ci permetterebbe di notare due aspetti sempre presenti e di alto valore spirituale ed umano: il bello ed il sacro!” 41 dies natalis OMELIA di preparare Crocifissi, sculture di Maria e di altri santi da presentare ai fedeli perchè la devozione non si esaurisse in solo preghiere, ma arrivasse alla contemplazione al di là della stessa ammirazione... Proviamo a mettere delle date al suo cammino e di prete e di artista: nascita a Milano nel 1918: 95 gli anni di sua esistenza; a farlo apposta, dovremmo dire provvidenzialmente, è nato il 14 settembre: Festa della Esaltazione della Santa Croce; da qui i suoi Crocifissi sono sempre in esaltazione: notiamo in essi la profezia della Risurrezione... Ha celebrato la sua Prima santa Messa il 3 giugno 1950! Quindi ha vissuto il suo ministero sacerdotale per ben 63 anni. L’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione del Beato Card. A. I. Schuster gli ha donato il presbiterato, nel contempo pure gli ha donato e trasmesso quel segno tipicamente da lui ben posseduto e vissuto: un’autentica sensibilità liturgica. Non per nulla Don Marco da subito fece parte della Famiglia Beato Angelico; lì maturò e perfezionò sensibilità artistica, religiosa, sacerdotale; lì visse il suo tempo traducendo e componendo il motto benedettino “Ora et labora”... Ora: la preghiera e quella liturgica; Labora: la scultura soprattutto... Per tanto dobbiamo ringraziare il Signore Iddio per avercelo donato; presentiamo alla Famiglia Beato Angelico la nostra vicinanza orante; ai parenti le nostre condoglianze, ai molti estimatori la condivisione nostra dei loro sentimenti ed affetti... Ma presentiamo a Don Marco un ulteriore impegno: sei in cielo, Don Marco, là dove il Bello e il Sacro coincidono, si immedesimano come non mai. Che bello sarebbe, caro Don Marco, se tu nel cielo dove solo vige “l’ora”, dove il “labora” è superato, che bello sarebbe che nelle tue contemplazioni vi sia posto e spazio per una supplica: prega per la tua Famiglia Beato Angelico (e tu sai molto bene, molto più di noi). Questa tua Famiglia Religiosa continui e prosegua, si amplifichi e raggiunga le grandi finalità che i fondatori si erano prefissi agli inizi. Che tutte le iniziative (quante!) non si fermino, che tutte le aperture (molte!) non si chiudano, che le finezze liturgiche ed artistiche non si spezzino. L’assemblea durante la celebrazione delle esequie In primo piano Anna, Fulvia e Diego, i parenti più stretti La tua morte, Don Marco, ci riempie gli occhi ed il cuore di lacrime; ma la tua intercessione ci dona speranza e fiducia... Un commilitone legge la preghiera degli Arditi con Sacerdoti durante la celebrazione Mons. Mascheroni e Mons. De Scalzi un momento della celebrazione funebre 42 43 dies natalis MESSAGGIO DEL CARD. ANGELO SCOLA “Ma con queste poche parole non trasmettono certo un’immagine completa di don Marco che riusciremmo invece a cogliere conoscendo le sue opere di scultura, il suo modo personale di lodare il Signore per i doni ricevuti, per la bellezza del creato, per il suo essere sacerdote, per poter testimoniare fino all’ultimo il messaggio del Vangelo”. 44 MESSAGGIO DEL VESCOVO S.E. FLORENTIN 45 “Come don Marco ha cercato in tutta la vita di offrire a tutti un ambiente di serena famigliarità e di pace, possa ora egli stesso fare esperienza di quella pace che il Cristo riserva ai suoi fedeli e ricevere la corona di giustizia che il Signore consegna a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione”. dies natalis TESTIMONIANZE LETTERA DI FEDERICO BUON VIAGGIO DON! UN EX ALLIEVO Don Marco, amico mio! Prove di calco nella bottega Don Marco Non appena ho appreso la notizia della tua partenza, non ho potuto fare a meno di mettermi a correre per venirti incontro, per venirti a salutare… Ed oggi eccomi qua caro don Marco! di “L’insegnamento più prezioso che conserverò di te è l’umiltà. Sì, caro don Marco, tu eri tanto umile ed è proprio l’umiltà che ti rendeva grande.” Tu sei stato per me come un padre; mi hai accolto con il tuo grande sorriso quando ero poco più che un bambino. E mi hai insegnato tantissime cose: mi hai insegnato ad amare e ad onorare i miei genitori - nel tuo breviario conservavi gelosamente una fotografia della tua cara mamma e del tuo amatissimo papà e non ti stancavi mai di raccontare le loro opere e tutto il bene che avevano compiuto durante la loro vita -; mi hai insegnato ad amare il Signore, a pregarlo e a stare con Lui perché tu solevi dire che solo Lui è il vero amico che non ti abbandona mai, che è sempre pronto a contare su di te anche, e soprattutto, quando il mondo sembra non guardarti più in faccia. Ti ricordi quando ogni mattina salutavamo insieme il Signore nella cappellina della scuola? 46 E quando, nei momenti di ricreazione, ci raccontavi le tue barzellette spiritose e tutti noi ridevamo di gusto? Anche nella vecchiaia, pur se ammalato e stanco, hai continuato a fare del bene: avevi sempre una parola buona per tutti, un pensiero di incoraggiamento… sempre! Ogni giorno penso a te e nel silenzio della mia piccola stanza amo ricordare il tempo che abbiamo vissuto insieme! E mentre ripenso a quei giorni memorabili, mi sembra di rivederti con la giacca e i pantaloni da prete e le scarpe perennemente sporche di gesso; e di risentire la tua voce, forte e chiara, risuonare nel tuo laboratorio operoso e nei grandi ambienti della scuola. Nella tua giovinezza hai fatto il maestro elementare ed il soldato; poi sei diventato sacerdote e per oltre sessant’anni hai lavorato instancabilmente realizzando grandiose sculture che, oltre ad abbellire le chiese, hanno ravvivato la fede di molti, suscitando nei cuori dei fedeli sentimenti di devozione e di pietà. Eri grande nelle piccole e nelle grandi cose! L’insegnamento più prezioso che conserverò di te è l’umiltà. Sì, caro don Marco, tu eri tanto umile ed è proprio l’umiltà che ti rendeva grande. Ogni sera, prima di coricarmi, mi raccoglierò nel segreto del mio cuore per poter stare di nuovo insieme a te, per raccontarti come vanno le cose, per contemplare il tuo sorriso e per ascoltare la tua indimenticabile voce... e forse ti vedrò venire incontro a me con la tua gioia contagiosa…e chissà forse ci abbracceremo… Grazie don Marco! L’averti incontrato è stato il dono più prezioso che io abbia ricevuto e non riuscirò mai a ringraziarti abbastanza per tutto il bene che hai fatto per me e che, sono sicuro, continuerai a fare dal cielo. Buon viaggio don e a presto, Federico 47 dies natalis dies natalis LETTERE LETTERA DEL PARROCO P. MARIANO CERESOLI IL NOSTRO CONFRATELLO SACERDOTE E ARTISTA 21 SETTEMBRE 2013 Testimonianza di Suor Laura Spettabile “Famiglia religiosa” Beato Angelico Apprendo con umano dolore e spirituale consolazione, la notizia che il nostro comune amico e venerato Don Marco Melzi, è stato chiamato alla Casa del Padre. Dopo una lunga vita colma di buoni frutti spirituali, culturali e artistici di alto rilievo. Di opere buone erano ricolme le sue giornate: preghiera, lavoro, attenzione al prossimo, al povero e al benestante, ai confratelli nel sacerdozio con privilegiata simpatia anticipando, qualora il caso lo richiedeva, un bel sorriso, quasi contaggioso. La sua memoria riviva nella sua Famiglia religiosa, nella nostra comunità cristiana e parrocchiale che è stata beneficata sopprattutto con il sacramento della Riconciliazione e la visita attenta e fraterna a tanti fratelli e sorelle malati o anziani. “Di opere buone erano ricolme le sue giornate: preghiera, lavoro, attenzione al prossimo, al povero e al benestante, ai confratelli nel sacerdozio con privilegiata simpatia anticipando, qualora il caso lo richiedeva, un bel sorriso, quasi contaggioso.” Viva in pace Il parroco P. Mariano Ceresoli T.O.R. 48 In un momento di festa Don Marco suona l’ocarina da lui realizzata «Don Marco..., come sta oggi?» – «Da vècc!» Don Marco ricorreva volentieri al dialetto meneghino quando, in maniera caricaturale imitava i personaggi o si faceva dell’autoironia. A 95 anni “suonati” aveva mantenuto uno spirito giocoso e burlesco, amava ridere e sminuire in una mordace semplicità la complessità delle cose serie e sapeva rendere interessante ciò che sfugge alla gente comune: la casualità e la banalità sotto il suo sguardo divenivano il pretesto e materia grezza per delle vere lezioni di vita. Se avesse potuto scegliere, avrebbe dato il suo definitivo commiato improvvisando una barzelletta. Se avesse potuto scegliere, sarebbe morto con le sue sgorbie in mano. Se avesse potuto scegliere, fino all’ultimo si sarebbe fatto trovare in un confessionale ad esortare i suoi incalcolabili penitenti. Don Marco era un personaggio che usciva dalle file, per dirla tutta: anche la Scuola Beato Angelico poteva stargli stretta. L’arte sacra non era per lui “la cosa seria” e..., forse-forse, 49 dies natalis dies natalis LETTERE non lo era neppure la divina liturgia. “La cosa seria” per lui erano le anime. Nelle sue “bolle” di amnesia che hanno segnato l’ultimo periodo della sua vita, non era venuto meno lo zelo per i suoi figli spirituali. Sentiva di essere chiamato per una estrema unzione; chiedeva la stola e il santo viatico per recarsi dalla tal persona; oppure era la sera in cui immaginava di essere nella tal parrocchia per una conferenza. Uno spirito sempre prodigo a correre, come il soldato sul campo, soprattutto al capezzale delle anime. La sua capacità oratoria era analoga a quella scultorea, plastica: essenziale e schietta, concisa e diretta. Per colmare il difetto dell’impulsività e della fretta, che poteva essere interpretato come trascuratezza nella cura del dettaglio, si auto scherniva; tutto reputava spazzatura al fine di guadagnare Cristo, e le anime a Cristo. Più che artista di talento Don Marco è stato un maestro di talento. Sottile conoscitore delle diverse scienze, sapeva compendiare i diversi saperi e trasmetterli in una forma originale e accattivante. Sapeva trasmettere passione e conoscenze, le sue lezioni terminavano con delle esercitazioni pratiche, dimostrazioni frutto di sagacia e di esperienza tecnica. Spirito geniale e ludico insieme. Don Marco nella vita religiosa era fedelissimo, tanto sembrava trascurato nel suo apparire, spesso arruffato e polveroso, tanto era puntuale nelle sue devozioni con una naturale inclinazione per le pratiche di pietà. Amava gli animali, era spontaneamente attratto verso ciò che è scalcinato e macilento, fino a volersi lui stesso 50 rappresentare in queste condizioni. I poveri, gli extracomunitari, cercavano volentieri “Padre Marco”, non tanto e non solo perché ricevevano da lui una benedizione, ma perché gli era facile estrarre dalle tasche dieci euro per volta. Amava ed era amato soprattutto dai bambini e dai ragazzi, perché si sentiva uno di loro. Per loro creava nuovi giochi, improvvisava nuovi mestieri, recitava, imitava, costruiva strumenti musicali, impartiva ogni volta piccole lezioni di etica e di morale cristiana, tutto condito nel gioco e nel sano divertimento. Un culto speciale gli era rimasto addosso ed era quello riservato ai suoi familiari, i genitori e i fratelli, anzitutto, che stimava oltre misura. Dal padre, qualificato ebanista, aveva appreso la passione per i materiali, con una speciale predilezione per il legno; dalla madre il tratto raffinato e colto della Milano per bene. La sua bottega di scultore è stata una fucina dove ha forgiato nelle sue opere la fede a quel Dio che più volte gli ha restituito la vita, prima nelle sue spedizione come militare e sottoufficiale e poi, di seguito, nei campi di concentramento. Ha portato nel pieno furgore la sua duplice vocazione di sacerdote e artista, ha trasfuso entusiasmo, ha contagiato i giovani, ha formato nuove leve per la missione nella Chiesa, ha passato il testimone, ha concluso la sua corsa, ha conservato la fede e..., non solo conservata ma anche rappresentata, rivitalizzata, fecondata. DON MARCO MELZI, ARTISTA DI DIO Il sacerdote milanese, membro storico della Famiglia religiosa Beato Angelico, si è spento all’età di 95 anni, dopo una vita dedicata all’arte sacra. Le sue sculture sono presenti in molti edifici di culto, e non solo ambrosiani. Dalla drammatica avventura della guerra all’amicizia con i maestri dell’arte del nostro tempo, alla sua passione per l’insegnamento. Testimonianza a cura di Carlo Capponi Don Marco nella sua bottega di scultura È stato sacerdote e artista, don Marco Melzi, spentosi alla veneranda età di 95 anni, lo scorso 21 settembre. Uomo obbediente alla voce del Suo Signore che si manifestava attraverso la voce dei Superiori della Famiglia Religiosa Beato Angelico a cui chiese di aderire subito dopo la sua ordinazione sacerdotale avvenuta per le mani del Beato Cardinale Ildefonso Schuster il 3 giugno 1950. La vita del giovane milanese, classe 1918, è forgiata fin dall’inizio dal fervore per la trasmissione della conoscenza. Fu per molti anni Maestro elementare in differenti luoghi della Provincia di Milano, pur facendo sempre riferimento alla sua Parrocchia di origine di San Gregorio in Milano. Strappato alle sue amate classi delle Scuole di Inzago allo scoppio della Guerra fu arruolato quale sottoufficiale nell’Arma della Fanteria. Ai giovani allievi del Liceo Artistico e poi “Riconosciuto in questa silenziosa e mai reclamizzata attività, da grandi dell’architettura, in primo luogo Gio Ponti, con cui collaborò in più occasioni.” 51 dies natalis LETTERE dell’Istituto d’Arte, che intratteneva negli intervalli di una scuola già allora a tempo pieno, raccontava delle sue esperienze dirette nei differenti fronti bellici in cui la Patria lo aveva mandato. Grecia, Albania, nelle isole dell’Egeo. Il suo carattere così aperto e capace di catturare l’attenzione dei giovani adolescenti era strumento per comunicare i valori fondamentali della vita e del comune convivere dei Popoli. Pur essendosi meritato una Decorazione per un’azione di Guerra, e la testimonianza dei Labari delle differenti Associazioni d’Arma alle esequie ne è stata testimonianza, raccontava sempre della possibilità di poter incontrare il cuore delle differenti persone incontrate, fossero i commilitoni o gli avversari militari o civili. In questo spirito di attesa, come il giovane Samuele pronto ad ascoltare il richiamo nella notte - e di quante notti di paura e angoscia raccontava rientrato nel ruolo dell’insegnamento, decide di entrare nel Seminario Arcivescovile milanese di Venegono Inferiore. Divenuto sacerdote continua per anni (1951-1958) nella sua attività di insegnamento della Storia dell’Arte alle Scuole dei Seminari liceali. Molti Sacerdoti ancora si ricordano della sua presentazione così interessante di una materia ritenuta minore, rispetto alle discipline che dovevano preparare i giovani al futuro studio della teologia, accattivante perché trasmetteva un amore per la rappresentazione del bello attraverso le forme del fare dell’uomo-artista. Intanto cresce nella sua adesione alla Famiglia Religiosa voluta dall’arch. mons. 52 Giuseppe Polvara. Consegue la licenza artistica e si iscrive all’Accademia di Brera, seguendo in corsi di Scultura dove erano maestri Francesco Messina e Enrico Manfrini. Acquisiti i titoli accademici espleterà il suo servizio all’interno della Scuola, insegnando anche ginnastica, come allora si chiamava la disciplina, abilitato dal suo grado militare e materie artistiche dai diplomi conseguiti. L’insegnamento fu sempre accompagnato dalla disponibilità ad essere il Padre spirtuale della scuola, prima Liceo e Istituto d’Arte. Senza mai imporre gesti di pietà o pratiche devozionali, sapeva stimolare nei giovani un desiderio di assoluto che si concretizzava in gesti concreti come momenti settimanali di preghiera, attività verso le Missioni e a favore dei meno abbienti. Sempre inviava tutti alle rispettive realtà parrocchiali quali principali luoghi per la crescita e l’educazione alla fede dei giovani. Ma moltissimi in Diocesi e in tutta Italia, conoscono le opere dello scultore a servizio della celebrazione liturgica. Riconosciuto in questa silenziosa e mai reclamizzata attività, da grandi dell’architettura, in primo luogo Gio Ponti, con cui collaborò in più occasioni. Il luogo più alto di questa collaborazione è la milanese chiesa di san Francesco al Fopponino ma, non senza ricordare la Concattedrale di Taranto. Raccontava del suo rapporto con questo grande maestro dell’Architettura che, entrando nel suo studio di scultura, pieno di polvere di gesso e trucioli di legno, gli sottraeva le sculture per porle sugli altari progettati dal primo. Raccontava di come, casualmente, assemblando delle bacchette avanzo delle fusioni realizzarono, assieme, le piccole cancellate che distinguono le architetture di Ponti, o la reggia metallica piegata a formare le parole delle Stazioni della Via Crucis. La capace manualità si estrinsecava nella creazione di strumenti musicali poveri, con materiali di recupero o nella serie delle ocarine in terracotta con cui intratteneva i ragazzi della scuola. Le sue opere maggiori sono certamente le numerossisime sculture che costellano tante chiese. Il tema mariano meriterebbe uno studio specifico nella sua evoluzione riconoscibile nelle differenti statue da lui create. Entrare nel suo laboratorio, sia in quello antico che in uno più ampio e modernamente attrezzato nella sede nuova della Scuola, era una emozione, non mancava mai un grande foglio da disegno aperto e sul quale erano poche linee abbozzate che sarebbero poi state sviluppate tridimensionalmente. Pannelli ricoperti da strati di creta da cui uscivano armature per sorreggere braccia di santi o angeli. I numerossimi bozzetti in gesso o terra lasciata cruda, documentano una capacità di plasmare la materia con uno stile personale, proprio e in linea con le ricerche dell’arte contemporanea. Questa ricerca, poi, veniva calata nelle opere più composte, ‘semplici’ da riconoscere perché destinate a favorire la preghiera. Un momento di alta spiritualità, per lui nato nella Festa liturgica dell’Esaltazione della Santa Croce, lo si ha nei grandi Crocefissi destinati ai tanti presbiteri che venivano a lui commissionati. Figure umane del Figlio fermato Angelo dai chiodi della passione al legno della croce ma, già elevato nell’abbraccio della Resurrezione. Non negava il dolore, come non negava le brutture della guerra, ma affermava la realtà sperimentabile di una vita. Come tutti gli Artisti le sue opere seguiteranno, magari anonime per il carisma della Famiglia Religiosa a cui apparteneva, ad accompagnare le preghiere dei molti che passeranno davanti ai tanti portoni di chiese, altari sia dedicati alla Vergine - sempre trono del Figlio - o ai busti del Beato Don Carlo Gnocchi, militare reduce come lui e sacerdote prima di lui. 53 dies natalis dies natalis DON MARCO RICORDA GI0 PONTI Milano, 29.9.2011 Nel 92° anniversario Nello studio di Don Marco abbiamo esposto in bella mostra, una serie “biglietti di auguri”; dei fogli formato A4, con cui l’architetto Gio Ponti esprimeva all’amico sacerdote e scultore della Scuola Beato Angelico i suoi auguri espressi in semplici caratteristiche composizioni grafiche assai varie. E’ stato perciò chiesto a Don Marco qualche pensiero in memoria. Eccoli: “Mi si chiede un ricordo di un amico che mi onora della sua fiducia, mi ha dato coraggio per inserirmi almeno un poco nell’arte sua, nel suo spirito sempre pronto e proteso a dar vita alla pietra, fuoco alla parola, consistenza alla realtà.” “Non si poteva non ammirare in quest’uomo un genio dell’architettura, maestro ai giovani, stimolo ai vecchi: Gio Ponti!” E Don Marco continua: “Il fondatore della Scuola Beato Angelico, Mons. Polvara, mi stimolò agli studi d’arte; non tanto a imitare gli stili del passato, quanto a macinare, a rivivere ciò che il passato ci ha dato, quanto il futuro ci propone”. Fu così che Don Marco scultore si trovò a fianco di Gio Ponti nei lavori di decorazione della cappella dell’Annunciazione dell’Ospedale San Carlo di Milano, e conclude “era giovane Gio Ponti... anche per far scuola ai giovani: Pedagogia, Liturgia, Storie di Santi; ogni occasione di visite, di viaggi era un motivo di bellissimi ricordi dell’Artista. “Grazie, Gio Ponti. Abbiamo qui esposti molti semplicissimi scritti e disegni suoi... un memoriale. Venite a vederlo!” 54 QUASI UN TESTAMENTO DI DON MARCO Una minuta de l’Amico degli ultimi anni. Carissimi, vorrei ringraziare da queste piccole pagine dell’Amico tutti i cari allievi (ed ex) che mi vogliono bene e con lo scritto o a voce, o col telefono, o la presenza sorridente e furtiva, mi fanno gli auguri per le feste, si interessano della mia salute, mi dicono i loro successi in arte e famiglia. Sommerso dalle carte, che mi arrivano da ogni parte, temo di non aver risposto degnamente a tutti, così buoni e gentili verso questo povero vecchio. Vorrei comunicare a tutti: la mia gioia intima e profonda, o almeno la serenità di spirito che il Signore Iddio mi concede; che ogni cosa buona ci viene da Lui, comprese qualche prova in cui esercitare la libertà e comprendere che non siamo soli al mondo ed ognuno di noi è un valore grande, irrepetibile, capace di scelte coraggiose... facciamole! Abbiate fede in Dio! Dite le orazioni, mattino e sera...andate a Messa la domenica, fate la Pasqua... Vi ricordate i predichini di quando sedevate sui banchi, pieni di fantasie colorate? Ho l’impressione che molti abbiano abbandonato le pratiche religiose...anche tu che mi stai leggendo? E non sarà anche colpa mia, che non sono riuscito a capirti? Ed ora sono qui ad aspettare il giudizio di Dio. Ti chiedo una preghiera per me: io prego per te, da povero vecchio rimbambito. Confido in Lui che ci disse: “Se non vi farete piccoli come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli!” Vi auguro vita lunga e lieta, con Gesù e Maria. Vi abbraccio di cuore, con i vostri cari. 55 Don Marco nell’ultimo periodo, e l’Angelo del Silenzio, ultima opera cronaca FESTA DI SAN BENEDETTO ABATE A CIVATE 11 LUGLIO 2013 A cura di Suor Laura Basilica San Pietro al Monte di Civate, 1925 E’ bene non dimenticare. La memoria quando è sana ci custodisce e ci plasma, ci informa in vista del futuro e ci radica tenacemente nella concretezza, nel realismo del passato. Ricordare quanto ci è stato trasmesso, quanto ci è stato consegnato, non è solo un dovere (ma basterebbe anche quello per un senso “La storia della Scuola di giustizia che ci mantiene nell’umiltà!) è una Beato Angelico, necessità che ci rende più consapevoli, ci rende per volontà del suo più autentici, necessariamente più riconoscenti. fondatore, ha un Con gioia e trepidazione l’11 luglio mi sono recata legame stretto pellegrina (partendo dalla nella nostra residenza estiva con questo territorio a Scola, frazione di Civate) a S. Pietro al Monte, abbazia e principalmente benedettina del IX sec. con S. Pietro al Monte. Questo monumento antico fin dagli anni Venti Esso simbolicamente del secolo scorso è stato meta dei primi alunni e storicamente ha della Scuola Beato Angelico, costituitasi a Milano rappresentato la culla, nel 1921. Sfogliando la rivista Arte Cristiana, anno la fonte d’ispirazione 1928, pag. 282-283, appaiono le foto che ha visto sorgere della basilica come si presentava un secolo fa, la comunità monastica, prima degli interventi di restauro, di ristrutturazione che ha accolto e consolidamento voluti fortemente dal nostro il primo drappello Fondatore, Mons. Giuseppe Polvara, nativo di di allievi artisti”. Pescarenico, a pochi km da questa località. Nelle 56 didascalie delle foto pubblicate si legge: «Negli avanzi dell’antico monastero passa nel lavoro i mesi d’estate la Famiglia della Scuola» - e ancora «L’antica basilica e gli avanzi del monastero di S. Pietro al Monte sopra Civate ora casa di montagna della Scuola Beato Angelico». Il sogno di Mons. Polvara, cullato fin dagli esordi, era di impiantarvi la residenza del noviziato maschile, questo non si realizzò, vide tuttavia compiersi parzialmente il suo desiderio quando nel 1946 la prima comunità religiosa emise i voti di consacrazione e di fedeltà alle Costituzioni proposte nel 1934 dal Beato Card. Schuster, egli stesso monaco benedettino. L’Oratorio di S. Benedetto, prospiciente l’abbazia e parte integrante del complesso monumentale, venne donato alla Scuola dalla Signora Redaelli di Valmadrera, insieme ad alcuni appezzamenti di terreno circostante, altri vennero acquistati per sancire un patto di appartenenza a questi luoghi sacri. La storia della Scuola Beato Angelico, per volontà del suo fondatore, ha un legame stretto con questo territorio e principalmente con S. Pietro al Monte. Esso simbolicamente e storicamente ha rappresentato la culla, la fonte d’ispirazione che ha visto sorgere la comunità monastica, che ha accolto il primo drappello di allievi artisti, che ha improntato nell’ascesi, fatta di duro lavoro - considerando i disagi e le scarse risorse economiche di cui disponeva la Scuola nel periodo fra le due Guerre e di fervente preghiera. L’assidua presenza della Scuola non è mai cessata, con la morte di Mons. Polvara anche Mons. Giacomo Bettoli, suo successore, si è prodigato tenacemente per continuare quanto era stato iniziato; gli anziani della piccola comunità di Scola ricordano Visita scolastica alla Basilica, 1925 Mons. Polvara, Don Valerio e due suore, 1946 Processione nella Basilica, 1947 57 cronaca Foto di gruppo con il Parroco di Civate, D. Gianni De Micheli (a sinistra) Momento della celebrazione, nell’oratorio di S. Benedetto (sotto) FESTA DELLA TRASFIGURAZIONE riconoscenti la presenza di questo sacerdote architetto che ha disposto affinché la gente del posto fosse dotata di allacciamenti stradali, di acqua, di elettricità. Le nostre prime suore architetto, suor Stella Pirola e suor Fulvia Colombo, si occuparono nei loro studi presso il Politecnico di fornire documentazioni storiche e di rilievi, di altri due edifici coevi a S. Pietro, presenti a Civate: S.Calocero e la chiesa dei SS. Nazaro e Celso, alla Santa. Sotto la guida di Mons. Polvara, dopo il 1936 la chiesa di S. Calocero venne arricchita con l’altare sormontato dal ciborio e già orientato verso l’assemblea, precorrendo lo spirito della riforma liturgica del Vaticano II e con il dipinto absidale rappresentante il tema escatologico del Vivente (Ap. 1,12-18), Rex regum (Ap. 19,16). Suor Fulvia Colombo, negli anni Ottanta metteva mano alla chiesa parrocchiale dedicata ai SS. Vito e Modesto realizzando i nuovi arredi, altare e ambone, ordinando il presbiterio e la zona del transetto con la nuova pavimentazione dell’intero edificio. Il nostro confratello sacerdote Don Vincenzo Gatti, dottore in Liturgia, ha curato e ha documentato con i suoi scritti i restauri di S. Pietro al Monte, 58 E BENEDIZIONE DELLE NUOVE PORTE 6 AGOSTO 2013 dedicando interamente la sua vita di sacerdote a questa causa. Da un paio di anni l’Associazione Amici di S. Pietro continua l’esercizio di accoglienza e di guida alla basilica. Nella Festa di S. Benedetto, Don Giovanni De Micheli, attuale parroco di Civate, ha sostituito Don Vincenzo nella celebrazione eucaristica che, ogni prima domenica del mese, alle ore 10,30 vede affluire nel corso di tutto l’anno, frotte di pellegrini o semplici escursionisti. La Liturgia, è stata celebrata per l’occasione all’interno dell’Oratorio. Attorno all’altare, una quindicina di persone raccolte a rendere grazie e, personalmente, a riaccendere lo spirito di quello zelo che tanto aveva infuocato l’anima del nostro fondatore e che, a tutt’oggi, illumina il nostro futuro di rinnovate speranze: «Zelus Domus tuae comedit me» (Gv. 2,17), “Cercai la bellezza della Tua Casa, Signore, non perdere con gli empi l’anima mia”, questa l’epigrafe che ha voluto fosse incisa sulla sua lapide tombale, questa è ancora l’indicazione che ci obbliga a non dimenticare. Introduzione a cura di V.V. e omelia di Mons. Francesco Braschi L’anno 2013 segna, per la nostra Istituzione, un’ulteriore apertura, provvidenziale, all’altro polmone della Chiesa: quello del culto e della cultura delle Chiese dell’Oriente cristiano, anche in coerenza con quell’ecumenismo alternativo di cui scrivemmo tempo fa e secondo il quale noi, latini e cattolici, potremo ricuperare aspetti rimasti in secondo piano nella nostra storia negli ultimi secoli. Così, quest’anno, abbiamo invitato a presiedere la nostra Festa patronale della Trasfigurazione del nostro Signore, Mons. Francesco Braschi, Dottore della Biblioteca Ambrosiana, docente ed esperto in Patrologia e Slavistica, da poco, Membro del Comitato Direttivo della Rivista Arte cristiana. Siamo lieti di riportare qui l’omelia da lui tenuta. Abbiamo scelto questa solenne occasione per la benedizione inaugurale delle nuove porte della nostra Chiesa, dedicata appunto al Mistero della Trasfigurazione, conforme al progetto già presentato su queste pagine. Le nuove porte in rame sbalzato e un momento della celebrazione “Per noi, il fondamento della fede non è un anticipo della gloria della Risurrezione come fu il giorno della Trasfigurazione ma è, piuttosto, l’annuncio che il Signore risorto è con noi fino alla fine del mondo”. 59 cronaca cronaca FESTA DELLA TRASFIGURAZIONE “Non riferirono nulla di quello che avevano visto.” Possiamo immaginare quale fosse quel giorno lo sconvolgimento dei tre apostoli scelti da Gesù. Possiamo innanzitutto riconoscere che l’esperienza da loro vissuta, però, si è radicata e come sedimentata a poco a poco nel loro cuore, tanto che poi Pietro, nella prima lettura che abbiamo ascoltato, la racconta come uno dei capisaldi non solo della sua esperienza ma anche, poi, del suo annuncio. E qui nasce una prima domanda. Tutti sappiamo che il primo significato della Trasfigurazione è quello di preparare i discepoli ad affrontare, poco dopo, il momento tremendo della passione e della morte di Cristo. Cosi scrive Agostino, cosi scrive Gregorio Magno, cosi scrive la gran parte dei Padri. Ma se questo è il significato della Festa della Trasfigurazione, allora ci possiamo domandare: perché questa festa la celebriamo anche noi, che viviamo già dopo la Risurrezione? Che non viviamo, cioè, nella condizione di fare la stessa esperienza degli apostoli? Per noi, il fondamento della fede non è un anticipo della gloria della Risurrezione come fu il giorno della Trasfigurazione ma è, piuttosto, l’annuncio che il Signore risorto è con noi fino alla fine del mondo. Questo però ci aiuta a capire un aspetto della Festa della Trasfigurazione, che soprattutto la Tradizione orientale ha sviluppato nei secoli, e che è diventato uno dei tratti più distintivi, più caratteristici di questa Trasfigurazione. E, infatti, questo ce lo testimonia proprio la Liturgia orientale della Trasfigurazione che, tra le varie antifone e i vari inni 60 che ha in questo giorno, dice ad un certo punto: “Cristo, splendore anteriore al sole, oggi sul Monte Tabor, mostra l’immagine della Santa Trinità. Nasconde un poco la carne che ha assunto e si trasfigura davanti agli occhi dei discepoli, manifestando la bellezza originaria, anche se non nel pieno fulgore. L’ha infatti manifestata per dare loro la piena certezza, ma non totalmente, per risparmiarli, perché a causa della visione non perdessero la vita ed essa si adattasse piuttosto alla possibilità dei loro occhi corporali”. E’ dottrina antichissima, ancora dell’Antico Testamento, quella secondo cui nessun uomo può vedere Dio e restare in vita. E’ il motivo per cui Mosè Porta sinistra dovette nascondersi sul Monte Sinai quando passava la Gloria di Dio. Ed è il motivo, dice la Liturgia orientale, per cui Gesù mostrò, sì, Se stesso nella Gloria, ma non ancora in quella pienezza che verrà rivelata soltanto nell’ultimo giorno. Ma nello stesso tempo, tutta la Misericordia che c’è in questo gesto che il Signore compie va ancora oltre la necessità di dare certezza, di preparare i discepoli alla Passione e far presentire loro qualcosa della Risurrezione. Perché, continua la Liturgia bizantina, dice: “Si è mostrato ai discepoli la divinità che risplende in una povera carne”. E dice ancora: “Ti sei trasfigurato sul monte e i Tuoi discepoli, per quanto ne erano capaci, hanno contemplato la Tua Gloria”. Porta destra Questo è il secondo significato della Festa, quello che rimane anche per noi: la Trasfigurazione del Signore emana una luce diversa, che fa vedere in una maniera diversa la realtà agli apostoli che hanno assistito a quel momento. La luce del Tabor, la luce della Trasfigurazione, da quel momento inizia ad abitare la terra. Ed è la medesima luce, come sa bene la Liturgia bizantina, della mattina di Pasqua. E’ quella luce increata, ancora più limpida, ancora più chiara, ancora più penetrante della luce del sole, che permette di vedere la nostra realtà, non come la contempliamo con gli occhi della carne, segnata dal peccato, dal nascondimento da Dio, segnata innanzitutto, da una percezione sensibile pesante, appesantita, dal nostro sonno, dal sonno del nostro spirito, dal sonno della coscienza; ma, piuttosto, il Monte Tabor, la Trasfigurazione di Gesù ci rivelano che già nella realtà trasfigurata, già nella realtà dove la Pasqua è avvenuta, noi siamo chiamati a riconoscere, a cogliere come dei raggi di questa luce. E sono dei raggi che ci aiutano a riconoscere la realtà nel suo significato più vero, che ci fanno operare quella conversione della mente, che non è innanzitutto, qualcosa di morale ma è, prima di tutto, la chiara percezione che la fede non è un di più che si aggiunge a una vita umana che già potrebbe essere sufficiente da sè, ma che la fede è la possibilità di percepire la realtà in tutta la sua interezza, secondo tutte le dimensioni che la abitano, che non sono soltanto l’altezza, la larghezza, la profondità, ma sono questa luce del Monte Tabor che penetra la realtà 61 carisma ALLA RICERCA DELLA PROPRIA VOCAZIONE: LA VITA Festa della Trasfigurazione e omelia di Mons. Francesco Braschi A cura di V.V. e che a noi si rivela sotto forma di raggi, sotto forma di un anticipo, sotto forma di una bellezza che traspare tanto dall’arte sacra, da quell’arte che si dedica, si vota al riconoscimento di Cristo nella realtà e, quindi, vuole aiutare a cogliere questa presenza, quell’arte che la tradizione orientale ha codificato nell’iconografia, ma che anche la tradizione occidentale ha conosciuto e ancora, in qualche occasione, conosce nell’arte sacra. Quell’arte appunto, dove non è il genio del singolo alla base, ma dov’è, piuttosto, una scuola della fede, che ti protende, che ti fa desiderare, di riconoscere questa presenza di Cristo. Ma nello stesso tempo, questa bellezza del Monte Tabor risplende anche in quelle occasioni, in quei gesti della vita quotidiana, che già ci fanno presentire una vita trasfigurata. Perché la luce del Tabor non è soltanto estetismo, non è nemmeno soltanto godimento artistico, ma la bellezza del Tabor, la luce del Tabor e, insieme, bellezza-bontà. E’ qualcosa che, visto, cambia la qualità del tuo desiderio: Come devo spendere la mia vita? Mi ha colpito la semplicità, l’essenzialità e la profondità di questa domanda, che Papa Francesco ha suggerito come preghiera in uno dei suoi appelli ai giovani prima dell’incontro mondiale con loro. La vita? Tutti gli esseri viventi, tanto del regno vegetale che di quello animale, ricevono la vita in modo pressochè misterioso (perchè essi e non altri?) ma tra tutti, a quanto ne sappiamo, solo l’uomo è in grado di essere consapevole di ricevere la vita come una chiamata dal nulla, dal non essere all’essere; inizio cioè di una vocazione, testimonianza irrefragabile di un vocante, di Uno che chiama. Uno o più di uno? Più di uno! Certamente chi genera fa inevitabilmete la scelta di chiamare alla vita: partecipa dunque alla responsabilità del chiamante, esercitando tuttavia un potere condizionato, non certo una sovranità assoluta, ma attraverso l’azione della legge naturale. Ai nostri giorni sappiamo esistere il tentativo, la pretesa di eliminare in questa funzione generativa ogni dipendenza da altri (i figli quando e come si vogliono); il tentativo che fin dall’origine 62 ti fa riconoscere fatto per questo bellezza ma, nello stesso tempo, già capace di attuarla, quanto più lasci spazio a Cristo, quanto più ti rendi trasparente alla Sua presenza. Ecco, dunque, quello che stiamo celebrando oggi: la Trasfigurazione di Cristo, la Sua misericordia nei confronti dei discepoli, ma anche la rivelazione di tutta la profondità che abita la realtà, fin da adesso, fin da ora. E’ quella stessa profondità che noi cogliamo nell’Eucaristia che tra poco riceviamo, dalla quale siamo chiamati a lasciarci trasformare per diventare noi stessi, presenza viva di Cristo nel mondo. Questo invochiamo gli uni per gli altri, ciascuno per se stesso, affidando la nostra vita, nella memoria di Maria Santissima e di tutti i santi, a Cristo, nostro Signore e nostro Dio. Sia lodato Gesù Cristo. La vita Papa Francesco benedicente “Non esitate a spendere la vostra vita per testimoniare con gioia il Vangelo, specialmente ai vostri coetanei.” Papa Francesco ai giovani, 2013 63 è stato ingannevolmente suggerito dal maligno: sarete come Dio. Fermiamoci per ora a considerare la vita in quanto ricevuta da chi non era, ma ne diviene responsabile e in certo modo padrone: cosa decido di farne? Sì! Perchè la vita è un dono, ma terribilmente impegnativo; alla responsabilità di farne uso non si può sfuggire; se non in qualche modo privandosene (suicidio). Un primo problema riguarda anzitutto la qualità di questo dono, per nulla incondizionato o indipendente. Prima ancora degli impegni derivanti dalla esistenza, ciascuno di noi, fin dal suo concepimento, è condizionato da innumerevoli circostanze, che possiamo già identificare come componenti di una “vocazione”, già del tutto personale, unica e quasi sicuramente irrepetibile: il vivente non è solo individuo, numero, è una persona: inconfondibile. Come sono io? Cos’è questa mia vita? Come è? Quali possibilità mi offre? Cosa posso diventare? Quale posto mi spetta nel contesto in cui mi trovo? Di questa vita, io cosa voglio fare? Il problema del bene e del male, si pone appena uno prende coscienza del suo essere persona, del suo io! Cosa mi giova, e cosa mi può danneggiare? La vita pur nelle sue limitazioni condizionanti, costituisce sempre per l’uomo una grandiosa possibilità: è come un seme, pur destinato a concludersi con una fine: nella forma presente e sperimentale non è eterno; ma conosce una legge di crescita e insieme di consumo: la distanza temporale dalla sua fine si riduce giorno per giorno; la vita si consuma, ma nel contempo, mentre mette alle sue spalle: tempo, esperienze, traguardi, vittorie e sconfitte il seme cresce, si edifica come una costruzione della propria identità, del proprio valore. 64 La dinamica della vita appare ben presto rischiosa nella sua ambivalenza: il mestiere di vivere non è per nulla una cosa facile per l’uomo: c’è una crescita positiva, ma c’è anche il rischio di una crescita negativa: ci sono sfide inevitabili e prima o poi l’incontro con il male, nelle sue infinite forme e aggressività: si impone l’obbligo di decidere come spendere la vita: questo dono che già è difficile individuare e più difficile spendere bene. Spendere, non subire, la differenza è decisiva. Non serve trincerarsi dietro la giustificazione: non ho scelto io di vivere, io non l’avrei voluta così. E’ dono così, com’è, e basta! Come abbiamo detto, l’alternativa, se non ti va è rinunciare. Ad alcuni il suicidio appare allora come l’atto supremo di libertà, ma poi? E’ tuttavia difficile sfuggire alla persuasione che la vita ricevuta è frutto di un amore; in parte noto: quello dei genitori; in parte da scoprire: nell’impronta del Creatore impressa in un mondo che si scopre predisposto apposta perchè io esista, lo possa abitare, conoscere, utilizzare, sviluppare e, se possibile, migliorare. La natura, è amica dell’uomo, tuttavia sappiamo che la natura è già stata rovinata dall’uomo che più volte, non l’ha rispettata. Ma c’è un rimedio: la fede; ne discuteremo più avanti in una delle prossime puntate. Intanto cerchiamo di apprezzare e amare la vita. Spendere la vita Il verbo mi pare proprio quello giusto e sembra richiamare la parabola dei talenti. Sì, perchè la vita è cosa che vale, come una moneta preziosa, di fronte alla quale, carisma RICERCA DELLA VOCAZIONE come già detto, la responsabilità morale è inevitabile. Spendere la vita comporta una valutazione importante: qual’è il valore di quanto acquisito con essa? Il ricorso alla parabola ci può aiutare fino a un certo punto e cioè nel confronto di quanto hanno ricevuto in misura diversa i talenti del padrone: chi 5, chi 2, chi 1, e di cosa ne hanno fatto; in particolare il confronto tra chi si è dato da fare e chi invece si è contentato di nascondere per restituire. In realtà per la vita il comportamento del servo infedele non è possibile, perchè mentre il talento della parabola conserva il suo valore, la vita invece si consuma nel tempo, nell’inesorabile corsa dei giorni. Dunque non c’è da perdere tempo, ed ecco l’urgenza della domanda! Tuttavia serve riflettere sulle diversità di trattamento iniziale evidenziato nella parabola: a chi 5, a chi 2. La vita non è uguale per tutti, già in partenza: ciascuno eredita caratteristiche e condizionamenti diversi; addirittura si sarebbe anche tentati di ammettere che ci siano delle vite che non valgono; anzi siano da sopprimere prima che sboccino, come documentano i millioni di aborti liberamente perpetrati, non certo dai soggetti interessati, ma da quanti semmai sono chiamati a supplire alle deficienze conclamate. Nel disegno di Dio, rispecchiato nella natura, nessuna vita umana è inutile, come mostrano le vere e proprie esplosioni d’amore che sbocciano in quei contesti familiari capaci di offrire una vita felice anche a figli disabili perfino in modo grave. Esempi: Sono casi che testimoniano la capacità d’amore della vita umana e intrecciano in un mirabile poema le vite di persone diverse, legate da un provvidenziale divino disegno che nel contesto rendono “umano” anche ciò che sembrerebbe non essere, tanto che un mondo senza dolore, ove tutti fossero “normali” sarebbe probabilmente un mondo senza amore. Si pone allora, a questo punto, un problema: come aiuare a spendere bene la vita a chi l’ha ricevuta, scoprendo la dimensione sociale della domanda: come devo spendere la mia vita anche in rapporto a quella degli altri e scoprire così una componente già precisa della vocazione: come devo espendere in mezzo agli altri la mia vita? Anzi, come dobiamo spendere insieme la nostra vita? Dunque il valore della mia vita non dipende solo da me, ma fin dall’inizio, da quella di chi mi sta attorno. Non solo dunque la vita è un dono diverso per ogni essere umano, ma già in partenza assume una diversità dal contesto in cui nasce: il valore definitivo di ogni vita è diverso, o meglio differente, in relazione al valore della vita degli altri. Della vita che ricevo, allora, il valore non riguarda solo me, ma anche gli altri, non solo che mi hanno preceduto, ma anche che mi stanno attorno; ogni vita individuale partecipa del valore dell’intera realtà della presenza umana nel contesto del mondo, e dunque, della mia vita, non sono l’unico padrone, ma lo sono assieme e di fronte a tutti gli altri: la difesa della mia vita, il suo buon utilizzo, interessa la vita in sè dell’intero genere umano. 65 carisma DAI NOSTRI LABORATORI CAPIRE I PASSAGGI DEL RESTAURO SCULTURA, PITTURA, ARCHITETTURA A cura di Laura Bono e Luca Zen Il restauro della statua lignea dell’Immacolata della Chiesa Mater Orphanorum, Casa Madre di Legnano. Risultato finale Questa significativa opera barocca del XVII sec. ha comportato per la Scuola un’interazione di competenze e una sinergia tra le diverse maestranze che ha avuto il suo netto riscontro nell’esito finale. Solo una dettagliata documentazione fotografica, più che la descrizione tecnica delle diverse fasi d’intervento, può rendere noto il lavoro fatto con perizia nei nostri Studi e Laboratori. Questa pagina vuole aprire uno squarcio sulle nostre attività che sono sempre al servizio della bellezza, della cura e salvaguardia dell’arte cristiana nelle sue umili ma eloquenti espressioni. • Fasi dell’intervento Laboratorio di scultura di pittura e restauro L’Immacolata inserimento all’interno della cappella Accurata osservazione della statua, documentazione fotografica dello stato di fatto e indagine stratigrafica. Prima pulitura e 66 Fasi dell’intervento rimozione delle parti pittoriche improprie. Distacco delle stelle in metallo lavorato per la pulitura e doratura; calcolo di quelle mancanti in previsione di una integrazione. Rimozione delle parti danneggiate dai tarli. Rimozione delle vecchie stuccature in gesso. Reintegro con elementi in legno intagliato. Accurata pulitura ed inserimento di tasselli in legno opportunamente sagomati, per consolidare. Ricostruzione delle parti mancanti. Incollaggio, stuccatura, levigatura, imprimitura per le integrazioni pittoriche. Integrazioni pittoriche. Consolidamento dell’intera superficie pittorica. Ritocchi con la porporina nei fregi decorativi. Foglia oro sui due spicchi di luna. Foglia argento sul globo del mondo. Invecchiamento delle parti integrate per adeguarle al contesto. Fissaggio delle parti ritoccate e integrate. Ricollocazione delle stelle e della corona in metallo lavorato e dorato. • Posa della statua Studio di architettura La collocazione della statua dell’Immacolata dopo il restauro prende avvio da una conoscenza dell’edificio chiesa, nelle sue componenti iconografico, devozionali e architettoniche che, nel loro contesto ho trovato significative. La chiesa al suo interno si presenta con una veste compositiva insolita rispetto alle indicazioni suggerite da una semplice visione esterna, ove si delinea una 67 configurazione a capanna, con cappelle laterali che presentano una copertura a due falde. Il rivestimento esterno è in mattone a vista, con innesti in cemento armato. All’interno la pianta a navata unica absidata, è coperta da un soffitto piano, le cappelle laterali che si affacciano lungo tutta la navata, presentano qui invece un tetto a una falda, inclinata verso l’esterno. Gli altari all’interno delle cappelle si differenziano gli uni dagli altri per i diversi marmi che li costituiscono. Elemento ordinatore dell’iconografia della chiesa sembra essere la linea immaginaria orizzontale posta a circa mt. 2,30 di altezza da terra, su cui si appoggiano le immagini sacre, incastonate tra i rivestimenti marmorei delle pareti di fondo delle cappelle che incorniciano tutta la chiesa e che trovano la loro testimonianza più alta nel quadro della Madonna degli orfani al centro dell’abside, dietro la mensa. La statua dell’Immacolata, mi faceva notare lo scultore-architetto che ha partecipato al restauro dell’opera, è particolarmente apprezzabile dal basso, come suggerirebbe lo sguardo e il dinamismo vorticoso delle vesti. Verificata questa peculiarità, di gusto barocco, è venuto così naturale assumere la retta orizzontale di riferimento per la collocazione dell’icona statuaria in questione, che ha trovato inoltre nell’arco che la sovrasta il suo adatto coronamento. Per quanto riguarda il piano d’appoggio ho creduto adatta una cassa di legno in tinta noce nel tono degli sfondi delle altre immagini che decorano le cappelle laterali di cui sopra si è parlato, cercando di donare come omaggio alla Madonna, una lieve modanatura dipinta di un viola-grigio che spero non sfiguri al cospetto di tale 68 Stato di fatto immagine. L’Immacolata così collocata mi sembra si possa contemplare sia individualmente nello spazio prospiciente da un inginocchiatoio, che in comunione da molta parte dell’assemblea. Il restauro della statua lignea della Madonna con Santo Bambino Laboratorio Scultura Restauro Pittura Un ulteriore esempio di intervento, a nostro parere ben condotto a termine, è quello che ha interessato una statua lignea processionale, Madonna Fasi dell’intervento con Bambino, che durante l’anno liturgico la devozione radicata dei fedeli ama rivestire con abiti preziosi: nero e scarlatto nella Settimana santa, per l’Addolorata; bianco e azzurro per l’Immacolata, arricchendola con corone e rosari. Ritrovata alla fine dell’Ottocento in un sottotetto questa statua, una originale commistione di antico sentore romanico e catalano, è stata rintrodotta alla venerazione dei fedeli dopo alcuni rifacimenti, sicuramente le mani e il Santo Bambino, quest’ultimo dalla concezione scultorea differente e non congrua all’impianto austero e geometrico che caratterizza la Madonna. In tempi recenti è stata dipinta con pitture a base vinilica che stavano compromettendo la struttura conica della base di cui si compone il corpo della statua. Ampie fessurazioni nel legno e il desiderio del Parroco di “aggiustare” quanto il precedente intervento stava compromettendo ci ha permesso di intervenire in maniera radicale e risolutiva su quest’opera e valorizzare quanto di significativo e bello meritava essere portato alla luce. 69 carisma LA SIEPE DEVOTA DAL LABORATORIO DI CESELLO A cura di V.V. “I Santi sono i grandi testimoni della fede, in questo Anno della Fede indetto da Papa Benedetto, questo evento ci ricorda che la nostra fede esige di essere professata ma ancor più vissuta”. Supporto metallico per i ceri votivi E’ il titolo con cui il nostro laboratorio di arredi metallici (cesello) lancia una nuova proposta per raccogliere in bel modo, come in un elemento floreale, i ceri o i lumi che i devoti vogliono accendere a segno di fede e di preghiera,davanti ad una immagine nelle chiese; ciò avviene particolarmente nei santuari, ma anche in tutte le parrocchie, specialmente davanti ad una venerata immagine di Maria SS. S. Messa secondo le proprie intenzioni, ma più spesso rispondendo alle tante richieste, diffuse in vari modi dalle diverse opere di carità. Si tratta di una espressione assai diffusa anche nella Chiesa Orientale, che da noi obbedisce al precetto ecclesiale, così enunciato nel vecchio catechismo: contribuire ai bisogni della Chiesa secondo le leggi e le usanze. Ricordo che nella mia fanciullezza, la mia famiglia era una di quelle che assentandosi per le lunghe ferie estive dalle celebrazioni nella parrocchia, offriva una somma per il mantenimento nell’apposito plurilucernario appeso nel presbiterio, una lampada ardente per tutto quel tempo, quasi una supplenza della presenza personale. Sappiamo che in altre chiese, all’estero o in qualche terra di missione, vige ancora l’uso delle cosiddette decime: offerte dei fedeli secondo le loro entrate o il loro reddito. L’accensione dellle candele o di lumi a consumo, rimane una usanza carica di espressività e di poesia, quasi come una preghiera visibile. La cosidetta Siepe Devota è costituita da una serie di moduli (capaci di reggere ciascuna dieci ceri), da comporre in armonia, secondo le modalità del luogo, anche ad una certa distanza dal quadro interessato. Da noi si preferisce, non a torto, lasciare alla coscienza di ciascuno come praticare le proprie “elemosine”, come quelle per far celebrare una 70 71 ex alunni EX ALUNNI NELLA PROFESSIONE Luca di Francesco, già studente nel nostro Istituto d’Arte ed ebbe occasione di frequentare don Marco, ci ha comunicato la realizzazione di un doppio altorilievo sulla figura del Beato don Carlo Gnocchi, fortemente voluta dal cappellano don Livio Aretusi, recentemente scomparso, collocati nella cappella dell’Istituto Palazzolo di Milano. Si tratta di due composizioni a mo’ di pergamena, cosi presentate dall’autore: “Mio padre mi ha parlato spesso della sua amicizia con don Carlo con grande sentimento ed emozione che ha lasciato in lui un segno ed un entusuasmo che mi ha trasmesso. Nell’altorilievo ho voluto rappresentare un’espressione rassicurante, serena e accogliente: la testa inclinata, con un mezzo sorriso ed un abbraccio che coinvolge due figure di suoi mutilatini. La mano di una bambina che gioca con il bottone della tonaca, porta a dimenticare la tragedia delle mutilazioni nel semplice abbraccio della persona che li accoglie”. Abbraccio che si è esteso agli anziani delle sue case. Particolari dell’opera 72 Al pannelo figurativo fa riscontro una composizione simbolica con i segni della fede e la scritta: “Ho bisogno di non finire”. Eli Riva (1921-2007), ex alunno della Scuola Superiore dell’Arte Cristiana Beato Angelico negli anni quaranta, per iniziativa della famiglia, è documentato nel sito internet www.eliriva.it che segnaliamo alla vostra attenzione. Si tratta di un’analisi cronologica e tematica della produzione dello scultore comasco che ha dedicato oltre metà della sua vita all’arte sacra. Eli Riva si è confrontato non soltanto con l’arte sacra ma anche con l’arte liturgica, essendo fra i primi in Italia a mettere in atto le direttive del Concilio Vaticano II (soluzioni presbiteriali in tre chiese nel comasco: Chiesa di Sant’Agata, Chiesa di San Francesco d’Assisi a Blevio e Chiesa del Santo Spirito a Lipomo). Sistemazione arredi presbiterio Chiesa di S. Francesco di Assisi a Blevio. Mauro Baldassari Raggiunse la maturità artistica nel 1963. Primo inviato in Burundi dei Volontari Internazionali della Scuola Beato Angelico, appena sposato, a predisporre la fondazione dell’E.T.S.A. (Ecole Tecnique Secondaire d’Art), scultore fecondo è principale autore della statua del Beato Don Carlo Gnocchi; posta sul Duomo di Milano recentemente inaugurata, realizzata su incarico della Fondazione “Don Gnocchi”, con il contributo di Sestilio Paletti, Presidente di FILCASA. Nella memoria liturgica, IV° anniversario di Beatificazione, avvenuta il 25 ottobre. La statua sarà posta sulla mensola 211 (lato est, sacrestia capitolare, tra via Arcivescovado e Piazza Duomo). Beato Don Carlo Gnocchi con un bambino Fonte Battesimale, Chiesa Santo Spirito a Lipomo 73 arsa A CINQUANT’ANNI DALL’APERTURA DEL CONCILIO VATICANO II (occasione in cui è stato indetto l’anno della Fede per una nuova evangelizzazione) anche noi vogliamo portare una particolare attenzione sulla prima Costituzione promulgata e, precisamente, sul capitolo settimo: “Arte sacra e sacra suppellettile”. E, per cominciare, ripubblichiamo la presentazione che il nostro confratello, partecipante ai lavori preparatori della Commissione apposita, ha offerto in un’edizione del 1964. A cura di V.V. Copertina del libro “La Costituzione sulla Sacra Liturgia” di G. Ceriani Tra le primizie del Concilio Vaticano II, la comparsa di questi 9 articoli sull’arte sacra, inseriti nella Costituzione della Liturgia, dice anzitutto il loro significato pastorale e pratico piuttosto che dottrinale. Non è inutile tuttavia rilevare che nelle premesse come negli incisi, fa qua e là capolino qualche accenno che permetterebbe di puntualizzare e sviluppare quasi una teologia dell’arte sacra, in cui potrebbe apparire qualche apporto nuovo alla tradizione occidentale e particolarmente alle affermazioni del Tridentino; apporto che mette in luce un progresso di questi ultimi tempi dovuto proprio al fatto che il movimento di rinascita dell’arte sacra si è condotto di pari passo con quello del rinnovamento una triplice gradualità quando parla delle liturgico. Al concetto infatti dell’arte “artes ingenuae”, dell’ars religiosa e figurativa impiegata a scopo finalmente dell’ars sacra, comprendendo prevalentemente istruttivo o didascalico in quest’ultimo termine, a quanto pare: (bibbia pauperum, si diceva) si accosta e l’arte che si riferisce a un fatto sacro, qui ufficialmente il senso sacramentale una teofania per esempio, ne rievoca anche dell’arte sacra, intesa come la storia e il contenuto positivo; e quella segno e simbolo (signa et symbola dice direttamente ordinata al culto, che l’art. 122 della presente Costituzione) noi diremmo liturgica, e della quale delle realtà soprannaturali presenti nel prevalentemente si parla negli articoli culto liturgico perciò volta a evidenziarne successivi; e finalmente quella che il contenuto e a creare quei presupposti dall’uso cultuale o da apposito rito ambientali e sensibili, di grande efficacia riceve una vera e propira consacrazione psicologica, per la preghiera, allorchè dedicatoria divenendo addirittura appunto l’arte sacra, oltre ad un compito “res sacra” o “sacra suppellex”. meramente narrativo, si propone di Ripeto che nel presente documento elevare a Dio la mente degli uomini (per non è il caso di ricercare troppo sottili orientare a Dio e all’incremento della sua concezioni teologiche, avendo esso lode e della sua gloria, in quanto nessun scopo prevalentemente disciplinare, altro fine è stato loro assegnato se non tuttavia non è vano tentare di scoprire quello di contribuire il più efficacemente il nesso tra le prescrizioni pratiche possibile, a indirizzare religiosamente e un pensiero abbastanza definito che le menti degli uomini a Dio). le spiega, giustifica, e riconnette tra loro. Dunque non è sufficiente una qualunque raffigurazione dei Sacri Misteri, cioè degli avvenimenti storici o dei santi personaggi rievocati dalla Liturgia, ma si richiede che tale raffigurazione abbia la virtù di esprimere attraverso le forme sensibili, il messaggio di salvezza proprio delle realtà soprannaturali, e in modo da elevare veramente gli animi a Dio. Ora tale possibilità espressiva ed edificante è propria solo delle arti, che per loro natura riguardano l’infinita bellezza divina, da esprimere in qualche modo nell’opera umana (art. 122; “rivelazione agli uomini dell’increata bellezza di Dio” insegnava ai nostri giorni Mons. Polvara fondatore della Scuola Beato Angelico) e particolarmente dell’arte religiosa e più ancora di quella sacra: culmine della stessa, come specifica sempre lo stesso articolo. Il quale articolo dunque distingue Calice apostoli S.B.A. 75 arsa 50 ANNI DEL CONCILIO VATICANO II o perchè depravate nelle forme, o perchè mancanti, mediocri, o false nell’espressione artistica. Questo passo mi pare oltremodo importante poichè è in diretta relazione con quanto detto nei principi generali del proemio sopra segnalati, vale a dire la necessità di un valore artistico, e cioè degnamente espressivo, nelle cose che si consacrano al culto. Ciò va detto e segnalato in modo particolare a mio avviso a proposito della produzione figurativa industrializzata di pessime statue che si vuol far passare per religiose. Esse sono vera testimonianza Calice base incisa S.B.A. di mediocrità e di insufficienza artistica e perciò vengano allontanate dalle case di Dio e dagli altri luoghi sacri. Il testo sopra citato parla pure di Trasmissione del messagio interiore “simulazione” artistica, cioè di finzione, Così dal compito qui sopra definito di non autenticità; il discorso è chiaro per l’arte sacra, scaturiscono le norme se si intende parlare della materia per identificare la produzione (quante le finzioni di questo genere da ammettersi e quella da escludersi che esistono tutt’ora nelle chiese), più dal Sacro Servizio. Oltre infatti a ripetere difficile e sottile se si deve intendere le affermazioni già contenute in altri della forma, dato che simulationem nel documenti (confronta per esempio testo latino sembra sempre correlato la Mediator Dei) la chiesa si è sempre col genitivo artis: si condannano allora ritenuta, a buon diritto, come arbitra, anche le riproduzioni fotografiche? scegliendo tra le opere degli artisti quelle La conclusione sarebbe forse troppo che rispondevano alla fede, alla pietà affrettata. Quello che è certamente e alle norme religiosamente tramandate, chiaro è che proprio perchè all’arte che risultavano adatte all’uso sacro (art. sacra si riconosce un compito 122); l’arte abbia libertà di espressione significativo, non ci si può contentare nella chiesa, purchè serva con la dovuta di una sua funzione esclusivamente riverenza e il dovuto onore alle esigenze narrativa o documentaria, nel mentre degli edifici sacri (art. 123), il presente che si deve riconoscere che particolare documento definisce in questo modo importanza verrà ad avere il linguaggio (art. 124) le opere d’arte inadatte al proprio, sensibile dell’opera d’arte, cui culto: quelle che sono contrarie alla fede tanto spesso è affidata la trasmissione e ai costumi e alla pietà cristiana; e che del messaggio interiore da parte offendono il genuino senso religioso, dell’arte contemporanea e che la rende 76 “significativa”. Segno è infatti una realtà sensibile, propria di ogni forma artistica: la pittura ha la sua realtà sensibile che è il colore, la scultura il volume, ecc. Al limite si può arrivare ad ammettere, nei debiti modi, anche una espressione libera, cosiddetta astratta, o non convenzionalmente figurativa, se è capace di assolvere il duplice compito suddetto: significatività e suggestività religiose. Non altrimenti l’architettura austera di San Bernardo assolse con i suoi partiti non figurativi al compito di creare un ambiente liturgico di sobria ma efficace eloquenza. In sostanza non sarà mai troppo raccomandato di assegnare a veri artisti i compiti almeno più impegnativi dell’arte sacra, per non rischiare di fallire veramente allo scopo religioso di questa. Il problema della scelta degli artisti, meritava dunque, dopo le recenti polemiche dell’ultimo dopoguerra (la famosa “querelle de l’art sacré”) una parola chiarificatrice. La Costituzione vi provvede a mio parere nell’art. 127 ove indica la via più positiva da seguire: formazione spirituale e liturgica degli artisti attraverso l’opera specializzata di sacerdoti fini e dotti, istituzioni di scuole d’ate sacra, raccomandazione agli artisti di immedesimarsi nella loro missione parasacerdotale: si ricordino che nell’arte sacra si tratti di una qualche imitazione di Dio creatore e che le loro opere sono destinate al culto cattolico, all’edificazione, alla pietà e all’istruzione religiosa dei fedeli. Uno stile artistico moderno E’ chiaro che i nove articoli del nostro capitolo non esauriscono la ricca problematica dell’arte liturgica: qualcuno potrebbe sentirsi deluso di non trovarvi la soluzione di annosi e attuali problemi (altare, tabernacolo, ecc.) ma come negli altri capitoli della Costituzione, il Concilio si è fermato anche qui ai principi generali, sia per lasciare più tempo alla codificazione di nuove norme, sia per non impegnare la sacra assemblea in un compito che può essere svolto da apposite commissioni di esperti, sia finalmente nell’intento Candelieri smaltati arsa arsa 50 ANNI DEL CONCILIO VATICANO II di non precisare troppo una regolamentazione universale, onde rendere possibile quella elasticità di applicazione così insistentemente auspicata dal Concilio e che ha portato al riconoscimento del compito legislativo liturgico delle commissioni episcopali (art. 22). Tuttavia, anzi proprio per questo, sono da sottolinearsi le ulteriori indicazioni più o meno particolari contenute ugualmente nel presente documento e sulle quali converrà pure maggiormente interessare anche i fedeli: 1. Affermando che la chiesa in campo artistico (anche per l’arte sacra) non è mai stata legata particolarmente ad uno stile storico nè ad una civiltà locale, e insistendo sulla necessità di promuovere in ogni luogo un’arte Casule in damasco onda ricamate a mano, S.B.A. 78 sacra moderna e originale, l’art. 123 condanna implicitamente tutte le fossilizzazioni stilistiche di cui è ancora tanto ricco il repertorio di suppellettili nelle nostre chiese. Ancora nel 1920-30 Mons. Polvara doveva battersi contro i neo-stili dell’architettura ecclesiastica italiana, ma quante cose ancora ai giorni nostri, specie in fatto di paramenti, si confezionano senza un gusto, una forma, uno stile veramente moderni. Si educhino i fedeli là dove fossero meno aggiornati di noi nel gusto, a volere per il culto una veste viva, rispondente alla perenne giovinezza della chiesa. 2. Le chiese debbono essere belle e decorose in tutto, ma si ricordi, ci dice l’art. 124, che la bellezza, prima assai che nella sontuosità e nella ricchezza, sta nella sobrietà, nel buon gusto, nella autenticità di ogni cosa, e poi nella sua funzionalità liturgica. Ciò è raccomandato particolarmente per la impostazione architettonica della chiesa, precisando che la funzionalità consiste nella capacità di ottenere e procurare una attiva partecipazione dei fedeli ai Sacri Riti: essi devono vedere, sentire, agire. Non si tema dunqe di affrontare qualche piccola rivoluzione se occorre anche nell’organizzazione spaziale del culto: che senso di distacco dalla comunità danno certi nostri altari sprofondati in fondo a buie cappelle dove il celebrante sembra più un Mosè in conversazione con Dio sul Sinai, che non Gesù nella Cena Eucaristica del Giovedì Santo. Non ci si fermi pertanto, a questo proposito, alla riforma normativa auspicata dall’art. 128, ma si legga e si comprenda lo spirito dell’intera costituzione di Sacra Liturgia, per adeguarvi assieme ai riti (ciò che non tocca a noi), il loro aspetto concreto di cui si rivestiranno nelle nostre chiese e di cui siamo proprio responsabili noi parroci e rettori. A tale scopo occorre educare anche i fedeli a contribuire assennatamente alle più importanti necessità della chiesa, anzichè preferire di dotarla di superflue statue o di altari tanto spesso di scarso valore e dubbio gusto. 3. A proposito delle Sacre Immagini, il Concilio non ha voluto rimandare assieme all’approvazione dell’uso di esporle, la raccomandazione che ciò si faccia con moderazione (in numero moderato) e ordinatamente (nell’ordine opportuno) e cioè gerarchicamente, ad evitare che il tal Santo sia più venerato di Nostro Signore: qui è la teologia... e il disinteresse che debbono guidare il senso pastorale, e non viceversa. Non occorrerà cadere nell’opposto eccesso di tante chiese d’oltralpe ove non si vede altro che la statua della Vergine, quando non manca anche quella, ma sarebbe bene limitare l’esposizione di sacre immagini, specie se statue, a quelle di provato valore storico o artistico, abolendo ogni forma di produzione dozzinale (...) 4. L’obbedienza all’Autorità ecclesiastica è virtù anche quando si applica all’esame delle opere da introdurre in chiesa: l’art. 122 definisce la competenza della chiesa in merito e il 126 indica il modo con cui si esercita: udendo cioè il parere di apposite commissioni d’arte sacra composte di persone esperte. Il Concilio ha qui espresso un provvedimento voluto da Pio XII nella Mediator Dei, (...) per dare più solennità e forza ad una norma già esistente. La presenza e il compito delle commissioni riguardano tanto i Vescovi che il clero e i fedeli: è una brutta tentazione quella di volerne fare a meno. Occorrerà piuttosto badare a scegliere bene gli esperti che debbono comporle. 5. Per ben due volte nel breve corso di questo capitolo i Padri conciliari hanno toccato un argomento di estrema importanza: la conservazione e custodia delle sacre suppellettili e degli altri tesori artistici della chiesa: di esse nell’art. 123 si dice: tesoro da conservarsi con ogni cura, mentre più esplicitamente nel 126 una vigilanza speciale abbiano gli ordinari nell’evitare che la sacra suppellettile o le opere preziose, che Calice Catacombale S.B.A. 79 necrologio EX ALUNNI FRANCESCO BOCCARDO Calice e pisside d’oro, a base smaltata, S.B.A. sono ornamento della casa di Dio, vengano allienate o disperse. La raccomandazione dei Padri conciliari riguarda una attualissima esigenza. A questo proposito la collaborazione dei fedeli è quanto mai importante, per contribuire alle spese di restauro, di migliore sistemazione, valorizzazione, ecc. dei tesori appartenenti ad ogni chiesa, nonchè per il recupero all’uso sacro di quanto trovasi già, più o meno abusivamente, sul mercato antiquario e va spesso ad arredare le case di abitazione della borghesia. 6. Nella preoccupazione dominante di tutta la riforma liturgica, di ridare cioè autenticità e chiarezza ad ogni cosa, si inserisce finalmente l’ultimo articolo sulle insegne pontificali. O esse sono mere espressioni decorative e fastose, e allora sono del tutto anacronistiche, ovvero sono simbolo di un carattere sacramentale o di un potere giurisdizionale, come il termine “insegna” vorrebbe appunto indicare, ed allora è bene che spettino solo a chi possiede tali prerogative. Il provvedimento, di per sè marginale, indica però un preciso ed importante 80 principio che può avere utili applicazioni anche in campi più vasti, aiutandoci a superare ogni formalismo superstite. In conclusione si può dire che il capitolo sull’arte della Costituzione liturgica, abbia già messo buone basi per il lavoro che le commissioni di esperti dovranno svolgere nei prossimi tempi, tuttavia possiamo pure riconoscere che l’intero documento contiene delle direttive e degli orientamenti opportuni anche per chi si trova già impegnato in problemi concreti e urgenti e non possa attendere le norme esecutive che si sperano dal lavoro dei prossimi anni. Don Francesco Boccardo deceduto per problemi di salute il 4 agosto 2013. Sacerdote genovese che conoscevamo già prima della sua ordinazione sacerdotale non poté aggregarsi definitivamente alla nostra Famiglia presso la quale trascorse il fruttuoso periodo durante il quale partecipò anche con la sua arte al decoro della Casa di Dio. Sue opere musive si possono ancora ammirare nella Chiesa parrocchiale di Arnate di Gallarate, nella Cappella dell’Albergo Europa a Salsomaggiore, e nella Cappella Eucaristica della Cripta del Santuario della Madonna delle Lacrime a Siracusa. Appresa la notizia della sua morte, lo affidiamo anche al suffragio dei nostri amici. Partecipe della gloria celeste, interceda per la nostra comunità e la sua missione. ELISABETTA PORTO Mentre stavamo raccogliendo le ultime verifiche testuali di questo numero, oramai pronto per la stampa, ci è giunta la sconvolgente notizia della morte di Elisabetta Porto, nostra ex-allieva (diplomata nel 1990) e carissima collaboratrice, felice figlia, sposa e mamma, da tutti ben voluta, ricca di virtù e di opere buone, che in breve tempo e nonostante la sua giovane età (42 anni), ha raggiunto il traguardo di una fede adulta e di generosa carità, dopo una dura malattia vissuta con edificante spirito di fede e di abbandono. Nonostante il dolore per una così grande perdita, partecipando alla sofferenza dei suoi famigliari e di quanti l’hanno conosciuta, ringraziamo il Signore per il dono della sua vita e ci affidiamo alla sua preghiera, certi di continuare un legame spirituale di affetto, amicizia e comunione. Santuario Madonna delle lacrime, Siracusa, seconda cappella della cripta Mosaico del Sacro Cuore di Gesù 81