“Poste Italiane Spa - spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004) art.1 comma 2, DCB Milano”
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ANNO LXXXIV · 2013
LUGLIO - DICEMBRE
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sommario
RIVISTA TRIMESTRALE DELLA “SCUOLA BEATO ANGELICO”
PER LA CULTURA E LA FORMAZIONE ESTETICA DELL’ANIMA
ANNO LXXXIV · 2013
“Poste Italiane Spa - Spedizione in abbonamento postale D.L. 353/2003
(conv.in L. 27/02/2004) art.1 comma 2 DCB Milano”. Direzione Ammin. Scuola Beato
Angelico Viale S.Gimignano, 19 - 20146 Milano tel. 02/48302854 - fax 02/48301954
email [email protected] - www.scuolabeatoangelico.it - Autorizzazione del Tribunale
di Milano n.484 del 14/09/1948. Con approvazione ecclesiastica.
Direttore Dr. Arch. Valerio Vigorelli. c/c postale N. 15690209. “ISDN. 0003-1747”.
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dies natalis
Il Dies Natalis di Don Marco
L’Omelia di Mons. S.E. Angelo Mascheroni
Messaggi del Cardinale Angelo Scola
e del Vescovo S.E. Florentin
Lettera di Federico
Lettera del parroco P. Mariano Ceresoli
Il nostro confratello sacerdote e artista
Don Marco Melzi, artista di Dio
Don Marco ricorda Gio Ponti
Quasi un testamento di Don Marco
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cronaca e carisma
Festa di San Benedetto abate a Civate
Festa della Trasfigurazione
e benedizione delle nuove porte
Alla ricerca della propria vocazione
Capire i passaggi del restauro
La Siepe Devota
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Per allargare la cerchia degli amici senza aumentare le spese, “L’Amico dell’Arte Cristiana” ritorna
al formato più economico degli anni ’40-50 dello scorso secolo e nello stesso tempo si rinnova nella sua
veste grafica anche grazie alla collaborazione con gli Amici dell’Associazione ALBA, regolarizzando anche
altri aspetti tecnici (pagine, scadenze, ecc.). Siamo sempre grati a quanti ci sostengono con le loro offerte
dato che questo periodico è inviato gratuitamente a quanti conosciamo o a quanti ci conoscono.
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ex-alunni
Luca di Francesco
Eli Riva
Mauro Baldassari
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Arsa
A cinquant’anni dall’apertura
del Concilio Vaticano II
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dies natalis
IL “DIES NATALIS”
DI DON MARCO
24 SETTEMBRE 2013
Così si chiama per i cristiani come lui,
il passaggio dalla vita mortale alla perfetta
comunione con Dio: la definitiva nascita alla vita
che non muore. L’abbiamo annunciata così:
Il Signore Gesù, la Vergine Maria, gli angeli
e i santi, che tanto spesso ha effigiato pregando
nelle sue sculture, accolgano nella gloria
del Padre DON MARCO MELZI, sacerdote,
educatore e artista, membro della Famiglia
e Scuola Beato Angelico.
Don Marco a otto mesi
“La produzione artistica
di Don Marco si
caratterizza per lo stile
personale di immediata
comunicazione e pietà:
le sue innumerevoli
opere sono diffuse
sia in Diocesi che in Italia
e all’estero: il nostro
Duomo ne ospita
più di una.”.
A cura di Don Valerio
Sacerdote dei “Fratelli della Famiglia Beato
Angelico” si è spento sabato 21 settembre 2013
alle ore 21.45. Quando saranno passati a miglior
vita i suoi molti e affezionati allievi, i suoi confratelli
e consorelle, gli amici, gli ammiratori ai quali
ha profuso i doni di un ministero sacerdotale
umile, generoso, cordiale e di gran buon
esempio, le sue sculture continueranno l’opera
di mediazione tra i devoti e il loro Signore (specie
Crocifisso), la loro Madre SS. e i loro Santi.
Mancato a noi una settimana dopo la ricorrenza
dei suoi 95 anni, celebrata nella semicoscienza
di una già lunga degenza, strenuamente
combattuta dal desiderio di essere ancora
disponibile, “cosa posso fare per te?”, ripeteva
ancora, Don Marco era della classe del 1918.
Da una famiglia profondamente cristiana,
con i suoi degnissimi fratelli, formato nell’oratorio
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di San Gregorio a Milano, come fratello
maggiore, iniziò ben presto la vita
di lavoro: nel 1936-37 è Maestro
elementare e già di ruolo a Inzago
nel 1938-39, Bruzzano, Milano, Affori,
Carate Brianza lo avevano già avuto
supplente o provvisorio.
Nel 1939 inizia il suo lungo servizio
militare al corso allievi ufficiali; nel 1940
partecipa alle operazioni militari sul
fronte occidentale, nel 1941 come
sottotenente partecipa alla campagna
di Albania e di Grecia, (medaglia al valore
assegnata sul campo). Successivamente
in Egeo, a Samo e Sira; catturato
e deportato in Germania nel 1943 donde
è liberato ad Amburgo dagli inglesi
nel 1945, anno del suo congedo.
Ritornato in Italia riprende
l’insegnamento elementare a Inzago
dal ’45 al ’47; l’anno della sua entrata
nel seminario teologico di Venegono.
Consacrato sacerdote il 3 giugno
1950 a Milano, entra nella Famiglia
Beato Angelico, come promesso
al Fondatore Mons. Giuseppe Polvara,
prematuramente morto nel 1950 (e non
senza qualche difficoltà dalla Diocesi).
Nella Famiglia Beato Angelico
conclude l’anno di Noviziato il 6 Agosto
1951 e dopo la Maturità Artistica (Primo
Premio Rinascente) intraprende
gli studi accademici a Brera, alla scuola
di Francesco Messina, assistente Enrico
Manfrini; contemporaneamente insegna
Storia dell’Arte a Venegono ai seminaristi
liceali dal 1951 al 1958, che lo
ricorderanno e saranno magari
suoi committenti.
Nell’avvicendamento dei confratelli
sacerdoti alla Direzione della Fondazione
di Culto, Scuola Beato Angelico,
dal 1982 al 1985, Don Marco condusse
a termine la definitiva formulazione
del Codice Fondamentale della Famiglia
religiosa, poi eretta dal Card. Carlo
Maria Martini Arcivescovo, nonchè
Don Marco sottotenente, 1941
Don Marco appena ordinato sacerdote, 1950
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dies natalisL
la realizzazione dell’altare marmoreo
sospesero mai la sua cura per le anime,
della nostra Chiesa, consacrato
testimoniata dall’inginocchiatoio
nel 1984 dallo stesso Arcivescovo
con la stola violacea sempre pronta
a imperitura memoria.
nel suo studio, non senza qualche
La produzione artistica di Don Marco
affettuosa gelosia della comunità nella
si caratterizza per lo stile personale
quale invece lascia un grande vuoto.
di immediata comunicazione e pietà:
Ora tocca a lui non lasciarlo tale.
le sue innumerevoli opere sono diffuse
sia in Diocesi che in Italia e all’estero:
Arrivederci Don Marco.
il nostro Duomo ne ospita più di una.
Alla Beato Angelico, grazie al suo
grado militare insegna persino
La coincidenza della Domenica e del
educazione fisica agli studenti
Lunedì successivo, ritardò la comunicazione
del Liceo Artistico, oltre che nelle
al pubblico della notizia della morte di Don
discipline specifiche, e nel successivo
Marco sul quotidiano cattolico “Avvenire”,
Istituto d’Arte disegno e scultura.
fino al martedì 24 (preceduta però sul
Come educatore di giovani è pure
“Corriere della sera” di lunedì) con l’annuncio
assistente spirituale, presiedendo ogni
del rito funebre per il pomeriggio dello
mattina la visita eucaristica dei più devoti. stesso giorno cosìcché, sia pur a fatica,
Valga per tutti l’intervento di uno
la nostra chiesa bastò a contenere quanti,
di loro al rito funebre di martedì 24
col passa parola, lo seppero per tempo.
Settembre che riproduciamo a parte.
La celebrazione eucaristica accompagnata
Nè l’insegnamento, nè l’attività solerte
dai canti delle consorelle è stata presieduta
della “sua bottega”: l’attrezzatissimo
da Sua Eccelleza Mons. Angelo Mascheroni
laboratorio appositamente costruito
con la partecipazione di Sua Ecc. Mons.
a doppia altezza per i suoi lavori,
Erminio De Scalzi e del Vicario di Zona Mons.
Carlo Faccendini.
Nel folto gruppo di sacerdoti, insieme
ai suoi confratelli Don Vincenzo e don Valerio,
hanno concelebrato: il Decano Don Renzo
Vanoi con il confratello Don Paolo, il parroco
P. Mariano Ceresoli TOR. Parr. SS. Patroni
con i confratelli P. Antonio e P. Vittorio;
Don Antonio Carretta, Don Fausto Gilardi,
Don Giovanni De Micheli, gli ex allievi Mons.
Domenico Sguaitamatti, Mons. Guido Calvi,
P. Gianni Bordin; Don Emanuele Rocco, Don
Andrea Perego, Don Paolo Rota e altri ancora
cui siamo grati.
Don Marco attorniato dalle sue sculture, 2008
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L’OMELIA
DI SUA ECC.ZA
MONS. ANGELO
MASCHERONI
24 SETTEMBRE 2013
Siamo dinnanzi alla salma di Don Marco Melzi,
sacerdote ed artista; e siamo dinanzi alla sua
salma per la messa di congedo; non gli diciamo
addio, ma solo arrivederci; anche perchè
la nostra fede, comune a tutti noi, vissuta
in profondità da Don Marco, ci dice e con
affermazione chiara, che la morte non è l’ultimo
capitolo di nostra esistenza, ma solo il penultimo;
l’ultimo capitolo è quello della vita senza fine,
senza termine; la vita eterna!
Se con la memoria dovessimo contare le opere
di Don Marco, non solo non riusciremmo
ad enumerarle tutte, sono molte, ma tuttavia
ricaveremmo d’apprima l’esigenza di uno sguardo
interiore, profondo: solo la contemplazione
ci permetterebbe di notare due aspetti sempre
presenti; e sono di alto valore spirituale
ed umano: il bello ed il sacro!
Don Marco possedeva un carattere aperto,
ampiamente felice; era di una relazione interiore
immediata, quand’anche a prima vista poteva
sembrare discreta e riservata.
L’artista ed il prete Don Marco non amava esibirsi,
non chiedeva complimenti e felicitazioni per
le sue opere; il suo donarsi all’arte, alle opere
che egli pensava, meditava, pregava e traduceva
in sculture, aveva come premio solo il risultato
Don Marco nei suoi abiti di lavoro
“Se con la memoria
dovessimo contare
le opere di Don Marco,
non riusciremmo ad
enumerarle tutte...
ma solo la
contemplazione
ci permetterebbe
di notare due aspetti
sempre presenti
e di alto valore
spirituale ed umano:
il bello ed il sacro!”
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dies natalis
OMELIA
di preparare Crocifissi, sculture di Maria
e di altri santi da presentare ai fedeli
perchè la devozione non si esaurisse
in solo preghiere, ma arrivasse alla
contemplazione al di là della stessa
ammirazione...
Proviamo a mettere delle date al suo
cammino e di prete e di artista: nascita
a Milano nel 1918: 95 gli anni di sua
esistenza; a farlo apposta, dovremmo
dire provvidenzialmente, è nato il 14
settembre: Festa della Esaltazione della
Santa Croce; da qui i suoi Crocifissi
sono sempre in esaltazione: notiamo
in essi la profezia della Risurrezione...
Ha celebrato la sua Prima santa Messa
il 3 giugno 1950! Quindi ha vissuto il suo
ministero sacerdotale per ben 63 anni.
L’imposizione delle mani e la preghiera
di ordinazione del Beato Card. A. I.
Schuster gli ha donato il presbiterato,
nel contempo pure gli ha donato e
trasmesso quel segno tipicamente da lui
ben posseduto e vissuto: un’autentica
sensibilità liturgica. Non per nulla
Don Marco da subito fece parte della
Famiglia Beato Angelico; lì maturò
e perfezionò sensibilità artistica, religiosa,
sacerdotale; lì visse il suo tempo
traducendo e componendo il motto
benedettino “Ora et labora”...
Ora: la preghiera e quella liturgica;
Labora: la scultura soprattutto...
Per tanto dobbiamo ringraziare il Signore
Iddio per avercelo donato; presentiamo
alla Famiglia Beato Angelico la nostra
vicinanza orante; ai parenti le nostre
condoglianze, ai molti estimatori
la condivisione nostra dei loro sentimenti
ed affetti... Ma presentiamo a Don
Marco un ulteriore impegno: sei in cielo,
Don Marco, là dove il Bello e il Sacro
coincidono, si immedesimano come non
mai. Che bello sarebbe, caro Don Marco,
se tu nel cielo dove solo vige “l’ora”,
dove il “labora” è superato, che bello
sarebbe che nelle tue contemplazioni
vi sia posto e spazio per una supplica:
prega per la tua Famiglia Beato Angelico
(e tu sai molto bene, molto più di noi).
Questa tua Famiglia Religiosa continui
e prosegua, si amplifichi e raggiunga le
grandi finalità che i fondatori si erano
prefissi agli inizi. Che tutte le iniziative
(quante!) non si fermino, che tutte le
aperture (molte!) non si chiudano, che
le finezze liturgiche ed artistiche non si
spezzino.
L’assemblea durante la celebrazione delle esequie
In primo piano Anna, Fulvia e Diego, i parenti più stretti
La tua morte, Don Marco, ci riempie
gli occhi ed il cuore di lacrime;
ma la tua intercessione ci dona speranza
e fiducia...
Un commilitone legge la preghiera degli Arditi
con
Sacerdoti durante la celebrazione
Mons. Mascheroni e Mons. De Scalzi
un momento della celebrazione funebre
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dies natalis
MESSAGGIO DEL
CARD. ANGELO SCOLA
“Ma con queste
poche parole
non trasmettono
certo un’immagine
completa di
don Marco che
riusciremmo
invece a cogliere
conoscendo le sue
opere di scultura,
il suo modo
personale di lodare
il Signore per i doni
ricevuti, per la
bellezza del creato,
per il suo essere
sacerdote, per
poter testimoniare
fino all’ultimo
il messaggio
del Vangelo”.
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MESSAGGIO DEL
VESCOVO S.E. FLORENTIN
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“Come don Marco
ha cercato in tutta
la vita di offrire a
tutti un ambiente di
serena famigliarità
e di pace, possa
ora egli stesso fare
esperienza di quella
pace che il Cristo
riserva ai suoi fedeli
e ricevere la corona
di giustizia che il
Signore consegna
a tutti coloro che
hanno atteso
con amore la sua
manifestazione”.
dies natalis
TESTIMONIANZE
LETTERA
DI FEDERICO
BUON VIAGGIO DON!
UN EX ALLIEVO
Don Marco,
amico mio!
Prove di calco nella bottega
Don Marco
Non appena ho appreso la notizia della tua
partenza, non ho potuto fare a meno di mettermi
a correre per venirti incontro, per venirti
a salutare…
Ed oggi eccomi qua caro don Marco!
di
“L’insegnamento più
prezioso che conserverò
di te è l’umiltà.
Sì, caro don Marco,
tu eri tanto umile
ed è proprio l’umiltà
che ti rendeva grande.”
Tu sei stato per me come un padre; mi hai
accolto con il tuo grande sorriso quando ero
poco più che un bambino. E mi hai insegnato
tantissime cose: mi hai insegnato ad amare
e ad onorare i miei genitori - nel tuo breviario
conservavi gelosamente una fotografia della tua
cara mamma e del tuo amatissimo papà e non
ti stancavi mai di raccontare le loro opere e tutto
il bene che avevano compiuto durante la loro vita -;
mi hai insegnato ad amare il Signore, a pregarlo
e a stare con Lui perché tu solevi dire che solo
Lui è il vero amico che non ti abbandona mai,
che è sempre pronto a contare su di te anche,
e soprattutto, quando il mondo sembra non
guardarti più in faccia.
Ti ricordi quando ogni mattina salutavamo
insieme il Signore nella cappellina della scuola?
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E quando, nei momenti di ricreazione,
ci raccontavi le tue barzellette spiritose
e tutti noi ridevamo di gusto?
Anche nella vecchiaia, pur se ammalato
e stanco, hai continuato a fare del bene:
avevi sempre una parola buona per
tutti, un pensiero di incoraggiamento…
sempre!
Ogni giorno penso a te e nel silenzio
della mia piccola stanza amo ricordare
il tempo che abbiamo vissuto insieme!
E mentre ripenso a quei giorni
memorabili, mi sembra di rivederti
con la giacca e i pantaloni da prete
e le scarpe perennemente sporche
di gesso; e di risentire la tua voce, forte
e chiara, risuonare nel tuo laboratorio
operoso e nei grandi ambienti della scuola.
Nella tua giovinezza hai fatto il maestro
elementare ed il soldato;
poi sei diventato sacerdote e per oltre
sessant’anni hai lavorato instancabilmente
realizzando grandiose sculture che, oltre
ad abbellire le chiese, hanno ravvivato
la fede di molti, suscitando nei cuori dei
fedeli sentimenti di devozione e di pietà.
Eri grande nelle piccole
e nelle grandi cose!
L’insegnamento più prezioso
che conserverò di te è l’umiltà.
Sì, caro don Marco, tu eri tanto umile ed
è proprio l’umiltà che ti rendeva grande.
Ogni sera, prima di coricarmi,
mi raccoglierò nel segreto del mio cuore
per poter stare di nuovo insieme a te,
per raccontarti come vanno le cose,
per contemplare il tuo sorriso e per
ascoltare la tua indimenticabile voce...
e forse ti vedrò venire incontro a me
con la tua gioia contagiosa…e chissà
forse ci abbracceremo…
Grazie don Marco!
L’averti incontrato è stato il dono più
prezioso che io abbia ricevuto
e non riuscirò mai a ringraziarti
abbastanza per tutto il bene che
hai fatto per me e che, sono sicuro,
continuerai a fare dal cielo.
Buon viaggio don e a presto,
Federico
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dies natalis
dies natalis
LETTERE
LETTERA
DEL PARROCO
P. MARIANO
CERESOLI
IL NOSTRO
CONFRATELLO
SACERDOTE
E ARTISTA
21 SETTEMBRE 2013
Testimonianza di Suor Laura
Spettabile “Famiglia religiosa” Beato Angelico
Apprendo con umano dolore e spirituale
consolazione, la notizia che il nostro comune
amico e venerato Don Marco Melzi, è stato
chiamato alla Casa del Padre.
Dopo una lunga vita colma di buoni frutti spirituali,
culturali e artistici di alto rilievo.
Di opere buone erano ricolme le sue giornate:
preghiera, lavoro, attenzione al prossimo,
al povero e al benestante, ai confratelli nel
sacerdozio con privilegiata simpatia anticipando,
qualora il caso lo richiedeva, un bel sorriso,
quasi contaggioso.
La sua memoria riviva nella sua Famiglia religiosa,
nella nostra comunità cristiana e parrocchiale
che è stata beneficata sopprattutto con
il sacramento della Riconciliazione e la visita
attenta e fraterna a tanti fratelli e sorelle malati
o anziani.
“Di opere buone
erano ricolme le sue
giornate: preghiera,
lavoro, attenzione
al prossimo, al povero
e al benestante,
ai confratelli nel
sacerdozio con
privilegiata simpatia
anticipando, qualora
il caso lo richiedeva,
un bel sorriso, quasi
contaggioso.”
Viva in pace
Il parroco P. Mariano Ceresoli T.O.R.
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In un momento di festa Don Marco
suona l’ocarina da lui realizzata
«Don Marco..., come sta oggi?» – «Da vècc!»
Don Marco ricorreva volentieri al dialetto
meneghino quando, in maniera caricaturale
imitava i personaggi o si faceva dell’autoironia.
A 95 anni “suonati” aveva mantenuto uno spirito
giocoso e burlesco, amava ridere e sminuire
in una mordace semplicità la complessità
delle cose serie e sapeva rendere interessante
ciò che sfugge alla gente comune: la casualità
e la banalità sotto il suo sguardo divenivano
il pretesto e materia grezza per delle vere
lezioni di vita.
Se avesse potuto scegliere, avrebbe dato
il suo definitivo commiato improvvisando
una barzelletta.
Se avesse potuto scegliere, sarebbe morto
con le sue sgorbie in mano.
Se avesse potuto scegliere, fino all’ultimo
si sarebbe fatto trovare in un confessionale
ad esortare i suoi incalcolabili penitenti.
Don Marco era un personaggio che usciva
dalle file, per dirla tutta: anche la Scuola Beato
Angelico poteva stargli stretta. L’arte sacra
non era per lui “la cosa seria” e..., forse-forse,
49
dies natalis
dies natalis
LETTERE
non lo era neppure la divina liturgia.
“La cosa seria” per lui erano le anime.
Nelle sue “bolle” di amnesia che hanno
segnato l’ultimo periodo della sua
vita, non era venuto meno lo zelo per
i suoi figli spirituali. Sentiva di essere
chiamato per una estrema unzione;
chiedeva la stola e il santo viatico per
recarsi dalla tal persona; oppure era la
sera in cui immaginava di essere nella
tal parrocchia per una conferenza. Uno
spirito sempre prodigo a correre, come
il soldato sul campo, soprattutto al
capezzale delle anime.
La sua capacità oratoria era analoga
a quella scultorea, plastica: essenziale
e schietta, concisa e diretta. Per colmare
il difetto dell’impulsività e della fretta,
che poteva essere interpretato come
trascuratezza nella cura del dettaglio,
si auto scherniva; tutto reputava
spazzatura al fine di guadagnare Cristo,
e le anime a Cristo.
Più che artista di talento Don Marco
è stato un maestro di talento. Sottile
conoscitore delle diverse scienze,
sapeva compendiare i diversi saperi
e trasmetterli in una forma originale
e accattivante. Sapeva trasmettere
passione e conoscenze, le sue lezioni
terminavano con delle esercitazioni
pratiche, dimostrazioni frutto di sagacia
e di esperienza tecnica. Spirito geniale
e ludico insieme. Don Marco nella vita
religiosa era fedelissimo, tanto sembrava
trascurato nel suo apparire, spesso
arruffato e polveroso, tanto era puntuale
nelle sue devozioni con una naturale
inclinazione per le pratiche di pietà.
Amava gli animali, era spontaneamente
attratto verso ciò che è scalcinato
e macilento, fino a volersi lui stesso
50
rappresentare in queste condizioni.
I poveri, gli extracomunitari, cercavano
volentieri “Padre Marco”, non tanto
e non solo perché ricevevano da lui
una benedizione, ma perché gli era
facile estrarre dalle tasche dieci euro
per volta. Amava ed era amato
soprattutto dai bambini e dai ragazzi,
perché si sentiva uno di loro. Per loro
creava nuovi giochi, improvvisava nuovi
mestieri, recitava, imitava, costruiva
strumenti musicali, impartiva ogni volta
piccole lezioni di etica e di morale
cristiana, tutto condito nel gioco
e nel sano divertimento.
Un culto speciale gli era rimasto
addosso ed era quello riservato ai suoi
familiari, i genitori e i fratelli, anzitutto,
che stimava oltre misura. Dal padre,
qualificato ebanista, aveva appreso
la passione per i materiali, con una
speciale predilezione per il legno;
dalla madre il tratto raffinato e colto
della Milano per bene. La sua bottega
di scultore è stata una fucina dove ha
forgiato nelle sue opere la fede a quel
Dio che più volte gli ha restituito la vita,
prima nelle sue spedizione come
militare e sottoufficiale e poi, di seguito,
nei campi di concentramento.
Ha portato nel pieno furgore la sua duplice
vocazione di sacerdote e artista, ha trasfuso
entusiasmo, ha contagiato i giovani,
ha formato nuove leve per la missione
nella Chiesa, ha passato il testimone,
ha concluso la sua corsa, ha conservato
la fede e..., non solo conservata ma anche
rappresentata, rivitalizzata, fecondata.
DON MARCO MELZI,
ARTISTA DI DIO
Il sacerdote milanese, membro storico della
Famiglia religiosa Beato Angelico, si è spento
all’età di 95 anni, dopo una vita dedicata all’arte
sacra. Le sue sculture sono presenti in molti edifici
di culto, e non solo ambrosiani. Dalla drammatica
avventura della guerra all’amicizia con i maestri
dell’arte del nostro tempo, alla sua passione
per l’insegnamento.
Testimonianza a cura di Carlo Capponi
Don Marco nella sua bottega
di scultura
È stato sacerdote e artista, don Marco Melzi,
spentosi alla veneranda età di 95 anni, lo scorso
21 settembre. Uomo obbediente alla voce
del Suo Signore che si manifestava attraverso
la voce dei Superiori della Famiglia Religiosa
Beato Angelico a cui chiese di aderire subito
dopo la sua ordinazione sacerdotale avvenuta
per le mani del Beato Cardinale Ildefonso
Schuster il 3 giugno 1950.
La vita del giovane milanese, classe 1918,
è forgiata fin dall’inizio dal fervore per la
trasmissione della conoscenza. Fu per molti
anni Maestro elementare in differenti luoghi
della Provincia di Milano, pur facendo sempre
riferimento alla sua Parrocchia di origine
di San Gregorio in Milano.
Strappato alle sue amate classi delle Scuole
di Inzago allo scoppio della Guerra fu arruolato
quale sottoufficiale nell’Arma della Fanteria.
Ai giovani allievi del Liceo Artistico e poi
“Riconosciuto
in questa silenziosa
e mai reclamizzata
attività, da grandi
dell’architettura, in
primo luogo Gio Ponti,
con cui collaborò
in più occasioni.”
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dies natalis
LETTERE
dell’Istituto d’Arte, che intratteneva negli
intervalli di una scuola già allora a tempo
pieno, raccontava delle sue esperienze
dirette nei differenti fronti bellici in cui
la Patria lo aveva mandato. Grecia,
Albania, nelle isole dell’Egeo.
Il suo carattere così aperto e capace
di catturare l’attenzione dei giovani
adolescenti era strumento per
comunicare i valori fondamentali della
vita e del comune convivere dei Popoli.
Pur essendosi meritato una Decorazione
per un’azione di Guerra, e la
testimonianza dei Labari delle differenti
Associazioni d’Arma alle esequie ne è
stata testimonianza, raccontava sempre
della possibilità di poter incontrare
il cuore delle differenti persone incontrate,
fossero i commilitoni o gli avversari
militari o civili.
In questo spirito di attesa, come
il giovane Samuele pronto ad ascoltare
il richiamo nella notte - e di quante
notti di paura e angoscia raccontava rientrato nel ruolo dell’insegnamento,
decide di entrare nel Seminario
Arcivescovile milanese di Venegono
Inferiore. Divenuto sacerdote continua
per anni (1951-1958) nella sua attività
di insegnamento della Storia dell’Arte
alle Scuole dei Seminari liceali. Molti
Sacerdoti ancora si ricordano della sua
presentazione così interessante
di una materia ritenuta minore, rispetto
alle discipline che dovevano preparare
i giovani al futuro studio della teologia,
accattivante perché trasmetteva
un amore per la rappresentazione
del bello attraverso le forme del fare
dell’uomo-artista.
Intanto cresce nella sua adesione alla
Famiglia Religiosa voluta dall’arch. mons.
52
Giuseppe Polvara. Consegue la licenza
artistica e si iscrive all’Accademia
di Brera, seguendo in corsi di Scultura
dove erano maestri Francesco Messina
e Enrico Manfrini. Acquisiti i titoli
accademici espleterà il suo servizio
all’interno della Scuola, insegnando
anche ginnastica, come allora si
chiamava la disciplina, abilitato dal suo
grado militare e materie artistiche
dai diplomi conseguiti.
L’insegnamento fu sempre
accompagnato dalla disponibilità
ad essere il Padre spirtuale della
scuola, prima Liceo e Istituto d’Arte.
Senza mai imporre gesti di pietà o
pratiche devozionali, sapeva stimolare
nei giovani un desiderio di assoluto
che si concretizzava in gesti concreti
come momenti settimanali di preghiera,
attività verso le Missioni e a favore dei
meno abbienti. Sempre inviava tutti
alle rispettive realtà parrocchiali quali
principali luoghi per la crescita
e l’educazione alla fede dei giovani.
Ma moltissimi in Diocesi e in tutta Italia,
conoscono le opere dello scultore
a servizio della celebrazione liturgica.
Riconosciuto in questa silenziosa
e mai reclamizzata attività, da grandi
dell’architettura, in primo luogo Gio
Ponti, con cui collaborò in più occasioni.
Il luogo più alto di questa collaborazione
è la milanese chiesa di san Francesco
al Fopponino ma, non senza ricordare
la Concattedrale di Taranto. Raccontava
del suo rapporto con questo grande
maestro dell’Architettura che, entrando
nel suo studio di scultura, pieno
di polvere di gesso e trucioli di legno,
gli sottraeva le sculture per porle sugli
altari progettati dal primo. Raccontava
di come, casualmente, assemblando
delle bacchette avanzo delle fusioni
realizzarono, assieme, le piccole
cancellate che distinguono le architetture
di Ponti, o la reggia metallica piegata
a formare le parole delle Stazioni
della Via Crucis.
La capace manualità si estrinsecava
nella creazione di strumenti musicali
poveri, con materiali di recupero o nella
serie delle ocarine in terracotta con cui
intratteneva i ragazzi della scuola.
Le sue opere maggiori sono certamente
le numerossisime sculture che costellano
tante chiese. Il tema mariano meriterebbe
uno studio specifico nella sua evoluzione
riconoscibile nelle differenti statue da lui
create. Entrare nel suo laboratorio,
sia in quello antico che in uno più ampio
e modernamente attrezzato nella sede
nuova della Scuola, era una emozione,
non mancava mai un grande foglio
da disegno aperto e sul quale erano
poche linee abbozzate che sarebbero
poi state sviluppate tridimensionalmente.
Pannelli ricoperti da strati di creta da cui
uscivano armature per sorreggere
braccia di santi o angeli. I numerossimi
bozzetti in gesso o terra lasciata cruda,
documentano una capacità di plasmare
la materia con uno stile personale,
proprio e in linea con le ricerche dell’arte
contemporanea. Questa ricerca, poi,
veniva calata nelle opere più composte,
‘semplici’ da riconoscere perché
destinate a favorire la preghiera.
Un momento di alta spiritualità, per lui
nato nella Festa liturgica dell’Esaltazione
della Santa Croce, lo si ha nei grandi
Crocefissi destinati ai tanti presbiteri
che venivano a lui commissionati.
Figure umane del Figlio fermato
Angelo
dai chiodi della passione al legno della
croce ma, già elevato nell’abbraccio
della Resurrezione.
Non negava il dolore, come non negava
le brutture della guerra, ma affermava
la realtà sperimentabile di una vita.
Come tutti gli Artisti le sue opere
seguiteranno, magari anonime
per il carisma della Famiglia Religiosa
a cui apparteneva, ad accompagnare
le preghiere dei molti che passeranno
davanti ai tanti portoni di chiese, altari
sia dedicati alla Vergine - sempre trono
del Figlio - o ai busti del Beato Don
Carlo Gnocchi, militare reduce come
lui e sacerdote prima di lui.
53
dies natalis
dies natalis
DON MARCO
RICORDA GI0 PONTI
Milano, 29.9.2011
Nel 92° anniversario
Nello studio di Don Marco abbiamo esposto in bella
mostra, una serie “biglietti di auguri”; dei fogli formato
A4, con cui l’architetto Gio Ponti esprimeva all’amico
sacerdote e scultore della Scuola Beato Angelico
i suoi auguri espressi in semplici caratteristiche
composizioni grafiche assai varie.
E’ stato perciò chiesto a Don Marco qualche
pensiero in memoria. Eccoli:
“Mi si chiede un ricordo di un amico che mi onora
della sua fiducia, mi ha dato coraggio per inserirmi
almeno un poco nell’arte sua, nel suo spirito sempre
pronto e proteso a dar vita alla pietra, fuoco alla parola,
consistenza alla realtà.”
“Non si poteva non ammirare in quest’uomo un genio
dell’architettura, maestro ai giovani, stimolo ai vecchi:
Gio Ponti!”
E Don Marco continua: “Il fondatore della Scuola
Beato Angelico, Mons. Polvara, mi stimolò agli studi
d’arte; non tanto a imitare gli stili del passato, quanto
a macinare, a rivivere ciò che il passato ci ha dato,
quanto il futuro ci propone”.
Fu così che Don Marco scultore si trovò a fianco
di Gio Ponti nei lavori di decorazione della cappella
dell’Annunciazione dell’Ospedale San Carlo
di Milano, e conclude “era giovane Gio Ponti...
anche per far scuola ai giovani: Pedagogia, Liturgia,
Storie di Santi; ogni occasione di visite,
di viaggi era un motivo di bellissimi ricordi dell’Artista.
“Grazie, Gio Ponti. Abbiamo qui esposti molti
semplicissimi scritti e disegni suoi... un memoriale.
Venite a vederlo!”
54
QUASI UN TESTAMENTO
DI DON MARCO
Una minuta de l’Amico degli ultimi anni.
Carissimi,
vorrei ringraziare da queste piccole pagine dell’Amico
tutti i cari allievi (ed ex) che mi vogliono bene e con lo
scritto o a voce, o col telefono, o la presenza sorridente
e furtiva, mi fanno gli auguri per le feste, si interessano
della mia salute, mi dicono i loro successi in arte e famiglia.
Sommerso dalle carte, che mi arrivano da ogni parte,
temo di non aver risposto degnamente a tutti, così
buoni e gentili verso questo povero vecchio.
Vorrei comunicare a tutti: la mia gioia intima e profonda,
o almeno la serenità di spirito che il Signore Iddio
mi concede; che ogni cosa buona ci viene da Lui,
comprese qualche prova in cui esercitare la libertà
e comprendere che non siamo soli al mondo
ed ognuno di noi è un valore grande, irrepetibile,
capace di scelte coraggiose... facciamole!
Abbiate fede in Dio!
Dite le orazioni, mattino e sera...andate a Messa
la domenica, fate la Pasqua...
Vi ricordate i predichini di quando sedevate sui banchi,
pieni di fantasie colorate?
Ho l’impressione che molti abbiano abbandonato
le pratiche religiose...anche tu che mi stai leggendo?
E non sarà anche colpa mia, che non sono riuscito
a capirti? Ed ora sono qui ad aspettare il giudizio di Dio.
Ti chiedo una preghiera per me: io prego per te,
da povero vecchio rimbambito.
Confido in Lui che ci disse: “Se non vi farete piccoli
come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli!”
Vi auguro vita lunga e lieta, con Gesù e Maria.
Vi abbraccio di cuore, con i vostri cari.
55
Don Marco nell’ultimo periodo,
e l’Angelo del Silenzio, ultima opera
cronaca
FESTA DI SAN
BENEDETTO
ABATE A CIVATE
11 LUGLIO 2013
A cura di Suor Laura
Basilica San Pietro al Monte
di Civate, 1925
E’ bene non dimenticare. La memoria quando
è sana ci custodisce e ci plasma, ci informa
in vista del futuro e ci radica tenacemente
nella concretezza, nel realismo del passato.
Ricordare quanto ci è stato trasmesso, quanto
ci è stato consegnato, non è solo un dovere
(ma basterebbe anche quello per un senso
“La storia della Scuola
di giustizia che ci mantiene nell’umiltà!) è una
Beato Angelico,
necessità che ci rende più consapevoli, ci rende
per volontà del suo
più autentici, necessariamente più riconoscenti.
fondatore, ha un
Con gioia e trepidazione l’11 luglio mi sono recata
legame stretto
pellegrina (partendo dalla nella nostra residenza estiva
con questo territorio
a Scola, frazione di Civate) a S. Pietro al Monte, abbazia
e principalmente
benedettina del IX sec.
con S. Pietro al Monte. Questo monumento antico fin dagli anni Venti
Esso simbolicamente
del secolo scorso è stato meta dei primi alunni
e storicamente ha
della Scuola Beato Angelico, costituitasi a Milano
rappresentato la culla, nel 1921. Sfogliando la rivista Arte Cristiana, anno
la fonte d’ispirazione
1928, pag. 282-283, appaiono le foto
che ha visto sorgere
della basilica come si presentava un secolo fa,
la comunità monastica, prima degli interventi di restauro, di ristrutturazione
che ha accolto
e consolidamento voluti fortemente dal nostro
il primo drappello
Fondatore, Mons. Giuseppe Polvara, nativo di
di allievi artisti”.
Pescarenico, a pochi km da questa località. Nelle
56
didascalie delle foto pubblicate si legge:
«Negli avanzi dell’antico monastero
passa nel lavoro i mesi d’estate
la Famiglia della Scuola» - e ancora «L’antica basilica e gli avanzi del
monastero di S. Pietro al Monte sopra
Civate ora casa di montagna della
Scuola Beato Angelico».
Il sogno di Mons. Polvara, cullato
fin dagli esordi, era di impiantarvi
la residenza del noviziato maschile,
questo non si realizzò, vide tuttavia
compiersi parzialmente il suo desiderio
quando nel 1946 la prima comunità
religiosa emise i voti di consacrazione
e di fedeltà alle Costituzioni proposte
nel 1934 dal Beato Card. Schuster, egli
stesso monaco benedettino. L’Oratorio
di S. Benedetto, prospiciente l’abbazia
e parte integrante del complesso
monumentale, venne donato alla Scuola
dalla Signora Redaelli di Valmadrera,
insieme ad alcuni appezzamenti di
terreno circostante, altri vennero
acquistati per sancire un patto di
appartenenza a questi luoghi sacri.
La storia della Scuola Beato Angelico,
per volontà del suo fondatore, ha un
legame stretto con questo territorio
e principalmente con S. Pietro al Monte.
Esso simbolicamente e storicamente
ha rappresentato la culla, la fonte
d’ispirazione che ha visto sorgere
la comunità monastica, che ha accolto
il primo drappello di allievi artisti, che
ha improntato nell’ascesi, fatta di duro
lavoro - considerando i disagi e le scarse
risorse economiche di cui disponeva
la Scuola nel periodo fra le due Guerre e di fervente preghiera.
L’assidua presenza della Scuola
non è mai cessata, con la morte di
Mons. Polvara anche Mons. Giacomo
Bettoli, suo successore, si è prodigato
tenacemente per continuare quanto
era stato iniziato; gli anziani della
piccola comunità di Scola ricordano
Visita scolastica alla Basilica, 1925
Mons. Polvara, Don Valerio e due suore, 1946
Processione nella Basilica, 1947
57
cronaca
Foto di gruppo con il Parroco di Civate,
D. Gianni De Micheli (a sinistra)
Momento della celebrazione,
nell’oratorio di S. Benedetto (sotto)
FESTA DELLA
TRASFIGURAZIONE
riconoscenti la presenza di questo
sacerdote architetto che ha disposto
affinché la gente del posto fosse dotata
di allacciamenti stradali, di acqua, di
elettricità. Le nostre prime suore
architetto, suor Stella Pirola
e suor Fulvia Colombo, si occuparono
nei loro studi presso il Politecnico
di fornire documentazioni storiche
e di rilievi, di altri due edifici coevi
a S. Pietro, presenti a Civate: S.Calocero
e la chiesa dei SS. Nazaro e Celso, alla
Santa. Sotto la guida di Mons. Polvara,
dopo il 1936 la chiesa di S. Calocero
venne arricchita con l’altare sormontato
dal ciborio e già orientato verso
l’assemblea, precorrendo lo spirito della
riforma liturgica del Vaticano II e con
il dipinto absidale rappresentante il tema
escatologico del Vivente (Ap. 1,12-18),
Rex regum (Ap. 19,16). Suor Fulvia
Colombo, negli anni Ottanta metteva
mano alla chiesa parrocchiale dedicata
ai SS. Vito e Modesto realizzando i nuovi
arredi, altare e ambone, ordinando
il presbiterio e la zona del transetto
con la nuova pavimentazione dell’intero
edificio. Il nostro confratello sacerdote
Don Vincenzo Gatti, dottore in Liturgia,
ha curato e ha documentato con i suoi
scritti i restauri di S. Pietro al Monte,
58
E BENEDIZIONE
DELLE NUOVE PORTE
6 AGOSTO 2013
dedicando interamente la sua vita
di sacerdote a questa causa. Da un paio
di anni l’Associazione Amici di S. Pietro
continua l’esercizio di accoglienza
e di guida alla basilica.
Nella Festa di S. Benedetto, Don
Giovanni De Micheli, attuale parroco di
Civate, ha sostituito Don Vincenzo nella
celebrazione eucaristica che, ogni prima
domenica del mese, alle ore 10,30 vede
affluire nel corso di tutto l’anno, frotte
di pellegrini o semplici escursionisti.
La Liturgia, è stata celebrata per
l’occasione all’interno dell’Oratorio.
Attorno all’altare, una quindicina di persone
raccolte a rendere grazie e, personalmente,
a riaccendere lo spirito di quello zelo
che tanto aveva infuocato l’anima del nostro
fondatore e che, a tutt’oggi, illumina il nostro
futuro di rinnovate speranze: «Zelus Domus
tuae comedit me» (Gv. 2,17), “Cercai
la bellezza della Tua Casa, Signore,
non perdere con gli empi l’anima mia”,
questa l’epigrafe che ha voluto fosse
incisa sulla sua lapide tombale, questa
è ancora l’indicazione che ci obbliga
a non dimenticare.
Introduzione a cura di V.V.
e omelia di Mons. Francesco Braschi
L’anno 2013 segna, per la nostra Istituzione,
un’ulteriore apertura, provvidenziale, all’altro polmone
della Chiesa: quello del culto e della cultura delle
Chiese dell’Oriente cristiano, anche in coerenza
con quell’ecumenismo alternativo di cui scrivemmo
tempo fa e secondo il quale noi, latini e cattolici,
potremo ricuperare aspetti rimasti in secondo piano
nella nostra storia negli ultimi secoli. Così, quest’anno,
abbiamo invitato a presiedere la nostra Festa
patronale della Trasfigurazione del nostro Signore,
Mons. Francesco Braschi, Dottore della Biblioteca
Ambrosiana, docente ed esperto in Patrologia
e Slavistica, da poco, Membro del Comitato Direttivo
della Rivista Arte cristiana. Siamo lieti di riportare
qui l’omelia da lui tenuta.
Abbiamo scelto questa solenne occasione
per la benedizione inaugurale delle nuove porte
della nostra Chiesa, dedicata appunto al Mistero
della Trasfigurazione, conforme al progetto
già presentato su queste pagine.
Le nuove porte in rame sbalzato
e un momento della celebrazione
“Per noi, il fondamento
della fede non è un
anticipo della gloria
della Risurrezione
come fu il giorno della
Trasfigurazione ma è,
piuttosto, l’annuncio
che il Signore
risorto è con noi fino
alla fine del mondo”.
59
cronaca
cronaca
FESTA DELLA TRASFIGURAZIONE
“Non riferirono nulla di quello
che avevano visto.”
Possiamo immaginare quale fosse
quel giorno lo sconvolgimento dei tre
apostoli scelti da Gesù. Possiamo
innanzitutto riconoscere che l’esperienza
da loro vissuta, però, si è radicata
e come sedimentata a poco a poco
nel loro cuore, tanto che poi Pietro, nella
prima lettura che abbiamo ascoltato,
la racconta come uno dei capisaldi
non solo della sua esperienza ma anche,
poi, del suo annuncio.
E qui nasce una prima domanda. Tutti
sappiamo che il primo significato della
Trasfigurazione è quello di preparare
i discepoli ad affrontare, poco dopo,
il momento tremendo della passione
e della morte di Cristo. Cosi scrive
Agostino, cosi scrive Gregorio Magno,
cosi scrive la gran parte dei Padri.
Ma se questo è il significato della Festa
della Trasfigurazione, allora ci possiamo
domandare: perché questa festa
la celebriamo anche noi, che viviamo già
dopo la Risurrezione? Che non viviamo,
cioè, nella condizione di fare la stessa
esperienza degli apostoli?
Per noi, il fondamento della fede non è
un anticipo della gloria della Risurrezione
come fu il giorno della Trasfigurazione
ma è, piuttosto, l’annuncio che il Signore
risorto è con noi fino alla fine del mondo.
Questo però ci aiuta a capire un
aspetto della Festa della Trasfigurazione,
che soprattutto la Tradizione orientale ha
sviluppato nei secoli, e che è diventato
uno dei tratti più distintivi, più caratteristici
di questa Trasfigurazione.
E, infatti, questo ce lo testimonia proprio
la Liturgia orientale della Trasfigurazione
che, tra le varie antifone e i vari inni
60
che ha in questo giorno, dice
ad un certo punto:
“Cristo, splendore anteriore al sole,
oggi sul Monte Tabor, mostra l’immagine
della Santa Trinità. Nasconde un poco
la carne che ha assunto e si trasfigura
davanti agli occhi dei discepoli,
manifestando la bellezza originaria,
anche se non nel pieno fulgore.
L’ha infatti manifestata per dare loro
la piena certezza, ma non totalmente,
per risparmiarli, perché a causa della
visione non perdessero la vita ed essa
si adattasse piuttosto alla possibilità
dei loro occhi corporali”.
E’ dottrina antichissima, ancora
dell’Antico Testamento, quella secondo
cui nessun uomo può vedere Dio
e restare in vita. E’ il motivo per cui Mosè
Porta sinistra
dovette nascondersi sul Monte Sinai
quando passava la Gloria di Dio.
Ed è il motivo, dice la Liturgia orientale,
per cui Gesù mostrò, sì, Se stesso
nella Gloria, ma non ancora in quella
pienezza che verrà rivelata soltanto
nell’ultimo giorno.
Ma nello stesso tempo, tutta la
Misericordia che c’è in questo gesto
che il Signore compie va ancora oltre
la necessità di dare certezza, di preparare
i discepoli alla Passione e far presentire
loro qualcosa della Risurrezione. Perché,
continua la Liturgia bizantina, dice:
“Si è mostrato ai discepoli la divinità che
risplende in una povera carne”. E dice
ancora: “Ti sei trasfigurato sul monte
e i Tuoi discepoli, per quanto ne erano
capaci, hanno contemplato la Tua Gloria”.
Porta destra
Questo è il secondo significato
della Festa, quello che rimane anche
per noi: la Trasfigurazione del Signore
emana una luce diversa, che fa vedere
in una maniera diversa la realtà agli
apostoli che hanno assistito a quel
momento. La luce del Tabor, la luce
della Trasfigurazione, da quel momento
inizia ad abitare la terra.
Ed è la medesima luce, come sa bene
la Liturgia bizantina, della mattina
di Pasqua. E’ quella luce increata,
ancora più limpida, ancora più chiara,
ancora più penetrante della luce del sole,
che permette di vedere la nostra realtà,
non come la contempliamo con gli
occhi della carne, segnata dal peccato,
dal nascondimento da Dio, segnata
innanzitutto, da una percezione sensibile
pesante, appesantita, dal nostro
sonno, dal sonno del nostro spirito,
dal sonno della coscienza; ma, piuttosto,
il Monte Tabor, la Trasfigurazione
di Gesù ci rivelano che già nella realtà
trasfigurata, già nella realtà dove la
Pasqua è avvenuta, noi siamo chiamati
a riconoscere, a cogliere come dei raggi
di questa luce. E sono dei raggi che
ci aiutano a riconoscere la realtà nel suo
significato più vero, che ci fanno operare
quella conversione della mente, che non
è innanzitutto, qualcosa di morale ma è,
prima di tutto, la chiara percezione che
la fede non è un di più che si aggiunge
a una vita umana che già potrebbe
essere sufficiente da sè, ma che la fede
è la possibilità di percepire la realtà
in tutta la sua interezza, secondo tutte
le dimensioni che la abitano, che non
sono soltanto l’altezza, la larghezza,
la profondità, ma sono questa luce
del Monte Tabor che penetra la realtà
61
carisma
ALLA RICERCA
DELLA PROPRIA
VOCAZIONE:
LA VITA
Festa della Trasfigurazione e omelia di Mons. Francesco Braschi
A cura di V.V.
e che a noi si rivela sotto forma di raggi,
sotto forma di un anticipo, sotto forma
di una bellezza che traspare tanto
dall’arte sacra, da quell’arte che si
dedica, si vota al riconoscimento di
Cristo nella realtà e, quindi, vuole aiutare
a cogliere questa presenza, quell’arte
che la tradizione orientale ha codificato
nell’iconografia, ma che anche la
tradizione occidentale ha conosciuto
e ancora, in qualche occasione, conosce
nell’arte sacra. Quell’arte appunto, dove
non è il genio del singolo alla base, ma
dov’è, piuttosto, una scuola della fede,
che ti protende, che ti fa desiderare,
di riconoscere questa presenza di Cristo.
Ma nello stesso tempo, questa
bellezza del Monte Tabor risplende
anche in quelle occasioni, in quei gesti
della vita quotidiana, che già ci fanno
presentire una vita trasfigurata. Perché
la luce del Tabor non è soltanto
estetismo, non è nemmeno soltanto
godimento artistico, ma la bellezza
del Tabor, la luce del Tabor e, insieme,
bellezza-bontà. E’ qualcosa che, visto,
cambia la qualità del tuo desiderio:
Come devo spendere la mia vita?
Mi ha colpito la semplicità, l’essenzialità
e la profondità di questa domanda, che Papa
Francesco ha suggerito come preghiera in uno
dei suoi appelli ai giovani prima dell’incontro
mondiale con loro.
La vita? Tutti gli esseri viventi, tanto del regno
vegetale che di quello animale, ricevono la vita
in modo pressochè misterioso (perchè essi
e non altri?) ma tra tutti, a quanto ne sappiamo,
solo l’uomo è in grado di essere consapevole
di ricevere la vita come una chiamata dal nulla,
dal non essere all’essere; inizio cioè di una
vocazione, testimonianza irrefragabile di un
vocante, di Uno che chiama. Uno o più di uno?
Più di uno!
Certamente chi genera fa inevitabilmete
la scelta di chiamare alla vita: partecipa dunque
alla responsabilità del chiamante, esercitando
tuttavia un potere condizionato, non certo
una sovranità assoluta, ma attraverso l’azione
della legge naturale.
Ai nostri giorni sappiamo esistere il tentativo,
la pretesa di eliminare in questa funzione
generativa ogni dipendenza da altri (i figli quando
e come si vogliono); il tentativo che fin dall’origine
62
ti fa riconoscere fatto per questo
bellezza ma, nello stesso tempo,
già capace di attuarla, quanto più lasci
spazio a Cristo, quanto più ti rendi
trasparente alla Sua presenza. Ecco,
dunque, quello che stiamo celebrando
oggi: la Trasfigurazione di Cristo, la Sua
misericordia nei confronti dei discepoli,
ma anche la rivelazione di tutta
la profondità che abita la realtà, fin
da adesso, fin da ora.
E’ quella stessa profondità che noi
cogliamo nell’Eucaristia che tra poco
riceviamo, dalla quale siamo chiamati
a lasciarci trasformare per diventare
noi stessi, presenza viva di Cristo
nel mondo.
Questo invochiamo gli uni per gli
altri, ciascuno per se stesso, affidando
la nostra vita, nella memoria di Maria
Santissima e di tutti i santi, a Cristo,
nostro Signore e nostro Dio.
Sia lodato Gesù Cristo.
La vita
Papa Francesco benedicente
“Non esitate a
spendere la vostra
vita per testimoniare
con gioia il Vangelo,
specialmente ai vostri
coetanei.”
Papa Francesco
ai giovani, 2013
63
è stato ingannevolmente suggerito dal
maligno: sarete come Dio.
Fermiamoci per ora a considerare
la vita in quanto ricevuta da chi non era,
ma ne diviene responsabile e in certo
modo padrone: cosa decido di farne?
Sì! Perchè la vita è un dono,
ma terribilmente impegnativo;
alla responsabilità di farne uso non
si può sfuggire; se non in qualche modo
privandosene (suicidio).
Un primo problema riguarda anzitutto
la qualità di questo dono, per nulla
incondizionato o indipendente. Prima
ancora degli impegni derivanti dalla
esistenza, ciascuno di noi, fin dal suo
concepimento, è condizionato da
innumerevoli circostanze, che possiamo
già identificare come componenti
di una “vocazione”, già del tutto
personale, unica e quasi sicuramente
irrepetibile: il vivente non è solo individuo,
numero, è una persona: inconfondibile.
Come sono io? Cos’è questa mia vita?
Come è? Quali possibilità mi offre? Cosa
posso diventare? Quale posto mi spetta
nel contesto in cui mi trovo? Di questa
vita, io cosa voglio fare?
Il problema del bene e del male,
si pone appena uno prende coscienza
del suo essere persona, del suo io! Cosa
mi giova, e cosa mi può danneggiare?
La vita pur nelle sue limitazioni
condizionanti, costituisce sempre
per l’uomo una grandiosa possibilità:
è come un seme, pur destinato
a concludersi con una fine: nella forma
presente e sperimentale non è eterno;
ma conosce una legge di crescita
e insieme di consumo: la distanza
temporale dalla sua fine si riduce giorno
per giorno; la vita si consuma, ma nel
contempo, mentre mette alle sue spalle:
tempo, esperienze, traguardi, vittorie
e sconfitte il seme cresce, si edifica
come una costruzione della propria
identità, del proprio valore.
64
La dinamica della vita appare ben
presto rischiosa nella sua ambivalenza:
il mestiere di vivere non è per nulla una
cosa facile per l’uomo: c’è una crescita
positiva, ma c’è anche il rischio di una
crescita negativa: ci sono sfide inevitabili
e prima o poi l’incontro con il male,
nelle sue infinite forme e aggressività:
si impone l’obbligo di decidere come
spendere la vita: questo dono che
già è difficile individuare e più difficile
spendere bene.
Spendere, non subire, la differenza
è decisiva.
Non serve trincerarsi dietro
la giustificazione: non ho scelto io
di vivere, io non l’avrei voluta così.
E’ dono così, com’è, e basta!
Come abbiamo detto, l’alternativa,
se non ti va è rinunciare.
Ad alcuni il suicidio appare allora come
l’atto supremo di libertà, ma poi?
E’ tuttavia difficile sfuggire
alla persuasione che la vita ricevuta
è frutto di un amore; in parte noto:
quello dei genitori; in parte da scoprire:
nell’impronta del Creatore impressa
in un mondo che si scopre predisposto
apposta perchè io esista, lo possa
abitare, conoscere, utilizzare, sviluppare
e, se possibile, migliorare.
La natura, è amica dell’uomo, tuttavia
sappiamo che la natura è già stata
rovinata dall’uomo che più volte,
non l’ha rispettata.
Ma c’è un rimedio: la fede;
ne discuteremo più avanti in una delle
prossime puntate.
Intanto cerchiamo di apprezzare
e amare la vita.
Spendere la vita
Il verbo mi pare proprio quello giusto e
sembra richiamare la parabola dei talenti.
Sì, perchè la vita è cosa che vale, come
una moneta preziosa, di fronte alla quale,
carisma
RICERCA DELLA VOCAZIONE
come già detto, la responsabilità morale
è inevitabile.
Spendere la vita comporta una
valutazione importante: qual’è il valore
di quanto acquisito con essa?
Il ricorso alla parabola ci può aiutare
fino a un certo punto e cioè nel confronto
di quanto hanno ricevuto in misura
diversa i talenti del padrone: chi 5,
chi 2, chi 1, e di cosa ne hanno fatto;
in particolare il confronto tra chi si è dato
da fare e chi invece si è contentato
di nascondere per restituire.
In realtà per la vita il comportamento
del servo infedele non è possibile,
perchè mentre il talento della parabola
conserva il suo valore, la vita invece
si consuma nel tempo, nell’inesorabile
corsa dei giorni.
Dunque non c’è da perdere tempo,
ed ecco l’urgenza della domanda!
Tuttavia serve riflettere sulle diversità
di trattamento iniziale evidenziato
nella parabola: a chi 5, a chi 2.
La vita non è uguale per tutti,
già in partenza: ciascuno eredita
caratteristiche e condizionamenti
diversi; addirittura si sarebbe anche
tentati di ammettere che ci siano
delle vite che non valgono; anzi siano
da sopprimere prima che sboccino,
come documentano i millioni di aborti
liberamente perpetrati, non certo
dai soggetti interessati, ma da quanti
semmai sono chiamati a supplire
alle deficienze conclamate.
Nel disegno di Dio, rispecchiato
nella natura, nessuna vita umana è
inutile, come mostrano le vere e proprie
esplosioni d’amore che sbocciano
in quei contesti familiari capaci di offrire
una vita felice anche a figli disabili
perfino in modo grave.
Esempi:
Sono casi che testimoniano
la capacità d’amore della vita umana
e intrecciano in un mirabile poema
le vite di persone diverse, legate
da un provvidenziale divino disegno
che nel contesto rendono “umano”
anche ciò che sembrerebbe non essere,
tanto che un mondo senza dolore,
ove tutti fossero “normali” sarebbe
probabilmente un mondo senza amore.
Si pone allora, a questo punto,
un problema: come aiuare a spendere
bene la vita a chi l’ha ricevuta,
scoprendo la dimensione sociale della
domanda: come devo spendere la mia
vita anche in rapporto a quella degli
altri e scoprire così una componente
già precisa della vocazione: come devo
espendere in mezzo agli altri la mia vita?
Anzi, come dobiamo spendere insieme
la nostra vita?
Dunque il valore della mia vita non
dipende solo da me, ma fin dall’inizio,
da quella di chi mi sta attorno.
Non solo dunque la vita è un dono
diverso per ogni essere umano, ma già
in partenza assume una diversità dal
contesto in cui nasce: il valore definitivo
di ogni vita è diverso, o meglio differente,
in relazione al valore della vita degli altri.
Della vita che ricevo, allora, il valore
non riguarda solo me, ma anche gli
altri, non solo che mi hanno preceduto,
ma anche che mi stanno attorno; ogni
vita individuale partecipa del valore
dell’intera realtà della presenza umana
nel contesto del mondo, e dunque,
della mia vita, non sono l’unico padrone,
ma lo sono assieme e di fronte
a tutti gli altri: la difesa della mia vita,
il suo buon utilizzo, interessa la vita
in sè dell’intero genere umano.
65
carisma
DAI NOSTRI
LABORATORI
CAPIRE I PASSAGGI
DEL RESTAURO
SCULTURA, PITTURA, ARCHITETTURA
A cura di Laura Bono e Luca Zen
Il restauro della statua lignea dell’Immacolata
della Chiesa Mater Orphanorum, Casa Madre
di Legnano.
Risultato finale
Questa significativa opera barocca del XVII sec.
ha comportato per la Scuola un’interazione
di competenze e una sinergia tra le diverse
maestranze che ha avuto il suo netto
riscontro nell’esito finale. Solo una dettagliata
documentazione fotografica, più che
la descrizione tecnica delle diverse fasi
d’intervento, può rendere noto il lavoro fatto
con perizia nei nostri Studi e Laboratori.
Questa pagina vuole aprire uno squarcio
sulle nostre attività che sono sempre al servizio
della bellezza, della cura e salvaguardia dell’arte
cristiana nelle sue umili ma eloquenti espressioni.
• Fasi dell’intervento
Laboratorio di scultura di pittura e restauro
L’Immacolata inserimento
all’interno della cappella
Accurata osservazione della statua,
documentazione fotografica dello stato di fatto
e indagine stratigrafica. Prima pulitura e
66
Fasi dell’intervento
rimozione delle parti pittoriche improprie.
Distacco delle stelle in metallo lavorato
per la pulitura e doratura; calcolo di
quelle mancanti in previsione di una
integrazione. Rimozione delle parti
danneggiate dai tarli. Rimozione delle
vecchie stuccature in gesso. Reintegro
con elementi in legno intagliato.
Accurata pulitura ed inserimento
di tasselli in legno opportunamente
sagomati, per consolidare. Ricostruzione
delle parti mancanti. Incollaggio,
stuccatura, levigatura, imprimitura
per le integrazioni pittoriche. Integrazioni
pittoriche. Consolidamento dell’intera
superficie pittorica. Ritocchi con la
porporina nei fregi decorativi. Foglia oro
sui due spicchi di luna. Foglia argento
sul globo del mondo. Invecchiamento
delle parti integrate per adeguarle al
contesto. Fissaggio delle parti ritoccate
e integrate. Ricollocazione delle stelle e
della corona in metallo lavorato e dorato.
• Posa della statua
Studio di architettura
La collocazione della statua
dell’Immacolata dopo il restauro
prende avvio da una conoscenza
dell’edificio chiesa, nelle sue
componenti iconografico, devozionali
e architettoniche che, nel loro contesto
ho trovato significative. La chiesa
al suo interno si presenta con una
veste compositiva insolita rispetto alle
indicazioni suggerite da una semplice
visione esterna, ove si delinea una
67
configurazione a capanna, con cappelle
laterali che presentano una copertura
a due falde. Il rivestimento esterno
è in mattone a vista, con innesti in
cemento armato. All’interno la pianta
a navata unica absidata, è coperta da
un soffitto piano, le cappelle laterali
che si affacciano lungo tutta la navata,
presentano qui invece un tetto a una
falda, inclinata verso l’esterno. Gli altari
all’interno delle cappelle si differenziano
gli uni dagli altri per i diversi marmi che
li costituiscono. Elemento ordinatore
dell’iconografia della chiesa sembra
essere la linea immaginaria orizzontale
posta a circa mt. 2,30 di altezza da terra,
su cui si appoggiano le immagini sacre,
incastonate tra i rivestimenti marmorei
delle pareti di fondo delle cappelle
che incorniciano tutta la chiesa e che
trovano la loro testimonianza più alta
nel quadro della Madonna degli orfani
al centro dell’abside, dietro la mensa.
La statua dell’Immacolata, mi faceva
notare lo scultore-architetto che ha
partecipato al restauro dell’opera,
è particolarmente apprezzabile dal
basso, come suggerirebbe lo sguardo
e il dinamismo vorticoso delle vesti.
Verificata questa peculiarità, di gusto
barocco, è venuto così naturale
assumere la retta orizzontale di
riferimento per la collocazione dell’icona
statuaria in questione, che ha trovato
inoltre nell’arco che la sovrasta il suo
adatto coronamento. Per quanto
riguarda il piano d’appoggio ho creduto
adatta una cassa di legno in tinta noce
nel tono degli sfondi delle altre immagini
che decorano le cappelle laterali di cui
sopra si è parlato, cercando di donare
come omaggio alla Madonna, una lieve
modanatura dipinta di un viola-grigio
che spero non sfiguri al cospetto di tale
68
Stato di fatto
immagine. L’Immacolata così collocata
mi sembra si possa contemplare
sia individualmente nello spazio
prospiciente da un inginocchiatoio,
che in comunione da molta parte
dell’assemblea.
Il restauro della statua lignea
della Madonna con Santo Bambino
Laboratorio Scultura Restauro Pittura
Un ulteriore esempio di intervento,
a nostro parere ben condotto a termine,
è quello che ha interessato una statua
lignea processionale, Madonna
Fasi dell’intervento
con Bambino, che durante l’anno
liturgico la devozione radicata
dei fedeli ama rivestire con abiti preziosi:
nero e scarlatto nella Settimana santa,
per l’Addolorata; bianco e azzurro per
l’Immacolata, arricchendola
con corone e rosari.
Ritrovata alla fine dell’Ottocento
in un sottotetto questa statua,
una originale commistione di antico
sentore romanico e catalano, è stata
rintrodotta alla venerazione dei fedeli
dopo alcuni rifacimenti, sicuramente
le mani e il Santo Bambino, quest’ultimo
dalla concezione scultorea differente
e non congrua all’impianto austero
e geometrico che caratterizza
la Madonna. In tempi recenti è stata
dipinta con pitture a base vinilica
che stavano compromettendo
la struttura conica della base di cui si
compone il corpo della statua. Ampie
fessurazioni nel legno e il desiderio
del Parroco di “aggiustare” quanto
il precedente intervento stava
compromettendo ci ha permesso
di intervenire in maniera radicale
e risolutiva su quest’opera e valorizzare
quanto di significativo e bello meritava
essere portato alla luce.
69
carisma
LA SIEPE DEVOTA
DAL LABORATORIO
DI CESELLO
A cura di V.V.
“I Santi sono i grandi
testimoni della fede,
in questo Anno della
Fede indetto da Papa
Benedetto, questo
evento ci ricorda
che la nostra fede
esige di essere
professata ma ancor
più vissuta”.
Supporto metallico per i ceri votivi
E’ il titolo con cui il nostro laboratorio
di arredi metallici (cesello) lancia una nuova
proposta per raccogliere in bel modo, come
in un elemento floreale, i ceri o i lumi che
i devoti vogliono accendere a segno di fede
e di preghiera,davanti ad una immagine nelle
chiese; ciò avviene particolarmente nei santuari,
ma anche in tutte le parrocchie, specialmente
davanti ad una venerata immagine di Maria SS.
S. Messa secondo le proprie intenzioni,
ma più spesso rispondendo alle tante
richieste, diffuse in vari modi dalle
diverse opere di carità.
Si tratta di una espressione assai diffusa anche
nella Chiesa Orientale, che da noi obbedisce
al precetto ecclesiale, così enunciato nel vecchio
catechismo: contribuire ai bisogni della Chiesa
secondo le leggi e le usanze.
Ricordo che nella mia fanciullezza,
la mia famiglia era una di quelle che
assentandosi per le lunghe ferie estive
dalle celebrazioni nella parrocchia,
offriva una somma per il mantenimento
nell’apposito plurilucernario appeso
nel presbiterio, una lampada ardente
per tutto quel tempo, quasi una
supplenza della presenza personale.
Sappiamo che in altre chiese, all’estero
o in qualche terra di missione, vige ancora
l’uso delle cosiddette decime: offerte dei fedeli
secondo le loro entrate o il loro reddito.
L’accensione dellle candele o di lumi
a consumo, rimane una usanza carica
di espressività e di poesia, quasi come
una preghiera visibile.
La cosidetta Siepe Devota è costituita
da una serie di moduli (capaci di reggere
ciascuna dieci ceri), da comporre
in armonia, secondo le modalità
del luogo, anche ad una certa distanza
dal quadro interessato.
Da noi si preferisce, non a torto, lasciare alla
coscienza di ciascuno come praticare le proprie
“elemosine”, come quelle per far celebrare una
70
71
ex alunni
EX ALUNNI
NELLA PROFESSIONE
Luca di Francesco, già studente nel nostro Istituto
d’Arte ed ebbe occasione di frequentare don
Marco, ci ha comunicato la realizzazione di un
doppio altorilievo sulla figura del Beato don Carlo
Gnocchi, fortemente voluta dal cappellano don
Livio Aretusi, recentemente scomparso, collocati
nella cappella dell’Istituto Palazzolo di Milano.
Si tratta di due composizioni a mo’ di pergamena,
cosi presentate dall’autore: “Mio padre mi
ha parlato spesso della sua amicizia con don
Carlo con grande sentimento ed emozione
che ha lasciato in lui un segno ed un entusuasmo
che mi ha trasmesso. Nell’altorilievo ho voluto
rappresentare un’espressione rassicurante,
serena e accogliente: la testa inclinata, con
un mezzo sorriso ed un abbraccio che coinvolge
due figure di suoi mutilatini. La mano di una
bambina che gioca con il bottone della tonaca,
porta a dimenticare la tragedia delle mutilazioni
nel semplice abbraccio della persona che
li accoglie”. Abbraccio che si è esteso agli anziani
delle sue case.
Particolari dell’opera
72
Al pannelo figurativo fa riscontro una
composizione simbolica con i segni
della fede e la scritta: “Ho bisogno
di non finire”.
Eli Riva (1921-2007), ex alunno della
Scuola Superiore dell’Arte Cristiana
Beato Angelico negli anni quaranta, per
iniziativa della famiglia, è documentato
nel sito internet www.eliriva.it che
segnaliamo alla vostra attenzione.
Si tratta di un’analisi cronologica
e tematica della produzione dello
scultore comasco che ha dedicato oltre
metà della sua vita all’arte sacra.
Eli Riva si è confrontato non soltanto con
l’arte sacra ma anche con l’arte liturgica,
essendo fra i primi in Italia a mettere
in atto le direttive del Concilio Vaticano
II (soluzioni presbiteriali in tre chiese nel
comasco: Chiesa di Sant’Agata, Chiesa
di San Francesco d’Assisi a Blevio
e Chiesa del Santo Spirito a Lipomo).
Sistemazione arredi presbiterio Chiesa
di S. Francesco di Assisi a Blevio.
Mauro Baldassari Raggiunse la maturità
artistica nel 1963. Primo inviato
in Burundi dei Volontari Internazionali
della Scuola Beato Angelico, appena
sposato, a predisporre la fondazione
dell’E.T.S.A. (Ecole Tecnique Secondaire
d’Art), scultore fecondo è principale
autore della statua del Beato Don Carlo
Gnocchi; posta sul Duomo di Milano
recentemente inaugurata, realizzata
su incarico della Fondazione “Don
Gnocchi”, con il contributo di Sestilio
Paletti, Presidente di FILCASA.
Nella memoria liturgica, IV° anniversario
di Beatificazione, avvenuta il 25 ottobre.
La statua sarà posta sulla mensola 211
(lato est, sacrestia capitolare, tra via
Arcivescovado e Piazza Duomo).
Beato Don Carlo Gnocchi con un bambino
Fonte Battesimale, Chiesa Santo
Spirito a Lipomo
73
arsa
A CINQUANT’ANNI
DALL’APERTURA
DEL CONCILIO
VATICANO II
(occasione in cui è stato indetto l’anno
della Fede per una nuova evangelizzazione)
anche noi vogliamo portare una particolare
attenzione sulla prima Costituzione promulgata
e, precisamente, sul capitolo settimo:
“Arte sacra e sacra suppellettile”.
E, per cominciare, ripubblichiamo
la presentazione che il nostro confratello,
partecipante ai lavori preparatori
della Commissione apposita, ha offerto
in un’edizione del 1964.
A cura di V.V.
Copertina del libro “La Costituzione
sulla Sacra Liturgia” di G. Ceriani
Tra le primizie del Concilio Vaticano II,
la comparsa di questi 9 articoli sull’arte sacra,
inseriti nella Costituzione della Liturgia, dice
anzitutto il loro significato pastorale e pratico
piuttosto che dottrinale.
Non è inutile tuttavia rilevare che nelle premesse
come negli incisi, fa qua e là capolino qualche
accenno che permetterebbe di puntualizzare
e sviluppare quasi una teologia dell’arte sacra,
in cui potrebbe apparire qualche apporto nuovo
alla tradizione occidentale e particolarmente
alle affermazioni del Tridentino; apporto che
mette in luce un progresso di questi ultimi
tempi dovuto proprio al fatto che il movimento
di rinascita dell’arte sacra si è condotto di pari
passo con quello del rinnovamento
una triplice gradualità quando parla delle
liturgico. Al concetto infatti dell’arte
“artes ingenuae”, dell’ars religiosa e
figurativa impiegata a scopo
finalmente dell’ars sacra, comprendendo
prevalentemente istruttivo o didascalico
in quest’ultimo termine, a quanto pare:
(bibbia pauperum, si diceva) si accosta
e l’arte che si riferisce a un fatto sacro,
qui ufficialmente il senso sacramentale
una teofania per esempio, ne rievoca
anche dell’arte sacra, intesa come
la storia e il contenuto positivo; e quella
segno e simbolo (signa et symbola dice
direttamente ordinata al culto, che
l’art. 122 della presente Costituzione)
noi diremmo liturgica, e della quale
delle realtà soprannaturali presenti nel
prevalentemente si parla negli articoli
culto liturgico perciò volta a evidenziarne successivi; e finalmente quella che
il contenuto e a creare quei presupposti
dall’uso cultuale o da apposito rito
ambientali e sensibili, di grande efficacia
riceve una vera e propira consacrazione
psicologica, per la preghiera, allorchè
dedicatoria divenendo addirittura
appunto l’arte sacra, oltre ad un compito “res sacra” o “sacra suppellex”.
meramente narrativo, si propone di
Ripeto che nel presente documento
elevare a Dio la mente degli uomini (per
non è il caso di ricercare troppo sottili
orientare a Dio e all’incremento della sua concezioni teologiche, avendo esso
lode e della sua gloria, in quanto nessun scopo prevalentemente disciplinare,
altro fine è stato loro assegnato se non
tuttavia non è vano tentare di scoprire
quello di contribuire il più efficacemente
il nesso tra le prescrizioni pratiche
possibile, a indirizzare religiosamente
e un pensiero abbastanza definito che
le menti degli uomini a Dio).
le spiega, giustifica, e riconnette tra loro.
Dunque non è sufficiente una qualunque
raffigurazione dei Sacri Misteri, cioè
degli avvenimenti storici o dei santi
personaggi rievocati dalla Liturgia, ma
si richiede che tale raffigurazione abbia
la virtù di esprimere attraverso le forme
sensibili, il messaggio di salvezza proprio
delle realtà soprannaturali, e in modo
da elevare veramente gli animi a Dio.
Ora tale possibilità espressiva
ed edificante è propria solo delle arti,
che per loro natura riguardano l’infinita
bellezza divina, da esprimere in qualche
modo nell’opera umana (art. 122;
“rivelazione agli uomini dell’increata
bellezza di Dio” insegnava ai nostri giorni
Mons. Polvara fondatore della Scuola
Beato Angelico) e particolarmente
dell’arte religiosa e più ancora di quella
sacra: culmine della stessa, come
specifica sempre lo stesso articolo.
Il quale articolo dunque distingue
Calice apostoli S.B.A.
75
arsa
50 ANNI
DEL CONCILIO VATICANO II
o perchè depravate nelle forme,
o perchè mancanti, mediocri, o false
nell’espressione artistica.
Questo passo mi pare oltremodo
importante poichè è in diretta relazione
con quanto detto nei principi generali
del proemio sopra segnalati, vale a dire
la necessità di un valore artistico, e cioè
degnamente espressivo, nelle cose che
si consacrano al culto. Ciò va detto
e segnalato in modo particolare a mio
avviso a proposito della produzione
figurativa industrializzata di pessime
statue che si vuol far passare per
religiose. Esse sono vera testimonianza
Calice base incisa S.B.A.
di mediocrità e di insufficienza artistica
e perciò vengano allontanate dalle case
di Dio e dagli altri luoghi sacri.
Il testo sopra citato parla pure di
Trasmissione del messagio interiore
“simulazione” artistica, cioè di finzione,
Così dal compito qui sopra definito
di non autenticità; il discorso è chiaro
per l’arte sacra, scaturiscono le norme
se si intende parlare della materia
per identificare la produzione
(quante le finzioni di questo genere
da ammettersi e quella da escludersi
che esistono tutt’ora nelle chiese), più
dal Sacro Servizio. Oltre infatti a ripetere
difficile e sottile se si deve intendere
le affermazioni già contenute in altri
della forma, dato che simulationem nel
documenti (confronta per esempio
testo latino sembra sempre correlato
la Mediator Dei) la chiesa si è sempre
col genitivo artis: si condannano allora
ritenuta, a buon diritto, come arbitra,
anche le riproduzioni fotografiche?
scegliendo tra le opere degli artisti quelle La conclusione sarebbe forse troppo
che rispondevano alla fede, alla pietà
affrettata. Quello che è certamente
e alle norme religiosamente tramandate,
chiaro è che proprio perchè all’arte
che risultavano adatte all’uso sacro (art.
sacra si riconosce un compito
122); l’arte abbia libertà di espressione
significativo, non ci si può contentare
nella chiesa, purchè serva con la dovuta
di una sua funzione esclusivamente
riverenza e il dovuto onore alle esigenze
narrativa o documentaria, nel mentre
degli edifici sacri (art. 123), il presente
che si deve riconoscere che particolare
documento definisce in questo modo
importanza verrà ad avere il linguaggio
(art. 124) le opere d’arte inadatte al
proprio, sensibile dell’opera d’arte, cui
culto: quelle che sono contrarie alla fede tanto spesso è affidata la trasmissione
e ai costumi e alla pietà cristiana; e che
del messaggio interiore da parte
offendono il genuino senso religioso,
dell’arte contemporanea e che la rende
76
“significativa”. Segno è infatti una realtà
sensibile, propria di ogni forma artistica:
la pittura ha la sua realtà sensibile
che è il colore, la scultura il volume, ecc.
Al limite si può arrivare ad ammettere,
nei debiti modi, anche una espressione
libera, cosiddetta astratta, o non
convenzionalmente figurativa, se è
capace di assolvere il duplice compito
suddetto: significatività e suggestività
religiose. Non altrimenti l’architettura
austera di San Bernardo assolse con
i suoi partiti non figurativi al compito
di creare un ambiente liturgico di sobria
ma efficace eloquenza.
In sostanza non sarà mai troppo
raccomandato di assegnare a veri
artisti i compiti almeno più impegnativi
dell’arte sacra, per non rischiare di fallire
veramente allo scopo religioso di questa.
Il problema della scelta degli artisti,
meritava dunque, dopo le recenti
polemiche dell’ultimo dopoguerra
(la famosa “querelle de l’art sacré”) una
parola chiarificatrice. La Costituzione
vi provvede a mio parere nell’art. 127
ove indica la via più positiva da seguire:
formazione spirituale e liturgica degli
artisti attraverso l’opera specializzata
di sacerdoti fini e dotti, istituzioni
di scuole d’ate sacra, raccomandazione
agli artisti di immedesimarsi nella loro
missione parasacerdotale: si ricordino
che nell’arte sacra si tratti di una
qualche imitazione di Dio creatore
e che le loro opere sono destinate
al culto cattolico, all’edificazione, alla
pietà e all’istruzione religiosa dei fedeli.
Uno stile artistico moderno
E’ chiaro che i nove articoli del nostro
capitolo non esauriscono la ricca
problematica dell’arte liturgica: qualcuno
potrebbe sentirsi deluso di non trovarvi
la soluzione di annosi e attuali problemi
(altare, tabernacolo, ecc.) ma come negli
altri capitoli della Costituzione, il Concilio
si è fermato anche qui ai principi
generali, sia per lasciare più tempo
alla codificazione di nuove norme,
sia per non impegnare la sacra
assemblea in un compito che può
essere svolto da apposite commissioni
di esperti, sia finalmente nell’intento
Candelieri smaltati
arsa
arsa
50 ANNI
DEL CONCILIO VATICANO II
di non precisare troppo una
regolamentazione universale, onde
rendere possibile quella elasticità
di applicazione così insistentemente
auspicata dal Concilio e che ha portato
al riconoscimento del compito legislativo
liturgico delle commissioni episcopali
(art. 22).
Tuttavia, anzi proprio per questo,
sono da sottolinearsi le ulteriori
indicazioni più o meno particolari
contenute ugualmente nel presente
documento e sulle quali converrà pure
maggiormente interessare anche i fedeli:
1. Affermando che la chiesa in campo
artistico (anche per l’arte sacra) non
è mai stata legata particolarmente
ad uno stile storico nè ad una civiltà
locale, e insistendo sulla necessità
di promuovere in ogni luogo un’arte
Casule in damasco onda ricamate a mano, S.B.A.
78
sacra moderna e originale, l’art. 123
condanna implicitamente tutte le
fossilizzazioni stilistiche di cui è ancora
tanto ricco il repertorio di suppellettili
nelle nostre chiese. Ancora nel 1920-30
Mons. Polvara doveva battersi contro
i neo-stili dell’architettura ecclesiastica
italiana, ma quante cose ancora ai giorni
nostri, specie in fatto di paramenti,
si confezionano senza un gusto, una
forma, uno stile veramente moderni.
Si educhino i fedeli là dove fossero
meno aggiornati di noi nel gusto,
a volere per il culto una veste viva,
rispondente alla perenne giovinezza
della chiesa.
2. Le chiese debbono essere belle
e decorose in tutto, ma si ricordi, ci dice
l’art. 124, che la bellezza, prima assai
che nella sontuosità e nella ricchezza,
sta nella sobrietà, nel buon gusto, nella
autenticità di ogni cosa, e poi nella sua
funzionalità liturgica.
Ciò è raccomandato particolarmente
per la impostazione architettonica della
chiesa, precisando che la funzionalità
consiste nella capacità di ottenere
e procurare una attiva partecipazione
dei fedeli ai Sacri Riti: essi devono
vedere, sentire, agire. Non si tema
dunqe di affrontare qualche piccola
rivoluzione se occorre anche
nell’organizzazione spaziale del culto:
che senso di distacco dalla comunità
danno certi nostri altari sprofondati in
fondo a buie cappelle dove il celebrante
sembra più un Mosè in conversazione
con Dio sul Sinai, che non Gesù nella
Cena Eucaristica del Giovedì Santo.
Non ci si fermi pertanto, a questo
proposito, alla riforma normativa
auspicata dall’art. 128, ma si legga
e si comprenda lo spirito dell’intera
costituzione di Sacra Liturgia,
per adeguarvi assieme ai riti (ciò che
non tocca a noi), il loro aspetto concreto
di cui si rivestiranno nelle nostre chiese
e di cui siamo proprio responsabili noi
parroci e rettori.
A tale scopo occorre educare anche
i fedeli a contribuire assennatamente
alle più importanti necessità della chiesa,
anzichè preferire di dotarla di superflue
statue o di altari tanto spesso di scarso
valore e dubbio gusto.
3. A proposito delle Sacre Immagini,
il Concilio non ha voluto rimandare
assieme all’approvazione dell’uso
di esporle, la raccomandazione che ciò
si faccia con moderazione (in numero
moderato) e ordinatamente (nell’ordine
opportuno) e cioè gerarchicamente,
ad evitare che il tal Santo sia più
venerato di Nostro Signore: qui
è la teologia... e il disinteresse che
debbono guidare il senso pastorale,
e non viceversa. Non occorrerà cadere
nell’opposto eccesso di tante chiese
d’oltralpe ove non si vede altro che
la statua della Vergine, quando non
manca anche quella, ma sarebbe bene
limitare l’esposizione di sacre immagini,
specie se statue, a quelle di provato
valore storico o artistico, abolendo ogni
forma di produzione dozzinale (...)
4. L’obbedienza all’Autorità ecclesiastica
è virtù anche quando si applica
all’esame delle opere da introdurre in
chiesa: l’art. 122 definisce la competenza
della chiesa in merito e il 126 indica
il modo con cui si esercita: udendo
cioè il parere di apposite commissioni
d’arte sacra composte di persone
esperte. Il Concilio ha qui espresso un
provvedimento voluto da Pio XII nella
Mediator Dei, (...) per dare più solennità
e forza ad una norma già esistente.
La presenza e il compito delle
commissioni riguardano tanto i Vescovi
che il clero e i fedeli: è una brutta
tentazione quella di volerne fare a meno.
Occorrerà piuttosto badare a scegliere
bene gli esperti che debbono comporle.
5. Per ben due volte nel breve corso di
questo capitolo i Padri conciliari hanno
toccato un argomento di estrema
importanza: la conservazione e custodia
delle sacre suppellettili e degli altri tesori
artistici della chiesa: di esse nell’art. 123
si dice: tesoro da conservarsi
con ogni cura, mentre più esplicitamente
nel 126 una vigilanza speciale abbiano
gli ordinari nell’evitare che la sacra
suppellettile o le opere preziose, che
Calice Catacombale S.B.A.
79
necrologio
EX ALUNNI
FRANCESCO BOCCARDO
Calice e pisside d’oro,
a base smaltata, S.B.A.
sono ornamento della casa di Dio,
vengano allienate o disperse.
La raccomandazione dei Padri conciliari
riguarda una attualissima esigenza.
A questo proposito la collaborazione
dei fedeli è quanto mai importante,
per contribuire alle spese di restauro,
di migliore sistemazione, valorizzazione,
ecc. dei tesori appartenenti ad ogni
chiesa, nonchè per il recupero all’uso
sacro di quanto trovasi già, più o meno
abusivamente, sul mercato antiquario
e va spesso ad arredare le case
di abitazione della borghesia.
6. Nella preoccupazione dominante
di tutta la riforma liturgica, di ridare cioè
autenticità e chiarezza ad ogni cosa,
si inserisce finalmente l’ultimo articolo
sulle insegne pontificali.
O esse sono mere espressioni
decorative e fastose, e allora sono
del tutto anacronistiche, ovvero sono
simbolo di un carattere sacramentale o
di un potere giurisdizionale, come
il termine “insegna” vorrebbe appunto
indicare, ed allora è bene che spettino
solo a chi possiede tali prerogative.
Il provvedimento, di per sè marginale,
indica però un preciso ed importante
80
principio che può avere utili applicazioni
anche in campi più vasti, aiutandoci
a superare ogni formalismo superstite.
In conclusione si può dire che il capitolo
sull’arte della Costituzione liturgica,
abbia già messo buone basi per il lavoro
che le commissioni di esperti dovranno
svolgere nei prossimi tempi, tuttavia
possiamo pure riconoscere che l’intero
documento contiene delle direttive
e degli orientamenti opportuni anche per
chi si trova già impegnato in problemi
concreti e urgenti e non possa attendere
le norme esecutive che si sperano dal
lavoro dei prossimi anni.
Don Francesco Boccardo deceduto per problemi
di salute il 4 agosto 2013. Sacerdote genovese
che conoscevamo già prima della sua
ordinazione sacerdotale non poté aggregarsi
definitivamente alla nostra Famiglia presso la
quale trascorse il fruttuoso periodo durante il
quale partecipò anche
con la sua arte al decoro della Casa di Dio.
Sue opere musive si possono ancora ammirare
nella Chiesa parrocchiale di Arnate di Gallarate,
nella Cappella dell’Albergo Europa a
Salsomaggiore, e nella Cappella Eucaristica
della Cripta del Santuario della Madonna
delle Lacrime a Siracusa.
Appresa la notizia della sua morte, lo affidiamo
anche al suffragio dei nostri amici.
Partecipe della gloria celeste, interceda
per la nostra comunità e la sua missione.
ELISABETTA PORTO
Mentre stavamo raccogliendo le ultime verifiche
testuali di questo numero, oramai pronto per
la stampa, ci è giunta la sconvolgente notizia
della morte di Elisabetta Porto, nostra ex-allieva
(diplomata nel 1990) e carissima collaboratrice,
felice figlia, sposa e mamma, da tutti ben
voluta, ricca di virtù e di opere buone, che
in breve tempo e nonostante la sua giovane
età (42 anni), ha raggiunto il traguardo di una
fede adulta e di generosa carità, dopo una
dura malattia vissuta con edificante spirito di
fede e di abbandono. Nonostante il dolore
per una così grande perdita, partecipando alla
sofferenza dei suoi famigliari e di quanti l’hanno
conosciuta, ringraziamo il Signore per il dono
della sua vita e ci affidiamo alla sua preghiera,
certi di continuare un legame spirituale di
affetto, amicizia e comunione.
Santuario Madonna delle lacrime,
Siracusa, seconda cappella della cripta
Mosaico del Sacro Cuore di Gesù
81
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ANNO LXXXIV · 2013 LUGLIO - DICEMBRE