CON TSUNAMI NUCLEARE + EURO 10,00
CON LE MONDE DIPLOMATIQUE + EURO 1,70
SPED. IN ABB. POST. - 45% ART.2 COMMA 20/
BL 662/96 - ROMA ISSN 0025-2158
ANNO XLI . N. 151 . DOMENICA 26 GIUGNO 2011
EURO 1,30
Napoli centrale
I BENEFICIARI
DEL CAOS
Guido Viale
Una strategia per destabilizzare la nuova giunta: bande che bruciano i rifiuti e
minacciano gli addetti alla raccolta. La procura apre tre inchieste. De Magistris
denuncia: «La camorra ostacola la nostra rivoluzione ambientale». Il vicesindaco
Sodano al manifesto: «Alcune lobby assoldano manovalanza criminale» PAGINE 4,5
Il governo vuole
la prova di forza
contro i No-Tav.
Non lasciamoli
soli. Per una notte
tutti a Chiomonte
APPELLO
Paolo Ferrero
A PAGINA 6
CONTRATTI
C
hi, per propria ammissione, fa una
«porcata» è un porco (soprattutto se la
porcata è una legge elettorale che priva
il popolo della propria sovranità). Il ministro
Calderoli sta dando attuazione al ruolo che si
è autonomamente assunto bloccando il trasferimento dei rifiuti che ingombrano le strade di
Napoli in altre regioni. Non tutte: mentre Toscana, Emilia e Puglia, che si sono dichiarate
pronte ad accoglierli - temporaneamente, e
per solidarietà - non possono riceverli, Padova, cioè il Veneto, che ovviamente è contrario,
ma dove è in progetto, contro gli impegni dell’amministrazione e la volontà popolare, la costruzione di una quarta linea di un inceneritore che ne doveva avere solo due, accoglie e
brucia da tempo parecchi rifiuti di provenienza campana a 200 euro la tonnellata.
Quello che il ministro Calderoli cerca di promuovere dal suo scranno romano, tenendo
sotto tiro la mummia di Berlusconi, è il caos a
Napoli e uno scacco del suo nuovo sindaco,
per compensare gli smacchi subiti dalla Lega
nei «territori» che considera suoi feudi. Non ci
riuscirà. Intanto, i rifiuti bruciati nelle strade
di Napoli sono a tutti gli effetti rifiuti «speciali»: quelli che possono viaggiare per tutta l’Italia senza accordi tra le regioni, come da tre decenni viaggiano i rifiuti industriali e ospedalieri con cui le regioni della «Padania» hanno
riempito e devastato i suoli e i corsi d’acqua
della Campania (e di molte altre regioni del
Mezzogiorno). Qualcuno, al Tar del Lazio dovrà pur accorgersene. Poi De Magistris ha dalla sua, oltre a una straordinaria mobilitazione
popolare, che lo aiuterà a venir a capo del problema, la voce di Napolitano.
Contro di lui ci sono, nell’immediato, Governo e camorra, impersonata, per l’occasione,
dalle bande di ragazzi che impediscono la raccolta dei rifiuti e che li vanno a sparpagliare
nelle strade e nelle piazze che sono state appena ripulite. Un po’ più defilate, ci sono Regione e Provincia, che non fanno niente per trovare uno sfogo ai rifiuti raccolti, di cui hanno per
legge la responsabilità; una responsabilità che
il Comune di Napoli invece non ha e non può
avere. Ma la fila dei beneficiari del caos è molto lunga, e non finisce né a Napoli né in Campania. Intanto c’è A2A, azienda di Milano e
Brescia, che gestisce - controvoglia: glielo ha
imposto Berlusconi - un ferravecchio: l’inceneritore di Acerra, che funziona a metà, e male,
un giorno sì e l’altro no.
Poi c’è Impregilo - sede sociale a Sesto San
Giovanni, provincia di Milano - che l’ha costruito e che ha riempito la Campagna con 8 o 10
milioni di tonnellate di ecoballe indistruttibili,
con l’intento di lucrare sugli incentivi concessi
all’incenerimento.
CONTINUA |PAGINA 5
Cgil al bivio:
sarebbe assurdo
rinunciare
ai referendum
Domani sarà il giorno della scelta per il Direttivo della Cgil.
E i due nodi all’ordine del giorno sono: il voto ai lavoratori e
le deroghe. In concreto l’organo
dirigente del massimo sindacato di classe italiano dovrà decidere se firmare con Marcegaglia, Bonanni e Angeletti. Dopo
i referendum popolari di giugno,
stavolta si rischia un passo indietro sulla democrazia nei luoghi di lavoro
SERVIZIO |PAGINA 6
NAPOLI: SCRITTE NAZI, SALUTI ROMANI, VOLTO COPERTO E VIA A SEMINARE RIFIUTI/REUTERS
DIRITTI GAY
Matrimoni gay si può,
la rivoluzione di New York
E
ntro trenta giorni, quando entrerà in vigore la
legge approvata nella notte di venerdì, anche
gli omosessuali di New York potranno sposarsi.
La comunità Gay-lesbian-bisexual-transgender (Glbt) della Grande mela ha festeggiato ieri l’approvazione della norma che allarga i diritti civili tra urla, abbracci, brindisi a base di birra e champagne, e un frenetico agitarsi di telefonini e palmari con cui celebrare anche virtualmente la notizia. Qualcuno ha annunciato il fidanzamento proprio mentre le luci dell’Empire State Building sfoggiavano i colori dell’arcobaleno. Dopo la sconfitta del referendum in California,
con la vittoria di New York di fatto raddoppia il numero di americani gay che potrà sposarsi
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LE MANIFESTAZIONI
A Milano in 50 mila
al primo Pride dell’era
Pisapia. E a Napoli
in piazza con il sindaco
VOI SIETE QUI
Sì, c’è da essere storditi
Giuliano Ferrara, uomo di potere fin
dalla culla, si dichiara «stordito». Stordito dal silenzio dei direttori dei grandi
giornali sullo scandalo increscioso delle
intercettazioni che loro stessi pubblicano. Segue il tradizionale pippone sulla
privacy e sulle mascalzonate della magistratura, che spunta sempre quando
la privacy violata è quella dei potenti,
di cui Ferrara si sente, per vari motivi,
storia, tradizione e complicità, parte integrante. In effetti sì, siamo indignati
anche noi. È ora di dirlo chiaro e tondo,
ci uniamo all’indignazione stordita di
Ferrara. È uno scandalo, una cosa inaccettabile, che la signora Prestigiacomo
diriga le politiche ambientali del paese.
Una che pare (al telefono con Bisigna-
Alessandro Robecchi
ni) più preoccupata della sua visibilità
che del dissesto idrogeologico, più angosciata da «Mara», altra ministra, poveretti noi, che dai problemi ambientali.
È uno scandalo che il direttore generale
della più grande azienda culturale del
paese parli di Santoro con toni da raffinato hegeliano, dicendo cose come «Je
stiamo a spacca’ er culo. So’ arrapato
come ‘na bestia». Che l’amministratore
delegato delle Ferrovie telefoni col cappello in mano, che la Santanché si faccia strada grazie alle spinte e alle conoscenze, che il nuovo che avanza, tipo
Montezemolo, baci la pantofola per
questa o quella fiction da sbloccare. La
ministra Gelmini che definisce «un cretino» Cicchitto ci può anche stare, è il
fatto che sia ministra che stordisce. La
triste farsa del berlusconismo, la putrefazione della destra italiana, sono lì da
leggere e da sfogliare. È comprensibile
che Ferrara, che ne è stato cantore, teorico, portavoce e devoto seguace si secchi.
Ma la vera questione è un’altra: è che
gente come Prestigiacomo, Gelmini,
Masi, Letta e su su fino al conducator latin lover che ci ritroviamo, e traffichini,
furbetti, affaristi e Frattini vari governino il Paese. I risultati, del resto, si vedono. Dov’è lo scandalo: che si violi la privacy della classe dirigente o che la classe dirigente sia questa accozzaglia di gaglioffi? In effetti, sì, c’è da essere storditi.
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MOVIMENTO
Cultura,
dopo il Valle
si ferma
anche il Macro
Gli artisti, i curatori di mostre,
i direttori e i lavoratori di musei
raccolti dall’associazione «Occupiamoci di contemporaneo» si
mobilitano a difesa del futuro
del museo di arte contemporanea di Roma. Chiedono più fondi alla cultura e democrazia
partecipativa nella sua gestione. Gli intermittenti dello spettacolo che da dodici giorni occupano il teatro Valle hanno fatto
scuola.
SERVIZIO |PAGINA 6
pagina 2
il manifesto
la giornata
Anm, buone
ragioni, mali
depositi
Carceri, la Cei
con Pannella:
«Amnistia»
Daniela Preziosi
Federico D’Ambrosio
Eleonora Martini
Detenzione e tortura
SINISTRA
Dal gazebo
al programma
MADRID, MANIFESTAZIONE IN FAVORE DELLA TOBIN TAX/REUTERS
O la Borsa o la Vita. Basta
ricatto del debito sovrano
Tonino Perna
I
l debito è stato lo strumento principe che ha permesso,dalla fine
degli anni Settanta del secolo
scorso, di continuare a crescere superando i limiti strutturali di questo modo di produzione capitalistico. È stato grazie al processo generale di indebitamento – degli Stati,delle famiglie
e delle imprese- se i paesi occidentali
(ad eccezione del Giappone) hanno
potuto rimandare di ben trent’anni
la crisi da sovraproduzione e la conseguente, inevitabile stagnazione economica. È stata la prima volta, dalla
nascita del capitalismo industriale,
che sono state infrante tutte le teorie
sul ciclo economico –da Schumpeter
a Kalesky a Kontradieff – con una crescita economica che in
occidente , con brevi interruzioni, è durata dalla
fine della seconda guerra mondiale alla crisi finanziaria del 2007-08,
ed alla conseguente
«Grande
Recessione»
odierna, come la definisce il Nobel Paul Grugman. Adesso, è arrivato
il tempo di pagare il conto di questa crescita «drogata» e di ridurre drasticamente il
processo di indebitamento, a partire
dal debito pubblico.
Ma, i debiti non sono uguali per
tutti. Lo sappiamo bene. Ci sono piccole e medie imprese che sono fallite
a causa di un alto indebitamento, e ci
sono grandi imprese che ancora distribuiscono utili agli azionisti malgrado un indebitamento spaventoso
che sfiora il fatturato annuo. Così, ci
sono Debiti Sovrani- i debiti dello Stato- che rischiano di far fallire grandi e
piccoli paesi europei, mentre gli Usa
- il paese più indebitato al mondo,
con un debito pubblico che ha raggiunto i 14.700 miliardi di dollari, pari al 95% del Pil- non è chiamato a risponderne (finché i Fondi Sovrani cinesi continueranno a comprare titoli
di Stato a stelle e strisce).
I paesi del Sud Europa appartenenti all’area Euro, insieme ad Irlanda e
Belgio, rischiano il default se non decideranno drastiche misure di tagli alla spesa pubblica, abbassamento dei
salari, licenziamento dipendenti pubblici,ecc. È il ricatto dei Mercati Finanziari, veri e propri usurai che si
gettano sul corpo della vittima per
spremerlo fino a portarlo al suicidio.
La Grecia, piccolo e affascinante
paese, con solo il 2% della popolazio-
ne e meno del 2% della ricchezza prodotta nella UE, sta diventando la «pietra d’inciampo», il punto di svolta di
tutta la costruzione istituzionale europea. La Commissione Europea si riunirà il 2 Luglio per decidere se concedere una ulteriore tranche dei 110 miliardi di euro per salvare il paese dal
default. In cambio Bce e Fondo monetario internazionale chiedono una
micidiale cura dimagrante allo stato
greco, la svendita del patrimonio naturale e storico, tagli pesanti alla spesa sociale, riduzione dei dipendenti
pubblici, ecc. Una terapia d’urto inutile e disastrosa. Inutile, in quanto la
Grecia non potrà mai restituire questo prestito, visto che per piazzare i
suoi Bot è arrivata a pagare un tasso
di quasi il 30% a due anni , e visto che
blema tecnico per specialisti, ma una
questione politica di prima grandezza, una questione di rapporti di forza, allora il destino per le popolazioni
del sud Europa è segnato. Sia che si rimanga nell’Euro pagando un enorme costo sociale, sia che se ne esca,
sono i lavoratori, i giovani, i disoccupati, ed anche il ceto medio, che ne
pagheranno le conseguenze.
A questi dictat dei «mercati finanziari» e delle istituzioni internazionali
(Bce, Fmi, ecc.) esiste una alternativa. I paesi del sud-Europa , insieme
all’Irlanda ed al Belgio, rappresentano la metà dei paesi aderenti all’Eurozona (se non consideriamo i piccoli
paesi come Malta, Cipro e la Slovenia). Avrebbero pertanto un peso
non indifferente se agissero insieme,
individuando una piattaforma comune che consenta la ristrutturazione
dei debiti sovrani. Certo,
qualche istituto finanziario dovrà rimetterci qualcosa, qualche titolo bancario subirà uno scivolone in Borsa, ma salveremmo la qualità e la
quantità della vita di oltre 130 milioni di cittadini europei. Non solo.
Questa è l’occasione per rilanciare la
Tassazione delle Transazioni Finanziarie (Ttf). In tutto il mondo occidentale sta montando una campagna
per la Ttf, che si chiama Robinhood
tax , nei paesi anglosassoni o campagna dello 005 che è partita in Italia ed
ha già raccolto il sostegno di insigni
studiosi, intellettuali e varie associazioni, a partire da quelle cattoliche.
Con una TTF di solo lo 0,05%, secondo uno studio coordinato da Leonardo Becchetti (Università Roma 2) si
otterrebbe un gettito di 210 miliardi
l’anno che potrebbe non solo risanare i conti, ma rilanciare una politica
sociale che è urgente in tutta l’Unione Europea.
Gli «indignatos» di tutta l’Europa
mediterranea chiedono a gran voce
proprio questo: che si scelga tra la
Borsa e la Vita. Se la crisi debitoria
l’hanno procurata gli hedge fund, le
grandi banche d’investimento, che la
paghino loro e non la gente. Se le forze politiche della sinistra italiana non
lo capiscono faranno la fine degli Zapatero e dei Papandreou, tanto da farci rimpiangere …Tremonti. Non basta cacciare Berlusconi se non si imbocca la strada dell’alternativa a questo modello economico e sociale ormai fallito.
Il tiro incrociato di Di Pietro e
Vendola sul tema delle primarie
ha innervosito più di qualcuno al
Nazareno, la sede nazionale del
Pd. Dove venerdì si è messa in
moto la riforma della consultazione ai gazebo. Che sarà prima discussa dai circoli, poi dalla conferenza di organizzazione d’autunno, infine approvata dall’assemblea nazionale. Fra i democratici
ora ferve il dibattito sulla chiusura del voto ai soli militanti per
eleggere i segretari regionali. Ma
l’elezione del leader nazionale
resta immutata, e cioè aperta a
tutti gli elettori (con la motivazione che il segretario è anche candidato premier della coalizione).
Anche senza albo degli iscritti,
contro il quale i veltroniani hanno fatto un efficace fuoco preventivo. In ogni caso prima dell’approvazione delle nuove regole,
Bersani non potrà convocare le
urne per la premiership.
E invece Di Pietro e Vendola chiedono di accelerare i tempi per
tutto: programma, coalizione e
scelta del leader. Per l’ex pm il Pd
deve «assumersi la responsabilità
di presentare un progetto» e a
convocare subito i partiti. Per il
presidente della Puglia invece
una riunione fra segretari sarebbe
una scelta troppo di Palazzo.
«Dobbiamo dare segnali all’altezza dell’attesa che si è creata nel
paese. Si tratta di costruire anche
momenti simbolici. Tanta Italia ci
guarda con molta speranza e qualche ansia. Dobbiamo continuare
a farla sentire protagonista, chiederle di aiutarci a scrivere l’agenda del cambiamento», ha detto
Vendola ieri al manifesto, detta-
Le grandi banche d’investimento
hanno procurato la crisi debitoria
e devono pagarla loro. Chi
a sinistra non lo capisce, finirà
come Zapatero e Papandreou
con queste misure draconiane il suo
Pil si stima che cadrà del 4-5% annuo
nei prossimi tre anni. In breve, con
queste ricette avvelenate la Grecia si
troverà con un rapporto Debito/Pil
ancora più alto di quanto non sia oggi. Per farvi fronte dovrà mettere all’asta un intero paese, dalle sue isole
sull’Egeo al porto del Pireo (in parte
già comprato dai cinesi), a quello che
resta della sua struttura produttiva. E
non basterà. Di contro, se non accetta queste misure/ricatto imposte dalla UE e dal FMI dovrà uscire dall’Euro, ritornare ad una dracma che sarà
fortemente svalutata e produrrà una
spirale inflazionistica.
Stessa sorte toccherà agli altri paesi Ue del sud Europa, nell’ordine: Portogallo, Spagna ed Italia. La Germania non vede di buon occhio questa
possibile uscita dall’Euro dei paesi
sud-europei, sia per una concorrenza sui prezzi di monete svalutate, sia
perché come ha scritto Romano Prodi «la Germania è troppo grande per
l’Europa, ma è troppo piccola per
l’economia-mondo». Inoltre, se la
Grecia fallisce sono proprio le banche tedesche le prime a pagare lo
scotto.
Se non si capisce che la questione
del «debito pubblico», non è un pro-
DOMENICA 26 GIUGNO 2011
Primarie più
piazza uguale
coalizione
gliando la sua proposta di «primarie di programma». Incontri su
temi, dunque, aperti ai cittadini e
ai protagonisti delle battaglie:
scuola, università, precari, lavoro.
E dette così, potrebbero non dispiacere a Bersani.
SINISTRA-SINISTRA
E la Federazione
giurerebbe fedeltà
Le «primarie di programma»
avrebbero anche il pregio di blindare il fianco sinistro della coalizione. E cioè di vincolare alla fedeltà anche la sinistra della Federazione (Prc più Pdci), sospettata
numero uno di ’tradimenti’ nel
caso - altamente improbabile che i suoi voti risultassero determinanti per la nuova maggioranza. «Siamo totalmente d’accordo
con le primarie di programma»,
spiega Paolo Ferrero. «L’opposizione a Berlusconi non la fanno
solo i partiti ma anche un pezzo
di società italiana. Quindi la costruzione del programma della
futura coalizione non può che
avvenire con questi stessi soggetti. Allora dico: il Pd, il partito più
grande, convochi un tavolo dove
si stilano quei 10-15 punti fondamentali che ci uniscono. Dove ci
sono dissensi, chiamiamo i nostri
elettori a votare. Aprire un simile
processo di partecipazione popolare già di per sé sarebbe una potentissima riforma dei partiti».
«Quanto a noi della Fds, anche se
sconfitti sui singoli punti, ci impegneremmo a rispettare la volontà
popolare e, pur non entrando nell’esecutivo, ne assicureremmo la
nascita. Anche su un programma
che non condividiamo».
INTERCETTAZIONI
Fra nuovo bavaglio
e pioggia di tabulati
È difficile che la legge sulle intercettazioni agitata dal ministro
(uscente) della Giustizia Angelino Alfano e reclamata a gran
voce da tutto il Popolo della libertà alla fine si faccia davvero.
Da tempo la maggioranza non è
più in grado di decidere su nulla
e sarebbe curioso che il Partito
democratico si intestasse proprio ora un bavaglio “condiviso”. Per evitare equivoci, ieri
Pier Luigi Bersani ha sottolineato che neanche un eventuale
ricorso al testo Mastella è accettabile per i democratici: «Sarebbe un passo indietro».
Eppure mai come ora il fronte
critico con la pubblicazione di
intercettazioni irrilevanti si è
ampliato. La stessa Associazione
nazionale della magistratura,
che è sulla linea del «no e basta», ammette che la pubblicazione di tanti atti andrebbe regolamentata. «Dobbiamo ribadire
il no alla strumentalizzazione da
parte di taluni esponenti della
politica, è inaccettabile che il
tema più rilevante diventi nuovamente quello delle intercettazioni», dice il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini. Ma poi
aggiunge: «Siamo favorevoli ad
un intervento che regoli le modalità di diffusione di intercettazioni non rilevanti, anche se
consideriamo in contrasto con il
diritto di informazione qualunque intervento che limiti la libertà di stampa». «La priorità - ha
spiegato il presidente Luca Palamara a margine della convocazione del comitato direttivo centrale per discutere il caso Papa non può essere questa, ma deve
essere mettere al centro la drammatica situazione degli uffici
giudiziari».
C’è chi lo candida senatore a vita
e chi lo vuole a Stoccolma per il
Nobel della Pace. Ora che la lotta
nonviolenta di Marco Pannella ha
richiamato l’attenzione di pubblico e istituzioni bucando, anzi
bypassando, la cortina di ferro
dell’informazione di massa, da
destra a sinistra tutti guardano al
dito ma pochi ancora alla luna.
Come invece hanno fatto ieri i
vescovi italiani dando ragione all’anticlericale per eccellenza e sostenendo – per bocca di Giancarlo Bregantini, presidente della
commissione Cei per i problemi
sociali – la proposta Radicale dell’amnistia come «il primo strumento contro il sovraffollamento
delle carceri, che sono invivibili».
Riempite per altro al 31% da consumatori di droghe e da piccoli
spacciatori. E oggi i Radicali scenderanno in piazza contro «le condizioni di tortura delle carceri», in
occasione della Giornata indetta
dall’Onu contro il reato che in
Italia – inadempiente dal 1988 al
diritto internazionale – non esiste. Malgrado un odg di Rita Bernardini (al 21esimo giorno di sciopero della fame) approvato di recente che obbliga il governo a introdurre il reato di tortura nel nostro ordinamento giuridico.
Giovanardi sordo
Le toghe perplesse
sulla linea di JHW
Certo, la lettera di Giorgio Napolitano che ha promesso di sollecitare un intervento immediato sul
problema delle carceri ha convinto
Marco Pannella a desistere, almeno per il momento, dallo sciopero
della sete, senza però smettere il
lungo digiuno che sostiene dal 20
aprile scorso. E fa ben sperare anche l’impegno del presidente del
Senato Schifani ad aprire subito
un grande dibattito parlamentare
sulla proposta di amnistia con la
quale si potrebbe far ripartire il
sistema penale italiano da una condizione di legalità costituzionale e
internazionale. Una discussione
dalla quale, sperano i Radicali, «deve venir fuori qualcosa di concreto». Ma c’è chi il messaggio di Pannella proprio non riesce a capirlo,
come dimostrano le parole di ieri
del sottosegretario alla Presidenza
del Consiglio Carlo Giovanardi
che, anticipando il Rapporto al
Parlamento sulle politiche antidroga (martedì prossimo a Palazzo
Chigi la presentazione) attacca «gli
antiproibizionisti di casa nostra» e
si vanta di aver ottenuto con la sua
politica puramente repressiva «risultati assolutamente positivi»,
con «il calo dell’uso di droghe in
La verità è che anche le correnti
di sinistra dell’Anm hanno sempre guardato con sospetto alle
inchieste che negli anni ha prodotto John Henry Woodkock
prima a Potenza e poi a Napoli.
Intanto perché non condividono quella che il magistrato napoletano considera la corretta interpretazione del diritto: mettere immediatamente a disposizione delle parti - e quindi fatalmente anche della stampa - tutte le intercettazioni fatte, rilevanti o irrilevanti che siano ai fini
dell’ipotesi di reato ammessa
dal gip (che nel caso della P4 è
molto meno esteso di quello
proposto dai pm che chiedevano arresti per l'associazione per
delinquere). Altri uffici inquirenti, pur duri con la politica, si regolano in altro modo.
Ma la questione è complicata.
E anche l’udienza-stralcio - lo
strumento già esistente, ampiamente condiviso a sinistra durante la quale si possono eliminare le intercettazioni che non
hanno rilevanza - non è che si
sia dimostrato particolarmente
efficace.
L’unica volta che, nel caso dell’inchiesta milanese sulle scalate
bancarie, il gip dispose l’udienza stralcio con la presenza degli
avvocati, le intercettazioni finirono sui giornali mentre la discussione in aula era ancora in corso. Anche quelle con i politici.
Italia». Spara, il sottosegretario, di
aver portato l’Italia ad «essere, sul
tema, Paese leader nel mondo» e
annuncia che a metà luglio firmerà a Washington un accordo con
gli Usa per la lotta alle tossicodipendenze sulla «linea italiana fatta
propria dalla comunità internazionale». Sarà, ma agli atti dell’Onu
c’è già la parola di Kofi Annan e
altre grandi personalità che un mese fa hanno dichiarato il fallimento
del proibizionismo. Sulla diminuzione del consumo di droghe, poi,
già rivendicato lo scorso anno da
Giovanardi, i dati vennero smentiti
da Antigone, Forum droghe e Cnca (che domani presenteranno il
loro secondo Libro bianco sulla
legge Fini-Giovanardi). Se solo la
relazione del sottosegretario potesse essere discussa dal Parlamento
stesso, che invece funge solo da
ufficio deposito, come ha chiesto
ieri Donatella Poretti, la soluzione
carceri sarebbe forse più vicina.
MAGISTRATI
DOMENICA 26 GIUGNO 2011
I cattocomunisti
di Cuba
Egitto,
il vecchio
che avanza
Grecia,
il calcio
nel fango
Coi ribelli
le stelle
del football
Flotilla,
la speranza
è salpata
Maurizio Matteuzzi
Michele Giorgio
Nicola Sellitti
Diego Percassi
Mi. Gio.
il manifesto
pagina 3
USTICA-ANNIVERSARIO
Musulmani
e organizzati
Una strana protesta
Quando c’è di mezzo Cuba, niente va
bene. Qualcuno ricorderà la storia
dei «prigionieri politici» o «detenuti di
coscienza», o «mercenari al soldo
dell’impero» secondo lo standard
cubano. Un macigno sulla strada
delle riforme. Un macigno rimosso
dopo gli incontri fra il presidente
Raul Castro e il cardinale Jaime Ortega, con la mediazione di Miguel Angel Moratinos, allora ministro degli
esteri del governo socialista di Zapatero. Un negoziato partito per ottenere
la liberazione di 26 «detenuti politici
infermi», poi esteso a una cinquantina e infine a «tutti». A scaglioni, furono 127 a uscire di galera. Dopo un
ultimo ostacolo. Il governo cubano
sembrava porre la condizione che
tutti i 127 andassero in esilio, in Spagna come prima tappa e poi dove
volessero. Pioggia di critiche sul governo cubano che obbligava i detenuti al
destierro, l’esilio. Eppure ci fu una
parte di quei 127 - il 10% - che pretese di restare a Cuba e continuare da lì
a portare avanti la loro «opposizione»
al castrismo e al socialismo. Poi venne fuori che non c’era nessun ordine
di destierro e che chi voleva poteva
restare. La conferma è insospettabile:
viene da Laura Pollan, portavoce delle Damas de blanco e moglie di uno
dei 12 dissidenti liberati che decisero
di non partire: «Nessun obbligo di
abbandonare il paese, chi sostiene il
contrario mente», ha detto al corrispondente della Bbc all’Avana Fernando Ravsberg. Parole confermate da
un comunicato ufficiale della chiesa
cattolica cubana.
Però si tratta di Cuba. Quindi adesso
sta montando l’accusa alla gerarchia
cattolica cubana di «cospirare» con il
governo comunista cubano e il governo (ancora per poco) socialista spagnolo per «costringere» gli ex-detenuti politici all’esilio. Insomma un complotto catto-comunista. Fernando
Ravsberg racconta nel suo blog di
essersi incontrato da poco alla Puerta
del Sol di Madrid con Orlando Fundora, uno dei più noti fra i dissidenti
liberati, e sua moglie. Entrambi, dice,
si sono lamentati moltissimo delle
loro condizioni di vita in Spagna, e
perfino dell’alimentazione («mangiavamo meglio a Cuba»). Fundora e
signora hanno confessato a Ravsberg
che avrebbero benissino potuto restare a Cuba e che mai gli è stata posta la
condizione dell’esilio.
Idem per tutti gli altri e le svariate centinaia di famigliari che si sono portati
dietro (c’era chi aveva incluso nella
lista anche lontani cugini, ex-mogli,
etc). I 12 che hanno deciso di restare
a Cuba hanno potuto tornarsene alle
loro case, fra loro alcuni degli oppositori più accaniti, come Oscar Biscet.
Però si tratta di Cuba. E allora ecco
l’esilio ultrà di Miami e il Partido popular spagnolo (il prossimo governo
nel 2012) accusare il cardinale Ortega
di essere «una pedina» nella mani di
Castro e di aver agito senza l’avallo
del Vaticano (figurarsi). Nessuna riconoscenza umana e politica per l’intercessione della chiesa cubana (che di
certo non sarà gratis per il regime) e
neanche per la mediazione dei socialisti spagnoli, cornuti e mazziati. Fundora l’ha detto chiaro a Ravsberg: «il
nostro alleato è il Partido popular».
Non solo: un’altro dei dissidenti cubani liberati, Carlos Martinez Gomez,
arrivato in marzo in Spagna con tutta
la famiglia, ha intrapreso da ieri uno
sciopero della fame per protestare
per «le condizioni infra-umane» in
cui è costretto a vivere a Malaga. E
dire che il povero Zapatero gli ha garantito, come a tutti gli altri, la libertà,
le spese di viaggio, un salario per vivere, il permesso di residenza e di lavoro e la possibilità di ottenere la nazionalità in due anni.
Però quando si tratta di Cuba...
I nodi dell’Egitto post-Mubarak
stanno venendo al pettine, a cominciare da quello più grosso:
l’alleanza di fatto tra il Consiglio
supremo delle forze armate
(Csfa), che controlla il paese, e i
Fratelli Musulmani, divenuti negli
ultimi mesi i difensori più accaniti della linea conservatrice dei militari su riforme e rinnovamento.
Considerati i più organizzati in
politica, gli islamisti egiziani,
emersi da tre decenni di clandestinità «tollerata» da Mubarak, stanno giocando con intelligenza le
loro carte e procedono con il freno a mano tirato incontrando i
favori dei generali, alla ricerca di
stabilità. La Fratellanza, assieme
ai salafiti e altre formazioni islamiste, sono diventati i più accaniti
avversari della proposta avanzata
da gruppi, partiti e movimenti
laici e di sinistra per una riscrittura totale della Costituzione prima
delle elezioni legislative.
Scommesse illegali
Presidenti, due ex allenatori, un
ex calciatore, due manager e altrettanti scommettitori arrestati
in 15 minuti. Il caso calcioscommesse rende ancora più bollente
l’estate - terribile anche economicamente - in Grecia. L’operazione
lampo condotta giovedì dai servizi segreti greci (Kyp) tra Atene e
Salonicco coinvolge oltre 80 persone e conta dieci fermi. Tra questi,
il presidente della Lega calcio greca, Vangelis Marinakis, che è anche proprietario dell’Olympiakos
Pireo, la Juventus del Paese ellenico. Per il ministro della cultura,
Giorgos Nikitiadis, lo scandalo
scommesse «è la pagina più nera
nella storia del calcio nazionale».
In carcere anche i presidenti dell’
Olympiakos Volos, Achilleas Beos
e del Kavala, Stavros Psomiadis,
club di A che rischiano la retroces-
Piazza Tahrir,
l’alleanza s’è rotta
L’alleanza dei mesi scorsi tra islamisti e progressisti è ormai solo
un ricordo. I giovani e gli attivisti
della «rivoluzione del 25 gennaio»
minacciano di portare in Piazza
Tahrir (l’8 luglio prossimo) un
milione di egiziani se il Csfa non
farà slittare la data delle elezioni
in modo da scrivere subito la nuova Costituzione. L’attuale legge
fondamentale, in parte emendata
e approvata nella nuova versione
lo scorso marzo con un referendum, continua ad assegnare enormi poteri al capo dello stato e a
non garantire completamente i
diritti umani e politici. Tuttavia la
nuova protesta dei 40 gruppi, partiti e movimenti «rivoluzionari»
laici non è tanto contro le forze
armate quanto contro la posizione di chiusura degli islamisti. I
Fratelli musulmani hanno alzato
le barricate contro lo slogan «prima la Costituzione».
L’obiettivo degli islamisti è conquistare in modo soft il controllo
del Parlamento per giocare un
ruolo decisivo nella scrittura della
nuova Carta. Per questo la Fratellanza ha rinunciato a nominare
un candidato alle presidenziali come chiedeva il Csfa - sapendo
che, in ogni caso, saranno decisivi
per la conquista della poltrona di
capo dello stato. A rappresentare
gli islamisti ai vertici dell’Egitto
però potrebbe essere il liberal conservatore, Mohammed ElBaradei,
che dopo aver avviato contatti
stabili con i FM ha visto immediatamente salire le sue quotazioni
come futuro presidente.
sione. Accusati di aver costituito
un’organizzazione criminale con
capi d’imputazione che vanno
dall’associazione a delinquere,
riciclaggio di denaro sporco, corruzione, minacce e detenzione di
armi da fuoco. Le scommesse sulle gare truccate, secondo le intercettazioni a disposizione della
Magistratura, sarebbero state effettuate su agenzie online in Grecia e in Paesi europei e asiatici.
Una bufera che potrebbe ritardare posticipare l’inizio del campionato, previsto per il 25 agosto.
Dall’ottobre 2010 la Procura di
Atene cercava di far pulizia nel
calcio greco, riuscendo a individuare e mettere sotto torchio le
persone già arrestate e incastrate
da quaranta mila intercettazioni.
L’anno prima l’Uefa spediva alla
Federazione greca un primo dossier con le partite sospette che
riguardavano soprattutto gare della serie B. In seguito alla Federazione erano pervenuti altri fascicoli per un totale di 41 partite sospette o corrotte. Tra cui spuntava un Panionios-Dinamo Tbilisi
(Uefa 2004). Pare che un sospettato avesse puntato in Asia quasi 4
milioni di euro sul risultato esatto
vincendone oltre 21. Il blitz sul
calcio marcio in Grecia segue, oltre il caso italiano, anche episodi
di tangenti e corruzione in Israele, Corea del Sud. Addirittura campionati come quello norvegese e
finlandese, sinora lontani da ogni
sospetto.
Foto
finish
Manifestazioni
contro gli aumenti
Ma quando si vota?
ElBaradei propone di tenere le
elezioni, come previsto, a settembre e scrivere subito una serie di
«principi costituzionali» che garantiscano la laicità di fatto dell’Egitto e che l’islam rimanga la
religione dello Stato (gli islamisti
applaudono). La prospettive per
la Fratellanza sono talmente promettenti che i suoi vertici respingono qualsiasi dissenso interno,
perché «immotivato ed inutile».
Hanno espulso Abdel Moneim
Abu El Fotouh, un riformista che
aveva osato candidarsi alle presidenziali, e condannato la decisione della parte più progressista dei
giovani della Fratellanza di presentare un loro partito.
CONTRO IL GOVERNO
INDIA L'opposizione è
in piazza contro
l'aumento dei prezzi di
carburanti e gas metano
deciso dal governo. Una
dimostrazione dei
nazionalisti hindu del
Bharatya Janata Party a
New Delhi è sfociata in
scontri con la polizia,
mentre i comunisti del
Cpm hanno bloccato un
treno nello stato
meridionale del Kerala.
FOTO REUTERS
Memoria e dignità
per svelare
le menzogne del potere
Libia, calciatori
in fuga da Gheddafi
Nella giornata in cui la televisione di stato libica denuncia ancora morti fra i civili causati dai ripetuti Raid della Nato (a Brega
sarebbero state uccise 15 persone
e oltre 20 ferite), si registrano altre defezioni nei confronti di
Muammar Gheddafi. E così dopo
quella di ministri militari e diplomatici, è ora la volta del mondo
del calcio. Ieri mattina infatti, la
notizia è arrivata dalla Bbc ma è
possibile vedere anche un video
postato su YouTube, diciassette
tra le più note stelle del pallone
libico hanno deciso di passare
dalla parte dei ribelli. Nella clip li
si vede arrivare su un torpedone
dopo un viaggio durato dieci ore
in un albergo a Jadu, una località
nelle montagne libiche di Nafusa,
una regione che è in mano ai ribelli del Consiglio nazionale di
transizione. Fra gli atleti alcuni di
loro sono molto noti anche all’estero, come il portiere della
nazionale libica Juma Gtat, insieme ad altri tre membri della sua
squadra, e l’allenatore dell’Ai
Ahly, che è la società più blasonata di Tripoli, Adel Bin Issa. E sono
proprio loro a lanciare un appello al Rais: «Se ne vada. Ci lasci
costruire una Libia libera».
Un’operazione, questa che potrebbe avere effetti dirompenti,
una sorta di «contromossa di propaganda» contro il colonnello.
Ancor più efficace perché viene
fatta da «neo» disertori molto conosciuti dalla popolazione. Non
a caso i portavoce dei «diciassette» sono le stelle che infiammano
le domeniche calcistiche del lungo campionato libico, i nomi più
celebri, Gtat e bin Issa che non
usano mezze misure: «Dico al
colonnello Gheddafi di lasciarci
in pace e di permetterci di costruire una Libia libera», aggiungendo un po’ aggressivi «anzi , spero
tutto sommato che lasci proprio
questa vita del tutto». E anche la
scelta del luogo di questo irrituale ritiro calcistico, le montagne
occidentali, non è casuale per gli
sportivi che hanno trovato asilo
in una delle roccaforti più resistenti dei ribelli. Bin Issa ha poi
dichiarato ai microfoni della Bbc
che l’idea di passare dall’altra parte della barricata è stata fatta per
«lanciare un messaggio forte» a
favore di «una Libia unificata e
libera». E c’è chi, quasi scherzosamente, legge la mossa anche in
chiave campanilistica. Visto che
per anni il tecnico di al-Ahly, ha
visto la sua squadra sconfitta dall’altro club di Tripoli, Al-Ittiha oltretutto di proprietà della famiglia di Gheddafi. È in questo team che ha militato a inizi carriera Saadi, il figlio calciatore del
Raiss. Poi finito in Italia nelle file
del Perugia, con un breve passaggio - vera meteora - nelle file di
Udinese e Sampdoria.
Daria Bonfietti *
I
Verso Gaza
È ufficialmente partita la Freedom Flotilla 2 «Stay Human» contro l’assedio di Gaza, dedicata
all’attivista italiano Vittorio Arrigoni. Una delle due barche francesi è salpata ieri all’alba. Con a
bordo 40 passeggeri, questa prima nave si incontrerà nei prossimi giorni in un punto non precisato, per motivi di sicurezza, del
Mediterraneo con le altre imbarcazioni della flottiglia pacifista.
Tutte insieme le navi faranno
rotta verso il porto di Gaza city,
dove intendono scaricare tonnellate di aiuti umanitari, in particolare materiale scolastico e sanitario, e di sbarcare circa 500 fra
attivisti, pacifisti, giornalisti e parlamentari provenienti da decine
di paesi.
La maggior parte delle navi salperanno da Atene dove, in queste
ore, fervono i preparativi con
centinaia di persone che seguono riunioni e training di resistenza pacifica al prevedibile blitz
della Marina militare israeliana.
La giornalista Angela Lano, dell’agenzia di stampa Infopal, riferisce dalla capitale greca che le
autorità locali usano ogni pretesto ed appiglio per impedire o
ritardare la partenza della Flotilla
2. «Alcune barche - scrive Lano,
che un anno fa aveva partecipato
alla prima Flotilla - sono soggette a "ispezioni igieniche" particolarmente accurate, altre sembra
siano state oggetto di "sabotaggi"; altre ancora hanno ricevuto
"provvidenziali" denunce e sono
momentaneamente bloccate».
Nonostante ciò, aggiunge Lano,
«l’umore dei passeggeri è alto:
c’è un entusiasmo visibile sia nei
giovani sia nei tanti anziani (alcuni ultraottantenni) che saliranno
a bordo». Della Flotilla 2 fa parte
anche una nave italiana, la «Stefano Chiarini», sulla quale saliranno tra gli altri il vignettista del
manifesto Vauro Senesi e il fotografo Tano D’Amico.
Da parte sua la Marina israeliana
è determinata ad intercettare il
convoglio che intende violare il
blocco navale di Gaza, facendo
uso, stando alle dichiarazioni dei
comandanti militari, di cannoni
ad acqua e armi non letali. Un
anno fa nell’arrembaggio israeliano della nave «Mavi Marmara»,
parte della prima Flotilla, furono
uccisi nove civili turchi.
n occasione del trentunesimo anniversario della strage di Ustica, stiamo assistendo ad una campagna di provocazioni contro Bologna, le sue Istituzioni e soprattutto
contro la verità. Campagna che ha avuto un
momento significativo nel «commissariamento», da parte del sottosegretario Giovanardi,
della Commissaria Cancellieri con conseguente censura del depliant del Museo per la Memoria di Ustica. Un fatto unico e molto grave
contro l’autonomia di un ente locale e le sue
istituzioni culturali!
Ma l’obiettivo vero rimane colpire la verità
e infatti il dibattito su Ustica viene ributtato indietro di anni, in un tentativo «revisionista»
che resuscita vecchie perizie già bocciate: «Il
lavoro dei periti d’ufficio è affetto da tali e tanti vizi di carattere logico, da molteplici contraddizioni e distorsioni del materiale probatorio da renderlo inutilizzabile ai fini della ricostruzione della verità».
Oggi tutto viene riesumato e diviene, proprio con gli stessi protagonisti di allora, perfino tema di un convegno del Pdl. Questo spostare l’attenzione, questo far confusione, questo riportare indietro il tempo, è un’operazione inaccettabile contro la verità, contro le indagini in corso della Magistratura e contro le
regole della convivenza civile.
Ma nonostante tutto voglio continuare a
parlare con il linguaggio della dignità e della
memoria.
Della memoria: con il relitto del DC 9 ricostruito all’interno del Museo per la Memoria
di Ustica, con il quale «dialoga» l’installazione
di Christian Boltanski, che dà futuro, io credo,
al ricordo dei nostri cari, e con tante iniziative
di musica, teatro e poesia che ci accompagneranno dal 27 giugno fino al 10 agosto. Per non
dimenticare.
Della dignità: partendo dalla verità giudiziaria consegnataci dal Giudice Priore nel 1999,
alla quale sempre mi richiamo, «l’incidente è
occorso a seguito di azione militare di intercettamento», vogliamo andare avanti, per conoscere gli autori materiali dell’abbattimento di
un aereo civile in tempo di pace, e per ricostruire lo scenario completo della tragedia.
È questa una verità troppo spesso dimenticata, colpevolmente sottovalutata, alla quale
Priore era giunto quando gli esperti della Nato, in un confronto reso possibile dall’interessamento del Governo Prodi, hanno potuto decrittare dei tabulati radar , dai quali emergeva
la inequivoca presenza di diversi aerei attorno
al DC 9, oltre alla presenza di una portaerei
nel Tirreno.
Abbiamo visto rese pubbliche, in questi
giorni, quelle pagine in alcune trasmissioni televisive, dopo tanti anni quella ricostruzione
genera sempre forti emozioni e incredulità
per la rimozione che, purtroppo, si è generata
sull’intera vicenda.
Già dal 2007 la Magistratura ha riaperto le
indagini per Strage, anche dopo le dichiarazioni di Cossiga, che chiamano in causa i francesi, ma alle rogatorie nei confronti di Francia,
Usa, Libia, Belgio, Germania, inoltrate dai nostri Magistrati, nessuno ha risposto. Non vi è
stato alcun interessamento da parte del nostro Governo; giustamente ci si lamenta, nel
caso Battisti, per l’inosservanza da parte del
Brasile alle nostre richieste, mai però il Governo ha fatto sentire analoga contrarietà per l’oltraggioso comportamento di paesi amici e alleati in tutti questi anni per Ustica. Nessuna volontà politica chiara, insomma, è stata espressa!
Noi stiamo rileggendo molte carte, stiamo
trovando nuova documentazione, tutto ci lascia intendere che dell’accaduto aveva una
certa consapevolezza la classe politica dell’epoca.
Carlo Luzzati, Presidente della Commissione ministeriale dei Trasporti, a pochi mesi dall’evento, in una informativa al Ministro scrive:
«A questo punto ritengo doveroso rappresentare alla S.V. che, a mio parere, l’indirizzo delle indagini, ivi compresa la scelta della scala di
priorità, per il privilegio delle ipotesi di lavoro,
debba scaturire da una valutazione che tenga
conto delle ripercussioni che i risultati di tali
indagini potrebbero avere su interessi superiori del Paese». Non credo pensasse ad una bomba, evidentemente!
Questo era l’ordine di grandezza del problema, le ripercussioni sugli interessi superiori
del Paese che un’azione di guerra aerea nei nostri cieli, avrebbe comportato. Continuo a pensare che l’unico interesse superiore del Paese
deve essere la verità e per questo continuo
questa battaglia, per vedere ripristinati i valori
di trasparenza, verità e giustizia.
* Presidente Associazione dei Parenti delle
Vittime della Strage di Ustica
pagina 4
il manifesto
NAPOLI CENTRALE
La camorra •
DOMENICA 26 GIUGNO 2011
Una strategia per destabilizzare le istituzioni cittadine con
incendi e minacce agli addetti alla raccolta. Aperte tre inchieste
Ecco a chi serve la monnezza
La lobby dell’inceneritore contro la
giunta che ha detto no. Il vicesindaco
Sodano spiega cosa succede a Napoli.
«Ma la città è con noi, ce la faremo»
Adriana Pollice
NAPOLI
D
iminuiscono le colline di rifiuti a
Napoli. È successo ieri a Napoli, e
la cosa già da sé sembra come un
miracolo. Oltre l’ordinario, c’è stato un ulteriore conferimento di circa 400 tonnellate. A terra ne restano 1.850. Le operazioni
di raccolta proseguono a tappe forzate anche oggi, nonostante gli impianti Stir di tritovagliatura siano chiusi il pomeriggio, per
la giornata festiva. Gli sforzi per la riduzione delle giacenze saranno concentrati nelle prossime ore nella zona del centro, dove
nei giorni scorsi si sono avvertiti i disagi
maggiori, con le proteste di cittadini esasperati dagli odori nauseabondi. La prossima settimana, martedì si è sbilanciato il
premier Berlusconi, dovrebbe arrivare il decreto sblocca flussi fuori regione, ma il condizionale è d’obbligo perché la Lega minaccia di «far volare le sedie», la sintesi politica
è di Roberto Calderoli. «Se l’esecutivo si
muove e la regione ci assicura i flussi nelle
altre province, potremo raggiungere il primo obiettivo, liberare le strade, in modo da
partire con il ciclo integrato dei rifiuti di Napoli. Naturalmente siamo pronti ad agire
Ogni giorno a piazza
Plebiscito si riuniscono
gruppi di cittadini.
Vanno nei quartieri a
spiegare il nostro piano
comunque. Ma con la città sporca diventa
tutto più difficile» spiegava ieri l’assessore
all’ambiente e vicesindaco Tommaso Sodano.
Sodano, c’è chi ironizza sul vostro piano
alternativo.
La legge 1 del 2011, che regola la materia
rifiuti in Campania, subordina le nostre
azioni alle decisioni di provincia e regione.
Sono loro che organizzano il ciclo. Ogni loro ritardo blocca noi. Per questo venerdì
scorso al ministro Prestigiacomo abbiamo
spiegato che vogliamo sganciarci. Abbiamo un progetto e la volontà di agire rapidamente, non possiamo rimanere bloccati
dalle lentezze degli altri. Ad esempio, la
stessa legge stanziava 150milioni di euro
per la differenziata, da distribuire in base
alla popolazione. I soldi sono già disponibili ma, probabilmente, sono ancora fermi a
Roma perché la regione non ha proceduto
sul piano. Su nostra richiesta, avremo lo
stralcio della parte spettante a Napoli e la
gestiremo noi per avviare il porta a porta.
Concretamente cosa significherà?
Con i fondi che abbiamo adesso possiamo arrivare a metà del secondo lotto, con
le risorse del ministero si può coinvolgere
l’intera città. E ancora: il comune provvede
alla raccolta dell’immondizia poi spetta alla SapNa (società della provincia, ndr) indicare dove conferire, così ogni volta subiamo il fallimento del sistema impiantistico
regionale. Perciò vogliamo essere autonomi nel decidere il piano ma anche nel dialogo con le altre regioni e con l’Europa, accedere direttamente ai fondi Ue senza dover
attendere gli altri enti. Il ministro si è detto
d’accordo. Vedremo come si comporterà il
governo la prossima settimana.
Il sindaco de Magistris dà la responsabilità dell’attuale crisi all’esecutivo ma anche alla criminalità e alle cricche. Quali
forze ostacolano il cambiamento?
Si tratta di soggetti diversi. In primo luogo c’è l’appalto di quasi 400 milioni di euro
per il termovalorizzatore da costruire a Napoli est, che noi non vogliamo. Un affare
su cui lucrare per 20 anni anche grazie ai
Cip6 (provvedimento del Comitato Interministeriale Prezzi che stabilisce prezzi incentivati per l’energia elettrica prodotta
con impianti alimentati da fonti rinnovabili, ndr) e assimilate sulla bolletta. La nostra
ferma opposizione ha provocato la reazione di quel mondo potentissimo che si muove intorno alle lobby economiche e finanziarie che ruotano intorno alla spesa pubblica e alla politica. Tenere la città in ginocchio serve a spostare il discorso, così in tanti si sono affrettati a chiedere «ma in queste condizioni come fate a dire no all’inceneritore?».
Saranno anche interessati. Ma cosa rispondete?
Salva la buonafede di qualcuno, è evidente la volontà di strumentalizzare la situazione. Poi c’è un sottobosco che ha proliferato grazie al sistema dell’emergenza
continua, cioè le ditte di subappalto, da
quelle che forniscono i bob cat per liberare
le strade dai cumuli di sacchetti, al noleggio dei compattatori perché devi fare presto e con i tuoi soli mezzi non ce la fai a
smaltire l’arretrato. Una zona grigia in cui
è difficile distinguere tra imprese e camorra. Infine, c’è quel mondo che si muove nella criminalità di strada, i gruppi ultrà, facili
da comprare ad esempio quando ci sono
le elezioni e servono voti per un certo tipo
di candidati. I raid di questi giorni non avevano le modalità che abbiamo visto in altre
crisi, ben più gravi: con 8 mila tonnellate di
immondizia a terra non si sono visti gruppi
incappucciati sversare i rifiuti a via Toledo
appena pulita, appiccare incendi in punti
strategici in tutta la città. Dare fuoco all’im-
a 40 anni ci tiriamo su le maniche
la nuoizvioa nt-eshliirmtitata
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NAPOLI FOTO REUTERS
mondizia significa trasformarla in rifiuto
speciale, che va smaltito in discariche adatte, cosa che allunga i tempi di rimozione e
aumenta i costi, oltre a sprigionare diossina. Cioè provoca un danno ingente all’amministrazione, a costo della salute dei cittadini. In prefettura, in procura, abbiamo depositato la documentazione raccolta. La
gente esasperata è contenta quando porti
via i sacchetti, in questi giorni invece hanno minacciato i dipendenti Asia, impedendone la rimozione. Una cosa che dovrebbe
far suonare dei campanelli di allarme.
Di chi sarebbe la regia?
Di chi ha tenuto insieme il sistema campano dei rifiuti con i commissariamenti e i
poteri speciali. Ecco perché abbiamo ribadito che non vogliamo la gestione emergenziale: non abbiamo bisogno del commissario straordinario, ma di ripristinare la
normalità e la legalità, con tutti i controlli
che questo comporta su attuazione e spesa. Ricordo che questo tipo di gestione, fallimentare, è già costata 8miliardi di euro in
10 anni, 3miliardi e 200milioni ai soli enti
locali campani e alle società partecipate,
senza alcun potere di controllo sull’impiego dei fondi da parte della Corte dei conti.
Che poi è uno dei motivi per cui il sistema
è in ginocchio, sotto il peso dei debiti ereditati nel 2008, dopo l’ultima gestione della
Protezione civile di Guido Bertolaso.
C’è ancora entusiasmo o la crisi ha spazzato via il vento arancione?
Sapevamo che non sarebbe stato facile.
La volontà di cambiare è ancora forte.
Ogni pomeriggio a piazza Plebiscito si riuniscono gruppi in appoggio all’amministrazione. Si tratta di cittadini che hanno offerto la disponibilità a formare gruppi di volontari per l’ambiente, andranno in giro
per i quartieri a parlare con gli abitanti,
spiegare il piano, fornire informazioni per
gli orari di conferimento della differenziata. Del resto da tutte le zone della città, anche quelle ‘calde’, ci chiamano per richiedere le isole ecologiche mobili. Esempi positivi arrivano dai Quartieri spagnoli. Sta a
noi coinvolgere tutti.
Le inchieste/ Tre i filoni seguiti dalla Procura
Si indaga sulle infiltrazioni
Ma intanto i roghi vanno avanti
A.Po.
NAPOLI
«L
a camorra ostacola la nostra rivoluzione ambientale». Incremento della
differenziata e appalti puliti sarebbero i fattori scatenanti, secondo Luigi de Magistris, della strategia di attacco di gruppi organizzati: «Gli ambienti criminali, affaristi, e talvolta
anche politici, non ci mettono i tappeti rossi».
Se il sindaco attacca clan e cricche degli appalti, la magistratura avvia tre inchieste. Per la procura, sarebbe in atto
una strategia per destabilizzare le istituzioni cittadine con incendi di rifiuti e minacce agli addetti alla raccolta.
Titolare del primo
fascicolo è il pm Raffaello Falcone con il
procuratore aggiunto
Giovanni Melillo. I
magistrati avrebbero elementi per affermare
che gli episodi di violenza farebbero parte di un
piano attuato forse anche da soggetti della malavita. A differenza degli altri comuni della provincia, in città non c’erano mai stati tanti incendi di rifiuti, neppure quando le tonnellate di
spazzatura in strada erano molte di più delle attuali. Il sostituto Francesco Curcio (coordinato
dall’aggiunto Francesco Greco), invece, indaga
su chi ha omesso interventi per ridurre i rischi
per la salute dei napoletani. La terza inchiesta è
dei pm Federico Bisceglia e Maurizio De Marco, coordinata dall’aggiunto Aldo De Chiara. I
duestanno approfondendo aspetti legati alla gestione degli impianti per il trattamento dei rifiuti, tra cui il termovalorizzatore di Acerra.
Mentre proseguono le proteste (29 roghi ieri)
dalla periferia di Pianura alla zona dell’aeroporto, passando per il centro storico, è rivolta a Castellammare di Stabia contro l’apertura di un sito di stoccaggio nell’ex stabilimento Faito, con
i cancelli saldati con la fiamma ossidrica. La polemica sui rifiuti partenopei prosegue anche a
Roma. La prossima settimana (forse giovedì) il
governo dovrebbe varare il decreto per sbloccare i flussi fuori regione, ma la Lega contiLa politica chiede
nua a dire no. Il goprovvedimenti
vernatore Zaia è did’emergenza,
sposto a inviare tecnima de Magistris
ci ma non a portarsi
dice no: verrebbea casa i rifiuti. Il presiro meno i controldente del Consiglio
li dei conti e deregionale della Lomgli appalti
bardia, il leghista Boni, rincara. «Non accetteremo giochetti
che trasformino i rifiuti dei napoletani in rifiuti
speciali, così da vederli viaggiare su è giù per il
paese. Ognuno si tenga i propri». Dimentica Boni di dire che i rifiuti speciali del nord già viaggiano verso il sud, smaltiti da impianti terroni.
«Il sindaco ha le mani legate» spiega invece Antonio Di Pietro, «senza un provvedimento dei
ministri e degli altri enti coinvolti». Il Terzo polo accusa la Lega di attuare nei fatti la secessione, mentre Bersani spiega «se il governo si paralizza vuol dire che non c’è più». Vendola chiede
lo stato di emergenza che il comune di Napoli
non vuole. In città si spera in Napolitano.
DOMENICA 26 GIUGNO 2011
il manifesto
NAPOLI CENTRALE
L’altra Napoli •
IGNAZIO MARINO (PD) «Molto bene ha fatto
il sindaco De Magistris a denunciare quanto sta
accadendo in questi giorni a Napoli. Se i suoi
timori e le sue parole trovassero conferma,
saremmo di fronte ad un segnale di assoluta
gravità. E proprio per questo ritengo che, anche in
attesa del riscontro delle indagini, tutto il paese
dovrebbe stringersi intorno alla città di Napoli per
aiutarla a uscire da questa emergenza».
Ieri in città si sono svolti il gay pride, con il sindaco in
testa al corteo, e una street parade antiproibizionistra
ANGELO BONELLI (VERDI) «Il governo
Berlusconi vuole dare il colpo di grazia a Napoli
che già sta pagando duramente la politica
dell'annuncio fatta negli ultimi anni dal premier. Il
ricatto della Lega non solo è inammissibile ma
dimostra che il governo ha smarrito la strada
dell'interesse generale. Chiediamo un intervento
dell'Ue perché la situazione di Napoli è quella di
un vero e proprio disastro ambientale».
INTERVISTA · Il presidente della Toscana Rossi: «Basta un cenno del governo»
«Noi, pronti a intervenire»
Riccardo Chiari
FIRENZE
L
a Toscana fa parte di quel gruppo
di regioni che non si sono tirate
indietro di fronte all’emergenza rifiuti napoletana. Guarda caso, tutte regioni «rosse». «Questa è un'emergenza
nazionale che riguarda tutti, non c'entra la politica», «tutte le istituzioni devono fare la loro parte», ha detto ieri il presidente della Conferenza delle Regioni
Vasco Errani, governatore dell’Emilia
Romagna che ha offerto la disponibilità a dare una mano «purchè ci sia un
piano con tempi certi». «Abbiamo chiesto al governo - ha detto ancora Errani
- di chiamarci e di condividere le strategie per risolvere un problema che è prima di tutto sanitario, poi di immagine
internazionale e che riguarda tutti».
Noi abbiamo interpellato il presidente
della Toscana.
Enrico Rossi, due giorni fa il manifesto ha riportato le sue parole sul caso rifiuti a Napoli. Dopo aver partecipato a una riunione delle Regioni, giovedì lei aveva detto che bastava una
convocazione del governo, e la dichiarazione dello stato di emergenza, per
avviare subito un trasferimento straordinario dei rifiuti partenopei nelle
altre regioni. Eppure non si è ancora
mossa foglia.
Un governo normale avrebbe risposto
il giorno stesso. Ci avrebbe chiesto "siete disponibili a dare una mano?", e noi
lo avremmo confermato. Cose del genere si possono fare per telefono, o con
una veloce riunione. Basterebbero cinque minuti, in fondo si tratta solo di intervenire per riportare la situazione sot-
ANCONA · Corteo di «indignati» contro il rigassificatore Api
Nonostante il caldo e il mare proprio lì, a portata di mano, più di duemila persone – tantissime per un territorio come quello di Ancona, dicono soddisfatti gli organizzatori – sono
scese in piazza ieri nel capoluogo marchigiano per partecipare al «no rigassificatore day»,
giornata di mobilitazione indetta da un ampio cartello di associazioni e comitati contro il
progetto di costruzione di un rigassificatore a Falconara, a 16 km dalla costa, da parte
dell'Api. In realtà l'ennesimo scempio parla di due progetti e di due rigassificatori in programma nelle Marche: uno a Falconara, appunto, l'altro a Porto Recanati (progetto Gaz de
France). Se la Regione sembra aver preso una posizione di rifiuto nei confronti della costruzione del rigassificatore di Porto Recanati male sembra invece mettersi per Falconara,
per questo la giornata di mobilitazione di ieri. Partito verso le 18.30 da Piazza Roma, il
corteo è stato bloccato a metà percorso dalla polizia che voleva impedire ai manifestanti
di appendere lo striscione «Ci rivediamo il 5 luglio» sui muri della sede (distaccata) del
Consiglio regionale (il prossimo 5 luglio la regione deciderà in merito al rigassificatore di
Falconara). Dopo circa tre quarti d'ora il corteo è potuto ripartire, lasciandosi alle spalle
lo striscione «Il mare è un bene comune. No al rigassificatore» appeso ui muri del palazzo
del consiglio regionale. A piazza Roma, luogo di partenza e arrivo del corteo, si sono alternati gli interventi dei comitati e delle associazioni. A concludere la giornata la musica,
con il concerto della Gang.
pagina 5
IL PRESIDENTE TOSCANO, ENRICO ROSSI/REUTERS
to controllo.
Invece non è successo nulla. Nemmeno l’appello di Giorgio Napolitano, anche questo di giovedì scorso, ha
scosso il governo. Oggi il ministro
Prestigiacomo dice soltanto: «È allo
studio del governo un provvedimento
serio per la Campania». Ma che paese è questo?
Sui rifiuti di Napoli stiamo vivendo una
situazione allucinante. Questa storia ci
dà un segnale, quello dell’assoluta incapacità di essere credibile da parte di
certa politica.
Pensa alla destra berlusconian-leghista? Eppure alla riunione in cui avete
dato la vostra disponibilità c’erano
quasi tutte le Regioni.
Mancavano il Veneto e il Piemonte. Peraltro vorrei ricordare che all’epoca della penultima emergenza rifiuti in Campania, alcuni mesi fa, ci sono state tre
Regioni che hanno dato più mano delle altre: sono la Puglia che ha accolto
cinquemila tonnellate di rifiuti, la Toscana che ne ha accolte novemila, e
l’Emilia Romagna che ne ha prese quattromila. Comunque sia siamo disponibili anche oggi. Ma, lo ripeto, è necessario un passaggio di carattere istituzionale. È fondamentale.
Guarda caso, Veneto e Piemonte sono le due Regioni a guida leghista.
L’assunzione di responsabilità per accogliere straordinariamente i rifiuti di
Napoli deve essere collettiva. Al tempo
stesso non devono essere prese scorciatoie, come quella di trasformare i rifiuti
urbani in rifiuti speciali, per permettere così lo smaltimento attraverso la filie-
ra privata, per giunta costosissima. In
questo modo si rischierebbe di scoprire il fianco a fenomeni per così dire di
deresponsabilizzazione.
La procura di Napoli ha aperto una indagine sui roghi dei cassonetti, e sulla spazzatura non raccolta e anzi spostata nelle piazze e nelle vie più famose della città. C’è il forte sospetto di
un intervento della criminalità organizzata.
Su questo aspetto so soltanto quello
che leggo sui giornali. Certo in questi
giorni a Napoli c’è davvero un gran caos. E questo avrebbe dovuto convincere il governo a un intervento immediato. Invece non si interviene, come se la
«Un esecutivo normale
avrebbe risposto
subito. Questa vicenda
ci dice dell’incapacità
di certa politica»
questione non riguardasse una delle
metropoli del paese. Peggio, si parla
d’altro. Con tutti i problemi che abbiamo in Italia, si continua a discutere delle intercettazioni disposte dalla magistratura e di come limitarle.
E se a palazzo Chigi alla fine decidessero davvero, seppur in enorme ritardo, di intervenire per superare l’emergenza rifiuti a Napoli?
Noi aspettiamo che squilli il telefono. Se non arriva, se non arriva subito,
significa che il governo non c’è.
DALLA PRIMA
Guido Viale
Poi c’è la Protezione Civile del fu Bertolaso, che ha ereditato, insieme a
quelle montagne di ecoballe e al «ferrovecchio», sette Stir (ex-Cdr) che avrebbero
potuto liberare la regione dalla necessità di
fare nuove discariche, più l’impegno a costruire altri tre - poi quattro - inceneritori oltre
che undici discariche; e che ne ha realizzata
invece una sola, quella di Chiaiano, controllata dalla camorra, dopo aver governato la regione per oltre due anni con l’aiuto dell’esercito e lasciato in eredità un disastro tre volte
peggiore di quello che aveva trovato al suo arrivo. Ma permettendo per due anni - e ancora adesso - a Berlusconi di menar vanto di
aver liberato la Campania dai rifiuti. Tutto
questo Napoli e la Campania lo devono anche alla Lega.
Il programma di De Magistris non fa una
piega. Se Salerno ha raggiunto il 75% di raccolta differenziata in meno di un anno, non si vede perché non lo possa fare anche Napoli, dove la nuova Giunta può contare su una straordinaria mobilitazione popolare, sul concorso
di parrocchie, associazioni e comitati e sulla
nausea per 16 anni di commissariamento trascorsi in mezzo ai rifiuti. Quanto agli inceneritori, se persino l’avv. Pecorella, Presidente della Commissione parlamentate sul crimine organizzato nel settore dei rifiuti, quando va in
Germania scopre che gli inceneritori non si
fanno più e sono una tecnologia del secolo
scorso, i lamenti dei mille columnist che invocano nuovi inceneritori per risolvere un problema che è solo il frutto di una malagestione
- che ha coinvolto, in misura gravissima, anche la società Asìa e la passata amministrazione comunale - sono un ennesimo esempio di
ignoranza, disinformazione e malafede dei
media italiani.
Ma come affrontare l’emergenza attuale?
Dove sversare i rifiuti delle strade di Napoli in
attesa che la raccolta differenziata li riduca di
tre quarti e compostaggio, trattamento meccanico ed estrusione (un sistema che permette di recuperare fino all’ultimo grammo il residuo) realizzino un riciclo totale? In provincia
di Caserta,(a Parco Saurino), terreno riconducibile alla proprietà della famiglia Schiavone,
c’è da anni - ne ha parlato anche Report - una
discarica vuota da 300mila metri cubi (estensibile a 600mila) che nessuno osa toccare. Non
l’ha fatto De Gennaro (ex capo della Polizia e
futuro capo dei Servizi segreti, mandato a Napoli da Prodi)), che ha preferito aprire due
nuove discariche illegali, che stanno franando, nelle province di Benevento e di Avellino
e trasformare in «depositi temporanei», ma
perpetui come le ecoballe, numerosi edifici,
tra cui un impianto di compostaggio nuovo
di zecca nella vicina San Tammaro; che in
questo modo è stato mandato in malora.
Non lo ha fatto Bertolaso, che aveva a disposizione l’esercito, miliardi di euro, e che ha preferito aprire una nuova discarica - di 11 che
ne aveva in programma - nel cuore di un’area
urbana protetta, accanto a un ospedale e a un
insediamento residenziale grande come una
città. Non lo hanno fatto Bassolino, né Caldoro, né i quattro prefetti che si sono succeduti
al comando del commissariato, né lo ha mai
chiesto la Jervolino. Eppure, anche se la soluzione del decennale problema dei rifiuti campani non si risolve certo con una discarica, le
molteplici «emergenze» che hanno tormentato la regione avrebbero potuto essere evitate
utilizzandone una che esiste già. Perché nessuno ha mai proposto di usare quella discarica? E non è il caso che ora De Magistris ne
chieda conto al Governo? E non è il caso di fare almeno una interrogazione parlamentare?
pagina 6
il manifesto
DOMENICA 26 GIUGNO 2011
ITALIA
BENI COMUNI · Dopo il teatro Valle si mobilita il museo di arte contemporanea di Roma
La rivolta gentile del Macro
Roberto Ciccarelli
NO-TAV VAL DI SUSA
Non lasciamoli
soli. Tutti
a Chiomonte
ROMA
Paolo Ferrero
È
una rivolta gentile quella iniziata ieri pomeriggio al Macro, il
museo di arte contemporanea
di Roma. Sull’onda dell’occupazione
del teatro Valle, l’associazione «Occupiamoci di contemporaneo» che raccoglie operatori del mondo artistico – artisti, galleristi, curatori, direttori di museo e di fondazioni, spazi culturali noprofit – ha convocato un’assemblea
per denunciare il taglio dei fondi destinati alla gestione di questo avveniristico museo. Per tutta la giornata di oggi
sono statI programmati interventi e comunicazioni da parte di artisti, architetti, musicisti, cineasti e teatranti. «È
la prima volta dagli anni Settanta che
il settore dell’arte contemporanea si
mobilita a difesa di un "bene comune"
dopo avere capito che il tempo della
salvezza individuale, o del protagonismo solitario, è finito – afferma un giovane artista con i dread che preferisce
restare anonimo - Mobilitazioni come
quella del Valle o del Macro sono un
tessuto connettivo utile per individuare una soluzione collettiva contro il
progetto del governo di dissolvere la
cultura in Italia». Ieri erano più di un
centinaio i partecipanti all’assemblea
nel foyer del museo in via Nizza, ristrutturato dall’architetto francese Odile Decq. Insieme hanno ripercorso gli
avvenimenti tempestosi che hanno
portato alle dimissioni del direttore Luca Massino Barbero, a causa del radicale taglio del budget a disposizione, senza però rinunciare a possibili soluzioni. Dagli otto milioni di euro ricevuti fino a poco tempo fa, il Macro dovrà sopravvivere per i prossimi sei mesi con
poco più di due milioni, insufficienti
per governare l’esistente e per sostenere il progetto dell’apertura di due nuovi padiglioni. In questa situazione di
emergenza, tre giorni fa è stato nominato il nuovo direttore, il 43 enne romano Bartolomeo Pietromarchi, al
quale toccherà gestire a settembre la
delicata trasformazione del museo in
fondazione del Macro. Buio pesto invece sui finanziamenti che dovranno sostenere l’attività della futura fondazione.
Nel frattempo, dopo sette mesi di attesa, in Campidoglio è iniziata la discussione sul bilancio 2011. Gli artisti
e i curatori di «Occupiamoci di contemporaneo» si dicono allarmati dalle
voci, molto realistiche, che circolano
da giorni a Roma. Sembra infatti che il
sindaco Alemanno e la sua giunta si apprestino a tagliare la cultura in maniera pesante. Negli ultimi tre anni la voce «cultura» è stata tagliata di oltre 14
milioni di euro. Timori di questo gene-
I
ROMA, LA PROTESTA AL «MACRO»
re sono stati espressi anche in una lettera intitolata «Per un Macro bene comune» inviata un mese fa al neo-assessore alla cultura Dino Gasperini (che
ha sostituito Umberto Croppi, inviso
ad Alemanno perché confluito nelle file di Futuro e Libertà) e al sindaco. È
poi seguita una raccolta di firme a difesa del Macro alla quale hanno aderito
operatori e artisti come Cecilia Canziani, Claudio Pisano, direttore del Ciac
di Genazzano o Teresa Macrì.
«In questo percorso – affermano gli
esponenti di «Occupiamoci di contemporaneo» che preferiscono non apparire per evitare che i più giovani venganooscurati da una protesta che vuole
essere «collettiva» – è emersa un’esigenza molto simile a quella espressa
dagli intermittenti dello spettacolo del
Valle: la definizione del programma artistico e la gestione del Macro deve
considerare tanto i lavoratori del settore, quanto quelli del museo, sul modello di una democrazia partecipativa».
Si comprende allora la polemica
contro il ruolo che la politica ricopre
nella nomina del direttore del Macro:
«Non abbiamo niente contro Pietromarchi, per noi è il metodo il problema – dicono – un progetto curatoriale
di anni non può essere gestito dai potentati politici del momento. Non è
possibile che ogni assessore nomini il
suo direttore, nei teatri come nei musei». Per garantire un’«autonomia» della cultura dai partiti, «preferiamo allora un concorso pubblico per titoli, anche internazionale».
BARI · Suicida un operaio: «Basta con questa mafia»
Un operaio della società Multiservizi di Bari si è suicidato ieri mattina buttandosi dal
balcone di un ufficio comunale. L’uomo ha lasciato un biglietto in cui spiega: «Non ce la
faccio più di questa mafia». Lo ha reso noto sul suo profilo Facebook il sindaco di Bari,
Michele Emiliano, che ha annunciato di avere disposto immediatamente «un’indagine
approfondita perché i fatti potrebbero essere collegati alla difficile situazione ambientale
dell’azienda». L’operaio era addetto ai controlli serali degli uffici comunali e all’alba si è
lanciato da un ballatoio dal sesto piano dell’ufficio Lavori pubblici. La Multiservizi è una
società mista fra Comune di Bari e Italia Lavoro. «Non lasceremo sola la famiglia, dobbiamo ricercare fino in fondo le possibili cause di questo gesto», scrive il sindaco Emiliano su Facebook, esprimendo cordoglio ai familiari dell’uomo e ai suoi compagni di lavoro. «Ricordo a questi ultimi – conclude il primo cittadino di Bari – che sono sempre a
loro disposizione anche solo per parlare un po’ tra noi. Sono molto addolorato».
ROMA CAPITALE
La «soluzione finale» al «problema cultura»:
Alemanno taglia in tre anni 22 milioni di euro
La «soluzione finale» si avvicina. La politica culturale della giunta capitolina è
stata definita così, senza perifrasi, da sei esponenti del Pd che hanno presentato 10 domande al sindaco. In tre anni di bilancio, Alemanno ha tagliato oltre
14 milioni di euro alla cultura. Ma quello che il bilancio 2011 sembra preparare è ancora peggio. Tra le principali voci tagliate ci sono le manifestazioni culturali (meno 5,1 milioni di euro). Il teatro dell’Opera perde 2 milioni, mentre la
Film Commission è praticamente distrutta: meno 66 per cento delle risorse. Se
la Casa dei teatri perde il 66 per cento del suo bilancio, quella delle letterature
perde il 41, per non parlare della Casa della Memoria che passa da 30 mila a
20 mila euro (meno 33 per cento). Alla fine dei lavori, il consiglio comunale
rischia di approvare un taglio netto di oltre 8 milioni di euro che, presumibilmente, renderà molto difficile la gestione di molti teatri e musei che sono sotto
la responsabilità del Campidoglio. Se il museo di arte contemporanea (Macro)
sembra essere destinato ad una fondazione, non sarà così per il teatro Valle
che passerà il 1 luglio al Teatro di Roma. A rischio è anche la convenzione dei
teatri di cintura, vale a dire il teatro di Tor Bella Monaca e quello del Quarticciolo, che ancora oggi non sanno se e come si svolgerà la prossima stagione. Per
il bilancio del Comune questi tagli rappresentano solo l’1 per cento del bilancio. Cisl, Uil e Ugl hanno infine denunciato l’intenzione della giunta di tagliare
drasticamente anche il welfare municipale, 13 milioni di euro in meno per il
sostegno ai disoccupati e ai cassaintegrati, oltre che alle famiglie. ro. ci.
l Ministro Maroni ha detto
che nei prossimi giorni userà la forza per far partire i lavori della Tav in Val di Susa.
Questo non è un problema solo degli abitanti della Valle perché loro stanno difendendo un
principio generale: il diritto di
un territorio a non essere sacrificato alla logica del profitto e
delle mazzette. La Val di Susa è
un bene comune come lo è l’acqua, l’aria, l’istruzione, la salute, la cultura, il lavoro. Il rischio
è che la «Libera Repubblica della Maddalena» venga spazzata
via con una repressione pari a
quella che abbiamo visto e subito a Genova dieci anni fa. Sappiamo tutti che è così e nessuno potrà dire: «Io non lo sapevo». Qualche giorno fa abbiamo vinto un referendum, adesso si tratta di mettere in pratica
il referendum.
Gli abitanti della Val di Susa
non possono essere lasciati soli, per questo invito tutte e tutti
coloro che hanno una carica
istituzionale, che hanno avuto
una carica istituzionale, che sono giornalisti, intellettuali, sportivi, religiosi. Invito tutti coloro
che una volta soltanto sono apparsi in televisione o che sono
stati citati da un giornale ad andare a passare una notte a Chiomonte, per documentare, fotografare, dire e raccontare cosa
sappiamo avverrà in Val di Susa e non vogliamo avvenga nell’ombra. Invito cioè tutti e tutte
coloro che hanno una «figura
pubblica» a mettere a disposizione una parte del proprio
tempo - e della propria incolumità fisica - per impedire lo
scempio di democrazia e civiltà che il Ministro Maroni ha annunciato in val di Susa. Per
quanto mi riguarda passerò domenica notte a Chiomonte.
* Segretario di Rifondazione
comunista
CONTRATTI / I due nodi: il voto ai lavoratori e le deroghe
Cgil al bivio: sarebbe assurdo oggi
rinunciare ai referendum
Tommaso De Berlanga
L'
impressione è pessima. Il confronto tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil – che martedì potrebbe chiudersi con un «avviso comune» tra
le parti sociali, che il governo potrebbe poi recepire in
una legge per «blindare» anche giuridicamente i nuovi assetti – è arrivato ad un punto che tutti i protagonisti definiscono «molto positivo». Quasi fatto. Siccome
si partiva da distanze siderali, con alle spalle tre anni
di «accordi separati» – a partire da quello, nel gennaio
2009, sulla «riforma del modello contrattuale», per arrivare a quelli di metalmeccanici, pubblico impiego e
commercio (in pratica la
metà dei lavoratori italiani) – sarebbe interessante
sapere chi è che ha fatto
dei passi indietro. A sentire Marcegaglia, Bonanni e
Angeletti non sono loro.
I problemi sul tavolo: i
criteri per misurare la rappresentatività di ogni sindacato, le modalità per validare qualsiasi tipo di accordo (maggioranza dei sindacati o dei lavoratori?), l'«
esigibilità» degli accordi stessi (in pratica, il divieto di
sciopero) e infine la possibilità che i contratti aziendali siano alternativi a quelli nazionali di categoria.
Non sono temi laterali, ma costituiscono il cuore
stesso delle relazioni industriali: chi rappresenta davvero la volontà dei lavoratori? quali organizzazioni sono ammesse alla contrattazione? si può o no «derogare» a un accordo e chi può deciderlo? i lavoratori possono votare o no sui contratti che decidono le loro
condizioni di lavoro, e quindi di vita?
Il problema – gravissimo – è che sul merito non si
sa quasi nulla. Nemmeno i dirigenti Cgil, i membri
del Direttivo nazionale che domani si riuniranno per
discuterne, conoscono i «punti di caduta» su cui le
parti hanno «trovato la quadra». Ma, stando a quanto
è trapelato, di diritto di voto dei lavoratori non se ne
parla proprio. È il punto più scabroso, in casa Cgil,
perché nella bozza di proposta avanzata dalla segretaria, Susanna Camusso, e su cui aveva ricevuto dal Direttivo il mandato a trattare, il referendum – sia pure
in una formula oscura e contorta – era previsto.
Ma se ai lavoratori viene sottratto persino il diritto
democratico di esprimersi su qualcosa che li obbliga –
un contratto è un vincolo anche personale – ne discendono a cascata altre gravissime conseguenze. La
prima è che chi tratta lo fa a nome proprio, ma «gli obblighi» ricadono sulle spalle di chi sta al lavoro. «E la
Cgil – ricorda Gianni Rinaldini, coordinatore dell'area
interna "La Cgil che vogliamo" – non ha mai istituzioDomani la scelta
nalizzato che si potessero
Il Direttivo della Cgil decifare accordi senza passarli
derà se firmare con Maral vaglio dei lavoratori; sacegaglia, Bonanni e Angerebbe clamoroso».
letti. Dopo i referendum
Ne è consapevole andi giugno, si rischia un
che Giuliano Cazzola, ex
passo indietro sulla demodirigente Cgil di area cracrazia nei luoghi di lavoro
xiana, ora deputato berlusconiano, che all'AdnKronos (agenzia di stampa ex
socialista craxiana) ha spiegato: «nella Cgil si avverte
un mutamento significativo di linea politica». Con ovvie lodi per la Camusso – casualmente cresciuta nelle
fila craxiane – «se questa tendenza sarà confermata,
non sarà ricordata solo come la prima donna chiamata a dirigere il più grande sindacato italiano, ma le sarà riconosciuto il diritto di scrivere il suo nome a fianco di quello dei dirigenti storici che seppero riportare
la Cgil al centro dell'iniziativa sindacale contro le tentazioni all'autoisolamento e all'emarginazione”.
In assenza di «merito», l'unico «successo» che la
Cgil potrebbe vantare sarebbe il ritorno ai tavoli dove
«si firma». Ma, con una manovra da 45 miliardi che
sta per cadere loro addosso, e dopo un referendum
che ha rivelato la potenza della partecipazione popolare, una firma sotto un testo che ne esclude la possibilità nel luogo dove si passano almeno otto ore al
giorno sarebbe qualcosa più che un beffa. Un insulto.
MILANO/FESTA FIOM
Uniti contro la crisi
fa il punto. Un luglio
di scadenze cruciali
Giorgio Salvetti
MILANO
I
l vento è cambiato. Bene. Ma nulla è ancora cambiato davvero. Le
vittorie dei referendum e le svolte di Milano e Napoli hanno segnato
l’inizio della fine dell’era berlusconiana. Ma il governo è sempre lo stesso
e continua nelle sue politiche contro
persone, lavoratori e ambiente. E anche Confindustria e Fiat sono sempre le stesse. Fra questi sentimenti
contrastanti si è tenuta al Carroponte
di Sesto San Giovanni l’assemblea di
tutte le realtà, associazioni e movimenti che si sono unite contro la crisi
insieme alla Fiom.
L’occasione per proseguire il percorso iniziato lo scorso 16 ottobre a
Roma è offerta dalla seconda giornata della festa milanese per i 110 anni
del sindacato metalmeccanico. A fare gli onori di casa il presidente di Arci Milano, Emanuele Patti. A presiedere l’incontro c’è il segretario generale
Maurizio Landini. «Contratto, reddito, beni comuni», è lo slogan che tiene insieme operai e studenti, associazioni e sindacati, fabbriche e ambiente, movimenti e precari. Si tratta di
definire la piattaforma per le iniziative del prossimo autunno. Ma il quadro è in continua evoluzione e l’assemblea milanese non può che essere un appuntamento importante ma
non conclusivo. Perché la presenza
del neosindaco Pisapia all’inaugurazione della festa ha messo tutti di
buon umore ma non può far dimenticare che luglio è un mese pieno di
scadenze cruciali per la Fiom e per le
realtà che si muovono con i metalmeccanici. Il prossimo mese infatti si capirà in cosa consiste la manovra miliardaria di Tremonti, e arriveranno le sentenze sulle cause della
Fiom contro Fiat su Mirafiori e Pomigliano. Ieri poi non poteva non aleggiare come un fantasma l’ipotesi di
imminente accordo tra Confindustria e Cgil su rappresentanza e esigibilità dei contratti che di fatto rischierebbe di mettere alle strette la Fiom.
Un quadro a tinte forti con grandi
speranze ma anche forti rischi.
«I referendum e le amministrative
dimostrano che la partita è aperta,
ma non è vinta», è la fotografia scattata da Landini. Per vincerla non basta
dire no. Bisogna fare proposte e riempire di contenuti i punti programmatici. E se sul contratto nazionale non
ci sono dubbi, qualche dubbio c’è sulle modalità di lotta per ottenere reddito per i precari. Rilanciare sulla costruzione di uno sciopero precario
ancora non convince i sindacati tradizionali. Landini preferisce approfondire l’argomento in una nuova assemblea. Dove e quando? Luca Casarini
propone un nuovo incontro già a Genova tra 20 giorni. Ma la data non viene fissata proprio per potersi adattare agli eventi. L’assemblea milanese è
anche l’occasione per fare il punto
sulle tante realtà di questa rete. Gli interventi più applauditi sono stati
quello del rappresentante di Pomigliano - «nessun contratto può fare
fuori la Fiom, perché noi la Fiom la
portiamo nel cuore sempre» - e quello della rappresentante dei movimenti della Val di Susa: «Si prepara un imminente intervento con 1500 poliziotti, non lasciateci soli, ognuno si muova nella propria città».
Dopo una intensa giornata, l’assemblea è aggiornata a fine luglio o ai
primi di settembre. Ma la festa milanese della Fiom continua. Ieri sera si
è parlato di precarietà con Tito Boeri,
Corradino Mineo e Gianni Rinaldini,
e hanno suonato i Punkreas. Questa
sera si chiude con il dibattito su modello sociale e sostenibilità, intervengono Cecilia Strada, Guido Viale,
Maurizio Landini, Luca Telese e Loris
Campetti, poi la musica dei Vallanzaska.
DOMENICA 26 GIUGNO 2011
il manifesto
GAY
pagina 7
Grande mela • Cuore della battaglia per i diritti, combattuta anche a botte con la polizia
e in celebri riot scoppiati di fronte allo «Stonewall Inn», la città oggi scende in strada e festeggia
STATI UNITI · Approvata la legge: raddoppia il numero di americani Glbt che potranno sposarsi
PRIDE NEL MONDO IN FESTA
Matrimoni omosex,
a New York ora si può
A Milano e Napoli
sindaci in prima linea
Giulia d’Agnolo Vallan
De Magistris apre
il Pride e balla Ymca.
Il saluto di Pisapia:
«Qui, mai ghetti né
invisibili o esclusi»
A
lla svolta storica newyorkese il mondo gay risponde con vero giubilo. I Pride annuali che da giorni si stanno svolgendo in tutte
le città del mondo, si sono trasformati ieri in cortei festanti con
migliaia di persone - da Berlino a Parigi, da Seattle a Helsinki e Valencia - al grido: «Oggi siamo tutti newyorkesi». Perfino l’Italia esplode di
gioia, con i Pride di Milano e Napoli che si trasformano in manifestazioni di forza democratica. Oltre 50 mila persone (secondo gli organizzatori) sfilano in centro a
Milano raggiunti dal messaggio del neosindaco Giuliano
Pisapia, l’unico che da candidato aveva incontrato le associazioni lgbt e promesso
di istituire un registro delle
unioni civili. «Buona Milano
- è il saluto di Pisapia letto
dal carro dell’Arcigay dall’assessore al Welfare Majorino – accolgo la vostra manifestazione con
soddisfazione perché dopo 18 anni di chiusura e ostracismo è stata
approvata all'unanimità dalla giunta di Milano la concessione del patrocinio di quella che consideriamo un momento importante di accoglienza e di riconoscimento di una parte della cittadinanza». Nella nostra Milano - ha concluso il sindaco - non ci saranno ghetti, non ci saranno esclusi nè invisibili; sarà forte il mio impegno per evitare qualsiasi discriminazione e per combattere la cultura omofobica». Un successo, quello milanese, talmente brillante da far proporre al presidente nazionale di Arcigay Paolo Patanè di candidare il capoluogo lombardo a sede dell’Euro Pride 2015.
Da New York a Napoli, si sa, il passo è breve. «Napoli e gli Stati Uniti
sono vicini su tanti temi: e oggi da lì arriva un segnale importante. In
campagna elettorale abbiamo più volte ragionato su un registro delle
coppie di fatto». Nella capitale partenopea il sindaco Luigi De Magistris,
invece, c’era. E, accompagnato da Vladimir Luxuria, madrina della manifestazione, dal suo vice Tommaso Sodano e dall'assessore alla Sicurezza Giuseppe Narducci, ha sfilato in testa al corteo del primo Campania
Pride. Lancia il suo messaggio al popolo lgbt da uno dei tanti carri, insieme alle drag queen, protetto dal sole da un ombrellino verde e ballando
Ymca dei Village People, senza tema di essere chiamato «’o femminiello». Perché l’omofobia non parli più l’italiano, né il napoletano.
NEW YORK
D
all’interno della Camera del
Senato ad Albany, dove un
folto pubblico si era raccolto
in attesa del voto, al Greenwich Village di Manhattan, dove una folla vastissima ha occupato Christopher
Street e dintorni in corrispondenza
del leggendario bar «Stonewall Inn»,
luogo geografico e simbolico della
nascita - oltre quaranta anni fa - del
movimento per i diritti gay, la città e
lo stato di New York sono esplosi in
una celebrazione generale.
Entro trenta giorni, quando entrerà in vigore la legge approvata nella
notte di venerdì, anche gli omosessuali di New York potranno sposarsi.
Tra urla, abbracci, brindisi a base di
birra e champagne, e un frenetico
agitarsi di telefonini e palmari con
cui celebrare anche virtualmente la
notizia, qualcuno intanto annunciava il fidanzamento, mentre le luci dell’Empire State Building sfoggiavano i
colori dell’arcobaleno.
Unica dichiaratamente gay tra i
principali conduttori di Tg, la telegiornalista di Msnbc Rachel Maddow
è apparsa in una fascia oraria diversa
da quella del suo programma quotidiano, per seguire e commentare in
diretta la svolta.
Dopo Massachusetts, Vermont,
New Hampshire, Iowa e il distretto
di Columbia (la città di Washington),
New York è il sesto stato dell’Unione
a legalizzare le nozze tra gay, ma essendo uno dei più popolosi, a partire
da venerdì notte ,il numero di omosessuali americani che avranno accesso al matrimonio è di fatto raddoppiato.
Cuore profondo della battaglia per
i diritti gay, combattuta anche a botte con la polizia, in celebririot scoppiati proprio di fronte al muro di mattoni rossi dello «Stonewall Inn», New
York aggiunge una pedina fondamentale al processo di legalizzazione e di allargamento dei diritti alla comunità omosessuale. Oggi a New
York si svolgerà la parata annuale del
gay pride, che ovviamente sarà una
grandissima festa per la vittoria ottenuta.
Quanto era stata bruciante la sconfitta in California (dove i matrimoni
gay sono stati resi illegali nel 2008,
dopo un combattuto referendum),
tanto è importante il successo
newyorkese. Non solo dal punto di vista simbolico: fortemente voluta dal
governatore dello stato Andrew Cuomo (cattolico, pragmatico, riservato
NEW YORK, FESTEGGIAMENTI DOPO L’APPROVAZIONE DEI MATRIMONI GAY/REUTERS
e per nulla passionario), che ha firmato l’entrata in vigore immediatamente dopo il voto al Senato, la legge è passata - 33 voti contro 29 - grazie alla defezione di ben quattro senatori repubblicani dalla parte del sì.
Solo due anni fa, con un senato a leadership democratica (adesso è repubblicana) la stessa iniziativa era
stata brutalmente sconfitta.
Fino al momento del voto, anche
questa volta nessuno era matematicamente sicuro…ma i segni di un’inversione di tendenza si erano fatti notare da qualche mese. In maggio, un
sondaggio d’opinione della Gallup
aveva riscontrato per la prima volta
che la maggioranza degli americani
era a favore della legalizzazione delle
nozze gay - con la percentuale degli
elettori indipendenti passata dal
49% al 59% nel giro dell’ultimo anno. Nello stato di New York, anche il
59% dei cattolici e dei membri del
sindacato si dichiaravano a favore. E
l’appoggio di testimonial importanti
del partito repubblicano, come Megan McCain e Laura Bush, aveva contribuito a sfumare la divisione tra i
pro e i contro sulla base ferrea delle line di partito.
Anche la coalizione che, dietro le
quinte, ha portato al risultato di ve-
LA MALEDIZIONE DELLA
STREGA NERA INCOMBE
www.gazzetta.it/lultimodeitemplari
NEI CINEMA DI FIRENZE
FULGOR - PORTICO - UCI
L’appoggio
di testimonial
importanti del partito
repubblicano,
come Megan McCain
e Laura Bush,
ha contribuito
a sfumare la divisione
tra i pro e i contro
sulla base ferrea
delle line di partito
nerdì notte potrebbe diventare un
modello per altri stati dove sono in
gioco proposte di legge analoghe: il
sindaco indipendente
Michael
Bloomberg, un pool di repubblicani
facoltosi, persino un giocatore dei
New York Rangers sono stati sponsor visibilissimi dell’iniziativa – portatori di un messaggio secondo cui il
matrimonio era una questione di diritti civili, non di diritti gay. È un
mantra che sembra avere funzionato.
Sarebbe stata proprio la riflessione sui diritti civili a far cambiare idea
a Mark Grisanti, senatore cattolico e
repubblicano della cittadina blue col-
lar, e depressa, di Buffalo, eletto l’autunno scorso e da sempre un oppositore delle nozze gay: «Mi scuso con
coloro che rimarranno offesi dalla
mia decisione. Ma non me la sento
di negare gli stessi diritti miei e di
mia moglie ai contribuenti, ai cittadini, ai lavoratori che mi hanno eletto
e a tutta le gente che rende grande
questo stato» ha dichiarato Grisanti
spiegando il suo improvviso passaggio dalla parte del sì. L’approvazione
della legge è stato un test anche per
Andrew Cuomo, governatore un po’
indecifrabile, cui mancano il carisma, il fuoco e la vocazione oratoria
di suo padre, ma che si sta dimo-
strando piuttosto efficace alle redini
degli intricati corridoi politici di Albany.
Nell’entusiasmo generale non c’è
l’endorsement ufficiale di Barack
Obama. Il presidente Usa si è sempre detto favorevole alla parità dei diritti delle coppie gay, ma non al matrimonio. Un paio di settimane fa, voci anonime dall’interno delle Casa
Bianca, suggerivano che la sua opinione sul tema stava «evolvendosi».
Giovedì sera, mentre Albany era in
piena trattativa politica, Obama ha
presenziato a un fundrising organizzato da gruppi gay a Manhattan. Ma
sul matrimonio non ha detto nulla.
DON’T ASK DON’T TELL · Più difficile del previsto l’abrogazione della vecchia «legge del silenzio»
Gay in divisa, l’ultima battaglia
Obama prudente
sullo spartiacque
ideologico
che divide liberal
e conservatori
M. d’E.
I
l governatore dello Stato di New
York, Andrew Cuomo, ha firmato venerdì la legge che legalizza
i matrimoni tra omosessuali nel suo
stato, che diventa così il sesto a riconoscere unioni tra partner dello stesso sesso. Cinque di questi sei stati
(Connecticut, Massachusetts, New
Hampshire, New York, Vermont)
fanno parte del New England (di
questa regione manca all’appello solo il Maine). Al di fuori del New England solo lo Iowa riconosce i matrimoni tra omosessuali. Ma per l’importanza dello stato di New York,
quella dell’altro ieri è stata la vittoria
più grande per il movimento omosessuale anche perché la Grande
Mela conta la maggiore comunità
gay del paese.
Tuttavia il voto di Albany di vener-
dì non è stato l’unico evento politico di questa settimana a riguardare
gli omosessuali. Giovedì il presidente degli Stati uniti, Barack Obama,
aveva tenuto il suo primo raduno
elettorale con la comunità gay e lesbica di New York per raccogliere
fondi. Qui Obama aveva chiesto ai
suoi ascoltatori di essere «pazienti»
sul matrimonio gay.
Ma sempre venerdì erano attesi
(invano) i rapporti stilati dai comandi delle quattro armi (aviazione, marina, esercito e corpo dei marine)
sull’esito dei corsi di addestramento
in cui non è stata più praticata la legge del «Dadt» (acronimo di Don’t
ask, don’t tell, «non chiedere, non dire»), regola di compromesso instaurata da Bill Clinton, quando il tentativo di legalizzare la presenza dei
gay nelle forze armate era stato respinto dal Pentagono e si era giunti
alla soluzione del silenzio: essere
gay nelle forze armate era consentito, ma a patto di non esplicitarlo. A
dicembre scorso Obama aveva firmato la revoca del don’t ask don’t
tell, ma non è ancora giunto il decreto attuativo del ministero della difesa che attendeva il parere dei comandanti. Ora, il ministro Robert
Gates (nominato nel dicembre 2006
da George Bush al posto di Donald
Rumsfeld e - caso unico nella storia
Usa - confermato nel gennaio 2009
da un presidente del partito avverso) sta per dimettersi, ed è improbabile che firmerà il decreto, lasciando così la patata bollente al suo successore, l’attuale capo della Cia, il
democratico Leon Panetta.
Visto dall’Europa, è difficile capire perché nel dibattito politico Usa
sia diventata così nevralgica la questione gay o, per meglio dire - in
questo paese che va pazzo per gli
acronimi - la questione Lgbt (lesbian, gay, bisexual and transgender). Anche perché in passato l’intera questione era soffocata da una
cappa di silenzio ben più opprimente che in Europa. Fu anzi proprio la
guerra 1941-1945 a far venire a contatto gli omosessuali americani con
una più aperta realtà europea: fu al
ritorno in patria dei reduci gay che
fiorirono comunità e gruppi di pressione: e fu negli anni ’60 che la militanza americana prese la forma di
«lotta antidiscriminatoria per i diritti civili»; e il diritto alla propria (omo)
sessualità fu equiparato a quelli di
razza e di genere.
Il tema gay, come l’aborto, costituisce uno spartiacque ideologico
per definire il concetto di liberal.
Tanto che i cosiddetti Reagan democrats furono quei colletti blu tradizionalmente democratici, che però
erano ideologicamente contrari ai
gay e all’aborto (per esempio perché cattolici irlandesi o italoamericani) e quindi votarono Reagan. E
sempre più il partito repubblicano è
andato definendosi come partito anti-gay e antiaborto, condannandosi
però a perdere quote importanti di
elettori. Come mi faceva osservare a
Los Angeles il politologo Marc Cooper: «la demografia condanna i repubblicani».
Ma il tema spacca gli opposti
schieramenti. I latinos e i neri votano a grande maggioranza democratico ma tra loro è dominante il machismo secondo cui solo i bianchi
sarebbero maricon o faggots. Ampi
settori della classe operaia sindacalizzata (per esempio teamsters e portuali) condividono questi pregiudizi
pur sconfessati ufficialmente dalle
loro Unions. È la ragione per cui anche sul tema gay Obama si muove
con quell’estrema cautela che lo caratterizza altrove.
pagina 8
il manifesto
DOMENICA 26 GIUGNO 2011
AMERICA LATINA
ARGENTINA · La presidenta ha annunciato che si ricandiderà per le presidenziali del 23 ottobre prossimo
La seconda volta di Cristina
una rielezione quasi sicura.
La presidenta argentina dal dicembre 2007 si è ritrovata in una situazione a dir poco vertiginosa. Subito dopo
l’insediamento comincio la rivolta degli agrari, che respingevano l’aumento
delle tasse sui colossali profitti dovuti
al boom delle esportazioni agro-pecuarie. Contemporaneamente il governo
lanciò un progetto per rompere il monopolio dei mezzi di comunicazione,
che ebbe gli elogi dell’Onu ma provocò una guerra senza quartiere del Clarin, il gruppo fino ad allora semi-monopolista. Dopo aver perso le elezioni
di medio termine del giugno 2009,
Ci sono debiti aperti
ma le misure prese
dai Kirchner dal
2005 dicono che
hanno fatto molto
LA PRESIDENTE CRISTINA FERNANDEZ DE KIRCHNER MENTRE ANNUNCIA LA SUA RICANDIDATURA ALLA CASA ROSADA/REUTERS
Sebastián Lacunza
BUENOS AIRES
O
ra il quadro delle candidature,
in vista delle elezioni presidenziali del prossimo 23 ottobre, è
chiaro. Ieri, termine ultimo per presentare le liste e i nomi, si è avuta la conferma che Cristina Fernandez de Kichner, la presidente peronista di centrosinistra, ripresenterà la sua candidatura, e stando ai sondaggi ha buone probabilità di tornare a vincere.
La candidata
peronista di centro
sinistra con il 45%
nei sondaggi a suo
favore, è la favorita
Un segnale del clima favorevole per
Cristina viene dalla quantità di precandidati che hanno rinunciato alla
corsa (il vice-presidente Julio Cobos, il
sindaco di Buenos Aires Mauricio Macri, il cine-asta Pino Solanas) nonostante che di volta in volta molti di loro fossero stati presentati dalla stampa
d’opposizione come seri concorrenti. I
sondaggi concordano che la presidente-candidata avrebbe oggi intorno al
45% dei voti, più di 25 punti avanti al
suo avversario più prossimo e una cifra sufficiente per essere rieletta al primo turno.
Cristina si presenta alla tesat del
Frente para la Victoria, una coalizione
creata da suo marito, l’ex presidente
Néstor Kirchner morto all’improvviso
il 27 ottobre scorso, centrata sul Partito Giustizialista e con vari gruppi di sinistra e centro-sinistra come alleati.
Dopo negoziati e trattative che si sono protratte fino all’ultimo minuto,
l’esponente della Union civica radical
Ricardo Alfonsin, figlio dell’ex-presidente social-democratico Raul Alfonsin (1983-1989), sarà il candidato dell’alleanza di centro-destra Union para
el desarrollo social, che conta sul 20%
dei voti. La virata di Alfonsin richiama
l’attenzione in quanto lui si è sempre
detto un progressista. Però nelle ultime settimane ha stretto un patto con il
miliardario di destra Francisco de Narvaez, candidato a governatore della
provincia di Buenos Aires, dove risiede
più di un terzo dell’elettorato.
Con ancor meno chanches di arrivare a un ballottaggio, ci saranno anche
l’ex-presidente della destra peronista
Eduardo Duhalde, con un programma
conservatore e alleanze fino all’ultradestra, e Hermes Binner, del Partito socialista, attuale governatore della provincia di Santa Fe, alla testa di un Frente amplio progresista di centro-sinistra.
Ancora più indietro risulta la liberal-cristiana Elisa Carriò (che ebbe il
23% dei voti nelle presidenziali del
2007). Lei e i suoi alleati raggruppano i
settori che odiano i Kirchner ma nel
corso dell’ultimo anno hanno perso
peso. In una delle sue dichiarazioni ultime ha detto che lei «dorme più tranquilla da quando quest’uomo (Kirchner) è morto» e che «il lutto di Cristina
è solo una maschera».
Tutti dovranno passare dalle elezioni primarie obbligatorie del 14 agosto,
in cui bisognerà ottenere più dell’1.5%
dei voti per potersi presentare in ottobre. Questa soglia complica la candidatura trotzkista-anticapitalista del Frente de izquierda e los trabajadores e di altri gruppi minori. Un eventuale risultato di Cristina al di sotto del 40% nelle
primarie, sommato a probabili sconfitte nelle elezioni per i governatori di
Santa Fe, Cordoba e Buenos Aires - fissate nelle prossime settimane, potrebbe modificare tuttavia la percezione di
UN SILENZIO INQUIETANTE
Voci (Usa) su uno «stato
critico terminale» di Chavez
Che succede con Hugo Chavez? Operato d’urgenza il 10 giugno mentre si trovava in visita a
Cuba, ufficialmente, per «un ascesso pelvico»,
da allora il mistero circonda la sua operazione
e, soprattutto, il suo decorso. Per uno come lui
instancabile parlatore, il prolungato silenzio alimenta ogni tipo di voci. Una breve dichiarazione telefonica alla tv venezuelana il
12 («tutto bene», «la biopsia non ha rivelato nulla di maligno»), poi più nulla fino
a giovedì scorso quando è «ricomparso» sulla sua pagina Twitter e poi ancora venerdì quando ha inviato un saluto alle forze armate in occasione dell’anniversario
della’indipendenza venezuelana. Anche le ottimistiche dichiarazioni iniziali dei suoi
ministri (sta bene, tornerà in pochi giorni) hanno lasciato il posto a parole più prudenti, almeno sui tempi del recupero e del ritorno (tornerà quando di sarà completamente rimesso). Suo fratello Adan, ritornato dall’Avana mercoledì, ha detto che
«sta rimettendosi in modo soddisfacente» e che entro 10-12 giorni dovrebbe tornare a Caracas. La sua foto sorridente con Fidel e Raul Castro, in visita all’ospedale,
pubblicate dal Granma non sono state sufficienti a convincere. Sono cominciate a
circolare voci sulla stampa Usa, attribuite a «fonti dell’intelligence», che Chavez
(57 anni il mese prossimo) in realtà sarebbe stato operato di un cancro alla prostata o al colon, o per una diverticolite, o per un’infezione seguita a una liposuzione, e che sarebbe «in stato critico terminale». Voci alimentate anche, ieri, dal Miami Herald che dice di aver saputo che la figlia Rosinés e la ex moglie Marisabel
Rodriguez sarebbero partite all’improvviso per l’Avana; e dal ministro degli esteri
Nicolas Maduro che ha rilasciato una dichiarazione un po’ confusa ma drammatica sulla «battaglia per la vita» del presidente «e per il futuro immediato della patria». Il vice presidente Elias Jaua però ha rifiutato finora le richieste dell’opposizione parlamentare di giurare come presidente ad interim: sarebbe «un tradimento»,
«il presidente legittimo è Hugo Chavez, non equivocatevi signori della destra».
Colombia/ PARLA IL MINISTRO DELL’AGRICOLTURA
«Santos non è un calco di Uribe»
e la legge è fatta per le vittime
M.M.
ROMA
LA MALEDIZIONE DELLA
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quando erano in molti a pronosticare
che non sarebbe arrivata alla fine del
mandato, i Kirchner ai afferrarono al
loro istinto: raddoppiare la posta nelle
situazioni difficili. Da allora il governo
è riuscito a far approvare la legge sui
media, quella sul matrimonio egualitario, ha rinazionalizzato lo scandaloso
sistema delle pensioni private (ancora
vigente in Cile e Perù), ha assegnato
un bonus universale di 50 euro per
ogni figlio minore di 18 anni e ha introdotto altre misure d’impatto sociale.
Il ciclo dei Kirchner lascia diversi
conti aperti.
Uno, in materia di trasparenza e
onestà. Sono molte le denunce fondate sulla gestione di funzionari e ministri importanti, nel silenzio della giustizia. Poi, per quanto la povertà sia caduta di quasi un terzo rispetto ai livelli in
cui era quando s’insediò Néstor Kirchner nel 2005 (54%), la falsificazione dei
dati sull’inflazione da parte dell’istituto ufficiale di statistica (Indec) impedisce al governo di ostentare questo dato che probabilmente è il più significativo della sua gestione. L’Indec assicura che la povertà si situa oggi al 9.9%,
una cifra a cui nessuno credem mentre la chiesa cattolica (che sta all’opposizione) ritiene che sia superiore al
35%. Le stime più serie la danno al
22%, quasi il triplo di quella che l’Argentina aveva nel ’75.
Nonostante queste riserve, la realtà
mostra che il governo peronista dal
2003 ha preso una serie di misure concrete che altri governi della regione,
più esplicitamente «progressisti» e con
miglior stampa in Europa, neanche si
sono sognati.
I
l presidente della Colombia Manuel Santos da
quando è entrato in carica il 7 agosto scorso si è
sforzato se non di cancellare, di togliersi di dosso
la fastidiosa fama di essere «un calco» del suo (pessimo) predecessore, Alvaro Uribe, di cui era stato il ministro della difesa. Prima di tutto nella scelta dei ministri, molti dei quali invisi a Uribe e agli uribisti d’assalto. Fra loro il ministro dell’agricoltura, Juan Camilo
Restrepo, in questi giorni a
Roma per partecipare al
vertice Fao che oggi deve
eleggere il successore di
Jacques Diouf alla direzione (una sfida fra il brasiliano José Graziano, ex ministro di Lula, e lo spagnolo
Miguel Angel Moratinos,
ex ministro di Zapatero).
Il 10 giugno a Bogotà,
davanti anche al segretario dell’Onu Ban Ki-moon, Santos ha messo la firma
sulla Ley de victimas e restitucion de tierras, che vuole
essere la legge-simbolo della sua amministrazione,
una legge ambiziosa, difficile, rischiosa, costosa
(10-20 miliardi di dollari in 10 anni). Ma ineludibile:
«era un debito non pagato», dice il ministro. La legge,
continua, intende «per la prima volta compensare le
vittime», quelle «400 mila famiglie» (1.5-2 milioni di
persone) che «il conflitto interno» (negato da Uribe e
annegato sotto la voce generale di «terrorismo», ma
probabilmente riconosciuto ora da Santos) ha prodotto per via diretta o indiretta (effetti collaterali) «negli
ultimi 25 anni». La Colombia è il paese in cui esiste il
più gran numero al mondo di «desplazados», profughi interni costretti dai narcos, dalle loro squadre-killer dei «paras» (paramilitari) e anche dai gruppi guerriglieri a sloggiare dalle loro terre. Il Colombia, dice,
su 37 milioni di ettari di terreni ad allevamento e 5 milioni ad uso agricolo, ci sono 4 milioni di ettari «abbandonati», 2 milioni «despojados», ossia rubati («il
punto più difficile da risolvere»), e 500 mila ettari fiJUAN CAMILO
niti nelle mani dei narcos.
RESTREPO La Ley de
Soprattutto su questi la legvictimas y restitucion de
ge prevede una formula
tierras era un debito non
chiamata «extincion del dopagato alle le 400 mila
minio» con cui i nuovi
famiglie di campesinos
«giudici agrari» potranno
cacciati dal conflitto armarestituire le terre rubate
to negli ultimi 25 anni
agli antichi proprietari.
«Non è una riforma agraria in senso classico - dice
- ma una grande trasformazione agraria, di portata
forse ancora maggiore». La legge, i giudici agrari, i
campesinos non faranno la fine delle centinaia di sindacalisti di cui la Colombia ha il record mondiale delle uccisioni (ma dal 7 agosto «solo 7 o 8», dice). O delle
migliaia di militanti della Union Patriotica sterminati? «Il pericolo c’è, ma deve essere possibile ed è parte
di un processo di pacificazione del paese che non
può essere solo una pax romana».
DESAPARECIDOS
Si svela il mistero
dei due figli della
padrona del Clarin
Se. La.
BUENOS AIRES
S
ono state 9 ore di tensione che
hanno posto fine a una resistenza di più di 10 anni. Venerdì scorso i figli adottivi della padrona del
gruppo mediatico Clarin, Ernestina
Herrera de Noble, hanno finalmente
acconsentito a farsi prendere campioni di sangue e saliva perché siano messi a confronto con quelli di oltre 210 famiglie di desaparecidos durante la dittatura del ’76-’83.
Le 9 ore sono dovute al fatto che gli
avvocati delle due parti si sono dati
battaglia su un punto-chiave: che i
campioni siano conservati nella Banca
nazionale di dati genetici perché possano essere utilizzati in futuro, se si presentassero nuove famiglie di desaparecidos. La posizione ferma assunta dalla giudice Sandra Arroyo Salgado ha
convinto i due fratelli ad accettare questa eventualità, prevista dalla legge.
Intanto i campioni presi saranno
confrontati con quelli di 200 famiglie,
una procedura che ha già consentito
di recuperare la vera identità di 104 figli di desaparecidos, molti dei quali furono rubati dagli stessi repressori che
torturarono e fecero sparire i loro genitori.
La vera identità di Marcela e Felipe
starebbe dunque per venire alla luce.
Le Nonne della piazza di Maggio sospettano da anni che loro siano i figli
rubati a desaparecidos, come accadde
ad almeno altri 400 neonati. Un cumulo di irregolarità già comprovate nell’adozione di entrambi (che non sono
fratelli di sangue) e i mille e mille ostacoli frapposti dal Clarin, uno dei gruppi mediatici più poderosi dell’America
latina, alimenta i sospetti degli organismi per i diritti umani.
Gli avvocati di Marcela e Felipe e di
Ernestina (che ha 86 anni) si sono opposti ostinatamente all’ipotesi che i
campioni prelevati venerdì restassero
depositati nel Bndg. Ciò che alimenta
ancor di più il sospetto avanzato perfino dall’entourage delle Nonne che gli
avvocati di Clarin abbiano potuto realizzare il confronto dei campioni per
via extra-ufficiale e illegale, verificando che il risultato sia negativo.
Un’ipotesi suffragata dal brusco
cambio di posizione da parte di Marcela e Felipe, che si sono opposti ai test
del dna per tutto il tempo possibile fin
quando, due settimane fa, li hanno
inaspettatamente accettati. Una delle
perite dei due fratelli è Ana Maria Di
Leonardo, l’ex-direttrice del laboratorio genetico che funzione nell’ospedale Durand di Buenos Aires. Tuttavia
Estela Carlotto, la leader della Nonne,
non crede alla possibilità che Clarin
abbia già potuto fare il confronto per
via privata, dal momento che sostiene
che dati del Bndg sono confidenziali,
con controlli incrociati difficili da vulnerare. Il Bndg è un istituto scientifico
d’avanguardia e di riferimento mondiale nel campo della restituzione dell’identità a partire dalla genetica.
La probabilità che i due ragazzi siano figli di desaparecidos ma che il risultato sia negativo non è infondata. Da
un lato, ci sono famiglie di cui non è rimasta nessuna traccia genetica perché sono sparite al completo: il fatto
che non sia rimasto nessun famigliare
vivo per parte di madre rende impossibile stabilire l’identità del minore rubato. D’altra parte, ci sono casi di desaparecidos che erano campesinos di
estrazione multo umile del nord argentino, le cui famiglie non hanno
mai presentato la denuncia della
scomparsa dei famigliari.
Poi molti desaparecidos vivevano
nella clandestinità prima di essere sequestrati, per cui molti genitori non sapevano che le figlie fossero incinte.
Questo per esempio è il caso di Martin Amarilla, il nipote recuperato numero 98.
DOMENICA 26 GIUGNO 2011
il manifesto
IRAN
pagina 9
Tehran • Il presidente è sotto pressione. Il suo più stretto collaboratore, Mashaeì, è accusato di
guidare una «setta deviante» che mina l’autorità della Guida suprema. Una crisi? Più probabile un governo debole
Marina Forti
IL PRESIDENTE
IRANIANO MAHMOUD
AHMADI
NEJAD/REUTERS
D
ue giorni prima era un viceministro degli esteri delle Repubblica islamica dell’Iran. Due
giorni dopo era un detenuto, imputato
di gravi malversazioni finanziarie e additato come appartenente a una «corrente deviante». La vicenda di Mohammad Sharif Malekzadeh, uomo molto
vicino al presidente iraniano Mahmoud Ahmadi Nejad (e ancor più vicino al controverso capo dello staff presidenziale, Esfandiar Rahim Mashaeì) dice molto della lotta di potere in corso
in Iran: uno scontro clamoroso, tanto
più in un paese dove l’establishment
politico ha sempre voluto dare verso
l’esterno un’immagine di unità.
Malekzadeh ha rinunciato al posto
di viceministro (cui era stato nominato la settimana scorsa) dopo che il parlamento ha avviato una procedura di
impeachment contro il ministro degli
esteri Ali Akbar Salehi accusandolo
proprio di quella nomina, a cui si era
opposto il ministro dell’intelligence.
Malekzadeh dunque si è fatto da parte, dichiarando di voler proteggere il
ministro degli esteri dal voto di sfiducia (che infatti è stato ritirato). Nello
stesso giorno, i deputati hanno negato
la fiducia al ministro dello sport nominato da Ahmadi Nejad, Hamid Sajjadi.
Un sito di notizie conservatore, raja
news, ha commentato che «la corrente
deviante voleva piazzare i suoi uomini
ma gli è andata male».
Lo scontro politico, secondo molti
commentatori interni, ha polarizzato
l’establishment ancor più di quanto
abbia fatto l’opposizione riformista
nel giugno 2009. E oppone il presidente Ahmadi Nejad con un suo ristretto
circolo di consiglieri nientemeno che
alla Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, prima carica dello stato, che
pure lo aveva difeso totalmente nel giugno 2009 in pratica assegnando a lui la
presidenza dopo una vittoria elettorale dubbia. Oggetto dello scontro oggi
sono il ruolo e i poteri della presidenza
della repubblica, che Ahmadi Nejad
ha cercato di rafforzare; tra le poste in
gioco c’è il controllo di posizioni chiave alla vigilia di due tornate elettorali
(elezioni legislative nel marzo 2012,
presidenziali nel 2013) .
In un discorso alla nazione trasmesso dalla tv di stato la settimana scorsa,
il presidente ha descritto la sua relazione con la Guida suprema come quella
di un figlio verso il padre. Un’affermazione di fedeltà: ma nessuno l’ha presa
alla lettera, anzi molti l’hanno interpretata come un segno che Ahmadi Nejad
è in posizione perdente). Anche perché in quel discorso lui si è limitato a
descrivere la sua politica economica
come un successo (non è mai stata così contestata) e lanciare le rituali accuse all’America e a Israele: non una parola su perché in maggio era scomparso per 10 giorni, rifiutando di svolgere
le sue funzioni di presidente. E poi, il
discorso è andato in onda con la dicitura live, in diretta, ma non lo era: come
sanno tutti gli insider politici iraniani
(lo fa notare la corrispondente del Financial Times), anche questo come
tutti i discorsi del presidente è andato
in differita, in modo che l’ufficio di
Khamenei possa controllare e «editare» il contenuto.
Attriti tra Khamenei e Ahmadi
Nejad trapelano da oltre un anno, ma
la controversia pubblica è esplosa due
mesi fa, quando il presidente ha tentato di far dimettere il ministro dell’intelligence Heidar Moslehì, contro il volere della Guida suprema: Khamenei ha
respinto le dimissioni, impedendo a
Ahmadi Nejad di mettere un suo uomo in quel ministero. Il braccio di ferro è durato alcuni giorni, poi Ahmadi
Nejad ha dovuto rinunciare (è allora
che ha attuato il suo inusuale «sciopero»). La Guida suprema ha mantenuto
l’ultima parola (è una regola non scritta che i ministeri della difesa, intelligence e affari esteri siano sottoposti a
un suo veto). A quanto pare Khamenei
temeva che il presidente usasse il suo
controllo sull’intelligence per assumere informazioni sui rivali politici in vista delle elezioni.
Non è tutto. L’ufficio della Guida, e
le correnti fondamentaliste che a lui si
richiamano, accusano il presidente e
un suo gruppo di consiglieri di voler
espandere i poteri della presidenza e
di minare l’autorità stessa della Guida
IRAN · Tra arresti, campagne di stampa e minacce di impeachment
Il presidente dimezzato.
Lotta di potere a Tehran
Lo scontro tra il presidente Ahmadi nejad e
la Guida suprema, l’ayatollah Khamenei, è
ormai pubblico. In gioco sono i rispettivi
poteri - e il controllo delle prossime elezioni
suprema. Qui entra in gioco il capo dello staff presidenziale, Mashaeì, confidente e consuocero di Ahmadi Nejad,
spesso descritto come la sua anima nera. Ed entra in gioco anche la teologia.
Ahmadi nejad ha parlato spesso dell’ultimo imam, il Mahdi, che secondo la
dottrina sciita è scomparso nel tempo
e tornerà. Il presidente non solo coltiva il culto dell’imam nascosto (in ciò
asseconda un’ampia corrente dell’islam sciita che considera imminente
l’avvento terreno del Mahdi): a volte
ha dichiarato di «sentire» uno speciale
legame con lui. Coltiva il culto del
12esimo imam anche Mashaeì, il quale non ha mai nascosto la sua vena esoterica mistica.
Per farla breve, gli ultraconservatori
accusano Mashaeì di guidare una corrente di mistici che pretendono di poter entrare in contatto diretto con il
Mahdi. Eresia: così disconosce il principio della «supremazia del giureconsulto» (velayat-e faqih) impersonato nella
Guida suprema, Khamenei. Insomma,
nega il principio su cui è fondata la Repubblica islamica. La «corrente deviante» di Mashaeì, dicono fior di ayatollah
e intellettuali fondamentalisti, vuole
imporre un pensieri di «liberalismo
culturale». Gli rimproverano poi di promuovere l’idea di nazionalismo a spese della «identità» islamica. Ed ecco
che la complicata teologia torna su
questioni molto terrene, di potere.
Pochi giorni dopo lo scontro sul ministro dell’intelligence, fonti ufficiali
davano notizia dell’arresto di un gruppo di persone accusate della «deviazione» eretica, far appello a poteri sovrannaturali, ai jinn e cose simili: tutte persone molto legate a Mashaeì e al presidente, tra gli altri l’ayatollah che serve
come predicatore del venerdì nel palazzo presidenziale (scarcerato pochi
giorni fa). Un messaggio. Mashaeì era
dato come uno dei probabili candidati
alla presidenza nel 2013 - ora Ahmadi
Nejad è sotto pressione a mollarlo.
La Guida suprema dunque ha lanciato un’offensiva per «dare una regolata» al presidente che pure lui aveva
sostenuto (e con reciproco vantaggio,
visto che Ahmadi Nejad ha silenziato
l’opposizione riformista che Khamenei sentiva come una sfida). Già i predecessori di Ahmadi Nejad si erano
scontrati ai limiti del proprio potere,
nel peculiare sistema della Repubblica
islamica: dove istituzioni elette (presidente, parlamento) sono sottoposte a
poteri cooptati dalla Guida suprema,
che ha l’ultima parola sulla sicurezza
nazionale, nomina i vertici della magistratura e della tv di stato e il Consiglio
dei guardiani.
Oggi Ahmadi Nejad ha contro il parlamento, dove è in maggioranza il blocco dei «fedeli ai principi» e che è presieduto da Ali Larijani, l’ex negoziatore
nucleare, figura fedele alla Guida suprema (e anche lui probabile candidato presidenziale). Ha contro la magistratura, presieduta da un altro fratello
Larijani. Il suo governo deve affrontare
numerose inchieste per corruzione e
malversazioni in cui sono coinvolti gli
uomini più vicini al presidente, incluso uomini di Mashaeì: bella ironia per
il presidente che si presenta come un
onesto figlio del popolo contro i vecchi
politici corrotti. Deve rispondere anche di pesanti accuse di incompetenza
politica ed economica, l’inflazione, la
disoccupazione crescente.
I deputati del Majlis hanno annunciato per lunedì una mozione, firmata
da almeno un terzo dei deputati come
vuole la procedura legale, per convocare il presidente a rispondere a una serie di domande, e alcuni minacciano
una procedura di impeachment nei
suoi confronti. Anche se questo sembra un esito improbabile: il regime è
forte, le Guardie della rivoluzione sono con la Guida suprema, e questa
non vorrà aprire una crisi di governo
con il pericolo che l’opposizione riformista siprenda voce – e in un momento così delicato per le relazioni internazionali, con il Medio oriente arabo percorso da movimenti di protesta e il dialogo sul dossier nucleare bloccato.
AFGHANISTAN
DIRITTI UMANI
Strage in ospedale,
35 morti
Lettera all’Onu:
venite a vedere
le carceri
Almeno 30 persone sono rimaste uccise ieri in Afghanistan, in
un attacco suicida che ha preso
di mira un ospedale nella provincia del Logar, appena a sud
della capitale kabul. Le stime
sulle vittime per la verità variano da 20 a 35 morti, a cui si
aggiungono decine di feriti. Secondo le autorità, a provocare
la carneficina è stato un grande
veicolo, un Suv, imbottiti di
esplosivo; l’obiettivo dell’attacco non è chiaro, dice il ministero dell’interno - quello che è
chiaro però è che le vittime sono pazienti, familiari, medici.
Certo non è un attacco che faccia buona stampa ai ribelli. E
infatti Zabihullah Mujahid, portavoce dei taleban afghani, ha
negato responsabilità per l’attacco. «Condanniamo l’attacco
a un ospedale... chiunque lo ha
fatto vuole diffamare i taleban».
Il movimento fondato da Mullah
Omar aveva sottoscritto qualche
mese fa una dichiarazione in
cui si impegnava a non colpire
vittime civili, a non attaccare le
scuole femminili, non attaccare
la società civile organizzata: e
simili impegni sono citati dal
governo afghano di Hamid Karzai - e dalla Nato - come la
«prova» che i taleban sono cambiati e con loro si può, anzi bisogna dialogare in quanto sono
una delle forze politiche del paese.
UN VERTICE A T EHRAN
Il presidente afghano Karzai ieri
era a Tehran, come anche il suo
omologo pakistano Asif Ali Zardari, e insieme hanno incontrato il collega iraniano Mahmoud
Ahmadi Nejad, oltre alla Guida
suprema, l’ayatollah Khamenei.
Il vertice a tre era uno degli
eventi a margine di una «conferenza internazionale sulla lotta
al terrorismo» organizzata dal
governo iraniano.
I presidenti di Iran, Pakistan e
Afghanistan si sono impegnati a
lavorare insieme per «eliminare
l’estremismo, la militanza armata, il terrorismo, e a respingere
le interferenze straniere [nella
regione], che è in aperto contrasto con lo spirito dell’islam, della pace e degli interessi delle
persone». Hanno anche concordato futuri incontri a livello di
ministri degli esteri, interni e
difesa.
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H
a già ricevuto corrispondenza Ahmad Shaheed, il
diplomatico delle Maldive appena nominato Special Rapporteur delle Nazioni unite sullo
stato dei diritti umani in Iran. Sei
noti attivisti dell’opposizione, detenuti nel carcere Rejai Shahr di
Karaj (a nord di Tehran), gli hanno indirizzato una lettera aperta
in cui gli chiedono di non limitarsi
a chiedere di visitare le carceri ma
incontrare anche le famiglie dei
detenuti politici. nella lettera i sei
scrivono di essere stati arrestati
per la loro «azione civile attraverso la partecipazione alle elezioni
presidenziali del giugno 2009», e
di aver cercato attraverso questa
di «creare un cambiamento democratico e migliorare la situzione
dei diritti umani in Iran». Ma le loro «pacifiche attività» sono state
etichettate di «sedizione soft», e
con questa scusa i dissidenti subiscono arresti illegittimi, interrogatori infiniti, pressioni mentali e fisiche, detenzione senza possibilità
di contattare avvocati, processi
senza garanzie di difesa - in violazione dei principio dei diritti umani e delle leggi della stessa Repubblica islamica.
Notizia della lettera è circolata
su molti siti dell’opposizione. Sembra che i sei autori della lettera abbiano anche deciso di unirsi allo
sciopero della fame cominciato sabato scorso da un altro gruppo di
detenuti nel più noto carcere di
Evin, a Tehran. Sono 12 persone,
il loro digiuno è cominciato in protesta per la morte di due detenuti
- Haleh Sahabi, morta di infarto
dopo un tafferuglio con le forze
dell’ordine durante il funerale del
padre, e il giornalista Reza Hoda
Saber, morto dopo 10 giorni di
sciopero della fame: secondo le autorità sono due casi di morte «naturale».
La protesta dei 12 di Evin è giunto all’ottavo giorno, ed è entrata in
una zona di pericolo: giovedì si è
avuta notizia che due dei protagonisti sono stati ricoverati nell’infermeria del carcere perché le loro
condizioni precipitano. Sono Abdollah Momeni, leader del movimento studentesco riformista, arrestato poco dopo le elesioni del
2009 - era nel «comitato elettorale
dei liberi cittadini» che sosteneva
Mehdi Karroubi. E Abdolfazl Ghadiani, il più anziano detenuto politico di Evin (ha 65 anni), intellettuale riformista arrestato nel dicembre 2009.
Lo sciopero della fame ha suscitato numerose reazioni - e questo
è già un effetto importante. Diverse personalità dell’opposizione
hanno fatto appello agli ormai 18
protagonisti della protesta perchè
interrompano il digiuno: tra cui i
figli di leggendari martiri della rivoluzione (Ebrahim hemmat e Hamid Bakr, a cui sono intitolate vie
e piazze in tutto il paese) quelli di
Mir Hossein Musavi e Mehdi Karroubi, i leader dell’opposizione riformista. Un simile appello viene
dall’Associazione dei ricercatori e
studiosi di Qom, gruppo di religiosi riformisti.
Una giornata di solidarietà ai detenuti politici in Iran è stata osservata ieri in diverse città al mondo compresa Roma. mentre a tehran
giovedì la magistratura ha fatto
scarcerare Emadeddim Baghi, notissimo giornalista dissidente e
fondatore di un gruppo per i diritti civili dei detenuti: lui stesso era
uno dei 12 che hanno cominciato
il digiuno di protesta. Appena scarcerato ha detto, in un’intervista a
Amnesty international, che non
smetterà le sue attività: «Molti iraniani restano in galera ingiustamente. Io sono fuori ma metà di
me stesso resta là con gli altri».
pagina 10
il manifesto
DOMENICA 26 GIUGNO 2011
CULTURA
PAESAGGI ITALIANI
Dall’Eden
a Gomorra
OLIVO BARBIERI, «POTENZA 1999», DA «VIAGGI IN ITALIA 1982-2009» (SKIRA 2010)
Studiosi di discipline diverse, da Salvatore Settis
a Piero Bevilacqua, a Guido Viale, hanno affrontato
nei loro testi più recenti la questione dell’ambiente,
nodo cruciale per prospettare «orizzonti di futuro»
Alberto Ziparo
N
el suo recente Il Grande Saccheggio (Laterza 2011, pp.
217, euro 16), Piero Bevilacqua sottolinea come la questione
ambientale sia l’aspetto più drammatico della crisi economica – una
crisi che distrugge non soltanto le
risorse ecopaesaggistiche, ma anche e soprattutto, il tessuto politico-culturale e le soggettività civili e
sociali. Per uscirne bisogna «rimettere in valore» il territorio – con un
senso, però, che sia lontano tanto
dalle marxiane «teorie del valore»,
quanto dal concetto di «valore di
mercato» (spesso più finanziario
che economico) con cui oggi si pretenderebbe addirittura di ridefinire
(e svendere) anche i beni comuni e
culturali come l’ambiente, il territorio, il paesaggio.
Parlare di «valorizzazione» significa invece richiamarsi ai dettami
del Codice del Paesaggio, («riattribuzione di peso socio- culturale»)
o a quelli del Programma Territorialista (affermazione dei valori «verticali», intangibili,non spostabili, tipici dei luoghi).
Ecologista per forza
Non dovremmo infatti dimenticare mai che un tempo il territorio
non era esclusivamente «fattore di
produzione» e che tale è diventato
soltanto con le rivoluzioni industriali «moderne». Prima, come ricorda Angelo Turco in Configurazioni della territorialità (Franco Angeli 2010, pp. 336 euro 24), abbiamo «abitato i luoghi», depositando
«strati di civiltà» che non degradavano, anzi arricchivano, il paesaggio proprio per le relazioni virtuose
tra l’ambiente naturale e gli oggetti
che man mano vi trovavano posto.
Un tempo, certo, mancava la tecnologia per iperconsumare, offendere
l’ambiente. L’uomo era «forzosamente» ecologico ma, acquisita la
tecnologia necessaria, si è illuso di
«garantirsi la sostenibilità con il
progetto», finché il peso degli interessi economici è stato tale da pervadere e modellare l’intero spazio
(diceva Walter Benjamin che «il territorio della contemporaneità è disegnato dalla statistica»).
Un futuro possibile (anche economico) richiede dunque il blocco
del consumo di suolo, il risanamento ambientale, la riconversione ecologica delle produzioni e un alto
tasso di smaterializzazione (innovazione sociale, quanto tecnologica,
mobilità sostenibile ed energie rinnovabili, ripresa delle colture tipiche, accorciamento delle filiere,
consumi a «chilometro zero»). Di
questo tipo è la Green Economy prefigurata da Guido Viale nel suo La
conversione ecologica. There is no
alternative (NdA Press 2011, pp.
184, euro 10). Una visione di economia ecologica che tratta con le pinze il termine «sviluppo» forse qui
più prossimo alla «decrescita» e
che comunque è fondato su una ripresa «colturale e culturale» dei
contesti.
Molti riferimenti in una direzione simile giungono anche dall’ultimo lavoro di Salvatore Settis, Paesaggio, costituzione, cemento. La lotta per l’ambiente contro il degrado
civile (Einaudi 2011, pp. 326, euro
19). Nell’enfatizzare il possibile versante culturale della green economy, molta vulgata politica e mediatica usa ricordare che «l’Italia è
il paese che possiede se non il 70, il
60 o forse il 50% dei beni storicoculturali» di tutto il pianeta e quindi «ciò che stiamo distruggendo o
degradando», i beni culturali, «devono e possono diventare una voce
importante della nostra economia,
magari intrecciata a un turismo intelligente». Opportunamente Settis
sottolinea la futilità di tali argomentazioni e ricorda piuttosto il senso
«costituzionale del nostro paesaggio» («L’Italia è stata il paese al
mondo a fornire al paesaggio dignità costituzionale, con l’articolo 9
della Carta»).
Un senso costituzionale che non
Molti luoghi descritti
dai viaggiatori antichi
sono oggi cancellati,
coperti dalla cappa
di cemento che costituisce
la versione italica
della città diffusa
è solo il riconoscimento culturale
di quel Bel Paese, già connotato da
un alto valore sociale (l’importanza
del paesaggio agrario italiano, descritto da Emilio Sereni, dopo i viaggiatori del Grand Tour), ma che
sancisce l’esito di sistemi di regole
con cui la comunità nazionale – anche assai prima dell’Unità – tutela
il proprio patrimonio culturale e
ambientale, e afferma così «il proprio costituirsi come cittadinanza»
– proprio con «il rapporto quanto
mai stretto tra natura e cultura, la
creazione del famoso paesaggio italiano (Hannah Arendt)». La citazione è di Settis, che così prosegue:
«Quest’Italia non era immobile,
cambiava anzi ogni giorno, ogni
ora, piano, con cura. Quei mutamenti anche profondi, ma sempre
meditati, furono per secoli il frutto
maturo di una mediazione mentale e sociale fra l’eredità del passato
e qualche ipotesi per il futuro: ma
quali che fossero desideri e progetti, l’ago della bussola era sempre fisso su un saldo senso di familiarità
dello spazio vitale».
Monumenti della classicità
Questa continuità è ben sottolineata da Ilaria Agostini, che nel suo Il
paesaggio antico (Aion 2009, euro
16) ci offre alcune notevoli descrizioni di diversi contesti del Bel Paese di ieri da parte dei viaggiatori del
Grand Tour, tra cui famosi studiosi
del Sette-Ottocento. «Richiamati in
Italia dalle meraviglie antiche di Roma, dalle recenti scoperte archeolo-
giche vesuviane e dalle ricchezze
naturali tiburtine, ma anche dalle
mutate condizione geo-politiche, i
voyageurs focalizzano l’attenzione
sulle curiosità di storia naturale e
sulle opere d’arte: Il paesaggio agrario archeologico – come definito da
Piero Camporesi – può costituire il
fondale, ma talvolta si rivela protagonista della scena fino ad essere
letto esso stesso come monumento
della classicità».
La studiosa fiorentina descrive le
visitazioni di tre contesti ecoagricoli : la Campagna Romana, Tivoli e il
Tiburtino, la Campania Felix. Questi ambienti «costituiscono nei decenni tra Sette e Ottocento le tappe
fondamentali del Voyage d’Italia
(…) e offrono ai protagonisti, nel
contesto agrario di ascendenze millenarie, la testimonianza archeologica dell’insediamento classico, lo
spirito nel rapporto tra l’idea dell’antico e la longue durée della nostra cultura materiale»; esemplari
icone di quella fertile territorializzazione che aveva saputo dare luogo
al Bel Paese.
Gli aranci di Chateaubriand
Colpisce pensare che molti dei contesti «cantati» da esponenti notevoli della storia della cultura occidentale, da Montaigne a Cassini, da
Madame De Stael a Chateaubriand, da Bornstetten a De Sade,
sono oggi cancellati, coperti dalla
«blobbizzazione di cemento» che
costituisce la versione italica della
città diffusa. E lo studio di Ilaria
Agostini è tanto più importante perché sottolinea come viaggiatori ed
intellettuali coglievano un climax,
che significava relazioni virtuose –
ancorché costrette – non solo tra
ambiente, paesaggio e territorio
(non ancora costituitisi come modi, e quindi discipline, differenti, di
leggere lo stesso oggetto spaziale),
ma tra categorie etiche, estetiche e
pragmatiche del sapere pratico,
quotidiano.
Quello che oggi è «Gomorra», ieri
era l’ Eden: «Da Gaeta ci si trova a
tutti gli effetti nel Sud. Lasciata Fondi – scriveva Chateaubriand nel
1804 – ho salutato il primo aranceto: questi begli alberi erano pieni di
frutti maturi... La strada per Napoli
attraversa un jardin continuel:
l’aria è così dolce e la campagna,così ricolma di ogni sorta di verdura,
in tutte le stagioni; è come il paradiso terrestre».
Siamo lontani da quel mare di
«cemento e rifiuti» che oggi sommerge tutto questo e che è anche,
osserva Piero Bevilacqua, la migliore rappresentazione della distruzione dei tessuti sociali, culturali e civili. Eppure, nonostante tutti questi
sfasci – sostiene Bevilacqua – il Bel
Paese presenta ancora, oltre al patrimonio culturale, brani di paesaggio di assoluta eccellenza e rilevanza. Ce n’è abbastanza per concordare con Settis: un’altra pietra miliare sulla quale appoggiare quello
scenario di società sostenibile, abbozzato da Guido Viale (la cui green economy diviene così funzionale
INCONTRI
Urbanisti indiani
all’ateneo di Firenze
Comincia domani mattina a Firenze,
con il seminario «New Dehli – Kolkata – Florence: Training and Experiences in Urban/Regional Planning», un
singolare e interessante confronto
tra le scuole di architettura dell’università del capoluogo toscano e quelle della Jadavpur University di Kolkata e della School of Planning and
Architecture di New Delhi. Organizzata dal Laboratorio città e territorio
nei Paesi del Sud del Mondo (LabPSM) del Dipartimento di Urbanistica
e pianificazione del territorio dell’ateneo fiorentino, ovviamente in collaborazione con le due università indiane, l’iniziativa – che si intitola «A
week in Florence, Indo-Italian Meeting» e dura fino al primo luglio –
offre l’opportunità a una delegazione
di docenti e studenti indiani di entrare in contatto con il mondo universitario e con altre realtà territoriali
italiane e al tempo stesso consente
a studenti e insegnanti italiani di
conoscere la produzione scientifica
di due delle più prestigiose università indiane nel campo degli studi urbani. Un’occasione tanto più interessante, se si tiene conto della fase di
grande espansione attraversata attualmente dall’India, che proprio per
questo punta su nuove strade per
affrontare i perduranti problemi di
povertà e degrado urbano.
alla qualità del vissuto dei luoghi;
ma senza determinarla) è la tutela,
che significa non solo conservazione del patrimonio, ma capacità di
fruirlo, in coerenza con le sue caratteristiche. La nuova centralità di
cultura e qualità della vita in uno
scenario sociale prossimo futuro
costituisce insomma la struttura
principale di un programma politico. Bevilacqua e Viale del resto concordano: si esce dalla crisi abbandonando la centralità del pil e assumendo quella dei luoghi di vita.
È interessante rilevare come i diversi autori che abbiamo fin qui citato, pur provenendo da esperienze scientifiche e culturali affatto diverse, convergano con il Programma Territorialista di Alberto Magnaghi. Laddove quest’ultimo ne ha
sviluppato i concetti nell’ambito di
traiettorie interne alle scienze territoriali, gli altri giungono alle stesse
considerazioni, ma muovendo da
differenti campi: sociologia, antropologia, geografia, economia, anche filosofia.
Firmitas, utilitas, venustas
Nel progetto territorialista emerge
una mente glocale, capace di declinare le attitudini locali di processi
globali. Lo scenario futuro evolve
secondo i criteri dello «sviluppo locale autosostenibile». Protesta tuttavia Serge Latouche, affermando
che, dopo aver percorso molta strada nella critica al concetto di sviluppo, Magnaghi e i territorialisti cadono anch’essi nella «trappola dello
sviluppo locale». Qui conviene mettere a fuoco quella che sembra una
sfumatura, ma è un caposaldo del
progetto territorialista: nello Sviluppo Locale Autosostenibile il concetto di sviluppo è un pretesto: ciò che
deve crescere è il paniere di grandezze rappresentative dei valori
che strutturano il luogo, caratteri tipici del contesto, non ripetibili né
trasportabili: ecologia, cultura, archeologia, produzioni, colture...
L’affermazione generale di queste
risorse può significare anche decrescita delle variabili economiche,
«sviluppo per sottrazione», secondo l’ironica definizione di Osvaldo
Pieroni. Il prossimo «progetto di territorio» diventa dunque «scenario
di società futura».
Nel suo Verso il Progetto di Territorio (Aion 2009, euro 32), Daniele
Vannetiello propone un avanzamento possibile dell’asse della ricerca attraverso una rivisitazione
di un’imponente rassegna di progetti di riqualificazione e disegno
architetture, città o territori, tramite le categorie vitruviane di firmitas, utilitas e venustas, di recente riproposte da Francoise Choay: «Nella griglia che così si determina sono stati inseriti, in concatenazione
logica, oggetti capaci di definire regole d’azione relativa al loro specifico ambito … e fare emergere la sostanza normativa ad essi sottesa».La ricerca di norme e regole,
precisa Vannetiello, «è qui intesa
propriamente in senso antropologico, convinti come siamo, con Clau-
DOMENICA 26 GIUGNO 2011
ADDIO ALL’EGITTOLOGA CHRISTIANE DESROCHES
Per il suo appassionato impegno in difesa dei templi della Nubia
Christiane Desroches Noblecourt, morta giovedì sera in una casa di
riposo di Sezanne a 97 anni, era stata definita l’erede di Jean-François
Champollion, lo scopritore della stele di Rosetta. Per molti anni, dal
1938, conservatrice del reparto egizio del museo del Louvre di Parigi,
Desroches Noblecourt è stata protagonista di alcune imprese
memorabili: fra l’altro, è a lei (e all'Unesco che, durante la costruzione
della diga di Assuan, ne finanziò lo spostamento al riparo delle acque)
che il più famoso tra i templi eretti da Ramesse II ad Abu Simbel deve
Stefano Gallerani
P
de Levi Strauss, che la regola “fonda la società umana e, in certo senso è come la società”».
Nonostante questo sforzo di chiarezza, lo studio – di notevole rilevanza anche per le dimensioni e le
modalità di indagine dei casi proposti in rassegna – suscita alla fine alcuni lievi dubbi sull’impiego delle
categorie vitruviane, che rischia di
risultare alla fine didascalico quanto tendenzialmente rigido: l’uso
manualistico e addirittura trattatistico di categorie che potrebbero rivelarsi utili «dopo un processo di
decostruzione e ricontestualizzazione» risulta sempre problematico. Inoltre, la valenza normativa di
molti progetti è prevalentemente
tecnico-gestionale e lascia sullo
sfondo, talora in modo eccessivo, i
caratteri locali dell’azione sociale.
Ma qui soccorrono le ultime vicende non solo del programma di ricerca, bensì dell’evoluzione dell’intera
area scientifico-culturale dei territorialisti.
Non a caso, nel riconoscimento
di un nuovo soggetto sociale – riemergente dalla fase liquida – Settis
propone «azioni popolari», probabilmente attorno alle crescenti
«tracce di nuove comunità» che secondo Zygmunt Bauman si ritrovano «individualmente insieme» attorno alle nuove sensibilità – non
solo estetiche, ma di nuovo etiche
e pragmatiche – verso il paesaggio
(su simili concezioni «strutturali»
di estetica si sofferma Paolo D’Angelo in Estetica, Laterza 2011, pp.
234, euro 15).
Tra joie de vivre e politica
Del resto, nella recente riproposizione del suo Progetto Locale (Bollati Boringhieri 2010, pp. 334, euro
19) Alberto Magnaghi ricorda come in questo senso andasse l’esperienza – peraltro non conclusa –
della Rete del Nuovo Municipio,
che insieme ad altri network di istituzioni e soggettività locali, tentava
di risostanziare le politiche istituzionali (non solo urbanistiche e paesaggistiche) attraverso l’incontro
tra gestioni municipali «avanzate»,
ricerca innovativa sul territorio, associazionismi e movimenti di tutela e affermazione del bene comune. Una strada che, probabilmente
per i caratteri della fase socio-politica che viviamo, si è rivelata assai –
forse troppo – faticosa.
il manifesto
CULTURA
oco meno che quarantenne,
Gary Shteyngart ha rinverdito la tradizione anglosassone
del romanzo satirico-fantapolitico
(da Swift a Orwell) fondendola col
genere anti-utopistico di Huxley e
Zamjatin. Nato nel 1972 in quella
che allora si chiamava ancora Leningrado, a sette anni Shteyngart si
è trasferito, assieme alla famiglia,
negli Stati Uniti di Reagan e Bush
senior. Dopo un viaggio in Europa
che gli è servito per modellare, sulla falsariga di Praga, l’immaginaria
città di Prava, nel 2002 pubblica il
suo primo libro, Il manuale del debuttante russo, da lui stesso parodiato, quattro anni dopo, in Absurdistan, grottesco resoconto della deriva oligarchica nella Russia postsovietica imperniato sulla tragicomica storia d’amore del protagonista,
Misha Vainberg, con l’improbabile
Rouenna.
Un impianto non dissimile da
quello di Storia d’amore vera e supertriste (traduzione di Katia Bagnoli, Guanda, pp. 384, euro 18), ambientato in un futuro prossimo venturo e tutto scandito, quasi l’uno
fosse il negativo dell’altra, dal diario tenuto dal trentanovenne Lenny Abramov e dalla pagina di Global Teens (una versione avanzata
di social-network come Twitter o
Facebook) della sua amata, Eunice
Park, cui Lenny deve la solenne (e
accattivante) risoluzione che apre il
romanzo: «Carissimo diario, oggi
ho preso una decisione fondamentale: io non morirò mai». Pure, si
tratta di un dialogo abortito tra un
uomo che è un residuato di una cultura in via di estinzione e una giovane donna che incarna, al contrario,
la disumanizzazione di una società
vieppiù accelerata dal progresso
tecnologico e cannibalizzata dalla
globalizzazione capitalista.
Con l’occasione di una visita romana di Shteyngart, ospite del Festival delle letterature che si tiene
ogni anno nella capitale, abbiamo
incontrato lo scrittore, poco prima
della sua partenza per la Russia, e
gli abbiamo chiesto innanzitutto se
il futuro che ci aspetta sia davvero
così apocalittico. «Direi proprio di
sì» ha risposto Shteyngart, e ha precisato: «Ogni volta che comincio un
reading in America, esordisco con
questa battuta: si tratta di un romanzo sul crollo assoluto degli illetterati Stati Uniti, previsto per il
prossimo martedì. Scherzi a parte,
ogni grande impero deve inevitabilmente decadere, a conti fatti. SebOggi il gruppo «multidisciplinare» dei territorialisti passa forse
«dalla mobilitazione diretta alla
promozione dell’apprendimento
sociale», come direbbe John Friedmann, proponendosi una fertilizzazione più lenta, di più lungo periodo, ma sempre dal basso, non solo
di istituzioni politiche e tecnicoprofessionali, ma di settori crescenti di «società sensibile», tra cui dovrebbero annoverarsi le figure appartenenti alle moltissime tipologie di «difensori del territorio». Nel
manifesto della giovanissima (dicembre 2010) Società dei Territorialisti si legge infatti: «Lo sviluppo della società locale si misura sia mediante la crescita del suo benessere, inteso come joie de vivre, felicità
pubblica, buen vivir, sia attraverso
la capacità di promuovere partecipazione politica, apertura dialogica
verso i valori e le conoscenze degli
altri; si misura infine con l’elaborazione di percorsi critici e alternativi…».
Gli aspetti più interessanti di questa «convergenza di specialismi diversi» vanno insomma ben oltre i
tentativi di costruire azioni di tutela ambientale e dei beni comuni,
per prospettare «orizzonti di futuro», possibile quadro scientifico di
riferimento per un arcipelago ormai assai largo di associazioni,
gruppi, comitati che, collegati spesso in «reti di reti», intendono predisporre strategie di blocco del degrado verso il ripristino della qualità
sociale.
la sua sopravvivenza. Autrice di numerosi libri, l'egittologa firmò la
prima biografia bestseller di Tutankhamen nel 1963, tradotta in una
ventina di paesi. Negli anni Settanta Desroches Noblecourt proseguì la
sua opera di ricerca nella Valle delle Regine, contribuendo al restauro
dei monumenti e a identificare un centinaio di tombe.
INTERVISTA · Incontro con l’autore di «Storia d’amore vera e supertriste»
L’ironia di Shteyngart
alla vigilia dell’apocalisse
GARY SHTEYNGART IN UN RITRATTO DI ALEX FINE
Lenny, l’eroe del libro,
è un quarantenne,
il cui diario privato
ha il ruolo di antidoto
alla sempre più dilagante
pubblicità di se stessi
bene ne sia in parte responsabile la
classe politica, lo ritengo un processo naturale: ogni cosa che conosce
un apice, conosce successivamente
anche il suo stesso declino. E gli Stati Uniti il loro apice l’hanno superato da tempo».
A proposito del suo ultimo libro, è
inevitabile il parallelo con 1984,
di Orwell, un ritratto pessimistico
dell’età a venire che condivide
con il gemello 1984 & 1985, di
Anthony Burgess, ma anche col
Pynchon di Vineland, il timore per
l’intrusione, nella vita di ciascu-
no, dell’occhio del Grande Fratello rappresentato dalla televisione. In Storia d’amore vera e supertriste, però, questa presenza
manca, sostituita dalla Rete. Cosa è cambiato?
Il cambiamento principale è rappresentato dal fatto che in quegli
scenari il potere aveva bisogno di
invadere la riservatezza delle persone per conoscere ogni più intimo
aspetto della loro vita e tenerli separati l’uno dall’altro, come accade ai
protagonisti di 1984, Julia e Winston. Se si pensa al futuro oggi, invece, ci si rende conto che il potere
non ha più bisogno di scardinare la
vita privata delle persone perché dispone già di tutte le informazioni
che gli occorrono. Siamo diventati
tutti trasmettitori ambulanti delle
nostre stesse informazioni. Ogni nostro dato sensibile è disponibile
online e siamo proprio noi a render-
ROMANZI · «Baglio Ciachea» del pescarese Silvio Madonna
Scene feroci di vita provinciale
Una lingua semplice,
un racconto piano,
privo di colpi di scena,
per descrivere figure
resistenti alle mutazioni
della nostra società
Nando Vitale
P
escarese del 1959, Silvio Madonna è uno dei tanti autori
che, lontano dallo star system letterario, contribuiscono alla costruzione di una «letteratura
minore» capace tuttavia di descrivere il sentire comune di un’Italia
non sufficientemente rappresentata dal sistema dei media. Una sorta di archivio letterario segreto che
custodisce opere forse non memorabili, ma preziose per una riflessione sul presente.
Atipica figura di scrittore, conseguita la maturità scientifica, Madonna, dopo diverse esperienze lavorative, ha deciso di ritirarsi nelle
terre di famiglia per dedicarsi con
passione al lavoro di contadino. Attività che insieme alla scrittura, affianca a un costante impegno nel
pagina 11
volontariato sociale di matrice cattolica. Al thriller di esordio, L’urlo
di Dio. (2002), sono seguiti testi
che si caratterizzano nel racconto
di un’umanità apparentemente
impermeabile alle trasformazioni
della società contemporanea. È,
quello di Madonna, un mondo feroce, inflessibile, nel quale la catarsi in genere non si produce attraverso artifizi letterari. È sufficiente
una narrazione piana, senza particolari colpi di scena, che non impedisce tuttavia la visione di uno spiraglio, della speranza di un riscatto per questi personaggi all’apparenza fragili, costretti a vivere una
perenne scissione tra le proprie
aspirazioni interiori e un senso del
dovere che li porta a essere altro
da sé. Sistematico del resto è il riferimento a episodi del passato che
rappresentano una cesura, un taglio radicale capace di influire sul
presente dei protagonisti rendendoli vittime di un destino avverso.
Anche la lingua è piana, addirittura scolastica, distante dai gerghi
del presente – la lingua ideale per
narrare le gesta di una umanità di
provincia resistente alle mutazioni
antropologiche, distante dalle urla
del degrado televisivo. Una lingua
plausibile per dar vita e parola a
personaggi che paiono agire, come in un falso movimento, sugli
sfondi di paesaggi densi di nostalgia e di memoria che potrebbero
essere quelli descritti, con altri toni, da un Celati o un Arminio.
Con Baglio Ciachea (Akkuaria,
pp. 120, euro 12) prevale tuttavia il
registro allegorico. Sullo sfondo di
un incontro ordito in una villa siciliana da una società segreta di
stampo mafioso, si compie la vendetta di Onofrio Carducci nei confronti del ginecologo Miccichè, responsabile di aver abbandonato la
sala parto nel momento in cui, dieci anni prima, sua moglie stava per
dare alla luce il figlio, provocando
la morte di entrambi, in seguito a
complicazioni impreviste. A rendere più odioso il ginecologo e fosca
la vicenda, è la complicità del medico in un traffico di espianti clandestini di organi ai danni di giovani vittime provenienti dal Brasile.
Una partita a scacchi con il desiderio di vendetta, una costruzione
a incastri che pare alludere a riferimenti letterari colti. Poi nel finale
riprende la scena l’umanità comune: «Andiamo. Ho voglia di respirare il mare con te».
lo tale aggiornando costantemente
i nostri profili e informandoci in
tempo reale su quelli degli altri.
Da questo punto di vista, e al pari
della scelta di allestire Storia
d’amore vera e supertriste come
fosse un romanzo d’amore epistolare, la scelta di Lenny di tenere
un diario privato, come farebbe
un uomo del secolo scorso, può
essere definita una forma di resistenza a questa dilagante pubblicità di se stessi?
Certamente. Ed è un gesto particolarmente forte rispetto al capitalismo che ci ha trasformati non in lavoratori da 35 o 45 ore la settimana,
ma in lavoratori perenni, 24 ore su
24. In ogni momento possiamo ricevere un messaggio da un nostro superiore. E in ogni momento risponderemo. Le tecnologie hanno completamente cambiato la nostra vita
incatenandoci in modo permanente al lavoro. Ogni forma di attività
solitaria che serva a formare e affermare la nostra individualità, come
meditare o semplicemente leggere
un libro per il piacere di farlo, sta
morendo. Nemmeno Marx nel suo
periodo più fecondo avrebbe potuto prevedere un cambiamento simile e così radicale. Ma la resistenza
di Lenny è anche una forma di resistenza linguistica. Qualcosa di simile accade anche in Fahrenheit 451
di Bradbury, perché lì i «resistenti»,
chiamiamoli così, imparano a memoria i libri prima di disfarsene di
modo che ognuno di loro diventa
quel libro esatto che ha mandato a
mente. Pensi, però, a quanto è successo in Russia, dove i libri venivano prima considerati pressoché
«tutto», e una delle forme più persistenti ed efficaci di contestazione
era rappresentata dalla letteratura
samizdat. Nella Russia di oggi il governo controlla le televisioni e gli altri media di informazione sicché i libri hanno perso il loro valore di dato testimoniale e di veicolo del sapere. Tornando a Bradbury, insomma, la cosa peggiore che può capitare a un libro non è di essere bruciato, perché questo significherebbe
che viene ancora riconosciuto il
suo potere eversivo. La cosa peggiore che può capitare a un libro è di
essere ignorato.
Eppure, sebbene possiamo metterci in contatto con chiunque in
qualsiasi parte del globo, siamo
sempre più soli.
Proprio questo è il paradosso capitalista. Così come una conseguenza ne è la dipendenza dai social media in una forma che può avere effetti terribili. I social media promettono una gratificazione immediata,
ma questa tempestività impedisce
di comprendere sia quali possano
essere i tempi lunghi che occorrono per creare un’opera d’arte sia i
tempi lunghi che occorrono, nel caso di un libro, per leggerla.
Nel suo romanzo, questa visione
della realtà, accelerata e stravolta dalla tecnologia, è doppiata
dall’ansia sul proprio stato di salute, dalla paura di morire. In che
modo questi due aspetti sono in
rapporto tra loro?
Le due cose sono correlate. In
America c’è uno scienziato, o presunto tale, il quale ritiene che di
qui a qualche decina di anni saremmo tutti scaricati in un enorme database, attraverso una forma evolutissima di download. Per quanto
strana, questa idea gode di un credito che forse si spiega solo con la voglia di perpetuare all’infinito la nostra giovinezza senza accettare
l’idea di declino… un po’ come
quel primo ministro europeo così
ossessionato dal restituire di sé
un’immagine giovanile che si accompagna continuamente con ragazze molto più giovani di lui…
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il manifesto
DOMENICA 26 GIUGNO 2011
VISIONI
teatro
le novità
NAPOLI TEATRO FESTIVAL
Debutta stasera «Le Dragon blue» di Robert Lepage, il regista
canadese di cui nel 2010 il Festival aveva coprodotto «Lipsynch».
Il 27 e 28 giugno la coreografa vietnamita Ea Sola, il 30 e il 1
luglio «La tempesta» shakesperiana secondo Declan Donnellan
JEANNE MOREAU
Spoleto 54 regala stasera una performance di Jeanne Moreau in
«Le condamné à mort», prima opera pubblicata da Jean Genet nel
1942. Al Teatro Romano, alle 21.15. Il 29 giugno «Patria e mito»,
duetto tra Renato Nicolini e Marilù Prati. Teatro Melisso, ore 18
FESTIVAL DI SPOLETO · Luca Ronconi porta in scena l’opera del drammaturgo argentino Rafael Spregelburd
«La modestia», una lezione di moralità
Gianfranco Capitta
SPOLETO
I
l festival dei 2 mondi arriva alla
sua edizione numero 54, partita
venerdì. Curiosamente si sovrappone in larga parte all’altra manifestazione che dovrebbe essere di rilevanza (e finanziamento) nazionale che
parte oggi a Napoli. Per ora il festival
spoletino promette la solita alternanza di «eventi» e mondanità, accentuata dagli sponsor (il glorioso teatrino
Caio Melisso quest’anno inalbera come secondo nome «Spazio Carla Fendi”). In direzione contraria va invece
quello che potrebbe rivelarsi la sorpresa vera di quest’anno, una sorta di
fringe, il La mama Spoleto open, con
gruppi nuovi e nuovissimi dall’Italia e
dall’estero che magari possono riservare qualche sorpresa. Ma venerdì sera al Nuovo, tutta la crème degli invitati era per il debutto di un’operina di
Menotti, Amelia al ballo, messa in scena per l’inaugurazione dal direttore
del festival Giorgio Ferrara: c’era anche Galan, il capogruppo Pdl Cicchitto e altre autorità venute appositamente da Roma. Bisognerebbe avvertirli che il mondo dello spettacolo è assai più complesso e variegato, come
dimostra in questi giorni il Valle occupato.
Meno «smalto» mondano forse,
ma di certo maggiore interesse, ha suscitato invece lo spettacolo che segna
il debutto italiano in produzioni importanti per Rafael Spregelburd, il
quarantenne drammaturgo argentino acclamato in tutto il mondo per la
comunicativa e la complessità spietata dei suoi testi. Il cui gruppo più famoso è la cosiddetta Eptalogia di Hieronymus Bosch, (in Italia due volumi
Giochi di ruolo
piccolo borghesi
in un interno
di Buenos Aires
dopo la grande crisi
Ubulibri) ovvero sette testi che come
il famoso dipinto fiammingo raccontano i nostri attuali sette peccati capitali, riveduti corretti e ribaltati da
Spregelburd nei nostri piccoli comportamenti quotidiani e collettivi. E
se alle Colline torinesi la settimana
scorsa si era vista La cocciutaggine
che Marcial Di Fonzo Bo ha preparato per il festival di Avignone, qui è
niente meno che Luca Ronconi (accompagnato e coprodotto dal Piccolo
milanese, dal Mittelfest che ne sarà
inaugurato il 9 luglio, e dalla sua Associazione Santa Cristina) a dare vita
scenica a La modestia. Che sarebbe il
rovesciamento della catechistica «superbia», ma che non mancherà di stupire lo spettatore per la vischiosa e
mutevole complessità che assumono
nel testo quei valori e comportamenti.
Come tante volte gli è successo nella sua mirabolante storia artistica (nel
1969 debuttò qui il suo mitico Orlando furioso), Ronconi, il «patriarca» del
teatro italiano, usa questo testo che si
presenterebbe quasi come realistico,
costruito e infarcito di piccoli fatti
quotidiani, per innervarlo di una virulenta carica sperimentale. E darci, lungo le quasi tre ore ininterrotte del racconto, una serie di visioni che ci proiettano come spettatori nel futuro,
mentre maciniamo quel buio ruminante che costituisce il nostro presente. E nello stesso tempo il malizioso
Spregelburd non si limita a una anonima «registrazione» di eventi, ma su
quei minuscoli personaggi, che si
sdoppiano e si ricompongono di continuo, ci inocula il sorriso e il disincanto, la smorfia e il disappunto, mentre
ci illudiamo di racchiudere la drammaturgia dentro possibili etichette,
docudrama o detective story, fiction
o tragedia classica, saggio di economia politica o duro percorso storico.
Tutte definizioni insufficienti e parzia-
MARIA PAIATO E PAOLO PIEROBON IN «LA MODESTIA», FOTO PICCOLA FRANCESCA CIOCCHETTI E FAUSTO RUSSO ALESI/FOTO LUIGI LASELVA. SOTTO UNA COREOGRAFIA DA «LA COMMEDIA»/FOTO JEAN PIERRE MAURIN
li, la cui unica forza comune e dominante è il teatro, l’arte di raccontare
attraverso parole e corpi qualcosa
che coinvolga e rappresenti il pubblico presente.
Tanto che in un medesimo appartamentino piccolo borghese si alternano senza mai dichiararlo due situazioni spaziali assai lontane: un interno di
Buenos Aires dopo la grande crisi di
dieci anni fa, dove non si smaltiscono
ancora i colpi della dittatura militare
e di quella del dollaro, e un imprecisato condominio dell’est europeo postsovietico, che assomma problemi e
limitazioni di Bielorussia e di altre repubbliche, ancora stordite dal cambiamento che talvolta dà solo abito
mediatico ad antiche ferocie zariste. I
due ambienti si sostituiscono con variazioni minime di oggetti scenici
(bancali di piante fiorite, divani che
scivolano da una parte all’altra). Sono
gli attori, con i medesimi vestiti, a farci capire che cambiano i loro personaggi, con un effetto complessivo straniante e insieme struggente. In Argen-
tina la «modestia» è quella understatement di personaggi che si ostinano a
una opposizione dura e da manuale
contro un «sistema» già decomposto,
una cospirazione a raggio domestico
con pistole contro gli intrusi, scambi
d’appartamento come fosse Feydeau,
e misteriose videocassette compromettenti. Ma l’orizzonte di quella quadriglia è famigliare, compreso il razzismo, anche rovesciato, per creature e
leccornie coreane… Perfino la casa
sembra entrare in questo gioco di ruolo, prendendo fuoco in cucina, rovesciando l’acquario e trasformando i sifoni di seltz in estintori, col risultato
di docce bonarie dall’effetto crudele.
Nella situazione «a specchio» di
stampo sovietico, c’è il pathos di un
Cechov rovesciato, dove a un moribondo tubercolotico viene attribuito
dalla moglie un manoscritto paterno
che, quando sarà best seller in occidente, lo renderà immortale. Il tutto
giocato da un medico di accento rumeno che avendo rinunciato alla sua
missione (davvero cechovianamente)
partirà per Milano col manoscritto
editato dalla donna, a piazzare il novello Dottor Zivago. Mentre guerra civile e repressione fanno giustizia delle ultime, «modeste» illusioni. Anche
di quelle di là dall’oceano, perché la
morale, per chi la volesse trarre, è ovviamente unica, senza grandi speranze in uno sfacelo dei sogni di gloria
che è l’unico effetto tangibile della globalizzazione. Una morale poco ottimista, anche se irresistibile ad osservar-
la. Ronconi ha immaginato quell’ambiente modesto dalle pareti gialle e
verdi, come un vero scacchiere del
mondo. E ha spinto gli attori a un
tour de force straordinario quanto teso. I quattro si rivelano semplicemente unici, intenti in ogni momento a
conservare la modestia programmatica del titolo, vero propellente per situazioni esplosive che ad ogni mossa
fanno deflagrare tutti gli equilibri, legami, accordi, poteri (o contropoteri)
prestabiliti. Francesca Ciocchetti e
Maria Paiato, Fausto Russo Alesi e Paolo Pierobon danno corpo a una pericolosità sociale che non è quella di
cui parlano, ma che sta proprio nel loro senso dell’io, seppure rivestito di remissiva e apparente disponibilità.
Ognuno diverso nella caratterizzazione, eppure tutti accomunati nello spasmo di una scommessa vitale. Una lezione di moralità (antico fondamento
del teatro), da loro come da Ronconi
e da Spregelburd, che può continuare
a rovellare lo spettatore anche dopo
che lo spettacolo si è concluso.
HANGAR BICOCCAANGARTitolo da boxare
La danza dei clown
in bilico sull’inferno
Francesca Pedroni
MILANO
L
a vulnerabilità come condizione dell’artista, apertura al cambiamento e alla trasformazione
è uno dei temi portanti del pensiero
che anima mostre, eventi e performance allestiti all’HangarBicocca di
Milano. Spazio gigantesco e fertile di
idee, che il direttore artistico Chiara
Bertola, insieme al suo team curatoriale, concepisce come luogo di ricerca e sperimentazione per progetti site-specific. Visione che ha germinato,
all’interno del fascinoso programma
espositivo Terre Vulnerabili, l’apertura di un dialogo tra i linguaggi delle arti: Fessure musicali, coreografiche, teatrali, letterarie per uno sguardo mobile sulla contemporaneità.
In quest’ambito ha debuttato in
prima mondiale La Commedia, creazione site-specific firmata dai coreografi Emio Greco e Pieter Scholten attivi a Amsterdam: un progetto sollecitato dai due curatori per la danza all’Hangar, Susanne Franco e Roberto
Casarotto, protagonista una delle
compagnie più valide e significative
d’Europa, la Emio Greco | PC. La Commedia, di cui la prima della versione
teatrale sarà in settembre al festival
Torinodanza, ha significato all’Hangar l’incontro della danza con l’installazione permanente di Anselm Kiefer, I sette palazzi celesti, gigantesche
torri che rimandano alla cabala ebraica esprimendo un cammino di iniziazione spirituale, ma che anche, con la
loro statura imponente eppure squilibrata, ci parlano delle macerie post
bombardamenti nazisti e delle rovine
lasciate oggi come ieri da ogni guerra.
In questo spazio immobile eppure vivo perché magicamente portavoce di
una bellezza e di una speranza per il
futuro attraverso la memoria del passato, Greco e Scholten hanno trasformato e concluso alla luce di un nuovo registro tragi-comico il percorso di
creazioni ispirato alla Divina Commedia di Dante che da Hell, uno degli
spettacoli di danza più convincenti
del primo decennio del Duemila, li
ha portati nel 2009 al Purgatorio di Popopera e In Visione, e nel 2010 all’abbagliante You PARA | DISO.
Un segno, quello de La Commedia,
più leggero nella superficie e nel timbro rispetto ai pezzi precedenti, ma
in realtà non meno possente nella tragicità sottotraccia che lo abita. Lo interpretano sette danzatori clown, tra
cui lo stesso Greco, ognuno per un
giorno della settimana. Sono invitati
a entrare in scena da un imbonitore
con frusta, maestro di cerimonia circense che ci presenta questo viaggio
finale da Dante annunciando i sette
magnifici ma stralunati clown con i
reali nomi dei danzatori. Arrivano dal
buio, correndo sulla sabbia tra le torri
di Kiefer. Passano sotto l’arco da cabaret che in Hell segnava l’ingresso senza ritorno nei gironi dell’Inferno.
Ogni danzatore ha il suo show: ecco il virtuosismo ballettistico e rapinoso di Vincent Colomes, il travestitismo ammiccante di Dereck Cayla, la
follia grottesca di Sawami Fukuoka, la
sensualità divertita di Neda HadjiMirzaei, e ancora l’ambiguità tra maschile e femminile di Suzan Tunca, la
lucentezza torrida di Victor Callens,
la malinconia e bellezza di Greco, il
graffio autoritario se pur comico dell’imbonitore Ty Boomershine. Le passioni dell’Inferno, la tensione del Purgatorio, con il suono straziato delle
chitarre suonate dai danzatori, il mistero di un luogo eterno come il Paradiso, tutto è chiaramente sedimentato nel corpo e nell’anima della compagnia, ma rinato con nuovi, spiazzanti accenti. Si riconoscono brani di
coreografia dagli altri pezzi, ma nulla
può essere uguale al già detto, nello
scivolare tra i palazzi di Kiefer su diverse scelte musicali, dai motivetti felliniani alla struggente versione dello
standard Send in the Clowns dei Tiger
Lillies, in un presente sfilacciato e pieno di emozioni.
Ognuno dei sette vive il tempo di
un assolo, pur sempre in dialogo con
gli altri, che aspettano impazienti il
proprio turno. Ma lo spazio concesso
è breve, fermato dallo ‘stop’ dell’imbonitore che non concede dilazioni
all’unica opportunità di vivere la nostra vita. Nasi rossi da pagliaccio sono indossati dagli strani sette, che dal
loro luogo surreale ridono, mentre ci
guardano alla fine tutti in fila, prima
di andare via, con Greco che sembra
invitare il pubblico a seguirlo. Ma la
parete immaginaria tra noi e loro non
cade: lo ‘stop’ della guida chiude tutto. Ed è così che l’ultima, scatenata
danza disco dei clowns è catarsi pop
per loro e per noi, vis comica e potenzialità della vulnerabilità dell’arte sopra le rovine del mondo e la caducità
dell’uomo.
ROMA
Ken Saro Wiwa,
all’Ambra Jovinelli
un racconto
che è vera cura
Domani all’Ambra Jovinelli di
Roma (ore 21, ingresso libero
p.zza G. Pepe 43) andrà in
scena Sulle tracce delle conchiglie. In memoria di Ken Saro Wiwa. Presenterà la serata
Jean Leonard Tonati con la
partecipazione di Moni Ovadia. Si tratta di una performance che vede protagonisti un
gruppo di 12 rifugiati del laboratorio teatrale di riabilitazione
psicosociale, condotto da Nube Sandoval e Bernardo Rey,
che il Consiglio Italiano per i
Rifugiati realizza da anni nell’ambito dei suoi progetti di
accoglienza e cura per le vittime di tortura. La scelta della
data non è casuale, il 26 giugno si celebra infatti la Giornata Internazionale a Sostegno
delle Vittime di Tortura, indetta dalla Nazioni Unite nel
1997. Incredibile pensarlo,
ma ancora metà della popolazione mondiale vive sotto governi che praticano la tortura.
Un rifugiato su quattro, di quelli che arrivano nel nostro paese, ha subito esperienze di
tortura. Nonostante l’assoluto
divieto legislativo, negli ultimi
anni la tortura è stata riproposta come strumento efficace
nelle varie lotte ai terrorismi. E
il nostro paese ancora non ha
inserito uno specifico reato nel
codice penale: i vergognosi
fatti di Genova, della Caserma
Diaz e di Bolzaneto ci testimoniano la gravità di questa assenza. Recuperare i frammenti
per poter ricostruire una «storia che cura», per integrare
l'indicibile, è il lavoro che il
Consiglio Italiano per i Rifugiati cerca di fare con le vittime
di tortura da 15 anni. Per questa ragione utilizziamo una
prospettiva di lavoro multidisciplinare e integrata, in cui gli
interventi di tipo sociale, psicologico, medico, legale e i laboratori di riabilitazione, si uniscono tra loro rafforzandosi
reciprocamente e concorrendo
alla realizzazione di un positivo percorso di riabilitazione e
integrazione. In questo spazio
si colloca l'esperienza del laboratorio di riabilitazione psicosociale attraverso il teatro, dove l'utilizzo delle metafore può
recuperare quei piccolissimi
frammenti di vita umana rimasti impigliati nel silenzio. (a
cura di Fiorella Rathaus e Valeria Carlini, Consiglio italiano
per i rifugiati.
TEATRO VALLE
OCCUPATO
Tredicesimo giorno di occupazione al Teatro Valle di Roma
e dopo il fuoriprogramma di
Nanni Moretti, venerdì sera a
recitare il monologo finale del
«Caimano», stasera fra gli artisti sul palco sale Anna Bonaiuto che legge «Albert» di Lev
Tolstoy. E ancora, Giampiero
Judica e Donatella Finocchiaro
in «Gioco a due personaggi»
di Tennessee Williams, Giulia
Weber ne «La ferita» di Sergio
Pierattini, Rosalia Porcaro
«Precari e contenti». Fra gli
interventi, Valentina Carnelutti.
FESTIVAL GABER
IL TEATRO CANZONE
Ornella Vanoni, Cristiano De
Andrè, Enrico Ruggeri, Daniele
Silvestri, Pfm, sono alcuni degli artisti che animeranno la
nuova edizione del Festival
Teatro Canzone Giorgio Gaber,
sono due giornate in programma il 23 e 24 luglio alla Cittadella del Carnevale di Viareggio. Condotta anche quest'anno Enzo Iacchetti.
DOMENICA 26 GIUGNO 2011
il manifesto
VISIONI
ALVARO MANCORI
Se ne va uno degli ultimi patriarchi del cinema italiano. Alvaro Mancori, regista, produttore, direttore della
fotografia, si è spento a Roma, dove era nato 88 anni fa. Entrato nel cinema da ragazzino, ha lavorato con
tutti, da Orson Welles (su «Otello») a Alberto Sordi a Marcello Mastroianni. Totò, con cui ha girato oltre venti
film, lo voleva perché sapeva come illuminare la scena con poca luce. Nei primi anni ’60 fonda gli
pagina 13
stabilimenti della Elios, assieme a Anna Maria Chretien e Eduardo De Filippo, dove nasce il primo villaggio
western italiano. È lì che il suo amico Sergio Leone girerà gratis le prime scene di «Per un pugno di dollari».
Spinse molto sul western. La cosa più buffa che ricordava è quando lo chiamarono in America per produrre
il primo film di un gruppo musicale. Lui capisce i Beatles, invece sono i Brutos. Nasce così «I magnifici
Brutos nel Far West». Purtroppo non erano i Beatles.
LIVE · Prima volta di Pino Daniele e Eric Clapton insieme per beneficenza
TAORMINA
Tempesta di note, mutuo
scambio per i fratelli blues
Nanni Moretti:
«Berlusconi
finito? Mah...»
Claudia Catalli
TAORMINA
PINO DANIELE E ERIC CLAPTON/FOTO LUCIANO VITI
Flaviano De Luca
CAVA DEI TIRRENI
I
feel wonderful tonight. Una piacevole notte d’estate nello stadio della Cavese con 25 mila persone accorse ad ascoltare Pino Daniele e Eric
Clapton per la prima volta insieme sul
palco. Un’autentica festa della musica
(con incasso devoluto a un’organizzazione benefica) messa su dall’artista
napoletano che si è attorniato di una
band di turnisti strepitosi per dialogare con l’idolo della sua giovinezza, la
superstar inglese, diventato stanotte
fratello blues. Stasera mi sento a mera-
Incontro di culture
quella partenopea
moderna e quella
angloamericana
molto classica
viglia, canticchia il pubblico, eccitato
e stravolto da una torrida tempesta di
note, assoli, svisate nell’incedere di
un’esibizione molto scandita, organizzata, ideata come uno splendido concerto del mascalzone latino con un
ospite di gran classe, l’incontro di due
culture, quella partenopea moderna e
quella angloamericana classica, entrambe presenti nel dna sonoro del nero a metà. Il blues melodico del Mediterraneo si getta nelle braccia del
blues indiavolato del Delta.
Nella verde vallata circondata dai
monti (perciò Cavea e indi Cava), il
grande palco sembra un antico tempio greco, provvisto di frontone metallico argenteo, uguale alle colonne,
un’oasi luminosa nel buio della serata,
grazie anche ai due megaschermi laterali che rimandano i dettagli dei protagonisti alla grande platea in poltrona(
sedia di plastica) sul prato e ai tantissimi che gremiscono tribune e gradinate. All’inizio solo Pino Daniele a sinistra e Eric Clapton a destra, entrambi
con la chitarra elettrica a tracolla, si
stasera tv
È stato il fenomeno
dell’estate 2010 e si
ripete anche quest’anno. Le schegge di varietà nell’archivio di «Dad
Da Da», tutti i giorni
alle 20.30 su Raiuno
saccheggiano con intelligenza l’archivio Rai.
Stasera vedremo estratti da «Non ti capisco»,
con Corrado, di Gene
Pitney, di Raffaella Carrà e Ginger Rogers, Mario Riva, del cantante
Perry Como. Nella puntata anche la comicità
dei maestri della risata
di tutti i tempi, e le nuove rarità ripescate.
scaldano con Boogie Boogie Man e Napul’è, dove Pino si concentra sul canto
mentre Eric comincia a pennellare di
plettro, zigzagando sui tasti con la sinistra. Poi Slowhand va a riposarsi, il supergruppo d’accompagnamento (Mel
Collins al sax, l’afroamericano Willie
Weeks al basso, Steve Gadd alla batteria, Chris Stanton alle tastiere e Hammond, Gianluca Podio al piano con
funzioni anche di direttore della band)
si dispone e via con lo strumentale Toledo, un rock jazz all’americana, molto
pesante e nervoso, il biglietto da visita
di questi comprimari di lusso. Pino Daniele è in un momento particolare della sua lunga e fortunata carriera, ha ancora una gran voglia di suonare e ha la
fantasia di rivisitare i suoi grandi classici, da Je so’ pazzo a Che male c’è, da A
me me piace ‘o blues a Chi tene ‘o mare,
brani di grande successo che hanno segnato tante stagioni della vita italiana
e del suo variegato pubblico, con la voglia di andargli dietro nei ritornelli e
nelle frasi note ma un po’ spiazzato
dall’arrangiamento diverso. Così,ad
un certo punto, Pino si toglie la seicorde e intona Quando, accompagnato solo dal pianoforte, la canzone indissolubilmente legata all’amico Massimo
Troisi ( che scherzava dicendo “sto preparando un film per una canzone di Pi-
no Daniele” e fu Pensavo fosse amore,
invece era un calesse), scomparso proprio a giugno di diciassette anni fa, rappresentante di una Napoli diversa,
nuova e cosmopolita, un po’ come in
questi giorni di entusiasmo per De Magistris. E Collins, con un’improvvisazione al sopranino, fa davvero infiammare il pubblico, ormai tutto in piedi e
spesso fa da alter ego al protagonista
(e speriamo ci sarà in futuro una registrazione o dvd. Pino uscirà nel 2012
con un nuovo album, il primo senza
una major discografica, ideato,registrato e scritto in totale indipendenza. E
da marzo sarà di nuovo in tour.)
Più breve il set di Clapton, però tanto più cattivo e sulfureo, con pochi brani allungati, una carta d’identità da
pentagramma con Key to highway, Hoochie Coochie (col chitarrista inglese
che spezza lo schema domanda-e-risposta, ricamando note a velocità supersonica) , Wonderful tonight e Crossroads, i crocicchi della tradizione
blues del Mississippi, quelli dove Robert Johnson aveva imparato la magìa
delle corde d’acciaio e altre diavolerie
assortite. Proprio l’anno scorso, al
Crossroads guitar festival di Chicago,
Clapton aveva invitato l’uomo in blues
napoletano, unico italiano, a esibirsi
insieme e con altri semidei come B.B.
king e Jeff Beck. Da lì è nata l’idea di
contraccambiare il gentile invito, di riportare l’ex bluesbreaker sui palcoscenici italiani dove mancava da un tot, di
condividere il charity concert.
Ora i due guitarman sono affiancati,
il quasi Showmen e il Cream, un incontro impossibile trent’anni dopo, il brano è Cocaine, una energia nervosa dirompente, lezioni di chitarra tra scale,
giri armonici e note trattenute. Sul bis,
Pino abbandona l’ospitalità e decide
di fare gli assoli decisivi di Layla mentre Clapton fa la ritmica d’accompagnamento. Un mutuo scambio da fratelli blues, fratelli di chitarra, fratelli di
estrema generosità a suggellare l’indimenticabile notte di San Giovanni, tutti col naso all’insù e il cuore pieno di
contentezza. I feel wonderful tonight.
NASTRI D’ARGENTO · Stravince «Habemus papam»
Il vero vincitore dei Nastri d’Argento di quest’anno? Senza dubbio lo sguardo critico
sulle storture della società. Nanni Moretti con «Habemus Papam» (sei premi su sette
candidature) e l’esordiente Alice Rohrwacher con «Corpo Celeste», migliori registi dell’anno, hanno descritto in modi e stili diversi una religione che confonde, più che aiutare, i suoi fedeli. Michele Placido ha raccontato la figura criminale di Vallanzasca e insistito anche sui pestaggi in carcere, ottenendo tre Nastri, di cui uno al protagonista
Kim Rossi Stuart. Tra i “non protagonisti”, se a Giuseppe Battiston viene riconosciuto il
notevole lavoro per tre ruoli diversi, come il comunista nostalgico di «Figli delle stelle»,
Carolina Crescentini va fiera del suo ruolo di “attrice-cagna” in «Boris» e dell’esperienza in «20 sigarette». Infine, mentre Alba Rohrwacher ritira l’ennesimo premio (come
protagonista di «La solitudine dei numeri primi»), Emilio Solfrizzi, logorato dalla macchina del successo in «Se sei così ti dico sì», si accontenta del Nastro per la miglior canzone. Ultima annotazione, nell’anno della commedia (e di «Noi credevamo» miglior
film) trionfa «Nessuno mi può giudicare», l’unica sul mondo delle escort.
H
a sbaragliato ogni concorrente, portando a casa
ben sei Nastri d’argento.
E ieri, a Taormina, Nanni Moretti
era visibilmente soddisfatto: ha
ringraziato i suoi «preziosi collaboratori» uno ad uno, da Francesco Piccolo e Federica Pontremoli
che hanno scritto con lui il soggetto di Habemus Papam, a Paola
Bizzarri che ne ha curato la scenografia, passando per il co-produttore Domenico Procacci, il direttore della fotografia Alessandro Pesci e la creatrice dei costumi Lina
Nerli. E poi, tanto per mostrare la
sua gratitudine ai giornalisti di cinema che l’hanno premiato come miglior regista dell’anno, ha risposto paziente a ogni domanda,
pronunciandosi con energia su
più argomenti.
Sulla fine del berlusconismo:
«Da anni ogni giorno mi illudo sia
la fine e poi mi arrabbio con me
stesso. Aspettiamo e vediamo: il
referendum e le amministrative
sono stati una vittoria dei cittadini e una sconfitta della destra a livello nazionale e locale. Vediamo
ciò che accadrà dopo l’estate e
quanto di tutto ciò che è successo
negli ultimi mesi resterà nella nostra consapevolezza. Certo è che
in un altro paese di democrazia
occidentale se un presidente del
Consiglio avesse fatto e detto un
millesimo di quanto fatto e detto
da lui, sarebbe stato costretto alle
dimissioni dalla sua stessa coalizione. Invece i suoi elettori in questi anni hanno digerito molto».
Sul caso Bisignani: »È grave ciò
che sta accadendo, grave che un
personaggio di quel genere condizioni scelte importanti». Sul
boom di ascolti tv del suo Il Caimano: «Non me l’aspettavo, i
miei film vanno sempre male in
tv. Penso sia merito del direttore
di Rai 3 che ha spinto molto in
questi mesi per mandarlo in onda, credo volesse già farlo mesi fa,
ma non gli fu possibile». E persino sul 3d: «Ho visto pochi film in
3d finora, ho letto del progetto di
Bertolucci, aspetto un po’: sia come spettatore che come regista
non ne sento il bisogno, ma non
voglio essere troppo conservatore
su questo tema». Un’ultima battuta, polemica, Nanni la riserva all’invasione dei multiplex che hanno ormai soppiantato le vecchie
sale: «Mi lamento dei multiplex
fuori città e nei centri commerciali per tre motivi: la programmazione, perché proiettano solo certi
film. Il tipo di pubblico, perché
una persona anziana non guida fino al centro commerciale. E poi
perché sono stata la causa della
chiusura di molti cinema storici».
Rai1
Rai2
Rai3
Rete4
Canale5
16:35 AMORI E BUGIE FILM
Con Eva Habermann, Mario
Adorf, Erol Sander
18:00 IL COMMISSARIO REX
Telefilm Con Tobias Moretti
18:50 REAZIONE A CATENA
Gioco Conduce Pino
Insegno
20:00 TG1 Notiziario
20:35 RAI TG SPORT Notiziario
sportivo
20:40 DA DA DA Documenti
18:05 LEZIONI DI GIALLO: IL
FRUTTO DELL’AMBIZIONE
FILM Con Dick Van Dyke,
Barry Van Dyke, Kimberly
Quinn, Stephanie Venditto
19:35 SQUADRA SPECIALE
COBRA 11 Telefilm Con
Erdogan Atalay, Tom Beck
20:30 TG2 - 20.30 Notiziario
17:55 UN CASO PER DUE
Telefilm Con Klaus Theo
Gortner, Paul Frielinghaus,
Gunther Strack
18:55 METEO 3 Previsioni del
tempo
19:00 TG3 Notiziario
19:30 TG REGIONE - METEO
Notiziario
20:00 BLOB Varietà
20:20 PRONTO ELISIR Attualità
Conduce Michele Mirabella
16:45 BENESSERE - IL
RITRATTO DELLA SALUTE
Talk show Conduce
Emanuela Folliero
18:55 TG4 - METEO Notiziario
19:35 IL GIUDICE
MASTRANGELO Telefilm
Con Diego Abatantuono,
Amanda Sandrelli, Antonio
Catania, Vittoria Piancastelli
15:50 AMORI IN CORSA FILM
Con Mandy Moore, Matthew
Goode, Annabella Sciorra,
Jeremy Piven, Beatrice
Rosenblatt, Stark Sands
17:35 LE RAGAZZE DEI
QUARTIERI ALTI FILM Con
Brittany Murphy, Dakota
Fanning, Heather Locklear,
Jesse Spencer, Carmen
Electra, Pell James, Donald
Faison, Marley Shelton
20:00 TG5 - METEO 5 Notiziario
20:40 BIKINI Varietà
21:10
HO SPOSATO
UNO SBIRRO 2 Fiction
Con Flavio Insinna,
Christiane Filangeri, Antonio
Catania, Barbara Bouchet,
Luisa Corna, Serena Rossi,
Francesco Arca, Luca
Calvani, Vittoria Piancastelli.
23:30 SPECIALE TG1 Attualità
00:35 TG1 NOTTE - CHE TEMPO
FA Notiziario
01:00 APPLAUSI Rubrica
Conduce Gigi Marzullo.
02:15 SETTE NOTE Rubrica
21:05
N.C.I.S.: LOS
ANGELES Telefilm Con
Chris O’Donnell, Peter
Cambor, Linda Hunt
21:50 NUMB3RS Telefilm Con
David Krumholtz, Rob
Morrow, Judd Hirsch, Alimi
Ballard, Navi Rawat
22:40 BROTHERS AND SISTERS
- SEGRETI DI FAMIGLIA
Telefilm Con Sally Field,
Dave Annable, Calista
Flockhart
23:30 LA DOMENICA SPORTIVA
ESTATE Rubrica sportiva
Conduce Sabrina Gandolfi
00:45 TG2 Notiziario
21:00
KILIMANGIARO
- GLI INCONTRI
RAVVICINATI DI LICIA
COLÒ Documentario
23:05 TG3 Notiziario
23:15 TG REGIONE Notiziario
23:20 L’ALBERO DELLA VITA
FILM Con Hugh Jackman,
Rachel Weisz, Ellen Burstyn,
Stephen McHattie, Mark
Margolis
00:50 TG3 Notiziario
01:00 TELECAMERE Attualità
Conduce Anna La Rosa.
21:30
ANNAPOLIS
FILM Con James Franco,
Macka Foley, Jim Parrack,
Donnie Wahlberg, Brian
Goodman, Billy Finnigan,
Jordana Brewster
23:45 I BELLISSIMI DI R4
Rubrica
23:50 IL MURO DI GOMMA
FILM Con Angela
Finocchiaro, Antonello
Fassari, Corso Salani, Ivo
Garrani, Johnny Dorelli,
Gianfranco Barra
02:10 TG4 NIGHT NEWS
Notiziario
21:10
LO SHOW DEI
RECORD Varietà Conduce
Barbara D’Urso
00:00 AL LUPO, AL LUPO! FILM
Con Carlo Verdone, Sergio
Rubini, Francesca Neri,
Barry Morse, Loris Palusco,
Giampiero Bianchi, Cecilia
Luci, Alberto Marozzi, Marco
Marciani
01:45 TG5 NOTTE - METEO 5
NOTTE Notiziario
Italia1
18:30 STUDIO APERTO - METEO
Notiziario
19:00 BUGS BUNNY Cartoni
animati
19:10 TUTTO IN FAMIGLIA
Telefilm Con Damon
Wayans, George Gore II
19:30 UNA PALLOTTOLA
SPUNTATA 33 E 1/3:
L’INSULTO FINALE FILM
Con Leslie Nielsen, Priscilla
Presley, George Kennedy,
Fred Ward
21:20
DR. HOUSE
- MEDICAL DIVISION
Telefilm Con Hugh Laurie,
Lisa Edelstein, Omar Epps,
Robert Sean Leonard, Jesse
Spencer, Jennifer Morrison
22:20 ROYAL PAINS Telefilm Con
Mark Feuerstein, Paulo
Costanzo, Jill Flint, Reshma
Shetty
00:10 MIAMI MEDICAL Telefilm
Con Elisabeth Harnois, Mike
Vogel, Jeremy Northam
UDIN&JAZZ · Travolge l’Orchestra Nion
Ellington un po’ free
ma dal retrogusto bop
Mario Gamba
UDINE
C
è sempre un tema al festival Udin&Jazz. E di soli’ to il tema riguarda il caro
vecchio «impegno» nella battaglia
culturale. Quest’anno il tema non
c’è, o meglio: viene enunciato nel
titolo Jazz&Jazz. Per alludere all’idea delle tante forme diverse che
questa musica assume nell’oggi.
Come sempre, però, viene messo
un accento programmatico-simpatetico sul calore «nativo», su sangue e anima, radici afroamericane
e scivolamenti verso il mediterraneo e il balcanico. Quanto agli esiti, che il dio del jazz ce la mandi
buona, possiamo dire. Perché in
questa temperie la demagogia è
sempre in agguato. Così come, la
fragranza di opere tempestose e generose ben realizzate.
Opere da amare immensamente
sono quelle dell’Orchestra Nion diretta da Claudio Cojaniz. La prima
del concerto ha un preludio free in
collettivo. Meditato. Splendido. La libertà tersa delle relazioni senza oppressioni. Il tema che segue è ellingtoniano con retrogusto bop. L’atmosfera è subito coinvolgente, nel
senso della commozione eccitata.
Lo diventerà sempre di più, quando
i toni da spiritual dei brani e la sonorità compatta-profonda della band
saranno sempre più percepibili.
Francesco Bearzatti al sax tenore
suona sentimentale, sensuale e ribelle, al meglio del suo talento.
L’ospite d’onore, il violinista rumeno Alexander Balanescu, è magistrale con controcanti evocativi di note
lunghe. Avrà per sé nel corso della
serata melodie «di frontiera», con
echi dell’est, esposte e abbellite nel
modo giusto.
Giancarlo Schiaffini all’euphonium e al trombone è in stato di grazia e quindi interviene «con ragione
e sentimento». Si ascolta un assieme fatto di frammenti di melodie,
riff, intermezzi, tutto intrecciato. E
tutto scorre, niente inibizioni e bloc-
La7
16:00 CUORE D’AFRICA Telefilm
Con Stephen Tompkinson,
Amanda Holden, Lucy-Jo
Hudson, Luke WardWilkinson, Rafaella
Hutchinson
18:00 I DUE CAPITANI FILM
Con Fred MacMurray,
Charlton Heston, Donna
Reed, Barbara Hale
20:00 TG LA7 Notiziario
20:30 IN ONDA Attualità Conduce
Luisella Costamagna e Luca
Telese
21:30
MISSIONE
NATURA Documentario
Conduce Vincenzo Venuto
23:50 TG LA7 Notiziario
00:05 BOOKSTORE Rubrica
Conduce Alain Elkann
01:10 CAPORALE DI GIORNATA
FILM Con Nino Manfredi,
Maurizio Arena, Franca
Rame, Rossella Como,
Arturo Bragaglia, Dolores
Palumbo, Isarco Ravaioli
Rainews
19:03 IL PUNTO SETTIMANALE
Attualità
19:27 AGRIMETEO Notiziario
19:30 TG3 Notiziario
20:00 IPPOCRATE Rubrica
20:30 TEMPI SUPPLEMENTARI
Rubrica
20:57 METEO Previsioni del
tempo
21:00
NEWS LUNGHE
DA 24 Notiziario
21:27 METEO Previsioni del
tempo
21:30 MERIDIANA - SCIENZA 1
Rubrica
21:57 METEO Previsioni del
tempo
22:00 INCHIESTA 3 Attualità
22:30 NEWS LUNGHE DA 24
Notiziario
22:57 METEO Previsioni del
tempo
23:00 CONSUMI E CONSUMI
Rubrica
23:27 METEO Previsioni del
tempo
chi psichici, tutto è ricomposizione
delle cellule del desiderio. Quando
Cojaniz esce in assolo al pianoforte
lo fa con la grinta di Monk, la saggezza orchestrale di Ellington, le dissonanze di un’amante di Webern.
La sera prima è un incubo, senza
mezzi termini, lo spettacolo musicale ideato da Giancarlo Schiaffini
e dalla sua partner storica, la vocalista Silvia Schiavoni, a partire dal testo di Predrag Matvejevic Pane nostro. Il pane come elemento comune a popoli diversi, mediterranei e
non solo: balcanici, greci, arabi, indiani, nomadi. Elemento unificante nel cibo e nel rito, cristiano e tribale. Elemento originario, però.
Nel tempo presente, nel pianeta
globalizzato, questa comunanza
sta per essere perduta e il pane diventa ornamento. Oppure, semplicemente, manca tra le popolazioni
affamate di mezzo mondo. Un Cantare il pane - questo il titolo dello
spettacolo - che dovrebbe suonare
come un inno anti-nazionalista e
cosmopolita. Seppur, si può ben dire, fortemente nostalgico.
E purtroppo è sul nostalgico deteriore, sulle melopee evocative di villaggi e spiagge e, in definitiva, patrie
perdute, con toni esotici persino da
cartolina, che battono i flauti di
Gianni Trovalusci e le percussioni
(tamburi e marimba) di Gianluca
Ruggeri. Mentre Schiavoni e Peppe
Servillo recitano e melodizzano frasi sparse del testo, che, sentite così
(«non di solo pane si vive, non si vive senza pane», «se l’aria è più pulita il pane è più luminoso», «e anche
nell’esilio ti resta il sapore del pane
tuo, come lo scordi mai?»), tutto sono meno che esaltanti, anzi sono opprimenti. Servillo è misurato (inserisce frammenti napoletani), Schiavoni è atroce quando usa la voce
«strozzata» da cantina teatrale.
Schiaffini (autore o almeno co-autore) annichilito. Le sue sortite al trombone, venate di un melodismo squisito e profondo, tanto tanto brevi,
sono le uniche gioie della recita.
Non si sottraggono alla demagogia nemmeno i virtuosi premiatissimi (referendum di Musica jazz, per
quel che vale…) del Tinissima Quartet. Il clarinettista e tenorsassofonista Francesco Bearzatti, il trombettista Giovanni Falzone, il bassista elettrico (nell’occasione: è ottimo anche col contrabbasso acustico) Danilo Gallo e il batterista Zeno De
Rossi presentano la versione udinese di X (Suite for Malcolm). Autore
delle tracce e dell’orchestrazione è
Bearzatti. Puntano a conquistare il
pubblico giovane del Teatro San
Giorgio. Accentuano l’aspetto r’n’b
del lavoro. Dotatissimi, euforici, scalpitanti, onorano il guerrigliero rivoluzionario Malcolm con un «baccano scandito perpetuo», con la ripresa di modi free standardizzati e quasi parodici, rinunciano, lasciandole
in angolini marginali della performance, a tante magnifiche qualità
di elaborazione melodica. Sontuosa, accorata, in Bearzatti. Raffinata e
pensosa in Falzone.
il manifesto
www.sbilanciamoci.info
Per una società inclusiva
e democratica di economisti
Un appello da Londra
Grazia Ietto-Gillies
E
conomisti di tutto il mondo... unitevi! Da
Londra un appello per un’associazione
pluralista, inclusiva e democratica. Per
un pensiero critico nella rete e L’introduzione
di un metodo aperto nella valutazione scientifica, superando la «Peer Review».
Viviamo in tempi difficili per gli economisti:
l’opinione pubblica e i media ci guardano con
sospetto, mentre all’interno della professione
si nota arroganza, disagio e rabbia. L’arroganza
sta dalle parti di chi crede di aver avuto e di avere ragione a propagandare il modello neoclassico e neoliberista di economia malgrado la crisi
tutt’altro che superata. E’ solo questione di tempo; il modello è valido e le politiche di tagli,
combinate con ritocchi dal lato dell’offerta, porteranno alla ripresa delle economie e il modello di capitalismo a trazione finanziaria continuerà a trionfare. Il disagio è di quanti, avendo
appoggiato il modello neoclassico, si trovano
ora a dover giustificare la loro posizione. C’è
rabbia invece tra i molti che non hanno mai
aderito al modello neoclassico e neoliberista,
compresi i pochi che avevano previsto la crisi
sulla base di teorie e modelli alternativi. La loro
voce non è stata ascoltata a livello politico né è
stata ospitata sulle pagine delle riviste scientifiche considerate autorevoli e prestigiose.
Il 16 maggio è stata lanciata una nuova associazione di economisti: World Economics Association (Wea). I principali punti su cui la Wea si
impegna, nel suo Manifesto, sono: pluralità di
approcci all’economia; inclusività; democraticità dei processi. Il pieno utilizzo delle tecnologie
digitali sarà decisivo nel realizzare tali obiettivi.
La WEA gestirà tre riviste scientifiche e organizzerà convegni on line. Delle tre riviste una
(Real World Economics Review) è già esistente e
funzionante e sarà inglobata nella struttura
Wea. È dedicata a problemi attuali di analisi e
politica e si rivolge a un pubblico più ampio dei
soli addetti ai lavori. Le altre due riviste (World
Economics Journal eEconomic Thought: History, Methodology and Philosophy of Economics) sono in uno stadio avanzato di sviluppo, e
hanno un taglio più accademico. (...)
In poche settimane la WEA ha raggiunto
5.000 iscritti di oltre 100 paesi del mondo. E’
quindi già diventata una delle maggiori associazioni di economisti e senz’altro la più inclusiva
geograficamente. La prestigiosa Royal Economic Society (Res) ha circa 3.300 membri, la Vereinfuer Socialpolitik 3.800, la Societa’ Italiana
degli Economisti (Sie) ne ha circa 850 e la American Economic Association (Aea) 18.000.
Questa adesione alla Wea è indice della presa di coscienza delle difficoltà nella professione. È un modo per gli economisti di segnalare il
desiderio di cambiare la professione.
I fondatori di Wea stanno attualmente lavorando all’impianto editoriale delle riviste e alla
struttura dei convegni: il tutto dovrebbe essere
pronto nel giro di alcune settimane. Tutto il lavoro fatto finora è il contributo di volontari che
credono nella necessità di cambiare il modo in
cui la professione interagisce e soprattutto
muoversi verso una scienza economica veramente pluralistica e inclusiva. La Wea è aperta
a tutti gli economisti del mondo qualunque sia
il loro approccio all’economia o il loro tipo di lavoro; essa è aperta anche a non economisti con
un interesse in questioni economiche. (...)
L’adesione è gratuita; le donazioni sono incoraggiate per poter dare un supporto amministrativo alle varie strutture.
Certo, ci vuole molto più che una nuova associazione di economisti per girare pagina. Nondimeno una associazione che sia veramente inclusiva e pluralista può essere un primo passo
verso sviluppi alternativi della scienza economica e del suo insegnamento. In questo spirito
lanciamo un appello aperto a tutti i lettori di
Sbilanciamoci:
www.worldeconomicsassociation.org
il manifesto
CAPOREDATTORI
marco boccitto, micaela bongi,
michelangelo cocco, sara farolfi, massimo
giannetti, giulia sbarigia, roberto zanini,
giuliana poletto (ufficio grafico)
il manifesto coop editrice a r.l.
REDAZIONE, AMMINISTRAZIONE,
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Bargoni 8, 00153 roma
DOMENICA 26 GIUGNO 2011
COMMUNITY
DIR. RESPONSABILE norma rangeri
VICEDIRETTORE angelo mastrandrea
IL BENPENSANTE
Non si sa come
andranno a finire le
cose. A Pontida la
Lega: «4 ministeri al
Nord, tagliare le tasse,
basta con la guerra in
Libia e ributtiamo a
mare i migranti!» A
Roma: «I ministeri
restano qui! La guerra
in Libia è per gli
oppressi, le tasse non
si possono tagliare,
siate caritatevoli con
quelli dei “barconi” e
ben vengano i
matrimoni gay». Il
Vaticano: «Siate
cristiani con quei
poveracci, però noi
non li possiamo
ospitare, ma
dobbiamo
scomunicare tutti gli
omosessuali!»
❚
STAMPA litosud Srl via Carlo Pesenti 130,
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roma tel 06 39745482 fax 0639762130
certificato n. 6946 del 21-12-2010
chiuso in redazione ore 21.30
tiratura prevista 66.240
LE PRIME difficoltà per i neosindaci della sinistra
sono arrivate prima di quanto ci si
potesse aspettare.
L’ennesima emergenza rifiuti a Napoli, un buco denunciato dal sindaco di 186 milioni
nelle casse del
Comune a Milano.
Quali margini rimangono a De
Magistris e Pisapia per poter invertire la rotta rispetto ai loro predecessori (anche di
centrosinistra)?
LAZIO
Lunedì 27 giugno, ore 19.30
RICORDO DI RINA A un anno dalla
scomparsa, Rina Gagliardi viene ricordata
in un incontro alla Casa internazionale
delle donne. Ore 19
■ Via della Lungara, 19, Roma
VENETO
Lunedì 27 giugno, ore 19
BENI COMUNI Allo Sherwood Festival, il
Circolo de Il manifesto di Padova propone
l'incontro: Beni comuni: il cammino dell'alternativa dall'energia all'acqua. Giuliana
Beltrame ne discute con: Mario Agostinelli
(co-autore del libro «Cercare il sole. Dopo
Fukushima», Ediesse 2011) e Ugo Mattei
(autore del libro «I beni comuni spiegati ai
ragazzi», manifestolibri 2011). Il dibattito
sarà in diretta in www.sherwood.it e www.
globalproject.info
■ Sherwood Festival Parcheggio
stadio Euganeo Padova
SICILIA
Domenica 26 giugno
BANDO CINEMA Si sono aperte le iscrizioni - gratuite - per partecipare al TrailersLab, laboratorio creativo del TrailersFilmFest, il festival dei trailer cinematografici
diretto da Stefania Bianchi, che si terrà a
Catania dal 28 settembre al primo ottobre
2011. L’iniziativa del TrailersLab prevede
una serie di workshop e incontri che avranno come tema centrale la comunicazione
audiovisiva per il cinema. Per informazioni:
[email protected]; www.trailersfilmfest.com
■ Auditorium e Aula 2 della Facoltà
di Lettere e Filosofia Università (piazza Dante 32) Catania (CT)
Inviate iniziative e appuntamenti a
[email protected]
–
CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE
PRESIDENTE valentino parlato
CONSIGLIERI miriam ricci,
emanuele bevilacqua, ugo mattei,
gabriele polo (dir. editoriale)
copie arretrate 06/39745482
[email protected]
la domanda
pagina 14
Due titoli di rilievo su un fatto piuttosto sensazionale avvenuto in questi giorni: la Repubblica : «Il matrimonio in chiesa di Ciro e Guido: i
valdesi rompono il tabù delle nozze gay»,
sottotitolo: Prima unione domenica
a Milano: l’amore merita la nostra
benedizione». Il settimanale protestante « Riforma»: «Testimoniare il
dono ricevuto», sottotitolo:
«Ciro e Guido, la coppia che un
anno fa aveva chiesto al Concistoro valdese di Milano un culto di
benedizione della loro unione potrà finalmente condividere il dono
De Magistris sei l'ultima no-
stra speranza. Berlusconi non vuole
farti lavorare perché cosi ti dà la responsabilità di questa emergenza.
Lasciali perdere al governo e facci la
raccolta indifferenziata. Noi cittadini
siamo pronti e possiamo dimostrare
di non essere inferiori ai milanesi e
di saper essere civili. Anche Milano
ha passato un,periodo come Napoli
con i rifiuti abbandonati. Tutto il
mondo è paese cari miei. Forza de
Magistris. Raffaele C.
Io credo che non bisogna asso-
lutamente pensare alle elucubrazioni
di Berlusconi e ciò che ci lascia o
che cerca di fare. Bisogna reagire
come popolo, come semplici persone. Ogni azione che facciamo porta
ad una conseguenza. Mi rivolgo ai
napoletani, la prima cosa da fare è
assolutamente non consumare! Perché il consumo di beni e merci, dal
più ricco al più povero, provoca rifiuti. Quindi cercate di eliminare ogni
tipo di merce che abbia un imballaggio, ogni cosa superflua. Quando
andate in supermercato, che è il
regno dell'imballaggio, cercate prodotti senza imballaggio, quindi andate al mercato, prendete solo prodotti
sfusi e portatevi contenitori o sacchetti da casa riutilizzabili. Insomma
io credo che nei prossimi anni dovrete stare molto attenti a ciò che consumate e forse potrete essere
un’avanguardia per tutti noi, a prescindere dai trattamenti che si possono fare ai rifiuti, abbiate coraggio
e procedete! Per i milanesi che sono
un popolo ricco e pieno di soldi e
spocchia, che si diano una mossa
perché una cosa non gli manca e
sono i soldi! Ciao e buon divertimento per i prossimi anni, ne vedremo
della belle!
Auricchio
La campagna elettorale è una
cosa, amministrare un'altra? Ma dai,
cosa mi dite... se ne impara una al
giorno, davvero. Dario Gasparini
Alla fase drammatica della
munnezza napoletana fa seguito la
fase comica degli addetti ai lavori.
In questo bailamme catastrofico che
subissa Napoli, c’è una certa complicità dolosa che nasconde all’occhio
dei più la responsabilità remota di
chi consuma il disastro Napoli: la
sua gente. Lazzaroni sfrenati, emuli
di Masaniello, che pretenderebbero i
servizi come dovere degli altri e non
come dovere del singolo impegnato
a mantenere pulita la propria città.
Nessuno che ricordi il saggio cinese
che esortava a tener pulita la soglia
della propria casa. Del resto, non è
sola la munnezza che a Napoli minaccia il degrado della vita sociale.
Tutta la vita cittadina è pervasa da
un cupio dissolvi che rende ciascun
cittadino complice dell’altro cittadino, entrambi impegnati a distruggere
ogni vestigia di cultura civica invano
insegnata come retaggio di tempi
migliori. Volere il meglio a spese degli altri è il movente doloso che fa il
cittadino napoletano il peggiore degli aventi diritto; e se alcuni intellettuali si sono spesi per addurre cause storiche al degrado che ci travolge, non c’è dubbio, anche questi
intellettuali hanno “peccato” di cecità precostituita. Certi di pescare nel
tenerume partenopeo e favorirsi le
simpatie dei bistrattati, questi pennatori hanno infarcito le loro ricerche di
motivazioni storiche il cui spunto
esistenziale è stato malamente interpretato. Sciami di giovinastri, incappucciati per non farsi riconoscere,
svolazzano per la città, sparpagliano
e bruciano cumuli d’immondizia per
rendere ancora più fetido e soffocante l’ambiente in cui si vive. Una protesta camorristica che arreca più
danno di quanto ne farebbe la munnezza lasciata alla sua fermentazione. Incendi dei cassonetti, milioni
per sostituirli, la diossina che si propaga velenosa, e le bande di giovinastri insensibili a qualsiasi richiamo
che li esorti alla ragione. Traffico
bloccato per le arterie principali dell’ex “Paese d’ ‘o sole”: «Il disordine
regna a Varsavia». Meno male che
De Magistris è il nuovo sindaco di
Napoli… la Rosetta era diventata un
simulacro. Celestino Ferraro
scena psicosociopolitici perché nulla
cambi, con rigorosa non soluzione
del problema spazzatura. Insomma
non ci fidiamo di chi avesse idee
nuove. Non fare un tubo perché si è
conservatori può andar bene, ma
allora perché siamo finiti nelle mani
dei giacobini della Lehman Brothers?
Sia a destra che a sinistra, con questa politica i conti non tornano.
Bozo4
DIVINO
Benedetti i gay
Filippo Gentiloni
dell’amore che lega l’uno all’altro».
Titoli e sottotitoli chiariscono un
fatto che potrebbe facilmente essere frainteso. La Riforma lo ridimensiona. riferendo di una coppia gay
che chiedeva alla chiesa valdese
di Milano che la loro unione fosse
benedetta, non rivendicando un
diritto , ma un «dono».
Il sinodo aveva risposto così: «Consapevole del fatto che la benedizione testimonia un riconoscimento e
una condivisione annunciata e proclamata della grazia di Dio rivolta
I rifiuti per De
Magistris, il buco di
bilancio per Pisapia.
C’è spazio per
un’altra politica o
l’emergenza
schiaccerà la
primavera dei sindaci?
ad ogni creatura umana il sinodo è
convinto che le parole e la prassi
di Gesù non possono che chiamarci all’accoglienza di ogni esperienza e di ogni scelta improntate all’amore quale dono di Dio, liberamente e consapevolmente vissuto
e scelto. Perciò si deve procedere
nel cammino di condivisione e di
testimonianza e laddove la chiesa
locale abbia raggiunto un consenso maturo e rispettoso delle diverse posiziloni, essa si senta libera
di prendere le decisioni conseguenti». Una posizione nuova, ma bene
Discussioni senza fine sui retro-
Scusate, ma qualcuno di voi
non avrà mica creduto sul serio alle
espressioni di contrizione dei rappresentanti del Pdl all'indomani del risultato delle elezioni amministrative
e di quelle dei referendum? Non
avrete mica pensato che questa gentaglia era sincera quando affermava
che intendeva rispettare la volontà
popolare? Ma figlioli, questi sono
dei banditi che faranno di tutto per
affossare le amministrazioni di centrosinistra, e non solo a Milano, Napoli e Bologna. E ogni volta che i
comuni, le provincie e le regioni in
mano al Pd. Idv, Sel ecc. non otterranno i risultati promessi, saranno
sepolti dalla macchina del fango
organizzata dai giornali "di famiglia"
del premier e dai fiumi di menzogne,
calunnie e diffamazioni che dilagano
sui telegionali Mediaset e non solo,
ma anche su quelli della Rai. Questa è una guerra, cari miei, e bisognerà cercare di tenere duro fino a
quando il miliardario non se ne andrà fuori dai coglioni. Gianni
Perché dobbiamo andare addos-
so a questi due neosindaci quando
la colpa sta tutta nell'ipocrisia del
governo? Sappiamo bene l'ideologia
di Berlusconi e di Bossi: ognuno pensi per sè. Per questi signori l'unica
legge che vale è quella del più forte,
la legge del mero esistente da accettare senza condizioni, cercando di
essere più furbi e di stare meglio
degli altri. Questo non vale soltanto
per il governo, ma è il parere di tantissimi italiani. Ed il fatto che Napoli
sia lasciata abbandonata così non
solo dallo stato, ma anche da tutti
gli italiani, è una vergogna. Altro che
riscossa della società civile.
Dialektische Materialismus
–
articolata e condizionata.
I protestanti, dunque, non sacralizzano alcun rapporto, ma chiedono
a Dio di accompagnare e ispirare
quei loro fratelli che si amano. Così insieme a tanta parte del protestantesimo nel mondo, in 11 paesi, dai Paesi Bassi al Sud Africa.
Negli Stati uniti in cinque stati è
prevista l’unione legale. Il presidente Obama si è espresso a favore di
una legge che la introduca in tutti.
In Italia la chiesa luterana ha aperto alle copie omosessuali . Il sinodo valdese: «Purché la benedizione
avvenga con il consenso delle comunità locali».
Forum con i precari,
il Formez precisa
In merito all’articolo apparso sul
manifesto del 24 giugno scorso,
Formez PA conferma che ha sempre prestato la massima attenzione
nei confronti delle proprie risorse,
operando nel rispetto della normativa vigente e dei limiti temporali che
sono stati imposti per i contratti a
termine dalla legge 247/2007 firmata dal Ministro Damiano. Formez
PA ha utilizzato tutti gli strumenti
offerti dalla legislazione per valorizzare e preservare il capitale di conoscenze. In questo si è sempre avuto un confronto pieno, costruttivo e
positivo con tutti i sindacati, nessuno escluso. La stipula di contratti a
termine è dettata da ragioni tecniche, produttive, organizzative o sostitutive connesse a progetti con
cadenze determinate. Mi preme
sottolineare che così vengono date
opportunità di lavoro e crescita professionale a centinaia di brillanti
giovani laureati, che traggono da
queste esperienze grande giovamento per il loro futuro.
In tale contesto di legittimità, nonché degli indirizzi del recente collegato al lavoro Legge 183/2010 e
successive modifiche, si innesta
anche la sottoscrizione di verbali di
conciliazione sindacale alla quale
hanno partecipato le diverse sigle
sindacali, inclusa la Cgil, avendo
condiviso la bontà di tale scelta.
Quanto alle assunzioni a tempo
indeterminato, è opportuno chiarire
che per direttiva della stessa Presidenza del Consiglio dei Ministri, il
Formez PA procede alla relative selezioni svolgendo regolari procedure
concorsuali, nei termini e con le
modalità previamente concordate
con i sindacati, così come è avvenuto con l’assunzione a tempo indeterminato di 24 candidati risultati
vincitori.
Marco Villani, direttore generale
di Formez PA
Sia da fonte dei lavoratori intervistati, che da diretta comunicazione con la Cgil, a noi invece risulta che la Cgil non ha accettato di
fornire la propria assistenza per
le conciliazioni. Il concorso escludeva i collaboratori, a meno che
non avessero (cito il bando) «almeno 18 mesi con contratto di lavoro subordinato»: poiché in
agenzia ne avete numerosi con
5-7-8 e più anni di sole collaborazioni, questi sono risultati del tutto esclusi. Che offrire contratti a
tempo determinato possa essere,
come dite, «opportunità di grande giovamento per brillanti laureati», può essere vero, ma tra i vostri 200 tempi determinati e gli oltre 100 collaboratori ci sono tantissime persone che hanno ormai
un'anzianità notevole, e disperando di vedere di fronte a sè un
«brillante futuro» ci risulta non
solo che vi stiano facendo causa,
ma che proprio relativamente all'ultimo concorso abbiano chiesto l'accesso agli atti con evidenza dei documenti. an. sci.
DOMENICA 26 GIUGNO 2011
il manifesto
COMMUNITY
Gramsci
e le primavere arabe
next
❚
Sulle primarie è
scontro tra Di
Pietro e Vendola.
Entrambi parlano
di programmi. Da
elaborare «in
piazza» o «nelle
stanze chiuse»?
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L’OROSCOPO di Bartleby
Avete un diavolo per capello.
Anzi, per parrucchiere, se siete
uno dei vip che si è avvalso
delle prestazioni dell'ex figaro
ARIETE
fascistoide Lele Mora.
Il suo arresto, oltre a disinfestare
i palinsesti televisivi, spalanca un legittimo
interrogativo: e se L'Isola dei Famosi
a cui il Mora si è tanto dedicato fosse
in realtà la Caienna penale?
Le cose della vita si
trasformano d'incanto intorno
a voi in una montagna
di Lollipop, i coloratissimi
TORO
lecca-lecca inglesi.
Attenti al diabete.
Chi sarà il leader
del centrosinistra
che verrà?
Una corsa a tre?
Hanno innescato una serrata discussione politica le interviste realizzate dal manifesto ad Antonio Di
Pietro e Nichi Vendola nei giorni
scorsi. Da tre giorni i due leader
politici del centrosinistra battibeccano a mezzo stampa. Il leader
dell’Italia dei valori, ringalluzzito
dalla vittoria referendaria, nel giro
di 72 ore ha lanciato l’idea di
un’Idv2, ha fatto una strizzata d’occhio a Berlusconi inneggiando al
dialogo e meritandosi le ire dei
militanti più ferocemente antiberlusconiani del suo partito, e invita a
non anteporre le primarie ai programmi come farebbe invece Vendola. Il presidente della Puglia risponde accusandolo di essere tornato «il moderato delle origini» e
di voler riproporre «gli incontri fra
leader nelle stanze chiuse». E rilancia: «Il programma scriviamolo in
piazza», attingendo alle competenze maturate dai movimenti della
scuola, dei precari, della cultura,
etc. Poi parla anche alla Federazione della sinistra, con la quale è
gelo dai tempi della scissione da
Rifondazione comunista: «Mi piacerebbe tornare a discutere con loro», «lotterò perché non ci siano
esclusioni a sinistra», ma attenti
all’autoesclusione di chi «considera il governo come una sorta di
perdizione e quello dell’opposizione una salvazione». Di Pietro a sua
volta risponde: «L’Idv è un partito
che ha l'obiettivo di diventare un
movimento di massa, e come tale
non può parlare solo ad alcuni e
non può parlare solo agli amici di
Pancho Pardi», cioè alla sinistra
anche del suo partito. Le domande
che si pongono sono varie: è una
conversione al moderatismo in vista di un futuro governo di centrosinistra, quella di Di Pietro, o si tratta del solito leader opportunista
che non è mai stato di sinistra ma
ne ha cavalcato le istanze fin quando lo ha ritenuto utile? E dunque,
cosa ne sarà della sinistra dell’Idv,
a cominciare da De Magistris fino
a Pancho Pardi, appunto? E ancora: viene prima il programma o le
primarie, oppure le due cose vanno a braccetto? Il programma in
piazza di Vendola è un’idea «azzeccata», come direbbe Di Pietro, o
una trovata populista?
pagina 15
Con Marte nel segno irrigidite
la vostra abituale affabilità.
Come diceva il vostro
esponente Billy Wilder, «certe
persone chiudono un occhio
soltanto per poter mirare meglio».
«Un'idea forte comunica un po'
della sua forza a chi la
contraddice», diceva Proust.
Forse per questo gli avversari
politici del cosiddetto
pensiero del Popolo della libertà sono stati
per tanto tempo così imbelli.
L’
interesse degli intellettuali arabi e musulmani per
il pensiero di Antonio
Gramsci non è un fenomeno nuovo. Gramsci ha fornito, infatti, alcune cruciali categorie concettuali per analizzare le drammatiche
trasformazioni politiche, sociali
ed economiche che hanno investito le società arabe, in particolare
quella egiziana, negli ultimi decenni. Oggi, in particolare, Gramsci ci
permette di guardare alle rivolte
arabe degli ultimi mesi con occhi
nuovi.
Nel suo classico Overstating the
Arab State (1996), lo studioso egiziano Nazih Ayubi spiegava come
i regimi arabi fossero fragili poiché, pur avendo sviluppato raffinate strutture per la sistematica repressione del dissenso, non erano
stati in grado di creare efficaci strumenti per la produzione del consenso, quelli che Althusser chiamava gli apparati ideologici dello
stato. Servendosi di categorie
gramsciane, Ayubi sosteneva che
le élite al potere nei regimi arabi
avevano sviluppato la dimensione
del dominio, senza veramente riuscire a esercitare una direzione intellettuale e morale.
Questa strutturale debolezza
dei regimi arabi aveva consentito
a movimenti islamisti come i Fratelli Musulmani di sviluppare progetti contro-egemonici, per esempio in paesi come l’Egitto e la Giordania, utilizzando il linguaggio e i
simboli dell’Islam per articolare
l’islamismo come ideologia politica.
In Making Islam Democratic
(2007), lo studioso iraniano Asef
Bayat, poi seguito dall’egiziano
Hazem Kandil, aveva interpretato
le strategie dei Fratelli Musulmani
egiziani come una gramsciana
guerra di posizione volta a conquistare le “casematte” della società
civile. I Fratelli Musulmani erano
infatti riusciti a creare una rete di
ospedali, scuole e attività caritatevoli grazie alle quali erano stati in
grado di costruire una comunità
morale e ideologica, ma anche un
settore privato islamista.
Negli ultimi decenni, i movimenti islamisti sono stati in grado
di attuare pervasivi processi di reislamizzazione in numerosi paesi
musulmani, anche non arabi, come la Turchia, la Malesia e il Pakistan. In alcune società arabe, come quella egiziana e giordana, i
Fratelli Musulmani sono inoltre
riusciti a costruire un “blocco storico”, rivolgendosi a due ceti sociali profondamente diversi ma uniti
dalla frustrazione nei confronti
dei regimi: la nuova borghesia islamista e il sottoproletariato urbano. La leadership dei Fratelli Musulmani, che è espressione di una
borghesia islamista la cui ascesa è
da leggere nel contesto delle trasformazioni economiche neoliberiste degli ultimi trent’anni, ha infatti individuato nel sottoproleta-
Daniel Atzori
riato urbano una massa di manoborghesia egiziana, ma sono envra.
trambi uniti nel voler impedire
Sulla base delle riflessioni di
una reale partecipazione delle
Gramsci sui modelli di partito, gli
masse popolari alla gestione della
islamisti appaiono come coloro
res publica.
che additano alle masse un’età
I Fratelli Musulmani hanno,
dell’oro nella quale tutte le tensioper anni, domandato a gran voce
ni e le contraddizioni si risolveranla democrazia. La democrazia
no, in questo caso grazie all’Islam.
avrebbe infatti consentito al moviGli islamisti, adottando il mito,
mento islamista di sviluppare
nell’accezione di Sorel, della sociecompiutamente la propria guerra
tà islamica da instaurare, hanno
di posizione all’interno del procesoscurato la realtà storica delle relaso democratico. Ora, tuttavia, i
zioni di produzione, spostando il
Fratelli Musulmani possono negoconflitto dal campo degli assetti
ziare direttamente con l’ancien résocio-economici a quello della culgime, e non è detto che la demotura in senso lato.
cratizzazione rimanga una prioriIl progetto contro-egemonico
tà per gli islamisti. Sebbene il moislamista non mette, infatti, realvimento islamista non abbia svolmente in discussione le relazioni
to un ruolo da protagonista assolusocio-economiche sulle quali si
to nelle mobilitazioni di piazza
basano le società arabe. L’obietticontro Mubarak, esso può tuttora
vo dei Fratelli
contare su una
Musulmani, e
pervasiva rete
delle nuove e
Molti intellettuali arabi di istituzioni. I
dinamiche clasFratelli Musule
musulmani
hanno
si medie di cui
mani si candisono espressiodano a gestire
usato categorie
ne, è quello di
un ruolo di riliegramsciane per
divenire classe
vo nel prossidirigente, non
mo futuro; tutguardare alle rivolte
di trasformare
tavia, sono procon
altri
occhi.
le relazioni di
fondamente
produzione, noframmentati al
Il risultato è
nostante i poproprio intersorprendente
pulistici appelli
no. Se alcuni
alla giustizia soislamisti guarciale. Secondo Ayubi, la reazione
dano con interesse al modello del
del regime di Mubarak nei conpartito islamista turco Akp, altri
fronti del movimento islamista è
hanno una concezione più intranstata una gramsciana “rivoluzione
sigente e radicale.
passiva”. Il regime ha infatti adotI movimenti di piazza che hantato un’articolata strategia di cono protestato contro i regimi, in
optazione e repressione, sostenenEgitto e altrove, pagano adesso la
do il processo di islamizzazione a
propria impreparazione organizpatto che esso non provocasse alzativa e ideologica. Il loro carattecun reale mutamento dello status
re fluido e spontaneo rischia di traquo.
dursi in uno svantaggio nel moIn questo senso, si sono verificamento in cui si rende necessario
te convergenze tra la guerra di poarticolare una nuova sfida controsizione dei Fratelli Musulmani e la
egemonica, in grado di proporre
rivoluzione passiva attuata dal reuna reale alternativa.
gime; ha dunque ragione Samir
Nel 18 brumaio di Luigi BonaAmin a considerare i Fratelli Muparte, Karl Marx analizzò come le
sulmani come una forza tendengrandiose rivoluzioni popolari del
zialmente reazionaria.
1848, che avevano acceso le speNegli ultimi mesi, le rivolte araranze dei democratici e dei socialibe hanno portato alla caduta di
sti di tutta Europa, avessero spiaBen Ali in Tunisia e di Mubarak in
nato la strada all’autoritarismo di
Egitto, oltre a una serie di sollevaLuigi Bonaparte, poi Napoleone
zioni popolari; ma si è trattato, alIII. La deposizione del re dei franmeno finora, di vere rivoluzioni?
cesi, Luigi Filippo, aveva innescaLe deposizioni di Ben Ali e di Muto una dura lotta tra i diversi grupbarak somigliano più a colpi di stapi di interesse della borghesia franto attuati dai regimi con lo scopo
cese. Le masse popolari parigine
di frenare le rivoluzioni, non di atche, in un primo momento, avevatuarle. In Egitto, i militari sembrano giocato un ruolo importante
no aver compreso che, per impedinella rivolta contro la monarchia
re una reale trasformazione degli
orleanista, furono poi marginalizassetti socio-economici della sozate. La fragile seconda repubblicietà egiziana, è ora necessario alca, che durò dalla rivolta del feblearsi con i Fratelli Musulmani in
braio 1848 fino al dicembre del
modo da costituire un blocco d’or1851, non fece altro che preparare
dine.
il terreno per il regime autoritario
I militari e i Fratelli Musulmani
e bonapartista di Napoleone III.
rappresentano settori diversi della
Analogamente, il problema
principale delle rivolte arabe è l’assenza di un moderno principe, un
soggetto politico che sia in grado
di forgiare una nuova volontà collettiva e di contrastare il tentativo
del blocco d’ordine di depoliticizzare le masse che si erano mobilitate nei mesi scorsi. Molti dei giovani di piazza Tahrir soffrono, come diceva Gramsci a proposito degli intellettuali del Risorgimento
italiano, di un superficiale cosmopolitismo, che li rende incapaci di
essere autenticamente “nazionalpopolari”. Questi giovani hanno
spesso studiato in università prestigiose, come la American University of Cairo, sono a proprio agio
nei social media, ma hanno rapporti tenui sia con il sottoproletariato che vive nelle poverissime
ashawwiyyat (slums) cairote sia
con la popolazione rurale.
L’islamizzazione del sottoproletariato è stata anche resa possibile, nei decenni scorsi, proprio dalla distanza tra le élite intellettuali
laiche, sia liberali sia socialiste e
comuniste, e le masse dei diseredati.
Gramsci riteneva invece fondamentale per la formazione di
un’autentica volontà nazionalpopolare l’ingresso simultaneo delle
masse nella vita politica, grazie al
ruolo di direzione intellettuale e
morale del moderno principe.
Un’analisi gramsciana rivela,
dunque, la crisi egemonica che investe sia i regimi sia il movimento
islamista, ma anche la difficoltà di
articolare nuovi progetti. Come afferma Gramsci: «La crisi consiste
appunto nel fatto che il vecchio
muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». Le violenze dei militari, le tensioni interreligiose e le ondate di
violenza salafita rientrano proprio
tra i fenomeni morbosi di questo
delicato interregno.
Il principale contributo di
Gramsci al marxismo e, più in generale, alla teoria politica consiste
nell’aver decostruito le interpretazioni che riducevano il marxismo
a un meccanicismo positivistico.
La rivoluzione, in sostanza, non
sarebbe avvenuta secondo Gramsci automaticamente a causa delle insanabili contraddizioni delcapitalismo ma grazie all’articolazione politica di un nuovo progetto
egemonico. Questo spingeva
Laclau e Mouffe (Hegemony and
Socialist Strategy, 2001) a individuare nel concetto gramsciano di
egemonia «la categoria centrale
dell’analisi politica» tout court.
Ritenere che le rivolte arabe abbiano innescato processi che automaticamente porteranno alla nascita di società più giuste e democratiche è dunque illusorio. Tocca
agli arabi tornare a essere artefici
del proprio destino tramite l’articolazione di nuove egemonie, riguadagnandosi finalmente la libertà che è stata loro negata.
Altezzosi come siete a volte
perdete il senso
delle proporzioni, finendo
per cantarvela e suonarvela
da soli. Perciò confrontate
sempre i vostri acuti con la benevola
definizione espressa da Mick Jagger:
«Madonna, un bicchiere di talento in un
mare di ambizione».
In questa settimana difficile,
sareste contenti se le Tavole
della Legge con cui siete
costretti a confrontarvi fossero
scritte con l'inchiostro
simpatico. Ma quello si fa uno sbaffo delle
vostre voglie di leggerezza, e se ne resta nero
e scorbutico.
Oltre a esserlo in proprio, il
denaro scatena le allucinazioni
negli altri, come testimoniano i
deliri di potenza priapica del
nostro conducator miliardario
"Papi Primo". «La più profonda mortificazione
dei ricchi: poter comprare tutto.
E alla fine credono che sia davvero tutto»,
ha scritto Canetti.
Come è vero che ripetiamo
sempre gli stessi errori! Da
studente Cicchitto militava
nell'"Unione Goliardica", e ora,
dopo un lungo e mimetico
tragitto, si ritrova a blaterare nella stessa
identica compagine camuffata con un nome
nuovo. Sarà conscio, il Cicchitto, di essere a
nostro discapito una pedina dell'eterno ritorno?
Se vi fermate un attimo a
comprare un costume da
bagno e a guardarvi intorno
capirete che è proprio arrivato
il momento di partire. "Si può
restare fermi in un fiume che scorre, ma non
nel mondo degli uomini" dice un proverbio
giapponese.
La rarefazione dei vostri gesti
rasenta l'impassibilità dei
numeri primi. "Nessuno ha mai
commesso un errore più grande
di colui che non ha fatto niente
perché poteva fare troppo poco"
ha dichiarato il capricorno Edmund Burke,
prima di rassegnarsi a fare un troppo
breve sonnellino.
Nel mondo dei possibili
circolano molte differenti
versioni: sono espressioni del
tempo, o le uscite di sicurezza
che concedete alla
determinazione delle vostre scelte? Non
sentitevi sempre inseguiti dall'efficacia.
Sotto l'influsso dei miraggi di
Nettuno diventate poco lucidi,
facendovi sponsorizzare dalle
angosce. Accettate di più
quello che viene. Come diceva
Ikkyu, il poeta buddhista zen:"Se al termine
del viaggio /non c'è un luogo finale dove
riposare/non c'è da temere/di perdere la via".
pagina 16
il manifesto
DOMENICA 26 GIUGNO 2011
L’ULTIMA
Crotone
VIA COL VENTO
storie
Inchieste sulla mafia dell’eolico, un giro di affari,
interessi e posti di lavoro. Ma il ministro Maroni non
vede e non sa niente. Neanche che dopo l’elezione,
il presidente era fuggito per qualche giorno:
«Sennò mi sparano», aveva detto
Silvio Messinetti
CROTONE
T
irare a campare per non tirare le cuoia.
E nel mentre nascondere, dissimulare,
omettere. In attesa che la nottata passi
e gli scandali siano insabbiati. Nella Calabria
dell’era Scopelliti può accadere che una giunta provinciale più volte interessata da inchieste antimafia sia sempre lì, immobile al suo
posto. Un vero e proprio record: ben tre indagini che hanno chiamato in causa membri
dell’amministrazione provinciale di Crotone
in appena due anni. Un fuoco di fila della magistratura inquirente. Ma dalle parti del Viminale nessuno mai si è peritato di andare a
spulciare le carte. Nessuna commissione di
accesso si è insediata, né a breve lo farà.
Perché? Cosa c’è dietro questa strana ignavia del ministro degli Interni Roberto Maroni, per altri versi attivissimo, e dei suoi funzionari? E dire che i fatti e le circostanze sono
piuttosto gravi. E tirano in ballo personaggi
eccellenti.
Il serpente
Chissà perché era preoccupato che gli sparassero, come emergerebbe dalle conversazioni intercettate. Stava ricevendo pressioni
«di tutti i tipi». Forse per la mancata nomina
di assessori di Isola Capo Rizzuto e Cutro, paesi a forte concentrazione mafiosa. Gli inquirenti parlano di «clima di intimidazione operato sulla nuova giunta di centrodestra fortemente ricattata a seguito del pericoloso spostamento di voti nei citati paesi». Il presidente della Provincia, Stano Zurlo (Pdl), non è indagato nell’ambito dell’indagine Hydra, anche se il suo nome compariva nella comunicazione di reato. L’inchiesta, condotta dalla
procura distrettuale antimafia, portò sei mesi orsono al fermo cautelare di dodici persone e all’iscrizione nel registro degli indagati
di altre 65. Accusate a vario di titolo di associazione mafiosa e di altri reati contro la persona e il patrimonio.
Il sodalizio criminale puntava a condizionare il voto amministrativo «anche grazie alla facile permeabilità degli esponenti politici». Pur decimata da maxi-retate, la mafia crotonese, come il serpente a nove teste della mitologia greca, non è mai morta. E per ricrescere più forte di prima voleva «entrare» in politica. Non che in passato ne fosse rimasta fuori.
Ma questa volta voleva entrarci dalla porta
principale. L’occasione delle provinciali del
2009 era troppo ghiotta per farsela sfuggire. E
questo valeva per la cosca crotonese VrennaBonaventura, guidata da Antonio Vrenna, figlio del padrino Pino Vrenna (oggi collaboratore di giustizia), ma anche per gli Arena di
Isola. Proprio la potente compagine isolitana
- a detta della procura - ha creato seri problemi a Zurlo quando all’indomani del voto non
si è vista adeguatamente rappresentata nella
squadra di governo. Che, non a caso, appena
poche settimane dopo l’insediamento è stata
modificata con un repentino rimpasto.
Tra gli indagati figura l’assessore alla pubblica istruzione, Gianluca Marino (Pdl, poi dimessosi), «sul cui conto sono emersi fondati
elementi che comprovano come egli sia stato
prescelto e sostenuto dalla cosca Vrenna che
lo ha ampiamente appoggiato nella scalata al-
LAMEZIA TERME
«Trame», festival dei libri sulle mafie
Con don Luigi Ciotti e Lirio Abbate
Più di settanta autori e un fitto calendario di iniziative culturali. Sono i numeri della prima edizione di «Trame, Festival
dei Libri sulle mafie» che si sta svolgendo in questi giorni a
Lamezia Terme, sotto la direzione del giornalista Lirio Abbate, esperto di mafia e sotto scorta per le sue numerose denunce. Il programma si articola in numerosi incontri con il
pubblico che si svolgono dalle 18 fino a mezzanotte in più
punti della città (da Palazzo Pannariti a Piazza San Domenico fino a Palazzo Nicotera). «Stiamo facendo una scommessa molto più grande di quelle che la nostra città è abituata
a far e- ha dichiarato il sindaco della città della Piana,
Gianni Speranza - di cui siamo orgogliosi e spero che questo evento sia di buon auspicio per il riscatto delle nostre
terre». ’Padrino’ dell’iniziativa anche don Luigi Ciotti, fondatore di Libera e del Gruppo Abele, che in apertura della
rassegna ha affermato: « Se c’è un peccato oggi è la mancanza di sapere». Si va avanti fino al 26 giugno.
IL MINISTRO
Neanche una
parola sui
roghi dei terreni
confiscati
LE ’NDRINE INTOCCABILI
E IL PROTETTORE DEL PDL
la carica di assessore dietro corrispettivo in
denaro per i servigi svolti». E di questi retroscena il candidato alla presidenza, Zurlo, sarebbe stato perfettamente al corrente. Anzi,
nelle conversazioni intercettate si fa riferimento al disappunto manifestato da Zurlo
per le cifre richieste dai picciotti del clan, ritenute troppo esose. Il corrispettivo per i favori
elettorali non era, peraltro, solo il danaro. Perché dopo il voto le ‘ndrine battevano cassa
anche sul fronte assunzioni. Le richieste furono esaudite immediatamente. Nello staff di
Marino compariva, infatti, la figlia di Salvatore Barillari, fratello di Gaetano, condannato a
14 anni nel marzo 2009 nel processo Herakles per mafia e narcotraffico.
Fischia il vento
Ottocento torri da piantare e 2400 pale da
montare per i parchi autorizzati. E poi 250 domande (per oltre 8mila megawatt di potenza) che attendono il nulla osta in Regione. Le
energie rinnovabili sono il nuovo business, la
nuova frontiera dell’economia legale e illegale in Calabria. Il crotonese è la mecca dell’eolico. Da queste parti grecale e tramontana
sferzano l’aria centinaia di giorni all’anno.
Zurlo, all’indomani del voto, nominò Franco
Senatore assessore al Commercio, Risorse
idriche ed Energia. Un uomo di provata fede,
Senatore, un imprenditore vinicolo da ricompensare per l’impegno profuso in campagna
elettorale ed i tanti voti presi tra Cirò, Strongoli e Melissa. La scelta cadde su di lui di comune accordo con Giuseppe Esposito, vero
deus ex machina di quelle elezioni. Commissario del Pdl nella provincia di Crotone, parlamentare originario di Pagani, Esposito non è
un carneade. È vicepresidente del Copasir,
l’organo di controllo dei servizi, ma soprattutto è uno che con l’energia fa affari da tanto
tempo, a capo di una multinazionale la Esor,
partner del colosso energetico Eon (Energy
and Consulting Ltd), il più grande gruppo
energetico a capitale completamente privato
del mondo con sede a Dusseldorf.
Secondo la Procura crotonese dietro i tanti
insediamenti eolici nel territorio ci sarebbe la
criminalità organizzata. Nello specifico, i magistrati indagano su un parco eolico costruito
a nord di Crotone. Qui le torri ricoprono l’intero crinale che traccia il confine tra i comuni di Melissa e Strongoli. Il parco è stato sviluppato da una grande multinazionale scesa
dal nord, la Edison, che ha subìto una perquisizione ma non è coinvolta nell’indagine. Tra
gli indagati (per corruzione) figurano, invece,
i capi degli uffici tecnici dei comuni interessati: avrebbero firmato le autorizzazioni senza
rilevare i vincoli ambientali che gravavano su
quel territorio.
Il dirigente sotto inchiesta del Comune di
Strongoli è Leopoldo Greco che - a detta della Procura - avrebbe anche contattato la ditta
incaricata della realizzazione del parco, la Fago di Milazzo, sponsorizzando l’assunzione
di pluripregiudicati in odor di ‘ndrangheta a
cui il lavoro nonostante ciò venne trovato. E
un posto fu rimediato anche per la figlia di
Greco che fu assunta nell’ufficio legale della
ditta appaltatrice. Salvo poi rinunciare perché l’aspettava un ruolo in provincia a capo
dello staff proprio dell’assessore Senatore,
quello con la delega all’energia. Insomma,
un’inquietante commistione mafia-imprenditoria- politica su cui la procura sta indagando per scoprire pezzo dopo pezzo i giochi di
favori elettorali ed economici.
I commensali
Le elezioni provinciali del 2009 furono vinte dalla destra al ballottaggio per soli 2351 voti. I comuni di Isola e Cutro elessero ben sei
consiglieri su quattordici della maggioranza
e tra il primo e secondo turno l’incremento
maggiore di voti per la destra fu registrato
proprio ad Isola, il regno degli Arena. Che
l’aria che tirava fosse quella lo si poteva intui-
re già nel 2008. In una cena organizzata per
festeggiare l’elezione a senatore nella circoscrizione estero di Nicola Di Girolamo, tra i
tavoli imbanditi di Capo Rizzuto, assieme a
picciotti e boss della cosca isolitana, c’erano
tutti i livelli della politica, quello nazionale e
quello locale. Oltre a Di Girolamo (fresco di
nomina al senato grazie ai voti della
‘ndrangheta) c’era Antonio Riillo candidato a
sindaco del Pdl alle comunali e soprattutto
c’era mezzo Pdl crotonese tra cui tre consiglieri provinciali in carica. La figura di spicco
era senza dubbio Gianluca Bruno che Zurlo
nominò poi vicepresidente della Provincia assegnandogli deleghe pesanti quali turismo,
trasporti, agricoltura ed ambiente. E, poi, Raffaele Martino, vicepresidente del Consiglio
provinciale, e Maria Antonietta Maio che presiede la IV Commissione. In un’interrogazione parlamentare il vicepresidente dell’Antimafia, Luigi De Sena (Pd), non ha mancato
di sottolineare ccome Maio, Bruno e Martino, «fotografati mentre festeggiano con gli
Arena, con Di Girolamo e con il faccendiere
neofascista Gennaro Mokbel sono stati eletti
nell’assise provinciale giusto un anno dopo».
Risultando decisivi per la vittoria al fotofinish
della destra.
Nonostante le tre indagini sul groppone
dell’amministrazione Zurlo siano indici rivelatori di condizionamenti mafiosi, il Viminale e la prefettura di Crotone tacciono. «Ci sarebbero tutti gli elementi per insediare la
commissione di accesso - spiega al manifesto
Laura Garavini, capogruppo Pd nell’Antimafia - adesso il governo è già fuori tempo massimo. La commissione non rappresenterebbe l’anticipazione di un giudizio ma un elemento di garanzia ed è vergognoso che non
sia stato fatto nulla».
Il comune di Corigliano Calabro dieci giorni fa è stato sciolto per mafia dopo che la
commissione di accesso aveva accertato «attività di sostegno della ‘ndrangheta a favore
del futuro sindaco» e «il condizionamento
dell’amministrazione da parte della criminalità organizzata». A Crotone invece tutto è fermo. E può continuare a fare il presidente di
provincia uno che due giorni dopo il voto si
allontanò una settimana dal capoluogo. Perché disse: «Altrimenti mi sparano».
Non una parola sugli
attentati di questi
giorni che hanno colpito simboli dell’antimafia (gli incendi dolosi dell’auto di don
Tonino Vattiata, referente di Libera a Vibo, e dei terreni confiscati della cooperativa Valle del Marro) e
silenzio tombale anche sulla questione
della provincia di Crotone per la quale l’opposizione parlamentare chiede l’insediamento della commissione di accesso antimafia per gli scandali
di questi mesi. Bobo
Maroni viene in Calabria ma si guarda bene dall’affrontare argomenti spinosi. Per
il ministro degli Interni è il giorno solo di
una passerella, la cerimonia di insediamento del nuovo direttore
dell’Agenzia per i beni confiscati nella sede centrale di Reggio,
il prefetto Giuseppe
Caruso. Maroni nel
suo intervento ha parlato dell’importanza
dell’Agenzia nella lotta alla mafia: «Si rafforza la struttura sul
territorio per la gestione efficiente dei beni
sequestrati, questa è
la strada maestra per
sconfiggere la mafia,
aggredendo i patrimoni e mettendoli subito
a disposizione della
comunità degli onesti». Parole di speranza che stridono con
l’ostracismo manifestato verso Libera e
nella lotta all’intreccio mafia-politica.
Silvio Messinetti
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