Uno scorcio del borgo di Ascona sulla riva settentrionale del Lago Maggiore. Fotografia di Ticino Turismo
tutta l’arte da vedere in ottobre novembre
Supplemento a «Il Giornale dell’Arte» n. 335 ottobre 2013
vedere nel
canton ticino
il giornale dell’arte
N. 1 ottobre/novembre 2013
umberto allemandi & C.
3
vedere nel canton ticino
Mario Botta: l’architettura deve risolvere
i problemi del vivere oggi
L’architetto è la massima «gloria» culturale ticinese di fama mondiale:
«Nel momento in cui si vive uno sviluppo globale occorre recuperare
gli “anticorpi” di una storia e di una memoria che ci appartengono»
M
ario Botta è nato nel 1943 a Mendrisio. La sua opera
prende il via da Le Corbusier, Louis I. Kahn e Carlo
Scarpa che ha conosciuto a Venezia durante il periodo di
studio all’Istituto Universitario di Architettura. Dalle case
unifamiliari in Canton Ticino il suo lavoro ha abbracciato
tutte le tipologie: scuole, banche, edifici amministrativi,
biblioteche, musei ed edifici del sacro. Dal 1996 si è attivato
come ideatore e fondatore dell’Accademia di architettura di
Mendrisio per trasmettere la conoscenza di un mestiere che
è, prima di tutto, la sua passione.
Foto Enrico Cano
Lo studio di Mario Botta a Mendrisio
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Sommario
LUGANO
4 Il Museo Cantonale d’Arte
4 La casa-museo Luigi Rossi
5 Tre buoni motivi per puntare
sulla cultura
5 Il LAC per la città
6 La BSI e le arti
6 La Biblioteca Salita dei Frati
7 Aion Masterpieces
7 La Galleria Civica di Campione d’Italia
8 La Fondazione Lindenberg a Villa Pia
8 La galleria Cortesi Contemporary
8 La galleria Buchmann ad Agra
9 Photographica FineArt Gallery
9 Lo Studio d’arte Dabbeni
10 La galleria Canesso
ASCONA-LOCARNO
11 L’offerta culturale di due belle
cittadine
Foto Beat Pfändler
In queste settimane lei è spesso in Cina, a Shangai, per
il progetto della nuova sede di una grande Accademia
d’arte, originariamente fondata da Mao Tse-tung. Continua a realizzare progetti in tante parti del mondo, e
anche nel Canton Ticino. A volte, la distanza permette
di vedere meglio ciò che ci si lascia alle spalle, e dunque mi piacerebbe sapere da lei (per anni residente a
Lugano e ora a Mendrisio) quale giudizio complessivo
dà della qualità di ciò che si è costruito nel Cantone
negli ultimi cinquant’anni?
«Anche nel Canton Ticino, come nel resto dei territori
urbani mitteleuropei, si è costruito molto, probabilmente
troppo, sulla spinta di uno sviluppo economico-urbanistico
che sembrava illimitato. Dentro questa marea di interventi
si possono anche trovare realizzazioni di grande qualità
architettonica, disperse purtroppo in uno sviluppo
urbanistico del tutto incontrollato. La complessità e la
rapidità delle trasformazioni in atto hanno stravolto ogni
possibile ordine in un contesto territoriale di grandissima
qualità, monti, valli e laghi».
A fine luglio ha pubblicato sul quotidiano «Neue Zürcher Zeitung» di Zurigo un articolo nel quale denunciava il «beton boom» nel Cantone, parlando di un vero
e proprio «disastro urbanistico». A quali conclusioni è
pervenuto?
«Nessuna conclusione, solo qualche considerazione sui
macroscopici errori che, ai tempi della società dei consumi,
hanno martoriato un paesaggio delicato e dove lo sviluppo
urbanistico non ha saputo trovare linee di crescita ordinate
tali da trasformare i nuovi insediamenti in spazi di vita
migliori. In altre parole si è persa l’opportunità di utilizzare
la ricchezza economica del Paese per modellare un habitat di
qualità e non unicamente una crescita banale e periferica».
Lei è stato l’animatore dell’Accademia di architettura
di Mendrisio, che ha diretto fino a qualche giorno fa.
Quali ne sono stati i principi ispiratori, gli arricchimenti particolari e gli esiti di cui è particolarmente
orgoglioso e soddisfatto?
«L’Accademia nasce nel 1996 nell’intento di offrire un
profilo di formazione per gli architetti dove le discipline
umanistiche giocano un ruolo altrettanto importante che
le discipline tecniche. Una scuola in grado di proporre e
il giornale dell’arte
Mario Botta
sollecitare problemi del vivere oggi piuttosto che semplici
soluzioni; una scuola in grado di farsi carico, attraverso
il progetto architettonico, di una dimensione territoriale
con i relativi nuovi interessi per una crescita sostenibile.
Nel momento in cui si vive uno sviluppo globale, occorre
recuperare gli “anticorpi” di una storia e di una memoria che
ci appartengono. Da questo punto di vista si può sostenere
che l’Accademia di architettura di Mendrisio offra un profilo
alternativo rispetto ad altri modelli. Dalla risposta che posso
cogliere da parte di professori e studenti mi sembra che
questa più approfondita riflessione sia interpretata come una
legittima esigenza del nostro tempo».
Quando interviene su un museo, come nella ristrutturazione del Museo Vela di Ligornetto o nella realizzazione del Centre Dürrenmatt di Neuchâtel (senza
parlare dell’esperienza del MART), quali sono i principi
di base che la guidano?
«Quelli che ritengo normali per un architetto: la lettura
critica del contesto e la necessità di un dialogo, attraverso
un linguaggio contemporaneo, con le preesistenze. Nutro
la convinzione che anche il “nuovo” possa servire a meglio
interpretare l’“antico”».
Lei ha sempre seguito con particolare attenzione, e
coinvolgimento personale, le vicende dell’arte del
Cantone; ora s’annunciano grandi contenitori come
quello del LAC di Lugano (ricordo che lei è stato
Presidente della Giuria chiamata a valutare i relativi
progetti). L’offerta museale ed espositiva del Cantone è
un sistema che sviluppa tutte le potenzialità di reti, di
sinergie, oppure prevalgono altre logiche? La questione
Ascona
11 Il «tesoro» asconese
11 Un mix vincente per la città
14 Il Museo Comunale d’arte Moderna
15 La Fondazione Eranos
15 La Fondazione Monte Verità
Locarno
16 Zao Wou-Ki a Casa Rusca
16 Intervista a Rudy Chiappini
17 La Fondazione Matasci per l’Arte
MENDRISIO
18 La Pinacoteca cantonale Züst
18 Il Museo Vincenzo Vela
19 Intervista a Flor Garduño
20 Il museo m.a.x. di Chiasso
BELLINZONA
22 Pierre Casé nel Castelgrande
22 Villa dei Cedri
23 Intervista a Matteo Bianchi
IL GIORNALE NON RISPONDE dell’auTENTICITà delle attribuzioni delle opere riprodotte, in
particolare del contenuto delle inserzioni pubblicitArie. Le opinioni espresse negli articoli
firmati e le dichiarazioni riferite dal giornale impegnano esclusivamente i rispettivi autori.
si consiglia di verificare telefonicamente gli orari delle manifestazioni.
www.allemandi.com
non è di poco conto in una fase di scarse risorse finanziarie pubbliche.
«In un territorio caratterizzato da una storia di divisioni fra
valli e distretti non deve stupire che vi siano rivendicazioni
anche di istituzioni culturali autonome. Il problema di
trovare una gerarchia delle istituzioni culturali che tenga
conto delle disponibilità finanziarie in un Paese dove appare
“storicizzata” una divisione fra il Sopra e il Sotto Ceneri (una
montagnetta che divide due valli), resta ancora uno scoglio
da affrontare.
Quella del futuro LAC è una storia del tutto particolare
poiché dettata da un agglomerato urbano, la città di Lugano,
che gode di un’egemonia economica unica nel Paese. Lugano
indice nel novembre del 2000 un concorso internazionale
di architettura in due fasi per la progettazione di un
nuovo centro culturale al Palace (un imponente albergo
novecentesco a sud del centro storico). Pervengono 122
progetti, ridotti a 15 per la seconda fase. La Giuria, di cui ero
Presidente, non trova alcun progetto totalmente convincente
per cui sceglie ex aequo quattro gruppi di architetti e,
concludendo i suoi lavori, suggerisce alla città di continuare
il confronto, nell’intento di trovare una soluzione ottimale.
Tutti i quattro gruppi selezionati avevano proposto, dal
punto di vista architettonico-urbanistico, scelte che la
Giuria trovava di grande interesse: l’insediamento della
maggior parte degli spazi richiesti per il centro culturale
all’interno del volume del vecchio albergo; la formazione
sul fronte sud (dove esisteva il giardino) di una generosa
piazza; l’arretramento dei nuovi corpi progettati (necessari
per soddisfare le esigenze del programma) in modo da
consolidare la continuità del fronte a lago. Le procedure
successive del Municipio e del Consiglio Comunale hanno
purtroppo condizionato, dal mio punto di vista, il progetto
scelto in quanto la città ha deciso di vendere a privati l’intero
volume Palace e di costruire gli spazi necessari al centro
culturale (sale espositive e teatro) nelle aree residue rimaste».
Anche per le sue radici familiari, è sempre rimasto
legato all’Italia. L’Italia e il Canton Ticino parlano la
stessa lingua: non è solo un mero fatto storico-linguistico, ma anche l’espressione di relazioni.
«La mia condizione “familiare” è figlia di una condizione
territoriale dove la lingua e la cultura italiane hanno
modellato la storia di questo Paese. Penso che la realtà del
Canton Ticino (un ponte tra il nord delle Alpi e la Pianura
Padana) offra un orientamento e una luce rivolti verso
la realtà mediterranea di cui mi sento debitore. Mi piace
pensare che, anche in questo momento di globalizzazione, la
storia del “Mare Nostrum” continui a restare un territorio di
memoria dal quale continuamente attingere».
n Sandro Parmiggiani
vedere a LUGANO
4
En attendant le LAC
Il Cantone e la Città di Lugano hanno stabilito che sarà il direttore del Museo Cantonale d’Arte Marco Franciolli
a dirigere il LAC, il Centro culturale transdisciplinare che sarà inaugurato nel 2015. Ecco il suo progetto
M
arco Franciolli (Bellinzona, 1956) è
responsabile, dal 2000, del Museo
Cantonale e dirige dal 2011 anche il
Museo d’Arte della Città di Lugano
«Villa Malpensata». Dopo gli studi in
storia dell’arte e in storia del cinema
a Firenze e Londra, nel 1994 Franciolli
consegue l’European Diploma in
Marco Franciolli
Cultural Project Management presso
la Fondation Marcel Hicter di Bruxelles, con uno studio
comparato delle politiche culturali europee e un progetto di
cooperazione europea nell’ambito dell’arte contemporanea.
Dal 1989 cura mostre e pubblicazioni prevalentemente
dedicate all’arte moderna e contemporanea, alla fotografia
e al video.
Che cosa succede quando, nel 2015, il progetto del LAC
diventerà finalmente operativo?
«Il Museo d’Arte al LAC sarà governato da una Fondazione
di diritto pubblico e opererà in un’ottica transdisciplinare
(all’interno del centro culturale LAC convivranno l’arte,
la musica e il teatro). Finalmente, nel nuovo Museo si
potrà proporre in permanenza una parte dedicata alle
collezioni e contemporaneamente presentare le grandi
esposizioni, in modo da rendere esplicito il legame fra il
patrimonio custodito dal Museo e le linee espositive che
ne conseguono. Il Museo avrà due sedi, infatti anche nella
sede attuale del Museo Cantonale verrà ospitata parte
delle collezioni e verranno proposte mostre temporanee
con un taglio evidentemente molto diverso da quello del
LAC. A “Villa Malpensata” prefiguriamo per il momento di
collocare gli uffici amministrativi e il personale scientifico;
successivamente, se vi saranno le risorse necessarie, si potrà
valutare una destinazione espositiva complementare alle
altre due sedi».
«La Vanità (La fonte del male)» di Giovanni Segantini, 1897
Nei dodici anni in cui è stato direttore del Museo
Cantonale, e poi del Museo d’Arte, quali sono le mostre
da lei proposte e organizzate che ama ricordare?
«Mi piace senz’altro ricordare, nel 2001, “Da Kandinsky
a Pollock. La vertigine della non-forma”, la prima di una
serie di esposizioni tematiche che, secondo me, occorre
promuovere perché il pubblico possa capire portata e senso
di termini quali “astrazione lirica” o il rapporto tra musica
e arte. Accanto a questa, cito l’ultima, nell’autunno 2012
(poi presentata dalla Fondation de l’Hermitage di Losanna),
nelle due sedi del Museo Cantonale e del Museo d’Arte,
“Una finestra sul mondo. Da Dürer a Mondrian e oltre”,
un’esposizione incentrata sulla finestra quale strumento
e metafora dell’arte occidentale dal Quattrocento ad oggi.
Nell’arco di tempo compreso tra la prima e l’ultima mostra,
mi piace ricordare “Les enfants terribles. Il linguaggio
dell’infanzia nell’arte, 1909-2004”, presentata al Museo
Cantonale nel 2004, sul rapporto tra disegno infantile e arte
moderna, partendo dai disegni di bambini che Gabriele
Münter e Kandinsky avevano collezionato con l’intento di
“disimparare” e andare a scoprire la sorgente della creatività,
che avrebbe affascinato
altri artisti come Picasso
e Miró (la mostra iniziava
con un dipinto di Giovanni
Francesco Caroto del 1520,
“Ritratto di fanciullo con
disegno”, in cui il ragazzo
regge nella mano un foglio
bianco con sopra un disegno
raffigurante un bambino,
tale quale potrebbe essere
realizzato oggi). E, ancora,
“L’immagine ritrovata:
pittura e fotografia dagli
anni Ottanta ad oggi” nel
2002, e “L’immagine del
vuoto. Una linea di ricerca
nell’arte in Italia, 19582006” nel 2006. Le mostre
tematiche richiedono tempi
lunghi di preparazione, ma
offrono preziose occasioni
di ricerca, approfondimento
e di divulgazione alta,
anche per comprendere
finalmente che c’è una
stretta linea di continuità
nella storia dell’arte. Infine,
mi piace ricordare le mostre
monografiche: quella di
Man Ray nel 2011 e quella di
Giorgio Morandi nel 2012,
entrambe al Museo d’Arte».
Che cosa ci può dire, dal
suo punto di osservazione, del rapporto tra
Canton Ticino e Italia?
«Per un lungo periodo,
Milano è stata una città
di riferimento per la
formazione dei giovani
artisti ticinesi e i rapporti di
scambio culturale sono stati
intensi. Oggi, però, gli artisti
ticinesi non vivono più una
situazione di riferimento
privilegiato con Milano, ma intrattengono rapporti con varie
aree culturali. Va forse sottolineato il vantaggio costituito
dal nostro essere una minoranza linguistica all’interno della
nostra nazione, una condizione che porta all’apprendimento
delle altre lingue nazionali, il tedesco e il francese, con una
conseguente apertura verso le altre culture europee».
Qual è la prossima mostra che presenterete?
«Dal 15 settembre 2013 al 12 gennaio 2014, presentiamo
un’ampia esposizione composta da quattordici capitoli
tematici distribuiti su due sedi, Museo Cantonale d’Arte
e Museo d’Arte, dal titolo “Miti e misteri. Il Simbolismo
e gli artisti svizzeri”. Si tratta di una coproduzione con il
Kunstmuseum di Berna, museo dove è stata presentata da
aprile ad agosto, curata da Valentina Anker, specialista del
simbolismo svizzero. Sono molto grato ai colleghi dei Musei
svizzeri per averci prestato opere eccezionali, che fanno
di questa mostra un evento irripetibile. Il progetto muove
dal desiderio di analizzare e valorizzare il contributo dato
dagli artisti svizzeri al Simbolismo, ma allo stesso tempo si è
voluto evidenziare attraverso questa mostra lo straordinario
impulso dato dal Simbolismo al rinnovamento delle arti e
alla nascita delle avanguardie».
A quali progetti espositivi state lavorando, in
particolare in vista dell’apertura del LAC?
«Abbiamo progetti in elaborazione fino al 2017. L’unica cosa
che posso dirle è che, nella prossima primavera, dopo la
fortunata mostra dedicata a Klee e Melotti, continueremo a
indagare affinità e contrasti tra due artisti, Licini e Arp. Per il
resto, si dovrà attendere l’apertura del LAC».
Per informazioni: Museo Cantonale d’Arte, via Canova 10, Lugano; tel.
0041 918157971; [email protected]; www.museo-cantonale-arte.ch
Conoscete la Casa museo Rossi?
Il Canton Ticino è disseminato di
piccoli musei, testimonianza dei
tanti artisti, originari di qui o non,
che legarono la propria vita a questa
regione. A Tesserete (Aprica), è
aperta, per volontà del nipote,
Matteo Bianchi, la Casa museo
Luigi Rossi (Lugano, 1853 - Biolda,
1923), nella quale si possono
ammirare una cinquantina di opere
(dipinti, acquerelli, disegni e schizzi
«L’edera» di Luigi
per le illustrazioni), le edizioni
Rossi, 1905
originali dei libri da lui illustrati,
oggetti, lettere, fotografie e carte d’archivio.
Rossi frequenta l’Accademia di Brera a Milano (dove
la famiglia si è trasferita quando lui aveva tre anni)
e comincia a esporre nel 1871, con consensi e
riconoscimenti crescenti, dipingendo sia paesaggi delle
valli ticinesi sia ritratti. Dal 1885 al 1889 è a Parigi,
invitato a illustrare l’edizione originale di «Tartarin sur les
Alps» di Alphonse Daudet, del quale illustrerà la trilogia
dell’eroe di Tarascona, «Sapho» e i «Souvenirs»; sarà
poi la volta di «Madame Chrysanthème» di Pierre Loti.
Ritornato a Milano, continuerà a collaborare, fino al 1900,
con gli editori francesi per vari libri, tra cui «Notre-Dame
de Paris» di Victor Hugo (nel 2011 una mostra su Rossi
illustratore si è tenuta alla Pinacoteca Züst di Rancate).
Intanto la pittura di Rossi vira dal verismo al simbolismo,
sostenuto in questa evoluzione dall’amico scrittore Gian
Pietro Lucini. Nel 1913 Rossi acquista la casa di Biolda
e continua a dipingere intensamente fino alla morte,
esponendo in mostre in Italia e Svizzera. Nel 1924, due
sue mostre postume si tengono alla Permanente di
Milano e a Villa Ciani di Lugano. L’attenzione su Luigi
Rossi riaffiora negli anni Ottanta, con le esposizioni a
Lugano (1980) e a Milano, Bellinzona, Losanna (198586). Nel 1999 esce il catalogo ragionato (Cornèr Banca e
Federico Motta) e nel 2009 l’«Atlante» della Casa museo
a lui dedicata, che può essere visitata il primo sabato
di ogni mese dalle 15 alle 18 o su appuntamento preso
al Comune di Capriasca: una visita che ci riconduce
nell’intimità dell’officina di Rossi e nel respiro della natura
che la circondava.
Per informazioni: Casa museo Luigi Rossi, Tesserete, Capriasca; tel. 0041
919360368; www.casamuseoluigirossi.ch
5
vedere a LUGANO
Che ruolo deve avere Lugano nella rete culturale del Cantone
Per il Capo Dicastero Attività Culturali e Scuola del Comune di Lugano Giovanna Masoni Brenni «ci sono tre
ragioni per potenziare l’offerta culturale: elevare il livello delle conoscenze e della convivenza civile, attrarre turismo
(una città senza una buona offerta culturale non può aspirare ad avere turismo) e sviluppare l’indotto economico»
A
Giovanna Masoni Brenni,
avvocato, Capo Dicastero Attività
Culturali e Scuola del Comune
di Lugano, abbiamo chiesto di
soffermarsi sulle possibili sinergie in
campo culturale nel Canton Ticino:
un tema che le sta molto a cuore.
Giovanna Masoni Brenni
Comincia citando Stefano Franscini
(Bodio, 1796 - Berna, 1857) che fu
l’ideatore del moderno sistema educativo del Canton Ticino
e amico di Carlo Cattaneo.
«Stefano Franscini, il grande riformista dell’Ottocento,
diceva che la maggiore debolezza del nostro Cantone
era la frammentazione, la divisione, le contrapposizioni.
Questo retaggio (non a caso qui si usano sempre i termini di
“Sopraceneri” e di “Sottoceneri”) persiste tuttora. Quando,
nel 2004, responsabile dell’Assessorato alla Cultura e al
Territorio di Lugano, cominciai a occuparmi del LAC mi era
chiaro che l’istituzione che sarebbe sorta doveva mettere
in rete le risorse, finite, dei tre piccoli musei con sede a
Lugano (Museo d’Arte Moderna “Villa Malpensata”, Museo
Cantonale d’Arte e il Museo Civico di Belle Arti noto come
“Villa Ciani”) ma doveva anche lavorare con il territorio,
ricevere e restituire. Misi in piedi una Commissione
Cultura del Municipio, da me presieduta, non lottizzata
politicamente, della quale chiamai a fare parte Mario
Botta, Marco Müller, Luciano Caramel, Carlo Piccardi,
Massimiliano Pani, Emanuele Banterle, Mario
Agliati, Mauro Baranzini, Claudio Guarda, Antonio
Lanzavecchia, Renato Martinoni, Letizia Tedeschi,
Giovanni Ventimiglia e Franco Zambelloni: fu messo
a fuoco il progetto di messa in rete di tutti gli attori della
cultura, pubblici e privati, comprese le Associazioni
culturali, le biblioteche e le gallerie. Nel 2009 la scheda
di politica culturale elaborata dalla Commissione è stata
approvata dal Municipio: me la tengo cara, perché mi è
servita e mi serve, pur con i necessari adeguamenti, per
evitare deragliamenti. A questo proposito, è molto
importante la collaborazione con i collezionisti
privati (potrei citare i lasciti Panza di Biumo, Caccia,
Chiattone, Milich Fassbind), che ha portato di recente,
nello Spazio -1 (un edificio attaccato al LAC, donatoci
da privati), in deposito, una parte importante della
straordinaria collezione di Giancarlo e Danna Olgiati.
Vorrei poi ricordare le nostre attività in campo musicale.
Lugano Festival (sostenuto dalla città, dal Cantone, dalla
Rete 2, con varie banche e altri privati che sponsorizzano
un singolo evento) promuove concerti di musica classica.
Il Progetto Martha Argerich, giunto quest’anno alla
dodicesima edizione, ha come main sponsor la Banca
della Svizzera Italiana: la grande pianista è qui, in giugno,
per tre-quattro settimane, e quasi tutti i giorni ci sono
concerti con giovani e maturi talenti. Il Progetto si sviluppa
in stretta sinergia con il Conservatorio, con l’Orchestra della
Svizzera Italiana, con la Rete 2; i prezzi d’ingresso ai concerti
sono decisamente accessibili.
Nel 2005-2006 si è avviata con il Cantone una discussione sul
programma per la cultura. Credo che si dovrebbe pensare
a poli forti di specializzazione e di attrazione: Locarno
per il cinema; Lugano per la musica, il teatro e le arti
visive; Chiasso per la letteratura e la danza; Bellinzona
per la storia. Ci sono tre ragioni per potenziare
l’offerta culturale: elevare il livello delle conoscenze
Un concerto di Martha Argerich
e della convivenza civile (nell’Ottocento si parlava di
“incivilimento”); attrarre turismo (una città senza una
buona offerta culturale non può aspirare ad avere turismo);
sviluppare l’indotto economico. Credo che le sinergie e le
collaborazioni all’interno del Cantone siano possibili, basta
perseverare: penso, in passato, all’esperienza di avere qui a
Lugano lo stesso direttore del Teatro Sociale di Bellinzona:
riuscimmo a proporre stagioni combinate e biglietti abbinati,
anche con gli altri teatri in Ticino. Nella costruzione di
una rete culturale, ci vuole comunque equilibrio e occorre
rispettare le autonomie, superare localismi e retaggi del
passato; si sono fatti passi avanti, ma ancora lungo è il
cammino da compiere. A Lugano, in ottobre, ogni due anni,
forniamo un supporto logistico e di comunicazione ai privati
che propongono e vogliono realizzare iniziative culturali
e amatoriali, così da dare una cornice unica ai progetti di
tante realtà. Ogni individuo sente il bisogno di esprimersi
e di conoscere; non è affatto vero che con la cultura non si
mangia, né che interessa solo un’élite».
Il LAC sarà una piazza d’arti
Per Lorenzo Sganzini, responsabile del Dicastero delle Attività Culturali del Comune di Lugano,
il LAC, il più grosso investimento edilizio pubblico in Ticino (200 milioni di franchi, 2.400 mq su tre livelli),
«dovrà essere il motore che consolida e sviluppa la tradizione culturale del Canton Ticino»
L
Lorenzo Sganzini
orenzo Sganzini è responsabile
del Dicastero delle Attività
Culturali del Comune di Lugano,
e già direttore della Divisione
della cultura del Cantone Ticino
e della rete radiofonica culturale
della Radiotelevisione
svizzera.
Dottor Sganzini, si parla molto del LAC (Lugano Arte
Cultura), un progetto sul quale il Comune punta
parecchio.
«L’idea di un grande contenitore per le attività culturali
nasce all’inizio degli anni Novanta, sulla base di due
considerazioni: Lugano vantava iniziative di rilievo in
campo artistico (Collezione Thyssen, «Villa Malpensata») e
musicale, ma non c’erano spazi adeguati (oggi i concerti
si tengono al Palazzo dei Congressi); esisteva un problema
urbanistico da risolvere in riva al lago, con un albergo
ottocentesco, il Palace, chiuso e abbandonato, che si
intersecava con il convento della Chiesa di Santa Maria degli
Angeli (all’interno, sul tramezzo c’è il più famoso affresco
rinascimentale della Svizzera, «Passione e Crocefissione»
che Bernardino Luini realizzò nel 1529). La Città ha deciso di
intervenire per recuperare quel sedime, con un’operazione
mista: i privati hanno acquistato il vecchio albergo e
ne hanno ricavato degli appartamenti; il Comune sta
concludendo la realizzazione del Centro Culturale LAC, con
una piazza che passa sotto il museo e un parco, secondo
il progetto di Ivano Gianola, l’architetto che ha vinto il
concorso internazionale bandito a suo tempo dal Comune.
È un importante recupero dal punto di vista urbanistico,
un nuovo quartiere per la città, un quartiere per le arti e
per la cultura, un luogo in cui darsi appuntamento; del
resto, l’architetto Gianola insiste sempre sul fatto che la
strada, la piazza, il piano terreno debbono essere accessibili
a tutti e che occorre creare la sensazione, nei passanti,
di essere invitati a entrare, facendo sì che, nel limite del
possibile, la soglia interno-esterno non esista. Il LAC è un
investimento significativo: 200 milioni di franchi, il più
grosso investimento edilizio pubblico in Ticino».
Quali sono i tempi di completamento dell’intervento e
che cosa cambierà nel panorama dell’offerta culturale
di Lugano?
«I complessi lavori preliminari sono iniziati nel 2006, la
costruzione vera e propria nel 2010 e prevediamo di aprire
il LAC nel corso del 2015. Lì avremo la sede museale più
importante della città: 2.400 metri quadrati su tre livelli, il
primo destinato alla collezione permanente e gli altri alle
mostre temporanee, ovviamente garantendo gli standard
conservativi delle opere che oggi non è possibile assicurare
nelle sedi storiche del Museo d’arte di “Villa Malpensata”
e del Museo Cantonale d’Arte, due istituzioni indipendenti
che da un paio d’anni hanno un unico direttore (Marco
Franciolli) e che con il LAC si fonderanno. Nel nuovo
spazio troverà anche posto una sala concertistica-teatrale,
polivalente, con la capacità di mille posti, di grande
versatilità: ospiterà spettacoli di musica classica e di opera,
concerti, balletti, rappresentazioni teatrali, conferenze.
È prevista la fossa orchestrale e abbiamo riservato una
particolare attenzione all’acustica, chiamando a collaborare
l’ingegnere del suono Jürgen Reinhold della Müller BBM di
Monaco, un’autorità assoluta in questo campo. Ci sarà anche,
all’interno, un piccolo Teatro-studio. Il LAC comporta dunque
una grande riorganizzazione degli spazi e dei contenuti
culturali nella quale arte e musica avranno pari dignità,
senza gerarchie. All’operazione del LAC partecipa anche il
Cantone. Oltre all’unione dei due musei, da anni cerchiamo
Il cantiere del LAC
di sviluppare i rapporti con il collezionismo privato; penso
alla convenzione con Giancarlo e Danna Olgiati: la loro
collezione (che comprende capolavori del Futurismo, dell’Arte
povera italiana, del Nouveau Réalisme, dello Spazialismo fino
alla ricerca artistica più recente) è ora esposta nello Spazio -1,
di fianco al LAC. Con le opportunità offerte da Lugano Arte
Cultura crediamo che il rapporto con il collezionismo privato
possa finalmente dispiegarsi al meglio: saremo finalmente
in grado di valorizzare le loro collezioni, nella tradizione dei
grandi musei svizzeri».
Che cosa rappresenterà il LAC per il Cantone e per
l’intera Svizzera?
«Il LAC deve diventare il motore che consolida e sviluppa la
tradizione culturale del Canton Ticino, mettendo in moto
una sorta di processo di accelerazione. Il nostro modello
sono i musei di città come Zurigo o Basilea, anche se la scala
lì è ovviamente un’altra. Lugano si sta internazionalizzando:
aumenta la popolazione, anche abbiente, che sceglie di
venire a vivere qui, e dobbiamo essere in grado di proporre
una qualità della vita adeguata, in cui conta molto anche
l’offerta culturale. Stiamo già lavorando, “seminando” per
avere sponsor che ci aiutino a conseguire gli obiettivi che ci
siamo posti».
vedere a LUGANO
6
Perché la BSI si occupa di arte? Per fortuna è un connubio
felicissimo che valorizza anche architettura e musica
Alfredo Gysi è il presidente della BSI e dell’Associazione Banche estere in Svizzera. La più antica banca
ticinese ha costituito un’importante raccolta di opere d’arte e tra numerose altre iniziative legate
al collezionismo, offre anche un «art advisory service»
decisamente di prim’ordine, e
internazionale, la collezione di
opere d’arte di BSI (l’ex Banca della
Svizzera Italiana). La più antica
banca ticinese, fondata nel 1873,
ha messo assieme un’importante
collezione, nata grazie alla passione
di Alfredo Gysi, Presidente della BSI
Alfredo Gysi
e dell’Associazione Banche estere
in Svizzera. Nel 2000, Gysi, un banchiere matematico
di formazione ma anche collezionista di arte
internazionale e appassionato di musica, avvia la
collezione, convinto che l’immagine e la comunicazione
della banca debbano fondarsi sui valori della cultura e che
occorra comunicare con i propri clienti privati condividendo
con loro quelle passioni e quelle emozioni che musica e arte
riescono a trasmettere. Dunque, le iniziative in favore della
musica e la collezione d’arte sono veicoli di comunicazione,
condivisione di valori, volontà di essere vicini ai propri clienti,
anche dal punto di vista dei loro interessi personali. Va da sé
che la banca abbia dato vita a numerose iniziative in questi
ambiti, tra le quali anche un art advisory service che offre
servizi di consulenza a chi intenda investire in opere d’arte.
Per la musica, BSI è tra i promotori e organizzatori del
Progetto Martha Argerich che da ben dodici edizioni
ogni anno presenta a Lugano, sotto l’egida e con
l’intervento della grande pianista argentina, concerti
memorabili.
Chi c’è nella collezione
Doug Aitken, Emmanuelle
Antille, Stefano Arienti,
John Armleder, Urs Bänninger,
Robert Barry, Gianfranco
Baruchello, Gabriele Basilico,
Moon Beom, Stefania Beretta,
Alighiero Boetti, Mario Botta,
Matti Braun, Daniele Buetti,
Daniel Buren, Balthasar
Burkhard, René Burri, Miriam
Cahn, Gianfredo Camesi,
Pierpaolo Campanini, Lawrence
Carroll, John Chamberlain,
Henri Chopin, Michel Comte,
Tony Cragg, Stéphane Dafflon,
Michael Dean, Liu Ding,
Martin Disler, Jason Dodge,
Aleksandra Domanovic, Trisha
Donnelly, Olafur Eliasson, Haris
Epaminonda, Klodin Erb, Helmut
Federle, Peter Fischli & David
Weiss, Thomas Flechtner,
Sylvie Fleury, Christian Floquet,
Ceal Floyer, Robert Frank,
Urs Frei, Hreinn Fridfinnsson,
Christian Frosi, Ryan Gander,
Luigi Ghirri, Liam Gillick,
Massimo Grimaldi, Zheng
Guogu, Wade Guyton, Channa
Horwitz, Marine Hugonnier,
Zhang Hui, Alfonso Hüppi,
Rolf Iseli, Margrit Jaeggli,
Shi Jinsong, Mimmo Jodice,
Alex Katz, San Keller, Annette
Kelm, Reena Khallat, Ian Kiaer,
Joachim Koester, Gabriel Kuri,
Oliver Laric, Bertrand Lavier,
Yan Lei, Deborah Ligorio, Ma
Liuming, Urs Lüthi, Manon,
Fausto Melotti, Mario Merz,
Marzia Migliora, Jonathan
Monk, Vital Not, Giulio
Paolini, Philippe Parreno,
Steven Parrino, Manfred
Pernice, Diego Perrone, Gianni
Pettena, Kirsten Pieroth, Henri
Presset, Riccardo Previdi,
Seth Price, Florian Pumhoesl,
Foto Agostino Osio
È
gli artisti presenti nella
collezione. A tal proposito
la banca ha contribuito alla
realizzazione del catalogo
della mostra di Alberto
Garutti al PAC di Milano
nel 2012. Particolarmente
rilevante, e indice di una
sensibilità che ritiene
fondamentali la coesistenza
e la fervida collaborazione
«Peinture aux formes indefinies» di Daniel Buren, 1966 e «Bildnis Urs Lüthi» di Franz Gertsch, 1970
di architetti e artisti, BSI
ha anche chiamato gli
Quanto alla formazione della collezione d’arte, la banca
artisti a contribuire, attraverso la creazione di opere site
entra in rapporto e dialoga con primarie gallerie d’arte
specific, all’allestimento delle proprie sedi: a Lugano nel
internazionali e locali, acquistando opere di artisti quali
Palazzo della sede di via Canova, ristrutturata dall’architetto
Mario Merz e Tony Cragg. Nel 2008, quando viene
Giampiero Camponovo, sono intervenuti John Armleder,
acquisita la Banca del Gottardo, l’importante collezione
Robert Barry, Daniel Buren, Liam Gillick, lasciando
di arte svizzera di quest’ultima, comprendente anche
un segno indelebile della loro creatività. All’interno della
numerose opere fotografiche, entra a fare parte
sede di Milano ospitata nel Secondo Palazzo Montecatini,
della BSI Art Collection. La collezione è vastissima e
progettato e realizzato da Gio Ponti tra il 1947 e il 1951, sono
può essere considerata una delle più innovative raccolte
state collocate opere che sviluppano il tema della ripetizione,
corporate, particolarmente attente all’evoluzione dell’arte
della serialità e della struttura matematica, e che si dipanano
contemporanea (negli ultimi anni sono approdati nella
attorno a un motivo grafico, fotografico oppure ornamentale:
collezione anche lavori di artisti cinesi e orientali) ed
Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Carol Rama, Henri
annovera opere di pittura, scultura, disegno, grafica,
Chopin, Olafur Eliasson, Haris Epaminonda, Channa
installazioni, video, fotografia, nel tentativo di fare luce su
Horwitz, Annette Kelm, Florian Pumhösl, Luca
alcuni dei temi e degli interessi prevalenti nell’arte moderna
Trevisani e Heimo Zobernig.
e contemporanea. La
A queste iniziative si aggiunge, inoltre, il sostegno di BSI a
maggior parte delle opere
importanti istituzioni culturali quali l’Istituto Svizzero di
della collezione è esposta
Roma e la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, con i
Markus Raetz, Carol Rama,
nelle varie sedi della BSI
quali opera in partnership per la realizzazione di progetti
Urs Raussmüller, Ravinder
in tutto il mondo, mentre
artistici a livello internazionale. Non sorprende, infine, che
Reddy, Luciano Rigolini, Daniel
altre opere, soprattutto
la Banca abbia dato vita nel 2007 alla BSI Architectural
Roth, Dieter Roth, Christoph
le grandi installazioni
Foundation, presieduta da Mario Botta, che promuove un
Rütimann, Tomas Saraceno,
(Mario Merz, Tony Cragg,
Premio biennale, al quale sono invitati architetti (o studi di
Bojan Sarcevic, Klaudia
John Chamberlain),
architettura) con età inferiore ai 50 anni: la prima edizione,
Schifferle, Hugo Schuhmacher,
possono essere date in
nel 2008, è stata vinta da Solano Benitez, Paraguay; nel
Elodie Seguin, He Shen, Chen
prestito per grandi mostre
2010 il Premio è stato assegnato a Diébédo Francis Kéré,
Shaooxiong, Jim Shaw, Jules
Spinatsch, Daniel Spoerri,
internazionali. Negli
architetto di Burkina Faso; nel 2012 è risultato vincitore lo
Thomas Stalder, Simon Starling,
ultimi anni, BSI ha inoltre
Studio Mumbai dell’architetto indiano Bijoy Jain.
Beat Streuli, Christine Streuli,
partecipato attivamente
Christian Tagliavini, Zhou
Per informazioni: BSI, via Stefano Franscini 8, Lugano; www.bsibank.com
a progetti che riguardano
Tiehai, Rirkrit Tiravanija, Niele
Toroni, Luca Trevisani, Patrick
Tuttofuoco, Felice Varini,
Ben Vautier, Dahn Vo, Cécile
Wick, Christopher Williams,
Silvio Wolf, Richard Wright,
Wu Xiaojun, Shi Xinning, Cui
Xiuwen, Han Yajuan, Huang Yan,
Haegue Yang, Bai Yiluo, Rémy
Zaugg, Feng Zhengquan,
Jiang Zhi, Heimo Zobernig
La biblioteca più antica del Cantone è dei Frati
La Biblioteca Salita dei Frati di Lugano, nata
nel 1980 con il trasferimento dell’antica
«libreria» del convento dei Cappuccini di
Lugano nel nuovo edificio di Mario Botta
(una costruzione interrata a ridosso del
convento stesso), custodisce un patrimonio
bibliografico di notevole importanza storicoculturale: è la più importante biblioteca
privata del Cantone aperta al pubblico,
la più antica (la sua fondazione risale al
1565) e la sola biblioteca conventuale del
Ticino che sia rimasta integra, non avendo
subito le spoliazioni decise dallo Stato
con l’incameramento dei beni ecclesiastici
nel 1848 e nel 1855. I libri antichi (secoli
XVI-XVIII) che vi si conservano sono un
documento insostituibile che testimonia
le scelte e gli interessi religiosi e culturali
della comunità conventuale di Lugano nel
corso dei secoli. Negli ultimi anni si sono
aggiunti altri fondi, donati o acquistati, e in
particolare il cospicuo fondo (10mila libri e
4.400 estratti) dell’illustre italianista padre
Giovanni Pozzi, morto nel 2002, che nel
1988 si era trasferito da Friburgo a Lugano.
L’Associazione Biblioteca Salita dei Frati,
nata nel 1976, su impulso soprattutto di
padre Callisto Caldelari e di padre Giovanni
Pozzi, affida la gestione della «nuova»
La Biblioteca Salita dei Frati di Lugano progettata
da Mario Botta
biblioteca a un’associazione di persone
al di fuori della comunità conventuale, per
offrire un servizio culturale pubblico e senza
pregiudiziali confessionali. L’Associazione
svolge una regolare attività culturale, che
ne ha fatto un centro assai apprezzato:
organizza conferenze e convegni di studio
su tematiche di cultura religiosa, filosofica,
storica, letteraria e bibliografica; promuove
mostre dedicate al «libro d’artista» e al
rapporto fra testo ed immagine; pubblica
il periodico annuale «Fogli», che ospita
contributi su temi riguardanti la storia del
libro, su problemi politico-culturali della
Svizzera italiana, e descrive opere di
particolare pregio conservate nei vari fondi
della biblioteca.
7
vedere a LUGANO
Aion Masterpieces propone la formula della felicità
collezionistica: la sinergia tra arte, diritto ed economia
La società ha esordito nel 2012 con una mostra di otto dipinti di Rubens provenienti da collezioni private,
alcuni mai esposti al pubblico. Il suo scopo è di assicurare
alla propria clientela, proprietari o acquirenti
di opere d’arte, un servizio di consulenza di altissima qualità
N
ell’aprile 2012 è nata AION
Masterpieces SA, con sede a
Lugano, società che ha lo scopo
di offrire ai propri clienti, siano
essi collezionisti o investitori
finanziari, un’ampia gamma di
servizi di consulenza utilizzando un
approccio che metta in relazione e
Federico Mion
valorizzi apporti e collaborazioni di
varia natura. Federico U. Mion, presidente della nuova
società, economista, il padre Fabrizio P. Mion, avvocato,
e Claudio Metzger, storico dell’arte, sono le tre figure
operative di AION Masterpieces.
È Federico Mion a illustrare caratteri e mission della nuova
società. «Quale piattaforma di Fine Art Management, ci occupiamo
innanzi tutto della promozione e della vendita di opere d’arte di
alto livello, rapportandoci a clienti che, appassionati collezionisti,
acquistano per puro piacere o come forma di investimento
finanziario alternativo, al fine di diversificare il loro portafoglio.
I proprietari di opere d’arte che si rivolgono a noi ci affidano
un mandato a vendere in esclusiva; se la vendita avrà luogo,
saremo remunerati per mezzo di una commissione da parte del
venditore (seller commission), peraltro meno onerosa rispetto a
quelle abitualmente applicate dalle case d’asta. La discrezione con
cui gestiamo la totalità delle operazioni e con cui conduciamo le
trattative costituisce uno dei tratti peculiari della nostra società».
AION Masterpieces ha debuttato sulla scena artistica
nell’ottobre 2012, con l’esposizione, alla Villa Principe
Leopoldo di Lugano, di otto dipinti di Pieter Paul
Rubens (Siegen, 1577 - Anversa, 1640), provenienti da
collezioni private e in gran parte mai esposti al pubblico. La
mostra è accompagnata da un catalogo con un lungo saggio
monografico di Didier Bodart, «Pierre-Paul Rubens et
les Habsbourg d’Espagne», che inquadra storicamente
il periodo di realizzazione delle opere e si sofferma su
ciascuna di esse.
Gli otto dipinti di Rubens custoditi nel caveau di Ascona,
nei locali della AION Private Art Service & Consulting
SA, società gestita dallo stesso Metzger e attiva da due
decenni in campo artistico, giudicati esempi straordinari
dell’opera del grande maestro fiammingo, sono: «Madonna
con Bambino», 1617-1618; «Paesaggio di tempesta con
Filemone e Bauci», 1620-1625, un’opera tenebrosa di
altissima qualità, modello che mostra notevoli differenze
con l’opera definitiva, oggi al Kunsthistorisches Museum
di Vienna; due dipinti preparatori, rispettivamente su
tavola e su tela, per gli arazzi destinati alla Cappella del
convento madrileno delle Descalzas Reales; «Il Trionfo
della Verità sull’Eresia», 1625-1626, e «L’incontro di Abramo
e Melchisedec», 1626-1627, eseguito con la partecipazione
dell’atelier; «Bacco su un barile», 1636-1638, raro studio
preparatorio su carta, finora ignoto, servito per la
realizzazione delle tele oggi alla Galleria degli Uffizi di
Firenze e all’Hermitage di San Pietroburgo; «La caccia
all’orso», 1639-1640, modello della tela oggi al North
Carolina Museum of Art, in parte lesionata da un incendio;
«Atalanta e Meleagro», 1635, di Rubens e van Thulden,
opera mai vista negli ultimi trent’anni, che si rifà alla tela
conservata alla Alte Pinakothek di Monaco; infine «L’arrivo
di Maria de’ Medici a Marsiglia», 1622-1625, esposta ad
Ascona il 19 dicembre 2012, in occasione dell’illustrazione
del restauro svolto dalla Nicola Restauri di Aramengo d’Asti.
«Ci occupiamo, dice ancora Federico Mion, di organizzare per
i nostri clienti analisi tecnico-scientifiche (ad esempio, radiografie,
riflettografie, analisi dei pigmenti) di cui non siano in possesso,
allo scopo di fornire loro una documentazione completa, e ci
rivolgiamo agli esperti di maggior rilievo per una valutazione
storico-critica sull’opera, oltre a coordinare interventi di restauro
in collaborazione con i migliori specialisti. Offriamo infine servizi di
stoccaggio, trasporto e assicurazione: insomma, tutti i servizi che
ruotano intorno a un’opera d’arte che vale la pena salvaguardare e
affidare alle future generazioni».
Per informazioni: AION Masterpieces SA, via Canova 18, Lugano; tel. 0041
919211427; [email protected]; www.aionmasterpieces.com
I campioni di Campione d’Italia
Il museo civico nell’ex Chiesa di San Zenone custodisce le testimonianze
dell’attività dei maestri d’arte campionesi
C
ampione d’Italia è l’unica exclave italiana in un territorio
straniero: pur facendo parte delle Provincia di Como,
Campione è completamente circondato dal territorio del
Canton Ticino, separato dall’Italia dal lago di Lugano e dalle
Alpi, e risulta, anche per questa ragione, profondamente
legato all’economia svizzera, tanto da adottare il franco
(assieme all’euro) e i sistemi postali e telefonici svizzeri.
Campione conta pochi abitanti (2.158) ma vanta una storia
gloriosa: per nove secoli fu feudo imperiale concesso
all’Abbazia di Sant’Ambrogio di Milano. Oggi è famoso per
il Casinò e per la splendida vista del lago di Lugano che
vi si gode, una volta approdati nel suo centro, dopo avere
varcato l’arco d’ingresso in Piazza Indipendenza e affrontato
salite e discese della strada che s’inerpica lungo il fianco
della montagna. Nella piazza, accanto al Municipio, s’erge
la Chiesa di San Zenone, sconsacrata e diventata sede
della Galleria Civica e di eventi culturali; documentata
dal 756, fu costruita dalla famiglia longobarda di
Totone, il ricco commerciante che l’annovera fra i
propri possedimenti nel testamento del 777 con cui
tutti i suoi beni vengono lasciati in eredità agli abati
di Sant’Ambrogio a Milano. Entrati nella Chiesa, a tre
navate, l’interesse subito si volge, oltre che alla struttura
architettonica, agli affreschi trecenteschi nell’abside e alle
opere scultoree dei Maestri Campionesi, la corporazione
di lapicidi (gli artigiani che incidevano le iscrizioni nel
marmo), plastificatori, pittori, capomastri, architetti e
ingegneri attivi in Lombardia, Emilia e Liguria, che per alcuni
secoli interpretarono la transizione dal romanico al gotico. Il
Comune di Campione è orgoglioso di questo suo patrimonio
(documentato in un catalogo a cura di Mirko Moizi) e, come
dipinti antichi
Piazza Riforma 2 – 6900 Lugano – Svizzera
www.galleriacanesso.ch
La grande lunetta attribuita alla bottega di Bonino
ci dice Stefano Roberto Mazzatorta, responsabile delle
attività culturali, «è attento ad arricchirlo anche attraverso
acquisizioni sul mercato». Campione possiede anche una
collezione di dipinti (esposti in parte nella sede del Municipio)
e di sculture (collocate in alcuni punti del proprio territorio).
«Nonostante la scarsità delle risorse a disposizione, dice ancora
Mazzatorta, cerchiamo di organizzare mostre temporanee, all’interno
della Galleria Civica, per suscitare l’interesse dei turisti e dei visitatori:
nel 2010, “Lago sacro” di Claudio Massini; nel 2011, “L’impronta di
Caravaggio. Dipinti caravaggeschi in collezione privata”, a cura di
Luigi Coiro; nel 2012, “Perugino inedito a Campione d’Italia”, a cura di
Francesco Federico Mancini, con quattro tavolette del tardo Perugino e
un dittico “veneziano”; nel 2013, un’esposizione di Carlo Buzzi, da me
curata, e una di Marco Mendeni, a cura mia e di Matteo Bittanti».
Per informazioni: Galleria Civica di Campione d’Italia, piazzale
Maestri Campionesi, Campione d’Italia; tel. 0041 916419180;
[email protected]; [email protected]; www.
campioneitalia.com; profilo twitter: @GalleriaSanZeno
vedere a LUGANO
8
A Villa Pia la Fondazione
che vuole ricordare Erich Lindenberg
Vi presento
il mio Novecento
A Porza, nella villa ottocentesca le opere e l’archivio dell’artista tedesco
Il collezionista Stefano Cortesi
si propone come gallerista
el 2012, a Villa Pia nel Comune di Porza (1.500 abitanti,
a nord di Lugano), ha trovato casa la Fondazione d’arte
dedicata all’artista tedesco Erich Lindenberg (Gronau,
Westfalia, 1939 - Berlino, 2006). È nata così, per iniziativa di
Mareen Koch, pittrice, oggi residente in Ticino, e del fratello
di Erich, Udo Lindenberg, importante rockstar tedesca, una
casa culturale e un museo nel quale conservare ed esporre
le opere di Lindenberg e quelle di artisti internazionali,
mantenendo fede a una promessa che Mareen aveva fatto
all’amico quando frequentavano assieme l’Accademia. Il
fiore sbocciato con la Fondazione Lindenberg, diretta da
Tiziana Lotti Tramezzani, e che ha trovato sede in Villa
Pia, una villa ottocentesca ristrutturata conservandone
il fascino antico, pare idealmente riallacciarsi alla storia
di Porza, una piccola comunità un tempo sovrastata dal
Castello di Trevano, che ne ha segnato la storia e che è utile
brevemente rievocare, secondo le notizie fornite da Dalmazio
Ambrosioni nel volume «Il divenire di Villa Pia».
Nella seconda metà dell’Ottocento, il Castello diventò
proprietà del ricco barone russo Paul von Derwies, che
lo fece ristrutturare (chiamandovi anche Vincenzo Vela a
realizzare alcune sculture) e ne fece la sede di una piccola
Bayreuth, con importanti appuntamenti musicali nel teatro
(inaugurato, nel 1878, con «Il ballo in maschera» di Giuseppe
Verdi) e nella sala da concerti. Il parco, di 120mila metri
quadrati, ospitava grandi feste notturne, ma la tragedia era
in agguato: nel 1881 il barone si suicidò nel lago di Lugano,
dopo la perdita della figlia per una caduta da cavallo. Il
Castello avrebbe avuto un nuovo splendore nel segno della
musica all’inizio del Novecento e fino alla prima guerra
mondiale, e poi fu demolito negli anni Sessanta. Ma il legame
tra Porza e la cultura non è solo nelle vicende del Castello: il
paese ha sempre attratto intellettuali e persone di cultura,
come il poeta e scrittore Gilbert Clavel; nel 1926 vi viene
costituita l’Associazione culturale Porza, da parte di
tre artisti (il tedesco Werner von Alvensleben, il russo
Arthur Bryks e lo svizzero Mario Bernasconi) che si
pone l’obiettivo di dare vita a «Case di Porza» in tutti gli Stati
d’Europa, per sviluppare attività creative e incarnare il sogno
di una pace sovranazionale.
Anche la nuova casa di Erich Lindenberg si presenta agli
Elena Buchmann, da 38 anni
una garanzia per l’arte
Appassionati d’arte, Elena e Felix Buchmann aprono una
galleria a San Gallo nel 1975; presentano Spescha, Lüthi,
Roth e Rainer. Dopo la mostra sulla Transavanguardia di
Ammann a Basilea, propongono Chia, Clemente, Cucchi
e Paladino. Nel 1983 la Galleria viene trasferita a Basilea
(e Felix Buchmann farà parte del Comitato di Art Basel,
mentre Elena lo sarà di quello della Fiera di Bruxelles)
e accoglie opere di Anselmo, Baselitz, Buren, Carroll,
Cragg, Laib, Lavier, Miyajima, Penone e Rückriem. Nel
1995 viene aperta una sede in Germania, prima a Colonia
e ora a Berlino, diretta dal figlio André. Nel 1998 la
galleria si trasferisce da Basilea ad Agra, sulla Collina
d’Oro, dove, in un contesto di particolare suggestione,
sono proposte grandi opere e installazioni di Cragg,
Kounellis, Paolini, Laib, Chamberlain, Marisa Merz,
Felice Varini, Vedova e Martin Disler. Dopo la prematura
scomparsa di Felix nel 2008, la galleria è, con immutato
fervore, condotta da Elena.
Per informazioni: Buchmann Galerie, via Gamee 6, Agra (Collina d’Oro);
tel. 0041 919800830; [email protected];
www.buchmanngalerie.com
Foto Igor Ponti
N
appassionati d’arte come
una casa culturale aperta,
nello stesso spirito con cui
l’artista, nel 1971, aveva
fondato la Cooperativa
Türkenstrasse 51: un
luogo, un gruppo di artisti
ed eventi di vario genere.
Allo stesso modo, il museo
Villa Pia, accanto alle
esposizioni, organizza
lezioni d’arte, conferenze,
proiezioni di film e concerti
musicali. L’attività si è
aperta il 29 aprile 2012
Un’immagine della mostra
con una retrospettiva di
dedicata a Erich Lindenberg
Erich Lindenberg che ha
presentato i vari temi della sua produzione, enucleati
nella monografia sull’artista pubblicata nel 2010:
le ombre (ombre bianche su superfici monocrome
bianche, ispirate a Hiroshima); le figure (ombre sdraiate
ispirate a Pompei, sedute o in piedi in spazi isolati e
geometrici); lo spazio (con le suggestioni dei maestri
del passato: Vermeer, Hopper, Francis Bacon); le nature
morte, raffiguranti soprattutto teschi, simbolo di
vanitas, della morte che giunge alla fine del fragile ciclo
della vita. Accanto a questa mostra, sono state esposte
le fotografie di Roberto Pellegrini, scattate durante i
lavori di ristrutturazione di Villa Pia.
Dal 24 marzo al 29 settembre, la Fondazione ha avviato il
confronto e l’interazione tra l’opera di Lindenberg e altri
artisti a lui affini con due mostre: «Erich Lindenberg,
disegni e acquerelli. Un dialogo tra l’uomo e lo spazio»,
con opere che sviluppano il tema di uno spazio interno
che dialoga con una presenza umana, sia essa una figura,
un’ombra, una scultura o una struttura; «Dialogo tra
generazioni. Robert B. e Robertson Käppeli», che ha
presentato il confronto e la collaborazione tra due artisti
della stessa famiglia, il padre Robert B. (Lucerna, 1942) e il
figlio Robertson (Basilea, 1988), che si misurano con il tema
della natura (il padre attraverso paesaggi disegnati con una
precisione grafica che stordisce; il figlio con acquerelli su
superfici di grandi dimensioni, dalla resa tridimensionale e
dai tratti segnatamente scultorei).
Nell’autunno, la Fondazione Lindenberg propone un
altro confronto: questa volta, chiamato a misurarsi con
le opere dell’artista tedesco, è Pascal Murer (Altdorf,
1966), scultore che opera mediante diversi mezzi
espressivi: il disegno, la scultura lignea e in bronzo,
il frottage. L’esposizione presenta ventiquattro opere, che
ripercorrono l’intero arco di attività dell’artista, e si apre con
i bronzi situati nel giardino del museo Villa Pia. Dice Tiziana
Lotti Tramezzani (Zurigo, 1978): «Ho accettato questo incarico
quasi quattro anni fa, quando la collezione era appena arrivata
in Ticino, e non vi era ancora una catalogazione ragionata delle
opere. La sfida era particolarmente difficile, ma rimasi contagiata
dall’entusiasmo di Mareen Koch; mi colpì particolarmente il suo
desiderio di volere ostinatamente tenere fede a una lontana promessa
fra due studenti d’accademia, poi diventati amici. Questo spirito mi
ha aiutato nel lavoro che è venuto dopo: il primo catalogo ragionato
e l’approfondimento delle ricerche sulla collezione; la ristrutturazione
di una vecchia villa ottocentesca, da casa signorile di campagna a
museo; le esposizioni di artisti del territorio che stabiliscano un dialogo
con Lindenberg; diversi eventi collaterali (concerti di musica jazz e di
musica classica, presentazioni di libri)».
Per informazioni: Fondazione d’arte Erich Lindenberg, Villa Pia, via
Cantonale 24, Porza; tel. 0041 919401864; [email protected];
www.fondazionelindenberg.org
I
l 15 maggio 2013 la Galleria Cortesi
Contemporary inizia la propria
attività a Lugano con la mostra «Arte
italiana ’60-’90»: ventinove opere
di Alighiero Boetti, Agostino
Bonalumi, Enrico Castellani,
Sandro Chia, Dadamaino, Nicola
De Maria, Lucio Fontana, Piero
Stefano Cortesi
Manzoni, Fausto Melotti, Maurizio
Mochetti, Ugo Mulas, Gastone Novelli, Mimmo
Paladino, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Arnaldo
Pomodoro, Paolo Scheggi, Mario Schifano ed Ettore
Spalletti.
Stefano Cortesi, nel catalogo di mostra, curata da
Michele Robecchi, esplicita percorso e ragioni che
l’hanno condotto a questa «impegnativa sfida», che
pure lui vive con entusiasmo. La Galleria rappresenta lo
sbocco della sua passione di collezionista e la scelta di una
città, Lugano, in cui risiede da alcuni anni, che pare destinata
a diventare un centro culturale e artistico di prim’ordine.
La Galleria, sostiene ancora Cortesi, intende diventare «un
luogo d’incontro per appassionati che abbiano piacere a confrontarsi
sulle tematiche dell’arte,
studiare e analizzare i
lavori esposti con finalità
culturali e di collezionismo
o semplicemente conversare
sfogliando libri e cataloghi
degli artisti preferiti».
È la dichiarazione di
chi, nonostante tutte
le fosche previsioni
sull’ineluttabile destino
delle gallerie, crede
ancora nel loro ruolo
e nella loro possibile
vitalità.
L’opera «Proiezione» di Giuseppe
L’11 ottobre, e fino al
Penone del 2000
7 dicembre, Cortesi
Contemporary
prosegue il suo cammino espositivo mettendo a fuoco gli
anni Duemila: «Out of the Blue» (sintesi dei sentimenti
provati dal collezionista di fronte all’opera d’arte) è il titolo
della mostra, curata da Alberto Salvadori, direttore del
Museo Marino Marini di Firenze, che firma anche il testo
in catalogo, edito da Mousse Publishing. Autori delle opere
in mostra, selezionate all’interno della collezione privata
di Stefano Cortesi, sono: Rosa Barba, Will Benedict,
Kerstin Braetsch, Matthew Brannon, Maurizio Cattelan,
Dan Colen, Roberto Cuoghi, Elmgreen & Dragset,
Haris Epaminonda, Wade Guyton, Elad Lassry, Jacob
Kassay, Jason Martin, Paola Pivi, Anselm Reyle, Markus
Schinwald, Ned Vena e Francesco Vezzoli. La sede della
Cortesi Contemporary, con 140 metri quadrati riservati
alle esposizioni, ideati dallo Studio Albera Monti di Milano
in collaborazione con l’architetto ticinese Attilio Panzeri,
autore della ristrutturazione del palazzo sede della Galleria,
vuole anche candidarsi ad essere luogo di incontri e dibattiti,
organizzati nel corso delle mostre, per inserirsi appieno nel
vivace tessuto culturale ticinese.
La galleria annovera collezionisti svizzeri e italiani, e anche
internazionali; grazie alla propria collocazione nel Canton
Ticino, intende svolgere un ruolo di ponte, di cerniera tra le
culture artistiche della Svizzera interna e dell’Italia.
Per informazioni: Cortesi Contemporary, via Frasca 5, Lugano; tel. 0041
787092712; [email protected]; press@cortesicontemporary.
ch; www.cortesicontemporary.ch
Galleria civica
san Zenone
Campione d’Italia
9
vedere a LUGANO
La scommessa vincente di Photographica FineArt Gallery
La galleria specializzata in fotografia è stata fondata nel 2010 dal torinese Marco Antonetto,
un appassionato collezionista che ha puntato tutto su quella che era la «Cenerentola del mercato»
È
Una fotografia di Eggleston
il territorio e all’esigenza di
radicarsi in una esperienza
culturale peculiare, quella
ticinese: collabora con il
FotoClub di Lugano, che
promuove un concorso aperto
a tutti i fotografi; se la giuria,
alla fine dei propri lavori,
sceglie un vincitore che viene
giudicato valido, Antonetto
lo presenta in una mostra
in Galleria. Tra i migliori
fotografi attivi in Canton
Ticino, Antonetto ricorda Marco D’Anna, Edo Bertoglio,
Stefania Beretta, Alberto Flammer e Luciano Rigolini.
«Nel Cantone ci sono pochissime gallerie specializzate in fotografia,
dice Antonetto, e del resto la fotografia è la Cenerentola del
mercato: la conoscenza fotografica è poco diffusa; qui vengono degli
italiani, ma raramente investono sulla fotografia come opera d’arte;
c’è chi compra fotografie per arredare; per fortuna, che qualche
collezionista che parte dall’opera d’arte tradizionale trasmigra
alla fotografia. Il mercato per il momento è promettente, ma siamo
davvero solo all’inizio».
Per informazioni: Photographica FineArt Gallery, via Cantonale 9, 6900
Lugano; tel. 0041 919239657; [email protected]; www.
photographicaphicafineart.com
C’è un rapporto virtuoso
tra i musei elvetici e i collezionisti
Per il gallerista Stefano Dabbeni il modello svizzero è vincente
L
o Studio Dabbeni, fondato nel 1979 a Lugano,
si è rapidamente affermato per il valore degli artisti
contemporanei presentati e per avere attivamente promosso
significativi interventi di artisti in spazi pubblici e privati.
Particolare attenzione viene riservata alle edizioni della
Galleria e alle pubblicazioni degli artisti rappresentati; dal
1983 lo Studio Dabbeni ha avviato la pubblicazione di una
rivista, «temporale», che informa sulle attività della Galleria
e che contiene interviste e testi di particolare interesse (tutti
i numeri finora usciti sono consultabili e sfogliabili in video
sul sito della Galleria); l’ultimo numero pubblicato, il n. 70
del 2010, è in gran parte dedicato a Giulio Paolini.
Gli artisti rappresentati dalla Galleria sono: Stuart Arends,
Luciano Bartolini (di cui si è tenuta una mostra personale
nel 2012), Gabriele Basilico, Livio Bernasconi, Stefano
Boccalini, Daniel Buren, Enrico Castellani, Andreas
Christen, Dadamaino, Jose Dávila, Luca Frei, John
Hilliard, Jakob Kolding, Sol Lewitt, Jacopo Miliani,
François Morellet, Aurelie Nemours, Giulio Paolini,
Flavio Paolucci, David Tremlett (del quale si è conclusa una
mostra personale a giugno), Ian Tweedy. Lo Studio Dabbeni,
in passato, ha esposto alcune figure rappresentative dell’arte
astratta come César Domela, Piero Dorazio, Gillo Dorfles,
Camille Graeser, Gottfried Honegger, Le Corbusier,
Verena Loewensberg, Fausto Melotti, Mario Nigro, Luigi
Veronesi. La Galleria ha partecipato, negli ultimi anni, ad
alcune delle più importanti fiere dell’arte: Art Basel, Fiera
di Bologna, Artissima di Torino, MiArt di Milano. Due sono
gli Archivi gestiti dallo Studio Dabbeni: l’Archivio
MAC, costituito nel 1997, che raccoglie materiali inerenti
l’attività del Movimento Arte Concreta (fondato a Milano nel
1948), partendo dalla figura di Gianni Monnet, cofondatore
del movimento e personaggio chiave nell’organizzazione
Foto Roland Schneider
stata fondata solo tre anni fa, la
Photographica FineArt Gallery
di Lugano, con sede in un edificio,
con qualche retaggio liberty, vicino
al centro della città. Ma in verità la
Galleria ha radici lontane: Marco
Antonetto, torinese, che la dirige
Marco Antonetto
assieme alla figlia Irene, colleziona
fotografie dal 1968-1969 («forse sono
stato il primo a Torino, ricorda Antonetto, dove si trovavano
fotografie dell’Ottocento e vecchie macchine fotografiche»).
Dal 1980 al 1992 Antonetto è responsabile del settore
fotografia al Museo del Cinema di Torino, occupandosi in
particolare proprio della storia delle macchine fotografiche.
Intanto, colleziona con passione la fotografia del Novecento,
di autori italiani (anche se raramente con contatti diretti),
europei e americani: mette assieme una importante
collezione che nel 2008 viene presentata al Museo di Villa
Malpensata di Lugano, allora diretto da Bruno Corà. Nasce
in quell’occasione il progetto di lasciare in comodato parte
della collezione al nascente LAC, «ma alla fine si è deciso, di
comune accordo, di soprassedere», dice Antonetto.
Sfumato questo progetto, Antonetto decide di aprire una
Galleria specializzata in fotografia a Lugano, facendo la spola
tra Lugano (dove è dal mercoledì alla domenica) e Torino
(dove si ferma il lunedì e il martedì). Uno dei criteri costanti
che presiedono alla programmazione dell’attività espositiva
della Galleria è quello di un confronto, imperniato su un
tema o su due autori (di solito un giovane fotografo che si
confronta con un maestro): ad esempio, la mostra in corso
presenta vis-à-vis Reto Albertarelli, un giovane reporter
ticinese, e Josef Koudelka. La prossima esposizione, curata
da Antonello Frongia, s’inaugura il 10 ottobre e resta aperta
fino al 29 novembre, e presenta, di Guido Guidi (Cesena,
1941), cinque fotografie di grande formato (110x140 cm) e
trentacinque piccole stampe a contatto, paesaggi realizzati
nel 1983-1993, alle quali vengono accostate alcune opere
dei più importanti fotografi statunitensi con cui Guidi ha
intrattenuto una sorta di dialogo a distanza: Robert Adams
e Stephen Shore, oltre a William Eggleston, Frank
Gohlke, Joel Sternfeld, Walker Evans e Harry Callahan.
La mostra è accompagnata dal volume «Guido Guidi.
Cinque paesaggi, 1983-1993», a cura di Antonello
Frongia e Laura Moro, edito da Postcart/ICCD, Roma.
Photographica FineArt Gallery ha tenuto la mostra
d’esordio nel maggio 2010 («Naturae Mortae, maestri
fotografi del ’900») e ha proseguito la propria attività con
esposizioni dedicate, tra gli altri, a Frank Horvat, Silvia
Camporesi, Olivo Barbieri, Joel Sternfeld, Carlo Orsi.
Tra gli autori presenti in permanenza in galleria, ricordiamo
gli italiani Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Carlo Orsi,
Olivo Barbieri, Guido Guidi, Paolo Ventura, Maurizio
Galimberti, Silvia Camporesi, Frank Horvat, Gianni
Berengo-Gardin, e i maestri stranieri Irving Penn,
Edward Weston, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson,
Harry Callahan, William Eggleston, Lee Friedlander,
Garry Winogrand, Robert Doisneau, Nan Goldin, Diane
Arbus, Ansel Adams. Antonetto è attento ai rapporti con
delle esposizioni e delle
pubblicazioni (lo Studio Dabbeni
ha organizzato una serie di
esposizioni che hanno mostrato
il ruolo del movimento nel
promuovere la sintesi tra le varie
arti); l’Archivio Hedi Mertens e
Arend Fuhrmann.
Dal 4 ottobre al 30 novembre
ospita una mostra personale di
Andreas Christen (Bubendorf/
Basilea, 1936 - Zurigo, 2006), la
terza dopo quelle presentate nel
Andreas Christen nel 1974
1996 e nel 2003. Pittura e design
sono stati i campi fondamentali
della ricerca artistica di Christen, uno dei più importanti
artisti svizzeri. Dopo l’approdo ai bassorilievi monocromi
bianchi, in legno dipinto a spruzzo, i lavori di Christen sono
animati dai giochi di luce e di ombra, che vanno a modellare
configurazioni di piani, punti e linee sempre cangianti alla
percezione dell’occhio. In conclusione, chiediamo a Stefano
Dabbeni se la crisi del mercato dell’arte si sia fatta sentire
anche in Svizzera e quali strategie hanno eventualmente
adottato per farvi fronte. Ecco la sua risposta, che fornisce
una spiegazione della solidità della realtà in cui lui si trova a
operare: «La Svizzera presenta una rete museale molto importante
che ha, per tradizione, fatto da fulcro alla nascita di importanti
collezioni pubbliche e private. Collaborando in stretta interconnessione
fra di loro, alcune di queste esperienze costituiscono, oggi, uno stimolo
per la formazione di sempre nuovi collezionisti».
Per informazioni: Studio d’arte contemporanea Dabbeni, Corso Pestalozzi
1, 6901 Lugano; tel. 0041 919232980; [email protected]; www.
studiodabbeni.ch
Nessuno sa di arte tutto quello che sanno i lettori di
IL GIORNALE DELL’ARTE
È il mensile d’informazione di riferimento per il mondo dell’arte concepito come
un quotidiano. Seleziona e riferisce con criteri giornalistici i fatti rilevanti dell’arte
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Ogni anno, 11 numeri, oltre 1.000 pagine. Ogni numero comprende:
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vedere a LUGANO
10
Canesso: devo farvi riscoprire il bello dell’antico
Da quando ha fondato la sua galleria di dipinti antichi a Parigi nel 1994, Maurizio Canesso è tra i più noti
e stimati mercanti d’arte italiana a livello internazionale. Dal 2012 ha aperto una seconda sede nel cuore di Lugano
L
a scelta di Maurizio Canesso di
aprire, nel 2012, una galleria nel
cuore del centro storico di Lugano
(la seconda, dopo quella fondata nel
1994 a Parigi), sviluppa e potenzia
un’attività che lo vede, da oltre
trent’anni, tra i più qualificati
conoscitori della pittura antica, e
Maurizio Canesso
poi tra i più noti e affidabili mercanti
d’arte italiana a livello internazionale, con stretti rapporti
di collaborazione con istituzioni, conservatori dei musei di
tutto il mondo, studiosi ed esperti. C’è, tuttavia, un’altra non
meno importante motivazione di ordine personale. «Lugano,
ricorda Canesso, è una città che ha sempre avuto un ruolo
privilegiato nella mia vita», essendo vicina a Varese dove è nato
e cresciuto. «Ai tempi del liceo, ho guardato a Lugano come a un
centro culturalmente vivace. Le mostre della Collezione Thyssen,
della Pinacoteca Züst o del Museo Cantonale richiamavano la mia
attenzione e le seguivo con assiduo interesse. La cultura ticinese ha
iniziato a diventarmi familiare e ho scoperto tutte le affinità con il
mio modo di essere e di pensare. Successivamente, ho frequentato
collezionisti e intellettuali residenti fra Lombardia e Ticino e grazie
a loro ho imparato a conoscere e apprezzare una volta di più la
bella Lugano con le sue tradizioni e la sua cultura». Con la Galleria
di Lugano, Canesso realizza una vecchia aspirazione,
confidando che essa possa divenire «il punto di ritrovo per tutti
quelli che hanno voglia di riscoprire il bello nell’antico».
La sua passione per il collezionismo e per i dipinti antichi
dal XVI al XIX secolo ha trovato dunque sbocco dapprima
nella Galerie Canesso di Parigi, che vanta la partecipazione
ai più importanti Saloni internazionali di Arte e Antiquariato
(Tefaf a Maastricht, Biennale des Antiquaires a Parigi,
Biennale Internazionale di Palazzo Corsini a Firenze, The
International Fine Art Fair a New York, Paris Tableau, il
Salone dedicato ai dipinti antichi di cui Maurizio Canesso,
L’interno della Galleria Canesso a Lugano e «Angelica e Medoro»
di Simone Peterzano (Bergamo, 1535 c. - Milano, 1599), uno dei dipinti
esposti alla mostra «Cinquecento sacro e profano. Una selezione di
dipinti italiani del XVI secolo»
oltre a essere uno degli ideatori, è anche presidente), e ora
nella Galleria Canesso di Lugano. Fin dagli esordi Maurizio
Canesso ha coltivato la passione per l’arte del suo territorio
d’origine: la Lombardia, sviluppando e affinando le sue
conoscenze sulla pittura lombarda dai leonardeschi, alla
Controriforma, agli eclettici lombardi e cremonesi, fino alla
pittura della realtà. Tiziano, Guido Reni, Luca Cambiaso,
Tanzio da Varallo, Magnasco, il Cerano, sono solo alcuni
nomi degli artisti che, attraverso Canesso, sono andati ad
arricchire importanti raccolte pubbliche e private.
Anche a Lugano, che Canesso considera un polo culturale
strategico di respiro internazionale, qualità, esclusività
e serietà continuano a essere le parole d’ordine della
galleria diretta da Chiara Naldi. La galleria, oltre a
essere punto di riferimento per appassionati collezionisti,
si prefigge anche l’ambizioso obiettivo di attrarre le nuove
generazioni verso la pittura antica, coniugando cultura,
mercato e passione, in un percorso di accompagnamento e
cura del collezionista nelle proprie scelte.
La galleria ha inaugurato la propria attività con la mostra,
nel giugno 2012, «Un inedito del Maestro della Tela
Jeans e altre scene del quotidiano», nella quale è stata
presentata al pubblico, tra le altre, un’opera dell’enigmatico
maestro del XVII secolo, di cui tuttora si ignora il nome e la
nazionalità, che rappresentava nei suoi dipinti personaggi
abbigliati con la tela «di Genova», già conosciuta e utilizzata
all’epoca. Nell’aprile 2013, è stata presentata la seconda
esposizione, «Dipinti del Seicento. Influssi caravaggeschi
tra Lombardia e Napoli» e nel giugno «Una scultura
di Tommaso Rodari». Dal 18 ottobre al 14 dicembre,
la Galleria Canesso presenta la mostra «Cinquecento
sacro e profano. Una selezione di dipinti italiani del
XVI secolo» (orari di apertura, dal lunedì al venerdì, 1018; sabato, 10-17). Ogni mostra si distingue per l’originale
allestimento, con colori dinamici che cambiano di volta in
volta, ed è accompagnata da un catalogo illustrato con utili
apparati scientifici.
Per informazioni: Galleria Canesso, Piazza Riforma 2, Lugano; tel. 0041
916828980; [email protected]; www.galleriacanesso.ch
11
vedere a ascona E locarno
Cinema e jazz in un paradiso terrestre
La suggestiva bellezza del paesaggio lungo le sponde elvetiche del Lago Maggiore è stata animata da un’importante
offerta culturale che ha reso le due cittadine una meta degli amanti di cinema e di jazz
B
Luca Pissoglio, sindaco
di Ascona, è convinto:
«È la cultura il nostro tesoro»
Luca Pissoglio, medico pediatra, è il
Sindaco del Comune di Ascona. A
lui rivolgiamo una sola domanda:
Ascona è un luogo in cui si sono
incrociati intellettuali e persone
di cultura da più di cento anni.
La cultura è ancora
importante per Ascona?
Come si può sviluppare
questo prezioso retaggio?
Luca Pissoglio
«Per me la cultura è
importantissima per Ascona.
È il nostro tesoro. La cultura è il volano che fa che fa
girare la vita e l’economia del nostro borgo. Abbiamo dei
valori importantissimi che negli anni si sono un po’ persi e
che stiamo cercando di recuperare con le varie attività che
vanno dal restauro di Teatro e Castello San Materno, per
poi passare al restauro di casa Anatta nei prossimi anni,
a manifestazioni quali JazzAscona e le settimane musicali,
gli eventi letterari al Monte Verità. La politica basilare ad
Ascona deve essere una politica turistica culturale, perché
questa è la nostra forza.
L’apertura del Castello si inserisce nel recupero dei
nostri tesori: castello, artisti del Novecento asconesi che
interagivano con artisti che ora verranno esposti al San
Materno. Posso annunciare che si tratta della collezione
della Fondazione Kurt e Barbara Alten. È una continuità
meravigliosa e un complemento splendido alla nostra
collezione comunale, un ulteriore arricchimento e una
conferma del senso e del valore della politica culturale che
portiamo avanti».
Ascona affacciata sulle acque del Lago Maggiore e la Piazza Grande di Locarno durante il Festival del Film
di ammirare più di 1500 specie di fiori e piante provenienti
dai cinque continenti), magari salendo durante la sosta
al villaggio medievale di Ronco s/Ascona, Gambarogno
con il parco botanico a Vairano, per poi proseguire la
navigazione fino a Villa Taranto e alle tre Isole Borromee
(Isola Bella, Isola Madre, Isola dei Pescatori). Locarno è, in
questo viaggio, una meta d’obbligo, non solo durante
l’ormai famoso Festival del Film (che si svolge per
10 giorni durante il mese di agosto), per camminare
nei suoi vicoli, nelle piccole piazze e nella Piazza
Grande, per visitare, tra gli altri edifici d’interesse, il
Castello Visconteo, Casa Rusca (sede della Pinacoteca
della città, ove si tengono anche mostre temporanee),
varie Chiese, il Sacro Monte della Madonna del Sasso
e il Parco delle Camelie, con 900 varietà di camelia
distribuite in una trentina di aiuole.
Ascona e Locarno sono infine i luoghi di partenza per
inoltrarsi lungo le valli suggestive (Valle Onsernone,
Centovalli, Vallemaggia, Valle Verzasca) che dalle due
città si dipartono verso le montagne: valli in cui andare,
dentro la natura cangiante in ogni stagione dell’anno, alla
scoperta di paesaggi memorabili e compiere escursioni
a piedi. Infine, occorre citare il Parco Nazionale del
Locarnese, progetto collettivo di 14 Comuni e di 13
patriziati della regione, per tutelare e valorizzare un
territorio unico, che si estende dalle Isole di Brissago
al villaggio di Bosco Gurin, dai 193 metri sul livello del
mare ai 2863 metri del Pizzo Biela, passando da un clima
subtropicale al tradizionale clima alpino.
Last but not least le due città di Ascona e Locarno, i cui
abitati si stanno ormai quasi congiungendo, offrono una
tradizione gastronomica ormai diventata tipica, con piatti,
prodotti e vini di assoluta eccellenza. Non sorprende che
la destinazione «Ascona-Locarno, Lago Maggiore e Valli»
sia stata insignita del marchio «Famiglie Benvenute
2013-2015» dalla Federazione Svizzera del Turismo, a
testimonianza che la regione Lago Maggiore è una meta
turistica adatta ai «bambini di ogni età», come fanno rilevare
orgogliosamente gli operatori dell’Ente Turistico Lago
Maggiore.
Per informazioni: www.ascona-locarno.com
L’irresistibile richiamo del Monte Verità
Mario Bazzi, Capo Dicastero Cultura del Municipio, racconta come
da borgo di pescatori Ascona si è trasformata grazie ai «balabiott»
in un luogo prediletto dai più importanti pensatori e artisti della prima
metà del secolo scorso
Quali sono i punti di forza
dell’offerta turistica e culturale di
Ascona, che ha saputo attrarre, da
almeno un secolo, tanti uomini di
cultura e turisti? Quale raccordo
deve esserci, secondo lei, tra
turismo e cultura?
«Ascona si è aperta verso il mondo,
Mario Bazzi
soprattutto quello del Nord, quando
era ancora un borgo di pescatori. Quando agli inizi del
XX secolo i primi liberi pensatori e naturisti, chiamati
“balabiott” dagli asconesi del tempo, si sono insediati sul
Monte Verità è stato piantato il seme che ha fatto sì che
dal nostro borgo siano passati molti dei più importanti
pensatori e artisti della prima metà del secolo scorso. Se a
ciò si aggiunge un clima particolare (si dice che Ascona sia
la costa mediterranea più a Nord) e la perspicacia di alcuni
Asconesi d’origine o d’adozione, ecco creata la miscela che
ha portato allo sviluppo di Ascona quale meta turistica, a
cavallo tra il glamour e il culturale. Questo spirito è ancora
presente oggi: uno dei punti di forza del nostro Comune è la
collaborazione tra l’iniziativa privata, in ambito turistico, e
il sostegno pubblico per quanto concerne le numerosissime
offerte culturali, figlie più o meno dirette dell’esperienza di
inizio secolo scorso».
Quali sono le ragioni che vi hanno indotto a dare vita,
e a investire, sull’Ente Turistico Lago Maggiore, che
coinvolge anche Locarno?
«L’Ente Turistico Lago Maggiore è nato dalla fusione degli
enti turistici preesistenti, voluta dal Cantone, con l’obiettivo
di raggiungere una dimensione tale da poter essere più
incisivi nella proposta e valorizzazione del prodotto turistico
locale. L’Ente non coinvolge solo Ascona e Locarno, ma un
comprensorio più vasto che copre tutta la regione comprese
© Max Pedrazzini
asta camminare una volta sul lungolago di Ascona,
magari dopo esservi approdati attraverso le viuzze
che vi sfociano, con le architetture e le case tipiche, per
conservarne una memoria che non potrà mai essere
dimenticata: l’azzurro intenso del lago, i platani tagliati
fino a ricavarne una struttura sofferta e tormentata (tanti
sono gli artisti che li hanno dipinti, ma chi forse più si è
avvicinato alla loro verità è stato senz’altro Ben Nicholson
in alcune sue incisioni), gli alberghi e i ristoranti, spesso
affollati, e il passeggio senza sosta trasmettono l’idea di un
luogo magico. Subito si capisce perché questa cittadina di
circa 5.500 abitanti sia diventata meta di intellettuali,
scrittori, artisti, soprattutto del nord Europa, a partire
dalla fondazione, agli inizi del Novecento, della colonia di
Monte Verità, e, nel 1933, di Eranos, e perché, negli anni
Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, tanti stranieri
abbiano acquistato una casa ad Ascona o nei centri vicini.
Del resto, offerta culturale e turistica fanno di Ascona un
vero luogo che attira, magneticamente, tante persone.
Oltre al Museo comunale, sede di mostre temporanee,
di due Fondazioni (Marianne von Werefkin; Richard
e Uli Seewald) e di una collezione nata dal desiderio di
tanti artisti di donare le loro opere, al Museo Epper (che
conserva le opere di Ignaz e Mischa Epper e tiene mostre
temporanee), e alla Fondazione Rolf Gérard, c’è la
Chiesa Parrocchiale, con le testimonianze di un artista
grandissimo, Giovanni Serodine, nato ad Ascona nel 1594,
la sua Casa, con sul portale la data 1620 e i pregevoli stucchi
opera del fratello Giovanni Battista, il Collegio Papio con
il magnifico cortile, il Teatro San Materno, autentico
gioiello di architettura costruito nel 1927-28, su disegno
dell’architetto Carl Weidemeyer, per la ballerina Charlotte
Bara, il Castello di San Michele. L’offerta musicale è
un altro vanto di Ascona, con due manifestazioni di alto
livello: «JazzAscona», in giugno, con anche concerti gratuiti
in piazza, e le «Settimane musicali di Ascona», da fine agosto
a ottobre, con famose orchestre sinfoniche ed affermati
solisti.
Ascona è il punto di partenza di escursioni in battello sul
Lago Maggiore, in un paesaggio in cui convivono montagne
e acqua, città e piccoli villaggi. Si scende verso un’altra
città d’incanto, Locarno, Brissago, alla soglia del
confine, e le sue isole (con il parco botanico che consente
Un evento del JazzAscona Festival 2013
parti delle valli retrostanti. Se da un lato vi sono due punte
di diamante, Ascona e Locarno, il prodotto turistico non si
limita a queste due destinazioni ma comprende anche quello
che offrono le zone retrostanti, con tutto il loro bagaglio di
tradizioni, artigianato e natura incontaminata».
Come procede questa sfida: quali sono i risultati che
avete già conseguito e cosa vi proponete di fare nel
futuro?
«Al momento è sul tavolo una revisione della legge cantonale
che regola la gestione del turismo. Questa revisione prevede
la totale riorganizzazione degli Enti turistici, che diverranno
solo quattro per tutto il territorio cantonale. Alle nuove
entità verranno assegnati nuovi mezzi e nuovi compiti.
Per Ascona, che anche nell’ambito di questo nuovo Ente
ingrandito resterà la destinazione di punta, la sfida è quella
di mantenere la propria specificità, integrando ancora di più
la propria offerta con il resto della regione».
vedere a ascona E locarno
14
Per Marianne Werefkin questa era una Montparnasse
sul Verbano
Per Mara Folini, direttore del civico Museo d’Arte Moderna dal 2009, Ascona è un crocevia di arti e pensiero
che ha ancora moltissime carte da giocare
M
tra le due guerre
mondiali; il Museo non
poteva non interessarsi
all’opera dell’artista
russa, giacché qui,
per volere della
Fondazione omonima,
c’è il nucleo più
importante della sua
produzione artistica.
Dal 1998, il Museo ha
proceduto in modo
sistematico a un lavoro
di studio e promozione
del Fondo Marianne
Werefkin, attraverso
l’archiviazione
«Fuochi fatui» di Marianne Werefkin
informatizzata degli
800 documenti
letterari, dei 170 taccuini degli schizzi e delle 100 opere
dell’artista, che ha generato studi di specialisti e di
universitari. Questo lavoro è stato alla base di numerose
esposizioni, in sinergia con altri musei, in Svizzera,
Germania, Francia, Italia e di recente in Russia: la prima
grande mostra monografica e itinerante del 1988, presentata
dapprima ad Ascona in tre sedi e poi in Germania (Museum
Villa Stuck München); nel 2001 la prima mostra monografica
dell’artista in Italia, “Marianne Werefkin. Il fervore della
visione”, a Palazzo Magnani di Reggio Emilia; nel 2002
a Murnau, e nel 2003 ad Ascona, un’altra importante
esposizione, in collaborazione con lo Schlossmuseum
di Murnau, per approfondire la funzione pionieristica
dell’artista nell’ambito
della “Nuova Associazione
degli Artisti di Monaco”
(1909); nel 2010, la mostra
“Gli artisti russi tra Otto
e Novecento. Gli anni di
formazione di Marianne
Werefkin”, in collaborazione
con la Galleria Statale
Tretyakov di Mosca che, oltre
a gettare nuova luce sugli
anni russi della pittrice (i
meno studiati e conosciuti),
ha dato l’opportunità al
Museo di Ascona di esporre,
l’anno dopo, le opere
dei maestri e amici della
pittrice (come quelle del
realista Il’ja Repin o del
Immagine del m.a.x. museo,
foto di Gian Paolo Minelli, progetto degli architetti Pia Durisch & Aldo Nolli,
visionario Michail Vrubel),
premio SIA Ticino 2007
conservate nelle collezioni
della Tretyakov. Alla
sezione riguardante le
dei grafici e designer
volontà di divulgare la
Il m.a.x. museo,
mostra si è affiancata una
importanti creazioni
attraverso esposizioni,
conoscenza dell’arte
inaugurato il
programmazione collaterale
grafiche e pittoriche di
conferenze e momenti
grafica, del design,
12 novembre 2005
ricca di approfondimenti
Max Huber
della fotografia, nonché d’incontro.
su iniziativa della
(conferenze, performance
(Baar 1919 −
Il visitatore ha
della comunicazione
Fondazione
di danza e di musica,
Mendrisio 1992),
l’opportunità di
visiva contemporanea.
Max Huber-Kono,
concerti, presentazione
artista svizzero
seguire tre esposizioni
L’aspirazione del
dal 2010 è divenuto
di libri, spettacoli teatrali
annoverato fra i più
temporanee l’anno
museo è di costituire
un’istituzione pubblica
e mostre), interagendo e
significativi graphic
e da maggio a luglio
del Comune di Chiasso. un ponte tra il passato
coinvolgendo gli altri enti
designer del XX secolo.
anche una piccola
e le nuove generazioni
Negli obiettivi vi è la
culturali radicati nel borgo di
Ascona (Fondazione Monte
Verità, Teatro San Materno,
Serge Brignoni
Luigi Rossini
Heinz Waibl
Collegio Papio, Biblioteca
(1903-2002) artista e
(1790-1857) incisore.
(1931) graphic designer.
Popolare, Museo Epper e
collezionista. Il viaggio segreto
Il viaggio creativo
Fondazione Gérard). L’opera
Il viaggio silenzioso
inaugurazione:
inaugurazione:
inaugurazione:
7.2.2014, ore 18.30
16.5.2014, ore 18.30
di valorizzazione della
27.9.2013, ore 18.30
periodo espositivo:
periodo espositivo:
Werefkin ha avuto anche
periodo espositivo:
8.2 – 4.5.2014
17.5 – 20.7.2014
un importante risultato
28.9.2013 – 19.1.2014
nel mercato dell’arte, che
ha visto, nel giro di un
decennio, quadruplicare i
Via Dante Alighieri 6 CH-6830 Chiasso tel. 0041 916825656 [email protected] www.maxmuseo.ch
valori delle sue opere».
ma-do 10.00-12.00 15.00-18.00 lunedì chiuso
Quali mostre ha
presentato nella sua
ara Folini, può riassumere
la sua collaborazione con il
Museo Comunale d’arte moderna
di Ascona, prima come studiosa
dell’opera di Marianne Werefkin e
poi come direttrice?
«Ho conosciuto il Museo Comunale
Mara Folini
d’Arte Moderna di Ascona nel 1991
quando stavo lavorando alla mia tesi
di laurea su Marianne Werefkin all’Università “La Sapienza”
di Roma. Allora, il Museo era di fatto diretto dal segretario
della Fondazione Werefkin di Ascona, l’avvocato Efrem
Beretta, coadiuvato da una segretaria e un custode, e si
avvaleva della collaborazione esterna di figure carismatiche
come quella di Harald Szeeman. Il mio lavoro di ricerca
continuò per alcuni anni (nulla infatti era ancora archiviato
tra gli oltre 10mila documenti dell’artista russa), ampliandosi
verso l’affascinante storia del Monte Verità, che finì per
entrare tra gli argomenti della mia tesi. Da allora, quando
il Museo o il Dicastero Cultura di Ascona si occupavano di
Marianne Werefkin o del Monte Verità, venivo coinvolta
per co-curare mostre, tenere conferenze o scrivere saggi per
cataloghi. Nel 2007, quando lavoravo come assistente del
direttore artistico dell’Istituto Svizzero di Roma, mi è stato
chiesto di curare una mostra di Werefkin, in occasione del
sessantesimo dalla sua morte. Ciò coincideva con il mio
desiderio di far ritorno in Ticino; accettato quest’incarico, è
stato poi chiaro che ci sarei restata, prima come curatrice e
poi, dal 2009, come direttrice».
Qual è lo stato dell’attenzione su Marianne Werefkin?
«Marianne Werefkin (Tula, 1860 - Ascona, 1938) è considerata
tra gli artisti più significativi che hanno vissuto ad Ascona
attività di direttrice e quale è il programma per
l’immediato futuro?
«Dal 2008 a oggi la programmazione del Museo di Ascona
(20 mostre, 10 cataloghi, decine di eventi concomitanti)
ha avuto come obiettivo la tutela e la valorizzazione del
proprio patrimonio culturale, inteso come bene comune
da condividere e divulgare: opere di artisti che fanno parte
delle sue Collezioni e Fondazioni, o che hanno contribuito
in modo determinante alla crescita culturale del Borgo di
Ascona. La storia di Ascona non è solo quella di una piccola
quanto significativa cittadina di contadini e pescatori, ma è
anche quella degli artisti e degli intellettuali più illuminati
che, in particolare tra le due guerre mondiali, hanno scelto
la zona del locarnese come propria terra di elezione, per
periodi più o meno lunghi o per tutta la vita, protetti
idealmente dalle “utopie” di Monte Verità (siano esse quelle
della “Lebensreform”, degli anarchici, dei teosofi o dei
pacifisti), contribuendo a rendere Ascona una tra le città più
note nel Nord Europa. Nel 2008, grazie a una collaborazione
con l’Università di Cambridge e con la Città di Locarno, si è
potuta realizzare la doppia mostra (a Cambridge, ad Ascona
e a Locarno) “L’energia del Luogo. Arp, Benazzi, Bissier,
Nicholson, Richter, Valenti, Tobey”, che ha presentato le
opere dei cosiddetti “artisti del silenzio”, i grandi astrattisti
internazionali degli anni Quaranta, i quali hanno tutti
stretto relazioni significative con il territorio di Ascona e di
Locarno, rinnovando quel clima o «condizione delle spirito»
di grande partecipazione comunitaria e ideale, innato nel
territorio. La Svizzera italiana non può dimenticare poi di
attingere all’inestimabile patrimonio culturale della vicina
Italia: il Museo ha deciso di partecipare a un “programma
di collaborazione transfrontaliera Italia - Svizzera’, con
l’Associazione Asilo Bianco di Ameno (Novara), realizzando
la mostra-gemellaggio “Il laboratorio delle metamorfosi.
Francesca Gagliardi e Luca Mengoni”. Nello stesso spirito è
nata l’attuale mostra sull’eccentrica quanto straordinaria
Carol Rama; dopo alcuni anni di ricerca, l’anno prossimo ci si
augura di potere inaugurare l’esposizione dedicata al grande
futurista italiano Luigi Russolo, documentando tutta la sua
produzione, fino agli anni Trenta e Quaranta, quando l’artista
si era ritirato nel suo eremo di Cerro, a Laveno Mombello,
dall’altra parte del lago Maggiore. Non abbiamo tralasciato
di studiare approfonditamente la Collezione comunale, e a
valorizzare l’operato degli artisti contemporanei, attraverso
mostre monografiche, sia al Museo che a Casa Serodine
(seconda sede del Museo destinata principalmente a mostre di
artisti contemporanei e di arti grafiche)».
Ascona vanta una lunga tradizione di frequentazioni di
artisti e di collezionisti. È possibile valorizzare ancora
di più questo retaggio, anche attraverso una rete
territoriale?
«Ascona, definita la “Montparnasse sul Verbano”, è stata un
crocevia degli artisti più importanti delle avanguardie del
Novecento; oltre a Marianne Werefkin e Alexej Jawlensky, si
può accennare al corpo di ballo di Rudolf von Laban che, nel
1917 sul Monte Verità, aveva danzato dal tramonto all’alba
inneggiando alla forza catartica del sole; a tutti i futuri
dadaisti, come Arp, Richter, i fratelli Janco, Hugo Ball e Emmy
Hennings, i quali, con Sophie Taeuber-Arp, hanno tutti stretto
rapporti significativi con il “Monte”; ad Arthur Segal, artista
anarchico, ebreo dell’avanguardia tedesca, che ad Ascona e a
Berlino ha aperto la sua casa a tutti quei rifugiati politici o a
quegli artisti, per i quali l’arte deve avere anche una missione
sociale altamente pedagogica; e poi agli artisti del Bauhaus
come Oskar Schlemmer, Walter Gropius, Xanti Schawinsky
che hanno animato la vita culturale del Borgo di Ascona, negli
anni Trenta del Novecento, quando oltre al nuovo albergo
Bauhaus del Monte Verità sotto la direzione del Barone von
der Heydt, c’era la danzatrice sacra Charlotte Bara ad animare
il Teatro San Materno, tra i pochi teatri da camera Bauhaus
rimasti ancora intatti. Non solo è possibile pensare a una
rete, un fatto imprescindibile per la valorizzazione anche
economica e turistica del nostro territorio, ma anche in senso
sociale, nell’avvicinare il pubblico, i giovani in particolare,
alle diverse espressioni della cultura territoriale, nazionale e
internazionale».
Per informazioni: Museo Comunale d’Arte moderna, via Borgo, Ascona; tel.
0041 917598140; [email protected]; www.museoascona.ch
15
vedere a ascona E locarno
Ad Eranos tutto cominciò con i picnic conferenze
sulla terrazza di Casa Gabriella
Dal 1933 nella bella tenuta sul Lago Maggiore di Olga Fröbe-Kapteyn si danno convegno sapienti di tutto il mondo
che nelle annuali conferenze hanno dato vita a una scuola di ricerca spirituale nel nome di Jung
E
ranos nasce dall’iniziativa di
Olga Fröbe-Kapteyn, una
cittadina olandese nata e cresciuta
a Londra, figlia dell’inventore dei
freni Westinghouse e di una filosofa
anarchica, amica di George Bernard
Shaw e del principe Kropotkin. Olga
era fragile di polmoni e il padre la
Claudio Metzger
portò a Monte Verità; poi le comprò
la tenuta attorno Casa Gabriella, a Moscia, sulle rive del lago
Maggiore, in un angolo verde e, per i nordici, temperato.
Inquieta, interessata alle religioni e all’occulto, Olga
si circondò subito dei tipi più stravaganti: Alice Bailey,
la fondatrice della Scuola Arcana, Martin Buber,
Alessandro di Russia. Ma la sua vita cambiò quando
conobbe Rudolf Otto, grande studioso del sacro, che diede
il nome Eranos al luogo (in greco, «festa comune all’aperto»),
le presentò l’indianista Heinrich Zimmer, e finalmente
Carl Gustav Jung (che si era proposto di fare conoscere
all’anima disseccata dell’Occidente il più antico dei libri
oracolari, il cinese I Ching). Nel 1928 Olga costruisce una sala
conferenze vicino a Casa Gabriella, senza immaginare che
avrebbe segnato l’inizio di un’avventura di grande successo,
con le riunioni internazionali che facevano affluire lì molti
tra i maggiori intellettuali del periodo, che affinarono gli
«Eranos Tagungen» e il «Metodo Eranos». Cominciarono
così, negli anni Trenta, le Conferenze di Eranos, per le
quali accorrevano in agosto sapienti da tutto il mondo:
Mircea Eliade, il grande studioso delle religioni, l’islamista
Henry Corbin, Károly Kerényi, Gershom Scholem,
Erich Neumann, Adolf Portmann. Quel periodo mitico
sopravvisse alla Seconda guerra mondiale, fino al 1988, ben
oltre la morte di Olga Fröbe.
Una riunione intorno alla tavola rotonda a Eranos
Ricorda Claudio Metzger, membro del Consiglio della
Fondazione Eranos: «Il modello di dialogo detto Eranos, banchetto
all’aperto, dove ogni partecipante portava del suo e lo metteva a
disposizione di tutti, funzionò in modo eccellente dal 1933 in poi. I
convegni di Eranos attirarono i più grandi pensatori e scienziati,
che giungevano in agosto di ogni anno su invito della signora Fröbe
ad Eranos, dove alloggiavano per la durata del convegno, nel quale
ognuno presentava il risultato di un anno di riflessioni su un tema
fissato l’anno prima, spesso riuniti attorno a una “tavola rotonda”.
In modo interdisciplinare, ogni studioso faceva tesoro dei commenti
L’utopia del Monte Verità, un polo mitico
di cultura e di stravaganza
Il Monte Verità si erge sulle colline che
sovrastano Ascona ed il Lago Maggiore;
oltre che per il panorama d’incanto, da più
di cent’anni rappresenta un polo che attira
persone di cultura, dove si sono confrontate
idee, tendenze, sperimentazioni. La
colonia alternativa e vegetariana d’inizio
Novecento segnò la nascita del mito del
Monte Verità. Dopo un breve periodo nei
primi anni Venti, nel quale alcuni artisti
espressionisti crearono un piccolo centro
d’arte, il Barone Eduard von der Heydt, già
banchiere del Kaiser e collezionista d’arte,
si compra il più bel pezzo di terra di Monte
Verità, costruendoci l’albergo in stile
Bauhaus, arredato con la sua collezione di
arte orientale. Arrivarono subito i teosofi
Anne Besant e Jddu Krishnamurti, poi,
Hermann Hesse, Rudolf Steiner, Isadora
Duncan, Stefan George, Hans Arp, Emil
Ludvig, Erich Maria Remarque. Il Monte
Verità divenne allora un moderno centro
alberghiero che accolse grandi personalità
del mondo artistico, politico e culturale.
Divenuto proprietà della Repubblica e
del Cantone Ticino nel 1964, in base al
volere testamentario del barone Eduard
von der Heydt, il quale auspicava che
«il Monte Verità sia utilizzato per attività
artistiche e culturali di altissimo livello,
di richiamo internazionale», nel 1989 il
Cantone Ticino e il Politecnico federale
di Zurigo hanno istituito rispettivamente
la Fondazione Monte Verità, che tuttora
gestisce l’omonimo centro congressuale
e culturale, e il Centro Stefano Franscini,
piattaforma di incontro per lo svolgimento di
congressi internazionali di altissimo livello
scientifico. Ancora oggi il Monte Verità attira
migliaia di visitatori, saliti in questo luogo
La comunità utopica di Monte Verità d’inizio
Novecento
di pace, arricchimento e ricerca anche per
ammirare la bellezza del luogo e il parco
realizzato alla fine dell’Ottocento, nel quale
si trova una piantagione di piante del tè
unica, con circa mille esemplari di Camelia
sinensis, la cui foglia serve come materia
prima per le varietà di tè verde e nero.
Per informazioni: Fondazione Monte Verità, Strada Collina 84, Ascona; tel. 0041 917854040; www.monteverita.org
degli altri partecipanti e giunti alla domenica, in presenza del
pubblico che giungeva numeroso, fino a occupare pure la terrazza
della sala convegni, si teneva la riunione conclusiva».
Tra il 1989 e il 2000, le attività di Eranos, dirette da
Rudolf Ritsema, si focalizzarono sempre più sull’antico
libro oracolare dei cinesi I Ching. Tra il 2002 e il 2005 la
Fondazione cessò di organizzare gli incontri scientifici di
alto livello (Tagungen) e fu presto evidente che la situazione
finanziaria era divenuta assai critica ed era impossibile
organizzare progetti di una qualche importanza. Il Comune
di Ascona e il Governo del Canton Ticino presero in mano
la situazione e, grazie e finanziamenti della Fondazione
East-West, è stato possibile rilanciare progressivamente
l’attività di Eranos. Resta ancora da fare, ma le prospettive
sono incoraggianti, come dice Claudio Metzger: «In casa
Gabriella, la più antica, si trova tutt’ora l’archivio e l’appartamento
della fondatrice immutato; purtroppo manca lo spazio per ospitare
la vastissima biblioteca, ora depositata in gran parte fuori sede, e
rendere accessibile agli studiosi l’importante e prestigioso archivio. La
biblioteca è il nostro più grande sogno. Abbiamo un ottimo progetto
che riscontra consensi unanimi inserendosi nel parco in modo
rispettosissimo, ma per ora mancano i fondi per realizzarlo. Casa
Eranos è stata ristrutturata; dove in origine abitava Carl Gustav
Jung, e in seguito Rudolf Ritsema, anch’egli olandese, segretario
di Eranos, divenuta nel frattempo Fondazione, sono stati creati
accoglienti camere per gli ospiti dotate di tutti i confort pur nello stile
“spartano” degli anni Trenta. La famosa sala conferenze al piano
basso è stata conservata immutata, salvo i necessari aggiornamenti
impiantistici». Eranos, «spazio libero per lo spirito», continua il
suo viaggio.
Per informazioni: Fondazione Eranos, via Moscia 127, Ascona; tel. 0041
917911570; www.eranosfoundation.org
vedere a ascona E locarno
16
In Casa Rusca quest’anno l’«ospite» è il cinese Zao Wou-Ki
La Pinacoteca comunale diretta da Riccardo Carazzetti dal 2000 conserva nella sua bella sede settecentesca
inaugurata nel 1987, le collezioni di opere di numerosi protagonisti delle avanguardie europee, tra cui quella
di Jean Arp e di sua moglie Marguerite Hagenbach. La mostra quest’anno è dedicata all’artista da poco scomparso
P
uò brevemente riassumerci la
storia dello spazio espositivo e
le mostre più importanti che vi si
sono tenute?
«Sede della Pinacoteca comunale,
Casa Rusca è una tipica dimora
signorile con la corte interna chiusa
Riccardo Carazzetti
da tre livelli di portici. Diventata
nel 1987 spazio espositivo, è andata
a sostituirsi al Museo d’arte contemporanea allestito
all’interno del Castello Visconteo. La Città di Locarno vanta
una collezione d’arte moderna di tutto rispetto. Durante il
XX secolo il Locarnese è divenuto una sorta di crocevia di
spiriti creativi che qui hanno trovato l’ambiente adatto per
le loro riflessioni e per realizzare le loro opere. Troviamo così
nelle nostre collezioni lavori di numerosi protagonisti delle
avanguardie europee, alcuni dei quali hanno appunto vissuto
qui da noi. Una figura su tutti, Jean Arp, ci svela la misura
di quanto avveniva a Locarno negli anni ’50-’60: negli atelier
fatti costruire dallo scultore Remo Rossi lavoravano, a volte
fianco a fianco, Marino Marini, lo stesso Arp, Julius Bissier,
Fritz Glarner, Hans Richter, Italo Valenti, per citare solo i più
noti. Grazie alla mediazione di Remo Rossi, Jean Arp e sua
moglie Marguerite Hagenbach donarono alla città una parte
significativa della loro raccolta, rendendo così possibile la
costituzione, nel 1966, del Museo d’arte contemporanea. È
risaputo che la presenza di un museo d’arte può innescare
tutta una serie di donazioni, sia da parte di artisti sia di
collezionisti, ed è appunto quanto si è verificato nella nostra
realtà: al nucleo iniziale della Donazione Arp-Hagenbach si
sono aggiunte opere di pittori e scultori in vari modi legati
all’illustre coppia. Notevole, poi, l’incremento costituito dal
lascito di Nesto Jacometti (lo zio di Remo Rossi), il geniale
editore d’arte che da Locarno volse lo sguardo verso Parigi
dove ebbe un ruolo di importanza primaria nel tessere
relazioni sodali con gli artisti della “Nuova Scuola di Parigi”.
A Casa Rusca si sono succeduti negli anni tre direttori
artistici: Rudy Chiappini, dal 1983 al 1990, che ha curato
mostre dedicate a Serodine, Sutherland, Morandi, Jawlensky;
poi, fino al 1990, Pierre Casé, che ha promosso, tra le altre,
le esposizioni personali di Baj, Max Bill, Schumacher,
Tàpies, Jorn, Marino Marini. Nella mia gestione artistica, ho
coinvolto curatori esterni (Luigi Cavadini, Luciano Caprile,
Piero Del Giudice. Marco Gurtner), che mi hanno affiancato
nel proporre un programma espositivo coerente. Nell’arco
di questi ultimi tredici anni, complice la crisi economica,
il ritmo delle mostre ha dovuto essere ridotto con una
conseguente perdita di visibilità della nostra istituzione.
Ciò non toglie che siamo comunque riusciti a proporre
esposizioni di Bonfanti, Valenti, Clavé, Wilfrid Moser,
Dorazio, Dobrzanski, Remo Rossi, Dürrenmatt, Varlin. Vanno
pure ricordate le mostre temporanee che presentano opere
delle nostre collezioni».
Dal 17 settembre 2013 al 6 gennaio 2014 il museo
presenta la mostra di Zao Wou-Ki, recentemente
scomparso.
«Abbiamo attinto dal copioso fondo del “Lascito Nesto
Jacometti” per mettere in luce l’opera di Zao Wou-Ki
(1920-2013), l’artista cinese amico di Jacometti, che nel
1955 gli dedicò il primo catalogo ragionato della sua opera
calcografica e litografica. La collezione donata alla città di
Locarno rappresenta con tutta certezza un unicum nell’ambito
delle istituzioni pubbliche che conservano opere di Zao
Wou-ki; l’opera grafica di Zao edita da Jacometti fra gli anni
1950 e 1965, conta in totale 52 pezzi; la collezione privata
dell’editore comprende 45 pezzi originali fra oli, tempere e
carte, mentre sono 47 le stampe realizzate da altri editori.
La mostra retrospettiva dedicata a Zao ci fa conoscere anche
la sua produzione recente, proveniente dalla Successione
Zao Wou-Ki. Zao Wou-Ki è stato un mediatore di culture:
quella della tradizione secolare cinese e quella orientata
invece verso gli orizzonti estremi dell’astrazione. Zao nasce
a Pechino nel 1920, frequenta in seguito la Scuola di belle
arti di Hangzhou sotto la guida del maestro Lin Fengmian,
che gli suggerisce, nel 1947, di inoltrare la richiesta del visto
per la Francia. Ottenutolo 1948, arriva a Parigi il primo aprile
dello stesso anno, diventando ben presto protagonista della
scena artistica, allora ricca di molte personalità. Grazie
all’amico Johnny Friedlaender, la Svizzera occuperà un posto
Un’opera dell’artista cinese
Zao Wou-Ki e il bel cortile con tre
livelli di logge di Casa Rusca
importante nella sua carriera.
Per lui non sarà un paese
fra tanti: proprio in Svizzera
avverranno gli incontri decisivi
per l’evoluzione della sua arte,
come il rapporto fondamentale
con l’opera di Paul Klee, che
gli fa comprendere che la
pittura non è necessariamente la rappresentazione oggettiva
delle cose. Questa consapevolezza apre a Zao le porte
dell’astrazione e gli fa recuperare una parte dell’eredità
culturale cinese, stravolgendo il senso dei segni cinesi arcaici
dei bronzi e delle iscrizioni funerarie per entrare in un
altro mondo rappresentativo. La mostra retrospettiva di Zao
costituisce il primo omaggio che un museo pubblico europeo
rende al grande artista, nato nel 1920 a Pechino, trasferitosi
definitivamente a Parigi nel 1948 e spentosi a Nyon il 9 aprile
di quest’anno».
Quali rapporti di collaborazione intrattiene Casa
Rusca con musei internazionali e con i Musei del
Canton Ticino. Avete operato per dare vita a una rete
strutturata?
«A livello internazionale la collaborazione si manifesta
soprattutto attraverso il prestito di opere della collezione,
mentre localmente si collabora nel progettare mostre in
comune, come già avvenuto con il Museo di Ascona, il Museo
Epper e il Centro culturale Elisarion di Minusio. Nell’ambito
di una rete strutturata, sarebbe auspicabile costituire un team
di profili professionali qualificati, da condividere fra le varie
strutture museali del Cantone. Realtà piccole come le nostre
difficilmente possono permettersi di disporre di un organico.
Per informazioni: Pinacoteca Casa Rusca, Piazza Sant’Antonio, Locarno; tel.
0041 917563185; [email protected]; www.locarno.ch
Una volta gli artisti ticinesi si formavano
a Brera
L’ex direttore di Casa Rusca e di Villa Malpensata Rudy Chiappini
ha dimostrato la capacità di attrazione culturale di Lugano per gli italiani
R
udy Chiappini (Piacenza, 1956)
vive a Lugano, e ha diretto due
importanti musei del Canton Ticino:
Casa Rusca a Locarno negli anni
Ottanta e, dal 1990, Villa Malpensata
a Lugano.
Lei ha curato, per molti anni,
le mostre a Villa Malpensata
di Lugano, mostre memorabili accompagnate da
cataloghi che ancora oggi sono riferimenti sicuri.
Può sinteticamente rievocare quel periodo, le mostre
principali che ha organizzato, il filone che ha cercato di
seguire nel tuo programma e gli esiti di quell’attività,
in termini di attenzione della stampa e di visitatori?
«Sono stato chiamato a dirigere il Musei della Città di Lugano
all’inizio degli anni Novanta, per rispondere in qualche
modo alla partenza della Collezione Thyssen, al vuoto
lasciato dalle grandi mostre presentate a Villa Favorita.
Ho scelto di impostare la programmazione incentrandola
su proposte artistiche che avevano come riferimento in
senso lato linguaggi legati alle poetiche espressioniste.
Scelta allora coraggiosa e per certi aspetti controcorrente.
Alla prima mostra postuma di Francis Bacon, che suscitò
un’enorme eco internazionale, seguirono rassegne dedicate
a Kirchner, Munch, Soutine, Modigliani, Chagall. Eventi che
attirarono sul Museo d’Arte moderna di Lugano l’attenzione
della critica e l’interesse del pubblico, non solo svizzero
ma soprattutto italiano. Mostre che registravano affluenze
di oltre 150mila visitatori: un successo straordinario per
una città come Lugano che contava allora meno di 50mila
abitanti!».
Successivamente ha curato mostre a Milano (molti
ricordano quella di Bacon al Palazzo Reale) e ancora
altre in Canton Ticino (Valerio Adami a Locarno). È
dunque un testimone privilegiato per parlare dei
rapporti e dei possibili confronti che si possono fare
tra la realtà ticinese e quella delle regioni italiane di
confine. L’interscambio che certamente ci fu quando
molti giovani artisti ticinesi studiavano a Brera
continua tuttora o è andato in parte perduto?
«Come curatore indipendente ho organizzato mostre a
Rudy Chiappini
Tokyo, Istanbul, in Germania, Francia e ovviamente in Italia.
Tra il vostro Paese, in particolare la Lombardia, e il Ticino,
a livello espositivo si cercano spesso collaborazioni. Devo
tuttavia ammettere che Brera non rappresenta più, almeno
da qualche decennio, il luogo privilegiato di formazione degli
artisti ticinesi. Questo è dovuto certamente alla facilità di
spostamento odierno verso altre città, ma soprattutto al fatto
che a livello artistico Milano da decenni sembra vivere un
momento di crisi».
Vivendo in Canton Ticino e avendo lavorato in
istituzioni delle varie città, conosce la realtà del
territorio, fatta di tanti musei e centri espositivi, più o
meno grandi, anche in piccole cittadine. Esiste una rete
di collaborazioni tra i vari centri o ancora si deve fare
per acquisire una valida sinergia?
«In Ticino, come del resto un po’ ovunque , vista anche la
crisi economica, i musei stanno vivendo ormai da qualche
anno una situazione difficile. Ma a preoccupare è soprattutto
la carenza di idee, la paura di rischiare e purtroppo la
crescente ingerenza di politici poco preparati che tendono
a limitare l’autonomia decisionale dei direttori. Certo,
esistono progetti sulla carta importanti e affascinanti come
il LAC a Lugano, che per ora non ha ancora svelato la propria
identità né individuato precisi indirizzi. Indubbiamente la
frammentazione delle sedi espositive rappresenta un limite
ma anche una ricchezza per il Canton Ticino. Per questo
vedo male il tentativo di una programmazione centralizzata
e coordinata dal Cantone. Si corre il rischio di soffocare
iniziative coraggiose nel nome di una pianificazione decisa a
tavolino per non rovinare equilibri artificiosamente costruiti».
Potrebbe fare alcuni nomi di artisti ticinesi viventi,
delle varie generazioni, che ritiene particolarmente
interessanti?
«Nel nostro Cantone esiste una generazione di artisti tra i
sessanta e gli ottant’anni di grande spessore. Pittori come
Massimo Cavalli, Cesare Lucchini, Renzo Ferrari, Samuele
Gabai, e scultori come Paolo Bellini, formatisi a Brera
negli anni in cui nella Milano ricca di fermenti artistici si
cercavano nuove vie per un’arte che tenesse conto dei fremiti
esistenziali e della necessità di un profondo rinnovamento
linguistico. Tra i giovani, oggi quarantenni, segnalerei Marco
Verzasconi e Paolo Mazzuchelli».
17
vedere a ascona E locarno
Il fruttifero incontro del giovane viticoltore Matasci
con l’artista «Wini» Sauter
La quarantennale, appassionante attività di Mario Matasci nel campo dell’arte ha dato vita
a una considerevole collezione di opere attualmente ospitate in un grande edificio aperto al pubblico:
oltre ad ammirare esposizioni che riuniscono più di un centinaio di opere, si può consultare
una biblioteca di seimila volumi d’arte
I
nfinite sono le strade che conducono a una passione che
segna una vita intera. Nasce per caso l’interesse per le
opere d’arte in Mario Matasci (Tenero, 1931), che lo porterà,
dal 1969 ad oggi, a organizzare mostre e ad aprire una
Galleria, e poi a dare vita, nel maggio 2010, alla Fondazione
Matasci per l’Arte, che espone le opere della sua
collezione in un capannone ristrutturato a Riazzino,
lungo la strada tra Locarno e Bellinzona. Rievochiamo
rapidamente questa affascinante storia: nel 1969 Mario
lavora con i fratelli nella Cantina Matasci di Tenero (oggi
famosa per la produzione di Merlot del Ticino); un viticoltore
che deve incontrare gli dà appuntamento in un’osteria e qui,
nell’attesa, conosce Erwin «Wini» Sauter, un pittore che è
in difficoltà e gli chiede di comprare un suo quadro. Mario
lo fa, anche se fino a quel momento non si è mai avvicinato
all’arte in maniera approfondita. Poco tempo dopo Sauter
gli chiede di allestire una mostra di sue opere nella Cantina:
l’unico spazio disponibile è quello dello scantinato di Villa
Jelmini, residenza del personale della ditta, a pochi passi
dalla sede della Matasci Vini. Così, mercoledì 30 luglio 1969
inizia, con l’esposizione di Sauter, il viaggio di Mario Matasci
nell’arte: lui è il più giovane dei fratelli, e, dopo il successo
della prima manifestazione, gli viene affidato l’incarico
di occuparsi della futura attività culturale nella cantina;
da allora, organizzerà un centinaio di mostre di pittura,
scultura e fotografia, e, nei primi anni, anche di eventi
musicali e teatrali: lo scantinato diventa il luogo aperto,
anche se angusto, a chi pratica la ricerca artistica, nei suoi
vari campi. Mario sogna di potere ampliare l’attività, e di
potere meglio indagare l’arte sviluppatasi nel Cantone dalla
fine dell’Ottocento alle giovani generazioni: nell’agosto
1977, i due piani superiori di Villa Jelmini si aprono
a un nuovo ciclo di importanti mostre, e la Galleria
Matasci diventa uno spazio espositivo di riferimento
nell’intero Canton Ticino. Vengono proposti, tra gli altri,
autori quali Filippo Franzoni, Marianne von Werefkin,
Richard Seewald, Louis Soutter, Fritz Pauli, Otto Dix,
Christian Rohlfs, Julius Bissier, Johannes R. Schürch,
Varlin, Serge Brignoni, Edmondo Dobrzanski, Zoran
Music, Renzo Ferrari, Massimo Cavalli, Cesare Lucchini,
Franco Francese, Piero Giunni, Alfredo Chighine, Ennio
Morlotti, Afro, Tino Repetto, Gianriccardo Piccoli,
Piero Ruggeri, Gianfranco Ferroni, Käthe Kollwitz,
Mario Matasci (a sin.) con il pittore torinese Piero Ruggeri
con esiti non sempre felici. Occorreva dare una casa alla collezione e
costituire un capitale che le permettesse di sopravvivere nel tempo.
È quello che ho fatto creando, su suggerimento delle mie figlie, la
Fondazione; finalmente con l’acquisto del capannone a Riazzino (“il
Deposito”) posso presentare più di cento opere e rendere consultabile
la biblioteca di 6mila libri d’arte». Chi si reca alla Fondazione
Matasci per l’arte (aperta tutte le domeniche dalle 14 alle
17, oppure su appuntamento: 00 41 7 86016024) entra in un
ambiente familiare: sulle pareti delle varie “stanze” ricavate
nell’allestimento interno, ecco piccole mostre monografiche
di alcuni autori (tra gli altri, Varlin, von Werefkin,
Kollwitz, Dix, Dobrzanski, Music, Brodwolf, Morlotti,
Chighine, Francese, Ruggeri, Repetto) e, al centro, divani
per sedersi e consultare i libri che parlano dell’artista in
mostra, o per consultare qualcuno dei volumi liberamente
estraibili dagli scaffali. Mario è lì, parla volentieri con i
visitatori, spesso va alla macchinetta del caffè per prepararne
uno e offrirlo agli ospiti, che sono in continuo aumento
(anche in gruppi organizzati) e che spesso gli scrivono lettere
di apprezzamento (una delle più affettuose e recenti è quella
di Mario Botta). Con compiacimento, Mario ricorda quello
che gli ha detto Rolf Gérard (Berlino, 1909 - Ascona, 2011),
scenografo, costumista e pittore, creatore di una fondazione
che porta il suo nome ad Ascona, alla fine della sua visita
al Deposito: «Valeva la pena campare cent’anni per vedere
questa Fondazione». Il sogno continua.
Antoni Tàpies; dal 1979 la Galleria è attenta anche alla
fotografia: Henri Cartier-Bresson, Werner Bischof,
Mario Giacomelli, la collezione fotografica della Banca
del Gottardo. La Galleria Matasci pubblica monografie di
piccolo formato, divenute quasi libri di culto, talvolta con le
riproduzioni incollate manualmente, alle quali collaborano,
tra gli altri, Piero Bianconi, Giovanni Testori, Roberto
Tassi, Gianfranco Bruno, Walter Schönenberger, Dora
Vallier, Giuseppe Curonici, Claudio Guarda. È un’attività
di straordinario valore culturale: la Galleria Matasci
approfondisce lo scambio delle esperienze artistiche che,
valicando il confine tra Svizzera e Italia, hanno interessato
Per informazioni: Il «Deposito» della Fondazione Matasci per l’Arte,
il Ticino e la Lombardia e hanno creato una sorta di area
Riazzino, tel. 0041 786016024; www.matasci.com
culturale comune. Roberto
Tassi («La Repubblica», 8
novembre 1989) esplicita il
suo giudizio sulla Galleria
e pare volere sferzare il
conformismo italiano: «una
galleria che [...] mostra un
gusto particolare a presentare
pittori italiani di molto valore
e di scarsa notorietà, con
un’attenzione così avvertita,
profonda e disinteressata
da risultare rara ovunque, e
soprattutto in Italia».
Mario Matasci ha
organizzato mostre fino al
2000 a Villa Jelmini, e poi
ha continuato l’attività in
due sale sopra il negozio
di vini della Cantina
Matasci in via Verbano a
Tenero; l’esposizione di
opere, tuttora in atto, vive
in simbiosi con l’attività
commerciale, aperta nei
giorni lavorativi: ogni anno
50-60mila persone vengono
per acquistare il vino e
molte salgono al primo
piano per guardare le opere
che Matasci vi ha allestito.
Spiega Mario Matasci,
persona di rara umanità
e intensità nei rapporti
umani: «Ho collezionato
tante opere che non sapevo più
dove mettere (solo di Francese
ho più di cento tra dipinti e
disegni), ma non volevo che la
mia collezione facesse la fine di
molte raccolte: essere trasmesse
Via Cantonale 24 – 6948 Porza – Switzerland +41 (0)91 940 18 64
agli eredi che poi le vendono o
[email protected] – www.fondazionelindenberg.org
le donano a qualche istituzione,
martedì 10:00-18:00 / domenica 14:00-18:00
Museo Villa Pia a Porza
Fondazione d’Arte Erich Lindenberg
Il «Ritratto del prof. Corbetta»
di Varlin, del 1970
vedere A mendrisio
18
La passione del collezionista Züst per gli artisti del Ticino
Il museo fu inaugurato nel 1967 e conserva le opere donate allo Stato del Canton Ticino dal mecenate Giovanni
Züst. Fino a gennaio presenta «Un mondo in trasformazione. L’Ottocento tra poesia rurale e realtà urbana»
D
al 13 ottobre 2013 al 12 gennaio 2014 il museo accoglie
l’esposizione «Un mondo in trasformazione.
L’Ottocento tra poesia rurale e realtà urbana», curata
da Giovanni Anzani ed Elisabetta Chiodini, e con
il coordinamento di Mariangela Agliati Ruggia e
Alessandra Brambilla. Novanta sono i dipinti in mostra,
tutti di altissimo livello, provenienti da importanti Musei
internazionali ed eseguiti dai maggiori protagonisti (tra gli
altri, Bossoli, Migliara, Canella, Morbelli, Segantini,
Longoni, Pelizza da Volpedo, Berta, Sottocornola,
Franzoni, Ferraguti Visconti, Carcano, Cavaleri, Luigi
Rossi, Mosè Bianchi, Boccioni) della cultura figurativa
ottocentesca lombarda e ticinese, che si misurò con i motivi
del paesaggio, rurale e urbano, tra il 1830 e il 1915, mentre
erano in corso profonde trasformazioni sociali. Lo snodo
centrale della mostra è rappresentato da un’intera sala
dedicata ad Angelo Morbelli, con dodici dipinti tra i più
celebri dell’artista.
La Pinacoteca Züst si fonda su una collezione permanente
di dipinti di artisti attivi tra il Seicento e il Novecento,
originari del Ticino o che comunque hanno avuto con il
Cantone stretti rapporti, e di oltre 300 disegni. Il motore che
dà vita al Museo è la donazione compiuta da Giovanni
Züst (Basilea 1887 - Rancate 1976), titolare di una famosa
ditta di trasporti, nel 1966, e dunque dieci anni prima della
morte, allo Stato del Canton Ticino. La collezione si insedia
nell’edificio di fronte alla Chiesa parrocchiale di Rancate e
viene ristrutturato da uno dei padri dell’architettura ticinese,
Tita Carloni. Züst aveva collezionato, in particolare, le opere
di un pittore originario della vicina Tremona, Antonio
Rinaldi (1816-1875), di cui si conservano un centinaio di
dipinti e 250 disegni. Questo nucleo iniziale è stato arricchito
da acquisti diretti da parte della Pinacoteca, come i due
dipinti di Giovanni Serodine (Ascona, 1594 - Roma, 1630),
«Ritratto di giovane disegnatore» e «Vergine dei Mercedari»,
che sono ora esposti
nella prima sala
del Museo accanto
a «San Pietro in
meditazione», che
Züst aveva comprato
nel 1947, e da
donazioni e depositi
di persone del
territorio. Del resto, la
Pinacoteca esprime
una forte identità
radicata nel
territorio (Züst stesso
aveva fatto inserire
nell’atto di donazione
l’esplicita clausola
che il Museo dovesse
stare a Rancate, forse
«Ritratto di giovane disegnatore»
di Giovanni Serodine
anche per la volontà
di offrire opportunità
culturali a un’area, quella del Mendrisiotto, storicamente
assai povera), rispecchiata dagli stessi artisti presenti nella
collezione, ticinesi (che all’epoca studiavano all’Accademia
di Brera) o lombardo-ticinesi dell’Ottocento. Accanto a
Serodine, occorre ricordare Giuseppe Antonio Petrini
(Carona, 1677-1759), pittore noto a livello internazionale
(la Pinacoteca Züst è il Museo che ne raccoglie il maggior
numero di opere e a lui è riservata una splendida sala), Luigi
Rossi, Adolfo Ferraguti Visconti, Gioachimo Galbusera.
La collezione, pur riallestita di quando in quando, è sempre
visibile, anche durante le mostre temporanee, nelle sale
del primo piano ad essa riservate. La Pinacoteca Züst ha,
negli ultimi anni, lavorato assiduamente per ottenere
depositi che abbiano una durata compresa tra i sei mesi e
un anno: così, alcune opere scelte della mostra presentata
nell’autunno 2009, «Da Fattori a Previati: una raccolta
ritrovata. Riccardo Molo, collezionista d’arte tra Svizzera e
Italia», sono state lasciate in deposito e sono tuttora visibili
in una sala al piano terra.
Le mostre temporanee, due all’anno, allestite in una nuova
ala laterale e nel vertiginoso sottotetto, hanno lo scopo
di richiamare l’attenzione dei visitatori, e creare nuovo
interesse, sulla collezione permanente. Intensificatesi
su impulso di Mariangela Agliati Ruggia, direttrice
dal 1990, le esposizioni, preparate con cura e
commissionate a noti studiosi, hanno sempre come
obiettivo l’indagine sulla realtà artistica del territorio
e si legano alla collezione permanente. Ricordiamo
solo due tra le ultime mostre: quella sul Rinascimento
nelle terre ticinesi, a cura di Giovanni Agosti, Jacopo
Stoppa e Marco Tanzi, nell’autunno del 2012; quella
dedicata a Serodine, a cura di Roberto Contini e di
Laura Damiani Cabrini, nell’ottobre 2012. Ricordiamo
anche, nel corso del 2013, una deliziosa esposizione
dedicata alla Collezione Bellasi di Lugano, specchio
esemplare della passione per il collezionismo. Il fervore
della Pinacoteca Züst non si ferma qui: in una sala del
primo piano, vengono allestite, per una durata di uno-due
anni, mostre-dossier, che approfondiscono temi, periodi,
singoli artisti. E la Pinacoteca è anche attiva nella
creazione di una rete museale territoriale, o di sinergie:
«Un mondo in trasformazione» è gemellato con la mostra
«I paesaggi mitici di Carlo Carrà», in corso al Museo d’Arte
di Mendrisio, che possono essere visitate con un biglietto
cumulativo cui è possibile affiancare visite guidate e un
pranzo-degustazione in un tipico grotto locale.
Per informazioni: Pinacoteca cantonale Giovanni Züst, Rancate; tel. 0041
918164791; [email protected]; www.ti.ch/zuest
Vincenzo Vela si fece costruire il proprio «pantheon»,
una delle più spettacolari case-museo dell’Ottocento
La villa a Ligornetto venne fatta costruire dal celebre scultore realista ticinese con la triplice funzione di residenza
privata, atelier di lavoro e museo privato che raggruppasse i modelli originali in gesso delle proprie opere
L
ungo la breve strada che da Mendrisio porta a Ligornetto,
s’affollano ai lati campi coltivati, soprattutto a vigneto,
e, quando si entra nel piccolo villaggio, presto si scorge,
sulla sommità di un poggio, l’imponente villa bianca che
ospita il Museo Vincenzo Vela, un tempo casa e studio,
con sala espositiva, dell’artista. Circondato da un parco
assai curato, ricco di fiori e di piante e di una vasca di
pesci (il Museo Vincenzo Vela, Villa Carlotta a Tremezzo
di Como, Villa Cicogna Mozzoni a Bisuschio di Varese
hanno dato vita a un gemellaggio nel nome del connubio
tra arte e natura, nell’ambito dei Grandi Giardini Italiani),
il Museo fu aperto al pubblico nel 1898; appartiene
allo Stato svizzero ed è amministrato dall’Ufficio
Federale della Cultura. Vincenzo Vela (Ligornetto,
1820-1891) studiò all’Accademia di Brera a Milano, e
presto, sostenuto da Francesco Hayez, seppe conquistarsi
importanti riconoscimenti prima a Milano e poi a Torino,
finché nel 1867 fece ritorno al paese natale, dove si era fatto
costruire, tra il 1862 e il 1865, una residenza estiva signorile,
con atelier, dove avrebbe abitato e che, da centoquindici
anni, è il Museo Vincenzo Vela. Esponente di un realismo
che affondava tuttavia le proprie radici nella scultura
classica, Vela fu particolarmente sensibile ai temi sociali
e politici del tempo, come dimostrano due tra le sue più
memorabili opere, «Spartaco», 1847-49, presentato con
grande successo all’Esposizione internazionale di Londra
nel 1851, e il bassorilievo «Le vittime del lavoro», 1882-83,
in memoria dei 177 morti durante la costruzione del tunnel
ferroviario del San Gottardo. Fu il figlio di Vincenzo Vela,
Spartaco (Torino, 1854 - Ligornetto, 1895), pittore, a legare
per testamento la proprietà della Villa alla Confederazione
elvetica, a condizione che i cittadini potessero fruirne come
museo o come scuola.
Di Vincenzo Vela il
Museo custodisce
i modelli in gesso
e i calchi originali
di quasi tutte le
sculture, oltre a
bozzetti in terracotta
e gesso, dipinti e
disegni, la biblioteca
di famiglia e
una raccolta di
fotografie d’epoca
assolutamente unica.
Di Spartaco Vela sono
conservati dipinti e
disegni, mentre del
fratello maggiore
La facciata Sud del Museo Vincenzo Vela
di Vincenzo,
Lorenzo (Ligornetto,
1812 - Milano, 1897), lapicida e scultore di animali, sono
al Museo molte delle sue opere e una vasta collezione
personale di pittura dell’Ottocento lombardo e piemontese
che dialoga con le sculture. Entrare nel Museo,
restaurato e riallestito nell’attuale configurazione,
che è ritornata quella originaria, da Mario Botta nel
1997-2001, significa immergersi nell’impressionante
gipsoteca di Vincenzo Vela, suddivisa per temi e periodi:
impressionante, una sorta di installazione che stordisce
e cattura a lungo lo sguardo, è il Salone ottagonale,
denominato Pantheon del Risorgimento, con al centro il
grande «Monumento equestre a Carlo II duca di Brunswick»,
1874-76, e, lungo il perimetro, tra le altre, le statue di Carlo
Alberto, di Vittorio Emanuele II e di Giuseppe Garibaldi.
Non si deve pensare che il Museo Vela si limiti a
esporre la propria, pur così importante, collezione
permanente. Sotto l’impulso della direttrice, Gianna
A. Mina, vi si tengono, ogni anno, due mostre
temporanee di particolare valore e interesse: da marzo
a luglio si è svolta la mostra «Nel segno della Libertà. Gli
artisti François (1784-1855) e Sophie (1797-1867) Rude», in
collaborazione con il Musée des Beaux-Arts di Digione, e dal
22 settembre al 17 novembre viene presentata l’esposizione
«c/o:K - Corpo e potere», nella quale il collettivo austriaco
c/o:K (Peter Assmann, Andreas Egger, Martin Egger, Ulrich
Fohler, Ursula Guttmann, Holger Jagersberger, Peter Kraml,
Maria Meusburger-Schäfer, Markus Riebe, Isa Stein, Andreas
Strohhammer, Enrique Tomás) si misura con alcune opere di
Vincenzo Vela, attraverso installazioni site specific, fotografie,
disegni e sculture, dopo residenze a Ligornetto nel corso
degli ultimi due anni, riflettendo sul rapporto tra potere ed
espressione corporea, e sui meccanismi della comunicazione
corporea nel nostro tempo.
Segno della vitalità del Museo Vela sono pure l’attività
concertistica che si svolge, la domenica mattina, nella sala
dove è collocato il gesso delle «Vittime del lavoro», i vari
servizi di mediazione culturale, con offerte specifiche
rivolte agli studenti, ai bambini nel tempo libero (il parco
offre straordinarie opportunità), alle persone con ridotta
capacità visiva, alle persone richiedenti asilo politico, e la
frequentazione dell’archivio, aperto ai ricercatori.
Per informazioni: Museo Vincenzo Vela, Ligornetto; tel. 0041 916407040;
[email protected]; www.museo-vela.ch
19
vedere a mendrisio
Flor Garduño: «Qui sono stata felice e sicura e qui ritorno»
La fotografa messicana è stata allieva di Kati Horna e assistente di Manuel Alvarez Bravo dal quale ha ereditato
lo stile poetico con cui racconta i luoghi e i temi delle sue sensuali immagini dai toni scuri
F
lor Garduño (Città del Messico,
1957) è considerata una delle
maggiori esponenti della fotografia
latinoamericana e internazionale;
ha tenuto mostre pubbliche e in
gallerie private in tutto il mondo.
Profondamente legata alla cultura
Flor Garduño
artistica messicana, Flor studia, dal
1976 al 1978, all’Antigua Academia
de San Carlos, dove ha come insegnante Kati Horna,
fotoreporter di origine ungherese, che si era rifugiata in
Messico e che aveva frequentato personaggi quali Robert
Capa, Max Ernst, László Moholy-Nagy. Flor rinuncia a
terminare gli studi per fare l’assistente di camera oscura per
Manuel Alvarez Bravo: «Con Don Manuel, ha detto Flor in
un’intervista a Manuela De Leonardis, mi si è aperto un altro
mondo. Ho imparato tanto, non solo sulla fotografia, ma anche sulla
pittura, sulla musica, dal rock alla musica classica [...] Da lui ho
appreso anche la responsabilità verso questo mestiere. Lui era molto
metodico e altrettanto critico, ma dedicava corpo e anima al lavoro.
La costanza nel raggiungere lo scopo, anche questo mi ha insegnato».
Nelle sue immagini dai toni scuri (negli ultimi anni ancora
più accentuati dalla tecnica di stampa «carbon glicée», con
pigmenti di carbone a spruzzo, che restituiscono una texture
simile alla incisione o alla stampa al platino/palladio, in cui
la porosità della carta esalta i neri), ecco soprattutto ritratti
e corpi di donne, che esprimono una innata carica erotica e
un legame insopprimibile con la natura (grandi foglie, calle
bianche, frutta, pesci): donne segrete, quasi inaccessibili
nella loro femminilità semplice e immediata, emblemi di
una nostalgia per un ordine e un’armonia perduti.
Flor Garduño, lei ha abitato per tanti anni in Canton
Ticino, a Stabio.
«Ho vissuto in Canton Ticino per 24 anni. In tutto questo
periodo ho viaggiato nel mondo e ho sempre fatto ritorno
qui. Sono molto felice
che i miei figli siano
cresciuti in modo
sicuro nel Canton
Ticino. Ora le cose
sono diverse, ci sono
questioni che mi
hanno impedito di
tornare a casa; non
ho più una casa: ecco
perché continuo a
venirci per periodi
brevi, ma frequenti».
A un’artista della
fotografia, quale
è lei, che cosa ha
offerto il Canton
Ticino dal punto di
«Rama Dorada», una foto di Flor Garduño
vista delle bellezze
naturali, della qualità della vita e dell’offerta culturale,
dei rapporti con le persone?
«Penso che il Ticino offra una varietà ricchissima di attività
culturali, di mostre internazionali, di concerti, e questo è
stato molto importante per noi. In Ticino ho avuto anche
l’opportunità di svolgere il mio lavoro di fotografa; il modo
di vivere e la natura mi hanno dato tanto, tante idee che
si sono riflesse nei miei progetti “Nature silenti” e “Donne
fantastiche”. Molte di queste fotografie sono state di
recente pubblicate nel libro “Trilogia”, nel 2011, pubblicato
da Contrasto per l’edizione inglese, da Benteli per quella
tedesca e da Antiguo Colegio de San Ildefonso / Ediciones
Tecolote per l’edizione spagnola. “Trilogia” è un progetto
che contiene trent’anni del mio percorso di fotografa. La
relativa mostra comprende 96 fotografie di grande formato,
realizzate con la tecnica di stampa “giclée”, ed è suddivisa in
tre temi: “Bestiario”, “Donne fantastiche” e “Nature silenti”».
Dunque, ha lavorato intensamente in Canton Ticino.
Quali sono i soggetti che l’hanno affascinata e sono
andati ad arricchire i suoi cicli?
«Soprattutto la natura con i nudi di donna (“Donne
fantastiche”) e la natura con oggetti (“Nature silenti”)».
Ha lavorato come assistente in camera oscura di
Manuel Alvarez Bravo. Lei stampa ancora le sue
fotografie oppure, per i grandi formati che ora
privilegia, ricorre a uno stampatore?
«Ho sempre fatto le stampe alla gelatina d’argento da sola,
partendo dai negativi. Ora lavoro su stampe di grande
formato e ricorro alla tecnica della “glicée carbon print”,
con inchiostri ai pigmenti di carbone; lavoro con grande
intensità con lo stampatore per ottenere i risultati migliori».
A quali progetti sta lavorando? Che cosa insegue nelle
sue immagini?
«In questo periodo sto lavorando a un nuovo progetto
fotografico che comprende paesaggi, cose e situazioni
insolite in Asia, Europa ed America Latina. “Notas de viaje”
(“Note di viaggio o schizzi”) è un grande progetto nel quale
intendo registrare come quest’era globale influenza o ha
a che fare con la trasformazione e lo sviluppo di culture
millenarie, quali risultati si manifestano con l’incontro di
diverse tradizioni con la “modernità” all’interno di questo
processo di cambiamento.
La registrazione e la penetrazione visiva, dal mio punto
di vista personale, di scene della vita di tutti i giorni e di
paesaggi mi permetterà di stabilire analogie e differenze tra
le culture. Quello che esse condividono nel loro processo di
sviluppo, quali sarebbero le differenze in questi processi,
quali elementi vengono assimilati portandoci a un futuro
globale e multiculturale».
Per informazioni: [email protected]; www.florgarduno.com
vedere A mendrisio
20
A Chiasso, nel nome della famosa grafica svizzera,
il museo è m.a.x.
Per il Comune il Museo rappresenta il motore della cultura di una città con un preciso, esemplare programma
di tre mostre annuale (quest’anno Brignoni)
C
hiasso, il comune più a sud
della Svizzera, è associato,
nell’immaginario comune, all’idea
di confine, di una linea che divide e
separa ma che è anche filtro e luogo
d’incontro fra diverse culture. Dopo
le facilitazioni nell’attraversamento
della frontiera tra Svizzera e Italia
Nicoletta Ossanna
Cavadini
dovute ad accordi internazionali, con
rilevanti conseguenze economiche,
il Comune di Chiasso ha deciso di darsi una nuova identità
dinamica e al passo con i tempi attraverso il suo Centro
Culturale, puntando ad essere luogo di cerniera tra la
cultura italiana e quella della Svizzera. Questa scelta
spiega perché, nel 2010, il Comune abbia assorbito il
m.a.x. museo, inaugurato nel 2005 per volere della
Fondazione Huber-Kono, in cui l’acronimo di «museum
art x» ricorda anche l’opera di Max Huber (Baar, 1919
- Mendrisio, 1992), con il compito di valorizzare il graphic
design e la pittura, campi in cui Huber era stato maestro. Il
museo conserva infatti una piccola sezione permanente con
le maggiori creazioni di Huber, ma è particolarmente attivo
nella realizzazione di mostre temporanee, nella propria
sede, progettata dagli architetti svizzeri Pia Durisch &
Aldo Nolli, che hanno anche curato la ristrutturazione
dell’attiguo Spazio Officina. Poiché il Cinema Teatro
di Chiasso è di fronte, dall’altra parte della strada dove
si trovano il m.a.x. museo ed accanto lo Spazio Officina,
ecco che le mostre che qui vi si svolgono sono legate da
un unico filo conduttore che tocca l’attività teatrale e
cinematografica, sviluppando ogni anno un determinato
tema, e così facendo di Chiasso un polo tra i più fervidi e
innovativi della cultura contemporanea del Cantone Ticino,
se si pensa pure ai due festival che si tengono ogni anno
nella cittadina (quello di cultura e musica jazz e quello
internazionale di letteratura) oltre che la più nota alla
Biennale dell’immagine.
Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del m.a.x. museo e
dello Spazio Officina illustra l’attività espositiva: «Tre sono le
mostre che presentiamo ogni anno al m.a.x. museo e due allo Spazio
Officina, esposizioni che si inseriscono nel solco dei campi dell’attività
e di relazioni di Huber: i maestri del XX secolo, la grafica storica
e quella contemporanea (spesso esponiamo i fogli delle incisioni
accanto alle matrici che le hanno generate, indagando anche gli
eventuali legami con la contemporaneità, come abbiamo fatto
con Piranesi, con il Tiepolo nero e nella recente mostra “I maestri
dell’arte grafica dal XV al XX secolo”); fotografia; pittura. Nel corso
della stagione museale 2012-2013, imperniata sul tema “Donna
nelle arti”, abbiamo dedicato mostre personali all’opera di Teresa
Leiser Giupponi (1922-1983), pittrice grafica e scultrice svizzera, e di
Lucia Moholy (1884-1989), moglie di Lazlo Moholy-Nagy, esponente
dell’avanguardia fotografica tedesca, mostra che era accompagnata
dalle opere di due figure importanti quali Leonilda Prato (18751958), una fotografa ambulante, e Stefania Gurdowa (1888-1968),
testimone della vita artistica della Mitteleuropa. In contemporanea,
nell’attiguo Spazio Officina, abbiamo presentato la mostra di Vivian
Maier (1926-2009) e una collettiva di giovani fotografe internazionali.
Oltre alla già ricordata esposizione sui maestri dell’arte grafica,
abbiamo organizzato la mostra “Lora Lamm. Grafica a Milano
1953-1963” sulla prima attività dell’artista svizzera nel campo della
grafica pubblicitaria, una riscoperta che ha riscosso uno straordinario
successo. Infine, nello Spazio Officina si è svolta la mostra dell’artista
ticinese Gianni Gianella (1930-2005), “Pittura dal paesaggio
all’interiorità dell’anima”. Ora, avviamo la stagione espositiva
2013-2014, che ha come tema
conduttore «il viaggio» come
esperienza, incontro e metafora,
Fontana Arte rappresenta un unicum
con la mostra di Serge Brignoni
straordinario nel panorama delle Arti
al m.a.x. museo e di Gotthard
Applicate del XX secolo, non solo
Schuh (Berlino, 1897 - Zurigo,
in Italia, ma nel mondo. In poco più
1969) allo Spazio Officina, un
di un trentennio, divenne la più
fotografo svizzero di lingua
ammirata azienda specializzata nell’uso
tedesca che compì il primo dei
dei cristalli applicati all’illuminazione
suoi viaggi a Bali nel 1938 e
e agli arredi, caratterizzati da una
l’ultimo a Venezia, poco prima
sconvolgente modernità di concezione
della morte».
ed esecuzione perfetta.
Dal 28 settembre 2013 al
Tre gli artefici di questo straordinario
19 gennaio 2014 il museo
successo, in qualità di direttori artistici:
presenta «Serge Brignoni
Gio Ponti, Pietro Chiesa,
artista e collezionista. Il
Max Ingrand.
viaggio silenzioso» una
mostra nel 110° anniversario
della nascita dell’artista e
collezionista (Chiasso, 1903
- Berna, 2002) correlata alla
complementare esposizione
a Lugano al Museo delle
Culture. Per la prima
volta le sue opere (circa un
centinaio, che si snodano
dagli anni Trenta fino al
Duemila, provenienti da
molti Musei svizzeri e
collezioni private), vengono
accostate ed esposte assieme
alle opere (ventisei) della
sua collezione personale
di arte etnica che lo
Fontana Arte
ispirarono, provenienti da
Gio Ponti, Pietro Chiesa, Max Ingrand
Estremo Oriente, India,
di Franco Deboni
336 pp., 24 x 33,5 cm, con 562
Sud-Est asiatico, Indonesia,
immagini a colori
Oceania, attualmente
Cartonato con sovracoperta, € 150,00
Edizione italiana ISBN 978-88-422-2163-0
conservate nel Museo
delle Culture della Città di
Lugano.
Nel 1923 Brignoni si trasferì
a Parigi ed entrò in contatto
UMBERTO ALLEMANDI & C.
con gli esponenti delle
avanguardie artistiche;
Per informazioni: Società editrice Allemandi & C., via Mancini 8, 10131 Torino, tel. 011 8199111, fax 011 8193090
conobbe Breton e Tzara
Gio Ponti,
Pietro Chiesa,
Max Ingrand
artefici
dello straordinario
successo
di Fontana Arte
Dall’alto, «La cage», un’opera di Serge Brignoni del 1933; una veduta
esterna del m.a.x. Museo e Spazio Officina di Chiasso e un’immagine del
1975 che ritrae Brignoni nel suo atelier di Berna
e si avvicinò al Surrealismo, intrattenne rapporti con
Giacometti; nel 1926 tenne la mostra personale d’esordio
alla Galleria Jeanne Bucher di Parigi. Rientrato in Svizzera
nel 1940, Brignoni si stabilisce prima nel Canton Ticino e poi
a Berna, che nel 1997 gli dedica una grande retrospettiva al
Kunstmuseum.
Di alto livello è l’attività grafica dell’artista, ampiamente
documentata in mostra (la grafica è per lui uno strumento
di analisi e di introspezione); nel 1941 partecipa alla
realizzazione di una cartella di grafica per l’Associazione
nazionale svizzera degli artisti, con sede a Zurigo, curata da
Max Bill e che vede l’intervento attivo anche di Max Huber,
oltre che di Serge Brignoni.
Per informazioni: m.a.x. museo e Spazio Officina, via Dante Alighieri 6,
Chiasso; tel. 0041 9169508 88; [email protected]; www.maxmuseo.ch
21
vedere a mendrisio
53 paesaggi mitici di Carrà nel Museo di Mendrisio
Il Museo inaugurato nel 1982 in antichi spazi conventuali conserva un’importante collezione di opere datate
dal XVI al XX secolo, l’importante fondo Gino e Gianna Macconi ricco di duemila opere e una suggestiva
raccolta di testimonianze della religiosità popolare, tra cui ex voto e 650 «trasparenti»
F
ondato nel 1982, negli spazi dell’antico Convento dei
Serviti (attivo dal XIII secolo come ospizio e ricovero),
il Museo d’Arte di Mendrisio conserva un’importante
collezione di dipinti, sculture e opere su carta dal XVI
al XX secolo, ed è stato, fin dall’apertura, sede di mostre
temporanee di alto livello: tra le altre, quelle di Klee,
Bissier, Braque, Giacometti, Chillida, Tobey, Francis,
Arp, Nicholson, Oppenheim, Wotruba, Birolli.
Dal 22 settembre 2013 al 19 gennaio 2014, il Museo
presenta «I paesaggi mitici di Carlo Carrà», la più ampia
esposizione (53 dipinti, 29 disegni, 16 incisioni) dedicata da
un museo svizzero a uno dei protagonisti dell’arte italiana
ed europea del Novecento. Curata da Simone Soldini
e da Elena Pontiggia, in collaborazione con Chiara
Gatti e Luca Carrà, la mostra si apre emblematicamente,
per poi continuare con altri capolavori, con uno dei dipinti
memorabili nel percorso dell’artista, «Pino sul mare», 1921,
La sede del Museo d’Arte di Mendrisio e il «Crepuscolo» di Carlo Carrà,
del 1922
esito di anni di riflessione sulla pittura italiana del Trecento
e del Quattrocento, che condusse Carrà (Alessandria, 1881
- Milano, 1966) a cogliere quel tempo sospeso, abitato da
«forme primordiali» (termine da lui utilizzato), in cui pare
che il paesaggio, le persone, le cose si siano dati un nuovo
inizio.
A fare da contrappunto alla mostra, viene presentata una
selezione di opere di autori ticinesi, dipinte tra il 1920 e il
1950, che evidenzia l’influenza di Carrà sulle esperienze
artistiche ticinesi, nel loro passaggio da un’arte ancora
ottocentesca a una moderna.
La mostra di Carrà (visitabile negli orari: dal martedì
al venerdì, 10-12.00 e 14-17; sabato e domenica, 10-18) è
«gemellata» con «Un mondo in trasformazione» che si
tiene alla vicina Pinacoteca Züst di Rancate: entrambe
le esposizioni possono essere visitate con un biglietto
cumulativo, cui è possibile affiancare visite guidate e un
pranzo-degustazione in un tipico grotto locale.
La visita alla mostra di Carrà permette anche di conoscere
la collezione permanente del Museo d’arte di Mendrisio,
arricchitasi nel tempo di importanti donazioni. Tra gli
autori delle opere conservate al Museo, ricordiamo il
Maestro della Natività, Filippo Franzoni, Luigi Rossi,
Edoardo Berta, Guido Gonzato, Pietro Chiesa (il fondo
Chiesa comprende 500 tra dipinti e grafica, oltre all’archivio
dell’artista), Imre Reiner, Giuseppe Bolzani, Jean Corty,
Edmondo Dobrzanski, e alcuni protagonisti dell’arte
italiana del Novecento, quali Mario Sironi, Gino
Severini, Fausto Pirandello, Atanasio Soldati, Ennio
Morlotti, Tancredi Parmeggiani, Gianni Dova, Piero
Gilardi. Inoltre, il Museo custodisce, testimonianza della
religiosità popolare, ex-voto e 650 «trasparenti» eseguiti dalla
fine del XVIII secolo fino ai nostri giorni per le processioni
della Settimana Santa. Occorre infine ricordare l’importante
fondo Gino e Gianna Macconi, che l’omonima Fondazione
ha affidato nel 2005 al Museo d’arte di Mendrisio per
un’adeguata conservazione e valorizzazione, con oltre
duemila opere (dipinti, opere su carta, sculture) raccolte da
Gino Macconi nella sua attività prima alla Galleria Nord-Sud
di Chiasso e poi come titolare della Galleria Mosaico nella
stessa cittadina, realizzate da, tra gli altri, Corot, Hodler,
Marquet, Werefkin, Helbig, Sironi, Carrà, Martini,
Richter, Morlotti, Tavernari, Chighine, Franzoni, Foglia,
Gonzato, Corty, Filippini, Genucchi, Dobrzanski,
Boldini.
Per informazioni: Museo d’arte di Mendrisio, Piazza San Giovanni,
Mendrisio; tel. 0041 586883350; [email protected]; www.mendrisio.
ch/museo
vedere A BELLINZONA
Nel Castelgrande di Bellinzona (la
fortezza fatta ampliare e rinforzare
negli ultimi decenni del Quattrocento
da Ludovico il Moro, che dialoga
con altri due castelli, Montebello e
Sasso Corbaro, che sovrastano due
alture che circondano la città), Pierre
Pierre Casé
Casé (Locarno, 1944) presenta le
sue opere recenti, esito del perenne incanto di Venezia.
L’esposizione, aperta fino al 4 marzo 2014, può essere
considerata «una sorta di diario emozionale», come dice
Casé stesso, dei suoi soggiorni veneziani: dodici grandi
opere, ciascuna di 2x3,10 metri, trittici con le due parti
laterali di lamiere di metallo ossidato e la parte centrale
dedicata a un «sotoportego» di Venezia; sessanta
«Atmosfere veneziane», di piccole dimensioni, suggestioni
derivanti dalla contemplazione dei tramonti e dei loro
riflessi sul canale della Giudecca. Oltre che per la sua
attività di pittore, Pierre Casé è noto per avere diretto, dal
1989 al 2000, la Pinacoteca Casa Rusca di Locarno.
Come è riuscito a fare convivere l’attività di pittore e
quella di direttore di museo?
«Nella nostra bella nazione, la Svizzera, che io chiamo
“mon petit village mimì”, tutto è così bello e ordinato,
ma la professione dell’artista è penalizzata, non è in
generale ufficialmente riconosciuta. Così, molti sono stati
e sono costretti a fare la doppia professione. Nei primi
anni Sessanta, essendo di famiglia povera, facevo sotto
i portici di Locarno il venditore di marroni abbrustoliti e il
gelataio, ma presto mi accorsi che non ne potevo vivere.
Rimasto orfano di mio padre molto presto, non riuscii a
frequentare l’Accademia di Brera (dove andavano tutti
i giovani artisti ticinesi, non avendo noi un’Accademia);
quindi la mia formazione è quella dell’autodidatta. Tenni
la prima esposizione personale nel 1964, alla Galleria La
Cittadella di Ascona. Imparai la professione di pubblicitariodecoratore, e per diciotto anni ho insegnato allo CSIA
(Centro Scolastico Industrie Artistiche) a Lugano. Intanto la
mia pittura si era evoluta: prima figurativa e poi informale
materica; soprattutto con le grandi dimensioni potevo
lasciare nella materia l’impronta di come stavo quel giorno.
Nel 1989, mi chiamò il Sindaco di Locarno: mi comunicò
che il direttore di Casa Rusca, Rudy Chiappini, andava
a Lugano, a dirigere Villa Malpensata, e mi chiese di
sostituirlo per qualche mese. Accettai, e finii per rimanere
fino al 2000. In quegli anni Lugano faceva le grandi
mostre degli artisti internazionali, Bellinzona puntava
sull’Ottocento; improntai Casa Rusca sull’arte astratta e
informale, cominciando con la mostra di Max Bill e finendo
con quella di Marino Marini (la moglie, Mercedes Pedrazzini,
era di Locarno). Organizzai mostre dedicate a artisti italiani
(Burri, Licini, Santomaso, che purtroppo morì durante la
preparazione dell’esposizione, Baj), tedeschi (Schumacher),
spagnoli (Tàpies). La costruzione della mostra durava
un anno e mezzo, e lavoravo a stretto contatto con
l’artista, ma non ho mai accettato le intromissioni di
galleristi o Fondazioni. Sono riuscito a fare convivere
la doppia professione di pittore e di direttore di museo
semplicemente perché non dicevo che ero anche pittore».
Per informazioni: Castelgrande, via Salita Castelgrande 18, Bellinzona; tel.
0041 918252131; www.bellinzonaturismo.ch/it/even
Il luogo speciale che Villa dei Cedri
offre agli artisti da trent’anni
Il Museo Civico di Bellinzona vanta una collezione forte e particolare
e una sede di grande pregio architettonico. La direttrice Carole Haensler
Huguet ha appena inaugurato la mostra dei disegni di Edouard Vallet
T
ra un anno e mezzo, nell’aprile
2015, Villa dei Cedri festeggerà
i suoi primi trent’anni di attività.
Il Museo si aprì il 2 aprile 1985,
nella splendida villa di origine
ottocentesca, con successivi
rimaneggiamenti nei primi anni del
Carole Haensler
Novecento (all’interno, pavimenti
Huguet
a parquet e decorazioni pittoriche),
circondata da un parco di alberi secolari, spazio che la Città
di Bellinzona aveva deciso di destinare esclusivamente alle
arti visive, nel quale conservare ed esporre le collezioni
cittadine, originate anche da donazioni, e organizzare
mostre temporanee. Diretta per vent’anni, fino al 2006,
da Matteo Bianchi (cfr. l’intervista), Villa dei Cedri vede
ora come conservatrice Carole Haensler Huguet, che
ha appena allestito e inaugurato una mostra dedicata ai
disegni di Edouard Vallet (Ginevra, 1876 - Cressy, 1929),
pittore, disegnatore e incisore, uno dei protagonisti, assieme
a Ferdinand Hodler, Cuno Amiet, Max Buri e Giovanni
Giacometti della pittura svizzera del primo Novecento.
L’esposizione di Vallet, aperta fino al 3 novembre
2013, è imperniata su circa 120 fogli, pastelli e
disegni, nient’affatto opere occasionali o minori, ma, nella
rappresentazione dei paesaggi e della vita quotidiana del
suo Vallese, luogo sorgivo di intuizioni e spunti creativi,
nel segno e nel colore, di straordinaria immediatezza
(si pensi alla modernità di «Arbre dans la falaise», 1927),
spesso all’insegna di una malinconia esistenziale che mai
abbandona l’artista. L’esposizione è più ampia di quella
presentata al Musée d’art du Valais di Sion da Antonia
Nessi, specialista di Vallet, che ha curato, assieme alla
Fondazione Edouard Vallet, il volume «Edouard Vallet.
Dessins. Zeichnungen», Benteli-Verlag, 2012. All’ultimo
piano di Villa dei Cedri si può ancora visitare la mostra
«La raccolta Eugenio Balzan a Bellinzona», a cura di
Giovanna Ginex e Anna Lisa Galizia, originariamente
presentata tra settembre 2012 e gennaio 2013 (catalogo
Skira): opere della seconda metà dell’Ottocento (tra gli altri,
Fattori, Fontanesi, Palizzi, Mosè Bianchi, Michetti, De Nittis,
Tito, Dalbono, Previati, Nomellini) che Eugenio Balzan
(Badia Polesine, 1874 - Lugano, 1953) aveva raccolto (di lui
si ricorda l’attività a «Il Corriere della Sera», dove, entrato
nel 1897 come redattore, diventerà nel 1903 responsabile
dell’omonima società editrice, fino al 1933, quando, attaccato
dal regime, lascia l’Italia e si ritira in Svizzera).
Carole Haensler Huguet è impegnata a definire i
programmi futuri, che per il momento preferisce non
esplicitare. Già è programmata, dal 30 novembre 2013 al
23 febbraio 2014, la mostra dedicata a Mario Comensoli
(Lugano, 1922 - Zurigo, 1993), curata da Pietro Bellasi
e Peter Killer, che sarà una rivisitazione dell’opera di un
artista così segnato dall’esigenza di misurarsi con la realtà
sociale.
Villa dei Cedri, sede
del Museo Civico di
Bellinzona; «Vestito
rosso» di Edouard Vallet,
s.d. [1895]
© Jacques Dominique Rouiller, 2011
Le emozioni veneziane di Casé,
ex direttore di Casa Rusca
22
Carole Haensler
esprime tuttavia
le sue aspirazioni:
«Dopo essersi costruito
come museo, dotandosi
di una collezione forte e
particolare, in un certo
senso ci si è dimenticati
del luogo particolare
che lo ospita. Allestendo
la mostra di Vallet ho avuto occasione di fare una più ampia
conoscenza con la fisicità degli spazi di Villa dei Cedri, che mi hanno
rivelato quanto possano dare una dimensione intima all’opera di un
artista, attraverso la grandezza, il ritmo, la struttura particolare
di ogni sala (con l’eventuale presenza di un camino, di un parquet
originale, di una finestra o di una porta-finestra). Credo che la sfida
di oggi per il Museo Civico Villa dei Cedri sia di abbinare queste due
dimensioni, collezione e architettura, rivalorizzando l’architettura
e procedendo con la riflessione e lo sviluppo della collezione (nuovi
fondi monografici, sviluppo del fondo di opere su carta e nella misura
del possibile arricchendo il fondo storico dell’arte ticinese e italiana
dell’Ottocento e del Novecento, ma anche e soprattutto aprendosi più
che ogni museo ticinese all’arte svizzera in generale e varcando la
frontiera della Lombardia per abbracciare la cultura italiana nella
sua globalità, pensando “globale”, considerando il territorio come
luogo di scambi culturali». Del resto, torri, mura e castelli
di Bellinzona sono dal 2000 Patrimonio dell’UNESCO,
a riconoscimento dell’unicità del complesso fortificato
realizzato per controllare i transiti fra il Nord e il Sud delle
Alpi, e altre sono le opportunità espositive da segnalare,
quali il Castello di Sasso Corbaro e il Museo in Erba, e
dunque Bellinzona è una meta da non perdere.
Per informazioni: Museo Civico Villa dei Cedri, piazza San Biagio 9,
Bellinzona; tel. 00 4191 8218518; [email protected]; www.villacedri.ch
23
vedere A BELLINZONA
I miei bellissimi vent’anni per creare un museo che non c’era
A Matteo Bianchi si deve la creazione del museo Villa dei Cedri, che ha dedicato alle carte degli artisti
M
atteo Bianchi, può riassumere
la storia di quei due decenni
attraverso le mostre principali che
ha curato e i relativi cataloghi? Lei
ha anche favorito donazioni da
parte di artisti, in particolare nei
settori delle opere su carta e della
grafica numerata: può parlarci
Matteo Bianchi
delle più importanti acquisizioni?
Con Villa dei Cedri ha continuato ad avere un rapporto
di collaborazione. In quali iniziative è stato coinvolto?
«Vent’anni bellissimi ho trascorso a Villa dei Cedri per
inventare il museo che non c’era attraverso la costruzione
della raccolta connessa alle rassegne. Ho attuato un
discorso regionale di qualità, aperto nelle scelte che hanno
privilegiato l’opera su carta. Un primo capitolo del libro
del museo studia la pittura svizzera-lombarda fra Otto e
Novecento, tesa verso la modernità tra realtà e simbolo.
Nel 1986, la mostra d’esordio di Luigi Rossi, con quelle
di Berta, Franzoni e Tallone, suggerisce il dialogo con la
poetica di Anker, che tocca elementi di classicità gentile,
e con l’opera di Vallotton, aspra senza gioia. E ancora, in
ambito ottocentesco, mi piace ricordare il sontuoso “Viaggio
verso le Alpi” compiuto
insieme a Michel Butor,
da Caspar Wolf a Hodler,
e una mostra d’eccezione
su Camille Claudel. Un
secondo capitolo riguarda
la crescita ragionata
della collezione: ho
sempre pensato infatti
che una collezione d’arte
non può funzionare
come una raccolta di
francobolli: meglio
compiere le proprie scelte
in libertà, svincolati
dalla consorteria delle
Massimo Cavalli, «Senza titolo»,
mode e dalle patetiche
1987, Museo Villa dei Cedri
chiamate al successo.
E qui è stato decisivo il
buon senso della politica che ti dà fiducia. La scelta dei fondi
monografici risponde al carattere individuale del museo: fra
questi nuclei di opere che sono il punto di forza, mi piace
ricordare tre meravigliosi amici, pittori e incisori: Massimo
Cavalli, Enrico Della Torre e Giulia Napoleone. Un terzo
capitolo rivela la tendenza della collezione verso l’amoroso
studio dell’opera su carta, intesa come luogo della memoria
e del progetto. A partire dall’acquisizione prestigiosa delle
“Intimità” di Vallotton, l’opera su carta è stata al centro
delle esposizioni di Fautrier, Kokoschka e Sonia Delaunay, e
soprattutto oggetto del volume “Le carte del museo” che con
“Il libro del museo” rimane lo strumento di lettura di Villa
dei Cedri. Dal 2006 ho mantenuto vivi i contatti con Villa dei
Cedri attraverso la cura della mostra di Steinlen e del trittico
a tema sulle relazioni fra arte e natura, tra parole e figure
e sullo spirito del collage. E ora si apre una bella intesa che
risponde all’idea del “museo su carta”, su un progetto che
vorrei chiamare “Le carte dei poeti” per coltivare la speciale
relazione fra immagine e testo a partire dalla collezione del
museo.
Già quando era a Villa dei Cedri ha cominciato a
pubblicare una rivista-quaderno, «Pagine d’Arte» (www.
paginedarte.ch), e poi cataloghi di mostra con quel
marchio, e ancora, libri preziosi che approfondiscono
temi artistici o aspetti che stanno sul crinale tra arte e
letteratura. Infine, dopo che ha scelto di vivere per un
periodo dell’anno a Parigi, ha sviluppato anche una
collana «francese». Ci parli della piccola casa editrice e
dei suoi libri, delle tirature e dei maggiori successi di
«Pagine d’Arte».
«Ho cercato di superare il limite del catalogo di servizio (un
prodotto a breve scadenza sicura ) per amore del libro e
nel segno della scrittura poetica che l’opera d’arte suscita.
L’occhio e la fiaba della pittura di Emilio Tadini ci hanno
accompagnato fin dall’inizio: Emilio ci ha suggerito la
copertina della rivista “libretto” e il titolo della collana
francese “ciel vague”, corrispondente ai “sintomi” italiani.
Ora l’amore per le nostre pagine d’arte si coltiva insieme
a Carolina Leite: dal Ticino a Parigi il discorso conosce
buoni momenti. La vicenda editoriale continua guidata dal
buon senso di Raffaele La Capria e dalla “mano che pensa”
di Valerio Adami, attraverso gli “ateliers” della scrittura
nomade di Paul Nizon, in ascolto di “cartavoce” di Ruggero
Savinio, del “disegno e la voce” di Yves Bonnefoy. E ancora,
fra i libri speciali di Pagine d’Arte, si legge l’invito a riflettere
sul tema dell’identità attraverso gli scritti sul federalismo
culturale di Denis de Rougement e sul senso della traduzione
di Silvia Baron Supervielle; per chiudere in bellezza conviene
gustare l’antico “sapore del mondo” di Shitao».
Lei conosce bene la realtà del Canton Ticino. Qual è
il rapporto tra il Cantone e la vicina realtà italiana?
Ci sono interscambi di cultura artistica nelle due
direzioni, o si guarda di più alla realtà della Svizzera di
lingua tedesca?
«L’identità culturale del Canton Ticino è particolare, non
da oggi, insieme fluida e complessa: interessante e preziosa
nella sua varietà che vorremmo saper cogliere. Scrivendo
di Luigi Rossi, Rossana Bossaglia illustrava il concetto delle
due patrie: verista lombardo poi simbolista dell’arco alpino:
penso che avesse ragione. È naturale frequentare il proprio
ambito linguistico e culturale, ma è necessario conoscere
l’altra Svizzera, e non solo. Ad esempio, il pittore-incisore
Massimo Cavalli, italiano di formazione, ha poi assunto una
forte componente mentale di lingua francese. Vallotton a
Parigi era considerato uno speciale “nabis”, di espressione
spoglia. Dall’Ottocento a oggi, in ambito svizzero, è
affascinante sentire una comune apertura d’identità, varia e
rispettosa».
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