Uno scorcio del borgo di Ascona sulla riva settentrionale del Lago Maggiore. Fotografia di Ticino Turismo tutta l’arte da vedere in ottobre novembre Supplemento a «Il Giornale dell’Arte» n. 335 ottobre 2013 vedere nel canton ticino il giornale dell’arte N. 1 ottobre/novembre 2013 umberto allemandi & C. 3 vedere nel canton ticino Mario Botta: l’architettura deve risolvere i problemi del vivere oggi L’architetto è la massima «gloria» culturale ticinese di fama mondiale: «Nel momento in cui si vive uno sviluppo globale occorre recuperare gli “anticorpi” di una storia e di una memoria che ci appartengono» M ario Botta è nato nel 1943 a Mendrisio. La sua opera prende il via da Le Corbusier, Louis I. Kahn e Carlo Scarpa che ha conosciuto a Venezia durante il periodo di studio all’Istituto Universitario di Architettura. Dalle case unifamiliari in Canton Ticino il suo lavoro ha abbracciato tutte le tipologie: scuole, banche, edifici amministrativi, biblioteche, musei ed edifici del sacro. Dal 1996 si è attivato come ideatore e fondatore dell’Accademia di architettura di Mendrisio per trasmettere la conoscenza di un mestiere che è, prima di tutto, la sua passione. Foto Enrico Cano Lo studio di Mario Botta a Mendrisio Società editrice Umberto Allemandi & C. spa, via Mancini 8, 10131 Torino, tel. 011.8199111 fax 011.8193090 [email protected] Direttore responsabile Umberto Allemandi Vicedirettore Franco Fanelli Caporedattore Barbara Antonetto Impaginazione Elisa Bussi Pubblicità Cinzia Fattori 011.8199118 [email protected] Vedere nel canton ticino è una testata edita dalla Società editrice Umberto Allemandi & C. nell’ambito della linea di periodici «Vedere a...» Curatore e redattore Sandro Parmiggiani Coordinamento redazionale Lina Ocarino Referente commerciale nel Canton Ticino Valeria Riselli 335 6390119 [email protected] Stampa Centro Stampa Quotidiani S.p.A. Erbusco (Bs) Sommario LUGANO 4 Il Museo Cantonale d’Arte 4 La casa-museo Luigi Rossi 5 Tre buoni motivi per puntare sulla cultura 5 Il LAC per la città 6 La BSI e le arti 6 La Biblioteca Salita dei Frati 7 Aion Masterpieces 7 La Galleria Civica di Campione d’Italia 8 La Fondazione Lindenberg a Villa Pia 8 La galleria Cortesi Contemporary 8 La galleria Buchmann ad Agra 9 Photographica FineArt Gallery 9 Lo Studio d’arte Dabbeni 10 La galleria Canesso ASCONA-LOCARNO 11 L’offerta culturale di due belle cittadine Foto Beat Pfändler In queste settimane lei è spesso in Cina, a Shangai, per il progetto della nuova sede di una grande Accademia d’arte, originariamente fondata da Mao Tse-tung. Continua a realizzare progetti in tante parti del mondo, e anche nel Canton Ticino. A volte, la distanza permette di vedere meglio ciò che ci si lascia alle spalle, e dunque mi piacerebbe sapere da lei (per anni residente a Lugano e ora a Mendrisio) quale giudizio complessivo dà della qualità di ciò che si è costruito nel Cantone negli ultimi cinquant’anni? «Anche nel Canton Ticino, come nel resto dei territori urbani mitteleuropei, si è costruito molto, probabilmente troppo, sulla spinta di uno sviluppo economico-urbanistico che sembrava illimitato. Dentro questa marea di interventi si possono anche trovare realizzazioni di grande qualità architettonica, disperse purtroppo in uno sviluppo urbanistico del tutto incontrollato. La complessità e la rapidità delle trasformazioni in atto hanno stravolto ogni possibile ordine in un contesto territoriale di grandissima qualità, monti, valli e laghi». A fine luglio ha pubblicato sul quotidiano «Neue Zürcher Zeitung» di Zurigo un articolo nel quale denunciava il «beton boom» nel Cantone, parlando di un vero e proprio «disastro urbanistico». A quali conclusioni è pervenuto? «Nessuna conclusione, solo qualche considerazione sui macroscopici errori che, ai tempi della società dei consumi, hanno martoriato un paesaggio delicato e dove lo sviluppo urbanistico non ha saputo trovare linee di crescita ordinate tali da trasformare i nuovi insediamenti in spazi di vita migliori. In altre parole si è persa l’opportunità di utilizzare la ricchezza economica del Paese per modellare un habitat di qualità e non unicamente una crescita banale e periferica». Lei è stato l’animatore dell’Accademia di architettura di Mendrisio, che ha diretto fino a qualche giorno fa. Quali ne sono stati i principi ispiratori, gli arricchimenti particolari e gli esiti di cui è particolarmente orgoglioso e soddisfatto? «L’Accademia nasce nel 1996 nell’intento di offrire un profilo di formazione per gli architetti dove le discipline umanistiche giocano un ruolo altrettanto importante che le discipline tecniche. Una scuola in grado di proporre e il giornale dell’arte Mario Botta sollecitare problemi del vivere oggi piuttosto che semplici soluzioni; una scuola in grado di farsi carico, attraverso il progetto architettonico, di una dimensione territoriale con i relativi nuovi interessi per una crescita sostenibile. Nel momento in cui si vive uno sviluppo globale, occorre recuperare gli “anticorpi” di una storia e di una memoria che ci appartengono. Da questo punto di vista si può sostenere che l’Accademia di architettura di Mendrisio offra un profilo alternativo rispetto ad altri modelli. Dalla risposta che posso cogliere da parte di professori e studenti mi sembra che questa più approfondita riflessione sia interpretata come una legittima esigenza del nostro tempo». Quando interviene su un museo, come nella ristrutturazione del Museo Vela di Ligornetto o nella realizzazione del Centre Dürrenmatt di Neuchâtel (senza parlare dell’esperienza del MART), quali sono i principi di base che la guidano? «Quelli che ritengo normali per un architetto: la lettura critica del contesto e la necessità di un dialogo, attraverso un linguaggio contemporaneo, con le preesistenze. Nutro la convinzione che anche il “nuovo” possa servire a meglio interpretare l’“antico”». Lei ha sempre seguito con particolare attenzione, e coinvolgimento personale, le vicende dell’arte del Cantone; ora s’annunciano grandi contenitori come quello del LAC di Lugano (ricordo che lei è stato Presidente della Giuria chiamata a valutare i relativi progetti). L’offerta museale ed espositiva del Cantone è un sistema che sviluppa tutte le potenzialità di reti, di sinergie, oppure prevalgono altre logiche? La questione Ascona 11 Il «tesoro» asconese 11 Un mix vincente per la città 14 Il Museo Comunale d’arte Moderna 15 La Fondazione Eranos 15 La Fondazione Monte Verità Locarno 16 Zao Wou-Ki a Casa Rusca 16 Intervista a Rudy Chiappini 17 La Fondazione Matasci per l’Arte MENDRISIO 18 La Pinacoteca cantonale Züst 18 Il Museo Vincenzo Vela 19 Intervista a Flor Garduño 20 Il museo m.a.x. di Chiasso BELLINZONA 22 Pierre Casé nel Castelgrande 22 Villa dei Cedri 23 Intervista a Matteo Bianchi IL GIORNALE NON RISPONDE dell’auTENTICITà delle attribuzioni delle opere riprodotte, in particolare del contenuto delle inserzioni pubblicitArie. Le opinioni espresse negli articoli firmati e le dichiarazioni riferite dal giornale impegnano esclusivamente i rispettivi autori. si consiglia di verificare telefonicamente gli orari delle manifestazioni. www.allemandi.com non è di poco conto in una fase di scarse risorse finanziarie pubbliche. «In un territorio caratterizzato da una storia di divisioni fra valli e distretti non deve stupire che vi siano rivendicazioni anche di istituzioni culturali autonome. Il problema di trovare una gerarchia delle istituzioni culturali che tenga conto delle disponibilità finanziarie in un Paese dove appare “storicizzata” una divisione fra il Sopra e il Sotto Ceneri (una montagnetta che divide due valli), resta ancora uno scoglio da affrontare. Quella del futuro LAC è una storia del tutto particolare poiché dettata da un agglomerato urbano, la città di Lugano, che gode di un’egemonia economica unica nel Paese. Lugano indice nel novembre del 2000 un concorso internazionale di architettura in due fasi per la progettazione di un nuovo centro culturale al Palace (un imponente albergo novecentesco a sud del centro storico). Pervengono 122 progetti, ridotti a 15 per la seconda fase. La Giuria, di cui ero Presidente, non trova alcun progetto totalmente convincente per cui sceglie ex aequo quattro gruppi di architetti e, concludendo i suoi lavori, suggerisce alla città di continuare il confronto, nell’intento di trovare una soluzione ottimale. Tutti i quattro gruppi selezionati avevano proposto, dal punto di vista architettonico-urbanistico, scelte che la Giuria trovava di grande interesse: l’insediamento della maggior parte degli spazi richiesti per il centro culturale all’interno del volume del vecchio albergo; la formazione sul fronte sud (dove esisteva il giardino) di una generosa piazza; l’arretramento dei nuovi corpi progettati (necessari per soddisfare le esigenze del programma) in modo da consolidare la continuità del fronte a lago. Le procedure successive del Municipio e del Consiglio Comunale hanno purtroppo condizionato, dal mio punto di vista, il progetto scelto in quanto la città ha deciso di vendere a privati l’intero volume Palace e di costruire gli spazi necessari al centro culturale (sale espositive e teatro) nelle aree residue rimaste». Anche per le sue radici familiari, è sempre rimasto legato all’Italia. L’Italia e il Canton Ticino parlano la stessa lingua: non è solo un mero fatto storico-linguistico, ma anche l’espressione di relazioni. «La mia condizione “familiare” è figlia di una condizione territoriale dove la lingua e la cultura italiane hanno modellato la storia di questo Paese. Penso che la realtà del Canton Ticino (un ponte tra il nord delle Alpi e la Pianura Padana) offra un orientamento e una luce rivolti verso la realtà mediterranea di cui mi sento debitore. Mi piace pensare che, anche in questo momento di globalizzazione, la storia del “Mare Nostrum” continui a restare un territorio di memoria dal quale continuamente attingere». n Sandro Parmiggiani vedere a LUGANO 4 En attendant le LAC Il Cantone e la Città di Lugano hanno stabilito che sarà il direttore del Museo Cantonale d’Arte Marco Franciolli a dirigere il LAC, il Centro culturale transdisciplinare che sarà inaugurato nel 2015. Ecco il suo progetto M arco Franciolli (Bellinzona, 1956) è responsabile, dal 2000, del Museo Cantonale e dirige dal 2011 anche il Museo d’Arte della Città di Lugano «Villa Malpensata». Dopo gli studi in storia dell’arte e in storia del cinema a Firenze e Londra, nel 1994 Franciolli consegue l’European Diploma in Marco Franciolli Cultural Project Management presso la Fondation Marcel Hicter di Bruxelles, con uno studio comparato delle politiche culturali europee e un progetto di cooperazione europea nell’ambito dell’arte contemporanea. Dal 1989 cura mostre e pubblicazioni prevalentemente dedicate all’arte moderna e contemporanea, alla fotografia e al video. Che cosa succede quando, nel 2015, il progetto del LAC diventerà finalmente operativo? «Il Museo d’Arte al LAC sarà governato da una Fondazione di diritto pubblico e opererà in un’ottica transdisciplinare (all’interno del centro culturale LAC convivranno l’arte, la musica e il teatro). Finalmente, nel nuovo Museo si potrà proporre in permanenza una parte dedicata alle collezioni e contemporaneamente presentare le grandi esposizioni, in modo da rendere esplicito il legame fra il patrimonio custodito dal Museo e le linee espositive che ne conseguono. Il Museo avrà due sedi, infatti anche nella sede attuale del Museo Cantonale verrà ospitata parte delle collezioni e verranno proposte mostre temporanee con un taglio evidentemente molto diverso da quello del LAC. A “Villa Malpensata” prefiguriamo per il momento di collocare gli uffici amministrativi e il personale scientifico; successivamente, se vi saranno le risorse necessarie, si potrà valutare una destinazione espositiva complementare alle altre due sedi». «La Vanità (La fonte del male)» di Giovanni Segantini, 1897 Nei dodici anni in cui è stato direttore del Museo Cantonale, e poi del Museo d’Arte, quali sono le mostre da lei proposte e organizzate che ama ricordare? «Mi piace senz’altro ricordare, nel 2001, “Da Kandinsky a Pollock. La vertigine della non-forma”, la prima di una serie di esposizioni tematiche che, secondo me, occorre promuovere perché il pubblico possa capire portata e senso di termini quali “astrazione lirica” o il rapporto tra musica e arte. Accanto a questa, cito l’ultima, nell’autunno 2012 (poi presentata dalla Fondation de l’Hermitage di Losanna), nelle due sedi del Museo Cantonale e del Museo d’Arte, “Una finestra sul mondo. Da Dürer a Mondrian e oltre”, un’esposizione incentrata sulla finestra quale strumento e metafora dell’arte occidentale dal Quattrocento ad oggi. Nell’arco di tempo compreso tra la prima e l’ultima mostra, mi piace ricordare “Les enfants terribles. Il linguaggio dell’infanzia nell’arte, 1909-2004”, presentata al Museo Cantonale nel 2004, sul rapporto tra disegno infantile e arte moderna, partendo dai disegni di bambini che Gabriele Münter e Kandinsky avevano collezionato con l’intento di “disimparare” e andare a scoprire la sorgente della creatività, che avrebbe affascinato altri artisti come Picasso e Miró (la mostra iniziava con un dipinto di Giovanni Francesco Caroto del 1520, “Ritratto di fanciullo con disegno”, in cui il ragazzo regge nella mano un foglio bianco con sopra un disegno raffigurante un bambino, tale quale potrebbe essere realizzato oggi). E, ancora, “L’immagine ritrovata: pittura e fotografia dagli anni Ottanta ad oggi” nel 2002, e “L’immagine del vuoto. Una linea di ricerca nell’arte in Italia, 19582006” nel 2006. Le mostre tematiche richiedono tempi lunghi di preparazione, ma offrono preziose occasioni di ricerca, approfondimento e di divulgazione alta, anche per comprendere finalmente che c’è una stretta linea di continuità nella storia dell’arte. Infine, mi piace ricordare le mostre monografiche: quella di Man Ray nel 2011 e quella di Giorgio Morandi nel 2012, entrambe al Museo d’Arte». Che cosa ci può dire, dal suo punto di osservazione, del rapporto tra Canton Ticino e Italia? «Per un lungo periodo, Milano è stata una città di riferimento per la formazione dei giovani artisti ticinesi e i rapporti di scambio culturale sono stati intensi. Oggi, però, gli artisti ticinesi non vivono più una situazione di riferimento privilegiato con Milano, ma intrattengono rapporti con varie aree culturali. Va forse sottolineato il vantaggio costituito dal nostro essere una minoranza linguistica all’interno della nostra nazione, una condizione che porta all’apprendimento delle altre lingue nazionali, il tedesco e il francese, con una conseguente apertura verso le altre culture europee». Qual è la prossima mostra che presenterete? «Dal 15 settembre 2013 al 12 gennaio 2014, presentiamo un’ampia esposizione composta da quattordici capitoli tematici distribuiti su due sedi, Museo Cantonale d’Arte e Museo d’Arte, dal titolo “Miti e misteri. Il Simbolismo e gli artisti svizzeri”. Si tratta di una coproduzione con il Kunstmuseum di Berna, museo dove è stata presentata da aprile ad agosto, curata da Valentina Anker, specialista del simbolismo svizzero. Sono molto grato ai colleghi dei Musei svizzeri per averci prestato opere eccezionali, che fanno di questa mostra un evento irripetibile. Il progetto muove dal desiderio di analizzare e valorizzare il contributo dato dagli artisti svizzeri al Simbolismo, ma allo stesso tempo si è voluto evidenziare attraverso questa mostra lo straordinario impulso dato dal Simbolismo al rinnovamento delle arti e alla nascita delle avanguardie». A quali progetti espositivi state lavorando, in particolare in vista dell’apertura del LAC? «Abbiamo progetti in elaborazione fino al 2017. L’unica cosa che posso dirle è che, nella prossima primavera, dopo la fortunata mostra dedicata a Klee e Melotti, continueremo a indagare affinità e contrasti tra due artisti, Licini e Arp. Per il resto, si dovrà attendere l’apertura del LAC». Per informazioni: Museo Cantonale d’Arte, via Canova 10, Lugano; tel. 0041 918157971; [email protected]; www.museo-cantonale-arte.ch Conoscete la Casa museo Rossi? Il Canton Ticino è disseminato di piccoli musei, testimonianza dei tanti artisti, originari di qui o non, che legarono la propria vita a questa regione. A Tesserete (Aprica), è aperta, per volontà del nipote, Matteo Bianchi, la Casa museo Luigi Rossi (Lugano, 1853 - Biolda, 1923), nella quale si possono ammirare una cinquantina di opere (dipinti, acquerelli, disegni e schizzi «L’edera» di Luigi per le illustrazioni), le edizioni Rossi, 1905 originali dei libri da lui illustrati, oggetti, lettere, fotografie e carte d’archivio. Rossi frequenta l’Accademia di Brera a Milano (dove la famiglia si è trasferita quando lui aveva tre anni) e comincia a esporre nel 1871, con consensi e riconoscimenti crescenti, dipingendo sia paesaggi delle valli ticinesi sia ritratti. Dal 1885 al 1889 è a Parigi, invitato a illustrare l’edizione originale di «Tartarin sur les Alps» di Alphonse Daudet, del quale illustrerà la trilogia dell’eroe di Tarascona, «Sapho» e i «Souvenirs»; sarà poi la volta di «Madame Chrysanthème» di Pierre Loti. Ritornato a Milano, continuerà a collaborare, fino al 1900, con gli editori francesi per vari libri, tra cui «Notre-Dame de Paris» di Victor Hugo (nel 2011 una mostra su Rossi illustratore si è tenuta alla Pinacoteca Züst di Rancate). Intanto la pittura di Rossi vira dal verismo al simbolismo, sostenuto in questa evoluzione dall’amico scrittore Gian Pietro Lucini. Nel 1913 Rossi acquista la casa di Biolda e continua a dipingere intensamente fino alla morte, esponendo in mostre in Italia e Svizzera. Nel 1924, due sue mostre postume si tengono alla Permanente di Milano e a Villa Ciani di Lugano. L’attenzione su Luigi Rossi riaffiora negli anni Ottanta, con le esposizioni a Lugano (1980) e a Milano, Bellinzona, Losanna (198586). Nel 1999 esce il catalogo ragionato (Cornèr Banca e Federico Motta) e nel 2009 l’«Atlante» della Casa museo a lui dedicata, che può essere visitata il primo sabato di ogni mese dalle 15 alle 18 o su appuntamento preso al Comune di Capriasca: una visita che ci riconduce nell’intimità dell’officina di Rossi e nel respiro della natura che la circondava. Per informazioni: Casa museo Luigi Rossi, Tesserete, Capriasca; tel. 0041 919360368; www.casamuseoluigirossi.ch 5 vedere a LUGANO Che ruolo deve avere Lugano nella rete culturale del Cantone Per il Capo Dicastero Attività Culturali e Scuola del Comune di Lugano Giovanna Masoni Brenni «ci sono tre ragioni per potenziare l’offerta culturale: elevare il livello delle conoscenze e della convivenza civile, attrarre turismo (una città senza una buona offerta culturale non può aspirare ad avere turismo) e sviluppare l’indotto economico» A Giovanna Masoni Brenni, avvocato, Capo Dicastero Attività Culturali e Scuola del Comune di Lugano, abbiamo chiesto di soffermarsi sulle possibili sinergie in campo culturale nel Canton Ticino: un tema che le sta molto a cuore. Giovanna Masoni Brenni Comincia citando Stefano Franscini (Bodio, 1796 - Berna, 1857) che fu l’ideatore del moderno sistema educativo del Canton Ticino e amico di Carlo Cattaneo. «Stefano Franscini, il grande riformista dell’Ottocento, diceva che la maggiore debolezza del nostro Cantone era la frammentazione, la divisione, le contrapposizioni. Questo retaggio (non a caso qui si usano sempre i termini di “Sopraceneri” e di “Sottoceneri”) persiste tuttora. Quando, nel 2004, responsabile dell’Assessorato alla Cultura e al Territorio di Lugano, cominciai a occuparmi del LAC mi era chiaro che l’istituzione che sarebbe sorta doveva mettere in rete le risorse, finite, dei tre piccoli musei con sede a Lugano (Museo d’Arte Moderna “Villa Malpensata”, Museo Cantonale d’Arte e il Museo Civico di Belle Arti noto come “Villa Ciani”) ma doveva anche lavorare con il territorio, ricevere e restituire. Misi in piedi una Commissione Cultura del Municipio, da me presieduta, non lottizzata politicamente, della quale chiamai a fare parte Mario Botta, Marco Müller, Luciano Caramel, Carlo Piccardi, Massimiliano Pani, Emanuele Banterle, Mario Agliati, Mauro Baranzini, Claudio Guarda, Antonio Lanzavecchia, Renato Martinoni, Letizia Tedeschi, Giovanni Ventimiglia e Franco Zambelloni: fu messo a fuoco il progetto di messa in rete di tutti gli attori della cultura, pubblici e privati, comprese le Associazioni culturali, le biblioteche e le gallerie. Nel 2009 la scheda di politica culturale elaborata dalla Commissione è stata approvata dal Municipio: me la tengo cara, perché mi è servita e mi serve, pur con i necessari adeguamenti, per evitare deragliamenti. A questo proposito, è molto importante la collaborazione con i collezionisti privati (potrei citare i lasciti Panza di Biumo, Caccia, Chiattone, Milich Fassbind), che ha portato di recente, nello Spazio -1 (un edificio attaccato al LAC, donatoci da privati), in deposito, una parte importante della straordinaria collezione di Giancarlo e Danna Olgiati. Vorrei poi ricordare le nostre attività in campo musicale. Lugano Festival (sostenuto dalla città, dal Cantone, dalla Rete 2, con varie banche e altri privati che sponsorizzano un singolo evento) promuove concerti di musica classica. Il Progetto Martha Argerich, giunto quest’anno alla dodicesima edizione, ha come main sponsor la Banca della Svizzera Italiana: la grande pianista è qui, in giugno, per tre-quattro settimane, e quasi tutti i giorni ci sono concerti con giovani e maturi talenti. Il Progetto si sviluppa in stretta sinergia con il Conservatorio, con l’Orchestra della Svizzera Italiana, con la Rete 2; i prezzi d’ingresso ai concerti sono decisamente accessibili. Nel 2005-2006 si è avviata con il Cantone una discussione sul programma per la cultura. Credo che si dovrebbe pensare a poli forti di specializzazione e di attrazione: Locarno per il cinema; Lugano per la musica, il teatro e le arti visive; Chiasso per la letteratura e la danza; Bellinzona per la storia. Ci sono tre ragioni per potenziare l’offerta culturale: elevare il livello delle conoscenze Un concerto di Martha Argerich e della convivenza civile (nell’Ottocento si parlava di “incivilimento”); attrarre turismo (una città senza una buona offerta culturale non può aspirare ad avere turismo); sviluppare l’indotto economico. Credo che le sinergie e le collaborazioni all’interno del Cantone siano possibili, basta perseverare: penso, in passato, all’esperienza di avere qui a Lugano lo stesso direttore del Teatro Sociale di Bellinzona: riuscimmo a proporre stagioni combinate e biglietti abbinati, anche con gli altri teatri in Ticino. Nella costruzione di una rete culturale, ci vuole comunque equilibrio e occorre rispettare le autonomie, superare localismi e retaggi del passato; si sono fatti passi avanti, ma ancora lungo è il cammino da compiere. A Lugano, in ottobre, ogni due anni, forniamo un supporto logistico e di comunicazione ai privati che propongono e vogliono realizzare iniziative culturali e amatoriali, così da dare una cornice unica ai progetti di tante realtà. Ogni individuo sente il bisogno di esprimersi e di conoscere; non è affatto vero che con la cultura non si mangia, né che interessa solo un’élite». Il LAC sarà una piazza d’arti Per Lorenzo Sganzini, responsabile del Dicastero delle Attività Culturali del Comune di Lugano, il LAC, il più grosso investimento edilizio pubblico in Ticino (200 milioni di franchi, 2.400 mq su tre livelli), «dovrà essere il motore che consolida e sviluppa la tradizione culturale del Canton Ticino» L Lorenzo Sganzini orenzo Sganzini è responsabile del Dicastero delle Attività Culturali del Comune di Lugano, e già direttore della Divisione della cultura del Cantone Ticino e della rete radiofonica culturale della Radiotelevisione svizzera. Dottor Sganzini, si parla molto del LAC (Lugano Arte Cultura), un progetto sul quale il Comune punta parecchio. «L’idea di un grande contenitore per le attività culturali nasce all’inizio degli anni Novanta, sulla base di due considerazioni: Lugano vantava iniziative di rilievo in campo artistico (Collezione Thyssen, «Villa Malpensata») e musicale, ma non c’erano spazi adeguati (oggi i concerti si tengono al Palazzo dei Congressi); esisteva un problema urbanistico da risolvere in riva al lago, con un albergo ottocentesco, il Palace, chiuso e abbandonato, che si intersecava con il convento della Chiesa di Santa Maria degli Angeli (all’interno, sul tramezzo c’è il più famoso affresco rinascimentale della Svizzera, «Passione e Crocefissione» che Bernardino Luini realizzò nel 1529). La Città ha deciso di intervenire per recuperare quel sedime, con un’operazione mista: i privati hanno acquistato il vecchio albergo e ne hanno ricavato degli appartamenti; il Comune sta concludendo la realizzazione del Centro Culturale LAC, con una piazza che passa sotto il museo e un parco, secondo il progetto di Ivano Gianola, l’architetto che ha vinto il concorso internazionale bandito a suo tempo dal Comune. È un importante recupero dal punto di vista urbanistico, un nuovo quartiere per la città, un quartiere per le arti e per la cultura, un luogo in cui darsi appuntamento; del resto, l’architetto Gianola insiste sempre sul fatto che la strada, la piazza, il piano terreno debbono essere accessibili a tutti e che occorre creare la sensazione, nei passanti, di essere invitati a entrare, facendo sì che, nel limite del possibile, la soglia interno-esterno non esista. Il LAC è un investimento significativo: 200 milioni di franchi, il più grosso investimento edilizio pubblico in Ticino». Quali sono i tempi di completamento dell’intervento e che cosa cambierà nel panorama dell’offerta culturale di Lugano? «I complessi lavori preliminari sono iniziati nel 2006, la costruzione vera e propria nel 2010 e prevediamo di aprire il LAC nel corso del 2015. Lì avremo la sede museale più importante della città: 2.400 metri quadrati su tre livelli, il primo destinato alla collezione permanente e gli altri alle mostre temporanee, ovviamente garantendo gli standard conservativi delle opere che oggi non è possibile assicurare nelle sedi storiche del Museo d’arte di “Villa Malpensata” e del Museo Cantonale d’Arte, due istituzioni indipendenti che da un paio d’anni hanno un unico direttore (Marco Franciolli) e che con il LAC si fonderanno. Nel nuovo spazio troverà anche posto una sala concertistica-teatrale, polivalente, con la capacità di mille posti, di grande versatilità: ospiterà spettacoli di musica classica e di opera, concerti, balletti, rappresentazioni teatrali, conferenze. È prevista la fossa orchestrale e abbiamo riservato una particolare attenzione all’acustica, chiamando a collaborare l’ingegnere del suono Jürgen Reinhold della Müller BBM di Monaco, un’autorità assoluta in questo campo. Ci sarà anche, all’interno, un piccolo Teatro-studio. Il LAC comporta dunque una grande riorganizzazione degli spazi e dei contenuti culturali nella quale arte e musica avranno pari dignità, senza gerarchie. All’operazione del LAC partecipa anche il Cantone. Oltre all’unione dei due musei, da anni cerchiamo Il cantiere del LAC di sviluppare i rapporti con il collezionismo privato; penso alla convenzione con Giancarlo e Danna Olgiati: la loro collezione (che comprende capolavori del Futurismo, dell’Arte povera italiana, del Nouveau Réalisme, dello Spazialismo fino alla ricerca artistica più recente) è ora esposta nello Spazio -1, di fianco al LAC. Con le opportunità offerte da Lugano Arte Cultura crediamo che il rapporto con il collezionismo privato possa finalmente dispiegarsi al meglio: saremo finalmente in grado di valorizzare le loro collezioni, nella tradizione dei grandi musei svizzeri». Che cosa rappresenterà il LAC per il Cantone e per l’intera Svizzera? «Il LAC deve diventare il motore che consolida e sviluppa la tradizione culturale del Canton Ticino, mettendo in moto una sorta di processo di accelerazione. Il nostro modello sono i musei di città come Zurigo o Basilea, anche se la scala lì è ovviamente un’altra. Lugano si sta internazionalizzando: aumenta la popolazione, anche abbiente, che sceglie di venire a vivere qui, e dobbiamo essere in grado di proporre una qualità della vita adeguata, in cui conta molto anche l’offerta culturale. Stiamo già lavorando, “seminando” per avere sponsor che ci aiutino a conseguire gli obiettivi che ci siamo posti». vedere a LUGANO 6 Perché la BSI si occupa di arte? Per fortuna è un connubio felicissimo che valorizza anche architettura e musica Alfredo Gysi è il presidente della BSI e dell’Associazione Banche estere in Svizzera. La più antica banca ticinese ha costituito un’importante raccolta di opere d’arte e tra numerose altre iniziative legate al collezionismo, offre anche un «art advisory service» decisamente di prim’ordine, e internazionale, la collezione di opere d’arte di BSI (l’ex Banca della Svizzera Italiana). La più antica banca ticinese, fondata nel 1873, ha messo assieme un’importante collezione, nata grazie alla passione di Alfredo Gysi, Presidente della BSI Alfredo Gysi e dell’Associazione Banche estere in Svizzera. Nel 2000, Gysi, un banchiere matematico di formazione ma anche collezionista di arte internazionale e appassionato di musica, avvia la collezione, convinto che l’immagine e la comunicazione della banca debbano fondarsi sui valori della cultura e che occorra comunicare con i propri clienti privati condividendo con loro quelle passioni e quelle emozioni che musica e arte riescono a trasmettere. Dunque, le iniziative in favore della musica e la collezione d’arte sono veicoli di comunicazione, condivisione di valori, volontà di essere vicini ai propri clienti, anche dal punto di vista dei loro interessi personali. Va da sé che la banca abbia dato vita a numerose iniziative in questi ambiti, tra le quali anche un art advisory service che offre servizi di consulenza a chi intenda investire in opere d’arte. Per la musica, BSI è tra i promotori e organizzatori del Progetto Martha Argerich che da ben dodici edizioni ogni anno presenta a Lugano, sotto l’egida e con l’intervento della grande pianista argentina, concerti memorabili. Chi c’è nella collezione Doug Aitken, Emmanuelle Antille, Stefano Arienti, John Armleder, Urs Bänninger, Robert Barry, Gianfranco Baruchello, Gabriele Basilico, Moon Beom, Stefania Beretta, Alighiero Boetti, Mario Botta, Matti Braun, Daniele Buetti, Daniel Buren, Balthasar Burkhard, René Burri, Miriam Cahn, Gianfredo Camesi, Pierpaolo Campanini, Lawrence Carroll, John Chamberlain, Henri Chopin, Michel Comte, Tony Cragg, Stéphane Dafflon, Michael Dean, Liu Ding, Martin Disler, Jason Dodge, Aleksandra Domanovic, Trisha Donnelly, Olafur Eliasson, Haris Epaminonda, Klodin Erb, Helmut Federle, Peter Fischli & David Weiss, Thomas Flechtner, Sylvie Fleury, Christian Floquet, Ceal Floyer, Robert Frank, Urs Frei, Hreinn Fridfinnsson, Christian Frosi, Ryan Gander, Luigi Ghirri, Liam Gillick, Massimo Grimaldi, Zheng Guogu, Wade Guyton, Channa Horwitz, Marine Hugonnier, Zhang Hui, Alfonso Hüppi, Rolf Iseli, Margrit Jaeggli, Shi Jinsong, Mimmo Jodice, Alex Katz, San Keller, Annette Kelm, Reena Khallat, Ian Kiaer, Joachim Koester, Gabriel Kuri, Oliver Laric, Bertrand Lavier, Yan Lei, Deborah Ligorio, Ma Liuming, Urs Lüthi, Manon, Fausto Melotti, Mario Merz, Marzia Migliora, Jonathan Monk, Vital Not, Giulio Paolini, Philippe Parreno, Steven Parrino, Manfred Pernice, Diego Perrone, Gianni Pettena, Kirsten Pieroth, Henri Presset, Riccardo Previdi, Seth Price, Florian Pumhoesl, Foto Agostino Osio È gli artisti presenti nella collezione. A tal proposito la banca ha contribuito alla realizzazione del catalogo della mostra di Alberto Garutti al PAC di Milano nel 2012. Particolarmente rilevante, e indice di una sensibilità che ritiene fondamentali la coesistenza e la fervida collaborazione «Peinture aux formes indefinies» di Daniel Buren, 1966 e «Bildnis Urs Lüthi» di Franz Gertsch, 1970 di architetti e artisti, BSI ha anche chiamato gli Quanto alla formazione della collezione d’arte, la banca artisti a contribuire, attraverso la creazione di opere site entra in rapporto e dialoga con primarie gallerie d’arte specific, all’allestimento delle proprie sedi: a Lugano nel internazionali e locali, acquistando opere di artisti quali Palazzo della sede di via Canova, ristrutturata dall’architetto Mario Merz e Tony Cragg. Nel 2008, quando viene Giampiero Camponovo, sono intervenuti John Armleder, acquisita la Banca del Gottardo, l’importante collezione Robert Barry, Daniel Buren, Liam Gillick, lasciando di arte svizzera di quest’ultima, comprendente anche un segno indelebile della loro creatività. All’interno della numerose opere fotografiche, entra a fare parte sede di Milano ospitata nel Secondo Palazzo Montecatini, della BSI Art Collection. La collezione è vastissima e progettato e realizzato da Gio Ponti tra il 1947 e il 1951, sono può essere considerata una delle più innovative raccolte state collocate opere che sviluppano il tema della ripetizione, corporate, particolarmente attente all’evoluzione dell’arte della serialità e della struttura matematica, e che si dipanano contemporanea (negli ultimi anni sono approdati nella attorno a un motivo grafico, fotografico oppure ornamentale: collezione anche lavori di artisti cinesi e orientali) ed Alighiero Boetti, Giulio Paolini, Carol Rama, Henri annovera opere di pittura, scultura, disegno, grafica, Chopin, Olafur Eliasson, Haris Epaminonda, Channa installazioni, video, fotografia, nel tentativo di fare luce su Horwitz, Annette Kelm, Florian Pumhösl, Luca alcuni dei temi e degli interessi prevalenti nell’arte moderna Trevisani e Heimo Zobernig. e contemporanea. La A queste iniziative si aggiunge, inoltre, il sostegno di BSI a maggior parte delle opere importanti istituzioni culturali quali l’Istituto Svizzero di della collezione è esposta Roma e la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, con i Markus Raetz, Carol Rama, nelle varie sedi della BSI quali opera in partnership per la realizzazione di progetti Urs Raussmüller, Ravinder in tutto il mondo, mentre artistici a livello internazionale. Non sorprende, infine, che Reddy, Luciano Rigolini, Daniel altre opere, soprattutto la Banca abbia dato vita nel 2007 alla BSI Architectural Roth, Dieter Roth, Christoph le grandi installazioni Foundation, presieduta da Mario Botta, che promuove un Rütimann, Tomas Saraceno, (Mario Merz, Tony Cragg, Premio biennale, al quale sono invitati architetti (o studi di Bojan Sarcevic, Klaudia John Chamberlain), architettura) con età inferiore ai 50 anni: la prima edizione, Schifferle, Hugo Schuhmacher, possono essere date in nel 2008, è stata vinta da Solano Benitez, Paraguay; nel Elodie Seguin, He Shen, Chen prestito per grandi mostre 2010 il Premio è stato assegnato a Diébédo Francis Kéré, Shaooxiong, Jim Shaw, Jules Spinatsch, Daniel Spoerri, internazionali. Negli architetto di Burkina Faso; nel 2012 è risultato vincitore lo Thomas Stalder, Simon Starling, ultimi anni, BSI ha inoltre Studio Mumbai dell’architetto indiano Bijoy Jain. Beat Streuli, Christine Streuli, partecipato attivamente Christian Tagliavini, Zhou Per informazioni: BSI, via Stefano Franscini 8, Lugano; www.bsibank.com a progetti che riguardano Tiehai, Rirkrit Tiravanija, Niele Toroni, Luca Trevisani, Patrick Tuttofuoco, Felice Varini, Ben Vautier, Dahn Vo, Cécile Wick, Christopher Williams, Silvio Wolf, Richard Wright, Wu Xiaojun, Shi Xinning, Cui Xiuwen, Han Yajuan, Huang Yan, Haegue Yang, Bai Yiluo, Rémy Zaugg, Feng Zhengquan, Jiang Zhi, Heimo Zobernig La biblioteca più antica del Cantone è dei Frati La Biblioteca Salita dei Frati di Lugano, nata nel 1980 con il trasferimento dell’antica «libreria» del convento dei Cappuccini di Lugano nel nuovo edificio di Mario Botta (una costruzione interrata a ridosso del convento stesso), custodisce un patrimonio bibliografico di notevole importanza storicoculturale: è la più importante biblioteca privata del Cantone aperta al pubblico, la più antica (la sua fondazione risale al 1565) e la sola biblioteca conventuale del Ticino che sia rimasta integra, non avendo subito le spoliazioni decise dallo Stato con l’incameramento dei beni ecclesiastici nel 1848 e nel 1855. I libri antichi (secoli XVI-XVIII) che vi si conservano sono un documento insostituibile che testimonia le scelte e gli interessi religiosi e culturali della comunità conventuale di Lugano nel corso dei secoli. Negli ultimi anni si sono aggiunti altri fondi, donati o acquistati, e in particolare il cospicuo fondo (10mila libri e 4.400 estratti) dell’illustre italianista padre Giovanni Pozzi, morto nel 2002, che nel 1988 si era trasferito da Friburgo a Lugano. L’Associazione Biblioteca Salita dei Frati, nata nel 1976, su impulso soprattutto di padre Callisto Caldelari e di padre Giovanni Pozzi, affida la gestione della «nuova» La Biblioteca Salita dei Frati di Lugano progettata da Mario Botta biblioteca a un’associazione di persone al di fuori della comunità conventuale, per offrire un servizio culturale pubblico e senza pregiudiziali confessionali. L’Associazione svolge una regolare attività culturale, che ne ha fatto un centro assai apprezzato: organizza conferenze e convegni di studio su tematiche di cultura religiosa, filosofica, storica, letteraria e bibliografica; promuove mostre dedicate al «libro d’artista» e al rapporto fra testo ed immagine; pubblica il periodico annuale «Fogli», che ospita contributi su temi riguardanti la storia del libro, su problemi politico-culturali della Svizzera italiana, e descrive opere di particolare pregio conservate nei vari fondi della biblioteca. 7 vedere a LUGANO Aion Masterpieces propone la formula della felicità collezionistica: la sinergia tra arte, diritto ed economia La società ha esordito nel 2012 con una mostra di otto dipinti di Rubens provenienti da collezioni private, alcuni mai esposti al pubblico. Il suo scopo è di assicurare alla propria clientela, proprietari o acquirenti di opere d’arte, un servizio di consulenza di altissima qualità N ell’aprile 2012 è nata AION Masterpieces SA, con sede a Lugano, società che ha lo scopo di offrire ai propri clienti, siano essi collezionisti o investitori finanziari, un’ampia gamma di servizi di consulenza utilizzando un approccio che metta in relazione e Federico Mion valorizzi apporti e collaborazioni di varia natura. Federico U. Mion, presidente della nuova società, economista, il padre Fabrizio P. Mion, avvocato, e Claudio Metzger, storico dell’arte, sono le tre figure operative di AION Masterpieces. È Federico Mion a illustrare caratteri e mission della nuova società. «Quale piattaforma di Fine Art Management, ci occupiamo innanzi tutto della promozione e della vendita di opere d’arte di alto livello, rapportandoci a clienti che, appassionati collezionisti, acquistano per puro piacere o come forma di investimento finanziario alternativo, al fine di diversificare il loro portafoglio. I proprietari di opere d’arte che si rivolgono a noi ci affidano un mandato a vendere in esclusiva; se la vendita avrà luogo, saremo remunerati per mezzo di una commissione da parte del venditore (seller commission), peraltro meno onerosa rispetto a quelle abitualmente applicate dalle case d’asta. La discrezione con cui gestiamo la totalità delle operazioni e con cui conduciamo le trattative costituisce uno dei tratti peculiari della nostra società». AION Masterpieces ha debuttato sulla scena artistica nell’ottobre 2012, con l’esposizione, alla Villa Principe Leopoldo di Lugano, di otto dipinti di Pieter Paul Rubens (Siegen, 1577 - Anversa, 1640), provenienti da collezioni private e in gran parte mai esposti al pubblico. La mostra è accompagnata da un catalogo con un lungo saggio monografico di Didier Bodart, «Pierre-Paul Rubens et les Habsbourg d’Espagne», che inquadra storicamente il periodo di realizzazione delle opere e si sofferma su ciascuna di esse. Gli otto dipinti di Rubens custoditi nel caveau di Ascona, nei locali della AION Private Art Service & Consulting SA, società gestita dallo stesso Metzger e attiva da due decenni in campo artistico, giudicati esempi straordinari dell’opera del grande maestro fiammingo, sono: «Madonna con Bambino», 1617-1618; «Paesaggio di tempesta con Filemone e Bauci», 1620-1625, un’opera tenebrosa di altissima qualità, modello che mostra notevoli differenze con l’opera definitiva, oggi al Kunsthistorisches Museum di Vienna; due dipinti preparatori, rispettivamente su tavola e su tela, per gli arazzi destinati alla Cappella del convento madrileno delle Descalzas Reales; «Il Trionfo della Verità sull’Eresia», 1625-1626, e «L’incontro di Abramo e Melchisedec», 1626-1627, eseguito con la partecipazione dell’atelier; «Bacco su un barile», 1636-1638, raro studio preparatorio su carta, finora ignoto, servito per la realizzazione delle tele oggi alla Galleria degli Uffizi di Firenze e all’Hermitage di San Pietroburgo; «La caccia all’orso», 1639-1640, modello della tela oggi al North Carolina Museum of Art, in parte lesionata da un incendio; «Atalanta e Meleagro», 1635, di Rubens e van Thulden, opera mai vista negli ultimi trent’anni, che si rifà alla tela conservata alla Alte Pinakothek di Monaco; infine «L’arrivo di Maria de’ Medici a Marsiglia», 1622-1625, esposta ad Ascona il 19 dicembre 2012, in occasione dell’illustrazione del restauro svolto dalla Nicola Restauri di Aramengo d’Asti. «Ci occupiamo, dice ancora Federico Mion, di organizzare per i nostri clienti analisi tecnico-scientifiche (ad esempio, radiografie, riflettografie, analisi dei pigmenti) di cui non siano in possesso, allo scopo di fornire loro una documentazione completa, e ci rivolgiamo agli esperti di maggior rilievo per una valutazione storico-critica sull’opera, oltre a coordinare interventi di restauro in collaborazione con i migliori specialisti. Offriamo infine servizi di stoccaggio, trasporto e assicurazione: insomma, tutti i servizi che ruotano intorno a un’opera d’arte che vale la pena salvaguardare e affidare alle future generazioni». Per informazioni: AION Masterpieces SA, via Canova 18, Lugano; tel. 0041 919211427; [email protected]; www.aionmasterpieces.com I campioni di Campione d’Italia Il museo civico nell’ex Chiesa di San Zenone custodisce le testimonianze dell’attività dei maestri d’arte campionesi C ampione d’Italia è l’unica exclave italiana in un territorio straniero: pur facendo parte delle Provincia di Como, Campione è completamente circondato dal territorio del Canton Ticino, separato dall’Italia dal lago di Lugano e dalle Alpi, e risulta, anche per questa ragione, profondamente legato all’economia svizzera, tanto da adottare il franco (assieme all’euro) e i sistemi postali e telefonici svizzeri. Campione conta pochi abitanti (2.158) ma vanta una storia gloriosa: per nove secoli fu feudo imperiale concesso all’Abbazia di Sant’Ambrogio di Milano. Oggi è famoso per il Casinò e per la splendida vista del lago di Lugano che vi si gode, una volta approdati nel suo centro, dopo avere varcato l’arco d’ingresso in Piazza Indipendenza e affrontato salite e discese della strada che s’inerpica lungo il fianco della montagna. Nella piazza, accanto al Municipio, s’erge la Chiesa di San Zenone, sconsacrata e diventata sede della Galleria Civica e di eventi culturali; documentata dal 756, fu costruita dalla famiglia longobarda di Totone, il ricco commerciante che l’annovera fra i propri possedimenti nel testamento del 777 con cui tutti i suoi beni vengono lasciati in eredità agli abati di Sant’Ambrogio a Milano. Entrati nella Chiesa, a tre navate, l’interesse subito si volge, oltre che alla struttura architettonica, agli affreschi trecenteschi nell’abside e alle opere scultoree dei Maestri Campionesi, la corporazione di lapicidi (gli artigiani che incidevano le iscrizioni nel marmo), plastificatori, pittori, capomastri, architetti e ingegneri attivi in Lombardia, Emilia e Liguria, che per alcuni secoli interpretarono la transizione dal romanico al gotico. Il Comune di Campione è orgoglioso di questo suo patrimonio (documentato in un catalogo a cura di Mirko Moizi) e, come dipinti antichi Piazza Riforma 2 – 6900 Lugano – Svizzera www.galleriacanesso.ch La grande lunetta attribuita alla bottega di Bonino ci dice Stefano Roberto Mazzatorta, responsabile delle attività culturali, «è attento ad arricchirlo anche attraverso acquisizioni sul mercato». Campione possiede anche una collezione di dipinti (esposti in parte nella sede del Municipio) e di sculture (collocate in alcuni punti del proprio territorio). «Nonostante la scarsità delle risorse a disposizione, dice ancora Mazzatorta, cerchiamo di organizzare mostre temporanee, all’interno della Galleria Civica, per suscitare l’interesse dei turisti e dei visitatori: nel 2010, “Lago sacro” di Claudio Massini; nel 2011, “L’impronta di Caravaggio. Dipinti caravaggeschi in collezione privata”, a cura di Luigi Coiro; nel 2012, “Perugino inedito a Campione d’Italia”, a cura di Francesco Federico Mancini, con quattro tavolette del tardo Perugino e un dittico “veneziano”; nel 2013, un’esposizione di Carlo Buzzi, da me curata, e una di Marco Mendeni, a cura mia e di Matteo Bittanti». Per informazioni: Galleria Civica di Campione d’Italia, piazzale Maestri Campionesi, Campione d’Italia; tel. 0041 916419180; [email protected]; [email protected]; www. campioneitalia.com; profilo twitter: @GalleriaSanZeno vedere a LUGANO 8 A Villa Pia la Fondazione che vuole ricordare Erich Lindenberg Vi presento il mio Novecento A Porza, nella villa ottocentesca le opere e l’archivio dell’artista tedesco Il collezionista Stefano Cortesi si propone come gallerista el 2012, a Villa Pia nel Comune di Porza (1.500 abitanti, a nord di Lugano), ha trovato casa la Fondazione d’arte dedicata all’artista tedesco Erich Lindenberg (Gronau, Westfalia, 1939 - Berlino, 2006). È nata così, per iniziativa di Mareen Koch, pittrice, oggi residente in Ticino, e del fratello di Erich, Udo Lindenberg, importante rockstar tedesca, una casa culturale e un museo nel quale conservare ed esporre le opere di Lindenberg e quelle di artisti internazionali, mantenendo fede a una promessa che Mareen aveva fatto all’amico quando frequentavano assieme l’Accademia. Il fiore sbocciato con la Fondazione Lindenberg, diretta da Tiziana Lotti Tramezzani, e che ha trovato sede in Villa Pia, una villa ottocentesca ristrutturata conservandone il fascino antico, pare idealmente riallacciarsi alla storia di Porza, una piccola comunità un tempo sovrastata dal Castello di Trevano, che ne ha segnato la storia e che è utile brevemente rievocare, secondo le notizie fornite da Dalmazio Ambrosioni nel volume «Il divenire di Villa Pia». Nella seconda metà dell’Ottocento, il Castello diventò proprietà del ricco barone russo Paul von Derwies, che lo fece ristrutturare (chiamandovi anche Vincenzo Vela a realizzare alcune sculture) e ne fece la sede di una piccola Bayreuth, con importanti appuntamenti musicali nel teatro (inaugurato, nel 1878, con «Il ballo in maschera» di Giuseppe Verdi) e nella sala da concerti. Il parco, di 120mila metri quadrati, ospitava grandi feste notturne, ma la tragedia era in agguato: nel 1881 il barone si suicidò nel lago di Lugano, dopo la perdita della figlia per una caduta da cavallo. Il Castello avrebbe avuto un nuovo splendore nel segno della musica all’inizio del Novecento e fino alla prima guerra mondiale, e poi fu demolito negli anni Sessanta. Ma il legame tra Porza e la cultura non è solo nelle vicende del Castello: il paese ha sempre attratto intellettuali e persone di cultura, come il poeta e scrittore Gilbert Clavel; nel 1926 vi viene costituita l’Associazione culturale Porza, da parte di tre artisti (il tedesco Werner von Alvensleben, il russo Arthur Bryks e lo svizzero Mario Bernasconi) che si pone l’obiettivo di dare vita a «Case di Porza» in tutti gli Stati d’Europa, per sviluppare attività creative e incarnare il sogno di una pace sovranazionale. Anche la nuova casa di Erich Lindenberg si presenta agli Elena Buchmann, da 38 anni una garanzia per l’arte Appassionati d’arte, Elena e Felix Buchmann aprono una galleria a San Gallo nel 1975; presentano Spescha, Lüthi, Roth e Rainer. Dopo la mostra sulla Transavanguardia di Ammann a Basilea, propongono Chia, Clemente, Cucchi e Paladino. Nel 1983 la Galleria viene trasferita a Basilea (e Felix Buchmann farà parte del Comitato di Art Basel, mentre Elena lo sarà di quello della Fiera di Bruxelles) e accoglie opere di Anselmo, Baselitz, Buren, Carroll, Cragg, Laib, Lavier, Miyajima, Penone e Rückriem. Nel 1995 viene aperta una sede in Germania, prima a Colonia e ora a Berlino, diretta dal figlio André. Nel 1998 la galleria si trasferisce da Basilea ad Agra, sulla Collina d’Oro, dove, in un contesto di particolare suggestione, sono proposte grandi opere e installazioni di Cragg, Kounellis, Paolini, Laib, Chamberlain, Marisa Merz, Felice Varini, Vedova e Martin Disler. Dopo la prematura scomparsa di Felix nel 2008, la galleria è, con immutato fervore, condotta da Elena. Per informazioni: Buchmann Galerie, via Gamee 6, Agra (Collina d’Oro); tel. 0041 919800830; [email protected]; www.buchmanngalerie.com Foto Igor Ponti N appassionati d’arte come una casa culturale aperta, nello stesso spirito con cui l’artista, nel 1971, aveva fondato la Cooperativa Türkenstrasse 51: un luogo, un gruppo di artisti ed eventi di vario genere. Allo stesso modo, il museo Villa Pia, accanto alle esposizioni, organizza lezioni d’arte, conferenze, proiezioni di film e concerti musicali. L’attività si è aperta il 29 aprile 2012 Un’immagine della mostra con una retrospettiva di dedicata a Erich Lindenberg Erich Lindenberg che ha presentato i vari temi della sua produzione, enucleati nella monografia sull’artista pubblicata nel 2010: le ombre (ombre bianche su superfici monocrome bianche, ispirate a Hiroshima); le figure (ombre sdraiate ispirate a Pompei, sedute o in piedi in spazi isolati e geometrici); lo spazio (con le suggestioni dei maestri del passato: Vermeer, Hopper, Francis Bacon); le nature morte, raffiguranti soprattutto teschi, simbolo di vanitas, della morte che giunge alla fine del fragile ciclo della vita. Accanto a questa mostra, sono state esposte le fotografie di Roberto Pellegrini, scattate durante i lavori di ristrutturazione di Villa Pia. Dal 24 marzo al 29 settembre, la Fondazione ha avviato il confronto e l’interazione tra l’opera di Lindenberg e altri artisti a lui affini con due mostre: «Erich Lindenberg, disegni e acquerelli. Un dialogo tra l’uomo e lo spazio», con opere che sviluppano il tema di uno spazio interno che dialoga con una presenza umana, sia essa una figura, un’ombra, una scultura o una struttura; «Dialogo tra generazioni. Robert B. e Robertson Käppeli», che ha presentato il confronto e la collaborazione tra due artisti della stessa famiglia, il padre Robert B. (Lucerna, 1942) e il figlio Robertson (Basilea, 1988), che si misurano con il tema della natura (il padre attraverso paesaggi disegnati con una precisione grafica che stordisce; il figlio con acquerelli su superfici di grandi dimensioni, dalla resa tridimensionale e dai tratti segnatamente scultorei). Nell’autunno, la Fondazione Lindenberg propone un altro confronto: questa volta, chiamato a misurarsi con le opere dell’artista tedesco, è Pascal Murer (Altdorf, 1966), scultore che opera mediante diversi mezzi espressivi: il disegno, la scultura lignea e in bronzo, il frottage. L’esposizione presenta ventiquattro opere, che ripercorrono l’intero arco di attività dell’artista, e si apre con i bronzi situati nel giardino del museo Villa Pia. Dice Tiziana Lotti Tramezzani (Zurigo, 1978): «Ho accettato questo incarico quasi quattro anni fa, quando la collezione era appena arrivata in Ticino, e non vi era ancora una catalogazione ragionata delle opere. La sfida era particolarmente difficile, ma rimasi contagiata dall’entusiasmo di Mareen Koch; mi colpì particolarmente il suo desiderio di volere ostinatamente tenere fede a una lontana promessa fra due studenti d’accademia, poi diventati amici. Questo spirito mi ha aiutato nel lavoro che è venuto dopo: il primo catalogo ragionato e l’approfondimento delle ricerche sulla collezione; la ristrutturazione di una vecchia villa ottocentesca, da casa signorile di campagna a museo; le esposizioni di artisti del territorio che stabiliscano un dialogo con Lindenberg; diversi eventi collaterali (concerti di musica jazz e di musica classica, presentazioni di libri)». Per informazioni: Fondazione d’arte Erich Lindenberg, Villa Pia, via Cantonale 24, Porza; tel. 0041 919401864; [email protected]; www.fondazionelindenberg.org I l 15 maggio 2013 la Galleria Cortesi Contemporary inizia la propria attività a Lugano con la mostra «Arte italiana ’60-’90»: ventinove opere di Alighiero Boetti, Agostino Bonalumi, Enrico Castellani, Sandro Chia, Dadamaino, Nicola De Maria, Lucio Fontana, Piero Stefano Cortesi Manzoni, Fausto Melotti, Maurizio Mochetti, Ugo Mulas, Gastone Novelli, Mimmo Paladino, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Arnaldo Pomodoro, Paolo Scheggi, Mario Schifano ed Ettore Spalletti. Stefano Cortesi, nel catalogo di mostra, curata da Michele Robecchi, esplicita percorso e ragioni che l’hanno condotto a questa «impegnativa sfida», che pure lui vive con entusiasmo. La Galleria rappresenta lo sbocco della sua passione di collezionista e la scelta di una città, Lugano, in cui risiede da alcuni anni, che pare destinata a diventare un centro culturale e artistico di prim’ordine. La Galleria, sostiene ancora Cortesi, intende diventare «un luogo d’incontro per appassionati che abbiano piacere a confrontarsi sulle tematiche dell’arte, studiare e analizzare i lavori esposti con finalità culturali e di collezionismo o semplicemente conversare sfogliando libri e cataloghi degli artisti preferiti». È la dichiarazione di chi, nonostante tutte le fosche previsioni sull’ineluttabile destino delle gallerie, crede ancora nel loro ruolo e nella loro possibile vitalità. L’opera «Proiezione» di Giuseppe L’11 ottobre, e fino al Penone del 2000 7 dicembre, Cortesi Contemporary prosegue il suo cammino espositivo mettendo a fuoco gli anni Duemila: «Out of the Blue» (sintesi dei sentimenti provati dal collezionista di fronte all’opera d’arte) è il titolo della mostra, curata da Alberto Salvadori, direttore del Museo Marino Marini di Firenze, che firma anche il testo in catalogo, edito da Mousse Publishing. Autori delle opere in mostra, selezionate all’interno della collezione privata di Stefano Cortesi, sono: Rosa Barba, Will Benedict, Kerstin Braetsch, Matthew Brannon, Maurizio Cattelan, Dan Colen, Roberto Cuoghi, Elmgreen & Dragset, Haris Epaminonda, Wade Guyton, Elad Lassry, Jacob Kassay, Jason Martin, Paola Pivi, Anselm Reyle, Markus Schinwald, Ned Vena e Francesco Vezzoli. La sede della Cortesi Contemporary, con 140 metri quadrati riservati alle esposizioni, ideati dallo Studio Albera Monti di Milano in collaborazione con l’architetto ticinese Attilio Panzeri, autore della ristrutturazione del palazzo sede della Galleria, vuole anche candidarsi ad essere luogo di incontri e dibattiti, organizzati nel corso delle mostre, per inserirsi appieno nel vivace tessuto culturale ticinese. La galleria annovera collezionisti svizzeri e italiani, e anche internazionali; grazie alla propria collocazione nel Canton Ticino, intende svolgere un ruolo di ponte, di cerniera tra le culture artistiche della Svizzera interna e dell’Italia. Per informazioni: Cortesi Contemporary, via Frasca 5, Lugano; tel. 0041 787092712; [email protected]; press@cortesicontemporary. ch; www.cortesicontemporary.ch Galleria civica san Zenone Campione d’Italia 9 vedere a LUGANO La scommessa vincente di Photographica FineArt Gallery La galleria specializzata in fotografia è stata fondata nel 2010 dal torinese Marco Antonetto, un appassionato collezionista che ha puntato tutto su quella che era la «Cenerentola del mercato» È Una fotografia di Eggleston il territorio e all’esigenza di radicarsi in una esperienza culturale peculiare, quella ticinese: collabora con il FotoClub di Lugano, che promuove un concorso aperto a tutti i fotografi; se la giuria, alla fine dei propri lavori, sceglie un vincitore che viene giudicato valido, Antonetto lo presenta in una mostra in Galleria. Tra i migliori fotografi attivi in Canton Ticino, Antonetto ricorda Marco D’Anna, Edo Bertoglio, Stefania Beretta, Alberto Flammer e Luciano Rigolini. «Nel Cantone ci sono pochissime gallerie specializzate in fotografia, dice Antonetto, e del resto la fotografia è la Cenerentola del mercato: la conoscenza fotografica è poco diffusa; qui vengono degli italiani, ma raramente investono sulla fotografia come opera d’arte; c’è chi compra fotografie per arredare; per fortuna, che qualche collezionista che parte dall’opera d’arte tradizionale trasmigra alla fotografia. Il mercato per il momento è promettente, ma siamo davvero solo all’inizio». Per informazioni: Photographica FineArt Gallery, via Cantonale 9, 6900 Lugano; tel. 0041 919239657; [email protected]; www. photographicaphicafineart.com C’è un rapporto virtuoso tra i musei elvetici e i collezionisti Per il gallerista Stefano Dabbeni il modello svizzero è vincente L o Studio Dabbeni, fondato nel 1979 a Lugano, si è rapidamente affermato per il valore degli artisti contemporanei presentati e per avere attivamente promosso significativi interventi di artisti in spazi pubblici e privati. Particolare attenzione viene riservata alle edizioni della Galleria e alle pubblicazioni degli artisti rappresentati; dal 1983 lo Studio Dabbeni ha avviato la pubblicazione di una rivista, «temporale», che informa sulle attività della Galleria e che contiene interviste e testi di particolare interesse (tutti i numeri finora usciti sono consultabili e sfogliabili in video sul sito della Galleria); l’ultimo numero pubblicato, il n. 70 del 2010, è in gran parte dedicato a Giulio Paolini. Gli artisti rappresentati dalla Galleria sono: Stuart Arends, Luciano Bartolini (di cui si è tenuta una mostra personale nel 2012), Gabriele Basilico, Livio Bernasconi, Stefano Boccalini, Daniel Buren, Enrico Castellani, Andreas Christen, Dadamaino, Jose Dávila, Luca Frei, John Hilliard, Jakob Kolding, Sol Lewitt, Jacopo Miliani, François Morellet, Aurelie Nemours, Giulio Paolini, Flavio Paolucci, David Tremlett (del quale si è conclusa una mostra personale a giugno), Ian Tweedy. Lo Studio Dabbeni, in passato, ha esposto alcune figure rappresentative dell’arte astratta come César Domela, Piero Dorazio, Gillo Dorfles, Camille Graeser, Gottfried Honegger, Le Corbusier, Verena Loewensberg, Fausto Melotti, Mario Nigro, Luigi Veronesi. La Galleria ha partecipato, negli ultimi anni, ad alcune delle più importanti fiere dell’arte: Art Basel, Fiera di Bologna, Artissima di Torino, MiArt di Milano. Due sono gli Archivi gestiti dallo Studio Dabbeni: l’Archivio MAC, costituito nel 1997, che raccoglie materiali inerenti l’attività del Movimento Arte Concreta (fondato a Milano nel 1948), partendo dalla figura di Gianni Monnet, cofondatore del movimento e personaggio chiave nell’organizzazione Foto Roland Schneider stata fondata solo tre anni fa, la Photographica FineArt Gallery di Lugano, con sede in un edificio, con qualche retaggio liberty, vicino al centro della città. Ma in verità la Galleria ha radici lontane: Marco Antonetto, torinese, che la dirige Marco Antonetto assieme alla figlia Irene, colleziona fotografie dal 1968-1969 («forse sono stato il primo a Torino, ricorda Antonetto, dove si trovavano fotografie dell’Ottocento e vecchie macchine fotografiche»). Dal 1980 al 1992 Antonetto è responsabile del settore fotografia al Museo del Cinema di Torino, occupandosi in particolare proprio della storia delle macchine fotografiche. Intanto, colleziona con passione la fotografia del Novecento, di autori italiani (anche se raramente con contatti diretti), europei e americani: mette assieme una importante collezione che nel 2008 viene presentata al Museo di Villa Malpensata di Lugano, allora diretto da Bruno Corà. Nasce in quell’occasione il progetto di lasciare in comodato parte della collezione al nascente LAC, «ma alla fine si è deciso, di comune accordo, di soprassedere», dice Antonetto. Sfumato questo progetto, Antonetto decide di aprire una Galleria specializzata in fotografia a Lugano, facendo la spola tra Lugano (dove è dal mercoledì alla domenica) e Torino (dove si ferma il lunedì e il martedì). Uno dei criteri costanti che presiedono alla programmazione dell’attività espositiva della Galleria è quello di un confronto, imperniato su un tema o su due autori (di solito un giovane fotografo che si confronta con un maestro): ad esempio, la mostra in corso presenta vis-à-vis Reto Albertarelli, un giovane reporter ticinese, e Josef Koudelka. La prossima esposizione, curata da Antonello Frongia, s’inaugura il 10 ottobre e resta aperta fino al 29 novembre, e presenta, di Guido Guidi (Cesena, 1941), cinque fotografie di grande formato (110x140 cm) e trentacinque piccole stampe a contatto, paesaggi realizzati nel 1983-1993, alle quali vengono accostate alcune opere dei più importanti fotografi statunitensi con cui Guidi ha intrattenuto una sorta di dialogo a distanza: Robert Adams e Stephen Shore, oltre a William Eggleston, Frank Gohlke, Joel Sternfeld, Walker Evans e Harry Callahan. La mostra è accompagnata dal volume «Guido Guidi. Cinque paesaggi, 1983-1993», a cura di Antonello Frongia e Laura Moro, edito da Postcart/ICCD, Roma. Photographica FineArt Gallery ha tenuto la mostra d’esordio nel maggio 2010 («Naturae Mortae, maestri fotografi del ’900») e ha proseguito la propria attività con esposizioni dedicate, tra gli altri, a Frank Horvat, Silvia Camporesi, Olivo Barbieri, Joel Sternfeld, Carlo Orsi. Tra gli autori presenti in permanenza in galleria, ricordiamo gli italiani Luigi Ghirri, Mario Giacomelli, Carlo Orsi, Olivo Barbieri, Guido Guidi, Paolo Ventura, Maurizio Galimberti, Silvia Camporesi, Frank Horvat, Gianni Berengo-Gardin, e i maestri stranieri Irving Penn, Edward Weston, Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, Harry Callahan, William Eggleston, Lee Friedlander, Garry Winogrand, Robert Doisneau, Nan Goldin, Diane Arbus, Ansel Adams. Antonetto è attento ai rapporti con delle esposizioni e delle pubblicazioni (lo Studio Dabbeni ha organizzato una serie di esposizioni che hanno mostrato il ruolo del movimento nel promuovere la sintesi tra le varie arti); l’Archivio Hedi Mertens e Arend Fuhrmann. Dal 4 ottobre al 30 novembre ospita una mostra personale di Andreas Christen (Bubendorf/ Basilea, 1936 - Zurigo, 2006), la terza dopo quelle presentate nel Andreas Christen nel 1974 1996 e nel 2003. Pittura e design sono stati i campi fondamentali della ricerca artistica di Christen, uno dei più importanti artisti svizzeri. Dopo l’approdo ai bassorilievi monocromi bianchi, in legno dipinto a spruzzo, i lavori di Christen sono animati dai giochi di luce e di ombra, che vanno a modellare configurazioni di piani, punti e linee sempre cangianti alla percezione dell’occhio. In conclusione, chiediamo a Stefano Dabbeni se la crisi del mercato dell’arte si sia fatta sentire anche in Svizzera e quali strategie hanno eventualmente adottato per farvi fronte. Ecco la sua risposta, che fornisce una spiegazione della solidità della realtà in cui lui si trova a operare: «La Svizzera presenta una rete museale molto importante che ha, per tradizione, fatto da fulcro alla nascita di importanti collezioni pubbliche e private. Collaborando in stretta interconnessione fra di loro, alcune di queste esperienze costituiscono, oggi, uno stimolo per la formazione di sempre nuovi collezionisti». Per informazioni: Studio d’arte contemporanea Dabbeni, Corso Pestalozzi 1, 6901 Lugano; tel. 0041 919232980; [email protected]; www. studiodabbeni.ch Nessuno sa di arte tutto quello che sanno i lettori di IL GIORNALE DELL’ARTE È il mensile d’informazione di riferimento per il mondo dell’arte concepito come un quotidiano. Seleziona e riferisce con criteri giornalistici i fatti rilevanti dell’arte che avvengono in tutto il mondo. Ogni anno, 11 numeri, oltre 1.000 pagine. Ogni numero comprende: ■ ■ ■ Come abbonarsi VIA INTERNET www.allemandi.com VIA MAIL [email protected] «Vernissage», la fotorivista che ci porta dentro gli avvenimenti «Il Giornale delle Mostre» la guida commentata delle mostre da vedere ogni mese in tutta l’Italia, in tutto il mondo e periodicamente il «Rapporto Annuale» su un tema specialistico VIA POSTA via Mancini 8, 10131 Torino VIA FAX 011 8193090 VIA TELEFONO 011 8199157 vedere a LUGANO 10 Canesso: devo farvi riscoprire il bello dell’antico Da quando ha fondato la sua galleria di dipinti antichi a Parigi nel 1994, Maurizio Canesso è tra i più noti e stimati mercanti d’arte italiana a livello internazionale. Dal 2012 ha aperto una seconda sede nel cuore di Lugano L a scelta di Maurizio Canesso di aprire, nel 2012, una galleria nel cuore del centro storico di Lugano (la seconda, dopo quella fondata nel 1994 a Parigi), sviluppa e potenzia un’attività che lo vede, da oltre trent’anni, tra i più qualificati conoscitori della pittura antica, e Maurizio Canesso poi tra i più noti e affidabili mercanti d’arte italiana a livello internazionale, con stretti rapporti di collaborazione con istituzioni, conservatori dei musei di tutto il mondo, studiosi ed esperti. C’è, tuttavia, un’altra non meno importante motivazione di ordine personale. «Lugano, ricorda Canesso, è una città che ha sempre avuto un ruolo privilegiato nella mia vita», essendo vicina a Varese dove è nato e cresciuto. «Ai tempi del liceo, ho guardato a Lugano come a un centro culturalmente vivace. Le mostre della Collezione Thyssen, della Pinacoteca Züst o del Museo Cantonale richiamavano la mia attenzione e le seguivo con assiduo interesse. La cultura ticinese ha iniziato a diventarmi familiare e ho scoperto tutte le affinità con il mio modo di essere e di pensare. Successivamente, ho frequentato collezionisti e intellettuali residenti fra Lombardia e Ticino e grazie a loro ho imparato a conoscere e apprezzare una volta di più la bella Lugano con le sue tradizioni e la sua cultura». Con la Galleria di Lugano, Canesso realizza una vecchia aspirazione, confidando che essa possa divenire «il punto di ritrovo per tutti quelli che hanno voglia di riscoprire il bello nell’antico». La sua passione per il collezionismo e per i dipinti antichi dal XVI al XIX secolo ha trovato dunque sbocco dapprima nella Galerie Canesso di Parigi, che vanta la partecipazione ai più importanti Saloni internazionali di Arte e Antiquariato (Tefaf a Maastricht, Biennale des Antiquaires a Parigi, Biennale Internazionale di Palazzo Corsini a Firenze, The International Fine Art Fair a New York, Paris Tableau, il Salone dedicato ai dipinti antichi di cui Maurizio Canesso, L’interno della Galleria Canesso a Lugano e «Angelica e Medoro» di Simone Peterzano (Bergamo, 1535 c. - Milano, 1599), uno dei dipinti esposti alla mostra «Cinquecento sacro e profano. Una selezione di dipinti italiani del XVI secolo» oltre a essere uno degli ideatori, è anche presidente), e ora nella Galleria Canesso di Lugano. Fin dagli esordi Maurizio Canesso ha coltivato la passione per l’arte del suo territorio d’origine: la Lombardia, sviluppando e affinando le sue conoscenze sulla pittura lombarda dai leonardeschi, alla Controriforma, agli eclettici lombardi e cremonesi, fino alla pittura della realtà. Tiziano, Guido Reni, Luca Cambiaso, Tanzio da Varallo, Magnasco, il Cerano, sono solo alcuni nomi degli artisti che, attraverso Canesso, sono andati ad arricchire importanti raccolte pubbliche e private. Anche a Lugano, che Canesso considera un polo culturale strategico di respiro internazionale, qualità, esclusività e serietà continuano a essere le parole d’ordine della galleria diretta da Chiara Naldi. La galleria, oltre a essere punto di riferimento per appassionati collezionisti, si prefigge anche l’ambizioso obiettivo di attrarre le nuove generazioni verso la pittura antica, coniugando cultura, mercato e passione, in un percorso di accompagnamento e cura del collezionista nelle proprie scelte. La galleria ha inaugurato la propria attività con la mostra, nel giugno 2012, «Un inedito del Maestro della Tela Jeans e altre scene del quotidiano», nella quale è stata presentata al pubblico, tra le altre, un’opera dell’enigmatico maestro del XVII secolo, di cui tuttora si ignora il nome e la nazionalità, che rappresentava nei suoi dipinti personaggi abbigliati con la tela «di Genova», già conosciuta e utilizzata all’epoca. Nell’aprile 2013, è stata presentata la seconda esposizione, «Dipinti del Seicento. Influssi caravaggeschi tra Lombardia e Napoli» e nel giugno «Una scultura di Tommaso Rodari». Dal 18 ottobre al 14 dicembre, la Galleria Canesso presenta la mostra «Cinquecento sacro e profano. Una selezione di dipinti italiani del XVI secolo» (orari di apertura, dal lunedì al venerdì, 1018; sabato, 10-17). Ogni mostra si distingue per l’originale allestimento, con colori dinamici che cambiano di volta in volta, ed è accompagnata da un catalogo illustrato con utili apparati scientifici. Per informazioni: Galleria Canesso, Piazza Riforma 2, Lugano; tel. 0041 916828980; [email protected]; www.galleriacanesso.ch 11 vedere a ascona E locarno Cinema e jazz in un paradiso terrestre La suggestiva bellezza del paesaggio lungo le sponde elvetiche del Lago Maggiore è stata animata da un’importante offerta culturale che ha reso le due cittadine una meta degli amanti di cinema e di jazz B Luca Pissoglio, sindaco di Ascona, è convinto: «È la cultura il nostro tesoro» Luca Pissoglio, medico pediatra, è il Sindaco del Comune di Ascona. A lui rivolgiamo una sola domanda: Ascona è un luogo in cui si sono incrociati intellettuali e persone di cultura da più di cento anni. La cultura è ancora importante per Ascona? Come si può sviluppare questo prezioso retaggio? Luca Pissoglio «Per me la cultura è importantissima per Ascona. È il nostro tesoro. La cultura è il volano che fa che fa girare la vita e l’economia del nostro borgo. Abbiamo dei valori importantissimi che negli anni si sono un po’ persi e che stiamo cercando di recuperare con le varie attività che vanno dal restauro di Teatro e Castello San Materno, per poi passare al restauro di casa Anatta nei prossimi anni, a manifestazioni quali JazzAscona e le settimane musicali, gli eventi letterari al Monte Verità. La politica basilare ad Ascona deve essere una politica turistica culturale, perché questa è la nostra forza. L’apertura del Castello si inserisce nel recupero dei nostri tesori: castello, artisti del Novecento asconesi che interagivano con artisti che ora verranno esposti al San Materno. Posso annunciare che si tratta della collezione della Fondazione Kurt e Barbara Alten. È una continuità meravigliosa e un complemento splendido alla nostra collezione comunale, un ulteriore arricchimento e una conferma del senso e del valore della politica culturale che portiamo avanti». Ascona affacciata sulle acque del Lago Maggiore e la Piazza Grande di Locarno durante il Festival del Film di ammirare più di 1500 specie di fiori e piante provenienti dai cinque continenti), magari salendo durante la sosta al villaggio medievale di Ronco s/Ascona, Gambarogno con il parco botanico a Vairano, per poi proseguire la navigazione fino a Villa Taranto e alle tre Isole Borromee (Isola Bella, Isola Madre, Isola dei Pescatori). Locarno è, in questo viaggio, una meta d’obbligo, non solo durante l’ormai famoso Festival del Film (che si svolge per 10 giorni durante il mese di agosto), per camminare nei suoi vicoli, nelle piccole piazze e nella Piazza Grande, per visitare, tra gli altri edifici d’interesse, il Castello Visconteo, Casa Rusca (sede della Pinacoteca della città, ove si tengono anche mostre temporanee), varie Chiese, il Sacro Monte della Madonna del Sasso e il Parco delle Camelie, con 900 varietà di camelia distribuite in una trentina di aiuole. Ascona e Locarno sono infine i luoghi di partenza per inoltrarsi lungo le valli suggestive (Valle Onsernone, Centovalli, Vallemaggia, Valle Verzasca) che dalle due città si dipartono verso le montagne: valli in cui andare, dentro la natura cangiante in ogni stagione dell’anno, alla scoperta di paesaggi memorabili e compiere escursioni a piedi. Infine, occorre citare il Parco Nazionale del Locarnese, progetto collettivo di 14 Comuni e di 13 patriziati della regione, per tutelare e valorizzare un territorio unico, che si estende dalle Isole di Brissago al villaggio di Bosco Gurin, dai 193 metri sul livello del mare ai 2863 metri del Pizzo Biela, passando da un clima subtropicale al tradizionale clima alpino. Last but not least le due città di Ascona e Locarno, i cui abitati si stanno ormai quasi congiungendo, offrono una tradizione gastronomica ormai diventata tipica, con piatti, prodotti e vini di assoluta eccellenza. Non sorprende che la destinazione «Ascona-Locarno, Lago Maggiore e Valli» sia stata insignita del marchio «Famiglie Benvenute 2013-2015» dalla Federazione Svizzera del Turismo, a testimonianza che la regione Lago Maggiore è una meta turistica adatta ai «bambini di ogni età», come fanno rilevare orgogliosamente gli operatori dell’Ente Turistico Lago Maggiore. Per informazioni: www.ascona-locarno.com L’irresistibile richiamo del Monte Verità Mario Bazzi, Capo Dicastero Cultura del Municipio, racconta come da borgo di pescatori Ascona si è trasformata grazie ai «balabiott» in un luogo prediletto dai più importanti pensatori e artisti della prima metà del secolo scorso Quali sono i punti di forza dell’offerta turistica e culturale di Ascona, che ha saputo attrarre, da almeno un secolo, tanti uomini di cultura e turisti? Quale raccordo deve esserci, secondo lei, tra turismo e cultura? «Ascona si è aperta verso il mondo, Mario Bazzi soprattutto quello del Nord, quando era ancora un borgo di pescatori. Quando agli inizi del XX secolo i primi liberi pensatori e naturisti, chiamati “balabiott” dagli asconesi del tempo, si sono insediati sul Monte Verità è stato piantato il seme che ha fatto sì che dal nostro borgo siano passati molti dei più importanti pensatori e artisti della prima metà del secolo scorso. Se a ciò si aggiunge un clima particolare (si dice che Ascona sia la costa mediterranea più a Nord) e la perspicacia di alcuni Asconesi d’origine o d’adozione, ecco creata la miscela che ha portato allo sviluppo di Ascona quale meta turistica, a cavallo tra il glamour e il culturale. Questo spirito è ancora presente oggi: uno dei punti di forza del nostro Comune è la collaborazione tra l’iniziativa privata, in ambito turistico, e il sostegno pubblico per quanto concerne le numerosissime offerte culturali, figlie più o meno dirette dell’esperienza di inizio secolo scorso». Quali sono le ragioni che vi hanno indotto a dare vita, e a investire, sull’Ente Turistico Lago Maggiore, che coinvolge anche Locarno? «L’Ente Turistico Lago Maggiore è nato dalla fusione degli enti turistici preesistenti, voluta dal Cantone, con l’obiettivo di raggiungere una dimensione tale da poter essere più incisivi nella proposta e valorizzazione del prodotto turistico locale. L’Ente non coinvolge solo Ascona e Locarno, ma un comprensorio più vasto che copre tutta la regione comprese © Max Pedrazzini asta camminare una volta sul lungolago di Ascona, magari dopo esservi approdati attraverso le viuzze che vi sfociano, con le architetture e le case tipiche, per conservarne una memoria che non potrà mai essere dimenticata: l’azzurro intenso del lago, i platani tagliati fino a ricavarne una struttura sofferta e tormentata (tanti sono gli artisti che li hanno dipinti, ma chi forse più si è avvicinato alla loro verità è stato senz’altro Ben Nicholson in alcune sue incisioni), gli alberghi e i ristoranti, spesso affollati, e il passeggio senza sosta trasmettono l’idea di un luogo magico. Subito si capisce perché questa cittadina di circa 5.500 abitanti sia diventata meta di intellettuali, scrittori, artisti, soprattutto del nord Europa, a partire dalla fondazione, agli inizi del Novecento, della colonia di Monte Verità, e, nel 1933, di Eranos, e perché, negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, tanti stranieri abbiano acquistato una casa ad Ascona o nei centri vicini. Del resto, offerta culturale e turistica fanno di Ascona un vero luogo che attira, magneticamente, tante persone. Oltre al Museo comunale, sede di mostre temporanee, di due Fondazioni (Marianne von Werefkin; Richard e Uli Seewald) e di una collezione nata dal desiderio di tanti artisti di donare le loro opere, al Museo Epper (che conserva le opere di Ignaz e Mischa Epper e tiene mostre temporanee), e alla Fondazione Rolf Gérard, c’è la Chiesa Parrocchiale, con le testimonianze di un artista grandissimo, Giovanni Serodine, nato ad Ascona nel 1594, la sua Casa, con sul portale la data 1620 e i pregevoli stucchi opera del fratello Giovanni Battista, il Collegio Papio con il magnifico cortile, il Teatro San Materno, autentico gioiello di architettura costruito nel 1927-28, su disegno dell’architetto Carl Weidemeyer, per la ballerina Charlotte Bara, il Castello di San Michele. L’offerta musicale è un altro vanto di Ascona, con due manifestazioni di alto livello: «JazzAscona», in giugno, con anche concerti gratuiti in piazza, e le «Settimane musicali di Ascona», da fine agosto a ottobre, con famose orchestre sinfoniche ed affermati solisti. Ascona è il punto di partenza di escursioni in battello sul Lago Maggiore, in un paesaggio in cui convivono montagne e acqua, città e piccoli villaggi. Si scende verso un’altra città d’incanto, Locarno, Brissago, alla soglia del confine, e le sue isole (con il parco botanico che consente Un evento del JazzAscona Festival 2013 parti delle valli retrostanti. Se da un lato vi sono due punte di diamante, Ascona e Locarno, il prodotto turistico non si limita a queste due destinazioni ma comprende anche quello che offrono le zone retrostanti, con tutto il loro bagaglio di tradizioni, artigianato e natura incontaminata». Come procede questa sfida: quali sono i risultati che avete già conseguito e cosa vi proponete di fare nel futuro? «Al momento è sul tavolo una revisione della legge cantonale che regola la gestione del turismo. Questa revisione prevede la totale riorganizzazione degli Enti turistici, che diverranno solo quattro per tutto il territorio cantonale. Alle nuove entità verranno assegnati nuovi mezzi e nuovi compiti. Per Ascona, che anche nell’ambito di questo nuovo Ente ingrandito resterà la destinazione di punta, la sfida è quella di mantenere la propria specificità, integrando ancora di più la propria offerta con il resto della regione». vedere a ascona E locarno 14 Per Marianne Werefkin questa era una Montparnasse sul Verbano Per Mara Folini, direttore del civico Museo d’Arte Moderna dal 2009, Ascona è un crocevia di arti e pensiero che ha ancora moltissime carte da giocare M tra le due guerre mondiali; il Museo non poteva non interessarsi all’opera dell’artista russa, giacché qui, per volere della Fondazione omonima, c’è il nucleo più importante della sua produzione artistica. Dal 1998, il Museo ha proceduto in modo sistematico a un lavoro di studio e promozione del Fondo Marianne Werefkin, attraverso l’archiviazione «Fuochi fatui» di Marianne Werefkin informatizzata degli 800 documenti letterari, dei 170 taccuini degli schizzi e delle 100 opere dell’artista, che ha generato studi di specialisti e di universitari. Questo lavoro è stato alla base di numerose esposizioni, in sinergia con altri musei, in Svizzera, Germania, Francia, Italia e di recente in Russia: la prima grande mostra monografica e itinerante del 1988, presentata dapprima ad Ascona in tre sedi e poi in Germania (Museum Villa Stuck München); nel 2001 la prima mostra monografica dell’artista in Italia, “Marianne Werefkin. Il fervore della visione”, a Palazzo Magnani di Reggio Emilia; nel 2002 a Murnau, e nel 2003 ad Ascona, un’altra importante esposizione, in collaborazione con lo Schlossmuseum di Murnau, per approfondire la funzione pionieristica dell’artista nell’ambito della “Nuova Associazione degli Artisti di Monaco” (1909); nel 2010, la mostra “Gli artisti russi tra Otto e Novecento. Gli anni di formazione di Marianne Werefkin”, in collaborazione con la Galleria Statale Tretyakov di Mosca che, oltre a gettare nuova luce sugli anni russi della pittrice (i meno studiati e conosciuti), ha dato l’opportunità al Museo di Ascona di esporre, l’anno dopo, le opere dei maestri e amici della pittrice (come quelle del realista Il’ja Repin o del Immagine del m.a.x. museo, foto di Gian Paolo Minelli, progetto degli architetti Pia Durisch & Aldo Nolli, visionario Michail Vrubel), premio SIA Ticino 2007 conservate nelle collezioni della Tretyakov. Alla sezione riguardante le dei grafici e designer volontà di divulgare la Il m.a.x. museo, mostra si è affiancata una importanti creazioni attraverso esposizioni, conoscenza dell’arte inaugurato il programmazione collaterale grafiche e pittoriche di conferenze e momenti grafica, del design, 12 novembre 2005 ricca di approfondimenti Max Huber della fotografia, nonché d’incontro. su iniziativa della (conferenze, performance (Baar 1919 − Il visitatore ha della comunicazione Fondazione di danza e di musica, Mendrisio 1992), l’opportunità di visiva contemporanea. Max Huber-Kono, concerti, presentazione artista svizzero seguire tre esposizioni L’aspirazione del dal 2010 è divenuto di libri, spettacoli teatrali annoverato fra i più temporanee l’anno museo è di costituire un’istituzione pubblica e mostre), interagendo e significativi graphic e da maggio a luglio del Comune di Chiasso. un ponte tra il passato coinvolgendo gli altri enti designer del XX secolo. anche una piccola e le nuove generazioni Negli obiettivi vi è la culturali radicati nel borgo di Ascona (Fondazione Monte Verità, Teatro San Materno, Serge Brignoni Luigi Rossini Heinz Waibl Collegio Papio, Biblioteca (1903-2002) artista e (1790-1857) incisore. (1931) graphic designer. Popolare, Museo Epper e collezionista. Il viaggio segreto Il viaggio creativo Fondazione Gérard). L’opera Il viaggio silenzioso inaugurazione: inaugurazione: inaugurazione: 7.2.2014, ore 18.30 16.5.2014, ore 18.30 di valorizzazione della 27.9.2013, ore 18.30 periodo espositivo: periodo espositivo: Werefkin ha avuto anche periodo espositivo: 8.2 – 4.5.2014 17.5 – 20.7.2014 un importante risultato 28.9.2013 – 19.1.2014 nel mercato dell’arte, che ha visto, nel giro di un decennio, quadruplicare i Via Dante Alighieri 6 CH-6830 Chiasso tel. 0041 916825656 [email protected] www.maxmuseo.ch valori delle sue opere». ma-do 10.00-12.00 15.00-18.00 lunedì chiuso Quali mostre ha presentato nella sua ara Folini, può riassumere la sua collaborazione con il Museo Comunale d’arte moderna di Ascona, prima come studiosa dell’opera di Marianne Werefkin e poi come direttrice? «Ho conosciuto il Museo Comunale Mara Folini d’Arte Moderna di Ascona nel 1991 quando stavo lavorando alla mia tesi di laurea su Marianne Werefkin all’Università “La Sapienza” di Roma. Allora, il Museo era di fatto diretto dal segretario della Fondazione Werefkin di Ascona, l’avvocato Efrem Beretta, coadiuvato da una segretaria e un custode, e si avvaleva della collaborazione esterna di figure carismatiche come quella di Harald Szeeman. Il mio lavoro di ricerca continuò per alcuni anni (nulla infatti era ancora archiviato tra gli oltre 10mila documenti dell’artista russa), ampliandosi verso l’affascinante storia del Monte Verità, che finì per entrare tra gli argomenti della mia tesi. Da allora, quando il Museo o il Dicastero Cultura di Ascona si occupavano di Marianne Werefkin o del Monte Verità, venivo coinvolta per co-curare mostre, tenere conferenze o scrivere saggi per cataloghi. Nel 2007, quando lavoravo come assistente del direttore artistico dell’Istituto Svizzero di Roma, mi è stato chiesto di curare una mostra di Werefkin, in occasione del sessantesimo dalla sua morte. Ciò coincideva con il mio desiderio di far ritorno in Ticino; accettato quest’incarico, è stato poi chiaro che ci sarei restata, prima come curatrice e poi, dal 2009, come direttrice». Qual è lo stato dell’attenzione su Marianne Werefkin? «Marianne Werefkin (Tula, 1860 - Ascona, 1938) è considerata tra gli artisti più significativi che hanno vissuto ad Ascona attività di direttrice e quale è il programma per l’immediato futuro? «Dal 2008 a oggi la programmazione del Museo di Ascona (20 mostre, 10 cataloghi, decine di eventi concomitanti) ha avuto come obiettivo la tutela e la valorizzazione del proprio patrimonio culturale, inteso come bene comune da condividere e divulgare: opere di artisti che fanno parte delle sue Collezioni e Fondazioni, o che hanno contribuito in modo determinante alla crescita culturale del Borgo di Ascona. La storia di Ascona non è solo quella di una piccola quanto significativa cittadina di contadini e pescatori, ma è anche quella degli artisti e degli intellettuali più illuminati che, in particolare tra le due guerre mondiali, hanno scelto la zona del locarnese come propria terra di elezione, per periodi più o meno lunghi o per tutta la vita, protetti idealmente dalle “utopie” di Monte Verità (siano esse quelle della “Lebensreform”, degli anarchici, dei teosofi o dei pacifisti), contribuendo a rendere Ascona una tra le città più note nel Nord Europa. Nel 2008, grazie a una collaborazione con l’Università di Cambridge e con la Città di Locarno, si è potuta realizzare la doppia mostra (a Cambridge, ad Ascona e a Locarno) “L’energia del Luogo. Arp, Benazzi, Bissier, Nicholson, Richter, Valenti, Tobey”, che ha presentato le opere dei cosiddetti “artisti del silenzio”, i grandi astrattisti internazionali degli anni Quaranta, i quali hanno tutti stretto relazioni significative con il territorio di Ascona e di Locarno, rinnovando quel clima o «condizione delle spirito» di grande partecipazione comunitaria e ideale, innato nel territorio. La Svizzera italiana non può dimenticare poi di attingere all’inestimabile patrimonio culturale della vicina Italia: il Museo ha deciso di partecipare a un “programma di collaborazione transfrontaliera Italia - Svizzera’, con l’Associazione Asilo Bianco di Ameno (Novara), realizzando la mostra-gemellaggio “Il laboratorio delle metamorfosi. Francesca Gagliardi e Luca Mengoni”. Nello stesso spirito è nata l’attuale mostra sull’eccentrica quanto straordinaria Carol Rama; dopo alcuni anni di ricerca, l’anno prossimo ci si augura di potere inaugurare l’esposizione dedicata al grande futurista italiano Luigi Russolo, documentando tutta la sua produzione, fino agli anni Trenta e Quaranta, quando l’artista si era ritirato nel suo eremo di Cerro, a Laveno Mombello, dall’altra parte del lago Maggiore. Non abbiamo tralasciato di studiare approfonditamente la Collezione comunale, e a valorizzare l’operato degli artisti contemporanei, attraverso mostre monografiche, sia al Museo che a Casa Serodine (seconda sede del Museo destinata principalmente a mostre di artisti contemporanei e di arti grafiche)». Ascona vanta una lunga tradizione di frequentazioni di artisti e di collezionisti. È possibile valorizzare ancora di più questo retaggio, anche attraverso una rete territoriale? «Ascona, definita la “Montparnasse sul Verbano”, è stata un crocevia degli artisti più importanti delle avanguardie del Novecento; oltre a Marianne Werefkin e Alexej Jawlensky, si può accennare al corpo di ballo di Rudolf von Laban che, nel 1917 sul Monte Verità, aveva danzato dal tramonto all’alba inneggiando alla forza catartica del sole; a tutti i futuri dadaisti, come Arp, Richter, i fratelli Janco, Hugo Ball e Emmy Hennings, i quali, con Sophie Taeuber-Arp, hanno tutti stretto rapporti significativi con il “Monte”; ad Arthur Segal, artista anarchico, ebreo dell’avanguardia tedesca, che ad Ascona e a Berlino ha aperto la sua casa a tutti quei rifugiati politici o a quegli artisti, per i quali l’arte deve avere anche una missione sociale altamente pedagogica; e poi agli artisti del Bauhaus come Oskar Schlemmer, Walter Gropius, Xanti Schawinsky che hanno animato la vita culturale del Borgo di Ascona, negli anni Trenta del Novecento, quando oltre al nuovo albergo Bauhaus del Monte Verità sotto la direzione del Barone von der Heydt, c’era la danzatrice sacra Charlotte Bara ad animare il Teatro San Materno, tra i pochi teatri da camera Bauhaus rimasti ancora intatti. Non solo è possibile pensare a una rete, un fatto imprescindibile per la valorizzazione anche economica e turistica del nostro territorio, ma anche in senso sociale, nell’avvicinare il pubblico, i giovani in particolare, alle diverse espressioni della cultura territoriale, nazionale e internazionale». Per informazioni: Museo Comunale d’Arte moderna, via Borgo, Ascona; tel. 0041 917598140; [email protected]; www.museoascona.ch 15 vedere a ascona E locarno Ad Eranos tutto cominciò con i picnic conferenze sulla terrazza di Casa Gabriella Dal 1933 nella bella tenuta sul Lago Maggiore di Olga Fröbe-Kapteyn si danno convegno sapienti di tutto il mondo che nelle annuali conferenze hanno dato vita a una scuola di ricerca spirituale nel nome di Jung E ranos nasce dall’iniziativa di Olga Fröbe-Kapteyn, una cittadina olandese nata e cresciuta a Londra, figlia dell’inventore dei freni Westinghouse e di una filosofa anarchica, amica di George Bernard Shaw e del principe Kropotkin. Olga era fragile di polmoni e il padre la Claudio Metzger portò a Monte Verità; poi le comprò la tenuta attorno Casa Gabriella, a Moscia, sulle rive del lago Maggiore, in un angolo verde e, per i nordici, temperato. Inquieta, interessata alle religioni e all’occulto, Olga si circondò subito dei tipi più stravaganti: Alice Bailey, la fondatrice della Scuola Arcana, Martin Buber, Alessandro di Russia. Ma la sua vita cambiò quando conobbe Rudolf Otto, grande studioso del sacro, che diede il nome Eranos al luogo (in greco, «festa comune all’aperto»), le presentò l’indianista Heinrich Zimmer, e finalmente Carl Gustav Jung (che si era proposto di fare conoscere all’anima disseccata dell’Occidente il più antico dei libri oracolari, il cinese I Ching). Nel 1928 Olga costruisce una sala conferenze vicino a Casa Gabriella, senza immaginare che avrebbe segnato l’inizio di un’avventura di grande successo, con le riunioni internazionali che facevano affluire lì molti tra i maggiori intellettuali del periodo, che affinarono gli «Eranos Tagungen» e il «Metodo Eranos». Cominciarono così, negli anni Trenta, le Conferenze di Eranos, per le quali accorrevano in agosto sapienti da tutto il mondo: Mircea Eliade, il grande studioso delle religioni, l’islamista Henry Corbin, Károly Kerényi, Gershom Scholem, Erich Neumann, Adolf Portmann. Quel periodo mitico sopravvisse alla Seconda guerra mondiale, fino al 1988, ben oltre la morte di Olga Fröbe. Una riunione intorno alla tavola rotonda a Eranos Ricorda Claudio Metzger, membro del Consiglio della Fondazione Eranos: «Il modello di dialogo detto Eranos, banchetto all’aperto, dove ogni partecipante portava del suo e lo metteva a disposizione di tutti, funzionò in modo eccellente dal 1933 in poi. I convegni di Eranos attirarono i più grandi pensatori e scienziati, che giungevano in agosto di ogni anno su invito della signora Fröbe ad Eranos, dove alloggiavano per la durata del convegno, nel quale ognuno presentava il risultato di un anno di riflessioni su un tema fissato l’anno prima, spesso riuniti attorno a una “tavola rotonda”. In modo interdisciplinare, ogni studioso faceva tesoro dei commenti L’utopia del Monte Verità, un polo mitico di cultura e di stravaganza Il Monte Verità si erge sulle colline che sovrastano Ascona ed il Lago Maggiore; oltre che per il panorama d’incanto, da più di cent’anni rappresenta un polo che attira persone di cultura, dove si sono confrontate idee, tendenze, sperimentazioni. La colonia alternativa e vegetariana d’inizio Novecento segnò la nascita del mito del Monte Verità. Dopo un breve periodo nei primi anni Venti, nel quale alcuni artisti espressionisti crearono un piccolo centro d’arte, il Barone Eduard von der Heydt, già banchiere del Kaiser e collezionista d’arte, si compra il più bel pezzo di terra di Monte Verità, costruendoci l’albergo in stile Bauhaus, arredato con la sua collezione di arte orientale. Arrivarono subito i teosofi Anne Besant e Jddu Krishnamurti, poi, Hermann Hesse, Rudolf Steiner, Isadora Duncan, Stefan George, Hans Arp, Emil Ludvig, Erich Maria Remarque. Il Monte Verità divenne allora un moderno centro alberghiero che accolse grandi personalità del mondo artistico, politico e culturale. Divenuto proprietà della Repubblica e del Cantone Ticino nel 1964, in base al volere testamentario del barone Eduard von der Heydt, il quale auspicava che «il Monte Verità sia utilizzato per attività artistiche e culturali di altissimo livello, di richiamo internazionale», nel 1989 il Cantone Ticino e il Politecnico federale di Zurigo hanno istituito rispettivamente la Fondazione Monte Verità, che tuttora gestisce l’omonimo centro congressuale e culturale, e il Centro Stefano Franscini, piattaforma di incontro per lo svolgimento di congressi internazionali di altissimo livello scientifico. Ancora oggi il Monte Verità attira migliaia di visitatori, saliti in questo luogo La comunità utopica di Monte Verità d’inizio Novecento di pace, arricchimento e ricerca anche per ammirare la bellezza del luogo e il parco realizzato alla fine dell’Ottocento, nel quale si trova una piantagione di piante del tè unica, con circa mille esemplari di Camelia sinensis, la cui foglia serve come materia prima per le varietà di tè verde e nero. Per informazioni: Fondazione Monte Verità, Strada Collina 84, Ascona; tel. 0041 917854040; www.monteverita.org degli altri partecipanti e giunti alla domenica, in presenza del pubblico che giungeva numeroso, fino a occupare pure la terrazza della sala convegni, si teneva la riunione conclusiva». Tra il 1989 e il 2000, le attività di Eranos, dirette da Rudolf Ritsema, si focalizzarono sempre più sull’antico libro oracolare dei cinesi I Ching. Tra il 2002 e il 2005 la Fondazione cessò di organizzare gli incontri scientifici di alto livello (Tagungen) e fu presto evidente che la situazione finanziaria era divenuta assai critica ed era impossibile organizzare progetti di una qualche importanza. Il Comune di Ascona e il Governo del Canton Ticino presero in mano la situazione e, grazie e finanziamenti della Fondazione East-West, è stato possibile rilanciare progressivamente l’attività di Eranos. Resta ancora da fare, ma le prospettive sono incoraggianti, come dice Claudio Metzger: «In casa Gabriella, la più antica, si trova tutt’ora l’archivio e l’appartamento della fondatrice immutato; purtroppo manca lo spazio per ospitare la vastissima biblioteca, ora depositata in gran parte fuori sede, e rendere accessibile agli studiosi l’importante e prestigioso archivio. La biblioteca è il nostro più grande sogno. Abbiamo un ottimo progetto che riscontra consensi unanimi inserendosi nel parco in modo rispettosissimo, ma per ora mancano i fondi per realizzarlo. Casa Eranos è stata ristrutturata; dove in origine abitava Carl Gustav Jung, e in seguito Rudolf Ritsema, anch’egli olandese, segretario di Eranos, divenuta nel frattempo Fondazione, sono stati creati accoglienti camere per gli ospiti dotate di tutti i confort pur nello stile “spartano” degli anni Trenta. La famosa sala conferenze al piano basso è stata conservata immutata, salvo i necessari aggiornamenti impiantistici». Eranos, «spazio libero per lo spirito», continua il suo viaggio. Per informazioni: Fondazione Eranos, via Moscia 127, Ascona; tel. 0041 917911570; www.eranosfoundation.org vedere a ascona E locarno 16 In Casa Rusca quest’anno l’«ospite» è il cinese Zao Wou-Ki La Pinacoteca comunale diretta da Riccardo Carazzetti dal 2000 conserva nella sua bella sede settecentesca inaugurata nel 1987, le collezioni di opere di numerosi protagonisti delle avanguardie europee, tra cui quella di Jean Arp e di sua moglie Marguerite Hagenbach. La mostra quest’anno è dedicata all’artista da poco scomparso P uò brevemente riassumerci la storia dello spazio espositivo e le mostre più importanti che vi si sono tenute? «Sede della Pinacoteca comunale, Casa Rusca è una tipica dimora signorile con la corte interna chiusa Riccardo Carazzetti da tre livelli di portici. Diventata nel 1987 spazio espositivo, è andata a sostituirsi al Museo d’arte contemporanea allestito all’interno del Castello Visconteo. La Città di Locarno vanta una collezione d’arte moderna di tutto rispetto. Durante il XX secolo il Locarnese è divenuto una sorta di crocevia di spiriti creativi che qui hanno trovato l’ambiente adatto per le loro riflessioni e per realizzare le loro opere. Troviamo così nelle nostre collezioni lavori di numerosi protagonisti delle avanguardie europee, alcuni dei quali hanno appunto vissuto qui da noi. Una figura su tutti, Jean Arp, ci svela la misura di quanto avveniva a Locarno negli anni ’50-’60: negli atelier fatti costruire dallo scultore Remo Rossi lavoravano, a volte fianco a fianco, Marino Marini, lo stesso Arp, Julius Bissier, Fritz Glarner, Hans Richter, Italo Valenti, per citare solo i più noti. Grazie alla mediazione di Remo Rossi, Jean Arp e sua moglie Marguerite Hagenbach donarono alla città una parte significativa della loro raccolta, rendendo così possibile la costituzione, nel 1966, del Museo d’arte contemporanea. È risaputo che la presenza di un museo d’arte può innescare tutta una serie di donazioni, sia da parte di artisti sia di collezionisti, ed è appunto quanto si è verificato nella nostra realtà: al nucleo iniziale della Donazione Arp-Hagenbach si sono aggiunte opere di pittori e scultori in vari modi legati all’illustre coppia. Notevole, poi, l’incremento costituito dal lascito di Nesto Jacometti (lo zio di Remo Rossi), il geniale editore d’arte che da Locarno volse lo sguardo verso Parigi dove ebbe un ruolo di importanza primaria nel tessere relazioni sodali con gli artisti della “Nuova Scuola di Parigi”. A Casa Rusca si sono succeduti negli anni tre direttori artistici: Rudy Chiappini, dal 1983 al 1990, che ha curato mostre dedicate a Serodine, Sutherland, Morandi, Jawlensky; poi, fino al 1990, Pierre Casé, che ha promosso, tra le altre, le esposizioni personali di Baj, Max Bill, Schumacher, Tàpies, Jorn, Marino Marini. Nella mia gestione artistica, ho coinvolto curatori esterni (Luigi Cavadini, Luciano Caprile, Piero Del Giudice. Marco Gurtner), che mi hanno affiancato nel proporre un programma espositivo coerente. Nell’arco di questi ultimi tredici anni, complice la crisi economica, il ritmo delle mostre ha dovuto essere ridotto con una conseguente perdita di visibilità della nostra istituzione. Ciò non toglie che siamo comunque riusciti a proporre esposizioni di Bonfanti, Valenti, Clavé, Wilfrid Moser, Dorazio, Dobrzanski, Remo Rossi, Dürrenmatt, Varlin. Vanno pure ricordate le mostre temporanee che presentano opere delle nostre collezioni». Dal 17 settembre 2013 al 6 gennaio 2014 il museo presenta la mostra di Zao Wou-Ki, recentemente scomparso. «Abbiamo attinto dal copioso fondo del “Lascito Nesto Jacometti” per mettere in luce l’opera di Zao Wou-Ki (1920-2013), l’artista cinese amico di Jacometti, che nel 1955 gli dedicò il primo catalogo ragionato della sua opera calcografica e litografica. La collezione donata alla città di Locarno rappresenta con tutta certezza un unicum nell’ambito delle istituzioni pubbliche che conservano opere di Zao Wou-ki; l’opera grafica di Zao edita da Jacometti fra gli anni 1950 e 1965, conta in totale 52 pezzi; la collezione privata dell’editore comprende 45 pezzi originali fra oli, tempere e carte, mentre sono 47 le stampe realizzate da altri editori. La mostra retrospettiva dedicata a Zao ci fa conoscere anche la sua produzione recente, proveniente dalla Successione Zao Wou-Ki. Zao Wou-Ki è stato un mediatore di culture: quella della tradizione secolare cinese e quella orientata invece verso gli orizzonti estremi dell’astrazione. Zao nasce a Pechino nel 1920, frequenta in seguito la Scuola di belle arti di Hangzhou sotto la guida del maestro Lin Fengmian, che gli suggerisce, nel 1947, di inoltrare la richiesta del visto per la Francia. Ottenutolo 1948, arriva a Parigi il primo aprile dello stesso anno, diventando ben presto protagonista della scena artistica, allora ricca di molte personalità. Grazie all’amico Johnny Friedlaender, la Svizzera occuperà un posto Un’opera dell’artista cinese Zao Wou-Ki e il bel cortile con tre livelli di logge di Casa Rusca importante nella sua carriera. Per lui non sarà un paese fra tanti: proprio in Svizzera avverranno gli incontri decisivi per l’evoluzione della sua arte, come il rapporto fondamentale con l’opera di Paul Klee, che gli fa comprendere che la pittura non è necessariamente la rappresentazione oggettiva delle cose. Questa consapevolezza apre a Zao le porte dell’astrazione e gli fa recuperare una parte dell’eredità culturale cinese, stravolgendo il senso dei segni cinesi arcaici dei bronzi e delle iscrizioni funerarie per entrare in un altro mondo rappresentativo. La mostra retrospettiva di Zao costituisce il primo omaggio che un museo pubblico europeo rende al grande artista, nato nel 1920 a Pechino, trasferitosi definitivamente a Parigi nel 1948 e spentosi a Nyon il 9 aprile di quest’anno». Quali rapporti di collaborazione intrattiene Casa Rusca con musei internazionali e con i Musei del Canton Ticino. Avete operato per dare vita a una rete strutturata? «A livello internazionale la collaborazione si manifesta soprattutto attraverso il prestito di opere della collezione, mentre localmente si collabora nel progettare mostre in comune, come già avvenuto con il Museo di Ascona, il Museo Epper e il Centro culturale Elisarion di Minusio. Nell’ambito di una rete strutturata, sarebbe auspicabile costituire un team di profili professionali qualificati, da condividere fra le varie strutture museali del Cantone. Realtà piccole come le nostre difficilmente possono permettersi di disporre di un organico. Per informazioni: Pinacoteca Casa Rusca, Piazza Sant’Antonio, Locarno; tel. 0041 917563185; [email protected]; www.locarno.ch Una volta gli artisti ticinesi si formavano a Brera L’ex direttore di Casa Rusca e di Villa Malpensata Rudy Chiappini ha dimostrato la capacità di attrazione culturale di Lugano per gli italiani R udy Chiappini (Piacenza, 1956) vive a Lugano, e ha diretto due importanti musei del Canton Ticino: Casa Rusca a Locarno negli anni Ottanta e, dal 1990, Villa Malpensata a Lugano. Lei ha curato, per molti anni, le mostre a Villa Malpensata di Lugano, mostre memorabili accompagnate da cataloghi che ancora oggi sono riferimenti sicuri. Può sinteticamente rievocare quel periodo, le mostre principali che ha organizzato, il filone che ha cercato di seguire nel tuo programma e gli esiti di quell’attività, in termini di attenzione della stampa e di visitatori? «Sono stato chiamato a dirigere il Musei della Città di Lugano all’inizio degli anni Novanta, per rispondere in qualche modo alla partenza della Collezione Thyssen, al vuoto lasciato dalle grandi mostre presentate a Villa Favorita. Ho scelto di impostare la programmazione incentrandola su proposte artistiche che avevano come riferimento in senso lato linguaggi legati alle poetiche espressioniste. Scelta allora coraggiosa e per certi aspetti controcorrente. Alla prima mostra postuma di Francis Bacon, che suscitò un’enorme eco internazionale, seguirono rassegne dedicate a Kirchner, Munch, Soutine, Modigliani, Chagall. Eventi che attirarono sul Museo d’Arte moderna di Lugano l’attenzione della critica e l’interesse del pubblico, non solo svizzero ma soprattutto italiano. Mostre che registravano affluenze di oltre 150mila visitatori: un successo straordinario per una città come Lugano che contava allora meno di 50mila abitanti!». Successivamente ha curato mostre a Milano (molti ricordano quella di Bacon al Palazzo Reale) e ancora altre in Canton Ticino (Valerio Adami a Locarno). È dunque un testimone privilegiato per parlare dei rapporti e dei possibili confronti che si possono fare tra la realtà ticinese e quella delle regioni italiane di confine. L’interscambio che certamente ci fu quando molti giovani artisti ticinesi studiavano a Brera continua tuttora o è andato in parte perduto? «Come curatore indipendente ho organizzato mostre a Rudy Chiappini Tokyo, Istanbul, in Germania, Francia e ovviamente in Italia. Tra il vostro Paese, in particolare la Lombardia, e il Ticino, a livello espositivo si cercano spesso collaborazioni. Devo tuttavia ammettere che Brera non rappresenta più, almeno da qualche decennio, il luogo privilegiato di formazione degli artisti ticinesi. Questo è dovuto certamente alla facilità di spostamento odierno verso altre città, ma soprattutto al fatto che a livello artistico Milano da decenni sembra vivere un momento di crisi». Vivendo in Canton Ticino e avendo lavorato in istituzioni delle varie città, conosce la realtà del territorio, fatta di tanti musei e centri espositivi, più o meno grandi, anche in piccole cittadine. Esiste una rete di collaborazioni tra i vari centri o ancora si deve fare per acquisire una valida sinergia? «In Ticino, come del resto un po’ ovunque , vista anche la crisi economica, i musei stanno vivendo ormai da qualche anno una situazione difficile. Ma a preoccupare è soprattutto la carenza di idee, la paura di rischiare e purtroppo la crescente ingerenza di politici poco preparati che tendono a limitare l’autonomia decisionale dei direttori. Certo, esistono progetti sulla carta importanti e affascinanti come il LAC a Lugano, che per ora non ha ancora svelato la propria identità né individuato precisi indirizzi. Indubbiamente la frammentazione delle sedi espositive rappresenta un limite ma anche una ricchezza per il Canton Ticino. Per questo vedo male il tentativo di una programmazione centralizzata e coordinata dal Cantone. Si corre il rischio di soffocare iniziative coraggiose nel nome di una pianificazione decisa a tavolino per non rovinare equilibri artificiosamente costruiti». Potrebbe fare alcuni nomi di artisti ticinesi viventi, delle varie generazioni, che ritiene particolarmente interessanti? «Nel nostro Cantone esiste una generazione di artisti tra i sessanta e gli ottant’anni di grande spessore. Pittori come Massimo Cavalli, Cesare Lucchini, Renzo Ferrari, Samuele Gabai, e scultori come Paolo Bellini, formatisi a Brera negli anni in cui nella Milano ricca di fermenti artistici si cercavano nuove vie per un’arte che tenesse conto dei fremiti esistenziali e della necessità di un profondo rinnovamento linguistico. Tra i giovani, oggi quarantenni, segnalerei Marco Verzasconi e Paolo Mazzuchelli». 17 vedere a ascona E locarno Il fruttifero incontro del giovane viticoltore Matasci con l’artista «Wini» Sauter La quarantennale, appassionante attività di Mario Matasci nel campo dell’arte ha dato vita a una considerevole collezione di opere attualmente ospitate in un grande edificio aperto al pubblico: oltre ad ammirare esposizioni che riuniscono più di un centinaio di opere, si può consultare una biblioteca di seimila volumi d’arte I nfinite sono le strade che conducono a una passione che segna una vita intera. Nasce per caso l’interesse per le opere d’arte in Mario Matasci (Tenero, 1931), che lo porterà, dal 1969 ad oggi, a organizzare mostre e ad aprire una Galleria, e poi a dare vita, nel maggio 2010, alla Fondazione Matasci per l’Arte, che espone le opere della sua collezione in un capannone ristrutturato a Riazzino, lungo la strada tra Locarno e Bellinzona. Rievochiamo rapidamente questa affascinante storia: nel 1969 Mario lavora con i fratelli nella Cantina Matasci di Tenero (oggi famosa per la produzione di Merlot del Ticino); un viticoltore che deve incontrare gli dà appuntamento in un’osteria e qui, nell’attesa, conosce Erwin «Wini» Sauter, un pittore che è in difficoltà e gli chiede di comprare un suo quadro. Mario lo fa, anche se fino a quel momento non si è mai avvicinato all’arte in maniera approfondita. Poco tempo dopo Sauter gli chiede di allestire una mostra di sue opere nella Cantina: l’unico spazio disponibile è quello dello scantinato di Villa Jelmini, residenza del personale della ditta, a pochi passi dalla sede della Matasci Vini. Così, mercoledì 30 luglio 1969 inizia, con l’esposizione di Sauter, il viaggio di Mario Matasci nell’arte: lui è il più giovane dei fratelli, e, dopo il successo della prima manifestazione, gli viene affidato l’incarico di occuparsi della futura attività culturale nella cantina; da allora, organizzerà un centinaio di mostre di pittura, scultura e fotografia, e, nei primi anni, anche di eventi musicali e teatrali: lo scantinato diventa il luogo aperto, anche se angusto, a chi pratica la ricerca artistica, nei suoi vari campi. Mario sogna di potere ampliare l’attività, e di potere meglio indagare l’arte sviluppatasi nel Cantone dalla fine dell’Ottocento alle giovani generazioni: nell’agosto 1977, i due piani superiori di Villa Jelmini si aprono a un nuovo ciclo di importanti mostre, e la Galleria Matasci diventa uno spazio espositivo di riferimento nell’intero Canton Ticino. Vengono proposti, tra gli altri, autori quali Filippo Franzoni, Marianne von Werefkin, Richard Seewald, Louis Soutter, Fritz Pauli, Otto Dix, Christian Rohlfs, Julius Bissier, Johannes R. Schürch, Varlin, Serge Brignoni, Edmondo Dobrzanski, Zoran Music, Renzo Ferrari, Massimo Cavalli, Cesare Lucchini, Franco Francese, Piero Giunni, Alfredo Chighine, Ennio Morlotti, Afro, Tino Repetto, Gianriccardo Piccoli, Piero Ruggeri, Gianfranco Ferroni, Käthe Kollwitz, Mario Matasci (a sin.) con il pittore torinese Piero Ruggeri con esiti non sempre felici. Occorreva dare una casa alla collezione e costituire un capitale che le permettesse di sopravvivere nel tempo. È quello che ho fatto creando, su suggerimento delle mie figlie, la Fondazione; finalmente con l’acquisto del capannone a Riazzino (“il Deposito”) posso presentare più di cento opere e rendere consultabile la biblioteca di 6mila libri d’arte». Chi si reca alla Fondazione Matasci per l’arte (aperta tutte le domeniche dalle 14 alle 17, oppure su appuntamento: 00 41 7 86016024) entra in un ambiente familiare: sulle pareti delle varie “stanze” ricavate nell’allestimento interno, ecco piccole mostre monografiche di alcuni autori (tra gli altri, Varlin, von Werefkin, Kollwitz, Dix, Dobrzanski, Music, Brodwolf, Morlotti, Chighine, Francese, Ruggeri, Repetto) e, al centro, divani per sedersi e consultare i libri che parlano dell’artista in mostra, o per consultare qualcuno dei volumi liberamente estraibili dagli scaffali. Mario è lì, parla volentieri con i visitatori, spesso va alla macchinetta del caffè per prepararne uno e offrirlo agli ospiti, che sono in continuo aumento (anche in gruppi organizzati) e che spesso gli scrivono lettere di apprezzamento (una delle più affettuose e recenti è quella di Mario Botta). Con compiacimento, Mario ricorda quello che gli ha detto Rolf Gérard (Berlino, 1909 - Ascona, 2011), scenografo, costumista e pittore, creatore di una fondazione che porta il suo nome ad Ascona, alla fine della sua visita al Deposito: «Valeva la pena campare cent’anni per vedere questa Fondazione». Il sogno continua. Antoni Tàpies; dal 1979 la Galleria è attenta anche alla fotografia: Henri Cartier-Bresson, Werner Bischof, Mario Giacomelli, la collezione fotografica della Banca del Gottardo. La Galleria Matasci pubblica monografie di piccolo formato, divenute quasi libri di culto, talvolta con le riproduzioni incollate manualmente, alle quali collaborano, tra gli altri, Piero Bianconi, Giovanni Testori, Roberto Tassi, Gianfranco Bruno, Walter Schönenberger, Dora Vallier, Giuseppe Curonici, Claudio Guarda. È un’attività di straordinario valore culturale: la Galleria Matasci approfondisce lo scambio delle esperienze artistiche che, valicando il confine tra Svizzera e Italia, hanno interessato Per informazioni: Il «Deposito» della Fondazione Matasci per l’Arte, il Ticino e la Lombardia e hanno creato una sorta di area Riazzino, tel. 0041 786016024; www.matasci.com culturale comune. Roberto Tassi («La Repubblica», 8 novembre 1989) esplicita il suo giudizio sulla Galleria e pare volere sferzare il conformismo italiano: «una galleria che [...] mostra un gusto particolare a presentare pittori italiani di molto valore e di scarsa notorietà, con un’attenzione così avvertita, profonda e disinteressata da risultare rara ovunque, e soprattutto in Italia». Mario Matasci ha organizzato mostre fino al 2000 a Villa Jelmini, e poi ha continuato l’attività in due sale sopra il negozio di vini della Cantina Matasci in via Verbano a Tenero; l’esposizione di opere, tuttora in atto, vive in simbiosi con l’attività commerciale, aperta nei giorni lavorativi: ogni anno 50-60mila persone vengono per acquistare il vino e molte salgono al primo piano per guardare le opere che Matasci vi ha allestito. Spiega Mario Matasci, persona di rara umanità e intensità nei rapporti umani: «Ho collezionato tante opere che non sapevo più dove mettere (solo di Francese ho più di cento tra dipinti e disegni), ma non volevo che la mia collezione facesse la fine di molte raccolte: essere trasmesse Via Cantonale 24 – 6948 Porza – Switzerland +41 (0)91 940 18 64 agli eredi che poi le vendono o [email protected] – www.fondazionelindenberg.org le donano a qualche istituzione, martedì 10:00-18:00 / domenica 14:00-18:00 Museo Villa Pia a Porza Fondazione d’Arte Erich Lindenberg Il «Ritratto del prof. Corbetta» di Varlin, del 1970 vedere A mendrisio 18 La passione del collezionista Züst per gli artisti del Ticino Il museo fu inaugurato nel 1967 e conserva le opere donate allo Stato del Canton Ticino dal mecenate Giovanni Züst. Fino a gennaio presenta «Un mondo in trasformazione. L’Ottocento tra poesia rurale e realtà urbana» D al 13 ottobre 2013 al 12 gennaio 2014 il museo accoglie l’esposizione «Un mondo in trasformazione. L’Ottocento tra poesia rurale e realtà urbana», curata da Giovanni Anzani ed Elisabetta Chiodini, e con il coordinamento di Mariangela Agliati Ruggia e Alessandra Brambilla. Novanta sono i dipinti in mostra, tutti di altissimo livello, provenienti da importanti Musei internazionali ed eseguiti dai maggiori protagonisti (tra gli altri, Bossoli, Migliara, Canella, Morbelli, Segantini, Longoni, Pelizza da Volpedo, Berta, Sottocornola, Franzoni, Ferraguti Visconti, Carcano, Cavaleri, Luigi Rossi, Mosè Bianchi, Boccioni) della cultura figurativa ottocentesca lombarda e ticinese, che si misurò con i motivi del paesaggio, rurale e urbano, tra il 1830 e il 1915, mentre erano in corso profonde trasformazioni sociali. Lo snodo centrale della mostra è rappresentato da un’intera sala dedicata ad Angelo Morbelli, con dodici dipinti tra i più celebri dell’artista. La Pinacoteca Züst si fonda su una collezione permanente di dipinti di artisti attivi tra il Seicento e il Novecento, originari del Ticino o che comunque hanno avuto con il Cantone stretti rapporti, e di oltre 300 disegni. Il motore che dà vita al Museo è la donazione compiuta da Giovanni Züst (Basilea 1887 - Rancate 1976), titolare di una famosa ditta di trasporti, nel 1966, e dunque dieci anni prima della morte, allo Stato del Canton Ticino. La collezione si insedia nell’edificio di fronte alla Chiesa parrocchiale di Rancate e viene ristrutturato da uno dei padri dell’architettura ticinese, Tita Carloni. Züst aveva collezionato, in particolare, le opere di un pittore originario della vicina Tremona, Antonio Rinaldi (1816-1875), di cui si conservano un centinaio di dipinti e 250 disegni. Questo nucleo iniziale è stato arricchito da acquisti diretti da parte della Pinacoteca, come i due dipinti di Giovanni Serodine (Ascona, 1594 - Roma, 1630), «Ritratto di giovane disegnatore» e «Vergine dei Mercedari», che sono ora esposti nella prima sala del Museo accanto a «San Pietro in meditazione», che Züst aveva comprato nel 1947, e da donazioni e depositi di persone del territorio. Del resto, la Pinacoteca esprime una forte identità radicata nel territorio (Züst stesso aveva fatto inserire nell’atto di donazione l’esplicita clausola che il Museo dovesse stare a Rancate, forse «Ritratto di giovane disegnatore» di Giovanni Serodine anche per la volontà di offrire opportunità culturali a un’area, quella del Mendrisiotto, storicamente assai povera), rispecchiata dagli stessi artisti presenti nella collezione, ticinesi (che all’epoca studiavano all’Accademia di Brera) o lombardo-ticinesi dell’Ottocento. Accanto a Serodine, occorre ricordare Giuseppe Antonio Petrini (Carona, 1677-1759), pittore noto a livello internazionale (la Pinacoteca Züst è il Museo che ne raccoglie il maggior numero di opere e a lui è riservata una splendida sala), Luigi Rossi, Adolfo Ferraguti Visconti, Gioachimo Galbusera. La collezione, pur riallestita di quando in quando, è sempre visibile, anche durante le mostre temporanee, nelle sale del primo piano ad essa riservate. La Pinacoteca Züst ha, negli ultimi anni, lavorato assiduamente per ottenere depositi che abbiano una durata compresa tra i sei mesi e un anno: così, alcune opere scelte della mostra presentata nell’autunno 2009, «Da Fattori a Previati: una raccolta ritrovata. Riccardo Molo, collezionista d’arte tra Svizzera e Italia», sono state lasciate in deposito e sono tuttora visibili in una sala al piano terra. Le mostre temporanee, due all’anno, allestite in una nuova ala laterale e nel vertiginoso sottotetto, hanno lo scopo di richiamare l’attenzione dei visitatori, e creare nuovo interesse, sulla collezione permanente. Intensificatesi su impulso di Mariangela Agliati Ruggia, direttrice dal 1990, le esposizioni, preparate con cura e commissionate a noti studiosi, hanno sempre come obiettivo l’indagine sulla realtà artistica del territorio e si legano alla collezione permanente. Ricordiamo solo due tra le ultime mostre: quella sul Rinascimento nelle terre ticinesi, a cura di Giovanni Agosti, Jacopo Stoppa e Marco Tanzi, nell’autunno del 2012; quella dedicata a Serodine, a cura di Roberto Contini e di Laura Damiani Cabrini, nell’ottobre 2012. Ricordiamo anche, nel corso del 2013, una deliziosa esposizione dedicata alla Collezione Bellasi di Lugano, specchio esemplare della passione per il collezionismo. Il fervore della Pinacoteca Züst non si ferma qui: in una sala del primo piano, vengono allestite, per una durata di uno-due anni, mostre-dossier, che approfondiscono temi, periodi, singoli artisti. E la Pinacoteca è anche attiva nella creazione di una rete museale territoriale, o di sinergie: «Un mondo in trasformazione» è gemellato con la mostra «I paesaggi mitici di Carlo Carrà», in corso al Museo d’Arte di Mendrisio, che possono essere visitate con un biglietto cumulativo cui è possibile affiancare visite guidate e un pranzo-degustazione in un tipico grotto locale. Per informazioni: Pinacoteca cantonale Giovanni Züst, Rancate; tel. 0041 918164791; [email protected]; www.ti.ch/zuest Vincenzo Vela si fece costruire il proprio «pantheon», una delle più spettacolari case-museo dell’Ottocento La villa a Ligornetto venne fatta costruire dal celebre scultore realista ticinese con la triplice funzione di residenza privata, atelier di lavoro e museo privato che raggruppasse i modelli originali in gesso delle proprie opere L ungo la breve strada che da Mendrisio porta a Ligornetto, s’affollano ai lati campi coltivati, soprattutto a vigneto, e, quando si entra nel piccolo villaggio, presto si scorge, sulla sommità di un poggio, l’imponente villa bianca che ospita il Museo Vincenzo Vela, un tempo casa e studio, con sala espositiva, dell’artista. Circondato da un parco assai curato, ricco di fiori e di piante e di una vasca di pesci (il Museo Vincenzo Vela, Villa Carlotta a Tremezzo di Como, Villa Cicogna Mozzoni a Bisuschio di Varese hanno dato vita a un gemellaggio nel nome del connubio tra arte e natura, nell’ambito dei Grandi Giardini Italiani), il Museo fu aperto al pubblico nel 1898; appartiene allo Stato svizzero ed è amministrato dall’Ufficio Federale della Cultura. Vincenzo Vela (Ligornetto, 1820-1891) studiò all’Accademia di Brera a Milano, e presto, sostenuto da Francesco Hayez, seppe conquistarsi importanti riconoscimenti prima a Milano e poi a Torino, finché nel 1867 fece ritorno al paese natale, dove si era fatto costruire, tra il 1862 e il 1865, una residenza estiva signorile, con atelier, dove avrebbe abitato e che, da centoquindici anni, è il Museo Vincenzo Vela. Esponente di un realismo che affondava tuttavia le proprie radici nella scultura classica, Vela fu particolarmente sensibile ai temi sociali e politici del tempo, come dimostrano due tra le sue più memorabili opere, «Spartaco», 1847-49, presentato con grande successo all’Esposizione internazionale di Londra nel 1851, e il bassorilievo «Le vittime del lavoro», 1882-83, in memoria dei 177 morti durante la costruzione del tunnel ferroviario del San Gottardo. Fu il figlio di Vincenzo Vela, Spartaco (Torino, 1854 - Ligornetto, 1895), pittore, a legare per testamento la proprietà della Villa alla Confederazione elvetica, a condizione che i cittadini potessero fruirne come museo o come scuola. Di Vincenzo Vela il Museo custodisce i modelli in gesso e i calchi originali di quasi tutte le sculture, oltre a bozzetti in terracotta e gesso, dipinti e disegni, la biblioteca di famiglia e una raccolta di fotografie d’epoca assolutamente unica. Di Spartaco Vela sono conservati dipinti e disegni, mentre del fratello maggiore La facciata Sud del Museo Vincenzo Vela di Vincenzo, Lorenzo (Ligornetto, 1812 - Milano, 1897), lapicida e scultore di animali, sono al Museo molte delle sue opere e una vasta collezione personale di pittura dell’Ottocento lombardo e piemontese che dialoga con le sculture. Entrare nel Museo, restaurato e riallestito nell’attuale configurazione, che è ritornata quella originaria, da Mario Botta nel 1997-2001, significa immergersi nell’impressionante gipsoteca di Vincenzo Vela, suddivisa per temi e periodi: impressionante, una sorta di installazione che stordisce e cattura a lungo lo sguardo, è il Salone ottagonale, denominato Pantheon del Risorgimento, con al centro il grande «Monumento equestre a Carlo II duca di Brunswick», 1874-76, e, lungo il perimetro, tra le altre, le statue di Carlo Alberto, di Vittorio Emanuele II e di Giuseppe Garibaldi. Non si deve pensare che il Museo Vela si limiti a esporre la propria, pur così importante, collezione permanente. Sotto l’impulso della direttrice, Gianna A. Mina, vi si tengono, ogni anno, due mostre temporanee di particolare valore e interesse: da marzo a luglio si è svolta la mostra «Nel segno della Libertà. Gli artisti François (1784-1855) e Sophie (1797-1867) Rude», in collaborazione con il Musée des Beaux-Arts di Digione, e dal 22 settembre al 17 novembre viene presentata l’esposizione «c/o:K - Corpo e potere», nella quale il collettivo austriaco c/o:K (Peter Assmann, Andreas Egger, Martin Egger, Ulrich Fohler, Ursula Guttmann, Holger Jagersberger, Peter Kraml, Maria Meusburger-Schäfer, Markus Riebe, Isa Stein, Andreas Strohhammer, Enrique Tomás) si misura con alcune opere di Vincenzo Vela, attraverso installazioni site specific, fotografie, disegni e sculture, dopo residenze a Ligornetto nel corso degli ultimi due anni, riflettendo sul rapporto tra potere ed espressione corporea, e sui meccanismi della comunicazione corporea nel nostro tempo. Segno della vitalità del Museo Vela sono pure l’attività concertistica che si svolge, la domenica mattina, nella sala dove è collocato il gesso delle «Vittime del lavoro», i vari servizi di mediazione culturale, con offerte specifiche rivolte agli studenti, ai bambini nel tempo libero (il parco offre straordinarie opportunità), alle persone con ridotta capacità visiva, alle persone richiedenti asilo politico, e la frequentazione dell’archivio, aperto ai ricercatori. Per informazioni: Museo Vincenzo Vela, Ligornetto; tel. 0041 916407040; [email protected]; www.museo-vela.ch 19 vedere a mendrisio Flor Garduño: «Qui sono stata felice e sicura e qui ritorno» La fotografa messicana è stata allieva di Kati Horna e assistente di Manuel Alvarez Bravo dal quale ha ereditato lo stile poetico con cui racconta i luoghi e i temi delle sue sensuali immagini dai toni scuri F lor Garduño (Città del Messico, 1957) è considerata una delle maggiori esponenti della fotografia latinoamericana e internazionale; ha tenuto mostre pubbliche e in gallerie private in tutto il mondo. Profondamente legata alla cultura Flor Garduño artistica messicana, Flor studia, dal 1976 al 1978, all’Antigua Academia de San Carlos, dove ha come insegnante Kati Horna, fotoreporter di origine ungherese, che si era rifugiata in Messico e che aveva frequentato personaggi quali Robert Capa, Max Ernst, László Moholy-Nagy. Flor rinuncia a terminare gli studi per fare l’assistente di camera oscura per Manuel Alvarez Bravo: «Con Don Manuel, ha detto Flor in un’intervista a Manuela De Leonardis, mi si è aperto un altro mondo. Ho imparato tanto, non solo sulla fotografia, ma anche sulla pittura, sulla musica, dal rock alla musica classica [...] Da lui ho appreso anche la responsabilità verso questo mestiere. Lui era molto metodico e altrettanto critico, ma dedicava corpo e anima al lavoro. La costanza nel raggiungere lo scopo, anche questo mi ha insegnato». Nelle sue immagini dai toni scuri (negli ultimi anni ancora più accentuati dalla tecnica di stampa «carbon glicée», con pigmenti di carbone a spruzzo, che restituiscono una texture simile alla incisione o alla stampa al platino/palladio, in cui la porosità della carta esalta i neri), ecco soprattutto ritratti e corpi di donne, che esprimono una innata carica erotica e un legame insopprimibile con la natura (grandi foglie, calle bianche, frutta, pesci): donne segrete, quasi inaccessibili nella loro femminilità semplice e immediata, emblemi di una nostalgia per un ordine e un’armonia perduti. Flor Garduño, lei ha abitato per tanti anni in Canton Ticino, a Stabio. «Ho vissuto in Canton Ticino per 24 anni. In tutto questo periodo ho viaggiato nel mondo e ho sempre fatto ritorno qui. Sono molto felice che i miei figli siano cresciuti in modo sicuro nel Canton Ticino. Ora le cose sono diverse, ci sono questioni che mi hanno impedito di tornare a casa; non ho più una casa: ecco perché continuo a venirci per periodi brevi, ma frequenti». A un’artista della fotografia, quale è lei, che cosa ha offerto il Canton Ticino dal punto di «Rama Dorada», una foto di Flor Garduño vista delle bellezze naturali, della qualità della vita e dell’offerta culturale, dei rapporti con le persone? «Penso che il Ticino offra una varietà ricchissima di attività culturali, di mostre internazionali, di concerti, e questo è stato molto importante per noi. In Ticino ho avuto anche l’opportunità di svolgere il mio lavoro di fotografa; il modo di vivere e la natura mi hanno dato tanto, tante idee che si sono riflesse nei miei progetti “Nature silenti” e “Donne fantastiche”. Molte di queste fotografie sono state di recente pubblicate nel libro “Trilogia”, nel 2011, pubblicato da Contrasto per l’edizione inglese, da Benteli per quella tedesca e da Antiguo Colegio de San Ildefonso / Ediciones Tecolote per l’edizione spagnola. “Trilogia” è un progetto che contiene trent’anni del mio percorso di fotografa. La relativa mostra comprende 96 fotografie di grande formato, realizzate con la tecnica di stampa “giclée”, ed è suddivisa in tre temi: “Bestiario”, “Donne fantastiche” e “Nature silenti”». Dunque, ha lavorato intensamente in Canton Ticino. Quali sono i soggetti che l’hanno affascinata e sono andati ad arricchire i suoi cicli? «Soprattutto la natura con i nudi di donna (“Donne fantastiche”) e la natura con oggetti (“Nature silenti”)». Ha lavorato come assistente in camera oscura di Manuel Alvarez Bravo. Lei stampa ancora le sue fotografie oppure, per i grandi formati che ora privilegia, ricorre a uno stampatore? «Ho sempre fatto le stampe alla gelatina d’argento da sola, partendo dai negativi. Ora lavoro su stampe di grande formato e ricorro alla tecnica della “glicée carbon print”, con inchiostri ai pigmenti di carbone; lavoro con grande intensità con lo stampatore per ottenere i risultati migliori». A quali progetti sta lavorando? Che cosa insegue nelle sue immagini? «In questo periodo sto lavorando a un nuovo progetto fotografico che comprende paesaggi, cose e situazioni insolite in Asia, Europa ed America Latina. “Notas de viaje” (“Note di viaggio o schizzi”) è un grande progetto nel quale intendo registrare come quest’era globale influenza o ha a che fare con la trasformazione e lo sviluppo di culture millenarie, quali risultati si manifestano con l’incontro di diverse tradizioni con la “modernità” all’interno di questo processo di cambiamento. La registrazione e la penetrazione visiva, dal mio punto di vista personale, di scene della vita di tutti i giorni e di paesaggi mi permetterà di stabilire analogie e differenze tra le culture. Quello che esse condividono nel loro processo di sviluppo, quali sarebbero le differenze in questi processi, quali elementi vengono assimilati portandoci a un futuro globale e multiculturale». Per informazioni: [email protected]; www.florgarduno.com vedere A mendrisio 20 A Chiasso, nel nome della famosa grafica svizzera, il museo è m.a.x. Per il Comune il Museo rappresenta il motore della cultura di una città con un preciso, esemplare programma di tre mostre annuale (quest’anno Brignoni) C hiasso, il comune più a sud della Svizzera, è associato, nell’immaginario comune, all’idea di confine, di una linea che divide e separa ma che è anche filtro e luogo d’incontro fra diverse culture. Dopo le facilitazioni nell’attraversamento della frontiera tra Svizzera e Italia Nicoletta Ossanna Cavadini dovute ad accordi internazionali, con rilevanti conseguenze economiche, il Comune di Chiasso ha deciso di darsi una nuova identità dinamica e al passo con i tempi attraverso il suo Centro Culturale, puntando ad essere luogo di cerniera tra la cultura italiana e quella della Svizzera. Questa scelta spiega perché, nel 2010, il Comune abbia assorbito il m.a.x. museo, inaugurato nel 2005 per volere della Fondazione Huber-Kono, in cui l’acronimo di «museum art x» ricorda anche l’opera di Max Huber (Baar, 1919 - Mendrisio, 1992), con il compito di valorizzare il graphic design e la pittura, campi in cui Huber era stato maestro. Il museo conserva infatti una piccola sezione permanente con le maggiori creazioni di Huber, ma è particolarmente attivo nella realizzazione di mostre temporanee, nella propria sede, progettata dagli architetti svizzeri Pia Durisch & Aldo Nolli, che hanno anche curato la ristrutturazione dell’attiguo Spazio Officina. Poiché il Cinema Teatro di Chiasso è di fronte, dall’altra parte della strada dove si trovano il m.a.x. museo ed accanto lo Spazio Officina, ecco che le mostre che qui vi si svolgono sono legate da un unico filo conduttore che tocca l’attività teatrale e cinematografica, sviluppando ogni anno un determinato tema, e così facendo di Chiasso un polo tra i più fervidi e innovativi della cultura contemporanea del Cantone Ticino, se si pensa pure ai due festival che si tengono ogni anno nella cittadina (quello di cultura e musica jazz e quello internazionale di letteratura) oltre che la più nota alla Biennale dell’immagine. Nicoletta Ossanna Cavadini, direttrice del m.a.x. museo e dello Spazio Officina illustra l’attività espositiva: «Tre sono le mostre che presentiamo ogni anno al m.a.x. museo e due allo Spazio Officina, esposizioni che si inseriscono nel solco dei campi dell’attività e di relazioni di Huber: i maestri del XX secolo, la grafica storica e quella contemporanea (spesso esponiamo i fogli delle incisioni accanto alle matrici che le hanno generate, indagando anche gli eventuali legami con la contemporaneità, come abbiamo fatto con Piranesi, con il Tiepolo nero e nella recente mostra “I maestri dell’arte grafica dal XV al XX secolo”); fotografia; pittura. Nel corso della stagione museale 2012-2013, imperniata sul tema “Donna nelle arti”, abbiamo dedicato mostre personali all’opera di Teresa Leiser Giupponi (1922-1983), pittrice grafica e scultrice svizzera, e di Lucia Moholy (1884-1989), moglie di Lazlo Moholy-Nagy, esponente dell’avanguardia fotografica tedesca, mostra che era accompagnata dalle opere di due figure importanti quali Leonilda Prato (18751958), una fotografa ambulante, e Stefania Gurdowa (1888-1968), testimone della vita artistica della Mitteleuropa. In contemporanea, nell’attiguo Spazio Officina, abbiamo presentato la mostra di Vivian Maier (1926-2009) e una collettiva di giovani fotografe internazionali. Oltre alla già ricordata esposizione sui maestri dell’arte grafica, abbiamo organizzato la mostra “Lora Lamm. Grafica a Milano 1953-1963” sulla prima attività dell’artista svizzera nel campo della grafica pubblicitaria, una riscoperta che ha riscosso uno straordinario successo. Infine, nello Spazio Officina si è svolta la mostra dell’artista ticinese Gianni Gianella (1930-2005), “Pittura dal paesaggio all’interiorità dell’anima”. Ora, avviamo la stagione espositiva 2013-2014, che ha come tema conduttore «il viaggio» come esperienza, incontro e metafora, Fontana Arte rappresenta un unicum con la mostra di Serge Brignoni straordinario nel panorama delle Arti al m.a.x. museo e di Gotthard Applicate del XX secolo, non solo Schuh (Berlino, 1897 - Zurigo, in Italia, ma nel mondo. In poco più 1969) allo Spazio Officina, un di un trentennio, divenne la più fotografo svizzero di lingua ammirata azienda specializzata nell’uso tedesca che compì il primo dei dei cristalli applicati all’illuminazione suoi viaggi a Bali nel 1938 e e agli arredi, caratterizzati da una l’ultimo a Venezia, poco prima sconvolgente modernità di concezione della morte». ed esecuzione perfetta. Dal 28 settembre 2013 al Tre gli artefici di questo straordinario 19 gennaio 2014 il museo successo, in qualità di direttori artistici: presenta «Serge Brignoni Gio Ponti, Pietro Chiesa, artista e collezionista. Il Max Ingrand. viaggio silenzioso» una mostra nel 110° anniversario della nascita dell’artista e collezionista (Chiasso, 1903 - Berna, 2002) correlata alla complementare esposizione a Lugano al Museo delle Culture. Per la prima volta le sue opere (circa un centinaio, che si snodano dagli anni Trenta fino al Duemila, provenienti da molti Musei svizzeri e collezioni private), vengono accostate ed esposte assieme alle opere (ventisei) della sua collezione personale di arte etnica che lo Fontana Arte ispirarono, provenienti da Gio Ponti, Pietro Chiesa, Max Ingrand Estremo Oriente, India, di Franco Deboni 336 pp., 24 x 33,5 cm, con 562 Sud-Est asiatico, Indonesia, immagini a colori Oceania, attualmente Cartonato con sovracoperta, € 150,00 Edizione italiana ISBN 978-88-422-2163-0 conservate nel Museo delle Culture della Città di Lugano. Nel 1923 Brignoni si trasferì a Parigi ed entrò in contatto UMBERTO ALLEMANDI & C. con gli esponenti delle avanguardie artistiche; Per informazioni: Società editrice Allemandi & C., via Mancini 8, 10131 Torino, tel. 011 8199111, fax 011 8193090 conobbe Breton e Tzara Gio Ponti, Pietro Chiesa, Max Ingrand artefici dello straordinario successo di Fontana Arte Dall’alto, «La cage», un’opera di Serge Brignoni del 1933; una veduta esterna del m.a.x. Museo e Spazio Officina di Chiasso e un’immagine del 1975 che ritrae Brignoni nel suo atelier di Berna e si avvicinò al Surrealismo, intrattenne rapporti con Giacometti; nel 1926 tenne la mostra personale d’esordio alla Galleria Jeanne Bucher di Parigi. Rientrato in Svizzera nel 1940, Brignoni si stabilisce prima nel Canton Ticino e poi a Berna, che nel 1997 gli dedica una grande retrospettiva al Kunstmuseum. Di alto livello è l’attività grafica dell’artista, ampiamente documentata in mostra (la grafica è per lui uno strumento di analisi e di introspezione); nel 1941 partecipa alla realizzazione di una cartella di grafica per l’Associazione nazionale svizzera degli artisti, con sede a Zurigo, curata da Max Bill e che vede l’intervento attivo anche di Max Huber, oltre che di Serge Brignoni. Per informazioni: m.a.x. museo e Spazio Officina, via Dante Alighieri 6, Chiasso; tel. 0041 9169508 88; [email protected]; www.maxmuseo.ch 21 vedere a mendrisio 53 paesaggi mitici di Carrà nel Museo di Mendrisio Il Museo inaugurato nel 1982 in antichi spazi conventuali conserva un’importante collezione di opere datate dal XVI al XX secolo, l’importante fondo Gino e Gianna Macconi ricco di duemila opere e una suggestiva raccolta di testimonianze della religiosità popolare, tra cui ex voto e 650 «trasparenti» F ondato nel 1982, negli spazi dell’antico Convento dei Serviti (attivo dal XIII secolo come ospizio e ricovero), il Museo d’Arte di Mendrisio conserva un’importante collezione di dipinti, sculture e opere su carta dal XVI al XX secolo, ed è stato, fin dall’apertura, sede di mostre temporanee di alto livello: tra le altre, quelle di Klee, Bissier, Braque, Giacometti, Chillida, Tobey, Francis, Arp, Nicholson, Oppenheim, Wotruba, Birolli. Dal 22 settembre 2013 al 19 gennaio 2014, il Museo presenta «I paesaggi mitici di Carlo Carrà», la più ampia esposizione (53 dipinti, 29 disegni, 16 incisioni) dedicata da un museo svizzero a uno dei protagonisti dell’arte italiana ed europea del Novecento. Curata da Simone Soldini e da Elena Pontiggia, in collaborazione con Chiara Gatti e Luca Carrà, la mostra si apre emblematicamente, per poi continuare con altri capolavori, con uno dei dipinti memorabili nel percorso dell’artista, «Pino sul mare», 1921, La sede del Museo d’Arte di Mendrisio e il «Crepuscolo» di Carlo Carrà, del 1922 esito di anni di riflessione sulla pittura italiana del Trecento e del Quattrocento, che condusse Carrà (Alessandria, 1881 - Milano, 1966) a cogliere quel tempo sospeso, abitato da «forme primordiali» (termine da lui utilizzato), in cui pare che il paesaggio, le persone, le cose si siano dati un nuovo inizio. A fare da contrappunto alla mostra, viene presentata una selezione di opere di autori ticinesi, dipinte tra il 1920 e il 1950, che evidenzia l’influenza di Carrà sulle esperienze artistiche ticinesi, nel loro passaggio da un’arte ancora ottocentesca a una moderna. La mostra di Carrà (visitabile negli orari: dal martedì al venerdì, 10-12.00 e 14-17; sabato e domenica, 10-18) è «gemellata» con «Un mondo in trasformazione» che si tiene alla vicina Pinacoteca Züst di Rancate: entrambe le esposizioni possono essere visitate con un biglietto cumulativo, cui è possibile affiancare visite guidate e un pranzo-degustazione in un tipico grotto locale. La visita alla mostra di Carrà permette anche di conoscere la collezione permanente del Museo d’arte di Mendrisio, arricchitasi nel tempo di importanti donazioni. Tra gli autori delle opere conservate al Museo, ricordiamo il Maestro della Natività, Filippo Franzoni, Luigi Rossi, Edoardo Berta, Guido Gonzato, Pietro Chiesa (il fondo Chiesa comprende 500 tra dipinti e grafica, oltre all’archivio dell’artista), Imre Reiner, Giuseppe Bolzani, Jean Corty, Edmondo Dobrzanski, e alcuni protagonisti dell’arte italiana del Novecento, quali Mario Sironi, Gino Severini, Fausto Pirandello, Atanasio Soldati, Ennio Morlotti, Tancredi Parmeggiani, Gianni Dova, Piero Gilardi. Inoltre, il Museo custodisce, testimonianza della religiosità popolare, ex-voto e 650 «trasparenti» eseguiti dalla fine del XVIII secolo fino ai nostri giorni per le processioni della Settimana Santa. Occorre infine ricordare l’importante fondo Gino e Gianna Macconi, che l’omonima Fondazione ha affidato nel 2005 al Museo d’arte di Mendrisio per un’adeguata conservazione e valorizzazione, con oltre duemila opere (dipinti, opere su carta, sculture) raccolte da Gino Macconi nella sua attività prima alla Galleria Nord-Sud di Chiasso e poi come titolare della Galleria Mosaico nella stessa cittadina, realizzate da, tra gli altri, Corot, Hodler, Marquet, Werefkin, Helbig, Sironi, Carrà, Martini, Richter, Morlotti, Tavernari, Chighine, Franzoni, Foglia, Gonzato, Corty, Filippini, Genucchi, Dobrzanski, Boldini. Per informazioni: Museo d’arte di Mendrisio, Piazza San Giovanni, Mendrisio; tel. 0041 586883350; [email protected]; www.mendrisio. ch/museo vedere A BELLINZONA Nel Castelgrande di Bellinzona (la fortezza fatta ampliare e rinforzare negli ultimi decenni del Quattrocento da Ludovico il Moro, che dialoga con altri due castelli, Montebello e Sasso Corbaro, che sovrastano due alture che circondano la città), Pierre Pierre Casé Casé (Locarno, 1944) presenta le sue opere recenti, esito del perenne incanto di Venezia. L’esposizione, aperta fino al 4 marzo 2014, può essere considerata «una sorta di diario emozionale», come dice Casé stesso, dei suoi soggiorni veneziani: dodici grandi opere, ciascuna di 2x3,10 metri, trittici con le due parti laterali di lamiere di metallo ossidato e la parte centrale dedicata a un «sotoportego» di Venezia; sessanta «Atmosfere veneziane», di piccole dimensioni, suggestioni derivanti dalla contemplazione dei tramonti e dei loro riflessi sul canale della Giudecca. Oltre che per la sua attività di pittore, Pierre Casé è noto per avere diretto, dal 1989 al 2000, la Pinacoteca Casa Rusca di Locarno. Come è riuscito a fare convivere l’attività di pittore e quella di direttore di museo? «Nella nostra bella nazione, la Svizzera, che io chiamo “mon petit village mimì”, tutto è così bello e ordinato, ma la professione dell’artista è penalizzata, non è in generale ufficialmente riconosciuta. Così, molti sono stati e sono costretti a fare la doppia professione. Nei primi anni Sessanta, essendo di famiglia povera, facevo sotto i portici di Locarno il venditore di marroni abbrustoliti e il gelataio, ma presto mi accorsi che non ne potevo vivere. Rimasto orfano di mio padre molto presto, non riuscii a frequentare l’Accademia di Brera (dove andavano tutti i giovani artisti ticinesi, non avendo noi un’Accademia); quindi la mia formazione è quella dell’autodidatta. Tenni la prima esposizione personale nel 1964, alla Galleria La Cittadella di Ascona. Imparai la professione di pubblicitariodecoratore, e per diciotto anni ho insegnato allo CSIA (Centro Scolastico Industrie Artistiche) a Lugano. Intanto la mia pittura si era evoluta: prima figurativa e poi informale materica; soprattutto con le grandi dimensioni potevo lasciare nella materia l’impronta di come stavo quel giorno. Nel 1989, mi chiamò il Sindaco di Locarno: mi comunicò che il direttore di Casa Rusca, Rudy Chiappini, andava a Lugano, a dirigere Villa Malpensata, e mi chiese di sostituirlo per qualche mese. Accettai, e finii per rimanere fino al 2000. In quegli anni Lugano faceva le grandi mostre degli artisti internazionali, Bellinzona puntava sull’Ottocento; improntai Casa Rusca sull’arte astratta e informale, cominciando con la mostra di Max Bill e finendo con quella di Marino Marini (la moglie, Mercedes Pedrazzini, era di Locarno). Organizzai mostre dedicate a artisti italiani (Burri, Licini, Santomaso, che purtroppo morì durante la preparazione dell’esposizione, Baj), tedeschi (Schumacher), spagnoli (Tàpies). La costruzione della mostra durava un anno e mezzo, e lavoravo a stretto contatto con l’artista, ma non ho mai accettato le intromissioni di galleristi o Fondazioni. Sono riuscito a fare convivere la doppia professione di pittore e di direttore di museo semplicemente perché non dicevo che ero anche pittore». Per informazioni: Castelgrande, via Salita Castelgrande 18, Bellinzona; tel. 0041 918252131; www.bellinzonaturismo.ch/it/even Il luogo speciale che Villa dei Cedri offre agli artisti da trent’anni Il Museo Civico di Bellinzona vanta una collezione forte e particolare e una sede di grande pregio architettonico. La direttrice Carole Haensler Huguet ha appena inaugurato la mostra dei disegni di Edouard Vallet T ra un anno e mezzo, nell’aprile 2015, Villa dei Cedri festeggerà i suoi primi trent’anni di attività. Il Museo si aprì il 2 aprile 1985, nella splendida villa di origine ottocentesca, con successivi rimaneggiamenti nei primi anni del Carole Haensler Novecento (all’interno, pavimenti Huguet a parquet e decorazioni pittoriche), circondata da un parco di alberi secolari, spazio che la Città di Bellinzona aveva deciso di destinare esclusivamente alle arti visive, nel quale conservare ed esporre le collezioni cittadine, originate anche da donazioni, e organizzare mostre temporanee. Diretta per vent’anni, fino al 2006, da Matteo Bianchi (cfr. l’intervista), Villa dei Cedri vede ora come conservatrice Carole Haensler Huguet, che ha appena allestito e inaugurato una mostra dedicata ai disegni di Edouard Vallet (Ginevra, 1876 - Cressy, 1929), pittore, disegnatore e incisore, uno dei protagonisti, assieme a Ferdinand Hodler, Cuno Amiet, Max Buri e Giovanni Giacometti della pittura svizzera del primo Novecento. L’esposizione di Vallet, aperta fino al 3 novembre 2013, è imperniata su circa 120 fogli, pastelli e disegni, nient’affatto opere occasionali o minori, ma, nella rappresentazione dei paesaggi e della vita quotidiana del suo Vallese, luogo sorgivo di intuizioni e spunti creativi, nel segno e nel colore, di straordinaria immediatezza (si pensi alla modernità di «Arbre dans la falaise», 1927), spesso all’insegna di una malinconia esistenziale che mai abbandona l’artista. L’esposizione è più ampia di quella presentata al Musée d’art du Valais di Sion da Antonia Nessi, specialista di Vallet, che ha curato, assieme alla Fondazione Edouard Vallet, il volume «Edouard Vallet. Dessins. Zeichnungen», Benteli-Verlag, 2012. All’ultimo piano di Villa dei Cedri si può ancora visitare la mostra «La raccolta Eugenio Balzan a Bellinzona», a cura di Giovanna Ginex e Anna Lisa Galizia, originariamente presentata tra settembre 2012 e gennaio 2013 (catalogo Skira): opere della seconda metà dell’Ottocento (tra gli altri, Fattori, Fontanesi, Palizzi, Mosè Bianchi, Michetti, De Nittis, Tito, Dalbono, Previati, Nomellini) che Eugenio Balzan (Badia Polesine, 1874 - Lugano, 1953) aveva raccolto (di lui si ricorda l’attività a «Il Corriere della Sera», dove, entrato nel 1897 come redattore, diventerà nel 1903 responsabile dell’omonima società editrice, fino al 1933, quando, attaccato dal regime, lascia l’Italia e si ritira in Svizzera). Carole Haensler Huguet è impegnata a definire i programmi futuri, che per il momento preferisce non esplicitare. Già è programmata, dal 30 novembre 2013 al 23 febbraio 2014, la mostra dedicata a Mario Comensoli (Lugano, 1922 - Zurigo, 1993), curata da Pietro Bellasi e Peter Killer, che sarà una rivisitazione dell’opera di un artista così segnato dall’esigenza di misurarsi con la realtà sociale. Villa dei Cedri, sede del Museo Civico di Bellinzona; «Vestito rosso» di Edouard Vallet, s.d. [1895] © Jacques Dominique Rouiller, 2011 Le emozioni veneziane di Casé, ex direttore di Casa Rusca 22 Carole Haensler esprime tuttavia le sue aspirazioni: «Dopo essersi costruito come museo, dotandosi di una collezione forte e particolare, in un certo senso ci si è dimenticati del luogo particolare che lo ospita. Allestendo la mostra di Vallet ho avuto occasione di fare una più ampia conoscenza con la fisicità degli spazi di Villa dei Cedri, che mi hanno rivelato quanto possano dare una dimensione intima all’opera di un artista, attraverso la grandezza, il ritmo, la struttura particolare di ogni sala (con l’eventuale presenza di un camino, di un parquet originale, di una finestra o di una porta-finestra). Credo che la sfida di oggi per il Museo Civico Villa dei Cedri sia di abbinare queste due dimensioni, collezione e architettura, rivalorizzando l’architettura e procedendo con la riflessione e lo sviluppo della collezione (nuovi fondi monografici, sviluppo del fondo di opere su carta e nella misura del possibile arricchendo il fondo storico dell’arte ticinese e italiana dell’Ottocento e del Novecento, ma anche e soprattutto aprendosi più che ogni museo ticinese all’arte svizzera in generale e varcando la frontiera della Lombardia per abbracciare la cultura italiana nella sua globalità, pensando “globale”, considerando il territorio come luogo di scambi culturali». Del resto, torri, mura e castelli di Bellinzona sono dal 2000 Patrimonio dell’UNESCO, a riconoscimento dell’unicità del complesso fortificato realizzato per controllare i transiti fra il Nord e il Sud delle Alpi, e altre sono le opportunità espositive da segnalare, quali il Castello di Sasso Corbaro e il Museo in Erba, e dunque Bellinzona è una meta da non perdere. Per informazioni: Museo Civico Villa dei Cedri, piazza San Biagio 9, Bellinzona; tel. 00 4191 8218518; [email protected]; www.villacedri.ch 23 vedere A BELLINZONA I miei bellissimi vent’anni per creare un museo che non c’era A Matteo Bianchi si deve la creazione del museo Villa dei Cedri, che ha dedicato alle carte degli artisti M atteo Bianchi, può riassumere la storia di quei due decenni attraverso le mostre principali che ha curato e i relativi cataloghi? Lei ha anche favorito donazioni da parte di artisti, in particolare nei settori delle opere su carta e della grafica numerata: può parlarci Matteo Bianchi delle più importanti acquisizioni? Con Villa dei Cedri ha continuato ad avere un rapporto di collaborazione. In quali iniziative è stato coinvolto? «Vent’anni bellissimi ho trascorso a Villa dei Cedri per inventare il museo che non c’era attraverso la costruzione della raccolta connessa alle rassegne. Ho attuato un discorso regionale di qualità, aperto nelle scelte che hanno privilegiato l’opera su carta. Un primo capitolo del libro del museo studia la pittura svizzera-lombarda fra Otto e Novecento, tesa verso la modernità tra realtà e simbolo. Nel 1986, la mostra d’esordio di Luigi Rossi, con quelle di Berta, Franzoni e Tallone, suggerisce il dialogo con la poetica di Anker, che tocca elementi di classicità gentile, e con l’opera di Vallotton, aspra senza gioia. E ancora, in ambito ottocentesco, mi piace ricordare il sontuoso “Viaggio verso le Alpi” compiuto insieme a Michel Butor, da Caspar Wolf a Hodler, e una mostra d’eccezione su Camille Claudel. Un secondo capitolo riguarda la crescita ragionata della collezione: ho sempre pensato infatti che una collezione d’arte non può funzionare come una raccolta di francobolli: meglio compiere le proprie scelte in libertà, svincolati dalla consorteria delle Massimo Cavalli, «Senza titolo», mode e dalle patetiche 1987, Museo Villa dei Cedri chiamate al successo. E qui è stato decisivo il buon senso della politica che ti dà fiducia. La scelta dei fondi monografici risponde al carattere individuale del museo: fra questi nuclei di opere che sono il punto di forza, mi piace ricordare tre meravigliosi amici, pittori e incisori: Massimo Cavalli, Enrico Della Torre e Giulia Napoleone. Un terzo capitolo rivela la tendenza della collezione verso l’amoroso studio dell’opera su carta, intesa come luogo della memoria e del progetto. A partire dall’acquisizione prestigiosa delle “Intimità” di Vallotton, l’opera su carta è stata al centro delle esposizioni di Fautrier, Kokoschka e Sonia Delaunay, e soprattutto oggetto del volume “Le carte del museo” che con “Il libro del museo” rimane lo strumento di lettura di Villa dei Cedri. Dal 2006 ho mantenuto vivi i contatti con Villa dei Cedri attraverso la cura della mostra di Steinlen e del trittico a tema sulle relazioni fra arte e natura, tra parole e figure e sullo spirito del collage. E ora si apre una bella intesa che risponde all’idea del “museo su carta”, su un progetto che vorrei chiamare “Le carte dei poeti” per coltivare la speciale relazione fra immagine e testo a partire dalla collezione del museo. Già quando era a Villa dei Cedri ha cominciato a pubblicare una rivista-quaderno, «Pagine d’Arte» (www. paginedarte.ch), e poi cataloghi di mostra con quel marchio, e ancora, libri preziosi che approfondiscono temi artistici o aspetti che stanno sul crinale tra arte e letteratura. Infine, dopo che ha scelto di vivere per un periodo dell’anno a Parigi, ha sviluppato anche una collana «francese». Ci parli della piccola casa editrice e dei suoi libri, delle tirature e dei maggiori successi di «Pagine d’Arte». «Ho cercato di superare il limite del catalogo di servizio (un prodotto a breve scadenza sicura ) per amore del libro e nel segno della scrittura poetica che l’opera d’arte suscita. L’occhio e la fiaba della pittura di Emilio Tadini ci hanno accompagnato fin dall’inizio: Emilio ci ha suggerito la copertina della rivista “libretto” e il titolo della collana francese “ciel vague”, corrispondente ai “sintomi” italiani. Ora l’amore per le nostre pagine d’arte si coltiva insieme a Carolina Leite: dal Ticino a Parigi il discorso conosce buoni momenti. La vicenda editoriale continua guidata dal buon senso di Raffaele La Capria e dalla “mano che pensa” di Valerio Adami, attraverso gli “ateliers” della scrittura nomade di Paul Nizon, in ascolto di “cartavoce” di Ruggero Savinio, del “disegno e la voce” di Yves Bonnefoy. E ancora, fra i libri speciali di Pagine d’Arte, si legge l’invito a riflettere sul tema dell’identità attraverso gli scritti sul federalismo culturale di Denis de Rougement e sul senso della traduzione di Silvia Baron Supervielle; per chiudere in bellezza conviene gustare l’antico “sapore del mondo” di Shitao». Lei conosce bene la realtà del Canton Ticino. Qual è il rapporto tra il Cantone e la vicina realtà italiana? Ci sono interscambi di cultura artistica nelle due direzioni, o si guarda di più alla realtà della Svizzera di lingua tedesca? «L’identità culturale del Canton Ticino è particolare, non da oggi, insieme fluida e complessa: interessante e preziosa nella sua varietà che vorremmo saper cogliere. Scrivendo di Luigi Rossi, Rossana Bossaglia illustrava il concetto delle due patrie: verista lombardo poi simbolista dell’arco alpino: penso che avesse ragione. È naturale frequentare il proprio ambito linguistico e culturale, ma è necessario conoscere l’altra Svizzera, e non solo. Ad esempio, il pittore-incisore Massimo Cavalli, italiano di formazione, ha poi assunto una forte componente mentale di lingua francese. Vallotton a Parigi era considerato uno speciale “nabis”, di espressione spoglia. Dall’Ottocento a oggi, in ambito svizzero, è affascinante sentire una comune apertura d’identità, varia e rispettosa».