Progetto P.Um.A A. Appicciafuoco* A. Alessandri* S. Brugnoli*; E. Carucci°; S. Naldini*; V. Vinante° * Direzione Sanitaria Presidio Ospedaliero San Giovanni di Dio – ASL 10 Firenze ° Scuola di Specializzazione Igiene e Medicina Preventiva - Dipartimento Sanità Pubblica Università degli Studi di Firenze Abstract L’Azienda Sanitaria Fiorentina (ASF) ha deliberato nel 2005 un progetto denominato P.Um.A con l’obiettivo principe di promuovere e favorire l’umanizzazione e l’accoglienza nei percorsi assistenziali dei pazienti-utenti. Nell’ambito di tale progetto sono state affrontate diverse aree tematiche. Oltre al raggiungimento di vari obiettivi è stata riscontrata una decisa partecipazione dei dipendenti soprattutto nel promuovere idee ed iniziative atte a prendersi carico delle aspettative, e non solo dei bisogni, dei singoli utenti. Introduzione Negli ultimi anni nell’ambito sanitario si è assistito ad una accelerazione dei ritmi di cura con erogazione di servizi sempre più efficaci ed efficienti, a cui non è sempre corrisposta un’analoga attenzione agli aspetti relazionali e di socializzazione. Questa nuova condizione porta con sé la necessità di un cambiamento, un riorientamento delle strutture sanitarie in modo da recuperare una visione antropocentrica che in qualche modo vada a bilanciare la visione tecnocentrica. Nei primi mesi del 2005 l’Azienda Sanitaria Fiorentina (ASF) ha avviato un progetto denominato P.Um.A “Umanizzazione ed Accoglienza” con l’obiettivo principale di curare i cittadini-utenti, territorialmente afferenti, facendosi carico delle loro aspettative e non solo dei loro bisogni prettamente assistenziali. Materiali e metodi Per cambiare uno stato di cose ormai cristallizzato ci vuole un nuovo modo di lavorare, un nuovo modello organizzativo, uno strumento in grado di riorientare il comportamento degli attori interni ed esterni all’organizzazione coinvolti nella realizzazione dei servizi di tutela della salute, di accrescerne il valore e di creare e aumentare il loro senso di appartenenza all’organizzazione stessa. Il Project Management è uno dei modelli utilizzati a tal fine . Questo nuovo sistema gestionale ha come caratteristica fondamentale quella di avvalersi di progetti, intesi come insieme di persone, risorse e fattori organizzativi riuniti temporaneamente per raggiungere obiettivi specifici. E’ uno strumento capace di indirizzare lo spirito di una organizzazione verso il “lavoro per progetti”, “per processi”, “per risultati”, privilegiando la cultura del gruppo rispetto a quella del singolo. La Direzione Generale della ASF ha ufficializzato il progetto P.Um.A con delibera aziendale del 28/04/2005 individuando il Project Leader che a sua volta, assieme al Project Manager, ha istituito un team multiprofessionale caratterizzato da persone provenienti da aree e funzioni aziendali differenti che, al di là dei diversi livelli di collocazione gerarchica, hanno lavorato in modo congiunto al raggiungimento degli obiettivi individuati. In delibera è stato inoltre identificato un periodo di 5 anni come tempo necessario per la re-ingegnerizzazione dei processi primari di produzione. Il progetto P.Um.A ha lavorato per diverse aree tematiche: - Accoglienza e mediazione culturale - Diversità religiose e culturali - Comunicazione interna ed esterna - Privacy - Monitoraggio qualità percepita - Degenza e comfort fisico - Cura dell’utente - Ospedale senza dolore - Cura del dipendente Il gruppo P.Um.A ha assunto il compito di formare una nuova cultura fra i dipendenti, un nuovo e diverso approccio al proprio lavoro ed al rapporto medico-paziente. Il gruppo centrale doveva allargare a macchia d’olio permeando di questo nuovo modo di sentire tutte le organizzazioni e le strutture aziendali, anche quelle più periferiche. Sono stati formati referenti di presidio, 486 “facilitatori” dell’accoglienza, cioè operatori sanitari capaci di avvicinare l’organizzazione all’utente e gli utenti all’organizzazione. 1 Risultati Il gruppo P.Um.A nei 5 anni di attività (2005-2009) ha raggiunto numerosi obiettivi, alcuni tesi a migliorare il processo di assistenza ed accoglienza, altri volti a rendere più accogliente e confortevole l’ospedale, altri ancora mirati alla cura del dipendente, convinti che la soddisfazione e il senso di appartenenza del dipendente siano indispensabili per lavorare bene nell’ottica di una nuova alleanza fra dipendente e utente del servizio. Fra gli obiettivi raggiunti possiamo elencare l’attivazione di specifici pathways assistenziali per individui con handicap visibili (disabilità intellettiva e gravi cerebrolesioni acquisite) o invisibili (sordi) che hanno migliorato l’equità di accesso ai servizi sanitari creando percorsi espressamente dedicati ai soggetti più fragili. Particolare risonanza è stata data anche al progetto “ospedale senza dolore” per mezzo del quale sono stati formati molti operatori sanitari per promuovere un cambiamento sostanziale nella cultura del dolore. Nel 2006 la direzione aziendale ha istituito una nuova figura professionale mutata dal settore alberghiero che ha rappresentato una novità assoluta nell’ambito sanitario italiano con il compito di soddisfare anche quei bisogni che, pur non afferendo alla sfera clinica, sono altrettanto importanti per il benessere di chi, operatore o paziente, frequenta l’ospedale. Con il progetto “le parole ultime” si è cercato di garantire gli aspetti di umanizzazione del momento della morte e del lutto dei familiari, nel rispetto delle diverse culture e religioni. Sono stati effettuati incontri itineranti fra i vari presidi ospedalieri, attraverso i quali sono stati formati complessivamente 145 operatori (medici, infermieri, personale di supporto). Fra le altre mete raggiunte possiamo elencare la medicina narrativa, l’ospedale senza passo, i libri in corsia e per gli obiettivi rivolti ai dipendenti il laboratorio teatrale, il laboratorio di scrittura creativa ed il counseling. Conclusioni La Regione Toscana nell’anno 2009 ha fatto un censimento regionale relativo ai progetti di umanizzazione attivati dalle aziende sanitarie nel 2008. Sono stati segnalati 285 progetti regionali, 69 dei quali attivati dalla azienda sanitaria di Firenze a testimonianza di un’idea vincente nata già nel 2005. In particolare la nostra azienda ha sviluppato le tematiche “accoglienza, orientamento”, “diversità, fragilità e intercultura”, “partecipazione attiva ai percorsi di cura” coinvolgendo gli stakeholders e “l’attenzione al dipendenti”. Al di là dei risultati raggiunti , pure notevoli, l’aspetto più significativo e meritevole di segnalazione è rappresentato dalla ricchezza di idee e di partecipazione effettiva dei dipendenti al progetto; in molti casi il gruppo P.Um.A ha avuto solo il merito di portare alla luce cose, iniziative già in essere per la creatività e l’impegno del singolo dipendente. E’ emerso un patrimonio di idee, di umanità che non può non riscaldare il cuore e renderci orgogliosi di appartenere a una sanità pubblica di cui spesso non siamo capaci di apprezzare a pieno i meriti. LA GESTIONE DELLA MORTE IN UNA SOCIETA’ MULTICULTURALE Roberto ARIONE, Lorenzo TOSELLI, Maria Carmen AZZOLINA AOU S. Giovanni Battista di Torino INTRODUZIONE Negli ultimi anni si assiste ad una presenza nel tessuto sociale locale di un sempre più consistente flusso di cittadini provenienti da altri paesi Europei e soprattutto Extraeuropei; questo implica la necessità di confronto e di integrazione tra diverse religioni ed usanze. Tale problema è presente anche in ospedale nell’ambito dell’assistenza religiosa e della gestione del decesso. L’evento della morte rappresenta infatti un grande impatto emotivo nel vissuto personale, spesso molto più avvertito dalle popolazioni extraeuropee tradizionalmente legate ad un concetto di nucleo familiare consolidato, in parte ormai mutato nei paesi occidentali. Parole chiave: morte, società multiculturale, camere mortuarie MATERIALI E METODI 2 Nelle camere mortuarie del Presidio Molinette dell’AOU San Giovanni Battista di Torino, il più grande ospedale del Piemonte, vengono ospitate in un anno circa 2.000 salme, di cui il 15% di nazionalità straniera. Nel 2009 sono stati celebrati 118 riti di altre culture. Nell’ambito di una riorganizzazione dell’attività svolta in camera mortuaria, finalizzata in particolare ad una più compiuta tutela del dolente, dal 2007 la Direzione sanitaria di presidio ha sviluppato, con la collaborazione degli operatori coinvolti in prima persona nell’attività di gestione operativa, una valutazione di quelle che sono le usanze dei cittadini provenienti da altri Paesi; questo al fine di rispondere meglio ai loro bisogni e rendere più agevole l’integrazione nel tessuto locale, evitando tensioni legate a culture diverse. Gli operatori delle camere mortuarie sono entrati in contatto con quasi tutte le popolazioni extraeuropee presenti nel contesto e di conseguenza hanno appreso le necessità di molte di loro, per affrontare degnamente nel rispetto del credo religioso la delicata fase che gravita attorno all’evento morte. In tale ambito un gruppo di lavoro appositamente creato ha approfondito più compiutamente le varie usanze. Si è cercato di capire che cosa si differenziava nel momento della morte per i cittadini delle diverse confessioni religiose: ci si è resi conto che ogni gruppo sociale ha usanze tramandate da sempre, che spesso si discostano da quelle locali. Ci si è attivati per soddisfare le richieste dei diretti interessati: conoscendo meglio i diversi costumi molte incomprensioni inizialmente emerse sono state superate. Dal punto di vista strutturale specifici locali sono stati destinati ad accogliere salme di altre confessioni, per permettere a parenti ed amici di portare l’ultimo saluto secondo prassi più consone alle specifiche tradizioni. RISULTATI L’AOU San Giovanni Battista dal 2008 attua corsi di formazione su questo tema, aperti a tutto il personale sanitario dipendente e non soltanto agli operatori addetti alle camere mortuarie; ad oggi sono circa 400 i dipendenti che hanno frequentato corsi di formazione specifici sull’argomento. In particolare il corso dal titolo “Il vissuto della morte e del morire in una società multiculturale” è accreditato ECM, si articola in due giornate per un totale di 16 ore e si concentra in particolare sulla dimensione interculturale e sull’esperienza del “morire altrove” del paziente straniero. Nel corso vengono discussi i riti funebri, le credenze e le pratiche che circondano la morte nelle principali confessioni religiose e in altre culture, focalizzando l’attenzione su quelle con cui è più frequente il contatto. Vengono analizzati e discussi casi di pazienti stranieri, proposti dal docente e dai partecipanti, che permettono di evidenziare le particolarità del vissuto degli immigrati di fronte alla morte ed individuare le strategie utili per far fronte nel miglior modo possibile a questo tipo di situazioni, nell’esperienza professionale. Dal punto di vista organizzativo sono sistematicamente previsti incontri con rappresentanti di altre confessioni: dal confronto emerge un notevole miglioramento dei rapporti e delle collaborazioni ed un incremento della soddisfazione generale degli utenti. Gli operatori sono in grado di assistere subito i familiari dei defunti in modo da fare comprendere che il personale dell’ospedale è a conoscenza delle diverse usanze ed è pronto a rispettarle, sempre nell’ambito comunque di una struttura sanitaria pubblica. CONCLUSIONI In sintesi il confronto diretto tra operatori ed utenti ha permesso di apprendere sul campo contenuti indispensabili per la gestione della delicata fase che gravita attorno all’evento morte, in particolare per ciò che riguarda la conoscenza di regole, usanze e confessioni; tutto questo per garantire una maggiore aderenza ai bisogni individuali, al fine di migliorare il rapporto tra i familiari ed il personale delle camere mortuarie secondo la logica dell’integrazione. L’attuazione di tale progetto non ha comportato, peraltro, costi aggiuntivi per l’Azienda. ANALISI DEI COSTI DELLE INFEZIONI CORRELATE ALL’ASSISTENZA SANITARIA NELL’AOU SAN GIOVANNI BATTISTA DI TORINO AUTORI: Azzolina MC, Silvestre C, Minniti D, Chiadò Piat S, De Rosa FG, Gianino MM, Barbaro S. AOU S. Giovanni Battista di Torino PAROLE CHIAVE: ICA, degenza media, costi INTRODUZIONE 3 Recentemente sono aumentati i pazienti ricoverati in ospedale in condizioni critiche, e pertanto ad elevato rischio di infezioni ospedaliere. Inoltre l’avvento di tecnologie sanitarie innovative, pur garantendo la sopravvivenza di pazienti critici, ha favorito la presenza di microrganismi anche in sedi corporee normalmente sterili. Obiettivo dello studio è quello di determinare il prolungamento della degenza media e dei relativi costi derivanti dalle infezioni correlate all’assistenza (ICA) nell’ AOU San Giovanni Battista di Torino. MATERIALI E METODI La prima fase del lavoro è stata dedicata ad un’attenta e critica review della letteratura con particolare riferimento alle metodologie utilizzate per la stima dei costi legati alle ICA. La seconda fase è coincisa con la raccolta dei dati di prevalenza ed economici. Per i primi si sono utilizzati i risultati di uno studio di prevalenza delle infezioni ospedaliere effettuato nell’ottobre 2007, tra i pazienti ricoverati in regime di ricovero ordinario nel Presidio, includendo un campione di reparti per acuti ed escludendo il Day Hospital ed il Pronto Soccorso. Sono state registrate solo le infezioni in atto il giorno dell’indagine utilizzando anche dati di laboratorio/radiologici eseguiti nei giorni precedenti/successivi, purché compatibili con l’infezione in atto. La rilevazione degli altri dati di interesse è stata effettuata basandosi sulle SDO, sulle cartelle cliniche, su altri documenti sanitari, su statistiche DRG e su dati elaborati dal Controllo di Gestione tramite indagini di processo sulle varabili interessate nello studio dei costi. La terza fase ha previsto la creazione di un data-set appropriato e delle variabili rilevanti utilizzando il supporto di STATA 10.0. La quarta fase è stata incentrata sull’analisi dei dati e la discussione dei risultati. Sono state calcolate e confrontate le giornate di degenza media nei soggetti infetti e nei soggetti non infetti in modo complessivo, poi stratificate per reparto di provenienza e localizzazione dell’infezione. Si è calcolato il costo delle giornate aggiuntive di ricovero nei soggetti infetti rispetto ai non infetti. RISULTATI Durante lo studio di prevalenza sono stati osservati 621 pazienti di cui 70 (pari all’11.27%) con infezione ospedaliera. La maggior parte delle infezioni riscontrate sono state quelle del tratto urinario (35.71%) e del tratto respiratorio (25.71%), mentre solo il 4.29% è stato relativo a batteriemie (Tabella 1). Relativamente alla valutazione di singole tipologie di reparto, i dati riflettono il trend generale, anche se nelle medicine specialistiche, chirurgie generali e terapie intensive non si sono evidenziate batteriemie. Inoltre nelle chirurgie generali non sono state rilevate infezioni delle basse vie respiratorie. La Tabella 2 riporta invece il prolungamento della degenza media e i costi medi relativi delle ICA rilevate. CONCLUSIONI L’applicazione del metodo considerato ha messo in evidenza un prolungamento evidente nella degenza media successiva a infezioni in tutte le tipologie di reparto considerate. Nello specifico, le chirurgie specialistiche e le anestesie/terapie intensive presentano i valori di prolungamento di degenza media più lunghi. Al prolungamento della degenza corrisponde un aumento considerevole dei costi in tutti i reparti considerati con valori proporzionali al prolungamento della degenza stessa ma anche dipendenti dalla tipologia del reparto e dei suoi costi correlati. Dati particolarmente alti e meritevoli di riflessione sono evidenti nelle anestesie/rianimazioni e nelle chirurgie specialistiche. Tabella 1. Caratteristiche dei pazienti coinvolti nello studio Presenza IO Assenza IO 70 551 N. pazienti Età media 66,24 64,29 SD 17.82 (min.17-max 94) SD 16.72 (min.15-max 99) 38 (54.29%) 294 (53.36%) Sesso maschile Tipologia infezioni 25 (35.71%) Infezioni tratto urinario 5 (7.14%) Infezioni sito chirurgico 18 (25.71%) Infezioni apparato respiratorio 3 (4.29%) Batteriemie 19 (27.14%) Altro Tabella 2. Prolungamento della Degenza Media e costi relativi Reparti Media (gg) Costo medio (Euro) Totale 621 64.50 SD 1.84 (min.15-max 99) 332 (53.46%) - 4 Medicine generali Medicine specialistiche Chirurgie generali Chirurgie specialistiche Anestesie e terapie intensive Totale 1,22 26,51 16,17 54,06 186,16 5.605,37 4.878,46 21.573,90 42,55 35,99 43.544,67 - IL MONITORAGGIO DELL’ADESIONE ALL’IGIENE DELLE MANI NEL CONTROLLO DELLE INFEZIONI CORRELATE ALL’ASSISTENZA SANITARIA (ICA) P. Bellocchi.*, S. Carini▲; Galeano S.*, G. Parisi*, M. Ruffino°, A. Trombetta^, R. Di Stefano▲ AOU “Policlinico - Vittorio Emanuele”- Catania *Direzione Medica Presidio V. Emanuele - ° Chirurgia Pediatrica Presidio V. Emanuele ^ Chirurgia Toracica Presidio V. Emanuele - ▲ Direzione Medica Presidio S. Bambino INTRODUZIONE Nel 2007 l’allora Azienda “V.Emanuele, Ferrarotto, S. Bambino” ha aderito al progetto “Clean Care is Safer Care”, promosso dall’OMS e coordinato a livello nazionale dalla Regione Emilia Romagna, finalizzato ad implementare e diffondere corrette modalità di lavaggio delle mani e l’utilizzo in tale ambito di gel idroalcolici, quale misura efficace per la prevenzione delle ICA. Il progetto è stato implementato nel corso del 2007/2008 presso tre Unità Operative: Ch. Toracica, PO V. Emanuele; Ematologia, PO Ferrarotto; Rianimazione, PO S. Bambino. Incoraggiata dai risultati ottenuti, ha ritenuto estendere l’esperienza alle UU.OO di Ch. d’Urgenza e Rianimazione PO V. Emanuele. Nell’anno 2010, su proposta del coordinamento nazionale, è stato effettuato un monitoraggio per verificare i livelli di adesione a corrette pratiche di igiene delle mani nel tempo, presso le stesse UU.OO. PAROLE CHIAVE: prevenzione ICA, igiene mani, indicatore qualità MATERIALI E METODI Il livello di adesione a corrette pratiche di igiene delle mani è stato valutato su circa 200 opportunità di igiene delle mani per U.O., nel corso di sedute di osservazione diretta, della durata di 20 minuti ciascuna., utilizzando schede di rilevazione utili a registrare in maniera oggettiva le modalità di sanificazione delle mani utilizzate degli operatori sanitari afferenti alle diverse categorie professionali, in riferimento ai momenti assistenziali individuati nelle linee guida dell’OMS: prima del contatto prima di un’azione asepsi dopo contatto con fluido dopo contatto con il paziente dopo contatto con ambiente circostante Le osservazioni sono state condotte prima e dopo un periodo di formazione (tempi 0 e 1) e ripetute in fase di monitoraggio (tempo 2). I dati registrati sono stati trasferiti ad un data base in EPI- INFO ed elaborati. CONCLUSIONI L’adesione complessiva all’igiene delle mani per le 5 UU.OO. nelle fasi 0, 1 e 2 è stata rispettivamente del 30,4%, 61,7% e 57,5%. Nei grafici che seguono si riportano l’andamento dell’adesione all’igiene delle mani (fig.1) al tempo 0, 1 e 2, per ciascuna U.O. nonché la scelta del metodo di sanificazione adottato (fig.2). 5 Fig. 1 Fig. 2 I risultati forniti dall’analisi dei dati documentano un mantenimento del livello complessivo di attenzione all’ igiene delle mani, con una flessione del 4,2% fra le fasi 1 e 2, da ritenersi fisiologica pur indicando l’opportunità di una costante azione di rinforzo, da esercitare mediante formazione e distribuzione di materiale informativo. L’analisi dei dati disaggregati conferma l’andamento per tre delle UU.OO., restando la flessione contenuta sotto il 10%, mentre un dato in notevole dissonanza e peraltro contraddittorio risulta invece per le UU.OO. di Ch. d’Urg. e Rianimazione del PO V. Emanuele. Infatti, contrasta il delta in forte crescita fra la fase 1 e la fase di monitoraggio dell’UO. di Ch. d’Urg., espressione a nostro parere dell’efficacia della formazione e della presenza di un pool di personale stabile nel tempo, con il delta fortemente negativo presentato dall’UO. di Rianimazione V. Emanuele, contemporanea peraltro all’accertata riduzione del numero di unità di personale in un reparto con i carichi e ritmi di lavoro tipici delle terapie intensive. Nel merito, si può osservare come l’adesione all’igiene delle mani possa costituire un utile indicatore della qualità dell’assistenza, in relazione alla presenza di condizioni di rischio per le ICA, spia della necessità di azioni di miglioramento. Ristorazione ospedaliera: l’esperienza dell’Azienda Ospedaliera Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta P. Boccalone1, E. Boccalone2,R. Capriello1, 2, M. D’Anna2, M. Parillo2 U.O.C. Direzione Medica di Presidio, Az. Ospedaliera “Sant’ Anna e San Sebastiano” di Caserta 2 U.O.S.D Diabetologia e Mal. Metaboliche, Az. Ospedaliera “Sant’ Anna e San Sebastiano” di Caserta 1 Abstract Nell’ambiente ospedaliero la nutrizione adeguata dei pazienti è parte di un più generale percorso di cura e quindi la ristorazione ospedaliera deve soddisfare i bisogni nutrizionali dei soggetti ricoverati. Dai dati relativi ai questionari circa la ristorazione ospedaliera presso l’Azienda Ospedaliera di Caserta si evince che la percezione del vitto ospedaliero è differente per i degenti del periodo 1997-2000, in cui la modalità di catering era il cook & serve e per quelli degli anni 2004-2007, in cui la modalità di catering era il cook & warm. Infatti, i risultati riferiti alla prima modalità di catering denotano un grado di soddisfazione medio-alto dei pazienti, quelli riferiti alla seconda mostrano una maggiore insoddisfazione dei degenti. Parole Chiave: Ristorazione Ospedaliera; cook&serve; cook&warm Introduzione Una nutrizione adeguata dei pazienti ospedalizzati è parte di un più generale percorso di cura. Nell'ambiente ospedaliero si svolgono e si intersecano tra loro molte attività diverse e la ristorazione non può costituire un fatto a sé stante, ma deve integrarsi nel complesso funzionamento di tutta la struttura. E’ di fondamentale importanza, quindi, conciliare le attività organizzative con la necessità di individuare per tempo i bisogni nutrizionali del paziente, trasmettendo alla cucina ospedaliera le diete speciali o eventuali particolari esigenze dietetiche. Materiali e metodi Scopo dello studio è stato quello di valutare le metodologie di ristorazione in uso presso l’Azienda Ospedaliera Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta. L’indagine è stata svolta negli anni 1997-2000 e 2004-2007. E’ stato distribuito un questionario anonimo, ritirato dopo tre giorni, a 12504 pazienti. Di questi, 11384 hanno compilato e consegnato il questionario, 1120 si sono rifiutati di rispondere al questionario. Il questionario è stato somministrato a pazienti ricoverati da almeno due giorni, alle sole Unità Operative Complesse (U.O.C.) con degenza ordinaria, alle mamme dei piccoli degenti della U.O.C. Pediatria. Sono state escluse le U.O.C. di Terapia Intensiva e Rianimazione e le U.O.C. che prevedono solo Day Hospital. Il questionario comprendeva domande circa la quantità, il gusto e la temperatura del cibo distribuito, la modalità di distribuzione, la varietà, la possibilità di scelta e l’osservazione di difetti del menu, il giudizio in generale dell’organizzazione e del personale addetto alla distribuzione del vitto e l’utilizzo da parte dei 6 degenti di cibo portato dai familiari da casa. Negli anni 1997-2000 il vitto era servito in piatti in porcellana, in vassoio temp-rite e trasportato in carrello neutro (cook & serve ). Negli anni 2004-2007, invece, in vaschetta monouso sigillata, in vassoio neutro e trasportato in carrello termico (cook & warm ). I questionari sono stati somministrati in egual numero nei due suddetti periodi. Risultati Dai dati relativi ai questionari si evince che la percezione del vitto ospedaliero è differente per i degenti del periodo 1997-2000 (periodo 1) e per quelli degli anni 2004-2007 (periodo 2). Infatti, mentre per i primi si denota un grado di soddisfazione medio-alto riferito ad ogni domanda presente nel questionario e l’assenza di insufficienza di gradimento dei servizi ricevuti, per i secondi, invece, si ha una maggiore presenza di insoddisfazione nelle risposte. Per quanto riguarda la temperatura del cibo distribuito a pranzo ed a cena, nel periodo 1 il 90% dei pazienti ha riferito che essa è adeguata, nel periodo 2, invece, il 20% degli intervistati ha dichiarato che essa è poco adeguata. Per quanto riguarda la quantità del cibo distribuito a pranzo e a cena, in entrambi i casi il 22 % degli intervistati nel periodo 2 ha dichiarato che la quantità è scarsa o insufficiente, mentre per l’80% dei pazienti intervistati durante il periodo 1 essa era abbondante. Per quanto concerne il gusto del cibo della colazione, del pranzo e della cena rispettivamente il 28%, il 27% ed il 45% nel periodo 2 hanno dichiarato che il gusto è pessimo o mediocre, a differenza del periodo 1 in cui il 75% ha risposto essere buono. Inoltre sempre nel periodo 2 sono stati osservati difetti rilevanti nei primi e nei secondi piatti del pranzo rispettivamente dal 15% e dal 30% degli intervistati, e dal 60% e dal 20% degli intervistati rispettivamente nei primi e nei secondi piatti della cena. Nel periodo 1, invece, l’80% degli intervistati ha riferito di non trovare difetti in nessuna pietanza. Per quanto riguarda in generale l’organizzazione degli addetti alla distribuzione del vitto nel periodo 1 è ritenuta soddisfacente dal 98% degli intervistati, mentre nel periodo 2 per il 10% è insufficiente, per l’85% solo accettabile e per il rimanente 5% soddisfacente. Anche nella possibilità di scelta del menu si riscontrano differenze nei due periodi: nell’ 1, sia a pranzo che a cena, 9 pazienti su 10 hanno riferito di avere questa possibilità di scelta mentre nel periodo 2 solo 6,5 su 10 hanno risposto in tale modo. Ciò è andato a ricadere sulla necessità dei pazienti di farsi portare da casa qualche spuntino extra. Infatti, mentre nel periodo 1 8 pazienti su 10 hanno dichiarato di non farsi portare dai familiari cibo da casa perché non ne sentivano la necessità, nel periodo 2 , invece, 4 pazienti su 10 hanno riferito che spesso si sono fatti portare qualcosa da casa, 4 su 10 mai, ma solo perché nessuno ha portato loro il cibo da casa, 1 su 10 talvolta e solo 1 su 10 ha risposto mai perché non ne ha sentito la necessità. Conclusioni Dai risultati ottenuti è di facile osservazione che il grado di customer satisfaction sia maggiore nel periodo 1997-2000, in cui la ristorazione ospedaliera veniva effettuata con la modalità cook & serve. L’inadeguatezza del vitto riscontrata nel periodo 2004-2007, durante il quale la modalità di somministrazione era il cook & warm, si può ipotizzare abbia comportato una peggiore nutrizione dei degenti e quindi un possibile progressivo aumento della malnutrizione ospedaliera. Come misura correttiva è auspicabile un ritorno alla modalità di ristorazione cook & serve, pur ponendo maggiore attenzione all’analisi dei punti critici della catena di distribuzione. In letteratura si trova conferma di quanto detto finora. In un lavoro del 2007 sulle tecnologie di ristorazione ospedaliera in uso negli ospedali danesi si evince un incremento significativo del 12% dall’anno 1995 all’anno 2003 della modalità di ristorazione cook&serve a discapito della modalità cook&warm. Infatti nell’anno 1995 gli ospedali che utilizzavano la modalità cook&serve erano 12 per passare ai 29 del 2003, mentre quelli utilizzanti il metodo cook&warm diminuiscono dai 52 del 1995 ai 36 del 2003. In conclusione si può affermare che il piatto di porcellana nel vassoio temp-rite mantiene ottimale la cottura e la temperatura del vitto, non crea condensa di vapore, né alterazione del sapore delle pietanze e pertanto è più vicino alle comuni abitudini ristorative. La vaschetta sigillata con microfilm e trasportata nel carrello termico, invece, altera la cottura del cibo. In essa, inoltre, si crea condensa di vapore che altera in parte l’odore del vitto al momento dell’apertura della vaschetta e quindi anche visivamente non sono soddisfatte le aspettative del paziente. CONTROLLO DELLA LEGIONELLOSI IN OSPEDALE: STRATEGIE DI PREVENZIONE ED INTERVENTI DI DECONTAMINAZIONE 1. Autori E. Alliata, A. Berri, S. Boni IRCCS Fondazione Salvatore Maugeri, Istituti Scientifici di Veruno (NO) e Pavia 7 2. Abstract Vengono illustrate le strategie di prevenzione e controllo della legionellosi messe in atto presso l’Istituto Scientifico di Veruno dell’IRCCS Fondazione Salvatore Maugeri. In particolare vengono evidenziate le esperienze di bonifica della rete idrica tramite modifiche tecniche dell’impianto di riscaldamento dell’acqua. Parole chiave Legionellosi – bonifica – scambiatori termici INTRODUZIONE Lo sviluppo di casi di legionellosi presso le strutture sanitarie rimane una eventualità sempre presente. Per contrastare questo rischio vengono in molti casi attuati processi di disinfezione aggiuntivi. La scelta di intervenire con un trattamento dell’acqua è stato dimostrato non essere esente da rischi, è stato visto che il trattamento con ioni rame-argento perde di efficacia nel tempo e la disinfezione con cloro a volte determina una pressione selettiva a favore del sierogruppo S1. Gli impianti vecchi sono spessi ricchi di rami morti, o sono scarsamente coibentati o sono costruiti con materiali che non sopportano l’azione ossidativa del cloro: spesso sono presenti sacche dove i mezzi di bonifica possono giungere con difficoltà. Un gran numero di fattori è in grado di influenzare l’esposizione a Legionella in ambiente ospedaliero rendendo spesso difficile la correlazione tra carica batterica ambientale e casi diagnosticati. La mancanza di una chiara correlazione dose-effetto e di una soglia limite definita, unite all’assenza di un mezzo completamente efficace per la bonifica del sistema idrico sono state fino a oggi i punti deboli di ogni strategia di controllo della legionellosi. Ormai da diversi anni, si sono moltiplicate le esperienze di strutture sanitarie, non solo italiane, che sperimentano sistemi di disinfezione aggiuntivi. Pur sottolineando l’importanza di una corretta manutenzione dell’impianto idrico, diverse Linee Guida dedicano in realtà più spazio alla descrizione dei diversi sistemi di disinfezione aggiuntivi che non a possibili strategie di revisione e gestione degli impianti stessi. MATERIALI E METODI L’Istituto Scientifico di Veruno fa parte dell’IRCCS Fondazione Salvatore Maugeri che conta 17 strutture distribuite su tutto il territorio nazionale. L’istituto di Veruno ha 315 posti letto suddivisi in riabilitazione cardiologica, pneumologica, neurologica e fisiatrica ed effettua circa 5000 ricoveri annui. Sono presenti due aree di assistenza intensiva per pazienti instabili ed un’area protetta per pazienti con grave cerebrolesione acquisita. Presso l’Istituto non sono mai stati diagnosticati casi di legionellosi nosocomiale. Il primo nucleo della struttura è stato completato nei primi anni settanta e ha subito un ampliamento verso la metà degli anni novanta. L’impianto idrico delle due porzioni della struttura è indipendente e alimentato da due diverse centrali. Le centrali sono collocate in un’area esterna al corpo della struttura distante circa 150 metri. In seguito a campionamenti effettuati in modo sistematico sui punti critici dell’impianto a partire dal 2005, sono stati organizzati incontri periodici tra Direzione Sanitaria, Servizio Prevenzione e Protezione, progettista dell’impianto e manutentori. Alcune caratteristiche dell’impianto, legate all’età della struttura e ai materiali utilizzati nella prima costruzione, sono apparse subito critiche e limitanti sia la possibilità di effettuare interventi di shock termico o chimico sia la possibilità di adottare, con costi sostenibili, sistemi di disinfezione potenzialmente efficaci. E’ stato quindi concordato di avviare un piano coordinato di interventi correttivi strutturali sull’impianto stesso. In una prima fase, oltre alla sistematizzazione della manutenzione periodica, sono stati effettuati i seguenti interventi: installazione di filtri terminali per pazienti ad alto rischio, sostituzione dei bollitori con nuovi modelli in acciaio inox, sostituzione delle tubature poste tra le centrali e il corpo della struttura con tubazioni coibentate, sostituzione ai terminali del lavandini dei rompigetto a rete con modelli a crociera. In una seconda fase è stata realizzata l’installazione di uno scambiatore termico a monte del bollitore di una delle due centrali, per permettere il mantenimento delle temperature nel range necessario. Sono state inoltre avviate le operazioni necessarie a porre in equilibrio le pressioni dei diversi tratti del circuito di ricircolo. Tutte le attività svolte sono state tenute sotto controllo grazie al registro interventi che riporta le annotazione sia dai manutentori interni dipendenti sia eseguiti da Ditte esterne. Sono stati inoltre 8 realizzati punti di campionamento per il monitoraggio dell’acqua di mandata (che documenta le caratteristiche dell’acqua in ingresso nella rete di acqua calda) e dell’acqua di ricircolo (che da informazioni circa la contaminazione di tutto l’impianto). I campionamenti vengono inviati per l’analisi all’Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell’EmiliaRomagna presso la sezione di Pavia. E’ stato effettuato il confronto tra la spesa dell’Istituto di Veruno con la spesa di alcuni altri Istituti della Fondazione che avevano optato per l’introduzione di sistemi aggiuntivi di disinfezione (ionizzazione CuAg, biossido di cloro). RISULTATI I livelli di contaminazione dell’impianto, durante i due anni della prima fase di interventi, si sono progressivamente ridotti di circa il 60% rispetto ai valori di partenza. L’intervento di sostituzione delle tubature con altre coibentate ha inizialmente provocato un innalzamento dei valori di contaminazione subito rientrato dopo la messa a regime del nuovo tratto di rete. Gli interventi della prima fase non sono però riusciti a ridurre la contaminazione al di sotto di 102, che, anche se in costante miglioramento, si è sempre mantenuta su valori compresi tra 102 e 103. I sierotipi isolati sono sempre stati S2-14. Il dato più critico è stato il mantenimento di temperature adeguate sia sulla mandata che sul ricircolo. All’inizio del 2009, è stata avviata l’analisi dei possibili interventi aggiuntivi e all’inizio di novembre 2009, è stata completata l’installazione di uno scambiatore termico a monte del bollitore di una delle due centrali. A seguito dell’intervento, sono state effettuate due serie di campionamenti risultati negativi per l’impianto dove è stato inserito lo scambiatore e compresi tra 102 e 103 nell’altra parte dell’impianto. La valutazione economica, rispetto agli interventi effettuati da altri istituti della Fondazione, è al momento molto favorevole. CONCLUSIONI L’esperienza descritta può essere un esempio di approccio al problema di controllo della Legionella basato principalmente su soluzioni impiantistiche piuttosto che sull’inserimento di sistemi addizionali di disinfezione. Questo approccio ha eliminato i possibili rischi legati alla presenza di prodotti di reazione dei disinfettanti spesso dannosi per la rete idrica e potenzialmente dannosi per gli utilizzatori finali. Le valutazioni iniziali sui risultati sono incoraggianti, anche se è necessaria una valutazione a mediolungo termine. La presenza di punti di campionamento significativi della mandata e del ricircolo è stata molto utile per monitorare puntualmente gli effetti dei diverse fasi di intervento. Anche la valutazione economica è al momento favorevole. Il secondo parere strumento di equità per l’Azienda Ausl di Ravenna Autori: Bravi Francesca*, Caruso Bianca, Ciotti Emanuele, Bagnoli Marisa, Andrea Neri *Francesca Bravi: autore che presenterà il lavoro se accettato Medico di Direzione Sanitaria AUSL Bologna in comando presso l’AUSL Ravenna Via De Gasperi 8, 48100 Ravenna 0544/287708 [email protected] Abstract Il progetto sul secondo parere attivato presso l’Ausl di Ravenna, si inserisce in una nuova visione di Ospedale, in grado di assicurare la presa in carico delle persone nella loro globalità e complessità nel continuum del percorso assistenziale. Parole chiave: secondo parere, trasparenza, equità 9 Introduzione È diritto fondamentale di ogni persona capire perché un trattamento è necessario, se lo stesso è scientificamente fondato, quali sono i benefici che possono conseguirne, come potrebbe alternativamente evolvere il quadro clinico e con quali probabilità di guarigione, quali sono i rischi e i benefici in rapporto a quanto proposto. La “second opinion” è già adesso in parte praticata, essendo utilizzata sia dai professionisti che dai pazienti. Nel primo caso sono numerose le esperienze già attuate in oncologia, in chirurgia generale, in anatomia patologica, e questo anche per la crescente attenzione agli errori medici ed alle problematiche derivanti dal contenzioso medico-legale. Molto spesso però in questi casi l’uso del secondo parere è stato ed è autoreferenziale, condotto quasi sempre dal medico e mai guidato dal paziente, pratica corretta, ma non sufficiente a garantire l’equità della scelta terapeutica, nei confronti delle diverse categorie di cittadini. Quando invece è il paziente a richiedere il secondo parere, lo fa molto spesso a pagamento, frequentemente di nascosto, non comunicandolo al medico che lo ha in carico in quel momento. Materiali e metodi Chiedere un secondo parere è utile per diverse prestazioni sia diagnostiche che terapeutiche, ma soprattutto per gli interventi chirurgici senza un immediato pericolo di vita. Sono stati individuati i criteri di scelta delle patologie cioè quando chiedere un secondo parere: • • • • • diagnosi importanti ed interventi invasivi, laddove vi sia un impatto importante per la qualità della vita della persona come per la chirurgia (es. chirurgia oncologica), conservativa o meno; patologie mediche con particolare riferimento alla neurologia, cerebrolesioni, neuropsichiatria infantile (con particolare attenzione alle patologie legate allo sviluppo cognitivo); interventi chirurgici elettivi (isterectomia, prostatectomia, mastectomia, ernia discale); casi in cui si evidenziano maggiormente problematiche con contenzioso medico-legale; condizioni gravi, invasive e menomanti che possono avere una terapia medica sostitutiva, patologie rare come casistica, incerte come prognosi. Al secondo parere accede l’utente programmato, non si attua generalmente in situazione di emergenza/urgenza per lo stato di necessità dell’evento in sè. Il secondo parere si attua su richiesta di: • persona malata; • familiari diretti della persona malata; • professionista che ha in cura la persona; • medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta. Risultati Il secondo parere è una prestazione completamente a carico dell’Azienda Sanitaria di Ravenna. E’ stata individuata la lista dei professionisti per il secondo parere, composta dai medici che lavorano nel Servizio Sanitario Pubblico della Regione Emilia Romagna e che hanno una casistica ed una competenza comprovata e riconosciuta nell’ambito per cui gli viene richiesta la consulenza. 10 Tale lista e’ stata composta con i nominativi dei clinici che i professionisti aziendali hanno indicato, dopo che è stata fatta una richiesta formale alle loro aziende ed è stata ottenuta un’altrettanto formale risposta di disponibilità. Questa fase è stata molto delicata, perché, soprattutto i Direttori di cliniche universitarie hanno richiesto di essere presenti nella lista dei disponibili come intera equipe, ma questo non è rispondente ai criteri di scelta di un singolo nominativo di second opinionista esterno all’azienda, da consigliare al paziente per quella determinata patologia. Diversamente si invierebbe il cittadino richiedente una second opinion ad un percorso confuso e pieno di attori, dove lo stesso non riuscirebbe ad ottenere riposte univoche , veloci ed istituzionali. Si è stabilito inoltre un protocollo operativo che prevede che, di massima, non sia il paziente a spostarsi ma la sua documentazione; per consulti infatti si puo’ inviare la documentazione avvalendosi di internet, delle nuove tecnologie e della telemedicina. Il processo di richiesta del secondo parere è costruito in modo da garantire privacy e riservatezza nei dati sensibili. La Direzione Medica ha il compito di monitorare, controllare, governare e valutare la sperimentazione di questo progetto. Si è previsto uno schema di percorso da seguire per attuare il secondo parere (schema del percorso). In dettaglio il medico visita il paziente e completa un percorso diagnostico. Se la patologia diagnosticata, rientra tra quelle della lista, il medico offre al paziente la possibilità di un secondo parere. Nel caso in cui il secondo parere non gli venga proposto , il paziente può richiederlo autonomamente al primo medico, inoltre il percorso del secondo parere può essere attivato anche dal medico di medicina generale. La stesura della relazione clinica e il quesito da sottoporre al consulente/secondo parere vengono compilati dal medico che per primo ha visitato il paziente. Tutto il materiale così raccolto dovrà avere: • • • • la firma del medico di direzione sanitaria (necessaria per la verifica del percorso, per rendere formale la veridicità e la completezza della documentazione fornita); la firma del paziente (che sottoscrive la richiesta di un secondo parere ed il consenso); la firma del primo medico che ha posto la prima diagnosi/terapia; la firma del direttore di unità operativa che è a conoscenza della richiesta di attivazione del secondo parere. È molto importante che il consulente riceva tutte le informazioni possibili e abbia una documentazione pertinente ed esaustiva in base al quesito che gli si sottopone; tanto meglio sarà formulata la domanda quanto più la risposta sarà qualificata e chiara. La documentazione viene inviata ai consulenti tramite posta elettronica oppure tramite posta/corriere . Il paziente sceglie così il consulente tra quelli proposti in riferimento alla patologia da cui e’ affetto, la direzione contatta il consulente e fissa l’appuntamento per il paziente con il consulente. Il consulente comunica al paziente, e al primo medico, l’esito del secondo parere. Il paziente a questo punto deciderà quale trattamento perseguire. 11 Se il primo e il secondo parere sono concordi, continua il percorso con il primo medico; in caso di discordanza, il paziente comunica al primo medico la sua decisione (scelta del secondo parere). Se il paziente decide di seguire il secondo parere e il primo medico non è d’accordo sulla scelta tecnica del trattamento, il paziente si recherà presso l’Ausl di riferimento del secondo medico dove verrà effettuato il trattamento che lo stesso ha scelto sulla base del secondo parere. AMBULATORIO PRESA IN CARICO (percorso diagnostico completato) Il paziente condivide e accetta il primo parere il piano terapeutico proposto Il primo medico propone un secondo parere 1°Medico Il paziente richiede secondo parere al 1 medico Prepara e firma la documentazione Informa il paziente sulla lista dei consulenti Contatta il consulente e concorda le modalità Il paziente sceglie il consulente Paziente sceglie il trattamento Consulenza eseguita Parere condiviso tra 1 e 2 medico Terapia proposta dal 1 medico Parere non condiviso tra 1 e 2 medico Trattamento proposto dal 2 medico eseguito dal 1 medico , solo se il 1 medico è concorde. Trattamento non eseguibile dal 1 medico presa in carico da parte del 2 medico (consulente) Conclusioni L’Azienda USL di Ravenna attraverso l’attivazione di questo progetto sul “secondo parere” vuole garantire la presa in carico della persona nella sua globalità e complessità e rendere il percorso di cura più consapevole e responsivo. Il percorso di continuità assistenziale tra ospedale e territorio del paziente con scompenso cardiaco Carbone A*, La Commare F°, Serdoz Ra^, Sesti E**, Nasi G°° *Direttore Medico di Presidio Ospedale San Paolo ASL Roma F °Direttore Sanitario Hospice Villa Speranza U.C.S.C. Roma ^Medico in Formazione Università di Torvergata Roma **Direttore Sanitario ASL Roma B °°Dirigente Medico Direzione Sanitaria Ospedale “Cristo Re” Roma Parole chiave: percorsi assistenziali, scompenso cardiaco 12 Introduzione I percorsi clinici di cura, noti anche come percorsi critici, mappe di cura e percorsi di cura integrati, sono pensati per essere impiegati in aggiunta ai preesistenti standard terapeutici come strumento per ridurre al minimo la variabilità dei risultati clinici e contenere il percorso terapeutico entro una determinata durata della degenza. Materiali e metodi Per realizzare un corretto percorso assistenziale occorre che gli operatori sanitari coinvolti condividano obiettivi specifici principali per il conseguimento del risultato finale come impiego corretto, validato e sequenziale, degli strumenti diagnostici; uso appropriato dei farmaci ed utilizzo appropriato dello strumento ospedale. La metodologia deve dirigere verso il raggiungimento di un continuum territorio – ospedale – territorio dove ciascun attore del percorso acquisisce caratteri ben definiti. Obiettivi a livello Territoriale: 1. Iniziale riconoscimento dello scompenso (precoce individuazione dei sintomi e segni di allarme: dispnea, tosse, affaticamento ed edemi declivi) e prima valutazione di gravità. Nella valutazione della severità dei sintomi, la classificazione NYHA è la più utilizzata 2. Trattamento dello scompenso cardiaco lieve (Classi NYHA I e II) 3. Avvio ad una struttura ospedaliera per stadiazione clinico-strumentale (ecocardiografia) e per eventuale accertamento etiologico, se necessario 4. Avvio all’ospedalizzazione del paziente con diagnosi sospetta o accertata di scompenso cardiaco con appropriato quadro clinico di gravità (classe NYHA III e IV) 5. Controllo d’efficacia, tollerabilità ed effetti collaterali del programma terapeutico 6. Verifica e stimolo all’aderenza del paziente verso la prescrizione terapeutica, farmacologica e non 7. Educazione sanitaria del paziente e dei suoi familiari 8. Prevenzione delle cause di instabilizzazione (scarsa aderenza alla terapia, introito inappropriato di liquidi o sale, PA non controllata, frequenza ventricolare elevata in caso di fibrillazione atriale, inadeguata attività fisica, stress psichico, influenza e malattie respiratorie da raffreddamento, ecc.) 9. Verifica della stabilità clinica (peso, obiettività clinica e sintomi) e precoce riconoscimento di un’instabilizzazione in paziente già noto; riconoscimento del fattore precipitante, se possibile, e suo eventuale trattamento 10. Valutazione dell’opportunità di orientare il malato verso un altro percorso, di tipo diagnostico e/o terapeutico, se evidenza di patologia extra-cardiaca 11. Individuazione dei pazienti con scompenso cardiaco grave e refrattario in cui possa essere utile e preferibile un’assistenza domiciliare integrata con il supporto delle strutture specialistiche cardiologiche. La disponibilità sul territorio di personale infermieristico formato alle problematiche clinico-assistenziali dello scompenso cardiaco che operi in stretta collaborazione con MMG e in collegamento con la struttura specialistica cardiologica ospedaliera rende più facilmente raggiungibili questi obiettivi con un’importante ricaduta sul tasso di ospedalizazione e soprattutto di riospedalizzazione. Obiettivi a livello Ospedaliero: 1. Diagnosi etiologica e valutazione clinico-strumentale (ECG,Ecocardiogramma, ECG da sforzo, ECG dinamico, ecc) in base all’evidenza clinico-anamnestica 2. Programmazione terapeutica del paziente instabile (ripetuti episodi di scompenso) ovvero con scompenso di classe NYHA III e IV 3. Monitoraggio d’efficacia, tollerabilità ed effetti collaterali della terapia nei casi di scompenso cardiaco severo 4. Indicazione ad eventuale intervento cardiochirurgico (es. valvulopatie, cardiopatia ischemica) 5. Stratificazione prognostica 6. Indicazione ad eventuale trapianto cardiaco; in tal caso il paziente viene avviato a centri di riferimento regionale. 7. Riabilitazione cardiologica multiprofessionale (cardiologo, fisiatra, nutrizionista, psicologo, diabetologo, ecc) 8. Definizione cronologica del controllo cardiologico specialistico in accordo con il MMG. Risultati Il progetto assistenziale così distribuito lascia porre l’attività del percorso intra-ospedaliero e la gestione clinica dei pazienti con Scompenso Cardiaco Acuto presso un presidio ospedaliero nel modo seguente: Fase 1: Presa in carico del paziente con insufficienza cardiaca Fase 2: Ricovero del paziente con insufficienza cardiaca - Terapia Intensiva (Rianimazione) 13 - Terapia Intensiva Cardiologica Reparto di Medicina Generale: O.B.I. Pronto Soccorso (gestione diretta) Fase 3 Iniziale ed intermedia, attività da svolgere durante il ricovero Cat. 1 Valutazione clinico-sociale Cat.2 Accertamenti di laboratorio e strumentali Cat. 3 Documentazione Cat. 4 Consulto Specialistico Cat. 5 Trattamento Cat. 6 Piano Nutrizionale Cat. 7 Informazione al paziente e alla famiglia Cat. 8 Piano di mobilizzazione Cat. 9 Sicurezza del paziente (assistenza, struttura, terapia) Cat. 10 Monitoraggio del decorso Cat.11 Pianificazione del percorso, preparazione della dimissione (Criteri di Stabilità/Dimissione) Fase 4 Follow-up Cat.1 Valutazione Clinico-Sociale Conclusioni Bisogna creare una rete. La continuità assistenziale va realizzata e lo si può benissimo fare anche con tecnologie moderne, in maniera da avere il medico di medicina generale che monitorizza l'andamento del paziente, il collegamento con lo specialista del territorio e poi la seconda opinione a livello di struttura ospedaliera. Negli ultimi anni al lavoro “di corsia” che rappresentava “storicamente” il core business del cardiologo ospedaliero, si è affiancato un imponente lavoro di ambulatorietà rivolto al territorio, che spesso è posto anche come principale obiettivo premiante aziendale da parte di molti Direttori Generali. Questo lavoro assorbe ingenti risorse umane in compiti che in larga parte riguardano la prevenzione primaria. Occorre pertanto, demandare tutta l’attività ambulatoriale (clinica e strumentale) di prevenzione primaria, o controlli di routine a pazienti cardiopatici cronici ai poliambulatori territoriali integrati nell’attività di prevenzione delle ASL e coordinate con la medicina del territorio. Il reale potenziamento dei poliambulatori, porterebbero ad un’efficace risoluzione dei problemi di sovraffollamento delle strutture ospedaliere ed un rapido aumento dell’efficienza e dell’efficacia della prestazione specialistica ospedaliera, oltre alla reale possibilità di una seria risoluzione del problema dell’abbattimento delle liste d’attesa. I vantaggi di questa operazione sono intuitivi: • arricchire il territorio di professionalità mature che possono, proprio in virtù di questo, da un lato ridurre significativamente le richieste di ulteriori esami strumentali ed in definitiva i ricoveri, dall’altro data la confidenza con il personale ospedaliero, gestire in maniera integrata i casi che richiedono l’ospedalizzazione; • spostare in ambienti di lavoro meno stressanti dal punto di vista dei carichi di lavoro professionisti ormai “usurati” dalla pratica ospedaliera, ma di grande esperienza e capacità professionale. In questo modo il professionista accede ad orari di lavoro più umani con la possibilità di una maggiore gestione dei propri carichi di lavoro, condizione che non può essere negata a medici con decine di anni di professione alle spalle e che meritano un livello di autonomia professionale che nella struttura inevitabilmente gerarchica dell’ospedale, non tutti possono raggiungere. La presa in carico del paziente: un modello organizzativo ospedaliero di continuità assistenziale Antonella Carcieri, Marilena Avanzato Direzione Sanitaria Presidio Ospedaliero San Giovanni Bosco – ASLTO2 Torino Nord Abstract. La complessità clinico-assistenziale sempre maggiore dei pazienti che giungono in Pronto Soccorso determina spesso un allungamento della degenza ospedaliera. L’individuazione precoce dei bisogni assistenziali dei pazienti permette di anticipare la messa in atto di tutti gli interventi necessari per la continuità assistenziale, ottimizzando i tempi della dimissione. Parole chiave: dimissione, continuità assistenziale Introduzione 14 L’elevato numero di accessi al Pronto Soccorso, l’aumento della complessità clinico-assistenziale del paziente con conseguente incidenza sulla durata della degenza e la difficoltà a garantire adeguata continuità assistenziale, risultano essere argomenti di grande attualità. La presenza in ospedale di pazienti cronici, pluripatologici, complessi per la coesistenza di problematiche sanitarie e socio-assistenziali comporta spesso un allungamento dei tempi di degenza soprattutto per la necessità di intervento di servizi esterni all’ospedale. Questi stessi pazienti rappresentano una quota importante di coloro che giungono in Pronto Soccorso, espressione di una difficoltà nella gestione domiciliare sia da parte dei familiari che dei sanitari. Da qui la necessità di individuare in modo precoce i diversi bisogni clinico-assistenziali attraverso procedure di continuità assistenziale che permettano l’inserimento del paziente in percorsi in cui siano previsti interventi multidisciplinari finalizzati alla modalità di dimissione più appropriata. Materiale e metodi Nel 2008, all’interno del Presidio Ospedaliero San Giovanni Bosco, sono stati istituiti gruppi di lavoro interdisciplinari e multiprofessionali per l’analisi della tipologia di paziente ricoverato, dei bisogni assistenziali, della modalità di dimissione e del relativo percorso al fine di identificare le criticità degli interventi. Individuati i punti “deboli” del percorso si è cercato di modificare e integrare procedure già presenti al fine di snellire e rendere più efficiente il sistema, ottimizzare i tempi della dimissione, sempre nell’ottica di offrire al paziente un servizio di qualità in termini di appropriatezza. In questa prima fase, per una semplificazione operativa, il progetto si è focalizzato sui ricoverati residenti nell’ASLTO2, che rappresentano circa il 70% dei pazienti. Risultati L’analisi delle modalità di dimissione ha portato all’individuazione di cinque macro-categorie: pazienti dimissibili a domicilio senza necessità di supporti/ausili, pazienti dimissibili a domicilio ma con necessità di supporti/ausili (medicazioni, servizio infermieristico domiciliare, assistenza domiciliare programmata, ADI, ecc.), pazienti non dimissibili a domicilio (dimissioni protette, lungodegenza, riabilitazione, ecc.), pazienti non dimissibili per problematiche sociali, pazienti che presentano situazioni miste. Risulta evidente che, fatta eccezione per il primo gruppo, i restanti necessitano dell’intervento di servizi e personale spesso esterni alla struttura ospedaliera, con conseguente allungamento del tempo di degenza oltre quello strettamente necessario alla risoluzione del problema clinico. Concordi sulla necessità di individuare precocemente la probabile modalità di dimissione, al fine di attivare tempestivamente i servizi necessari, è stata ravvisata la necessità di revisionare il pool di strumenti utili a tale individuazione. Per il paziente con necessità di supporto/ausili a domicilio è prevista la segnalazione alla Centrale Operativa per la Continuità Assistenziale (C.O.C.A.), attiva nell’ex ASL4 già dal 2005 in ottemperanza a quanto disposto dalla D.G.R. n. 72-14420 del 20/12/2004. È stata rafforzata la modalità della segnalazione, che deve essere effettuata almeno tre giorni prima della dimissione attraverso l’invio di una scheda specifica contenente informazioni sia cliniche che assistenziali. Per l’individuazione precoce del paziente con problematiche sociali è stata ideata una scheda di “Triage Sociale” in cui vengono evidenziati tre aspetti rilevanti per la dimissione a domicilio del paziente: autonomia del soggetto, presenza di rete familiare, condizione dell’ambiente domestico. Il Coordinatore/Responsabile Infermieristico esegue il triage sociale su tutti i pazienti e, in caso di presenza di problematiche in almeno uno degli ambiti considerati, compila la scheda e la invia al Servizio Sociale Ospedaliero (S.S.O.) entro tre giorni dalla data di ricovero. I familiari del paziente vengono informati della segnalazione e invitati a contattare il S.S.O. per delineare un progetto di continuità assistenziale. Il passaggio dalla modalità ad accesso diretto a quella su appuntamento ha permesso al S.S.O. una migliore organizzazione dell’attività del servizio, evitando momenti di apertura al pubblico privi di colloqui o al contrario troppo affollati. Inoltre l’individuazione precoce da parte del Coordinatore/Responsabile Infermieristico del paziente con problematiche sociali permette la raccolta preventiva di informazioni propedeutiche al colloquio con i familiari. Il S.S.O. viene anche coinvolto nella progettazione di percorsi che prevedono il trasferimento del paziente presso altre strutture per un percorso di continuità di cure (dimissioni protette, lungodegenza, riabilitazione, ecc.). Nelle situazioni in cui coesistono problematiche sociali e sanitarie, il S.S.O. e la C.O.C.A. intervengono per quanto di competenza e a volte in modo congiunto per fornite al paziente una risposta completa ai bisogni rilevati. In tutto questo processo risulta fondamentale la centralità del Coordinatore/Responsabile Infermieristico quale collettore delle informazioni riguardanti i pazienti. Conclusioni Una adeguata presa in carico dei pazienti deve prevedere una forte integrazione tra i professionisti (medici, infermieri, assistenti sociali, fisioterapisti, dietisti, psicologi, ecc.) chiamati ad intervenire lungo 15 il percorso della continuità assistenziale, al fine di garantire un insieme coordinato di attività rivolte a soddisfare bisogni di salute complessi. A tal fine è necessaria una forte identità culturale degli operatori sul modello da perseguire, raggiungibile attraverso sviluppo di competenze e aggiornamento continuo, coinvolgimento del personale nei processi di revisione organizzativa e facilitazione di sinergie tra operatori dell’intero sistema assistenziale ospedaliero e territoriale. Gli incontri dei gruppi di lavoro interdisciplinari e multiprofessionali hanno permesso un’analisi multidimensionale del percorso di continuità assistenziale e una sempre maggiore integrazione ospedaleterritorio. I processo è stato implementato da un progetto formativo rivolto a personale (medici, infermieri, assistenti sociali) dell’ospedale e del territorio coinvolto nella continuità assistenziale, con lo scopo di facilitare il confronto diretto sulle rispettive attività e una fattiva collaborazione per migliorare dell’efficienza del degli interventi e l’appropriatezza della risposta. STATO DELL’ARTE NELL’APPLICAZIONE DELLA DIRETTIVA EUROPEA 93/42 SUI DISPOSITIVI MEDICI (D.M.) G. Centineo*, R. Li Donni**, R. Scaini***,S. Zalapì**** * Direttore Sanitario della Casa di Cura Villa Serena di Palermo ** Direttore Sanitario Aziendale dell’ARNAS “Civico – Di Cristina Benfratelli” di Palermo *** Presidente Associazione “Italian Sterilization and Asepsi Expertise (EASY)” con sede a San Vito sul Tagliamento (Pordenone) **** Coordinatore Infermieristico Centrale Sterilizzazione dell’Azienda Ospedaliera “Villa Sofia – Cervello” di Palermo PAROLE CHIAVE: dispositivi medici - direttiva europea - sterilizzazione INTRODUZIONE La Direttiva Europea 93/42 (concernente i dispositivi medici in generale), emanata dal Consiglio delle Comunità Europee il 14 giugno 1993, è stata recepita dallo Stato Italiano con il D. Lgs. n. 46 del 24 febbraio 1997 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 54 del l6 marzo 1997). Recentemente la Direttiva Europea 2007/47, recepita dallo Stato Italiano con il D.Lgs. n. 37 del 25/01/2010 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 60 del 13 marzo 2010), ha parzialmente modificato la Direttiva Europea 93/42 e l’ha resa ancora più cogente. MATERIALI E METODI Il termine “dispositivo medico” è di diffusione abbastanza recente in Italia (anche fra gli operatori sanitari) e tuttora qualcuno utilizza il termine di presidi medici e chirurgici. Trattasi di un vasto numero di prodotti: in Europa circolano mezzo milione di dispositivi diversi. La Direttiva fissa i requisiti essenziali di sicurezza dei dispostivi medici (4 classi) e impone la marcatura CE sui prodotti conformi che circolano all’interno dell’Unione Europea. Secondo la Direttiva anche l’ospedale produce dispositivi medici sterili e quindi è sottoposto al rispetto dei requisiti previsti dalla stessa direttiva. L’Associazione EASY (Italian Sterilization and Asepsi Expertise) in collaborazione con l’ANMDO sezione Sicilia ha diffuso agli ospedali pubblici e privati isolani, nel primo semestre dell’anno 2007, un questionario di autovalutazione, basato sui requisiti minimi prescritti nell’allegato 1 della direttiva europea 93/42 e nel D.P.R. 14/01/1997, allo scopo di evidenziare le difficoltà tecnico organizzative nelle varie fasi che compongono il processo di sterilizzazione permettendo interventi mirati per la risoluzione delle eventuali difficoltà latenti del processo. Il questionario è costituito da 207 domande con numerose possibilità di risposta di cui solo quella corretta possiede un valore che va da un minimo di 1 punto ad un massimo di 5 punti in base all’importanza della risposta contestualizzata nell’intero processo di sterilizzazione. Le risposte sbagliate non danno alcun punteggio. I punti a disposizione sono 404 pari al 100% di risposte esatte. Il processo di sterilizzazione viene definito: 1. sicuro: con una percentuale di risposte esatte che va da 71 al 100% 2. parzialmente critico: con una percentuale di risposte esatte che va da 51 al 70% 3. a rischio: con una percentuale di risposte esatte che va da 0 a 50% 16 L’ANMDO e la Società Italiana dell’Architettura e dell’Ingegneria per la Sanità (SIAIS) , nel secondo semestre 2007, hanno diffuso agli ospedali afferenti alle 3 aree geografiche del territorio nazionale un questionario di autovalutazione basato sui requisiti minimi di accreditamento del processo di sterilizzazione dei dispostivi medici. Il questionario è costituito da una prima parte relativa alle caratteristiche dell’ospedale ed una seconda parte relativa alle modalità organizzative adottate. Gli autori hanno effettuato un confronto dei risultati emersi nelle due suddette indagini conoscitive. RISULTATI Il campione statistico dell’indagine effettuata in Sicilia è costituito da 8 Aziende Ospedaliere su un totale di 17 e da 2 Case di Cura di Alta Specialità su un totale di 3. La percentuale di risposte esatte sull’intero campione statistico è stata pari al 68% e ciò depone per un processo di sterilizzazione parzialmente critico. Il 75% di risposte esatte sul campione delle Case di Cura di Alta Specialità depone per un processo di sterilizzazione sicuro. Le fasi più critiche sono risultate: • verifica funzionale e pulizia dei DM • trasporto dei DM sterili L’indagine effettuata a livello nazionale fotografa l’anno 2006; n. 75 ospedali rappresentativi dell’11% degli ospedali pubblici hanno risposto 69 ospedali (pari al 92% del campione) prediligono la gestione diretta del servizio di sterilizzazione. In 58 ospedali (pari al 77% del campione) sono presenti le cosiddette sub centrali di sterilizzazione all’interno dei complessi operatori e nel 21% del campione è presente una centrale di sterilizzazione. Il vapore saturo è la tecnica più utilizzata. Gli ospedali che utilizzano l’ossido di etilene preferiscono l’outsourcing. Le responsabilità operative e legali del processo di sterilizzazione non sono chiaramente identificate. CONCLUSIONI L’analisi effettuata in Sicilia è dal punto di vista del campione statistico più significativa rispetto all’indagine nazionale ed utilizza un questionario fin troppo analitico (basato sia sulla direttiva 93/42 che sui requisiti minimi di accreditamento). L’analisi a livello nazionale effettua esclusivamente una ricognizione del processo di sterilizzazione dei DM ed utilizza un questionario più snello (basato esclusivamente sui requisiti minimi di accreditamento). Per gli ospedali che hanno risposto ad una o entrambi le indagini è stata l’occasione per autovalutare una delle attività strategiche fondamentali nella prevenzione del rischio infettivo. La flessibilità come risorsa aziendale: l’esempio dell’Ortopedia Traumatologia dell’Azienda Usl di Ravenna Autori: Ciotti Emanuele*, Alberto Belluati, Zanotti Gabriele, Tellarini Davide, Caruso Bianca, Andrea Neri, Ivonne Zoffoli, Nazzareno Manoni. *Ciotti Emanuele: autore che presenterà il lavoro se accettato Medico di Direzione Sanitaria presso l’AUSL Ravenna Via Fiume Abbandonato 134, 48100 Ravenna 0544/286609 349/7813037 [email protected] [email protected] Parole chiave: flessibilità, efficienza, elezione, urgenza Abstract Le Aziende sanitarie oggi piu’ che mai devono essere capaci e pronte a rispondere al cambiamento valorizzando le risorse umane e valutando il contesto in cui si trovano. L’esperienza dell’Ortopedia del Presidio di Ravenna della Ausl di Ravenna ed il suo progetto di miglioramento in due fasi relativamente a tempi, situazioni e modalità differenti ne è un chiaro esempio. 17 Introduzione L’unità ortopedica del presidio ospedaliero di Ravenna ha dall’aprile del 2007 ad oggi attraversato grossi cambiamenti. La revisione delle modalità organizzative e di funzionamento dell’U.O. di Ortopedia e Traumatologia del P.O. di Ravenna ha rappresentato una necessità per la Direzione Generale date le importanti criticità che presentava il suo andamento in termini quali-quantitativi. Gli elementi di importante criticità riguardavano: • La quota di mobilità aziendale passiva • La limitata attività chirurgica ortopedica di elezione svolta nel P.O. di Ravenna • I lunghi tempi di attesa per trattamento chirurgico programmato • L’elevata degenza media pre-intervento per la traumatologia Furono individuati i seguenti obiettivi: • Sviluppo di modelli organizzativi tesi alla differenziazione tra le linee di attività dedicate all’urgenza (Traumatologia) e quelle riservate alle patologie di elezione (Ortopedia) • Miglioramento dell’attività di ricovero ordinario in termini di appropriatezza organizzativa e gestionale • Miglioramento dell’efficienza d’uso della sala operatoria • Incremento dell’attività di chirurgia protesica con strutturazione di percorsi formativi volti a migliorare lo stato di autonomia professionale • Miglioramento dell’efficienza d’uso dei posti letto, con sviluppo e strutturazione dei percorsi di pre-ricovero, contenimento della durata media della degenza pre-operatoria e riduzione del ricorso al consumo di giornate di degenza Nella prima fase del progetto di miglioramento 2007-2009 si è effettuata una reale separazione dell’unità operativa di Ortopedia e Traumatologia con: 1.Istituzione di una nuova U.O. di Traumatologia con responsabilità aziendale a valenza di struttura complessa, con il compito di operare il coordinamento aziendale in ambito traumatologico per tutta l’Ausl (38 P.L. di Degenza Ordinaria, 9 Dirigenti Medici DM + 1 Direttore di Struttura Complessa, 9 sedute operatorie/settimanali con anestesista + 2 sedute settimanali in anestesia locale) 2.Istituzione di una nuova U.O. semplice di Ortopedia, che fa riferimento in termini di responsabilità gestionale e organizzativa all’U.O. complessa del P.O. di Lugo (11 P.L. di degenza Ordinaria, 3 D.M. + 1 DM Responsabile di Str semplice + il supporto tecnico e operativo del Direttore del U..O di Lugo 3 sedute operatorie settimanali con anestesista + 1 seduta operatoria settimanale in anestesia locale) Dal 1°gennaio 2010 è in atto la seconda fase della riorganizzazione. Il personale dell’unità semplice dell’ortopedia di Ravenna ha dovuto infatti prestare la propria opera presso l’Unità operativa del presidio di Faenza Ausl di Ravenna per carenze di organico. L’unità operativa di traumatologia di Ravenna insieme alla direzione sanitaria e alla direzione del dipartimento hanno deciso di mantenere comunque una distinzione delle due linee di produzione ortopedia e traumatologia, cercando di arrivare ad una flessibilità tale che anche senza avere una separazione dei locali, si potesse comunque mantenere l’attività distinta. Questo è stato possibile grazie ad un’altissima pianificazione delle sedute operatorie, ad un grosso miglioramento delle competenze ed abilità di tutto il personale medico chirurgico ed ad una specializzazione del personale stesso: sono rimaste le due linee di produzione, i letti dedicati, le sedute dedicate, mentre non c’è più la divisione in strutture organizzative. Dei 38 PL che sono attribuiti a questa U.O. 30 PL sono dedicati alla traumatologia mentre 8 PL e tre stanze, sono dedicate all’ortopedia con una 18 flessibilità tale da poter consentire sia gli interventi in elezione che in urgenza-emergenza. Gli 11 PL dell’elezione sono diventati di post-acuti ortopedici in maniera tale da mantenere una continuità ed una prossimità con l’U.O così da migliorare l’assistenza riabilitativa, anche di tipo intensivo, tramite piani riabilitativipersonalizzati. L’attività di Sala Operatoria comprende 11 sedute in cui vengono effettuati interventi con l’assistenza anestesiologica e 2 sedute per interventi in anestesia locale. La nuova programmazione degli interventi prevede l’inserimento della protesica nella seduta del lunedì e del martedì, della patologia della mano maggiore nella seduta del martedì mattina, della patologia della spalla nella seduta del giovedì e della artroscopia di ginocchio insieme a patologie varie in quella del venerdì. Materiali e metodi È stata effettuata una valutazione dell’attività del numero e del tipo di drg, un’analisi comparativa dei vari anni, del funzionamento delle sale operatorie, delle liste di attesa, della mobilità attiva e passiva ed è stata individuata una strategia aziendale e un percorso di formazione dei vari professionisti per aumentare le “skills” e la specializzazione. Sono state individuate soluzioni operative che riguardano non soltanto gli interventi ma anche, i percorsi ambultatoriali, il pronto soccorso, e l’attività di reparto. Si è lavorato inoltre sulla motivazione del personale. Risultati • Efficienza d’uso della sala operatoria in termini di: ora d’inizio delle sedute e ora di termine; • Riduzione dei tempi di degenza pre-ricovero grazie ad una pianificazione dell’ attività chirurgica sempre più dettagliata (Tab 1); • Riduzione dei tempi di degenza post-ricovero; anche grazie all’introduzione del reparto di post acuti (Tab 2); • Applicazione di specifici percorsi clinico assistenziali realizzati e condivisi in ambito dipartimentale; • Migliore pianificazione dell’attività chirurgica e di reparto; • E’ stato individuato un complesso di attività programmata valutata come “sostenibile” e “compatibile” con l’attività traumatologica in termini di: numero di interventi di elezione, tipologia, momenti e spazi chirurgici, luoghi e personale dedicato (Tab3); • Migliori comportamenti in termini di appropriatezza delle degenze che ha permesso di eliminare da un lato i ricoveri impropri e dall’altro di contenere i tempi di degenza “pre e post-operatori”, migliorando così l’utilizzo dei posti letto. Conclusioni È evidente che i due settori di produzione della disciplina dell’ortopedia e traumatologia rispondono a logiche organizzative diverse, spesso in conflitto tra loro: la Traumatologia deve possedere primariamente caratteristiche di reattività e tempestività di cura, l’Ortopedia deve essere fornita in primo luogo di accessibilità e pianificazione, condizioni irrinunciabili ai fini del mantenimento di una competitività nei confronti del mercato sanitario. La modalità organizzativa con cui si può raggiungere questo obiettivo può essere differente e comunque efficace, gli elementi fondamentali sono una pianificazione costante dell’attività chirurgica con due percorsi distinti ed un uso efficiente delle risorse ed una chiara e precisa definizione dei percorsi clinico assistenziali. Altro elemento fondamentale sono gli uomini che applicano le strategie aziendali, senza di loro nessun progetto anche il migliore potrebbe riuscire ed in particolar modo l’aspetto motivazionale e la formazione continua. Tab 1. Dati di attività relativi al 2006-2007-2008-2009 19 Anno Posti letto Pazienti Trattati Giornate di degenza trattati Degenza media trattati Degenza media trimmata Deg Media preoperatoria prog Deg Media preoperatoria urg 2006 52 1008 2007 49 1223 2008 49 1338 2009 38 1425 10620 11642 10323 8028 10.7 9.52 8.02 6.53 8.23 6.48 5.65 4.63 2.47 1.71 1 0.57 4.22 3.33 2.45 1.59 Tab 2. Confronto dei principali DRG 2006-2009 Drg numero 209 int. art. mag. Rei. inf 210 int. anca e fem. + CC 211 int.anca e fem.nonCC 219 int art inf e omero 223 int su spalla + CC 224 int su spalla non CC 229int mano polso sen CC 243 aff mediche dorso 249 assist. riabilitativa 254 frat. dist. ecc non CC 503 interventi su ginocchio gg degenza media 2006 gg degenza media 2009 18,26 11.9 18,89 14.7 15,95 13.3 11 8,2 7,33 2.6 4,27 3,8 2,8 2 7,89 4,1 5,5 3.4 4,98 2,7 5,73 1.9 20 Tab 3. Numero di interventi nei primi tre mesi dell’anno 2007, 2009, 2010 gen-07 feb-07 mar-07 160 164 183 gen-09 feb-09 mar-09 167 171 206 gen-10 feb-10 mar-10 171 195 220 L’edilizia sanitaria per una struttura di ricerca clinica e di alta formazione a servizio diretto di una realtà ospedaliera altamente complessa: il “nuovo” Centro di Biotecnologie dell’A.O.R.N. “A. Cardarelli” di Napoli. Fortunato Cirillo*, Santolo Cozzolino**, Luigi Iaquinta***, Stefano Iaquinta***, Giovanni Improta°, Pasquale Quaranta°° * Laureando in Ingegneria Biomedica - Università degli Studi di Napoli "Federico II"; ** Centro di Biotecnologie "A.O.R.N. A. Cardarelli" di Napoli; *** Ingegnere Civile-Edile; ° Ingegnere Gestionale, Dottorando di Ricerca in "Economia e Management delle Aziende e delle Organizzazioni Sanitarie" - Università degli Studi di Napoli "Federico II"; °° Architetto, Funzionario della U.O.S.C. G.A.T.P.I. (Gestione delle Attività Tecniche, Patrimonio Immobilare e Inventario) dell'A.O.R.N. "A. Cardarelli" di Napoli ABSTRACT Il Centro di Biotecnologie è una struttura di ricerca clinica e formazione al servizio diretto della comunità sanitaria di una realtà ospedaliera altamente complessa, quale l’ospedale Cardarelli. Nella fase di progettazione e realizzazione del nuovo Centro di Biotecnologie (Pad. X dell’A.O.R.N. “A. Cardarelli”) sono state valutate le necessità di far convivere attività di ricerca e di alta formazione in una struttura che fosse in grado di evolvere di pari passo con il progresso della ricerca scientifica. Pertanto, in tempi stretti e a costi contenuti, ci si è sforzati di integrare componenti di natura architettonica e tecnica con esigenze più prettamente sanitarie in modo da garantire funzionalità ed efficienza nel minimo spazio, rispettando contemporaneamente i restrittivi vincoli topografici e geografici della zona in cui è stata allocata la struttura e cercando di superare i limiti e i problemi legati alla precedente struttura (Pad. Y), inaugurata nel 2005. PAROLE CHIAVE: progettazione integrata, edilizia sanitaria. INTRODUZIONE Nel Centro di Biotecnologie, attività di ricerca di alta formazione, di cooperazione internazionale ed esigenze puramente gestionali convivono dando vita ad una realtà in rapida evoluzione ed in grado di evolvere di pari passo con il progresso della ricerca scientifica. Tali necessità sono state prese in considerazione all’atto della stesura del progetto e della realizzazione della nuova struttura del Centro di Biotecnologie ottenendo l’auspicata integrazione tra esigenze e componenti di natura architettonica e squisitamente tecnologico-impiantistica. MATERIALI E METODI L’Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale “A. Cardarelli” rappresenta la più grande struttura del Sud Italia, che eroga prestazioni di diagnosi , cura e riabilitazione per un ampio bacino di utenza. L’ospedale è costituito da 21 padiglioni, 15 dipartimenti e 85 Unità Operative ad elevato grado di specializzazione. Aspetto peculiare che contraddistingue ancora di più l’ospedale come struttura d’avanguardia è la presenza al suo interno del Centro di Biotecnologie. Il Centro è una struttura di ricerca clinica e formazione a servizio diretto della comunità sanitaria del Cardarelli e, più in generale, di tutta la Regione Campania, con collaborazioni nazionali e internazionali. Le attività svolte dal Centro di Biotecnologie riguardano essenzialmente i seguenti settori: • Sperimentazione animale; • Laboratorio di trapianto cellulare per il supporto clinico-metabolico; • Ipertermia maligna; • Documentazione Biomedica; • Cooperazione internazionale. La scelta dell’organizzazione e della distribuzione degli spazi all’interno del nuovo Centro nasce dalla volontà di fare coesistere le caratteristiche tipologiche e strutturali con le esigenze funzionali in maniera 21 da creare un ambiente che si adatti e si moduli plasticamente allo svolgimento delle molteplici attività in cui è impegnato il Centro. La struttura del Centro di Biotecnologie si compone di diverse aree funzionali: • Area dedicata alla sperimentazione animale; • Blocco operatorio; • Aula multimediale; • Settore laboratori; • Settore gestionale. RISULTATI Il volume edilizio in progetto presenta una struttura caratterizzata da una geometria lineare di tipo rettangolare, integrato nel contesto paesaggistico. L’impianto complessivo è organizzato con chiarezza d’insieme e rigore morfologico riscontrabile anche al suo interno in termini di organizzazione degli spazi distributivi. La progettazione degli ambienti interni, pertanto, è funzionale all'utilizzo delle diverse zone garantendo fluidità dei percorsi e successione logica delle varie attività presenti. La nuova soluzione prevede la realizzazione di tre livelli funzionali, piano terra, piano primo e secondo piano. L’ubicazione dell’ingresso principale è prevista a piano terra dal lato dell’ospedale. La destinazione del piano terra e del piano primo è riproposta sostanzialmente identica a quella dei due piani funzionali della vecchia soluzione, ottimizzando gli spazi, ed adeguando i settori alle attuali specifiche di tipo normativo e sanitario. Il piano secondo, si prevede di realizzarlo a rustico, interamente ultimato all’esterno e da ultimare all’interno senza tramezzature né massetti né impianti di piano. Descrizione Piano terra Piano primo Superficie di piano a lordo dei muri Altezza netta di piano 945,70 mq 3,50 m 672,70 mq 3,50 m Piano secondo 672,70 mq Altezza totale del fabbricato lato via Panzini Altezza totale del fabbricato lato Cardarelli Volume vuoto per pieno con seminterrato valut. Al 50% 3,50 m 8,30 m 12,30 m 7273,00 mc Il progetto dell’impiantistica generale prevede il dimensionamento degli impianti e dei macchinari per tutti e tre i piani, l’impianto completo e funzionante per i piani seminterrato e terra, e la predisposizione delle colonne montanti per il piano primo. Le attrezzature impiantistiche si diramano ai vari piani attraverso l’intercapedine ricavata nella controsoffittatura. In particolare il nuovo impianto di condizionamento prevede l’istallazione di centrali di trattamento aria dedicate ubicate in copertura, a servizio di tutto il complesso ed in particolare delle due camere bianche-laboratori. La destinazione del piano primo, ancora non definita, sarà probabilmente di tipo didattico divulgativo. Il fabbricato di caratteristiche simili a quello precedente, prevede un corpo scala interno circolare realizzato in c.a ed 22 ascensori di servizio ai piani. Nella prima fase si realizzerà solo l’ascensore posto all’interno, l’altro ascensore, previsto in progetto, a servizio del piano a rustico sarà realizzato in una seconda fase. • Piano primo • area sperimentazione e ricerca animale: suddivisa in un settore convenzionale con unità per conigli, ratti e topi, ed un settore autonomo per animali tipo S.P.F.; area chirurgica: sono due sale, di cui una di più ampie dimensioni, destinata alla microchirurgia, e tutti i servizi accessori legati all’attività di sala settore gestionale: sono previsti gli studi, i servizi, gli spazi legati alle attività destinate agli incontri ed alla rappresentabilità; settore laboratori: organizzato in funzione delle unità di ricerca. Piano secondo • a rustico. Piano terra • • Le motivazioni che hanno indotto a formulare una nuova soluzione progettuale sono essenzialmente due: la prima di tipo tecnico, relativa alla consistenza del terreno di fondazione, investigato in fase di progetto esecutivo in maniera più dettagliata, che ha indotto i progettisti a considerare la ristrutturazione del fabbricato in muratura esistente non compatibile con la nuova destinazione; l’altra di tipo funzionale e di adeguamento alle attuali direttive, in particolare è stato necessario ampliare il piano seminterrato per inserire nello stabulario topi e ratti, i percorsi sporco e pulito. Il settore relativo agli animali S.P.F. è stato ampliato per renderlo più funzionale, ed è stata poi prevista la realizzazione, anche se nella prima fase a rustico, del piano primo, necessario per lo sviluppo di attività di ricerca e sperimentazione in relazione agli accordi e protocolli scientifici di valenza Nazionale e Internazionale, che il gruppo di lavoro che si occupa di queste attività all’interno del Cardarelli ha già siglato con l’Università di Napoli, con altri Paesi e con altre associazioni ed enti. Variazioni Affinità Demolizione del fabbricato esistente Forma ed ubicazione simili al progetto precedente Aumento della superficie dei piani, in particolare per il piano seminterrato Destinazione funzionale dei piani uguale a quella del progetto precedente Maggiore altezza dei piani per consentire il passaggio degli impianti tecnologici Numero di solai pari a due con intermedi ed uno di copertura come al precedente Realizzazione di un nuovo piano funzionale Aspetto esterno simile, con piccole variazioni prospettiche Diversa ubicazione delle apparecchiature impiantistiche CONCLUSIONI Lo scopo è stato quello di fare in modo che aspetti puramente ingegneristici ed elementi architettonici siano messi al servizio delle esigenze di un centro di ricerca ed alta formazione inserito in una realtà ospedaliera altamente complessa, quale l’ospedale Cardarelli. In tal senso sono stati curati diversi aspetti che hanno riguardato: l’ottenimento di funzionalità ed operatività ottimizzando lo spazio a disposizione, il 23 rispetto dei vincoli topografici e geografici del lotto all’interno del quale sono state realizzate aree più specialistiche deputate alla stabulazione degli animali legate sia alle attività di ricerca che di alta formazione, nonché il raggiungimento di una grande versatilità ed adattabilità. Gli aspetti fin qui considerati rappresentano il punto di partenza per implementazioni a seguire della struttura base del Centro di Biotecnologie. PROGETTO PRODU: DOSE UNITARIA VIRTUALE Romana Coccaglio, Direttore Sanitario ASL Vallecamonica Sebino – Breno (Brescia), Responsabile Gestione Qualità Claudia Benuzzi, Farmacista Servizio di Farmacia ASL Vallecamonica Sebino – Breno (Brescia) Angiola Vender, Responsabile Servizio di Farmacia ASL Vallecamonica Sebino – Breno (Brescia) Abstract. Gli errori in terapia farmacologica rappresentano una percentuale importante degli errori in medicina e delineano non solo un problema di natura clinica, per quanto riguarda la qualità delle cure, ma anche un problema di natura economica, per quanto riguarda i maggiori costi derivati dalla loro insorgenza. L’esigenza prioritaria di garantire maggiore sicurezza al paziente e la necessità di agevolare gli operatori sanitari nello svolgimento delle specifiche attività possono trovare risposte efficaci nell’informatizzazione e nell’automazione del processo di gestione del farmaco. Questo progetto ha valutato la sperimentazione di tecnologie informatiche a supporto degli operatori, dalla prescrizione al letto del paziente fino alla verifica dell’avvenuta somministrazione, in tre Unità Operative (Medicina femminile, Medicina maschile e Otorinolaringoiatra) dell’Ospedale di Esine - ASL Vallecamonica Sebino – Breno (BS). Parole chiave: errore in terapia, sicurezza del paziente, prescrizione informatizzata. Introduzione E’ ampiamente riconosciuto che la sicurezza del paziente e la sua centralità nel processo di cura, siano di interesse per chiunque si occupi di assistenza sanitaria. Il miglior approccio per la riduzione degli errori in terapia è multidisciplinare e vede coinvolti a vario titolo e con varie funzioni medici, infermieri, farmacisti e il paziente stesso. L’errore può avere origine sia nel comportamento umano sia nel sistema, inteso come insieme di elementi umani, tecnologici e relazionali potendosi manifestare in qualsiasi fase del processo clinico del farmaco: prescrizione, conservazione/allestimento, somministrazione. L’errore non potendo essere completamente azzerato, può comunque essere fortemente ridotto con l’utilizzo di strumenti tecnologici. Infatti, studi a livello internazionale dimostrano come l’introduzione di sistemi informatizzati contribuisce a: migliorare la sicurezza del paziente ridurre gli errori agevolare gli operatori sanitari nella loro attività apportare vantaggi economici con riduzione della spesa in medicinali per ridimensionamento delle scorte di reparto, diminuzione degli scaduti e monitoraggio del consumo dei farmaci. Il progetto ha introdotto il sistema informatizzato in Medicina femminile, Medicina maschile e Otorinolaringoiatra, quali Unità Operative pilota dell’Ospedale di Esine. Materiali e metodi Il programma scelto per la sperimentazione è Thema della ditta Swisslog. Il medico prescrive direttamente al letto del paziente con un tablet pc (palmare). La prescrizione consente una segnalazione immediata d’interazione tra due o più farmaci prescritti contemporaneamente e/o di eventuali allergie/intolleranze del paziente. L’infermiere identifica il paziente tramite il palmare che legge il codice a barre del braccialetto e quindi procede alla somministrazione informatizzata del farmaco con scansione del codice AIC presente sulla scatola, garantendo la corrispondenza tra quanto prescritto e quanto somministrato. Inoltre, all'atto della somministrazione, il prodotto è scaricato in automatico dall'armadio farmaceutico del reparto. Risultati La sperimentazione del sistema Swisslog, dopo una prima fase di formazione ha avuto esito positivo. Infatti il programma ha permesso di: − raggiungere una prescrizione medica chiara, leggibile, univoca, senza possibilità di fraintendimenti o di errori di interpretazione − effettuare una somministrazione sicura con riconoscimento del paziente, del farmaco e della quantità prescritta con segnalazione in caso di errore e impossibilità a proseguire la procedura − tracciare in modo oggettivo e documentabile la terapia farmacologica praticata ai pazienti − 24 coinvolgere il farmacista nel processo clinico del farmaco come supporto per l'appropriatezza prescrittiva e la razionalizzazione delle scorte di reparto. Conclusioni L'esperienza ha permesso di attuare un miglioramento nella sicurezza della farmacoterapia grazie alle soluzioni innovative offerte dalla tecnologia e dalla collaborazione dei diversi professionisti. Il farmacista, in questa realtà, è coinvolto in ogni fase del processo: dall'appropriatezza prescrittiva al governo della spesa sanitaria. INFEZIONI CORRELATE ALL’ASSISTENZA: analisi del contenzioso nell’Azienda Ospedaliero Universitaria Vittorio Emanuele – Ferrarotto – S. Bambino di Catania Coco G.* *Direzione Medica Presidio Vittorio Emanuele Azienda Ospedaliera Universitaria Vittorio Emanuele, Ferrarotto, S.Bambino di Catania Parole chiave: Infezioni – Assistenza – Contenzioso Introduzione L’Azienda Ospedaliero-Universitaria Vittorio Emanuele – Ferrarotto – S. Bambino di Catania, nell’ambito delle iniziative di risk management per la gestione del rischio clinico da qualche anno ha provveduto a costituire un Osservatorio Medico-Legale dei contenziosi che ha la finalità di conoscere meglio i dati sulla portata dell’errore clinico, della responsabilità medica e sull’andamento giudiziario derivante dai contenziosi intrapresi nei confronti della nostra Azienda. Materiali e Metodo Presso le Direzioni Mediche di Presidio si è proceduto ad esaminare tutto il contenzioso per responsabilità professionale medica attraverso una analisi retrospettiva di tutta la casistica dell’Azienda nel periodo compreso dal 1995 al 2008. Risultati Su un totale di 379 casi di contenzioso per responsabilità professionale medica si è avuto modo di evidenziare come ben 29 casi, quindi una percentuale compresa tra il 7 e l’8 %, siano da attribuirsi a infezioni correlate all’assistenza La maggior parte delle richieste di risarcimento per complicanze infettive interessano in maggior misura gli ultimi 5 – 6 anni, a riprova ormai che la complicanza infettiva è percepita sempre più da parte dell’utenza non più come inevitabile conseguenza di un intervento chirurgico o di una procedura diagnostico-terapeutica, ma come conseguenza diretta di carenze da attribuire agli operatori sanitari o alla Struttura. In particolare si è avuto modo di evidenziare come la maggior parte delle infezioni oggetto del contenzioso (24 casi) si è inquadrato nell’ambito delle complicanze che hanno fatto seguito ad un intervento chirurgico e che hanno comportato una infezione superficiale o profonda con esiti invalidanti, in 2 casi sepsi generalizzata con morte del paziente, in 3 casi epatite da HCV non necessariamente legata ad evento trasfusionale. Non sono presenti nella nostra casistica contenziosi per infezioni delle vie urinarie, che sappiamo invece essere presenti ed in gran numero, probabilmente perché che a tale tipologia di infezione raramente seguono esiti invalidanti e la percezione da parte dell’utenza è quindi inferiore. Si è avuto modo di evidenziare, altresì, come nel caso di tali specifiche richieste di risarcimento la parte attrice ritenga di attribuire la responsabilità dell’evento infezione, con le relative conseguenze, a volte a manovre operatorie o assistenziali scorrette ovvero terapie antibiotiche insufficienti o attuate tardivamente, individuando quindi gli operatori sanitari in maniera precisa; in altri casi ritiene di attribuire invece la responsabilità direttamente alla Struttura per presunte inefficienze dei sistemi di sterilizzazione o altro. 25 Contenziosi x Responsabilità Professionale medica per Infezioni correlate all'assistenza periodo 1995 - 2008 O ste tricia e Gine cologia 17% O torinolarigoiatriaCardiochirurgia Cardiologia 3% 7% 7% Chirurgia 21% O rtope dia 28% O dontoiatria 3% O culistica 14% 30 casi su un totale di 379 Nel grafico soprastante viene espressa la distribuzione della casistica dei contenziosi per Infezioni correlate all’assistenza (ICA) per aree specialistiche. VALUTAZIONE DELL’EFFICACIA DELLE SOGLIE REGIONALI DI AMMISSIBILITÀ MASSIMA PER I RICOVERI IN REGIME ORDINARIO (RO) COME STRUMENTO DI APPROPRIATEZZA Autori: Congiu M., Mura I., Azara A., Maida G., Sotgiu G., Castiglia P. Istituto di Igiene e Medicina Preventiva, via Padre Manzella 4 - Università degli Studi Sassari Parole chiave: Appropriatezza – Soglie di ammissibilità – DRG Premesse: Il DPCM 29 novembre 2001 ha definito un elenco di 43 DRG ad alto rischio di inappropriatezza (HRI), specificando che fossero le Regioni a stabilire, per ognuno di essi, un valore soglia di ammissibilità massima di RO. Successivamente, con il DPCM 23 aprile 2008, il numero degli HRI da associare a soglie regionali è stato quasi triplicato estendendo inoltre l’applicazione di soglie anche al Day Surgery. 26 Obiettivo: Valutazione dell’efficacia delle soglie regionali di ammissibilità massima per i RO come strumento di appropriatezza e definizione di un modello che descriva la risposta all’imposizione di soglie. Metodi: A partire dai dati pubblicati dall’Agenas per gli anni 2001-2004, è stata definita l’intensità di spinta al cambiamento ( >49% forte; 30-49% molto buona; 20-29% buona; 10-19% moderata; 1-9% scarsa; <1% assente) come la media ponderata della differenza fra la percentuale in RO di ciascuno dei 43 DRG-HRI nel 2001 e la soglia imposta per gli stessi da ogni Regione. E’ stata quindi valutata l’efficacia della spinta sia qualitativamente, come percentuale di obiettivi x i centrati (x ≤ al valore soglia) per singolo DRG, che quantitativamente, come riduzione percentuale dei RO. Per le misure ripetute è stato applicato il test di McNemar. La differenza tra proporzioni è stata valutata col test z. La relazione tra variabili è stata valutata con un modello di regressione. Per il livello di significatività è stato posto p<0,05. Risultati: Il valore soglia medio nazionale, su tutti i 43 DRG-HRI, risulta pari al 43,4% ± 25,1% dei ricoveri totali (range 0-277,3%). In Italia, la spinta potenziale al cambiamento è complessivamente definibile come “buona”, con una riduzione richiesta dei RO, rispetto ai valori nel 2001, del 26,0% ± 34,6%; la spinta è forte per la Calabria e le Marche, molto buona per Marche, Lombardia, Sardegna, Puglia e Campania, buona per Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Lazio, Sicilia e Trento, moderata in Piemonte, Umbria, Molise, scarsa per Basilicata e Veneto, assente nella Provincia Autonoma di Bolzano ed Emilia Romagna, Liguria e Abruzzo (senza soglie). Le regioni con il maggior numero di obiettivi raggiunti sono state: Basilicata, Veneto e Valle D’Aosta. Per Molise, Sardegna, Lombardia, Marche, Calabria, Friuli Venezia Giulia e Puglia non si è osservato un significativo incremento di obiettivi centrati. In Italia, i RO, riferiti ai 43 DRG HRI, sono diminuiti del 16,2%. Le regioni che hanno mostrato la maggiore riduzione percentuale dei RO sono state: Liguria (senza soglia), Molise, Basilicata, mentre la regione con il più basso miglioramento è stata la Sardegna (p<0,05). Nel complesso la riduzione dei RO è funzione della soglia imposta (y = 0,247x - 24,34) (fig.1). Conclusioni L’analisi dei valori limite imposti evidenzia una variabilità interregionale assai elevata. Ciò nondimeno si è osservata una significativa riduzione dei RO che è risultata funzione delle soglie imposte. Peraltro si osserva che al crescere della spinta potenziale al cambiamento risulta minore la percentuale degli obiettivi raggiunti, forse per una intrinseca difficoltà di adeguamento al cambiamento richiesto. L’applicazione delle soglie ha avuto dunque una efficacia nel ridurre i RO, anche se in modo meno rilevante rispetto alle attese. Sarà interessante seguire l’evoluzione del fenomeno nei prossimi anni, anche per comprendere se, anche alla luce delle recenti modifiche legislative, seguirà un progressivo miglioramento dell’appropriatezza o un graduale rallentamento dell’evoluzione auspicata. fig. 1 27 Relazione tra i valori soglia imposti* e riduzione dei Ricoveri Ordinari°. 0,0 0 10 20 30 40 -5,0 Sardegna (73,3%) Friuli V.G. (65,8%) Riduzione (%) ponderata dei R.O. -10,0 Umbria (57,4%) -15,0 50 Puglia (81,8%) Marche (71,4%) Lombardia (69,4%) Veneto (66,5%) Toscana (66%) Calabria (79%) -20,0 -25,0 y = 0,2471x - 24,348 2 R = 0,2433 Campania (77,8%) Lazio (70,3%) Valle d'Aosta (60,6%) Sicilia (66,6%) Trento (103,8%) Basilicata (73,8%) Piemonte (68,3%) Molise (96,7%) -30,0 Valore soglia imposto dalle regioni per i R.O. (media ponderata sui 43 DRG-HRI) *Delibere regionali sulla base del DPCM 29/11/2001 ° Valore differenziale 2001-2004 ( ) Fra parentesi, accanto a ciascuna regione, è riportata la percentuale dei Ricoveri Ordinari Early Arthritis Clinic (EAC): un modello organizzativo per la gestione dell’Artrite Reumatoide (AR) all’esordio. Esperienza di progetto della ASL di Lecce. L.Cosentino, Direttore Medico PO di Copertino Nardò ASL Lecce B.Diso, Dirigente Medico AO Card.Panico Tricase(Le) M.Muratore, Direttore UO Reumatologia S.Cesario di Lecce ASL Lecce Abstract Nel contesto della cornice normativa per la rete reumatologica integrata della Regione Puglia, è stato definito un modello organizzativo di struttura specialistica “dedicata”(Early Rheumatoid Athritis: EAC) nell’ambito della ASL di Lecce. Gli Autori descrivono i criteri scientifici e la metodologia operativa di approccio per la configurazione di un setting di EAC per la popolazione target di riferimento (Pazienti con Artrite Reumatoide all’esordio: Early Rheumatoid Arthritis : ERA). Parole chiave:Early Rheumatoid Arthritis (ERA) ; Early Arthritis Clinic (EAC). 60 28 INTRODUZIONE I nuovi costrutti clinici (evidence-based) della storia naturale dell’ Artrite Reumatoide (AR) (Artrite precoce, Diagnosi precoce, Trattamento aggressivo) hanno modificato profondamente l’approccio alla gestione della malattia. C’è un periodo di tempo, nel percorso evolutivo dell’AR, più responsivo alla terapia (Finestra di opportunità; ACR, 2002) durante il quale l’obiettivo della remissione clinica è realisticamente perseguibile. Intercettare questo lasso temporale e trattare efficacemente l’ERA (Quinn MA e al, 2001), rappresenta la vera sfida nel management efficace dell’AR all’esordio. Modello di malattia e setting organizzativo Il modello evolutivo dell’AR (Artrite precoce all’esordio, stabilizzazione, progressione/end stage) condiziona il setting organizzativo che deve tener conto ed in qualche modo “adattarsi” (variabilità degli outcomes intermedi) alla storia naturale di malattia e alla popolazione target da intercettare (nuovi casi/casi già diagnosticati). Ne consegue che, nell’approccio all’assistenza ai pazienti con AR, è necessario distinguere tra: • Management of early arthritis (Moreland e al, 2001;Visser H e al, 2002); • Management established AR. Occorre quindi adottare differenti strutture organizzative (EAC/Chronic Model of RA) e diverse strategie operative che,tuttavia, si completano e si integrano in un continuum assistenziale che configura il Chronic Care Model of RA e che persegue l’obiettivo globale del “Sistema di cure” per i pazienti affetti da AR. METODI Early Arthtritis Clinic (EAC) è una struttura reumatologica dedicata alla diagnosi e al trattamento precoce dell’artrite (Ferraccioli G,Gruppo GISEA, 2006). Si tratta, quindi, di un centro clinico specialistico (affidato al reumatologo) che,indipendentemente dal sito di erogazione (ospedale/territorio), deve garantire al paziente con artrite il seguente standard organizzativo: • Un accesso facilitato e diretto (entro 3-4 giorni); • Una diagnosi rapida (entro massimo 15-20 giorni); • L’impostazione di una tempestiva ed efficace terapia (obiettivo: remissione clinica); • Un follow-up integrato con il MMG (12 mesi). Nel modello organizzativo dell’EAC si esprime in modo esemplare la complementarietà tra il MMG (che ha la funzione di sospettare l’artrite e inviare il paziente allo specialista) e il Reumatologo (ospedaliero/territoriale) cui spetta la presa in carico del paziente per una rapida diagnosi ed un efficace trattamento dell’Early Rheumatoid Arthritis (ERA). L’interazione tra i due ruoli rappresenta un esempio di “integrazione verticale” tra assistenza primaria e secondaria i cui esiti dovranno essere adeguatamente monitorati (Indicatori di risultato). L’esperienza della ASL di Lecce I dati sull’incidenza dell’AR sono limitati e variabili per aree geografiche (0.1-0.2 per mille nei maschi, 0.2-0.4 per mille nelle femmine). Pertanto, sulla base dei dati empirici locali (popolazione di riferimento: 808.939; attività erogate dalle strutture reumatologiche aziendali già operative), tenuto conto delle indicazioni provenienti dalla Programmazione Regionale (PS Regione Puglia 2008-2010: Rete“reumatologica integrata”; Delibera n.255/2009: ”Percorso diagnostico –terapeutico per la cura dell’AR”) e sulla base di un “principio di prossimità”, è stata ipotizzata l’attivazione di 2 EAC nella ASL unica della Provincia di Lecce, collocate in due ambiti territoriali identificati come: • Area Nord (Ospedale); • Area Sud (Distretto). RISULTATI Criteri minimi di attivazione di una EAC a) Requisiti Strutturali 29 (conformi alle Normative Nazionali di riferimento Regionale(Accreditamento) n. 3 del 13/01/05); del DPR 14/01/97 e del Regolamento b) Requisiti Tecnologici • Ecografo con powerdoppler; • Farmaci e presidi sanitari previsti dalla Delibera 255/2009 e/o integrati in base alle indicazioni del gruppo tecnico di “adattamento locale” delle raccomandazioni; c) Requisiti Organizzativi • specialista reumatologo con competenza di diagnostica ecografia articolare; • infermiere professionale; • lay-out con servizio di Anestesia e Rianimazione con personale attivo/reperibile ovvero postazione di 118 medicalizzata nei tempi e nei termini di legge previsti per la reperibilità ospedaliera; • percorso assistenziale integrato ospedale territorio. Modalità di erogazione delle prestazioni • modalità di accesso: per contatto diretto e/o per telefono/ mail tra MMG e centro EAC; • livelli di erogazione: Day Service e/o DH (secondo i protocolli diagnostici già vigenti nella normativa regionale e/o le indicazioni presenti nel percorso D-T per la cura dell’AR di cui alla DGR n. 255/2009). Indicatori di risultato • • • • n°. pazienti inviati/n°. pazienti con diagnosi di ERA; n°. pazienti con ERA/ n°. pazienti con remissione; tempo medio di accesso (gg); tempo medio di durata del percorso “ diagnosi di ERA” (gg). CONLCLUSIONI l’EAC rappresenta una struttura organizzativa innovativa per la gestione efficace dell’Early Rheumatoid Arthritis; si tratta di una vera “tecnologia sanitaria organizzativa” e in tale prospettiva occorre valutarne l’impatto in termini di costi,di standard di accreditamento,di effetti sul tessuto organizzativo locale. L’EAC indica la strada per: • superare il modello organizzativo basato sull’attesa; garantire al paziente facilità di accesso e di presa in carico globale e proattiva nell’ottica dell ‘HealthCare “Clinical Microsystems “ (Nelson EC e al,2002). STRUMENTI OPERATIVI PER LA SORVEGLIANZA INTEGRATA DELLE INFEZIONI ASSOCIATE ALL'ASSISTENZA IN UN'AZIENDA OSPEDALIERA: L'ESEMPIO DEL REGISTRO DEI GERMI SENTINELLA V. Crivaro*, S. Cuccurullo**, G. De Sisto*, L. Pagano***, A. Rispo***, G. Sagliocco*, R. Smeraglia**, R. Utili****, M. Papa* *Direzione Sanitaria, **U.O.C. Microbiologia e Virologia, ***Direzione Infermieristica, ****U.O.C. Medicina Infettivologica dell'Azienda Ospedaliera “V. Monaldi”, Napoli ABSTRACT La sorveglianza dei germi multiresistenti rappresenta una delle attività di comprovata efficacia ai fini del controllo della diffusione di tali microrganismi e dell'individuazione precoce di nuovi spettri di antibioticoresistenza. Nell'Azienda Ospedaliera “V. Monaldi” è stato ideato un modello di sorveglianza che, oltre al monitoraggio epidemiologico, comprende alcuni aspetti di sorveglianza orientata al paziente e di verifica dell'adozione di specifiche procedure assistenziali. Il sistema è basato su flussi informativi ben definiti che convergono in un apposito Registro e prevede il coinvolgimento di diverse figure professionali. L'esistenza del Registro dei germi sentinella rende facilmente disponibili i dati 30 epidemiologici, permette l'individuazione precoce di eventi epidemici all’interno delle singole Unità Operative e dell’ospedale e consente di operare un controllo di qualità sul funzionamento del sistema dei flussi informativi. PAROLE CHIAVE: germi sentinella, registro INTRODUZIONE L'antibioticoresistenza costituisce un rilevante problema di salute pubblica, non solo in termini di esiti negativi per i pazienti e di consumo di risorse, ma anche di prospettiva futura se si considera che la velocità di sviluppo delle resistenze supera la velocità di sintesi e di impiego clinico dei nuovi farmaci. La sorveglianza, mediante il monitoraggio dei trend di isolamento di germi multiresistenti, rappresenta una delle attività di comprovata efficacia ai fini del controllo della diffusione di tali microrganismi e dell'individuazione precoce di spettri di antibioticoresistenza emergenti. Nell'Azienda Ospedaliera “V. Monaldi” è attivo un sistema di sorveglianza dei germi sentinella, rappresentati prevalentemente da batteri multiresistenti, esteso a tutte le Unità Operative e gestito dal Laboratorio di Microbiologia e dalla Direzione Medica di Presidio (DMP). Il sistema coniuga il monitoraggio degli isolamenti microbiologici e la sorveglianza della corretta gestione dei pazienti colonizzati o con infezione da germi multiresistenti all'interno delle Unità Operative. MATERIALI E METODI Gli elementi costituenti del sistema di sorveglianza dei germi sentinella sono rappresentati da: elenco dei germi sentinella, individuato dal CIO aziendale in base all'epidemiologia locale e ai dati di letteratura; flusso informativo definito dal CIO aziendale che prevede: a) la segnalazione del primo isolamento del germe sentinella dal Laboratorio di Microbiologia all’Unità Operativa interessata (mediante un referto diverso rispetto a quello standard), alla DMP ed all'infettivologo; b) la trasmissione all'atto della segnalazione dalla DMP all’Unità Operativa interessata di schede per la raccolta dei principali dati clinici relativi ai pazienti coinvolti e il relativo flusso inverso di ritorno; strumento di gestione dell'evento “isolamento di germe sentinella” rappresentato dalla procedura assistenziale “Gestione del paziente colonizzato o con infezione da germi sentinella”, predisposta dal CIO aziendale e diffusa a tutte le Unità Operative prima dell’avvio del sistema di sorveglianza; strumento di controllo/autocontrollo dell'intero sistema rappresentato dal Registro dei germi sentinella. Il Registro prevede le seguenti voci: Unità Operativa, numero progressivo, nome del paziente, data di ricovero, tipo di germe sentinella, tipo di campione, data di isolamento, data della segnalazione da parte del Laboratorio di Microbiologia, data di trasmissione delle schede per la raccolta dei dati all’Unità Operativa interessata, restituzione delle suddette schede, patogenicità del germe (colonizzazione o infezione), esito del paziente. RISULTATI Il sistema di sorveglianza è stato implementato in maniera sequenziale. Il flusso informativo dal Laboratorio di Microbiologia, attivato nel mese di Agosto 2007, ha garantito una copertura pressoché totale fin dalle fasi iniziali; i flussi informativi tra DMP e Unità Operativa coinvolta, avviati a partire dal mese di Ottobre 2007, hanno mostrato forti criticità relativamente al ritorno delle schede in DMP. La quantificazione di tali criticità, resa possibile dopo l'istituzione del Registro dei germi sentinella, ha indotto alcune semplificazioni delle schede al fine ad ottenere una maggiore compliance nella compilazione da parte delle Unità Operative. Il Registro, istituito a Settembre 2009, è attualmente cartaceo, conservato in DMP e compilato a cura dell'infermiera epidemiologa; è in fase avanzata la progettazione di un registro informatizzato, in parte alimentato in maniera diretta dalla rete dei software aziendali, ed in parte a compilazione condivisa tra l'infermiera epidemiologa e l'Unità Operativa coinvolta. CONCLUSIONI L’attuale articolazione della sorveglianza dei germi sentinella corrisponde ad un modello che supera l'ottica della sorveglianza di laboratorio e del monitoraggio epidemiologico, consentendo di implementare un sistema integrato di controllo basato anche sulla sorveglianza orientata al paziente e sulla valutazione dell'applicazione delle procedure assistenziali. L’esistenza del Registro dei germi sentinella rende facilmente disponibili i dati epidemiologici e permette l'individuazione precoce di eventi epidemici all’interno delle singole Unità Operative e dell’ospedale. Il registro, inoltre, consente di operare un controllo di qualità sul funzionamento del sistema dei flussi informativi, rilevando eventuali intervalli temporali prolungati non giustificati che potrebbero compromettere la tempestiva applicazione di tutte le idonee misure di gestione del paziente. Il registro appare, quindi, un valido strumento di sintesi di 31 molteplici attività di sorveglianza, limitato impegno di risorse. agevolmente consultabile, intellegibile e gestibile con un PANDEMIA INFLUENZALE DA VIRUS A H1N1: RISPOSTA LOCALE AD UN ALLARME GLOBALE F. D’Agostino*, A. Mottola°, M. Rossi#, R. Lanzetta§, P. Ferro^ * Dirigente Medico - Direzione Medica di Presidio – A.O. “G. Rummo” - Benevento ° Coordinatore Infermieristico di dipartimento – A.O. “G. Rummo” – Benevento # Direttore Sanitario – A.O. “G. Rummo” - Benevento § Direttore Generale – A.O. “G. Rummo” – Benevento ^ Direttore Medico di Presidio – A.O. “G. Rummo” - Benevento ABSTRACT Ad un problema mondiale le organizzazioni locali possono correre il rischio di collassare sotto la pressione di una richiesta sanitaria aumentata e, talvolta, indotta anche da messaggi mediatici allarmistici. Avrebbe potuto essere il caso recente della pandemia influenzale da Virus A H1N1. PAROLE CHIAVE Sicurezza INTRODUZIONE Ad un problema mondiale le organizzazioni locali possono correre il rischio di collassare sotto la pressione di una richiesta sanitaria aumentata e, talvolta, indotta anche da messaggi mediatici allarmistici. Avrebbe potuto essere il caso recente della pandemia influenzale da Virus A H1N1. Trattandosi di una patologia diffusiva il problema organizzativo era variegato: - diagnosticare correttamente i nuovi casi utilizzando criteri non solo clinici, come per una comune influenza, ma anche (almeno inizialmente) epidemiologici e laboratoristici; - offrire un’adeguata risposta ospedaliera e non ai casi diagnosticati; - evitare l’ulteriore diffusione della patologia con particolare protezione anche del personale a cui sarebbe spettata la gestione dei malati. A seguito della notizia dei primi casi e della percezione di una comune preoccupazione di coloro che provenivano dalle aree colpite e che si recavano anche senza motivo in pronto soccorso, presso l’A.O. “ G. Rummo” si è affrontato il problema stilando, alla luce delle prime indicazioni ministeriali, un percorso ospedaliero per la corretta diagnosi e l’appropriato ricovero nei nuovi casi. Data l’elevata affluenza dei primi momenti, ci si è resi subito conto che l’intervento organizzativo non potesse riguardare solo ed esclusivamente l’ambito ospedaliero, ragionevolmente da riservare ai casi più severi, ma che lo stesso dovesse coinvolgere anche tutte le strutture territoriali del bacino geografico di riferimento ed in particolare: la rete emergenziale del 118 e l’ASL BN1 con i suoi presidi ospedalieri, il Servizio di Epidemiologia e Prevenzione, i Medici di Medicina Generale e della Continuità Assistenziale (tutti attori convogliati in un’apposita unità di crisi). Tutto ciò al fine di - contenere la trasmissione e limitare la morbosità e la mortalità dovute alla pandemia attraverso la corretta gestione dei casi di nuova influenza da virus A/H1N1; - contribuire a ridurre l’impatto della pandemia sui servizi sanitari evitando, per quanto possibile, il sovraffollamento ospedaliero; - ricorrere e gestire in maniera idonea l’isolamento domiciliare nei casi in cui fosse indicato; - avviare idonei percorsi di formazione/informazione del personale coinvolto. MATERIALI E METODI Il percorso interaziendale, che cronologicamente è stato avviato successivamente alla redazione del piano pandemico aziendale per la gestione dei casi di influenza da Virus A H1N1 afferenti all’A.O. “G. Rummo” di Benevento (Procedura P009/150906/2009), ha previsto: - la creazione di un’unità di crisi interaziendale; - la condivisione e l’adattamento del piano pandemico aziendale alla realtà territoriale; - la diffusione del piano pandemico interaziendale a tutti gli operatori del territorio di competenza (Benevento e Provincia). Due sono stati gli aspetti principali affrontati dal piano: - l’adozione di un idoneo strumento che consentisse l’appropriato ricovero ospedaliero, nella fattispecie lo score P-MEWS per gli adulti (Figura 1) e una serie criteri per l’ambito pediatrico (Figura 2); - l’organizzazione di una rete di comunicazione/azione tra A.O., A.S.L. e 118 per la valutazione/segnalazione /gestione dei casi sia in ospedale che in isolamento domiciliare, senza tralasciare la tutela degli operatori (Figura 3). 32 RISULTATI E CONCLUSIONI Ad oggi i dati epidemiologici mostrano che, a fronte di elevata diffusione della nuova influenza, per fortuna non vi è stata un’elevata mortalità specifica e che il programma di vaccinazione non ha sortito la copertura desiderata. Questa esperienza, dunque, che da un punto di vista organizzativo ha assunto più che altro i caratteri di una “prova generale”, ha offerto l’occasione per fornire utili indicazioni comportamentali ad operatori e organizzatori laddove ci si dovesse trovare, in un prossimo futuro, a fronteggiare un’analoga situazione. Figura 1. Algoritmo per l’ammissione al ricovero per Sindrome Influenza Figura 1 Figura 2. Criteri per l’ospedalizzazione di bambini con sindrome influenzale FUNZIONE NEUROLOGICA RESPIRATORIA CIRCOLATORIA CRITERI E PARAMETRI Non risponde a stimoli verbali/tattili Convulsioni in atto GCS< 9 Scarsa reattività GCS < 11 Cianosi FR < 15 atti/min oppure FR >60 atti/min SaO 2 < 90% Apnee >10 sec Stridore a riposo Gemito Agitamento pinne nasali Rientramenti toracici FR > 40 atti/min ed SpO 2 <94% FC < 80 battiti/min oppure FC > 180 battiti/min (<5 anni) FC < 60 battiti/min oppure FC > 160 battiti/min (>5 anni) Polsi periferici ridotti Pressione sistolica < 60 mmHg (< 6 anni) o < 90 mmHg (> 6 anni) Tempo di ricapillarizzazione > 2 sec (in bambino normotermico) SCORE COMPROMESSO A RISCHIO COMPROMESSO A RISCHIO COMPROMESSO A RISCHIO 33 Figura 3. Percorso interaziendale 34 Sterilizzazione dei rifiuti sanitari a rischio infettivo Autori: G. D’Onofrio*, D. Porcelli*, F. Onofaro* * Dirigenti Medici Azienda Ospedaliera A. Cardarelli Abstract: La gestione dei rifiuti sanitari deve seere correttamente gestita,affinché sia no garantiti elevati livelli di tutela dell’ambiente e della salute pubblica. Devono essere adottate ,in linea con la normativa vigente, misure atte a diminuire la pericolosità dei rifiuti, favorirne il reimpiegoe il recupero e ottimizzare la raccolta ,il trasporto e lo smaltimento.La sterilizzazione dei rifiuti sanitari è una possibilità che hanno i direttori strutture sanitarie . Di seguito sono analizzati svantaggi e vantaggi di tale pratica . Parole chiave: sterilizzazione, rifiuti sanitari. Introduzione:il quadro normativo che regola la gestione dei rifiuti, è basato su alcuni principi fondamentali: - Sicurezza della gestione - riduzione della produzione dei rifiuti pericolosi e non - economicità per la gestione dei rifiuti. - reimpiego delle materie prime - tutela della salute pubblica - tutela dell’ambiente Da quanto sopra riportato sembra pertanto evidente che occorre identificare quali possono essere i sistemi per ridurre la produzione dei rifiuti all’interno di una struttura sanitaria, senza prescindere dai fondamentali requisiti di sicurezza e avendo ben in mente che un eventuale leggero aumento dei costi di gestione potrebbe essere ampiamente compensato dai benefici derivanti dalla riduzione dei rifiuti da smaltire. I fattori da cui dipende la produzione dei rifiuti sanitari si possono fondamentalmente ricondurre a: - tipologia e quantità di attività sanitaria svolta in una struttura; - tipo di prodotti e/o materiali utilizzati nell’attività di assistenza sanitarie che danno origine a rifiuto e tipo di materiali utilizzati per il confezionamento; - modalità di gestione del rifiuto. Sembra evidente che per avere un risparmio sulla gestione dei rifiuti sanitari occorre ridurre la produzione di rifiuti sanitari a rischio infettivo che hanno un costo di smaltimento molto superiore a tutte le altre tipologie di rifiuti. La diminuzione delle quantità prodotte deve essere perseguita operando delle scelte a livello direzionale e facendo seguire ad essere adeguate azioni di informazione e formazione tese a generare tra gli operatori coinvolti nella produzione e nella raccolta dei rifiuti un atteggiamento di responsabilizzazione e di collaborazione. Materiali e metodi :La corretta separazione dei rifiuti, con la riduzione dei rifiuti erroneamente conferiti come rifiuti pericolosi a rischio infettivo, presenta notevoli implicazione sulle altre raccolte differenziate, in quanto ridurre la massa dei rifiuti infetti significa dover ricorrere ad altri circuiti di conferimento. Si pensi che fino a poco tempo fa tra i rifiuti a rischio infettivo venivano quasi sempre raccolti in contenitori in vetro di fleboclisi non contaminate che possono invece essere avviati a recupero. È chiaro quindi che occorre potenziare quanto più possibile la raccolta differenziata all’interno delle strutturare, per favorire il recupero di materia di alcune categorie di rifiuti: - vetro;carta;cartone;plastica;metallo;batterie; toner;ecc. L’introduzione o il potenziamento della raccolta differenziata comporta notevoli sforzi organizzativi e qualche investimento iniziale. Tuttavia le garanzie di riuscite sono molto buone e possono tradursi in consistenti risparmi economici. Un altro fattore che influenza in modo diretto la produzione di rifiuti è la tipologia dei contenitori utilizzati per i rifiuti a rischio infettivo. Il DM 254/03 riporta le caratteristiche che devono avere i contenitori destinati al confezionamento dei rifiuti pericolosi a rischio infettivo. Tali contenitori devono essere caratterizzati da doppio imballaggio, con quello esterno dotato di caratteristiche adeguate per resistere agli urti e alle sollecitazioni , e può essere “eventualmente riutilizzabile previa idonea disinfestione ad ogni ciclo d’uso”. Sembra ovvio quindi, che con l’utilizzo di contenitori riutilizzabili ci sarebbe un risparmio non dovendo smaltire l’imballaggio esterno come rifiuto pericoloso, ma bisognerebbe essere sicuri del trattamento che tali contenitori abbiano subito ,trattamenti che possano garantire una efficace sanificazione e disinfezione al fine di non mettere in pericolo la salute degli operatori coinvolti nella manipolazione degli stessi. 35 La soluzione per eccellenza, a mio avviso, per un risparmio notevole di costi è la sterilizzazione interna alla struttura dei rifiuti a rischio infettivo. L’attuale sistema di smaltimento comporta non pochi svantaggi all’ente per i seguenti motivi: 1- i rifiuti sanitari hanno un rapporto volume/peso molto basso, si pensi che un contenitore da 60 litri pesa in media circa 3/4 Kg; 2- vengono smaltiti fuori regione con eccessivi costi di trasporto. Per sterilizzazione si intende l’ “abbattimento della carica microbica tale da garantire un S.A.L. (Sterility Assurance Level) non inferiore a 10-6. La sterilizzazione è effettuata secondo le norme UNI 10384/94, parte prima, mediante procedimento che comprenda anche la triturazione e l‘essiccamento ai fini della non riconoscibilità e maggiore efficacia del trattamento, nonché della diminuzione di volume e di peso dei rifiuti stessi. Possono essere sterilizzati unicamente i rifiuti pericolosi sia rischio infettivo”. Il processo di sterilizzazione viene utilizzato per semplificare la gestione dei rifiuti pericolosi a rischio infettivo; in seguito alla sterilizzazione i rifiuti potranno essere assimilati ai rifiuti urbani. La sterilizzazione deve essere effettuata in impianti autorizzati in base agli articoli 27 e 28 del Decreto Ronchi, invece per gli impianti realizzati dalle strutture sanitarie non necessita di autorizzazione, ma solo una semplice comunicazione di inizio attività alla competente provincia a patto che tali impianti siano utilizzati solo per sterilizzare i rifiuti prodotti dalla stessa struttura. Per confezionare i rifiuti sterilizzati assimilati ai rifiuti urbani, si dovranno utilizzare imballaggi a perdere di colore diverso da quello utilizzato per i rifiuti urbani ed ogni contenitore dovrà riportare la scritta ― Rifiuti sanitari sterilizzati assimilabili agli urbani. I Rifiuti Sanitari sterilizzati (DLgsn.254/2003) possono essere smaltititi: art.9 1. I rifiuti sanitari sterilizzati di cui all'articolo 2, comma 1, lettera g), numero 8), assimilati ai rifiuti urbani, devono essere raccolti e trasportati con il codice CER 20 03 01, utilizzando appositi imballaggi a perdere, anche flessibili, di colore diverso da quelli utilizzati per i rifiuti urbani e per gli altri rifiuti sanitari assimilati, recanti, ben visibile, l'indicazione indelebile «Rifiuti sanitari sterilizzati» alla quale dovra' essere aggiunta la data della sterilizzazione. 2. Le operazioni di raccolta e trasporto dei rifiuti sanitari sterilizzati, assimilati ai rifiuti urbani, di cui al comma 1 del presente articolo, sono sottoposte al regime giuridico ed alle norme tecniche che disciplinano la gestione dei rifiuti urbani. 3. I rifiuti sanitari sterilizzati di cui all'articolo 2, comma 1, lettera g), numero 8), assimilati ai rifiuti urbani, smaltiti fuori dell'ambito territoriale ottimale (ATO) presso impianti di incenerimento di rifiuti urbani o discariche di rifiuti non pericolosi, devono essere raccolti e trasportati separatamente dai rifiuti urbani. 4. I rifiuti sanitari sterilizzati, non assimilati ai rifiuti urbani in quanto avviati in impianti di produzione di combustibile derivato da rifiuti (CDR) od avviati in impianti che utilizzano i rifiuti sanitari sterilizzati come mezzo per produrre energia, devono essere raccolti e trasportati separatamente dai rifiuti urbani utilizzando il codice CER 19 12 10. 5. Le operazioni di movimentazione interna alla struttura sanitaria, di deposito temporaneo, di raccolta e trasporto, di deposito preliminare, di messa in riserva dei rifiuti sanitari sterilizzati, di cui ai commi 3 e 4, devono essere effettuati utilizzando appositi imballaggi a perdere, anche flessibili, di colore diverso da quelli utilizzati per i rifiuti urbani e per gli altri rifiuti sanitari assimilati, recanti, ben visibile, l'indicazione indelebile «Rifiuti sanitari sterilizzati» alla quale dovra' essere aggiunta la data della sterilizzazione. 6. Alle operazioni di deposito temporaneo, raccolta e trasporto, messa in riserva, deposito preliminare dei rifiuti sanitari sterilizzati di cui ai commi 3 e 4 si applicano le disposizioni tecniche che disciplinano la gestione dei rifiuti speciali non pericolosi. 7. In caso di smaltimento dei rifiuti sanitari sterilizzati assimilati ai rifiuti urbani in regioni diverse da quelle dove gli stessi sono prodotti si applicano le condizioni di cui all'articolo 5, comma 5, del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22. Art 11:. I rifiuti sanitari sterilizzati: a) possono essere avviati in impianti di produzione di CDR o direttamente utilizzati come mezzo per produrre energia; b) nel rispetto delle disposizioni del decreto del Ministro dell'ambiente 19 novembre 1997, n. 503, e successive modificazioni, possono essere smaltiti in impianti di incenerimento di rifiuti urbani o in impianti di incenerimento di rifiuti speciali alle stesse condizioni economiche adottate per i rifiuti urbani; c) qualora nella regione di produzione del rifiuto non siano presenti, in numero adeguato al fabbisogno, ne' impianti di produzione di CDR, ne' impianti che utilizzano i rifiuti sanitari sterilizzati come mezzo per produrre energia, ne' impianti di termodistruzione, previa autorizzazione del presidente della regione, possono essere sottoposti al regime giuridico dei rifiuti urbani e alle norme tecniche che disciplinano lo smaltimento in discarica per rifiuti non pericolosi. L'autorizzazione del presidente della regione ha 36 validita' temporanea sino alla realizzazione di un numero di impianti di trattamento termico adeguato al fabbisogno regionale. Risulta evidente però che fino a quando in Campania non vi saranno impianti di incenerimento a regime il processo di sterilizzazione dei rifiuti non avrà senso poiché i rifiuti dovrebbero essere smaltiti in discarica, in un territorio in cui non vi è lo spazio sufficiente data l’alta densità di popolazione. Il processo di sterilizzazione deve poter comprendere anche la triturazione e l'essiccamento dei rifiuti; questi ultimi passaggi, obbligatori, permettono di ottenere numerosi vantaggi: o o o o o o o la non riconoscibilità dei Rifiuti stessi; una maggiore efficacia del trattamento, dovuta sia all'aumento del rapporto superficie/volume del materiale da sterilizzare ottenuto con la triturazione che alla creazione di condizioni sfavorevoli alla proliferazione microbica raggiunte con l'essiccazione; la diminuzione di volume (70% in media) e di peso (30%) dei Rifiuti, che risultano meno ingombranti e più facilmente trasportabili. L'abbattimento della carica microbica può essere ottenuto con diverse tecniche, ognuna con specifici vantaggi e svantaggi. sterilizzazione a calore secco: elevato potere penetrante, assenza di corrosione o altri effetti dannosi, ma processo estremamente lento (tempi superiori a 2 ore con temperature di 160°C), applicabile su quantità molto ridotte, che richiede la successiva triturazione, con costi aggiuntivi. sterilizzazione mediante autoclave a vapore saturo: elevato potere sporicida, non tossico, facilmente reperibile sul mercato, ma occorre personale qualificato per la conduzione, richiede il successivo essiccamento e triturazione, con costi aggiuntivi; i reflui provenienti dall'essiccamento possono non essere conformi ai limiti allo scarico imposti dal D. Lgs 152/99, e devono pertanto essere smaltiti come rifiuti. sterilizzazione mediante microonde: possibilità di trattare elevate quantità di materiali, ma la tecnica delle microonde non consente elevati livelli di sterilizzazione, presenta elevati costi operativi e richiede anch'essa il successivo essiccamento e triturazione; sterilizzazione mediante triturazione ad alta velocità: ottenimento di un Prodotto già essiccato e triturato, con ridotte emissioni di Prodotti inquinanti, ma richiede elevati costi di Manutenzione e di gestione, e risulta sensibile all'immissione di oggetti metallici di una certa dimensione. Conclusione Il direttore Sanitario che scelga di attuare la sterilizzazione dei rifiuti sanitari deve sapere che le responsabilità del corretto trattamento, anche se affidato a terzi, sono di sua pertinenza. Se è convinto di adottare tale sistema deve attenersi a quanto riportato nell’allegato 3 del D.P.R. 204 del 15/07/2003.che testualmente recita: 1 La convalida dell'impianto di sterilizzazione deve essere effettuata secondo i criteri e i parametri previsti nella norma UNI 10384/94 Parte I e successive modifiche ed integrazioni. 2. L'efficacia dell'impianto e del processo di sterilizzazione nel corso della gestione ordinaria devono essere verificate con cadenza trimestrale e comunque non oltre i 100 cicli di utilizzo dell'impianto, ove lo stesso abbia un elevato ritmo di utilizzo, mediante l'impiego di bioindicatori adeguati al processo di sterilizzazione usato. Il numero di bioindicatori dovrà essere almeno 1 ogni 200 litri di volume utile di camera della sterilizzazione, con un minimo di tre. Tali bioindicatori dovranno essere conformi alle norme CEN serie 866. I suddetti controlli devono essere effettuati sotto il controllo del responsabile sanitario e nel caso di impianti esterni alla struttura sanitaria sotto il controllo del responsabile tecnico. La documentazione relativa alla registrazione dei parametri di funzionamento dell'impianto deve essere conservata per almeno cinque anni ed esibita su richiesta delle competenti autorità. Il percorso clinico-organizzativo del Centro di Prevenzione e Trattamento dell’Obesità dell’Ospedale “Cristo Re” di Roma: primi risultati D’Urso A°, Meucci T*, Paoloni A*, Nasi G** 37 °Direttore del Centro Regionale Sangue del Lazio * Medicina Generale Ospedale “Cristo Re” Roma **Direzione Sanitaria Ospedale “Cristo Re” Roma Parole chiave: obesità, terapia educazionale, riabilitazione psico-fisica. Introduzione L’obesità è una condizione patologica cronica ed evolutiva, ad elevata prevalenza e ad eziologia multifattoriale, caratterizzata da eccesso ponderale per accumulo di tessuto adiposo. Tale patologia si accompagna ad un peggioramento della qualità di vita per un aumento di morbilità correlata e ad un’aumentata mortalità. Attualmente riguarda più di un miliardo di persone (1/6 degli abitanti del pianeta), con una tendenza al continuo e persistente aumento di tale patologia In accordo con gli obiettivi degli ultimi Piani Sanitari Nazionali e Regionali, su proposta la Direzione Sanitaria, i medici endocrinologi dell’Ospedale Cristo Re hanno promosso l’attivazione di un Centro di Prevenzione e Trattamento dei pazienti obesi. Materiali e Metodi Sono state identificate le figure professionali da coinvolgere: un endocrinologo, uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, un dietologo, un infermiere professionale dedicato e vari specialisti (cardiologo, chirurgo, gastrenterologo, broncopneumologo, neurologo, dermatologo, allergologo), che intervengono in collaborazione con il Centro. Sono stati stabiliti i criteri di reclutamento dei pazienti e la valutazione dello stato di rischio, i percorsi assistenziali per accertamenti diagnostici, consulenze specialistiche, terapia educazionale, riabilitazione psico-fisica. E’ stata data indicazione che la valutazione clinica del paziente possa avvenire sia attraverso una visita ambulatoriale, sia come consulenza endocrinologica eseguita in corso di ricovero presso differenti unità operative di degenza (esempio gastroenterologia e malattie respiratorie), sia su indicazione dei medici di medicina generale. Si è organizzato, quindi, che, avvenuta la presa in carico del paziente, l’attività vera e propria del Centro venga svolta attraverso prestazioni di day service ovvero con l’inserimento dei pazienti più complessi in gruppi trattati in day hospital. In questa sede si è programmato un ciclo di terapia riabilitativa fisica, educazionale e psicologica di tipo cognitivo-comportamentale con cadenza trisettimanale per cinque settimane. Dopo tale trattamento intensivo è stato previsto un iter ambulatoriale dove i pazienti vengono seguiti una volta al mese dall’endocrinologo, dal dietologo e dallo psicoterapeuta. Risultati Il controllo dei pazienti finora reclutati ambulatorialmente dal 2006 e di quelli seguiti nel day hospital di riabilitazione dal marzo 2008 ha mostrato uno stabile decremento ponderale superiore al 10% in circa il 60% dei pazienti che si è mantenuto nel tempo, il 20% dopo la riduzione ponderale dovuta al trattamento ha recuperato seppure parzialmente il peso, e si è constatato un drop-out di circa il 20%. Conclusioni I risultati sono, quindi, incoraggianti ed evidenziano la notevole validità del progetto riabilitativo. La riduzione ponderale già del 10% mantenuta nel tempo previene le complicanze legate all’obesità. La pratica attuazione del Centro si è dimostrata, dunque, un concreto strumento di prevenzione in ambito di salute pubblica anche in termini di bilancio generale tenendo conto che l’obesità è ormai considerata un’importante e grave patologia cronica con un notevole impatto di natura socio-economica. PROCEDURA GENERALE PER LE VERIFICHE DELLE RSA PRIVATE ACCREDITATE E CONVENZIONATE ASL RM/B Dott.ssa Tatiana Fabbri *,Ing.re Anna Maria Pasqualone ** *Dirigente medico ASL RM/B **Ingegnere IFO 38 PAROLE CHIAVE Verifica, Responsabile GVI, Lista di riscontro, Verbale finale Introduzione Uno dei principali obiettivi attualmente conseguibili per un’azienda che eroga servizi sanitari è l’implementazione di un Sistema di Gestione di qualità, che tenga conto delle diverse dimensioni del processo di cura e dell’integrazione degli attori coinvolti. In ambito sanitario, dove la domanda è ancora indirizzata dalla percezione che il Paziente/Utente ha del servizio, nella sua efficacia terapeutica e nella efficienza, l’approccio alla gestione secondo i modelli della Qualità Totale costituisce una necessità. Sulla base dell’analisi delle diverse dimensioni della Qualità presenti all’interno di Strutture Sanitarie, si possono individuare l’approccio tecnicoprofessionale e l’approccio organizzativo gestionale. In particolare, fa parte di quest’ultimo la metodologia della Certificazione di Qualità, secondo le Norme internazionali UNI EN ISO 9000, applicabili attraverso la realizzazione ed implementazione dei Sistemi di Gestione della Qualità. Lo sviluppo e la corretta implementazione di tali Sistemi costituisce certamente uno degli strumenti più efficaci da adottare per supportare le Organizzazioni nel loro processo di sviluppo, con il fine ultimo dell’aumento del valore nei confronti dei propri Utenti ed in generale dei Portatori di interessi. Per questo, è opportuno definire e programmare azioni coordinate, finalizzate alla realizzazione, all’implementazione, al miglioramento continuo dei Sistemi di Gestione, ancorché complessi. Materiali e metodi Il documento descrive le modalità e gli standard aziendali per la pianificazione e conduzione delle verifiche sulle strutture private RSA accreditate e convenzionate, finalizzata al miglioramento della qualità dell’offerta sanitaria. Saranno chiarite le modalità procedurali, riservando particolare cura a quanto ha influenza sulla qualità del Servizio erogato. Saranno definite: - le responsabilità; - l’ambito di applicazione; - le singole attività componenti il processo; - la documentazione necessaria per svolgere e per controllare i compiti previsti; - le interazioni con altri processi; - gli elementi di ingresso (input) e di uscita (output). 39 La Norma UNI EN ISO 19011:2003 definisce la verifica ispettiva della qualità (Audit) come un “processo sistematico, indipendente e documentato per ottenere evidenze dell’audit e valutare con obiettività, al fine di stabilire in quale misura i criteri dell’audit siano stati soddisfatti”. Tale controllo viene effettuato attraverso una check list specifica. Scopo dell’audit è quello di determinare se le attività svolte per la qualità ed i risultati ottenuti sono in accordo con quanto pianificato e se quanto predisposto viene attuato efficacemente e risulta idoneo al conseguimento degli obiettivi. Le risultanze delle verifiche ispettive interne sono un elemento di valutazione del grado di applicazione della normativa vigente e dell’appropriatezza e quantità/qualità dei servizi erogati dalle strutture RSA accreditate e/o convenzionate da parte della Direzione della ASL Roma B. Nella Unità Operativa Complessa Valutazione Attività Strutture Accreditate e Convenzionate (VASAC) il processo di gestione delle Verifiche è eseguito secondo le fasi di seguito descritte. I principali criteri che stanno alla base del Programma delle Verifiche (mod1VASAC03-10) sono : • Esiti delle precedenti verifiche; • Stato delle azioni correttive/preventive intraprese in conseguenza dei rilievi emersi nelle precedenti verifiche; • Criticità/complessità dei processi verificati; • Esiti emersi dal Riesame interno VASAC; • Richieste da Autorità competenti; • Segnalazioni. Il suddetto Programma deve essere stilato garantendo che nel corso dell’anno tutte le strutture accreditate siano verificate almeno una volta. Le date delle Verifiche potranno subire riprogrammazioni in relazione ad esigenze operative non prevedibili. Il gruppo di verifica è costituito da uno o più valutatori cui è affidato lo svolgimento della verifica ed è supportato, se ritenuto necessario, da esperti tecnici di settore; in ogni gruppo è individuato un referente (RGV) il quale, oltre a svolgere il compito di Auditor, assolve anche ai seguenti compiti: • pianificazione della singola Verifica con assegnazione dei ruoli, • raccolta della documentazione e delle informazioni necessarie per eseguire la verifica ispettiva, come: le date previste di esecuzione delle verifiche, come pianificato nel mod1-VASAC 3-10 “Programma annuale Verifiche”, 40 procedure documentate e/o qualsiasi altra documentazione attinente la verifica, esiti di verifiche precedenti , rapporto della verifica precedente, stato sulle azioni correttive (aperte, chiuse o sospese), check list per la verifica dei processi, • coordinamento con il Resp. del Processo/Struttura soggetta a verifica, • coordinamento degli Auditor assegnati al gruppo di verifica (GV) e del personale interno ASL in supporto tecnico., • raccolta e sintesi delle risultanze emerse nell’audit e stesura del Rapporto finale di Verifica (mod2-VASAC 3-10), • discussione e condivisione con il Resp. del Processo/Struttura soggetta a verifica delle risultanze della verifica con presentazione dettagliata dei Rilievi emersi, • distribuzione del Rapporto finale di Verifica ai Responsabili delle Strutture interessate Risultati attesi I benefici derivanti dalla adozione di Sistemi di Gestione certificati nelle Strutture Sanitarie sono costituiti da un maggiore controllo delle attività svolte, dall’efficienza dei processi, intesa come migliore qualità del Servizio Sanitario erogato, riduzione delle non conformità e dei costi, nonché dalla capacità di adattamento ai cambiamenti, intesi come cambiamenti normativi e modifiche interne all’Organizzazione. Appropriatezza dell’uso degli antibiotici e contenimento dell’antibioticoresistenza. Indagine nell’Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico (A.O.U.P.) “P. Giaccone” di Palermo. AUTORI: Morici, Alberto Firenze, Gisella Lipari, Maria Grazia Laura Marsala, Mariagrazia Giuseppe Calamusa, Caterina Mammina, Francesco Vitale, Luigi Aprea. Indirizzo: di Palermo Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico (A.O.U.P.) “P. Giaccone” via del Vespro, 133 -90127 Palermo ABSTRACT L’antibiotico-resistenza è diventata una problematica prioritaria di Sanità Pubblica a livello mondiale, sia per le importanti implicazioni cliniche: l’aumento della morbilità, letalità, durata della malattia, possibilità di sviluppo di complicanze, possibilità di epidemie; ma anche per la ricaduta economica delle infezioni da batteri antibioticoresistenti, dovuta al costo aggiuntivo richiesto per l’impiego di farmaci e di procedure più costose conseguenti all’aumento della Degenza Ospedalira ed eventuali invalidità. L’obiettivo dell’indagine è stato quello di conoscere la realtà presente nell’A.O.U.P. di Palermo in termini di antibioticoterapia. L’indagine di farmacovigilanza ha avuto lo 41 scopo di valutare la qualità e l’appropriatezza della somministrazione degli antibiotici ai pazienti ricoverati presso le diverse UU.OO. dell’A.O.U.P.. PAROLE CHIAVE: cartelle cliniche, antibiotici. INTRODUZIONE Negli ultimi decenni è emerso un uso poco razionale e a volte inappropriato degli antibiotici sia a livello territoriale che in ambito ospedaliero, portando alla comparsa del fenomeno dell’antibiotico–resistenza. I meccanismi mediante i quali un impiego irrazionale degli antibiotici può generare resistenze batteriche sono fondamentalmente due: 1) Inappropriatezza dell’indicazione (uso di un antibiotico in assenza di infezione, spesso in presenza di mera colonizzazione batterica); 2) Inappropriatezza della somministrazione (utilizzo dell’antibiotico a dosaggi subottimali, o per periodi troppo brevi). MATERIALI E METODI L’indagine è stata condotta mediante la consultazione e l’analisi delle cartelle cliniche dei ricoveri effettuati in regime ordinario, durante un periodo complessivo di 30 giorni; sono stati valutati in particolare i ricoveri, la cui data di ingresso rientrava dal 26 gennaio al 9 febbraio 2009 ( 15 gg) e dal 27 aprile al 11 maggio 2009 (15 gg). Sono stati altresì valutati ed analizzati i ricoveri effettuati nella quasi totalità delle UU.OO. dell’A.O.U.P. ad indirizzo clinico, chirurgico e pediatrico, con l’intento di evidenziare eventuali differenti approcci terapeutici, in termini di tipologia e via di somministrazione farmacologica. L’indagine non è stata condotta in altre UU.OO. come la Rianimazione e la Terapia Intensiva, per problemi organizzativi nonché di compliance e di partecipazione. Le cartelle cliniche sono state accuratamente esaminate al fine di raccogliere informazioni anagrafiche, inerenti il ricovero, inerenti la terapia farmacologica ( tipologia di antibiotico, modalità di somministrazione, durata della terapia, valutazioni di eventuali indagini eseguite sia clinico- strumentali che di laboratorio, usi in contemporanea o di più di un antibiotico, reazioni avverse), inerenti l’eventuale isolamento microbiologico ( tipo di campione analizzato, microrganismo identificato, data dell’isolamento, sensibilità e resistenza ad antibiotici). I dati ottenuti, sono stati caricati su foglio excel , mediante l’utilizzo di uno schema anticipatamente preparato, ed elaborati con l’ausilio di software. RISULTATI Il numero totale di cartelle cliniche valutate è stato di 754; i pazienti erano equamente distribuiti tra genere maschile (49%) e femminile (51%). L’età media era di 56 anni (11 pazienti ricoverati alla nascita ed un neonato di 3 mesi), con un range di età compresa tra un giorno di vita e 94 anni. Le degenze hanno avuto una durata media di 8 giorni con una distribuzione differente tra UU.OO.: nelle UU.OO. ad indirizzo chirurgico, la degenza media è stata di 7 giorni (11,5 giorni in pazienti in cui è stato somministrato un antibiotico e 5 giorni nei pazienti. senza antibiotico); nei reparti ad indirizzo clinico, la degenza media è stata di 9,5 giorni ( 12 giorni in pazienti in cui è stato somministrato un antibiotico e 6 giorni nei pazienti senza antibiotico). Per quel che riguarda la via di somministrazione chemioterapica adottata in ambito ospedaliero, i nostri dati confermano il trend italiano. Infatti i due terzi dei suddetti antibiotici somministrati in questo periodo sono costituiti da forme iniettabili ( endovena ed intramuscolare) mentre un terzo è costituito da antibiotici somministrati per via orale. Nonostante le indicazioni all’uso di queste vie di somministrazione le stesse risultano ancora assai limitate, mentre le forme iniettive rimangono ampiamente 42 utilizzate anche nella nostra A.O.U.P. solo nel 2% dei casi si è verificato lo switch endovena/orale una volta superata l’emergenza. Confrontando i nostri dati con quelli italiani, che vedono le combinazioni di penicilline e chinolonici come le classi di antibiotici più frequentemente somministrati in ambito ospedaliero, non possiamo che confermare tale tendenza: le classi di antibiotico maggiormente utilizzate nell’A.O.U.P. sono per il 62% combinazioni di penicilline (penicilline ad ampio spettro, cefalosporine di I, III generazione) di cui circa 2,6% carbapenemi e per il 24% chinoloni (fluorochinoloni). Ripercorrendo l’iter tarapeutico percorso dai pazienti già sottoposti ad un primo trattamento con chemioterapico è emerso che a 113 di essi (21% del totale), è stato elargito a distanza di un lasso di tempo medio di cinque giorni, un secondo antibiotico. Anche in questo caso la tipologia di molecola era rappresentata principalmente da fluorochinoloni e penicilline/cefalosporine. L’indicazione al cambiamento terapeutico è stata determinata, nella maggior parte dei casi, dalla persistenza laboratoristica di leucocitosi o dalla sopravvenuta iperpiressia e solo su un piccolo campione in cambiamento è stata consequenziale al reperto microbiologico, successivo all’inizio di una terapia empirica. La via di somministrazione maggiormente utilizzata per il secondo antibiotico è stata rappresentata dalla via orale, anche se risultava una quota rilevante anche della via endovenosa. L’indagine ha inoltre evidenziato la presenza di 16 pazienti (3%) che sono stati sottoposti ad un terzo ciclo di chemioterapia. Solo il 22% dei pazienti è stato sottoposto, durante la degenza, ad una valutazione microbiologica, mentre sono stati eseguiti un totale di 81 prelievi su 13 tipologie di materiale biologico. Dei 74 pazienti sottoposti ad indagine microbiologica il responso è stato il seguente: 44 sono risultati positivi ( 2 senza nessuna descrizione del microrganismo isolato); 25 negativi e di 5 non è stata riportata nessuna documentazione in cartella. I microrganismi isolati sono stati:Gram– non fermentanti MRD (Pseudomonas spp, Acinetobacter, Alcaligenes), Gram + MDR (Enterococcus, MRSA), Enterobatteri MDR (Klebsiella, Proteus, E.Coli). Dall’elaborazione dei dati inoltre si è evidenziato che non sempre la scelta dell’antibiotico è basata sulla sensibilità del microrganismo mostrata all’antibiogramma. CONCLUSIONI L’indagine ha evidenziato che l’approccio alla terapia chemioterapica, eccezion fatta per il pre e post operatorio, era quasi esclusivamente empirica, solo in una piccola percentuale dei casi, era basata sul reperto microbiologico. I dati ottenuti confermano la necessità di mantenere alto il monitoraggio del fenomeno dell’antibiotico-resistenza nell’A.O.U.P. IL MIGLIORAMENTO DELLA CODIFICA DELLA SCHEDA DI DIMISSIONE OSPEDALIERA (SDO) E DEL SUO LIVELLO DI CONCORDANZA CON LA CARTELLA CLINICA MEDIANTE L’UTILIZZO DI UN PROGRAMMA DI DATA QUALITY EDITOR (DQE) ESPERIENZA PRESSO LA ASL N. 3 DI FOLIGNO – REGIONE UMBRIA Dr. S. Fratini****, Dr.ssa R. Moraldi**, Dr. A. Laureti**, Sig.ra A. Piccioni**, Dr. L. Sapori***, Dr. F. De Matteis***, Sig. O. Stambuco***, Dr.ssa F. Mancinelli*****, Sig. R. Marcotulli*****, Dr.ssa F. Gori*****, Dr.ssa E. Ricci*****, Dr.ssa P. Petrini*****, Dr.ssa D. Boco*****, Dr.ssa A. Mencarelli*****, Dr.ssa M.G. Rosignoli*. * Direttore Generale ASL 3 Umbria - piazza Giacomini n°40, 06034 Foligno (PG) ** Direzione Sanitaria Ospedale San Giovanni Battista - via Arcamone, 06034 Foligno (PG) 43 *** Direzione Sanitaria Ospedale S. Matteo degli infermi - via Loreto, 06049 Spoleto (PG) **** Direttore sanitario ASL 3 Umbria - piazza Giacomini n°40, 06034 Foligno (PG) ***** Uffici staff ASL 3 Umbria - piazza Giacomini n°40, 06034 Foligno (PG) ABSTRACT. L’Azienda Unità Sanitaria Locale n. 3 dell’Umbria ha sviluppato un progetto sperimentale per l’individuazione ed il controllo dei probabili errori di codifica della Scheda di Dimissione Ospedaliera (SDO) mediante l’utilizzo del software “PARM” della 3M, stessa casa produttrice del DRG GROUPER. Il software permette di rilevare 58 tipi di probabili errori (Edit). I controlli presuppongono la revisione della cartella clinica cui è correlata la SDO per valutare se l’Edit segnalato è potenziale o reale. Il gruppo di lavoro individuato comprende uffici di staff e Direzioni Sanitarie dei Presidi Ospedalieri, esso effettua i controlli dovuti (gruppo di codifica), insieme ai facilitatori delle strutture di degenza interessate. Gli errori individuati vengono utilizzati come base per la formazione e per il miglioramento di tutti gli operatori addetti alla codifica. Le rilevazioni riportate in questo studio riguardano i primi 3 trimestri dell’anno 2009. L’analisi ha evidenziato una riduzione progressiva del numero di Edit, sia nell’Ospedale di Foligno (528 Edit nel I trimestre e 379 Edit nel III trimestre), che nell’Ospedale di Spoleto (220 Edit nel I trimestre e 104 Edit nel III trimestre). La metodica con cui sono stati effettuati i controlli ha indubbiamente sensibilizzato gli operatori ad una codifica più appropriata. PAROLE CHIAVE. “Scheda Dimissione Ospedaliera”, “errore codifica”, PARM. INTRODUZIONE. L’Azienda Unità Sanitaria Locale n. 3 dell’Umbria ha sviluppato un progetto sperimentale per l’individuazione e il controllo dei probabili errori di codifica della Scheda di Dimissione Ospedaliera (SDO) mediante l’utilizzo del software “PARM” della 3M, stessa casa produttrice del DRG GROUPER, che permette di effettuare in modo automatico controlli sulla compilazione della SDO. L’individuazione di eventuali errori e la possibilità di procedere ad una loro correzione appropriata rappresentano l’avvio del ciclo del miglioramento continuo e della formazione permanente. MATERIALI E METODI. Il modulo 3M DQE (Data Quality Editor) effettua in modo automatico sia controlli sulla validità dei valori riportati in specifici campi della SDO che controlli fra campi per la verifica della coerenza logica dei valori di variabili clinicamente rilevabili. Il software può rilevare 58 Edit, ovvero potenziali errori di codifica, ma l’attenzione è stata focalizzata soltanto su 10 Edit, ritenuti più importanti: Edit 1 una delle diagnosi secondarie potrebbe essere riportata in principale; Edit 2 la procedura che ha determinato il DRG è probabilmente associata ad una diagnosi secondaria piuttosto che alla diagnosi principale; Edit 4 la diagnosi principale ed una delle diagnosi secondarie non sono di solito segnalate per lo stesso caso; Edit 5 le due diagnosi secondarie non sono di solito segnalate per lo stesso caso; Edit 8 sequenza diagnosi principale-diagnosi secondaria non corretta; Edit 9 ove possibile, un sintomo non dovrebbe essere selezionato come diagnosi principale; Edit 19 la durata di degenza è insolitamente breve per la diagnosi segnalata; Edit 23 la procedura influenza il DRG e non è eseguita per alcuna delle diagnosi; Edit 24 la procedura non influenza il DRG e non è eseguita per alcuna delle diagnosi; Edit 26 l’intervento che ha determinato il DRG non è correlato alla diagnosi principale. Il personale delle Direzioni Ospedaliere estrae con periodicità trimestrale gli elenchi delle SDO da esaminare per il controllo degli Edit. Gli elenchi sono strutturati secondo uno schema prestabilito e, una volta inseriti i dati richiesti a seguito dei controlli, rappresentano il registro dei controlli Edit. 44 I controlli presuppongono la revisione della cartella clinica cui è correlata la SDO per valutare se l’Edit segnalato è potenziale o reale. Per poter procedere ai controlli ed alle azioni di miglioramento sono state coinvolte numerose figure professionali: - gruppo di lavoro centrale, che coordina le attività; gruppo di codifica ospedaliero (medico, infermiere, amministrativo) che lavora insieme ai facilitatori della struttura di degenza interessata; - i professionisti della Struttura di degenza a cui i facilitatori riportano il risultato dei controlli, così da utilizzare l’errore come base per la formazione e per il miglioramento. Sono stati, inoltre, individuati dei tutor che analizzano i dati di una determinata Struttura di degenza e li condividono con il personale così da proporre azioni correttive e/o preventive. RISULTATI. Le rilevazioni effettuate riguardano il I, II e III trimestre dell’anno 2009. Nelle varie Strutture del P.O. di Foligno gli Edit sono andati diminuendo (- 28,2% tra I e III trim.) (Figura 1). Totale Edit per Struttura. I, II, III trimestre 2009. P.O. di Foligno 140 120 100 80 60 40 20 er m D C TOTALE EDIT I TRIMESTRE TOTALE EDIT II TRIMESTRE TOTALE EDIT III TRIMESTRE Figura 1. Totale Edit per Struttura. I, II, III trimestre 2009. P.O. di Foligno. Anche nelle Strutture del P.O. di Spoleto gli Edit sono progressivamente diminuiti (-52,7% tra I e III trim.) (Figura 2). TI C U hi ru rg ia G at as ol tr og oe ia nt er ol og G ia M in ed ec ic o in lo a gi M H a ed ig ic h in C ar a D e M ’U ed rg ic en in za a G en er al e N ef r o N lo eu gi N ro a eu ria N r o b eu lo ili ro ta gi a z. ria Fo bi lit lig az no io ne Tr ev O do i O nt cu ia l is tr tic ia a e St om at O . rt op ed O ia O to st rin et ol ri ar ci a in go ia tr ia Pe di at Pn ria eu Te m ol ra og pi a ia in te ns iv a U ro lo gi a 0 45 Totale Edit per Struttura. I, II, III trimestre 2009. P.O. di Spoleto 80 70 60 50 40 30 20 10 0 Chirurgia Medicina Ortopedia e traum atologia Ostetricia e Ginecologia TOTALE EDIT I TRIMESTRE Oculistica Pediatria e Nido TOTALE EDIT II TRIMESTRE UTIC Rianim azione TOTALE EDIT III TRIMESTRE Figura 2 . Totale Edit per Struttura. I, II, III trimestre 2009. P.O. di Spoleto. E’ evidente dalla Figura 3 come nel P.O. di Foligno i numeri assoluti più elevati si abbiano per gli Edit 23, 24 e 26. Edit suddivisi per tipo. I, II, III trimestre 2009. P.O. di Foligno 160 140 120 100 80 60 40 20 0 Edit n. 1 Edit n. 2 Edit n. 4 TOTALE EDIT I TRIMESTRE Edit n. 5 Edit n. 8 Edit n. 9 TOTALE EDIT II TRIMESTRE Edit n. 19 Edit n. 23 Edit n. 24 TOTALE EDIT III TRIMESTRE Figura 3. Edit suddivisi per tipo. I, II, III trimestre 2009. P.O. di Foligno. E’ evidente dalla Figura 4 come nel P.O. di Spoleto i numeri assoluti più elevati si abbiano per gli Edit 1, 24, 23 e 26. L’edit 19, se verificata la concordanza fra SDO e contenuto della cartella clinica, rappresenta l’efficienza organizzativa e tecnica della Struttura che lo esprime. Edit n. 26 46 Edit suddivisi per tipo. I, II, III trimestre 2009. P.O. di Spoleto 60 50 40 30 20 10 0 Edit n. 1 Edit n. 2 Edit n. 4 Edit n. 5 TOTALE EDIT I TRIMESTRE Edit n. 8 Edit n. 9 Edit n. 19 Edit n. 23 Edit n. 24 Edit n. 26 TOTALE EDIT II TRIMESTRE TOTALE EDIT III TRIMESTRE Figura 4. Edit suddivisi per tipo. I, II, III trimestre 2009. P.O. di Spoleto. La Figura 5 rappresenta la riduzione progressiva di Edit in entrambi gli Ospedali, nel corso dell’anno 2009. Totale Edit per Presidio Ospedaliero. I, II, III trimestre 2009. 600 500 528 400 394 300 379 200 220 100 149 104 0 TOTALE P.O. FOLIGNO TOTALE EDIT I TRIMESTRE TOTALE P.O. SPOLETO TOTALE EDIT II TRIMESTRE TOTALE EDIT III TRIMESTRE Figura 5. Totale Edit per Presidio Ospedaliero. I, II, III trimestre 2009. CONCLUSIONI. Il progetto, che è al primo anno di sperimentazione, ha dato ottimi risultati. La metodologia con cui sono stati effettuati i controlli, coinvolgendo direttamente il personale delle strutture di degenza e condividendo con essi gli errori più frequenti, ha indubbiamente sensibilizzato i professionisti ad una codifica più appropriata. Infatti, come si evince dai risultati illustrati, già gli interventi effettuati in itinere risultano aver avuto un impatto positivo poiché per alcuni Edit si è avuta una sensibile diminuzione. L’analisi dell’Edit 23, rimasto pressoché stabile, ha permesso di dimostrare che tale Edit spesso era solo potenziale e non reale, ovvero la SDO non meritava di essere corretta. I soggetti che fino ad ora hanno partecipato al progetto hanno dimostrato un entusiasmo ed un coinvolgimento crescenti determinati, a nostro avviso, dai risultati evidenti ottenuti fin dalla seconda rilevazione. 47 SISTEMA DI TRASPORTO DEL PAZIENTE E SICUREZZA OPERATIVA: L’ESPERIENZA DELL’OSPEDALE “S.ANTONIO ABATE” DI TRAPANI Francesco Giurlanda Direzione Medica di Presidio, P.O. S. Antonio Abate – ASP di Trapani INTRODUZIONE Il sistema di trasporto dei pazienti, sia all’interno delle strutture ospedaliere che in maggior misura in ambito extraospedaliero, rappresenta un elemento di fondamentale importanza nel processo assistenziale, in ragione della tempestività degli interventi richiesti e dell’effettuazione in sicurezza degli stessi. Al fine di implementare un sistema funzionale alla operatività dei reparti afferenti al P.O. dell’ASP di Trapani, sono stati esaminati alcuni aspetti del processo, tra cui, in primis, le principali ragioni del trasferimento di un paziente da un ospedale all’altro e cioè: 1. mancanza di posti letto: l’ospedale accettante non è in grado di ricoverare il paziente poiché, pur disponendo delle idonee tecnologie, non ha disponibilità di posti letto. 2. competenza specialistica: quando il paziente deve essere trasferito in un altro ospedale perché necessita di trattamento specialistico non disponibile nell'ospedale dove è degente 3. accertamenti diagnostici, consulenze, terapie: il paziente viene trasportato ad un altro ospedale e quindi rientra all'ospedale dove è degente, senza che vi sia un trasferimento. 4. prosecuzione cure: quando il paziente, terminate le esigenze di cure specialistiche, viene trasferito in un altro ospedale per continuare le cure non specialistiche. Parole chiavi: trasporti, criteri di classificazione, sicurezza paziente MATERIALI E METODI Al fine di attuare strategie idonee atte a ridurre il rischio del paziente durante il trasporto in ambulanza il P.O. S. Antonio Abate ha elaborato una procedura di seguito descritta. Nei primi tre casi, sopra elencati qualora le condizioni cliniche del paziente fossero instabili, si può configurare il cosiddetto “trasferimento secondario d’emergenza” (o protetto) e richiedere il mantenimento di un’assistenza adeguata durante tutto il periodo del trasporto, dalla presa in carica del paziente fino all’arrivo al centro di destinazione. Fondamentale importanza rivestono la prevenzione delle possibili complicanze e la capacità di affrontare, con in modo appropriato, eventi patologici imprevisti. Nella letteratura internazionale ci si può riferire alle classi di rischio rispetto al trasporto dei pazienti critici con classificazione di Eherenwerth (come riportato nella Tabella 1). CONCLUSIONI L’implementazione di una condivisa procedura per il trasporto dei pazienti costituisce un ulteriore livello di garanzia della sicurezza che, parallelamente ad un adeguato percorso formativo, contribuisce sensibilmente a ridurre o contenere i rischi e le complicanze e ad aumentare quindi anche la qualità delle prestazioni erogate. La formazione e l’addestramento continuo del personale addetto al soccorso e trasporto dei pazienti, nel rappresentare un’attività di rilievo quale momento di prosecuzione assistenziale e di continuazione della “corsia” impongono alle organizzazioni sanitarie un piano di formazione specifica per le diverse figure coinvolte nel trasporto dei pazienti in emergenza e programmato, attraverso anche verifiche periodiche. In detto percorso formativo vanno ricomprese tematiche di priorità quali corsi di Basic Life Support e Defibrillation (BLSD) per tutti gli operatori e corsi di Advanced Life Support (ALS), certificati dall’Amministrazione regionale, per la formazione del personale medico ed infermieristico che opera nel Sistema in emergenza, come previsto dalle specifiche linee guida. Progetto “ETHOS”: condividere e diffondere la prospettiva etica nelle organizzazioni sanitarie Primo autore e presentatore del progetto: Ida Grossi, Direttore Sanitario A.S.L. BI di Biella. Altri autori: Arabella Fontana, Direttore Sanitario A.S.L. NO di Novara; Vincenzo Alastra, Direttore S.O.C. Formazione e Comunicazione A.S.L. BI; Alberto Peretti, filosofo e counselor; Francesca Menegon, sociologa, S.O.C. Formazione e Comunicazione A.S.L. BI; Leonardo Jon Scotta, psicologo, S.O.C. Formazione e Comunicazione A.S.L. BI; Rosa Introcaso, Coordinatrice Progetti Formativi S.O.C. Formazione e Comunicazione A.S.L. BI. 48 Direzione Sanitaria A.S.L. BI Via Marconi 23, 13900, Biella - Abstract La comunicazione descrive l’esperienza delle cinque Aziende Sanitarie del Quadrante Piemonte Nord nell’attuazione di un percorso comune di formazione-intervento sulla tematica dell’etica nelle organizzazioni sanitarie. Dalla raccolta delle esperienze quotidiane degli operatori nasceranno cinque Carte Etiche Aziendali tematiche, raccolte in un’unica Carta Etica di Quadrate che verrà diffusa a tutti gli operatori e agli stakeholder territoriali. Le Carte rappresenteranno una base da cui partire per la messa in atto di ulteriori possibili azioni che dovranno consolidare il percorso di riflessione-azione etica avviato e che potranno essere realizzate sia a livello aziendale che inter-aziendale. Parole chiave: etica, formazione-intervento, progetto inter-aziendale. - Introduzione Il fine dell’Azienda Sanitaria del futuro, sia essa pubblica o privata, sarà sempre di più quello di promuovere salute anche proponendosi in una prospettiva di comunità, o meglio, per quella comunità che l’Azienda Sanitaria stessa contribuisce a disegnare. Si parlerà sempre di più di “etica aziendale” in rapporto alla dimensione di sviluppo delle stesse aziende sanitarie (individuazione delle priorità a fronte di risorse limitate, miglioramento delle condizioni di lavoro, ricerca di autentiche forme di partecipazione della cittadinanza, ecc.) e al sistema dei valori (cooperazione e partecipazione dei dipendenti, politiche di coinvolgimento ed inclusione degli stakeholder, valorizzazione delle differenze, disponibilità all’ascolto ai vari livelli organizzativi, coltivazione del senso di appartenenza alla comunità di riferimento, ecc.). Il progetto Ethos persegue come finalità la coltivazione e il rinforzo di una cultura etica nelle organizzazioni sanitarie che vi partecipano e nelle loro reti di relazione, interessanti stakeholder, enti e comunità locali di riferimento. Il progetto si propone quindi di definire una solida piattaforma etica condivisa dai soggetti coinvolti, a partire dalla quale innestare il processo di definizione ed implementazione di strumenti operativi, con indubbi vantaggi in termini di identità, appartenenza e autentica motivazione all’agire professionale. Gli obiettivi generali del progetto sono i seguenti: Attivare laboratori di formazione-intervento capaci di coinvolgere adeguate rappresentanze degli attori organizzativi più significativi per posizione, qualifica, ecc. Attivare ed incentivare processi di partecipazione e di protagonismo (empowerment degli operatori) all'interno dei contesti organizzativi attraverso l'uso polisemico di codici e linguaggi, attingendo a forme creative di comunicazione e partecipazione. Favorire le connessioni delle Aziende con i vari stakeholder e interlocutori istituzionali. Sottoporre a studio e osservazione le pratiche messe in atto all’interno del progetto, intendendo il medesimo come sperimentale, al fine di valutare esportabilità ed espansibilità dell’esperienza, in toto o in parte, in altre realtà regionali e nazionali. Materiali e Metodi Il progetto si sviluppa sulla base di tre direzioni metodologiche: 1. La ri-progettazione partecipata. 2. La formazione dei ruoli di riferimento gestionale. 3. Il lavoro di gruppo e la riflessione sull’azione come pratica di accrescimento personale e di sviluppo del progetto. 49 È prevista una Rete di Coordinamento costituita dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), dall’Agenzia Regionale per i Servizi Sanitari della regione Piemonte (Aress) e dalla A.S.L. BI di Biella. L’Agenas, promuovendo il progetto, è responsabile del coordinamento e della diffusione dei risultati; la A.S.L. BI è responsabile scientifico del progetto e delle iniziative di formazione–intervento; l’Aress è responsabile, in collaborazione con l’Agenas, della valutazione dei risultati. Oltre alla Rete di Coordinamento, è attivato un Tavolo di Regia al quale partecipano un rappresentante delle Direzioni Generali delle singole Aziende e il Project Manager (PM). In tale contesto è prevista la partecipazione del Responsabile Scientifico delle iniziative formative (RS) che saranno accreditate ai sensi del sistema ECM. Le strutture sanitarie attualmente previste come partecipanti al progetto Ethos sono: A.S.L. di Biella (A.S.L. BI) A.S.L. di Vercelli (A.S.L. VC) A.S.L. di Novara (A.S.L. NO) A.O.U. Maggiore della Carità di Novara A.S.L. del Verbano Cusio Ossola (A.S.L. VCO) Unitamente a queste Aziende, parteciperanno anche alcune Aziende del territorio nazionale che forniranno elementi di confronto utili a valutare la trasferibilità del progetto. Le azioni del progetto si realizzeranno da gennaio 2010 fino ad aprile 2011: 1) Percorso di formazione-intervento accreditato ECM, finalizzato alla realizzazione delle Carte Etiche Aziendali, ognuna della quali affronterà da un punto di vista etico una tematica organizzativa specifica. I laboratori di formazione-intervento coinvolgeranno circa il 10% di tutti i dipendenti delle Aziende coinvolte per un totale di circa 955 persone. Durate i laboratori i temi dell’etica non verranno proposti come nozioni da interiorizzare, ma emergeranno dalle narrazioni della vita lavorativa e da stimoli di tipo artistico-letterario. Saranno le testimonianze degli operatori a rappresentare la base per le Carte Etiche Aziendali. 2) Redazione delle singole Carte Etiche Aziendali. 3) Unione delle Carte in un’unica Carta Etica del Quadrante Piemonte Nord che sarà diffusa ai dipendenti delle Aziende coinvolte e agli stakeholder esterni (Comuni, Volontariato, ecc.). 4) Convegno nazionale conclusivo per la diffusione dei risultati. 5) Studio delle pratiche messe in atto per trasferibilità regionale e nazionale. Risultati La realizzazione del progetto ha portato, già nella sua prima fase, al coinvolgimento diretto degli operatori interessati dalle azioni di formazione/intervento e al loro empowerment tramite forme creative di comunicazione e partecipazione. Le Carte Etiche rappresenteranno inoltre una base da cui partire per la messa in atto di ulteriori possibili azioni che dovranno consolidare il percorso di riflessione-azione etica avviato e che potranno essere realizzate sia a livello aziendale che inter-aziendale. Il progetto prevede infatti, l’attivazione in ogni Azienda coinvolta di un Laboratorio Etico permanente che prosegua la riflessione-azione etica avviata con il progetto Ethos tramite la realizzazione di interveti organizzativi e l’animazione di gruppi di discussione, anche inter-aziendali. 50 Conclusioni Il progetto Ethos coinvolge i diversi attori della scena organizzativa in forme di co-progettazione permanente, seguendo una logica di integrazione (contesti pubblici e privati, azienda sanitarie e enti locali, contesti aziendali e stakeholder, operatori pubblici e consulenti libero professionisti) attraverso gli strumenti della convenzione e di altre modalità attraverso le quali potranno essere formalizzati i rapporti fra i vari partner coinvolti nel progetto. Attraverso il progetto Ethos sarà stimolata l’attenzione degli operatori sul tema dell’etica e saranno sviluppate negli operatori che vi parteciperanno capacità di analisi delle pratiche organizzative. Un tratto distintivo sarà infine la rara possibilità di riconoscersi come operatori della salute di uno stesso territorio che attuano pratiche etiche comuni e che, conseguentemente, attivano congiuntamente progetti ed azioni. La prevenzione delle “cadute accidentali dei pazienti” in ospedale: esperienza di miglioramento continuo. La Commare F°, Degrassi F*, Sesti E**, Nasi G°° °Direttore Sanitario Hospice Villa Speranza U.C.S.C. Roma *Direttore Generale ASL Roma B ** Direttore Sanitario ASL Roma B °°Dirigente Medico Direzione Sanitaria Ospedale “Cristo Re” Roma Parole chiave: cadute accidentali, gestione del rischio, sicurezza pazienti Introduzione Premesso che le cadute in ospedale sono eventi avversi spesso sottovalutati ma che possono provocare danni importanti ai pazienti che ne sono vittima e considerato che alle cadute sono spesso conseguenti perdite economiche rilevanti per le aziende sanitarie a causa dei risarcimenti, appare opportuno prevederne una buona gestione del rischio che affronti il problema nella sua complessità, riducendone l’incidenza e le conseguenze per i pazienti e per le aziende. L’obiettivo dello studio è quello di valutare gli eventi avversi per cadute accidentali di pazienti presso l’ASL RMB, di produrre un protocollo per la gestione del rischio e di effettuare formazione al personale per la promozione delle relative procedure. Materiali e metodi Il progetto ha previsto: predisposizione del Gruppo di Lavoro per formulare la procedura costituita da due sezioni, una proattiva: valutazione del rischio di caduta e l’altra reattiva: comportamenti e raccomandazioni in caso di caduta del paziente, monitoraggio del fenomeno per un periodo significativo, revisione della letteratura scientifica per individuare lo strumento predittivo del rischio di caduta in grado di coniugare sensibilità e facilità di utilizzo (Conley Scale), formulazione di una scheda di incident reporting in caso di caduta del paziente. Risultati Il monitoraggio del fenomeno infortunistico dei pazienti ricoverati nell’Ospedale S. Pertini dell’ASL RMB ha messo in evidenza che, in 5 mesi di raccolta sistematica, febbraio – giugno 2008, su 50 infortuni complessivi 42 erano esiti di cadute mentre 8 sono stati conseguenza di altre cause (aggressioni, traumi di varia natura). Il luogo nel quale si è verificata la caduta del paziente è di seguito riportato: stanza di degenza (solitamente mentre si recava in bagno):12, letto/barella/poltrona:9, bagno:7, reparto durante trasferimenti:8, corridoi:3, altro:3. Sulla base di questi dati si è deciso di organizzare nell’anno 2009 la I edizione di un corso per i dipendenti della ASL RMB dal titolo:Evento avverso “Caduta del paziente”, e nel 2010 l’istituzione di una procedura sulla gestione del rischio effettuata su tutte le persone ammesse in regime di ricovero ordinario o di Day Care, di età superiore ai 65 anni, entro 24 ore e qualora le condizioni del paziente si modifichino. La scheda per la valutazione del rischio è parte integrante della documentazione clinica del paziente e l’eventuale caduta segnalata attraverso un sistema di incident-reporting omogeneo con protocollo specifico. Conclusioni 51 Il lavoro ha condotto alla realizzazione di strumenti operativi per la stima ed il monitoraggio del rischio di cadute: le scale di valutazione dei fattori di rischio connesso con le condizioni dei pazienti; le checklist di analisi della sicurezza di ambienti e presidi; le schede di segnalazione e di verifica dell’evento-caduta. La procedura permette di verificare i livelli di sensibilità, specificità e predittività della scala di Conley routinariamente in ospedale per tentare di prevedere il rischio di cadere dei pazienti ricoverati e poter applicare protocolli di prevenzione con conseguente riduzione del fenomeno in termini di frequenza ed entità degli esiti in conseguenza dell’aumento della rilevabilità del rischio. La valutazione nel suo complesso è attività di governo clinico che, con le azioni del personale sanitario attraverso la metodologia del Risk Management, rappresenta un modello concreto per ridurre la frequenza e la gravità delle cadute dei pazienti, garantendo alti standard di salvaguardia ed il conseguente miglioramento della qualità dei servizi offerti. Il futuro nel passato .La SS Annunziata di Napoli :prospettive di un ospedale storico . Lalla M.*Costa R.*Ciaburro S.* Punzo A.* *Cuzzolino M.L.* De Vivo M.***LangellaL.*** Pecci F.**Guida E.* *ASL NA1 Centro ** ASL NA2 Nord ***Napoli Abstract L’ospedale SS Annunziata è un presidio dell’azienda territoriale Napoli 1 Centro, unica struttura operante nell’ambito materno-infantile. La sua appartenenza alla Santa Casa dell’Annunziata ha indotto la Direzione Sanitaria presidiale a sostenere la realizzazione di un progetto di recupero finalizzato ad integrare le caratteristiche di una moderna struttura sanitaria con il suo retaggio storico, culturale, artistico ed assistenziale. Gli interventi realizzati, guidati dal fil rouge dell’umanizzazione, hanno determinato un miglioramento del comfort alberghiero, con la creazione di ambienti “amichevoli nei confronti dei bambini “(childfriendly environments), e del clima lavorativo nonchè un ampliamento delle performance presidiali. L’esperienza descritta ha imposto una riflessione sul recupero e valorizzazione degli ospedali storici, che rappresentano elettivi spazi espositivi per il media artistico,nell’ambito delle esperienze di uso virtuoso del marketing in sanità. Parole Chiave: Umanizzazione, Marketing Introduzione L’Ospedale della SS. Annunziata, collocato nel centro antico della città, si configura come un Presidio Ospedaliero dell’Azienda territoriale Napoli 1 Centro, unica struttura operante nell’ambito maternoinfantile. La sua appartenenza al complesso monumentale della Santa Casa dell’Annunziata, risalente agli inizi del 1300 e costituito dalla Chiesa, il Conservatorio e la Rota, ha indotto la Direzione Sanitaria presidiale a sostenere la realizzazione di un progetto di recupero finalizzato ad integrare le caratteristiche di una moderna struttura sanitaria con il suo retaggio storico, culturale , artistico ed assistenziale. Materiali e metodi Numerosi studi di psicologia dello sviluppo evidenziano che la particolare vulnerabilità tipica dell’età infantile risulta accentuata dallo stato di malattia e, ancor più, da un eventuale ricovero con degenza ospedaliera. Pertanto, in linea con la prospettiva delineata dalla psicologia ambientale ed il concetto di “Therapeutic enviroment”, ci si è posti l’obiettivo di rendere gli ambienti “amichevoli nei confronti dei bambini“(child- friendly environments), assimilando percettivamente la struttura ospedaliera pediatrica al mondo dell’infanzia, con la realizzazione di interventi, quali la ludoteca, che hanno contribuito a rendere più sfumati gli elementi caratterizzanti il luogo di cura, a favore di atmosfere e significati familiari positivi. Il miglioramento del comfort alberghiero si è affiancato a importanti iniziative coordinate dal servizio di psicologia clinica. Attività psico-educative e ludico-ricreative (clown therapy) sono state, infatti, promosse per garantire la continuità scolastica e favorire l’adattamento alla malattia ed all’ospedalizzazione. Nell’uso dei materiali, il ricorso al legno, marmo e pietra lavica, il recupero di arredi sacri, la riproposizione dello stemma contenente il monogramma dell’A.V.G.(Ave Gratia Plena), il saluto dell’angelo alla Vergine, che si legge sulla facciata della basilica vanvitelliana dell’Annunziata, ha rappresentato l’opportunità di valorizzare il patrimonio artistico della Santa Casa, interpretando l’eredità del passato con sensibilità contemporanea. 52 Altresì il rinnovamento tecnologico ha privilegiato l’Area dei Servizi, le cui linee di attività sono state implementate con lo screening per malattie metaboliche e l’esecuzione di esami TC. Risultati Il progetto di miglioramento avviato nel 2004, e non ancora concluso, ha finora avuto ricadute estremamente positive e, guidato dal fil rouge dell’umanizzazione, ha determinato un miglioramento del comfort alberghiero e del clima lavorativo, confermato dalle indagini conoscitive promosse dalla direzione nelle varie fasi progettuali. Il rinnovamento diagnostico, terapeutico, tecnologico ed informatico, finalizzato ad una più efficace gestione del rischio clinico, ha consentito anche un ampliamento dell’offerta assistenziale del presidio. Discussione Con l’esperienza descritta si ritiene di aver coniugato nel contesto monumentale della SS Annunziata, gli aspetti di una moderna struttura sanitaria con il gusto per l’arte e la cultura. La valenza simbolica del percorso svolto ha permesso di riscoprire l’intimo legame della struttura ospedaliera con la sua storia assistenziale. La percezione di una tradizione di carità, si ritrova rinnovata nel sentimento di dedizione e di abnegazione vissuto da parte di tutti gli operatori della struttura nei confronti degli ammalati, e ci riporta alla prospettiva disegnata dal D.Lgs.231/2001 non solo per le imprese, ma anche per le Aziende Sanitarie ed Ospedaliere. La loro nuova configurazione giuridica, ottenuta a seguito del processo di depubblicizzazione avvenuto con i decreti di riordino, le rende a pieno titolo partecipi del cambiamento di paradigma del pensiero manageriale, con l’importanza attribuita al recupero di una dimensione valoriale condivisa nell’influenzare positivamente la performance aziendale. La riscoperta del valore simbolico dell’ospedale, che non è solo un luogo reale di cura, impone una riflessione sul recupero e sulla valorizzazione degli ospedali storici, in linea con l’attuale dibattito sul progetto per gli edifici della sanità. A nostro parere sembra che gli ospedali storici possano continuare ad esistere in “una rete di ospedali snella, basata sul modello “Hub & Spoke”, con una configurazione interna che ha come riferimento le esigenze del paziente, collegata a un rafforzato sistema di assistenza primaria attraverso la condivisione di obiettivi, di linee guida e dell’utilizzo delle telecomunicazioni”.(“L’Ospedale del Futuro: origini evoluzioni e prospettive” E. Guzzanti Recenti Progressi in Medicina-2006) Inoltre, il rinnovato interesse per la componente estetica, dimostrato dalle esperienze artistiche già realizzate in realtà nazionali ed europee, ispirate ad una visione olistica della struttura ospedaliera, disegna un possibile scenario futuro per gli ospedali storici che possono offrire spazi espositivi per il media artistico, diventando essi stessi una risorsa, attraverso l’uso virtuoso dello strumento del marketing e trasformando, così, il loro patrimonio artistico in valore aggiunto. In conclusione, riteniamo che questo lavoro rappresenti anche l’opportunità per ripensare alle esperienze di marketing applicato alla sanità come l’occasione per le aziende sanitarie per garantire risposte efficaci ai bisogni di salute della popolazione in un’epoca di risorse sempre più scarse. INFLUENZA A/H1N1 : CREAZIONE DI PERCORSI ORGANIZZATIVI ALL’INTERNO DELL’OSPEDALE SAN GERARDO DI MONZA E MODALITA’ DI INTEGRAZIONE CON L’ASL. Autore Lanfranco P., Camponovo L., Saporito T., Di Marino O. DIREZIONE SANITARIA Azienda Ospedaliera S. Gerardo Monza, Via Pergolesi 33, Monza Abstract . Nell’inverno 2009 nello scenario relativo alla pandemia influenzale da influenza H1N1 si sono formulati modelli organizzativi relativi all’attuazione del piano pandemico , le procedure per definire i percorsi del paziente con sospetta influenza, dall’accesso al pronto soccorso alla sua dimissione, le indicazioni in merito ai dispositivi di protezione individuale da adottarsi da parte dei pazienti e degli operatori,la vaccinazione di operatori sanitari e delle categorie a rischio, la creazione di nuovi flussi informativi tra ASL e Ospedale. Al fine di garantire appropriatezza e funzionalità ai percorsi intra ed extraospedalieri nel rispetto delle indicazioni ministeriali e della Regione Lombardia sono state formulate una serie di ipotesi organizzative che si sono concretizzate in documenti condivisi tra i diversi attori del sistema. 53 I 132 casi ricoverati all’AO S. Gerardo sono stati tutti di origine esterna e non vi sono stati casi secondari tra pazienti ed operatori. Parole chiave:Nuova influenza, percorsi organizzativi INTRODUZIONE L’alta contagiosità nella trasmissione interumana del virus influenzale (per via diretta attraverso le goccioline di secrezioni respiratorie e di saliva emesse con tosse e starnuti o per via indiretta attraverso le mani) ha richiesto in un ambito delicato come quello ospedaliero l’implementazione di percorsi dedicati e l’osservanza scrupolosa delle misure di isolamento. La Circolare del Ministero della Salute del 27/07/2009 ha fornito indicazioni riguardo alle misure di isolamento da attuare nei confronti di pazienti con sospetta influenza. Presso l’Azienda Ospedaliera S. Gerardo sono state predisposte alcune procedure per definire i percorsi del paziente con sospetta influenza, dall’accesso al pronto soccorso alla sua dimissione e le indicazioni in merito ai dispositivi di protezione individuale da adottarsi da parte dei pazienti e degli operatori. MATERIALI E METODI Predisposizione di procedure specifiche per: • donne gravide, che accedono al pronto soccorso ginecologico, • bambini, che accedono al pronto soccorso pediatrico, • utenti, che accedono al pronto soccorso, • personale addetto al trasporto (ambulanze), • operatori, che devono assistere pazienti con influenza A/H1N1 • vaccinazione per gli operatori • flussi informativi con ASL • flussi informativi con la Regione per i ricoverati nelle Unità di terapia intensiva RISULTATI Elenco procedure • Norme di prevenzione della trasmissione del virus influenzale A/H1N1 per i visitatori • Piano pandemico • Modalità di vaccinazione per gli operatori • Addendum al piano pandemico per paziente con sospetta influenza AH1/N1 • Percorso intraospedaliero del paziente • Scheda di sorveglianza ministeriale sui casi di ARDS ricoverati nelle unità di terapia intensiva Tabella 2 –Esempio di procedura INDICAZIONI PER PAZIENTE RICOVERATO CON SOSPETTO INFLUENZA A/H1N1 PAZIENTE RICOVERATO CON SOSPETTO INFLUENZA A/H1N1 IL MEDICO DELL’U.O. IN CUI AVVIENE IL RICOVERO: • Compila la segnalazione allegata e la invia all’ufficio epidemiologico • Chiede consulenza dell’infettivologo in merito a:esecuzione di tampone e di eventuale inizio di terapia con antivirale L’NFETTIVOLOGO: • Dà indicazione riguardo all’esecuzione dei tamponi nasali (indicato solo per i casi complicati e/o ricoverati) • È disponibile per visite a parere (e/o per consulenza telefonica), qualora presso altra struttura/ambulatorio/ pronto soccorso dell'ospedale vi siano casi di sospetta influenza TUTTO IL PERSONALE: 54 • • • • • • • Indossa la mascherina chirurgica e i guanti per le normali operazioni di assistenza/visita Indossa le mascherine FFP2,guanti e camici monouso nei casi di manovre a rischio ( intubazione – broncoaspirazione-escreato indotto-esecuzione tamponi nasali) Si lava sempre e accuratamente le mani (soluzione alcolica o sapone) prima e dopo contatto con il paziente o con materiale proveniente dal paziente Predispone contenitori degli infetti per raccogliere tutto il materiale proveniente dal paziente (compresi i DPI) Elimina la biancheria negli appositi sacchi per la biancheria infetta Attiva le pulizie con materiale monouso (informando l’ufficio Epidemiologico) Limita gli spostamenti del paziente, e sempre fa indossare mascherina chirurgica • Isola, quando vi sia un fondato sospetto e sia possibile, il paziente in camera singola o predispone un isolamento funzionale o di coorte • Laddove non sia possibile il paziente dovrà essere posto ad una distanza superiore ad 1 metro dal paziente più vicino e dovranno essere evitati contatti tra pazienti ad una distanza inferiore a 50 cm L’UFFICIO EPIDEMIOLOGICO: • Effettua l’indagine epidemiologica. E’ importante raccogliere le seguenti informazioni che saranno comunicate alla ASL: - esecuzione di tampone nasale - inizio di terapia antivirale con Oseltamivir o Zanamivir) • Attiva le pulizie con materiale monouso IL PAZIENTE • Indossa la mascherina chirurgica sempre quando si alza dal letto e/o esce dalla camera • Utilizza fazzoletti monouso da eliminare prontamente, nel caso di starnuti o tosse • Lava le mani spesso e sempre dopo contatto con secrezioni I VISITATORI/PARENTI • Indossano mascherina chirurgica e guanti per accedere alla stanza • Devono sempre eseguire igiene delle mani prima di entrare e all’uscita della camera Pazienti con interessamento delle vie respiratorie: In caso di pazienti con sintomatologia influenzale e sospetto infezione da virus AH1N1 ed interessamento delle basse vie respiratorie e di complicanze virali (polmonite, insufficienza respiratoria, ecc…), andranno previsti I normali prelievi colturali già previsti dalle procedure vigenti Tampone nasale per la ricerca dell’RNA virale A(H1N1) In caso di pazienti in cui si isola il virus influenzale: Si considera identificato il virus influenzale in caso di positività alla PCR. Attualmente questa metodica permette solo d’identificare il virus influenzale A o B, ma non l’H1N1. Al momento quindi, tutti i pazienti positivi al virus influenzale A dovranno essere considerati affetti da H1N1. E’ probabile che a partire da Novembre tale metodica verrà sostituita da un test maggiormente specifico per H1N1. Il test deve essere eseguito solo per i pazienti che presentino una sintomatologia clinica compatibile con una sindrome influenzale da virus AH1N1 e che presentino una complicanza clinica e/o una sintomatologia acuta (polmonite, insufficienza respiratoria, ecc…). Solo in questi casi sarà indicato l’accertamento microbiologico mediante tampone nasale. N.B. In caso di condizioni gravi del paziente e in presenza di forte sospetto di infezione virale dopo consulto con lo specialista infettivologo la terapia con Oseltamivir alle dosi sopra indicate andrà iniziata immediatamente. 55 Procedure in caso di contatto non protetto: A) In caso di contatto stretto (prolungato per almeno 30 min e a distanza ravvicinata <50 cm con un periodo di esposizione < a 7 giorni) non protetto da parte di un paziente gravemente immunodepresso o avente fattori di rischio maggiori con un paziente affetto da influenza A(N1H1)v si propone la profilassi farmacologica con: • Oseltamivir 75 mg per os una volta al giorno per dieci giorni B) In caso di contatto non protetto (prolungato per almeno 30 min e a distanza ravvicinata <50 cm con un periodo di esposizione < a 7 giorni) da parte di un membro del personale (non vaccinato e avente fattori di rischio maggiori ) con un paziente affetto da influenza A(N1H1)v (diagnosi accertata) si propone la profilassi farmacologica con: • Oseltamivir 75 mg per os una volta al giorno per dieci giorni N.B. La profilassi farmacologica non rappresenta un obbligo per il personale.Si sottolinea che non vi è alcuna indicazione alla profilassi per il personale senza fattori di rischio maggiori. A questi soggetti si raccomanda l’utilizzo di mascherina chirurgica durante tutta l’attività lavorativa per il periodo accertato di incubazione del virus (7 giorni dall’ultimo giorno di esposizione). DISCUSSIONE E CONCLUSIONI Le procedure presentate hanno reso esplicite le azione da intraprendere valutando: -tipologia di paziente (pediatrico, donna gravida, adulto senza e con fattori di rischio, casi gravi e complicati), -flusso numerico dei pazienti al PS (modesto , abbondante, emergenza) -modalità di presentazione spontanea o in ambulanza -indicazioni al ricovero , reparto di ricovero preferenziale , reparti da coinvolgere in caso di saturazione di posti letto, reparti ad alto rischio - modalità e indicazioni all’accertamento microbiologico -modalità di trattamento del paziente -procedure in caso di contatto non protetto -modalità di comportamento per il personale, il paziente , i visitatori -indicazioni alla profilassi L’introduzione delle procedure sopra riportate, pubblicate e rese fruibili attraverso la rete aziendale, si è rivelata strategica nel guidare il comportamento degli operatori alla corretta gestione del caso sospetto o accertato e nel contenere il timore iniziale che la diffusione della nuova influenza ha generato. Progetto G.A.I.A. Gestione Assistenziale Integrata degli Adolescenti Lazzaro I.*, Romano G.**, Raiola G.°, Giofrè M.V.**, Romagnino M.°°, Scopelliti G.^ *Azienda Ospedaliera Universitaria “Mater Domini” - Catanzaro **Azienda Sanitaria Provinciale di Catanzaro °Azienda Ospedaliera “Pugliese-Ciaccio” - Catanzaro °°Autorità di Audit - Presidenza Giunta Regione Calabria ^Presidente Regione Calabria PAROLE CHIAVE Adolescente, Ospedale, Territorio INTRODUZIONE 56 L’assistenza medica all’adolescente nel nostro Paese è ancora precaria e poco funzionale, innanzitutto perché un’adeguata formazione in medicina dell’adolescenza stenta a realizzarsi nell’ambito della formazione curriculare del medico e, poi, perché l’85% degli Italiani con età maggiore di 14 anni viene ricoverato in reparti per adulti, mentre quelli ricoverati in Area Pediatrica sono assistiti in maniera non idonea ai loro bisogni di privacy e crescita. Sul territorio, a livello nazionale, operano circa 7.400 Pediatri di Libera Scelta che assistono meno del 50% degli adolescenti con età compresa tra gli 11 e i 14 anni. Inoltre, vi è in generale una non appropriata assistenza ai ragazzi con patologia cronica, che spesso vengono inseriti in percorsi assistenziali destinati agli adulti. Il PSN 2006-2008 nonché le linee di indirizzo della Regione Calabria hanno previsto, tra gli obiettivi da raggiungere, anche la tutela della salute nelle prime fasi di vita, infanzia ed adolescenza. In particolare, prevedono percorsi di riorganizzazione dei Servizi di emergenza-urgenza pediatrica e miglioramento dell’assistenza ai bambini e agli adolescenti affetti da patologie croniche mediante lo sviluppo di modelli integrati tra centri specialistici, ospedali, attività assistenziali territoriali. Il progetto G.A.I.A. prevede che l’assistenza, sia in termini di diagnosi che di trattamenti, debba essere modulata nel rispetto della fisiologia dell’adolescente, con l’obiettivo di identificare tempestivamente le patologie senza portare lo stesso ad una medicalizzazione indiscriminata e non necessaria. Il percorso presuppone una gestione assistenziale integrata ospedale/territorio per garantire all’adolescente la migliore assistenza che soddisfi il bisogno medico e quello di crescita psico-sociale. MATERIALI E METODI La metodologia progettuale prevede un’articolazione dei compiti suddivisa per livelli, tenendo al centro l’adolescente. Medici ed Operatori sanitari ospedalieri/territoriali adotteranno specifici percorsi, attraverso condivisione di banche dati e tecnologie di comunicazione, che permetteranno di realizzare la presa in carico dell’adolescente in maniera tale da educarlo a condurre uno stile di vita che gli permetta di riconoscere ed evitare i rischi capaci di comprometterne la salute. Il modello organizzativo assistenziale per gli adolescenti si basa sui seguenti livelli: a) Il primo viene identificato con i Pediatri di Libera Scelta ed i Servizi territoriali di Medicina Scolastica, Pediatria di Comunità ed Educazione Sanitaria, con compiti di prevenzione, filtro e trattamento delle condizioni più comuni nella età adolescenziale sia in ambito individuale che collettivo, con particolare attenzione al mondo della scuola. In particolare, un ruolo importante rivestono i Pediatri di Libera Scelta soprattutto nella selezione dei pazienti e nell’assistenza domiciliare postoperatoria. In questa fase saranno stilate linee d’indirizzo per la stesura di bilanci di salute dedicati all’età adolescenziale, anche attraverso modalità di chiamata attiva, il tutto con l’ausilio di un portale web dedicato. Tali bilanci devono sostituire precedenti forme d’intercettazione delle patologie adolescenziali, oggi non più presenti o usualmente tardive. Al fine di svolgere queste funzioni, gli Operatori coinvolti (Pediatri di Libera Scelta, Medici di Medicina Generale, Pediatri di Medicina Scolastica, Infermieri Pediatrici, ecc.) devono possedere specifiche conoscenze e competenze di adolescentologia, accreditate da percorsi ECM o certificati dalle principali Società Scientifiche del settore. b) Il secondo livello viene identificato con le Strutture multidisciplinari localizzate all’interno dell’Area Pediatrica ospedaliera (UU.OO. di Auxologia e Medicina dell’Adolescenza), che attiveranno, oltre a servizi ambulatoriali e di day hospital, un numero adeguato di posti letto per adolescenti in aree di degenza specifiche, programmate in base a dati epidemiologici regionali. Tali strutture, possibilmente dirette da un Pediatra con riconosciuta competenza in Medicina dell’Adolescenza, hanno anche compiti di produrre cultura e collaborare con quelle di primo livello che si occupano di adolescenti in un modello integrato a rete attraverso l’utilizzo di appositi sistemi informativi. 57 Si definiranno intese per le modalità di passaggio assistenziale tra i Pediatri di Libera Scelta ed i Medici di Medicina Generale, tra i servizi/reparti pediatrici e quelli per il paziente adulto, attraverso protocolli (schema sanitario pediatrico), riconosciuti anche in ambito nazionale, che consentano al nuovo curante, oltre alla presa in carico dell’adolescente, l’acquisizione di informazioni socio-sanitarie corrette e rilevanti per la sua condizione di salute. Nello stesso modo le UU.OO. di Auxologia e Medicina dell’Adolescente provvederanno alla transizione degli adolescenti affetti da patologie croniche complesse verso centri specialistici dell’adulto, secondo percorsi condivisi. RISULTATI Il progetto propone un modello organizzativo assistenziale per gli adolescenti che, considerando la peculiarità delle esigenze dei ragazzi di età compresa tra i 10 e i 18 anni, garantisca una maggiore correttezza ed efficacia delle cure ospedaliere e territoriali in un momento della vita dell’individuo in cui si compie un processo di maturazione biologica, in rapporto a profonde modificazioni dell’assetto ormonale ed all’evoluzione del pensiero cognitivo e morale. In tal modo si realizza in ospedale la presa in carico dell’adolescente da parte dello Specialista in Pediatra con preparazione specifica in Medicina dell’Adolescenza con conseguente ricovero effettuato in reparti idonei; inoltre, vi deve essere l’attivazione, all’interno dei pronti soccorsi, di appositi percorsi di erogazione dei servizi di emergenza e urgenza con personale Specialista di Pediatria. Altro obiettivo del progetto G.A.I.A. è quello della continuità assistenziale, garantita dai Pediatri presenti sul territorio. Infine, ulteriore significativo risultato è il coinvolgimento del Pediatra ospedaliero e territoriale per le attività connesse alla promozione della salute, valorizzando così il ruolo di medico dello sviluppo dell’educazione che prende in cura l’adolescente e lo guida a condurre la propria vita in modo da saper riconoscere ed evitare le principali situazioni a rischio capaci di comprometterne la salute ed il benessere fisico, psichico e sociale. CONCLUSIONI La finalità del progetto G.A.I.A. è la promozione di una appropriata ed efficace performance dell’assistenza ospedaliera/territoriale per gli adolescenti, in un momento così particolare della loro maturazione. Alla fine del progetto si misurerà il grado di soddisfacimento degli adolescenti assistiti attraverso l’ausilio di apposite schede di verifica che verranno inserite sul sito del progetto G.A.I.A. Inoltre, gli adolescenti verranno seguiti, alla loro dimissione, attraverso la Pediatria di Libera Scelta e le UU.OO. presenti sul territorio a vocazione materno-infantile. Attraverso il portale G.A.I.A., infine, la struttura ospedaliera, il territorio e gli adolescenti potranno dialogare e comunicare sia per il follow-up che per eventuali problematiche che dovessero sorgere. Tutto ciò consentirà di trovare anche gli indicatori di misura della qualità e della performance per le erogazioni educative, sociali ed assistenziali. Ethical governance e l’altro C. Perfetti**, M. Loizzo*, A. Benvenuto*, M.A. Vantaggiato*, O. Perfetti * *Direzione Sanitaria P.U. Azienda Ospedaliera di Cosenza **Dottoressa in Teorie della prassi comunicativa e cognitiva Abstract 58 Il riferimento all’etica è presente in gran parte delle organizzazioni umane e la sanità è il campo di applicazione e di sperimentazione di tematiche etiche. Infatti il governo clinico ripensa sempre più ai percorsi da seguire per garantire buone prestazioni, concentrandosi non solo sugli aspetti clinici, organizzativi ed economici, ma anche sulla dimensione morale degli individui. Tale dimensione morale, che ha portato alla definizione di una Etichal Governance in campo medico, non si risolve soltanto nella semplificazione sul tema dell’Umanizzazione dei rapporti, ma riflette in modo più ampio le problematiche tra il soggetto e l’altro, altro che è insieme di logica e irrazionalità, cioè di mythos e logos, altro che è estraneo e necessariamente distante dall’io, ma che sorge all’interno di un universo preesistente in cui l’io e l’altro entrano in relazione, relazione che quindi precede i suoi stessi termini. Chi è questo altro che sta di fronte all’io, che l’io può amare, odiare, uccidere o curare? Queste problematiche costituiscono l’asse portante di numerose speculazioni filosofiche; ad esempio a partire dall’ambito fenomenologico Sartre e Levinas si interrogano sullo stesso problema: nella relazione tra l’io e l’altro è presente la ricerca del fondamento della propria esistenza, ma la vera domanda è: è l’io a dare un fondamento all’altro o è l’altro a dare un fondamento all’io? Come vedremo, la questione viene affrontata in modo diverso da entrambi i filosofi. Parole chiave: Ethical Governance, Empatia, L’Altro Introduzione E’ necessario fare un riferimento all’etica nelle organizzazioni umane: la sanità, per le sue peculiarità, risulta essere un luogo privilegiato di applicazione di considerazioni morali; infatti vi è stato un ripensamento della Clinical Governance alla luce dell’etica ed è sorta l’esigenza, da parte delle organizzazioni sanitarie più votate all’eccellenza, di dotarsi di un Codice Etico. Come vedremo, la tematica dell’etica è correlata sia alla tematica dell’empatia, sia alla relazione tra l’io e l’altro. Da ciò discendono una serie di considerazioni. Materiali e metodi Che cos’è l’Etichal Governance? L’Etichal Governance fa riferimento ai comportamenti etici che consentono di determinare standard elevati di prestazioni i termini di azioni, di economia, di efficacia, di efficienza, di qualità, di soddisfazione del cliente. E’ evidente che il problema di una Etichal Governance in sanità non può risolversi soltanto nel problema dell’Umanizzazione: è chiaro che nel campo della salute il rapporto con l’altro diventa centrale: chi è questo altro di cui l’io si prende cura? E’ così ovvio e scontato il relazionarsi con l’altro? Al contrario, la necessità etica di un governo clinico nasce proprio dalla difficoltà originaria del rapportarsi all’altro, o anche, citando Husserl, padre della fenomenologia, nasce dalla intricata problematica dell’intersoggettività. Le speculazioni di Sartre e Levinas prendono le mosse dalla filosofia husserliana ma poi se ne allontanano, percorrendo strade diverse. Sartre sostiene che la coscienza umana cerca continuamente un completamento nella realtà dell’altro in diversi modi: lo tocca, lo guarda, lo ama, lo odia, ma ogni tentativo è destinato a rimanere vano. Il dramma è che l’io non riesce a impossessarsi di della libertà dell’altro, il quale rimane trascendente, estraneo, distante; rimane,appunto, altro. Al contrario di Sartre, Levinas sostiene che l’altro è infinitamente altro per cui l’unico modo di relazionarsi dell’io con l’altro è doloroso, è un soffrire: l’altro si manifesta all’io attraverso il volto, che è l’unica cosa che l’io, nel suo processo di identificazione, non riesce ad assimilare. Ma non esiste alcuna biunivocità di rapporto: l’altro mantiene sempre un’eccedenza impossibile da catturare. Il volto è nudità: la persona nuda è massimamente 59 esposta e quindi è più fragile perché non ha coperture; ciò significa che il volto è esposizione di qualcosa che può essere in qualunque momento violato e oltraggiato. Per questo l’altro si rivela all’io e lo costituisce come responsabilità; l’io è responsabile dell’altro perché il volto si manifesta nella sua nudità e nella sua mortalità. Ma l’unico modo in cui l’io può disporre dell’altro è ucciderlo, nel cui caso non si tratta comunque di un disporre perché l’io non disporrebbe dell’altro ma di ciò in cui lo ha trasformato. Ritornando alla questione etica, è importante sottolineare che quando il governo clinico entra nelle problematiche dell’equità (eticità) tutto si riconduce all’altro, altro che risulta essere un insieme complesso e difficilmente definibile, in cui confluiscono mitos e logos, laddove per logos si intende tutto ciò che costituisce la nostra comprensione razionale del mondo, mentre il mitos si riferisce agli archetipi mitologici, storici e preistorici che hanno preceduto il logos. Le due componenti del nostro essere saranno sempre, pertanto, razionalità e irrazionalità. Risultati Nel risk management l’esperienza ha dimostrato che spesso la denuncia scaturisce dal fatto che non comunichiamo a sufficienza con i nostri pazienti e con i loro parenti; siamo chiusi. Ma la difficoltà di comunicare nasconde spesso un peccato originale di rapportarsi all’altro (paziente, collega, parente, collaboratore), di valutare cosa l’altro sia e cosa rappresenti per noi. Tra l’io e l’altro si dà una profonda e inevitabile distanza che è però l’indispensabile premessa perché si possa dare la relazione stessa; se non esistesse la distanza, l’io e l’altro si fonderebbero in un unico insieme indifferenziato, non ci sarebbe l’io e non ci sarebbe l’altro, ma ovviamente le cose non stanno così. Ciò conduce a un’altra riflessione: ci preoccupiamo dell’altro che soffre in virtù dell’empatia? Della bontà? E che cos’è, poi, la bontà? In termini teoretici l’io si è sempre preoccupato dell’altro, ma perché? In termini husserliani, forse perché l’io riconosce l’altro come sistema psicofisico analogo a se stesso e quindi se l’altro sta bene sto bene anch’io? In termini scientifici, la scoperta dei neuroni specchio potrebbe spiegare la capacità che ha l’uomo di essere empatico: l’empatia avrebbe una base biologica e si avrebbe l’attivazione di alcune strutture neuronali non solo quando il soggetto prova determinate sensazioni ma anche quando attribuisce a qualcun’altro quelle stesse sensazioni ed emozioni. Conclusioni Data l’importanza della tematica dell’alterità, è auspicabile che nei percorsi di sistematizzazione della sanità si ritorni ad avere un atteggiamento filosofico nei confronti dell’altro, perché solo da una comprensione umana e non disumana degli altri può discendere una reale umanizzazione dei rapporti. Se nella Etichal Governance entrano in gioco tutti questi fattori allora la logica conseguenza è che l’etica non si può imporre per legge; diventa allora auspicabile che almeno vengano presi in considerazione, nell’accreditamento alla valutazione, questi aspetti con pari dignità rispetto agli altri elementi (strutture, tecnologie, attrezzature) considerati. 60 AVVIO DI UN APPROCCIO PER PERCORSI UNIVERSITARI INTEGRATA DI VERONA NELLA AZIENDA OSPEDALIERA Autori: Lomeo A ^, Corsini A^, Passerini P^, Poli A^, Fabris F^, Benetollo PP* ^ Servizio Miglioramento Qualità Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona * Direttore Sanitario Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona Abstract: L’avvio di percorsi clinico organizzativi gestionali, che garantiscono una migliore risposta assistenziale e consentono una appropriata erogazione delle singole prestazioni, ha permesso nell’ Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona di definire alcuni aspetti di carattere metodologico quali la realizzazione di una Linea Guida Aziendale e di un supporto informatico documentale per la elaborazione dei percorsi stessi. Parola chiave. percorsi clinico organizzativi gestionali, sistema gestione qualità Introduzione Al fine di migliorare l’assistenza fornita ai pazienti, si stanno sperimentando nuovi modelli organizzativi basati sul percorso clinico assistenziale del paziente dal momento in cui viene preso in carico fino alla risoluzione e/o miglioramento del problema di salute. I percorsi garantiscono una migliore risposta assistenziale e consentono una appropriata erogazione delle singole prestazioni necessarie per risolvere o controllare l’evoluzione del problema di salute. Pur essendo numerose le esperienze condotte su questo tema e trattandosi anche di requisiti richiesti per l’Accreditamento Istituzionale delle Strutture Sanitarie, si ritiene che le modalità per l’avvio e l’implementazione dei percorsi nelle singole realtà aziendali non siano molto consolidate. Nell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona (AOUI) il ri-orientamento da modelli assistenziali e organizzativi tradizionali a nuovi modelli assistenziali e organizzativi ha iniziato a concretizzarsi nel 2008 con il Documento di Programmazione in cui la Direzione Strategica ha individuato tra gli obiettivi strategici l’implementazione dei percorsi diagnostico terapeutici “patient oriented”. Materiali e metodi L’AOUI si articola in 1700 posti letto, organizzati in 98 Unità Operative (UO). L’attività giornaliera media vede ricoverati in regime ordinario 1300 pazienti, di cui 100 sottoposti a interventi chirurgici, con 300 accessi ai DH/DS e 400 al Pronto Soccorso. Sono inoltre presenti numerosi corsi di Laurea e Scuole di Specializzazione. Dal 2002 è stato avviato un percorso di Certificazione Aziendale secondo la Norma ISO 9001:2008 che ha coinvolto progressivamente le UO. Attualmente risultano certificate complessivamente n. 87 UO complesse di cui 71 di Area Clinico Assistenziale, e sono in corso di certificazione altre 6 UO. In attuazione a quanto previsto dal Documento di Programmazione, nel 2009 dando avvio alla costruzione dei Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA), è emersa l’esigenza di definire alcuni aspetti di carattere metodologico quali: -una definizione della terminologia da adottare a livello aziendale; -l’individuazione degli elementi che andranno a costituire i singoli percorsi, le loro articolazione e le modalità di attivazione; -l’analisi dell’esistente; -l’integrazione con altri processi di miglioramento avviati; -le modalità di coinvolgimento dei professionisti. Risultati L’elaborazione di un Glossario e di una Guida Aziendale si è basata sulla revisione della letteratura scientifica. Nel Glossario sono stati definiti i termini che più frequentemente ricorrono quando si avvia e si implementa un approccio per percorsi (ad es., PDTA, Linee Guida, Pacchetti Diagnostici). La realizzazione di una Linea Guida Aziendale per i PDTA ha consentito di predisporre un documento di riferimento che riporta le modalità per selezionare le priorità e per costituire i gruppi interdisciplinari; per definire i principali elementi da considerare nell’elaborazione dei PDTA (ricerca, valutazione e adattamento locale della linea guida e successiva costruzione del PDTA); le modalità di diffusione e applicazione; la comunicazione dei risultati e infine la revisione periodica. L’analisi dell’esistente è stata condotta attraverso una prima rilevazione dei gruppi, multidisciplinari e multi professionali, che condividevano sia conoscenze, competenze e modelli organizzativi su specifiche patologie che attività di carattere organizzativo (ad es. POCT, Acquisizione con Fondi Aggiuntivi). 61 Con l’obiettivo di valorizzare quanto già presente, si è colta l’occasione delle Verifiche Esterne per valutare se quanto sviluppato e realizzato con il SGQA nelle singole UO rispondesse ai requisiti della norma anche per i percorsi attuali. E’ stato così proposto alle UO coinvolte nei percorsi clinico organizzativi gestionali di sottoporne alcuni alla Verifica Esterna di Certificazione. La verifica, condotta tra Dicembre 2009 e Febbraio 2010, ha visto il coinvolgimento e la preparazione di n. 57 UO, molte delle quali interessate su più percorsi, ed è risultato che n. 4 percorsi su i 5 presentati sono stati certificati secondo la norma ISO 9001:2008. Nello specifico, sono stati certificati il percorso sulla neoplasia della mammella (n. 15 UO coinvolte), quello sull’ictus (n. 28 UO), quello sul Point of Care Testing (n. 14 UO) e quello per le Acquisizioni con Fondi Aggiuntivi (n. 12 UO). Per quanto attiene il percorso ictus, l’AOUI prende in carico il paziente dal momento dell’accesso al pronto soccorso, per tutto l’iter diagnostico-terapeutico, fino alla dimissione protetta in strutture riabilitative territoriali, garantendo dopo la dimissione un follow up periodico. Questo approccio ha consentito di ridurre i tempi di permanenza di un sospetto ictus in pronto soccorso, accelerando il processo diagnostico e favorendo interventi precoci di trombolisi, qualora indicati. Per quanto riguarda il percorso relativo alla neoplasia della mammella, usufruendo di tutte le competenze esistenti in Azienda, il modello organizzativo e gli standard qualitativi hanno raggiunto livelli di qualità molto elevati secondo i migliori standard nazionali e internazionali; anche in questo caso il percorso prevede la diagnosi, il trattamento chirurgico e medico, il trattamento radioterapico ed il follow up. Le Verifiche Esterne per la Certificazione hanno comunque consentito di evidenziare alcuni aspetti di miglioramento, fornendo indicazioni, ad esempio, su una migliore condivisione dei protocolli operativi tra le UO, su una valutazione più approfondita dell’efficacia dei processi, sulla definizione di obiettivi di miglioramento sulla base dei dati disponibili. L’avvio alla realizzazione dei PDTA è risultato essere così integrabile con altri processi di miglioramento già avviati attraverso il SGQA. L’evoluzione del SGQA ha visto infatti anche la realizzazione della nuova intranet su una piattaforma capace di ospitare ed integrare nel tempo funzionalità ed applicazioni utili al singolo dipendente e a gruppi di lavoro nella realizzazione delle proprie attività professionali come l’utilizzo di un supporto informatico per la elaborazione dei percorsi stessi. Quest’ultimo risulta essere inoltre un’importante modalità di coinvolgimento dei professionisti già interessati a questo approccio per percorsi. Conclusioni La presenza di un Sistema di Gestione Qualità Aziendale, concreto riferimento per le attività e l’organizzazione, facilita l’avvio di un approccio per i processi clinico- assistenziali, organizzativi e gestionali. Fornisce inoltre la base metodologica che supporta il coinvolgimento dei diversi professionisti e sostiene il raggiungimento dei risultati attesi. L’esperienza dall’AOUI richiede ulteriori sviluppi. L’elaborazione e l’attuazione dei PDTA dovranno essere realizzate confrontando la letteratura scientifica con i percorsi presenti in Azienda che seppur “di buona qualità” sono ulteriormente e continuamente migliorabili. Qualità della comunicazione e qualità dell’organizzazione. Progetto per la valutazione delle Non technical Skill nei comparti operatori multidisciplinari di ospedali ad alta intensità di cura. Magnelli Elisabetta*, Belloni Laura**, Debolini Marta**, Bonechi Francesca**, Silvestri Massimo*** * Direzione Sanitaria, Rischio Clinico – AOU Careggi ** Centro Regionale Criticità Relazionali – AOU Careggi *** Staff Direzione Aziendale – AOU Careggi Abstract Sono sempre più numerose le conferme in letteratura che correlano gli eventi avversi in chirurgia con carenze di comunicazione fra operatori. Nei comparti operatori plurispecialistici dell’AOU Careggi è stato promosso un progetto sulla valutazione delle Non technical skills nell’èquipe chirurgica che evidenzi criticità e bisogni formativi. Parole chiave Non technical skills – sicurezza– comunicazione 62 Introduzione Il maggior numero di eventi avversi è rilevato nelle aree chirurgiche. In sala operatoria l’organizzazione è molto complessa per la multiprofessionalità e la multidisciplinarietà delle prestazioni, le tecnologie sempre più avanzate, gli spazi e le strutture, le terapie sempre più innovative. In questo contesto il contributo del fattore umano e degli aspetti comportamentali degli operatori costituiscono una risorsa fondamentale per la gestione delle sale operatorie, mentre al contrario la carenza di comunicazione può determinare errori e danni al paziente. Gli anestesisti per primi hanno dimostrato che per una buona prestazione anestesiologica è importante utilizzare anche alcune competenze relazionali (Fletcher et coll., 2002) In un sistema sanitario integrato americano (Leonard et coll., 2004), per migliorarne l’organizzazione e la qualità è stato proposto uno strumento di comunicazione (SBAR) efficace e coinciso e, in area chirurgica, l’adozione sistematica del briefing preoperatorio. All’università di Aberdeen lo studio sulle Non Technical Skills per gli anestesisti (ANTS) e per i chirurghi (NOTSS) (2003-2006) evidenzia come aree comportamentali quali il lavoro in team, la gestione del gruppo, la consapevolezza della situazione, la capacità decisionale e la leadership siano parte integrante delle competenze degli operatori. Infine, è stato dimostrato (McCulloch et coll., 2009) che la formazione sulle NOTECHS degli operatori (Non Technical Skills, metodo Oxford) ha migliorato i risultati clinici in 55 interventi chirurgici. Contesto di riferimento Nei comparti operatori dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Careggi (Firenze), formati da 7-8 sale operatorie ad alta intensità di cure, la qualità dell’organizzazione e della comunicazione sono fortemente correlate ad una buona relazione fra gli operatori. Nonostante il lavoro chirurgico in queste Sale Operatorie sia sempre più multidisciplinare, la formazione del personale è basata prevalentemente sullo sviluppo delle competenze tecniche e non è prevista nessuna formazione sul lavoro d’équipe. L’osservazione diretta e la revisione del sistema aziendale di incident reporting in queste situazioni correlano spesso la carenza di relazione all’interno dell’équipe chirurgica con gli errori tecnici. I membri delle èquipe delle Sale Operatorie sono esposti quotidianamente a situazioni drammatiche e emotivamente coinvolgenti, alla stanchezza e alla deprivazione di sonno. La mancanza di un training adeguato anche sulla gestione dello stress nell’equipe può deteriorare ulteriormente la comunicazione all’interno del gruppo, rendendo la prestazione più “rischiosa”. Prendersi cura degli aspetti relazionali del gruppo di lavoro ed individuare strategie di miglioramento nei rapporti fra gli operatori vuol dire migliorare l’organizzazione e il benessere dell’equipe e quindi anche curare la qualità dell’assistenza al malato. In particolare chi dirige un gruppo condiziona fortemente il lavoro degli altri perché ha il compito di armonizzare le diverse professionalità per creare sinergia tra le diverse figure professionali coinvolte. Materiali e metodi previsti 1) Istituzione di un gruppo di lavoro multidisciplinare (Psicologi Psichiatri della Direzione sanitaria e Rischio clinico AOU Careggi) ed elaborazione di strumenti per la ricerca (intervista). 2) Intervista semi strutturata a circa 60 operatori dei tre comparti operatori multispecialistici di Careggi (7-8 sale) divisi per professionalità (Chirurghi, Anestesisti e Infermieri) e grado (Dirigenti, Direttori, Caposala). 3) Corso di formazione per gli operatori di Sala Operatoria sulle competenze cognitive e relazionali per la sicurezza in Sala Operatoria. 4) Studio osservazionale sul campo presso il Policlinico di Careggi: le Sala Operatorie in cui verranno osservati gli operatori saranno selezionate dal gruppo di lavoro in base all’elaborazione delle interviste e alle criticità rilevate. Risultati Attualmente la ricerca è in una fase intermedia, in cui è stato formato il gruppo di lavoro, strutturata l’intervista e somministrata alla metà degli operatori previsti. Il corso di formazione e lo studio 63 osservazionale saranno strutturati successivamente alla conclusione delle interviste previste e si articoleranno sulla base dei risultati ottenuti. L’intervista si compone di 25 domande, alcune a risposta chiusa e altre a risposta aperta; la prima parte dell’intervista indaga come gli operatori percepiscono il ruolo delle competenze cognitive e relazionali nel lavoro di Sala Operatoria, la seconda parte è dedicata alla valutazione soggettiva dei comportamenti osservati tra le diverse categorie professionali di operatori di Sala. Gli operatori finora intervistati sono stati 30, i quali, in gran parte, hanno ritenuto importante la comunicazione all’interno del team chirurgico (Tab 1). Tabella 1. Giudizio sull’importanza della comunicazione nel team chirurgico 14% abbastanza molto 86% In questa prima metà delle interviste emerge una differenza sostanziale tra la percezione della qualità della comunicazione nel gruppo di lavoro: più della metà degli intervistati, il 59%, afferma che la comunicazione nelle sale in cui lavora è insufficiente o appena sufficiente (Tab.2). Tabella 2. Giudizio sulla comunicazione all’interno delle Sale Operatorie degli operatori intervistati 10% 35% insufficiente appena sufficiente discreta 31% buona 24% Riguardo gli aspetti puramente informativi la valutazione cambia, dato che in sala lo scambio di informazioni tra operatori viene valutato abbastanza buono o molto buono sia durante gli interventi (85%), in caso di possibile revisione del piano chirurgico (69%) o di cambiamento del programma operatorio durante l’intervento (90%). Nella valutazione della capacità dell’équipe di rispettare le regole di sala il 54% degli intervistati afferma che gli operatori le rispettano poco o per niente, ma secondo il 68% questo non dipende dal ruolo o dalle responsabilità di chi le ignora. Da evidenziare il dato che sottolinea come nel 79% dei casi capiti che qualche operatore perda la calma durante il lavoro di sala (Tab.3), e quanto questo venga attribuito sia a eventi oggettivi (difficoltà o imprevisti dell’intervento operatorio), sia a fattori personologici e di relazione conflittuale nel gruppo. Tabella 3. Incidenza di episodi in cui l’Operatore perde la calma in Sala Operatoria secondo gli Operatori intervistati 64 21% sì no 79% Le domande relative alla percezione delle competenze non tecniche dei diversi operatori dell’equipe evidenziano come vengano ritenuti utili nel facilitare il lavoro le capacità relazionali, comunicative e collaborative, quelle ritenute meno utili invece l’incapacità di lavorare in gruppo, la difficoltà a comunicare con gli altri, la tendenza al conflitto e alla prevaricazione. Al leader viene invece richiesta, alla pari con le competenze tecniche professionali, soprattutto la capacità di instaurare buone relazioni con il resto del gruppo di lavoro, oltre che con i pazienti. Infine, la quasi totalità degli intervistati ritiene utile una formazione sui temi delle competenze non tecniche (96%) e dichiara che sarebbe interessato a parteciparvi (94%). Conclusioni Lo studio tuttora in corso fa emergere che all’interno delle sale operatorie esistono criticità di tipo comunicativo e interpersonale tra i membri dell’equipe, e che le carenze relazionali contribuiscono a determinare problemi organizzativi e rischio per i pazienti, oltre che incidere sul benessere degli operatori. Dalle interviste semi strutturate è emersa da parte di quasi tutti gli operatori intervistati la necessità di interventi di formazione per migliorare il lavoro di gruppo, il che orienta a proseguire lo studio concludendo la ricerca e attivando gli interventi formativi come inizialmente previsto. References - Fletcher G,Fin R,Mc Geoge P, Glavin RJ Maran N. The role of Non Technical Skills in Anesthesia: a Review of current literature. Br.J Anaesth 2002;88 (3):418-429 Leonard M,Graham S.and Bonacum D“The Human factor: the critical importance of effective teamyork and communication in providing safe care”.ual.Saf.Health Care 2004:13;i85-i90 McCulloch P,Mishra A, Handa A,Dale T,Hirst G and Catchpole K.”The effects of aviationstyle non technical skills training on technical performance and outcome in operating theatre”. Qual.Saf.Health Care 2009;18;109-115. www.abdn.ac.uk/ipcr/ants “Anaesthetists Non-Technical Skills (ANTS) System Handbook v1.0 University of Aberdeen (1999-2003) www.abdn.ac.uk/ipcr/notss ”The Non Technical Skills for Surgeons (NOTSS) System Handbook V1.2 University of Aberdeen (2003-2006) Le gestione del Ciclo Diurno in Area Medica del P.O. di Pistoia D Mannelli*, E Sensoli*, G Corsini*, F Puggelli**, S. Broccardi***, S. Bartolini***, C Lupi* * U.O. Direzione Sanitaria Ospedaliera – Ospedale “Il Ceppo”, AUsl 3 Pistoia ** Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva, Università agli Studi di Firenze *** Area Medica – Ospedale “Il Ceppo”, AUsl 3 Pistoia Abstract 65 L’organizzazione dell’assistenza a ciclo diurno rappresenta una sfida innovativa per le Direzioni Ospedaliere. La Direzione Sanitaria del P.O. di Pistoia ha voluto definire, attraverso la stesura di un regolamento e la definizione di criteri organizzativi e di funzionamento delle attività svolte, due modelli assistenziali: il Day Hospital e il Day Service. La definizione di questi modelli permette di ottimizzare la qualità e l’efficienza del modello di assistenza a ciclo diurno diminuendone i livelli di inappropriatezza. Parole chiave Assistenza a Ciclo Diurno, Day Hospital, Day Service Introduzione L’assistenza a ciclo diurno si configura sempre più come un modello di assistenza profondamente innovativo, in grado di conciliare efficienza, efficacia e qualità. La degenza breve presenta enormi vantaggi di ordine sociale ed economico, poiché abbrevia la permanenza in ospedale, aumenta il comfort per il paziente, che conserva le proprie abitudini di vita con minor rischio di complicanze legate alla degenza ospedaliera, e contemporaneamente riduce drasticamente i costi dell’ospedalizzazione, determinando una maggiore appropriatezza dei ricoveri, una aumentata disponibilità dei posti letto di degenza ordinaria da riservare alle patologie più severe, ed un più razionale utilizzo del personale. In tale materia, la Regione Toscana ha esperienza sino dagli anni 80, con primi provvedimenti sulla riorganizzazione della rete ospedaliera fino alla più recente definizione degli standard di distribuzione tra ricovero ordinario, day hospital/day surgery e attività ambulatoriale, per favorire il processo di deospedalizzazione. La Regione ha inoltre avviato un processo di ottimizzazione del percorso assistenziale indicando, per singolo DRG, lo standard di riferimento delle prestazioni eseguibili in day surgery e day hospital. Il Day Hospital, pur conservando le caratteristiche proprie di un modello assistenziale innovativo, in grado di conciliare efficienza, efficacia e qualità, può presentare, se non correttamente utilizzato, un elevato rischio di inappropriatezza, soprattutto quando utilizzato a scopo diagnostico, per l’esecuzione di prestazioni clinico-strumentali che allo stato attuale possono trovare una risposta più efficiente in forme erogative diverse, afferenti all’area dell’assistenza ambulatoriale (Day Service e PAC). Al fine di migliorare la qualità e l’efficienza dell’assistenza a ciclo diurno, si è ritenuto utile definire, attraverso la stesura di un regolamento, i criteri di accesso, funzionamento ed organizzazione delle attività svolte in regime di Day Hospital e Day Service. Tale regolamento permette una programmazione ed organizzazione delle attività secondo criteri improntati alla qualità ed efficienza e alla riduzione dell’inappropriatezza. Materiali e metodi La Direzione Ospedaliera e l’Area Medica hanno redatto un regolamento che definisce i principi generali e attuativi di assistenza a ciclo diurno definendo due diversi modelli: Day Hospital e Day Service. Viene definito Day Hospital (DH) un modello organizzativo ed operativo attuato in ambito ospedaliero e finalizzato al ricovero per l’erogazione di prestazioni di carattere diagnostico (eccezionalmente), terapeutico e riabilitativo. E’ caratterizzato da ricoveri della durata inferiore alle 12 ore, con erogazione di prestazioni multiprofessionali o polispecialistiche, che non possono essere eseguite a livello ambulatoriale, richiedendo assistenza medica ed infermieristica protratta nell’arco della giornata, o non possono essere erogate in forma di Day Service per motivi di sicurezza del singolo paziente. Il DH risponde alle esigenze fondamentali di attivazione di un modello assistenziale di pari efficacia rispetto al ricovero ordinario, di umanizzazione e razionalizzazione dell’assistenza, riducendo il numero di ricoveri ordinari e di facilitazione del percorso assistenziale del paziente con corsie preferenziali per la gestione programmatica di alcune situazioni cliniche. Si riconoscono tre tipologie di DH: ad indirizzo prevalentemente diagnostico, ad indirizzo prevalentemente terapeutico medico ed infine il DH riabilitativo. Dal punto di vista organizzativo organizzativo, il DH è dotato di struttura di degenza autonoma e dedicata articolata in più setting, con personale infermieristico autonomo e dedicato, con caposala e medici che ruotano in giorni diversi a seconda delle specialità ed accettazione sanitaria dedicata. I letti delle Unità di degenza di DH vengono definiti numericamente in base ai volumi di casistica trattata. Le Unità di degenza articolano il loro funzionamento sui 5 giorni la settimana. La DH, abitualmente, non richiede il pernottamento in sede ospedaliera e quindi il paziente dovrà liberare il posto letto entro le ore 20 del giorno del ricovero. Qualora ciò non fosse possibile per motivi clinici e/o socio-familiari, il paziente viene trasferito nelle degenze a ciclo continuo. Con il termine Day Service (DS) si intende un modello organizzativo ambulatoriale alternativo al ricovero ordinario o in D.H., attraverso il quale si realizza la presa in carico del paziente da parte della 66 struttura specialistica per la gestione di alcune situazioni cliniche, che necessitano di un insieme complesso di prestazioni ambulatoriali (PAC). Rispetto all’ambulatorio tradizionale, il Day Service prevede la presa in carico del paziente da parte di un medico referente che pianifica e coordina il processo assistenziale, gestisce la documentazione clinica e stende la relazione clinica riassuntiva finale. E’ un modello centrato sul problema clinico e non sulla singola prestazione; con il sistema dei Pacchetti Ambulatoriali Complessi (PAC) si assicura una sorta di 2° livello nell’offerta di prestazioni ambulatoriali. Tale modello risponde alla necessità di gestione di situazioni cliniche complesse tali da richiedere una presa in carico del paziente, per un suo inquadramento globale e la definizione, in tempi necessariamente brevi, della relativa gestione assistenziale, ma per le quali il ricovero, in regime ordinario e/o in Day Hospital, risulta inappropriato. Il Day Service si fonda una elevata integrazione e uno scambio reciproco di informazioni tra il Medico di Medicina Generale, che può esso stesso richiedere l’attivazione del PAC, e il referente della struttura ospedaliera. Il PAC deve essere erogato concentrando gli appuntamenti in maniera da prevedere per il paziente il minor numero di accessi necessario all’effettuazione delle prestazioni che compongono il PAC. Risultati La chiara definizione del modello di Day Hospital e Day Service attraverso un apposito regolamento permette di ottimizzare la qualità e l’efficienza del modello di assistenza a ciclo diurno diminuendone i livelli di inappropriatezza. Conclusioni La distinzione tra i modelli di Day Hospital e Day Service attraverso l’individuazione di criteri che favoriscano l’accurata valutazione dell’eligibilità dei pazienti, la definizione di criteri di appropriatezza per i diversi interventi terapeutici e diagnostici, di procedure che costituiscano il processo assistenziale, di principi generali di organizzazione del lavoro, permettono di migliorare la qualità, l’efficienza e l’appropriatezza del modello di assistenza a ciclo diurno. RISPOSTA DEI PRESIDI OSPEDALIERI DELLA Z.T.9 ALLA PANDEMIA INFLUENZALE DA VIRUS A/H1N1. L. Marinelli** B.M. Gentilozzi, C. Bagalini, G. Scaloni, S. Paolucci, M.R. Mazzoccanti; F. Migliozzi*, * Direttore Servizio Igiene e Sanità Pubblica Z.T.9, ** Dirigente medico Servizio Igiene e Sanità Pubblica Z.T.9 Direzione Medica Ospedaliera, ASUR-Z.T.9 Macerata, Tolentino, Treia Parole Chiave Pandemia, ricoveri ospedalieri, sinergia Abstract: Da quando nell’Aprile 2009 sono emersi i primi dati relativi ai decessi causati dal Virus A H1/N1 il livello di allarme è salito e la Regione Marche, (delibere 1515 del 28 settembre 09) in base anche alle indicazione dell’OMS ha predisposto un piano pandemico regionale che dettava le linee generali, recepite dal piano pandemico nazionale. Alle singole Zone territoriali ed alle aziende ospedaliere marchigiane veniva lasciato il compito di stendere i piani pandemici locali nelle singole realtà. La zona territoriale 9 ha predisposto un piano pandemico capillare che oltre a prevedere la formazione del personale sanitario attraverso incontri e circoli di lettura, acquisto e distribuzione di soluzioni alcoliche per la detersione delle mani e una campagna di vaccinazione al personale socio sanitario, ha monitorato per oltre un mese tutti con l’invio da parte della DMO dei dati relativi ai ricoveri ospedalieri correlati al virus al centro regionale. 67 Alla fine di tale periodo, nonostante la pandemia sia stata di impatto più lieve di quello preventivato il risultato di tali sinergie ha permesso di valutare la risposta all’emergenza del sistema ospedale come adeguata alla situazione in oggetto Introduzione Per fronteggiare la pandemia influenzale da virus A/H1N1 la Regione Marche ha predisposto un piano pandemico regionale che dettava le linee generali, recepite dal piano pandemico nazionale, e lasciava alle singole zone territoriali ed alle aziende ospedaliere marchigiane il compito di stendere i piani pandemici locali nelle singole realtà. La zona territoriale 9 ha predisposto un piano pandemico che prevede un capitolo sul ruolo dei presidi ospedalieri di polo e di rete. Materiali e metodi La DMO ha partecipato alla stesura del Piano Pandemico Zonale (PPZ), approvato nell’aprile 2009, e alla sua revisione continua, coordinando, in corso di pandemia, gli interventi attuati nei presidi Ospedalieri di Macerata, Tolentino e Treia. Il PPZ ha previsto l’attivazione di: 1) Azioni di formazione: incontri con il personale sanitario ospedaliero per la visione del piano pandemico nosocomiale, nel maggio 2009, e ripetuti in Area Vasta 3 (Macerata, Camerino, Civitanova) a settembre 2009; 2) Azioni di prevenzione: - circoli di lettura con il personale delle unità operative sul lavaggio delle mani; - acquisto e distribuzione di flaconi di soluzioni alcoliche; - vaccinazioni: nei centri vaccinali ospedalieri sono state effettuate n. 440 vaccinazioni, di cui 268 praticate al personale socio-sanitario, 34 al personale dei servizi essenziali, 127 a pazienti a rischio (pazienti con patologie oncologiche, dializzati, positivi per HIV, afferenti al SERT), 11 donne in gravidanza. 3) Azioni di sorveglianza: sistemi di rilevazione dei dati di assenteismo lavorativo per i dipendenti ospedalieri, accessi al pronto soccorso, ricoveri ospedalieri e mortalità. Per il periodo dal 13 novembre al 21 dicembre 2009 i casi di influenza da virus H1N1 sono stati monitorati con l’invio giornaliero, dalla DMO al centro epidemiologico regionale, dei dati relativi ai ricoveri ospedalieri correlati al nuovo virus influenzale. A partire dal 21 dicembre 2009, con la progressiva diminuzione del fenomeno, la segnalazione dei nuovi casi ospedalizzati è divenuta settimanale, fino alla nuova disposizione, del 17 febbraio 2010, che prevede l’obbligo di invio dei dati solo a fronte di casi positivi. DATI: Ricoveri per sospetta influenza Pazienti risultati positivi Pazienti risultati negativi 54 28 16 4) Azioni per ridurre l’impatto della pandemia: istituzione di una Unità di crisi, composta dai membri del Comitato Infezioni Ospedaliere, allargato ai Responsabili del Dipartimento di Emergenza Urgenza, del Dipartimento Materno Infantile e del Servizio delle Professioni Sanitarie. Conclusioni La pandemia influenzale è stata di impatto molto lieve, tuttavia è stato un ottimo esercizio per verificare la possibilità di reazione del sistema ospedaliero all’emergenza infettivologica. LA LOGISTICA DELLA FILIERA DEL FARMACO IN OSPEDALE dall’approvvigionamento al monitoraggio delle prescrizioni Antonia Rosa Marseglia, ^Pierluigi Tosi, *Teresa Brocca, ** Carmina Cairo***Claudio Marinai Coordinatore Dipartimenti Ospedalieri, ^Direttore Sanitario Aziendale, *Direttore Dipartimento del farmaco, **DAI Staff Direzione Sanitaria Aziendale, ***Direttore Logistica Estav Centro Azienda Sanitaria di Firenze Regione Toscana Parole chiave: Approvvigionamento Magazzino centralizzato KanBan 68 Premessa: La logistica, trova nella filiera del farmaco un esempio di applicazione per flussi continui di personale addetto, materiali e influisce sia sull’organizzazione degli spazi che sulla pianificazione dei flussi stessi . L’organizzazione per funzioni non riesce più a rispondere a esigenze organizzative odierne e viene superato da una organizzazione per processi nell’ottica di offrire al destinatario dell’output un beneficio superiore all’insieme delle risorse impiegate. Obiettivo : Il progetto ha avuto inizio con l’istituzione del Consorzio dell’Area Vasta Centro.(ESTAV)con la finalità di razionalizzare i flussi logistici (supply chain) globalmente intesi con condivisione dell’impiego di risorse, integrazione tra le aziende dell’Area Vasta e possibile contenimento dei costi.Le azioni conseguenti sono state: costruzione di un magazzino dimensionato per esigenze logistiche alle aziende afferenti con tutte le tecnologie necessarie per lo stoccaggio, movimentazione e distribuzione dei farmaci; gestione diretta del magazzino da parte del personale delle aziende transitati all’ESTAV; gestione unica dei contratti, degli ordini al fornitore, delle scorte e della fatturazione; interfaccia con i sistemi informatici delle aziende; gestione dell’impatto sulle farmacie ospedaliere definendo le competenze delle stesse e quelle della Unità Logistica centralizzata; compatibilità dell’impostazione logistica con l’adozione di sistemi innovativi nell’ambito della distribuzione dei farmaci al fine di tracciare i prodotti (dall’acquisto alla somministrazione al singolo assistito ) migliorando la gestione dei rischio clinico . Materiali e Metodi: Il modello di unificazione andava ad accentrare nel magazzino unico sia i farmaci ad alto costo che i farmaci e il materiale sanitario per il rifornimento dei reparti con tutte le procedure di carico e scarico delle merci. Il magazzino centralizzato doveva provvedere alla movimentazione contabile dei prodotti erogati in modo da affiancare la riduzione delle scorte nei presidi Aziendali alla sostanziale riduzione degli adempimenti amministrativi fornendo farmaci non solo alle farmacie ospedaliere ma anche alle farmacie territoriali per quanto riguarda i farmaci ad erogazione diretta. Il rifornimento è stato accompagnato da un contemporaneo passaggio di magazzino dei prodotti sui centri di consumo compreso anche il materiale in “ transito (conto deposito)“ e loro tracciabilità; Il sistema informatico proprio del centro logistico si è interfacciato con i sistemi aziendali; sono stati introdotti nei reparti sistemi di gestione dei farmaci “KANBAN”.Organizzazione dei Processi Logistici e Distribuzione del Materiale Sono state previste tre tipologie di richieste dai centri di consumo: 1.richieste ordinarie giornaliere: riguardano tutto il materiale che ha per il centro di consumo una disponibilità limitata e critica rispetto al rifornimento previsto in programmi settimanali o bisettimanali.2.Richieste in emergenza al bisogno: la consegna avviene con procedura di emergenza attraverso la pronta disponibilità di un operatore3. Richieste per erogazione diretta: il servizio di consegna dei farmaci ai presidi che effettuano l’erogazione diretta è strutturato in una consegna giornaliera con la previsione di eventuali urgenze quantificabili nell’ordine del 10% delle consegne totali. All’interno dei vari centri di consumo ( Reparti Ospedalieri ,118 ) Il Just in Time, ed i suoi strumenti applicativi (in questo caso il Kanban), rappresentano il modello di funzionamento di riferimento. Il sistema proposto è applicabile in tempi brevi, a basso costo e semplice nel suo funzionamento.Il principio seguito dal modello JIT è quello del Pull (letteralmente tirare), cioè richiedere i farmaci solo quando essi sono stati realmente consumati (terapie e pazienti) dal cliente (reparto) evitando così l’accumulo di farmaci all’interno dei reparti. Per poter applicare questo principio devono essere adottati due strumenti fondamentali del Pull: il Supermarket e il Kanban Flusso Documentale dei Principali Processi Logistici: supply chain 69 APPROVVIGIONAMENTO richiesta P.T.O. NO P.T.O. URGENTI richiesta DISPOSITIVI MEDICI FARMACI FARMACIA DI PRESIDIO Commissione Area Vasta Farmaci Commissione Dispositivi medici relazione relazione ESTAV per indagine di mercato POSITIVA Gara farmaci,disinfettanti,mezzi di contrasto aggiudicazione alla Ditta con offerta più economica Gara Presidi aggiudicazione per 60% qualità 40% economicità DELIBERA FARMACIA REVISIONE P.T.O Per i Dispositivi Medici, che costituiscono una notevole voce di spesa di bilancio, è stata istituito il Repertorio Unico Aziendale e una Commissione aziendale Multidisciplinare con l’obiettivo di omogeneizzare e razionalizzare i dispositivi medici utilizzati nell’ Azienda. La commissione ha fissato i criteri guida nella scelta dei prodotti da introdurre in ambito aziendale, tenendo conto del rapporto costo -beneficio istituendo un archivio unico aziendale delle schede tecniche. Anche per i farmaci antiblastici si comincia a parlare di fornitura just in time . E’ in progress l’ attuazione dell’ Unità Farmaci Antitumorali centralizzata al fine di impedire lo svolgimento senza controllo di attività a rischio parcellizzate realizzando nel contempo un non trascurabile risparmio economico. Dal MAV i farmaci giungono all’UFA ( che ha sede in un ospedale dell’azienda) per la preparazione giornaliera delle terapie antitumorali e consegna ai D.H. dei reparti oncologici degli altri 4 ospedali della ASL 10 mediante automezzi speciali che mantengano la catena del freddo, la protezione dalla luce (se richiesto), sistemi di 70 sicurezza che garantiscano dal rischio biologico e chimico secondo procedure aziendali. Il personale addetto alla preparazione sono tecnici di laboratorio, coordinati dal farmacista dell’UFA. . La distribuzione avviene secondo tre fasce orarie: -8.30-10.00: trattamenti di durata > 4 ore con esami, triage del paziente e prescrizione effettuata il giorno precedente la terapia, con eventuale conferma in tempo reale. I preparati dovranno pervenire in uno o piu’ step dalle ore 8,30 alle ore 10.00, con priorità indicate dal prescrittore -ore 10.00-12.00: trattamenti di durata < 4 ore, con eventuali visita ed esami di conferma effettuati in tempo reale: le prescrizioni perverranno dalle ore 9.00, le consegne in uno o piu’ step dalle ore 10.00, con priorità indicata dal prescrittore. -12.00-15.00: trattamenti di breve durata che non necessitano di esami o con esami già valutati. La prescrizione potrà pervenire il giorno precedente, o dall’inizio del ciclo, la conferma in tempo reale, entro le ore 12.00. La consegna avverrà dalle ore 12.00, fino alle 13.00.Conclusione:A questo si deve aggiungere la diffusione in tutti i reparti della cartella informatizzata ARGOS,che permette il controllo della somministrazione dei farmaci e attraverso l’analisi della lettera di dimissione analizza e confronta i farmaci prescritti prima , durante e alla dimissione. Sicuramente tanto è ancora da fare e migliorare ma ma non sarà impossibile raggiungere tutti gli obiettivi prefissati . Lesioni da pressione, dalla fotografia del problema alla procedura di prevenzione e cura. M.R. Mazzoccanti , L. Marinelli, C. Bagalini, M. Sigona°, A. Minnucci*, G. Scaloni, S. Paolucci, C. Carpano** G. Mancini** Direzione Medica Ospedaliera ASUR – zt 9 Macerata – Tolentino – Treia ° U.O. Dermatologia, *Servizio Farmacia Ospedaliera, **U.O. Geriatria Abstract: Le lesioni da pressione sono un problema sanitario rilevante che induce dolore e costi aggiuntivi a quelli sanitari. Oggi esistono mezzi di prevenzione efficaci, semplici come l’attenzione all’alimentazione e la movimentazione, e tecnologicamente avanzati come i presidi antidecubito specifici. Per un’azione di prevenzione e cura efficaci è necessario conoscere la dimensione del problema nella propria realtà e renderne il personale sanitario cosciente attraverso formazione mirata. Il presente lavoro riporta un’esperienza di indagine di prevalenza e successive azioni correttive presso 3 presidi ospedalieri di rete e di polo. Parole chiave: lesioni da pressione – prevenzione - prevalenza Introduzione: “Le lesioni da decubito determinano sofferenza umana, prolungamento dell’ospedalizzazione, rischio di infezioni, aumento dei costi di degenza, ricoveri ricorrenti con aumento delle giornate di degenza. Prevenirle significa adottare comportamenti e strumenti corretti, talora frutto di avanzate tecnologie”. J. Ovretveit docente di politiche sanitarie e management alla Nordic School of Pubblic Health di Bergen (Svezia) La lesione da decubito è un evento avverso frequente nel processo assistenziale, ma è prevedibile e prevenibile. Il PSR 2003/2005 all’interno del Macrobiettivo 4 elenca tra le azioni atte a qualificare il sistema dell’offerta: “i sistemi di sicurezza e protezione dei pazienti, le buone pratiche professionali” e mette la prevenzione delle lesioni da decubito tra gli obiettivi prioritari nell’area del Risk management. - Materiali e metodi Nel novembre 2008 la DMO si è fatta promotrice di una rilevazione di prevalenza delle lesioni da decubito presso le unità operative dei presidi ospedalieri della provincia di Macerata (Macerata, Tolentino 71 e Treia) a più alto rischio di lesioni da decubito: Cardiologia-UTIC, Chirurgia, Geriatria, Malattie Infettive, Medicina, Medicina d’Urgenza, Nefrologia, Neurologia, Ortopedia, Pneumologia, TerapiaSubintensiva, Rianimazione, Urologia presso il presidio ospedaliero di Macerata, Medicina e Nefrologia presso il presidio ospedaliero di Tolentino; Lungodegenza e Riabilitazione presso la Casa della salute di Treia. Sono rimaste escluse dall’indagine le unità operative che ospitano pazienti autonomi, non a rischio di contrarre lesioni da decubito quali l’Oculistica, l’Otorinolaringoiatria, l’SPDC. La rilevazione si è svolta in un solo giorno e ha riguardato pazienti adulti consenzienti, in ricovero ordinario. La metodologia prevedeva la osservazione diretta del paziente, esame della documentazione clinica e intervista al coordinatore dell’unità operativa. Le condizioni di rischio del paziente sono state rilevate con l’indice di Norton modificato secondo Stotts; le lesioni sono state valutate con la scala EPUAP (European Pressure Ulcer Advisory Panel) alla quale è stata aggiunta la voce “escara” da utilizzare nel caso in cui la presenza di escara non consentisse la valutazione del grado. Non sono state considerate le lesioni ma il paziente lesionato. In caso di più lesioni sullo stesso paziente è stata considerata la più grave. La rilevazione è stata condotta da un gruppo di 14 infermieri provenienti da diverse unità operative, addestrati da appositi incontri di formazione, rispettando il seguente criterio: i rilevatori hanno operato in unità operative diverse da quella di appartenenza. Risultati: Sono stati valutati 269 pazienti, 138 maschi e 131 femmine, età media 73 anni. Il più giovane di 23 anni il più vecchio 96. I pazienti con età superiore a 65 anni risultati l’81%. Sono risultati a rischio 102 pazienti. I novantenni sono 12, 6 in geriatria, 3 in ortopedia, 1 in lungodegenza 1 in malattie infettive, 1 in medicina d’urgenza. 5 sono risultati a rischio alto, 3 a rischio medio; lo stato mentale in 6 casi era lucido: orientato nel tempo e nello spazio. Le lesioni riscontrate sono state 36 di cui 9 di primo grado, 13 di secondo, 7 di terzo, 1 di quarto e 6 con escara. L’Albuminemia era stata rilevata in 49 casi, di cui 37 avevano un valore inferiore a 3,5%. Andando a valutare quante lesioni erano presenti all’ingresso del paziente in ospedale e quante se ne sono formate durante la degenza, si è visto che in 24 casi queste erano segnalate in cartella già all’ingresso, questi pazienti provenivano: 1 da una RSA, 3 da casa di riposo, 1 da clinica privata, 8 da altri ospedali, i rimanenti dal domicilio. Dalla rilevazione risulta quindi che 12 lesioni si erano sviluppate durante la degenza presso i presidi ospedalieri della zona9. In seguito alla rilevazione è stato costituito un gruppo di miglioramento multidisciplinare, di cui facevano parte medici, infermieri, dietista, farmacista, con l’obiettivo di elaborare una procedura finalizzata alla prevenzione e cura delle lesioni da pressione, che è stata poi diffusa a tutto il personale attraverso apposita formazione: circoli di lettura e formazione in aula a piccoli gruppi. 72 Classi d’età e indice di rischio classi d'età n. casi 0-44 16 45-64 38 65-74 66 75-84 101 85-96 47 rischio 5-15 % pz. a rischio 3 12 20 41 26 19% 32% 30% 41% 55% Gravità delle lesioni riscontrate grado lesione n. casi %/totale lesioni 1 grado 9 25% 2 grado 13 36% 3 grado 7 19% 4 grado 1 3% escara 6 17% Lesioni per classi d’età classi d'età n. casi 0-44 45-64 65-74 75-84 85-96 Lesioni per sede sede sacro tallone trocantere lesioni 16 38 66 101 47 %lesioni 0 4 7 14 11 0% 11% 11% 14% 23% n. lesioni % lesioni/totale 28 76% 7 19% 1 3% Lesioni con albuminemia <3,5 grado n. lesioni 1° grado 6 2° grado 7 3° grado 5 4° grado 1 Conclusioni: i risultati dello studio di prevalenza sulle lesioni da decubito, effettuato nella nostra provincia, sono globalmente positivi, risulta tuttavia evidente la consistenza del problema. Un dato significativo è il fatto che solo una parte delle lesioni si era formata durante la degenza, una buona prevenzione delle lesioni da pressione deve prevedere una sinergia di buone pratiche che coinvolga le cure domiciliari e quelle ospedaliere. Una nota negativa il fatto che l’albuminemia fosse stata considerata solo in una parte dei pazienti a rischio di lesioni o con lesioni. Come noto l’ipoalbuminemia si associa a malnutrizione, una delle cause di rischio di lesioni da pressione. Quindi ancora una scarsa attenzione al problema della possibile malnutrizione in ospedale. Sul piano della prevenzione è possibile fare molto intervenendo su quelli che sono i fattori di rischio e sulle modalità di cura. Buoni risultati si possono ottenere attraverso la formulazione e l’utilizzo di protocolli di prevenzione e di assistenza ben codificati, integrati con l’utilizzo di mezzi tecnologici (materassi e letti antidecubito). La rilevanza del lavoro svolto dal gruppo di lavoro sulle lesioni da pressione, l’introduzione di una specifica procedura, l’identificazione e l’utilizzo di protocolli di trattamento specifici e l’introduzione nella pratica assistenziale dei pazienti con lesioni da pressione di presidi tecnologici antidecubito di provata efficacia dovrebbero portare, nel corso dei prossimi mesi, ad un decremento dell’incidenza del fenomeno tra i pazienti ospedalizzati. 73 PROTOCOLLO OPERATIVO PER L’ASSISTENZA IN PRONTO SOCCORSO ALLE VITTIME DI ABUSO SESSUALE Autori: Toppi L. Medico Dir. Sanitaria Polo H2, Medaglini S. Risk Manager ASL RM H , Ruocco P. Medico Ginecologo P.O. Genzano, Dal Piaz R. Medico P.S. P.O. Anzio, Tombolini L. Medico Psichiatra DSM ASL RM H, Mattioli M.T. Psicologo DSM ASL RMH, Capogrossi M. Direttore del D.E.A. ASL RM H Cicogna V.A. Direttore Sanitario ASL RM H Indirizzo: ASL Roma H – Borgo Garibaldi 12, 00041 Albano Laziale (Rm) Abstract E’ stata elaborata una procedura operativa per la gestione dell’assistenza alle persone con sospetto di abuso sessuale o abusate sessualmente che giungono nei Pronto Soccorso dei Presidi Ospedalieri della Asl Roma H. Sono stati definiti i percorsi clinico diagnostici e giuridico-burocratici. E’ stato elaborato un modello per valutare la qualità degli interventi , il rischio di errore (Indice di priorità di rischio IPR) e sono stati predisposti degli indicatori di processo e di esito. Parole chiave: protocollo, violenza sessuale, IPR Introduzione L’abuso sessuale è quella condizione in cui una persona viene coinvolta in attività sessuali dal punto di vista fisico e/o psicologico, non potendo scegliere autonomamente il proprio comportamento. La violenza sessuale: 1. non è un evento raro, 2. non si limita a colpire persone di livello socioculturale basso, 3. non è necessariamente collegata ad altri comportamenti devianti, 4. non è determinata dall’alcolismo o dalla tossicodipendenza Al contrario ha una prevalenza elevata nella nostra società ed è diffusa trasversalmente tra tutti gli strati sociali. Il Lazio è al primo posto della drammatica classifica nazionale, con il 38 % rispetto alla media nazionale del 32 % delle donne che nel corso della vita hanno subito una violenza fisica o sessuale. (v.tab.1) Materiali e metodi Nella ASL Roma H dal 2000 al 2009 i casi di abuso sessuale sono stati 14 di cui 12 di età sup. a 18 aa e 2 inferiore, suddivisi nei vari PP.OO. (v.tab. 2). L’esigua rilevazione del numero di casi di abuso nei P. S. dei PP.OO. della Asl Rm H può essere ricondotto al fatto che gli operatori meno addestrati non utilizzano i codici di dimissione GIPSE specifici per gli abusi sessuali. Pertanto le schede di P.S. vengono chiuse con i codici specifici delle lesioni che vengono obiettivate, per cui risulta poi difficile risalire al numero degli abusi sessuali realmente giunti all’osservazione degli operatori. La procedura elaborata ha lo scopo di concordare, in un unico documento ad uso degli operatori sanitari dei Pronto Soccorso e delle Accettazioni Materno-Infantili della ASL Rm H, le azioni da intraprendere nei confronti delle persone con sospetto di abuso o abusate sessualmente. Attraverso modelli operativi suddivisi per sesso ed età dei pazienti (donne, uomini e minori di ambedue i sessi) che si rivolgono ai Pronto Soccorso, si vuole raggiungere lo scopo di 1. garantire e coordinare gli atti necessari per le vittime di riferito abuso sessuale definendo il percorso assistenziale di accoglienza, diagnosi, trattamento e cura: 2. assicurare la tutela medico legale ai pazienti, provvedendo ad una corretta esecuzione degli atti diagnostici e un’appropriata raccolta, registrazione, conservazione e trasmissione dei reperti; 3. promuovere negli operatori coinvolti le competenze e le capacità di individuare, accogliere e avviare una relazione di aiuto e rispondere al disagio e al bisogno clinico assistenziale delle vittime di abusi sessuali. Attraverso la stesura di una matrice di responsabilità (v .tab.3) si è cercato di individuare gli attori e le azioni relative al percorso ospedaliero di questi pazienti. Si è sentita, inoltre, la necessità di definire alcune priorità per migliorare il processo interno di valutazione della qualità dei percorsi di accoglienza, clinico-diagnostici e giuridico-burocratici. Le strategie da adottare, per permettere un miglioramento nei percorsi organizzativi, sono da configurarsi nella possibilità di applicazione della HFMEA, (Healthcare Failure Mode and Effects Analysis). Questo è un metodo di analisi per valutare i processi considerati più rischiosi, identificare potenziali 74 vulnerabilità, creare una mappa dei rischi dell’organizzazione e apportare modifiche per diminuirli. Un’analisi delle priorità di rischio può fornire una serie di informazioni rilevanti sugli errori valutati come prioritari. Poi si potrà intervenire con azioni correttive e migliorare le condizioni organizzative. L’oggetto dell’osservazione è il processo così come si svolge nella routine della pratica clinica; quindi può essere applicato indipendentemente dal verificarsi di un evento sentinella. Nella Tabella4 sono stati elaborati gli items considerati nella griglia di valutazione della matrice delle responsabilità (v. tab 3), ed è stato elaborato un Indice di Priorità di Rischio (IPR). I primi due parametri rilevati, che sono i fattori dell’IPR, sono gli indicatori della gravità G e della probabilità P. Sono direttamente proporzionali alla gravità e alla probabilità che avvenga l’errore. Il terzo invece, si differenzia per il fatto di essere una misura inversamente proporzionale alla rilevabilità stessa. Infatti, più un evento è rilevabile, meno alto sarà il suo punteggio. Dall’analisi della tabella, si evidenzia che gli errori che si possono commettere più facilmente, sono quelli relativi alla corretta gestione dell’applicazione di normative giuridiche e dei percorsi burocratici, che, pur non essendo direttamente rivolti alla salute del paziente, rappresentano comunque un obbligo giuridico imprescindibile. Risultati Sono stati previsti degli indicatori di processo e di risultato per verificare se l’intervento si sta svolgendo come previsto e se ha raggiunto gli obiettivi prefissati, (v.tab.5). La valutazione dell’ IPR sui vari eventi legati ai percorsi di accoglienza, clinico diagnostici e giuridico-burocratici dei pazienti abusati sessualmente o con sospetto di abuso sessuale che si rivolgono al Pronto Soccorso, consente agli operatori di verificare la qualità delle azioni e di mettere in atto azioni correttive al fine di prevenire il ripetersi degli errori rilevati. Conclusioni Il settore medico riveste un ruolo fondamentale nella risposta alla violenza sessuale soprattutto attraverso la raccolta dell'evidenza medica e legale; la documentazione medico-legale può aumentare la probabilità di individuare il o gli abusatori. E’ essenziale l'addestramento degli operatori sanitari che, possano fornire gli strumenti adeguati per scoprire e gestire i casi di abuso sessuale in modo efficace. Infine curare l’aspetto legato alla qualità in Sanità significa miglioramento di cultura e di comportamenti in ogni atto, collegato al percorso che il cittadino o il malato fanno nel mondo sanitario ed eseguito dagli operatori di ogni livello. Bibliografia - Associazione Ostetrici Ginecologici Ospedalieri: Indicazioni sulla violenza sessuale nelle donne e nei bambini - www.aogoi.it - Guidelaine for medico legal care for victims of sexual violence(WHO) 2004 - Liebschultz JM et al. Violence against women: a physician's guide to identification and management. NEMJ 2004; 350(3) - Cook J, Bewley S. Acknowledging a persistent truth: domestic violence in pregnancy. J Perinatal Nurs 2008; 22(1):39-48 - Medaglini S.Vella E.:Raccolta documentale n. 2 sul Rischio Clinico: “Il Consenso Informato” ASL RM H 75 Tabella 1 Tabella 2 N. CASI N. CASI > 18 aa < 18 aa Frascati - Ospedale "San Sebastiano” - - Marino - Ospedale "San Giuseppe” - - Albano Laziale - Ospedale "San Giuseppe” 2 - Genzano - Ospedale "Ercole De Santis" 3 1 7 1 - - 12 2 PP.OO. ASL ROMA H POLO OSPEDALIERO H 1 POLO OSPEDALIERO H2 POLO OSPEDALIERO H3 Anzio - Ospedali riuniti Anzio-Nettuno POLO OSPEDALIERO H4 Velletri - Ospedale civile “Paolo Colombo” TOTALE 76 Tabella 3 MATRICE DELLE RESPONSABILITA’ R = RESPONSABILE, C = COINVOLTO AZIONI Medico di P.S/ Ginecologo/ Pediatra /Chirurgo Prima accettazione /Triage Riservatezza Attenzione alla relazione con il/la paziente Dare spiegazioni su tutto l'iter del processo Somministrazione dei moduli Richiesta consulenze specialistiche Assistenza infermieristica ed eventuale trasferimento in reparto del/la paziente Prima valutazione medica Redazione della cartella clinica di Pronto soccorso Redazione del referto Trasmissione referto all'Autorità Giudiziaria AUTORE Personale Infermieristico Accettazione/P.S. Referente Dir.Sanitaria C R R R C R C R R C R R - C C C - R C R R R R - C Esecuzione prelievi R - C Registrazione, Preparazione e Conservazione dei plichi con i referti R Trasmissione reperti R Trasmissione della documentazione su richiesta dell'Autorità e in caso di minore di 18 anni Chiusura della C.C. di Pronto Soccorso Attivazione del percorso psico-sociale Tutto il personale dell’U.O R C - C R R R R R R R - C C C 77 Tabella 4 - Indice di Priorità di Rischio Errore Accoglienza non adeguata Triage non effettuato Non applicazione della normativa Privacy/ riservatezza Consenso informato non erogato Consulenze specialistiche non richieste Assistenza medico/infermieristico non corretta Mancata compilazione cart. P.S. Mancata compilazione referto Mancata trasm, referto all’A.G. Mancata esecuzione dei prelievi Mancata registrazione o preparazione o conservazione Mancata trasmissione reperti Anatomia Patologica Mancata chiusura c.c. di Pronto Soccorso Effetto Aggravamento dello stato di stress del paziente Patologia/e non rilevata Diffusione notizie riservate Possibile rilevanza giuridica Valutazione clinica non corretta Non corretta assistenza Omissione con conseguenze giuridiche Mancato riconoscimento delle patologie e mancata individuazione dell’aggressore (conseguenze giuridiche) Mancato riconoscimento delle patologie e mancata individuazione dell’aggressore (conseguenze giuridiche) Possibile rilevanza giuridico/normativa e disagio burocratico per il paziente Gravità Probabilità Rilevabilità IPR 8 3 2 48 10 1 1 10 4 4 7 112 8 4 1 32 10 1 1 10 10 1 2 20 10 2 1 20 10 4 2 80 10 4 2 80 8 1 1 8 78 Mancata attivazione del percorso psico/sociale Eventuale danno psicologico del pz. con ripercussioni di vita future 8 3 4 96 Tabella 5 INDICATORE DI PROCESSO Verificare che presso i P.S. e Dea dell’Azienda sia presente la procedura operativa per l’assistenza alle vittime di abuso sessuale Verifica il recepimento della procedura operativa per l’assistenza alle vittime di abuso sessuale Verifica del n. dei casi dei paz. che si sono presentati presso P.S./DEA sospetti o vittime di abuso sessuale in rapporto al n. dei P.S. aziendali che applicano correttamente la procedura INDICATORE DI RISULTATO Verifica dell’applicazione corretta e completa della procedura Verifica del rapporto tra n. di casi accertati e n. di denuncie agli operatori coinvolti per non corretta applicazione della procedura Verifica corsi formazione personale coinvolto PERIODICITA’ Ad 1 mese RESPONSABILE Direttori PP.SS. STANDARD 100% A 3 mesi Direttori PP.SS. A 6 mesi Direttori PP.SS. 100% pers. coinvolto 60% PERIODICITA’ A 12 mesi dalla distribuzione A 12 mesi dalla distribuzione RESPONSABILE Direttore DEA Direttore DEA STANDARD 100% pers. coinvolto 0 A 12 mesi Direttore DEA 100% L’attività dell’UNITA’ DI GESTIONE DEL RISCHIO CLINICO dell’ASL TO 5 di Chieri (Regione Piemonte) nel periodo 2007-2010: identificazione delle aree a maggior rischio, definizione di priorità di intervento ed azioni intraprese. Messori Ioli G°, Casassa F°, Bevivino T°, Coppola G°, Lacchio T°, Lasagna R°, Morabito D°, Panarisi P°, Poggio L°, Reale R°, Caruso G°°° ° Componenti Unità di Gestione del Rischio Clinico ASL TO5 °°° Direttore Generale ASL TO5 Abstract L’ASLTO5 ha attivato nel marzo 2007,attraverso determina del D.G.,una funzione aziendale permanentemente dedicata alla gestione del rischio clinico,recependo disposizioni nazionali e regionali in materia,nonché il documento messo a punto dall’ANMDO relativo al profilo di attività e competenze del Direttore Sanitario.L’attività si è snodata attraverso 4 anni di lavoro interdisciplinare e 9 riunioni operative,regolarmente verbalizzate al fine di poter disporre di una tracciabilità degli interventi proposti e realizzati dall’Unità di Gestione del Rischio Clinico. Parole chiave Gestione del rischio clinico Analisi sinistri Introduzione L’ASLTO5 ha organizzato in modo permanente una funzione dedicata al miglioramento della sicurezza e della qualità delle cure,deliberando il 26/03/07 la costituzione di un gruppo di professionisti,in recepimento alle disposizioni nazionali in materia (in particolare il D.M. 05/03/2003 – C.T.Rischio Clinico e l’Intesa Conferenza Permanente Stato-Regioni – 20/03/08,con la quale viene sancito l’impegno delle Regioni a promuovere presso le ASR l’attivazione di una funzione aziendale dedicata alla gestione del Rischio Clinico);la nostra Azienda si è anche attenuta alle disposizioni regionali,quali la D.G.R. del 27/01/03, n° 68-8310,la nota dell’ARESS n° 747 del 6/07/04,con la quale si comunicava l’avvio del progetto “Risk management”(con l’intento di definire una metodologia finalizzata alla gestione dei rischi legati alle responsabilità degli operatori sanitari),le linee di indirizzo regionali del 2007 ed infine la D.G.R. 79 del 31/03/08 n° 14–8500,con la quale vengono fornite indicazioni affinché ogni ASR costituisca un’Unità di Gestione del Rischio Clinico (UGRC). Un ulteriore riferimento è stato il documento costruito dall’ANMDO,relativamente al profilo di attività e competenze del Direttore Sanitario;è previsto che tale figura diriga i servizi sanitari ai fini organizzativi ed igienicosanitari,essendo responsabile del governo clinico complessivo dell’azienda e promuova il processo di valutazione del rischio clinico e la sua gestione,attivando le strategie necessarie per la sua riduzione. Materiali e metodi Il gruppo di U.G.R.C deliberato risulta attualmente composto dal Direttore Sanitario e dai Direttori delle seguenti Strutture Complesse: Legale,Farmacia,Med. Legale,Com. e Qualità,Serv. Int. di Prevenz e Protezione dai Rischi, Patrimonio,Direttore Medico di P.O.,Direttore di Distretto,Resp.uff. infermieristico,Controllo di Gestione. Il punto di partenza è stato quindi rappresentato dalla mappatura e dall'identificazione dei rischi presenti nella struttura sanitaria e dalla loro valutazione,attraverso quattro fasi principali: ■ Definizione delle macro-aree di rischio: unità operative ■ Identificazione/valutazione dei rischi specifici ■ Individuazione di fattori modificanti ■ Progettazione e applicazione di un piano operativo di miglioramento Per l’analisi è stato anche utilizzato il data-base aziendale relativo agli eventi denunciati ed un data-base richiesto specificamente dalla nostra Azienda a MARSH (broker assicurativo),all’interno del quale le richieste risarcimento danni della Regione Piemonte e dell’ASL TO5 erano state disaggregate per una serie di variabili (reparto, tipologia di evento, etc.). Risultati L’ azione dell’ UGRC ha approfondito in particolare le seguenti aree: - il confronto tra il profilo di rischio della Regione e quello della nostra ASL (v. grafico n°1), conducendo l’analisi disaggregata per reparti e specialità,prendendo in considerazione richieste di risarcimento danni RC,ovvero rischio clinico,operatore,struttura e cose; - la diffusione e l’applicazione delle linee di indirizzo nazionali (è stato svolto un lavoro di integrazione tra le raccomandazioni n° 2 e 3 del ministero della salute – relative alla sicurezza in sala operatoria- e la scheda anestesiologica in uso presso la nostra Azienda, portando ad una versione modificata della scheda, introdotta nel 2009) v. figure n° 1 e 2; - consenso informato: è stato inserito un obiettivo specifico per i Direttori di S.C. all’interno degli obiettivi aziendali del 2008-09,finalizzando la produzione/aggiornamento di almeno 5 consensi informati per S.C. che rispettassero le indicazioni contenute nel documento regionale “linee di indirizzo ARESS per la costruzione del consenso informato”; - è stato dato un grande impulso alla formazione degli operatori sanitari,organizzando corsi di formazione sul tema, di 2 giornate ciascuna (nel corso degli ultimi 3 anni sono stati formati circa 300 operatori sanitari) e 4 eventi focalizzati sull’audit clinico, di 5 giornate ciascuno - v. figura n°3; - dispositivi medici e farmaci: il gruppo ha lavorato partendo dai protocolli sulla gestione del KCl elaborati dalle ASR piemontesi per l’Assessorato,con l’obiettivo di giungere ad una procedura unificata e condivisa;è stato implementato il ricorso a soluzioni pre-diluite di KCl attraverso la proposta alla Commissione del Prontuario Terapeutico di un elenco di 6 prodotti (con diverse diluizioni); - implementazione dell’incident reporting ed analisi delle schede pervenute attraverso la metodica FMECA per individuare le aree di priorità di intervento; - attività sinergica con il gruppo aziendale “Accreditamento istituzionale”, per la formalizzazione ed aggiornamento di PDTA, protocolli e procedure; - costituzione del Gruppo Aziendale PDTA (det. n°1197 del 19/10/2009), che ha il compito di analizzare i documenti presenti in Azienda e predisporre un piano di revisione e divulgazione - la documentazione sanitaria (diffusione di una Scheda Unica di Terapia (attualmente in utilizzo in alcuni reparti) v. figura n°4; avvio operativo del progetto per l’integrazione di cartella clinica e cartella infermieristica); - coinvolgimento della Medicina Legale nelle situazioni che richiedano la stesura di una relazione clinica da parte di medici coinvolti in episodi veri o presunti di malpractice; - diffusione di buone pratiche cliniche, attraverso il progetto Aress “call for good practices” – inserimento di 3 buone pratiche proposte dall’ASLTO5 nel data-base nazionale; - URP e gestione del contenzioso, recependo le indicazioni regionali sulla gestione dei sinistri. Come evidenziato nel grafico n°1, il confronto con i dati regionali ha registrato valori sostanzialmente equivalenti per i vari reparti: molto positivi per quanto riguarda le medicine generali (1% vs. 7% della media regionale) ed un rischio leggermente maggiore invece per alcune specialità chirurgiche (15% vs. 12% della media piemontese per le ortopedie; 13% contro un 7% medio regionale per le ostetricie e ginecologie); emerge poi una lieve differenza nelle conseguenze mortali degli eventi denunciati (14% contro il 10% della media piemontese). Il risultato dell’indagine ha portando l’UGRC ad approfondire i casi mortali ed i singoli accadimenti dei reparti risultati a maggior rischio, al fine di identificare eventuali aree di vulnerabilità sulle quali attivare opere di prevenzione. 80 Conclusioni L’attività dell’UGRC è partita da indicazioni nazionali e regionali e si è ampliata approfondendo temi specifici della “gestione del rischio clinico”, arrivando a concretizzare la realizzazione di interventi, di analisi/valutazione dei rischi, la stesura di documenti, l’ottimizzazione di procedure e la realizzazione di interventi formativi che hanno permesso di compiere progressi non solo nella concreta direzione della “gestione del rischio”, ma anche nell’area della sensibilizzazione all’errore e della cultura del rischio. 81 Grafico n°1 % Figura n°1 82 Figura n°1: fronte 83 Figura n°2: retro 84 -Dott.ssa Maurizia RINALDI Dirigente Medico Direzione Sanitaria ASL TO5 Moncalieri Figura n°3 DESTINATARI: Medici- Ostetriche- infermieriInfermieri pediatrici- fisioterapisti OSS SEDE DEL CORSO: Centro di Formazione ASLTO5 - Via Mirafiori n.11 Moncalieri (To) DATE E ORARIO: I edizione 20- 21 aprile 2009 7 maggio (tirocinio) 11-18 2009 Dalle 8.30 alle 16.30 maggio SEGRETERIA ORGANIZZATIVA: CPSE Antonella STELLA c/o Centro di Formazione ASLTO5 Via Mirafiori n.11 Borgo San Pietro Moncalieri (To) Tel. 011-60.59.878 fax 01160.59.879 [email protected] NOTE INFORMATIVE: Crediti ECM: 39 DOCENTI: -Dott.ssa Lisa SETTI Dirigente Infermieristico Direzione Sanitaria ASL TO5 Moncalieri -Dott.ssa Paola ARTONI Dirigente Medico ASL TO 5 Chieri -Dott.ssa Sara CAMPAGNA tutor docente corso di Laurea infermieristica Ospedale San Luigi Orbassano -Dott.ssa Barbara CENTOFANTI Direzione Sanitaria ASL TO5 Chieri -Dott.ssa Valeria Francesca DI LEGAMI Dirigente Medico ASL TO5 Chieri Azienda Sanitaria Locale di Chieri, Carmagnola, Moncalieri e Nichelino CENTRO DI FORMAZIONE Corso: AUDIT CLINICO E FORMAZIONE SUL CAMPO: UNO STRUMENTO PER IL MIGLIORAMENTO CONTINUO DELLA QUALITA’ ASSISTENZIALE -Dott. Giovanni MESSORI IOLI Responsabile scientifico del corso Dirigente Medico S.C. Controllo di Gestione ASL TO5 Chieri 2008/2009/2010 85 Figura n°4 COGNOME E NOME_______________Data di nascita ___/___/_______ LETTO ______ ALLERGIE _____________________scheda N° _____ SCHEDA UTILIZZABILE PER LA SOMMINISTRAZIONE ORALE ed EV Farmaco, dosaggio , forma, somm/die Data M Data inizio Firma Medico 1. Sigla Infermiere → 2. Sigla Infermiere → 3. Sigla Infermiere → 4. Sigla Infermiere → 5. Sigla Infermiere → Sigla medico P Data N M Sigla medico P Data N M Sigla medico P Data N M Sigla medico P Data N M Sigla medico P N