la Basilica cattedrale di fano
82
Franco Battistelli
Il presbiterio e le cappelle
Il presbiterio
Sullo sfondo della navata centrale, leggermente
rialzato dal resto della chiesa, è lo spazio con funzione di presbiterio, dominato dalla grande tela,
con fastosa cornice intagliata e dorata, raffigurante la Vergine Assunta, opera del fanese Sebastiano
Ceccarini (vedi scheda La tela della Madonna
Assunta sull’altare maggiore di Bonita Cleri), affiancata da due lunghe vetrate policrome. Nella
parte sottostante si estende l’ampio coro ligneo
realizzato dopo l’incendio del 1749 che coinvolse anche il coro originario. Ai due lati si trovano poi le cappelle del Santissimo Sacramento e
quella dei Santi Protettori, che fanno da sfondo
rispettivamente alla navata sinistra e alla navata
destra della chiesa. Della cappella del Santissimo
Sacramento il canonico Luigi Asioli ricorda che
volendosi dedicare una cappella più dignitosa e più
nobile al Santissimo Sacramento fu deliberato di
abbandonare l’antica eretta del Vescovo Leone II,
detto Leoncino, l’anno 1379 (ora Cappella della
Madonna Pellegrina) e di costruire la nuova qui
dove fu l’abside di questa navata laterale. E ciò fu
l’anno 1524. Vi introdusse modificazioni circa il
1636 il nobile Gregorio Amiani: vi fu stabilita la
Confraternita del Santissimo1.
A fronte
Il cupolino della Cappella
del SS. Sacramento
sotto
Il coro e il quadro della
Madonna Assunta con le
artistiche vetrate
Tutto ciò fino al 14 aprile 1672 quando la stessa
rovinò in gran parte per il terremoto del Giovedì
Santo e il Vescovo e il Capitolo fecero i più urgenti
restauri. Il Vescovo Antonio III Severoli eseguì altri restauri nel 1789, proseguiti da Maria Amiani
nel 18212.
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La tela della Madonna Assunta sull’altare maggiore
Stefano Tomani Amiani descrivendo l’opera di Sebastiano Ceccarini, posizionata sul coro della cattedrale di Fano, commentava “[…] ma questa non può dar norma di giudizio del suo merito, perché assai
sparuta e abbassata di tinta, così che il curare la sostituzione di altro quadro dello stesso argomento ma
di moderno e non men reputato pennello tornerebbe a vanto e decoro del tempio cittadino”1, lo storico
fanese considerava quindi il dipinto come elemento che non riusciva a restituire le qualità dell’artista.
In realtà esso si inserisce nella piena fioritura della sua attività quando, pure risiedendo con la famiglia a
Roma, rientrava sporadicamente nella città natale dando risposte a committenze locali2.
Certamente quella per la cattedrale era importante ed andava a sostituire un dipinto probabilmente
di inizio Quattrocento rappresentante l’Annunciazione donata dal signore della città Pandolfo III
Malatesta3.
Nel 1749 vi fu un incendio che “[…] ridusse in cenere il nuovo Coro la notte precedente della sua inaugurazione”4 e distrusse anche l’Annunciazione, per cui si rese necessario ricostituirne la lettura attraverso
una ulteriore esaltazione della vita della Madonna.
Spettò al vescovo Giacomo Beni (1733-1764)5 l’iniziativa di dotare l’abside di un nuovo dipinto, la
scelta fu di far rappresentare l’Assunta anche in considerazione del fatto che quello era il titolo della chiesa: egli a proprie spese riparò i gravi danni causati dall’incendio rivolgendosi ad un artista originario del
luogo che a metà Settecento non poteva che essere Sebastiano Ceccarini, seppure attivo vi fosse anche
il nipote Carlo Magini, sempre però in subordine rispetto allo zio.
A giusta ragione la scena sacra ha un ruolo importante all’interno della chiesa dedicata alla Madonna:
il momento dell’ascesa al cielo per il godimento celeste rappresenta la giusta ricompensa per una madre
che pagò un prezzo molto alto per la realizzazione del progetto divino.
Lo sfondo è costituito da una colata dorata di luce dove volteggiano piccoli angeli mentre alcuni di essi
hanno un ruolo più attivo: due le sorreggono il manto mentre lei allarga le braccia e rivolge lo sguardo
verso l’alto, di spalle il pittore rappresenta un angelo adulto che sorregge la nuvola sulla quale la Madonna poggia i piedi.
In quel periodo Ceccarini si trovava ancora a Roma dove aveva seguito il suo maestro Francesco Mancini con il quale era venuto a contatto nella città natale dove questi si trovava per la realizzazione del
dipinto dell’altar maggiore della chiesa dei Cappuccini, intitolata a Santa Cristina (circa 1727); fu lo zio
e tutore don Giuseppe Fanelli a contattare Mancini6 il quale aveva accolto Sebastiano nella sua bottega.
Sebastiano lo aveva seguito a Forlì spostandosi poi a Roma e da lì il 3 agosto del 1726 comunicava
l’invio del dipinto della Vergine con i quattro santi protettori di Fano realizzato per la cappella della comunità.
In seguito aggiungeva l’Apparizione della Vergine a San Rocco: le due opere si mostrano così intrise di
umore manciniano da aver fatto ipotizzare che, eseguiti nella bottega del maestro, questi vi avesse messo mano7; a Roma Mancini favorì notevolmente il fanese: non è un caso che in diverse chiese esistano
opere di entrambi i pittori.
Si segnalano alcuni dei dipinti di Ceccarini a Roma8 in importanti complessi: dal Miracolo del beato
Nicolò da Flue nella cappella degli svizzeri in Quirinale, al Miracolo di Santa Francesca romana, il San
Michele arcangelo, il San Rocco orante, Tobiolo e l’angelo, gli Angeli nel monastero delle oblate di Tor de’
Specchi9, dipinti in Santa Maria Maggiore e in Santa Maria in Trastevere.
Cospicuo è il catalogo al quale vanno aggiunti i diversi ritratti10 e l’attività in Umbria da Perugia ad altri
centri11.
Nell’Urbe partecipa alle iniziative della Congregazione dei Virtuosi al Pantheon12 nella quale era stato
accolto il primo febbraio del 1738 rimanendovi attivo per diversi anni: il momento più elevato del
84
Sebastiano Ceccarini
(1703-1783)
Madonna Assunta,
olio su tela, 291 x 200 cm
85
rapporto con la prestigiosa istituzione fu rappresentato dalla partecipazione all’esposizione13 effettuata
in occasione dell’anno santo del 1750, l’anno nel quale lo stesso Mancini era diventato principe dell’Accademia di San Luca14.
I Virtuosi misero particolare impegno nella celebrazione giubilare15: erano soliti organizzare esposizioni di dipinti nel loggiato attorno alla Rotonda, per l’occasione intendevano organizzare «una festa
più decorosa possibile» all’interno della quale il nostro ebbe un ruolo significativo esponendo ben
cinque opere.
Pochi anni dopo (1754) però rientra a Fano16 intensificando la produzione di dipinti per le chiese più
importanti della città, per la nobiltà locale e per i luoghi vicini; nel 1757 prendeva l’impegno con i responsabili del Collegio Nolfi di restaurare i dipinti di Domenichino della cappella in cattedrale di loro
pertinenza ricevendo il saldo finale nei primi giorni del 176417 e di eseguirne le copie: il pesarese Giannandrea Lazzarini18, contattato al fine di sapere se Ceccarini fosse adatto per tale operazione, confermò
le capacità dell’artista19.
La realizzazione di copie non era un fatto raro: lo stesso Ceccarini chiedeva alla Congregazione del
Collegio Nolfi “[…] la licenza di fare una Copia del famoso quadro del Davide” ed essi si prendevano
del tempo per dare una risposta: infatti il 31 luglio 1767 era stato stipulato un contratto di vendita tra
Andrea Fanelli, consuperiore della Congregazione, e Francesco Giuseppe Lonsing per il Davide e la
Madonna della rosa, entrambe opere di Domenichino; l’affare prevedeva per l’acquirente la clausola di
fare effettuare a sue spese le copie delle opere. Nonostante l’approvazione del vescovo però il David non
fu venduto20, al contrario della Madonna della rosa, ora al Museo di Poznan: in questo caso la copia,
ancora esistente, fu eseguita da Carlo Magini21.
Alipio Alippi inviava a Giuseppe Castellani22 nel 1899 la trascrizione del Catalogo delle migliori pitture,
sculture ed architetture della città di Fano23 redatto da Amico Ricci dove il dipinto è segnalato come
«La Madonna al maggior altare è del prefato Ceccarini» (citato precedentemente per avere restaurato
i dipinti di Domenichino); veniva aggiunta una nota critica, la 7: “Dice [Ricci] in questa nota che
Sebastiano più che seguire la scuola del Mancini pare che mostri lo studio fatto sopra le cose di Guido
[Reni] e di Simone [Cantarini]”24.
In realtà l’Assunta si inserisce a pieno nella temperie protoromantica avviata appunto da Mancini il quale “nel corso del quarto decennio poté quindi assumere una posizione guida accanto ad altri protagonisti della pittura a Roma, in grazia della sua misura classica dove ascendenze emiliane e romane venivano
riproposte in una versione intenerita da una straordinaria levità esecutiva che conteneva in sé anche
esigenze di semplificazione e di decoro che avrebbero poi trovato terreno fertile nel tardo Settecento”25.
(BC)
86
1. S. Tomani Amiani, Guida storico artistica di Fano, (ms. 1853), edizione a cura di F. Battistelli, Banca popolare pesarese, Pesaro 1981,
p. 112.
2. Per il catalogo delle opere cfr. B. Cleri, Sebastiano Ceccarini, Cinisello Balsamo 1992.
3. Per il personaggio cfr. A. Falcioni, Malatesta, Pandolfo, in Dizionario biografico degli italiani, Treccani, Roma, v. 68, 2007 che conclude
la biografia con «Sarebbe riduttivo considerare il M. solo come soldato e politico. Le fonti ci tramandano infatti l’immagine di un personaggio elegante e raffinato che aveva saputo creare a Brescia e a Fano una corte cosmopolita, allineata alla moda del tempo e aperta alle
novità, munifica e disponibile verso letterati, copisti, miniatori di elevata capacità, pittori, di cui ricordiamo solo Gentile da Fabriano,
che affrescò a Brescia la cappella dell’antico broletto (1414-19), trasformato in dimora signorile, mentre a Fano operavano notevoli artisti
veneti quali i pittori Michele Giambono, il Maestro di Roncaiette e lo scultore Filippo di Domenico, che eseguì intorno al 1415 la tomba
di Paola Bianca».
4. L. Asioli, La chiesa cattedrale di Fano, Stibu, Urbania 1975, p. 47.
5. G. Ceccarelli, I vescovi della diocesi di Fano, Fossombrone, Cagli e Pergola, ed. Fondazione Cassa di Risparmio di Fano, Grapho5, Fano
2005, p. 47.
6. Come è noto stretto fu il rapporto dell’artista con la città di Fano la quale gli conferì a cittadinanza onoraria per avere impartito l’insegnamento della pittura a giovani fanesi.
7. Cfr. B. Cleri, Francesco Mancini maestro, “qui tanto cum amore et diligentia docet picturam”, in B. Cleri, L. Vanni (a cura di), Francesco
Mancini pittore (1679-1758), Editoriale umbra, Foligno 2012.
8. Si ricordino gli interventi di F. Pansecchi, Sebastiano Ceccarini tra Roma e Perugia, in «Bollettino d’arte», LXX, 28, 1984, pp. 61-70;
Idem, Ceccarini, Gramiccia a Tor d’Specchi, in «Bollettino d’arte», LXXI, 37-38, 1986, pp. 129-136.
9. A questo proposito Claudio Giardini ha ipotizzato che tramite per le committenze delle oblate fosse stata la famiglia Marescotti, per la
quale aveva realizzato il dipinto ora noto come Allegoria dei cinque sensi: diverse appartenenti alla nobile famiglia avevano rivestito ruoli
di rilievo nel monastero (cfr. “Ritratto della Famiglia dell’Illustrissimi Marescotti” dipinto da Sebastiano Ceccarini, Centro Studi Mazzini,
Fermignano 2010, p. 26).
10. La ritrattistica ceccariniana si arricchisce di nuovi esemplari, talvolta si tratta di attribuzioni incerte: in questo contesto mi piace segnalare il ritratto di donna proveniente dalla collezione di Marcello Massarenti, venduto nel 1902 (Catalogue d’une collection des tableaux de
diverses écoles specialément des écoles italiennes, Roma 1881, n. 778; F. Zeri, Italian paintings in the Walters Art Gallery, 1976, pp. 531-532,
scheda n. 421).
11. Per un regesto bio-bibliografico sull’artista cfr. B. Cleri, in G. Volpe (a cura di), La chiesa di San Pietro in Valle a Fano, Carifano,
Urbania 2013, pp. 126-129.
12. G. Bonaccorso, T. Manfredi, I Virtuosi del Pantheon 1700-1758, Argos, Roma 1998.
13. Era d’uso che la confraternita per celebrare il giorno della solennità di San Giuseppe, al quale era votata, organizzasse esposizioni di
dipinti di pittori, collezionisti e mecenati: attraverso tali apparati i privati e le famiglie aristocratiche avevano l’opportunità di rendere note
le loro raccolte, per gli artisti si trattava di una vera e propria promozione.
14. Cfr. L. Vanni, Francesco Mancini e le Accademie romane, in B. Cleri, L. Vanni (a cura di), Francesco Mancini, cit.
15. In tale occasione fu dato alle stampe l’elenco delle opere portate in mostra: i dipinti, di vario formato, erano più di duecento (Cfr.
Indice delli quadri antichi e moderni Esposti nella mostra fatta nel portico di S. Maria ad Martyres dall’Insigne Congregazione di Terra Santa
detta de’ Virtuosi, in occasione della festa Solennizzata nel corrente anno 1750 ad onore del Glorioso Patriarca S. Giuseppe, Stamperia Salomoni,
Roma 1750).
16. Il rientro potè collimare con il cattivo stato di salute del maestro che negli ultimi anni di vita rallentò la propria attività, ma i loro
rapporti restarono buoni tanto è vero che fu chiamato per effettuare la stima dei beni alla morte di Mancini (Cfr. P. Tosini, Il testamento
e l’inventario dei beni di Francesco Mancini pittore, in “Rivista dell’Istituto Nazionale d’Archeologia e Storia dell’Arte”, III serie, a. XXVI,
58 (2003).
17. G. Boiani Tombari, Regesto, in B. Cleri, Sebastiano Ceccarini, cit., pp. 190-191.
18. Questi già nel 1753 segnalava che la pittura “[…] avea già cominciato notabilmente a patire” (Cfr. B. Cleri, Francesco Mancini maestro,
cit., p. 239, n. 41).
19. I due si conoscevano non solo per essere coetanei e originari di località limitrofe, ma anche per avere condiviso esperienze all’interno
della bottega di Francesco Mancini nell'Urbe.
20. La situazione ricostruita da M.M. Paolini, scheda in B. Cleri, C. Giardini (a cura di), L’arte confiscata. Acquisizione postunitaria del
patrimonio storico-artistico degli enti religiosi soppressi nella provincia di Pesaro e Urbino, Il lavoro editoriale, Ancona 2011, p. 382.
21. Cfr. P. Zampetti, Carlo Magini, Motta, Milano 1990, p. 132 con bibliografia precedente.
22. Biblioteca comunale di Fano, Raccolta manoscritti, sezione XII, 308 (Fondo Giuseppe Castellani).
23. Biblioteca Mozzi-Borgetti, Macerata, in Miscellanea D.
24. Cfr. F. Battistelli (a cura di), Anonimi sec. XVIII, Pitture de’ uomini eccellenti nelle chiese di Fano, in “Quaderni di ‘Nuovi studi fanesi’”,
Biblioteca Comunale Federiciana, Fano 1995, p. 66.
25. F. Arcangeli, Mancini, Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, v. 68, Treccani, Roma 2007.
87
la Basilica cattedrale di fano
Come già riferito dalle Memorie dell’Amiani:
Pianta del duomo di Fano
(dall’Asioli, 1975)
Terribili e spaventose memorie lasciò nell’anno
1672 il Terremoto, a cui simile non s’era forse mai
provato alcun altro nella Marca, e nella Romagna. […] In Città rovinarono più Case; caddero
le torri di S. Francesco, di S. Agostino, e di funestissime conseguenze fu la rovina della Torre del
Duomo ridotta a Campanile, e che il Vulgo, sulla
scorta delle Memorie di Fano, ha sempre creduto,
che fosse fabbricata negli antichi Secoli di Bellisario, fortissima per la struttura rotonda, e per i
muri di grossa mole. Questa in sì funesta disgrazia
rovinò nella parte superiore col rimanervi spezzate
A
P
A, Altare maggiore
B,Cappella Santissimo
Sacramento
C, Cappella Santi
Protettori
D, Santissimo Crocifisso
E, Cappella della
Madonna Pellegrina
F, Battistero
G, Cappella di San Paolo
H, Cappella
dell’Addolorata ora
Cappella dei Vescovi
I, Cappella Nolfi
L, Sagrestia
M,Torre di Belisario Campanile
N, luogo ove sorgeva il
Battistero
O, luogo ove sorgeva la
Cappella del Crocifisso
P, Pulpito
88
i
f
e
D
n
Corrisponde all’absidiola di sinistra la Cappella
del Sacramento fatta nel 1524 e rifatta nel 1646
a spese di Gregorio Amiani fondatore dell’Accademia degli Scomposti. Un terremoto nel giovedì santo 1672 fece cadere su questa cappella un
blocco della torre campanaria. Il crollo derivante
uccise 23 persone (fra le quali alcuni appartenenti
alle famiglie De Cuppis, Carrara e Palazzi) che
stavano pregando innanzi al Sepolcro4.
[La Cappella] fu rimodernata nel 1905 dal Vescovo Vincenzo I Franceschini che vi fece lavori
radicali: vi creò una nicchia dietro l’altare, dove
collocò la statua del Sacro Cuore, togliendovi la
tela del Luzi. Negli ultimi restauri, dell’anno
1940, fu abbellita dall’attuale Vescovo Vincenzo
Del Signore. Ma la Cappella ruinò in gran parte nell’agosto 1944 per la caduta del Campanile
provocata da mine tedesche: Nel 1946 fu riparata
dal sullodato Vescovo e definitivamente restaurata
dallo stesso Vescovo nel 1953 facendo eseguire lavori importanti contro l’umidità e risistemando il
pavimento. Per volere del Vescovo (e fu bene) nella
parete di fondo è tornata la bella tela di Giuseppe
Luzi rappresentante Cristo-Eucarestia5.
l
m
Riferendosi alla Cappella in questione, così ne
parla anche l’ingegner Cesare Selvelli:
Tornando all’Asioli:
c
b
le Campane, e coll’aver ucciso più persone spezialmente nobili, le quali si trovarono all’Adorazione
del Sepolcro presso la Cappella del Santissimo Sacramento3.
h
g
o
Tre pregevoli dipinti caratterizzano l’ornamentazione neoclassicheggiante della cappella. Restaurati nel 1998 da Isidoro Bacchiocca6, raffigurano, al centro della parete retrostante l’altare,
il ricordato Cristo con il Santissimo Sacramento
di Giuseppe Luzi; sulla parete destra la Caduta
della Manna (decisamente molto bella) e sulla
parete di sinistra un’Ultima Cena.
Il presbiterio e le cappelle
Di Giuseppe Luzi così ha scritto il professor
Giancarlo Gori:
Ben poco si conosce della figura e dell’opera del pittore fanese Giuseppe Luzi. Coloro che in qualche
modo se ne sono occupati hanno parlato come di
un pittore devozionale legato alla cerchia di Sebastiano Ceccarini ed operante in prevalenza fra la
fine del Settecento e gli inizi del secolo successivo.
Poche le opere riferibili con certezza al suo pennello:
il Ritratto firmato del Conte Nicola Ferretti Gabuccini conservato presso la Pinacoteca di Fano, il
Ritratto del Cardinale Luigi Pandolfi di una collezione privata, il Gesù col Sacramento della Cattedrale fanese, la Presentazione di Maria al Tempio nella chiesa di S. Cristoforo della stessa città e
forse la pala con i Santi Vincenzo Ferreri, Ubaldo
e Francesco (?) della Parrocchiale di Rosciano7.
Un dipinto, quindi, il Gesù col Sacramento del
Luzi riferibile al ricordato restauro del 1789,
concluso nel 1821.
Quanto ai due dipinti delle pareti laterali nessun
dubbio che risalgano a prima del terremoto del
1672, probabilmente realizzati nel corso delle
modificazioni introdotte da Gregorio Amiani nel
1636. Senza prova di documenti sono stati fatti i
nomi del Domenichino (che in cattedrale eseguì
gli affreschi della Cappella Nolfi) e del bolognese
Lucio Massari. Per concludere sono da ricordare
la lapide che sulla destra ricorda le benemerenze
dalla Famiglia Amiani e quella sulla sinistra che
ricorda il vescovo Tommaso Lapi fiorentino.
Per le altre notizie al riguardo delle opere d’arte di questa cappella si rimanda, più avanti, al
saggio a firma di Guido Ugolini, così come per
quanto concerne la cappella dedicata ai Santi
Protettori si invita alla lettura del capitolo curato da Claudio Giardini.
Le cappelle lungo le navate laterali
All’interno della cattedrale, all’altezza della prima campata, lungo i lati delle navate minori, si
aprivano un tempo due cappelle ora scomparse:
sulla destra quella detta del Crocifisso e sulla sinistra quella che ospitava un tempo il Battistero. La prima, come precisato dall’Asioli,
fu eretta nel 1391 dal nobile fanese Angelo Rinalducci. Fatiscente per i terremoti del 1915 e 1926,
fu demolita nel 1929 durante i restauri della
Cattedrale. Vi si aprì l’attuale porta. Nelle mura
di chiusura furono fissate due lapidi: una, molto
abrasata, ha la data dell’erezione della Cappella;
l’altra bene conservata ricorda Teodoro Rinalducci
(1593) ed ha ritratto e stemma8.
Per quanto riguarda la vecchia cappella del Battistero é sempre l’Asioli a precisare che il Fonte
battesimale,
era stato trasferito, nel 1836, nella Cappella di
San Bartolomeo (la prima in questa navata minore) demolita negli ultimi restauri per aprire una
porta di accesso laterale al Tempio. Allora (1940)
il Battistero fu ricomposto qui [terza cappella sulla sinistra]. Di fronte al Sacro Fonte fu traslato il
monumento funebre del Vescovo Alessandro I Castracane fanese, morto nel 1649 9.
Di una seconda Cappella Rinalducci, la seconda oggi sulla sinistra, precisa ancora l’Asioli
quando scrive che fu
eretta dalla famiglia fanese Rinalducci, in onore
dei Santi Girolamo e Paterniano, passò alla famiglia Vincenzo Benedetto Forastieri nel 1860. Più
tardi fu dedicata al Santissimo Crocifisso, prima
con Immagine su tela, poi con effigie in legno. Era
più profonda: aveva finestre ai lati e si protraeva
nella via Rainerio con fastidio estetico e di traffico
sul fianco del Duomo. Nelle pareti laterali aveva
due grandi Tele: Una carta geografica dei Luoghi santi ed una veduta prospettica della Città di
Fano nell’assedio di Federico di Montefeltro l’anno
1463. Interessanti documenti storici. In occasione
dei detti restauri fu giudicato utile, per gli studiosi, portarli in altra luce nel Palazzo vescovile10.
89
la Basilica cattedrale di fano
Cappella del
SS. Sacramento
90
Il presbiterio e le cappelle
Cappella dei
Santi Protettori
91
la Basilica cattedrale di fano
Cappella del
SS. Crocifisso
92
Il presbiterio e le cappelle
Cappella della
Madonna Pellegrina
93
la Basilica cattedrale di fano
Oggi la cappella ha due finestre nella parete di
fondo con
altare, pareti, pavimento e balaustra in marmo.
Sopra l’Altare un bel Crocifisso ligneo. In alto la
recente decorazione coloristica è del pittore fanese
Enzo Bonetti. Una lapide a sinistra ricorda Arnolfo Rinalducci: è sormontata da medaglione in pittura di Arnolfo, morto nel 1620. Una lapide a destra ricorda il benefattore Luigi Rinalducci (morto
nel 1617) ed è sormontata dal ritratto su lavagna
(attribuito a Van Dyck) che, per trascuratezza di
uomini e per eventi bellici è quasi scomparso. Nella parete di fondo una breve iscrizione ricorda i
genitori del Canonico Attilio Zonghetti: Pasquale
e Rosa. Le due finestre hanno vetrate istoriate della
Ditta Felice Quentin di Firenze11.
Lungo la navata minore di sinistra, all’altezza della terza campata, si affaccia la rinnovata Cappella
della Madonna Pellegrina così denominata dalla
statua della Vergine (collocata entro un’edicola pseudo gotica disegnata dal fanese Vincenzo
Bonetti) dono fatto al vescovo Vincenzo II Del
Signore dal Sovrano Ordine Equestre del Santo
Sepolcro di Gerusalemme a ricordo della Peregrinatio Mariae del 1949-50 (vedi anche il capitolo
I restauri del Novecento di Gianni Volpe, sempre
in questo volume). Già Cappella del Santissimo
Sacramento fu originariamente eretta nel 1379
dal vescovo Leone II (noto come Leoncino); in
seguito fu restaurata dal patrizio fanese Michelangelo Arnolfi, che la ottenne in patronato dal
vescovo Antonio II da Pinerolo nel 1499. Dedicata a Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù
al tempo del vescovo Vincenzo I Franceschini fu
arricchita con un ancòna in legno con decorazione del pittore fanese Pasquale Garofani.
Le due finestre a sesto acuto hanno oggi nuove
vetrate istoriate della ditta Quentin di Firenze
con le figure dei santi Alfonso De’ Liguori e
Bernardo da Chiaravalle: vetrate messe in opera
dopo i restauri seguiti ai danni bellici del 1944
(vedi anche il capitolo Le artistiche vetrate di
94
Gianni Volpe sempre in questo volume). Si è
solo salvato il pavimento in piccole mattonelle
di ceramica con i simboli delle litanie lauretane, realizzazione dell’allora direttore della locale
Scuola d’Arte Vittorio Menegoni. Sulle pareti
restano incastonate due antiche iscrizioni:
sulla sinistra quella che ricorda il vescovo Leone II
è del 1379, l’altra il grande benefattore Michelangelo Arnolfi12.
Sulla fascia in pietra sopra lo zoccolo corre, lungo
le tre pareti della cappella, questa lunga scritta
AVE VRNA AvREA continens manna caeleste tv benedicta inter
mVlieres ave cavsa salvtis ave regina pacis
Sulla seconda campata della navata minore di destra si apre la Cappella di San Paolo, eretta dalla
famiglia Negusanti in onore di San Placido. Più
tardi, in un documento di Sacra Visita del 161011, risulta in patronato della famiglia Palazzi.
Subì trasformazioni sul finire del sec. XIX e nel
corso dei restauri del 1940 della cattedrale ebbe
pareti, ancòna, pavimento e balaustra in marmo. La tela che rappresenta la Conversione di
San Paolo sulla via di Damasco risale al sec. XVI
ed è stata attribuita – peraltro senza prova di documenti – al Vasari. Le due vetrate con le figure
dei santi Cirillo e Bernardo, originariamente
eseguite dal professor Vittorio Menegoni per la
Cappella della Madonna Pellegrina, frantumate
dagli eventi bellici del 1944 e restaurate dal vetraio fiorentino G. Polloni, sono state qui collocate così come le analoghe vetrate dell’adiacente
Cappella dell’Addolorata, dove nel 1967 è stata
collocata la tomba del vescovo Vincenzo II Del
Signore, ornandola con l’antico frammento del
cosiddetto “Sarcofago del citarista”, sorte toccata anche al bel frammento romanico del “Pastori adoranti” utilizzato nel 1985 come ornamento della tomba del vescovo Costanto Micci:
Il presbiterio e le cappelle
tomba incassata sotto un originario contrafforte
(decorato in parte da tracce di un affresco) riportato in luce sulla parete laterale di sinistra.
Quest’ultima cappella conserva ancora l’originaria volta a crociera con costoloni. Fu rilevata
nel 1617 dalla famiglia patrizia dei Martinozzi che la dedicarono a San Gerolamo. Subì poi
passaggi di proprietà, manomissioni e restauri
vari come quelli eseguiti nel 1937 in memoria
e suffragio del notaio Bruno Striccioni. Come
precisa l’Asioli
i restauri centenari della Cattedrale nel 1940 le
diedero altare, rivestimento di pareti, pavimento di marmo e il Simulacro della Vergine. […]
Miglioramenti post-bellici soppressero un cancello,
sostituito da balaustrina in marmo13.
Conclude la serie di cappelle della navata destra
la cosiddetta Cappella Nolfi, di gran lunga la
più monumentale e ricca, la cui trattazione, per
l’importanza che tale ambiente riveste nella sto-
ria della cattedrale fanese, si può leggere nello
specifico capitolo curato da Rodolfo Battistini,
sempre in questo volume.
Resta infine da ricordare – abbattuta durante
il rifacimento della vecchia canonica – l’ampia
Sagrestia Capitolare, caratterizzata da belle credenze in noce.
Nella parete di fondo, un arco precedeva un altare con statua del “Sacro Cuore” e, ai quattro
angoli della stessa, erano poste entro nicchie le
statuette in terracotta dei quattro protettori di
Fano (San Paterniano, San Fortunato, Sant’Eusebio e Sant’Orso), riprodotti anche in altrettante tele dipinte. Lapidi ricordavano Legati di
Messe e i vescovi Angelo Ranuzzi (1690), Giovanni III Giberti e Giacomo III Beni (1706).
Di quest’ultimo è tuttora conservata anche la
lapide tombale14.
Della lunga storia narrata attraverso le lastre
tombali, le lapidi e le iscrizioni tratta esaurientemente la scheda Iscrizioni ed epigrafi nelle pagine successive.
Frammenti di affresco
(sec. XV) sopravvissuti
alle trasformazioni
cinquecentesche,
posizionati nella prima
campata laterale sinistra
95
la Basilica cattedrale di fano
Cappella di
San Paolo
96
Il presbiterio e le cappelle
Cappella sepolcrale
dei Vescovi
97
la Basilica cattedrale di fano
Cappella Nolfi
A fronte
Parete d’ingresso alla
Cappella del Battistero
e monumento funebre
del vescovo Alessandro I
Castracane
98
Il presbiterio e le cappelle
Note
1. L. Asioli, La Cattedrale Basilica di Fano, Stabilmento Tipografico “Bramante”, Urbania 1975, p. 49.
2. P.M. Amiani, Memorie istoriche della Città di Fano, 2 voll.,
Giuseppe Leonardi, Fano 1751, vol. II, p. 296.
3. Ibidem.
4. C. Selvelli, Fanum Fortunae, Tipografia Sonciniana, Fano
1943, pp. 113-123.
5. L. Asioli, op. cit., p. 49.
6. Vedi scheda tecnica di I. Bacchiocca, in AA.VV., Restauri
1998/’99, “Quaderni della Fondazione”, Grapho5 Litografia,
Fano 2001, pp. 20-24.
7. G. Gori, Documenti d’archivio sul pittore fanese Giuseppe Luzi,
in “Nuovi studi fanesi”, 4 (1989), pp. 115-119. Cfr. R. Bernardelli Calavalle, Le iscrizioni romane del Museo Civico di Fano,
Fano, Offset Stampa, 1983; G. Ugolini, Il Museo Diocesano, in
“Memoria rerum” IV, 2013, pp. 49-76.
8. L. Asioli, op. cit., p. 58.
9. Ibidem, p. 62.
10. Ibidem, p. 57.
11. L. Asioli, op. cit., p. 57.
12. Ibidem, pp. 58-59.
13. Ibidem, p. 59.
14. Ibidem, p. 63.
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