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Carmelo FISCELLI
Versione RV (spagnolo). <Y decía: Abba, Padre, todas las cosas son á ti posibles…>.
Versione Luther (tedesco). <Und sprach: Abba, mein Vater, es ist dir alles möglich...>.
Versione King James (inglese). <And he said, Abba, Father, all things [are] possible unto thee...>.
Versione Darby (francese). <Et il disait: Abba, Père, toutes choses te sont possibles...>.
Textus Receptus (greco). <>.
Abbà
Il termine “Abbà” è una locuzione aramaica derivante dal linguaggio infantile e significa in tono
familiare ed affettuoso “caro papà”. Questo termine era usato solo dai bambini in tenerissima età
che si rivolgevano ai loro genitori, chiamandoli rispettivamente ’abbā e ’immā. Dal punto di vista
spirituale sia il popolo di Israele che l’umanità in genere, sottoposti al peccato, avvertivano la
distanza da Dio e non potevano né dovevano rivolgersi al Signore chiamandoLo Abbà, ma solo
Yahwhè.
1. L’Abbà di Israele
In tutto l’Antico Testamento non si incontra nessun caso in cui il singolo giudeo si sia rivolto a Dio
chiamandoLo ’Abbā. Il rispetto riverenziale e la consapevolezza della propria distanza dal Signore
scoraggiavano chiunque a profanare la Santità di Dio. Il pensiero della paternità di Dio era, però,
rivelato nell’Antico Testamento in una quindicina di casi (Deuteronomio 14:1; 32:6; Geremia 31:9).
Dio si qualifica ’Abbā quanto all’elezione, perché si lega ad Israele attraverso un patto e lo
considera il Suo tesoro particolare (Deuteronomio 7:6). Dichiarandone la paternità, Dio rivendica ed
esige l’ubbidienza di quel popolo e lo prepara alla manifestazione del Suo Figliuolo (Geremia 3:1820; Malachia 1:6). Anche quando la situazione spirituale di Israele degenerò, Iddio, fedele per
sempre al patto, mandò i Suoi profeti a richiamare il Suo tesoro particolare alla fedeltà e ricordargli
che quel popolo Gli è debitore della propria esistenza (Osea 11:1, 2). I profeti, identificandosi col
popolo, ricordavano ad Israele la sua infedeltà e lo incoraggiavano a riconoscere la paternità di Dio
(Isaia 63:16; 64:8, 9; Geremia 3:4, 5). Il termine ’Abbā, usato dal popolo per rivolgersi a Dio,
anticipava profeticamente la relazione e la comunione più intima con il Signore (II Corinzi 6:18).
2. L’Abbà di Cristo
I Vangeli ci fanno comprendere che Gesù è stato il primo a rivolgersi a Yahwhè chiamandoLo
“Padre mio”, quindi Gesù si è servito del titolo affettuoso ’Abbā. Abbiamo conferma nelle Sue
affermazioni (Matteo 11:25-27) e nelle Sue preghiere (Marco 14:36; Giovanni 17:1, 5, 11, 21, 24,
25). Chi ascoltava quelle parole doveva rimanere sconcertato dal fatto che Gesù avesse usato quel
titolo familiare ed affettuoso, ma privo di ogni solennità, per rivolgersi a Dio. L’Abbā nell’uso di
Gesù è espressione del rapporto unico ed irripetibile che c’è con il Suo Padre.
3. L’Abbà dei credenti
Fu sul monte delle beatitudini che Gesù presentò Yahwhè come ’Abbā (Matteo 5:16, 45, 48; 6:1, 4,
6, 8, 9, 14, 15, 18, 26, 32, 7:11, 21). Con quell’espressione cordiale e fiduciosa Gesù stava
insegnando quel rapporto di intimità che di lì a poco si sarebbe concretizzato (Matteo 23:9). In
un’altra circostanza i discepoli chiesero che Gesù avesse loro insegnato a pregare ed Egli ripropose
il “Padre nostro” (Luca 11:2). La preghiera è espressione di un rapporto cordiale con Dio.
C’è, però, un momento preciso quando i discepoli hanno avuto il privilegio di rivolgersi al Padre
(Giovanni 14:6; 20:17). Solo attraverso Gesù, Yahwhè diventa il Padre, ’Abbā! (Efesini 2:18).
Accettando Cristo, infatti, siamo identificati a Lui che è Figlio e diventiamo figli. Dio è ’Abbā solo
dei credenti, come chiaro segno della legale filiazione divina e lo Spirito Santo lo accerta nel cuore
(Romani 8:15-17; Galati 4:4-6). I credenti, quindi, hanno la libertà di invocare il Padre nel Nome di
Gesù (Giovanni 16:23-27; Efesini 3:14; 5:20).
Conclusione: Chi mai nella storia dell’uomo aveva avuto il privilegio di realizzare la presenza di
Dio in modo così intimo e poterLo chiamare Padre? Il fatto singolare è che neppure al presente gli
Ebrei usano il titolo ’Abbā per rivolgersi a Dio. Martin Lutero scriveva:
<È una paroletta, eppure è comprensiva d’ogni cosa. La bocca non parla, ma l’effetto del cuore si
esprime in questa maniera. Pure se mi sento oppresso e circondato da ogni lato dall’angoscia e dal
terrore, e mi sembra di essere abbandonato e allontanato dalla Tua presenza, tuttavia sono Tuo
figlio, e Tu sei mio Padre per amore di Cristo: sono amato a cagione dell’Amato. Perciò questa
paroletta, Padre, concepita efficacemente nel cuore, sorpassa tutta l’eloquenza di Demostene, di
Cicerone e di tutti i più eloquenti retori che vi siano mai stati nel mondo. Non è qualcosa che possa
esprimersi con parole, ma con gemiti, i quali non possono essere emessi per mezzo
di parole o di eloquenza, perché nessuna lingua può esprimerli>.
In Cristo siamo figli del Padre: questo è l’unico titolo che conta (I Giovanni 3:1).
Versione RV (spagnolo). <Oí una gran voz de gran compañía en el cielo, que decía: Aleluya>.
Versione Luther (tedesco). <Stimme großer Scharen im Himmel, die sprachen: Halleluja!>.
Versione King James (inglese). <I heard a great voice of much people in heaven, saying, Alleluia>.
Versione Darby (francese). <J'ouïs comme une grande voix d'une foule nombreuse dans le ciel, disant: Alléluia!>.
Versione dei Settanta (greco). <ς >.
Halleluja
Il termine “alleluia” deriva dal verbo ebraico hallel, che significa “lodare”, e da Jah, abbreviativo di
Jahvhè ed è, quindi, una acclamazione di lode e significa “lodate l’Eterno”. Alleluia era u termine in
uso nella sinagoga, poi lo è stato nella chiesa cristiana e da qui in diversi ambienti, persino in quelli
profani. Proprio per l’importanza del suo significato, ai credenti ne è raccomandato l’uso saggio.
1. Una dichiarazione di lode
Nel libro dei Salmi ci sono due raggruppamenti designati col nome di hallel, precisamente dal 113
al 118, chiamato “il piccolo hallel” e dal 146 al 150, chiamato “il grande hallel”. Questi Salmi erano
particolarmente usati durante il periodo della Pasqua per ricordare la benignità di Dio al popolo di
Israele (Salmo 113:1).
A. Chi lodare?
La Scrittura incoraggia ad attribuire la lode solo a Dio (II Samuele 22:4; Salmo 22:25). È molto
importante precisarlo, perché la mancanza di conoscenza spinge l’errante ad innalzare la creatura
(Atti 12:22; Romani 1:25). La lode nasce dalla comprensione della grandezza di Dio e della Sua
benignità e si esprime nella gioia del cuore, che festeggia alla Sua presenza (Luca 1:46, 47). Alla
prima del Messiah di Hendel, Giorgio VI re di Inghilterra si alzò in piedi in onore al Re dei re
(Salmo 33:1; 92:1; 147:1).
Dio non è mai abbastanza lodato, perciò il nostro cuore deve essere generoso verso di Lui!
B. Perché lodare?
Solitamente abbiamo bisogno di motivi precisi per lodare… (Salmo 150). Il credente loda Dio
principalmente per quello che Egli è e poi per quello che Egli fa. Ci sono alcuni Salmi, che iniziano
e terminano con Alleluia. In mezzo ci sono spunti preziosi e calorosi, che incoraggiano i credenti.
Dove c’è lo Spirito di Dio non mancano motivi di lode (Salmo 103:1-5; 116:12).
C. Quando lodare?
Qual è il momento più opportuno per lodare il Signore? (Salmo 34:1; 145:1, 2)! Talvolta
impropriamente affermiamo che è nostro dovere… La lode è un privilegio, una offerta di
gratitudine (Ebrei 13:15). Tutte le volte che il cuore si eleva verso Dio e che riconosce una
manifestazione della Sua bontà, quello è il momento più adatto per lodare (Salmo 113:2).
D. Come lodare?
Poiché la lode a Dio è un sacrificio spirituale, occorre considerare le indicazioni della Parola sulle
offerte. Dal libro del Levitico ci viene ricordato che a Dio si dà il meglio! La lode a Dio, quindi,
non deve essere formale ed abitudinaria, ma con decisione e pienezza di convinzione (Salmo 48:1;
106:47, 48; 111:1).
E. “Costretti” a lodare!
La Bibbia afferma che il creato, in un linguaggio non comprensibile a noi, loda il Signore (Salmo
148). Se la natura può lodare il Creatore, quanto più i riscattati sentono questo imperativo (Salmo
103:1, 20-22).
Alleluia! Lodate l’Eterno! È un meraviglioso invito a lodare il Signore dal profondo del cuore, che
non vogliamo disattendere.
2. Una espressione da rispettare
Nel termine “alleluia” è menzionato il Nome di Dio, quindi vale l’esortazione di Esodo 20:7. Il
Nome di Dio deve essere lodato sempre, purché con riverenza e rispetto. È da ricordare il rispetto
che ne avevano i copisti delle Sacre Scritture.
- Badiamo a non usarlo per il nostro uso comune e profano;
- Badiamo a non strumentalizzarlo (Ezechiele 13:7,8);
- Badiamo a non nominarlo solo con le labbra (Marco 7:6). Prima di iniziare una riunione parliamo
del più e del meno, poi diventiamo all’istante spirituali. Il Nome di Dio va lodato con labbra sante!
I credenti dobbiamo imparare ad essere saggi nell’uso del Nome di Dio, che deve essere
pronunziato per invocare il Suo aiuto e per benedirLo.
3. Una acclamazione corale
Alleluia è un termine internazionale. Tutte le volte che un credente lo pronunzia, desidera invitare
quanti sono concordi con lui ed hanno lo stesso sentimento di Cristo a lodare il Signore. La
Scrittura menziona numerosi inviti collettivi (Salmo 34:2, 3; 134:1, 2; 135:19-21). Nel Salmo 150
ce ne sono ben tredici! Dio ci ha fatto tutti diversi e, come una orchestra, desidera che la varietà
degli strumenti sia coesa nella lode. Ci sono credenti tranquilli, altri più frenetici, alcuni decisi, altri
pacati e dolci, ma tutti uniti nel lodare il Signore. Talvolta quell’unità di intenti e di cuore è rovinata
dalla nostra poca saggezza e dall’indifferenza. Per questo è molto importante la guida dello Spirito
Santo. Quando saremo nell’eternità, saremo perfetti anche nell’adorazione (Apocalisse 19:1-6).
Conclusione: Alleluia è il grido di riconoscenza di quanti confidano in Dio ed è anche un invito
prezioso, che sensibilizza i cuori e li incoraggia ad unirsi nella lode al Signore.
Versione RV (spagnolo). < Maldito el que deshonrare á su padre ó á su madre. Y dirá todo el pueblo: Amén>.
Versione Luther (tedesco). <Und alles Volk sagte Amen! und: Lobe den HERRN!>.
Versione King James (inglese). <And all the people said, Amen, and praised the LORD >.
Versione Darby (francese). <Maudit qui méprise son père et sa mère! Et tout le peuple dira: Amen>.
Versione dei Settanta (greco). <ςς >.
A m en
Il termine “Amén” è una parola tratta dal linguaggio liturgico aramaico, che deriva dal verbo ’âman,
“portare saldamente”, “dimostrarsi saldo, degno di fede”, “avere consistenza”, “rimanere”, “sentirsi
sicuro” e di ’emet, “verità”. Amen, quindi, significa “solido, fermo, in verità, certamente,veramente,
è così, sì è vero!”. Chi pronunzia il suo “amen”, conferma e convalida le parole di altri. Nella
Versione dei Settanta questo termine è stato tradotto anche con έ, che significa “così sia” ed
in tal modo non rende bene il significato. Amen, infatti, non indica la speranza che si verifichi o che
possa accadere quanto richiesto, perché induce alla rassegnazione ed alla quiescenza e smorza il
carattere vincolante della parola, ma piuttosto ribadisce l’adesione certa e ferma di Dio e della Sua
opera e serve a dare peso a quanto si afferma. È veramente così! Chiaramente il “così sia” della
liturgia cattolica non è preciso.
1. L’Amen nelle Scritture
Amen ricorre 25 volte nell’Antico Testamento e 126 nel Nuovo. Fonti giudaiche ci fanno
comprendere come l’amen sia stato sempre pronunziato nell’ascolto della Parola di Dio:
• come conferma della Legge per assumere su di sé una benedizione (Geremia 11:5) o una
maledizione (Deuteronomio 27:1, 15-26). Con il suo amen, l’uditore riconosce la Parola come vera
e stabile, la conferma, la accetta, la fa propria, la rende vincolante per sé e così appone la sua firma
alle dichiarazioni di Dio (Nehemia 5:13);
• come consenso alla lode a Dio (I Cronache 16:7, 36). Dopo che il popolo ha udito le
acclamazioni di lode al Signore, senza che nessuno ne abbia forzato una risposta, di comune
accordo hanno risposto con il proprio amen. Ciascuna delle quattro divisioni del libro dei Salmi si
conclude con l’amen, che sottolinea la verità rivelata e ribadisce che l’Eterno è degno della lode di
tutti (Salmo 41:13; 72:19; 89:53; 106:48);
• come convalida di un incarico, la cui esecuzione richiede l’aiuto di Dio (I Re 1:35, 36).
Benaia con quella parola confermò il proposito di Davide e chiese che Dio ne avesse fatto un re ed
una guida spirituale per il popolo di Israele (v. 37);
• come certezza della salvezza di Dio (Apocalisse 5:9-14). Mentre il popolo di Dio ricorda
l’opera della Grazia ed i benefici, che sono stati elargiti ai credenti, ripete il suo amen con fermezza
(Apocalisse 1:6);
• come convinzione sicura del ritorno di Cristo (Apocalisse 1:7). La Chiesa crede alla parola
di Cristo, che ribadisce il Suo ritorno, e la riconosce vincolante per sé (Apocalisse 22:20).
2. Cristo è l’Amen di Dio
Lo Spirito Santo ha dato alla Persona di Cristo il titolo di Amen (Apocalisse 3:14). Ogni parola,
ogni profezia, ogni promessa… insomma tutta la Scrittura riguarda a Cristo. Quando Gesù è stato
manifestato in carne, ha dimostrato che Dio è vero e degno di fede in quel che ha detto e promesso.
Il Signore è fedele e la Sua fedeltà è dimostrata da Cristo, espressione chiara della coerenza di Dio e
dimostrazione tangibile della Sua affidabilità. Cristo è l’Amen di Dio! Le dichiarazioni di Dio
hanno trovato il sì in Cristo, sono quindi firmate e rese valide da Cristo, “il garante del patto” ed “il
testimone fedele e verace”. Per questa ragione ciascuna promessa di Dio è vera, è sicura e ci
riguarda e pronunziamo l’amen (II Corinzi 1:19, 20).
3. L’Amen nella Comunità
Il termine “amen” è stato usato diffusamente nelle epistole e perciò si è conservato nel linguaggio
dei credenti. Esso non è una forma liturgica, ma esprime ancora:
• la compartecipazione e l’assenso comune alle verità della Parola di Dio (Romani 15:33;
16:24; Galati 6:18; Ebrei 13:25);
• la condivisione ed il vincolo di una preghiera (I Corinzi 14:16). Per questo è molto
importante seguire la preghiera e, al termine della quale, conformarsi ad essa o assumersi un
impegno spirituale;
• la convalida delle acclamazioni di lode a Dio (Romani 1:25; 9:5; 11:36; 16:27; Galati 1:5;
Efesini 3:21; Filippesi 4:20; I Timoteo 1:17; 6:16; II Pietro 3:18; Giuda 25). Con l’amen il credente
sottolinea che quanto è stato affermato è degno di fede;
Conclusione: Da quanto esposto comprendiamo che amen non può significare “così sia”, tanto
meno che sia un riempitivo del culto o una formula liturgica. I cristiani moderni tendono ora al
silenzio, ora agli applausi all’oratore, ma i protagonisti di un culto spirituale ed accettevole a Dio,
considerano ogni singola dichiarazione di fede, ne riconoscono la verità e ne danno il proprio
assenso alla Sua lode e gloria con l’amen!
Versione RV (spagnolo). <El que no amare al Señor Jesucristo, sea anatema. Maranatha>.
Versione Luther (tedesco). <So jemand den HERRN Jesus Christus nicht liebhat, der sei anathema. Maran atha>.
Versione King James (inglese). < If any man love not the Lord Jesus Christ, let him be Anathema Maranatha>.
Versione Darby (francese). <Si quelqu'un n'aime pas le Seigneur Jésus Christ, qu'il soit anathème, Maranatha>.
Versione dei Settanta (greco). <ς>.
Maranatha
Questa espressione è molto importante, soprattutto se si tiene conto che, scrivendo a dei credenti
greci nella loro lingua, Paolo insegna loro un termine aramaico, in uso nei primi tempi della Chiesa
e mai più ripetuto nella Bibbia (I Corinzi 16:22). Il perché l’Apostolo l’abbia adoperato non ci è
chiaro, ma doveva senz’altro contenere un sentimento ed un valore significativi, tant’è che i primi
cristiani sembra lo usassero come forma di saluto. La storia del cristianesimo ci ricorda che in tempi
di persecuzione i cristiani si riconoscevano da segni convenzionali come “parola d’ordine”. [ς,
“pesce” erano le iniziali di “Gesù Cristo di Dio Figlio Salvatore”]. Salutandosi solevano farlo anche
con “maranatha”. Questo termine, scisso nelle sue componenti, indica il contenuto della speranza
cristiana.
Mar, Signore
an, nostro
athà, venire
In forza di quelle componenti, il termine “maranatha” potrebbe indicare:
1. La venuta del nostro Signore
Il termine “maranatha” può essere tradotto “il nostro Signore è venuto” ed in questo modo i credenti
si ricordavano dell’opera salvifica di Cristo.
A. L’adempimento delle promesse con la venuta di Cristo. La Bibbia illustra la storia della
redenzione dell’uomo, descrivendo i particolari della disubbidienza e gli effetti del peccato. I nostri
progenitori e, in loro, l’umanità in genere, negligenti alla Parola di Dio, abbiamo scelto di peccare e
ci siamo posti sotto il Suo giusto giudizio. “Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il grande
amore del quale ci ha amati, anche quand'eravamo morti nei falli…” ha promesso di salvarci
(Genesi 3:15), ne ha illustrato il metodo sia con l’arca, sia con la liberazione dall’Egitto e ne ha
inculcato la speranza nel Suo popolo (Deuteronomio 18:15, 18). Durante la storia di Israele, Dio ha
preparato le condizioni della venuta del Messia e gli appelli dei profeti erano il Suo invito ad avere
fiducia nelle Sue promesse (Isaia 64:1; Malachia 3:1). “Nel compimento dei tempi” Dio ha
dimostrato la Sua affidabilità e la Sua coerenza. Cristo è stato manifestato, perciò gli uomini hanno
visto da vicino la salvezza (Luca 2:29-32).
B. Il costo della venuta di Cristo. La Sua venuta sulla terra non è stata una passeggiata o una
accoglienza trionfale, ma una serie di rinunzie (Filippesi 2:5-7). Gesù ha rinunziato alla Sua gloria,
nascondendola in una semplice natura umana; allo splendore dei cieli, vivendo la povertà;
all’adorazione, conoscendo il dileggio ed il disprezzo della Sua creatura speciale; alla santità,
scegliendo di prendere su di Sé il peccato di altri; all’eterna comunione col Padre, provando la
separazione da Lui; alla vita, accettando di morire in modo infamante. Cristo si è calato nella
sofferenza e ne ha bevuto il calice amaro (Marco 10:38): Egli è venuto per morire (Marco 10:45).
C. Lo scopo della venuta di Cristo. Si fanno tanti sacrifici per ottenere una migliore
posizione, ma Cristo non ha certo sofferto per ricavarci qualcosa (Isaia 53:10, 11; Ebrei 12:2).
Cristo non poteva guadagnare più gloria di quella che Egli possiede dall’eternità, ma ha agito con
immenso amore perché noi potessimo ricevere la salvezza per la sola Sua Grazia. Maranatha, il
nostro Signore è venuto e noi siamo stati salvati!
2. La speranza nel ritorno del nostro Signore
Il termine “maranatha” può essere tradotto anche “il nostro Signore viene” ed in questo modo i
credenti ricordano il Suo imminente ritorno. Se nella Bibbia ci sono più versi inerenti al Suo ritorno
che alla Sua nascita, ci sarà una ragione! La vita del credente non è abitare la terra, anche se noi
ringraziamo il Signore anche dei giorni che ci lascia qui, tuttavia dobbiamo vivere per il Suo ritorno
e maranatha ne ravviva la speranza.
A. Il nostro Signore viene per i Suoi. In un preciso “batter d’occhio”, che non conosciamo,
Gesù tornerà dal cielo per prendere i Suoi preziosi e trasferirli nel Suo forziere di gloria (Giovanni
17:24; I Tessalonicesi 4:16, 17; Ebrei 9:28).
B. Il nostro Signore viene per portarci a casa (Giovanni 14:1-3). Qui siamo stranieri e turisti,
ma presto saremo portati nella nostra dimora eterna (II Corinzi 5:1; Filippesi 3:20; 4:6).
C. Il nostro Signore viene e nessuno Lo fermerà. Non sarà l’incredulità imperante, né
l’avversario delle anime nostre (Ebrei 10:37; II Pietro 3:9, 10).
3. Il desiderio del ritorno del nostro Signore
Il termine “maranatha” può essere tradotto ancora “vieni, nostro Signore” ed in questo modo
diventa una preziosa invocazione (Apocalisse 22:17). Maranatha esprime l’intenso desiderio del
ritorno di Cristo. Gesù ritorna, ma Lo stiamo davvero aspettando? Egli viene, ma siamo pronti al
Suo ritorno? (Apocalisse 22:20). Maranatha è la preghiera di chi si è preparato.
A. Attitudini improprie. La Scrittura denunzia l’indolenza (Matteo 24:44, 48-51),
l’impreparazione (Matteo 25:6-8) e l’improduttività (Matteo 25:14-19).
B. Attitudini proprie. La Scrittura incoraggia allo zelo e fedeltà per un impegno attivo fino
alla fine (Matteo 25:19-21), al risveglio e vigilanza per l’operosità mentre ne abbiamo l’opportunità
(Luca 12:35-38), all’amore e sincerità perché abbiamo sempre vivo il desiderio di dimorare con
Cristo in gloria (II Timoteo 4:6-8), alla consacrazione e comunione fraterna per incitarci
reciprocamente alla finale perseveranza (Ebrei 10:24, 25), alla meditazione e preghiera per crescere
nella fede (I Pietro 4:7).
Conclusione: La Didaché, uno scritto del 100 d.C. ci fa sapere che maranatha era rivolta a Dio
durante la cena del Signore.
<Venga la grazia e passi questo mondo. Osanna alla casa di David.
Chi è santo si avanzi, chi non lo è si penta. Maranatha. Amen> (10:6).
Maranatha è una parola che ha trovato subito posto nel cuore dei credenti, perché esprime un
concetto profondo e glorioso, e vi rimarrà per sempre!
Versione RV (spagnolo). <Hosanna al Hijo de David!>.
Versione Luther (tedesco). <Hosianna dem Sohn Davids!>.
Versione King James (inglese). <Hosanna to the son of David>.
Versione Darby (francese). <Hosanna au fils de David!>.
Versione dei Settanta (greco). <>.
Hosanna
Il termine “osanna” deriva dal verbo ebraico hōsīa‘ e da nā significa “salva adesso”, “deh, salva”,
“oh, salvaci ora”, “salva, Te ne supplichiamo”, “accordaci la salvezza”. Questo termine è usato 6
volte nei Vangeli, ma era una espressione familiare ai Giudei (Salmo 12:1; 86:2; Geremia 31:7),
perché ricordata nel Salmo 118:25. Ricordiamo, ancora, che i Salmi 113-118 costituivano il piccolo
Hallel e venivano cantati in occasione delle feste per esprimere il ringraziamento, la lode e le
richieste a Dio. In particolare l’osanna era ripetuto dai fedeli attorno all’altare degli olocausti in
ognuno dei primi sei giorni della festa delle Capanne, mentre il settimo giorno era ripetuto ben sette
volte. Tutti gli osanna, riportati nei Vangeli, furono rivolti a Gesù mentre entrava in Gerusalemme
su un puledro d’asina.
1. Una espressione di benvenuto
Non era la prima volta che Gesù entrava in Gerusalemme (cfr. Giovanni 2:13), ma in quel giorno la
gente stava salutando il Suo ingresso con allegrezza (Matteo 21:9). Cosa aveva preceduto
quell’accoglienza trionfale e chi Lo stava salutando così? Gesù era passato da Gerico, dove aveva
guarito 3 ciechi e salvato 4 persone (Luca 18:43), e da Betania (Giovanni 12:1, 9, 12, 13). Ai
seguaci di Gesù (Luca 19:37) si erano accodati molti pellegrini, venuti a Gerusalemme per celebrare
la Pasqua (Giovanni 12:12). Quella folla conosceva Gesù, sapeva dei miracoli, che Egli aveva fatto
(Luca 19:37), e Lo salutava trionfalmente. Il loro entusiasmo era sincero ed il benvenuto davvero
caloroso, perché pensavano che Gli avrebbero visto compiere altri miracoli (Giovanni 12:18). In
quella settimana precedente la Sua morte Gesù purificò il tempio, espose 5 parabole, affrontò
apertamente gli ipocriti religiosi, insegnò la parola profetica, quindi celebrò la Pasqua e si preparò
ad offrire la Sua vita sulla croce. Quel benvenuto fu così dimenticato in fretta e poco dopo fu
richiesta la Sua morte (Matteo 27:22,23). È facile farsi trascinare dall’emozione, ma la devozione
deve continuare per tutta la vita. L’osanna della gente avrebbe dovuto rendere Gesù felice, ma Egli
era ansioso ed addolorato per il Suo Israele, tanto da dimenticare gli onori, a Lui resi (Luca 19:4144). Quella poteva essere per Gerusalemme la più favorevole opportunità per riconoscerLo ed
essere salvata ubbidendoGli, invece persistevano nell’incredulità e rigettavano il Principe della
pace.
2. Una espressione di acclamazione
Gesù è il Re anche dei Giudei, ai quali si presentò cavalcando un puledro d’asina. A Gerusalemme
erano passati molti ricchi, montati sulle loro ‘fuoriserie’ (cfr. Giudici 5:10), e molti stranieri su fieri
destrieri, ma l’acclamazione, riservata a Cristo, fu davvero speciale.
La Scrittura descrive non solo l’entusiasmo del momento, ma riporta anche le parole, pronunziate
dalla folla, che riconosceva la Messianicità di Cristo (Marco 11:9, 10). Queste parole, prese dal
Salmo 118:26, erano un cantico intonato da due gruppi, “che andavano avanti” e “che venivano
dietro”.
A. Attribuivano a Cristo gli osanna. Cristo entrava in Gerusalemme adempiendo la profezia
(Zaccaria 9:9) e quella folla stava benedicendo Gesù, riconoscendo che Egli veniva nel Nome del
Signore, il Re di Israele (Giovanni 12:13). Stavano acclamando Gesù come il Messia atteso ed il
figlio del re Davide (Matteo 1:1), annunciavano la speranza della rinascita del regno davidico e Gli
attribuivano gli osanna. Questa acclamazione sconvolgeva la cittadinanza, che non conosceva Gesù
e che si domandava Chi Egli fosse (Matteo 21:10, 11). Nella Sua legittima dignità di Re, Gesù entrò
nel tempio, lo purificò e vi guarì degli ammalati (Matteo 21:14). Nel tempio i fanciulli continuarono
ad acclamarLo ed allora i Farisei reagirono profondamente sdegnati (v. 15, 16).
B. Stendevano i loro mantelli lungo la via (Marco 11:8). Questa pratica dichiarava la
sottomissione (II Re 9:12, 13). È come se volessero dire: <Esercita la Tua signoria sopra colui al
quale appartiene il mantello>.
C. Riconoscevano l’opera di Cristo (Luca 19:38). Il Messia, non cavalcando un cavallo da
guerra e non portando la spada, il Principe della pace, avrebbe riconciliato l’uomo con Dio e donato
la pace (Efesini 2:17; Colossesi 1:20).
3. Una espressione di supplica
Osanna è una preghiera. “Osanna nei luoghi altissimi” equivale a “salvaci, o Dio che risiedi nei
cieli”. Quella preghiera dei santi del popolo di Israele, aveva trovato in Cristo il suo esaudimento.
Gesù era venuto per questo (Matteo 1:21; Luca 2:29-32) ed ora era pronto a salvare. Certo non tutti
avevano compreso che il metodo della salvezza richiedeva la Sua morte vicaria (Ebrei 9:22), perciò
richiesero la Sua crocifissione non per la salvezza, ma per farla finita con Lui. Quando Gesù fu
affisso alla croce, i beffardi non credevano che Egli sarebbe sceso e si sarebbe salvato, ma non
sapevano che Gesù vi sarebbe rimasto per salvare i peccatori (Matteo 20:28). Gesù ha preferito
salvare noi, che salvarsi dalla morte!
Conclusione: Osanna esprime il benvenuto a Cristo Re e la preghiera che Egli possa continuare a
salvare. Con gli osanna i credenti acclamano trionfalmente Gesù Salvatore e Lo supplicano che Egli
possa donare la salvezza a tutti coloro che, pentiti, si rivolgono a Cristo con fede.
Carmelo FISCELLI
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Carmelo FISCELLI - Chiesa Cristiana Evengelica ADI di Benevento