CONOSCERE
CORTE FRANCA
Appunti dal corso organizzato da:
Comune di Corte Franca – Consulta alla Cultura
in collaborazione con:
Centro Territoriale Permanente di Sale Marasino
Istituto Comprensivo don Milani di Corte Franca
tenuto dall’ing. Angelo Valsecchi in aprile – maggio 2010
raccolti da Guido de Carli
e integrati (dove indicato) con il sito del
GAG - Gruppo Animazione Giovanile
http://digilander.libero.it/gagcortefranca/Cultura.htm
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TORBIERE: PREISTORIA e STORIA
Appunti dalla serata tenuta da Angelo Valsecchi il 6 maggio 2010 raccolti da Guido de Carli
A seguito della comparsa del lago d’Iseo, avvenuta sul
finire dell’ultima era geologica, il Quaternario, compresa
fra settantamila e diecimila anni fa e del progressivo
ritiro delle acque, nella zona a sud del Sebino rimase
una depressione paludosa intermorenica caratterizzata
da distese acquitrinose, che più avanti vennero chiam ate Torbiere. Con il trascorrere dei millenni l’abbondante
vegetazione cresciuta permise la crescita di uno spesso
strato di torba, il quale andò via via sostituendosi all’acqua trasformando la zona in un’estensione di prati um idi.
Alla fine del settecento, con la scoperta che la torba,
una volta essiccata, aveva una resa calorica superiore
alla legna, anche se inferiore al carbone, e con
l’avvento delle prime attività industriali legate alla seta,
iniziò l’estrazione massiccia della torba da utilizzarsi
come combustibile nelle filande di Iseo e come combustibile per uso domestico. Fu però dalla metà dell’ottocento che iniziò lo sfruttamento del giacimento in modo
massiccio quando, più precisamente nel 1862, il consorzio torinese “Società Italiana Torbe” acquistò la
maggior parte delle Torbiere.
La torba divenne col passare degli anni un materiale
prezioso per l’economia della zona dato che era in grado di sostituire quasi completamente l’utilizzo del carbone, per il quale l’importazione era fra l’altro molto costosa. Prima dell’avvento del petrolio e dell’energia elettrica veniva infatti utilizzata per molteplici scopi: nelle
filande, nelle fornaci, come uso domestico per riscaldare le abitazioni e in alcuni casi veniva utilizzata anche
per alimentare i treni della Ferrovia Brescia-Iseo-Edolo
fino alla prima guerra mondiale.
La riduzione dell’interesse verso questo combustibile e
la completa trasformazione di flora e fauna della zona,
portarono verso il 1950 all’abbandono delle attività estrattive della torba ed iniziarono invece le operazioni di
scavo per l’argilla, per la fabbricazione di mattoni. Queste operazioni terminarono negli anni settanta, a seguito dell’introduzione dei primi vincoli di salvaguardia ambientali. (da Wikipedia).
Prima dell’inizio dell’estrazione della torba, l’area delle
torbiere era occupata da prati umidi, inondati nei periodi
di pioggia e usati solamente per la raccolta di erbe con
da fare seccare e con cui poi impagliare le sedie.
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Nel 1863 inizia l’estrazione massiccia della torba. Ancora oggi sono visibili le “candele”, gli argini che venivano
usati per trasportare la torba estratta verso i magazzini,
posti nella zona di Sassabanek. Alcuni si sono sfaldati
con il tempo.
Fin da subito sono stati trovati numerosi reperti preistorici, trovati dal Marinoni e da Gabriele Rosa. Dal 1883
Francesco Buffoni paga i cavatori di torba perché gli
portassero tutti i manufatti rinvenuti in pietra e in metallo. Purtroppo non era interessato alla ceramica, per cui
tutti i reperti ceramici – che pure sono stati trovati – sono andati perduti. Un altro problema per gli studi contemporanei è dovuto al fatto che il Ruffoni si limitava
alla raccolta dei reperti, senza alcuna indicazione né del
luogo di provenienza né di altre informazioni utili per la
ricerca.
Nel 1901 tutta la collezione viene venduta al Museo
Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di
Rom a, dove si trova ancora oggi, mentre gli altri reperti
(i primi trovati e quelli comunque non facenti parte della
collezione) sono conservati al Museo Archeologico di
Bergamo, al Museo Archeologico del Castello Sforzesco di Milano e a Brescia.
Periodo Mesolitico (8000 – 5000 a.C.)
Popolazioni di cacciatori e pescatori nomadi, vivevano
seguendo la selvaggina. Nella zona tra San Carlo e la
Stazione di Provaglio (zona sud delle Torbiere) è stato
trovato un piccolo laboratorio della selce. Venivano
prodotte delle punte di freccia trancianti (di forma trapezoidale), più efficaci delle punte normali per la caccia ad
animali di grossa taglia.
Periodo neolitico (5000 – 3400 a.C.)
I cacciatori si stabilizzano in villaggi, inizia l’agricolturam
che porta alla possibilità di conservare il cibo (sementi).
Inizia l’uso della ceramica: i vasi vengono fatti con cordoni di argilla arrotolati e lisciati a mano, poi cotti in forni
ricavati da buche nel terreno ricoperte di foglie e terra.
Nasce l’allevamento di pecore e capre e si inizia a filare
la lana e le fibre vegetali. I vestiti sono in pelle legati
con strisce di cuoio. In una tomba di una ragazza in
Germania di questo periodo sono stati rinvenuti dei calzari con strisce di cuoio sui polpacci, una minigonna in
pelle e un corpetto.
Vengono prodotte frecce di pietra, con punte lanceolate, trancianti o foliate e grattatoi per pulire le pelli. La
selce usata per la produzione viene per lo più dal Monte
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Alto, tranne una piccola parte che viene dal Monte di
Iseo.
Età del Rame (3400 – 2200 a.c.)
Compaiono l’aratro, la ruota e il carro, che permettono
un notevole sviluppo dell’agricoltura. DI questo periodo
vengono trovate le lame in selce che venivano incollate
con colle vegetali a manici di falcetto in legno. Inizia la
metallurgia: il rame è un metallo facile da lavorare. Si
producono pugnali con la lama di rame (trovata) e manico di legno (perduta).
A Remedello (nella bassa Bresciana) sono state trovate
alcune sepolture di questo periodo. Nei corredi funerari
sono state trovate asce e pugnali di rame, frecce e un
manico d’osso.
Dello stesso periodo è Ötzi (o Mummia del Similaun),
che pure portava con sé un ascia di rame uguale a
quelle trovare a Remedello.
Anche nelle Torbiere sono stati trovati lame di pugnale
analoghe.
Età del bronzo (2200 – 900 a.C.)
L’accresciuta capacità metallurgica permette la lavorazione del bronzo, più complicata, ma che consente di
fabbricare oggetti più resistenti. Sono stati trovati lame
di pugnale (da montare su manici di legno), spilloni per
vesti, falcetti e un piccolo coltello.
Si sviluppa l’abitazione su palafitte. Inizialmente si pensava che fossero nate per difendersi dagli animali feroci, ma l’ipotesi è stata presto abbandonata perché
l’animale più pericoloso era il lupo, che poteva essere
tenuto a bada con un semplice fuoco. In realtà la palafitta consente di sfruttare al meglio le risorse alimentari:
l’acqua per la pesca e la caccia di uccelli acquatici, il
terreno vicino alle rive per gli orti e le coltivazioni e il
bosco per la caccia.
Nelle torbiere c’erano delle palafitte nella zona del vivaio Zanetti (non lontano dal Centro Commerciale Le
Torbiere): ancora oggi in condizioni particolare è possibile vedere nell’acqua qualche traccia dei pali. Un altro
villaggio era nei pressi dell’attuale Cantina di Bersi Serlini (zona sud delle Torbiere), ma si trattava probabilmente di un villaggio sulle sponde, non su palafitta.
Il reperto più bello di questo periodo e della Collezione
Ruffoni è un elmo di bronzo trovato in perfette condizioni dentro ad un blocco di torba. Ha dei fori laterali per
agganciare dei paraguance e dei fori posteriori a cui
agganciare probabilmente una coda di abbellimento. Il
Ruffoni assicura che calza ancora perfettamente.
Da altri scavi si è capito che i guerrieri avevano schinieri, uno scudo, una lancia, un elmo e una corazza di
cuoio.
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Età del Ferro
Nel IV secolo a.C. arrivano i Celti, in particolare nel
Bresciano si installano i Galli Cenomani. Nei secoli successivi a sud del Po ci sono guerre violente tra Celti e
Romani, mentre a nord c’è una lenta assimilazione. I
primi contatti probabilmente sono dovuti a mercanti romani, mentre guerrieri celti prestano servizio
nell’esercito Romano, ottenendo la cittadinanza romana
al momento del congedo. I Celti ormai romanizzati
chiedono di essere incorporati: nel 89 a.C. ottengono il
diritto romano e nel 42 a.C. la cittadinanza romana a
tutti gli effetti.
Ad Erbusco è stato trovato un cippo che riporta il nome
Rufus Brigovix: lo stile è tipicamente romano, il nome
tipico gallo, a tes timoniare questa mescolanza.
A nord del Palazzo del Barone Pizzini di Timoline nel
1910 è stata trovata una necropoli, con tombe ad incinerazione e corredi celti e romani mescolati fra loro. Le
ceneri dei defunti erano raccolte in vasi e chiuse con i
corredi in tombe a cassetta fatte con i tegoloni, probabilmente fabbricati nelle fornaci locali come quella di
Fornaci Quattrovie (vedi pag. 4). Sono stati trovati ceramiche come vasetti, olpi (brocche), lucerne (tipo oggetto da corredo funerario), coppette; inoltre falcetti in
ferro di varie dimensioni e un coltellino: infine anche
alcuni oggetto celtici: punte di lancia, frecce, una fibbia
a torciglione per chiudere il mantello, torques 1.
I reperti oggi sono al Museo Archeologico del Castello
Sforzesco di Milano.
1
La torque, detta anche torquis, torc o torq era un collare o
un girocollo, o più raramente un bracciale, solitamente d’oro
o di bronzo, più raramente d’argento, realizzato con una disposizione a tortiglione da cui deriva il nome. Veniva usato
dai Celti, Sciti e altri popoli antichi.
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BORGONATO
Appunti dalla serata tenuta da Angelo Valsecchi il 21 aprile 2010 raccolti da Guido de Carli
integrati (dove indicato) con il sito del GAG - http://digilander.libero.it/gagcortefranca/Cultura.htm
Borgonato si trova al centro del teatro morenico della
Franciacorta, ma su un colle roccioso non morenico,
come il Monte Alto e come i monti alle spalle di Provaglio. Probabilmente il colle divideva il ghiacciaio in due
lingue.
Ancora oggi sono visibili cave di pietra sui colli di Borgonato.
Il Catasto Napoleonico del 1810 è la prima cartina “moderna” del paese. Sono riportati gli edifici presenti
all’epoca:
•
Case Lana (oggi Berlucchi)
•
Nuova Chiesa Parrocchiale di San Vitale, con
Campanile
•
Vecchio complesso San Vitale (a nord della strada
principale)
•
Monte di Pietà (a sud della strada, di fronte a San
Vitale Vecchio: ancora oggi una lapide lo ricorda)
•
La Fabbrica (a nord della strada, poco prima del
passaggio a livello)
•
Castello con San Salvatore, sulla collina
•
La Palazzina (a nord di San Vitale vecchio)
Lo schema della viabilità del paese, con la strada principale in direzione ovest-est e le strade secondarie (ancora non asfaltate) nord-sud è probabilmente antico.
Epoca Romana
Nel 1991 in via Risorgimento, località Fornaci Quattrovie (comune di Adro, ma a pochi metri dal confine con
Corte Franca, poco più ad est della strada provinciale
Rovato – Iseo e a sud del Num ber One, coordinate approssimative +45°36’40” +10°00’25”) sono state trovate
durante uno scavo agricolo delle chiazze di terreno di
colore diverso, con tracce di ceramiche e laterizi rotti e
cenere. È stato misurato il magnetismo terrestre ed è
stato scoperto che la zona in passato ha ospitato grandi
combustioni, in vari punti di cui uno più evidente. Si trattava di fornaci per la cottura dell’argilla, simili a quelle
trovate a Lonato (visitabili). In seguito in zona è stata
trovata anche una villa romana (oggi si vedono i lavori
di recupero, fermi). Probabilmente la villa e la fornace
erano connesse fra loro. Grazie alla prova della term oluminescenza è possibile datare la fornace tra il I e il V
secolo d.C.
Il terreno è argilloso, per cui la fornace è stata scavata
direttamente nell’argilla, che con il tempo si è cotta.
Questo ha consentito di identificare che la principale è
composta da due formaci, una più vecchia poi sostituita
da una più nuova e più grande.
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La cottura era intermittente, durava 5/6 giorni per ogni
ciclo. Durante questo periodo era necessario alimentare
continuamente la fornace con fascine. Intorno c’erano
quindi lavori ausiliari come la preparazione dell’argilla in
grandi vasche (dove veniva mescolata alla paglia), la
formatura dei mattoni crudi e l’essiccazione prima della
cottura. Il terreno doveva abbondare di argilla e di legna.
Tra i reperti trovati, un comignolo, il piedino di una statua, un cippo votivo, manici di anfore, un peso da telaio
con un’iscrizione probabilmente in etrusco e
un’antefissa (decorazione alla fine del tetto romano, posto più o meno dove oggi corrono le grondaie).
Quest’ultima è incompleta e presenta un viso di Gorgonie o Medusa. È sicuramente il pezzo più bello trovato.
Grazie ad altre antefisse trovate in altre località bresciane è possibile ricostruire la forma originaria.
Castello di Borgonato
Recentemente è stata richiesta al signor Berlucchi
l’autorizzazione per un’indagine archeologica nell’area
del castello. Il sig. Berlucchi ha accettato, mettendo a
disposizione una giornata di un ruspista. Per ottimizzare
i tempi, sono state scavate due trincee, una in direzione
nord-sud e una est-ovest, per fare indagini archeologiche. È stato trovato uno strato di circa 1 metro di macerie di edifici demoliti. Vista l’altezza della collina, è logico immaginare che siano i resti degli edifici che sorgevano sul posto e non macerie trasportate da altri luoghi.
Inoltre è stata trovata una moneta del III secolo d.C.
Dopo questa scoperta è stato ingrandito il sondaggio ed
è stato trovato il fondo di una capanna rotonda, con i
focolari nei quali sono stati trovati due piatti di bronzo e
ceramiche. La capanna è del IV - V secolo d.C. Probabilmente non era isolata, per cui si può ipotizzare la
presenza di un villaggio in epoca rom ana.
Accanto alla capanna sono stati trovati altri reperti del
IX – X secolo.
Nel periodo longobardo (VIII secolo) viene citata per la
prima volta (come proprietà di Santa Giulia) la corte di
Bogonago. La posizione esatta è ignota, ma probabilmente era sulla collina del Castello. La corte era
un’azieda agricola con case e strutture agricole. Bogonago è citata nuovamente nel 905, sempre in documenti di Santa Giulia: aveva due case (in legno), una cam inata (casa in pietra con camino, da cui il nome) e un
mulino. La posizione di quest’ultimo è ancora ignota,
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probabilmente si trovava nella Valle di Bornato, dove
ancora oggi c’è il Mulino della Valle.
La corte era recintata, prima con una palizzata in legno,
poi con un muro in pietra. La chiesa era al di fuori del
recinto. Il documento cita ’lallevamento di pecore e
maiali, il che implica la presenza di prati (per le pecore)
e boschi di querce, probabilmente sui dossi a sud del
paese.
Nel X – XI secolo inizia l’incastellamento, forse per difendersi dagli Ungari. Questi entravano in Italia
dall’attuale Friuli e dilagavano e saccheggiavano seguendo le vie Consolari Romane. Non sono mai arrivati
fino in Franciacorta, ma è possibile che le notizie delle
loro scorrerie sia stata sufficiente per far nascere i castelli.
Nel 1832 la famiglia Lana acquista il colle dalla vicinìa
(insieme dei capifamiglia) e allegato all’atto di acquisto
c’è una mappa che mostra il castello con le mura e la
chiesa al di fuori. Oggi rimane solo la torre, inglobata in
un edificio più grande, il resto è stato demolito probabilmente dal Conte Lana. Dentro alle mura oggi non c’è
nulla, una volta c’erano solo le case (canève) dove la
gente si rifugiava in caso di pericolo, mentre normalmente stava nelle case fuori dalle mura.
Le mura erano insufficienti a reggere l’impatto di un esercito in guerra, ma servivano perfettamente per i litigi
fra paesi vicini.
La torre oggi è intonacata, tranne un piccolo pezzo di
muro oggi interno, che ha anche una feritoia allargata
alla base nei secoli successivi alla costruzione per far
passare gli archibugi, più larghi degli archi.
La Chiesa di San Salvatore è stata costruita nel XII secolo, quando la proprietà era ancora del monastero di
San Salvatore / Santa Giulia di Brescia. Nel ‘400 è stato
aggiunto un portico, che poi è stato tamponato (dai Lana?). Recentemente era usata come stalla. Gli affreschi
sono stati strappati negli anni ‘60 e spostati nella Chiesa Parrocchiale (San Vitale nuova), dove però sono stati praticamente rifatti, perché la superficie originaria era
sferica e quella nuova piatta, per cui le immagini risultavano deformate. Gli affreschi sono comunque ancora
parzialmente visibili (lo strappo non cancella completamente l’affresco). Nella volta si nota un simbolo di San
Bernardino, che implica un’influenza francescana.
La chiesa ha una forma strana, perché originariamente
era addossata tra le mura del castello e il dirupo. Esternamente è stata restaurata, all’interno ci sono ancora
molti lavori da fare.
San Vitale Vecchio
Il complesso è stato restaurato a partire dal 2003, prima
era in uno stato di forte degrado.
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Gli edifici sono pluristratificati, con successive demolizioni e ricostruzioni e cambi d’uso. Ad esempio, il presbiterio della chiesa era usato come stalla e fienile, e le
cappelle come legnaia e parte della chiesa era diroccata.
Nel brolo (ad ovest del complesso) è stata trovata una
fossa riempita con pietre e materiali di epoca romana.
Probabilmente era un fondo di capanna e la massicciata era usata come vespaio, per isolare il pavimento di
legno. Poco più a nord c’era il cimitero medioevale: via
via che il complesso degli edifici si è ampliato, il cimitero si è spostato verso ovest e tombe più antiche sono
state ricoperte. In tutto si contavano circa 180 tombe
nell’area del brolo e altrettante sotto gli edifici.
Sono state scavate sei tombe a campione. Ci sono sepolture in lenzuolo in nuda terra (si riconoscono per le
braccia distese e non composte), in casse di legno (il
legno è scomparso, ma sono rimasti i chiodi) e in casse
di pietra, fatte con pietre piatte sia come perimetro che
come copertura. La particolare composizione del terreno ha permesso la conservazione di tutti gli scheletri.
Una tomba in pietra ha una sorta di “cuscino” per la testa della salma. Non sono stati trovati reperti, ad eccezione di un anellino: dal tempo della cristianizzazione
dei Longobardi si è perso l’uso del corredo funerario.
Ad ovest della chiesa sono state trovate tracce di bruciatura: è una fossa di cottura della calce. Si cuocevano
le pietre di mèdolo, poi venivano essiccate e frantum ate. Probabilmente la fossa è servita per la costruzione
della chiesa, perché poi è stata chiusa e sopra si trovava una tomba.
Al termine dei lavori il cimitero è stato demolito, le ossa
sono state benedette e traslate in un ossario situato nel
perim etro della chiesa.
Un indagine archeologica ha permesso di trovare i perimetri delle quattro chiese costruite prima dell’attuale:
•
1° chiesa: costruita nel VIII secolo, era molto piccola (aula di 5 × 6 metri), con una piccola abside semicircolare. Era la chiesa della comunità, non del
monastero di San Salvatore che infatti non la cita
mai nei suoi documenti. È stato trovato un velario
dipinto (tende dipinte). Una lettera fra due preti del
XI secolo (non di Borgonato) chiarisce l’utilizzo: chi
scrive suggerisce al destinatario di sostituire le tradizionali tende presenti in chiesa con dei dipinti,
perché non necessitano di manutenzione.
•
2° chiesa: nel X – XI secolo viene aggiunta a sud
una nuova navata e una nuova abside, di dimensioni più o meno analoghe a quelle precedenti. Si
crea così una chiesa doppia (a due navate) che
non era così rara come si pensava fino a poco
tempo fa. Il pavimento è stato sopraelevato. Tra le
due navate c’è una sepoltura privilegiata anonima.
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•
3° chiesa: nel XII – XIII secolo la vecchia chiesa
doppia è demolita e ne viene costruita una nuova
romanica. È possibile che avesse un’unica abside
semicircolare, ma non ci sono tracce. È stato aggiunto anche il campanile, ancora esistente (anche
se poco evidente perché inglobato negli altri edifici).
•
4° chiesa: nel XV – XVI secolo viene costruito un
nuovo presbiterio e una nuova abside pentagonale,
entrambi più grandi dei precedenti. L’abside poligonale solitamente è tipica degli ordini conventuali,
per cui è possibile ipotizzare un’influenza. Sono
aggiunte due cappelle laterali nella parete sud (ancora esistenti) e una nella parete nord (sono state
trovate delle tracce). Gli affreschi sono andati in
buona parte perduti. Nell’abside rimane un frammento che riporta la scritta Vitalis, il nome del santo cui è dedicata la chiesa. Il campanile rimane in
uso, la canonica viene ingrandita (v. sotto). Facendo un confronto con altre chiese della zona, il presbiterio è sproporzionato rispetto all’aula: è possibile che anche quest’ultima dovesse essere ingrandita, ma i lavori non sono mai stati eseguiti. Il tetto
della sacrestia ha mattoni incisi a crudo dagli operai con un chiodo: riportano la data di fabbricazione
(1539) e simboli fallici (!).
Nel 1756 la chiesa viene definita “cadente e meschina”
e durante una visita pastorale (del Vescovo?) si invita a
rifarla. È solo alla fine del ‘700 che il Conte Lana dona
un terreno per la costruzione della nuova Parrocchiale,
alla base della collina del castello. La vecchia chiesa
viene abbandonata.
La prima canonica è del XII secolo, poi nel XV e XVII è
stata rialzata e modificata.
Al primo piano c’è la Saletta Colleoni, l’unico locale che
conserva l’intonaco originale. Ci sono tracce di un camino, con una nicchia portalanterna. Sulle pareti è riportato lo stemma Colleoni e accanto due leoni che si
affrontano: si tratta di un altro simbolo araldico del Colleoni, ricevuto dalla regina Giovanna II di Napoli. Bartolomeo Colleoni muore a Malpaga nel 1475, ma aveva
un palazzo a Brescia, oggi Oratorio della Pace (dove
ancora si vedono i suoi stemmi).
Non è chiaro il perché di questi stemmi Colleoni a Borgonato, si può solo fare un’ipotesi.
All’inizio del ‘400 gli Oldofredi di Iseo hanno proprietà
anche a Borgonato. Sono fedeli ai Visconti di Milano.
Nel 1426 Brescia e la Franciacorta passano sotto il dominio Veneziano. Gli Oldofredi sono banditi, i beni confiscati, messi all’asta e comprati dai Lana. Questi a Brescia abitavano nella zona della Pallata, quindi molto vicini a Palazzo Colleoni. È quindi possibile che i Lana
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abbiano deciso di onorare i “vicini di casa” nella loro
casa di campagna.
Palazzo Lana
La parte più antica è del ‘300 e l’aspetto attuale è del
‘500 anche se sono state fatte delle modifiche anche
nei secoli successivi.
Ignazio Lana, ultimo conte, lascia il palazzo al figlio del
proprio amministratore, Berlucchi (Guido?)
Nel 1497 si dice che abbia dormito qui Caterina Corner2, regina di Cipro, in visita a Brescia e dintorni.
Ci sono affreschi settecenteschi, con balconate dipinte
sulla volta e sfondato di cielo. Alcune stanze sono arredate ancora come sono state lasciate da Guido Berlucchi.
Al primo piano c’è il Salone dei Giochi, con raffigurazioni alle pareti di cavalli, di due giannizzeri che sorvegliano una porta, di maschere veneziane. C’è anche una
fedele riproduzione del Castello di Brescia come era nel
‘600, unico disegno conservato fuori Brescia. Sulla
bandiera del castello, è riportata la data del disegno,
16.. (le ultime due cifre sono illeggibili).
La loggetta sotto cui passa Via Ignazio Berlucchi (e il
sentiero che porta verso sud) è del ‘500.
Antonio Lana, padre di Ignazio Lana, nel secolo XIX
apre una fornace. La fabbrica (edificio vicino al passaggio a livello) erano gli uffici, la fornace era in zona. Fa
realizzare dei disegni (mattonelle ceramiche o affreschi?) che riportano le varie fasi della lavorazione
dell’argilla. Anche se sono passati almeno 15 secoli, i
lavori sono molti simili a quelli della fornace romana di
Quattrovie. La curiosità è che in tutti i disegni è raffigurato anche lo stesso conte Lana.
Il Conte Ignazio Lana [GAG]
A Corte Franca, ma soprattutto a Borgonato, tutti hanno
sentito parlare di questo personaggio per le sue vicen2
(da wikipedia) Caterina Corner, italianizzato in Cornaro (Venezia, 25 novembre 1454 - Asolo, 10 luglio 1510), fu regina
di Cipro e Armenia dal 1474 al 1489. Figlia del veneziano
Marco Cornaro e di Fiorenza Crispo, apparteneva a una delle famiglie più ricche ed influenti della Serenissima, i Corner.
Fu prescelta tra le donne più in vista della Serenissima come sposa del re di Cipro e di Armenia Giacomo II di Lusignano. Nell’ottobre 1488 fu scoperta un congiura. Venezia,
che proteggeva il regno, represse la ribellione e decise di richiamare Caterina costringendola ad abdicare a favore della
Repubblica. A seguito del suo rifiuto, fu minacciata che nel
caso di disobbedienza sarebbe stata spogliata di tutti i privilegi e sarebbe stata trattata come ribelle. Il 26 febbraio 1489
avvenne l’atto ufficiale dell’abdicazione di Caterina in favore
della Repubblica Veneta. Il 18 marzo, vestita di nero, la regina lasciò per sempre l’isola. Venezia accolse la sua figlia
in maniera trionfale e fu nominata domina Aceli (signora di
Asolo), conservando tuttavia anche negli atti ufficiali il titolo
e il rango di regina. Caterina richiamò alla sua corte artisti e
letterati, tra cui Giorgione, Lorenzo Lotto, Pietro Bembo, che
qui ambientò Gli Asolani.
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de che non si possono proprio dire normali. Un pers onaggio certamente fuori dal comune del quale, per far
capire meglio, ricordiamo alcuni episodi marginali, ma
significativi.
Essendo contrario alla costruzione della linea ferroviaria
Brescia - Iseo (la riteneva inutile), il giorno della sua inaugurazione, si dice, sfidò il treno cavalcando di stazione in stazione ed aspettandolo ogni volta per evidenziare la sua superiorità sul mezzo di trasporto. Nel
tratto di ferrovia che passa da Borgonato3, pare che il
Conte Lana cavalcasse seduto al contrario sul suo cavallo per beffeggiare le autorità che erano sul viaggio
inaugurale di quel treno tra i quali c’era il primo ministro,
il bresciano Zanardelli.
Stampò “L’Eco di Borgonato e Provincia” il che è tutto
dire.
Famosa è anche la storia della sua finta morte, inscenata durante un suo viaggio all’estero per poi arrivare in
chiesa durante la celebrazione del suo funerale, cosa
che, ovviamente, gli fece perdere credibilità in certi ambienti.
Bizzarro, rivoluzionario, con idee giacobine, il Conte
Lana ebbe anche l’idea di dedicare una piazza a Robespierre (si tratta del punto dove inzia il paese proveniendo da Nigoline e Timoline; oggi c’è una rotonda dove si incrociano Via Dosso, Via Fontane, Via Cavour e
via Broletto).
Il nome fu cambiato in Via Broletto durante il periodo
fascista ...«Siccome la gente di Borgonato non voleva
cambiare quel nome - dicono alcuni vecchi del paese vennero da Nigoline alcuni fascisti per togliere la lapide
col nome di Robespierre, ma per un paio di volte furono
cacciati via, finché una notte... ci riuscirono».
3
Il 21 giugno 1885 è stata inaugurata la ferrovia Brescia –
Iseo. Il tracciato oltrepassava le Valli Sorde fra Pr ovaglio e
Passirano salendo fino alla località Monterotondo. Le discrete pendenze di questa parte del tracciato dovettero essere affrontate dai convogli utilizzando locomotive di rinforzo. Secondo altre versioni della leggenda era questo il tratto
in cui il Conte avrebbe cavalcato al contrario. La linea è stata prolungata una ventina d’anni dopo: l’8 luglio 1907 fino a
Pisogne, il 22 dicembre 1907 fino a Breno e il 4 luglio 1909
fino ad Edolo.
Per aggirare il passaggio della linea a Monterotondo, che
creava numerosi problemi ai treni merci, fu costruita la Iseo
- Rovato e, da questa, la Bornato – Paderno. La prima tratta
fu inaugurata il 3 settembre 1911, mentre la seconda verso
la fine dell’anno. La vecchia tratta tra Paderno e Iseo via
Monterotondo rimase in funzione fino agli anni venti, fu soppressa nel 1941 e disarmata dopo la seconda guerra mondiale. (le informazioni sulla ferrovia sono tratte da wikipedia)
Conoscere Corte Franca
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NIGOLINE
Appunti dalla serata tenuta da Angelo Valsecchi il 29 aprile 2010 raccolti da Guido de Carli
integrati (dove indicato) con il sito del GAG - http://digilander.libero.it/gagcortefranca/Cultura.htm
Il nome completo del paese è Nigoline Bonomelli.
Nigoline viene citata per la prima volta nei documenti
del XIII secolo come Nuvolinis. Il termine probabilmente deriva da Novalia, i terreni dissodati per renderli adatti alla coltura.
Nel 1971 è stato aggiunto ufficialmente il nome di Bonomelli in onore di Geremia Bonomelli (v. più avanti).
Vedi lapide del 25 febbraio 1971 posta sul corso davanti alla chiesa.
Il territorio di Nigoline è attraversato dal corso del torrente Longherone, che scende dal Monte Alto attraverso la Valle di Sant’Eufemia, scende verso Bornato,
si infila poi nella Valle di Bornato (l’antico scaricatore
dell’antico lago glaciale che occupava la Franciacorta)
per scomparire nel sottosuolo in località Paì (Barco,
comune di Cazzago San Martino).
Anticamente il corso del Longherone scendeva invece
attraverso la Valle di Favento, la piana che da
Sant’Eufemia scende verso Adro.
Chiesa di Sant’Eufemia
La chiesa di Sant’Eufemia è l’attuale chiesa del cimitero
di Nigoline. La strada d’accesso recentemente è stata
modificata con l’aggiunta di un tornante, in passato saliva invece direttamente.
È sorta tra il VIII e il X secolo e a lungo è stata considerata – con la Chiesa di San Michele di Rovato, sul Monte Orfano – la Chiesa più vecchia della Franciacorta. In
realtà ce ne sono altre più vecchie: San Salvatore a
Borgonato, San Bartolomeo a Bornato (costruita sopra
una villa romana) ed altre ancora.
L’attuale impianto esterno della chiesa di Sant’Eufemia
risale al XIV secolo, tranne il portico che è
dell’ottocento. Guardando attentamente, si nota la presenza di tracce della chiesa originale. Questa aveva un
andamento est-ovest, con l’entrata dall’attuale parete
laterale ovest della chiesa, aula corrispondente alla parte posteriore dell’attuale aula, mentre l’attuale cappella
sporgente sulla parete laterale est è in realtà la vecchia
abside. Gli archi della facciata della vecchia chiesa risultano fatti con materiale romano di recupero.
L’aspetto della Chiesa doveva essere molto simile a
quello della contemporanea Santa Maria di Novalesa
(Torino, verso il Moncenisio), che da allora non è stata
più modificata.
La datazione è stata fatta in base alla tecnica di costruzione. Inoltre, è stato ritrovato un atto notarile riguardante il monastero di San Salvatore a Brescia datato
più o meno del 760 in cui compare “Pietro, custode della chiesa di Sant’Eufemia”. Questa di Nigoline è l’unica
chiesa bresciana di Sant’Eufemia esistente in quel peConoscere Corte Franca
riodo, per cui anche se nell’atto manca qualsiasi indicazione geografica, si pensa che si faccia riferimento a
questa chiesa.
Fig. 1 Schema di sepoltura alla Cappuccina
Di fronte al vecchio ingresso è stato trovato un sepolcro
alla Cappuccina (con tegoloni a falde, vedi Errore. L'origine riferimento non è stata trovata. a lato).
Nel XI – XII secolo è stato aggiunto il campanile.
L’attuale cella campanaria è stata rifatta molto più tardi;
tuttavia sul lato ovest è ancora visibile parzialmente una
vecchia bifora.
Sotto il portichetto sono state trovate delle sepolture e
delle stanze ancora da indagare. Nel vecchio presbiterio sono state trovare tracce dell’antico pavimento romanico. Sono state rinvenute anche una ciotola, un
manufatto in vetro di epoca romana e tre monete: una
della seconda metà del ‘200, una dei primi decenni del
‘300 e un denario di Azzone Visconti (signore di Milano
dal 1329 al 1339), che mostra il classico biscione Visconteo.
All’interno sono presenti vari affreschi. Sulle pareti sono
raffigurati i dodici apostoli (6 per lato), risalenti al ‘300.
Sulla volta un Cristo Pantocrator all’interno della Mandorla, con tetramorfo4.
Nel XV secolo, periodo in cui si perde la tradizione di
orientare le chiese secondo l’asse tradizionale estovest, Sant’Eufemia viene girata in senso nord-sud. In
seguito viene aggiunta la sacrestia, modificata la cella
campanaria del campanile e nell’ottocento viene aggiunto il portico.
Anche la nuova chiesa era tutta affrescata, oggi però
molti sono rovinati o perduti. Sono rimasti – tra l’altro –
la raffigurazione di santi apotropaici5 come San Rocco,
San Sebastiano (entrambi santi protettori contro le piaghe e la peste) e San Gottardo (santo protettore contro
la gotta). Sono raffigurati gli stemmi dei Della Corte
(probabilmente un ramo degli Oldofredi di Iseo perché
4
Raffigurazione dei quattro Evangelisti come angelo (Matteo), leone (Marco), bue (Luca) e aquila (Giovanni)
5
L’aggettivo apotropaico viene solitamente attribuito ad un
oggetto o persona atti a scongiurare, allontanare o annullare
influssi maligni.
Pag. 8 di 19
nel XIII secolo erano Della Corte Isei, parenti dei Federici della Val Camonica) e degli stessi Federici.
Due archi interni sostengono direttamente le travi del
tetto, senza ’lutilizzo di capriate. L’arco sacro divide
l’aula dal presbiterio ed è decorato con profeti. Nel presbiterio ci sono begli affreschi ancora ben conservati.
Sulla parete di fondo c’è una pala d’altare dipinta che
“interrompe” l’affresco che ricopre il resto della parete.
C’è la raffigurazione di Sant’Eufemia6, il cui culto si era
diffuso soprattutto dopo il Concilio di Calcedonia (sua
città natale) del 451.
Nelle lunette c’è una Madonna col Bambino, tradizionalmente attribuita a Floriano Ferramola, anche se recentemente è stato proposto in alternativa il nome di
Paolo da Cailina il Giovane. L’affresco è molto simile ad
uno analogo di Raffaello datato 1512, quindi questo è
probabilmente posteriore. Il Ferramola era ospite nel
Palazzo Della Corte, dove si dice avrebbe dipinto una
cassa panca per ringraziarli dell’ospitalità.
Castello di Nigoline
Nel bosco a nord di Sant’Eufemia sorgeva il Castello di
Nigoline. Oggi rimangono solo tracce nella boscaglia.
Mai citato nei documenti, si ipotizza sia stato abbandonato in epoca molto antica. Per questo sarebbe meritevole di indagini serie, che però non sono ancora state
6
(da wikipedia) Eufemia nacque nella città di Calcedonia, in
Bitinia (attualmente Calcedonia corrisponde alla parte asiatica di Istanbul) nel 289. Essendo figlia di nobili (secondo la
tradizione, i genitori erano Filofrone e Teodosia), ricevette
una buona educazione, sempre secondo le regole di vita
cristiane a cui la famiglia faceva riferimento.
Durante la persecuzione di Diocleziano, a soli quindici anni,
fu arrestata assieme ad altri quarantanove cristiani che av evano rifiutato di immolare una vittima ad una divinità pagana. Come gli altri fu torturata, ma restò sempre fedele ai
suoi ideali spirituali rifiutando di compiere l’olocausto. Il 16
settembre del 303 (come attestano i Fasti vindobonenses
priores) fu gettata nell’arena di Calcedonia tra i leoni. Secondo la tradizione, essi la uccisero ma, mangiatone la sola
mano destra, rifiutarono di divorare il resto del corpo, intuendo la sua santità.
Gli altri fedeli riuscirono così a recuperare il corpo e a proteggerlo sino all’Editto di Costantino con il quale veniva riconosciuta la religione cristiana. Il suo culto si diffuse notevolmente e sulla sua tomba fu edificata una chiesa dove, nel
451 si tenne il concilio di Ca lcedonia.
Quando nel 620 Calcedonia fu conquistata dai Persiani, il
suo corpo fu trasferito a Costantinopoli dove ’limperatore
Costantino III edificò una nuova chiesa per venerarla.
Nell’800, secondo quanto dice la tradizione, il sarcofago con
le reliquie della santa sparì misteriosamente da Costantinopoli e riapparve, quasi miracolosamente, su una spiaggia di
Rovigno in Istria. Probabilmente, i resti furono messi in salvo da alcuni fedeli barcaioli, temendo che l’imperatrice Irene
li profanasse perché iconoclasta. Ancora secondo la leggenda, gli abitanti di Rovigno tentarono in svariati modi e
con gli animali più forti di portare in città il sarcofago, ma invano. Vi riuscì infine un fanciullo con l’aiuto di due sole giumente, a dimostrazione che la cristianità non si basa sulla
forza o sul vigore, ma sulla mitezza e la semplicità.
Il culto della santa a Rovigno, divenutane la patrona, è tuttora molto forte e le reliquie sono venerate presso la principale chiesa.
Conoscere Corte Franca
effettuate. Si vedono sempre pietre smosse, segno che
la zona è interessata da ricerche “artigianali”.
Nigoline
Inizialmente non c’era un paese vero e proprio, ma un
insieme di case sparse ai piedi della collina che aveva
Sant’Eufemia come riferimento. Poi lentamente il paese
è nato lungo le strade, inizialmente nella zona del Torrazzo, lungo l’attuale via De Gasperi (la strada per Adro), dove nel ‘300 sono sorte varie case-torri e cortivi
chiusi (cortile fortificato autosufficiente), ancora identificabili.
Palazzo Monti Della Corte
Il palazzo nella sua forma attuale risale al ‘600, ma ci
sono tracce di edifici più antichi. È molto chiuso, con
poche aperture, segno di un probabile clima di paura
dell’epoca.
Rodolengo Della Corte, l’ultimo della famiglia, all’inizio
del ‘700 sposa Flaminia Monti, ma muore senza figli.
Tutto il patrimonio viene ereditato da un Monti, che da
allora si chiama Monti Della Corte.
Sul portone si vedono gli stemmi dei Monti, dei Della
Corte, dei Federici e dei Peroni, famiglie con forti relazioni e intrecci. Il membro della famiglia più famoso è
Alessandro Monti7. Nato nel 1818 viene educato a
Vienna dove entra nell’esercito austriaco come ufficiale.
Nel 1848 abbandona l’esercito e si schiera con gli “insorti” italiani. Viene mandato in Ungheria, dove diviene
un eroe della rivoluzione. La moglie Sara Willshire, inglese, ristruttura il giardino all’inglese.
Uno scalone porta alla galleria, dove sono conservati
dipinti della famiglia. Tra il piano terra e il primo piano
c’è un piccolo mezzanino, dove viveva e lavorava la
servitù.
Nel 1923 è stata inaugurata la Cappella privata di San
Cornelio, martire del III secolo e ritenuto antenato dei
Della Corte. Lo stile architettonico usato è quello classico del ‘700. In precedenza forse c’era qualche altra
cappella.
Nella biblioteca ancora oggi è conservato su un muro
una firm a di Tito Speri.
Contrada della Corte [GAG]
Se potessero parlare, i muri di questa contrada, sentiremmo storie... da restare a bocca aperta.
Il Palazzo Monti Della Corte, così come lo si vede oggi
è del 1600, ma già nel XIV e XV secolo qui c’era una
cappella affrescata dedicata a S. Martino (patrono di
Nigoline) che svolse anche funzione di parrocchiale, dal
1532, finché non si costruì (1578-1619) la nuova chiesa
7
Alessandro Monti della Corte (1818-1854): Colonnello di
Cavalleria sarda, inviato straordinario del Re Carlo Alberto
presso il Governatore di Kossuth in Ungheria partecipò alla
campagna
per
l’indipendenza
magiara
(da
http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi -bin/pagina.pl?TipoPag=prodfamiglia&Chiave=28967)
Pag. 9 di 19
proprio qui di fronte (fu inaugurata nel 1620, la facciata,
invece, è del 1828 e fu benedetta nel 1912 da Mons.
Geremia Bonomelli).
“Della Corte”, probabilmente, sta per «De Curte Isei»,
come risulta da un documento antico, il che fa ipotizzare una diramazione della famiglia Oldofredi di Iseo.
L’ipotesi sarebbe confermata da alcuni stemmi di fam iglia.
I Monti vennero a Nigoline nel secolo scorso e in questa
casa tennero cenacolo della migliore intellettualità e
della politica bresciana e italiana con personaggi come
Cesare Arici, Rodolfo Vantini, i fratelli Ugoni, l’Aleardi e
Ugo Foscolo (per citarne solo alcuni). Qui venne anche
Tito Speri nel 1849 dopo le “dieci giornate di Brescia” e
prima del patibolo di Belfiore a Mantova. In quelle eroiche giornate, infatti, combatterono al suo fianco Alessandro Monti e suo fratello, il diciottenne Flaminio.
Tra le personalità anche il nigolinese Geremia Bonomelli (poi vescovo di Cremona) che qui imparò la storia
d’Italia e si formò in alcune idee-guida.
L’entusiasmo vissuto in Franciacorta per le imprese dei
Mille (testimoniato dall’erezione a Iseo del primo monumento d’Italia dedicato a Garibaldi) tra queste mura
fu ampiamente condiviso insieme alle tensioni culturali,
politiche ed ideologiche che portarono all’unità d’Italia.
Oggi la proprietà è dei signori D’Ansembourg e sede di
un’azienda vinicola.
Altri edifici di Nigoline
Appena fuori dal palazzo Monti della Corte ci sono i ruderi della vecchia chiesa di San Martino. Questa era la
vecchia chiesa del paese, costruita per evitare di dover
salire alla Parrocchiale di Sant’Eufemia almeno per le
funzioni meno importanti. Nel 1598 il Vescovo autorizza
la costruzione di una nuova chiesa parrocchiale in sostituzione della vecchia ormai insufficiente. La vecchia
chiesa viene ceduta ai Della Corte che in cambio concedono il terreno per la costruzione della nuova chiesa
di San Martino, ’lattuale Parrocchiale, inaugurata nel
1620.
In via S.Eufemia c’è la casa natale di Geremia Bonomelli (1831-1914), vescovo di Cremona dal 1871 fino
alla morte. Era un cattolico contrario al potere temporale e aperto ai movimenti operai. Rimane sempre legato
a Nigoline, dove torna tutti gli anni per andare a caccia
e frequenta i palazzi Monte della Corte e Torri, dove
conosce gli illustri ospiti (vedi più avanti).
L’attuale Palazzo Torri è stato dei Federici Della Corte,
dei Fores ti e (dall’ottocento) dei Torri. È un palazzo del
‘600, anomalo per la mancanza della classica pietra di
Sarnico. Sulla facciata c’è una sproporzione fra le alte
colonne (la cui altezza comprende anche il piccolo
mezzanino) e il piccolo sopralzo del primo piano.
Nella seconda metà dell’ottocento la proprietaria Paolina Torri Calegari ospita un cenacolo culturale che vede
Conoscere Corte Franca
l’incontro di artisti, scultori, pittori e letterati. Tra gli ospiti
più illustri, oltre al vescovo Bonomelli, il Pascoli, il Carducci, Fogazzaro e Giuseppe Zanardelli8, di cui il marito
di Paolina Torri era avvocato.
Contrada dei Grumi
La vecchia contrada era ben documentata nel catasto
Napoleonico e si trovava per lo più nell’area occupata
attualmente dalla proprietà attualmente delimitata da un
muro di cinta rosso, in via Grumi e via Volta.
Nel 1822 Giuseppe Piazzoni, bergamasco, compra la
maggior parte del borgo e lo trasforma completamente,
rifacendone gli edifici e ottenendo il permesso di chiudere la vecchia strada e di sostituirla con una nuova
che girasse intorno alla sua proprietà (l’attuale via Grumi). Nel 1825 costruisce la Chiesa della Vergine Immacolata, la sua cappella privata. All’interno del nuovo
giardino ci sono i ruderi della chiesa di San Defendente,
che nei documenti della metà del ‘500 veniva già citata
come chiesa antica. San Defendente è un santo che
protegge contro le alluvioni, probabilmente del vicino
torrente Longherone. La chiesa, già ridotta a ruderi, è
stata venduta dalla Parrocchia al Piazzoni per finanziare dei lavori alla chiesa parrocchiale di San Martino. Il
Piazzoni impreziosisce i ruderi con dei marmi, tra cui un
portale proveniente dall’antica chiesa di San Antonio
Abate di via Cairoli a Brescia, quando è stata trasform ata nella Cavallerizza 9.
8
9
Giuseppe Zanardelli (1826-1903) è stato un politico italiano,
più volte ministro, presidente della Camera e presidente del
Consiglio dal 1901 al 1903
(da wikipedia) L’istituzione di una scuola di equitazione nella
Città di Brescia risale al secolo XVII ma, sembra, con carattere puramente privato. Nel 1797 alcuni”nobili cittadini” si rivolgono ai deputati pubblici ed ottengono l’uso del locale in
Fiera detto “Il ballo di corda” per istituirvi una scuola di Cavallerizza. Caduto il dominio veneto, il “Governo provvisorio”
del “Sovrano popolo bresciano” decreta la soppressione delle corporazioni religiose e ’lincameramento dei loro beni,
destinando questi ultimi a vantaggio dell’istruzione. Con decreto 3 novembre 1797, si ordina l’istituzione di una Scuola
di Maneggio unita a quella Veterinaria e le si assegnano
7.000 lire venete per il mantenimento, aumentate successivamente di 3.000 lire venete annue, indicando e precisando
poi le fonti dalle quali doveva essere tratta la rendita stessa
(soppressione congregazioni). II Consiglio Comunale con
delibera 19 Marzo 1806 confermava che i “redditi” continuassero ad essere erogati a favore della scuola. Nel 1812
viene nominata una commissione incaricata dell’amministrazione, riservandosi ’lapprovazione dei bilanci annuali.
Nel 1845 la scuola di maneggio viene trasferita nella ex
chiesa di S. Antonio Abate, in via Cairoli, la cui navata, durante guerre e occupazioni militari fu destinata a deposito di
fieno e legna. La Chiesa aveva infatti subito precedentemente più incendi, il primo nel Cinquecento e l’ultimo nel
1837, ed è per questo motivo che nel 1845, su disegno dell’architetto Luigi Donegani, viene deciso di trasformarla in
Cavallerizza. Sempre nello stesso anno avvenne una permuta fra il Comune e l’Amministrazione Spedali Civili, fra i
locali della scuola e S. Domenico. Al Comune passò la suddetta ex chiesa di S. Antonio, sede della scuola. Negli anni
successivi vennero effettuate opere di rimaneggiamento che
hanno messo in luce una originaria fattura tardo-gotica della
Chiesa. Nella primavera del 1945, alla rinuncia comunale,
un gruppo di appassionati rispose dando vita alla Società
Pag. 10 di 19
Nel 1873 la proprietà passa ai Pancera di Zoppola,
mentre oggi è della famiglia Franceschetti.
Budrio
Località posta appena fuori da Nigoline, sulla strada
verso Colombaro, dove la strada fa una doppia curva
sinistra-destra. Il toponimo, presente in molte località
lombarde, era legato alla presenza di acqua e infatti
ancora oggi poco più a nord c’è un canneto. La forma
attuale viene data nel ‘700 dalla famiglia Cacciamatta.
Al suo interno c’è la Chiesa di San Gaetano di Tiene.
Tutti gli edifici sono in stato di forte degrado.
Santella delle Gambe
Piccola santella nel bosco, sopra alla strada che collega
Nigoline con Budrio. Costruita nel ‘700 per una grazia
ricevuta: la leggenda dice che dei contadini sono rimasti
illesi pur avendo rischiando di essere travolti da massi
caduti dal monte. Nell’ottocento è stata modificata. È
stata oggetto di forte devozione popolare, che vi si recava per invocare la protezione dai mali delle gambe e
degli arti in genere. Una volta al soffitto erano appesi
gambe e braccia di legno come ex-voto. Ci sono affreschi raffiguranti San Francesco (completamente rifatto)
e San Carlo. Il vescovo Bonomelli l’ha frequentata in
compagnia di Fogazzaro, da dove ammiravano il paesaggio campestre sottostante.
Cavallerizza. Nell’aprile del ‘46, al presidente dell’Associazione, conte Alessandro Bettoni, il Comune di Brescia dava
in dotazione la conduzione della scuola comunale di equitazione. Nel ‘47 alla società si unisce un altro sodalizio ippico
cittadino: la Società Bresciana dei percorsi a cavallo. La
Cavallerizza occupa i locali di via Cairoli sino al 1967, fino a
quando le continue richieste dell’Ufficio di Igiene cittadino,
che non gradiva la presenza dei cavalli nel centro della città,
costringono la scuola a cercare una sede idonea. Attualmente ospita una sala di lettura.
Conoscere Corte Franca
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TIMOLINE
Appunti dalla serata tenuta da Angelo Valsecchi il 6 maggio 2010 raccolti da Guido de Carli
integrati (dove indicato) con il sito del GAG - http://digilander.libero.it/gagcortefranca/Cultura.htm
Nel 1963 a Murtine (località in cui oggi sorge una cascina, a sud dell’attuale Acquasplash e dietro alla zona
industriale della Vela) è stata trovata una necropoli altomedioevale. Era composta da 15 tombe a cassa di
pietra, di dimensioni ridotte. Si pensa fossero di una
popolazione latina locale, e non di barbari, che solitamente erano di statura più alta.
Ci sono tracce di affreschi molto frammentati: si intuis ce
un Cristo in mandorla con tetramorfo (vedi nota 4, pagina 6) e figure di sante molto allungate, con abiti molto
ricchi, una delle quali potrebbe essere Santa Giulia. Potrebbero risalire al XIV, forse anche al XII – XIII secolo,
ma in realtà è impossibile essere più precisi perché
questi affreschi non sono mai stati studiati.
Il riferimento alla località di Timoline compare per la
prima volta nel 766 in un documento nel quale Adelchi,
figlio di re Desiderio, conferma al Monastero di San
Salvatore di Brescia (di cui era badessa Anselperga,
sorella di Adelchi) il possesso della “curte Temoninas”.
Ci sono altre citazioni del IX secolo e poi di nuovo compare nel Polittico di San Salvatore10 del 905, in cui viene citata la presenza di una chiesa dedicata a Santa
Giulia.
La parte dominicale (cioè del monastero) aveva tre caminate, cioè tre case dotate di camino e doveva rendere al monastero 60 anfore di vino all’anno. La corte era
probabilmente situata nella zona dell’attuale castello.
Nel 915 Berengario I11 concede alla figlia Berta, badessa del monastero di San Salvatore l’utilizzo dello spazio
occupato da una strada pubblica per ampliare la recinzione del borgo. In cambio il monastero si impegnava
nella ricostruzione della strada in una nuova posizione.
Si trattava probabilmente del primo passo verso
l’incastellamento.
Il castello di Timoline è stato ristrutturato tra gli anni ‘70
e ‘80 del XX secolo, senza fare studi preliminari e senza criteri storici e/o archeologici. Ad esempio, accanto
all’entrata in alto si vede una struttura simile ad una torretta, ma in realtà si tratta di un vano scale costruito ex
novo. La facciata est sembra mostrare tracce di una
torre antica, ma i lavori di rifacimento sono stati talmente invasivi che ormai è difficile ricostruire la qualcosa.
Palazzo Pizzini
Inizialmente era di proprietà Lana, poi è passato alle
famiglie Gandini, Santi, Bevilacqua (all’inizio del XIX
secolo) e Pizzini.
Il palazzo è composto da una zona residenziale e da
zone rustiche. Il palazzo vero e proprio a sua volta è
composto da due corpi: il più antico è del ‘600, il più recente dell’inizio dell’Ottocento. Il cancello d’ingresso ha
pilastri seicenteschi. La facciata sud è compatta e solida, ingentilita da un timpano triangolare. È ancora visibile una cerniera angolare12 di una probabile torre del
XIII secolo. Non ha il mezzanino (la servitù stava nel
sottotetto).
Ai lati ci sono piccoli corpi laterali inconsueti, probabile
inizio della costruzione di due torri laterali mai realizzate, come si può dedurre dal dipinto sulle pareti dello
studiolo.
Gli interni sono sobri, tranne due sale al piano terra con
i soffitti dipinti sul tema dell’estate e dell’autunno da
Carlo Carloni (1750), un pittore specializzato in pitture
celebrative di famiglie nobili. Dipinge – fra l’altro – in
Austria e nei palazzi Martinengo a Brescia.
Come detto, nello studiolo è visibile il progetto originale
del palazzo. Ci sono delle porte, alcune dipinte e una
reale che da accesso ad una scaletta che conduce direttamente alle stanze del Barone. Alcuni paesaggi dipinti sono di fantasia, altri sono reali: si intuiscono Iseo
con il lago, il Monte Guglielmo e San Carlo (località tra
Timoline e l’attuale stazione ferroviaria di Provaglio).
A nord, verso le Torbiere, si estende il parco all’inglese
che segue le forme naturali. Una volta era abbellito da
statue, ora sostituite da animali in bronzo.
Chiesa di Santa Giulia
La chiesa attuale è privata ed annessa al Palazzo Pizzini, di cui è stata a lungo la cappella privata. In stile
romanico, risale al secolo XI o XII pertanto non si tratta
della stessa chiesa citata nel polittico del 905.
È un edificio ad aula unica, con il presbiterio rialzato
con un gradino. Sotto alla chiesa sono state trovate vasche di lavorazione della calce, usate per la costruzione
di edifici precedenti e non per questa chiesa. È stata
trovata inoltre la tomba di un bambino.
10
11
Documento in cui vengono descritte le proprietà del monastero di San Salvatore / Santa Giulia
Berengario I (Cividale del Friuli, 850 ? - Verona, 924) fu
Marchese del Friuli (874 - 924), Re d’Italia (888 - 924) e
Imperatore del Sacro Romano Impero (915 - 924).
Corte Franca
Chiesa parrocchiale
La chiesa primitiva è documentata dal XII secolo ed è
stata rifatta ad aula unica nel 1530÷1532, intitolati ai
santi Cosma e Damiano. Nel tempo sono stati aggiunti
degli stucchi barocchi. Nel 1910 è stata costruita la
nuova chiesa (su disegno di Giovanni Tagliaferro) ac-
12
Per i profani è lo spigolo di un edificio. Quando una costruzione viene ampliata, il vecchio spigolo potrebbe rimanere
visibile sulla nuova facciata
Pag. 12 di 19
canto alla vecchia, che da allora è stata usata come
deposito, palestra delle scuole elementari e teatro.
La pala d’altare mostra una deposizione tra i santi Cosma e Damiano. Sullo sfondo si vede la vecchia chiesa
e il castello di Timoline. Questa pala è stata spostata
nel 1956 dalla vecchia alla nuova chiesa; in precedenza
la vecchia pala d’altare era un quadro di Antonio Palma
(?) probabilmente del 1756.
Crocefissione, con Madonna e San Lorenzo; sullo sfondo San Pietro in Lamosa con il Corno di Provaglio. Le
mani dei personaggi hanno una strana menomazione
alle dita: è possibile che il pittore abbia riprodotto una
sua menomazione, a mo’ di firma
Piazza Franciacorta
L’attuale Piazza Franciacorta, sede del Municipio e di
tutti i servizi comunali, è stata realizzata circa 15-20 anni fa sul Bröl del Cunecc, un terreno chiuso con un muro di cinta (ne sono rimasti alcune tracce) espropriato al
Barone Pizzini.
In precedenza il municipio era a Nigoline (di fronte alle
ex scuole elementari, ora Asilo Nido Le Farfalle) e ogni
frazione aveva le sue scuole elementari e alcuni servizi.
Le scuole elementari a Nigoline (e probabilmente anche
nelle altre frazioni) sono state chiuse nel 1999, l’ufficio
postale è stato traslocato a metà degli anni zero. In
precedenza era in via Paolo VI a Timoline e in via Leonardo da Vinci a Nigoline. Non so se ci fossero altri uffici postali a Colombaro e Borgonato.
Ex Biolcheria di Bersi [GAG]
È uno dei luoghi più antichi di Timoline. Qui infatti sono
stati trovati durante la recente ristrutturazione alcuni
segni, visibili all’esterno del fabbricato che ospita lo studio fotografico, che farebbero risalire la costruzione di
quell’edificio intorno al 1300-1400 (studi PRG di Corte
Franca 1996).
Il nome di Biolcheria deriva dal fatto che per molto tempo le case di questo “löc” sono state le abitazioni dei
contadini, dei “Biólc” (da Biolca = unità di misura della
superficie del terreno ancora in uso nel Veneto ed in
Emilia come da noi lo è il Piò) e dei “Mashér” (mezzadri) che hanno speso la loro vita tra la stalla e la campagna «...Cadeva la pioggia, segnavano i soli, il ritmo
dell’uomo e delle stagioni...» direbbe, parlando di loro,
Francesco Guccini.
Nello stabile che fa da angolo all’incrocio tra Via C. Battisti e Via Roma, agli inizi del secolo fu ricavato un luogo per farvi la scuola. Con l’avvento del fascismo quel
fabbricato divenne la “Casa del fascio”, negli anni sessanta fu sede dell’ACLI, col suo bar, e più tardi ospitò
l’ambulatorio medico.
Prima della ristrutturazione che ha portato questo luogo
ad essere come lo si vede oggi anche noi del GAG abbiamo potuto usare la ex stalla (dove ci sono ora fruttivendolo e parrucchiera) per cominciare la nostra attività
Corte Franca
musicale e dove abbiamo allestito alcuni carri allegorici
per carnevale.
Poi la ristrutturazione che ha tolto il muro di cinta verso
la strada provinciale, quel muro che, quando fu costruito, segnava il confine ovest dell’abitato di Timoline.
El Paradìs [GAG]
Probabilmente alcuni degli stessi residenti non sanno
che l’area comprendente le vie Don Sturzo, Marzabotto
e Paolo VI, delimitata a nord dalla “Bià del Paradìs” e a
sud da Via Seradina (più o meno dall’altra parte della
strada rispetto al Bröl del Cunecc, dove oggi c’è il gelataio) è stata fino ai primi anni 80 un unico grande campo, il più grande di Timoline chiamato “el Paradìs ”.
Se chiedete ai contadini che lo hanno lavorato, il perché
di questo nome vi risponderanno raccontandovi di come
il lavoro qui sembrava non finisse mai. Sia che si trattasse di arare o di falciare l’erba o di mietere il grano
era sempre un’impresa arrivare «en có» (in fondo) a
quel campo così grande, «grant... come ‘l Paradìs!».
A nord, percorrendo quella che i nostri vecchi chiamano
la “Bià del Paradìs ” (Bià = Via) si arriva all’attuale via
Silvio Pellico dove si trovano i campi e il dosso della
“Seradina”.
La Cascina Seradina che si trova in quel sito è stata la
prima costruzione “a sera” (ovest) dell’abitato di Timoline, ma l’origine del suo nome sta nel termine “Cerro”,
nome di un tipo di pianta da cui origina anche «Serét»
(cerreto, “luogo con cerri”, una varietà di quercia), località che si trova appena fuori dal territorio di Corte Franca, vicino alle Torbiere, sul territorio di Provaglio d’Iseo.
È interessante conoscere i nomi delle località storiche
minori, ma quotidiane, perché ci raccontano alcuni modi
di vita della gente del nostro Comune che possono tornare a noi solo così.
Da una ventina d’anni, dicevamo, in quello che fu il “Paradìs” si sono costruiti diversi edifici che ospitano la posta, la banca13, i negozi e le abitazioni civili.
Per non perdere l’abitudine ad usare questo nome (che
altrimenti è destinato a scomparire), da oggi, se vi capita di passare in una di queste vie o di entrare in uno di
questi edifici, potreste raccontare (con una punta di orgoglio e di autoironia) di essere entrati anche voi «‘n dè
‘l Paradìs» (nel Paradiso).
13
Negli anni 2000 l’ufficio postale (era in via Paolo VI) e la
banca s ono stati spostati in Piazza di Franciacorta
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COLOMBARO
Appunti dalla serata tenuta da Angelo Valsecchi il 12 maggio 2010 raccolti da Guido de Carli
integrati (dove indicato) con il sito del GAG - http://digilander.libero.it/gagcortefranca/Cultura.htm
Colombaro è la frazione di Corte Franca più vicina al
Monte Alto. Le pendici del monte sono solcate da quattro piccole valli, percorse da torrenti. Da sud a nord si
trovano la Valle di San Michele, la Valle di Forno, la valle di Boccanigo (o Boccaglio) e la Valle di Santa Maria.
Le acque delle prime due valli (San Michele e Forni) si
raccolgono nella zona delle Pissine (più o meno nella
zona a sud di Via S.Afra e a est della strada per Nigoline), mentre anticamente alimentavano un fiume che
scorreva al posto dell’attuale via S.Afra. Le altre due
valli (Boccanigo e Santa Maria) si scaricano nelle polle,
in zona Formaci. Tutti i torrenti oggi sono stati intubati,
con i relativi rischi nel caso di piogge abbondanti.
Antiche località minori
•
Massolina: la collinetta di roccia ad est della strada per Nigoline, a metà strada tra la fine del paese
e Budrio. Non si tratta di una collina morenica.
Leggende di paese mai verificate narrano della
presenza di tombe altomedioevali.
•
Malpensa: è la località a nord dell’incrocio tra via
S.Afra e via Dalla Chiesa (la strada del cimitero e
dell’Acquasplash), ancora oggi indicata dal nome
via Malpensa. È un tipico nome lombardo, presente
in molte località e indica una zona non adatta
all’abitazione
•
Via Gas (traversa a nord di via Fornaci): è un toponimo che indica il terreno di caccia del signore
longobardo.
Il catasto Napoleonico mostra il paese diviso in due parti: il cortivo del castello era l’unico nucleo compatto,
mentre il resto del paese presentava un’urbanizzazione
solo lungo le vie.
In via Don Minzoni c’è una torre del ‘400 (ora trasform ata in abitazione) e anche altre case nelle strade adiacenti mostrano tracce antiche, ma sono difficili da vedere per le trasformazioni avvenute nei secoli.
Colombaro storicamente ha avuto 7 chiese (a cui oggi
si aggiunge S.Rita, chiesa privata inaugurata nel 1997
in una via laterale di via S.Afra), la maggior parte delle
quali allineate sull’antico percorso Clusane – Zuccone –
Zenighe – Colombaro – Nigoline – S.Eufemia – Valle di
Favento – Adro. Si tratta di un percorso non documentato negli scritti conosciuti, ma ricostruito proprio in base agli edifici e ai ritrovamenti.
1. Chiesa di San Faustino
2. Chiesa di San Rocco
3. Chiesa di Sant’Afra
4. Chiesa di San Michele
Corte Franca
5.
6.
7.
Chiesa di San Vittore / Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Assunta
Chiesa della Madonna di Tirano (Palazzo Lana
Barboglio)
Chiesa di Santa Maria in Zenighe
Chiesa di San Faustino
Sorgeva più o meno dove oggi c’è il parcheggio del cimitero, leggermente ad est dell’attuale cimitero e ad
ovest dell’Acquasplash. Si ipotizza una probabile proprietà dell’omonimo monastero di Brescia. Nel 1672 era
in pessime condizioni e viene data l’autorizzazione a
demolire il coro mentre a fine ‘600 scompare definitivamente. Al suo posto è stata costruita una santella, a
sua volta demolita probabilmente quando è stato costruito il cimitero
La Shézô Lóngô [GAG]
Al confine di Colombaro con Timoline, a sud dell’attuale
Via Sant’Afra, c’erano i campi che i contadini dicevano
della «Shézô Lóngô» (Siepe lunga), infatti li divideva
dalla strada una lunga siepe che partiva dall’inizio della
ex “strada vicinale del Coniglio” (l’attuale via Lama) e
terminava nei pressi della santella che si trova all’inizio
della strada per il cimitero di Colombaro (via Dalla
Chiesa).
La siepe era di «móre» e «pignatìne» (rovi e biancospino selvatico) e le sue dimensioni erano di circa cm 120
d’altezza e 80 di larghezza.
Sicuramente si trattava di una siepe esistente da molto
tempo visto che il nome di questi campi è riportato anche sulle mappe napoleoniche con la dicitura di «Cesa
longa».
Qualcuno potrebbe pensare che «cesa» potrebbe significare “chiesa”, ma in quel periodo la “c”, in questo caso, stava per “s” (ad es. «cerese» per «serese», “ciliegie”, ecc.)
Però una chiesa in questi paraggi c’era veramente. Era
dedicata ai santi bresciani Faustino e Giovita e sorgeva
pressappoco dove ora c’è l’Acquasplash. Di questa
chiesa non si conosce l’epoca di costruzione e del resto
sono poche le notizie che abbiamo; si sa che era piccola e con un solo altare. Detta “in cattivo stato di conservazione” nel 1670 e “semidistrutta” 14 anni dopo, fu rasa al suolo alcuni anni dopo e al suo posto venne eretta
una cappella al di là della strada, nel campo dove ora
c’è il cimitero di Colombaro.
Di tutto ciò rimane traccia solo nel nome «el San Faüstì» (corrispondente al «S. Faustino» delle mappe napoleoniche) che i contadini usano per indicare il campo
che si trovava a cavallo di quel tratto dell’odierna via
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Dalla Chiesa che porta all’ingresso degli impianti sportivi, una volta detta “Viali”.
Non si sa che funzione avesse una chiesa in un posto
così, ma sicuramente non quella di cimitero perché fino
all’arrivo di Napoleone il Campo Santo era attaccato
alla chiesa parrocchiale.
Via Presentane [GAG]
14
Fig. 2 mappa della zona a sud di via S.Afra
14
Sulla mappa troviamo
Le strade (nomi attuali)
(1)
(2)
(3)
(4)
(5)
(6)
(7)
Via Presentane
Str. Vicinale del Campagnolino (ora Via Bevilacqua)
Str. Vicinale San Faustino
Str. Vic. Delle Pissine e Balie
Str. Vic. del Sale (o del Casino)
Str. Vicinale della Sistolina
Str. Vic. della Massolina
I nomi dei luoghi (individuazione tratta dalla dizione popolare e dal catasto napoleonico)
(A)
(B)
(C)
(D)
(E)
(E1)
(F)
(G)
(H)
(I)
(L)
(M)
(N)
(O)
(P)
Cruzàl de Le Balie
Presentane
Pradèi
Balie
Pistoline
Fistoline
Campo di Mezzo
Campo della Fosca
Pizzina e Pizzine
Massaroco
Mazoline
Campo Lungo
Campagnola - Campagnolino Pagnolino
San Faustino
Piane La Furnazìnô
Corte Franca
Forse anche voi vi sarete chiesti il significato del nome
di questa strada, traversa di Via S.Afra.
In nessuno dei vocabolari toponomastici consultati abbiamo trovato il toponimo "Presentane", nome che è
arrivato fino a noi grazie all’intestazione di questa via
(1).
E allora proviamo noi a dare una risposta. Collegheremo alcuni elementi e metteremo lì un’ipotesi (che ha
bisogno di conferme o smentite).
- Sul "Vocabolario dei dialetti bergamaschi" del Tiraboschi (fine 1800) si legge: «Presentì = Gabelliere».
La cosa in sé non avrebbe alcun significato, ma...
- Presentane (B) è detta quell’area che si trova a Sud
della Strada Vicinale San Faustino (3) che porta al
cimitero e "abbracciata" dalla Strada Vicinale delle
Pissine e Balie (4), strada di campagna che dai due
ingressi di Via S. Afra (all’altezza dell’incrocio con
Via Martiri della Libertà) e del Budrio sfocia a Sud
dell’attuale Via Dalla Chiesa, all’altezza del «Cruzàl
de le Balie» (A) l’incrocio detto "delle Balie".
- Se sul nome "Pissine" (Pizzina o Pizzine) il dialetto
«Pishì» e «Pishìne» ci aiuta a capire che che si tratta
di un luogo con acqua, acquitrinoso, sul toponimo
"Balie" c’è bisogno di una valutazione più approfondita.
- Tra la gente è "comun sentire" che:
1) l’incrocio (Cruzàl de le Balie) è stato chiamato così perché era meta delle balie dei Signori di Tim oline e Nigoline che lì si davano convegno per la
passeggiata coi bam bini;
2) i campi delle "Balie" (D) erano il luogo degli incontri per gli amori clandestini dei Signori di cui sopra
che così facendo procuravano lavoro per le loro
balie;
3) il «Cruzàl de le Balie» è chiam ato così perché lì si
trovavano le «filandére» di Timoline e di Colombaro prima di andare, a piedi, a lavorare in filanda
ad Adro e vi si fermavano al ritorno per un ultimo
pettegolezzo prima di far ritorno a casa.
Però nessuna di queste spiegazioni sull’uso dei luoghi ci aiuta a capire il toponimo "Presentane".
- Sulle mappe napoleoniche (inizio 1800) "Balie" è
scritto "Baile": è solo un’inversione? E "Baile" cosa
significa"? È ancora il già citato Tiraboschi che ci aiuta e così scopriamo che "Baile" è un nome longobardo, ma che anche il veneziano ha «Bailo» (funzionario, ambasciatore, Signore, rappresentante della Repubblica) a sua volta variante di «Balio» (reggitore,
messo di un magistrato) che deriva dal latino: «Bailus», cioè Amministratore.
Se fosse giusta questa lettura dei toponimi: Presentane
da Presentì = Gabelliere e Balie o Baile = Funzionario,
Amministratore (o simili) si potrebbe ipotizzare
l’esistenza in questi luoghi di un banco del dazio.
Oltre tutto questi toponimi si trovano sul percorso
dell’ipotizzata "Via del Sale" che collegava Adro (S. Ma-
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ria in Favento), Nigoline (S. Eufemia), passava dal Budrio, attraversava le Balie e proseguiva verso Iseo.
Solo coincidenze e fantasticherie? Forse. Sicuramente
la diversa frequentazione dei luoghi e la rottura del legame sociale che ha dato origine a questi toponimi rende ardua una spiegazione del loro significato, soprattutto a persone sprovvedute come noi.
È comunque un campo ricco di suggestioni che meriterebbe l’investimento di adeguate risorse da parte della
nostra comunità per uno studio serio ed approfondito.
Nel nostro piccolo ci siamo sforzati di ventilare
un’ipotesi in risposta alla nostra (e crediamo anche vostra) voglia di sapere.
Chiesa di San Rocco
Si trova nella parte alta di via S.Afra, proprio di fronte
(lato sud) della stessa chiesa di S.Afra. Intorno al 1990
era in stato di abbandono, usata come autorimessa e
cantina, ma aveva ancora al suo interno l’arco traverso.
Alla fine del decennio è stata completamente ristrutturata e trasformata in appartamenti.
È citata nei documenti delle visite pas torali, redatte più
o meno dall’inizio del ‘500 in poi (soprattutto dopo il
Concilio di Trento di metà ‘500), quando ai Vescovi viene dato l’incarico di visitare regolarmente tutte le chiese
in funzione della propria diocesi. Sorgeva accanto al
fiume che scorreva al posto dell’attuale via S.Afra, nella
zona dove il cambio di pendenza tra il monte e la pianura favoriva i depositi di detriti portati a valle dai torrenti.
Nel corso dei secoli il terreno si è alzato di circa 3 metri:
la cima di un arco a sesto acuto che sporge di pochi
centimetri dall’attuale marciapiedi è la dimostrazione
visibile ancora oggi di questo deposito.
La chiesetta da allora è sempre stata di proprietà della
famiglia Barboglio, fino a qualche anno fa, quando è
stata donata al comune.
Castello (Curtif 16)
Si può suddividere in due parti: la parte bassa (con edifici del ‘300) si sviluppa intorno a Palazzo Barboglio,
mentre nella parte alta ci sono cortivi e case torre.
Il castello non aveva una vera e propria cinta fortificata,
ma era un insieme di vari cortivi chiusi delimitati da un
torrente a nord (che scorreva al posto dell’attuale via
Castello, è lo stesso che continuava nell’attuale via
S.Afra) e allineati a sud. All’incrocio delle attuali via Nazario Sauro17 e via Castello è ancora visibile una feritoia archibugiera, alta e strettissima, tranne in un punto
che serviva per far passare l’archibugio.
Le stradine secondarie interne, con andamento prevalente nord-sud sono strettissime e conservano tracce
dei portali in pietra che le chiudevano.
La parte alta del castello è stato stravolto da interventi
recenti. Nella piazzetta c’era un pozzo usato per attingere acqua, che negli anni ‘20 o ‘30 del XX secolo ha
causato un’epidemia di tifo con alcuni morti. Per scongiurare altri futuri problemi, il pozzo è stato chiuso e al
suo posto è stata costruita una santella dedicata a
S.Anna per proteggersi contro le malattie.
Il lato nord della piazzetta è occupato da un edificio
massiccio, originariamente senza aperture (quelle attuali sono posteriori), con intonaci del ‘300. Faceva parte di un antico cortivo. La torre originariamente era più
alta di quanto non lo sia oggi: lo si deduce perché
l’attuale falda del tetto taglia a metà un’antica feritoia
ormai chiusa)
Chiesa di Sant’Afra
Si trova in mezzo all’incrocio tra via S.Afra e via Nazario
Sauro. Nella visita pastorale di San Carlo Borromeo15
viene citata come chiesa sotterranea, perché molto più
bassa del terreno circostante. Nel ‘600 è stata abbandonata senza più il tetto. Ai primi del ‘700 un Barboglio
la ristruttura e gli dà la forma attuale, rialzata rispetto
all’originale. Sui lati sono ancora visibili i muri precedenti. Sul lato est ci sono ancora le impronte degli stipiti,
dell’arco trionfale e dell’abside probabilmente semicircolare. Ci sono ancora tracce di affreschi che “entrano”
nel nuovo muro. All’interno si vede ancora l’andamento
della falda originale del tetto, molto più bassa di quella
attuale. In una stanzetta laterale c’è un affresco del
1448 che mostra la lapidazione di Santo Stefano. È
possibile che ci siano altri affreschi sotto l’attuale pavimento.
Castello (Curtif) [GAG]
Dell’insieme di case che formavano il piccolo “castrum ”
(castello) rimangono ancora oggi alcuni inequivocabili
segni della sua esistenza (muri a vista di medolo squadrato, finestre con strombatura, una casa con base circolare e un’altra di forma trapezoidale, la torre che si
trova sul lato nord della valletta...)
Non è stato possibile sapere con precisione a quando
risalga l’edificazione del castello, ma di certo si sa che:
- nel 1609, nel suo “catastico”, Giovanni Da Lezze
scrive di un «...castello in monte circondato da mure,
senza fosse, dirocato et hinabitabile»;
- buona parte dei fabbricati situati intorno alla “piazzetta col pozzo” (che è un po’ il cuore di questo abitato)
sono databili intorno al 1300-1400 (studi PRG di Corte Franca 1996);
- le mappe napoleoniche (1810 circa) denominano
«Cortivo» l’area compresa tra Via Castello, Via Na-
15
16
Vescovo di Milano dal 1564 al 1584. In questo periodo fu e
visitatore apostolico di alcune diocesi suffraganee di Milano,
in particolare Bergamo e Brescia, dove compì minuziose visite a tutte le parrocchie del territorio (da wikipedia)
Corte Franca
17
Il Cortivo (Curtif in dialetto) è una zona chiusa fortificata che
comprendeva una torre, un edificio fortificato e edifici agricoli (stalle, granai, …)
La strada per Nigoline
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zario Sauro, Vicolo del Corbello, strada vicinale della
Santella e la Valle del Troso.
A proposito del nome di questa valletta...
Forse la presenza di concimaie e gabinetti pensili ha
contribuito far sì che la gente, con quel tanto di ironica
concretezza, la rinominasse «‘al del strùs».
Una versione un po’ più ricercata farebbe risalire il nome Troso al fatto che la valletta fosse usata dalla gente
del posto per passare con la «Tróshô» (fascina di legname tagliato sul monte e trascinato a valle con l’aiuto
di una forcella di legno). «Trós», infatti, è la legna di potatura della vite che viene anch’essa legata a fascine e
«Trózô» era detto l’insieme di rami legati in modo da
essere trainati nel campo con una zavorra di sassi: aveva la funzione di «sfrigulà» (sminuzzare) il letame.
... eccovi un’ipotesi sul significato del toponimo Troso.
Questa piazzetta è sempre stata occasione di incontro
per la gente comune (anche perché spesso per attingere acqua al pozzo bisognava mettersi in fila). Stasera
abbiamo voluto unire le nostre note alle vicende più o
meno note di questa contrada.
Palazzo e famiglia Barboglio
La famiglia Barboglio sembra che derivi dagli Alghisi,
potente famiglia che nel ‘200 si trasferisce dalla Val Seriana a Lovere. I Barbiglio erano avventurieri e uomini
d’arme, legati agli Alghisi. Nel 1430 diventano cittadini
di Brescia. Nel chiostro del monastero di San Pietro in
Lamosa di Provaglio è raffigurato il loro stemma (una
zampa d’aquila con piume a girello): è probabile che un
vescovo Barboglio abbia fatto qualcosa per il monastero.
Un’altra leggenda narra che Pietro Barboglio nel 1630
sia stato nelle Americhe. Al suo ritorno, si imbarca a
Iseo per raggiungere Lovere. Approfitta della pausa della navigazione per togliersi uno stivale che gli dava fastidio da tempo (ma non li toglieva mai?!?). Al suo interno scopre tre semi provenienti dall’America. Li pianta
a Lovere e nascono le prime piante di mais della zona.
Secondo la leggenda, la tradizione locale del granoturco (e della polenta) ha origine da questo evento.
Altri membri della famiglia servono nell’esercito asburgico e si distinguono ottenendo onorificenze ungheresi.
Le case senza gronda laterale ad ovest della corte
d’onore del palazzo hanno una possibile origine medioevale, dedotta proprio da questa caratteristica.
Chiesa di San Michele
Si trova a metà montagna, a metà tra le valli di San Michele e di Forno; attualmente è in rovina e invasa dalla
vegetazione.
San Michele è il santo a cui sono molto devoti i Longobardi, quindi da questo indizio e dall’analisi del muro
della parete nord è possibile ipotizzare un’origine molto
antica, probabilmente del secolo X – XI (o addirittura
del secolo VIII).
Dalle visite pastorali sappiamo che nel ‘500 e ‘600 era
molto venerata e sede di un romito18.
Secondo la tradizione all’interno si trovava ’laffresco
della Madonna del Carmine che attualmente si trova
nella chiesa parrocchiale.
Sul lato ovest è possibile ipotizzare la presenza di un
abside.
Storicamente la chiesa apparteneva ad un fondo di
proprietà della famiglia Barboglio.
La Torre e la Rocca
I resti della torre sono poco più in alto di San Michele,
completamente sommersi dalla vegetazione. Inoltre nella Valle dei Forni si trova un troncone della torre, scivolato a valle al momento del crollo, lungo circa 7 metri,
con muri di 2,70 metri e adagiato in posizione orizzontale.
La torre è stata demolita nel 1457 probabilmente quando Venezia ordina la distruzione di tutte le torri presenti
sul territorio per evitare che potessero essere usate da
banditi.
Per abbattere le torri, si scavava sotto un angolo o si
toglievano le pietre del basamento, mentre la torre era
retta da una serie di puntelli di legno. Quando il lavoro
era completato, si dava fuoco ai puntelli e la torre crollava.
In un documento del 1266, Dalfino de Uguzzonibus di
Iseo racconta avvenimenti successi nel 1240, quando
aveva grandi possedimenti a Colombaro. Ad Adro si
erano asserragliati i Malesardi (ghibellini) che facevano
scorrerie a danno dei guelfi dei paesi limitrofi, tra cui
Colombaro. La popolazione è costretta a rifugiarsi nella
rocca. Dalfino è costretto alla fuga e all’esilio in Val
Camonica. Quando Brescia diventa guelfa, Dalfino si fa
aventi per chiedere la restituzione delle sue proprietà.
Non è dato di sapere se la richiesta sia stata accolta.
Non è nemmeno certa l’identificazione di questa rocca,
se fosse nei pressi della torre o in tutt’altra zona.
Questo documento è importante per un altro motivo: si
tratta del documento più antico che riporta il nome
Franza Curta. Fino al suo ritrovamento, la citazione più
antica era quella degli Statuti del Comune di Brescia del
1277.
Chiesa di San Vittore e Parrocchiale di Santa Maria
Assunta
Nel 1704 il Vescovo autorizza la costruzione di una
nuova chiesa, nell’area della chiesa di San Vittore e che
sostituisca come Parrocchiale la chiesa di Santa Maria
in Zenighe, troppo lontana dall’abitato.
Nel 1710 è pronta l’aula nuova, ma la vecchia chiesa di
San Vittore è ancora in funzione, perché è stata demolita solo in seguito, per fare spazio al nuovo coro.
18
Corte Franca
eremita
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La nuova Parrocchiale è officiata nel 1726-1727 e consacrata nel 1734 da Monsignor Querini19.
All’interno ci sono quattro altari: uno ospita l’affresco
che la leggenda vuole sia stato trasferito dalla chiesa di
San Michele, ma stato profondamente rifatto (ad esempio, la Madonna ha la bocca a cuore). La Madonna del
latte ha un’anatomia assurda.
La cornice in legno dorato dell’altare è di Gaspare Bianchi di Lumezzane, realizzato a metà del ‘600, quindi
probabilmente viene dalla chiesa di San Vittore.
Un altro altare ha una tela di Antonio Paglia che raffigura la cena dei discepoli di Emmaus: la particolarità è
che i discepoli sono vestiti da pellegrini, con la concha,
il bordón e il cappello a tesa larga20.
«Cashulìne», allora significherebbe casoline, casupole,
casette, nel senso di case isolate.
In questa via sorge una torre che gli storici ritengono sia
stata fatta edificare intorno al XIV secolo dai signori della zona, gli Oldofredi di Iseo, al tempo della loro massima potenza (lo fanno supporre sia la struttura che il
materiale usato per la sua costruzione).
Fu usata anche come torre colombaria, (in quel periodo
era questa la posta aerea); da ciò derivano toponimi
come: Colombaro, Colombara, Colombare, Colombera
ecc.
In questa via, qualche decina di anni fa ebbe sede la
prima banca di Corte Franca e successivamente una
delle classi della nostra scuola media.
Contrada Casalini
Lungo il lato est dell’attuale via Astolfo Lunardi c’è una
torre che probabilmente faceva parte di un cortivo. Prima dell’ultimo restauro il sopralzo era intonacato, il che
fa supporre che la torre originale medioevale sia stata
rialzata nel Quattrocento.
Palazzo Lana Barboglio
Antico palazzo Lana, l’ultimo proprietario era Giacomo
Ragnoli21; dopo la sua morte è passato agli eredi che
non lo sta nno più curando e l’hanno messo in vendita.
La facciata principale del palazzo è di fronte all’inizio di
via Zenighe, mentre l’antico brolo era delimitato dalle
attuali via Manzoni, via Garibaldi e via Astolfo Lunardi.
Il portone principale è sulla prosecuzione verso sud di
via Zenighe. La prosecuzione dell’asse attraversa
l’androne, la torre e sul vecchio muro di cinta, lato sud
(sull’odierna via Garibaldi), termina con il Santelù, una
santella con un affresco dell’Annunciazione di metà del
‘600 che mostra tra l’altro come due offerenti un Lana e
sua moglie. Il pavimento originale era più basso di circa
un metro, e oggi la parte inferiore dell’affresco si trova
sotto il livello dell’attuale pavimentazione. La parte più
meridionale del vecchio brolo è stata urbanizzata, per
cui il Santelù oggi si trova in un giardino privato.
Il corpo principale del palazzo è del ‘600; ad ovest (verso via Manzoni) ci sono i rustici e la chiesa della Madonna di Tirano, mentre ad est (verso via Fornaci) c’è
un’ala settecentesca il cui interno non è mai stato completato: c’è solo un solaio tra il piano terra e il primo
piano, ma non ci sono divisioni interne e il resto è tutto
libero. Una leggenda narra che questa ala non sia mai
stata completata per colpa di un fantasma che disturba i
lavori.
Sotto l’androne si aprono quattro portali, due per lato.
Dei due verso la parte seicentesca del palazzo, uno
porta in una sala con un camino su cui è raffigurato lo
stemma Lana con le aquile imperiali in seguito ad onorificenze militari. Anni fa c’era uno spiedo meccanico a
contrappeso del XVIII secolo, ma è stato rubato.
Le altre sale contengono alcune coppe vinte dall’ultimo
proprietario, armi spagnole e altri oggetti molto diversi
fra loro. Le stanze sono decorate, ma Fausto Lechi22 ne
parla male, dicendo che sono fatte senza stile e proporzione.
Cashulìne [GAG]
Il nome attuale di questa via è stato dato per ricordare
Astolfo Lunardi, partigiano bresciano delle “Fiamme
Verdi” (divisione “Tito Speri”), condannato a morte dai
fascisti il 5 febbraio 1944 a causa della sua lotta per la
liberazione dal nazifascismo, ma come succede per tutti i nomi “politici” delle località, con la località stessa
non ha a che vedere.
Il nome precedente era italianizzato in “Via Cas alini”,
che già si avvicinava al nome che in dialetto si dà a
questa località: «Cashulìne». Per località intendiamo
non solo la via, ma anche tutto ciò che è contenuto nel
muro perimetrale che i contadini una volta identificavano come il brolo dei «Péne» (soprannome della famiglia
Gatti) dove ora ci sono abitazioni e la ex Pavi-Mar.
Perché questo nome? Da dove viene?
Sulle mappe napoleoniche (del 1810 circa) es istenti
all’Archivio di Stato di Brescia c’è scritto «Cajoline», ma
in un certo periodo la “j” lunga e la “S” (esse) in certi
casi sono state usate in modo intercambiabile, infatti
troviamo scritto «Cajella» per indicare la località Casella.
19
20
Angelo Maria Quirini o Querini (Venezia, 30 marzo 1680 –
Brescia, 6 gennaio 1755) è stato un cardinale italiano.
Discendente della famiglia patrizia veneziana dei Querini,
entra ancora giovane tra i monaci benedettini, venne nominato arcivescovo di Corfù tra il 1723 ed il 1727; successivamente fu traslato alla diocesi di Brescia con ritenzione del
titolo arcivescovile e della sede bresciana dal 1728 fino all’anno della morte. Papa Benedetto XIII lo elevò al rango di
cardinale nel concistoro del 10 novembre 1727. Viene ricordato a Brescia soprattutto per ’lerezione della biblioteca
Queriniana, alla quale donò gran parte dei volumi della propria collezione privata, coltivata in particolare grazie ai fortunati acquisti del periodo di Corfù. (da wikipedia)
Rispettivamente la conchiglia (capasanta) simbolo dei pellegrini a Santiago de Compostela e il bastone da pellegrino
Corte Franca
21
22
pilota automobilistico che ha partecipato a ben 14 edizioni
della Mille Miglia, terminandone nove
Autore de Le dimore bresciane in cinque secoli di storia,
pubblicato nel 1974 da Edizioni di storia bresciana
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La Torretta ha un passaggio che la attraversa e porta
nel brolo. Sui muri alla sua destra e sinistra sono dipinte
le gesta di Guerriero II Lana, che dal 1680 era un ufficiale dell’esercito Asburgico. Si dice che abbia partecipato alla difesa di Vienna durante l’assedio del 168323.
A destra è raffigurato il conte a cavallo con la spada,
alla guida dell’esercito, mentre a sinistra ci sono i turchi
in fuga. Purtroppo l’affresco è in pessimo stato di conservazione a causa del totale abbandono: nel 1970 era
ancora visibile, mentre oggi la parte di sinistra è completamente scomparsa e quella di destra è visibile solo
molto parzialmente.
Sull’angolo nord ovest si trova la Chiesa della Madonna di Tirano, costruita nel 1683 per la moglie di Guerriero II Lana, una Quadrio di Tirano.
La chiesa è in stato di totale abbandono, con il pavimento coperto da dieci centimetri di guano. Ci sono
tracce degli affreschi originali, in pessimo stato.
Santa Maria delle Zenighe
In contrada Zenighe c’erano numerosi edifici con corti.
La Chiesa di Santa Maria è stata la chiesa parrocchiale
di Colombaro (nonostante fosse decentrata rispetto
all’abitato) fino alla costruzione dell’attuale chiesa,
all’inizio del ‘700.
I reperti più antichi sono delle sculture emerse nel restauro: sono frammenti del IX-X secolo, provenienti dal
luogo, di pilastrini di pluteo24. Durante il restauro l’aula
non è stata scavata, perché era già stata stesa la caldana in calcestruzzo , mentre è stato possibile scavare
sotto il presbiterio.
È stato possibile ricostruire la storia della chiesa, in
queste fasi:
•
Prima chiesa romanica: XI-XII secolo (secondo la
datazione fatta nel 1995) o anche più antica secondo studi più recenti. Era una piccola chiesa ad
aula unica. Sono rimaste tracce di una monofora.
La chiesa era circondata da un cimitero, di cui è
stato trovato il muro di contenimento nello scavo
sotto l’attuale presbiterio.
•
Nel XIII secolo è stata ampliata sul lato nord (più o
meno in corris pondenza dell’entrata attuale, anche
se la struttura della chiesa era completamente diversa)
•
Nel XV secolo è stata costruita la chiesa attuale,
demolendo la vecchia chiesa romanica. È stata
chiusa l’entrata principale a causa della costruzione della casa che ancora oggi è addossata alla
facciata, che probabilmente godeva di un accesso
privilegiato. Il vecchio muro di contenimento del
cimitero è stato inglobato ella nuova chiesa, e le
macerie della chiesa romanica sono state usate
come riempimento per portare tutto al livello attuale. Le macerie trovate presentano frammenti degli
affreschi romanici.
•
Nel ‘500 è stata aggiunta la navatella laterale, sede
della Confraternita del SS. Sacramento
•
Tra il ‘600 e il ‘700 sono state realizzate le due
cappelle laterali: quella del SS. Sacramento a destra e quella del S.Rosario a sinistra, che occupa
parte della navatella del ‘500.
•
Dopo la costruzione della nuova chiesa parrocchiale (officiata nel 1726-1727 e consacrata nel 1734),
la Chiesa di Santa Maria rimane in uso come cim itero, poi con la costruzione del nuovo cimitero viene completamente abbandonata. Si dice che il
vecchio altare sia stato portato nel Bergamasco.
•
Nel 1964 la chiesa è diroccata, senza tetto, con
vegetazione all’interno. Inizia il recupero.
Nell’abside oggi sono visibili tracce di un affresco di una
Madonna in Trono. Nella navatella laterale ci sono affreschi che in passato sono stati rubati, trovati, ricons egnati e ricollocati. I danni subiti sono ingenti: la storia di
San Giovanni Battista sembra un fumettone.
Dal campanile, unica parte oggi visibile anche da lontano, guardando verso il Monte Alto nell’arco di circa 100
metri si vedono tutte le tradizionali colture della zona:
prato nella zona pianeggiante vicino alla chiesa, vite sui
primi pendii sassosi, olivi sui terrazzamenti superiori e
bosco sulle pendici del monte
23
Nell’estate del 1683 l’esercito turco ha stretto d’assedio
Vienna per un paio di mesi. Nella battaglia campale dell’1112 settembre 1683 l’esercito cristiano riesce a sconfiggere
quello ottomano, segnando il punto di svolta nelle guerre tra
austriaci e turchi.
24
Parapetto in marmo, spesso lavorato in rilievo, che divide il
presbiterio dall’aula. Analogo alla transenna, ma
quest’ultima è traforata. Nell’alto medioevo si facevano con
lastre di marmo. Un esempio di pluteo è visibile nella Pieve
di Santa Maria ad Erbusco
Corte Franca
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