CONOSCERE CORTE FRANCA Appunti dal corso organizzato da: Comune di Corte Franca – Consulta alla Cultura in collaborazione con: Centro Territoriale Permanente di Sale Marasino Istituto Comprensivo don Milani di Corte Franca tenuto dall’ing. Angelo Valsecchi in aprile – maggio 2010 raccolti da Guido de Carli e integrati (dove indicato) con il sito del GAG - Gruppo Animazione Giovanile http://digilander.libero.it/gagcortefranca/Cultura.htm Conoscere Corte Franca Pag. 1 di 19 TORBIERE: PREISTORIA e STORIA Appunti dalla serata tenuta da Angelo Valsecchi il 6 maggio 2010 raccolti da Guido de Carli A seguito della comparsa del lago d’Iseo, avvenuta sul finire dell’ultima era geologica, il Quaternario, compresa fra settantamila e diecimila anni fa e del progressivo ritiro delle acque, nella zona a sud del Sebino rimase una depressione paludosa intermorenica caratterizzata da distese acquitrinose, che più avanti vennero chiam ate Torbiere. Con il trascorrere dei millenni l’abbondante vegetazione cresciuta permise la crescita di uno spesso strato di torba, il quale andò via via sostituendosi all’acqua trasformando la zona in un’estensione di prati um idi. Alla fine del settecento, con la scoperta che la torba, una volta essiccata, aveva una resa calorica superiore alla legna, anche se inferiore al carbone, e con l’avvento delle prime attività industriali legate alla seta, iniziò l’estrazione massiccia della torba da utilizzarsi come combustibile nelle filande di Iseo e come combustibile per uso domestico. Fu però dalla metà dell’ottocento che iniziò lo sfruttamento del giacimento in modo massiccio quando, più precisamente nel 1862, il consorzio torinese “Società Italiana Torbe” acquistò la maggior parte delle Torbiere. La torba divenne col passare degli anni un materiale prezioso per l’economia della zona dato che era in grado di sostituire quasi completamente l’utilizzo del carbone, per il quale l’importazione era fra l’altro molto costosa. Prima dell’avvento del petrolio e dell’energia elettrica veniva infatti utilizzata per molteplici scopi: nelle filande, nelle fornaci, come uso domestico per riscaldare le abitazioni e in alcuni casi veniva utilizzata anche per alimentare i treni della Ferrovia Brescia-Iseo-Edolo fino alla prima guerra mondiale. La riduzione dell’interesse verso questo combustibile e la completa trasformazione di flora e fauna della zona, portarono verso il 1950 all’abbandono delle attività estrattive della torba ed iniziarono invece le operazioni di scavo per l’argilla, per la fabbricazione di mattoni. Queste operazioni terminarono negli anni settanta, a seguito dell’introduzione dei primi vincoli di salvaguardia ambientali. (da Wikipedia). Prima dell’inizio dell’estrazione della torba, l’area delle torbiere era occupata da prati umidi, inondati nei periodi di pioggia e usati solamente per la raccolta di erbe con da fare seccare e con cui poi impagliare le sedie. Conoscere Corte Franca Nel 1863 inizia l’estrazione massiccia della torba. Ancora oggi sono visibili le “candele”, gli argini che venivano usati per trasportare la torba estratta verso i magazzini, posti nella zona di Sassabanek. Alcuni si sono sfaldati con il tempo. Fin da subito sono stati trovati numerosi reperti preistorici, trovati dal Marinoni e da Gabriele Rosa. Dal 1883 Francesco Buffoni paga i cavatori di torba perché gli portassero tutti i manufatti rinvenuti in pietra e in metallo. Purtroppo non era interessato alla ceramica, per cui tutti i reperti ceramici – che pure sono stati trovati – sono andati perduti. Un altro problema per gli studi contemporanei è dovuto al fatto che il Ruffoni si limitava alla raccolta dei reperti, senza alcuna indicazione né del luogo di provenienza né di altre informazioni utili per la ricerca. Nel 1901 tutta la collezione viene venduta al Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” di Rom a, dove si trova ancora oggi, mentre gli altri reperti (i primi trovati e quelli comunque non facenti parte della collezione) sono conservati al Museo Archeologico di Bergamo, al Museo Archeologico del Castello Sforzesco di Milano e a Brescia. Periodo Mesolitico (8000 – 5000 a.C.) Popolazioni di cacciatori e pescatori nomadi, vivevano seguendo la selvaggina. Nella zona tra San Carlo e la Stazione di Provaglio (zona sud delle Torbiere) è stato trovato un piccolo laboratorio della selce. Venivano prodotte delle punte di freccia trancianti (di forma trapezoidale), più efficaci delle punte normali per la caccia ad animali di grossa taglia. Periodo neolitico (5000 – 3400 a.C.) I cacciatori si stabilizzano in villaggi, inizia l’agricolturam che porta alla possibilità di conservare il cibo (sementi). Inizia l’uso della ceramica: i vasi vengono fatti con cordoni di argilla arrotolati e lisciati a mano, poi cotti in forni ricavati da buche nel terreno ricoperte di foglie e terra. Nasce l’allevamento di pecore e capre e si inizia a filare la lana e le fibre vegetali. I vestiti sono in pelle legati con strisce di cuoio. In una tomba di una ragazza in Germania di questo periodo sono stati rinvenuti dei calzari con strisce di cuoio sui polpacci, una minigonna in pelle e un corpetto. Vengono prodotte frecce di pietra, con punte lanceolate, trancianti o foliate e grattatoi per pulire le pelli. La selce usata per la produzione viene per lo più dal Monte Pag. 2 di 19 Alto, tranne una piccola parte che viene dal Monte di Iseo. Età del Rame (3400 – 2200 a.c.) Compaiono l’aratro, la ruota e il carro, che permettono un notevole sviluppo dell’agricoltura. DI questo periodo vengono trovate le lame in selce che venivano incollate con colle vegetali a manici di falcetto in legno. Inizia la metallurgia: il rame è un metallo facile da lavorare. Si producono pugnali con la lama di rame (trovata) e manico di legno (perduta). A Remedello (nella bassa Bresciana) sono state trovate alcune sepolture di questo periodo. Nei corredi funerari sono state trovate asce e pugnali di rame, frecce e un manico d’osso. Dello stesso periodo è Ötzi (o Mummia del Similaun), che pure portava con sé un ascia di rame uguale a quelle trovare a Remedello. Anche nelle Torbiere sono stati trovati lame di pugnale analoghe. Età del bronzo (2200 – 900 a.C.) L’accresciuta capacità metallurgica permette la lavorazione del bronzo, più complicata, ma che consente di fabbricare oggetti più resistenti. Sono stati trovati lame di pugnale (da montare su manici di legno), spilloni per vesti, falcetti e un piccolo coltello. Si sviluppa l’abitazione su palafitte. Inizialmente si pensava che fossero nate per difendersi dagli animali feroci, ma l’ipotesi è stata presto abbandonata perché l’animale più pericoloso era il lupo, che poteva essere tenuto a bada con un semplice fuoco. In realtà la palafitta consente di sfruttare al meglio le risorse alimentari: l’acqua per la pesca e la caccia di uccelli acquatici, il terreno vicino alle rive per gli orti e le coltivazioni e il bosco per la caccia. Nelle torbiere c’erano delle palafitte nella zona del vivaio Zanetti (non lontano dal Centro Commerciale Le Torbiere): ancora oggi in condizioni particolare è possibile vedere nell’acqua qualche traccia dei pali. Un altro villaggio era nei pressi dell’attuale Cantina di Bersi Serlini (zona sud delle Torbiere), ma si trattava probabilmente di un villaggio sulle sponde, non su palafitta. Il reperto più bello di questo periodo e della Collezione Ruffoni è un elmo di bronzo trovato in perfette condizioni dentro ad un blocco di torba. Ha dei fori laterali per agganciare dei paraguance e dei fori posteriori a cui agganciare probabilmente una coda di abbellimento. Il Ruffoni assicura che calza ancora perfettamente. Da altri scavi si è capito che i guerrieri avevano schinieri, uno scudo, una lancia, un elmo e una corazza di cuoio. Conoscere Corte Franca Età del Ferro Nel IV secolo a.C. arrivano i Celti, in particolare nel Bresciano si installano i Galli Cenomani. Nei secoli successivi a sud del Po ci sono guerre violente tra Celti e Romani, mentre a nord c’è una lenta assimilazione. I primi contatti probabilmente sono dovuti a mercanti romani, mentre guerrieri celti prestano servizio nell’esercito Romano, ottenendo la cittadinanza romana al momento del congedo. I Celti ormai romanizzati chiedono di essere incorporati: nel 89 a.C. ottengono il diritto romano e nel 42 a.C. la cittadinanza romana a tutti gli effetti. Ad Erbusco è stato trovato un cippo che riporta il nome Rufus Brigovix: lo stile è tipicamente romano, il nome tipico gallo, a tes timoniare questa mescolanza. A nord del Palazzo del Barone Pizzini di Timoline nel 1910 è stata trovata una necropoli, con tombe ad incinerazione e corredi celti e romani mescolati fra loro. Le ceneri dei defunti erano raccolte in vasi e chiuse con i corredi in tombe a cassetta fatte con i tegoloni, probabilmente fabbricati nelle fornaci locali come quella di Fornaci Quattrovie (vedi pag. 4). Sono stati trovati ceramiche come vasetti, olpi (brocche), lucerne (tipo oggetto da corredo funerario), coppette; inoltre falcetti in ferro di varie dimensioni e un coltellino: infine anche alcuni oggetto celtici: punte di lancia, frecce, una fibbia a torciglione per chiudere il mantello, torques 1. I reperti oggi sono al Museo Archeologico del Castello Sforzesco di Milano. 1 La torque, detta anche torquis, torc o torq era un collare o un girocollo, o più raramente un bracciale, solitamente d’oro o di bronzo, più raramente d’argento, realizzato con una disposizione a tortiglione da cui deriva il nome. Veniva usato dai Celti, Sciti e altri popoli antichi. Pag. 3 di 19 BORGONATO Appunti dalla serata tenuta da Angelo Valsecchi il 21 aprile 2010 raccolti da Guido de Carli integrati (dove indicato) con il sito del GAG - http://digilander.libero.it/gagcortefranca/Cultura.htm Borgonato si trova al centro del teatro morenico della Franciacorta, ma su un colle roccioso non morenico, come il Monte Alto e come i monti alle spalle di Provaglio. Probabilmente il colle divideva il ghiacciaio in due lingue. Ancora oggi sono visibili cave di pietra sui colli di Borgonato. Il Catasto Napoleonico del 1810 è la prima cartina “moderna” del paese. Sono riportati gli edifici presenti all’epoca: • Case Lana (oggi Berlucchi) • Nuova Chiesa Parrocchiale di San Vitale, con Campanile • Vecchio complesso San Vitale (a nord della strada principale) • Monte di Pietà (a sud della strada, di fronte a San Vitale Vecchio: ancora oggi una lapide lo ricorda) • La Fabbrica (a nord della strada, poco prima del passaggio a livello) • Castello con San Salvatore, sulla collina • La Palazzina (a nord di San Vitale vecchio) Lo schema della viabilità del paese, con la strada principale in direzione ovest-est e le strade secondarie (ancora non asfaltate) nord-sud è probabilmente antico. Epoca Romana Nel 1991 in via Risorgimento, località Fornaci Quattrovie (comune di Adro, ma a pochi metri dal confine con Corte Franca, poco più ad est della strada provinciale Rovato – Iseo e a sud del Num ber One, coordinate approssimative +45°36’40” +10°00’25”) sono state trovate durante uno scavo agricolo delle chiazze di terreno di colore diverso, con tracce di ceramiche e laterizi rotti e cenere. È stato misurato il magnetismo terrestre ed è stato scoperto che la zona in passato ha ospitato grandi combustioni, in vari punti di cui uno più evidente. Si trattava di fornaci per la cottura dell’argilla, simili a quelle trovate a Lonato (visitabili). In seguito in zona è stata trovata anche una villa romana (oggi si vedono i lavori di recupero, fermi). Probabilmente la villa e la fornace erano connesse fra loro. Grazie alla prova della term oluminescenza è possibile datare la fornace tra il I e il V secolo d.C. Il terreno è argilloso, per cui la fornace è stata scavata direttamente nell’argilla, che con il tempo si è cotta. Questo ha consentito di identificare che la principale è composta da due formaci, una più vecchia poi sostituita da una più nuova e più grande. Conoscere Corte Franca La cottura era intermittente, durava 5/6 giorni per ogni ciclo. Durante questo periodo era necessario alimentare continuamente la fornace con fascine. Intorno c’erano quindi lavori ausiliari come la preparazione dell’argilla in grandi vasche (dove veniva mescolata alla paglia), la formatura dei mattoni crudi e l’essiccazione prima della cottura. Il terreno doveva abbondare di argilla e di legna. Tra i reperti trovati, un comignolo, il piedino di una statua, un cippo votivo, manici di anfore, un peso da telaio con un’iscrizione probabilmente in etrusco e un’antefissa (decorazione alla fine del tetto romano, posto più o meno dove oggi corrono le grondaie). Quest’ultima è incompleta e presenta un viso di Gorgonie o Medusa. È sicuramente il pezzo più bello trovato. Grazie ad altre antefisse trovate in altre località bresciane è possibile ricostruire la forma originaria. Castello di Borgonato Recentemente è stata richiesta al signor Berlucchi l’autorizzazione per un’indagine archeologica nell’area del castello. Il sig. Berlucchi ha accettato, mettendo a disposizione una giornata di un ruspista. Per ottimizzare i tempi, sono state scavate due trincee, una in direzione nord-sud e una est-ovest, per fare indagini archeologiche. È stato trovato uno strato di circa 1 metro di macerie di edifici demoliti. Vista l’altezza della collina, è logico immaginare che siano i resti degli edifici che sorgevano sul posto e non macerie trasportate da altri luoghi. Inoltre è stata trovata una moneta del III secolo d.C. Dopo questa scoperta è stato ingrandito il sondaggio ed è stato trovato il fondo di una capanna rotonda, con i focolari nei quali sono stati trovati due piatti di bronzo e ceramiche. La capanna è del IV - V secolo d.C. Probabilmente non era isolata, per cui si può ipotizzare la presenza di un villaggio in epoca rom ana. Accanto alla capanna sono stati trovati altri reperti del IX – X secolo. Nel periodo longobardo (VIII secolo) viene citata per la prima volta (come proprietà di Santa Giulia) la corte di Bogonago. La posizione esatta è ignota, ma probabilmente era sulla collina del Castello. La corte era un’azieda agricola con case e strutture agricole. Bogonago è citata nuovamente nel 905, sempre in documenti di Santa Giulia: aveva due case (in legno), una cam inata (casa in pietra con camino, da cui il nome) e un mulino. La posizione di quest’ultimo è ancora ignota, Pag. 4 di 19 probabilmente si trovava nella Valle di Bornato, dove ancora oggi c’è il Mulino della Valle. La corte era recintata, prima con una palizzata in legno, poi con un muro in pietra. La chiesa era al di fuori del recinto. Il documento cita ’lallevamento di pecore e maiali, il che implica la presenza di prati (per le pecore) e boschi di querce, probabilmente sui dossi a sud del paese. Nel X – XI secolo inizia l’incastellamento, forse per difendersi dagli Ungari. Questi entravano in Italia dall’attuale Friuli e dilagavano e saccheggiavano seguendo le vie Consolari Romane. Non sono mai arrivati fino in Franciacorta, ma è possibile che le notizie delle loro scorrerie sia stata sufficiente per far nascere i castelli. Nel 1832 la famiglia Lana acquista il colle dalla vicinìa (insieme dei capifamiglia) e allegato all’atto di acquisto c’è una mappa che mostra il castello con le mura e la chiesa al di fuori. Oggi rimane solo la torre, inglobata in un edificio più grande, il resto è stato demolito probabilmente dal Conte Lana. Dentro alle mura oggi non c’è nulla, una volta c’erano solo le case (canève) dove la gente si rifugiava in caso di pericolo, mentre normalmente stava nelle case fuori dalle mura. Le mura erano insufficienti a reggere l’impatto di un esercito in guerra, ma servivano perfettamente per i litigi fra paesi vicini. La torre oggi è intonacata, tranne un piccolo pezzo di muro oggi interno, che ha anche una feritoia allargata alla base nei secoli successivi alla costruzione per far passare gli archibugi, più larghi degli archi. La Chiesa di San Salvatore è stata costruita nel XII secolo, quando la proprietà era ancora del monastero di San Salvatore / Santa Giulia di Brescia. Nel ‘400 è stato aggiunto un portico, che poi è stato tamponato (dai Lana?). Recentemente era usata come stalla. Gli affreschi sono stati strappati negli anni ‘60 e spostati nella Chiesa Parrocchiale (San Vitale nuova), dove però sono stati praticamente rifatti, perché la superficie originaria era sferica e quella nuova piatta, per cui le immagini risultavano deformate. Gli affreschi sono comunque ancora parzialmente visibili (lo strappo non cancella completamente l’affresco). Nella volta si nota un simbolo di San Bernardino, che implica un’influenza francescana. La chiesa ha una forma strana, perché originariamente era addossata tra le mura del castello e il dirupo. Esternamente è stata restaurata, all’interno ci sono ancora molti lavori da fare. San Vitale Vecchio Il complesso è stato restaurato a partire dal 2003, prima era in uno stato di forte degrado. Conoscere Corte Franca Gli edifici sono pluristratificati, con successive demolizioni e ricostruzioni e cambi d’uso. Ad esempio, il presbiterio della chiesa era usato come stalla e fienile, e le cappelle come legnaia e parte della chiesa era diroccata. Nel brolo (ad ovest del complesso) è stata trovata una fossa riempita con pietre e materiali di epoca romana. Probabilmente era un fondo di capanna e la massicciata era usata come vespaio, per isolare il pavimento di legno. Poco più a nord c’era il cimitero medioevale: via via che il complesso degli edifici si è ampliato, il cimitero si è spostato verso ovest e tombe più antiche sono state ricoperte. In tutto si contavano circa 180 tombe nell’area del brolo e altrettante sotto gli edifici. Sono state scavate sei tombe a campione. Ci sono sepolture in lenzuolo in nuda terra (si riconoscono per le braccia distese e non composte), in casse di legno (il legno è scomparso, ma sono rimasti i chiodi) e in casse di pietra, fatte con pietre piatte sia come perimetro che come copertura. La particolare composizione del terreno ha permesso la conservazione di tutti gli scheletri. Una tomba in pietra ha una sorta di “cuscino” per la testa della salma. Non sono stati trovati reperti, ad eccezione di un anellino: dal tempo della cristianizzazione dei Longobardi si è perso l’uso del corredo funerario. Ad ovest della chiesa sono state trovate tracce di bruciatura: è una fossa di cottura della calce. Si cuocevano le pietre di mèdolo, poi venivano essiccate e frantum ate. Probabilmente la fossa è servita per la costruzione della chiesa, perché poi è stata chiusa e sopra si trovava una tomba. Al termine dei lavori il cimitero è stato demolito, le ossa sono state benedette e traslate in un ossario situato nel perim etro della chiesa. Un indagine archeologica ha permesso di trovare i perimetri delle quattro chiese costruite prima dell’attuale: • 1° chiesa: costruita nel VIII secolo, era molto piccola (aula di 5 × 6 metri), con una piccola abside semicircolare. Era la chiesa della comunità, non del monastero di San Salvatore che infatti non la cita mai nei suoi documenti. È stato trovato un velario dipinto (tende dipinte). Una lettera fra due preti del XI secolo (non di Borgonato) chiarisce l’utilizzo: chi scrive suggerisce al destinatario di sostituire le tradizionali tende presenti in chiesa con dei dipinti, perché non necessitano di manutenzione. • 2° chiesa: nel X – XI secolo viene aggiunta a sud una nuova navata e una nuova abside, di dimensioni più o meno analoghe a quelle precedenti. Si crea così una chiesa doppia (a due navate) che non era così rara come si pensava fino a poco tempo fa. Il pavimento è stato sopraelevato. Tra le due navate c’è una sepoltura privilegiata anonima. Pag. 5 di 19 • 3° chiesa: nel XII – XIII secolo la vecchia chiesa doppia è demolita e ne viene costruita una nuova romanica. È possibile che avesse un’unica abside semicircolare, ma non ci sono tracce. È stato aggiunto anche il campanile, ancora esistente (anche se poco evidente perché inglobato negli altri edifici). • 4° chiesa: nel XV – XVI secolo viene costruito un nuovo presbiterio e una nuova abside pentagonale, entrambi più grandi dei precedenti. L’abside poligonale solitamente è tipica degli ordini conventuali, per cui è possibile ipotizzare un’influenza. Sono aggiunte due cappelle laterali nella parete sud (ancora esistenti) e una nella parete nord (sono state trovate delle tracce). Gli affreschi sono andati in buona parte perduti. Nell’abside rimane un frammento che riporta la scritta Vitalis, il nome del santo cui è dedicata la chiesa. Il campanile rimane in uso, la canonica viene ingrandita (v. sotto). Facendo un confronto con altre chiese della zona, il presbiterio è sproporzionato rispetto all’aula: è possibile che anche quest’ultima dovesse essere ingrandita, ma i lavori non sono mai stati eseguiti. Il tetto della sacrestia ha mattoni incisi a crudo dagli operai con un chiodo: riportano la data di fabbricazione (1539) e simboli fallici (!). Nel 1756 la chiesa viene definita “cadente e meschina” e durante una visita pastorale (del Vescovo?) si invita a rifarla. È solo alla fine del ‘700 che il Conte Lana dona un terreno per la costruzione della nuova Parrocchiale, alla base della collina del castello. La vecchia chiesa viene abbandonata. La prima canonica è del XII secolo, poi nel XV e XVII è stata rialzata e modificata. Al primo piano c’è la Saletta Colleoni, l’unico locale che conserva l’intonaco originale. Ci sono tracce di un camino, con una nicchia portalanterna. Sulle pareti è riportato lo stemma Colleoni e accanto due leoni che si affrontano: si tratta di un altro simbolo araldico del Colleoni, ricevuto dalla regina Giovanna II di Napoli. Bartolomeo Colleoni muore a Malpaga nel 1475, ma aveva un palazzo a Brescia, oggi Oratorio della Pace (dove ancora si vedono i suoi stemmi). Non è chiaro il perché di questi stemmi Colleoni a Borgonato, si può solo fare un’ipotesi. All’inizio del ‘400 gli Oldofredi di Iseo hanno proprietà anche a Borgonato. Sono fedeli ai Visconti di Milano. Nel 1426 Brescia e la Franciacorta passano sotto il dominio Veneziano. Gli Oldofredi sono banditi, i beni confiscati, messi all’asta e comprati dai Lana. Questi a Brescia abitavano nella zona della Pallata, quindi molto vicini a Palazzo Colleoni. È quindi possibile che i Lana Conoscere Corte Franca abbiano deciso di onorare i “vicini di casa” nella loro casa di campagna. Palazzo Lana La parte più antica è del ‘300 e l’aspetto attuale è del ‘500 anche se sono state fatte delle modifiche anche nei secoli successivi. Ignazio Lana, ultimo conte, lascia il palazzo al figlio del proprio amministratore, Berlucchi (Guido?) Nel 1497 si dice che abbia dormito qui Caterina Corner2, regina di Cipro, in visita a Brescia e dintorni. Ci sono affreschi settecenteschi, con balconate dipinte sulla volta e sfondato di cielo. Alcune stanze sono arredate ancora come sono state lasciate da Guido Berlucchi. Al primo piano c’è il Salone dei Giochi, con raffigurazioni alle pareti di cavalli, di due giannizzeri che sorvegliano una porta, di maschere veneziane. C’è anche una fedele riproduzione del Castello di Brescia come era nel ‘600, unico disegno conservato fuori Brescia. Sulla bandiera del castello, è riportata la data del disegno, 16.. (le ultime due cifre sono illeggibili). La loggetta sotto cui passa Via Ignazio Berlucchi (e il sentiero che porta verso sud) è del ‘500. Antonio Lana, padre di Ignazio Lana, nel secolo XIX apre una fornace. La fabbrica (edificio vicino al passaggio a livello) erano gli uffici, la fornace era in zona. Fa realizzare dei disegni (mattonelle ceramiche o affreschi?) che riportano le varie fasi della lavorazione dell’argilla. Anche se sono passati almeno 15 secoli, i lavori sono molti simili a quelli della fornace romana di Quattrovie. La curiosità è che in tutti i disegni è raffigurato anche lo stesso conte Lana. Il Conte Ignazio Lana [GAG] A Corte Franca, ma soprattutto a Borgonato, tutti hanno sentito parlare di questo personaggio per le sue vicen2 (da wikipedia) Caterina Corner, italianizzato in Cornaro (Venezia, 25 novembre 1454 - Asolo, 10 luglio 1510), fu regina di Cipro e Armenia dal 1474 al 1489. Figlia del veneziano Marco Cornaro e di Fiorenza Crispo, apparteneva a una delle famiglie più ricche ed influenti della Serenissima, i Corner. Fu prescelta tra le donne più in vista della Serenissima come sposa del re di Cipro e di Armenia Giacomo II di Lusignano. Nell’ottobre 1488 fu scoperta un congiura. Venezia, che proteggeva il regno, represse la ribellione e decise di richiamare Caterina costringendola ad abdicare a favore della Repubblica. A seguito del suo rifiuto, fu minacciata che nel caso di disobbedienza sarebbe stata spogliata di tutti i privilegi e sarebbe stata trattata come ribelle. Il 26 febbraio 1489 avvenne l’atto ufficiale dell’abdicazione di Caterina in favore della Repubblica Veneta. Il 18 marzo, vestita di nero, la regina lasciò per sempre l’isola. Venezia accolse la sua figlia in maniera trionfale e fu nominata domina Aceli (signora di Asolo), conservando tuttavia anche negli atti ufficiali il titolo e il rango di regina. Caterina richiamò alla sua corte artisti e letterati, tra cui Giorgione, Lorenzo Lotto, Pietro Bembo, che qui ambientò Gli Asolani. Pag. 6 di 19 de che non si possono proprio dire normali. Un pers onaggio certamente fuori dal comune del quale, per far capire meglio, ricordiamo alcuni episodi marginali, ma significativi. Essendo contrario alla costruzione della linea ferroviaria Brescia - Iseo (la riteneva inutile), il giorno della sua inaugurazione, si dice, sfidò il treno cavalcando di stazione in stazione ed aspettandolo ogni volta per evidenziare la sua superiorità sul mezzo di trasporto. Nel tratto di ferrovia che passa da Borgonato3, pare che il Conte Lana cavalcasse seduto al contrario sul suo cavallo per beffeggiare le autorità che erano sul viaggio inaugurale di quel treno tra i quali c’era il primo ministro, il bresciano Zanardelli. Stampò “L’Eco di Borgonato e Provincia” il che è tutto dire. Famosa è anche la storia della sua finta morte, inscenata durante un suo viaggio all’estero per poi arrivare in chiesa durante la celebrazione del suo funerale, cosa che, ovviamente, gli fece perdere credibilità in certi ambienti. Bizzarro, rivoluzionario, con idee giacobine, il Conte Lana ebbe anche l’idea di dedicare una piazza a Robespierre (si tratta del punto dove inzia il paese proveniendo da Nigoline e Timoline; oggi c’è una rotonda dove si incrociano Via Dosso, Via Fontane, Via Cavour e via Broletto). Il nome fu cambiato in Via Broletto durante il periodo fascista ...«Siccome la gente di Borgonato non voleva cambiare quel nome - dicono alcuni vecchi del paese vennero da Nigoline alcuni fascisti per togliere la lapide col nome di Robespierre, ma per un paio di volte furono cacciati via, finché una notte... ci riuscirono». 3 Il 21 giugno 1885 è stata inaugurata la ferrovia Brescia – Iseo. Il tracciato oltrepassava le Valli Sorde fra Pr ovaglio e Passirano salendo fino alla località Monterotondo. Le discrete pendenze di questa parte del tracciato dovettero essere affrontate dai convogli utilizzando locomotive di rinforzo. Secondo altre versioni della leggenda era questo il tratto in cui il Conte avrebbe cavalcato al contrario. La linea è stata prolungata una ventina d’anni dopo: l’8 luglio 1907 fino a Pisogne, il 22 dicembre 1907 fino a Breno e il 4 luglio 1909 fino ad Edolo. Per aggirare il passaggio della linea a Monterotondo, che creava numerosi problemi ai treni merci, fu costruita la Iseo - Rovato e, da questa, la Bornato – Paderno. La prima tratta fu inaugurata il 3 settembre 1911, mentre la seconda verso la fine dell’anno. La vecchia tratta tra Paderno e Iseo via Monterotondo rimase in funzione fino agli anni venti, fu soppressa nel 1941 e disarmata dopo la seconda guerra mondiale. (le informazioni sulla ferrovia sono tratte da wikipedia) Conoscere Corte Franca Pag. 7 di 19 NIGOLINE Appunti dalla serata tenuta da Angelo Valsecchi il 29 aprile 2010 raccolti da Guido de Carli integrati (dove indicato) con il sito del GAG - http://digilander.libero.it/gagcortefranca/Cultura.htm Il nome completo del paese è Nigoline Bonomelli. Nigoline viene citata per la prima volta nei documenti del XIII secolo come Nuvolinis. Il termine probabilmente deriva da Novalia, i terreni dissodati per renderli adatti alla coltura. Nel 1971 è stato aggiunto ufficialmente il nome di Bonomelli in onore di Geremia Bonomelli (v. più avanti). Vedi lapide del 25 febbraio 1971 posta sul corso davanti alla chiesa. Il territorio di Nigoline è attraversato dal corso del torrente Longherone, che scende dal Monte Alto attraverso la Valle di Sant’Eufemia, scende verso Bornato, si infila poi nella Valle di Bornato (l’antico scaricatore dell’antico lago glaciale che occupava la Franciacorta) per scomparire nel sottosuolo in località Paì (Barco, comune di Cazzago San Martino). Anticamente il corso del Longherone scendeva invece attraverso la Valle di Favento, la piana che da Sant’Eufemia scende verso Adro. Chiesa di Sant’Eufemia La chiesa di Sant’Eufemia è l’attuale chiesa del cimitero di Nigoline. La strada d’accesso recentemente è stata modificata con l’aggiunta di un tornante, in passato saliva invece direttamente. È sorta tra il VIII e il X secolo e a lungo è stata considerata – con la Chiesa di San Michele di Rovato, sul Monte Orfano – la Chiesa più vecchia della Franciacorta. In realtà ce ne sono altre più vecchie: San Salvatore a Borgonato, San Bartolomeo a Bornato (costruita sopra una villa romana) ed altre ancora. L’attuale impianto esterno della chiesa di Sant’Eufemia risale al XIV secolo, tranne il portico che è dell’ottocento. Guardando attentamente, si nota la presenza di tracce della chiesa originale. Questa aveva un andamento est-ovest, con l’entrata dall’attuale parete laterale ovest della chiesa, aula corrispondente alla parte posteriore dell’attuale aula, mentre l’attuale cappella sporgente sulla parete laterale est è in realtà la vecchia abside. Gli archi della facciata della vecchia chiesa risultano fatti con materiale romano di recupero. L’aspetto della Chiesa doveva essere molto simile a quello della contemporanea Santa Maria di Novalesa (Torino, verso il Moncenisio), che da allora non è stata più modificata. La datazione è stata fatta in base alla tecnica di costruzione. Inoltre, è stato ritrovato un atto notarile riguardante il monastero di San Salvatore a Brescia datato più o meno del 760 in cui compare “Pietro, custode della chiesa di Sant’Eufemia”. Questa di Nigoline è l’unica chiesa bresciana di Sant’Eufemia esistente in quel peConoscere Corte Franca riodo, per cui anche se nell’atto manca qualsiasi indicazione geografica, si pensa che si faccia riferimento a questa chiesa. Fig. 1 Schema di sepoltura alla Cappuccina Di fronte al vecchio ingresso è stato trovato un sepolcro alla Cappuccina (con tegoloni a falde, vedi Errore. L'origine riferimento non è stata trovata. a lato). Nel XI – XII secolo è stato aggiunto il campanile. L’attuale cella campanaria è stata rifatta molto più tardi; tuttavia sul lato ovest è ancora visibile parzialmente una vecchia bifora. Sotto il portichetto sono state trovate delle sepolture e delle stanze ancora da indagare. Nel vecchio presbiterio sono state trovare tracce dell’antico pavimento romanico. Sono state rinvenute anche una ciotola, un manufatto in vetro di epoca romana e tre monete: una della seconda metà del ‘200, una dei primi decenni del ‘300 e un denario di Azzone Visconti (signore di Milano dal 1329 al 1339), che mostra il classico biscione Visconteo. All’interno sono presenti vari affreschi. Sulle pareti sono raffigurati i dodici apostoli (6 per lato), risalenti al ‘300. Sulla volta un Cristo Pantocrator all’interno della Mandorla, con tetramorfo4. Nel XV secolo, periodo in cui si perde la tradizione di orientare le chiese secondo l’asse tradizionale estovest, Sant’Eufemia viene girata in senso nord-sud. In seguito viene aggiunta la sacrestia, modificata la cella campanaria del campanile e nell’ottocento viene aggiunto il portico. Anche la nuova chiesa era tutta affrescata, oggi però molti sono rovinati o perduti. Sono rimasti – tra l’altro – la raffigurazione di santi apotropaici5 come San Rocco, San Sebastiano (entrambi santi protettori contro le piaghe e la peste) e San Gottardo (santo protettore contro la gotta). Sono raffigurati gli stemmi dei Della Corte (probabilmente un ramo degli Oldofredi di Iseo perché 4 Raffigurazione dei quattro Evangelisti come angelo (Matteo), leone (Marco), bue (Luca) e aquila (Giovanni) 5 L’aggettivo apotropaico viene solitamente attribuito ad un oggetto o persona atti a scongiurare, allontanare o annullare influssi maligni. Pag. 8 di 19 nel XIII secolo erano Della Corte Isei, parenti dei Federici della Val Camonica) e degli stessi Federici. Due archi interni sostengono direttamente le travi del tetto, senza ’lutilizzo di capriate. L’arco sacro divide l’aula dal presbiterio ed è decorato con profeti. Nel presbiterio ci sono begli affreschi ancora ben conservati. Sulla parete di fondo c’è una pala d’altare dipinta che “interrompe” l’affresco che ricopre il resto della parete. C’è la raffigurazione di Sant’Eufemia6, il cui culto si era diffuso soprattutto dopo il Concilio di Calcedonia (sua città natale) del 451. Nelle lunette c’è una Madonna col Bambino, tradizionalmente attribuita a Floriano Ferramola, anche se recentemente è stato proposto in alternativa il nome di Paolo da Cailina il Giovane. L’affresco è molto simile ad uno analogo di Raffaello datato 1512, quindi questo è probabilmente posteriore. Il Ferramola era ospite nel Palazzo Della Corte, dove si dice avrebbe dipinto una cassa panca per ringraziarli dell’ospitalità. Castello di Nigoline Nel bosco a nord di Sant’Eufemia sorgeva il Castello di Nigoline. Oggi rimangono solo tracce nella boscaglia. Mai citato nei documenti, si ipotizza sia stato abbandonato in epoca molto antica. Per questo sarebbe meritevole di indagini serie, che però non sono ancora state 6 (da wikipedia) Eufemia nacque nella città di Calcedonia, in Bitinia (attualmente Calcedonia corrisponde alla parte asiatica di Istanbul) nel 289. Essendo figlia di nobili (secondo la tradizione, i genitori erano Filofrone e Teodosia), ricevette una buona educazione, sempre secondo le regole di vita cristiane a cui la famiglia faceva riferimento. Durante la persecuzione di Diocleziano, a soli quindici anni, fu arrestata assieme ad altri quarantanove cristiani che av evano rifiutato di immolare una vittima ad una divinità pagana. Come gli altri fu torturata, ma restò sempre fedele ai suoi ideali spirituali rifiutando di compiere l’olocausto. Il 16 settembre del 303 (come attestano i Fasti vindobonenses priores) fu gettata nell’arena di Calcedonia tra i leoni. Secondo la tradizione, essi la uccisero ma, mangiatone la sola mano destra, rifiutarono di divorare il resto del corpo, intuendo la sua santità. Gli altri fedeli riuscirono così a recuperare il corpo e a proteggerlo sino all’Editto di Costantino con il quale veniva riconosciuta la religione cristiana. Il suo culto si diffuse notevolmente e sulla sua tomba fu edificata una chiesa dove, nel 451 si tenne il concilio di Ca lcedonia. Quando nel 620 Calcedonia fu conquistata dai Persiani, il suo corpo fu trasferito a Costantinopoli dove ’limperatore Costantino III edificò una nuova chiesa per venerarla. Nell’800, secondo quanto dice la tradizione, il sarcofago con le reliquie della santa sparì misteriosamente da Costantinopoli e riapparve, quasi miracolosamente, su una spiaggia di Rovigno in Istria. Probabilmente, i resti furono messi in salvo da alcuni fedeli barcaioli, temendo che l’imperatrice Irene li profanasse perché iconoclasta. Ancora secondo la leggenda, gli abitanti di Rovigno tentarono in svariati modi e con gli animali più forti di portare in città il sarcofago, ma invano. Vi riuscì infine un fanciullo con l’aiuto di due sole giumente, a dimostrazione che la cristianità non si basa sulla forza o sul vigore, ma sulla mitezza e la semplicità. Il culto della santa a Rovigno, divenutane la patrona, è tuttora molto forte e le reliquie sono venerate presso la principale chiesa. Conoscere Corte Franca effettuate. Si vedono sempre pietre smosse, segno che la zona è interessata da ricerche “artigianali”. Nigoline Inizialmente non c’era un paese vero e proprio, ma un insieme di case sparse ai piedi della collina che aveva Sant’Eufemia come riferimento. Poi lentamente il paese è nato lungo le strade, inizialmente nella zona del Torrazzo, lungo l’attuale via De Gasperi (la strada per Adro), dove nel ‘300 sono sorte varie case-torri e cortivi chiusi (cortile fortificato autosufficiente), ancora identificabili. Palazzo Monti Della Corte Il palazzo nella sua forma attuale risale al ‘600, ma ci sono tracce di edifici più antichi. È molto chiuso, con poche aperture, segno di un probabile clima di paura dell’epoca. Rodolengo Della Corte, l’ultimo della famiglia, all’inizio del ‘700 sposa Flaminia Monti, ma muore senza figli. Tutto il patrimonio viene ereditato da un Monti, che da allora si chiama Monti Della Corte. Sul portone si vedono gli stemmi dei Monti, dei Della Corte, dei Federici e dei Peroni, famiglie con forti relazioni e intrecci. Il membro della famiglia più famoso è Alessandro Monti7. Nato nel 1818 viene educato a Vienna dove entra nell’esercito austriaco come ufficiale. Nel 1848 abbandona l’esercito e si schiera con gli “insorti” italiani. Viene mandato in Ungheria, dove diviene un eroe della rivoluzione. La moglie Sara Willshire, inglese, ristruttura il giardino all’inglese. Uno scalone porta alla galleria, dove sono conservati dipinti della famiglia. Tra il piano terra e il primo piano c’è un piccolo mezzanino, dove viveva e lavorava la servitù. Nel 1923 è stata inaugurata la Cappella privata di San Cornelio, martire del III secolo e ritenuto antenato dei Della Corte. Lo stile architettonico usato è quello classico del ‘700. In precedenza forse c’era qualche altra cappella. Nella biblioteca ancora oggi è conservato su un muro una firm a di Tito Speri. Contrada della Corte [GAG] Se potessero parlare, i muri di questa contrada, sentiremmo storie... da restare a bocca aperta. Il Palazzo Monti Della Corte, così come lo si vede oggi è del 1600, ma già nel XIV e XV secolo qui c’era una cappella affrescata dedicata a S. Martino (patrono di Nigoline) che svolse anche funzione di parrocchiale, dal 1532, finché non si costruì (1578-1619) la nuova chiesa 7 Alessandro Monti della Corte (1818-1854): Colonnello di Cavalleria sarda, inviato straordinario del Re Carlo Alberto presso il Governatore di Kossuth in Ungheria partecipò alla campagna per l’indipendenza magiara (da http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi -bin/pagina.pl?TipoPag=prodfamiglia&Chiave=28967) Pag. 9 di 19 proprio qui di fronte (fu inaugurata nel 1620, la facciata, invece, è del 1828 e fu benedetta nel 1912 da Mons. Geremia Bonomelli). “Della Corte”, probabilmente, sta per «De Curte Isei», come risulta da un documento antico, il che fa ipotizzare una diramazione della famiglia Oldofredi di Iseo. L’ipotesi sarebbe confermata da alcuni stemmi di fam iglia. I Monti vennero a Nigoline nel secolo scorso e in questa casa tennero cenacolo della migliore intellettualità e della politica bresciana e italiana con personaggi come Cesare Arici, Rodolfo Vantini, i fratelli Ugoni, l’Aleardi e Ugo Foscolo (per citarne solo alcuni). Qui venne anche Tito Speri nel 1849 dopo le “dieci giornate di Brescia” e prima del patibolo di Belfiore a Mantova. In quelle eroiche giornate, infatti, combatterono al suo fianco Alessandro Monti e suo fratello, il diciottenne Flaminio. Tra le personalità anche il nigolinese Geremia Bonomelli (poi vescovo di Cremona) che qui imparò la storia d’Italia e si formò in alcune idee-guida. L’entusiasmo vissuto in Franciacorta per le imprese dei Mille (testimoniato dall’erezione a Iseo del primo monumento d’Italia dedicato a Garibaldi) tra queste mura fu ampiamente condiviso insieme alle tensioni culturali, politiche ed ideologiche che portarono all’unità d’Italia. Oggi la proprietà è dei signori D’Ansembourg e sede di un’azienda vinicola. Altri edifici di Nigoline Appena fuori dal palazzo Monti della Corte ci sono i ruderi della vecchia chiesa di San Martino. Questa era la vecchia chiesa del paese, costruita per evitare di dover salire alla Parrocchiale di Sant’Eufemia almeno per le funzioni meno importanti. Nel 1598 il Vescovo autorizza la costruzione di una nuova chiesa parrocchiale in sostituzione della vecchia ormai insufficiente. La vecchia chiesa viene ceduta ai Della Corte che in cambio concedono il terreno per la costruzione della nuova chiesa di San Martino, ’lattuale Parrocchiale, inaugurata nel 1620. In via S.Eufemia c’è la casa natale di Geremia Bonomelli (1831-1914), vescovo di Cremona dal 1871 fino alla morte. Era un cattolico contrario al potere temporale e aperto ai movimenti operai. Rimane sempre legato a Nigoline, dove torna tutti gli anni per andare a caccia e frequenta i palazzi Monte della Corte e Torri, dove conosce gli illustri ospiti (vedi più avanti). L’attuale Palazzo Torri è stato dei Federici Della Corte, dei Fores ti e (dall’ottocento) dei Torri. È un palazzo del ‘600, anomalo per la mancanza della classica pietra di Sarnico. Sulla facciata c’è una sproporzione fra le alte colonne (la cui altezza comprende anche il piccolo mezzanino) e il piccolo sopralzo del primo piano. Nella seconda metà dell’ottocento la proprietaria Paolina Torri Calegari ospita un cenacolo culturale che vede Conoscere Corte Franca l’incontro di artisti, scultori, pittori e letterati. Tra gli ospiti più illustri, oltre al vescovo Bonomelli, il Pascoli, il Carducci, Fogazzaro e Giuseppe Zanardelli8, di cui il marito di Paolina Torri era avvocato. Contrada dei Grumi La vecchia contrada era ben documentata nel catasto Napoleonico e si trovava per lo più nell’area occupata attualmente dalla proprietà attualmente delimitata da un muro di cinta rosso, in via Grumi e via Volta. Nel 1822 Giuseppe Piazzoni, bergamasco, compra la maggior parte del borgo e lo trasforma completamente, rifacendone gli edifici e ottenendo il permesso di chiudere la vecchia strada e di sostituirla con una nuova che girasse intorno alla sua proprietà (l’attuale via Grumi). Nel 1825 costruisce la Chiesa della Vergine Immacolata, la sua cappella privata. All’interno del nuovo giardino ci sono i ruderi della chiesa di San Defendente, che nei documenti della metà del ‘500 veniva già citata come chiesa antica. San Defendente è un santo che protegge contro le alluvioni, probabilmente del vicino torrente Longherone. La chiesa, già ridotta a ruderi, è stata venduta dalla Parrocchia al Piazzoni per finanziare dei lavori alla chiesa parrocchiale di San Martino. Il Piazzoni impreziosisce i ruderi con dei marmi, tra cui un portale proveniente dall’antica chiesa di San Antonio Abate di via Cairoli a Brescia, quando è stata trasform ata nella Cavallerizza 9. 8 9 Giuseppe Zanardelli (1826-1903) è stato un politico italiano, più volte ministro, presidente della Camera e presidente del Consiglio dal 1901 al 1903 (da wikipedia) L’istituzione di una scuola di equitazione nella Città di Brescia risale al secolo XVII ma, sembra, con carattere puramente privato. Nel 1797 alcuni”nobili cittadini” si rivolgono ai deputati pubblici ed ottengono l’uso del locale in Fiera detto “Il ballo di corda” per istituirvi una scuola di Cavallerizza. Caduto il dominio veneto, il “Governo provvisorio” del “Sovrano popolo bresciano” decreta la soppressione delle corporazioni religiose e ’lincameramento dei loro beni, destinando questi ultimi a vantaggio dell’istruzione. Con decreto 3 novembre 1797, si ordina l’istituzione di una Scuola di Maneggio unita a quella Veterinaria e le si assegnano 7.000 lire venete per il mantenimento, aumentate successivamente di 3.000 lire venete annue, indicando e precisando poi le fonti dalle quali doveva essere tratta la rendita stessa (soppressione congregazioni). II Consiglio Comunale con delibera 19 Marzo 1806 confermava che i “redditi” continuassero ad essere erogati a favore della scuola. Nel 1812 viene nominata una commissione incaricata dell’amministrazione, riservandosi ’lapprovazione dei bilanci annuali. Nel 1845 la scuola di maneggio viene trasferita nella ex chiesa di S. Antonio Abate, in via Cairoli, la cui navata, durante guerre e occupazioni militari fu destinata a deposito di fieno e legna. La Chiesa aveva infatti subito precedentemente più incendi, il primo nel Cinquecento e l’ultimo nel 1837, ed è per questo motivo che nel 1845, su disegno dell’architetto Luigi Donegani, viene deciso di trasformarla in Cavallerizza. Sempre nello stesso anno avvenne una permuta fra il Comune e l’Amministrazione Spedali Civili, fra i locali della scuola e S. Domenico. Al Comune passò la suddetta ex chiesa di S. Antonio, sede della scuola. Negli anni successivi vennero effettuate opere di rimaneggiamento che hanno messo in luce una originaria fattura tardo-gotica della Chiesa. Nella primavera del 1945, alla rinuncia comunale, un gruppo di appassionati rispose dando vita alla Società Pag. 10 di 19 Nel 1873 la proprietà passa ai Pancera di Zoppola, mentre oggi è della famiglia Franceschetti. Budrio Località posta appena fuori da Nigoline, sulla strada verso Colombaro, dove la strada fa una doppia curva sinistra-destra. Il toponimo, presente in molte località lombarde, era legato alla presenza di acqua e infatti ancora oggi poco più a nord c’è un canneto. La forma attuale viene data nel ‘700 dalla famiglia Cacciamatta. Al suo interno c’è la Chiesa di San Gaetano di Tiene. Tutti gli edifici sono in stato di forte degrado. Santella delle Gambe Piccola santella nel bosco, sopra alla strada che collega Nigoline con Budrio. Costruita nel ‘700 per una grazia ricevuta: la leggenda dice che dei contadini sono rimasti illesi pur avendo rischiando di essere travolti da massi caduti dal monte. Nell’ottocento è stata modificata. È stata oggetto di forte devozione popolare, che vi si recava per invocare la protezione dai mali delle gambe e degli arti in genere. Una volta al soffitto erano appesi gambe e braccia di legno come ex-voto. Ci sono affreschi raffiguranti San Francesco (completamente rifatto) e San Carlo. Il vescovo Bonomelli l’ha frequentata in compagnia di Fogazzaro, da dove ammiravano il paesaggio campestre sottostante. Cavallerizza. Nell’aprile del ‘46, al presidente dell’Associazione, conte Alessandro Bettoni, il Comune di Brescia dava in dotazione la conduzione della scuola comunale di equitazione. Nel ‘47 alla società si unisce un altro sodalizio ippico cittadino: la Società Bresciana dei percorsi a cavallo. La Cavallerizza occupa i locali di via Cairoli sino al 1967, fino a quando le continue richieste dell’Ufficio di Igiene cittadino, che non gradiva la presenza dei cavalli nel centro della città, costringono la scuola a cercare una sede idonea. Attualmente ospita una sala di lettura. Conoscere Corte Franca Pag. 11 di 19 TIMOLINE Appunti dalla serata tenuta da Angelo Valsecchi il 6 maggio 2010 raccolti da Guido de Carli integrati (dove indicato) con il sito del GAG - http://digilander.libero.it/gagcortefranca/Cultura.htm Nel 1963 a Murtine (località in cui oggi sorge una cascina, a sud dell’attuale Acquasplash e dietro alla zona industriale della Vela) è stata trovata una necropoli altomedioevale. Era composta da 15 tombe a cassa di pietra, di dimensioni ridotte. Si pensa fossero di una popolazione latina locale, e non di barbari, che solitamente erano di statura più alta. Ci sono tracce di affreschi molto frammentati: si intuis ce un Cristo in mandorla con tetramorfo (vedi nota 4, pagina 6) e figure di sante molto allungate, con abiti molto ricchi, una delle quali potrebbe essere Santa Giulia. Potrebbero risalire al XIV, forse anche al XII – XIII secolo, ma in realtà è impossibile essere più precisi perché questi affreschi non sono mai stati studiati. Il riferimento alla località di Timoline compare per la prima volta nel 766 in un documento nel quale Adelchi, figlio di re Desiderio, conferma al Monastero di San Salvatore di Brescia (di cui era badessa Anselperga, sorella di Adelchi) il possesso della “curte Temoninas”. Ci sono altre citazioni del IX secolo e poi di nuovo compare nel Polittico di San Salvatore10 del 905, in cui viene citata la presenza di una chiesa dedicata a Santa Giulia. La parte dominicale (cioè del monastero) aveva tre caminate, cioè tre case dotate di camino e doveva rendere al monastero 60 anfore di vino all’anno. La corte era probabilmente situata nella zona dell’attuale castello. Nel 915 Berengario I11 concede alla figlia Berta, badessa del monastero di San Salvatore l’utilizzo dello spazio occupato da una strada pubblica per ampliare la recinzione del borgo. In cambio il monastero si impegnava nella ricostruzione della strada in una nuova posizione. Si trattava probabilmente del primo passo verso l’incastellamento. Il castello di Timoline è stato ristrutturato tra gli anni ‘70 e ‘80 del XX secolo, senza fare studi preliminari e senza criteri storici e/o archeologici. Ad esempio, accanto all’entrata in alto si vede una struttura simile ad una torretta, ma in realtà si tratta di un vano scale costruito ex novo. La facciata est sembra mostrare tracce di una torre antica, ma i lavori di rifacimento sono stati talmente invasivi che ormai è difficile ricostruire la qualcosa. Palazzo Pizzini Inizialmente era di proprietà Lana, poi è passato alle famiglie Gandini, Santi, Bevilacqua (all’inizio del XIX secolo) e Pizzini. Il palazzo è composto da una zona residenziale e da zone rustiche. Il palazzo vero e proprio a sua volta è composto da due corpi: il più antico è del ‘600, il più recente dell’inizio dell’Ottocento. Il cancello d’ingresso ha pilastri seicenteschi. La facciata sud è compatta e solida, ingentilita da un timpano triangolare. È ancora visibile una cerniera angolare12 di una probabile torre del XIII secolo. Non ha il mezzanino (la servitù stava nel sottotetto). Ai lati ci sono piccoli corpi laterali inconsueti, probabile inizio della costruzione di due torri laterali mai realizzate, come si può dedurre dal dipinto sulle pareti dello studiolo. Gli interni sono sobri, tranne due sale al piano terra con i soffitti dipinti sul tema dell’estate e dell’autunno da Carlo Carloni (1750), un pittore specializzato in pitture celebrative di famiglie nobili. Dipinge – fra l’altro – in Austria e nei palazzi Martinengo a Brescia. Come detto, nello studiolo è visibile il progetto originale del palazzo. Ci sono delle porte, alcune dipinte e una reale che da accesso ad una scaletta che conduce direttamente alle stanze del Barone. Alcuni paesaggi dipinti sono di fantasia, altri sono reali: si intuiscono Iseo con il lago, il Monte Guglielmo e San Carlo (località tra Timoline e l’attuale stazione ferroviaria di Provaglio). A nord, verso le Torbiere, si estende il parco all’inglese che segue le forme naturali. Una volta era abbellito da statue, ora sostituite da animali in bronzo. Chiesa di Santa Giulia La chiesa attuale è privata ed annessa al Palazzo Pizzini, di cui è stata a lungo la cappella privata. In stile romanico, risale al secolo XI o XII pertanto non si tratta della stessa chiesa citata nel polittico del 905. È un edificio ad aula unica, con il presbiterio rialzato con un gradino. Sotto alla chiesa sono state trovate vasche di lavorazione della calce, usate per la costruzione di edifici precedenti e non per questa chiesa. È stata trovata inoltre la tomba di un bambino. 10 11 Documento in cui vengono descritte le proprietà del monastero di San Salvatore / Santa Giulia Berengario I (Cividale del Friuli, 850 ? - Verona, 924) fu Marchese del Friuli (874 - 924), Re d’Italia (888 - 924) e Imperatore del Sacro Romano Impero (915 - 924). Corte Franca Chiesa parrocchiale La chiesa primitiva è documentata dal XII secolo ed è stata rifatta ad aula unica nel 1530÷1532, intitolati ai santi Cosma e Damiano. Nel tempo sono stati aggiunti degli stucchi barocchi. Nel 1910 è stata costruita la nuova chiesa (su disegno di Giovanni Tagliaferro) ac- 12 Per i profani è lo spigolo di un edificio. Quando una costruzione viene ampliata, il vecchio spigolo potrebbe rimanere visibile sulla nuova facciata Pag. 12 di 19 canto alla vecchia, che da allora è stata usata come deposito, palestra delle scuole elementari e teatro. La pala d’altare mostra una deposizione tra i santi Cosma e Damiano. Sullo sfondo si vede la vecchia chiesa e il castello di Timoline. Questa pala è stata spostata nel 1956 dalla vecchia alla nuova chiesa; in precedenza la vecchia pala d’altare era un quadro di Antonio Palma (?) probabilmente del 1756. Crocefissione, con Madonna e San Lorenzo; sullo sfondo San Pietro in Lamosa con il Corno di Provaglio. Le mani dei personaggi hanno una strana menomazione alle dita: è possibile che il pittore abbia riprodotto una sua menomazione, a mo’ di firma Piazza Franciacorta L’attuale Piazza Franciacorta, sede del Municipio e di tutti i servizi comunali, è stata realizzata circa 15-20 anni fa sul Bröl del Cunecc, un terreno chiuso con un muro di cinta (ne sono rimasti alcune tracce) espropriato al Barone Pizzini. In precedenza il municipio era a Nigoline (di fronte alle ex scuole elementari, ora Asilo Nido Le Farfalle) e ogni frazione aveva le sue scuole elementari e alcuni servizi. Le scuole elementari a Nigoline (e probabilmente anche nelle altre frazioni) sono state chiuse nel 1999, l’ufficio postale è stato traslocato a metà degli anni zero. In precedenza era in via Paolo VI a Timoline e in via Leonardo da Vinci a Nigoline. Non so se ci fossero altri uffici postali a Colombaro e Borgonato. Ex Biolcheria di Bersi [GAG] È uno dei luoghi più antichi di Timoline. Qui infatti sono stati trovati durante la recente ristrutturazione alcuni segni, visibili all’esterno del fabbricato che ospita lo studio fotografico, che farebbero risalire la costruzione di quell’edificio intorno al 1300-1400 (studi PRG di Corte Franca 1996). Il nome di Biolcheria deriva dal fatto che per molto tempo le case di questo “löc” sono state le abitazioni dei contadini, dei “Biólc” (da Biolca = unità di misura della superficie del terreno ancora in uso nel Veneto ed in Emilia come da noi lo è il Piò) e dei “Mashér” (mezzadri) che hanno speso la loro vita tra la stalla e la campagna «...Cadeva la pioggia, segnavano i soli, il ritmo dell’uomo e delle stagioni...» direbbe, parlando di loro, Francesco Guccini. Nello stabile che fa da angolo all’incrocio tra Via C. Battisti e Via Roma, agli inizi del secolo fu ricavato un luogo per farvi la scuola. Con l’avvento del fascismo quel fabbricato divenne la “Casa del fascio”, negli anni sessanta fu sede dell’ACLI, col suo bar, e più tardi ospitò l’ambulatorio medico. Prima della ristrutturazione che ha portato questo luogo ad essere come lo si vede oggi anche noi del GAG abbiamo potuto usare la ex stalla (dove ci sono ora fruttivendolo e parrucchiera) per cominciare la nostra attività Corte Franca musicale e dove abbiamo allestito alcuni carri allegorici per carnevale. Poi la ristrutturazione che ha tolto il muro di cinta verso la strada provinciale, quel muro che, quando fu costruito, segnava il confine ovest dell’abitato di Timoline. El Paradìs [GAG] Probabilmente alcuni degli stessi residenti non sanno che l’area comprendente le vie Don Sturzo, Marzabotto e Paolo VI, delimitata a nord dalla “Bià del Paradìs” e a sud da Via Seradina (più o meno dall’altra parte della strada rispetto al Bröl del Cunecc, dove oggi c’è il gelataio) è stata fino ai primi anni 80 un unico grande campo, il più grande di Timoline chiamato “el Paradìs ”. Se chiedete ai contadini che lo hanno lavorato, il perché di questo nome vi risponderanno raccontandovi di come il lavoro qui sembrava non finisse mai. Sia che si trattasse di arare o di falciare l’erba o di mietere il grano era sempre un’impresa arrivare «en có» (in fondo) a quel campo così grande, «grant... come ‘l Paradìs!». A nord, percorrendo quella che i nostri vecchi chiamano la “Bià del Paradìs ” (Bià = Via) si arriva all’attuale via Silvio Pellico dove si trovano i campi e il dosso della “Seradina”. La Cascina Seradina che si trova in quel sito è stata la prima costruzione “a sera” (ovest) dell’abitato di Timoline, ma l’origine del suo nome sta nel termine “Cerro”, nome di un tipo di pianta da cui origina anche «Serét» (cerreto, “luogo con cerri”, una varietà di quercia), località che si trova appena fuori dal territorio di Corte Franca, vicino alle Torbiere, sul territorio di Provaglio d’Iseo. È interessante conoscere i nomi delle località storiche minori, ma quotidiane, perché ci raccontano alcuni modi di vita della gente del nostro Comune che possono tornare a noi solo così. Da una ventina d’anni, dicevamo, in quello che fu il “Paradìs” si sono costruiti diversi edifici che ospitano la posta, la banca13, i negozi e le abitazioni civili. Per non perdere l’abitudine ad usare questo nome (che altrimenti è destinato a scomparire), da oggi, se vi capita di passare in una di queste vie o di entrare in uno di questi edifici, potreste raccontare (con una punta di orgoglio e di autoironia) di essere entrati anche voi «‘n dè ‘l Paradìs» (nel Paradiso). 13 Negli anni 2000 l’ufficio postale (era in via Paolo VI) e la banca s ono stati spostati in Piazza di Franciacorta Pag. 13 di 19 COLOMBARO Appunti dalla serata tenuta da Angelo Valsecchi il 12 maggio 2010 raccolti da Guido de Carli integrati (dove indicato) con il sito del GAG - http://digilander.libero.it/gagcortefranca/Cultura.htm Colombaro è la frazione di Corte Franca più vicina al Monte Alto. Le pendici del monte sono solcate da quattro piccole valli, percorse da torrenti. Da sud a nord si trovano la Valle di San Michele, la Valle di Forno, la valle di Boccanigo (o Boccaglio) e la Valle di Santa Maria. Le acque delle prime due valli (San Michele e Forni) si raccolgono nella zona delle Pissine (più o meno nella zona a sud di Via S.Afra e a est della strada per Nigoline), mentre anticamente alimentavano un fiume che scorreva al posto dell’attuale via S.Afra. Le altre due valli (Boccanigo e Santa Maria) si scaricano nelle polle, in zona Formaci. Tutti i torrenti oggi sono stati intubati, con i relativi rischi nel caso di piogge abbondanti. Antiche località minori • Massolina: la collinetta di roccia ad est della strada per Nigoline, a metà strada tra la fine del paese e Budrio. Non si tratta di una collina morenica. Leggende di paese mai verificate narrano della presenza di tombe altomedioevali. • Malpensa: è la località a nord dell’incrocio tra via S.Afra e via Dalla Chiesa (la strada del cimitero e dell’Acquasplash), ancora oggi indicata dal nome via Malpensa. È un tipico nome lombardo, presente in molte località e indica una zona non adatta all’abitazione • Via Gas (traversa a nord di via Fornaci): è un toponimo che indica il terreno di caccia del signore longobardo. Il catasto Napoleonico mostra il paese diviso in due parti: il cortivo del castello era l’unico nucleo compatto, mentre il resto del paese presentava un’urbanizzazione solo lungo le vie. In via Don Minzoni c’è una torre del ‘400 (ora trasform ata in abitazione) e anche altre case nelle strade adiacenti mostrano tracce antiche, ma sono difficili da vedere per le trasformazioni avvenute nei secoli. Colombaro storicamente ha avuto 7 chiese (a cui oggi si aggiunge S.Rita, chiesa privata inaugurata nel 1997 in una via laterale di via S.Afra), la maggior parte delle quali allineate sull’antico percorso Clusane – Zuccone – Zenighe – Colombaro – Nigoline – S.Eufemia – Valle di Favento – Adro. Si tratta di un percorso non documentato negli scritti conosciuti, ma ricostruito proprio in base agli edifici e ai ritrovamenti. 1. Chiesa di San Faustino 2. Chiesa di San Rocco 3. Chiesa di Sant’Afra 4. Chiesa di San Michele Corte Franca 5. 6. 7. Chiesa di San Vittore / Chiesa Parrocchiale di Santa Maria Assunta Chiesa della Madonna di Tirano (Palazzo Lana Barboglio) Chiesa di Santa Maria in Zenighe Chiesa di San Faustino Sorgeva più o meno dove oggi c’è il parcheggio del cimitero, leggermente ad est dell’attuale cimitero e ad ovest dell’Acquasplash. Si ipotizza una probabile proprietà dell’omonimo monastero di Brescia. Nel 1672 era in pessime condizioni e viene data l’autorizzazione a demolire il coro mentre a fine ‘600 scompare definitivamente. Al suo posto è stata costruita una santella, a sua volta demolita probabilmente quando è stato costruito il cimitero La Shézô Lóngô [GAG] Al confine di Colombaro con Timoline, a sud dell’attuale Via Sant’Afra, c’erano i campi che i contadini dicevano della «Shézô Lóngô» (Siepe lunga), infatti li divideva dalla strada una lunga siepe che partiva dall’inizio della ex “strada vicinale del Coniglio” (l’attuale via Lama) e terminava nei pressi della santella che si trova all’inizio della strada per il cimitero di Colombaro (via Dalla Chiesa). La siepe era di «móre» e «pignatìne» (rovi e biancospino selvatico) e le sue dimensioni erano di circa cm 120 d’altezza e 80 di larghezza. Sicuramente si trattava di una siepe esistente da molto tempo visto che il nome di questi campi è riportato anche sulle mappe napoleoniche con la dicitura di «Cesa longa». Qualcuno potrebbe pensare che «cesa» potrebbe significare “chiesa”, ma in quel periodo la “c”, in questo caso, stava per “s” (ad es. «cerese» per «serese», “ciliegie”, ecc.) Però una chiesa in questi paraggi c’era veramente. Era dedicata ai santi bresciani Faustino e Giovita e sorgeva pressappoco dove ora c’è l’Acquasplash. Di questa chiesa non si conosce l’epoca di costruzione e del resto sono poche le notizie che abbiamo; si sa che era piccola e con un solo altare. Detta “in cattivo stato di conservazione” nel 1670 e “semidistrutta” 14 anni dopo, fu rasa al suolo alcuni anni dopo e al suo posto venne eretta una cappella al di là della strada, nel campo dove ora c’è il cimitero di Colombaro. Di tutto ciò rimane traccia solo nel nome «el San Faüstì» (corrispondente al «S. Faustino» delle mappe napoleoniche) che i contadini usano per indicare il campo che si trovava a cavallo di quel tratto dell’odierna via Pag. 14 di 19 Dalla Chiesa che porta all’ingresso degli impianti sportivi, una volta detta “Viali”. Non si sa che funzione avesse una chiesa in un posto così, ma sicuramente non quella di cimitero perché fino all’arrivo di Napoleone il Campo Santo era attaccato alla chiesa parrocchiale. Via Presentane [GAG] 14 Fig. 2 mappa della zona a sud di via S.Afra 14 Sulla mappa troviamo Le strade (nomi attuali) (1) (2) (3) (4) (5) (6) (7) Via Presentane Str. Vicinale del Campagnolino (ora Via Bevilacqua) Str. Vicinale San Faustino Str. Vic. Delle Pissine e Balie Str. Vic. del Sale (o del Casino) Str. Vicinale della Sistolina Str. Vic. della Massolina I nomi dei luoghi (individuazione tratta dalla dizione popolare e dal catasto napoleonico) (A) (B) (C) (D) (E) (E1) (F) (G) (H) (I) (L) (M) (N) (O) (P) Cruzàl de Le Balie Presentane Pradèi Balie Pistoline Fistoline Campo di Mezzo Campo della Fosca Pizzina e Pizzine Massaroco Mazoline Campo Lungo Campagnola - Campagnolino Pagnolino San Faustino Piane La Furnazìnô Corte Franca Forse anche voi vi sarete chiesti il significato del nome di questa strada, traversa di Via S.Afra. In nessuno dei vocabolari toponomastici consultati abbiamo trovato il toponimo "Presentane", nome che è arrivato fino a noi grazie all’intestazione di questa via (1). E allora proviamo noi a dare una risposta. Collegheremo alcuni elementi e metteremo lì un’ipotesi (che ha bisogno di conferme o smentite). - Sul "Vocabolario dei dialetti bergamaschi" del Tiraboschi (fine 1800) si legge: «Presentì = Gabelliere». La cosa in sé non avrebbe alcun significato, ma... - Presentane (B) è detta quell’area che si trova a Sud della Strada Vicinale San Faustino (3) che porta al cimitero e "abbracciata" dalla Strada Vicinale delle Pissine e Balie (4), strada di campagna che dai due ingressi di Via S. Afra (all’altezza dell’incrocio con Via Martiri della Libertà) e del Budrio sfocia a Sud dell’attuale Via Dalla Chiesa, all’altezza del «Cruzàl de le Balie» (A) l’incrocio detto "delle Balie". - Se sul nome "Pissine" (Pizzina o Pizzine) il dialetto «Pishì» e «Pishìne» ci aiuta a capire che che si tratta di un luogo con acqua, acquitrinoso, sul toponimo "Balie" c’è bisogno di una valutazione più approfondita. - Tra la gente è "comun sentire" che: 1) l’incrocio (Cruzàl de le Balie) è stato chiamato così perché era meta delle balie dei Signori di Tim oline e Nigoline che lì si davano convegno per la passeggiata coi bam bini; 2) i campi delle "Balie" (D) erano il luogo degli incontri per gli amori clandestini dei Signori di cui sopra che così facendo procuravano lavoro per le loro balie; 3) il «Cruzàl de le Balie» è chiam ato così perché lì si trovavano le «filandére» di Timoline e di Colombaro prima di andare, a piedi, a lavorare in filanda ad Adro e vi si fermavano al ritorno per un ultimo pettegolezzo prima di far ritorno a casa. Però nessuna di queste spiegazioni sull’uso dei luoghi ci aiuta a capire il toponimo "Presentane". - Sulle mappe napoleoniche (inizio 1800) "Balie" è scritto "Baile": è solo un’inversione? E "Baile" cosa significa"? È ancora il già citato Tiraboschi che ci aiuta e così scopriamo che "Baile" è un nome longobardo, ma che anche il veneziano ha «Bailo» (funzionario, ambasciatore, Signore, rappresentante della Repubblica) a sua volta variante di «Balio» (reggitore, messo di un magistrato) che deriva dal latino: «Bailus», cioè Amministratore. Se fosse giusta questa lettura dei toponimi: Presentane da Presentì = Gabelliere e Balie o Baile = Funzionario, Amministratore (o simili) si potrebbe ipotizzare l’esistenza in questi luoghi di un banco del dazio. Oltre tutto questi toponimi si trovano sul percorso dell’ipotizzata "Via del Sale" che collegava Adro (S. Ma- Pag. 15 di 19 ria in Favento), Nigoline (S. Eufemia), passava dal Budrio, attraversava le Balie e proseguiva verso Iseo. Solo coincidenze e fantasticherie? Forse. Sicuramente la diversa frequentazione dei luoghi e la rottura del legame sociale che ha dato origine a questi toponimi rende ardua una spiegazione del loro significato, soprattutto a persone sprovvedute come noi. È comunque un campo ricco di suggestioni che meriterebbe l’investimento di adeguate risorse da parte della nostra comunità per uno studio serio ed approfondito. Nel nostro piccolo ci siamo sforzati di ventilare un’ipotesi in risposta alla nostra (e crediamo anche vostra) voglia di sapere. Chiesa di San Rocco Si trova nella parte alta di via S.Afra, proprio di fronte (lato sud) della stessa chiesa di S.Afra. Intorno al 1990 era in stato di abbandono, usata come autorimessa e cantina, ma aveva ancora al suo interno l’arco traverso. Alla fine del decennio è stata completamente ristrutturata e trasformata in appartamenti. È citata nei documenti delle visite pas torali, redatte più o meno dall’inizio del ‘500 in poi (soprattutto dopo il Concilio di Trento di metà ‘500), quando ai Vescovi viene dato l’incarico di visitare regolarmente tutte le chiese in funzione della propria diocesi. Sorgeva accanto al fiume che scorreva al posto dell’attuale via S.Afra, nella zona dove il cambio di pendenza tra il monte e la pianura favoriva i depositi di detriti portati a valle dai torrenti. Nel corso dei secoli il terreno si è alzato di circa 3 metri: la cima di un arco a sesto acuto che sporge di pochi centimetri dall’attuale marciapiedi è la dimostrazione visibile ancora oggi di questo deposito. La chiesetta da allora è sempre stata di proprietà della famiglia Barboglio, fino a qualche anno fa, quando è stata donata al comune. Castello (Curtif 16) Si può suddividere in due parti: la parte bassa (con edifici del ‘300) si sviluppa intorno a Palazzo Barboglio, mentre nella parte alta ci sono cortivi e case torre. Il castello non aveva una vera e propria cinta fortificata, ma era un insieme di vari cortivi chiusi delimitati da un torrente a nord (che scorreva al posto dell’attuale via Castello, è lo stesso che continuava nell’attuale via S.Afra) e allineati a sud. All’incrocio delle attuali via Nazario Sauro17 e via Castello è ancora visibile una feritoia archibugiera, alta e strettissima, tranne in un punto che serviva per far passare l’archibugio. Le stradine secondarie interne, con andamento prevalente nord-sud sono strettissime e conservano tracce dei portali in pietra che le chiudevano. La parte alta del castello è stato stravolto da interventi recenti. Nella piazzetta c’era un pozzo usato per attingere acqua, che negli anni ‘20 o ‘30 del XX secolo ha causato un’epidemia di tifo con alcuni morti. Per scongiurare altri futuri problemi, il pozzo è stato chiuso e al suo posto è stata costruita una santella dedicata a S.Anna per proteggersi contro le malattie. Il lato nord della piazzetta è occupato da un edificio massiccio, originariamente senza aperture (quelle attuali sono posteriori), con intonaci del ‘300. Faceva parte di un antico cortivo. La torre originariamente era più alta di quanto non lo sia oggi: lo si deduce perché l’attuale falda del tetto taglia a metà un’antica feritoia ormai chiusa) Chiesa di Sant’Afra Si trova in mezzo all’incrocio tra via S.Afra e via Nazario Sauro. Nella visita pastorale di San Carlo Borromeo15 viene citata come chiesa sotterranea, perché molto più bassa del terreno circostante. Nel ‘600 è stata abbandonata senza più il tetto. Ai primi del ‘700 un Barboglio la ristruttura e gli dà la forma attuale, rialzata rispetto all’originale. Sui lati sono ancora visibili i muri precedenti. Sul lato est ci sono ancora le impronte degli stipiti, dell’arco trionfale e dell’abside probabilmente semicircolare. Ci sono ancora tracce di affreschi che “entrano” nel nuovo muro. All’interno si vede ancora l’andamento della falda originale del tetto, molto più bassa di quella attuale. In una stanzetta laterale c’è un affresco del 1448 che mostra la lapidazione di Santo Stefano. È possibile che ci siano altri affreschi sotto l’attuale pavimento. Castello (Curtif) [GAG] Dell’insieme di case che formavano il piccolo “castrum ” (castello) rimangono ancora oggi alcuni inequivocabili segni della sua esistenza (muri a vista di medolo squadrato, finestre con strombatura, una casa con base circolare e un’altra di forma trapezoidale, la torre che si trova sul lato nord della valletta...) Non è stato possibile sapere con precisione a quando risalga l’edificazione del castello, ma di certo si sa che: - nel 1609, nel suo “catastico”, Giovanni Da Lezze scrive di un «...castello in monte circondato da mure, senza fosse, dirocato et hinabitabile»; - buona parte dei fabbricati situati intorno alla “piazzetta col pozzo” (che è un po’ il cuore di questo abitato) sono databili intorno al 1300-1400 (studi PRG di Corte Franca 1996); - le mappe napoleoniche (1810 circa) denominano «Cortivo» l’area compresa tra Via Castello, Via Na- 15 16 Vescovo di Milano dal 1564 al 1584. In questo periodo fu e visitatore apostolico di alcune diocesi suffraganee di Milano, in particolare Bergamo e Brescia, dove compì minuziose visite a tutte le parrocchie del territorio (da wikipedia) Corte Franca 17 Il Cortivo (Curtif in dialetto) è una zona chiusa fortificata che comprendeva una torre, un edificio fortificato e edifici agricoli (stalle, granai, …) La strada per Nigoline Pag. 16 di 19 zario Sauro, Vicolo del Corbello, strada vicinale della Santella e la Valle del Troso. A proposito del nome di questa valletta... Forse la presenza di concimaie e gabinetti pensili ha contribuito far sì che la gente, con quel tanto di ironica concretezza, la rinominasse «‘al del strùs». Una versione un po’ più ricercata farebbe risalire il nome Troso al fatto che la valletta fosse usata dalla gente del posto per passare con la «Tróshô» (fascina di legname tagliato sul monte e trascinato a valle con l’aiuto di una forcella di legno). «Trós», infatti, è la legna di potatura della vite che viene anch’essa legata a fascine e «Trózô» era detto l’insieme di rami legati in modo da essere trainati nel campo con una zavorra di sassi: aveva la funzione di «sfrigulà» (sminuzzare) il letame. ... eccovi un’ipotesi sul significato del toponimo Troso. Questa piazzetta è sempre stata occasione di incontro per la gente comune (anche perché spesso per attingere acqua al pozzo bisognava mettersi in fila). Stasera abbiamo voluto unire le nostre note alle vicende più o meno note di questa contrada. Palazzo e famiglia Barboglio La famiglia Barboglio sembra che derivi dagli Alghisi, potente famiglia che nel ‘200 si trasferisce dalla Val Seriana a Lovere. I Barbiglio erano avventurieri e uomini d’arme, legati agli Alghisi. Nel 1430 diventano cittadini di Brescia. Nel chiostro del monastero di San Pietro in Lamosa di Provaglio è raffigurato il loro stemma (una zampa d’aquila con piume a girello): è probabile che un vescovo Barboglio abbia fatto qualcosa per il monastero. Un’altra leggenda narra che Pietro Barboglio nel 1630 sia stato nelle Americhe. Al suo ritorno, si imbarca a Iseo per raggiungere Lovere. Approfitta della pausa della navigazione per togliersi uno stivale che gli dava fastidio da tempo (ma non li toglieva mai?!?). Al suo interno scopre tre semi provenienti dall’America. Li pianta a Lovere e nascono le prime piante di mais della zona. Secondo la leggenda, la tradizione locale del granoturco (e della polenta) ha origine da questo evento. Altri membri della famiglia servono nell’esercito asburgico e si distinguono ottenendo onorificenze ungheresi. Le case senza gronda laterale ad ovest della corte d’onore del palazzo hanno una possibile origine medioevale, dedotta proprio da questa caratteristica. Chiesa di San Michele Si trova a metà montagna, a metà tra le valli di San Michele e di Forno; attualmente è in rovina e invasa dalla vegetazione. San Michele è il santo a cui sono molto devoti i Longobardi, quindi da questo indizio e dall’analisi del muro della parete nord è possibile ipotizzare un’origine molto antica, probabilmente del secolo X – XI (o addirittura del secolo VIII). Dalle visite pastorali sappiamo che nel ‘500 e ‘600 era molto venerata e sede di un romito18. Secondo la tradizione all’interno si trovava ’laffresco della Madonna del Carmine che attualmente si trova nella chiesa parrocchiale. Sul lato ovest è possibile ipotizzare la presenza di un abside. Storicamente la chiesa apparteneva ad un fondo di proprietà della famiglia Barboglio. La Torre e la Rocca I resti della torre sono poco più in alto di San Michele, completamente sommersi dalla vegetazione. Inoltre nella Valle dei Forni si trova un troncone della torre, scivolato a valle al momento del crollo, lungo circa 7 metri, con muri di 2,70 metri e adagiato in posizione orizzontale. La torre è stata demolita nel 1457 probabilmente quando Venezia ordina la distruzione di tutte le torri presenti sul territorio per evitare che potessero essere usate da banditi. Per abbattere le torri, si scavava sotto un angolo o si toglievano le pietre del basamento, mentre la torre era retta da una serie di puntelli di legno. Quando il lavoro era completato, si dava fuoco ai puntelli e la torre crollava. In un documento del 1266, Dalfino de Uguzzonibus di Iseo racconta avvenimenti successi nel 1240, quando aveva grandi possedimenti a Colombaro. Ad Adro si erano asserragliati i Malesardi (ghibellini) che facevano scorrerie a danno dei guelfi dei paesi limitrofi, tra cui Colombaro. La popolazione è costretta a rifugiarsi nella rocca. Dalfino è costretto alla fuga e all’esilio in Val Camonica. Quando Brescia diventa guelfa, Dalfino si fa aventi per chiedere la restituzione delle sue proprietà. Non è dato di sapere se la richiesta sia stata accolta. Non è nemmeno certa l’identificazione di questa rocca, se fosse nei pressi della torre o in tutt’altra zona. Questo documento è importante per un altro motivo: si tratta del documento più antico che riporta il nome Franza Curta. Fino al suo ritrovamento, la citazione più antica era quella degli Statuti del Comune di Brescia del 1277. Chiesa di San Vittore e Parrocchiale di Santa Maria Assunta Nel 1704 il Vescovo autorizza la costruzione di una nuova chiesa, nell’area della chiesa di San Vittore e che sostituisca come Parrocchiale la chiesa di Santa Maria in Zenighe, troppo lontana dall’abitato. Nel 1710 è pronta l’aula nuova, ma la vecchia chiesa di San Vittore è ancora in funzione, perché è stata demolita solo in seguito, per fare spazio al nuovo coro. 18 Corte Franca eremita Pag. 17 di 19 La nuova Parrocchiale è officiata nel 1726-1727 e consacrata nel 1734 da Monsignor Querini19. All’interno ci sono quattro altari: uno ospita l’affresco che la leggenda vuole sia stato trasferito dalla chiesa di San Michele, ma stato profondamente rifatto (ad esempio, la Madonna ha la bocca a cuore). La Madonna del latte ha un’anatomia assurda. La cornice in legno dorato dell’altare è di Gaspare Bianchi di Lumezzane, realizzato a metà del ‘600, quindi probabilmente viene dalla chiesa di San Vittore. Un altro altare ha una tela di Antonio Paglia che raffigura la cena dei discepoli di Emmaus: la particolarità è che i discepoli sono vestiti da pellegrini, con la concha, il bordón e il cappello a tesa larga20. «Cashulìne», allora significherebbe casoline, casupole, casette, nel senso di case isolate. In questa via sorge una torre che gli storici ritengono sia stata fatta edificare intorno al XIV secolo dai signori della zona, gli Oldofredi di Iseo, al tempo della loro massima potenza (lo fanno supporre sia la struttura che il materiale usato per la sua costruzione). Fu usata anche come torre colombaria, (in quel periodo era questa la posta aerea); da ciò derivano toponimi come: Colombaro, Colombara, Colombare, Colombera ecc. In questa via, qualche decina di anni fa ebbe sede la prima banca di Corte Franca e successivamente una delle classi della nostra scuola media. Contrada Casalini Lungo il lato est dell’attuale via Astolfo Lunardi c’è una torre che probabilmente faceva parte di un cortivo. Prima dell’ultimo restauro il sopralzo era intonacato, il che fa supporre che la torre originale medioevale sia stata rialzata nel Quattrocento. Palazzo Lana Barboglio Antico palazzo Lana, l’ultimo proprietario era Giacomo Ragnoli21; dopo la sua morte è passato agli eredi che non lo sta nno più curando e l’hanno messo in vendita. La facciata principale del palazzo è di fronte all’inizio di via Zenighe, mentre l’antico brolo era delimitato dalle attuali via Manzoni, via Garibaldi e via Astolfo Lunardi. Il portone principale è sulla prosecuzione verso sud di via Zenighe. La prosecuzione dell’asse attraversa l’androne, la torre e sul vecchio muro di cinta, lato sud (sull’odierna via Garibaldi), termina con il Santelù, una santella con un affresco dell’Annunciazione di metà del ‘600 che mostra tra l’altro come due offerenti un Lana e sua moglie. Il pavimento originale era più basso di circa un metro, e oggi la parte inferiore dell’affresco si trova sotto il livello dell’attuale pavimentazione. La parte più meridionale del vecchio brolo è stata urbanizzata, per cui il Santelù oggi si trova in un giardino privato. Il corpo principale del palazzo è del ‘600; ad ovest (verso via Manzoni) ci sono i rustici e la chiesa della Madonna di Tirano, mentre ad est (verso via Fornaci) c’è un’ala settecentesca il cui interno non è mai stato completato: c’è solo un solaio tra il piano terra e il primo piano, ma non ci sono divisioni interne e il resto è tutto libero. Una leggenda narra che questa ala non sia mai stata completata per colpa di un fantasma che disturba i lavori. Sotto l’androne si aprono quattro portali, due per lato. Dei due verso la parte seicentesca del palazzo, uno porta in una sala con un camino su cui è raffigurato lo stemma Lana con le aquile imperiali in seguito ad onorificenze militari. Anni fa c’era uno spiedo meccanico a contrappeso del XVIII secolo, ma è stato rubato. Le altre sale contengono alcune coppe vinte dall’ultimo proprietario, armi spagnole e altri oggetti molto diversi fra loro. Le stanze sono decorate, ma Fausto Lechi22 ne parla male, dicendo che sono fatte senza stile e proporzione. Cashulìne [GAG] Il nome attuale di questa via è stato dato per ricordare Astolfo Lunardi, partigiano bresciano delle “Fiamme Verdi” (divisione “Tito Speri”), condannato a morte dai fascisti il 5 febbraio 1944 a causa della sua lotta per la liberazione dal nazifascismo, ma come succede per tutti i nomi “politici” delle località, con la località stessa non ha a che vedere. Il nome precedente era italianizzato in “Via Cas alini”, che già si avvicinava al nome che in dialetto si dà a questa località: «Cashulìne». Per località intendiamo non solo la via, ma anche tutto ciò che è contenuto nel muro perimetrale che i contadini una volta identificavano come il brolo dei «Péne» (soprannome della famiglia Gatti) dove ora ci sono abitazioni e la ex Pavi-Mar. Perché questo nome? Da dove viene? Sulle mappe napoleoniche (del 1810 circa) es istenti all’Archivio di Stato di Brescia c’è scritto «Cajoline», ma in un certo periodo la “j” lunga e la “S” (esse) in certi casi sono state usate in modo intercambiabile, infatti troviamo scritto «Cajella» per indicare la località Casella. 19 20 Angelo Maria Quirini o Querini (Venezia, 30 marzo 1680 – Brescia, 6 gennaio 1755) è stato un cardinale italiano. Discendente della famiglia patrizia veneziana dei Querini, entra ancora giovane tra i monaci benedettini, venne nominato arcivescovo di Corfù tra il 1723 ed il 1727; successivamente fu traslato alla diocesi di Brescia con ritenzione del titolo arcivescovile e della sede bresciana dal 1728 fino all’anno della morte. Papa Benedetto XIII lo elevò al rango di cardinale nel concistoro del 10 novembre 1727. Viene ricordato a Brescia soprattutto per ’lerezione della biblioteca Queriniana, alla quale donò gran parte dei volumi della propria collezione privata, coltivata in particolare grazie ai fortunati acquisti del periodo di Corfù. (da wikipedia) Rispettivamente la conchiglia (capasanta) simbolo dei pellegrini a Santiago de Compostela e il bastone da pellegrino Corte Franca 21 22 pilota automobilistico che ha partecipato a ben 14 edizioni della Mille Miglia, terminandone nove Autore de Le dimore bresciane in cinque secoli di storia, pubblicato nel 1974 da Edizioni di storia bresciana Pag. 18 di 19 La Torretta ha un passaggio che la attraversa e porta nel brolo. Sui muri alla sua destra e sinistra sono dipinte le gesta di Guerriero II Lana, che dal 1680 era un ufficiale dell’esercito Asburgico. Si dice che abbia partecipato alla difesa di Vienna durante l’assedio del 168323. A destra è raffigurato il conte a cavallo con la spada, alla guida dell’esercito, mentre a sinistra ci sono i turchi in fuga. Purtroppo l’affresco è in pessimo stato di conservazione a causa del totale abbandono: nel 1970 era ancora visibile, mentre oggi la parte di sinistra è completamente scomparsa e quella di destra è visibile solo molto parzialmente. Sull’angolo nord ovest si trova la Chiesa della Madonna di Tirano, costruita nel 1683 per la moglie di Guerriero II Lana, una Quadrio di Tirano. La chiesa è in stato di totale abbandono, con il pavimento coperto da dieci centimetri di guano. Ci sono tracce degli affreschi originali, in pessimo stato. Santa Maria delle Zenighe In contrada Zenighe c’erano numerosi edifici con corti. La Chiesa di Santa Maria è stata la chiesa parrocchiale di Colombaro (nonostante fosse decentrata rispetto all’abitato) fino alla costruzione dell’attuale chiesa, all’inizio del ‘700. I reperti più antichi sono delle sculture emerse nel restauro: sono frammenti del IX-X secolo, provenienti dal luogo, di pilastrini di pluteo24. Durante il restauro l’aula non è stata scavata, perché era già stata stesa la caldana in calcestruzzo , mentre è stato possibile scavare sotto il presbiterio. È stato possibile ricostruire la storia della chiesa, in queste fasi: • Prima chiesa romanica: XI-XII secolo (secondo la datazione fatta nel 1995) o anche più antica secondo studi più recenti. Era una piccola chiesa ad aula unica. Sono rimaste tracce di una monofora. La chiesa era circondata da un cimitero, di cui è stato trovato il muro di contenimento nello scavo sotto l’attuale presbiterio. • Nel XIII secolo è stata ampliata sul lato nord (più o meno in corris pondenza dell’entrata attuale, anche se la struttura della chiesa era completamente diversa) • Nel XV secolo è stata costruita la chiesa attuale, demolendo la vecchia chiesa romanica. È stata chiusa l’entrata principale a causa della costruzione della casa che ancora oggi è addossata alla facciata, che probabilmente godeva di un accesso privilegiato. Il vecchio muro di contenimento del cimitero è stato inglobato ella nuova chiesa, e le macerie della chiesa romanica sono state usate come riempimento per portare tutto al livello attuale. Le macerie trovate presentano frammenti degli affreschi romanici. • Nel ‘500 è stata aggiunta la navatella laterale, sede della Confraternita del SS. Sacramento • Tra il ‘600 e il ‘700 sono state realizzate le due cappelle laterali: quella del SS. Sacramento a destra e quella del S.Rosario a sinistra, che occupa parte della navatella del ‘500. • Dopo la costruzione della nuova chiesa parrocchiale (officiata nel 1726-1727 e consacrata nel 1734), la Chiesa di Santa Maria rimane in uso come cim itero, poi con la costruzione del nuovo cimitero viene completamente abbandonata. Si dice che il vecchio altare sia stato portato nel Bergamasco. • Nel 1964 la chiesa è diroccata, senza tetto, con vegetazione all’interno. Inizia il recupero. Nell’abside oggi sono visibili tracce di un affresco di una Madonna in Trono. Nella navatella laterale ci sono affreschi che in passato sono stati rubati, trovati, ricons egnati e ricollocati. I danni subiti sono ingenti: la storia di San Giovanni Battista sembra un fumettone. Dal campanile, unica parte oggi visibile anche da lontano, guardando verso il Monte Alto nell’arco di circa 100 metri si vedono tutte le tradizionali colture della zona: prato nella zona pianeggiante vicino alla chiesa, vite sui primi pendii sassosi, olivi sui terrazzamenti superiori e bosco sulle pendici del monte 23 Nell’estate del 1683 l’esercito turco ha stretto d’assedio Vienna per un paio di mesi. Nella battaglia campale dell’1112 settembre 1683 l’esercito cristiano riesce a sconfiggere quello ottomano, segnando il punto di svolta nelle guerre tra austriaci e turchi. 24 Parapetto in marmo, spesso lavorato in rilievo, che divide il presbiterio dall’aula. Analogo alla transenna, ma quest’ultima è traforata. Nell’alto medioevo si facevano con lastre di marmo. Un esempio di pluteo è visibile nella Pieve di Santa Maria ad Erbusco Corte Franca Pag. 19 di 19