Indice In copertina: Sr. Evangeline Ortiz e Sr. Mary Ann Mondaya in un momento di relax. E d i t o ri a l e Rinascere dall’Alto 3 di Aurelia Damiani Re da zi on a l e Il silenzio 4 di Vito Cutro U n o s g u a r d o a i P a d ri Figlia di Abramo a cura di Vito Cutro 5 M a g i s t e ro Segni del tempo Assam - India 9 25 esimo della Missione SOM 10 in Madagascar Therese Voldonirma dalla Residenza Maria Marcella Auguri zia Ines di Vito Cutro 5 Lettera enciclica SPE SALVI (III) 24 12 da l la Cl i n i c a M at e r M i s eri c o rd i a e “Tutto quello che avete fatto 13 a uno dei più piccoli, l’avete fatto a me” G u a rd i a m o M a ri a Il tramonto luminoso di Andrea Gemma Vescovo Emerito Passarono facendo del bene A scuola da Teresa a cura di Vito Cutro Direttrice Suor Aurelia Damiani Responsabile Vito Cutro Coordinamento Suor Paola Iacovone Concita De Simone Redazione Dott. Domenico Di Virgilio Suor Bertilla Cipolloni Rosangela Cutro Giuseppe Di Florio Federica Martufi Suor Rolanda Sabellaga Suor Annabelle Mamon Suor Joy Lacaden Segretaria di Redazione Federica Martufi 6 8 R i fl e s s i o n i La leggenda del Sasso della Guerra 14 Maria figlie dell’eterna Sapienza 15 di Lucia Venuti di Joy Lacaden A c c a n t o a c h i s o f f re La comunicazione tra medico 16 e paziente di una caposala Dossier 43° Capitolo Generale delle S.O.M. (III) 17 17 Salute e Sanità La medicina Precolombiana 21 Vivere il “Tempo breve” 22 di Gerardo Corea di Andrea Scoppola S p a z i o C u l t u ra Anno Paolino a cura di Vito Cutro 23 a cura di Vito Cutro 24 La Cometa Voci che arrivano al cuore 26 di Federica Martufi Maria: Madre di tutti i tempi 27 di Federica Martufi Adozione a Distanza L’ a n g o l o d e i G i o v a n i Da sentinelle del mattino a profeti della nuova era 28 29 di Federica Martufi Gmg: un mosaico multicolore 30 di Concita De Simone V a ri a U m a n i t à Giovanna Rosa Borghini di Giuseppe Di Florio B i bl i o t e c a Ospitalità a cura di Giuseppe Di Florio 32 32 Notizie ITALIA 34 - Anniversario Associazione Teresa Orsini - Alatri: Festa della Beata Raffaella Cimatti - Palagianello: Grazie Don Vincenzo MADAGASCAR 34 - Professione Perpetua NIGERIA 35 - Inaugurazione e professione INDIA 35 - Il Mercy Hospital Re l a x a cura di Concita De Simone 36 Gli angeli dei bambini ROM Sono tristi i loro angeli. Bimbi Rom… allineati… aspettate il turno. Aprite le manine. Schedati… impronte digitali. Come i delinquenti! Come i bambini ebrei tra i nazisti. Allineati… aspettate il turno. Bambini della Padania… Giocate felici… non dimenticate di fare merenda. Giocano felici… non sanno nulla… innocenti. Bambini Rom! Allineati… aprite le manine. Schedati… impronte digitali. I vostri angeli sono tristi Essi sanno… ma sono con voi! C.P. Editoriale Rinascere dall’Alto di Madre Aurelia Damiani - Superiora Generale È lo slogan del nostro 43° Capitolo Generale che ormai è prossimo al suo inizio. La citazione è tratta da Giovanni 3 ed abbiamo ritenuto di porla alla base del nostro lavoro comunitario seguendo l’insegnamento di Paolo, tratto da Rm 12,3 che recita: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente”. Da più di un anno la nostra Congregazione è stata chiamata a riflettere su alcune schede riguardanti i Principi e Fondamenti, le Mete e gli Ostacoli ed i Vincoli da considerare per un rilancio della Congregazione. Rilancio indispensabile in un mondo che, ormai nel terzo millennio, vede chiamate anche noi a riformulare dei metodi e delle prassi che siano adeguate alla realtà contingente, in sintonia anche con quanto richiesto dai nostri vescovi, per annunciare Cristo in un mondo che cambia. Sono tante le sfide che ci attendono alla prova dei fatti e non possiamo permetterci di abbassare la guardia. Vediamo il male che dilaga intorno a noi, molte volte mettendo a dura prova il nostro impegno e la nostra dedizione e creando notevoli momenti di distrazione. Non dobbiamo cedere, non possiamo cedere: abbiamo una certezza che abbiamo proclamato consacrando la nostra vita, tutta la nostra esistenza, con i sacri voti che abbiamo professato nella consapevolezza che Gesù è con noi, accanto a noi e che, alla fine, farà prevalere il bene sul male, l’amore sull’odio, la pace sulla violenza. Se sapremo riflettere ed ascoltare la voce dello Spirito, le linee programmatiche della nostra Congregazione per i prossimi sei anni saranno faro di luce per tutte noi ma, soprattutto, punto di riferimento per una azione sempre più incisiva e coerente con il nostro stato, con il nostro Carisma e con la nostra Missione. Benedetto XVI da più tempo pone alla comune riflessione l’esigenza impellente di uscire da quel relativismo etico, morale e sociale che sta affliggendo l’umanità moderna e, di conseguenza, la Chiesa di oggi. Ciò che, quindi, viene richiesto anche alla nostra Congregazione, nel suo specifico, è di dare il suo contributo al che la società riacquisti consapevolezza di se stessa e, soprattutto, della sua umanità interrompendo il suo vorticoso andare verso gli scogli del materialismo, dell’edonismo e dell’egoismo. Rinascere dall’alto, quindi: è l’augurio che formulo per il nostro 43° Capitolo Generale per la riuscita del quale chiedo ancora le vostre preghiere ed il vostro affetto. Grazie di cuore. Redazionale di Vito Cutro Il silenzio A conclusione di un recente incontro con alcuni giovani in partenza per la G.M.G., mi piace citare due affermazioni scaturite dalla riflessione comune: «Mi sembra di vivere in una società di morti che, meccanicamente ed istintivamente, segue determinati ordini o impulsi. Una società di morti interiormente…..». «Spesso sentiamo dire che Dio è morto. Non è forse più corretto dire che, ormai ed in prevalenza, è l’uomo che è morto e che vive in una società di morti ad ogni forma di vita interiore?». Padre Raniero Cantalamessa, un francescano che possiamo vedere spesso anche in televisione, ha, di recente, affermato che, mentre un tempo eravamo abituati ad immaginare un Dio eterno, soprannaturale e creatore di tutto ed era molto difficile, quindi, riuscire ad immaginare un Dio che, come noi, avesse potuto vivere una sua esistenza umana, oggi è difficile l’opposto: vedere, cioè, quel Gesù, che siamo avvezzi a considerare come buon amico e compagno di strada, anche come Dio creatore e Signore del mondo. Manca, e lo possiamo sperimentare, quella tensione spirituale verso l’alto, verso quelle Regole eterne che possiamo conquistare seguendo una serie di dettati spirituali ed esperienziali. Manca, spesso, la stessa idea di Dio e, molte volte, questa viene distorta da una immagine fatta a “nostra immagine e somiglianza” o considerata in una accezione radicaleggiante. Di qui il voler sostituire spesso a Dio l’Io individuale, ritenendoci capaci di fare tutto ed in preda ad un esasperato protagonismo. Ma è ovvio che, se dalla nostra vita viene a mancare la fonte stessa della vita, Dio, essa non diviene altro che una 4 - Accoglienza che cresce ‘natura morta’; il nostro esistere si manifesta in uno stato di passivismo inerte, un sopravvivere, piuttosto che un vivere, un correre senza meta e nell’intima consapevolezza di correre a vuoto. Dio non è certamente morto e ce lo conferma il fatto che, anche se per vie sbagliate e tortuose, l’umanità lo sta cercando, affannosamente. È forse un paradosso, ma per ridare alla nostra vita il soffio vitale c’è bisogno di silenzio. Se, di tanto in tanto, facessimo periodi, più o meno lunghi, di tonificante silenzio, ce ne renderemmo subito conto. Dio non parla nel fragore, ma nella quiete, non nello stato frenetico, ma nello stato di abbandono cui a volte ci lasciamo andare, anche se solo per riacquistare le forze per correre ancora più di prima. In altre occasioni abbiamo fatto cenno al bisogno che c’è di ascoltare. Bene, ascoltare il silenzio, ovvero le voci che scaturiscono dal silenzio, è il miglior ascolto che possiamo fare. È lì che troveremo Dio. Come chi cerca un ruscello in un bosco; se canta, urla e corre non udrà il fruscio delle acque, ma col silenzio gli perverranno subito all’udito anche i più piccoli dettagli della vita che pulsa tra le piante. Sapendo apprezzare il silenzio - che non è assolutamente solitudine -, se sappiamo ascoltare (e non semplicemente udire) e guardare (e non semplicemente vedere), sarà poi facile tornare a forme originarie di spiritualità che ci consentiranno di essere nuovamente vivi e degni della vita. Può essere il toccasana anche per quel bisogno che abbiamo di riflettere, di confrontarci, di dialogare – e non di fare unicamente monologhi; ma, soprattutto, per riappropriarci dell’integralità della nostra dimensione che, è bene ribadirlo, per i cristiani è anche divina. Indice Uno sguardo ai padri Figlia di Abramo a cura di Vito Cutro Il brano che rileggiamo in questa circostanza è tratto dalla Lettera Apostolica “Mulieris Dignitatem” (n.13), scritta dal Papa Giovanni Paolo II, sulla dignità e vocazione della donna, in occasione dell’anno mariano del 1988. Essa porta la data del 15 agosto - solennità dell’Assunzione di Maria Santissima - dello stesso anno. “I n tutto l’insegnamento di Gesù, come anche nel suo comportamento, nulla si incontra che rifletta la discriminazione, propria del suo tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere esprimono sempre il rispetto e l’onore dovuto alla donna. La donna ricurva viene chiamata «figlia di Abramo» (Lc 13, 16): mentre in tutta la Bibbia il titolo di «figlio di Abramo» è riferito solo agli uomini. Percorrendo la via dolorosa verso il Golgota, Gesù dirà alle donne: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me» (Lc 23, 28). Questo modo di parlare delle donne e alle donne, nonché il modo di trattarle, costituisce una chiara «novità» rispetto al costume allora dominante. Ciò diventa ancora più esplicito nei riguardi di quelle donne che l’opinione corrente indicava con disprezzo come peccatrici, pubbliche peccatrici e adultere. Ecco la Samaritana, alla quale lo stesso Gesù dice: «Infatti hai avuto cinque mariti, e quello che hai ora non è tuo marito». Ed essa, sentendo che egli conosceva i segreti della sua vita, riconosce in lui il Messia e corre ad annunciarlo ai suoi compaesani. Il dialogo, che precede questo riconoscimento, è uno dei più belli del Vangelo (cf. Gv 4, 7-27). Ecco poi una pubblica peccatrice, che, nonostante la condanna da parte dell’opinione comune, entra nella casa del fariseo per ungere con olio profumato i piedi di Gesù. All’ospite che si scandalizzava di questo fatto egli dirà di lei: «Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato» (cf. Lc 7, 37-47). Ecco, infine, una situazione che è forse la più eloquente: una donna sorpresa in adulterio è condotta da Gesù. Alla domanda provocatoria: «Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?», Gesù risponde: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». La forza di verità, contenuta in questa risposta, è così grande che «se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani». Rimangono solo Gesù e la donna. «Dove sono? Nessuno ti ha condannata?». «Nessuno, Signore». «Neanch’io ti condanno, va’ e d’ora in poi non peccare più» (cf. Gv 8, 3-11).(…) L’atteggiamento di Gesù nei riguardi delle donne, che incontra lungo la strada del suo servizio messianico, è il riflesso dell’eterno disegno di Dio, che, creando ciascuna di loro, la sceglie e la ama in Cristo (cf. Ef 1, 1-5). Ciascuna, perciò, è quella «sola creatura in terra che Dio ha voluto per se stessa». Ciascuna dal «principio» eredita la dignità di persona proprio come donna. Gesù di Nazareth conferma questa dignità, la ricorda, la rinnova, ne fa un contenuto del Vangelo e della redenzione, per la quale è inviato nel mondo. Bisogna, dunque, introdurre nella dimensione del mistero pasquale ogni parola e ogni gesto di Cristo nei confronti della donna. In questo modo tutto si spiega compiutamente (…)”. Accoglienza che cresce - 5 Guardiamo Maria Il tramonto luminoso di C @ Andrea Gemma Vescovo Emerito ome si è già detto, dopo aver accennato alla presenza di Maria nel cenacolo, insieme alle altre donne, in attesa dello Spirito santo, della Madre di Gesù nei testi ispirati non si parla più… almeno esplicitamente. C’è infatti l’accenno preziosissimo nella lettera di san Paolo ai Galati ove si afferma che Gesù è “nato da donna” (cf Gal 4, 4) e c’è il capitolo dodicesimo dell’Apocalisse di Giovanni, ove si riferisce della donna e del drago. Gli esperti dicono che nella donna insidiata dal drago è in primo luogo indicata la Chiesa di Gesù, unita alla gloria del suo Signore, ma costantemente insidiata dal drago infernale, il quale tuttavia è destinato alla sconfitta. L’immagine della donna vestita di sole e coronata di stelle è stata tuttavia, specie nella liturgia della Chiesa, significata simbolicamente la gloria della Madre di Dio, eterna nemica di Satana, e glorificata in anima e corpo insieme col Figlio divino. Della vita terrena di Maria, dunque, dopo la Pentecoste non abbiamo alcuna notizia ed è perfettamente inutile tentare improbabili ricostruzioni, anche quelle – ci si lasci dire – fondate su presunte rivelazioni private. Domandiamoci innanzitutto il perché di questo silenzio. Rispondiamo che dopo la discesa dello Spirito santo la missione di Maria in mezzo agli Apostoli è compiuta ed inizia la missione a cui gli stessi erano stati deputati. L’assunto centrale di questa missione era l’annunzio di Gesù e la formazione di quella comunità che non doveva conoscere limiti di luogo né di tempo. In questa missione – si comprende – i protagonisti erano gli apostoli, con il crisma che aveva loro donato con 6 - Accoglienza che cresce abbondanza lo Spirito effuso nella Pentecoste. A Maria, come sarebbe stato per tutti e ciascuno nei secoli futuri del cristianesimo, era riservato il compito fondamentale e necessario di accompagnare i passi e le fatiche dei missionari con la preghiera e l’intercessione. Questa funzione, come ben dice il Concilio Ecumenico Vaticano II (cf LG 56) Maria avrebbe continuato a svolgere, con maggiore efficacia, anche dopo la sua assunzione al cielo. Lo dimostra, fra l’altro, la devozione sempre fervida e mai interrotta, del popolo cristiano, come il Magistero della Chiesa avrebbe continuamente insegnato. È comunque legittimo per i devoti di Maria domandarsi come e dove la Madre di Gesù abbia trascorso gli ultimi anni della sua vita terrena e dove l’avrebbe conclusa. A tal proposito c’è una sola risposta sicura: Maria convisse quale Madre amatissima, secondo le disposizioni di Gesù, nella casa del discepolo prediletto. Non è possibile tuttavia dire con precisione il luogo dell’ultima dimora terrena di lei. Ci sono in realtà due città che si contendono questo impareggiabile privilegio: Efeso, dove viene indicata una “casa di Maria” di dove ella, al termine della sua vita terrena, sarebbe stata assunta in cielo. Il luogo è indicato da una lunga ed ininterrotta tradizione popolare; quivi recentemente si è recato anche il Papa Benedetto XVI nel suo viaggio in Turchia. L’altro luogo che viene indicato come l’ultima dimora terrena di Maria è a Gerusalemme, dove, sul monte Sion un sontuoso e moderno tempio viene presentato ai pellegrini cristiani come il santuario della “dormizione della vergine Maria” e, nella valle del Cedron, ai piedi del monte degli ulivi, si mostra tradizio- nalmente la tomba della stessa Madre di Dio. Inutile disquisire quale delle due sedi meriti di essere accreditata quale ultima dimora terrena della Madre di Gesù. È perciò più facile tentare un quadro spirituale della esistenza di Maria in quell’ultima stazione della sua eccezionale esperienza umana. Non c’è bisogno di dire, oltre quanto già accennato, che non è possibile scoprire a quale età Maria sia stata trasferita in cielo accanto al Figlio, ossia quanti anni ella sia sopravvissuta al Figlio divino. Se dovessimo al riguardo esprimere un intimo indecifrabile sentimento, diremmo che Maria non ha conosciuto il declino di quella ultima parte della vita, la vecchiaia, che già gli antichi chiamavano una malattia di per se stessa. Alla morte di Gesù, si può dire, che Maria aveva circa cinquant’anni. È difficile allora pensare che il suo Figlio l’abbia lasciata in terra per un altro decennio. Forse qualcuno al riguardo vorrebbe appellarsi all’immagine – niente affatto corrispondente alla sua reale esistenzacon cui la Madonna si è presentata nelle frequenti apparizioni. Una prima cosa è certa, comunque, a proposito dei giorni che Maria trascorse in terra dopo l’ascensione di Gesù: lo splendore della sua santità, che già all’inizio era eccezionale, dovette rifulgere con un irraggiamento quale in nessun altra creatura umana si è potuto constatare. Il sole al suo tramonto rifulge di bagliori più alti e più infuocati. Maria, sole di vera santità e per la grazia di cui era stata arricchita e a cui aveva corrisposto in maniera unica, al termine dei suoi giorni doveva apparire di una luminosità irresistibile allo sguardo umano. È naturale qui il richiamo al volto di Mosè che non poteva essere guardato dopo il suo colloquio con Dio, tanto era abbagliante (cf Es 34, 29) e Maria era stata a contatto con Dio per trenta e più anni: quale luce doveva aver invaso la sua anima recettiva e nobilissima! Questa luce al suo tramonto, emetteva bagliori fulgidissimi che soltanto anime particolarmente dotate potevano percepi- Guardiamo Maria re. Fortunato l’apostolo Giovanni che potè ammirare da vicino questo oceano di luce, che egli cercò di ritrarre quando descrisse la donna del capitolo dodicesimo della sua Apocalisse. Il tempo che Maria aveva libero dalle piccole faccende di casa a cui nemmeno in quest’ultima stagione della vita ella volle sottrarsi, ella passava, come è facile pensare, nella preghiera silenziosa o meglio nella meditazione contemplativa di quel cumulo di ricordi che gelosamente custodiva in seno. È dono dell’anima squisitamente sensibile e profondamente intelligente rendere presente e tuttavia non invadente, come in un ininterrotto succedersi di avvenimenti legati gli uni agli altri, tutti i momenti di una vita che, pur trascorsa nel tempo, lasciava indelebile impronta di ricordi, impressioni, sentimenti nella memoria amorosa. Chi l’avesse vista raccolta in silenzio, lontana come sempre dalle conventicole chiassose, dalle chiacchiere inutili, era costretto a rispettare quei prolungati silenzi meditativi che erano memoria vivace e preghiera fervorosa. Se è vero come ha detto Gesù che “il cuore è là dove è il proprio tesoro” (cf Mat 6, 21) Maria ormai sapeva benissimo dove fosse il suo tesoro, quello che tale era stato per tutti gli anni della sua avventura terrena, il suo Figlio divino, che l’aveva preceduta nella dimora celeste ove l’attendeva. Com’era facile allora comporre come in un quadro di meravigliosa fattura i molteplici tasselli in cui si era sviluppata l’esistenza terrena di quel Figlio così straordinario che ella aveva allevato per la carne prima e per la gloria poi. Come dovevano apparirle, in questa contemplazione retrospettiva, talmente significative tutte le sue parole, tutti i suoi gesti, tutte le sue azioni. Il cuore di Maria era davvero diventato uno scrigno donde ella trovava a suo piacimento le varie perle preziose, i fulgidi diamanti, le gemme di gran pregio, con cui comporre un ricchissimo monile di inarrivabile bellezza. In questo ella, più assai che un intenditore artistico, usava continuamente deliziarsi. Certamente da questo scrigno il fortunato evangelista che le era accanto avrà tratto quei tesori di sapienza che ne fanno l’aquila reale dell’annunzio evangelico. Tutto ciò – è facile dedurlo da quanto sappiamo dell’umilissima serva del Signore – senza che ne venisse attirata la labile curiosità degli uomini, anche se, noi pensiamo Maria non si sarà sottratta nella piccola cerchia della comunità cristiana a qualche rievocazione, a qualche confidenza, a qualche soavissimo ricordo che potessero giovare al bene spirituale dei suoi figli. Come saremmo felici di poter rappresentare al vivo e verosimigliantemente uno di questi rari incontri di Maria coi discepoli del Figlio! Possiamo solo immaginarlo! La caratteristicha senza dubbio più evidente di quegli anni ultimi di Maria – possiamo esserne certi – era il vivo desiderio di raggiungere il Figlio nella definitiva dimora celeste. San Paolo diceva di sé: “desidero consumarmi ed essere con Cristo”(cf Fil 1, 23). Che altro poteva desiderare colei per la quale Cristo da sempre era stato l’unica ragione del suo vivere e del suo agire? Ormai ella sapeva quale era la destinazione suprema dei suoi giorni e, tranne la volontà di rimettersi come sempre al divino volere, non poteva non anticipare col desiderio ardente quel momento sospirato in cui sarebbe stata definitivamente con il suo diletto, con la sicurezza di non poterlo più perdere. Ogni giorno che passava – ella sentiva e se ne illuminava di vivissima luce – era un passo in più dato verso la pienezza. Questa certezza – chiamiamola pure speranza – si trasformava in un sempre più vivo anelito e questo prendeva la forma di una incessante preghiera gaudiosa. Quante volte avrà ella ripetuto nell’intimo il suo “magnificat” nell’attesa di quell’estrema chiamata alla quale andava preparandosi, per gridare per l’ultima volta e nel colmo della gioia il suo “Eccomi!” definitivo. Quell’ “Eccomi!” era stata la prima risposta della sua fede incrollabile che aveva permesso all’Altissimo di compiere in lei grandi cose, anzi la cosa più grande. Ora si preparava con entusiasmo crescente e con la consapevolezza di aver compiuto in pienezza la sua missione, a pronunziare quell’ “Eccomi!” che l’avrebbe introdotta per sempre nella gloria, accanto al suo Figlio risorto. Fu preavvisata Maria dell’imminenza dell’arrivo dello Sposo divino? Certa letteratura lo ha creduto e ce n’è rimasto qualche documento; ma non ce ne era bisogno; perché la sua gioia, quella con cui sarebbe andata gaudiosamente incontro a lui, era stata sempre in un crescendo costante e adesso emetteva i bagliori più fulgidi: era la preparazione alle sue nozze eterne per le quali insistentemente ritornava nel suo cuore il dolcissimo invito: “Vieni, amica mia; vieni mia tutta bella; vieni mia sposa; vieni e sarai incoronata” (cf Cant 4, 8). Con Maria e come Maria la Chiesa continua a ripetere con l’ultima parola della Bibbia: “Vieni, Signore Gesù!” (Ap 22, 20). Accoglienza che cresce - 7 Passarono facendo del bene A scuola da Teresa a cura di Vito Cutro Il 3 luglio 2008, nella ricorrenza dell’anniversario della morte della nostra Fondatrice, la serva di Dio Principessa Teresa Orsini Doria Pamphili, Mons. Karel Kasteel, Segretario del Pontificio Consiglio “Cor Unum” per la promozione umana e cristiana, ha celebrato, nella Chiesa di S. Agnese in Agone in Roma, una sacra Liturgia durante la quale ha pronunciato una significativa omelia della quale trascriviamo un breve stralcio. Le domande che pone siano stimolo per tutti ad una costante riflessione e conversione di vita. «(…)Desidero ringraziarvi per aver reso possibile di celebrare con voi, e per voi tutte, per l’intero Istituto, questa santa Messa, vicino alla tomba della venerata Fondatrice, Teresa Orsini, sposa di Luigi Doria Pamphilj Landi, madre di famiglia e fondatrice, la cui causa di elevazione all’onore degli altari è bene avviata. Gradirei inviare un saluto quanto mai affettuoso alla cara Madre Generale ed assicurarla del nostro ricordo speciale nella preghiera per il prossimo 43° Capitolo Generale che sarà celebrato dal 25 agosto al 15 settembre presso la Madonna di Loreto. Mi fa piacere che la Madre Generale abbia fatto un appello a ognuna delle suore, dalla più giovane alla più anziana ed esperta, per riandare alle sorgenti del vostro carisma, il che è assolutamente necessario per progredire nella santità e nell’efficacia. Con motu proprio papale del 3 gennaio 1826 e poi con l’approvazione dell’11 luglio 1827, 181 anni fa, nacque la vostra amata Congregazione a Roma e il 12 luglio 1828 si giunse all’apertura del noviziato. Teresa aveva 39 anni e, grazie a lei, voi siete una Congregazione romana, senz’altro un particolare privilegio. Oltre che a Roma, ora siete in dieci nazioni e dobbiamo pregare perché le Suore ospedaliere possano estendersi altrove nella Chiesa ed approfondire sempre più il loro importantissimo apostolato. Continua a vegliare sopra di voi la vostra Madre Teresa, senza la quale nessuno di noi oggi si troverebbe qui. Oggi – meditando insieme – vorremmo ritrovare qualcosa della spiritualità altissima che lo Spirito Santo aveva infuso in questa donna che rimane un esempio di Carità sublime per ognuno di noi: con lei, la Carità di Cristo entrava fra le corsie degli ammalati. “Donna di grande pietà verso Dio, di forte amore per i figli, quasi dimentica di sé, per aiutare i poveri giacenti negli ospedali, di singolare abilità ed ingegno nell’affrontare le difficoltà …”. Compiuto l’atto di fondazione, ella visse ancora per poco tempo su questa terra: morì il 3 luglio 1829, a 41 anni, 3 mesi e 10 giorni: oggi è il 179° anniversario del suo pio transito. 8 - Accoglienza che cresce “La di lei perdita – scrive il segretario Lorenzo Mancinelli – lasciò nel più vivo dolore il principe di lei consorte, i suoi figli, congiunti, e nel sommo dispiacere e rammaricati i familiari, amici e conoscenti, o per meglio dire tutta Roma, ammiratrice delle grandi virtù di cui era adorna e soprattutto della cristiana carità e pietà verso i poveri e della bella cortesia dell’anima, che la resero a tutti carissima e stimatissima”. Quanto sono importanti le Regole che Teresa stabilì per la sua fondazione: già Papa san Pio V aveva detto: “sono disposto a canonizzare senza processi e senza altri miracoli tutti i religiosi e le religiose che abbiano osservato fedelmente le proprie regole”. Due punti. Comincia appena sveglie: ci dobbiamo mettere alla presenza di Dio. Lo facciamo ogni giorno? Nell’andare e nel tornare dalla corsia, ciascuno preghi il Signore di accettare, come fatto a lui, il servizio e l’assistenza degli infermi, pregando di dare vero spirito e fervore di carità e umiltà cristiana. Lo facciamo? Le caratteristiche dell’Istituto, fin dai primi tempi: rigore, alta spiritualità, senso del dovere e soprattutto grande amore per Cristo e i sofferenti. La preghiera era stata il motore principale dell’azione di Teresa. Come una buona madre indicò proprio nella preghiera la via per giungere a Cristo e al prossimo sofferente. “Fu specchio luminoso della più provvida ed industriosa carità verso i poverelli”, come testimoniò il canonico vaticano Ponzileoni, suo direttore spirituale. “Vide sempre nei pazienti il Cristo sofferente, per questo li amava e li serviva”. Mi colpisce molto Teresa quando, essa stessa madre di famiglia, afferma a proposito del cuore delle sue suore: non basta un cuore di mamma, ci vuole quello di Gesù! Che ve ne pare? Non vi sembra un’altissima vocazione? Cosa facciamo per infonderla in noi stessi, o per ottenere questo cuore divino? (…)». Segni del tempo Assam - India La missione SOM tra le tribù del nord-est L’ Assam è uno Stato dell’India nord-orientale, confina a nord con il Bhutan, con lo stato indiano dell’Arunachal Pradesh, con Nagaland e Manipur, Tripura e Mizoram, a ovest con il Bangladesh e gli stati indiani di Meghalaya e Bengala Occidentale. Ha una superficie di 78.438 Km. La capitale è Dispur, ma il maggiore centro urbano è Guwahati. Il territorio, prevalentemente pianeggiante, è attraversato dal fiume sacro agli indiani, il Brahmaputra, navigabile dal golfo del Bengala alla città di Dibrugarh. Il clima è umido e subtropicale, con intense precipitazioni; è una regione soggetta a frequenti inondazioni e terremoti. La vegetazione è costituita da fitte foreste di bambù e di sempreverdi. Fra gli animali si annoverano l’elefante, la tigre, il rinoceronte e l’orso. L’economia dell’Assam è basata sull’agricoltura. La popolazione è di 26.638.407, prevalentemente tribale. Il Mercy Hospital si trova su una principale via di comunicazione, nella cittadina di Nowgong o anche Nogaon, situata a circa 100 Km. da Guwahati. L’ospedale riceve pazienti dai distretti di Nagaon, Morigaon, Karbi Anglong e Sonitpur. La nostra Congregazione delle Suore Ospedaliere della Misericordia è arrivata nel Nord-Est dell’India nel 1993. L’ospedale dapprima come dispensario è iniziato agli inizi del 2000, la camera operatoria è stata inaugurata il 10 Dicembre del 2007. Il primo chirurgo che ha organizzato il lavoro in sala è stato il Prof. Antonio Catania del Policlinico Umberto I di Roma. L’ospedale beneficia della presenza di una suora medico: Sr. Therese Thevara MBBS – DGO (Dublin) e di due medici laici. Altri specialisti sono reperibili su appuntamento. Hanno fatto seguito altri medici e infermiere già nostri collaboratori a Vohipeno. Medici o altri professionisti che desiderassero rendere la loro opera presso questo ospedale possono mettersi in contatto con l’Amministratore. Sr.Daisy Mercy Hospital No2 Mullapatty – Khutikatia P.O. Haibargaon, Nagaon 782002 ASSAM I N D I A Una veduta dell’ospedale Tel: 0091 – 3672- 222912 E-mail: [email protected] Cellulare : 0091 - 9435162156 In camera operatoria Accoglienza che cresce - 9 Segni del tempo di Therese Vololonirina esimo 25 della Missione SOM in Madagascar La forza del tempo trasforma i semi in piante rigogliose L a preparazione del 25 esimo anniversario per celebrare la nascita della missione in Madagascar delle Suore Ospedaliere della Misericordia ha avuto inizio già dallo scorso 26 maggio 2007. Un’organizzazione lunga, degna di una storia che porta con sé un baglio di amore donato al prossimo. In vista di questo grande ed importante avvenimento, la Madre Delegata, Sr Loretta, ha inviato una lettera a tutte le comunità malgasce riunite in un solo cuore per questo cammino di festa, indicandoci i programmi comuni sia spirituali che materiali. “È il Signore che guida gli eventi - scrive Sr. Loretta -, e noi rispondendo alla sua chiamata, facciamo la storia insieme con Lui. Questo tempo di grazia viviamolo nella piena gratitudine verso Dio, consapevoli che la nostra bravura ha sicuramente dato i suoi risultati, ma il Suo disegno d’amore è la vera pietra salvifica per i malati, i poveri e i bisognosi. Il Signore servendosi della nostra disponibilità e collaborazione umana, continua la Sua opera in mezzo agli uomini. La fedeltà a Cristo e alla Congregazione delle SOM sono il fondamento del nostro cammino in questa terra di pellegrini, insieme a tutta la Chiesa, nostra madre”. Sr. Loretta ha fatto inoltre un invito a tutte noi affinché riflettessimo sul significato della frase: “Fedeltà a Cristo, fedeltà alla Congregazione”. Non è semplice esplicitare le ragioni di fondo della propria scelta vocazionale e non è facile spiegare cosa vuol dire “Essere una Suora Ospedaliera della Misericordia”. Mi rivedo ragazzina, quando anni fa lasciavo la mia famiglia, paurosa e timida, ma 10 - Accoglienza che cresce certa che una strada si stava aprendo davanti ai miei occhi. Allora mi era oscuro il disegno che Lui aveva scritto per me e solo oggi, dopo tanti anni nei quali è maturata in me la decisione di consacrarmi al Signore, dopo la formazione e tante prove, mi rendo veramente conto di quando sia valsa la pena di seguire quella chiamata. Essere una suora non è un titolo o un diploma da raggiungere, non è uno scappare dalle difficoltà della vita o da situazioni familiari complicate, ma è un’esperienza d’amore con Dio e in Dio. Significa vivere intensamente e con entusiasmo la propria scelta per il Signore. Essere una suora non è un sentimento, ma una realtà di vita che abbraccia l’intera esistenza per servire il Signore con estrema gioia. Essere una suora non è un “abbandonare il mondo o straccarsi da esso”, ma un “avvicinarsi a chi ha bisogno, un passo verso gli altri giorno dopo giorno”. È vero quello che scriveva San Paolo: “Non siamo noi, ma la grazia del Signore che ci accompagna”. Essere una Suora Ospedaliera della Misericordia per me significare vivere uno dei momenti più forti della vita di Gesù il quale si avvicinava ai malati per guarirli. Significa essere il “Buon Samaritano” che si ferma ogni qual volta incontra una persona che ha bisogno d’aiuto, che soccorre i malati fasciandoli e portandogli l’olio della speranza. Oggi celebriamo il 25 esimo della Missione in Madagascar, grazie alle prime Suore Ospedaliere che hanno aperto questo cammino, grazie alla loro generosità, amore, pazienza, sacrifici, ma anche tanta gioia nel cuore nell’andare incontro a chi soffre. Un grazie di cuore a tutte le consorelle che hanno dedicato la loro vita a questa missione e a quante lo continuano a fare con entusiasmo. Ringraziamo insieme il Signore per il dono della vocazione in questi 25 anni, dal 1983 al 2008. Infine un grazie a tutti coloro che hanno partecipato alla crescita di questa missione spirituale e materiale: benefattori, amici e conoscenti sparsi nel mondo. Preghiamo insieme per la nostra missione in Madagascar e chiediamo la benedizione del Signore affinché questa celebrazione porti a tutti forte speranza e rinnovamento per il nuovo cammino verso il 50 esimo. Le suore malgasce sono 42, 4 novizie del secondo anno, 7 novizie del primo anno e 4 postulanti. Sono presenti 5 comunità: comunità dell’Annunziazione: Ambatondrazaka comunità della Visitazione: Hospital HJRA, Tananarive, comunità Raffaella Cimatti: Antamponankatso, Tananarive comunità Teresa Orsini: Noviziato, Tananarive comunità San Luigi: Hospital Heninbsua, Vohipeno. Segni del tempo dalla Residenza Maria Marcella di Vito Cutro Ines Auguri zia G rande festa, il 23 luglio scorso, alla Residenza Maria Marcella. Come accade ogni mese, sono stati festeggiati i compleanni degli ospiti che sono nati nel mese, in questo caso quello di Luglio. 15 compleanni, ma la particolarità dell’evento sta nel fatto che la sig.ra Ines Mancini, da tutti chiamata zia Ines, ha compiuto 102 anni essendo nata il 23 luglio del 1906. Primogenita di cinque fratelli, ha visto accanto a sé, oltre l’affetto di tutti gli ospiti della Residenza e quello delle suore che dedicano il loro tempo e la loro vocazione a seguire gli anziani, quello dell’unico fratello rimasto, il signor Antonio e dell’unico nipote, il signor Mauro. Alla domanda su quale fosse il suo segreto per aver raggiunto questa bella mèta, in un primo tempo, scherzosamente, ha risposto: “Se glielo dico, che segreto è?” mentre, successivamente, ha affermato con determinazione “Ho sempre lavorato”. Fragile di corpo, ma ancora forte nello spirito e nella mente, Ines è stata dirigente d’azienda nei tempi che furono e, quindi, ne sa bene di vero lavoro. È ospite alla Residenza dal 1996 e il suo riposo se lo è ben conquistato ed è giusto che se lo goda, come si è augurata ella stessa, “ancora per molti anni”. Nel saluto che ha voluto porgere a tutti i presenti, ha ringraziato soprattutto delle preghiere che l’hanno accompagnata rendendole serena e tranquilla la vita di ogni giorno. Una sua attenzione particolare è stata dedicata alle ‘suorine’, questi ‘angeli bianchi’ che, peraltro, hanno reso piacevole la festa con canti e danze, ma, soprattutto, con il loro sorriso e la loro gioia. Un bel quadretto, non c’è che dire: la solidarietà e la fraternità si fa presente e vive in queste giovani provenienti da varie parti del mondo dando una giusta e meritata serenità agli anni ormai maturi di uomini e donne che vivono in questa Residenza, ideata e realizzata a seguito di felici intuizioni delle Suore ospedaliere e della sua prima direttrice, Sr. Elvira Iacovone. Tale felice intuizione, con impegno diuturno, prosegue ora da parte di colei che le è succeduta, la sempre presente Sr. Rosalia. dalla Clinica Mater Misericordiae “Tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli, l'avete fatto a me” Volevo ringraziare l’intera struttura della vostra Clinica per il supporto sia medico che umano che mi avete dato in un periodo molto difficile e delicato della mia vita. Ho trovato in ciascuno di voi, dai medici agli infermieri, dalle suore ai volontari, professionalità, competenza e soprattutto ho avvertito di essere stato trattato come una persona piuttosto che come un paziente. I risultati ottenuti nel periodo di Day Hospital parlano da soli, per questo voglio ribadire a mia stima e la mia riconoscenza. P.D.B. Al momento delle mie dimissioni sento la necessità di informarvi su quelle che sono le mie impressioni sulla Clinica. La vostra struttura oltre a rivelare un’indiscutibile preparazione, unisce a questa un’altrettanto indiscutibile professionalità che si associa ad una gentilezza che si può senza dubbio definire “affettuosa” e che rende chiaro il motivo per cui i pazienti al momento della loro dimissione lo facciano tutti malvolentieri pur riconfermando il loro GRAZIE per l’esperienza vissuta al vostro fianco. Anche io vi dico “grazie” e per non rischiare di commuovermi oltre vi saluto con affetto. B.G. Vi ringrazio per il prezioso servizio offertomi nei 53 giorni trascorsi in questo ambiente molto sereno e cordiale, ove ci si sente a proprio agio. Sono rimasto positivamente colpito dal portamento premuroso delle suore, tutte sempre sorridenti, pronte e presenti ad ogni chiamata, per tutti, senza eccezione. Le cure terapeutiche poi mi hanno donato una nuova giovinezza anche con i miei 84 anni ed è per me doveroso lodare l’intera equipe di medici e terapeuti che mi hanno tanto aiutato. Per tutto il bene ricevuto per la mia salute, voglio ricambiare con le mie preghiere, specie nella Santa Messa e vi impartisco la mia benedizione sacerdotale con l’augurio di poter continua a fare ancora tanto del bene a vantaggio dei malati che il Signore vorrà mandare. Don Sergio Stoppani Riflessioni di Lucia Venuti La leggenda del Sasso della Guerra C’ era una volta un sasso. Non si sa quando era iniziato il suo cammino. Un giorno si era messo a rotolare, rotola qua, salta là, aveva attraversato mari e monti senza fermarsi mai. A dire il vero aveva accelerato sempre più la sua corsa. Tutto qui? Magari, fosse tutto qui! Dovete sapere che questo, non era un sasso qualunque, era il Sasso della Guerra; si chiamava così perché ovunque passava, qualunque suolo toccava, qualunque uomo sfiorava, una grande, infinita guerra iniziava. In poco tempo paesi, città e nazioni, cominciarono aspre lotte per conquistare il potere. Il tempo stesso cominciò a correre, inesorabilmente, lasciando agli uomini e a tutti gli abitanti della terra, pochissimo tempo per comprendere ed agire. Nessuno aveva più tempo per fermarsi a pensare, per fermarsi a comprendere ciò che stava accadendo. Così le guerre continuavano e più le guerre si espandevano a macchia d’olio, più il tempo a disposizione degli uomini, si accorciava. I bimbi crescevano in mezzo all’odio e alla morte, divenivano uomini e donne senza speranza, perché il Sasso della Guerra aveva distrutto ogni loro possibile sogno. Più i sogni si spegnevano e più il Sasso della Guerra accresceva il suo volume, schiacciando il tempo e la luce degli uomini e di tutti gli abitanti della terra. Fu allora che alcuni uomini giusti, si svegliarono dal lungo sonno e cominciarono a pensare e si accorsero di quanto male era stato fatto. Essi parlarono ed affidarono al Vento Arra il loro messaggio di pace: “Abitanti di tutto il mondo inchiniamoci e chiediamo aiuto a Dio”. Il Vento Arra corse veloce su mari e monti, su paesi e città, resistendo con tenacia al richiamo del Sasso della Guerra. “Sono il Vento Arra, porto al mondo la parola dei giusti. Sta lontano, Sasso della Guerra!”. Gli uomini di tutto il modo, alzarono la testa al cielo per ascoltare il messaggio degli uomini giusti portato dal Vento Arra. Il tempo si fermò, gli uomini si fermarono e cominciarono a chiamare e a chiedere aiuto a Dio. Lo sguardo di Dio si posò sul mondo martoriato dall’odio e dalla guerra e Dio ebbe pietà di tanta sofferenza, alzò la mano e disse: “Pentitevi e il Sasso della Guerra sarà richiamato là da dove è venuto”. Tutto il mondo si inchinò e Dio fece rotolare il Sasso della Guerra lontano, oltre il tempo di questo tempo, oltre il tempo di ogni tempo, nella Terra del Mai, dove dormono le malattie mai sofferte, gli incubi mai avuti, le guerre mai subite, gli orrori mai vissuti. Il Sasso della Guerra fu messo a dormire nella terra del Mai, dove resterà per richiesta degli uomini e per volere di Dio. Riflessioni Maria figlia dell’eterna Sapienza Le vie di Maria sono una nuova scoperta per me, perché la mia sete di verità e la mia ricerca personale erano concentrate su libri voluminosi di teologia e di filosofia. Appartenevo alla famiglia religiosa della Madre della Misericordia eppure, indossando la medaglia della sua immagine come identificativo, non mi rendevo conto del suo ruolo della mia vita. Chi mi conosce si stupirà che tale esperienza mi si sia rivelata solo ora. Per me non è facile spiegare tale scoperta. La grazia è avvenuta in occasione della mia partecipazione al convegno “Sulle orme di Maria”, organizzato dai religiosi aderenti ai Focolari, fondati da Chiara Lubich che ora gode della presenza della Madre celeste. In realtà non mi aspettavo che si potesse dire qualcosa di nuovo di questa semplice donna di Nazareth, ma con grande stupore sono rimasta incantata, mi sembrava tutto nuovo e ogni volta che si parlava di lei sembrava che anche il cielo si stupisse. Ancora nessuno riesce a definirla completamente, solo il Padre che l’ha creata e che l’ha resa “piena di grazia” e riempita di sapienza. In Maria ho trovato una ragione per accettare le desolazioni dell’anima, il suo dolore mi ha dato forza, nella sua umiltà, anche quando mi sembra di perdere, la sua immagine mi dà coraggio, mi sento vicina a lei e nei momenti più oscuri, quando non so che cosa devo fare, mi basta dire “Madre” e si accende piano piano una luce che mi illumina. Mi risuona sempre dentro il cuore il suo canto “grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”, perché mi sento che sono dentro di lei, sono una figlia sua, mi ama, mi protegge anche a mia insaputa. Non avevo compreso la sua premura, la sua dolcezza e non ero consapevole della sua grandezza, mi perdo solo a pensarla come madre di Dio e dell’umanità; ora mi resta solo da contemplarla, amarla, ma soprattutto ringraziarla. Joy Lacaden Accanto a chi soffre di una Caposala LA COMUNICAZIONE TRA MEDICO E PAZIENTE O ggi come non mai il valore delle professioni sanitarie viene continuamente messo in discussione. Ogni giorno, infatti, non mancano mai cronache nere riguardanti la cosiddetta ‘malasanità’, la malattia di una Istituzione così importante al servizio del malato, in un sistema che sembra dare priorità ad aspetti ‘estranei’ alla sua specificità, quali i vincoli macro/micro economici, le garanzie istituzionali, l’opportunità politica. La tentazione di medici, infermieri, amministratori è quella di rispondere a questo disagio con un’affermazione più decisa del proprio ruolo. Quali sono veramente i limiti affrontati quotidianamente da chi lavora nella sanità? Quali le risorse disponibili e come vengono impiegate, non solo in termini di profitto e dei mezzi sofisticati, ma di competenze e di umanizzazione? Quali i mezzi efficaci oggi per ottenere fiducia dal malato e per migliorare il rapporto medico – malato? Proprio da questa realtà partono una serie di problemi nell’ambito sanitario che spesso vengono considerati superflui. Quando, invece, l’intesa medico – paziente è chiara in partenza, il cammino terapeutico diviene più facile e si ottiene l’auspicata fiducia, quella fiducia che, a sua volta, diviene la base del programma terapeutico. La comunicazione medico – paziente non è, infatti, uno scopo da perseguire come fine a se stesso con perfezione formale, ma è, piuttosto,lo strumento necessario per costruire la relazione interpersonale per arrivare, quindi, ad uno scambio di conoscenza. “Qualcuno che apre la porta ad un altro sconosciuto confidando nel fatto che l’altro possa dare un briciolo di speranza al suo stato di malato”. La comunicazione è, a mio avviso, il più importante strumento in medicina ed è determinante ai fini di una raccolta di informazioni completa ed accurata. Ma così delicata da richiedere tanto rispetto umano. Il legame fra medico e paziente è un’alleanza tra le persone; la fiducia, il diritto al segreto e le reazioni intime della persona sofferente sono ben diversi da qualsiasi espressione interpersonale che esiste in altre relazioni. Esistono degli atteggiamenti personali come fedeltà, rispetto, ossequio, sincerità e mutua fiducia. Il medico, inoltre, deve essere attento a non violare minimamente l’alleanza di fedeltà, anche di fronte ad alcuni desideri egoistici ed irresponsabili eventualmente espressi dal paziente, ma tiene alto il valore della sua responsabilità nei confronti della sua etica professionale e del paziente stesso. 16 - Accoglienza che cresce Dossier a cura di Annabelle Mamon 43° Capitolo Generale delle Suore Ospedaliere della Misericordia … momento di grazia e di conversione per l’Istituto ….in un clima di preghiera: prima, durante e dopo Il Dossier del primo numero del 2008 era intitolato “Capitolo Generale: Tempi forti nella vita di una Congregazione”, ed è servito ad introdurci a comprendere perché ogni Istituto Religioso si raduna, coinvolgendo non solo tutti i fratelli e le sorelle, ma anche tutte le persone vicine alla vita dell’Istituto. Abbiamo visto come in questo evento si confrontano tutti gli aspetti dell’Istituto. Nel secondo numero sono stati presentati brevemente gli obiettivi e le priorità di questo Capitolo alla luce della storia dei capitoli SOM, che credo, sia più o meno simile in tutti gli Istituti religiosi. In questa terza parte tratteremo delle priorità dell’attuale Capitolo Generale. N ella considerazione che un Capitolo Generale al passo coi tempi deve guardare con realismo al futuro e impegnarsi in una programmazione, concreta e possibile, nel discernimento delle scelte da portare avanti senza astrazione, ma nelle condizioni reali dell’Istituto sapendo individuare quali sono i veri problemi dell’Istituto stesso, quali le risorse di cui dispone, quali le risposte necessarie e possibili ai problemi che si pongono, nell’arco dell’ultimo anno e mezzo tutta la Congregazione è stata chiamata a riflettere su alcune schede riguardanti i Principi e Fondamenti, le Mete e gli Ostacoli ed i Vincoli da considerare per un rilancio della Congregazione delle Suore Ospedaliere della Misericordia. Tutto ciò anche alla luce di quanto, è bene ripeterlo, ha scritto Madre Aurelia Damiani in un messaggio indirizzato a tutti i membri della Congregazione stessa. “La celebrazione del Capitolo Generale quale evento dello Spirito ci coinvolge tutte: dalla sorella più giovane alla madre più anziana e ci sprona a riandare alle sorgenti del nostro Carisma, dove ha trovato origine la nostra vocazione, dove si alimenta la nostra fedeltà quotidiana e si rafforza il senso dell’appartenenza alla nostra famiglia religiosa e in essa siamo mandate a far conoscere ed amare Gesù ai fratelli e sorelle con uno sguardo di amore e di compassione. Esorto quindi tutte voi sorelle carissime a una viva e fattiva partecipazione e intensa collaborazione per la crescita della nostra amata Congregazione assumendo questo ‘impegno di famiglia’ con serenità, senso di appartenenza e con il cuore colmo di speranza in un futuro che, sicuramente, ci verrà incontro ricco della grazia del Signore. Maria, pellegrina nella fede, ci sia sostegno e guida nel cammino che stiamo intraprendendo e sollevi il nostro sguardo nella contemplazione del volto di Cristo Risorto sorgente di acqua viva capace di irrigare il deserto delle nostre chiusure e pessimismi, e di sorprenderci con la potenza del suo Spirito che ‘fa nuove tutte le cose’ ”. La Vita in Cristo, dimensione specifica dei membri della Congregazione, può trovare la sua ragion d’essere peculiare nella ricerca della santità attraverso un recupero del senso di appartenenza che, alla luce dell’incalzare dei tempi e delle problematiche emergenti, non escluda, ma che anzi preveda, una rivisitazione delle varie espressioni della vita comunitaria, di quella vocazionale e di quella missionaria attraverso: - Un rinnovamento spirituale che prenda lo spunto, ovviamente, da una riforma del piano di formazione continua sulla parola di Dio e sulla Sacra Scrittura, sul Discernimento, sulla Vita interiore e sulla ‘Teologia vissuta dai Santi’. Nell’ambito di questo rinnovamento dovranno essere considerati gli aspetti riguardanti la ‘vita di preghiera’, la centralità della parola di Dio, il percorso di accesso ai voti e l’accompagnamento spirituale di ciascun membro della Congregazione. - Una rivisitazione del concetto di Servizio nella riscoperta che esso è espressione diretta del carisma di fondazione e permette il fondamento della Congregazione. L’analisi deve portare alla scoperta di altri settori ove praticare il servizio dell’Ospitalità particolarmente caro alla Fondatrice e uno tra i perni portanti del nostro essere religiosa. A ciò si deve accompagnare l’apertura alle nuove povertà rimanendo coerenti all’opzione fondamentale per i poveri in tutte le realtà geografiche in cui la Congregazione è presente. - Una riflessione particolare sulla Vita Fraterna stante, sopratutto, i tempi e ritmi della vita quotidiana. È stata riconosciuta la necessità e l’opportunità di porre particolare attenzione su questa dimensione della vita personale in quanto vita di Comunità e quindi, necessariamente, momento di tonificazione e di nuovo impulso per la riconferma del proprio impegno. Quanto sopra esposto, nell’ambito di una riflessione comunitaria del massimo Organismo della vita di una Congregazione, non può non portare anche ad una riforma strutturale. È quanto previsto, tra l’altro, nelle schede di riflessione di cui stiamo trattando e parte dalla considerazione che la Congregazione non può non accogliere una integrazione nella natura giuridica dell’Istituto, che la porterà ad essere, quale di fatto già è, Congregazione missionaria, recependo in particolare ciò che negli ultimi anni è avvenuto. A spiovere ne conseguirà anche una rivisitazione delle prerogative e dei compiti del Consiglio Generale. Da ultimo, ma non certamente in ordine di importanza, viene elaborata la proposta di un itinerario di pastorale vocazionale. Tale itinerario potrebbe essere proposto alle Comunità Ecclesiali in cui la Congregazione è stabilmente impegnata con compiti di animazione o anche presentato in occasioni da creare ad hoc. Tale itinerario si potrebbe snodare attraverso il coinvolgimento nella attività di servizio in cui sono impegnate le Suore Ospedaliere e potrebbe articolarsi in momenti residenziali, di Catechesi, di Scuola di Preghiera, di Lectio Divina e Momenti Liturgici, senza escludere eventuali periodi da trascorrere nelle Missioni della Congregazione. Le attività di Pastorale vocazionale potrebbero permettere alla Congregazione di essere maggiormente aperta alla volontà dello Spirito ed in futuro, anche di poter valutare – quale frutto ulteriore di queste attività- la costituzione di un ramo laico della Congregazione . Congiuntamente è nelle intenzioni di attivare un percorso di Pre-evangelizzazione, particolarmente nei confronti dei giovani, attraendoli e coinvolgendoli nelle proprie attività di Servizio. Nell’ambito di tale ultima considerazione vanno certamente citate due realtà in cui la Congregazione delle Suore ospedaliere della Misericordia ha già raccolto intorno a sé un buon numero di laici: l’Associazione volontari “La Cometa” onlus, attiva già da diversi anni, e l’Associazione “Teresa Orsini”, fondata da mons. Carlo Caputo e riconosciuta ufficialmente di recente con decreto del vescovo di Gravina mons. Mario Paciello. Scopo dell’Associazione, che conta già 150 membri, è la formazione spirituale delle giovani mamme sull’esempio della santa Principessa gravinese fondatrice del nostro Istituto. Capitoli Generali della Congregazione SOM I Capitolo Generale del 10 Febbraio 1834 Superiora Generale Sr. M. Eleonora Bartolomucci XXII Capitolo Generale del 11 Maggio 1904 Superiora Generale Sr. M. Margherita Isopi II Capitolo Generale del 8 Marzo 1837 Superiora Generale Sr. M. Eleonora Bartolomucci XXIII Capitolo Generale del 31 Maggio 1906 Superiora Generale Sr. M. Margherita Isopi III Capitolo Generale del 12 Maggio 1840 Superiora Generale Sr. M. Felice Santucci XXIV Capitolo Generale del 12 Maggio 1909 Superiora Generale Sr. M. Candida Colonna IV Capitolo Generale del 12 Maggio 1843 Superiora Generale Sr. M. Felice Santucci XXV Capitolo Generale del 11 Maggio 1912 Superiora Generale Sr. M. Candida Colonna V Capitolo Generale del 10 Giugno 1846 Superiora Generale Sr. M. Eleonora Bartolomucci. XXVI Capitolo Generale del 12 Maggio 1915 Superiora Generale Sr. M. Luisa Tolomelli VI Capitolo Generale del 7 Dicembre 1849 Superiora Generale Sr. M. Teresa Giusti XXVII Capitolo Generale del 12 Maggio 1918 Superiora Generale Sr. M. Luisa Tolomelli VII Capitolo Generale del 7 Dicembre 1852 Superiora Generale Sr. M. Emilia Pini XXVIII Capitolo Generale dal 19 Maggio 1921 Superiora Generale Sr. M. Agostina Alessandri VIII Capitolo Generale del 12 Maggio 1856 Superiora Generale Sr. M. Emilia Pini XIX Capitolo Generale dal 18 Giugno 1925 Superiora Generale Sr. M. Celeste Nobili IX Capitolo Generale del 12 Maggio 1859. Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni XXX Capitolo Generale dal 18 Giugno 1931 Superiora Generale Sr. M. Celeste Nobili X Capitolo Generale del 13 Maggio 1862 Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni XXXI Capitolo Generale dal 8 Luglio 1937 Superiora Generale Sr. Maria Saveria Sanzi XI Capitolo Generale del 11 Maggio 1865 Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni XXXII Capitolo Generale dal 16 Maggio 1946 Superiora Generale Sr. M. Eugenia Mecarelli XII Capitolo Generale del 12 Maggio 1868 Superiora Generale Sr. M. Emilia Pini XXXIII Capitolo Generale del 7 Maggio 1952 Superiora Generale Sr. M. Eugenia Mecarelli XIII Capitolo Generale del 12 Maggio 1875 Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni XXXIV Capitolo Generale del 17 Marzo 1958 Superiora Generale Sr. M. Rosalia Borzi XIV Capitolo Generale del 12 Maggio 1881 Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni XXXV Capitolo Generale del 11 Maggio 1964 Superiora Generale Sr. M. Rosalia Borzi XV Capitolo Generale del 12 Maggio 1884 Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni XXXVI Capitolo Generale Speciale straordinario dall’8 al 18 maggio 1969 XVI Capitolo Generale del 12 Maggio 1887 Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni XXXVII Capitolo Generale del 20/26 Maggio 1970 Superiora Generale Sr. M. Marcella Cavallari XVII Capitolo Generale del 14 Maggio 1890 Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni XXXVIII Capitolo Generale del 19/27 Settembre 1976 Superiora Generale Sr. M. Marcella Cavallari XVIII Capitolo Generale del 29 Maggio 1893 Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni XXXIX Capitolo Generale del 19/24 Settembre 1982 Superiora Generale Sr. M. Marcella Cavallari XIX Capitolo Generale del 22 Ottobre 1894 Superiora Generale Sr. M. Margherita Isopi XL Capitolo Generale del 31 Maggio 1989 Superiora Generale Sr. Elisabetta Longhi XX Capitolo Generale del 12 Maggio 1898 Superiora Generale Sr. M. Margherita Isopi XLI Capitolo Generale del 21Maggio/2 Giugno 1996 Superiora Generale Sr. Aurelia Damiani XXI Capitolo Generale del 12 Maggio 1901 Superiora Generale Sr. M. Margherita Isopi XLII Capitolo Generale 25 Agosto 2002 Superiora Generale Sr. Aurelia Damiani. Salute e sanità di Gerardo Corea La medicina Precolombiana I Maya, gli Aztechi e gli Incas I l ruolo delle antiche civiltà precolombiane demandato sempre al medico-stregone-sacerdote, coinvolse tre diverse "localizzazioni": i Maya, che abitavano l’attuale Guatemala; gli Aztechi, che abitavano l’attuale Messico e gli Incas nella zona delle Ande, fermo restando che a nord, padroni del territorio, erano i pellerossa, gli Indiani del nord-America. Queste civiltà tra di loro ebbero a scambiarsi diverse usanze, non solo per ciò che riguarda l’arte medica ma per tutta l’organizzazione sociale. È risaputo fossero civiltà progredite, basti pensare che per esempio Tenochtitlan, l’attuale città del Messico, capitale dell’impero azteco, aveva servizi igienici all’avanguardia. Esisteva addirittura un ingegnoso sistema di fognature, per assicurare lo smaltimento dei rifiuti liquidi, mentre quelli solidi venivano trasportati e inceneriti fuori città. Lo stesso potremmo dire per la presenza nelle strade dei vespasiani, mentre ogni quartiere era responsabile della pulizia delle proprie strade. Fatti questi che se vengono messi in relazione con la pur tanto decantata organizzazione socio-igienico occidentale, occorre aspettare, per molte realtà, proprio i nostri giorni perché tutto ciò si avveri. Per queste civiltà la maggior parte delle malattie erano dovute all’intervento di divinità maligne o all’abbandono del corpo da parte di quelle salutari. Esistevano quindi Dei, protettori delle varie patologie. Così, accanto al dio della medicina (Itzamma) vi era la dea protettrice della gravidanza e del parto, il protettore della pediatria, quello contro le febbri, quello contro le emorragie, quello contro l’itterizia… Ebbero tutti buona conoscenza dell'anatomia e della fisiologia, anche se prepotentemente per alcuni versi gli aztechi ebbero a primeg- giare sulle altre civiltà, là dove essi ponevano al sommo della gerarchia medica i sacerdoti (ahmen - coloro che capiscono-), in grado di diagnosticare le malattie e indurre la guarigione. Per formulare la diagnosi, essi si servivano spesso di granelli di mais, che facevano cadere in un vaso pieno d’acqua: dal modo con cui essi si disponevano traevano le loro conclusioni. Ma ad un certo momento, i medici veri e propri (Ticitl) decisero di distinguersi nettamente dai guaritori, pur non rinunciando ad utilizzare talora come mezzi di guarigione le danze sacre e gli esorcismi. Ma le guarigioni anche qui erano affidate a piante medicamentose: il peyotl, sedativo del dolore; il camotl, che provocava apatia e veniva probabilmente somministrato alle vittime dei sacrifici umani; la giarappa, impiegata come purgante, mentre i vapori di incenso e di olio di coppale venivano usati contro le convulsioni. Caratteristica curiosa di queste popolazioni fu, per come i marinai di Colombo ebbero a riferire quando sbarcarono nel Nuovo Mondo, il fatto che gli indigeni "bevevano il fumo"; ma il tabacco era per quelle popolazioni "più di un piacere": "era, soprattutto un modo per indurre un invidiabile stato di tranquillità"; veniva utilizzato per sedare il dolore oltre che molto efficace risultava contro l’emicrania, le vertigini, le malattie del naso (in questo ultimo caso, inalato in polvere). "Questa erba era detta Cohoba, e i Padri Gesuiti avocarono a sé il privilegio di coltivarla e di spedirla in Europa. Poiché le spedizioni avvenivano nel porto messicano di Tabasco, le foglie presero appunto questo nome, che con il passare del tempo si tramutò in "Tabacco". Nel 1560 Jean Nicot, ambasciatore di Francia in Portogallo, inviò ai reali, Francesco II e Caterina de’ Medici, dei semi di tabacco, vantandone le virtù curative specie per il mal di testa di cui soffriva periodicamente la regina. Fu merito, successivo, di due scienziati Posselt e Reimann scoprirne la validità scientifica. Essi infatti, isolarono nel 1828 l'alcaloide del tabacco, al quale in ricordo dell'ambasciatore Nicot diedero il nome di "nicotina". Curioso è anche il fatto che arriviamo a tale paradosso che gli europei si invaghirono così tanto delle doti curative del tabacco che giunsero ad utilizzarlo anche per … clistere! (continua) Immagine scheletriforme della configurazione anatomica (Messico, civiltà Azteca) Accoglienza che cresce - 21 Salute e sanità di Andrea Scoppola VIVERE IL “TEMPO BREVE ” N oi oncologi, nel pianificare un trattamento per i nostri pazienti, ci troviamo spesso di fronte ad un dilemma. È preferibile offrire ad un malato di tumore, il cui destino è in ogni caso segnato da un “tempo breve”, una terapia che prolunghi quel tempo di qualche settimana o mese (secondo quello che ci dicono gli studi statistici), oppure aiutarlo a vivere le settimane o i mesi che gli restano rispettando la migliore “qualità di vita” possibile? E le due opzioni sono sempre alternative, oppure si può anche prolungare la vita migliorandone contemporaneamente la qualità? Ed ancora: una terapia dai pesanti effetti tossici che può avere come risultato positivo quello di alleviare un sintomo legato alla malattia va comunque praticata? La risposta a queste domande non è affatto semplice, perché l’immagine e la percezione che abbiamo del tempo e della qualità della vita cambiano molto a seconda della condizione in cui ci troviamo. Facciamo due esempi. Per un giovane che si affaccia alla vita o che sta iniziando una carriera lavorativa il tempo non ha limiti; è un contenitore che va riempito, ed egli sarà probabilmente disposto a qualsiasi sacrificio (ridotta qualità di vita) in cambio di un lungo e positivo futuro. Pensiamo invece ad un settantacinquenne vedovo, con figli ormai grandi, pensionato da alcuni 22 - Accoglienza che cresce anni e tormentato da una grave sindrome depressiva. Per lui il tempo rappresenta un vero e proprio nemico; non ha alcun interesse a prolungarlo. Ha già vissuto la sua vita, e la sua unica preoccupazione è quella di trascorrere il tempo che gli resta, che si augura breve, nel modo meno doloroso possibile. Ma torniamo al malato di tumore. Che percezione avrà del tempo? Chiederà al suo oncologo di cercare di prolungarlo il più possibile a qualsiasi costo, oppure preferirà vivere ciò che gli resta lontano da ospedali, medici, chemioterapie devastanti? Magari scrivendo, leggendo, o dedicandosi ai viaggi. Nella mia esperienza ho incontrato pazienti di entrambe le tipologie, ed altri ancora più smarriti, paralizzati dall’angoscia del tempo che sentono consumarsi inesorabilmente, incapaci di fare qualsiasi progetto, anche di breve scadenza. In tutti questi casi, diversi fra loro ma accomunati da una percezione del tempo e dei valori della vita che, nel momento della piena consapevolezza della propria condizione, cambia drammaticamente, noi oncologi abbiamo un compito molto importante: quello di aiutare il malato a vivere il tempo che gli rimane nel modo da lui scelto. Ed allora troveremo il paziente che ci chiede di non rinunciare a sperimentare nuove, complicate e pesanti terapie anche di fronte all’evidenza del fallimento dei tentativi precedenti; quello che vuole essere solo aiutato a non soffrire, senza altri accanimenti; quello che ha paura, ed ha bisogno soltanto di vicinanza e di un’affettuosa rassicurazione. Ciò che, in ogni caso, non dobbiamo dimenticare è che il tempo di un malato di tumore non è il nostro tempo, ma appartiene a lui, ed è profondamente diverso; non possiamo applicare ad esso le nostre categorie, le nostre scale di valori. In questo senso per alcuni pazienti anche una settimana di vita in più può significare una preziosa opportunità di scoperta, di cambiamento, persino di riscatto. Il tempo di una conversione religiosa, o più banalmente la possibilità di risolvere un complicato problema economico. Per altri un periodo di riposo dalle terapie, di allontanamento dall’ambiente ospedaliero può costituire un’occasione di riflessione su temi più spirituali, la via per ritrovare una dimensione di vita meno “medicalizzata”, per recuperare energie preziose e magari misconosciute. Dunque il “tempo breve” va prolungato ad ogni costo, oppure riempito con una vita della migliore qualità possibile? E a chi spetta la decisione? Potrei azzardare una conclusione dicendo che la risposta a questa difficile domanda va sempre cercata dal medico insieme al proprio paziente; con delicatezza, sapienza e grande rispetto. Spazio Cultura a cura di Vito Cutro Anno Paolino Benedetto XVI, in occasione del bimillenario della nascita di S.Paolo, ha indetto l’ “ANNO PAOLINO”, speciale anno giubilare dedicato all’Apostolo delle genti, a colui verso il quale si orientano gli sguardi di tutti quei cattolici che vogliono scoprire o riscoprire le origini della propria fede. Gigantesca figura che si staglia verso l’alto prodiga di insegnamenti e di testimonianza di vita. La Rubrica ‘Spazio Cultura’ verrà dedicata, fino a giugno del prossimo anno, a questo evento incitando tutti noi a rileggere gli scritti del teologo per eccellenza della nostra Chiesa dedicandovi seri momenti di riflessione. Iniziamo con la pubblicazione di un brano dell’Omelia che il Papa ha tenuto nella basilica di S.Paolo Fuori le Mura, in occasione della celebrazione dei primi vespri del 28 giugno 2007, momento in cui ha, appunto, comunicato l’indizione di questo anno giubilare. “(…) In questi Primi Vespri della Solennità dei santi Pietro e Paolo facciamo grata memoria di questi due Apostoli, il cui sangue, insieme a quello di tanti altri testimoni del Vangelo, ha reso feconda la Chiesa di Roma.(…) Un’antichissima tradizione, che risale ai tempi apostolici, narra che proprio a poca distanza da questo luogo avvenne l’ultimo loro incontro prima del martirio: i due si sarebbero abbracciati, benedicendosi a vicenda.(…) Cari fratelli e sorelle, come agli inizi, anche oggi Cristo ha bisogno di apostoli pronti a sacrificare se stessi. Ha bisogno di testimoni e di martiri come san Paolo: un tempo persecutore violento dei cristiani, quando sulla via di Damasco cadde a terra abbagliato dalla luce divina, passò senza esitazione dalla parte del Crocifisso e lo seguì senza ripensamenti. Visse e lavorò per Cristo; per Lui soffrì e morì. Quanto attuale è oggi il suo esempio!(…) E proprio per questo, sono lieto di annunciare ufficialmente che all’apostolo Paolo dedicheremo uno speciale anno giubilare dal 28 giugno 2008 al 29 giugno 2009, in occasione del bimillenario della sua nascita, dagli storici collocata tra il 7 e il 10 d.C. Questo “Anno Paolino” potrà svolgersi in modo privilegiato a Roma, dove da venti secoli si conserva sotto l’altare papale di questa Basilica il sarcofago, che per concorde parere degli esperti ed incontrastata tradizione conserva i resti dell’apostolo Paolo. Presso la Basilica Papale e presso l’attigua omonima Abbazia Benedettina potranno quindi avere luogo una serie di eventi liturgici, culturali ed ecumenici, come pure varie iniziative pastorali e sociali, tutte ispirate alla spiritualità paolina. Inoltre, una speciale attenzione potrà essere data ai pellegrinaggi che da varie parti vorranno recarsi in forma penitenziale presso la tomba dell’Apostolo per trovare giovamento spirituale. Saranno pure promossi Convegni di studio e speciali pubblicazioni sui testi paolini, per far conoscere sempre meglio l’immensa ricchezza dell’insegnamento in essi racchiuso, vero patrimonio dell’umanità redenta da Cristo. (…) C’è infine un particolare aspetto che dovrà essere curato con singolare attenzione durante la celebrazione dei vari momenti del bimillenario paolino: mi riferisco alla dimensione ecumenica. L’Apostolo delle genti, particolarmente impegnato a portare la Buona Novella a tutti i popoli, si è totalmente prodigato per l’unità e la concordia di tutti i cristiani. Voglia egli guidarci e proteggerci in questa celebrazione bimillenaria, aiutandoci a progredire nella ricerca umile e sincera della piena unità di tutte le membra del Corpo mistico di Cristo!” Accoglienza che cresce - 23 Magistero a cura di Vito Cutro In questa rubrica, per tutto il 2008, stiamo trascrivendo una sintesi dell’Enciclica “SPE SALVI”, donata da Benedetto XVI il 30 novembre dello scorso anno. L’auspicio che formuliamo, come al solito, è che, stimolati da queste pagine, tutti sentiamo la viva necessità di leggere il testo nella sua completezza. Riteniamo che vi sia una urgente necessità, per noi cristiani, di incrementare la nostra formazione e, con questo documento, il Papa ce ne fornisce un ulteriore qualificato strumento. Lettera enciclica SPE SALVI di Benedetto XVI (III) (…)Ma ora sorge la domanda: in questo modo non siamo forse ricascati nuovamente nell’individualismo della salvezza? Nella speranza solo per me, che poi, appunto, non è una speranza vera, perché dimentica e trascura gli altri? No.(…) L’essere in comunione con Gesù Cristo ci coinvolge nel suo essere « per tutti », ne fa il nostro modo di essere(…) Riassumiamo ciò che finora è emerso nello sviluppo delle nostre riflessioni. L’uomo ha, nel succedersi dei giorni, molte speranze – più piccole o più grandi – diverse nei diversi periodi della sua vita. A volte può sembrare che una di queste speranze lo soddisfi totalmente e che non abbia bisogno di altre speranze. Nella gioventù può essere la speranza del grande e appagante amore; la speranza di una certa posizione nella professione, dell’uno o dell’altro successo determinante per il resto della vita. Quando, però, queste speranze si realizzano, appare con chiarezza che ciò non era, in realtà, il tutto. Si rende evidente che l’uomo ha bisogno di una speranza che vada oltre. Si rende evidente che può bastargli solo qualcosa di infinito, qualcosa che sarà sempre più di ciò che egli possa mai raggiungere. 24 - Accoglienza che cresce In questo senso il tempo moderno ha sviluppato la speranza dell’instaurazione di un mondo perfetto che, grazie alle conoscenze della scienza e ad una politica scientificamente fondata, sembrava esser diventata realizzabile. Così la speranza biblica del regno di Dio è stata rimpiazzata dalla speranza del regno dell’uomo(…). « Luoghi » di apprendimento e di esercizio della speranza I. La preghiera come scuola della speranza Un primo essenziale luogo di apprendimento della speranza è la preghiera. Se non mi ascolta più nessuno, Dio mi ascolta ancora. Se non posso più parlare con nessuno, più nessuno invocare, a Dio posso sempre parlare.(…) In modo molto bello Agostino ha illustrato l’intima relazione tra preghiera e speranza in una omelia sulla Prima Lettera di Giovanni. Egli definisce la preghiera come un esercizio del desiderio. L’uomo è stato creato per una realtà grande – per Dio stesso, per essere riempito da Lui.(…) Nella preghiera l’uomo deve imparare che cosa egli possa veramente chiedere a Dio – che cosa sia degno di Dio. Deve imparare che non può pregare contro l’altro. Deve imparare che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento – la piccola speranza sbagliata che lo conduce lontano da Dio.(…) Affinché la preghiera sviluppi questa forza purificatrice, essa deve, da una parte, essere molto personale, un confronto del mio io con Dio, con il Dio vivente. Dall’altra, tuttavia, essa deve essere sempre di nuovo guidata ed illuminata dalle grandi preghiere della Chiesa e dei santi, dalla preghiera liturgica, nella quale il Signore ci insegna continuamente a pregare nel modo giusto.(…) II. Agire e soffrire come luoghi di apprendimento della speranza Ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto.(…) l’ulteriore cammino della nostra vita è importante; col nostro impegno dare un contributo affinché il mondo diventi un po’ più luminoso e umano e così si aprano anche le porte verso il futuro(…). Come l’agire, anche la sofferenza fa parte dell’esistenza umana. Essa deriva, da una parte, dalla nostra finitezza, dall’altra, dalla massa di colpa che, nel corso della storia, si è accumulata e anche nel presente cresce in modo inarrestabile. Certamente bisogna fare tutto il possibile per diminuire la sofferenza: impedire, per quanto possibile, la sofferenza degli innocenti; calmare i dolori; aiutare a superare le sofferenze psichiche.(…) Possiamo cercare di limitare la Magistero sofferenza, di lottare contro di essa, ma non possiamo eliminarla. Proprio là dove gli uomini, nel tentativo di evitare ogni sofferenza, cercano di sottrarsi a tutto ciò che potrebbe significare patimento, là dove vogliono risparmiarsi la fatica e il dolore della verità, dell’amore, del bene, scivolano in una vita vuota, nella quale forse non esiste quasi più il dolore, ma si ha tanto maggiormente l’oscura sensazione della mancanza di senso e della solitudine.(…) La sofferenza, i tormenti restano terribili e quasi insopportabili. È sorta, tuttavia, la stella della speranza – l’ancora del cuore giunge fino al trono di Dio. Non viene scatenato il male nell’uomo, ma vince la luce: la sofferenza – senza cessare di essere sofferenza – diventa nonostante tutto canto di lode.(…) La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana. La società, però, non può accettare i sofferenti e sostenerli nella loro sofferenza, se i singoli non sono essi stessi capaci di ciò e, d’altra parte, il singolo non può accettare la sofferenza dell’altro se egli personalmente non riesce a trovare nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di maturazione, un cammino di speranza.(…). Soffrire con l’altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell’amore e per diventare una persona che ama veramente – questi sono elementi fondamentali di umanità, l’abbandono dei quali distruggerebbe l’uomo stesso. Ma ancora una volta sorge la domanda: ne siamo capaci? È l’altro sufficientemente importante, perché per lui io diventi una persona che soffre? È per me la verità tanto importante da ripagare la sofferenza? È così grande la promessa dell’amore da giustificare il dono di me stesso? Alla fede cristiana, nella storia dell’umanità, spetta proprio questo merito di aver suscitato nell’uomo in maniera nuova e a una profondità nuova la capacità di tali modi di soffrire che sono decisivi per la sua umanità. La fede cristiana ci ha mostrato che verità, giustizia, amore non sono semplicemente ideali, ma realtà di grandissima densità. Ci ha mostrato, infatti, che Dio – la Verità e l’Amore in persona – ha voluto soffrire per noi e con noi. Bernardo di Chiaravalle ha coniato la meravigliosa espressione: Impassibilis est Deus, sed non incompassibilis – Dio non può patire, ma può compatire. L’uomo ha per Dio un valore così grande da essersi Egli stesso fatto uomo per poter com-patire con l’uomo, in modo molto reale, in carne e sangue, come ci viene dimostrato nel racconto della Passione di Gesù. Da lì in ogni sofferenza umana è entrato uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; da lì si diffonde in ogni sofferenza la con-solatio, la consolazione dell’amore partecipe di Dio e così sorge la stella della speranza.(…) Vorrei aggiungere ancora una piccola annotazione non del tutto irrilevante per le vicende di ogni giorno. Faceva parte di una forma di devozione, oggi forse meno praticata, ma non molto tempo fa ancora assai diffusa, il pensiero di poter «offrire» le piccole fatiche del quotidiano, che ci colpiscono sempre di nuovo come punzecchiature più o meno fastidiose, conferendo così ad esse un senso. In questa devozione c’erano senz’altro cose esagerate e forse anche malsane, ma bisogna domandarsi se non vi era contenuto in qualche modo qualcosa di essenziale che potrebbe essere di aiuto. Che cosa vuol dire « offrire »? Queste persone erano convinte di poter inserire nel grande com-patire di Cristo le loro piccole fatiche, che entravano così a far parte in qualche modo del tesoro di compassione di cui il genere umano ha bisogno. In questa maniera anche le piccole seccature del quotidiano potrebbero acquistare un senso e contribuire all’economia del bene, dell’amore tra gli uomini. Forse dovremmo davvero chiederci se una tale cosa non potrebbe ridiventare una prospettiva sensata anche per noi. (continua) Accoglienza che cresce - 25 La Cometa di Federica Martufi Voci che arrivano al cuore L o scorso 8 giugno nella Chiesa di Santa Caterina da Siena, in Roma, si è tenuto il concerto del coro di Voci Bianche “Voces Angelorum”. “Sono molto soddisfatta dei risultati raggiunti dalle bambine durante questo secondo anno di lavoro - ha detto alla nostra rivista il direttore del coro, Camilla Di Lorenzo -. Negli ultimi mesi abbiamo approfondito il repertorio sacro e profano a cappella, piuttosto difficile da affrontare con bambine così piccole, ma la passione per la musica e il piacere di condividerla in gruppo hanno fatto sì che il lavoro si trasformasse in una piacevole e coinvolgente avventura ricca di nuove scoperte e di inattese sorprese”. Le Voces si sono esibite sulle note di Cantate Domino (J.F. Handel), Canone (anonimo), Canto (P. Rosati), Vois sur ton chemin (B. Coulais), Bogoroditse Dievo (canto tradizionale russo) Benedicat tibi Dominus (anonimo) e Lo scriverò nel vento (O.Z.Livaneli). In occasione del concerto il coro continua a sostenere il progetto dell’Associazione Volontari “La Cometa” Onlus, Anugraha, il centro di accoglienza che si trova a Bangalore, in India, dove è stata data ospitalità a più di 40 bambine i cui genitori sono in cura presso il centro per lebbrosi Sumanahalli. E grazie alle Voci Bianche queste bambine potranno ricevere il necessario per crescere in salute e per poter frequentare la scuola. “Siamo felici di aver potuto aiutare ancora una volta le bambine indiane di Anugraha – ha concluso Di Lorenzo -, e ringraziamo tutti coloro che sono venuti ad ascoltarci contribuendo al progetto con grande generosità”. 26 - Accoglienza che cresce Lezioni di vita alla Scuola Alessandro Manzoni “C hi siete? Cosa fate? Chi sono i bambini sulla vostra rivista?”. Iniziano circa così tutte le conversazioni che io e Suor Maricel abbiamo avuto nel corso della festa di chiusura dell’anno scolastico alla Scuola Pubblica Elementare Alessandro Manzoni di Roma (Via Lusitania, 18), per far conoscere anche ai più piccoli le tante attività che l’Associazione volontari “La Cometa” onlus svolge nel mondo. L’incontro con i bambini è sempre fonte di ricchezza perché la loro semplicità aiuta noi più “grandi” a calarci in una sfera che troppo spesso viene dimenticata, quella sfera che grazie a sorrisi regalati con amore apre anche i cuori più aridi. E così è un via vai di persone che si fermano al nostro banchetto colorato su cui sono sistemati i vari oggetti che le Suore Ospedaliere della Misericordia portano in Italia dalle loro missioni. E così è un via vai di nuove amicizie e di persone che, dopo un’iniziale cautela, ci chiedono entusiaste di adottare uno dei tanti bambini bisognosi dei quali le SOM si prendono cura. Alcuni dei passanti che si avvicinano allo stand già conoscono le nostre attività, mentre altri prendono depliant informativi e ci fanno domande. È bello constatare come nel nostro quartiere (Zona Appio Latino, IX Municipio), ci siano così tante persone pronte a fare del bene in modo gratuito, senza volere nulla in cambio, solo con la gioia di aiutare i fratelli più poveri. E a tutte quelle persone va il nostro “Grazie” perché con la le loro offerte abbiamo racconto 913 euro che verranno devoluti al “Progetto Mensa” delle SOM che nasce dal desiderio di poter garantire un pasto caldo al giorno a chi purtroppo non può permetterselo. La Cometa Maria: Madre di tutti i tempi di Federica Martufi Standing ovation per l’anteprima mondiale del musical “Maria di Nazareth - Una storia che continua…” con Alma Manera F igura delicata e soave, ma nello stesso tempo decisa e consapevole del suo destino. Pura e indifesa, diventa strumento nelle mani di Dio per operare in terra la volontà del Signore dando alla luce il Salvatore. È questo il personaggio di Maria interpretato mirabilmente da Alma Manera che, con voce penetrante e recitazione degna del personaggio, ha portato lo scorso 17 giugno nell’Aula Paolo VI (Sala Nervi nella Città del Vaticano), in anteprima mondiale, il musical “Maria di Nazareth - Una storia che continua…”. Sono state più di 8 mila le persone che hanno applaudito l’evento e che hanno potuto scoprire e conoscere meglio Maria donna e Maria madre, Maria di Nazareth e Maria del mondo, Maria di ieri e Maria di oggi, Maria, madre di tutti i tempi, Maria sempre. Questa l’idea portante dello spettacolo che la Manera ha saputo tradurre sul palcoscenico con maestria e sentimento, facendo vibrare il cuore del suo pubblico. Il musical - con la leggerezza e l’universalità che caratterizzano questa forma di spettacolo - ha raccontato la storia di Maria vista come una donna terrena, che è stata figlia, sposa e madre senza snaturare le Scritture, ma sicuramente con qualche licenza poetica. Oltre ad essere il tramite di Dio con il figlio Gesù, Maria è stata anche il tramite di Gesù con la sua Chiesa. Un ponte ideale tra ieri, oggi, domani e sempre: una storia che continua. All’evento - che è stato presentato da Elisa Anzaldo, giornalista del Tg1 - ha partecipato anche il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone che a fine spettacolo è salito sul palco per ringraziare gli artisti. “Lo spettacolo mi piace moltissimo - ha detto Bertone -, l’esecuzione della musica è perfetta e ben esaltata dall’ottima acustica della Sala. Alma Manera è straordinaria”. L’iniziativa, che ha ottenuto il patrocinio del Pontificium Consilum de Cultura, del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali del Vaticano, del Senato, della Regione Lazio, del Comune di Roma, del Comune di Reggio Calabria, gode della supervisione religiosa di Padre Stefano De Fiores, teologo di mariologia e Don Antonio Tarzia, direttore responsabile del gruppo periodici San Paolo. Prodotto da AIRAM Cultura e Comunicazione, lo spettacolo nasce da un’idea di Maria Pia Liotta che, insieme ad Adele Dorothy Ciampa, ha scritto il libretto e ne cura la regia. “Ero alla ricerca di un’idea che potesse avere radici lontane e conosciute con un soggetto originale - ha commentato Maria Pia Liotta, ideatrice, autrice e regista dell’opera che si basa su tre momenti focali: l’annunciazione, la resurrezione e l’ascesa -. Maria è il passaggio dall’ebraismo al cristianesimo. È un dono, è un messaggio d’amore universale”. Il cast del musical è formato da 40 attori, 13 danzatori e 60 elementi di orchestra. Accanto ad Alma Manera, Raffaele Latagliata (Gesù), Concetta Ascrizzi (Elisabetta), Daniele Gatti (Giuseppe), Pino Cartellà (Barabba), Nicola Ciulla (Gioacchino), Serena Troiani (Anna), Sara Pastore (Halina) e Federico Longhi (Simeone). Firma le coreografie Salvator Spagnolo con la supervisione di Luciano Cannito. La scenografia è affidata a Antonella Luberti. Accoglienza che cresce - 27 Adozione a distanza L’angolo dei giovani Da sentinelle del mattino a profeti della nuova era di Federica Martufi I giovani sono chiamati in prima persona ad esprimere la propria fede in modo autentico, coraggioso, volano per un’umanità migliore. Una chiamata che pochi anni fa riecheggiava “Cari giovani, tocca a voi essere le sentinelle del mattino” e che oggi risuona con parole altrettanto forti “Siate profeti e difendete la vita”. Emoziona ripensare alla Giornata Mondiale della Gioventù del 2002 a Toronto con l’invito di Giovanni Paolo II ad essere “sentinelle del mattino, quando la luce va scemando o scompare del tutto e non si riesce più a distinguere la realtà circostante”, ma colpisce con uguale profondità il nuovo messaggio che Benedetto XVI ha lanciato ai giovani di tutto il mondo da Sydney lo scorso luglio, invitandoci ad essere “profeti di questa nuova era, messaggeri del suo amore, capaci di attrarre la gente verso il Padre e di costruire un futuro di speranza per tutta l’umanità”. Secondo il Pontefice in molte nostre società, accanto alla prosperità materiale, si sta allargando il deserto spirituale: un vuoto interiore, una paura indefinibile, un nascosto senso di disperazione. “Quanti dei nostri contemporanei si sono scavati cisterne screpolate e vuote (cfr Ger 2,13) in una disperata ricerca di significato, di quell’ultimo significato che solo l’amore può dare? - si domanda il Papa -. Questo è il grande e liberante dono che il Vangelo porta con sé: esso rivela la nostra dignità di uomini e donne creati ad immagine e somiglianza di Dio. Rivela la sublime chiamata dell’umanità, che è quella di trovare la propria pienezza nell’amore. Esso dischiude la verità sull’uomo, la verità sulla vita”. Nella GMG in Australia ancora una volta il Papa ha smentito l’immagine di un pontefice “professore”, lontano dalla sensibilità dei giovani. Certo le parole di Benedetto XVI sono parole sempre molto ricche e dense di significato, non certo “facili”, ma è sorprendente la sua capacità comunicativa che riesce ad arrivare al cuore di tutti, di persone di qualsiasi età e di qualsiasi estrazione culturale. Benedetto XVI si conferma ogni giorno di più un Papa che non è fatto solo per le accademie, ma che è capace di dire le cose forti ai semplici, e con parole semplici. Concetti forti quelli lanciati in occasione di questa GMG a partire proprio dal tema portante dell’evento: la forza della Spirito Santo. Il discorso della veglia, dedicato appunto allo Spirito Santo - la persona dimenticata delle tre persone della Trinità, come lui ha detto -, è stata una vera catechesi di profondità estrema, in cui il Pontefice non ha esitato a richiamare Sant’Agostino e, sulle sue orme, svolgere una lezione sull’importanza e il significato dello Spirito Santo. Un’attenzione particolare è stata poi data ai Sacramenti dell’iniziazione cristiana che, secondo il Papa, devono diventare percorsi per un accostamento, sempre più in profondità, al fatto cristiano. Parole di un padre ai suoi figli, parole di guida che hanno tracciato un percorso nuovo per noi giovani, chiamati tutti, in prima persona, ad esprime il nostro “sì” sulle orme di Maria, impegnandoci giorno dopo giorno ad essere Suoi testimoni. E dopo una sede lontana dall’Europa e dall’Occidente, un arrivederci a Madrid per la prossima GMG, scelta che implica un nuovo tipo di richiamo e di sfida lanciato alla vecchia Europa, che se può essere considerata la primogenita della cristianità nel mondo, in realtà è un’area in cui la Chiesa soffre notevoli difficoltà. Accoglienza che cresce - 29 L’angolo dei Giovani di Concita De Simone Gmg: un mosaico multicolore Il coraggio della testimonianza, ripartendo da Sydney E così, un’altra tappa è stata lasciata alle spalle. Un altro incontro dei giovani con il Papa è stato consegnato alla storia di queste Giornate Mondiali della Gioventù, che da 23 anni indicano da una parte la speciale attenzione del Santo Padre - Giovanni Paolo II e, ora, Benedetto XVI - verso i giovani e, dall’altra, la volontà dei giovani di seguire il Papa. Ragazzi e ragazze di tutto il mondo, capaci di esprimere entusiasmo, di invadere festosamente una metropoli, di cantare a squarciagola per le strade, ma anche di essere riflessivi e attenti, consapevoli del significato del silenzio e della preghiera. Di Sydney porto a casa l’immagine di un cielo - con la c minuscola- immenso e “smarginato di speranza”. Quello che con i suoi colori naturali e densi di sfumature, mi faceva sempre pensare al Cielo – con la C maiuscola- che ci proteggeva ed era pronto ad ascoltarci. Anche al Papa deve essere piaciuto, tanto da fargli dire durante la Messa conclusiva: “Qui in Australia, questa “grande terra meridionale dello Spirito Santo”, noi tutti abbiamo avuto un’indimenticabile esperienza della presenza e della potenza dello Spirito nella bellezza della natura. I nostri occhi sono stati aperti per vedere il mondo attorno a noi come veramente è: “ricolmo”, come dice il poeta “della grandezza di Dio”, ripieno della gloria del suo amore creativo”. Mentre qui in Italia era tempo di “saldi”, a venticinquemila chilometri di distanza, dall’altra parte del mondo, si pensava ad essere “saldi”: nella fede, come quelli degli oltre trecentomila pellegrini arrivati da ogni parte del mondo, nella testimonianza, soprattutto di quanti arrivati da terre dove sono in minoranza (penso ai giovani asiatici, tra questi ragazzi di Turkmenistan, Pakistan, Iraq, Sri Lanka). Dal 15 al 20 luglio scorsi, Sydney, è stata il volto giovane della Chiesa. Ma questa Gmg non è stata solo il grande L’angolo dei Giovani raduno dei giovani con il Papa. E questo mio, sarà anche lo spazio per ricordare un tema scottante rilanciato da Benedetto XVI, già nel lungo volo che lo portava nel continente australiano, quello degli abusi sessuali compiuti da sacerdoti. Con amarezza il Papa ha ricordato che il problema in Australia è fondamentalmente analogo a quello negli Stati Uniti. Per questo si sentiva di intervenire, così da condurre la Chiesa a riconciliare, a prevenire, ad aiutare e anche a riconoscere le colpe di chi ha commesso simili abusi. “La pedofilia è una vergogna”: così ha continuato, qualche giorno dopo, nell’omelia alla concelebrazione con i vescovi australiani nella cattedrale “St. Mary” di Sydney. Benedetto XVI si è detto profondamente dispiaciuto per il dolore e la sofferenza che le vittime hanno sopportato e ha assicurato che condivide la loro sofferenza. Nello stesso tempo ha chiesto di superare ogni omertà o falsa prudenza umana: questi misfatti, che costituiscono un così grave tradimento della fiducia, devono essere condannati in modo inequivocabile. Essi hanno causato grande dolore ed hanno danneggiato la testimonianza della Chiesa. Parole esigenti, quelle del Papa, ma senza le quali non è possibile promuovere un ambiente più sicuro e più sano, specialmente per i giovani, non è possibile compiere un cammino di conversione e di purificazione, secondo la fedeltà sempre più grande alle esigenze morali del Vangelo. Un Papa coraggioso, dunque. Che con queste riflessioni non ha affatto “rovinato” il clima di festa che contrad- distingue ogni Gmg, ma che, anzi, le ha dato un valore aggiunto. Perché non si può essere esigenti con i giovani se per primi non si dà una testimonianza efficace. E a un Papa così, bisogna rispondere adeguatamente. Ma chi si aspettava di trovare in Australia delle risposte, torna a casa invece con le domande del Papa: “Qual è la nostra risposta, come testimoni cristiani, a un mondo diviso e frammentato? Come possiamo offrire la speranza di pace, di guarigione e di armonia a quelle “stazioni” di conflitto, di sofferenza e di tensione attraverso le quali voi avete scelto di passare con questa Croce della Giornata Mondiale della Gioventù?”, chiedeva già alla veglia finale all’ippodromo Randwick, rischiarata dalle 350 mila luci accese dai pellegrini presenti e dedicata alla Spirito Santo. La consegna delle domande, c’è stata poi il giorno successivo: “Che cosa lascerete voi alla prossima generazione? State voi costruendo le vostre esistenze su fondamenta solide, state costruendo qualcosa che durerà? State vivendo le vostre vite in modo da fare spazio allo Spirito in mezzo a un mondo che vuole dimenticare Dio, o addirittura rigettarlo in nome di un falso concetto di libertà? Come state usando i doni che vi sono stati dati, la «forza» che lo Spirito Santo è anche ora pronto a effondere su di voi? Che eredità lascerete ai giovani che verranno? Quale differenza voi farete?”. Domande che hanno interrogato i giovani, i quali già con la loro presenza hanno dato una prima risposta. Una risposta di fede e di testimonianza, che ha scosso l’Australia. Dal Cielo di Sydney, mi riporto anche l’immagine della Beata Mary MacKillop, prima beata australiana, serva dei poveri e analfabeti, che fondò le Suore di St. Joseph, a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Piccola donna dallo spessore straordinario. Battutasi per dare a tutti i bambini un’educazione, con particolare attenzione alla formazione ed alla pratica religiosa, attirò la gelosia da parte di alcune persone del clero locale e di alcune suore all’interno della sua comunità. Questo le costò la scomunica del vescovo di Adelaide, che poi però la riabilitò. Le sue figlie religiose continuano a vivere il suo spirito con il motto “Non lasciare mai una necessità senza fare qualcosa per porvi rimedio”. Insomma, occorre rimboccarsi le maniche a avere il coraggio di “sporcarsi le mani”. Un monito che fa bene a questa generazione spesso in fuga dalle responsabilità, incapace di orientarsi tra le proposte magari contrastanti della vita. Aspettiamo allora i frutti di questa Gmg, preparandoci intanto per Madrid 2011. Coloro che volessero ricevere I NUMERI ARRETRATI DELLA RIVISTA possono richiederli al seguente indirizzo: Congregazione Suore Ospedaliere della Misericordia Via Latina 30 - 00179 Roma - Tel. 06.70496688 e-mail: [email protected] Accoglienza che cresce - 31 Varia Umanità di Giuseppe Di Florio Ricordo di un’educatrice: GIOVANNA ROSA BORGHINI G iovanna Rosa Borghini fu donna di straordinario sentire e di nobile ingegno. Nutrita di ottimi studi classici assiduamente curati ed affinati, insegnò letteratura italiana nelle scuole superiori, e fu attenta non solo alla formazione culturale dei suoi allievi, ma anche a quella umana e morale, e fu modello limpidissimo di un vivere generoso e creativo. Vicina, per vocazione, ai più umili e semplici, fu loro accanto anche nei momenti Biblioteca più dolorosi e difficili, insegnando volontariamente anche nelle carceri, per redimerli ed incoraggiarne, successivamente, il loro ritorno alla normalità. Aprì spesso la sua casa a giovanette sole e bisognose, curandone la formazione e la protezione, ed avviandole ad un sano inserimento nella società, spesso prodigandosi oltre il limite delle sue forze ed al sacrificio delle sue stesse possibilità economiche! Devotissima di santa OSPITALITÀ Caterina, ne studiò a fondo la vita e l’opera, ed il pensiero illuminò e diffuse dalle pagine della rivista “ Lumen”, da lei curata e diretta finchè visse con passione fervida ed ardente. E le pagine di “Lumen” – una bella rivista di varia umanità – lei adoperò per raggiungere anche i più lontani, perché vivesse in tutti la sua azione educativa ed anzi ancora maggiormente si sviluppasse, dando nuovi frutti, giacchè avvertiva che i nuovi tempi abbisognavano a cura di Giuseppe Di Florio di Marco Frabello L’opera è ispirata all’ospitalità, tutta tesa ad alleviare sofferenze e disagi. Un’esigenza primaria ed autentica, in una società spesso distratta e frivola, sovente disposta al futile, e però l’ospitalità è il momento più alto e nobile dell’impegno umano! Del resto l’intero messaggio del cristianesimo è proprio vòlto all’amore per il prossimo, senza differenze sociali e di razza, e solo da esso può derivare la più profonda e significativa trasformazione della società. Ed è in questa realtà, così piena e complessa e varia nelle sue manifestazioni, che si adopera, da anni e anni, con nobile fede e salda energia Fra Marco Frabello – dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio - Fatebenefratelli -, e che qui ben mostra, con stile sobrio e pienamente aderente alle esperienze direttamente sofferte e vissute, e così toccanti e commoventi, pur nell’apparente distacco narrativo. Una lettura coinvolgente, spesso ricca nei dettagli del mondo ospedaliero, nei suoi meriti, ma anche nei suoi limiti. Ed anche per il loro richiamo a raccoglierci e a farci riflettere sono pagine queste che ci fanno più avvertiti e migliori! Ed anche per questo va pregiata al massimo l’opera assidua e tenace di fra Marco Frabello. Marco Frabello, OSPITALITÀ, San Paolo Editrice, 2007, Euro 16,00 32 - Accoglienza che cresce di principi saldi e sicuri, evitando che i valori tradizionali s’indebolissero, lasciando dietro di sé vuoti e incertezze. Ed oggi, che la sua figura è trascorsa da un pezzo, continua però a campeggiare nella memoria e nei cuori di chi ebbe la ventura di conoscerla e di apprezzarne i meriti non comuni. E con il ricordo anche la nostalgia ed il rimpianto, perché certi vuoti, per il loro significato e valore, restano sofferti ed incolmabili. Notizie ITALIA I° anniversario dall’approvazione dell’Associazione Teresa Orsini di Gravina in Puglia L’Associazione Teresa Orsini, fondata da Mons. Carlo Caputo è stata riconosciuta di recente con decreto del Vescovo di Gravina Mons. Mario Paciello. Scopo dell’associazione, che conta già 150 membri, è la formazione spirituale delle giovani mamme sull’esempio della santa Principessa Fondatrice del nostro Istituto. Alatri : Una folla per la Beata Raffaella Cimatti Il 23 giugno, una folla ha voluto ricordare la Beata Raffaella dopo oltre mezzo secolo dalla sua scomparsa, ma oggi ancora tanto amata e pregata dai fedeli. La solenne concelebrazione Eucaristica nelle piccola chiesa di S. Benedetto, è stata presieduta da Sua Ecc.za Mons. Lorenzo Loppa, Vescovo di Anagni - Alatri. Grande partecipazione di pubblico, delle autorità e delle consorelle giunte da più parti d’Italia. La Beata Raffaella Palagianello: Grazie Don Vincenzo ! MADAGASCAR Professione Perpetua A Tananarive il 2 Agosto 2008 in occasione del 25esimo della missione, 8 sorelle, hanno emesso la Professione Perpetua nelle mani della Rev.ma Madre Generale Sr. Aurelia Damiani. La solenne concelebrazione Eucaristica è stata presieduta da Sua Ecc.za Mons. Alfredo Josè Caires de Nobrega vescovo di Mananjary. L’8 Agosto ha fatto seguito l’apertura della nuova comunità a Antsirabe “Comunità Mater Misericordiae”. 34 - Accoglienza che cresce Notizie NIGERIA Inaugurazione e Professione Il ‘Mother of Mercy Hostel’ Il 27 giugno 2008 a Obehie nella diocesi di Aba – Nigeria è stato inaugurato il nuovo complesso che ospiterà la prima opera di proprietà della congregazione in Nigeria. La cerimonia di inaugurazione è stata presieduta dai Rev.Vescovi Sua ecc.za Mons.V.V.Ezeonyia della diocesi di Aba e da Sua Ecc.za Mons.J.E.Ukpo Arcivescovo Metropolita di Calabar. Durante la cerimonia, 4 novizie hanno emesso la Professione religiosa nelle mani della Rev.ma Madre Generale Sr. Aurelia Damiani recatasi in Nigeria per la circostanza e coadiuvata dalla Consigliera Sr. Mary Sebastian. Un momento della consacrazione Religiosa INDIA In Mercy Hospital – Assam- India è stata realizzata la Camera Operatoria con le offerte ricevute da Madre Aurelia per il suo 50° di Vita Religiosa. La Madre ringrazia amici e consorelle per il contributo che resterà in memoria. All’entrata della Camera Operatoria, la pietra murale in memoria Roma: il 28 giugno il nostro tipografo Luca Luciani si è unito in matrimonio nella Basilica di SS. Cosma e Damiano, con Laura De Luca. “Accoglienza che cresce” formula da queste pagine ai giovani sposi i migliori auguri di ogni bene e di copiose benedizioni da parte del Signore. Accoglienza che cresce - 35 Relax a cura di Concita De Simone ORIZZONTALI 1 2 3 4 12 5 13 6 7 8 9 10 11 14 1.Uto, popolare violinista. 4.Insetto mandato nella Bibbia agli Egizi per 15 16 17 18 punizione, con una sola elle. 12.Lo 19 20 21 22 dice l’imbarazzato. 13. Un po’ di riguardo. 14.Approfittare oltre il leci24 25 26 to. 15.Articolo indeterminativo.16. 23 Signorina a Londra.18.Città e porto 27 28 29 30 31 del Marocco. 19.Invecchiati nella dis33 34 35 36 pensa. 22.Quello bianco serve a 32 sbiancare i panni. 24.Fu sede degli 38 39 40 Esarchi. 26.Un “infatti” dei Latini. 37 27.Il centro dell’arpa. 29.L’animale 41 42 43 44 dal lungo collo. 31.Andato in poesia. 49 46 47 48 32.L’antico altare. 34.Situata al di 45 dentro. 36.Antico Testamento. 37. Si 51 52 53 passa per lucidare i pavimenti. 50 39.Sbagliate, scorrette. 41.Predi- 54 55 letto… in Brasile. 43.Lo statarello sui Pirenei. 45.Antica città famosa per la sua mollezza. 47.Pari… quando copiaste. 48.Si ripetono nella balbuzie. 50.Millesimo dopo cinquemila, prima di settemila. 52.Si beve alle cinque. 53.Insieme al cab, distingue il nostro conto corrente. 54.Viene sostituita con quella “legale” durante la bella stagione. 55.Tipico saluto italiano. VERTICALI 1.Il “re” di Alfred Jerry. 2.La “famiglia” al tempo di Cesare. 3.Si ripetono in High. 4.Grossi serbatoi di acqua piovana. 5.Varese. 6.Saba senza inizio. 7.Luogo…senza centro. 8.Molti hanno appena fatto quello di maturità. 9.Un Emilio pittore e scrittore contemporaneo. 10.E’ composta da Padre, Figlio e Spirito Santo. 11.Violento spostamento d’aria causato da un’esplosione. 13.Si chiedono per rimandare. 16. Famoso Peter, direttore d’orchestra svizzero. 17.L’indimenticabile Frank, “The Voice”. 20.All’inizio del treno. 21.Il regno di Belzebù. 23.Rumore assordante. 25. Il nome greco di Venere. 28.Capo di governo in inglese. 30.Lo sono le querce secolari. 33.La penisola con la Mecca. 35.Aria in poesia. 38. Il Jhon, secondo presidente degli Stati Uniti. 40.In mezzo agli sterpi. 42.Iorio senza inizio. 44.Celebre gruppo pop svedese degli anni Settanta. 46.Equivale a “egr” sulla busta. 49.Prefisso che significa vita. 51.Si ripetono in casa. 53. E’ pari senza dispari. 1 Soluzione del cruciverba pubblicato nel n. 2/2008. Sono risultati vincitori: P 13 A 15 L Pierluigi Cane - Palestrina (RM) Benvenuta Di Matteo - Frosinone Tra coloro che invieranno la soluzione corretta entro il 30 ottobre 2008, verranno sorteggiati graditi premi. 17 A 2 E R E D 19 T 23 I 26 N I 36 - Accoglienza che cresce A 36 S 38 P E T O 4 I N A R R A R N S 6 O G L R I O I N C I S S T A C O T O E R R I I 39 C 8 E A C E 14 S 10 T 11 I 12 A S M A S H A C E R B I E N O R M E B E L L E K 16 18 21 9 O A O E T R I S T T T I C K M A T E S A R R E U 30 33 22 25 28 E E 32 I A B L A M I R A M A R R E C A N A T I E R I M O N I E 35 37 O K N O G T 7 R 20 A A I T 24 27 29 5 I I A 31 34 R T O Potete inviare le vostre risposte ai seguenti indirizzi: Concita De Simone, Via Latina, 30 - 00179 Roma. Fax 06 70452142 e-mail:[email protected] 3