Indice
In copertina: Sr. Evangeline Ortiz e
Sr. Mary Ann Mondaya in un momento
di relax.
E d i t o ri a l e
Rinascere dall’Alto
3
di Aurelia Damiani
Re da zi on a l e
Il silenzio
4
di Vito Cutro
U n o s g u a r d o a i P a d ri
Figlia di Abramo
a cura di Vito Cutro
5
M a g i s t e ro
Segni del tempo
Assam - India
9
25 esimo della Missione SOM 10
in Madagascar
Therese Voldonirma
dalla Residenza Maria Marcella
Auguri zia Ines
di Vito Cutro
5
Lettera enciclica SPE SALVI (III) 24
12
da l la Cl i n i c a M at e r M i s eri c o rd i a e
“Tutto quello che avete fatto 13
a uno dei più piccoli,
l’avete fatto a me”
G u a rd i a m o M a ri a
Il tramonto luminoso
di Andrea Gemma
Vescovo Emerito
Passarono facendo del bene
A scuola da Teresa
a cura di Vito Cutro
Direttrice
Suor Aurelia Damiani
Responsabile
Vito Cutro
Coordinamento
Suor Paola Iacovone
Concita De Simone
Redazione
Dott. Domenico Di Virgilio
Suor Bertilla Cipolloni
Rosangela Cutro
Giuseppe Di Florio
Federica Martufi
Suor Rolanda Sabellaga
Suor Annabelle Mamon
Suor Joy Lacaden
Segretaria di Redazione
Federica Martufi
6
8
R i fl e s s i o n i
La leggenda del
Sasso della Guerra
14
Maria figlie dell’eterna
Sapienza
15
di Lucia Venuti
di Joy Lacaden
A c c a n t o a c h i s o f f re
La comunicazione tra medico 16
e paziente
di una caposala
Dossier
43° Capitolo Generale
delle S.O.M. (III)
17
17
Salute e Sanità
La medicina Precolombiana
21
Vivere il “Tempo breve”
22
di Gerardo Corea
di Andrea Scoppola
S p a z i o C u l t u ra
Anno Paolino
a cura di Vito Cutro
23
a cura di Vito Cutro
24
La Cometa
Voci che arrivano al cuore 26
di Federica Martufi
Maria: Madre di tutti i tempi 27
di Federica Martufi
Adozione a Distanza
L’ a n g o l o d e i G i o v a n i
Da sentinelle del mattino
a profeti della nuova era
28
29
di Federica Martufi
Gmg: un mosaico multicolore 30
di Concita De Simone
V a ri a U m a n i t à
Giovanna Rosa Borghini
di Giuseppe Di Florio
B i bl i o t e c a
Ospitalità
a cura di Giuseppe Di Florio
32
32
Notizie
ITALIA
34
- Anniversario Associazione
Teresa Orsini
- Alatri: Festa della Beata
Raffaella Cimatti
- Palagianello: Grazie
Don Vincenzo
MADAGASCAR
34
- Professione Perpetua
NIGERIA
35
- Inaugurazione e professione
INDIA
35
- Il Mercy Hospital
Re l a x
a cura di Concita De Simone 36
Gli angeli dei bambini ROM
Sono tristi i loro angeli.
Bimbi Rom… allineati… aspettate il turno.
Aprite le manine.
Schedati… impronte digitali.
Come i delinquenti!
Come i bambini ebrei tra i nazisti.
Allineati… aspettate il turno.
Bambini della Padania…
Giocate felici… non dimenticate di fare merenda.
Giocano felici… non sanno nulla… innocenti.
Bambini Rom!
Allineati… aprite le manine.
Schedati… impronte digitali.
I vostri angeli sono tristi
Essi sanno… ma sono con voi!
C.P.
Editoriale
Rinascere dall’Alto
di Madre Aurelia Damiani - Superiora Generale
È
lo slogan del nostro 43° Capitolo Generale che ormai è prossimo al suo inizio. La citazione è tratta da Giovanni 3
ed abbiamo ritenuto di porla alla base del nostro lavoro comunitario seguendo l’insegnamento di Paolo, tratto da
Rm 12,3 che recita: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra
mente”.
Da più di un anno la nostra Congregazione è stata chiamata a riflettere su alcune schede riguardanti i Principi e Fondamenti,
le Mete e gli Ostacoli ed i Vincoli da considerare per un rilancio della Congregazione. Rilancio indispensabile in un mondo
che, ormai nel terzo millennio, vede chiamate anche noi a riformulare dei metodi e delle prassi che siano adeguate alla realtà
contingente, in sintonia anche con quanto richiesto dai nostri vescovi, per annunciare Cristo in un mondo che cambia.
Sono tante le sfide che ci attendono alla prova dei fatti e non possiamo permetterci di abbassare la guardia. Vediamo il male che dilaga intorno a noi,
molte volte mettendo a dura prova il nostro impegno e la nostra dedizione e creando notevoli momenti di distrazione. Non dobbiamo
cedere, non possiamo cedere: abbiamo una certezza che
abbiamo proclamato consacrando la nostra vita, tutta la
nostra esistenza, con i sacri voti che abbiamo professato
nella consapevolezza che Gesù è con noi, accanto a noi
e che, alla fine, farà prevalere il bene sul male, l’amore sull’odio, la pace sulla violenza.
Se sapremo riflettere ed ascoltare la voce dello
Spirito, le linee programmatiche della nostra
Congregazione per i prossimi sei anni saranno faro
di luce per tutte noi ma, soprattutto, punto di riferimento per una azione sempre più incisiva e
coerente con il nostro stato, con il nostro Carisma
e con la nostra Missione.
Benedetto XVI da più tempo pone alla comune
riflessione l’esigenza impellente di uscire da quel
relativismo etico, morale e sociale che sta affliggendo l’umanità moderna e, di conseguenza, la Chiesa
di oggi. Ciò che, quindi, viene richiesto anche
alla nostra Congregazione, nel suo specifico, è
di dare il suo contributo al che la società riacquisti consapevolezza di se stessa e, soprattutto, della sua umanità interrompendo il
suo vorticoso andare verso gli scogli del
materialismo, dell’edonismo e dell’egoismo.
Rinascere dall’alto, quindi: è
l’augurio che formulo per il
nostro 43° Capitolo Generale
per la riuscita del quale chiedo ancora le vostre preghiere ed il vostro
affetto.
Grazie di cuore.
Redazionale
di Vito Cutro
Il silenzio
A
conclusione di un recente incontro con alcuni
giovani in partenza per la G.M.G., mi piace citare due affermazioni scaturite dalla riflessione
comune:
«Mi sembra di vivere in una società di morti che, meccanicamente ed istintivamente, segue determinati ordini o
impulsi. Una società di morti interiormente…..». «Spesso sentiamo dire che Dio è morto. Non è forse più corretto dire che,
ormai ed in prevalenza, è l’uomo che è morto e che vive in una
società di morti ad ogni forma di vita interiore?».
Padre Raniero Cantalamessa, un francescano che possiamo vedere spesso anche in televisione, ha, di recente, affermato che, mentre un tempo eravamo abituati ad immaginare
un Dio eterno, soprannaturale e creatore di tutto ed era molto
difficile, quindi, riuscire ad immaginare un Dio che, come noi,
avesse potuto vivere una sua esistenza umana, oggi è difficile l’opposto: vedere, cioè, quel Gesù, che siamo avvezzi a
considerare come buon amico e compagno di strada, anche
come Dio creatore e Signore del mondo.
Manca, e lo possiamo sperimentare, quella tensione spirituale verso l’alto, verso quelle Regole eterne che possiamo
conquistare seguendo una serie di dettati spirituali ed esperienziali. Manca, spesso, la stessa idea di Dio e, molte volte,
questa viene distorta da una immagine fatta a “nostra immagine e somiglianza” o considerata in una accezione radicaleggiante.
Di qui il voler sostituire spesso a Dio l’Io individuale, ritenendoci capaci di fare tutto ed in preda ad un esasperato protagonismo.
Ma è ovvio che, se dalla nostra vita viene a mancare la
fonte stessa della vita, Dio, essa non diviene altro che una
4 - Accoglienza che cresce
‘natura morta’; il nostro esistere si manifesta in uno stato di
passivismo inerte, un sopravvivere, piuttosto che un vivere,
un correre senza meta e nell’intima consapevolezza di correre a vuoto.
Dio non è certamente morto e ce lo conferma il fatto che,
anche se per vie sbagliate e tortuose, l’umanità lo sta cercando, affannosamente.
È forse un paradosso, ma per ridare alla nostra vita il soffio vitale c’è bisogno di silenzio. Se, di tanto in tanto, facessimo periodi, più o meno lunghi, di tonificante silenzio, ce
ne renderemmo subito conto. Dio non parla nel fragore, ma
nella quiete, non nello stato frenetico, ma nello stato di
abbandono cui a volte ci lasciamo andare, anche se solo per
riacquistare le forze per correre ancora più di prima.
In altre occasioni abbiamo fatto cenno al bisogno che c’è
di ascoltare.
Bene, ascoltare il silenzio, ovvero le voci che scaturiscono dal silenzio, è il miglior ascolto che possiamo fare.
È lì che troveremo Dio. Come chi cerca un ruscello in un
bosco; se canta, urla e corre non udrà il fruscio delle acque,
ma col silenzio gli perverranno subito all’udito anche i più
piccoli dettagli della vita che pulsa tra le piante.
Sapendo apprezzare il silenzio - che non è assolutamente solitudine -, se sappiamo ascoltare (e non semplicemente
udire) e guardare (e non semplicemente vedere), sarà poi
facile tornare a forme originarie di spiritualità che ci consentiranno di essere nuovamente vivi e degni della vita.
Può essere il toccasana anche per quel bisogno che abbiamo di riflettere, di confrontarci, di dialogare – e non di fare
unicamente monologhi; ma, soprattutto, per riappropriarci
dell’integralità della nostra dimensione che, è bene ribadirlo,
per i cristiani è anche divina.
Indice
Uno sguardo ai padri
Figlia di
Abramo
a cura di Vito Cutro
Il brano che rileggiamo in questa circostanza è tratto
dalla Lettera Apostolica “Mulieris Dignitatem” (n.13),
scritta dal Papa Giovanni Paolo II, sulla dignità e vocazione della donna, in occasione dell’anno mariano del
1988. Essa porta la data del 15 agosto - solennità
dell’Assunzione di Maria Santissima - dello stesso
anno.
“I
n tutto l’insegnamento di Gesù, come anche
nel suo comportamento, nulla si incontra che
rifletta la discriminazione, propria del suo
tempo, della donna. Al contrario, le sue parole e le sue opere
esprimono sempre il rispetto e l’onore dovuto alla donna. La
donna ricurva viene chiamata «figlia di Abramo» (Lc 13, 16):
mentre in tutta la Bibbia il titolo di «figlio di Abramo» è riferito solo agli uomini. Percorrendo la via dolorosa verso il
Golgota, Gesù dirà alle donne: «Figlie di Gerusalemme, non
piangete su di me» (Lc 23, 28). Questo modo di parlare delle
donne e alle donne, nonché il modo di trattarle, costituisce
una chiara «novità» rispetto al costume allora dominante.
Ciò diventa ancora più esplicito nei riguardi di quelle
donne che l’opinione corrente indicava con disprezzo come
peccatrici, pubbliche peccatrici e adultere. Ecco la
Samaritana, alla quale lo stesso Gesù dice: «Infatti hai avuto
cinque mariti, e quello che hai ora non è tuo marito». Ed essa,
sentendo che egli conosceva i segreti della sua vita, riconosce
in lui il Messia e corre ad annunciarlo ai suoi compaesani. Il
dialogo, che precede questo riconoscimento, è uno dei più
belli del Vangelo (cf. Gv 4, 7-27).
Ecco poi una pubblica peccatrice, che, nonostante la condanna da parte dell’opinione comune, entra nella casa del
fariseo per ungere con olio profumato i piedi di Gesù.
All’ospite che si scandalizzava di questo fatto egli dirà di lei:
«Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto
amato» (cf. Lc 7, 37-47).
Ecco, infine, una situazione che è forse la più eloquente:
una donna sorpresa in adulterio è condotta da Gesù. Alla
domanda provocatoria: «Ora Mosè, nella Legge, ci ha
comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?»,
Gesù risponde: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo
la pietra contro di lei». La forza di verità, contenuta in questa
risposta, è così grande che «se ne andarono uno per uno,
cominciando dai più anziani». Rimangono solo Gesù e la
donna. «Dove sono? Nessuno ti ha condannata?». «Nessuno,
Signore». «Neanch’io ti condanno, va’ e d’ora in poi non peccare più» (cf. Gv 8, 3-11).(…)
L’atteggiamento di Gesù nei riguardi delle donne, che
incontra lungo la strada del suo servizio messianico, è il
riflesso dell’eterno disegno di Dio, che, creando ciascuna di
loro, la sceglie e la ama in Cristo (cf. Ef 1, 1-5). Ciascuna,
perciò, è quella «sola creatura in terra che Dio ha voluto per
se stessa». Ciascuna dal «principio» eredita la dignità di persona proprio come donna. Gesù di Nazareth conferma questa
dignità, la ricorda, la rinnova, ne fa un contenuto del Vangelo
e della redenzione, per la quale è inviato nel mondo. Bisogna,
dunque, introdurre nella dimensione del mistero pasquale
ogni parola e ogni gesto di Cristo nei confronti della donna.
In questo modo tutto si spiega compiutamente (…)”.
Accoglienza che cresce - 5
Guardiamo Maria
Il tramonto luminoso
di
C
@ Andrea Gemma
Vescovo Emerito
ome si è già detto, dopo aver
accennato alla presenza di
Maria nel cenacolo, insieme
alle altre donne, in attesa dello Spirito
santo, della Madre di Gesù nei testi ispirati non si parla più… almeno esplicitamente.
C’è infatti l’accenno preziosissimo
nella lettera di san Paolo ai Galati ove si
afferma che Gesù è “nato da donna” (cf
Gal 4, 4) e c’è il capitolo dodicesimo
dell’Apocalisse di Giovanni, ove si riferisce della donna e del drago. Gli esperti
dicono che nella donna insidiata dal
drago è in primo luogo indicata la Chiesa
di Gesù, unita alla gloria del suo Signore, ma costantemente insidiata dal drago
infernale, il quale tuttavia è destinato alla
sconfitta. L’immagine della donna vestita di sole e coronata di stelle è stata tuttavia, specie nella liturgia della Chiesa,
significata simbolicamente la gloria
della Madre di Dio, eterna nemica di
Satana, e glorificata in anima e corpo
insieme col Figlio divino.
Della vita terrena di Maria, dunque,
dopo la Pentecoste non abbiamo alcuna
notizia ed è perfettamente inutile tentare
improbabili ricostruzioni, anche quelle –
ci si lasci dire – fondate su presunte rivelazioni private.
Domandiamoci innanzitutto il perché
di questo silenzio.
Rispondiamo che dopo la discesa
dello Spirito santo la missione di Maria
in mezzo agli Apostoli è compiuta ed inizia la missione a cui gli stessi erano stati
deputati. L’assunto centrale di questa
missione era l’annunzio di Gesù e la formazione di quella comunità che non
doveva conoscere limiti di luogo né di
tempo. In questa missione – si comprende – i protagonisti erano gli apostoli, con
il crisma che aveva loro donato con
6 - Accoglienza che cresce
abbondanza lo Spirito effuso nella
Pentecoste. A Maria, come sarebbe stato
per tutti e ciascuno nei secoli futuri del
cristianesimo, era riservato il compito
fondamentale e necessario di accompagnare i passi e le fatiche dei missionari
con la preghiera e l’intercessione.
Questa funzione, come ben dice il
Concilio Ecumenico Vaticano II (cf LG
56) Maria avrebbe continuato a svolgere,
con maggiore efficacia, anche dopo la
sua assunzione al cielo. Lo dimostra, fra
l’altro, la devozione sempre fervida e
mai interrotta, del popolo cristiano,
come il Magistero della Chiesa avrebbe
continuamente insegnato.
È comunque legittimo per i devoti di
Maria domandarsi come e dove la Madre
di Gesù abbia trascorso gli ultimi anni
della sua vita terrena e dove l’avrebbe
conclusa.
A tal proposito c’è una sola risposta
sicura: Maria convisse quale Madre amatissima, secondo le disposizioni di Gesù,
nella casa del discepolo prediletto. Non è
possibile tuttavia dire con precisione il
luogo dell’ultima dimora terrena di lei.
Ci sono in realtà due città che si contendono questo impareggiabile privilegio: Efeso, dove viene indicata una “casa
di Maria” di dove ella, al termine della
sua vita terrena, sarebbe stata assunta in
cielo. Il luogo è indicato da una lunga ed
ininterrotta tradizione popolare; quivi
recentemente si è recato anche il Papa
Benedetto XVI nel suo viaggio in
Turchia. L’altro luogo che viene indicato
come l’ultima dimora terrena di Maria è
a Gerusalemme, dove, sul monte Sion un
sontuoso e moderno tempio viene presentato ai pellegrini cristiani come il santuario della “dormizione della vergine
Maria” e, nella valle del Cedron, ai piedi
del monte degli ulivi, si mostra tradizio-
nalmente la tomba della stessa Madre di
Dio.
Inutile disquisire quale delle due sedi
meriti di essere accreditata quale ultima
dimora terrena della Madre di Gesù.
È perciò più facile tentare un quadro
spirituale della esistenza di Maria in
quell’ultima stazione della sua eccezionale esperienza umana.
Non c’è bisogno di dire, oltre quanto
già accennato, che non è possibile scoprire a quale età Maria sia stata trasferita
in cielo accanto al Figlio, ossia quanti
anni ella sia sopravvissuta al Figlio divino.
Se dovessimo al riguardo esprimere
un intimo indecifrabile sentimento,
diremmo che Maria non ha conosciuto il
declino di quella ultima parte della vita,
la vecchiaia, che già gli antichi chiamavano una malattia di per se stessa. Alla
morte di Gesù, si può dire, che Maria
aveva circa cinquant’anni. È difficile
allora pensare che il suo Figlio l’abbia
lasciata in terra per un altro decennio.
Forse qualcuno al riguardo vorrebbe
appellarsi all’immagine – niente affatto
corrispondente alla sua reale esistenzacon cui la Madonna si è presentata nelle
frequenti apparizioni.
Una prima cosa è certa, comunque, a
proposito dei giorni che Maria trascorse
in terra dopo l’ascensione di Gesù: lo
splendore della sua santità, che già all’inizio era eccezionale, dovette rifulgere
con un irraggiamento quale in nessun
altra creatura umana si è potuto constatare. Il sole al suo tramonto rifulge di
bagliori più alti e più infuocati. Maria,
sole di vera santità e per la grazia di cui
era stata arricchita e a cui aveva corrisposto in maniera unica, al termine dei
suoi giorni doveva apparire di una luminosità irresistibile allo sguardo umano.
È naturale qui il richiamo al volto di
Mosè che non poteva essere guardato
dopo il suo colloquio con Dio, tanto era
abbagliante (cf Es 34, 29) e Maria era
stata a contatto con Dio per trenta e più
anni: quale luce doveva aver invaso la
sua anima recettiva e nobilissima!
Questa luce al suo tramonto, emetteva
bagliori fulgidissimi che soltanto anime
particolarmente dotate potevano percepi-
Guardiamo Maria
re. Fortunato l’apostolo Giovanni che
potè ammirare da vicino questo oceano
di luce, che egli cercò di ritrarre quando
descrisse la donna del capitolo dodicesimo della sua Apocalisse.
Il tempo che Maria aveva libero dalle
piccole faccende di casa a cui nemmeno
in quest’ultima stagione della vita ella
volle sottrarsi, ella passava, come è facile pensare, nella preghiera silenziosa o
meglio nella meditazione contemplativa
di quel cumulo di ricordi che gelosamente custodiva in seno.
È dono dell’anima squisitamente
sensibile e profondamente intelligente
rendere presente e tuttavia non invadente, come in un ininterrotto succedersi di
avvenimenti legati gli uni agli altri, tutti
i momenti di una vita che, pur trascorsa
nel tempo, lasciava indelebile impronta
di ricordi, impressioni, sentimenti nella
memoria amorosa.
Chi l’avesse vista raccolta in silenzio, lontana come sempre dalle conventicole chiassose, dalle chiacchiere inutili,
era costretto a rispettare quei prolungati
silenzi meditativi che erano memoria
vivace e preghiera fervorosa.
Se è vero come ha detto Gesù che “il
cuore è là dove è il proprio tesoro” (cf
Mat 6, 21) Maria ormai sapeva benissimo dove fosse il suo tesoro, quello che
tale era stato per tutti gli anni della sua
avventura terrena, il suo Figlio divino,
che l’aveva preceduta nella dimora celeste ove l’attendeva.
Com’era facile allora comporre come
in un quadro di meravigliosa fattura i
molteplici tasselli in cui si era sviluppata
l’esistenza terrena di quel Figlio così
straordinario che ella aveva allevato per
la carne prima e per la gloria poi.
Come dovevano apparirle, in questa
contemplazione retrospettiva, talmente
significative tutte le sue parole, tutti i suoi
gesti, tutte le sue azioni. Il cuore di Maria
era davvero diventato uno scrigno donde
ella trovava a suo piacimento le varie
perle preziose, i fulgidi diamanti, le
gemme di gran pregio, con cui comporre
un ricchissimo monile di inarrivabile bellezza. In questo ella, più assai che un
intenditore artistico, usava continuamente
deliziarsi. Certamente da questo scrigno il
fortunato evangelista che le era
accanto avrà tratto quei tesori di
sapienza che ne fanno l’aquila
reale dell’annunzio evangelico.
Tutto ciò – è facile dedurlo
da quanto sappiamo dell’umilissima serva del Signore – senza
che ne venisse attirata la labile
curiosità degli uomini, anche se,
noi pensiamo Maria non si sarà
sottratta nella piccola cerchia
della comunità cristiana a qualche rievocazione, a qualche
confidenza, a qualche soavissimo ricordo che potessero giovare al bene spirituale dei suoi
figli.
Come saremmo felici di
poter rappresentare al vivo e
verosimigliantemente uno di
questi rari incontri di Maria coi
discepoli del Figlio! Possiamo
solo immaginarlo! La caratteristicha senza dubbio più evidente di quegli anni ultimi di Maria
– possiamo esserne certi – era il
vivo desiderio di raggiungere il
Figlio nella definitiva dimora celeste.
San Paolo diceva di sé: “desidero
consumarmi ed essere con Cristo”(cf Fil
1, 23). Che altro poteva desiderare colei
per la quale Cristo da sempre era stato
l’unica ragione del suo vivere e del suo
agire? Ormai ella sapeva quale era la
destinazione suprema dei suoi giorni e,
tranne la volontà di rimettersi come sempre al divino volere, non poteva non anticipare col desiderio ardente quel momento sospirato in cui sarebbe stata definitivamente con il suo diletto, con la
sicurezza di non poterlo più perdere.
Ogni giorno che passava – ella sentiva e se ne illuminava di vivissima luce –
era un passo in più dato verso la pienezza. Questa certezza – chiamiamola pure
speranza – si trasformava in un sempre
più vivo anelito e questo prendeva la
forma di una incessante preghiera gaudiosa. Quante volte avrà ella ripetuto
nell’intimo il suo “magnificat” nell’attesa di quell’estrema chiamata alla quale
andava preparandosi, per gridare per
l’ultima volta e nel colmo della gioia il
suo “Eccomi!” definitivo. Quell’ “Eccomi!” era stata la prima risposta della
sua fede incrollabile che aveva permesso
all’Altissimo di compiere in lei grandi
cose, anzi la cosa più grande.
Ora si preparava con entusiasmo crescente e con la consapevolezza di aver
compiuto in pienezza la sua missione, a
pronunziare quell’ “Eccomi!” che l’avrebbe introdotta per sempre nella gloria, accanto al suo Figlio risorto.
Fu preavvisata Maria dell’imminenza dell’arrivo dello Sposo divino? Certa
letteratura lo ha creduto e ce n’è rimasto
qualche documento; ma non ce ne era
bisogno; perché la sua gioia, quella con
cui sarebbe andata gaudiosamente incontro a lui, era stata sempre in un crescendo costante e adesso emetteva i bagliori
più fulgidi: era la preparazione alle sue
nozze eterne per le quali insistentemente
ritornava nel suo cuore il dolcissimo
invito: “Vieni, amica mia; vieni mia tutta
bella; vieni mia sposa; vieni e sarai incoronata” (cf Cant 4, 8).
Con Maria e come Maria la Chiesa
continua a ripetere con l’ultima parola
della Bibbia: “Vieni, Signore Gesù!” (Ap
22, 20).
Accoglienza che cresce - 7
Passarono facendo del bene
A scuola da Teresa
a cura di Vito Cutro
Il 3 luglio 2008, nella ricorrenza dell’anniversario della morte
della nostra Fondatrice, la serva di Dio Principessa Teresa Orsini
Doria Pamphili, Mons. Karel Kasteel, Segretario del Pontificio
Consiglio “Cor Unum” per la promozione umana e cristiana, ha
celebrato, nella Chiesa di S. Agnese in Agone in Roma, una sacra
Liturgia durante la quale ha pronunciato una significativa omelia
della quale trascriviamo un breve stralcio. Le domande che pone
siano stimolo per tutti ad una costante riflessione e conversione
di vita.
«(…)Desidero ringraziarvi per aver reso possibile di celebrare con voi, e per voi tutte, per l’intero Istituto, questa santa
Messa, vicino alla tomba della venerata Fondatrice, Teresa
Orsini, sposa di Luigi Doria Pamphilj Landi, madre di famiglia e fondatrice, la cui causa di elevazione all’onore degli
altari è bene avviata. Gradirei inviare un saluto quanto mai
affettuoso alla cara Madre Generale ed assicurarla del nostro
ricordo speciale nella preghiera per il prossimo 43° Capitolo
Generale che sarà celebrato dal 25 agosto al 15 settembre
presso la Madonna di Loreto. Mi fa piacere che la Madre
Generale abbia fatto un appello a ognuna delle suore, dalla
più giovane alla più anziana ed esperta, per riandare alle sorgenti del vostro carisma, il che è assolutamente necessario
per progredire nella santità e nell’efficacia.
Con motu proprio papale del 3 gennaio 1826 e poi con
l’approvazione dell’11 luglio 1827, 181 anni fa, nacque la
vostra amata Congregazione a Roma e il 12 luglio 1828 si
giunse all’apertura del noviziato. Teresa aveva 39 anni e, grazie a lei, voi siete una Congregazione romana, senz’altro un
particolare privilegio. Oltre che a Roma, ora siete in dieci
nazioni e dobbiamo pregare perché le Suore ospedaliere possano estendersi altrove nella Chiesa ed approfondire sempre
più il loro importantissimo apostolato. Continua a vegliare
sopra di voi la vostra Madre Teresa, senza la quale nessuno di
noi oggi si troverebbe qui. Oggi – meditando insieme – vorremmo ritrovare qualcosa della spiritualità altissima che lo
Spirito Santo aveva infuso in questa donna che rimane un
esempio di Carità sublime per ognuno di noi: con lei, la
Carità di Cristo entrava fra le corsie degli ammalati. “Donna
di grande pietà verso Dio, di forte amore per i figli, quasi
dimentica di sé, per aiutare i poveri giacenti negli ospedali, di
singolare abilità ed ingegno nell’affrontare le difficoltà …”.
Compiuto l’atto di fondazione, ella visse ancora per poco
tempo su questa terra: morì il 3 luglio 1829, a 41 anni, 3 mesi
e 10 giorni: oggi è il 179° anniversario del suo pio transito.
8 - Accoglienza che cresce
“La di lei perdita – scrive il segretario Lorenzo
Mancinelli – lasciò nel più vivo dolore il principe di lei consorte, i suoi figli, congiunti, e nel sommo dispiacere e rammaricati i familiari, amici e conoscenti, o per meglio dire
tutta Roma, ammiratrice delle grandi virtù di cui era adorna
e soprattutto della cristiana carità e pietà verso i poveri e
della bella cortesia dell’anima, che la resero a tutti carissima e stimatissima”.
Quanto sono importanti le Regole che Teresa stabilì per la
sua fondazione: già Papa san Pio V aveva detto: “sono disposto a canonizzare senza processi e senza altri miracoli tutti i
religiosi e le religiose che abbiano osservato fedelmente le
proprie regole”.
Due punti. Comincia appena sveglie: ci dobbiamo mettere alla presenza di Dio. Lo facciamo ogni giorno?
Nell’andare e nel tornare dalla corsia, ciascuno preghi il
Signore di accettare, come fatto a lui, il servizio e l’assistenza degli infermi, pregando di dare vero spirito e fervore di
carità e umiltà cristiana. Lo facciamo?
Le caratteristiche dell’Istituto, fin dai primi tempi: rigore, alta spiritualità, senso del dovere e soprattutto grande
amore per Cristo e i sofferenti. La preghiera era stata il
motore principale dell’azione di Teresa. Come una buona
madre indicò proprio nella preghiera la via per giungere a
Cristo e al prossimo sofferente. “Fu specchio luminoso della
più provvida ed industriosa carità verso i poverelli”, come
testimoniò il canonico vaticano Ponzileoni, suo direttore spirituale. “Vide sempre nei pazienti il Cristo sofferente, per
questo li amava e li serviva”. Mi colpisce molto Teresa
quando, essa stessa madre di famiglia, afferma a proposito
del cuore delle sue suore: non basta un cuore di mamma, ci
vuole quello di Gesù!
Che ve ne pare? Non vi sembra un’altissima vocazione?
Cosa facciamo per infonderla in noi stessi, o per ottenere questo cuore divino? (…)».
Segni del tempo
Assam - India
La missione SOM tra le tribù del nord-est
L’
Assam è uno Stato dell’India nord-orientale, confina a nord con il
Bhutan, con lo stato indiano dell’Arunachal Pradesh, con Nagaland e
Manipur, Tripura e Mizoram, a ovest con il Bangladesh e gli stati
indiani di Meghalaya e Bengala Occidentale. Ha una superficie di 78.438 Km. La
capitale è Dispur, ma il maggiore centro urbano è Guwahati.
Il territorio, prevalentemente pianeggiante, è attraversato dal fiume sacro agli
indiani, il Brahmaputra, navigabile dal golfo del Bengala alla città di Dibrugarh.
Il clima è umido e subtropicale, con intense precipitazioni; è una regione soggetta a frequenti inondazioni e terremoti. La vegetazione è costituita da fitte foreste
di bambù e di sempreverdi. Fra gli animali si annoverano l’elefante, la tigre, il
rinoceronte e l’orso. L’economia dell’Assam è basata sull’agricoltura.
La popolazione è di 26.638.407, prevalentemente tribale.
Il Mercy Hospital si trova su una principale via di comunicazione, nella cittadina di Nowgong o
anche Nogaon, situata a circa 100 Km. da Guwahati. L’ospedale riceve pazienti dai distretti di
Nagaon, Morigaon, Karbi Anglong e Sonitpur. La nostra Congregazione delle Suore Ospedaliere
della Misericordia è arrivata nel Nord-Est dell’India nel 1993. L’ospedale dapprima come dispensario è iniziato agli inizi del 2000, la camera operatoria è stata inaugurata il 10 Dicembre del 2007.
Il primo chirurgo che ha organizzato il lavoro in sala è stato il Prof. Antonio Catania del Policlinico
Umberto I di Roma. L’ospedale beneficia della presenza di una suora medico: Sr. Therese Thevara
MBBS – DGO (Dublin) e di due medici laici. Altri specialisti sono reperibili su appuntamento.
Hanno fatto seguito altri medici e infermiere già nostri collaboratori a Vohipeno.
Medici o altri professionisti che desiderassero rendere la loro opera presso questo ospedale possono mettersi in contatto con l’Amministratore.
Sr.Daisy
Mercy Hospital
No2 Mullapatty – Khutikatia P.O.
Haibargaon, Nagaon 782002
ASSAM I N D I A
Una veduta dell’ospedale
Tel: 0091 – 3672- 222912
E-mail: [email protected]
Cellulare : 0091 - 9435162156
In camera operatoria
Accoglienza che cresce - 9
Segni del tempo
di Therese Vololonirina
esimo
25 della Missione SOM in Madagascar
La forza del tempo trasforma i semi in piante rigogliose
L
a preparazione del 25 esimo
anniversario per celebrare la
nascita della missione in
Madagascar delle Suore Ospedaliere
della Misericordia ha avuto inizio già
dallo scorso 26 maggio 2007.
Un’organizzazione lunga, degna di una
storia che porta con sé un baglio di
amore donato al prossimo. In vista di
questo grande ed importante avvenimento, la Madre Delegata, Sr Loretta, ha
inviato una lettera a tutte le comunità
malgasce riunite in un solo cuore per
questo cammino di festa, indicandoci i
programmi comuni sia spirituali che
materiali. “È il Signore che guida gli
eventi - scrive Sr. Loretta -, e noi rispondendo alla sua chiamata, facciamo la storia insieme con Lui. Questo tempo di
grazia viviamolo nella piena gratitudine
verso Dio, consapevoli che la nostra bravura ha sicuramente dato i suoi risultati,
ma il Suo disegno d’amore è la vera pietra salvifica per i malati, i poveri e i bisognosi. Il Signore servendosi della nostra
disponibilità e collaborazione umana,
continua la Sua opera in mezzo agli
uomini. La fedeltà a Cristo e alla
Congregazione delle SOM sono il fondamento del nostro cammino in questa
terra di pellegrini, insieme a tutta la
Chiesa, nostra madre”. Sr. Loretta ha
fatto inoltre un invito a tutte noi affinché
riflettessimo sul significato della frase:
“Fedeltà a Cristo, fedeltà alla
Congregazione”. Non è semplice esplicitare le ragioni di fondo della propria
scelta vocazionale e non è facile spiegare cosa vuol dire “Essere una Suora
Ospedaliera della Misericordia”. Mi
rivedo ragazzina, quando anni fa lasciavo la mia famiglia, paurosa e timida, ma
10 - Accoglienza che cresce
certa che una strada si stava aprendo
davanti ai miei occhi. Allora mi era oscuro il disegno che Lui aveva scritto per me
e solo oggi, dopo tanti anni nei quali è
maturata in me la decisione di consacrarmi al Signore, dopo la formazione e tante
prove, mi rendo veramente conto di
quando sia valsa la pena di seguire quella chiamata. Essere una suora non è un
titolo o un diploma da raggiungere, non
è uno scappare dalle difficoltà della vita
o da situazioni familiari complicate, ma
è un’esperienza d’amore con Dio e in
Dio. Significa vivere intensamente e con
entusiasmo la propria scelta per il
Signore. Essere una suora non è un sentimento, ma una realtà di vita che abbraccia l’intera esistenza per servire il
Signore con estrema gioia. Essere una
suora non è un “abbandonare il mondo o
straccarsi da esso”, ma un “avvicinarsi a
chi ha bisogno, un passo verso gli altri
giorno dopo giorno”. È vero quello che
scriveva San Paolo: “Non siamo noi, ma
la grazia del Signore che ci accompagna”. Essere una Suora Ospedaliera della
Misericordia per me significare vivere
uno dei momenti più forti della vita di
Gesù il quale si avvicinava ai malati per
guarirli. Significa essere il “Buon
Samaritano” che si ferma ogni qual volta
incontra una persona che ha bisogno
d’aiuto, che soccorre i malati fasciandoli
e portandogli l’olio della speranza. Oggi
celebriamo il 25 esimo della Missione in
Madagascar, grazie alle prime Suore
Ospedaliere che hanno aperto questo
cammino, grazie alla loro generosità,
amore, pazienza, sacrifici, ma anche
tanta gioia nel cuore nell’andare incontro
a chi soffre. Un grazie di cuore a tutte le
consorelle che hanno dedicato la loro
vita a questa missione e a quante lo continuano a fare con entusiasmo.
Ringraziamo insieme il Signore per il
dono della vocazione in questi 25 anni,
dal 1983 al 2008. Infine un grazie a tutti
coloro che hanno partecipato alla crescita di questa missione spirituale e materiale: benefattori, amici e conoscenti
sparsi nel mondo. Preghiamo insieme
per la nostra missione in Madagascar e
chiediamo la benedizione del Signore
affinché questa celebrazione porti a tutti
forte speranza e rinnovamento per il
nuovo cammino verso il 50 esimo.
Le suore malgasce sono 42, 4 novizie del secondo
anno, 7 novizie del primo anno e 4 postulanti.
Sono presenti 5 comunità:
comunità dell’Annunziazione: Ambatondrazaka
comunità della Visitazione: Hospital HJRA, Tananarive,
comunità Raffaella Cimatti: Antamponankatso, Tananarive
comunità Teresa Orsini: Noviziato, Tananarive
comunità San Luigi: Hospital Heninbsua, Vohipeno.
Segni del tempo
dalla Residenza Maria Marcella
di Vito Cutro
Ines
Auguri zia
G
rande festa, il 23 luglio scorso, alla Residenza
Maria Marcella. Come accade ogni mese, sono
stati festeggiati i compleanni degli ospiti che
sono nati nel mese, in questo caso quello di Luglio. 15 compleanni, ma la particolarità dell’evento sta nel fatto che la
sig.ra Ines Mancini, da tutti chiamata zia Ines, ha compiuto
102 anni essendo nata il 23 luglio del 1906. Primogenita di
cinque fratelli, ha visto accanto a sé, oltre l’affetto di tutti gli
ospiti della Residenza e quello delle suore che dedicano il loro
tempo e la loro vocazione a seguire gli anziani, quello dell’unico fratello rimasto, il signor Antonio e dell’unico nipote, il
signor Mauro. Alla domanda su quale fosse il suo segreto per
aver raggiunto questa bella mèta, in un primo tempo, scherzosamente, ha risposto: “Se glielo dico, che segreto è?” mentre,
successivamente, ha affermato con determinazione “Ho sempre lavorato”. Fragile di corpo, ma ancora forte nello spirito e
nella mente, Ines è stata dirigente d’azienda nei tempi che
furono e, quindi, ne sa bene di vero lavoro. È ospite alla
Residenza dal 1996 e il suo riposo se lo è ben conquistato ed
è giusto che se lo goda, come si è augurata ella stessa, “ancora per molti anni”.
Nel saluto che ha voluto porgere a tutti i presenti, ha ringraziato soprattutto delle preghiere che l’hanno accompagnata rendendole serena e tranquilla la vita di ogni giorno. Una
sua attenzione particolare è stata dedicata alle ‘suorine’, questi ‘angeli bianchi’ che, peraltro, hanno reso piacevole la festa
con canti e danze, ma, soprattutto, con il loro sorriso e la loro
gioia.
Un bel quadretto, non c’è che dire: la solidarietà e la fraternità si fa presente e vive in queste giovani provenienti da
varie parti del mondo dando una giusta e meritata serenità agli
anni ormai maturi di uomini e donne che vivono in questa
Residenza, ideata e realizzata a seguito di felici intuizioni
delle Suore ospedaliere e della sua prima direttrice, Sr. Elvira
Iacovone. Tale felice intuizione, con impegno diuturno, prosegue ora da parte di colei che le è succeduta, la sempre presente Sr. Rosalia.
dalla Clinica Mater Misericordiae
“Tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli, l'avete fatto a me”
Volevo ringraziare l’intera struttura della
vostra Clinica per il supporto sia medico
che umano che mi avete dato in un periodo molto difficile e delicato della mia vita.
Ho trovato in ciascuno di voi, dai medici
agli infermieri, dalle suore ai volontari,
professionalità, competenza e soprattutto
ho avvertito di essere stato trattato come
una persona piuttosto che come un paziente. I risultati ottenuti nel periodo di Day
Hospital parlano da soli, per questo voglio
ribadire a mia stima e la mia riconoscenza.
P.D.B.
Al momento delle mie dimissioni sento la necessità di informarvi su quelle che sono le mie
impressioni sulla Clinica. La vostra struttura
oltre a rivelare un’indiscutibile preparazione,
unisce a questa un’altrettanto indiscutibile professionalità che si associa ad una gentilezza che
si può senza dubbio definire “affettuosa” e che
rende chiaro il motivo per cui i pazienti al
momento della loro dimissione lo facciano tutti
malvolentieri pur riconfermando il loro GRAZIE per l’esperienza vissuta al vostro fianco.
Anche io vi dico “grazie” e per non rischiare di
commuovermi oltre vi saluto con affetto.
B.G.
Vi ringrazio per il prezioso servizio offertomi nei 53 giorni trascorsi in questo ambiente molto
sereno e cordiale, ove ci si sente a proprio agio. Sono rimasto positivamente colpito dal portamento premuroso delle suore, tutte sempre sorridenti, pronte e presenti ad ogni chiamata, per
tutti, senza eccezione. Le cure terapeutiche poi mi hanno donato una nuova giovinezza anche con
i miei 84 anni ed è per me doveroso lodare l’intera equipe di medici e terapeuti che mi hanno
tanto aiutato. Per tutto il bene ricevuto per la mia salute, voglio ricambiare con le mie preghiere, specie nella Santa Messa e vi impartisco la mia benedizione sacerdotale con l’augurio di poter
continua a fare ancora tanto del bene a vantaggio dei malati che il Signore vorrà mandare.
Don Sergio Stoppani
Riflessioni
di Lucia Venuti
La leggenda del Sasso della Guerra
C’
era una volta un sasso. Non si sa quando
era iniziato il suo cammino. Un giorno si
era messo a rotolare, rotola qua, salta là,
aveva attraversato mari e monti senza fermarsi mai. A dire
il vero aveva accelerato sempre più la sua corsa. Tutto qui?
Magari, fosse tutto qui! Dovete sapere che questo, non era
un sasso qualunque, era il Sasso della Guerra; si chiamava
così perché ovunque passava, qualunque suolo toccava,
qualunque uomo sfiorava, una grande, infinita guerra iniziava. In poco tempo paesi, città e nazioni, cominciarono
aspre lotte per conquistare il potere. Il tempo stesso cominciò a correre, inesorabilmente, lasciando agli uomini e a
tutti gli abitanti della terra, pochissimo tempo per comprendere ed agire. Nessuno aveva più tempo per fermarsi a pensare, per fermarsi a comprendere ciò che stava accadendo.
Così le guerre continuavano e più le guerre si espandevano
a macchia d’olio, più il tempo a disposizione degli uomini,
si accorciava. I bimbi crescevano in mezzo all’odio e alla
morte, divenivano uomini e donne senza speranza, perché il
Sasso della Guerra aveva distrutto ogni loro possibile
sogno. Più i sogni si spegnevano e più il Sasso della Guerra
accresceva il suo volume, schiacciando il tempo e la luce
degli uomini e di tutti gli abitanti della terra. Fu allora che
alcuni uomini giusti, si svegliarono dal lungo sonno e
cominciarono a pensare e si accorsero di quanto male era
stato fatto. Essi parlarono ed affidarono al Vento Arra il loro
messaggio di pace: “Abitanti di tutto il mondo inchiniamoci e chiediamo aiuto a Dio”. Il Vento Arra corse veloce su
mari e monti, su paesi e città, resistendo con tenacia al
richiamo del Sasso della Guerra. “Sono il Vento Arra, porto
al mondo la parola dei giusti. Sta lontano, Sasso della
Guerra!”. Gli uomini di tutto il modo, alzarono la testa al
cielo per ascoltare il messaggio degli uomini giusti portato
dal Vento Arra. Il tempo si fermò, gli uomini si fermarono e
cominciarono a chiamare e a chiedere aiuto a Dio. Lo sguardo di Dio si posò sul mondo martoriato dall’odio e dalla
guerra e Dio ebbe pietà di tanta sofferenza, alzò la mano e
disse: “Pentitevi e il Sasso della Guerra sarà richiamato là
da dove è venuto”. Tutto il mondo si inchinò e Dio fece
rotolare il Sasso della Guerra lontano, oltre il tempo di questo tempo, oltre il tempo di ogni tempo, nella Terra del Mai,
dove dormono le malattie mai sofferte, gli incubi mai avuti,
le guerre mai subite, gli orrori mai vissuti. Il Sasso della
Guerra fu messo a dormire nella terra del Mai, dove resterà
per richiesta degli uomini e per volere di Dio.
Riflessioni
Maria figlia
dell’eterna Sapienza
Le vie di Maria sono una nuova scoperta per me, perché la mia sete di verità e
la mia ricerca personale erano concentrate su libri voluminosi di teologia e di
filosofia. Appartenevo alla famiglia religiosa della Madre della Misericordia
eppure, indossando la medaglia della sua
immagine come identificativo, non mi
rendevo conto del suo ruolo della mia
vita. Chi mi conosce si stupirà che tale
esperienza mi si sia rivelata solo ora. Per
me non è facile spiegare tale scoperta. La
grazia è avvenuta in occasione della mia
partecipazione al convegno “Sulle orme
di Maria”, organizzato dai religiosi aderenti ai Focolari, fondati da Chiara
Lubich che ora gode della presenza della
Madre celeste. In realtà non mi aspettavo che si potesse dire qualcosa di nuovo
di questa semplice donna di Nazareth,
ma con grande stupore sono rimasta
incantata, mi sembrava tutto nuovo e
ogni volta che si parlava di lei sembrava
che anche il cielo si stupisse. Ancora nessuno riesce a definirla completamente,
solo il Padre che l’ha creata e che l’ha
resa “piena di grazia” e riempita di
sapienza. In Maria ho trovato una ragione per accettare le desolazioni dell’anima, il suo dolore mi ha dato forza, nella
sua umiltà, anche quando mi sembra di
perdere, la sua immagine mi dà coraggio, mi sento vicina a lei e nei momenti
più oscuri, quando non so che cosa devo
fare, mi basta dire “Madre” e si accende
piano piano una luce che mi illumina.
Mi risuona sempre dentro il cuore il suo
canto “grandi cose ha fatto in me
l’Onnipotente”, perché mi sento che
sono dentro di lei, sono una figlia sua,
mi ama, mi protegge anche a mia insaputa. Non avevo compreso la sua premura, la sua dolcezza e non ero consapevole della sua grandezza, mi perdo
solo a pensarla come madre di Dio e dell’umanità; ora mi resta solo da contemplarla, amarla, ma soprattutto ringraziarla.
Joy Lacaden
Accanto a chi soffre
di una Caposala
LA COMUNICAZIONE
TRA MEDICO E PAZIENTE
O
ggi come non mai il valore delle professioni
sanitarie viene continuamente messo in discussione. Ogni giorno, infatti, non mancano mai
cronache nere riguardanti la cosiddetta ‘malasanità’, la
malattia di una Istituzione così importante al servizio del
malato, in un sistema che sembra dare priorità ad aspetti
‘estranei’ alla sua specificità, quali i vincoli macro/micro
economici, le garanzie istituzionali, l’opportunità politica.
La tentazione di medici, infermieri, amministratori è
quella di rispondere a questo disagio con un’affermazione
più decisa del proprio ruolo.
Quali sono veramente i limiti affrontati quotidianamente
da chi lavora nella sanità?
Quali le risorse disponibili e come vengono impiegate,
non solo in termini di profitto e dei mezzi sofisticati, ma di
competenze e di umanizzazione?
Quali i mezzi efficaci oggi per ottenere fiducia dal malato e per migliorare il rapporto medico – malato?
Proprio da questa realtà partono una serie di problemi
nell’ambito sanitario che spesso vengono considerati superflui.
Quando, invece, l’intesa medico – paziente è chiara in
partenza, il cammino terapeutico diviene più facile e si ottiene l’auspicata fiducia, quella fiducia che, a sua volta, diviene la base del programma terapeutico.
La comunicazione medico – paziente non è, infatti, uno
scopo da perseguire come fine a se stesso con perfezione
formale, ma è, piuttosto,lo strumento necessario per costruire la relazione interpersonale per arrivare, quindi, ad uno
scambio di conoscenza. “Qualcuno che apre la porta ad un
altro sconosciuto confidando nel fatto che l’altro possa dare
un briciolo di speranza al suo stato di malato”.
La comunicazione è, a mio avviso, il più importante strumento in medicina ed è determinante ai fini di una raccolta
di informazioni completa ed accurata. Ma così delicata da
richiedere tanto rispetto umano.
Il legame fra medico e paziente è un’alleanza tra le persone; la fiducia, il diritto al segreto e le reazioni intime della
persona sofferente sono ben diversi da qualsiasi espressione
interpersonale che esiste in altre relazioni. Esistono degli
atteggiamenti personali come fedeltà, rispetto, ossequio, sincerità e mutua fiducia.
Il medico, inoltre, deve essere attento a non violare minimamente l’alleanza di fedeltà, anche di fronte ad alcuni desideri egoistici ed irresponsabili eventualmente espressi dal
paziente, ma tiene alto il valore della sua responsabilità nei
confronti della sua etica professionale e del paziente stesso.
16 - Accoglienza che cresce
Dossier
a cura di Annabelle Mamon
43° Capitolo Generale
delle Suore Ospedaliere della Misericordia
… momento di grazia e di conversione per l’Istituto
….in un clima di preghiera: prima, durante e dopo
Il Dossier del primo numero del 2008 era intitolato “Capitolo Generale: Tempi forti nella vita di una Congregazione”, ed
è servito ad introdurci a comprendere perché ogni Istituto Religioso si raduna, coinvolgendo non solo tutti i fratelli e le
sorelle, ma anche tutte le persone vicine alla vita dell’Istituto. Abbiamo visto come in questo evento si confrontano tutti
gli aspetti dell’Istituto.
Nel secondo numero sono stati presentati brevemente gli obiettivi e le priorità di questo Capitolo alla luce della storia dei
capitoli SOM, che credo, sia più o meno simile in tutti gli Istituti religiosi.
In questa terza parte tratteremo delle priorità dell’attuale Capitolo Generale.
N
ella considerazione che un Capitolo Generale
al passo coi tempi deve guardare con realismo
al futuro e impegnarsi in una programmazione,
concreta e possibile, nel discernimento delle scelte da portare avanti senza astrazione, ma nelle condizioni reali
dell’Istituto sapendo individuare quali sono i veri problemi
dell’Istituto stesso, quali le risorse di cui dispone, quali le
risposte necessarie e possibili ai problemi che si pongono,
nell’arco dell’ultimo anno e mezzo tutta la Congregazione è
stata chiamata a riflettere su alcune schede riguardanti i
Principi e Fondamenti, le Mete e gli Ostacoli ed i Vincoli
da considerare per un rilancio della Congregazione delle
Suore Ospedaliere della Misericordia. Tutto ciò anche alla
luce di quanto, è bene ripeterlo, ha scritto Madre Aurelia
Damiani in un messaggio indirizzato a tutti i membri della
Congregazione stessa. “La celebrazione del Capitolo
Generale quale evento dello Spirito ci coinvolge tutte: dalla
sorella più giovane alla madre più anziana e ci sprona a
riandare alle sorgenti del nostro Carisma, dove ha trovato
origine la nostra vocazione, dove si alimenta la nostra
fedeltà quotidiana e si rafforza il senso dell’appartenenza
alla nostra famiglia religiosa e in essa siamo mandate a far
conoscere ed amare Gesù ai fratelli e sorelle con uno
sguardo di amore e di compassione. Esorto quindi tutte voi
sorelle carissime a una viva e fattiva partecipazione e intensa collaborazione per la crescita della nostra amata
Congregazione assumendo questo ‘impegno di famiglia’
con serenità, senso di appartenenza e con il cuore colmo di
speranza in un futuro che, sicuramente, ci verrà incontro
ricco della grazia del Signore. Maria, pellegrina nella fede,
ci sia sostegno e guida nel cammino che stiamo intraprendendo e sollevi il nostro sguardo nella contemplazione del
volto di Cristo Risorto sorgente di acqua viva capace di
irrigare il deserto delle nostre chiusure e pessimismi, e di
sorprenderci con la potenza del suo Spirito che ‘fa nuove
tutte le cose’ ”.
La Vita in Cristo, dimensione specifica dei membri della
Congregazione, può trovare la sua ragion d’essere peculiare
nella ricerca della
santità attraverso un
recupero del senso di
appartenenza che,
alla luce dell’incalzare dei tempi e delle
problematiche emergenti, non escluda,
ma che anzi preveda,
una
rivisitazione
delle varie espressioni della vita comunitaria, di quella vocazionale e di quella
missionaria attraverso:
- Un rinnovamento
spirituale che prenda
lo spunto, ovviamente, da una riforma del
piano di formazione
continua sulla parola
di Dio e sulla Sacra
Scrittura, sul Discernimento, sulla Vita interiore e sulla ‘Teologia vissuta dai
Santi’. Nell’ambito di questo rinnovamento dovranno essere considerati gli aspetti riguardanti la ‘vita di preghiera’, la
centralità della parola di Dio, il percorso di accesso ai voti e
l’accompagnamento spirituale di ciascun membro della
Congregazione.
- Una rivisitazione del concetto di Servizio nella riscoperta che esso è espressione diretta del carisma di fondazione e permette il fondamento della Congregazione. L’analisi
deve portare alla scoperta di altri settori ove praticare il servizio dell’Ospitalità particolarmente caro alla Fondatrice e
uno tra i perni portanti del nostro essere religiosa. A ciò si
deve accompagnare l’apertura alle nuove povertà rimanendo coerenti all’opzione fondamentale per i poveri in tutte le
realtà geografiche in cui la Congregazione è presente.
- Una riflessione particolare sulla Vita Fraterna stante,
sopratutto, i tempi e ritmi della vita quotidiana. È stata riconosciuta la necessità e l’opportunità di porre particolare
attenzione su questa dimensione della vita personale in
quanto vita di Comunità e quindi, necessariamente, momento
di tonificazione e di nuovo impulso per la riconferma del proprio impegno.
Quanto sopra esposto, nell’ambito di una riflessione
comunitaria del massimo Organismo della vita di una
Congregazione, non può non portare anche ad una riforma
strutturale. È quanto previsto, tra l’altro, nelle schede di riflessione di cui stiamo trattando e parte dalla considerazione che
la Congregazione non può non accogliere una integrazione
nella natura giuridica dell’Istituto, che la porterà ad essere,
quale di fatto già è, Congregazione missionaria, recependo in
particolare ciò che negli ultimi anni è avvenuto. A spiovere ne
conseguirà anche una rivisitazione delle prerogative e dei
compiti del Consiglio Generale.
Da ultimo, ma non certamente in ordine di importanza,
viene elaborata la proposta di un itinerario di pastorale vocazionale. Tale itinerario potrebbe essere proposto alle
Comunità Ecclesiali in cui la Congregazione è stabilmente
impegnata con compiti di animazione o anche presentato in
occasioni da creare ad hoc. Tale itinerario si potrebbe snodare attraverso il coinvolgimento nella attività di servizio in
cui sono impegnate le Suore Ospedaliere e potrebbe articolarsi in momenti residenziali, di Catechesi, di Scuola di
Preghiera, di Lectio Divina e Momenti Liturgici, senza
escludere eventuali periodi da trascorrere nelle Missioni
della Congregazione. Le attività di Pastorale vocazionale
potrebbero permettere alla Congregazione di essere maggiormente aperta alla volontà dello Spirito ed in futuro,
anche di poter valutare – quale frutto ulteriore di queste attività- la costituzione di un ramo laico della Congregazione .
Congiuntamente è nelle intenzioni di attivare un percorso di
Pre-evangelizzazione, particolarmente nei confronti dei giovani, attraendoli e coinvolgendoli nelle proprie attività di
Servizio.
Nell’ambito di tale ultima considerazione vanno certamente citate due realtà in cui la Congregazione delle Suore
ospedaliere della Misericordia ha già raccolto intorno a sé un
buon numero di laici: l’Associazione volontari “La Cometa”
onlus, attiva già da diversi anni, e l’Associazione “Teresa
Orsini”, fondata da mons. Carlo Caputo e riconosciuta ufficialmente di recente con decreto del vescovo di Gravina
mons. Mario Paciello. Scopo dell’Associazione, che conta già
150 membri, è la formazione spirituale delle giovani mamme
sull’esempio della santa Principessa gravinese fondatrice del
nostro Istituto.
Capitoli Generali della Congregazione SOM
I Capitolo Generale del 10 Febbraio 1834
Superiora Generale Sr. M. Eleonora Bartolomucci
XXII Capitolo Generale del 11 Maggio 1904
Superiora Generale Sr. M. Margherita Isopi
II Capitolo Generale del 8 Marzo 1837
Superiora Generale Sr. M. Eleonora Bartolomucci
XXIII Capitolo Generale del 31 Maggio 1906
Superiora Generale Sr. M. Margherita Isopi
III Capitolo Generale del 12 Maggio 1840
Superiora Generale Sr. M. Felice Santucci
XXIV Capitolo Generale del 12 Maggio 1909
Superiora Generale Sr. M. Candida Colonna
IV Capitolo Generale del 12 Maggio 1843
Superiora Generale Sr. M. Felice Santucci
XXV Capitolo Generale del 11 Maggio 1912
Superiora Generale Sr. M. Candida Colonna
V Capitolo Generale del 10 Giugno 1846
Superiora Generale Sr. M. Eleonora Bartolomucci.
XXVI Capitolo Generale del 12 Maggio 1915
Superiora Generale Sr. M. Luisa Tolomelli
VI Capitolo Generale del 7 Dicembre 1849
Superiora Generale Sr. M. Teresa Giusti
XXVII Capitolo Generale del 12 Maggio 1918
Superiora Generale Sr. M. Luisa Tolomelli
VII Capitolo Generale del 7 Dicembre 1852
Superiora Generale Sr. M. Emilia Pini
XXVIII Capitolo Generale dal 19 Maggio 1921
Superiora Generale Sr. M. Agostina Alessandri
VIII Capitolo Generale del 12 Maggio 1856
Superiora Generale Sr. M. Emilia Pini
XIX Capitolo Generale dal 18 Giugno 1925
Superiora Generale Sr. M. Celeste Nobili
IX Capitolo Generale del 12 Maggio 1859.
Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni
XXX Capitolo Generale dal 18 Giugno 1931
Superiora Generale Sr. M. Celeste Nobili
X Capitolo Generale del 13 Maggio 1862
Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni
XXXI Capitolo Generale dal 8 Luglio 1937
Superiora Generale Sr. Maria Saveria Sanzi
XI Capitolo Generale del 11 Maggio 1865
Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni
XXXII Capitolo Generale dal 16 Maggio 1946
Superiora Generale Sr. M. Eugenia Mecarelli
XII Capitolo Generale del 12 Maggio 1868
Superiora Generale Sr. M. Emilia Pini
XXXIII Capitolo Generale del 7 Maggio 1952
Superiora Generale Sr. M. Eugenia Mecarelli
XIII Capitolo Generale del 12 Maggio 1875
Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni
XXXIV Capitolo Generale del 17 Marzo 1958
Superiora Generale Sr. M. Rosalia Borzi
XIV Capitolo Generale del 12 Maggio 1881
Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni
XXXV Capitolo Generale del 11 Maggio 1964
Superiora Generale Sr. M. Rosalia Borzi
XV Capitolo Generale del 12 Maggio 1884
Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni
XXXVI Capitolo Generale Speciale straordinario
dall’8 al 18 maggio 1969
XVI Capitolo Generale del 12 Maggio 1887
Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni
XXXVII Capitolo Generale del 20/26 Maggio 1970
Superiora Generale Sr. M. Marcella Cavallari
XVII Capitolo Generale del 14 Maggio 1890
Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni
XXXVIII Capitolo Generale del 19/27 Settembre 1976
Superiora Generale Sr. M. Marcella Cavallari
XVIII Capitolo Generale del 29 Maggio 1893
Superiora Generale Sr. M. Teresa Capeccioni
XXXIX Capitolo Generale del 19/24 Settembre 1982
Superiora Generale Sr. M. Marcella Cavallari
XIX Capitolo Generale del 22 Ottobre 1894
Superiora Generale Sr. M. Margherita Isopi
XL Capitolo Generale del 31 Maggio 1989
Superiora Generale Sr. Elisabetta Longhi
XX Capitolo Generale del 12 Maggio 1898
Superiora Generale Sr. M. Margherita Isopi
XLI Capitolo Generale del 21Maggio/2 Giugno 1996
Superiora Generale Sr. Aurelia Damiani
XXI Capitolo Generale del 12 Maggio 1901
Superiora Generale Sr. M. Margherita Isopi
XLII Capitolo Generale 25 Agosto 2002
Superiora Generale Sr. Aurelia Damiani.
Salute e sanità
di Gerardo Corea
La medicina Precolombiana
I Maya, gli Aztechi e gli Incas
I
l ruolo delle antiche civiltà precolombiane demandato sempre
al medico-stregone-sacerdote,
coinvolse tre diverse "localizzazioni": i
Maya,
che
abitavano
l’attuale
Guatemala; gli Aztechi, che abitavano
l’attuale Messico e gli Incas nella zona
delle Ande, fermo restando che a nord,
padroni del territorio, erano i pellerossa,
gli Indiani del nord-America.
Queste civiltà tra di loro ebbero a
scambiarsi diverse usanze, non solo per
ciò che riguarda l’arte medica ma per
tutta l’organizzazione sociale. È risaputo fossero civiltà progredite, basti pensare che per esempio Tenochtitlan, l’attuale città del Messico, capitale dell’impero azteco, aveva servizi igienici all’avanguardia. Esisteva addirittura un ingegnoso sistema di fognature, per assicurare lo smaltimento dei rifiuti liquidi,
mentre quelli solidi venivano trasportati
e inceneriti fuori città.
Lo stesso potremmo dire per la presenza nelle strade dei vespasiani, mentre
ogni quartiere era responsabile della
pulizia delle proprie strade. Fatti questi
che se vengono messi in relazione con la
pur tanto decantata organizzazione
socio-igienico occidentale, occorre
aspettare, per molte realtà, proprio i
nostri giorni perché tutto ciò si avveri.
Per queste civiltà la maggior parte
delle malattie erano dovute all’intervento di divinità maligne o all’abbandono
del corpo da parte di quelle salutari.
Esistevano quindi Dei, protettori delle
varie patologie. Così, accanto al dio
della medicina (Itzamma) vi era la dea
protettrice della gravidanza e del parto,
il protettore della pediatria, quello contro le febbri, quello contro le emorragie,
quello contro l’itterizia… Ebbero tutti
buona conoscenza dell'anatomia e della
fisiologia, anche se prepotentemente per
alcuni versi gli aztechi ebbero a primeg-
giare sulle altre civiltà, là dove essi
ponevano al sommo della gerarchia
medica i sacerdoti (ahmen - coloro che
capiscono-), in grado di diagnosticare le
malattie e indurre la guarigione. Per formulare la diagnosi, essi si servivano
spesso di granelli di mais, che facevano
cadere in un vaso pieno d’acqua: dal
modo con cui essi si disponevano traevano le loro conclusioni.
Ma ad un certo momento, i medici
veri e propri (Ticitl) decisero di distinguersi nettamente dai guaritori, pur non
rinunciando ad utilizzare talora come
mezzi di guarigione le danze sacre e gli
esorcismi.
Ma le guarigioni anche qui erano
affidate a piante medicamentose: il
peyotl, sedativo del dolore; il camotl,
che provocava apatia e veniva probabilmente somministrato alle vittime dei
sacrifici umani; la giarappa, impiegata
come purgante, mentre i vapori di incenso e di olio di coppale venivano usati
contro le convulsioni.
Caratteristica curiosa di queste
popolazioni fu, per come i marinai di
Colombo ebbero a riferire quando sbarcarono nel Nuovo Mondo, il fatto che
gli indigeni "bevevano il fumo"; ma il
tabacco era per quelle popolazioni "più
di un piacere": "era, soprattutto un modo
per indurre un invidiabile stato di tranquillità"; veniva utilizzato per sedare il
dolore oltre che molto efficace risultava
contro l’emicrania, le vertigini, le malattie del naso (in questo ultimo caso, inalato in polvere).
"Questa erba era detta Cohoba, e i
Padri Gesuiti avocarono a sé il privilegio di coltivarla e di spedirla in Europa.
Poiché le spedizioni avvenivano nel
porto messicano di Tabasco, le foglie
presero appunto questo nome, che con il
passare del tempo si tramutò in
"Tabacco".
Nel 1560 Jean Nicot, ambasciatore
di Francia in Portogallo, inviò ai reali,
Francesco II e Caterina de’ Medici, dei
semi di tabacco, vantandone le virtù
curative specie per il mal di testa di cui
soffriva periodicamente la regina. Fu
merito, successivo, di due scienziati
Posselt e Reimann scoprirne la validità
scientifica. Essi infatti, isolarono nel
1828 l'alcaloide del tabacco, al quale in
ricordo dell'ambasciatore Nicot diedero
il nome di "nicotina".
Curioso è anche il fatto che arriviamo a tale paradosso che gli europei si
invaghirono così tanto delle doti curative del tabacco che giunsero ad utilizzarlo anche per … clistere!
(continua)
Immagine scheletriforme della configurazione
anatomica (Messico, civiltà Azteca)
Accoglienza che cresce - 21
Salute e sanità
di Andrea Scoppola
VIVERE IL “TEMPO BREVE ”
N
oi oncologi, nel pianificare
un trattamento per i nostri
pazienti, ci troviamo spesso
di fronte ad un dilemma. È preferibile
offrire ad un malato di tumore, il cui
destino è in ogni caso segnato da un
“tempo breve”, una terapia che prolunghi
quel tempo di qualche settimana o mese
(secondo quello che ci dicono gli studi
statistici), oppure aiutarlo a vivere le settimane o i mesi che gli restano rispettando la migliore “qualità di vita” possibile?
E le due opzioni sono sempre alternative,
oppure si può anche prolungare la vita
migliorandone contemporaneamente la
qualità? Ed ancora: una terapia dai
pesanti effetti tossici che può avere come
risultato positivo quello di alleviare un
sintomo legato alla malattia va comunque praticata? La risposta a queste
domande non è affatto semplice, perché
l’immagine e la percezione che abbiamo
del tempo e della qualità della vita cambiano molto a seconda della condizione
in cui ci troviamo. Facciamo due esempi.
Per un giovane che si affaccia alla vita o
che sta iniziando una carriera lavorativa
il tempo non ha limiti; è un contenitore
che va riempito, ed egli sarà probabilmente disposto a qualsiasi sacrificio
(ridotta qualità di vita) in cambio di un
lungo e positivo futuro. Pensiamo invece
ad un settantacinquenne vedovo, con
figli ormai grandi, pensionato da alcuni
22 - Accoglienza che cresce
anni e tormentato da una grave sindrome
depressiva. Per lui il tempo rappresenta
un vero e proprio nemico; non ha alcun
interesse a prolungarlo. Ha già vissuto la
sua vita, e la sua unica preoccupazione è
quella di trascorrere il tempo che gli
resta, che si augura breve, nel modo
meno doloroso possibile. Ma torniamo al
malato di tumore. Che percezione avrà
del tempo? Chiederà al suo oncologo di
cercare di prolungarlo il più possibile a
qualsiasi costo, oppure preferirà vivere
ciò che gli resta lontano da ospedali,
medici, chemioterapie devastanti?
Magari scrivendo, leggendo, o dedicandosi ai viaggi. Nella mia esperienza ho
incontrato pazienti di entrambe le tipologie, ed altri ancora più smarriti, paralizzati dall’angoscia del tempo che sentono
consumarsi inesorabilmente, incapaci di
fare qualsiasi progetto, anche di breve
scadenza. In tutti questi casi, diversi fra
loro ma accomunati da una percezione
del tempo e dei valori della vita che, nel
momento della piena consapevolezza
della propria condizione, cambia drammaticamente, noi oncologi abbiamo un
compito molto importante: quello di aiutare il malato a vivere il tempo che gli
rimane nel modo da lui scelto. Ed allora
troveremo il paziente che ci chiede di
non rinunciare a sperimentare nuove,
complicate e pesanti terapie anche di
fronte all’evidenza del fallimento dei
tentativi precedenti; quello che vuole
essere solo aiutato a non soffrire, senza
altri accanimenti; quello che ha paura, ed
ha bisogno soltanto di vicinanza e di
un’affettuosa rassicurazione. Ciò che, in
ogni caso, non dobbiamo dimenticare è
che il tempo di un malato di tumore non
è il nostro tempo, ma appartiene a lui, ed
è profondamente diverso; non possiamo
applicare ad esso le nostre categorie, le
nostre scale di valori. In questo senso per
alcuni pazienti anche una settimana di
vita in più può significare una preziosa
opportunità di scoperta, di cambiamento,
persino di riscatto. Il tempo di una conversione religiosa, o più banalmente la
possibilità di risolvere un complicato
problema economico. Per altri un periodo di riposo dalle terapie, di allontanamento dall’ambiente ospedaliero può
costituire un’occasione di riflessione su
temi più spirituali, la via per ritrovare
una dimensione di vita meno “medicalizzata”, per recuperare energie preziose e
magari misconosciute.
Dunque il “tempo breve” va prolungato ad ogni costo, oppure riempito con
una vita della migliore qualità possibile?
E a chi spetta la decisione? Potrei azzardare una conclusione dicendo che la
risposta a questa difficile domanda va
sempre cercata dal medico insieme al
proprio paziente; con delicatezza,
sapienza e grande rispetto.
Spazio Cultura
a cura di Vito Cutro
Anno Paolino
Benedetto XVI, in occasione del bimillenario della nascita di
S.Paolo, ha indetto l’ “ANNO PAOLINO”, speciale anno giubilare dedicato all’Apostolo delle genti, a colui verso il quale si
orientano gli sguardi di tutti quei cattolici che vogliono scoprire
o riscoprire le origini della propria fede. Gigantesca figura che
si staglia verso l’alto prodiga di insegnamenti e di testimonianza
di vita.
La Rubrica ‘Spazio Cultura’ verrà dedicata, fino a giugno del
prossimo anno, a questo evento incitando tutti noi a rileggere gli
scritti del teologo per eccellenza della nostra Chiesa dedicandovi seri momenti di riflessione. Iniziamo con la pubblicazione di
un brano dell’Omelia che il Papa ha tenuto nella basilica di
S.Paolo Fuori le Mura, in occasione della celebrazione dei primi
vespri del 28 giugno 2007, momento in cui ha, appunto, comunicato l’indizione di questo anno giubilare.
“(…) In questi Primi Vespri della Solennità dei santi
Pietro e Paolo facciamo grata memoria di questi due
Apostoli, il cui sangue, insieme a quello di tanti altri
testimoni del Vangelo, ha reso feconda la Chiesa di
Roma.(…) Un’antichissima tradizione, che risale ai
tempi apostolici, narra che proprio a poca distanza da
questo luogo avvenne l’ultimo loro incontro prima
del martirio: i due si sarebbero abbracciati, benedicendosi a vicenda.(…) Cari fratelli e sorelle, come
agli inizi, anche oggi Cristo ha bisogno di apostoli
pronti a sacrificare se stessi. Ha bisogno di testimoni
e di martiri come san Paolo: un tempo persecutore
violento dei cristiani, quando sulla via di Damasco
cadde a terra abbagliato dalla luce divina, passò
senza esitazione dalla parte del Crocifisso e lo seguì
senza ripensamenti. Visse e lavorò per Cristo; per Lui
soffrì e morì. Quanto attuale è oggi il suo esempio!(…)
E proprio per questo, sono lieto di annunciare ufficialmente che all’apostolo Paolo dedicheremo uno
speciale anno giubilare dal 28 giugno 2008 al 29
giugno 2009, in occasione del bimillenario della sua
nascita, dagli storici collocata tra il 7 e il 10 d.C.
Questo “Anno Paolino” potrà svolgersi in modo privilegiato a Roma, dove da venti secoli si conserva
sotto l’altare papale di questa Basilica il sarcofago,
che per concorde parere degli esperti ed incontrastata tradizione conserva i resti dell’apostolo Paolo.
Presso la Basilica Papale e presso l’attigua omonima
Abbazia Benedettina potranno quindi avere luogo
una serie di eventi liturgici, culturali ed ecumenici,
come pure varie iniziative pastorali e sociali, tutte
ispirate alla spiritualità paolina. Inoltre, una speciale
attenzione potrà essere data ai pellegrinaggi che da
varie parti vorranno recarsi in forma penitenziale
presso la tomba dell’Apostolo per trovare giovamento spirituale. Saranno pure promossi Convegni di studio e speciali pubblicazioni sui testi paolini, per far
conoscere sempre meglio l’immensa ricchezza dell’insegnamento in essi racchiuso, vero patrimonio
dell’umanità redenta da Cristo. (…) C’è infine un
particolare aspetto che dovrà essere curato con singolare attenzione durante la celebrazione dei vari
momenti del bimillenario paolino: mi riferisco alla
dimensione ecumenica. L’Apostolo delle genti, particolarmente impegnato a portare la Buona Novella a
tutti i popoli, si è totalmente prodigato per l’unità e la
concordia di tutti i cristiani. Voglia egli guidarci e
proteggerci in questa celebrazione bimillenaria, aiutandoci a progredire nella ricerca umile e sincera
della piena unità di tutte le membra del Corpo mistico di Cristo!”
Accoglienza che cresce - 23
Magistero
a cura di Vito Cutro
In questa rubrica, per tutto il 2008, stiamo trascrivendo una sintesi dell’Enciclica “SPE SALVI”, donata da Benedetto XVI
il 30 novembre dello scorso anno. L’auspicio che formuliamo, come al solito, è che, stimolati da queste pagine, tutti sentiamo la viva necessità di leggere il testo nella sua completezza. Riteniamo che vi sia una urgente necessità, per noi cristiani, di incrementare la nostra formazione e, con questo documento, il Papa ce ne fornisce un ulteriore qualificato strumento.
Lettera enciclica SPE SALVI di Benedetto XVI (III)
(…)Ma ora sorge la domanda: in questo
modo non siamo forse ricascati nuovamente nell’individualismo della salvezza? Nella speranza solo per me, che
poi, appunto, non è una speranza vera,
perché dimentica e trascura gli altri?
No.(…) L’essere in comunione con
Gesù Cristo ci coinvolge nel suo essere
« per tutti », ne fa il nostro modo di
essere(…)
Riassumiamo ciò che finora è emerso
nello sviluppo delle nostre riflessioni.
L’uomo ha, nel succedersi dei giorni,
molte speranze – più piccole o più
grandi – diverse nei diversi periodi
della sua vita. A volte
può sembrare che una
di queste speranze lo
soddisfi totalmente e
che non abbia bisogno
di altre speranze. Nella
gioventù può essere la
speranza del grande e
appagante amore; la
speranza di una certa
posizione nella professione, dell’uno o dell’altro successo determinante per il resto
della vita. Quando,
però, queste speranze
si realizzano, appare
con chiarezza che ciò
non era, in realtà, il tutto. Si rende evidente che l’uomo ha bisogno di una
speranza che vada oltre. Si rende evidente che può bastargli solo qualcosa di
infinito, qualcosa che sarà sempre più
di ciò che egli possa mai raggiungere.
24 - Accoglienza che cresce
In questo senso il tempo moderno ha
sviluppato la speranza dell’instaurazione di un mondo perfetto che, grazie alle
conoscenze della scienza e ad una politica scientificamente fondata, sembrava
esser diventata realizzabile. Così la
speranza biblica del regno di Dio è stata
rimpiazzata dalla speranza del regno
dell’uomo(…).
« Luoghi » di apprendimento e di esercizio della speranza
I. La preghiera come scuola della
speranza
Un primo essenziale luogo di apprendimento della speranza è la preghiera. Se non mi
ascolta più nessuno, Dio mi ascolta
ancora. Se non
posso più parlare
con nessuno, più
nessuno invocare,
a Dio posso sempre parlare.(…) In
modo molto bello
Agostino ha illustrato
l’intima
relazione tra preghiera e speranza
in una omelia
sulla Prima Lettera di Giovanni. Egli definisce la preghiera come un esercizio del desiderio.
L’uomo è stato creato per una realtà
grande – per Dio stesso, per essere
riempito da Lui.(…) Nella preghiera
l’uomo deve imparare che cosa egli
possa veramente chiedere a Dio – che
cosa sia degno di Dio. Deve imparare
che non può pregare contro l’altro.
Deve imparare che non può chiedere le
cose superficiali e comode che desidera
al momento – la piccola speranza sbagliata che lo conduce lontano da
Dio.(…) Affinché la preghiera sviluppi
questa forza purificatrice, essa deve, da
una parte, essere molto personale, un
confronto del mio io con Dio, con il
Dio vivente. Dall’altra, tuttavia, essa
deve essere sempre di nuovo guidata ed
illuminata dalle grandi preghiere della
Chiesa e dei santi, dalla preghiera liturgica, nella quale il Signore ci insegna
continuamente a pregare nel modo giusto.(…)
II. Agire e soffrire come luoghi di
apprendimento della speranza
Ogni agire serio e retto dell’uomo è
speranza in atto.(…) l’ulteriore cammino della nostra vita è importante; col
nostro impegno dare un contributo
affinché il mondo diventi un po’ più
luminoso e umano e così si aprano
anche le porte verso il futuro(…).
Come l’agire, anche la sofferenza fa
parte dell’esistenza umana. Essa deriva,
da una parte, dalla nostra finitezza, dall’altra, dalla massa di colpa che, nel
corso della storia, si è accumulata e
anche nel presente cresce in modo inarrestabile. Certamente bisogna fare tutto
il possibile per diminuire la sofferenza:
impedire, per quanto possibile, la sofferenza degli innocenti; calmare i dolori;
aiutare a superare le sofferenze psichiche.(…) Possiamo cercare di limitare la
Magistero
sofferenza, di lottare contro di essa, ma
non possiamo eliminarla. Proprio là
dove gli uomini, nel tentativo di evitare
ogni sofferenza, cercano di sottrarsi a
tutto ciò che potrebbe significare patimento, là dove vogliono risparmiarsi la
fatica e il dolore della verità, dell’amore, del bene, scivolano in una vita
vuota, nella quale forse non esiste quasi
più il dolore, ma si ha tanto maggiormente l’oscura sensazione della mancanza di senso e della solitudine.(…)
La sofferenza, i tormenti restano terribili e quasi insopportabili. È sorta, tuttavia, la stella della speranza – l’ancora
del cuore giunge fino al trono di Dio.
Non viene scatenato il male nell’uomo,
ma vince la luce: la sofferenza – senza
cessare di essere sofferenza – diventa
nonostante tutto canto di lode.(…) La
misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il
singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire
mediante la com-passione a far sì che la
sofferenza venga condivisa e portata
anche interiormente è una società crudele e disumana. La società, però, non
può accettare i sofferenti e sostenerli
nella loro sofferenza, se i singoli non
sono essi stessi capaci di ciò e, d’altra
parte, il singolo non può accettare la
sofferenza dell’altro se egli personalmente non riesce a trovare nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di maturazione, un cammino
di speranza.(…).
Soffrire con l’altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell’amore e per
diventare una persona che ama veramente – questi sono elementi fondamentali di umanità, l’abbandono dei
quali distruggerebbe l’uomo stesso. Ma
ancora una volta sorge la domanda: ne
siamo capaci? È l’altro sufficientemente importante, perché per lui io diventi
una persona che soffre? È per me la
verità tanto importante da ripagare la
sofferenza? È così grande la promessa
dell’amore da giustificare il dono di me
stesso? Alla fede cristiana, nella storia
dell’umanità, spetta proprio questo
merito di aver suscitato nell’uomo in
maniera nuova e a una profondità
nuova la capacità di tali modi di soffrire che sono decisivi per la sua umanità.
La fede cristiana ci ha mostrato che
verità, giustizia, amore non sono semplicemente ideali, ma realtà di grandissima densità. Ci ha mostrato, infatti,
che Dio – la Verità e l’Amore in persona – ha voluto soffrire per noi e con noi.
Bernardo di Chiaravalle ha coniato la
meravigliosa espressione: Impassibilis
est Deus, sed non incompassibilis – Dio
non può patire, ma può compatire.
L’uomo ha per Dio un valore così grande da essersi Egli stesso fatto uomo per
poter com-patire con l’uomo, in modo
molto reale, in carne e sangue, come ci
viene dimostrato nel racconto della
Passione di Gesù. Da lì in ogni sofferenza umana è entrato
uno che condivide la
sofferenza e la sopportazione; da lì si
diffonde in ogni sofferenza la con-solatio,
la consolazione dell’amore partecipe di Dio e
così sorge la stella della
speranza.(…)
Vorrei aggiungere ancora una
piccola annotazione non del
tutto irrilevante per le vicende
di ogni giorno. Faceva parte di
una forma di devozione, oggi
forse meno praticata, ma
non molto tempo fa ancora assai diffusa,
il
pensiero di poter
«offrire» le piccole
fatiche del quotidiano, che ci colpiscono sempre di
nuovo come punzecchiature più o
meno fastidiose,
conferendo così ad
esse un senso. In
questa devozione
c’erano senz’altro
cose esagerate e
forse anche malsane, ma bisogna
domandarsi se non vi era contenuto in
qualche modo qualcosa di essenziale
che potrebbe essere di aiuto. Che cosa
vuol dire « offrire »? Queste persone
erano convinte di poter inserire nel
grande com-patire di Cristo le loro piccole fatiche, che entravano così a far
parte in qualche modo del tesoro di
compassione di cui il genere umano ha
bisogno. In questa maniera anche le
piccole seccature del quotidiano
potrebbero acquistare un senso e contribuire all’economia del bene, dell’amore tra gli uomini. Forse dovremmo davvero chiederci se una tale cosa non
potrebbe ridiventare una prospettiva
sensata anche per noi.
(continua)
Accoglienza che cresce - 25
La Cometa
di Federica Martufi
Voci che arrivano
al cuore
L
o scorso 8 giugno nella Chiesa di Santa Caterina
da Siena, in Roma, si è tenuto il concerto del
coro di Voci Bianche “Voces Angelorum”. “Sono
molto soddisfatta dei risultati raggiunti dalle bambine durante questo secondo anno di lavoro - ha detto alla nostra rivista il direttore del coro, Camilla Di Lorenzo -. Negli ultimi
mesi abbiamo approfondito il repertorio sacro e profano a
cappella, piuttosto difficile da affrontare con bambine così
piccole, ma la passione per la musica e il piacere di condividerla in gruppo hanno fatto sì che il lavoro si trasformasse in
una piacevole e coinvolgente avventura ricca di nuove scoperte e di inattese sorprese”. Le Voces si sono esibite sulle
note di Cantate Domino (J.F. Handel), Canone (anonimo),
Canto (P. Rosati), Vois sur ton chemin (B. Coulais),
Bogoroditse Dievo (canto tradizionale russo) Benedicat tibi
Dominus (anonimo) e Lo scriverò nel vento (O.Z.Livaneli).
In occasione del concerto il coro continua a sostenere il
progetto dell’Associazione Volontari “La Cometa”
Onlus, Anugraha, il centro di accoglienza che si trova a
Bangalore, in India, dove è stata data ospitalità a più di 40
bambine i cui genitori sono in cura presso il centro per lebbrosi Sumanahalli. E grazie alle Voci Bianche queste bambine potranno ricevere il necessario per crescere in salute e per
poter frequentare la scuola. “Siamo felici di aver potuto aiutare ancora una volta le bambine indiane di Anugraha – ha
concluso Di Lorenzo -, e ringraziamo tutti coloro che sono
venuti ad ascoltarci contribuendo al progetto con grande
generosità”.
26 - Accoglienza che cresce
Lezioni di vita alla Scuola
Alessandro Manzoni
“C
hi siete? Cosa fate? Chi sono i bambini
sulla vostra rivista?”. Iniziano circa così
tutte le conversazioni che io e Suor
Maricel abbiamo avuto nel corso della festa di chiusura
dell’anno scolastico alla Scuola Pubblica Elementare
Alessandro Manzoni di Roma (Via Lusitania, 18), per far
conoscere anche ai più piccoli le tante attività che
l’Associazione volontari “La Cometa” onlus svolge nel
mondo. L’incontro con i bambini è sempre fonte di ricchezza perché la loro semplicità aiuta noi più “grandi” a
calarci in una sfera che troppo spesso viene dimenticata,
quella sfera che grazie a sorrisi regalati con amore apre
anche i cuori più aridi. E così è un via vai di persone che si
fermano al nostro banchetto colorato su cui sono sistemati
i vari oggetti che le Suore Ospedaliere della Misericordia
portano in Italia dalle loro missioni. E così è un via vai di
nuove amicizie e di persone che, dopo un’iniziale cautela,
ci chiedono entusiaste di adottare uno dei tanti bambini
bisognosi dei quali le SOM si prendono cura. Alcuni dei
passanti che si avvicinano allo stand già conoscono le
nostre attività, mentre altri prendono depliant informativi e
ci fanno domande. È bello constatare come nel nostro quartiere (Zona Appio Latino, IX Municipio), ci siano così tante
persone pronte a fare del bene in modo gratuito, senza volere nulla in cambio, solo con la gioia di aiutare i fratelli più
poveri. E a tutte quelle persone va il nostro “Grazie” perché con la le loro offerte abbiamo racconto 913 euro che
verranno devoluti al “Progetto Mensa” delle SOM che
nasce dal desiderio di poter garantire un pasto caldo al giorno a chi purtroppo non può permetterselo.
La Cometa
Maria: Madre di tutti i tempi
di Federica Martufi
Standing ovation per l’anteprima mondiale del musical
“Maria di Nazareth - Una storia che continua…” con Alma Manera
F
igura delicata e soave, ma nello stesso tempo decisa e consapevole del suo destino. Pura e indifesa,
diventa strumento nelle mani di Dio per operare in
terra la volontà del Signore dando alla luce il Salvatore. È
questo il personaggio di Maria interpretato mirabilmente da
Alma Manera che, con voce penetrante e recitazione degna
del personaggio, ha portato lo scorso 17 giugno nell’Aula
Paolo VI (Sala Nervi nella Città del Vaticano), in anteprima
mondiale, il musical “Maria di Nazareth - Una storia che continua…”. Sono state
più di 8 mila le persone che hanno
applaudito l’evento e che hanno
potuto scoprire e
conoscere meglio
Maria donna e
Maria
madre,
Maria di Nazareth
e
Maria
del
mondo, Maria di
ieri e Maria di
oggi, Maria, madre
di tutti i tempi, Maria
sempre. Questa l’idea
portante dello spettacolo
che la Manera ha saputo
tradurre sul palcoscenico con
maestria e sentimento, facendo
vibrare il cuore del suo pubblico. Il
musical - con la leggerezza e l’universalità che caratterizzano questa forma di spettacolo - ha raccontato la storia di Maria vista come una donna terrena, che è
stata figlia, sposa e madre senza snaturare le Scritture, ma
sicuramente con qualche licenza poetica. Oltre ad essere il tramite di Dio con il figlio Gesù, Maria è stata anche il tramite di
Gesù con la sua Chiesa. Un ponte ideale tra ieri, oggi, domani e sempre: una storia che continua. All’evento - che è stato
presentato da Elisa Anzaldo, giornalista del Tg1 - ha partecipato anche il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone che
a fine spettacolo è salito sul palco per ringraziare gli artisti.
“Lo spettacolo mi piace moltissimo - ha detto Bertone -, l’esecuzione della musica è perfetta e ben esaltata dall’ottima
acustica della Sala. Alma Manera è straordinaria”.
L’iniziativa, che ha ottenuto il patrocinio del Pontificium
Consilum de Cultura, del Pontificio Consiglio delle
Comunicazioni Sociali del Vaticano, del Senato, della
Regione Lazio, del Comune di Roma, del Comune di Reggio
Calabria, gode della supervisione religiosa di Padre Stefano
De Fiores, teologo di mariologia e Don Antonio Tarzia, direttore responsabile del gruppo periodici San Paolo. Prodotto da
AIRAM Cultura e Comunicazione, lo spettacolo nasce da
un’idea di Maria Pia Liotta che, insieme ad Adele Dorothy
Ciampa, ha scritto il libretto e ne cura la regia. “Ero alla
ricerca di un’idea che potesse avere radici lontane e conosciute con un soggetto originale - ha commentato Maria Pia
Liotta, ideatrice, autrice e regista dell’opera che si basa su tre
momenti focali: l’annunciazione, la resurrezione e l’ascesa -.
Maria è il passaggio dall’ebraismo al cristianesimo. È un
dono, è un messaggio d’amore universale”. Il cast del musical è formato da 40 attori, 13 danzatori e 60 elementi di
orchestra. Accanto ad Alma Manera, Raffaele Latagliata
(Gesù), Concetta Ascrizzi (Elisabetta), Daniele Gatti
(Giuseppe), Pino Cartellà (Barabba), Nicola Ciulla
(Gioacchino), Serena Troiani (Anna), Sara Pastore (Halina) e
Federico Longhi (Simeone). Firma le coreografie Salvator
Spagnolo con la supervisione di Luciano Cannito. La scenografia è affidata a Antonella Luberti.
Accoglienza che cresce - 27
Adozione a distanza
L’angolo dei giovani
Da sentinelle del mattino
a profeti della nuova era
di Federica Martufi
I
giovani sono chiamati in prima
persona ad esprimere la propria
fede in modo autentico, coraggioso, volano per un’umanità migliore.
Una chiamata che pochi anni fa
riecheggiava “Cari giovani, tocca a voi
essere le sentinelle del mattino” e che
oggi risuona con parole altrettanto forti
“Siate profeti e difendete la vita”.
Emoziona ripensare alla Giornata
Mondiale della Gioventù del 2002 a
Toronto con l’invito di Giovanni Paolo
II ad essere “sentinelle del mattino,
quando la luce va scemando o scompare del tutto e non si riesce più a distinguere la realtà circostante”, ma colpisce
con uguale profondità il nuovo messaggio che Benedetto XVI ha lanciato ai
giovani di tutto il mondo da Sydney lo
scorso luglio, invitandoci ad essere
“profeti di questa nuova era, messaggeri del suo amore, capaci di attrarre la
gente verso il Padre e di costruire un
futuro di speranza per tutta l’umanità”.
Secondo il Pontefice in molte nostre
società, accanto alla prosperità materiale, si sta allargando il deserto spirituale:
un vuoto interiore, una paura indefinibile, un nascosto senso di disperazione.
“Quanti dei nostri contemporanei si
sono scavati cisterne screpolate e vuote
(cfr Ger 2,13) in una disperata ricerca di
significato, di quell’ultimo significato
che solo l’amore può dare? - si domanda il Papa -. Questo è il grande e liberante dono che il Vangelo porta con sé:
esso rivela la nostra dignità di uomini e
donne creati ad immagine e somiglianza di Dio. Rivela la sublime chiamata
dell’umanità, che è quella di trovare la
propria pienezza nell’amore. Esso
dischiude la verità sull’uomo, la verità
sulla vita”. Nella GMG in Australia
ancora una volta il Papa ha smentito
l’immagine di un pontefice “professore”, lontano dalla sensibilità dei giovani. Certo le parole di Benedetto XVI
sono parole sempre molto ricche e
dense di significato, non certo “facili”,
ma è sorprendente la sua capacità
comunicativa che riesce ad arrivare al
cuore di tutti, di persone di qualsiasi
età e di qualsiasi estrazione culturale.
Benedetto XVI si conferma ogni giorno di più un Papa che non è fatto solo
per le accademie, ma che è capace di
dire le cose forti ai semplici, e con
parole semplici. Concetti forti quelli
lanciati in occasione di questa GMG a
partire proprio dal tema portante dell’evento: la forza della Spirito Santo. Il
discorso della veglia, dedicato appunto
allo Spirito Santo - la persona dimenticata delle tre persone della Trinità,
come lui ha detto -, è stata una vera
catechesi di profondità estrema, in cui
il Pontefice non ha esitato a richiamare
Sant’Agostino e, sulle sue orme, svolgere una lezione sull’importanza e il
significato dello Spirito Santo.
Un’attenzione particolare è stata poi
data ai Sacramenti dell’iniziazione cristiana che, secondo il Papa, devono
diventare percorsi per un accostamento, sempre più in profondità, al fatto
cristiano. Parole di un padre ai suoi
figli, parole di guida che hanno tracciato un percorso nuovo per noi giovani,
chiamati tutti, in prima persona, ad
esprime il nostro “sì” sulle orme di
Maria, impegnandoci giorno dopo
giorno ad essere Suoi testimoni. E
dopo una sede lontana dall’Europa e
dall’Occidente, un arrivederci a
Madrid per la prossima GMG, scelta
che implica un nuovo tipo di richiamo
e di sfida lanciato alla vecchia Europa,
che se può essere considerata la primogenita della cristianità nel mondo, in
realtà è un’area in cui la Chiesa soffre
notevoli difficoltà.
Accoglienza che cresce - 29
L’angolo dei Giovani
di Concita De Simone
Gmg: un mosaico multicolore
Il coraggio della testimonianza, ripartendo da Sydney
E
così, un’altra tappa è stata
lasciata alle spalle. Un altro
incontro dei giovani con il
Papa è stato consegnato alla storia di
queste Giornate Mondiali della
Gioventù, che da 23 anni indicano da
una parte la speciale attenzione del
Santo Padre - Giovanni Paolo II e, ora,
Benedetto XVI - verso i giovani e, dall’altra, la volontà dei giovani di seguire
il Papa. Ragazzi e ragazze di tutto il
mondo, capaci di esprimere entusiasmo,
di invadere festosamente una metropoli,
di cantare a squarciagola per le strade,
ma anche di essere riflessivi e attenti,
consapevoli del significato del silenzio
e della preghiera.
Di Sydney porto a casa l’immagine
di un cielo - con la c minuscola- immenso e “smarginato di speranza”. Quello
che con i suoi colori naturali e densi di
sfumature, mi faceva sempre pensare al
Cielo – con la C maiuscola- che ci proteggeva ed era pronto ad ascoltarci.
Anche al Papa deve essere piaciuto,
tanto da fargli dire durante la Messa
conclusiva: “Qui in Australia, questa
“grande terra meridionale dello Spirito
Santo”, noi tutti abbiamo avuto un’indimenticabile esperienza della presenza e
della potenza dello Spirito nella bellezza della natura. I nostri occhi sono stati
aperti per vedere il mondo attorno a noi
come veramente è: “ricolmo”, come
dice il poeta “della grandezza di Dio”,
ripieno della gloria del suo amore creativo”.
Mentre qui in Italia era tempo di
“saldi”, a venticinquemila chilometri di
distanza, dall’altra parte del mondo, si
pensava ad essere “saldi”: nella fede,
come quelli degli oltre trecentomila pellegrini arrivati da ogni parte del mondo,
nella testimonianza, soprattutto di quanti arrivati da terre dove sono in minoranza (penso ai giovani asiatici, tra questi ragazzi di Turkmenistan, Pakistan,
Iraq, Sri Lanka).
Dal 15 al 20 luglio scorsi, Sydney, è
stata il volto giovane della Chiesa. Ma
questa Gmg non è stata solo il grande
L’angolo dei Giovani
raduno dei giovani con il Papa. E questo mio, sarà anche lo spazio per ricordare un tema scottante rilanciato da
Benedetto XVI, già nel lungo volo che
lo portava nel continente australiano,
quello degli abusi sessuali compiuti da
sacerdoti. Con amarezza il Papa ha
ricordato che il problema in Australia è
fondamentalmente analogo a quello
negli Stati Uniti. Per questo si sentiva di
intervenire, così da condurre la Chiesa a
riconciliare, a prevenire, ad aiutare e
anche a riconoscere le colpe di chi ha
commesso simili abusi.
“La pedofilia è una vergogna”: così
ha continuato, qualche giorno dopo, nell’omelia alla concelebrazione con i
vescovi australiani nella cattedrale “St.
Mary” di Sydney. Benedetto XVI si è
detto profondamente dispiaciuto per il
dolore e la sofferenza che le vittime
hanno sopportato e ha assicurato che
condivide la loro sofferenza. Nello stesso tempo ha chiesto di superare ogni
omertà o falsa prudenza umana: questi
misfatti, che costituiscono un così grave
tradimento della fiducia, devono essere
condannati in modo inequivocabile. Essi
hanno causato grande dolore ed hanno
danneggiato la testimonianza della
Chiesa. Parole esigenti, quelle del Papa,
ma senza le quali non è possibile promuovere un ambiente più sicuro e più
sano, specialmente per i giovani, non è
possibile compiere un cammino di conversione e di purificazione, secondo la
fedeltà sempre più grande alle esigenze
morali del Vangelo.
Un Papa coraggioso, dunque. Che
con queste riflessioni non ha affatto
“rovinato” il clima di festa che contrad-
distingue ogni Gmg, ma che, anzi, le ha
dato un valore aggiunto. Perché non si
può essere esigenti con i giovani se per
primi non si dà una testimonianza efficace.
E a un Papa così, bisogna rispondere
adeguatamente. Ma chi si aspettava di
trovare in Australia delle risposte, torna
a casa invece con le domande del Papa:
“Qual è la nostra risposta, come testimoni cristiani, a un mondo diviso e
frammentato? Come possiamo offrire la
speranza di pace, di guarigione e di
armonia a quelle “stazioni” di conflitto,
di sofferenza e di tensione attraverso le
quali voi avete scelto di passare con
questa Croce della Giornata Mondiale
della Gioventù?”, chiedeva già alla
veglia finale all’ippodromo Randwick,
rischiarata dalle 350 mila luci accese dai
pellegrini presenti e dedicata alla Spirito
Santo. La consegna delle domande, c’è
stata poi il giorno successivo: “Che cosa
lascerete voi alla prossima generazione? State voi costruendo le vostre esistenze su fondamenta solide, state
costruendo qualcosa che durerà? State
vivendo le vostre vite in modo da fare
spazio allo Spirito in mezzo a un mondo
che vuole dimenticare Dio, o addirittura
rigettarlo in nome di un falso concetto
di libertà? Come state usando i doni che
vi sono stati dati, la «forza» che lo
Spirito Santo è anche ora pronto a
effondere su di voi? Che eredità lascerete ai giovani che verranno? Quale differenza voi farete?”. Domande che hanno
interrogato i giovani, i quali già con la
loro presenza hanno dato una prima
risposta. Una risposta di fede e di testimonianza, che ha scosso l’Australia.
Dal Cielo di Sydney, mi riporto
anche l’immagine della Beata Mary
MacKillop, prima beata australiana,
serva dei poveri e analfabeti, che fondò
le Suore di St. Joseph, a cavallo tra la
fine dell’Ottocento e i primi del
Novecento. Piccola donna dallo spessore straordinario. Battutasi per dare a
tutti i bambini un’educazione, con particolare attenzione alla formazione ed
alla pratica religiosa, attirò la gelosia
da parte di alcune persone del clero
locale e di alcune suore all’interno
della sua comunità. Questo le costò la
scomunica del vescovo di Adelaide,
che poi però la riabilitò. Le sue figlie
religiose continuano a vivere il suo spirito con il motto “Non lasciare mai
una necessità senza fare qualcosa per
porvi rimedio”.
Insomma, occorre rimboccarsi le
maniche a avere il coraggio di “sporcarsi
le mani”. Un monito che fa bene a questa
generazione spesso in fuga dalle responsabilità, incapace di orientarsi tra le proposte magari contrastanti della vita.
Aspettiamo allora i frutti di questa Gmg,
preparandoci intanto per Madrid 2011.
Coloro che volessero ricevere
I NUMERI ARRETRATI DELLA RIVISTA
possono richiederli al seguente indirizzo:
Congregazione Suore Ospedaliere della Misericordia
Via Latina 30 - 00179 Roma - Tel. 06.70496688
e-mail: [email protected]
Accoglienza che cresce - 31
Varia Umanità
di Giuseppe Di Florio
Ricordo di un’educatrice:
GIOVANNA ROSA BORGHINI
G
iovanna Rosa
Borghini
fu
donna di straordinario sentire e di nobile
ingegno. Nutrita di ottimi
studi classici assiduamente
curati ed affinati, insegnò letteratura italiana nelle scuole
superiori, e fu attenta non
solo alla formazione culturale
dei suoi allievi, ma anche a
quella umana e morale, e fu
modello limpidissimo di un
vivere generoso e creativo.
Vicina, per vocazione, ai
più umili e semplici, fu loro
accanto anche nei momenti
Biblioteca
più dolorosi e difficili, insegnando
volontariamente
anche nelle carceri, per redimerli ed incoraggiarne, successivamente, il loro ritorno
alla normalità.
Aprì spesso la sua casa a
giovanette sole e bisognose,
curandone la formazione e la
protezione, ed avviandole ad
un sano inserimento nella
società, spesso prodigandosi
oltre il limite delle sue forze
ed al sacrificio delle sue
stesse possibilità economiche!
Devotissima di santa
OSPITALITÀ
Caterina, ne studiò a fondo la
vita e l’opera, ed il pensiero
illuminò e diffuse dalle pagine della rivista “ Lumen”, da
lei curata e diretta finchè
visse con passione fervida ed
ardente.
E le pagine di “Lumen” –
una bella rivista di varia
umanità – lei adoperò per
raggiungere anche i più lontani, perché vivesse in tutti
la sua azione educativa ed
anzi ancora maggiormente si
sviluppasse, dando nuovi
frutti, giacchè avvertiva che
i nuovi tempi abbisognavano
a cura di Giuseppe Di Florio
di Marco Frabello
L’opera è ispirata all’ospitalità, tutta tesa ad alleviare sofferenze e disagi. Un’esigenza primaria ed autentica, in una società spesso distratta e frivola, sovente disposta al futile, e però
l’ospitalità è il momento più alto e nobile dell’impegno umano!
Del resto l’intero messaggio del cristianesimo è proprio vòlto all’amore per il prossimo, senza
differenze sociali e di razza, e solo da esso può derivare la più profonda e significativa trasformazione della società.
Ed è in questa realtà, così piena e complessa e varia nelle sue manifestazioni, che si adopera,
da anni e anni, con nobile fede e salda energia Fra Marco Frabello – dell’Ordine Ospedaliero
di San Giovanni di Dio - Fatebenefratelli -, e che qui ben mostra, con stile sobrio e pienamente aderente alle esperienze direttamente sofferte e vissute, e così toccanti e commoventi, pur
nell’apparente distacco narrativo.
Una lettura coinvolgente, spesso ricca nei dettagli del mondo ospedaliero, nei suoi meriti, ma
anche nei suoi limiti. Ed anche per il loro richiamo a raccoglierci e a farci riflettere sono pagine queste che ci fanno più avvertiti e migliori!
Ed anche per questo va pregiata al massimo l’opera assidua e tenace di fra Marco Frabello.
Marco Frabello, OSPITALITÀ, San Paolo Editrice, 2007, Euro 16,00
32 - Accoglienza che cresce
di principi saldi e sicuri, evitando che i valori tradizionali s’indebolissero, lasciando
dietro di sé vuoti e incertezze.
Ed oggi, che la sua figura
è trascorsa da un pezzo, continua però a campeggiare nella
memoria e nei cuori di chi
ebbe la ventura di conoscerla
e di apprezzarne i meriti non
comuni.
E con il ricordo anche la
nostalgia ed il rimpianto, perché certi vuoti, per il loro
significato e valore, restano
sofferti ed incolmabili.
Notizie
ITALIA
I° anniversario dall’approvazione
dell’Associazione Teresa Orsini di Gravina in Puglia
L’Associazione Teresa Orsini, fondata da Mons. Carlo Caputo è
stata riconosciuta di recente con decreto del Vescovo di Gravina
Mons. Mario Paciello. Scopo dell’associazione, che conta già 150 membri, è la formazione spirituale delle giovani mamme sull’esempio della santa Principessa Fondatrice del nostro Istituto.
Alatri : Una folla per la Beata Raffaella Cimatti
Il 23 giugno, una folla ha voluto ricordare la Beata Raffaella dopo oltre
mezzo secolo dalla sua scomparsa, ma oggi ancora tanto amata e pregata dai
fedeli. La solenne concelebrazione Eucaristica nelle piccola chiesa di S.
Benedetto, è stata presieduta da Sua Ecc.za Mons. Lorenzo Loppa, Vescovo
di Anagni - Alatri. Grande partecipazione di pubblico, delle autorità e delle
consorelle giunte da più parti d’Italia.
La Beata Raffaella
Palagianello:
Grazie Don Vincenzo !
MADAGASCAR
Professione Perpetua
A Tananarive il 2 Agosto 2008 in occasione del 25esimo
della missione, 8 sorelle, hanno emesso la Professione
Perpetua nelle mani della Rev.ma Madre Generale Sr.
Aurelia Damiani. La solenne concelebrazione Eucaristica è
stata presieduta da Sua Ecc.za Mons. Alfredo Josè Caires de
Nobrega vescovo di Mananjary. L’8 Agosto ha fatto seguito
l’apertura della nuova comunità a Antsirabe “Comunità
Mater Misericordiae”.
34 - Accoglienza che cresce
Notizie
NIGERIA
Inaugurazione e Professione
Il ‘Mother of Mercy Hostel’
Il 27 giugno 2008 a Obehie nella diocesi di Aba – Nigeria è stato inaugurato il nuovo complesso che ospiterà la prima opera di proprietà della congregazione in Nigeria. La cerimonia di inaugurazione è stata presieduta dai
Rev.Vescovi Sua ecc.za Mons.V.V.Ezeonyia della diocesi di Aba e da Sua
Ecc.za Mons.J.E.Ukpo Arcivescovo Metropolita di Calabar. Durante la
cerimonia, 4 novizie hanno emesso la Professione religiosa nelle mani della
Rev.ma Madre Generale Sr. Aurelia Damiani recatasi in Nigeria per la circostanza e coadiuvata dalla Consigliera Sr. Mary Sebastian.
Un momento della
consacrazione Religiosa
INDIA
In Mercy Hospital – Assam- India è stata realizzata la Camera Operatoria con le offerte ricevute da Madre Aurelia per il suo 50° di Vita
Religiosa. La Madre ringrazia amici e consorelle per il contributo che resterà in memoria.
All’entrata della Camera Operatoria,
la pietra murale in memoria
Roma: il 28 giugno il nostro tipografo Luca Luciani si è unito in matrimonio
nella Basilica di SS. Cosma e Damiano, con Laura De Luca. “Accoglienza che cresce” formula
da queste pagine ai giovani sposi i migliori auguri di ogni bene e di copiose benedizioni da parte del Signore.
Accoglienza che cresce - 35
Relax
a cura di Concita De Simone
ORIZZONTALI
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1.Uto, popolare violinista. 4.Insetto
mandato nella Bibbia agli Egizi per 15
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punizione, con una sola elle. 12.Lo
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dice l’imbarazzato. 13. Un po’ di
riguardo. 14.Approfittare oltre il leci24
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to. 15.Articolo indeterminativo.16. 23
Signorina a Londra.18.Città e porto 27
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del Marocco. 19.Invecchiati nella dis33
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pensa. 22.Quello bianco serve a 32
sbiancare i panni. 24.Fu sede degli
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Esarchi. 26.Un “infatti” dei Latini. 37
27.Il centro dell’arpa. 29.L’animale 41
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dal lungo collo. 31.Andato in poesia.
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32.L’antico altare. 34.Situata al di 45
dentro. 36.Antico Testamento. 37. Si
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passa per lucidare i pavimenti. 50
39.Sbagliate, scorrette. 41.Predi- 54
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letto… in Brasile. 43.Lo statarello sui
Pirenei. 45.Antica città famosa per la
sua mollezza. 47.Pari… quando copiaste. 48.Si ripetono nella balbuzie. 50.Millesimo dopo cinquemila, prima di settemila. 52.Si beve alle cinque. 53.Insieme al cab, distingue il nostro conto corrente. 54.Viene sostituita con quella “legale”
durante la bella stagione. 55.Tipico saluto italiano.
VERTICALI
1.Il “re” di Alfred Jerry. 2.La “famiglia” al tempo di Cesare. 3.Si ripetono in High. 4.Grossi serbatoi di acqua piovana.
5.Varese. 6.Saba senza inizio. 7.Luogo…senza centro. 8.Molti hanno appena fatto quello di maturità. 9.Un Emilio pittore e
scrittore contemporaneo. 10.E’ composta da Padre, Figlio e Spirito Santo. 11.Violento spostamento d’aria causato da un’esplosione. 13.Si chiedono per rimandare. 16. Famoso Peter, direttore d’orchestra svizzero. 17.L’indimenticabile Frank, “The
Voice”. 20.All’inizio del treno. 21.Il regno di Belzebù. 23.Rumore assordante. 25. Il nome greco di Venere. 28.Capo di
governo in inglese. 30.Lo sono le querce secolari. 33.La penisola con la Mecca. 35.Aria in poesia. 38. Il Jhon, secondo presidente degli Stati Uniti. 40.In mezzo agli sterpi. 42.Iorio senza inizio. 44.Celebre gruppo pop svedese degli anni Settanta.
46.Equivale a “egr” sulla busta. 49.Prefisso che significa vita. 51.Si ripetono in casa. 53. E’ pari senza dispari.
1
Soluzione del cruciverba pubblicato nel n. 2/2008.
Sono risultati vincitori:
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L
Pierluigi Cane - Palestrina (RM)
Benvenuta Di Matteo - Frosinone
Tra coloro che invieranno
la soluzione corretta entro il 30 ottobre 2008,
verranno sorteggiati graditi premi.
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Potete inviare le vostre risposte
ai seguenti indirizzi:
Concita De Simone,
Via Latina, 30 - 00179 Roma.
Fax 06 70452142
e-mail:[email protected]
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