VII – LA DIACRONIA DEL POPOLAMENTO
razzi fluviali nei pressi della confluenza Ombrone-Merse; le maggiori
concentrazioni sono state registrate nelle località di Ponte a Macereto, Podere Gabriella, Molino Ornate e Piano delle Potatine 1.
Il modello insediativo trova conferma nelle evidenze proposte dalla
totalità dei territori provinciali sottoposti a indagine estensiva 2.
1. LA PREISTORIA
Le prime tracce di antropizzazione dell’area chiusdinese risalgono al
Musteriano (circa 70.000 anni fa) e si concentrano nella fascia alluvionale posta tra il corso inferiore del fiume Merse e la sua confluenza
con il Feccia.
I rinvenimenti si dispongono a intervalli regolari di 400-500 m gli uni
dagli altri e riguardano esclusivamente la presenza sporadica di strumenti litici (raschiatoi e bulini) e prodotti di scarto della lavorazione
del diaspro (nuclei e schegge non ritoccate). I materiali sono genericamente ascrivibili nell’ambito del Paleolitico Medio e Superiore
(70.000-10.000 anni fa); l’assenza di elementi caratteristici dei due
orizzonti non permette infatti di proporre cronologie più definite.
Le segnalazioni indiziano una forma di popolamento seminomade
interpretato da piccoli gruppi di individui, composti da cacciatoriraccoglitori, volti all’occupazione stagionale di sedi non stabili.
La distribuzione dei depositi risulta del tutto coerente con la tendenza rilevata nel limitrofo comprensorio della bassa Val di Mersebacino dell’Ombrone e rivolta a un’occupazione sistematica dei ter-
Proiezione dei risultati dell’indagine e ipotesi predittive sul popolamento – La previsione del potenziale archeologico, nonostante la
scarsità numerica dei depositi emersi, propone valori medio-alti.
Tale considerazione muove essenzialmente da tre fattori: il valore
percentuale di incremento dei siti nel corso dell’indagine (350%),
l’ampia diffusione all’interno del territorio degli spazi ritenuti maggiormente idonei alla frequentazione di quest’epoca e l’esistenza di
depositi in aree morfologicamente simili e fisicamente contigue
(zone definite dal basso corso del Merse).
Un elemento condizionante al reperimento di tracce più consistenti
nel corso dell’indagine è sicuramente stata la scarsa visibilità dei suoli
interessati da queste presenze: le esondazioni dei corsi d’acqua e la permeabilità del terreno impediscono fortemente l’individuazione delle
emergenze, soprattutto per quanto riguarda il materiale litico.
2. IL PERIODO ETRUSCO. LA FASE DI COLONIZZAZIONE
VII-V secolo a.C.
Con l’inizio della fase etrusco arcaica, registriamo le prime tracce di
un’occupazione sistematica del chiusdinese.
Le unità topografiche rinvenute sono 45; di queste, 43 vengono datate fra fine VII-VI secolo a.C., due fra VI e V secolo a.C.
L’incremento rispetto all’edito è calcolabile in misura del 4.500%.
Il rapporto rinvenimenti/superficie battuta conta 5,25 siti per kmq
mentre, in relazione all’estensione complessiva del transetto, la percentuale scende a 0,94 siti per kmq; il dato comprova il basso grado
di visibilità del territorio.
In massima parte (35 unità) si tratta di emergenze di reperti mobili
in superficie ben leggibili. Dei dieci rinvenimenti sporadici, sette
sono interpretabili come spargimento dei materiali pertinenti a unità
topografiche definite mentre gli altri sono causati dalle pratiche agricole in atto: in due casi si tratta di depositi nel sottosuolo appena intaccati da arature molto leggere, uno invece è stato depauperato da
scassi troppo intensivi.
Il complesso delle evidenze è riconducibile a tre diversi tipi edilizi:
casa in pietra, in terra e capanna.
Le abitazioni si articolano in strutture con elevati in pietra e copertura laterizia (11 casi; con dimensioni in superficie variabili fra 78
m e 89 m) e in costruzioni con elevati in terra e copertura laterizia
1 Per una descrizione dei siti e delle tendenze insediative si veda, CRISTOFANI, 1979,
pp. 13-14; BONCOMPAGNI et alii, 1971; GALIBERTI, 1997, pp. 70-71.
2 Stesse dinamiche insediative vengono ricostruite per il Chianti senese (VALENTI,
1995, pp. 392-393) e per l’area valdelsana (SARTI, 1999, pp. 299-300).
Figura 40 . Distribuzione dei rinvenimenti di periodo preistorico
135
Figura 41. Distribuzione dei rinvenimenti di periodo etrusco arcaico
136
(14 casi; con dimensioni della concentrazione oscillanti fra i 65 m
e 45 m); queste ultime talvolta mostrano una partizione interna fra
spazio domestico e zona magazzino. Spesso sono corredate da un
ambiente di servizio (dieci esempi), posto a breve distanza: capanne
(dimensioni in superficie 32 m) costruite interamente in materiale
deperibile e alzati spesso rivestiti in argilla con funzione impermeabilizzante. Le restituzioni ceramiche, generalmente limitate ai tipi da
conserva, indiziano una loro destinazione prevalente a rimessa;
molto raramente, un’articolazione più complessa dei materiali le riferisce a piccoli spazi abitativi.
Nel corso dell’indagine, non sono state reperite le tracce dell’insediamento correlato al sepolcreto. Le uniche due abitazioni, coeve,
rinvenute a breve distanza (500-600 m) non possono essere messe in
relazione alle tombe; si inseriscono sia per tipologia edilizia, dimensioni e dotazione domestica nello standard delle evidenze rilevate e
dunque sono difficilmente riferibili all’espressione di un nucleo familiare più ricco.
Mancano così elementi utili a definire i contorni di questo insediamento; certo è che, allo stato attuale della ricerca, interpretare la necropoli come traccia dell’esistenza di un ceto egemone equivarrebbe
di fatto a una forzatura del dato: preferiamo dunque limitarne l’attribuzione a una famiglia semplicemente più agiata.
Nessun indizio quindi della presenza di quei nuclei di potere microterritoriale, presentati dalla letteratura esistente quasi alla stregua di
creazioni proto-statali, che restituiscono invece esempi a Murlo 4,
Radicondoli 5, Castelnuovo Berardenga 6, Castellina in Chianti 7 e
forse, stando a recenti ricerche, a Monteriggioni 8; centri sorti in seguito a un allentamento del controllo esercitato sul territorio dall’organismo cittadino e rivolti ad affermarsi in corrispondenza di
punti strategici, soprattutto in funzione degli itinerari stradali 9.
All’interno dell’agro volterrano (a cui riferisce il nostro oggetto di
indagine), tale fenomeno si colloca alla fine del VII secolo a.C. 10
VI-V secolo a.C. ed una fusaiola di impasto grezzo, d’incerta datazione”. La seconda,
più piccola, presenta una tipologia simile a quelle rinvenute a Magliano in Toscana
per il VI-V secolo a.C.; al suo interno era contenuto il materiale descritto da Rittatore, a cui si aggiunge in occasione del secondo intervento un piccolo frammento di
una tazza in ceramica attica a vernice nera, databile al V secolo a.C. e un vaso intero,
deposto come offerta funeraria. La terza scavata nella roccia non presenta materiali
con cronologia certa e viene datata sulla base dell’associazione con le altre (PHILLIPS,
1965). Il rinvenimento corrisponde al sito 115 dello schedario topografico.
4 Per una trattazione recente della reggia di Poggio Civitate rimandiamo al contributo
di CIACCI, c.s. e ai riferimenti bibliografici ivi proposti.
5 Ci riferiamo all’oppidum di Mollerata, rinvenuto nel corso dell’indagine di superficie condotta da Costanza Cucini: posto in posizione elevata e naturalmente fortificata, rappresenta una sorta di piazzaforte con funzioni di difesa e di controllo sul percorso del Cecina. Sulla base dei materiali trovati, si colloca fra VI e V secolo a.C.; la
presenza del bucchero, classe molto rara nella zona, testimonia l’intensa attività di
mercato e di scambio svolta da questo insediamento. CUCINI, 1990, pp.173-175.
6 In località Poggio Tondo, un’iniziativa di scavo condotta dalla Soprintendenza Archeologica della Toscana ha messo in luce i resti di un probabile palazzo signorile, che
mostra parallelismi con la reggia di Poggio Civitate. VALENTI, 1995, n. 116, p. 328.
Riguardo alla necropoli del Poggione, rimandiamo ancora a VALENTI, 1995, n. 119,
pp. 328-329 e bibliografia citata.
7 VALENTI, 1995, pp. 16-17 e p. 393 sgg.
8 Recenti risultati dello scavo condotto in località Campassini (Monteriggioni) lasciano ipotizzare la presenza di edifici riconducibili per tipologia edilizia e caratteristiche delle decorazioni architettonici al contesto di Poggio Civitate a Murlo (BARTOLONI, 2001, pp. 371-372).
9 La viabilità si delinea come prima discriminante per lo sviluppo di tali centri. La costruzione dell’oppidum di Mollerata, collocato a dominare il percorso del Cecina, viene
messa in relazione all’iniziativa di un gruppo aristrocratico, emerso proprio a seguito
dell’acquisizione del controllo sulla viabilità fluviale verso l’Etruria interna e la Valle
del Cecina (CUCINI, 1990, p. 240). Così Poggio Civitate (Murlo), posto sul bacino settentrionale dell’Ombrone, data il periodo di massimo sviluppo nella seconda metà del
VII secolo quando cioè il fiume assume una notevole importanza come arteria di comunicazione fra i centri marittimi (Vetulonia, Roselle) e i centri interni (Castelluccio
di Pienza, Chiusi) (CRISTOFANI, 1979, pp. 19-26). Stesse dinamiche vengono riconosciute anche in area chiantigiana (interessata dallo stesso percorso) dove la necropoli
del Poggione (affiancata da tracce in superficie pertinenti a una residenza aristocratica
in località Poggio Tondo) testimoniano la presenza di un ceto emergente connotato di
potere economico e militare (VALENTI, 1995, pp. 328-329 e pp. 393-397).
10 MAGGIANI, 1997, p. 83. Ciacci, studiando il caso del popolamento nel territorio di
Colle Val d’Elsa, mette in relazione alla fase di allontanamento fra Volterra e territorio la monumentalizzazione delle tombe di Le Ville, Dometaia, evidenziando così la
presenza di una classe aristocratica, divenuta tale in seguito all’acquisizione della proprietà ereditaria della terra (CIACCI, 1999, p. 304).
Figura 42. Rapporto percentuale delle tipologie edilizie
La forma insediativa prevalente è l’abitazione sparsa, monofamiliare,
con un tipo di economia incentrata essenzialmente su un’attività
agricola di sussistenza; la composizione stessa del nucleo (abitazione + magazzino) e la forte incidenza di dolia e pithoi confermano
la necessità di spazi destinati alla conservazione di derrate, legata a
una gestione autonoma del surplus alimentare. Anche la dislocazione
spaziale dei siti converge a indicare la vocazione rurale di queste
strutture; si prediligono i versanti collinari in corrispondenza di una
rete idrica di portata medio-alta e di suoli adatti alla coltivazione (argille, travertini e sabbie).
La sostanziale omogeneità tipologica degli edifici, ma anche le caratteristiche stesse dei corredi ceramici (costituiti per lo più da materiale acromo) indiziano un popolamento di tipo sostanzialmente
egualitario; ciò non esclude comunque il determinarsi di forme di
stratificazione sociale.
La piccola necropoli in località Buca delle Fate testimonia in tal
senso, attraverso una struttura monumentale e corredi funebri distintivi (ceramica d’importazione e una punta di lancia in ferro): la
presenza di armi, sia che alluda a pratiche venatorie o a una carriera
militare, rappresenta di fatto il simbolo di un elevamento sociale determinato anche solo da un tenore di vita più alto 3.
3 La piccola necropoli è stata individuata (su segnalazione di persone del luogo) da
Rittatore agli inizi degli anni ’40 del XX secolo (RITTATORE, 1941); riporta la notizia
di tre tombe, prive di materiale a eccezione di “urna priva di coperchio in pietra fetida, specchio in bronzo mal conservato, alcuni vasetti fittili ed un puntale di lancia
in ferro”, che data al periodo etrusco-tardo. Alla fine degli anni ’60, Phillips indaga
nuovamente la tombe, e ne fornisce una descrizione dettagliata. La prima, in migliore
stato di conservazione, è rappresentata da una tomba a camera con tre vani laterali,
tetto a doppio spiovente e banchina per deposizioni; al suo interno sono state raccolte
“poche ossa combuste, pezzi di tegole, un frammento di tazza attica a vernice nera del
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quando, forse in seguito a uno sfortunato intervento bellico contro
Roma, la città tende a contrarsi e a limitare la sua influenza nella
campagna 11. Proprio in questo periodo alcune famiglie, dislocate
nel territorio, danno la spinta propulsiva all’occupazione delle aree
più periferiche, ponendo le basi per uno sfruttamento organico della
terra 12. La gestione del territorio viene a distribuirsi a più gruppi
gentilizi, residenti in loco, che tendono a imporre il proprio status a
livello locale; la città assume ora il ruolo di referente, soprattutto per
quello che riguarda l’aspetto religioso, come prova la creazione del
culto poliadico sull’acropoli proprio in questa fase 13.
Il modello ricostruito per il chiusdinese si inserisce a nostro parere
nella tendenza appena descritta. La rete insediativa è organizzata secondo un sistema di aggregazione di più nuclei indipendenti, distanti in media 767 m, e solo saltuariamente accentrati in villaggi; le
unità abitative si dispongono lungo i medi versanti (a una quota media di 350 m s.l.m.) in corrispondenza di profonde incisioni vallive
a dominio dei corsi d’acqua 14.
La topografia stessa dei rinvenimenti restituisce l’immagine di un territorio punteggiato da piccole case, distribuite omogeneamente e secondo criteri apparentemente univoci; i vuoti insediativi corrispondono
di fatto ad aree con visibilità azzerata e dunque non rappresentative.
Emerge una forma di popolamento sparso ma organizzato, espressione di un’occupazione non casuale degli spazi rurali; ciò fa pensare
che quest’area possa rientrare comunque nell’orbita di un ‘potentato’
che, in un certo senso, veicola la frequentazione e influisce sulle modalità di gestione della terra.
Particolarmente importante è il dato demografico che propone una
densità pari a 3,63 abitazioni ogni kmq (proiezioni di calcolo sui
campi battuti): un valore alto soprattutto se rapportato alle medie
calcolate sui territori limitrofi. Abbiamo scelto due aree, rappresentative di due diverse realtà: da un lato Murlo, come esempio di popolamento in qualche modo privilegiato dalla vicinanza a un organismo di rilievo come la reggia di Poggio Civitate; dall’altro, Colle
Val d’Elsa come caso invece di un sistema insediativo di medio livello, con caratteristiche del tutto omogenee a quelle del chiusdinese:
ebbene, il primo mostra un rete organizzata su 2,32 case ogni kmq
e l’altro scende addirittura a 0,74 unità per kmq 15.
Appare chiaro dunque che Chiusdino deve a ragione essere considerata come un’area di intensa frequentazione per tutta la fase arcaica;
con tutta probabilità, può essere vista come modello dello sviluppo
della campagna negli spazi meno direttamente coinvolti nelle dinamiche di potere strategico ed economico.
In altre parole, la funzione di anello di congiunzione fra i centri dell’interno (soprattutto Volterra e Chiusi) e quelli della costa veniva
svolta dai territori limitrofi, toccati dalle più importanti direttrici di
percorso sia fluviale che stradale.
A est, il tracciato dell’Ombrone costituiva un’importante arteria di
comunicazione fra i centri marittimi di Vetulonia e Roselle e quelli
interni, come Castelluccio di Pienza e Chiusi 16. A nord e nordovest, la direttrice di transito Ombrone-Merse-Rosia-Elsa permetteva il passaggio verso la Valle dell’Arno 17. A ovest, sfruttando il
percorso fluviale del Cecina, veniva invece gestito il collegamento
con l’Etruria interna e con le Colline Metallifere (specificatamente
in direzione Montieri-Gerfalco-Poggio Mutti) e, di conseguenza,
con l’area mineraria 18; sono noti gli interessi economici di Volterra
per i giacimenti cupriferi di Montaione e della Val di Cecina a sostegno della produzione dei bronzetti tipici di età arcaica 19: anche
a Gerfalco sono state riconosciute attività estrattive riferibili a quest’arco cronologico 20.
Manca ancora una viabilità diretta verso Montieri e Massa 21, probabilmente non resa necessaria a causa di uno sfruttamento ancora
modesto dei filoni minerari di questo comprensorio; solamente lo
sviluppo di un collegamento in tal direzione, coinvolgendo probabilmente Chiusdino, gli avrebbe attribuito il ruolo strategico che andrà poi ad assumere a partire dai primi secoli del Medioevo.
Si tratta dunque di una zona che rimane fisicamente chiusa all’interno di un sistema insediativo che privilegia i punti nevralgici del
sud-ovest della provincia; dunque non area marginale ma piuttosto di ‘confine’, all’interno delle pertinenze di uno o più ceti egemoni.
L’applicazione dei modelli spaziali, materializza tale ipotesi.
Il tipo di analisi che potevamo applicare con un buon grado di affidabilità, stando ai dati in nostro possesso, era quella relativa al calcolo delle buffer zone.
Lanciando aree di buffer di 17 m intorno ai due centri aristocratici
più vicini, Mollerata e Poggio Civitate (la misura del buffering corrisponde al valore medio della distanza fra i due centri), constatiamo
come il punto di contatto venga a cadere proprio all’interno del comune, in corrispondenza della sua parte nordorientale.
Questo conferma quanto detto: cioè che ci troviamo di fronte a un
territorio posto sul limite di due sfere di influenza.
Il processo di espansione di Volterra sul territorio si articola in due momenti distinti. Il primo, verso la fine del IX secolo a.C., in coincidenza della ristrutturazione
dell’insediamento sull’acrocoro, vede l’allargamento degli interessi cittadini verso la
direttrice costiera in corrispondenza della Valle del Cecina; il secondo momento
coinvolge un ambito spaziale molto più ampio, arrivando a toccare la Val di Sterza,
la Val di Cornia, la Val d’Era e la Val d’Elsa (riferiamo al rinvenimento di Cavallano
presso Casole, alla tomba in località Vada a Poggibonsi, e infine l’emergenza di Poggio del Boccaccio presso Certaldo). MAGGIANI, 1997, pp. 74-75.
12 CIACCI, 1999, p. 304.
13 La presenza di villaggi di altura, spesso fortificati, interpretabili come residenze, tipo
palazzo, dei gruppi al potere viene provata anche dai risultati dell’indagine estensiva
condotta nella Val di Cecina (riferiamo al caso di Rocca di Sillano e Poggio di Granchio) e dalla campagna di scavo condotta sul sito di Casale Marittimo. Si veda, AUGENTI-TERRENATO, 2000, p. 299.
14 Il modello descritto risulta simile a quello presentato da Ciacci per Colle Val d’Elsa,
anche se in questo territorio, come ricordiamo nel testo, la rete del popolamento si
presenta a maglie molto rade. D’altro canto, il territorio valdelsano è caratterizzato da
una forte incidenza di necropoli, ascrivibili a questo periodo, mostrando una tendenza
opposta al chiusdinese. CIACCI, 1999, pp. 300-305.
15 I valori proposti sono stati calcolati in rapporto all’estensione totale dei campi battuti. La scarsa visibilità del campione chiusdinese, rischia infatti di condizionare il dato
percentuale. Riportiamo comunque i valori calcolati rispetto all’area dei transetti: per
Murlo, troviamo 1,02 abitazioni per kmq, a Chiusdino 0,81 per kmq. Calcolando il
netto sbilanciamento dell’estensione della superficie ricognita a favore di Murlo, appare confermata comunque l’alta densità del popolamento chiusdinese.
11
CRISTOFANI, 1979, pp. 19-26.
LOPES PEGNA, 1952-1953, fig. 408. Il territorio di Sovicille sembra comunque inserirsi nella stessa linea mostrata dai territori toccati dalla viabilità. Esistono solo alcuni indizi della presenza di un ceto egemone, evidenziati da alcuni corredi tombali
rinvenuti a Montebuono presso Santa Colomba e in località La Chiocciola (CRISTOFANI, 1979, pp. 19-21); il limite a una definizione più precisa del modello insediativo è determinato dall’assenza di indagini estensive incentrate sul comune. Il
ruolo determinante del tratto viario a cui facciamo riferimento è attestato con chiarezza per il periodo ellenistico attraverso la necropoli di Malignano (PHILLIPS, 1965,
pp. 10-29); non mancano però primi indizi di stratificazione sociale evidenziati da
alcuni corredi tombali (Montebuono a Santa Colomba e La Chiocciola).
18 CUCINI, 1990, p. 240.
19 CAMPOREALE, 1985, p. 25.
20 AA.VV., 1992, p. 309 in cui si riferisce una notizia desunta da BADII, 1931, p. 471.
21 Nei dintorni del Lago dell’Accesa è attestata la presenza di una piccola comunità di
villaggio formato in stretta connessione con le attività estrattive della zona massetana.
TANELLI, 1985, p. 37 e BADII, 1931.
16
17
138
Figura 43. Buffer zone intorno ai centri di Poggio Civitate e Mollerata.
Tale limite non è lontano dalla necropoli di Buca delle Fate; ciò
potrebbe suggerire l’eventuale presenza di un nucleo di aristocrazia della terra, che in qualche modo possa essersi affermato proprio
in funzione della distanza rispetto ai centri maggiori.
Purtroppo lo scarso numero di residenze aristocratiche e la non
contiguità fisica della maggior parte di esse, impedisce di utilizzare correttamente i poligoni di Thiessen; calcolando l’estensione
delle aree di potere, avremmo potuto proporre un modello ipotetico riguardo alla disposizione dei centri egemoni, verificando
quindi la plausibilità dell’esistenza di un potentato inserito direttamente nel territorio chiusdinese.
Habitat di media collina (B): 23 siti rinvenuti su 5,2 kmq –> proiezione su 16,9 kmq = 74,75 siti possibili
Habitat dei primi rilievi (C): 1 sito rinvenuto su 0,5 kmq –> proiezione su 12,2 kmq = 24,4 siti possibili
Totale: 26 emergenze rinvenute
105 emergenze proiettati
131 siti potenziali
Taratura del dato sulla carta della probabilità archeologica:
Proiezione su habitat A: attendibilità scarsa.
I due siti rinvenuti non sono rappresentativi del fondovalle; sono infatti
dislocati sul limite dell’area in una zona molto prossima a quelle di media collina (potenziale archeologico: alto). Per di più la superficie alluvionale (Val di Feccia e Val di Merse), pur sottoposta a ricognizione per
2/3, ha restituito una bassissima presenza archeologica (solo due sporadici ascrivibili genericamente al periodo etrusco) coerentemente con la
griglia che individua in queste aree il più basso potenziale.
La stima di 5,74 siti possibili deve dunque essere abbassato a 1-2 unità
di incremento massimo.
Previsione = 1-2 siti possibili.
Proiezione dei risultati dell’indagine e ipotesi predittive sul popolamento – Dal momento che il campione è stato coperto solo per il
6,25% del totale, si è deciso di fare una stima di quanta archeologia
può non essere stata individuata.
La procedura ha previsto la proiezione proporzionale della densità
media dei siti per kmq battuto sui diversi habitat inseriti nel transetto, per ottenere il numero di rinvenimenti possibili su tutti i
campi indagabili. Il risultato così posto, ripropone un calcolo meccanico e altrettanto semplicistico, poco coerente con la situazione
variegata del territorio: si procede dunque alla taratura del dato (secondo criteri soggettivi), sovrapponendolo alla carta di probabilità
archeologica elaborata sulla base delle evidenze di tutti i comuni
del senese sottoposti a ricognizione.
Proiezione su habitat B: attendibilità buona.
L’altissima densità delle emergenze individuate conferisce un alto
grado di affidabilità alla proiezione, confermata ulteriormente dalla
griglia che colloca qui un potenziale elevato.
La stima di 74,75 siti possibili per cautela viene abbassata di un 10%
in considerazione delle variabili determinate dalla non rigida sistematicità dell’impianto insediativo e delle componenti geo-morfologiche.
Previsione = 60-65 siti possibili.
Proiezione sul transetto:
Habitat di fondovalle (A): 2 siti rinvenuti su 2,3 kmq –> proiezione
su 6,69 kmq = 5,74 siti possibili
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Proiezione su habitat C: attendibilità media.
La densità di rinvenimenti sulla superficie battuta viene calcolata sulla
base di un campione estremamente ridotto e decisamente poco rappresentativo; per di più, l’unica emergenza rinvenuta si colloca sul limite interno dell’habitat nel punto di contatto con la media collina.
L’unico fattore in favore dell’attendibilità della proiezione risulta
dalla carta della probabilità che isola in alcune porzioni di questo
contesto ambientale le parti a più alto potenziale archeologico.
In mancanza di dati più circostanziati, proponiamo di ridurre la previsione del 40%.
Previsione = 6-8 siti possibili.
Eludendo dalla naturale rigidità dei numeri, proponiamo al termine
un semplice valore percentuale di incremento, calcolabile nell’ordine
del 288%, riferito all’archeologia che, pur presente, non può essere
colta per i limiti imposti dalle caratteristiche del territorio.
IV-II secolo a.C.
Le unità topografiche rinvenute sono nel complesso 21, di cui quattro databili fra V-IV secolo a.C.; le altre rimandano invece alla piena
età ellenistica.
L’incremento rispetto all’edito si calcola in misura del 2.000%.
Il rapporto rinvenimenti/superficie battuta conta 2,38 siti per kmq
(0,44 siti in relazione all’estensione del transetto).
Lo stato di conservazione delle emergenze è sostanzialmente buono;
dei cinque rinvenimenti sporadici, tre corrispondono allo spargimento dei materiali pertinenti ad altre unità topografiche, mentre
due rappresentano depositi nel sottosuolo non leggibili a causa delle
pratiche agricole in atto.
Figura 44. Distribuzione dei rinvenimenti di periodo etrusco ellenistico
Figura 45. Ipotesi di presenza archeologica sulle aree non indagate.
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di piccola e media portata: si dispone sui terreni già occupati ma con
un allontanamento costante di pochi metri dai nuclei più antichi.
Nel complesso, il popolamento si distribuisce in edifici connotati da
dimensioni ridotte, ad ambiente unico, destinate a nuclei monofamiliari, economicamente autosufficienti; frequenti sono i casi di piccoli forni per riduzione del minerale e/o forgiatura del ferro, posti a
brevissima distanza dalle abitazioni.
Si delineano, in modo più netto, gli aspetti socio-economici; attraverso
l’individuazione di alcuni nuclei più articolati viene attestata la presenza di forme di stratificazione sociale ben definite.
In località Papena, si riconoscono chiare tracce di un complesso tipo
fattoria, collegato a una piccola necropoli. A pochi metri dal podere,
emergono in superficie le tracce di una grande struttura (concentrazione di pietre e laterizi estesi in uno spazio di 108 m), completata da una seconda costruzione deperibile con funzione di annesso (evidenza di grumi di argilla concotta e ceramica da conserva).
È probabile che il deposito conservato nel sottosuolo sia più articolato ed esteso; si ha infatti l’impressione di trovarsi di fronte a un nucleo molto più consistente, solo parzialmente leggibile perché appena
intaccato dalle arature (condizione, d’altro canto, che ha permesso
di reperire in superficie materiali in ottimo stato di conservazione).
La maggior parte della cultura materiale presente, costituita in gran
parte da forme di vernice nera, emerge appena frammentata o interamente ricomponibile.
A breve distanza, circa 700-800 m, si colloca la piccola necropoli individuata da Phillips alla metà degli anni ’60, composta da un numero incerto di sepolture a incinerazione, con corredi ceramici assimilabili ai tipi rinvenuti in contesti ellenistici.
La tipologia dei reperti collega strettamente abitato e necropoli. Si
tratta per la maggior parte di materiale di imitazione volterrana, riferibile a centri produttivi di ambito locale (tipico l’utilizzo di una vernice di colore bruno marrone, non omogenea e di qualità scadente:
causa di una scarsa conservazione del prodotto). Entrambe le unità
topografiche restituiscono un esempio di kylix (l’esemplare rinvenuto
in superficie, interamente ricomponibile) e pochi frammenti di manufatti di buona produzione (vernice di alta qualità, compatta e perfettamente conservata, traccia dell’empilement) che Phillips riconduce
ai tipi riscontrati in alcune necropoli dislocate nella regione (Malignano, Chiusi, Volterra, Siena e Montepulciano): sulla base della loro
diffusione sostiene, così, l’ipotesi della presenza di un atelier specializzato, attivo in ambito locale o sub-regionale 22. Un altro esempio di
questo tipo insediativo ricorre in località Frosini, dove si colgono
tracce di un’evidenza con dimensioni simili alla precedente, articolata
secondo un edificio principale e alcune strutture accessorie in materiale deperibile, disposte su uno spazio complessivo di 400 mq.
Sulla base di queste restituzioni è plausibile affermare l’esistenza di
gruppi, caratterizzati dal vivere in complessi rurali di grande estensione, dal detenere il possesso di maggiori quote di terra e di un
tasso di ricchezza superiore, con il quale possono accedere ai beni di
lusso. Una sorta di ‘nobiltà della terra’ composta da individui privi
di connotazione aristocratica che, forse per loro merito e capacità,
assurgono a un tenore di vita migliore rispetto al resto della popolazione: in questo caso, famiglie contadine, dedite alla coltivazione
del fondo in cui risiedono.
Il processo di affermazione di questo tipo di organizzazione origina
dallo sfaldamento dei potentati locali avvenuto alla fine del V secolo a.C. 23; l’inurbamento delle élite locali (nel caso di Volterra,
Figura 46. Rapporto percentuale delle tipologie edilizie
Il panorama delle tipologie insediative subisce alcune variazioni rispetto ai secoli precedenti; le strutture privilegiate rimangono le abitazioni in pietra (sei casi) e quelle con elevati in terra e copertura laterizia (sette casi).
Decresce fortemente il numero delle capanne (due), indizio di una
mutazione del nucleo base, che non vede più lo spazio abitativo affiancato dalla struttura di servizio. Compare la categoria “casa
ricca”, non attestata prima, riconoscibile in superficie attraverso dimensioni della concentrazione superiori a quelle standard, maggiore
articolazione del materiale ceramico e migliore qualità degli elementi edilizi.
Figura 47. Rapporto percentuale delle tipologie edilizie tra arcaismo ed età ellenistica
Il tessuto insediativo si modifica invece sensibilmente. In seguito a
un brusco calo demografico, si dirada e viene a organizzarsi ora per
case sparse isolate, disposte a grandi intervalli fra loro e, in misura
minore, abitati più complessi, tipo fattorie; decade totalmente il
villaggio.
Gli spazi di frequentazione tendono a rimanere gli stessi della fase arcaica. L’abitato insiste ancora sulle aree di versante, a quote variabili
fra 300-400 m s.l.m., in corrispondenza di suoli leggeri e corsi d’acqua
22
23
141
PHILLIPS, 1965; 1967.
Ci riferiamo al fallimento del modello insediativo legato alla gestione dei potentati
La rarefazione della maglia insediativa viene quantificata in 1,5
abitazioni per kmq: quasi in rapporto di 1:2 rispetto alla fase precedente e un decremento pari al 43%. Di fatto si inverte la tendenza evinta dalle altre zone, dove il rapporto con l’insediamento
arcaico è di due unità a una, con un incremento medio percentuale del 52%.
Leggendo il dato in assoluto, cogliamo una decisa fase di decadenza; in realtà, tale sensazione viene parzialmente mitigata dal
confronto con la densità insediativa registrata nelle zone caratterizzate da un’intensa colonizzazione. A Colle, ad esempio, la distribuzione di abitazioni e tombe (ritenute comunque indizio di
popolamento) presenta 1,82 unità per kmq, con una media non
troppo distante da quella riconosciuta per Chiusdino; nel comune
valdelsano però l’incremento rispetto alla fase arcaica è alto, pari
al 146%.
D’altro canto, si marca fortemente la distanza con altre zone come
ad esempio Murlo dove la distribuzione di strutture abitative e necropoli sale a 2,71 unità per kmq (dato il fitto popolamento arcaico
l’incremento è in questo caso solo del 6,54%) o il Chianti stesso
dove si segna un aumento pari al 145,7%; labili indizi di ripresa si
hanno anche a Poggibonsi dove si sale da una sola attestazione arcaica a valori di densità ellenistica pari a 0,5 edifici per kmq.
In definitiva, i numeri proposti forniscono una chiave di lettura
più complessa rispetto a una valutazione puramente quantitativa
dei siti rinvenuti. Sulla base di questi risultati, il territorio chiusdinese assume l’aspetto di un’area in una situazione di allentamento della maglia insediativa, dovuta a una parziale crisi demografica, ma che ancora mantiene livelli medio alti di popolamento.
In questa fase però si avvia un lento processo di rarefazione del tessuto abitativo, che arriverà poi a toccare la punta più bassa in età
romana, quando cioè si verifica un pressoché totale desertazione
del comprensorio.
La valutazione percentuale offre ulteriori spunti: i valori massimi
si registrano sempre in concomitanza con le zone direttamente
coinvolte nei processi economici e di scambio e con quelle connotate da un ruolo strategico. È il caso, ad esempio, del Chianti,
la cui posizione di frontiera, viene sottolineata da una estesa fascia
di oppida posti a definire il confine fra le pertinenze di Siena e Firenze. Oppure i comuni di Murlo e Sovicille ancora in stretto rapporto con la viabilità. Citiamo la necropoli di Malignano 30 che
insiste sull’arteria stradale per Volterra, non lontano dalla futura
statio romana di Ad Sextum (concordemente identificata da Rosia) 31; ma anche il ricco complesso in località Castello, presso Orgia, nuovamente a dominio del tracciato stradale 32.
Evidentemente il crollo del potentato locale, cui faceva prima capo
il territorio chiusdinese, non permette più di compensare la sua estraneità dai punti nodali dell’organizzazione del popolamento; ricordiamo, che in concomitanza alla decadenza dell’oppidum di Molle-
dovuto alla ripresa economica della città in seguito al suo reinserimento nei percorsi viari principali) 24, se inizialmente condiziona
un abbandono della campagna (per tutto il IV secolo a.C.) innesca
poi una redistribuzione del potere che si materializza proprio attraverso una diffusione capillare di fattorie 25. A partire dal III secolo a.C., il nuovo assetto socio-economico della campagna provoca dunque una vera e propria colonizzazione degli spazi rurali,
segnando una forte ripresa demografica 26.
A livello territoriale, il fenomeno diventa tangibile, seguendo la
curva del popolamento; la punta minima viene toccata nel corso del
IV secolo a.C. per raggiungere repentinamente nel secolo successivo
il picco massimo; ciò si manifesta nel Chianti 27, nella Val d’Elsa 28,
nella porzione occidentale del bacino dell’Ombrone (compreso fra
le immediate vicinanze di Siena e il Comune di Murlo) 29.
Per il comprensorio chiusdinese, il trend si delinea sostanzialmente
diverso. Dopo il brusco decremento di IV secolo a.C., che marca una
perdita del 90% dell’insediamento arcaico, la ripresa in fase ellenistica si presenta estremamente modesta. Esemplificativo è il caso dell’unico villaggio di fine VII-VI secolo a.C.: delle dieci abitazioni, una
sola continua a essere occupata nel IV secolo a.C. e poi solo per tre
riprende la frequentazione in età ellenistica.
Figura 48. Decremento percentuale dei siti fra arcaismo ed età ellenistica
locali. Citiamo come esempio più chiaro le vicende della reggia di Poggio Civitate; la
fase di frequentazione viene compresa fra l’ultimo quarto del VII secolo e la fine del VI
secolo (525 a.C. circa). Dopo la fase di affermazione collegata al momento di massima
centralità del bacino dell’Ombrone (vedi paragrafo precedente) viene messo in crisi da
uno spostamento dell’asse gravitazionale; in particolare l’assunzione di un ruolo preminente di Roselle rispetto a Vetulonia, dall’altra l’abbandono dei centri minori del distretto chiusino che determinano l’affermazione della società urbanizzata nella stessa
Chiusi. CRISTOFANI, 1979, pp. 23-25. Modalità simili presenta il caso del Chianti senese; in proposito si veda VALENTI, 1995, p. 397 e schede di sito relative agli insediamenti di fase arcaica.
24 MAGGIANI, 1997, p. 83; CIACCI, 1999, pp. 304-305.
25 AUGENTI-TERRENATO, 2000, p. 299. Simili dinamiche di popolamento sono state
rilevate nel corso delle indagini di superficie svolte in Val di Cecina; si veda TERRENATO, 1998, pp. 97-98.
26 CIACCI, 1999, p. 305; TERRENATO, 1998, pp. 96-102.
27 VALENTI, 1999, p. 397.
28 CIACCI, 1999, pp. 306-309.
29 CRISTOFANI, 1979, p. 25. Vengono citati gli esempi dei siti testimoniati dalle tombe
di La Chiocciola, Monte Buono, Bucciano e di Porta San Marco. I corredi evidenziano due distinte fasi di utilizzo delle sepolture: una di prima metà VI secolo e l’altra di fine IV-III secolo con un vuoto significativo di circa due secoli. Viene ipotizzata come causa di desertazione l’attrazione verso centri polarizzatori (come ad esempio quello presso Monteriggioni) che rappresenta infatti uno degli unici casi di
continuità di frequentazione.
30 L’area sepolcrale sembra doversi riferire a una comunità di villaggio costituito da
un ceto medio rurale, economicamente vitale, dedita ad attività prevalentemente agricole e allevatizie. CRISTOFANI, 1979, pp. 25-26; PHILLIPS, 1965, pp. 11-29.
31 Il tracciato di questa strada, che viene ritenuto valido anche in età etrusca, è indicato in LOPES PEGNA, 1952-53, nella figura a p. 408. Si veda anche Tavola Peutingeriana nella sezione Chiusi-Volterra.
32 Per il caso chiantigiano rimandiamo a VALENTI, 1995, p. 397. Per le aree di Sovicille e Murlo abbiamo consultato CRISTOFANI, 1979, p. 25, dove si citano come zone
di nuova occupazione l’area pianeggiante intorno alla Piana di Rosia e di Ponte allo
Spino e l’area collinare orientata a sud verso l’Ombrone.
142
rata e alla perdita di importanza del tracciato fluviale del Cecina, anche Radicondoli inizia a registrare indici demografici molto bassi 33.
Il caso chiusdinese, dunque, si configura come modello di sistema
insediativo in un’area ‘periferica’ o di confine; dove, cioè, l’allentamento della maglia può essere interpretato come il risultato di un
progressivo sfaldamento del tessuto, procedendo in senso opposto ai
punti nevralgici.
Taratura del dato sulla carta della probabilità archeologica:
Proiezione su habitat A: attendibilità scarsa.
Per quest’area valgono le stesse considerazioni fatte riguardo alla fase
arcaica. Data la bassa resa archeologica dimostrata e la scarsa idoneità
all’insediamento di questa zona, proponiamo una taratura della
stima, riducendo il potenziale a un’unità.
Previsione = 1 sito possibile.
Proiezione dei risultati dell’indagine e ipotesi predittive sul popolamento – Per la descrizione della procedura riferiamo al paragrafo
precedente.
Proiezione su habitat B: attendibilità buona.
Anche in questa fase, come per la precedente, la densità delle emergenze individuate conferisce un alto grado di affidabilità alla proiezione, con la conferma dell’alta potenzialità dell’area.
Coerentemente a quanto indicato per l’arcaismo, proponiamo una
diminuzione percentuale del 10% alla cifra prevista.
Previsione = 20-22 siti possibili circa.
Proiezione sul transetto:
Habitat di fondovalle (A): 1 sito rinvenuto su 2,3 kmq –> proiezione
su 6,69 kmq = 2,87 siti possibili.
Habitat di media collina (B): 10 siti rinvenuti su 5,2 kmq –> proiezione su 16,9 kmq = 32,5 siti possibili.
Habitat dei primi rilievi (C): 2 siti rinvenuti su 0,5 kmq –> proiezione su 12,2 kmq = 48,8 siti possibili.
Totale: 26 emergenze rinvenute
105 emergenze proiettati
131 siti potenziali
33
Proiezione su habitat C: attendibilità media.
La densità di rinvenimenti è sicuramente falsata dal rapporto sbilanciato fra la limitata estensione della superficie battuta e il numero di
siti rinvenuti.
Un elemento di conferma viene dalla griglia che individua in questi
spazi le aree a massima potenzialità archeologica.
Previsione: 10-15 siti.
Percentuale di incremento totale = 200% rispetto ai risultati della ricognizione.
CUCINI, 1990, p. 241.
Figura 49. Ipotesi della probabilità archeologica sulle aree non indagate
143
care direttamente le segnalazioni a causa della tenuta a pascolo o incolto di tutti i campi interessati.
Infine, le nostre individuazioni hanno raramente superato la forma
di sporadiche presenze di materiale acromo, solo genericamente
ascrivibile nell’arco dell’intera epoca romana. Addirittura la più alta
percentuale di ceramica proviene dalla raccolta effettuata da parte del
proprietario del campo (operando ovviamente scelte selettive di carattere estetico) che riferisce di aver visto ‘sbucare’ molti frammenti
di laterizio e acroma grezza; anche qui il controllo autoptico è stato
impedito dallo stato del campo.
Per quanto riguarda le forme insediative, sulla base della presenza di
rari frammenti di laterizio in superficie ipotizziamo l’esistenza di case
di terra e copertura laterizia, non definibili per dimensioni ed eventuali articolazioni interne.
Una struttura tipo “villa”, in località Le Cetine, è stata individuata
nel corso della ricognizione dei primi anni ’80; non viene fornita alcuna descrizione del deposito emerso, se non rispetto alla restituzioni
di “54 frammenti di ceramica fra cui 6 di sigillata”: mancano indicazioni riguardo l’estensione della concentrazione, la disposizione del
materiale, il tipo di componenti edilizi e informazioni più precise
della cultura materiale presente.
Ci troviamo sicuramente di fronte al periodo più problematico da
ricostruire. Pur avendo constatato la tendenza a un depauperamento già in età ellenistica, appare incredibile una desertazione
così massiccia e oltre tutto repentina del territorio; non trova inoltre paralleli in altre parti della campagna volterrana, dove la stentata affermazione dell’elemento romano e la permanenza del precedente sistema insediativo hanno provocato una tenuta, almeno
parziale, del popolamento preesistente
È il caso ad esempio del limitrofo comune di Radicondoli, per il
quale i bassi indici demografici di III-II secolo a.C. marcano comunque una continuità per tutta l’epoca romana. Si verifica cioè una
fase di sostanziale stallo, una sorta di ‘continuità in negativo’, esemplificata proprio dall’assenza di nuovi insediamenti fino a tutto il I
secolo a.C. e provocata da una radicalizzazione delle tradizione ellenistiche contro le innovazioni provenienti dal mondo romano 36.
L’esempio più esaustivo delle micromodifiche subite dal tessuto insediativo nei secoli successivi, viene offerto poi dalla documentazione archeologica sui comuni del Chianti senese. Gran parte dell’abitato sparso viene assorbito da organismi più complessi e si instaura un nuovo tipo di organizzazione della terra, che si conclude
alla fine del II secolo d.C. con l’inglobamento delle case sparse più
lontane; si concretizza la definitiva destrutturazione del modello
tardoetrusco e la nascita di quello accentrato organizzato sul latifondo, tipico dell’età romana 37.
In area volterrana il fenomeno è altrettanto chiaro. In contrasto con
quanto succede nel sud dell’Etruria, permane inalterato fino al I secolo a.C. il tradizionale sistema di gestione per fattorie e villaggi
mentre sono assenti le ville; queste ultime si distribuiscono invece
nelle parti più periferiche, lungo le vie di comunicazione, l’Aurelia,
la costa e attraverso la Val d’Elsa 38.
Ciò è dipeso da un tardivo completamento del processo di romanizzazione. La città, schierata al fianco di Mario durante la guerra so-
3. IL PERIODO ROMANO. LA RAREFAZIONE DELLA MAGLIA
INSEDIATIVA
I secolo a.C.-III secolo d.C.
Per quanto riguarda il periodo romano, l’indagine estensiva ha conseguito risultati assolutamente insoddisfacenti; le emergenze individuate
in superficie sono solamente tre, che vanno ad aggiungersi al già parco
patrimonio delle quattro evidenze note. Oltre alla palese esiguità quantitativa, il panorama dei rinvenimenti presenta ulteriori problemi che
impediscono elaborazioni riguardo alle dinamiche insediative del
lungo periodo compreso fra il I secolo a.C. e il III secolo d.C.
Un primo limite riguarda il carattere stesso delle fonti materiali mentre l’altro concerne la loro dislocazione: le poche evidenze si dispongono in aree distanti fra loro, non permettendo così di avere una visione coerente anche solo di un piccolo spaccato di paesaggio.
La qualità della documentazione è troppo eterogenea e sommaria per
essere sfruttata correttamente. La notizia di una tomba in località Palazzetto è scarnissima, priva di elementi georeferenziali e non offre
minimi spunti per un’analisi anche solo del contesto specifico 34. L’utilizzo dei risultati del fieldwalking anglo-italiano (che corrispondono
al 70% delle nostre informazioni) è condizionato dalla mancanza di
linguaggio comune nella decodifica e nella descrizione dell’emergenza di superficie 35; a questo, si è aggiunta l’impossibilità di verifi-
Figura 50. Distribuzione generale dei rinvenimenti di età romana
grande se non si hanno elementi di confronto (cioè la rilevazione diretta dell’evidenza): non possiamo cioè ‘dimensionare’ significativamente il deposito, secondo un
criterio valido per le categorie di lettura adottate nel nostro lavoro. Per indicazioni relative al progetto si veda BARKER et alii, 1985 e 1986.
36 CUCINI, 1990, p. 245.
37 VALENTI, 1995, pp. 398-401.
38 TERRENATO, 1998, p. 99.
ASAT, 1992, n. 99, p. 309; BIANCHI BANDINELLI, 1927, F.120,17 n. 1.
35 Le schede propongono definizioni come “grande concentrazione”, “molti” o “pochi frammenti di ceramica romana”, che non corrispondono a una documentazione
valida e di facile lettura. La mancata trascrizione di indicazioni, tramite le quali ipotizzare le caratteristiche del deposito nel sottosuolo, non permette di comprendere i
modelli di interpretazione del dato di superficie. Il problema diventa ancora più
34
144
si ridistribuisce appunto in corrispondenza del passaggio dell’asse
stradale Ombrone-Merse-Rosia-Elsa 44.
È evidente che tale situazione si ripercuote pesantemente sulle vicende insediative del chiusdinese.
Aggiungiamo che ad aggravare la crisi abbia concorso il decremento
demografico dovuto alla precarietà del quadro politico. Se cioè una
variazione del popolamento può provocare una limitata riduzione di
una maglia ricca e articolata, ad esempio come quella chiantigiana,
può invece apportare uno sconvolgimento più deciso su un sistema
insediativo già in parte compromesso; ciò si rende ancora più chiaro
se consideriamo l’assenza di indizi dell’intensificazione della frequentazione in età augustea.
Citiamo come esempio il contesto archeologico in località Papena:
dopo l’abbandono dell’abitazione ellenistica, la frequentazione riprende con l’impianto di una nuova struttura, posta a distanza di
meno di due metri dall’altra, con indicatori ceramici non antecedenti
alla fine del IV secolo d.C.
Pensiamo dunque a una manifesta difficoltà a superare i momenti di
crisi o di cambiamento da parte delle aree periferiche, escluse dal legame con gli organismi più vitali; una minore capacità di attutire gli
sconvolgimenti conseguenti alle grandi modifiche e una minore elasticità nell’adattarsi alle innovazioni. Si verificano quindi processi di
trasformazione più lenti che determinano esiti molto più marcati e
modifiche più radicali.
La lettura proposta, pur essendo più che plausibile, può spiegare
comunque una fortissima contrazione del popolamento ma non
una cesura così netta che interrompe la frequentazione per oltre
cinque secoli.
Intervengono a questo punto, cause connesse alla ricerca archeologica stessa. Problemi legati al fatto che spazi preferibilmente deputati all’insediamento in età romana coincidano in realtà con
quelli connotati da una minore visibilità. Ovviamente non essendo in grado di individuare tendenze, non possiamo neppure
collocare il potenziale archeologico di questa fase; possiamo comunque escludere la predilezione delle aree di media collina
(quelle cioè più battute) e ipotizzare una diffusione prevalente
nelle zone di fondovalle (indagate parzialmente, con bassa visibilità) e forse quella dei primi rilievi (non ricognite).
ciale e dunque investita dalle confische sillane, ha comunque subito
l’ingresso dei veterani solo poco prima della morte di Cesare; questo
ha mitigato le ripercussioni sull’assetto sociale della campagna 39.
Parallelamente, la fase del passaggio fra due realtà politiche ed economiche così diverse e la crisi degli organismi centrali dello stato etrusco, hanno avuto come effetto immediato una contrazione del popolamento che ha investito quasi tutta la provincia; in corrispondenza
dell’inizio dell’età augustea si colloca poi la ripresa demografica.
Se però il trend generale segue un mantenimento sostanziale del paesaggio ellenistico, cosa può aver determinato in ambito chiusdinese
una rarefazione così drammatica del tessuto insediativo?
Primi segni di una progressiva perdita di vitalità della zona si erano
manifestate già nel corso della fase precedente; nonostante i valori si
mantenessero abbastanza nella media del senese, il calo, in controtendenza assoluta con il resto della provincia, era senza dubbio indicativo di un meccanismo di modificazione spontanea negli equilibri
territoriali, rivolto sempre più a escludere il comprensorio.
Tale fenomeno tende sicuramente ad aggravarsi in corrispondenza
di un riassetto marcato dell’organizzazione degli spazi rurali. Dopo
il declino di Volterra, il baricentro della politica romana in Etruria
si sposta verso Siena. La città, dedotta colonia sotto Ottaviano, finisce per condizionare l’impianto di una nuova rete insediativa; la conseguenza è una riorganizzazione complessiva dell’abitato, teso in
primo luogo a sottolineare proprio lo sviluppo cittadino in direzione
del contatto verso Roma 40.
Si privilegia dunque il versante nord-ovest di Siena (comuni del
Chianti, Buonconvento e Murlo) 41 in corrispondenza del tracciato
della Via Cassia 42, l’area valdelsana 43, le zone limitrofe ai percorsi di
Radicondoli e Sovicille: in questi due comuni, la maglia insediativa
CIACCI, 1999, pp. 310-312.
CUCINI, 1990, pp. 246-247.
41 Lungo la viabilità insistono alcuni dei complessi più rilevanti di questo periodo. In località Vico Bello, si trova un grande edificio romano con muri a cortine di piccole bozze
intramezzate da fascioni in laterizio e con pavimenti parzialmente a mosaico in bianco e
nero, con fasce che racchiudevano un motivo a treccia; è stato interpretato come edificio
termale della prima età imperiale, anche in considerazione della vicinanza dell’acquedotto
ritenuto di età romana (CRISTOFANI, 1979, p. 188). In località Pieve a Bozzone, si trova
un grande edificio termale (datato sui reperti numismatici entro il IV secolo d.C.), articolato in un grande portico con intonaci dipinti, due ipocausti collegati con una serie di
ambienti con vasche (CRISTOFANI, 1979, p. 196). In località Monte Pescini, non distante
da Casciano di Murlo sono state trovate tracce di un grande edificio di età romana (dimensioni 2514 m), con paramenti realizzati in opus caementicium e opus reticolatum
(CRISTOFANI, 1979, p. 210). In località La Befa, lo scavo svolto dall’Università della Virginia (1976-1977) in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica della Toscana
ha messo in luce i resti dell’edificio padronale di una villa romana. Sono stati indagati due
ambienti comunicanti utilizzati come ipocausti con pavimenti in lastre di terracotta, pilastri in mattoni quadrati e pareti rivestite di tegole tenute da grappe metalliche; questa
struttura serviva un ambiente interpretato come bagno, con pareti in opus sectile. La stanza
si affaccia su una corte con pavimento in cocciopesto che serve l’area occidentale, anch’essa caratterizzata da due praefurnia che alimentavano a loro volta due ipocausti. La
zona occidentale, per la struttura dei muri in opus caementicium e per i rinvenimenti nelle
fondazioni di ceramica aretina, è stata datata alla prima età imperiale; la parte orientale si
colloca sulla base della diversa tecnica muraria al II secolo d.C. La costruzione di quest’ultimo ambiente determina l’abbandono del precedente (CRISTOFANI, 1979, p. 209).
Ricordiamo poi VALENTI, 1995; il contributo del V volume della Carta Archeologica
della Provincia di Siena, riguardo al comune di Murlo, CAMPANA c.s.; due tesi di laurea
incentrate sulle indagini estensive sui comuni di Buonconvento (responsabile Filippo
Cenni) e Siena (COSCI, 1999-2000).
42 Il tracciato della Via Cassia è descritto nella sezione Chiusi-Arezzo della Tavola Peutingeriana. La lettura interpretativa del percorso, si veda LOPES PEGNA, 1950-1951,
pp. 407-442; LOPES PEGNA, 1952-1953, pp. 381-430.
43 Per il popolamento in area valdelsana rimandiamo a CIACCI, 1999, pp. 310-312 e
VALENTI, 1999, pp. 312-318.
39
40
IV-V secolo d.C.
L’unico indizio di una frequentazione tardoantica è stato rintracciato
in località Papena, a pochi metri dalla fattoria ellenistica. Si tratta di
una struttura, a pianta rettangolare, costruita in blocchi di travertino
parzialmente sbozzati per gli elevati e copertura in lastrine; ha una
bipartizione interna fra spazio abitativo e magazzino/ambiente destinato alla conservazione e alla lavorazione dei prodotti agricoli (la
porzione occidentale della concentrazione presenta una netta prevalenza di contenitori da conserva e da trasporto 45 in associazione a
due grossi frammenti di pietra da macina).
44 Il tracciato è descritto nella Tavola Peutingeriana nella sezione Chiusi-Volterra. An-
che in LOPES PEGNA, 1952-1953, p. 408. Per le aree insediative di Santennano, Grotti
e Stigliano disposte, appunto lungo la direttrice in questione, riferiamo a CRISTOFANI,
1979, pp. 102, 199-200, 97-103.
45 Sono stati rinvenuti frammenti di anfore del tipo KEAY, LII, T/6/649 e tipo KEAY,
XLIII, T/1/113. Il primo tipo indica esemplari prodotti nel Mediterraneo occidentale e attestati in Italia (scavi della basilica Costantiniana in via Labicana) già a partire
dalla metà del IV secolo d.C.; trova diffusione in contesti catalani del tardo V secolo
d.C., e in quelli andalusi fino agli inizi del VI secolo d.C.: altri esempi sono stati raccolti negli scavi di Cartagine e in quelli della Schola Praeconum. Il secondo tipo con-
145
Le tracce indicano un nucleo insediativo medio-grande, con elementi distintivi per quanto riguarda materiali da costruzione e corredo domestico; l’articolazione stessa di quest’ultimo attesta un tipo
di economia mista, basata anche sullo scambio di prodotti nell’ambito, probabilmente solo, di mercati locali.
Ovviamente, disponiamo di elementi troppo labili per sostenere la
pertinenza di questa struttura a un sistema di gestione della terra di
tipo latifondistico; l’assoluto isolamento del rinvenimento e l’assenza
di una rete insediativa di età romana, rispetto alla quale cogliere l’evoluzione, impedisce di formulare ipotesi più certe.
Ampliando lo sguardo al contesto senese, possiamo invece cogliere
elementi per tracciare la diacronia di questo insediamento rispetto
alle successive fasi di frequentazione.
Le indagini estensive sugli altri territori provinciali confermano che
durante il IV secolo d.C. vige ancora l’organizzazione tipica dell’età
romana che inizierà a sfaldarsi solo alla fine del V-inizi VI secolo d.C.
A questa, succederà poi una nuova rete abitativa, disposta sugli stessi
terreni già oggetto di sfruttamento nell’età precedente, ma articolata
in case sparse di piccole dimensioni (sia costruite ex novo sia impiantate sui ruderi delle ville) 46. Termini di confronto sono rintracciabili anche in altri contesti della Toscana meridionale (soprattutto
la zona di Roccastrada e la valle dell’Albegna) 47.
A pochi metri dall’abitazione tardoantica, il reperimento di frammenti sporadici di tegole e olle riconducibili ai tipi in uso tra VI-VII
secolo (indizio di un deposito archeologico appena intaccato dalle
arature) incoraggia a cogliere una certa omogeneità del chiusdinese
con il modello insediativo ‘di passaggio’ appena descritto.
Pur nella limitatezza delle testimonianze archeologiche, il contesto
di Papena offre dunque un contributo essenziale per la ricostruzione
delle modifiche della maglia insediativa occorse al chiusdinese lungo
tutte le fasi di occupazione; possiamo sicuramente riconoscervi uno
‘spazio di successo’ a lunghissima frequentazione, che esemplifica
tutte le fasi evolutive del popolamento. Vi trovano luogo le manifestazioni insediative di maggior rilievo per la fase arcaica (complesso
sepolcrale di un nucleo di aristocrazia della terra) ed ellenistica (fattoria + necropoli) del periodo etrusco; vi si registra poi il vuoto d’età
romana, la successiva ripresa con l’unico nucleo tardoantico estesa
(complesso di tradizione romana), senza soluzione di continuità, fino
alle fasi bassomedievali; di fatto, rappresenta uno spaccato, ben delineato, delle trasformazioni del sistema di organizzazione e gestione
della terra.
Proiezione dei risultati dell’indagine e ipotesi predittive sul popolamento – La mancanza di una modellistica di età romana impedisce
qualsiasi valutazione di tipo predittivo sul potenziale archeologico
per questo periodo.
Probabilmente un’indagine più mirata alle aree non sottoposte a una
battitura sistematica (a causa dei limiti imposti dall’uso del suolo)
potrebbe fornire qualche elemento ulteriore di elaborazione.
Riteniamo comunque di poter escludere con sufficiente certezza che
il contesto di medio versante possa restituire una casistica troppo più
ampia di rinvenimenti; l’alta percentuale di rilevazioni nella superficie battuta rende chiaro che “se c’è archeologia è sicuramente possibile trovarla”. Minori certezze possiamo esprimerle per le aree di fondovalle, dove le caratteristiche stesse dei suoli e delle pratiche agricole, lasciano dubbi in merito a un’equazione diretta presenza
archeologica/resa archeologica. Dal momento che tradizionalmente
le aree pianeggianti risultano anche le più insediate in periodo romano 48, possiamo supporre qui una maggiore probabilità della presenza di tali depositi: senza pretesa di veridicità, solo calcolando il
rapporto tra numero di siti ed estensione totale dell’area, proponiamo dunque un’ipotetica percentuale di incremento pari al 1015% rispetto al numero effettivo dei rinvenimenti.
4. ALTO MEDIOEVO
VI-VII secolo
Nonostante il numero modesto di rinvenimenti, il tessuto insediativo di questa fase appare abbastanza chiaro; coerente con le tendenze
individuate nel contesto provinciale, offre suggestioni sufficienti per
seguire il momento di transizione della campagna chiusdinese ai
primi secoli dell’alto Medioevo.
Le unità topografiche individuate sono complessivamente sette; l’incremento percentuale è assoluto dal momento che non disponevamo
di alcuna informazione proveniente dall’edito.
Corrispondono tutte a emergenze di superficie chiaramente leggibili,
indizi di depositi presenti nel sottosuolo in ottimo stato di conservazione; riguardano edifici in pietra con copertura laterizia e case in
materiale deperibile, con dimensioni in superficie di poco superiori
alla media rilevata sinora (una media di 98 m per le prime e di
67 m per le altre).
La disposizione delle evidenze definisce una rete insediativa a maglie
larghe, organizzata esclusivamente per case sparse, secondo distanze
molto variabili fra un minimo di 600 m e un massimo di 2,5 km.
Riteniamo che le oscillazioni registrate descrivano un quadro abbastanza realistico del paesaggio chiusdinese di questi anni.
L’immagine fortemente antropizzata di età etrusca, connotata da una
serie pressoché continua di campi coltivati organizzati intorno ai singoli nuclei, è stata progressivamente modificata da un aumento costante
del bosco; il processo di desertazione in età romana deve aver sicuramente accelerato lo sviluppo degli agri deserti, anticipando l’affermazione di un ambiente dominato dalla natura di alcuni secoli. Se infatti,
negli altri territori, l’abbandono massiccio dei coltivi corrisponde alla
crisi del modello gestionale di tipo romano 49, nel chiusdinese deve aver
traddistingue forme immesse nei mercati italiani fra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C. (evidenze dagli scavi di Ostia) e che hanno continuità d’uso fino al terzo
quarto del IV-inizi V secolo d.C. (scavi di Via Labicana); a Luni si trovano associate
a materiale di IV secolo d.C.
46 Per il Chianti senese, VALENTI, 1995, pp. 400-401; per la Val d’Elsa, VALENTI,
1999, pp. 316-318. A Radicondoli l’esempio più chiaro viene fornito dalle restituzioni in località Podere Contessa dove si hanno tracce dell’insediamento di prima
età imperiale posto a una quota di circa 350 m s.l.m.; un piccolo sito rurale, datato
al 500-580 (vi sono stati rinvenuti esemplari di sigillata africana tipo HAYES 104A),
si sviluppa poi a una quota superiore di 425 m s.l.m. Nel poggio retrostante troverà
spazio nel XII secolo il castello di Montalbano. Ancora il caso dell’attuale podere di
Cerciano, posto nel comune di Radicondoli a breve distanza dal confine con il territorio di Chiusdino. In questo punto il sito tardoromano, frequentato con certezza
fino al IV-V secolo d.C., sfruttava la pendice del pianoro a una quota di circa 400
m s.l.m. In periodo altomedievale, in un’area contigua, raggiungendo la sommità
del poggio a una quota di 416 m s.l.m. si imposta la pieve di Sorciano. Ne risulta
un’evidente continuità di frequentazione degli stessi spazi; per una trattazione esaustiva della realtà del territorio in questo periodo rimandiamo a CUCINI, 1990,
pp. 259-262.
47 CAMBI et alii, 1994, pp. 183-215.
A livello territoriale, gli spazi pianeggianti risultano sempre quelli maggiormente
insediati, si veda la casistica riassunta in CAMBI et alii, 1994, pp. 210-213; per i casi
particolari riferiamo agli studi specifici ricordati nelle note precedenti.
49 Già nelle gestione della terra di tipo latifondistico veniva contemplata la coltivazione intensiva di alcune colture al fine di adattare la produzione alle richieste economiche generali e alle necessità di sussistenza interna all’azienda; le eccessive tassazioni imposte nel periodo di crisi economica del sistema delle ville hanno fortemente
48
146
segnato un processo di costante incremento a partire almeno dalla tarda
Repubblica-primo Impero: già allora, gli spazi agricoli dovevano presentarsi come manifestazioni episodiche quasi affogate all’interno di
ampie aree incolte e boscose. In quella fase, il comprensorio di Chiusdino doveva riproporre un aspetto ben diverso da altre parti del contesto senese 50; diversamente, nel corso della tarda antichità, si allinea
alla tendenza generale di un’incidenza forte delle superfici boschive che
vanno a determinare l’aspetto ‘selvaggio’ tipico dell’immaginario comune riguardo ai secoli altomedievali.
In questa fase, il territorio si punteggia di abitazioni che insistono su
spazi già colonizzati, senza un apparente criterio bensì in forma disordinata; vengono privilegiate le aree di versante, su quote medioalte (comprese fra i 313 e i 431 m s.l.m.), in corrispondenza di suoli
facilmente lavorabili e prossime a una fitta rete idrica di medio-bassa
portata: ottimali dunque per la destinazione agricola.
Le strutture sono molto semplici, forse a pianta quadrata, probabilmente senza articolazioni interne, frequentate da nuclei monofamiliari che sfruttano la terra e sopperiscono in modo autosufficiente ai
bisogni quotidiani della pratica agricola 51; la presenza costante di
concentrazioni di scorie e, in misura minore, parti residuali delle
strutture produttive (in un caso, è stata reperita anche una concrezione ferrosa recante un’impronta di forma tubolare, interpretabile
come traccia della colatura sulla parte terminale della bocchetta del
forno), testimoniano un’attività autonoma di riduzione del minerale
grezzo e di lavorazione dei pani di ferro. Talvolta, emergono tracce
di agglomerati composti da più unità abitative, frutto probabilmente
di un’aggregazione spontanea di più nuclei familiari; si tratta comunque sempre di gruppi economicamente omogenei, per i quali
non esistono indicatori circa una loro distinzione sociale.
È il caso del piccolo complesso emerso in località Podere San Magno.
Si tratta di un nucleo rurale costituito da due unità abitative, di diverse
dimensioni e tipologia, esteso a coprire uno spazio complessivo di circa
450 mq. La struttura principale, monovano, è realizzata in pietra e laterizio e ha destinazione abitativa (in superficie ceramica da fuoco e da
conserva, reperti osteologici pertinenti ad avanzi di pasto). Al suo
fianco, un piccolo ambiente indipendente, costruito in terra con copertura laterizia, sfruttato come magazzino per derrate alimentari;
nello spazio compreso fra i due edifici, dovevano svolgersi attività di
carattere artigianale come la macinazione del grano (in superficie
grossi frammenti di pietra da macina), la fusione del minerale e la forgiatura dei pani (in superficie scorie di riduzione e di lavorazione).
A breve distanza, un’area cimiteriale, composta da due tombe a fossa
(in superficie resti osteologici umani relativi a due individui; di uno
rimangono braccio e gomito sinistro, dell’altro l’intero cranio) 52.
Più a valle, nei pressi del limite sudorientale del sito, un’altra abitazione, consistente in edificio in terra, di dimensioni leggermente inferiori, coevo ai precedenti.
La maggiore articolazione dell’insediamento si spiega nell’associazione di più abitazioni, come prima si è accennato, secondo una tendenza già rilevata nella Val d’Elsa; vi ricorrono spesso esempi di nuclei compositi, posti a dominare parti ridotte dei terreni già sfruttati
dalle aziende latifondistiche 53.
Figura 51. Distribuzione dei rinvenimenti di VI-VII secolo
accelerato il processo di abbandono dei campi. A partire dal III secolo d.C., per fronteggiare l’avanzata dell’incolto, l’impero stesso tese a prendere provvedimenti per contenere il fenomeno: attraverso pesanti imposte sui campi non lavorati si tentò di spronare la rimessa a coltura del territorio. Nel corso del IV secolo d.C., si ricorse all’assegnazione delle terre marginali, prima gestite dai veterani, alle gentes: un tipo di
politica che consentiva lo sfruttamento di tutte le risorse del territorio, avvantaggiando
senz’altro i grandi latifondisti che riuscivano così, in presenza di un paesaggio variegato, a ottenere una vasta gamma di prodotti. L’ingresso dei nuovi coloni segnò di
fatto la prosecuzione del sistema romano; veniva chiesto loro infatti di riattivare le
strutture precedenti, senza dunque apportare nuove abitudini e consuetudini rurali.
Sicuramente gli eventi connessi alla guerra gotica, provocarono un’interruzione nell’evoluzione di queste strutture agrarie se non altro a causa del brusco decremento demografico: è comunque da ridimensionale la ‘barbarizzazione’ decantata, a fini propagandistici, dalla letteratura tradizionale romana. TRAINA, 1994, pp. 88-91.
50 Ci riferiamo ancora ai territori dell’area senese, indagati estensivamente. La Val
d’Elsa e il Chianti dovevano mostrare un aspetto ancora molto antropizzato, con ampie zone coltivate e solo parzialmente alternate a spazi boschivi. I primi segni di abbandoni delle aree coltivate possono collocarsi nel corso del III secolo, quando le restituzioni archeologiche diminuiscono e indicano l’inizio di un processo di rarefazione
della maglia insediativa, che culminerà poi nel paesaggio ‘caotico’ di fine VI-VII secolo. VALENTI, 1995, pp. 398-401; idem, 1999, pp. 314-318.
51 L’unico esempio di abitazione di fine VI-VII secolo, in area senese, è stato scavato in
località San Quirico e Pace, presso Castelnuovo Berardenga (Siena). Si tratta di un monovano, a pianta rettangolare e dimensioni 4,803,40 m; gli elevati sono in terra pressata (forse intonacati in argilla), con uno spessore di 70-80 cm mentre il tetto, in laterizio, è a un solo spiovente fermato da ventose in pietra. L’interno (esteso circa 42,70
m) è dotato di focolare, grandi contenitori per derrate, mensole applicate ai muri e un
tavolo (tracce di disfacimento ligneo sul battuto di vita). All’esterno si trova un recinto
per animali: i resti osteologici indiziano la presenza di bovini e pennuti da cortile. Lo
smaltimento dei rifiuti avveniva in fossa terragna scavata nel vergine e addossata a un
perimetrale della casa; nello spazio circostante, venivano svolte le attività metallurgiche.
In CAMBI et alii, 1994, pp. 198-199 e più ampiamente in VALENTI, 1995, pp. 360-364.
52 Un caso fortunato ha voluto che al momento dell’individuazione del sito fosse presente Donald Walker, antropologo che ha collaborato al progetto Poggio Imperiale a
Poggibonsi negli anni 1994-1998 e in altre attività promosse dal Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti; egli stesso ha provveduto all’identificazione del deposito
osteologico e alla definizione dell’emergenza in superficie.
53 Ricordiamo ancora VALENTI, 1999, p. 318.
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Il modello socioeconomico si delinea omogeneo e uniformato. La
cultura materiale, relativa a tutti i contesti, è costituita per lo più da
ceramica comune (acroma grezza per recipienti da fuoco e da conserva; acroma depurata per ciotole e boccali per lo più trilobati e con
ansa a nastro) e da forme in depurata ingobbiata di rosso (con ingobbio parziale o totale per i tipi da mensa) 54; sono assenti invece
gli esemplari di importazione, come la sigillata africana e le anfore.
Ciò che emerge dalla valutazione dei corredi domestici è un tipo di
economia abbastanza chiusa, articolata per lo più in produzioni a carattere prettamente artigianale (o, forse meglio, familiare) destinato
a soddisfare il fabbisogno interno; si ha poi una parziale apertura
verso un tipo di mercato, alimentato da fornaci per la produzione di
vasellame in serie e destinato alla diffusione a medio-largo raggio
(estesa cioè almeno nell’ambito dell’intera regione) di manufatti locali e di minore costo (acrome grezze e ceramiche da mensa verniciate in rosso e grandi dolia) 55.
Cronologia e strutture materiali del tessuto insediativo desunto nella
nostra zona si inseriscono nelle linee del modello ‘caotico’, redatto
sulla base delle evidenze del territorio chiantigiano e verificato poi su
quelle valdelsane 56; conferme ulteriori provengono anche da contesti territoriali esterni al senese e riguardano l’area del grossetano (Ager
Cosanus-Valle dell’Albegna-Valle dell’Osa) 57 e della Lucchesia (Versilia e bassa Valle del Serchio) 58.
Il termine ‘caotico’ viene assegnato proprio per identificare un processo di recessione economico-demografica, caratterizzato dall’assenza di organismi emergenti in grado di pianificare l’occupazione
del terreno rurale; si colloca nella fase di transizione fra la scomparsa
della classe dei medio-grandi possidenti romani e la diffusione dei
nuovi poteri, laici e religiosi, che connoteranno i primi secoli del
Medioevo. L’assenza dei ceti dominanti individua la popolazione
contadina come interprete principale della riappropriazione dello
spazio naturale, dotata di un certo grado di indipendenza nella
scelta e nella gestione dei suoli. Qualunque affermazione si possa
fare in contrasto con l’assenza di organismi dominanti nelle campagne non può essere suffragata da dati archeologici. È vero che tale
rete insediativa si affianca a nuclei tipo piccoli villaggi dei quali sinora si sono riconosciute in Toscana alcune evidenze tramite scavo
(soprattutto il contesto grossetano di Scarlino e quello senese di
Poggibonsi) 59 ma anche in questi casi l’archeologia non riesce a vedere indizi di differenziazione sociale 60.
59 Per Scarlino, in attesa di una pubblicazione definitiva dei dati si veda FRANCOVICH,
1985; inoltre le pagine web dell’area di Archeologia Medievale <http://www.archeologiamedievale.unisi.it/NewPages/SCARLINO.html>; inoltre CUCINI-FRANCOVICHPARENTI, 1990. Per Poggibonsi, oltre alla vasta bibliografia riassunta per esempio in
VALENTI, 1999, le pagine web dell’area di Archeologia Medievale <http://www.archeologiamedievale.unisi.it/NewPages/POGGIBONSI.html.>.
60 Poggibonsi per esempio vede la presenza di un villaggio stanziale vissuto 250-300 anni
che sembra occupare uno spazio minimo pari a quasi due ettari. Era composto da capanne di legno, terra e paglia difese naturalmente da un ripido dirupo con dislivello di
quasi 100 m sul lato nord-est e dislocate tra due zone d’inumazione: una posta a sudest e l’altra probabilmente a nord-ovest. Sembra trattarsi di una forma insediativa vicina,
ma non uguale, al modello Haufendorf cioè un nucleo accentrato a maglie strette con
un agro intorno. L’alternanza di edifici evidenzia abitazioni ricostruite dopo una-due
generazioni e comprese in un’organizzazione del popolamento per famiglie legate stabilmente alla terra. Verso tale conclusione indirizzano lo sfruttamento ripetuto degli
stessi spazi, l’area necropolare con una larga diffusione di inumazioni doppie (membri
di una stessa famiglia deceduti a breve distanza temporale) e deposizioni per gruppi (almeno 12) cioè tumulazioni di individui appartenenti a uno stesso ceppo familiare e avvenute nel corso del tempo (si conosceva il punto di deposizione dei propri parenti). Le
fasi di età longobarda attestano una realtà di villaggio senza alcuna differenziazione gerarchica tra i suoi abitanti. Le capanne risultano per lo più tutte uguali e non si riconoscono segni di gruppi o di individui che si elevano dalla massa per un maggiore tenore
o per articolazione e topografia delle proprie abitazioni o per sepolture di tipo distintivo.
Nell’economia del villaggio di fine VI-VIII secolo i bovini venivano allevati come forza
produttiva e come forza lavoro e si può invece definire specializzato quello dei caprovini. La popolazione mangiava molta carne e la dieta, di buon livello, si basava sugli animali allevati e macellati anche giovani. Solo il bue veniva rigorosamente abbattuto in età
molto adulta, quando non era più in grado di partecipare al lavoro sui campi; notevole
doveva poi essere il consumo di avifauna, soprattutto pollame, mentre pare decisamente
assente l’integrazione dei pasti con selvaggina e con ittiofauna. Ancora nell’VIII secolo
non sembra comunque cambiare la natura del villaggio, che continua a mostrare la presenza di una popolazione economicamente e socialmente uniforme. Un deciso cambiamento nella topografia del villaggio si riconosce invece a partire dalla metà del IX secolo.
Le strutture appartenenti a questa fase mostrano l’esistenza di uno spazio con organizzazione ben delineata da precise scelte topografiche e per la prima volta sono osservabili
i segni di un’articolazione gerarchizzata. Si tratta di una ripartizione spaziale che vede la
presenza di caratteri distintivi al suo interno; esiste un grande edificio centrale (una longhouse con magazzino interno per derrate alimentari), dal quale si diparte una lunga
strada in terra battuta, affiancata da un edificio di servizio (destinato alla macellazione
della carne che in essa veniva consumata), contornato da capanne di dimensioni minori,
da una zona tipo aia, un’area destinata a ospitare strutture artigianali (è molto probabile
la presenza di una fornace da ceramica) e per l’accumulo dei surplus produttivi (un
grande granaio), un’area aperta con grandi contenitori infissi nel terreno, steccati, concimaia e resti di attività quotidiane di una popolazione rurale. La longhouse con la sua
articolazione interna e quella della zona circostante potrebbe rappresentare il centro dell’agglomerato, quindi il luogo dove risiedeva o il possidente o un suo delegato; potremmo trovarci di fronte al centro materiale e topografico di un’organizzazione produttiva tipo curtis e quindi di una signoria fondiaria: qui si conservavano le derrate alimentari, si produceva ceramica, si lavorava la carne e forse il corno. Gli studi sulla fauna
rinvenuta in questa fase hanno evidenziato alcuni caratteri economico-sociali dell’insediamento. La distribuzione delle specie mostra un villaggio dedicato prevalentemente
ad attività agricole e di pastorizia; continuano a essere allevati il bue (per l’impiego nei
lavori di trazione e per le attività casearie) e il caprovino per la produzione e lavorazione
dei latticini, della lana e per il consumo di carne. Non era invece praticato l’allevamento
del maiale, la cui presenza sembra derivare da approvvigionamenti provenienti da risorse
esterne al villaggio. Sono stati rinvenuti unicamente elementi anatomici corrispondenti
alla spalla dell’animale: in pratica i suini giungevano nell’insediamento già macellati
54 La ceramica acroma a ingobbio rosso, riconosciuta durante le ricerche di superficie sul
Chianti (una prima contestualizzazione si trova in VALENTI, 1991) e approfondita dai risultati dello scavo di San Quirico e Pace (Castelnuovo Berardenga) è stata isolata come
uno dei principali fossili-guida per l’individuazione di siti tardoantichi: ha ormai paralleli significativi con altre situazioni sia toscane (Fiesole, Lucca, alcuni esempi da Sienascavo del Santa Maria della Scala e dalle zone centro-nord della regione-Arezzo, Volterra,
Firenze-Piazza Signoria, Pisa, Roselle e Pistoia) che emiliane (pozzi-deposito e scavi di
Villa Clelia; GELICHI-GIORDANI, 1994 e AA.VV., 1990b). Si tratta di una produzione
rappresentata essenzialmente da ceramica da mensa (soprattutto forme aperte), caratterizzata da impasti molto teneri, ricoperti da un ingobbio di colore rosso che si conserva
solo parzialmente a causa della porosità dell’impasto stesso; tipica di questi manufatti è la
riproposizione, più o meno fedele, delle forme della sigillata africana D. La produzione,
forse già attestata dal II secolo d.C., ha comunque una diffusione massiccia a partire dal
IV-V secolo e propone un campionario stabile a cui nel tempo si affiancano nuove forme
imitanti coeve ceramiche di importazione; in altre parole non mutano gli esemplari prodotti (che continuano a essere riproposti anche quando gli archetipi non sono più in circolazione) ma si arricchisce la gamma dei recipienti immessi sul mercato. La definizione
di questa classe come produzione autonoma ha sensibilmente aumentato il numero di
indicatori cronologici e le possibilità di rintracciare testimonianze di frequentazione tardoantica. Fino agli inizi degli anni ’90 infatti l’unico indizio certo era rappresentato dalla
ceramica di produzione africana e dalle anfore; l’estrema variabilità della loro diffusione
(più sporadica nelle zone interne) finiva però per compromettere un’esatta valutazione
del popolamento tra fine età tardoantica e inizi dell’alto Medioevo (VALENTI, 1995, p.
73). La stessa Cucini, al termine della ricerca su Radicondoli, lamentava tale limite (cioè
assenza di fossili guida al di là delle importazioni) e ipotizzava un’incidenza dei siti tardoantichi molto superiore rispetto al numero complessivo delle presenze individuate (CUCINI, 1990, p. 240). Riguardo al problema della visibilità in superficie dei siti ascrivibili
a questa fase si veda VALENTI, 1999, pp. 49-51.
55 Per uno sguardo alle dinamiche di diffusione e circolazione dei manufatti ceramici
si veda VALENTI, 1999, pp. 321-322.
56 La prima formulazione del modello ‘caotico’ risale al lavoro di Valenti sul Chianti
senese; già in CAMBI et alii, 1994, pp. 202-203 e poi in VALENTI, 1995, pp. 404-405.
57 Ancora CAMBI et alii, 1994.
58 Per una sintesi bibliografica si consulti VALENTI, 1997.
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La natura stessa di questa presenza le attribuisce una durata brevissima
e si limita a un arco cronologico compreso fra la fine del VI secolo e
gli inizi del VII secolo; al termine di questo periodo, la comparsa di
strutture di tipo ecclesiastico e di iniziative di carattere signorile condizionano nuovamente un meccanismo di accentramento intorno a
poli di attrazione. In altre parole, pongono le basi per la progressiva
riorganizzazione del popolamento sparso in complessi tipo villaggio
strutturato, dando inizio alla definizione del nuovo modello di piena
età altomedievale. In altre parole, sembra che un controllo delle campagne abbia nuovamente inizio dopo che le nuove aristocrazie si sono
definitivamente assestate soprattutto all’interno delle città. La conseguenza pratica sulla rete insediativa si osserva nella scomparsa definitiva della casa sparsa (sia costruita ex novo sia ricavata sui ruderi di complessi tipo villa in abbandono) e nella sopravvivenza (con incremento
numerico) dei soli villaggi accentrati. Due delle quattro abitazioni individuate nel corso della nostra ricognizione, offrono indicatori sufficienti a sostenere l’evoluzione della maglia insediativa di età ‘caotica’
nel sistema di organizzazione della terra di tipo altomedievale.
Accenniamo, brevemente a vicende che tratteremo meglio nel paragrafo successivo.
Il nucleo in località podere San Magno evolve in una struttura tipo
curtis, dotata di chiesa e attestata dalle fonti a partire dalla fine del
X secolo; nell’ambito degli anni a cavallo con l’XI secolo vede poi la
fortificazione in castrum.
Nuovamente il caso della località di Papena. Dopo la frequentazione
tardoantica e di fase caotica diviene villaggio dotato di chiesa, citato
per la prima volta nel primo decennio dell’XI secolo.
La combinazione di fonti materiali e storiche permette di leggere
le modalità di passaggio fra due diverse epoche. Dotazioni archivistiche più ricche hanno permesso elaborazioni su una casistica
maggiore di esempi; i casi Chianti e Val d’Elsa, ancora una volta,
hanno basi più ampie su cui articolare la comprensione di molti
aspetti del popolamento.
I nostri due casi, pur con soluzione di continuità, sottolineano comunque un preciso disegno dei nuovi organismi di potere che tendono
a impiantarsi a brevissima distanza da strutture preesistenti. In conclusione, appare chiaro che l’organismo coagulante si colloca o si crea laddove esisteva già una forma di popolamento, dove cioè era disponibile
forza lavoro: presupposto fondamentale in un momento nel quale gli
indici demografici dovevano essere generalmente molto bassi (come attestano, le percentuali calcolate in tutti i contesti senesi studiati).
Proiezione dei risultati dell’indagine e ipotesi predittive sul popolamento – Dal momento che i territori con maggiori segnalazioni ascrivibili a questa fase riconoscono come criterio principale per la selezione degli spazi insediativi quelli già occupati in età romana, non
possiamo elaborare statistiche con scopo predittivo. È altrettanto impossibile utilizzare modelli di analisi spaziale (a parte l’esiguità numerica dei rinvenimenti) in quanto non si possono applicare sistemi
di riproduzione matematica in un contesto, caratterizzato invece da
un tipo di organizzazione casuale e priva di regole.
Accettando come valida la riproposizione del modello caotico, potremmo trovare tracce dell’insediamento di fine VI-VII secolo in prossimità dei luoghi, che verranno attestati a partire dalla metà del X secolo, come sede di abitazioni, curtis o casali; purtroppo di questi luoghi, alcuni non sono più referenziabili topograficamente mentre gli altri
sono immersi in fitte aree boschive o incolte, dunque non verificabili.
In linea con quanto affermato per il periodo romano, ipotizziamo un
10% di incremento percentuale, collocabile nelle aree appena indicate e in prossimità dei pochi siti romani.
VIII-X secolo
Dopo i rinvenimenti di fine VI-inizi VII secolo, comincia per il chiusdinese un lunghissimo periodo di silenzio delle fonti archeologiche;
se eccettuiamo le emergenze fortificate e lo scavo recentemente
aperto sul castello di Miranduolo, sono totalmente assenti tracce materiali della frequentazione, verificatasi nel periodo compreso fra la
fine del VII secolo e la prima metà del XIII secolo.
La difficoltà di reperire indizi dell’occupazione medievale nel corso
delle indagini estensive è concetto ormai consolidato; questa difficoltà diventa poi una ‘quasi impossibilità’ per quanto riguarda le manifestazioni insediative altomedievali. La non leggibilità dei siti di
questo periodo è stata per molto tempo legata da un lato, in modo
sicuramente semplicistico, alla larga diffusione di forme abitative di
tipo deperibile (non troviamo forse capanne protostoriche, etrusche
e romane?); dall’altro a un limite reale determinato dalla mancanza
di indicatori cronologici univoci che permettessero di effettuare datazioni certe dei depositi: negli ultimi anni, l’intensificazione di indagini stratigrafiche su contesti altomedievali ha permesso di ampliare la conoscenza della cultura materiale di queste fasi e di disporre
allo stato attuale di tipologie ceramiche sufficientemente esaustive.
Se dunque si sta risolvendo il problema connesso alla leggibilità, non
si trova una soluzione invece a quello della visibilità dell’alto Medioevo, che spesso rimane ‘schiacciato’ sotto le stratigrafie prodotte
da una continuità di vita almeno fino al pieno Medioevo, se non addirittura fino all’epoca attuale. Si tratta dei cosiddetti ‘siti di successo’: siti nei quali la frequentazione ininterrotta degli stessi spazi ha
portato come conseguenza la cancellazione o l’obliterazione dei dati,
pertinenti all’originaria fase di occupazione. In questi casi, cogliere
in superficie tracce dei depositi altomedievali è pressoché impossibile: emergono invece nel corso delle indagini stratigrafiche 61.
come parti scelte di carne lavorata. Questo dato trova riscontri nelle fonti documentarie di X secolo dell’Italia centro-settentrionale, dove sono riportate le corresponsioni che
i livellari, insediati nei mansi di proprietà di una curtis, dovevano al dominico. In particolare, a partire dal X secolo, in alcune zone d’Italia si diffuse una contribuzione nuova
riportata con il termine di amiscere, a indicare, in genere, un canone che equivaleva a
una spalla del maiale (oppure ad alcuni denari). La coincidenza dei dati documentari e
archeozoologici rinforza quindi l’ipotesi del centro curtense. Il campione faunistico, ha
evidenziato anche elementi di stratificazione sociale, riconoscibili nella distribuzione dei
resti di pasto rinvenuti all’interno delle strutture abitative. L’analisi quantitativa delle
specie presenti, in associazione all’età di decesso e all’elemento anatomico, sottolinea
come l’alimentazione nel corso del IX e X secolo fosse un mezzo di affermazione del proprio status sociale e nel nostro caso per i membri della famiglia che risiedeva all’interno
della longhouse. Il consumo di carne bovina era di loro appannaggio quasi esclusivo, così
quello legato ad altri animali di grossa taglia (cavallo e asino) e inoltre pennuti da cortile particolari (come un’oca, non trovata altrove). Al contrario, la dieta di carne riscontrata in altre capanne era più limitata; per esempio nella capanna 1 si consumavano parti
di terza scelta (gli scarti della macellazione, vale a dire le zone corrispondenti al piede
dell’animale), nella capanna 10, invece, erano maggiormente consumati tagli di seconda
scelta (come ha evidenziato la distribuzione dei segmenti anatomici riferibili alla spalla).
Nella capanna 1 la mancanza di carne bovina era compensata da quella caprovina, appartenente anche a individui molto giovani (uccisi entro il primo anno di vita), limitata
però alla sola spalla dell’animale, mentre la coscia era consumata nelle altre due capanne.
Il villaggio altomedievale emerso a Poggibonsi è connotato, quindi, da un’economia fortemente caratterizzata dallo sfruttamento agricolo e dall’allevamento caprovino, mentre
l’incidenza della selva appare meno decisiva nei processi produttivi del villaggio, forse limitata esclusivamente alla raccolta e al recupero di materiale ligneo per l’edilizia e le altre attività quotidiane a esso rapportabili, vista anche la mancanza dell’allevamento suino
che nel corso dell’alto Medioevo necessitava di aree boschive per l’ingrasso dei capi.
Nel corso delle indagini estensive, in presenza di siti importanti si può decidere di
intervenire su alcune aree con indagini mirate attraverso showel tests; ci sono alcuni
61
149
Scavare castelli 62 permette, ormai quasi costantemente, di rintracciare contesti di buche di palo che retrodatano i siti in modo del tutto
inedito rispetto sia alle fonti materiali di superficie sia a quelle scritte.
Limitando la rassegna ai soli scavi effettuati dal nostro Dipartimento,
possiamo citare esempi dislocati in tutta la Toscana: Poggibonsi e
Montarrenti in provincia di Siena, Scarlino nel comune di Massa
Marittima (provincia di Grosseto), Campiglia Marittima (provincia
di Livorno) e anche lo stesso castello di Miranduolo nel chiusdinese.
Si evince dunque che le potenzialità dell’archeologia di superficie nei
confronti delle evidenze medievali si limitano essenzialmente ai siti
‘fallimentari’, quelli cioè che hanno registrato una precoce fase di abbandono: dunque, castelli decaduti sui quali, e intorno ai quali, non
si è sviluppata alcun tipo di urbanizzazione oppure abitati sparsi. In
ogni caso, si tratta sempre di manifestazioni abbastanza isolate, non
rappresentative nella proiezione del reale potenziale archeologico di
un’area; avranno inoltre sempre un’incidenza numerica inferiore rispetto alle presenze classiche. La capacità di ricostruire il paesaggio
medievale dunque si lega strettamente alla possibilità di integrare il
dato archeologico con le fonti scritte; di fatto, la presenza di una dotazione archivistica, più o meno ricca, costituisce una grossa discriminante riguardo alla leggibilità di un territorio.
Uno sguardo alle diverse realtà spaziali rende chiaro in quale misura il
numero delle segnalazioni (e, di conseguenza, il grado di dettaglio dell’analisi del contesto) sia direttamente proporzionale alla disponibilità
di archivi consistenti: ci riferiamo a quei fondi destinati a raccogliere le
carte di importanti enti religiosi o, più raramente, di casate signorili.
Il problema è che i dati storici e archeologici spesso convergono a indicare e definire le strutture di potere, penalizzando fortemente proprio le forme insediative minori; quelle manifestazioni che, pur essendo escluse da interessi strategici e politici, in realtà disegnano il
vero tessuto insediativo.
Utilizzando questo tipo di fonti, non analizziamo un ‘campione’ rappresentativo della variegazione di una realtà territoriale, bensì un suo
aspetto che, anche se sicuramente predominante (come l’elemento
signorile) non la rappresenta integralmente, in tutte le sue sfaccettature: il rischio è quello di interpretare l’espressione del potere nel territorio e di non leggere invece la maglia del popolamento.
L’impossibilità di sfruttare a pieno le potenzialità dell’archeologia di
superficie deve imporre cautela nella produzione di carte storiche sulla
base della lettura dei documenti: legate quasi sempre agli organismi
di potere restituiscono un’immagine decisamente parziale del popolamento reale; le uniche fonti ‘oggettive’ in tal senso sono quelle a carattere fiscale, molto più rare però e quasi sempre riferite a contesti di
piena età medievale.
Figura 52. Distribuzione dei rinvenimenti di seconda metà X secolo
Laddove era posto il piccolo complesso rurale di fine VI-inizi VII secolo (nell’attuale località Poggettone), nel 954 viene citata per la
prima volta la “curte S. Magni”, nel 996 viene ricordata la presenza
della “ecclesia S. Mangni”; precedentemente, nel 943-944, si faceva
riferimento a una casa et res posta “in S. Magno” 63.
Una tale successione delle forme abitative trova analogie stringenti
con le dinamiche rilevate nel resto della provincia; qui, il processo di
accentramento viene innescato a partire da fine VI-inizi VII secolo
da organismi, prima religiosi e poi laici, che assumono il ruolo di
polo di aggregazione della popolazione rurale. Purtroppo nel nostro
caso, il silenzio dei documenti fino alla metà del X secolo fotografa
una situazione insediativa in un certo senso tarda, spostata già verso
l’ulteriore momento di trasformazione nei centri incastellati; non abbiamo motivo però di dubitare che, tra VII e IX secolo, possano essersi affermate quelle forme demiche, che noi riusciamo a cogliere
solo in una loro fase matura.
Se la combinazione di dati archeologici e storici permette di modellizzare l’evoluzione diacronica del sistema di occupazione della campagna, la lettura isolata delle fonti storiche rende complesso il riconoscimento di alcuni aspetti peculiari del tessuto insediativo: la densità del popolamento, la reale incidenza delle diverse forme abitative
e, di conseguenza, la loro interazione nella strutturazione del modello.
Definizione della maglia insediativa – Nel caso del chiusdinese, disponiamo solamente di alcune carte redatte nel corso della seconda metà del
X secolo, relative a una serie di contratti (sei) e donazioni (una).
La sovrapposizione spaziale di due siti di ‘caotico’ con altrettante località attestate fa emergere l’aspetto diacronico e le modalità di passaggio dall’abitato sparso e disorganizzato (tipico della fase di transizione) a quello accentrato altomedievale.
casi fortunati nei quali attraverso piccoli saggi sono state messe in luce le stratigrafie
altomedievali, come ad esempio i casi chiantigiani. Si tratta comunque di casi isolati
e fortunati; non si può pensare di indagare il Medioevo di un territorio attraverso questa strategia per un fattore di economia dei tempi della ricerca. I risultati in merito alla
lettura della maglia insediativa sarebbero poi limitati e non soddisfacenti perché procedendo in questo modo non si coglie comunque l’insediamento minore.
62 La stessa tendenza potrebbe verificarsi anche nel caso dei villaggi; manca ancora
però una tradizione di scavo su questi contesti.
Lo stesso processo di accentramento sembra verificarsi dunque su due tipologie: lo
sviluppo “abitazione caotica-curtis”, appena descritto, e “abitazione caotica-villaggio”:
in questo caso, però il passaggio appare più induttivo e riguarda un caso più tardo, il
villaggio di Papena.
63
150
parte erronee. In un momento, in cui inizia a definirsi il frazionamento della campagna in seguito alla progressiva affermazione delle
signorie territoriali, con modalità e dinamiche gestionali anche
molto diverse, è rischioso applicare elaborazioni di tipo matematicostatistico; tanto più se si dispone di pochi dati e non proporzionati
alla complessità dello spazio indagato.
Allo stato attuale delle indagini, è dunque possibile tracciare i contorni del sistema di gestione/occupazione di questi spazi, senza però
coglierne l’intera articolazione e la reale consistenza.
I dati emersi circa la consistenza demografica del territorio non sono
con tutta probabilità realistici. I documenti disegnano una rete a maglie larghissime, con distanze medie molto variabili (con larga approssimazione, data la localizzazione vaga di alcune delle località citate); nonostante l’estrema rarefazione, si distribuisce in modo quasi
uniforme, desertando solo le aree di pianura.
Il panorama offerto riguardo alle forme insediative presenti contempla due curtes, sei nuclei rurali (composti da casae, cassinae e sortes) e un casalis. A queste dobbiamo aggiungere i castelli e le curtis incastellate (quattro): attestati nel biennio 1004-1005 come entità già
definite possono verosimilmente collocarsi cronologicamente negli
anni a cavallo del millennio. Alcuni elementi inoltre suggestionano
verso la retrodatazione dei siti incastellati in una fase di frequentazione di piena età altomedievale 64.
Le evidenze descrivono una maglia insediativa organizzata secondo
un sistema di aziende contadine gravitanti intorno a una struttura
curtense; di queste unità agricole (che potrebbero anche essere contigue e rappresentare forme di habitat di tipo accentrato), alcune
sembrano comprese nel massaricium della curtis, mentre le altre indicano una forma autonoma di sfruttamento della terra. L’evoluzione di questi spazi vede l’impianto di castra, alcuni dei quali risultanti dalla fortificazione della curtis. Se però è abbastanza chiara la
relazione fra azienda curtense e unità massaricie, non lo è altrettanto
il rapporto di questo sistema con la tipologia del villaggio aperto.
L’unica attestazione di un casalis (proveniente, non a caso, da un
fondo archivistico diverso rispetto agli altri documenti) testimonia una situazione isolata: non siamo in grado di capire dunque se
rappresenti un elemento subordinato oppure alternativo alla curtis nella sua funzione di centro di riferimento. Le due forme di insediamento accentrato potrebbero di fatto indicare scelte diverse
di gestione della terra da parte dell’organismo dominante. Può
non essere irrilevante il fatto che curtes e casalis, siano espressione
le une di poteri attivi nel volterrano e l’altra di un monastero senese; e inoltre che, la prima si collochi in una zona interna del territorio mentre l’altra sia invece prossima al confine delle pertinenze cittadine.
Nell’elaborazione dei dati, dobbiamo tenere presente che non disponiamo di un campione di siti emersi da una ricerca oggettiva sul
territorio, bensì di zone interessate da alcune azioni di cui si è conservata la memoria scritta. In altre parole, conosciamo le località di
proprietà ecclesiastica o laica, che sono state affidate in gestione o
cedute; anzi quelle di cui si è mantenuto il ricordo negli archivi che
potrebbero però non corrispondere a tutte le proprietà ecclesiastiche o laiche concesse o affidate in gestione; non è certo poi che rappresentino l’intero patrimonio rurale laico ed ecclesiastico: inoltre,
non è detto che non si siano verificate manifestazioni isolate, svincolate da organismi di potere o almeno da quegli organismi di potere di cui si conservano le carte 65. Il processo può andare all’infinito: il dato di fatto è che in presenza di informazioni così parziali,
dobbiamo ragionare su tracce di tracce di tracce, più aleatorie dei
risultati della prospezione di superficie.
È ovvio che tentare di proiettare il risultato di elaborazioni su dati
non rappresentativi non può che produrre conclusioni almeno in
Il sistema di gestione della terra e l’affermazione delle signorie sul territorio – Nel corso del X secolo assistiamo alla prime forme di affermazione di poteri laici e religiosi nell’alta Val di Merse, attuate attraverso modalità di gestione e organizzazione dello spazio rurale; si innesca cioè quel processo di definizione delle signorie sul territorio 66,
che troveranno la loro massima espressione nelle fasi dell’insediamento incastellato: il Vescovato volterrano da un lato e la famiglia comitale dei Gherardeschi dall’altro.
Raggiunta la totale egemonia sulla città nel corso del IX secolo, la
Chiesa volterrana inizia a estendersi nella limitrofa area di Radicondoli; a partire almeno dalla metà del X secolo, si spinge poi entro i confini del chiusdinese intorno all’attuale Podere San Magno,
dove collocherà il fulcro della sua signoria fondiaria 67 sulla zona.
L’area aveva una forte connotazione strategica; costituiva la propaggine del comitato volterrano in direzione dei confini con Siena
e Roselle; ospitava inoltre la pieve di Sorciano, fino agli immediati
inizi dell’XI secolo simbolo dell’Episcopato nella porzione più
estrema della sua Diocesi 68.
La scelta di penetrazione nel territorio operata dal vescovo sembra legarsi a un tipo di controllo basato sull’esercizio di diritti economici
e sul vincolo della popolazione attraverso contratti di servizio. Costituisce una curtis, pone il caput curtis in località San Magno, e vi
fonda una chiesa 69. All’azienda fanno capo alcune unità contadine
(dislocate nello spazio compreso fra Montalcinello e Cerciano, nel
radicondolese) lavorate da massari, gestiti a loro volta da livellari incaricati dal vescovo stesso.
La consuetudine di affidare fondi a contadini, attraverso la concessione a livello in favore di soggetti non lavoratori, concorre a strutturare una prima forma di articolazione sociale; definisce infatti una categoria, quella dei livellari, che, ponendosi fra il dominus e il massarius, diviene intermediaria e garante di un costante controllo locale 70.
Sul processo di formazione delle signorie fondiaria e territoriali, indichiamo fra gli
altri, due indispensabili contributi. VIOLANTE, 1996; WICKHAM, 1996. Riguardo all’affermazione dei poteri signorili e vescovili nel corso del X-XI secolo rimandiamo
invece al fondamentale lavoro di Sergi (SERGI, 1995).
67 Nella signoria fondiaria, i poteri del signore derivano dallo stesso possesso della terra
mentre in quella territoriale i diritti venivano estesi a tutti i luoghi compresi nello spazio di pertinenza e anche a tutti coloro che vi lavoravano. In Italia, il passaggio dall’una all’altra forma di esercizio del potere inizia nella seconda metà del X secolo per
poi realizzarsi nell’XI secolo e completarsi nel XII secolo. Per una estesa trattazione
dei due concetti rimandiamo a VIOLANTE, 1996, pp. 7-58.
68 Per un inquadramento storico e archeologico della pieve di Sorciano si veda CUCINI, 1990, pp. 257-258.
69 La curtis di San Magno, viene definita esplicitamente come proprietà vescovile nel
primo documento che la attesta, in data 27 agosto 954. Il caput curtis doveva corrispondere all’attuale podere San Magno, dove cioè veniva prevista la consegna dei canoni dovuti al dominus. Riteniamo plausibile attribuire al vescovo anche la fondazione della chiesa
di San Magno: non abbiamo però alcun elemento di certezza. I dati relativi all’estensione
delle pertinenze curtensi e alle modalità della loro gestione possono essere desunti dai contratti stessi, consultabili in forma regestata in RV, nn. 24, 65, 88, 97 pp. 7-8, 23, 32-33,
36 e CAVALLINI, 1969-1972, nn. 1, 24, 27, pp. 43, 50-51.
66
64 Riguardo al processo di formazione dei castelli, rimandiamo al paragrafo successivo
di questo testo.
In questo senso, la perdita dell’archivio della abbazia di Serena crea un danno
enorme, perché ha provocato la cancellazioni di tutto ciò che riguarda gli interventi
gherardeschi sul territorio.
65
151
partire da questa data, sono destinati soprattutto a personale non specializzato e a membri del clero; le cifre, irrisorie e standardizzate sui
12 denari, rappresentano una quota simbolica solo per stabilire il vincolo con il fondo stesso; non vengono imposte scadenze e spesso (soprattutto negli ultimi) si contempla il diritto di ereditarietà.
La volontà di assegnare sine die le proprie terre a individui in grado
di garantire un’occupazione continuativa del manso, sottende alla
necessità di proteggere le proprietà rurali da pericolose intromissioni.
Proprio nella seconda metà del X secolo all’interno di Volterra, infatti
l’egemonia della Chiesa viene insidiata dalla comparsa di alcuni poteri
laici, che iniziano a ricoprire cariche cittadine e a mostrare interesse
verso un’espansione territoriale 74; fra questi, emergono nell’ultimo
trentennio del secolo, i membri della futura famiglia gherardesca. La
casata si costituisce intorno alla figura di Rodolfo, attestato per la
prima volta nel 967 come titolare della prima carica pubblica riconosciuta a Volterra 75; da questo momento fino alla metà dell’XI secolo, tutti i membri della famiglia ricopriranno l’ufficio comitale
senza soluzione di continuità 76.
Tale meccanismo non rappresenta un caso isolato; il confronto con
altre realtà religiose lo conferma, a partire dalla fine del IX secolo,
come tendenza diffusa a livello nazionale. Nel corso del IX secolo,
molti dei mansi allivellati erano abitati e lavorati dal livellario stesso,
quasi sempre diretto coltivatore del fondo; non compariva l’ereditarietà nella gestione della terra mentre era frequente il subentro di altri massari al momento del decesso o dell’abbandono da parte del
precedente; dunque nessun diritto acquisito sulla terra ma anzi una
forma insediativa molto discontinua. A partire dalla fine del IX secolo, tendono invece a distinguersi in modo netto le due figure del
concessionario del livello e del lavoratore; la distinzione assume una
tale valenza sociale da non permettere al massaro di elevarsi mai al
ruolo di livellario, neppure in seguito alla perpetuazione dell’incarico
per due generazioni. Aumenta progressivamente il numero di unità
concesse al singolo livellario all’interno di un unico atto (anche sei,
sette, otto nuclei) e in modo parallelo, diminuiscono i tempi che intercorrono fra una concessione e l’altra; scompaiono le clausole riguardo agli obblighi dovuti al dominus 71.
Viene a determinarsi una concentrazione fondiaria su alcuni elementi
della società; essi, diventano quasi una sorta di ‘fedeli’ del signore, direttamente attivi sul territorio, in grado di assicurare, a fronte di accordi formali, la gestione materiale delle proprietà ma, soprattutto, di
veicolare il radicamento della sua autorità nella campagna.
Le linee fondamentali dell’amministrazione fondiaria attuata dalla
Chiesa volterrana aderiscono a queste dinamiche; trascendono infatti
la logica di produttività legata alla gestione di aziende rurali, in favore di finalità di carattere più prettamente politico. D’altra parte,
l’incapacità di sfruttare in modo economicamente efficace il vasto e
disseminato patrimonio, determina una propensione verso rendite a
carattere monetario a scapito del ritorno in surplus di derrate agricole; un tipo di economia di questo tipo avrebbe richiesto una rete
di aziende attive e perfettamente organizzate, operanti sul territorio
secondo modalità evidentemente lontane dagli obiettivi vescovili 72.
Viene attuata una rigida impostazione centralista che prevede forme
di controllo, esercitate attraverso l’istituzione di rapporti vincolanti
con la popolazione contadina; tale impostazione tende a farsi ancora
più marcata a partire dalla metà del X secolo 73. I contratti, stipulati a
compare l’obbligo di recarsi da parte del livellario una volta l’anno al tribunale vescovile “ad iustitiam faciendum” mentre in due casi vengono compresi anche “sorte et res
absente” senza però l’obbligo di miglioramento o messa a coltura da parte del livellario. Già in questa fase appare una scarsa attenzione verso gli aspetti economici dell’amministrazione; nel 966 però si assiste a una sorta di cesura segnata dal privilegio
pronunciato da Ottone I in favore del vescovo Pietro, che denuncia “occupatione libellorum quam etiam diversis superfliusque violentiis in rebus seu familiis”: evidentemente in riferimento alle violenze e ai soprusi che le famiglie signorili dovevano esercitare in questo momento sulle proprietà vescovili (le stesse che, ricordiamo, avevano
motivato la falsificazione del diploma di Carlo III). Un provvedimento simile trova di
fatto un mutamento di formulazione negli atti stipulati fra il 966 e il 1015; si sottolinea esplicitamente il cambio del beneficiario della terra e l’introduzione dell’ereditarietà del livello. Dei contratti registrati in questa fase tre sono stipulati con coltivatori,
sei con personale non specializzato, cinque con membri del clero e loro discendenti.
Per una descrizione più ampia si veda ROSSETTI, 1973, pp. 270-296.
74 Un falso documento redatto dalla cancelleria vescovile e attribuito a Carlo III esplicita appunto la volontà di contrapporsi alla minaccia rappresentata dalle grandi famiglie nei confronti dell’immenso patrimonio religioso; non a caso, vengono apposte clausole come “inquisitio de rebus ac familiis per idoneos liberos homines” e la
concessione di quattro “advocati ad exequendam efficatius sibi competentem iustitiam”, con la volontà chiara di ricondurre a una condizione di subordinazione i crescenti poteri privati, tentando di ristabilire la gerarchia vigente nel corso del IX secolo.
Viene inoltre concessa al presule, la facoltà di impadronirsi dei beni appartenenti ai
discendenti di un certo Pietro (che si erano rifiutati di fare giustizia alla Chiesa e si
erano posti da tre anni al bando dell’impero) e dei beni di coloro che per identiche
ragioni rimanevano per un anno al bando dell’impero con facoltà “in futuro hereditario iure habendos et possidendos”. Oltre alle interpolazioni citate nel testo viene inserita anche quella della pretesa donazione al vescovo volterrano del monastero di San
Pietro a Palazzolo di Monteverdi; posto al margine del territorio populoniese era
esteso con i suoi possedimenti nell’ambito del territorio di Volterra e di conseguenza
costituiva una meta ambita da parte del vescovo: si esprime chiaramente l’obiettivo
di controllare le zone di confine. ROSSETTI, 1973, pp. 243-244.
75 Per una trattazione completa e dettagliata delle vicende della casata dalla costituzione
alla decadenza si rimanda a CECCARELLI LEMUT, 1981, pp. 165-190; informazioni più
sintetiche in merito sono in ROSSETTI, 1973, pp. 311-320. Riguardo all’origine della famiglia, esiste l’ipotesi di una presunta discendenza longobarda, che vuole capostipite
della famiglia quel Walfredo, del fu Ratcauso, cittadino pisano, che nel luglio 754 fondò
il monastero di San Pietro a Palazzolo presso Monteverdi (proposta in LITTA, 1819, tavv.
I-II). La teoria viene confutata in CECCARELLI LEMUT, 1981, p. 167. Schneider sostiene
invece, altrettanto erroneamente, la comune discendenza dei conti di Volterra e di quelli
di Pisa da Ghisolfo, padre di Rodolfo, primo conte noto a Pisa nel 949 (in SCHNEIDER,
1975, pp. 249-252). Entrambe le teorie vengono confutate da Maria Luisa Ceccarelli
Lemut in CECCARELLI LEMUT, 1981, p. 167 e CECCARELLI LEMUT, 1993, pp. 52-53.
76 Il progressivo inasprimento dei rapporti con il vescovo, che temeva la radicalizzazione di un organismo capace di rappresentare una valida alternativa alla sua egemonia, provoca la sospensione della carica. L’allontanamento da Volterra segna la perdita di un forte elemento di coesione della famiglia che si divide in quattro rami; successiva e graduale la distinzione di diverse sfere di influenza, risultate da una
Le implicazioni sociali dell’utilizzo delle diverse forme di controllo e gestione della
terra sono esaurientemente espresse in CAMMAROSANO, 2001, pp. 113-183.
71 L’analisi viene compiuta attraverso la lettura trasversale della documentazione relativa a numerosi monasteri e chiese italiane. Fra i casi più noti, ricordiamo la Chiesa
di Lucca e i monasteri di San Salvatore al Monte Amiata, Santa Maria di Farfa,
San Vincenzo al Volturno e Santa Giulia di Brescia. Emerge il processo di costituzione di un ceto, nel quale Cammarosano individua un’élite ecclesiastico-aristocratico, in cui è possibile riconoscere alcuni dei primi esponenti delle dinastie nobili di
età romanica. CAMMAROSANO, 2001, pp. 162-165.
72 L’atipicità della gestione vescovile risulta chiaramente dal confronto la curtis de Yto,
attestata alla fine del IX secolo fra le proprietà della Chiesa lucchese e localizzata genericamente nello spazio compreso fra Fosini e Sorciano in territorio di Radicondoli. I
livelli che la riguardano offrono l’immagine concreta di una struttura economica basata sulla produzione agricola; sono molto dettagliati sia riguardo alla descrizione della
terra sia relativamente agli oneri spettanti al livellario, che doveva pagare il debito al dominus secondo una percentuale sui prodotti. Aveva alle sue dipendenze otto manentes
e comprendeva un terreno dove si potevano seminare 40 moggia di cereali e una vigna
dalle quale di potevano ricavare otto carrate di vino. CUCINI, 1990, pp. 255-257.
73 Si colgono sensibili variazioni fra la documentazione della prima metà del X secolo
(in una situazione di solida egemonia vescovile) e quella della seconda metà X-inizi XI
secolo. L’analisi effettuata dalla Rossetti valuta 41 contratti di livello (contenuti per lo
più in RV), redatti in un arco cronologico compreso fra il 904 e il 1015 e stipulati dalla
cattedrale di Santa Maria e dalla canonica di Sant’Ottaviano (entrambe rappresentano
organi del potere vescovile). I contratti della prima fase (anni 904-966) sono generalmente rivolti a coltivatori diretti, che acquisiscono per lo più un podere. In un solo caso
70
152
Chiusdino, dal poggio della Badia e dall’intera estensione della Costa Castagnoli; trattengono (o impongono) una forma di controllo
dell’estremità nord in prossimità del confine della Diocesi senese, attraverso il futuro castello di Frosini.
La mancanza di documenti anteriori al Mille impedisce di antedatare la presenza gherardesca in questa zona rispetto al 1004 e di tentare di cogliere eventuali manifestazioni insediative legate alla famiglia, precedenti all’impianto dei centri fortificati. Questo limite
non inficia quanto appena detto. È infatti chiara una scelta cosciente dei nobili di insediare in forma massiccia la parte sudoccidentale; al momento però, non è dato sapere in quale misura tale
iniziativa si sia rivolta a potenziare strutture già esistenti o a crearne
ex novo.
Al termine del X secolo appaiono definiti gli organismi di potere che
caratterizzeranno con le loro azioni le vicende chiusdinesi; due signorie distinte, che diverranno interpreti della fase di creazione e sviluppo della realtà insediativa negli anni centrali del Medioevo.
Ne rimarrà esclusa una piccola parte dello spazio comunale, che seguirà processi evolutivi diversi e non assimilabili al resto del territorio. L’andamento dei confini diocesani trattiene la porzione nord-est
del comprensorio (zona di Pentolina, Spannocchia, Tamignano) entro i confini della Chiesa senese; l’area, fisicamente contigua alle pertinenze cittadine sulla campagna, si contestualizza in vicende storicoeconomiche distinte da quelle occorse al chiusdinese.
Questo impedisce di comprendere questo spazio nelle nostre elaborazioni di sintesi, rimandandone la trattazione a uno studio complessivo degli spazi rurali sottoposti all’autorità di Siena.
La loro presenza sul territorio volterrano è nota a partire dal terzo
quarto del X secolo 77, attraverso alcuni documenti che ne attestano
la proprietà di fondi nell’area dell’alta Val d’Era 78 e nella zona delle
attuale comune di Radicondoli (in prossimità del confine chiusdinese); nel corso della successiva generazione, si compie un’ulteriore
tappa nell’espansione in questi spazi e verso la Val d’Era lucchese
79. Non sappiamo collocare il momento dell’ingresso nell’alta Val
di Merse; il terminus post quem è rappresentato da una donazione
compiuta nel 996 che attesta alcuni possedimenti, dislocati nella
parte settentrionale del comune di Chiusdino, negli stessi spazi in
cui vigeva il solido controllo volterrano 80. Si tratta di sette unità
agricole, costituita da singole abitazioni con annessi, gestite da dipendenti specializzati 81.
La data della donazione è significativa di un momento importante
del processo di consolidamento dell’autorità della casata; sotto la
guida di Gherardo (assunto alla carica di conte proprio nel 996) e di
sua moglie Willa sembra prendere corpo una strategia patrimoniale,
tesa a concentrare in Val di Merse uno dei punti nevralgici della politica familiare.
La cessione delle proprietà limitrofe alla curtis di San Magno e, a
seguire, la cessione della loro curtis di Macarro 82, sembrano esprimere la volontà di razionalizzare il patrimonio e rendersi autonomi
dall’elemento vescovile, definendo sfere di influenza distinte. Vengono così cedute al presule proprietà che, costrette e frazionate all’interno di un solido blocco di possedimenti ecclesiastici, non
avrebbero consentito l’allargamento e il radicamento del loro potere territoriale; da questo momento in poi, la parte nordoccidentale del comprensorio diventerà il centro pulsante degli interessi
volterrani.
I conti invece si concentrano nella porzione meridionale dell’attuale
comune, a brevissima distanza dai primi rilievi delle Colline Metallifere, in un’area delimitata dal versante meridionale del poggio di
5. MEDIOEVO
XI-XII secolo
Il lasso cronologico definito da questi due secoli è contraddistinto
dall’azione dei poteri contrapposti dei conti Gherardeschi e del vescovo volterrano. L’impianto insediativo e le caratteristiche del popolamento si legano in modo così stretto alla loro stessa presenza e
alle vicende connesse all’affermazione del loro potere, da rendere necessario l’inquadramento storico del territorio prima di affrontare gli
aspetti più prettamente archeologici.
spartizione patrimoniale per grandi lotti con l’obiettivo di ovviare a conflitti interni
per questioni legate alle quote ereditarie. Il titolo, prima affidato a un solo membro,
viene progressivamente esteso a tutti i componenti: si concretizza di fatto la dissoluzione del comitatus. Per i rapporti intercorsi fra la famiglia e il vescovo si veda VOLPE,
1964, pp. 143-151; per le vicende della famiglia rimandiamo comunque alla bibliografia specialistica citata nelle note precedenti.
77 La prima notizia dell’intervento patrimoniale nell’alta Val di Merse risale al 976
quando Rodolfo compra beni compresi nel piviere di Surciano per la cifra di venti
soldi d’argento (RV, n. 58, p. 19) ; a questi devono essere seguiti altri acquisti dal momento che, a distanza di venti anni, il patrimonio risulta ampliato del possesso di alcune proprietà che vengono donate da Willa (moglie di Gherardo) alla canonica vescovile nel 996 (RV, n. 85, p. 31).
78 La prima notizia di interventi in Val d’Era risale al 972 quando viene citato un terreno a Villamagna nell’alta Val d’Era, confinante con proprietà di Rodolfo e del fratello
Tedice. Il documento è trascritto in RV, n. 50, p. 17. Relativamente ai loro interessi in
questa zona si veda CECCARELLI LEMUT, 1991, pp. 52-56.
79 CECCARELLI LEMUT, 1991, pp. 53-55.
80 In questa sede, vogliamo apporre un’errata corrige al contributo presentato da chi
scrive in “Archeologia Medievale”, 1999, riguardo alla presenza della famiglia già nel
corso della prima metà del X secolo.
81 La formula del documento mostra un’identità fra il contadino lavoratore e il livellario; ciò può essere indizio di un diverso sistema di gestione della terra operato dai
signori rispetto a quello attuato dal vescovo. L’unicità del documento impedisce però
di individuare paralleli, o difformità, rispetto ai contratti vescovili, di uscire dal campo
della pura ipotesi.
82 La località di Macarro è citata nella donazione del 996 come sede di una delle case
et res massaricie (il toponimo è menzionato due volte ma una lacuna nella carta impedisce la lettura della seconda citazione). Un diploma di Enrico II del 1014 informa
della presenza di una curtis posta in Macarro, di proprietà dei conti, acquistata dal vescovo di Volterra e poi donata alla canonica di Sant’Ottaviano di Volterra. CECCARELLI LEMUT, 1991, pp. 55-56.
XI secolo: l’affermazione gherardesca – Nel 1004, Gherardo II e
Willa dei Gherardeschi fondano, all’interno del castello di Serena,
l’abbazia benedettina di Santa Maria e la dotano di tutto il loro patrimonio, consistente in 18 castelli e nove chiese, dislocate tra la Toscana occidentale e meridionale 83: nell’elenco compaiono anche le
83 Non possediamo il documento stilato all’atto della fondazione ci rimane però quello
relativo alla dotazione al monastero da parte dei coniugi. Dell’atto possediamo copie
autentiche, redatte nel XII e XIV secolo: una delle copie di metà del XII secolo è conservata nell’Archivio Arcivescovile di Pisa (edito in MURATORI, 1740, coll. 1067-1068)
mentre un’altra si trova invece nell’Archivio Municipale di Volterra; una copia, più
tarda datata al 1306 è contenuta invece nel Diplomatico di Vallombrosa, nell’Archivo
di Stato di Firenze (edito in MURATORI, 1741, coll. 745-746). Per una lettura critica
del testo e per un inquadramento della fondazione e delle principali vicende della casata, rimandiamo al contributo presentato da Maria Luisa Ceccarelli Lemut al Convegno I ceti dirigenti in Toscana nell’età precomunale il 2 dicembre 1978 (CECCARELLI LEMUT, 1981). L’elenco delle località inserite nella donazione mostra l’estensione territoriale del patrimonio gherardesco. Vi compaiono i castelli di Scopeto, Vicinatico,
Cumulo e le chiese di Santa Maria di Bosseto, Santa Margherita di Tavernule, Santa
Maria di Solaia, Santa Lucia di Perignano in Diocesi di Lucca, i castelli di Scopeto, Vicinatico, Cumulo e le chiese di Santa Maria di Bosseto, Santa Margherita di Tavernule,
Santa Maria di Solaia, Santa Lucia di Perignano. Sulla costa a sud del fiume Cecina in
153
pegno di intervenire in qualità di tutori di una buona amministrazione e di garanti da eventuali violenze o soprusi; nel caso del monastero di Santa Maria, i conti non compiono invece una cessione definitiva ma mantengono una posizione paritaria con l’abate riguardo ai
possessi donati, indicando una precisa volontà di conservare un ruolo
attivo nella conduzione dei loro interessi patrimoniali 87.
Se il primo esempio non è comunque svincolato da intenti di tipo
politico, il nostro è invece nettamente connotato da motivazioni
di tipo strategico; i coniugi, privi di eredi diretti, intendevano salvaguardare l’integrità dei propri beni, affidandoli alla tutela formale di un ente ecclesiastico, tenuto però soggetto a controllo 88.
A un livello più ampio, la fondazione corrispondeva anche a esigenze di legittimazione della casata e della sua autorità. Schieratisi
in favore di Enrico II contro Arduino di Sassonia nella lotta per il
trono italiano 89, Gherardo e Willa proclamano regia la neo-fondata abbazia (la data di fondazione coincide per l’appunto con la
loro proprietà in Val di Merse, “castellum de Serena cum curte et
pertinentia cum ecclesiis, ecclesia sancte Marie de Padule medietatem cum curte, castello de Mirandolo cum ecclesia sancti Iohannis
evangeliste cum curte, castello de Sovioli cum ecclesia sancti Laurentii cum curte, castello de Frosini sexta parte cum ecclesia sancti
Michaelis archangeli cum curte” 84.
L’iniziativa sancisce la definitiva affermazione della casata nel chiusdinese e assegna (o conferma) un ruolo nodale di quest’area nella
loro politica territoriale; si inserisce infatti nella strategia attuata, negli anni a cavallo fra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo, da alcune
delle più potenti famiglie nobiliari toscane di farsi promotori di fondazioni monastiche, animati più da obiettivi politici e patrimoniali
che da reale spirito religioso 85. Le motivazioni alla base della costituzione di questi monasteri si legano essenzialmente alla necessità di
cautelare e proteggere l’integrità patrimoniale rispetto alla possibile
dispersione a causa delle spartizioni per quote ereditarie; nel contempo, stabilire un vincolo che garantisca la compattezza della casata
al di là dei rapporti instauratisi nel corso di ogni singola generazione.
Tali istituzioni (tramite la donazione pressoché totale delle proprietà
familiari) diventavano di fatto centri organizzativi di beni fiscali e allodiali e, dunque, referenti di larghi strati della società locale, con un
valore non troppo diverso da quello rappresentato dal castello 86; in
questo ruolo, risultavano perciò efficaci nel favorire il radicamento
signorile delle famiglie fondatrici e, soprattutto, nel rendere dinastici
poteri di origini pubblica (appunto il caso dei Gherardeschi).
L’abbazia di Serena assume così il ruolo di status symbol della casata;
molto più lontana da reali esigenze di spiritualità rispetto all’altra loro
fondazione di San Giustiniano di Falesia (istituita nei pressi di Piombino nel 1022), chiarisce, nella formulazione stessa dell’atto, finalità
più complesse. Nel secondo caso, i beni dotali (nettamente inferiori
e limitati al solo territorio di pertinenza del monastero) vengono dati
in gestione autonoma all’abate mentre ai signori è lasciato solo l’im-
87 ROSSETTI, 1973, pp. 314-317; ma soprattutto il lavoro monografico sul monastero,
CECCARELLI LEMUT, 1972.
88 Tale situazione nel tempo deve aver generato conflitti, provocati da tentativi di prevaricazione parte dei signori; ne sono prova il placito presieduto dalla contessa Matilde nel 1100 e il privilegio di Enrico V del 1111. Nel primo, la contessa Matilde si
pronuncia in favore dell’abate Ugo che, assistito dal suo avvocato Vuiscardo, reclama
il possesso di metà del castello e territorio di Cumulo contro due membri della famiglia, Ugo e Gherardo figli di Tedice V (testo trascritto in MANARESI, 1955-1960,
III/2, n. 483, pp. 443-444). Nel secondo, il re conferma la donazione dei coniugi
Gherardo e Willa e afferma che l’abbazia era stata sottoposta alla protezione imperiale
perché fosse libera “ab omnibus tirannicis potestatibus et a suis parentibus, ne post
suum decessum potuissent invadere vel diripere”; di fatto, viene istituita una tutela legale dei diritti dei monaci in modo che siano liberi dalle pesanti intromissioni signorili. CECCARELLI LEMUT, 1993, p. 61.
89 Sulle vicende della Toscana nel periodo del conflitto per la corona a re d’Italia si rimanda a DAVIDSOHN, 1956, pp. 187-188, 191. Sull’atteggiamento assunto in tale circostanza dalla città di Volterra e dalle famiglie Aldobrandeschi e Gherardeschi si veda
ROSSETTI, 1973, pp. 31-313. La lotta aveva creato un forte imbarazzo nelle maggiori
autorità civili ed ecclesiastiche di Tuscia, in quanto l’opzione per un partito avrebbe determinato in ogni modo conseguenze importanti. In un clima mobile di potenze in formazione, sostenere il partito vincente avrebbe offerto ottime possibilità di aumentare repentinamente le proprie fortune mentre, nel caso opposto, procurarsi un punto debole
per gli attacchi degli antagonisti. Per esempio, dopo la vittoria del partito enriciano si
conclude un’annosa questione sorta fra il vescovo di Volterra e il conte Ildebrandino degli Aldobrandeschi in merito ad alcune proprietà in Val d’Elsa; nel 1007 il conte, forte
proprio della sua condizione di partigiano di Enrico, costringe l’avversario ad accettare
condizioni molto sfavorevoli, quasi a livello di vere usurpazioni. L’episodio citato riguarda una lunga contesa fra gli Aldobrandeschi e il vescovo volterrano in merito ai beni
della pieve a Elsa e la chiesa di Santa Maria di Spugna, invasi dal conte Ildebrando. Il
10 ottobre 1007 Willa, figlia del principe di Benevento e vedova del conte Rodolfo II
degli Aldobrandeschi cede al vescovo di Volterra terre e case poste a Stignano presso
l’Arno, con la metà della chiesa lì costruita; in cambio ottiene la corte, la chiesa e le pertinenze di Santa Maria “in loco qui dicitur Spugnia que est ex fluvio Elsa” (dove la famiglia fonda nello stesso anno l’abbazia omonima). Il vescovo dunque si trova di fatto
a cedere dei beni che gli erano stati tolti con la violenza; tale atteggiamento si spiega proprio con la presunzione di una sorta di immunità derivata dall’amicizia di Ildebrandino
con il sovrano. La vicenda è ricordata in ROSSETTI, 1973, p. 310-311.
90 Singolare è il privilegio pronunciato da Enrico II in favore di Serena; mostra elementi distintivi rispetto a quello rivolto ad altre abbazie. La forma generalmente applicata, come ad esempio nei casi di Settimo e Isola, è quella del munderbundio (termine coniato in ambito germanico durante l’alto Medioevo); indicava l’atto con il
quale un uomo libero prendeva sotto la sua protezione un individuo di condizione
servile in cambio di un totale assoggettamento: per le abbazie significava uno spostamento dei loro diritti a favore dell’Impero. Nel nostro caso invece si tratta di una vera
e propria donazione fatta da parte dei fondatori all’imperatore, questo dimostra chiaramente la volontà dei conti di rimanere unici referenti per la comunità monastica di
Serena, non alienando la propria posizione di titolari in favore dell’imperatore; questi aspetti servono a chiarire in un certo senso la volontà dei signori. L’assenza di documentazione impedisce però di definire i caratteri peculiari dell’esercizio di tale signoria sul territorio. KURZE, 1989, pp. 54-55.
Diocesi di Volterra, le chiese di Santa Maria di Pulveraia con 13 mansi della corte di
Casale e di San Biagio di Islarto, metà della chiesa di Noctule e metà di Linaglia. In
Diocesi di Populonia metà del castello di Campiglia Marittima, un quarto di quello di
Acquaviva, metà della rocca di Biserno con la chiesa di Sant’Angelo, la loro parte di
Rio di Gualdo, metà del castello di Monte Calvo (Rocca San Silvestro). Nella zona di
Bolsena metà dei castelli di Mitiano, Megrano, Varianello, Piansano e Bisenzio con la
chiesa di San Michele. Le località sono state individuate per la maggior parte, si veda
in proposito note nn. 4-9 in CECCARELLI LEMUT, 1993, pp. 47-48.
84 L’elenco delle località inserite nella donazione informa circa l’estensione del patrimonio fondiario dei conti. Vi compaiono castelli e chiese inserite nelle Diocesi di
Lucca, di Volterra e di Populonia e altri compresi nella zona di Bolsena. I beni vengono ceduti per intero o per quote parziali; ciò costituisce la prova di una prima divisione avvenuta fra Gherardo e i figli del fratello Tedice. La spartizione, effettuata
per lo più per grandi lotti, permette di individuare già le aree dove si concentreranno
i rami della casata: il volterrano (alta Val di Merse, costa maremmana fra fiume Cecina e Bibbona), il lucchese (fra la Val d’Era e la Val d’Egola); nel populoniese, negli
spazi circostanti Campiglia Marittima; nei territori di Castro e Tuscania a ovest del
lago di Bolsena. CECCARELLI LEMUT, 1981, pp. 47-51.
85 La tradizione di queste fondazioni si forma in seguito all’azione di Ugo di Toscana
che, accogliendo gli echi di rinnovata spiritualità che pervadeva l’Italia, rifonda la badia di Marturi alla fine del X secolo. Da questo momento, una successione ravvicinata
di iniziative; ancora Ugo di Toscana, insieme alla madre Willa, intraprende la ricostruzione dell’abbazia di San Porziano a Lucca (nel 938), la Badia fiorentina (nel 978)
e altre iniziative nella città di Pisa e Arezzo. Sull’esempio di Ugo si consolida la vera tradizione dei grandi monasteri familiari che vede impegnate alcune delle casate più potenti; i Cadolingi fondano Settimo e Fucecchio tra gli anni 998-1001 e nella stessa data
i signori di Staggia danno l’avvio alla costruzione di San Salvatore all’Isola in Val d’Elsa;
ancora nel 1003 i Berardenghi presiedono alla rifondazione dell’abbazia omonima e
infine nel 1007 gli Ardengheschi decidono l’impianto della Badia di Spugna nei pressi
di Colle. Circa i monasteri familiari è fondamentale la consultazione di KURZE, 1989.
Per il caso chiantigiano si veda CASANOVA, 1914; CAMMAROSANO, 1970; per Settimo
e Fucecchio KURZE, 1989, pp. 55, 58, 303, 314.
86 CECCARELLI LEMUT, 1993, pp. 57-58. Si veda anche SERGI, 1986, pp. 75-98.
154
dati tratti da
“Atlante storico
dei siti fortificati
della Toscana”
(FrancovichGinatempo, 2000)
dati tratti da
“Atlante storico
dei siti fortificati
della Toscana”
(FrancovichGinatempo, 2000)
Figura 53. Geografia del potere nel X secolo in ambito toscano sudoccidentale
(Aldobrandeschi, Gherardeschi, vescovo di Volterra)
Figura 54. Geografia del potere nell’XI secolo in ambito toscano sudoccidentale
(Aldobrandeschi, Gherardesachi, vescovo di Volterra)
discesa del sovrano) 90 e assurgono così al ruolo di sudditi imperiali;
cioè in una condizione paritaria rispetto ad altre potenti dinastie,
come ad esempio, gli Aldobrandeschi (in questa circostanza loro
alleati), già saldamente insediati in ambito cittadino (a Lucca, Pisa
e, in misura minore, a Volterra) e anche attivi su larghe zone della
Toscana meridionale 91.
Assodata l’importanza di tale fondazione, è da chiedersi perché
proprio in Val di Merse e cosa ha spinto i conti a sceglierla come
fulcro della loro affermazione come casata. La risposta, a nostro
parere, si collega direttamente alle peculiarità strategiche ed economiche della zona.
Il chiusdinese rappresenta una sorta di interfaccia rispetto a realtà
diverse per quanto riguarda gestione del potere e potenzialità di risorse. È sul confine fra due Diocesi (Siena e Volterra) 92, è al centro di poteri forti (il Vescovato volterrano, gli Aldobrandeschi, il
Vescovato senese), è collocata lungo direttrici viarie principali sia
rispetto al mare che rispetto alle aree minerarie (strada Massetana
e Maremmana), è posta a distanza brevissima dai giacimenti delle
Colline Metallifere (argentiere a Montieri, depositi minerari di vario genere a Boccheggiano, Gerfalco, Massa Marittima) ed è, in
parte, essa stessa interessata da fenomeni mineralogici.
La figure 53 e 54 materializzano graficamente la geografia del potere nel periodo a cavallo dell’XI secolo.
dati tratti da
“Atlante storico
dei siti fortificati
della Toscana”
(FrancovichGinatempo, 2000)
Per un inquadramento della famiglia si veda ROSSETTI, 1973, pp. 296-312. Si veda
poi anche CIACCI, 1935; nel volume sono trascritti per intero molti degli atti stipulati da membri della famiglia nel corso dei secoli XI, XII, XIII, XIV.
92 Per una rappresentazione grafica delle confinazioni fra le diverse Diocesi si rimanda
alla carta allegata a GIUSTI-GUIDI, 1932-1942.
93 Le notizie in merito alla viabilità nell’alta Val di Merse sono estremamente vaghe e
91
Figura 55. Geografia del potere nel XII secolo in ambito toscano sudoccidentale (Aldobrandeschi, Gherardesachi, vescovo di Volterra)
155
La disposizione delle sedi signorili segue pienamente tutti questi
aspetti ed esprime in modo chiaro gli obiettivi della politica comitale.
Tre dei loro quattro castelli (Serena, Miranduolo e Soveioli) sono posti a cavallo del confine con il comune di Montieri, in un ambito naturale rappresentato da una sorta di ‘anticipazione geografica’ delle
Colline Metallifere; con tutta probabilità, il conte esercitava un controllo diretto sulla zona attraverso il castello di Serena, verosimilmente
residenza privilegiata (non a caso viene scelta proprio questa struttura
per ospitare l’abbazia benedettina). Geograficamente disposti a breve
distanza fra loro, i castelli costituivano un’efficace barriera, che andava a incombere minacciosamente sulle proprietà vescovili nel montierino; più tardi, forse attraverso l’istituzione monastica, verrà fondato Chiusdino, rafforzando così la linea di demarcazione dello spazio privilegiato del potere gherardesco.
Da questo nucleo compatto si distacca il castello di Frosini, posto
nella porzione settentrionale del comune, a pochi chilometri dall’insediamento fortificato di Montarrenti; come una sorta di avamposto, marca l’inizio dello spazio di pertinenza signorile a contatto con
il confine della Diocesi di Siena.
Altrettanto chiara è la distribuzione lungo la viabilità principale sia
verso il mare che verso l’area mineraria (si veda la fig. 76). Frosini
si colloca all’incrocio fra un diverticolo della Via Francigena proveniente dalla Val d’Elsa e il tracciato Pieve a Molli-valle di Rosia e
controlla la direttrice maremmana; Serena e, in modo meno diretto
Miranduolo, dominano la Massetana 93.
L’applicazione dei poligoni di Thiessen disegna le corti castrensi e
chiarisce l’organicità della distribuzione spaziale delle fortificazioni.
I centri gherardeschi si inseriscono all’interno di aree di influenza
del Vescovato volterrano a ovest (territorio di Radicondoli con la
pieve di Sorciano e aree circostanti il castello di San Magno) e a sud
(Montieri), a nord-ovest della famiglia Aldobrandeschi (castello di
Elci e di Tremoli) 94.
Il modello è però falsato sul lato orientale per l’assenza di informazioni circa l’esistenza di centri di potere nel Monticianese in
questa fase; sulla base dei dati documentari riguardo alle pertinenze
del Miranduolo, possiamo sostenere con certezza una dimensione
media delle corti di circa 21 kmq.
Emerge in modo chiaro la funzione strategica delle fondazioni
gherardesche. Frosini si colloca in posizione coerente con i limiti
dello spazio sottoposto al castello di Montarrenti e con l’inizio
della Diocesi senese; in un momento successivo, lungo il confine
orientale del territorio castellano, si colloca la pieve di Pentolina
(attestata a partire dal 1189) a marcare proprio tale linea di confine. Le corti di Serena e Miranduolo insistono direttamente
lungo il limite di quella di Montieri.
Le fonti collocano in questa zona un’altra fondazione signorile,
quella di Sovioli, di cui si è persa la memoria toponomastica, a eccezione dell’assonanza con il torrente Mersino Sovioli (nell’attuale comune di Montieri). La contiguità fisica fra le aree non lascia molto
spazio per localizzare un ulteriore centro; una posizione plausibile
potrebbe corrispondere proprio al tratto di demarcazione, rispetto al
quale entrambi i castelli gherardeschi hanno una distanza variabile
fra i 3-3,5 km: si definirebbe in questo modo un ‘gruppo’ organico
di fortificazioni familiari, con sfere di influenza intersecate, e in parte
Figura 56. Poligoni di Thiessen sulla maglia dei castelli di XI secolo
sovrapposte, evidenziando un progetto comune. In corrispondenza
della zona indicata dall’analisi spaziale (in grigio nella fig. 56), il repertorio di Cammarosano e Passeri riporta la notizia di emergenze
murarie 95. Si tratta di un’ipotesi, senza elementi di conferma. Le evidenze inoltre sono distanti dal torrente indicato come probabile riferimento per l’ubicazione del castello e quindi le due indicazioni
non convergono. Anche sostenere la presenza di una struttura castrense in prossimità del Mersino Sovioli pone però problemi circa
il rapporto con la corte di Montieri, sulla quale verrebbe a premere
in modo consistente.
Dovunque si collochi il castello di Sovioli, il dato certo è la massiccia presenza dei conti in questa zona e la compattezza del loro intervento, articolata su tre nuclei compresi in uno spazio variabile intorno ai 2-3 km. Il blocco di fortificazioni signorili testimonia infatti
una scelta ben precisa rivolta a costruire basi solide per una signoria
territoriale con caratteri di egemonia; alcuni indizi storico-archeologici insinuano l’idea che effettivamente abbiano potuto agire indisturbati per almeno tutto l’XI secolo.
In primo luogo, la stessa connotazione materiale dei castelli: la scelta
di luoghi non difficilmente accessibili, ad esempio, mostra un carattere più spiccato di residenza signorile fortificata. Il numero stesso
dei castelli indica come di fatto i conti siano gli unici protagonisti
della storia chiusdinese in quest’epoca; il vescovo, pur presente, sembra avere un ruolo ancora marginale negli spazi in questione: o meglio, vi esercita ancora un controllo di tipo fondiario 96, relegato agli
spazi contigui a quelli di sua pertinenza diretta. Il chiusdinese dunque si presenta come uno spazio politicamente omogeneo, sottopo-
non sempre sicure. Le informazioni qui presentate sono state desunte da BORRACELLI,
1989; i tracciati esposti sono per lo più coerenti con i percorso ottocenteschi riportati
nel Catasto Leopoldino.
94 CUCINI, 1990.
95 CAMMAROSANO-PASSERI, 1978.
96
156
VIOLANTE, 1996.
sto all’autorità di un’unica casata, priva di efficaci oppositori per circa
un secolo.
I conti in questo periodo poi detengono ampi poteri. Per quanto riguarda la cura delle anime, focalizzano tutte le istanze religiose e spirituali della comunità sull’abbazia di Serena; economicamente, controllano le risorse minerarie e coordinano le attività di produzione
agricola attraverso i diritti sulle strutture molitorie da grano (di cui
sono titolari i monaci) 97 e la proprietà di terre lavorative.
ambito cittadino e, nel contempo, intraprendere un’azione di ampliamento e consolidamento nella circoscrizione di pertinenza. Datano a questo periodo, diplomi imperiali in cui vengono assegnati
o confermati ai vescovi più di cento castelli (compresi per lo più
nelle valli del Cecina, Sterza, Merse, Cornia, Era ed Elsa) 101, con
il diritto di costruirne dove desideravano; in realtà, la strategia attuata tenderà in modo preferenziale ad acquisire strutture preesistenti piuttosto che crearne ex novo.
Il passaggio al XII secolo apre dunque un periodo di mutamenti nell’assetto insediativo della Diocesi volterrana, rivolto in particolar
modo a una sua riorganizzazione complessiva; inizia cioè a delinearsi
un piano organico di penetrazione del territorio più complesso rispetto invece all’occupazione puntuale di sedi strategiche, attuata nel
corso del secolo precedente 102.
Nella Val di Merse, l’attenzione del vescovo si collega strettamente
ai suoi interessi economici verso le Colline Metallifere e si rivolge
verso l’estensione della propria autorità sui centri circostanti: a partire dalla metà dell’XI secolo, prende il controllo del castello di Monticiano e rileva, o fonda, il castello di Luriano (non sono chiare le origini di Luriano; agli inizi del XIII secolo è inglobato comunque nel
patrimonio vescovile).
Nel chiusdinese, al di là delle proprietà acquisite nel X secolo, non
registriamo altri interventi patrimoniali; l’obiettivo sembra rivolto
essenzialmente a desautorare i conti e proteggere in tal modo il proprio dominio sul territorio di Montieri.
Le prime acquisizioni su questo castello risalgono alla fine del IX
secolo; è agli inizi del XII secolo, però, che si affermano i diritti ecclesiastici sul nucleo e sul libero sfruttamento delle argentiere 103.
Il valore indiscutibile di Montieri attira numerose famiglie signorili, fra le quali gli stessi Gherardeschi, che vi acquistano quote fondiarie; viene infatti coinvolto nel lodo di pace del 1133, in cui si
impone ai conti di non contenderne in alcun modo il possesso alla
Chiesa volterrana.
È evidente che la presenza comitale all’interno dello spazio fortificato unita a una signoria forte e solida sul territorio a esso limitrofo
deve aver costituito per il presule un problema reale per la difesa
del suo patrimonio.
Sfruttando il casus belli della vertenza sorta fra Arezzo e Siena agli
inizi del XII secolo 104, il vescovo (allineato con Arezzo e Firenze) e i
signori (schierati invece con Siena) aprono le ostilità, sfociando in
violenti scontri combattuti proprio nel chiusdinese; il castello di Se-
XII secolo: il declino del potere comitale e l’ascesa del Vescovato volterrano – Il XII secolo segna il processo di decadenza del potere signorile e l’abbandono della Val di Merse come centro strategico dell’affermazione della casata. L’unico strumento a nostra disposizione
per valutare gli avvenimenti della prima metà del secolo, corrisponde
al lodo di pace stilato nel 1133 fra il vescovo volterrano e i Gherardeschi, parte sconfitta nello scontro 98.
La mancanza di documenti anteriori a questa data impedisce di formulare certezze riguardo le motivazioni sottese al conflitto; possiamo
soltanto tentare di trovare punti di appoggio nelle vicende politiche
di quest’epoca per spiegare e ricostruire, almeno in parte, le dinamiche di potere, attivate nel chiusdinese nel corso dell’XI secolo e gli
inizi del XII.
I primi segni tangibili della tensione fra le due parti si colgono all’interno di Volterra stessa, quando, proprio in seguito alla rottura
definitiva dell’accordo con la Chiesa cittadina, i Gherardeschi abbandonano il titolo di conti della città 99. È probabile che a provocare la crisi abbia potuto concorrere la determinazione mostrata
dalla famiglia nel radicarsi stabilmente nell’ambito della Diocesi
volterrana. Risalgono a questo periodo, i primi tentativi del vescovo per contrastrare l’ascesa signorile; adotta cioè un sistema di
gestione della terra rivolto a costituire un substrato sociale, che favorisse l’aderimento del suo potere nella campagna (si veda il paragrafo precedente).
L’inizio del conflitto con la casata coincide con il periodo più alto
della capacità politica, militare ed economica del vescovo 100. L’allontanamento dalla città degli antagonisti, segna il punto iniziale
di una politica autonoma, finalizzata a creare un solido potere in
97 CORTESE, 1997, pp. 99-100. L’unica indicazione riguardo ai diritti dell’abbazia sulle
strutture molitorie rimanda alla formula citata nell’atto di donazione del 1004 “pantaneis, piscareis, puteis, fontibus et rivis, et aquis, molendinis”. È vero che la clausola,
standard, non deve essere interpretata come riferimento specifico all’esistenza di strutture produttive nella zona, è tuttavia un indizio confermato dalla prossimità dell’abbazia al corso del fiume Merse e da un documento datato al 1220, che registra una vendita di mulini di proprietà benedettina all’abbazia di San Galgano. Il contratto riguarda
la porzione di terra a cavallo del Merse comprendente i mulini “quondam Guaschi”.
È probabile che i mulini appartenessero in origine a un signore locale della famiglia dei
Guaschi, consorteria dominante a Roccatederighi dalla seconda metà del XII secolo;
nello stesso periodo alcuni documenti testimoniano contese fra i membri di detta famiglia e il vescovo di Volterra per i diritti giurisdizionali su Montecastelli, fra Pomarance e Radicondoli. Una delle strutture cedute può essere rintracciata nell’attuale Mulino delle Pile: nonostante se ne abbia notizia solamente a partire dalla metà del XVI
secolo, la vicinanza al monastero e l’architettura medievale dell’impianto convergono
verso tale interpretazione. Per la proposta di identificazione delle due strutture, si veda
CORTESE, 1997, pp. 251-252 e 315.
98 Riguardo al lodo di pace rimandiamo una volta per tutte a CECCARELLI LEMUT,
1993.
99 CECCARELLI LEMUT, 1982, pp. 7-9.
100 Già a partire dagli anni ’30 del XII secolo, infatti, l’egemonia progressiva sulla carica
vescovile da parte dei Pannocchieschi provocherà un crescente malcontento in larghi
strati della società cittadina (che finirà per togliere l’appoggio alla Chiesa), determinando
la decadenza del prestigio e del valore del Vescovato. VOLPE, 1964, pp. 153-156.
VOLPE, 1964, p. 155.
AUGENTI, 2000, pp. 122-130.
103 VOLPE, 1924.
104 A partire dal 1125 la ripresa della secolare vertenza fra le città di Siena e Arezzo
in merito dall’assegnazione di alcune pievi aretine annesse dai senesi, finì per coinvolgere (più o meno pesantemente) tutte le famiglie e le località comprese fra Volterra, Siena e Firenze. Il Comune senese infatti, pressato dalle spese di guerra e bisognoso di denaro aveva imposto una tassa straordinaria sui terreni agricoli coltivati;
a tale provvedimento si erano immediatamente ribellate alcune delle più emergenti
famiglie del contado (Berardenghi e conti Scialenghi) supportate dall’aiuto di chi
avrebbe beneficiato della crisi di Siena, quindi Arezzo, Firenze e appunto il vescovo
di Volterra. In questa circostanza il conte Ugo, figlio di Guido II si schiera a favore
della città con la volontà evidente di estendere la propria influenza in Val di Merse
(verosimilmente Montieri) ai danni del suo antagonista. La partecipazione di questo
ramo della famiglia doveva comunque già avvenire in modo distinto da quelli attivi
in altre circoscrizioni territoriali; in questo momento infatti i Gherardeschi di Pisa,
risultavano alleati fedeli del vescovo volterrano. In merito alla controversia si veda
DAVIDSOHN, 1956, pp. 594-606. Per la posizione dei Gherardeschi nella vicenda si
rimanda a CECCARELLI LEMUT, 1993, pp. 11-12. Sull’intervento della nobiltà del
contado, CAMMAROSANO, 1974, pp. 134-138.
101
102
157
rena viene raso al suolo mentre Miranduolo, scenario di una pesante
battaglia (con forti perdite di armi e cavalli subite dai conti), rimane
fortemente leso 105.
La pace prevede condizioni molto dure per gli sconfitti; viene loro
imposto il divieto di ricostruire il castello di Serena (“castrum Serene
non ulterior edificetur”, forse manifestazione più eclatante della
sconfitta della famiglia) mentre altri due loro castelli (Frosini e Chiusdino) entrano nel patrimonio dell’avversario; quest’ultimo, in cambio, si impegna a concedere in feudo ai conti l’intero castello di Frosini (riservandosi però il diritto di rifugiarvisi o di usarlo in caso di
guerra) e la metà del castello di Chiusdino (mantenendo comunque
i diritti sulla torre e sull’antemurale e, poi, la possibilità di costruire
ulteriori fortificazioni). L’unica concessione riguarda il castello di
Miranduolo, sul quale i discendenti di Ugo riescono a mantenere il
dominio assoluto.
Nella redazione dell’atto non viene fatto alcun accenno all’abbazia
di Serena, in realtà proprietaria legale di alcuni dei castelli in oggetto
(ciò conferma quanto detto in merito alle condizioni della donazione); da questo momento, i diritti formali del monastero sui beni
dotali verranno considerati solo se funzionali alle mosse del vescovo.
L’accanimento con cui si procede contro i castelli di Miranduolo e
Serena (ci riferiamo sia alla distruzione fisica delle strutture nel corso
della guerra sia alle dure condizioni della pace stessa) conferma il loro
ruolo nodale nella politica signorile. Al termine degli scontri, il
primo è probabilmente compromesso a tal punto da non rappresentare una potenziale base di ripresa per la loro autorità; stupisce altrimenti, che il vescovo abbia potuto lasciare completa autonomia proprio al castello più avanzato rispetto al territorio montierino e all’unico centro direttamente coinvolto nei processi produttivi di tipo
minerario. Il secondo rimane un cumulo di rovine a cui sopravvive
per altri due secoli l’abbazia, con una progressiva desautorazione sia
come ente religioso che come nodo di attrazione territoriale. Quest’ultima, già pochi anni dopo il termine della guerra, mostra grandi
difficoltà nella gestione del vasto e disperso patrimonio esterno agli
stretti confini di pertinenza; le frequenti cessioni comprese fra gli
anni ’50-’60 dello stesso secolo mostrano l’evidente necessità di restringere il raggio d’azione alla sola Val di Merse e bassa Val di Cecina. La comunità monastica, privata della protezione del castello ed
esposta a frequenti incursioni, è costretta in breve tempo a rifugiarsi
all’interno delle mura di Chiusdino con sede nella chiesa dei SS. Jacopo e Martino; nel 1196, a causa del grado di decadenza raggiunto,
viene inserita nell’ordine vallombrosano 106.
Il 1133 segna di fatto l’inizio del declino progressivo ma rapido della
casata nel chiusdinese; nonostante questo, saranno i conti stessi a determinare la crisi del potere vescovile, offrendo a Siena le proprie
terre come mezzo di penetrazione nella Val di Merse (permettendo
di anticiparvi l’ingresso rispetto alla fase di massiccia espansione ope-
rata del Comune del primo trentennio del XIII secolo): contribuiranno cioè al progetto della città di un avanzamento graduale fino a
conquistare il controllo sullo sfruttamento dei giacimenti argentiferi
ai danni della Chiesa 107.
Valendosi dell’autonomia concessagli dagli accordi di pace, nel
1178, Ugo dei Gherardeschi tenta un accordo con la città, concedendole la metà del castello di Miranduolo e ricevendola poi indietro a titolo di feudo (vi sono compresi anche i possedimenti minerari sul Monte Beccario, qui citati per la prima volta). Il vescovo ricorre immediatamente ai diritti patrimoniali dell’abbazia di Serena
per impedire l’attuazione del patto ed esautorare i conti anche su Miranduolo; con una bolla del 1187, fa in modo che papa Urbano III
confermi all’ente religioso il possesso delle terre donatele e, di conseguenza, assegna a Ildebrando tutte le proprietà inserite nei confini
di Sovicille e Tocchi, ivi compreso il monastero stesso 108.
In questi stessi anni, a Volterra si avvia un processo di trasformazione all’interno degli organi di potere. Il Comune cittadino e, in
seguito, anche il Capitolo si dimostrano sempre più insofferenti
verso gli atteggiamenti assolutistici del Vescovato, da circa un cinquantennio egemonizzato dalla famiglia Pannocchieschi; l’assunzione stabile del titolo da parte dei membri della famiglia aveva di
fatto portato come conseguenza un tipo di gestione privata del patrimonio ecclesiastico. Dunque, a differenza di quanto successe agli
inizi del secolo, i presuli si trovano ora ad agire in un clima di assoluto isolamento in città e sul territorio. Contrastati da Siena, oltre che per i già citati interessi minerari, anche per l’insofferenza
delle immunità ecclesiastiche sui possessi inseriti nel senese; ma anche da Pisa, intenta da tempo a conquistarsi la Val d’Era, la Maremma e la costa a sud dell’Arno sia sul piano religioso che su
quello politico 109. Da questo momento, il declino della Chiesa volterrana si fa rovinoso quanto rapido.
Il vescovo Ildebrando ingaggia la lotta contro Siena, riportando gravissime conseguenze sia sul piano economico (crollo delle casse vescovili) sia sul piano patrimoniale (esautoramento su tutti i castelli
acquisiti in seguito ai patti del 1133). Fiaccato nelle finanze, nel
1193, in una pausa dello scontro, rinuncia al possesso del castello
di Miranduolo e ne restituisce tutti i diritti ai conti compresa la possibilità di ricostruirlo; inoltre, ripristina la loro autorità sul castello
di Frosini e su quanto essi possiedono all’interno della corte di
Montalcinello.
Riacquistata l’autonomia patrimoniale, i Gherardeschi nel 1202
rinnovano le concessioni relative a Miranduolo nei confronti del
Comune senese, rinnegando fra l’altro di aver mai contratto accordi che contravvenissero al precedente del 1178.
Nel 1210, l’assunzione a vescovo di Pagano Pannocchieschi inaspriIl primo intervento del Comune senese data al 1137 e viene permesso proprio dal
vescovo Ademaro che, in cambio di tre pievi senesi, cede tre piazze e un edificio nel
castello di Chiusdino e la metà del castello e delle argentiere di Montieri. La cessione
venne lungamente contestata dai successori di Adimaro finché nel 1171, una bolla di
papa Alessandro III, annulla l’atto e conferma al Capitolo volterrano “decimationem
de Monteri de parte Episcopi de parte Marchionis”. Nove anni dopo, l’arcivescovo di
Magonza, necessitando in guerra l’aiuto senese, contratta l’intervento con il ripristino
della validità della transazione del 1137. Alla protesta immediata di Volterra segue un
accordo, stipulato nel 1181, con il quale il vescovo Ugo, in cambio del versamento di
330 lire, riconosce ai senesi il diritto di metà del castello, borghi, corte, distretto, argentiere scoperte e da scoprire, placiti e banni di Montieri. Si obbliga inoltre a non
mettere custodi nel castello e nella torre e gastaldi nelle miniere, senza il previo consenso dei consoli cittadini; assicura poi di far giurare fedeltà agli uomini di Gerfalco,
Montieri, Chiusdino e Frosini. VOLPE, 1924, pp. 46-47.
108 CECCARELLI LEMUT, 1993, pp. 19-20.
109 VOLPE, 1924, pp. 45-47; VOLPE, 1964, p. 156.
107
105 CECCARELLI LEMUT, 1993, p. 28: “laudamus etiam atque precepimus ut pro equis
et armis in Mirandolo perditis triginta libras Lucensium monete Gene comitisse episcopum reddat”. Non sappiamo con certezza l’entità dei danni materiali inferti al castello. È comunque da rifiutare l’affermazione di Vatti (VATTI, 1931, p. 124) che sostiene la totale distruzione; egli fraintende infatti il passaggio del documento e identifica il “castrum Irene” (in realtà correttamente citato nel documento come
“castrum Sirene”) come castello di Miranduolo. Possiamo comunque pensare, combinando alcune notizie posteriori, che abbia sofferto ingenti danni, ai quali, con tutta
probabilità, i conti non hanno posto rimedio negli anni successivi; sessant’anni dopo
infatti il vescovo Ildebrando concede “si voluerint rehedificare Mirandolum permittam eis” (RS, pp. 143-144, n. 364: 18 dicembre 1193), indizio forse di un progressivo decadimento della struttura.
106 CECCARELLI LEMUT, 1981, pp. 63-65.
158
sce ulteriormente il contrasto con Siena a tal punto da sfociare in un
vero e proprio conflitto armato.
Dopo alcuni contrasti, nel 1215 le milizie cittadine fanno irruzione a
Chiusdino e prendono prigioniero Pagano, lì rifugiatosi; in cambio
della libertà gli viene imposto il rinnovo del tributo annuo, offrendo a
garanzia le rendite dei castelli di Frosini e Montalcinello e il riconoscimento dei diritti senesi sui castelli di Montieri e Chiusdino 110. Questa circostanza sancisce il crollo definitivo del potere ecclesiastico 111.
I Gherardeschi, privati ormai di qualsiasi obiettivo egemonico, rimangono presenti nei castelli di Frosini e Miranduolo fino alla metà
del secolo. Frosini, che sembra aver subito in modo più mediato e
meno diretto le vicende di acme e declino della famiglia, rimane negli anni l’unico dominio saldo dei conti (nel 1178 ne acquisiscono il
titolo comitale) 112; alla morte di Ugo, i figli decidono di convogliare
i propri possedimenti in Val di Merse (tramite cessioni ai parenti di
loro quote in Val d’Era), concentrandoli intorno ai castelli di Frosini e Miranduolo sotto la guida di Tedice, e intorno al castello di
Strido sotto il controllo di Ugolino 113.
tificato non ha ancora assunto cioè una posizione predominante 116.
Precocemente abbandonato (l’ultima attestazione risale al 1066) 117,
subisce probabilmente uno spostamento di sede. A partire dal 1133,
compare negli atti il castello di Montalcinello (nelle varianti di Montis Alcini-Montalcini), corrispondente all’attuale centro omonimo 118;
le due realtà insediative, pur rimanendo distinte nell’ubicazione, mostrano elementi in comune quali l’assoluto controllo vescovile e una
chiesa intra moenia intitolata a San Magno. Se esiste la possibilità che
i due fenomeni (la scomparsa del primo castello e la creazione del secondo) siano del tutto autonomi, è comunque ipotizzabile che l’abbandono della prima struttura sia stato causato proprio dalla volontà
di insediare un altro spazio, morfologicamente più dominante e
adatto ad accogliere un insediamento di più ampie dimensioni (come
poi diventerà lo stesso Montalcinello).
Accettando questa lettura, è possibile collegare il momento dell’abbandono con il decadimento delle strutture materiali della fortificazione più antica, realizzata probabilmente per lo più in materiale deperibile (esempi di questo tipo non sono inusuali per il
X-XI secolo nel Nord Italia) 119. Per quanto riguarda il castello di
San Magno, non abbiamo alcun tipo di evidenza materiale in corrispondenza dell’attuale località San Magno; nell’antistante Poggio Castellare si conservano però alcuni tratti murari, disposti in
una situazione morfologica particolare di chiara origine antropica,
genericamente riferibili all’età medievale. L’assenza di indicatori
cronologici esatti impedisce di stabilire relazioni sicure fra le due
manifestazioni; certo è che la presenza del toponimo non sembra
essere casuale. In quest’ottica, potremmo dunque pensare a un’originaria forma insediativa dove il centro fortificato (sul poggio
Castellare) si colloca in una posizione distinta ma contigua alla
curtis (in località San Magno) 120; l’acquisizione di un ruolo predominante del castello, a partire dalla metà dell’XI secolo (nel
1066 compare infatti come castello) può aver portato alla decadenza di entrambi i siti e al trasferimento della sede castrense a
Montalcinello.
In ogni caso, l’ipotesi che il complesso di San Magno abbia avuto
una prima forma deperibile non è assolutamente da escludere. Indagini intensive sui siti incastellati (Scarlino 121 e probabilmente anche
Montarrenti) 122, e anche ricerche territoriali (nel Chianti senese, si
La maglia insediativa – La fonte principale a cui attingere informazioni circa la maglia insediativa di XI-XII secolo è la documentazione
scritta: per l’XI secolo disponiamo di sette attestazioni (quattro castelli, due chiese e un villaggio) mentre per il XII secolo registriamo
un incremento pari a otto unità, corrispondenti unicamente a strutture religiose. Il contributo dell’archeologia di superficie si concretizza in due evidenze riferibili all’ambito produttivo.
Attraverso le informazioni disponibili, è solo parzialmente possibile
cogliere la diacronia rispetto al periodo precedente: sia per quello che
riguarda il fenomeno di incastellamento sia per ciò che concerne le
modificazioni occorse alla maglia insediativa preesistente a seguito
dell’impianto dei castra.
La “curte et castello s. Mangni”, attestata per la prima volta nel
1005 114, esprime evidentemente la definizione di un processo di
trasformazione insediativa che evolve da una struttura tipo curtis
(attiva alla seconda metà del X secolo almeno) 115 a una forma di
tipo fortificato, in uno spazio cronologico compreso fra la fine del
X secolo (l’ultima attestazione come curtis data al 997) e i primissimi anni dell’XI secolo (la prima menzione come castello risale al
1005). La formula della citazione mostra come in questa data il castello si affianchi in posizione di complementarietà alla struttura
curtense, che costituisce ancora il centro principale; il nucleo for-
Nelle formule documentarie si colgono indizi di una gerarchizzazione delle forme
insediative. Fino alla metà dell’XI secolo, predomina la definizione di “curte et castello”; poi la tendenza si inverte e il castello viene ad assumere il ruolo di struttura
principale anche nella stessa terminologia: ricorrono da questo momento le formule
di “castellum cum/et curte”. AUGENTI, 2000, pp. 43-44. Su tale tema si veda anche
VALENTI, 1999 per la Val d’Elsa senese.
117 RV, n. 131, pp. 47-48. “Erimannus ep. Volot. lib. nom. do Ghisolfo f.b.m. Brenci
med. de castello de Gello et de Sancto Magno”.
118 CECCARELLI LEMUT, 1993.
119 SETTIA, 1979 e in particolare pp. 375-376.
120 Nel proporre quest’interpretazione accogliamo la proposta di Augenti riguardo alla
forma materiale dei castelli curtensi; una lettura che considera la fortificazione della
curtis come fortificazione del suo centro organizzativo e direttivo, senza però provocare sconvolgimenti alla distribuzione degli spazi preesistenti. AUGENTI, 2000, p. 44.
Posizione peraltro sostenuta già da anni dall’Area di Archeologia Medievale senese.
121 Per Scarlino, in attesa di una pubblicazione definitiva dei dati si veda FRANCOVICH, 1985; inoltre le pagine web dell’area di Archeologia Medievale <http://www.archeologiamedievale.unisi.it/NewPages/SCARLINO.html >; inoltre CUCINI-FRANCOVICH-PARENTI, 1990.
122 FRANCOVICH-MILANESE, 1990; inoltre, in attesa dell’imminente pubblicazione dello
scavo, si vedano le pagine web dell’area di Archeologia Medievale <http://www.archeologiamedievale.unisi.it/NewPages/MONTARRENTI.html>.
116
VOLPE, 1924, pp. 47-52.
Nel corso del XIII secolo verrà coinvolto in una situazione di progressiva decadenza testimoniata dalle vicende che investiranno il castello di Montalcinello. Residenza privilegiata e sede di una delle zecche del Vescovato, rimarrà sempre estremamente vincolato ai destini Pannocchieschi; proprio questo stretto legame, fra l’altro,
determinerà un totale decadimento della struttura.
112 Il titolo di conte di Frosini viene attestato per la prima volta il 19 dicembre 1178
(RS, n. 286) attribuito a Tedice di Ugo e al nipote per parte di padre Ugolino di
Pepo e verrà poi portato dai discendenti di Guido IV. In CECCARELLI LEMUT, 1993,
pp. 19-23 si può leggere una breve sintesi dell'albero geneaologico della famiglia
dalla quarta generazione. Per le generazioni precedenti si veda CECCARELLI LEMUT,
1981, p. 69.
113 CECCARELLI LEMUT, 1993, pp. 23-24
114 RV, n. 97, p. 36. “Benedictus ep. Volot. Lib. Nom. Dedi Petrus presb. F. Oriprande q. Oritia voc. med. de casa mass. in loco et fundo in Surciano prope plebem,
qui r. fuit per qd. Petrus mass. et modo per te Petrus presb., pertinens de curte s. Mangni, ut in fest. s. Marie in agusto solvas ad ministerialem in curte et castello s. Mangni pens. arg. din. duodecim”.
115 La prima attestazione della curtis risale al 954. CAVALLINI, 1969-1972, n. 1, pp. 43.
110
111
159
scrizione del primo castello rispetto agli altri: in una prospettiva di
gerarchizzazione delle forme insediative, vediamo la curtis assumere
un ruolo diverso e di maggior rilievo rispetto ad esempio alle strutture religiose nell’uno e negli altri casi. Inoltre, la presenza di una
“casa donnicata iusto castello de Serina”, attestata nel 1008 125, ricorda un’organizzazione di tipo curtense; dal momento che il signore in questo caso è rappresentato dal conte Gherardo II, è difficile sostenere la presenza di una sua residenza esterna al castello, se
non come retaggio di un sistema insediativo precedente.
Tale interpretazione non è immune da critiche e non intendiamo
proporre certezze in merito alla preesistenza curtense dei castelli gherardeschi. Per quanto riguarda il castello di Miranduolo, l’archeologia inizia comunque a fornire indizi di una frequentazione in materiale deperibile (probabilmente altomedievale). Nel corso dello
scavo, è emerso infatti un contesto di buche di palo (tracce di una
capanna rettangolare), tagliato da strutture murarie, databili a una
fase anteriore all’XI secolo (sulla base del confronto con le tipologie
costruttive riconosciute sul sito); mancano però, per il momento, indicatori ceramici utili a definire cronologie esatte.
La situazione ha strette analogie con quella emersa sullo scavo di
Montarrenti; qui, le analisi del C14 e la sequenza stratigrafica hanno
permesso di ascrivere i livelli con le buche a un periodo compreso
fra VIII-IX secolo e le murature che li intaccano agli ultimi anni del
X secolo 126. Il confronto tipologico dei muri rinvenuti nei due
scavi, farebbe ipotizzare le stesse cronologie anche per Miranduolo.
Comincia dunque a delinearsi una successione articolata in una
prima occupazione del sito con strutture in materiale deperibile a
cui succede l’impianto del primo castello in pietra, coerente con
quanto riportano le fonti. Non siamo in grado di stabilire però
quale forma abitativa sia rappresentata dalle buche; ma neppure se
queste costituiscano una fase insediativa distinta da quella del castello. Lo scavo comunque è solo all’inizio.
Le origini dei castelli di seconda fase, Chiusdino (attestato per la
prima volta nel 1133) 127 e Luriano (terminus post quem 1230) 128,
assumono contorni ancora più sfumati; sembra però emergere una
presenza signorile meno marcata e vincolante rispetto ai casi precedenti. Mentre i primi risultano strettamente legati a coloro che
presiedettero alla fondazione, quelli più recenti mostrano invece
uno sviluppo più autonomo.
Sul territorio l’ubicazione degli spazi fortificati denota criteri selettivi diversi fra la prima e la seconda fase di incastellamento. Le sedi
di prima fase, di dimensioni abbastanza regolari intorno al mezzo et-
Figura 57. Distribuzione siti di XI-XII secolo
veda ad esempio il caso di Cerrogrosso) 123 hanno sottolineato l’esistenza di una prima fortificazione lignea o a materiali misti (terra e
legno), sostituita da un’edilizia in pietra a partire dal maturo XI secolo. Nel caso specifico, il passaggio può aver coinciso con l’impianto
di una nuova struttura, forse più imponente ed estesa, e dunque con
un radicale cambiamento della fisionomia.
Riguardo ai castelli di Serena, Miranduolo e Frosini non abbiamo
dati indiscutibili circa il processo di incastellamento; nel 1004, il
primo viene ricordato come “castrum cum curte et pertinentia cum
ecclesiis” mentre i secondi sono menzionati come “castrum cum ecclesia cum curte”. In assenza di altri elementi, le definizioni non
provano l’avvenuta fortificazione di una curtis: si tratta infatti di formule standard, dove spesso l’accezione del termine rimanda alle pertinenze territoriali del castello stesso. L’unico avvallo a una sua lettura come centro curtense è dato dal fatto che nel periodo in cui
viene redatto il documento questa forma insediativa rappresenta ancora una realtà tanto da mantenere chiara la distinzione fra i due significati 124. In tal senso, cogliamo elementi di distinzione fra la de-
stelli definiti secondo tale formula come castelli curtensi; riferisce peraltro proprio ai
centri oggetto del nostro lavoro (AUGENTI, 2000, p. 44). Si veda anche il caso di Staggia nel Comune di Poggibonsi, in VALENTI, 1999.
125 CAVALLINI, 1969-1972, p. 83: 1008: Gerardo fu Gerardo compie una vendita di
terre massaricie “infra plebem S. Ioannis sito Casale”; la moglie Guilla acconsente all’atto “Voloterrense, in casa donnicata iuxsta castello de Serina”.
126 FRANCOVICH-MILANESE, 1990, pp. 25-35.
127 Chiusdino compare per la prima volta nel 1133 (CECCARELLI LEMUT, 1993), compreso fra le proprietà gherardesche; oltre a questo possiamo solo dire che la sua creazione è sicuramente posteriore al 1004, data in cui risulta escluso dall’elenco delle proprietà della famiglia contenuto nell’atto di dotazione dell’abbazia di Serena.
128 La fondazione di Luriano deve essere collocata genericamente in un vasto arco cronologico compreso fra la metà-fine XII secolo e gli inizi del XIII secolo. Compare nel
1230 quando è compreso nel lungo elenco di fortezze distrutte dai sangimignanesi durante l’aspro conflitto con il vescovo volterrano e quindi si ipotizza che la sua fondazione
si debba a quest’ultimo. Non riusciamo però a dare consistenza al tipo d’intervento che
il vescovo effettuò sul centro; l’inizio tardo delle testimonianze non permette infatti di
cogliere le modalità di fondazione e i caratteri del suo controllo sul castello. Nel 1171
viene attestata la pieve di Santa Maria di Luriano. CAMMAROSANO-PASSERI, 1978.
VALENTI, 1995, pp. 291-292. Il castello, oggi scomparso, ma individuato nella ricognizione, doveva dislocarsi su due rilievi collinari; l’uno occupato dalla chiesa, l’altro forse dagli edifici signorili dunque il centro materiale della curtis più antica. Conteneva alcune strutture abitative e era circondato da un fossato, oltre il quale si trovavano terre coltivate e aree boschive (tali dati emergono da uno studi comparato fra fonti
documentarie ed evidenze archeologiche).
124 La prudenza nell’affermare l’origine curtense dei castelli in oggetto tiene conto
delle diverse interpretazioni proposte per la formula “castellum castrum cum curte”.
Non è senza dubbi la lettura del termine curtis come centro curtense; nel corso dell’XI secolo si afferma il significato di pertinenze fondiarie dell’insediamento fortificato (GINATEMPO-GIORGI, 1996). D’altro canto, Augenti interpreta con certezza i ca123
160
taro, privilegiano le parti sommitali di poggi, con altitudine compresa fra i 350-410 m s.l.m., definiti da pareti molto scoscese e da
corsi d’acqua che creano una sorta di difesa naturale. Collocati nella
zona d’interfaccia fra gli habitat collinare e montuoso, occupano colline non estese, poste a dominare visivamente un largo tratto di territorio; eccetto Serena, si pongono in posizione antistante a superfici
montuose ben più elevate. Le peculiarità morfologiche dei siti non
rivelano una scelta prioritaria verso zone di difficile accesso; contrariamente, gli esempi più recenti si dispongono in corrispondenza di
alcuni inaccessibili speroni rocciosi, che punteggiano la fascia montuosa del comune.
Intorno ai castelli, si organizza la rete insediativa a maglie strette articolata presumibilmente in forme di tipo accentrato. La cautela utilizzata deriva da un vizio di fondo della documentazione disponibile,
concernente solo castra e chiese; la definizione dell’entità del popolamento e la qualità delle sue forme, come anche i tempi della sua
formazione, non è dunque priva di difficoltà.
Nel corso del XII secolo, la concentrazione di chiese extra castrum,
in rapporto di 1, 2 per ogni castello, denuncia una presenza consistente dell’abitato aperto e una forte densità demografica; una rete
di edifici religiosi così articolata non può prescindere dall’esistenza
di comunità numericamente rilevanti.
In qualche modo, dunque, l’incidenza delle strutture religiose sul
territorio permette di colmare l’assenza di attestazione di nuclei
abitativi; non sappiamo comunque in quale misura, le chiese siano
già in questa fase espressione di centri definiti o se invece debbano
ancora presiedere al processo di accentramento. La risposta più
plausibile è che la spoporzione numerica delle attestazioni sia da
imputare alla qualità delle fonti e non a una reale caratteristica insediativa; un confronto con le tendenze generali della provincia,
colloca nel corso dell’XI secolo il processo di accentramento in
strutture di tipo villaggio e la costituzione della rete insediativa, che
si stabilizzerà poi nel corso del secolo successivo.
L’applicazione del buffering (fig. 58) mostra una strutturazione
dell’abitato perfettamente aderente alla rete dei castelli; le strutture del popolamento si dispongono, a distanze regolari, in modo
organico intorno ai centri di potere (distano in media 2,5 km). Gli
spazi di occupazione non mostrano scelte selettive in base alle peculiarità dei suoli: lo sfruttamento anche dei terreni più duri è sintomo dell’acquisizione di una maggiore capacità di lavorare la
terra; vengono comunque desertate le aree di fondovalle dei fiumi
Feccia e Merse, verosimilmente interessate da fenomeni di impaludamento 129.
Le aree di pertinenza dei castelli di Serena e Frosini (per San
Magno-Montalcinello non abbiamo dati in questo periodo)
hanno elementi di similitudine; diverso il caso di Miranduolo,
la cui corte comprende solo strutture funzionali. Mentre i primi
si presentano dunque come poli di attrazione del popolamento
rurale, il secondo si propone invece come centro destinato a
presiedere alle attività produttive, gestite dalla famiglia signorile: non si attestano, in questa fase, nelle sue pertinenze, forme
insediative.
L’areale intorno Frosini conferma la sua connotazione di spazio di
confine tra due realtà diocesane distinte; sul limite esterno del suo
Figura 58. Area di influenza dei castelli di XI-XII secolo in rapporto alla maglia insediativa
territorio, si colloca la pieve di Pentolina (Diocesi di Siena), sintomatica della necessità da parte della Diocesi senese di marcare e presidiare la linea di demarcazione delle due circoscrizioni.
Questa coincidenza, sembra inserirsi nella tendenza individuata da
Macchi per l’intera Toscana dove, analizzando la distribuzione spaziale della maglia pievana, si è identificato una correlazione fra confini diocesani e aree di alta concentrazione o prossimità di pievi 130.
Dunque, l’organizzazione insediativa si configura intorno ai centri
di potere; non potendo stimare se e in quale misura le evidenze del
XII secolo possano essere retrodatate, non siamo in grado però di valutarne i tempi e le modalità.
Le trasformazioni provocate dall’incastellamento sul tessuto precedente sembrano comunque escludere modifiche traumatiche e anomale rispetto al trend provinciale; l’unico caso di casalis attestato nel
corso del X secolo continua a esistere, senza soluzione di continuità,
fino al basso Medioevo (Tamignano). Non conosciamo l’evoluzione
delle strutture curtensi; l’attestazione di XIII secolo della presenza di
terre lavorative in località Macarro (sede di una delle curtis altomedievali) fa supporre il venir meno della configurazione giuridica del
centro, senza però implicarne l’abbandono. Pur nella sua limitatezza,
il quadro mostra uno spaccato esemplificativo di una linea di evoluzione dell’insediamento nella norma.
Sicuramente, da parte degli organismi egemoni viene attuato un sistema di occupazione e gestione della terra rivolta a inglobare l’abitato preesistente dal punto di vista economico; attraverso cioè il rilevamento di quote fondiarie dei centri precostituiti, fra i quali ri-
129 Proprio questo problema può aver concorso a determinare l’intervento dei monaci
cistercensi, nella loro qualità di abili tecnici idraulici; anche nei documenti di XIII secolo, viene fatto riferimento ad alcuni provvedimenti messi in atto per bonificare l’area valliva del Feccia.
130
161
MACCHI c.s.
Figura 60. Modellazione 3D del sito di Poggio della Badia
Figura 59. Ipotesi ricostruttiva della topografia del castello e abbazia di Serena
basata sulla ricognizione di superficie
Emergeva in modo chiaro una distinzione interna fra un’area sommitale, tipo cassero, connotata da strutture più imponenti e distaccata fisicamente dal resto dell’insediamento; la presenza di muri addossati alle mura suggeriva piccoli ambienti, probabilmente funzionali alle opere difensive.
Già nella prima fase di indagine, i dati più consistenti si erano ottenuti dal castello di Miranduolo, per il quale una continuità di vita
fino al XIV secolo aveva sicuramente consentito una maggiore conservazione delle emergenze in elevato (presenti in parte ancora sotto
forma di imponenti ruderi); i risultati dello scavo, iniziato a partire
dall’estate 2001, consentono ora di proporre ipotesi più ampie e di
completare le prime ricostruzioni, secondo una scansione cronologica più estesa e un’articolazione insediativa ben maggiore.
Per ragioni connesse alle sue vicende, le tracce del castello di Serena
si sono ridotte (a parte rare eccezioni) a una serie di allineamenti, appena riconoscibili nella vegetazione del sottobosco; il progressivo degrado del contesto sta poi determinando un sensibile peggioramento
delle già scarse evidenze visibili. Nella ricognizione sul sito effettuata
durante la primavera 2001, si è potuto stimare una perdita di informazioni pari al 30% rispetto a sei anni prima; il decadimento delle
strutture, determinato dall’incuria, è stato accelerato dal pessimo
stato di conservazione delle murature, già compromesse dal dilavamento del terreno (causa dello slittamento dei filari e della disgregazione del legante).
La parte più leggibile del castello riguarda il circuito murario,
esteso a cingere la parte sommitale del poggio (molto più incerta la
fortificazione dello spazio sottostante a sud-est). Si sviluppa lungo
tutto il versante orientale e sudoccidentale per una lunghezza complessiva di circa 100 m, proseguendo poi sul lato nord-est con allineamenti di muri molto incerti; si interrompe sul versante meridionale, dove la funzione difensiva poteva essere svolta dalla ripida
pendenza naturale. A circa 2/3 del lato meridionale, si trovava forse
una porta a cui si accedeva attraverso una scalinata; degli elementi
visibili nel 1994, si sono oggi cancellate le tracce. Nell’area sommitale si leggono due edifici, di cui uno, appena intuibile in superficie, ha orientamento sud-est/nord-ovest e dimensioni ipotizzate di 7,55 m.
L’altro, posto nell’estremità occidentale, corrisponde agli unici ruderi di una certa consistenza ed è stato ipotizzato come edificio abbaziale. Ha dimensioni apparentemente pari a 15-169 m, con
muri perimetrali di 90 cm di spessore; il paramento esterno (visibile
corrono anche impianti molitori per la macinazione del grano 131. In
questo, svolge un ruolo da protagonista l’abbazia di Serena 132; dal
momento che la documentazione amministrativa riguarda una fase
successiva alla crisi del potere gherardesco non sappiamo se questo
modus operandi corrisponda agli intenti signorili oppure rappresenti
una fase di parziale autonomia gestionale del monastero.
La struttura materiale dei castelli – L’analisi di superficie mirata sui
castelli di Serena e Miranduolo ha fornito elementi utili a una prima
ipotesi ricostruttiva della loro struttura materiale; ha messo a fuoco
alcuni parallelismi fra i due centri, sottolineandone un minimo comune denominatore nelle caratteristiche dello spazio da incastellare
e nelle modalità di intervento sulle zone individuate.
Per la scelta del sito, in entrambi i casi, si opta verso parti sommitali
di poggi (altitudini comprese fra 350-410 m s.l.m.) definite da pareti molto scoscese, che determinano una netta sopraelevazione rispetto al terreno circostante; nonostante questo, non possono essere
definite aree naturalmente fortificate, come invece sono quelle individuate per l’impianto dei castelli più tardi. Costante la presenza di
corsi d’acqua, che scorrono alle pendici delle colline occupate.
Nella ricognizione delle emergenze appariva in modo chiaro la definizione dell’area fortificata, attraverso la lettura del circuito murario,
e alcune soluzioni insediative.
Lo spazio incastellato, in entrambi i casi, si calcolava intorno ai
450-500 mq disposti su una pianta ‘elissoide’ (nel caso di Miranduolo, la forma è più compatta, nell’altro più allungata).
Nel 1220 l’abate di Serena cede al monastero di San Galgano la porzione di terra
a cavallo del Merse comprendente i mulini “quondam Guaschi”. È probabile che i
mulini appartenessero in origine a un signore locale della famiglia dei Guaschi, consorteria dominante a Roccatederighi dalla seconda metà del XII secolo; nello stesso
periodo alcuni documenti testimoniano di contese fra i membri di detta famiglia e il
vescovo di Volterra per i diritti giurisdizionali su Montecastelli, fra Pomarance e Radicondoli (CORTESE, 1997). Una delle strutture cedute può essere rintracciata nell’attuale Mulino delle Pile; nonostante se ne abbia notizia solamente a partire dalla
metà del XVI secolo, la vicinanza al monastero e l’architettura medievale dell’impianto
convergono verso tale interpretazione. Probabilmente il controllo delle strutture avveniva attraverso l’esercizio del diritto di banno.
132 Ovviamente la natura stessa dei documenti riferiti alle carte del monastero, fornisce notizie sulle proprietà monastiche; non è un dato significativo in forma percentuale, evidentemente il resto della rete insediativa, scissa dall’organismo monastico,
qualora esista non è rilevabile.
131
162
mare la datazione dei ruderi agli anni intorno al Mille 133. L’interpretazione proposta viene sostenuta anche da fattori oggettivi come
l’estensione e l’imponenza delle evidenze, decisamente superiori alle
altre rinvenute sul sito; dal momento che l’abbazia è l’unico edificio che sopravvive alla distruzione violenta del castello è del tutto
plausibile che mantenga una maggiore consistenza in elevato.
Il castello di Miranduolo, grazie a una maggiore conservazione del deposito, proponeva (anche prima dell’intervento stratigrafico) una topografia interna più articolata e definita secondo una scansione cronologica, desunta in base alla complementarietà di fonti materiali e scritte.
Le tecniche murarie visibili in superficie permettevano di riconoscere
due distinte fasi di occupazione; l’una riferibile alla presenza signorile di XI-inizi XII secolo (connotata da strutture imponenti e di fattura raffinata) e un’altra pertinente al decastellamento della struttura,
datata dalle fonti a partire dalla metà XIII-inizi XIV secolo (muri con
tecnica più sommaria, materiali lavorati in modo più approssimativo, frequente impiego del laterizio).
Lo scavo ha confermato, ampliandole, le ipotesi preliminari. L’intervento si è concentrato sullo spazio sommitale per un’estensione di
289 mq, indagati non completamente sia nel deposito orizzontale
Figura 61. Foto aerea della Costa Castagnoli. In chiaro è evidenziata l’area del
castello di Miranduolo
in un tratto crollato) mostra una tessitura muraria per filari paralleli di conci di travertino, ben squadrati e di piccole dimensioni.
L’assenza di altri monumenti con la stessa cronologia in ambito
chiusdinese impedisce di proporre datazioni sulla base del confronto tipologico; la mancanza di analogie con i campioni murari,
databili a partire dalla fine dell’XI secolo, può comunque confer-
133
Per dettagli, rimandiamo al capitolo VIII di questo volume.
Figura 62. Situazione di buche di palo riconosciute durante lo scavo dell’area sommitale. Nell’immagine in basso a sinistra sono stati ineriti dei paletti per mostrare l’allineamento.
163
Figura 63. Viste dell’edificio palaziale in corso di scavo
stelporciano mostra una planimetria molto simile a quella ricostruibile a Miranduolo.
Il nucleo originale (VIII secolo o forse precedente) consisteva in una piccola collina
(2525 m), che nonostante le possenti difese naturali, aveva due ulteriori linee di fortificazione: un enorme fossato (largo 3 m) tracciato nel punto più stretto dell’altura
verso sud e una torre in muratura (dimensioni ridotte, con lato di 3,75 m, in blocchi
di tufo), fronteggiata da un secondo fossato che proteggeva l’entrata principale al villaggio. La maggior parte degli edifici di questa fase vengono costruiti in legno ed è anche verosimile che la torre in muratura sia stata preceduta da una struttura in materiale deperibile; altre strutture in negativo erano sicuramente presenti nel pianoro in
contemporanea con caverne e grotte scavate nel tufo (utilizzate come stalle o abitazioni, per le quali non è possibile fornire datazione certa) (POTTER, pp. 170-173;
MALLET-WHITEHOUSE, 1967, pp. 113-146). Anche la Rocca di Rivoli (Torino), con
fasi di frequentazione comprese fra VI e XV secolo, mostra un impianto originario di
XII secolo articolato in una rocca circondata da un muro di cinta, protetto a sud da
un fossato. L’interno prevedeva più strutture ausiliarie. A ovest, in prossimità dell’entrata, si trovava una torre di guardia, appoggiata al muro di cinta. A est, nel punto
in cui la cortina rientra ad angolo retto, si forma un ambiente quadrangolare, una
sorta di ultima difesa. Sempre contro il recinto si collocava un piccolo edificio di modeste dimensioni, una casa-matta o un deposito, con zoccolo in pietra ed elevato in
legno (HUDSON, 1984, pp. 339-353; HUDSON, 1985-1986, pp. 111-118).
La ricognizione di superficie condotta sul sito di Alteto, in provincia di Viterbo, ha
permesso di rilevare la presenza di una cinta muraria sostruttiva, a circondare il castello, distinto in due parti da un fossato; quest’ultimo separava un’area più piccola
con tracce di una torre dall’area dell’abitato vero e proprio (composto da ambienti
scavati nel tufo e utilizzati come stalle e abitazioni) (COCCIA et alii, 1985, pp. 517534). Anche a Castel di Pietra (Gavorrano-Grosseto) sono stati messi in luce i resti
di un fossato difensivo di forma irregolare che testimonia l’esistenza di un nucleo
fortificato di età preromanica, forse connesso a una curtis. All’inizio del XII secolo,
risale l’edificazione di una piccola torre con muratura di tipo romanico, compresa
che verticale. I livelli più chiari risultano al momento quelli relativi
alle fasi medievali del sito; ancora nebulosa l’ipotesi relativa ai primi
anni dell’XI secolo mentre alcuni indizi indicano una frequentazione
precedente, lasciando intuire, come abbiamo sottolineato in precedenza, possibili retrodatazioni del contesto.
L’aspetto più incerto riguarda proprio la fondazione del castello e la
sua struttura materiale originaria. Il primo impianto del centro castrense potrebbe circoscriversi allo spazio del cassero, delimitato a
ovest ed est da fossati, che raggiungono i dirupi naturali tracciati dai
due profondi fossi, ora asciutti; quello occidentale spezza la collina
dalle pendici del Poggio Fogari mentre l’altro marca una distinzione
fisica dal resto del poggio 134. Per estensione, calcolabile intorno ai
Sono numerosi i casi di castelli di prima fase oggetto di scavi archeologici definiti
da fossati. Gli esempi con maggiori similitudini con quello di Miranduolo risultano
i due castelli viterbesi di Ponte Nepesino e Castelporciano. Ponte Nepesino è un ampio insediamento, indagato solo in parte, situato in corrispondenza della linea di confine fra Longobardi e Bizantini, con un ruolo di particolare importanza per il controllo della Via Amerina. È costituito da un borgo abitato e da un “castello”, separati
da un fossato artificiale. Nel corso dell’VIII secolo, l’abitato si concentra nell’estremità nord-est (zona con un maggior controllo della viabilità), in seguito poi si estenderà a tutto il castello. Centro abitato di modeste dimensioni, è formato da capanne
e circondato da un muro di cinta (rimangono i buchi dei pali delle capanne e i resti
di un muro di cinta a grossi blocchi molto deteriorati dall’abbandono). Nel corso dell’XI-XII secolo, il castello subisce la prima modificazione nella sua struttura originaria, attraverso la costruzione della torre (AA.VV., 1984, pp. 63-146). Il caso di Ca-
134
164
Figura 64. Immagine di alcuni tratti della cinta muraria; in basso a destra, viene proposta l’ipotesi sulla sua forma ed estensione
400 mq, assume più l’aspetto di una residenza fortificata 135. L’unica evidenza materiale riferibile a questa fase sembra essere un tratto
di muro, di rozza fattura, rintracciato nel lato nord del cassero e coperto dal tracciato del circuito più tardo; potrebbe profilarsi come
parte della prima cinta muraria e indicare in tal modo una prima
edificazione del complesso tramite l’impiego almeno di materiali
misti. Il muro, databile sulla base di un confronto tipologico con
all’interno di un primo recinto (primo segno del potere signorile sull’insediamento,
CITTER, 1997, pp. 335-336; CITTER, 1998, p. 151). Fra gli altri esempi citiamo anche il castello di Rovere (Rocca di Mezzo-L’Aquila), Castelvecchio di Filattiera e
San Giorgio di Filattiera (Filattiera-Massa Carrara), Castelfiorentino in Capitanata
(Torremaggiore-Foggia), Montereale Valcellina (Montereale Valcellina-Podernone). Tali dati sono tratti dall’archivio piattaforma GIS, in corso di realizzazione
presso LIAAM (Area di Archeologia Medievale dell’Università di Siena), incentrati
sulle ricerche edite di Archeologia Medievale in Italia.
135 Non esistono riscontri archeologici utili a configurare l’aspetto del castello di
fine X secolo; sembra comunque certo che corrispondano a nuclei rurali difesi attraverso l’impiego di materiali deperibili come legno o terra (VALENTI, 1999, pp.
164-173). Nonostante l’assenza di tracce archeologiche di queste fasi insediative, è
possibile ipotizzarne una topografia molto semplice, articolata in una torre, una
chiesa e pochi edifici inseriti nel circuito murario; proprio la presenza del torrione
e della fortificazione (realizzata in materiale misto o tramite palizzate in legno o fossato) doveva materializzare il concetto di castello. Gli esempi toscani mostrano chiaramente elementi comuni nell’organizzazione e nello sviluppo topografico degli insediamenti fortificati; per forma ed elementi strutturali possono essere ricondotti ai
castelli “a superfici basse” di X-XI secolo attestati nell’Italia settentrionale (per la distinzione in categorie si veda SETTIA, 1979, pp. 63-64). Riscontriamo valori
uniformi per quanto riguarda le dimensioni (in media 3706 mq) e una tendenza ad
adattare il tracciato murario alla morfologia del rilievo, sfruttando tutto lo spazio
disponibile (la parte sommitale viene spianata se necessario mentre gli edifici abi-
tativi e funzionali si dispongono lungo le pendici). Nel territorio gambassino, sono
attestati castelli posti a occupare le superfici di piccoli rilievi, per lo più di forma ellittica (nelle fonti, spesso sono indicati attraverso la presenza di semplici strutture
come torre, recinto non in muratura e pochissimi edifici) (DUCCINI, 1998 , pp. 99100). A Staggia (Siena) il castello, attestato già nel 994, ha una torre, una chiesa e
alcuni edifici disposti entro l’area fortificata (VALENTI, 1999, pp. 189-196). I rari
casi scavati mostrano un utilizzo frequente di materiale deperibile per la realizzazione delle fortificazioni. A Scarlino (Grosseto) l’area sommitale viene incastellata
con elevati in materiali misti e contiene una capanna molto estesa, altre strutture di
piccole dimensioni e la chiesa. L’articolazione interna conferma l’esistenza di un
edificio signorile di XI secolo, collocato a pochi metri dalla capanna più estesa
(VIII-IX secolo) e dalla capanna con zoccolo in pietra (X secolo); in questi spazi
sembra potersi individuare il centro materiale della curtis preesistente (o anche la
casa dominica) mentre le altre abitazioni dovrebbero trovarsi sul lati ovest e sud-est.
A Montarrenti è stata ipotizzata la presenza di un originario circuito ligneo. Nel
Chianti (Fonte di Sestano e Valcortese) lo spazio castrense era invece definito probabilmente da un fossato (VALENTI, 1995, p. 21); conferme in tal senso si trovano
anche in altri contesti toscani e in ambito nazionale. Per una sintesi di questi aspetti
si veda FRANCOVICH-VALENTI-TRONTI, 1999.
165
Figura 65. Frequentazione duecentesca della collina. le due foto mostrano una struttura abitativa in corso di scavo (nella prima è evidenziato il crollo in lastrine d’ardesia da copertura)
un’evidenza presente a Montarrenti (Sovicille, Siena) in un ambito
di poco anteriore al Mille (950-1000), taglia livelli di vita precedenti, ascrivibili al generico alto Medioevo 136. Si tratta dei resti parziali di una struttura tipo capanna, di forma rettangolare; alloggiata
nel suo lato meridionale in un taglio nella roccia, era sostenuta da
un allineamento centrale di pali doppi (indiziato da buche di grandi
dimensioni) e definita in pianta da altri di minori dimensioni (tre
buche, con diametro di 15 cm, disposte a distanze regolari), probabilmente funzionali all’impostazione degli elevati. Gli alzati, costruiti in materiali lignei e vegetali, avevano un’intonacatura in argilla concotta; ne resta un campione su cui rimane impressa l’impronta di una foglia.
Se il proseguimento dello scavo confermerà una tale successione,
potremo ipotizzare che il castello nasca e si sviluppi su un villaggio
di capanne preesistente; la sua precoce attestazione (risalente al
1004) e le strette analogie con altri contesti scavati (soprattutto con
quello già citato di Montarrenti), spingono a sostenere un’origine
di questo tipo.
Nel corso dell’XI secolo, vengono edificate alcune parti del cassero.
La struttura più imponente corrisponde a un palatium, con probabili dimensioni di 9,512 m (suscettibili a variazioni; il lato lungo
per 2/3 è indicato solamente da un allineamento di pietre, coperto
dall’humus) e muri perimetrali di uno spessore di 1,60 m; il loro pa136
ramento presenta una muratura omogenea per corsi orizzontali e
paralleli, composta da conci e bozze di calcare ben squadrate e lavorate con uno strumento a punta sulla faccia a vista.
Pochi metri a sud, a una quota inferiore rispetto al grande edificio,
viene realizzata una probabile torre (non ancora scavata), a pianta
quadrangolare, inserita nel circuito murario più tardo.
Tali interventi edilizi si inseriscono nella fase di ristrutturazione di età
romanica, che caratterizza l’evoluzione topografica della grande maggioranza dei castelli toscani; si colloca in questo momento il processo
di definizione dell’insediamento, evidenziato spesso da un’occupazione programmata degli spazi e dall’impiego di tecniche costruttive
dominate dall’uso della pietra.
Per questa fase mancano evidenze riferibili al circuito murario; probabilmente la sua cancellazione va messa in relazione al violento
scontro combattuto sul sito. La memoria materiale di questa battaglia si conserva, fra l’altro, nell’alta percentuale di armi da lancio rinvenute nel corso della raccolta di superficie (delle 15 punte di lancia
e freccia raccolte, solo due si trovavano in contesti stratigrafici),
lungo tutti i versanti del poggio.
Nel 1193 (al termine del contrasto con Siena circa la donazione del
castello, fatta dal conte in favore della città), il vescovo autorizza “si
comites voluerint Mirandolum rehedificare, permittam eis” 137; ve-
FRANCOVICH-HODGES, 1990, pp. 28-29.
137
166
RS, n. 364 pp. 143-144.
Figura 66. Fase di abbandono della collina. Le foto mostrano due particolari dei crolli delle murature del palatium.
che misura la ricostruzione ripercorre il tracciato delle prime difese
e se la torre vi fosse già originariamente inserita. In questo caso, la
direzione dell’edificio secondo l’isoipsa inferiore del cassero sembrerebbe suggerire l’ipotesi di una fortificazione limitata a quest’area; sembra però altrettanto strano che l’ampliamento dati proprio
a un momento, in un certo senso, già di declino come centro incastellato. Si tratta comunque di ipotesi, in questo momento ancora prive di riscontri; non sappiamo l’evoluzione di Miranduolo
nella prima metà del XIII secolo e l’evidenza materiale propone almeno per la fine del XII secolo, un centro consistente; un calcolo
predittivo della distribuzione insediativa conta 27-28 abitazioni e
una popolazione calcolabile nell’ordine di 100-110 unità.
Di fatto, la decadenza istituzionale viene attestata dalle fonti a partire dalla metà del ’200.
Nel 1257, i conti rinunciano alla loro proprietà e vendono alla famiglia Cantoni di Montieri, a più riprese, l’ormai “castellare di Miranduolo, con la sua corte e distretto, borghi, case, piazze, casalini,
muri, fosse e carbonaie; dominio e giurisdizioni di villani, censuari,
diritti d’albergarie e d’armi”; negli anni successivi, altri possidenti cedono agli stessi soggetti terre inserite nella corte castrense. Dal 1263,
saranno poi i Cantoni a vendere di nuovo tutto ai Broccardi; infine,
nel 1336-1337, il podere di Miranduolo passerà alla comunità di
Montieri 138.
niamo dunque informati dello stato di degrado in cui doveva versare
la struttura, probabilmente non ancora sanata dai danni subiti nel
corso del conflitto.
Negli anni compresi fra il primo trentennio e la fine del XII secolo,
l’insediamento deve aver vissuto una fase di sostanziale stallo; secondo quanto indica l’archeologia, la ripresa di autonomia da parte
dei conti segna una fase di ristrutturazione, riconosciuta per ora proprio nella ricostruzione complessiva del circuito difensivo.
L’omogeneità della tessitura muraria lungo tutto il tracciato sud della
cortina (messo in luce per una lunghezza complessiva di 60 m) indica
un’unica fase costruttiva, databile appunto fra la fine del XII secolo e
gli inizi del XIII secolo. In posizione prossima all’inizio del cassero, si
apre una delle porte del castello a cui si doveva accedere tramite una
viabilità esterna che, seguendo il pendio, costeggiava il fosso naturale;
del percorso rimane parzialmente visibile il piano di calpestio, compreso fra l’interno dell’apertura e un breve tratto esterno della cinta.
La fortificazione corre lungo tutto il perimetro sommitale della collina, definendo uno spazio di circa 500 mq; nel lato sud, non ha andamento lineare anzi registra alcuni sbalzi di quota a tagliare le curve
di livello, soprattutto in prossimità del cassero: è visibile un adattamento alla precedente struttura tipo torre, disposta secondo un
orientamento leggermente diverso.
La situazione apre alcuni interrogativi incentrati soprattutto sul
rapporto fra questo circuito e quello precedente: essenzialmente, in
138
167
Per la successione degli atti di vendita, si veda le trascrizioni riportate nella scheda
Entrambe le famiglie rientrano nel novero di quelle assurte a un
ruolo privilegiato rispetto al resto della popolazione cittadina, in
seguito al radicamento di alcuni privilegi di cui erano stati investiti nel secolo precedente; successori, cioè, di quei fedeli dei ceti
dirigenti attivi a Montieri (vescovo volterrano, Pannocchieschi,
Gherardeschi, Vescovato e Comune senese), eredi dei loro signori
nell’esercizio dei poteri e dei diritti sulla comunità. A partire dagli inizi del XIII secolo, questi gruppi si organizzano in modo autonomo rispetto ai loro patrocinatori, riproponendo però una
certa spartizione interna della città: da un lato, compaiono i Broccardi (i Cantoni sembrano appartenere allo stesso ramo familiare),
discendenti da un probabile vassallo dei Gherardeschi e dall’altro
gli Ugorazi, fedeli ai Pannocchieschi e dunque al Vescovato volterrano 139.
Alla luce di questi dati, il processo di vendite non si connota come
evento traumatico.
L’alienazione del patrimonio comitale (a cui si accompagna il decastellamento della struttura) si configura piuttosto come risultato di
una politica rivolta a escludere le parti deboli del patrimonio. Non è
da escludere che siano progressivamente decresciute le potenzialità
di risorsa del castello, prime fra tutte quelle legate all’offerta mineraria (in proposito, rimandiamo al paragrafo successivo).
Gli eventi indicati dalle fonti trovano conferma nell’archeologia; nel
corso del XIII secolo, si assiste a un generale riassetto dello spazio del
cassero, legato proprio al declassamento delle strutture di potere.
Al perimetrale est del palatium viene addossata una latrina, annesso
funzionale della struttura principale; in una fase successiva verrà
collegata a un sistema fognario e poi racchiusa da un edificio insistente su un’area precedentemente aperta (forse area di rispetto).
Nello spazio sottostante, viene costruita un’abitazione, a pianta quadrangolare con dimensioni di 6,504,30 m, articolata forse in più vani.
Gli elevati erano costruiti con tecnica a filaretto mentre il tetto,
forse a doppio spiovente, aveva una copertura in lastrine d’ardesia
di grandi dimensioni. Lungo il lato meridionale della struttura, si
poneva un piano d’appoggio per le attività quotidiane ancora da
chiarire nella loro natura; formato da terra coperta e impermeabilizzata tramite la stesura di una colata di malta, si impostava su uno
zoccolo in muratura. La pavimentazione in terra battuta aderiva in
parte alla parete di roccia.
Intorno alla fine del XIII secolo, pesanti danneggiamenti provocano
il crollo del tetto e di parte dei muri; nel corso del secolo successivo,
viene poi ricostruita (sfruttando come vespaio i livelli di crollo della
precedente struttura) e consolidata sul perimetrale est con un muro
di fattura molto approssimativa.
Il palatium subisce alcune ristrutturazioni finalizzate alla realizzazione di tramezzature e, forse, volte in laterizio 140. Un utilizzo massiccio del mattone, in una fase precoce rispetto alle attestazioni urbane, si può forse collegare all’influenza esercitata dai Cistercensi di
San Galgano; già dal primo ventennio del ’200 iniziano infatti a
farne largo uso, impiantando anche numerose fornaci destinate a tale
produzione 141.
L’abbandono del cassero sembra potersi datare entro la metà del XIV
secolo; nei livelli di crollo e negli ultimi battuti di vita sono stati rinvenuti frammenti di maiolica arcaica, in associazione a reperti vitrei
con cronologia a partire dal primo ventennio del XIV secolo.
Segue un degrado progressivo delle strutture, sicuramente per cause
naturali. Le dinamiche di crollo evidenziano un collasso degli edifici
in stato di abbandono terminato solo in tempi recenti. Le pareti del
palatium cadono per grandi blocchi, mantenendo integri la compattezza del paramento.
Tali emergenze costituiscono senza dubbio uno degli elementi di
maggior fascino del sito; per questo si è deciso di effettuare un intervento di tipo conservativo, finalizzato a salvaguardare e monumentalizzare i ruderi stessi.
Questi i dati al termine della prima campagna: un censimento preliminare delle evidenze di superficie lascia vedere un potenziale archeologico molto alto.
Il sistema economico del castello di Miranduolo: l’attività di estrazione e lavorazione dei metalli – La connotazione mineraria del castello di Miranduolo emerge per la prima volta dal documento, datato al 1178, con il quale il conte Tedice, dei Gherardeschi, offre ai
Senesi ciò che possiedono “in Monte Beccario et in eius pertinentiis
et omnium argentarium et omnium generum metallorum infra praedictos fines”.
Ulteriori riferimenti a possedimenti minerari sono contenuti nel contratto dell’11 gennaio 1263 quando, al termine delle cessioni relative
ai terreni castrensi, Guido, conte di Frosini, vende ai tre fratelli Cantoni, la sua sesta parte del castellare, della corte e del distretto con
“terre, selve, boschi, prati, paludi, cave e argentiere”; gli acquirenti, a
pochi anni di distanza (4 giugno 1276) vendono ai Broccardi, loro
concittadini, “castellaris de Miranduolo quod olim dicebatur Castrum de Miranduolo” con ogni sua corte e distretto, giurisdizione,
diritti di signoria su villani e livellari, boschi, selve e miniere d’argento;
si specifica che le terre cedute sono comprese fra Ciciari, Casteldicçi,
Cusa e Fogari 142. Le risorse non vengono più ricordate nell’atto di
cessione alla Comunità di Montieri che riceve, nelle date 18 giugno
1336-14 gennaio 1337, la giurisdizione totale sul castello, compresi
tutti i pascoli, gabelle, pedaggi, carbonaie e terreni; è improbabile che
i diritti sulle miniere siano stati trattenuti dai Broccardi, dunque la
mancata menzione può essere indizio dell’esaurimento dei filoni.
I giacimenti argentiferi del Monte Beccaio sono ubicabili nell’attuale
località Il Poggettone (Comune di Montieri), identificata ancora nel
Catasto Leopoldino con il toponimo di Poggio di Colle Beccajo 143
(specificato nei documenti del XIII secolo “in curia de Miranduolo
in contrata de Cusa”) 144; dunque almeno parte del patrimonio minerario era distaccato fisicamente dalle pertinenze immediate del castello, benché inserito nella sua corte, estesa secondo le fonti fino a
toccare Luriano, Ciciano e Boccheggiano. Dal punto di vista mine141 Un’indagine mensiocronologica, attualmente a uno stadio iniziale e limitata alle
murature formanti il coro e il transetto dell’abbazia, potrà fornire ulteriori indicazioni
a riguardo. Per l’evoluzione e l’utilizzo del mattone a Siena, si veda CORSI, 1988-89;
1991.
142 Nello spoglio risulta il termine Castellisci, la pergamena originale riporta Casteldicçi. Non sappiamo se tale toponimo può essere ricondotto a quello di Castelluccio,
come proposto da chi scrive in “Archeologia Medievale” nel 1999. Precisiamo inoltre che la citazione delle miniere d’argento compare nello spoglio mentre è assente
nell’originale (forse compromessa da alcune lacune).
143 Sezione U detta di Sambra del Catasto Leopoldino.
del castello di Miranduolo, contenuta in questo volume.
139 VOLPE, 1924, pp. 52-58.
140 Situazione di crollo simili a quelle rinvenute a Miranduolo sono state interpretate
nella torre di Castel di Pietra (Gavorrano-Grosseto) come pareti con funzioni di tramezzo e forse di archetti relazionabili a piccole aperture; cronologia XIV-XV secolo
(CITTER, 1997; 1998). Il confronto più vicino con edifici scavati, riguardo questa seconda ipotesi, si ha con la torre di Donoratico (Castagneto Carducci, Livorno), anch’essa dotata di una volta in mattoni e databile nella seconda metà del XII secolo
(informazione fornita da Giovanna Bianchi, che coordina lo scavo).
168
ralogico, la zona, indicata come area di coltivazioni prevalenti di
ferro, rame e pirite, presenta anche emergenze consistenti di galena
(solfuro di piombo argentifero), dalla quale appunto si poteva procedere all’estrazione di argento.
Questo aspetto dell’economia castrense si è in parte concretizzato
con l’apporto della ricerca estensiva, tramite il rinvenimento di una
piccola miniera a solfuri misti e di una struttura di riduzione del ferro
(posta a poche centinaia di metri dai ruderi castrensi).
Nel versante del poggio a sud prospiciente il castello, appena al di
sopra del tracciato del torrente che distingue le due colline, è presente l’evidenza di una galleria, con imboccatura ellittica di 1,60 m
di larghezza e 1,90 m di altezza. Si tratta di una coltivazione piuttosto irregolare a seguire il filone 145; il taglio corre parallelo in direzione sud-est ma la sua profondità attuale, di circa 4-5 m, è probabilmente falsata dal momento che la galleria è stata obliterata da
una frana. Al centro della sala, si trova un pozzetto, di circa 60 cm
di diametro, utilizzato per la risalita del minerale; tale sistema, qualunque fossero le reali dimensioni dell’escavazione, si rendeva necessario in quanto la fortissima pendenza della parete avrebbe altrimenti impedito la presa del cavato.
La tecnica di aggredire la massa mineralizzata a seguire il filone rimanda a contesti premoderni, sia le coltivazioni antiche che quelle
medievali procedono infatti in modo uniforme all’andamento del giacimento e assumono così dimensioni e forma irregolari 146; data la sua
vicinanza al centro incastellato e l’assenza di altri insediamenti antichi, è da riferire con certezza al periodo di attività del Miranduolo.
La mineralizzazione è costituita da un filone a solfuri misti associati
a idrossidi di ferro nella zona di ossidazione superficiale (cappellaccio limonitico); la roccia incassante è il calcare cavernoso.
Specifiche ricerche geologiche hanno permesso di riconoscere in
tutta l’area di Poggio Fogari (immediatamente retrostante il sito)
formazioni simili costituite da un’associazione di stibina (antimonio) con sporadica presenza di solfuri misti (solfuro di ferro-limonite; solfuro di rame-calcopirite; solfuro di zinco-blenda; solfuri di
piombo-galena), determinate dalla sinergia di manifestazioni idrotermali con estese anomalie geochimiche; tali mineralizzazioni
sono localizzate in aree molto silicizzate, argillificate e caolinizzare
a carico del calcare cavernoso affiorante 147.
Le anomalie sono state riscontrate a nord-est di Poggio Fogari in corrispondenza di una grande faglia che crea il contatto fra le argille (intercalate a bancate di gesso) e le Liguridi; nell’estremità occidentale
(dove è situata la miniera), nel punto del contatto tettonico dei flysch con il calcare cavernoso; infine a est in una breve fascia di collegamento fra il calcare cavernoso silicizzato e la Scaglia Toscana.
Parallelamente allo scavo, abbiamo ripreso la ricognizione degli spazi
interessati dalle mineralizzazioni. Lungo il filone su cui è stata ricavata la miniera, si rinvengono frequenti tagli nella roccia, però di dif-
Figura 67. Anomalie minerarie.
ficile identificazione dal momento che non restituiscono materiale
caratterizzante del deposito (scarti di roccia incassante, frammenti di
minerale eccetera). Fra questi, diamo un alto grado di affidabilità a
un’emergenza corrispondente a un taglio di forma quadrangolare
(dimensioni 22 m), di chiara origine antropica, dislocato lungo il
filone, in linea con il pozzo della miniera per la risalita del minerale;
l’ubicazione conferma la presenza di una coltivazione di maggiori dimensioni.
Esistono dunque elementi che consentono di riconoscere un potenziale di risorsa (seppure di carattere locale) compreso nella
corte castrense e non nominato dalle fonti; le tracce materiali rinvenute, anche se non provano ancora con certezza un’attività
estrattiva intensa, attestano comunque l’avvenuta individuazione
dei giacimenti e rendono almeno ipotizzabile un loro sfruttamento sistematico.
In tal senso, è interessante la corrispondenza diretta fra l’anomalia mineraria di nord-est (riconosciuta come più ricca di mineralizzazioni)
e la struttura di riduzione da ferro: quasi una scelta programmata da
parte dei signori di collocare il forno nei pressi delle aree di estrazione.
Posto in località Castelluccio, si conserva sotto forma di un’ampia concentrazione di scorie ferrifere di grandi dimensioni, associate a pietre non lavorate e disposte in modo omogeneo su tutta
la superficie del poggio. Le scorie sono il risultato di un processo
di produzione con una bassa resa in metallo (molto pesanti, mantengono un’elevata percentuale di metallo); mostrano inoltre
tracce di lining (cioè tracce della parete interna del forno in argilla
fusa nel corso della lavorazione e aderita dunque alla scoria). Sulla
base delle numerose scorie a calotta rinvenute, possiamo ipotizzare un diametro medio della ciambella di 13 cm; potrebbe dun-
ASS, Diplomatico, Comune di Montieri, 24 gennaio 1257.
Per una prima tipologia delle escavazioni medievali si veda CASINI, 1991-1992,
pp. 237-239.
146 Una trattazione esaustiva dell’evoluzione della tecnica estrattiva dall’età etrusca all’età moderna si ha in CASINI, 1991-1992, pp. 233-247; si veda anche CIMA, 1991,
pp. 69-93 (evoluzione dalla preistoria all’età moderna). A questo stesso proposito si
rimanda a BAILLY MAITRE, 1993, pp. 355-381 e in genere a tutto la sezione III del
convegno Archeologia delle Attività Estrattive e Metallurgiche (FRANCOVICH, 1993).
147 Ci riferiamo al progetto di Ricerca di base (convenzione MICA-ENI), “Mineralizzazioni ad Oro invisibile nella Toscana Meridionale” (1989) e al progetto Ricerca
di base (convenzione MICA-ENI) “Ciciano-Poggio Fogari” (1995): i resoconti di entrambe le ricerche sono consultabili presso il Distretto Minerario di Grosseto.
144
145
169
copirite e galena. È dunque ipotizzabile che la miniera prospiciente
al castello potesse essere finalizzata al loro reperimento e, solo in subordine, alla raccolta del minerale da ferro: in altre parole se, come
attesta la miniera, avveniva lo sfruttamento dei filoni a solfuri misti, è improbabile che questo sia stato rivolto esclusivamente alla limonite, trascurando i giacimenti più ricercati.
Il proseguimento dello scavo, potrà avvalorare l’ipotesi. È molto probabile infatti che le operazioni di lavorazione del rame e dell’argento
avvenissero proprio nelle aree prossime o interne alla cinta del castello 152: la raccolta di alcune scorie sporadiche all’interno del circuito murario suggerisce la presenza di opifici interni.
Alla luce di questi dati, Miranduolo acquista una valenza mineraria
(e forse anche metallurgica). Non è possibile però, al momento, decifrare la reale consistenza del potenziale e, di conseguenza, comprendere quale ruolo abbiano giocato tali risorse nell’espansione gherardesca in Val di Merse 153.
L’impossibilità di capire la reale portata dei processi estrattivi (ed
eventualmente anche produttivi) impedisce infatti di capirne le implicazioni economico-sociali: in altre parole, dedurre in che misura
Miranduolo possa definirsi castello minerario a tutti gli effetti.
Sin dalla fine del X-inizi XI secolo, la Toscana meridionale viene a
punteggiarsi di numerosi fondazioni di questo tipo 154, come risultato
di un processo espansionistico delle grandi famiglie aristocratiche, che
veniva guidato proprio dal desiderio di esercitare un controllo diretto
su risorse e aree strategiche. Nel campo della metallurgia, l’attività
estrattiva più forte era certamente rappresentata dai minerali monetabili (rame e argento); difficilmente reperibili e sfruttabili attraverso
tecniche piuttosto complesse, venivano spesso posti al centro di vere
e proprie organizzazioni economiche, rivolte alla centralizzazione
della lavorazione e commercializzazione della materia prima. La produzione siderurgica invece veniva finalizzata alle esigenze interne della
comunità locale; la diffusione del minerale e la sua facilità di estrazione condizionava verso una gestione usualmente più frazionata e
non strutturata in forme di tipo centralistico. Solo i grandi giacimenti
(di ematite o limonite) rivestivano un interesse strategico in un’ottica
di produzione a larga scala e immissione in mercati più ampi 155.
Il castello di Miranduolo sorge all’interno di due mineralizzazioni (a
potenziale estrattivo di ferro, rame e forse argento) e comprendeva
nella sua corte altre, e più estese, coltivazioni argentifere poste a una
distanza non superiore ai 3-4 km; ancora altre risorse dovevano essere poi controllate dall’altro castello signorile, Sovioli (posto non
lontano dal confine della corte), in un luogo dove Arduino individuava coltivazioni di rame, sfruttate sin dall’antichità 156.
que trattarsi di uno o più forni di piccole dimensioni, costruiti ad
hoc per ogni lavorazione. Non rimangono elementi materiali della
ferriera: gli unici due muretti, ancora leggibili, realizzati con una
messa in opera molto irregolare di conci appena sbozzati, sembrano di contenimento.
L’impianto non è alimentato da energia idraulica; le scorie infatti si
presentano come grosse masse spugnose e non mostrano tracce di tapping, dunque non sono fuoriuscite allo stato liquido (processo che avviene invece nei mulini da ferro idraulici) 148. Inoltre, l’unico torrente
presente nella zona non poteva certamente essere convogliato e utilizzato come forza motrice per i mantici; è infatti troppo lontano, in
posizione sottostante il forno e non ha una portata sufficiente per trasmettere il movimento alle ruote con una certa regolarità.
La presenza di corsi d’acqua (anche se non in grado di generare energia idraulica), come risulta da numerosi esempi toscani, era comunque essenziale e pregiudiziale nella scelta del sito; l’acqua era necessaria per il lavaggio del minerale, per impastare l’argilla con cui rivestire i forni e modellare le bocche dei mantici (tuyers), nonché per le
necessità dei lavoranti 149. Sul sito, tali operazioni potevano avvenire
a pochi metri di distanza, in una profonda buca scavata sul terreno
(4-5 m di diametro) che, per i perenni affioramenti, costituiva una
fonte stabile di approvvigionamento idrico (nel linguaggio locale
viene definita appunto “sorgente dell’acqua perenne”).
Le caratteristiche tecnologiche permettono di collocare la struttura
in un ambito cronologico anteriore al XIII secolo quando, sia le fonti
documentarie sia quelle archeologiche, indicano la comparsa dei
primi opifici idraulici in Val di Merse. Da questo momento, la diffusione delle nuove acquisizioni tecniche, anche se non può escludere l’eventualità di un impianto manuale, la rende almeno altamente improbabile 150. Il periodo di utilizzo coincide con la fase di
frequentazione del castello: per di più, il toponimo di Castelluccio
sembra indicare un contesto di assoluto controllo signorile.
Non disponiamo di elementi per riconoscere la provenienza del minerale lavorato, di cui non abbiamo reperito tracce sul sito. È probabile l’utilizzo almeno parziale delle mineralizzazioni locali, forse
associato allo sfruttamento dei ricchi giacimenti di ematite di Boccheggiano (gli “omnium generum metallorum” del Monte Beccario,
ricordati nel 1178). La limonite, infatti, anche quando è presente
in grande quantità, non viene mai lavorata da sola ma sempre in associazione a ematite, anche più conveniente dal punto di vista tecnologico 151. In presenza di giacimenti a solfuri misti, quindi, l’estrazione della limonite non rappresentava un obiettivo primario
bensì funzionale al raggiungimento dei più profondi depositi di cal-
Portiamo nuovamente l’esempio di Rocca San Silvestro; qui i forni da rame e
piombo erano collocati all’interno del circuito murario, mentre la ferriera si trovava
all’esterno, addossata alla cinta. FRANCOVICH, 1991.
153 Ricordiamo sotto forma di breve accenno la propensione dei conti ad ampliare il loro
dominio su aree fortemente connotate di un simile valore. Sono con tutta probabilità
promotori della fondazione di Rocca San Silvestro; possiedono vasti patrimoni nel Volterrano, nel campigliese, nel comprensorio del Cecina e del Cornia, anche intorno ai distretti minerari di Riparbella e Montescudaio; un ramo della casata svolge inoltre un
ruolo rilevante nella fondazione della città di Iglesias e nell’attività di sfruttamento delle
risorse piombo-argentifere della Sardegna (FRANCOVICH-FARINELLI, 1994, p. 459).
154 Ci riferiamo, ad esempio, al castello di Rocchette Pannocchieschi e al limitrofo
castello di Cugnano (Massa Marittima-Grosseto). Il sito di Rocchette è tuttora oggetto di indagini intensive condotte dall’insegnamento di Archeologia medievale dell’Università di Siena (per indicazioni rimandiamo a AA.VV., 1997 e BOLDRINI-DE
LUCA, 1997; allo stato ancora preliminare la ricerca sul sito di Cugnano, presentato
in BIANCHI-BOLDRINI-DE LUCA, 1994, pp. 251-269.
155 FRANCOVICH-FARINELLI, 1994, pp. 445-447; e anche FRANCOVICH-WICHKAM,
1994, pp. 9-10.
156 ARDUINO, 1755.
152
148 Si hanno scorie tapped anche a seguito della lavorazione del minerale nei basso fuochi
ad alimentazione manuale. Dunque la presenza di scorie di questo tipo non rappresenta
di per sé la prova certa per escludere un opificio idraulico: l’associazione però con indizi
sicuri in merito all’impossibilità di alimentazione a energia idraulica (corso d’acqua non
convogliabile) offre un’ulteriore conferma. Per una cronologia dei basso fuochi e per uno
sguardo alle principali tecniche metallurgiche si veda CIMA, 1991, pp. 115-158.
149 CORRETTI, 1991, pp. 45-47.
150 Riguardo agli opifici idraulici nell’ambito geografico della Val di Merse si rimanda
a CORTESE, 1997, pp. 93-138.
151 Va considerata l’eventualità, anche senza alcun dato di supporto, di importazione
di ematite elbana, ampiamente commercializzata e diffusa. In fase di produzione si
tendeva sempre, qualora fosse possibile, ad associare ematite alla limonite che pur essendo facilmente reperibile produce ferro duro ma fragile. Si veda ad esempio il caso
di Rocca San Silvestro; qui la lavorazione dei depositi limonitici, connessa all’estrazione dei solfuri misti (dei quali la limonite rappresenta lo strato superficiale di ossidazione) dava una grande disponibilità di tale minerale, che veniva comunque lavorato in associazione a ematite elbana (per un inquadramento delle problematiche del
sito si veda FRANCOVICH, 1991; CASINI, 1991-1992; FRANCOVICH-WICKHAM, 1994).
170
Ma fino a che punto, l’interesse verso lo sfruttamento di questi giacimenti può aver condizionato l’impianto stesso del castello? L’entità della risorsa disponibile poteva essere sufficiente per fondare un
nucleo fortificato al suo interno?
Né l’indagine di superficie né le fonti scritte sono del tutto efficaci
nel rispondere a questi quesiti: solo l’intervento stratigrafico potrà
fornire risposte più concrete.
In primo luogo, l’individuazione di tracce materiali di possibili aree
estrattive legate a Miranduolo presenta non poche difficoltà; ad
esempio, se effettivamente il suo patrimonio argentifero più consistente è compreso nel distretto minerario di Boccheggiano (interessato da lavorazioni pressoché ininterrotte), su che base potremmo
procedere all’attribuzione delle eventuali coltivazioni rintracciate?
Oltre tutto, questa complicazione si aggiunge a una già grande difficoltà nel reperire, e soprattutto, decifrare i depositi di questo tipo.
Neppure le fonti scritte, d’altronde, sono misura del reale potenziale
di risorsa, di cui spesso non si sono dimostrate rappresentative. È il
caso ad esempio del castello di Rocca San Silvestro (Campiglia Marittima, Livorno), la cui stretta connessione con l’enorme ricchezza
mineraria non viene minimamente espressa dalle fonti. La prima attestazione risale al 1310 al momento della vendita della “Rocca a Palmento, con la rocca, le torri, il cassero e tutti i terreni coltivati ed incolti, i pascoli, i boschi e le miniere” 157: di fatto una formula sintetica
e molto generica, non molto dissimile da quella riferita a Miranduolo.
Eppure, l’esempio di Rocca San Silvestro costituisce un caso paradigmatico di castello minerario. Posto a dominio di ricchi giacimenti
di solfuri misti, impianta la sua attività economica sullo sfruttamento
delle coltivazioni di galena argentifera e calcopirite; di fatto proprio
questa disponibilità dà l’impronta indelebile all’organizzazione socio-economica del villaggio. Il potere signorile (espresso inizialmente
proprio dai Gherardeschi poi dai Della Rocca), fortemente presente
e radicalizzato nel suo ruolo egemone assoluto, costituisce il polo catalizzatore di una rigida centralizzazione dell’estrazione e della lavorazione di questi minerali. Tutti i membri della comunità, in questo
caso, vengono assorbiti nelle attività collegate al processo produttivo;
decisamente secondarie, le pratiche agricole, già penalizzate dall’aridità del luogo, che vengono rivolte esclusivamente a esaurire le esigenze di autoconsumo interno 158.
La situazione di Miranduolo sembra, in parte, diversa. Al di là dei limiti attuali delle nostre conoscenze, esistono alcuni elementi utili a
sostenere che, in questo caso, la volontà di esercitare il controllo sul
potenziale minerario abbia giocato un ruolo complementare a più
ampi motivi di carattere strategico e politico. In altre parole, riteniamo che lo sfruttamento dei giacimenti abbia rappresentato uno
fra gli obiettivi primari per l’impianto del nucleo ma non l’unico; vi
hanno contribuito il bisogno di imporre un controllo indiretto sui
ben più rilevanti giacimenti montierini, la necessità di radicarsi in
uno spazio nodale per il flusso viario, il bisogno di stabilire equilibri
fra le potenze attive in un contesto, sicuramente fondamentale nella
Toscana di questo periodo (motivi di cui abbiamo parlato nei precedenti paragrafi).
Non sembra cioè che lo sfruttamento minerario abbia rivestito un
ruolo egemone nell’ambito dell’organizzazione economica della comunità. Dalle informazioni deducibili dai contratti di vendita di
XIII secolo emerge una gestione interna, articolata su diversi livelli
di attività. La menzione di numerosi terreni “coltivati” o “lavorativi”
157
158
testimonia una buona diffusione della pratica agricola, per di più,
non riferita solo alle colture per autoconsumo bensì dedita anche a
quelle più specializzate: risultano frequenti le terre vineate e toponimi
attestanti le pratiche vinicole (Vigna vecchia, Vignali, Vigne Pincesche
e altri) 159. Molto diffusi gli spazi boschivi che dovevano rivestire
un’importanza determinante sia all’interno del ciclo produttivo che,
con tutta probabilità, per l’allevamento (solitamente molto diffuso
in presenza del bosco) 160.
La carta presentata alla fig. 68 propone una ricostruzione del territorio circostante il castello elaborata sulla base della documentazione
scritta e riferisce un quadro relativo alla disposizione dei terreni alla
metà del XIII secolo: riteniamo comunque che una tale organizzazione possa essere stata valida anche negli anni di gestione signorile.
Vediamo un sistema economico variegato, dove l’attività minerariometallurgica, pur rivestendo un ruolo centrale (e forse primario) non
arriva ad assorbire del tutto la forza lavoro presente all’interno della
comunità castrense.
Miranduolo dunque non sembrerebbe dominare una risorsa così
massiccia da rispondere totalmente alle istanze imprenditoriali,
espresse e attuate nel caso invece di Rocca San Silvestro: non appare
cioè come un potenziale “villaggio-fabbrica” 161. La scelta stessa del
Figura 68. Area circostante Miranduolo.
Nei contratti vengono menzionati 27 appezzamenti di terreno “lavorativo” e “coltivo”, e 12 di “vineata” (il numero è comunque superiore in quanto spesso si cita la
formula “alcuni terreni” senza specificare quanti). Si veda ASS, Diplomatico, Comune
di Montieri, dal 15 luglio 1255 al 4 giugno 1276.
160 ASS, Diplomatico, Comune di Montieri, citate alla nota precedente. Per quanto riguarda lo sfruttamento del bosco e dell’incolto si veda MONTANARI, 1979, pp. 222-253.
161 In tal modo viene definito il villaggio di San Silvestro in FRANCOVICH-WICHKAM,
1994, p. 7.
159
CECCARELLI LEMUT, 1985, p. 327.
A questo proposito si veda FRANCOVICH-WICHKAM, 1994, pp. 20-28.
171
sito da incastellare riflette forme gestionali meno specializzate; è organizzato al centro di un’area a potenziale minerario, ma anche di
estesi spazi coltivabili, ricchi di acqua e dunque capaci di alimentare
una buona produzione agricola.
All’interno di una tale organizzazione, il signore certamente ricopriva
un ruolo centrale ed esercitava il controllo diretto sia sulle attività
estrattive sia su quelle produttive. Le cave ed argentiere risultano di sua
proprietà esclusiva, come anche la “selva detta del Miranduolo” (con
tutta probabilità l’area boschiva più estesa e ricca della corte) 162 ed è
infatti il conte in persona a trattarne la vendita.
Poiché egli deteneva diritti anche sulla maggior parte delle superfici
boscate, doveva operare controlli sulla produzione non solo attraverso la gestione delle strutture (della quale abbiamo come unico indizio la definizione di Castelluccio per lo spazio occupato dalla ferriera) ma anche attraverso la regolamentazione del consumo di legname, determinante per l’alimentazione dei forni metallurgici.
D’altra parte il rinvenimento della ferriera, a 1,5 km circa dal castello, fa pensare che il controllo signorile potesse esprimersi non solo
attraverso l’imposizione simbolica della sua presenza (collocando
cioè la struttura all’interno o nei pressi immediati delle mura castellane), come invece succede a Rocca San Silvestro; qui, la rigida centralizzazione economica esigeva un inglobamento concreto di tutte
le strutture di produzione, anche a fronte di difficoltà logistiche
(come il trasporto del minerale e la disponibilità d’acqua) 163. Una
gestione simile, a nostro avviso, trae le radici nella situazione politica
in cui si trovano ad agire i Gherardeschi. Nella fase di attività di Miranduolo, i conti sono di fatto gli unici detentori del controllo di
tutta la porzione meridionale del comprensorio; tre loro centri di potere vengono contemporaneamente a insistere su uno stesso spazio,
peraltro non particolarmente esteso. È probabile che non abbiano
incontrato la necessità di concentrare rigidamente le strutture nelle
loro immediate pertinenze; bensì abbiano potuto operare scelte di
convenienza, tese, ad esempio, a privilegiare siti posti in posizione
più favorevole per la risorsa idrica, per la disponibilità del minerale
o del legname da combustione.
I processi di coltivazione sembrano invece essere gestiti direttamente
dai tenutari dei terreni. Quasi tutte le vendite del XIII secolo degli
spazi coltivi sono effettuati da privati, spesso residenti nei paesi circostanti del castello; possediamo quindi un indizio di una sorta di
fossilizzazione fondiaria dei diritti dei contadini sulle terre e di una
loro progressiva alienazione dal patrimonio signorile.
volterrana, si pongono come patrocinatori dell’ingresso dei Cistercensi in Val di Merse. Sfruttando il largo consenso raccoltosi intorno alla figura di Galgano Guidotti (nobile chiusdinese convertitosi a vita eremitica), insediano la prima comunità monastica nel
luogo in cui si erano sistemati alcuni seguaci dell’eremita, a pochi
anni dalla sua morte 164. Al momento della fondazione, il presule
Ugo acquista dal comune di Monticiano i terreni di Monte Siepi
“con tutto il piano e le collinette circondati dai fiumi Merse, Gallessa e Righineto” e ne fa dote al monastero; avvalla poi la venuta
di monaci da Citeaux (ordine che aveva a quel tempo un’eco vastissima in tutta Europa), con il chiaro obiettivo di legittimare, sul
piano religioso, un progetto territoriale ben più ampio di una semplice fondazione monastica.
Nonostante le consistenti elargizioni e i benefici promossi in favore
dell’ente (nel tentativo di trattenerlo nell’orbita volterrana) 165, il
Vescovato perde ben presto il controllo istituzionale sull’abbazia,
questa, dotata dell’intraprendenza economica e imprenditoriale tipica dell’ordine, nei primi decenni del XIII secolo, avvia un processo di autonomizzazione rispetto ai fondatori, rivolgendo le proprie aspettative verso la più vitale città di Siena 166.
In questi stessi anni, dà l’avvio a una politica territoriale ad ampio
raggio, concentrata inizialmente nell’ambito di stretta pertinenza e
ampliata, in seguito, al contesto provinciale.
Rapida è l’espansione negli spazi cittadini (acquistano proprietà sia
nelle Masse senesi che all’interno della mura); altrettanto rapida è
l’affermazione di un rapporto di collaborazione stretta con gli organismi dominanti all’interno di Siena (rimandiamo a tal scopo all’appendice di questo volume).
Lo sviluppo della comunità rende presto inadeguata la prima struttura abbaziale; negli anni intorno al 1218, inizia la costruzione del
nuovo edificio a valle, intorno al quale si organizzerà l’imponente
complesso monastico 167. È probabile che la pianura abbia subito
in questa fase opere di bonifica; la sua connotazione morfologica,
circondata dai fiumi Merse e dai fossi Gallessa e Righineto, lascia
ipotizzare un impaludamento, almeno parziale 168.
Con l’intervento di maestranze già impiegate per Casamari, il cantiere viene aperto da Donnus Joannes (anch’esso coinvolto nella
realizzazione dell’abbazia laziale) 169; nel 1229, ne cede poi la
guida ad altri monaci, che seguiranno la costruzione dei mulini
annessi.
XIII-XIV secolo
164 Sulla fondazione dell’eremo di Monte Siepi, rimandiamo soprattutto alla trattazione in CANESTRELLI, 1989, pp. 1-4.
165 Riguardo i privilegi concessi in favore dell’eremo di Monte Siepi, rimandiamo alla
trattazione in CANESTRELLI, 1989, pp. 5-6; le pagine successive (pp. 7-12) riguardano
invece i privilegi promossi verso l’abbazia a valle.
166 Le tappe del percorso di formazione del patrimonio cistercense sono ripercorse nel
dettaglio in BARLUCCHI, 1991.
167 Per le fasi di costruzione dell’abbazia rimandiamo a CANESTRELLI, 1993, pp. 68-72.
Elaborazioni su aspetti specifici del cantiere e dell’architettura dell’abbazia sono stati
invece trattati in GABBRIELLI, 1998b; citiamo inoltre il recente contributo di GABBRIELLI, 2000.
168 CORTESE, 1997, p. 102.
169 Non sembra accettabile la notizia della presenza di un architetto esterno (sostenuta
dal Libanori); è incoerente con i principi cistercensi, che prevedevano che l’esecuzione
fosse interamente curata dai monaci, sotto la guida di un religioso che assommava su
di su di sé la carica di operaio e architetto (magister lapidum e magister operis). Alle
spese (secondo il Gigli 1.000.000 di scudi) molto contribuirono le elargizioni delle
città di Siena, Volterra e San Gimignano e soprattutto dei conti Pannocchieschi (allora stabili titolari della carica vescovile di Volterra): si aggiunsero anche le frequenti
donazioni e lasciti da parte di privati intenzionati a garantirsi il merito dell’edificazione delle varie parti del complesso.
L’impianto del complesso cistercense – Durante la seconda metà del
XII secolo, si assiste al progressivo fallimento dei poteri a carattere
egemonico laico ed ecclesiastico, attivi negli anni precedenti.
Nell’ultimo ventennio del secolo, nel tentativo di rivitalizzare il
loro potere, i Pannocchieschi, stabili titolari della sede vescovile
162 In un contratto datato al 24 febbraio 1263 (ASS, Diplomatico, Comune di Montieri) i proprietari del castellare, i Cantoni, vendono a un privato tutta la legna nella
Selva del Miranduolo purché riesca a portarla via entro un anno.
163 Nel caso di San Silvestro tutti gli impianti produttivi sono sottoposti al controllo
anche materiale del signore; all’interno della cinta muraria si trovano i forni per la lavorazione del rame e del piombo-argentifero, così anche il frantoio, un forno da ceramica e uno da pane; immediatamente all’esterno della cinta un basso fuoco da ferro,
una forgia e, solo a pochi metri di distanza una calcara, FRANCOVICH, 1991. Per i motivi di una organizzazione così centralizzata rimandiamo nuovamente a FRANCOVICH-WICHKAM, 1994, pp. 7-22.
172
Una parte consistente del nucleo religioso è completata già nel 1224
(compare la menzione della “abbatiam novam Sancti Galgani”) 170;
nel 1227, viene distinta l’ecclesia superiore dall’ecclesia inferiore 171;
nel 1288 avviene la consacrazione e l’inizio delle officiazioni 172. L’intero complesso non è comunque terminato prima del 1341 173; ancora l’anno precedente si registra la donazione di un cittadino senese,
che destina le rendite di una sua proprietà, posta in Chiusdino, all’edificazione della cappella “juxta ecclesia Sancto Galgani” 174.
L’imponenza a cui arriva il nucleo doveva essere notevole se nel
1742, di fronte agli edifici già in stato di forte degrado, Targioni
Tozzetti afferma che “le rovine della Badia fanno conoscere che essa
era piuttosto una mezza città che una Badia” 175.
Purtroppo, l’abbandono avvenuto nel corso del XV secolo e la progressiva decadenza che investe il centro a partire da questa data, provocano la scomparsa di alcune delle sue strutture materiali; il fenomeno diventa più macroscopico nel corso del tardo XVIII-XIX secolo.
Uno schizzo eseguito nel 1724 dall’architetto Alessandro Galilei testimonia il grado di conservazione del complesso; probabilmente già
in stato di rudere, agli inizi del secolo è ancora visibile la distribuzione planimetrica del monastero, vi sono descritti il chiostro, le tre
corti, l’edificio retrostante il refettorio. Alla fine del secolo successivo, la struttura è più compromessa. Antonio Canestrelli informa
della perdita delle parti sud e ovest del chiostro, dell’ala che si dipartiva in direzione est dal refettorio (all’interno del quale si trovavano la cella abbaziale e la sua loggia) e delle infermerie. Rimanevano ancora visibili la sagrestia (ridotta a cantina), la sala capitolare
(divenuta tinaia) e il refettorio, diviso in più parti e utilizzato per le
stalle; i dormitori dei monaci, al piano superiore dell’edificio, erano
stati trasformati in case in affitto “per coloni e pigionari” 176.
L’architetto Canestrelli, nel suo studio, propone così un’ipotesi ricostruttiva del monastero, basandosi sia sulla pianta di Galilei che sul
confronto con le altre abbazie appartenenti allo stesso ordine; dal
punto di vista architettonico e di organizzazione spaziale, l’insediamento monastico riproduce uno schema comune alle più importanti
fondazioni cistercensi, in un confronto stringente con le abbazie di
Casamari (dalla quale essa si pone come filiazione diretta) e Fossanova (in ambito italiano), Clairvaux (in Francia) 177.
Sull’esempio di Clairvaux, ipotizza il cimitero nello spazio compreso
fra la cappella (detta nel testo “dei Pannocchieschi”) e il lato setten-
trionale della chiesa; la posizione non è molto diversa da quella dell’impianto cimiteriale della parrocchia di San Galgano, ancora in vita
ai tempi dell’autore.
Secondo la disposizione presente a Casamari, pone le infermerie sul
retro della chiesa e del cimitero; attestate per la prima volta nel
1228 178, vengono demolite nel corso della prima metà del XVI secolo; ci informa il rapporto della Visita Pastorale del 1576 in cui si
dice “extra ecclesiam et prope Coemeterium adsunt reliquiae parietum supra terram ubi fertur fuisse hospitale et a 40 vel 50 annis citra
demolitum fuit” 179.
Dal punto di vista archeologico, l’interesse rivolto agli spazi circostanti l’abbazia ha riguardato l’individuazione di edifici connessi all’attività del complesso monastico; è infatti certo che una realtà insediativa di tali dimensioni prevedesse la presenza di numerose infrastrutture, necessarie nella fase del cantiere e di vita (ad esempio,
stalle, granai, impianti produttivi eccetera).
Già l’intervento stratigrafico, condotto da Cucini e Paolucci nel
1983 180, era stato mirato a verificare la presenza di fabbricati nello
spazio retrostante il corpo centrale, sulla base di quanto ipotizzato da
Canestrelli. Il saggio non aveva restituito tracce di edifici mentre
aveva messo in luce un breve tratto stradale, in asse con l’abbazia; in
un certo senso, l’evidenza negativa era stata ritenuta una potenziale
conferma alla planimetria del Galilei, che non riportava in questo
spazio alcuna struttura.
Nel corso della nostra indagine (sia del 1993 che del 2001), la tenuta
a incolto, non ha permesso di raccogliere dati in superficie; elementi
interessanti sono invece emersi dalla lettura delle foto aeree, trattate
al calcolatore.
Nell’estremità nordorientale del campo retrostante l’abbazia, in linea con la piccola cappella, si rintraccia un’anomalia nella crescita
della vegetazione che descrive una struttura di forma rettangolare allungata, di dimensioni pari a 8328 m (fig. 70).
La presenza di elementi murari in questo spazio viene confermata anche in una stampa del 1712 che descrive una corte recintata in corrispondenza dell’abside 181. L’immagine presenta un’evidente rielaborazione della struttura, proposta come integra e illesa; è possibile
che nella ricostruzione grafica, i ruderi dell’edificio non siano stati
interpretati e dunque riprodotti come semplice recinzione.
Coerentemente con le indicazioni contenute nella visita pastorale del
1576, è del tutto plausibile interpretare l’evidenza come traccia delle
infermerie; anche la distanza dal monastero, circa 50-60 m in media, è funzionale alla necessità di distaccare fisicamente, per motivi
igienici, le strutture ospedaliere da quelle abitative.
Circa 60 m in direzione sud-est, si legge un crop mark lineare, di
una lunghezza pari a 21 m (sul lato sinistro nella fig. 70); deve essere sicuramente ricondotto alla viabilità rintracciata nel corso
dello scavo da Cucini e Paolucci. Il tracciato messo in luce è ottenuto tramite un banco di argilla, di una larghezza costante di 3,70
m e con configurazione a schiena d’asino per assicurare lo scolo
delle acque; il suo andamento, in asse con il parlatorio, è coerente
con l’impianto abbaziale e forse assicurava il collegamento con la
viabilità principale 182.
CANESTRELLI, 1993, p. 69.
CANESTRELLI, 1993, pp. 74-75.
172 CANESTRELLI, 1993, p. 72.
173 Un’epigrafe conservata nell’abbazia informa della consacrazione. È però certo che
vi abbia presieduto l’abate Rainerio di Belforte e non, come sostiene erroneamente il
testo, l’abate in carica venti anni prima.
174 Sembra essere quella vicina al Monte Siepi; il testamento indica infatti la volontà che venga dipinta. Non sembra però che sia quella tuttora visibile dedicata
allo Spirito Santo divenuta poi cappella del loro cimitero e in seguito cappella della
parrocchia di San Galgano.
175 TARGIONI TOZZETTI, 1786-1779, I, p. 27; citato anche in CANESTRELLI, 1989, p. 59.
176 CANESTRELLI, 1993, pp. 89-90.
177 L’analisi degli aspetti architettonici dell’abbazia e le sue relazioni con le altre abbazie cistercensi sono state trattate più volte in modo ampio ed esaustivo. Una prima
valutazione si trova in CANESTRELLI, 1993, pp. 78-103; elaborazioni più ampie in
ENLART, 1891 e 1894; SCHEVILL, 1908; LAMBERT, 1896; NEGRI, 1981; e infine in
RAININI, 2000, pp. 113-139. Segnaliamo inoltre una recente una mostra allestita
presso l’Università Cattolica di Milano su Percorsi di iconografia medioevale. Dalla
Gerusalemme celeste all’abbazia di San Galgano; riproposta nel settembre 2001 nella
sala capitolare del monastero di San Galgano, in occasione del convegno. La spada
nella roccia: San Galgano e l’epopea eremitica di Montesiepi. Ricordiamo anche il volumetto AA.VV., 2000.
170
171
1228 “juxta domum infirmarie Abbatis”; 1230 “in quadam domo infirmarie laicorum”. CANESTRELLI, 1993, p. 70.
179 CANESTRELLI, 1993, p. 54.
180 CUCINI-PAOLUCCI, 1985.
181 La stampa è riportata in CUCINI-PAOLUCCI, 1985, p. 452 e RAININI, 2000, p. 109.
182 CUCINI-PAOLUCCI, 1985, pp. 461-462.
178
173
Nella foto aerea, in prossimità dell’anomalia lineare se ne legge un’altra, di forma quasi quadrata (1215 m); la sua funzione è riferibile
in modo generico a un edificio di supporto alle attività quotidiane
del monastero.
Altri crop mark riferibili a fabbricati vengono rilevati nel campo antistante la facciata abbaziale, in corrispondenza del suo angolo nordovest. Si tratta di allineamenti murari, disposti a definire una struttura forse rettangolare (è visibile solo per 1/3) con una bipartizione
interna. Sul suo lato occidentale, la struttura presenta una traccia a
“L”, indicando forse la presenza di un altro ambiente. Anche in questo caso, l’interpretazione può solo essere generica; la stessa raccolta
di superficie (sia nel 1983 che nel 1993), restituendo solo concentrazioni di materiale edilizio (pietra e laterizio), non ha fornito ulteriori specificazioni (fig. 71).
Nel campo compreso fra l’eremo e la chiesa, in prossimità di quest’ultima, emerge un’anomalia molto estesa che indizia un grande
edificio, con numerose partizioni interne a definire piccoli ambienti
di dimensioni variabili (fig. 72).
I risultati della lettura delle foto aeree e quelli della ricerca estensiva
danno indicazioni utili anche riguardo alla dotazione delle infrastrutture produttive del monastero.
Dai documenti veniamo informati della presenza di almeno due fornaci da laterizi. Nel 1234 un instrumentum viene rogato “in platea
fornacis predicti monasterii”; nel 1236, un’altra stipula avviene
“juxta fornacem veterem predicti monasterii” 183.
Figura 69. Indagini svolte
183
Figure 70. Risultato del trattamento delle foto aeree
CANESTRELLI, 1993, p. 70.
Figure 71. Risultato del trattamento delle foto aeree
174
Nel corso della nostra indagine, abbiamo rilevato appunto due emergenze di superficie, riconducibili a impianti per la produzione dei laterizi. Una si colloca lungo l’attuale strada di collegamento con il
fiume Merse, a sud-est del complesso; purtroppo l’evidenza è difficilmente leggibile nelle sue reali dimensioni, a causa della tenuta a
incolto del campo. Il deposito, visibile invece in sezione, è comunque chiaro nella sua composizione: conserva frammenti di laterizi di
grandi dimensioni e di refrattari, con evidenti tracce di arrostitura, e
alcuni frustuli di ceramica depurata in associazione a un terreno
molto arrossato (evidentemente a causa del disfacimento dell’argilla).
Le tracce di un’altra fornace emergono nello spazio sottostante l’eremo di Monte Siepi, in direzione dell’abbazia. In fase di registra-
zione del dato di superficie, abbiamo avuto perplessità circa la natura del deposito; l’assenza di indicatori certi della presenza di una
struttura (terreno arrossato, alta percentuale di refrattari), lasciava
aperta una possibile interpretazione come area di scarico 184. Il dubbio è stato fugato dalla lettura delle foto aeree che evidenzia, in corrispondenza della concentrazione di materiale fittile, una struttura
circolare di dimensioni approssimative di 3-4 m di diametro (le misure sono difficilmente valutabile data la non ortogonalità della ripresa fotografica).
Nel campo antistante, abbiamo effettivamente rinvenuto un’area di scarico, di
grande estensione.
184
Figure 72 Risultato del trattamento delle foto aeree
175
Compaiono dunque i due impianti attestati della fonti. In via ipotetica, per la sua collocazione, possiamo avanzare l’idea che la struttura sottostante Monte Siepi corrisponda alla fornace più vecchia;
poteva funzionare in una fase di cantiere per la realizzazione dell’abbazia e degli ampliamenti dell’edificio superiore. L’altra potrebbe invece essere riferibile a una fase successiva; più distaccata dal
monastero e prossima al grande opificio siderurgico, da cui dista
circa 400 m; è possibile che i due forni operassero in una stessa fase
e costituissero una sorta di complesso artigianale, fisicamente più
distaccato, e forse anche nascosto, rispetto al nucleo monastico.
L’esistenza di aree produttive negli spazi antistanti l’abbazia è stata
accertata nel corso della nostra indagine; a differenza della ricognizione effettuata nel 1983 185, la prospezione del 1993-1995 ha messo
in luce due concentrazioni di scorie di vetro l’una e di ferro l’altra,
collocate nel campo prospiciente l’edificio; nel corso del 2001, una
nuova battitura del sito ha definito in modo più netto le due emergenze. Nella metà occidentale, lungo il tracciato della strada che
porta all’eremo, si sono raccolti frammenti di laterizi refrattari, combusti e vetrificati, associati a resti di parti strutturali di forno; a breve
distanza, in direzione est, si rileva un’emergenza in superficie di scorie e scarti di lavorazione del metallo (per la disposizione delle emergenze di superficie si veda ancora fig. 69).
In corrispondenza di queste unità topografiche, il trattamento delle
foto aeree permette di collocare un’anomalia nella crescita della vegetazione, di forma circolare con diametro di 4 m (fig. 73). Le dimensioni non sono attribuibili a una forgia, la cui presenza è accertata invece da scorie di fusione del ferro; per di più, nella maggior
parte dei casi, impianti di questo tipo consistevano in strutture molto
semplici ed essenziali (spesso erano costituite da ciambelle in argilla),
di piccole dimensioni, che difficilmente potevano lasciare tracce in
superficie 186. Possiamo dunque solamente proporre una lettura di
questo crop mark come area di fuoco, in cui il terreno, sottoposto per
lungo tempo ad alte temperature, può aver mantenuto difficoltà a ripristinare la sua naturale composizione e dunque comportare una
crescita più stentata della vegetazione; un’altra possibile interpretazione è quella di un punto di scarico (sia di scorie di lavorazione che
di parti di altre strutture produttive) che per loro caratteristiche peculiari hanno impedite un normale rigoglio della coltura.
In posizione arretrata rispetto alla precedente evidenza, più o meno
al centro del campo, abbiamo rintracciato un altro deposito in superficie contraddistinto dalla presenza di elementi residuali della produzione vetraria (scorie di vetro e scarti di produzione); a essa corrisponde un ulteriore crop mark, che indica ancora una struttura circolare, con diametro di 4,5 m circa 187. In questo caso, le dimensioni
Figura 73. Risultato del trattamento delle foto aeree
Figura 74. Risultato del trattamento delle foto aeree. In evidenza i crop mark
185 Nell’ambito della ricognizione svolta da Cucini e Paolucci non sono state rilevate
concentrazioni di reperti in superficie su nessuno degli spazi indagati; è stato invece
constatato uno spargimento costante di materiale, per lo più da costruzione, presente
sull’intera estensione degli arativi. CUCINI-PAOLUCCI, 1985, pp. 451-454.
Fra gli esempi di forge scavate indichiamo quella di Rocca San Silvestro (FRAN1991).
187 Fornaci a pianta circolare sono state scavate a Germagnana (Firenze), Monte Lecco
(Passo della Bocchetta-Genova) e Montopoli Val d’Arno (Pisa). La prima corrisponde
186
COVICH,
176
e le caratteristiche dell’emergenza rendono quasi certa l’interpretazione di opificio per la lavorazione del vetro.
Nelle foto trattate, davanti alla vetreria compare un secondo cerchio,
di diametro di circa 11 m; di misure troppo ampie per un impianto
produttivo, non è stato al momento interpretato (fig. 74).
La consistenza dei depositi di scorie indica per tutte le strutture individuate un buon livello di sfruttamento; d’altro canto, le esigenze
quotidiane di un complesso così esteso richiedevano una fabbricazione costante di attrezzi da lavoro, materiale da carpenteria, utensili
eccetera; non è escluso, poi, che le fornaci siano state utilizzate anche durante l’attività del cantiere (durato circa 80 anni) per la realizzazione delle vetrate stesse dell’abbazia.
Non deve stupire la posizione dell’area produttiva centrale rispetto
alla facciata; la valutazione dell’organizzazione planimetrica delle altre abbazie cistercensi annulla l’idea di uno spazio di rispetto; a Clairvaux ad esempio, la stessa zona era occupata dalle scuderie.
In questi esempi riconosciamo comunque gli indizi di un tipo di
produzione a uso interno; le caratteristiche degli impianti non mostrano elementi utili per affermarne un utilizzo più esteso. L’unica
struttura che corrisponde a canoni economici di più ampio raggio
è la ferriera rinvenuta in prossimità del corso del Merse; questa è
infatti destinata sicuramente a un processo di riduzione del minerale di ferro di stampo industriale. Il forno, del quale non si sono
conservate parti in elevato, era alimentato da energia idraulica, deviata e convogliata dal fiume attraverso il canale, che lo delimita sul
lato occidentale 188. La mole di scorie (a coprire un’area di 4050
m) indica l’alto grado di produttività della ferriera (per la collocazione dell’impianto si veda la fig. 69).
I Cistercensi possedevano poi altri impianti siderurgici di questo
tipo, dislocati sia nelle aree limitrofe che nelle zone più distanti 189:
due sono posti nei confini comunali di Monticiano, due referenziabili genericamente lungo il Merse, uno presso Giugnano nel territorio di Roccastrada.
Le caratteristiche produttive di questi opifici indicano un’attività ben
superiore a quella necessaria alla normale conduzione del monastero.
Anche la provenienza stessa del minerale indica una richiesta a più
larga scala. Le analisi di laboratorio effettuate sulle scorie rinvenute
nella ferriera di San Galgano evidenziano la loro derivazione dall’ematite elbana. L’importazione di questo minerale, pur non costituendo una rarità, procurava spese di trasporto, che venivano ammortizzate dall’altissima resa del minerale; investimenti di questo genere
dovevano comunque essere motivati da una larga commercializzazione
del prodotto finito 190. Considerando il ruolo rilevante, svolto dai Cistercensi nella vita pubblica senese, non è difficile pensare che essi siano
intervenuti a soddisfare la richiesta di metallo di una città in crescita,
con necessità sempre maggiori 191.
Questo dato non esclude l’utilizzo anche dei filoni locali, secondo
una tradizione diffusa rivolta ad associare spesso minerali di diversa
provenienza. In ambito chiusdinese, comunque non abbiamo notizia di aree di estrazione di ferro nel corso di questi secoli. Non è ancora attestato lo sfruttamento della miniera di limonite di Spannocchia (utilizzata a partire dagli inizi del XIX secolo); alcuni punti di
escavazione attestati in località Defizio da alcuni permessi minerari,
non sono verificabili. È da escludere poi l’utilizzo dei filoni compresi
negli spazi castrensi di Miranduolo; l’assenza dei monaci (negli anni
di acme del loro potere), dalla campagna acquisti del castello chiarisce l’estraneità della zona dai loro interessi economici (probabilmente resa inaccessibile dalla forte presenza di Montieri).
La maglia insediativa: la qualità dell’intervento cistercense – Il brusco incremento delle fonti scritte restituisce un quadro sufficientemente esaustivo del popolamento nei secoli del basso Medioevo.
A partire dalla metà del XIII secolo, le attestazioni contano quattro
castelli, un centro decastellato, nove villaggi, undici aree di frequentazione/sfruttamento agricolo, sei chiese extra moenia, nove strutture
produttive; la disponibilità dell’archivio cistercense permette un aumento quantitativo pari al 340%.
Per il secolo successivo, lo spoglio sistematico della Tavola delle Possessioni, comporta un aumento pari al 63% (distribuito su 26 aree
di addensamento demografico, 16 case sparse e 25 di sfruttamento
agricolo). L’archeologia fornisce altre otto emergenze di superficie;
di queste, una metà si riferisce al tessuto insediativo mentre l’altra
contribuisce alla definizione più ampia del complesso monastico.
Dal punto di vista geografico, la concentrazione documentaria è sbilanciata in favore della corte di Frosini, dove convergono sia l’archivio cistercense che il censimento senese.
La corte di Chiusdino è penalizzata in primo luogo dalla perdita della
Tavola a essa relativa; inoltre, la sua estraneità dagli interessi patrimoniali del monastero di San Galgano riduce fortemente le notizie
relative agli spazi castrensi. La corte di Luriano, investita solo parzialmente dall’attività cistercense, trova un forte limite nell’assenza
della tavoletta preparatoria relativa al censimento senese del 1318:
alla fornace E, della quale si conserva solo la base in pietra, di dimensioni pari a
2,301,70 m, e materiale di recupero; è stata ipotizzata su tre piani, con una destinazione a fornace fusoria per la preparazione della fritta e lavorazione degli oggetti vitrei: la cronologia rimanda al XIII-XIV secolo (MENDERA, 1989). A Monte Lecco, è
stata rinvenuta una fornace, costruita in pietra e laterizi refrattari, a pianta circolare
destinata alla fusione del vetro (FOSSATI-MANNONI, 1975, pp. 31-97). Infine a Montopoli Val d’Arno, all’interno di una torre, sono stati rinvenuti i resti di una fornace
fusoria, di 2 m di diametro; l’elevato, conservatosi in parte, è realizzato in laterizi legati da malta: la cronologia riporta a un ambito più tardo, di XVI-XVII secolo (STIAFFINI, 1996, pp. 417-426). Una sintesi delle tipologie delle fornaci da vetro si trova in
STIAFFINI, 1999. Esempi di fornaci circolare sono riportate anche nelle fonti iconografiche. Nel De Universo di Rabano Mauro (copia del XV secolo), è attestato un
forno a base circolare con schema bipartito (camera di combustione al di sopra e camera fusoria a più bocche); conservato in Biblioteca Apostolica Vaticana (Codice Palatino Latino 291, c. 211v), è pubblicato in SCHENK ZU SCHWEINSBERG, 1964. Nel
Tractatus de Herbis di Dioscoride si conserva una miniatura relativa a un forno a tre
piani a pianta circolare molto semplificato, di fine XV secolo, in Biblioteca Apostolica Vaticana (ms. Chigi, F.VIII, 158, c. 93), è pubblicato in CHARLESTON, 1978.
Un’altra miniatura all’interno dello stesso volume ritrae un forno a pianta circolare
tripartito, con camera di combustione, camera di fusione e camera di ricottura sovrapposte dal basso verso l’alto (fine XV secolo), in Biblioteca Apostolica Vaticana,
(ms. Chigi, F.VIII, 188, c. 191) è pubblicato in CHARLESTON, 1978.
188 Sulla diffusione dei mulini a energia idraulica nel bacino Farma-Merse rimandiamo a CORTESE, 1997.
189 Per una cronologia dettagliata della campagna di acquisti oggettivata sulle strutture molitorie si veda BARLUCCHI, 1991.
Per le considerazioni in merito all’attività di importazione del minerale e le finalità dell’intensa pratica metallurgica ci si è riferiti a CORTESE, 1997.
191 Infine, un’ultima precisazione va rivolta alla notizia riportata da padre Ughelli riguardo ad alcuni privilegi imperiali (seconda metà XIII-prima XIV secolo) concedenti
al monastero il diritto di battere moneta; il monaco interpreta erroneamente le piccole monete con il simbolo di San Galgano (spada e trimonte) che, in realtà, sono sigilli di riconoscimento da apporre sui prodotti da esportare. Non sono altro che i marchi di garanzia, imposti dal Consiglio Generale nel 1296, come vincolo per i monaci
al libero trasporto delle merci nel contado senese; con tutta probabilità gli stessi che
si vedono ritratti in primo piano nel Buon Governo, sui panni di lana caricati sul
dorso del mulo guidato dal monaco bianco. La notizia viene riferita e di seguito confutata in GIGLI, 1974, vol. II, parte II, p. 597-602; viene riproposta acriticamente la
versione di padre Ughelli, in ALBERGO, 1981a, p. 24; LISINI, 1935, pp. 192-193
190
177
molti dei toponimi citati nella fonte non sono localizzabili (75% dei
toponimi attestati).
Sulle corti di Tamignano-Pentolina e Palazzoaffichi-Montecchio
(attuale Le Palazze), in Diocesi senese, confluiscono alcuni documenti della città, altri del monastero e infine il resoconto fiscale
delle Tavole; anche qui, la cancellazione dei toponimi corrisponde
al 65-95%.
La scomparsa della maggior parte delle località censite (provocata
forse da un forte processo di desertazione, verificatosi progressivamente a partire dal tardo Medioevo), se non riduce la possibilità di
valutare la consistenza demografica e la sua articolazione, impedisce
però l’elaborazione di modelli territoriali esaustivi; per la loro applicazione, è infatti necessario disporre di una corretta localizzazione
degli spazi insediativi. Nonostante l’enorme quantità di attestazioni,
il numero di presenze coinvolte nelle tecniche di analisi spaziale corrisponde a una loro quota molto parziale e si concentra soprattutto
all’interno della corte di Frosini. La ricostruzione del territorio chiusdinese si baserà in particolar modo sulla realtà della sua parte settentrionale; di conseguenza, data la convergenza su questi spazi dei
principali interessi economici e insediativi del monastero di San Galgano, equivarrà a riconoscere il sistema di gestione della campagna
da parte dell’ente cistercense.
La rete insediativa si articola in castelli, villaggi, grange e case sparse
disposti secondo una maglia molto stretta, estesa a coprire l’intero
territorio, senza desertare alcun tipo di ambiente; si prediligono secondo una tendenza ormai frequente, gli spazi limitrofi a una buona
rete idrica mentre non si evincono preferenze rispetto ai suoli da abitare; più selettiva la scelta delle aree a destinazione agricola, rivolta
ovviamente ai terreni più adatti a seconda delle colture (prevalenti
sono quelle di frumento e di cereali).
È impossibile stabilire tempi e modalità di costituzione del tessuto
abitativo. Le attestazioni più precoci (eccettuando quelle già presenti
nei secoli precedenti) risalgono alla metà del XIII secolo e riguardano
centri già formati; è ipotizzabile che, almeno in parte, tale impostazione possa essere retrodatata, forse addirittura al secolo precedente.
L’esiguità documentaria per le fasi anteriori spinge nel campo dell’ipotesi qualsiasi proposta cronologica e rischia di cadere in proposte
troppo meccanicistiche.
La gamma tipologica delle forme insediative è ampia e variegata.
Le strutture edilizie attestate sono la domus (anche nelle varianti “cum
platea”, “cum plateis”, “cum platea et capana”), la capana, il casalino
e il palatium. La loro combinazione definisce diversi tipi di agglomerati; i più diffusi (con differenziazioni quantitative) prevedono domus+casalino, domus+capana, domus+palatium; talvolta presenti le
strutture produttive (concentrate in particolar modo nelle grange).
L’organizzazione spaziale dell’impianto mostra indizi di continuità
nei nuclei attuali, nonostante questi conservino solo rare tracce
delle fasi medievali. Il villaggio di Malcavolo ad esempio, è oggi costituito da un edificio principale affacciato su una corte, delimitata
a nord e ovest da piccoli annessi: non troppo diverso è descritto
nelle fonti (una domus, un casalino e due capanae). Così anche il
centro di San Martino, articolato in domus cum platea, platea, due
capanae e una ecclesia, corrisponde oggi a un lungo edificio affacciato su una grande piazza, delimitata sul lato opposto da due costruzioni più piccole. La struttura ecclesiastica è frequente, ma non
costante. Il dato quantitativo relativo agli edifici religiosi non può
considerarsi definitivo; questi non sono infatti censiti nella Tavola
delle Possessioni e dunque la mancata menzione non è probante
della loro assenza.
Figura 75. Maglia insediativa di XIII-XIV secolo
Questo non è l’unico limite posto dalla Tavola delle Possessioni. Si
è parlato volutamente di agglomerati, intesi in senso generico, per la
difficoltà di assegnare un’identità istituzionale corretta ai centri menzionati; il dettaglio della descrizione infatti non è mai corredato dalla
alcuna apposizione.
Laddove si disponga solo di questa fonte, dobbiamo chiederci se esiste un numero minimo di edifici necessari a identificare un villaggio 192; oppure se esiste una casistica di strutture essenziale alla sua definizione. Sulla base degli esempi certi (casi per i quali tale identità è
esplicitamente riferita negli atti scritti), vediamo che il termine villa
viene impiegato per complessi di vario tipo: dal semplice agglomerato
composto da una domus e due capanae al ben più articolato dotato di
quattro domus cum platea, due domus cum platea et capana, due domus cum platea, un casalino et capanae, tre capanae e una ecclesia. Evinciamo dunque quanto sia elastico il concetto di villaggio sia in termini
dimensionali dell’insediamento sia tipologico; neppure la presenza
dell’edificio ecclesiastico emerge come discriminante.
192 Come osserva Valenti nelle conclusioni del primo volume sullo scavo di Poggibonsi “Geografi e storici dei processi di colonizzazione (in particolare di scuola tedesca), dibattendo il problema di quando un insediamento rurale possa definirsi villaggio, hanno posto l’accento sul parametro delle dimensioni minime accettabili e soprattutto sulla necessità di legami che trascendono le singole aziende (cioè strutture
che legano tra loro le abitazioni dei contadini, come le terre comuni, le fontane, la
strada, l’uso collettivo del bosco, regolamenti economico-giuridici); in altre parole un
complesso insediativo unitario, più o meno chiuso, comprendente numerose abitazioni, percepito come una comunità economica di vita”. Si vedano soprattutto i contributi raccolti in JANKUHN et alii, 1977; BADER, 1957-1973; inoltre ROSENER, 1989
per una sintesi che investe anche le posizioni di Fossier.
178
Una valutazione statistica del campione contenuto nella Tavola lascia ipotizzare che sia da intendere come villaggio ogni concentrazione insediativa superiore alle tre unità. Al di là della caratterizzazione istituzionale, ai fini della ricostruzione della maglia del popolamento, rimane comunque inalterata la forte incidenza delle forme
insediative di tipo accentrato; variano le dimensioni, l’organizzazione
interna e le caratteristiche peculiari delle strutture edilizie presenti.
La dislocazione topografica delle diverse tipologie di agglomerato
chiarisce alcune linee essenziali delle dinamiche sociali ed economiche. All’interno delle corti di Frosini e Luriano predominano la
domus e il casalino, mentre è assente del tutto il palatium; al contrario, nell’area di Palazzaffichi-Montecchio rappresenta una costante.
È chiaro l’indizio di una differenziazione territoriale del nucleo accentrato come espressione di diverse realtà sociali; il palazzo è simbolo di una stratificazione sociale interna e può essere manifestazione o di un ceto cittadino insediato nella campagna o, altrimenti,
di un gruppo cresciuto in ambito rurale divenuto poi emergente 193.
In questo senso, non è un caso che si concentri nell’area compresa
nella Diocesi senese e più direttamente coinvolta nell’orbita cittadina; è possibile che queste strutture si connotino proprio come residenze rurali di alcune famiglie economicamente predominanti in
ambito cittadino 194.
L’articolazione riconosciuta nei centri limitrofi alle Palazze rappresenta un unicum nel chiusdinese; negli spazi circostanti Frosini e Luriano, le caratteristiche interne degli agglomerati mostrano invece la
loro destinazione a un ceto medio, residente della zona.
Non riusciamo a stabilire se il tessuto insediativo trovi un riferimento istituzionale nel centro incastellato; verificando, però, il rapporto fra il castello e i nuclei accentrati, notiamo una tendenza a disporsi secondo distanze abbastanza regolari calcolabili in media intorno ai 2 km (minima 900 m-massima 3 km). Purtroppo il
campione è troppo modesto per tentare elaborazioni attraverso l’applicazione dei poligoni di Thiessen o i central places; la valutazione
della distribuzione del popolamento in rapporto ai centri fortificati
è, di conseguenza, molto sintetica.
I castelli sembrano aver perso in questa fase il loro ruolo di struttura
fortificata; rimangono comunque centro politicamente egemone e
polo di attrazione demografica e di ricchezza. Luriano diventa proprietà soprattutto della famiglia senese degli Incontri 195. Frosini è
Figure 76. Viabilità principale di XI-XII secolo (tratta da Borracelli 1989)
spartito fra abitanti del luogo e monastero di San Galgano 196. A
Chiusdino è insediato invece un ceto mercantile, cresciuto grazie ai
traffici dei metalli 197.
Dal punto di vista della struttura materiale, si tratta di nuclei di medie e grandi dimensioni; annoverano al loro interno numerose abitazioni organizzate intorno a vaste aree aperte e un solo edificio ecclesiastico 198.
La trama della maglia insediativa viene completata attraverso un sistema di case sparse, disposte sul territorio in proporzione di un’unità ogni due agglomerati. Gli esempi localizzabili indicano una loro
ubicazione prevalente nelle aree più distanti dalla rete dei villaggi.
Sono rappresentate da singole domus, casalini o capanae.
L’accezione di quest’ultimo termine come struttura abitativa viene
indicata dalla ricerca archeologica. Due delle capanae, attestate nel
censimento del 1318 (in località Tassinaiola) corrispondono sul
territorio a due abitazioni di piccole dimensioni (56 m), realizzate con elevati in materiale deperibile e copertura laterizia; sono
dotate di corredi domestici, articolati in vasellame acromo e maiolica arcaica. Disposte in un loco dicto, indicano probabilmente modeste strutture destinate a ospitare il nucleo preposto alla conduzione dell’area agricola.
193 Sulla tipologia edilizia del palatium si veda PIRILLO, 1995; REDI, 1983; SETTIA,
1980; GOLDTHWAITE, 1984. Per un inquadramento generale della casa rurale SALVAGNINI, 1980 e PINTO, 1980.
194 Citiamo il caso del nucleo di Spannocchia, descritto nella Tavola nell’articolazione
di 1 palazzo e 8 case. La chiara assonanza del toponimo lo lega alla famiglia Spannocchi, attestata nella zona già agli inizi del XIII secolo; i suoi membri compaiono infatti fra i patrocinatori dell’eremo di Santa Lucia. Immigrati a Siena, hanno la loro affermazione economica come banchieri; nel XIV secolo, la loro fortuna è tale da potersi costruire un palazzo ‘reggia’ in città. ASCHERI, 1993, p. 11.
195 A partire dall’ultimo trentennio del XIII secolo, in seguito a modificazioni all’interno della compagine cittadina, gli esponenti del ceto magnatizio cittadino, intervengono nelle campagne, assicurandosi canoni in natura e acquistando giurisdizioni
sui castelli. Contemporaneamente rimangono nel contado anche ampie giurisdizioni
castrensi in mano alla nobiltà rurale e alle famiglie inurbate. MARRARA, 1979, pp. 239276; WALEY, 1991, pp. 100-120. NERI, 1991-1992, pp. 39-42. Il fenomeno investe
consistentemente il chiusdinese. La presenza massiccia degli Incontri nel castello di
Luriano viene ricostruito sulla base dell’elenco patrimoniale particellare contenuto
nell’Estimo 102, 109, 118.
196 Sulla base delle tavolette preparatorie, constatiamo l’articolazione del castello in 45
abitazioni a cui si aggiunge un edificio (definito con il termine generico di domos) di
proprietà di San Galgano (ha una quotazione di 153 lire e 7 soldi). Venti case appartenevano agli abitanti del luogo, una alla parrocchia; 13 al monastero più una pro in-
diviso con un privato. Nonostante l’inferiorità numerica, il valore degli immobili in
mano all’abbazia è superiore agli altri: vengono infatti stimati 732,1 lire contro le
406,9 lire dei residenti. BARLUCCHI, 1991, pp. 83-84.
197 BARLUCCHI, 1991, p. 99.
198 Per la composizione di Frosini si veda la nota precedente. Il castrum di Luriano
consta di 11 case e 26 casalini, mentre il suo borgo si compone di otto case e cinque
casalini. PASSERI-NERI, 1994.
179
soprattutto grosse quote fondiarie a Papena e Ticchiano. Assunto il
controllo pressoché totale su questi spazi, i monaci trasformano in
grangia il villaggio di Papena e ne impiantano un’altra a Ticchiano
(sulle quali verrà in seguito a concentrarsi l’85% della produzione cistercense) 202; ciò equivale a una sorta di personalizzazione dell’assetto precostituito. La principale manifestazione della loro prassi economica, rivolta a pianificare e migliorare la produttività della terra,
è proprio la creazione di aziende agricole strutturate; attraverso di
esse, svolgono infatti un’azione di coordinamento della produzione
e della gestione delle risorse 203. Negli anni successivi, altri due villaggi, San Martino e Vespero, divengono grange.
Dal punto di vista della struttura materiale, non riusciamo a cogliere
eventuali modifiche all’impianto originario. Dalla descrizione riportata nelle fonti, non compaiono in questi nuclei strutture riferibili
all’attività produttiva; diverse invece le due fondazioni ex novo, Valloria e Villanova.
La loro articolazione interna e le loro caratteristiche le indicano chiaramente come centri di organizzazione economica di tipo specializzato. Villanova, costruito appositamente per la direzione dell’estrazione e della lavorazione del travertino (cavato negli spazi retrostanti),
ha un’organizzazione essenziale; di dimensioni limitate, è privo delle
strutture produttive necessarie per la trasformazione dei prodotti agricoli 204. Valloria, è un nucleo ampio e complesso per articolazione; è
composto da edifici di varie dimensioni completati da aree aperte
(platee e aree; i due termini non sono sinonimi in quanto spesso compaiono associati), un edificio religioso e due palmentaria. Da smentire l’ipotesi di una fortificazione, sostenuta sulla base della citazione
di un claustrum; mancano infatti evidenze archeologiche riferibile a
un circuito murario 205. È invece possibile che il termine indichi semplicemente o uno spazio aperto, magari a uso coltivo; oppure che la
“domus cum claustro” citata nell’Estimo conservi la memoria della
chiesa, forse sconsacrata e declassata ad abitazione 206. La fondazione
di Valloria può essere vista in funzione di un coordinamento degli impianti molitori dislocati nelle sue immediate vicinanze; sono concentrati soprattutto lungo i corsi del fosso Frelli e del fiume Feccia (Molino “de Frilli” e “Molendinum veterem”). Nonostante le difficoltà
opposte dalla documentazione nella localizzazione delle strutture (indicazioni vaghe e spesso limitate alla sola menzione del proprietario o
del fiume), riusciamo a collocare genericamente gli otto opifici attestati nei Caleffi, nello spazio compreso nella parte nordoccidentale del
comune; posti a sfruttare sia i corsi d’acqua principali che i loro affluenti, dovevano servire appunto alcuni dei centri più importanti
come la stessa Valloria, Villanova e Frosini.
L’esercizio del controllo sulla produzione prevede infatti forme di
vigilanza sulle strutture molitorie da grano. Disporre di impianti da
destinare alla trasformazione in proprio dei prodotti delle grange,
con spese minime vista la possibilità di impiegare conversi ‘a costo
zero’ 207, costituisce di fatto una fonte inesauribile di guadagno. Nel
Figure 77. Viabilità principale di XIII-XIV secolo (tratta da Borracelli, 1989).
La rete del popolamento sparso propone una tendenza verso il fenomeno dell’appoderamento in linea con quanto emerge nel resto del
territorio provinciale; i valori della densità si mostrano infatti omogenei rispetto a quelli rilevati per il Chianti 199 e la Val d’Elsa 200.
Dunque, le tendenze insediative riconosciute nel chiusdinese mostrano le stesse dinamiche proposte dagli altri territori: tenuta dei nuclei incastellati, aumento delle unità di villaggio a cui segue l’impostazione di una maglia di case sparse.
All’interno di una maglia insediativa sostanzialmente coerente con il
trend mostrato nella provincia senese, cogliamo comunque alcuni
aspetti peculiari, legati a doppio filo con la presenza dell’insediamento cistercense di San Galgano e con i sistemi da esso attuati nella
conduzione della terra 201.
A pochi anni dalla fondazione, l’abbazia avvia una politica di espansione sul territorio circostante, concentrandosi nell’ambito della corte
di Frosini, a essa limitrofa; attraverso un sistema di acquisizione di
quote fondiarie esprime una precisa volontà di imporsi in modo non
traumatico, ma efficace, sulla rete insediativa precedente. Non segna
dunque un periodo di rottura o di radicali trasformazioni sul paesaggio dei secoli prima, bensì una continuità negli elementi essenziali,
pur ‘caratterizzati’ in termini di scelte gestionali ed economiche.
Al di là delle donazioni, l’azione programmata di investimenti inizia
proprio (e non è un caso) dalle proprietà dell’abbazia di Serena e riguarda terre, edifici (molte sono le cessioni di diritti sulle chiese) e
BARLUCCHI, 1992, pp. 55-63.
Per gli aspetti dell’economia cistercense si veda, AA.VV., 1983; in particolare sulle
grange rimandiamo al contributo di Higounet all’interno dello stesso volume.
204 GABBRIELLI, 1998b, p. 18.
205 Ci riferiamo all’affermazione di Barlucchi (in BARLUCCHI, 1991, p. 81) circa la
possibile presenza di una cinta muraria intorno al nucleo di Valloria. La stessa considerazione vale per Vespero.
206 Riferiamo un’ipotesi interpretativa di Roberto Farinelli.
207 L’intensità con la quale il monastero procede nel rilevamento delle strutture molitorie, rende chiaro il preciso intento di allontanare la proprietà privata; l’obiettivo finale è proprio istituire un vero e proprio monopolio su tutta l’alta Val di Merse. L’im202
203
VALENTI, 1995, pp. 400-401.
VALENTI, 1999, pp. 347-349.
201 In merito ai sistemi di gestione del patrimonio operati dall’abbazia cistercense
diamo un rimando complessivo al lavoro di BARLUCCHI, 1991 e BARLUCCHI, 1992.
199
200
180
giro di pochi anni dalla sua fondazione, il monastero si dedica al
loro rilevamento. Come per le proprietà fondiarie, San Galgano
procede inizialmente a desautorare l’abbazia di Serena che, fino all’arrivo dei Cistercensi, esercitava con tutta probabilità i diritti sui
mulini; in un secondo momento, si impegna nell’acquisizione in
toto o per grandi quote delle proprietà private.
Anche in questo campo, ripropone una linea simile a quella individuata per la rete insediativa. Gli unici interventi ex novo sono rivolti
a organizzare il proprio spazio e a costituire apparati produttivi, funzionali alle proprie esigenze interne. Sul piano dell’innovazione tecnologica non diffonde novità bensì razionalizza e ottimizza tecniche
già presenti. Non introducono l’energia idraulica (già utilizzata in
impianti a uso privato) ma praticano un sistematico investimento
sulle strutture alimentate da essa in modo tale da determinare una
loro diffusione capillare e massiccia 208.
Nel giro di pochi anni, i Cistercensi si assicurano tutte le terre e i beni
di maggior valore; respingono al margine la proprietà locale che
viene a frammentarsi e a detenere le parti meno produttive e di minor pregio. All’interno dei villaggi, i religiosi possiedono un numero
inferiore di edifici rispetto agli abitanti del luogo con un valore globale però decisamente superiore. Allo stesso modo, il loro patrimonio immobile compreso nelle mura di Frosini, corrispondente a 13
delle 45 case attestate, ha una stima complessiva maggiore.
Alla luce di queste considerazioni, il modus operandi dei Cistercensi all’interno dello spazio rurale può essere sintetizzato in un
sistema di centralizzazione rivolto alla pianificazione e all’ottimizzazione della produttività: si tratta di un atteggiamento di
stampo imprenditoriale.
L’attuale comprensorio comunale viene investito quasi globalmente
dall’attività cistercense; l’unica eccezione è rappresentata dal territorio sottoposto al castello di Chiusdino. Nei Caleffi sono rari gli atti
relativi a questo spazio; le poche località citate sono disposte nella fascia più marginale delle pertinenze castrensi, nel punto di confine
con quelle di Luriano. È probabile che la comunità chiusdinese,
spinta da forti istinti autonomistici, abbia frenato ogni ingerenza
monastica dalla propria corte 209.
La presenza dell’abbazia segna comunque un periodo di forte dinamismo sia dal punto di vista economico che sociale per tutto il ter-
ritorio. La grande capacità tecnica e l’intraprendenza imprenditoriale, tipica dell’Ordine cistercense, pongono le fondazioni al centro
di realtà economiche vivaci e attive; connotano inoltre questi insediamenti come centri promotori dei grandi processi economici 210.
Negli anni compresi fra i primi decenni e la fine del XIII secolo,
l’abbazia mette in atto una politica di espansione territoriale che le
permette di raggiungere (intorno alla metà del secolo) un patrimonio fondiario valutabile nell’ordine del 51.000 fiorini; esteso a
toccare ogni area del comprensorio senese, è distribuito in alcune
delle sue parti più strategiche: quelle attraversate dalla via Francigena, la Maremma, le sedi di importanti mercati come Asciano e
San Gimignano.
Raggiunge una proprietà complessiva non paragonabile a nessun altro ente religioso cittadino ed è inferiore solamente ai beni di ricchissime famiglie come i Saracini e i Tolomei 211.
Sullo scorcio del XIII secolo, il giro di affari è così consistente da determinare una sorta di congestionamento dell’attività patrimoniale,
provocato dai notevoli investimenti e dal rapido aumento degli affari, legati alla produzione delle grandi aziende. Sono immediate le
misure di razionalizzazione, nell’ottica di restringere la sfera d’azione,
attraverso cessioni delle proprietà più distanti 212.
Questi eventi non sono però segni di una reale crisi o decadenza del
monastero. I dati contenuti nella Tavola delle Possessioni rendono
evidente il potere economico che l’abbazia mantiene almeno fino al
primo quarantennio del XIV secolo; dopo questa data, si manifestano invece i primi vacillamenti per l’ente monastico.
A partire dal primo trentennio del XIV secolo, le vicende dell’abbazia rendono palese una fase di generale crisi del territorio. Le cause
sono in parte connesse alle ripercussioni dell’annosa guerra fra Siena
e Firenze (frequenti erano le offensive fiorentine alla città rivale a colpire il territorio), ma soprattutto agli effetti della peste e delle conseguenti carestie.
La comunità religiosa, esposta al contagio a causa delle scarse abitudini igieniche, viene decimata dall’epidemia. In ragione del
crollo demografico, il 22 agosto del 1348 le celebrazioni delle sacre funzioni vengono aperte ai laici 213; nel 1397, l’abate Galgano
è costretto a cedere una proprietà per pagare le decime al papa: alla
sottoscrizione del contratto sono presenti solo otto monaci 214. Il
decremento è drastico, considerando che nel decennio 1278-1288,
la popolazione monastica è calcolata in misura di 60-80 persone fra
monaci e conversi; venti anni dopo scende a 36.
Vessato dalle frequenti scorrerie dei mercenari fiorentini e delle
compagnie di ventura, il chiusdinese viene supportato dall’impegno cittadino. Nel 1364, una drammatica incursione della Compagnia inglese sul castello di Frosini provoca danni così ingenti
che Siena esonera gli abitanti da qualsiasi tributo per i cinque anni
successivi 215.
pulso iniziale viene dato dalla necessità impellente di disporre di impianti da destinare
alla trasformazione in proprio dei prodotti delle grange, con spese minime dato la possibilità di impiegare i conversi a ‘costo zero’; in seguito, le sempre più frequenti acquisizioni, non solo in area chiusdinese, ma anche in zone più lontane come la bassa Val
di Merse e la Val d’Elsa, rendono palese invece un allargamento e un carattere commerciale delle strutture; tanto più che i mulini della bassa Val di Merse erano gestiti sicuramente conto terzi data l’assenza di quote patrimoniali del monastero nelle loro vicinanze. Le motivazioni di un intervento così intenso risiedono nel fatto che possedere
impianti molitori significava gestire un ottimo investimento; aprendo l’utenza delle
strutture agli abitanti del luogo, ci si assicura una fonte di guadagno inesauribile in
quanto la domanda è sempre costante; inoltre, evento determinante, si crea di fatto un
legame di dipendenza e vincolo di tutta la popolazione per il soddisfacimento delle necessità quotidiane. Per l’aspetto inerente gli impianti molitori sottoposti al controllo
cistercense rimandiamo a CORTESE, 1997, pp. 110-118 e relative voci dello schedario.
Per le cronologie degli acquisti si veda BARLUCCHI, 1991.
208 La capacità espressa dall’Ordine Cistercense in materia di regolamentazione e sfruttamento delle acque è nota; più di altri ordini si sono dedicati all’applicazione delle
tecnologie idrauliche. Spesso però si applica in modo meccanico l’equazione Cistercensi-introduzione dell’innovazione tecnologica; in molti casi essi si insediano in aree
nelle quali questo sistema di utilizzazione delle risorse era già conosciuto e applicato.
È il caso di San Galgano: nella zona chiusdinese, infatti, esistevano già macchine
idrauliche (per questi aspetti rimandiamo a CORTESE, 1997).
209 BARLUCCHI, 1991.
210 Sui Cistercensi, rimandiamo ad alcuni testi base, DUBY, 1971; HIGOUNET, 1984.
Per il rapporto Cistercensi-città, COMBA, 1985; per il legame specifico San GalganoSiena, rimandiamo a NERI, 1991-1992 e all’appendice di questo volume.
211 BARLUCCHI, 1991, pp. 67-69.
212 Le vicende patrimoniali del monastero sono riproposte in BARLUCCHI, 1991.
213 CUCINI-PAOLUCCI, 1985, p. 448.
214 Nell’iscrizione che commemora la consacrazione, avvenuta fra il 1268 e il 1288,
viene fatta menzione di una comunità di 80 individui mentre il Canestrelli, nel 1278
sostiene la presenza di 60 fra monaci e conversi. Per il 1296 sono invece attestati 36
monaci, come si vede, è il periodo definito di ‘crisi’ del monastero. Si veda per il dettaglio dei documenti in proposito CANESTRELLI, 1989, pp. 14 e 74-75.
215 PECCI, ASS, Ms. D.69, cc. 176-177.
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Figura 78. Distribuzione dei rinvenimenti e delle attestazioni
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Vari sono i tentativi operati dai senesi per
frenare la discesa dell’ente monastico, che
termina inesorabilmente nel 1503 al momento della concessione all’abate commendatario. Da questo momento, la situazione precipita rapidamente; i monaci abbandonano il monastero e si trasferiscono
in città presso il Palazzo di San Galgano,
iniziato a costruire già nel 1474 216.
Nel 1576, il vescovo di Rimini, in visita all’abbazia, trova il monumento in distruzione; è presente solo un monaco che non
veste più neppure l’abito cistercense 217.
La decadenza sembra essere generale. Frosini (affidato nel 1409 alla tutela abbaziale
per deliberazione del Comune senese) decade fino a diventare residenza privata degli eredi dell’ultimo commendatario, cardinale Feroni 218.
Purtroppo la mancanza di una documentazione autonoma dal monastero impedisce di
valutare le micromodifiche occorse al pae- Figura 79. Distribuzione diacronica dei rinvenimenti e delle attestazioni
saggio e di ricostruire la cronologia degli abbandoni. Certamente la crisi del monastero non può aver determinato un collasso istantaneo della rete insediativa; il percorso involutivo del popolamento segue infatti modalità più lente e graduali.
A partire dalla metà del XIV secolo, la crisi demografica sembra
provocare una generale contrazione dei villaggi, senza però determinarne automaticamente la scomparsa; le poche fonti a disposizione mostrano una sostanziale tenuta dell’abitato accentrato. L’elenco delle tassazioni imposte dal Comune di Siena nel 1444 mostra infatti il decremento consistente di alcuni centri ma non la loro
scomparsa. È il caso di Fulguri o di Tamignano, che, pur rivelando
un bassissimo indice demografico, non sembrano aver perso la loro
identità giuridica 219.
Contemporaneamente, sono attestati centri abitati che non sembrano subire decrementi, come ad esempio quello di Palazzetto o
Palazzaccio o Palazzaffichi (attuale Le Palazze): sulla base dell’entità delle imposte, conferma ancora la sua natura di centro popoloso e ricco 220.
Figura 80. Incremento dei rinvenimenti fra preistoria e VII secolo d.C.
Si riconosce invece un processo costante di rarefazione della maglia insediativa e di assestamento del popolamento verso un tipo di
organizzazione articolata su centri abitati, di dimensioni medio- facciavano su di essa: di fatto, può essersi attivato un fenomeno opgrandi. La maggior parte degli abbandoni deve aver riguardato le posto a quello dei secoli precedenti.
aree di fondovalle e di mezza collina, esposte lungo la viabilità; l’au- Inizia in questa fase il processo insediativo che porterà alla definizione
mento di pericolosità della zona, spesso investita da violente scor- dell’aspetto attuale della campagna chiusdinese.
rerie, doveva mettere a serio rischio l’integrità dei centri che si afAlessandra Nardini
CANESTRELLI, 1989, p. 30. Attualmente l’edificio corrisponde al Palazzo di San
Galgano sede della Fscoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Siena.
217 Sulle tappe della decadenza della struttura materiale dell’abbazia si veda CANESTRELLI, 1989, pp. 54-59.
218 PECCI, ASS, Ms. D.69, pp. 177-178.
219 ASCHERI-CIAMPOLI, 1990, p. 61.
220 ASCHERI-CIAMPOLI, 1990, p. 158.
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