CALABRIA Produttiva Sommario Editoriale Carissime amiche e carissimi Amici, permettetemi di tirare un sospiro di sollievo, per la lunga gestazione di questo nuovo numero che ora è tra le vostre mani. Vi avevo dato qualche piccola anticipazione a dicembre, ed eccoci, qui, finalmente, a guardare insieme questa fantastica vetrina che è Calabria Produttiva, ora davvero in copertina: ruderi della chiesa di San Michele a Santa Maria del Cedro ricca di informazioni, oserei dire completa. Chiare, dure Olio col marchio di qualit 82 Le turde ............................ 57 Aut. Trib. di Cosenza n¡669 del 06/12/2001 Noterete, sfogliando le pagine della rivista, che e colorate forme. . . 06 . . . www.calabriaproduttiva.it ¥ [email protected] abbiamo allargato il ventaglio delle informazioni, Editrice considerando, a buon titolo, produzioni non solo BIG AGENCY Surl SPETTACOLO E CULTURA STORIA & STORIE quelle puramente materiali ma anche gli eventi, la Via Trieste, 126 - Montalto Uffugo (CS) GLI AMICI DI ADELE Tel. e fax 0984 937073 cultura, lo spettacolo, le storie che si sono [email protected] mentate nella nostra terra, nel corso dei secoli. E Amministratore unico non solo per l’ovvia considerazione che si può fare PIERO SCIAMMARELLA impresa anche con la cultura ma soprattutto [email protected] sando che le produzioni intellettuali, artistiche, Direttore Responsabile scientifiche di un territorio esprimono anch’esse ADELE FILICE una specificità, risentono della temperie culturale [email protected] ¥ Mediterranea Casting . 1 04 e delle sollecitazioni dell’ambiente in cui sono I seguaci di Pietro ... Valdo 58 ¥ Carlo Bennardo ............. 20 Direttore Marketing ¥ Associazione Mercurion 106 nate e si sono sviluppate. Abbiamo creduto utile VITTORIO GARRAFA ¥ Barbara Bruni e ¥ Biennale Internazionale creare un apposito spazio per dare indicazioni [email protected] Francesco Conti. .......... 21 delle Incisioni . . . . 107 . . . . sulle opportunità e le modalità di creare un’im¥ Rita Roberti Forgione ... 22 Amministrazione e Redazione ¥ Cd Progetto Equal . . 108 . . presa, per parlare di leggi, provvedimenti ed iniVia Trieste, 126 - Montalto Uffugo (CS) EVENTI ziative, poiché anche in questo settore la nostra Tel. e fax 0984 937073 [email protected] regione si muove, e con buoni risultati. Di tanto GUIDA ALLA CASA PERFETTA fervore che anima la Calabria, ne è prova il Collaborazioni CASTELLI DI CALABRIA Progetto Equal, i cui contenuti sono raccolti nel cd Sabina Bellucci - Ermanno Cribari Maria Grazia Dolce - Monica La Mastra allegato alla rivista, e del quale non vi anticipo Fiorella Lorenzi - Paola Napolitano nulla per non togliervi lo straordinario piacere di Mariella Politano - Domenico Venturo una personale scoperta. Infine, un ringraziamento Fotografie a Piero e Vittorio, artefici delle innovazioni preA. Candiloro - G. De Angelis - Gra.Vi.Ta senti sulla rivista, che hanno pensato di “regalarMarra - M. Oliani - Piesse Canti e danze mi” uno spazio personalissimo in cui ospitare i di guerra e d?amore ........ 72 Impaginazione Stili in libert ................. 24 miei amici. Al di là del piacere di presentarVi delle MCF MULTIMEDIA Belvedere Marittimo 122 persone, molto spesso anche personaggi, con cui Via Daua Parma, 17 - 87100 Cosenza Tel. 0984 795633 - Fax 0984 785894 condivido rapporti antichi ed autentici d’amicizia, www.mcfmultimedia.com ho accettato con immenso entusiasmo la proposta, IL BUON MANGIARE [email protected] SPECIALI ECONOMIA & BUSINESS anche per parlare della Calabria attraverso i calaStampa Catanzaro . . . . . . . . . . . . 34 . . . . .bresi. . .Senza . . alcuna . . pretesa di voler rappresentare STAB. TIP. DE ROSE il meglio della calabresità, per me Montalto Uffugo (CS) Santa Maria del Cedro . . . . . . . 44 . . . . .esaustivamente . . è un altro modo di parlare di una Calabria proAcri . . . . . . . . . . . . . . .64. . . . . . . . . . . . . 2005 ' Big Agency Surl duttiva, positiva, fatta di persone, di intelligenze, Tutti i diritti riservati. PaesiArb resh . . . . . . . . . . . .76. . . . . . . . . . Testi, fotografie e disegni contenuti in di energie, di passioni. Che sono davvero tante e, questo numero non possono essere Soverato . . . . . . . . . . . . . . .96. . . . . . . . . . . . . spesso, piacevolmente, sorprendentemente inariprodotti, neppure parzialmente senza Soveria Simeri . . . . . . . . . . . . .110 . . . . . . . . . . . l?autorizzazione scritta dell?editore. spettate ed imprevedibili. Preparatevi alle sorpreAmaroni . . . . . . . . . . . . . . .116 . . . . . . . . . . . . . Tavola di Pasqua, Questo periodico é associato se. E’ una promessa.Con l’amicizia di sempre, il Le strade del lavoro .......... 80 all’UNIONE STAMPA PERIODICA ITALIANA tavola di primavera ........... 50 mio augurio è quello di una buona lettura. ABRIA ABRIA 4 5 Produttiva Produttiva Quadrimestrale di informazione Anno 5 - N¡1 RISORSE AMBIENTE LE RICETTE DI NONNA ELISA CAL CAL Aprile 2005 RISORSE Chiare, dure e Al pari di altre lavorazioni artigianali, anche quella del vetro, in Calabria, ha origini antiche. Tempi, luoghi e metodi di produzione della luminosa ed affascinante materia CALABRIA Produttiva on c'è settore dell'artigianato d'arte calabrese che non sia espressione delle antiche tradizioni e dei vecchi mestieri, legati a modelli e forme delle passate civiltà. Da queste forme prendono spesso spunto ulteriori ricerche, finalizzate a nuove creazioni, le quali, sovente risultano essere delle riconversioni degli stili precedenti. Anche nella lavorazione del vetro - accanto alla produzione popolare e a quella più raffinata dei ceti nobiliari – persiste una produzione artigianale, realizzata da artisti che elaborano processi creativi, a volte marcatamente individuali e di tipo innovativo, a volte di segno più tradizionale, dove permane il legame con le radici culturali della propria terra. Il vetro è già, per sé, materia affascinante, con le sue opache trasparenze, l’intrigante vischiosità che caratterizza lo stato di fusione, la facilità con cui si lascia lavorare, tagliare, soffiare per assumere le fogge più diverse. La chimica lo classifica come un liquido ad elevata viscosità che si solidifica col raffreddamento. I tipi di vetro sono numerosi e si suddividono secondo classificazioni sistematiche, riferite al processo di fabbricazione o alla composizione. Altri tipi di classificazioni fanno riferimento all'aspetto, alle proprietà caratteristiche o alla destinazione d'uso. N di Maria Grazia Dolce ph. piesse colorate forme 6 Aprile 2005 RISORSE CALABRIA Produttiva Trasparenze e colori per una materia affascinante La fabbricazione e la lavorazione del vetro si articolano in quattro fasi: fusione, formatura, ricottura e finitura. La fusione è la fase 7 Aprile 2005 iniziale, durante la quale la carica, formata da componenti diversi tra loro, è polverizzata e mescolata a rottami di vetro che agiscono da fondente. Durante la fusione, si verificano l'eliminazione dell'acqua presente nei componenti di partenza, la dissociazione dei carbonati e dei solfati con sviluppo di anidride carbonica o solforosa, la formazione di una massa fusa il più possibile omogenea. L’affinaggio o affinazione è il secondo momento della fusione e consiste nell'operazione con cui la massa fusa è privata di tutte le bollicine di gas presente, che potrebbero dare RISORSE Aprile 2005 RISORSE origine a difetti nei manufatti preparati. In questa fase, si assiste alla deposizione sul fondo del forno delle parti non fuse e all'arrivo in superficie delle bolle di gas formatesi durante la fusione. Conclusa questa fase, il vetro fuso si presenta come una massa, avente in tutti i punti uguale composizione chimica e, conseguentemente, le medesime proprietà fisiche. E' possibile, a questo punto, operare una decolorazione del vetro, tramite l'ossidazione di sali di ferro. La fusione si conclude con la fase di riposo o di condizionamento, durante la quale la massa Curiosit Un po? di storia nel tempo e nello spazio I metodi di fabbricazione della vetrata non hanno sub to mutamenti rilevanti dal Medioevo ad oggi. -Le tecni che di lavorazione pi antiche sono state tramandate con la Schedula diversarum artium , opera di Teofilo scritta all’inizio del XII secolo e nella quale si descrivo no le varie attivit connesse alla lavorazione del vetro. L’architettura contemporanea ha permesso lo sviluppo di altre tecniche che consentono la messa in posa di spesse lastre di vetro con calcestruzzo, cemento e resi ne epossidiche. Oggi, come nel Medioevo, il vetrofusa perviene le raffreddata gravetrate di tipo soffiato, solo che, anticamente, la sua fino alla tempedualmente fabbricazione era empirica e dava come risultato la rea ratura di foggiatura o di lizzazione di un miscuglio costituito da ceneri vegetali formatura. (materie potassiche) e sabbie di fiume (silice). La Il fase tipo di successiva alla vetro ottenuto era carente di silice e poco duro, e ten fusione è la formatura, esedeva a deteriorarsi sotto l’azione dell’umidit atmosfe guita in diversi modi, rica, caratteristica alla quale si deve imputare quando l’attuale il vetro è ancora annerimento delle vetrate risalenti all’epoca - medioeva fluido e si trova in un le. I vetri sono, ancora oggi, colorati in pasta campo con di temperatura nel aggiunta di ossidi metallici, secondo le tecnichequale pi assume viscosità tale antiche. Nel Medioevo i coloranti pi utilizzati da erano poter essere lavorato e ossidi di ferro, rame, manganese ma, se il tempo di conservare cot da la forma tura del vetro bianco si prolungava pi del necessario, impartita, senza alterazioni. potevano comparire spontaneamente alcuni colori La ricottura consiste in un indesiderati, a causa delle impurit contenute nella riscaldamento del vetro pasta. Oggi, tali incidenti sono superati grazie fino al fatto alla temperatura supeche i dosaggi di materie potassiche e silice -sonoriore ese di ricottura e serve ad guiti con materiali puri. L?arte della lavorazione del eliminare le torsioni che si vetro soffiato, in Calabria come in tutto il Paese, generano durante la forma- tura, e che rendono difficili 8 le operazioni di finitura. E' una fase essenziale per eliminare le tensioni interne formatesi per irregolarità di riscaldamento o raffreddamento. La scelta della temperatura e della velocità di raffreddamento è operata in funzione del tipo di vetro da creare e del suo spessore. Dopo aver raggiunto la temperatura dovuta, l'oggetto è mantenuto in tale stato per un periodo sufficiente ad assicurare il raggiungimento dell'uniformità termica in ogni suo punto; quindi è raffreddato lentamente fino a una temperatura inferiore di 50 °C a quella di ricottura, CALABRIA Produttiva ed infine è portato rapidamente a temperatura ambiente. Per quanto riguarda la finitura, si hanno diversi tipi, meccanica, chimica e termica. CALABRIA Produttiva Oggetti d’arte, oggetti d’uso Alla produzione dei vetri artistici si è accostata, da tempo, la produzione di oggetti d'uso e di arredo: vasi, portacenere, stoviglie, composizioni decorative in forma di fiori, animali, elementi naturali. In questi oggetti, creatività e funzionalità si fondono. L’artigianato del vetro, dunque, come tutte le espressioni creative artistiche, muove anch’esso verso la bellezza, intesa con le caratteristiche della semplicità e dell’autenticità e, nello stesso tempo, dimostra grande disponibilità ad accogliere istanze funzionali senza tralasciare di condensare gli influssi di diverse civiltà, riproposti con una costante sperimentazione e con le necessità delle mode e degli stili contemporanei. La caratteristica principale della lavorazione vetraria resta la soffiatura: bottiglie dal collo alto e sottile, oppure piccole e panciute, vasi eleganti e dalle curve armoniose sono la testimonianza di una straordinaria bravura manuale e di grande delicatezza; così come i fiori dallo stelo lunghissimo e dai petali dalle mille trasparenze colorate oppure animali piccolissimi e scintillanti sono espressione della continua ispirazione di cui è fonte la Natura. Particolare fascino trasmettono i contorni e i cromatismi delle vetrate artistiche, impreziosite dagli effetti nascenti dalla luce che filtra attraverso il colore e il disegno delle superfici. Le vetrate artistiche, di tradizione bizantina, impiegate prevalentemente per la decorazione delle chiese, ai nostri giorni sono molto diffuse anche nell'arredamento; questa tecnica, di grande suggestione, si realizza con una procedura che include differenti stadi: disegno, colore, pittura, composizione dei vetri, cottura, messa a piombo. Dalla creazione alla composizione 9 Aprile 2005 RISORSE un fattore fondamentale è rappresentato dalla luce, che diviene protagonista e regista di mille gradazioni, rappresentazioni, visioni ed incanti. Agli albori dell’arte calabrese Come riporta l’interessante testo di Adele Coscarella, Il vetro in Calabria – da cui sono state tratte le notizie qui riportate - numerose ricerche condotte negli ulti- CALABRIA Produttiva mi decenni sul territorio calabrese hanno consentito di tracciare una storia del vetro, scoprire le origini della sua lavorazione e recuperare, attraverso gli scavi archeologici nei siti, vari manufatti vitrei. Cerchiamo di ripercorrere la storia di quest’elemento che, nel tempo, ha costituito materia per l’ornamento della persona, per lo stile dell’arredo e per la realizzazione di manufatti di uti- lizzo quotidiano. Nell'antichità, i procedimenti standard impiegati nella produzione del vetro erano quattro, ciascuno con molte varianti, più o meno complesse. Si è risaliti a tali tecniche eseguendo delle analisi fisiche e scientifiche sui reperti, eseguendo poi un confronto con i procedimenti attuali e con i tentativi di riprodurre oggetti in vetro impiegando metodi antichi. Questi studi, tutta- via, non hanno completato le conoscenze sugli effettivi metodi di lavorazione delle antiche vetrerie e sulle tecniche specifiche utilizzate. Numerosi centri, sotto diverse civiltà, produssero vasellame di vetro nel corso di svariati secoli; è perciò improbabile che esistessero procedimenti uniformi o un'evoluzione comune, come dimostrano studi più recenti. La lavorazione detta a verga apparve 11 Aprile 2005 nell'Età del bronzo, e si diffuse dalla Mesopotamia all'Egitto; tale tecnica prevedeva la modellazione di un'anima con la forma dell'oggetto desiderato, solitamente un piccolo contenitore per unguenti, attorno ad una verga metallica. 12 RISORSE L'anima, che consisteva in un miscuglio d'argilla, sabbia e un collante organico, generalmente escrementi, era poi ricoperta con vetro caldo; veniva immersa in un crogiolo o avvolta ripetutamente con fili di vetro. L'esterno del contenitore era poi fatto ruotare su una piastra, che lo rendeva liscio. Si procedeva quindi alla decorazione, applicando gocce e fili vitrei, che erano pressati sulla superficie del vetro. Dopo che il contenitore era stato cotto nuovamente, si estraeva la verga metallica e si raschiava l'anima; questo procedimento lasciava la superficie interna piena di segni e di colore rossiccio. I manici, le anse e le basi erano applicati separatamente o creati dal corpo quando il vetro era ancora malleabile. Un esempio della diffusione di tale tecnica, nell’area orien- tale del Mediterraneo, è costituito dai recipienti blu scuro di forma greca, decorati di giallo brillante, e di ornamenti d'altro colore con motivi a zig-zag. La colatura a stampo fu usata dall'Età del Bronzo fino all'epoca tardo-romana; questa tecnica prevedeva vari metodi, impiegati per la produzione di vasellame, contenitori, perline, gioielli, intarsi, placchette e lastre di vetro. Questi metodi s’ispiravano agli antichi sistemi di lavorazione dei metalli, delle ceramiche e delle terrecotte. La forma più semplice di colatura richiedeva CALABRIA Produttiva Aprile 2005 RISORSE l'uso di uno stampo aperto per creare, ad esempio, perline come quelle usate dai guerrieri micenei. Procedimenti più complessi richiedevano l'uso di due o più stampi collegati fra loro, usando la tecnica a cera persa o riempiendo lo CALABRIA Produttiva spazio fra lo stampo esterno e quello interno con del vetro fuso. I recipienti di un solo colore erano costruiti facendo colare il vetro allo stato fluido nello spazio cavo tra gli stampi, oppure colmando lo spazio con vetro in polvere o con segmenti di canna, prima di inserire gli stampi nella fornace. Quest'ultima tecnica fu utilizzata per alcuni recipienti di vetro a mosaico, che si otteneva da piccoli e sottili dischi, di varia forma e diverso colore. Il vetro era temperato e gli oggetti prodotti erano rifiniti con levigatura al tornio e con materiali abrasivi. Un metodo alternativo, preferito dall'industria vetraria romana del periodo augusteo, consentiva di modellare il vetro sopra o dentro uno stampo. Una certa 13 Aprile 2005 quantità di vetro grezzo, più o meno delle stesse dimensioni del recipiente desiderato, dopo essere stata raffreddata, era posta sopra o all'interno di uno stampo e riscaldata nella fornace affinché, sotto l'azione del proprio peso, assumesse la forma desiderata. Una volta temperato, il contenitore poteva essere tolto dallo stampo e levigato al tornio. Poiché soltanto un lato era stato a contatto con lo stampo, il tempo occorrente per la levigatura era dimezzato. Nella soffiatura libera, la canna da soffio e la relativa tecnologia furono probabilmente inventate nella seconda metà del primo secolo a.C. Tale tecnica, utilizzata ancora oggi, conobbe una notevole diffusione sotto gli imperatori della dinastia giulio-claudia. Col passare del tempo, la soffiatura sostituì altri procedimenti di lavorazione. Quest’innovazione consentiva ai vetrai di produrre grandi quantità di oggetti di uso quotidiano, alla portata di tutte le classi sociali dell'impero romano. L'artigiano raccoglieva una quantità di vetro fuso all'estremità di un tubo di metallo cavo, chiamato canna da soffio, e soffiando creava una bolla o bolo. Il bolo, nuovamente soffiato, veniva modellato e lasciato raffreddare, spesso in uno stampo aperto, e poi soffiato sul banco del soffiatore. Sottoposto ancora a soffiatura, il vetro era manipola14 RISORSE to con spatole di legno e pinze, o tagliato con appositi strumenti, per acquistare la forma desiderata. Nel corso dell'operazione, il recipiente era fatto ruotare per favorire la modellatura e quando era necessario, veniva riscaldato nuovamente nella fornace. Per rifinire e decorare il recipiente, lo si staccava ancora caldo dalla canna da soffio e si fissava la sua parte inferiore a una barra di metallo chiamata pontello. Dopo aver formato l'orlo, si aggiungevano decorazioni, manici, anelli di base e altri particolari. Infine il recipiente era sottoposto a ricottura. Quando gi artigiani del vetro si resero conto che il bolo poteva essere interamente o parzialmente soffiato dentro uno stampo incernierato - il quale consentiva di dare al contenitore sia la forma sia la decorazione la tecnica della soffiatura subì un notevole processo di perfezionamento. Tali stampi, costruiti in legno, ceramica e metallo, e particolarmente usati nel I e II secolo d.C., furono utilizzati per la fabbricazione di coppe e calici decorati con scene di anfiteatri e circhi, unite a iscrizioni in greco e latino, e nella creazione di recipienti a forma di testa umana. La soffiatura a stampo portò alla fabbricazione delle bottiglie romane prismatiche o quadre, che costituiscono il prototipo di tutti i successivi contenitori di vetro prodotti con procedimenti simili. Le bottiglie erano soffiate in stampi che potevano avere un numero di lati compreso fra tre e tredici, e ripor- tavano sulla base un'iscrizione o un disegno geometrico. Il recipiente, staccato dallo stampo, veniva sottoposto a un'ulteriore soffiatura che alleggeriva la forma e attenuava la decorazione, o veniva ruotato uniformemente sulla canna per creare un motivo cosiddetto a costolature e scanalature sulle pareti interne dell'oggetto. Gli oggetti soffiati a stampo divennero molto comuni nel periodo tardo-romano e all'inizio di quello bizantino. I luoghi dell’arte vetraria calabrese Presso il Museo Nazionale di Reggio Calabria sono conservati numerosi reperti vitrei. Essi sono stati rinvenuti negli scavi effettuati nel 1998 nelle cripte e nelle fondazioni della cattedrale. In località Lazzaro, nel comune di Motta San Giovanni, la soprintendenza archeologica della Calabria ha iniziato una campagna di scavo nel 1995 che ha già portato al rinvenimento di alcuni vani di una villa, di un mausoleo e di due fornaci. All’interno della fortezza di San Niceto, sempre nel comune di Motta San Giovanni, sono stati recuperati centinaia di frammenti e vasellame da mensa che testimoniano la presenza della lavorazione del vetro in quella zona. Le caratteristiche del vetro ritrovato mostrano una produzione con uno spessore sottile, la presenza di bolle d’aria di diversa misura, colori neutri con sfumature tendenti al verde o al giallo. Il bicchiere è il recipiente più presente tra i reperti ritrovati, seguito da CALABRIA Produttiva Aprile 2005 RISORSE bottiglie di varie dimensioni, da coppe o calici. L’esistenza del vasellame da illuminazione trova testimonianza negli steli particolarmente pieni, con fondo tondeggiante, ritrovati nella chiesa. Nella località di Centocamere, a Locri sono stati ritrovati vari reperti vitrei di diversa natura ma riconducibili a tre grandi gruppi: frammenti di vasi, piedi di bicchieri a calice e perle di vetro decorate. Altri reperti sono state ritrovati a Gerace, Gioia Tauro, Tropea, Santa EufemiaLamezia. Gerace, considerata un sorta di “area campione”, ha offerto reperti che si fanno risalire dal XV al XVII secolo. Il vetro rinvenuto è stato soffiato. Il suo stato non è buono; esso, infatti, risulta assai corroso ma la qualità è discreta. Predomina il vetro trasparente, accanto a quel16 lo di colore verde acqua ed è presente anche un frammento di colore ambra chiaro. Sono visibili, inoltre, impurità e bolle. Sulla collina di Santa Marina di Delianuova, in provincia di Reggio Calabria, dagli scavi iniziati nel 2001 sono emersi numerosissimi reperti di ceramica, alcuni pezzi metallici e vari frammenti vitrei. Questi ultimi sono probabilmente pareti di bicchieri, colli di bottiglie, anse di lucerna e scarti di lavorazione. Malgrado lo stato non buono, è stato possibile analizzare i reperti e dall’analisi risulta una datazione che si fa risalire al Medioevo; si può anzi ipotizzare la presenza di un vero e proprio laboratorio. Anche il territorio di Oppido Mamertina è stato oggetto di studio da parte della Soprintendenza Archeologica della Calabria, soprattutto per CALABRIA Produttiva Aprile 2005 RISORSE ne vetraria si ritrovano in Contrada Crivo a Parghelia, in provincia di Vibo; vetri provenienti da una necropoli sono stati ritrovati a Piercastello, sempre in provincia di Vibo Valentia. Uno scavo eseguito a Santa Maria del Mare, nel comune di Stalettì, in provincia di Catanzaro, ha permesso il ritrovamento di diversi frammenti di vetro, databili tra la seconda metà del VIVII secolo, la metà del X e la fine dell’ XI secolo. Un altro paese, dove sono stati ritrovati materiali vitrei, è Cropani in provincia di l’età greco-ellenistica; le ricerche, in questa zona, hanno permesso la ricostruzione del tessuto sociale tra il III ed il II secolo a.C., quando l’allora popolazione taureanese era presente in località Mella. Il reperto principale è costituito da una coppa, definita dal suo scopritore unica al mondo, e faceva parte di un corre- 18 Catanzaro. Dal cimitero d’età alto-medievale sono emersi vetri provenienti in parte dalle tombe ed in parte dalla zona centrale dell’abside; altri reperti sono stati ritrovati nella basilica di Botricello, in provincia di Catanzaro. Nella chiesa di Santa Maria Assunta di Celico, in provincia di Cosenza, sono stati ritrovati dei frammenti, derivanti forse da una saliera, decorata da costolature parallele. Da tutto ciò, si può ipotizzare come, in Calabria, la produzione del vetro fosse meno diffusa rispetto a quella ceramisti- do funerario di una donna. La sua presenza è importante perché testimonia gli scambi commerciali e culturali tra le genti italiche e l’area orientale, peraltro confermati da altri ritrovamenti lungo il versante tirrenico meridionale calabrese. Vetri di età romana sono stati rinvenuti a Palmi, mentre indizi di produzio- CALABRIA Produttiva Aprile 2005 GLI AMICI DI ADELE Carlo Bennardo A Figaro a metà tra Fidia e Psiche ncora intorno agli …enta, ma già maturo d’esperienza, chioma spettinata ad arte ed un sottilissimo accenno di barba e baffi alla moschettiera, Carlo Bennardo, hair stylist in Cosenza e dintorni, può essere considerato uno scultore dei capelli ma la definizione è insufficiente per comprendere appieno il personaggio. Nato sotto il segno della Bilancia e di una Venere davvero prodiga del senso dell’arte e della bellezza, Carlo, ancora studente, dietro il pungolo materno, ha cominciato a frequentare il salone di bellezza di un cugino e ad apprezzare il mestiere fatto di studio e di comprensione per l’universo femminile. Oggi, dopo ventotto anni di lavoro – dieci d’apprendistato e diciotto di libera professione, frammezzati a stages a Londra, Vienna ed Amburgo ed all’insegnamento presso un’accademia nazionale, frequentata in precedenza come studente – Carlo ha intorno a sé un nutrito staff di giovani collaboratori che spinge sempre verso nuove conoscenze ed una continua crescita professionale. I suoi imperativi sono cortesia, impegno e professionalità ma le doti umane dell’ascolto, della pazienza e dell’instancabilità si mescolano mirabilmente a quelle professionali dove primeggiano lo studio dell’immagine e la 20 relativa applicazione di tecniche e studi scientifici. E’ d’obbligo chiedergli cosa rappresenti per lui la donna, oltre che la “materia prima” su cui lavorare e la risposta è conseguenziale al personaggio “La donna è la creatura più bella al mondo, la continuazione della vita, la complicità. Vedo in lei tutto ciò che rappresenta lo stile e la bellezza e considero il mio lavoro davvero speciale perché attraverso esso la donna si sente più a suo agio, più attraente”. Un apprendista stregone, il Nostro? No, solo un esperto ed appassionato, animato dalla creatività, dalla grinta e dalla voglia di continuare a crescere… “Quando una cliente viene da me per la prima volta, o comunque prima di iniziare un lavoro, taglio o colore che sia, trascorro un po’ di tempo a parlare, anzi più esattamente, è la mia cliente che parla ed io l’ascolto. Solo così riesco a comprendere cosa mi sta chiedendo, qual è l’immagine che vuole dare o se desidera essere diversa. A volte, è necessario anche spingerla un po’ verso il cambiamento, ma tutto questo bisogna farlo in sintonia con il momento interiore e con altri elementi fisici come il taglio del volto, l’espressione dello sguardo, le forme anatomiche in generale, affinché il risultato finale esprima il massimo del- l’armonia e corrisponda esattamente alle richieste della cliente”. Ed il risultato? “Devo confessare che sono orgoglioso della soddisfazione della cliente anche perché, dopo anni di mestiere, so che ognuno di noi si sente forte quan- do sta bene con se stesso”. Genio italico, dunque fatto non solo più di sregolatezza ma anche di arte e rigore e, nel caso di Carlo, anche di un pizzico di filosofia. Davvero molto per le nostre chiome, no? CALABRIA Produttiva GLI AMICI DI ADELE Barbara Bruni e Francesco Conti F anno coppia nella vita e nel lavoro, ma ciò che li lega davvero è la passione per il teatro. Lui, Francesco Conti, è dottore in legge, chitarrista, autore, regista ed attore teatrale; lei è Barbara Bruni, idem in tutto, tranne la chitarra. Da bambini, prima di conoscerci e scegliersi, seguivano la stessa strada. Antonio cominciò a calcare le tavole del palcoscenico alle elementari, Barbara invece di giocare con le bambole, si metteva davanti ad uno specchio e cantava e recitava. Oggi costituiscono l’anima di Handicap e non solo, associazione nata come gruppo teatrale spontaneo, che non fa volontariato, non ha scopo di lucro e vede coinvolti abili e diversamente abili, in un progetto in cui la disabilità non è intesa solo come limite psicofisico ma come handicap generico che impedisce la crescita individuale e collettiva; l’associazione, dunque, ha come obiettivo principe il superamento di questi handicap attraverso il coinvolgimento collettivo e l’arte. Ritornando ai Nostri, è curioso sapere che la passione per la stesura e la regia dei testi è nata per gioco. Da una messa in scena di uno scritto teatrale,‘U funzionariu e ru disoccupatu, ad opera di Franco Chiarello, l’amico disabile incontrato all’Aias, nacque in Barbara il desiderio di cimentarsi nella stesura di testi. La CALABRIA Produttiva Aprile 2005 Due vite per il teatro prima reazione di Francesco, come ricordano entrambi, fu di scandaloso stupore, reso con un colorito: “ma si’ pazza?”. Eppure Barbara aveva intuito che quella follia, non solo si poteva coltivare, ma addirittura realizzare. Fu così che i due iniziarono a guardarsi attorno, ad osservare con occhio critico ciò che li circondava, ad analizzare caratteristiche, manie, espressioni degli amici con cui avevano messo in scena quel primo lavoro e che avrebbero costituito poi l’associazione, fin quando non vide la luce il primo testo, Quannu mammata t’ha fattu, con la rappresentazione del quale Barbara e Francesco fecero messe di premi e diedero la stura ad un’inesauribile creatività che li ha portati a scrivere le opere successive E’ cchiu vicinu ‘u denti du parenti - Luciella si spusa Acu, metru, filu e jiritale andata in scena al Rendano. Ora essi, in collaborazione con la comunità Regina Pacis, si sono cimentati nella messa in scena di un musical - insieme a Dino Garrafa, vulcanico autore di testi e musiche insieme a Marco De Biase, con gli arrangiamenti di Paolo Scarpino – dal titolo “Terre lontane, il miracolo del perdono”, che va in scena al Rendano alla fine di maggio. Nel frattempo Barbara è impegnata in un laboratorio teatrale per bambini, dove tra- sferisce ai piccoli i primi rudimenti dell’arte mentre Handicap e non solo si sta aprendo ad altri settori artistici, oltre il teatro ed il canto corale, già presenti. E nell’attesa pirandelliana che “i personaggi bussino alla porta dell’autore”, Barbara e Francesco vivo- no, con la speciale intensità degli artisti, la realtà di ogni giorno da cui trarre spunto per la creazione dei loro (capo)lavori e la nascita di nuovi personaggi, che fanno pensare, sorridere, ridere, riflettere. In ossequio alla migliore tradizione teatrale. 21 Aprile 2005 GLI AMICI DI ADELE Rita Roberti Forgione L e origini sono di Celico, paese natio di Gioacchino da Fiore e c’è da scommettere che l’aleggiare dello spirto dell’Abate, con le cristalline atmosfere silane, abbia contribuito a fare chiarezza nelle sue idee, sin da bambina. Non si potrebbe spiegare altrimenti il fuoco sacro che brucia, quieto ma incessante, sotto il camice di Rita Roberti, nefrologa del Centro Dialisi dell’AS4, di Cosenza. Laureata a Roma, specializzata in Anestesia e Rianimazione, a Messina, e in Nefrologia, a Catanzaro, Rita Roberti, moglie e madre di una bella sedicenne e di un irrequieto frugolo di cinque anni e mezzo, divide solo con la famiglia quella che si può definire la missione di medico. Non ci sono altre passioni da coltivare, hobbies con cui distrarsi, almeno ora. E scavando nella memoria, è quasi certo che non sia mai esistita 22 Una passione in camice bianco neanche la possibilità che Rita potesse svolgere un’altra professione. “In famiglia non c’erano medici - confessa – ma questa scelta viene dall’infanzia; da ragazza ho fatto volontariato, ho cercato sempre di aiutare le persone sofferenti, anche mettendo da parte me stessa, e mi rendo conto di quanto sia forte questa dichiarazione”. Parole semplici, dette con serenità e, perciò, così efficaci. Il fervore di Rita, più che nel dire, è nelle azioni. Il contatto con i pazienti, le sofferenze, i disagi loro e dei congiunti, i conflitti familiari che scoppiano per la frequenza e l’obbligo del trattamento terapeutico sono pane quotidiano, coordinate per un impegno senza soste. E, di sicuro, occorre impegnarsi fortemente per rendere la vita appena vivibile a persone che, ogni due giorni, sono costrette, per quattro ore, a stare immobili nell’attesa che il loro sangue sia ripulito; che non possono viaggiare; che devono osservare una dieta rigorosa e che desiderano, come un frutto proibito, l’acqua. Da quest’esperienza, la decisione di far parte del coordinamento per la donazione degli organi, è stata conseguenziale. “Con il trapianto - spiega Rita Roberti - si può condurre un’esistenza diversa, i pazienti giovani, per i quali rappresenta davvero l’unica speranza di vita, possono anche avere dei figli”. Eppure, i numeri delle dichiarazioni di volontà, in città come nella regione, sono proprio bassi. “La donazione – conclude Rita - è un atto di estrema solidarietà e non credo che i calabresi siano insensibili a questo problema; piuttosto serve un’informazione capillare e corretta perché la contrarietà alla donazione viene dalla paura infondata che l’espianto degli organi possa avvenire da vivi. Bisogna chiarire, ad esempio, che lo stato di coma appartiene alla vita quindi, anche negli stadi più avanzati, si configura sempre come una condizione clinica suscettibile di recupero. La morte a cuore battente, invece, identifica un danno totale ed irreversibile della struttura encefalica, cioè la morte”. Dati scientifici alla mano, allora, è appena il caso di riflettere sull’eventualità che ognuno di noi, da un giorno all’altro, possa trovarsi nella condizione di aver bisogno di un trapianto. Trapianto che non può avvenire, se non c’è donazione. Meditiamo gente, meditiamo... CALABRIA Produttiva Aprile 2005 Stile in libertà GUIDA ALLA CASA PERFETTA di Adele Filice in collaborazione con con Fiorella Lorenzi ph.phiesse lassico o moderno? Stile arte povera, minimalista o etnico? Quando si tratta di scegliere gli arredi di casa, i problemi da risolvere sono sempre tanti e non riguardano solo il gusto, la scelta di seguire le tendenze del momento, ma generalmente la realizzazione di un acquisto soddisfacente che possa conciliare qualità e prezzo. Arredatori, architetti, mobilieri concordano nell’affermare che, al momento, non c’è un indirizzo unico ma un ventaglio di scelte, operate volta per volta, a seconda delle preferenze, della disponibilità economica, della localizzazione dell’ambiente che si va ad arredare. E’ C Mode, materiali, tendenze per arredare i vari ambienti di casa. Qualche suggerimento degli esperti e poi spazio alla scelta, affinch la casa sia uno spazio vivo e pulsante 24 CALABRIA Produttiva Aprile 2005 GUIDA ALLA CASA PERFETTA CALABRIA Produttiva alquanto comprensibile che una villa, quindi un ambiente esterno con caratteristiche ben determinate, anche negli arredi si diversifichi rispetto ad un appartamento; una casa in campagna deve essere necessariamente arredata in maniera differente da una dimora estiva al mare o in montagna. Rimanendo nell’ambito delle dimore urbane, bisogna sottolineare, però, che il cosiddetto stile classico - con ambienti definiti, spazi ben delineati per le zone domestiche, zona-giorno ben distinta dalla zona-notte e spazio del lavoro possibilmente distante dallo spazio del riposo - non ha cedimenti. Una conferma della costan- za nei gusti della clientela la dà l’arredatore Mariolino Fava. “Ciliegio e noce nazionale – egli spiega pur nella loro diversità strutturale e d’impiego, sono ancora i legnami più richiesti, insieme al faggio che, nella sua economicità, come legname povero, costa poco alla fonte ma consente di eseguire varie finiture che lo fanno assomigliare, con ottimi risultati, ad altri legnami”. In ordine alle preferenze, continua Fava, una buona fetta di mercato appartiene ormai all’arte povera. L’antiquariato non conosce crisi ma, di recente, sono tornati di gran moda anche i pezzi antichi, magari sottratti alla nonna o riesumati dalla casa in campagna, dove giacevano impolverati e sviliti in qualche locale di ricetto. Cassettoni, madie, cassapanche, un tempo parte dell’arredo delle grandi cucine con focolare o semplice mobilio di locali di lavoro come bassi, granai e palmenti, oggi tornano nelle nostre case con una destinazione d’uso a volte uguale, a volte diversa da quella originaria. Credenze e cristalliere dai classici vetri decorati con frutta e grappoli d’uva, lettoni in ferro battuto o solidi comò e comodini dai ripiani di marmo riacquistano 25 Aprile 2005 GUIDA ALLA CASA PERFETTA nuova dignità e funzionalità nelle nostre case, dando un tocco glamour di tempo che fu. Per non parlare di particolari accessori come il portabrocche e bacile, il lampadario con i piattini di ceramica decorati a mano, stile primo Novecento o l’artistica lampada liberty che, collocata sul cassettone, può arredare una parete. Decisamente in ribasso, nelle quotazioni ideali di un mercato dell’arredo, i mobili laccati, di mogano ed in stile inglese. Le istanze culturali del movimento glocal stanno lasciando sempre più spazio all’etnico. “Rattan, midollino, banano intrecciato - dice ancora l’esperto - si mescolano sempre più frequentemente ad arredi in stile moderno”. Tappeti, cuscini e tendaggi dai cromatismi decisi e dalle morbide trasparenze orientali regalano 26 angoli di colore e di sensualità. Tonalità dorate, cremisi e turchesi rallegrano le nostre case e ci trasportano in atmosfere dal vago sapore di mille e una notte. Geometrie primitive e colorazioni di sabbia e di terra ci fanno sentire a portata di mano e di emozioni il fascino del continente africano. Bambù e tele grezze, dai preziosi colori naturali evocano profumi ed atmosfere delle foreste dell’Estremo Oriente. In sostanza, dunque, lo stile è quello che ognuno di noi sente più congeniale al proprio lavoro, alle proprie esigenze, ad una personale way of life. Un po’ diverso è il discorso riguardante quegli ambienti a cui è richiesto il massimo di comfort e funzionalità quali bagno e cucina. Per quanto riguarda l’ambiente domestico per eccellenza che, nella nostra tra- CALABRIA Produttiva Aprile 2005 GUIDA ALLA CASA PERFETTA dizione culturale ed abitativa, rimane la cucina, la tendenza è quella di avere arredi che resistano all’usura dell’utilizzo, ai vapori, alle macchie. “Si va, dunque, sul materiale polimerico, che resiste a lungo ai movimenti di apertura e chiusura a cui sono sottoposti ante e cassetti, che si rovina difficilmente sotto l’azione dell’umidità e delle macchie e che, soprattutto, essendo molto assorbente, assimila bene qualunque tipo di colorazione e quindi può assumere le più svariate espressioni cromatiche. Esattamente per i motivi CALABRIA Produttiva opposti, si sconsiglia il truciolare. Di grande effetto e preferita soprattutto dalle persone più giovani, la cucina in acciaio con alcuni pezzi molto colorati. L’acciaio, però, non è proprio da consigliare, così suggerisce Fava, considerata la problematicità della pulizia. Su questo materiale è molto visibile l’unto; sono molto evidenti i graffi, quindi bisogna fare attenzione all’utilizzo di prodotti ed attrezzi specifici per la pulizia. Un costume consolidato, diffuso da poco tempo in seguito alla contingenza economica, è quello di acquistare pochi pezzi e di qualità. Per la cucina ci si orienta su zona cottura e zona lavaggio e si preferiscono elettrodomestici di case affermate che possano garantire una buona qualità. Prendono sempre più piede le cosiddette isole attrezzate, 27 Aprile 2005 GUIDA ALLA CASA PERFETTA soprattutto nelle tavernette: una base formata da vari piani di lavoro e cassettiere e sormontata dal tipico paniere dove una volta si riponeva ad essiccare il formaggio o il pane e che oggi viene utilizzato per riporre mestoli, pentole in rame ed CALABRIA Produttiva altri attrezzi di cucina. Nella stanza da bagno, l’autentica rivoluzione degli ultimi tempi, è costituita dalla vasca. Ergonomica, con idromassaggio, tradizionale, piccola, grande, a parete, ad angolo, o a centro stanza con piedini stile Ottocento, la vasca da bagno oggi si adatta ad ogni esigenza e ad ogni tipo di spazio e, soprattutto, i materiali con cui è costruita offrono davvero una gamma di scelta vastissima; si spazia dall’acciaio smaltato, all’acrili- co lucente, dalla ghisa ai nuovissimi materiali come il quaryl; un cenno a parte merita anche il lavabo, oggi sempre più spesso abbinato a piccoli armadi o mobiletti sottostanti che svolgono un’efficace funzione portabiancheria. La zona notte 29 Aprile 2005 GUIDA ALLA CASA PERFETTA richiede un esame più complesso perché è lo spazio dove i gusti personali si esprimono in maniera più forte, fatta salva la comodità e la funzionalità di un letto con le doghe in legno o di materassi e cuscini in lattice. Un numero sempre crescente di persone abbandona il vecchio armadio e si orienta sulle cabine-spogliatorio, vere e proprie camerette con scompartimenti per vestiti, giacche, cravatte, cappotti; in questo modo lo spazio più ampio si può organizzare anche con maggiore razionalità e si evita il disordine nella stanza da letto. I nostalgici, chiaramente, non rinunciano ai romantici comò o alle cassettiere e ai comodini; addirittura, qualche signora, in vena di romanticismi, si siede ancora davanti alla toletta, dove fanno bella mostra di sé, spazzole e pettini, profumi e creme, trucchi e belletti, per rinnovare il rito dei preparativi al giorno ed alla notte. In questo intricato ed intrigante groviglio di gusti, tendenze, stili trova ancora spazio la produzione artigianale? Stando alle risposte del nostro esperto, no, almeno nella nostra regione e la situazione ha del paradossale poiché a dispetto di una presenza ancora massiccia di castagneti e faggete dove è possibile attingere ottima materia prima, si assottiglia sempre di più il numero di artigiani che possono assicurare la lavorazione per un intero ciclo produttivo. Se un bravo falegname di casa nostra è in grado si costruire i vari pezzi dei mobili, dovrà sempre fare i conti con la difficoltà di reperire finiture come cerniere, maniglie, 30 guide scorrevoli. Ad ogni modo, le iniziative artigianali non mancano ma sono sporadiche e per un reale incremento del settore sarebbe da rivedere l’intero sistema di produzione e di commercializzazione alla luce del seguente dato. Il legname di castagno che si produce in Calabria, finisce come prodotto grezzo o semilavorato nelle aziende del Nord, presso i grandi distretti del mobile come Cantù e Poggibonsi e ritorna nella regione sotto forma di prodotto finito. Cui prodest? Agli esperti l’ardua sentenza… E’ consolante, però, sapere che resiste la vera e propria nicchia degli arredi su misura. “L’arredamento personalizzato - come preferisce chiamarlo l’architetto Stefano Ascente - ha sempre i suoi estimatori, ma una lenta crescita, complicata da una certa mancanza di cultura del committente che non riesce ancora ad affidarsi completamente al progettista o all’architetto. Il lavoro più difficile è quello di andare incontro alle esigenze del cliente rispettando le regole del mestiere, l’etica professionale, quello che secondo noi è più giusto fare, esponendo con chiarezza le nostre istanze e poi lasciando la massima libertà di scelta”. In ogni caso, l’intervento del cliente è determinante in tutte le fasi del lavoro. Si comincia a collaborare a volte in fase progettuale o, se il progetto è già pronto, nella scelta dei materiali, per poi passare alla realizzazione dei campioni e cominciare a delineare materialmente il progetto che prima era solo sulla carta. La partecipazione CALABRIA Produttiva GUIDA ALLA CASA PERFETTA attiva del committente, dunque, è il plusvalore della realizzazione su misura. Anche in questo settore, però, il processo produttivo risente dell’andamento del mercato per quanto riguarda i costi delle materie prime, delle lavorazioni e delle finiture. “Puntare su un arredo di qualità - afferma Ascente – e per qualità si vuole intendere non solo quella della materia ma dell’intero processo produttivo, significa, per esempio, lavorare secondo criteri di sostenibilità ambientale; improntare, cioè l’azienda a metodi di produzione che non siano dannosi per l’ambiente, l’atmosfera, le falde acquifere. Nel settore arredo, in cui la materia prima è il legno, è importante riuscire ad acquistare legname che provenga da piantagioni controllate, per non arrecare danni al patrimonio boschivo ed all’ambiente in genere; è importante trattare la materia prima con prodotti naturali e sani. Per la verniciatura, ad esempio, si utilizzano nuovamente tutti quei prodotti che ci ha tramandato CALABRIA Produttiva Aprile 2005 la tradizione artigiana come la cera, la gommalacca, l’olio”. Le finiture eseguite con prodotti naturali sono molto nobili ma più costose anche se avere un arredo di questo tipo in casa, vuol dire, in un certo senso, abitare in un ambiente ecologico. Sistemi di produzione e materiali utilizzati a parte, anche negli arredi su misura si sono registrate e continuano a registrarsi dei cambiamenti. Continua Ascente “negli ultimi decenni, la moda ha dettato legge con il minimalismo, la sobrietà al limite dell’anonimato; sono stati largamente utilizzati la betulla e l’acero, legni chiari di provenienza nordica, un po’ lontani dalla nostra tradizione che vede ancora molto diffuso l’utilizzo del ciliegio per arredi più lussuosi e moderni; il castagno per la realizzazione di tavole, porte e sedie, in abitazioni particolari, extraurbane o per la seconda casa; il noce nazionale per tutto il resto. Molte preferenze stanno incontrando i legni esotici come tek, padouc, dai colo- 31 Aprile 2005 ri caldi ed eleganti, che si adattano a fogge classiche. Nella realizzazione di arredi su misura sono molto utilizzati anche i legni poveri, che servono per i supporti, i quali si possono lavorare facilmente e con la colorazione all’anilina possono assumere un aspetto più nobile. Questa soluzione è ottimale 32 GUIDA ALLA CASA PERFETTA da un punto di vista economico perché si riesce a fare un prodotto bello a costi più contenuti”. Anche Ascente conferma la costante preferenza per il classico, stile più congeniale alle radici culturali europee, meglio ancora mediterranee, in antitesi con i concetti d’oltreoceano che prediligono gli spazi aperti e la loro suddivisione in angoli. L’ergonomia è diventata parola chiave di quello che ormai può considerarsi un precetto, ed il nostro architetto non può esimersi dal far notare che è quasi lapalissiano parlarne, poiché non avrebbe senso costruire oggetti da utilizzare quotidianamente che non rispondessero a requisiti di comodità e funzionalità. Oggi, dunque, parlare di stile, serve solo ad avere un orientamento nella vastità delle soluzioni possibili. E di sicuro, una casa risulterà bella, accogliente, confortevole, e soprattutto viva e vissuta, quanto più riuscirà a rispecchiare la personalità di chi la abita. CALABRIA Produttiva Aprile 2005 SPECIALE CATANZARO Le preziose trame di Monica La Mastra ph. Antonio Candiloro di una città aristocratica 34 CALABRIA Produttiva SPECIALE CATANZARO a città di Catanzaro capoluogo calabrese e sede degli organismi regionali - dalla sua posizione panoramica si estende sul versante jonico, tra la Sila e le Serre, delimitata dalle valli del Musofalo e della Fiumarella. Risalente al IX o X secolo, ai tempi della riconquista della Calabria da parte dei Bizantini, Catanzaro fu contea normanna; dominata da Svevi e Aragonesi, fu anche feudo dei Ruffo. Elevata con i Borboni a capitale della provincia Calabria Ulteriore I e sede della gran Corte civile della Calabria, fu trasformata in Corte d’Appello dopo l’unificazione del Regno. Pare che il suo nome derivi da un termine bizantino equivalente a “sotto la terrazza”, con evidente riferimento all’aspetto caratterizzante i dintorni della città. L’economia fiorì grazie allo sviluppo dell’arte della seta che rese famosa Catanzaro in tutta Europa a partire già dal Medioevo. I maestri setaioli locali furono chiamati perfino in Francia, Piemonte e Toscana per insegnare e diffondere l’arte della tessitura, in virtù della quale la città ricevette da Carlo V numerosi privilegi. Ribattezzata, grazie alla sua fama, come città aristocratica e artigianale, divenne ancora più importante quando, nel 1528, Carlo V la fregiò del titolo di “fedelissima” per aver resistito all’assedio francese e la autorizzò ad inserire nel suo stemma l’aquila imperiale. L’originaria struttura medievale della città purtroppo oggi è insidiata dal cemento delle fredde costruzioni moderne. In più, frequenti terremoti Aprile 2005 L CALABRIA Produttiva hanno fatto sì che restassero scarse testimonianze del passato. Sopravvivono le intricate viuzze che sfociano in rampe, a raccordo dei vari livelli del nucleo cittadino, e la chiesetta di Sant’Omobono - che rappresenta il monumento più antico della città (1100), con, all’esterno, resti delle archeggiature cieche di ispirazione bizantina. Sconsacrata dopo la Seconda Guerra mondiale e trasformata addirittura in magazzino, è stata finalmente sottoposta ad accurati restauri e restituita al 35 Aprile 2005 SPECIALE CATANZARO SPECIALE CATANZARO Aprile 2005 I musei Museo dell’Arte della Seta: custodisce antichi telai, sete e damaschi, attrezzature varie e documenti. Museo delle Carrozze: conserva una cabriolet a capote mobile costruita da Cesare Sala, carrozze delle famiglie De Paola e Volpicelli, una carrozza di Clemente XIV, un carro da parata del Seicento, la carrozza di fine ‘800 utilizzata nel film “Via col Vento”. Presenti, inoltre, sellerie, accessori, attrezzi della civiltà contadina e un pianoforte in radica d’ulivo di fine ‘800. Museo Diocesano d’Arte Sacra: inaugurato nel 1997 nel Palazzo arcivescovile accanto al Duomo, custodisce documenti medievali, paramenti in seta catanzarese e arredi sacri in argento, un’Incoronazione della Vergine di Biagio di Vico e un San Nicola attribuito a Mattia Preti. Museo Provinciale: ubicato a Villa Trieste, conserva reperti preistorici e sculture romane, reperti archeologici, dipinti, avori, maioliche, documenti e cimeli di storia locale, armi, gioielli, pergamene del ‘400 e ‘500. Il nucleo più interessante è costituito dal prezioso monetiere greco (3270 pezzi), romano (2562 pezzi) e bizantino. Altre opere di notevole importanza sono quelle di Salvator Rosa, Antonello de Saliba, Battistello Caracciolo e di numerosi pittori calabresi dell’Ottocento, tra cui Andrea Cefaly. Museo Risorgimentale: custodisce cimeli del Risorgimento italiano, delle guerre d’Africa e di Spagna, documenti mazziniani, carte cospirative. Gipsoteca Francesco Jerace: ospitata nel palazzo della Provincia, raccoglie 30 opere su gesso e alcune in marmo dell’omonimo scultore, donate da sua figlia. culto nell’ottobre scorso. Già dal 1870 l’impianto urbanistico di Catanzaro andò trasformandosi assumendo connotazioni decisamente più moderne: fu realizzato corso Mazzini, arteria principale che attraversa la città per tutta la sua lunghezza; furono edificate notevoli costruzioni tardo-ottocentesche, nacquero i nuclei urbani Fondachello e Sala attorno alla stazione ferroviaria, i rioni residenziali Milano e San Leonardo. Da qui l’edilizia e tutto il settore di produzione dei 36 materiali edili si sono affermati notevolmente, in risposta alla necessità di riordino della città, grazie ai grandi investimenti in opere pubbliche, strutture viarie, riqualificazione urbana. Nell’economia cittadina, comunque, ha ancora un certo peso l’agricoltura con la conseguente commercializzazione e trasformazione dei prodotti del luogo: cereali, barbabietole da zucchero, ortaggi, frutta, olio, vino, oltre alle produzioni zootecniche e forestali. Nel settore dell’artigianato si producono ancora VIVINO FRANCO • Articoli casalinghi • Regali • Giocattoli • Arredamento esterno • Ville • Giardini • Articoli mare e spiaggia S.S. 106 Sud 88050 Sellia Maria (CZ) Tel. Fax 0961 969654 CALABRIA Produttiva CALABRIA Produttiva 37 Aprile 2005 tappeti, coperte, arazzi, terrecotte, cesti e mobili che è possibile acquistare anche durante le fiere cittadine: quella di S. Vito che si tiene dal 13 al 15 giugno, o quella di S. Lorenzo nel mese di SPECIALE CATANZARO SPECIALE CATANZARO agosto. Una visita alla città permette di apprezzarne il patrimonio architettonico, di grande valore artistico, rintracciabile soprattutto negli edifici sacri, custodi di preziose testimonianze. Sono da vedere i ruderi del castello normanno; la chiesa dell’Immacolata, rifatta nel 1765; la chiesa del Monte dei Morti, con il portale tardo-barocco e la doppia scalinata; la quattrocentesca chiesa del Rosario, 38 Aprile 2005 CALABRIA Produttiva CALABRIA Produttiva rinnovata sul finire del 1500, al cui interno si trovano importanti opere d’arte del 1600 e 1700. La Torre di guardia del 1500, in località Aranceto, a pianta quadrata e a due livelli, è caratteristica per la scala con 39 Aprile 2005 SPECIALE CATANZARO SPECIALE CATANZARO Aprile 2005 Catanzaro a tavola La cucina catanzarese è particolarmente ricca dell’odore e del sapore del mare. Trionfa soprattutto il pesce spada che è una vera prelibatezza se cotto alla brace o preparato in involtini, con olive e capperi o con limone. La carne è principalmente di maiale. Una specialità che affonda le radici nella più antica tradizione gastronomica è il morseddru: la focaccia (pitta, nel dialetto locale) farcita con un ricco sugo a base di interiora di ovino o suino, pomodoro e abbondante peperoncino era anticamente la colazione di contadini e pastori. Altri piatti tipici sono i maccheroni saltati, il tegame di patate al forno, la ciambrotta, pasta asciutta condita con uova fritte e pecorino. Il formaggio sulla tavola catanzarese si usa prevalentemente grattugiato, a fine pasto o nell’insalata. Tra gli ortaggi si fa largo uso di cipolle (crude, condite assieme a tocchetti di formaggio, cotte in forno, conservate sott’olio o in agrodolce) e melanzane, preparate soprattutto “alla parmigiana”. Numerose sono le varianti di pitta piene di aromi e spesso farcite o da accompagnamento a pomodori, sarde, cipolle, ricotta, salsiccia, caciocavallo. I dolci sono quelli comuni al resto della regione. Particolare specialità sono le passulate, dolcetti aromatici con noci, uvetta e miele. Il morseddu Ingredienti: 200 grammi di costolette, 200 di polmone, 200 di fegato, 200 di cuore, 200 di milza, 100 di carne magra, 500 di pomodori freschi, 50 di lardo, un bicchiere di vino rosso, olio, peperoncino, origano e sale. Preparazione: richiede una lunga cottura. Si tagliano a cubetti tutte le carni e le frattaglie e si mettono in una teglia di terracotta con il lardo a pezzetti. Si lascia rosolare il tutto con un po’ d’olio per qualche minuto, quindi si bagna con il vino; quando questo è evaporato, si aggiungono i pomodori spezzettati, il peperoncino piccante e l’origano. Si sala, si copre e si cuoce a fuoco lento, mescolando spesso e unendo, se serve, un po’ di acqua calda salata. Il soffritto deve risultare molto denso. Passulate Ingredienti: 500 grammi di uvetta, 250 grammi di mandorle, 250 grammi di gherigli di noce, chiodi di garofano e cannella in polvere, miele, farina, un limone e foglie di limone. Preparazione: ammorbidite l’uvetta in acqua tiepida; scottate in acqua bollente mandorle e noci, pelatele e fatele a pezzetti. Mescolate tutto con la scorza del limone grattugiato, mezzo cucchiaino di chiodi di garofano e cannella, aggiungete miele caldo e farina quanto basta a ottenere una pasta dura. Ricavate una sfoglia piuttosto alta e tagliatela a quadrati o a rombi. Posate i dolcetti su foglie di limone, disponeteli su una teglia oleata e cuocete in forno caldo fino a quando saranno ben dorati. 40 CALABRIA Produttiva struttura ad arco, che consentiva - mediante ponte levatoio oggi scomparso l’accesso al primo piano; il Duomo è stato ricostruito negli anni ’60, dopo la distruzione causata dal bombardamento del 1943: la precedente costruzione neoclassica era stata realizzata nei primi dell’800, riedificando quella abbattuta dal terremoto del 1783, sul luogo dove, secondo la tradizione, sorgeva una chiesa del XII secolo; all’interno, sono custodite alcune opere settecentesche, una Madonna col Bambino in CALABRIA Produttiva marmo del 1500 e il prezioso reliquiario contenente il busto di san Vitaliano, patrono della città. Il Chiostro degli Osservanti del 1400 è attuale sede dell’Ospedale militare; il Complesso monumentale del San Giovanni, tra i poli culturali più importanti della città, è stato ricavato nell’antico Convento dei Teresiani, a sua volta edificato sui ruderi del castello normanno; Palazzo De Nobili è sede del Comune dal 1863, a pochi passi dal Teatro Politeama; l’originario palazzo patrizio d’inizio di A. Magro MATEREDIL commercio materiali edili Via della Stazione, 4 - Catanzaro Sala 41 Aprile 2005 ’800 è stato ingrandito e abbellito, gli elementi di maggiore pregio sono la Sala del Consiglio (con gli affreschi di Tarcisio Bedini rappresentanti momenti centrali della storia cittadina), la Sala dei Concerti (con stucchi e ritratti a olio dei sindaci della città), la Sala delle Commissioni (con affreschi del maestro Sandro Russo). Da vedere ancora la statua del 42 SPECIALE CATANZARO Cavatore, il giardino botanico “Comuni” Villa Trieste con busti di personaggi calabresi importanti. Esaurito l’itinerario artistico in città, è interessante cogliere le sfumature dei caratteristici rioni del centro storico tra i quali Pianicello occupa sicuramente un posto di primo piano. Il cuore di questo rione pulsa nel largo omonimo da dove si dirama una fitta rete di vicoli che portano alla chiesa di S. Maria di Mezzogiorno, in via Carlo V, al largo De Iesse e alla chiesa di S. Maria della Stella. Il tessuto urbano è di carattere medioevale, anche se infittito dalle nuove costru- zioni, mentre resta immutato il rapporto tra la gente del posto, tenacemente legata al passato e alla sua identità di quartiere: le partite a carte in piazza, l’albero di Natale sotto casa, i panni stesi ad asciugare per strada, le feste di paese. CALABRIA Produttiva Aprile 2005 SPECIALE SANTA MARIA DEL CEDRO La capitale del CALABRIA Produttiva asta pronunciare il nome del luogo per sentire aleggiare, magari solo con l’olfatto della memoria, il fresco profumo dell’agrume sacro: Santa Maria del Cedro. E a chi non abbia mai provato le emozioni visive ed olfattive di una cedriera in fiore o carica di frutti, è d’obbligo il consiglio di visitare al più presto sia un campo di cedri, sia il paese, conosciuto ovunque per questa coltivazione. E’ veritiero, infatti, indicare la cittadina del Tirreno cosentino come capitale del cedro nel mondo, poiché da lungo tempo, nel mese di agosto e settembre, i rabbini di tutte le comunità ebraiche sparse nei vari continenti, raggiungono Santa Maria per scegliere e raccogliere personalmente i frutti kosher, sacri, per celebrare il Sukkòth, la Festa delle Capanne. Il particolare microclima che si crea nei terreni pianeggianti contigui alla costa - difeso dagli alti rilievi del Cozzo del Pellegrino e della Mula – a detta degli esperti è ideale per la coltivazione del prezioso e pregiato Citrus Medica, nella varietà Liscio Diamante. L’agrume, però, non è utilizzato solo come frutto rituale ma alimenta l’attività di tante piccole e medie aziende di trasformazione. Bucce candite, trasformate in raffinati bonbons, macerate per produrre gradevolissimi liquori e sciroppi sono altrettante golosità che è possibile trovare a Santa Maria. Il cedro è il protagonista indiscusso, nel panorama delle attrattive locali, ma la cittadina non manca di altre bellezze, naturalistiche ed architettoniche, e di una B di Adele Filice cedro e non solo 44 Aprile 2005 SPECIALE SANTA MARIA DEL CEDRO CALABRIA Produttiva PH. MARCELLO OLIANI sua storia. Nata come borgo per volere della famiglia Brancati, quindi frazione, prima di Verbicaro e poi di Grisolia, Santa Maria ebbe come nome originario Cipollina, da Cis-polis, al di qua della città, in riferimento all’antico insediamento di Laos; nell’immaginario collettivo popolare, però, il toponimo era ben poco nobile e colto, evocando solo l’umile ortaggio dal sapore deciso e pungente. E’ questa la simpatica nota del compianto don Francesco Gatto, scritta nella breve ed intensa storia, personale e locale, di Vita di un parroco nella storia di un popolo. Emerito sacerdote e pastore autentico della comunità, fautore e promotore della trasformazione di Cipollina, da frazione a comune autonomo – avvenuta nel 1948 – don Gatto si è adoperato anche per il cambio del nome, da Cipollina a Santa Maria, nel 1955, a cui si è aggiunta, quattro anni dopo, la specifica “del cedro”, col preciso intento di far conoscere il paese per la sua produzione più caratteristica. Don Gatto, inoltre, è stato promotore della costituzione di un consorzio di produttori cedricoli e presidente della cooperativa Tuvcat, (Tutti Uniti Valorizzazione del Cedro Alto Tirreno Cosentino) la quale, nel 1978, a Londra, è stata premiata con l’Aquilone d’oro, un riconoscimento internazionale per l’import-export. Ai nostri giorni, l’impegno di alcune istituzioni locali, che svolgono azioni di livello nazionale ed internazionale come il Consorzio di Tutela e Valorizzazione del Cedro, 45 Aprile 2005 SPECIALE SANTA MARIA DEL CEDRO Aprile 2005 SPECIALE SANTA MARIA DEL CEDRO costruzione della statale 18. Sulla collina di San Bartolo, gli scavi hanno riportato alla luce una cinta muraria di tre chilometri che circondava un’area di sessanta ettari; un’altra Pompei, dunque. Sono state rinvenute tracce di fornaci, un tratto della plateia, una casa con la rampa di scale lastricata. Alcuni corredi quali elmo, corazza, schinieri e speroni in bronzo, un diadema aureo ed una serie di vasi sono conservati presso il Museo Nazionale di Reggio Calabria. Data all’anno scorso, invece, l’inaugurazione dell’Antiquarium di Laos - la casa rurale ristrutturata che insiste nel perimetro dell’area archeologica di Marcellina – dove trovano posto vari reperti e numerosi pannelli illustrativi della storia degli scavi di Laos. Tra gli intenti dell’amministrazione comuna- le ed in particolare del sindaco, Francesco Maria Fazio, che è stato determinato fautore dell’iniziativa, vi è quello di progettare una rete dei parchi archeologici calabresi che coinvolga tutti i comuni della regione dove sono presenti dei beni archeologici. Dall’archeologia alla storia, il passo è breve, nel territorio di Santa Maria. Poco distante da Marcellina, a mezza costa tra il mare e la montagna, il castello di Abatemarco e la vicina chiesetta di San Michele, di probabili origini basiliane, svettano ieratiche nella loro essenzialità, dominando la cedriera più estesa dell’agro santamariese e l’orizzonte. Lo spettacolo notturno dei ruderi illuminati è di quelli che possono lasciare senza parole, soprattutto quando le innumerevoli pietre delle architetture brillano dell’argenteo pallo- PH. PIESSE l’Accademia Internazionale del Cedro, e la presenza istituzionale del Comune a varie fiere di settore stanno dando una nuova spinta propulsiva alla coltivazione cedricola, che rimane una delle realtà più importanti del tessuto economico locale e regionale. Recenti studi, inoltre, hanno messo in luce ulteriori proprietà del cedro; nella sua buccia sono presenti alcune sostanze dalle notevoli capacità antiossidanti, le quali agiscono contro i radicali liberi, e sono in 46 grado di prevenire le patologie tumorali del colon, quelle cardiovascolari e l’obesità. Santa Maria del Cedro, dunque, anche capitale di una lunga giovinezza? Ulteriori conferme si attendono dalla ricerca scientifica, ma intanto una passeggiata a metà tra la splendida Riviera dei Cedri e la catena costiera appenninica non potrà essere altro che salutare… Santa Maria, però, non è solo cedro. Agli amanti della storia e dell’archeologia, essa offre il racconto, mate- rialmente visibile, delle sue radici che affondano nella fiorente Laos, cittadina autoctona dell’Enotria, secondo alcuni; colonia di Sibari, secondo altri, dopo la battaglia tra la città dell’Alto Ionio e Crotone quando iniziò a battere moneta (500 a.C.) con l’effigie del Toro Androposopo, letteralmente dalla faccia umana. Nel 389 a.C. i Greci di Turi, stando al racconto di Diodoro Siculo, nell’intento di punire i Lucani per le continue scorrerie nei loro territori, assediarono PH. PIESSE Laos, che si trovava proprio al confine, e qui ebbe luogo una sanguinosa battaglia che terminò con la strage dei Greci. La colonia sibarita di Laos, in seguito, iniziò a trasformarsi ed il primo cambiamento si ebbe intorno al 330 a.C. quando cominciò a prendere corpo la costruzione di Marcellina, attuale frazione di Santa Maria del Cedro. Le tracce di quest’antico racconto sono emerse, casualmente, nei primi decenni del Novecento, quando ha avuto inizio la CALABRIA Produttiva CALABRIA Produttiva 47 Aprile 2005 SPECIALE SANTA MARIA DEL CEDRO Cinquecento - utilizzata originariamente come opificio per lavorare la canna da zucchero, in quel tempo coltura fiorente e diffusa, e poi con funzioni di prigione. I vasti saloni ed i tre piani della costruzione si prestano ottimamente a diverse destinazioni d’uso, dallo spazio convegnistico a quello museale, anche perché altri tesori, oltre il cedro e la sua storia - che si lega indissolubilmente a Santa Maria - meritano di essere conservati a futura memoria, e non solo della comunità locale. La paziente opera di riscoperta delle radici - direzione nella quale sta decisamente puntando l’attuale amministrazione comunale - ha portato inevitabilmente sul terreno delle tradizioni; è per questo motivo che si è pensato di riportare alla luce la preziosa fatica degli artigiani locali, in particolare quelli del settore orafo e sartoriale. Le maestranze locali, meglio le maestre locali, discepole di quelle abilissime sarte che un tempo confezionavano, oltre all’abbigliamento quotidiano, anche i corredi, gli abiti da cerimonia ed i vestiti da sposa, sotto la PH. MARCELLO OLIANI re della luna piena. Tra le pietre della rocca s’intrecciano le trame di buona parte della storia del paese; conquistata dai Normanni intorno al 1060, essa fu soggetta al possesso delle varie signorie succedutesi nel corso del tempo: Loria, 48 Pignatelli, Carafa, Brancaccio, Bruges, Greco ed infine i Brancati che regnarono fino all’eversione della feudalità. Nei dintorni dell’abitato, torri, casali ed antichi opifici proseguono il racconto della storia del paese. La torre di Sant’Andrea, meglio conservata rispetto alle altre e vicina all’abitato di Santa Maria, è una costruzione di avvistamento che insieme alle torri Longa e Nucito costituiva l’insieme dei presidi di prima difesa del territorio. Dell’antica chiesetta PH. di Sant’Andrea, invece, non restano che pochi ruderi mentre un lungo ed efficace intervento di restauro ha restituito all’antica ed imponente bellezza il Carcere dell’Impresa, una complessa struttura architettonica risalente al CALABRIA Produttiva Aprile 2005 SPECIALE SANTA MARIA DEL CEDRO CALABRIA Produttiva guida della stilista Tea Pagliari, già l’anno scorso – in occasione di una manifestazione organizzata da Donna Mediterranea, benemerita associazione che opera sul territorio, avevano dato fondo a tutta la loro abilità per la creazione di splendidi modelli, che sono stati poi protagonisti di una straordinaria serata di moda, svoltasi nel centro storico. L’evento quest’anno si ripete, ed in maniera amplificata poiché la sfilata degli abiti da sposa è una delle tante manifestazioni che costituiscono il prezioso contorno per uno storico appuntamento sportivo, il Giro d’Italia che, lunedì 9 maggio, effettua la seconda tappa d’arrivo proprio a Santa Maria del Cedro. Per l’occasione, si è pensato di coinvolgere, insieme alle maestranze locali, un grande maestro, anzi uno tra i più estrosi e felici messaggeri dell’arte orafa italiana, Gerardo Sacco, il quale di concerto con gli altri artigiani, ha lavorato per la creazione di un gioiello ispirato al cedro, da consegnare al vincitore della tappa. Ribalta internazionale, dunque, per la piccola e laboriosa comunità di Santa Maria che, con tutte le sue bellezze e le sue caratteristiche, merita di essere conosciuta ovunque; anche perché, l’esclusivo legame stretto col mondo ebraico, le fa praticare sul campo e già da tempo immemorabile, quella che, con un’ePH. MARCELLO OLIANI spressione oggi di moda, si definisce cultura della tolleranza e dell’integrazione. E che, verosimilmente, gli antichi parrocchiani di don Francesco Gatto avrebbero catalogato, con semplicità e chiarezza, come rispetto e amore verso il prossimo. PH. MARCELLO OLIANI 49 Tavola di Pasqua, P tavola di primavera Aprile 2005 IL BUON MANGIARE di Adele Filice in collaborazione con Mariella Politano ph. piesse asqua, festa per eccellenza del mondo cristiano. Festa di innumerevoli passaggi religiosi, naturali, reali e simbolici. Non solo corso naturale del Tempo che sancisce l’avvicendarsi delle stagioni; non solo reminescenza biblica evocante la partenza degli Ebrei dall’Egitto o tradizione cristiana che celebra la morte umana del Figlio di Dio e la resurrezione celeste, ma tutto questo e qualcosa di più. Religioni pagane e semitiche, Ebraismo, Cristianesimo, Mazdaismo concentrano la celebrazione nel periodo in cui il solstizio invernale cede Le tradizioni alimentari del periodo pasquale in Calabria. Usi, costumi ed influssi culturali di un periodo che, in - tutte le tradi zioni, sinonimo di rinascita 50 CALABRIA Produttiva Aprile 2005 IL BUON MANGIARE CALABRIA Produttiva il passo all’equinozio primaverile e, dunque, simbolicamente dalla “morte” dell’inverno, stasi naturale per tutti gli esseri viventi, si passa al fermento rivitalizzante della primavera. Ripescando nella mitologia e nel paganesimo, tanti sono gli elementi in comune con la religione cristiana, in forza di quel processo d’inglobamento che la Chiesa permise ed attuò pur di diffondere il Verbo e lasciando così innestare tradizioni di varia provenienza sulla reli- gione cristiana. Ad esempio, quelli che la tradizione popolare calabrese definisce sepolcri - per estensione semantica con il luogo in cui vengono posti e che sono teneri e bianchi germogli di grano, lino, ceci, lenticchie, fatti germinare al buio ed abbelliti con fiori – e che ornano le chiese durante la Settimana Santa e fino al Venerdì, sono diretti discendenti dei giardini di Adone, i vasi ed i cesti in cui anticamente si mettevano a germogliare dei semi per celebrare il mito del bimbo nascosto da Afrodite e disputato con Persefone. Non a caso, come fa notare lo studioso Alfredo Cattabiani, nel suo Calendario, Pasqua ebraica e Pasqua cristiana ricorrono tra marzo ed aprile, mesi contrassegnati astrologicamente dalla presenza dell’Ariete, il quale, nelle due religioni, è l’animale sacrificale per eccellenza, dall’altissimo valore simbolico – basti pensare all’Agnus Dei cristiano – ma affonda le sue origini nel mito del Vello d’oro dell’ariete poi conquistato da Giasone nell’impresa con gli Argonauti. Dalla 51 Aprile 2005 IL BUON MANGIARE Aprile 2005 IL BUON MANGIARE Ricette Cuculi Ingredienti: 4 uova, 250 grammi di latte, 250 grammi di zucchero, 2 bicchierini di liquore giallo, preferibilmente Strega, buccia di limone grattugiata, una tazzina d’olio, 2 bustine di lievito, farina quanta ne richiede l’impasto, uova sode e tuorlo sbattuto per la decorazione. Preparazione: nella fontana di farina si mescolano le uova, a cui in precedenza sarà stato aggiunto lo zucchero, il liquore, il limone, l’olio ed il lievito. Si amalgama la pasta e s’impasta per qualche minuto, fino a renderla liscia, quindi si tagliano dei tocchi che andranno stesi a bastone. A metà del bastone di pasta si mette l’uovo sodo ed attorno ad esso si avvolge la pasta. Un altro filo di pasta si pone intorno all’uovo per decorarlo. Prima di metterlo in forno, il cuculo va spennellato con il tuorlo d’uovo sbattuto, che gli conferirà una bella colorazione biondo-scuro, e a piacere, spolverato con zucchero per evidenziare la grana della pasta. cultura ideale a quella materiale, il passo è breve. Anche la tavola, la preparazione rituale di piatti dolci e salati celebrano la festa.. Ed anche in questo caso, è possibile riscontrare commistioni e contiguità culturali davvero singolari. Uno sguardo al passato; cibi prescritti, cibi vietati Nella migliore tradizione calabrese, il piatto per eccel- Santo. Rigorosamente vietato era il consumo di carne, di qualunque specie; di conlenza della tavola pasquale è dall’Egitto, ed il dimento animale, come la stato, e continua ad essere, Cristo stesso è appellato sugna; di uova e, in qualche l’agnello. Anche qui, come Agnello di Dio. Ma se caso di formaggi, vista la Cristianesimo ed Ebraismo è interessante sapere quali loro provenienza “carnale”. trovano un punto di contaterano i cibi rituali da consuAl Venerdì Santo, il rigore della tradizione vietava perto, e non solo a livello cultumare, è anche interessante sino il consumo dell’aceto, rale; l’agnello è animale sapere quali fossero i cibi probabilmente a ricordo delsacrificale, il suo sangue vietati durante il periodo l’empio gesto del soldato salvò i maschi della casa di quaresimale, che portava romano che offrì la spugna Israele prima della fuga alla Pasqua, ed il Venerdì imbevuta d’aceto al Cristo crocifisso che aveva chiesto dell’acqua. Un detto popolare benediceva le donne che il Venerdì Santo impastavaproduzione artigianale salumi tipici calabresi - fatti come una volta no e cuocevano il pane: soppressata nelle versioni bianca con pepe e benedetta chira pasta, chi de vennari s’impasta, forse per Via Taverna - Cir Marina (KR) Telefax 0962 371244 - Cell. 339 9170227similitudine con il corpo di e-mail: [email protected] Cristo che proprio in quel SALUMIFI Il sapore di CATAL 52 CALABRIA Produttiva giorno era immolato. La sera della vigilia pasquale, in molte campagne del Cosentino, il pasto rituale era l’uovo con i broccoli di rapa e la frittata con uova crude ed uova sode, chiamata pappiciogna. Anche l’uovo è elemento ed alimento topico, la cui presenza si riscontra nella religione cristiana ed in quella ortodossa; nella tradizione popolare calabrese ed in quella arbërëshe e grecanica. vo principe degli impasti dolci e salati. Da sempre, l’uovo esercita un fascino particolare, un potere misterioso per la sua capacità di essere “germe protetto” “casa” “sepolcro” “camera nuziale” - come lo descrive Gilbert Durand, in Le strut- ture antropologiche dell’immaginario e, dunque, per estensione, luogo eletto, guscio per eccellenza in grado di contenere la Vita universale. In esso è racchiuso il mistero della generazione e, sin dai tempi più remoti e dalle culture più antiche, come afferma, ancora Durand “è legato ai rituali temporali della primavera: donde le uova di argilla ritrovate nelle tombe preistoriche russe e svedesi, donde il rituale di Osiride del modellamento di un uovo di terra, di farina e di aromi…Nelle feste cristiane della Resurrezione, abbiamo conservato questo simbolismo grazie all’uovo di Pasqua”. Ma l’uovo di Pasqua, usato ed abusato nella cultura consumistica dei tempi moderni, non è solo il tondo involucro di cioccolato con o senza sorpresa della pubblicità televisiva. Non è solo il preziosissimo guscio che il genio di Fabergé elaborò in pregiatissimi metalli e pietre preziose, per la gioia degli aristocratici dell’Ottocento o il dono beneaugurante e non deperibile, di fine porcellana o d’argento dei nostri giorni. In varie forme e con varie modalità, impastato nei dolci o nel pane, colorato e decorato come elemento di addobbo della tavola, l’uovo è presente, in Calabria, ed in tutte le culture della gente che vi vive, da secoli, come nel caso degli arbërëshe; da millenni, per quanto riguarda gli ellenofoni. La simbologia dell’uovo… In tutte queste culture, ma non solo, l’uovo è alimento rituale ed elemento decorati- CALABRIA Produttiva 53 Aprile 2005 IL BUON MANGIARE Pesche (1 dose, con cui si confezionano circa 25 dolcetti) Ricette Ingredienti: 2 uova, 400 grammi di farina, 100 grammi di latte, 100 grammi di strutto, 125 grammi di zucchero, buccia di limone grattugiato, 1 bustina di lievito. Per il confezionamento: gusci di noce, spaccati a metà, strutto per ungere. Per il ripieno: crema pasticcera. Per la decorazione: liquore alkermes e zucchero. Si mescolano le uova sbattute con lo zucchero e via via si aggiungono gli altri ingredienti. In ultimo, si amalgama la farina. Intanto, si ungono i gusci di noce con lo strutto, per evitare che la pasta vi si attacchi, e su di questi si schiaccerà una pallina di pasta, della grandezza di una grossa noce, per dare la concavità. Le formelle si passano, ad una ad una, nell’alkermes per dare il colorito rosato del frutto, il vuoto si riempie di crema pasticcera, e si uniscono due metà per dare la forma della pesca; le due metà unite si passano nello zucchero a grana grossa e, a piacere, si possono decorare con foglioline verdi di zucchero o pasta reale. … e la sua presenza nelle tradizioni calabresi In alcune comunità che hanno risentito dell’influsso 54 ortodosso, come ad esempio Gerace, fino a qualche tempo fa, la notte del Sabato Santo, durante la Messa di Resurrezione, ogni fedele portava un uovo sodo in Chiesa che veniva consumato durante la celebrazione. Nell’area della Grecìa calabrese, durante il periodo pasquale, si preparano le ngute o aggute, dolci tipici che, con qualche variante, ricalcano i dolci tradizionali della regione. L’impasto a base di uova, zucchero e farina viene foggiato con forme particolari - il modello ricorrente è la croce bizantina, a braccia uguali – e nell’impasto o su di esso sono poste delle uova, sempre in numero dispari. Una tradizione davvero singolare, come ricorda Grazia Furferi, esperta di cultura e gastronomia calabrese, è la “pupa ‘e Pasca” la bambola di Pasqua, preparata con i rimasugli delle ngute e fog- Aprile 2005 IL BUON MANGIARE giata a forma di donna, il cui ventre gravido è rappresentato dall’uovo; la donna incinta è un riferimento quanto mai chiaro alla fecondità del periodo primaverile e in qualità di simbolo beneaugurante,non viene consumato ma tenuto esposto, in bella mostra, per tutto il periodo pasquale. Per i ragazzi, si confezionano anche i “pappagalli”, dolci a forma di uccelli, messi sulla tavola pasquale ad indicare il posto del capofamiglia e del primo figlio maschio. Anche nei paesi arbërëshe, l’uovo è stato, e continua ad essere anche se in misura minore, presente come vario protagonista, durante la settimana di Pasqua. In molti paesi albanofoni, specie in passato, durante la Settimana Santa si svolgeva CALABRIA Produttiva una vera e propria questua delle uova. Un gruppetto di giovani recanti un capace canestro, si recava di casa in casa, cantando una canzone sacra che raccontava il miracolo della resurrezione di Lazzaro. Nel canto, oltre alla richiesta del dono, era espressa tutta una serie di auguri e benedizioni per tutti coloro che avevano fatto dono di uova. Nei paesi d’origine albanese del Pollino, all’avvicinarsi della Settimana Santa, veniva preparato il kulaç, una specie di pane, intrecciato a corona, sormontato da uno o più uova. Il kulaç è omonimo CALABRIA Produttiva della cuzzupa o cullura cosentina e catanzarese, confezionata in passato, per la maggior parte con pasta di pane, meno frequentemente con un impasto dolce e decorata con un numero di uova generalmente pari a quello dei familiari ed un rametto di olivo o di alloro benedetti durante la domenica delle Palme Nel pittoresco paesino di Civita, nel periodo pasquale, era consuetudine regalare alla fidanzata una bambola di pasta, nusëzën, formata da due tranci ripiegati in modo da formare sei anelli incatenati tra loro e disposti ad ovale. L'interno di ogni anello conteneva un uovo ed era rifinito con un bastoncino di pasta attorcigliato. Il dono era ricambiato con un altro dolce caratteristico çiçi, formato anch’esso da un bastone di pasta piegato in due ed intrecciato alle estremità per disegnare la forma dei 55 Aprile 2005 piedi. Anche i bambini avevano le loro “dolci” attenzioni; appositamente per loro si preparava un panierino, shportëza, formato da un bastone di pasta recante un uovo al centro. A San Giorgio Albanese, era tradizione preparare dolci a forma di bambola nusen, decorati con uova e nastrini decorati, dolci a foggia di paniere e gallina, panariqa e pula, sempre guarnite allo stesso modo. Tutti i pupazzetti, sia di foggia umana sia di forma animale, erano ricoperti di rosso d'uovo che, durante la cottura al forno, conferiva all’impasto un colorito brillante. A Caraffa, tutte le famiglie preparavano la kucupa, la ciambella con le uova incastrate. A San Benedetto Ullano, si usava preparare, per offrirli in dono alle bambine, i panarelet, piccoli 56 IL BUON MANGIARE panieri di pasta con un uovo al centro; per i maschietti si confezionavano i kukulliqi, due bastoncini di pasta intrecciati sotto una testa dove si poneva l'uovo. Di altro un po’… Sul versante della cucina di Pasqua, sono stati già ricordati l’uovo fritto con i broccoli di rapa e la frittata con uova crude e sode. Uno sguardo panoramico nella cucina regionale offre qualche altro spunto. Nell’area grecanica, fino a poco tempo fa, era consuetudine pasquale regalare una primizia, la tuma, specie di formaggio fresco non salato, fatto di latte ovino e caprino, che veniva modellato dentro particolari formelle - di legno di gelso sapientemente intagliato – dette musulupare, da cui il nome del formaggio cono- sciuto come musulupu. La tuma era ingrediente principale anche di alcuni dolcetti, i jialuni, come ricorda ancora Grazia Furferi, confezionati a forma di tartaruga e riempiti del delicato formaggio. Su alcune tavole, il giorno di Pasqua, oltre al rituale agnello, compariva un altrettanto rituale e sostanziosissimo piatto, lo spezzatino, composto dalle interiora e dalle frattaglie dell’animale - mazzacorde, cioè la trippa avvolta con pezzi di intestino, cuore, fegato, polmone - soffritte con l’adacciatina, un tritato di pancetta, aglio ed origano e cotte in abbondate sugo di pomodoro. Lo spezzatino si faceva consumare lentamente al forno, fino a quando non aveva raggiunto una preziosa colorazione rosso scuro; allora il sugo era pronto a ricevere grandi tocchi di pane, da intingere e gustare con la carne. Un altro momento rituale, molto atteso soprattutto dai ragazzi, era il giorno di Pasquetta quando nonne, zie e mamme si adoperavano a preparare una grande cesta da portare nei prati per una gustosa merenda sull’erba. Lo spuntino, ma sarebbe corretto definirlo un vero e proprio pasto, era composto dalle cullure salate, uova sode, salsiccia e soppressata affettate, cuculi dolci e cioccolata. Oggi, i gusti e le tradizioni vanno lentamente modificandosi; ricette nuove si aggiungono a quelle antiche ma, fortunatamente, resiste ancora quell’atmosfera serena, gaia che il sole caldo ed il cielo brillante della Pasqua-Primavera portano con se. CALABRIA Produttiva Le Turde LE RICETTE DI Nonna Elisa Aprile 2005 Ingredienti: Pasta di Pane Per il ripieno: Ricotta Formaggio grattuggiato Uova Pepe nero macinato Prezzemolo Salsiccia stagionata Un po di strutto Procedimento: sbattete le uova, aggiungete la ricotta ed il formaggio (create -un impasto piut tosto morbido), aggiungete il salame tagliato a fettine, il prezzemolo, lo strut to ed il pepe.Stendete la pasta di pane alta 1 cm e di forma circolare. Al centro riponete l?impasto e chiudete come un raviolo. Infornare a 200¡ per circa mezz?ora e comunque levare quando la turde si rosolata. Inviateci le vostre ricette, corredate da quattro foto della preparazione, e le blicheremo CALABRIA Produttiva 57 Aprile 2005 STORIA & STORIE I seguaci di Fiorella Lorenzi ph. piesse di Pietro Valdo C hilometri di pellicole e milioni di parole ricordano i genocidi nella storia dell’umanità. Tra questi, sono da annoverare anche i misfatti causati dall’Inquisizione, spesso sottesi ai giochi di potere delle signorie locali, come nel caso dei Valdesi, il cui eccidio - anche se ricordato con minore frequenza, rispetto ad altri - fece scrivere uno dei capitoli più atroci della storia del XVI secolo. Per conoscere le bieche ragioni dello sterminio, occorre andare alle origini del Movimento Valdese e procedere nel corso degli eventi, a seguito dell’insediamento delle colonie val- Rifugiati in Calabria per vivere e lavorare in pace, i Valdesi furono perseguitati e trucidati in massa. Oggi costituiscono la minoranza etnolinguistica occitana e vivono a Guardia Piemontese e a San Vincenzo La Costa, in provincia di Cosenza 58 CALABRIA Produttiva Aprile 2005 STORIA & STORIE CALABRIA Produttiva desi nel Meridione d’Italia. Tutto ebbe inizio intorno al 1170, quando un ricco mercante di Lione, Pietro Valdo, in seguito ad una forte esperienza spirituale, decise di spogliarsi dei suoi beni per predicare il Vangelo. Sul suo esempio nacquero i Poveri di Lione i quali rivendicavano il diritto alla libera predicazione nelle piazze. Tale diritto, però, era in contrasto con le leggi ecclesiastiche del tempo, le quali stabilivano che solo il clero era autorizzato ad annunciare la parola di Dio. I seguaci di Valdo furono espulsi da Lione, e costretti a spostarsi nel sud della Francia e nel nord Italia. Da qui, il loro credo si diffuse rapidamente, tanto da destare le preoccupazioni della Chiesa che, nel Concilio di Verona del 1180, li scomunicò e li bollò di eresia. Molti Valdesi si trasferirono nelle Valli del Piemonte provocando, però, con gli anni un aumento della popolazione tanto forte da far decidere numerosi membri, verso la metà del ‘300, ad intraprendere un viaggio verso le terre del Meridione. L’invito a spostarsi in Calabria fu rivolto loro da un signore calabrese il quale, avendoli incontrati per caso nelle Valli, e venuto a conoscenza delle loro condizioni, aveva loro offer- to delle terre con l’obbligo di pagarne l’affitto. Le comunità valdesi inviarono una delegazione, la quale, al ritorno, riferì dell’estensione e della fertilità dei terreni da colonizzare. Molti giovani decisero allora di partire, dopo essersi sposati e raccomandati a Dio. Una località vicina a Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza, dove fu edificato un borgo chiamato d’Oltremontani, fu la prima colonia, della quale si hanno notizie dal 1386; probabilmente era la frazione di San Sisto, l’attuale San Sisto dei Valdesi che ora fa parte del comune di San Vincenzo La Costa In seguito, i Valdesi diedero vita ad 59 Aprile 2005 STORIA & STORIE re sospettati di eresia. In particolare, la predicazione del Pascale destò la preoccupazione dell’Abate Anania, cappellano della famiglia Spinelli. Feudatari e clero furono ben presto autorizzati, su loro richiesta, a procedere contro i Valdesi, dando inizio ad una serie di azioni che avrebbero insanguinato quei luoghi. Una delegazione di Valdesi si recò da don Salvatore Spinelli; tra gli altri, due predicatori, Marco Usceglio e il Pascale, furono tratti in arresto dopo l’incontro, mentre il resto del gruppo fu rilasciato. Dopo un primo tentativo di “conversione”, i due furono rinchiusi nelle carce- altre comunità, essendo aumentata la popolazione anche per l’arrivo di altri membri dalle Valli. Il feudatario Salvatore Spinelli concesse loro di spostarsi anche nelle sue terre di Guardia, l’odierna Guardia Piemontese. Ai Valdesi furono concessi grandi benefici, affinché le terre che abitavano fossero coltivate e fiorissero i commerci e gli scambi. In quelle colonie, le comunità occitane si dedicarono all’agricoltura, alla pastorizia, alla lavorazione della lana, delle pelli, all’allevamento dei bachi da seta. La tradizione religiosa val60 dese del commento biblico in ogni casa, a volte coadiuvato dai barba, i ministri di culto, non impediva di partecipare ai riti delle chiese locali. Fino alla metà del 1500, stando alle fonti storiche ufficiali, non si hanno notizie di persecuzioni contro i Valdesi meridionali anche se l’Inquisizione si accaniva già contro i Catari e i Fraticelli. Nel 1555, prendendo forza dall’evangelizzazione del pensiero protestante, i Valdesi del Piemonte iniziarono a costruire i loro templi e a palesare pubblicamente la libertà di coscienza e di culto, dichiarando di fatto la separazione dalla Chiesa cattolica. Nel 1556, anche i Valdesi della Calabria chiesero di aderire alla Riforma, pur essendo stati sollecitati dai barba a spostarsi in luoghi più sicuri, in vista dell’importante decisione. I Valdesi di Calabria insistettero, tanto che Calvino in persona s’interessò della loro condizione. Fu così che, nel 1559, il barba Gian Luigi Pascale di Cuneo, con l’aiuto del barba locale Stefano Negrin, iniziò una fervida opera di evangelizzazione nel territorio cosentino. Dapprima i signori locali non dimostrarono alcuna ostilità verso i coloni; essi, con le attività ed il lavoro costituivano un’autentica ricchezza per il territorio; e poi, fino a quel momento, la laboriosità e la mitezza dei coloni avevano assicurato condizioni di vita tranquilla per autoctoni e forestieri; ma le cose cambiarono decisamente nel momento in cui sui Valdesi si pose l’attenzione del clero locale, che sollecitò l’intervento dei grandi feudatari di Montalto e Fuscaldo, i quali cominciarono a temere di poter esse- CALABRIA Produttiva Aprile 2005 STORIA & STORIE CALABRIA Produttiva ri di Fuscaldo e, nel febbraio 1560, trasferiti nel carcere della Curia di Cosenza. Di Marco Usceglio non si conosce il destino; Gian Luigi Pascale, invece, fu dapprima trasferito nelle carceri di Napoli e Roma, poi, il 16 settembre 1560, arso vivo dinanzi a Castel Sant’Angelo e le sue ceneri gettate nel Tevere. Grazie al suo arresto, Salvatore Spinelli ottenne il titolo di marchese. Dopo la morte del Pascale, la situazione cominciò a precipitare per i Valdesi della Calabria. A Cosenza, arrivò l’inquisitore dei Domenicani Valerio Malvicino che, insieme all’altro inquisitore Alfonso Urbino, condusse un’inchiesta sul luogo. Essi giunsero alla conclusione che tutti i Valdesi erano eretici, quindi imposero loro la scelta tra l’abiura e la morte. All’abiura si aggiunse un sistema di imposizioni: era vietato parlare in occitano e contrarre matrimonio tra valdesi; era fatto obbligo di andare a messa tutti i giorni e indossare l’abitello degli eretici, un costume giallo con una croce rossa al centro. I Valdesi reagirono con la fuga nei boschi, ma ciò diede il pretesto a Don Parafan de Ribera, Duca d’Alcalà e vicerè di Napoli, di organizzare, nel giugno 1561, una caccia spietata. Fu organizzato un sanguinario esercito, formato da delinquenti liberati appositamente dalle carceri, con la promessa della libertà e di ricchezze in cambio delle più feroci crudeltà messe in atto contro i Valdesi. Antonio Piromalli così descrive il massacro: “Si iniziò a S. Sisto la caccia all’Uomo, l’incendio delle case, coloro che riuscirono a scampare si rifugiarono a Guardia, paese fortificato in cui Scipione Spinelli, signore del luogo, fece entrare a fine di tradimento le milizie regie e i banditi. I prigionieri vennero portati a Montalto e condannati a morte il 5 giugno 1561. La strage fu terrificante, molti 61 Aprile 2005 vennero gettati giù da alte torri, altri ebbero il capo pestato con pali di ferro. Un testimone racconta che il boia a ciascuno - con il coltello tagliava la gola, et lo lasciava così; di poi pigliava l’altro e faceva il 62 STORIA & STORIE simile. (…). I vecchi vanno a morire allegri et gli giovani più impauriti. Altri 86 Valdesi di Guardia furono - scorticati vivi e poi fenduti in due parti (…) e a questo modo attaccati a pali piantati per tale uopo lungo la strada per la lunghezza di trentasei miglia. San Sisto contava allora 6.000 abitanti: il paese fu distrutto e migliaia di persone, secondo uno studio recente in via di pubblicazione furono uccise. A Guardia, dove molti Valdesi si erano rifugiati, dal 3 giugno, e per circa 11 giorni, più di 2000 Valdesi furono trucidati tra le peggiori torture, ed un altro centinaio perì nelle campagne vicine. Qui, ancora oggi, la Porta del Sangue si erge come terribile monito, a memoria della strage. Dalle varie colonie, furono tratti in arresto 1600 Valdesi, lo stesso barba Negrin morì nella prigione di Cosenza. Alcuni di loro riuscirono a fuggire in Sicilia, ma furono di nuovo catturati e giustiziati. In pochi riuscirono a mettersi in salvo a Ginevra. Di tutte le colonie valdesi in Calabria, sopravvisse quella di Guardia Piemontese, ma la sorte dei superstiti che vi furono raggruppati non fu affatto tranquilla: sottoposti alle restrizioni di cui si è già parlato, costretti a non sposarsi tra loro per 25 anni, si videro proibire anche le riunioni oltre un numero di sei membri. Un severo controllo sulla comunità si ebbe, in seguito, ad opera dei Domenicani. I frati ispezionavano costantemente le case dei Valdesi, controllati con uno sportellino, posto sul portone e munito di serratura esterna. Quei severi controlli finirono con l’impedire ogni continuità della tradizione; la lingua occitana, figlia dell’antica lingua d’Oc dei trovatori provenzali, rimase uno dei pochissimi mezzi che potesse trasmettere l’origine dei Guardioli, eredi, come afferma ancora Piromalli dei “duemila Valdesi “suspensi” e “iustitiati (che) versando il loro sangue innocente scrissero una pagina di glorioso eroismo morale e spirituale che si contrappone alla viltà dei feudatari e dei loro intrighi”. Le foto contenute nell’articolo si riferiscono al paese di San Sisto dei Valdesi (CS) CALABRIA Produttiva Aprile 2005 SPECIALE ACRI Paese di pietra, Aprile 2005 SPECIALE ACRI di Sabina Bellucci ph. Gra.vi.ta di santi e patrioti arlare di Acri vuol dire raccontare un paese di pietra della Calabria, come ce ne sono tanti, ma ognuno con la sua storia. Odore di muschio, di terra, sapori genuini, atmosfere campestri uniti a palazzi padronali, monumenti architettonici, segni tangibili di un passato, poi non tanto lontano. In un viag- P 64 gio-racconto ideale, si potrebbe partire da quella linea invisibile che collega periferia e città; e da quest’ultima tracciare una storia generale o specifica per determinati elementi, e risalire alla microstoria degli elementi stessi. Per alcune città, è possibile ricostruire l’origine grazie al ritrovamento di docu- menti, testimonianze di cronisti, iscrizioni, reperti archeologici; per altre, essa si perde nella notte dei tempi e perfino la nascita del nome è incerta. E’ questo il caso di Acri, dove incuria ed ignoranza riversate su ritrovamenti casuali, avvenuti in vari tempi - unite ad eventi disastrosi e calamità - che ebbero come teatro la Calabria nelle diverse epoche - hanno cancellato ogni possibile risposta ai tanti interrogativi sulle origini. Parlare di un luogo, comunque, significa in ogni caso ravvivarne la memoria. E tanto per cominciare, come tradizione vuole, dal nome, Davide Andreotti, al riguardo scrive: “...Acri è CALABRIA Produttiva l’antica Aciris,...” e precisa che “...non è città di origine greca, ma nazionale. Chi la fece di origine greca fu ingannato dal suo nome ch’è greco”. Questa tesi è condivisa anche dal Marafioti e dal Barrio; e chi attribuisce altre origini, asiatiche o mediorientali, fa riferimento ai nomi che hanno alcuni monti e valli. Una certezza, dunque, sull’origine del nome di Acri non c’è, anche se qualche elemento fa propendere per una derivazione osca e non greca. A parte le incertezze sulle origini, per la favorevole posizione geografica - CALABRIA Produttiva che le permetteva di collegare agevolmente le terre dell’altopiano silano alle contrade litoranee dello Ionio, tra Rossano e Sibari Acri assunse anticamente una notevole importanza economica durata ininterrottamente sino all’XI secolo, quando Roberto il Guiscardo, dal suo vicino quartier generale di San Marco Argentano, atterriva con imprese brigantesche la sottoposta valle del Crati, impedendo il commercio. Tra il 650 e il 671 d.C. la popolazione di Acri accrebbe sensibilmente per una cospicua immigrazione di Thurioti. La presenza degli immigranti favorì la crescita dell’economia locale, soprattutto nel settore dell’artigianato. E oggi è proprio l’artigianato l’attività vitale del paese; non pochi sono stati i giovani che, negli ultimi anni, invece di emigrare in cerca di fortuna si sono lanciati in attività commerciali nuove e originali, portando il nome di Acri per il mondo. Arturo Vetro con i suoi lavori artistici sull’omonima materia; la ITIS Termoarredi, azienda leader nei caloriferi d’arredo; i fratelli Lavia che, con i ter- mocamini e le caldaie di nuova tecnologia, sono conosciuti anche all’estero; a queste aziende si aggiungono famose falegnamerie di altissima qualità manifatturiera. Tornando alle vicende storiche, in seguito all’occupazione longobarda della valle del Crati, Acri divenne un castaldato di notevole importanza economica, che durò sino all’896, quando, con Bisignano, fu occupata prima dai Bizantini e, successivamente, dai Saraceni. La decadenza economica iniziò con gli Angioini e gli Aragonesi, a causa della 65 Aprile 2005 SPECIALE ACRI pressione fiscale e per le gabelle e le prestazioni richieste anche da parte dei feudatari. Questi avevano fatto la loro comparsa in Calabria con i Normanni e tra i più potenti sono da ricordare, senz’altro, i Sanseverino di Bisignano, che in Acri ebbero vasti possedimenti e tennero corte. La situazione peggiorò enormemente quando, dopo la conquista spagnola del Regno di Napoli, ripresero, in forma violenta ed esasperata dall’intolleranza religiosa, le persecuzioni contro gli Ebrei, che 66 culminarono con l’espulsione decretata nel 1511 da Ferdinando di Castiglia. La loro espulsione procurò ad Acri un danno grave, subito avvertito dalla popolazione, perché non tutte le attività degli Ebrei poterono essere continuate dalla gente del paese. A testimoniare il contributo che la popolazione ebraica diede alla vita economica e sociale di Acri, oggi non rimane altro che il nome dell’antica Giudecca. Più o meno nello stesso periodo in cui venivano scacciati gli Ebrei quasi a colmare il vuoto, CALABRIA Produttiva Aprile 2005 SPECIALE ACRI non solo demografico, da loro lasciato - ci fu in Acri una massiccia immigrazione di Albanesi, provenienti dalla Puglia, dove Giorgio Castriota Skanderbeg aveva ottenuto dal re Ferdinando di Napoli troni con altre terre all’interno. L’ondata immigratoria fu favorita da donna Irene, sorella del principe Giovanni, che nel 1470 era andata sposa a Pietrantonio Sanseverino, principe di Bisignano. Alla fine del Settecento, le nuove ideologie progressiste e le aspirazioni repubblicane, scaturite dalla Rivoluzione Francese e dalla Repubblica Partenopea, portarono anche ad Acri il messaggio di un diritto nuovo, egualitario e democratico, che trovò un’eco profonda nella popolazione. Nel 1799, Acri fu una delle prime città della Calabria ad istituire la municipalità repubblicana e ad innalzare l’albero della CALABRIA Produttiva libertà. Nonostante l’impegno delle autorità, la restaurazione borbonica non riuscì a riportare l’ordine ad Acri, ove briganti e malfattori imperversarono a lungo, con episodi di inaudita ferocia, culminati nelle tragiche giornate tra il 15 ed il 19 agosto e del 14 ottobre 1806, che costarono la vita a un’ottantina di patrioti, di ogni ceto sociale e professione, colpevoli solo di avere amato la patria e la libertà. Dal 1820 sino all’unificazione d’Italia, Acri ebbe una gran parte nella lotta liberale e risorgimentale, non solo per la larga partecipazione ai moti carbonari e mazziniani, ma anche per la sua preparazione ideale, soprattutto ad opera di Gian Battista Falcone e Francesco Sprovieri. I due patrioti, nel corso delle guerre d’indipendenza, combatterono a fianco di Garibaldi su tutti i campi 67 Aprile 2005 SPECIALE ACRI di battaglia della penisola e, nella Spedizione dei Mille, Sprovieri ebbe il comando della III compagnia. Negli anni immediatamente successivi alla proclamazione del regno d’Italia, dopo essere venuta meno, a poco a poco, la tensione ideale che aveva 68 caratterizzato il periodo risorgimentale, si tornò a una pratica politica e amministrativa clientelare e restrittiva, che nulla di nuovo seppe dare, tranne quel poco che veniva assicurato dalla legislazione statale. Per quel che riguarda una storia dell’architet- CALABRIA Produttiva Aprile 2005 SPECIALE ACRI tura, nel Medioevo Acri era circoscritta nei rioni Padia, Castello e Picitti. Il quartiere Castello era strutturato intorno ai poli emergenti della Rocca e della Chiesa di San Nicola di Sales. Si presume che, in origine, qui vi fosse una roccaforte bruzia. Il Castello, sorto CALABRIA Produttiva successivamente, era situato nella parte più alta del colle, ed era un edificio a due piani a forma di trapezio con tre torri, di cui solo una oggi è superstite. Il quartiere Padia, circondato dai due fiumi Calamo e Muccone, evidenzia le differenze sociali, infatti esso può essere definito quartiere residenziale gentilizio. Il rione Picitti, uno dei più antichi di Acri, posto sul versante sud-est del colle Castello, rappresenta invece il quartiere residenziale contadino. Sotto il rione Picitti, si elevano le mura della città, chiamante appunto Castrum. La porta delle mura doveva trovarsi in quel punto che ancora oggi si chiama Acqua della Porta. Fuori dalle mura, si estendeva il borgo medievale Casalicchio, cioè piccolo Casale. Tale rione si costituì attorno alla chiesa di San 69 Aprile 2005 Nicola del Campo, attualmente detta San Nicola di Belvedere. Il Casalicchio fu, senza alcun dubbio, il quartiere artigiano dell’intero nucleo urbano. Attestata è la presenza del quartiere Judecca, distrutto nel 1462, durante il sanguinoso assalto degli Aragonesi contro le truppe angioine. Molto probabilmente era situato in una valle sotto il quartiere Padia e si allargava nella sottostante pianura, che ancora oggi porta il nome di Vullo e di Judii. Nel 1524, i Domenicani fondarono la chiesa e il convento di San Domenico. Questo fu uno dei poli conventuali che determinarono lo sviluppo della città moderna, in prossimità del corso sottostante il fiume Calamo. L’insediamento dei Domenicani fu seguito 70 SPECIALE ACRI da quello dei Cappuccini che, nel 1590, innalzarono il loro complesso conventuale nella zona che ne prese il nome come quartiere. Altro insediamento conventuale fu quello dei Paolotti, che costruirono la chiesa e il convento dei Minimi di San Francesco di Paola. Successivamente, sorsero anche la Chiesa di Santa Chiara e l’annesso convento delle Cappuccinelle. Il complesso di San Domenico e la preesistente, molto più antica, Chiesa della SS. Annunziata, sorta nel 1260, divennero i poli che avrebbero dato origine a due quartieri, Annunziata e Jungi. Questi, facendo da fulcro tra la parte vecchia e quella nuova della città, si sarebbero estesi sempre più, diventando punto di partenza dell’evoluzione urbana attuale. Ognuno di questi beni è valida e dignitosa rappresentazione di una fase storica, di un luogo, di una comunità. E’ proprio qui si coglie il valore di un archivio: le diverse valenze storiche, artistiche e culturali si condensano nel documento che, oltre al suo implicito valore amministrativo e legale, è espressione di una memoria custodita nel tempo, è tutto ciò che chiamiamo storia. Antiche dimore come presidio di civiltà; siano esse residenze nobiliari o fattorie, sono comunque preziosi documenti del passato, da leggere come un libro, nelle cui pagine di pietra sono narrate la progettazione, la costruzione, le modifiche avvenute nel corso dei secoli, la vita stessa delle persone che vollero edificarle e che fra quelle mura abitarono e lavorarono. Il palazzo Sanseverino - fatto edificare da Giuseppe Leopoldo, settimo principe di Bisignano nel rione noto, sino a pochi anni fa, come Palazzo - è l’edificio più imponente dell’intera città. Lo schema planimetrico del palazzo ripete quelli classici del ‘600 e coincide perfettamente col diagramma critico di Norberg Schultz del palazzo barocco italiano. Si sviluppa su quattro piani. Il salone principale d’ingresso, a detta degli storici, era affrescato con la rappresentazione dell’Olimpo degli Dei, gli altri due (a nord e a sud) rispettivamente con gli affreschi Il Tempo e l’Eternità e il Ratto di Proserpina, dipinti ora andati perduti. L’intonaco esterno, eseguito in epoca successiva, ne uniforma e intristisce l’aspetto, mascherando la vibrante tessitura muraria realizzata in pietra con inserimento di listature e archi in mattoni. Il Beato Angelo è, invece la figura più eccelsa di uomo e santo, nato ad Acri nel 1669. Di animo nobile e sincero si schierò contro le ipocrisie del suo tempo e la prepotenza dei potenti. Le sue reliquie sono conservate nella Basilica dei Cappuccini e sono meta di moltissimi devoti. Fra gli intellettuali che diedero lustro al paese, si distinse in maniera incisiva Vincenzo Padula che, nel 1864, fondò il periodico “Il Bruzio” e con i suoi scritti fece eco, insieme a Moro e Campanella, in tutta Italia, tanto da essere, ancora oggi, uno dei letterati più conosciuti del Meridione. Acri, oltre alle sue bellezze artistiche, offre ai suoi visitatori una cucina tradizionale molto apprezzata dai buon gustai; gli insaccati e i salumi di maiale occupano un posto di primo piano. Ma il trionfo dell’arte gastronomica acrese sono i fusilli, pasta fresca fatta in casa e filata con un ferro a sezione tonda, con il ragù di capra. Per quanto riguarda i dolci, i tradizionali cullurialli, culluri e bocconotti vantano un’antica tradizione e le ricette sono custodite gelosamente dalle donne acresi. CALABRIA Produttiva Aprile 2005 EVENTI Canti e danze di Paola Napolitano ph. Giuseppe De Angelis di guerra e d’amore a presenza di insediamenti albanesi, nel Mezzogiorno d’Italia, data sin dalla seconda metà del XV secolo e ad essa ed alle sue numerose manifestazioni si deve lo sviluppo di una cultura distinta da quella latina circostante. Come tante piccole isole orientali, le comunità italoalbanesi di Calabria costituiscono dei nuclei con L L?antichissima tradizione delle Vallje, evento commemorativo per eccellenza della cultura italoalbanese, vive ancora oggi e celebra la storia e i valori dei discendenti di Skanderbeg CALABRIA SHQIPONJA (da Monaco - Germania) - CIVITA 72 Produttiva Aprile 2005 EVENTI CALABRIA un'identità ben precisa e diversa da quella italiana. Le popolazioni hanno mantenuto vive moltissime tradizioni, specchio di una cultura ricca di valori tramandati nel tempo. Uno dei momenti più intensi e rappresentativi di queste tradizioni, si vive nel martedì subito dopo Pasqua quando, gjaku jonë i shprishur - il nostro sangue sparso, come s’identificano gli italoalbanesi quando s’incontrano - si ritrovano insieme, in una girandola colorata di costumi, canti e danze: le Vallje. Un tempo, il primo giorno delle Vallje coincideva con la domenica di Pasqua e la festa durava tre giorni. Le Vallje hanno un’origine storica antica; rievocano e celebrano la conquista di Kruja, antica capitale d’Albania, da parte delle truppe guidate da Giorgio Castriota Skanderbeg. Il termine Vallja indica una danza tipica del folklore arbëreshë, la cui esecuzione ricorda la pirrica della Grecia, con toni chiaramente orientali. In toni italiani, si può considerare una sorta di ridda, ma nel territorio calabrese non esiste nulla GRUPPO FOLKORISTICO ARBŁRESHŁ - S.BENEDETTO ULLANO Produttiva 73 Aprile 2005 di preesistente simile a questa danza, se si osservano i movimenti piuttosto orientaleggianti. Gruppi di uomini e donne, vestiti col costume tradizionale, si tengono per mano oppure tramite un fazzoletto, guidati all’estremità da due giovani, chiamati flamur- EVENTI tarë (portabandiera), formando una catena. A volte, questi giovani recano in mano la bandiera albanese stemmata con l’aquila bicipite. La catena umana si snoda per le vie del paese ed il ritmo della danza può essere lento, nella danza femminile, o più aggressi- vo, in quella maschile; le movenze maschili ricordano la tattica di combattimento adottata da Skanderbeg. La danza prevede movimenti concentrici, con i quali s'intrappolano i passanti e gli spettatori come se fossero degli ostaggi, costretti infine ad Aprile 2005 EVENTI offrire da bere all’intero gruppo per essere liberati. Di solito si preferisce “catturare” i passanti non arbëreshë. Durante la danza, s’intonano dei canti che possono essere tradizionali, canti augurali o di sdegno ma anche delle rapsodie e canti epici, dai testi molto GRUPPO FOLKORISTICO ULLANIA - S.BENEDETTO ULLANO CALABRIA UN MOMENTO DELLA VALLJA 74 Produttiva antichi. Nella Vallja di Frascineto, sfilano anche uomini a cavallo; colui che li guida rappresenta sempre l’eroe Skanderbeg, gli altri sono i turchi fatti prigionieri. Un'altra “rappresentazione”, che si svolge sempre a Frascineto è quella dei Tintori. Alcuni giovani, che recano in mano un tegame nero e dei lunghi pali, circondano i presenti e li invitano a ripetere una frase in albanese, Qiqra më tumàc che significa tagliatelle e ceci. A chi non pronuncia bene la frase, viene fatto un segno nero sulla guancia per identificarlo come straniero. Un altro gruppo di giovani, vestiti con lenzuola bianche, porta CALABRIA Produttiva in giro, in un paniere, un cranio d’asino e invita i passanti più anziani a baciare il teschio dicendo loro in lingua albanese ”Baciate il teschio dell’asino perché così vivrete più a lungo”. Un tempo, durante le Vallje, si andava anche in giro di sera a fare delle serenate. Questa tradizione è rimasta solo in alcuni centri. Da qualche anno, invece, dopo le danze, nella serata si organizzano le esibizioni di vari gruppi folcloristici, rappresentanti i comuni di origine arbëreshë ospitati, non solo di Calabria, ma anche di Basilicata e Sicilia. Cambia così il vero aspetto e il significato d’origine dell’e- vento. Ma ciò ha permesso di rilevare e mettere in evidenza le possibili differenze esistenti tra una comunità e l’altra. Per quanto riguarda i costumi indossati per l’occasione, è possibile vedere vestiti tradizionali originali, ricchi di preziosi ricami d’oro accanto ad imitazioni più dimesse, perché più comode per l’esecuzione dei movimenti di danza. All’occhio dello spettatore curioso, l’evento si mostra come un intreccio tra vecchio e nuovo, legati però alla stessa radice. Le Vallje, un tempo, si svolgevano in quasi tutti i paesi arbëreshë, oggi invece sono scomparse in molti comuni,e rimangono vive a Civita e a Frascineto. In altre località, esse sono associate a festeggiamenti patronali o ad altre festività e perdono così di originalità. In ogni caso, esse restano l’occasione per ritrovarsi e poter ricambiare l’ospitalità ricevuta, un valore importante per questa cultura. I canti e le danze delle Vallje, dunque, rappresentano per gli arbëreshë, un ritorno alle origini, che li spinge a mantenere e conservare la loro identità culturale, riuscita per tanto tempo ad esistere, proprio perché il popolo è capace di coltivare sentimenti e valori forti. Uno dei canti tra i più belli e conosciuti, risalente al XV secolo, è Kostantino e Jurendina, storia di un fratello e una sorella legati da un affetto fortissimo. Jurendina, unica figlia femmina di una ricca ed importante famiglia dell’Albania, è chiesta in sposa da un nobile che vive lontano. I genitori ed i fratelli non vorrebbero accon- sentire alle nozze, perché la vedrebbero allontanare da casa. Uno solo dei nove fratelli, Kostantino, dichiara d'essere favorevole a questo matrimonio, e promette alla madre di riportare Jurendina a casa, ogni qualvolta la voglia rivedere. La famiglia decide così di acconsentire. Dopo il matrimonio, tra principati vicini scoppia una guerra, in cui perdono la vita i nove fratelli. La madre disperata, non solo per la loro perdita, pensa a Jurendina che è lontana. Ma Kostantino, anche da morto, pur di mantenere la promessa, va a prendere la sorella per riportarla a casa. Durante questo viaggio, Jurendina è stupita che il fratello sia coperto di polvere e che abbia sempre freddo. Arrivati a casa, la ragazza corre ad abbracciare la madre, che le domanda stupita chi l’abbia accompagnata. Alla risposta di Jurendina, la madre è sconvolta e tra le lacrime rivela alla figlia che il fratello è morto. La forte emozione e la paura hanno il sopravvento e le due donne muoiono. Il racconto è imperniato sul valore della Besa, la parola data, che rappresenta un fondamento nella cultura e nella legislazione albanese. 75 Aprile 2005 PAESI ARBËRESHË Gioielli d’oro L a Calabria è terra di gioielli; come i paparazzi (orecchini con perle), la corniola (pietra rossa incastonata in splendidi anelli) e la chjanoca (collana in madreperla), meravigliosi ori che indossavano le spose di un tempo, a Carfizzi e a San Nicola Dell’Alto. E proprio come due gemme antiche, che adornano la Valle del Neto, Carfizzi e San Nicola dell’Alto sorsero seicento anni fa per opera degli Albanesi sfuggiti all’occupazione turca. Questi ben gradirono l’ospitalità della Principessa Irene di Bisignano, figlia dell’eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderberg, e scelsero, al contrario della maggior parte degli altri profughi loro connazionali, il mare alla dorsale appenninica.Gli di Ermanno Cribari ph. piesse tesori di pietra Arbëreshë, così sono chiamati gli appartenenti alla minoranza italo-albanese, varcarono il mare non per paura di versare sangue in Patria, quanto per affrancarsi dal dolore di una sicura occupazione, foriera di un’intollerabile alienazione della loro forte identità nazionale. La posizione geografica che occupano i due paeselli è assolutamente invidiabile: venti chilometri per raggiungere il mare, cinquanta per guadagnare le cime della Sila. Si parla l’Albanese antico, quello medievale, difeso e sostenuto per successione orale dall’inquinamento pressante degli italofoni. Essenziale il contenuto di termini in un vocabolario avaro di voci “dotte”, non necessarie evidentemente ai contadini e pastori che comunicavano essenzialmente concretezze agresti senza aver bisogno di esprimere particolari astrazioni teoriche. Quasi nessuno sa scrivere in Arbëreshë, ma tutti gli Albanofoni pensano in Arbëreshë. La loro storia antica, quella dei primi insediamenti, è poco raccontata, purtroppo. In poche case è custodito il meraviglioso abito tradizionale, szocha, abbellito da merletti e decorazioni dorate. Il tessuto nero, cucito a balze, copre non del tutto la bella gonna dritta e rossa, kamizolla, e un bianco angelico dipinge la camicia arricchita di un collo importante, theket, che va a confondersi con lo scendere del lino, fregio e ornamento all’acconciatura, nausea. La szocha era l’abito della festa, quello da esibire per contagiare gioia e diffondere bellezza. La pratica della tolleranza religiosa, che ancor oggi distingue l’Albania in tutto il mondo, è qui ormai assai poco agita. Gli anziani ricordano con nostalgia i vecchi riti nuziali in cui gli sposi si omaggiavano di corone di fiori, segni quasi del tutto cancellati del rito cristiano-ortodosso; ma ancora si riesce a “mangiare” la secolare tradizione. Infatti, la furisiscka è una minestra antichissima che spesso adorna le tavole imbandite di Carfizzi e San Nicola Dell’Alto: zucchine e fiori di zucca vengono innaffiati da olio verde di frantoio, mentre del buon pane abbrustolito si fa tuffare nel saporito brodo. Come in tutti i comuni calabresi, anche a Carfizzi e a San Nicola dell’Alto si andava BASTA SERRAMENTI di Eugenio Basta Specializzato in vetrine in acciaio inox • infissi in alluminio Produzione di: • legno in alluminio • avvolgibili di sicurezza • zanzariere C.so Skanderberg - S. Nicola dell’Alto (KR) Tel. 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In assoluto, l’essenza antica dell’Arbëreshë più visibile è l’ospitalità che, a Carfizzi e San Nicola, è regalata ai turisti con generosità. Non sono stati intaccati, infatti, i valori fondanti la cultura Arbëreshë quali la mikpritia (ospitalità), la ndera (onore) e la vellamja (fratellanza). I gitanti qui passeggiano attraverso i bei vicoli, coscienti di essere amati e protetti. Non è esagerato affermare che si può toccare con mano la pulizia dei comportamenti e la ricchezza dei valori, che permeano l’atmosfera dei luoghi. A Carfizzi è d’uopo visitare il grande Anfiteatro, capace di contenere sino a mille persone, e il Largo Skanderberk, il luogo d’accoglienza delle piacevoli chiacchierate fatte sotto braccio soprattutto d’estate. E poi la Chiesa di Santa Veneranda, costruita sulle macerie di una chiesa bizantina; Palazzo Rizzuto, Palazzo Corridore e l’antica 77 Aprile 2005 PAESI ARBËRESHË sia e di fiaba insieme. A Carfizzi e San Nicola qualcuno crede ancora alle fate che, secondo tradizione, consegnerebbero al neonato l’intelligenza, la bellezza e la bontà. E’ per questo moti- costruzione che ospita attualmente il Municipio, un’antica casa costruita su colonne e archi con tre piani raggiungibili per mezzo di una deliziosa scala in pietra. A San Nicola dell’Alto, la Chiesa di San Michele Arcangelo è testimonianza dell’antichità, essendo stata costruita prima del 1600. In essa ha sempre vissuto un eremita e l’ultimo, Antonio Raffa di Tropea, vi morì il 18 dicembre di cinquantasette anni fa. Questi uomini randagi, sino alla metà del secolo scorso, trovavano anche sepoltura nella chiesa, a differenza dei notabili che avevano il loro sarcofago nella Chiesa Madre, posta nella parte alta del paese. Nei due borghi sino alla metà del secolo scorso si ballava, dall’Epifania al martedì grasso, la valla, danza tipica carnascialesca. Un gruppo di ragazze si riuniva in cerchio e il ballo prendeva vita da due giovani, che guidavano le ragazze tenendole per mezzo di un fazzoletto legato al braccio di ciascuno di loro. E per finire, una nota di poe- vo che non si può portare fuori di casa il pargolo se prima non ha ricevuto questa fatidica visita. La parola d’ordine è: Ket vinjin fatjet t’e fatarnjin, cioè Devono venire le fate a fatarlo! CARFIZZI L’arte del ferro di Lettieri Vincenzo lavorazione del ferro battuto ORAFO Creazione di preziosi in oro Via Roma, 50 Carfizzi (KR) tel. 338 8192203 78 Via Roma, 100 - Carfizzi (KR) - Tel. 0962 87003 CALABRIA Produttiva Aprile 2005 ECONOMIA & BUSINESS Le strade di Ermanno Cribari del lavoro no”. Partendo da questo punto, si può senz’altro invertire la tendenza, muoversi, speranzosi e forti delle proprie capacità, verso un futuro che potrà, anzi saprà essere prodigo solo se meglio si riuscirà a costruirlo. E’ ora che ognuno di noi si faccia davvero convinto che chiunque lo voglia davvero, può scrivere la sua pagina di storia, per sé e per gli altri. Per poter approdare nel mondo del lavoro, quello legale e giustamente remunerato, però, necessita indispensabilmente una buona informazione sulle opportunità. Proviamo, quindi, a fornire direttamente alcuni strumenti per sapere se, dove e per chi è possibile lavorare. Numeri verdi, siti internet, reti internazionali, iniziative comunitarie, pari opportunit sono altrettanti percorsi da seguire per chi alla ricerca di un?occupazione a piaga della disoccupazione, in Calabria, ha prodotto la cancrena della povertà. Infatti, nella statistica resa pubblica dall’Unione Europea, la nostra regione è il fanalino di coda nella classifica del reddito annuo pro-capite. La posizione che occupa la Calabria è addirittura inferiore rispetto a tutte le regioni bulgare, ed è quanto dire… Il problema della L 80 mancanza di lavoro deve, però, essere metabolizzato da ogni soggetto in grado di poter lavorare – per essere in grado di poter produrre reddito e ricchezza, quest’ultima intesa non solo nel senso economico quanto in quello sociale e culturale - e soprattutto dai giovani, facendo ricorso ad enzimi autenticamente realistici. Avversati da oggettive condizioni strutturali, logistiche, ambientali, sociali, spesso impossibilitati alla scolarizzazione di base per mancanza di mezzi e per la necessità di dare un aiuto al sostentamento familiare - e questo fino a qualche decennio fa moltissimi calabresi, per non dire la maggior parte, hanno maturato la convinzione di essere in mano ad un destino infausto e invincibile che rende ogni azione miserevolmente vana, se non impossibile. Questa filosofia è tremendamente vergognosa, oltre che sbagliata. E’ necessario, innanzi tutto, imprimere nella mente, con le parole di George Bernard Shaw, il concetto che “le persone che riescono in questo mondo sono quelle che vanno alla ricerca delle condizioni che desiderano e, se non le trovano, le crea- CALABRIA Produttiva Aprile 2005 ECONOMIA & BUSINESS Al numero verde 800.257330, dal lunedì al giovedì, dalle 15,30 alle 18,30 risponde un operatore che fornisce informazioni sulle iniziative comunitarie promosse dall'Unione Europea nel settore della gioventù. Per chi ha familiarità con la telematica si può inoltrare la richiesta di informazioni CALABRIA Produttiva all’indirizzo e-mail: [email protected] Eures-EURopean Employment Services è una rete internazionale che favorisce la libera circolazione dei lavoratori nello spazio economico europeo. Dal sito del Centro Risorse Nazionale per l'Orientamento è possibile scaricare informazioni utili per progettare brevi periodi di lavoro, in particolare nei mesi estivi, in sei Paesi dell'Unione Europea (Italia, Francia, Germania, Irlanda, Regno Unito e Spagna). In Calabria, considerata dall’Unione Europea regione svantaggiata, sono contemplati aiuti a favore dell'auto-imprenditorialità e dell'auto-impiego. Per informazioni occorre rivolgersi agli Assessorati alle Attività Produttive dei singoli enti locali o visitarne i siti. Sviluppo Italia favorisce l'inserimento nel mondo del lavoro di soggetti privi d’occupazione attraverso la creazione di’imprese di pic- Siti internet utili ¥ www.jobonline.it; ¥ www.welfare.gov.it; ¥ www.joblinks.f2s.com; ¥ www.lavoroeweb.com;; ¥ www.italialavoro.it/ITALIALAVORO; ¥ www.calabria-lavoro.it; ¥ www.cercolavoro.com; ¥ www.agenzia lavoro.com; ¥ www.4icj.com; cola dimensione nelle aree economicamente svantaggiate del Paese. Le tipologie d’intervento sono tre: lavoro autonomo, microimpresa e franchising. Iniziativa Comunitaria Equal: Attraverso il Fondo Sociale Europeo (FSE) sono finanziati interventi per contrastare le discriminazioni di genere nel mercato del lavoro. Sono previsti finanziamenti per favorire l'occupazione femminile, e promuovere l'uguaglianza e le pari opportunità per uomini e donne nell'attività economica ed imprenditoriale. L’Osservatorio Donna aiuta ad orientarsi nel mondo dell'imprenditorialità femminile; anche il Ministero del Lavoro rende disponibile una serie di contenuti sul lavoro femminile e le pari opportunità. Infine, un consiglio, indirizzato ai padri: Insegnate ai vostri figli un dogma fondante il modello politico democratico, assai rilevante e incoraggiante, ancorché spesso non visto: guadagnare onestamente lavorando è l’unica strada giusta e possibile per accaparrarsi la dignità che ci spetta, ma vuol dire soprattutto comprare la propria libertà. 81 Aprile 2005 AMBIENTE Olio col marchio Aprile 2005 AMBIENTE ello scorso mese di febbraio è stato presentato ufficialmente il Consorzio di Tutela per la valorizzazione dell'olio extravergine d'oliva - prodotto sotto la denominazione d’origine protetta “Bruzio” riconosciuto con D.M. 60206 del 13 gennaio 2005. Al tavolo presidenziale, una nutrita presenza di addetti ai lavori ha discusso su “Olio dop, filiera olivicola e tracciabilità del prodotto: opportunità e prospettive alla luce della nuova OCM Olio”. Per dovere di cronaca, è da precisare che, nei giorni immediatamente precedenti la presentazione, alla presidenza del Consorzio, si è avuto un avvicendamento anomalo, nel senso che il dottor Mario Brogna, fino a quel momento presidente, senza aver dato dimissioni o aver espresso intenzioni in merito, ha visto sostituire la sua figura con quella dell'avvocato Giancarlo Greco. Alle istituzioni competenti la soluzione della vicenda. In ogni caso, l'esistenza del Consorzio è una tappa importante poiché una produzione significativa, da un N di Domenico Venturo ph. piesse di qualità punto di vista della tradizione agricola, come quella dell'olio d'oliva, oggi è finalmente tutelata da un organismo ad hoc e da un disciplinare di produzione, come prevede qualunque marchio di qualità. Purtroppo, al momento, è proprio il disciplinare a creare alcuni dissidi, dal momento che la produzione destinata alla dop è ancora molto scarsa, anzi quasi insignificante, rispetto alle masse prodotte nella provincia cosentina, e la conseguenza è che un prodotto richiesto come l'olio extravergine d'oliva dop, non può reggere la concorrenza di altre regioni, sia da un punto di vista della quantità, sia da un punto di vista economico, a causa del prezzo elevato. Le lamentele unanimi dei produttori sono rivolte al disciplinare, che prevede l'utilizzo di determinate varietà e di precisi quantitativi per pianta e per ettaro. Il desiderio comune sarebbe quello di una modifica del disciplinare di produzione anche se i produttori e soprattutto gli estensori del disciplinare sanno bene Dopo un decennio dall?approvazione del disciplinare di produzione, si costituito il Consorzio di tutela e valorizzazione dell?olio dop Bruzio. Qualit tutelata per una produzione assolutamente insuffi ciente. Produttori cercansi 82 CALABRIA Produttiva CALABRIA Produttiva 83 Aprile 2005 quali siano le difficoltà, davvero elevate, da affrontare. La speranza dei consumatori, e di chi vorrebbe che le produzioni calabresi fossero conosciute, distribuite e consumate anche nella regione, è quella che un numero sempre maggiore di produttori e coltivatori si possa consorziare e lavorare insieme. Da sempre, i grandi numeri fanno anche i grandi risultati. Al tempo, stavolta, e non ai posteri, la sentenza... 84 AMBIENTE La Riforma della Politica Agricola Comunitaria...nell’ambito dell’Organizzazione Comune di Mercato La riforma della Politica. Agricola Comunitaria (P.A.C) ha introdotto radicali novità, modificando la redditività delle aziende e le sorti delle filiere agro-industriali. Con il regolamento 1872/2003 la Comunità europea ha introdotto il premio unico aziendale, dando la possibilità di scegliere se tale premio dovesse restare in parte accoppiato alla produzione, oppure totalmente svincolato da essa. Tale esigenza ha avuto origine dalle indicazioni - emerse durante il summit di Cancun, in Messico - fornite dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio (W.T.O.), le quali tracciavano un quadro assolutamente sbilanciato rispetto al principio della domanda-offerta delle produzioni agricole mondiali, per cui i prodotti risultavano essere coltivati solo in funzione del premio o della sovvenzione ad essi legata e non in base all'effettiva richiesta del mercato. Si comprende bene, dunque, l'insostenibilità di un modello agricolo in cui i premi sono erogati sulla base delle quantità prodotte, e la correttezza di un provvedimento che raccorda le produzioni alle esigenze di mercato, lasciando, quindi, diminuire le produzioni eccedenti e CALABRIA Produttiva Aprile 2005 AMBIENTE AMBIENTE Aprile 2005 mantenimento dell’attuale livello di reddito ed una maggiore flessibilità che può consentire un rapido e proficuo adattamento alle dinamiche di mercato. Sicuramente, nelle aziende che sopravvivono grazie ai soli sussidi, la riforma determinerà un calo di operatività ma è anche vero che tali aziende poco servono allo sviluppo vero dell’economia. Nascita e sviluppo della dop “Bruzio” Nel settembre del 1993, nella sede della Coldiretti, a Cosenza, è nato il comitato Assolivo, in cui confluivano varie sigle associative quali Unaprol, Cno, Apo, Unasco, Assoprol e Unapol (A.P.O. –ACLI). Le finalità di allora miravano al miglioramento della qualità favorendo quelle mirate e qualitativamente valide. In seguito a queste indicazioni, anche la Comunità europea ha dovuto rivedere la sua politica agricola, realiz- 86 zando questa riforma in coerenza alle nuove esigenze dei mercati internazionali. Per quanto riguarda l’Italia, è già in vigore, dal primo gennaio 2005, il regi- me unico di pagamento relativo a diversi settori produttivi. Lo scopo del premio unico aziendale è quello di far confluire, in un'unica soluzione, tutti gli aiuti comunitari citati e definire, per ogni singola azienda, la base di sovvenzione attribuibile per gli aiuti futuri. Il Ministero delle Politiche Agricole sostiene che tale regime di aiuti consentirà una collocazione più efficiente delle risorse impiegate nelle attività agricole in relazione alle richieste di mercato. Infatti, gli agricoltori potranno così adeguare le proprie scelte produttive in funzione del mercato, con la garanzia del CALABRIA Produttiva CALABRIA Produttiva 87 Aprile 2005 AMBIENTE dell’olio di oliva, attraverso la gestione dei progetti che sviluppavano le azioni derivanti dai regolamenti comunitari. Tali progetti erano stati gestiti, fino ad allora, dall’Olcal, Olivicola CALABRIA Produttiva Calabrese che, travolta dalle inchieste della Magistratura, dovette chiudere l'attività. In verità, l’Assolivo non è riuscita a gestire alcun progetto di miglioramento comunitario, ma forse ha fatto qualcosa di più importante e duraturo per gli olivicoltori cosentini dando origine alla doc “Bruzio”, di seguito dop ”Bruzio”, e facendosi, quindi, comitato promotore dell'iniziativa. Il comitato ha stilato, con l’ausilio dei tecnici delle varie associazioni e dell'Istituto Sperimentale per l’Olivicoltura (I.S.O.), il disciplinare che stabilisce le linee guida per la produzione, la trasforma- 89 Aprile 2005 zione ed il confezionamento dell’olio. Nello specifico, il territorio cosentino, circoscritto come zona di produzione dell'olio extravergine di oliva Bruzio, è stato suddiviso in 4 areali, ognuno distinto da una sottodenominazione, poi definita menzione aggiuntiva. 90 AMBIENTE Areali di produzione della dop Il primo areale, con menzione Colline Ioniche Cosentine - comprendente i territori dei comuni di Corigliano Calabro, San Demetrio Corone, Vaccarizzo Albanese, San Cosmo Albanese, San Giorgio Albanese, Rossano, Paludi, Crosia, Mirto, Calopezzati, Cropalati, Caloveto, Pietrapaola, Mandatoriccio, Scala Coeli, Cariati e Terravecchia - si caratterizza per la presenza prevalente della varietà Rossanese o Dolce di Rossano (almeno nella misura dell’80%) ed una produzione massima di 90 quintali per ettaro e di 120 chili per pianta. Il secondo areale, con la menzione Fascia Prepollinica - comprendente i territori dei comuni di Castrovillari, San Basile, Saracena, Lungro, Firmo, Altomonte, Spezzano Albanese, San Lorenzo del Vallo, Terranova da Sibari, Roggiano Gravina, CALABRIA Produttiva Aprile 2005 AMBIENTE Tarsia e San Marco Argentano – si caratterizza per la presenza delle varietà Tondina, per almeno il 50%; Carolea, fino al 20%; Grossa di Cassano, fino al 30%; produzione massima di 60 quintali per ettaro e 50 chili per pianta. Il terzo areale, con la menzione Valle Crati - compren- CALABRIA Produttiva dente i territori dei comuni di Santa Sofia d'Epiro, Cervicati. Mongrassano, Bisignano, Torano Castello, Cerzeto, San Martino di Finita, Rota Greca, Lattarico, Montalto Uffugo, San Vincenzo la Costa e Rende – è caratterizzato da olive provenienti dalla varietà Carolea, per almeno il 60%; Tondina, fino al 30%; Rossanese, fino al 20%; produzione massima di 70 quintali per ettaro e di 70 chili per pianta. Il quarto areale, con la menzione Sibaritide - comprendente i territori dei comuni di Plataci, Cerchiara di Calabria, Villapiana, Frascineto, Civita, Francavilla Marittima e Cassano allo Ionio – è caratterizzato da olive provenienti dalla varietà Grossa di Cassano, per almeno il 70%; Tondina, fino al 30%, ed una produzione massima di 90 quintali per ettaro e di 120 chili per pianta. Il disciplinare è stato approvato dal 91 Aprile 2005 AMBIENTE L?Olivo a cura di Giuseppe Fontana Nome Latino Nome volgare Caratteristiche botaniche Olio Extravergine olive - sottoli - miele 338 2495257 ¥ 338 Areale Impieghi dei frutti Impieghi delle foglie Impieghi di fiori Impieghi dell?olio Un’azienda giovane e dinamica con la precisa volontà di avviare al commercio un olio extravergine di oliva, spremitura a freddo, di categoria superiore e di elevato pregio e gusto CAL Produttiva Loc. Manca del Bosco - Amaroni (Cz) - Tel. 0961 913012 - www.lanzellotti.com ABRIA Olea europea L. Olivo Botanicamente si distinguono due varietà: quella europea (l’Olivo) e la varietà sylvestris (Oleastro). L’olivo é un albero, alberello o arbusto alto da 1 metro sino a 10 metri ed oltre, con corteccia grigia e ramuli striati longitudinalmente; foglie opposte; fiori tetrameri, in brevi pannocchie ascellari; corolla (4-5 mm) bianca; drupa scura (oliva). La varietà europea presenta rami non spinescenti; foglie strettamente lanceolate o lineari-spatolate, generalmente acute; frutti relativamente grandi; portamento arboreo. La varietà sylvestris presenta i rami giovani spinescenti ed induriti; foglie lanceolate, ovali o orbicolari, talora troncate o cuoriformi alla base, ottuse; frutti piccoli; portamento fruticoso o arbustivo. Tipico del Lauretum, ha infatti ovunque sostituito il Leccio. L’Olivastro, il tipo spontaneo, è, seppure un componente raro, caratteristico della fascia di vegetazione più termofila che la lecceta. La varietà sylvestris è spontanea soprattutto sulle coste, in Puglia, Calabria, Sardegna, ecc. I frutti servono per l’alimentazione, sia allo stato fresco, sia in conserve tipiche dei luoghi, oppure vengono trasformati in olio. Le foglie di ulivo sono indicate in caso di ipertensione sia sistolica che diastolica, oliguria, ritenzione di liquidi, diabete senile, retinopatia diabetica, arteriosclerosi, angina pectoris, stadi infettivi-febbrili, reumatismi. I fiori rientrano fra i rimedi di Bach, in Floriterapia. Il preparato è denominato Olive ed è indicato per chi soffre di forte esaurimento fisico e mentale, per chi ha attinto a tutte le sue riserve energetiche e non ha più forza. Sono ben noti i suoi impieghi gastronomici; infatti, senza questo prezioso liquido, assai nutriente, molti nostri piatti non avrebbero sapore. Ma l’olio di oliva ha anche qualità terapeutiche e cosmetiche. Per uso esterno, applicato localmente, l’olio di oliva favorisce la maturazione dei foruncoli e di ascessi; usato per frizioni, può essere utile come rinforzante, antinfiammatorio, antireumatico, lenitivo, rivitalizzante, emolliente. Ad uso orale è adatto per insufficienza epatica, colite, congestione biliare, calcoli della coliciste, dislipidemie. L’olio di oliva, assieme ad altre sostanze di natura vegetale, animale o minerale, è spesso usato nelle preparazioni farmaceutiche come oli medicati o oleoliti. 93 Aprile 2005 AMBIENTE Ministero delle Politiche Agricole e Forestali con pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale nel gennaio 1995; ne è stata data notizia ufficiale con la pubblica audizione tenutasi in località Cantinella di Corigliano. La partecipazione degli addetti ai lavori è stata davvero numerosa. Erano presenti olivicoltori, tecnici, sindaci dei comuni interessati, esponenti politici. Quell'incontro ha fatto registrare qualche lamentela riguardo alla denominazione, alla presenza ed all'assenza di determinati territori o comuni. Nessuno, però, si è preoccupato di sindacare sui parametri che oggi sembra stiano stretti un po' a tutti. Nel 1998, si è avuta l’autorizzazione definitiva dal Ministero e la corsa ad accaparrarsi i contributi della certificazione. Questi sono stati assegnati al 3/A Parco Tecnologico Agroalimentare dell'Umbria che ha tenuto le redini, come organismo certificatore, fino al 2003, quando è subentrato l’ Istituto Calabria Qualità, che ad oggi mantiene tale ruolo. 94 CALABRIA Produttiva Aprile 2005 SPECIALE SOVERATO La città degli ippocampi di Maria Grazia Dolce ph. piesse e del peperoncino ome la tela di un unico maestoso quadro, Soverato mostra un ricco orizzonte di boschi, ulivi, vigneti e giardini lussureggianti di vegetazione che fanno da corona a un abitato baciato da un mare limpido e dai colori cangianti. Lungo il belvedere è possibile ammirare l’intero abitato ricco di palazzi gentilizi e antiche chiese. La spiaggia, che si manta di colori argentei allo spuntare della luna, dona nei mesi più caldi dell’anno atmosfere di rara sug- C 96 gestione. Così è descritta Soverato, altrimenti conosciuta come la perla dello Jonio, una delle zone turistiche più note della Calabria. Collocata all'estremità meridionale del golfo di Squillace, su una collina che declina verso il mare, fu fondata probabilmente dai Siculi. Nell’antichità, il luogo dove oggi sorge la cittadina era conosciuto col nome di Poliporo (da polis portos, cioè distruttore di città, forse in ricordo di qualche personaggio), ed CALABRIA Produttiva Aprile 2005 SPECIALE SOVERATO era sottoposta all'influenza dell’ex colonia di Schilletion (Squillace) con la quale ne condivise le sorti. Quando, nel X secolo, l’agglomerato fu ricostruito, gli fu dato il nome di Suberatum, poi trasformato in Soverato, passando attraverso Sughereto, Subrato, Sovrato e, quindi, Soverato, forse a causa del vento o per la presenza massiccia di alberi da sughero. La relativa scarsità di reperti storici non impedisce di supporre che la cittadina abbia origini antiche. Nell’XI secolo, Soverato cominciò ad essere presa di mira dai Normanni che, affascinati dalle terre del Sud, si trasferirono in massa dalla Normandia. Successivamente, essa fu sottomessa agli Svevi, a causa del matrimonio tra Costanza, ultima erede del Regno di Sicilia, ed Enrico VI, figlio dell’imperatore Federico Barbarossa. Nel 1213, il territorio fu concesso come feudo dagli Svevi a Ferdinando Passalacqua, e, conseguentemente, ai suoi successori. CALABRIA Produttiva Nel 1271, passò alla famiglia francese dei Monfort e poi agli Aragonesi nel 1443. Il susseguirsi delle vicende belliche fece passare Soverato da una dominazione all’altra. Verso la fine del XV secolo, il paese divenne dominio dei Borgia, che ne conservarono il possesso per 133 anni. Il succedersi dei feudatari continuò fino al 1806, anno che decretò l’eversione della feudalità. Da allora, Soverato ha la sua autonomia. Ancora oggi, una forte suggestione promana dall'antico borgo medioevale - del quale rimangono superbe vestigia - abbandonato dalla popolazione dopo il violento terremoto del 1783. Una divisione spaziale, ma ancor più ideale, del paese distingue la parte bassa di Soverato - località marina che esercita una notevole attrazione turistica e balneare, anche oltre i confini regionali e che è situata a 8 metri sopra il livello del mare - da Soverato Superiore, dove l’altitudine raggiunge i 129 metri. Soverato è uno dei centri che, in Calabria, hanno registrato maggiore sviluppo turistico, con la presenza di alberghi e campeggi. In estate si svolgono svariate manifestazioni culturali che si mescolano allo spettacolo, all’arte ed alla musica, senza tralasciare, in molti casi, l’aspetto religioso. In agosto, infatti, si celebra la festa della Madonna di Porto Salvo, nota come la Madonna dei Pescatori. Una storia di fede e di tradizione è all’origine della festa, che la memoria col- lettiva fa risalire a quasi cento anni fa. Nel 1906, durante una tremenda tempesta, il capitano Rocco Caminiti, mentre assisteva impotente alla violenta furia delle onde, che minacciavano di far affondare la nave con l’intero equipaggio, rivolse un’accorata preghiera alla Madonna di Porto Salvo. Da fervente devoto qual era, egli chiese aiuto alla Celeste Signora pronunciando anche un voto: se si fosse salvato, avrebbe costruito una chiesa in suo 97 Aprile 2005 SPECIALE SOVERATO onore, promuovendo ogni anno solenni festeggiamenti. In quell’epoca, Soverato Marina era un borgo marinaro, abitato da molte famiglie di pescatori; gente di mare, che conosceva bene la generosità ma anche i pericoli di quell’elemento naturale che costituiva anche la risorsa di vita. Nella popolazione, si è radicata da allora la devozione per la Madonna e la tradizione della festa, con la processione a mare, che si svolge annualmente e che coinvolge tutta la cittadinanza. La Madonnina di Porto Salvo è custodita nella chiesetta dei pescatori, punto d’arrivo di moltissimi pellegrini. L’edificio religioso, che si trova in via San Martino, misura 15 metri di lunghezza e 7 di altezza, e fu realizzato, come promesso, da Rocco Caminiti. Sin dalla sua edificazione, la chiesa è stata, e continua ad essere, meta di pellegrinaggi non solo da parte dei fedeli, ma anche di appassionati d’arte; la struttura è, infatti, ornata da tre grandi 98 CALABRIA Produttiva Aprile 2005 SPECIALE SOVERATO CALABRIA Produttiva affreschi, che ricalcano un po’ la tipologia dei murales, realizzati, tra gli altri artisti, anche dal maestro Mario Linizzati e dall’artista iraniana Chazanfari. Il murales che orna la facciata, opera di Pinizzotto, ritrae un gruppo di pescatori al lavoro sulla spiaggia, con alle spalle il sole che sorge, simbolo di vita che rinasce e di speranza. L’autore stesso ha attribuito un denso significato simbolico al dipinto, spiegando che in esso è contenuto anche il messaggio di un riscatto morale dell’uomo. A Soverato Superiore, invece, nel calendario delle ricorrenze e delle festività religiose locali occupano un posto preminente i riti della Settimana Santa, che iniziano il Giovedì Santo con la Presa di Cristo all’orto e si concludono la Domenica di Pasqua con una movimentata Cumprunta, la processione durante la quale avviene l’incontro di Gesù Risorto con la Madonna. Tra gli altri appuntamenti tradizionali, sono da ricordare ancora la Fiera della Galilea, che si svolge il lunedì di Pasqua e la Fiera di S. Anna, a fine luglio. Nel novero delle manifestazioni che si svolgono durante la stagione estiva, sempre a Soverato Superiore, oltre a tornei e gare sportive, si ricordano le sagre di mezza estate, in particolare quella delle sarde e peperoni fritti, piatto tipico del luogo, e la sagra delle melanzane, che si svolge la terza domenica di settembre, in occasione della festa patronale, dedicata a Maria Santissima dell’Addolorata. Notevole interesse suscita anche la fiera dell’antiquariato che si svolge l’ultima domenica di ogni mese ed il ricco mercatino settimanale del venerdì. Per quanto riguarda le bellezze monumentali ed architettoniche, molte possono essere le mete dei turisti. Nella piazza principale, si possono ammirare i ruderi della Chiesa Matrice; lungo il corso del torrente Beltrame si erge l'imponente monastero agostiniano di Santa Maria della Pietà, risalente al XVI 99 Aprile 2005 secolo, ancora perfettamente conservato; in posizione panoramica sul golfo, è stata eretta la moderna chiesa consacrata a S. Antonio da Padova mentre, muovendosi lungo il crinale, si giunge ad un piccola costruzione, conosciuta come la Torre dei Regnanti o Terra Cutugno, attorno alla quale circolano racconti e leggende tramandate in tutte le famiglie soveratesi. Questo luogo è avvolto nel mistero e si narra che, nella Torre, si davano convegno i Sette Cavalieri di 100 SPECIALE SOVERATO spada, riuniti in una confraternita segreta, identificati con i magistrati del piccolo borgo. Si racconta ancora che uno dei sette era il famoso Cicco Pietro. La leggenda vuole che attorno alle rovine della Torre si aggiri un fantasma il quale, secondo alcuni, è l’anima di un artigiano che Cicco Pietro fece condannare a morte perché aveva derubato il vescovo - che vaga alla disperata ricerca della redenzione; secondo altri, è l’anima del fabbro che, essendo stato torturato a morte, seppure innocentemente, sempre da Cicco Pietro, torna sulla terra per avere giustizia. Degne di nota sono anche le opere artistiche di Soverato. Nella Chiesa parrocchiale della SS. Addolorata, nell’abitato superiore, si conservano una Pietà ed un Cristo di Antonio Gagini, del 1521, a cui si attribuisce anche la formella con l’Ecce Homo del 1522, con i simboli della Passione. Angelo da Pietrafitta è l’autore del grande Crocifisso ligneo di epoca seicentesca. E se la curiosità artistica può essere soddisfatta da queste pregevoli opere, non sono da meno le bellezze naturali che si offrono agli occhi dei visitatori. Veramente notevole, e degno di un’escursione, è il fondale della baia di Soverato, considerato uno tra i più belli di tutto il mare Jonio, il quale costituisce anche una risorsa naturale da valorizzare e da proteggere, per la presenza di un ospite davvero singolare. A seguito di un monito- CALABRIA Produttiva SPECIALE SOVERATO Aprile 2005 raggio effettuato attraverso varie immersioni, infatti, è stata rilevata la presenza massiccia di cavallucci marini anche a pochi metri della battigia. In particolare, due sono le specie, tipicamente mediterranee, riscontrate nell’habitat soveratese: l’Hippocampus hippocampus e l’Hippocampus ramulosus. Secondo gli esperti, la presenza dei cavallucci marini testimonia l’esistenza di un ambiente marino non compromesso dal punto di vista ecologico. Ed in verità, la limpidezza dei fondali, che raggiungono una certa profondità anche a pochi metri dalla spiaggia, le numerose colonie dei dolcissimi animaletti che popolano le acque, sono elementi naturali che meritano di essere salvaguardati, sia per la conservazione dell’ambiente, sia per l’attrattiva turistica che possono esercitare. La presenza dei cavallucci marini, nel mare di Soverato, ha fatto conferire al paese l’appellativo di “cittadina degli ippocampi”. E’ dunque da consigliare ai turisti, soprattutto nella bella stagione, un’immersione per ammirare da vicino i graziosi cavallucci marini, anche se una vacanza a Soverato può risultare piacevole per la bellezza di spiagge e mare, per la presenza di strutture ricettive, campeggi e campi da gioco, come si conviene ad un’attrezzata località turistica. Le emozioni e le sensazioni da offrire ai visitatori, comunque, non finiscono qui ma proseguono per arrivare alla tavola. Soverato è considerata la patria del pepe- CALABRIA Produttiva 101 Aprile 2005 SPECIALE SOVERATO roncino, come del resto la Calabria risulta essere la regione italiana che mangia più piccante e dove la fantasia dei produttori si è sbizzarrita nella creazione di prodotti che si intrecciano e si sovrappongono con quelli più tradizionali. Nella cucina soveratese è raro trovare un piatto, fresco o conservato, in cui non appaia il peperoncino fresco o essiccato o macinato, in dosi più o meno considerevoli. Il rosso capsicum, arbusto di origine tropicale, che ha trovato un habitat quanto mai adatto nella nostra 102 regione, è utilizzato nella salumeria, nelle conserve ittiche, nei formaggi, in quasi tutte le ricette tradizionali. Accanto ai prodotti tipici del luogo, oggi a Soverato si producono numerosi alimenti a base di peperoncino, come la pasta, la grappa, addirittura le confetture ed il gelato, quasi a voler dimostrare che questo piccolo, ma potente frutto, costituisce parte integrante dell’identità soveratese. E, forse, il consumo dell’infuocata spezia ha qualche parte in causa, non si CALABRIA Produttiva SPECIALE SOVERATO sa quanto diretta ed evidente o quanto subliminale, nella realizzazione di una manifestazione, molto caratteristica e di alto gradimento sia da parte degli abitanti del luogo, sia da parte dei turisti, che è la Serenata d’Amore, organizzata dall’associazione Amici di San Gerardo, che si svolge ormai da qualche anno. Durante la Serenata,è facile provare la sensazione che il paese abbia compiuto un salto indietro nel tempo; l’atmosfera che si respira nei vicoli e sotto i balconi delle case sembra essere quella di un’epoca in cui l’amore per una donna, che poi diventa la donna amata, sia la più autentica ragione dell’esistenza, ed il corteggiamento, l’unica arma di conquista. E così, come presumibilmente hanno fatto tante generazioni, fino a qualche decennio addietro, l’innamorato si apposta sotto il balcone dell’amata, accompagnando la melodia al suono di chitarre e mandolini, nella speranza che l’amata accetti quel segno e CALABRIA Produttiva Aprile 2005 lo accolga con lo stesso sentimento. La donna, l’innamorata, che si affaccia sulla strada dà il segno più eloquente di risposta, facendo intendere di ricambiare il sentimento amoroso. Il naturale scenario di questa rappresentazione è il borgo antico, dove le vecchie rughe e una viuzza chiamata ù chianu, fanno da location ideale. I testi scelti per l’evento provengono dalla tradizione e, dunque, riflettono gli usi e i costumi dei tempi antichi; durante la Serenata si balla e si canta assieme ad alcune donne abbigliate coi tradizionali costumi delle pacchiane. Un cenno alla contemporaneità consente di ricordare, tra gli artisti attuali di Soverato, Vincenzo Musmeci, pittore specializzato in ritratti e paesaggi, il quale ha realizzato anche oggetti d'arte come piatti e mattonelle decorate e ha sperimentato la realizzazione di paesaggi e monumenti su altri supporti (legno, tegole), con varie tecniche. 103 Aprile 2005 SPETTACOLO E CULTURA “Mettiamoci di Ermanno Cribari in gioco” E? lo slogan, ma anche la sfida, di Francesco Reda, patron di Mediterranea Casting, un?azienda nata per promuovere artisti cala bresi e volti nuovi nel difficile e magico mondo dello spettacolo arlare di spettacolo, in Calabria, non è parlare di fantascienza, né tanto meno tirare in ballo gli inopportuni cavoli a merenda. Aroldo Tieri, Salvatore Puntillo, Otello Profazio, gli indimenticabili e mai abbastanza compianti Mia Martini, Rino Gaetano, Dalida, solo per citare alcuni nomi, sono stelle polari nel firmamento artistico, che hanno tracciato una scia e, probabilmente, fatto da battistrada per molti artisti di oggi. Ma a quale prezzo, queste persone hanno imboccato la strada dell’arte, hanno fatto gavetta, studiato e recitato in piccoli ruoli di comparsa prima di mietere la giusta messe di gloria? Dice di conoscerlo bene, questo prezzo, Francesco Reda, trentenne attore di belle speranze, un curriculum artistico che spazia dal ballo alla dizione, dalla recitazione al canto; che ha P 104 lasciato la sua città per studiare e lavorare a Modena, a Roma e che, conoscendo la realtà locale nel settore, si è inventato un lavoro per darsi e dare una mano ai suoi colleghi. Con Mediterranea Casting, il Nostro ha pensato bene di metter su qualcosa che, in effetti, non c’era: un’agenzia di casting che, tramite l’acquisto degli abbonamenti, cura e mantiene i contatti con le grandi produzioni e le grandi agenzie di casting internazionali e che, all’occorrenza, segnala e tira fuori dal suo archivio, il professionista o il volto nuovo che ha le caratteristiche richieste da uno specifico lavoro. “Non un’agenzia di promozione di spettacoli, ma un vero e proprio data-base di artisti o aspiranti tali – precisa Francesco, che ha voluto dar vita a quest’iniziativa principalmente per amore; quello che prova per la recitazione. Ma il palco o il set non sono le sole attrattive del giovane imprenditore… “Ci sono magnifiche energie, bravissimi artisti, nella nostra regione. C’è da aggiungere che, di recente, un numero sempre maggiore di produzioni sta decidendo di utilizzare locations calabresi per l’ambientazione dei propri lavori. Però, c’è bisogno di dare un taglio a certe tendenze come quella di finanziare film che parlano di mafia, o di fare spettacolo ironizzando sul dialetto, sulle espressioni e i personaggi tipici calabresi. C’è molto altro e di diverso da mostrare”. Intanto che si aspettano i curricula e le foto degli artisti, Francesco Reda ha lanciato un’altra scommessa. Ad Acri, in un vecchio cinema-teatro le cui tavole sono state calcate da personaggi come Totò e Macario, ha realizzato il numero zero di un programma che è davvero tutto un programma, di nome e di fatto; il titolo è “Mettiamoci in gioco” e dà la possibilità a giovani artisti di recitare, cantare, suonare, ballare, giocando. Vuoi vedere che è proprio vero, che divertire è un lavoro terribilmente serio? CALABRIA Produttiva Aprile 2005 SPETTACOLO E CULTURA La Rocca di Fiuzzi di Adele Filice tra storia ed… invenzione Aprile 2005 SPETTACOLO E CULTURA Appuntamento di Fiorella Lorenzi con l’Arte Il castello della Foresta, dei Marchesi di Aieta, anche sede dell?as La prestigiosa Biennale Internazionale delle Incisioni ha t sociazione Mercurion che, con studi e ricerche sul passato, vuole nel Meridione d?Italia, a San Vincenzo La Costa, un piccol promuovere il futuro del territorio pieno di storia e votato alla cultura a Calabria dell’associazionismo culturale e no profit si arricchisce di un’altra presenza con l’associazione Mercurion, nata circa due anni fa ma che ha fatto la sua prima apparizione ufficiale a pubblico e stampa nel gennaio scorso, con un conve- L 106 gno dal titolo “Grotte, laure, chiese e cenobi tra la Valle del Lao, la Valle del Noce e il Basso Cilento”. Suggestivo il tema che ha inteso indagare sulle sopravvivenze archeologiche, protostoriche, architettoniche della zona, l’Eparchia del Merkurion la quale, intorno all’anno Mille si caratterizzò per la forte presenza di monaci basiliani che qui trovarono rifugio, scampando alle persecuzioni arabe. Presenze qualificate e significative ai tavoli di discussione hanno posto l’argomento sotto la lente di varie discipline. Storici ed archeologi, religiosi e studiosi dell’arte tra gli altri, i professori Zelia di Giuseppe, Giuseppe Roma, Maria Rosaria Marchionibus, Filippo Bulgarella, i vescovi don Domenico Crusco e don Francesco Milito hanno tracciato vari profili di questo territorio interno della Calabria, al confine con la Lucania, aspro, selvatico e difficoltoso a raggiungersi che, proprio per tali caratteristiche, divenne dimora eletta di santi ed eremiti i quali, con la preghiera ed il lavoro, esercitarono un notevole influsso, materiale e spirituale, sul luogo e le genti. Suggestivi e singolari anche la nascita e gli obiettivi dell’associazione che, attraverso lo studio e la divulgazione di notizie riguardanti territorio, storia e cultura locali, risorse tipiche, intende valorizzare questi stessi elementi e, nel contempo, riqualificarel’offerta turistica dell’area e realizzare attività di promozione e gestione di eventuali investimenti. Un’idea, anzi un’invenzione, come la definisce il presidente Alessandro Cosentini dei Marchesi d’Aieta che, insieme alla moglie Fiore Mercurio, ha messo a punto l’iniziativa e ha eletto la splendida Rocca di Fiuzzi - dimora estiva di famiglia – a sede dell’Associazione, chiamando a raccolta per le attività associative studiosi e appassionati locali tra cui spiccano, per dedizione ed esperienza, il professor Giovanni Celico ed il ricercatore Biagio Moliterno, oltre ai fratelli Pietro Antonio e Giuseppe Di Fazio. Una “invenzione” che dietro il recupero della Storia cela nobilmente anche il tentativo di poter impiegare alcune giovani professionalità del luogo, coniugando conoscenza a nuove opportunità di lavoro. Menti appassionate, energie fresche ed esperte, un territorio ricchissimo di cultura ideale e materiale sono elementi da cui trarre ottimi auspici per il successo dell’impresa. CALABRIA Produttiva an Sisto dei Valdesi, oggi frazione di San Vincenzo la Costa paese dell’entroterra cosentino situato alle pendici della catena costiera appenninica - nacque urbanisticamente come frazione di Montalto Uffugo, e deve la sua notorietà storica alla presenza di una numerosa comunità valdese che vi s’insediò già verso la fine del XII secolo. Tra il 1560 ed il 1561, i Valdesi furono presi di mira dal clero cattolico, per ragioni religiose ed economiche, e migliaia di loro furono perseguitati, torturati ed uccisi. A testimoniare quell’assurda ecatombe, oggi restano a San Sisto alcune sopravvivenze toponomastiche ed architettoniche. Rue Morts e le porte delle case valdesi dotate di uno sportellino che si apriva esternamente, per controllare anche l’intimità della famiglia sono altrettante testimonianze della stupidità e della crudeltà umane. Ai nostri giorni, però, San Sisto dei Valdesi è altrettanto famosa, in Italia, ma per ben altre e più felici ragioni. Il palazzo nobiliare Miceli, infatti, é la sede espositiva della Biennale S CALABRIA Produttiva Internazionale delle Incisioni, manifestazione che quest’anno vede lo svolgersi della settima edizione e che rappresenta, nel settore, l’appuntamento più importante di tutto il Meridione d’Italia. Iniziata sotto l’amministrazione del sindaco Aristide Filippo e proseguita con la giunta guidata attualmente da Marisa Fallico, la Biennale Internazionale delle Incisioni è il frutto di una proficua sinergia tra il Comune e l’Associazione Culturale “Club della Grafica” di Rende, nella persona del presidente, il maestro Giacomo Vercillo. La manifestazione, come tante altre nella nostra regione, ormai consolidate e note su tutto il territorio nazionale, è nata come una sfida. Una sfida – come afferma il sindaco Marisa Fallico – difficile, ma esaltante e sicuramente vincente perché imperniata sull’arte, sulla cultura, sugli eventi di spessore. Senz’ombra di dubbio si può affermare che la Biennale sia un evento di portata storica per il comune di San Vincenzo La Costa, per una serie di ragioni. Anzitutto perché la manifestazione si è evoluta di anno in anno, coinvolgendo man mano un numero sempre maggiore di artisti, e artisti qualificati; poi, perché all’esposizione si affiancano, da tempo, iniziative culturali collaterali quali il Premio per il Teatro e la Saggistica “Emilio Argiroffi” - dedicato allo scomparso poeta, saggista e politico, padrino della prima edizione della Biennale; il Premio “Ferdinando Vercillo” attribuito a persone del luogo che si sono distinte nell’arte e nella cultura ed il Premio “Anna Morrone” contro la violenza sulle donne. In occasione del Giubileo, nel 2000, la Biennale si è svolta in edizione straordinaria e ha ospitato, in prima nazionale, la mostra di 120 disegni di Giacomo Vercillo, aventi come soggetto vari episodi della vita di San Francesco di Paola, il santo calabrese venerato in tutto il mondo. Quest’anno, l’appuntamento con la Biennale Internazionale delle Incisioni è per settembre; un’occasione da cogliere al volo per respirare atmosfere intese e rarefatte dove si miscelano storia, arte e soprattutto speranza; la speranza si coltiva sapendo che, con la Cultura, è davvero possibile costruire un futuro migliore. 107 Aprile 2005 SPETTACOLO E CULTURA Frutti del tempo di Fiorella Lorenzi frutti dello spazio Sono quelli contenuti nel cd del progetto Equal sulla Riviera dei Cedri. Sintesi di attivit , iniziative, proposte, collaborazioni transna zionali per un territorio proiettato nel futuro ome riflesso di uno specchio temporale, nasce il CD-ROM dell’Equal, eco delle attività svolte dal rilevante Progetto realizzatosi sul territorio dell’Alto Tirreno Cosentino. Il Progetto Equal Donne e gruppi svantaggiati della Riviera dei Cedri - Vecchie e nuove tecnologie si è appena concluso, con le risposte che gli ideatori ed il coordinatore, Giovanni D’Orio, si erano prospettati. Per Equal, programma d’iniziativa comunitaria, si è così voluto realizzare una sorta di “contenitore” delle attività svolte in due anni di lavoro; attività indirizzate - soprattutto tramite dei corsi formativi - alla riduzione dei divari e della segregazione professionale fondata sul sesso. Le molteplici attività progettuali sono, infatti, parte integrante del CD-ROM che, già ad un primo sguardo, lascia trasparire il doppio obiettivo che si è cercato di raggiungere con la particolare strutturazione dei corsi formativi: fornire un insieme di conoscenze informatiche, di base o avanzate, a seconda del grado di istruzione delle partecipanti; dare C 108 una serie di strumenti efficaci per l’inserimento lavorativo nel territorio di appartenenza. L’attenzione è stata posta particolarmente su una fascia di utenti non più in età scolare; soprattutto per coloro che erano rimasti fuori dal circuito lavorativo da qualche tempo, si è mirato al recupero dell’auto coscienza e dell’auto stima, dell’auto percezione di se stessi. Semplice da consultare, sin dall’anteprima il CD-ROM offre un chiaro panorama del suo contenuto: il Progetto, la sintesi delle attività svolte, gli stages nazionali e internazionali, i partner, l’album fotografico dei meeting transnazionali, la presentazione in Power Point di Santa Maria del Cedro, Comune capofila del Progetto, affiancato dagli altri Partners di Sviluppo, vale a dire l’Associazione Zagara, il Gruppo Promidea, la SPIN Scrl, il Patto Territoriale A.TI.CO. Navigando nel CD-ROM, è possibile accedere ad informazioni dettagliate e specifiche sulle singole attività svolte e sulle finalità, oltre che sul contesto di riferimento del progetto, articolato in 11 sezioni; ma è possibile anche avere una panoramica sintetica, animata con delle foto, di alcune attività progettuali. Rilevanti sono i prodotti scaturiti dalle varie attività, riportati totalmente nel contenuto del CDROM: l’E-Magazine, giornale telematico frutto del lavoro dei corsisti e dei docenti con il manuale d’uso e una esemplificazione delle principali funzioni; la versione completa del testo “Valutazione della Legislazione sulle Pari Opportunità e della sua Implementazione in Italia, Spagna e Svezia”; tre volumi di Raccolta Normativa sulle Pari Opportunità in Italia e in Europa. Un ulteriore ele- mento, contenuto nel CDROM, lo completa e lo adorna maggiormente: il testo di racconti Adolescenti in Fiore Scritture. Si tratta di un volume che racchiude i racconti delle ragazze dell’Istituto Magistrale di Belvedere Marittimo, destinatario di un intervento di sensibilizzazione alle Pari Opportunità. Dal testo emergono con vigore e delicatezza i sentimenti che le adolescenti sanno provare e portare al di fuori di se stesse, a dimostrazione della profondità di pensiero e della ricchezza di sfumature di cui è capace l’universo femminile. CALABRIA Produttiva Aprile 2005 SPECIALE SOVERIA SIMERI Tra vicoli antichi Aprile 2005 SPECIALE SOVERIA SIMERI di Maria Grazia Dolce ph. piesse e botteghe d’arte llungato sul crinale di una collina, Soveria Simeri affonda le sue radici, stando ai racconti della tradizione, alla fine del XVI secolo, quando alcuni componenti le famiglie Grande e Careri fondarono i primi nuclei abitati che poi si svilupparono via via nei pressi di una chiesa dedicata a san Nicola, oggi situata all'inizio del paese. Dopo i Borgia, il territorio passò ai Ravaschieri, principi di A Satriano e prese il nome di Pallavicino che mantenne fino al 1806, poichè Francesco, feudatario della casata Ravaschieri, la donò alla moglie Agata Pallavicino e ordinò che da quel momento il paese assumesse questo toponimo. Nel 1664 Pallavicino fu aggregato alla terra di Simeri. Il casale di Simeri entrò a far parte dei possedimenti dei de Fiore, dei Barreta Gonzaga e dei de Nobili che vi rimasero fino al 1806. Nel 1811, il paese divenne il punto di riferimento di un più vasto circondario comprendente i comuni di Simeri, Sellia e Zagarise. Nel 1956, una parte del suo territorio, compreso lo sbocco a mare, fu assegnato al costituendo comune di Sellia Marina. Soveria Simeri gode attualmente di una posizione privilegiata; è attraversato da un corso principale che è stato abbellito, negli anni, con alberi secolari. Il centro storico si caratterizza per la presenza di piccole case in pietra; attraversando i vicoli è possibile ammirare ancora vecchi forni a legna e qualche antico frantoio, ormai in disuso. Il paese conta circa 1800 abitanti, detti soveritani. L’occupazione prevalente é quella del settore agricolo; sono molto conosciute e rinomate le produzioni di agrumi, olio, miele, pro- Nuova Plast LAVORAZIONE ARTISTICA DEL FERRO di Donato Zungrone avvolgibili - porte a soffietto box doccia - zanzariere carpenteria metallica c.da Laca Soveria Simeri (CZ) - tel. 0961 798510 - cell. 339 8621687 BAR GELATERIA 2000 di GRANDE ORLANDO GELATERIA - ROSTICCERIA STUZZICHERIA GRANITE DI LIMONE DI PRODUZIONE PROPRIA. il posto ideale per ritrovarsi con gli amici per divertenti serate di piano bar e karaoke via Carducci - SOVERIA SIMERI (CZ) tel. 0961-798127 cell. 339-7897026 110 CALABRIA Produttiva dotti caseari e prodotti dell’agricoltura biologica. L'artigianato è il fiore all'occhiello dell’economia locale, ben rappresentata da tre laboratori di lavorazione artistica del vetro soffiato dove si producono CALABRIA Produttiva pregiati pezzi d’artigianato esportati all'estero; anche la lavorazione del ferro battuto comincia ad essere diffusa e conosciuta al di fuori dei confini del paese. Estesi boschi di querce e di sugheri, centi- naia di ettari di ulivi secolari, sentieri per passeggiate ed escursioni lungo il fiume Simeri costituiscono una cornice naturalistica ideale per chi cerca forme di turismo alternativo. Lungo il corso del fiume, inoltre, si trova un antico mulino e una sorgente di acqua salata, chiamata Salinella, che un tempo era imbottigliata per le sue proprietà terapeutiche. Una natura generosa è il 111 Aprile 2005 principale motivo d’interesse e d’attrazione del paese, ma Soveria Simeri offre anche cultura, buona cucina, artigianato artistico architetture e monumenti. Tra questi, degni di UPPO GR E• R• A• S.p.a SPECIALE SOVERIA SIMERI particolare menzione sono il monumento a San Donato – dedicato al santo patrono del paese e realizzato da Giovanni Polimeni - che ritrae il Santo a figura intera su una colonna; il Calvario, di particolare suggestione poiché è realizzato in uno spazio verde dove è stato collocato il gruppo bronzeo delle tre statue raffiguranti Cristo Crocifisso, Maria e Maddalena; il Monumento ai Caduti, costituito da una colonna, su cui è posta una stele con l’elenco dei Caduti nelle due guerre, ed una statua raffigurante un soldato con l’indice puntato verso il nemico. Tra gli edifici di culto sono da segnalare la chiesa di S. Maria della Visitazione, risalente al XVII secolo e la chiesa dell'Addolorata con la sua struttura ad unica navata, risalente ai primi del Novecento. Per i turisti si organizzano, inoltre, visite guidate ai vari musei allestiti nel paese: quello della Lambretta, quello degli attrezzi contadini ed il museo d’arte naif. Decisamente apprezzabile è anche la tradizione gastronomica soveritanese nella quale spiccano olive e salumi, davvero speciali. Le olive sono preparate, secondo tradizione, con varie ricette: infornate, schiacciate, in salamoia, all'aceto e seccate al sole. Tra i salumi, meritano particolare attenzione la soppressata, la salsiccia e il capicollo. Aprile 2005 SPECIALE SOVERIA SIMERI La pasta fatta in casa offre una varietà di ricette: i ‘mparrettati, fusilli al ferretto con la carne di maiale; scilatelli, una sorta di spaghetti; gnocculi e fagiola, gnocchetti con fagioli. Il baccalà si consuma preferibilmente fritto o condito con il pomodoro e le olive. E per quanto riguarda il dessert, le proposte sono così ricche da attirare anche i palati più esigenti con i turdilli (fritti e ricoperti di miele), i pittifritti (ciambelle), i cuzzupi (a forma di cuore ed ornate di uova sode, dolci tradizionali di Pasqua), i nepiti (calzoni di pasta frolla ripieni di sanguinaccio, mandorle, noci, uva passa e cannella), i crucetti (fichi secchi ripieni di mandor- FRANCESCO FRATTO Arredamenti su misura Rivenditore Autorizzato Mobili Berloni - Bontempi le, tipici delle festività natalizie), a pittinchiusa (altro dolce natalizio a base di farina vino e olio che costituiscono gli ingredienti dell’involucro esterno mentre all’interno vi è MACELLERIA A. VIGLIARO - Calligaris - Gruppo Doimo carni locali - macellati freschi - sal Pagamenti Personalizzati da noi troverai Qualit e Cortesia Via Leonardo Da Vinci, 52 - 88050 Soveria Simeri (CZ) Tel 0961 798033 - Fax 0961 798397 - Cell 337 878179 - E-mail: [email protected] 112 CALABRIA Produttiva CALABRIA Produttiva via G. Carducci - Soveria Simeri (CZ) tel. 0961 798578 113 Aprile 2005 un composto a base di mandorle, noci, noccioline americane, zucchero, miele e cannella). E per restare in tema di tradizioni sono da ricordare anche le festività durante le quali la comunità si 114 SPECIALE SOVERIA SIMERI ritrova unita a vivere il tempo degli eventi straordinari: la festa patronale che si svolge il 6 ed il 7 agosto in onore in onore di san Donato; la Via Crucis del Venerdì Santo con la tradizionale rappresenta- zione della Passione di Cristo e la processione per le vie del paese; la festa di san Donato delle Messi che si svolge la prima domenica di maggio e durante la quale ha luogo la benedizione delle cam- pagne per impetrare l’abbondanza dei frutti della terra; la festa di santa Lucia, il 13 dicembre, in occasione della quale si confezionano i caratteristici palloni di carta velina; il falò di Natale durante la vigilia, quando in piazza, accanto alla grotta di del Bambinello si accende un grande fuoco attorno al quale i fedeli attendono l’alba. Soveria Simeri è anche luogo nativo di personaggi famosi anche oltre i confini locali. Sono da ricordare Cecilia Faragò, nativa di Zagarise (XVIII secolo), ma vissuta a Soveria dove sposò Lorenzo Gareri, la quale fu accusata di stregoneria, subì un processo a Napoli e riuscì ad evitare la condanna grazie al suo difensore, l'avvocato calabrese Giuseppe Raffaelli, legale fidato del Re e, dopo la proclamazione della Repubblica, presidente del primo tribunale di Stato; Salvatore Flotta, detto Rino, Capitano dell'Aeronautica Militare Italiana, che nacque nel 1948; la sua grande passione per il volo gli fece conseguire il brevetto di pilota per jet militari presso l'Accademia Aeronautica di Pozzuoli dove si era iscritto a 18 anni. Frequentò i più prestigiosi corsi per top-gun negli Stati Uniti, in Canada e in Germania. Raggiunse il grado di capitano pilota a soli 26 anni. Nel 1974, precipitò con il suo aviogetto in avaria nelle campagne di Cameri (Novara) e, per evitare che il velivolo si schiantasse sul centro abitato, decise di rimanervi a bordo. CALABRIA Produttiva Aprile 2005 Il castello dei CASTELLI DI CALABRIA di Ermanno Cribari ph. piesse ...cittadini el cuore del centro storico di Belvedere Marittimo, cittadella del Tirreno cosentino, più famosa per aver dato i natali a San Daniele e per conservare i resti mortali di Valentino, il Santo degli innamorati, si erge, stupendo e dimesso, il castello. Una bella torre cilindrica e merlata sovrasta le case e la piazzetta ma, all’interno, l’incuria regna sovrana. Si N Singolari vicende storiche hanno visto il maniero di Belvedere Marittimo ristrutturato anche con l?aiuto dalla popolazione. Amministrazione comunale e proprietari oggi esprimono intenti di recupero 122 CALABRIA Produttiva Aprile 2005 CASTELLI DI CALABRIA CALABRIA Produttiva procede su un viottolo invaso da oleandri, viti, palmizi ed erbe spontanee che crescono alla rinfusa, mentre l’accesso al maniero è affidato ad una scaletta di ferro che, solo a guardarla, dà le vertigini. Ma i temerari esistono ancora e c’è chi, pur di accarezzare con i passi quelle antiche pietre, pur di respirare la nobile polvere che si leva da quelle mura, pur di docu- mentare ed offrire agli sguardi altrui quello che ha visto con il suo, sale arditamente, accogliendo come un regalo il panorama che si presenta davanti. Montagne, gruppi di case, abitazioni isolate - che interrompono il verde scuro ed il terragno di alberi e campi - occupano una parte dell’orizzonte visivo di levante; spostando lo sguardo verso ovest, pren- de forma il borgo marinaro di Belvedere e le nuove costruzioni che hanno invaso la costa; all’orizzonte di mezzanotte, i profili dei rilievi del golfo di Policastro e dell’Isola di Dino, verde come uno smeraldo, in primavera. Hanno visto qualcosa di simile anche Ruggero il Normanno, Carlo d’Angiò, Giovanni di Monfort e tutti i signori che si sono succe- 123 Aprile 2005 CASTELLI DI CALABRIA Durante un secondo attacco, i due figli del principe di Belvedere, Ruggero di Sangineto, catturati precedentemente dagli Aragonesi, furono collocati tra le macchine da guerra, allo scopo di far recedere i nemici dalle azioni bellicose. Il principe si difese accanitamente, sprezzante del pericolo che in quel momento stavano affrontando i suoi figlioli, e vinse ancora. A quel punto, re Giacomo decise di togliere l’assedio, constatando il valore degli avversari e valutando, forse, che una battaglia più lunga avrebbe potuto rivelarsi ancora più rovinosa. Ordinò che le truppe duti nel possesso del maniero e del feudo? Forse. Forse hanno visto anche panorami meno intricati, da un punto di vista architettonico, e più puri ed omogenei, naturalisticamente parlando. Di sicuro le montagne erano ancora più selvagge, nella seconda metà dell’anno Mille, quando il castello fu costruito per 124 volere del conte Ruggero. E dalle tracce che è possibile seguire, attraverso le architetture e la storia della costruzione, si sa anche che il castello era di dimensioni più ridotte, probabilmente lo sviluppo di una fortificazione di origine bizantina. La rocca divenne dimora, nel corso del tempo, di diverse famiglie. Dopo Ruggero il Normanno, ne prese possesso Carlo I d’Angiò; fu poi la volta dei Monfort, Giovanni e poi il fratello Simone. Lo scoppio dei Vespri Siciliani, che segnò l’inizio della rivalità tra Angioini ed Aragonesi, coinvolse anche Belvedere ed il suo castello; in quel periodo, infatti, il castello fu asse- diato da Giacomo d’Aragona; ne dà notizia tal Giovanni Amellino, descrivendo la lotta “disperata ed accanita”, durante la quale “volan sassi e quadrella, cozzano spade, elmi e corazze, si rovescia sui soldati del re acqua ed olio bollenti… Vinse alfine il valore degli assediati". CALABRIA Produttiva Aprile 2005 CASTELLI DI CALABRIA CALABRIA Produttiva lasciassero il territorio di Belvedere ed in segno di omaggio per il valore dimostrato dai nemici e dal loro comandante "… fatti sciogliere i due giovanetti, mandò a Ruggero il figliuol vivo e il cadavere dell'altro su ricca bara avvolto in ricchissimi drappi d'oro e di seta. Il dì seguente (…) toglieva l'assedio”. Dopo gli Aragonesi, fu la volta dei Sangineto, i quali tennero il possesso del castello fino al 1376, restaurandolo intorno alla fine del 1200. Verso la fine del XIV secolo passò ai Sanseverino poi agli Orsini del Balzo, poi ai Citrario, per ritornare, ancora dopo nuovamente ai Sanseverino. Il ritorno degli Aragonesi, nel regno di Napoli, avvenuto nel 1442, vide la ripresa delle ostilità tra il sovrano ed i feudatari. Dopo il fallimento della congiura dei baroni calabresi, il sovrano ordinò la confisca e la vendita di alcuni feudi, tra cui Belvedere, in quel periodo proprietà di Gerolamo Sanseverino. La nota positiva di questa sorta di passaggio di proprietà fu la ristrutturazione del castello che fu dotato di ponte levatoio, mura merlate, torri cilindriche, diverse casematte. In ricordo di questi lavori, sull’ingresso del castello fu apposta una lapide, sorret- ta da due putti, dove trovava posto lo stemma aragonese ed un’iscrizione che, nello spiegare le ragioni dei lavori di ampliamento, avvenuti per difesa, rendeva anche testimonianza del contributo offerto dai cittadini di Belvedere: FERDINANDS REX DIVI ALFONS FILIUS DIVI FERD NEP ARAGONIUS ARCEM HANC IN FIRMAM CONTRA NOVA OPPUGNATION GENERA ETTORMENTA IGNEO SPIRITU CTA::::INFIDE CIVES EXPE(C):::::INAMPLIOREM .....MIOREM QUE FORMAM RESTITUIT. (AN)NOD M C C C L X X X X 125 Aprile 2005 CASTELLI DI CALABRIA secolo, Filippo III di Spagna concesse il territorio di Belvedere in feudo a Tiberio Carrafa (o Caraffa), il quale, considerando la concessione come azione ad effetto retroattivo pensò bene d’intendere di sua Ad ulteriore testimonianza della veridicità dell’iscrizione, esiste una lettera che lo storico Giuseppe Grisolia, ha riportato nella sua opera di ricerca, datata 1980, su Belvedere Marittimo. La missiva fu inviata dai belvederesi al re 126 Ferdinando d’Aragona e specificava i contributi che ogni famiglia, o foco come si diceva allora, aveva versato. “…considerato lo edifitio del Castello se fa in dicta terra per lo quale sono state ruynate multe Case et la dicta terra paga per le fabri- che deli Castelle tari tre per foco: et anche andano ad cavare li fossi ad comandamento de dicto Castello senza pagamento, se digne Vostra Majesta actento loro poverta farli gratia et exempti de dicto pagamento secundo meglio pareva et piacera ad Vostra Majesta". Alla fine del XV secolo, Belvedere ed il castello tornarono possesso dei Sanseverino fino al 1595, con un intervallo di tempo che vide un breve dominio della famiglia Giustiniani. Nei primi decenni del XVII CALABRIA Produttiva Aprile 2005 CASTELLI DI CALABRIA CALABRIA Produttiva proprietà anche il castello. E fu così che il principe come racconta lo storico Vincenzo Nocito - in un accesso di mania possessiva, fece scalpellare la lapide all’ingresso, nel tentativo di cancellare la parte d’iscrizione che faceva cenno al contributo dei cittadini nelle spese di restauro. Le vicende successive, riguardanti il territorio non ebbero conseguenze particolarmente rilevanti sul castello. L’ultimo feudatario di Belvedere, dopo la restaurazione del regno dei Borboni seguita alle vicende napoleoniche, fu Vanden Einden Carrafa. Oggi il castello è proprietà privata delle famiglie Rotondaro e Spinelli. Del maestoso edificio rimane ben visibile la pianta quadrata, le due torri, la lapide che sovrasta l’ingresso, qualche traccia del fossato e delle fessure in cui probabilmente trovavano posto le catene del ponte levatoio. E’ stato dichiara- to monumento nazionale ed una riproduzione in plastica si può ammirare anche ne “l’Italia in miniatura” di Rimini. Proprietari ed amministrazione comunale coltivano, da tempo, l’intento di effettuare un intervento di restauro per rendere fruibile la struttura alla collettività ed ai turisti. Un gesto apprezzabile, sul piano pratico - perché sarebbero sicuramente tante le persone desiderose di visitare le ampie sale, i cortili, le torri – e molto di più, a livello simbolico perché il castello, come testimoniano le vicende storiche antiche di secoli, è proprietà ideale e parte inscindibile della storia del territorio e dei belvederesi tutti. Ferdinando d’Aragona docet… 127 Aprile 2005 SPECIALE AMARONI Dove il tempo maroni si adagia su un’altura coperta di boschi, alle falde del monte Carbonara, e si affaccia sull’ampia vallata dove scorre il torrente Ghetterello. La sua origine greca è confermata dalla presenza di monete e frammenti d’anti- A 116 Aprile 2005 SPECIALE AMARONI di Maria Grazia Dolce ph. Marra scorre ancora lento chi edifici. Alcune fonti fanno derivare il nome dalla città antica, situata in parte nel fondo Majorizzoni e in parte nel fondo Giudice Amaro; il termine majorizzoni deriva dal greco e significa “radici di maggio” ma in realtà sta ad indicare una località posta alle pendici di un monte. Una leggenda racconta come, in antichità Maiorizzoni fosse distrutta da un violento temporale e i superstiti, al grido disperato di Amari nui! (Poveri noi!) dessero origine al nome di Amarone, poi trasformato in Amaroni. Altre fonti sostengono che il paese abbia preso il nome dal convento di san Morone, distrutto dal terremoto del 1783 insieme col monastero conosciuto come Abbazia di san Nicola. Le prime notizie lo ricorda- CALABRIA Produttiva no come Casale di Squillace e sottoposto agli stessi dominatori, da Giovanni di Monfort alla famiglia Marzano (1314), ai d’Aragona (1464), ai Borgia cui appartenne dal 1494 alla prima metà del secolo XIIII, allorquando venne infeudato alla stirpe dei de Gregorio che lo tenne fino al 1806. Altre fonti ancora fanno risalire Amaroni ai tempi della Gallia: si pensa che fu fondato dai padri basiliani che lo colonizzarono e lo popolarono impiantando vaste coltivazioni di uliveti, castagneti e vigneti. Con l’invasione dei barbari il paese fu distrutto, molti monaci basiliani furono CALABRIA Produttiva uccisi ed i superstiti si rifugiarono in Spagna. Durante i moti del 1799, Amaroni fu ostile ai repubblicani, che contrastò impedendo che fosse piantato l’albero della libertà. In quel tempo, nella prima organizzazione amministrativa, fu compreso nel cantone di Catanzaro; con l’ordinamento francese del 1806 fu incluso nel cosiddetto Governo di Squillace e costituito comune autonomo nel 1816; nel 1833 fu aggregato al comune di Squillace dal quale fu staccato nel 1850 per riacquistare l’autonomia. Fu danneggiato dal terremoto del 1905. Il paese conserva ancora notevoli caratteristi- che di agglomerato formatosi lentamente in varie epoche. L’economia amaronese si basa essenzialmente sull'agricoltura che, ancora oggi, costituisce la principale risorsa del territorio e l’occupazione degli abitanti i quali commerciano con i prodotti tipici del luogo. Si coltivano cereali, patate e ortaggi. L’olivicoltura costituisce un’autentica ricchezza; la notevole quantità d’olio prodotto alimenta anche una discreta esportazione. La coltivazione della terra disegna estesi ed ordinati filari di viti che si snodano sui pendii più soleggiati, mentre le distese di uliveti verdeggianti fanno corona al centro abitato. Molte casette di campagna sono adattate a magazzino e a deposito per gli attrezzi utilizzati nella lavorazione dei campi; durante l’estate, molto spesso, i contadini le utilizzano anche come dimora, per mangiare e dormire, quando maggiori possono essere le ore da poter dedicare al lavoro e minore vuole essere il tempo per raggiungere dal paese gli appezzamenti di terreno collocati lontano da esso. In alcune località, dove la conformazione del terreno lo consente, si registra anche una discreta meccanizzazione agricola anche se il fluire del tempo è scandito ancora 117 Aprile 2005 SPECIALE AMARONI Aprile 2005 SPECIALE AMARONI da ritmi naturali. Sono ancora numerose le famiglie che preparano le provviste essenziali come pane, vino, olio e conserve in casa, utilizzando strumenti e metodi tradizionali. Durante la vendemmia per esempio, l’uva raccolta è posta dapprima nei panieri e poi travasata in recipienti più grandi detti ruvaci, nei quali è trasportata al palmento, il locale tipico dove si effettua la pigiatura dell’uva e la raccolta del mosto. Nelle vasche di raccolta, il mosto macera insieme agli acini e a raspi detti gramampuli per un periodo di 24-36 ore, prima di essere riposto nelle botti per l’invecchiamento. Un’altra fonte di lavoro e di reddito, per l’economia amaronese, è costituita dalla pastorizia; l'attività di allevamento di ovini e caprini risale a tempi antichissimi e si pratica ancora oggi grazie anche alla posizione geografica del paese. Situato tra colline e boschi, il territorio di Amaroni è ricco di pascoli e radure che forniscono il foraggio per l’alimentazione animale. Diffuso è pure l’al- di GIAMPÀ PAOLA levamento di equini e di suini Le attività pastorali alimentano anche una discreta industria di trasformazione casearia, che fornisce ottimi prodotti commercializzati con i paesi vicini. La silvicoltura, un tempo molto fiorente, si pratica principalmente con le coltivazioni di gelsi e castagni. Nella località Serra vi è una sorgente di acqua mineralizzata da solfato di ferro. Per quanto riguarda il versante socioculturale, un aspetto importante della comunità amaronese è rappresentato dalle festività religiose. Le ricorrenze più solenni sono quelle di santa Barbara, santa Lucia e dell’Addolorata. Santa Barbara è la patrona del paese, protetto - come tradizione vuole - da terribili temporali che minacciarono più volte di distruggerlo. Si festeggia il 31 luglio ed il primo agosto e la ricorrenza è motivo d'incontro anche per gli emigranti che rientrano appositamente dall'estero. La vigilia della festa si caratterizza per il divertimento che la collettività riesce a creare con i giochi, le PC, SCANNER, STAMPANTI LASER, FOTOCAMERE DIGITALI, FAX, CARTUCCE, MOBILI PER UFFICIO, DVD, DVX, ACCESSORI VARI, REALIZZAZIONE SITI WEB VENDITA HARDWARE E SOFTWARE CONSULENZA INFORMATCA - ASSISTENZA HARDWARE via Roma, 75 - 88050 Amaroni (CZ) tel/fax 0961 913580 [email protected] 118 CALABRIA Produttiva CALABRIA Produttiva 119 Aprile 2005 giostre ed il mercato, dove è possibile trovare svariati generi di merce. Durante la serata, diversi cantanti allietano la festa fino a tardi, quando i fuochi pirotecnici con il loro chiassoso scintillio danno il segnale della pausa. L'indomani mattina presto, sette hurguluni (o botti) lanciati in aria per lo sparo, annunciano un’altra giornata di festa. Solenne è anche il giorno di santa Lucia, che si celebra il 13 dicembre. Dopo i festeggiamenti diurni caratterizzati dalle funzioni religiose, dalla processione e dai giri della banda per il paese, a tarda sera, si svolgono in piazza due caratteristici balli che affondano le radici nel folklore più antico: “u bagagghieddhu e ‘a zzia Rachela. I ballerini si contendono la partecipazione alle danze, che in località Sicilo è assegnata da un’apposita commissione a coloro che offrono la maggiore somma di denaro. Si stabilisce una graduatoria e sono dichiarati vincitori i primi due. Il primo che ha sborsato la somma più alta, si carica SPECIALE AMARONI sulle spalle ‘u bagagghieddhu, l’asinello costruito da artigiani locali in cartapesta su uno scheletro di canne, con una sigaretta in bocca ed una grossa testa contenente un piccolo ordigno esplosivo. Un fantoccio, pure in cartapesta che raffigura un contadino – sorretto da un ballerino che saltella seguendo la musica – tiene le redini. Ad un certo punto del ballo, un fumo di diverso colore si sprigiona dalla sigaretta stretta nella bocca dell’asino e dai suoi fianchi E’ il segnale dello scoppio dei due fantocci, prima della testa dell'asinello e poi del contadino, tra gli scroscianti applausi e le grida della folla. Il secondo ballerino che ha partecipato alla contesa, si pone sulle spalle ‘a zzia Rachela, mezzo busto di una bambola di cartapesta, anch'essa con una sigaretta in bocca che sprigiona fumo di diverso colore al momento dell'accensione. Il ballerino, seguendo ritmi e melodia, la fa girare nel centro della piazza tra una numerosa folla, che grida e batte le mani. Dopo il ballo, anche la testa della bambola scoppia ed anche stavolta le grida e gli applausi sottolineano la fine delle danze. Queste manifestazioni sono conservate e tramandate con passione perché rimarcano una precisa identità culturale. Per quanto riguarda le tradizioni gastronomiche, ad Amaroni è ancora molto diffusa e praticata quella di preparare il pane in casa, impastato con il lievito naturale e cotto nel forno a legna. A questo proposito, è degna di nota la numerosa presenza di forni casalinghi che le famiglie utilizzano collettivamente per la cottura. Il forno, detto cocipana è uno spazio con volta tondeggiante ed un pianale poggiato su tre pilastri. L’ingrediente tradizionale per la preparazione è il levato, cioè il lievito, costituito da un pezzo di pasta di pane che viene lasciato inacidire per permettere la lievitazione. La sera precedente la preparazione del pane, si rinnova il levato, si mette della farina in un recipiente (zalatera nel dialetto locale) con dell’acqua tiepida e s’impasta in modo che il levato si rinnovi. Al mattino, si procede alla setacciatura della farina, fatta c’‘u crivu, il caratteristico setaccio adoperato esclusivamente per questo scopo. La farina di grano duro e tenero è messa nella majidda (la madia dove s’impasta il pane) e manijata (impastata) con il lavato. La pasta si lavora circa mezzora, poi si aggiunge dell’acqua e si mette a riposare ‘nta sporta, una capiente cesta che si copre con coperte di lana per far lievitare l’impasto. Quando la pasta è lievitata, si pone nuovamente nella madia e si confezionano le varie forme di pane: a bastoni, pani e pitte. Le forme si mettono su di un tavolo e sono lasciate a riposare affinché l’impasto compia una seconda lievitazione. Nel cocipane, il forno a legna, intanto si procede a far ardere la legna; la più indicata è quella d’olivo, specificamente le fascine che si ricavano dalla potatura degli alberi. Si collocano le fascine nel forno e si fanno ardere fino a quando si raggiunge la giusta temperatura; il segno SPECIALE AMARONI Aprile 2005 inequivocabile è dato dal biancore che raggiunge la pietra surriscaldata, detta magara, che le donne collocano all’interno del forno in un punto ben visibile, per controllare appunto il raggiungimento della temperatura ottimale. Prima di procedere all’infornata, si tira via la brace dalla piattaforma del forno, detta chianca, con il tradizionale chadhipu, un lungo palo alla cui estremità è legato uno straccio umido, utilizzato per la pulizia. Le forme del pane si mettono sulla pala e, prima d’infornarle, con un coltello, si fanno dei tagli. L’operazione viene compiuta per ragioni pratiche – affinché le forme non gonfino troppo e non si cuociano uniformemente - e per motivi rituali; incidendo per lo più una croce, si vuole sottolineare l’alto valore simbolico, salvifico ed unificante dell’alimento. La pitta, più sottile, è tolta prima dal forno, rispetto al pane e si gusta ancora come un’autentica golosità, caldissima e condita con un filo d’olio d’oliva. y s a t y s n a a t F n a F igliamento abbi gitore ia Pun di Son merceria e inti mo abbigliamento uomo donna 120 CALABRIA Produttiva Via De Gasperi, 20 - Amaroni (CZ) - Tel. 0961 913488 CALABRIA Produttiva 121 Aprile 2005 REDAZIONALE PUBBLICITARIO Capire il presente progettare il futuro a Calabria si colloca agli ultimi posti in ogni graduatoria. A determinare una tale situazione di degrado concorrono diversi fattori: mali antichi e recenti, inadeguatezza della struttura produttiva, disoccupazione di massa, distribuzione sbilanciata di ricchezza e miseria, debolezza dell’apparato amministrativo, carenza di servizi, criminalità, squilibri urbani e demografici, emigrazione. Questi i titoli del “Differenziale Calabria”. Per uscire dal circolo vizioso dell’eterna dipendenza ed emergenza, e passare dalla fase descrittiva del fenomeno a quella operativa; per utilizzare compiutamente le nuove opportunità legislative e finanziarie; per misurare le ragioni dell’impegno e della responsabilità, è urgente esprimere una nuova progettualità e guardare con occhio più sereno agli scenari futuri. Nell’ultima tornata delle manifestazioni previste per l’anno 2004, il Centro Europeo Informazioni di Cosenza - in collaborazione con il Consorzio Catanzaro Turismo ed il Centro Alberghiero Congressuale Capo Suvero di Gizzeria Lido (Cz) - ha organizzato la prima edizione della Competizione Culinaria Alberghi-Ristoranti. Gli obiettivi prefissati dal CEI - organizzazione di L 128 eventi turistici socio-culturali e di spettacolo, promozione di pacchetti turistici per tour operators - sono stati ampiamente raggiunti nel corso della manifestazione. Il settore gastronomico è stato scelto come collegamento indissolubile con quello turistico, per cogliere contemporaneamente due aspetti distinti: valorizzazione delle tradizioni culturali calabresi e indubbio miglioramento della qualità dell’offerta turistica. La particolare scelta delle rappresentazioni teatrali e cabarettistiche, collegate all’argomento cucina, è stata dettata dalla ricerca di far rivivere espressioni tipiche di un tempo. Si è voluta concentrare l’attenzione sulla riproposizione, ed un successivo lancio rivolto ad una vasta paltea, delle tradizioni popolari che, nella nostra terra, costituiscono da sempre la materia prima della cultura subalterna, universo privilegiato della trasmissione orale, a cui si è contrapposta la cultura egemone ovvero il mondo della scrittura. Dare spazio e rilievo ad iniziative gastronomiche e di spettacolo, in futuro, porterà una reale ventata di novità nelle proposte turistiche della regione. Nel corso della manifestazione, tutti gli operatori hanno potuto cimentarsi nella preparazione di piatti tipici, tenendo ben presente due aspetti peculiari: valorizzazione delle risorse locali ed innovazione nella tradizione culinaria. Il programma si è svolto in due giornate di lavoro. Nella prima, la manifestazione si è aperta con un convegno sul tema “Gastronomia Mediterranea - evoluzione nella tradizione”. Nella giornata successiva, si è svolta la gara con presentazione dei concorrenti appositamente scelti tra 10 ristoranti e 10 alberghi (tutti comunque inseriti nelle varie guide turistiche quali Gambero Rosso, Michelin ed altre). Le serate sono state dedicate agli spettacoli teatrali ed al cabaret con un solo obbligo per tutti, quello dell’utilizzazione della cucina come elemento portante degli spettacoli. La numerosa presenza di pubblico e di operatori del settore turistico e della ristorazione, nonchè la partecipazione diretta delle Istituzioni, hanno valorizzato questa particolare forma di spettacolo, realmente integrata con il settore turismo. Per questo motivo, il CEI ha inteso concepire tale iniziativa IL PRESIDENTE DEL C.E.I. AVV. MIMMO LEONETTI quale prima edizione di una serie di manifestazioni che apriranno o chiuderanno la stagione estiva turistica. La stabilità della manifestazione dovrà divenire il presupposto del turismo in Calabria, assumendo una caratteristica sempre più nazionale. E’ da augurarsi che tale iniziativa possa essere d’esempio per altre zone turistiche che meriterebbero maggiore attenzione, sia nel settore dello spettacolo, sia in quello del turismo. Il CEI promuove l’immagine di una Calabria come nuova realtà imprenditoriale-turistica, valorizzando le indubbie realtà locali, affinchè la regione possa riscoprire i fasti che le competono essendo da sempre “Terra che evoca colori cupi e fastosi come il nero e l’oro, situazioni intriganti e splendide, una realtà piena di misteri e grandezze, una terra meravigliosa, una Passione Mediterranea da vivere”. CALABRIA Produttiva IL PARCO NAZIONALE DEL POLLINO