CALABRIA
Produttiva
Sommario
Editoriale
Carissime amiche e carissimi Amici,
permettetemi di tirare un sospiro di sollievo, per
la lunga gestazione di questo nuovo numero che
ora è tra le vostre mani. Vi avevo dato qualche piccola anticipazione a dicembre, ed eccoci, qui,
finalmente, a guardare insieme questa fantastica
vetrina che è Calabria Produttiva, ora davvero
in copertina: ruderi della chiesa di San Michele a Santa Maria del Cedro
ricca di informazioni, oserei dire completa.
Chiare, dure
Olio col marchio di qualit
82
Le turde
............................
57
Aut. Trib. di Cosenza n¡669 del 06/12/2001
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1
04
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58
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20
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21
delle Incisioni
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22
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Tavola di Pasqua,
Questo periodico é associato
se. E’ una promessa.Con l’amicizia di sempre, il
Le strade del lavoro
..........
80
all’UNIONE STAMPA PERIODICA ITALIANA
tavola di primavera
...........
50
mio augurio è quello di una buona lettura.
ABRIA
ABRIA
4
5
Produttiva
Produttiva
Quadrimestrale di informazione
Anno 5 - N¡1
RISORSE
AMBIENTE
LE RICETTE DI NONNA ELISA
CAL
CAL
Aprile 2005
RISORSE
Chiare, dure e
Al pari di altre lavorazioni artigianali, anche quella del vetro, in
Calabria, ha origini antiche. Tempi, luoghi e metodi di produzione
della luminosa ed affascinante materia
CALABRIA
Produttiva
on c'è settore dell'artigianato d'arte calabrese che non sia espressione delle antiche tradizioni e dei vecchi mestieri,
legati a modelli e forme
delle passate civiltà. Da
queste forme prendono
spesso spunto ulteriori
ricerche, finalizzate a
nuove creazioni, le quali,
sovente risultano essere
delle riconversioni degli
stili precedenti.
Anche nella lavorazione del
vetro - accanto alla produzione popolare e a quella
più raffinata dei ceti nobiliari – persiste una produzione artigianale, realizzata
da artisti che elaborano
processi creativi, a volte
marcatamente individuali e
di tipo innovativo, a volte
di segno più tradizionale,
dove permane il legame
con le radici culturali della
propria terra. Il vetro è già,
per sé, materia affascinante,
con le sue opache trasparenze, l’intrigante vischiosità che caratterizza lo stato
di fusione, la facilità con
cui si lascia lavorare, tagliare, soffiare per assumere le
fogge più diverse. La chimica lo classifica come un
liquido ad elevata viscosità
che si solidifica col raffreddamento. I tipi di vetro
sono numerosi e si suddividono secondo classificazioni sistematiche, riferite al
processo di fabbricazione o
alla composizione. Altri tipi
di classificazioni fanno riferimento all'aspetto, alle
proprietà caratteristiche o
alla destinazione d'uso.
N
di Maria Grazia Dolce
ph. piesse
colorate forme
6
Aprile 2005
RISORSE
CALABRIA
Produttiva
Trasparenze e colori per
una materia affascinante
La fabbricazione e la lavorazione del vetro si articolano in quattro fasi: fusione,
formatura, ricottura e finitura. La fusione è la fase
7
Aprile 2005
iniziale, durante la quale la
carica, formata da componenti diversi tra loro, è polverizzata e mescolata a rottami di vetro che agiscono
da fondente. Durante la
fusione, si verificano l'eliminazione dell'acqua presente nei componenti di
partenza, la dissociazione
dei carbonati e dei solfati
con sviluppo di anidride
carbonica o solforosa, la
formazione di una massa
fusa il più possibile omogenea. L’affinaggio o affinazione è il secondo momento della fusione e consiste
nell'operazione con cui la
massa fusa è privata di
tutte le bollicine di gas presente, che potrebbero dare
RISORSE
Aprile 2005
RISORSE
origine a difetti nei manufatti preparati. In questa
fase, si assiste alla deposizione sul fondo del forno
delle parti non fuse e all'arrivo in superficie delle
bolle di gas formatesi
durante la fusione.
Conclusa questa fase, il
vetro fuso si presenta come
una massa, avente in tutti i
punti uguale composizione
chimica e, conseguentemente, le medesime proprietà fisiche. E' possibile, a
questo punto, operare una
decolorazione del vetro,
tramite l'ossidazione di sali
di ferro. La fusione si conclude con la fase di riposo
o di condizionamento,
durante la quale la massa
Curiosit
Un po? di storia nel tempo e nello spazio
I metodi di fabbricazione della vetrata non hanno
sub
to mutamenti rilevanti dal Medioevo ad oggi. -Le tecni
che di lavorazione pi antiche sono state tramandate
con la Schedula diversarum artium
, opera di Teofilo
scritta all’inizio del XII secolo e nella quale
si descrivo
no le varie attivit connesse alla lavorazione del vetro.
L’architettura contemporanea ha permesso lo sviluppo
di altre tecniche che consentono la messa in posa di
spesse lastre di vetro con calcestruzzo, cemento
e resi
ne epossidiche. Oggi, come nel Medioevo, il vetrofusa
perviene
le raffreddata gravetrate
di tipo soffiato, solo che, anticamente,
la
sua fino alla tempedualmente
fabbricazione era empirica e dava come risultato
la
rea
ratura di foggiatura o di
lizzazione di un miscuglio costituito da ceneri vegetali
formatura.
(materie potassiche) e sabbie di fiume (silice). La
Il fase
tipo
di
successiva
alla
vetro ottenuto era carente di silice e poco duro,
e
ten
fusione è la formatura, esedeva a deteriorarsi sotto l’azione dell’umidit
atmosfe
guita in diversi modi,
rica, caratteristica alla quale si deve imputare quando
l’attuale
il vetro è ancora
annerimento delle vetrate risalenti all’epoca
- medioeva
fluido e si trova in un
le. I vetri sono, ancora oggi, colorati in pasta campo
con
di temperatura nel
aggiunta di ossidi metallici, secondo le tecnichequale
pi assume viscosità tale
antiche. Nel Medioevo i coloranti pi utilizzati da
erano
poter essere lavorato e
ossidi di ferro, rame, manganese ma, se il tempo
di conservare
cot
da
la forma
tura del vetro bianco si prolungava pi del necessario,
impartita, senza alterazioni.
potevano comparire spontaneamente alcuni colori La ricottura consiste in un
indesiderati, a causa delle impurit contenute nella
riscaldamento del vetro
pasta. Oggi, tali incidenti sono superati grazie fino
al fatto
alla temperatura supeche i dosaggi di materie potassiche e silice -sonoriore
ese di ricottura e serve ad
guiti con materiali puri. L?arte della lavorazione
del
eliminare
le torsioni che si
vetro soffiato, in Calabria come in tutto il Paese,
generano durante la forma-
tura, e che rendono difficili
8
le operazioni di finitura. E'
una fase essenziale per eliminare le tensioni interne
formatesi per irregolarità di
riscaldamento o raffreddamento. La scelta della temperatura e della velocità di
raffreddamento è operata
in funzione del tipo di
vetro da creare e del suo
spessore.
Dopo aver raggiunto la temperatura dovuta, l'oggetto è
mantenuto in tale stato per
un periodo sufficiente ad
assicurare il raggiungimento
dell'uniformità termica in
ogni suo punto; quindi è raffreddato lentamente fino a
una temperatura inferiore di
50 °C a quella di ricottura,
CALABRIA
Produttiva
ed infine è portato rapidamente a temperatura
ambiente. Per quanto
riguarda la finitura, si hanno
diversi tipi, meccanica, chimica e termica.
CALABRIA
Produttiva
Oggetti d’arte,
oggetti d’uso
Alla produzione dei vetri
artistici si è accostata, da
tempo, la produzione di
oggetti d'uso e di arredo:
vasi, portacenere,
stoviglie, composizioni
decorative
in forma di
fiori, animali, elementi naturali. In questi oggetti,
creatività e
funzionalità si
fondono.
L’artigianato del vetro,
dunque, come tutte le
espressioni creative artistiche, muove anch’esso verso
la bellezza, intesa con le
caratteristiche della semplicità e dell’autenticità e,
nello stesso tempo, dimostra grande disponibilità ad
accogliere istanze funzionali senza tralasciare di condensare gli influssi di
diverse civiltà, riproposti
con una costante sperimentazione e con le necessità
delle mode e degli stili contemporanei. La caratteristica principale della lavorazione vetraria resta la soffiatura: bottiglie dal collo
alto e sottile, oppure piccole
e panciute, vasi eleganti e
dalle curve armoniose sono
la testimonianza di una
straordinaria bravura manuale e
di grande
delicatezza;
così come i
fiori dallo
stelo lunghissimo e
dai petali
dalle mille
trasparenze
colorate oppure
animali piccolissimi e
scintillanti sono espressione
della continua ispirazione
di cui è fonte la Natura.
Particolare fascino trasmettono i contorni e i cromatismi delle vetrate artistiche,
impreziosite dagli effetti
nascenti dalla luce che filtra
attraverso il colore e il disegno delle superfici. Le
vetrate artistiche, di tradizione bizantina, impiegate
prevalentemente per la
decorazione delle chiese, ai
nostri giorni sono molto
diffuse anche nell'arredamento; questa tecnica, di
grande suggestione, si realizza con una procedura che
include differenti stadi:
disegno, colore, pittura,
composizione dei vetri, cottura, messa a piombo. Dalla
creazione alla composizione
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RISORSE
un fattore fondamentale è
rappresentato dalla luce,
che diviene protagonista e
regista di mille gradazioni,
rappresentazioni, visioni ed
incanti.
Agli albori
dell’arte calabrese
Come riporta l’interessante
testo di Adele Coscarella, Il
vetro in Calabria – da cui
sono state tratte le notizie
qui riportate - numerose
ricerche condotte negli ulti-
CALABRIA
Produttiva
mi decenni sul territorio
calabrese hanno consentito
di tracciare una storia del
vetro, scoprire le origini
della sua lavorazione e
recuperare, attraverso gli
scavi archeologici nei siti,
vari manufatti vitrei.
Cerchiamo di ripercorrere
la storia di quest’elemento
che, nel tempo, ha costituito materia per l’ornamento
della persona, per lo stile
dell’arredo e per la realizzazione di manufatti di uti-
lizzo quotidiano.
Nell'antichità, i procedimenti standard impiegati
nella produzione del vetro
erano quattro, ciascuno con
molte varianti, più o meno
complesse. Si è risaliti a tali
tecniche eseguendo delle
analisi fisiche e scientifiche
sui reperti, eseguendo poi
un confronto con i procedimenti attuali e con i tentativi di riprodurre oggetti in
vetro impiegando metodi
antichi. Questi studi, tutta-
via, non hanno completato
le conoscenze sugli effettivi
metodi di lavorazione delle
antiche vetrerie e sulle tecniche specifiche utilizzate.
Numerosi centri, sotto
diverse civiltà, produssero
vasellame di vetro nel corso
di svariati secoli; è perciò
improbabile che esistessero
procedimenti uniformi o
un'evoluzione comune,
come dimostrano studi più
recenti. La lavorazione
detta a verga apparve
11
Aprile 2005
nell'Età del bronzo, e si diffuse dalla Mesopotamia
all'Egitto; tale tecnica prevedeva la modellazione di
un'anima con la forma dell'oggetto desiderato, solitamente un piccolo contenitore per unguenti, attorno ad
una verga metallica.
12
RISORSE
L'anima, che consisteva in
un miscuglio d'argilla, sabbia e un collante organico,
generalmente escrementi,
era poi ricoperta con vetro
caldo; veniva immersa in
un crogiolo o avvolta ripetutamente con fili di vetro.
L'esterno del contenitore
era poi fatto ruotare su una
piastra, che lo rendeva
liscio. Si procedeva quindi
alla decorazione, applicando gocce e fili vitrei, che
erano pressati sulla superficie del vetro. Dopo che il
contenitore era stato cotto
nuovamente, si estraeva la
verga metallica e si raschiava l'anima; questo procedimento lasciava la superficie
interna piena di segni e di
colore rossiccio. I manici, le
anse e le basi erano applicati separatamente o creati
dal corpo quando il vetro
era ancora malleabile. Un
esempio della diffusione di
tale tecnica, nell’area orien-
tale del Mediterraneo, è
costituito dai recipienti blu
scuro di forma greca, decorati di giallo brillante, e di
ornamenti d'altro colore
con motivi a zig-zag. La
colatura a stampo fu usata
dall'Età del Bronzo fino
all'epoca tardo-romana;
questa tecnica prevedeva
vari metodi, impiegati per
la produzione di vasellame,
contenitori, perline, gioielli,
intarsi, placchette e lastre di
vetro. Questi metodi s’ispiravano agli antichi sistemi
di lavorazione dei metalli,
delle ceramiche e delle terrecotte. La forma più semplice di colatura richiedeva
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
RISORSE
l'uso di uno stampo aperto
per creare, ad esempio, perline come quelle usate dai
guerrieri micenei.
Procedimenti più complessi
richiedevano l'uso di due o
più stampi collegati fra
loro, usando la tecnica a
cera persa o riempiendo lo
CALABRIA
Produttiva
spazio fra lo stampo esterno e quello interno con del
vetro fuso. I recipienti di
un solo colore erano
costruiti facendo colare il
vetro allo stato fluido nello
spazio cavo tra gli stampi,
oppure colmando lo spazio
con vetro in polvere o con
segmenti di canna, prima
di inserire gli stampi nella
fornace. Quest'ultima tecnica fu utilizzata per alcuni
recipienti di vetro a mosaico, che si otteneva da piccoli e sottili dischi, di varia
forma e diverso colore. Il
vetro era temperato e gli
oggetti prodotti erano rifiniti con levigatura al tornio
e con materiali abrasivi. Un
metodo alternativo, preferito dall'industria vetraria
romana del periodo augusteo, consentiva di modellare il vetro sopra o dentro
uno stampo. Una certa
13
Aprile 2005
quantità di vetro grezzo,
più o meno delle stesse
dimensioni del recipiente
desiderato, dopo essere
stata raffreddata, era posta
sopra o all'interno di uno
stampo e riscaldata nella
fornace affinché, sotto l'azione del proprio peso,
assumesse la forma desiderata. Una volta temperato,
il contenitore poteva essere
tolto dallo stampo e levigato al tornio. Poiché soltanto
un lato era stato a contatto
con lo stampo, il tempo
occorrente per la levigatura era dimezzato. Nella soffiatura
libera, la canna da
soffio e la relativa
tecnologia furono
probabilmente
inventate nella
seconda metà
del primo secolo a.C. Tale tecnica, utilizzata
ancora oggi,
conobbe una notevole diffusione
sotto gli imperatori
della dinastia giulio-claudia. Col
passare del tempo,
la soffiatura sostituì
altri procedimenti di
lavorazione.
Quest’innovazione consentiva ai vetrai di produrre grandi quantità di oggetti di uso quotidiano, alla
portata di tutte le classi
sociali dell'impero romano.
L'artigiano raccoglieva una
quantità di vetro fuso all'estremità di un tubo di
metallo cavo, chiamato
canna da soffio, e soffiando
creava una bolla o bolo. Il
bolo, nuovamente soffiato,
veniva modellato e lasciato
raffreddare, spesso in uno
stampo aperto, e poi soffiato sul banco del soffiatore.
Sottoposto ancora a soffiatura, il vetro era manipola14
RISORSE
to con spatole di legno e
pinze, o tagliato con appositi strumenti, per acquistare la forma desiderata. Nel
corso dell'operazione, il
recipiente era fatto ruotare
per favorire la modellatura
e quando era necessario,
veniva riscaldato nuovamente nella fornace. Per
rifinire e decorare il
recipiente, lo
si
staccava ancora caldo dalla
canna da soffio e si fissava
la sua parte inferiore a una
barra di metallo chiamata
pontello. Dopo aver formato l'orlo, si aggiungevano
decorazioni, manici, anelli
di base e altri particolari.
Infine il recipiente era sottoposto a ricottura. Quando
gi artigiani del vetro si
resero conto che il bolo
poteva essere interamente o
parzialmente soffiato dentro uno stampo incernierato - il quale consentiva di
dare al contenitore sia la
forma sia la decorazione la tecnica della soffiatura
subì un notevole processo
di perfezionamento. Tali
stampi, costruiti in legno,
ceramica e metallo, e particolarmente usati nel I e II
secolo d.C., furono utilizzati per la fabbricazione di
coppe e calici decorati con
scene di anfiteatri e circhi,
unite a iscrizioni in greco e
latino, e nella creazione di
recipienti a forma di testa
umana. La soffiatura a
stampo portò alla fabbricazione delle bottiglie romane prismatiche o quadre,
che costituiscono il prototipo di tutti i successivi contenitori di vetro prodotti
con procedimenti simili. Le
bottiglie erano soffiate in
stampi che potevano avere
un numero di lati compreso fra tre e tredici, e ripor-
tavano sulla base un'iscrizione o un disegno geometrico. Il recipiente, staccato
dallo stampo, veniva sottoposto a un'ulteriore soffiatura che alleggeriva la
forma e attenuava la decorazione, o veniva ruotato
uniformemente sulla canna
per creare un motivo cosiddetto a costolature e scanalature sulle pareti interne
dell'oggetto. Gli oggetti soffiati a stampo divennero
molto comuni nel periodo
tardo-romano e all'inizio di
quello bizantino.
I luoghi dell’arte vetraria calabrese
Presso il Museo
Nazionale di Reggio
Calabria sono conservati
numerosi reperti vitrei. Essi
sono stati rinvenuti negli
scavi effettuati nel 1998
nelle cripte e nelle fondazioni della cattedrale. In
località Lazzaro, nel comune di Motta San Giovanni,
la soprintendenza archeologica della Calabria ha iniziato una campagna di
scavo nel 1995 che ha già
portato al rinvenimento di
alcuni vani di una villa, di
un mausoleo e di due fornaci. All’interno della fortezza di San Niceto, sempre
nel comune di Motta San
Giovanni, sono stati recuperati centinaia di frammenti e vasellame da
mensa che testimoniano la
presenza della lavorazione
del vetro in quella zona. Le
caratteristiche del vetro
ritrovato mostrano una
produzione con uno spessore sottile, la presenza di
bolle d’aria di diversa
misura, colori neutri con
sfumature tendenti al verde
o al giallo. Il bicchiere è il
recipiente più presente tra i
reperti ritrovati, seguito da
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
RISORSE
bottiglie di varie dimensioni, da coppe o calici.
L’esistenza del vasellame
da illuminazione trova
testimonianza negli steli
particolarmente pieni, con
fondo tondeggiante, ritrovati nella chiesa. Nella
località di Centocamere, a
Locri sono stati ritrovati
vari reperti vitrei di diversa
natura ma riconducibili a
tre grandi gruppi: frammenti di vasi, piedi di bicchieri a calice e perle di
vetro decorate. Altri reperti
sono state ritrovati a
Gerace, Gioia Tauro,
Tropea, Santa EufemiaLamezia. Gerace, considerata un sorta di “area campione”, ha offerto reperti
che si fanno risalire dal XV
al XVII secolo. Il vetro rinvenuto è stato soffiato. Il
suo stato non è buono;
esso, infatti, risulta assai
corroso ma la qualità è
discreta. Predomina il vetro
trasparente, accanto a quel16
lo di colore verde acqua ed
è presente anche un frammento di colore ambra
chiaro. Sono visibili, inoltre,
impurità e bolle. Sulla collina di Santa Marina di
Delianuova, in provincia di
Reggio Calabria, dagli scavi
iniziati nel 2001 sono emersi numerosissimi reperti di
ceramica, alcuni pezzi
metallici e vari frammenti
vitrei. Questi ultimi sono
probabilmente pareti di bicchieri, colli di bottiglie,
anse di lucerna e scarti di
lavorazione. Malgrado lo
stato non buono, è stato
possibile analizzare i reperti e dall’analisi risulta una
datazione che si fa risalire
al Medioevo; si può anzi
ipotizzare la presenza di un
vero e proprio laboratorio.
Anche il territorio di
Oppido Mamertina è stato
oggetto di studio da parte
della Soprintendenza
Archeologica della
Calabria, soprattutto per
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
RISORSE
ne vetraria si ritrovano in
Contrada Crivo a
Parghelia, in provincia di
Vibo; vetri provenienti da
una necropoli sono stati
ritrovati a Piercastello,
sempre in provincia di
Vibo Valentia. Uno scavo
eseguito a Santa Maria del
Mare, nel comune di
Stalettì, in provincia di
Catanzaro, ha permesso il
ritrovamento di diversi
frammenti di vetro, databili
tra la seconda metà del VIVII secolo, la metà del X e
la fine dell’ XI secolo. Un
altro paese, dove sono stati
ritrovati materiali vitrei, è
Cropani in provincia di
l’età greco-ellenistica; le
ricerche, in questa zona,
hanno permesso la ricostruzione del tessuto sociale tra
il III ed il II secolo a.C.,
quando l’allora popolazione taureanese era presente
in località Mella. Il reperto
principale è costituito da
una coppa, definita dal suo
scopritore unica al mondo,
e faceva parte di un corre-
18
Catanzaro. Dal cimitero
d’età alto-medievale sono
emersi vetri provenienti in
parte dalle tombe ed in
parte dalla zona centrale
dell’abside; altri reperti
sono stati ritrovati nella
basilica di Botricello, in
provincia di Catanzaro.
Nella chiesa di Santa Maria
Assunta di Celico, in provincia di Cosenza, sono
stati ritrovati dei frammenti, derivanti forse da una
saliera, decorata da costolature parallele. Da tutto ciò,
si può ipotizzare come, in
Calabria, la produzione del
vetro fosse meno diffusa
rispetto a quella ceramisti-
do funerario di una donna.
La sua presenza è importante perché testimonia gli
scambi commerciali e culturali tra le genti italiche e
l’area orientale, peraltro
confermati da altri ritrovamenti lungo il versante tirrenico meridionale calabrese. Vetri di età romana sono
stati rinvenuti a Palmi,
mentre indizi di produzio-
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
GLI AMICI DI ADELE
Carlo Bennardo
A
Figaro a metà tra Fidia e Psiche
ncora intorno agli
…enta, ma già
maturo d’esperienza, chioma spettinata ad
arte ed un sottilissimo
accenno di barba e baffi
alla moschettiera, Carlo
Bennardo, hair stylist in
Cosenza e dintorni, può
essere considerato uno
scultore dei capelli ma la
definizione è insufficiente
per comprendere appieno
il personaggio.
Nato sotto il segno della
Bilancia e di una Venere
davvero prodiga del senso
dell’arte e della bellezza,
Carlo, ancora studente,
dietro il pungolo materno,
ha cominciato a frequentare il salone di bellezza di
un cugino e ad apprezzare
il mestiere fatto di studio e
di comprensione per l’universo femminile. Oggi,
dopo ventotto anni di
lavoro – dieci d’apprendistato e diciotto di libera
professione, frammezzati a
stages a Londra, Vienna ed
Amburgo ed all’insegnamento presso un’accademia nazionale, frequentata
in precedenza come studente – Carlo ha intorno a
sé un nutrito staff di giovani collaboratori che
spinge sempre verso
nuove conoscenze ed una
continua crescita professionale. I suoi imperativi
sono cortesia, impegno e
professionalità ma le doti
umane dell’ascolto, della
pazienza e dell’instancabilità si mescolano mirabilmente a quelle professionali dove primeggiano lo
studio dell’immagine e la
20
relativa applicazione di
tecniche e studi scientifici.
E’ d’obbligo chiedergli
cosa rappresenti per lui la
donna, oltre che la “materia prima” su cui lavorare
e la risposta è conseguenziale al personaggio “La
donna è la creatura più
bella al mondo, la continuazione della vita, la
complicità.
Vedo in lei tutto ciò che
rappresenta lo stile e la
bellezza e considero il mio
lavoro davvero speciale
perché attraverso esso la
donna si sente più a suo
agio, più attraente”. Un
apprendista stregone, il
Nostro? No, solo un esperto ed appassionato, animato dalla creatività, dalla
grinta e dalla voglia di
continuare a crescere…
“Quando una cliente viene
da me per la prima volta,
o comunque prima di iniziare un lavoro, taglio o
colore che sia, trascorro un
po’ di tempo a parlare,
anzi più esattamente, è la
mia cliente che parla ed io
l’ascolto. Solo così riesco a
comprendere cosa mi sta
chiedendo, qual è l’immagine che vuole dare o se
desidera essere diversa. A
volte, è necessario anche
spingerla un po’ verso il
cambiamento, ma tutto
questo bisogna farlo in
sintonia con il momento
interiore e con altri elementi fisici come il taglio
del volto, l’espressione
dello sguardo, le forme
anatomiche in generale,
affinché il risultato finale
esprima il massimo del-
l’armonia e corrisponda
esattamente alle richieste
della cliente”. Ed il risultato? “Devo confessare che
sono orgoglioso della soddisfazione della cliente
anche perché, dopo anni
di mestiere, so che ognuno
di noi si sente forte quan-
do sta bene con se stesso”.
Genio italico, dunque fatto
non solo più di sregolatezza ma anche di arte e rigore e, nel caso di Carlo,
anche di un pizzico di filosofia.
Davvero molto per le
nostre chiome, no?
CALABRIA
Produttiva
GLI AMICI DI ADELE
Barbara Bruni e Francesco Conti
F
anno coppia nella vita
e nel lavoro, ma ciò
che li lega davvero è
la passione per il teatro.
Lui, Francesco Conti, è
dottore in legge, chitarrista, autore, regista ed attore teatrale; lei è Barbara
Bruni, idem in tutto, tranne la chitarra. Da bambini,
prima di conoscerci e scegliersi, seguivano la stessa
strada. Antonio cominciò a
calcare le tavole del palcoscenico alle elementari,
Barbara invece di giocare
con le bambole, si metteva
davanti ad uno specchio e
cantava e recitava. Oggi
costituiscono l’anima di
Handicap e non solo, associazione nata come gruppo
teatrale spontaneo, che non
fa volontariato, non ha
scopo di lucro e vede coinvolti abili e diversamente
abili, in un progetto in cui
la disabilità non è intesa
solo come limite psicofisico ma come handicap
generico che impedisce la
crescita individuale e collettiva; l’associazione, dunque, ha come obiettivo
principe il superamento di
questi handicap attraverso
il coinvolgimento collettivo
e l’arte. Ritornando ai
Nostri, è curioso sapere
che la passione per la stesura e la regia dei testi è
nata per gioco. Da una
messa in scena di uno
scritto teatrale,‘U funzionariu e ru disoccupatu, ad
opera di Franco Chiarello,
l’amico disabile incontrato
all’Aias, nacque in Barbara
il desiderio di cimentarsi
nella stesura di testi. La
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
Due vite per il teatro
prima reazione di
Francesco, come ricordano
entrambi, fu di scandaloso
stupore, reso con un colorito: “ma si’ pazza?”.
Eppure Barbara aveva
intuito che quella follia,
non solo si poteva coltivare, ma addirittura realizzare. Fu così che i due iniziarono a guardarsi attorno,
ad osservare con occhio
critico ciò che li circondava, ad analizzare caratteristiche, manie, espressioni
degli amici con cui avevano messo in scena quel
primo lavoro e che avrebbero costituito poi l’associazione, fin quando non
vide la luce il primo testo,
Quannu mammata t’ha
fattu, con la rappresentazione del quale Barbara e
Francesco fecero messe di
premi e diedero la stura ad
un’inesauribile creatività
che li ha portati a scrivere
le opere successive E’
cchiu vicinu ‘u denti du
parenti - Luciella si spusa Acu, metru, filu e jiritale
andata in scena al
Rendano. Ora essi, in collaborazione con la comunità Regina Pacis, si sono
cimentati nella messa in
scena di un musical - insieme a Dino Garrafa, vulcanico autore di testi e musiche insieme a Marco De
Biase, con gli arrangiamenti di Paolo Scarpino – dal
titolo “Terre lontane, il
miracolo del perdono”, che
va in scena al Rendano alla
fine di maggio. Nel frattempo Barbara è impegnata in un laboratorio teatrale per bambini, dove tra-
sferisce ai piccoli i primi
rudimenti dell’arte mentre
Handicap e non solo si sta
aprendo ad altri settori
artistici, oltre il teatro ed il
canto corale, già presenti.
E nell’attesa pirandelliana
che “i personaggi bussino
alla porta dell’autore”,
Barbara e Francesco vivo-
no, con la speciale intensità
degli artisti, la realtà di
ogni giorno da cui trarre
spunto per la creazione dei
loro (capo)lavori e la nascita di nuovi personaggi, che
fanno pensare, sorridere,
ridere, riflettere. In ossequio alla migliore tradizione teatrale.
21
Aprile 2005
GLI AMICI DI ADELE
Rita Roberti Forgione
L
e origini sono di
Celico, paese natio di
Gioacchino da Fiore e
c’è da scommettere che l’aleggiare dello spirto
dell’Abate, con le cristalline
atmosfere silane, abbia contribuito a fare chiarezza
nelle sue idee, sin da bambina. Non si potrebbe spiegare
altrimenti il fuoco sacro che
brucia, quieto ma incessante, sotto il camice di Rita
Roberti, nefrologa del
Centro Dialisi dell’AS4, di
Cosenza. Laureata a Roma,
specializzata in Anestesia e
Rianimazione, a Messina, e
in Nefrologia, a Catanzaro,
Rita Roberti, moglie e madre
di una bella sedicenne e di
un irrequieto frugolo di cinque anni e mezzo, divide
solo con la famiglia quella
che si può definire la missione di medico. Non ci sono
altre passioni da coltivare,
hobbies con cui distrarsi,
almeno ora. E scavando
nella memoria, è quasi certo
che non sia mai esistita
22
Una passione in camice bianco
neanche la possibilità che
Rita potesse svolgere un’altra professione. “In famiglia
non c’erano medici - confessa – ma questa scelta viene
dall’infanzia; da ragazza ho
fatto volontariato, ho cercato
sempre di aiutare le persone
sofferenti, anche mettendo
da parte me stessa, e mi
rendo conto di quanto sia
forte questa dichiarazione”.
Parole semplici, dette con
serenità e, perciò, così efficaci. Il fervore di Rita, più che
nel dire, è nelle azioni. Il
contatto con i pazienti, le
sofferenze, i disagi loro e dei
congiunti, i conflitti familiari
che scoppiano per la frequenza e l’obbligo del trattamento terapeutico sono
pane quotidiano, coordinate
per un impegno senza soste.
E, di sicuro, occorre impegnarsi fortemente per rendere la vita appena vivibile a
persone che, ogni due giorni, sono costrette, per quattro ore, a stare immobili nell’attesa che il loro sangue sia
ripulito; che non possono
viaggiare; che devono osservare una dieta rigorosa e
che desiderano, come un
frutto proibito, l’acqua. Da
quest’esperienza, la decisione di far parte del coordinamento per la donazione
degli organi, è stata conseguenziale. “Con il trapianto
- spiega Rita Roberti - si può
condurre un’esistenza diversa, i pazienti giovani, per i
quali rappresenta davvero
l’unica speranza di vita,
possono anche avere dei
figli”. Eppure, i numeri
delle dichiarazioni di
volontà, in città come nella
regione, sono proprio bassi.
“La donazione – conclude
Rita - è un atto di estrema
solidarietà e non credo che i
calabresi siano insensibili a
questo problema; piuttosto
serve un’informazione capillare e corretta perché la contrarietà alla donazione viene
dalla paura infondata che
l’espianto degli organi possa
avvenire da vivi. Bisogna
chiarire, ad esempio, che lo
stato di coma appartiene alla
vita quindi, anche negli
stadi più avanzati, si configura sempre come una condizione clinica suscettibile di
recupero. La morte a cuore
battente, invece, identifica
un danno totale ed irreversibile della struttura encefalica, cioè la morte”. Dati
scientifici alla mano, allora, è
appena il caso di riflettere
sull’eventualità che ognuno
di noi, da un giorno all’altro,
possa trovarsi nella condizione di aver bisogno di un
trapianto. Trapianto che non
può avvenire, se non c’è
donazione. Meditiamo
gente, meditiamo...
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
Stile in libertà
GUIDA ALLA CASA PERFETTA
di Adele Filice
in collaborazione con
con Fiorella Lorenzi
ph.phiesse
lassico o moderno?
Stile arte povera,
minimalista o etnico?
Quando si tratta di scegliere gli arredi di casa, i problemi da risolvere sono
sempre tanti e non riguardano solo il gusto, la scelta
di seguire le tendenze del
momento, ma generalmente la realizzazione di un
acquisto soddisfacente che
possa conciliare qualità e
prezzo. Arredatori, architetti, mobilieri concordano
nell’affermare che, al
momento, non c’è un indirizzo unico ma un ventaglio di scelte, operate volta
per volta, a seconda delle
preferenze, della disponibilità economica, della localizzazione dell’ambiente
che si va ad arredare. E’
C
Mode, materiali, tendenze per arredare i vari ambienti di casa.
Qualche suggerimento degli esperti e poi spazio alla scelta, affinch
la casa sia uno spazio vivo e pulsante
24
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
GUIDA ALLA CASA PERFETTA
CALABRIA
Produttiva
alquanto comprensibile che
una villa, quindi un
ambiente esterno con caratteristiche ben determinate,
anche negli arredi si diversifichi rispetto ad un
appartamento; una casa in
campagna deve essere
necessariamente arredata
in maniera differente da
una dimora estiva al mare
o in montagna. Rimanendo
nell’ambito delle dimore
urbane, bisogna sottolineare, però, che il cosiddetto
stile classico - con ambienti
definiti, spazi ben delineati
per le zone domestiche,
zona-giorno ben distinta
dalla zona-notte e spazio
del lavoro possibilmente
distante dallo spazio del
riposo - non ha cedimenti.
Una conferma della costan-
za nei gusti della clientela
la dà l’arredatore Mariolino
Fava. “Ciliegio e noce
nazionale – egli spiega pur nella loro diversità
strutturale e d’impiego,
sono ancora i legnami più
richiesti, insieme al faggio
che, nella sua economicità,
come legname povero,
costa poco alla fonte ma
consente di eseguire varie
finiture che lo fanno assomigliare, con ottimi risultati, ad altri legnami”. In
ordine alle preferenze, continua Fava, una buona fetta
di mercato appartiene
ormai all’arte povera.
L’antiquariato non conosce
crisi ma, di recente, sono
tornati di gran moda anche
i pezzi antichi, magari sottratti alla nonna o riesumati
dalla casa in campagna,
dove giacevano impolverati
e sviliti in qualche locale di
ricetto. Cassettoni, madie,
cassapanche, un tempo
parte dell’arredo delle
grandi cucine con focolare
o semplice mobilio di locali
di lavoro come bassi, granai e palmenti, oggi tornano nelle nostre case con
una destinazione d’uso a
volte uguale, a volte diversa da quella originaria.
Credenze e cristalliere dai
classici vetri decorati con
frutta e grappoli d’uva, lettoni in ferro battuto o solidi
comò e comodini dai ripiani di marmo riacquistano
25
Aprile 2005
GUIDA ALLA CASA PERFETTA
nuova dignità e funzionalità nelle nostre case, dando
un tocco glamour di tempo
che fu. Per non parlare di
particolari accessori come il
portabrocche e bacile, il
lampadario con i piattini di
ceramica decorati a mano,
stile primo Novecento o
l’artistica lampada liberty
che, collocata sul cassettone, può arredare una parete. Decisamente in ribasso,
nelle quotazioni ideali di
un mercato dell’arredo, i
mobili laccati, di mogano
ed in stile inglese. Le istanze culturali del movimento
glocal stanno lasciando
sempre più spazio all’etnico. “Rattan, midollino,
banano intrecciato - dice
ancora l’esperto - si mescolano sempre più frequentemente ad arredi in stile
moderno”. Tappeti, cuscini
e tendaggi dai cromatismi
decisi e dalle morbide trasparenze orientali regalano
26
angoli di colore e di sensualità. Tonalità dorate, cremisi e turchesi rallegrano le
nostre case e ci trasportano
in atmosfere dal vago sapore di mille e una notte.
Geometrie primitive e colorazioni di sabbia e di terra
ci fanno sentire a portata di
mano e di emozioni il fascino del continente africano.
Bambù e tele grezze, dai
preziosi colori naturali evocano profumi ed atmosfere
delle foreste dell’Estremo
Oriente. In sostanza, dunque, lo stile è quello che
ognuno di noi sente più
congeniale al proprio lavoro, alle proprie esigenze, ad
una personale way of life.
Un po’ diverso è il discorso
riguardante quegli ambienti a cui è richiesto il massimo di comfort e funzionalità quali bagno e cucina.
Per quanto riguarda l’ambiente domestico per eccellenza che, nella nostra tra-
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
GUIDA ALLA CASA PERFETTA
dizione culturale ed abitativa, rimane la cucina, la tendenza è quella di avere
arredi che resistano all’usura dell’utilizzo, ai vapori,
alle macchie. “Si va, dunque, sul materiale polimerico, che resiste a lungo ai
movimenti di apertura e
chiusura a cui sono sottoposti ante e cassetti, che si
rovina difficilmente sotto
l’azione dell’umidità e delle
macchie e che, soprattutto,
essendo molto assorbente,
assimila bene qualunque
tipo di colorazione e quindi
può assumere le più svariate espressioni cromatiche.
Esattamente per i motivi
CALABRIA
Produttiva
opposti, si sconsiglia il truciolare. Di grande effetto e
preferita soprattutto dalle
persone più giovani, la
cucina in acciaio con alcuni
pezzi molto colorati.
L’acciaio, però, non è proprio da consigliare, così
suggerisce Fava, considerata la problematicità della
pulizia. Su questo materiale è molto visibile l’unto;
sono molto evidenti i graffi, quindi bisogna fare
attenzione all’utilizzo di
prodotti ed attrezzi specifici per la pulizia. Un costume consolidato, diffuso da
poco tempo in seguito alla
contingenza economica, è
quello di acquistare pochi
pezzi e di qualità. Per la
cucina ci si orienta su zona
cottura e zona lavaggio e si
preferiscono elettrodomestici di case affermate che
possano garantire una
buona qualità. Prendono
sempre più piede le cosiddette isole attrezzate,
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Aprile 2005
GUIDA ALLA CASA PERFETTA
soprattutto nelle tavernette:
una base formata da vari
piani di lavoro e cassettiere
e sormontata dal tipico
paniere dove una volta si
riponeva ad essiccare il formaggio o il pane e che oggi
viene utilizzato per riporre
mestoli, pentole in rame ed
CALABRIA
Produttiva
altri attrezzi di cucina.
Nella stanza da bagno,
l’autentica rivoluzione
degli ultimi tempi, è costituita dalla vasca.
Ergonomica, con idromassaggio, tradizionale, piccola, grande, a parete, ad
angolo, o a centro stanza
con piedini stile Ottocento,
la vasca da bagno oggi si
adatta ad ogni esigenza e
ad ogni tipo di spazio e,
soprattutto, i materiali con
cui è costruita offrono davvero una gamma di scelta
vastissima; si spazia dall’acciaio smaltato, all’acrili-
co lucente, dalla ghisa ai
nuovissimi materiali come
il quaryl; un cenno a parte
merita anche il lavabo, oggi
sempre più spesso abbinato
a piccoli armadi o mobiletti
sottostanti che svolgono
un’efficace funzione portabiancheria. La zona notte
29
Aprile 2005
GUIDA ALLA CASA PERFETTA
richiede un esame più complesso perché è lo spazio
dove i gusti personali si
esprimono in maniera più
forte, fatta salva la comodità e la funzionalità di un
letto con le doghe in legno
o di materassi e cuscini in
lattice. Un numero sempre
crescente di persone abbandona il vecchio armadio e
si orienta sulle cabine-spogliatorio, vere e proprie
camerette con scompartimenti per vestiti, giacche,
cravatte, cappotti; in questo
modo lo spazio più ampio
si può organizzare anche
con maggiore razionalità e
si evita il disordine nella
stanza da letto. I nostalgici,
chiaramente, non rinunciano ai romantici comò o alle
cassettiere e ai comodini;
addirittura, qualche signora, in vena di romanticismi,
si siede ancora davanti alla
toletta, dove fanno bella
mostra di sé, spazzole e
pettini, profumi e creme,
trucchi e belletti, per rinnovare il rito dei preparativi
al giorno ed alla notte. In
questo intricato ed intrigante groviglio di gusti,
tendenze, stili trova ancora
spazio la produzione artigianale? Stando alle risposte del nostro esperto, no,
almeno nella nostra regione
e la situazione ha del paradossale poiché a dispetto di
una presenza ancora massiccia di castagneti e faggete dove è possibile attingere ottima materia prima, si
assottiglia sempre di più il
numero di artigiani che
possono assicurare la lavorazione per un intero ciclo
produttivo. Se un bravo
falegname di casa nostra è
in grado si costruire i vari
pezzi dei mobili, dovrà
sempre fare i conti con la
difficoltà di reperire finiture come cerniere, maniglie,
30
guide scorrevoli. Ad ogni
modo, le iniziative artigianali non mancano ma sono
sporadiche e per un reale
incremento del settore
sarebbe da rivedere l’intero
sistema di produzione e di
commercializzazione alla
luce del seguente dato. Il
legname di castagno che si
produce in Calabria, finisce
come prodotto grezzo o
semilavorato nelle aziende
del Nord, presso i grandi
distretti del mobile come
Cantù e Poggibonsi e ritorna nella regione sotto
forma di prodotto finito.
Cui prodest? Agli esperti
l’ardua sentenza… E’ consolante, però, sapere che
resiste la vera e propria nicchia degli arredi su misura.
“L’arredamento personalizzato - come preferisce chiamarlo l’architetto Stefano
Ascente - ha sempre i suoi
estimatori, ma una lenta
crescita, complicata da una
certa mancanza di cultura
del committente che non
riesce ancora ad affidarsi
completamente al progettista o all’architetto. Il lavoro
più difficile è quello di
andare incontro alle esigenze del cliente rispettando le
regole del mestiere, l’etica
professionale, quello che
secondo noi è più giusto
fare, esponendo con chiarezza le nostre istanze e poi
lasciando la massima
libertà di scelta”. In ogni
caso, l’intervento del cliente
è determinante in tutte le
fasi del lavoro.
Si comincia a collaborare a
volte in fase progettuale o,
se il progetto è già pronto,
nella scelta dei materiali,
per poi passare alla realizzazione dei campioni e
cominciare a delineare
materialmente il progetto
che prima era solo sulla
carta. La partecipazione
CALABRIA
Produttiva
GUIDA ALLA CASA PERFETTA
attiva del committente,
dunque, è il plusvalore
della realizzazione su misura. Anche in questo settore,
però, il processo produttivo
risente dell’andamento del
mercato per quanto riguarda i costi delle materie
prime, delle lavorazioni e
delle finiture. “Puntare su
un arredo di qualità - afferma Ascente – e per qualità
si vuole intendere non solo
quella della materia ma
dell’intero processo produttivo, significa, per esempio,
lavorare secondo criteri di
sostenibilità ambientale;
improntare, cioè l’azienda a
metodi di produzione che
non siano dannosi per
l’ambiente, l’atmosfera, le
falde acquifere. Nel settore
arredo, in cui la materia
prima è il legno, è importante riuscire ad acquistare
legname che provenga da
piantagioni controllate, per
non arrecare danni al patrimonio boschivo ed all’ambiente in genere; è importante trattare la materia
prima con prodotti naturali
e sani. Per la verniciatura,
ad esempio, si utilizzano
nuovamente tutti quei prodotti che ci ha tramandato
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
la tradizione artigiana
come la cera, la gommalacca, l’olio”. Le finiture eseguite con prodotti naturali
sono molto nobili ma più
costose anche se avere un
arredo di questo tipo in
casa, vuol dire, in un certo
senso, abitare in un
ambiente ecologico. Sistemi
di produzione e materiali
utilizzati a parte, anche
negli arredi su misura si
sono registrate e continuano a registrarsi dei cambiamenti. Continua Ascente
“negli ultimi decenni, la
moda ha dettato legge con
il minimalismo, la sobrietà
al limite dell’anonimato;
sono stati largamente utilizzati la betulla e l’acero,
legni chiari di provenienza
nordica, un po’ lontani
dalla nostra tradizione che
vede ancora molto diffuso
l’utilizzo del ciliegio per
arredi più lussuosi e
moderni; il castagno per la
realizzazione di tavole,
porte e sedie, in abitazioni
particolari, extraurbane o
per la seconda casa; il noce
nazionale per tutto il resto.
Molte preferenze stanno
incontrando i legni esotici
come tek, padouc, dai colo-
31
Aprile 2005
ri caldi ed eleganti, che si
adattano a fogge classiche.
Nella realizzazione di arredi su misura sono molto
utilizzati anche i legni
poveri, che servono per i
supporti, i quali si possono
lavorare facilmente e con la
colorazione all’anilina possono assumere un aspetto
più nobile.
Questa soluzione è ottimale
32
GUIDA ALLA CASA PERFETTA
da un punto di vista economico perché si riesce a fare
un prodotto bello a costi
più contenuti”. Anche
Ascente conferma la
costante preferenza per il
classico, stile più congeniale alle radici culturali europee, meglio ancora mediterranee, in antitesi con i
concetti d’oltreoceano che
prediligono gli spazi aperti
e la loro suddivisione in
angoli. L’ergonomia è
diventata parola chiave di
quello che ormai può considerarsi un precetto, ed il
nostro architetto non può
esimersi dal far notare che
è quasi lapalissiano parlarne, poiché non avrebbe
senso costruire oggetti da
utilizzare quotidianamente
che non rispondessero a
requisiti di comodità e funzionalità.
Oggi, dunque, parlare di
stile, serve solo ad avere un
orientamento nella vastità
delle soluzioni possibili.
E di sicuro, una casa risulterà bella, accogliente,
confortevole, e soprattutto
viva e vissuta, quanto più
riuscirà a rispecchiare la
personalità di chi la abita.
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
SPECIALE CATANZARO
Le preziose trame
di Monica La Mastra
ph. Antonio
Candiloro
di una città aristocratica
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CALABRIA
Produttiva
SPECIALE CATANZARO
a città di Catanzaro capoluogo calabrese e
sede degli organismi
regionali - dalla sua posizione panoramica si estende sul versante jonico, tra
la Sila e le Serre, delimitata
dalle valli del Musofalo e
della Fiumarella. Risalente
al IX o X secolo, ai tempi
della riconquista della
Calabria da parte dei
Bizantini, Catanzaro fu contea normanna; dominata da
Svevi e Aragonesi, fu anche
feudo dei Ruffo. Elevata
con i Borboni a capitale
della provincia Calabria
Ulteriore I e sede della gran
Corte civile della Calabria,
fu trasformata in Corte
d’Appello dopo l’unificazione del Regno. Pare che il
suo nome derivi da un termine bizantino equivalente
a “sotto la terrazza”, con
evidente riferimento all’aspetto caratterizzante i dintorni della città. L’economia
fiorì grazie allo sviluppo
dell’arte della seta che rese
famosa Catanzaro in tutta
Europa a partire già dal
Medioevo. I maestri setaioli
locali furono chiamati perfino in Francia, Piemonte e
Toscana per insegnare e
diffondere l’arte della tessitura, in virtù della quale la
città ricevette da Carlo V
numerosi privilegi.
Ribattezzata, grazie alla sua
fama, come città aristocratica e artigianale, divenne
ancora più importante
quando, nel 1528, Carlo V
la fregiò del titolo di “fedelissima” per aver resistito
all’assedio francese e la
autorizzò ad inserire nel
suo stemma l’aquila imperiale. L’originaria struttura
medievale della città purtroppo oggi è insidiata dal
cemento delle fredde
costruzioni moderne. In
più, frequenti terremoti
Aprile 2005
L
CALABRIA
Produttiva
hanno fatto sì che restassero scarse testimonianze del
passato. Sopravvivono le
intricate viuzze che sfociano in rampe, a raccordo dei
vari livelli del nucleo cittadino, e la chiesetta di
Sant’Omobono - che rappresenta il monumento più
antico della città (1100),
con, all’esterno, resti delle
archeggiature cieche di
ispirazione bizantina.
Sconsacrata dopo la
Seconda Guerra mondiale e
trasformata addirittura in
magazzino, è stata finalmente sottoposta ad accurati restauri e restituita al
35
Aprile 2005
SPECIALE CATANZARO
SPECIALE CATANZARO
Aprile 2005
I musei
Museo dell’Arte della Seta: custodisce antichi telai, sete e damaschi, attrezzature varie e documenti.
Museo delle Carrozze: conserva una cabriolet a capote mobile
costruita da Cesare Sala, carrozze delle famiglie De Paola e
Volpicelli, una carrozza di Clemente XIV, un carro da parata del
Seicento, la carrozza di fine ‘800 utilizzata nel film “Via col Vento”.
Presenti, inoltre, sellerie, accessori, attrezzi della civiltà contadina e
un pianoforte in radica d’ulivo di fine ‘800.
Museo Diocesano d’Arte Sacra: inaugurato nel 1997 nel Palazzo
arcivescovile accanto al Duomo, custodisce documenti medievali,
paramenti in seta catanzarese e arredi sacri in argento,
un’Incoronazione della Vergine di Biagio di Vico e un San Nicola
attribuito a Mattia Preti.
Museo Provinciale: ubicato a Villa Trieste, conserva reperti preistorici e sculture romane, reperti archeologici, dipinti, avori, maioliche,
documenti e cimeli di storia locale, armi, gioielli, pergamene del
‘400 e ‘500. Il nucleo più interessante è costituito dal prezioso
monetiere greco (3270 pezzi), romano (2562 pezzi) e bizantino.
Altre opere di notevole importanza sono quelle di Salvator Rosa,
Antonello de Saliba, Battistello Caracciolo e di numerosi pittori
calabresi dell’Ottocento, tra cui Andrea Cefaly.
Museo Risorgimentale: custodisce cimeli del Risorgimento italiano,
delle guerre d’Africa e di Spagna, documenti mazziniani, carte
cospirative.
Gipsoteca Francesco Jerace: ospitata nel palazzo della Provincia,
raccoglie 30 opere su gesso e alcune in marmo dell’omonimo scultore, donate da sua figlia.
culto nell’ottobre scorso.
Già dal 1870 l’impianto
urbanistico di Catanzaro
andò trasformandosi assumendo connotazioni decisamente più moderne: fu
realizzato corso Mazzini,
arteria principale che attraversa la città per tutta la
sua lunghezza; furono edificate notevoli costruzioni
tardo-ottocentesche, nacquero i nuclei urbani
Fondachello e Sala attorno
alla stazione ferroviaria, i
rioni residenziali Milano e
San Leonardo.
Da qui l’edilizia e tutto il
settore di produzione dei
36
materiali edili si sono affermati notevolmente, in
risposta alla necessità di
riordino della città, grazie
ai grandi investimenti in
opere pubbliche, strutture
viarie, riqualificazione
urbana. Nell’economia cittadina, comunque, ha ancora un certo peso l’agricoltura con la conseguente commercializzazione e trasformazione dei prodotti del
luogo: cereali, barbabietole
da zucchero, ortaggi, frutta,
olio, vino, oltre alle produzioni zootecniche e forestali. Nel settore dell’artigianato si producono ancora
VIVINO FRANCO
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Produttiva
CALABRIA
Produttiva
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tappeti, coperte, arazzi, terrecotte, cesti e mobili che è
possibile acquistare anche
durante le fiere cittadine:
quella di S. Vito che si tiene
dal 13 al 15 giugno, o quella di S. Lorenzo nel mese di
SPECIALE CATANZARO
SPECIALE CATANZARO
agosto. Una visita alla città
permette di apprezzarne il
patrimonio architettonico,
di grande valore artistico,
rintracciabile soprattutto
negli edifici sacri, custodi
di preziose testimonianze.
Sono da vedere i ruderi del
castello normanno; la chiesa dell’Immacolata, rifatta
nel 1765; la chiesa del
Monte dei Morti, con il portale tardo-barocco e la doppia scalinata; la quattrocentesca chiesa del Rosario,
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CALABRIA
Produttiva
CALABRIA
Produttiva
rinnovata sul finire del
1500, al cui interno si trovano importanti opere d’arte
del 1600 e 1700. La Torre di
guardia del 1500, in località
Aranceto, a pianta quadrata e a due livelli, è caratteristica per la scala con
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SPECIALE CATANZARO
SPECIALE CATANZARO
Aprile 2005
Catanzaro a tavola
La cucina catanzarese è particolarmente ricca dell’odore e del sapore del mare. Trionfa soprattutto il pesce spada che è una vera prelibatezza se cotto alla brace o preparato in involtini, con olive e capperi o con limone. La carne è principalmente di maiale. Una specialità che affonda le radici nella più antica tradizione gastronomica è il morseddru: la focaccia (pitta, nel dialetto locale) farcita con
un ricco sugo a base di interiora di ovino o suino, pomodoro e
abbondante peperoncino era anticamente la colazione di contadini e
pastori. Altri piatti tipici sono i maccheroni saltati, il tegame di patate al forno, la ciambrotta, pasta asciutta condita con uova fritte e
pecorino. Il formaggio sulla tavola catanzarese si usa prevalentemente grattugiato, a fine pasto o nell’insalata.
Tra gli ortaggi si fa largo uso di cipolle (crude, condite assieme a
tocchetti di formaggio, cotte in forno, conservate sott’olio o in agrodolce) e melanzane, preparate soprattutto “alla parmigiana”.
Numerose sono le varianti di pitta piene di aromi e spesso farcite o
da accompagnamento a pomodori, sarde, cipolle, ricotta, salsiccia,
caciocavallo. I dolci sono quelli comuni al resto della regione.
Particolare specialità sono le passulate, dolcetti aromatici con noci,
uvetta e miele.
Il morseddu
Ingredienti: 200 grammi di costolette, 200 di polmone, 200 di fegato, 200 di cuore, 200 di milza, 100 di carne magra, 500 di pomodori freschi, 50 di lardo, un bicchiere di vino rosso, olio, peperoncino,
origano e sale.
Preparazione: richiede una lunga cottura. Si tagliano a cubetti tutte
le carni e le frattaglie e si mettono in una teglia di terracotta con il
lardo a pezzetti. Si lascia rosolare il tutto con un po’ d’olio per qualche minuto, quindi si bagna con il vino; quando questo è evaporato,
si aggiungono i pomodori spezzettati, il peperoncino piccante e l’origano. Si sala, si copre e si cuoce a fuoco lento, mescolando spesso e unendo, se serve, un po’ di acqua calda salata. Il soffritto deve
risultare molto denso.
Passulate
Ingredienti: 500 grammi di uvetta, 250 grammi di mandorle, 250
grammi di gherigli di noce, chiodi di garofano e cannella in polvere, miele, farina, un limone e foglie di limone.
Preparazione: ammorbidite l’uvetta in acqua tiepida; scottate in
acqua bollente mandorle e noci, pelatele e fatele a pezzetti.
Mescolate tutto con la scorza del limone grattugiato, mezzo cucchiaino di chiodi di garofano e cannella, aggiungete miele caldo e
farina quanto basta a ottenere una pasta dura. Ricavate una sfoglia
piuttosto alta e tagliatela a quadrati o a rombi. Posate i dolcetti su
foglie di limone, disponeteli su una teglia oleata e cuocete in forno
caldo fino a quando saranno ben dorati.
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CALABRIA
Produttiva
struttura ad arco, che consentiva - mediante ponte
levatoio oggi scomparso l’accesso al primo piano; il
Duomo è stato ricostruito
negli anni ’60, dopo la
distruzione causata dal
bombardamento del 1943:
la precedente costruzione
neoclassica era stata realizzata nei primi dell’800, riedificando quella abbattuta
dal terremoto del 1783, sul
luogo dove, secondo la tradizione, sorgeva una chiesa
del XII secolo; all’interno,
sono custodite alcune opere
settecentesche, una
Madonna col Bambino in
CALABRIA
Produttiva
marmo del 1500 e il prezioso reliquiario contenente il
busto di san Vitaliano,
patrono della città. Il
Chiostro degli Osservanti
del 1400 è attuale sede
dell’Ospedale militare; il
Complesso monumentale
del San Giovanni, tra i poli
culturali più importanti
della città, è stato ricavato
nell’antico Convento dei
Teresiani, a sua volta edificato sui ruderi del castello
normanno; Palazzo De
Nobili è sede del Comune
dal 1863, a pochi passi dal
Teatro Politeama; l’originario palazzo patrizio d’inizio
di A. Magro
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Aprile 2005
’800 è stato ingrandito e
abbellito, gli elementi di
maggiore pregio sono la
Sala del Consiglio (con gli
affreschi di Tarcisio Bedini
rappresentanti momenti
centrali della storia cittadina), la Sala dei Concerti
(con stucchi e ritratti a olio
dei sindaci della città), la
Sala delle Commissioni
(con affreschi del maestro
Sandro Russo). Da vedere
ancora la statua del
42
SPECIALE CATANZARO
Cavatore, il giardino botanico “Comuni” Villa Trieste
con busti di personaggi
calabresi importanti.
Esaurito l’itinerario artistico in città, è interessante
cogliere le sfumature dei
caratteristici rioni del centro storico tra i quali
Pianicello occupa sicuramente un posto di primo
piano. Il cuore di questo
rione pulsa nel largo omonimo da dove si dirama
una fitta rete di vicoli che
portano alla chiesa di S.
Maria di Mezzogiorno, in
via Carlo V, al largo De
Iesse e alla chiesa di S.
Maria della Stella.
Il tessuto urbano è di carattere medioevale, anche se
infittito dalle nuove costru-
zioni, mentre resta immutato il rapporto tra la gente
del posto, tenacemente
legata al passato e alla sua
identità di quartiere: le partite a carte in piazza, l’albero di Natale sotto casa, i
panni stesi ad asciugare
per strada, le feste di paese.
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
SPECIALE SANTA MARIA DEL CEDRO
La capitale del
CALABRIA
Produttiva
asta pronunciare il
nome del luogo per
sentire aleggiare,
magari solo con l’olfatto
della memoria, il fresco
profumo dell’agrume
sacro: Santa Maria del
Cedro. E a chi non abbia
mai provato le emozioni
visive ed olfattive di una
cedriera in fiore o carica di
frutti, è d’obbligo il consiglio di visitare al più presto
sia un campo di cedri, sia il
paese, conosciuto ovunque
per questa coltivazione.
E’ veritiero, infatti, indicare
la cittadina del Tirreno
cosentino come capitale del
cedro nel mondo, poiché
da lungo tempo, nel mese
di agosto e settembre, i rabbini di tutte le comunità
ebraiche sparse nei vari
continenti, raggiungono
Santa Maria per scegliere e
raccogliere personalmente i
frutti kosher, sacri, per celebrare il Sukkòth, la Festa
delle Capanne. Il particolare microclima che si crea
nei terreni pianeggianti
contigui alla costa - difeso
dagli alti rilievi del Cozzo
del Pellegrino e della Mula
– a detta degli esperti è
ideale per la coltivazione
del prezioso e pregiato
Citrus Medica, nella varietà
Liscio Diamante. L’agrume,
però, non è utilizzato solo
come frutto rituale ma alimenta l’attività di tante
piccole e medie aziende di
trasformazione. Bucce candite, trasformate in raffinati
bonbons, macerate per produrre gradevolissimi liquori e sciroppi sono altrettante golosità che è possibile
trovare a Santa Maria. Il
cedro è il protagonista indiscusso, nel panorama delle
attrattive locali, ma la cittadina non manca di altre
bellezze, naturalistiche ed
architettoniche, e di una
B
di Adele Filice
cedro e non solo
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Aprile 2005
SPECIALE SANTA MARIA DEL CEDRO
CALABRIA
Produttiva
PH. MARCELLO OLIANI
sua storia. Nata come
borgo per volere della famiglia Brancati, quindi frazione, prima di Verbicaro e poi
di Grisolia, Santa Maria
ebbe come nome originario
Cipollina, da Cis-polis, al di
qua della città, in riferimento all’antico insediamento
di Laos; nell’immaginario
collettivo popolare, però, il
toponimo era ben poco
nobile e colto, evocando
solo l’umile ortaggio dal
sapore deciso e pungente.
E’ questa la simpatica nota
del compianto don
Francesco Gatto, scritta
nella breve ed intensa storia, personale e locale, di
Vita di un parroco nella
storia di un popolo.
Emerito sacerdote e pastore
autentico della comunità,
fautore e promotore della
trasformazione di
Cipollina, da frazione a
comune autonomo – avvenuta nel 1948 – don Gatto
si è adoperato anche per il
cambio del nome, da
Cipollina a Santa Maria, nel
1955, a cui si è aggiunta,
quattro anni dopo, la specifica “del cedro”, col preciso
intento di far conoscere il
paese per la sua produzione più caratteristica. Don
Gatto, inoltre, è stato promotore della costituzione di
un consorzio di produttori
cedricoli e presidente della
cooperativa Tuvcat, (Tutti
Uniti Valorizzazione del
Cedro Alto Tirreno
Cosentino) la quale, nel
1978, a Londra, è stata premiata con l’Aquilone d’oro,
un riconoscimento internazionale per l’import-export.
Ai nostri giorni, l’impegno
di alcune istituzioni locali,
che svolgono azioni di
livello nazionale ed internazionale come il
Consorzio di Tutela e
Valorizzazione del Cedro,
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SPECIALE SANTA MARIA DEL CEDRO
Aprile 2005
SPECIALE SANTA MARIA DEL CEDRO
costruzione della statale 18.
Sulla collina di San Bartolo,
gli scavi hanno riportato
alla luce una cinta muraria
di tre chilometri che circondava un’area di sessanta
ettari; un’altra Pompei,
dunque. Sono state rinvenute tracce di fornaci, un
tratto della plateia, una
casa con la rampa di scale
lastricata. Alcuni corredi
quali elmo, corazza, schinieri e speroni in bronzo,
un diadema aureo ed una
serie di vasi sono conservati presso il Museo
Nazionale di Reggio
Calabria. Data all’anno
scorso, invece, l’inaugurazione dell’Antiquarium di
Laos - la casa rurale ristrutturata che insiste nel perimetro dell’area archeologica di Marcellina – dove trovano posto vari reperti e
numerosi pannelli illustrativi della storia degli scavi
di Laos. Tra gli intenti dell’amministrazione comuna-
le ed in particolare del sindaco, Francesco Maria
Fazio, che è stato determinato fautore dell’iniziativa,
vi è quello di progettare
una rete dei parchi archeologici calabresi che coinvolga tutti i comuni della
regione dove sono presenti
dei beni archeologici.
Dall’archeologia alla storia,
il passo è breve, nel territorio di Santa Maria. Poco
distante da Marcellina, a
mezza costa tra il mare e la
montagna, il castello di
Abatemarco e la vicina
chiesetta di San Michele, di
probabili origini basiliane,
svettano ieratiche nella loro
essenzialità, dominando la
cedriera più estesa dell’agro santamariese e l’orizzonte. Lo spettacolo notturno dei ruderi illuminati è di
quelli che possono lasciare
senza parole, soprattutto
quando le innumerevoli
pietre delle architetture
brillano dell’argenteo pallo-
PH. PIESSE
l’Accademia Internazionale
del Cedro, e la presenza
istituzionale del Comune a
varie fiere di settore stanno
dando una nuova spinta
propulsiva alla coltivazione
cedricola, che rimane una
delle realtà più importanti
del tessuto economico locale e regionale. Recenti
studi, inoltre, hanno messo
in luce ulteriori proprietà
del cedro; nella sua buccia
sono presenti alcune
sostanze dalle notevoli
capacità antiossidanti, le
quali agiscono contro i
radicali liberi, e sono in
46
grado di prevenire le patologie tumorali del colon,
quelle cardiovascolari e l’obesità. Santa Maria del
Cedro, dunque, anche capitale di una lunga giovinezza? Ulteriori conferme si
attendono dalla ricerca
scientifica, ma intanto una
passeggiata a metà tra la
splendida Riviera dei Cedri
e la catena costiera appenninica non potrà essere
altro che salutare… Santa
Maria, però, non è solo
cedro. Agli amanti della
storia e dell’archeologia,
essa offre il racconto, mate-
rialmente visibile, delle sue
radici che affondano nella
fiorente Laos, cittadina
autoctona dell’Enotria,
secondo alcuni; colonia di
Sibari, secondo altri, dopo
la battaglia tra la città
dell’Alto Ionio e Crotone
quando iniziò a battere
moneta (500 a.C.) con l’effigie del Toro Androposopo,
letteralmente dalla faccia
umana. Nel 389 a.C. i Greci
di Turi, stando al racconto
di Diodoro Siculo, nell’intento di punire i Lucani per
le continue scorrerie nei
loro territori, assediarono
PH. PIESSE
Laos, che si trovava proprio
al confine, e qui ebbe luogo
una sanguinosa battaglia
che terminò con la strage
dei Greci. La colonia sibarita di Laos, in seguito, iniziò
a trasformarsi ed il primo
cambiamento si ebbe intorno al 330 a.C. quando
cominciò a prendere corpo
la costruzione di
Marcellina, attuale frazione
di Santa Maria del Cedro.
Le tracce di quest’antico
racconto sono emerse,
casualmente, nei primi
decenni del Novecento,
quando ha avuto inizio la
CALABRIA
Produttiva
CALABRIA
Produttiva
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Aprile 2005
SPECIALE SANTA MARIA DEL CEDRO
Cinquecento - utilizzata
originariamente come opificio per lavorare la canna da
zucchero, in quel tempo
coltura fiorente e diffusa, e
poi con funzioni di prigione. I vasti saloni ed i tre
piani della costruzione si
prestano ottimamente a
diverse destinazioni d’uso,
dallo spazio convegnistico
a quello museale, anche
perché altri tesori, oltre il
cedro e la sua storia - che si
lega indissolubilmente a
Santa Maria - meritano di
essere conservati a futura
memoria, e non solo della
comunità locale. La paziente opera di riscoperta delle
radici - direzione nella
quale sta decisamente puntando l’attuale amministrazione comunale - ha portato inevitabilmente sul terreno delle tradizioni; è per
questo motivo che si è pensato di riportare alla luce la
preziosa fatica degli artigiani locali, in particolare
quelli del settore orafo e
sartoriale. Le maestranze
locali, meglio le maestre
locali, discepole di quelle
abilissime sarte che un
tempo confezionavano,
oltre all’abbigliamento quotidiano, anche i corredi, gli
abiti da cerimonia ed i
vestiti da sposa, sotto la
PH. MARCELLO OLIANI
re della luna piena. Tra le
pietre della rocca s’intrecciano le trame di buona
parte della storia del paese;
conquistata dai Normanni
intorno al 1060, essa fu soggetta al possesso delle varie
signorie succedutesi nel
corso del tempo: Loria,
48
Pignatelli, Carafa,
Brancaccio, Bruges, Greco
ed infine i Brancati che
regnarono fino all’eversione della feudalità. Nei dintorni dell’abitato, torri,
casali ed antichi opifici proseguono il racconto della
storia del paese. La torre di
Sant’Andrea, meglio conservata rispetto alle altre e
vicina all’abitato di Santa
Maria, è una costruzione di
avvistamento che insieme
alle torri Longa e Nucito
costituiva l’insieme dei presidi di prima difesa del territorio. Dell’antica chiesetta
PH.
di Sant’Andrea, invece, non
restano che pochi ruderi
mentre un lungo ed efficace
intervento di restauro ha
restituito all’antica ed
imponente bellezza il
Carcere dell’Impresa, una
complessa struttura architettonica risalente al
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
SPECIALE SANTA MARIA DEL CEDRO
CALABRIA
Produttiva
guida della stilista Tea
Pagliari, già l’anno scorso –
in occasione di una manifestazione organizzata da
Donna Mediterranea, benemerita associazione che
opera sul territorio, avevano dato fondo a tutta la
loro abilità per la creazione
di splendidi modelli, che
sono stati poi protagonisti
di una straordinaria serata
di moda, svoltasi nel centro
storico. L’evento quest’anno si ripete, ed in maniera
amplificata poiché la sfilata
degli abiti da sposa è una
delle tante manifestazioni
che costituiscono il prezioso
contorno per uno storico
appuntamento sportivo, il
Giro d’Italia che, lunedì 9
maggio, effettua la seconda
tappa d’arrivo proprio a
Santa Maria del Cedro. Per
l’occasione, si è pensato di
coinvolgere, insieme alle
maestranze locali, un grande maestro, anzi uno tra i
più estrosi e felici messaggeri dell’arte orafa italiana,
Gerardo Sacco, il quale di
concerto con gli altri artigiani, ha lavorato per la
creazione di un gioiello
ispirato al cedro, da consegnare al vincitore della
tappa. Ribalta internazionale, dunque, per la piccola e
laboriosa comunità di Santa
Maria che, con tutte le sue
bellezze e le sue caratteristiche, merita di essere conosciuta ovunque; anche perché, l’esclusivo legame
stretto col mondo ebraico,
le fa praticare sul campo e
già da tempo immemorabile, quella che, con un’ePH. MARCELLO OLIANI
spressione oggi di moda, si
definisce cultura della tolleranza e dell’integrazione. E
che, verosimilmente, gli
antichi parrocchiani di don
Francesco Gatto avrebbero
catalogato, con semplicità e
chiarezza, come rispetto e
amore verso il prossimo.
PH. MARCELLO OLIANI
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Tavola di Pasqua,
P
tavola di primavera
Aprile 2005
IL BUON MANGIARE
di Adele Filice
in collaborazione con
Mariella Politano
ph. piesse
asqua, festa per eccellenza del mondo cristiano. Festa di innumerevoli passaggi religiosi,
naturali, reali e simbolici.
Non solo corso naturale del
Tempo che sancisce l’avvicendarsi delle stagioni; non
solo reminescenza biblica
evocante la partenza degli
Ebrei dall’Egitto o tradizione
cristiana che celebra la
morte umana del Figlio di
Dio e la resurrezione celeste,
ma tutto questo e qualcosa
di più. Religioni pagane e
semitiche, Ebraismo,
Cristianesimo, Mazdaismo
concentrano la celebrazione
nel periodo in cui il solstizio invernale cede
Le tradizioni alimentari del periodo pasquale in Calabria.
Usi, costumi ed influssi culturali di un periodo che, in
- tutte le tradi
zioni,
sinonimo di rinascita
50
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
IL BUON MANGIARE
CALABRIA
Produttiva
il passo all’equinozio primaverile e, dunque, simbolicamente dalla “morte” dell’inverno, stasi naturale per
tutti gli esseri viventi, si
passa al fermento rivitalizzante della primavera.
Ripescando nella mitologia
e nel paganesimo, tanti sono
gli elementi in comune con
la religione cristiana, in
forza di quel processo d’inglobamento che la Chiesa
permise ed attuò pur di
diffondere il Verbo e lasciando così innestare tradizioni
di varia provenienza sulla
reli-
gione cristiana. Ad esempio,
quelli che la tradizione
popolare calabrese definisce
sepolcri - per estensione
semantica con il luogo in cui
vengono posti e che sono
teneri e bianchi germogli di
grano, lino, ceci, lenticchie,
fatti germinare al buio ed
abbelliti con fiori – e che
ornano le chiese durante la
Settimana Santa e fino al
Venerdì, sono diretti discendenti dei giardini di Adone,
i vasi ed i cesti in cui anticamente si mettevano a germogliare dei
semi per celebrare il mito
del bimbo nascosto da
Afrodite e disputato con
Persefone. Non a caso, come
fa notare lo studioso Alfredo
Cattabiani, nel suo
Calendario, Pasqua ebraica e
Pasqua cristiana ricorrono
tra marzo ed aprile, mesi
contrassegnati astrologicamente dalla presenza
dell’Ariete, il quale, nelle
due religioni, è l’animale
sacrificale per eccellenza,
dall’altissimo valore simbolico – basti pensare all’Agnus
Dei cristiano – ma affonda le
sue origini nel mito del Vello
d’oro dell’ariete poi conquistato da Giasone nell’impresa con gli Argonauti. Dalla
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Aprile 2005
IL BUON MANGIARE
Aprile 2005
IL BUON MANGIARE
Ricette
Cuculi
Ingredienti: 4 uova, 250 grammi di latte, 250 grammi di zucchero,
2 bicchierini di liquore giallo, preferibilmente Strega, buccia di
limone grattugiata, una tazzina d’olio, 2 bustine di lievito, farina
quanta ne richiede l’impasto, uova sode e tuorlo sbattuto per la
decorazione.
Preparazione: nella fontana di farina si mescolano le uova, a cui in
precedenza sarà stato aggiunto lo zucchero, il liquore, il limone,
l’olio ed il lievito. Si amalgama la pasta e s’impasta per qualche
minuto, fino a renderla liscia, quindi si tagliano dei tocchi che
andranno stesi a bastone. A metà del bastone di pasta si mette l’uovo sodo ed attorno ad esso si avvolge la pasta. Un altro filo di
pasta si pone intorno all’uovo per decorarlo. Prima di metterlo in
forno, il cuculo va spennellato con il tuorlo d’uovo sbattuto, che
gli conferirà una bella colorazione biondo-scuro, e a piacere, spolverato con zucchero per evidenziare la grana della pasta.
cultura ideale a quella
materiale, il passo è breve.
Anche la tavola, la preparazione rituale di piatti dolci e
salati celebrano la festa.. Ed
anche in questo caso, è possibile riscontrare commistioni e contiguità culturali davvero singolari.
Uno sguardo al passato;
cibi prescritti, cibi vietati
Nella migliore tradizione
calabrese, il piatto per eccel-
Santo. Rigorosamente vietato era il consumo di carne,
di qualunque specie; di conlenza della tavola pasquale è dall’Egitto, ed il
dimento animale, come la
stato, e continua ad essere,
Cristo stesso è appellato
sugna; di uova e, in qualche
l’agnello. Anche qui,
come Agnello di Dio. Ma se
caso di formaggi, vista la
Cristianesimo ed Ebraismo
è interessante sapere quali
loro provenienza “carnale”.
trovano un punto di contaterano i cibi rituali da consuAl Venerdì Santo, il rigore
della tradizione vietava perto, e non solo a livello cultumare, è anche interessante
sino il consumo dell’aceto,
rale; l’agnello è animale
sapere quali fossero i cibi
probabilmente a ricordo delsacrificale, il suo sangue
vietati durante il periodo
l’empio gesto del soldato
salvò i maschi della casa di
quaresimale, che portava
romano che offrì la spugna
Israele prima della fuga
alla Pasqua, ed il Venerdì
imbevuta d’aceto al Cristo
crocifisso che aveva chiesto
dell’acqua. Un detto popolare benediceva le donne che
il Venerdì Santo impastavaproduzione artigianale
salumi tipici calabresi - fatti come una volta
no e cuocevano il pane:
soppressata nelle versioni bianca con pepe
e
benedetta
chira pasta, chi de
vennari s’impasta, forse per
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Cristo che proprio in quel
SALUMIFI Il sapore di
CATAL
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CALABRIA
Produttiva
giorno era immolato. La sera
della vigilia pasquale, in
molte campagne del
Cosentino, il pasto rituale
era l’uovo con i broccoli di
rapa e la frittata con uova
crude ed uova sode, chiamata pappiciogna. Anche l’uovo è elemento ed alimento
topico, la cui presenza si
riscontra nella religione cristiana ed in quella ortodossa; nella tradizione popolare
calabrese ed in quella
arbërëshe e grecanica.
vo principe degli impasti
dolci e salati. Da sempre,
l’uovo esercita un fascino
particolare, un potere misterioso per la sua capacità di
essere “germe protetto”
“casa” “sepolcro” “camera
nuziale” - come lo descrive
Gilbert Durand, in Le strut-
ture antropologiche dell’immaginario e, dunque, per
estensione, luogo eletto,
guscio per eccellenza in
grado di contenere la Vita
universale.
In esso è racchiuso il mistero della generazione e, sin
dai tempi più remoti e dalle
culture più antiche, come
afferma, ancora Durand “è
legato ai rituali temporali
della primavera: donde le
uova di argilla ritrovate
nelle tombe preistoriche
russe e svedesi, donde il
rituale di Osiride del modellamento di un uovo di terra,
di farina e di aromi…Nelle
feste cristiane della
Resurrezione, abbiamo conservato questo simbolismo
grazie all’uovo di Pasqua”.
Ma l’uovo di Pasqua, usato
ed abusato nella cultura
consumistica dei tempi
moderni, non è solo il tondo
involucro di cioccolato con o
senza sorpresa della pubblicità televisiva.
Non è solo il preziosissimo
guscio che il genio di
Fabergé elaborò in pregiatissimi metalli e pietre preziose, per la gioia degli aristocratici dell’Ottocento o il
dono beneaugurante e non
deperibile, di fine porcellana
o d’argento dei nostri giorni.
In varie forme e con varie
modalità, impastato nei
dolci o nel pane, colorato e
decorato come elemento di
addobbo della tavola, l’uovo
è presente, in Calabria, ed in
tutte le culture della gente
che vi vive, da secoli, come
nel caso degli arbërëshe; da
millenni, per quanto riguarda gli ellenofoni.
La simbologia dell’uovo…
In tutte queste culture, ma
non solo, l’uovo è alimento
rituale ed elemento decorati-
CALABRIA
Produttiva
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Aprile 2005
IL BUON MANGIARE
Pesche (1 dose, con cui si confezionano circa 25 dolcetti)
Ricette
Ingredienti: 2 uova, 400 grammi di farina, 100 grammi di latte,
100 grammi di strutto, 125 grammi di zucchero, buccia di limone
grattugiato, 1 bustina di lievito. Per il confezionamento: gusci di
noce, spaccati a metà, strutto per ungere. Per il ripieno: crema
pasticcera. Per la decorazione: liquore alkermes e zucchero.
Si mescolano le uova sbattute con lo zucchero e via via si aggiungono gli altri ingredienti. In ultimo, si amalgama la farina. Intanto,
si ungono i gusci di noce con lo strutto, per evitare che la pasta vi
si attacchi, e su di questi si schiaccerà una pallina di pasta, della
grandezza di una grossa noce, per dare la concavità. Le formelle si
passano, ad una ad una, nell’alkermes per dare il colorito rosato
del frutto, il vuoto si riempie di crema pasticcera, e si uniscono
due metà per dare la forma della pesca; le due metà unite si passano nello zucchero a grana grossa e, a piacere, si possono decorare
con foglioline verdi di zucchero o pasta reale.
… e la sua presenza nelle
tradizioni calabresi
In alcune comunità che
hanno risentito dell’influsso
54
ortodosso, come ad esempio
Gerace, fino a qualche
tempo fa, la notte del Sabato
Santo, durante la Messa di
Resurrezione, ogni fedele
portava un uovo sodo in
Chiesa che veniva consumato durante la celebrazione.
Nell’area della Grecìa calabrese, durante il periodo
pasquale, si preparano le
ngute o aggute, dolci tipici
che, con qualche variante,
ricalcano i dolci tradizionali
della regione. L’impasto a
base di uova, zucchero e
farina viene foggiato con
forme particolari - il modello ricorrente è la croce
bizantina, a braccia uguali –
e nell’impasto o su di esso
sono poste delle uova, sempre in numero dispari. Una
tradizione davvero singolare, come ricorda Grazia
Furferi, esperta di cultura e
gastronomia calabrese, è la
“pupa ‘e Pasca” la bambola
di Pasqua, preparata con i
rimasugli delle ngute e fog-
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IL BUON MANGIARE
giata a forma di donna, il
cui ventre gravido è rappresentato dall’uovo; la donna
incinta è un riferimento
quanto mai chiaro alla
fecondità del periodo primaverile e in qualità di simbolo
beneaugurante,non viene
consumato ma tenuto esposto, in bella mostra, per tutto
il periodo pasquale. Per i
ragazzi, si confezionano
anche i “pappagalli”, dolci a
forma di uccelli, messi sulla
tavola pasquale ad indicare
il posto del capofamiglia e
del primo figlio maschio.
Anche nei paesi arbërëshe,
l’uovo è stato, e continua ad
essere anche se in misura
minore, presente come vario
protagonista, durante la settimana di Pasqua. In molti
paesi albanofoni, specie in
passato, durante la
Settimana Santa si svolgeva
CALABRIA
Produttiva
una vera e propria questua
delle uova. Un gruppetto di
giovani recanti un capace
canestro, si recava di casa in
casa, cantando una canzone
sacra che raccontava il miracolo della resurrezione di
Lazzaro. Nel canto, oltre alla
richiesta del dono, era
espressa tutta una serie di
auguri e benedizioni per
tutti coloro che avevano
fatto dono di uova. Nei
paesi d’origine albanese del
Pollino, all’avvicinarsi della
Settimana Santa, veniva preparato il kulaç, una specie di
pane, intrecciato a corona,
sormontato da uno o più
uova. Il kulaç è omonimo
CALABRIA
Produttiva
della cuzzupa o cullura
cosentina e catanzarese, confezionata in passato, per la
maggior parte con pasta di
pane, meno frequentemente
con un impasto dolce e
decorata con un numero di
uova generalmente pari a
quello dei familiari ed un
rametto di olivo o di alloro
benedetti durante la domenica delle Palme Nel pittoresco paesino di Civita, nel
periodo pasquale, era consuetudine regalare alla
fidanzata una bambola di
pasta, nusëzën, formata da
due tranci ripiegati in modo
da formare sei anelli incatenati tra loro e disposti ad
ovale. L'interno di ogni anello conteneva un uovo ed era
rifinito con un bastoncino di
pasta attorcigliato. Il dono
era ricambiato con un altro
dolce caratteristico çiçi, formato anch’esso da un bastone di pasta piegato in due
ed intrecciato alle estremità
per disegnare la forma dei
55
Aprile 2005
piedi. Anche i bambini avevano le loro “dolci” attenzioni; appositamente per
loro si preparava un panierino, shportëza, formato da
un bastone di pasta recante
un uovo al centro. A San
Giorgio Albanese, era tradizione preparare dolci a
forma di bambola nusen,
decorati con uova e nastrini
decorati, dolci a foggia di
paniere e gallina, panariqa e
pula, sempre guarnite allo
stesso modo. Tutti i pupazzetti, sia di foggia umana sia
di forma animale, erano
ricoperti di rosso d'uovo
che, durante la cottura al
forno, conferiva all’impasto
un colorito brillante.
A Caraffa, tutte le famiglie
preparavano la kucupa, la
ciambella con le uova incastrate. A San Benedetto
Ullano, si usava preparare,
per offrirli in dono alle bambine, i panarelet, piccoli
56
IL BUON MANGIARE
panieri di pasta con un uovo
al centro; per i maschietti si
confezionavano i kukulliqi,
due bastoncini di pasta
intrecciati sotto una testa
dove si poneva l'uovo.
Di altro un po’…
Sul versante della cucina di
Pasqua, sono stati già ricordati l’uovo fritto con i broccoli di rapa e la frittata con
uova crude e sode. Uno
sguardo panoramico nella
cucina regionale offre qualche altro spunto.
Nell’area grecanica, fino a
poco tempo fa, era consuetudine pasquale regalare
una primizia, la tuma, specie di formaggio fresco non
salato, fatto di latte ovino e
caprino, che veniva modellato dentro particolari formelle - di legno di gelso
sapientemente intagliato –
dette musulupare, da cui il
nome del formaggio cono-
sciuto come musulupu.
La tuma era ingrediente
principale anche di alcuni
dolcetti, i jialuni, come ricorda ancora Grazia Furferi,
confezionati a forma di tartaruga e riempiti del delicato formaggio. Su alcune
tavole, il giorno di Pasqua,
oltre al rituale agnello, compariva un altrettanto rituale
e sostanziosissimo piatto, lo
spezzatino, composto dalle
interiora e dalle frattaglie
dell’animale - mazzacorde,
cioè la trippa avvolta con
pezzi di intestino, cuore,
fegato, polmone - soffritte
con l’adacciatina, un tritato
di pancetta, aglio ed origano e cotte in abbondate
sugo di pomodoro.
Lo spezzatino si faceva
consumare lentamente al
forno, fino a quando non
aveva raggiunto una preziosa colorazione rosso
scuro; allora il sugo era
pronto a ricevere grandi
tocchi di pane, da intingere
e gustare con la carne. Un
altro momento rituale,
molto atteso soprattutto dai
ragazzi, era il giorno di
Pasquetta quando nonne,
zie e mamme si adoperavano a preparare una grande
cesta da portare nei prati
per una gustosa merenda
sull’erba. Lo spuntino, ma
sarebbe corretto definirlo
un vero e proprio pasto, era
composto dalle cullure
salate, uova sode, salsiccia
e soppressata affettate,
cuculi dolci e cioccolata.
Oggi, i gusti e le tradizioni
vanno lentamente modificandosi; ricette nuove si
aggiungono a quelle antiche ma, fortunatamente,
resiste ancora quell’atmosfera serena, gaia che il sole
caldo ed il cielo brillante
della Pasqua-Primavera
portano con se.
CALABRIA
Produttiva
Le Turde
LE RICETTE DI
Nonna Elisa
Aprile 2005
Ingredienti:
Pasta di Pane
Per il ripieno:
Ricotta
Formaggio grattuggiato
Uova
Pepe nero macinato
Prezzemolo
Salsiccia stagionata
Un po di strutto
Procedimento:
sbattete le uova, aggiungete la ricotta ed il formaggio (create -un impasto piut
tosto morbido), aggiungete il salame tagliato a fettine, il prezzemolo,
lo strut
to ed il pepe.Stendete la pasta di pane alta 1 cm e di forma circolare.
Al centro riponete l?impasto e chiudete come un raviolo.
Infornare a 200¡ per circa mezz?ora e comunque levare quando la turde si
rosolata.
Inviateci le vostre ricette, corredate da quattro foto della preparazione,
e le
blicheremo
CALABRIA
Produttiva
57
Aprile 2005
STORIA & STORIE
I seguaci
di Fiorella Lorenzi
ph. piesse
di Pietro Valdo
C
hilometri di pellicole
e milioni di parole
ricordano i genocidi
nella storia dell’umanità.
Tra questi, sono da annoverare anche i misfatti causati
dall’Inquisizione, spesso
sottesi ai giochi di potere
delle signorie locali, come
nel caso dei Valdesi, il cui
eccidio - anche se ricordato
con minore frequenza,
rispetto ad altri - fece scrivere uno dei capitoli più atroci
della storia del XVI secolo.
Per conoscere le bieche
ragioni dello sterminio,
occorre andare alle origini
del Movimento Valdese e
procedere nel corso degli
eventi, a seguito dell’insediamento delle colonie val-
Rifugiati in Calabria per vivere e lavorare in pace, i Valdesi furono
perseguitati e trucidati in massa. Oggi costituiscono la minoranza
etnolinguistica occitana e vivono a Guardia Piemontese e a San
Vincenzo La Costa, in provincia di Cosenza
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CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
STORIA & STORIE
CALABRIA
Produttiva
desi nel Meridione d’Italia.
Tutto ebbe inizio intorno al
1170, quando un ricco mercante di Lione, Pietro Valdo,
in seguito ad una forte
esperienza spirituale, decise
di spogliarsi dei suoi beni
per predicare il Vangelo. Sul
suo esempio nacquero i
Poveri di Lione i quali
rivendicavano il diritto alla
libera predicazione nelle
piazze. Tale diritto, però,
era in contrasto con le leggi
ecclesiastiche del tempo, le
quali stabilivano che solo il
clero era autorizzato ad
annunciare la parola di Dio.
I seguaci di Valdo furono
espulsi da Lione, e costretti
a spostarsi nel sud della
Francia e nel nord Italia. Da
qui, il loro credo si diffuse
rapidamente, tanto da
destare le preoccupazioni
della Chiesa che, nel
Concilio di Verona del 1180,
li scomunicò e li bollò di
eresia. Molti Valdesi si trasferirono nelle Valli del
Piemonte provocando, però,
con gli anni un aumento
della popolazione tanto
forte da far decidere numerosi membri, verso la metà
del ‘300, ad intraprendere
un viaggio verso le terre del
Meridione. L’invito a spostarsi in Calabria fu rivolto
loro da un signore calabrese
il quale, avendoli incontrati
per caso nelle Valli, e venuto a conoscenza delle loro
condizioni, aveva loro offer-
to delle terre con l’obbligo
di pagarne l’affitto. Le
comunità valdesi inviarono
una delegazione, la quale, al
ritorno, riferì dell’estensione
e della fertilità dei terreni da
colonizzare. Molti giovani
decisero allora di partire,
dopo essersi sposati e raccomandati a Dio. Una località
vicina a Montalto Uffugo, in
provincia di Cosenza, dove
fu edificato un borgo chiamato d’Oltremontani, fu la
prima colonia, della quale si
hanno notizie dal 1386; probabilmente era la frazione
di San Sisto, l’attuale San
Sisto dei Valdesi che ora fa
parte del comune di San
Vincenzo La Costa In seguito, i Valdesi diedero vita ad
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Aprile 2005
STORIA & STORIE
re sospettati di eresia. In
particolare, la predicazione
del Pascale destò la preoccupazione dell’Abate
Anania, cappellano della
famiglia Spinelli. Feudatari
e clero furono ben presto
autorizzati, su loro richiesta, a procedere contro i
Valdesi, dando inizio ad
una serie di azioni che
avrebbero insanguinato
quei luoghi. Una delegazione di Valdesi si recò da don
Salvatore Spinelli; tra gli
altri, due predicatori,
Marco Usceglio e il Pascale,
furono tratti in arresto
dopo l’incontro, mentre il
resto del gruppo fu rilasciato. Dopo un primo tentativo di “conversione”, i due
furono rinchiusi nelle carce-
altre comunità, essendo
aumentata la popolazione
anche per l’arrivo di altri
membri dalle Valli. Il feudatario Salvatore Spinelli concesse loro di spostarsi anche
nelle sue terre di Guardia,
l’odierna Guardia
Piemontese. Ai Valdesi furono concessi grandi benefici,
affinché le terre che abitavano fossero coltivate e fiorissero i commerci e gli scambi. In quelle colonie, le
comunità occitane si dedicarono all’agricoltura, alla
pastorizia, alla lavorazione
della lana, delle pelli, all’allevamento dei bachi da seta.
La tradizione religiosa val60
dese del commento biblico
in ogni casa, a volte coadiuvato dai barba, i ministri di
culto, non impediva di partecipare ai riti delle chiese
locali. Fino alla metà del
1500, stando alle fonti storiche ufficiali, non si hanno
notizie di persecuzioni contro i Valdesi meridionali
anche se l’Inquisizione si
accaniva già contro i Catari
e i Fraticelli. Nel 1555,
prendendo forza dall’evangelizzazione del pensiero
protestante, i Valdesi del
Piemonte iniziarono a
costruire i loro templi e a
palesare pubblicamente la
libertà di coscienza e di
culto, dichiarando di fatto
la separazione dalla Chiesa
cattolica. Nel 1556, anche i
Valdesi della Calabria chiesero di aderire alla
Riforma, pur essendo stati
sollecitati dai barba a spostarsi in luoghi più sicuri,
in vista dell’importante
decisione. I Valdesi di
Calabria insistettero, tanto
che Calvino in persona
s’interessò della loro condizione. Fu così che, nel 1559,
il barba Gian Luigi Pascale
di Cuneo, con l’aiuto del
barba locale Stefano
Negrin, iniziò una fervida
opera di evangelizzazione
nel territorio cosentino.
Dapprima i signori locali
non dimostrarono alcuna
ostilità verso i coloni; essi,
con le attività ed il lavoro
costituivano un’autentica
ricchezza per il territorio; e
poi, fino a quel momento,
la laboriosità e la mitezza
dei coloni avevano assicurato condizioni di vita tranquilla per autoctoni e forestieri; ma le cose cambiarono decisamente nel
momento in cui sui Valdesi
si pose l’attenzione del
clero locale, che sollecitò
l’intervento dei grandi feudatari di Montalto e
Fuscaldo, i quali cominciarono a temere di poter esse-
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
STORIA & STORIE
CALABRIA
Produttiva
ri di Fuscaldo e, nel febbraio 1560, trasferiti nel
carcere della Curia di
Cosenza. Di Marco
Usceglio non si conosce il
destino; Gian Luigi Pascale,
invece, fu dapprima trasferito nelle carceri di Napoli
e Roma, poi, il 16 settembre
1560, arso vivo dinanzi a
Castel Sant’Angelo e le sue
ceneri gettate nel Tevere.
Grazie al suo arresto,
Salvatore Spinelli ottenne il
titolo di marchese. Dopo la
morte del Pascale, la situazione cominciò a precipitare per i Valdesi della
Calabria. A Cosenza, arrivò
l’inquisitore dei
Domenicani Valerio
Malvicino che, insieme
all’altro inquisitore Alfonso
Urbino, condusse un’inchiesta sul luogo. Essi
giunsero alla conclusione
che tutti i Valdesi erano
eretici, quindi imposero
loro la scelta tra l’abiura e
la morte. All’abiura si
aggiunse un sistema di
imposizioni: era vietato
parlare in occitano e contrarre matrimonio tra valdesi; era fatto obbligo di
andare a messa tutti i giorni e indossare l’abitello
degli eretici, un costume
giallo con una croce rossa
al centro. I Valdesi reagirono con la fuga nei boschi,
ma ciò diede il pretesto a
Don Parafan de Ribera,
Duca d’Alcalà e vicerè di
Napoli, di organizzare, nel
giugno 1561, una caccia
spietata. Fu organizzato un
sanguinario esercito, formato da delinquenti liberati
appositamente dalle carceri, con la promessa della
libertà e di ricchezze in
cambio delle più feroci crudeltà messe in atto contro i
Valdesi. Antonio Piromalli
così descrive il massacro:
“Si iniziò a S. Sisto la caccia
all’Uomo, l’incendio delle
case, coloro che riuscirono
a scampare si rifugiarono a
Guardia, paese fortificato in
cui Scipione Spinelli, signore del luogo, fece entrare a
fine di tradimento le milizie regie e i banditi. I prigionieri vennero portati a
Montalto e condannati a
morte il 5 giugno 1561. La
strage fu terrificante, molti
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Aprile 2005
vennero gettati giù da alte
torri, altri ebbero il capo
pestato con pali di ferro.
Un testimone racconta che
il boia a ciascuno - con il
coltello tagliava la gola, et
lo lasciava così; di poi
pigliava l’altro e faceva il
62
STORIA & STORIE
simile. (…). I vecchi vanno
a morire allegri et gli giovani più impauriti.
Altri 86 Valdesi di Guardia
furono - scorticati vivi e poi
fenduti in due parti (…) e a
questo modo attaccati a
pali piantati per tale uopo
lungo la strada per la lunghezza di trentasei miglia.
San Sisto contava allora
6.000 abitanti: il paese fu
distrutto e migliaia di persone, secondo uno studio
recente in via di pubblicazione furono uccise.
A Guardia, dove molti
Valdesi si erano rifugiati,
dal 3 giugno, e per circa 11
giorni, più di 2000 Valdesi
furono trucidati tra le peggiori torture, ed un altro
centinaio perì nelle campagne vicine. Qui, ancora
oggi, la Porta del Sangue si
erge come terribile monito,
a memoria della strage.
Dalle varie colonie, furono
tratti in arresto 1600
Valdesi, lo stesso barba
Negrin morì nella prigione
di Cosenza.
Alcuni di loro riuscirono a
fuggire in Sicilia, ma furono di nuovo catturati e giustiziati. In pochi riuscirono
a mettersi in salvo a
Ginevra. Di tutte le colonie
valdesi in Calabria, sopravvisse quella di Guardia
Piemontese, ma la sorte dei
superstiti che vi furono
raggruppati non fu affatto
tranquilla: sottoposti alle
restrizioni di cui si è già
parlato, costretti a non sposarsi tra loro per 25 anni, si
videro proibire anche le
riunioni oltre un numero di
sei membri.
Un severo controllo sulla
comunità si ebbe, in seguito, ad opera dei
Domenicani. I frati ispezionavano costantemente le
case dei Valdesi, controllati
con uno sportellino, posto
sul portone e munito di serratura esterna.
Quei severi controlli finirono con l’impedire ogni
continuità della tradizione;
la lingua occitana, figlia
dell’antica lingua d’Oc dei
trovatori provenzali, rimase uno dei pochissimi
mezzi che potesse trasmettere l’origine dei Guardioli,
eredi, come afferma ancora
Piromalli dei “duemila
Valdesi “suspensi” e “iustitiati (che) versando il loro
sangue innocente scrissero
una pagina di glorioso
eroismo morale e spirituale
che si contrappone alla
viltà dei feudatari e dei
loro intrighi”.
Le foto contenute nell’articolo si
riferiscono al paese di San Sisto
dei Valdesi (CS)
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
SPECIALE ACRI
Paese di pietra,
Aprile 2005
SPECIALE ACRI
di Sabina
Bellucci
ph. Gra.vi.ta
di santi e patrioti
arlare di Acri vuol dire
raccontare un paese di
pietra della Calabria,
come ce ne sono tanti, ma
ognuno con la sua storia.
Odore di muschio, di terra,
sapori genuini, atmosfere
campestri uniti a palazzi
padronali, monumenti
architettonici, segni tangibili di un passato, poi non
tanto lontano. In un viag-
P
64
gio-racconto ideale, si
potrebbe partire da quella
linea invisibile che collega
periferia e città; e da quest’ultima tracciare una storia generale o specifica per
determinati elementi, e
risalire alla microstoria
degli elementi stessi. Per
alcune città, è possibile
ricostruire l’origine grazie
al ritrovamento di docu-
menti, testimonianze di
cronisti, iscrizioni, reperti
archeologici; per altre, essa
si perde nella notte dei
tempi e perfino la nascita
del nome è incerta. E’ questo il caso di Acri, dove
incuria ed ignoranza riversate su ritrovamenti
casuali, avvenuti in vari
tempi - unite ad eventi
disastrosi e calamità - che
ebbero come teatro la
Calabria nelle diverse epoche - hanno cancellato ogni
possibile risposta ai tanti
interrogativi sulle origini.
Parlare di un luogo,
comunque, significa in ogni
caso ravvivarne la memoria. E tanto per cominciare,
come tradizione vuole, dal
nome, Davide Andreotti, al
riguardo scrive: “...Acri è
CALABRIA
Produttiva
l’antica Aciris,...” e precisa
che “...non è città di origine
greca, ma nazionale. Chi la
fece di origine greca fu
ingannato dal suo nome
ch’è greco”. Questa tesi è
condivisa anche dal
Marafioti e dal Barrio; e chi
attribuisce altre origini,
asiatiche o mediorientali, fa
riferimento ai nomi che
hanno alcuni monti e valli.
Una certezza, dunque, sull’origine del nome di Acri
non c’è, anche se qualche
elemento fa propendere per
una derivazione osca e non
greca. A parte le incertezze
sulle origini, per la favorevole posizione geografica -
CALABRIA
Produttiva
che le permetteva di collegare agevolmente le terre
dell’altopiano silano alle
contrade litoranee dello
Ionio, tra Rossano e Sibari Acri assunse anticamente
una notevole importanza
economica durata ininterrottamente sino all’XI secolo, quando Roberto il
Guiscardo, dal suo vicino
quartier generale di San
Marco Argentano, atterriva
con imprese brigantesche
la sottoposta valle del
Crati, impedendo il commercio. Tra il 650 e il 671
d.C. la popolazione di Acri
accrebbe sensibilmente per
una cospicua immigrazione
di Thurioti. La presenza
degli immigranti favorì la
crescita dell’economia locale, soprattutto nel settore
dell’artigianato. E oggi è
proprio l’artigianato l’attività vitale del paese; non
pochi sono stati i giovani
che, negli ultimi anni, invece di emigrare in cerca di
fortuna si sono lanciati in
attività commerciali nuove
e originali, portando il
nome di Acri per il mondo.
Arturo Vetro con i suoi
lavori artistici sull’omonima materia; la ITIS
Termoarredi, azienda leader nei caloriferi d’arredo; i
fratelli Lavia che, con i ter-
mocamini e le caldaie di
nuova tecnologia, sono
conosciuti anche all’estero;
a queste aziende si aggiungono famose falegnamerie
di altissima qualità manifatturiera. Tornando alle
vicende storiche, in seguito
all’occupazione longobarda
della valle del Crati, Acri
divenne un castaldato di
notevole importanza economica, che durò sino
all’896, quando, con
Bisignano, fu occupata
prima dai Bizantini e, successivamente, dai Saraceni.
La decadenza economica
iniziò con gli Angioini e gli
Aragonesi, a causa della
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Aprile 2005
SPECIALE ACRI
pressione fiscale e per le
gabelle e le prestazioni
richieste anche da parte dei
feudatari. Questi avevano
fatto la loro comparsa in
Calabria con i Normanni e
tra i più potenti sono da
ricordare, senz’altro, i
Sanseverino di Bisignano,
che in Acri ebbero vasti
possedimenti e tennero
corte. La situazione peggiorò enormemente quando, dopo la conquista spagnola del Regno di Napoli,
ripresero, in forma violenta
ed esasperata dall’intolleranza religiosa, le persecuzioni contro gli Ebrei, che
66
culminarono con l’espulsione decretata nel 1511 da
Ferdinando di Castiglia. La
loro espulsione procurò ad
Acri un danno grave, subito avvertito dalla popolazione, perché non tutte le
attività degli Ebrei poterono essere continuate dalla
gente del paese. A testimoniare il contributo che la
popolazione ebraica diede
alla vita economica e sociale di Acri, oggi non rimane
altro che il nome dell’antica
Giudecca. Più o meno nello
stesso periodo in cui venivano scacciati gli Ebrei quasi a colmare il vuoto,
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
SPECIALE ACRI
non solo demografico, da
loro lasciato - ci fu in Acri
una massiccia immigrazione di Albanesi, provenienti
dalla Puglia, dove Giorgio
Castriota Skanderbeg
aveva ottenuto dal re
Ferdinando di Napoli troni
con altre terre all’interno.
L’ondata immigratoria fu
favorita da donna Irene,
sorella del principe
Giovanni, che nel 1470 era
andata sposa a Pietrantonio
Sanseverino, principe di
Bisignano. Alla fine del
Settecento, le nuove ideologie progressiste e le aspirazioni repubblicane, scaturite dalla Rivoluzione
Francese e dalla Repubblica
Partenopea, portarono
anche ad Acri il messaggio
di un diritto nuovo, egualitario e democratico, che
trovò un’eco profonda nella
popolazione. Nel 1799, Acri
fu una delle prime città
della Calabria ad istituire la
municipalità repubblicana
e ad innalzare l’albero della
CALABRIA
Produttiva
libertà. Nonostante l’impegno delle autorità, la
restaurazione borbonica
non riuscì a riportare l’ordine ad Acri, ove briganti e
malfattori imperversarono
a lungo, con episodi di
inaudita ferocia, culminati
nelle tragiche giornate tra il
15 ed il 19 agosto e del 14
ottobre 1806, che costarono
la vita a un’ottantina di
patrioti, di ogni ceto sociale
e professione, colpevoli
solo di avere amato la
patria e la libertà. Dal 1820
sino all’unificazione
d’Italia, Acri ebbe una gran
parte nella lotta liberale e
risorgimentale, non solo
per la larga partecipazione
ai moti carbonari e mazziniani, ma anche per la sua
preparazione ideale,
soprattutto ad opera di
Gian Battista Falcone e
Francesco Sprovieri. I due
patrioti, nel corso delle
guerre d’indipendenza,
combatterono a fianco di
Garibaldi su tutti i campi
67
Aprile 2005
SPECIALE ACRI
di battaglia della penisola
e, nella Spedizione dei
Mille, Sprovieri ebbe il
comando della III compagnia. Negli anni immediatamente successivi alla proclamazione del regno
d’Italia, dopo essere venuta
meno, a poco a poco, la
tensione ideale che aveva
68
caratterizzato il periodo
risorgimentale, si tornò a
una pratica politica e
amministrativa clientelare e
restrittiva, che nulla di
nuovo seppe dare, tranne
quel poco che veniva assicurato dalla legislazione
statale. Per quel che riguarda una storia dell’architet-
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
SPECIALE ACRI
tura, nel Medioevo Acri era
circoscritta nei rioni Padia,
Castello e Picitti. Il quartiere Castello era strutturato
intorno ai poli emergenti
della Rocca e della Chiesa
di San Nicola di Sales. Si
presume che, in origine,
qui vi fosse una roccaforte
bruzia. Il Castello, sorto
CALABRIA
Produttiva
successivamente, era situato nella parte più alta del
colle, ed era un edificio a
due piani a forma di trapezio con tre torri, di cui solo
una oggi è superstite. Il
quartiere Padia, circondato
dai due fiumi Calamo e
Muccone, evidenzia le differenze sociali, infatti esso
può essere definito quartiere residenziale gentilizio. Il
rione Picitti, uno dei più
antichi di Acri, posto sul
versante sud-est del colle
Castello, rappresenta invece il quartiere residenziale
contadino. Sotto il rione
Picitti, si elevano le mura
della città, chiamante
appunto Castrum. La porta
delle mura doveva trovarsi
in quel punto che ancora
oggi si chiama Acqua della
Porta.
Fuori dalle mura, si estendeva il borgo medievale
Casalicchio, cioè piccolo
Casale. Tale rione si costituì
attorno alla chiesa di San
69
Aprile 2005
Nicola del Campo, attualmente detta San Nicola di
Belvedere. Il Casalicchio fu,
senza alcun dubbio, il quartiere artigiano dell’intero
nucleo urbano. Attestata è
la presenza del quartiere
Judecca, distrutto nel 1462,
durante il sanguinoso
assalto degli Aragonesi
contro le truppe angioine.
Molto probabilmente era
situato in una valle sotto il
quartiere Padia e si allargava nella sottostante pianura, che ancora oggi porta il
nome di Vullo e di Judii.
Nel 1524, i Domenicani
fondarono la chiesa e il
convento di San Domenico.
Questo fu uno dei poli conventuali che determinarono
lo sviluppo della città
moderna, in prossimità del
corso sottostante il fiume
Calamo. L’insediamento
dei Domenicani fu seguito
70
SPECIALE ACRI
da quello dei Cappuccini
che, nel 1590, innalzarono il
loro complesso conventuale
nella zona che ne prese il
nome come quartiere. Altro
insediamento conventuale
fu quello dei Paolotti, che
costruirono la chiesa e il
convento dei Minimi di San
Francesco di Paola.
Successivamente, sorsero
anche la Chiesa di Santa
Chiara e l’annesso convento delle Cappuccinelle. Il
complesso di San
Domenico e la preesistente,
molto più antica, Chiesa
della SS. Annunziata, sorta
nel 1260, divennero i poli
che avrebbero dato origine
a due quartieri, Annunziata
e Jungi. Questi, facendo da
fulcro tra la parte vecchia e
quella nuova della città, si
sarebbero estesi sempre
più, diventando punto di
partenza dell’evoluzione
urbana attuale. Ognuno di
questi beni è valida e
dignitosa rappresentazione
di una fase storica, di un
luogo, di una comunità. E’
proprio qui si coglie il
valore di un archivio: le
diverse valenze storiche,
artistiche e culturali si condensano nel documento
che, oltre al suo implicito
valore amministrativo e
legale, è espressione di una
memoria custodita nel
tempo, è tutto ciò che chiamiamo storia. Antiche
dimore come presidio di
civiltà; siano esse residenze
nobiliari o fattorie, sono
comunque preziosi documenti del passato, da leggere come un libro, nelle
cui pagine di pietra sono
narrate la progettazione, la
costruzione, le modifiche
avvenute nel corso dei
secoli, la vita stessa delle
persone che vollero edificarle e che fra quelle mura
abitarono e lavorarono. Il
palazzo Sanseverino - fatto
edificare da Giuseppe
Leopoldo, settimo principe
di Bisignano nel rione noto,
sino a pochi anni fa, come
Palazzo - è l’edificio più
imponente dell’intera città.
Lo schema planimetrico del
palazzo ripete quelli classici del ‘600 e coincide perfettamente col diagramma
critico di Norberg Schultz
del palazzo barocco italiano. Si sviluppa su quattro
piani. Il salone principale
d’ingresso, a detta degli
storici, era affrescato con la
rappresentazione
dell’Olimpo degli Dei, gli
altri due (a nord e a sud)
rispettivamente con gli
affreschi Il Tempo e
l’Eternità e il Ratto di
Proserpina, dipinti ora
andati perduti. L’intonaco
esterno, eseguito in epoca
successiva, ne uniforma e
intristisce l’aspetto,
mascherando la vibrante
tessitura muraria realizzata
in pietra con inserimento di
listature e archi in mattoni.
Il Beato Angelo è, invece la
figura più eccelsa di uomo
e santo, nato ad Acri nel
1669. Di animo nobile e sincero si schierò contro le
ipocrisie del suo tempo e la
prepotenza dei potenti. Le
sue reliquie sono conservate nella Basilica dei
Cappuccini e sono meta di
moltissimi devoti. Fra gli
intellettuali che diedero
lustro al paese, si distinse
in maniera incisiva
Vincenzo Padula che, nel
1864, fondò il periodico “Il
Bruzio” e con i suoi scritti
fece eco, insieme a Moro e
Campanella, in tutta Italia,
tanto da essere, ancora
oggi, uno dei letterati più
conosciuti del Meridione.
Acri, oltre alle sue bellezze
artistiche, offre ai suoi visitatori una cucina tradizionale molto apprezzata dai
buon gustai; gli insaccati e i
salumi di maiale occupano
un posto di primo piano.
Ma il trionfo dell’arte
gastronomica acrese sono i
fusilli, pasta fresca fatta in
casa e filata con un ferro a
sezione tonda, con il ragù
di capra.
Per quanto riguarda i dolci,
i tradizionali cullurialli,
culluri e bocconotti vantano un’antica tradizione e le
ricette sono custodite gelosamente dalle donne acresi.
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
EVENTI
Canti e danze
di Paola Napolitano
ph. Giuseppe De Angelis
di guerra e d’amore
a presenza di insediamenti albanesi, nel
Mezzogiorno d’Italia,
data sin dalla seconda metà
del XV secolo e ad essa ed
alle sue numerose manifestazioni si deve lo sviluppo
di una cultura distinta da
quella latina circostante.
Come tante piccole isole
orientali, le comunità italoalbanesi di Calabria costituiscono dei nuclei con
L
L?antichissima tradizione delle Vallje, evento commemorativo per
eccellenza della cultura italoalbanese, vive ancora oggi e celebra la
storia e i valori dei discendenti di Skanderbeg
CALABRIA
SHQIPONJA (da Monaco - Germania) - CIVITA
72
Produttiva
Aprile 2005
EVENTI
CALABRIA
un'identità ben precisa e
diversa da quella italiana.
Le popolazioni hanno mantenuto vive moltissime tradizioni, specchio di una
cultura ricca di valori tramandati nel tempo. Uno
dei momenti più intensi e
rappresentativi di queste
tradizioni, si vive nel martedì subito dopo Pasqua
quando, gjaku jonë i shprishur - il nostro sangue
sparso, come s’identificano
gli italoalbanesi quando
s’incontrano - si ritrovano
insieme, in una girandola
colorata di costumi, canti e
danze: le Vallje. Un tempo,
il primo giorno delle Vallje
coincideva con la domenica
di Pasqua e la festa durava
tre giorni. Le Vallje hanno
un’origine storica antica;
rievocano e celebrano la
conquista di Kruja, antica
capitale d’Albania, da parte
delle truppe guidate da
Giorgio Castriota
Skanderbeg. Il termine
Vallja indica una danza
tipica del folklore arbëreshë, la cui esecuzione ricorda la pirrica della Grecia,
con toni chiaramente orientali. In toni italiani, si può
considerare una sorta di
ridda, ma nel territorio
calabrese non esiste nulla
GRUPPO FOLKORISTICO ARBŁRESHŁ - S.BENEDETTO ULLANO
Produttiva
73
Aprile 2005
di preesistente simile a questa danza, se si osservano i
movimenti piuttosto orientaleggianti. Gruppi di
uomini e donne, vestiti col
costume tradizionale, si
tengono per mano oppure
tramite un fazzoletto, guidati all’estremità da due
giovani, chiamati flamur-
EVENTI
tarë (portabandiera), formando una catena. A volte,
questi giovani recano in
mano la bandiera albanese
stemmata con l’aquila bicipite. La catena umana si
snoda per le vie del paese
ed il ritmo della danza può
essere lento, nella danza
femminile, o più aggressi-
vo, in quella maschile; le
movenze maschili ricordano la tattica di combattimento adottata da
Skanderbeg. La danza prevede movimenti concentrici, con i quali s'intrappolano i passanti e gli spettatori
come se fossero degli
ostaggi, costretti infine ad
Aprile 2005
EVENTI
offrire da bere all’intero
gruppo per essere liberati.
Di solito si preferisce “catturare” i passanti non arbëreshë. Durante la danza,
s’intonano dei canti che
possono essere tradizionali,
canti augurali o di sdegno
ma anche delle rapsodie e
canti epici, dai testi molto
GRUPPO FOLKORISTICO ULLANIA - S.BENEDETTO ULLANO
CALABRIA
UN MOMENTO DELLA VALLJA
74
Produttiva
antichi. Nella Vallja di
Frascineto, sfilano anche
uomini a cavallo; colui che
li guida rappresenta sempre l’eroe Skanderbeg, gli
altri sono i turchi fatti prigionieri. Un'altra “rappresentazione”, che si svolge
sempre a Frascineto è quella dei Tintori. Alcuni giovani, che recano in mano un
tegame nero e dei lunghi
pali, circondano i presenti e
li invitano a ripetere una
frase in albanese, Qiqra më
tumàc che significa tagliatelle e ceci. A chi non pronuncia bene la frase, viene
fatto un segno nero sulla
guancia per identificarlo
come straniero. Un altro
gruppo di giovani, vestiti
con lenzuola bianche, porta
CALABRIA
Produttiva
in giro, in un paniere, un
cranio d’asino e invita i
passanti più anziani a
baciare il teschio dicendo
loro in lingua albanese
”Baciate il teschio dell’asino perché così vivrete più a
lungo”. Un tempo, durante
le Vallje, si andava anche in
giro di sera a fare delle
serenate. Questa tradizione
è rimasta solo in alcuni
centri. Da qualche anno,
invece, dopo le danze, nella
serata si organizzano le esibizioni di vari gruppi folcloristici, rappresentanti i
comuni di origine arbëreshë ospitati, non solo di
Calabria, ma anche di
Basilicata e Sicilia. Cambia
così il vero aspetto e il
significato d’origine dell’e-
vento. Ma ciò ha permesso
di rilevare e mettere in evidenza le possibili differenze esistenti tra una comunità e l’altra. Per quanto
riguarda i costumi indossati per l’occasione, è possibile vedere vestiti tradizionali originali, ricchi di preziosi ricami d’oro accanto ad
imitazioni più dimesse,
perché più comode per l’esecuzione dei movimenti di
danza. All’occhio dello
spettatore curioso, l’evento
si mostra come un intreccio
tra vecchio e nuovo, legati
però alla stessa radice. Le
Vallje, un tempo, si svolgevano in quasi tutti i paesi
arbëreshë, oggi invece sono
scomparse in molti comuni,e rimangono vive a
Civita e a Frascineto. In
altre località, esse sono
associate a festeggiamenti
patronali o ad altre festività
e perdono così di originalità. In ogni caso, esse
restano l’occasione per
ritrovarsi e poter ricambiare l’ospitalità ricevuta, un
valore importante per questa cultura. I canti e le
danze delle Vallje, dunque,
rappresentano per gli arbëreshë, un ritorno alle origini, che li spinge a mantenere e conservare la loro
identità culturale, riuscita
per tanto tempo ad esistere,
proprio perché il popolo è
capace di coltivare sentimenti e valori forti. Uno
dei canti tra i più belli e
conosciuti, risalente al XV
secolo, è Kostantino e
Jurendina, storia di un fratello e una sorella legati da
un affetto fortissimo.
Jurendina, unica figlia femmina di una ricca ed
importante famiglia
dell’Albania, è chiesta in
sposa da un nobile che vive
lontano. I genitori ed i fratelli non vorrebbero accon-
sentire alle nozze, perché la
vedrebbero allontanare da
casa. Uno solo dei nove fratelli, Kostantino, dichiara
d'essere favorevole a questo matrimonio, e promette
alla madre di riportare
Jurendina a casa, ogni qualvolta la voglia rivedere.
La famiglia decide così di
acconsentire.
Dopo il matrimonio, tra
principati vicini scoppia
una guerra, in cui perdono
la vita i nove fratelli. La
madre disperata, non solo
per la loro perdita, pensa a
Jurendina che è lontana.
Ma Kostantino, anche da
morto, pur di mantenere la
promessa, va a prendere la
sorella per riportarla a casa.
Durante questo viaggio,
Jurendina è stupita che il
fratello sia coperto di polvere e che abbia sempre
freddo. Arrivati a casa, la
ragazza corre ad abbracciare la madre, che le domanda stupita chi l’abbia
accompagnata. Alla risposta di Jurendina, la madre è
sconvolta e tra le lacrime
rivela alla figlia che il fratello è morto. La forte emozione e la paura hanno il
sopravvento e le due donne
muoiono. Il racconto è
imperniato sul valore della
Besa, la parola data, che
rappresenta un fondamento
nella cultura e nella legislazione albanese.
75
Aprile 2005
PAESI ARBËRESHË
Gioielli d’oro
L
a Calabria è terra di
gioielli; come i paparazzi (orecchini con
perle), la corniola (pietra
rossa incastonata in splendidi anelli) e la chjanoca (collana in madreperla), meravigliosi ori che indossavano le
spose di un tempo, a
Carfizzi e a San Nicola
Dell’Alto. E proprio come
due gemme antiche, che
adornano la Valle del Neto,
Carfizzi e San Nicola
dell’Alto sorsero seicento
anni fa per opera degli
Albanesi sfuggiti all’occupazione turca. Questi ben
gradirono l’ospitalità della
Principessa Irene di
Bisignano, figlia dell’eroe
nazionale Giorgio Castriota
Skanderberg, e scelsero, al
contrario della maggior
parte degli altri profughi
loro connazionali, il mare
alla dorsale appenninica.Gli
di Ermanno Cribari
ph. piesse
tesori di pietra
Arbëreshë, così sono chiamati gli appartenenti alla
minoranza italo-albanese,
varcarono il mare non per
paura di versare sangue in
Patria, quanto per affrancarsi dal dolore di una sicura
occupazione, foriera di
un’intollerabile alienazione
della loro forte identità
nazionale. La posizione
geografica che occupano i
due paeselli è assolutamente invidiabile: venti chilometri per raggiungere il
mare, cinquanta per guadagnare le cime della Sila. Si
parla l’Albanese antico,
quello medievale, difeso e
sostenuto per successione
orale dall’inquinamento
pressante degli italofoni.
Essenziale il contenuto di
termini in un vocabolario
avaro di voci “dotte”, non
necessarie evidentemente ai
contadini e pastori che
comunicavano essenzialmente concretezze agresti
senza aver bisogno di esprimere particolari astrazioni
teoriche. Quasi nessuno sa
scrivere in Arbëreshë, ma
tutti gli Albanofoni pensano
in Arbëreshë. La loro storia
antica, quella dei primi
insediamenti, è poco raccontata, purtroppo. In
poche case è custodito il
meraviglioso abito tradizionale, szocha, abbellito da
merletti e decorazioni dorate. Il tessuto nero, cucito a
balze, copre non del tutto la
bella gonna dritta e rossa,
kamizolla, e un bianco angelico dipinge la camicia
arricchita di un collo importante, theket, che va a
confondersi con lo scendere
del lino, fregio e ornamento
all’acconciatura, nausea.
La szocha era l’abito della
festa, quello da esibire per
contagiare gioia e diffondere bellezza. La pratica della
tolleranza religiosa, che
ancor oggi distingue
l’Albania in tutto il mondo,
è qui ormai assai poco agita.
Gli anziani ricordano con
nostalgia i vecchi riti nuziali
in cui gli sposi si omaggiavano di corone di fiori,
segni quasi del tutto cancellati del rito cristiano-ortodosso; ma ancora si riesce a
“mangiare” la secolare tradizione. Infatti, la furisiscka
è una minestra antichissima
che spesso adorna le tavole
imbandite di Carfizzi e San
Nicola Dell’Alto: zucchine e
fiori di zucca vengono
innaffiati da olio verde di
frantoio, mentre del buon
pane abbrustolito si fa tuffare nel saporito brodo. Come
in tutti i comuni calabresi,
anche a Carfizzi e a San
Nicola dell’Alto si andava
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76
Aprile 2005
PAESI ARBËRESHË
CALABRIA
Produttiva
“fabbricando a mano.”
L’artigianato era una gran
risorsa, mantenuta in piedi
dai soliti irriducibili, ai
quali tutti i Calabresi, lo
speriamo, dovranno un
giorno il merito di possedere un loro dignitoso passato.
Seguendo le cronache locali,
purtroppo, c’è da notare e
non senza amarezza, la
scomparsa pressoché totale
delle attività artigianali che,
ancora fino agli anni
Ottanta, riuscivano ad
impiegare trentacinque
unità, mentre oggi il numero di addetti si può contare
sulle dita di una mano. Si
cuciono tessuti, si realizzano deliziosi merletti e pizzi.
In alcune case è straordinariamente rimasto in vita
l’uso del telaio, funzionale
alla produzione delle belle
coperte di lana che sono
CALABRIA
Produttiva
ancora assai diffuse in tutto
il territorio albanese. I disegni, pochi ma davvero
caratteristici, riprendono i
temi classici del mondo
bizantino. In assoluto, l’essenza antica dell’Arbëreshë
più visibile è l’ospitalità
che, a Carfizzi e San Nicola,
è regalata ai turisti con
generosità. Non sono stati
intaccati, infatti, i valori
fondanti la cultura
Arbëreshë quali la mikpritia
(ospitalità), la ndera (onore)
e la vellamja (fratellanza).
I gitanti qui passeggiano
attraverso i bei vicoli,
coscienti di essere amati e
protetti. Non è esagerato
affermare che si può toccare
con mano la pulizia dei
comportamenti e la ricchezza dei valori, che permeano
l’atmosfera dei luoghi.
A Carfizzi è d’uopo visitare
il grande Anfiteatro, capace
di contenere sino a mille
persone, e il Largo
Skanderberk, il luogo d’accoglienza delle piacevoli
chiacchierate fatte sotto
braccio soprattutto d’estate.
E poi la Chiesa di Santa
Veneranda, costruita sulle
macerie di una chiesa
bizantina; Palazzo Rizzuto,
Palazzo Corridore e l’antica
77
Aprile 2005
PAESI ARBËRESHË
sia e di fiaba insieme. A
Carfizzi e San Nicola qualcuno crede ancora alle fate
che, secondo tradizione,
consegnerebbero al neonato
l’intelligenza, la bellezza e
la bontà. E’ per questo moti-
costruzione che ospita
attualmente il Municipio,
un’antica casa costruita su
colonne e archi con tre piani
raggiungibili per mezzo di
una deliziosa scala in pietra.
A San Nicola dell’Alto, la
Chiesa di San Michele
Arcangelo è testimonianza
dell’antichità, essendo stata
costruita prima del 1600. In
essa ha sempre vissuto un
eremita e l’ultimo, Antonio
Raffa di Tropea, vi morì il
18 dicembre di cinquantasette anni fa. Questi uomini
randagi, sino alla metà del
secolo scorso, trovavano
anche sepoltura nella chiesa, a differenza dei notabili
che avevano il loro sarcofago nella Chiesa Madre,
posta nella parte alta del
paese. Nei due borghi sino
alla metà del secolo scorso
si ballava, dall’Epifania al
martedì grasso, la valla,
danza tipica carnascialesca.
Un gruppo di ragazze si
riuniva in cerchio e il ballo
prendeva vita da due giovani, che guidavano le ragazze tenendole per mezzo di
un fazzoletto legato al braccio di ciascuno di loro. E
per finire, una nota di poe-
vo che non si può portare
fuori di casa il pargolo se
prima non ha ricevuto questa fatidica visita. La parola
d’ordine è: Ket vinjin fatjet
t’e fatarnjin, cioè Devono
venire le fate a fatarlo!
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CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
ECONOMIA & BUSINESS
Le strade
di Ermanno Cribari
del lavoro
no”. Partendo da questo
punto, si può senz’altro
invertire la tendenza, muoversi, speranzosi e forti
delle proprie capacità,
verso un futuro che potrà,
anzi saprà essere prodigo
solo se meglio si riuscirà a
costruirlo. E’ ora che ognuno di noi si faccia davvero
convinto che chiunque lo
voglia davvero, può scrivere la sua pagina di storia,
per sé e per gli altri. Per
poter approdare nel mondo
del lavoro, quello legale e
giustamente remunerato,
però, necessita indispensabilmente una buona informazione sulle opportunità.
Proviamo, quindi, a fornire
direttamente alcuni strumenti per sapere se, dove e
per chi è possibile lavorare.
Numeri verdi, siti internet, reti internazionali, iniziative comunitarie,
pari opportunit sono altrettanti percorsi da seguire per chi
alla
ricerca di un?occupazione
a piaga della disoccupazione, in Calabria,
ha prodotto la cancrena
della povertà. Infatti, nella
statistica resa pubblica
dall’Unione Europea, la
nostra regione è il fanalino
di coda nella classifica del
reddito annuo pro-capite.
La posizione che occupa la
Calabria è addirittura inferiore rispetto a tutte le
regioni bulgare, ed è quanto dire… Il problema della
L
80
mancanza di lavoro deve,
però, essere metabolizzato
da ogni soggetto in grado
di poter lavorare – per
essere in grado di poter
produrre reddito e ricchezza, quest’ultima intesa non
solo nel senso economico
quanto in quello sociale e
culturale - e soprattutto dai
giovani, facendo ricorso ad
enzimi autenticamente realistici. Avversati da oggettive condizioni strutturali,
logistiche, ambientali,
sociali, spesso impossibilitati alla scolarizzazione di
base per mancanza di
mezzi e per la necessità di
dare un aiuto al sostentamento familiare - e questo
fino a qualche decennio fa moltissimi calabresi, per
non dire la maggior parte,
hanno maturato la convinzione di essere in mano ad
un destino infausto e invincibile che rende ogni azione
miserevolmente vana, se
non impossibile. Questa
filosofia è tremendamente
vergognosa, oltre che sbagliata. E’ necessario, innanzi tutto, imprimere nella
mente, con le parole di
George Bernard Shaw, il
concetto che “le persone
che riescono in questo
mondo sono quelle che
vanno alla ricerca delle
condizioni che desiderano
e, se non le trovano, le crea-
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
ECONOMIA & BUSINESS
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una rete internazionale che
favorisce la libera circolazione dei lavoratori nello
spazio economico europeo.
Dal sito del Centro Risorse
Nazionale per
l'Orientamento è possibile
scaricare informazioni utili
per progettare brevi periodi di lavoro, in particolare
nei mesi estivi, in sei Paesi
dell'Unione Europea
(Italia, Francia, Germania,
Irlanda, Regno Unito e
Spagna).
In Calabria, considerata
dall’Unione Europea regione svantaggiata, sono contemplati aiuti a favore dell'auto-imprenditorialità e
dell'auto-impiego. Per informazioni occorre rivolgersi
agli Assessorati alle Attività
Produttive dei singoli enti
locali o visitarne i siti.
Sviluppo Italia favorisce
l'inserimento nel mondo
del lavoro di soggetti privi
d’occupazione attraverso la
creazione di’imprese di pic-
Siti internet utili
¥ www.jobonline.it;
¥ www.welfare.gov.it;
¥ www.joblinks.f2s.com;
¥ www.lavoroeweb.com;;
¥ www.italialavoro.it/ITALIALAVORO;
¥ www.calabria-lavoro.it;
¥ www.cercolavoro.com;
¥ www.agenzia lavoro.com;
¥ www.4icj.com;
cola dimensione nelle aree
economicamente svantaggiate del Paese. Le tipologie d’intervento sono tre:
lavoro autonomo, microimpresa e franchising.
Iniziativa
Comunitaria Equal:
Attraverso il Fondo Sociale
Europeo (FSE) sono finanziati interventi per contrastare le discriminazioni di
genere nel mercato del lavoro. Sono previsti finanziamenti per favorire l'occupazione femminile, e promuovere l'uguaglianza e le pari
opportunità per uomini e
donne nell'attività economica ed imprenditoriale.
L’Osservatorio Donna aiuta
ad orientarsi nel mondo
dell'imprenditorialità femminile; anche il Ministero
del Lavoro rende disponibile una serie di contenuti sul
lavoro femminile e le pari
opportunità. Infine, un
consiglio, indirizzato ai
padri: Insegnate ai vostri
figli un dogma fondante il
modello politico democratico, assai rilevante e incoraggiante, ancorché spesso
non visto: guadagnare onestamente lavorando è l’unica strada giusta e possibile
per accaparrarsi la dignità
che ci spetta, ma vuol dire
soprattutto comprare la
propria libertà.
81
Aprile 2005
AMBIENTE
Olio col marchio
Aprile 2005
AMBIENTE
ello scorso mese di
febbraio è stato presentato ufficialmente il
Consorzio di Tutela per la
valorizzazione dell'olio extravergine d'oliva - prodotto
sotto la denominazione d’origine protetta “Bruzio” riconosciuto con D.M.
60206 del 13 gennaio
2005. Al tavolo presidenziale, una nutrita presenza di
addetti ai lavori ha discusso
su “Olio dop, filiera olivicola
e tracciabilità del prodotto:
opportunità e prospettive
alla luce della nuova OCM
Olio”. Per dovere di cronaca, è da precisare che, nei
giorni immediatamente precedenti la presentazione,
alla presidenza del
Consorzio, si è avuto un
avvicendamento anomalo,
nel senso che il dottor
Mario Brogna, fino a quel
momento presidente, senza
aver dato dimissioni o aver
espresso intenzioni in merito, ha visto sostituire la sua
figura con quella dell'avvocato Giancarlo Greco. Alle
istituzioni competenti la
soluzione della vicenda. In
ogni caso, l'esistenza del
Consorzio è una tappa
importante poiché una produzione significativa, da un
N
di Domenico Venturo
ph. piesse
di qualità
punto di vista della tradizione agricola, come quella
dell'olio d'oliva, oggi è finalmente tutelata da un organismo ad hoc e da un disciplinare di produzione, come
prevede qualunque marchio
di qualità.
Purtroppo, al momento, è
proprio il disciplinare a creare alcuni dissidi, dal
momento che la produzione
destinata alla dop è ancora
molto scarsa, anzi quasi
insignificante, rispetto alle
masse prodotte nella provincia cosentina, e la conseguenza è che un prodotto
richiesto come l'olio extravergine d'oliva dop, non
può reggere la concorrenza
di altre regioni, sia da un
punto di vista della quantità,
sia da un punto di vista
economico, a causa del
prezzo elevato.
Le lamentele unanimi dei
produttori sono rivolte al
disciplinare, che prevede
l'utilizzo di determinate
varietà e di precisi quantitativi per pianta e per ettaro. Il
desiderio comune sarebbe
quello di una modifica del
disciplinare di produzione
anche se i produttori e
soprattutto gli estensori del
disciplinare sanno bene
Dopo un decennio dall?approvazione del disciplinare di produzione,
si
costituito il Consorzio di tutela e valorizzazione dell?olio dop
Bruzio. Qualit tutelata per una produzione assolutamente
insuffi
ciente. Produttori cercansi
82
CALABRIA
Produttiva
CALABRIA
Produttiva
83
Aprile 2005
quali siano le difficoltà, davvero elevate, da affrontare.
La speranza dei consumatori, e di chi vorrebbe che le
produzioni calabresi fossero
conosciute, distribuite e
consumate anche nella
regione, è quella che un
numero sempre maggiore di
produttori e coltivatori si
possa consorziare e lavorare insieme. Da sempre, i
grandi numeri fanno anche i
grandi risultati.
Al tempo, stavolta, e non ai
posteri, la sentenza...
84
AMBIENTE
La Riforma
della Politica Agricola
Comunitaria...nell’ambito
dell’Organizzazione
Comune di Mercato
La riforma della Politica.
Agricola Comunitaria
(P.A.C) ha introdotto radicali novità, modificando la
redditività delle aziende e le
sorti delle filiere agro-industriali. Con il regolamento
1872/2003 la Comunità
europea ha introdotto il premio unico aziendale, dando
la possibilità di scegliere se
tale premio dovesse restare
in parte accoppiato alla produzione, oppure totalmente
svincolato da essa.
Tale esigenza ha avuto origine dalle indicazioni - emerse
durante il summit di
Cancun, in Messico - fornite
dall’Organizzazione
Mondiale per il Commercio
(W.T.O.), le quali tracciavano un quadro assolutamente
sbilanciato rispetto al principio della domanda-offerta
delle produzioni agricole
mondiali, per cui i prodotti
risultavano essere coltivati
solo in funzione del premio
o della sovvenzione ad essi
legata e non in base all'effettiva richiesta del mercato. Si comprende bene,
dunque, l'insostenibilità di
un modello agricolo in cui i
premi sono erogati sulla
base delle quantità prodotte, e la correttezza di un
provvedimento che raccorda le produzioni alle esigenze di mercato, lasciando, quindi, diminuire le
produzioni eccedenti e
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
AMBIENTE
AMBIENTE
Aprile 2005
mantenimento dell’attuale
livello di reddito ed una
maggiore flessibilità che può
consentire un rapido e proficuo adattamento alle dinamiche di mercato.
Sicuramente, nelle aziende
che sopravvivono grazie ai
soli sussidi, la riforma
determinerà un calo di operatività ma è anche vero
che tali aziende poco servono allo sviluppo vero dell’economia.
Nascita e sviluppo
della dop “Bruzio”
Nel settembre del 1993,
nella sede della Coldiretti, a
Cosenza, è nato il comitato
Assolivo, in cui confluivano varie sigle associative
quali Unaprol, Cno, Apo,
Unasco, Assoprol e Unapol
(A.P.O. –ACLI). Le finalità
di allora miravano al
miglioramento della qualità
favorendo quelle mirate e
qualitativamente valide. In
seguito a queste indicazioni, anche la Comunità europea ha dovuto rivedere la
sua politica agricola, realiz-
86
zando questa riforma in
coerenza alle nuove esigenze dei mercati internazionali. Per quanto riguarda
l’Italia, è già in vigore, dal
primo gennaio 2005, il regi-
me unico di pagamento
relativo a diversi settori
produttivi. Lo scopo del
premio unico aziendale è
quello di far confluire, in
un'unica soluzione, tutti gli
aiuti comunitari citati e
definire, per ogni singola
azienda, la base di sovvenzione attribuibile per gli
aiuti futuri. Il Ministero
delle Politiche Agricole
sostiene che tale regime di
aiuti consentirà una collocazione più efficiente delle
risorse impiegate nelle attività agricole in relazione alle
richieste di mercato. Infatti,
gli agricoltori potranno così
adeguare le proprie scelte
produttive in funzione del
mercato, con la garanzia del
CALABRIA
Produttiva
CALABRIA
Produttiva
87
Aprile 2005
AMBIENTE
dell’olio di oliva, attraverso
la gestione dei progetti che
sviluppavano le azioni
derivanti dai regolamenti
comunitari.
Tali progetti erano stati
gestiti, fino ad allora,
dall’Olcal, Olivicola
CALABRIA
Produttiva
Calabrese che, travolta
dalle inchieste della
Magistratura, dovette chiudere l'attività.
In verità, l’Assolivo non è
riuscita a gestire alcun progetto di miglioramento
comunitario, ma forse ha
fatto qualcosa di più
importante e duraturo per
gli olivicoltori cosentini
dando origine alla doc
“Bruzio”, di seguito dop
”Bruzio”, e facendosi, quindi, comitato promotore dell'iniziativa.
Il comitato ha stilato, con
l’ausilio dei tecnici delle
varie associazioni e
dell'Istituto Sperimentale
per l’Olivicoltura (I.S.O.),
il disciplinare che stabilisce le linee guida per la
produzione, la trasforma-
89
Aprile 2005
zione ed il confezionamento dell’olio.
Nello specifico, il territorio
cosentino, circoscritto
come zona di produzione
dell'olio extravergine di
oliva Bruzio, è stato suddiviso in 4 areali, ognuno
distinto da una sottodenominazione, poi definita menzione aggiuntiva.
90
AMBIENTE
Areali di
produzione della dop
Il primo areale, con menzione Colline Ioniche
Cosentine - comprendente i
territori dei comuni di
Corigliano Calabro, San
Demetrio Corone,
Vaccarizzo Albanese, San
Cosmo Albanese, San
Giorgio Albanese, Rossano,
Paludi, Crosia, Mirto,
Calopezzati, Cropalati,
Caloveto, Pietrapaola,
Mandatoriccio, Scala Coeli,
Cariati e Terravecchia - si
caratterizza per la presenza
prevalente della varietà
Rossanese o Dolce di
Rossano (almeno nella
misura dell’80%) ed una
produzione massima di 90
quintali per ettaro e di 120
chili per pianta.
Il secondo areale, con la
menzione Fascia Prepollinica
- comprendente i territori
dei comuni di Castrovillari,
San Basile, Saracena,
Lungro, Firmo, Altomonte,
Spezzano Albanese, San
Lorenzo del Vallo, Terranova
da Sibari, Roggiano Gravina,
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
AMBIENTE
Tarsia e San Marco
Argentano – si caratterizza
per la presenza delle
varietà Tondina, per almeno il 50%; Carolea, fino al
20%; Grossa di Cassano,
fino al 30%; produzione
massima di 60 quintali per
ettaro e 50 chili per pianta.
Il terzo areale, con la menzione Valle Crati - compren-
CALABRIA
Produttiva
dente i territori dei comuni
di Santa Sofia d'Epiro,
Cervicati. Mongrassano,
Bisignano, Torano Castello,
Cerzeto, San Martino di
Finita, Rota Greca,
Lattarico, Montalto Uffugo,
San Vincenzo la Costa e
Rende – è caratterizzato da
olive provenienti dalla
varietà Carolea, per almeno
il 60%; Tondina, fino al
30%; Rossanese, fino al
20%; produzione massima
di 70 quintali per ettaro e
di 70 chili per pianta. Il
quarto areale, con la menzione Sibaritide - comprendente i territori dei comuni
di Plataci, Cerchiara di
Calabria, Villapiana,
Frascineto, Civita,
Francavilla Marittima e
Cassano allo Ionio – è
caratterizzato da olive provenienti dalla varietà
Grossa di Cassano, per
almeno il 70%; Tondina,
fino al 30%, ed una produzione massima di 90 quintali per ettaro e di 120 chili
per pianta. Il disciplinare è
stato approvato dal
91
Aprile 2005
AMBIENTE
L?Olivo a
cura di Giuseppe
Fontana
Nome Latino
Nome volgare
Caratteristiche botaniche
Olio Extravergine
olive - sottoli - miele
338 2495257 ¥ 338
Areale
Impieghi dei frutti
Impieghi delle foglie
Impieghi di fiori
Impieghi dell?olio
Un’azienda giovane e dinamica con la precisa volontà di avviare al
commercio un olio extravergine di oliva, spremitura a freddo, di
categoria superiore e di elevato pregio e gusto
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ABRIA
Olea europea L.
Olivo
Botanicamente si distinguono due varietà: quella europea
(l’Olivo) e la varietà sylvestris (Oleastro). L’olivo é un albero, alberello o arbusto alto da 1 metro sino a 10 metri ed
oltre, con corteccia grigia e ramuli striati longitudinalmente;
foglie opposte; fiori tetrameri, in brevi pannocchie ascellari;
corolla (4-5 mm) bianca; drupa scura (oliva). La varietà europea presenta rami non spinescenti; foglie strettamente lanceolate o lineari-spatolate, generalmente acute; frutti relativamente grandi; portamento arboreo. La varietà sylvestris presenta i rami giovani spinescenti ed induriti; foglie lanceolate,
ovali o orbicolari, talora troncate o cuoriformi alla base, ottuse; frutti piccoli; portamento fruticoso o arbustivo.
Tipico del Lauretum, ha infatti ovunque sostituito il
Leccio. L’Olivastro, il tipo spontaneo, è, seppure un componente raro, caratteristico della fascia di vegetazione più
termofila che la lecceta. La varietà sylvestris è spontanea
soprattutto sulle coste, in Puglia, Calabria, Sardegna, ecc.
I frutti servono per l’alimentazione, sia allo stato fresco, sia
in conserve tipiche dei luoghi, oppure vengono
trasformati in olio.
Le foglie di ulivo sono indicate in caso di ipertensione sia
sistolica che diastolica, oliguria, ritenzione di liquidi, diabete senile, retinopatia diabetica, arteriosclerosi, angina
pectoris, stadi infettivi-febbrili, reumatismi.
I fiori rientrano fra i rimedi di Bach, in Floriterapia.
Il preparato è denominato Olive ed è indicato per chi soffre
di forte esaurimento fisico e mentale, per chi ha attinto a tutte
le sue riserve energetiche e non ha più forza.
Sono ben noti i suoi impieghi gastronomici; infatti, senza
questo prezioso liquido, assai nutriente, molti nostri piatti
non avrebbero sapore.
Ma l’olio di oliva ha anche qualità terapeutiche e cosmetiche.
Per uso esterno, applicato localmente, l’olio di oliva favorisce la maturazione dei foruncoli e di ascessi; usato per frizioni, può essere utile come rinforzante, antinfiammatorio,
antireumatico, lenitivo, rivitalizzante, emolliente. Ad uso
orale è adatto per insufficienza epatica, colite, congestione
biliare, calcoli della coliciste, dislipidemie. L’olio di oliva,
assieme ad altre sostanze di natura vegetale, animale o
minerale, è spesso usato nelle preparazioni farmaceutiche
come oli medicati o oleoliti.
93
Aprile 2005
AMBIENTE
Ministero delle Politiche
Agricole e Forestali con
pubblicazione sulla
Gazzetta Ufficiale nel gennaio 1995; ne è stata data
notizia ufficiale con la pubblica audizione tenutasi in
località Cantinella di
Corigliano. La partecipazione degli addetti ai lavori è
stata davvero numerosa.
Erano presenti olivicoltori,
tecnici, sindaci dei comuni
interessati, esponenti politici. Quell'incontro ha fatto
registrare qualche lamentela
riguardo alla denominazione, alla presenza ed all'assenza di determinati territori o comuni. Nessuno,
però, si è preoccupato di
sindacare sui parametri che
oggi sembra stiano stretti
un po' a tutti. Nel 1998, si
è avuta l’autorizzazione
definitiva dal Ministero e la
corsa ad accaparrarsi i contributi della certificazione.
Questi sono stati assegnati
al 3/A Parco Tecnologico
Agroalimentare dell'Umbria
che ha tenuto le redini,
come organismo certificatore, fino al 2003, quando è
subentrato l’ Istituto
Calabria Qualità, che ad
oggi mantiene tale ruolo.
94
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
SPECIALE SOVERATO
La città degli ippocampi
di Maria Grazia Dolce
ph. piesse
e del peperoncino
ome la tela di un
unico maestoso quadro, Soverato mostra
un ricco orizzonte di
boschi, ulivi, vigneti e
giardini lussureggianti di
vegetazione che fanno da
corona a un abitato baciato da un mare limpido e
dai colori cangianti.
Lungo il belvedere è possibile ammirare l’intero
abitato ricco di palazzi
gentilizi e antiche chiese.
La spiaggia, che si manta
di colori argentei allo
spuntare della luna, dona
nei mesi più caldi dell’anno atmosfere di rara sug-
C
96
gestione.
Così è descritta Soverato,
altrimenti conosciuta come
la perla dello Jonio, una
delle zone turistiche più
note della Calabria.
Collocata all'estremità
meridionale del golfo di
Squillace, su una collina
che declina verso il mare,
fu fondata probabilmente
dai Siculi.
Nell’antichità, il luogo
dove oggi sorge la cittadina era conosciuto col
nome di Poliporo (da polis
portos, cioè distruttore di
città, forse in ricordo di
qualche personaggio), ed
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
SPECIALE SOVERATO
era sottoposta all'influenza
dell’ex colonia di
Schilletion (Squillace) con
la quale ne condivise le
sorti. Quando, nel X secolo, l’agglomerato fu ricostruito, gli fu dato il nome
di Suberatum, poi trasformato in Soverato, passando attraverso Sughereto,
Subrato, Sovrato e, quindi,
Soverato, forse a causa del
vento o per la presenza
massiccia di alberi da
sughero.
La relativa scarsità di
reperti storici non impedisce di supporre che la cittadina abbia origini antiche. Nell’XI secolo,
Soverato cominciò ad essere presa di mira dai
Normanni che, affascinati
dalle terre del Sud, si trasferirono in massa dalla
Normandia.
Successivamente, essa fu
sottomessa agli Svevi, a
causa del matrimonio tra
Costanza, ultima erede del
Regno di Sicilia, ed Enrico
VI, figlio dell’imperatore
Federico Barbarossa. Nel
1213, il territorio fu concesso come feudo dagli
Svevi a Ferdinando
Passalacqua, e, conseguentemente, ai suoi successori.
CALABRIA
Produttiva
Nel 1271, passò alla famiglia francese dei Monfort e
poi agli Aragonesi nel
1443. Il susseguirsi delle
vicende belliche fece passare Soverato da una
dominazione all’altra.
Verso la fine del XV secolo, il paese divenne dominio dei Borgia, che ne conservarono il possesso per
133 anni.
Il succedersi dei feudatari
continuò fino al 1806,
anno che decretò l’eversione della feudalità. Da allora, Soverato ha la sua
autonomia. Ancora oggi,
una forte suggestione promana dall'antico borgo
medioevale - del quale
rimangono superbe vestigia - abbandonato dalla
popolazione dopo il violento terremoto del 1783.
Una divisione spaziale,
ma ancor più ideale, del
paese distingue la parte
bassa di Soverato - località
marina che esercita una
notevole attrazione turistica e balneare, anche oltre i
confini regionali e che è
situata a 8 metri sopra il
livello del mare - da
Soverato Superiore, dove
l’altitudine raggiunge i
129 metri. Soverato è uno
dei centri che, in Calabria,
hanno registrato maggiore
sviluppo turistico, con la
presenza di alberghi e
campeggi. In estate si
svolgono svariate manifestazioni culturali che si
mescolano allo spettacolo,
all’arte ed alla musica,
senza tralasciare, in molti
casi, l’aspetto religioso. In
agosto, infatti, si celebra la
festa della Madonna di
Porto Salvo, nota come la
Madonna dei Pescatori.
Una storia di fede e di tradizione è all’origine della
festa, che la memoria col-
lettiva fa risalire a quasi
cento anni fa. Nel 1906,
durante una tremenda
tempesta, il capitano
Rocco Caminiti, mentre
assisteva impotente alla
violenta furia delle onde,
che minacciavano di far
affondare la nave con l’intero equipaggio, rivolse
un’accorata preghiera alla
Madonna di Porto Salvo.
Da fervente devoto qual
era, egli chiese aiuto alla
Celeste Signora pronunciando anche un voto: se si
fosse salvato, avrebbe
costruito una chiesa in suo
97
Aprile 2005
SPECIALE SOVERATO
onore, promuovendo ogni
anno solenni festeggiamenti. In quell’epoca,
Soverato Marina era un
borgo marinaro, abitato da
molte famiglie di pescatori; gente di mare, che
conosceva bene la generosità ma anche i pericoli di
quell’elemento naturale
che costituiva anche la
risorsa di vita. Nella popolazione, si è radicata da
allora la devozione per la
Madonna e la tradizione
della festa, con la processione a mare, che si svolge
annualmente e che coinvolge tutta la cittadinanza.
La Madonnina di Porto
Salvo è custodita nella
chiesetta dei pescatori,
punto d’arrivo di moltissimi pellegrini. L’edificio
religioso, che si trova in
via San Martino, misura 15
metri di lunghezza e 7 di
altezza, e fu realizzato,
come promesso, da Rocco
Caminiti. Sin dalla sua
edificazione, la chiesa è
stata, e continua ad essere,
meta di pellegrinaggi non
solo da parte dei fedeli,
ma anche di appassionati
d’arte; la struttura è, infatti, ornata da tre grandi
98
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
SPECIALE SOVERATO
CALABRIA
Produttiva
affreschi, che ricalcano un
po’ la tipologia dei murales, realizzati, tra gli altri
artisti, anche dal maestro
Mario Linizzati e dall’artista iraniana Chazanfari. Il
murales che orna la facciata, opera di Pinizzotto,
ritrae un gruppo di pescatori al lavoro sulla spiaggia, con alle spalle il sole
che sorge, simbolo di vita
che rinasce e di speranza.
L’autore stesso ha attribuito un denso significato
simbolico al dipinto, spiegando che in esso è contenuto anche il messaggio di
un riscatto morale dell’uomo. A Soverato Superiore,
invece, nel calendario
delle ricorrenze e delle
festività religiose locali
occupano un posto preminente i riti della Settimana
Santa, che iniziano il
Giovedì Santo con la Presa
di Cristo all’orto e si concludono la Domenica di
Pasqua con una movimentata Cumprunta, la processione durante la quale
avviene l’incontro di Gesù
Risorto con la Madonna.
Tra gli altri appuntamenti
tradizionali, sono da ricordare ancora la Fiera della
Galilea, che si svolge il
lunedì di Pasqua e la Fiera
di S. Anna, a fine luglio.
Nel novero delle manifestazioni che si svolgono
durante la stagione estiva,
sempre a Soverato
Superiore, oltre a tornei e
gare sportive, si ricordano
le sagre di mezza estate, in
particolare quella delle
sarde e peperoni fritti,
piatto tipico del luogo, e la
sagra delle melanzane, che
si svolge la terza domenica di settembre, in occasione della festa patronale,
dedicata a Maria
Santissima
dell’Addolorata. Notevole
interesse suscita anche la
fiera dell’antiquariato che
si svolge l’ultima domenica di ogni mese ed il ricco
mercatino settimanale del
venerdì. Per quanto
riguarda le bellezze monumentali ed architettoniche,
molte possono essere le
mete dei turisti. Nella
piazza principale, si possono ammirare i ruderi
della Chiesa Matrice;
lungo il corso del torrente
Beltrame si erge l'imponente monastero agostiniano di Santa Maria della
Pietà, risalente al XVI
99
Aprile 2005
secolo, ancora perfettamente conservato; in posizione panoramica sul
golfo, è stata eretta la
moderna chiesa consacrata
a S. Antonio da Padova
mentre, muovendosi lungo
il crinale, si giunge ad un
piccola costruzione, conosciuta come la Torre dei
Regnanti o Terra Cutugno,
attorno alla quale circolano racconti e leggende tramandate in tutte le famiglie soveratesi.
Questo luogo è avvolto nel
mistero e si narra che,
nella Torre, si davano convegno i Sette Cavalieri di
100
SPECIALE SOVERATO
spada, riuniti in una confraternita segreta, identificati con i magistrati del
piccolo borgo. Si racconta
ancora che uno dei sette
era il famoso Cicco Pietro.
La leggenda vuole che
attorno alle rovine della
Torre si aggiri un fantasma
il quale, secondo alcuni, è
l’anima di un artigiano che Cicco Pietro fece condannare a morte perché
aveva derubato il vescovo
- che vaga alla disperata
ricerca della redenzione;
secondo altri, è l’anima del
fabbro che, essendo stato
torturato a morte, seppure
innocentemente, sempre
da Cicco Pietro, torna
sulla terra per avere giustizia. Degne di nota sono
anche le opere artistiche di
Soverato.
Nella Chiesa parrocchiale
della SS. Addolorata, nell’abitato superiore, si conservano una Pietà ed un
Cristo di Antonio Gagini,
del 1521, a cui si attribuisce anche la formella con
l’Ecce Homo del 1522, con
i simboli della Passione.
Angelo da Pietrafitta è
l’autore del grande
Crocifisso ligneo di epoca
seicentesca. E se la curiosità artistica può essere
soddisfatta da queste pregevoli opere, non sono da
meno le bellezze naturali
che si offrono agli occhi
dei visitatori.
Veramente notevole, e
degno di un’escursione, è
il fondale della baia di
Soverato, considerato uno
tra i più belli di tutto il
mare Jonio, il quale costituisce anche una risorsa
naturale da valorizzare e
da proteggere, per la presenza di un ospite davvero
singolare.
A seguito di un monito-
CALABRIA
Produttiva
SPECIALE SOVERATO
Aprile 2005
raggio effettuato attraverso varie immersioni, infatti, è stata rilevata la presenza massiccia di cavallucci marini anche a pochi
metri della battigia. In particolare, due sono le specie, tipicamente mediterranee, riscontrate nell’habitat soveratese:
l’Hippocampus hippocampus e l’Hippocampus
ramulosus. Secondo gli
esperti, la presenza dei
cavallucci marini testimonia l’esistenza di un
ambiente marino non compromesso dal punto di
vista ecologico. Ed in
verità, la limpidezza dei
fondali, che raggiungono
una certa profondità anche
a pochi metri dalla spiaggia, le numerose colonie
dei dolcissimi animaletti
che popolano le acque,
sono elementi naturali che
meritano di essere salvaguardati, sia per la conservazione dell’ambiente, sia
per l’attrattiva turistica
che possono esercitare. La
presenza dei cavallucci
marini, nel mare di
Soverato, ha fatto conferire
al paese l’appellativo di
“cittadina degli ippocampi”. E’ dunque da consigliare ai turisti, soprattutto
nella bella stagione, un’immersione per ammirare da
vicino i graziosi cavallucci
marini, anche se una
vacanza a Soverato può
risultare piacevole per la
bellezza di spiagge e mare,
per la presenza di strutture ricettive, campeggi e
campi da gioco, come si
conviene ad un’attrezzata
località turistica. Le emozioni e le sensazioni da
offrire ai visitatori, comunque, non finiscono qui ma
proseguono per arrivare
alla tavola. Soverato è considerata la patria del pepe-
CALABRIA
Produttiva
101
Aprile 2005
SPECIALE SOVERATO
roncino, come del resto la
Calabria risulta essere la
regione italiana che mangia più piccante e dove la
fantasia dei produttori si è
sbizzarrita nella creazione
di prodotti che si intrecciano e si sovrappongono
con quelli più tradizionali.
Nella cucina soveratese è
raro trovare un piatto, fresco o conservato, in cui
non appaia il peperoncino
fresco o essiccato o macinato, in dosi più o meno
considerevoli.
Il rosso capsicum, arbusto
di origine tropicale, che ha
trovato un habitat quanto
mai adatto nella nostra
102
regione, è utilizzato nella
salumeria, nelle conserve
ittiche, nei formaggi, in
quasi tutte le ricette tradizionali.
Accanto ai prodotti tipici
del luogo, oggi a Soverato
si producono numerosi alimenti a base di peperoncino, come la pasta, la grappa, addirittura le confetture ed il gelato, quasi a
voler dimostrare che questo piccolo, ma potente
frutto, costituisce parte
integrante dell’identità
soveratese.
E, forse, il consumo dell’infuocata spezia ha qualche parte in causa, non si
CALABRIA
Produttiva
SPECIALE SOVERATO
sa quanto diretta ed evidente o quanto subliminale, nella realizzazione di
una manifestazione, molto
caratteristica e di alto gradimento sia da parte degli
abitanti del luogo, sia da
parte dei turisti, che è la
Serenata d’Amore, organizzata dall’associazione
Amici di San Gerardo, che
si svolge ormai da qualche
anno. Durante la
Serenata,è facile provare la
sensazione che il paese
abbia compiuto un salto
indietro nel tempo; l’atmosfera che si respira nei
vicoli e sotto i balconi
delle case sembra essere
quella di un’epoca in cui
l’amore per una donna,
che poi diventa la donna
amata, sia la più autentica
ragione dell’esistenza, ed
il corteggiamento, l’unica
arma di conquista. E così,
come presumibilmente
hanno fatto tante generazioni, fino a qualche
decennio addietro, l’innamorato si apposta sotto il
balcone dell’amata, accompagnando la melodia al
suono di chitarre e mandolini, nella speranza che l’amata accetti quel segno e
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
lo accolga con lo stesso
sentimento.
La donna, l’innamorata,
che si affaccia sulla strada
dà il segno più eloquente
di risposta, facendo intendere di ricambiare il sentimento amoroso.
Il naturale scenario di questa rappresentazione è il
borgo antico, dove le vecchie rughe e una viuzza
chiamata ù chianu, fanno
da location ideale. I testi
scelti per l’evento provengono dalla tradizione e,
dunque, riflettono gli usi e
i costumi dei tempi antichi; durante la Serenata si
balla e si canta assieme ad
alcune donne abbigliate
coi tradizionali costumi
delle pacchiane.
Un cenno alla contemporaneità consente di ricordare, tra gli artisti attuali di
Soverato, Vincenzo
Musmeci, pittore specializzato in ritratti e paesaggi,
il quale ha realizzato
anche oggetti d'arte come
piatti e mattonelle decorate e ha sperimentato la
realizzazione di paesaggi e
monumenti su altri supporti (legno, tegole), con
varie tecniche.
103
Aprile 2005
SPETTACOLO E CULTURA
“Mettiamoci
di Ermanno Cribari
in gioco”
E? lo slogan, ma anche la sfida, di Francesco Reda, patron di
Mediterranea Casting, un?azienda nata per promuovere artisti
cala
bresi e volti nuovi nel difficile e magico mondo dello spettacolo
arlare di spettacolo, in
Calabria, non è parlare
di fantascienza, né
tanto meno tirare in ballo
gli inopportuni cavoli a
merenda.
Aroldo Tieri, Salvatore
Puntillo, Otello Profazio, gli
indimenticabili e mai abbastanza compianti Mia
Martini, Rino Gaetano,
Dalida, solo per citare alcuni nomi, sono stelle polari
nel firmamento artistico,
che hanno tracciato una
scia e, probabilmente, fatto
da battistrada per molti
artisti di oggi.
Ma a quale prezzo, queste
persone hanno imboccato
la strada dell’arte, hanno
fatto gavetta, studiato e
recitato in piccoli ruoli di
comparsa prima di mietere
la giusta messe di gloria?
Dice di conoscerlo bene,
questo prezzo, Francesco
Reda, trentenne attore di
belle speranze, un curriculum artistico che spazia dal
ballo alla dizione, dalla
recitazione al canto; che ha
P
104
lasciato la sua città per studiare e lavorare a Modena,
a Roma e che, conoscendo
la realtà locale nel settore,
si è inventato un lavoro per
darsi e dare una mano ai
suoi colleghi.
Con Mediterranea Casting,
il Nostro ha pensato bene
di metter su qualcosa che,
in effetti, non c’era: un’agenzia di casting che, tramite l’acquisto degli abbonamenti, cura e mantiene i
contatti con le grandi produzioni e le grandi agenzie
di casting internazionali e
che, all’occorrenza, segnala
e tira fuori dal suo archivio, il professionista o il
volto nuovo che ha le caratteristiche richieste da uno
specifico lavoro. “Non
un’agenzia di promozione
di spettacoli, ma un vero e
proprio data-base di artisti
o aspiranti tali – precisa
Francesco, che ha voluto
dar vita a quest’iniziativa
principalmente per amore;
quello che prova per la
recitazione.
Ma il palco o il set non
sono le sole attrattive del
giovane imprenditore…
“Ci sono magnifiche energie, bravissimi artisti, nella
nostra regione.
C’è da aggiungere che, di
recente, un numero sempre
maggiore di produzioni sta
decidendo di utilizzare
locations calabresi per
l’ambientazione dei propri
lavori.
Però, c’è bisogno di dare
un taglio a certe tendenze
come quella di finanziare
film che parlano di mafia, o
di fare spettacolo ironizzando sul dialetto, sulle
espressioni e i personaggi
tipici calabresi.
C’è molto altro e di diverso
da mostrare”.
Intanto che si aspettano i
curricula e le foto degli artisti, Francesco Reda ha lanciato un’altra scommessa.
Ad Acri, in un vecchio cinema-teatro le cui tavole sono
state calcate da personaggi
come Totò e Macario, ha
realizzato il numero zero di
un programma che è davvero tutto un programma,
di nome e di fatto; il titolo è
“Mettiamoci in gioco” e dà
la possibilità a giovani artisti di recitare, cantare, suonare, ballare, giocando.
Vuoi vedere che è proprio
vero, che divertire è un
lavoro terribilmente serio?
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
SPETTACOLO E CULTURA
La Rocca di Fiuzzi
di Adele Filice
tra storia ed… invenzione
Aprile 2005
SPETTACOLO E CULTURA
Appuntamento
di Fiorella
Lorenzi
con l’Arte
Il castello della Foresta, dei Marchesi di Aieta,
anche
sede dell?as
La prestigiosa Biennale Internazionale delle Incisioni ha t
sociazione Mercurion che, con studi e ricerche sul passato, vuole
nel Meridione d?Italia, a San Vincenzo La Costa, un piccol
promuovere il futuro del territorio
pieno di storia e votato alla cultura
a Calabria dell’associazionismo culturale e
no profit si arricchisce
di un’altra presenza con
l’associazione Mercurion,
nata circa due anni fa ma
che ha fatto la sua prima
apparizione ufficiale a
pubblico e stampa nel gennaio scorso, con un conve-
L
106
gno dal titolo “Grotte,
laure, chiese e cenobi tra la
Valle del Lao, la Valle del
Noce e il Basso Cilento”.
Suggestivo il tema che ha
inteso indagare sulle
sopravvivenze archeologiche, protostoriche, architettoniche della zona,
l’Eparchia del Merkurion
la quale, intorno all’anno
Mille si caratterizzò per la
forte presenza di monaci
basiliani che qui trovarono
rifugio, scampando alle
persecuzioni arabe.
Presenze qualificate e
significative ai tavoli di
discussione hanno posto
l’argomento sotto la lente
di varie discipline.
Storici ed archeologi, religiosi e studiosi dell’arte tra gli altri, i professori
Zelia di Giuseppe,
Giuseppe Roma, Maria
Rosaria Marchionibus,
Filippo Bulgarella, i vescovi don Domenico Crusco e
don Francesco Milito hanno tracciato vari profili
di questo territorio interno
della Calabria, al confine
con la Lucania, aspro, selvatico e difficoltoso a raggiungersi che, proprio per
tali caratteristiche, divenne
dimora eletta di santi ed
eremiti i quali, con la preghiera ed il lavoro, esercitarono un notevole influsso, materiale e spirituale,
sul luogo e le genti.
Suggestivi e singolari
anche la nascita e gli obiettivi dell’associazione che,
attraverso lo studio e la
divulgazione di notizie
riguardanti territorio, storia e cultura locali, risorse
tipiche, intende valorizzare questi stessi elementi e,
nel contempo, riqualificarel’offerta turistica dell’area e realizzare attività di
promozione e gestione di
eventuali investimenti.
Un’idea, anzi un’invenzione, come la definisce il presidente Alessandro
Cosentini dei Marchesi
d’Aieta che, insieme alla
moglie Fiore Mercurio, ha
messo a punto l’iniziativa
e ha eletto la splendida
Rocca di Fiuzzi - dimora
estiva di famiglia – a sede
dell’Associazione, chiamando a raccolta per le
attività associative studiosi
e appassionati locali tra cui
spiccano, per dedizione ed
esperienza, il professor
Giovanni Celico ed il ricercatore Biagio Moliterno,
oltre ai fratelli Pietro
Antonio e Giuseppe Di
Fazio.
Una “invenzione” che dietro il recupero della Storia
cela nobilmente anche il
tentativo di poter impiegare alcune giovani professionalità del luogo, coniugando conoscenza a nuove
opportunità di lavoro.
Menti appassionate, energie fresche ed esperte, un
territorio ricchissimo di
cultura ideale e materiale
sono elementi da cui trarre
ottimi auspici per il successo dell’impresa.
CALABRIA
Produttiva
an Sisto dei Valdesi,
oggi frazione di San
Vincenzo la Costa paese dell’entroterra
cosentino situato alle pendici della catena costiera
appenninica - nacque
urbanisticamente come
frazione di Montalto
Uffugo, e deve la sua notorietà storica alla presenza
di una numerosa comunità
valdese che vi s’insediò
già verso la fine del XII
secolo. Tra il 1560 ed il
1561, i Valdesi furono presi
di mira dal clero cattolico,
per ragioni religiose ed
economiche, e migliaia di
loro furono perseguitati,
torturati ed uccisi. A testimoniare quell’assurda ecatombe, oggi restano a San
Sisto alcune sopravvivenze
toponomastiche ed architettoniche. Rue Morts e le
porte delle case valdesi
dotate di uno sportellino
che si apriva esternamente, per controllare anche
l’intimità della famiglia
sono altrettante testimonianze della stupidità e
della crudeltà umane. Ai
nostri giorni, però, San
Sisto dei Valdesi è altrettanto famosa, in Italia, ma
per ben altre e più felici
ragioni. Il palazzo nobiliare Miceli, infatti, é la sede
espositiva della Biennale
S
CALABRIA
Produttiva
Internazionale delle
Incisioni, manifestazione
che quest’anno vede lo
svolgersi della settima edizione e che rappresenta,
nel settore, l’appuntamento più importante di tutto
il Meridione d’Italia.
Iniziata sotto l’amministrazione del sindaco
Aristide Filippo e proseguita con la giunta guidata attualmente da Marisa
Fallico, la Biennale
Internazionale delle
Incisioni è il frutto di una
proficua sinergia tra il
Comune e l’Associazione
Culturale “Club della
Grafica” di Rende, nella
persona del presidente, il
maestro Giacomo Vercillo.
La manifestazione, come
tante altre nella nostra
regione, ormai consolidate
e note su tutto il territorio
nazionale, è nata come
una sfida. Una sfida –
come afferma il sindaco
Marisa Fallico – difficile,
ma esaltante e sicuramente vincente perché imperniata sull’arte, sulla cultura, sugli eventi di spessore. Senz’ombra di dubbio
si può affermare che la
Biennale sia un evento di
portata storica per il
comune di San Vincenzo
La Costa, per una serie di
ragioni.
Anzitutto perché la manifestazione si è evoluta di
anno in anno, coinvolgendo man mano un numero
sempre maggiore di artisti, e artisti qualificati; poi,
perché all’esposizione si
affiancano, da tempo, iniziative culturali collaterali
quali il Premio per il
Teatro e la Saggistica
“Emilio Argiroffi” - dedicato allo scomparso poeta,
saggista e politico, padrino della prima edizione
della Biennale; il Premio
“Ferdinando Vercillo”
attribuito a persone del
luogo che si sono distinte
nell’arte e nella cultura ed
il Premio “Anna Morrone”
contro la violenza sulle
donne. In occasione del
Giubileo, nel 2000, la
Biennale si è svolta in edizione straordinaria e ha
ospitato, in prima nazionale, la mostra di 120 disegni
di Giacomo Vercillo, aventi
come soggetto vari episodi
della vita di San Francesco
di Paola, il santo calabrese
venerato in tutto il mondo.
Quest’anno, l’appuntamento con la Biennale
Internazionale delle
Incisioni è per settembre;
un’occasione da cogliere al
volo per respirare atmosfere intese e rarefatte dove si
miscelano storia, arte e
soprattutto speranza; la
speranza si coltiva sapendo che, con la Cultura, è
davvero possibile costruire
un futuro migliore.
107
Aprile 2005
SPETTACOLO E CULTURA
Frutti del tempo
di Fiorella Lorenzi
frutti dello spazio
Sono quelli contenuti nel cd del progetto Equal sulla Riviera dei
Cedri. Sintesi di attivit , iniziative, proposte, collaborazioni
transna
zionali per un territorio proiettato nel futuro
ome riflesso di uno
specchio temporale,
nasce il CD-ROM
dell’Equal, eco delle attività svolte dal rilevante
Progetto realizzatosi sul
territorio dell’Alto Tirreno
Cosentino. Il Progetto
Equal Donne e gruppi
svantaggiati della Riviera
dei Cedri - Vecchie e
nuove tecnologie si è
appena concluso, con le
risposte che gli ideatori ed
il coordinatore, Giovanni
D’Orio, si erano prospettati. Per Equal, programma
d’iniziativa comunitaria, si
è così voluto realizzare
una sorta di “contenitore”
delle attività svolte in due
anni di lavoro; attività
indirizzate - soprattutto
tramite dei corsi formativi
- alla riduzione dei divari
e della segregazione professionale fondata sul
sesso.
Le molteplici attività progettuali sono, infatti, parte
integrante del CD-ROM
che, già ad un primo
sguardo, lascia trasparire il
doppio obiettivo che si è
cercato di raggiungere con
la particolare strutturazione dei corsi formativi: fornire un insieme di conoscenze informatiche, di
base o avanzate, a seconda
del grado di istruzione
delle partecipanti; dare
C
108
una serie di strumenti efficaci per l’inserimento
lavorativo nel territorio di
appartenenza.
L’attenzione è stata posta
particolarmente su una
fascia di utenti non più in
età scolare; soprattutto per
coloro che erano rimasti
fuori dal circuito lavorativo da qualche tempo, si è
mirato al recupero dell’auto coscienza e dell’auto
stima, dell’auto percezione
di se stessi. Semplice da
consultare, sin dall’anteprima il CD-ROM offre un
chiaro panorama del suo
contenuto:
il Progetto, la sintesi delle
attività svolte, gli stages
nazionali e internazionali,
i partner, l’album fotografico dei meeting transnazionali, la presentazione in
Power Point di Santa
Maria del Cedro, Comune
capofila del Progetto,
affiancato dagli altri
Partners di Sviluppo, vale
a dire l’Associazione
Zagara, il Gruppo
Promidea, la SPIN Scrl, il
Patto Territoriale A.TI.CO.
Navigando nel CD-ROM,
è possibile accedere ad
informazioni dettagliate e
specifiche sulle singole
attività svolte e sulle finalità, oltre che sul contesto
di riferimento del progetto, articolato in 11 sezioni;
ma è possibile anche avere
una panoramica sintetica,
animata con delle foto, di
alcune attività progettuali.
Rilevanti sono i prodotti
scaturiti dalle varie attività, riportati totalmente
nel contenuto del CDROM: l’E-Magazine, giornale telematico frutto del
lavoro dei corsisti e dei
docenti con il manuale
d’uso e una esemplificazione delle principali funzioni; la versione completa
del testo “Valutazione
della Legislazione sulle
Pari Opportunità e della
sua Implementazione in
Italia, Spagna e Svezia”;
tre volumi di Raccolta
Normativa sulle Pari
Opportunità in Italia e in
Europa. Un ulteriore ele-
mento, contenuto nel CDROM, lo completa e lo
adorna maggiormente: il
testo di racconti
Adolescenti in Fiore Scritture.
Si tratta di un volume che
racchiude i racconti delle
ragazze dell’Istituto
Magistrale di Belvedere
Marittimo, destinatario di
un intervento di sensibilizzazione alle Pari
Opportunità.
Dal testo emergono con
vigore e delicatezza i sentimenti che le adolescenti
sanno provare e portare al
di fuori di se stesse, a
dimostrazione della
profondità di pensiero e
della ricchezza di sfumature di cui è capace l’universo femminile.
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
SPECIALE SOVERIA SIMERI
Tra vicoli antichi
Aprile 2005
SPECIALE SOVERIA SIMERI
di Maria Grazia Dolce
ph. piesse
e botteghe d’arte
llungato sul crinale di
una collina, Soveria
Simeri affonda le sue
radici, stando ai racconti
della tradizione, alla fine
del XVI secolo, quando
alcuni componenti le famiglie Grande e Careri fondarono i primi nuclei abitati che poi si svilupparono via via nei pressi di una
chiesa dedicata a san
Nicola, oggi situata all'inizio del paese. Dopo i
Borgia, il territorio passò
ai Ravaschieri, principi di
A
Satriano e prese il nome di
Pallavicino che mantenne
fino al 1806, poichè
Francesco, feudatario della
casata Ravaschieri, la donò
alla moglie Agata
Pallavicino e ordinò che
da quel momento il paese
assumesse questo toponimo. Nel 1664 Pallavicino
fu aggregato alla terra di
Simeri. Il casale di Simeri
entrò a far parte dei possedimenti dei de Fiore, dei
Barreta Gonzaga e dei de
Nobili che vi rimasero fino
al 1806. Nel 1811, il paese
divenne il punto di riferimento di un più vasto circondario comprendente i
comuni di Simeri, Sellia e
Zagarise.
Nel 1956, una parte del
suo territorio, compreso lo
sbocco a mare, fu assegnato al costituendo comune
di Sellia Marina. Soveria
Simeri gode attualmente
di una posizione privilegiata; è attraversato da un
corso principale che è
stato abbellito, negli anni,
con alberi secolari. Il centro storico si caratterizza
per la presenza di piccole
case in pietra; attraversando i vicoli è possibile
ammirare ancora vecchi
forni a legna e qualche
antico frantoio, ormai in
disuso.
Il paese conta circa 1800
abitanti, detti soveritani.
L’occupazione prevalente é
quella del settore agricolo;
sono molto conosciute e
rinomate le produzioni di
agrumi, olio, miele, pro-
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110
CALABRIA
Produttiva
dotti caseari e prodotti
dell’agricoltura biologica.
L'artigianato è il fiore
all'occhiello dell’economia
locale, ben rappresentata
da tre laboratori di lavorazione artistica del vetro
soffiato dove si producono
CALABRIA
Produttiva
pregiati pezzi d’artigianato esportati all'estero;
anche la lavorazione del
ferro battuto comincia ad
essere diffusa e conosciuta
al di fuori dei confini del
paese. Estesi boschi di
querce e di sugheri, centi-
naia di ettari di ulivi secolari, sentieri per passeggiate ed escursioni lungo
il fiume Simeri costituiscono una cornice naturalistica ideale per chi cerca
forme di turismo alternativo.
Lungo il corso del fiume,
inoltre, si trova un antico
mulino e una sorgente di
acqua salata, chiamata
Salinella, che un tempo era
imbottigliata per le sue
proprietà terapeutiche.
Una natura generosa è il
111
Aprile 2005
principale motivo d’interesse e d’attrazione del
paese, ma Soveria Simeri
offre anche cultura, buona
cucina, artigianato artistico architetture e monumenti. Tra questi, degni di
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S.p.a
SPECIALE SOVERIA SIMERI
particolare menzione sono
il monumento a San
Donato – dedicato al santo
patrono del paese e realizzato da Giovanni Polimeni
- che ritrae il Santo a figura intera su una colonna; il
Calvario, di particolare
suggestione poiché è realizzato in uno spazio
verde dove è stato collocato il gruppo bronzeo delle
tre statue raffiguranti
Cristo Crocifisso, Maria e
Maddalena; il Monumento
ai Caduti, costituito da
una colonna, su cui è posta
una stele con l’elenco dei
Caduti nelle due guerre,
ed una statua raffigurante
un soldato con l’indice
puntato verso il nemico.
Tra gli edifici di culto sono
da segnalare la chiesa di S.
Maria della Visitazione,
risalente al XVII secolo e la
chiesa dell'Addolorata con
la sua struttura ad unica
navata, risalente ai primi
del Novecento.
Per i turisti si organizzano,
inoltre, visite guidate ai
vari musei allestiti nel
paese: quello della
Lambretta, quello degli
attrezzi contadini ed il
museo d’arte naif.
Decisamente apprezzabile
è anche la tradizione
gastronomica soveritanese
nella quale spiccano olive
e salumi, davvero speciali.
Le olive sono preparate,
secondo tradizione, con
varie ricette: infornate,
schiacciate, in salamoia,
all'aceto e seccate al sole.
Tra i salumi, meritano particolare attenzione la soppressata, la salsiccia e il
capicollo.
Aprile 2005
SPECIALE SOVERIA SIMERI
La pasta fatta in casa offre
una varietà di ricette: i
‘mparrettati, fusilli al ferretto con la carne di maiale; scilatelli, una sorta di
spaghetti; gnocculi e fagiola, gnocchetti con fagioli. Il
baccalà si consuma preferibilmente fritto o condito
con il pomodoro e le olive.
E per quanto riguarda il
dessert, le proposte sono
così ricche da attirare
anche i palati più esigenti
con i turdilli (fritti e ricoperti di miele), i pittifritti
(ciambelle), i cuzzupi (a
forma di cuore ed ornate
di uova sode, dolci tradizionali di Pasqua), i nepiti
(calzoni di pasta frolla
ripieni di sanguinaccio,
mandorle, noci, uva passa
e cannella), i crucetti (fichi
secchi ripieni di mandor-
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le, tipici delle festività
natalizie), a pittinchiusa
(altro dolce natalizio a
base di farina vino e olio
che costituiscono gli ingredienti dell’involucro esterno mentre all’interno vi è
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113
Aprile 2005
un composto a base di
mandorle, noci, noccioline
americane, zucchero, miele
e cannella).
E per restare in tema di
tradizioni sono da ricordare anche le festività durante le quali la comunità si
114
SPECIALE SOVERIA SIMERI
ritrova unita a vivere il
tempo degli eventi straordinari: la festa patronale
che si svolge il 6 ed il 7
agosto in onore in onore di
san Donato; la Via Crucis
del Venerdì Santo con la
tradizionale rappresenta-
zione della Passione di
Cristo e la processione per
le vie del paese; la festa di
san Donato delle Messi
che si svolge la prima
domenica di maggio e
durante la quale ha luogo
la benedizione delle cam-
pagne per impetrare l’abbondanza dei frutti della
terra; la festa di santa
Lucia, il 13 dicembre, in
occasione della quale si
confezionano i caratteristici palloni di carta velina; il
falò di Natale durante la
vigilia, quando in piazza,
accanto alla grotta di del
Bambinello si accende un
grande fuoco attorno al
quale i fedeli attendono
l’alba. Soveria Simeri è
anche luogo nativo di personaggi famosi anche oltre
i confini locali.
Sono da ricordare Cecilia
Faragò, nativa di Zagarise
(XVIII secolo), ma vissuta
a Soveria dove sposò
Lorenzo Gareri, la quale fu
accusata di stregoneria,
subì un processo a Napoli
e riuscì ad evitare la condanna grazie al suo difensore, l'avvocato calabrese
Giuseppe Raffaelli, legale
fidato del Re e, dopo la
proclamazione della
Repubblica, presidente del
primo tribunale di Stato;
Salvatore Flotta, detto
Rino, Capitano
dell'Aeronautica Militare
Italiana, che nacque nel
1948; la sua grande passione per il volo gli fece conseguire il brevetto di pilota
per jet militari presso
l'Accademia Aeronautica
di Pozzuoli dove si era
iscritto a 18 anni.
Frequentò i più prestigiosi
corsi per top-gun negli
Stati Uniti, in Canada e in
Germania.
Raggiunse il grado di capitano pilota a soli 26 anni.
Nel 1974, precipitò con il
suo aviogetto in avaria
nelle campagne di Cameri
(Novara) e, per evitare che
il velivolo si schiantasse
sul centro abitato, decise
di rimanervi a bordo.
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
Il castello dei
CASTELLI DI CALABRIA
di Ermanno Cribari
ph. piesse
...cittadini
el cuore del centro
storico di Belvedere
Marittimo, cittadella
del Tirreno cosentino, più
famosa per aver dato i
natali a San Daniele e per
conservare i resti mortali di
Valentino, il Santo degli
innamorati, si erge, stupendo e dimesso, il castello.
Una bella torre cilindrica e
merlata sovrasta le case e la
piazzetta ma, all’interno,
l’incuria regna sovrana. Si
N
Singolari vicende storiche hanno visto il maniero di Belvedere Marittimo
ristrutturato anche con l?aiuto dalla popolazione. Amministrazione
comunale e proprietari oggi esprimono intenti di recupero
122
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
CASTELLI DI CALABRIA
CALABRIA
Produttiva
procede su un viottolo
invaso da oleandri, viti,
palmizi ed erbe spontanee
che crescono alla rinfusa,
mentre l’accesso al maniero
è affidato ad una scaletta di
ferro che, solo a guardarla,
dà le vertigini. Ma i temerari esistono ancora e c’è
chi, pur di accarezzare con
i passi quelle antiche pietre, pur di respirare la nobile polvere che si leva da
quelle mura, pur di docu-
mentare ed offrire agli
sguardi altrui quello che ha
visto con il suo, sale arditamente, accogliendo come
un regalo il panorama che
si presenta davanti.
Montagne, gruppi di case,
abitazioni isolate - che
interrompono il verde
scuro ed il terragno di alberi e campi - occupano una
parte dell’orizzonte visivo
di levante; spostando lo
sguardo verso ovest, pren-
de forma il borgo marinaro
di Belvedere e le nuove
costruzioni che hanno invaso la costa; all’orizzonte di
mezzanotte, i profili dei
rilievi del golfo di
Policastro e dell’Isola di
Dino, verde come uno smeraldo, in primavera. Hanno
visto qualcosa di simile
anche Ruggero il
Normanno, Carlo d’Angiò,
Giovanni di Monfort e tutti
i signori che si sono succe-
123
Aprile 2005
CASTELLI DI CALABRIA
Durante un secondo attacco, i due figli del principe
di Belvedere, Ruggero di
Sangineto, catturati precedentemente dagli
Aragonesi, furono collocati
tra le macchine da guerra,
allo scopo di far recedere i
nemici dalle azioni bellicose. Il principe si difese accanitamente, sprezzante del
pericolo che in quel
momento stavano affrontando i suoi figlioli, e vinse
ancora.
A quel punto, re Giacomo
decise di togliere l’assedio,
constatando il valore degli
avversari e valutando,
forse, che una battaglia più
lunga avrebbe potuto rivelarsi ancora più rovinosa.
Ordinò che le truppe
duti nel possesso del
maniero e del feudo? Forse.
Forse hanno visto anche
panorami meno intricati, da
un punto di vista architettonico, e più puri ed omogenei, naturalisticamente
parlando. Di sicuro le montagne erano ancora più selvagge, nella seconda metà
dell’anno Mille, quando il
castello fu costruito per
124
volere del conte Ruggero. E
dalle tracce che è possibile
seguire, attraverso le architetture e la storia della
costruzione, si sa anche che
il castello era di dimensioni
più ridotte, probabilmente
lo sviluppo di una fortificazione di origine bizantina.
La rocca divenne dimora,
nel corso del tempo, di
diverse famiglie. Dopo
Ruggero il Normanno, ne
prese possesso Carlo I
d’Angiò; fu poi la volta dei
Monfort, Giovanni e poi il
fratello Simone.
Lo scoppio dei Vespri
Siciliani, che segnò l’inizio
della rivalità tra Angioini
ed Aragonesi, coinvolse
anche Belvedere ed il suo
castello; in quel periodo,
infatti, il castello fu asse-
diato da Giacomo
d’Aragona; ne dà notizia tal
Giovanni Amellino, descrivendo la lotta “disperata ed
accanita”, durante la quale
“volan sassi e quadrella,
cozzano spade, elmi e
corazze, si rovescia sui soldati del re acqua ed olio bollenti…
Vinse alfine il valore degli
assediati".
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
CASTELLI DI CALABRIA
CALABRIA
Produttiva
lasciassero il territorio di
Belvedere ed in segno di
omaggio per il valore
dimostrato dai nemici e dal
loro comandante "… fatti
sciogliere i due giovanetti,
mandò a Ruggero il figliuol
vivo e il cadavere dell'altro
su ricca bara avvolto in ricchissimi drappi d'oro e di
seta. Il dì seguente (…)
toglieva l'assedio”. Dopo
gli Aragonesi, fu la volta
dei Sangineto, i quali tennero il possesso del castello
fino al 1376, restaurandolo
intorno alla fine del 1200.
Verso la fine del XIV secolo
passò ai Sanseverino poi
agli Orsini del Balzo, poi ai
Citrario, per ritornare,
ancora dopo nuovamente
ai Sanseverino.
Il ritorno degli Aragonesi,
nel regno di Napoli, avvenuto nel 1442, vide la ripresa delle ostilità tra il sovrano ed i feudatari.
Dopo il fallimento della
congiura dei baroni calabresi, il sovrano ordinò la
confisca e la vendita di
alcuni feudi, tra cui
Belvedere, in quel periodo
proprietà di Gerolamo
Sanseverino.
La nota positiva di questa
sorta di passaggio di proprietà fu la ristrutturazione
del castello che fu dotato di
ponte levatoio, mura merlate, torri cilindriche, diverse casematte.
In ricordo di questi lavori,
sull’ingresso del castello fu
apposta una lapide, sorret-
ta da due putti, dove trovava posto lo stemma aragonese ed un’iscrizione che,
nello spiegare le ragioni dei
lavori di ampliamento,
avvenuti per difesa, rendeva anche testimonianza del
contributo offerto dai cittadini di Belvedere:
FERDINANDS REX DIVI
ALFONS FILIUS DIVI
FERD NEP ARAGONIUS
ARCEM HANC IN
FIRMAM CONTRA NOVA
OPPUGNATION
GENERA ETTORMENTA
IGNEO SPIRITU
CTA::::INFIDE CIVES
EXPE(C):::::INAMPLIOREM
.....MIOREM QUE FORMAM
RESTITUIT.
(AN)NOD M C C C L X X X X
125
Aprile 2005
CASTELLI DI CALABRIA
secolo, Filippo III di
Spagna concesse il territorio di Belvedere in feudo a
Tiberio Carrafa (o Caraffa),
il quale, considerando la
concessione come azione
ad effetto retroattivo pensò
bene d’intendere di sua
Ad ulteriore testimonianza
della veridicità dell’iscrizione, esiste una lettera che lo
storico Giuseppe Grisolia,
ha riportato nella sua opera
di ricerca, datata 1980, su
Belvedere Marittimo.
La missiva fu inviata dai
belvederesi al re
126
Ferdinando d’Aragona e
specificava i contributi che
ogni famiglia, o foco come
si diceva allora, aveva versato. “…considerato lo edifitio del Castello se fa in dicta
terra per lo quale sono state
ruynate multe Case et la
dicta terra paga per le fabri-
che deli Castelle tari tre per
foco: et anche andano ad
cavare li fossi ad comandamento de dicto Castello
senza pagamento, se digne
Vostra Majesta actento loro
poverta farli gratia et
exempti de dicto pagamento secundo meglio pareva et
piacera ad Vostra Majesta".
Alla fine del XV secolo,
Belvedere ed il castello tornarono possesso dei
Sanseverino fino al 1595,
con un intervallo di tempo
che vide un breve dominio
della famiglia Giustiniani.
Nei primi decenni del XVII
CALABRIA
Produttiva
Aprile 2005
CASTELLI DI CALABRIA
CALABRIA
Produttiva
proprietà anche il castello.
E fu così che il principe come racconta lo storico
Vincenzo Nocito - in un
accesso di mania possessiva, fece scalpellare la lapide all’ingresso, nel tentativo di cancellare la parte
d’iscrizione che faceva
cenno al contributo dei cittadini nelle spese di
restauro.
Le vicende successive,
riguardanti il territorio
non ebbero conseguenze
particolarmente rilevanti
sul castello.
L’ultimo feudatario di
Belvedere, dopo la restaurazione del regno dei
Borboni seguita alle vicende napoleoniche, fu
Vanden Einden Carrafa.
Oggi il castello è proprietà
privata delle famiglie
Rotondaro e Spinelli. Del
maestoso edificio rimane
ben visibile la pianta quadrata, le due torri, la lapide che sovrasta l’ingresso,
qualche traccia del fossato
e delle fessure in cui probabilmente trovavano
posto le catene del ponte
levatoio. E’ stato dichiara-
to monumento nazionale
ed una riproduzione in
plastica si può ammirare
anche ne “l’Italia in miniatura” di Rimini.
Proprietari ed amministrazione comunale coltivano,
da tempo, l’intento di
effettuare un intervento di
restauro per rendere fruibile la struttura alla collettività ed ai turisti. Un
gesto apprezzabile, sul
piano pratico - perché
sarebbero sicuramente
tante le persone desiderose di visitare le ampie sale,
i cortili, le torri – e molto
di più, a livello simbolico
perché il castello, come
testimoniano le vicende
storiche antiche di secoli, è
proprietà ideale e parte
inscindibile della storia del
territorio e dei belvederesi
tutti. Ferdinando
d’Aragona docet…
127
Aprile 2005
SPECIALE AMARONI
Dove il tempo
maroni si adagia su
un’altura coperta di
boschi, alle falde del
monte Carbonara, e si affaccia sull’ampia vallata dove
scorre il torrente Ghetterello.
La sua origine greca è confermata dalla presenza di
monete e frammenti d’anti-
A
116
Aprile 2005
SPECIALE AMARONI
di Maria Grazia Dolce
ph. Marra
scorre ancora lento
chi edifici. Alcune fonti
fanno derivare il nome dalla
città antica, situata in parte
nel fondo Majorizzoni e in
parte nel fondo Giudice
Amaro; il termine majorizzoni deriva dal greco e
significa “radici di maggio”
ma in realtà sta ad indicare
una località posta alle pendici di un monte. Una leggenda racconta come, in
antichità Maiorizzoni fosse
distrutta da un violento
temporale e i superstiti, al
grido disperato di Amari
nui! (Poveri noi!) dessero
origine al nome di
Amarone, poi trasformato in
Amaroni. Altre fonti sostengono che il paese abbia
preso il nome dal convento
di san Morone, distrutto dal
terremoto del 1783 insieme
col monastero conosciuto
come Abbazia di san Nicola.
Le prime notizie lo ricorda-
CALABRIA
Produttiva
no come Casale di Squillace
e sottoposto agli stessi
dominatori, da Giovanni di
Monfort alla famiglia
Marzano (1314), ai
d’Aragona (1464), ai Borgia
cui appartenne dal 1494 alla
prima metà del secolo XIIII,
allorquando venne infeudato alla stirpe dei de Gregorio
che lo tenne fino al 1806.
Altre fonti ancora fanno
risalire Amaroni ai tempi
della Gallia: si pensa che fu
fondato dai padri basiliani
che lo colonizzarono e lo
popolarono impiantando
vaste coltivazioni di uliveti,
castagneti e vigneti. Con
l’invasione dei barbari il
paese fu distrutto, molti
monaci basiliani furono
CALABRIA
Produttiva
uccisi ed i superstiti si rifugiarono in Spagna. Durante
i moti del 1799, Amaroni fu
ostile ai repubblicani, che
contrastò impedendo che
fosse piantato l’albero della
libertà. In quel tempo, nella
prima organizzazione
amministrativa, fu compreso nel cantone di Catanzaro;
con l’ordinamento francese
del 1806 fu incluso nel
cosiddetto Governo di
Squillace e costituito comune autonomo nel 1816; nel
1833 fu aggregato al comune di Squillace dal quale fu
staccato nel 1850 per riacquistare l’autonomia. Fu
danneggiato dal terremoto
del 1905. Il paese conserva
ancora notevoli caratteristi-
che di agglomerato formatosi lentamente in varie epoche. L’economia amaronese
si basa essenzialmente sull'agricoltura che, ancora
oggi, costituisce la principale risorsa del territorio e
l’occupazione degli abitanti
i quali commerciano con i
prodotti tipici del luogo. Si
coltivano cereali, patate e
ortaggi. L’olivicoltura costituisce un’autentica ricchezza; la notevole quantità d’olio prodotto alimenta anche
una discreta esportazione.
La coltivazione della terra
disegna estesi ed ordinati
filari di viti che si snodano
sui pendii più soleggiati,
mentre le distese di uliveti
verdeggianti fanno corona
al centro abitato. Molte
casette di campagna sono
adattate a magazzino e a
deposito per gli attrezzi utilizzati nella lavorazione dei
campi; durante l’estate,
molto spesso, i contadini le
utilizzano anche come
dimora, per mangiare e dormire, quando maggiori possono essere le ore da poter
dedicare al lavoro e minore
vuole essere il tempo per
raggiungere dal paese gli
appezzamenti di terreno collocati lontano da esso. In
alcune località, dove la
conformazione del terreno
lo consente, si registra anche
una discreta meccanizzazione agricola anche se il fluire
del tempo è scandito ancora
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SPECIALE AMARONI
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SPECIALE AMARONI
da ritmi naturali. Sono ancora numerose le famiglie che
preparano le provviste
essenziali come pane, vino,
olio e conserve in casa, utilizzando strumenti e metodi
tradizionali. Durante la vendemmia per esempio, l’uva
raccolta è posta dapprima
nei panieri e poi travasata in
recipienti più grandi detti
ruvaci, nei quali è trasportata
al palmento, il locale tipico
dove si effettua la pigiatura
dell’uva e la raccolta del
mosto. Nelle vasche di raccolta, il mosto macera insieme agli acini e a raspi detti
gramampuli per un periodo
di 24-36 ore, prima di essere
riposto nelle botti per l’invecchiamento. Un’altra
fonte di lavoro e di reddito,
per l’economia amaronese, è
costituita dalla pastorizia;
l'attività di allevamento di
ovini e caprini risale a tempi
antichissimi e si pratica
ancora oggi grazie anche
alla posizione geografica del
paese. Situato tra colline e
boschi, il territorio di
Amaroni è ricco di pascoli e
radure che forniscono il
foraggio per l’alimentazione
animale. Diffuso è pure l’al-
di GIAMPÀ PAOLA
levamento di equini e di
suini Le attività pastorali alimentano anche una discreta
industria di trasformazione
casearia, che fornisce ottimi
prodotti commercializzati
con i paesi vicini. La silvicoltura, un tempo molto fiorente, si pratica principalmente con le coltivazioni di
gelsi e castagni. Nella località Serra vi è una sorgente
di acqua mineralizzata da
solfato di ferro. Per quanto
riguarda il versante socioculturale, un aspetto importante della comunità amaronese è rappresentato dalle
festività religiose. Le ricorrenze più solenni sono quelle di santa Barbara, santa
Lucia e dell’Addolorata.
Santa Barbara è la patrona
del paese, protetto - come
tradizione vuole - da terribili
temporali che minacciarono
più volte di distruggerlo. Si
festeggia il 31 luglio ed il
primo agosto e la ricorrenza
è motivo d'incontro anche
per gli emigranti che rientrano appositamente dall'estero. La vigilia della festa si
caratterizza per il divertimento che la collettività riesce a creare con i giochi, le
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CALABRIA
Produttiva
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giostre ed il mercato, dove è
possibile trovare svariati
generi di merce. Durante la
serata, diversi cantanti allietano la festa fino a tardi,
quando i fuochi pirotecnici
con il loro chiassoso scintillio danno il segnale della
pausa. L'indomani mattina
presto, sette hurguluni (o
botti) lanciati in aria per lo
sparo, annunciano un’altra
giornata di festa. Solenne è
anche il giorno di santa
Lucia, che si celebra il 13
dicembre.
Dopo i festeggiamenti diurni caratterizzati dalle funzioni religiose, dalla processione e dai giri della banda per
il paese, a tarda sera, si svolgono in piazza due caratteristici balli che affondano le
radici nel folklore più antico:
“u bagagghieddhu e ‘a zzia
Rachela. I ballerini si contendono la partecipazione alle
danze, che in località Sicilo è
assegnata da un’apposita
commissione a coloro che
offrono la maggiore somma
di denaro.
Si stabilisce una graduatoria
e sono dichiarati vincitori i
primi due.
Il primo che ha sborsato la
somma più alta, si carica
SPECIALE AMARONI
sulle spalle ‘u bagagghieddhu, l’asinello costruito
da artigiani locali in cartapesta su uno scheletro di
canne, con una sigaretta in
bocca ed una grossa testa
contenente un piccolo ordigno esplosivo. Un fantoccio,
pure in cartapesta che raffigura un contadino – sorretto
da un ballerino che saltella
seguendo la musica – tiene
le redini.
Ad un certo punto del ballo,
un fumo di diverso colore si
sprigiona dalla sigaretta
stretta nella bocca dell’asino
e dai suoi fianchi E’ il segnale dello scoppio dei due fantocci, prima della testa dell'asinello e poi del contadino, tra gli scroscianti
applausi e le grida della
folla. Il secondo ballerino
che ha partecipato alla contesa, si pone sulle spalle ‘a
zzia Rachela, mezzo busto di
una bambola di cartapesta,
anch'essa con una sigaretta
in bocca che sprigiona fumo
di diverso colore al momento dell'accensione. Il ballerino, seguendo ritmi e melodia, la fa girare nel centro
della piazza tra una numerosa folla, che grida e batte
le mani. Dopo il ballo, anche
la testa della bambola scoppia ed anche stavolta le
grida e gli applausi sottolineano la fine delle danze.
Queste manifestazioni sono
conservate e tramandate con
passione perché rimarcano
una precisa identità culturale. Per quanto riguarda le
tradizioni gastronomiche,
ad Amaroni è ancora molto
diffusa e praticata quella di
preparare il pane in casa,
impastato con il lievito naturale e cotto nel forno a
legna. A questo proposito, è
degna di nota la numerosa
presenza di forni casalinghi
che le famiglie utilizzano
collettivamente per la cottura. Il forno, detto cocipana è
uno spazio con volta tondeggiante ed un pianale
poggiato su tre pilastri.
L’ingrediente tradizionale
per la preparazione è il levato, cioè il lievito, costituito
da un pezzo di pasta di
pane che viene lasciato inacidire per permettere la lievitazione.
La sera precedente la preparazione del pane, si rinnova
il levato, si mette della farina in un recipiente (zalatera
nel dialetto locale) con dell’acqua tiepida e s’impasta
in modo che il levato si rinnovi. Al mattino, si procede
alla setacciatura della farina,
fatta c’‘u crivu, il caratteristico setaccio adoperato esclusivamente per questo scopo.
La farina di grano duro e
tenero è messa nella majidda
(la madia dove s’impasta il
pane) e manijata (impastata)
con il lavato. La pasta si
lavora circa mezzora, poi si
aggiunge dell’acqua e si
mette a riposare ‘nta sporta,
una capiente cesta che si
copre con coperte di lana
per far lievitare l’impasto.
Quando la pasta è lievitata,
si pone nuovamente nella
madia e si confezionano le
varie forme di pane: a bastoni, pani e pitte. Le forme si
mettono su di un tavolo e
sono lasciate a riposare
affinché l’impasto compia
una seconda lievitazione.
Nel cocipane, il forno a
legna, intanto si procede a
far ardere la legna; la più
indicata è quella d’olivo,
specificamente le fascine che
si ricavano dalla potatura
degli alberi.
Si collocano le fascine nel
forno e si fanno ardere fino a
quando si raggiunge la giusta temperatura; il segno
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inequivocabile è dato dal
biancore che raggiunge la
pietra surriscaldata, detta
magara, che le donne collocano all’interno del forno in
un punto ben visibile, per
controllare appunto il raggiungimento della temperatura ottimale.
Prima di procedere all’infornata, si tira via la brace dalla
piattaforma del forno, detta
chianca, con il tradizionale
chadhipu, un lungo palo alla
cui estremità è legato uno
straccio umido, utilizzato
per la pulizia.
Le forme del pane si mettono sulla pala e, prima
d’infornarle, con un coltello,
si fanno dei tagli.
L’operazione viene compiuta per ragioni pratiche –
affinché le forme non gonfino troppo e non si cuociano
uniformemente - e per motivi rituali; incidendo per lo
più una croce, si vuole sottolineare l’alto valore simbolico, salvifico ed unificante
dell’alimento.
La pitta, più sottile, è tolta
prima dal forno, rispetto al
pane e si gusta ancora come
un’autentica golosità, caldissima e condita con un filo
d’olio d’oliva.
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REDAZIONALE PUBBLICITARIO
Capire il presente
progettare il futuro
a Calabria si colloca
agli ultimi posti in ogni
graduatoria. A determinare una tale situazione di
degrado concorrono diversi
fattori: mali antichi e recenti, inadeguatezza della
struttura produttiva, disoccupazione di massa, distribuzione sbilanciata di ricchezza e miseria, debolezza
dell’apparato amministrativo, carenza di servizi, criminalità, squilibri urbani e
demografici, emigrazione.
Questi i titoli del
“Differenziale Calabria”.
Per uscire dal circolo vizioso dell’eterna dipendenza
ed emergenza, e passare
dalla fase descrittiva del
fenomeno a quella operativa; per utilizzare compiutamente le nuove opportunità legislative e finanziarie; per misurare le ragioni
dell’impegno e della
responsabilità, è urgente
esprimere una nuova progettualità e guardare con
occhio più sereno agli scenari futuri.
Nell’ultima tornata delle
manifestazioni previste per
l’anno 2004, il Centro
Europeo Informazioni di
Cosenza - in collaborazione
con il Consorzio Catanzaro
Turismo ed il Centro
Alberghiero Congressuale
Capo Suvero di Gizzeria
Lido (Cz) - ha organizzato
la prima edizione della
Competizione Culinaria
Alberghi-Ristoranti.
Gli obiettivi prefissati dal
CEI - organizzazione di
L
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eventi turistici socio-culturali e di spettacolo, promozione di pacchetti turistici
per tour operators - sono
stati ampiamente raggiunti
nel corso della manifestazione. Il settore gastronomico è stato scelto come collegamento indissolubile con
quello turistico, per cogliere
contemporaneamente due
aspetti distinti: valorizzazione delle tradizioni culturali calabresi e indubbio
miglioramento della qualità
dell’offerta turistica.
La particolare scelta delle
rappresentazioni teatrali
e cabarettistiche,
collegate all’argomento cucina, è
stata dettata dalla
ricerca di far rivivere espressioni
tipiche di un
tempo. Si è voluta concentrare
l’attenzione sulla
riproposizione,
ed un successivo lancio
rivolto ad una vasta paltea,
delle tradizioni popolari
che, nella nostra terra,
costituiscono da sempre la
materia prima della cultura
subalterna, universo privilegiato della trasmissione
orale, a cui si è contrapposta la cultura egemone
ovvero il mondo della scrittura. Dare spazio e rilievo
ad iniziative gastronomiche
e di spettacolo, in futuro,
porterà una reale ventata di
novità nelle proposte turistiche della regione. Nel
corso della manifestazione,
tutti gli operatori hanno
potuto cimentarsi nella preparazione di piatti tipici,
tenendo ben presente due
aspetti peculiari: valorizzazione delle risorse locali ed
innovazione nella tradizione culinaria.
Il programma si è svolto in
due giornate di lavoro.
Nella prima, la manifestazione si è aperta con un
convegno sul tema
“Gastronomia
Mediterranea - evoluzione
nella tradizione”. Nella
giornata successiva, si è
svolta la gara con presentazione dei concorrenti appositamente scelti tra 10
ristoranti e 10
alberghi (tutti
comunque inseriti
nelle varie guide
turistiche quali
Gambero Rosso,
Michelin ed
altre). Le serate
sono state dedicate agli
spettacoli teatrali ed al
cabaret con un solo obbligo
per tutti, quello dell’utilizzazione della cucina come
elemento portante degli
spettacoli. La numerosa
presenza di pubblico e di
operatori del settore turistico e della ristorazione, nonchè la partecipazione diretta delle Istituzioni, hanno
valorizzato questa particolare forma di spettacolo,
realmente integrata con il
settore turismo. Per questo
motivo, il CEI ha inteso
concepire tale iniziativa
IL PRESIDENTE DEL C.E.I.
AVV. MIMMO LEONETTI
quale prima edizione di
una serie di manifestazioni
che apriranno o chiuderanno la stagione estiva turistica. La stabilità della manifestazione dovrà divenire il
presupposto del turismo in
Calabria, assumendo una
caratteristica sempre più
nazionale. E’ da augurarsi
che tale iniziativa possa
essere d’esempio per altre
zone turistiche che meriterebbero maggiore attenzione, sia nel settore dello
spettacolo, sia in quello del
turismo. Il CEI promuove
l’immagine di una Calabria
come nuova realtà imprenditoriale-turistica, valorizzando le indubbie realtà
locali, affinchè la regione
possa riscoprire i fasti che
le competono essendo da
sempre “Terra che evoca
colori cupi e fastosi come il
nero e l’oro, situazioni intriganti e splendide, una
realtà piena di misteri e
grandezze, una terra meravigliosa, una Passione
Mediterranea da vivere”.
CALABRIA
Produttiva
IL PARCO NAZIONALE
DEL POLLINO
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