CAMMINO FEBBRAIO 2011 P A R R O C C H I A S S . A N N U N C I AT A - L U R AT E C A C C I V I O EDITORIALE È possibile lavorare insieme o scorso mese di gennaio ci siamo domandati quali siano le prospettive per il futuro del nostro Decanato, della nostra città e delle nostre comunità cristiane di Lurate Caccivio a partire dalla lettera del nostro Arcivescovo a conclusione della Visita Pastorale Decanale del mese di marzo del 2010. Dalla riflessione è emerso che il futuro è tutto racchiuso nella volontà di “lavorare insieme” perché solo così possiamo dire, in modo concreto e visibile, che il Vangelo è lo sfondo di tutto il nostro essere ed agire. Ed il motivo è chiaro ed evidente: Gesù, il Figlio di Dio e nostro Salvatore, è venuto tra noi ed ha condiviso la nostra condizione di uomini. Percorrendo il nostro stesso cammino verso la “libertà” di una vita senza fine, Gesù ci ha mostrato, attraverso il suo grande Amore celebrato nella sua Passione, Morte e Risurrezione, che la via della Comunione e del dono incondizionato di sé, non solo è possibile, ma è anche l’unica via che rende l’uomo veramente uomo, felice di essere figlio di Dio, così come è stato pensato sin dalla sua creazione. Ma “lavorare insieme” è possibile? È una domanda legittima e che chiede a ciascuno di noi quale sia il cammino perché la comunione tra fratelli sia realizzabile nel nostro contesto di frammentazione e di particolarismi che ci è imposto dalla “cultura dominante”. Oggi si sente in più occasioni e in parecchi contesti che ciò che conta è che ognuno possa dire la sua. Ma il fatto di poter dire, sempre e comunque, il proprio pensiero, è la via che conduce ad una cultura che sia vera, utile e possibilmente condivisa? Il più delle volte questo modo di procedere conduce a posizioni sempre più distanti e radicate, fino al punto di pensare che non sia possibile trovare motivi di accordo e di condivisione, giungendo poi, quasi inevitabilmente, all’erezione di steccati e di veri e propri muri di separazione, che seppure non conducono, grazie a Dio, a scontri frontali, certo non favoriscono lo scambio, la comunicazione e la possibilità insita nella nostra natura umana di creare e favorire momenti di comunione e di condivisione. A noi cristiani è chiesto, proprio a partire dal Vangelo e dalla nostra fede in Dio, di essere costruttori di una “civiltà dell’Amore” e di una “fraternità universale”, dove la paternità di Dio ed il suo grande amore, per tutti e per ciascuno, è il vero ed unico fondamento. Su questo “basamento” è però necessario che ogni uomo dia il suo contributo per l’edificazione del “Regno di Dio”. Se ogni uomo può essere pensato con l’immagine della “pietra viva”, di cui ci ha parlato lo scorso anno L pastorale il nostro Arcivescovo, il legante per una solida e bella costruzione di questo “Regno”, è proprio la volontà di edificare insieme, di lasciarsi plasmare perché il contributo di ciascuno sia utile per il bene di tutti. Ne consegue che “lavorare insieme” prima ancora che fare alcune cose comuni è desiderare che il lavoro di tutti e di ciascuno sia sempre per il bene della comunità, sia essa civile o religiosa. È quindi necessaria tanta umiltà e capacità di riconoscere i tanti e preziosi doni che Dio ha posto nei fratelli che ci ha posto accanto, ma nello stesso tempo e anche indispensabile tanto coraggio per osare vie sempre nuove con tutti coloro che sono animati dalla stessa volontà di cercare prima di tutto il Regno di Dio. La speranza che ci unisce a partire dalla fede e sorretta dalla carità, come ci ricorda San Paolo nella prima lettera ai cristiani di Corinto, ci spinge a “lavorare insieme” non nella ricerca di “belle trovate” o “geniali soluzioni”, che il più delle volte lasciano il tempo che trovano, ma con l’umiltà di chi si ferma a scrutare l’orizzonte per riconoscere ciò che può contribuire a riportare alla luce la bellezza del creato e del progetto che Dio aveva pensato, sin dall’inizio, per il bene e la felicità dei suoi figli. Gesù ha affidato a Pietro il compito di “pascere il suo gregge” e quindi possiamo essere certi che seguire le indicazioni del nostro pastore è un modo concreto per non prendere degli abbagli in questo lavoro di umile ricerca del bene nella nostra piccola porzione di creato. Questo non ci toglie la responsabilità e la bellezza di lavorare in prima persona, ma ci aiuta a non “battere l’aria” quando invece varrebbe la pena di raccogliere l’abbondanza del raccolto che qualcuno ha seminato, altri ha annaffiato, altri ancora ha custodito e fatto crescere. Tendiamo allora le nostre mani nella ricerca di ciò che può edificare e con la gioia di chi sa che affidarsi alla volontà del Padre è la via sicura verso la pienezza della vita e della felicità. Don Renato IN QUESTO NUMERO È possibile lavorare insieme ___________pag. Vita della comunità _________________pag. Prete, che bello! - Gli amici ci scrivono _____pag. Korogocho News - Esperienze _________pag. La Liturgia Eucaristica (5) - Catechesi ______pag. I coniugi Martin - Fede & famiglia _______pag. Italia 150 - Attualità __________________pag. Don Carlo Gnocchi - Caritas __________pag. Per curare tutti i malati - Giovani e lavoro __pag. La storia di Rasha - Stile libero __________pag. Il ragazzo perduto - BiblioVideoTeca ______pag. I candell - Poesia ____________________pag. Fidenza - Giringiro __________________pag. Focus su... le nostre suore! - Ragazzi_____pag. Registri __________________________pag. 1 2 9 10 12 13 14 16 17 18 19 20 21 22 24 1 VITA Festa della Famiglia D omenica 30 gennaio la nostra parrocchia, come tutte le parrocchie di rito ambrosiano, ha celebrato la Festa della Santa Famiglia e di conseguenza ha festeggiato le famiglie, che, come affermò il filosofo Aristotele, sono il nucleo primo della società, in cui la formazione del 55 anni di matrimonio bambino ha inizio. Oltre alla celebrazione della S. Messa delle 11.30 con il ricordo degli anniversari significativi di matrimonio, sono stati organizzati il tradizionale pranzo e, al pomeriggio, i giochi per le famiglie. La cucina, o meglio i cuochi, hanno dato prova come sempre delle loro doti culinarie. La cura dei giochi è stata affidata agli adolescenti che hanno rivolto la loro attenzione in particolare ai più piccoli, così come richiesto dal nostro Arcivescovo per caratterizzare questa giornata. Al posto della solita cronaca, quest’anno abbiamo preferito lasciare spazio alle riflessioni di una donna, moglie, mamma e nonna, che dedica la sua vita alla famiglia. I giochi per i bambini 2 DELLA COMUNITÀ La festa a tavola da poco trascorso il giorno dedicato alla festa della Sacra Famiglia, nel quale sono stati ricordati in parrocchia gli anniversari di matrimonio, con la celebrazione eucaristica e i festeggiamenti in agape fraterna. Quale magnifica, sacrificale realtà, la presenza della famiglia. Luogo di particolare crescita dell’essere umano. Luogo da cui è iniziato il cammino di nostro Gesù e Signore. Luogo, ahimè, di consumazione di drammi e violenze. Mi soffermo a pensare alle attese dei coniugi verso i figli. A mamme soggette ad apprensioni ed ansie motivate da responsabilità, ma anche da apparenze conformistiche. A padri soli, ritenuti superficiali o immaturi per un ruolo così importante. L’autenticità del bambino (che non si è scelto il genitore) di abbandonarsi fiducioso, di sentirsi felice fra le braccia di papà e mamma è manifestazione di amore puro. Quello stesso amore che Dio ha per ogni sua creatura, indipendentemente che essa lo riconosca e ne dia risposta. L’icona famigliare porta in sé i segreti, magnifici e terribili, di gioie ed amarezze, di attese e di speranza, di dialoghi e lunghi pazienti silenzi. Un invito da condividere per un bene comune sia la preghiera, mezzo “invisibile”, forza “infallibile”. Ce lo insegna Gesù: “Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno” (Gv 17, 15). Affidiamo, quindi, le nostre famiglie a Colui che prega il Padre per noi. Egli è paziente, non si stanca mai di noi. Garanzia che per ogni famiglia la “festa” continua. Luisa Zago È Uno “storico “ rappresentante dei cuochi VITA DELLA COMUNITÀ temporaneamente, si ricorre ad altre famiglie o realtà di comunità come la Casa Famiglia. La realtà dell’affido è scarsamente utilizzata in Italia. a cura di Giuseppe Fasola Pensate che su tutto il territorio nazionale sono i vuole un intero villaggio per crescere un attivi 21mila bambino. affidi di cui solo Questo proverbio africano rappresenta bene 8mila a carattere il pensiero che è stato sviluppato dalla dr.ssa famigliare e il restante in comunità. Simona Bianchi nell’incontro che si è svolto martedì Le forme dell’affido possono essere diverse. 25 gennaio in Oratorio. In particolare, Simona si è soffermata sull’affido Simona è una persona conosciuta nella nostra comunità part-time. Si tratta di un affido che si concretizza o per la sua attività legata alla Casa Famiglia Bet Mjriam solo in alcuni giorni della settimana, o in alcuni ed è anche conosciuta nell’Olgiatese per il suo lavoro pomeriggi, o per brevi periodi, o per le vacanze. riguardo il tema dell’affido. Su queste pagina abbiamo Insomma, si tratta generalmente di un affido a ore o parlato più di una volta di “Tessere la Tela diurno. dell’Affido”, quell’iniziativa che ha contribuito in Quali motivi possono essere all’origine di questi modo decisivo a far conoscere e a far praticare l’affido bisogni? nei paesi del nostro distretto sanitario. Può trattarsi dell’assenza di una rete famigliare o Ma torniamo al proverbio iniziale. Simona, per amicale per cui, per alcune ore della giornata, i introdurci al tema, ci ha presentato un video breve, bambini rischiano di restare soli in casa perché semplice, ma davvero incisivo: si racconta di un i genitori non possono rinunciare al lavoro. ragazzo che in un pomeriggio qualsiasi si aggira in Oppure può essere il caso di un evento traumatico in solitudine per le vie, i giardinetti, i portici di un famiglia. Oppure ancora può essere il caso di una quartiere di un qualsiasi paese. Ad un certo punto, malattia. Queste situazioni oggi diventano ancor più attraversando la strada, rischia di essere investito. complicate quando, magari a causa di separazioni, il L’autista “inchioda” e scendendo dalla macchina si peso deve essere sopportato da un solo genitore. domanda: “Ma di chi è questo?!”. Ma quali requisiti sono richiesti alle famiglie È appunto da questa domanda che nascono le risposte, affidatarie? o meglio la risposta, di diverse persone. L’anziano, la A parte la disponibilità di tempo per assumersi la cura mamma, il barista, l’insegnante, il sacerdote, tutti del bambino che viene affidato, una famiglia normale è rispondono: “È mio!” e per ultimi a rispondere sono la famiglia ideale. Per il resto ci si può tranquillamente una coppia di immigrati con i loro bambini. affidare alla struttura presente nel nostro distretto È un po’ da questa consapevolezza che può iniziare a sanitario e preposta a seguire questo istituto così farsi strada l’idea che, certo, ciascuno ha i suoi figli, delicato. È una organizzazione davvero seria, ma, in fondo, anche i figli degli altri non ci sono professionale e costruita con l’intento di far incontrare indifferenti. Altrimenti, come ci ha suggerito Simona, il bisogno con una possibile risposta e, soprattutto, con la comunità non cresce fin quando a prevalere è il proposito di non abbandonare a se stesse le famiglie anzitutto il proprio personale star bene. che si rendono disponibili. Sicuramente oggi ci sono comportamenti, pensieri, atteggiamenti che non favoriscono la costruzione delle RINGRAZIAMENTI relazioni. Si fatica molto a fidarsi, ad accogliere, a scambiarsi piccoli favori. La conformazione stessa dei Desideriamo ringraziare di cuore tutta nostri paesi e del modello edilizio imperante, la Comunità per la gradita impedisce questa costruzione. Stare insieme e condivisione e partecipazione al condividere diventa a questo punto una scelta. nostro matrimonio celebrato E i nostri ragazzi? E l’affido? Come potremmo definire il 12 dicembre 2010. l’affido famigliare? Possiamo dire che per questi ragazzi viene mantenuto sicuramente il diritto a stare Ettore e Maria Grazia nella propria famiglia, ma nelle difficoltà, Affido part-time C 3 VITA DELLA COMUNITÀ affidarsi ad altri (Cristina e Mauro). Cosa c’è di utile, buono, comodo per i vostri bimbi in parrocchia? E nel nostro paese? In parrocchia come aiuto ai genitori c’è il gruppo familiare, a cui noi però non riusciamo a partecipare per altri impegni; non ci sembra a cura di Alberto Piatti che ci siano iniziative per i bambini dell’età dei nostri Per offrire uno spunto di riflessione sul tema della vita, figli (2 e 4 anni). In paese è molto importante la abbiamo chiesto ad un paio di coppie di genitori della presenza dell’asilo nido; sono inoltre utili gli spazi nostra parrocchia con figli piccoli di focalizzare la loro verdi in cui portare i propri figli per incontrare e attenzione sulla comunità e su Lurate Caccivio, socializzare con altri bambini: sarebbe bello che ce ne pensando alle esigenze dei loro bambini, vite in boccio. fossero di più, magari più curati (EG). Qual è la gioia maggiore e quali le preoccupazioni nel In questo momento, non essendo partecipi della realtà crescere i vostri figli? parrocchiale, non riscontriamo un ambiente nel quale La gioia più grande è quella di averli a fianco ogni anche bambini così piccoli possono entrare a far parte, giorno, vedere che crescono, che cercano di costruire mentre in paese c’è la possibilità di usufruire di un la loro personalità osservando il mondo con i loro asilo nido (CM). occhi di bambini, trasparenti e puliti, senza pregiudizi. Di cosa invece sentite la mancanza? Cosa ‘non è a Il timore più grande è invece quello di non riuscire a misura di bambino’? trasmettere loro i valori in cui crediamo Gli spazi verdi dovrebbero essere migliorati; sarebbe profondamente (Elena e Giacomo). bello avere anche più occasioni di incontro tra le Ogni giorno il nostro bambino di poco più di due anni famiglie anche nell’ambito comunale e non solo ci dà grandi soddisfazioni attraverso nuovi piccoli gesti parrocchiale (EG). e nuove parole; anche ricevere un sorriso da parte sua Non siamo a conoscenza, neanche per sentito dire da per noi è fonte di grande gioia. Allo stesso tempo altre persone, di strutture a misura di bambino che abbiamo la preoccupazione di volerlo proteggere e di possano essere utili soprattutto a genitori in difficoltà non lasciarlo mai solo; è diventato difficile fidarsi e economiche, sociali o familiari (CM). A misura di bambino - Giornata della Vita 2011 - La catechesi dell’iniziazione cristiana a cura delle catechiste della Primaria a Chiesa italiana, negli ultimi anni, sta mettendo a punto un rinnovamento degli itinerari della catechesi dell’iniziazione cristiana e anche la nostra Diocesi ha dato indicazioni in questo senso. Nella nostra parrocchia, lo scorso anno, abbiamo cercato di familiarizzare con i nuovi metodi per poi decidere, da quest’anno, di partire con la sperimentazione. Con entusiasmo e non senza qualche L 4 perplessità, che crediamo siano normali quando ci si accinge a vivere un’esperienza nuova, abbiamo cominciato a muovere i primi passi in questa direzione. Certo, dobbiamo riconoscere che non è semplice lasciare da parte i metodi che sono stati utilizzati per anni e non è così immediato assimilarne uno nuovo. Don Renato ci guida incontrandoci, gruppo per gruppo, con una certa frequenza in modo da preparare gli incontri, darci suggerimenti e materiale da utilizzare. La conoscenza della Bibbia avviene attraverso una serie di narrazioni di brani finalizzati a ricostruire la vicenda raccontata, in modo da permettere ai ragazzi di esserne partecipi e di far risuonare in loro quanto emerge. Particolare attenzione è rivolta soprattutto alle parabole, una progressiva conoscenza pratica del modo di vivere dei cristiani. Un aspetto positivo che possiamo già riscontrare è una partecipazione più attiva ed entusiasta dei ragazzi, come è emerso da una prima riunione di verifica tenuta lo scorso 24 gennaio tra noi catechiste e don Renato. Siamo certi che proseguendo il cammino saremo anche in grado di raggiungere risultati sempre più adeguati a quanto ci viene richiesto. VITA Cineforum: un primo bilancio di Marco Piatti ontinua al sabato sera l’appuntamento, sempre aperto a tutti, ragazzi e adulti, genitori e nonni, con i film sulla libertà proposti dal gruppo adolescenti, che ha raccolto il testimone della gloriosa esperienza dei cineforum organizzati dal Centro Studi Piergiorgio Frassati ormai più di dieci anni fa. Dopo il primo incontro dedicato ai più piccoli, con “Spirit - Cavallo selvaggio”, il percorso si è snodato attraverso un successo degli ultimi anni, “Into the wild”, la vera storia di un giovane che, sentendosi imprigionato in convenzioni e strutture sociali che non gli appartengono, abbandona la vita di tutti i giorni per viaggiare senza sosta per tutta l’America, e un film molto meno conosciuto dal grande pubblico, “L’onda”, ispirato a una storia vera, in cui un professore di liceo, di fronte allo scetticismo dei propri studenti sulla facilità di instaurare una dittatura, si pone a capo di un gruppo basato sulla disciplina e sul C Obiettivo: accoglienza! Presentazione di un mini-progetto in India a cura delle Suore Figlie di Sant’Anna er la Giornata Missionaria del 20 febbraio 2011, l’Istituto delle Figlie di Sant’Anna, in sintonia con altre persone di buona volontà, presenta questo mini-progetto e conta, con l’aiuto di persone generose e sensibili all’infanzia e all’adolescenza abbandonata a causa dell’AIDS, di collaborare a salvare la vita di tante ragazze rimaste orfane per questo flagello. P DELLA COMUNITÀ cameratismo, fino ad accorgersi che l’esperimento è andato ben oltre le sue originarie intenzioni. Il bilancio di questi primi tre film, dal momento che il cineforum tornerà ad aprile con altre due date, si divide equamente tra luci ed ombre. Se sono sicuramente da annoverare tra i lati positivi l’entusiasmo dei ragazzi nei preparativi, l’impegno nelle tante serate in cui ci si trova davanti a un foglio bianco per scegliere i titoli e costruire le riflessioni, e la buona volontà, a volte comprensibilmente sovrastata dall’inesperienza, nell’affrontare il dibattito dopo il film, non si possono nascondere alcune comprensibili difficoltà nel mantenere il gruppo unito e concentrato, e nel ricordare ai ragazzi la responsabilità, una volta che ci si è addossati un impegno, di portarlo a compimento. Ma soprattutto, non si può tacere sulla scarsa partecipazione da parte sia dei giovani che degli adulti agli incontri. È facile sostenere che non esistono più proposte serie per i ragazzi dell’oratorio, che un tempo era tutto diverso, che oggi i ragazzi non hanno più voglia di mettersi in gioco, quando poi non si trova neanche un sabato sera libero per un film in loro compagnia. La prossima volta che cercheremo di proporre ai ragazzi un’esperienza che, come questa, non è certo solo svago e divertimento, ma richiede una certa dose di approfondimento e impegno, probabilmente ci sentiremo rispondere: “Ma chi ce lo fa fare, ci perdiamo un sabato sera e tanto non viene nessuno, andiamo tutti insieme a farci una birra che ci divertiamo di più”. Beh, a questo punto daremo loro ragione. E probabilmente andremo anche noi con loro. Le figlie di Sant’Anna sono presenti a Trivandrum, capitale del Kerala (India), fin dal 1995 e si dedicano alla promozione umana, all’aiuto alle famiglie, all’educazione mediante scuole materne, una scuola elementare, gruppi giovanili e attività pastorali, nonché all’assistenza sanitaria in ospedali e in un centro per malati di AIDS e TBC. Oltre all’istruzione scolastica, le suore curano la formazione umana, morale e civile delle ragazze orfane per migliorare il loro stile di vita e sviluppare le abilità necessarie alla loro crescita. Vi ringraziamo di cuore per il vostro aiuto solidale. Ragazze di Trivandrum (India) Dettaglio dei costi della progettata casa di accoglienza: pilastri per elevazione e opere murarie: euro 15.455 pavimenti: euro 8.656 porte e finestre: euro 1.200 imbiancatura: euro 1.545 opere idrauliche e bagni: euro 2.108 opere elettriche: euro 1.727 camere e arredi: euro 9.202 tetto e terrazzo: euro 5.870 5 VITA Mille fogli di Appunti di Alberto Piatti ome tutte le domeniche, all’uscita dalla chiesa dopo la S.Messa, mi sono avvicinato al contenitore dove è riposto il foglio di Appunti. Ma questa volta è stato un impatto diverso, vi troneggiava infatti un numero importante: ‘1000’. Il numero mille! Ma allora, da quanto tempo c’è il nostro informatore settimanale? Approfittando della stesura di ‘Cammino’, capitata a proposito, sono andato a riprendermi dal piccolo archivio delle pubblicazioni parrocchiali il mitico ‘Numero Uno’. Era il 9 aprile 1989, quasi 22 anni fa... Riprendo il pensiero di don Francesco che apriva questa lunga storia. “Perché questo foglio? La vita di una comunità è ricca, fatta di parola di Dio da interiorizzare, di incontri, vita sacramentale, momenti di fraternità, missione, ecc. E tutto questo esige che diventi notizia, che si comunichi, che non rimanga nel chiuso di un gruppo o nella mente di un responsabile, se deve essere vita di C DELLA COMUNITÀ comunità. Del resto, anche il Vangelo si è diffuso perché si è fatto notizia. Da questa esigenza nasce questo foglio che, nella misura del possibile, vuole essere settimanale. Semplice, di poche parole, foglio di comunicazione per la comunità parrocchiale. Mi auguro che sia di utilità per tutti, perché la comunità cresca sempre più unita, più santa, più universale (di tutti), più missionaria”. Un rapido sguardo alle notizie riportate mi fa fare un tuffo indietro nel tempo, tornando adolescente: il programma delle vacanze, il pellegrinaggio mariano a Varallo (“Abbiamo già riempito quasi 6 pullman, ma abbiamo prenotato, se necessario, anche un settimo...”), il mese di maggio nei cortili, il banco vendita delle missioni, l’attività sportiva, la festa di chiusura dell’oratorio. Alcuni di quegli avvisi li possiamo ritrovare pari pari nei fogli di oggi; altri invece fanno parte ormai dei ricordi, ma chissà che, in futuro... Quel che è certo, a mio parere, è che Appunti non ha mai tradito lo spirito originario: è, oggi come allora, semplice e sicuro interprete della necessità di comunicare a tutti i parrocchiani la vita della nostra comunità, fatta di riflessioni, di date e orari, di brevi approfondimenti sugli appuntamenti principali della settimana; prova ne sia il fatto che nessuno ormai esce dalla chiesa senza prima aver preso quel piccolo foglio A4 piegato in due che racchiude in poche righe la settimana che va a iniziare. “...E vi ricordo di prendere il foglio degli Appunti...”. Maria ‘Porta del Cielo’ Cominciamo ad alzare lo sguardo verso le nostre vetrate. Entriamo in chiesa e volgiamo gli occhi alla nostra sinistra, in alto: la prima vetrata che incontriamo è quella che reca la scritta latina ‘Janua Coeli’, cioè ‘Porta del Cielo’. Due angioletti sembrano prendersi cura di una porta azzurra (che non a caso è sia il colore di Maria che quello, appunto, del cielo) posta sulle nubi, irradiante una luce intensa. Avevamo detto che le vetrate sono installate secondo un preciso filo logico: qualcuno dei lettori ci ha pensato? Iniziamo a seguirlo... Questa vetrata si trova sopra al Battistero, di fronte all’altare di San Carlo; la chiave di lettura è proprio legata alla posizione rispetto agli altari laterali. Infatti, il sacramento del Battesimo ci monda dal peccato originale e ci introduce nella comunità cristiana; possiamo dire quindi che il Battesimo è la ‘porta’ attraverso la quale diventiamo figli di Dio. Inoltre, la luce che proviene dalla vetrata illumina, dall’altra parte della navata, San Carlo che consacra la nostra chiesa parrocchiale; nell’affresco, egli sta proprio sulla porta della chiesa, aperta verso l’esterno. Estendendo un po’ il concetto, è la Chiesa che si apre al mondo, non resta chiusa in se stessa ma si fa missionaria; ed ecco quindi la seconda ‘porta’. E Maria? La Madonna è anch’essa ‘porta’: attraverso di Lei si giunge infatti a conoscere ed amare pienamente Gesù, suo Figlio, e quindi Dio Padre. Da ultimo, notiamo che le due cappelle che abbiamo citato non stanno casualmente presso la porta della chiesa: rappresentano i primi passi per chi entra nella comunità, sia dal punto di vista spirituale/sacramentale (il Battistero) che storico (la consacrazione nel 1583 dell’edificio di culto). 6 AZIONE CATTOLICA InformACI Tu fai la differenza - Ragazzi ACR - a cura delle Ragazze dell’ACR l tema generale del Meeting della Pace 2011 – ha spiegato Giancarlo Ceruti, responsabile diocesano dell’Azione Cattolica Ragazzi - consiste nel far riflettere i ragazzi su tutto quello che non li aiuta a portare sapore e a illuminare le loro giornate, ciò che non permette loro di costruire la pace negli ambienti in cui vivono, e nel mondo. In particolare, cercheremo di capire con i ragazzi come “fare la differenza” con questo doppio significato: primo, cercare un modo bello e differente di vivere che non sia condizionato dalle mode, ma metta al primo posto la pace, le relazioni, gli ultimi. E in secondo luogo, imparare a sottrarre (fare la differenza!) da noi stessi tutti quegli atteggiamenti, ma anche oggetti e abitudini, che non ci permettono di puntare a essere discepoli di Gesù e costruttori di pace». Durante il Meeting tenutosi a Gallarate, noi ragazzi abbiamo fatto delle attività per andare a scoprire tutti quei “più” di cui ha parlato Giancarlo Ceruti: ovvero le cose positive che si possono guadagnare imparando a sottrarre dalla propria vita ciò che è privo di significato profondo. Il Meeting è stato organizzato per filo e per segno con il gioco, le preghiere e, per finire, la merenda insieme. Una giornata intensa, che effettivamente ci ha visto protagonisti fin da subito. Appena arrivati, dopo l’accoglienza degli animatori con balli e canti, abbiamo giocato: “Più cuore per più amici”, un gioco, ma anche un’incredibile esperienza perché abbiamo potuto conoscere nuovi ragazzi che come noi fanno ACR. Poi la preghiera guidata dal nostro don Luca Ciotti, un momento vissuto da tutti con molta intensità. «I Ovvero: cerca un modo bello e differente per vivere, sottraendo gli atteggiamenti non da discepoli Si respirava davvero aria di pace. Il messaggio che don Luca ha voluto lasciare a noi ragazzi è stato: tu riferito ad ognuno di noi - fai la differenza, e non le differenze. Essere pronti sempre a tendere la mano ed essere disponibili anche se non è facile, soprattutto in una società dove ci sono persone diverse fra di loro. Questa è la realtà, una realtà che non è facile da vivere, dove le discriminazioni sono tante e per essere violenti ci vuole veramente pochissimo. E allora distinguiamoci, perché la pace è possibile solo in una ambiente sano, ricco di amici e di persone che costruiscono relazioni basate su rispetto reciproco. Dopo la preghiera, come ogni incontro acierrino che si rispetti, ecco la merenda tutti insieme, momento assai gradito da tutte noi. Avevate dubbi? Siamo magre, snelle e pure belle, ma... quanto mangiamo! Dopo questa tappa, il momento conclusivo e i saluti, con l’invito accolto da noi con entusiasmo a prendere alcuni gadget il cui ricavato andrà a finanziare alcuni progetti nella Russia siberiana: in particolare due case di accoglienza per ragazzi orfani o in difficoltà, uno gestito dalle suore Ancelle dell’Immacolata Concezione, mentre l’altro è un Centro per i ragazzi di strada di San Pietroburgo, coordinato da padre Stefano Invernizzi dei Frati Minori. La gestione del progetto è in collaborazione con le realtà locali delle Chiese ortodossa e luterana. Un piccolissimo gesto di carità verso chi ha più bisogno: questa è vera pace, così possiamo essere veri testimoni di Gesù. 7 GRUPPO MISSIONARIO Viaggio in terza classe (10) Manderò dal cielo tanti fiorellini... da Betlemme riprende il nostro viaggio, un arcobaleno crea un ponte fra i continenti e permette al treno dell’amore di seguire i binari del cuore per raggiungere altri Missionari. Siamo diretti a Ituzaingò, una località a nord dell’Argentina presso il confine con il Paraguay. Vogliamo incontrare suor Rosina Barri, un altro fiore missionario che dal giardino cacciviese si è trapiantato nell’America meridionale. Schiva e riservata, ci affidiamo per conoscerla meglio alle vivaci parole della sorella suor Clemenza: “Irma, la futura suor Rosina, nasce il 28 ottobre 1926 da Rosa e Bonaventura; frequenta asilo, scuola, oratorio, riceve con gioia la prima Comunione nella chiesa di Caccivio e la S. Cresima dal Cardinal Schuster ad Appiano. Da ragazzina lavora nella ditta Ravasi di Oltrona e in lei cresce il desiderio di farsi suora. Un giorno, tornando a casa, Irma dice alla mamma, che stava dando l’ultimo giro alla polenta: “Mamma, mi faccio suora”. Rosa rovescia la polenta sull’asse ed esclama: “O tusa, lasum fiadà, a l’è apena un ann che ghè andoo in cunvent la tua surela Margherita”. Irma decisa: “Mamma, o parto adesso o mi tenete per sempre”. Segue un attimo di silenzio, poi: “E dove vuoi andare?”. “A Roma”. “Ma in quale ordine religioso?”. “Dalle Figlie di Nostra Signora al Monte Calvario”. “Questa l’è bela, dove hai trovato questa congregazione?”. “Sulla immaginetta di suor Maria Teresa Zonfrillo sta scritto: manderò dal cielo tanti fiorellini”… Rosa guarda la figlia, le indica il giardino e aggiunge: “Va’, cata sü tütt i fiuur che ta vorat, ma sta’ chì e damm una man a cress i tò fredèj” . Compiuti 21 anni, Irma raggiunge Roma, dove con sua grande gioia diventa postulante, novizia, e dopo tre anni professa e chiede di essere chiamata suor Rosina, un segno di riconoscenza verso la mamma che l’aveva capita quando le aveva comunicato di voler rispondere affermativamente alla chiamata di Dio. I genitori la seguono con la preghiera, soprattutto quando viene inviata in missione, dapprima in Brasile e poi in Argentina ad alleviare le sofferenze dei fanciulli abbandonati, dei malati, degli emarginati, secondo il carisma della fondatrice dell’ordine Santa E 8 Virginia Centurione Bracelli, una nobildonna genovese vissuta nel 1600”. Come era finita quell’immaginetta fra le mani di Irma? Le vie del Signore sono veramente infinite… Noi incontriamo suor Rosina a Ituzaigò, in una comunità di suore che all’invito: “Vieni e seguimi”, come lei hanno risposto: “Eccomi, sono tua per sempre”: sono i fiorellini che da nazioni diverse sono stati mandati dal cielo a mettere radici in un terreno fertile, ed è in questo giardino che anche noi vogliamo fare festa ricordando il suo 60° anno di professione religiosa. Non molto lontano, si fa per dire, in un altro giardino si eleva e riesce a raggiungerci prima della partenza per altri lidi una fragranza nuova. Ascoltiamo: “Sono Fernanda, la missionaria saveriana della comunità di Lurate. Mi trovo a Vila dos Cabanos, una località a circa due ore di barca da Belém, la capitale del Parà. In comunità siamo in quattro sorelle, una brasiliana e tre italiane. Qui ero stata nel 1987. A quel tempo c’erano poche case, destinate a cinquanta delle molte famiglie espropriate della loro terra da parte della società che ha costruito il polo industriale della produzione dell’alluminio, in una zona dove prima c’era una lussureggiante foresta. Ora trovo una realtà molto cambiata. La popolazione in tutta l’area è cresciuta: è gente proveniente da varie parti del Paese in cerca di lavoro, un lavoro precario, con conseguenti disagi e problemi di instabilità familiare. Purtroppo è cresciuta molto anche la violenza, in buona parte legata al narcotraffico e al consumo della droga. L’accelerazione della crescita non tiene conto dei gravi costi pagati dai più deboli. La parrocchia è composta da una trentina di comunità sparse in tutta l’area; si parla di circa 40.000 abitanti. C’è un solo prete, un sacerdote spagnolo. Noi sorelle non riusciamo a dare una presenza costante in tutte le comunità, ma ci sono laici che si impegnano. Sono contenta di essere qui, come piccolo segno dell’amore di Dio. Lui è venuto ad assumere per sempre la nostra carne. E questa bella notizia dà ali alla speranza”. AMICI CI SCRIVONO Prete, che bello! di don Antonio Ghezzo osa si scrive a un amico che non si sente da diverso tempo? Si scrivono i ricordi, si scrivono i sentimenti, si scrivono le novità. In questi cinque anni sono stato chiamato a fare il prete in oratorio e come aiuto per il parroco nelle varie attività della parrocchia. Per ogni singola giornata ci sono fatti, persone e aneddoti molto belli e simpatici da raccontare, oppure da criticare e, qualche volta, da correggere. Mi ritengo molto fortunato di aver trovato una parrocchia “normale”, un parroco che mi vuole bene, diversi giovani e adulti formati e molto disponibili. Non so fin quando resterò qui e non posso immaginare dove mi potranno, un giorno, trasferire; ma in ogni luogo si cresce, si matura e si intessono tante relazioni belle, profonde e significative. Mi piace allora, in questa lettera confidenziale, condividere qualche riflessione sul dono che ho ricevuto nell’essere sacerdote e sulla Grazia che mi accompagna giorno per giorno. Da voi, e con voi, ho imparato tanto! Ho imparato a vivere la parrocchia, con uno sguardo d’insieme su tutto ciò che si vive, si organizza o si propone in oratorio, piuttosto che in chiesa, o altrove. Ho imparato a intenderla come una vera “comunità cristiana” in cui ci si confronta e, qualche volta, ci si scontra; come una comunità in cui fermentano le idee, l’attenzione al paese, la cura per i ragazzi, per gli anziani, per gli immigrati… Ho visto tutti questi aspetti espressi in modo diverso, da persone differenti, ma sicuramente adulte e responsabili (il nostro arcivescovo direbbe “corresponsabili”), che portano avanti delle intuizioni reali e profonde con grande spirito cristiano e di fede. Ho respirato tutto questo anche stando con don Renato, parroco singolare, che tante volte mi sono trovato a contestare (magari solo dentro di me)… Ma, devo ammetterlo, una volta prete, mi sono accorto di fare le medesime cose (e ora posso capirlo!). Per molti aspetti, la mia esperienza a Caccivio è stata una seconda adolescenza, dal punto di vista spirituale, pastorale, ma anche umano! Alla fine della prima Santa Messa che ho celebrato a Caccivio, ricordo bene che dicevo: “Fare il prete è bello, spero”. Ora lo riaffermo con maggior convinzione e con un po’ più di cognizione di causa. C A dire il vero non mi rendo ancora conto di cosa sono, di quale forza e potere ho nelle mani quando celebro l’Eucaristia e quando pronuncio le parole: “Io ti assolvo…”. Mi sento per molti aspetti inadeguato per quanto il Signore mi affida, eppure mi stupisco tante volte di quanto le persone ricevono da me: persone che chiedono consigli e a cui non so cosa rispondere; persone che incontro quasi per caso e che in quel frangente trovano in me, sacerdote, una luce di speranza; persone che mi confidano segreti profondi che non dicono a nessun altro. Anche se non è sempre coinvolgente e poetico il ministero del prete! Spesse volte percepisco il sacerdozio come l’esperienza di un precipitare vorticoso. Scopri i tuoi limiti e difetti e ti ci scontri; ti accorgi di avere anche tu molti aspetti che critichi ad altre persone, ti accorgi che anche tu sei capace di essere egoista, indifferente e in alcune occasioni addirittura cinico. Ti accorgi che anche tu lasci da parte facilmente quel Signore che predichi e che ritieni sia al primo posto nella tua vita… e ti accorgi che al suo posto metti i tuoi interessi, metti la soddisfazione di una cosa ben riuscita, metti qualche tuo ideale, non perfettamente in sintonia con la Sua Volontà. Ma il fascino di quest’esperienza è che, scivolando sempre più in basso, percependo e facendo continuamente i conti con la tua umanità, non migliore di quella degli altri, tu puoi capire le persone! Tu riesci a non giudicare, ma ad avere compassione. La misericordia la percepisci innanzitutto su te stesso. Non faccio promesse perché so di non essere capace di mantenerle, ma coltivo il desiderio di venire a visitare la parrocchia di Caccivio, l’oratorio, il Doposcuola, il Diurno, la Messa feriale e quella festiva, le famiglie e molte case di persone veramente amiche… Un saluto di cuore e una preghiera per tutti voi! 9 ESPERIENZE KOROGOC KOROGOCHO HO NEWS NEWS di Camilla Giudici arissimi, è domenica, ho appena finito di mangiare qualcosa e attendo di tornare a St. John per l’incontro di tutte le piccole comunità cristiane. Sono quei momenti di calma straordinari, da cogliere al volo e apprezzare; sembra addirittura ci sia silenzio, anche se in lontananza si sente sempre l’immancabile musica che però alla domenica si trasforma spesso in canti religiosi che si alzano dalle innumerevoli chiese sparse per Korogocho. Qualcuno direbbe: ma che scandalosa divisione tra i cristiani! Io, riflettendoci, dico: che bello che almeno alla domenica tutti rivolgono un canto a Dio! C responsabilità di stare al fianco del ragazzo o dell’adulto che chiede di essere battezzato. È davvero il rappresentante di tutta una comunità che se ne assume la responsabilità, iniziando a condividerne il cammino. Mi piace molto questo segno, il secondo di tantissimi passi che fanno della nostra vita cristiana un pellegrinaggio comune. Giustizia e pace Prima della predica, il gruppo di Giustizia e Pace aveva presentato il tema settimanale di quella che sarà la Campagna Quaresimale di Giustizia e Pace. Infatti il secondo passo del pellegrinaggio di fede non porta da nessuna parte se non c’è poi un impegno fattivo per cambiare le cose, ridare sicurezza alla gente, liberare le terre in mano ai pochi proprietari terrieri, riconciliare un Paese ferito e diviso, invocare onestà e coerenza in chi deve guidarlo... Anche questo è un passo del pellegrinaggio, essenziale. Un unico Vangelo che parla al singolo individuo, anche il più sperduto e abbandonato, e a comunità intere e Nazioni. L’orgoglio di Korogocho Sabato scorso c’è stata una S.Messa nel nostro decanato per celebrare l’anno sacerdotale. Da Korogocho ci siamo andati a piedi, visto che la parrocchia dove si celebrava la Messa, presieduta dal cardinale, non era molto distante, giusto un cammino Questa mattina alla seconda messa c’è stato il secondo di un paio d’ore. Ogni parrocchia era stata invitata a raccogliere offerte per aiutare una delle parrocchie del passo dei catecumeni verso il battesimo che decanato a terminare la chiesa riceveranno la notte di Pasqua. nuova in costruzione (lascio Erano tanti. perdere i miei commenti Per la loro gioia, la nostra gioia, sull’oscenità che è quella chiesa, la gioia di tutta la comunità enorme, davvero un segno di cristiana. E per lo smacco di chi potenza, ma quasi in mezzo al continua a dire che a Korogocho, niente...). Domenica poi, durante e in altre nostre missioni, non il Consiglio Parrocchiale, la zona facciamo più lavoro pastorale, di St. John ha ricevuto i ma solo lavoro sociale. complimenti ufficiali per aver Il secondo passo è un passo raccolto e donato più delle altre importante: è il passo in cui si zone della nostra parrocchia. riceve il nome. I vari passi sono Il modo in cui il segretario del la lunga preparazione al Consiglio Pastorale ha espresso battesimo che dura due anni: è i complimenti rivelava sorpresa, praticamente il rito del battesimo come dire: “Pensate! Korogocho, diluito nel tempo, con lezioni di dove ci sono i più poveri e catechismo continue e passi miserabili, è riuscita a pubblici che avvengono di fronte raccogliere più di tutti gli altri”. a tutta la comunità. I padrini e le La mia reazione interna è stata madrine sono raramente i espressa molto bene da p. John genitori (perché o non sono che ha chiesto candidamente e battezzati o non ci sono del tutto) provocatoriamente: o qualcuno della famiglia. “Perché vi sorprendete? Allora è qualcuno della comunità Pensate che St. John non sia cristiana che si assume la Bambini di strada a Korogocho Il secondo passo 10 ESPERIENZE capace di gesti così?”. Quando poi p. John ha riportato questo fatto alla comunità di St. John, ha ricevuto dalla gente un grande applauso. Come dire: “Siamo davvero stufi di essere considerati gli ultimi poveracci della parrocchia, vogliamo rispetto. E siamo pronti a diventare parrocchia, possiamo farcela e vogliamo farcela”. A Korogocho ci sono sì i più poveri tra i poveri, ma c’è anche tantissima gente che vuole farcela con le proprie gambe, rivendica i propri diritti assumendosi i propri doveri. Il fatto di abitare in una baracca non rende una persona meno generosa, meno cristiana o meno capace di responsabilità. Boma Rescue Significa più o meno: la Casa della Salvezza, del recupero. È l’altro dei nostri progetti per i bambini di strada (in compartecipazione con la parrocchia di Dandora). Appena si attraversa il Nairobi River, il panorama diventa allucinante: una spianata brulla, continuamente spazzata dal vento, sparsa di sacchetti di plastica, avvolta in una puzza costante, visitata da qualche passante e da qualche maiale che razzola tra le immondizie. Poi si apre il cancello del Centro ed è come entrare in un’oasi: un campo da calcio, una grande baracca per gli incontri, le lezioni, le danze, i giochi... Un’altra baracca più piccola funge da ufficio per lo staff e da sala incontri; un piccolo orto coltivato a cavoli, sukuma, qualche pianta e qualche animale africano di legno a grandezza quasi naturale, per la gioia dei bambini. L’unica cosa che ricorda dove siamo è ancora la puzza... Perché rimaniamo lì, direte, se ci sono queste condizioni? Proprio perché il Boma Rescue è un avamposto ai bordi della discarica, un segno di presenza, un piccolo centro dove i bambini possono passare qualche ora, oppure rimanere per quasi un anno per il lavoro di reintegrazione. La “raccolta” dei bambini è il cosiddetto “lavoro di strada”, la parte fondamentale del progetto: gli operatori sociali vanno in discarica o nelle “basi” (i luoghi di ritrovo dei bambini di strada) e tentano un primo approccio amichevole. Se riescono a convincere i bambini a venire al Centro, le prime settimane sono cruciali perché per molti di loro si apre davvero un mondo completamente nuovo. Al Centro imparano i concetti fondamentali dell’igiene personale, del vivere insieme; hanno lezioni scolastiche e momenti di condivisione, momenti di preghiera e di gioco. E poi il pranzo, quasi sempre a base di ghideri (mais e fagioli), ad eccezione del sabato quando ricevono polenta, cavoli e carne. E infatti al sabato il numero dei presenti magicamente aumenta... Il cibo, pensate un po’, è invece per molti un motivo per lasciare il Centro: perché devono stare qui a mangiare ghideri tutti i giorni, quando sulla discarica trovano biscotti e merendine scartate dalla tavola del ricco Epulone? Un altro motivo di abbandono è il pensiero che “qui sto perdendo tempo, mentre i miei amici sulla discarica fanno i soldi...”. E stiamo parlando di bambini tra gli otto e sedici anni... Dopo il lavoro di strada da parte degli operatori inizia il lavoro quotidiano al Centro (scuola, attività culturali, ricreazione, gite...) sia con i bambini che con le famiglie. Dopo circa sei-otto mesi di permanenza al Centro, c’è il grosso lavoro di reintegrazione nelle scuole. Gli operatori sociali contattano tutta una serie di scuole elementari della zona per reintegrare i bambini. Gli incontri regolari con le famiglie permettono di aiutarle a far partire qualche piccolo progetto, a risollevarsi almeno un po’, ma soprattutto a (ri)sentirsi responsabili per i loro figli e le loro figlie. Cosa non facile, anzi... Eppure si riesce, la percentuale di recupero è davvero sufficiente a dare speranza per continuare. La concretezza della gente La settimana scorsa abbiamo tenuto la Settimana Biblica, la prima delle sei che teniamo a St. John durante l’anno. Un appuntamento ormai abituale, che richiama sempre più gente di ogni altro evento. I padri scelgono un libro della Bibbia e lo spiegano a grandi linee, cercando di contestualizzarlo nella realtà della nostra comunità. E poi ci sono le domande della gente, a volte stupende... Come quella di David che, dopo aver appreso che Mosè era rimasto sul monte Sinai per quaranta giorni quando ricevette le Tavole della Legge, ha chiesto: “Ma è andato da solo o c’erano altre persone con lui? E cosa avevano da mangiare?”. Bellissima concretezza! Sì, perché va bene parlare con Dio, ma sempre da solo per quaranta giorni? E senza cibo? No, impossibile... Mi piace questa incredibile concretezza della gente. La vita è davvero fatta di relazioni, e la relazione è incontro, cibo, raccontarsi la giornata, condividere i problemi e le speranze... in modo molto quotidiano e concreto. Non per niente Gesù stesso aveva detto che da questo capiranno che siete miei discepoli… Termino qui, è lunedì pomeriggio, incredibilmente è tornata la corrente e ho potuto terminare la lettera. Oggi tornerò a trovare una comunità di lebbrosi che resiste dai tempi di Alex. Un abbraccio a tutti! padre Stefano Giudici 11 CATECHESI - La Santa Messa - La liturgia eucaristica(5) di don Pierpaolo ella nostra presentazione della preghiera eucaristica, «momento centrale e culminante dell’intera celebrazione» (Principi e norme per l’uso del messale ambrosiano, n. 55), siamo giunti al racconto dell’istituzione che narra i gesti compiuti da Gesù e le parole da lui pronunciate nel corso dell’ultima cena: N Egli, offrendosi liberamente alla sua passione, prese il pane e rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse: ‘Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi’. Dopo la cena, allo stesso modo, prese il calice e rese grazie, lo diede ai suoi discepoli e disse: ‘Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me’. (Preghiera eucaristica II) Grazie all’azione dello Spirito santo invocato poco prima, questi gesti e parole hanno un’efficacia attuale: attraverso di essi «si compie il sacrificio che Cristo stesso istituì nell’ultima cena, quando offrì il suo corpo e il suo sangue sotto le specie del pane e del vino» (Principi e norme per l’uso del messale ambrosiano, n.56d). Le parole di Gesù, in particolare, realizzano ciò che dicono e fanno di quel pane e di quel vino il corpo dato e il sangue versato del Signore, cioè la sua vita donata per noi. 12 Per questo si chiamano anche parole della consacrazione. Esse sono pronunciate dal sacerdote «in nome della Chiesa che supplica con le parole di Cristo»: sono cioè le parole di Cristo, non però immediatamente in bocca a Cristo, bensì in bocca alla Chiesa, autorevolmente rappresentata dal ministro ordinato, l’unico abilitato a pronunciarle. Nel corso della storia, soprattutto nella tradizione della Chiesa latina, queste parole hanno assunto un peso sempre più rilevante al punto che, secondo la dottrina cattolica, in assenza di esse non avviene la consacrazione del pane e del vino. Ciò non significa comunque che la consacrazione dipenda solo da esse. In effetti, a partire dal Vaticano II, si è riscoperta la convinzione per cui tutta la preghiera eucaristica ha efficacia santificatrice. La consacrazione del pane e del vino è dunque realizzata da tutta la preghiera eucaristica, non solo dalle parole dell’istituzione le quali, per quanto siano indispensabili, non vanno isolate quasi fossero una specie di formula magica. Per quanto riguarda il testo del racconto dell’istituzione, non ne esiste un’unica versione. In effetti, già nel Nuovo Testamento abbiamo quattro differenti narrazioni che, pur concordi nella sostanza in quel che riferiscono, presentano ciascuna delle proprie particolarità. Nel canone romano (la nostra preghiera eucaristica I attuale, che fu per lungo tempo l’unico testo utilizzato nella Chiesa cattolica), il racconto istitutivo è una sintesi delle quattro versioni del Nuovo Testamento, con un netto parallelismo tra i gesti e le parole sul pane e i gesti e le parole sul calice e l’aggiunta di qualche particolare che non si trova nella Scrittura (mentre prende il pane e il calice, Gesù «alza gli occhi al cielo, a te Dio Padre suo onnipotente»). La riforma liturgica seguita al Vaticano II ha apportato qualche lieve modifica. La più significativa riguarda l’acclamazione «Mistero della fede»: essa è stata scorporata dalle parole sul calice, dov’era inserita, e collocata al termine del racconto, seguita da una risposta del popolo («Annunciamo la tua morte, Signore»). Il racconto dell’istituzione, infine, è accompagnato da una gestualità caratteristica: l’elevazione dell’ostia e del calice, accompagnate ciascuna dalla genuflessione del celebrante, cui corrisponde il gesto dei fedeli che si mettono in ginocchio. Questi gesti sono stati introdotti nella messa nel Medioevo per sottolineare l’importanza di questa parte della celebrazione. Se tali gesti mantengono il loro valore ancora oggi, bisogna però evitare di accentuarli troppo per non dare l’idea che solo quel momento della preghiera eucaristica sia importante. FEDE&FAMIGLIA I coniugi Martin a cura di Cristina Clerici l 19 ottobre 2008, nella diocesi francese di Bayeux-Lisieux, a 150 anni dal loro matrimonio, sono stati beatificati Louis e Zelíe Martin, genitori di Santa Teresa di Lisieux. Il cammino verso la beatificazione si è aperto giovedì 3 luglio 2008, con l’approvazione da parte di Papa Benedetto XVI del decreto di riconoscimento di un miracolo avvenuto per intercessione della coppia. Ad essere miracolosamente guarito è stato, nel 2002, un neonato di Monza con gravi problemi respiratori che lo hanno tenuto per quaranta giorni tra la vita e la morte. I genitori di S. Teresa di Gesù Bambino sanno bene cosa voglia dire perdere un figlio, in quanto, dei nove avuti, ne hanno persi quattro in tenera età. In una sua lettera Zélie così descrive la perdita di una figlia di appena 5 anni: “Nello stesso momento, mentre la sostenevo, la sua testolina mi è caduta sulla spalla, i suoi occhi si sono chiusi e, cinque minuti dopo, non viveva più… Non mi aspettavo quella brusca fine e nemmeno mio marito. Quando è rientrato e ha veduto la sua povera figlioletta morta si è messo a singhiozzare esclamando: ‘Mia piccola Elena! Mia piccola Elena!’. Poi insieme l’abbiamo offerta al Signore”. La santità di questi coniugi non è una santità di riflesso, a causa della santità della loro figlia, ma è santità personale, voluta e perseguita attraverso un cammino d’obbedienza alla volontà di Dio che vuole tutti i suoi figli santi come lui è Santo. Teresa parla del papà usando più volte termini come santo, servo di Dio, giusto. Ammira nei suoi genitori non solo le doti e il tatto umano o la loro laboriosità, ma osserva acutamente la fede, la speranza e la carità che sono lo stile della loro vita coniugale e famigliare. Il teologo Von Balthasar scrive: “Teresa realizza nel I soprannaturale soltanto ciò che in qualche modo ha vissuto nel naturale. E nulla ella ha forse sperimentato in modo più intimo e più travolgente dell’amore del padre e della madre. Per questo la sua immagine di Dio è determinata dall’amore filiale. In ultima analisi è a Luigi e Zélie che dobbiamo la dottrina della ‘piccola via’, dell’infanzia spirituale, perché furono loro a rendere vivo nel cuore di Teresa di Gesù Bambino il Dio che è più del padre e della madre”. Proverbiali sono l’apertura e l’accoglienza della famiglia Martin: non solo la casa era aperta e accogliente per chiunque bussasse, ma il cuore di questi sposi era caldo, spazioso e pronto al “dono di sé”. Contrariamente all’etica borghese del loro tempo e del loro ambiente, che nascondeva dietro al “decoro” la religione del denaro e il disprezzo dei poveri, Louis e Zelíe, insieme alle loro figlie, impiegavano buona parte del loro tempo e del loro denaro per aiutare chi era nel bisogno. Al processo per i genitori, Celina Martin, al Carmelo Suor Geneviève, così dice circa l’amore del papà e della mamma verso i poveri: “Se in casa nostra regnava l’economia, quando si trattava di soccorrere i poveri vi era la prodigalità. Li si cercava, e si insisteva per farli entrare in casa, dove erano nutriti, riforniti di viveri, vestiti, esortati al bene. Vedo ancora la mamma sollecita verso un povero anziano. Stavamo passeggiando quando incontrammo sulla strada un uomo che faceva compassione. La mamma mandò Teresa a portargli l’elemosina. Poi la mamma lo invitò a seguirci e rientrammo in casa. Lei gli preparò un buon pranzo, gli diede dei vestiti e gli regalò un paio di scarpe… Poi lo invitò a ritornare a casa nostra se avesse avuto ancora bisogno”. E a proposito del papà aggiunge: “Si preoccupava di trovar loro lavoro secondo la loro condizione, li faceva ricoverare in ospedale quando c’era bisogno, o procurava loro una soluzione onorevole secondo i casi”. Louis e Zelíe sono due coniugi e una famiglia preoccupati di attuare in ogni momento della giornata il piano preparato da Dio nei loro confronti. Interrogandolo e ascoltandone la voce, essi non facevano altro che perfezionarsi. Non sono protagonisti di gesti clamorosi o di particolare peso apostolico, ma sono vissuti nella quotidiana normalità di ogni famiglia, illuminati sempre dal divino e dal soprannaturale. È questo l’aspetto centrale, di portata ecclesiale, offerto come esempio alle famiglie di oggi. Guardando alla famiglia Martin, si potrà ricevere consiglio, alimento e forza, per evitare il laicismo e la secolarizzazione moderna, per vedere il dono dell’amore coniugale ed il conseguente dono della paternità e della maternità nella luce di un formidabile dono di Dio. 13 ATTUALITÀ Da nord a sud, fratelli d’Italia? Italia 150 di Chiara Angelini, Giulia Folci e Francesca Piatti “Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino addì 17 marzo 1861”. Sono le parole che si possono leggere nel documento della legge n. 4671 del Regno di Sardegna e valgono come proclamazione ufficiale del Regno d’Italia, che fa seguito alla seduta del 14 marzo 1861 del Parlamento, nella quale è stato votato il relativo disegno di legge. Il 21 aprile 1861 quella legge diventa la n. 1 del Regno d’Italia. In circa due anni, dalla primavera del 1859 alla primavera del 1861, nacque, da un’Italia divisa in sette Stati, il nuovo regno: un percorso che parte dalla vittoria militare degli eserciti franco-piemontesi nel 1859 e dal contemporaneo progressivo sfaldarsi dei vari Stati italiani che avevano legato la loro sorte alla presenza dell’Austria nella penisola e si conclude con la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d’Italia. (www.italiaunita150.it/1861-nasce-litalia.aspx) L’intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che esprime il proprio rammarico per la decisione della Provincia di Bolzano di non partecipare alle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, offre al presidente Luis Durnwalder l’opportunità di argomentare nuovamente la propria posizione in merito. “Ho il massimo rispetto verso i sentimenti di chi vuole festeggiare, ma chiedo la stessa comprensione per chi non la pensa allo stesso modo”, osserva Luis Durnwalder, che ricorda come questo atteggiamento verso la ricorrenza dell’Unità d’Italia sia dettato da ragioni storiche oggettive: “Nel 1861 la nostra terra non faceva parte dell’Italia e nel 1919 l’Alto Adige è stato annesso contro la volontà dei suoi abitanti. Non si può quindi chiedere a parte della popolazione locale, la gran parte, di festeggiare l’Unità d’Italia quando in molti sudtirolesi è ancora vivo il ricordo di quello che i loro genitori hanno sofferto per decenni, e solo per il fatto di voler parlare la propria lingua e difendere la propria cultura”. Come già più volte espresso, il presidente Durnwalder ricorda che “se i tre gruppi linguistici fossero della stessa opinione, non avrei difficoltà a rappresentarli, ma mentre i concittadini di lingua italiana hanno sicuramente un motivo legittimo per celebrare quella ricorrenza, tedeschi e ladini hanno molte e giustificabili perplessità. Non voglio quindi riaprire vecchie ferite, lasciamo invece che tutti i gruppi abbiano la possibilità di partecipare o meno, rispettando le diverse sensibilità”. Questa posizione nei confronti delle celebrazioni di Italia150, “naturalmente non mette in discussione precisa ancora Durnwalder - la lealtà della Provincia di Bolzano verso lo Stato e le istituzioni: io rispetto in pieno la Costituzione italiana, con lo Stato abbiamo sviluppato una forma di autonomia moderna e, credo, ben amministrata nell’interesse di tutti i gruppi linguistici”. In conclusione il Presidente della Provincia ricorda che “in Alto Adige si è raggiunto un alto grado di convivenza, come molti riconoscono, grazie al dialogo e alla reciproca comprensione: è il frutto di uno sforzo di condivisione ben lontano dalle imposizioni di simboli che questa terra ha sperimentato in epoche passate e che oggi vuole definitivamente lasciarsi alle spalle”. (www.provincia.bz.it) “No”. Così ha riposto il 57% dei lettori di BlogSicilia al sondaggio: “17 marzo, Festa dell’Unità d’Italia. Siete d’accordo?”. Un risultato significativo, che s’inserisce nella polemica politico–storica di questi giorni. Intanto, però, in Sicilia le scuole saranno chiuse, come ha deciso la Giunta di Raffaele Lombardo. Una risposta, coi fatti, al Ministro 14 ATTUALITÀ dell’Istruzione Mariastella Gelmini secondo cui, al contrario, giovedì 17 marzo le lezioni dovranno svolgersi regolarmente, concentrando il lavoro in classe proprio sul Risorgimento e l’unità nazionale. Per la cronaca, il “sì” è stato votato dal 41%, mentre il 2% si è trincerato dietro al diplomatico “no comment”. (www.palermo.blogsicilia.it) Festa sì, festa no... Confindustria frena sui festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Emma Marcegaglia sostiene la decisione del governo di celebrare l’evento il 17 marzo ma “senza che ciò comporti la perdita di preziose ore di lavoro o un aggravio di costi per le imprese”. “Si tratta di una data importante - sottolinea il capo di Confindustria che va vissuta con autentica partecipazione, come momento di orgoglio e di unità nazionale”. Per Marcegaglia è tuttavia doveroso tenere contro “delle esigenze di un’economia che sta facendo e sempre più deve fare ogni possibile sforzo per recuperare competitività”. La nuova festività arriva di giovedì e dunque si presterebbe, spiega il presidente Marcegaglia, “ad essere utilizzata per un ponte lungo sino al fine settimana”, comportando perdite elevate per la minore produzione e maggiori costi per le imprese. (www.italia-news.it) Via, signora Marcegaglia, non abbia il braccino corto. Non è una catastrofe se il 17 marzo, per i 150 anni dell’Unità d’Italia, sarà festa nazionale, come proposi nel Comitato dei garanti dell’unità e il comitato approvò unanime e poi chiese al Governo e al Parlamento di istituire la festività, alla fine riuscendo nell’impresa. Non è un gran danno se nel nome dell’Italia e della proclamazione della sua unità, le imprese perderanno lo 0,40 per cento della loro produttività. La prenda come una bizzarrìa del calendario, la stessa bizzarrìa che nello stesso trimestre farà risparmiare due festività: il 25 aprile e il 1° maggio coincidono infatti con due giorni festivi, e dunque il sistema produttivo perde un giorno di lavoro ma ne guadagna due, alla fine guadagnando lo 0,40 per cento. Una festa di unità nazionale ci vuole nel nostro Paese, per ripartire dall’Italia, per ricordare che siamo una nazione e abbiamo un’identità e una storia comune, siamo un popolo e non due razze contrapposte, nord e sud, berlusconiani e anti, buoni e cattivi, produttivi e fannulloni. Non potete chiedere al sistema Italia agevolazioni, vantaggi, sgravi e infrastrutture, e poi non caricarvi nemmeno gli oneri morali e civili del nostro paese. Il marchio Made in Italy, lo stile italiano, è per voi una risorsa, lasciate che una volta ogni secolo e mezzo sia anche un impegno. Non è solo una questione di valori morali e di impegno civile. (...) Festeggiare il compleanno dell’Italia significa far sentire al proprio Paese che è amato e considerato; significa aiutarlo a risalire dalla malattia e dalla sfiducia. Certo, non è una festa a rovesciare la percezione del proprio Paese, ci vuole un lungo processo di ripensamento e di riattivazione del sentire nazionale, un largo risveglio civile e popolare, un forte senso di coesione sociale e di solidarietà nazionale. Una festa non basta, lo sappiamo. Ma è un segnale, pur minimo, ma simbolicamente importante, un’esortazione a cambiare visione, prospettiva e umore. Quella briciola di produttività sprecata lungo la via, sarà una semina che potrà dare frutti per il futuro. Suvvia, signora Marcegaglia, non ci faccia dar ragione a Susanna Camusso della Cgil, che ha difeso la festa d’Italia indetta da un governo di centro-destra. (Marcello Veneziani, editorialista de Il Giornale e saggista; www.gioia.it) Il 17 marzo si celebra la festa per i 150 anni di questo nostro assurdo e affascinante Paese. Da Londra osservo lo stralunato dibattito su ‘festa sì, festa no’ che sembra dilaniare governo, sindacati e Confindustria. Vista l’assurdità della diatriba non mi dilungo a dare una spiegazione ragionata, mi limito ad osservare che: 1. Non è vero che si lavorerà un giorno in meno, come dice chi dovrebbe saper fare di conto (vero Emma?): il 25 aprile cade a Pasquetta e non mi risulta che quella festività sarà recuperata (almeno, i miei amici in Italia andranno a lavorare il 26). 2. Davvero il problema dell’Italia è lavorare un giorno in più quest’anno per risolvere i problemi legati all’economia? Lavorare con più efficienza ed efficacia negli altri giorni dell’anno sicuramente avrebbe effetti molto superiori sulla competitività del sistema Italia. Bastasse un giorno in più all’anno per tornare a galla! 3. In Gran Bretagna quest’anno avremo un giorno di ferie in più per il matrimonio di William e Kate. Nessuno nel governo e tanto meno nella CBI inglese ha sollevato il problema che il giorno di festa peserà sul PIL (anzi, i pub avranno un permesso speciale per stare aperti più a lungo). Forse perché i britannici hanno un orgoglio nazionale che a noi manca? Insomma, anche in una occasione solenne come questa riusciamo a dividerci su principi che dovrebbero essere assodati e a dire enormi cretinate senza battere ciglio, suscitando l’ilarità generale. Il mio Paese compie 150 anni... Buon compleanno, Italia! (www.corriere.it) 15 CARITAS La grande figura Don Carlo Gnocchi e la “Fondazione Don Gnocchi Pro Juventute”, con lo scopo di coordinare al meglio gli interventi assistenziali nei confronti delle profondamente la vita di don Carlo; piccole vittime della guerra, dei grandi invalidi, degli orfani, ma egli parla di una vera e propria “vocazione”, che lo spinge ad essere anche, più tardi, dei colpiti dalla poliomielite. presente là dove tanti giovani Carlo è un convinto sostenitore affronteranno i mille volti della dell’alleanza tra scienza e fede e la sofferenza, non solo fisica. sua metodologia punta ad una Ritornato in Italia, si rifiuta di riabilitazione integrale dei malati, aderire alla Repubblica di Salò, entra in contatto con le formazioni promuovendone la restituzione alla vita sociale o, come diceva lui, la partigiane e viene addirittura arrestato e rinchiuso per dieci giorni “restaurazione” della persona nella sua integrità. a San Vittore. Quando, nel 1955, viene avviata la Dopo la Liberazione comincia a concretizzare quel progetto di aiuto costruzione del Centro Pilota S. Maria Nascente, don Gnocchi è ai sofferenti, intravisto e vissuto già malato, e muore nel febbraio del vorticosamente negli anni della 1956. Il suo funerale viene celebrato guerra: viene nominato direttore dall’Arcivescovo Montini, alla dell’Istituto Grandi Invalidi di Arosio e accoglie i primi orfani e i presenza di centomila persone; un bambino, portato al microfono dice: bambini mutilati; quando la “Prima ti dicevo: ciao don Carlo. struttura di Arosio diviene ormai Adesso ti dico: ciao, san Carlo”, insufficiente, ottiene in affitto, ad sollevando un coro generale di una cifra simbolica, una grande approvazione. Casa a Cassano Magnago. Negli anni seguenti vengono aperti, Le sue cornee vengono trapiantate a due ragazzi non vedenti e il dibattito uno dopo l’altro, nuovi collegi che ne scaturisce porta in breve sparsi in varie zone d’Italia e, dal tempo all’approvazione di una 1948 al 1952, nascono la “Federazione Pro Infanzia Mutilata” nuova legge in materia. Il 25 ottobre 2009 il Cardinale Dionigi Tettamanzi lo proclama Beato. Tanto si può attingere dagli scritti di don Gnocchi; ricordiamo qui le sue parole sulla carità: “…In questi giorni il Signore mi ha fatto capire che non basta operare, fare della carità; bisogna sopra tutto e prima di tutto pregare per la carità. È da Lui, dallo Spirito Santo che viene nei nostri cuori la carità, quell’amore di cui ha tanto bisogno il mondo e le nostre anime per salvarsi”. a cura della Commissione Caritas uesto mese vogliamo soffermarci sulla figura di un altro grande Santo della Carità, più vicino a noi nello spazio e nel tempo: don Carlo Gnocchi. Nato a San Colombano al Lambro nel 1902, rimasto orfano del padre a cinque anni, Carlo va a vivere a Milano con la madre e i due fratelli, che nel giro di pochi anni moriranno entrambi di tubercolosi. Nel 1915 entra in Seminario a Seveso e successivamente a Milano; nel 1925 viene ordinato sacerdote e inviato come assistente d’oratorio a Cernusco sul Naviglio e poi presso la parrocchia milanese di S. Pietro in Sala, dove rimane dieci anni, guadagnandosi, anche attraverso i suoi studi di pedagogia, fama di ottimo educatore. Nel 1936 il Cardinale Schuster lo nomina Direttore Spirituale dell’Istituto Gonzaga, una delle scuole più prestigiose di Milano, e, poco più tardi, lo stesso Cardinale gli affida l’incarico dell’assistenza spirituale degli universitari della Seconda Legione di Milano. Quando l’Italia entra in guerra, si arruola come cappellano volontario, partecipa alla campagna dei Balcani e, successivamente, a quella di Russia. Durante la tragica ritirata del contingente italiano assiste numerosi alpini feriti e morenti, raccogliendone le ultime volontà, ed egli stesso cade stremato ai margini della pista, venendo poi raccolto da una slitta e salvato da morte sicura. L’esperienza, fortemente voluta, della guerra, segna Q 16 di un prete che si è dedicato all’accoglienza ed alla cura delle piccole vittime della guerra: orfani, invalidi, mutilati GIOVANI E LAVORO La cosa che mi affascinava particolarmente ...Per curare tutti i malati... era l’idea di poter fare un percorso in cui si unisce la conoscenza e lo studio al lato umano e alle relazioni... di Riccardo Piatti on chi abbiamo il piacere di incontrarci questo mese? Mi chiamo Laura Alagna, ho 28 anni, mi sono laureata nel 2007 in Medicina. Perchè hai deciso di fare il medico? Ho iniziato a pensare a questa professione l’ultimo anno del liceo. La cosa che mi affascinava particolarmente era l’idea di poter fare un percorso in cui si unisce al lato scientifico di conoscenza, studio e ricerca, l’aspetto umano e relazionale di condivisione in un momento delicato della vita in cui si prova sulla propria pelle la sofferenza e il limite del proprio corpo. Attualmente sto frequentando la scuola di specializzazione in Malattie Infettive e Tropicali nel relativo Dipartimento dell’Ospedale San Raffaele di Milano e devo dire che, anche se a tratti faticoso e emotivamente lacerante, le mie aspettative non sono state disattese. Hai avuto la possibilità di sviluppare o approfondire la tua professione anche in altri Paesi? Quali le differenze? Sono stata per un brevissimo periodo durante l’Università in un piccolo dispensario a Ongata Rongai in Kenya e successivamente, sempre nel periodo degli studi, a Londra. Durante la specialità sono stata qualche mese a lavorare a Losanna, nella Svizzera francese. Sono state esperienze molto diverse tra loro, non solo per la tipologia, ma anche per il ruolo che esercitavo; mi hanno tutte segnato molto, ciascuna in maniera diversa. A Ongata Rongai la differenza fondamentale che ho notato è l’assoluta povertà di risorse intesa come personale sanitario, farmaci e strumentazione adeguata e l’assenza di un sistema sanitario nazionale capace di gestire e organizzare il territorio. Osservando la realtà e parlando con le persone incontrate, mi sono resa conto che, per evitare che in questi paesi si muoia di malattie curabilissime, siano fondamentali due elementi: la presenza di un sistema sanitario nazionale capace di identificare le problematiche e definire delle priorità di azione in termini di sanità pubblica e una politica internazionale di equità e distribuzione delle risorse. Le tante ONG presenti in questi paesi, se non coordinate, C rischiano di creare diversi progetti sicuramente efficienti e utili nell’immediato, ma che rimangono solo nella dimensione dell’assistenza e non nell’obiettivo di rafforzare e rendere autonome le realtà locali. A Londra e Losanna l’esperienza è stata molto diversa, sicuramente la possibilità diagnostica e terapeutica negli ospedali è molto simile alla nostra. La cosa che mi ha colpito maggiormente è stata la grande attenzione nel sistema universitario e sanitario alla formazione dei giovani medici ai quali è proposto un iter strutturato e ben organizzato, sul quale si è seriamente valutati al termine del percorso e con una precisa assunzione di responsabilità e doveri. Quali sono le maggiori problematiche che riscontri nell’essere medico in Italia? Quali gli aspetti positivi? Da giovane medico in formazione, l’aspetto in questo momento più problematico è appunto una strutturazione della formazione poco organizzata, lasciata molto all’intraprendenza e alla fortuna del singolo di trovare il “maestro” giusto da cui imparare l’arte per osmosi. Inoltre quello che sto notando è, a volte, una scarsa organizzazione delle risorse, una svogliatezza nel voler gestire e valorizzare le competenze professionali che non hanno niente da invidiare a tanti paesi europei. Sicuramente l’aspetto positivo del nostro Paese è che ha un sistema sanitario nazionale che, nonostante alcuni difetti e mancanze, è tra i primi al mondo, secondo l’ultima rilevazione dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale, in termini di equità ed accessibilità. Secondo me questo è un punto importantissimo, da difendere sia come medici che come cittadini, perché è doveroso curare tutti i malati indipendentemente dalla provenienza, dalla cittadinanza e dalla carta di credito. 17 ST ILE LIBE RO La storia di Rasha di Francesca Calabrese al 1982 a oggi, il 60% delle ragazze tra i 18 e i 25 anni residenti a Gerusalemme e nei territori occupati ha dovuto abbandonare gli studi per mantenere la famiglia o a causa delle discriminazioni fra Palestinesi ed Israeliani. Il 18% delle giovani della stessa fascia d’età è rimasta coinvolta in attentati terroristici”. [fonte: Save the Children] “D che non si può capire finchè non la si vive ogni giorno, da sempre. La sua quotidianità consiste nel confondersi, nel non dare nell’occhio. C’è, ma non c’è. Un’ombra. Ma lei non ci sta, vuole partire. Ha ottenuto un visto per uscire dal paese, un suo compagno di università è Rasha. Una treccia lunghissima, la pelle olivastra, riuscito a procuraglielo adducendo a visite occhi neri e profondi. specialistiche a Francoforte. È bella Rasha, sì, ma di una bellezza sfatta, segnata, Rasha odia mentire, ma nel suo Paese la verità ormai è stanca. Non sorride, non ne ha più voglia. senza valore. Nel suo piccolo ha imparato anche che la Finalmente si libera un posto dell’autobus, su cui è da ragione non sta solo da una parte, sa che come lei più di un’ora; fulmina con lo sguardo un uomo che centinaia di altre ragazze, seppur israeliane, non tenta di sedersi prima di lei, impreca fra i denti mentre possono proseguire gli studi per motivi simili ai suoi. sistema le borse della spesa vicino ai piedi, gonfi dopo Non sa con chi prendersela, sempre ammesso che sia una giornata di lavoro, appoggia la testa al finestrino e un “colpevole” per tutto questo. socchiude gli occhi. Ora però cerca di distrarsi, si pone queste domande in Il traffico di Gerusalemme Est scorre al di là del vetro, continuazione ogni giorno, da mesi e mesi. chiacchiericcio, clacson, frenate. Cerca di liberare la mente, di immaginare come sarà la Rasha pensa. Pensa che in questo momento non vita per lei fra qualche mese: potrà dire addio al suq, ai dovrebbe essere ancora sul bus, ma a casa a studiare. turisti, ai visti, al coprifuoco. Ci saranno i vigili agli Eppure all’università non può più andarci, non dopo incroci al posto dei soldati. Potrà immergersi di nuovo che le sue compagne di corso l’hanno umiliata nella vita universitaria, ancora appelli, libri, lezioni, chiamandola “Sporca parassita araba”. esami, scadenze moduli, fotocopie, appunti, compagne La rabbia sale, incontrollabile. di corso, caffè acquosi davanti a un computer. Rasha è una delle tantissime ragazze palestinesi che Bisogna trovare una sistemazione non troppo fuori dal hanno dovuto abbandonare gli studi a causa della centro, magari da dividere con altre studentesse. reciproca discriminazione fra ebrei e arabi: i suoi La possibilità di condividere la sua quotidianità con genitori hanno perso l’appezzamento di terreno che delle ragazze occidentali la incuriosisce e al tempo possedevano a seguito dell’annessione di alcuni stesso la spaventa: così sicure, quasi sfacciate. territori alla Cisgiordania, unica fonte di guadagno per Potrà competere lei, l’ultima arrivata? la famiglia. Sa che sarà catapultata in un mondo totalmente Non era più possibile pagare la retta, le tasse e i libri. estraneo alla sua routine, altri stili, ideali, punti di Rasha ha abbandonato tutto, si è rimboccata le vista, opportunità. maniche. Eppure si sente forte. Lei ci teneva, non voleva finire relegata dentro quattro Perché non dovrebbe farcela, se è quello che vuole? mura a pulire e cucinare, magari per un marito ingrato Sbuffa Rasha, fa dondolare le gambe distrattamente, che non avrebbe nutrito la minima considerazione per poi punta i piedi e stringe i sacchetti con forza. lei. Lei, sarebbe diventata qualcuno, ci avrebbe giurato, Poi, d’improvviso... È un attimo. Si sente sollevare, un voleva viaggiare. dolore lancinante al timpano, una forza che la E invece? Invece si ritrova a vendere spezie in un suq schiaccia. Un boato e il silenzio di un istante, prima nella parte est della città a turisti entusiasti davanti a delle sirene, delle urla, dei pianti. quel miscuglio di colori, lontani anni luce da una realtà Per uccidere un sogno basta veramente poco. 18 BIBLIOVIDEOTECA Suggerimenti per amanti Il ragazzo perduto di lettura e cinema aveva prestato un libro da leggere e di aver imparato a memoria un paragrafo perché raccontava proprio dei problemi che lui stava affrontando. “Costruisci la fiducia e distruggi la paura in tutto ciò che intendi fare e qualunque cosa tu mancanza della mamma, ma per decida di tentare non arrenderti di Stefania Rimoldi poco, perché poi bisogna continuare finché non hai scoperto se è a lottare. positiva o negativa”. “Non fare Quando anche lo zio lo lascia solo, l’errore di intraprendere un viaggio l viaggio di un ragazzo Aher diventa uno di loro. Saranno la senza calcolarne le spese perché sudanese attraverso tutto sua famiglia, i suoi compagni di rischi la vergogna di dover chiedere il continente africano per cammino, a volte di gioco, il suo aiuto agli altri viaggiatori. Ma non sfuggire alla guerra civile sostegno. temere di chiedere aiuto se ne hai e alla miseria. A cinque anni Aher ha già affrontato davvero bisogno. Chi oggi ti dà una È il tema del libro “The lost boy” fame, sete e malattie. mano, domani potrebbe avere (Il ragazzo perduto), opera del Ha già visto la morte da vicino, e bisogno di qualcuno, e potresti giovane Aher Arop Bol, salutata camminato per giorni e giorni. essere tu ad aiutarlo”. dalla critica internazionale come un È un libro che si legge d’un fiato e Nel suo lungo viaggio Aher non si è autentico capolavoro. che offre parecchi spunti di mai arreso di fronte alla barbarie Scritto in sole sei settimane, narra riflessione. della guerra; non ha mai avuto la straordinaria voglia di vivere e di Non tralascia di raccontare le paura di chiedere aiuto e ha trovato lottare di questo venticinquenne, atrocità di cui è stato testimone e persone che gli hanno pagato originario di Dinka, Sudan nemmeno i momenti di sconforto biglietti di pullman e lo hanno meridionale, fuggito dalla guerra che ha vissuto. aiutato ad attraversare frontiere civile che imperversava nel suo Ma il sogno di una vita migliore gli senza passaporto. La sua caparbietà paese e arrivato in Sudafrica nel hanno dato la forza di affrontare nel voler studiare è stata capita da 2002. migliaia di chilometri senza soldi e insegnanti che gli hanno aperto le Il giovane ha lasciato il Sudan circa documenti e di riuscire a proseguire porte di scuole che altrimenti non 22 anni fa: aveva tre anni, forse i suoi studi. avrebbe mai potuto frequentare. quattro quando suo zio se l’è Racconta che una volta in pullman Nel 2002 il commovente incontro caricato in spalla e lo ha portato via. un suo compagno di viaggio gli con la sua famiglia d’origine, con i Non c’era altra possibilità per genitori di cui non ricordava più sottrarlo alla violenza della il volto e con fratelli più piccoli guerra civile. Dopo giorni e di cui ignorava l’esistenza. giorni di cammino, all’arrivo al Ora toccava a lui aiutare gli altri; campo profughi in Etiopia non ritorna in Sudafrica dove trova trovano nessuno ad aspettarli. lavoro, che gli permette di Niente cibo, né acqua, né proseguire i suoi studi di legge e medicine. C’è solo un lago con di far studiare anche i suoi l’acqua ricoperta da una patina fratelli più piccoli. scintillante, che lo zio gli La sua speranza è quella di impedisce di bere. vedere un giorno il Sudan Ci sono fantasmi di uomini e pacificato, quando finalmente donne che a stento si reggono in tutte le persone si adopereranno piedi. E tanti bambini e ragazzi per placare gli animi straziati soli, senza qualcuno che si della popolazione e per prenda cura di loro. ripristinare lo spirito del paese. Vengono chiamati ragazzi Il libro si conclude con una fiaba perduti, ma nessuno li sta sudanese… cercando. Quelli più piccoli a Non ve la racconto; lascio a voi volte piangono, sentono ancora la il piacere di leggerla… Aher Arop Bol I 19 POESIA V I candell Tüti sann cusè inn, l’è no ‘na nuvità, par quond va via la lüüs, vüna ga l’emm in cà, pö gh’è i candell pizoo a un altoor par divuziùn e quij un puu püsée lunch par andà in prucesiùn. i sono diversi tipi di candele: quelle che si usano per sostituire la lampadina elettrica, quelle accese per devozione, quelle lunghe che si portano nelle processioni, le candele che il due febbraio vengono benedette in occasione della festività della Candelora (festa della Madonna sciriöla, in cui si ricordano la presentazione di Gesù al tempio e la purificazione di Maria), il cero pasquale simbolo di Cristo luce per le genti e infine le candeline usate per festeggiare i compleanni. Gh’è ul cero Pasquool cun sü ciòòt e disegn, e la Madona sciriöla onca lée i so la tegn; pö gh’è quij coluroo da rösa e celestìn da mett in süla turta pal cumplean dal pinìn. Ma l’è minga da quisti che adess vöri parlà, ma da candell speciool d’un’oltra qualità, “Poran propi un ricam”, disevan giuan e vècc: eran i candell da giazz che vignivan giò dai tècc. Un lenzoo bionch da neef pa ‘n pezz restova sü ma par regöj l’aqua ul canool gh’era no sü; dal dì cun un puu da suu la neef la deslenguova la nott, cun un frecc da biss, la gota la gelova. Vüna dréé l’oltra in fila, a l’inizi un puu grusèj, pö i candell sa slungovan e diventovan snèj ‘mè ‘n vedar trasparent, fragil che ‘l po’ s’cepass eran prunt, cum’è quij da cera, cul coolt [a cunsümass. Maria Taborelli Sampietro Piccolo vocabolario ciòòt: scira: sciriöla: giazz: regöj: deslenguova: biss: frecc da biss: 20 chiodi cera della cera ghiaccio raccogliere scioglieva biscia freddissimo In questa poesia però si ricordano le caratteristiche candele di ghiaccio che colavano dai tetti senza canali e formavano un vero e proprio ricamo, candele che al calore del sole erano destinate a sciogliersi proprio come quelle di cera. GIRINGIRO Fidenza a cura di Silvano Fumagalli idenza è conosciuta per il famoso outlet situato all’uscita dell’autostrada A1 direzione Bologna, dove molte famiglie si recano per acquisti di tutti i generi a prezzi scontati. Nessuno invece pensa a visitare questa città, seconda come grandezza solo a Parma, il capoluogo di provincia. Abbandonata l’autostrada, si sale in collina da cui si gode un bel panorama sulle ampie colline che circondano Fidenza. Città d’arte, posta sulla via Francigena, ha nel Duomo la sua perla più caratteristica, capolavoro dell’architettura romanica padana, celebre per la facciata di Benedetto Antelami. A testimonianza dello sfarzo della diocesi, il museo recentemente allestito nel palazzo Vescovile, ha esposto il patrimonio culturale conservato sino ad ora nel “segreto” delle sagrestie. Nel museo sono esposte un centinaio di opere di grande qualità, tra cui antichi paramenti sacri, documenti di rilevanza storica e preziosi oggetti liturgici. Tra le opere sicuramente degne di nota troviamo la coppa medioevale, detta “Calice di San Donnino”, una rara ed enigmatica colomba in bronzo dorato e l’Ostensorio impreziosito da gemme. Ma il pezzo più importante del museo è rappresentato dalla Madonna in trono col Bambino, posta originariamente all’esterno della chiesa e più recentemente nella cripta, considerata somma opera di Benedetto Antelami, F che segna il passaggio tra l’arte romanica e quella gotica. Vicino al Duomo si trova la Torre Viscontea (1364), eretta sopra un’arcata del ponte romano interrato. Dello stesso periodo è la Chiesa di San Giorgio, ampiamente modificata. Su piazza Garibaldi, il salotto della città, si affaccia il palazzo Comunale, risalente al XIV secolo. In occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, per chi vuole ripercorrere la storia del nostro paese, consiglio di visitare il Museo del Risorgimento “Luigi Musini”. Il Museo, allestito nel 1989 all’interno dell’ex Palazzo storico delle Orsoline di Fidenza (via Costa 2), è stato intitolato a Luigi Musini (1843-1903), garibaldino locale e secondo deputato socialista del Parlamento del Regno d’Italia. Il materiale esposto - cimeli bellici, manifesti, lettere, fotografie, stampe, incisioni, statue, litografie e oggetti vari - è tratto per la quasi totalità dalla collezione di suo figlio Nullo e di altri cittadini di Fidenza; vista la sua natura e provenienza, i criteri di allestimento non hanno tentato di ricostruire puntualmente la vita della città dai primi anni del XIX secolo alla fine della Seconda Guerra Mondiale ma, in questo lungo arco di tempo, hanno privilegiato alcuni momenti di particolare rilievo. I vari settori nei quali il museo si articola obbediscono dunque a due criteri di ordinamento, cronologico e tematico: oltre a ripercorrere alcune tappe della vita fidentina e nazionale - come l’Epoca Napoleonica, il governo di Maria Luigia, i Borbone, il Risorgimento, gli anni di Umberto I, la Grande Guerra, il Fascismo e le sue guerre e la Resistenza - sono sviluppati alcuni temi monografici come le figure di Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Verdi e Luigi Musini. Virando sul gusto la nostra visita, vi consiglio l’Antica Drogheria Negrotti (via Bernini, 3): è il migliore negozio della città, grazie al suo assortimento di dolci e dolcezze italiane unite a un’accurata scelta di whisky e superalcolici di qualità. C’è poi il punto vendita di Banzole (via Gramsci, 58), dove assaggiare latte, yogurt, budino al cacao, gelati e panna fresca. E i prodotti da forno - da non perdere le Veneziane - del Fornaio (castione Marchesi, 107). Infine, la Pasticceria Oriola (via Conforti, 15), con il suo assortito reparto di pasticceria mignon e di pralineria. La tavola? Quella della trattoria dei Sibani (fraz. Chiusa Ferranda – via Chiusa Ferranda di Fidenza, 4): ambiente rustico e cucina schietta, dove si spende poco. Vi si assaggiano i sapori autentici di questo territorio: mostarda di cipolle con spalla cotta di San Secondo, culatello, tagliatelle al ragù di salsiccia, stracotto, crostata con amarene sciroppate. 21 PAGINE Focus su... le nostre suore! DEI RAGAZZI Durante la prima metà del ‘900 le attività della Congregazione erano aumentate, oggi sono invece diminuite, anche a causa del calo delle vocazioni. Ieri e oggi... sempre presenti! Da sempre le suore hanno svolto un ruolo fondamentale nella nostra comunità, sia nei servizi in oratorio ed in altre strutture parrocchiali che fondata da Rosa Maria Gattorno nella gestione dell’asilo. di Mattia Cappelletti, In passato esprimevano la loro Marcella Sozzoni e Viviana Zoani (1831-1900). Incoraggiata da papa Pio IX, la Gattorno decise di vocazione quasi esclusivamente impegnarsi più attivamente nell’ambito dell’educazione dei nell’apostolato abbracciando piccoli iscritti: erano loro stesse le Nel mese di dicembre noi ragazzi pienamente la vita religiosa e l’8 educatrici di nutrite schiere di abbiamo trattato l’argomento dicembre 1866 a Piacenza, con la bimbi; si occupavano anche della “Oratorio”, ma riguardo a quelle pagine abbiamo ricevuto un piccolo celebrazione della prima cerimonia gestione economica e pratica della di vestizione, diede inizio alla struttura, che si trovava allora in via appunto: “Sembra che le suore non XX Settembre, dove ora ci sono i siano mai state parte integrante per Congregazione delle Figlie di Sant’Anna. giardinetti. la vostra formazione”. A questa primaria attività era Ecco allora, per sdebitarci di questa L’attività delle religiose si esprime nell’istruzione e nell’educazione affiancata la catechesi, che si dimenticanza, e con molto piacere, cristiana della gioventù; nel campo svolgeva sempre nei locali della vogliamo dedicare il nostro spazio Scuola Materna. Con il passaggio alle suore che fin da piccoli ci hanno infermieristico e assistenziale in all’attuale struttura di via Cesare accompagnato, coccolato ed istruito. favore di malati, orfani ed emarginati; nelle opere parrocchiali, Battisti e con la progressiva quelle di evangelizzazione e di riorganizzazione all’interno della Figlie di Sant’Anna in promozione umana in modo Congregazione, esse hanno assunto completamente gratuito un ruolo più aperto al sociale: hanno Ovvero: una vita al servizio degli (la fondatrice diceva alle affiancato volenterose animatrici altri. La Congregazione delle suore sorelle di “Non prendere dagli nella gestione dell’oratorio Figlie di Sant’Anna (F.S.A.) venne assistiti nemmeno una gocciola di domenicale, proponendo attività di caffè”) e servizievole. cucito e rammendo e dando un Quando le Figlie di Sant’Anna nuovo impulso alla pallavolo iniziarono la loro missione, la femminile. stampa laica le definì come “un Chi non ricorda i volti aperti e altro covo di gesuite”; tuttavia sorridenti di suor Armanda, suor l’Ordine riuscì comunque ad Renata o suor Rosaria? affermarsi, tanto che alla morte E altri nomi che ora sfuggono… della fondatrice la Congregazione Oggigiorno le suore continuano contava quasi 4000 suore in 368 nella loro opera di educatrici presso case. la Scuola dell’Infanzia, sostengono Rosa Maria Gattorno, poi madre e animano i progetti della Caritas, Anna Rosa, venne beatificata da sono presenti nella conduzione del papa Giovanni Paolo II il 9 aprile Diurno Anziani; la loro presenza 2000. non manca nella catechesi dei Parallelamente alla Congregazione bambini delle elementari, allietano delle Figlie di Sant’Anna, sono sorti la S.Messa suonando l’organo e si un ramo contemplativo, uno mostrano attente alla sensibilità secolare e uno maschile. missionaria nella realtà locale e non Oltre che in Italia, le suore sono solo. La loro presenza, silenziosa e presenti nelle Americhe, in Africa, costante, le rende testimoni operose in Asia e in Australia. della loro fede. 22 PAGINE Una giornata tipo È stato per noi un piacere intervistare le nostre suore. Persone molto speciali che con grandissima disponibilità ci hanno raccontato una loro giornata-tipo al servizio degli altri. Suor Carla Mi descrive una sua giornata? Per prima cosa, quando mi sveglio, dopo aver fatto il segno della croce, rinnovo ogni giorno il dono che ho ricevuto e ringrazio per essere stata chiamata. Per il resto della giornata sono al servizio della parrocchia e della comunità. Quando sono arrivata in questa parrocchia don Renato mi aveva chiesto di essere disponibile per l’oratorio, e io ogni giorno ero lì verso le 14.30-15.00 per la preghiera con i bambini del Doposcuola. Questo fino a quando don Renato non ha deciso di istituire la Caritas come Centro di Ascolto e per un anno circa io e Lino siamo rimasti alla vecchia sede della radio. Dopo esserci trasferiti al Centro Sollievo abbiamo istituito dei turni, dove io sono presente 4 giorni la settimana: il martedì mattina, il giovedì sempre la mattina, il sabato pomeriggio e il mercoledì pomeriggio. Ma con questo servizio è venuto meno del tempo da passare in oratorio, anche perché tutti i martedì, i mercoledì ed i giovedì si riunisce il gruppo della Terza Età, dove tutti insieme verso le 15.00–15.30 recitiamo il S.Rosario e con gli anziani aiutiamo con dei piccoli lavori manuali le varie associazioni. Nel tempo rimanente mi reco anche a visitare malati e famiglie in difficoltà. In qualunque cosa che faccio tengo sempre presente che è Lui che mi invia dovunque vado, anche in scelte al momento difficili. E bisogna ricordare sempre che è bellissimo essere amati in modo esclusivo da Lui; poi, Lui non passa, il resto sì, e questa è la gioia più grande. È contenta della sua scelta di vita? Sì, non ho mai dubitato della mia DEI RAGAZZI scelta nonostante gli alti e i bassi e le difficoltà che ho incontrato lungo il cammino. Non tornerei mai indietro. Suor Virginia Suona la sveglia alle 5.45, mi alzo, un quarto d’ora di preghiera personale e subito dopo la colazione scendo per controllare se anche oggi l’asilo è pronto per ospitare i bambini. Arrivate le maestre, mi reco nella chiesa parrocchiale per il S.Rosario, le Lodi e la S.Messa. Torno nuovamente nella Scuola Materna dove, nel corridoio, accolgo i genitori e i loro piccoli cercando di risolvere i vari problemi che quotidianamente si presentano. Una volta a settimana riunisco i bambini in salone dove insegno religione in tema al progetto annuale della scuola. Alle 11.45 i bimbi vanno a pranzo e io aiuto a distribuire il cibo, controllando che tutto vada per il meglio. Verso mezzogiorno salgo al piano di sopra per pranzare con le altre suore. Alle 13.15 scendo nuovamente all’asilo e aspetto fino alle 15.30 per salutare i genitori che vengono a prendere i propri figli. Nelle ore successive sono in direzione a sbrigare le pratiche dell’ufficio, rimanendo disponibile per i genitori e le maestre. Il giovedì dopo le 16, con molto piacere tengo le lezioni di catechesi ai bambini di quarta elementare. Una volta tornata a casa, c’è un momento di preghiera comunitaria. Verso le 19.30 si cena e successivamente ognuna si ritira nella propria camera per il riposo notturno. Suor Cecilia Quando si pensa alle suore del nostro paese, alcuni ricordano solo suor Virginia e suor Carla, che partecipano più assiduamente alla vita oratoriana; in realtà un ruolo molto importante viene ricoperto da suor Cecilia: piccolina, silenziosa, dedica principalmente la sua giornata all’asilo e alle occupazioni in casa. Da più di dieci anni nella nostra parrocchia, trascorre le sue giornate impegnata tra le lezioni di religione ai bambini della Scuola Materna, un aiuto in cucina e in segreteria. Ma non solo! Il compito a cui è maggiormente affezionata è suonare l’organo in chiesa durante le due S.Messe serali. Dalle parole affettuose con cui suor Carla la descrive, possiamo capire come sia importante ciò che fa in casa: preoccupandosi di cucinare, di riordinare e tenere pulita la casa permette alle altre due di poter dedicare il maggior tempo possibile ai loro diversi incarichi. Il ruolo delle suore, infatti, anche se sembra scontato e secondario, è fondamentale per tutte le attività della comunità e dovremmo essere più attenti per apprezzare ogni loro gesto. Ringraziamo le nostre suore per la loro preziosa presenza; nel pomeriggio di domenica 20 febbraio faremo loro sentire la riconoscenza e l’affetto di tutta la comunità nella Giornata Missionaria delle Suore Figlie di Sant’Anna. 23 REGISTRI OFFERTE ANAGRAFE Al funerale di Alma Galli Al funerale Da una parrocchiana Per San Biagio Al funerale di Roberto Galli Al funerale di Pietro Perrone Per Sant’Agata Dalla Terza Età All’anniversario di matrimonio TOTALE 200,00 50,00 300,00 30,00 100,00 50,00 1.922,00 200,00 100,00 ABBIAMO ACCOMPAGNATO ALLA CASA DEL PADRE 4) Galli Roberto (a.76) Via Carovelli, 34 5) Perrone Pietro (a.74) Via Olgiate, 48 6) Brusa Giuseppina (a.92) Via Colombaio, 2 2.952,00 RINGRAZIAMENTO RESTAURO DELLA CHIESA PARROCCHIALE Importo precedente Offerte mese Buste natalizie TOTALE 524.272,47 2.880,00 28.848,00 556.000,47 Le famiglie Setola e Franzini vivamente commosse per la partecipazione al funerale della figlia, moglie e mamma sentitamente ringraziano l’intera comunità parrocchiale Visitate il sito Internet parrocchiale: www.parrocchiassannunciataluratecaccivio.it “Cammino” - Anno 14 Nr. 2 - Lurate Caccivio, Febbraio 2011 Rivista mensile della Parrocchia SS. Annunciata in Caccivio (10 numeri annuali) Registrazione del Tribunale di Como N. 5 del 25 marzo 1998 Direttore responsabile: Fasola Giuseppe - Collaboratori: Angelini Chiara, Folci Giulia, Fumagalli Silvano, Piatti Alberto, Piatti Francesca, Piatti Riccardo, Zoani Francesco GIORNALE DEI RAGAZZI: Angelini Chiara, Calabrese Francesca, Cappelletti Mattia, Folci Giulia, Piatti Francesca, Sozzoni Marcella, Zoani Francesco, Zoani Viviana - Coordinatrice: Arrigo Amedea Sede: Via XX Settembre 125 - tel. e fax 031490139 Abbonamento annuo: Ordinario € 10,00 - Amico € 16,00 Agli abbonati viene allegata la rivista "Il Segno" della Diocesi di Milano (11 numeri a € 10,00 - Offerta riservata agli abbonati di Cammino) Stampa copertina: tipografia Salin - Olgiate Comasco Impaginazione e stampa a cura della Parrocchia SS. Annunciata 24