CAMMINO
FEBBRAIO 2011
P A R R O C C H I A S S . A N N U N C I AT A - L U R AT E C A C C I V I O
EDITORIALE
È possibile
lavorare insieme
o scorso mese di gennaio ci siamo domandati
quali siano le prospettive per il futuro del
nostro Decanato, della nostra città e delle
nostre comunità cristiane di Lurate Caccivio a
partire dalla lettera del nostro Arcivescovo a conclusione
della Visita Pastorale Decanale del mese di marzo del
2010. Dalla riflessione è emerso che il futuro è tutto
racchiuso nella volontà di “lavorare insieme” perché solo
così possiamo dire, in modo concreto e visibile, che il
Vangelo è lo sfondo di tutto il nostro essere ed agire.
Ed il motivo è chiaro ed evidente: Gesù, il Figlio di Dio e
nostro Salvatore, è venuto tra noi ed ha condiviso la
nostra condizione di uomini.
Percorrendo il nostro stesso cammino verso la “libertà” di
una vita senza fine, Gesù ci ha mostrato, attraverso il suo
grande Amore celebrato nella sua Passione, Morte e
Risurrezione, che la via della Comunione e del dono
incondizionato di sé, non solo è possibile, ma è anche
l’unica via che rende l’uomo veramente uomo, felice di
essere figlio di Dio, così come è stato pensato sin dalla
sua creazione.
Ma “lavorare insieme” è possibile? È una domanda
legittima e che chiede a ciascuno di noi quale sia il
cammino perché la comunione tra fratelli sia realizzabile
nel nostro contesto di frammentazione e di particolarismi
che ci è imposto dalla “cultura dominante”.
Oggi si sente in più occasioni e in parecchi contesti che
ciò che conta è che ognuno possa dire la sua.
Ma il fatto di poter dire, sempre e comunque, il proprio
pensiero, è la via che conduce ad una cultura che sia vera,
utile e possibilmente condivisa? Il più delle volte questo
modo di procedere conduce a posizioni sempre più
distanti e radicate, fino al punto di pensare che non sia
possibile trovare motivi di accordo e di condivisione,
giungendo poi, quasi inevitabilmente, all’erezione di
steccati e di veri e propri muri di separazione, che seppure
non conducono, grazie a Dio, a scontri frontali, certo non
favoriscono lo scambio, la comunicazione e la possibilità
insita nella nostra natura umana di creare e favorire
momenti di comunione e di condivisione.
A noi cristiani è chiesto, proprio a partire dal Vangelo e
dalla nostra fede in Dio, di essere costruttori di una
“civiltà dell’Amore” e di una “fraternità universale”, dove
la paternità di Dio ed il suo grande amore, per tutti e per
ciascuno, è il vero ed unico fondamento.
Su questo “basamento” è però necessario che ogni uomo
dia il suo contributo per l’edificazione del “Regno di
Dio”. Se ogni uomo può essere pensato con l’immagine
della “pietra viva”, di cui ci ha parlato lo scorso anno
L
pastorale il nostro Arcivescovo, il legante per una solida e
bella costruzione di questo “Regno”, è proprio la volontà
di edificare insieme, di lasciarsi plasmare perché il
contributo di ciascuno sia utile per il bene di tutti.
Ne consegue che “lavorare insieme” prima ancora che
fare alcune cose comuni è desiderare che il lavoro di tutti
e di ciascuno sia sempre per il bene della comunità, sia
essa civile o religiosa.
È quindi necessaria tanta umiltà e capacità di riconoscere
i tanti e preziosi doni che Dio ha posto nei fratelli che ci
ha posto accanto, ma nello stesso tempo e anche
indispensabile tanto coraggio per osare vie sempre nuove
con tutti coloro che sono animati dalla stessa volontà di
cercare prima di tutto il Regno di Dio.
La speranza che ci unisce a partire dalla fede e sorretta
dalla carità, come ci ricorda San Paolo nella prima lettera
ai cristiani di Corinto, ci spinge a “lavorare insieme” non
nella ricerca di “belle trovate” o “geniali soluzioni”, che
il più delle volte lasciano il tempo che trovano, ma con
l’umiltà di chi si ferma a scrutare l’orizzonte per
riconoscere ciò che può contribuire a riportare alla luce la
bellezza del creato e del progetto che Dio aveva pensato,
sin dall’inizio, per il bene e la felicità dei suoi figli.
Gesù ha affidato a Pietro il compito di “pascere il suo
gregge” e quindi possiamo essere certi che seguire le
indicazioni del nostro pastore è un modo concreto per non
prendere degli abbagli in questo lavoro di umile ricerca
del bene nella nostra piccola porzione di creato.
Questo non ci toglie la responsabilità e la bellezza di
lavorare in prima persona, ma ci aiuta a non “battere
l’aria” quando invece varrebbe la pena di raccogliere
l’abbondanza del raccolto che qualcuno ha seminato, altri
ha annaffiato, altri ancora ha custodito e fatto crescere.
Tendiamo allora le nostre mani nella ricerca di ciò che
può edificare e con la gioia di chi sa che affidarsi alla
volontà del Padre è la via sicura verso la pienezza della
vita e della felicità.
Don Renato
IN
QUESTO NUMERO
È possibile lavorare insieme ___________pag.
Vita della comunità _________________pag.
Prete, che bello! - Gli amici ci scrivono _____pag.
Korogocho News - Esperienze _________pag.
La Liturgia Eucaristica (5) - Catechesi ______pag.
I coniugi Martin - Fede & famiglia _______pag.
Italia 150 - Attualità __________________pag.
Don Carlo Gnocchi - Caritas __________pag.
Per curare tutti i malati - Giovani e lavoro __pag.
La storia di Rasha - Stile libero __________pag.
Il ragazzo perduto - BiblioVideoTeca ______pag.
I candell - Poesia ____________________pag.
Fidenza - Giringiro __________________pag.
Focus su... le nostre suore! - Ragazzi_____pag.
Registri __________________________pag.
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VITA
Festa della
Famiglia
D
omenica 30
gennaio la nostra
parrocchia, come
tutte le parrocchie di
rito ambrosiano, ha
celebrato la Festa
della Santa Famiglia
e di conseguenza ha
festeggiato le
famiglie, che, come
affermò il filosofo
Aristotele, sono il
nucleo primo della
società, in cui la
formazione del
55 anni di matrimonio
bambino ha inizio.
Oltre alla
celebrazione della S. Messa delle 11.30 con il ricordo
degli anniversari significativi di matrimonio, sono stati
organizzati il tradizionale pranzo e, al pomeriggio, i
giochi per le famiglie.
La cucina, o meglio i cuochi, hanno dato prova come
sempre delle loro doti culinarie.
La cura dei giochi è stata affidata agli adolescenti che
hanno rivolto la loro attenzione in particolare ai più
piccoli, così come richiesto dal nostro Arcivescovo per
caratterizzare questa giornata.
Al posto della solita cronaca, quest’anno abbiamo
preferito lasciare spazio alle riflessioni di una donna,
moglie, mamma e nonna, che dedica la sua vita alla
famiglia.
I giochi
per i bambini
2
DELLA
COMUNITÀ
La festa
a tavola
da poco trascorso il giorno dedicato alla
festa della Sacra Famiglia, nel quale sono
stati ricordati in parrocchia gli anniversari di
matrimonio, con la celebrazione eucaristica
e i festeggiamenti in agape fraterna.
Quale magnifica, sacrificale realtà, la presenza della
famiglia. Luogo di particolare crescita dell’essere
umano. Luogo da cui è iniziato il cammino di nostro
Gesù e Signore. Luogo, ahimè, di consumazione di
drammi e violenze.
Mi soffermo a pensare alle attese dei coniugi verso i
figli. A mamme soggette ad apprensioni ed ansie
motivate da responsabilità, ma anche da apparenze
conformistiche. A padri soli, ritenuti superficiali o
immaturi per un ruolo così importante.
L’autenticità del bambino (che non si è scelto il
genitore) di abbandonarsi fiducioso, di sentirsi felice
fra le braccia di papà e mamma è manifestazione di
amore puro. Quello stesso amore che Dio ha per ogni
sua creatura, indipendentemente che essa lo riconosca
e ne dia risposta.
L’icona famigliare porta in sé i segreti, magnifici e
terribili, di gioie ed amarezze, di attese e di speranza,
di dialoghi e lunghi pazienti silenzi.
Un invito da condividere per un bene comune sia la
preghiera, mezzo “invisibile”, forza “infallibile”.
Ce lo insegna Gesù: “Non prego che tu li tolga dal
mondo, ma che tu li preservi dal maligno” (Gv 17, 15).
Affidiamo, quindi, le nostre famiglie a Colui che prega
il Padre per noi.
Egli è paziente, non si
stanca mai di noi.
Garanzia che per ogni
famiglia la “festa”
continua.
Luisa Zago
È
Uno “storico “
rappresentante dei
cuochi
VITA
DELLA
COMUNITÀ
temporaneamente,
si ricorre ad altre
famiglie o realtà
di comunità
come la Casa
Famiglia.
La realtà
dell’affido è
scarsamente
utilizzata in
Italia.
a cura di Giuseppe Fasola
Pensate che su
tutto il territorio
nazionale sono
i vuole un intero villaggio per crescere un
attivi 21mila
bambino.
affidi di cui solo
Questo proverbio africano rappresenta bene 8mila a carattere
il pensiero che è stato sviluppato dalla dr.ssa famigliare e il restante in comunità.
Simona Bianchi nell’incontro che si è svolto martedì
Le forme dell’affido possono essere diverse.
25 gennaio in Oratorio.
In particolare, Simona si è soffermata sull’affido
Simona è una persona conosciuta nella nostra comunità part-time. Si tratta di un affido che si concretizza o
per la sua attività legata alla Casa Famiglia Bet Mjriam solo in alcuni giorni della settimana, o in alcuni
ed è anche conosciuta nell’Olgiatese per il suo lavoro
pomeriggi, o per brevi periodi, o per le vacanze.
riguardo il tema dell’affido. Su queste pagina abbiamo Insomma, si tratta generalmente di un affido a ore o
parlato più di una volta di “Tessere la Tela
diurno.
dell’Affido”, quell’iniziativa che ha contribuito in
Quali motivi possono essere all’origine di questi
modo decisivo a far conoscere e a far praticare l’affido bisogni?
nei paesi del nostro distretto sanitario.
Può trattarsi dell’assenza di una rete famigliare o
Ma torniamo al proverbio iniziale. Simona, per
amicale per cui, per alcune ore della giornata, i
introdurci al tema, ci ha presentato un video breve,
bambini rischiano di restare soli in casa perché
semplice, ma davvero incisivo: si racconta di un
i genitori non possono rinunciare al lavoro.
ragazzo che in un pomeriggio qualsiasi si aggira in
Oppure può essere il caso di un evento traumatico in
solitudine per le vie, i giardinetti, i portici di un
famiglia. Oppure ancora può essere il caso di una
quartiere di un qualsiasi paese. Ad un certo punto,
malattia. Queste situazioni oggi diventano ancor più
attraversando la strada, rischia di essere investito.
complicate quando, magari a causa di separazioni, il
L’autista “inchioda” e scendendo dalla macchina si
peso deve essere sopportato da un solo genitore.
domanda: “Ma di chi è questo?!”.
Ma quali requisiti sono richiesti alle famiglie
È appunto da questa domanda che nascono le risposte, affidatarie?
o meglio la risposta, di diverse persone. L’anziano, la
A parte la disponibilità di tempo per assumersi la cura
mamma, il barista, l’insegnante, il sacerdote, tutti
del bambino che viene affidato, una famiglia normale è
rispondono: “È mio!” e per ultimi a rispondere sono
la famiglia ideale. Per il resto ci si può tranquillamente
una coppia di immigrati con i loro bambini.
affidare alla struttura presente nel nostro distretto
È un po’ da questa consapevolezza che può iniziare a
sanitario e preposta a seguire questo istituto così
farsi strada l’idea che, certo, ciascuno ha i suoi figli,
delicato. È una organizzazione davvero seria,
ma, in fondo, anche i figli degli altri non ci sono
professionale e costruita con l’intento di far incontrare
indifferenti. Altrimenti, come ci ha suggerito Simona,
il bisogno con una possibile risposta e, soprattutto, con
la comunità non cresce fin quando a prevalere è
il proposito di non abbandonare a se stesse le famiglie
anzitutto il proprio personale star bene.
che si rendono disponibili.
Sicuramente oggi ci sono comportamenti, pensieri,
atteggiamenti che non favoriscono la costruzione delle
RINGRAZIAMENTI
relazioni. Si fatica molto a fidarsi, ad accogliere, a
scambiarsi piccoli favori. La conformazione stessa dei
Desideriamo ringraziare di cuore tutta
nostri paesi e del modello edilizio imperante,
la Comunità per la gradita
impedisce questa costruzione. Stare insieme e
condivisione e partecipazione al
condividere diventa a questo punto una scelta.
nostro matrimonio celebrato
E i nostri ragazzi? E l’affido? Come potremmo definire
il 12 dicembre 2010.
l’affido famigliare? Possiamo dire che per questi
ragazzi viene mantenuto sicuramente il diritto a stare
Ettore e Maria Grazia
nella propria famiglia, ma nelle difficoltà,
Affido part-time
C
3
VITA
DELLA
COMUNITÀ
affidarsi ad altri (Cristina e
Mauro).
Cosa c’è di utile, buono,
comodo per i vostri bimbi in
parrocchia?
E nel nostro paese?
In parrocchia come aiuto ai
genitori c’è il gruppo
familiare, a cui noi però non
riusciamo a partecipare per
altri impegni; non ci sembra
a cura di Alberto Piatti
che ci siano iniziative per i
bambini dell’età dei nostri
Per offrire uno spunto di riflessione sul tema della vita, figli (2 e 4 anni). In paese è molto importante la
abbiamo chiesto ad un paio di coppie di genitori della
presenza dell’asilo nido; sono inoltre utili gli spazi
nostra parrocchia con figli piccoli di focalizzare la loro verdi in cui portare i propri figli per incontrare e
attenzione sulla comunità e su Lurate Caccivio,
socializzare con altri bambini: sarebbe bello che ce ne
pensando alle esigenze dei loro bambini, vite in boccio.
fossero di più, magari più curati (EG).
Qual è la gioia maggiore e quali le preoccupazioni nel In questo momento, non essendo partecipi della realtà
crescere i vostri figli?
parrocchiale, non riscontriamo un ambiente nel quale
La gioia più grande è quella di averli a fianco ogni
anche bambini così piccoli possono entrare a far parte,
giorno, vedere che crescono, che cercano di costruire
mentre in paese c’è la possibilità di usufruire di un
la loro personalità osservando il mondo con i loro
asilo nido (CM).
occhi di bambini, trasparenti e puliti, senza pregiudizi. Di cosa invece sentite la mancanza? Cosa ‘non è a
Il timore più grande è invece quello di non riuscire a
misura di bambino’?
trasmettere loro i valori in cui crediamo
Gli spazi verdi dovrebbero essere migliorati; sarebbe
profondamente (Elena e Giacomo).
bello avere anche più occasioni di incontro tra le
Ogni giorno il nostro bambino di poco più di due anni
famiglie anche nell’ambito comunale e non solo
ci dà grandi soddisfazioni attraverso nuovi piccoli gesti parrocchiale (EG).
e nuove parole; anche ricevere un sorriso da parte sua
Non siamo a conoscenza, neanche per sentito dire da
per noi è fonte di grande gioia. Allo stesso tempo
altre persone, di strutture a misura di bambino che
abbiamo la preoccupazione di volerlo proteggere e di
possano essere utili soprattutto a genitori in difficoltà
non lasciarlo mai solo; è diventato difficile fidarsi e
economiche, sociali o familiari (CM).
A misura di bambino
- Giornata della Vita 2011 -
La catechesi
dell’iniziazione
cristiana
a cura delle catechiste della Primaria
a Chiesa italiana, negli ultimi anni, sta
mettendo a punto un rinnovamento degli
itinerari della catechesi dell’iniziazione
cristiana e anche la nostra Diocesi ha dato
indicazioni in questo senso.
Nella nostra parrocchia, lo scorso anno, abbiamo
cercato di familiarizzare con i nuovi metodi per poi
decidere, da quest’anno, di partire con la
sperimentazione. Con entusiasmo e non senza qualche
L
4
perplessità, che crediamo siano normali quando ci si
accinge a vivere un’esperienza nuova, abbiamo
cominciato a muovere i primi passi in questa direzione.
Certo, dobbiamo riconoscere che non è semplice
lasciare da parte i metodi che sono stati utilizzati per
anni e non è così immediato assimilarne uno nuovo.
Don Renato ci guida incontrandoci, gruppo per gruppo,
con una certa frequenza in modo da preparare gli
incontri, darci suggerimenti e materiale da utilizzare.
La conoscenza della Bibbia avviene attraverso una
serie di narrazioni di brani finalizzati a ricostruire la
vicenda raccontata, in modo da permettere ai ragazzi di
esserne partecipi e di far risuonare in loro quanto
emerge. Particolare attenzione è rivolta soprattutto alle
parabole, una progressiva conoscenza pratica del modo
di vivere dei cristiani.
Un aspetto positivo che possiamo già riscontrare è una
partecipazione più attiva ed entusiasta dei ragazzi,
come è emerso da una prima riunione di verifica tenuta
lo scorso 24 gennaio tra noi catechiste e don Renato.
Siamo certi che proseguendo il cammino saremo anche
in grado di raggiungere risultati sempre più adeguati a
quanto ci viene richiesto.
VITA
Cineforum:
un primo bilancio
di Marco Piatti
ontinua al sabato sera l’appuntamento,
sempre aperto a tutti, ragazzi e adulti,
genitori e nonni, con i film sulla libertà
proposti dal gruppo adolescenti, che ha
raccolto il testimone della gloriosa esperienza dei
cineforum organizzati dal Centro Studi Piergiorgio
Frassati ormai più di dieci anni fa. Dopo il primo
incontro dedicato ai più piccoli, con “Spirit - Cavallo
selvaggio”, il percorso si è snodato attraverso un
successo degli ultimi anni, “Into the wild”, la vera
storia di un giovane che, sentendosi imprigionato in
convenzioni e strutture sociali che non gli
appartengono, abbandona la vita di tutti i giorni per
viaggiare senza sosta per tutta l’America, e un film
molto meno conosciuto dal grande pubblico,
“L’onda”, ispirato a una storia vera, in cui un
professore di liceo, di fronte allo scetticismo dei propri
studenti sulla facilità di instaurare una dittatura, si
pone a capo di un gruppo basato sulla disciplina e sul
C
Obiettivo: accoglienza!
Presentazione di un mini-progetto in India
a cura delle Suore Figlie di Sant’Anna
er la Giornata
Missionaria del 20
febbraio 2011, l’Istituto
delle Figlie di
Sant’Anna, in sintonia con altre
persone di buona volontà, presenta
questo mini-progetto e conta, con
l’aiuto di persone generose e
sensibili all’infanzia e
all’adolescenza abbandonata a
causa dell’AIDS, di collaborare a
salvare la vita di tante ragazze
rimaste orfane per questo flagello.
P
DELLA
COMUNITÀ
cameratismo, fino ad accorgersi che l’esperimento è
andato ben oltre le sue originarie intenzioni.
Il bilancio di questi primi tre film, dal momento che il
cineforum tornerà ad aprile con altre due date, si divide
equamente tra luci ed ombre. Se sono sicuramente da
annoverare tra i lati positivi l’entusiasmo dei ragazzi
nei preparativi, l’impegno nelle tante serate in cui ci si
trova davanti a un foglio bianco per scegliere i titoli e
costruire le riflessioni, e la buona volontà, a volte
comprensibilmente sovrastata dall’inesperienza,
nell’affrontare il dibattito dopo il film, non si possono
nascondere alcune comprensibili difficoltà nel
mantenere il gruppo unito e concentrato, e nel
ricordare ai ragazzi la responsabilità, una volta che ci
si è addossati un impegno, di portarlo a compimento.
Ma soprattutto, non si può tacere sulla scarsa
partecipazione da parte sia dei giovani che degli adulti
agli incontri. È facile sostenere che non esistono più
proposte serie per i ragazzi dell’oratorio, che un tempo
era tutto diverso, che oggi i ragazzi non hanno più
voglia di mettersi in gioco, quando poi non si trova
neanche un sabato sera libero per un film in loro
compagnia. La prossima volta che cercheremo di
proporre ai ragazzi un’esperienza che, come questa,
non è certo solo svago e divertimento, ma richiede una
certa dose di approfondimento e impegno,
probabilmente ci sentiremo rispondere: “Ma chi ce lo
fa fare, ci perdiamo un sabato sera e tanto non viene
nessuno, andiamo tutti insieme a farci una birra che ci
divertiamo di più”. Beh, a questo punto daremo loro
ragione. E probabilmente andremo anche noi con loro.
Le figlie di Sant’Anna sono presenti a Trivandrum,
capitale del Kerala (India), fin dal 1995 e si dedicano
alla promozione umana, all’aiuto alle famiglie,
all’educazione mediante scuole materne, una scuola
elementare, gruppi giovanili e attività pastorali, nonché
all’assistenza sanitaria in ospedali e in un centro per
malati di AIDS e TBC. Oltre all’istruzione scolastica,
le suore curano la formazione umana, morale e civile
delle ragazze orfane per migliorare il loro stile di vita e
sviluppare le abilità necessarie alla loro crescita.
Vi ringraziamo di cuore per il vostro aiuto solidale.
Ragazze di Trivandrum (India)
Dettaglio dei costi
della progettata casa di accoglienza:
pilastri per elevazione
e opere murarie: euro 15.455
pavimenti: euro 8.656
porte e finestre: euro 1.200
imbiancatura: euro 1.545
opere idrauliche e bagni: euro 2.108
opere elettriche: euro 1.727
camere e arredi: euro 9.202
tetto e terrazzo: euro 5.870
5
VITA
Mille fogli di Appunti
di Alberto Piatti
ome tutte le domeniche, all’uscita dalla
chiesa dopo la S.Messa, mi sono avvicinato
al contenitore dove è riposto il foglio di
Appunti. Ma questa volta è stato un impatto
diverso, vi troneggiava infatti un numero importante:
‘1000’. Il numero mille! Ma allora, da quanto tempo
c’è il nostro informatore settimanale?
Approfittando della stesura di ‘Cammino’, capitata a
proposito, sono andato a riprendermi dal piccolo
archivio delle pubblicazioni parrocchiali il mitico
‘Numero Uno’.
Era il 9 aprile 1989, quasi 22 anni fa...
Riprendo il pensiero di don Francesco che apriva
questa lunga storia. “Perché questo foglio?
La vita di una comunità è ricca, fatta di parola di Dio
da interiorizzare, di incontri, vita sacramentale,
momenti di fraternità, missione, ecc.
E tutto questo esige che diventi notizia, che si
comunichi, che non rimanga nel chiuso di un gruppo o
nella mente di un responsabile, se deve essere vita di
C
DELLA
COMUNITÀ
comunità. Del resto, anche il Vangelo si è diffuso
perché si è fatto notizia.
Da questa esigenza nasce questo foglio che, nella
misura del possibile, vuole essere settimanale.
Semplice, di poche parole, foglio di comunicazione per
la comunità parrocchiale.
Mi auguro che sia di utilità per tutti, perché la
comunità cresca sempre più unita, più santa, più
universale (di tutti), più missionaria”.
Un rapido sguardo alle notizie riportate mi fa fare un
tuffo indietro nel tempo, tornando adolescente: il
programma delle vacanze, il pellegrinaggio mariano a
Varallo (“Abbiamo già riempito quasi 6 pullman, ma
abbiamo prenotato, se necessario, anche un
settimo...”), il mese di maggio nei cortili, il banco
vendita delle missioni, l’attività sportiva, la festa di
chiusura dell’oratorio.
Alcuni di quegli avvisi li possiamo ritrovare pari pari
nei fogli di oggi; altri invece fanno parte ormai dei
ricordi, ma chissà che, in futuro...
Quel che è certo, a mio parere, è che Appunti non ha
mai tradito lo spirito originario: è, oggi come allora,
semplice e sicuro interprete della necessità di
comunicare a tutti i parrocchiani la vita della nostra
comunità, fatta di riflessioni, di date e orari, di brevi
approfondimenti sugli appuntamenti principali della
settimana; prova ne sia il fatto che nessuno ormai esce
dalla chiesa senza prima aver preso quel piccolo foglio
A4 piegato in due che racchiude in poche righe la
settimana che va a iniziare.
“...E vi ricordo di prendere il foglio degli Appunti...”.
Maria ‘Porta del Cielo’
Cominciamo ad alzare lo sguardo verso le nostre vetrate.
Entriamo in chiesa e volgiamo gli occhi alla nostra sinistra, in alto: la
prima vetrata che incontriamo è quella che reca la scritta latina ‘Janua
Coeli’, cioè ‘Porta del Cielo’. Due angioletti sembrano prendersi cura di
una porta azzurra (che non a caso è sia il colore di Maria che quello,
appunto, del cielo) posta sulle nubi, irradiante una luce intensa.
Avevamo detto che le vetrate sono installate secondo un preciso filo
logico: qualcuno dei lettori ci ha pensato? Iniziamo a seguirlo...
Questa vetrata si trova sopra al Battistero, di fronte all’altare di San
Carlo; la chiave di lettura è proprio legata alla posizione rispetto agli
altari laterali. Infatti, il sacramento del Battesimo ci monda dal
peccato originale e ci introduce nella comunità cristiana; possiamo
dire quindi che il Battesimo è la ‘porta’ attraverso la quale diventiamo
figli di Dio. Inoltre, la luce che proviene dalla vetrata illumina, dall’altra
parte della navata, San Carlo che consacra la nostra chiesa
parrocchiale; nell’affresco, egli sta proprio sulla porta della chiesa,
aperta verso l’esterno. Estendendo un po’ il concetto, è la Chiesa che
si apre al mondo, non resta chiusa in se stessa ma si fa missionaria; ed ecco quindi la seconda
‘porta’. E Maria? La Madonna è anch’essa ‘porta’: attraverso di Lei si giunge infatti a conoscere ed
amare pienamente Gesù, suo Figlio, e quindi Dio Padre.
Da ultimo, notiamo che le due cappelle che abbiamo citato non stanno casualmente presso la
porta della chiesa: rappresentano i primi passi per chi entra nella comunità, sia dal punto di vista
spirituale/sacramentale (il Battistero) che storico (la consacrazione nel 1583 dell’edificio di culto).
6
AZIONE CATTOLICA
InformACI
Tu fai la differenza
- Ragazzi ACR -
a cura delle Ragazze dell’ACR
l tema generale del Meeting della Pace
2011 – ha spiegato Giancarlo Ceruti,
responsabile diocesano dell’Azione
Cattolica Ragazzi - consiste nel far riflettere
i ragazzi su tutto quello che non li aiuta a portare
sapore e a illuminare le loro giornate, ciò che non
permette loro di costruire la pace negli ambienti in cui
vivono, e nel mondo. In particolare, cercheremo di
capire con i ragazzi come “fare la differenza” con
questo doppio significato: primo, cercare un modo
bello e differente di vivere che non sia condizionato
dalle mode, ma metta al primo posto la pace, le
relazioni, gli ultimi. E in secondo luogo, imparare a
sottrarre (fare la differenza!) da noi stessi tutti quegli
atteggiamenti, ma anche oggetti e abitudini, che non ci
permettono di puntare a essere discepoli di Gesù e
costruttori di pace».
Durante il Meeting tenutosi a Gallarate, noi ragazzi
abbiamo fatto delle attività per andare a scoprire tutti
quei “più” di cui ha parlato Giancarlo
Ceruti: ovvero le cose positive che si
possono guadagnare imparando a
sottrarre dalla propria vita ciò che è
privo di significato profondo.
Il Meeting è stato organizzato per filo e
per segno con il gioco, le preghiere e,
per finire, la merenda insieme.
Una giornata intensa, che
effettivamente ci ha visto protagonisti
fin da subito.
Appena arrivati, dopo l’accoglienza
degli animatori con balli e canti,
abbiamo giocato: “Più cuore per più
amici”, un gioco, ma anche
un’incredibile esperienza perché
abbiamo potuto conoscere nuovi
ragazzi che come noi fanno ACR.
Poi la preghiera guidata dal nostro don
Luca Ciotti, un momento vissuto da
tutti con molta intensità.
«I
Ovvero: cerca un modo bello e
differente per vivere, sottraendo
gli atteggiamenti non da discepoli
Si respirava davvero aria di pace. Il messaggio che don
Luca ha voluto lasciare a noi ragazzi è stato: tu riferito ad ognuno di noi - fai la differenza, e non le
differenze. Essere pronti sempre a tendere la mano ed
essere disponibili anche se non è facile, soprattutto in
una società dove ci sono persone diverse fra di loro.
Questa è la realtà, una realtà che non è facile da vivere,
dove le discriminazioni sono tante e per essere violenti
ci vuole veramente pochissimo.
E allora distinguiamoci, perché la pace è possibile solo
in una ambiente sano, ricco di amici e di persone che
costruiscono relazioni basate su rispetto reciproco.
Dopo la preghiera, come ogni incontro acierrino che si
rispetti, ecco la merenda tutti insieme, momento assai
gradito da tutte noi. Avevate dubbi? Siamo magre,
snelle e pure belle, ma... quanto mangiamo!
Dopo questa tappa, il momento conclusivo e i saluti,
con l’invito accolto da noi con entusiasmo a prendere
alcuni gadget il cui ricavato andrà a finanziare alcuni
progetti nella Russia siberiana: in particolare due case
di accoglienza per ragazzi orfani o in difficoltà, uno
gestito dalle suore Ancelle dell’Immacolata
Concezione, mentre l’altro è un Centro per i ragazzi di
strada di San Pietroburgo, coordinato da padre Stefano
Invernizzi dei Frati Minori.
La gestione del progetto è in collaborazione con le
realtà locali delle Chiese ortodossa e luterana.
Un piccolissimo gesto di carità verso chi ha più
bisogno: questa è vera pace, così possiamo essere veri
testimoni di Gesù.
7
GRUPPO MISSIONARIO
Viaggio in terza classe (10)
Manderò dal cielo
tanti fiorellini...
da Betlemme riprende il nostro viaggio, un
arcobaleno crea un ponte fra i continenti e
permette al treno dell’amore di seguire i
binari del cuore per raggiungere altri
Missionari. Siamo diretti a Ituzaingò, una località a
nord dell’Argentina presso il confine con il Paraguay.
Vogliamo incontrare suor Rosina Barri, un altro fiore
missionario che dal giardino cacciviese si è trapiantato
nell’America meridionale.
Schiva e riservata, ci affidiamo per conoscerla meglio
alle vivaci parole della sorella suor Clemenza:
“Irma, la futura suor Rosina, nasce il 28 ottobre 1926
da Rosa e Bonaventura; frequenta asilo, scuola,
oratorio, riceve con gioia la prima Comunione nella
chiesa di Caccivio e la S. Cresima dal Cardinal
Schuster ad Appiano.
Da ragazzina lavora nella ditta Ravasi di Oltrona e in
lei cresce il desiderio di farsi suora.
Un giorno, tornando a casa, Irma dice alla mamma,
che stava dando l’ultimo giro alla polenta: “Mamma,
mi faccio suora”. Rosa rovescia la polenta sull’asse ed
esclama: “O tusa, lasum fiadà, a l’è apena un ann che
ghè andoo in cunvent la tua surela Margherita”.
Irma decisa: “Mamma, o parto adesso o mi tenete per
sempre”. Segue un attimo di silenzio, poi: “E dove vuoi
andare?”. “A Roma”. “Ma in quale ordine religioso?”.
“Dalle Figlie di Nostra Signora al Monte Calvario”.
“Questa l’è bela, dove hai trovato questa
congregazione?”. “Sulla immaginetta di suor Maria
Teresa Zonfrillo sta scritto: manderò dal cielo tanti
fiorellini”… Rosa guarda la figlia, le indica il giardino
e aggiunge: “Va’, cata sü tütt i fiuur che ta vorat, ma
sta’ chì e damm una man a cress i tò fredèj” .
Compiuti 21 anni, Irma raggiunge Roma, dove con sua
grande gioia diventa postulante, novizia, e dopo tre
anni professa e chiede di essere chiamata suor Rosina,
un segno di riconoscenza verso la mamma che l’aveva
capita quando le aveva comunicato di voler rispondere
affermativamente alla chiamata di Dio.
I genitori la seguono con la preghiera, soprattutto
quando viene inviata in missione, dapprima in Brasile
e poi in Argentina ad alleviare le sofferenze dei
fanciulli abbandonati, dei malati, degli emarginati,
secondo il carisma della fondatrice dell’ordine Santa
E
8
Virginia Centurione Bracelli, una nobildonna
genovese vissuta nel 1600”.
Come era finita quell’immaginetta fra le mani di
Irma? Le vie del Signore sono veramente infinite…
Noi incontriamo suor Rosina a Ituzaigò, in una
comunità di suore che all’invito: “Vieni e seguimi”,
come lei hanno risposto: “Eccomi, sono tua per
sempre”: sono i fiorellini che da nazioni diverse sono
stati mandati dal cielo a mettere radici in un terreno
fertile, ed è in questo giardino che anche noi vogliamo
fare festa ricordando il suo 60° anno di professione
religiosa.
Non molto lontano, si fa per dire, in un altro giardino
si eleva e riesce a raggiungerci prima della partenza
per altri lidi una fragranza nuova.
Ascoltiamo: “Sono Fernanda, la missionaria
saveriana della comunità di Lurate.
Mi trovo a Vila dos Cabanos, una località a circa due
ore di barca da Belém, la capitale del Parà.
In comunità siamo in quattro sorelle, una brasiliana e
tre italiane. Qui ero stata nel 1987. A quel tempo
c’erano poche case, destinate a cinquanta delle molte
famiglie espropriate della loro terra da parte della
società che ha costruito il polo industriale della
produzione dell’alluminio, in una zona dove prima
c’era una lussureggiante foresta.
Ora trovo una realtà molto cambiata.
La popolazione in tutta l’area è cresciuta: è gente
proveniente da varie parti del Paese in cerca di
lavoro, un lavoro precario, con conseguenti disagi e
problemi di instabilità familiare.
Purtroppo è cresciuta molto anche la violenza, in
buona parte legata al narcotraffico e al consumo della
droga. L’accelerazione della crescita non tiene conto
dei gravi costi pagati dai più deboli.
La parrocchia è composta da una trentina di comunità
sparse in tutta l’area; si parla di circa 40.000 abitanti.
C’è un solo prete, un sacerdote spagnolo.
Noi sorelle non riusciamo a dare una presenza
costante in tutte le comunità, ma ci sono laici che si
impegnano. Sono contenta di essere qui, come piccolo
segno dell’amore di Dio.
Lui è venuto ad assumere per sempre la nostra carne.
E questa bella notizia dà ali alla speranza”.
AMICI
CI
SCRIVONO
Prete, che bello!
di don Antonio Ghezzo
osa si scrive a un amico che non si sente da
diverso tempo? Si scrivono i ricordi, si
scrivono i sentimenti, si scrivono le novità.
In questi cinque anni sono stato chiamato a
fare il prete in oratorio e come aiuto per il parroco
nelle varie attività della parrocchia.
Per ogni singola giornata ci sono fatti, persone e
aneddoti molto belli e simpatici da raccontare, oppure
da criticare e, qualche volta, da correggere.
Mi ritengo molto fortunato di aver trovato una
parrocchia “normale”, un parroco che mi vuole bene,
diversi giovani e adulti formati e molto disponibili.
Non so fin quando resterò qui e non posso immaginare
dove mi potranno, un giorno, trasferire; ma in ogni
luogo si cresce, si matura e si intessono tante relazioni
belle, profonde e significative.
Mi piace allora, in questa lettera confidenziale,
condividere qualche riflessione sul dono che ho
ricevuto nell’essere sacerdote e sulla Grazia che mi
accompagna giorno per giorno.
Da voi, e con voi, ho imparato tanto!
Ho imparato a vivere la parrocchia, con uno sguardo
d’insieme su tutto ciò che si vive, si organizza o si
propone in oratorio, piuttosto che in chiesa, o altrove.
Ho imparato a intenderla come una vera “comunità
cristiana” in cui ci si confronta e, qualche volta, ci si
scontra; come una comunità in cui fermentano le idee,
l’attenzione al paese, la cura per i ragazzi, per gli
anziani, per gli immigrati… Ho visto tutti questi aspetti
espressi in modo diverso, da persone differenti, ma
sicuramente adulte e responsabili (il nostro
arcivescovo direbbe “corresponsabili”), che portano
avanti delle intuizioni reali e profonde con grande
spirito cristiano e di fede.
Ho respirato tutto questo anche stando con don Renato,
parroco singolare, che tante volte mi sono trovato a
contestare (magari solo dentro di me)…
Ma, devo ammetterlo, una volta prete, mi sono accorto
di fare le medesime cose (e ora posso capirlo!).
Per molti aspetti, la mia esperienza a Caccivio è stata
una seconda adolescenza, dal punto di vista spirituale,
pastorale, ma anche umano!
Alla fine della prima Santa Messa che ho celebrato a
Caccivio, ricordo bene che dicevo: “Fare il prete è
bello, spero”. Ora lo riaffermo con maggior
convinzione e con un po’ più di cognizione di causa.
C
A dire il vero non mi rendo ancora conto di cosa sono,
di quale forza e potere ho nelle mani quando celebro
l’Eucaristia e quando pronuncio le parole: “Io ti
assolvo…”.
Mi sento per molti aspetti inadeguato per quanto il
Signore mi affida, eppure mi stupisco tante volte di
quanto le persone ricevono da me: persone che
chiedono consigli e a cui non so cosa rispondere;
persone che incontro quasi per caso e che in quel
frangente trovano in me, sacerdote, una luce di
speranza; persone che mi confidano segreti profondi
che non dicono a nessun altro.
Anche se non è sempre coinvolgente e poetico il
ministero del prete!
Spesse volte percepisco il sacerdozio come
l’esperienza di un precipitare vorticoso.
Scopri i tuoi limiti e difetti e ti ci scontri; ti accorgi di
avere anche tu molti aspetti che critichi ad altre
persone, ti accorgi che anche tu sei capace di essere
egoista, indifferente e in alcune occasioni addirittura
cinico.
Ti accorgi che anche tu lasci da parte facilmente quel
Signore che predichi e che ritieni sia al primo posto
nella tua vita… e ti accorgi che al suo posto metti i tuoi
interessi, metti la soddisfazione di una cosa ben
riuscita, metti qualche tuo ideale, non perfettamente in
sintonia con la Sua Volontà.
Ma il fascino di quest’esperienza è che, scivolando
sempre più in basso, percependo e facendo
continuamente i conti con la tua umanità, non migliore
di quella degli altri, tu puoi capire le persone!
Tu riesci a non giudicare, ma ad avere compassione.
La misericordia la percepisci innanzitutto su te stesso.
Non faccio promesse perché so di non essere capace di
mantenerle, ma coltivo il desiderio di venire a visitare
la parrocchia di Caccivio, l’oratorio, il Doposcuola,
il Diurno, la Messa feriale e quella festiva,
le famiglie e molte case di persone
veramente amiche…
Un saluto di cuore e una preghiera per tutti voi!
9
ESPERIENZE
KOROGOC
KOROGOCHO
HO
NEWS
NEWS
di Camilla Giudici
arissimi,
è domenica, ho appena finito di mangiare
qualcosa e attendo di tornare a St. John per
l’incontro di tutte le piccole comunità
cristiane. Sono quei momenti di calma straordinari,
da cogliere al volo e apprezzare; sembra addirittura
ci sia silenzio, anche se in lontananza si sente sempre
l’immancabile musica che però alla domenica si
trasforma spesso in canti religiosi che si alzano dalle
innumerevoli chiese sparse per Korogocho.
Qualcuno direbbe: ma che scandalosa divisione tra i
cristiani! Io, riflettendoci, dico: che bello che almeno
alla domenica tutti rivolgono un canto a Dio!
C
responsabilità di stare al fianco del ragazzo o
dell’adulto che chiede di essere battezzato. È davvero
il rappresentante di tutta una comunità che se ne
assume la responsabilità, iniziando a condividerne il
cammino. Mi piace molto questo segno, il secondo di
tantissimi passi che fanno della nostra vita cristiana un
pellegrinaggio comune.
Giustizia e pace
Prima della predica, il gruppo di Giustizia e Pace
aveva presentato il tema settimanale di quella che sarà
la Campagna Quaresimale di Giustizia e Pace.
Infatti il secondo passo del pellegrinaggio di fede non
porta da nessuna parte se non c’è poi un impegno
fattivo per cambiare le cose, ridare sicurezza alla
gente, liberare le terre in mano ai pochi proprietari
terrieri, riconciliare un Paese ferito e diviso, invocare
onestà e coerenza in chi deve guidarlo...
Anche questo è un passo del pellegrinaggio, essenziale.
Un unico Vangelo che parla al singolo individuo, anche
il più sperduto e abbandonato, e a comunità intere e
Nazioni.
L’orgoglio di Korogocho
Sabato scorso c’è stata una S.Messa nel nostro
decanato per celebrare l’anno sacerdotale. Da
Korogocho ci siamo andati a piedi, visto che la
parrocchia dove si celebrava la Messa, presieduta dal
cardinale, non era molto distante, giusto un cammino
Questa mattina alla seconda messa c’è stato il secondo di un paio d’ore. Ogni parrocchia era stata invitata a
raccogliere offerte per aiutare una delle parrocchie del
passo dei catecumeni verso il battesimo che
decanato a terminare la chiesa
riceveranno la notte di Pasqua.
nuova in costruzione (lascio
Erano tanti.
perdere i miei commenti
Per la loro gioia, la nostra gioia,
sull’oscenità che è quella chiesa,
la gioia di tutta la comunità
enorme, davvero un segno di
cristiana. E per lo smacco di chi
potenza, ma quasi in mezzo al
continua a dire che a Korogocho,
niente...). Domenica poi, durante
e in altre nostre missioni, non
il Consiglio Parrocchiale, la zona
facciamo più lavoro pastorale,
di St. John ha ricevuto i
ma solo lavoro sociale.
complimenti ufficiali per aver
Il secondo passo è un passo
raccolto e donato più delle altre
importante: è il passo in cui si
zone della nostra parrocchia.
riceve il nome. I vari passi sono
Il modo in cui il segretario del
la lunga preparazione al
Consiglio Pastorale ha espresso
battesimo che dura due anni: è
i complimenti rivelava sorpresa,
praticamente il rito del battesimo
come dire: “Pensate! Korogocho,
diluito nel tempo, con lezioni di
dove ci sono i più poveri e
catechismo continue e passi
miserabili, è riuscita a
pubblici che avvengono di fronte
raccogliere più di tutti gli altri”.
a tutta la comunità. I padrini e le
La mia reazione interna è stata
madrine sono raramente i
espressa molto bene da p. John
genitori (perché o non sono
che ha chiesto candidamente e
battezzati o non ci sono del tutto)
provocatoriamente:
o qualcuno della famiglia.
“Perché vi sorprendete?
Allora è qualcuno della comunità
Pensate che St. John non sia
cristiana che si assume la
Bambini di strada a Korogocho
Il secondo passo
10
ESPERIENZE
capace di gesti così?”. Quando poi p. John ha riportato
questo fatto alla comunità di St. John, ha ricevuto dalla
gente un grande applauso. Come dire: “Siamo davvero
stufi di essere considerati gli ultimi poveracci della
parrocchia, vogliamo rispetto. E siamo pronti a
diventare parrocchia, possiamo farcela e vogliamo
farcela”. A Korogocho ci sono sì i più poveri tra i
poveri, ma c’è anche tantissima gente che vuole farcela
con le proprie gambe, rivendica i propri diritti
assumendosi i propri doveri. Il fatto di abitare in una
baracca non rende una persona meno generosa, meno
cristiana o meno capace di responsabilità.
Boma Rescue
Significa più o meno: la Casa della Salvezza, del
recupero. È l’altro dei nostri progetti per i bambini di
strada (in compartecipazione con la parrocchia di
Dandora). Appena si attraversa il Nairobi River, il
panorama diventa allucinante: una spianata brulla,
continuamente spazzata dal vento, sparsa di sacchetti
di plastica, avvolta in una puzza costante, visitata da
qualche passante e da qualche maiale che razzola tra le
immondizie. Poi si apre il cancello del Centro ed è
come entrare in un’oasi: un campo da calcio, una
grande baracca per gli incontri, le lezioni, le danze, i
giochi... Un’altra baracca più piccola funge da ufficio
per lo staff e da sala incontri; un piccolo orto coltivato
a cavoli, sukuma, qualche pianta e qualche animale
africano di legno a grandezza quasi naturale, per la
gioia dei bambini. L’unica cosa che ricorda dove siamo
è ancora la puzza... Perché rimaniamo lì, direte, se ci
sono queste condizioni? Proprio perché il Boma
Rescue è un avamposto ai bordi della discarica, un
segno di presenza, un piccolo centro dove i bambini
possono passare qualche ora, oppure rimanere per
quasi un anno per il lavoro di reintegrazione.
La “raccolta” dei bambini è il cosiddetto “lavoro di
strada”, la parte fondamentale del progetto: gli
operatori sociali vanno in discarica o nelle “basi”
(i luoghi di ritrovo dei bambini di strada) e tentano un
primo approccio amichevole. Se riescono a convincere
i bambini a venire al Centro, le prime settimane sono
cruciali perché per molti di loro si apre davvero un
mondo completamente nuovo. Al Centro imparano i
concetti fondamentali dell’igiene personale, del vivere
insieme; hanno lezioni scolastiche e momenti di
condivisione, momenti di preghiera e di gioco. E poi il
pranzo, quasi sempre a base di ghideri (mais e fagioli),
ad eccezione del sabato quando ricevono polenta,
cavoli e carne. E infatti al sabato il numero dei presenti
magicamente aumenta... Il cibo, pensate un po’, è
invece per molti un motivo per lasciare il Centro:
perché devono stare qui a mangiare ghideri tutti i
giorni, quando sulla discarica trovano biscotti e
merendine scartate dalla tavola del ricco Epulone?
Un altro motivo di abbandono è il pensiero che “qui
sto perdendo tempo, mentre i miei amici sulla
discarica fanno i soldi...”. E stiamo parlando di
bambini tra gli otto e sedici anni...
Dopo il lavoro di strada da parte degli operatori inizia
il lavoro quotidiano al Centro (scuola, attività culturali,
ricreazione, gite...) sia con i bambini che con le
famiglie. Dopo circa sei-otto mesi di permanenza al
Centro, c’è il grosso lavoro di reintegrazione nelle
scuole. Gli operatori sociali contattano tutta una serie
di scuole elementari della zona per reintegrare i
bambini. Gli incontri regolari con le famiglie
permettono di aiutarle a far partire qualche piccolo
progetto, a risollevarsi almeno un po’, ma soprattutto a
(ri)sentirsi responsabili per i loro figli e le loro figlie.
Cosa non facile, anzi...
Eppure si riesce, la percentuale di recupero è davvero
sufficiente a dare speranza per continuare.
La concretezza della gente
La settimana scorsa abbiamo tenuto la Settimana
Biblica, la prima delle sei che teniamo a St. John
durante l’anno. Un appuntamento ormai abituale, che
richiama sempre più gente di ogni altro evento. I padri
scelgono un libro della Bibbia e lo spiegano a grandi
linee, cercando di contestualizzarlo nella realtà della
nostra comunità. E poi ci sono le domande della gente,
a volte stupende... Come quella di David che, dopo
aver appreso che Mosè era rimasto sul monte Sinai per
quaranta giorni quando ricevette le Tavole della Legge,
ha chiesto: “Ma è andato da solo o c’erano altre
persone con lui? E cosa avevano da mangiare?”.
Bellissima concretezza! Sì, perché va bene parlare con
Dio, ma sempre da solo per quaranta giorni? E senza
cibo? No, impossibile... Mi piace questa incredibile
concretezza della gente. La vita è davvero fatta di
relazioni, e la relazione è incontro, cibo, raccontarsi la
giornata, condividere i problemi e le speranze... in
modo molto quotidiano e concreto. Non per niente
Gesù stesso aveva detto che da questo capiranno che
siete miei discepoli… Termino qui, è lunedì
pomeriggio, incredibilmente è tornata la corrente e ho
potuto terminare la lettera. Oggi tornerò a trovare una
comunità di lebbrosi che resiste dai tempi di Alex.
Un abbraccio a tutti!
padre Stefano Giudici
11
CATECHESI
- La Santa Messa -
La liturgia
eucaristica(5)
di don Pierpaolo
ella nostra presentazione della preghiera
eucaristica, «momento centrale e
culminante dell’intera celebrazione»
(Principi e norme per l’uso del messale
ambrosiano, n. 55), siamo giunti al racconto
dell’istituzione che narra i gesti compiuti da Gesù e
le parole da lui pronunciate nel corso dell’ultima cena:
N
Egli, offrendosi liberamente alla sua passione,
prese il pane e rese grazie, lo spezzò,
lo diede ai suoi discepoli e disse:
‘Prendete, e mangiatene tutti:
questo è il mio corpo offerto
in sacrificio per voi’.
Dopo la cena, allo stesso modo,
prese il calice e rese grazie,
lo diede ai suoi discepoli e disse:
‘Prendete, e bevetene tutti:
questo è il calice del mio sangue
per la nuova ed eterna alleanza,
versato per voi e per tutti
in remissione dei peccati.
Fate questo in memoria di me’.
(Preghiera eucaristica II)
Grazie all’azione dello Spirito santo
invocato poco prima, questi gesti e
parole hanno un’efficacia attuale:
attraverso di essi «si compie il
sacrificio che Cristo stesso istituì
nell’ultima cena, quando offrì il suo
corpo e il suo sangue sotto le specie
del pane e del vino» (Principi e
norme per l’uso del messale
ambrosiano, n.56d).
Le parole di Gesù, in particolare,
realizzano ciò che dicono e fanno di
quel pane e di quel vino il corpo dato
e il sangue versato del Signore, cioè
la sua vita donata per noi.
12
Per questo si chiamano anche parole della
consacrazione. Esse sono pronunciate dal sacerdote
«in nome della Chiesa che supplica con le parole di
Cristo»: sono cioè le parole di Cristo, non però
immediatamente in bocca a Cristo, bensì in bocca alla
Chiesa, autorevolmente rappresentata dal ministro
ordinato, l’unico abilitato a pronunciarle.
Nel corso della storia, soprattutto nella tradizione della
Chiesa latina, queste parole hanno assunto un peso
sempre più rilevante al punto che, secondo la dottrina
cattolica, in assenza di esse non avviene la
consacrazione del pane e del vino.
Ciò non significa comunque che la consacrazione
dipenda solo da esse. In effetti, a partire dal Vaticano
II, si è riscoperta la convinzione per cui tutta la
preghiera eucaristica ha efficacia santificatrice.
La consacrazione del pane e del vino è dunque
realizzata da tutta la preghiera eucaristica, non solo
dalle parole dell’istituzione le quali, per quanto siano
indispensabili, non vanno isolate quasi fossero una
specie di formula magica.
Per quanto riguarda il testo del racconto
dell’istituzione, non ne esiste un’unica versione.
In effetti, già nel Nuovo Testamento abbiamo quattro
differenti narrazioni che, pur concordi nella sostanza in
quel che riferiscono, presentano ciascuna delle proprie
particolarità.
Nel canone romano (la nostra preghiera eucaristica I
attuale, che fu per lungo tempo l’unico testo utilizzato
nella Chiesa cattolica), il racconto istitutivo è una
sintesi delle quattro versioni del Nuovo Testamento,
con un netto parallelismo tra i gesti e le parole sul
pane e i gesti e le parole sul calice e l’aggiunta di
qualche particolare che non si trova nella Scrittura
(mentre prende il pane e il calice, Gesù «alza gli occhi
al cielo, a te Dio Padre suo onnipotente»).
La riforma liturgica seguita al Vaticano II ha apportato
qualche lieve modifica.
La più significativa riguarda l’acclamazione «Mistero
della fede»: essa è stata scorporata dalle parole sul
calice, dov’era inserita, e collocata al termine del
racconto, seguita da una risposta del popolo
(«Annunciamo la tua morte, Signore»).
Il racconto dell’istituzione, infine, è accompagnato da
una gestualità caratteristica:
l’elevazione dell’ostia e del calice,
accompagnate ciascuna dalla
genuflessione del celebrante, cui
corrisponde il gesto dei fedeli che si
mettono in ginocchio.
Questi gesti sono stati introdotti nella
messa nel Medioevo per sottolineare
l’importanza di questa parte della
celebrazione. Se tali gesti
mantengono il loro valore ancora
oggi, bisogna però evitare di
accentuarli troppo per non dare l’idea
che solo quel momento della
preghiera eucaristica sia importante.
FEDE&FAMIGLIA
I coniugi
Martin
a cura di Cristina Clerici
l 19 ottobre 2008, nella diocesi francese di
Bayeux-Lisieux, a 150 anni dal loro
matrimonio, sono stati beatificati Louis e
Zelíe Martin, genitori di Santa Teresa di
Lisieux. Il cammino verso la beatificazione si è aperto
giovedì 3 luglio 2008, con l’approvazione da parte di
Papa Benedetto XVI del decreto di riconoscimento di
un miracolo avvenuto per intercessione della coppia.
Ad essere miracolosamente guarito è stato, nel 2002,
un neonato di Monza con gravi problemi respiratori
che lo hanno tenuto per quaranta giorni tra la vita e la
morte. I genitori di S. Teresa di
Gesù Bambino sanno bene cosa
voglia dire perdere un figlio, in
quanto, dei nove avuti, ne hanno
persi quattro in tenera età.
In una sua lettera Zélie così
descrive la perdita di una figlia di
appena 5 anni: “Nello stesso
momento, mentre la sostenevo, la
sua testolina mi è caduta sulla
spalla, i suoi occhi si sono chiusi
e, cinque minuti dopo, non viveva
più… Non mi aspettavo quella
brusca fine e nemmeno mio
marito. Quando è rientrato e ha
veduto la sua povera figlioletta morta si è messo a
singhiozzare esclamando: ‘Mia piccola Elena! Mia
piccola Elena!’. Poi insieme l’abbiamo offerta al
Signore”.
La santità di questi coniugi non è una santità di
riflesso, a causa della santità della loro figlia, ma è
santità personale, voluta e perseguita attraverso un
cammino d’obbedienza alla volontà di Dio che vuole
tutti i suoi figli santi come lui è Santo. Teresa parla del
papà usando più volte termini come santo, servo di
Dio, giusto. Ammira nei suoi genitori non solo le doti
e il tatto umano o la loro laboriosità, ma osserva
acutamente la fede, la speranza e la carità che sono lo
stile della loro vita coniugale e famigliare. Il teologo
Von Balthasar scrive: “Teresa realizza nel
I
soprannaturale soltanto ciò che in qualche modo ha
vissuto nel naturale. E nulla ella ha forse sperimentato
in modo più intimo e più travolgente dell’amore del
padre e della madre. Per questo la sua immagine di
Dio è determinata dall’amore filiale. In ultima analisi
è a Luigi e Zélie che dobbiamo la dottrina della
‘piccola via’, dell’infanzia spirituale, perché furono
loro a rendere vivo nel cuore di Teresa di Gesù
Bambino il Dio che è più del padre e della madre”.
Proverbiali sono l’apertura e l’accoglienza della
famiglia Martin: non solo la casa era aperta e
accogliente per chiunque bussasse, ma il cuore di
questi sposi era caldo, spazioso e pronto al “dono di
sé”. Contrariamente all’etica borghese del loro tempo
e del loro ambiente, che nascondeva dietro al “decoro”
la religione del denaro e il disprezzo dei poveri, Louis
e Zelíe, insieme alle loro figlie, impiegavano buona
parte del loro tempo e del loro denaro per aiutare chi
era nel bisogno. Al processo per i genitori, Celina
Martin, al Carmelo Suor Geneviève, così dice circa
l’amore del papà e della mamma verso i poveri: “Se in
casa nostra regnava l’economia, quando si trattava di
soccorrere i poveri vi era la prodigalità. Li si cercava,
e si insisteva per farli entrare in casa, dove erano
nutriti, riforniti di viveri, vestiti, esortati al bene. Vedo
ancora la mamma sollecita verso un povero anziano.
Stavamo passeggiando quando incontrammo sulla
strada un uomo che faceva compassione. La mamma
mandò Teresa a portargli l’elemosina. Poi la mamma
lo invitò a seguirci e rientrammo
in casa. Lei gli preparò un buon
pranzo, gli diede dei vestiti e gli
regalò un paio di scarpe… Poi lo
invitò a ritornare a casa nostra se
avesse avuto ancora bisogno”.
E a proposito del papà aggiunge:
“Si preoccupava di trovar loro
lavoro secondo la loro
condizione, li faceva ricoverare
in ospedale quando c’era
bisogno, o procurava loro una
soluzione onorevole secondo i
casi”.
Louis e Zelíe sono due coniugi e
una famiglia preoccupati di attuare in ogni momento
della giornata il piano preparato da Dio nei loro
confronti. Interrogandolo e ascoltandone la voce, essi
non facevano altro che perfezionarsi. Non sono
protagonisti di gesti clamorosi o di particolare peso
apostolico, ma sono vissuti nella quotidiana normalità
di ogni famiglia, illuminati sempre dal divino e dal
soprannaturale. È questo l’aspetto centrale, di portata
ecclesiale, offerto come esempio alle famiglie di oggi.
Guardando alla famiglia Martin, si potrà ricevere
consiglio, alimento e forza, per evitare il laicismo e la
secolarizzazione moderna, per vedere il dono
dell’amore coniugale ed il conseguente dono della
paternità e della maternità nella luce di un formidabile
dono di Dio.
13
ATTUALITÀ
Da nord a sud, fratelli d’Italia?
Italia 150
di Chiara Angelini,
Giulia Folci e Francesca Piatti
“Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato;
noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto
segue: Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II
assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia.
Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello
Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del
Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e
di farla osservare come legge dello Stato.
Da Torino addì 17 marzo 1861”.
Sono le parole che si possono leggere nel documento
della legge n. 4671 del Regno di Sardegna e valgono
come proclamazione ufficiale del Regno d’Italia, che
fa seguito alla seduta del 14 marzo 1861 del
Parlamento, nella quale è stato votato il relativo
disegno di legge. Il 21 aprile 1861 quella legge diventa
la n. 1 del Regno d’Italia.
In circa due anni, dalla primavera del 1859 alla
primavera del 1861, nacque, da un’Italia divisa in sette
Stati, il nuovo regno: un percorso che parte dalla
vittoria militare degli eserciti franco-piemontesi nel
1859 e dal contemporaneo progressivo sfaldarsi dei
vari Stati italiani che avevano legato la loro sorte alla
presenza dell’Austria nella penisola e si conclude con
la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d’Italia.
(www.italiaunita150.it/1861-nasce-litalia.aspx)
L’intervento del Presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano, che esprime il proprio rammarico per la
decisione della Provincia di Bolzano di non
partecipare alle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità
d’Italia, offre al presidente Luis Durnwalder
l’opportunità di argomentare nuovamente la propria
posizione in merito.
“Ho il massimo rispetto verso i sentimenti di chi vuole
festeggiare, ma chiedo la stessa comprensione per chi
non la pensa allo stesso modo”, osserva Luis
Durnwalder, che ricorda come questo atteggiamento
verso la ricorrenza dell’Unità d’Italia sia dettato da
ragioni storiche oggettive: “Nel 1861 la nostra terra
non faceva parte dell’Italia e nel 1919 l’Alto Adige è
stato annesso contro la volontà dei suoi abitanti. Non
si può quindi chiedere a parte della popolazione
locale, la gran parte, di festeggiare l’Unità d’Italia
quando in molti sudtirolesi è ancora vivo il ricordo di
quello che i loro genitori hanno sofferto per decenni, e
solo per il fatto di voler parlare la propria lingua e
difendere la propria cultura”.
Come già più volte espresso, il presidente Durnwalder
ricorda che “se i tre gruppi linguistici fossero della
stessa opinione, non avrei difficoltà a rappresentarli,
ma mentre i concittadini di lingua italiana hanno
sicuramente un motivo legittimo per celebrare quella
ricorrenza, tedeschi e ladini hanno molte e
giustificabili perplessità. Non voglio quindi riaprire
vecchie ferite, lasciamo invece che tutti i gruppi
abbiano la possibilità di partecipare o meno,
rispettando le diverse sensibilità”.
Questa posizione nei confronti delle celebrazioni di
Italia150, “naturalmente non mette in discussione precisa ancora Durnwalder - la lealtà della Provincia
di Bolzano verso lo Stato e le istituzioni: io rispetto in
pieno la Costituzione italiana, con lo Stato abbiamo
sviluppato una forma di autonomia moderna e, credo,
ben amministrata nell’interesse di tutti i gruppi
linguistici”.
In conclusione il Presidente della Provincia ricorda che
“in Alto Adige si è raggiunto un alto grado di
convivenza, come molti riconoscono, grazie al dialogo
e alla reciproca comprensione: è il frutto di uno sforzo
di condivisione ben lontano dalle imposizioni di
simboli che questa terra ha sperimentato in epoche
passate e che oggi vuole definitivamente lasciarsi alle
spalle”.
(www.provincia.bz.it)
“No”. Così ha riposto il 57% dei lettori di BlogSicilia
al sondaggio: “17 marzo, Festa dell’Unità d’Italia.
Siete d’accordo?”. Un risultato significativo, che
s’inserisce nella polemica politico–storica di questi
giorni. Intanto, però, in Sicilia le scuole saranno
chiuse, come ha deciso la Giunta di Raffaele
Lombardo. Una risposta, coi fatti, al Ministro
14
ATTUALITÀ
dell’Istruzione Mariastella Gelmini
secondo cui, al contrario, giovedì 17
marzo le lezioni dovranno svolgersi
regolarmente, concentrando il lavoro
in classe proprio sul Risorgimento e
l’unità nazionale. Per la cronaca, il
“sì” è stato votato dal 41%, mentre
il 2% si è trincerato dietro al
diplomatico “no comment”.
(www.palermo.blogsicilia.it)
Festa sì, festa no...
Confindustria frena sui
festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità
d’Italia. Emma Marcegaglia sostiene la decisione del
governo di celebrare l’evento il 17 marzo ma “senza
che ciò comporti la perdita di preziose ore di lavoro o
un aggravio di costi per le imprese”. “Si tratta di una
data importante - sottolinea il capo di Confindustria che va vissuta con autentica partecipazione, come
momento di orgoglio e di unità nazionale”.
Per Marcegaglia è tuttavia doveroso tenere contro
“delle esigenze di un’economia che sta facendo e
sempre più deve fare ogni possibile sforzo per
recuperare competitività”.
La nuova festività arriva di giovedì e dunque si
presterebbe, spiega il presidente Marcegaglia,
“ad essere utilizzata per un ponte lungo sino al fine
settimana”, comportando perdite elevate per la minore
produzione e maggiori costi per le imprese.
(www.italia-news.it)
Via, signora Marcegaglia, non abbia il braccino corto.
Non è una catastrofe se il 17 marzo, per i 150 anni
dell’Unità d’Italia, sarà festa nazionale, come proposi
nel Comitato dei garanti dell’unità e il comitato
approvò unanime e poi chiese al Governo e al
Parlamento di istituire la festività, alla fine riuscendo
nell’impresa. Non è un gran danno se nel nome
dell’Italia e della proclamazione della sua unità, le
imprese perderanno lo 0,40 per cento della loro
produttività.
La prenda come una bizzarrìa del calendario, la stessa
bizzarrìa che nello stesso trimestre farà risparmiare
due festività: il 25 aprile e il 1° maggio coincidono
infatti con due giorni festivi, e dunque il sistema
produttivo perde un giorno di lavoro ma ne guadagna
due, alla fine guadagnando lo 0,40 per cento.
Una festa di unità nazionale ci vuole nel nostro Paese,
per ripartire dall’Italia, per ricordare che siamo una
nazione e abbiamo un’identità e una storia comune,
siamo un popolo e non due razze contrapposte, nord e
sud, berlusconiani e anti, buoni e cattivi, produttivi e
fannulloni.
Non potete chiedere al sistema Italia agevolazioni,
vantaggi, sgravi e infrastrutture, e poi non caricarvi
nemmeno gli oneri morali e civili del nostro paese. Il
marchio Made in Italy, lo stile
italiano, è per voi una risorsa,
lasciate che una volta ogni secolo e
mezzo sia anche un impegno.
Non è solo una questione di valori
morali e di impegno civile.
(...) Festeggiare il compleanno
dell’Italia significa far sentire al
proprio Paese che è amato e
considerato; significa aiutarlo a
risalire dalla malattia e dalla
sfiducia. Certo, non è una festa a
rovesciare la percezione del
proprio Paese, ci vuole un lungo
processo di ripensamento e di
riattivazione del sentire nazionale, un largo risveglio
civile e popolare, un forte senso di coesione sociale e
di solidarietà nazionale. Una festa non basta, lo
sappiamo. Ma è un segnale, pur minimo, ma
simbolicamente importante, un’esortazione a cambiare
visione, prospettiva e umore. Quella briciola di
produttività sprecata lungo la via, sarà una semina che
potrà dare frutti per il futuro. Suvvia, signora
Marcegaglia, non ci faccia dar ragione a Susanna
Camusso della Cgil, che ha difeso la festa d’Italia
indetta da un governo di centro-destra.
(Marcello Veneziani, editorialista de Il Giornale e
saggista; www.gioia.it)
Il 17 marzo si celebra la festa per i 150 anni di questo
nostro assurdo e affascinante Paese. Da Londra
osservo lo stralunato dibattito su ‘festa sì, festa no’ che
sembra dilaniare governo, sindacati e Confindustria.
Vista l’assurdità della diatriba non mi dilungo a dare
una spiegazione ragionata, mi limito ad osservare che:
1. Non è vero che si lavorerà un giorno in meno, come
dice chi dovrebbe saper fare di conto (vero Emma?): il
25 aprile cade a Pasquetta e non mi risulta che quella
festività sarà recuperata (almeno, i miei amici in Italia
andranno a lavorare il 26).
2. Davvero il problema dell’Italia è lavorare un giorno
in più quest’anno per risolvere i problemi legati
all’economia? Lavorare con più efficienza ed efficacia
negli altri giorni dell’anno sicuramente avrebbe effetti
molto superiori sulla competitività del sistema Italia.
Bastasse un giorno in più all’anno per tornare a galla!
3. In Gran Bretagna quest’anno avremo un giorno di
ferie in più per il matrimonio di William e Kate.
Nessuno nel governo e tanto meno nella CBI inglese
ha sollevato il problema che il giorno di festa peserà
sul PIL (anzi, i pub avranno un permesso speciale per
stare aperti più a lungo). Forse perché i britannici
hanno un orgoglio nazionale che a noi manca?
Insomma, anche in una occasione solenne come questa
riusciamo a dividerci su principi che dovrebbero
essere assodati e a dire enormi cretinate senza battere
ciglio, suscitando l’ilarità generale. Il mio Paese
compie 150 anni... Buon compleanno, Italia!
(www.corriere.it)
15
CARITAS
La grande figura
Don Carlo Gnocchi
e la “Fondazione Don Gnocchi Pro
Juventute”, con lo scopo di
coordinare al meglio gli interventi
assistenziali nei confronti delle
profondamente la vita di don Carlo; piccole vittime della guerra, dei
grandi invalidi, degli orfani, ma
egli parla di una vera e propria
“vocazione”, che lo spinge ad essere anche, più tardi, dei colpiti dalla
poliomielite.
presente là dove tanti giovani
Carlo è un convinto sostenitore
affronteranno i mille volti della
dell’alleanza tra scienza e fede e la
sofferenza, non solo fisica.
sua metodologia punta ad una
Ritornato in Italia, si rifiuta di
riabilitazione integrale dei malati,
aderire alla Repubblica di Salò,
entra in contatto con le formazioni promuovendone la restituzione alla
vita sociale o, come diceva lui, la
partigiane e viene addirittura
arrestato e rinchiuso per dieci giorni “restaurazione” della persona nella
sua integrità.
a San Vittore.
Quando, nel 1955, viene avviata la
Dopo la Liberazione comincia a
concretizzare quel progetto di aiuto costruzione del Centro Pilota
S. Maria Nascente, don Gnocchi è
ai sofferenti, intravisto e vissuto
già malato, e muore nel febbraio del
vorticosamente negli anni della
1956. Il suo funerale viene celebrato
guerra: viene nominato direttore
dall’Arcivescovo Montini, alla
dell’Istituto Grandi Invalidi di
Arosio e accoglie i primi orfani e i presenza di centomila persone; un
bambino, portato al microfono dice:
bambini mutilati; quando la
“Prima ti dicevo: ciao don Carlo.
struttura di Arosio diviene ormai
Adesso ti dico: ciao, san Carlo”,
insufficiente, ottiene in affitto, ad
sollevando un coro generale di
una cifra simbolica, una grande
approvazione.
Casa a Cassano Magnago.
Negli anni seguenti vengono aperti, Le sue cornee vengono trapiantate a
due ragazzi non vedenti e il dibattito
uno dopo l’altro, nuovi collegi
che ne scaturisce porta in breve
sparsi in varie zone d’Italia e, dal
tempo all’approvazione di una
1948 al 1952, nascono la
“Federazione Pro Infanzia Mutilata” nuova legge in materia.
Il 25 ottobre 2009 il Cardinale
Dionigi Tettamanzi lo proclama
Beato.
Tanto si può attingere dagli
scritti di don Gnocchi;
ricordiamo qui le sue parole sulla
carità: “…In questi giorni il
Signore mi ha fatto capire che
non basta operare, fare della
carità; bisogna sopra tutto e
prima di tutto pregare per la
carità. È da Lui, dallo Spirito
Santo che viene nei nostri cuori
la carità, quell’amore di cui ha
tanto bisogno il mondo e le
nostre anime per salvarsi”.
a cura della Commissione Caritas
uesto mese vogliamo
soffermarci sulla figura di
un altro grande Santo
della Carità, più vicino a
noi nello spazio e nel tempo: don
Carlo Gnocchi.
Nato a San Colombano al Lambro
nel 1902, rimasto orfano del padre a
cinque anni, Carlo va a vivere a
Milano con la madre e i due fratelli,
che nel giro di pochi anni moriranno
entrambi di tubercolosi.
Nel 1915 entra in Seminario a
Seveso e successivamente a Milano;
nel 1925 viene ordinato sacerdote e
inviato come assistente d’oratorio a
Cernusco sul Naviglio e poi presso
la parrocchia milanese di S. Pietro
in Sala, dove rimane dieci anni,
guadagnandosi, anche attraverso i
suoi studi di pedagogia, fama di
ottimo educatore.
Nel 1936 il Cardinale Schuster lo
nomina Direttore Spirituale
dell’Istituto Gonzaga, una delle
scuole più prestigiose di Milano, e,
poco più tardi, lo stesso Cardinale
gli affida l’incarico dell’assistenza
spirituale degli universitari della
Seconda Legione di Milano.
Quando l’Italia entra in guerra,
si arruola come cappellano
volontario, partecipa alla
campagna dei Balcani e,
successivamente, a quella di
Russia. Durante la tragica ritirata
del contingente italiano assiste
numerosi alpini feriti e morenti,
raccogliendone le ultime volontà,
ed egli stesso cade stremato ai
margini della pista, venendo poi
raccolto da una slitta e salvato
da morte sicura.
L’esperienza, fortemente voluta,
della guerra, segna
Q
16
di un prete che si è dedicato
all’accoglienza ed alla cura
delle piccole vittime della
guerra: orfani, invalidi, mutilati
GIOVANI
E
LAVORO
La cosa che mi affascinava particolarmente
...Per curare
tutti i malati...
era l’idea di poter fare un percorso
in cui si unisce la conoscenza e lo studio
al lato umano e alle relazioni...
di Riccardo Piatti
on chi abbiamo il piacere di incontrarci
questo mese?
Mi chiamo Laura Alagna, ho 28 anni,
mi sono laureata nel 2007 in Medicina.
Perchè hai deciso di fare il medico?
Ho iniziato a pensare a questa professione l’ultimo anno
del liceo. La cosa che mi affascinava particolarmente era
l’idea di poter fare un percorso in cui si unisce al lato
scientifico di conoscenza, studio e ricerca, l’aspetto
umano e relazionale di condivisione in un momento
delicato della vita in cui si prova sulla propria pelle la
sofferenza e il limite del proprio corpo.
Attualmente sto frequentando la scuola di
specializzazione in Malattie Infettive e Tropicali nel
relativo Dipartimento dell’Ospedale San Raffaele di
Milano e devo dire che, anche se a tratti faticoso e
emotivamente lacerante, le mie aspettative non sono state
disattese.
Hai avuto la possibilità di sviluppare o approfondire la
tua professione anche in altri Paesi? Quali le differenze?
Sono stata per un brevissimo periodo durante l’Università
in un piccolo dispensario a Ongata Rongai in Kenya e
successivamente, sempre nel periodo degli studi, a
Londra. Durante la specialità sono stata qualche mese a
lavorare a Losanna, nella Svizzera francese.
Sono state esperienze molto diverse tra loro, non solo per
la tipologia, ma anche per il ruolo che esercitavo; mi
hanno tutte segnato molto, ciascuna in maniera diversa.
A Ongata Rongai la differenza fondamentale che ho
notato è l’assoluta povertà di risorse intesa come
personale sanitario, farmaci e strumentazione adeguata e
l’assenza di un sistema sanitario nazionale capace di
gestire e organizzare il territorio. Osservando la realtà e
parlando con le persone incontrate, mi sono resa conto
che, per evitare che in questi paesi si muoia di malattie
curabilissime, siano fondamentali due elementi:
la presenza di un sistema sanitario nazionale capace di
identificare le problematiche e definire delle priorità di
azione in termini di sanità pubblica e una politica
internazionale di equità e distribuzione delle risorse.
Le tante ONG presenti in questi paesi, se non coordinate,
C
rischiano di creare diversi progetti sicuramente efficienti
e utili nell’immediato, ma che rimangono solo nella
dimensione dell’assistenza e non nell’obiettivo di
rafforzare e rendere autonome le realtà locali.
A Londra e Losanna l’esperienza è stata molto diversa,
sicuramente la possibilità diagnostica e terapeutica negli
ospedali è molto simile alla nostra.
La cosa che mi ha colpito maggiormente è stata la grande
attenzione nel sistema universitario e sanitario alla
formazione dei giovani medici ai quali è proposto un iter
strutturato e ben organizzato, sul quale si è seriamente
valutati al termine del percorso e con una precisa
assunzione di responsabilità e doveri.
Quali sono le maggiori problematiche che riscontri
nell’essere medico in Italia? Quali gli aspetti positivi?
Da giovane medico in formazione, l’aspetto in questo
momento più problematico è appunto una strutturazione
della formazione poco organizzata, lasciata molto
all’intraprendenza e alla fortuna del singolo di trovare il
“maestro” giusto da cui imparare l’arte per osmosi.
Inoltre quello che sto notando è, a volte, una scarsa
organizzazione delle risorse, una svogliatezza nel voler
gestire e valorizzare le competenze professionali che non
hanno niente da invidiare a tanti paesi europei.
Sicuramente l’aspetto positivo del nostro Paese è che ha
un sistema sanitario nazionale che, nonostante alcuni
difetti e mancanze, è tra i primi al mondo, secondo
l’ultima rilevazione dell’Osservatorio Italiano sulla
Salute Globale, in termini di equità ed accessibilità.
Secondo me questo è un punto importantissimo, da
difendere sia come medici che come cittadini, perché è
doveroso curare tutti i malati indipendentemente dalla
provenienza, dalla cittadinanza e dalla carta di credito.
17
ST ILE LIBE RO
La storia di Rasha
di Francesca Calabrese
al 1982 a oggi, il 60% delle ragazze tra i 18
e i 25 anni residenti a Gerusalemme e nei
territori occupati ha dovuto abbandonare gli
studi per mantenere la famiglia o a causa
delle discriminazioni fra Palestinesi ed Israeliani.
Il 18% delle giovani della stessa fascia d’età è rimasta
coinvolta in attentati terroristici”.
[fonte: Save the Children]
“D
che non si può capire finchè non la si vive ogni giorno,
da sempre.
La sua quotidianità consiste nel confondersi, nel non
dare nell’occhio. C’è, ma non c’è. Un’ombra.
Ma lei non ci sta, vuole partire. Ha ottenuto un visto
per uscire dal paese, un suo compagno di università è
Rasha. Una treccia lunghissima, la pelle olivastra,
riuscito a procuraglielo adducendo a visite
occhi neri e profondi.
specialistiche a Francoforte.
È bella Rasha, sì, ma di una bellezza sfatta, segnata,
Rasha odia mentire, ma nel suo Paese la verità ormai è
stanca. Non sorride, non ne ha più voglia.
senza valore. Nel suo piccolo ha imparato anche che la
Finalmente si libera un posto dell’autobus, su cui è da
ragione non sta solo da una parte, sa che come lei
più di un’ora; fulmina con lo sguardo un uomo che
centinaia di altre ragazze, seppur israeliane, non
tenta di sedersi prima di lei, impreca fra i denti mentre possono proseguire gli studi per motivi simili ai suoi.
sistema le borse della spesa vicino ai piedi, gonfi dopo Non sa con chi prendersela, sempre ammesso che sia
una giornata di lavoro, appoggia la testa al finestrino e un “colpevole” per tutto questo.
socchiude gli occhi.
Ora però cerca di distrarsi, si pone queste domande in
Il traffico di Gerusalemme Est scorre al di là del vetro, continuazione ogni giorno, da mesi e mesi.
chiacchiericcio, clacson, frenate.
Cerca di liberare la mente, di immaginare come sarà la
Rasha pensa. Pensa che in questo momento non
vita per lei fra qualche mese: potrà dire addio al suq, ai
dovrebbe essere ancora sul bus, ma a casa a studiare.
turisti, ai visti, al coprifuoco. Ci saranno i vigili agli
Eppure all’università non può più andarci, non dopo
incroci al posto dei soldati. Potrà immergersi di nuovo
che le sue compagne di corso l’hanno umiliata
nella vita universitaria, ancora appelli, libri, lezioni,
chiamandola “Sporca parassita araba”.
esami, scadenze moduli, fotocopie, appunti, compagne
La rabbia sale, incontrollabile.
di corso, caffè acquosi davanti a un computer.
Rasha è una delle tantissime ragazze palestinesi che
Bisogna trovare una sistemazione non troppo fuori dal
hanno dovuto abbandonare gli studi a causa della
centro, magari da dividere con altre studentesse.
reciproca discriminazione fra ebrei e arabi: i suoi
La possibilità di condividere la sua quotidianità con
genitori hanno perso l’appezzamento di terreno che
delle ragazze occidentali la incuriosisce e al tempo
possedevano a seguito dell’annessione di alcuni
stesso la spaventa: così sicure, quasi sfacciate.
territori alla Cisgiordania, unica fonte di guadagno per Potrà competere lei, l’ultima arrivata?
la famiglia.
Sa che sarà catapultata in un mondo totalmente
Non era più possibile pagare la retta, le tasse e i libri.
estraneo alla sua routine, altri stili, ideali, punti di
Rasha ha abbandonato tutto, si è rimboccata le
vista, opportunità.
maniche.
Eppure si sente forte.
Lei ci teneva, non voleva finire relegata dentro quattro Perché non dovrebbe farcela, se è quello che vuole?
mura a pulire e cucinare, magari per un marito ingrato
Sbuffa Rasha, fa dondolare le gambe distrattamente,
che non avrebbe nutrito la minima considerazione per
poi punta i piedi e stringe i sacchetti con forza.
lei. Lei, sarebbe diventata qualcuno, ci avrebbe giurato, Poi, d’improvviso... È un attimo. Si sente sollevare, un
voleva viaggiare.
dolore lancinante al timpano, una forza che la
E invece? Invece si ritrova a vendere spezie in un suq
schiaccia. Un boato e il silenzio di un istante, prima
nella parte est della città a turisti entusiasti davanti a
delle sirene, delle urla, dei pianti.
quel miscuglio di colori, lontani anni luce da una realtà Per uccidere un sogno basta veramente poco.
18
BIBLIOVIDEOTECA
Suggerimenti per amanti
Il ragazzo perduto
di lettura e cinema
aveva prestato un libro da leggere e
di aver imparato a memoria un
paragrafo perché raccontava proprio
dei problemi che lui stava
affrontando. “Costruisci la fiducia e
distruggi la paura in tutto ciò che
intendi fare e qualunque cosa tu
mancanza della mamma, ma per
decida di tentare non arrenderti
di Stefania Rimoldi
poco, perché poi bisogna continuare finché non hai scoperto se è
a lottare.
positiva o negativa”. “Non fare
Quando anche lo zio lo lascia solo,
l’errore di intraprendere un viaggio
l viaggio di un ragazzo
Aher diventa uno di loro. Saranno la senza calcolarne le spese perché
sudanese attraverso tutto sua famiglia, i suoi compagni di
rischi la vergogna di dover chiedere
il continente africano per cammino, a volte di gioco, il suo
aiuto agli altri viaggiatori. Ma non
sfuggire alla guerra civile sostegno.
temere di chiedere aiuto se ne hai
e alla miseria.
A cinque anni Aher ha già affrontato davvero bisogno. Chi oggi ti dà una
È il tema del libro “The lost boy”
fame, sete e malattie.
mano, domani potrebbe avere
(Il ragazzo perduto), opera del
Ha già visto la morte da vicino, e
bisogno di qualcuno, e potresti
giovane Aher Arop Bol, salutata
camminato per giorni e giorni.
essere tu ad aiutarlo”.
dalla critica internazionale come un È un libro che si legge d’un fiato e
Nel suo lungo viaggio Aher non si è
autentico capolavoro.
che offre parecchi spunti di
mai arreso di fronte alla barbarie
Scritto in sole sei settimane, narra
riflessione.
della guerra; non ha mai avuto
la straordinaria voglia di vivere e di Non tralascia di raccontare le
paura di chiedere aiuto e ha trovato
lottare di questo venticinquenne,
atrocità di cui è stato testimone e
persone che gli hanno pagato
originario di Dinka, Sudan
nemmeno i momenti di sconforto
biglietti di pullman e lo hanno
meridionale, fuggito dalla guerra
che ha vissuto.
aiutato ad attraversare frontiere
civile che imperversava nel suo
Ma il sogno di una vita migliore gli senza passaporto. La sua caparbietà
paese e arrivato in Sudafrica nel
hanno dato la forza di affrontare
nel voler studiare è stata capita da
2002.
migliaia di chilometri senza soldi e insegnanti che gli hanno aperto le
Il giovane ha lasciato il Sudan circa documenti e di riuscire a proseguire porte di scuole che altrimenti non
22 anni fa: aveva tre anni, forse
i suoi studi.
avrebbe mai potuto frequentare.
quattro quando suo zio se l’è
Racconta che una volta in pullman
Nel 2002 il commovente incontro
caricato in spalla e lo ha portato via. un suo compagno di viaggio gli
con la sua famiglia d’origine, con i
Non c’era altra possibilità per
genitori di cui non ricordava più
sottrarlo alla violenza della
il volto e con fratelli più piccoli
guerra civile. Dopo giorni e
di cui ignorava l’esistenza.
giorni di cammino, all’arrivo al
Ora toccava a lui aiutare gli altri;
campo profughi in Etiopia non
ritorna in Sudafrica dove trova
trovano nessuno ad aspettarli.
lavoro, che gli permette di
Niente cibo, né acqua, né
proseguire i suoi studi di legge e
medicine. C’è solo un lago con
di far studiare anche i suoi
l’acqua ricoperta da una patina
fratelli più piccoli.
scintillante, che lo zio gli
La sua speranza è quella di
impedisce di bere.
vedere un giorno il Sudan
Ci sono fantasmi di uomini e
pacificato, quando finalmente
donne che a stento si reggono in
tutte le persone si adopereranno
piedi. E tanti bambini e ragazzi
per placare gli animi straziati
soli, senza qualcuno che si
della popolazione e per
prenda cura di loro.
ripristinare lo spirito del paese.
Vengono chiamati ragazzi
Il libro si conclude con una fiaba
perduti, ma nessuno li sta
sudanese…
cercando. Quelli più piccoli a
Non ve la racconto; lascio a voi
volte piangono, sentono ancora la
il piacere di leggerla…
Aher Arop Bol
I
19
POESIA
V
I candell
Tüti sann cusè inn, l’è no ‘na nuvità,
par quond va via la lüüs, vüna ga l’emm in cà,
pö gh’è i candell pizoo a un altoor par divuziùn
e quij un puu püsée lunch par andà in prucesiùn.
i sono diversi tipi di candele:
quelle che si usano per sostituire la lampadina elettrica,
quelle accese per devozione,
quelle lunghe che si portano nelle processioni,
le candele che il due febbraio vengono benedette
in occasione della festività della Candelora
(festa della Madonna sciriöla,
in cui si ricordano la presentazione di Gesù al tempio
e la purificazione di Maria), il cero pasquale
simbolo di Cristo luce per le genti e infine
le candeline usate per festeggiare i compleanni.
Gh’è ul cero Pasquool cun sü ciòòt e disegn,
e la Madona sciriöla onca lée i so la tegn;
pö gh’è quij coluroo da rösa e celestìn
da mett in süla turta pal cumplean dal pinìn.
Ma l’è minga da quisti che adess vöri parlà,
ma da candell speciool d’un’oltra qualità,
“Poran propi un ricam”, disevan giuan e vècc:
eran i candell da giazz che vignivan giò dai tècc.
Un lenzoo bionch da neef pa ‘n pezz restova sü
ma par regöj l’aqua ul canool gh’era no sü;
dal dì cun un puu da suu la neef la deslenguova
la nott, cun un frecc da biss, la gota la gelova.
Vüna dréé l’oltra in fila, a l’inizi un puu grusèj,
pö i candell sa slungovan e diventovan snèj
‘mè ‘n vedar trasparent, fragil che ‘l po’ s’cepass
eran prunt, cum’è quij da cera, cul coolt
[a cunsümass.
Maria Taborelli Sampietro
Piccolo vocabolario
ciòòt:
scira:
sciriöla:
giazz:
regöj:
deslenguova:
biss:
frecc da biss:
20
chiodi
cera
della cera
ghiaccio
raccogliere
scioglieva
biscia
freddissimo
In questa poesia però si ricordano
le caratteristiche candele di ghiaccio
che colavano dai tetti senza canali
e formavano un vero e proprio ricamo,
candele che al calore del sole erano destinate
a sciogliersi proprio come quelle di cera.
GIRINGIRO
Fidenza
a cura di Silvano Fumagalli
idenza è conosciuta per il
famoso outlet situato
all’uscita dell’autostrada
A1 direzione Bologna,
dove molte famiglie si recano per
acquisti di tutti i generi a prezzi
scontati.
Nessuno invece pensa a visitare
questa città, seconda come
grandezza solo a Parma, il
capoluogo di provincia.
Abbandonata l’autostrada, si sale
in collina da cui si gode un bel
panorama sulle ampie colline
che circondano Fidenza.
Città d’arte, posta sulla via
Francigena, ha nel Duomo la sua
perla più caratteristica, capolavoro
dell’architettura romanica padana,
celebre per la facciata di Benedetto
Antelami.
A testimonianza dello sfarzo della
diocesi, il museo recentemente
allestito nel palazzo Vescovile,
ha esposto il patrimonio culturale
conservato sino ad ora nel
“segreto” delle sagrestie.
Nel museo sono esposte un
centinaio di opere di grande qualità,
tra cui antichi paramenti sacri,
documenti di rilevanza storica e
preziosi oggetti liturgici.
Tra le opere sicuramente degne di
nota troviamo la coppa medioevale,
detta “Calice di San Donnino”,
una rara ed enigmatica colomba in
bronzo dorato e l’Ostensorio
impreziosito da gemme.
Ma il pezzo più importante
del museo è rappresentato dalla
Madonna in trono col Bambino,
posta originariamente all’esterno
della chiesa e più recentemente
nella cripta, considerata somma
opera di Benedetto Antelami,
F
che segna il passaggio tra l’arte
romanica e quella gotica.
Vicino al Duomo si trova la Torre
Viscontea (1364), eretta sopra
un’arcata del ponte romano
interrato.
Dello stesso periodo è la Chiesa di
San Giorgio, ampiamente
modificata.
Su piazza Garibaldi, il salotto della
città, si affaccia il palazzo
Comunale, risalente al XIV secolo.
In occasione del 150° anniversario
dell’Unità d’Italia, per chi vuole
ripercorrere la storia del nostro
paese, consiglio di visitare il Museo
del Risorgimento “Luigi Musini”.
Il Museo, allestito nel 1989
all’interno dell’ex Palazzo storico
delle Orsoline di Fidenza (via Costa
2), è stato intitolato a Luigi Musini
(1843-1903), garibaldino locale e
secondo deputato socialista del
Parlamento del Regno d’Italia.
Il materiale esposto - cimeli bellici,
manifesti, lettere, fotografie,
stampe, incisioni, statue, litografie e
oggetti vari - è tratto per la quasi
totalità dalla collezione di suo figlio
Nullo e di altri cittadini di Fidenza;
vista la sua natura e provenienza,
i criteri di allestimento non hanno
tentato di ricostruire puntualmente
la vita della città dai primi anni del
XIX secolo alla fine della Seconda
Guerra Mondiale ma, in questo
lungo arco di tempo, hanno
privilegiato alcuni momenti di
particolare rilievo.
I vari
settori nei
quali il
museo si
articola
obbediscono
dunque a
due criteri
di
ordinamento,
cronologico
e tematico:
oltre a
ripercorrere
alcune
tappe della
vita
fidentina e
nazionale -
come l’Epoca Napoleonica,
il governo di Maria Luigia, i
Borbone, il Risorgimento, gli anni
di Umberto I, la Grande Guerra,
il Fascismo e le sue guerre
e la Resistenza - sono sviluppati
alcuni temi monografici come le
figure di Giuseppe Garibaldi,
Giuseppe Verdi e Luigi Musini.
Virando sul gusto la nostra visita,
vi consiglio l’Antica Drogheria
Negrotti (via Bernini, 3):
è il migliore negozio della città,
grazie al suo assortimento di dolci
e dolcezze italiane unite a
un’accurata scelta di whisky e
superalcolici di qualità.
C’è poi il punto vendita di Banzole
(via Gramsci, 58), dove assaggiare
latte, yogurt, budino al cacao,
gelati e panna fresca.
E i prodotti da forno - da non
perdere le Veneziane - del Fornaio
(castione Marchesi, 107).
Infine, la Pasticceria Oriola
(via Conforti, 15), con il suo
assortito reparto di pasticceria
mignon e di pralineria.
La tavola? Quella della trattoria dei
Sibani (fraz. Chiusa Ferranda – via
Chiusa Ferranda di Fidenza, 4):
ambiente rustico e cucina schietta,
dove si spende poco.
Vi si assaggiano i sapori autentici
di questo territorio: mostarda di
cipolle con spalla cotta di San
Secondo, culatello, tagliatelle
al ragù di salsiccia, stracotto,
crostata con amarene sciroppate.
21
PAGINE
Focus su...
le nostre suore!
DEI
RAGAZZI
Durante la prima metà del ‘900 le
attività della Congregazione erano
aumentate, oggi sono invece
diminuite, anche a causa del calo
delle vocazioni.
Ieri e oggi...
sempre presenti!
Da sempre le suore hanno svolto un
ruolo fondamentale nella nostra
comunità, sia nei servizi in oratorio
ed in altre strutture parrocchiali che
fondata da Rosa Maria Gattorno
nella gestione dell’asilo.
di Mattia Cappelletti,
In passato esprimevano la loro
Marcella Sozzoni e Viviana Zoani (1831-1900). Incoraggiata da papa
Pio IX, la Gattorno decise di
vocazione quasi esclusivamente
impegnarsi più attivamente
nell’ambito dell’educazione dei
nell’apostolato abbracciando
piccoli iscritti: erano loro stesse le
Nel mese di dicembre noi ragazzi
pienamente la vita religiosa e l’8
educatrici di nutrite schiere di
abbiamo trattato l’argomento
dicembre 1866 a Piacenza, con la
bimbi; si occupavano anche della
“Oratorio”, ma riguardo a quelle
pagine abbiamo ricevuto un piccolo celebrazione della prima cerimonia gestione economica e pratica della
di vestizione, diede inizio alla
struttura, che si trovava allora in via
appunto: “Sembra che le suore non
XX Settembre, dove ora ci sono i
siano mai state parte integrante per Congregazione delle Figlie di
Sant’Anna.
giardinetti.
la vostra formazione”.
A questa primaria attività era
Ecco allora, per sdebitarci di questa L’attività delle religiose si esprime
nell’istruzione e nell’educazione
affiancata la catechesi, che si
dimenticanza, e con molto piacere,
cristiana della gioventù; nel campo svolgeva sempre nei locali della
vogliamo dedicare il nostro spazio
Scuola Materna. Con il passaggio
alle suore che fin da piccoli ci hanno infermieristico e assistenziale in
all’attuale struttura di via Cesare
accompagnato, coccolato ed istruito. favore di malati, orfani ed
emarginati; nelle opere parrocchiali, Battisti e con la progressiva
quelle di evangelizzazione e di
riorganizzazione all’interno della
Figlie di Sant’Anna in
promozione umana in modo
Congregazione, esse hanno assunto
completamente gratuito
un ruolo più aperto al sociale: hanno
Ovvero: una vita al servizio degli
(la fondatrice diceva alle
affiancato volenterose animatrici
altri. La Congregazione delle suore
sorelle di “Non prendere dagli
nella gestione dell’oratorio
Figlie di Sant’Anna (F.S.A.) venne
assistiti nemmeno una gocciola di
domenicale, proponendo attività di
caffè”) e servizievole.
cucito e rammendo e dando un
Quando le Figlie di Sant’Anna
nuovo impulso alla pallavolo
iniziarono la loro missione, la
femminile.
stampa laica le definì come “un
Chi non ricorda i volti aperti e
altro covo di gesuite”; tuttavia
sorridenti di suor Armanda, suor
l’Ordine riuscì comunque ad
Renata o suor Rosaria?
affermarsi, tanto che alla morte
E altri nomi che ora sfuggono…
della fondatrice la Congregazione
Oggigiorno le suore continuano
contava quasi 4000 suore in 368
nella loro opera di educatrici presso
case.
la Scuola dell’Infanzia, sostengono
Rosa Maria Gattorno, poi madre
e animano i progetti della Caritas,
Anna Rosa, venne beatificata da
sono presenti nella conduzione del
papa Giovanni Paolo II il 9 aprile
Diurno Anziani; la loro presenza
2000.
non manca nella catechesi dei
Parallelamente alla Congregazione bambini delle elementari, allietano
delle Figlie di Sant’Anna, sono sorti la S.Messa suonando l’organo e si
un ramo contemplativo, uno
mostrano attente alla sensibilità
secolare e uno maschile.
missionaria nella realtà locale e non
Oltre che in Italia, le suore sono
solo. La loro presenza, silenziosa e
presenti nelle Americhe, in Africa, costante, le rende testimoni operose
in Asia e in Australia.
della loro fede.
22
PAGINE
Una giornata tipo
È stato per noi un piacere
intervistare le nostre suore.
Persone molto speciali che con
grandissima disponibilità ci hanno
raccontato una loro giornata-tipo al
servizio degli altri.
Suor Carla
Mi descrive una sua giornata?
Per prima cosa, quando mi sveglio,
dopo aver fatto il segno della croce,
rinnovo ogni giorno il dono che ho
ricevuto e ringrazio per essere stata
chiamata. Per il resto della giornata
sono al servizio della parrocchia e
della comunità. Quando sono
arrivata in questa parrocchia don
Renato mi aveva chiesto di essere
disponibile per l’oratorio, e io ogni
giorno ero lì verso le 14.30-15.00
per la preghiera con i bambini del
Doposcuola. Questo fino a quando
don Renato non ha deciso di
istituire la Caritas come Centro di
Ascolto e per un anno circa io e
Lino siamo rimasti alla vecchia
sede della radio. Dopo esserci
trasferiti al Centro Sollievo
abbiamo istituito dei turni, dove io
sono presente 4 giorni la settimana:
il martedì mattina, il giovedì
sempre la mattina, il sabato
pomeriggio e il mercoledì
pomeriggio. Ma con questo servizio
è venuto meno del tempo da
passare in oratorio, anche perché
tutti i martedì, i mercoledì ed i
giovedì si riunisce il gruppo della
Terza Età, dove tutti insieme verso
le 15.00–15.30 recitiamo il
S.Rosario e con gli anziani
aiutiamo con dei piccoli lavori
manuali le varie associazioni. Nel
tempo rimanente mi reco anche a
visitare malati e famiglie in
difficoltà. In qualunque cosa che
faccio tengo sempre presente che è
Lui che mi invia dovunque vado,
anche in scelte al momento difficili.
E bisogna ricordare sempre che è
bellissimo essere amati in modo
esclusivo da Lui; poi, Lui non
passa, il resto sì, e questa è la gioia
più grande.
È contenta della sua scelta di vita?
Sì, non ho mai dubitato della mia
DEI
RAGAZZI
scelta nonostante
gli alti e i bassi e
le difficoltà che
ho incontrato
lungo il
cammino.
Non tornerei
mai indietro.
Suor
Virginia
Suona la sveglia
alle 5.45, mi
alzo, un quarto
d’ora di
preghiera
personale e
subito dopo la
colazione scendo
per controllare se
anche oggi l’asilo è pronto per
ospitare i bambini. Arrivate le
maestre, mi reco nella chiesa
parrocchiale per il S.Rosario, le
Lodi e la S.Messa. Torno
nuovamente nella Scuola Materna
dove, nel corridoio, accolgo i
genitori e i loro piccoli cercando di
risolvere i vari problemi che
quotidianamente si presentano. Una
volta a settimana riunisco i bambini
in salone dove insegno religione in
tema al progetto annuale della
scuola. Alle 11.45 i bimbi vanno a
pranzo e io aiuto a distribuire il
cibo, controllando che tutto vada
per il meglio. Verso mezzogiorno
salgo al piano di sopra per pranzare
con le altre suore. Alle 13.15
scendo nuovamente all’asilo e
aspetto fino alle 15.30 per salutare i
genitori che vengono a prendere i
propri figli. Nelle ore successive
sono in direzione a sbrigare le
pratiche dell’ufficio, rimanendo
disponibile per i genitori e le
maestre. Il giovedì dopo le 16, con
molto piacere tengo le lezioni di
catechesi ai bambini di quarta
elementare. Una volta tornata a
casa, c’è un momento di preghiera
comunitaria. Verso le 19.30 si cena
e successivamente ognuna si ritira
nella propria camera per il riposo
notturno.
Suor Cecilia
Quando si pensa alle suore del
nostro paese, alcuni ricordano solo
suor Virginia e suor Carla, che
partecipano più assiduamente alla
vita oratoriana; in realtà un ruolo
molto importante viene ricoperto da
suor Cecilia: piccolina, silenziosa,
dedica principalmente la sua
giornata all’asilo e alle occupazioni
in casa. Da più di dieci anni nella
nostra parrocchia, trascorre le sue
giornate impegnata tra le lezioni di
religione ai bambini della Scuola
Materna, un aiuto in cucina e in
segreteria. Ma non solo! Il compito
a cui è maggiormente affezionata è
suonare l’organo in chiesa durante
le due S.Messe serali.
Dalle parole affettuose con cui suor
Carla la descrive, possiamo capire
come sia importante ciò che fa in
casa: preoccupandosi di cucinare,
di riordinare e tenere pulita la casa
permette alle altre due di poter
dedicare il maggior tempo possibile
ai loro diversi incarichi.
Il ruolo delle suore, infatti, anche se
sembra scontato e secondario, è
fondamentale per tutte le attività
della comunità e dovremmo essere
più attenti per apprezzare ogni loro
gesto.
Ringraziamo le nostre suore
per la loro preziosa presenza;
nel pomeriggio
di domenica 20 febbraio
faremo loro sentire
la riconoscenza e l’affetto
di tutta la comunità
nella Giornata Missionaria
delle Suore Figlie di Sant’Anna.
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REGISTRI
OFFERTE
ANAGRAFE
Al funerale di Alma Galli
Al funerale
Da una parrocchiana
Per San Biagio
Al funerale di Roberto Galli
Al funerale di Pietro Perrone
Per Sant’Agata
Dalla Terza Età
All’anniversario di matrimonio
TOTALE
200,00
50,00
300,00
30,00
100,00
50,00
1.922,00
200,00
100,00
ABBIAMO
ACCOMPAGNATO ALLA CASA DEL
PADRE
4) Galli Roberto (a.76) Via Carovelli, 34
5) Perrone Pietro (a.74) Via Olgiate, 48
6) Brusa Giuseppina (a.92) Via Colombaio, 2
2.952,00
RINGRAZIAMENTO
RESTAURO DELLA CHIESA PARROCCHIALE
Importo precedente
Offerte mese
Buste natalizie
TOTALE
524.272,47
2.880,00
28.848,00
556.000,47
Le famiglie Setola e Franzini
vivamente commosse
per la partecipazione al funerale
della figlia, moglie e mamma
sentitamente ringraziano
l’intera comunità parrocchiale
Visitate il sito Internet parrocchiale: www.parrocchiassannunciataluratecaccivio.it
“Cammino” - Anno 14 Nr. 2 - Lurate Caccivio, Febbraio 2011
Rivista mensile della Parrocchia SS. Annunciata in Caccivio (10 numeri annuali)
Registrazione del Tribunale di Como N. 5 del 25 marzo 1998
Direttore responsabile: Fasola Giuseppe - Collaboratori: Angelini Chiara, Folci Giulia, Fumagalli
Silvano, Piatti Alberto, Piatti Francesca, Piatti Riccardo, Zoani Francesco
GIORNALE DEI RAGAZZI: Angelini Chiara, Calabrese Francesca, Cappelletti Mattia, Folci Giulia, Piatti Francesca,
Sozzoni Marcella, Zoani Francesco, Zoani Viviana - Coordinatrice: Arrigo Amedea
Sede: Via XX Settembre 125 - tel. e fax 031490139
Abbonamento annuo: Ordinario € 10,00 - Amico € 16,00
Agli abbonati viene allegata la rivista "Il Segno" della Diocesi di Milano
(11 numeri a € 10,00 - Offerta riservata agli abbonati di Cammino)
Stampa copertina: tipografia Salin - Olgiate Comasco
Impaginazione e stampa a cura della Parrocchia SS. Annunciata
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febbraio 2011 parrocchia ss. annunciata