Quaderni del Borgoantico
n° 3 anno 2002
Alla scoperta delle dimore storiche di Villa Lagarina
Presentazione
di Sandro Giordani
Da palazzo Marzani a Palazzo Guerrieri Gonzaga: appunti di un percorso
urbano tra facciate e corti nobiliari
di Sandro Aita
Il Palazzo Guerrieri Gonzaga: cenni storici sulle famiglie proprietarie
di Maria Beatrice Marzani Prosser
Sigismondo Moll alto funziaonario dello stato che ha scelto Villa per abitarvi
ed esservi sepolto
di Antonio Passerini
Sulle strade e nelle piazze del Borgo Antico
di Antonio Passerini
Anno 1888:mobilitazione dei capi famiglia delle contrade Cavolavilla e Morea
di Antonio Passerini
AI materiali dell'edilizia storica a Villa Lagarina e nei paesi vicini (seconda
partre)
di Roberto Adami
Presentazione
Chiudere gli occhi ed immaginare per un istante come poteva essere Villa Lagarina 3-400 anni fa,
dal punto di vista urbanistico e della viabilità, può rappresentare per noi “moderni” un esercizio
assai arduo. Immaginare ad esempio Villa e il suo territorio senza la cartiera, la zona artigianale, la
zona commerciale o quella sportiva, i campi da tennis, le scuole; e vedere invece la chiesa di S.
Maria Assunta, il Monte dei Pegni situati in aperta campagna, lontani dal centro storico. Ed ancora
non vedere nessuna strada (e tantomeno l’autostrada), solo verde e campagne coltivate, dal centro di
Villa alle rive del fiume Adige. Da allora tutto è cambiato: lo sviluppo economico, il progresso
tecnologico e il presunto benessere collettivo hanno modificato radicalmente la situazione. Per
recuperare l’antico assetto urbanistico e viario del paese rimane soltanto la strada della ricerca e
dell’analisi delle testimonianze rimaste, che è anche l’obiettivo di questi nostri “Quaderni”. Dopo la
visita ai palazzi Madernini e Marzani, sulla piazza della Fontana, proseguiamo con questo terzo
numero per via Cavolavilla, la via principale del borgo medioevale, quella che dava l’accesso a chi
proveniva dal porto sull’Adige, e che poi continuava per l’antica pieve e verso Pomarolo. Lungo
gran parte dell’attuale via Cavolavilla si estende il maestoso prospetto del palazzo Guerrieri
Gonzaga, che racchiude uno dei più suggestivi giardini privati del Trentino. In questa sede ne
vengono esposte le vicende storiche e compiuta una prima descrizione, con particolare attenzione al
contesto urbano in cui è inserito. Valorizzare i beni architettonici, e culturali in generale, è
un’azione altamente positiva, anche se richiede notevoli investimenti economici cui forse si
potrebbe sopperire cercando di finalizzare tale azione a fini turistici. In tal senso appare chiaro che
un simile progetto deve necessariamente collocarsi in una strategia più vasta dei ristretti confini di
un comune, e deve essere accompagnato da un’azione di consapevolezza e di coinvolgimento attivo
di tutti: amministrazioni, privati cittadini, operatori economici e associazioni del volontariato.
Ciascuno deve dare il suo contributo affinché la gestione e il recupero del patrimonio storico
culturale diventi una scommessa vincente in tutti i sensi.
Sandro Giordani
Presidente Associazione Borgoantico
Da Palazzo Marzani a Palazzo Guerrieri
Gonzaga: appunti di un percorso urbano tra
facciate e corti nobiliari
di Sandro Aita
Nel centro storico di Villa Lagarina si possono apprezzare, in pochi passi, alcune tra le più
suggestive e al tempo stesso nascoste vedute della nostra nobile architettura. I due palazzi, presi
quasi a pretesto di questo percorso che si snoda lungo il ramo della più antica viabilità del borgo,
verso la chiesa di S. Maria Assunta, testimoniano una particolarità della vita nelle dimore antiche.
Sono infatti palazzi signorili che celano al loro interno (oltre le austere e composte facciate) molti
spazi, corti, loggiati e giardini. Palazzo Marzani, affacciato sulla piazza principale sul lato verso
monte, domina così lo spazio. Dietro il fronte d’ingresso nasconde un suggestivo doppio ordine di
loggiati, disposto ad L sui due lati meglio esposti della corte, verso mezzogiorno. Si accede a questo
piccolo gioiello da uno dei due portale gemelli sulla piazza. Questi, con la loro originalità, a ben
vedere fanno trasparire una ricchezza che qui si esprime nei particolari dei conci, detti “a martello”
ovvero a punte crescenti verso l’alto, di rara fattura seicentesca, forse di ispirazione castellana,
come i due pilastri rastremati verso l’alto, quasi a rafforzare il sostegno del portale all’edificio. Una
volta entrati, si scopre una composizione su due lati di archi e di colonne in stile tuscanico (ovvero
dorico romano) poggianti su ampie arcate in muratura che delimitano lo spazio tra il cortile e gli
ambienti porticati ed avvoltati retrostanti. Un doppio poggiolo scorre poi sul lato del cortile
retrostante la facciata sulla piazza, decorato da una ricca balaustra su mensoloni in pietra, modulata
da pilastrini e colonnine fortemente modanate in forme concave e convesse tipicamente barocche.
Un’altra corte, aperta a ferro di cavallo verso sud, si scopre poi attraversando un basso portico che
sottopassa il corpo centrale del complesso. Al secondo piano si trova la sala nobile del palazzo, con
affaccio diretto sul loggiato del cortile, sempre volto verso il tepore del lato a mezzogiorno. Il
palazzo si sviluppa quindi fino a ridosso del vicolo che costeggia l’ingresso settentrionale di palazzo
Guerrieri Gonzaga (verso piazza Riolfatti); a ponente invece il complesso si apre verso il giardino
interno, anch’esso confinante col più esteso parco Gonzaga. Ciò che impressiona il visitatore attento
è proprio questa duplice presenza: da un lato, verso la piazza e la strada, un’austera e composta,
sobria e serrata composizione delle facciate; dall’altro lato un’articolata ricchezza di ambienti e di
forme di cui nulla traspare all’esterno, sul lato “pubblico” dei palazzi. La stessa suggestione può
essere estesa, con proporzioni ovviamente diverse, nell’approccio anche sommario al cuore nobile e
più pregnante di Villa Lagarina: il palazzo già Festi, Lodron, Moll e ora Guerrieri Gonzaga. Già
dalla strada che ha fortemente contribuito a delimitare e a caratterizzare (via Cavolavilla, testata
meridionale del vecchio borgo che si diramava verso nord del tronco originario che collegava il
porto sull’Adige con gli altri borghi sulle pendici della valle), si può cogliere una solenne e garbata
maestosità dell’edificato. È una cortina muraria senza soluzioni che, alternando pochi muri di
raccordo e recinzione a volumi a volumi su tre - quattro piani, circonda ad est e a nord un ampio
spazio, delimitato a meridione e a ponente dall’alto muro del parco. Al suo interno si scoprono gli
scorci che rimandano ad un fiorente settecento che amava più di ogni altra cosa circondarsi del bello
e attingere dalla natura governata dei giardini e dei parchi ispirazioni e suggestioni inusuali.
Anche dall’inedita veduta a volo d’uccello che rappresenta proprio il palazzo visto da levante, con
la facciata principale su via Cavolavilla e il retrostante parco con vigneto (da un ex libris di
proprietà di M. Beatrice Marzani e risalente, si presume, a fine settecento) è apprezzabile il forte
rapporto tra il palazzo originario, appunto affacciato sulla piazza-strada (ora dedicata alla famiglia
Moll, proprietaria del palazzo dall’inizio ’800 fino al secolo scorso), ed il parco, culminante in un
padiglione sul lato opposto, di cui si trova ancora testimonianza, pur in forme diverse. Le successive
trasformazioni ed estensioni del complesso edificiale, arricchito da altri palazzi e corpi di fabbrica a
servizio di quella che doveva essere una vera e propria “villa residenziale signorile” con annesse
funzioni diverse per il sostentamento e la gestione del complesso, hanno portato all’attuale
conformazione dell’immobile. Proprio il suo essere “luogo cinto da mura” ne rappresenta, agli
occhi del passante, l’elemento forse più caratterizzante; allo stesso tempo questo “limite” pone con
forza il tema del “dentro” e del “fuori”, della facciata pubblica e dello spazio privato ed intimo che
è un aspetto molto presente in tutto l’impianto urbano del centro storico di Villa Lagarina.
Inclusione ed esclusione: sono i due poli che si contrappongono dialetticamente dietro a ogni
portico, ad ogni scorcio di portale, di andito e di via. Questo non solo negli esempi di nobili palazzi
ma anche per l’edilizia più comune, spesso contenente al suo interno preziosi luoghi di vita
arricchiti da corti, logge, ballatoi, orti e giardini. Anche il tema della contemporanea presenza della
dimensione urbana (pur di un semplice borgo di piccole dimensioni) e di quella della vita villereccia
di campagna, rafforza la dualità che è forse la sintesi di questo complesso nobiliare residenziale, nel
suo contesto del borgo antico di Villa Lagarina. Palazzo e villa uniti assieme in una sintesi
felicissima e ricca di suggestioni “esotiche”, “foreste” si direbbe col dialetto locale, di cui ad
esempio la imponente presenza nel parco della grande serra per gli agrumi (la limonaia) rappresenta
un elemento di assoluta rilevanza. Non potendo in questa sede sviluppare ulteriormente l’analisi del
palazzo, il suo studio più approfondito in rapporto all’insieme del centro storico rappresenterà
comunque una sfida. Una sfida che andrà raccolta e affrontata per confrontarsi con i temi più
moderni del rapporto tra uomo e natura, tra spazi costruiti e spazi aperti. Più in generale tra sviluppo
e sostenibilità della crescita, nel rispetto dei delicati equilibri tra il modo di affrontare e usare le
limitate risorse e la responsabilità che deriva a tutti dal ricco patrimonio che ci è pervenuto dalle
epoche più antiche. Anche con queste brevi note può forse essere fatto un piccolissimo passo per
crescere assieme in conoscenza del passato e in maggiore coscienza nel progettare il futuro.
Il palazzo Guerrieri Gonzaga: cenni storici
sulle famiglie proprietarie
Di Maria Beatrice Marzani Prosser
Conti Festi di Campobruno e Montepiano
La tradizione attribuisce con insistenza a questa famiglia la costruzione del palazzo (v. anche Aldo
Gorfer, 1977, p. 231), ma finora non ho visto un documento che lo confermi. Lo storico Cesare
Agostino Festi, autore di uno studio sulla propria famiglia (1888; in copia anastatica 1983 p.83
sgg.), da cui ho tratto gran parte delle notizie sulla famiglia qui di seguito riportate, si limita a
ricordare, citando evidentemente un documento, che Giovanni Battista de Festi (1626-1655)
possedeva un “palazzo, sede nobile, libera e franca in Villa Lagarina”. Anche in documenti
successivi, fino a quello della vendita a Massimiliano Settimo Lodron, il palazzo risulta con
certezza in possesso dei Festi. Il cognome Festi si fa risalire all’epoca romana, infatti «Festus» è un
cognome che designa parecchie famiglie di gentes romane. In mancanza di documenti più antichi,
l’albero genealogico è stato ricostruito dall’inizio del secolo XIII. In esso sono presenti numerosi
personaggi che si distinsero per incarichi militari e, nelle epoche più recenti, soprattutto civili. Nei
secoli XIII-XIV alcuni membri passarono dal primitivo feudo di Tignale, sulla sponda occidentale
del Garda, alle Giudicarie; in seguito due discendenti diedero origine rispettivamente ai due rami
della Savoia e dell’Italia Centrale, mentre un altro, Giacomino di Paolo, prese parte nel 1456 coi
Lodron all’assalto contro i Castelbarco di Castelnuovo e Castellano e fu poi nominato Capitano di
quest’ultimo Castello. Questo è il primo avvento dei Festi in Vallagarina, e di qui si sviluppa il
«ramo antico» dei Festi di Vallagarina, che crebbe soprattutto a Noarna e a Rovereto, ma anche a
Villa Lagarina, dove nacque (1581) un messer Gian Paolo di Paolo. Questo ramo, sempre secondo
Cesare Agostino Festi, si estinse nel 1856. Continuava intanto la discendenza dei Festi rimasti nelle
Giudicarie, precisamente a Bolbeno; alcuni membri di questa ebbero incarichi a Brentonico e un
Giovanni (nato nel 1594) a Castelnuovo e a Castellano: si ebbe così il secondo avvento dei Festi in
Vallagarina, e di conseguenza la crescita di un secondo ramo della famiglia in questa valle.
Giovanni acquistò una casa a Noarna da Gasparo, un rappresentante del «ramo antico» sopra
ricordato, e nel 1637 ricevette da Paride Lodron un nuovo stemma colle prerogative della nobiltà
cavalleresca. Il figlio Giovanni Battista, dottore in legge, è quello che abbiamo nominato all’inizio e
che risulta proprietario di un palazzo in Villa Lagarina. Da lui discesero, in linea diretta e
successivamente, i notai Lorenzo senior, Giovanni Bernardino e Lorenzo iunior. L’anagrafe del
1773 conservata nell’Archivio comunale di Villa Lagarina elenca gli abitanti del palazzo (Casa N.
40) poco dopo la morte dell’ultimo Lorenzo: la vedova Domenica (nata Marzani) e i figli don
Giovanni Bernardino, don Lorenzo (vivente separato) e Giuseppe [Innocenzo] con moglie e due
figli; personale di servizio: due serve. S’intravede un tenore di vita simile a quello delle altre
famiglie abbienti del paese. Giuseppe Innocenzo (nato nel 1737) fu nominato nel 1776 cavaliere
von Braunfeld und Ebenberg (di Campobruno e Montepiano) e dal medesimo anno fu cancellieregiudice d’appello delle dinastie lodroniane nelle Giudicarie e in Vallagarina; nel 1783 divenne
Consigliere aulico (senatore) del Principato Vescovile. In seguito a quest’ultima nomina si trasferì a
Trento, dove, dopo aver ricevuto nel 1790 il titolo di Conte, nel 1791 acquistò un palazzo in
Contrada della Morte (attuale via Oss Mazzurana), quello in cui nel secolo successivo fu ricavato il
Teatro che tuttora vi ha sede. Il 23 gennaio 1793, tramite il suo procuratore G.B. Galvagnini,
vendette, assieme ai suoi figli Tommaso e Agostino e al fratello don Giovanni Bernardino, il
palazzo e le adiacenze all’arciprete di Villa Lagarina conte Massimiliano Settimo Lodron (Archivio
di Stato di Trento, notaio Antonio Festi, B. III). Così i beni vengono descritti nell’atto di
compravendita steso nella canonica di Villa Lagarina alla presenza di due testimoni: “Le case
signorili, e rurali coll’aggiacente stabile, ossia Chiusura ricinta di muri, compreso un pezzetto di
terreno fuori del muro attaco all’orto di Girolamo del fu Giovanni Marzani di questa Villa Lagarina,
ove si trovano alcune piante di mori, nonchè lo spiazzo esistente fuori del Palazzo fino alli perfilli, e
fino alle pietre, che dividono il sudetto spiazzo dalla stradda, e dalla Fontana [...]”. Possiamo
osservare che già allora non si trattava di un unico edificio, ma di un complesso di edifici, signorili
e rurali. Ritengo che gli edifici signorili corrispondano alle odierne p.e. 33 (il palazzo vero e
proprio) e 34 (l’edificio adiacente a nord) e che quelli rurali sorgessero verso l’attuale via Damiano
Chiesa o magari nella Chiusura e siano stati trasformati nel tempo. Alla fine del documento il
compratore stabilisce che alla sua morte il complesso diventi proprietà del conte Lodron titolare
della secondogenitura e ordina che tutti i mobili che subito dopo l’acquisto saranno collocati negli
edifici vi rimangano per sempre e vengano anzi migliorati e aumentati. Il ramo della famiglia Festi
cui appartenne Giuseppe Innocenzo si estinse in linea maschile all’inizio del secolo XIX con lo
storico Cesare Agostino e il fratello Giovanni. Diverse famiglie Festi sono tuttora presenti con vari
rami nelle Giudicarie e in Vallagarina (a Noarna, Villa Lagarina e Rovereto, in particolare a S.
Ilario).
Conti Lodron di Castel Romano
Il possesso del palazzo da parte dei Lodron durò soltanto tredici anni e riguardò due soli membri
della famiglia, che probabilmente non vi abitarono. Per questo, e considerando che si tratta di una
famiglia molto nota, sulla quale esistono numerosi studi, anche recenti, mi limito qui a ricordare i
due personaggi che furono proprietari del palazzo. Massimiliano Settimo conte di Lodron Laterano,
l’acquirente del palazzo, fu arciprete di Villa Lagarina dal 1751 al 1796, anno della sua morte. Fu
inoltre canonico della cattedrale di Bressanone, canonico ad Nives di Salisburgo, reggente del
contado di Lodron, seniore della famiglia e governatore delle giurisdizioni di Castelnuovo e
Castellano (per altre notizie cfr. Giordani 1877, rist. 1983 p. 32 sgg, e Cristoforetti, 1994, p. 250
sgg.). Egli aveva accolto ed educato nella canonica, dove abitava, un nipote di otto anni, Francesco
Maria (nato nel 1765), che designò erede di tutte le sue sostanze, alla condizione “che detta sua
facoltà non possa alienarsi, né sminuirsi, né essere aggravata” (Testamento dell’8 agosto 1791,
Archivio di Stato di Trento, notaio Antonio Festi, B. III). A meno che questa clausola non sia stata
nel frattempo modificata, bisogna ammettere che fu in seguito disattesa. Non pare probabile che
Francesco Maria abbia abitato il palazzo, o forse ciò avvenne solo per brevi periodi; infatti dal 1796
risulta dimorante, in qualità di affittuario, nella palazzina del Cornalé, salvo periodi trascorsi
all’estero: negli anni 1799-1800 fu ambasciatore imperiale a Stoccolma (Adami, 2000, p. 15). Nel
1806 vendette l’edificio e le sue pertinenze al barone Sigismondo Moll.
Baroni de Moll
Secondo Cesare Agostino Festi (1905, in copia anast. 1983 p.149 sgg.), la famiglia Moll, originaria
dei Paesi Bassi, emigrò nel Salisburghese e di qui nella Contea del Tirolo. Nel 1555 ottenne la
nobiltà dall’imperatore Carlo V, nel 1583 il cavalierato ereditario dall’imperatore Rodolfo II, e nel
1789 Lodovico Goffredo Moll ebbe il titolo di barone dall’imperatore Giuseppe II. Il figlio di
Lodovico Goffredo, Sigismondo, è colui che acquistò il complesso di Villa Lagarina dal conte
Francesco Lodron. A questo personaggio (1757-1826), molto significativo per l’epoca in cui visse e
operò in qualità di amministratore statale di alto livello, è dedicato un articolo in questo numero
della rivista, perciò mi limito qui a ricordarlo solamente per quanto interessa la nostra storia. Egli fu
capitano del Circolo ai Confini d’Italia dal 1791 al 1795, e pertanto fissò la sua dimora a Rovereto,
dove la mantenne anche negli anni successivi, fino all’acquisto del palazzo. Infatti la maggior parte
dei suoi figli nacquero in questa città (cfr. Libri parrocchiali di S. Marco). Aveva sposato nel 1789
Anna Gonzales di Rivera, erede per via di madre dei beni Fedrigazzi di Nomi. La compravendita fu
conclusa il 14 luglio 1806; nell’atto, di cui esiste una copia nella Biblioteca Civica di Rovereto
(Archivio Moll, B. 133, ff. 642-643), i beni acquistati vengono così definiti: «Il Palazzo in Villa
Lagarina colle Fabriche annesse, giardino e chiesura, come pure tutti i diritti a quello stabile
appartenenti così come fu comperato dai SS.ri Festi dal defunto R.mo Sig.r Conte Arciprete
Massimiliano [Settimo] de Lodron, e dentro quei medesimi confini come presentemente lo possiede
esso Sig.r venditore». I mobili del Palazzo, comprese le tappezzerie, s’intendevano proprietà del
compratore, mentre gli altri, ad eccezione di quelli che il venditore avrebbe deciso di tenere per sè,
sarebbero stati venduti al compratore, se questi avesse voluto acquistarli, al prezzo indicato da due
periti rispettivamente indicati dalle parti. Per la prima volta troviamo le denominazioni Palazzo e
giardino. Il barone Sigismondo dedicò ad ambedue i beni la massima cura, introducendo nel
secondo specie arboree di grande effetto e imponenza. Un elenco di piante, scritto di suo pugno e
comprendente sia alberi da frutto, sia piante ornamentali appartenenti a specie comuni nella nostra
zona e a specie esotiche, e l’elenco di 74 opere di botanica che accompagna il precedente,
dimostrano un interesse per questa scienza dovuto a motivazioni non soltanto estetiche (BCR,
Archivio Moll, B. 133, ff. 93-100). A Villa Lagarina egli visse gli ultimi 10 anni della sua vita,
estraniandosi completamente dalla vita sociale. Il 5 novembre 1826 dettò il suo testamento (una
copia in BCR, Archivio Moll, B. 133, ff. 123-124), un documento molto breve, senza descrizioni di
beni, poichè il testatore, dopo aver assicurato la legittima alle tre figlie, nomina eredi universali
della sua sostanza indivisa i tre figli maschi Leopoldo (nato nel 1792), Giancarlo (nato nel 1797) e
Giuseppe (nato nel 1807). In particolare lo stabile in Villa Lagarina viene lasciato ai tre figli per
comune uso di villeggiatura.
In documenti posteriori il complesso risulta in proprietà del solo Giuseppe, evidentemente per una
divisione dei beni avvenuta nel frattempo; ricordo infatti che questo non era l’unico possedimento
dei Moll, che, anche per l’eredità derivata per via di madre dai Fedrigazzi, avevano beni anche ad
Aldeno, Nomi, Pomarolo, Rovereto, Lizzana ecc. Giuseppe del resto, nonostante il titolo di
«imperial regio ciambellano», fu l’unico che mantenne sempre come dimora il palazzo. Leopoldo,
funzionario statale, visse nelle varie sedi in cui prestava servizio (anche quando fu commissario a
Rovereto) e poi, col matrimonio, si trasferì a Mantova. Giancarlo visse quasi sempre a Vienna, dove
espletava importanti funzioni a corte (in qualche elenco viene definito «aiutante generale di Sua
Maestà l’Imperatore»; gli fu affidata tra l’altro l’educazione del figlio di Napoleone I e di Maria
Luisa d’Austria, morto a ventun anni nel 1832). Il barone Giuseppe ebbe grande cura dei beni in suo
possesso, in particolare del palazzo e del parco. Non più giovane, sposò nel 1845 la contessa Clara
Albertoni di Macherio, minore di lui di circa vent’anni, che gli diede un figlio e una figlia. Alla sua
morte (1882) il complesso di Villa passò per metà alla vedova, come appare dal documento di
cessione che cito più avanti, per metà evidentemente al figlio Francesco. Da un’anagrafe del
comune di Villa Lagarina del 1890 risulta che i Moll all’epoca occupavano un complesso di edifici
corrispondente a quattro numeri civici (17, 18, 19 e 20); come luogo in cui erano ubicati i medesimi
viene indicata la piazza Riolfatti, dove evidentemente anche allora si trovava l’ingresso ufficiale. Al
n.ro 18, cioè nel palazzo vero e proprio, abitava la baronessa Clara, vedova del barone Giuseppe; al
n.ro 17 (casa ex Pederzani) il cappellano don Labano Vicentini (di Pomarolo); nei rimanenti edifici
il barone Francesco con la moglie Silvia Albertoni di Macherio e ben undici persone addette a vari
servizi e all’amministrazione. Qui va detto che alcuni degli edifici indicati erano stati acquistati da
Francesco negli anni successivi alla morte del padre: nel 1884 la casa già Galvagni e Zamboni, con i
n.ri civici 19 e 20, all’angolo tra p.za Riolfatti e via Cavolavilla (oggi n.ro civ. 4 e altri) e nel 1888
la casa già Pederzani, poi Marzani, n.ro civico 17 (oggi Baldessarini). Nel 1891, l’anno successivo a
quello dell’anagrafe, egli acquistò le case della Congregazione di Carità, già del dottor G. B.
Riolfatti, sulla piazza della fontana, al n.ro civico 16 (ora Zandonai, n.ro civ. 10 e altri). Nel 1892 la
madre gli cedette «la metà dello stabile in Villa Lagarina composto di varie case d’abitazione e
rustiche con annesso giardino, cui 1, 2 e 3 strade comunali, 4 beneficio primissariale, il conte Carlo
Marzani ed il barone Francesco Moll, possesso ad essa pervenuto per eredità del defunto suo marito
barone Giuseppe de Moll. i. r. Ciambellano, e aggiudicato con decreto dell’i. r. Giudizio distrettuale
di Nogaredo dei 16 giugno 1883 N.°1452/IV.74 1882. (Archivio Provinciale di Trento, Giudizio di
Nogaredo, Contratto di cessione 5 arch 7 luglio 1892 N.° 269)». Il barone Francesco, anch’egli i. r.
ciambellano, prese parte attiva alla vita del paese, tanto che fu sindaco dal 1891 al 1918. Fu però
assente negli anni della guerra, che egli trascorse a Bolzano. Subito dopo la guerra morirono, a
breve distanza l’una dall’altra, la madre e la moglie. Ormai anziano, egli sposò nel 1921 Maria
(«Mitzl»), figlia del conte Guido Marzani. Nel suo testamento, non avendo eredi diretti, nominò
erede dei beni situati in Trentino e in Alto Adige il cugino Leopoldo Moll, della linea di Mantova
(nipote del Leopoldo sopra nominato), e in caso di rinuncia da parte di questo, la moglie contessa
Maria Marzani. Questo si verificò nel 1931, dopo la morte del Moll (Archivio del Libro Fondiario,
Trento, G.N. 1907/32), ma nel 1938 Maria Marzani vedova Moll cedette e trasferì la proprietà al
barone Leopoldo Moll, compresi naturalmente il palazzo, gli edifici annessi e il parco (Ufficio del
Libro Fondiario, Rovereto, G.N. 1924/1938). Leopoldo, pur dimorando a Mantova, e poi a Garda,
frequentava da sempre la Vallagarina, avendovi anch’egli delle proprietà ed essendo suo padre
primo cugino del barone Francesco. Egli aveva sposato la marchesa Beatrice Guerrieri Gonzaga, ma
nemmeno da questo matrimonio nacquero figli. Pertanto nello stendere le sue ultime volontà (1946)
designò come erede la moglie, e fu così che divenne naturale il passaggio dei beni ai Guerrieri
Gonzaga.
Marchesi Guerrieri Gonzaga di Montebello
Ho tratto le seguenti notizie dall’Enciclopedia storico-nobiliare dello Spreti, ma alcune precisazioni
mi sono state fornite dalla marchesa Maria Gemma Guerrieri Gonzaga, che ringrazio. La famiglia
Guerrieri Gonzaga, originaria di Parma, si distinse per il considerevole numero dei suoi componenti
che acquistarono meriti in campo militare e civile. Fin verso la metà del secolo XV ebbe il cognome
de’ Terzi; fu il soprannome «Guerriero» attribuito ad un Nicolò, famoso per il suo valore e in
particolare per aver strappato, dopo un lungo assedio, la città di Fermo agli Sforza, a dare origine al
cognome Guerrieri. Già questo Nicolò e in seguito i discendenti del cugino Gian Filippo,
continuatore della stirpe, ebbero ottimi rapporti coi Gonzaga, finché Lodovico decise di trasferirsi
da Fermo a Mantova, dove Francesco Gonzaga, con decreto 29 aprile 1506, concesse per adozione a
lui e ai suoi discendenti il privilegio di aggiungere al cognome Guerrieri il proprio cognome e di
accostare allo stemma della famiglia il proprio. Lodovico fu nominato Capitano Generale delle
milizie mantovane, ed ottenne tra l’altro il feudo di Sustinente, località dove tuttora risiede un ramo
della famiglia. Sarebbe troppo lungo elencare tutti i personaggi famosi di questa stirpe. Ricordiamo
Alfonso che, dopo esser stato al seguito del re di Spagna, combatté in Monferrato contro i Savoia
(1613) quale comandante supremo delle milizie e fu ambasciatore in Spagna; Giambattista che nel
1594 partecipò col duca Vincenzo Gonzaga alla spedizione contro i Turchi e fu poi nominato
Capitano della città e stato di Mantova; Francesco che combatté gli Ugonotti; un altro Francesco (di
un ramo rimasto a Fermo) famoso per essersi distinto alla presa della Goletta di Tunisi al fianco di
Ferrante Gonzaga; Cesare e poi Vincenzo, l’uno e l’altro ministro e ambasciatore dei Gonzaga
rispettivamente a Roma e in Spagna. Il cittadino (già marchese) Tullo ebbe incarichi durante
l’ondata giacobina, quindi fu nominato da Napoleone podestà di Mantova e dopo la restaurazione
servì anche il governo imperiale. Mentre un marchese Carlo morì al seguito di Napoleone nella
campagna di Russia. Cesare (morto nel 1832) fu cardinale e tesoriere generale di Pio VII. Durante il
Risorgimento si distinsero, per il contributo da loro dato alla causa della libertà, i fratelli Anselmo
(morto nel 1883) e Carlo (morto nel 1913), dei quali il primo nel 1848 fu ministro degli Esteri del
Governo Provvisorio di Milano, e il secondo partecipò a tutte le guerre d’indipendenza; Anselmo
acquistò meriti anche nelle lettere, soprattutto con una lodevole traduzione di Goethe. È da ricordare
infine la marchesa Gemma de Gresti sposa di Tullo Guerrieri Gonzaga, la quale durante la prima
guerra mondiale si adoperò a favore dei prigionieri trentini in Russia con una paziente e tenace
opera di ricerca e di sollecitazione presso le sedi competenti di cui rimane come testimonianza un
voluminoso e interessante carteggio riordinato a cura del Museo Storico in Trento. I marchesi Tullo
e Gemma furono i genitori di Anselmo, che fu l’erede della zia Beatrice Guerrieri Gonzaga vedova
Moll deceduta nel 1954.
A lui successero, dopo la morte avvenuta nel 1974, i figli Tullo, Maria Gemma e Carlo. Oggi i
proprietari del palazzo e del parco sono i marchesi Tullo e Maria Gemma; Carlo possiede invece la
grande tenuta de Gresti di S. Leonardo (Avio).
Bibliografia
Roberto Adami, «Le due sedi del Monte di Pietà», in Quaderni del Borgoantico, 1, 2000.
Virginia Crespi Tranquillini, Giovanni Cristoforetti, Antonio Passerini, La nobile pieve di Villa
Lagarina, 1994.
Cesare Agostino Festi, «Memorie storico genealogiche della nobile casa Festi nel Trentino», 1888,
in Scritti araldici-storici-genealogici..., copia anastatica a cura di Luigina Chiusole 1983.
Cesare Agostino Festi, «Notizie storico genealogiche sugli ultimi dinasti di Nomi», 1905, in Scritti
araldici-storici-genealogici..., copia anastatica a cura di Luigina Chiusole, 1983.
Giacomantonio Giordani, Cenni storici su la Chiesa e su i Paroci di Villa Lagarina, 1877, copia
anastatica 1983.
Aldo Gorfer, Terre Lagarine, 1977, p. 231.
Vittorio Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, vol. III, 1930.
Sigismondo Moll alto funzionario dello Stato
che ha scelto Villa per abitare ed esservi
sepolto
Di Antonio Passerini
Apprezzato da Austriaci e Francesi, sa rendere efficiente l’apparato amministrativo anche in
periodi particolarmente complessi. Ma non gli mancano debolezze e stravaganze.
A Sigismondo Moll è dedicata la piazzetta in Cavolavilla, ornata dalla bella fontana, sottostante il
palazzo Guerrieri Gonzaga (palazzo Moll fino al 1950). Cerchiamo di capire chi era questo
personaggio di matrice tedesca che ha scelto Villa Lagarina come sua residenza definitiva e che nel
suo testamente ha espressamente scritto di non voler essere sepolto in nessun altro posto se non a
Villa Lagarina. Della sua personalità vogliamo evidenziare, se pur in maniera non approfondita,
anche alcuni aspetti “umani’’, e magari qualche debolezza.
Le fonti
Alla figura di Sigismondo Moll l’Accademia roveretana degli Agiati ha dedicato un convegno di
studio nei giorni 25, 26 e 27 ottobre 1990, intitolato “Sigismondo Moll e il Tirolo nella fase di
superamento dell’antico regim”. Gli atti di quel convegno, pubblicati nel 1993, hanno costituito una
delle fonti di questa nostra sintesi. In particolare sono stati utilizzati due contributi, quello di
Pasquale Galea intitolato “Sigismondo Moll, grande burocrate tra fine Settecento e Ottocento. Note
biografiche”, pp. 157-196, e quello di Friederike Zeisberger “Sigismund v. Moll und Salzburg:
Streiflichter auf seine Jugend’’, pp. 295-309. Altre fonti di questo lavoro sono state le cartelle 133 e
134 dell’Archivio Moll depositato nella Biblioteca civica di Rovereto e le pagine di Virginia Crespi
Tranquillini “Cultura e società a Villa’’ in “La nobile pieve di Villa Lagarina”, Cassa Rurale di
Rovereto e Stampalith, 1994.
Date essenziali
1758 , 28 novembre: nasce a Thalgau (o Tallgau), nel principato di Salisburgo 1791 (1789?): è
nominato capitano del “Circolo ai confini d’Italia’’, con sede a Rovereto 1806: acquista da
Francesco Lodron il palazzo di Villa Lagarina, già palazzo Festi, oggi palazzo Guerrieri Gonzaga
1826, 21 dicembre: muore a Villa Lagarina
I genitori (la madre è una Cristani di Rallo)
Il padre è Gottfried Ludwig von Moll, giudice nel principato vescovile di Salisburgo e in seguito
nella cancelleria di corte a Vienna. Riceve il titolo di barone. La madre è Maria Leopoldina Cristani
di Rallo figlia del cancelliere di corte Girolamo. Il padrino di battesimo, è, per procura, il principe
arcivescovo di Salisburgo Sigismondo di Schrattenberg, che gli “passa” il nome.
Lo studente (filosofia, diritto e lingue moderne)
A 15 anni entra nel ginnasio del Collegio reale di S. Luigi nella cittadina francese di Metz. Tra i
suoi studi principali ci sono la filosofia e le lingue italiana e francese. A 18 anni (1776) entra nella
Scuola superiore di Magonza (Mainz, presso Francoforte). Studia giurisprudenza ma dedica tempo
anche all’apprendimento dell’inglese. (In effetti nel suo carteggio, depositato presso la Biblioteca
civica di Rovereto con la denominazione di Archivio Moll, si trovano lettere e minute scritte
appunto in tedesco, italiano, francesce e inglese.)
Il funzionario statale (carriera rapida e brillante)
Già a 19 anni (fine novembre 1777) è praticante presso il Tribunale dell’Impero a Wetzlar (un
centinaio di chilometri a Nord di Magonza). Sale poi rapidamente i gradini della carriera
amministrativa. Nel 1787 diventa consigliere governativo quindi nel 1791 è nominato capitano
distrettuale del Circolo ai Confini d’Italia (il Trentino) con sede a Rovereto. Nel 1796 diventa
presidente del Consiglio amministrativo di questo ditretto. Dal dicembre 1801 all’aprile 1805 è
incaricato dal Governo austriaco di svolgere a Milano (allora capitale della Repubblica cisalpina,
dipendente dalla Francia) indagini su un vastissimo giro di cedole false del Banco di Vienna che
sembra partire proprio da Milano. Si scoprono ben presto gli autori delle falsificazioni, tra i quali la
“mente” è Domenico Marzani, ma la loro consegna alle autorità austriache va per le lunghe. Nel
frattempo Moll si occupa anche di altre questioni: favorisce l’intensificazione dei rapporti
economici fra il Tirolo e la Repubblica cisalpina, anche se lo stesso Napoleone gli mette i pali tra le
ruote; intrattiene frequenti colloqui con le massime autorità della Repubblica che assumono, se pur
non ufficialmente, carattere diplomatico-politico (per esempio rispetto a nuovi, possibili assetti del
Nord Italia). Nell’aprile 1805 rientra a Rovereto, che lascerà nel 1806 per trasferirsi a Villa, ed è
nominato, per breve tempo, commissario presso l’armata d’Italia; poco dopo diventa ciambellano
dell’Imperatore, ma con la sconfitta dell’Austria nel dicembre di quell’anno da parte dei Francesi, la
sua carriera di funzionario dell’impero austriaco ha termine. Moll torna “in campo” dopo la
parentesi dei Bavaresi che comandano sul Trentino dall’inizio del 1806 alla fine del 1809. Il potere
viene preso in mano dai Francesi che istituiscono provvisoriamente delle Commissioni
amministrative. Le capacità amministrative (far applicare le leggi nei vari ambiti della vita
quotidiana, far funzionare la produzione ed i commerci, far applicare un politica intelligente dei
dazi...) di Sigismondo Moll, allora cittadino di Villa Lagarina, sono molto apprezzate anche dai
Francesi che lo nominano presidente (quindi massimo responsabile) dapprima della Commissione
provvisoria amministrativa del Tirolo meridionale, poi della Commissione amministrativa del
Dipartimento dell’Alto Adige. Si tratta di incarichi di breve durata, affidatigli nel periodo di
transizione dal governo bavarese all’effettivo governo francese, incarichi che peraltro egli stesso,
rimasto sempre filoaustriaco, non sembra accogliere con particolare entusiasmo1. Nel giugno del
1810 il Tirolo meridionale (di fatto ridotto al Trentino) viene annesso al Regno d’Italia, che ha per
autorità “finale” Napoleone, e Moll cessa di essere funzionario dello Stato. E’ comunque nominato
capo della delegazione che deve recarsi a Parigi a presentare a Napoleone gli omaggi del
Dipartimento dell’Alto Adige e lo stesso Napoleone lo nomina senatore del Regno d’Italia. La
capitale del Regno è Milano e lì Moll si deve trasferire (estate 1812) con tutta la famiglia, seppur a
malincuore e dopo reiterati rinvii, complice anche un malanno alla gamba sinistra2.
A Milano resta fino al 1° maggio del 1814.
Note
1. Il calice amaro della presidenza
L’inizio della minuta di una sua lettera datata 26 novembre 1809, della quale riparleremo più avanti,
suona così: “Ritornato da Trento, ove con disturbo, travaglio e spesa non indifferente ho dovuto
bevere il calice della Presidenza del consiglio dipartimentale...’’ Archivio Moll, cartella 134, carta
137 verso).
2. Forte contusione alla gamba sinistra.
Scrive Sigismondo Moll in una lettera da Villa Lagarina, datata 24 giugno 1811 e diretta al conte
senatore Volta di Milano: “Il mese di giugno è per finire e con esso il mio congedo; ma non è finita
la medicatura della mia gamba sinistra nella quale ai 12 aprile scorso ho sofferto una gravissima
contusione, e storta accompagnata da lussazione, per cui camino tuttora zoppicone. Questo doloroso
accidente ha frapposto ritardi notabili allo sbrigamento de’ miei affari e non ho potuto terminare [...]
i preparamenti del successivo trasporto d’una numerosa famiglia di nove figliuoli [...]. Questi
motivi mi mettono nell’assoluta necessità d’implorare dall’umanità del Senato un altro congedo
trimestrale [...].”
Sigismondo padre (minacce al figlio “Poldino” che non fa come lui vuole)
Gli è attribuita e metà degli anni Ottanta una paternità, prima e fuori dal suo matrimonio, di una
bambina della Zillertal, valle austriaca compresa nel principato di Salisburgo. Dal matrimonio con
Anna Maria Gonzales de Rivera, la cui madre è Isabella Fedrigazzi di Nomi, celebrato nel febbraio
1789 dall’arciprete di Villa Massimiliano Settimo, nascono nove figli. Ad essi Sigismondo cerca di
dare educazione, cultura e sistemazioni di prestigio, cercando e pagando collegi e scuole adatti ad
assicurare un futuro di alto livello, e non disdegnando di “raccomandare” i suoi figli a personaggi
influenti, filotedeschi o filofrancesi che siano, a seconda di chi comanda. Il più grande dei maschi,
Leopoldo (che egli chiama “Poldino”), ad un certo punto lo fa andare su tutte le furie. Lo sappiamo
dalla lettera del 26 novembre del 1809, di cui s’è fatto cenno in precedenza, lettera diretta ad un
Bossi che vive a Milano e che gli fa da tramite per il sostentamento del figlio che risiede a Parigi.
“Il mio volubilissimo ragazzo, che non vuole mettersi a niente e crede d’ingannare i genitori con
imposture in grazia della gran lontananza, ha cambiato sei volte posizione nello spazio di 12 mesi.
[...] Ritirandosi dalla scuola militare sono gettate al vento non solo tutte le spese fatte ma va
perduto anche l’intento principale di salvarlo dalla coscrizione in cui egli entra coll’anno nuovo. Lei
vede in che imbarazzo mi mette questo ragazzone il quale proseguendo così mi sforzerà di
abbandonarlo interamente alla sua sorte col troncargli ogni ulteriore ajuto della famiglia e di
costringerlo di cercarsi pane da sè e di mettersi a qualche cosa per non morir di fame. Tirerò
innanzi ancora qualche mese e vedendo che non si cambia bisognerà malgrado mio venire a questo
amarissimo e vergognosissimo ultimato. [...]
L’amministratore delle finanze di famiglia (non regala soldi a nessuno, neppure al fisco,
anzi...)
Uomo esperto di economia e di commercio quale era, conosce nel dettaglio i prezzi delle merci e
dei generi alimentari, i costi dei trasporti, le spese per i pernottamenti e gli affitti, e amministrava
personalmente con la massima oculatezza e severità le finanze di famiglia. Spende (compera tra
l’altro case e campagne) sempre in maniera mirata e sicuramente conveniente, non “regala” soldi a
nessuno tirando magari sul prezzo, risparmia dove può. Se ha bisogno di amministratori in luoghi
dove lui non può esserci, richiede da loro resoconti precisi, dettagliati e motivati. E quando c’è da
dichiarare al fisco le rendite... Alcuni semplici esempi. Egli scrive le minute delle sue lettere sul
rovescio di fogli prestampati, non utilizzati e ormai non più utilizzabili, della Provvisoria
commissione amministrativa di cui era presidente. Quando sa di doversi trasferire con tutta la
famiglia a Milano e quindi di dover “presentare” in società se stesso, la moglie ed i figli in una
maniera consona al suo rango di senatore, cerca di fare qui in Trentino l’acquisto del corredo,
perché “meno dispendioso” che a Milano. Al suo ‘’amministratore’’ di Milano, che gli ha promesso
un prospetto di quanto speso per arredare l’appartamento, fa sapere per altra persona che la
prossima volta, prima di chiedere altri soldi, è pregato di mostrargli per filo e per segno dove sono
stati spesi i soldi precedenti. Nel 1819 da Innsbruck gli rimandano di ritorno, facendola passare per
Rovereto, la dichiarazione della sue rendite (‘’fassione’’) del 1818, accompagnata da una
spiegazione: ‘’Il Governo della Provincia ha fondato motivo di sospettare che la fassione non sia
leale e genuina’’. E gli intimano di mandarne a breve termine un’altra più veritiera.
Il filosofo e botanico-giardiniere (si fa venire semi di piante da Smirne)
Seppur uomo pragmatico, particolarmente competente nel campo economico, è anche persona colta.
Gli piace in modo particolare la filosofia: l’ha studiata da ragazzo e può finalmente dedicarle più
tempo nell’ultima parte della vita. Probabilmente assume posizioni da “libero pensatore”,
particolarmente rispetto alla religione, e la cosa gli crea non poche antipatie. Un’altra sua passione è
quella della botanica concretamente legata alla realizzazione di un giardino particolare dove accanto
ad innumerevoli piante da frutto crescono anche piante le cui sementi sono fatte arrivare da lontano,
come da Smirne, da varie isole dell’Egeo e addirittura da Costantinopoli. Nella sua biblioteca
trovano posto molti libri che parlano di piante: di essi si ha l’elenco, come si ha il “catalogo dei
arbori e piante che si trovano nel giardino del Barone de Moll in Villa Lagarina” redatto da
Sigismondo stesso in varie lingue (latino, italiano, tedesco, talvolta francese ed inglese). (BCR,
Archivio Moll, cartella 133, carte da 97 a 100).
Il pensionato “dimenticato” (deve chiedere al parroco l’<attestato di sopravvivenza>)
All’inizio del 1819 Sigismondo Moll è ancora senza pensione. Deve ‘’fare le carte’’ per averla, e vi
provvede personalmente. Tra esse c’è anche il cosiddetto “attestato di sopravvivenza” scritto,
firmato e timbrato dal parroco e forse per lui, una volta potente e anticlericale, è un’umiliazione
dover chiedere questo favore ad un prete, anche se si mostra estrememente gentile. Egli stesso
comunque prepara la minuta del testo della dichiarazione e la invia l’8 gennaio al parroco di Villa,
don Pietro Antonio Saibante, aggiungendo: “Aggradisca i miei auguri per l’anno nuovo con questi
pochi agrumi ed i sensi della perfetta stima...” La firma del parroco deve essere autenticata dal
decano (di Rovereto) la quale a sua volta viene ‘’legalizzata’’ dal Capitanato circolare di Rovereto.
Il suo testamento (“Non toccatemi per quattro giorni, e se è inverno riscaldate la stanza; poi
seppellitemi in giardino. Faccio un regalo all’Arciprete se esaudisce questo mio desiderio,
altrimenti niente regali”)
“Io Sigismondo Barone de’ Moll Ciambellano attuale di Sua Maestà I.R.A. [Imperial Regia
Altezza], volendo disporre delle cose mie intanto che mi trovo sano di mente, e così preparare in
tempo congruo e nei suoi punti esenziali la divisione della mia facoltà fra la mia discendenza
mascolina e femminina a norma delle mie ben maturate intenzioni, metto in carta il presente
testamento, scritto bensì da mano altrui per mio ordine, ma sottoscritto di mia propria mano, la mia
ultima volontà contenuta nei seguenti paragrafi:
§ 1. Il mio corpo, fatto cadavere, voglio che rimanga intatto per quattro giorni interi nel posto, ove
sarò spirato, colle finestre chiuse, e la stufa scaldata qualora fosse inverno. Sotterrato voglio essere
entro il recinto del mio stabile di Villa Lagarina sotto la quadrellata del Belvedere; e qualora il
Signor Arciprete di questa parrocchia mi procuri l’adempimento di questo mio desiderio, io gli fo
un legato di due fra le mie armente a sua elezione; nel caso poi non avesse luogo la desiderata
localtà della sepoltura, non avrà luogo neppure il legato. In ogni caso però non voglio essere
sotterrato altrove che a Villa Lagarina.
§ 2. Alle mie tre figlie Eleonora, Teresa e Maria Luigia lascio la loro porzione legittima; della
restante mia facoltà nomino eredi i miei tre figli maschi Leopoldo, Gian Carlo e Giuseppe. Voglio, e
comando, che fra questi miei tre Eredi sussita in tutta la sua estensione una vicendevole
sostituzione, di modo tale, che morrendo l’uno o l’altro dei tre fratelli senza legittima discendenza,
la porzione del defunto accresca in parti uguali ai superstiti, e così sempre l’uno all’altro in via di
sostituzione nella porzione del mancato ai vivi.
§ 3. Voglio che il mio stabile in Villa Lagarina rimanga ai miei tre figli maschi per comune loro uso
di villeggiatura in modo che non potrà essere né alienato, né smobigliato finché vive uno di loro.
§ 4. Onde non vengano dispersi i miei Libri, Scritti, e Carte ne faccio un prelegato al mio figlio
primogenito Leopoldo. (Leopoldo è poi nominato tutore dei due suoi fratelli minorenni Giuseppe e
Maria Luigia. Alla contessa Teresa Mayerle, in servizio presso Sigismondo, è garantita una
pensione, a determinate condizioni. A Vicenzo Valle-Schneider cacciatore del Reggimento
Imperatore dispone che sia pagato il salario di un anno e mezzo; al domestico Antonio
Mitterpergher-Ponte il salario di un anno; e a tutta l’altra servitù una mesata.) Il testamento, che
porta la data del 5 novembre 1826 (il barone morirà il 21 dicembre seguente), è materialmente
scritto da Girolamo Casimiro Zanella; fanno da testimoni Fiorenzo Ambrosi e Giuseppe Ambrosi di
Villa Lagarina. Di quel testamento è conservata nell’Archivio Moll presso la Biblioteca civica di
Rovereto (cartella 133, carte 123 e 124) una copia rilasciata nel dicembre 1853 dall’Archivio della
Corte di giustizia di Rovereto che ne conserva l’originale.
Hanno detto di lui... (tanti elogi, qualche critica)
Alcune citazioni libere.
Sigismondo Manci: “I suoi talenti, il suo zelo, la sua probità sono più che noti e palesi.’’
Francesco Ambrosi: “Ebbe a trattare le cose con molto talento, grande prudenza ed esattezza da
meritare la stima e l’affetto di tutti.”
Gioacchino Murat: “Una figura equivoca, che non si sa bene cosa faccia qui a Milano’’.
Il cancelliere Cobenzl, a nome della Corte di Vienna: “Posso assicurarLe la piena soddisfazione
dell’imperatore per la condotta da Lei tenuta durante il suo soggiorno a Milano”.
Prina, ministro delle finanze del Regno d’Italia: “Se dovesse restare a lungo alla presidenza della
Commissione amministrativa del Dipartimento dell’Alto Adige sarebbe la fortuna della città di
Trento...’’
Napoleone: “Gli conferisco il titolo di senatore anche come testimonianza della nostra
soddisfazione verso il Dipartimento dell’Alto Adige per l’attaccamento alla nostra Persona...”
Di seguito vediamo alcuni giudizi “particolari” espressi su di lui da un letterato di Villa Lagarina,
don Giuseppe Pederzani, che non seppe perdonargli il comportamento anticlericale e “Luterano”;
come non seppe perdonare all’allora parroco di Villa Lagarina il fatto di non aver saputo
stigmatizzare un simile comportamento.
La “Molleide’’ di don Giuseppe Pederzani (impietose e sarcastiche espressioni su Sigismondo
Moll)
Don Giuseppe Pederzani nasce a Villa Lagarina il 3 dicembre 17491. Porta lo stesso nome di suo
padre che è tessitore. Suo fratello Giovanni Battista è avvocato. La famiglia abita nella casa, oggi
Baldessarini, alle spalle delle limonaie di palazzo Moll con il quale ha in comune un cortile. Di
spiccate doti di intelligenza, Giuseppe junior è mandato con una borsa di studio dai Lodron, signori
di Villa, a studiare nel Seminario di Salò fondato dalla loro famiglia. Diventa sacerdote e, secondo il
costume italiano di allora, può farsi chiamare abate. Ma non fa il curato o il parroco, anche perché
la sovrabbondanza di clero non lascia “posti’’ liberi; fa invece l’istitutore di ragazzi di famiglie
nobili (a Rovereto, a Verona), come altri suo “colleghi’’, quelli più colti, tra i quali il celebre
Girolamo Tartarotti. Studioso della vita e delle opere di Dante, Pederzani coltiva un interesse
particolare: difendere la purezza della lingua italiana per la quale si batte gagliardamente entrando
in maniera vivacissima nell’aspro dibattito di quel tempo.
Ironico, burlesco, salace (ed anche volgare, secondo il costume del tempo; a volte usa termini che
oggi si direbbero “per soli adulti’’), scrive composizioni in versi ed epigrammi nei quali se la
prende con coloro che si sono arricchiti alle spalle della povera gente e fustiga i poltroni ed i
disonesti. Uno dei bersagli del suo sarcasmo è proprio il “vicino di casa’’ Sigismondo Moll, di nove
anni più giovane, dal quale è, di contro, apprezzato come vivace ed arguto interlocutore ed è
frequentemente invitato a tavola. (Ma succede con altre personalità del ceto nobiliare: l’abate non
risparmia velenose frecce neppure a coloro che gli hanno dato “il pane’’.) Su Moll Pederzani scrive
alcuni sonetti ed epigrammi, burleschi ed a tratti feroci, che raccoglie in un quadernetto intitolato
“La Molleide - dedicata al paroco di Villa e alla Casa Molla’’. A Villa e nei dintorni quelle
composizioni circolano rapidamente e diventano nei salotti appetitoso motivo di conversazione. Da
quel quadernetto2 scegliamo due esempi, tralasciando il pezzo più famoso, e cioè l’epitaffio, di cui
lo stesso Moll prese visione ‘’in anteprima’’.
Canzone
Se ‘l Moll el fusse sta qualche poer om
No per Dio nol ciappava miserere;
Che i l’averia portà for su le gere
come se fai dei cagni, quel briccom!
Ma l’Arcipret piem de rispetti umani
[...]
L’ha volest sopelir quel Luteram,
Come se soppellis li altri Cristiani.
Meditazione
Sento a dir che quel terreno
dove il Moll fu sotterrato
A quest’ora sia calato
Per lo manco un mezzo pié
Cagion certo non si vede
Pur si vuol che Belzebù
Col roncar da sotto in su
L’abbia fatto un po’ abbassar.
Si pretende di sapere
Che ha tentato da più bande
Per aprirsi un buco grande
Da poterlo tirar giù.
E qualcuno anzi vuol dire
Che ormai tanto ha scavato
Che la vena ha già trovato
E che più non può fallar.
Se è così, tra pochi giorni
Noi saprem che il Sigismondo
Co[r]po e anima nel fondo
Con Lucifero sarà.
E con quest’ bell’esempio
Che s’avrà sempre davanti,
A sprezzar Iddio e i Santi
Forse il mondo imparerà.
Note
1. Klaus Jodeit, Pederzani, Geschichte einer Familie, Lübeck, 1994 (una copia di questo lavoro,
fornito dall’autore stesso che ne è anche l’editore, è consultabile presso la Biblioteca comunale di
Villa Lagarina).
2. Una copia originale del quadernetto manoscritto La Molleide - dedicata al Paroco di Villa e
alla Casa Molla, è di proprietà della Biblioteca comunale di Villa Lagarina. Ad essa è stata
recentemente donato dal prof. Elio Baldessarelli, originario di Pedersano, residente da quasi
quarant’anni a Merano, il quale a sua volta l’aveva ricevuta da una sua parente, la maestra
Anna Baldessarini, morta ai Molini di Nogaredo nel 1958. Peraltro il prof. Baldessarelli nel
1948 elaborò la sua tesi di laurea proprio su don Pederzani. Il titolo di questo lavoro,
conservato nella Biblioeca civica di Rovereto, è appunto: Una figura della letteratura
trentina: l’abate Giuseppe Pederzani 1749-1837.
3.
Sulle strade nelle piazze del Borgo Antico
Tracce di toponomastica e piccoli affreschi di vita nei secoli scorsi
Di Antonio Passerini
Cavolavilla: nome strano che non significa “villa del cavolo” ma...
Per fortuna il nome è rimasto quello vecchio, secolare, e non è diventato un’insignificante via
Milano o via Verdi. Certo il termine non è il massimo della poesia e di primo acchito può essere
fuorviante, perché qui i “cavoli” c’entrano come nella proverbiale merenda, e cioè non c’entrano
per nulla. Ma quel nome ha mantenuto vivo un connotato storico-geografico del paese oggi non più
leggibile. Significa infatti “in cavo alla villa”, cioè “in capo del paese”, “all’inizio del paese’’.
(Un’epressione analoga si usa nei primi decenni del Seicento per dire che il nuovo monte di pietà,
fatto costruire da Paride Lodron, si trova “in cavo al Cornaledo”, cioè all’inizio del Cornalé,
toponimo con il quale si indica il pendio-conoide che da quella palazzina, diventata nel tempo
tribunale - “Giudizi” - e poi caserma dei Carabinieri, sale verso l’attuale cimitero, costruitovi nel
1836. Lassù si trova prima dell’Ottocento il luogo del mercato.) Dunque il borgo antico inizia nella
parte bassa di Cavolavilla, dove è situato il palazzo Comoro. E’ lì l’ingresso per chi, provenendo da
Rovereto, vuole recarsi sulla destra Adige, a Cei e sulla montagna. Il passaggio obbligato sull’Adige
avviene mediante il “porto’’, cioè il traghetto, collocato poco più a sud dell’attuale ponte. Lì nei
pressi sorgono anche la chiesetta di San Giovanni e le antiche fornaci che producono coppi e
quadrelli. Dal “porto’’ si stacca la strada che, dopo una specie di ampia curva lungo l’Adige e nelle
campagne, incomincia a salire leggermente e, oltrepassata la Croce, entra nel paese di Villa. Un
centinaio di metri dentro il paese, presso la fontana in Cavolavilla, la strada si biforca: andando
diritto porta a S. Lucia e verso il palazzo Lodron di Nogaredo, verso Molini, Pedersano, Castellano,
Cei; andando a destra porta verso la piazza del paese (oggi piazza Riolfatti, con la monumentale
fontana), verso la chiesa e quindi verso Piazzo e Pomarolo. Viceversa anche tutto quello che scede
dalla montagna o esce dai paesi diretto al porto per salire su qualche zattera o per essere trasbordato
sulla sponda roveretana, passa per quell’ultimo tratto di Cavolavilla e per quella strada che scende
verso il porto attraversando la località alla Croce. Questa situazione viene stravolta nel 1846-47 con
la costruzione del ponte sull’Adige, in legno, il primo della vallagarina, e della strada che dal ponte
stesso conduce in linea retta alla piazza. (Viene anche cancellata la chiesetta di S.Giovanni che
“cade” proprio sulla direttrice di quella nuova strada e che ostacola la costruzione del terrapieno il
quale serve ad alzare la strada stessa di almeno due-tre metri rispetto al livello del terreno per
potersi raccordare con la testa del ponte.)
Che cosa passa per Cavolavilla
Per Cavolavilla inannzitutto ci passano le persone: i contadini che vanno a lavorare i campi verso
l’Adige o al di là dell’Adige, perché in Val di Riva alcune persone di Villa possiedono terreni; ci
passano, magari in carrozza, o in lettiga, o a cavallo, nobili e signori, e persone di cultura, perché
Villa, più di ogni altro paese della destra Adige, è luogo prediletto per risiedervi o per frequentare
qualche salotto; ci passano i giudici, almeno quelli che risiedono a Rovereto, che svolgono la loro
professione nel tribunale di Nogaredo, ci passano i commercianti ed i trasportatori con alimentari e
merci varie: il sale che arriva da lontano, il pepe che arriva ancora da più lontano, l’olio, la farina
(non è sufficiente la produzione locale di grano); il sapone; filati, indumenti, vestiti, cappelli e
strumenti da lavoro, anche se questa merce si comperano per lo più ai mercati che si tengono in
occasione o nei negozi della città (ma a Villa c’è anche un nutrito numero di negoazianti ed
artigiani, quali sarti, fabbri, lavoratori del vetro, del cuoio...; Il mezzo di trasporto più comune è il
carro trainato da una coppia buoi. Dalla montagna e da Castellano scendono legna e strame per gli
animali, da Pedersano scendono uve, graspati, vino; scendono anche le “gallette” dei bachi da seta
destinate ai filatoi di Rovereto dopo una prima lavorazione nelle “caldaie’’ di Villa Lagarina... (Il
filatoio sul Cornalè, fatto costruire dal principe vescovo Paride Lodron, funziona solo per alcuni
decenni del Seicento; il filatoio di Piazzo, di proprietà Marzani, funziona solo per alcuni decenni del
1800.)
Bastonate sulla pubblica piazza di Villa dopo il Vespro
(Il documento è conservato nella Biblioteca civica di Rovereto, Ms.29.5.8.; film MS. 888; i dialoghi
sono stati trascritti in forma libera.) Il 1600 è un secolo “violento” dove spesso è il più forte (che di
solito è anche il più prepotente) a imporre la sua legge e dove si tende a farsi giustizia da sè. Quella
situazione è mirabilmente descritta da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi.Non che non
esistano le leggi. I giurisdicenti, cioè il principe vescovo ed i signorotti che hanno il potere di fare
leggi (in certi ambiti) e di giudicare e condannare (anche a morte) nei loro tribunali, rendono
pubblici periodicamente i loro voleri sull’ordine pubblico mediante “proclami” (in Manzoni sono le
“gride”) chiamati così perché “proclamati” (“gridati”) ad alta voce sulle pubbliche piazze, poi
lasciati esposti. (a Villa era la piazza della chiesa, di solito la domenica mattina dopo la messa
principale; quanto all’esposizione, a Villa i proclami nel 1600 erano affissi “all’olmo” della piazza,
che, in questo caso, potrebbe essere la piazza della fontana, oggi piazza Riolfatti, sicuramente
frequentata più di ogni altra durante il giorno). Ma evidentemente lo spirito di trasgressione era più
forte dei proclami e delle minacce di pene. Anche a Villa, nel suo piccolo, ed in destra Adige, le
cose stanno così. I più “vivaci’’ girano armati, anche se non si può. Sulle piazze, sulle strade, al
porto, ne succedono di tutti i colori. Si direbbe che le risse sono all’ordine del giorno. Botte,
bastonate, coltellate, pistolettate, archibugiate... Ci scappa anche qualche morto. Raccontiamo un
episodio emblematico dello spirito del “farsi giustizia da sé”. La domenica 5 luglio Zuan Antonio
Ferrari di Nogaredo si reca nella chiesa decanale di Villa per il Vespro e la processione del Santo
Rosario. Finita la funzione esce insieme alla gran moltitudine di gente sulla piazza e si avvia per
ritornare a casa. Vede avvicinarglisi Leonardo Spagnolli, di Maffeo, originario di Cimone ma
residente a Nogaredo. Lo conosce bene, come si conoscono tutti nei paesi vicini, anzi sono pure
‘’compari’’ ed allora lo saluta ma l’altro gli si avvicina e gli appioppa alcune bastonate gridando:
“Per Dio, ti voglio insegnare a tarare le donne onorate... Così si fa a quelli che svillana le donne
delli altri’’. L’altro si tiene la testa tra le mani, gemendo “O Dio, o Dio, O Gesù, o Gesù...’’
Accorrono alcune persone e lo accompagnano nella casa di Domenico Cavaler per medicarlo. Già
quella sera scatta la denuncia. E’ Francesco Tonazza, gastaldo di Villa a svolgere il suo compito di
denunciare il fatto al tribunale criminale di Castellano, che ha sede a Nogaredo. “Quel Leonardo ha
hauto ardire senza timor di Dio et in sprezzo della Giustizia in pubblica piazza de Villa con un
bastone dare alcune bastonate a Giovanni Antonio Ferrari di Nogaredo soprannominato il
Scarambea venendo fuori di Chiesa da Vespro hoggidi.” Il giorno dopo e nei giorni seguenti il
giudice delegato Paride Madernini interroga alcuni testimoni, la cui deposizione è concorde. Tra
essi c’è anche Guglielmo Pedroni, cancelliere (cioè segretario che conferisce ufficialità ai verbali ed
ai documenti che scrive) della giurisdizione di Castel nuovo, il quale racconta di aver parlato, prima
del fatto, con Leonardo, di averlo visto alterato e deciso a vendicarsi contro Giovanni Antonio
Ferrari e di averlo esortato a non commettere azioni contro la legge.
Qualcosa di più è in grado di dire Francesco Villi, anche se non è andato a Vespro. “Sabato 4 luglio
Leonardo era a casa mia ad aiutarmi a tagliar biade in campagna e mi disse che prima che si fosse
fatto notte sarebbe andato a bastonare il Scarambea. Chiestogli il perché, mi rispose che il Ferrari
aveva svillanneggiato sua moglie. Io lo mandai a lavorare con gli altri “lavorenti’’, ma quando andai
verso mezzogiorno a controllare il lavoro fatto, lui non c’era e mi fu detto che se n’era partito
brontolando che voleva andare a bastonare il Scarambea. Lo rividi la mattina seguente prima di
messa e mi spergiurò che lo avrebbe bastonato...’’ Finalmente ecco la testimonianza del bastonato.
“...Un istante dopo averlo salutato, seguitando io il mio cammino, lui mi menò tre bastonate, la
prima sopra la testa, la seconda sulla schiena, la terza sul ‘gombito del brazzo’... “Quanto alla causa
egli suppone che si tratti di vecchi rancori, sedimentati ancora da quando lui, Giovanni Antonio, nel
1639 divenne massaro di Nogaredo.
Il giudice Madernini lascia passare luglio e agosto, poi all’inizio di settembre, il 4 per la precisione,
firma un ordine di comparizione per Leonardo Spagnolli. Il quale il giorno dopo si presenta in
tribunale a Nogaredo. “Sì le bastonate gliel’ho date e lo feci per difendere il mio onore perché lui
aveva vituperato mia moglie chiamandola buzirona, ladra e con altre parole indecenti...” Così si
difende. Poi spiega le “premesse’’ alle bastonate. “Mio figlio Bartolomeo era andato in campagna a
spigolare, come si usa nel tempo del raccolto, ma il figlio di Zuan Antonio, Valentino, gli ha tolto
gli spigoloni dicendo che la campagna era sua. Allora mia moglie è andata a lamentarsi da Zuan
Antonio, che però non c’era e lì ha avuto di che dire con il figlio di Zuan, Valentino. Chissà cosa ha
raccontato poi questo al padre, fatto sta che il giorno dopo Zuan Antonio, mentre andava in
campagna, ha incontrato mia moglie che andava a lavare alla “pila” e lì l’ha coperta di improperi.”
Il 12 settembre Paride Madernini emana la sentenza tenendo presenti le aggravanti della
premeditazione sulla quale la notte tra sabato e domenica non ha portato consiglio e la moltitudine
di gente presente alla scena sulla piazza della chiesa di Villa, e le attenuanti della confessione e
della pace fatta con il bastonato: Leonardo deve pagare 50 lire al fisco e tutte le spese processuali.
Il giallo del neonato abbandonato nel capitello alla Croce
(Il documento è conservato nella Biblioteca civica di Rovereto alla segnatura Ms. 68.7.12.)
Riportiamo un altro episodio, utile anche questo per capire la vita nel Seicento della gente del borgo
antico. Ci sono anche interessanti annotazioni di toponomastica, oggi andate perse. La mattina del
21 aprile 1648 la guardia del tribunale di Nogaredo Giovanni Zampedro torna velocemente in sede
con una notizia eclatante: nel capitello giù alla Croce è stata trovata una creatura di pochi giorni, in
pericolo di vita. Ripete Zampedro, perché non ci siano dubbi sul luogo: “Alla Crose, dico, per andar
giù al porto sotto Villa.’’ Subito parte una “spedizione’’ per il sopralluogo, guidata dal cancelliere
del tribunale Guglielmo Marino. Con lui c’è ovviamente la guardia Zampedro, ci sono Giovanni
Bevenuto, Giovanni Battista Chemello e suo fratello Bartolomeo, c’è un servo di Paride Marzani, ci
sono altre persone, tutti testimoni del fatto. Il bambino c’è. E’ avvolto in panni di tela ed è coperto
con un pezzo di vecchia pelliccia da donna imbastita alla bell’e meglio a mo’ di sacca. Attaccato
con filo di reve è appeso a quell’involucro un foglietto che reca la scritta: “Questo bambino è stato
battezzato il 4 aprile e gli è stato imposto il nome di Francesco.” Subito il giudice delegato Paride
Madernini dà disposizioni per far luce sull’episodio e dà ordine scritto, con tanto di pena in caso di
inadempienza, al massaro sindaco di Villa Giacomo Bevenuti di provvedere i mezzi (denari e
vestiario) per la custodia ed il mantenimento del bambino, il quale viene immediatamente, presenti
ancora tutti i testimoni, affidato alla moglie di Giovanni (“Zuan’’) Bevenuti. Passano poco più di
dieci giorni, ed il 2 maggio, giorno di sabato, l’altra guardia delle giurisdizioni, Giuseppe
Goriziano, denuncia al tribunale che il bambino è scomparso. Subito scatta una citazione per il
massaro di Villa: si presenti subito in tribunale e spieghi la faccenda, e se sarà trovato colpevole di
qualche cosa sarà punito. Le due guardie portano il mandato di comparizione al massaro Giacomo
Bevenuti e accompagnano l’uomo in tribunale (è giorno di sabato, giorno feriale a tutti gli effetti). Il
massaro dà la sua versione dei fatti: sì, ho dato un tallero a Zuan Bevenuti perché sua moglie Mattea
custodisse il bambino, ma dopo tre giorni, d’accordo con il mio collega massaro Angelo Toler di
Villa e con il consenso della regola (l’assemblea dei capifamiglia, ndr.), ho fatto allontanare dal
paese il bambino. Ho dato un tallero allo stesso Zuan Bevenuti ed un altro tallero a Giulio Pintaro
perché portassero via il bambino, ma non sappiamo dove l’abbiano portato.
Quello stesso giorno si presenta anche il massaro Angelo Toler, non però in tribunale, ma nella casa
del delegato Madernini. Egli conferma in pieno la deposizione del collega Giacomo Bevenuti
aggiungendo che il bambino doveva essere portato a Lizzana dove era stato loro detto che esisteva
un luogo per i bambini esposti. Passa la domenica 2 maggio e lunedì 3 tocca ai due esecutori
materiali dell’allontanamento del bambino dare la propria versione dei fatti. Giulio Pintaro è il
primo: abbiamo portato via noi quel bambino in una “sportola comoda’’; erano le due-tre di notte e,
siccome gridava, non ci siamo fidati a portarlo più avanti ma l’abbiamo lasciato presso la Chiesa di
S.Caterina. Lì è rimasto per poco perché piangeva. Il mattino seguente sono tornato a Rovereto a
vedere come era andata a finire la faccenda e intesi dire che il bambino era stato affidato ad un
uomo di Rovereto. La versione di Giovanni Bevenuti: So tutto del bambino, perché sono stato io il
primo a trovarlo e l’ho detto agli altri. Sì, l’ho portato insieme con Giulio Pintaro, su commissione
dei massari Giacomo Bevenuti “Cantarino’’ e Angelo Tolero che ci hanno dato un tallero a ciascuno
ed una “sportola’’ per portarlo, e l’abbiamo deposto sulla porta della chiesa di S.Caterina. Il giorno
dopo ho sentito dire dallo stesso Giulio che il bambino era stato levato e dato in custodia. La
documentazione si interrompe qui e quindi non sappiamo se i capifamiglia che hanno dato il
benestare, se i due massari che hanno dato la disposizione, se i due esecutori della disposizione
abbiano avuto grane dalla giustizia lodroniana. La vicenda comunque, che ci fornisce interessanti
informazioni, sembra avere “lieto fine”.
Note
1. Aprile 1648. “Signore” delle giurisdizioni di Castellano e Castelnuovo è Paride Lodron, principe
arcivescovo di Salisburgo, allora sessantatreenne (morirà nel dicembre del 1653). I due tribunali, di
Castellano e di Castelnuovo, hanno ambedue sede nel palazzo Lodron di Nogaredo. Da circa un
anno è stata eseguita la “famosa’’ sentenza di morte, decretata dal tribunale della giurisdizione di
Castellano, delle cinque donne accusate di stregoneria, e ritroviamo alcuni dei “protagonisti’’ di
allora quali il giudice Paride Madernini e le due guardie delle giurisdizioni Giovanni Zampedro per
Castellano e Giuseppe Goriziano per Castelnuovo. Zampedro e Goriziano sono i “carabinieri” di
allora: hanno il compito, tra l’altro, di dare esecuzione ai mandati di comparizione o di arresto e
sono stati loro a portare in carcere tutte quelle donne.
2. La strada “scende” al traghetto, “sotto’’ Villa: anche oggi si ‘’scende’’, almeno per un tratto, poi
però troviamo il terrapieno dell’autostrada che sbarra la vecchia strada e, in riva al fiume, alti argini,
posteriori al 1648, che, se sono forte baluardo contro le piene del fiume, falsano l’idea dello
“scendere’’ al porto di Villa. Lungo quella strada, in piena campagna, c’è un capitello ed il luogo è
chiamato “alla Crose’’. Oggi la croce c’è, circondata da strade e da case, e porta una data più
recente (1865). Non c’è invece più traccia del capitello.
3. Il cognome che oggi è “Benvenuti’’ è sempre scritto allora senza la prima “n’’, e cioè Bevenuti.
Nel borgo antico processioni sì, mascherate e feste con balli e musica no. Sulle strade del paese e
delle campagne ci passavano le processioni, ed in quell’occasione si ripulivano per bene le vie,
nelle quali solitamente ci finiva un po’ di tutto, precettando i padroni dei buoi per trasportare rifiuti
ed immondizie all’Adige. Potevano essere le processioni annuali delle grandi feste patronali e delle
rogazioni, o quelle occasionali per implorare la pioggia, per allontanare la peste, per vincere
particolari calamità. Famosa è rimasta quella del 1696 riportata da don Giacomantonio Giordani a
pag. 28 del suo libretto Cenni storici su la chiesa e su i paroci di Villa Lagarina,stampato per la
prima volta nel 1877. Quell’anno i “cavalieri’’ (i “cavaleri’’, cioè i bachi da seta) furono colpiti da
una grave malattia che li faceva “andare a male’’. Allora “s’instituì una straordinaria processione
partendosi dalla Chiesa [di Villa] per andare al Capitel di Santa Teresa (che sia il capitello alla
Croce?ndr), e per andar di sotto a S. Giovanni al porto, e per tutta la campagna di Nogaredo sino
alle pertinenze di Brancolino ritornando da S. Biaggio alla Chiesa di Villa ...” Ed invece sulle strade
e sulle piazze, ma neppure nelle case, si può suonare da ballo, ballare e cantare, né di giorno né di
notte, ‘’per il bene pubblico, per la pace e la quiete dei sudditi, per prevenire inconveniente e
disordini’’. E neppure si può mascherarsi o cammuffarsi, neppure nel tempo di carnevale. I proclami
dei Lodron di Castellano e Castelnuovo parlano chiaro in proposito e prevedono pesanti multe.
Particolarmente punibili sono i “balli da soldo’’, cioè i balli dove si deve pagare una quota per poter
partecipare e, ancor peggio, i balli abusivi che vanno a finire in rissa. Si può suonare e ballare solo
con un apposito permesso o in particolari occasioni, come durante i matrimoni (ma, in questo caso,
lo possono solo sposi, parenti e invitati). Quando poi muore il principe vescovo Paride Lodron
(dicembre 1653), per un anno intero non si deve suonare né ballare in nessun caso, neppure in
occasione di nozze, e si proibiscono pure i filò. Ma ovviamente si balla lo stesso. Anzi c’è chi ha il
coraggio di strappare i manifesti dei proclami, quando questi vengono affissi sulla piazza di Villa
Lagarina. In qualche caso ci scappava la denuncia a volte seguita da processo. Ecco qualche
episodio. Nell’ottobre del 1642, Antonio Galvagni, vicentino abitante a Villa Lagarina, dichiara in
tribunale di essere lavorante della campagna ma di suonare anche la chitarra da ballo se gli vien
chiesto (è condannato alle sole spese processuali). Nel 1688 Francesco Pistorelo di Villa Lagarina
viene denunciato per aver avuto l’ardire di far suonare e ballare sulla pubblica piazza da
mezzogiorno fino a sera addirittura nella domenica di Pentecoste. Agosto del 1689. Giovanni Dalla
Lasta, detto Spelain, viene denunciato perché ha girato di notte per Villa cantando, con pubblico
scandalo, ‘’canzonette molto scandalose ed infami assieme con altri compagni e con armi’’,
fermandosi a cantare sotto le finestre di qualche casa. Nel luglio del 1785 Rocco Galvagnini, figlio
di Giuseppe, 25 anni, di professione sarto, ammette che si è tenuto un ballo a casa sua nel quale
Simone Fasanelli ha suonato la chitarra e Simon Wizer il violino. Febbraio 1796. La guardia della
giurisdizione denuncia che nei tre ultimi giorni di carnevale diverse persone sono andate in giro
mascherate. C’erano per esempio dei ragazzi che avevano indosso un lenzuolo e altri con una lunga
tonaca nera da prete. Gli accusati si difendono affermando che credevano che fossero permesse le
maschere perché ne avevano viste in giro altre. Per quei ragazzi 15 persone firmano una supplica di
clemenza e di sospensione del procedimento, che viene accordata. Ottobre 1804. Viene denunciato
al tribunale di Nogaredo che nella notte un gruppo di persona ha girato per il paese facendo
schiammazzi, bestemmiando e tirando fucilate. Il sindaco stesso dichiara che nella piazzola davanti
al palazzo Lodron un gruppo di gente s’è messo a suonare ed a cantare, e quindi a discutere, finché
una fucilata ha messo tutti in fuga.
(Fonti: LUNELLI Clemente, I processi per balli suoni e mascherate in Vallagarina nei secoli XVII e
XVIII, in ‘’Atti dell’Accademia roveretana degli Agiati’’, a. 240 (1990), s. VI, v. 30 A.
BERTOLDI Morena, I proclami dei Lodron per i feudi lagarini (secoli XVI-XVIII), quaderno N∞
32 di ‘’Passato presente’’, Cooperativa il Chiese, Storo, 1998).
Anno 1888: mobilitazione dei capifamiglia
delle contrade Cavolavilla e Morea
Vogliamo un’altra spina alla fontana
Di Antonio Passerini
Non tragga in inganno la data del 1911 impressa sulla grande fontana di Cavolavilla: quello non è
l’anno di costruzione ma l’anno di uno dei più notevoli rifacimenti del bel manufatto che orna la
piazzetta, peraltro già impreziosita dalla imponente facciata di Palazzo Guerrieri Gonzaga. In quel
luogo una fontana è probabilmente esistita da secoli, se pur, ovviamente, non nelle forme attuali.
Ma, mentre della fontana monumentale di Piazza Riolfatti si hanno notizie a partire almeno dal
Cinquecento (quando per esempio nel 1578 si decide di acquistare un edificio per collocarvi il
monte di pietà, che, fondato più di vent’anni prima, sta continuamento accrescendo la sua attività, si
dice che questa casa si trova presso “la’’ fontana di Villa, dando indirettamente da intendere anche
che quella è l’unica fontana del paese) e di quella in contrada Valtrompia conosciamo la data di
realizzazione, 1880, su progetto di Domenico Sandonà, della fontana di Cavolavilla non abbiamo, al
momento, informazioni particolarmente “antiche”.
Sappiamo per esempio che nel 1868 per le nuove condutture che portano l’acqua a questa fontana in
sostituzione delle canalette di pietra, o di legno, che “fanno acqua’’ da tutte le parti e sono coperte
alla bell’e meglio con rischi notevoli di inquinamento, vengono comperati presso la fabbrica
Corradini di Molina di Fiemme dei tubi di creta ricoperti di vernice. Sappiamo ancora che nel 1879
la stessa fontana viene dotata di un altro bacino, progettato da Domenico Sandonà che abita proprio
di fronte alla fontana. Abbiamo infine un’interessante petizione, detta “supplica’’, datata 26 aprile
1888, di alcuni capifamiglia delle contrade Cavolavilla e Morea: si chiede alla Rappresentanza
comunale (il consiglio comunale di allora) di poter avere una seconda spina a quella fontana, perché
il gettito di una sola non basta a ripulire rapidamente l’acqua dei bacini adibiti al risciacquo della
biancheria (le “lavarine”) nei momenti di più intenso utilizzo. Le fontane sono punto nevralgico
della vita del paese: lì quasi tutte le famiglie, dato che solo alcuni benestanti possono permettersi
una fontana privata, attingono l’acqua per gli usi domestici; lì si trova l’acqua per gli animali,
l’acqua contro gli incendi, l’acqua per mettere in ammollo, lavare e risciacquare non solo il bucato
ma anche le botti ed altri strumenti di campagna...; quello è poi il luogo per antonomasia della
circolazione delle notizie e dei pettegolezzi... Alle fontane ogni comunità dedica particolare
attenzione pagando un incaricato, il fontanaro, che deve provvedere al buon funzionamento
dell’impianto, alla integrità del manufatto ed alla periodica (mensile) pulizia delle vasche. Ecco
dunque il testo della petizione. (Il documento è conservato nell’Archivio storico del Comune di
Villa Lagarina, nella busta 144.)
Onorevole Rappresentanza Comunale
Gli umigli sottoscritti capifamiglia delle due contrade di Villa, Cavolavilla e Morea, desiderano
avere una seconda spina d’acqua nell’unica fontana di Cavolavilla: perciò supplicano
codest’Onorevole Rappresentanza Comunale pregandola che volesse concedergli questo aumento
di acqua. I medesimi Le fanno conoscere, esser poca una sola spina di acqua per far scorrere le
immondizie dalle lavarine, e per servire a circa due terzi della popolazione del paese, ed in ciò
credono di non esagerare sapendo che nell’altra metà del paese sonvi molte spine particolari, che
nella fontana di Valtormpia vi è una fontana e che in Piazza della Chiesa si servono - bensì per
grazia - alla fontana di Canonica. Fidenti di vedersi esauditi in questa sua giusta domanda,
anticipando i più sentiti ringraziamenti si segnano
Devotissimi servi
Villa Lagarina 26 aprile 1888
Antonio Galvagnini - Dorigotti Domenico, Tonini Giovanni, Bolner Clemente, Tonini Francesco,
Carlo Mattei, Gio Batta ....,
Calza Antonio, Gottardo Riolfatti, Giuseppe Todeschi, Stanislao
Galvagnini, Marzani Agostino, Sighele Antonio, Sighele Gio Batta, Andreatta frateli, Luvigia
Todeschi
Osservazioni.
1. Alla fine di aprile del 1888, data di quella petizione, siamo in pieno clima elettorale a Villa: in
maggio, infatti, al farmacista Silvio Marzani succede nella carica di Capo comune il commerciante
Federico Ambrosi il quale dà uno scossone all’apparente tranquillità della vita amministrativa
comunale (il municipio è situato da un paio di anni nel nuovissimo edificio di fronte alla chiesa).
2. L’espressione “spine particolari’’ significa spine private. Per averne una ci vuole un apposito
permesso della rappresentanza comunale previo pagamento di una tariffa di concessione; ogni anno
poi si paga la tassa “spine dell’acqua’’.
3. Ci vengono segnalati i nomi di tre contrade: Cavolavilla, Morea (a lato della strada che, proprio
dalla fontana di Cavolavilla, sale verso il capitello della Madonna Mòra), Valtrompia; si parla di
Piazza della Chiesa, senza chiamare contrada quella parte di paese; non si cita il nome di un altro
“rione’’ che è la contrada del Giudizio, (lungo la strada che dal vecchio banco dei pegni, detto
Monte di pietà, sale su, su fino alla palazzina appunto del Giudizio, cioè del tribunale, costruita nel
1626 come nuovo Monte di pietà e divenuta tribunale nel 1842 allorché i Lodron cessano di gestire
il “giudizio feudale’’ che ha sede nel loro palazzo di Nogaredo.
4. Si dice che due terzi del paese gravitano su quella fontana: ammesso che si esageri un po’,
comprendiamo tuttavia dove è situato il nucleo più consistente del “borgo antico’’ di Villa Lagarina.
5. Si parla di “un’altra spina’’: in effetti oggi la fontana getta acqua da due spine ed è probabile
che lo faccia proprio da quell’ultimo scorcio di secolo.
6.
I materiali dell’edilizia storica a Villa Lagarina
e nei paesi vicini
(seconda parte)
di Roberto Adami
Il legno
Il legno è uno dei materiali da costruzione fondamentali dell’edilizia storica. A parte le strutture
murarie perimetrali e i solai del piano terra, che erano solitamente in pietra; e i manti di copertura,
realizzati in laterizio (coppi), tutti gli altri elementi costruttivi delle case erano in pratica di legno:
solai dei piani superiori, tetti, scale e poggioli, pavimenti, serramenti e altre finiture. L’impiego di
questo materiale risale ad una consolidata e plurisecolare tradizione costruttiva locale, la quale a sua
volta trova fondamento e giustificazione nella grande disponibilità che la Val Lagarina e tutto il
Trentino hanno di questo prezioso materiale.
Tipi di legname da costruzione
I tipi di legnami da costruzione usati all’epoca in Val Lagarina erano sostanzialmente i seguenti: il
larice, essenza resinosa che forniva il migliore legno da costruzione: per la sua consistenza
compatta ed elastica; per l’ottima resistenza all’umidità e all’esposizione all’acqua, e anche
all’alternanza del secco e dell’umido; per la considerevole durata e scarsa vulnerabilità al tarlo.
Poteva essere impiegato in ogni genere di lavoro, anche in virtù delle notevoli dimensioni delle travi
e degli altri elementi strutturali e di finitura che la piante potevano fornire. Nell’area lagarina era
particolarmente usato nella realizzazione delle strutture portanti dei tetti, dei solai e dei poggioli.
Nei documenti il nome è riportato nella forma volgare: “làreso”, ed anche in quella più strettamente
dialettale: “làres”. L’abete (rosso), essenza resinosa di fibra molto regolare (dritta e fine), tanto che
pur essendo molto solido ed elastico è tenero e facile da tagliare. È soggetto al tarlo e ha una durata
inferiore al larice, del quale risulta più leggero e più facile da essiccare; dopo la stagionatura
acquisisce una buona stabilità. Veniva usato in forma di travi, travicelli e tavole (assi), sia per la
realizzazione di parti strutturali che di finiture: travature di tetti e solai, ponteggi, pavimenti,
serramenti. Larga diffusione aveva anche nella fabbricazione di mobili. Nei documenti compare
nella forma volgare: “pézzo”, e anche in quella più strettamente dialettale: “péz”.
Il pioppo, forniva un legname tenero e leggero, facilmente lavorabile; ma di poca durata e non
molto resistente. All’epoca era usato per la notevole disponibilità: rigogliosi pioppeti sorgevano
lunghe le rive dell’Adige, e per la rapidità del ciclo vegetativo e di crescita. L’uso sembra però fosse
limitato alla realizzazione di assi da ponteggio e da pavimento. Nei documenti il nome di questa
pianta appare nella forma volgare: “àrbola”. Il noce, forniva forse il migliore legno da lavoro per la
durezza, la grana compatta e l’attitudine ad una perfetta levigatura delle superfici, accompagnata da
una colorazione e da una venatura esteticamente molto gradevoli. Era considerato un’essenza
pregiata e trovava la maggiore applicazione nella fabbricazione di mobili e altri lavori da ebanista e
stipettaio, dove era in concorrenza con l’abete, essenza meno pregiata ma usatissima in Val
Lagarina per la sua abbondanza e facilità ad essere lavorata. Era impiegato inoltre nelle finiture
pregiate ad intaglio (tavolette da pavimentazione e da soffitto); nonché nella costruzione di
serramenti (soprattutto portoni) di lusso. Nel gergo comune il noce venivano chiamato “nogàra”. È
chiaro che saltuariamente potevano essere usate come legname da costruzione anche altre essenze
presenti negli estesi e rigogliosi boschi trentini: tra le conifere ricordiamo l’abete bianco (“avézzo”)
e le diverse specie di pino; tra le latifoglie in particolare il rovere.
Zone di provenienza
Le zone di provenienza del legname da costruzione impiegato nei cantieri lagarini erano
sostanzialmente due: i boschi soprastanti Rovereto e la valle di Fiemme. Entrambi questi territori,
che si sviluppano in valli laterali sulla sinistra orografica del fiume Adige, erano servite da
importanti vie fluviali, rappresentate rispettivamente dai torrenti Leno e dal Rio Cavallo per
Rovereto e dal torrente Avisio per la valle di Fiemme. Il legname della valle di Fiemme e delle valli
limitrofe (Cembra, Cadino, Travignolo) veniva convogliato nel letto del torrente Avisio e fatto
fluitare fino alle porte di Trento, nel centro commerciale di Lavis. Qui prendeva la via fluviale
dell’Adige e dopo una ventina di chilometri giungeva a Sacco, il principale porto del Roveretano.
Gran parte di questo legname era destinato all’esportazione nei centri veneti (Verona, Venezia), ma
una parte era consumata nei cantieri roveretani e della bassa Val Lagarina. Rispetto al legname
proveniente dai boschi locali aveva l’onere di dover pagare il dazio, per passare dal territorio
soggetto al Principato Vescovile di Trento alla giurisdizione austriaca della Pretura di Rovereto. In
compenso i boschi della valle di Fiemme erano molto più estesi e ricchi di conifere di quelli del
bacino roveretano, ed anche la qualità del legname era leggermente superiore rispetto a quella
locale. La maggior parte del legname usato nelle fabbriche lagarine proveniva da boschi situati nelle
immediate vicinanze di Rovereto, che si estendevano in particolare sul territorio montuoso delle
comunità di Terragnolo e Folgaria, e, in misura minore, di Vallarsa e Trambileno. Anche Villa
Lagarina si riforniva ordinariamente in questi boschi, come testimoniano i legnami acquistati dalla
fabbrica della chiesa parrocchiale di Villa Lagarina nel 1610: “Item adì 12 deto [setembre] per aver
chompra da Ménec da Vanza travi de lares numero 8 monta troni 41, marchetti 8, quattrini 2. E più
per aver spendù per aver pagà il disnar per mistro Iachom milanes e per il barba Zuan e mi, per
esser venudi chon mi in Teregnol a veder li travi e aiutar a far marcha e a cernirli queli che son
boni”; oppure la quantità di legname da costruzione (abete rosso) ordinata dai signori Liechtenstain
di Isera a Giovanni da Mezzomonte di Folgaria nel 1661. Il fatto che anche le comunità della destra
Adige si rifornissero di legname da costruzione sul lato opposto della Valle è significativo, in
quanto questo materiale, anche se in quantità minore, si trovava pure sui loro territori, e il suo
utilizzo non avrebbe richiesto onerosi trasporti (sia in termine di spostamenti che di dazi) con carri e
traghetti; soltanto che nelle comunità della destra Adige non si era verificato quel massiccio
sfruttamento dei boschi ai fini commerciali che invece le comunità della sinistra Adige avevano
intrapreso fin dal XV secolo. La spiegazione del diverso atteggiamento nei confronti del patrimonio
boschivo tenuto dalle comunità delle due sponde del fiume Adige, va ricercata probabilmente nel
fatto che sul territorio lagarino della destra Adige era presente il Comun Comunale, un ente
sovracomunale formato da tutte le comunità comprese tra Isera e Cimone, il quale era proprietario
diretto di gran parte del territorio compreso nella fascia montana, e quindi ovviamente della
maggior parte dei boschi, il cui sfruttamento era regolato in maniera severa ed attenta al fine di
limitare i frequenti problemi ambientali che colpivano le zone disboscate (smottamenti e frane
dovuti all’azione ersoiva delle acque), e rivolto quasi esclusivamente agli usi domestici dei propri
cittadini. In un simile contesto non aveva potuto instaurarsi quella fitta trama di rapporti
commerciali che aveva visto invece come protagonisti le comunità esterne della Pretura di Rovereto
da una parte, e le famiglie nobili e ricche del capoluogo lagarino dall’altra. Quest’ultime, contando
sul difficile equilibrio socio-economico dei paesi montani della Pretura, avevano iniziato a prendere
in affitto fin dalla metà del XV secolo vaste zone boschive, oppure ad acquistare grosse quantità di
legname già tagliato e condotto a Rovereto sul greto del torrente Leno, che poi rivendevano con
grossi guadagni sui mercati di Verona e Venezia. In alcuni casi i legnami per le fabbriche lagarine
potevano giungere anche dall’Alto Adige. Nel 1649, ad esempio, i responsabili del cantiere della
parrocchiale di Villa Lagarina (all’epoca in corso di ampliamento), per procurarsi le travi per il tetto
si rivolsero a Stefano Prunner, mercante di legname di Deutschnofen (Nova Ponente), come risulta
dal relativo contratto di data 14 settembre 1648, stipulato tra il Prunner e don Sulpizio Bragliardi,
arciprete di Villa Lagarina, e sottoscritto dal responsabile del cantiere stesso, il maestro comacino,
ma attivo a Salisburgo, Domenico Orsolini. In quest’occasione il Prunner si obbligava a fornire alla
fabbrica “piane di larice” di lunghezze variabili che arrivavano fino alla misura di 16 metri e 10
centimetri (“longhe 46 piedi”), e con il lato maggiore della sezione che arrivava fino ai 41
centimetri (“grosse onze 14”). Da notare che il prezzo era proporzionale non tanto alla lunghezza
delle travi, quanto al loro spessore: “conforme all’obligo e prezzo già fatto con gl’altri legnami
l’anno passato (…) cioè a raggion di mezo talero l’onza”; il che equivale a dire che costavano 3
troni e 3/4 all’oncia, per cui le “piane” di maggior spessore (14 once) costavano 52 troni l’una.
Abbattimento delle piante, trasporto e lavorazione (segherie)
Dal XVI al XVIII secolo l’abbattimento delle piante veniva effettuato esclusivamente con accette;
solo verso la fine dell’Ottocento si iniziò ad usare il grande segone a due mani, che alternato
all’accetta consentiva un lavoro più veloce e preciso. Da segnalare che anche allora si faceva
attenzione al periodo in cui le piante potevano essere tagliate, cosa che avveniva solitamente in fase
di luna calante: “Quali borre debbia tagliarle nel callo solo della luna et non in altro tempo, sotto
pena di perder le fatiche” (1616). Eseguito il taglio i boscaioli procedevano a togliere la corteccia e
a smussare le teste dei tronchi eseguendo la caratteristica ‘corona’: “scorzandole et mettendole in
essere all’uso mercantile”. I tronchi abbattuti venivano trasportati a strascico o fatti scivolare in
canali naturali o artificiali opportunamente mantenuti sgombri (“tóvi”), sfruttando le elevate
pendenze dei boschi, fino al più vicino corso d’acqua. Quindi venivano fluitati a valle sfruttando la
forza della corrente degli impetuosi torrenti che solcavano i fianchi delle montagne. Quando la
quantità d’acqua non era sufficiente ad assicurare un trasporto efficace si realizzavano delle chiuse
(“sèrre”), vere e proprie dighe che trattenevano l’acqua finché questa non ragiungeva un livello tale
da trasportare a valle tutto il legname, dopodiché la serra veniva aperta e i tronchi iniziavano la
discesa (“menàda”). Per quanto riguarda i boschi roveretani la fluitazione avveniva lungo i due rami
del torrente Leno, quello di Terragnolo e quello di Vallarsa, e portava il legname ad ammucchiarsi
sul vasto greto ricoperto di ghiaia (“giàre”), in corrispondenza di un’ampia curva che il Leno
compiva appena superato il ponte Forbato e il Castello cittadino. Di qui la parte destinata al
commercio, e non all’attività edilizia e agli altri usi locali, proseguiva il suo corso fino a Sacco,
dove c’era il porto sul fiume Adige. Il legname di Folgaria scendeva invece lungo il Rio Cavallo
fino al porto sull’Adige di Calliano. Infine le estese foreste della Val di Fiemme sfruttavano il corso
del torrente Avisio che trasferiva il legname nell’Adige alle porte di Trento (Lavìs: “giàre del
Lavìse”). Il lotto di legname appartenente ad un unico commerciante prima della fluitazione veniva
marcato con il relativo segno distintivo (inciso), in modo che una volta giunto a valle potesse essere
riconosciuto. Una volta giunto all’Adige il legname veniva trasportato nel Veronese a cura della
società degli Spedizionieri di Sacco, che si avvaleva della perizia degli zattieri di quel paese per
portare le zattere formate con i tronchi, e lunghe fino a venti metri, nelle segherie di Verona e
Venezia. I legnami da costruzione destinati ai cantieri lagarini finivano nelle segherie locali, che
secondo la tipologia allora in uso erano “alla veneziana”. In pratica consistevano in una sega
verticale con i denti rivolti verso il basso, azionata da un braccio collegato ad una ruota idraulica
mossa dall’acqua di una roggia, la quale trasmetteva il movimento anche ad una seconda ruota più
piccola che azionava l’avanzamento del tronco, fissato su un apposito carrello, nella direzione del
taglio. Le segherie sorgevano solitamente nei pressi del punto di arrivo del legname fluitato lungo i
torrenti: località “Sega” presso il castello di Rovereto, che lavorava il legname proveniente dai
boschi di Terragnolo; segheria di Calliano che lavorava i tronchi provenienti da Folgaria. Diverse
segherie sono ricordate anche nel paese di Sacco, situato nei pressi della confluenza tra il Leno e
l’Adige, come quella del nobile Giovanni Battista Marsili, che il 14 ottobre 1659 veniva concessa in
locazione a Gian Maria Fogolari ad un canone di affitto annuo decisamente considerevole: 40
ragnesi, segno che assicurava un buon rendimento. La tradizione saccense nel campo delle segherie
ha lasciato una traccia evidente anche nell’onomastica locale, in particolare nel cognome “Segata”,
decisamente diffuso all’epoca nel sobborgo roveretano. Fino ai primi decenni del XVII secolo la
destra Adige, così come non aveva sviluppato l’industria del legname, non aveva nemmeno alcuna
segheria sul proprio territorio. Per ogni lavoro doveva affidarsi alle segherie della destra Adige,
come quella di Calliano alla quale risultano rivolgersi i soprintendenti alla fabbrica della chiesa di
Villa Lagarina nel 1613, per ottenere da due tronchi (probabilmente di abete) le travi e le assi
necessarie per realizzare il solaio a sbalzo su cui collocare il nuovo organo: “Item per aver pagà a
Zuan fiol de Stefen del Villi per esser na a Besenel a menar doi bore ala sega dal Chalian, e menar
in qua uno charo de as e chonventini per il pontesel del orgen”. Soltanto il 27 aprile 1647 la
comunità di Nogaredo “havendo scoperto il bisogno, anzi dico necessità d’haver in questo paese un
edificio per segare li legnami, come nogare, roveri, arbori et altri ancora che vengono tagliati nel
istesso loco, et ville circumvicine di qua dal Adice” si accordava con Aldrighetto Bonapasi di
Noarna per la costruzione di una segheria “nel logo sotto il capitelo dai Molini, confinante con il
vaso dal aqua, et così in modo tale che ivi possi havere logo spacioso, non solamente per quello si
ricerca a simil edificio della sega, ma ancora per poner il legname”. Tra i capitoli che regolavano
l’accordo, da segnalare quello che impegnava il conduttore a segare il legname degli abitanti di
Nogaredo ad un prezzo leggermente inferiore rispetto a quello dei forestieri, a patto che questo non
fosse destinato alla vendita: “che esso messer Aldrighetto et heredi suoi siino tenuti perpetuamente a
segare a qual si volia persona d’essa Comunità di Nogaré per un bezo di meno per ogni taglio, di
quello che farà con li forestieri, intendendo però li legnami solamente necessarii per uso d’esse
familie, et non per mercancia, poiché in tal caso di mercancia doverano pagare al pari delli
forestieri”.
A proposito di costi per la segagione, quella eseguita su “3 travi di 45 per far delle asse per il
coperto” (chiesa di Sacco, 1654), era pari a 4 troni; il costo delle travi ammontava invece a 36 troni,
e il trasporto con i carri alla segheria e ritorno 2 troni. Secondo questi dati si può affermare che
l’operazione di segagione delle assi poteva influire sui costi per una quota che si aggirava intorno al
10%.
La pezzatura del legname grezzo
Una volta abbattuto il legname doveva essere ridotto in “bórre mercantili”, termine che
rappresentava l’unità di misura del legname grezzo e corrispondeva ad una tronco del diametro
(misurato dalla parte più sottile del tronco) di 1 piede (= 12 pollici = 0,348 m.) e della lunghezza di
12 piedi (4,176 m.). La diversa pezzatura del legname era poi specificata da tutta una serie di
misure, e relativi nomi, che avevano come riferimento la “bórra”. L’elemento fondamentale della
classificazione era costituito dalla dimensione del diametro del tronco, e prendeva come unità di
misura la borra da 1 piede, chiamata “pè”, che in dialetto significa appunto piede. I tronchi di
diametro inferiore al piede, ossia a 12 pollici1 (minore di 34,8 centimetri) erano chiamati “sottopè”;
quelli aventi un diametro di 2 piedi (24 pollici = 69,6 centimetri), o maggiore, erano chiamati
“dopièdi”. Tra i “pè” e i “dopiedi” esistevano altre due categorie chiamate rispettivamente “pè
palmi” e “pè mèzi”.
Le tipologie del legname lavorato
Per ottenere il legname da costruzione i tronchi grezzi venivano lavorati secondo procedure diverse,
in base al tipo di legname che si intendeva ottenere. Per legnami da ponteggi e impalcature gli
elementi venivano spesso usati grezzi, semplicemente scortecciati. Per travi destinati ai solai non in
vista, la lavorazione consisteva in una sgrossatura con l’ascia, a volte anche soltanto nei due lati sui
quali si andavano ad inchiodare rispettivamente le assi del pavimento e del soffitto; o addirittura su
un solo lato, se i travi che sorreggevano il soffitto erano impostati ad una quota più bassa rispetto a
quelli che portavano il pavimento. Se il legname era destinato invece a lavori in vista, o comunque
ad applicazioni che richiedevano un collegamento perfetto tra i diversi elementi, come potevano
essere le capriate di un tetto, allora la lavorazione consisteva nella squadratura che poteva essere
realizzata ancora ad ascia, ed allora risultava più grossolana; oppure a spigolo vivo, operazione che
richiedeva l’uso della sega. La squadratura con la sega poteva essere effettuata manualmente, per
mezzo di una sega di grandi dimensioni, detta ‘sega da squadratori’, in cui la lama dentata era posta
nella parte centrale di un robusto telaio rettangolare, ed era azionata quasi verticalmente da due
lavoranti, uno situato in piedi sul tronco (opportunamente alzato su cavalletti) e l’altro a terra. La
stessa operazione poteva avvenire più comodamente nelle segherie, dove la sega, come abbiamo
visto in precedenza, era mossa dalla forza dell’acqua. Nelle segherie avveniva anche la riduzione
dei tronchi in travicelli e correnti di misure ridotte, a seconda delle richieste; e naturalmente la
segagione (a maglia) delle “bórre” per ricavare le assi. L’elemento più importante e di maggiori
dimensioni era “il trave” (all’epoca il sostantivo era maschile). Nel 1661 Giovanni di Mezzomonte
di Folgaria aveva fornito al cantiere del Palazzo Liechtenstein di Isera 45 travi di abete squadrati, di
lunghezza compresa tra 4,9 e 8,0 metri, e di sezione pari a cm. 19 x 22: “di dargli travi quindeci di
pezzo, de longhezza di piedi numero 23 l’uno, squadradi, tutti di grossezza de onze 7 1/2 per un
verso, et onze 6 1/2 per l’altro verso. Item travi numero 15 de lunghezza de piedi 19, et parte 14.
Item travi numero 15 de longhezza de piedi 17 1/2 et parte 14; dell’istessa grossezza che sono gli
primi”. È questo però uno dei pochi casi in cui vengono fornite le dimensioni esatte delle travi, che
solitamente erano classificate soltanto in base alla lunghezza espressa in piedi, la quale poteva
arrivare fino alla misura di 45 (15,66 m): “10 travi di 30: troni 25; 9 travi di 36: troni 36” (cantiere
della chiesa parrocchiale di Sacco, 1648). Riguardo ai prezzi si può osservare come questi
praticamente raddoppiassero passando da una lunghezza delle travi di 12,52 m (36 piedi = 3 troni)
ad una di 13, 92m (40 piedi = 6 troni e 1/2), ad una di 15,66 m (45 piedi = 12 troni e 1/2). Il “trave
de 45” sembra fosse la misura massima, ma non era quella che costava di più, perché sempre nella
fornitura di legname da costruzione eseguita dal mercante veronese Manuel Manuelli al cantiere
della parrocchiale di Avio nel 1660, cui si riferiscono anche alcuni dati riportati sopra, è registrata la
voce: “numero 7 piarine longhe piedi 42 de pezzo, a troni 70: troni 490”. Le “piarine” dunque, pur
essendo leggermente più corte delle travi da 45, costavano quasi 6 volte di più, ed erano di abete
rosso, una delle essenze più comuni; per cui si può senz’altro ipotizzare che la grande differenza di
prezzo fosse da attribuirsi innanzitutto al diverso spessore, del quale in questo caso non si hanno
dati; e poi anche alla diversa lavorazione dei due tipi di legname: le travi potevano essere solo
squadrate grossolanamente, le piarine segate su tutti i lati, ma queste sono solo supposizioni. La
pezzatura più piccola ricordata era costituita dalle “cantinèlle”, listelli di piccole dimensioni usati in
particolare per la realizzazione di soffitti (come porta intonaco), che nel 1661 costavano 5 marchetti
l’uno (1 trono = 20 marchetti) ed erano anch’essi ricavati dai tronchi mediante segagione: “una bora
de pez segada in chantinele, monta troni 6: ragnesi 1:20”. Per quanto riguarda le assi, la citata
fornitura di legname del 1661 per il palazzo Liechtenstein di Isera, l’unica che specifichi
esattamente le dimensioni, parla di assi di abete larghe 1 piede (34,8 cm) e lunghe 12 piedi (4,176
m), che era la lunghezza esatta delle “borre mercantili”: “Item asse pezzo numero 150; … l’asse de
piedi 12 longhe, et larghezza piedi uno”; le quali costavano troni 1,2 l’una.
Il 26 ottobre 1610 Geronimo Fedrigotti di Sacco forniva alla chiesa di Villa Lagarina, delle assi
particolari “nominade balestrère”, le quali costavano 18 carantani l’una (troni 1,7), ma non è dato
sapere di che foggia fossero. Infine per lavori di poco conto, per armature e ponteggi, potevano
essere usati anche gli “scòrzi”, ossia i tagli iniziali che la sega effettuava sui tronchi, prima di
arrivare allo spessore utile per avere le assi, che presentavano dimensioni e superficie irregolare e
tracce di corteccia. Il registro dei conti della chiesa di S. Marco di Rovereto (1622-1682), riporta in
data 26 febbraio 1642 l’acquisto di “50 asse di larice longhe” al prezzo di 50 troni (1 trono l’una), e
quello di “50 scòrzi di larice” al prezzo di 2 troni e 1/2 (1 marchetto l’uno), un valore esattamente
20 volte inferiore. A conclusione di questa rapida scorsa sulle tipologie del legname lavorato, si
ricordano i “cèltri”, che erano delle centine ricurve, ricavate solitamente da legno di pioppo, il quale
era più facile da lavorare secondo le forme volute. Erano usati nella realizzazione delle volte, sia per
costruire la cassaforma lignea (armatura) per le strutture massicce in pietra; sia come elemento
strutturale portante (anzi sostenente) delle volte leggere. Il termine cèltri è rimasto in uso, nella
forma dialettale “zèltri”, nel gergo dei muratori dei nostri paesi, fino ai primi decenni del ’900.
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Quaderno n° 3 anno 2002 - associazione Borgoantico