Il contributo degli scavi e delle ricerche nei castelli
dell'Italia meridionale
Un bilancio
STELLA PATITUCCI UGGERI
La IV Conferenza Italiana di Archeologia Medievale offre contributi molto importanti allo
studio dei castelli dell’Italia meridionale sotto molteplici aspetti.
Negli anni Ottanta-Novanta la ricerca archeologica aveva potuto procedere allo scavo estensivo di alcuni castelli, come nel caso fortunato della Maremma, mentre nell’ultimo decennio
condizioni economiche meno floride ci hanno costretto a ridimensionare gli interventi archeologici con una rigorosa scelta dei siti da scavare e degli obiettivi da raggiungere. Tuttavia, in alcuni casi l'indagine non si è limitata allo scavo degli elementi salienti del castello, come la magna
turris, il palacium, la cappella, bensì si è estesa ad esplorare anche i vari recinti e gli edifici sorti
nel ballium (baglio o corte), come nel caso dei castelli di Ocre, San Pio delle Camere e Mercato
San Severino. Particolare attenzione è stata rivolta allo studio degli apparati murari. Inoltre, il
castello non è stato visto avulso dal suo territorio, ma è stato inserito in indagini topografiche a
vasto respiro, che hanno portato alla redazione di vere carte archeologiche medievali e a cogliere lo stretto rapporto tra fortificazioni e viabilità. Infine, gli scavi nei castelli sono risultati utili
anche per la conoscenza e la cronologia dei materiali e delle ceramiche in particolare.
Richiamerò ora nelle linee essenziali le caratteristiche delle strutture fortificate dell’Italia
centro-meridionale in successione diacronica, e quindi accennerò agli aspetti tecnici, cortine
murarie e maestranze, e al rapporto dei castelli con il territorio e la viabilità.
1. L’ETÀ BIZANTINA
Per il periodo bizantino, è risultata innovativa la ricerca sulla Sardegna, dove è stata evidenziata l’esistenza di un limes interno in funzione del controllo della Barbagia, basato su capisaldi
importanti, ai quali si affiancano minori punti di appoggio, come torri e recinti di vetta. Una novità importante è la constatazione del riuso come siti fortificati dei nuraghi, come attesta la povera ceramica di epoca bizantina (secoli VI-IX) rinvenutavi; talora furono circondati da un recinto che in casi di necessità permetteva di accogliere la popolazione circostante e le greggi.
Queste strutture risultano collocate in rapporto con la viabilità, ma sfruttando opportunamente le
caratteristiche tattiche offerte dal terreno. Si tratta perciò di una soluzione che trova analogie in
quelle già notate nella provincia marittima della Tuscia e sul cosiddetto Limitone dei Greci, che
correva tra Bizantini e Longobardi in Terra d’Otranto; ma anche in altre aree dell’Italia bizantina, quali la Liguria. In sostanza, si conferma la tendenza alla risalita in altura degli insediamenti
in età bizantina in funzione difensiva; nel caso della Sardegna ciò avviene prima contro i Balari
e poi contro gli Arabi.
L’occupazione delle alture già nel corso del VI secolo, vuoi per la guerra greco-gotica, vuoi
per la repentina invasione longobarda, è stata ora confermata anche in Irpinia dagli scavi di
Montella. Qui l’insediamento si configura come un villaggio, che racchiude dentro una palizzata
di legno delle capanne rettangolari, costruite con una base di pietre a secco e l’alzato in legno,
dotate di focolare all’interno. Anche a Castel Manfrino, all’imbocco delle gole del Salinello verso Macchia da Sole (Valle Castellana, Teramo), l'altura viene occupata tra VI e VIII secolo da
un insediamento che risulta dotato di una chiesa battesimale (C. Somma).
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2. LA FASE LONGOBARDA
Questa fase è ora ben documentata nella ricca pianura agricola della Campania, dove dalle
villae sparse nel territorio si passa ai numerosi gastaldati longobardi con un’apparente continuità
di sfruttamento agrario. Così ad esempio la chiesa di Santa Maria a Rota è documentata con
chiara continuità dal VI secolo in poi.
Assai diverso si presenta invece il caso dell’Irpinia, dove le villae non evolvono in curtes aperte, bensì in villaggi accentrati di altura, nei quali dobbiamo riconoscere le curtes dei documenti longobardi di VIII secolo, che evolveranno successivamente in sedi di gastaldati.
Di grande importanza è l’evidenza dell’esistenza di una fase longobarda al di sotto di castelli
alto e tardo medievali. Così in Irpinia a Rocca San Felice, dove sotto il donjon cilindrico normanno la torre quadrata intravista è attribuibile al periodo longobardo. Così pure a Sant’Angelo
dei Lombardi, dove sotto il donjon è stata rinvenuta una torre o residenza fortificata con cisterna
e recinto, attribuiti all’VIII-IX secolo e distrutti probabilmente dal terremoto del 989.
Montella nel 762 è ricordata ancora come curtis, ma nel IX secolo l’insediamento evolve in
gastaldato; qui la casa del gastaldo e le altre abitazioni vengono difese lungo le pendici con un
ampio recinto murario, che racchiude un’area di tre ettari; anche questo abitato viene distrutto
probabilmente dal terremoto del 989.
Infine una fase di VIII-IX secolo sembra emergere ora anche nel castello di Ariano Irpino, a
giudicare dalla preesistenza di una foggia per cereali (diametro m 2,20).
3. LA FASE ALTO-MEDIEVALE
Gli scavi hanno portato notevoli contributi anche al vecchio dibattito storiografico sul rapporto tra curtis e castello, in quanto in alcuni casi, come abbiamo visto per Montella, la curtis
evolve nel IX secolo nella domus gastaldi; mentre in altri casi non appare evidente la trasformazione in castello, ma si intravedono esiti diversi, come l'insediamento fortificato o il semplice
villaggio.
Anche in Toscana, a Poggio della Regina nel Valdarno la curtis evolve nel castello dei Conti Guidi.
In Campania all'interno del territorio di una curtis potranno essere impiantati anche due castelli per l'esigenza di difendere la fiorente economia già esistente nella pianura a vocazione agricola.
Nel X secolo appare prevalente un incastellamento di ordine economico, di bonifica e di ripopolamento delle campagne, come quello promosso da enti ecclesiastici, quali i ricchi monasteri di San Vincenzo al Volturno e di Monte Cassino, e da potenti famiglie feudali.
In alcuni casi si è notato come l’occupazione delle alture abbia comportato il sovrapporsi a
precedenti insediamenti protostorici e magari il riuso di porzioni delle cerchie murarie antiche o
almeno di materiali da costruzione.
4. LA FASE NORMANNA
Questa fase è stata esplorata in maniera più estensiva delle precedenti con una conseguente
notevole messe di novità.
La più saliente è l’individuazione di un prima fase edilizia con strutture in legno, analoga a
quella già ben nota in Toscana sin dall’alto medioevo dagli scavi condotti a Poggibonsi, Scarlino e Montarrenti. Sul Poggio Imperiale di Poggibonsi sono state scavate diverse capanne che
sembrano riferibili a tre fasi distinte, scaglionate tra la fine dell’VIII e gli inizi del X secolo.
Nella Rocca di Scarlino (Grosseto) sono state rinvenute numerose buche di pali, allineate in
modo da indiziare capanne a struttura lignea, tentativamente datate tra VIII e X secolo, in relazione con la curtis documentata nel X secolo. A Montarrenti (Sovicille Rosia, Siena) gli scavi
hanno rivelato capanne in più punti: nell’area sommitale (1000) sono state individuate due fasi
di capanne in legno, la prima riferita all’VIII secolo, la seconda con vari rifacimenti dal X al
IL CASTELLO NELL’ITALIA MERIDIONALE
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XII; sulla pendice nord-ovest (area 2000) una capanna in legno è stata datata X-XI; all’estremità
nord-est (area 5000) una capanna a struttura lignea si data nella seconda metà del secolo XII ed
è inserita all’interno di una palizzata lignea rivelata da grandi buche allineate secondo
l’andamento della cinta muraria successiva. Sulla pendice sud-est (area 8000) una capanna a
struttura lignea è stata datata al X-XI secolo. Abbiamo dunque un abitato in legno, che comincia
almeno nel X secolo se non prima e scende fino alla seconda metà del XII; forse anche qui si
procedette all’incastellamento di una precedente curtis.
La sequenza dal legno alla pietra, già rivelata in Sabina (Caprignano, metà X-XI secolo), è
apparsa ora anche in Abruzzo l’aspetto più nuovo emerso dagli scavi, dopo il primo caso segnalato da Staffa a Bominaco di un insediamento, con fogge granarie scavate nella roccia, anteriore
all’impianto del donjon cilindrico circondato da un recinto. I nuovi scavi di Fabio Redi hanno
rintracciato una prima fase fortificatoria in legno, circondata da palizzata e fossato asciutto. Essa
è stata constatata nel castello di Castiglione di Tornimparte e più estensivamente ad Ocre.
A Ocre, nell'abitato presto abbandonato del baglio, sono state rimesse in luce numerose buche di pali, che si associano a fogge per cereali scavate nella roccia all'interno degli ambienti
(contenevano grano, orzo e fave); ne è stata proposta una datazione verso la fine dell’XI secolo,
basata - oltre che sulla stratigrafia - sulla presenza di ceramiche decorate a stuoia e di ceramiche
a vetrina sparsa (come nella prima fase normanna di Castiglione di Tornimparte); la fortificazione in legno risulta quindi anteriore di una generazione rispetto alla sua traduzione in pietra.
Le nuove abitazioni in pietra, che assecondano il pendio, sono quadrangolari, a due piani, il
primo di servizio e il superiore d'abitazione con accesso dal lato a monte e tetto a unico spiovente o a due falde, coperto da coppi di cm 42 x 21. Gli isolati erano scanditi da stretti vicoli di m
1,70/2,50, che fungevano da fogne e venivano perciò bonificati periodicamente con strati di calce. Spesso le murature sono semplici o rudimentali e sfruttano il pietrame reperibile in loco,
usato anche nelle calcare che fornivano la calce per le malte.
Anche nel Molise, nel castello di Tufara (Campobasso), è stata riscontrata una precedente
palizzata in legno.
La motta della prima età normanna sembra riprendere direttamente modelli della Normandia.
Una costante architettonica delle nuove fortificazioni è la presenza del donjon o turris magna,
che anzi pare affermarsi in Italia prima che in Europa (così A. Settia). Nella sua versione italiana in muratura, dallo scorcio del secolo XI, il donjon si presenta collocato all’interno di un recinto. Il donjon ha pianta quadrangolare o circolare e si sviluppa in alzato con tre o quattro piani; di solito i piani inferiori comportano cisterna e magazzino, i piani superiori sono residenziali;
l’accesso è al secondo o al terzo piano, tramite una passerella; le finestre sono a feritoia. Ai piani inferiori si accedeva dall’alto; tra gli altri piani si comunicava con scale di legno o talora risparmiate nello spessore della muratura. Anche la recinzione è in pietra, così come le abitazioni
del baglio, pure racchiuso da un muro. La tecnica muraria comporta due distinti paramenti con
riempimento a sacco di pietrame e terra o calce. Il baglio è spesso fittamente insediato ed appare
pianificato con strade, isolati ordinati, cisterne collettive, chiesa, orti, come è stato constatato ad
esempio a Mercato San Severino.
All'epoca di Ruggero II si attua una intensa attività fortificatoria, anche con soluzioni anomale, come quando il castello viene difeso interponendo una selva che impedisca l'assalto della cavalleria e si fa
costruire una barriera di case attorno al castello, come è noto per la Campania (P. Peduto).
Per la fase normanna lo studio topografico della dislocazione dei castelli nella Contea di Molise ha permesso di constatarne la stretta relazione con alcune direttrici viarie di origine romana,
evidentemente ancora vitali, e soprattutto con i tratturi della transumanza; quest’ultima evidenza
porta a rivedere l’opinione di quanti ritengono che i tratturi della transumanza tornino in uso solo in età tardomedievale, quando si realizza l’unità politica del Mezzogiorno d’Italia.
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5. L’ETÀ SVEVA
Per quest’epoca disponiamo di uno strumento fondamentale, poiché l'imperatore Federico II
fece redigere un minuzioso “Statutum de reparatione castrorum”, la cui prima stesura risale al
1231; i restauri dei castelli erano posti sotto il controllo dei Provisores Castrorum, ossia di ispettori imperiali, tranne quelli direttamente dipendenti dall’imperatore.
Nell’ambito delle tecniche fortificatorie, sono risultate caratteristiche di questo periodo le
torri a puntone, ossia a pianta pentagonale, e la tecnica di intercalare torri rompitratta nelle lunghe cortine murarie (F. Redi). Talora si notano, oltre a restauri e rifacimenti, notevoli restringimenti dell'area fortificata, come quando viene abbandonato e lasciato fuori tutto il baglio (ad
Ocre l’abbandono del baglio appare definitivo entro il primo periodo angioino).
Per l’età sveva la trasformazione da fortilizio a dimora residenziale, palacium, ma anche
domus solaciorum, è attestata ora archeologicamente a Montella e ad Amendolea, come già a
Scribla. Il palazzo si sviluppa su almeno due piani e comprende al piano superiore un salone di
rappresentanza illuminato da grandi finestre.
Federico II provvede a dotare il castello di arredi di prestigio e in particolare di sculture antiche, come il sarcofago romano con leone rinvenuto a Lagopesole o le statue richieste per il castello di Lucera, nel 1240 due marmi da Napoli e nel 1242 due bronzi da Santa Maria di Grottaferrata. Un atteggiamento che anticipa di secoli il collezionismo dei principi dell’umanesimo.
Una novità assoluta è la constatazione che nel castello di Lagopesole, costruito in età federiciana (1242-50), si provveda ad aggiungere - probabilmente all’età di Manfredi - degli ambienti
termali dotati di apoditerium con armadi alle pareti, calidarium con suspensurae, fornace e tubi
di adduzione nelle pareti, secondo i criteri tipici della tradizione romana.
All’interesse per l'acqua, che deriva dalla formazione siciliana e orientale di Federico II, si
associa l’amore per i vivaria, come in Sicilia quello famoso di San Cusmano, realizzato intorno
al 1239 sbarrando il fiumicello omonimo, a sette chilometri da Augusta, dove nel contempo Federico faceva costruire un grande castello sul mare. Si vedono tuttora canali e cunicoli intagliati
nella roccia e una grande diga, realizzata in opera quadrata con riempimento a sacco di pietrame
e malta di calce e pozzolana, sbarra ancora il vallone di San Cusmano a due chilometri dalle
sorgenti, dove questo ha una strozzatura di circa 200 metri tra le due pareti rocciose; purtroppo
il bacino è stato ormai colmato dalle alluvioni e perciò la diga è visibile solo per 6 metri d'altezza con una larghezza di m 6,50 in basso e di m 3 alla sommità, perché il muraglione è a scarpa
all'esterno. Il lacus esisteva ancora nel Cinquecento, ai tempi di Tommaso Fazello, che dice che
il vallone di San Cusmano prendeva nome da una chiesa dei santi medici Cosma e Damiano1. Si
aggiunga che allo stesso Federico dobbiamo forse attribuire la vicina diga, lunga m 190, che
forma il lago o vivarium di Lentini, ricordato dal 12402.
6. L’ETÀ ANGIOINA
Dall'età di Carlo I d'Angiò si operano revisioni, restauri, trasformazioni e nuove costruzioni
nei castelli preesistenti. Sappiamo che il sovrano si avvalse soprattutto dell'opera del grande architetto lorenese Pierre d'Agincourt, protomagister della curia reale, che caratterizzò in maniera
significativa l’architettura dei castelli angioini. Egli operò in Campania (Castelnuovo di Napoli,
1279-82) e in Basilicata (castello di Melfi, completamento di Lagopesole). In Puglia basti ricordare la costruzione della grandiosa cinta fortificata di Lucera (1269-83) e gli interventi relativi
ai castelli di Bari, Mola di Bari, Trani, Barletta e Manfredonia. In Abruzzo progettò le opportune opere di restauro e una torre quadrata all'interno del Castro di Macchia (Castel Manfrino tra
Ascoli e Civitella del Tronto). In quest’epoca troviamo incisi frequentemente sui conci delle
1
2
G. AGNELLO, L'Architettura Sveva in Sicilia, Roma 1935, pp. 195-210.
Ibid., pp. 291-97.
IL CASTELLO NELL’ITALIA MERIDIONALE
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murature marchi di lapicidi, presenti peraltro già in età federiciana e che mancano tuttora di uno
studio specifico. Ad esempio, sulle mura di Lucera ne sono stati distinti vari gruppi, che possono attribuirsi sia alla fornitura del materiale – marchi di cava -, che alla collocazione reciproca
dei blocchi o all’organizzazione del lavoro, identificando le maestranze in vista dei pagamenti.
In età angiona intervengono novità rilevanti di carattere strutturale, in rapporto alle nuove
tecniche obsidionali, come il muro a scarpa e la torre a scarpa, prevalentemente cilindrica, la
soprelevazione dei muri e le caditoie aggettanti, le bertesche sulle porte, le case a schiera che
fungono da cortine murarie. La diffusione dell’uso difensivo delle balestre implica la sistemazione di balestriere nelle cortine. In rapporto poi con le nuove esigenze di confort, si aggiungono al palazzo servizi igienici, ma soprattutto grandi camini, oltre a vari altri abbellimenti e pitture murali, come gli affreschi rinvenuti a Montella. Anche nelle abitazioni del recinto i pavimenti
vengono livellati con gettate di malta o di cocciopesto.
Si nota infine una particolare attenzione rivolta all’acqua, come ad esempio nel castello di
Lagopesole, dove si realizzano un acquedotto e un laghetto-peschiera artificiale. Una grandiosa
manifestazione se ne ha nel castello di Montella, dove si realizzano ben due acquedotti, che
permettono al castello di disporre di una grande quantità di acqua; canali permettono di irrigare i
giardini terrazzati, le rasole, allietati da fontane e vasche. Anche a Scribla è stata individuata
una canalizzazione in tubi fittili per addurre l’acqua ad una cisterna a servizio del palatium.
Alla stessa epoca, dalla metà del secolo XIII, mentre tradizionalmente veniva ritenuto del secolo precedente, va riferito l'incastellamento feudale della Sardegna settentrionale ad opera delle
potenti famiglie genovesi dei Doria e dei Malaspina, come hanno dimostrato ad esempio i recenti saggi praticati a Castelsardo (già Castel Genovese). Questi castelli sorsero come capisaldi
strategici a controllo di porti o di fiumi e delle connesse direttrici viarie, come hanno chiarito le
indagini di Marco Milanese.
7. LE MURATURE
Nell’ultimo decennio è balzata in primo piano l’importanza dello studio degli apparecchi murari,
che possono costituire un elemento di orientamento cronologico e storico, risultando legati o a contesti sociali e funzionali specifici o a circoscrizioni territoriali. In altri termini, si va avviando faticosamente quell’atlante delle murature medievali, che sarà uno strumento prezioso per le future ricerche e che evidentemente non potrà essere redatto che su basi comprensoriali, ossia omogenee sul piano geografico e storico. Questo congresso ne ha messo in evidenza alcuni aspetti.
Per l’età bizantina le ricerche nella Sardegna nord-orientale consentono di distinguere almeno tre tipologie fondamentali di murature. Il muro a telaio di origine africana, riscontrato raramente in Sicilia (Castronovo) e sulla penisola (Roselle), appare diffuso in età vandalica e giustinianea. Più comune risulta dal VI secolo l’opus incertum qualitativamente povero, costituito da
blocchi eterogenei di riuso o raccogliticci, legati con abbondante malta. Infine sempre più frequente diventa nei secoli successivi la muratura a secco, che presenta talora una tecnica megalitica, che richiama quella nota nella Sicilia sud-orientale e nel Salento.
Per il tardo medioevo alcune tecniche costruttive omogenee sono state enucleate talora all'interno di singoli potentati o signorie, che intraprendono una politica costruttiva ricorrendo a maestranze specializzate, che adoperano tecniche murarie peculiari, come è stato dimostrato
nell’ambito dei possessi dei Conti Guidi in Toscana e dei Conti d'Aquino nel Lazio Meridionale.
Una particolare povertà delle tecniche costruttive murarie è stata notata durante il periodo
normanno, che vede l'uso di pietrame locale, utilizzato contestualmente per produrre la calce,
come il calcare del Molise e quello magnesiaco della Campania. In alcuni casi - come ad esempio a Magliano nel Basso Molise - sono state notate in prossimità dell’insediamento fortificato
le tracce delle cave di estrazione del materiale lapideo, mentre una cavità circolare poteva essere
adibita alla produzione della calce.
In età federiciana la tecnica muraria è di solito molto accurata e presenta soluzioni raffinate
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come l’uso di conci a bugnato e alcune peculiarità architettoniche, utilizzate soprattutto dalle
maestranze pugliesi, che sembrano perdurare nella loro attività anche nella prima età angioina,
quando si spingono ad operare fino in Abruzzo (F. Redi).
Recentemente l'applicazione della lettura stratigrafica degli alzati è diventata molto raffinata
ed ha portato - per esempio in Toscana - alla individuazione di particolari realtà edilizie, offrendo la possibilità di correlare fonti scritte e iscrizioni con gli apparati murari, che possono quindi
essere estrapolati come guida alla datazione di soluzioni analoghe entro specifici ambiti territoriali, feudali o comunali (G. Vannini). Così ad esempio nel caso di Arcidosso (Monte Amiata) il
palazzo degli Aldobrandeschi, risalente al X secolo, è stato individuato proprio grazie ad un'accurata analisi delle murature. Questi studi minuziosi degli alzati porteranno certo alla realizzazione di utili atlanti dei paramenti murari per aree omogenee, come si intravede già per
L’Aquila3 e per la Toscana.
Soluzioni architettoniche particolari sono state riscontrate infine nei castelli del Molise, come le tipiche torri a cavaliere di Roccamandolfi, Termoli e Tufara4, che richiamano analoghe
soluzioni dei castelli crociati del Regno di Gerusalemme (Krak dei Cavalieri).
8. IL RAPPORTO CON IL TERRITORIO
Il castello non va visto estrapolato dal contesto territoriale, entro il quale solamente acquista
un significato pregnante, come si vede dalle ricerche condotte in Abruzzo, Campania ed Irpinia,
dove lo studio dei castelli è stato integrato nella ricerca sul territorio ed ha portato all'impianto
di analitiche carte archeologiche medievali. La ricognizione di superficie e l’analisi delle murature, due procedimenti non invasivi e poco costosi, permettono di organizzare una raccolta di
dati di partenza anche per aree molto vaste. A seconda che si vogliano raccogliere tutte le presenze documentate in un territorio o che si preferisca rivolgere l'attenzione ad un solo aspetto,
costruendo pertanto una carta tematica, i risultati sono sempre utili e permettono un'interpretazione ambientale e storica del fenomeno indagato.
Anche in assenza di scavi la ricerca archivistica e storiografica unita all'esplorazione del territorio possono portare a brillanti risultati. Si tratta di ricerche condotte con la metodologia propria della topografia storica, applicata abitualmente per l'antichità e che può anche ricorrere alla
fonte archeologica, ove possibile, ma per la quale la fonte archeologica non è essenziale. Questo
vale ancor più per l'età medievale, poiché mentre in epoca classica le fonti scritte sono quantitativamente ridotte o assenti, per l'età medievale a partire dall'ottavo secolo, con incremento esponenziale nei secoli seguenti, le fonti scritte offrono una documentazione imponente, che - letta
con metodo topografico ed applicata al terreno tramite autopsia - permette di conseguire risultati
notevoli. Così ad esempio per la fase bizantina in Sardegna o per il Molise normanno o per il
fenomeno dell'incastellamento nel Lazio meridionale.
A seconda della diversa situazione geomorfologica e pedologica, sono state evidenziate forme insediative differenti, dal villaggio al castello, e tempi diversi di durata e di abbandono; particolare è il caso della ricca piana della Campania, che mostra un’eccezionale continuità dello
sfruttamento agricolo e dell’insediamento sparso, anche senza voler estremizzare questa constatazione secondo un determinismo geografico.
Per quanto attiene all’importante problema del decastellamento del territorio, gli studi sono
ancora all'inizio sia per l’aspetto cronologico che per quello più propriamente storico. In più occasioni è stata constatata la crisi territoriale del sistema feudale nel tardo medievo, ad esempio
nel caso macroscopico del sinecismo dell'Aquila sancito dal papa sin dal 1229, ma realizzato
3
F. REDI, L’archeologia del costruito, in Archeologia del paesaggio medievale (QAM IX), Borgo San Lorenzo
2007, pp. 9-48.
4
Cfr. anche Calitri (Avellino) e Bovino (Foggia): E. LO RUSSO, La torre a cavaliere di Bovino, Foggia, Granzi,
1999.
IL CASTELLO NELL’ITALIA MERIDIONALE
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pienamente, o quasi, all'inizio del periodo angioino. In Toscana assistiamo sia all’abbandono di
molti castelli del Contado a favore di Firenze che al subentrare del fenomeno della fondazione
di varie Terrenuove.
9. IL RAPPORTO CON LA VIABILITÀ
Lo stretto rapporto tra la dislocazione delle fortificazioni e la viabilità, in modo da permettere un veloce ed efficace controllo del territorio, è stato dimostrato per tutte le epoche, come si
constata a partire dall’età bizantina in Sardegna, dove abbiamo conferma di quanto ci era noto
per la Tuscia bizantina e per il Limitone di Terra d'Otranto. La stessa cosa ho dimostrato del resto per le vie d'acqua del delta padano, attraverso la dislocazione dei kastra in età bizantina, la
fondazione di Castel Tedaldo a Ferrara a cavallo della navigazione padana nel X secolo e di
numerosi castelli e torri in età tardo medievale.
Nel Molise normanno risulta significativo l’insistere dei castelli sulle alture che dominano i
tratturi pastorali e la viabilità tradizionale (G. Di Rocco; C. Ebanista per la valle del Fortore).
Non molto diverso è il ruolo dei Castelli degli Aldobrandeschi e di Arcidosso sull'Amiata tra la
via Francigena e la Maremma e dei castelli eretti dai conti Guidi a controllo dei valichi appenninici tra Toscana e Romagna, dove i loro possedimenti hanno una funzione di cerniera.
Alcuni castelli sono immediatamente connessi con tratti della viabilità risalente ad età romana,
in questi casi evidentemente ancora utilizzati. Ricordiamo ad esempio che in Abruzzo il castello di
Rovere sorse su un sito romano, situato a controllo del valico sulla direttrice di lunga durata tra la
conca aquilana e quella del Fucino. Così in Irpinia il castello di Buonalbergo viene posto a controllo della direttrice della via Traiana (N. Busino). Il castello di Nocera Inferiore domina la via
Popilia e del resto a Nuceria Alfaterna una antica statio itineraria è ricordata dagli Itinerari romani.
Più a sud sulla stessa strada insiste anche il castello di Cava dei Tirreni. Il castello di Mercato San
Severino risulta posto a guardia dell’importante trivio della via proveniente da Benevento e Atripalda (Abellinum), che qui dirama a ovest per Nocera e a sud per Salerno; allude alla strada
l’antica denominazione Rota (ad Rotas), odonimo persistito nella titolatura della chiesetta di Santa
Maria a Rota, esistente dal VI secolo all’altezza di Mercato San Severino.
10. I MATERIALI
Alcune relazioni si soffermano anche sulla ceramica rinvenuta nel corso delle ricerche. Di
particolare interesse è la fornace per la produzione di ceramica grezza altomedievale segnalata a
Castel Manfrino nel Teramano. Assai più frequente è risultata la produzione sul posto dei laterizi, in particolare dei mattoni e dei coppi necessari per le coperture.
In Toscana gli scavi sul Monte Amiata hanno evidenziato la presenza di ceramica decorata a
colature rosse, riferita ai secoli X-XIII5, e di olle e anforacei anche con fondo a profilo convesso.
Gli scavi nei castelli dal Molise alla Calabria – come ad esempio a Gerione, Ariano Irpino e
Amendolea - hanno confermato l’importanza che tra la suppellettile di uso comune riveste nel
tardo medioevo la ceramica dipinta a bande, che già trent’anni fa individuavo come tipica
dell’Italia centro-meridionale6, ma che manca ancora di uno studio specifico complessivo.
Risulta confermato anche il quadro che avevo tracciato venti anni fa per le ceramiche da tavola decorate in uso nell’Italia Meridionale in età tardo-medievale, e cioè che vi prevale nettamente la ceramica ingubbiata a decorazione dipinta policroma sotto vetrina piombifera, che appare un surrogato della più prestigiosa protomaiolica. Nei secoli XIII-XIV la prima è un prodotto di uso comune, perché poco costosa; la seconda si trova di norma in residenze signorili e in
5
6
Vd. Fr. GRASSI, Ceramica dipinta a bande in rosso, in G. BIANCHI, Campiglia, Firenze 2003, II, pp. 301-03.
S. PATITUCCI, La ceramica medievale pugliese alla luce degli scavi di Mesagne, Mesagne 1977, pp. 52-96.
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ricchi contesti come le grandi città portuali7.
Va notata la presenza di ceramica ingubbiata e graffita, a ritocchi policromi (giallo, bruno,
verde), segnalata in più siti, come i castelli di Montella, Torella e Magliano presso Santa Croce
di Magliano. Lo studio di questa classe ceramica, per l'Italia meridionale, è appena agli inizi.
Possiamo ricordare per la Campania i materiali da Salerno, noti da tempo, e i ben più numerosi
reperti dagli scavi nei castelli dell’Irpinia, che forniranno certo dati nuovi. Nel Molise è stata
riconosciuta ad Isernia una produzione che inizia nell’ultimo quarto del XV secolo e si diffonde
verso la metà del secolo successivo con una fase più evoluta che introduce l’uso del blu accanto
al verde e al giallo. Più consistenti sono le nostre conoscenze per la Puglia, dove sono state isolate alcune produzioni, sia nel Tavoliere - come il tipo Torre Alemanna a decorazione tricroma
databile alla fine del XV e nel XVI secolo -, sia nel Salento. Qui possiamo isolare il tipo Lecce
o ‘protograffita’ a decorazione bicroma (rosso e verde), presente già nel terzo quarto del XV secolo, il più tardo tipo Castrignano, come l’avevo definito trent’anni orsono, ora meglio definito
tipo Cutrofiano dal luogo di produzione, databile alla fine del XV e nel XVI secolo; infine il
tipo Manduria, che sembrerebbe scendere al XVI-XVII secolo8.
Una ricerca a parte meriterebbero i ‘cantarelli’, ossia i vasi per la produzione dello zucchero,
che fuori della penisola trovano stringenti confronti nelle grandi isole mediterranee, a Cipro e in
Sicilia a Palermo.
Alcune ceramiche rinvenute nei castelli nel corso dei recenti scavi rivelano una circolazione
nell’ambito dell’Italia meridionale, forse effettuata in gran parte lungo le grandi arterie tratturali.
Analogamente le macine per la molitura del grano in ambito domestico, segnalate in Molise,
Campania, Puglia e Basilicata, sono risultate di pietre vulcaniche cavate dal massiccio del Vulture o dai monti della Campania e alludono pertanto ad un commercio interregionale di materiali pesanti affidato alle vie d’acqua e di terra.
Si è prestata attenzione anche ai manufatti metallici, soprattutto armi, punte di frecce e di
balestre, parti di corazze (come a Tornimparte), spesso prodotti sul posto, come dimostra il fatto
che molti castelli hanno rivelato la presenza di forge di fabbri, come nella fase tarda del donjon
di Rocca San Felice con bancone di forgiatura e vasca di raffreddamento ricavata nella precedente cisterna. Notevole la produzione metallurgica tra XIII e XV secolo nel castello di Mercato
San Severino, dove nella cosiddetta Piazza d'Armi un’officina di fabbro era affiancata anche qui
dall'indispensabile cisterna. Anche il vetro in alcuni casi dovette essere prodotto in loco, come
sappiamo espressamente dai documenti di età angioina per il castello di Lucera.
Importante infine lo studio della fauna, sia quella di allevamento (suini, ovini, caprini, bovini) che quella derivante dalla caccia (come i cervi) e dalla pesca (come le anguille di Lagopesole), utile ai fini della ricostruzione dell'alimentazione, che riflette anche le differenze tra i vari
ceti sociali. Così ad esempio ad Ocre, nella residenza signorile arrivavano parti nobili di animali
già macellati, che erano giovani e offrivano perciò carni morbide e una dieta variata; mentre
nelle abitazioni del baglio venivano macellati sul posto animali vecchi e venivano utilizzate anche testa e zampe. Infine un ricco consumo di carni di ovicaprini è stato riscontrato a Magliano
nel Basso Molise.
7
Per la discussione e un aggiornamento sulla ceramica invetriata e dipinta v. ora S. PATITUCCI, La ceramica tardomedievale pugliese, in Dall’habitat rupestre all’organizzazione insediativi del territorio pugliese, Spoleto 2009,
pp. 144-174.
8
Ibid., pp. 177-180.
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Patitucci - Archeologia Castellana