digital magazine | marzo 2014 | n. 113
Ritratto dell’artista
da adulto
sommario
tune in – p. 4
Bologna violenta
Marissa Nadler
Mogwai
Pussy Riot
Trentemøller
drop out – p. 22
Beck
recensioni – p. 36
rubriche – p. 104
#113
marzo
Direttore
Edoardo Bridda
Ufficio Stampa
Alberto Lepri
Coordinamento promo
Gaspare Caliri, Stefano Pifferi
Art director
Nicolas Campagnari
A questo numero di Sentireascoltare hanno contribuito:
Tommaso Iannini, Andrea Napoli, Stefano Pifferi, Marco Boscolo, Enrica Selvini, Stefano Solventi,
Sarah Venturini, Fabrizio Zampighi, Edoardo Bridda, Teresa Greco, Massimo Rancati,
Alessia Zinnari, Nino Ciglio, Giulia Antelli, Andrea Murgia, Stefano Gaz, Alessandro Liccardo,
Marco Braggion, Alessandro Pogliani, Giulia Cavaliere, Riccardo Zagaglia, Luca Falzetti,
Marco Masoli, Gaspare Caliri, Giulio Pasquali, Daniele Rigoli, Valentina Ziliani, Ilario Galati,
Andrea Forti, Matteo Trevisan
Copertina
Beck (foto Peter Hapak)
Guida spirituale
Adriano Trauber (1966-2004)
SentireAscoltare // online music magazine
Registrazione Trib.BO N° 7590 del 28/10/05
Editore: Edoardo Bridda
Copyright © 2014 Edoardo Bridda.
Tutti i diritti riservati. La riproduzione totale o parziale, in qualsiasi forma, su qualsiasi supporto e con qualsiasi mezzo,
è proibita senza autorizzazione scritta di SentireAscoltare.
Un concept album sulle vicende dei fratelli Savi e sulla famigerata banda della Uno Bianca, che
seminò morti e feriti in un centinaio di assalti criminosi tra la fine degli ‘80 e la metà dei ‘90.
Abbiamo scambiato due chiacchiere con Nicola Manzan per farci spiegare il senso dell’album
Testo di Stefano Pifferi
Bologna
Violenta
La storia più violenta
di Bologna: la Uno Bianca
Cerca sempre di scombussolare l’ascoltatore, Nicola Manzan a.k.a. Bologna Violenta, e ci riesce
ogni volta col suo “grindcore necrologico”, per
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dirla col titolo di un pezzo del nostro Barachetti
di qualche anno addietro. Ora l’impatto sonoro
devastante e disturbante del progetto è messo
a disposizione di un album a concetto – in full
streaming nella pagina dedicata – che ruota intorno ad una vera Bologna violenta, forse la più
violenta dai tempi degli “anni di piombo”: quella
della famigerata banda della Uno Bianca che seminò il terrore per un abbondante quinquennio
tra la città degli Asinelli e la costa romagnola,
in un misto di violenza da Arancia Meccanica
di provincia, spunti ideologici deviati, teorie da
superomismo ed efferata criminalità comune.
Un centinaio di feriti e almeno 24 morti lasciati sul percorso di sangue dai fratelli Savi, tra
depistaggi, falsi obbiettivi, errori giudiziari e
razzismo più o meno manifesto. Un percorso
che Bologna Violenta ripercorre in 27 momenti,
analizzando uno per uno tutti i casi di cronaca
nera con protagonista la Uno Bianca. Un lavoro
ostico ma necessario per ripensare alcuni tra i
momenti più bui della Prima Repubblica, che già
ha sollevato critiche e reazioni contrastanti tra
chi dileggia la “superficialità” con cui Manzan
avrebbe affrontato il tema e chi invece ne esalta
lo sguardo critico e lucido nel confrontarsi con
una storia che molti vorrebbero dimenticare in
fretta. Per approfondire l’argomento abbiamo
scambiato due chiacchiere con Manzan.
La nostra generazione l’ha vissuta in prima
persona ma magari per i più giovani la “Uno
Bianca” è qualcosa di poco noto. Vuoi dire
loro cosa è la Uno Bianca e cosa ha rappresentato per quegli “anni bui”?
A cavallo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta una banda di rapinatori
ha compiuto più di cento atti criminali in una
zona compresa tra la provincia di Bologna e le
Marche, prendendo di mira caselli autostradali, supermercati Coop, uffici postali e banche.
La banda si muoveva con automobili rubate, in
genere delle Fiat Uno bianche, le più diffuse ed
insospettabili dell’epoca. La banda era capeggiata dai fratelli Roberto e Fabio Savi, il primo del
quali era un agente in servizio della questura di
Bologna, a cui si erano uniti per lunghi o brevi
periodi altri quattro complici, anch’essi poliziotti in servizio. La “carriera” dei banditi, denominati La banda della Uno Bianca ha sconvolto per
la brutalità dei colpi, durante i quali chiunque
potesse compromettere il risultato dell’azione criminale veniva eliminato. La lunga scia di
sangue conta 24 morti e 102 feriti in sette anni.
In parole molto povere, in quegli anni la Uno
Bianca era diventata un simbolo di terrore.
Uno Bianca è un concept abbastanza forte e
che ha già attirato su di sé reazioni diverse.
Vuoi spiegarmi perché sei arrivato ad elaborarne uno su un tema così scottante eppure al
tempo stesso marginale o minore rispetto ai
tanti che questo paese non smette di produrre?
Ho pensato di raccontare in musica la storia
della banda appena mi sono trasferito a Bologna. Volevo in qualche modo omaggiare la città
in cui vivevo e avrei voluto farlo con un disco di
musica strumentale. Dopo alcuni anni è nato il
progetto Bologna Violenta con cui ho deciso di
descrivere la città da un punto di vista diverso
rispetto al solito; l’idea era quella di raccontare le sue storie più oscure attraverso una musica violenta. Dopo tre album mi sono deciso
ad affrontare questa storia perché mi sentivo
pronto sia emotivamente che tecnicamente per
affrontare un lavoro di questo tipo. Il tema di per
sé non dovrebbe essere così scottante, io semplicemente racconto una terribile storia che si è
sviluppata proprio a Bologna e provincia. Il mio
intento è di ricordare cos’è successo in quegli
anni perché penso che sia un esempio eclatante
di come non deve agire un essere umano, e forse
anche chi non ha l’età per ricordare può trarre
qualche insegnamento da quanto successo.
Una narrazione senza parole ma affidata alla
violenza sonora come corrispettivo delle
violenze del commando. Gli inserti di archi
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però sembrano quasi addolcire il peso di quel
ricordo. È una sensazione mia?
Gli archi a volte addolciscono, altre rendono il
tutto ancora più doloroso. E’ la prima volta che
decido di usare in maniera così massiccia gli archi, l’ho fatto perché lavorando sul piano armonico si riescono a creare atmosfere molto diverse
tra loro su una base ritmica che tendenzialmente
è molto fredda. I pezzi sono pensati per essere
colonne sonore dei crimini e sono strutturati
sulla base di quanto è successo durante quei
momenti di follia. Gli archi possono creare
suggestioni molto forti, guidando l’ascoltatore
attraverso i differenti stati d’animo che possono creare. Ho cercato di calcare spesso la mano
in fase compositiva proprio su questo aspetto,
anche perché non mi interessava usare gli archi
come un semplice tappeto sonoro.
Di solito si è portati ad “esaltare”, nel senso
di “dar risalto”, movimenti o momenti degli
anni di piombo. La banda della Uno Bianca
forse è sempre stata meno accattivante per la
mancanza di un retroterra politico-ideologico marcato, anche se sappiamo bene tutti che
quel background c’era eccome…
Questa storia è molto controversa perché racchiude in sè così tanti argomenti e sfaccettature che a distanza di vent’anni, a volte sembra
ancora di non venirne a capo. In questo caso ci
sono di mezzo le forze dell’ordine, che passano
da “chi ci dovrebbe difendere” a “chi ci uccide
per due spiccioli”; c’è una componente politica
molto forte, perché la città rossa per eccellenza (Bologna) per un periodo è stata vittima di
rapine sanguinarie alle Coop, dando così il via ad
una serie di indagini di stampo politico che hanno portato a poco o niente. Io penso che sia una
storia che ha sconvolto un po’ tutto il tessuto
socio-politico bolognese. Quando si è risolta con
l’arresto della banda, in molti hanno dovuto far i
conti con se stessi ed ammettere di aver sbagliato (parlo di poliziotti, magistrati e di chi stava
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indagando in generale), visto che molte persone
sono finite in carcere pur essendo innocenti. Insomma, vista la figuraccia generale, sembra che
non si abbia più voglia di parlarne.
Il disco non è ancora uscito ma hai già avuto,
come preventivabile tra l’altro, reazioni piuttosto forti tra chi accusa e chi esalta. Pensi
che ai primi non sia arrivato il messaggio di
Uno Bianca?
Io ho fatto un disco che è contro la banda della
Uno Bianca, non voglio dare alcuna immagine
positiva di quanto accaduto. Penso che basterebbe ascoltarlo per capire di cosa parlo. La gente
tende a trattare le cose con molta superficialità
e quindi a non approfondire mai. Io ho mandato
il disco ai giornalisti che hanno cercato di attaccarmi, ma vista la loro reazione (e i successivi
articoli al riguardo), ho proprio l’impressione
che nessuno si sia minimamente scomodato ad
ascoltare quanto ho fatto. Come diceva qualcuno, non c’è più sordo di chi non vuol sentire…
Intervista alla musicista del New England, che arriva al settimo disco in dieci anni di carriera.
Con un picco creativo che lascia il segno
Testo di Marco Boscolo
Marissa Nadler
“Non sono una signora del folk”
Il New England è una parte degli Stati Uniti
che rimanda ai tempi più antichi della giovane
nazione americana. C’è la Storia che si affaccia
in ogni dove, dall’isola di Nantucket dei balenieri
raccontati da Herman Melville ai boschi dove si
ritirò Henry David Thoreau. E’ anche una terra
di poeti, come Ralph Waldo Emerson e Thoreau
stesso, spesso ispirati dalla bellezza naturale che
circonda le piccole città – esclusa Boston – che
costellano questi sei stati del nord est. E qui è
nata e cresciuta Marissa Nadler, pittrice prima
che cantante e musicista, in un piccolo paese del
Massachusetts, dove l’impatto visivo e, soprattutto, evocativo del paesaggio deve aver originato i primi germi della sua estetica più matura.
Una sensibilità per ciò che la circonda che è venata di un certo aroma gotico fin dai suoi esordi.
Ma d’altra parte, nel New Hampshire Stephen
King (anche lui di questi luoghi) si immagina
Stovington, la cittadina dell’Overlook Hotel,
una delle capitali della geografia immaginaria
dei brividi. Brividi e inquietudini che da queste
parti si sono manifestati nella tragica parabola
umana di Sylvia Plath (altra penna della poesia)
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e nell’arte letteraria di un Edgar Allan Poe che,
anche se visse molto altrove, nacque comunque
a Boston.
Luogh i de ll’anima?
Il rapporto così stretto con i luoghi e con la biografia, ci conferma Marissa Nadler nella nostra
intervista, sono per lei elementi importanti nella
scrittura. E come ha dichiarato altre volte negli
scorsi anni, è più importante pensare in termini
di poesia, nel suo processo compositivo, che non
di tecnicismi. Una scrittura che parte prima dalla musica e dalla melodia, per poi essere vestita
delle parole e delle storie. La geografia su cui si
posa una biografia, vera o immaginaria che sia.
E comunque tutto parte da una evocazione e da
un flusso di coscienza che progressivamente si
agglutina attorno alle canzoni. July è la punta
più alta raggiunta finora dalla Nadler, un disco
che, come mai prima d’ora, ha saputo coniugare
la forma con la sostanza: una scrittura matura
sostenuta da una band che l’ha saputa assecondare e seguire. Su tutti, l’apporto determinante
di Steven Moore degli Earth alle tastiere e ai
synth, elementi questi ultimi che “sono davvero
capaci di veicolare l’atmosfera del disco”, come
sottolinea Marissa stessa.
“C hita rra acustic a non
sig nifica per for z a folk ”
Un ruolo fondamentale lo deve aver avuto
anche la produzione di Randall Dunn. Se è
vero che conosciamo Dunn per aver lavorato su
quel metallo trasfigurato che va sotto il nome
di Sunn O))), sappiamo anche che è lui quello
che ha prodotto gli Akron/Family, band che
nella radice freak-folk ha più da spartire con la
Nadler di quanto potrebbe sembrare in superficie. “Quando sono andata a Seattle a registrare”,
è la cronaca e lo statement di Marissa, “le canzoni erano già tutte finite”. Come a dire, grazie
per un contributo alla produzione “che riesce
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a trovare i suoni giusti e aiuta a portarli in vita
in una tavolozza multicolore”, ma tutte le note
sono mie, dalla prima all’ultima. Dove finiscano i meriti della musicista e dove comincino
quelli del produttore è materia da filologi della
musica. Quello che noi possiamo apprezzare è
il sapiente equilibrio che è uscito dalla porta di
quello studio di Seattle sotto forma di album.
Tutto è contemporaneamente figlio del calore
del folk chitarristico (“ma solo perché suono la
chitarra acustica non significa che sia un’artista
folk”) e il gelo delle sovraincisioni, degli eco e
dei riverberi. Canzoni anche apparentemente
semplici come Dead City Emily, in realtà, sono
costruite su ceselli che per certi versi potremmo
definire geografici: provate a fare attenzione
alla “distanza” da cui sembrano arrivare i tappeti di synth a metà canzone, o alla voce della
Nadler che a volte sembra salire dal basso, con
la chitarra che va e viene.
U na vo c e p e r m ill e c a nz o n i
Una nota, ancora di merito, va spesa per i dei
cori. Non fatevi ingannare da una risposta come
“non c’è niente di più che un po’ di riverbero
e un sacco di strati della mia voce” uno sopra
l’altro. Perché, se tecnicamente non c’è molto
di più, di sicuro c’è una maestria nell’uso della
voce (e della sua registrazione) che Marissa
Nadler non aveva dieci o anche solo tre anni fa.
Come ha raccontato promuovendo July, ci sono
canzoni della sua carriera che non riesce nemmeno a riascoltare su disco, perché oggi non
canta più in quel modo. Perché oggi la sua voce
di soprano cristallino può farsi flebile come un
rivolo d’acqua in una echo chamber (Anyone
Else), in un brano che deve tanto a Julianna
Barwick quanto a un certo uso delle sovraincisioni vocali in stile Julia Holter. Il fingerpicking, sarà anche selftaught, ma è duttile e
prezioso (Holiday In). E oltre che alla sei corde,
la dimensione poetica tipicamente folk della sua
vena creativa si concretizza in road songs come
Drive (il brano più Sixties del disco) e I’ve Got
Your Name, dove anche un pianoforte diviene
protagonista.
Marissa Nadler arriva al settimo disco felice
di riaccasarsi sotto le ali sicure di una doppia
etichetta (Sacred Bones e Bella Union) che le
garantiranno di non dover più passare troppe ore davanti al computer per monitorare le
donazioni su Kickstarter. Era il 2011, i tempi del
disco omonimo (dal mood creativo uscirà anche
l’EP Sister), dopo una stagione non particolarmente felice con l’etichetta precedente. Meglio
fare tutto da soli, allora, comprese le spedizioni
dall’ufficio di posta del quartiere. Ci sono ancora tutte le radici dream folk che rimandano
ai Mazzy Star (evocati da sempre come pietra
di paragone lungo tutta la sua parabola artistica, fin qui), ma anche e soprattutto le american
roots di un bar di provincia, che sembrano in
nuce contenere le visioni di July. Volgendo lo
sguardo ancora più indietro, per esempio a quel
Little Hells apprezzato anche da SENTIREASCOLTARE, ritroviamo ancora altri elementi di
questa estetica odierna: gli Appalacchi della tradizione, ma anche un fare l’occhiolino al sound
4AD. E potremmo dire lo stesso anche di The
Saga Of Mayflower May e di Song III: Bird
On The Water: a guardarli dall’alto del 2014
sembrano tutti presagire, indicare, il sound e la
maturità di July. Ma si sa che del senno del poi
son piene le fosse e la realtà è sempre diversa da
come ce la raccontiamo. Rimane una certezza in
questo percorso di maturazione crescente: non
ci sono stati scossoni, svolte, voltar di pagina.
Si è trattato piuttosto di un ascoltare il proprio
flusso di coscienza e, lentamente, aggiungere strato a strato a un piccolo monumento del
cantautorato anni ‘10 del XXI secolo. Ma tutto è
partito da quel New England che le scorre nelle
vene e che Marissa Nadler non ha mai abbandonato.
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Abbiamo incontrato Stuart Braithwaite (chitarrista dei Mogwai) alle undici del mattino, in
Santeria, a Milano, e ci siamo fatti raccontare l’ultimo disco della band, Rave Tapes.
Testo di Enrica Selvini
Mogwai ancora uno “Young Team”
Un disco come Rave Tapes, uscito lo scorso
gennaio e generalmente ben accolto, e un tour
che li porterà in Italia a marzo 2014: i Mogwai
sono tornati più in forma che mai, decisi a rinsaldare quel legame strettissimo che li unisce,
da sempre, ai fan. Abbiamo incontrato Stuart
Braithwaite (chitarrista della band) alle undici
del mattino, in Santeria, a Milano. Sul tavolo,
quel che resta della sua colazione, brandelli di
brioche, un cappuccino, succo d’arancia, mezza
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fetta di torta con impronta dentale. Stuart è una
persona piacevole, gioviale, per quanto sia chiaro da subito che non ama particolarmente parlare della sua musica. Quella si limita a suonarla.
Preferisce parlare di sport e non ci è difficile
immaginare la band scozzese seduta al tavolo
di un pub mentre si lancia in accese discussioni
a sfondo calcistico. Quelli del bar portano un
cappuccino anche a noi. Lui ci chiede perché qui
facciano il cuore sul cappuccino. Gli rispondia-
mo che non lo sappiamo e cominciamo a parlare.
Fabrice Gobert è rimasto colpito dalla colonna sonora che avete composto per il film su
Zidane (Zidane: A 21st Century Portrait) e
vi ha proposto di lavorare insieme sulla sua
serie Les Revenants. C’è una gran differenza
tra lo scrivere per la televisione e il cinema e
il lavoro svolto in studio con i Mogwai?
C’è un’enorme differenza. Quando fai musica
per la televisione e il cinema, la musica non è la
parte fondamentale dell’esperienza: è un sottofondo sonoro che deve solo accompagnare le
immagini e le storie. Abbiamo dovuto comporre
canzoni ad hoc seguendo un’immagine, brani
che duravano anche molti muniti, ridotti poi a
una manciata di secondi, com’è giusto che sia.
Nei nostri dischi, invece, la musica deve camminare da sola, sulle sue gambe, creando immagini dal nulla. Lasciandole al nulla. Deve essere
esaustiva diciamo.
C’è un regista con cui vi piacerebbe lavorare
e con cui pensate che la vostra musica si sposi
particolarmente?
Moltissimi. Sicuramente qualsiasi pellicola di
David Lynch o di David Fincher, quello di Zodiac e Seven, grande regista. Anche Lars Von
Trier credo.
Rave Tapes è uscito lo scorso gennaio. Quanto ci è voluto per portarlo a termine?
Abbiamo iniziato a scrivere le canzoni all’inizio
dello scorso anno, ma siamo entrati in studio
solo ad agosto 2013. Abbiamo dovuto finire il
tutto all’inizio di ottobre, in circa due mesi. Non
molto tempo, dunque, ma credo che sia bastato.
A un primo ascolto, nel vostro nuovo disco
si coglie un uso maggiore dei synth, oltre a
un’apertura diversa verso un certo tipo di
elettronica. Sei d’accordo?
Io suono la chitarra, è una domanda troppo tecnica per me (ride, ndSA). Però sì, stiamo cominciando a provare suoni diversi, è divertente.
Pensate che il “post-rock” sia ancora vivo?
O meglio, esiste davvero il “post-rock”o,
come dice Iggy Pop riferendosi al punk rock
nell’intervista da voi ripresa in Come on Die
Young, è solo una parola usata da “dilettanti
e manipolatori senza cuore” che si basa “sulla moda e sullo stile”?
Non lo so davvero. Quando abbiamo cominciato non avevo mai sentito parlare di post-rock.
Era solo un termine usato per accomunare
band come Godspeed You! Black Emperor e
Tortoise, che facevano cose poco classificabili.
Probabilmente a un certo punto qualcuno ha
iniziato a pensare che fosse un termine così cool
e affascinante che tanto valeva farne un vero e
proprio genere musicale. Anche i Sigur Rós - li
conosciamo e in un certo senso siamo anche
cresciuti insieme – c’è chi li definisce post-rock.
Poi, c’è chi definisce noi post-rock (ride, ndSA).
A proposito, come mai avete usato quell’intervista a Iggy Pop, in Punk Rock?
Era molto appassionante, ancora attuale nonostante fosse del ‘77. Abbiamo pensato che la gente potesse trovarla interessante. A essere onesto,
non credo che saremmo potuti esistere senza gli
Stooges, Iggy, ma anche Bowie. Sono eroi della
musica, sono punti di rottura.
Qualcosa riguardo al vostro pubblico. Chi vi
ascoltava negli anni ‘90 ed è cresciuto con
voi, è ancora li, o c’è stato un cambio generazionale?
Credo che siano successe entrambe le cose. Abbiamo suonato al festival All Tomorrow’s Parties
e c’era gente venuta per i nuovi talenti ma anche
ragazzi venuti per noi, molto giovani. Siamo
fortunati credo.
A Glasgow che genere va per la maggiore?
Va ancora un sacco la baggy music, dagli Stone
Roses agli Happy Mondays. Questa è probabilmente la musica più popolare da noi. Ascoltano
anche elettronica, ma la gente normale ascolta la
baggy.
Trovo che abbiate fatto un lavoro molto
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minuzioso sui suoni del nuovo disco, me lo
confermi?
Sì, e credo che il suono sia leggermente cambiato rispetto agli ultimi lavori. Però, per essere
onesto, credo che il “sound” sia del tutto secondario rispetto alla musica. Sicuramente la
questione del suono è interessante: va ricercata
una strada personale, ma puoi avere il suono più
eccezionale del mondo e la tua musica e le tue
canzoni resteranno comunque robaccia, anche
se “suonano” benissimo (ride, ndSA).
Vi sentite ancora un “Young Team”?
Sì, forse più una gang che un team. Ci sentiamo
ancora giovani, molto.
Qual è il miglior album dei Mogwai?
Credo che sia Come on Die Young
Sarete in tour in Italia a marzo. Porterete sul
palco qualcosa di nuovo?
Sì, le nuove canzoni (ride, ndSA). A parte gli
scherzi, ogni tour ha la sua identità, che generalmente riflette il disco e le canzoni nuove.
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Sicuramente sarà diverso, ma forse solo per noi
che suoniamo.
Vi ho visti la prima volta al Binario Zero,
Milano, nel ‘98. Mi ha molto colpito l’impatto, i volumi (all’epoca si poteva esagerare), a
tratti sembrava di stare su una pista di atterraggio. Mi ricordo che mi ero chiesta: ma
come fanno a sentirsi sul palco?
Non ci sentiamo mai. O meglio, qualche volta sì,
ci sentiamo (ride, ndSA). Il punto è che se non
fossimo così rumorosi, quello che facciamo perderebbe di senso, ci vuole molto mestiere. Se ti
riferisci agli ear monitors no, non li usiamo. Le
limitazioni di suono poi di sicuro tolgono forza
al live.
Avete fondato una vostra etichetta, come
mai questa decisione?
E’ successo qualche anno fa, credo che abbia più
senso autogestirsi. Abbiamo prodotto noi stessi
ma anche altre band, per esempio i giapponesi
Envy, o una band scozzese, i Remember Re-
member, e tanti altri. È un’attività che ci tiene
piuttosto occupati.
C’è qualcosa che cambieresti della tua carriera e delle tue scelte, guardandoti indietro?
Penso che sia meglio guardare avanti, piuttosto
che interrogarsi su quello che di diverso avresti
potuto fare. Poi non è che puoi cambiare il passato, ma se gli dai troppo peso lui può cambiare
te (ride, ndSA).
Avete mai desiderato inserire una voce stabile nel progetto?
Potrebbe essere interessante per noi, ma non
come Mogwai, è troppo tardi. Ci siamo troppo
“specializzati”. Ma credo che se un buon cantante mi si presentasse, ci penserei, magari con
un altro progetto. Farlo con i Mogwai sarebbe
fuorviante. Sono sicuro che ci sono un sacco di
ottimi cantanti, ma purtroppo la maggior parte
di loro ha già una band (ride, ndSA).
Lavorate molto, e bene, sulle atmosfere. Avete un metodo in questo?
Credo sia naturale, ti capita. Certe atmosfere
improvvisamente arrivano e basta. È difficile
descriverle, puoi solo suonarle credo. Io poi non
sono bravo a descriverle. Ti capitano senza pensarci su troppo.
C’è un concept, un’idea di fondo dietro Rave
Tapes?
No, ci sono canzoni nuove… voglio dire, abbiamo
scritto canzoni nuove, tutto qui. È una risposta
terribile lo so. Il punto era essere solo noi e le
nostre canzoni, semplicemente questo.
Sei mai riuscito a visitare Milano, tra un’intervista e un live?
Si, ho visto una partita di calcio, del Celtic. Bello
il vostro stadio. Siamo stati noi a proporci per
lavorare al film su Zidane, gran calciatore.
Un fantasma si aggira nel mondo dello shobiz: quel fantasma è il rock. La vicenda Pussy Riot ci
offre qualche spunto di riflessione.
Testo di Stefano Solventi
Pussy Riot Non chiamatele punk
Improvvisamente a febbraio un sussulto ha scosso il flusso di notizie dallo scintillante mondo
dello shobiz: Roger Waters che si indigna, si
inalbera, sale sul pulpito della militanza condannando la decisione di Neil Young di tenere un
concerto a Tel Aviv. Nella stessa lettera aperta,
spedita ai media ad inizio febbraio, si rivolge alla
ben più cool Scarlett Johansson dedicandole
a dire il vero molte più righe e relativo biasimo,
criticando il di lei ruolo di testimonial per Soda-
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stream, ditta israeliana che sfrutterebbe i lavoratori palestinesi prevaricandone i diritti (garantiti
invece ai dipendenti israeliani).
A sapere il vecchio Roger ancora tanto combattivo c’è di che ringalluzzirsi, soprattuto se si ha la
fortuna di essere fan dei Pink Floyd. Anche perché pochi giorni dopo l’autore di Careful Whit
That Axe, Eugene, Another Brick In The Wall e
tante altre apocalittiche meraviglie si è recato ad
Aprilia in pellegrinaggio sulla tomba del padre,
la cui morte in combattimento durante il secondo conflitto mondiale è come ben sapete all’origine di tanta poetica watersiana (e di The Wall
in particolare). Ma prima di considerare questo
episodio un’alzata di scudi dell’impegno rock
dopo anni di sostanziale basso profilo, occorre
notare che il grande assente in questa faccenda è proprio il rock. Sono le star semmai che
mettono in gioco il proprio appeal (più o meno
residuo) e nei casi più autorevoli il proprio mito.
Il rock in questi casi è un prefisso ahinoi accessorio.
Non certo a caso la suddetta lettera aperta ha
finito per diventare più che altro un caso Waters
vs. Johansson. Ebbene sì, quello di Neil Young
è un nome piuttosto marginale da puntare sulla
roulette/centrifuga dei media: in fondo è solo
uno dei più grandi autori della storia del rock
(senza tutta la mitologia cinematografica e teatrale dell’ex leader dei Floyd), e il rock – come
certo saprete – ha da tempo perduto la presa
sulle sorti del presente. Al più può proporsi
come coscienza critica, un borbottìo cupo che si
rivolge ed esaurisce alla cerchia tutto sommato
ristretta degli appassionati. O pensate davvero
che qualcuno dell’establishment si sia sentito
mancare quando lo stesso Young ha pubblicato
il suo combattivo Living With War?
Forse una delle ultime volte che il rock si è organizzato in una sorta di “scena” per riflettere sullo stato delle cose è stato più o meno a cavallo
del nuovo millennio col post-rock, che almeno
nelle sue incarnazioni più eclatanti e impetuose
era un palese un grido d’allarme ed una disamina cupa (basti considerare la discografia dei
GY!BE). Ma qual è stato l’impatto del post-rock
sull’immaginario collettivo? Possiamo tristemente affermare che un effimero protagonista
di un talent show a caso ha ottenuto impatto e
riscontro maggiori, sia in termini di diffusione
che di “rumore” mediatico. In attesa di smentite, proseguiamo.
Gli ultimi sviluppi fanno addirittura pensare ad
uno step ulteriore: il rock che sopravvive come
modalità critica ma solo nelle sue forme esteriori, superficiali. Come un intercalare svuotato
di forma e sostanza, un guscio indossabile ed
asportabile al bisogno. Prendete le Pussy Riot.
Qual’è il valore dell’ingrediente rock – nella
fattispecie punk – all’interno del loro potenziale contundente? Va detto innanzitutto che
questa “band”, fondata nel 2011, è una filiazione
del collettivo artistico Voina, famoso per le sue
performance shockanti finalizzate a mettere
in discussione la legittimità del sistema politico, amministrativo ed economico della Russia
putiniana, a partire dalle fondamenta morali su
cui poggia. Famosissima è l’orgia inscenata nel
Museo Statale di Biologia Timiryazev a Mosca
alla vigilia dell’elezione del presidente-staffetta
Dmitry Medvedev, orgia cui parteciparono
anche Pyotr Verzilov e sua moglie Nadezhda
Tolokonnikova, futura Pussy Riot.
Pochi mesi dopo, nel 2009, accadde quello che
potrebbe essere considerato a tutti gli effetti
il prodromo del progetto Pussy Riot: il cosiddetto Dick In The Ass – Punk Concert in the
Courtroom, una scorribanda in un’aula di tribunale dove una una vera e propria punk band (i
Dick In the Ass, appunto) mascherata ed armata
di amplificatori e strumenti di fortuna (fatti entrare di straforo), interruppe l’udienza in corso
per interpretare un pezzo intitolato All Cops are
B@stards, Remember This. Durò due minuti, il
tempo di venire neutralizzati dal servizio d’ordine. Ma i semi della “rivolta delle fighe” erano
piantati. Due anni dopo nasce ufficialmente la
band, nel nome del punk e di propaggini diversamente combattive come Oi! e Riot grrrl.
Attenzione però: più che le forme sonore e lo
spirito, del punk le Pussy Riot prendono soprattutto la prassi situazionista, la performance
come shock organizzato, un benedetto scapaccione per scuotere la strategia della quiete che
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sta alla base di ogni sistema sociale organizzato
(e particolarmente in quelli cripto-dittatoriali).
La celebre incursione nella cattedrale di Cristo
Salvatore a Mosca di due anni fa – era il febbraio
del 2012 – che ha reso famose le Pussy Riot in
tutto il mondo, va vista quindi come l’approdo
di un percorso ormai quasi decennale, nel quale
la musica gioca un ruolo marginale, di puro pretesto (anche se necessario come soundtrack del
video poi diffuso sulle piattaforme web) prima
che veicolo di un qualsivoglia messaggio. In
effetti il vero contenitore della blasfemia virale,
quella che ha scavato un solco nelle sensibilità
russe, europee e mondiali, è la performance
stessa in quel particolare contesto. Provate ad
immaginare la canzone – strofe con lo spinterogeno a palla e ritornello basato su una citazione
dei Vespri di Sergej Rachmaninov – senza la
performance e, al netto di una certa arguzia pro-
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duttiva, sarebbe un sassolino in un lago.
Non stiamo qui a giudicare il gesto né la successiva condanna (due anni). Ma oggi che per
apparecchiare il banchetto candido delle olimpiadi invernali sono piovute amnistie, con due
ragazze (Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova) fresche di scarcerazione spedite in un vero e
proprio tour occidentale di conferenze stampa e
raccolta premi, lasciandosi così fagocitare nella
dialettica standard della comunicazione politica
(e quindi normalizzandosi rispetto al codice di
Voina), non stupisce che al contempo a celebrare l’apertura di Sochi 2014 siano state ingaggiate
le pseudo-scandalose t.A.T.u., duo pop rock
concepito in provetta ad inizio millennio, divenuto celebre per le tematiche saffiche di cui
infarcivano canzoni e biografia.
Così come non stupisce la puntualità della
scorribanda targata Pussy Riot sulle olimpiadi,
prevedibilmente confezionata a suon di frustate
dei cosacchi (i cosacchi!) e un clip con l’accompagnamento di un pezzo punk travolgente e
becero (Putin Will Teach You How To Love).
Aggiungete poi il soccorso morale dello star
system musicale, Madonna e Red Hot Chili
Peppers tra gli altri. Insomma, ogni ingrediente al suo posto, una sorta di folklore ai tempi
del web, ormai più trasgressivo che eversivo.
Soprattutto, è la dimostrazione definitiva che
il punk rock per le Pussy Riot vale come un tag
per posizionarsi in una precisa porzione di immaginario politico/esistenziale, nella fattispecie
un modo spiccio per collocarsi agli antipodi del
perbenismo autoritario putiniano. Un po’ come
i balaclava con cui si coprono il volto, che se da
un lato garantiscono loro l’anonimato (più per
impedire una personificazione della protesta –
alla maniera di Guy Fawkes – che per non essere
identificate), dall’altro rappresentano l’espediente più immediato per posizionarle oltre
la linea di confine della socialità, in un limbo
ideologico misterioso, non codificato.
In ragione di questa visione utilitaristica del
“contributo audio”, non sono previsti profondità
né arricchimento né stratificazione sonora, cui
invece il punk (il tanto vituperato punk) approdò quasi naturalmente, basti solo prendere
in considerazione il percorso di band-cardine
come i Clash e la parabola Sex Pistols-PiL.
Tutto sommato quello delle Pussy Riot non è un
atteggiamento troppo diverso da chi del poprock sfrutta l’appeal nel campo della moda, della
politica, dello spettacolo. Come a dire che alla
fine lo spettacolo vince sempre e alle sue leggi
devi ricondurti, è un setaccio che non lascia
margini di sopravvivenza mediatica a chi non
passa il vaglio, un sistema retroattivo che adegua il proprio codice ad ogni fenomeno “rivoluzionario” – come è stato il rock nella seconda
metà dei Sessanta e dei Settanta – e lo disinnesca in una ciclica iper-rappresentazione di sé. Al
punto da fagocitare il momento della rappresentazione musicale come componente di una rappresentazione più ampia: la pochezza musicale
di una Lady Gaga – impressionante rispetto al
suo successo come presunta cantante pop – ne è
in questo senso la più clamorosa dimostrazione.
Quello delle Pussy Riot dunque, al di là dei
risvolti politici su cui in questa sede è il caso
di sorvolare, è l’ennesimo tassello di un puzzle
che raffigura con chiarezza il tramonto del rock
come categoria espressiva socialmente incisiva.
Il problema è certamente più ampio, riguarda
l’atto stesso dell’ascoltare (sentire) canzoni, mutato profondamente in termini di disponibilità,
frequenza, contesti eccetera. Probabilmente la
funzione sociale (o sarebbe meglio dire social?)
del rock è stata annichilita dalle performance degli aggreganti sociali messi a punto nel
frattempo: un’ipotesi da tenere nella dovuta
considerazione, senz’altro più attendibile di chi
sostiene che sia una questione di qualità della
proposta-rock.
Ok, non è il caso di esercitare il più totale disfattismo. Anzi, sono convinto che il rock come
“nazione alternativa” trasversale – vero e proprio laboratorio globale di utopie e rivoluzioni – forse a qualche livello esista ancora. Però,
ecco, la potenziale influenza sull’establishment
mi sembra paragonabile a quello di un comunità
di cosplay. O di un villaggio vacanze, secondo i
casi.
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Mancano pochi giorni ormai alle due date italiane di Anders Trentemøller e la sua band:
ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda circa l’ultimo album, il tour e le sue
prossime mosse, guadagnandoci pure una bella lezione di giornalismo musicale.
Testo di Sarah Venturini
TrentemølleR quando
la musica è caos ordinato
“Alla gente pare piaccia particolarmente infilare
la musica in categorie. Buttarla lì, nel senso che
è come se sbattessero un panno sporco nel cesto
del bianco o del rosso per la lavatrice. A me non
piace per niente, la trovo una cosa così noiosa.
La lavatrice mi annoia già abbastanza farla a
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casa.”
Sarà che nel suo caso il rischio di uscirne con
molto di più del classico calzino spaiato sarebbe
pressoché scontato, ma Anders Trentemøller ha le idee (volutamente) con-fuse quando
si parla di musica. D’altronde, basta guarda-
re al suo personale percorso compositivo per
comprenderne le ragioni alla base: passare dal
distaccato minimalismo elettronico di The Last
Resort alle sperimentazioni indie-analogiche di
Into The Great Wide Yonder, fino alla colorata
sublimazione melodica e filo-rock dell’ultimo
album, Lost, che ne segna la definitiva consacrazione come musicista, non è cosa da poco. E
non si può ricondurre tutto solo al frutto di un
naturale svolgimento cronologico, qui il divario
tra i famigerati generi va ben oltre l’implicita
evoluzione della scena, ed il rischio “centrifuga
impazzita” è dietro l’angolo. Eppure, la centrifuga di Trentemøller ha un che di incredibilmente
ordinato. L’essenza selvaggia del puro e semplice punk rock, come lo definisce lui da buon
figlio/amatore dei Suicide, unita all’industriosità impeccabile, evidente nei featuring e negli
arrangiamenti, della scuola elettronica nordica.
Così, alle porte delle imminenti date italiane che
lo vedranno esibirsi con la band al completo a
Bologna e Roma (all’Estragon il 24 e all’Atlantico 25 febbraio, link ai contest cliccando sulle
rispettive città), lo abbiamo incontrato per due
chiacchiere veloci, parlando nello specifico di
quell’unico genere che, per fortuna, sembra davvero continuare a non stancarlo mai: la GQM,
Good Quality Music. Ipse dixit.
“Lost serve non solo come logica continuazione della sua opera, ma anche come l’ennesimo vaffanculo a qualunque genere in cui si
pensava di averlo inscatolato”, è scritto sulla
tua discografia. So che spesso ti sei lamentato dell’abitudine cara a molti giornalisti
musicali di voler a tutti costi comprimere la
musica in sempre più piccole scatole da catalogare. Sembra essere arrivato il momento
di celebrare i suoni, non i generi, stando a ciò
che pensi. Allora qual è, secondo te, il futuro
della buona musica? Abbattere tutte le barriere?
Perché no?! Non passo molto tempo a pensare a
questo. Mi piace un sacco di musica diversa, ma
quando compongo la mia non penso tanto a che
stile debba avere. Mi concentro sul tentativo di
scrivere qualcosa che rifletta il mio stato d’animo, che è fondamentalmente questo, nient’altro.
Non importano tanto i generi, quello che fuoriesce da dentro di te è tutto ciò che davvero conta.
Questo non vuol dire che non mi interessino gli
stili musicali: amo il krautrock , il noise pop, il
garage rock, i gruppi anni Sessanta formati da
ragazze, ecc, e quando lavoro alla mie di cose,
naturalmente, vengo ispirato da tutto questo, ma
per fortuna riesco sempre anche ad incorporare
tutte quelle idee insieme; ed il risultato dovrebbe essere ancora un altro pezzo di Trentemøller,
non solo una copia dei miei artisti preferiti.
Pensi di essere riuscito a farti rappresentare
da Lost? E’ proprio così che ti sentivi, “perso” nel processo creativo durante la scrittura? In un modo positivo, intendo…
Ogni studio-album è estremamente importante,
riflette il punto in cui mi trovo in quel momento
specifico della mia vita. E sì, essere persi è per
me anche e soprattutto una cosa positiva. Essere
persi nell’amore o persi nella musica… Mi piace
quando tutto è aperto. E per arrivare a questo
stato d’animo ci si deve perdere nella musica,
nel processo creativo, dimenticare la routine
quotidiana e tutto il resto. Ecco perché mi rinchiudo nel mio studio per quattordici mesi ogni
volta che lavoro ad un nuovo album, mi piace
l’isolamento. Ma dopo questi mesi è davvero rinfrescante incontrarsi con la band e tutti insieme
trasferire i brani dall’album alla fase live. E poi,
naturalmente, andare in giro e suonare la musica
dal vivo per le persone. Adoro farlo!
L’album vanta nomi e featuring illustri: Sune
Rose Wagner, i Low, Jana Hunter, Jonny
Pierce, Kazu Makino. Che tipo di valore aggiungono così tante collaborazioni al processo compositivo in termini di qualità? Non è
stato difficile riuscire a mantenere una certa
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coerenza di fondo?
Ho scritto tutte le canzoni e le ho prodotte al
90% circa prima ancora di aver contattato i
vocalist per cui le ho scritte. Così ho avuto la
fortuna che tutti abbiano accettato di cantare
nell’album. Quindi non è stato tanto un lavoro
che procedeva in avanti e indietro, avevo le canzoni quasi finite e già scritte appositamente per
ogni cantante. E dal momento che loro sono tutti “eroi”, per me, sapevo con precisione di cosa
fossero capaci. Ma naturalmente hanno contribuito lo stesso al processo creativo, scrivendo le
linee melodiche aggiuntive e tutti i testi. Dico
sempre ai cantanti di scrivere i propri testi. In
questo modo tutto diventa molto più onesto e
personale, oltre al fatto che io mi ritengo abbastanza scarso a scriverli. La musica e i suoni
sono il mio campo.
photo by Foorst bruges
Così è come se avessi già avuto le loro voci in
mente prima di andare in produzione…quindi durante il processo non vi siete in alcun
modo spinti a vicenda nel tentare di esplorare nuovi beat o stili vocali? Ci sono state sorprese in fase di registrazione dovute a questo
eterogeneo lavoro di squadra?
No, volevo davvero che tutti loro cantassero
come sanno fare, dovrebbe essere naturale. Li
ho scelti proprio perché mi piace esattamente il
modo in cui cantano, il loro atteggiamento, ecc,
non era mia intenzione snaturarli. Ma è stato
comunque divertente inserire vocalist come
Sune Wagner dei The Raveonettes o come Jonathan Pierce dei The Drums in un universo
molto più elettronico. Ho anche dovuto adattare
un po’ le loro voci, nonostante ami il suono sporco delle chitarre dei Raveonettes e quello indie/
pop/surf dei The Drums. E’ stato bello vedere
che le loro voci potevano funzionare anche con
altre sonorità così diverse dalle loro.
Insomma sembra proprio che tu abbia trovato una nuova casa: il palco con l’intera band,
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compresa, tra gli altri, Marie Fisker, la cantante di uno dei tuoi ultimi singoli. Che tipo
di assetto ha lo spettacolo dal vivo? Quello di
un concerto rock o di un set elettronico?
Sembra più un concerto rock, perché non ci
sono computer portatili sul palco e suoniamo
tutti degli strumenti. Odierei giocherellare
solo con alcuni controller midi e un computer
portatile sul palco. Mi piace suonare strumenti musicali, questo è il solo modo in cui suono
la mia musica. Quindi sul palco abbiamo due
chitarristi, un bassista, un batterista e Marie
Fisker alla voce e chitarra. Quindi in realtà ci
sono tre chitarristi, tutto sommato [ride, ndSA].
E poi ci sono io che uso sequencer e tastiere,
naturalmente. Ci sono ancora alcuni elementi
elettronici nello show, ma anche un sacco di altri elementi… E’ davvero difficile da descrivere,
bisogna vederlo!
Il video del nuovo singolo, Gravity, è interpretato da Oscar Isaac, il protagonista del
nuovo film dei fratelli Coen, Inside Llewyn
Davis. Parlando di audio-visivo, registi come
Oliver Stone, Pedro Almodovar e Jacques
Audiard, hanno tutti scelto molti dei tuoi
pezzi per i loro film. Cosa si prova quando la
propria musica arriva fino al punto di completare un racconto sul grande schermo?
Non è la prima volta per te. Che mi dici della
colonna sonora del film danese che hai scritto tre anni fa?
Eh eh, sì, in realtà ho fatto quella colonna sonora cinque anni fa. E’ stato divertente, ma anche
molto impegnativo, quindi non credo che lo
rifarei. Ma è ovviamente una grande cosa che
questi fantastici registi utilizzino la mia musica
nei loro film, è un vero onore! Soprattutto con
Almodovar, che mi ha chiesto tutte le diverse
parti dei pezzi separatamente, in modo da poter
mixare le chitarre, i synth, la batteria, ecc, ciascuno nello specifico. Ed è stato bello vedere che
ha usato la mia musica per due minuti nel film,
solo musica senza dialogo! L’ha usata, tra l’altro,
anche per il trailer ufficiale. Mi sono sentito
davvero molto onorato, perché sono sempre stato un grande fan di Almodovar ed ho visto tutti i
suoi film.
Avete recentemente chiuso una serie di date
nei festival europei. Quali sono state le reazioni della gente al nuovo materiale? Siamo
abbastanza pronti per la tua evoluzione/rivoluzione musicale?
Ovviamente non credo affatto che sia una rivoluzione. Cerco solo di fare musica di buona qualità,
questo è tutto. Non sono certo qui per educare le
persone, rompere le barriere o quant’altro. Non
penso alla musica in questo modo. Ma sì, la gente
ha reagito veramente bene al nuovo materiale. E’
sempre bello vedere che le persone vogliono non
solo ascoltare il vecchio materiale, ma anche le
cose degli ultimi album. Spero che sia così anche
in Italia. Abbiamo già suonato in precedenza in
Italia e devo ammettere che lì, in particolare, ci
è sembrato che la maggior parte delle persone,
quando è venuta ai nostri concerti, si aspettasse
di assistere a un dj-set techno, e in realtà molti
hanno pensato che avrei suonato come un dj!
Alcuni sono rimasti un po’ delusi quando siamo
venuti con la band, davvero strano… Questo è accaduto forse perché in Italia ho fatto un bel po’ di
show come dj, nel corso degli ultimi anni. Anche
se è davvero raro che lo faccia adesso. L’attenzione ora è puntata esclusivamente sulla mia musica,
con la mia band!
E ad oggi cosa ti aspetti dal nostro pubblico,
siamo pronti secondo te? Cosa ne pensi della
scena musicale elettronica italiana, la conosci?
Spero che siate pronti sì! Non ne so molto della
scena elettronica in Italia, raramente nel mio
quotidiano ascolto musica elettronica e forse
non sono proprio la persona giusta a cui chiedere [ride, ndSA]. Però non vediamo l’ora di
suonare in Italia e faremo del nostro meglio per
spaccare!
Ritratto dell’artista da adulto
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Scrivere un riassunto breve della carriera di
Beck significa per forza doverla guardare da più
punti di vista in contemporanea, come facevano
i cubisti nei loro ritratti. Per fortuna, visto che
è un compito fuori dalla nostra portata, sono
i dischi a parlare da soli e a restituire le tante
sfaccettature della sua persona artistica
Testo di Tommaso Iannini
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© Peter Hapak
Dalla sua comparsa sulla scena musicale, Beck ha incarnato il
prototipo del cantautore postmoderno, che ereditava i cascami di cinquant’anni di musica popolare e li trasformava in uno
scanzonato e sapiente bricolage. La leggenda racconta che una
zia in Kansas lo avrebbe iniziato ai dischi di Leadbelly e Woodie
Guthrie, segnando una parte non indifferente della sua ispirazione, che agli esordi guardava all’indie rock e al folk alternativo
come all’hip hop e all’elettronica.
Giovanissimo, a New York si mischiava alla scena anti-folk del
Greenwich Village, prima di esplodere a livello globale con Loser, vero breakeven point del suo genio, il brano che lo ha fatto
conoscere a una buona fetta dei suoi attuali ammiratori. Figlio e
nipote d’arte, Beck è stato anche il primo vero artista alternati-
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vo del dopo grunge e uno degli ultimi talenti del XX secolo, uno
spartiacque stilistico tra la prima e la seconda metà degli anni ‘90,
il primo tra tanti a catturare un indecifrabile spirito dei tempi e
tradurlo in un esperanto musicale affinato su una forma di scrittura in continua evoluzione, innovativa e da allora molto imitata.
Estroso e sfuggente, diviso tra i suoi tipici pastiches, il rock, l’hiphop e la canzone d’autore – con tutte le bizzarrie di un repertorio
che include la parentesi a tinte r’n’b e funky di Midnite Vultures
e non solo –, Beck ha portato più di altri nel mainstream i modi
della produzione indipendente, sfruttando anche la clausola del
contratto con la Geffen che lo lasciava libero di incidere materiale extra per piccole etichette. Quando lo sdoppiamento è venuto
meno per motivi naturali, ha continuato a essere un artista dalle
tante vite parallele, sempre irrequieto e indecifrabile, in continuo
spin-off su stesso, ché in fondo né un genere, né una formula,
possono esaurire nella sua sete di creatività, una parola che ha
cominciato a respirare in famiglia quando era un bambino e ora,
a quarant’anni suonati, continua a guardare come un orizzonte in
continuo movimento.
Family Fe ud
Beck Hansen si chiamerebbe in realtà Bek David Campbell. Così
lo registravano i suoi genitori all’anagrafe di Los Angeles l’8 luglio
1970. Il nome di battesimo non aveva la “c”, ma siccome in tanti
lo storpiavano in quel modo lui stesso l’ha di fatto adottato con la
grafia che conosciamo oggi. Dopo il divorzio dei genitori quando aveva nove anni, Beck ha cominciato invece a firmarsi con il
cognome Hansen, quello della madre e del nonno materno, il suo
vero mentore artistico.
Chiunque volesse contare sui geni di famiglia, al posto del buon
Beck avrebbe avuto solo l’imbarazzo della scelta. Il padre, David
Campbell, è un musicista con un curriculum che parte dai tempi
della scuola, quando militava in un quartetto d’archi con David
Harrington, futuro fondatore del Kronos Quartet. Oggi è un
affermato arrangiatore, con un parco di collaborazioni in campo pop e rock lungo quanto l’elenco del telefono (Carole King,
Rolling Stones, Leonard Cohen, Paul McCartney, Metallica, Radiohead, giusto per fare qualche nome…), ha suonato in orchestre
classiche e composto colonne sonore.
La madre, Bibbe Hansen era una pupilla di Andy Warhol e negli
anni ‘60 ha recitato in alcuni suoi film; la sua carriera artistica è
ripresa più di recente, tra nuovi progetti e pure una band demen-
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ziale, i Black Fag. Channing Hansen, il fratello minore di Beck, è
pure lui un artista, noto per i suoi knitting paintings e per le sue
performance. La parte del leone però spetta al nonno Al Hansen, il vero “pezzo forte” della famiglia, protagonista della scena
artistica internazionale in un momento cruciale come gli anni ‘60.
Prima ancora, quando era un militare di stanza in Germania, Al
fece precipitare un pianoforte dal tetto di un palazzo di cinque
piani, anticipando quella che sarebbe stata una delle sue performance più famose, Yoko Ono Piano Drop. Della performance art,
Al Hansen è stato un pioniere e anche un teorico, con il saggio A
Primer of Happenings and Time Space Art. Amico e collaboratore
di Yoko Ono, fece parte come lei del movimento Fluxus. Fu allievo di John Cage, ma anche manager degli Screamers, il mitico
gruppo punk underground losangelino degli anni ‘70. Almeno
a livello di pura suggestione, la sua tecnica del collage – di lui si
ricordano i quadri-scultura realizzati con mozziconi di sigaretta
– sembrerebbe avere lasciato un influxus notevole sullo stile del
nipote musicista.
Gli a nni de l Vill age e il r it orno a LA
Beck da ragazzo si appassiona al blues e al folk, che interpreta
con piglio punk: «Se suonavo una canzone di Woody Guthrie ci
aggiungevo un pizzico di Black Flag. Sono sicuro che Woody
oggi l’avrebbe suonata così» (citato nel libro The Art of Mutation
di Nevin Martell). A diciannove anni, sale su un bus con la sua ragazza, che lo lascerà all’arrivo, e parte alla volta di New York. Qui
trova ad aspettarlo la scena anti-folk del Village. Il nuovo venuto
salta di locale in locale esibendosi da solo alla chitarra acustica.
A quel tempo non ha ancora scritto una canzone e si arrangia con
le cover, finché il proprietario di un club non pretende che suoni
brani originali. Il clima di libertà creativa instaurato dall’antifolk, sempre legato alla figura di cantautori e cantautrici armati
di voce e chitarra acustica, ma tutt’altro che succube della tradizione, è congeniale alla voglia di sperimentare del ragazzo. La sua
prima cassetta autoprodotta, The Banjo Story e un altro nastro
passato di bootleg in bootleg, Fresh Meat + Old Slabs, nato come
regalo di compleanno per Bibbe, sono le testimonianze di questo
periodo.
Tornato a Los Angeles nel 1991, Beck continua a esibirsi in solitario nei club, in mancanza d’altro fa il busker, e si arrangia con diversi lavori per sbarcare il lunario. Non manca di collaborare con
il gruppo metal dell’amico Steve Hanft, i Loser (ma tu guarda…)
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e di continuare con le registrazioni su 4 piste. Nel 1993 arriva la
prima release ufficiale. La piccola Sonic Enemy pubblica Golden
Feelings, una cassetta ristampata sei anni più tardi, il cui modus
registrandi non sarebbe dispiaciuto a campioni della bassa fedeltà
come Beat Happening, Half Japanese, Pussy Galore o il Lou
Barlow dei Sentridoh. Il risultato è la prima delle tante collezioni
a latere in cui Beck accumula momenti di puro cazzeggio, blob,
esperimenti estemporanei, ultra lo-fi al limite dell’ascoltabile
(Magic Station Wagon, più o meno solo feedback e una chitarra
scordatissima in primo piano), brani di generi diversi – il Fucked
Up Blues iniziale, il noise r’n’b di Schmoozer – e un pugno di canzoni folk, da No Money No Honey, che sembra un demo di Dean
Wareham, a Heartland Feeling, in cui snocciola strofe su strofe
alla Bob Dylan su un semplice giro armonico. Sarà però un’altra
indipendente, la Bong Load Records a fare la sua fortuna. I due
proprietari, Rob Schapf e Tom Rothrock, sentono suonare Beck
in due occasioni diverse, uno all’insaputa dell’altro, e ne rimangono impressionati. Nel giro di una settimana, Rothrock e Beck
si danno appuntamento per una jam a casa del produttore Carl
Stephenson.
S oy un pe rdedor
Sembra che Loser, il brano che ha fatto di Beck subito un personaggio, sia nato in maniera completamente improvvisata. A casa
di Stephenson, il giovane cantautore anti-folk si sarebbe inventato al volo un rap su una sua frase di slide guitar che il produttore
aveva campionato come base, unendola a un pattern ritmico in
stile hip-hop. Anche il ritornello nasce lì per lì, come una sorta di
commento sull’incapacità di Beck in quelle nuove vesti di rapper.
Soy un perdedor – I’m a loser baby so why don’t you kill me è una
frase destinata a fare storia. Nasce così un brano iconico per gli
anni ‘90 quanto possono esserlo una Smells Like Teen Spirit, una
Unfinished Sympathy, una Inner City Life. Nell’impasto entrano
un sample di Dr. John e qualche frammento vocale rubato al
presidente George Bush. Prima di uscire con Loser, Beck compare su uno split single condiviso con i Bean a cui affida due sue
canzoni: To See That Woman of Mine e MTV Makes Me Want To
Smoke Crack (in versione differente da quella incisa come lato B
di Loser).
L’11 gennaio 1993 firma il contratto con la Bong Load e nel maggio dello stesso esce finalmente il 12 pollici di Loser, accompagnata sul lato B da Steal My Body Home. Il singolo all’inizio è
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trasmesso dalle radio indipendenti e dei college, ma basta poco
perché i network commerciali si accorgano di Beck. Loser diventa
l’inno più noto della generazione X dopo Smells Teen Spirit, ma
se i Nirvana sono l’ultimo colpo di coda del rock conosciuto fino
al punk e all’hardcore, Beck crea un collage inedito con la slide
campionata che fa da cucitura, il frammento di Dr John, la metrica hip-hop addizionata di chitarra raga rock, il rap e l’epocale
ritornello ritornello bilingue, dando l’idea di inventare il nuovo
cantautorato zapping degli anni ‘90. Personaggi come i Cake o
Liam Lynch (o il nostro Bugo…) non sono immaginabili senza di
lui, per non parlare delle molte altre imitazioni che ha generato il
suo successo. Su LP è lo stesso cantautore proteiforme che dongiovanneggia con i generi: suona acustico o filtra la voce come un
Trent Reznor in bassissima fedeltà, gioca a fare il fricchettone, il
metallaro, l’Hare Krishna, l’elettronico, il caciarone funky/disco,
i Beastie Boys e Bob Dylan, tanto Pay No Mind è una Desolation
Row dell’era dei centri commerciali “uguali per tutti”, di cui scriveva Douglas Coupland. Il menù di Mellow Gold (1994) è davvero
vario, il rockblues di Fucking With My Head, l’hip-hop da storditi – dalle movenze quasi al ralenti – di Soul Suckin’ Jerk e Sweet
Sunshine, i momenti di stralunata psichedelia folkeggiante di
Truckdrivin Neighbours Downstairs e Blackhole, il dub quasi raga
di Steal My Body Home, il folk-anti-folk di Nitemare Hippy Girl, il
metal lo-fi di Motherf__er, lo sciolto funkettino di Beercan… L’accordo di distribuzione tra la Bong Load e la Geffen ha qualcosa di
rivoluzionario. Beck è infatti lasciato libero di pubblicare dischi
su etichette indipendenti. A proposito di indie, il CD di Loser con
quattro b-side diventa il primo singolo indipendente a raggiungere la top ten di Billboard. Uscito il primo marzo del 1994, Mellow
Gold raggiunge il tredicesimo posto nella classifica dei singoli e
due mesi dopo ottiene il primo disco d’oro. Nel 1995, dopo la partecipazione di Beck al Lollapalooza, diventerà platino.
O ne Foot in t he G r ave
Mellow Gold è il disco più importante di Beck pubblicato nel
1994. Non l’unico. A gennaio esce per la Fingerpaint Records, in
un’edizione iniziale limitata di 3000 copie, A Western Harvest
Field by Moonlight, ancora più autoindulgente di Golden Feelings nell’accumulare qualunque idea incisa su un registratore,
compreso un pezzo di un minuto, Feel Like A Piece of Shit, in tre
versioni diverse, oltre ai bozzetti per voce e chitarra acustica e a
chincaglierie da demo casalinghi.
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© Peter Hapak
A marzo la Gusto Productions/Flipside Records pubblica Stereopathetic Soulmanure, una raccolta di canzoni registrate tra il 1988
e il 1993. Siamo ai limiti del lo-fi ma con una confezione molto
meno grezza. La voce non sembra più riprodotta da un walkman
con le pile scariche come a tratti in Golden Feelings, e almeno il
country rock di Rowboat e The Spirit Moves, Putting It Down o
il country puro di Satan Gave Me A Taco vanno molto al di là del
semplice demo. A compensare provvedono una nuova versione
di No Money No Honey, che sembra registrata con uno di quei
mangiacassette portatili con cui si giocava da bambini, lo sketch
per sola voce e armonica di One Foot in the Grave, la strampalata
folk song per voce e banjo Today Has Been a Fucked Up Day, lo
sberleffo di Rollins Power Sauce, l’assurda traccia finale Modesto e
i numerosi intermezzi con registrazioni casuali e parodie. Stereopathetic Soulmanure voleva essere il contraltare indipendente
di Mellow Gold e ci riesce benissimo (vedi Thunder Peel) – riesce
benissimo a confondere le idee e disorientare la maggior parte di
chi segue il cantautore californiano (e che se non era di quelli già
smaliziati ai tempi, lo ha conosciuto grazie a Loser). Il 27 luglio
arriva One Foot in the Grave, registrato ai Dub Narcotic Studios
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con la collaborazione di Calvin Johnson e di altri musicisti del
giro della K Records. In questo caso lo-fi vuol dire spartano, ma
i suoni sono molto più nitidi e meno fai-da-te in un album tutto
di canzoni. Anche Johnson è della partita, il suo inconfondibile registro basso si ascolta nei cori di I Get Lonesome; l’album
rispecchia l’estetica dell’etichetta di Olympia fin nel rock and roll
sferragliante di Burnt Orange Peel ma è inconfondibilmente Beck,
tanto ripropone l’originale vena anti-folk in Cyanide Breath Mint
e Asshole insieme alle citazioni di blues acustico ed elettrico. È il
disco più compiuto, e il meno frammentario della sua produzione
full indie che in questo 1994 è praticamente ipertrofica. Ci darà,
forse a malincuore, un taglio.
J e suis un revolu tionair e
La frase scritta sul retro di copertina di Odelay (1996) è di quelle
che non si scordano facilmente. All’inizio Beck avrebbe voluto
seguire una direzione acustica, più simile ai dischi “collaterali”
al suo fortunato debutto, ma dopo aver registrato quasi un LP
intero decide di sciacquare i panni a casa di un team di produzione all’avanguardia, quei Dust Brothers che avevano lavorato su
Paul’s Boutique dei Beastie Boys. Il risultato finale va un passo
oltre Mellow Gold sia in direzione di un songwriting più fluido sia
di una produzione più fantasiosa, e vince su tutta la linea.
Il Marcel Duchamp del rock anni ‘90 si diverte a campionare
tutto il possibile e imbastire trame imprevedibili dove i generi si accavallano fino a confondersi. Si comincia dal funk con
riff di chitarra noise di Devil’s Haircut e dallo sfarfallio blues di
Soulwax; sulla scia di queste prime incursioni in una nuova koinè
pop si prosegue sulla stessa falsariga, tra i profumi country e r’n’b
di Lord Only Knows e gli accenti jazz e soul di The New Pollution.
Più difficile identificare il programma dei pezzi successivi, tra
una Novacane e una High 5 che strizzano volentieri l’occhio ai
Beastie Boys, la ballata Jack-Ass, Where It’s At, primo singolo e
vero sequel di Loser con l’organo Hammond al posto della slide
guitar e con l’aggiunta di scratching, battimani e break in stile
jazz, il punk filosonicyouth di Minus, il country-rock burlesco
di Sissyneck, il passo quasi dub di Readymade, e il folk acustico
di Ramshacle, unico frutto delle passate sedute con Rothrock e
Schnapf. Un nuovo tipo di crossover entra di forza nella canzone
folk americana: né bluesman, né rapper, ne rocker, né folksinger,
o meglio un misto di tutti e quattro, Beck si impone come lo zeitgeist nella musica popolare americana. Chef d’ouvre d’un revolu-
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tionaire, Odelay ha la stessa varietà del predecessore ma dimostra
una coesione e una rifinitura che a Mellow Gold mancavano.
Mu ta nti e avvoltoi
Tra la metà di marzo e i primi di aprile del 1998 Beck registra
Mutations. Questa volta in cabina di regia c’è Nigel Godrich, sesto
uomo dei Radiohead. In studio affiancano Beck i musicisti che lo
accompagnano in concerto: il batterista Joey Waronker, il chitarrista Smokey Hormel, il bassista Justin Meldahl-Johnsen e il
tastierista David Joseph Manning Jr. Non per caso, si tratta di un
disco molto più suonato e senza campionamenti.
Le canzoni hanno tutte un suono organico e abbastanza naturale.
Scippato in extremis dalla Geffen alla Bong Load, l’album realizza un uno-due memorabile in apertura con il folk-rock un po’
alla Dylan di Cold Brains e il raga-folk di Nobody’s Fault But My
Own, i cui archi sono arrangiati da papà David. Le tracce successive svariano da un folk melodico mai così classico al country tout court di Canceled Check e Sing It Again (scritta, sembra,
per Johnny Cash), dal blues di Bottle of Blues al rock di Static,
dall’hard di Diamond Bollocks e alla bossa nova di Tropicalia. Una
controrivoluzione rispetto a Odelay; in questo terzo disco major,
Beck mantiene un approccio più tradizionale e l’impostazione dei
suoi lavori di nicchia per piccole indipendenti ma con un profilo
più alto rispetto alle sortite lo-fi. Il “colpo di mano” della Geffen
tra l’altro avrà anche strascichi in tribunale che porteranno a un
accordo tra le parti.
Beck pensa al disco seguente come al vero successore di Odelay.
Eppure in Midnite Vultures (1999) riesce ancora a spiazzare le
aspettative di tutti. Mr. Hansen torna a lavorare a casa, sostituendo il computer al vecchio quattro piste, e confeziona un disco
molto più colorato e danzereccio. Canzoni catchy come Sexx
Laws, scoppiettanti come Mixed Bizness, intricate come Nicotine
and Gravy, eccentriche come Get Real Paid e Hollywood Freaks,
estrose come Peaches and Cream e Milk and Honey (featuring
Johnny Marr) gravitano sempre verso un baricentro di ritmo
funky con break e innesti fantasiosi di hip-hop ma anche molta
dance, r’n’b, soul e giusto un pizzico di country (il banjo proprio
in Sexx Laws). Lo stile vocale di Beck cambia di conseguenza, più
acuto e soul. Un titolo come Peaches and Cream, con il suo morbido e sensuale r’n’b, il signor funk che fa da padrone di casa, la
fantasia e i tanti falsetti, fa pensare a Prince.
I Dust Brothers tornano da ospiti in Hollywood e la lunga e spa-
31
© Autumn De Wilde
ziale Debra, una vecchia outtake ripresa con un arrangiamento
sfavillante, fa pensare ancora al principino di Minneapolis. L’interesse di Beck per r’n’b e soul è stato illustrato brillantemente
in un’intervista a Vibe: «Una canzone r’n’b può contenere diversi
livelli di lettura. Può avere una carica sensuale che in un contesto
rock suonerebbe pacchiana. La sua caratteristica più interessante
è proprio l’ambiguità. Può parlare di amore non corrisposto e di
desiderio carnale. Può essere piena di humour, ma questo non
significa che sia meno profonda. Tutte cose che non puoi trovare
altrove nella cultura americana». Beck dimostra ancora una volta
di voler rimanere a tutti i costi imprendibile, inclassificabile, inafferrabile. In una sola parola, imprevedibile.
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C ambi di rotta e r it or ni al fu t u ro
Beck è sempre stato un artista “alternativo” controcorrente. Lo
era agli esordi dove, preso tra i due fuochi del rap e del grunge,
aveva trovato una sua terza via, e lo è ancora alla fine degli anni
‘90 a livello di mainstream, in mezzo al nu metal e al pop di MTV.
Controcorrente Beck rimane anche nelle sue scelte “conservatrici”. Sea Change (2002) è uno dei suoi album più discussi. Ed è
l’ennesima sterzata di questo trasformista della canzone d’autore.
Il disco registrato agli Ocean Way Studios con Nigel Godrich si
presenta come la sua raccolta di canzoni più omogenea nell’atmosfera e nelle scelte stilistiche, all’insegna di un pop acustico
elaborato in studio, di tono introspettivo e dal respiro armonico
corale, completo di arrangiamenti d’archi eleganti e drammatici
sempre a cura di papà David Campbell.
Intimo nel contenuto e quasi sinfonico nella forma, senza essere
barocco, si tinge di psichedelia in Golden Age, un lento maestoso che ricorda alla lontana la Five Stop Mother Superior Rain dei
Flaming Lips, e in molte delle tracce successive. Il mood malinconico, per non dire depresso, è influenzato dalla rottura con la
fidanzata storica Leigh Limon, avvenuta due anni prima e una
ferita ancora aperta nel momento in cui sono state scritte le canzoni. Lost Cause, Lonesome Tears, It’s All In Your Mind, Guess I’m
Doing Fine, sembrano allacciarsi direttamente a quell’esperienza. Il cambiamento più repentino è addirittura quello a livello di
testi, in cui Beck abbandona i giochi di parole ironici e astratti per
raccontare i suoi stati d’animo con un tono confessionale mai sentito prima. Sea Change viene accostato al Bob Dylan di Blood on
the Tracks, a Nick Drake per il tono intimista e a Serge Gainsbourg per la patina sinfonica degli arrangiamenti (c’è anche una sua
citazione sotto forma di sample); artisti che – Dylan a parte ma
per altri motivi – difficilmente sarebbero stati citati dalla critica
per i dischi precedenti.
Guero (2005) salta a piè pari, all’indietro, la fase del suo predecessore e si ricollega al duo Odelay/Midnight Vultures contando
sulla rinnovata collaborazione con i Dust Brothers. Non potendo
rivaleggiare con Odelay per ispirazione e qualità di scrittura, riprende comunque i contorni dello stesso collage electro-acustico
puntando più in direzione di un patchwork di hip-hop, rock, funk
ed elettronica a volte coinvolgente – l’azzeccato singolo E-Pro e
una Girl che strizza l’occhio al pop, o la conturbante Black Tambourine (inclusa anche in una scena memorabile di Inland Empire
di David Lynch) – e altre un po’ più standardizzato, sbilanciato
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su ritmi dance che si prestano bene, tra l’altro, per l’operazione di
remix integrale Guerolito. E un disco ondivago è anche il successivo The Information (2006). Per la prima volta la musica di Beck
dà l’impressione di essere diventata un po’ ridondante anche
nel suo – ci rendiamo conto benissimo che di ossimoro si tratta
– prevedibile eclettismo. Ci si accontenta, ed è un bell’accontentarsi, del groove serrato di Nausea, del funky sintetico di Cellphone’s Dead o della melodia facile di Think I’m In Love, dell’ottima
produzione (Nigel Godrich) e di un album che in generale satura
l’ascolto di spunti per lasciare comunque in bocca un retrogusto
ancora buono.
Da lla colpa al nuovo mat t ino
La cura Danger Mouse di Modern Guilt (2008) porta Beck a spaziare verso sonorità di chiara reminiscenza sixties riviste alla luce
del presente. Così si riscopre neobeatlesiano nella title-track e in
Volcano, e dimostra tra l’altro di sentirsi perfettamente a suo agio
in quei panni, che la spalla scelta lo aiuta a cucirsi con precisione
sartoriale. Dai ritmi compressi e sincopati di Orphans Youthless
e Replica al riff e al boogie di Soul of a Man e Profanity Prayers è
tutto un “vecchio stile con suoni nuovi” e un viceversa. Per quanto stimolante, è un disco a cui manca ancora di qualcosa a livello
di songwriting per rivaleggiare con le sue opere migliori. Alla
fine degli anni Zero, Beck vive un periodo di relativa inattività dal
punto di vista discografico, ma non sparisce affatto dalle scene.
Lo si trova attivissimo in veste di produttore a fianco di Thurston Moore, nella parentesi semiacustica del buon Demolished
Thoughts, di Stephen Malkmus e dei suoi Jicks per Mirror Traffic e soprattutto di Charlotte Gainsbourg in IRM. Soprattutto,
perché l’album della figlia dell’indimenticato Serge è per buona
parte farina anche del sacco del signor Hansen, avendo lui scritto
la maggior parte delle canzoni e curato la confezione su misura
per la vocalità di Charlotte, aiutandola a dare il meglio di sé tra
alt-folk e un piglio da chanteuse moderna ed eclettica.
E lo si vede poi alle prese con due, anzi con tre progetti sorprendenti. Il primo è il Record Club. Una collana – così potremmo
definirla – di dischi tributo registrati in un solo giorno durante
un meeting informale con amici musicisti. Nascono così remake
di album interi di Velvet Underground (il primo, mitico), Leonard Cohen (Songs of Leonard Cohen), Skip Spence, Yanni e, forse
la scelta più curiosa di tutte, gli INXS (Kick). I nomi coinvolti
sono da acquolina, tra Wilco, Liars, Thurston Moore, Devendra
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Banhart, l’attore (e cognato) Giovanni Ribisi, e, naturalmente
lui. Come se non bastasse, nel 2013 ecco Song Reader, una serie di
canzoni originali pubblicate solo su spartito, di cui il sito ufficiale
ospita le versioni realizzate da musicisti di ogni latitudine. Una
sorta di album “social” nell’era della condivisione esasperata, e
allo stesso tempo la riscoperta di un tipo di fruizione della musica legata all’epoca pre supporti fonografici. E ancora, c’è il ruolo
da remixer d’eccezione per la musica di Philip Glass. E prima del
nuovo disco, il Nostro ha battuto sentieri ben diversi con i singoli
Defriended, I Won’t Be Long e Gimme, che guardano verso una
dance e un pop elettronico più sperimentali.
Di Morning Phase, l’album da poco uscito nei negozi, i maligni
hanno già scritto che è un numero del Record Club dedicato
da Beck a se stesso. È un giudizio ingeneroso per un album che
tradisce un programma ben preciso, nella scelta di riproporre il
tema produttivo e il tipo di sonorità di Sea Change, rendendo
omaggio alla grande tradizione della West Coast degli anni ‘60 e
‘70. È un disco di classic rock più raffinato di Mutations e molto
più positivo nel mood rispetto al suo omologo, prodotto e arrangiato in maniera esemplare; senza limitarsi al compitino, e non
è meno personale di quelli che lo hanno preceduto. È in fondo
soltanto l’ultimo, provvisorio tassello di un puzzle che per fortuna si espande di progetto in progetto con particolari e spazi nuovi
come quello che ci attende ora. Si parla già del successore di
Morning Phase, in cui, dopo aver parlato anche di un fantomatico
erede di One Foot in the Grave, Beck dovrebbe lavorare insieme a
Pharrell Williams. Una coppia esplosiva o un passo azzardato?
Presto per dirlo, i risultati parleranno da soli. Una cosa appare
chiara: anche dopo aver passato in rassegna i passaggi più importanti della sua carriera cercando di ricomporre il suo ritratto, c’è
sempre un tassello mancante che ci porta avanti, dove il nostro
protagonista dimostra di saperci ancora sorprendere e spiazzare.
All’alba dei vent’anni di carriera e con un nuovo giorno aperto da
un luminoso mattino.
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Genere: avant, world_etnica
Con l'acquisizione nel proprio roster dei newyorchesi Aa, per gli amici Big A Little A, la Northern Spy si può tranquillamente fregiare del
titolo di label più "aperta" al mondo, potendo
contare su tutto l'alfabeto indipendente dagli
Aa, appunto, ai fantastici Zs.
Battute a parte, l'esordio per l'etichetta concittadina non apporta nuovi stimoli ad un gruppo
che già in passato aveva offerto prova del suo
essere in grado di elaborare un sound personale pur nella voluta limitatezza della strumentazione. Gente del giro Boadrum, per capirsi, a
metà tra la comune arty made in Williamsburg
e l'attenzione a un primitivismo/terzomondismo né di facciata, né di maniera, che portava il
collettivo newyorchese a "percuotere, percuotere, percuotere" creando l'ennesimo legame
tra world music tribale e avanguardie off.
VoyAagers arriva a riempire un vuoto che ormai cominciava a farsi preoccupante, visto che
da gAame sembra passata ormai una intera era
geologica. L'album su Northern Spy, però, ci
offre una band bella vigorosa e con un approccio muscolare as usual, anche se le concessioni
ad un sound sempre ritmicamente acceso ma
più riflessivo e mediato, così come più avventuroso nel disegnare una sorta di forma-canzone,
sembrano via via prendere il sopravvento. L'uso dei synth, ad esempio, oppure le screziature
droning che a tratti si fanno tappeto minaccioso, una certa attenzione alle dilatazioni psichedeliche e ambientali così come un lavoro di
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fino sulle voci – più melodiche e "intrippanti"
-, sembrano star lì a dimostrare come gli Aa si
siano decisi a fare quel passo oltre le dinamiche
ristrette da comune alternativa, per offrirsi ad
un pubblico più ampio: della serie, prendete
Glow Wreath e ditemi che in un mondo migliore non sarebbe sia una hit radiofonica, sia un
successo da dance hall più o meno alternativo.
Gli Aa di VoyAagers, insomma, ci tengono a
farci sapere che non sono più una party band
per alternativi fichetti ma una band vera e
propria.
7/10
Stefano Pifferi
Adam Carpet - Adam Carpet (Rude
Records,2014)
Genere: post-rock, electro
Negli anni Settanta lo avremmo chiamato
supergruppo, ora il termine sembra quantomeno desueto (se non proprio ingenuo). Resta
il fatto che gli Adam Carpet sono una sorta di
progetto trasversale in cui suonano personaggi ben noti alle cronache musicali nazionali
(ma in special modo lombarde), ovvero Diego
Galeri (Timoria, Miura), Alessandro Deidda (Le Vibrazioni, I cosi), Edoardo Barbosa,
Giovanni Calella (Kalweit And The Spokes) e
Silvia Ottanà. Trasversale la line up della band,
almeno quanto lo sono i suoni: quelli contenuti
nel disco d'esordio della formazione milanese
– uscito in digitale un anno fa e stampato ora in
CD, con l'aggiunta di due bonus track – riescono a sintetizzare un post rock piuttosto fisico,
sommato a wave, electro e qualche ambiente
r e c e n s i o n i
m a r z o
Aa - VoyAagers (Northern Spy
Records,2014)
Fabrizio Zampighi
Addison Groove - Addison Groove
presents James Grieve (50
Weapons,2014)
Genere: bassmusic, jungledrumnbass
C'è una discreta attesa attorno al nuovo album
di Antony Williams sotto l'alias di Addison
Groove, e non solo perché a licenziarlo sono i
Modeselektor tramite la sodale 50Weapons.
Il producer di Bristol, sia che si presenti nelle
vesti d'architetto dubstep con il moniker di Headhunter, sia che sforni tracce footwork nell'esordio sotto l'attuale ragione sociale Transistor
Rhythm, ha sempre dimostrato creatività e
r e c e n s i o n i
cesello nel maneggiare di volta in volta l'attualità elettronica che più lo stimolava. Non stupisce
pertanto vederlo ora alle prese con una scaletta
ringalluzzita dalla jungle, terreno privilegiato
d'azione di molti produttori negli ultimi mesi,
a partire dai suoi contatti più stretti ovvero Om
Unit, Sam Binga e per quelle vie, naturalmente,
Machinedrum, Tessela e tutta la ciurma analizzata nello speciale New Eski Jungle.
Con Addison Groove presents James Grieve, dove quest'ultimo è il nome dell'inventore
scozzese di una antica varietà di mela, Williams tenta un'impollinazione personale intendendo rullanti e i poliritmi come un naturale
sbocco della footwork (vedi anche Dj Rashad
con Double Cup) ma anche come una delle
possibilità messe in gioco. Rifacendosi alla
metafora del frutto, il bristoliano dosa vari stili
e generi, consistenze e sapori: dominano colori e dolcezza ma l'ascolto contempla anche
tutta l'acid(idità) dei primi morsi. Il disegno
post-massimalista ricamato su quest'album dei
Modeselektor trova così una perfetta collocazione nelle tracce con l'amico Sam Binga
(11th) o nei territori idm-acid à la Chemical
Brothers ricollocati a dovere su andamenti
footwork (Space Apples o Bad Seed). Altrove,
interludi come Malus richiamano alla mente le
produzioni di Moderat, come The Spirit Level
tira in ballo certo eclettismo 50Weapons o le
pieghe r'n'b di One Fall si riallacciano alla Katy
B degli esordi.
In generale, la seconda prova lunga di Addison
Groove è una produzione assimilabile a Threads di Jim Coles o alla Vapor City di Travis
Stewart, ovvero riconducibile a una nutrita
serie di lavori (in arrivo anche Scuba almeno
secondo quanto ha dichiarato il diretto interessato qualche mese fa) che si sono mossi
tra coordinate ad ampio raggio tra pop, ritmi
e oculata retrologia dance, una forbice allargata che ha attivato in questo caso un mix di
37
m a r z o
vagamente pinkfloydiano. Il tutto ottenuto con
due batterie, due bassi elettrici, chitarra, synth
e un attenzione maniacale per il suono.
Sembra di ascoltare dei Calibro 35 trasposti
sul dancefloor, non fosse che i sincopati della
band di Gabrielli e soci e l'alone hard boiled
che si portano dietro, qui diventano una compartimentazione stagna di suoni strumentali
calcolati al millesimo, "macchinici" e da un
certo punto di vista anche più freddi. Il che non
significa scadenti, sia ben chiaro, anche perché
i musicisti sanno quel che fanno e riescono a
dar vita a una progressione di ascolto omogenea, razionale, ma non per questo prevedibile.
Tra suoni onirici e breakbeat imbastardito (I
Pusinanti), rimandi a certo prog à la Pineda
(Carpet), cinematicità da soundtrack (Baby
Yar), chitarre slide e bassi psichedelici (Cowgirl
In The Shower) e certe svisate no wave (Jazz
Hammerhead), gli Adam Carpet costruiscono un'impalcatura sonora avvincente e tarata
sui concerti. Nonostante l'ubriacatura di stili,
quello che convince è soprattutto la capacita
del gruppo di ordinare sistematicamente i contributi strumentali in un flusso comprensibile,
energico e dettagliato.
7/10
Genere: folk, garagerock
Scrivere di Angel Olsen significa necessariamente scrivere di una delle
voci più espressive e di una delle migliori penne attualmente in circolazione (tanto che dire che il Roy Orbison ed il Leonard Cohen della nostra
generazione sono femmina sarebbe forse esagerato, ma senz'altro non
criminale). Scrivere di Burn Your Fire For No Witness, secondo album
lungo della cantautrice di Chicago, significa però (anche) scrivere d'altro,
ed in particolare del fatto che si tratti della prima volta in studio con fullband a supporto. Significa, inoltre, scrivere di un disco profondamente
diverso dal predecessore (Half Way Home, 2012), che vede la nostra spogliarsi volentieri degli
essenziali panni alt-folk (dai rimandi ad Emmylou Harris e Jason Molina) che l'hanno resa oggetto
di culto istantaneo, per abbracciare garage, indie lo-fi, rock 'n' roll, psych, country ed americana.
Un disco che, sempre rispetto all'esordio, compie un passo ulteriore a livello di testi, ovvero quello
di elevare la profonda solitutine e le mancate appartenenze – che restano il fulcro della poetica Olseniana – a sentimento collettivo, dunque positivo.
A veicolare questa particolare distorsione di percezioni è la Angel Olsen dal sarcasmo franchissimo che in Half Way Home si intravedeva soltanto e qua, invece, catapulta Hi-Five tra i brani
imprescindibili della prima metà del 2014. Lo stesso sarcasmo, poi, esalta la scrittura in generale,
rendendola più eclettica, varia, pregna e catartica che in passato. Di più: non ci è dato di rilevare
alcun calo di mordente lungo la tracklist, ma soltanto di avvertire il futuro ascoltatore della probabile identificazione che lo investirà, specie con riguardo all' "I feel so much at once that I could
scream" contenuto in Stars.
In conclusione, è possibile che i fan di vecchia data continuino a preferire la Olsen più esistenzialmente devastante, quella a cui dedicarsi tutto il giorno nei giorni più plumbei e che qua risiede in
White Fire ed Enemy. È pure lecito. A noi risulta comunque impossibile non amare (anche) Burn
Your Fire For No Witness, mentre, arrivati a questo punto, troveremmo inaccettabile lo smettere o,
peggio, il non aver ancora iniziato a venerare l'artista in questione.
7.5/10
Massimo Rancati
bass, footwork, jungle, house, balearica, ghetto
sound e acid . E' una produzione che mira in
alto, questa, dispersiva nel suo approccio ad
"innesto controllato", riuscita nel bilanciare
gli ingredienti, nel governare i groove, eppure
ancora alla ricerca di una vera quadratura.
7/10
Edoardo Bridda
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Alpaca Sports - Sealed With A Kiss
(Luxxury,2014)
Genere: pop
Indie guitar pop never die. Il pop da cameretta
sembra non avere mai uno stop, se è vero che
in ogni parte del mondo ogni adolescente nutre
pressoché gli stessi sogni condivisi. L'ultimo
esempio è rappresentato dagli svedesi Alpaca
r e c e n s i o n i
m a r z o
Angel Olsen - Burn Your Fire For No Witness (Jagjaguwar,2014)
Genere: jazz, doom
E' musica della solitudine, quella dei Bohren and Der club of Gore. L'hanno registrata col marchio doom ridden jazz; noi la possiamo immaginare in mezzo ai Pan American, ai Sunn O))),
all'ambient jazz in versione cocktail music, in fondo una buona manciata di martini vodka sono
essenziali per le visioni intime e nottambule del quartetto tedesco.
Piano Nights è l'ottavo album in venti e passa anni di carriera. I Nostri hanno seminato il loro
culto, ormai, grazie a una discografia decisamente monolitica, strumentale, condita da andature
lentissime e poca sovrastruttura, in cui le micro variazioni avvengono a livello umorale. C'erano
i toni crepuscolari di Sunset Mission, il nerissimo Black Earth e poi un percorso a ritroso sul
sentiero dell'introspezione che culmina ora con Piano Nights, indubbiamente uno dei lavori più
complessi del combo teutonico. Non era mai stata così umana la musica dei Bohren and Der club
of Gore, così dubbiosa. C'è un senso di amarezza ormai assimilato, un'amarezza che offre il fianco alla riflessione e all'autocompiacimento ed è il pianoforte a suggerire ora una linea ora l'altra,
corredato da pochi elementi aggiuntivi: un vibrafono, un sassofono, un organo a fornire il manto
sacrale. E' proprio in questa mescolanza di sensazioni, o se vogliamo nell'assenza di una lettura
univoca, che Piano Nights rivela la sua bellezza.
Ci si ritrova immersi in una notte lunghissima, in uno slow jazz infinito che tenta di raggiungere
una catarsi salvifica prima di riscoprire la luce del mattino. Ed è qui che sta il lato seducente della
musica dei Bohren and Der Club of Gore, nella consapevolezza che, alla resa dei conti, la suddetta
catarsi non è affatto garantita.
7.2/10
m a r z o
r e c e n s i o n i
Bohren and Der Club Of Gore - Piano Nights (Ipecac Recordings,2014)
Stefano Gaz
Sports, da Goteborg. L'esordio Sealed With a
Kiss è stato preceduto da singoli e 7" accattivanti che tra il 2012 e il 2013 hanno fatto conoscere e apprezzare la formazione.
Trattasi di fresche songs, che fanno riferimento
ai classici più classici del genere, leggasi The
Smiths e Belle and Sebastian in primis, e che
il leader e songwriter Andreas Jonsson riesce a
rendere lievi con grazia. D'altra parte migliore
presentazione non poteva essere fornita, a partire dal delizioso artwork di Ray Kimura a base
di paesaggi estivi bucolici e poesie da dedicare
alla propria amata.
Ci sono quindi nel disco tutti gli elementi
archetipici del genere, conditi da musica non
scontata, genuino guitar pop riverberato, che
va dai tocchi esotici del recente singolo Just
Like Johnny Marr, con bonghi e mandolino, alla
malinconia di The Old Oak Tree, dal romanticismo di Just For Fun al ritmo di He Doesn't Even
Like You. Niente di nuovo, con un po' di nostalgia a ripensare a quei tempi e a quei momenti.
7/10
Teresa Greco
Bad Apple Sons - My Dear No Fear (Chic
Paguro,2014)
Genere: rock
Firenze, si sa, è da sempre stata uno dei più
ferventi centri culturali italiani. Anche adesso,
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m a r z o
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per poi procedere in estate nello studio mobile
fiorentino di Paolo Mauri. A rimandarci ai sopracitati Afterhours non è solo la produzione,
ma anche l'artwork di copertina, che a colpo
d'occhio non può che farci venire in mente
quello di Hai paura del buio? Gli anni '80 regnano sovrani, nonostante sia percepibile un tentativo di distacco e di creazione di una propria
identità. Le due track di apertura (Free Neutral
Enterprise e Tempest Party) sono una riuscita,
seppur meno elegante, citazione rispettivamente del primo Nick Cave e dei Birthday
Party, mentre My Dear and Fear e No No ci
spingono verso orizzonti post-core (gli Shellac
più cattivi). L'attitudine dei Bad Apple Sons è
grezza ma ben costruita, a tratti psichedelica,
a tratti metal (The Holiest, Cowards), la voce di
Clemente Biancalani è il marchio di fabbrica
della band, e si presta a diverse interpretazioni:
potrebbe, un po' come per il nostro Capovilla
nazionale, infastidire all'estremo o stendere
uno stuolo di fan. Le scommesse sono aperte.
6.8/10
Alessia Zinnari
Be Forest - Earthbeat (We Were Never
Being Boring Collective,2014)
Genere: indie, post-punk, shoegaze, dream
Il primo disco si chiamava Cold e aveva i suoni secchi e gelidi della steppa del nord; aveva
gli echi di decenni lontani della musica wave,
sfumati di shoegaze e velatamente misterici.
Il secondo disco – che è sempre il più difficile
della carriera di un artista – si chiama invece
Earthbeat e ha il cuore caldo e il ritmo scandito
dal battito della terra; e su quella desolata terra
ha i piedi piantati fino all'osso, con un gusto più
esotico, fatto di riti tribali e, soprattutto, di una
raggiunta maturità.
È giusto sottolineare questo contrasto, che, si
badi bene, non segna una svolta nel sound dei
Be Forest (sempre giocato su chitarre riverbe-
r e c e n s i o n i
nell'epoca dello streaming facile, nell'epoca
dell' "io sono un producer, e tu?", nell'epoca
di Ableton, questa simbolica città si presenta ancora come punto di riferimento per un
approccio classico all'arte. La somma arte,
saremo tutti d'accordo, è quella della musica, e
quindi come non accorgersi (se si è italiani) che
a Firenze c'è una scena musicale rock/noise/
new wave equiparabile a quella di poche altre
città del Bel Paese? I nomi si sprecano, TooMuchBlonde, Her, Kill the Nice Guy, Tribuna Ludu, King of the Opera, per non parlare
di quelli della gloriosa epoca new wave/alternative rock con band adesso considerate storiche quali Diaframma, Pankow, Litfiba.
In questo panorama così pieno di belle pr(o/e)
messe si fanno strada i Bad Apple Sons, con
il loro secondo album, My dear no fear, in
uscita a marzo a ben quattro anni di distanza
dal primo. Quattro anni spesi non solo a provare, produrre, maturare, ma anche a lavorare
sul concetto di "scena locale". Mai come adesso
l'associazionismo è importante per emergere,
per riuscire a distinguersi e per non restare invischiati in certi meccanismi da cultura di massa, e questo i Bad Apple Sons lo hanno capito,
dando vita insieme ad alcuni colleghi ad un collettivo che sulla pagina Facebook della serata di
presentazione definiscono così: Chic Paguro è
un collettivo artistico che ha origine dai rapporti
di collaborazione instaurati nel tempo da alcune
realtà dell'underground fiorentino (Bad Apple
Sons, Kill The Nice Guys, King of the Opera,
Tribuna Ludu e unePassante). Il progetto si
propone di veicolare arte e musica senza rinunciare all'intrattenimento.
My Dear No Fear è il risultato dalla collaborazione con Paolo Mauri, storico produttore
degli Afterhours e di molti altri gruppi italiani
'80-'90. Le registrazioni si sono svolte in appena due sedute primaverili in un isolato casolare
della campagna pisana (West Link Studio),
r e c e n s i o n i
alcuni punti (Capured Heart) si fanno persino
orecchiabili e soleggiati, complici forse un uso
degli effetti più spensierato e un gusto tropicale (l'effetto flauto-traverso è gustoso) che sta
prendendo piede un po' ovunque (ricordiamo il
caso M+A).
La dimensione del quartetto pare proprio la più
adatta alle finalità di una band, che, diciamolo
pure, avrebbe fatto un disco identico al primo,
se quella chitarra fosse rimasta sola. Invece ci
sono i synth al loro posto, un songwriting eccellente (in alcuni punti è difficile non pensare
ai Mazzy Star), una voce – quella di Costanza
– come al solito accennata e sensuale che tira
in ballo, con lo stesso piglio, Nico e i Daughter.
Resta un giudizio che è un po' lo stesso che fu
ai tempi di Cold: è difficile non rimanere ingolositi e affascinati, sia che si valuti Earthbeat
un'esperienza di continuità con il panorama
internazionale (con inequivocabile carenza di
originalità), sia che si prenda la forza stratosferica e viscerale di questa operazione artistica.
7.1/10
Nino Ciglio
Beck - Morning Phase (Capitol,2014)
Genere: pop, indie, folk
Abituato com'è ad accavallare progetti, inventarsi vite artistiche parallele e proporsi in più
versioni come se fossero in pratica altrettanti
spin-off di se stesso, Beck, per Morning Phase, ha seguito quasi alla lettera un disegno a cui
aderisce per tutto il disco senza una deroga che
sia una: scrivere il successore di Sea Change. Si
capisce al volo anche senza aver letto alcuna
anticipazione, bastano il giro di chitarra acustica che apre Morning e l'arpeggio iniziale di Heart Is a Drum per richiamare immediatamente
alla memoria le atmosfere di Golden Age e Lost
Cause. A occhi chiusi si sarebbe scommesso
che gli eleganti arrangiamenti d'archi portino
la firma di papà David Campbell e non sorpren-
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m a r z o
rate e ritmi tra wave e shoegaze), ma evidenzia
– fin dalla copertina, fatta di un colore opposto
a quella del disco d'esordio – il cammino artistico dei quattro (al trio si è aggiunto Lorenzo
Badioli ai synth). Un cammino che li ha visti attraversare dignitosamente la dark wave di marca 4AD (Cocteau Twins e Dead Can Dance),
il revivalismo 80s (Editors, Interpol), il punk
rock di matrice più scura (Siouxsie, Christian
Death), le tendenze rumoristiche dei 90s (My
Bloody Valentine, Slowdive), sempre con un
occhio alle ultime tendenze (The XX, Purity
Ring, Grimes, Is Tropical ma anche Bon Iver,
Devendra Banhart o Lykke Li). Ed proprio
quest'occhio pretestuoso e tendenzioso verso
i trend più in voga nel mondo indie – che ad
alcuni potrà apparire un po' para-cool – che, in
fin dei conti, fa della giovanissima band pesarese un radar attento e preciso, un crocevia interessante, un credo potenziale del gusto italiano,
finalmente pronto – come si dice già da tempo
– a fare il salto nel panorama internazionale.
Se Cold era costruito su tracce di esistenza,
Earthbeat è incentrato sulla coesistenza (solo
per citare il disco degli XX, forse il più palese
referente nelle tracce di Earthbeat). La coesistenza equilibrata dei livelli di scrittura, ad
esempio. Per la prima volta si dà agli arrangiamenti il peso che meritano: certo, è sempre un
sound minimale e del tutto interiorizzato, ma
è gustoso scorgere alcuni brani strumentali o
alcune parti delle canzoni in cui l'arrangiamento è veramente la base stessa della creazione
estetica. Già, estetica. Perché ancora una volta,
con i Be Forest, i conti tocca farli con la pancia
e con tutti gli altri sensi, oltre che con l'udito.
Coesistenza sciamanica, appunto. Quella che
fa incentrare il disco su un totem (Totem I e
II), che evoca spettri e presenze (Ghost Dance) da far inabissare le inibizioni e stimolare
danze tribali. Ma non solo questo. C'è anche
coesistenza lucida: di ritmi e melodia, che in
Genere: experimental
Non sappiamo davvero da dove iniziare per parlarvi del cofanetto dei
Deadburger, La fisica delle nuvole, considerata la quantità di materiale
– musicale e non – contenuta al suo interno (testimonianza ne è anche un
comunicato stampa dettagliatissimo lungo una ventina di pagine). Partiamo col dirvi che il lavoro consta di tre CD da ascoltarsi singolarmente ma
anche come parti di un'opera complessiva. Nel booklet (più di 60 pagine
con testi, immagini e informazioni varie in stile almanacco d'altri tempi) si parla di colonne sonore per opere teatrali, ma in realtà la musica
contenuta all'interno dei dischi è uno sviluppo ulteriore che vive anche da solo. Gli autori sono i
Deadburger, ribattezzatisi Deadburger Factory perché ogni disco fa capo a un "responsabile" diverso: Puro Nylon (100%) è di Alessandro Casini, Vittorio Nistri e Tony Vivona (ovvero i Deadburger), Microonde / Vibroplettri chiama in causa rispettivamente Vittorio Nistri e Alessandro Casini
e La fisica delle nuvole è a nome Deadburger. La divisione dei pani, in realtà, non è solo un vezzo,
perché i tre dischi si muovono in direzioni diverse ma allo stesso tempo complementari tra loro.
Potremmo dire, per riassumere in modo grezzo e forse impreciso, che si va dalla forma canzone a
omaggi a compositori contemporanei (soprattutto il primo e terzo disco), passando per un concetto di sperimentazione esemplificato in particolar modo da un Microonde/Vibroplettri che già dal
titolo parla chiaro (musica ricavata da un forno a microonde e da oggetti vibranti).
Un riduzionismo, il nostro, che in realtà non rende l'idea della complessità del materiale: l'ultimo
disco citato, ad esempio, vira verso territori industrial/noise/droning (la parte di Vittorio Nistri)
citando il krautrock (Cuore di Rana) e mostrando inclinazioni verso la soundtrack (Il dentista di
Tangeri), lontano però da sterili avanguardismi didascalici. Tutto ha un senso, ne La fisica delle
nuvole, e può essere ricondotto a una finalità precisa anche quando potrebbe non sembrare. Per
un Puro Nylon (100%) che musica le poesie di Tony Vivona declamandole su una sorta di postrock-wave-prog e campioni musicali di Erik Satie ricontestualizzati – contemporanea e dimensione popolare convivono, ad esempio, in una Oltre con alla voce, Lalli e al violino una Jamie Marie
Lazzara che sembra citare il John Cale velvetiano e più rumorista -, c'è un La fisica delle nuvole
con nelle corde un oriente psichedelico sui generis (Amber), certo crossover elegante (Bruciando
il piccolo padre), il funk (Deposito), gli archi (La fisica delle nuvole) e il folk-jazz (C'è ancora vita
su marte).
Quel che emerge da una valutazione complessiva del materiale è l'approccio perfezionista e davvero coraggioso dei responsabili del progetto (a cominciare dalla musica, per finire con le bellissime illustrazioni di Paolo Bacilieri), un suono dalla dinamica caldissima, un viaggio senza confini
di genere fatto seguendo dettagli minimali attorno a cui costruire il tutto. Esperienza d'ascolto
avventurosa, imprevedibile, capace di unire colto e popolare, ma soprattutto di stupire. Bravi davvero.
7.3/10
Fabrizio Zampighi
42
r e c e n s i o n i
m a r z o
Deadburger - La fisica delle nuvole (Snowdonia,2013)
r e c e n s i o n i
chi teatrali di Wave emergono con più chiarezza a un ascolto più approfondito. Con quel
pizzico di imprevedibilità in più, che è forse
l'unica vera pecca di un disco in cui la sensazione di deja vu è abbastanza marcata, rappresentato dai cambi di tempo di Blackbird Chain,
evidenti invece sin dal primo incontro con un
LP che senza gridare al capolavoro merita l'attenzione che riceverà.
7.1/10
Tommaso Iannini
Big Fox - Now (Hybris,2013)
Genere: pop, folk
A due anni di distanza dall'esordio eponimo,
Charlotte Perers, in arte Big Fox, torna con
Now, sophomore che prosegue lungo i binari di
un cantautorato folk-pop che le aveva già fatto
riscuotere diversi successi in patria: la cantautrice svedese, infatti, torna sulla scena dopo
unanimi consensi di pubblico e di critica, e con
alle spalle un tour come supporter delle First
Aid Kit.
Con loro, oltre alla nazionalità, la bella Charlotte condivide lo stesso gusto per atmosfere
da sogno, le stesse melodie soavi e leggere, il
medesimo riferirsi a paesaggi di intensa quiete
bucolica: siamo di fronte ad un album dove in
primo piano resta soprattutto la voce, declinata in lievi sfumature che, senza variare molto,
si realizzano in brani indie/folk/pop. È quello che succede in Shadow, brano di apertura
che esemplifica tutta la direzione del disco:
melodie azzeccate né mai troppo ricercate,
un'interpretazione vocale impeccabile impreziosita dalla presenza degli archi e del piano.
Lo stesso gioco, convertito ad accenti più solari
e catchy, che si ritrova nella successiva Girls,
altro esempio di un pop ben confezionato e di
facile presa, come dimostra anche la title-track:
un brano costruito sul contrasto tra voce maschile e femminile e sviluppato su un tappeto
m a r z o
de affatto leggere che il più abile trasformista
della canzone popolare americana a cavallo tra
due millenni abbia riformato la stessa band del
disco del 2002 con i fedelissimi di un tempo
Smokey Hormel, Justin Meldal-Johnsen, Roger
Joseph Manning jr. e Joey Waronker. Si potrebbero sentire i due dischi quasi senza soluzione
di continuità.
Ma è tutto così programmatico e arido allora?
Verrebbe da chiederselo. No, non è così. Prima
di tutto c'è un altro piccolo antefatto, ovvero
l'album registrato parzialmente a Nashville
nel 2005; a quelle sessions risalgono tre pezzi,
Waking Light, Blackbird Chain e la conclusiva
Country Down. Poi, per quanto le soluzioni sonore siano speculari, in Morning Phase
si respira un'atmosfera diversa, più leggera,
senza – verosimilmente – il portato emotivo che Sea Change si trascinava dietro, e con
in nuce una promessa di nuovo inizio come
leitmotiv. Infine, il qui presente è un disco che
cresce di ascolto in ascolto, lasciando affiorare
lentamente le forme di un songwriting stiloso
che piacerà meno ai cultori di certe bizzarrie
beckiane; eppure non si può definire meno che
classico e, per più di un verso, impeccabile.
La confezione sonora è sempre puntigliosa e
perfetta. Però non ci si ferma lì. Le pennellate
di suono vintage di Morning e Country Down
e gli echi di Byrds e Nick Drake di Heart Is a
Drum o la finale, beatlesiana Waking Light tra i
tanti orpelli mettono in mostra anche melodie
convincenti e arrangiate in modo superbo. E
fra gli omaggi al sound californiano classico da
Crosby Stills and Nash a Gram Parsons – Turn
Away, con le armonie vocali che più West Coast
di così non si può – e le sfumature di americana
moderna che fanno pensare ai Wilco e al neo
folk rock dei Fleet Foxes, il country rock tinto
di blues di Say Goodbye, l'esotismo psichedelico di Blue Moon, i toni avvolgenti delle ballate
Unforgiven e Don't Let It Go, i drappeggi d'ar-
43
m a r z o
Giulia Antelli
Blood Red Shoes - Blood Red Shoes
(Cooperative Music,2014)
Genere: rock
Affetti da ipertrofria discografica – 4 LP e un
EP dal 2008 ad oggi – gli inglesi Blood Red
Shoes tornano con un omonimo album che
non aggiunge nulla a quanto già detto dai precedenti episodi. La formula proposta dal duo
di Brighton, composta da riff granitici e muscolose ritmiche, ha esaurito la sua efficacia,
risultando il più delle volte scontata e a tratti
stucchevole.
Portano i Novanta sempre nel cuore, i Blood
Red Shoes, e non lo nascondono affatto, e se in
alcuni casi fanno ascoltare qualcosa di realmente interessante (Everything All At Once,
44
An Animal, The Perfect Mess), in altri sbandano improvvisamente (Grey Smoke, Far Away)
perdendo di intensità. Una band spaesata,
ancora alla ricerca di una direzione e a corto di
idee, che continua a pescare tra gli stereotipi
di un genere che ha finito il suo ciclo vitale. A
differenza del predecessore In Time To Voices, che cresceva piano, di ascolto in ascolto,
Blood Red Shoes stanca già al secondo giro e
non basta neppure l'ottima produzione di un
bravo John Agnello (Kurt Vile e Sonic Youth)
per allungare la vita a un lavoro che difficilmente entrerà nelle classifiche e nei cuori di
chi ascolta.
5.7/10
Andrea Murgia
Bologna Violenta - Uno Bianca
(Woodworm,2014)
Genere: avant, noise
Mantiene sempre più fede al nome scelto per
il suo progetto in solo, Nicola Manzan. Cuore
tematico di quello che è pienamente considerabile come un concept album, è proprio una
delle pagine più violente della storia di Bologna: quella legata alla famosa utilitaria che dà
il nome all'album e alle gesta sanguinose del
fratelli Savi che incendiarono le notti bolognesi
(ma non solo) tra la fine degli '80 e la metà dei
'90.
Più di cento assalti a mano armata con altrettanti feriti e venticinque morti ammazzati, fanno delle "gesta" della banda della Uno Bianca
uno dei fenomeni più sanguinari della storia
d'Italia, anni di piombo e stragismo mafioso
esclusi. E Manzan, meglio di chiunque altro,
rende appieno l'atmosfera di quel periodo col
suo ipercinetico grind-core digitalizzato in cui
chitarre inacidite e chincaglierie elettroniche
rivaleggiano a suon di mazzate nel creare una
sorta di soundtrack immaginaria delle scorribande dei Savi. Composizioni brevi, epilessie
r e c e n s i o n i
di percussioni che fa da sfondo al bel crescendo
vocale, rendendolo sicuramente uno degli episodi più riusciti e atipici.
Un mood confidenziale ribaltato dal refrain
eighties di Romantic Movie Love, un pezzo che
sembra scritto dagli A-ha e che non sfigurerebbe affatto nei titoli di una commedia romantica.
A Charlotte piace giocare le atmosfere, alternando umori tenui e malinconici (ad esempio nell'arpeggio acustico di Cheer You Up) a
solennità pop/soul (la conclusiva The Storm),
spaziando da modelli che richiamano grandi
songwriters come Tori Amos e Lisa Hannigan
e vere e proprie eroine sforna-hit quali Emiliana Torrini. Sulla carta, nulla da eccepire, sulle
casse invece tutto suona un po' troppo perfetto,
dosato e calcolato fino all'ultima nota: sembra
quasi che la giovane musicista si sia preparata
al grande salto, quello in classifica. Di sicuro,
ritroveremo Big Fox da qualche parte – forse
in qualche jingle pubblicitario, o in qualche
episodio di Grey's Anatomy -, ma difficilmente
ci ricorderemo di lei.
6/10
Stefano Pifferi
Boxerin Club - Aloha Krakatoa (Bomba
Dischi,2014)
Genere: pop, world_etnica
Ce ne siamo avvisti a più riprese in questi
ultimi mesi: un nuovo gusto tropicale s'aggira
per le tendenze musicali d'ogni dove. E se certo
non rappresenta una vera e propria novità
(quintali di funky e nu-funky, caraibico, marimba, world music, Peter Gabriel, Talking
Heads, Tom Tom Club e altri avevano già fatto
scuola), è singolare e curioso vederlo importato
nel sound della nostra penisola. Fortunatamente non è più solo Nord Sud Ovest Est di Pez-
r e c e n s i o n i
zali a tenere alta questa bandiera, ma anche,
ad esempio, il sound futuribile ed electro dei
forlivesi M + A o l'esplorazione più acustica e
giocherellona dei romani Boxerin Club.
Aloha Krakatoa è il titolo del primo LP della
band. Il disco, attraverso una parata festosa e
colorata di ritmi oceanici ed equatoriali, trascende la separazione netta dei generi e consegna ai palati curiosi un prodotto divertente ed
arzillo. Con il titolo si gioca sull'esplosione del
vulcano indonesiano che molti anni fa provocò il rumore più forte mai udito sul pianeta,
ma i Boxerin Club non si accontentano di
de-strutturare i (pure numerosi) referenti, li
filtrano invece nella loro personale esperienza,
fatta – come sempre in questi casi – di concorsi
e molta gavetta, ma anche di piccole soddisfazioni, come l'apertura dei concerti di Egyptian
Hip Hop o show in onore di P Diddy.
La produzione è affidata a un maestro: Marco
Fasolo, leader dei Jennifer Gentle, che svolge
un lavoro accurato ma non invasivo. In tutti
gli undici brani si sente la presa diretta, che
vorrebbe lasciare la fedeltà dell'esecuzione
dal vivo, nella quale – immaginiamo – la band
trova la sua forza. Così, mentre alcuni brani
(Bah Bah, Caribbean Town, Hedgehogs, Black
Cat Serenade) si muovono su una linea più
movimentata e danzereccia ricca di trombe
e percussioni e spesso ricordano i Vampire
Weekend dei primi lavori, ma anche i Django
Django o i Local Natives, altri episodi risultano più riflessivi ma non per questo meno
incisivi: è il caso della malinconia pop di Clown
o delle colline ghiacciate di Northern Flow. Più
elaborati e misteriosi (ma forse anche più riusciti perché meno banali) sono invece gli ultimi
brani del disco: quella Clouds'll Roll Away che
strizza l'occhio a Naked dei Talking Heads
con un tocco fusion ma anche a un Graceland
di Paul Simon che ritorna a tratti nelle chitarre spezzate di Try Hocket o nel canto inglese
m a r z o
soniche, assalti straight in your face lontani da
ogni forma canzone ma funzionali nel rievocare la brutale fugacità degli assalti della "Uno
Bianca", questi ultimi spesso condotti in un
delirio di onnipotenza o superomismo. Un delirio ricostruito da Manzan nelle note triturate
e nel parossismo sonoro generale, spesso rotto
da contributi "reali" (qualche notiziario, voci
lontane, gli inserti semi-klezmer di 10 Dicembre 1990 Bologna: Assalto Campo Rom o quelli
da sagra di paese di 18 Agosto 1991 San Mauro
A Mare: Agguato Auto Senegalesi) e da un uso
massiccio delle orchestrazioni d'archi, quasi ad
addolcire il tutto (l'atto finale 29 Marzo 1998:
Suicidio Giuliano Savi, a rendere giustizia a un
genitore incapace di sopportare la vergogna).
Niente accondiscendenza da parte di Bologna
Violenta, nessuna concessione al voyeurismo o
all'osceno, ma solo alla Storia, nel tentativo di
rendere nota una parentesi tra le più dure, mal
gestite e tuttora aperte – vedi alla voce, polemiche scatenate su web e carta prima ancora
che l'album venisse pubblicato – della Prima
Repubblica. E un invito, estremo, disarticolato,
violento quanto si vuole, a ricordare, ricostruire, non dimenticare.
7.2/10
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Genere: pop, world_etnica
Denitza Todorova – in arte DENA – debutta con il full length dopo aver
fatto alzare le antenne a più di qualche appassionato e amatore di female
now-alt-pop con due singoli e qualche mixtape su Kitsuné. La sua è una
sensibilità musicale che si accosta alle prove di M.I.A., Santigold, Elliphant, alle produzioni di Diplo e della nuova scuola di vocalità che viene dall'Inghilterra (vedi alla voce Emeli Sandé), con spezie innestate sia
di soul che di ritmo retromaniaco di fine anni '80, in particolare Neneh
Cherry (che guardacaso sta tornando con un nuovo album) e De La Soul.
La giovane cantante è di origini bulgare e vive dal 2005 a Berlino, città dove ha studiato visual and
media studies e dove ha iniziato a sperimentare con le tecniche audio-video contemporanee. Questo meltin' pot mittel la aiuta a proporsi come "novità al posto giusto e al momento giusto". Siamo
infatti stanchi del banghra di M.I.A., del pop troppo pulito dei paesi nordici, del synth pop londinese dei La Roux e così un po' di Balcani non possono che far bene. La presenza fisica della nuova
star assomiglia alle pose street di Grimes, con qualche tocco di slavato che non guasta. L'avvicinamento con il mondo della moda c'è già stato (l'abbiamo vista su riviste top del settore come
i-D, Vice e DSL) e il personaggio sta emergendo anche grazie ad una cover da parte degli amici di
Brooklyn Balam Acab, alla partecipazione come vocalist sui dischi di The Whitest Boy Alive, alla
presenza allo scorso SXSW e alla collaborazione sul singolo Guest List (precedente al debutto) di
Kool A.D. dei Das Racist.
In termini musicali, la voce non si discosta molto come range da quello delle amiche e concorrenti, ma il timbro baritonale dà quelle frequenze basse in più che intrigano e che calzano a pennello
con le atmosfere soul di pezzi come Bad Timing e Front Row Girl. Il tocco di esotico si applica
bene anche alla dance (Dice, You Wish) e al reggae contaminato con il pop, risultando piacevole
grazie a un'onesta commistione fra garage e pop (ottime in questo senso Games e Dice).
Stiamo assistendo alla nascita di una nuova stella? Molto probabilmente sì. Dalla carriera pre-debutto e dal risultato sulla lunga distanza non sembra essere destinata a scomparire troppo presto
dal firmamento pop. Il tutto è proposto con modi meno invadenti di quelli delle amiche già sul podio; l'offerta è meno patinata e più onesta. Insomma, è al posto giusto nel momento giusto, è pop e
quindi viene giustamente presa di mira dalle riviste di moda, ma non perde la sua attitudine street
e DIY (soprattutto nelle "pose-non-pose" dei video e nei mixtape molto professionali). Thumbs up
for DENA.
7.3/10
Marco Braggion
affiatato della bella Golden Nose.
Per tirare le somme, Aloha Krakatoa è un disco fresco, fatto da ragazzi intelligenti, con un
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gusto curioso ed originale e ha le carte in regola per non sfigurare nelle compilation estive di
tutti i tipi: da RTL a Stereogum. Con un po' di
r e c e n s i o n i
m a r z o
DENA - Flash (!K7,2014)
costanza, si raccoglieranno i frutti seminati in
un inverno che non è mai stato così tropicale.
6.8/10
Nino Ciglio
Genere: indie, post-rock
Il documentario che i British Sea Power
hanno musicato con questo disco, ovvero From
The Sea To The Land Beyond di Penny Woolcock, descrive l'evoluzione delle coste inglesi
negli ultimi cento anni, anche se in realtà parla
dei cambiamenti sociali avvenuti in Inghilterra
nello stesso lasso di tempo. Si parte da filmati
risalenti a inizio Novecento, passando attraverso i conflitti mondiali, il boom economico degli
anni Cinquanta-Sessanta, la crisi dei Settanta,
il decennio degli yuppie, fino ai giorni nostri. Il
mare rimane sempre sullo sfondo, strettamente
connesso con la cultura e le vicende britanniche almeno quanto lo sono il lavoro navale e le
scogliere ventose.
Per la colonna sonora del film, la band inglese
rielabora brani tratti dalla propria produzione
modificandoli e dando loro un titolo coerente
con i capitoli del documentario. Il suono generale spinge sul versante di una cinematicità
in odore di post-rock (la title track, ma anche i
multi-strati violenti à la Godspeed You! Black
Emperor di Melancholy Of The Boot), degli
archi, delle atmosfere morbide e degli spazi ampi; fondamentale, in fase di missaggio,
l'apporto di un Ken Thomas già al lavoro, tra
i tanti, anche con i Sigur Rós, nell'ottica di un
disco descrittivo, evocativo e tarato sull'emotività generata dalle immagini. I contributi audio
della pellicola (le sirene delle navi, il rumore
delle onde, il verso dei gabbiani) diventano parte integrante delle musiche, creando così una
sorta di universo sospeso a metà strada tra il
field recording e la classica soundtrack capace
Fabrizio Zampighi
Broken Bells - After The Disco
(Columbia Records,2014)
Genere: rock, indie
Quattro anni fa James Mercer degli Shins
e Danger Mouse – mastermind dei Gnarls
Barkley (che torneranno a breve) e uno dei
più influenti produttori dell'ultimo decennio,
al lavoro con U2, Gorillaz, Black Keys, Beck,
Norah Jones e John Cale – diedero alle stampe il primo episodio targato Broken Bells, un
onomimo sfizioso album di schegge creative tra
psych pop e indie a tinte elettroniche ad alta
digeribilità. Un esperimento tutto sommato
riuscito, per qualcosa che all'inizio poteva sembrare solo un side project estemporaneo o un
vezzo di due eccellenze provenienti da mondi
diversi - celate per l'occasione dietro un nome
misterioso e sarcastico (quale suono potrebbero mai emettere delle campane rotte, se non
confuso e deforme?) e decise lasciar parlare la
musica evitando di comparire sulle copertine
(in piena continuità con lo stile degli Shins) – e
invece si è rivelato solo l'inizio di una storia
che prosegue grazie ad After The Disco.
m a r z o
r e c e n s i o n i
British Sea Power - From the Sea to the
Land Beyond (Rough Trade,2013)
di sostenersi anche senza l'ausilio delle immagini (il DVD del film è comunque compreso
nel digipack). Con la musica che resta l'unico
commento in un filmato senza dialoghi o voci
fuori campo.
"Viaggiando dal 1901, attraverso le guerre,
verso la pace e l'epoca moderna, From The Sea
To The Land Beyond mostra le nostre coste
come un luogo di piacere, di industria e natura
selvaggia" si legge nelle note diffuse da Rough
Trade: i British Sea Power interpretano questo
viaggio nella maniera più classica possibile,
confezionando un disco senza troppe sorprese, ma solido e del tutto coerente con l'oggetto
della rappresentazione.
6.9/10
47
m a r z o
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pagnare un'altra delle sue storie di yuppies con
la striscia di coca già pronta sul comodino, ma
che sa sfuggire ai cliché più triti.
D'altronde conosciamo da anni il songwriting
del leader degli Shins e la sua capacità di partire da un'idea e svilupparla in modi del tutto
imprevedibili. Qui la sua scrittura è più lineare, sebbene riesca ancora a stupire in episodi
come Medicine (i Cure che riscrivono Let's Go
To Bed trent'anni più tardi), la frenesia di The
Changing Lights, con una strofa per cui Hall
and Oates ucciderebbero, e il ritornello appiccicoso di Control che si adagia su una base in
forte odore di Billie Jean. Una secca e spigolosa
elettronica da videgioco contrasta con effetto
la melodia ariosa di Lazy Wonderland (un tuffo
nei Seventies ad altezza Bowie, parente alla
lontana dell'Elton John di Goodbye Yellow Brick
Road) come non accadeva dal David Gray dei
primi Duemila, mentre il fantasma di George
Harrison aleggia man mano che The Angel And
The Fool procede.
Fatta eccezione per il mezzo passo falso di Leave It Alone - un blues glassato, sovraprodotto
e interminabile, che forse sarebbe stato meglio
lasciare alla fine della scaletta – e la confusionaria The Remains of Rock 'n' Roll, After The
Disco si rivela una prova più solida e coerente
del debutto, un esempio di pop intelligente
firmato da due autori consapevoli delle proprie
capacità. Mestiere, inventiva, il tutto sorretto
da una discreta manciata di earworms per tenerci occupati per la prossima stagione. Manca
forse un autentico colpo di genio, ma possiamo
accontentarci.
6.9/10
Alessandro Liccardo
Carla Bozulich - Boy (Constellation
Records,2014)
Genere: art
Con Boy Carla Bozulich arriva al terzo disco
r e c e n s i o n i
Spesso i supergruppi o i progetti collaterali di
artisti affermati hanno il difetto di promettere troppo e di lasciare l'amaro in bocca, una
volta finito il disco (si pensi agli Electronic di
Bernard Sumner e Johnny Marr), ma in questo
caso la sintesi tra le doti cantautorali di Mercer
e il talento del musicista e produttore che lo
affianca funziona proprio perché il primo ce
la mette tutta per entrare in confidenza con lo
stile del secondo, molto più che nell'esordio
omonimo. Senza gerarchie, senza smanie da
primedonne, senza eccessi: il piatto è più ricco
che in passato, eppure tutto sembra anche più
"rotondo" e omogeneo. Nelle undici tracce, che
scorrono con pochi intoppi, si fondono citazioni disco maneggiate con cura, elettronica dal
sapore irresistibilmente vintage – in particolare nei pad anni Settanta, al contempo caldi e
vibranti, a volte accompagnati dagli archi – e
pop d'alta scuola. Di certo, gli sforzi in studio di
Danger Mouse con Bono Vox e compari hanno
lasciato il segno nella lunga, ma tutt'altro che
faticosa, traccia d'apertura Perfect World, mentre Mercer si lascia andare a giocosi falsetti in
puro stile Bee Gees (post-disco) in Holding On
For Life, tanto fedeli che istintivamente viene
voglia di sfogliare il booklet per cercare il nome
di Barry Gibb tra i crediti.
After The Disco è un viaggio a ritroso verso
i suoni e le atmosfere dei bei tempi andati, un
disco che sotto la patina luccicante e festaiola
nasconde un'anima malinconica, a tratti cupa.
Un racconto di fantascienza degli anni Ottanta
letto oggi – magari dalla misteriosa donna in
copertina che ci volta le spalle e che si è appena tolta il casco – in cui immaginavamo cosa
saremmo stati e che invece ci sbatte in faccia la
cruda realtà: dopo la discoteca, viene tutto ciò
che ci lasciamo alle spalle, a partire dalle difficoltà della vita e delle relazioni amorose e non.
Un flusso sonoro dolceamaro pronto per essere
saccheggiato da Bret Easton Ellis per accom-
Teresa Greco
Cashmere Cat - Wedding Bells EP
(LuckyMe,2014)
Genere: trap, rnb, hiphop
Cashmere Cat, ovvero il producer norvegese
Magnus August Høiberg (noto anche come DJ
final nelle vesti ormai dismesse di turntablist),
è un tipo che suona esattamente come ci ricordiamo di certa elettronica di sintesi a cavallo
r e c e n s i o n i
tra UK e USA ripensando al 2012. Se scremate
EDM e proteici massimalismi, pensando intesamente a scazzati (ma studiatissimi) beats,
al bass di Girl Unit, a una floreale prosopopea
di vocali a fette e/o passate al vocoder, alle
melodie zuccherose, alla new age riprensata
da Purity Ring, e naturalmente a un melange
di pop e r'n'b schiumati in una variegata serie
di strumenti acustici, ecco che vi ritroverete a
casa Mirror Maru. Un EP che è poi diventato
colonna sonora di Grand Theft Auto V, una breve tracklist che in qualche frangente temporale,
assieme all'effetto controluce delle produzioni
di Ryan Hemsworth e allo sprito affine Shlohmo, sembrò il perfetto complemento pop da
cameretta di tutta una serie di produzioni che
andavano dalla LuckyMe di Hudson Mohawke
e Rustie (fan del nostro) alla Mad Decent di
Diplo.
Da allora ad oggi, con una manciata di remix
(alcuni dei quali di discreto successo, vedi il
l'edit di No Lie di 2 Chainz con il featuring
Drake o il remix di National Anthem di Lana
Del Rey), Høiberg non ha fatto che convertire secondo questo canone tutte le produzioni
di coloro che hanno bussato alla sua porta
chiedendo di remix o edit. Rapper, producer
francesi o starlette non faceva differenza. E se
questo era Cashmere Cat fino a ieri, questo è
quanto troviamo nel nuovo EP, Wedding Bells.
La differenza la fa la produzione un po' più
attenta e studiata, a partire dalla costruzione
del singolo With Me che, assieme alle altre
tre tracce, dà un tocco nipponico, a livello di
melodie e percussioni, a un noto assetto di beat
e vocali sintetiche. Spicca Pearls dove tornano certe soluzioni Purity Ring passate magari
sotto lenti Yellow Magic Orchestra, piacciono
i flauti del brano omonimo. Ma c'è anche da
dire che, tecnica a parte, il gatto di cashmere
sembra fin troppo seduto sugli allori, troppo
automatico nelle progressioni, tanto da lasciare
m a r z o
a proprio nome, dopo una lunga e avventurosa carriera, culminata negli album a nome
Evangelista, tra il 2008 e il 2011. L'album che
l'artista newyorkese definisce "pop", lo è nella
misura in cui lo si confronta al totale della sua
carriera artistica, improntata principalmente
alla sperimentazione e alla reinvenzione di
generi.
Trattasi di pezzi molto brevi nel formato
canzone, scritti per la maggior parte e suonati da lei, che ha curato anche l'artwork, con il
prezioso aiuto e input creativo del polistrumentista e compagno di vita John Eichenseer
(alias JHNO) e le ritmiche dell'italiano Andrea
Belfi. E' un art pop obliquo, tra chitarre, droni
e percussioni, con dissonanze e accenti che
rimandano al passato prossimo di Evangelista,
con quella voce straziata e drammatica; pezzi
al servizio del cantato e recitato di Carla (Don't
Follow Me), che sanno farsi lirici e commoventi (Drowned To The Light), atmosferici e drammatici (Gonna Stop Killing, Deeper Than The
Well, Danceland), ridotti all'osso come Lazy
Crossbones e What Is It Baby, narrativi come la
quasi strumentale chiusura di Number X.
Boy è in fin dei conti una ottima rappresentazione delle stratificazioni sonore e personali
che un'artista poliedrica come Carla ha attraversato; è ancora e soprattutto una personale
esorcizzazione dei fantasmi e una dichiarazione intensa e sincera della sua poetica.
7.3/10
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Genere: techno
Phillip Sollmann aka Efdemin è una delle figure chiave della scena elettronica tedesca dell'ultimo decennio. La sua parabola musicale è legata a
filo doppio a quella della Dial Records, a cui, pur non rimanendo fedele al
100%, torna sempre per i progetti più importanti. Sia lui che la label (e i
suoi fondatori David Lieske, ovvero Carsten Jost, e Peter M. Kersten aka
Lawrence, così come Pantha Du Prince, l'altro pezzo da novanta della
scuderia prima del suo passaggio alla Rough Trade) sono originari di Amburgo e poi trapiantati a Berlino: dal Golden Pudel, un piccolo club nella
zona del mercato del pesce della città anseatica, al Berghain, l'ombelico
del mondo techno. La Dial ha sempre avuto ampi spazi di manovra dalla capogruppo Kompakt:
pur presentando in catalogo proposte che spaziano dal songwriting al post-rock, l'etichetta ha da
subito trovato visibilità e rispetto concentrandosi su release post-minimal, frutto in particolare del
lavoro dei quattro moschettieri amburghesi di cui sopra.
Prima di diventare resident DJ al Panorama Bar, il polivalente Sollmann è stato violoncellista,
giornalista musicale, studente di computer music all'università di Vienna. Negli ultimi 14 anni
Efdemin ha portato avanti senza fretta ma con determinazione (dalla deep house scolastica di
Joni, traccia inserita nel primo CD di artisti vari Dial, datato 2001 e intitolato programmaticamente Hamburgeins) un progetto musicale al tempo stesso colto e immediato, nutrito di cultura enciclopedica in ambito elettronico e di passioni viscerali per i suoni made in Chicago e Detroit. Ed
è nei suoi eclettici DJ set (si veda il mix Carry On – Pretend We Are Not in the Room del 2008
per l'etichetta belga Curle, o il mixtape rilasciato nel 2013 per FACT ) e nei suoi remix (due esempi tra tutti: Butterfly Girl per Pantha Du Prince del 2005 e La Duquesa per DJ Koze del 2013) che
la "forza tranquilla" di Efdemin si esprime in pieno, mentre le scorribande più sperimentali sono
firmate o con il suo nome e cognome (i droni ambient di Something is missing – Dial, 2006) o in
coppia, con Oliver "Rndm" Kargl (la minimal cerebrale firmata Pigon, creata con il software Max/
MSP) o con Marcel Fengler (le produzioni pubblicate da Ostgut Ton a nome DIN).
La pubblicazione dei tre long-playing firmati Efdemin, tutti sotto l'egida Dial, copre un periodo di
sette anni, e ogni uscita segna un momento evolutivo. Nel 2007 l'album omonimo pone il musicista di Amburgo all'attenzione mediatica mondiale (per intenderci: in quell'anno Resident Advisor
mette Efdemin al primo posto tra i producer, e il disco al secondo posto tra gli album, solo dietro
a Untrue di Burial), con una rivisitazione di istanze a metà strada tra il lirismo funky di Theo
Parrish e le metronomie delle M Series by Maurizio, per una deep techno che soddisfa in pieno
i bisogni primari del dancefloor (Lohn and Brot, Le Ratafia), senza lasciare disconnesso il cervello. Tra i suoni selezionati, spiccano quelle campane (Knocking at the Grand, Acid Bells) che poi
saranno al centro dell'ultimo lavoro dell'amico e allora compagno di scuderia Pantha Du Prince:
tra i due rimangono più affinità che divergenze, con Hendrik Weber alla ricerca delle propaggini
più romantiche della techno, e Phillip Sollmann ai tempi maggiormente attratto da battiti e pulsioni afroamericane. Chicago, del 2010 (malgrado le reticenze in merito dell'autore, il titolo non
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Efdemin - Decay (Dial,2014)
Alessandro Pogliani
poco all'immaginazione e all'imprevisto.
6.3/10
Edoardo Bridda
CEO - Wonderland (Modular
People,2014)
Genere: pop, indie, synthpop
Whorehouse, la traccia che apre il sophomore
album di CEO, è nulla di meno che micidiale, il
miglior singolo del 2013 a non essere comparso
nelle classifiche di fine anno per la semplice, unica ragione per cui il s/t di Beyoncé è il
miglior album del 2013 a non essere comparso
nelle classifiche di fine anno: i giochi erano
ormai fatti.
Whorehouse è, inoltre, il brano emblema di
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m a r z o
è buttato lì a caso), esprimeva in pieno il lato più groovy di Efdemin, affiancando piacevolissimi
brani deep house dalla forte impronta jazzy (Cowbell) ad esperimenti più canonicamente minimal
(Night Train). E dove il mix riusciva meglio, ne risultava un cocktail frizzante e godibile, ad alta
gradazione dance (Shoeshine, There Will Be Singing, Wonderland).
Decay, in confronto ai primi due album, è un disco molto più pacato e rigoroso. Lo stesso Efdemin lo presenta come "più coerente e maggiormente focalizzato sulla faccia più profonda della
techno", prendendo linfa vitale dalle sperimentazioni drone delle installazioni sonore che Sollmann porta in giro in tutto il mondo. La press release circostanzia: l'album nasce nel "Meadow",
il suo nuovo studio di Berlino, e si affina tra i monti blu di Kyoto, durante una artist residency di
tre mesi a contatto con i colori, le emozioni trattenute, i ritmi rarefatti della natura giapponese.
Decay: decadimento, declino, decomposizione, "my body isn't listening to me". Il primo pezzo
funziona come dichiarazione d'intenti: un profondo ed inflessibile 4/4, ambientali space pad lanciati verso l'infinito ed oltre, frequenze alte in levare. Le voci che connotano Some Kind of Up and
Down Yes sono tratte da una puntata del quiz televisivo americano degli anni Cinquanta "What's
my line?", ospite Salvador Dalì (!). In Drop Frame ritroviamo le campane, marchio di fabbrica della
minimal Dial, trattate e risonanti, frammiste a fruscii e rumori colti in field recording. L'eterea
traccia Transducer fa da apripista ad una delle vette del disco: Solaris è, e non solo nel titolo, un
vero e proprio omaggio in musica al realismo magico di Tarkovskij. Tastiere cristalline si rincorrono nella stanza degli specchi: alla fine l'ecstatyca raver tedesca, nel suo magnificare le virtù ecumeniche della musica, non può che terminare con un eloquente "Liebe ist total". La traccia eponima Decay riprende stilemi techno-trance cari ai primi Underworld. Subatomic riesce a fare a
meno del kick drum, concentrandosi sull'ambiente e prendendo fiato. Track 93, con la sua sghemba linea vocale, e i suoni analogici di The Meadow sono i più diretti ma ironici riferimenti house
del disco (vaghe memorie detroitiane, à la Robert Hood). Parallaxis ci riporta nello spazio e ci
lascia lì a volteggiare, ma solo con la proiezione astrale. Il nostro corpo, in continuo, impercettibile
decadimento, non si era mosso dal tempio di Ohara: "touching music, touching music". Disco della
maturità, meditativo, ascetico, ambizioso nel suo voler cogliere le profondità dello spazio infinito
e il suono della foglia che cade. Ladies and gentlemen we are floating in deep techno space.
7.2/10
Genere: shoegaze, lo-fi, drone, post-rock, post
Il duo Have A Nice Life, formato nel 2000 da Dan Barrett e Tim Macuga, è forse
quello che, negli ultimi anni, ha più credibilmente rappresentato il sentimento
di alienazione espresso dal post-punk sul finire dei Settanta, l'industrial nei tardi
Ottanta e il post rock degli anni Zero. La band del Connecticut esordisce nel 2008
con il corposo, oscuro ed enigmatico Deathconsciousness, diventando da subito un
culto. Poi un EP, Time Of Land, una raccolta di B-sides in cassetta, fino ad arrivare a questo The Unnatural World, vero e proprio seguito sulla lunga distanza. Nel mezzo, una completa assenza di immagine,
appena una manciata di apparizioni dal vivo e, tuttavia, un seguito di appassionati via via crescente, tanto
da rendere i loro dischi introvabili. Di fatto, almeno fino ad ora, Dan e Tim si sono totalmente negati al
loro pubblico, non fosse per i pochi rigurgiti da studio che, nemmeno a dirlo, rispecchiano in pieno questa
attitudine straniante e misteriosa. A differenza del precedente, che superava le due ore, The Unnatural
World si presenta compatto, sicuramente più fruibile nella sua interezza. Assolutamente non un disco
meno ambizioso, semmai più a fuoco ed essenziale, pur mantenendo intatti gli stili e i riferimenti che si
mescolano perfettamente tra loro nella tavolozza degli HANL.Sottili riverberi elettrici si alternano ad
improvvise sfuriate post-punk, crescendo strumentali degni dei migliori Godspeed You! Black Emperor
vengono accompagnati da sostenuti echi shoegaze e da una sezione ritmica che si lascia spesso andare a
pulsazioni di stampo industrial. Il tessuto sonoro degli HANL è sostanzialmente costruito sull'alternarsi di tutti questi elementi, che si propongono ripetutamente in vari momenti del disco senza per forza
prendere il sopravvento. Pezzi come Defenestration Song e Unholy Life sono innegabilmente il frutto di
un retaggio post-punk che risale a gruppi come Suicide, Bauhaus e Joy Division, aggredendo l'ascoltatore furiosamente per poi rispedirlo in territori desolati fatti di droni e percussioni ossessive (Dan and
Tim, Reunited By Fate), mentre nei momenti in cui le atmosfere diventano rarefatte, ipnotiche e oscure,
vengono alla mente i passaggi più ambient di Slint e sopratutto GY!BE. La band sembra sentirsi a suo
agio soprattutto nel far trasparire la grande influenza dell'industrial, praticamente in tutte le sue denominazioni, dai tocchi elettronici di marca Throbbing Gristle (molto meno evidenti che in passato, a dire il
vero) ai più recenti sussulti dei Pop.1280, passando immancabilmente per l'ingombrante presenza degli
Swans di Michael Gira. Oltre agli elementi sonori più di impatto del disco, è sicuramente nell'aspetto
dissonante di tracce come Music Will Untune The Sky e la conclusiva Emptiness Will Eat The Witch,
in cui sembra risiedere l'espressività assolutamente introversa del gruppo. È proprio nell'ultima lunga
traccia, in cui l'organo dai toni funebri, accompagnato da quelli che sembrerebbero sospiri lontani e da
un testo immensamente deprimente seppur a volte impercettibile, che gli HANL lasciano un'impronta
importante dal punto di vista emotivo. "It isn't real but it feels real", da Burial Society, riassume alla perfezione lo spirito con cui la musica del gruppo è composta. Un disco alienante, molto spesso depresso e che
tende ad eclissarsi, a darsela a gambe, ma che riesce come nessuno, al momento, a coniugare in modo così
convincente determinate sonorità e riferimenti. Per quanto rumore possano fare sul web, The Unnatural
World è una ulteriore conferma di quanto gli HANL siano ancora, fortunatamente, una realtà difficile da
decifrare.
7.4/10
Luca Falzetti
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m a r z o
Have a Nice Life - The Unnatural World (The Flenser,2014)
Massimo Rancati
Champs - Down Like Gold (Pias,2014)
Genere: indie
Down Like Gold, l'esordio dei fratelli Michael
e David Champion, in hype da alcuni mesi in
r e c e n s i o n i
UK, è disco malinconico e abbastanza sommesso, come non ci si aspetterebbe del tutto da un
indie act giovanissimo. Storia esemplare la loro,
fatta di band adolescenziali nella madrepatria
Isle Of Wight, finché si riuniscono e registrano alcuni demo. Un pezzo, St Peters, arriva
alle orecchie di Dermot O'Leary di BBC Radio
2, che li invita nel suo show per una session.
Circostanza questa che porterà in seguito alla
registrazione del debut album e al contratto
con la PIAS.
Down Like Gold è indie, è pop, è folk – prettamente in acustico e dalla vocalità accattivante –
che fa un po' il verso con devozione ai loro idoli
R.E.M. in primis, ma anche ai classici americani (Dylan e Neil Young); l'upbeat del primo singolo Savannah (così come My Spirit Is
Broken) è piuttosto in controtendenza rispetto
al mood generale, che è melanconico, fatto di
piccoli pezzi d'amore sussurrati, romantici e
curiosi, con ipnotiche e sospese lullaby come
la già citata St Peters o la title track in odore di
deserto.
Una percezione di coesione che fa del disco
un piccolo vademecum pop da consultare con
frequenza.
7.2/10
m a r z o
Wonderland, un po' perché il suo "once upon
a time" (estrapolato da un documentario sul
finanziamento segreto di Al Qaeda) recita "I
felt like I opened Pandora's box" dicendo da sé
praticamente tutto del disco e, soprattutto, perché mette da subito in gioco gli elementi che si
troveranno poi, ricorsivamente, lungo tutta la
tracklist: sintetizzatori goffi quanto il Bianconiglio (e con più di un occhio di riguardo per il
drill rap), ritorni di fiamma per certa rave baltica (non una novità su Sincerely Yours), vocals
distorte in un range che va dal chipmunk al
gutturale a mimare tutta una serie di creature
dalla dubbia sessualità, esuberi di glitter e colori evidenziatore (che sono poi quelli dell'artwork di copertina) e, infine, una linea guida
generale che si piazza tra gli Animal Collective di Fireworks e la Madonna di True Blue.
Whorehouse è, però, nel quadro di Wonderland,
anche l'eccezione. Il resto dell'album dismette
gli hook, i ritornelli a sostegno della narrativa e
qualunque altra forma di calcolo, procede per
sensazioni ed edonismi. Il risultato vede l'exTough Alliance fallire nell'intento di schivare
il concept album (per forza di cose: la mente di
chi proclama Zlatan Ibrahimovic come propria
anima gemella, se lasciata libera, non può che
generare i più malati dei Paesi delle Meraviglie)
ma anche, al contrario, avere pienamente successo nel consegnare ai posteri un lavoro non
eccezionale, ma senz'altro unico nel suo genere.
Wonderland è un disco pop che opera in maniera sensoriale, che esalta la superficialità per
divertire, certo, ma soprattutto per destabilizzare. Provate a nominarcene un altro.
7/10
Teresa Greco
Chat Noir - Elec3cities
(RareNoise,2014)
Genere: impro, jazz, experimental
Lavoro denso e dalle venature oscure, Elec3cities segna il ritorno degli italiani Chat Noir
dopo quattro anni di assenza dalla scena discografica. Attivi da dodici anni e con alle spalle
tre lavori in studio di buona fattura, il trio
formato da Michele Cavallari, Luca Fogagnolo
e Giuliano Ferrari si muove con passo spedito
nei territori electro-jazz attraversati in precedenza dai Jaga Jazzist e Supersilent, con cui
condivide uno spirito pioneristico sensibile alla
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Genere: soul, elettronica
Due album di nu soul aprono diverse prospettive sul destino del genere/non genere che in questi ultimi anni sta diventando la lingua franca
dell'indie (The xx, The Weeknd), portando gli ascoltatori una volta più
vicini alle chitarre e ai palchi ad avvicinarsi ad atmosfere più meditative
e mescolate con l'elettronica. Il sound dei synth attutisce i colpi di uno
zeitgeist dominato dalla crisi, dalla mancanza di paletti e di riferimenti,
riportando l'attenzione su quello che per antonomasia è il classico che ha dato da sempre linfa
vitale al rock: il soul, il suo antenato nero, meno bastardo del blues e più vicino alle frivole e spensierate movenze dance. Il panorama indie rinuncia alle band rappresentative (forse l'unico gruppo
degli anni '10 sono rimasti gli Arcade Fire, ma c'è chi li relega già al decennio 2000-2010) e punta
oggi sull'intimismo, sia esso ripiegato sul ricordo del passato o concentrato più su microscene effimere, che durano il tempo di una stagione.
Gli australiani HTRK (abbreviazione di 'Hate Rock') escono sulla prestigiosa Ghostly International
e, dopo un interlocutorio Work (Work Work), riescono a sfornare un disco pieno di malinconia, probabilmente influenzato dalla perdita del terzo componente della band Sean Stewart avvenuta durante le session del lavoro precedente. Il suono – a prescindere dal lutto – è molto convincente, guarda
al passato di Sade, Everything But The Girl in modo maturo, senza copiare troppo e inserisce
anche qualche synth più vicino a noi (un misto bilanciato fra Lopatin e Com Truise). Si abbandonano i riverberi fuzzy del passato e ci si ritira in camera, probabilmente senza droghe, magari sorseggiando lentamente un buon cognac. Jonnine Standish e Nigel Yang costruiscono visioni dub-pop per
romantici alienati (vengono in mente i paesaggi al neon di Bret Easton Ellis) che hanno consumato
i dischi della scuola di Bristol (Blue Sunshine), digeriti e rivisitati in una nuova scena, quella australiana di Flume e company. Se nei compatrioti però si respirava ancora qualche fumo da clubbing, qui
il ballo è tutto mentale e magistralmente privato. Un disco che potrebbe piacere sia al fan di James
Blake che a quello dei Suicide (vedi la cadenza motorik di Soul Sleep). (7.4)
Coincidentia oppositorum che negli A/T/O/S (da pronunciarsi come A Taste Of Struggle) rimescola
le carte con suoni più street, sempre ancorati al passato, ma presupponendo legami ulteriori con il
jazz ibrido di Flying Lotus (in particolare Cosmogramma), le vocals sperimentali di Erykah Badu,
il beatmaking della Anticon (Paper), i Portishead e se vogliamo anche con Alice Coltrane (What I
Need 2). Gli HTRK si rintanano nelle camere anodine della morte, mentre qui la morte l'andiamo a
cercare ancora per strada, e ovviamente il progetto dei belgi Amos e Truenoys non può che essere su
Deep Medi, cioè sulla label londinese di Mala (con annessi remix di Skream e passaggi sulla trasmissione di Mary Anne Hobbs). Un po' come sembra aver già detto Actress quest'anno con Ghettoville, anche qui l'orizzonte è cupissimo, la crisi si sente a pelle e il dubstep viene instillato come un
virus nel soul elettronico. Da sentire, ad esempio, le bordate di basso di Cosmos, la ballad pseudo pop
di Roses (altro che Katy B) o la desolazione di Nowhere. (7.4)
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r e c e n s i o n i
m a r z o
HTRK - Psychic 9-5 Club (Ghostly International,2014)
A/T/O/S – s/t (Deep Medi Musik)
Dischi che non segnano un'epoca, perché per definizione non potrebbero circoscrivere il vuoto,
ma che aprono nuovi problemi, si interrogano criticamente sulla definizione mutante di un genere, il soul, che ormai è diventato la base del rock. Come qualche anno fa i King Midas Sound
avevano scalato le classifiche di mezzo mondo, così HTRK e A/T/O/S potrebbero ripresentarsi su
molte selezioni di fine anno. Da sentire.
sperimentazione e alla ricerca interiore.
Formazione jazz ma solo di estrazione e di
apparenza, gli Chat Noir prediligono non la
volatilità – per commutare un termine economico – dell'improvvisazione, bensì uno schema
compositivo di estrazione non proprio jazzistica, più legata agli stilemi del rock progressivo di
matrice inglese. Numerosi gli spunti interessanti
del disco: si va dalla sorniona ed elegante Chelsea High Line in cui sono presenti fortissimi
echi degli Heliocentrics di Malcolm Catto, alla
più ritmica e incalzante Radio Show, passando
da Our Hearts Have Been Bombed che con il suo
dilatato climax percussivo finale rappresenta
uno dei momenti più alti dell'intero album.
Egregiamente suonato e prodotto con buon gusto e mestiere, Elec3cities risulta forse troppo
prolisso e in alcuni momenti eccessivamente
lento; la sfoltitura delle tracce avrebbe giovato
sicuramente al prodotto finale. Un buon album,
con ottimi spunti ma qualche perdita della bussola che non intacca, comunque, il lavoro fatto
dagli Chat Noir.
6.5/10
Andrea Murgia
Cheatahs - Cheatahs (Wichita
Recordings,2014)
Genere: rock, alt, shoegaze, noise
Ok: siamo tutti innamorati di un certo sound
chitarristico targato anni '90, quello che ha
avuto nei My Bloody Valentine di Loveless
un picco difficilmente avvicinabile. Ma anche
di quello dei Dinosaur Jr. o dei Ride. Ecco,
anche i quattro Cheatahs sono chiaramente innamorati di quell'epoca musicale, di quell'estetica e di quel sound: lo-fi buzz, voce annegata
nel muro delle elettriche, in bilico tra alt-rock e
noise. Roba che se è fatta bene – gli Smashing
Pumpkins di Mellon Collie… per esempio –
ancora oggi mostra un fascino a cui è difficile
resistere. Però questo ritorno degli anni '90 ha
anche messo in gioco un back to 90s (gli stessi
MBV , i Seefeel o, in casa nostra, i Massimo
Volume) che è stato disuguale per qualità e
risultati. Ma almeno quelli erano figli legittimi
di quell'era.
Nel 2014, esaltarsi per un gruppetto onestissimo, capace, che mescola abilmente le carte
di un rock comunque intelligentemente vestito come questi Cheatahs, possiamo dire
che tecnicamente è fuori luogo, se ti occupi di
musica da giornalista musicale e non da fan.
Per fare un esempio che piacerebbe alla nostra
Giulia Cavaliere, sarebbe come dare lo stesso
peso dell'originale (Paolo Conte) a un emulo
(Raphael Gualazzi). Non per forza i brani di
Nathan Hewitt, James Wignall, Marc Raue e
Dean Reid suonano male, tutt'altro, ma crediamo sia giusto avvisare il lettore che rifanno Bodies e Stumbleine appena meno hard, ma senza
variazioni sostanziali. Che anno è?
6.5/10
m a r z o
r e c e n s i o n i
Marco Braggion
Marco Boscolo
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Genere: pop
Sono tornati gli Cheveu, il terzetto più weird
di Francia e per una volta l'aggettivo non è
sprecato. Sono i capostipi dell'avant garage
punk francese insieme ai Feeling of love e
gli Yussuf Jerusalem, gente che nel contesto
di riferimento ha portato una boccata d'aria
fresca con buoni agganci anche qui in Italia e al
di là dell'Atlantico. Era da un po' che non si facevano vivi se contiamo che il precedente 1000
era datato 2010.
Quattro anni che hanno reso il trio più accessibile perché in gran parte ripulito dal meccanismo lo-fi/shitgaze con chitarre che – ogni
tanto – suonano come chitarre e un'aggressività limitata rispetto al passato. Bene così, il
raggio d'azione che si riversa in territori pop
(?) è perfetto per dar sfogo alla duttilità degli
Cheveu: aumentano complessità e barocchismi,
aumenta l'attenzione per i dettagli, ad esempio
con un uso più fantasioso dei cori (gli ah ah ah
ecclesiastici di Monsieur Perrier) o delle voci
con le manipolazioni retro robotiche di Juan in
a Million.
Rimane invece invariato l'otto volante musicale
che li ha sempre contraddistinti. Ancora una
volta è centrale il groove: come se lo spirito
dance malaticcio dei Wall of Voodoo girasse in
lungo e in largo tra garage punk (Albinos), hip
hop (irresistibile Madame Pompidou), e ricordi
Sandinisti dei Clash nel finale di Johnny Hurry up, che già dal titolo sembra fare il verso a
Strummer and co. Alla fine della giostra Bum
si qualifica per il piglio allucinato e divertito,
mantenendo dunque i principi d'identità Cheveu. Spesso pare di sentire dei Battles sotto
acido alle prese con temi garage/post punk;
una sensazione più che positiva.
7.3/10
Stefano Gaz
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Christian Prommer - Übermood
(Compost Records,2014)
Genere: house, deep, soul
Prommer è uno di quei nomi che se ne stanno in sordina, ma che sanno di avere in sé un
ventaglio di skill al limite del culto. Se si ascolta
house non si può non averlo sentito. Il produttore e batterista americano ormai di casa
a Monaco ha collaborato con i più importanti
personaggi del panorama elettronico mondiale,
a partire da Kruder and Dorfmeister per arrivare a DJ Hell, passando per i progetti personali con Fauna Flash, Trüby Trio, Voom:Voom,
Alexander Barck e la band nu-jazz Drumlesson. Un piccolo grande artigiano che fa del suo
meglio per portare avanti un discorso non più
al passo con i tempi, ma sintonizzato su una
percezione della qualità altissima.
In questo nuovo lavoro, il dancefloor non è più
il fine principale. Scatenarsi non ha più senso
dopo le stagioni di musica precedente, concentrate anche (e non esclusivamente) sul ballo.
Prommer tenta di coniugare le anime dei suoi
molti volti in un unicum che spazia dal ricordo french touch (grande Florian Riedl sui sax
dell'opener Shanghai Nights, bello il jazz St
Germain di Tob, Der Bär) alla deep-mittel (buono il feat. vocale di Adriano Prestel in Can It Be
Done). In più aggiunge il minimalismo classico
clubby (Aturo), la soul-tribal (Future Light con
il bel featuring di Simon Jinadu dei The Beauty
Room), la house classica (Hanging on the DJ
Booth), il gusto folk '70 losangeliano (Wonder
of the World) e l'electro pura (Marimba).
Una conferma su un sound magari cristallizzato, dove non manca una patina di già sentito
che abbassa il livello dal punto di vista delle
soluzioni compositive, ma pur sempre pieno
di vitalità e di spunti che chiamano in causa
la classe. Non è sicuramente paragonabile alle
sperimentazioni dei Cobblestone Jazz, ma
r e c e n s i o n i
m a r z o
Cheveu - BUM (Born Bad,2014)
Genere: electro
Lucy torna sulla lunga distanza dopo l'esordio del 2011 sulla sua etichetta
Stroboscopic Artefacts, Wordplay for Working Bees. Il suo è un approccio
estetico che mantiene un calore mediterraneo di fondo (esplicito anche
nel titolo che ricorda tre topoi italici per eccellenza), anche se viene
continuamente modificato e titillato dalla presenza di Berlino, città in
cui vive e produce. Le costellazioni di questo nuovo lavoro rispecchiano
il percorso inaugurato finora assieme a compagni d'etichetta (leggi Xhin,
Rrose, Kangding Ray, Perc…) e istituzioni del calibro di Speedy J, producer con il quale il nostro ha prodotto lo scorso anno, sempre sulla label personale, il buon Zeitgeber.
Un percorso, quello di Luca Mortellaro, che trova esiti molto interessanti esplorando due leitmotiv. Il primo si lega storicamente ad un saper scrivere melodico che è proprio di una lunga tradizione elettronica italiana: pensiamo agli anni '60 di Berio e Maderna, contrapposti alla Francia
e alla Germania di Risset e Stockhausen, arrivando alle sensazioni della techno illuminata di
Donato Dozzy, amico già visto in svariate produzioni su Stroboscopic. Il secondo è invece il ripensamento della cultura ambient e techno industriale che va dalle produzioni del giro Sandwell
District alle recenti esplorazioni su Ostgun Gut.
I due sentieri si avvicinano in modo indolore e gli arrangiamenti stanno in piedi senza forzature:
The Horror richiama alla mente l'Apocalypse Now di Coppola con del macchinico post-atomico,
Leave Us Alone reinventa l'IDM dei 90s dei Plaid con uno sguardo à la Vainio di Konstellaatio, Human Triage costruisce la perfetta ambient per il nuovo millennio con un battito cardiaco
glitchato di fondo che impreziosice la texture e che ricorda gli ambienti liquidi di Drexciya, Laws
And Habits viaggia su coordinate da videogame nipponico dancefloor, Follow The Leader è misticismo tantrico con i monaci tibetani su battute in cassa dritta, The Illusion Of Choice è pura
acid con melodie nordeuropee, We Live As We Dream estasi Dozzy, Falling chiude con le vocals di
Emme in una spiaggia balearica.
Un salto di qualità rispetto all'esordio, per Lucy. Un disco ispiratissimo, caldo, freddo, veloce,
lento, oltre le catalogazioni. Un mix di sensazioni e di contrari che ci fanno viaggiare per un'ora di
puro piacere. Una volta si diceva IDM, oggi possiamo chiamarla solo music.
7.4/10
Marco Braggion
risulta comunque più che sufficiente.
6.7/10
Marco Braggion
Cibo Matto - Hotel Valentine (Chimera
Music,2014)
Genere: pop, easy_listening, indie, triphop
Yuka C. Honda e Miko Hatori ancora insieme.
Il disbanding è datato 2002, in seguito al tour
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m a r z o
r e c e n s i o n i
Lucy - Churches Schools And Guns (Stroboscopic Artefacts,2014)
Genere: alt, noise, electro
Parto delle più classiche e misteriose isole del mar Egeo, con indosso una tunica a coprirne il
volto ma allo stesso tempo a svelarne l'immaginario, mossosi lungo le strade d'Europa catturando
suggestioni e influenze, arriva oggi a partorire il disco d'esordio l'ultima sensazione made in Italy
(che tanto Italy non è). Mai Mai Mai è la sigla dietro cui si cela il solo-project di uno dei più noti
animatori della scena made in Roma Est e nel suo mettere a frutto esperienze diverse, musicali ma
non solo, si distacca molto dalle atmosfere con cui siamo abituati ormai a confrontarci quando si
parla di Borgata Boredom e affini.
In realtà, Mai Mai Mai fa partita a sé, anche esondando dai confini cittadini e/o dei compagni di
merende. Theta vive, infatti, di sensazioni e suggestioni generate da un magma montante di flutti
sonori che si scontrano e fortificano in continuazione, creando spazi allucinatori e visioni di una
alterità a volte agghiacciante, a volte cullante come un nostos d'altri tempi. Tradotto in soldoni,
l'esordio per Boring Machines è una mezzora di viaggio fuori dal tempo e in numerosi spazi fusi e
confusi in una sovrapposizione stordente, che fa dell'album un agglomerato urticante di elettronica in battuta bassa a suon di synth, nastri, campionatori ed effettistica varia, generatore di atmosfere esoteriche e misteriche che trasudano un paganesimo ferale ma mai aggressivo.
Potremmo giocare facile coi riferimenti "foscoliani" sul topos dell'agognata terra natia perduta,
ma l'irrequietezza – industrial, se proprio dovessimo ridurla ad una definizione che, nella sua
ampiezza, denota solo un certo tipo di approccio – che riveste tutto Theta ci fa tornare in mente le
inquietudini "umane" dell'Ulisse dantesco, minore Prometeo dei tempi (quasi) moderni, rese però
da Mai Mai Mai con un uso sapiente delle macchine. Lavoro ostico ma arcaicamente affascinante
e musicalmente eccelso.
7.4/10
Stefano Pifferi
del secondo album Stereo Type A (uscito nel
1999). Non c'erano stati screzi, lo iato serviva a
prendersi il classico periodo di decompressione dopo il successo internazionale. Per gli smemorati: le due giapponesine avevano mandato
in solluchero la grande mela alla fine del secolo, utilizzando ammiccamenti sexy, paillettes
e retrofilia shibuya-kei mescolate al trip hop e
al pop. In più ebbero l'onore di collaborare con
Michel Gondry, alla regia del singolo Sugar
Water, e di partecipare (solo la Hatori) a Hello
Nasty dei Beastie Boys.
La scintilla che ha fatto scattare la reunion è
58
stato un concerto di beneficenza alla Columbia University per le vittime dello tsunami nel
2011. Lì era presente pure Yoko Ono e di sicuro la nonna del rock avrà sussurrato qualcosa
all'orecchio di Sean Lennon (che già suonava
con le due giapponesine nel secondo disco).
Non siamo sicuri al 100%, ma l'incontro è
servito di certo a galvanizzare il combo e a far
ripartire la macchina, tanto che l'album viene
stampato proprio sulla label di Lennon.
Con qualche aiuto mirato da "personaggi che
contano" nel jet set musicale (il cantante americano Reggie Watts, Nels Cline e Glenn Kotche
r e c e n s i o n i
m a r z o
Mai Mai Mai - Theta (Boring Machines,2013)
r e c e n s i o n i
ita con precisione certosina e stile sopraffino.
Le macchine e la produzione fanno il loro
dovere per costruire un disco pop eccellente,
come non se ne sentivano da tempo, e le due
ninfe sono ancora all'altezza del palco. Bentornate, Cibo Matto.
7.3/10
Marco Braggion
Dani Male - SMAiLA (Musica
Sbagliata,2014)
Genere: pop, cantautori
Sembrava una cosa molto estemporanea, la
vicenda Dani Male. Invece dopo l'ineffabile
Trauma Turgido è arrivato il buon Mitomania e poi ancora il progetto parallelo (convergente?) Black Sabani. Insomma, Dani l'uomomaterasso, il profeta dello one-man-bed, è
ancora vivo e lotta assieme a noi bardato di
somma tracotanza lo-fi e scazzo obliquo oltre
i livelli di guardia. Anche in questo terzo opus
SMAiLA viene quasi automatico innescare
parallelismi col Bugo prima maniera, con la
differenza sostanziale che il Bugatti poteva
contare su una voce e una vis interpretativa già
da piede nella fossa (ogni riferimento a Beck
non è affatto casuale), mentre il buon Dani sta
più o meno ai blocchi di partenza della normalità tipologica: canta come un amico a caso, usa
un vocabolario striminzito per raccontarci stati
di quotidiana nevrosi, insomma lo diresti privo
di particolare talento a parte una ostentata balordaggine condita da accessi di pura furia.
Eppure, su queste fondamenta riesce ad eccedersi, sa diventare una specie di martire
sgangherato del circolo vizioso delle proprie
ossessioni. Fulminato come una lampadina
attaccata all'alta tensione, al posto della luce
regala pennacchi di fumo acre e scoppiettii
destabilizzanti. La "musica sbagliata" di Dani
Male è una tonnellata di qualunquismo punkettone in cui si celano pagliuzze d'oro, è un
m a r z o
degli Wilco, il percussionista Mauro Refosco
degli Atoms for Peace), Yuka e Miko hanno
ripreso le istanze avant pop newyorchesi dei
90s e le hanno attualizzate all'oggi. Il disco è
molto aperto, con suoni che respirano, senza
tanti overdub o ammennicoli produttivi come
quelli che da un po' di anni a questa parte hanno livellato le proposte, soprattutto in ambito
electro-pop. Gli strumenti hanno una voce propria e la voce si distingue bene dal mix e dagli
arrangiamenti: tutto ciò potrebbe sembrare una
puntigliosità da pundit melomani, invece il risultato produttivo si riflette proprio sulla scelta
dello stile e delle soluzioni compositive.
Lo slow down e il ritorno ad atmosfere pop
soul tagliate con qualche percussione hip-hop
o qualche chitarra funky-rock (stupendo il
richiamo DFA in 10th Floor Ghost Girl) fanno
venire in mente addirittura i Talking Heads o
le ultime prove della stessa Yoko Ono. In più
torna il marchio di fabbrica Sixties che contraddistingue da sempre il suono Cibo Matto
(suggestioni 007-misto-Mad Men in Emerald
Tuesday), qualche elemento preso dai blues
elettrificati di Beck (MFN) o da quelli più
sporchi e sognanti la fine millennio di Tricky
mescolati con un savoir-faire à la MarilynMonroe-meets-Morphine (Hotel Valentine).
Per finire, il lento da poltronissima (Empty
Pool) e l'armonizzazione nippo-lounge (Lobby).
La connessione con un tempo passato e forse
ormai sepolto (ricordate i Death In Vegas?)
si collega alle suggestioni estetiche dei Daft
Punk: là il milieu musicale/cornucopia da cui
attingere erano i Settanta, qui sono i Novanta
del trip-pop-rock (l'operazione farà imbiancare
ulteriormente i capelli di molti quasi quarantenni). L'ennesimo esempio di retrofilia? Per
qualcuno potrebbe anche essere, ma per chi
scrive Hotel Valentine non è una mera copiatura, bensì un'ottima attualizzazione ricostru-
59
Genere: folk
Cercare di imprigionare i fantasmi che abitano le nostre vite è un sogno
lungamente rincorso dall'uomo. C'è stato chi, come gli adepti del mesmerismo d'Età Vittoriana, hanno provato a costruire portali per un contatto
diretto con loro, cercando di registrarne le voci su rudimentali supporti.
E c'è chi, da prima dell'elettricità, ha sempre tentato di fissare nell'arte i
propri fantasmi, per oggettivarli, quasi rimuoverli chirurgicamente dalla
propria carne viva e consegnarli, con alterne fortune, all'umanità.
Alcuni, come Kimya Dawson, hanno trasfigurato nel mondo fatato dell'infanzia le proprie nenie
ossessive, rendendo il privato pubblico. Altri, i folk singer più impegnati, hanno fatto entrare i fantasmi della società nel proprio privato, in un processo di privatizzazione delle agonie sociali. C'è,
infine, una ristretta cerchia di artisti che ha saputo mescolare entrambi i piani, rendendo universali i propri fantasmi attraverso romanzi, poesie, film. E canzoni, come quelle di Marissa Nadler,
apparentemente fatte di poco più che di un tappeto di leggeressimi synth su cui poggiare il fingerpicking e la voce delicata. In realtà, capaci di sostanziare i propri fantasmi attraverso un lavoro
di cesello sulla composizione e l'arrangiamento, così da rendere i tre quarti d'ora di quest'ultimo
disco una summa mirabile del cantare il folk dell'ultimo secolo.
Dentro a canzoni come Desire o Drive c'è l'equilibrio voce/chitarra di una Vashti Bunyan, solo
asciugata dell'afflato più hippie e riconsegnata a una dimensione prewar, di un inizio Novecento polveroso e in chiaroscuro. E ci sono i testi di ordinaria sofferenza, quel racconto del sè come
unica forma del vivere che ha caratterizzato tanto songwriting al femminile, dalla Karen Dalton
di 1966 a Nina Simone. C'è la saggezza produttiva di Randall Dull (sì, quello del metallo trasfigurato Sunn O))), ma anche Akron/Family). C'è il sapiente uso dei synth di Steven Moore, per un
suono d'ambiente che sessanta anni fa avremmo affidato interamente agli archi. Ma soprattutto
c'è la voce, anche elaborata, più che altro controllata, plasmata, della Nadler, e la sua intelligente
scelta di lasciare riverberi lunghi alle chitarre per dare corpo a quei fantasmi che altrimenti appaiono imprendibili. Un salto in alto dell'artista americana, forse con qualche incertezza ancora
da limare. Ma da qui in poi, sembra di vedere nascere una musicista che inciderà il proprio nome
nella Storia. La Nadler ha la perizia di una veterana al servizio di una saggezza arrangiativa e di
una scrittura – mai così felice – che promettono ancor più di quanto già – ed è molto – non dicano.
7.5/10
Marco Boscolo
secchio di vongole dal quale spuntano perle.
E non certo a caso, ma perché nel frattempo
il Nostro ci ha preso gusto e ha saputo condire il piatto con deviazioni noise-psych ed
escursioni popadeliche niente male. A parte le
60
badilate hard(emenzial)core-punk (con la voce
che sbraca doom, tipo in Semaforo), è tutto un
frullare fregole beat inzaccherate d'acido (La
borraccia, Nauseato) con sconfinamenti surf
(Vampira) e persino cow punk (Flanella).
r e c e n s i o n i
m a r z o
Marissa Nadler - July (Sacred Bones,2014)
r e c e n s i o n i
L'operazione viene condotta in modo impeccabile, ha tutte le carte in regola, ma il risultato
è un po' freddino, troppo pianificato. Sembra
infatti difficile innamorarsi di un manichino
che rivanga stilemi Ottanta (i Kraftwerk in
FemDom), ballad sexy à la Sebastien Tellier
(Never Ask, Never Tell), qualche movenza robotica à la The Hacker (All Dressed Up) e che
non si prende nemmeno un po' in giro. Eeprom
è bravo (top in Hungry for More), ma suona un
po' moscio, come i film western della domenica
mattina di Rai Tre o le vecchie meteore anni
'80 che incontriamo alle feste revival di Pasqua
e dell'Epifania nelle discoteche di provincia
(All Eyes on Me).
Se non sapete cosa mettere su, date pure un'ascolto. In Francia è già boom, e lo si può capire.
Il ragazzo gioca bene le carte da 007 e punta
moltissimo su look e parrucco. La mossa promozionale rischia di andare però oltre la qualità musicale e di schiacciarla. Attenzione a non
strafare e a non diventare l'ennesimo Kavinsky.
6/10
Stefano Solventi
Marco Braggion
Danton Eeprom - If Looks Could Kill
(InFiné,2014)
Genere: techno
Dopo Yes Is More del 2009, torna il produttore
marsigliese Julien Brambilla aka Danton Eeprom con dieci tracce che stanno a cavallo fra
pop, synth e chic-disco. Se nell'esordio aveva
usato la musa Chloé come voce di punta, qui
il featuring d'eccezione viene consegnato alla
voce di Birkii per il singolo Biscotto and Chimpanzee. Cambiamento di destinazione e risultato molto simile: voglia di fare il dandy della
scena francese, e quindi rivangare il già detto
degli Air e di molti componenti dell'old school
F-touch (in più anche qualcosina copiata male
da Matthew Dear).
Eagulls - Eagulls (Partisan,2014)
Genere: rock, post-punk
Chi ricorda This Is England '86? I sobborghi
dello Yorkshire, le file di mattoni rossi, le madri
depresse, i padri stupratori, le dr. Martens consumate, la droga, l'attitudine punk di chi non
ha ancora vent'anni. Per gli Eagulls tutto ciò
non è una pantomima da cui trarre ispirazione
per rinnovare il guardaroba, si tratta di vita
vera. Circa due anni fa, due di questi cinque
elementi (il chitarrista Mark Goldsworthy e il
batterista Henry Ruddel) hanno dato vita alla
band con il comune intento di raccontare il
disagio della loro realtà, in chiave post-punk.
Nulla di originale, verrebbe da dire, finché un
anno fa qualcosa si smuove, in seguito alla pub-
61
m a r z o
Ma il bello è che per una Iggy che persegue
chirurgicamente il grado zero con un boogie
strampalato, c'è una Bolle di cartilagine che
rastrella nostalgie beat-pop glassate di piano
e flauto, suggerendo insospettabili vicinanze
con certe malinconie Baustelle. Oppure, per
lo slackerismo terminale di Vomito (i Pavement con la canna del gas ficcata in gola) c'è
una Cammello che abbozza cromatismi indie
languidi e striscianti come un Badly Drawn
Boy scarabocchiato a luce spenta. E via discorrendo, tra spleen barrettiano (Fuori c'è il sole) e
anti-romanticismo Skiantos squarciato garage
(Mi stai sul callo).
Viene quasi da cercarci un messaggio, tipo che
siamo tutti in un baraccone di non senso e tanto vale cercare nessi profondi in una geografia
di deliri scolpita in decenni di scorribande lisergiche, capace perciò di assegnarti una dignità di riserva, una specie di resurrezione sguaiata e cialtrona sì, ma in qualche strano modo
autorevole. Non sarà così, ma solo sospettarlo è
un segnale. C'è del raziocinio in questo sbraco.
7.2/10
m a r z o
62
Joy Division contaminata dagli Adolescents,
con cenni a Public Image Ltd e qualche coro
in stile Cockney Rejects (le ansiogene Tough
Luck e Amber Veins).
Scomodare nomi come quelli sopracitati senza
cognizione di causa sarebbe un errore imperdonabile, il che significa che gli Eagulls meritano l'attenzione che stanno cercando. Se stavolta la otterranno, non sarà perché hanno offeso i
vostri papà, ma perché una volta premuto play
non potrete fare altro che esclamare "cazzo,
che botta".
7.1/10
Alessia Zinnari
Egokid - Troppa gente su questo pianeta
(Novunque,2014)
Genere: pop
Gli Egokid sono una delle realtà indipendenti
italiane di maggiore qualità, una delle band
che, semplicemente, suonano meglio. I loro
dischi, a partire dal bellissimo Minima storia
curativa del 2008, sono egregiamente curati,
prodotti ed eseguiti live e dimostrano come
sia assolutamente possibile, ancora, in Italia,
vedere messe a fuoco le capacità compositive e
di performance di un gruppo indie.
Troppa gente su questo pianeta si fregia, non
soltanto nel titolo, della consueta riflessione
civile, come già avvenne nel precedente Ecce
homo del 2011 dove le istanze più sentimentali
andavano ad unirsi al racconto sociale, includendo alcuni pensieri più strettamente sociologici, legati al periodo storico, alle questioni politiche del momento. Quello che fa degli Egokid
una band interessante è questa rara capacità di
incrociare assai bene il piano autoriale a quello
musicale; per dirla in modo molto banale, la
musica e il testo qui hanno un peso specifico
simile, non sono le parole a schiacciare qualsiasi velleità di composizione, come avviene in
molta della musica italiana odierna.
r e c e n s i o n i
blicazione sul loro blog di una lettera scritta di
getto che potrebbe essere considerata come il
loro primo passo verso l'attenzione mediatica:
un vero e proprio manifesto punk-hadrcore dei
giorni nostri. Volendo riassumere, il contenuto
è un'invettiva dai toni squisitamente riot contro
il crescente fenomeno del musicista alternativo patinato che si esprime in modo giovane, si
veste come da copione e ha successo perché ricalca le esigenze della massa, come ad esempio
avere delle componenti femminili nel gruppo
(frecciatina alle Savages?). Perle come "To all
beach bands sucking each others dicks and
rubbing the press' clits. I am going to cut your
hair clean off", o ancora "Now your all trippy
and spiritual and all that shite. Well, go to fuckin India and stay there, your dad will have to
buy your flight back within 5 minutes of your
arrival" meritano di essere citate, se non altro
per dare un'idea dei contenuti rintracciabili
anche nel loro primo LP, l'omonimo Eagulls in
uscita il 4 marzo via Partisan Records.
Dieci tracce feroci che, rispetto alle produzioni precedenti, imboccano con più decisione la
dispersiva strada del post-punk sporcandola
con un'attitudine street/oi!/hardcore incarnata dalla carismatica figura del vocalist, George
Mitchell: belloccio, talentuoso, incazzato. La
prima e l'ultima traccia, Nerve Endings e Soulless Youth, sono l'emblema di un disco che
mantiene una linea secca e costante, senza
variazioni sostanziali tra un pezzo e l'altro. È il
post-punk/new-wave pure british che si scontra con l'hardcore scene made in USA. È quello
che può uscirne fuori se cresci ascoltando i
Magazine assieme ai The Clash e ai Minor
Threat: grandi turbe, ma anche grande sensibilità. Ritroviamo quindi omaggi ai Killing Joke
(la cover di Requiem, contenuta come bonus
track) come ai The Gun Club (Yellow Eyes, citazione palese) e ai concittadini Gang of Four
(Footsteps). L'eleganza e l'introspezione dei
Giulia Cavaliere
Enrico Ruggeri - I S (Neverlab
Avant,2013)
Genere: avant, kraut, ambient
Tra un Musteri Hinna Föllnu Steina del 2013
in condivisione con Elio Rosolino Cassarà e
un disco di prossima pubblicazione a metà con
Luca Barachetti (ex Bancale), l'ex Hogwash,
Enrico Ruggeri, continua a sfornare piccole
gemme ambient/avant. Se il disco precedente
faceva da colonna sonora al progetto Sardegna
Abbandonata (qui trovate il film definitivo con
le musiche di Ruggeri), col suo carico di suoni
vaporosi e inquieti, il qui presente sviluppa ulteriormente il discorso accelerando sul versante delle fascinazioni introspettive. I punti fermi
rimangono l'estrema lentezza nello sviluppo
dei brani, un certo minimalismo controllato nei
suoni, la tendenza a creare soundscapes poco
invasivi e in qualche caso (Succo) addirittura
marginali, la fissità stentorea dei bordoni di
synth. Gli elementi inediti, invece, rientrano
soprattutto nei due brani iniziali, con un Adiosu percussivo e tellurico e un Printania Dust in
cui spuntano flashback di pianoforti seppiati e
intangibili.
Il resto è la solita dimostrazione di gusto: un
tessuto molle con vaghi disturbi industrial
posizionato ai bordi dello spettro uditivo, ma
anche una collezione di suoni capace di rapirti
senza forzature (se si eccettua una Errore #12
ai confini col noise che suggerisce un surrealismo visivo quasi in stile Lynch). Una sicurezza,
per gli amanti del genere.
7/10
Fabrizio Zampighi
Flying Vaginas - And That's Why
We Can't Have Nice Things (Mia
Cameretta,2014)
Genere: pop, indie, shoegaze
Hanno deciso di fare sul serio ad ogni livello,
i Flying Vaginas. A partire ovviamente dalla
ragione sociale: cosa c'è di più sconcertante
– oserei dire flaminglipsiano – di uno stormo
di vagine volanti? Considerate poi i nickname
che si sono imposti: Angry Pineapple, Disappointed Kiwi e Well Worn Banana. Insomma,
un approccio patafisico giusto un attimo prima
di scivolare nel demenziale, con qualche eco
dell'acido understatement zappiano. Sia chiaro però che con Zappa e Flaming Lips non
c'entrano pressoché nulla. La loro si direbbe
semmai una strategia per dissimulare l'attitudine sonica grave, quel bazzicare cioè ugge
caliginose e ruvidità radiante come usava talora
nella cuspide tra Ottanta e Novanta, quando si
abbozzavano prospettive indie e shoegaze (da
qualche parte fra The Sea Urchins e Jesus
And Mary Chain) mentre i fratelli più grandi
insistevano a sbattersi di dark wave.
In qualche modo ne esce psichedelia dal cuoricino di tenebra, come è chiaro fin da Wake,
prima traccia di questo And That's Why We
m a r z o
r e c e n s i o n i
Tra l'inevitabile e presente fantasma dei Baustelle, alcuni momenti a la Ruggeri di Tutto
scorre e uno stile sempre personalissimo, ci
imbattiamo in alcuni brani irresistibili: Il re
muore - scritta a quattro mani con Samuele
Bersani e già nel suo ultimo lavoro Nuvola
Numero Nove -, Che tempo fa, Non balliamo
più e alcuni momenti struggenti a cui la band ci
ha abituati negli anni: La madre, Frasi fatte. Se
ancora qualcosa potrebbe essere perfezionato
in questo gruppo, è forse un'eccessiva verbosità, talvolta, nei testi, che finisce con l'appesantire i brani: a parte ciò, una resa su album
sempre pulitissima e un livello di produzione
curatissima fanno di Troppa gente su questo
pianeta un nuovo ottimo capitolo di una band
di grandissimo talento e originalità compositiva.
7/10
63
Genere: easy_listening, cantautori, psych, impro, fieldrecordings
Vai, Mike, vai e insegna ai "neo-tropicalisti" a disegnare mondi immaginari. Se ce la potessimo cavare così, con una battuta, il senso di New
Globe Notes risiederebbe esattamente in quelle poche parole. In un colpo
solo, con un album curatissimo dalla sempre più off NO=FI Recordings in
collaborazione con Nero, questo outsider dell'avanguardia british fattosi
ormai romano d'adozione rimette ordine nel guazzabuglio dei giovani
artisti impelagati nel marasma dei suoni caldi e stordenti d'estrazione
tropicale con sconfinamenti verso sfumate lande chill-wave e si dimostra personaggio tra i più
bizzarri – ma con una lucida idea musicale e non solo – dell'infinito panorama off mondiale. High
Wolf, Ducktails, Hexlove, Sun Araw, nomi, spazi, tempi diversi ma accomunati da una sorta di
attrazione (neo)primordiale per lande tropicali, suoni gocciolanti, atmosfere sfumate e inumidite,
non impallidiscono di fronte a questo album – edizione ampliata e ri-masterizzata di alcuni, carbonari, lavori usciti negli anni per la personale Hipshot Records – ma fanno un po' la figura degli
allievi bravi e diligenti quando si trovano di fronte al maestro.
In New Globe Notes troverete un profluvio di suoni portati avanti con la indolenza tipica di un
pomeriggio a tasso d'umidità 100% e arricchiti da una chitarra preparata che scivola via liquida,
sognante e pluviale, mischiandosi con rumori ambientali, field recordings, loop and drones. Ad
ammantare il tutto, una sensazione di alterità minacciosa, a volte più cupa (Electricity, tra scampanellii sinistri e cupe avvisaglie, gli stropicciamenti noise di Green Island Fiji), a volte meno
(l'estatica isola hawaiana andata a male ipotizzata in Pearl Fisher), ma sempre pronta a mostrarci il rovescio della medaglia della moderna exotica tutta cocktail e lustrini: ovvero, come dietro
quell'immaginario si celi un mondo reale fatto di bombe atomiche e "contaminati paradisi incontaminati".
Assimilabile per concezione al lavoro svolto dagli Heroin In Tahiti (l'artwork è opera di Francesco de Figueiredo) e, nel suo ipotizzare mondi, simile al bellissimo saggio "Altrove" di Henri
Michaux (non a caso tra i preferiti di High Wolf ), New Globe Notes è un diario di viaggio inconsueto verso lande immaginarie ma non troppo, che vale tutto il prezzo del biglietto. Come a dire,
c'è molto dietro una camicia fantasia.
7.4/10
Stefano Pifferi
Can't Have Nice Things, EP d'esordio per il
trio laziale che più avanti non si trattiene dal
tracciare traiettorie Sarah con quella combinazione di sporco e languido (vedi l'inquietudine
estatica e rappresa di Steve Brick And The
Portland Concrete) da sembrare una cosuccia
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che accade dietro l'angolo. C'è posto anche per
certo punk'n'roll sbrigliato noise da nipotini
accorti dei Sonic Youth (Trainman Grief ), prima di accasciarsi nei quasi sei minuti di vampe
and feedback acidi di una conclusiva D.S.M.
(Don't Save Me) che chiude i conti con l'estro
r e c e n s i o n i
m a r z o
Mike Cooper - New Globes Notes (No=Fi Recordings,2014)
psych di stampo albionico.
Nel mezzo, i tre buontemponi trovano modo
di citare uno dei libri più cupi di Douglas
Coupland (Hey Nostradamus!) e piazzare un
singolone che t'incalza di ruggiti brumosi e
jingle luccicanti (Happiness And Flour). Avrete
capito che sono derivativi, ma sembrano disposti a mettere in gioco se stessi in questa deriva,
riuscendo ad azzeccare un robusto equilibrio
tra forme e sostanza, al punto da autorizzarci
ad immaginarli in prospettiva. Troppo poco per
farne qualcosa di grande, d'accordo. Ma abbastanza per farci puntare il dito e sussurrare:
bravi, cazzo, bravi.
7.3/10
Gallon Drunk - The Soul Of The Hour
(Cloud Hill,2014)
Genere: rock, indie
La filiazione Nick Cave dei Gallon Drunk è
cosa nota – anche per la militanza del leader
James Johnston nei Bad Seeds – ma forse
tendiamo a farne una targhetta un po' frettolosa, rischiando così di trascurare le differenze
anche profonde della proposta. Che in effetti
è sempre stata una riarticolazione di blues,
garage, surf, swing, rockabilly e altre pazzie
nella centrifuga febbrile della post-modernità,
più simile se vogliamo alla calligrafia d'un Jon
Spencer anche se generosamente carburata ad
inquietudini e guittezze da pub. Una formula
che sembrava aver esaurito la spinta, sensazione rafforzata dall'abitudine di far passare
almeno un lustro tra un lavoro e l'altro.
Invece, a soli due anni dal buon The Road
Gets Darker from Here, ecco l'album numero
otto The Soul Of The Hour, nuovo bassista
(Leo Kurunis) e rinnovata quadratura per sette
tracce che svariano tra veemenze acide (l'impetuosa The Dumb Room, funk blues che scuote il fantasma di Hendrix e coagula esaspera-
m a r z o
r e c e n s i o n i
Stefano Solventi
zione Blue Cheer) e rarefazione jazzy (Dust In
The Light, col tremolio psych ed il drumming
sparso), subbuglio pernicioso (il crescendo
sincopato di Before The Fire, che nel finale
avvampa quasi Afghan Whigs in un bailamme
d'ottoni) e soprattutto una diffusa propensione
motoristica (nell'estro beat incupito Gun Club
di The Exit Sign, nella spettrale The Speed Of
Fear e nella cavernosa title track).
Più che sulla scrittura, tendenzialmente minimale, è sulla forza dell'impianto e sul tiro
delle interpretazioni che Johnston e soci fanno
perno, una strategia della tensione che mira a
logorarti le difese con ondate dense e ipnotiche
di climax successivi. I risultati sono apprezzabili, ma il rischio è che alla prima smagliatura
il giochino da ossessivo diventi subito monotono, come accade soprattutto in quella Over
And Over che sembra pescare senza troppa
convinzione dalla younghiana My My, Hey
Hey, rammentando un brogliaccio raffazzonato
e fracassone dei Dream Syndicate. Bel disco
insomma, ma con qualche riserva.
6.9/10
Stefano Solventi
Giancarlo Frigieri - Distacco (Contro
Records,2014)
Genere: cantautori, rock
A neanche due anni da Togliamoci il pensiero,
torna l'ex-frontman dei Joe Leaman col sesto
album da solista ed un rock cantautorale sempre più combattivo (e non "impegnato", visto il
senso ahinoi deleterio del termine). Il suo punto
di partenza, di vista e di forza è proprio il volersi
coscienza critica del presente senza salire su
uno scranno ma restando coi piedi ben piantati
a terra, aggrappato alla sua condizione di individuo/cittadino sensibile e senziente. Un menestrello, sì, ma che si è ascoltato bene il rock nelle
sue varie declinazioni elettriche, tanto da farne
un intercalare necessario nonché un ben artico-
65
Genere: pop, psych, folk
Fruscii, riverberi elettronici, rumori placidi e indefiniti. Certi dischi cominciano piano, ti introducono alla loro magia quasi timidamente, come
se le canzoni, da mero sottofondo, dovessero entrare dentro di te in punta
di piedi, fino a non uscirne più. Comincia così anche Love's Crushing Diamond dei Mutual Benefit, il collettivo messo insieme dal giovane singer/
songwriter texano Jordan Lee (autore e arrangiatore di tutti i brani),
arrivato al debutto lungo dopo vari esperimenti e progetti solisti, riuniti
e sintetizzati sotto la ragione sociale di un gruppo aperto e corale: in altre parole, una specie di
famiglia allargata in cui ognuno decide liberamente di dare il proprio contributo.
Con molta autoironia, loro si definiscono post-lunar buddha turds, mentre il generatore di hype
pitchforkiano non ha esitato a metterli sotto l'ala protettiva del Best New Music. Quello di cui è
bene parlare è invece l'essenza ottimista, solare ed estatica di questo esordio: siamo di fronte a
un album difficile da definire, intriso di quel brillante ottimismo proprio del freak-folk USA (tuttavia scevro da ogni stereotipo hippie), costruito magistralmente su un accumulo di suggestioni
ed influenze che spazia dal synth pop all'elettronica, dallo psych al baroque folk. Strati di suoni,
cori, violini, banjo e chitarre acustiche: un piccolo caleidoscopio iridescente che richiama le stesse
"famiglie" folk di cui sopra – dalla progettualità aperta di Akron/Family e Danielson Famile,
passando per la visionarietà spaziale degli Animal Collective. A partire dall'armonia destrutturata dell'opening Strong River, i Mutual Benefit preparano l'ascoltatore a un'immersione totale
nelle acque limpide del folk più sperimentale e atipico. Grazie ad un riuscitissimo gioco di echi e
stratificazioni, ogni brano anticipa e introduce quello successivo, attraverso un filo rosso fatto di
melodie soavi e complesse, anche se rigorosamente analogiche, quasi ai limiti del lo-fi: l'ipnotico
organo di Golden Wake, così come il banjo trasognato di Advanced Falconry, diventano emblemi
di un songwriting obliquo e trasversale, ricco ma mai over-prodotto, mutevole e splendidamente
onesto. In altre parole, composizioni – di nuovo – aperte, frutto di contributi e collaborazioni fatte
per lo più assieme a musicisti/amici, sedimentate poi sotto la scrittura di Lee. Fuori da ogni imposizione classica, C.L. Rosarian e Strong Swimmer esulano dalla tradizionale forma-canzone folk,
inserendosi invece in un dilatato rincorrersi di suoni diversi tra loro, in cui si mescolano assieme
alla musica luci, suoni e colori.
A fine ascolto, quello che si avverte è pace, purezza, visioni auree e sogni lunari: un pot-pourri in
cui si inseguono chitarre nostalgiche e voci diafane, strettamente legate ai tempi di ieri ma, allo
stesso tempo, capaci di creare un suono nuovo. Ed è proprio questo il miglior pregio di Love's
Crushing Diamonds: pur legandosi inevitabilmente ad un genere (il folk, per l'appunto) secolare
e canonizzato, tutte le canzoni si fanno portatrici di una bellezza pura e disarmante, sette piccoli
diamanti nascosti tra le pieghe della psichedelia e della roots music. C'è poco altro da aggiungere
su un disco d'esordio singolare e prezioso, che, presumibilmente, potrà resistere con ostinazione
alle battute del tempo. Con una sola raccomandazione: non lasciatevelo scappare.
7.5/10
Giulia Antelli
66
r e c e n s i o n i
m a r z o
Mutual Benefit - Love's Crushing Diamond (Soft Eyes,2013)
Stefano Solventi
r e c e n s i o n i
Halls - Love To Give (No Pain In
Pop,2014)
Genere: pop, cantautori, electronica
Halls, all'anagrafe Samuel Howard, in un certo
momento, durante il 2012, sembrava poter
essere uno dei possibili nomi da classifiche di
fine anno. Questo momento è rintracciabile
nei giorni che seguirono la release del singolo
White Chalk - dopo un promettente Fragile
EP -, capace di lasciare i più a bocca aperta
dinanzi a un'ottima sintesi epico-malinconica.
Ciò nonostante, il pur valido album di debutto
Ark passò praticamente inosservato, finendo
per tranquillizzare le acque attorno al giovane
londinese e relegandolo al solitario dimenticatoio fino al recente e silenzioso annuncio
del secondo capitolo intitolato Love To Give,
pubblicato nuovamente via No Pain In Pop.
Ark era tetro, claustrofobico e un po' macchinoso. Immaginatevi un'opera imperfetta
creata da un automa invece programmato per
realizzare l'opera perfetta. Piuttosto che cercare di perfezionare il meccanismo, Howard
ha preferito andare oltre i freddi solchi dell'abbattimento emotivo, trovando linfa vitale in
un approccio meno legato all'elettronica (che
si muoveva tra il glitch e il post-Blake) e maggiormente free-form, soprattutto sotto l'aspetto
strumentale. Certo, ci sono ancora episodi in
cui il Nostro si siede al pianoforte e si lascia
sopprimere da un mare di echi, sulla scia del
precedente capitolo (You Must Learn To Live
Again, la titletrack), ma è altrove che il progetto Halls sembra acquistare una nuova – e non
necessariamente definitiva – dimensione.
Registrato in un teatro, Love To Give fa leva su
una strumentazione di varia estrazione (fiati
compresi) che colora paesaggi nordici capaci
di rievocare l'artwork del Fragile EP: è il caso
di Forelsket (in norvegese significa "innamorato"), in cui troviamo alcune improvvissazioni
al sax di derivazione jazz. Altrove, è il lavoro
m a r z o
lato scenario emotivo e culturale.
Vedi infatti come la opening Taglialegna mediti
sulla latitanza di riferimenti ideologici sostanziali alludendo alla pulsione suicida di Cobain
perciò costruendosi come una parafrasi di My
My, Hey Hey di Neil Young (con un verso della
quale – "It's Better To Burn Out/ Than To Fade
Away" – il leader dei Nirvana scelse di congedarsi dal mondo). Oppure vedi come la title
track indossi con disinvoltura il piglio generoso
e trascinante dei R.E.M. anni Ottanta, mentre
ne Il Fruttivendolo con la maglietta dei Metallica si bazzicano spigoli funky e atmosfere
jazzy sulla scorta di un bel sax. Certo, con Le
donne del trentunesimo secolo e Fotografie
(forse il testo più bello in scaletta, con passaggi
quali "è un trucco tipico del digitale/ confonder l'anima con l'animale") il pensiero corre
rapido a un De Gregori, che graziaddio non si
è limitato a volersi figlioccio di Dylan ma si è
fatto strapazzare ad esempio dal Paisley (come
è ancora evidente nella rabbiosa Gorizia).
Al netto di un paio di passaggi fuori fuoco come
L'ultimo nato (troppa epica da mondo antico
gucciniano) e una Neve che tenta l'impasto
fiabesco/visionario rischiando il pasticcio, stupiscono non poco le pennellate atmosferiche
quasi eniane di Strisce pedonali e soprattutto
colpisce Terra, un quarto d'ora di folk blues
laconico e struggente che manda il De André
altezza Anime Salve sulla spiaggia desolata
di Young, meditazione espansa che procede
per sequenze componendo un affresco amaro
e solenne, insomma se non è il capolavoro di
Frigieri poco ci manca.
In ultima analisi, Distacco è un disco che sa di
margini, quelli da cui ha preso vita, ma che per
lunghi tratti è capace di farli sembrare l'unico
luogo in cui le cose acquistano un senso forte e
reale.
7/10
67
Genere: rock, psych, hardrock, art, crossover, avant, impro
Album come Book Of Souls, ma allargando la questione anche il progetto
stesso Secret Chiefs 3, richiedono all'ascoltatore non tanto una partecipazione più o meno attenta alle questioni musicali, quanto una vera e
propria fede cieca al limite del fondamentalismo. Innanzitutto perché
richiedono attese spesso lunghe tra un passo e l'altro: nel caso specifico,
Book Of Souls è il passo due di una trilogia iniziata con Book Of Horizons
un buon decennio fa e ha richiesto tutto il decennio per essere elaborato
e registrato. Poi perché non di semplice gruppo si tratta, quanto di accolita di illuminati "intrippatisi" lungo una caterva di strade, un delta di rigagnoli che si disperdono tra rock in opposition,
avant-jazz, etnoandworld, psych in ogni salsa, crossover, avant-rock free-form e altro ancora sotto
una pletora di formazioni varie e mobili (sette, per l'esattezza: The Electromagnetic Azoth, UR,
Ishraqiyun, Traditionalists, Holy Vehm, FORMS e Noddingturd Fan). Infine, perché in questa
enciclopedia delle musiche possibili si ha la possibilità di ritrovare di tutto e di più, in un fiume
sonoro a tutto tondo creato e suonato con una sapienza e, insieme, un senso dell'(auto)ironia che è
discendenza diretta dell'umiltà del suo "deus-ex-machina". Quel Trey Spruance fondatore, insieme a Mike Patton (che fa una comparsata strepitosa in La Chanson de Jacky) e Trevor Dunn, di
quella esperienza follemente avanguardistica e caciarona che furono i Mr. Bungle. Di cui questo
collettivo coagulato intorno al polistrumentista di Eureka non è che la naturale evoluzione e prosecuzione.
Mood cartoonesco e capacità tecniche, immaginario fumettistico e apertura mentale, dimensione
visiva (più che visionaria) e, dunque, cinematografica e schizofrenia compositiva sono dunque il
pane per questa eccellente formazione – in campo Timb Harris (Fred Frith, Alvin Curran, Sunn
O)))), Ches Smith (Marc Ribot, Tim Berne), Shahzad Ismaily (Fred Frith, Carla Bozulich, Marc
Ribot), Danny Heifetz (Mr.Bungle) and so on – che gioca in un campionato tutto suo. E, ovviamente, lo stravince.
7.5/10
Stefano Pifferi
alla batteria che domina la scena, come nei
nove minuti conclusivi di Body / Eraser, brano
emblema, insieme ad Aria, di un nuovo corso
tendente al post-rock di scuola Sigur Rós. La
melodia non è stata lasciata del tutto in disparte (Aside, ad esempio, ha una linea piuttosto
immediata), ma pare evidente che Sam si sia
concentrato – con una maturità tutt'altro che
scontata – soprattutto su aspetti di contorno
68
che comunque donano un senso di evoluzione
ad un percorso che ha visto aumentare la consapevolezza strutturale a scapito, forse, dell'emozionante senso di urgenza dell'opera prima.
Siamo quindi, nuovamente, di fronte ad un
lavoro apprezzabile nella sua natura imperfetta. Quando Sam riuscirà a fondere gli aspetti
positivi di Ark e di Love To Give e a scacciare
un rischio noia per ora sempre dietro l'angolo,
r e c e n s i o n i
m a r z o
Secret Chiefs 3 - Book Of Souls: Folio A (Mimicry,2014)
sarà arrivato il momento di inchinarci definitivamente.
6.9/10
Riccardo Zagaglia
Genere: metal, post
Sono stati costretti a migrare gli Helms Alee.
Erano nella squadra Hydra Head che però
ha chiuso i battenti un paio d'anni or sono, li
ritroviamo in combutta con la Sargent House,
etichetta che in zona heavy sta portando avanti
una vera e propria crociata post-metal tra Russian Circles, Deafheaven e appunto Helms
Alee.
Sleepwalking Sailors, come i suoi predecessori, si rifà alla scena hardcore dei 2000, ai Poison the Well, a quelle band che univano metalcore e screamo sdoganando definitivamente
il genere per la gioventù alt-rock di MTV. Si
ritrova dunque la stessa alternanza tra parti
melodiche e pesanti, la stessa dicotomia softheavy nelle voci, qui supportata anche dall'avvicendamento maschile femminile. Gli Helms
Alee ci mettono una maggior coesione rispetto
al passato (il cui merito sarà in parte da addebitare a Chris Connor, già dietro al mixer con
Chelsea Wolfe e Pelican), una complessità
ritmica chiaramente post- e partiture metalliche che guardano ai canadesi Ken Mode;
inoltre, un maggior focus sulle chitarre, più
fluide anche grazie all'introduzione di qualche
riff stoner utile a tenere insieme le parti.
Bastano questi elementi a garantire il segno
più per Sleepwalking Sailors, disco che tutto
sommato appassionerà la gioventù alt-rock di
cui sopra.
6.5/10
Stefano Gaz
Genere: pop, indie
Di questi tempi, il beneplacito di Justin Vernon
e l'invito a fare da opening act del tour di Bon
Iver, oltre ad essere un marchio che certifica la
qualità di una proposta musicale, rappresenta
anche e soprattutto una spinta promozionale
inimmaginabile per una band che si trova a
dover esordire su larga scala. E' questo il caso
degli Highasakite, norvegesi con all'attivo una
manciata di EP e un ulteriore ottimo LP, All
That Floats Will Rain, uscito nel 2012 e passato però estremamente sotto traccia al di fuori
dell'ambiente scandinavo. Questo Silent Treatment è stato costruito, quindi, con l'obiettivo
dichiarato di uscire dal guscio, grazie a una
proposta che travalica l'etichetta indie-pop e
abbraccia una produzione epica ed orchestrale:
percussioni che si fanno strada a forza tra archi
e fiati e la voce di Ingrid Helene Håvik – una
Elena Tonra che prende lezioni da Elizabeth
Fraser – a fare da colonna portante di ogni
singola architettura sonora. Il quintetto di Oslo
si dimostra capace di interpretare al meglio
quelle che sono le tendenze del momento,
con un'impostazione pop "al femminile" che
ricorda da vicino l'intensità vocale di London
Grammar e Daughter. Questi ultimi fanno
scuola anche e soprattutto nell'approccio più
"selvaggio" a quel cupo neo folk d'atmosfera
tipicamente 4AD, in grado di rendersi però
interessante anche ad un pubblico con orecchie
meno affilate, come può essere quello di act
ormai sdoganati come Of Monsters And Men
e Mumford and Sons.
L'ombra di Elena Tonra aleggia delicata sul
triste lamento d'amore dell'opener Lover
Where Do You Live e su quello che è probabilmente uno degli highlight del disco, quella I
The Hand Grenade che deve moltissimo anche
al sophomore del sopracitato vate Vernon. Non
m a r z o
r e c e n s i o n i
Helms Alee - Sleepwalking sailors
(Sargent House,2014)
Highasakite - Silent Treatment
(Propeller Recordings,2014)
69
mancano nemmeno i richiami al folk-pop più
tradizionale, con My Only Crime e Leaving No
Traces che riportano alla mente l'incedere delle
First Aid Kit e momenti invece dal mood più
leggero, come il primo singolone Since Last
Wednesday e il rimando alla Svezia dei Billie
The Vision And The Dancers di Hiroshima.
Sono proprio i synth scintillanti, le parti di batteria fragorose e le atmosfere più giocose degli
ultimi due pezzi citati e di Darth Vader a far da
contraltare agli episodi più intensi ed accorati,
regalando a Silent Treatment quella molteplicità di sfaccettature che permette agli Highasakite di rifuggere qualsiasi tipo di etichetta
univoca di genere ed affermarsi come una delle
realtà più interessanti e sorprendenti di questo
2014.
7.1/10
m a r z o
Katy B - Little Red (Rinse,2014)
Genere: elettronica
A conti fatti, e dato che è stata proprio lei ad
aprire la strada ad act di successo come Rudimental, Jessie Ware e Disclosure, Katy B è
quanto di meglio il mainstream dance britannico possa offrire in questo momento. Se questa è
già di per sé un'affermazione che definisce un
contesto e dei limiti ben precisi, è necessario
specificare almeno un paio di fattori. Il primo è
che la cantautrice londinese, classe '89, cresciuta a pane e Rinse Fm, ha fin dall'inizio veicolato la proposta musicale della radio (garage,
grime, Dubstep, UK funk ecc.) in una formula
pop ben piantata sui binari della tradizione nu
r'n'b di stampo UK. Il secondo è che dentro
questi paletti, l'ex alunna della BRIT School
(Adele, Amy e co.) ha saputo creare un solco,
delle hit di successo e un seguito, tenendo alto
sia il profilo della ragazza della porta accanto,
sia quello della cantante che si alza in piedi per
rappresentare autorevolmente i sentimenti del-
70
r e c e n s i o n i
Marco Masoli
le coetanee – e sottolineiamolo – al riparo dalle
prosopopee da talent show.
Chiederle di essere più dentro ai continuum
elettronici o, come in questo caso, deprimerne la proposta con sfide/paragoni americani
(vedi le Madonna, Kyle Minogue o Rihanna
qui assimilabili, ma senza l'effetto star) non
renderebbe giustizia a un secondo capitolo
discografico lungo che affronta l'argomento
house – l'essenza della sua proposta fin dall'inizio – con solide canzoni e molto da comunicare. Se in On A Mission la Nostra risentiva
del cambio decennio e dei venti della dubstep
da stadio con la produzione di Benga, in Little
Red chiama a collaborare Guy Chambers, l'uomo dietro a molti successi di Robbie Williams,
qui al servizio di un gran pezzo di memorabilia
dance come Aaliyah (brano che vede anche la
collabroazione di Jessie Ware e già contenuto
nel Danger EP) e dell'altra hit, 5 AM.
Altrove, altri bei momenti house nei tagli più
rallentati di Tumbling Down (con richiami r'n'b à la Amy Winehouse) e nella cura
di gradienti in zona garage di I Like You e
Everything. Poi, come la prova precedente, anche da queste parti non tutto va in un'unica direzione: i richiami dubstep si chiamano All My
Lovin', quelli post-soul prendono il nome di
Play (bello il cameo di Sampha), la drum'n'bass
à la Rudimental la troviamo nella deboluccia
Wicked Love, mentre la zampata 2-step recita
Blue Eyes. Se poi dobbiamo parlare di economie, le ballad, spesso in area Rihanna, sono
anche troppe, nessuna davvero memorabile
(Crying For No Reason, Sapphire Blue, Emotions, Still, Stay Down) ma tutte indubbiamente
costruite senza strafare e montando con gusto
un climax preciso (che in quest'ambito è già un
bel regalo per nulla scontato).
"Il disco ha un sacco di canzoni che mi hanno
fatto piangere, molto profonde. Hanno accompagnato un periodo della mia vita fatta di
cambiamenti", ha dichiarato Katy nella press, e
questo è quanto arriva all'ascoltatore attraverso
i testi, assieme a un'ottima produzione. Sincerità e confezione in formato pop.
7.2/10
Edoardo Bridda
Genere: avant, electro
I Liars ci avvisano che nel loro ultimo disco si
sono lasciati andare alla passione per la dance,
che ci hanno tenuto nascosta per anni. Ovviamente, non è vero, anzi, non solo.
Mess viaggia all'incrocio tra elettropop e
deragliate gotiche EBM (Vox Tuned D.E.D.), e
piuttosto l'identità del disco emerge per differenza dal precedente, WIXIW, almeno nelle
parole dei tre bugiardi. Angus Andrew, autore
della produzione (con l'aiuto al mixing di Timothy "Q" Wiles, producer dance californiano
già attivo come Überzone), dichiara di essersi
dedicato a un'elettronica senza sovrastrutture
intellettuali, coerentemente con l'incoerenza
della band. "Siamo una band schizofrenica.
Andiamo da un estremo all'altro. Lavorando sul
disco precedente, eravamo paranoici e dubbiosi
del risultato. In questo caso è l'opposto: ci siamo voluti divertire, lavorare d'istinto".
La cosa non promette bene, per almeno due
motivi. Da un lato perché i Liars hanno sempre
avuto l'enorme pregio di essere intellettuali
sanguigni, raffinati ma diretti. Hanno sempre
colpito e lasciato uno strascico nello Zeitgeist.
Dall'altro, dire questo è un po' come "dirselo".
Leggi anche: esplicitare una strategia di autodifesa. È come se i Liars temessero la propria
semplificazione, e la dovessero dichiarare per
estromettere lo spauracchio da sé. A volte il
rasoio di Ockham elettronico diventa derivativo (l'inno agli Eighties di Mess On A Mission),
altre volte i brani sono semplicemente deboli
(Pro Anti Anti), e cercano di mantenere un
Gaspare Caliri
Lisa Stansfield - Seven (Edel,2014)
Genere: pop, soul, jazz
È un vero peccato che in questi dieci, lunghissimi, anni di assenza dalle scene si sia parlato
molto poco di Lisa Stansfield. Era dal 2004,
infatti, che la signora del soul-pop britannico
non pubblicava un disco: chiunque altro, al suo
posto, avrebbe fatto carte false per duettare con
una giovane leva in cima alle classifiche, con-
71
m a r z o
r e c e n s i o n i
Liars - Mess (Mute,2014)
tenore di qualità con il timbro vocale di Angus,
messianico e gotico quando serve (tranne in
Boyzone, dove la voce rende lagnosa una corsa
EBM sincopata).
"Lasciarsi andare" vuol dire forse rinunciare al
proprio benchmark ed essere la band matura
e consolidata che conosciamo, negli album e
soprattutto (ultimamente) sul palco, dove la
tenuta del trio è dirompente e produce set che
non passano via senza un segno nell'ascoltatore. Non si tratta, in questo caso, della scelta
elettronica (da producer) in opposizione all'opzione strumentale. Ascoltando Can't Hear Well
(linea pulsante ma semplicissima di tastiera e
voce di Andrew) si ritrova il talento della band,
e non importa che esso venga espresso con una
variabilità di strumenti.
Al contrario, viene anche da dire che se recensire i Liars ha sempre significato ricorrere
alla storia della produzione intera del gruppo,
in Mess c'è uno statement che vale da sé, in
qualche modo astratto dal contesto delle uscite
precedenti. Solo in questo quadro, possono
spiccare i due episodi più interessanti del disco: l'avventura house di Perpetual Village e la
finale Left Speaker Blown, che fa sparire il beat
e al suo posto mette un giro basso da ipnosi.
Due casi che rientrano nel discorso più ampio
della storia di quei Liars che possono continuare a segnare i tempi che percorrono.
6.5/10
Genere: pop, indie
Una copertina pop art/kitsch che rappresenta – parole della diretta interessata – una near-future cult leader; un setting mentale attentissimo ai
dettagli e da sempre votato alla contaminazione; il solito puzzle musicale
stroboscopico capace di complicarsi e arricchirsi disco dopo disco: cosa
ci si potrebbe aspettare, del resto, da una che tra i suoi ascolti cita Stravinskij, l'hip hop, i Nirvana e Beyoncé?
Eppure Annie Clark è ben consapevole della direzione intrapresa, del suo essere al tempo stesso icona pop e avant, o come ama dire lei, di "vivere nell'intersezione tra accessibile e folle". In questo senso,
il quarto disco a nome St. Vincent rappresenta forse il passaggio più importante, oltre che la testimonianza fedele di un momento artistico davvero felice per la musicista newyorkese d'adozione. Dentro l'album c'è il periodo trascorso in tour con David Byrne per la promozione di Love This Giant
("David è davvero una persona artisticamente senza paura, e questo mi ha ispirato moltissimo", ha
dichiarato la Nostra a The Quietus), oltre a una concezione di musica che non è mai stata così umana
e futurista al tempo stesso. St. Vincent è forse il disco più talkingheadsiano della Clark (perdonateci
il tiro "telefonato" ma inevitabile), nel senso che costruisce il suono su un fattore ritmico che non è
più la variabile impazzita art-pop ma tutto sommato circoscritta del passato, quanto piuttosto il direttore d'orchestra di cluster sonori polverizzati e coordinati tra loro. Con un John Congleton riconfermato produttore artistico e bravissimo a trattare i contributi strumentali, decontestualizzandoli in
una "partitura" sopra le righe ma capace di tradurre un immaginario coerente e per certi versi inedito. Una St. Vincent nuova, meno "ingenua e classica" di quella di Marry Me, apparentemente meno
strutturata di quella di Actor, più concreta (rock?) e finanche psichedelica. Il materiale, per quanto
"trattato" in post-produzione, è estremamente immediato, organico, "suonato". Un po' perché la
Clark è sempre stata una da chitarra elettrica, un po' perché la poetica stessa della musicista è spesso "vittima del momento", per quanto curatissima e cesellata. A testimonianza, il funky cibernetico
di una Rattlesnake nata dopo una brutta esperienza nel deserto con un serpente, una Huey Newton
ispirata da un'allucinazione con protagonista il fondatore del movimento politico delle Pantere Nere
(per la cronaca, morto nel 1989), una Birth in Reverse che omaggia senza remore le onnipresenti teste
parlanti. Il resto del programma viaggia su concessioni alla St. Vincent "classica" e melodica dei primi dischi (Prince Johnny, ma anche Regret), parentesi vagamente ambientali (I Prefer Your Love) e in
generale su un approccio alla musica capace di aggiornare l'estetica più nota della Clark con tribalismi (Bring Me Your Loves) e cascate di synth. Lasciatecelo dire: chi in passato ha scambiato le devianze e i voli pindarici tipici dello stile musicale di Annie Clark per una mancanza di equilibrio, ha
capito poco o nulla dell'artista (album come Actor sono invece la dimostrazione di una complessità
e di una ricchezza enorme, dal punto di vista della scrittura). Detto questo, St. Vincent è paradossalmente il disco più "canonico e normalizzato" di Annie Clark e quello che raccoglierà di più, crediamo, in termini di consensi. Il fatto che raggiunga questo obiettivo con un tale livello di creatività e
senza fare concessioni, lo rende un caso più unico che raro.
7.6/10
Fabrizio Zampighi
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r e c e n s i o n i
m a r z o
St. Vincent - St. Vincent (Loma Vista,2014)
r e c e n s i o n i
un disco "classico" che con un occhio guarda
con riverenza al passato nobile che ha contribuito alla formazione artistica della musicista – la torch song Stupid Heart, incontro
impossibile tra Etta James e Patsy Cline, è qui
a dimostrarlo, insieme a So Be It, che trasuda
Philly-sound da ogni poro – e dall'altro cerca di
guardare a ciò che accade oggi nelle classifiche
di vendita, non sempre riuscendoci. Se infatti John Robinson e Jerry Hay (al lavoro con
Michael Jackson per i suoi dischi di maggior
successo) garantiscono uno stile senza tempo,
l'arrivo di una drum machine e di sintetizzatori
desueti in The Crown ci trasporta nel 1995 (più
dalle parti di Brandy che di Justin Timberlake o Beyoncé), quando chiaramente non era
l'effetto desiderato.
A molti anni di distanza da Down In The
Depths e Swing, la cantante inglese si cimenta
di nuovo in un numero jazzy, Why, che ha un
certo charme ma fa la parte dell'intruso; i fiati
di Picket Fence ancora una volta riportano alla
mente gli ultimi Simply Red ma anche la poco
proficua parentesi solista di Sharleen Spiteri
dei Texas, The Rain è il tipo di canzone che
tirerebbe su un album di Duffy con una facilità
estrema così come l'appassionata Conversation spopolerebbe se a cantarla fosse Adele. La
conclusiva Love Can sembra fatta apposta per
accompagnare proprio quei momenti, e poco
importa se richiama non poco Plenty Lovin' di
Steve Winwood e Des'ree (un altro riferimento che proviene dagli anni Novanta).
Per ogni interpretazione riuscita c'è un episodio interlocutorio, per ogni brano al passo con
i tempi ce n'è uno tirato fuori dal freezer con
dieci anni di ritardo: purtroppo le contraddizioni non fanno sì che il settimo disco di Lisa
Stansfield decolli come potrebbe. Ma forse per
lei è già stato un traguardo tornare nella Top 20
nel Regno Unito e raggiungere quel pubblico
non più giovanissimo che non sa fare a meno
73
m a r z o
vincere i DJ più di grido a curare nuovi remix
o, nell'ipotesi spesso più realistica, entrare
nella setlist di uno di quegli eventi-nostalgia
insieme a una sfilza di vecchie glorie, a cantare
per l'ennesima volta People Hold On e What
Did I Do To You magari sopra la stessa base
registrata e con un sorriso di circostanza. E
invece no, lei ha preferito attendere il momento giusto per tornare con canzoni coerenti con
il suo stile di sempre: il primo singolo estratto
da Seven, Can't Dance, sembrerebbe dimostrare che in fondo ha fatto bene a non cedere
alle mode, anche perché con la disco (in questo
caso molto Chic) Lisa aveva già flirtato anni
prima dei Daft Punk e di Pharrell. Come si
possono dimenticare la sua cover di Never,
Never Gonna Give You Up di Barry White e il
duetto proprio con quest'ultimo in una rilettura del grande successo All Around The World?
Per lo stesso motivo, il secondo singolo Carry
On naviga a proprio agio sulle stesse acque del
Northern Soul caro a John Newman. Entrambi i brani sono stati lanciati, saggiamente, per il
radio airplay, ma sono poco indicativi del resto
del materiale qui presente.
Seven è un'operazione discografica che ci
restituisce un'interprete vocalmente in splendida forma e che cerca di far dimenticare i due
non riuscitissimi predecessori. Sembra voler
ripercorrere le orme dei Simply Red, che dopo
il fallimento di Love And The Russian Winter
(in cui Mick Hucknall tentava di aggiornare,
maldestro, una formula sempre più stanca con
ritmi dance e canzoni – a dispetto del genere –
senz'anima) inaugurarono un'etichetta discografica e soprattutto un nuovo corso, con suoni
più caldi e un repertorio più adulto, grazie a
Home. Sparita la produzione iper-tecnologica
di Trevor Horn di The Moment, accantonati
gli esperimenti two-step à-la Artful Dodger di
Let's Just Call It Love, la Stansfield confeziona
insieme al marito e collaboratore Ian Devaney
Genere: pop, cantautori, folk
"Le cose si fanno più pesanti quando invecchi. A 47 anni, non posso più scrivere dalla prospettiva di uno che che ne ha 25. La mia vita e tutto ciò che
c'è intorno sono cambiati troppo". Benji è un piccolo cane/star, che negli
anni Settanta fece il giro dei cinematografi del mondo, documentando
un'intensa storia di amicizia e legame fra umani e animali. Il solito film,
insomma, guardato in un solito pomeriggio, in una solita posizione, su
un solito divano, da Mark Kozelek. Che, come gli succede da 40 album a questa parte, riesce a far
diventare il "solito" di una bellezza disarmante.
Benji segue a soli due anni di distanza il precedente Among The Leaves, e Kozelek non è mai stato
effettivamente fermo. Lo abbiamo seguito nelle sue elucubrazioni elettroniche a fianco a Jimmy
Lavalle in Perils From The Sea e persino nel canto rupestre dell'album omonimo con i Desertshore. Ci si può domandare in eterno come e perché scelga il moniker a cui affidare le sue produzioni
mastodontiche di testi e musiche, ma sarebbe inutile. Quel che è certo è che sulle spalle di Benji
pesa il borsone acido e crudo della Morte, che s'affaccia puntuale in ogni verso, senza lasciare
scampo.
C'è chi dice che Benji sia l'album più cupo della produzione di Kozelek. E forse non ha tutti i torti.
Ma è una nuova cupezza, quella che ritorna in questi versi. È la cupezza che ha reso grandi i capisaldi letterari di tutto il Novecento e non solo. È la cupezza che fa rima con disincanto, con amarezza, con rassegnazione, con misurazione. Non c'è struggle, non c'è lotta per ottenere promesse
di felicità o un Eden di tranquillità. Kozelek, un po' come un altro cantastorie toccato dalla vita,
ovvero Mark Oliver Everett: è immobile, come il saggio stoico di fronte alla tempesta. E questa
sua consapevolezza, questa sua cognizione del dolore gli rende due grandi tributi. Il primo è la
possibilità – quanto mai sdoganata in Benji – di parlare di sé, con una sincerità e una dedizione imbarazzante. Il secondo è lo scintillio dell'umorismo, che – come sa bene chi conosce Pirandello – è
la cifra stilistica del tragico. Kozelek fa ridere molto nei suoi testi, ma è una risata a denti stretti,
che fa scattare subito il pensiero sull'agonia dell'esistenza.
Sbaglia chi dice che Kozelek e Benji si possono capire solo se si ha familiarità con le idiosincrasie
del cantastorie dell'Ohio. Certo, Benji è decisamente un close-up intenso sulle vicende biografiche,
sugli strappi esistenziali, sui lutti, sulle amicizie perse e ritrovate dell'artista, ma, una volta finito
l'ascolto, fruito come un grande affresco emotivo, la sensazione che ci lascia è quella di aver acquisito un po' più di consapevolezza di noi stessi. E così, Carissa – cugina, abbandonata e quasi dimenticata in qualche angolo di memoria – irrompe bruscamente nel fingerpicking e nella tonalità
monocorde del brano eponimo, quando a causa di un aerosol nella spazzatura va a fuoco e perde la
vita. Solo la prima – anche se la più bizzarra – delle epifanie mortuarie che sono il motore propulsore di Benji. Carissa non è un personaggio bidimensionale o passivo. E' veramente lei che tiene
in mano, corregge e dirige lo spessore dei versi di Kozelek. Anche perché la più casuale e terribile
delle morti si perpetua ai danni dello zio in Truck Driver, morto anche lui in un incendio, il giorno
del suo compleanno.
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r e c e n s i o n i
m a r z o
Sun Kil Moon - Benji (Caldo Verde Records,2013)
Nino Ciglio
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m a r z o
Sembra di assistere alla poetica del "piccolo fatto vero" di Sanguineti, quando sentiamo le storie
musicate dai Sun Kil Moon. Le coordinate geografiche e temporali sono sempre molto precise e
il linguaggio, molto spesso, tanto scarno ed essenziale da sembrare un corpo corrosivo, un corpo
– parola, una parola – carne. È una parola-carne che però non urla, non ruggisce, ma recita d'un
fiato la nenia escatologica e finale. Anche quando tende a fare ironia, come in Dogs, dove, malgrado il canto quasi disperato, si esercita in un'elenco di esperienze sessuali particolarmente "memorabili".
La band Sun Kil Moon, ancora una volta rimodernata da un azzeccatissimo Steve Shelley (Sonic
Youth) alla batteria, dai cori soavi di Will Oldham e dai tasti di Owen Ashworth (Casiotone for
the Painfully Alone), è, come sempre, ben equilibrata. Spesso si lavora per mettere in risalto le
tinte monolitiche della voce di Mark, ma altre volte l'ensemble sembra creare un giusto mix di
blues, pop e folk. Succede che l'arpeggio prolungato e contorto di I Watched The Film The Song
Remains The Same sottolinei l'incanto di un fan di fronte al celebre film sui Led Zeppelin. Succede che Richard Ramirez Died Today Of Natural Causes venga plasmata come un basso Tombstone
Blues, nel quale la morte del famigerato serial killer finisce con l'equivalere al momento in cui
facciamo un passo indietro e guardiamo il quadro più generale (non importa se a morire sia l'Ayatollah, Reagan o "quel tizio dei Sopranos, che è morto alla stessa età del nostro batterista" (Shelley) [sic!]). Succede che il pop e la melodia conquistino i brani più belli del disco: I Love My Dad,
Micheline e Ben's My Friend.
I Love My Dad è il perfetto contraltare della già bellissima I Can't Live Without My Mother's Love
("mia madre ha 75 anni ed è l'amica più cara che ho nella mia vita") ed è una ruggente ballad fondata praticamente su un unico accordo in stile Red House Painters ed armonizzata da un chorus
intelligentemente gospel. La chicca sta – come già succedeva in passato – nell'ennessimo scimmiottamento di un album dei Wilco di Nels Cline. Micheline è lo struggente racconto di come la
notizia della morte dell'amico Brett nel 1999, faccia rinvenire dalla gioia di aver partecipato alle
riprese di Almost Famous (in questa memorabile scena). Ben's My Friend, infine, è l'essenza dell'amicizia maschile distillata in canzone. Ben è l'amico di Kozelek, Ben Gibbard (Death Cab For
Cutie, Postal Service), a cui, in occasione di un concerto a Santa Fe, Mark è andato a far visita.
L'inadeguatezza del luogo, i ragazzini con i cellulari al cielo, quelli ubriachi, la fama trasversale
dell'amico (con il quale rivaleggia un po'), hanno spinto Kozelek ad abbandonare la venue e a cedere il pass per il backstage a due "belle ragazze asiatiche". Avrebbe telefonato a Ben, augurandogli
tutto il bene possibile, perché se lo merita.
Benji, il sesto album in studio dei Sun Kil Moon, è un'opera fondamentale, che va a caccia di
referenti nel mondo della letteratura, più che in quello della musica, pur essendo un disco assai
fruibile. Archiviata l'epoca dei segreti, delle ellissi, del non detto, Kozelek è finalmente il poeta di
se stesso, pronto a cogliere, con l'acuta vena che l'ha sempre caratterizzato, le idiosincrasie del suo
e del nostro animo, del suo e del nostro tempo.
7.8/10
Genere: rock, psych, indie
Due anni possono essere brevi come un battito di ciglia o infiniti come
l'attimo che precede la salita sul palco per un esordio. Possono essere
un treno che corre a folle velocità verso il proprio destino, tanto da non
accorgervi del tempo che passa. O possono essere una bolla in sospensione, una riflessione di fronte a quei tramonti d'America che abitano
tante cartoline. Come siano stati per Adam Granduciel, deus ex machina
del progetto, è davvero difficile dirlo. Probabilmente sono stati un mix di
opposti, ma di sicuro hanno lasciato un segno profondo.
Dopo il successo di Slave Ambient, disco non perfetto che si sfilacciava
nel finale ma figlio di un'intuizione di rock venato psych come per i padri del suono a stelle e strisce, Granduciel si è trasformato in un ramingo della musica, pagando tributo a centinaia di locali,
grandi e piccoli, dove il suo suono e le sue idee, progressivamente, si mettevano a fuoco. E per la
prima volta dall'esordio Wagonwheel Blues (anno di grazia 2008), quando condivideva l'ideazione e la composizione con Kurt Vile, Granduciel ha sentito l'esigenza diretta di lavorare con qualcuno per costruire la sua idea di rock. Firma sempre lui tutti i brani, ma non sono più figli di una
testa sola.
Il risultato è un pellegrinaggio che ha toccato una dozzina di studi di registrazione, in cui Granduciel ha elaborato materiale jammando con i suoi sodali e lavorando con il suo ingegnere del suono
preferito, Jeff Zeigler. Ne è venuto fuori un disco più pulito e cesellato rispetto al predecessore, un
disco dove si sente che sudare assieme su di un palco serve a rendere uniti, a dare profondità alle
proprie visioni, a raggiungere lidi che altrimenti non sarebbero a portata di mano. E in questo caso
siamo di fronte a un disco sincretico, di quelli che riescono a mettere insieme Tom Petty e il suo
suono profondamente americano con la pulizia dei Pink Floyd e la chitarra di Gilmour (sentire
l'inizio di Disappearing per credere), la freschezza di un cavallo di razza come Burning dai sapori
springsteeniani come nessuno negli ultimi dieci anni (no, nemmeno gli Arcade Fire sopravvalutati del terzo disco). Ma anche la forza à la Neil Young (citando Dylan nel canto) dell'anthem Eyes
To The Wind e il tiro da road song di una An Ocean In Between The Waves che è perfetta per la
corsa sulla Califormia State Route 1.
Rispetto al recente passato, Adam Granduciel ha saputo distillare e raffinare la propria arte, grazie
anche al contributo di Robbie Bennett (tastiere) e Dave Hartley (basso). Non ha pretese di rivoluzionare la storia o di porsi come pietra di paragone, ma semplicemente di aggiornare con la propria sensibilità l'idea di rock USA. Qualcuno lo chiamerà passatista o nostalgico, lui se ne fregherà
altamente. Perché per i rocker come lui il tempo non esiste.
7.5/10
Marco Boscolo
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r e c e n s i o n i
m a r z o
The War On Drugs - Lost in the Dream (Secretly Canadian,2014)
del suo soul di velluto rosso (d'altronde la concorrenza o sta a guardare – George Michael,
con cui duettò in Five Live in un'intensa cover
di These Are The Days Of Our Lives dei Queen,
si appresta a riproporci in veste sinfonica materiale di repertorio -, o ha preferito percorsi
affascinanti ma più tortuosi e meno remunerativi, come quella Sarah Jane Morris che
debuttò da solista nello stesso periodo in cui la
Nostra vendeva cinque milioni di copie del suo
Affection). Seven, pur dignitoso e nonostante
due-tre pezzi da antologia, è tuttavia da catalogare per ciò che è: un'occasione purtroppo non
sfruttata fino in fondo.
6.1/10
Lost In The Trees - Past Life (ANTI,2014)
Genere: pop, folk
Dopo un album dedicato alla scomparsa della
madre, come il precedente A Church That
Fits Our Needs, che altro viaggio nel dolore
umano poteva proporre Ari Picker con la sua
band? In effetti, a leggere le sue dichiarazioni
alla stampa in occasione della promozione di
questo terzo disco, l'atmosfera generale sembra
essersi parzialmente rasserenata: da qualsiasi
ferita, prima o poi, si guarisce. Non che questo
abbia determinato una vera svolta sul fronte
musicale e compositivo: siamo sempre dalle
parti di un pop orchestrale ben congegnato e
scritto. E' cambiata però l'attitudine verso la
scrittura, con la band passata da sei a quattro
elementi e a un ruolo attivo che non è più solo
quello di accompagnare e vestire le canzoni di
Picker.
L'opener Excos prende le mosse da un pop
elettronico/psych in stile Julia Holter, come
va di moda ultimamente, ma per i fan, già dalla
successiva titletrack, si ritorna su binari ben
oliati. A fare la differenza, rispetto al passato, è
Marco Boscolo
Maria Antonietta - Sassi (La Tempesta
Dischi,2014)
Genere: pop, cantautori
Due anni fa, a margine di un'intervista che ci
rilasciò, Maria Antonietta immaginava così
il suo futuro: "Ora che è finito il periodo della
solitudine e dell'incapacità di accettare la realtà,
progetto un prossimo disco dell'amore". Mai previsione fu più esatta, dal momento che Sassi, il
nuovo album, è il confronto diretto della can-
77
m a r z o
r e c e n s i o n i
Alessandro Liccardo
una presenza maggiore e più efficace dei cori
(spesso sostenuti anche dai violini) di Emma
Nadeau: l'intreccio vocale e armonico è di una
caratura elevata e il timbro sopranile dello
stesso Picker è valorizzato come non mai. I
toni rimangono comunque scuri per tutta la
durata del disco, ma appunto con una serenità
che sembra più a portata di mano rispetto al
passato (Daunting Friend, Upstairs). Ci sono
accenni di dissonanze che provengono dalla
formazione classica di Ari Picker (il pianoforte
di Wake), ma anche un approfondimento ritmico sui bassi (la stessa Wake, ancora Rites) che
non faceva parte della tavolozza negli episodi
precedenti. Merito forse della prima produzione esterna della carriera, affidata a Nicolas
Vernhes (Deerhunter, Dirty Projectors), che
mette in evidenza chitarre dal sapore shoegaze
(la già citata Daunting Friend, Nightwalk).
Per essere un album pop, il qui presente è avaro
di ritornelli, con un gioco compositivo volutamente focalizzato su strutture aperte e in
continua progressione emotiva. Il che lo rende
meno appetibile per l'airplay, ma forse più interessante sul lungo periodo. Unica nota stonata:
un paio di tentativi di piano-pop che scadono
pericolosamente in zona Keane (Lady In White, Sun). Per il resto, si tratta della prima vera
dimostrazione di maturità da parte della band.
7.3/10
78
m a r z o
alle volte imbarazzante ("In ogni caso il nostro
amore durerà per sempre", "Non ho mai chiesto
nient'altro che svegliarmi con te ogni giorno",
"Non ho mai voluto nessun altro", "Se fossi
intelligente comprenderei tutti senza difficoltà",
ecc.).
Sassi – complice anche il passaggio di etichetta
(da Picicca a Tempesta) – è comunque un passo
avanti soprattutto nella struttura armonica dei
brani (Galassie e Abbracci sono esemplari in
questo senso), ma anche nel registro poetico
utilizzato da Maria Antonietta. Un'artista che,
se ancora fatica a scrollarsi di dosso la ruggine
adolescenziale, il sangue e la sofferenza che si
porta dietro, guarda comunque all'orizzonte
con un pizzico di consapevolezza in più. È tanto, ma non basta.
5.9/10
Nino Ciglio
Mark McGuire - Along the Way (Dead
Oceans,2014)
Genere: rock
Ha sempre a che fare con la memoria, la ricordanza, volendo forzare la mano anche
con l'ipnagogia, la musica di McGuire. Specie
adesso che gli Emeralds non esistono più e ci si
può concentrare sulla sua produzione in solo,
emerge sempre più forte questo aspetto intimista e personale che diviene, ad ogni passo
discografico, sempre più centrale nell'operato
dell'americano. Non più ossessionato dalle
volute cosmiche tendenti alla new age che
avevano caratterizzato le gesta del terzetto di
Cleveland, McGuire sembra liberarsi (librarsi,
per certi versi) e muoversi così verso lande non
troppo distanti, ovviamente, dalla sua storia
musicale – lo stile chitarristico è riconoscibile
ormai come "classico" – ma di sicuro molto più
personali e pregne di una ricerca filosoficoteorica di prim'ordine.
Quelli messi in scena da McGuire sono, anche
r e c e n s i o n i
tautrice pesarese con i fantasmi che lievemente
s'affievoliscono sotto il divano sul quale, in
compagnia del fidanzato, ha concepito il nuovo
lavoro.
"C'è un tempo per lanciare i sassi, un tempo per
raccoglierli. […] C'è un tempo per astenersi dagli
abbracci e un tempo per gli abbracci". Da questi
versetti dell'Ecclesiaste, Letizia Cesarini raccoglie l'ispirazione necessaria per affrontare il
secondo (da quando scrive in italiano) lavoro.
Un lavoro – tanto vale dirlo subito – più raffinato rispetto al precedente, nel quale la musica,
gli arrangiamenti e le composizioni smettono
di essere semplicemente il contorno languido
dei testi (al solito intrisi di autobiografismo e
citazioni religiose), e svolgono un'importante
ruolo di primo piano. Merito anche dei fratelli
Imparato (Giovanni è leader dei Chewingum
e Marco milita nei Dadamatto), che hanno
riportato serietà al contorno musicale, condendolo di riferimenti e strumenti. Riferimenti,
certo, non trascurabili: se Animali ha ancora il
retaggio pesante del cantautorato (magari in
versione femminile) italiano, che rendeva poco
onore alle doti della cantautrice, il singolo Ossa
recupera quegli Afterhours di Hai paura del
buio?, che, in questa versione, non dispiacciono
affatto. Gli strumenti, invece, esaltano derive
più internazionali: a partire dal pianoforte di
Tra me e tutte le cose, che vorrebbe suonare in
stile Five Years di Bowie o il pop sincopato e
un po' dilatato di Giardino comunale che quasi
ricorda i Young Marble Giants.
Le noti dolenti arrivano, ancora una volta,
quando si tratta di fare i conti con una vocalità
che può spesso apparire fastidiosa all'orecchio.
Ricca di morfismi e stra-morfismi figurati,
acuti strapazzati, sgolamenti e altro, la voce
della Cesarini continua a risultare spesso insopportabile, mentre i testi, pur risultando più
consapevoli, equilibrati e meno teen–oriented,
rimangono di una faciloneria e di una banalità
Stefano Pifferi
Mas Ysa - Worth EP (Downtown,2014)
Genere: pop, synthpop, elettronica
Thomas Arsenault, alias Mas Ysa, nasce a
Montreal in Canada, passa del tempo in Brasile
ed infine si ferma a New York dove, da ormai
r e c e n s i o n i
un lustro, è una presenza fissa all'interno della
scena di Williamsburg, non solo per i lavori
con la Shinkoyo Art Collective e per il proprio
studio di registrazione (nel quale hanno lavorato, tra gli altri, Laurel Halo e EMA) situato a
fianco del Death By Audio e quello che – ormai
era – il 285 Kent, ma anche per i suoi lavori
legati al mondo della danza e dei videomakers.
La scelta di lanciare la propria carriera discografica, nonostante i trent'anni sul groppone, è
piuttosto recente ed è arrivata dopo un breve
brief come live-act locale come spalla di nomi
già affermati, tra cui i Delorean nel 2012 e i
Deerhunter nel 2013. La visibilità è arrivata
però solamente negli ultimi mesi del 2013, grazie al supporto di Pitchfork: articoli altisonanti,
recensioni positive e la presenza confermata
al prossimo Pitchfork Festival di Chicago (e al
Primavera Sound di Barcellona, molto probabilmente sul Pitchfork stage) sono segnali chiari di un appoggio mediatico di un certo tipo.
Se i motivi per cui Mas Ysa è diventato un
prescelto di P4K sono piuttosto ovvi, è anche
vero che Thomas Arsenault ha dalla sua le
carte giuste per regalare molte soddisfazioni –
anche se non necessariamente a lungo termine
– a chi è in cerca di un prodotto fresco e con
la giusta personalità stilistica. Lo dimostrano i
ventisei minuti del Worth EP. Pubblicato via
Downtown Records, il nove tracce, sotto alcuni aspetti, può essere accostato a Total Strife
Forever di East India Youth per la sua natura
bipolare, con la differenza che in questo caso i
brevi episodi-intermezzi strumentali (cinque
in tutto) fungono principalmente da contorno
ambientale. Infatti, il valore di Mas Ysa traspare soprattutto quando la sperimentazione
retro-elettronica sposa le regole della pop music. Why – ormai già un brano di culto – fa leva
su di una nostalgia tutta eighties galvanizzata
da una struttura atipica (6 minuti e mezzo che
non stancano mai) delineata dalla drum ma-
m a r z o
nelle distanze più ampie (vedi i 12 minuti di
The Istinct), piccoli haiku sonori, delicati e
sospesi in una caligine fumosa e indistinta in
cui gli intarsi di chitarra si mischiano a una
strumentazione varia – archi, una sezione
ritmica ogni tanto, molta effettistica, qualche
voce campionata – in grado di costruire un
immaginario forte e ben definito. E quell'immaginario sembra tendere, come senso generale, ma anche nelle parole stesse dell'autore
(che si riferisce a Along The Way come "an
odyssey through the vast, unknown regions
of the mind"), ad una sorta di storicizzazione
della tradizione chitarristica americana. Echi
di blues desertico ipnotico e solipsistico, spunti
da colonna sonora della vastità e del senso di
spaesamento, folk intimista del terzo millennio,
"americana" estatica e sognante e quant'altro
ancora, sembrano fornire una sorta di summa ad una visione musicale che è tipicamente
americana e che contribuisce, insieme ad altri
grandi del solo di chitarra a stelle e strisce, a
fornire tasselli per la (ri)creazione del mito di
un Paese senza storia.
C'è un senso di stupore continuo nelle note –
di cui titoli come Awakening, Wonderland Of
Living Things, In Search Of The Miracolous non
sono che ulteriore conferma – di Along The
Way, così come riecheggia continuamente il
tema del viaggio, psichico ma anche fisico (The
Lonelier Way, Arrival Begins The Next Departure), che sembra essere l'altro pilastro portante
di quello che si può considerare il capolavoro
del chitarrista americano.
7.2/10
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m a r z o
Riccardo Zagaglia
Maxïmo Park - Too Much Information
(Daylighting,2014)
Genere: rock, indie
Cosa rimane di un certo modo di intendere
l'indie-rock tipico di metà anni Zero? Poco o
nulla: gli unici che sono riusciti a portare avanti
una carriera di un certo livello sono quelli che
tra abilità, merito e fortuna, sono sono stati in
grado di sfornare un secondo disco lontano dai
facili sentieri delle mode passeggere. Chi, dopo
un debutto mediaticamente notevole, non ha
saputo uscire dalle sabbie mobili degli stereotipi di genere, si è sciolto in breve tempo (The
Rakes, Little Man Tate) o progressivamente si
è auto-eliminato dal giro che conta con uscite
discografiche pressoché inutili (The Fratellis,
The Futureheads, The Enemy, The View, Pi-
80
geon Detectives, The Automatic, The Cribs
e aggiungiamo pure i Bloc Party, nonostante
partissero da livelli superiori).
Difficile quindi tovare un valido motivo per attendere con ansia i nuovi lavori di The Rifles,
We Are Scientists (che sono americani, ma
inglobabili in quella scena) o, peggio ancora,
The Twang. Per i Maxïmo Park il discorso è
leggermente diverso, in quanto è vero che non
sono mai stati in grado di bissare quantitativamente e qualitativamente l'esordio A Certain
Trigger, ma è anche vero che tra alti (ma non
troppo) e bassi (ma non troppo), fino ad oggi la
loro carriera è stata rispettabilmente dignitosa.
Probabilmente solo i fan ricordano con facilità
i brani contenuti nelle ultime fatiche della band
di Paul Smith; per tutti gli altri oggi i Maxïmo
Park sono un gruppo che, con onesto mestiere, realizza il proprio dischetto di canzoni più
o meno riuscite – ma mai memorabili – per
andare in tour e/o finire in qualche cartellone
dei più grossi festival europei. A circa un anno
e mezzo da National Health, la formazione inglese pubblica il suo quinto lavoro, Too Much
Information, prodotto da Dave Okumu con
l'aiuto dei fratelli David e Peter Brewis (Field
Music).
Inizialmente pensato come un'EP, Too Much
Information ha iniziato a prendere forma nel
momento in cui Paul Smith e compagni si sono
resi conto che le canzoni che stavano componendo erano troppo valide per non includerle
in un disco vero e proprio, pubblicizzato addirittura con il lancio della birra Maxïmo No. 5,
da loro prodotta. Insomma, i "ragazzi" ci credono molto e in fin dei conti non hanno tutti i torti, dato che la scrittura sembra più ispirata del
solito e la quantità di brani riusciti è più alta
rispetto alle ultime due uscite. Lungo le undici
tracce (più sette nella deluxe edition, con cover
di classici, tra gli altri, di Mazzy Star e Nick
Drake) non troviamo nulla che faccia rimane-
r e c e n s i o n i
chine (Roland TR-909) e dal synth (Kurzweil
K2000) in modalità thumb-slap bass. Come se
Twin Shadow rileggesse Sex dei 1975 con il
tocco eccentrico di un Jamie Stewart.
Territori '80s con cassa decisamente chiusa,
secca e pulsante anche in Shame, brano dai
contorni electro-emo vicini a certe cose targate M83 private, però, di ogni connotazione
dreamy. Negli altri due brani voice-lead di
Worth EP, Thomas Arsenault tocca atmosfere
più intime e malinconiche: Life Way Up From
("the one I love is gone") e l'oscuro e conclusivo passaggio slow-haunting chiamato Years,
quest'ultimo caratterizzato da un'enfasi vocale
totalmente opposta rispetto all'esuberanza melodica che troviamo in Why.
Attendiamo di capire se – e come – Arsenault
sarà in grado di elevare ulteriormente il livello; per il momento abbiamo già quattro tracce
(Why, Life Way Up From, Shame e Years) che
da sole basterebbero a rendere degno di nota
un esordio lungo.
6.9/10
Riccardo Zagaglia
Monica P - Tuttobrucia (TF
Records,2014)
Genere: cantautori
C'è qualcosa di irrisolto, nella poetica di Monica P, che va al di là di un disco – e di uno stile,
in generale – capace di lavorare molto bene sulle suggestioni e sui colori. E' un po' un cane che
si morde la coda, con la musicista che accelera
sul versante della costruzione di un'immaginario formale ricercato, per poi affidarsi in toto a
questo input senza tuttavia venirne mai a capo
con contenuti altrettanto personali. Tuttobrucia, secondo disco dopo l'A volte capita del
2010, è al pari del suo predecessore un crocicchio di rimandi P.J.Harveyani, capsule temporali alternative rock anni Novanta (italiano
r e c e n s i o n i
e non), cantautorato, melodia. Diversamente
da quel disco, vira anche verso certe chitarre
da frontiera e blues che i fan dei Sacri Cuori
non faticheranno a riconoscere, se è vero che
Gramentieri e soci (assieme a Franco Naddei/
Francobeat, Hugo Race, Giovanni Ferrario,
Vicki Brown e JD Foster) offrono alla titolare
del progetto la propria scienza, chi in fase di
produzione artistica, chi come semplice turnista.
Il risultato sono brani come Io sono qui, Nuda
nel buio, Come un cane o la title track, ovvero
parentesi musicali che promettono moltissimo
dal punto di vista degli arrangiamenti e delle
fascinazioni (talvolta davvero sorprendenti),
senza mantenere quanto ci si aspetterebbe
quando si tratta di "stringere". Se l'impalpabilità che si coglie nei testi e nelle melodie
sia voluta o meno, potrebbe essere oggetto di
discussione, assodato che certe dichiarazioni
della diretta interessata reperibili in rete (da
ilsussidiario.net: "quando ho cominciato a
scrivere questo disco non sapevo ancora esattamente in che direzione stessi andando, ma
avevo ben chiari in testa alcuni suoni e stili,
sapevo che avrei desiderato un disco più "intimo" e minimale sotto certi aspetti. La fortuna è
stata quindi anche l'essermi potuta circondare
di musicisti sensibili, capaci di rispettare la
natura delle canzoni") sembrerebbero confermare quanto si è supposto finora.
Detto questo, c'è margine per migliorare e l'impressione è che Monica P possa rendere molto
di più. Resta il fatto che, per ora, non riusciamo a farci coinvolgere più di tanto da uno stile
godibile, generalmente curato, ma che manca
forse di concretezza.
6.3/10
Fabrizio Zampighi
Moro - Homegrown (Musica per Orto e
mezzo) EP (Gamma Pop,2013)
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m a r z o
re a bocca aperta o che faccia, anche solo per
un momento, ipotizzare una rinascita, ma in
alcune occasioni l'ascolto – più eterogeneo che
in passato – si rivela se non contagioso, perlomeno piacevole. My Bloody Mind, per quanto
limitata nel suo "riffone", ha una presa melodica non indifferente, Leave This Island abbraccia fieramente – come anche la sfuggente Brain
Cells – sonorità '80s synth-driven (e un passaggio alla Lana Del Rey…), Lydia, the Ink Will
Never Dry contiene un bel giro jangly ad altezza Marr e testi che, tra l'ironico e il romantico,
continuano a distinguersi per personalità.
Non mancano gli ormai superati tiri angolari
dei primi tempi (I Recognise The Light, Her
Name Was Audre) e alcuni sbiaditi approcci
al pop-rock più ordinario (Midnight On The
Hill), ma nel complesso Too Much Information è un disco con più pregi che difetti e
questo non accadeva da tempo in casa Maxïmo
Park. Detto questo, siamo comunque di fronte
a un'opera dal peso specifico nullo, all'interno
della discografia contemporanea.
6.1/10
m a r z o
Fabrizio Zampighi
Nada - Occupo poco spazio
(Santeria,2014)
Genere: rock, indie
Il titolo sembra quasi una rivincita: il disco
del suo ultimo Sanremo infatti, Luna in piena,
avrebbe dovuto intitolarsi non come la canzone
presentata al Festival ma come un suo verso,
ovvero Mi dondolo in disparte. Ragioni promozionali imposero il cambiamento ma ora, senza
le pressioni della gara, la cantante è libera di
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intitolare il nuovo disco in un modo che ricorda quello scartato all'epoca. Nella sua esplorazione dell'universo femminile sia interiore che
sociale, infatti, l'attenzione di Nada è attratta
da quel tipo di donne "laterali", strane non per
ciò che sentono o pensano (spesso simile a ciò
che sentono o pensano tante altre), ma perché
si rifiutano di reprimerlo per adeguarsi al conformismo, o non ci riescono, o non ci pensano
nemmeno.
Personaggi nei quali l'artista si rivede e che ha
raccontato nei dischi scorsi come anche nel
romanzo La grande casa, ma che qui tornano
con forza ancora maggiore, in prima persona o
meno: dalla dichiarazione dell'iniziale Come un
corpo dentro ai panni ("io mi animo e me ne vo /
anima sola, me ne vo") a quella della title track,
dalla sorniona Sonia alla donna scambiata per
una terrorista, dalla ragazza di buona famiglia
innamorata del ragazzo povero e maledetto a
quella che scherza sul sacro e dice all'amante
che sarà lei il suo Dio, passando per quella convinta che "questa vita cambierà" , è tutta una
galleria di personaggi femminili in conflitto
con un ambiente disumano, quello di una contemporaneità che li considera strani e malati.
Temi classici, come detto: il singolo L'ultima festa riprende letteralmente il testo della vecchia
Asciuga le mie lacrime (dove la musica accompagna il funerale, quello del mondo attuale)
ma con meno rabbia e una sicurezza di sé che
permette l'ironia.
Anche musicalmente si procede tra continuità e varianti: dopo i dischi siciliani e dintorni
(Tutto l'amore che mi manca del 2004 e parte di
Luna in piena) e dopo quello toscano (il Vamp
di due anni fa), questa volta la band pesca un
po' ovunque dall'indie nostrano, da Enrico Gabrielli (che è anche direttore musicale) a Rodrigo D'Erasmo, a comporre un ensemble che
veste con gusto e duttilità un gruppo di canzoni
in cui Nada dà l'impressione di colorare la sua
r e c e n s i o n i
Genere: pop, folk
Il dono di Massimiliano Morini, in arte Moro,
è sempre stato quello di saper scrivere piccoli
diamanti pop con una leggerezza e una freschezza da far invidia a songwriter ben più
quotati. Un approccio che nel Silent Revolution del 2012 partoriva un folk appena elettrificato a metà strada tra Kings Of Convenience
e Wilco e caratterizzato dalla consueta misura,
e che in Homegrown invece sveste di ogni orpello i suoni mimando una dimensione bucolica/acustica se possibile ancora più immediata.
Due i formati del disco: un 45 giri in vinile con
i brani City Pastoral (qualcosa di molto vicino
ai migliori Belle And Sebastian) e Spike Milligan II (una va di mezzo tra Gomez, Mojave 3 e
Beatles), antipasti dall'imminente nuovo disco
lungo di Morini, e un EP digitale contenente
le due canzoni e altre versioni strumentali di
tracce già note.
Pensato come colonna sonora del programma TV "Orto e mezzo", trasmesso dal canale
Feltrinelli del digitale terrestre, Homegrown
EP – che vanta la presenza, come musicisti aggiunti, di Lorenzo Gasperoni e Franco Naddei/
Francobeat - fa davvero ben sperare per un
disco lungo che si presenta già da ora come una
tappa obbligata per gli amanti di certo indiepop-folk di stampo britannico.
6.9/10
r e c e n s i o n i
Giulio Pasquali
Nothing - Guilty of Everything
(Relapse,2014)
Genere: rock, alt, shoegaze
Il progetto Nothing ruota tutto attorno alla
tormentata figura di Domenic Palermo. Cresciuto a pane e musica inglese (la sorella amava
gli Smiths, la madre Vashti Bunyan e il fratello maggiore gli Slowdive), nei primi anni Zero
diventò una figura di spicco nel giro punk/
hardcore di Philadelphia, prima di dover abbandonare l'attività musicale (e i suoi Horror
Show) a causa di un brutto episodio di violenza
che gli costò due anni di reclusione.
Dopo qualche anno lontano dagli strumenti
musicali, nel 2011 Domenic "Nicky Money"
Palermo decise di tornare a scrivere canzoni
influenzate dalla drammaticità dei romanzi
russi dell'Ottocento (Gogol', Dostoevskij) e dalle distorsioni shoegaze, dando vita ai Nothing,
prima con il supporto di Brandon Setta e poi
in dimensione band con Ryan Grotz (terza
chitarra), Joshua Jancewicz (basso) e Michael
Bachich (batteria).
Con alcuni EP alle spalle – ultimo dei quali Downward Years to Come – i Nothing
debuttano su formato lungo con Guilty of
Everything, prodotto da mister Jeff Zeigler
(Kurt Vile e War On Drugs). Un titolo ed una
copertina che sono chiari input sul mood in
direzione "depressione" che aleggia attorno
all'intero progetto: un senso di claustrofobica
impotenza che porta ad arrendersi ("Death is
an ending of unremitting struggle, a dreamless
sleep, a vast and implacable emptiness" uno
dei loro primi motti) e che ben si sposa con lo
shoegaze b/n tipicamente americano, destinato
ad un pubblico più vicino ai lavori dei Whirr di
Nick Bassett (l'ex chitarrista dei Deafheaven),
con il quale Palermo ha recentemente dato
vita al side-project dark/post-punk Death Of
Lovers. In questo senso, non sorprende che
l'album esca per una label come la Relapse che,
oltre ad essere di Philadelphia, si rivolge da
sempre a un target di un certo tipo.
Come i Whirr, anche i Nothing dimostrano di
aver imparato bene la lezione di Kevin Shields
e di saperla appesantire, trasformando il multicolor lisergico in oscura catarsi autolimitante.
La proposta infatti non sembra (quasi) mai
decollare e poter raggiungere consensi trasversali, nonostante una scrittura piuttosto ispirata.
Domenic tenta infatti di conquistare vette eteree sin dall'iniziale tributo a Defoe, Hymn To
The Pillory, senza però mai riuscire ad elevarsi
dalle melanconiche tenebre che lo avvolgono.
Lungo le nove tracce, i rumori acidi di Philly (Lilys, Bardo Pond) e i numerosi ascolti
formativi (Catherine Wheel e Swervedriver
su tutti) plasmano soluzioni sonore talvolta
imprevedibili (il gioco clean-override di Dig)
che spaziano dai veloci rigurgiti alt/college
rivisti in formato gaze (Bent Nail, con gli ottimi
m a r z o
linea post-'99 recuperando qualche stilema sia
dei suoi anni '80 che precedente, passando con
disinvoltura da una title track in cui vena di
vintage il suo stile recente, alle variazioni forse
ingenuamente caricate di La terrorista, riscattate però dalle dissonanze lavorate di fino dei
musicisti; dai vocalizzi sbarazzini del suddetto
singolo a quella sorta di twist gitano di Questa
vita cambierà, dal punk Zen Circus (ma anche
Criminal Jokers) con cambi di tempo di Gente
così al camerismo arioso di Auguri, fino alla
suggestiva ballata conclusiva di Sulle rive del
fiume.
Se l'impressione è che manchi il classicone, la
certezza è che mancano però quei momenti di
leggero calo che ogni tanto affioravano nei dischi precedenti: mentre perfino i giovani retroinseguono Amore Disperato e Ma che freddo
fa, Nada continua a scriversi il presente.
7.1/10
83
Cheatahs non troppo distanti o Get Well) alla
grandiosità epica di gente come Jesu e Iroha,
passando per certa magniloquenza pinkfloydiana (BandE) meno prolissa e ambiziosa.
Guilty of Everything, pur convincendo nel
suo complesso, non sposta di una virgola quanto già detto in territorio shoegaze e dintorni:
di conseguenza, è difficile consigliarlo a tutti
quelli che non riescono più a digerire l'accoppiata voce sognante+mare di feedback. Per i
cultori, invece, si rivelerà un ascolto più che
soddisfacente.
6.7/10
Riccardo Zagaglia
Genere: experimental, electronica
L'approccio al suono da parte del producer
londinese patten (rigorosamente senza maiuscole) sembra essere prettamente audio-visivo,
pur essendo esclusa dall'equazione – quasi
rimossa – la figura dell'artista. Quella che rimane è la rappresentazione di immagini messa
in piedi da Jane Eastlight, collaboratrice che
ha curato le illustrazioni e i due videoclip del
disco, Drift e Agen, portando in superficie il
sentimento caotico che anima il tappeto sonoro di questo quarto LP. Un percorso di ricerca
iniziato nel 2007 in territori più marcatamente
techno, che ha trovato nell'emblema Warp la
sua più credibile ed attuale dimora artistica.
Seguito dell'EP EOLIAN INSTATE del 2013,
vero e proprio esordio sull'etichetta britannica dopo un passato su Kaleidoscope e No Pain
In Pop, il nuovo lavoro prosegue il processo di
avvicinamento a spazi più ampi e a ritmi più
dilatati, rispetto al precedente GLAQJO XAACSSO, trovando negli ultimi Boards Of Canada un forte punto di riferimento. Ma, come
detto, l'idea di musica di patten si basa soprattutto su un uso caotico e dissonante di sample
84
Luca Falzetti
Perc - The Power and The Glory (Perc
Trax,2014)
Genere: techno
Alistair – Ali – Wells è attivo da un decennio,
sia a suo nome, sia sotto una terna di mentite
spoglie tra le quali la preferita è sempre stata
Perc, iconica tag che dà nome anche alla sua
label, quest'ultima una realtà che da altrettanto
tempo porta avanti un'idea di techno attenta
alla contemporaneità ma saldamente ancorata
alle radici tanto detroitiane quanto berlinesi e
birminghamiane.
Le origini dell'etichetta s'incastrano nei mol-
r e c e n s i o n i
m a r z o
patten - Estoile Naiant (Warp
Records,2014)
e percussioni, che ci porta sulle coordinate del
Flying Lotus di Cosmogramma (Softer) e
decisamente in netta contrapposizione con lo
stile lineare del recente successo Warp R Plus
Seven di Oneohtrix Point Never.
Palette di suono luminose (Here Always) si
alternano a momenti più riflessivi ed oscuri, e
se non volessimo tirare fuori dal cilindro il solito nome (troppo tardi: Burial), diremmo che
il mood ricorda per certi versi, specialmente
nella seconda parte di disco, le atmosfere tetre
di Nosaj Thing di Home. Le tracce più interessanti sembrano effettivamente essere Drift
e Agen, nelle quali la struttura stratificata di
patten sembra realmente prendere vita. Altrove, ricca anzi ricchissima presenza di sample
(Pathways sembra il caso più lampante) e di
un generale senso di sfuggevolezza, sensazione che molto probabilmente sarà un turn off
per molti all'ascolto. Un disco che, seppur con
un'estetica ben formata e sicuramente attuale,
manca forse del piccolo grande salto di qualità,
di quell'elemento d'impatto che gli permetta di
creare una connessione con l'ascoltatore senza
essere risucchiato dal suo stesso magma sonoro.
6.8/10
r e c e n s i o n i
lator). Ancora niente scossoni veri, tanto che
dietro alle rasoiate di Rotting Sound ( e richiami a certi Nine Inch Nails), alla produzione
stripped down e ai tentativi narrativi (A Living
End), c'è un album tanto funzionale alla promozione della Perc Trax e della sua leadership
ma non del tutto riuscito nel rendere attuali i
discorsi 80s e portarli su un nuovo livello.
Beninteso, basta ascoltare Galloper, in frastaglio ritmico e oculate intermittenze, per comprendere che non stiamo parliamo dell'ultimo
arrivato ma, in definitiva, The Power and The
Glory è più uno specchio per le allodole, una
buona operazione di marketing, che non un lavoro di sostanza. Ben venga se servirà a far scoprire Mondkopf con il militaresco The Nicest
Way, i Forward Strategy Group (che con The
New Formal hanno goduto anche dal supporto
di Untold) e altre chicche targate Perc Trax,
compresi alcuni EP di Perc stesso.
6.8/10
Edoardo Bridda
m a r z o
teplici filoni dance dei primi Duemila, vedi la
prima ondata electro della decade (Perc in Ice
Cream For Kenton o Splachy, Avus con Fancy
Arse), indie dance (Good Livin in Feels So
Good), pieghe 8bit (Marc Ashken – Bus Driver,
Stian Klo in Timanfaya) e code lunghe electroclash (Paul Lancaster – Many Paths mel remix di Spartak ovvero Perc). Non stupisce che
il sound Perc tutto, seguendo il serprentone
electronico del cambio decade – caratterizzato da un taglio più "dark rock" e legami stretti
con certo industrial, ebm e compagnia, vedi
la produzione coeva di Turbo e Dim Mak ma
anche un EP chiave come Stalefish di Material
Object – abbia successivamente abbracciato il
lato più contaminato, sperimentale, deragliato
– e via via sempre più off – di label come Hospital, L.I.E.S., Avian, Blackest Ever Black, Mira
e naturalmente Downwards.
Nel 2010, Perc remix come Ode to the Elders di
Kyle Geiger e narrative post punk come quelle
di Westerleigh Works EP di Ekoplekz aprono e
anticipano un interessante campo d'analisi che
l'esordio lungo Wicker and Steel del 2011 sintetizza in una coerente visione d'insieme. The
Quietus e il Guardian si esaltano ma, a parte un
buon pezzo da accaieria pesante come Jmurph,
non c'è da gridare al miracolo ascoltando le
visioni spettrali su tappeti alla 909 di You Saw
Me o i tunnel à la Berghain di Gonkle. Niente
perlomeno che scomodi i signori della Ostgut
Ton. Tre anni più tardi, mentre i suoi pupilli
sganciano le bombe, Wells pubblica prima un
EP con niente di meno che gli Einstürzende
Neubauten, ovvero Interpretations (di fatto
un re-work del loro Kollaps), poi un album
che esplora varie direzioni tra drum machine
sempre più in preset (come da diktat attuali) e
i ganci più disparati tra industrial, ebm e un bel
po' di post punk (vedi il feat di Nik Colk Void di
quei Factory Floor che già remixarono gente
del catalogo Perc e Dan Chandler dei Dethsca-
Phantogram - Voices (Republic
Records,2014)
Genere: rock, electro
"Avete mai avuto la sensazione di stare sempre sognando? Questa è la vita". Inizia così,
con l'attacco della prima traccia, Nothing But
Trouble, Voices, sophomore dei Phantogram.
A cinque anni di distanza dall'esordio Eyelid
Movies, il duo newyorkese torna con una nuova fatica in studio e alcuni cambiamenti sostanziali: l'abbandono della Barsuk per l'approdo
alla Republic e, soprattuto, la cabina di regia
affidata al produttore John Hill, già al lavoro
con M.I.A., evento che ha portato i due musicisti a lavorare negli studi della città degli angeli.
Il primo album della band convinceva, perché
rifletteva l'immagine di un progetto promettente, in via di evoluzione ma appoggiato su
basi solide. La lunga pausa discografica – inter-
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m a r z o
86
sana arroganza frutto della consapevolezza.
Con la certezza che il momento migliore per la
band potrebbe poi non essere così lontano.
6.2/10
Daniele Rigoli
Piers Faccini - Between Dogs And
Wolves (Beating Drum,2014)
Genere: pop, cantautori
Nato in Gran Bretagna da padre italiano e madre inglese ma residente in Francia, Piers Faccini è stato spesso associato ad un immaginario
sonoro declinato ora in accenti folk/blues, ora
in costrutti di pop elegante e sofisticato, il tutto
unito dal filo rosso di un cantautorato legato,
nei diversi episodi, ad altrettanto diverse geografie e latitudini europee. Con il quinto album,
Between Dogs And Wolves, il musicista anglofranco-italiano prosegue senza sorprese lungo
i binari di una scrittura sobria, gradevole e mai
sopra le righe, sempre rivestita da quella patina "global" e "world" che ha permeato anche i
precedenti lavori.
Siamo infatti di fronte a brani che – nonostante
gli arpeggi di acustica, la presenza degli archi e
un cantato tenue e crepuscolare – costruiscono
un'atmosfera notturna, sospesa e sensuale: in
altre parole, un album di puro pop. Lontano
dal retro-folk degli esordi (e dunque da modelli di riferimento quali Leonard Cohen e
Nick Drake), quella che troviamo è una forma
canzone classica, debitrice verso la tradizione
autoriale francese ma anche italiana, omaggiata
esplicitamente in Reste La Maree e Il Cammino, gli unici due pezzi non cantati in inglese.
Pur contenendo alcuni episodi di ottima fattura (l'opening Black Rose) e dolente intensità
(Feather Light, il pezzo più convincente del
lotto), il disco non riesce a convincere fino in
fondo: nonostante Faccini abbia già dimostrato
di avere tutti i numeri per essere uno dei cantautori più interessanti del panorama attuale,
r e c e n s i o n i
vallata dagli EP Nightlife (2011) e l'omonimo
12″ (2013) – compensata, al contrario, da una
costante presenza fisica nel live, sembra però
non aver giovato troppo a Sarah Barthel e
Josh Carter.
In Voices ne esce rafforzata la figura di Sarah.
La sua voce, ammaliante e nebulosa ma anche
struggente e dolorosa, regge egregiamente le
trame del gioco; quella di Josh Carter, invece,
ha perso terreno e mordente rispetto ai sinuosi
intrecci del debutto. Ne è esempio il ritornello
fin troppo ripetitivo di Never Going Home, che
rovina irrimediabilmente una linea di chitarra
essenziale ma incisiva. E' dunque tutto merito
della Barthel se le quotazioni del singolo Fall In
Love salgono alle stelle: il brano rappresenta il
punto più alto dell'album e danza su un esasperato tappeto trip hop à-la Portishead cantando di amori spezzati (Love, it cut a hole into
your eyes/ you couldn't see you were the car
I crashed/ now you're burning alive) con una
voce estatica e sensuale ma allo stesso tempo
tormentata.
Eppure, troppo spesso nell'album, accade che i
Phantogram preferiscano chiudersi in un'ideale zona cuscinetto al riparo da sperimentazioni
e colpi di testa, rifugiandosi in una produzione
eccessivamente piatta. E la mancanza di coraggio e audacia non paga: The Way You Died
sembra un riempitivo, il dream pop di I Don't
Blame You – guarda caso un altro pezzo cantato da Carter – semplicemente non convince,
mentre la dolce/amara Bill Murray (non fatevi
ingannare dal titolo, nulla di divertente), senza
sale nè pepe, è l'emblema di un album contratto, che sembra quasi limitarsi a timbrare il
cartellino.
La colpa non è certo della fretta: il dito va puntato contro un'eccessiva razionalità, il timore
di affrontare salti nel buio andando a prendersi
qualche azzardo necessario. Il talento c'è ed
è evidente, ma manca la convinzione e quella
r e c e n s i o n i
Giulia Antelli
Polvere - The Polvere's Farewell (Old
Bicycle,2013)
Genere: psych, avant, impro, blues, folk
Con la speranza che il titolo non sia foriero
di brutte news per il futuro del duo Polvere,
ci accontentiamo di ritrovare Mattia Coletti e
Xabier Iriondo in questa tape come al solito
ottimamente curata dalla label svizzera Old
Bicycle in collaborazione, per l'occasione, con
Fabrizio Testa Produzioni.
Album lungo che va a concludere il trittico dei
formati inaugurato dal CD Polvere del 2006 e
proseguito col 10" sempre omonimo dell'anno
successivo e figlio di sessioni di creazione e
registrazione lunghe un quadriennio, The Polvere's Farewell ci mostra al solito i due intenti
ad intarsiare suoni di corde con Coletti addetto
prevalentemente all'aspetto acustico – chitarre
acustiche e classiche, ukulele ma anche piano,
batteria e field recordings – mentre il sodale si
muove sul versante elettrico con basso e chitarra, oltre che con gli ormai ben noti strumenti
autocostruiti come il mahai metak o il trikanta
veena.
Voci trovate o sussurrate (da MLK del famoso
"sogno" a oscuri cantori pre-guerra italiani),
folk e blues delle origini sporcati di polvere,
appunto, tanto da uscirne sempre screpolati e
gracchianti, incrostati da uno scorrere del tempo che li rende preziosi senza essere memorabilia, sensibilità lomaxiana e spirito iconoclasta, sperimentazione sonora e irrequietezza
terzomondista, si alternano e confondono in
questa specie di giro del mondo in musica,
coi due (Glauco Salvo dei Comaneci aiuta col
banjo in un paio di pezzi) guide spirituali in
un percorso che tocca vicino e lontano Oriente (The Turkish Prisoners Chant, From India
To The Scala Theatre) così come le frontiere
del desertico e lontano west americano (Dusk
Folk Song, The Clergyman And The Water) e le
insalubri acque del delta del Mississippi (un
po' ovunque aleggiano fantasmatiche visioni di
blues arcaici). L'ennesima dimostrazione della
classe dei protagonisti e, si spera, non l'ultima.
7/10
m a r z o
manca ancora quella voglia di allontanarsi
ulteriormente dai sentieri della tradizione, così
come di smettere i panni del musicista girovago
e raffinato.
Ed è forse questo il limite più evidente di
Between Dogs And Wolves: imbevuti – a tutti
i costi – della cultura mitteleuropea "alta", i
brani sembrano più un tributo ai vecchi chansonniers da cartolina, o meglio, una ben riuscita colonna sonora per un film ambientato in
una Parigi in bianco e nero. Del precedente My
Wilderness vi dicevamo, tra le altre cose, che
appariva come un tentativo di convertire "tutto
il ricercato armamentario di umori globali nel
salottino buono dei bourgeois bohémien": la
sensazione che ritorna è quella di un disco costruito su suggestioni fin troppo riconoscibili,
dove è innegabile la cura per la forma, anche se
continua a mancare una certa autenticità nelle
intenzioni. Troppo poco per un musicista dal
grande potenziale, che deve ancora mostrare il
meglio delle sue capacità.
6.3/10
Stefano Pifferi
Reflue - Jazz4Indies (Level 49,2013)
Genere: alt, indie
Sette anni abbondanti sono passati da A Collective Dream, opera seconda di quella che
pareva una delle più interessanti band del
panorama indie nostrano. Poi nel 2008 c'è stato
un progetto abortito o comunque non pubblicato, a cui ha fatto seguito un lungo periodo di
ripensamenti e riorganizzazione. Oggi, ridotta
la formazione da sei a quattro elementi, la band
parmigiana torna con un lavoro che ci invita a
87
m a r z o
Stefano Solventi
88
Riccardo Sinigallia - Per Tutti
(Sugar,2014)
Genere: pop
Sono davvero passati quasi otto anni dall'ultimo album solista di Riccardo Sinigallia, cioè da
quell'Incontri a metà strada che rilanciava la
palla in una zona più intimista e cantautorale
rispetto all'omonimo esordio di tre anni prima,
quando il codice Tiromancino veniva declinato con agile padronanza in calde sembianze
electro soul, suggerendoci prospettive di primo
piano per il musicista romano uscito dalla compagine di Zampaglione (dopo averne segnato in
profondità le coordinate). Otto anni sono più di
un silenzio interminabile, somigliano ad un'implosione o se preferite ad una rinuncia, quasi
una dichiarazione d'inadeguatezza al gioco
scoperto in prima linea.
Poi però, quando lo davamo ormai per desaparecido, arriva questo Per tutti, lanciato addirittura sulla ribalta di Sanremo. Non a caso si
tratta forse del suo disco più scopertamente
pop e strategicamente radiofonico. Pop con
un cuore cantautorale certo e dai paramenti
curati, frutto di un progetto sonoro sensibile alla causa della suggestione, insomma in
continuità con ciò che ricordavamo ma senza
adagiarvisi: è significativo come la scaletta si
apra (la rarefatta e palpitante E invece io) e si
chiuda (la trasfigurazione fiabesca di Tu che
non conosci) all'insegna di un tiromancinismo
evoluto. Nel mezzo accadono molte cose, molte
buone e qualcuna meno. Funziona, ad esempio,
la sinergia col vecchio sodale Filippo Gatti
(co-produttore dell'album assieme a Sinigallia e Laura Arzilli), soprattutto in quella Una
rigenerazione che incalza ripescando un'idea
battistiana degli Eighties tra vampe di ottoni e
riffettini radianti di synth.
Così come convince una Che non è più come
prima capace di strapparsi dal petto incrostazioni da frattura generazionale su trepidazione
r e c e n s i o n i
lasciar perdere tutte le convinzioni che ci eravamo fatti su di loro.
Come allude il titolo Jazz4Indies, siamo in
presenza di una netta espansione del codice
indie, quattro passi nelle possibilità armoniche e strutturali del jazz con nelle gambe e in
testa la calligrafia rock, di quello però che tiene
aperti i pertugi e non si fa mancare quindi suggestioni black né tentazioni avant. Il risultato è
qualcosa di definibile solo chiedendo parecchi
sconti all'approssimazione, tipo un post-rock
che ha barattato l'angoscia con una fragrante
agilità, una fusion che insegue intrighi elettrici
e languori caldi, una trama blues che ciondola
imprevedibile tra palpiti folk e tremori soul.
Dodici pezzi come tessere di un puzzle che
sembra scomporsi appena credi di averlo
risolto, dove capita d'imbattersi nella tensione
Morphine stemperata Canterbury (Old Hat),
nei vezzi seriali Jim O'Rourke immersi in brodaglia latin tinge (Frozen Ember), nell'agilità
sfarfallante dei più affabili Tortoise (Bob The
Frog) e in propensioni desertiche tra intrighi
dolciastri sulla falsariga Grant Lee Buffalo
(So What). Se il rischio di questa impostazione
è farlo sembrare un gioco cerebrale (la chimera grunge-jazz-psych di Ten Days Of Evil
Thoughts), d'altronde i nostri dimostrano di
saper cogliere l'ispirazione prima che sfiorisca
l'immediatezza (una Visiting Houses solo wurlitzer e voce, la trepida Cruising Attitude).
E comunque viva la complessità quando è ben
carburata e scoppiettante come in Universal
You (elettricità wave e trasfigurazioni gospel
neanche troppo vagamente Blur) e in The Girls
Looks (white soul guizzante e setoso come certi Style Council in fregola TV On The Radio).
Un gradito ritorno, con gli interessi.
7.2/10
Stefano Solventi
Sky Of Birds - Rivers Flow Free, Lakes
Just Agree EP (Mia Cameretta,2014)
Genere: rock, psych, folk
C'è vita oltre le giostre dell'hype, le avanguardie più o meno drammatiche, le next big thing
tanto più sensazionali quanto più a perdere. I
cinque Sky Of Birds sembrano avere il tempo
dalla loro parte, come se la sapessero più lunga
dell'attimo fuggente. Se la prendono comoda
in compagnia di convinzioni così assodate da
potersi permettere di sgualcirle, strapazzarle,
mascherarle. Affondarle in un lago di trepidazioni mature ma per nulla rassegnate.
Dicono di essersi incontrati in non più verde
r e c e n s i o n i
età (leggi: oltre i trent'anni), quando hanno
deciso di scozzare i rispettivi background a
base di Pavement, Neil Young e Velvet Underground. L'ascolto di queste quattro tracce
d'esordio conferma tutto, più qualche altro
retaggio sparso e non sempre scontato, tipo
il Morrissey nel post-western uggioso di Big
Former Times, il romanticismo noir tra Jeffrey
Lee Pierce e Chris Isaak di Are You Ready ed
il Lanegan civettuolo di Snipers, mentre Collide incalza tra elettricità indie e declinazioni
neo-psych sul filo di un disincanto ammaliante.
Colpiscono la padronanza con cui confezionano l'impasto, l'assenza di pose stilistiche (anche
e soprattutto nel canto, per nulla banale), la
mancanza di timori revrenziali se c'è da sparigliare le coordinate, la personalità insomma
che consente loro di sigillare il programma con
una bonus track che rilegge A Chicken With
Its Head Cut Off dei Magnetic Fields sciorinando indolenzimento Wilco ed estro accorato
Malkmus con la naturalezza di un giro di birra
agrodolce tra amici.
7.1/10
m a r z o
post-soul (roba da nipotino di Hall and Oates
a cuore grigio). Quanto al pezzo sanremese
(poi escluso perché già eseguito live) Prima
di andare via, scorre piuttosto bene nel solco
di un cantautorato popular che rimanda alle
cose migliori di un Nino Buonocore, e non era
affatto scontato, come dimostra una Le ragioni
personali che tenta di spacciare malinconie
prevedibili su un appagante costrutto orchestrale (squilli di ottoni, archi, arpeggi luccicosi). Sembra a tratti che il Sinigallia producer
prevalga sul compositore/interprete, soffocandone il potenziale, come è anche più evidente
in una title track che sembra quasi nascondersi
dietro retronostalgie Moroder e ugge waveglitch vagamente Notwist, mentre 13 07 2010
abbozza addirittura uno strumentale di pastelli
sintetici ambient à la Eno, cavandosela tra l'altro neanche male.
Si esce dall'ascolto, insomma, con la sensazione che il talento articolato e la genuinità siano
intatti, però Sinigallia sembra volersi sfilare da
quel ruolo di prospetto eclettico ed espanso
che gli avevamo cucito addosso forse frettolosamente. Ed un po' dispiace.
6.7/10
Stefano Solventi
Sneers - For Our Soul-Uplifting
Lights To Shine As Fires (Brigadisco
Records,2013)
Genere: alt, wave, noise
All'incrocio tra Father Murphy e i Sonic
Youth anni '80 si va a posizionare For Our
Soul-Uplifting Lights To Shine As Fires, esordio
del duo Sneers. Italiani trapiantati in quel di
Berlino e ora ritornati alla base, Maria Greta
Pizza (voce, chitarra) e Leonardo Oreste Stefenelli (batteria) inscenano una sorta di seduta
psichiatrica in divenire, prendendo in prestito
l'aura esoterico-messianica della congrega del
reverendo Murphy e le dissonanze ferine e
struggenti dalla gioventù sonica più disturbata
e collusa con l'ala intransigente della NY che
89
m a r z o
Stefano Pifferi
Staer - Daughters (Horse Arm,2014)
Genere: rock, industrial, noise
Staffilate noise-rock come non se ne sentono spesso, amalgama math-rock imputridito,
squarci di free-noise acuminati come fendenti,
brutalismo sonico in abbondanza e un senso di
ferale devasto a ricoprire il tutto come una colata lavica di disagio. Il comeback del terzetto
norvegese Staer è tutto un programma, perchè
ciò che avete letto sopra esiste e si materializza come un incubo pesissimo da cui è bandita
qualsivoglia concessione all'estetica.
Se l'omonimo di un paio di anni addietro ci
aveva rivitalizzati con dei calci in bocca noiserock ben assestati, questo Daughters riprende
le fila di quel discorso ma se possibile ne amplia
le possibilità e ne irrobustisce il peso specifico, screziando una proposta che tutto chiede
tranne che di essere accondiscendente con chi
ascolta. In soldoni, una quarantina di minuti di
frullatone di asprezze industrial-rock suonate
con piglio da noise-rockers senza futuro, come
dei Sightings più algidi cresciuti con la stessa
foga dei connazionali Noxagt o degli Hair Police
controllati e pronti ad uscire (fuori catalogo) per
la AmRep dei tempi d'oro, in cui tutto è reiterazione, distorsione e devasto. O ancora come
dei Lightning Bolt più articolati, chirurgici e
glaciali che trascinano il cadavere di un Frankenstein metà Unsane, metà Zu lasciando dietro
di sé un rivolo di sangue ghiacciato. Paragoni
fantasiosi a parte, c'è in pezzi come Future Fuck,
con ospite il sax di Kjetil Møster degli Ultralyd,
One Million Love Units o Daughters II una fredda forza bruta che non è mai prova di forza fine
a se stessa, quanto dimostrazione di come anche
lontano dagli epicentri del rumore possano
nascere sacche di resistenza per niente scontate.
Sacche di cui Noxagt, Ultralyd e appunto Staer
non sono che la punta dell'iceberg.
7/10
Stefano Pifferi
90
r e c e n s i o n i
fu (vedi alla voce Bad Moon Rising). È proprio
in quella sospensione della credibilità, quella
che faceva venire i brividi ascoltando le urla
belluine di Lydia Lunch mentre si inscenava
il ricordo della follia in Death Valley '69, che si
accende quando parte l'ascolto del disco con
Self-Atoning Apostasy o nelle note straziate affidate a As A Crowd Of Selfish Victims We Were
Given Unspoiled Souls.
C'è la stessa tensione, lo stesso senso di disagio
e di inquietudine, lo stesso abbandono forzato
al flusso di musica e parole. Parole vergate su
un registro altamente metaforico, dal forte impianto trascendente e che molto ha a che fare
con espiazione e colpa, così come con le dicotomie tra misticismo e materialità o tra luce e
tenebra. Una scelta che connota profondamente l'album facendone una sorta di concept, un
percorso "religioso" che si snoda tra apostasia
(la citata Self-Atoning Apostasy), colpa, peccato
(As A Crowd…), rifiuto (As A Creator I Bet You
Did Create Disease) e crisi in attesa della rinascita (Growth). E nella stessa identica maniera,
il percorso musicale replica quelle tensioni,
quel senso di inquietante alterità disegnato a
parole, con pochi, pochissimi elementi: una
batteria essenziale e un chitarrismo tanto acido
quanto minimale in grado di evocare oscure
dissonanze no-wave, squarci noise-rock, psicosi post-punk.
Gli Sneers hanno però dalla loro una idea forte
e una capacità non comune nel materializzare quelle tensioni e far scattare la complicità
dell'ascoltatore, da subito catapultato in un
mondo a parte e "costretto" a guardarsi dentro.
Alla ricerca di una anima torturata speranzosa
di innalzarsi.
7.2/10
Genere: rock, alt, folk
Un improbabile punto di incontro tra la musica
di frontiera, tipica di band come i Calexico,
ed un'attitudine glam francamente spiazzante:
sono questi gli ingredienti prevalenti nell'esordio di Stella Burns, moniker dietro il quale si
nasconde Gianluca Maria Starace, già leader
dei nostrani Hollowblue.
Stella Burns Loves You mette in fila quattordici episodi intrisi di umori desertici e western,
dove a farla da padrone sono i suoni acustici e
le ballate di chiara ispirazione nordamericana,
con un occhio di riguardo ai cantautori borderline e ai cantori dell'epica tutta stelle-e-strisce
del viaggio e dei suoi molteplici aspetti esistenziali. Non che manchino sferzate elettriche
tendenti alle dodici battute, ma il mood principale è contraddistinto da canzoni malinconiche
ideali per attraversare frontiere immaginarie e
percorrere strade polverose che a volte guardano a sud, il Messico e i suoi mariachi, altre
volte puntano al cuore di un continente freddo
e quasi disabitato.
Ma, al di là di definizioni e stilemi, che pure
non è arduo ricondurre ad esperienze artistiche di rilievo – Johnny Cash e Jim White, il
Nick Cave nero e americano che rilegge Wanted Man di Bob Dylan, i già citati Calexico e il
nostro Morricone, peraltro omaggiato in una
canzone omonima – l'elemento che sorprende
è la notevole fattura di queste composizioni.
Quasi che si abbia davvero a che fare con un
cantautore proveniente dal nuovo continente e
non, invece, con un musicista italianissimo che,
pur mantenendo la classicità tipica della band
di provenienza – gli interessanti Hollowblue
appunto – attua un processo di scarnificazione
che lo porta a fare i conti direttamente con l'essenza stessa della canzone e delle sue diverse
implicazioni comunicative.
Inevitabilmente indicato agli appassionati di
indie folk, alternative country e di tutte le declinazioni tipiche della musica popolare americana, Stella Burns Loves You contiene alcune
delle canzoni più belle ed intense che ci sia capitato di ascoltare in tale ambito: Stella Burns
Loves You è mesta e sofferente, Tiny Miss F ha
dentro i Calexico in stato di grazia come non lo
sono più stati dai tempi di Hot Rail, You Can't
Be Safe From The Effects of Love muta per un
attimo l'umore insufflando massicce dosi di
elettricità, mentre Ordinary Man ci riporta di
nuovo in cammino su una strada polverosa senza sapere bene dove siamo diretti. E non sono
da meno lo stompin' blues inquietante di Who
Burned The Town, la pianistica e lirica Russian
Eyes e l'elegia acustica di The Big Tide.
Stella Burns Loves You è dunque una significativa raccolta di canzoni dove tutto funziona
alla perfezione e, pur guardando non propriamente al futuro, è in grado di presentarci un
autore come ce ne sono pochi in circolazione.
Sarebbe davvero un peccato che un disco di
tale levatura passasse inosservato.
7.2/10
Ilario Galati
Stone Jack Jones - Ancestor (Western
Vinyl,2014)
Genere: blues, folk
Cresciuto in una famiglia di minatori a Buffalo
Creek, West Virginia, e rifiutato per il servizio militare in Vietnam a causa dell'epilessia,
Stone Jack Jones è esattamente come te lo
aspetteresti: un cantastorie solitario e ramingo, di quelli che le circostanze, gli eventi, o
semplicemente la vita, hanno portato a errare
fino alle frontiere del mondo, e ad osservare,
di conseguenza, la varia e minuta umanità che
lo popola. Ancestor, il disco con cui il Nostro si
ripresenta dopo ben otto anni dal precedente
Bluefolk, nasce dallo stesso immaginario, da
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m a r z o
r e c e n s i o n i
Stella Burns - Stella Burns Loves You
(Twelve Records,2014)
m a r z o
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inserirsi con classe e personalità tra gli innumerevoli tasselli dell'alt-folk americano.
7.1/10
Giulia Antelli
Sunn O))) / Ulver- Terrestrials
(Southern Lord,2014)
Genere: metal
Strano ma vero, da due band che hanno fatto
di un approccio altro al metal il loro punto di
forza esce un disco proprio come te lo aspetti,
niente di più e niente di meno. Questo è il problema di fondo di Terrestrials. Perché il livello
qualitativo rimane buono ed è naturale che
sia così visti i protagonisti, ma la somma delle
parti non produce alcuna novità di rilievo. Ci
si ritrova nei landscape infreddoliti di sempre,
a constatare dove la traiettoria sia un po' più
Sunn O))) e dove invece sia un po' più Ulver,
tra le variazioni ambient doom dei primi e
l'orchestrazione stile Messe I.X – VI.X dei secondi. E in questo rimpallo si perde la missione
di Terrestrials, perché se la meta era quella di
ricostruire intimità e – ovviamente – desolazione, il risultato scorre invece con la stessa indifferenza che si ritrova nell'artwork del disco,
senza mai raggiungere quella scintilla in grado
di dare un senso compiuto all'operazione.
Più scorrono queste tre tracce, più si ha la
sensazione di essere davanti a un lavoro docile, buono per ingrossare le fila delle rispettive
discografie (come se ce ne fosse bisogno…) e
svolto con il mestiere di chi sa come accontentare il proprio pubblico. Detta in altri termini:
un po' poco.
5.8/10
Stefano Gaz
SuperVixens - Nature And Culture (Acid
Cobra,2014)
Genere: impro, industrial, noise, kraut, ambient
Le note stampa del disco giocano giustamente
r e c e n s i o n i
quell'America profonda e senza confini presente nelle pagine di Kerouac e Jack London.
Highways e deserti, città-fantasma e ruderi
dismessi: Ancestors è un album che parte – e
non potrebbe essere altrimenti -dagli archetipi
secolari tanto del blues americano quanto degli
standard cantautoriali dell'old time music,
arrivando a costruire brani immersi nella coltre
antica del folk più essenziale e oscuro.
A cominciare dalla scarna ninna nanna dell'opening O Child, ci troviamo di fronte ad un
songwriter che non ha nulla di contemporaneo,
ma che riesce lo stesso a dimostrare una classe
molto attuale e senz'altro riconoscibile. Nessuna pretesa di ricerca o innovazione, ma soltanto brani portatori di una malinconia senza
tempo, costruiti ad esempio sull'inquietudine
alt-country di Jackson, o sul coro di fantasmi di
Black Coal: a unire il tutto, la sghemba armonia dell'acustica e una voce ruvida e profonda, veicolo delle leggende e delle storie di cui
Stone Jack Jones vuole farsi narratore. Proprio
la voce richiama alla mente lo stesso blues
crepuscolare e fumoso del primo Lanegan altezza Whiskey For The Holy Ghost e Scraps At
Midnight -, con cui Jones condivide soprattutto
le stesse immagini e gli stessi modelli di riferimento. Pur variando di poco umori e atmosfere, altrove troviamo anche spiragli di languido
jazz – come in State I'm In, a cui partecipa
anche Patty Griffin alla voce – e chiaroscuri
black e gospel, come dimostrano Joy e Marvelous.
Arricchito dalla presenza di ospiti illustri quali
Ryan Norris, Scott Martin e Kurt Wagner dai
Lambchop, il resto del disco prosegue lungo i sentieri polverosi e scarnificati di un folk
minimalista e tradizionale, anche se tutt'altro
che banale, ma anzi capace di episodi intensi
e ben costruiti. Semplificando, niente di nuovo, soltanto – e non è poco – un disco che non
tradisce le aspettative, e che, soprattutto, va ad
r e c e n s i o n i
nero che farà contenti molti estimatori
7/10
Stefano Pifferi
Suzanne Vega - Tales From The
Realm Of The Queen Of Pentacles
(Amanuensis Productions,2014)
Genere: rock, alt, folk
Nel music business accade spesso tutto in fretta. Troppo in fretta. Sembra ieri, ma Suzanne
Vega debuttò ormai nel lontano 1985 con un
apprezzatissimo album omonimo, lanciato da
Marlene On The Wall, e appena due anni dopo
si ritrovò tra le star del firmamento internazionale grazie a una canzone, Luka, che l'ha consacrata come cantautrice tra le più intelligenti,
colte, raffinate e persino imprevedibili (nascosta dietro quella felice melodia c'era il dramma
degli abusi sui minori, con risvolti autobiografici confermati solo in seguito dall'autrice). Fu
una bella scommessa, quella dell'inizialmente
reticente AandM – già casa di Joan Armatrading, Sting e Joe Jackson – vinta con il bestseller Solitude Standing e uno stile che si distanziava nettamente da quelli che erano i trend del
momento; dopo la sbornia del synth-pop, era
finalmente tornata una ragazza con la chitarra
a proseguire il discorso di Rickie Lee Jones e
Joni Mitchell, e nell'era dell'edonismo e della
videomusica era riuscita a conquistarsi uno
spazio di rilievo nonostante un fascino discreto
e una voce spesso sospirata seppur non priva di
carattere e personalità.
È tornata alle origini, Suzanne, dopo la piacevolissima sbandata elettronica e spigolosa di
99.9 °F, l'eclettico e seducente Nine Objects
Of Desire (entrambi prodotti dall'ex marito
Mitchell Froom) e altri due lavori non pienamente compresi dal grande pubblico; nonostante non rinunci a un parterre di ospiti di
primo livello (dal bassista Tony Levin a Jay
Bellerose, passando per Larry Campbell – col-
m a r z o
col nome scelto dal terzetto/quintetto toscano
e noi ci adattiamo di conseguenza: zero "tettone" e immaginario cartoonesco, rispetto ai famosi b-movie RussMeyeriani, ma un sunto delle violenze perpetrate da quelle eroine dal seno
extralarge e adattato ad una tavolozza di colori
che vira dal grigio industriale al nero cupo del
noise-rock più grezzo e malato. Una sorpresa
relativa, se si va a scavare nel background dei
partecipanti, spesso incastrati random negli
ingranaggi post-kraut, ambient-psych ed esoterici dell'underground italiano, vedi alla voce
Ambient-Noise Session, Metzengerstein, Holy
Hole, ecc. e abili nel giocare con strumentazione classica – basso e batteria – unita alle potenzialità dell'elettronica (feedback, riverberi,
delay ecc.).
Le quattro tracce di Nature And Culture si
muovo agili come pachidermi sonori tra deliqui
hard-psych/drone alla maniera dei primi Earth
(l'opener O è una mazzata in faccia a suon di
sustain and release) ed esplosioni/implosioni
tra le pieghe dell'anima nera (l'assalto da pieno
industrial noise-rock di Chromo) a rinverdire
un legame, quello tra le italiche gesta e l'area
grigia, mai sopito nel corso dei decenni. Ma
sono le due tracce lunghe, che insieme assommano una scarsa mezzora – rispettivamente
i 12 minuti di I e i 13 di Loud! Loud! Loud! –, a
dare il senso di un progetto che supera a destra
la forma canzone, prediligendo le dilatazioni
impro: lunghi, estatici, crescendo di asperità
industrial, clangori post-droning, groove noise
anni '90, tensione sempre alta ed esplosioni
strumentali al calor bianco.
Al contempo memoria indistintamente sfatta
dell'età di mezzo tra la primigenia sferzata
industriale britannica e le elaborazioni "fisicamente" rock al crinale tra '80 e '90 e minacciosissima risposta alle melense pieghe di un
underground che spesso dimentica il suo ruolo,
Nature And Culture è un tour de force virato al
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m a r z o
94
Paese delle meraviglie in Crack On The Wall? I
Never Wear White, col suo furbo riff in odore
di Nirvana, è un celato omaggio al suo recentemente scomparso maestro Lou Reed? La Vega
ci invita non tanto al disvelamento, quanto a
lasciarci conquistare dalle nuove storie sospese tra mondo terreno e soprannaturale (Jacob
and the Angel), tra i ricordi di chi ci ha lasciato (Silver Bridge, la There Is A Road dedicata
alla memoria di Vaclav Havel) e quella voglia
di guardare oltre l'orizzonte che riesce a farci
sentire vivi.
Primo album di materiale nuovo in sette anni,
dopo la serie di antologie tematiche (Close Up)
pubblicate con l'intento di reimpossessarsi del
proprio catalogo e un'opera scritta a quattro
mani con Duncan Sheik (Carson McCullers
Talks About Love), Tales From the Realm
Of The Queen of Pentacles osa meno rispetto
ad altri dischi di Suzanne Vega ma riposiziona,
come è giusto che sia, l'artista newyorchese al
centro dell'attenzione generale con canzoni
ben scritte e interpretate con la solita classe.
Forse è poco per vincere una nuova fanbase,
anche se non siamo distanti da alcune cose di
Laura Marling e i Mumford and Sons, ma è un
ascolto che riempie facilmente il cuore di gioia
a chi non ha mai smesso di seguirla.
6.8/10
Alessandro Liccardo
Temples - Sun Structures
(Heavenly,2014)
Genere: pop, brit, rock, psych
Basta dare un'occhiata veloce alla copertina del
primo album dei Temples - promettente quartetto di Kettering che grazie ai suoi primi singoli si è guadagnato la stima di Noel Gallagher
(conoscendolo, sappiamo che non è facile…)
e Sua Maestà Johnny Marr - per capire che
non solo la retromania non intende arrestarsi,
ma anzi è destinata a procedere a passi spediti
r e c e n s i o n i
laboratore di lungo corso di Bob Dylan – e il
batterista Sterling Campbell), Tales From
The Realm Of The Queen Of Pentacles è
un disco sobrio, quasi frugale, che cede giusto
qualche volta alla voglia di stupire (è il caso di
Don't Uncork What You Can't Cointain, con
un forte sapore paulsimonesco - dalle parti di
Me and Julio Down By The Schoolyard - e un
sample orientaleggiante di Candy Shop di 50
Cent che conquista il centro della scena) ma
che nel complesso torna ad esplorare temi, stili
e contesti che ci sono familiari, visti stavolta
dall'ottica che non è più quella di una ragazza
di talento piena di belle speranze ma di una
madre, di una donna dal ricco bagaglio di esperienze che è diventata anche manager e discografica di se stessa, dopo la brusca separazione
dalla Blue Note.
Non spaventi il titolo scelto, che può ricordare
Tales From Topographic Oceans degli Yes: non
c'è alcuna svolta prog in queste dieci tracce
che ci accompagnano per poco più di trentasei
minuti, ma ancora tanta voglia di raccontare
e raccontarsi attraverso metafore, allegorie,
rievocazioni, ritratti disegnati con una matita
sul pentagramma. Stavolta Suzanne si è fatta
suggestionare dai tarocchi e la regina di denari, il matto – nel singolo Fool's Complaint, la
cui melodia cita in un colpo solo (I'll Never Be
Your) Maggie May e Tired Of Sleeping – e il
fante di bastoni popolano più di un brano; da
consumata storyteller, Suzanne scomoda le figure di Eraclito e di Madre Teresa nella splendida Laying on of Hands ma si mantiene vaga
in altri episodi, in altre descrizioni, e si diverte
a gettare il sasso e nascondere la mano come in
passato. Si riferisce forse a Steve Jobs il passaggio in cui canta "his mission: the transmission of technology" in Portrait of the Knight
of Wands? È un Luka cresciuto, quello che
parla in Song Of The Stoic? C'entra la fervida
immaginazione del Lewis Carroll di Alice nel
r e c e n s i o n i
gliabile citofonare a casa di Morgan Delt). I
rimandi di Sun Structures sono una girandola
che include i T-Rex di Marc Bolan, i Byrds
(in particolare in Shelter Song, ma non solo) o
persino quei Genesis dell'ingenuo debutto del
1969 From Genesis To Revelation in cui il
diciottenne Peter Gabriel strizzava l'occhio ai
Moody Blues per compiacere un preoccupatissimo manager.
Strano a dirsi, ma l'avventura dei Temples è
iniziata meno di due anni fa come un progetto casalingo di due ex membri dei Moons (il
gruppo di Andy Crofts che ha riportato in auge,
a proposito di passatismo, il mod dei Jam con
la diretta approvazione e complicità di Paul
Weller), James Bagshaw e Thomas Edison
Warmsley. Non c'è voluto molto a mettere in
piedi una band con una proposta forte e la
volontà di curare ogni dettaglio (il produttore
dell'album è lo stesso Bagshaw); il debut album è una sequenza di singoli killer, interrotta
appena due o tre volte da possibili lati B in ogni
caso non certo da cestinare. E quindi via con il
mellotron, con chitarre fuzz, riverberi e controcanti in The Golden Throne – lontana cugina, magari involontaria, dei Monkees e degli
Zombies chiamati in causa dai Lilys di A Nanny In Manhattan – e in una saltellante Keep In
The Dark a metà strada tra Donovan e Spirits
In The Sky di Norman Greenbaum, e ancora in
una Mesmerise frenetica ed esplosiva, omaggio
implicito a Tomorrow Never Knows dei Fab
Four.
Colours To Life punta tutto su texture di stampo pinkfloydiano, con un suono spazioso e una
melodia che si irrobustisce finché raggiunge il
ritornello, mentre lo stomp di A Question Isn't
Answered, a due passi dal blues, è inaugurato
ad effetto da un battimani. Nella tripletta finale
spicca Sand Dance, con le tastiere che smussano gli spigoli della melodia più nervosa del
lotto. C'è da perdersi, in un disco tanto ricco
m a r z o
guardando a un passato sempre più remoto. I
ragazzi si divertono, sulla macchina del tempo
in cui si sono infilati, e ci confondono anche le
idee – se sulla foto fanno il verso agli Who del
capolavoro Who's Next, su disco ripropongono
sonorità che rimandano più chiaramente alla
golden era dello psych-pop, con un'attenzione
maniacale per le atmosfere e per le melodie
che riportano a ciò che era in voga alla fine dei
Sixties. Un'epoca che per forza di cose è stata
studiata solo sui libri di testo, ma che si contamina con sonorità più attuali – ed è questo il
vero punto di forza della proposta, qualcosa di
profondamente diverso dagli intenti, per esempio, dei Last Shadow Puppets – da rivivere in
poco meno di un'ora ascoltando Sun Structures.
Come i Saint Etienne (provenienti dalla stessa
scuderia, Heavenly Recordings) che campionarono Dusty Springfield per Nothing Can Stop
Us Now e realizzano compilation dedicate ad
artisti chiave o di culto con rispetto e competenza enciclopedica, pur creando musica molto
più sintonizzata con il gusto attuale, i Temples
stuzzicano i fan iscritti alla loro pagina Facebook riproponendo brani oscuri di un passato
lontano, dimostrandosi cultori e archivisti certosini fieri di mettere in bella mostra le proprie
influenze, ma resistendo alla tentazione di salire in cattedra. Di certo non i primi ad attingere
dalla psichedelia – non sono passati invano né
i Kula Shaker né i Verve di The Rolling People, i Supergrass o persino gli Oasis di Who
Feels Love? -, non contaminano il suono con il
krautrock e la new wave come fanno i TOY, e
rispetto ai Tame Impala, cui molta stampa si
affretta ad accostarli, scrivono canzoni smaccatamente pop, assai più dirette e meno arzigogolate, e non sembrano avere né un pronunciato
feticcio per Lennon e George Harrison, né
alcuna velleità di rievocare lo spettro di Syd
Barrett (in quel caso, è senz'altro più consi-
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quanto omogeneo; col tempo saremo in grado di capire se certi riferimenti si faranno più
sottili e accennati (in più di un caso si gioca a
individuare il motivo mascherato) e se l'identità sarà più chiara e nettamente riconoscibile rispetto ad oggi. Al momento è un piacere
lasciarsi abbagliare dai raggi del sole dei Temples, che superano la prova del full-length a
pieni voti.
7.3/10
Alessandro Liccardo
Genere: pop, rock
I multistrumentisti John Stirratt e Pat Sansone
arrivano al quinto album del loro decennale
side project, proseguendo nell'ottimo solco del
precedente Once Around, risalente ormai a
quattro anni fa.
Realizzato nei ritagli di tempo dei lunghi tour
con i Wilco, utilizzando per la prima volta i
musicisti della loro live band, Fifth ripercorre
la felice epopea del suono pop rock seventies
- che si rivela la musica dell'anima dei Nostri
-, con in testa Love, Beatles, Zombies, Byrds,
Kinks e molti altri, riattualizzandola e facendola propria.
Si va dalle armonie harrisoniane di This Thing
That I've Found alle riletture in salsa Elliott
Smith (The Light In Your Eyes, What's It Take),
passando per le vaghezze soft del gruppo
madre, non rinunciando mai al carattere prettamente soffice e melodico, con un'impronta di
spiccata malinconia presente nell'intero lavoro.
In sostanza una bella prova, a testimonianza
che la maturità rilevata con il penultimo disco
è più che un dato di fatto. Tanta classe.
7.2/10
Teresa Greco
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Genere: rock
Saranno pure le hits di domani, le otto canzoni
affidate all'ennesimo lavoro firmato The Men
– a occhio e croce il quarto negli ultimi quattro
anni (quinto su cinque, se si include l'autoprodotto esordio Immaculada), il secondo dopo
lo stravolgimento di New Moon - ma per oggi
non bastano affatto. O meglio, basterebbero
pure se si trattasse di una nuova formazione
e non dovessimo rapportarle a quelle che un
quintetto di balordi semisconosciuti ci spiattellò in faccia senza rispetto per niente e nessuno,
con foga e rabbia (sempre melodica, eh, sia
chiaro) da gruppo senza un domani, all'altezza
di Open Your Heart o Leave Home.
La svolta accennata in New Moon trova ora la
sua compiutezza formale ed estetica: accantonata ogni forma sonora "dura", l'ormai rodato
quintetto affina il proprio personale orizzonte
sonoro basandolo su classic-rock a stelleandstrisce e su una forma di "americana" corposa
ed energica, rinvigorita da mai dome iniezioni
da "foga rock" e sempre attenta alle melodie e
alla forma canzone. Ne esce un album stilisticamente perfetto, tarato com'è su coretti solari,
sing-a-long melodici e appiccicosi, mid-tempo
classic-rock, armamentario tradizionale – assoli, armonica a bocca, piano e quant'altro – e
in cui è palese il desiderio di Nick Chiericozzi
e soci di smarcarsi dal ruolo di miglior formazione delle seconde linee del "rock peso", per
tentare una nuova collocazione sonora, sempre
più orientata verso un mix di Neil Young e Minutemen, Tom Petty e The Drones, cowpunk e
Americana.
Si sarà capito che dei Men che incendiavano
palchi e dischi a suon di aggressività semi-hc,
heavy rock melodico, slanci post-Husker Du
e chitarre sempre al massimo, resta ben poco.
Non che sia un male tentare nuove vie, più
r e c e n s i o n i
m a r z o
The Autumn Defense - Fifth (Yep
Rock,2014)
The Men - Tomorrow's Hits (Sacred
Bones,2014)
adulte e mature: di fatto, però, queste hits di
domani guardano molto, forse troppo, indietro.
6.5/10
Stefano Pifferi
Genere: rock, indie, electro
Sono tornati in punta di piedi, i Notwist. Un
po' perché la discrezione ha da sempre contraddistinto il loro agire, un po' perché nonostante la longevità, non sono mai stati prodighi
di uscite: escludendo il loro periodo preShrink nel quale facevano tutt'altro, con Close
To The Glass arriviamo alla quinta release
in sedici anni, la quarta se escludiamo la (non
certo esaltante) sonorizzazione del film Storm.
Certo, di alibi ne hanno eccome, considerando
i vari progetti paralleli dei membri della band,
primi tra tutti quelli di Markus Acher, il maggiore dei due fratelli fondatori della band (13
and God e Lali Puna i principali).
I suoni digitali dell'opener Signals ci fanno capire che non ci si allontana troppo dall'ultimo
The Devil, You + Me, sia nel mood che nella
scelta degli strumenti: il disco è essenzialmente
giocato su sintetizzatori mischiati a chitarre
acustiche, o comunque non distorte, eccezion
fatta per Seven Hour Drive dove drive e fuzz
associati alle elettriche del combo teutonico
ricordano i My Bloody Valentine, seppur in
maniera approssimativa. Come d'abitudine, i
Notwist compongono melodie incalzanti, minimali ma ossessive (Lineri è esemplare in questo
senso), senza però arrivare al picco emozionale
malinconico del capolavoro Neon Golden, se
non forse nel caso di Casino, il brano più tradizionale del lotto, e in Kong, il pezzo più riuscito
scelto non a caso come singolo/videoclip promozionale. L'uptempo From One Wrong Place
To The Next e la simil-tribale title track, infine,
Andrea Forti
Thug Entrancer - Death After Life
(Software,2014)
Genere: ambient, electro, elettronica
Il lato abstract della techno gode oramai di una
ricca discografia – vedi ad esempio la missiva
di Raster Noton e i vari Emptyset e ATOM™ e
indietro i cataloghi 90s di Warp e Planet Mu –
ma che dire di un filone astratto e americano di
house, o meglio, di sonorità elettroniche legate alla Windy City? Thug Entrancer, ovvero
Ryan McRyhew, originario di Denver, in questi ultimi tre anni deve aver pensato sul serio
a una ricerca siffatta partendo proprio dallo
spettro di generi e stili nati e sviluppati, per
mezzo di synth e drum machine, a Chicago.
Death After Life, esordio lungo del musicista dopo tre uscite in streaming gratuito su
bandcamp – una lunga permanenza nella metropoli dal 2011 – rappresenta così un interessante case study – o anche un'analisi di laboratorio tout court – sulle chimiche di base che
hanno infiammato le scene footwork, electro,
house, acid e techno cittadine.
Caratterizzata da un ascolto immersivo ed
m a r z o
r e c e n s i o n i
The Notwist - Close To The Glass (Sub
Pop,2014)
compongono il tassello più elettronico di tutta
la discografia, senza però lasciare segni tangibili col procedere degli ascolti.
Close To The Glass è stato, per stessa ammissione degli autori, un tentativo di andare oltre
le proprie esperienze personali e raccontare
storie che riguardassero anche amici, parenti,
gente cara e vicina e che ha rappresentato un
esempio per la band. Se dal lato dei testi l'esperimento è sicuramente riuscito, dal punto di vista prettamente musicale si fa fatica a scorgere
sia qualcosa di originale e distinto, sia la grana
fina dei loro migliori lavori in studio. Non è
peccato ritenerlo un lavoro riuscito soltanto a
metà.
6.2/10
97
m a r z o
Edoardo Bridda
Trust - Joyland (Arts and Crafts,2014)
Genere: pop, 80s, synthpop
Persa per strada la metà Maya Postepski, tornata a concentrarsi sul progetto Austra (che con
il secondo album ha deluso in parte le aspettative), Robert Alfons si è trovato in due difficili
situazioni: dover sopperire alla mancanza di
quella che era la mente dei Trust e dare un
degno successore a quel TRST che ormai due
anni or sono ricevette consensi piuttosto trasversali.
Per prima cosa Robert ha messo mano ad alcuni vecchi brani (anche del periodo pre-Trust),
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riarrangiandoli eliminando le connotazioni
dark-goth cucite addosso a buona parte delle
prime composizioni del duo; successivamente ha iniziato a plasmare un proprio stile che
coincide con la cifra evolutiva caratterizzante
il secondo lavoro intitolato, non a caso, Joyland. Si pesca nuovamente a piene mani dalle
coordinate synth-pop degli anni '80, ma lo si fa
con l'esuberanza di chi ha voglia di divertirsi
divertendo. Un brio che parte ad altezza Pet
Shop Boys (Are We Arc?, Capitol) per arrivare fino alle ignoranti casse dritte della dance
music anni '90 di scuola europea (Germania in
particolare) e a quel connubio tra synth sparati
a mille ed EBM tanto caro ai VNV Nation.
Un disco che potrebbe trovare la propria
dimensione ideale nel contesto arena grazie
ad una scrittura che premia il ritornello facile
e l'esaltazione collettiva. Capitol – risalente
addirittura al 2006 nella sua forma iniziale –
incorpora al meglio la sintesi descrittiva – "an
eruption of guts, eels, and joy" – fornita dalla
stessa label Arts and Crafts, confezionando uno
dei chorus più efficaci che sentiremo durante
l'anno. Non inganni la pretenziosa e fuorviante introduzione intitolata Slightly Floating:
Joyland è credibile proprio in quanto mostra
riluttanza a dovere essere credibile a tutti i
costi: un pezzo come la titletrack infatti non ha
alcun freno e sguazza allegramente nel trash
come una versione a 2x dei primi Ladytron;
Peer Pressure – anch'essa risalente al periodo
pre-Trust – è stata galvanizzata dal tocco euroNRG da riviera mentre Four Got – nonostante
sia tra le meno convincenti del lotto – si permette di giocare con Blue Monday. Ignoranza
pura che trova fidi alleati nell'improbabile
falsetto – mai così protagonista – di Robert e
nelle situazioni a cavallo tra Dead Or Alive e
club con il latex come dress code.
Joyland è la dimostrazione che, per superare
le prove più difficili, spesso la soluzione più
r e c e n s i o n i
ipnotico a bpm morigerati, la scaletta, in piena
linea Software (vedi anche Huerco S.), racconta, con uno sguardo romanticamente futurista,
il Day After di uno spaccato urbano della città
attraverso panoramiche cartografiche e/o plastiche. Non è musica per ballare né manovrata
dagli uomini, questa, semmai sono le macchine
a parlare all'uomo. Intelligente l'esclusione
di sovrapposizioni di layer di scuola laptop
noise, come l'uso del glitch o il ricorso a field
recording; qui l'asse ruota solido attorno all'uso
magmatico della TB-303, al secco scalciare della TB-808 (sia in 4/4, sia attraverso pulse programming di stampo footwork) ma soprattutto
a un telaio synth-cosmico post-carpenteriano
e cyber punk. Tra gli episodi più interessanti,
il primo capitolo, Death After Life I (ovvero come ascoltare Zomby in salsa footwork
perso in un ghetto di Matrix), la 303 techno in
antemica collisione old skool di Death After
Life III, oppure ancora l'acquario sonico di
Death After Life o della finale Death After Life
VIII. Neanche troppo tempo fa un disco come
questo lo avremmo trovato su Planet Mu. Con
Thug Entrancer, Lopatin estende il campo d'analisi elettronico e sigla un altro centro.
7.1/10
facile è anche quella vincente, Rasoio di Occam
docet. Centro pieno.
7/10
Riccardo Zagaglia
Genere: rock
E' davvero un compito arduo rileggere Elliott
Smith. Arduo perché l'artista americano, prima
di essere un musicista, è stato un suono ben
preciso e riconoscibile, una voce peculiare fatta
di fragilità sussurrate e melodie, un cocktail di
toni intimi e angosce riassunto in grandi canzoni. Progressioni musicali che il personaggio si
è cucito addosso, fragili e tempestose al tempo
stesso.
Tanto di cappello, quindi, agli intrepidi che con
Loves You More, tributo discografico dedicato
all'arte di Smith promosso dall'etichetta Niegazowana e in particolare da Davide Lasala dei
Vanillina, hanno voluto raccogliere una sfida
sulla carta improba. Quel che è venuto fuori è
una storia di didascalie e di cesure nette: fuor
di metafora, un album che in parte omaggia
rispettoso l'arte del maestro e in parte vorrebbe
invece reinterpretarla con colpi di teatro quasi
"punk" (ovviamente si parla di attitudine). Quel
che accade per ogni compilation di cover, potrebbe giustamente farci notare qualcuno: vero,
solo che qui più che in altre sedi, e per i motivi
di cui sopra, la personalità di chi rilegge diventa una discriminante fondamentale nel replicare o decostruire con efficacia un immaginario
che non è solo "semplici canzoni".
Per un Dellera che in Waltz #2 mima lo stile
originale di Smith su un suono rotondo e virgolettato dall'affetto leggibile tra le righe e dei
C+C=Maxigross perfetti su una Son Of Sam
disciplinata, c'è un Mr. Henry che trasforma
Between The Bars in un sussurro lo-fi banjo/
voce strascicato che non convince del tutto; per
m a r z o
r e c e n s i o n i
Dellera - Loves You More
(Niegazowana,2013)
un Dennis Di Tuono voce e bordoni in Placeholder e dei Kalweit And The Spokes a loro
agio in una A Fond Farewell in punta di slide
guitar, c'è un Il vocifero che, pur dimostrando
personalità, non riesce a conservare, nella sua
versione, il portato emotivo di Waltz #1.
Tra le riletture che colpiscono di più ci sono la
Needle in The Hay psichedelica e riverberata
dei Black Black Baobab, una Angeles affidata
a Edda e completamente stravolta (testo in italiano su un rock ruggente in stile Afterhours),
la Figure 8 elegantissima di Eva Poles, mentre
i Jennifer Gentle rallentano e annegano in
un mare acido una The White Lady Loves You
More che nella nuova versione perde un po' di
spessore. Sono della partita anche Dilaila (Little One), Emil feat. Cani Giganti (Bottle Up
And Explode!), Labradors (Say Yes), Nicolas
Falcon (Somebody That I Used To Know) e i
Vanillina (Miss Misery), ugualmente importanti in un disco che ci pare comunque pieno di
sorprese e tutto da ascoltare.
7/10
Fabrizio Zampighi
Voices From The Lake - Velo di Maya EP
(The Bunker New York,2014)
Genere: ambient, techno, deep
Torna il duo formato da Donato Dozzy e Neel
con un EP che testimonia il loro passaggio al
Public Assembly di Brooklyn nel 2012. Il set
originale è durato ben sei ore, ma i ragazzi del
Bunker newyorchese hanno deciso di riassumerlo in un EP di tre tracce che dura solamente una ventina di minuti. Scelta azzardata?
Forse no, perché l'opener Velo di Maya riporta
in pista quello che i Nostri ci avevano mostrato
con l'esordio (peraltro uscito poco prima di
questo live): cromatismi su glitch ambient '90
e sinfonie di pad al limite fra arte teutonica e
sangue mediterraneo; Sentiero sale su con l'incrostazione acida delle pareti auditive e annun-
99
cia un sabba post-millennial tribale ai confini
con trip mistici da svalvo Goa; Respiro sono 8
minuti di puro riassunto clubbistico con accenni a lezioni di filtering à la Chemical Brothers.
Un disco veloce ma concentrato, che promette bene per un nuovo incontro di due
delle più interessanti menti del panorama
electro-ambient-techno in circolazione.
Acquolina in bocca per esplosioni sul nuovo
full length.
7.2/10
Marco Braggion
Genere: pop
Arrivati miracolosamente al quinto album in
studio, i We Are Scientists, a distanza di quasi
quattro anni dall'ultimo e pregevole Barbara,
tornano con un nuovo album. Tagliando immediatamente la testa al proverbiale toro, Tv
En Français fallisce dove il suo predecessore
aveva invece raccolto buoni frutti, palesandosi
come un'informe accozzaglia di cliché, scimmiottamenti vari e autoreferenzialità. Sin dalle
prime battute di What You Do Best, il duo di
Berkeley mostra stanca compositiva e imbarazzante pochezza d'idee, lascito di una formazione che, salvo sconvolgimenti poco credibili,
pare non avere più molto da dire.
Tra echi Franz Ferdinand e indie-rock dei
primi anni Zero, la tracklist procede senza
particolari sussulti o bagliori: il singolo scelto
come apripista, Make It Easy, ha qualche spunto interessante, ma il solo ritornello catchy non
potrà far guadagnare al gruppo più di qualche
airplay nelle college radio americane. Una
carriera con molti bassi e pochissimi alti, quella
degli scienziati, costruita su alcuni buoni pezzi
(With Love and Squalor conteneva ottime intuizioni) e video divertenti, ma che si è protratta
forse per troppo tempo, trascinandosi stanca-
100
Andrea Murgia
Wild Beasts - Present Tense
(Domino,2014)
Genere: pop, rock, wave
Speravo di farmi un'idea definitiva sui Wild
Beasts con questo quarto album, ma devo mettermi il cuore in pace. Sono una buona band,
conservano una apprezzabile freschezza che
col tempo (sono passati sei anni dall'esordio
Limbo, Panto) ha guadagnato in respiro e cura
dei dettagli. Oltretutto non manca loro il giusto
mix di personalità e ambizione, ma il guaio è
capire dove siano indirizzate. In altre parole,
conta più l'art o il pop? E poi, è davvero questo
il punto?
Present Tense, dicevo, non risolve il dilemma.
Semmai lo amplifica. La scelta di rivolgersi a
due co-produttori come Leo Abrahams (pupillo di Brian Eno) e Alex "Lexxx" Droomgoole
(già al lavoro con Arcade Fire, M.I.A. e Franz
Ferdinand tra gli altri) è emblematica in tal
senso, suggerendo la volontà di muoversi sulla
linea di confine tra ricerca e immediatezza,
ruotando di una tacca la manopola della raffinatezza rispetto al buon predecessore Smother. Il quartetto di Kendal spende quindi le
consuete monete virtuali black sul binario dei
due caratteristici timbri vocali (quello tenorile
di Hayden Thorpe e quello baritonale di Tom
Fleming) in un paniere di suggestioni plastiche
synth-wave ed astrazioni atmosferiche.
Nel loro manifestarsi più complesso spacciano
esotismi gravi Japan ed esuberanza Human
League (Daughters), oppure sfoggiano inquietudine androide come un Antony colto da
spasmi TV On The Radio (il gospel mutante
di Wanderlust), mentre altrove si muovono
con leggerezza arguta e caramellata da nipotini
r e c e n s i o n i
m a r z o
We Are Scientists - TV En Français
(100% Records,2014)
mente di album in album senza lasciare tracce
concrete.
4.5/10
r e c e n s i o n i
Stefano Solventi
William Fitzsimmons - Lions (Gronland
Records,2014)
Genere: cantautori
Eccoci di nuovo in questo mondo ovattato
che è la musica di William Fitzsimmons. Il
cantautore tutto mezza voce e fingerpicking,
già famoso perché un paio di suoi brani sono
finiti su Grey's Anatomy, ritorna – a sentire
lui – dopo due anni complicati, ma ci restituisce quello che ritiene il suo sforzo più maturo.
Difficile vedere la discontinuità tra questo
Lions e il disco di due o di quattro anni fa.
Eppure è cambiato il produttore, Chris Walla,
che era in cima alla lista dei most wanted dello
stesso William, senza che questo abbia scosso
le fondamenta del suo songwriting. Una scrittura fatta, è bene ripeterlo, di un incontro sugli
Appalacchi tra un Nick Drake che ha perso la
vena notturna e un Elliott Smith narcotizzato.
Non c'è nulla che non vada nelle 12 tracce: la
chitarra è circolarmente pizzicata con grazia e
la gratitudine e il rispetto che emana ogni poro
dei testi sembra sempre sincera. Eppure… Eppure è difficile distinguere i pezzi l'uno dall'altro, immersi come sono in continuum new
age involontario che relega il songwriting di
Fitzsimmons in un inconsapevole esperimento
di musica per ambienti. Ideale per meditare
sulla vita, meno per richiedere un ruolo attivo
nell'ascolto.
6.3/10
Marco Boscolo
Xiu Xiu - Angel Guts: Red Classroom
(Polyvinyl Records,2014)
Genere: rock, art, experimental
Da quanto tempo gli Xiu Xiu hanno smesso
di sembrare cruciali? Almeno da A Promise,
ovvero undici anni esatti. Con quel disco Jamie
Stewart portò a compimento una calligrafia fatta di collassi emotivi, devastazione esistenziale,
languida perdizione e vampe perniciose. Coi
lavori successivi abbiamo avvertito nitida la
sensazione che di quella calligrafia facesse un
bozzolo, una cella in cui dibattersi per esorcizzare demoni che solo lui poteva vedere con
chiarezza. Un attimo prima sembrava la cosa
più sconvolgente ascoltata da anni, poi di colpo
l'entità Xiu Xiu divenne un teatrino di nevrastenia piuttosto autoreferenziale, una psicosi in
loop che a metterci piede sentivi salirti al collo
un principio di claustrofobia insopportabile.
Sembrava proprio che si stesse fottendo con le
proprie mani, crogiolandosi in un cul-de-sac
suicida. Tuttavia Jamie ha tirato dritto, continuando a rimuginare ossessioni dark wave e
industrial, abbaiando al lato scuro della luna
e nel ventre nero del cuore di tutti come se
fosse l'unico modo di manifestarsi. E ha avuto
ragione. Dopo il tutto sommato apprezzabile
m a r z o
paciosi dei Bronsky Beat (A Simple Beautiful Truth) o col passo romantico e risoluto da
Roxy Music prosciugati Notwist (Sweet Spot).
Ma proprio quando dimostrano di avere i numeri per tracciare solchi importanti (l'intensità
aspra e cinematica di Nature Boy, gli spettri
caraibici tra singulti post-wave e l'arcobaleno
Eno/Moroder di A dog's Life), sembra mancargli la scintilla decisiva.
È a mio avviso soprattutto un problema di
scrittura, di istinto per melodie memorabili e
strutture che ne valorizzino l'impatto. Così la
partita si gioca e si consuma sul filo delle prassi
estetiche, gradevoli e persino interessanti (le
inflessioni funky sparagnine di Past Perfect, lo
struggersi soul dalle reminiscenze U2 – quelli
eniani, of course – della conclusiva Palace), ma
tutto sommato interlocutorie per non dire superficiali, incapaci di lasciare davvero il segno.
Un "difetto genetico" che difficilmente, temo,
potrà trovare soluzione.
6.7/10
101
m a r z o
Stefano Solventi
102
r e c e n s i o n i
Always di due anni fa, ha deciso di darsi una
scossa, si è trasferito a Los Angeles dove ovviamente ha sceso qualche altro gradino verso
l'inferno. Quindi, chiamato a dare una mano il
producer John Congleton (uno che ha lavorato
con mezzo mondo, da Smog a St. Vincent, da
Jens Lekman a The Walkmen…), ha racchiuso
dodici pezzi tra due camere di decompressione
al rumor bianco (Angel Guts: e :Red Classroom,
titoli presi a prestito da un film erotico giapponese), fuori il mondo esterno, dentro gli incubi
tumultuosi che di quel mondo sono il riflesso
sanguinoso.
Ed eccoci al nuovo lavoro, il nono: una parata
di mostriciattoli lancinanti che impazzano tra
Suicide (soprattutto in Cinthya's Unisex) e
Einstürzende Neubauten (The Silver Platter), tra Joy Division (nelle iperboli epiche
di Botanica De Los Angeles e nel frullato di
angosce New Life Immigration) ed il primo
Gabriel solista (Archie's Fades), rammentando
talora per impeto e ferocia il Cave periodo The
Birthday Party (sentitevi A Knife In The Sun).
Sempre con quella voce e quel modo di usarla
che t'inchioda. Niente leggerezza, né assoluzioni o scappatoie. E' solo e sempre lui, Mr.
Jamie Stewart, sia che scampani rumba crepuscolare (Bitter Melon) o che s'impiastricci tra
giocolerie electro (Lawrence Liquors, dove un
corettino da villaggio turistico diventa ferita
letale), che sgasi soul malsano (nel groove torbido di Black Dick) oppure che squittisca come
un alieno che ti ha appena squarciato il petto
(Adult Friends).
Non è più sconvolgente come quando ci aggredì nei primi anni del nuovo secolo, ma ha
ancora una sua ragione d'essere precisa. Tocca
solo essere disposti ad accettarlo.
7.1/10
r e c e n s i o n i
m a r z o
103
G imme
S o me
I nches # 4 6
Dal vinile 12" all'impalpabilità dell'mp3 passando
per 45 giri e nastri, torna la nostra ricognizione
mensile sui formati minori. Questo mese parliamo di Stefano De Ponti, Maria Violenza, Gianni
Giublena Rosacroce, Staer, Horatio Pollard, AV-K,
Prolife, Dark Blue, Hand Of Dust, King Dude, Chelsea Wolfe
104
Veloci e senza fronzoli, entriamo subito nel vivo del nostro appuntamento mensile coi formati “minori”, cominciando con un 12” split inciso su un solo lato che è gioia per gli occhi
oltre che per le orecchie. A dividersi una co-produzione firmata Brigadisco, No=Fi Recs,
Escape From Today e Lemming sono la vecchia conoscenza Gianni Giublena Rosacroce e
la new entry Maria Violenza. Il primo innesta nel suo giro del mondo in musica influenze
sempre più world, impreziosite dal cantato ondivago e fascinoso di Galilea Mallol, derive
ipnotiche e vagamente malinconiche (Angkor Wat), così come squarci sognanti (Coronaria)
ammantati sempre da un retrogusto psichedelico immaginifico e a volte virati verso intrippanti atmosfere filmiche (XI Comandamento). Maria Violenza risponde a tono, incupendo
però i toni tra melodie arabeggianti e suoni syntheticamente freddi, lontani echi mediterranei e pause minacciose. Bel trip, peccato la scarsa durata.
Riducendo i giri, ritroviamo gli Staer con un nuovo 7” dopo l’ottimo Daughters: a pubblicare è la mitica Staalplaat e a condividere il vinilino è Horatio Pollard, ennesimo misconosciuto genietto di un’Europa sotterranea mai così affascinante. Il trio scandinavo va di
scatafascio sonico come d’ordinanza in Dresden Dynamo tra digressioni noise e abrasività
heavy, mentre il sodale infila sun un solo lato tre brevi ed eclettiche tracce di claudicante
funk, sperimentazione free(tta), allucinazioni da psilocybe, horror-soundtrack andata a
male, groovin’ selvaggio e storto. In poche parole, un must per chi ama le cose “strane”.
Vinile trasparente con artwork a poster di Dave 2000.
In questo giro del mondo in tutti i formati, abbandoniamo il vinile e passiamo ai nastri con
l’esordio per Under My Bed e Old Bycicle di Stefano De Ponti, Like Lamps On By Day.
Compositore di musiche per il teatro, De Ponti traspone le immaginarie e visionarie atmosfere dei suoi lavori in una tape da mezzora scarsa in cui si muove… tra polverosa e gracchiante ambient, atmosfere cinematiche sospese, cupi slanci avant, elettroniche stranite
in bilico tra drone ed elettroacustica mefitica, malinconici contrappunti di piano, senso
di disagio generalizzato e ottima capacità evocativa. Che in lavori del genere è ciò che si
richiede, ma qui, sinceramente, si va molto oltre.
Per concludere il giro del mondo dei formati, dopo vinile a 12 e 7” e nastro tocca all’impalpabile mp3. È A Centripetal Fugue di AV-K, giovane musicista italiano che si sta facendo
# 4 6
I nches S o me
G imme
un nome anche fuori dai confini – prossimo l’esordio per FatCat – l’album impalpabile del
mese, con le sue sinusoidali evoluzioni a metà tra l’ambient più rarefatta e il droning meno
canonico spruzzato di asprezze industrial e glitchismi vari che contribuiscono a costruire
un immaginario insieme gelido e umano, visionario e minaccioso. Con un piccolo sforzo,
non saremmo lontani dalle lande made in Miasmah, ma per ora lodiamo la nostra net-label
Laverna, per cui il disco “esce”.
Nuovo singolo e nuovo debutto per Sacred Bones. Dopo la recente rottura degli australiani
Slug Guts, ecco subito emergere un altro progetto a nome Prolife che vede coinvolti James
Dalgliesh e Nicholas Kuceli, rispettivamente voce e sax nella band appena scioltasi. Si questo
Overheated, il duo da vita a due lunghe tracce dove la minimal wave di scuola Suicida incontra i suoni analogici della techno d’antan, dando vita ad ossessioni reiterate per 6 minuti abbondanti per brano. Synth abrasivi e beat martellanti sorreggono un’immancabile voce afona
e scazzata. Non la più originale delle ricette, a dirla tutta, ma pur sempre apprezzabile come
primo singolo. Staremo a vedere cosa i due australiani saranno in grado fare.
Discorso ancora più amaro per Dark Blue, il nuovo progetto di quel John Sharkey III già
fondatore di Clockcleaner e Puerto Rico Flowers. Benchè la press release della label (Katorga Works) parli di un sound in cui si incontrerebbero Stone Roses e Last Resort, quello
che emerge della preview di questo 7 pollici non sembra altro che un versione più (punk)
rock dei recenti PRF. Quattro accordi neanche particolarmente azzeccati, batteria midtempo drittona, ritornelli e stacchi decisamente troppo anni 90 (o, in una parola, banali).
Se non fosse per il fatto che a porre la firma su questo lavoro c’è l’autore di un album come
Babylon Rules, non staremmo neanche qua a parlarne.
Fortunatamente ci pensa un altro paio di singoli a tirarci su il morale. In primis diamo il
benvenuto a un nuovo gruppo proveniente dall’alcova di Copenhagen che ultimamente sta
sfornando tante piccole perle (Posh Isolation, Vår, Croatian Amor etc). Al debutto su vinile
corto arrivano infatti gli Hand Of Dust, trio di folk-rock nervoso e cadenzato, che rilascia quattro brani brevi e agguerriti per la Blind Prophet di Sean Ragon dei Cult Of Youth.
Ancora poco per farsi un’idea più completa ma sembra che le credenziali per un buon prio
album ci siano tutte. Soprattutto per una volta un gruppo nuovo che non cerca di cavalcare
l’ennesimo trend del momento, sia esso la techno-industriale stile Regis/Vatican Shadow,
la cold-wave post-Wierd Records o la moda che più aggrada.
Sempre in territori folk, ma dall’altra parte dell’Atlantico, tornano anche i novelli Johnny
Cash and June Carter aka King Dude and Chelsea Wolfe con un nuovo singolo a quattro
mani. Dopo il primo Sing Songs Together… del 2013, è ora tempo per il secondo capitolo
intitolato semplicemente Sing More Songs Together... Due brani in perfetto stile murder
ballads, semplici e diretti ma arrangiati con gusto da frontiera polverosa come ci aspetterebbe da questi due oscuri personaggi. Impossible non citare i celebri duetti di Nick Cave
con PJ Harvey e Kylie Minogue. Un bel ritorno e un punto a favore della neonata Not Just
Religious Music dopo la falsa partenza del 7 pollici Born In Blood (che riprendeva in maniera poco convincente due brani precedentemente editi dal signore in questione).
Andrea Napoli, Stefano Pifferi
105
Nada
campi
magnetici
Ho scoperto che esisto anch’io (RCA,2014)
106
Forse ce lo siamo dimenticato, ma anche negli anni ‘70, nei quali la trasgressione vendeva e
la qualità andava in classifica, esisteva lo star system; e non scherzava.
Un sistema in cui, accanto alla Milva che cantava Brecht, a Ornella Vanoni che poteva
mandare in classfica Tenco, a Patty Pravo, a Mina che ormai faceva quello che voleva
(perfino cantare le torbidezze di Malgioglio), c’erano anche Orietta Berti e Gigliola
Cinquetti, e, in mezzo, le figlie del beat come Caterina Caselli, ragazze ye-ye con la loro
versione addomesticata delle trasgressioni rock.
Nada era partita così quando, a 15 anni e mezzo, aveva esordito a Sanremo con la storica Ma
che freddo fa; la quale però, insieme al vocione e a un certo piglio mostrato nelle interviste,
suggeriva altre inquietudini. Inquietudini che dopo un po’ iniziano a manifestarsi nell’insofferenza sempre maggiore verso la macchina commerciale che le aveva programmato
un repertorio più melodico e meno beat rispetto alla canzone del debutto. La Nostra inizia
così a tormentare il capo della RCA Ennio Melis, storica figura di manager attento anche
alla qualità, l’uomo che ha inventato i cantautori e che, contro gli scarsi risultati commerciali e le difficoltà di gestirla umanamente, continuava a coltivare in scuderia l’anima
inquieta di Piero Ciampi.
Davanti alle insistenze della cantante diciannovenne che vorrebbe “fare altro”, il manager
ha l’intuizione di metterli in contatto. Tra i due nasce subito una grande intesa umana, e
anche un disco fatto di brani del cantautore, preparato con l’aiuto dei consueti sodali, il
suo musicista Gianni Marchetti e Pino Pavone, disco che dovrebbe costituire il salto della
cantante verso un’identità artistica più personale.
L’intento dell’album – che esce a novembre 1973 – è chiaro già dal titolo, e dopo 30 secondi
diventa chiaro anche il suo significato: archi e piano da musica leggera dell’epoca, e Nada
che prima va dietro alla melodia e poi la sbeffeggia, come a dire che la sua immagine è un
conto e la realtà è un altro (e il testo dice proprio questo), e che quello che di lei si è visto
fino a quel momento sta per essere bruciato – insieme al sentimentalismo da riviera – sul
fuoco di canzoni che oscillano tra dramma, ironia livornese, svagatezza innocente, realismo, una follia che non ha paura di sfiorare il ridicolo e la disinvoltura spiazzante con cui
tutto ciò viene accostato e si fonde.
Confiteor prosegue tra tocchi leggeri e languidi, come l’interpretazione di una cantante che
insieme ai suoi pensieri segreti rivela una sensualità sorniona, mentre una chitarra con distorsione compressa tipicamente 60s, un’altra col tremolo e un’armonica a bocca dialogano
con l’orchestra contrappuntando il testo in un pezzo che trasforma la marcetta-Modugno
dell’originale (tra l’altro, il primo 45 giri di Ciampi) in un manuale di arrangiamento e di
interpretazione.
E la definizione della nuova identità della cantante prosegue nell’andamento malinconico
di Sovrapposizioni (Ciampi è tra i pochi che possono scrivere una canzone seria aprendola
con “Zan Zan Zan Zambaro era il suo nome”, per parlare dei turbamenti della crescita di
una ragazza che impara ad amare da adulta grazie alla storia con un forzuto del circo), nei
toni drammatici di Sul porto di Livorno (la versione autografa di Piero, minimale e dimessa, verrà dopo), nell’abbandono di Eri proprio tu; oppure nella leggerezza sbarazzina di un
corteggiamento tutto visivo e cromatico di una sublime La passeggiata, o nella narrazione
quasi gaberiana di Ma chi è che dorme insieme a me, o nella falsa leggerezza di Lui è un folle
(una confessione ad un’amica sulla paura suscitata dal fidanzato: scritta quando c’era ancora il delitto d’onore e riletta in tempi di sensibilità al femminicidio, lascia inquieti), prima
che la conclusiva Esisto anch’io, tra ironia e aperture pinkfloydiane, riassuma tutto il disco
ribadendone l’idea nel ritornello.
Ne esce il ritratto di una donna, più che di una ragazza, libera e consapevole come si cominciava ad essere all’epoca, per la quale essere “moderna” non era solo Mary Quant o
l’impegno formato TV di certo beat: un ritratto di sorprendente efficacia, soprattutto se si
considera che è stato scritto da un uomo.
Il centro emotivo del disco però (nonché l’inopinato singolo estratto) è la disperata Come
faceva freddo: titolo analogo al primo successo della musicista, anche se siamo distanti anni
luce. Qui Ciampi, che sapeva rivelarsi spietatamente anche grazie a una voce che abbatteva
ogni filtro tra vita e arte, mette in bocca a Nada uno dei suoi autoritratti più drammatici,
in un testo in cui una donna ricorda un amico pittore tipicamente maudit, morto perché
incapace di uscire dalla sua vita autodistruttiva (“e mentre lui moriva d’inedia/io lo scongiuravo dall’unica sedia”): si potrebbe riferire al conterraneo Modigliani, ma a noi sembra un
evidente gioco di specchi nel quale Ciampi sta parlando di sé.
Troppo, forse, anche per l’epoca: il disco infatti è un insuccesso clamoroso, che attira alla
cantante critiche feroci e ostilità da parte di uno star system per il quale era uscita troppo
dal seminato. Forse era troppo presto – e forse lo è anche ora – perché Britney Spears si
mettesse a cantare Daniel Johnston (o Scarlett Johansson, Tom Waits, per dire), o forse
era una conferma che Ciampi, col successo commerciale, più che a pugni, ci ha sempre
fatto a coltellate.
Nada andrà avanti cercando altre collaborazioni di livello (la Reale Accademia di Musica,
Paolo Conte) e dedicandosi al teatro, prima di rientrare alla grande nelle classifiche (Ti
stringerò, e soprattutto Amore disperato). Poi, quando la discografia considererà conclusa
la sua carriera nel pop, inizierà la sua seconda vita artistica, prima rileggendo il suo vecchio repertorio con Mesolella e Spinetti degli Avion Travel nel progetto Nada Trio (forse
un’anticipazione di Musica Nuda), poi dedicandosi a quello stile tra indie e canzone d’autore, tra melodia e coraggio che ancora oggi persegue e i cui remoti prodromi giacevano in
questo lontano capolavoro.
8.5/10
Giulio Pasquali
107
Green Day
classic
alb u m
Dookie (Reprise,1994)
108
Compie vent’anni Dookie. Uno dei dischi teen punk per eccellenza, verrebbe da dire. Come
ogni album che si (ri)scopre adulto entra per forza nella fase critica del “classico” e della
consapevolezza, a distanza di tempo, del terzo LP dei Green Day sappiamo che non conteneva, in teoria, nulla di veramente “epocale” ma epocale lo è stato sul serio. Eccome.
Dal punto di vista dei contenuti, differiva di un niente dal suo predecessore indie Kerplunk;
e dovendo scegliere un album del trio californiano, almeno gli preferiremmo American
Idiot, che ha il merito di aver saputo sorprendere non poco chi aveva derubricato i Green
Day a gruppo sopravvalutato e prigioniero del proprio cliché. Poi si sono persi ancora, nelle
pastoie di quella stessa magniloquenza, ma è un altro discorso e non riguarda il nostro
argomento. Il gruppo di Berkeley non cambiò stile passando dalla Lookout! alla Reprise, succursale Warner (paradossalmente, è più netto lo stacco tra Bleach e Nevermind dei
Nirvana, per fare un esempio), e anni dopo ha saputo realizzare un’opera molto più ambiziosa dimostrando di essere veramente cresciuto. Ma è comunque Dookie ad aver cambiato
le carte in tavola, per un gruppo e per un intero genere. Gli investimenti di una major e il
tempismo con cui uscì fecero subito la differenza.
I Green Day venivano dal cuore della scena nordcaliforniana votata al punk melodico che
faceva capo al club 924 Gilman Street di Berkeley e alla Lookout! Records, l’etichetta di
Operation Ivy, Mr.T Experience e Screeching Weasel. Poco prima della fine dell’interregno grunge, nello stesso mondo delle major, che il successo dei Nirvana aveva messo sottosopra sdoganando il rock un tempo underground ai piani alti delle classifiche, almeno
quattro o cinque grandi case discografiche si erano fiondate sui ragazzi, convinte di aver
trovato una nuova musica alternativa commerciabile, il passo successivo proprio ai Nirvana. Ci avevano visto giusto.
Con sedici milioni di copie vendute, Dookie ha rappresentato il ritorno del punk rock nella
cultura di massa per le nuove generazioni, che l’originale lo conoscevano solo per sentito
dire o non lo conoscevano affatto. Certo, una versione edulcorata del punk, tra il fumetto
e il diario adolescenziale, divertente e scanzonata, senza implicazioni politiche o straight
edge; nel caso dei Green Day, più spesso era un thrash pop aggressivo, esplosivo, carico di
adrenalina e testosterone e, perché no, un po’ metallico, che assorbiva l’energia e la velocità dell’hardcore senza prenderne davvero la forma. Un bubble core più simile a un beat
accelerato che quali riferimenti più vicini nel tempo aveva la melodia e la distorsione degli
ultimi Hüsker Dü unite alla guasconeria dei Replacements, nella tradizione del pop punk
americano – Dickies, Rezillos, Ramones, Descendents – ma soprattutto debitore ai maestri
inglesi Buzzcocks, cui non sarà sfuggito l’artefatto accento britannico di Billie Joe.
E a proposito del leader, non si può dire che la sua scrittura mancasse di immediatezza –
Welcome to Paradise, ripresa di un brano già inciso su Kerplunk, e When I Come Around
avevano la giusta dose di grinta e melodia – o parlare di arrangiamenti piatti. Il giro di
basso da canticchiare come una filastrocca di Longview o i passaggi di Basket Case, che
inizia con i soli accordi di chitarra a tenere il tempo prima dell’ingresso fragoroso del basso
e della batteria, che sostiene i punti nevralgici della canzone con strategiche rullate, non
sono nemmeno così scontati, nonostante la band ce li propinasse in scioltezza. Dookie ha
rappresentato uno spartiacque persino al di là dei suoi meriti effettivi, ha spaccato in due
la storia del punk – e, in parte, il suo pubblico – aprendo alle riunioni di gruppi storici e
anticipando la fortuna dell’hardcore melodico in stile Epitaph di Offspring e NOFX come
del Clash revival dei Rancid. Ci sono da mettere in conto anche Sum 41 e Blink 182, ma in
questo caso bisognerebbe dare la colpa anche ai Nirvana per Bush e Silverchair o a Springsteen per Ligabue… e il discorso diventerebbe davvero troppo lungo e complicato…
7/10
Tommaso Iannini
109
digital magazine | marzo 2014 | n. 113