DUORME
CAPITO’,
CA
TE
SCITE
A
NATALE
SAPER VIVERE LA GRANDE NAPOLI
Anno X - numero 9/10 - dicembre 2015
distribuzione gratuita
PADRETERNO
Le giocate scacciacrisi all’inseguimento del miracolo
www.chiaiamagazine.it
IUPPITER EDIZIONI
OBLÒ
Confronto tra popoli
Caro Direttore,
sono stato più volte in Francia
e sono tornato sempre con positivi ricordi di quel Popolo.
Fu il Popolo Francese, deciso e
unito, a creare in pochi anni
(dal 1789 al 1795) la moderna
Francia opponendosi all’assolutismo piramidale, con privilegi per la nobiltà e povertà
e corvèes per i cittadini. La rivoluzione partì dal basso e
portò l’unità alla Francia
della Liberté, Egalité, Fraternité di oggi. La vicina Italia,
prima dell’unità, a metà
dell’Ottocento era divisa in
stati, regni, ducati e granducati: una decina di regioni che
erano divise e diverse per cultura, tradizioni, clima, usi, costumi, linguaggio e carattere
degli abitanti. Per l’unificazione, al contrario della Francia, si partì in maniera
innaturale, ovvero dall’alto, e,
paradossalmente, con un
conte e un re: Cavour e Vittorio Emanuele. I due, già tra
loro con opinioni divergenti
sul tornaconto cui ambivano
(come da sempre sono i nostri
politici), dovevano trovare,
per la mission impossible,
una persona ricattabile, magari disertore, condannato a
morte ignominiosa, bandito,
esiliato e nemmeno italiano.
Con questo prestigioso curriculum trovarono solo tale
Giuseppe Garibaldi, il quale,
con un coacervo di alcune
centinaia di individui, delle
più disparate estrazioni sociali, riuscì nella nefanda impresa. Quali vantaggi vennero
poi con l’unità d’Italia: invece
di dieci regioni ce ne troviamo
una ventina, comunque sempre tutte diverse per cultura,
tradizioni, clima, usi, costumi,
linguaggio e carattere degli
abitanti.
Gradatamente e con fatica,
poi, abbiamo unificato, in
tutto il territorio nazionale,
da Nord a Sud: mafia, camorra, corruzione, disoccupazione, povertà dilagante,
spreco di danaro pubblico,
politici incompetenti, decine
di partiti, opere incompiute,
carceri superaffollati, scuole
fatiscenti con insegnanti e
alunni impreparati, troppe
leggi e scritte coi piedi, baronie universitarie, giustizia
non certa con procedimenti
lumaca, la polizia arresta e la
magistratura libera e altre,
tante, negatività. C’è da chiedersi perché in questa situazione non facciamo come
fecero i Francesi: perché c’è sulla carta geografica - l’unità
d’Italia, ma senza fratellanza,
amor patrio e comunione di
intenti. Non c’è un Popolo ma
solo gente egoista e litigiosa.
Infatti in Italia c’è il femminicidio, ci si uccide per una precedenza, per una lite
condominiale, per una partita di calcio.
MARIO FAIDO
(2)
«CUORE E LETTURA», UNA SLITTA
DI LIBRI PER CHI NE HA BISOGNO
In occasione del Natale, Iuppiter Edizioni ha
pensato di diffondere il “bene comune libro”
in quelle strutture in cui la lettura è un
momento di crescita e di confronto con
storie e personaggi che arricchiscono la
propria galleria di eroi. Lavorando da anni
sul territorio, come impresa culturale che ha
tra i suoi obiettivi la valorizzazione del Sud e
la costante ricerca di narrazioni, la casa
editrice napoletana ha inteso far conoscere
alcuni titoli della sua produzione editoriale.
L’iniziativa “Cuore e Lettura” è un invito ad
amare i libri e a comprenderne il loro potere
umano e sociale. Tra le strutture che hanno
ricevuto in dono i libri di Iuppiter Edizioni ci
sono la casa circondariale di Poggioreale e di
Pozzuoli, l’istituto penitenziario minorile di
Nisida, la biblioteca “Annalisa Durante”, la
casa di accoglienza “Liberi di Volare” e gli
ospedali Monaldi, C.T.O. e Cotugno. “Cuore e
Lettura”, nel 2016, proseguirà con un carnet
di eventi, tra cui ricordiamo il programma di
incontri negli istituti circondariali di alcuni
autori di Iuppiter Edizioni. (l.g.)
Il Governatore? Una manna
DAL CIELO
Editoriali
Certezze e capitoni.
Il sogno nel sacchetto.
pagina 3
Il paginone
La ruota di Natale: 13 giocate al lotto
tra cronaca, ironia e speranze.
pagine 4-5
Che
Vincenzo De Luca da “Ruvido” del Monte sarebbe stato un giorno un Governatore più veloce della luce, come Superman, più dello stesso Bassolino vorace, lo si intuiva da quando era
sindaco di Salerno, ora però arriva una conferma ufficiale. Una volta alla Regione le
poltrone erano tutte “riservate”, oggi sono rigorosamente occupate, anche quelle riservate
agli ospiti eccellenti in manifestazioni collaterali. Anzi si prevede il “tutto esaurito” dopo la decisione di ampliare ed estendere il diritto di famiglia ai posteri, consanguinei e affini di un posto al sole.
Un percorso molto illuminato solo con qualche ombretta, derivante da pause e soprattutto andropause giudiziarie. Che continuano a insidiarlo. Nonostante però qualche scivolone - tanto che più di uno invece di don
Vincenzo “Crescent“, in omaggio all’omonimo gigantesco edificio salernitano, cominciava già a chiamarlo don
Vincenzo “Calant” - il governatore sta risalendo la china. Magistrale, ad esempio, il suo recente colpo messo a
segno in Cultura con la nomina di Patrizia Boldoni alla presidenza della Scabec, non solo ma anche per il recupero in contemporanea di poltrone date per perdute a Chiara Barracco e Nicola Oddati, in rappresentanza di due
sinistre: la blasonata e la trombata. La Boldoni, ex lady Ferlaino molto conosciuta nel mondo di quelle che il
Calcio lo hanno sempre avuto nelle vene, per chi non lo sapesse è anche molto amata negli ambienti culturali delle curve e dei bagarini: insomma questa presidenza è per chiara “fame” di cultura e di cottura. La
ex lady Ferlaino se l’è davvero sudata ai fornelli, sovraintendendo durante la campagna elettorale a
una cena for De Luca President; subito dopo l’esito trionfale a una cena bis per i saluti di De
Luca President; tra non molto a una terza cena con torta gigante con su scritto dai fan
deluchiani - tra cui Lia Rumma Incutti neoconsigliera di amministrazione della Fondazione Ravello -: «Grazie, presidente, sei una…manna dal
cielo». Grazie di esistere e di assisterci.
Primo piano
Botti di Capodanno, regole salvavita:
l’intervento di Mariano Marmo.
pagina 7
Focus
La Napoli che verrà secondo il sociologo
De Masi: continua la fuga dei giovani.
pagina 9
L’inchiesta
Il club dei galleristi (prima puntata)
L’arte contemporanea? È in gran salute.
pagina 11
Sollecitazioni
Intervista all’artista Linda Airoldi:
«Il consenso? Non logora».
pagina 12
Speciale Natale
Gli appuntamenti da non perdere
a Napoli e ai Campi Flegrei.
pagine 17- 25
Saper Vivere
La guerra del presepe: il rito della Natività
tra cieli di carta e tanta pazienza.
pagina 27
Malatesta
n u m q u a m
SAPER VIVERE LA GRANDE NAPOLI
Anno X n. 9/10 - dicembre 2015
Direttore responsabile
Max De Francesco
Caporedattore
Laura Cocozza
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l u x
c e d e t
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Massimiliano Tomasetta
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CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
Si ringrazia Tony Baldini per la consulenza
grafica e l’archivio Ruggieri.
EDITORIALI
L’ANNO CHE VERRÀ
IL TEMPO CHE FU
CERTEZZE
E CAPITONI
UN SOGNO
NEL SACCHETTO
Max De Francesco
A Napoli funzionano Higuain e il
Cristo velato, il sole non dà raggi di
cedimento, il presepe batte l’albero, il
Grand Tour è stazionario, lo schianto
delle palazzine del dipartimento di
Veterinaria conferma che il crollo è
solida realtà, il recente sequestro di
500mila euro di banconote di 10 euro
pregevolmente taroccate avvalora la
tesi che qui il falso non è merce rara e
la predisposizione al pezzotto è talento
supremo. Immutabile città, Natale
immutabile che spacchetta giorni
teneri, pazzi e piedigrotteschi in cui tra
umanità di terracotta e chiese tiepide
come guance la Nazione napoletana,
come intuì Giuseppe Marotta, «adora
Gesù vedendo in Lui non soltanto il
nostro Salvatore ma anche e soprattutto il prodigioso bambino che fece fesso
Erode». La liturgia gastronomica è
tisana scacciapensieri, l’istinto del
palato vince sull’ascetismo, l’osteria
oscura la grotta, non pervenuto il
presagio del Golgota. Intanto nel
presepio del reale, nell’attesa del fantomatico partito della nazione, si consolida quello trasversale della razione: il
basso istinto di umbratili classi dirigenti continua a moltiplicare mangiatoie. L’ultima su cui si è fermata la
stella cometa giudiziara è quella dell’Eav, l’holding regionale dei trasporti
col vizio di distribuire consulenze e
stipendi stellari. Il caso evidenzia,
nessuna novità sotto il sole, che il
sistema del particulare, della gestione
partecipata, del familismo diffuso e
dello scialo del soldo pubblico è resistente come un capitone della Pignasecca: supera le percosse della spending review, si fa a pezzi ma non crepa,
intercetta spiragli di sopravvivenza
assistenziale e, con piglio viscido, si
dimena in quella rete infinita di burocrazie e tecnocrazie. Un sistema-capitone duro a morire, sfuggente, male
assoluto di ogni governance, seviziatore invisibile del contribuente, infame
simulatore di servizi. Riuscirà il governatore satirico De Luca a limitarne la
voracità o preferirà consumarsi in
crozziani autocompiacimenti tra like
acquistati con pecunia europea e
patenti di stupidità assegnate a chi
mina la sua credibilità?
Il 2015 è allo sprint: né vincitori né
vinti. Un anno da zero a zero in una
città che s’accende e si spegne come i
botti di Capodanno. Tre portatori di
luce sul taccuino finale: papa Francesco, memorabile a Scampia contro la
corruzione che «spuzza»; mister Sarri,
calpestatore di scetticismi con la sua
furia tranquilla; Luca De Filippo e quel
sipario chiuso troppo presto tra sogni
inediti e un teatro d’antiche voci e
fresche contaminazioni. L’anno che
verrà sarà quello del nuovo sindaco. Al
momento incrociano i guantoni il
fantarivoluzionario De Magistris e
l’imprenditore scugnizzo Lettieri.
Cinque anni dopo di nuovo uno contro
l’altro. Il primo estremizzerà la lotta,
taglierà nastri, insulterà il buon senso;
il secondo ragionerà di futuro, tenterà
di rianimare un centrodestra muto,
proverà a svestire i panni di outsider.
Aspettando il Godot del Pd e il piccolo
principe grillino, la sola certezza attuale è la non pronosticabilità della partita
per aggiudicarsi la poltrona più rognosa (dopo Roma) d’Italia.
Nel 2016 Chiaia Magazine compirà
dieci anni. Sarà la nostra e la vostra
festa, irriducibili lettori. Ne vedrete
delle belle tra eventi, idee e nuovi
progetti. Buon Natale.
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
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IL PAGINONE
DIAMO I NUMERI
La ruota di Natale
Pazzi per Higuain, nell’attesa delle elezioni e con più di un sogno nel cassetto,
i napoletani corteggiano la Dea Fortuna. 13 giocate tra cronaca, ironia e speranze
a cura di Lidia Girardi e Livia Iannotta
D
iamo i numeri. Che sia per lo slalom tra
buche più simili a voragini, per esultare
per l’ennesimo gol del Pipita o per il ritorno di “vecchie glorie” della politica, a
Napoli i numeri si danno per mille ragioni,
a volte buone, a volte cattive.
Di sicuro quelli che mettono tutti d’accordo sono i numeri da giocare al lotto. Una
mania collettiva e trasversale a tutti i ceti
sociali: l’azzardo, la sorte e la smorfia sono
nel Dna dei partenopei.
Così Chiaia Magazine, come ha fatto gli
scorsi anni, anche stavolta dà i suoi numeri fortunati, legati a fatti e personaggi del
2015. Tredici giocate sul filo dell’ironia: dal
terno dello sceriffo De Luca, passando per
i simboli della tradizione, fino alla politica
visionaria di papa Francesco.
(4)
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
CURIOSITÀ
Il libro della Smorfia ha
radici che si perdono
nella storia. È diviso in
due parti: la prima è un
vocabolario che
raggiunge anche le
50.000 voci, con termini
in ordine alfabetico
accoppiati ai rispettivi
numeri, in pratica la
versione scritta della
Smorfia tramandata
oralmente. La seconda
parte del libro si
occupa delle tecniche
più raffinate per
derivare numeri da altri
numeri: "tavole
rutiliane" e altre simili
tabelle che giungono
dalla tradizione della
cabala.
7 - 2 - 60
IL TERNO DI LUCA DE FILIPPO
Figlio d’arte, è scomparso da poco ma per
tutti continuerà ad essere il “Nennillo” a
cui non piaceva il presepe. I numeri: 7
come gli anni che aveva quando ha esordito con il padre in “Miseria e nobiltà”; 2
come la lettera, quella che legge durante la
cena della vigilia in “Natale in casa Cupiello”; 60 come la scuola di recitazione del
Teatro Stabile di Napoli che dirigeva.
63 - 70 - 75
IL TERNO DELLO SCERIFFO
Svestiti i panni di sindaco di Salerno, da
giugno indossa quelli di presidente della
Regione. Tra incertezze e accese querelle,
giochiamo il terno di Vincenzo De Luca.
63, lo sceriffo, come viene additato per il
suo piglio decisionista; 70 come l’ostacolo,
quello della legge Severino, che ha dovuto
scavalcare all’indomani delle elezioni
regionali e 75, l’imitazione, quella di
Crozza che, scimmiottandolo, l’ha reso
celebre.
65 - 55 - 72
IL TERNO DI BAGNOLI
Si gioca sullo scempio dell’area ovest di
Napoli. I numeri? 65, 55 e 72. 65 come i
milioni mangiati per la bonifica inganno.
55 come la salute, quella che ci hanno
tolto. 72 come il commissario straordinario, Salvatore Nastasi, nominato dal Governo per sciogliere l’affaire Bagnoli.
28 - 14 - 9
IL TERNO DEL PIPITA
Con Sarri è rinato. Implacabile sotto porta,
il fuoriclasse Gonzalo Higuain sorprende e
fa sognare i tifosi. Ecco i numeri: 28 come
gli anni dell’attaccante argentino; 14 come
le reti che ha segnato finora in campionato; 9 come il numero della maglia azzurra
che indossa nel Napoli.
40 - 34 - 8
IL TERNO DEI CROLLI
Un anno cadente per Napoli. E se la città
traballa, inseguiamo la stabilità con un
terno vincente. I numeri: 40 come la facoltà di veterinaria venuta giù in una giornata
qualunque di lezioni; 34 come le buche
che fanno di Napoli un colabrodo e 8
come il suolo della città che inesorabilmente sprofonda.
32 - 72 - 53
IL TERNO DI PINOCCHIO
Omaggio al Matteo nazionale, il premier
Renzi. I numeri da giocare: 32 come il
piano di rilancio e sviluppo del Sud disegnato dal Governo; 72 come Pinocchio che
si barcamena tra bugie e promesse disattese; 53 come il fondo, che tocchiamo se
fallisce anche lui.
24 - 30 - 19
IL TERNO DEL CAPITONE
Giochiamo il piatto della tradizione. I
numeri del capitone? 24 come la Vigilia,
quando non si fa mai mancare in tavola.
30 come l’usanza, che i napoletani rispettano e tramandano. 19 come la sfortuna, la
malasorte che, servendolo al cenone, si
tenta di esorcizzare.
89 - 43 - 15
IL TERNO DEI SERVILLO
Dedicato a Toni e Peppe, salvatori del
teatro napoletano. Il loro terno: 89 come i
fratelli, 43 come il palcoscenico che è la
loro vocazione e 15 come la poesia che
intrecceranno alla musica nel loro nuovo
spettacolo “La Parola Canta”.
quella che ha regalato ai napoletani a
marzo, tra Scampia e lungomare.
4 - 9 - 21
Il terno dello sceriffo
63 - 70 - 75
IL TERNO DEL PRESEPE
Non c’è Natale senza presepe. Soprattutto
a Napoli. I numeri: 4, 9 e 21. 4 come il
teatro, quello di Eduardo che attorno al
presepe fa ruotare il celebre “Natale in
casa Cupiello”; 9 come la disputa religiosa
sulla questione “presepe sì, presepe no”
fomentata dal clima di terrore attuale; 21
come i pastori col gregge.
53 - 66 - 19
IL TERNO DEL RATTOPARDO
Chiaia Magazine lo ha ironicamente
ribattezzato “rattopardo”. Tentiamo la
fortuna con Antonio Bassolino. 53 come il
topo da biblioteca che era diventato lontano dalla politica; 66 come i rifiuti cresciuti
a dismisura quando era governatore; 19
come il desiderio di rioccupare la poltrona
di sindaco di Napoli.
66 - 75 - 52
IL TERNO DI LETTIERI
A Napoli lo conoscono tutti come l’imprenditore scugnizzo. I numeri di Gianni
Lettieri: 66 la rivincita, quella che tenta
con la corsa alle prossime elezioni comunali; 75 come l’imprenditore; 52 come il
libro, l’autobiografia in cui raconta la sua
storia di self-made man e le sue sfide.
Il terno del Pipita
28 - 14 - 9
27 - 50 - 5
IL TERNO DEL SINDACO
Sfidiamo la fortuna con De Magistris. I
numeri: 27, 50 e 5. 27 la polemica, quella
scoppiata con Giletti sullo stato di abbandono di alcune zone della città; 50 il fallimento, che ha fatto tramontare le speranze della rivoluzione arancione; 5 come gli
anni che sta per concludere come inquilino di Palazzo San Giacomo.
4 - 19 - 56
IL TERNO DEL PAPA
È il “papa pop” che vuole rivoluzionare la
Chiesa. Ecco i numeri di Jorge Bergoglio: 4
come Francesco, il Santo da cui ha preso il
nome; 19 come il Giubileo, l’unico della
storia con due papi; 56 come la visita,
CHIAIA MAGAZINE •DICEMBRE 2015
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CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
PRIMO PIANO
FUOCHI D’ARTIFICIO: CAMPAGNA DI PREVENZIONE DI CHIAIA MAGAZINE
Botti di Capodanno, regole salvavita
Buongusto e accortezza,
dopo la notte di sangue
parigina e i facili colpi di
kalashnikov, dovrebbero
aver spazzato via la voglia
di sparare, ma nell’ottica di
contribuire a prevenire altri
“botti” scellerati anche
quest’anno Chiaia Magazine lancia la campagna
«Dammi il cinque: a Capodanno brinda ma non saltare in aria», volta a sensibilizzare la città sul problema
della «guerra pirotecnica»
che infiamma e sconvolge
Napoli, puntuale, all’alba di
ogni nuovo anno.
Dopo la pubblicazione di un
video “anti-botti”, visibile
sul canale Youtube IuppiterTv, Chiaia Magazine
dedica un articolo agli
interventi di prevenzione
messi in atto nel capoluogo
campano, dal 1995 ad oggi,
per arginare i danni provocati dallo scellerato rito dei
fuochi, curato da Mariano
Marmo (nella foto), responsabile del Piano di Prevenzione lesioni da esplosione
A.O.R.N. “A. Cardarelli” di
Napoli. In questa pagina,
poi, è possibile leggere il
vademecum, utile a piccoli e
grandi, per evitare rischi e
spiacevoli sorprese.
«Ogni anno, in occasione della
notte di S. Silvestro, si consuma
il rito effimero di “festeggiare”
l’inizio del nuovo anno facendo esplodere tonnellate di materiale pirotecnico. Quello dei
botti clandestini è un giro d’affari che in Italia vanta un fatturato di 40 milioni di euro. E che
fa registrare, nei giorni di fine
anno, una media di 700-900 feriti di gravità variabile e non sono rari i decessi. Oltre ai casi
clinici rappresentati da pazienti con patologie cardio-respiratorie che affluiscono al
pronto soccorso per l’inalazione passiva di esalazioni di zolfo combusto, vi sono le conseguenze più varie delle esplo-
sioni e delle ustioni sull’uomo.
Dal 1995, un gruppo di anestesisti-rianimatori dell’A.O.R.N.
“A. Cardarelli” iniziò, per primo, una campagna dissuasiva
rivolta al pubblico che aveva
accesso all’ospedale. L’anno
successivo il piano di prevenzione fu rivolto alle scuole dei
quartieri che avevano registrato il maggior numero di feriti
tra la popolazione infantile. Dal
2000, l’iniziativa fu amplificata
con la presenza dei Nuclei degli Artificieri dell’Arma dei Carabinieri e della Polizia di Stato. Dal 1995 al 2014 sono state
visitate più volte, oltre 125
scuole medie dei quartieri più
colpiti da questa deteriore tradizione con un coinvolgimento di una popolazione studentesca di 70000 unità. L’impatto emotivo degli studenti è stato uniforme. I risultati ottenuti durante questi anni di attività di prevenzione presso le
scuole cittadine, e alcune della provincia di Napoli, hanno
determinato una tangibile flessione del numero dei feriti nella popolazione adulta ed infantile».
Regole salvavita. Ma cosa fare in concreto per non “saltare
in aria”? Ecco una lista di semplici ma preziosi consigli, per
grandi e piccini.
1. Non permettere ai bambini
più piccoli di giocare con fuochi d’artificio. La stellina di Natale, considerata innocua, brucia a 300 gradi e oltre a procurare lesioni da contatto può incendiare abiti o tendaggi.
2. Non permettere ai bambini
più grandi di correre mentre
giocano con i fuochi in mano.
3. Accendere i fuochi d’artificio
in un’area aperta lontano da
materiale infiammabile (depositi di combustibile o scatole
con il resto dei fuochi).
4.Tenere a portata di mano un
secchio d’acqua per l’emergenza e per spegnere i fuochi
mal funzionanti.
5. Impedire in ogni modo che
i bambini raccolgano fuochi
trovati in strada nei giorni successivi alla notte del 31/12.
6. Non tentare di riaccendere i
fuochi mal funzionanti: immergili, per un po’ di tempo,
per renderli innocui.
7. Non accendere i petardi in
contenitori di vetro o metallo,
perché si frantumano in schegge.
8. Rafforzare la proibizione
della vendita di fuochi illegali:
cipolle, tric trac, rendini ecc.
9. Ripulire le strade la mattina
presto del primo dell’anno dai
resti dello “sparo” di mezzanotte.
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
(7)
(8)
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
FOCUS
LA NAPOLI CHE VERRÀ SECONDO IL SOCIOLOGO DE MASI
2025, non si fermerà la fuga dei giovani
Lidia Girardi
Chiaia Magazine ha seguito la
due giorni della terza edizione
di «Prima Napoli», evento
organizzato dall’associazione
«Fare Città».
Quest’anno il tema del confronto è stato lo studio del
sociologo Domenico De Masi
su criticità e opportunità della
Napoli del 2025.
Agli incontri, che si sono tenuti
il 27 e 28 novembre nella sala
del «Circolo Artistico Politecnico», sono intervenuti: Antonello Calvaruso, Massimo Pica
Ciamarra, Derrick De Kerckhove, Massimo Lo Cicero,
Isaia Sales, Sergio Cuomo,
Lucio D’Alessandro, Vincenzo
Galgano, Gianni Maddaloni,
Anna Rea, Laura Valente e
Marco Zigon.
Le conclusioni sono state
affidate al presidente della
associazione «Fare Città»
Gianni Lettieri. Pubblichiamo
una sintesi dei capitoli più
salienti della ricerca del professore De Masi.
LA POPOLAZIONE
Nel 2025 le persone che
abitano il nostro pianeta
aumenteranno di un miliardo
e si passerà dalle 700.000 ore,
che mediamente vive un
individuo, a 740.000. Le persone over 65 passeranno dai
420 milioni a circa 900 milioni. Il numero di persone
raggiungerà i 3.100.000 nell’area metropolitana e i
920.000 abitanti nell’area
comunale e per quanto riguarda l’hinterland si assisterà ad un“traboccamento” di
Napoli verso i comuni a
ridosso perché molti abitanti
si sposteranno dal centro
urbano verso i comuni limitrofi. L’immigrazione sarà
caratterizzata da giovani,
alcuni dei quali diplomati o
laureati e la loro integrazione
potrebbe costituire un’importante leva per lo sviluppo
locale, ma allo stesso tempo
aumenterà anche il numero
di immigrati più poveri e
meno ambiziosi a causa
dell’incapacità della città di
Napoli di offrire occasioni alla
parte migliore. Si consoliderà
quello che viene definito
“darwinismo alla rovescia”, la
cosiddetta “fuga dei cervelli”:
giovani laureati napoletani
cercheranno migliori opportunità di lavoro in altre città
italiane o estere e in questo
modo nascerà una rete di
napoletani fuori sede con
ruoli crescenti in altre comunità. Nonostante l’emigrazione intellettuale, l’area napoletana, resterà ancora abbastanza ricca di energie intellettuali e creative.
Napoli si adeguerà agli standard delle famiglie italiane: si
faranno meno figli e in età
superiore ai 30 anni.
AMBIENTE E SALUTE
L‘approccio dei napoletani ai
problemi legati all’ambiente
cambierà sensibilmente,
complice anche un bisogno,
sempre maggiormente avvertito, di trovare ottimali condizioni di vita, così facendo la
cultura locale di massa si
allineerà alle tendenze più
generali delle grandi città del
mondo, sempre più attente
alla qualità dell’ambiente. A
seguito delle ultime crisi dei
rifiuti, i napoletani avvertiranno l’esigenza di maturare un
più intenso rispetto per l’ambiente soprattutto da parte
delle nuove generazioni. La
sperimentazione di nuove
alternative per la gestione dei
rifiuti ai metodi seguiti attualmente, continuerà a essere
una spesa e non una opportunità perché siamo in grave
ritardo nello sviluppo di quei
servizi che la trasformerebbero in opportunità economica
entro il 2025. Il degrado, dal
punto di vista urbanistico, del
Centro Storico rispetto a
quello delle periferie sarà più
rapido, questo perché risanare le zone limitrofe alla città
richiederà piani di bonifica e
ri-destinazione che variano
da area ad area. Aumenterà il
senso civico, soprattutto nei
giovani, ma il degrado delle
zone popolari continuerà a
derivare dall’incapacità dell’amministrazione di gestire il
patrimonio storico della città.
ECONOMIA E LAVORO
Dal punto di vista economico
si continuerà a consumare
con parsimonia e con maggiore intelligenza, andando
verso forme di abbondanza
frugale e di sharing economy.
L’azione dei partiti e dei
sindacati sarà inconsistente e
quelli locali saranno privi di
influenza su quelli nazionali.
La classe politica continuerà
ad essere dominata da personaggi incapaci di elaborare
una visione che parta dall’analisi del contesto.
TURISMO
Nel 2025 l’economia napoletana riceverà grandi benefici
dal turismo. La città dovrà
dedicarsi al risanamento del
Centro Storico. Ma va sottolineato che sarebbe comunque
un errore puntare tutto su
questo settore per la futura
rinascita e crescita di Napoli.
SERVIZI
Nella città del futuro, i napoletani saranno più disciplinati. Ciò consentirà un miglior
funzionamento dei trasporti
pubblici e una più fluida
circolazione automobilistica.
Dunque i servizi urbani offerti
ai cittadini evolveranno in
meglio, anche se resteranno
ampi margini per un ulteriore
possibile miglioramento. Le
associazioni volontarie svolgeranno un ruolo sempre più
sostanziale e decisivo compensando le carenze dei
servizi pubblici. A tale scopo
contribuiranno le cooperative
sociali. In particolare crescerà
il ruolo delle associazioni
d’ispirazione religiosa.
SOCIETÀ E CULTURA
A Napoli, come altrove, l’attuale stratificazione delle
classi sociali subirà un’inversione di tendenza: la piramide lascerà il posto a una
clessidra. La stratificazione
delle classi sociali evolverà
divaricando ulteriormente
linguaggi, gusti e abitudini. Le
ideologie di tipo islamico non
avranno grande presa sui
napoletani e il pericolo di
azioni terroristiche, che si
determinano dove gli estremisti non sono amalgamati
con il resto della società, nella
nostra città, sarà mitigato
dalla tendenza dei napoletani
alla tolleranza.
Il sistema scolastico partenopeo andrà progressivamente
omologandosi con quello del
resto d’Europa anche se
evolverà molto lentamente e
la società napoletana comprenderà solo in parte che la
scuola è questione prioritaria.
DEVIANZA E GIUSTIZIA
Il ruolo della criminalità
organizzata nell’economia,
nella società e nella vita
della città metropolitana
resterà immutato in intensità anche se diverso per
modalità. La camorra continuerà ad essere la spia tragica e violenta di una questione sociale che la rende
diversa dalle altre forme
criminali. Lo Stato farà
quello che potrà per fermare
la violenza diffusa, alla quale
darà risposte episodiche di
ordine pubblico, sottovalutazione e tolleranza ordinarie. Si tenterà di conquistare
la fascia debole della cittadinanza attraverso percorsi
formativi volti all’inclusione
e all’insegnamento della
legalità. Ma la mancata
integrazione sociale, economica e culturale del sottoproletariato continuerà a
determinare l’insuccesso di
Napoli come metropoli
moderna.
CLASSE DIRIGENTE
Nel 2025 la situazione relativa
alla classe dirigente resterà
uguale a oggi, senza grandi
cambiamenti. I gruppi sociali
che eserciteranno maggiore
potere a Napoli saranno i
professionisti, gli intellettuali,
i politici, i burocrati e i magistrati. La classe dirigente sarà
caratterizzata da una passiva
stabilità. Invece quella che
effettivamente sarà la vera
classe dirigente napoletana si
formerà all’estero, lontano
dalle dinamiche di potere
partenopee.
FELICITÀ E DISAGIO
La napoletanità resterà come
un dato ineliminabile di
identità. Nel 2025 si parlerà
ancora di napoletanità come
qualcosa che distingue nel
bene e nel male i napoletani
da tutti gli altri popoli.
Sarà, ovviamente difficile non
parlarne, senza cadere negli
stereotipi più vari in senso
gomorristico o coloristico.
PUNTI DI FORZA
E DI DEBOLEZZA
Tra i punti di forza su cui
potrà contare Napoli le tradizioni e le risorse culturali,
l’artigianato di qualità, i valori
della tradizione, il carattere
socievole degli abitanti, la
capacità di sopravvivere, i
giovani, il paesaggio e le
risorse naturali, il cibo, l’enogastronomia e le cinque
università. Saranno alcuni dei
punti deboli lo scarso senso
civico, la camorra, l’illegalità
diffusa, l’abbandono dell’obbligo scolastico, l’emigrazione
dei giovani più intraprendenti, il degrado dei centri storici,
l’impreparazione del personale politico, la lentezza
colpevole della burocrazia, la
cultura della violenza e la sua
impunità.
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
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CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
L’INCHIESTA
IL CLUB DEI GALLERISTI / PRIMA PUNTATA
L’arte contemporanea? È in gran salute
Un po’ pierre, un po’ talent
scout. Trait d’union tra talenti,
collezionisti, critici, musei.
Capaci con i loro estri di indirizzare il gusto moderno dell’arte a Napoli. Eccoli i galleristi
napoletani, sospesi tra attrazione per il bello e leggi di mercato.
Quattro manager dell’arte si
confessano: Alfonso Artiaco,
trent’anni di carriera e una
galleria nel cuore di Napoli;
Eduardo Cicelyn, ex direttore
del Madre oggi alle redini di
Casamadre; Andrea Ingenito, a
capo di due sue gallerie a
Napoli e Milano e Giuseppe
Mannajuolo, approdato all’arte
con la galleria Al blu di Prussia.
povertà di linguaggio che
caratterizzano molte espressioni artistiche attuali».
Ingenito: «È oggettivamente
decretato che l’arte contemporanea sia in gran salute,
soprattutto in quest’ultimo
anno. Anzi, spero che l’abuso
della parola crisi possa finalmente terminare. Le case
d’arte stanno maturando
record pazzeschi, specialmente con l’arte italiana. Di
tutto possiamo parlare tranne che di crisi».
Mannajuolo: «Gli artisti
nasceranno sempre, con la
loro immaginazione e sensibilità. Il contemporaneo è
offuscato dal “reale”, l’arte
non riesce più ad anticipare i
tempi poiché preceduta da
A. Artiaco
E. Cicelyn
Lidia Girardi Livia Iannotta
L’arte contemporanea
è in crisi?
Artiaco: «È innegabile che
tutto il mercato globale ha
subito una forte recessione
negli ultimi anni ed ovviamente anche il mercato
dell’arte contemporanea, che
raggruppa alti investitori ma
anche appassionati, ha subito una flessione. Tuttavia in
questi anni ho continuato
con costanza e con impegno
l’attività della galleria, sia
espositiva che fieristica,
ottenendo risultati soddisfacenti».
Cicelyn: «L’arte di oggi è una
forma di espressione della
crisi culturale in cui viviamo.
Non credo che esista una
crisi dell’arte. Piuttosto vediamo tutti i giorni nelle
nostre gallerie e nei nostri
musei un’arte della crisi. Che
è una debolezza politica,
ideologica, una lacerazione
dei fondamenti stessi della
nostra civiltà. Dal mio punto
di vista, la crisi si manifesta
nella preoccupante assenza
di forma e nella sconcertante
bombe mediatiche che la
fanno diventare obsoleta.
Siamo di fronte ad una crisi
di idee, ma c’è sempre più
interesse verso le sue differenti espressioni».
Come si diventa un bravo
gallerista e quali sono i
criteri di scelta per gli
artisti?
Artiaco: «Ovviamente non
esiste un manuale per un
mestiere così impegnativo ed
ogni gallerista ha un suo
modo di operare. Credo che
sia fondamentale avere un
buon occhio, intuito, mantenere sempre alti gli standard
espositivi, coltivare sempre
buoni rapporti con artisti,
collezionisti ed istituzioni sia
pubbliche che private».
Cicelyn: «Non so se sono un
bravo gallerista. Vedremo. Per
quel che mi riguarda mi
occupo di artisti che capisco
e che stimo. Artisti che hanno
una storia consolidata e una
credibilità internazionale. È
anche e soprattutto una
questione generazionale:
frequento da molti anni gli
artisti con cui lavoro, ne
conosco bene le opere e
soprattutto condivido con
molti di loro alcuni punti di
vista sulla realtà e sul linguaggio».
Ingenito: «Oggi tutto cambia
velocemente e l’arte non è
esente da queste evoluzioni.
Il nostro è un lavoro in cui
bisogna essere costantemente aggiornati, il che vuol dire
non solo studiare arte contemporanea (che è un requisito indispensabile), ma
soprattutto spostarsi, scoprire l’arte nel mondo, visitare le
mostre più importanti ed
entrare in contatto con i
maggiori artisti. Io stesso
sono stato a Miami da poco,
dove non ho esposto ma ho
partecipato a una delle fiere
più importanti al mondo.
Cinque giorni che per me
sono stati come un corso
d’aggiornamento.
Anche per l’artista, si può
essere autodidatta fino a un
certo punto, ma bisogna
avere degli studi forti alle
spalle».
Mannajuolo: «Come dice un
artista a cui sono affezionato,
Vittorio Pescatori, bisogna
avere “l’occhietto”. È una
questione d’istinto e passione che crea rapporti sinceri e
di rispetto con i propri artisti,
di conseguenza la scelta
diventa una non-scelta ma
un incontro da cui nasce un
progetto espositivo».
La cosa più strana che le
è capitata nel suo lavoro?
Cicelyn: «Ho subito alcuni
anni fa una condanna a
quattro mesi di reclusione
per aver organizzato nel
museo pubblico che allora
dirigevo serate di videoarte e
musica».
Ingenito: «Ne capitano tante.
Mi è successo ad esempio di
chiudere una vendita alla
vigilia di Natale. Eravamo a
tavola e io facevo trattative
importanti mentre tutta la
famiglia mi guardava stralunata. Noto sempre di più
come oggi i momenti di
maggior contatto con i collezionisti siano proprio quelli
in cui teoricamente si dovrebbe staccare, anche e
soprattutto nei weekend».
Artisti sopravvalutati
e sottovalutati, che ne
pensa?
Artiaco: «Le scelte che opero
nella selezione degli artisti da
rappresentare in galleria offre
già una risposta. Di certo il
mercato dell’arte è fluttuante
come pochi, e spesso il
tempo dà ragione a degli
artisti e ne smentisce altri».
Cicelyn: «Lo capiremo tra un
po’ di tempo. Quando forse
le nostre opinioni saranno
state dimenticate. Sostenere
che un artista ha quotazioni
più alte rispetto al suo valore
presuppone un’idea consolidata e condivisa di valore,
che dovrebbe basarsi su
parametri abbastanza certi.
Il giudizio estetico è sostanzialmente storicizzato, cioè
non si dà che in prospettiva:
è come una forma di resistenza la cui intensità si
misura alla distanza. Purtroppo però affermare oggi
che questo o quello valga
mondo – avevano un riscontro irrisorio sul mercato.
Oggi si stanno accendendo i
riflettori su questi grandi
maestri italiani, che in alcuni
casi hanno raggiunto gli
ottant’anni o sono addirittura scomparsi, non solo in
Italia ma a livello globale».
Mannajuolo: «Conosco
artisti con uno straordinario
spessore culturale ma che,
purtroppo, non hanno imboccato il giusto sentiero e
artisti che vengono invece
osannati dal mercato. Tuttavia l’arte parla al cuore delle
persone al di là dei giudizi
dei critici, c’è qualcosa che
resta che verrà poi valutata
nel tempo con più obiettività».
A. Ingenito
G. Mannajuolo
meno o di più non significa
discutere di arte, ma di
mercato. E il mercato è
un'oscillazione perpetua, è
per definizione il luogo
dell’incertezza del valore.
Eppure niente si può dire
sulle quotazione di un artista
se non quello che il mercato
di volta in volta ci suggerirà.
Il che non significa che
sapremo l’essenziale. Tutto
questo per dire che il valore
di mercato nell’istante in cui
ne parliamo è l’unico metro
disponibile per valutare
l’arte non ancora storicizzata».
Ingenito: «Stiamo finalmente
assistendo all’affermazione
sul mercato reale dell’arte di
tanti artisti straordinari
come Giosetta Fioroni,
Mario Schifano, Piero Pizzi
Cannella che fino a pochi
anni fa nonostante avessero
una storia dell’arte straordinaria alle spalle – stiamo
parlando di artisti che hanno
partecipato a due anche tre
Biennali, di cui hanno parlato i più importanti critici al
Consigli ad un giovane
artista?
Artiaco: «Girare molto per
gallerie e musei, spesso i
giovani artisti si diplomano
alle accademie senza averne
mai visitati. Bisogna tenersi
aggiornati, conoscere l’ambiente e le persone che lo
animano. Tutto questo è
fondamentale per intraprendere una carriera che richiede molto impegno ed abnegazione».
Ingenito: «Ai giovani talenti
consiglio di saper aspettare.
L’ingrediente per il successo
è fare un lavoro di qualità,
che sia concettuale ma basato su un’idea propria, senza
scimmiottare il già visto.
Come pure non cadere nel
sensazionalismo: spesso pur
di creare qualcosa di nuovo si
realizzano opere esasperate.
Bisogna trasmettere messaggi che la gente possa capire».
Mannajuolo: «Di alimentare
il proprio genio non cedendo
alle facili lusinghe del mercato ma tenendo viva la creatività… rischiando».
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
(11)
SOLLECITAZIONI
IL TERRORISMO E
L’AMBIGUA EUROPA
Giorni or sono, alla Feltrinelli, leggendo
vari titoli di libri sono stato colpito dal testo
di Javier Marias premiato al Bottarti Lattes,
dal titolo “Così ha inizio il male” pubblicato
da Einaudi (21 euro). Titolo preso a prestito
da una battuta di Amleto, allorché davanti
al cadavere del ciambellano Polonio, dice
alla madre: “Così inizia il male ed il peggio
resta indietro”. Questa frase mi ha fatto
pensare che oggi l’ambiguità, per lo meno
per l’Europa, è il motore della Storia. Se da
un lato c’è la Chiesa che, parlando di migranti e Mediterraneo, insiste sull’accoglienza che viene a essere una sfida per i
credenti, dall’altro le tragedie delle stragi
terroristiche, come quelle accedute a Parigi
e in Belgio, aumentano la paura, la mentalità di chiusura e di respingimenti in quasi
tutti i paesi d’Europa.
Inoltre la Chiesa, continua (ed è ovvio che
lo faccia) in un forte appello alle autorità
perché rifugiati e richiedenti asilo siano
considerati in tutta la loro dignità per favorire la loro integrazione. Ma, a mio avviso,
nel contesto attuale la sfida dell’integrazione deve giocarsi a vari livelli e deve chiamare in causa singoli e comunità.
Non è un caso che al Consiglio d’Europa i
delegati di Italia, Francia, Belgio, Malta e
Portogallo ed esponenti delle realtà locali
impegnate sul fronte dell’accoglienza abbiano insistito sulle responsabilità reciproche ricordando che sui barconi dei migranti
c’erano anche terroristi con le conseguenze
che sono sotto gli occhi di tutti. Ecco perché la frase di Amleto mi ha fatto riflettere
che oggi l’ambiguità è il motore della storia
e perché sia sempre più necessaria la chiarezza e l’opportunità di migliorare la vita di
tutti. Inoltre, un’altra riflessione è scaturita
dalla frase di Bruno Forte, vescovo di Chieti–Vasto: “La paura è l’antitesi della libertà”.
Un’espressione bellissima e condivisibile
perché la libertà è un bene troppo importante per darla vinta al terrorismo della
Jihad. Dobbiamo tutti rifiutare la logica del
terrore e convivere con questa improvvisa
fragilità, senza farci schiacciare.
Mi auguro che l’Europa faccia in modo di
esistere e gestisca al meglio la minaccia
reale senza cadere nelle trappole che purtroppo si presenteranno.
DANIELE CACOPARDO
(12)
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
INTERVISTA ALL’ARTISTA LINDA AIROLDI
«Il consenso?
Non logora»
Umberto Franzese
Linda Airoldi svolge intensa
attività concertistica. Il suo
repertorio spazia dalla musica
sacra a quella da camera, d’opera, d’operetta. Ha partecipato a
La Traviata, direttore Zubin
Metha, ha interpretato il ruolo di
Zeza nel Matrimonio di Pulcinella. Corista del Teatro S. Carlo, in
altrettante tournee, ha preso
parte al Don Carlos, Trovatore,
Boheme, Romeo e Giulietta,
Parsifal, I Lombardi alla prima
Crociata, Turandot. Solista nel
Miserere di Mozart al Conservatorio S. Pietro a Majella di Napoli.
Sa bene Linda Airoldi che, con i
tempi che corrono, è assai arduo
tenersi a galla. La bravura, l’eccellenza è troppo nuda, non
eccita il pubblico. La moderazione ha qualcosa di fatale, nulla ha
più successo dell’eccesso. La
cultura che mira all’approfondimento e disdegna la vacuità, la
superficialità, è cosa rara. La
cultura vera appartiene alle élite
e soltanto le élite sono in grado
di educare, di formare. Esiste un
mondo in cui dominano eccitazioni più che emozioni, provocazioni più che sfide, sciatteria più
che raffinatezza. Valori come la
bellezza, la fede, la purezza, la
spiritualità, il rigore, fanno parte
del patrimonio di quel mondo a
cui appartiene Linda Airoldi.
Attimo fuggente, fermati, sei
bello. Di tanti attimi fuggenti è
costellata la carriera artistica di
Linda Airoldi. Sua la purezza del
canto, la raffinatezza della partitura, il rigore dell’approfondimento. E sempre studiando e
riflettendo, ipotizzando soluzioni
di lungo termine. La giornata è
uggiosa. Piove a dirotto. Il faccia
a faccia, all’interno del Saint
Tropez, ton sur ton, meriterebbe
si svolgesse all’aperto.
Più viziosa o più folle?
Un pizzico di follia non guasta, i
vizi alla larga.
Ama concentrarsi più a letto o
in salotto?
Il letto per il riposo più assoluto.
Il salotto, con l’ausilio del pianoforte, per affinare la tecnica e
tenermi in forma.
Vale più amarsi o amare?
Amarmi perché ho gran cura di
me stessa, per piacere e piacermi. Amo dare. Mi si riempie il
cuore quando amo e mi sento
amata.
Per piacere bisogna essere
amabile anche a costo di risultare goffa?
Amabile, sì, ma profondo rispetto di me stessa, ogni eccesso
ridicolizza.
Mettersi in gioco è un gioco?
Mettersi in gioco è un gioco, è
una sfida con se stessi; una sfida
che, presa con lo spirito giusto,
carica e ti fa vincere.
Per essere apprezzata c’è bisogno solo dell’applauso?
L’applauso è un chiaro segno di
apprezzamento, ma sono ben
altre le cose che contano per
sentirsi accettata, apprezzata. Mi
fido poco di lodi sperticate, di
consigli spropositati . Rifletto,
valuto, mi metto in gioco per
crescere.
Si sente di essere se stessa anche
quando non è contenta di se
stessa?
Sono me stessa anche quando
non sono contenta di me stessa.
Mi accetto per quello che sono.
Importante è l’autocritica: è un
modo per analizzarsi e migliorarsi.
Qual è il suo più cocente dei
rimpianti?
Ringrazio Dio di tutto quanto ho
sin qui raccolto. Forse un po’
rimpiango di non aver osato
troppo. A volte vale anche rischiare.
Il consenso fuori misura logora?
Il consenso, anche fuori misura,
rappresenta comunque lo stimolo per non mollare mai. È pero,
un peso, un ingombro.
Per lanciare e raccogliere sfide
bisogna essere più spietata con
se stessa o con le proprie rivali?
Per lanciare sfide bisogna essere
molto severe e soprattutto intransigenti con se stesse. Per
raccogliere le sfide delle rivali
bisogna semplicemente dare il
meglio di sé.
Per arrivare alla mèta, spregiudicatezza o perbenismo?
Niente perbenismo né spregiudicatezza, energia positiva, grande
impegno e credere nel proprio
operato.
Che differenza c’è tra una rivale
del mondo dello spettacolo e
una rivale in amore?
C’è differenza tra una rivale nel
mondo dello spettacolo e una
rivale in amore: con la prima non
metti in gioco il tuo cuore, la tua
persona completamente, alla
seconda non devi lasciare alcuno
spazio.
Lei chi si sente di essere?
Sicuramente una donna positiva
dalle mille sfaccettature, allegra,
disponibile, tenace, ma anche
severa e capricciosa.
Linda Airoldi è un’artista a tutto
tondo. Un’artista vera non può
che battersi, orgogliosamente,
contro prodotti artistici pasticciati e di basso valore, contro gli
incantatori, contro i negatori del
bello. Linda Airoldi se è amata e
apprezzata, lo è perché, all’occorrenza, sa anche dire di no. Sa
fare, e bene, con il tempo che le
viene concesso. La sua voce sa
raccontarci cose mai ascoltate
prima.
SOLLECITAZIONI
la vignetta
di Malatesta
IL SUDISTA
Mimmo Della Corte
RENZI PINOCCHIO
E IL FALSO SUD
Diario stupendo
M.RAMPERTI
La Piedigrotta
della Natività
Il presepe
napoletano è allegro
come un’ottombrata.
Gesù nasce senza
dolore e senza
presagio. Ha intorno
i colli; e là sopra è
l’orizzonte di
Partenope, sempre
sereno, sempre
diafano, sempre
proclive.
Creando la loro
Natività gli artefici
del Golfo non
pensano all’arida
Palestina. Pensano a
Napoli fiorita. Non
sono mai passate le
cavallette bibliche
per queste zolle. I
mandriani, accorsi
coi loro greggi al
prodigio, non
rassomigliano ai cupi
e adunchi caprai
incontrati da Renan
nelle strade di
Nazareth: bensì ai
pastori del
Sannazzaro e del
Guarino.
Sono gioconde
donne, con loro. E
fanciulli. Tanti
fanciulli. Nessun
Erode bandirà mai
una strage degli
innocenti per
sopprimere il divino
«scugnizzo» che
dovrà essere un
giorno, dall’alto
d’una croce, il Re dei
Re. La presenza del
tiranno non si vede,
non si sente.
Nella terra del
presepio napoletano,
nessun dramma è
possibile che la
desoli e l’insanguini.
Gli artefici
napoletani
dimenticano la
storia. Però non
l’offendono. Il loro
modo di onorare
Gesù è di ignorarne
la catastrofe.
Mettono su una sorta
di «Piedigrotta della
Natività».
Essi non possono
ammettere, mentre
disegnano e
scolpiscono il vago
bimbo nella sua
culla, che un
martirio, sia pure
necessario e sublime,
lo aspetti. Questo è
un giorno natalizio,
questo è un mattino
di festa: ed essi
vogliono che i loro
pupi cantino e
ballino tra
l’esultanza infinita
degli uomini e degli
animali, del cielo e
della terra.
C’è nella loro
falsificazione
un’innocenza, nella
loro ignoranza, una
saggezza tutta tipica
della razza.
L’indomani non
conta, «Nun te ne
‘ncarricà».
(Marco Ramperti,
«L’allegro presepe,
1934)
Colmo
di fulmine
di RENATO ROCCO
L’ipocrisia
è una maldicenza
travestita da virtù.
Il pessimista
cerca il meglio
del peggio.
Dio
fece l’uomo a sua
immagine: amava
le caricature.
La moglie va presa
per il suo valore,
l’amante per il suo
prezzo.
L’immoralità
sta all’erotismo
come il cattivo
ricordo alla memoria.
Lo scorso agosto, nell’annunciare le conclusioni del suo “Rapporto
2015 – sull’economia
meridionale nel 2014”, la
Svimez sosteneva che,
dopo sette anni di recessione “Il Mezzogiorno è
messo peggio della
Grecia”. Appena, però,
due mesi dopo – probabilmente, anzi, certamente (in fondo, vive
grazie ai finanziamenti
pubblici), per rabbonire
Renzi che, all’inizio della
vicenda, era esploso in
un irato “basta lamentazioni” - la stessa Svimez
ha cambiato idea. Tant’è
che ad ottobre, in occasione della presentazione ufficiale del rapporto,
ha avvertito che per il
Sud “nel 2015 la decrescita del Pil si azzera”. Il
che ha consentito allo
“special one gigliato” che non ha perso tempo
per accreditarsi il merito
di tale, per altro, più
pretesa che presunta,
inversione di rotta - di
prorompere in un festante “finalmente
l’Italia non è più un
Paese che marcia a
doppia velocità”. Fingendo di non sapere che,
seppure questo “new
deal” fosse reale, andando avanti così, con una
crescita dello zero virgola all’anno, al Sud servirebbero ben 130 anni –
come dire oltre 5 generazioni - per recuperare il
ritardo. Sempre che,
però, il Nord si fermasse
del tutto e non continuasse a crescere neanche di uno zero virgola
in più di lui.
Cosa – oltre che, a mio
parere, deprecabile assolutamente irrealizzabile.
Soprattutto se il Governo
di Roma continuerà,
com’è avvenuto anche
nel 2014, ad indirizzare
all’Italia della “testa”
l’84% delle risorse finalizzate alle politiche
industriali ed a quella
del “tacco” solo il 16; a
promettere - a chiacchiere, ovviamente come ha fatto Renzi da
agosto in avanti, l’intenzione, di finalizzare, con
la legge di stabilità 2016,
al credito d’imposta per
gli investimenti ed alla
decontribuzione per le
nuove assunzioni a
cominciare dal 2016, 2
mld di euro, per poi,
all’atto pratico, dimenticarsene completamente
e destinargli soltanto
pochi spiccioli: 450mln
per la bonifica di terra
dei fuochi; un fondo di
garanzia per l’Ilva ed un
finanziamento per la
prosecuzione dei trentennali ed interminabili
lavori della Salerno-Reggio Calabria, su di una
manovra di ben 30 mld;
ed a diffondere pseudomasterplan o meglio le
sue “linee guida” di più,
una sorta di analisi
generale del contesto,
senza indicazioni specifiche - parlando di tutto
e del suo contrario –
assicurando investimenti (ma per realizzare
cosa?) per ben 95mld.
Altro che sognare lo
sviluppo. Tra legge di
stabilità e “masterplan”
c’è solo da preoccuparsi.
Se la prima, non s’accorge del Sud, il secondo,
rischia, addirittura,
d’impoverirlo ulteriormente, dal momento
che - pure in assenza di
qualsiasi progetto di
sviluppo complessivo e
di norme di regolamentazione - pone le premesse per l’ennesima
cannibalizzazione delle
eccellenze produttive
del Mezzogiorno, da
parte di imprese del
Nord e, magari, anche
estere. Vi si legge, infatti,
che “la stessa impostazione di una strategia
industriale d’impresa
può passare per la cessione di aziende o di
quote di capitale orientata a dar vita a un
assetto azionario che
rafforzi il posizionamento di mercato e assicuri
una riorganizzazione
produttiva adeguata”.
Scommettiamo che
l’unica parte di questo
“ruberyplan” a verificarsi sarà proprio questa?
Come mai, nessun
“meridionalista illuminato” o “giornalone del
Sud” se n’è accorto? Ai
posteri la (non troppo)
ardua sentenza. Meridione, alza la testa! La
tua salvezza passa da te
e da un solenne “vaffa…” a Renzi, compagni
e “leccator cortesi”.
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
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CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
LA RIFLESSIONE
CULTURA E CONOSCENZA DELLA STORIA CONTRO IL «DIO DENARO»
La salvezza del Sud è difendere l’identità
Pietro Golia*
Il primo vero grande processo di disintegrazione politico,
identitario e culturale si è
verificato proprio nel Regno
delle Due Sicilie, all’indomani
della conquista piemontese del
1860-1861. La progressiva
desertificazione della identità e
della cultura del Sud fu attuata
seguendo una strategia di
egemonia culturale di derivazione giacobina e liberale. Nel
Sud si fece tabula rasa della
memoria storica di un Regno
che per secoli aveva conservato una sua unità strutturale.
L’operazione fu portata a
termine sebbene permanesse
anche la memoria di Federico
II, che ribadiva una statualità
grande e profonda e i principi
di uno sviluppo autoctono,
caratterizzato da una grande
autonomia persino nei confronti della Chiesa, fino a giungere ad uno scontro epocale.
Non poteva essere evitato un
conflitto aperto tra una nazione come quella del Sud e una
nazione che nasceva dal disegno politico-intellettuale di
una minoranza che voleva un
grande Piemonte, sostenuto da
Francia e Inghilterra e dalla
Massoneria internazionale.
C’erano principalmente gli
influssi giacobini e del protestantesimo che avevano seminato ed insistito nella negazione di quelle tradizioni e di
quelle saggezze tramandate di
generazione in generazione,
che il popolo meridionale
riteneva componenti essenziali
della sua stessa identità.
Bisognava, quindi, negare
consuetudini, conoscenze,
modi di essere, religiosità
comuni a tutto il popolo.
Essenziale in questo processo
di negazione e di disintegrazione era una sorta di rivoluzione
pedagogica, che nasceva da
una “rieducazione” forzata
delle masse, finalizzata a spezzarne ogni legame con le tradizioni popolari. Bisognava
neutralizzare ogni collante
nell’ambito della comunità
meridionale. Seminare individualismo, relativismo, nichilismo, opportunismo, materialismo e disperazione. Bisognava
far dilagare miseria e ragion
conveniente.
Alla grande guerra civile sarebbe dovuta seguire la guerra
civile molecolare. Dopo, avrebbero avuto buon gioco gli
stranieri, tutti gli stranieri. Il
modello dell’invasore, dello
straniero, si è sempre collocato
tra il neogiacobinismo e il
moderatismo liberale, il comi-
tato d’affari e la speculazione.
La stessa leva obbligatoria di
lunga durata e l’avversione alla
civiltà contadina nascono
proprio da questo approccio
culturale e pedagogico. E
quindi nasce in questo contesto il progressivo sradicamento
delle preesistenze comunitarie
e quindi della stessa religiosità
dei popoli, non solo di quello
meridionale. Viene meno non
solo il rispetto per la terra, ma
anche per la natura, per l’uomo, per il creato. Tutto si deve
sottomettere ed essere strumento di speculazione, di
usura. La deforestazione e i
guasti idrogeologici, la destrutturazione del paesaggio e gli
organismi geneticamente
modificati: i risultati sono sotto
gli occhi di tutti. La napoletanità, il pensiero meridiano erano
cultura, anima, arte, musica,
pathos, solidarietà, cultura del
dono e comunitarismo. Persino trasgressione e discontinuità nella festa. Questo processo
di disgregazione e di annichilimento che investì il Regno
delle Due Sicilie si è spostato a
tutto il sistema Italia e all’Europa tutta. Si parte dalla negazione della cultura, della storia,
dalla omologazione dei saperi,
dal degrado e dal relativismo
della stessa Chiesa, dalla distruzione delle consuetudini
alimentari e di ogni specificità
anche delle colture, della coltivazione della terra, fino ad un
vero e proprio lavaggio del
carattere delle masse con
l’ideologia pubblicitaria e
consumista. Siamo alla sparizione della sovranità politica,
economica, monetaria, agroalimentare, linguistica. Pensiero
unico ed uniformato, mercato
unico, lingua unica, religiosità
fai-da-te, banale e relativistica.
La tecnocrazia della dittatura
dell’Alta Finanza, dei banchieri
e delle burocrazie dell’Europa,
il potere giacobino e senza
volto non riescono però ad
avere ragione delle resistenze
popolari, che si stanno organizzando e rafforzando, trasversalmente, un po’ ovunque.
«Nei primi anni Sessanta –
scriveva Pierpaolo Pasolini
(nella foto) – a causa dell’inquinamento dell’aria, soprattutto
in Campania (gli azzurri fiumi
e le rogge trasparenti), sono
cominciate a scomparire le
lucciole. Il fenomeno è stato
fulmineo e folgorante. Dopo
pochi anni le lucciole non
c’erano più. Sono ora un ricordo abbastanza straziante del
passato». Quel tipo di deriva
ambientale e antropologica
che Pasolini intuiva è stata
accentuata e ha subìto una
accelerazione devastante negli
ultimi decenni. Un avvelenamento, una mutazione decisiva. Specie nel Nostro Sud, sotto
l’incalzare del processo di
normalizzazione e dell’ideologia del dio quattrino, avanza la
distruzione dell’ambiente e di
tutto ciò che esprime l’identità
storica, culturale, economica,
religiosa. A Napoli, per esempio, si perfora dissennatamente il sottosuolo per realizzare
nel modo più lucroso possibile
inutili e costosissime strade
ferrate, distruggendo lo splendore della Villa Comunale e
dissestando i monumenti-simbolo della città, che poi, per
nascondere il misfatto, vengono ingannevolmente e oltraggiosamente impacchettati e
sfregiati con osceni cartelloni
pubblicitari. Gli stessi che
fanno capolino a ogni angolo
di strada, secondo un’ideologia
mercantile che tutto laicizza
per tutto mercificare, fino a
trasformare il Natale in un
sabba consumistico. In mezzo
ai fumi narcotizzanti del liberismo sfrenato, végetano moltitudini di omuncoli degenerati,
ridicoli, mostruosi, criminali.
Basta soltanto uscire per strada
per capirlo. Quasi tutti fanno
l’impossibile per annientare
quella tribù napoletana, irripetibile, irriducibile ed incorruttibile, la cui stessa esistenza è
ancora oggi una sfida alle
perversioni della modernità.
Non ci riusciranno. La diritta
via è segnata ancora una volta
da Cultura, Coraggio, Virtute e
Conoscenza. Queste sono le
prime risorse per risalire la
china. Per riprendersi un manto di lucciole, una natura incontaminata e dire no a una
Montedison, a un’Italsider, a
un Petrolchimico, a una Terra
dei Fuochi con scorie radioattive e tossiche…
*Editore e giornalista
Un Natale solidale con
lo store di Emergency
Fino al 24 dicembre 2015, in via Santa Brigida, un
temporary store di Emergency offre a tutti napoletani
la possibilità di fare del bene. Nel cuore della città, i
volontari della nota associazione umanitaria, hanno
celebrato l’apertura di questo negozio, al cui interno
si possono trovare molte idee regalo per un Natale
solidale. I proventi sosterranno le iniziative del
Programma Emergency Italia. Tanti gli oggetti
disponibili: da manufatti artigianali realizzati nelle
zone di guerra a vari gadget con il celebre logo di
Emergency oltre ad alimenti biologici a km0. (l.g.)
Chalet Rosso, la magia
degli addobbi natalizi
Lo “Chalet Rosso” di viale Dohrn sfodera questo
Natale dei sorprendenti addobbi natalizi. Salvatore
Di Lorenzo e i figli Gianni, Anna e Marco, infatti,
hanno reso ancora più magico questo luogo accogliente dove, ogni giorno, offrono alla clientela fantastiche combinazioni di gusto e piatti della tradizione.
Bar Monterey,
l’aperitivo è chic
In un momento in cui
la città vive una
situazione
drammatica, fa piacere
constatare l’apertura
ad opera del signor
Luciano Tricarico, già
direttore del bar
Cimmino, a Piazzetta
Rodinò ed ora
dirigente in via Chiaia
del bar Monterey.
Un ambiente elegante e chic caratterizzato da
colori tenui e design essenziale ma curato nei
minimi dettagli. Prezioso e rilassante l’aperitivo tra
trionfi di dolci e una ricca varietà di piatti salati.
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CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
SPECIALE NATALE
ARTE ALL’ANNUNZIATA
CONCERTO AL PLEBISCITO
Tra le location protagoniste del Natale
napoletano, anche la Real Casa Santa
dell’Annunziata, dove sarà possibile visitare
la mostra di Riccardo Dalisi
“Annunciazione-Natività-Gioco Sacro”,
allestita per inaugurare la Sala delle Colonne
di recente restaurata dal Comune di Napoli
e resa visitabile al pubblico. In esposizione
12 grandi sculture e disegni sul tema della
maternità e natività.
L’ultimissimo evento delle feste, il 9 gennaio
2016, vede Antonio Maiello et Les Amis du
Monde, perla della musica mediterranea,
esibirsi in piazza del Plebiscito. Insieme a un
affiatato ensemble di musicisti e con la
partecipazione del Maestro Francesco
D’Ovidio, mescola la tradizione orale della
musica magrebina ed indiana alle arie più
famose della lirica italiana, con un tocco di
rock, blues e jazz.
IL CARNET DEGLI APPUNTAMENTI
La Natività a Napoli tra jazz e presepi
Livia Iannotta
Le strade di Napoli si
accendono da fine novembre.
A sorvegliare passeggiate e
corse all’ultimo regalo, sospesi a mezz’aria, fiocchi di neve,
stelle, scorci della natività e
qualche volto meno tradizionale ma altrettanto significativo. Anche Eduardo e Pulcinella, in fondo, sono un po’
santi. Non è solo con le luminarie che all’ombra del Vesuvio si inaugura il Natale. Un
ricco cartellone di appuntamenti terrà impegnato chi
approfitta dello stop dicembrino per vivere e riscoprire la
città. La tradizione si rinnova
all’ombra di abeti inghirlandati e mercatini in cui sacro e
profano spesso si confondono. Ne è un esempio San
Gregorio Armeno. Nella
strada dei presepi, caricature
di vip, politici, veline e miti
made in Naples strappano
sorrisi alla fiumana di turisti e
cittadini cari alla tradizione. E
proprio lì, tra un Maradona e
un Totò del maestro Ferrigno,
è già stato adocchiato Luca
De Filippo, mentre in tutti la
perdita ancora brucia.
Anche Chiaia si veste a festa.
Il 13 dicembre una ciurma di
Santa Claus vestiti di rosso,
con tanto di barba e cappello,
gareggerà amichevolmente
per il quartiere con la “maratona dei Babbo Natale” il cui
ricavato (è richiesta una
quota di partecipazione)
verrà devoluto all’associazione 3x3 Onlus per pasti ai
bisognosi alla chiesa di San
Pasquale. Il 19 dicembre, poi,
Babbo Natale aspetterà i
bambini a piazza dei Martiri
per dispensare doni, fare foto
e raccogliere letterine.
Il Comune lancia poi “Natale
a Napoli 2015” che quest’inverno gioca sul tema della
Natività, inteso alla lettera
come parto e più in generale
come metafora del processo
creativo. Largo così a eventi
che spaziano dalla musica al
teatro, dall’arte alla filosofia,
negli angoli più vivi della
Musica, arte, teatro,
intrattenimento: gli
eventi che
animeranno il
Natale dei
napoletani vedono
protagonisti i più
suggestivi angoli
della città. Dalla
maratona dei Babbo
Natale a Chiaia alla
Festa della Befana
a via Caracciolo,
dai concerti alle
mostre di arte
presepiale.
città. Dal 17 al 22 dicembre, si
fa teatro in un bus. Parcheggia in Piazza del Gesù “Bus
Theater - il Teatro viaggiante”,
spazio culturale che è commistione, incrocio fra cultura
e meccanica, umanità, arte,
antico e nuovo. La strada,
babelica e imprevedibile,
diventa luogo di spettacolo e
recitazione, grazie alla proposta artistica del Teatro Bus
improntata alla diversità, alla
varietà di stili e contenuti e
che riflette appieno il cuore
“ibrido” della città.
Nella serata del 30 dicembre,
la Basilica del Carmine Maggiore verrà abbracciata dalle
note del concerto “Il crocifisso svelato”. Appuntamento
interessante per più ragioni.
“I Figlioli di Santa Maria di
Loreto” eseguiranno, con
strumenti originali, il Mottetto Pastorale in lode del Crocifisso del Carmine a nove voci,
violini, tromba, due cornetti e
due flauti di Gaetano Veneziano. Proprio nella chiesa dove
è custodito il crocifisso miracoloso che, secondo quanto si
racconta, nel 1439 chinò il
capo per sfuggire a un colpo
di bombarda sparato dagli
Aragonesi. L’esecuzione
musicale sarà occasione per
rivivere le atmosfere di una
festa a Napoli nel Seicento.
Partner del progetto, infatti,
l’Associazione Culturale
NarteA, che ricostruirà il
cerimoniale liturgico in
costumi d’epoca. Per stimolare sogni e fantasie, poi, tutte
le domeniche fino al 3 genna-
io, nello spazio comunale
Piazza Forcella (via Vicaria
Vecchia) i più piccoli potranno partecipare all’iniziativa
“Lettura di belle storie”,
promossa dalle Associazioni
“Annalisa Durante” e “Nati
per Leggere”. E ancora, il 22 e
23 dicembre, al Museum di
piazzetta Nilo, la musica
napoletana si fonde al jazz e
alla musica da ballo americana dal dopoguerra a oggi con
“Blues Velvet as neapolitan
jazz songs”, evento a cura de
La giostra teatro e Nilo Museum. Si esibiscono Marianna e Maria Angela Robustelli
(voce), Salvatore Torregrossa
(piano, fisarmonica e uculele), Antonio Pepe (basso e
contrabbasso), Sasà Bratti
(sax). Per gli amanti della
sempreverde arte presepiale,
invece, sarà possibile visitare,
fino all'8 gennaio, alla Chiesa
di San Severo al Pendino, la
“Trentesima mostra di arte
presepiale” curata dall'Associazione Italiana Amici del
Presepio; fino al 12 gennaio il
Presepe poliscenico della
Chiesa di San Nicola alla
Carità; e il 29 e 30 dicembre
alla Basilica di San Lorenzo
Maggiore il presepe vivente
“Nascette nu ninno a San
Gregorio Armeno”. Non
mancherà, per brindare al
2016, il tradizionale concerto
al Plebiscito che vedrà l’esibizione di Enzo Avitabile e i
Bottari e a seguire l’attesa
performance di Max Gazzè.
Dall’1:30 spettacolo pirotecnico a via Caracciolo poi
musica sul Lungomare con
aree disco. Le feste napoletane si chiudono il 6 gennaio
proprio sul lungomare, invaso, per festeggiare l’Epifania,
da artisti di strada, animazione e giochi per bambini.
Sorprese per i più piccoli e
doni dalla Befana anche poco
più in là, a piazza del Plebiscito, con “Pompieropoli”, un
percorso ideato per insegnare
ai piccoli la sicurezza con
attività ludiche, allestito
grazie all'Associazione Nazionale dei Vigili del Fuoco.
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SPECIALE NATALE
AREA FLEGREA, GLI EVENTI
Pozzuoli, capodanno con Sal Da Vinci
Rosario Scavetta
Tanti gli appuntamenti
proposti, come ogni anno, dai
comuni dell’area flegrea dalla
prima settimana di dicembre
all’inizio del nuovo anno. A cominciare da Pozzuoli, dove il
programma degli eventi, denominato per il quarto anno
“Luci suoni e solidarietà”, è
partito il 5 dicembre e si concluderà l'8 gennaio. Da annotare, lo spettacolo comico de
"I Ditelo Voi" il 13 dicembre in
piazza 2 Marzo 1970; quello di
Enzo Avitabile il 27 dicembre
nella chiesa di Sant'Artema a
Monterusciello e il Capodanno
in Piazza della Repubblica con
Sal Da Vinci. L’amministrazione comunale puteolana ha
inoltre coinvolto le associazioni e vari soggetti attivi sul territorio che hanno proposto
una serie di iniziative come
presepi viventi, spettacoli Gospel, animazioni, artisti di strada ed eventi di solidarietà.
A Bacoli è da non perdere la
manifestazione organizzata
dal Comune e dalle associazioni del centro storico “Liberamente” e “Bacoli in Corso”,
che si concluderà il 6 gennaio
e che ha previsto la chiusura al
traffico del centro nel quale sono stati allestiti i mercatini, le
esposizioni dei commercianti,
una Street Food ed un’area dedicata all'animazione dei bambini. Contestualmente, in Villa
Comunale, sono state accese
le luci d'artista: un albero gigante, Babbo Natale, le renne,
un drago e persino un gigantesco Winnie the Pooh. Iniziative anche nelle altre frazioni del
territorio bacolese, come Natale a Baia, Natale al Fusaro e
nel Parco Vanvitelliano.
Se poi ci si sposta a Quarto, il
comune flegreo ha dato il via
alle iniziative natalizie con una
singolare kermesse che ha
coinvolto i commercianti locali: oltre cento attività del centro
storico hanno aderito al concorso “Illumina la tua vetrina”,
che il 5 dicembre ha premiato
la vetrina commerciale natalizia più originale. Alla presenza
del sindaco Rosa Capuozzo,
nella stessa serata, sono state
accese le luminarie delle strade del centro e l’albero in Piazza Santa Maria. Per l'evento gli
esercizi hanno prolungato
l’orario di apertura fino alle 24,
proponendosi al pubblico con
iniziative di sconto ed assaggi
di prodotti. E se per i commercianti le luci sono state occasione di adorno, per i cittadini
sono diventate cornici fotografiche con il concorso “Ba-
cio sotto le luci”, aperto a tutti
gli amanti dell'autoscatto, che
hanno potuto scattare il “selfie” di un bacio e pubblicarlo
sulla pagina facebook del contest.
Nel piccolo Comune di Monte
di Procida, le luminarie e gli
addobbi natalizi sono protagonisti. Ad aiutare il giovane
sindaco Giuseppe Pugliese,
nell’organizzazione degli
eventi, il neocostituito comitato per il Natale Montese,
un’iniziativa bipartisan che vede anche la partecipazione dei
cittadini.
Ma Natale è anche solidarietà.
Degna di attenzione l’iniziati-
va promossa dal Rotary Club
Pozzuoli, in collaborazione con
il locale Rotaract, che ha messo in campo il progetto “Natale è di tutti”. Si tratta di una raccolta di giocattoli nuovi o usati (in buono stato) da destinare ai bambini meno abbienti,
segnalati da parrocchie e associazioni attive sul territorio flegreo. Il progetto del Rotary
Club Pozzuoli, presieduto da
Sergio Di Bonito, è stato patrocinato dal comune di Pozzuoli attraverso l’assessore alle politiche sociali Teresa Stellato e
dal comune di Quarto, con la
partecipazione dell’assessore
alla cultura Raffaella Iovine.
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SPECIALE NATALE
VIA ALABARDIERI, L’IDEA DEL BEEF BAR
12 morsi, la Manhattan del gusto è qui
Metti una stradina inghirlandata a festa e calda di luci
a dicembre. Metti un ambiente moderno, essenziale,
in cui piatto principe è
l’hamburger, declinato in
ogni variante di mixture e
sapori. Non siamo a New
York, ma l’evocazione vuole
essere quella, a Natale più
che mai. Nel cuore “in” di
Napoli, a via Alabardieri 34,
tre giovani imprenditori
piantano un pezzetto
d’America con “12 morsi –
Burger ‘n friend”, il nuovo
Eden degli amanti della
carne lavorata. Sventolando
il primato di primo beef bar
nel centro della città, apre i
battenti con un opening
party che il 18 novembre ha
radunato circa mille tra
professionisti, industriali,
habitué della movida e
semplici curiosi. Vincenzo
Cerbone, Tommaso Ambrosio, Andrea Capoluongo
presentano così al pubblico
il loro corner del gusto, che
surclassa la tipica hamburgeria includendo nell’offerta
una ricca varietà di carni
scelte e un bar dove intrattenersi pre e after dinner.
L’idea arriva direttamente
da oltreoceano. «Nei nostri
viaggi negli Usa tra Miami,
(22)
New York, Los Angeles,
Atlanta – raccontano i titolari – abbiamo ereditato la
vena americana sia nel
design che nelle mode. E il
burger è, appunto, tra le
principali tendenze americane». È così che un negozio
di autoricambi auto viene
messo a nuovo e convertito
in un locale dal sapore metropolitano. New York è nel
design, essenziale e tipicamente industriale; nei supporti, ferro, legno grezzo,
materiali di risulta; e più di
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
tutto nel concept. «Abbiamo
voluto ricreare in particolare
l’ambientazione del quartiere di Meatpacking district dicono -. In passato era il
tempio della carne da macello, sede di numerosi
capannoni in cui veniva
macellata la carne distribuita poi in tutta America; oggi
è tra le zone più in di Manhattan, con locali e ristorantini. Tornati in Italia ci siamo
lasciati ispirare da quelle
atmosfere». Regina di “12
morsi” è, inutile dirlo, la
carne. Di altissima qualità e
certificata IGP, il che garantisce prima di tutto la rintracciabilità: «In questo modo spiegano - siamo a conoscenza dell’intera filiera di
macellazione, dal nome del
bovino al macello di provenienza». Ma non solo. Sul
menu 12 panini gourmet,
raffinati e originali, tra cui il
Lobster Roll, sul calco di una
famosa ricetta americana,
ovvero hamburger di astice
con dressing alle erbe, pomodori di Sorrento e insala-
ta iceberg. Festa per il palato
anche con il burger di salmone, cotto alla piastra e
servito con carpaccio di
melanzane e pomodorini del
piennolo. Con un occhio di
riguardo anche a chi – viste
anche le recenti polemiche e
una crescente tendenza
“erbivora” – alla carne ha
voltato le spalle, grazie agli
hamburger vegani e vegetariani. A cui si aggiungono
prodotti senza glutine,
comprese diverse birre
“gluten free”.
Sul versante drink, “12 morsi” accompagna i panini con
un ricco ventaglio di birre
artigianali, tutte italiane
(da“32 via dei birrai” a “Birra
Baladin” a “Birrificio italiano”). E se è vero che, quando
la fame chiama, un panino si
assapora in 12 morsi, ne
bastano anche meno se nel
piatto ci si ritrova un hamburger gourmet, gustoso e
originale. «Pretendiamo il
meglio per i nostri clienti –
chiosano i titolari di “12
morsi” – Non serviamo una
pietanza se non piace in
primis a noi. La qualità è il
nostro marchio, a cui abbiniamo un ambiente caratterizzato da un design diverso,
di tendenza».
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SPECIALE NATALE
L’ASCESA DELL’AZIENDA DI FRANCESCO MUCCIARDI
Sartoria Condotti, lo stile che piace ai vip
Un capo raffinato e di classe
è forse il più bel regalo da scartare a Natale. Ne sa qualcosa
Francesco Mucciardi, imprenditore napoletano, veterano del
settore moda, che da anni veste, con l’eleganza del suo
brand “Sartoria Condotti”, le
vie del salotto di Napoli.
Una fashion house in crescita,
la sua, diventata ormai vero e
proprio simbolo del menswear.
Tra i progetti più “caldi” c’era
quello di approdare nella capitale italiana della moda. Oggi
Milano gli spalanca le porte con
una nuova sfida imprenditoriale: l’apertura, nella prossima
primavera, di uno store in pieno centro, a due passi da piazza San Babila. Segno che lo
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charme del brand sbanca e
conquista perfino oltre i confini regionali. L’eleganza firmata
Mucciardi fa colpo anche nella
cinematografia: attori come
Paolo Conticini, Biagio Izzo,
Francesco Pannofino, Massimiliano Gallo, Leopoldo Mastelloni si affidano alla finezza
e alla qualità del marchio napoletano. E se è vero che a fine
anno è tempo di tirare le somme, per Mucciardi il bilancio
non può che essere positivo. Lo
testimoniano l’apertura di un
punto vendita all’aeroporto di
Capodichino, di una vetrina
espositiva all’Hotel Royal Continental e la sponsorizzazione
di trasmissioni televisive come
“Goal Show” in onda su Napo-
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li Tv e “A tutto campo” su Canale 8. «Guardare all’estero e
spingersi verso nuovi mercati è
un passo importante e di grande coraggio - commenta Mucciardi -. Una grande sfida questa, che apre le porte verso un
pubblico diverso e rappresenta
un nuovo punto di partenza di
un grandioso progetto futuro».
Raffinatezza, cura del particolare e tradizione sono i punti
cardine della filosofia dell’imprenditore napoletano, abile
nell’unire la qualità e la bellezza del prodotto alla competitività ed accessibilità dei costi.
Mucciardi, figlio d’arte, fa sua la
tradizione ereditata dal nonno
e dal padre, ma la reinterpreta
rinnovando lo stile e l’offerta
del prodotto, introducendo la
produzione total look. Mantiene, dell’antica arte sartoriale,
l’attenzione, la cura e lo studio
dei capi, valori che ancora oggi
denotano l’imprenditore di
successo, interessato a seguire
il processo di realizzazione dei
suoi prodotti dall’inizio, dalla
scelta all’acquisto delle migliori materie prime, fino alla fase
di realizzazione.
Arte sartoriale totalmente made in Italy, dedicata ed ispirata all’uomo amante del gusto
e della raffinatezza, che con
una mission tutta nuova, sposa la freschezza delle ultime
tendenze. I tessuti pregiati,
uniti ai tagli studiati e accurati, donano qualità al prodotto
e permettono di realizzare
collezioni e capi su misura che
incassano successi sul mercato. Dal classic look al casual
outfit, dal trendy al traditional, “Sartoria Condotti” tratteggia il look per ogni tipo di
uomo. Senza trattenere i sogni: obiettivo dell’azienda è
infatti imporsi stilisticamente in Italia e all’esterno per
esportare il made in Naples e
presentarlo come emblema di
stile: «Credo nelle potenzialità della sartoria locale - spiega Mucciardi - quella dei veri
artigiani che lavorano con
precisione e attenzione ai dettagli. Non c’è industrializzazione, non ci sono capi tutti
uguali, c’è l’unicità».
SPECIALE NATALE
MOSTRA D’OLTREMARE, «SANTA CLAUS VILLAGE» FINO AL 20 DICEMBRE
Slitte ed elfi alla festa di Babbo Natale
Mariangela Ranieri
La leggenda narra che
nell'Europa settentrionale, a
nord del Circolo Polare
Artico, più precisamente in
Lapponia, viveva un vecchietto canuto di nome
Natale. Era buono e generoso, tanto da aiutare i vicini
ogni volta che poteva. Un
giorno, però, capì che quanto faceva era poco o addirittura nulla per chi la Lapponia non sapeva neanche cosa
e dove fosse. Quella stessa
sera gli venne in sogno un
angelo, il quale si propose di
aiutarlo a distribuire felicità
a chi non poteva permettersela, gli disse quindi di caricare di giocattoli la slitta e di
farsi trainare dalle renne.
Durante la notte tra il 24 ed il
25 dicembre, Natale salì su
quella slitta e volò sui tetti
europei, africani, americani,
asiatici ed australiani, e così
come gli era stato predetto,
portò sorrisi e scaldò i cuori
di tutto il mondo.
Babbo Natale quest'anno ha
già caricato la slitta, ha
deciso infatti di allestire gli
ultimi preparativi proprio a
Napoli, alla Mostra D'Oltremare, più precisamente nel
padiglione 10, dov'è ormai
dal 28 novembre e rimarrà
fino al 20 dicembre 2015. Il
Babbo Natale nell’ufficio postale del Villaggio alla Mostra d’Oltremare
"Santa Claus Village" è aperto dal lunedì al venerdì, dalle
16:00 alle 21:00; sabato,
domenica e festivi, dalle
10:00 alle 23:00.
Nella Napoli tentacolare, è
questa una scommessa, così
come afferma Giuseppe
Oliviero, consigliere delegato
della Mostra D'Oltremare,
che già registra numerose
prenotazioni. Uno dei primi
villaggi di Babbo Natale, oltre
l'originale ben nascosto, è
nato in Finlandia, precisa-
mente nella città di Rovaniemi. "Santa Claus Village" si
dice che sia stato creato dallo
stesso Papà Natale “per
difendere la pace del suo
nascondiglio e per permettere a tutti i suoi amici di
venirlo a trovare”.
Ed è proprio a quest'ultimo
che si ispira la sinergia tra il
"Varca d'oro Network", la
società "Animazione in
corso" ed il partner organizzatore "Key&go", le aziende,
o meglio le persone che
hanno dato vita nel 2011
all'amato villaggio.
Amanti delle feste natalizie
munitevi della giusta valuta,
il "babbino", moneta ufficiale del villaggio, per poi tuffarvi nell’habitat napoletano di
Babbo Natale che vi aspetta
nella sua camera, mentre la
signora Claus vi delizierà con
dolcetti e vi insegnerà a
sfornare biscotti.
E poi potrete visitare la tanto
sognata "Fabbrica di Santa
Claus", strapiena di giochi,
presenti e passati e "Il bosco
degli elfi" dove il tempo si
annulla e la magia ricopre
ogni cosa. E per chi fosse in
ritardo, l'ufficio postale sarà
pronto a raccogliere i vostri
desideri e le vostre "letterine", ma attenti a non dimenticare il timbro degli allegri
Elfi postini.
Come se tutto ciò non bastasse, quest'anno il caro
vecchio Babbo ha deciso di
dare ad ognuno di voi non
soltanto la possibilità di
salire sulla sua slitta. Ai più
“temerari”, infatti, la "Scuola
Guida Artica" insegnerà a
guidarla, rilasciando poi a
fine corso l'apposita patente.
Vi sarà inoltre permesso di
ammirare la "chiave di
Claus", la chiave che Mastro
Elfo ha realizzato e che apre
le porte delle case di tutto il
mondo nella fredda e magica
notte di Natale. In questo ed
in tanti altri modi vi stupirà
Babbo Natale.
Un salto al “Santa Claus
Village” sarà l'occasione per
poter dire e credere, ancora,
che tutto è possibile, ma
soprattutto per potersi circondare di quella gioia che il
Natale porta con sé. Quindi
munitevi del Passaporto,
attraversate la Dogana, e
aprite gli occhi, perché la
magia vi circonderà.
CONSULENZA IN MATERIA CONDOMINIALE E IMMOBILIARE
- Servizi di gestione condominiale
ordinaria e straordinaria
- Servizi di natura fiscale e aziendale
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presso il Tribunale
- Servizi di consultazione
e ricerca presso la Conservatoria
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CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
(25)
DIVINAZIONE
IL MITO E I GIORNI
Capricorno
energia pura
Terzo Segno dell’elemento terra, si caratterizza per
romanticismo, tenacia e tendenza alla solitudine
Rosamaria Lentini
Il Capricorno è il terzo
Segno dell’elemento terra. La
sua terra, però, non è quella
rigogliosa e feconda del Toro
e neppure quella della Vergine che, avendo raccolto tutto
ciò che la vegetazione aveva
da offrire, è pronta a farne
dono agli altri per la cura
delle loro vite; è la terra dura
e secca dell’inverno, granitica, fredda, plumbea. È la
terra di Saturno, l’ultimo
pianeta del sistema solare
visibile ad occhio nudo.
Ciò che apporta questo
pianeta al Segno è ben riassunto nelle caratteristiche
della capra che, nel suo
essere abile scalatrice, silenziosa, tenace e inoltre, così
protesa verso il cielo, rappresenta un ottimo collegamento fra umano e divino, finito e
infinito. La scalata può avere
molti obiettivi, essere tesa
verso il potere o comunque
avere come mira il raggiungimento dei propri obiettivi
terreni, oppure può rappresentare una ricerca interiore
spinta dalla tensione verso il
divino.
(26)
Nonostante le varie direzioni
che può assumere, l’ascesa
del Capricorno propone delle
caratteristiche sempre presenti. Paziente e lungimirante, è in grado di darsi traguardi a lunga scadenza, portarli
avanti senza alcuna fretta e
senza fermarsi dinanzi ai
primi insuccessi. La tenacia,
la volontà e soprattutto la
resistenza del Capricorno
non hanno uguali, perchè nel
suo cammino usufruisce
della grande energia di Marte
che lo fa risorgere, se per un
attimo si è abbattuto; con i
piedi saldamente piantati
sulla terra, con la logica, il
senso di responsabilità, il
rigore, il realismo che lo
contraddistinguono, difficilmente abbandona il campo.
Come la capra che, da animale solitario, non vive in branco, altrettanto è il Capricorno
e la solitudine di cui soffre è
spesso un’autoimposizione
cautelativa, rispetto a quanto
vive male qualsiasi cosa turbi
il suo assetto e la sua vita
emozionale. A proposito di
quest’ultima, va sottolineato
che, al di là delle apparenze, il
Capricorno è un romantico,
desideroso di condividere i
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
suoi sentimenti e le sue
emozioni, ma ha paura che il
lasciarsi andare al sentimento possa minare la forza, la
tenacia, la resistenza, beni
che pensa di dover conservare a tutti i costi, fosse pure a
discapito della condivisione
dei sentimenti. Ma questo
Segno non è tutto qui, perché
due grandi nascite sono
accadute in questo periodo:
Mithra e Cristo, i messaggeri
di una dimensione umana
non schiava del solo potere
materiale. La vetta, dunque, è
la meta del Capricorno, la
strada per giungervi è impervia e molte sono le prove e le
sofferenze nelle quali il nativo s’imbatterà e delle quali
patirà il dolore. La solitudine
che accompagna ogni cammino interiore sarà la principale delle sue sofferenze, così
come la forte spinta verso un
senso profondamente religioso della vita, sarà spesso
fraintesa dagli altri e per un
buon tratto di strada, o purtroppo anche per tutta la vita,
perfino da lui stesso.
Cari amici del Capricorno,
auguri per il raggiungimento
della vostra vetta!
[email protected]
LE CARTE DEL DESTINO
Maurizio Pacelli
LA LANTERNA
DELL’EREMITA
«Nove sembra essere la
misura delle gestazioni,
delle ricerche fruttuose e
rappresenta il coronamento degli sforzi, il compimento di una creazione.
Nell’ordine umano il numero nove è quello dei
mesi necessari al completamento del feto, che è
nondimeno formato al
settimo mese. Essendo il
nove l’ultima delle cifre,
essa annunzia sia la fine
sia l’inizio, cioè indica una
trasposizione su un nuovo
piano». (Voce Nove da J.
Chevalier, A. Gheerbrant;
Dizionario dei Simboli:
miti, sogni, costumi, gesti,
forme, figure, colori, numeri; Edizione BUR-Rizzoli).
La nona lama indica una
crisi dovuta a un cambiamento di coscienza. Attraversata la porta presieduta
dalla dea Maat (la Giustizia), si entra in uno spazio
sacro. La purificazione del
cuore pretende una nuova
vita. Se la Giustizia era la
soglia, l’Eremita è il passaggio. Qui comincia la
trasmutazione dell’individuo che consegue il livello
più elevato sul piano della
materia.
Con l’Eremita terminano
definitivamente i personaggi umani e ci si avvicina alle trasfigurazioni
dell’anima. Compare
l’iniziato: la mano celeste
nascosta dal mantello
indica che egli conosce il
segreto dell’immortalità.
Possiede la conoscenza,
identificata dal libro nascosto tra le vesti, e la
diffonde grazie alla sua
lanterna che rischiara la
strada al viandante in
cerca. Per questo l’Eremita, in una lettura, può
indicare una persona di
grande potere: può essere
un esperto o il Maestro.
Comunque un individuo
in grado di dominare un
campo di elezione. È il
terapeuta, sia in senso
proprio che figurato. Il
bastone curvo ricorda la
sinuosità di un serpente:
il caduceo caro a Mercurio – Hermes – Hermite –
Mosé (quest’ultimo con il
bastone che si trasformava in serpente).
Ad un livello più profondo
l’Eremita rappresenta il
nostro terapeuta interiore.
È un incontro di verità.
Quando si entra in contatto con la propria essenza
nulla può restare immutato. Si generano le basi
della propria morte interiore, o meglio è richiesto
che qualcosa muoia per
dar vita ad un nuovo ciclo,
per il momento soltanto in
embrione.
È una delicata fase di
preparazione, non è un
caso che molti riti e miti
riportino il nove come
numero fondamentale:
Demetra viaggia per nove
giorni alla ricerca della
figlia Persefone; le nove
Muse vengono da Zeus che
le concepisce durante
nove notti d’amore; la
novena rappresenta liturgicamente il tempo completo durante il quale si
recitano delle specifiche
preghiere per predisporsi
alla celebrazione di un
evento sacro.
Ma cosa deve cambiare
prima di tutto? Bisogna
apprendere l’arte del
silenzio, imparare la discrezione del cuore. La
lanterna è una luce che
rischiara uno spazio limitato e può essere vista solo
da chi è già abbastanza
vicino; la mano celeste,
consapevolmente, è nascosta. La conoscenza del
proprio cuore, il proprio
centro, impone la necessaria riservatezza di colui
che si limita a indicare la
verità soltanto a chi è in
grado di sopportarla.
Una nuova nascita nel
campo dell’oltre si va
preparando, essa è destinata ad essere perenne per
coloro che decidono di
procedere sul sentiero
della ricerca interiore.
[email protected]
saper vivere
CULTURA / COSTUME / RELAX / MOVIDA / EVENTI / CURIOSITÀ
LA GUERRA DEL PRESEPE
Max De Francesco
Anche quest’anno ho vinto la guerra
del presepe. Ogni dicembre, nei giorni
che precedono l’Immacolata, temo di
non farcela, di rimanere sotto un tavolo,
con la faccia nel muschio e un cartone
sul petto, prima che la mia Betlemme
esploda di luci. Ce l’ho fatta anche
stavolta, nonostante una schiena incrinata come un salice e i fantasmi della
resa. Certo, ho gambe e braccia così
doloranti che mi sembra di essere uscito
da un combattimento di Fight club, il
mio cellulare è un cimitero di chiamate
senza risposta, le mie mani sono delle
smollate forbici, ho un taglio sull’indice
destro, occhi infarinati e un jeans che è
diventato un lurido kandinskij stellato.
Nel tornare a casa, pur scegliendo la via
meno chiassosa, mi sono imbattuto in
una vecchia conoscenza scolastica che,
dopo i pressanti quesiti natalizi, ha
fissato la mia capigliatura con la bocca
smarrita. La mia assenza dal mondo e
quello sguardo basito li ho capiti in
bagno, dinanzi allo specchio, quando
ho scoperto un cespuglio tenace di
muschio spuntare tra i capelli.
La preparazione della battaglia presepiale comincia con il recupero del mio
arsenale magico: quattro scatoloni che
riposano, durante l’anno, nella cantina
dei miei nonni tra un baule verderame e
una riproduzione dell’ultima cena di
Dalì. Descrizione dell’arsenale: capanna
di legno, immatricolata trentasei anni
fa, con tetto in paglia e un’indistruttibile
staccionata; castello di Erode con due
torri superbe d’un arancione tramonto;
quindici case, due ponti, due mulini,
quattro pozzi, due fontanelle, una
cascata piccola con laghetto e un’altra
imponente con acqua vera che scorre
grazie a un mini motorino; sei batterie
di microluci colorate e bianche, quattordici pini innevati e con tronchi di
sughero; cinque vie di cartone, dipinte a
mano, utilissime per creare scorciatoie
tra i dirupi; quattro archi rossi per la
strada delle botteghe, un forno per le
pizze con fuoco vispo, tre quadri di tela
con paesaggi di neve e nidiate di tetti
perfetti per scorci e lontananze; un
esercito di pastori che supera le centocinquanta unità, organizzato in quasi
mezzo secolo prima da mio padre e poi
da me, che ha il potere di schierare, tra
venditori di capitone, fumatori di pipe,
zampognari barcollanti e osti forzuti,
ben sette angeli – uno dei quali mostra
orgoglioso un’ala irrimediabilmente
compromessa dopo essere caduto per
un mio maldestro tentativo di raddrizzarne il volo -, un gregge ipnotico di
ventidue pecorelle, una capretta solitaria, quattro portatori d’acqua a torso
nudo, un musulmano con occhi di caffè
al cielo, cinque commensali che onorano deschi sontuosi, un Benino vestito di
sogni e un delicatissimo chiammatore
che annuncia la Santa Nascita da uno
Il significato del rito della Natività tra
pastori, cieli di carta e tanta pazienza
spoglio balconcino sospeso nel nulla.
Da quando uso le mani e abuso dell’immaginazione, scelsi di appartenere
a quel circolo romantico, in via d’estinzione, che costruisce presepi di carta.
Una volta aperti gli scatoloni e ordinato
l’arsenale, prima di passare alla fase
creativa, serve un pomeriggio per
procurarmi arnesi e materiali necessari
alla realizzazione della mia Natività.
Lista della spesa di quest’anno: venti
fogli di carta d’imballaggio di colore
marrone chiaro che si trasformano in
incredibili montagne; una quantità
industriale di muschio sia fresco che
sintetico; un acrilico bianco e un colore
spray per l’effetto neve sui monti; farina
e fili argentati per la neve sulle strade e
sulle case; ciottoli di media grandezza
per il laghetto in prossimità della cascata principale; sassolini avoriati per
tracciare il sentiero che porta alla
grotta; piccoli gancetti di alluminio per
donare ai puttini una dignitosa ascensione; vinavil, due spillatrici, piccoli e
medi pezzi di sughero, nastro adesivo
trasparente, acrilici di colore rosso,
verde e nero per tinteggiare ponti e
archi, una nuova stella cometa con la
coda di un dorato non pacchiano;
quattro gatorade e tre lattine di coca-cola in previsione del mostruoso sforzo
psicofisico. Il giorno prima della battaglia ispeziono, di solito con occhi
preoccupati, il luogo della messa in
scena che, negli ultimi quattro anni, per
grazia ricevuta è situato nella sala
riunioni della mia redazione. Tralascio
il racconto degli esodi subiti dal mio
popolo di terracotta nel corso del
tempo, dovuti soprattutto al rifiuto dei
miei familiari di concedermi ancora
l’angolo del salotto: basta sapere che un
Natale, pur di vedere la mia Betlemme
prendere forma, ho dovuto fittare il
garage di un amico.
L’atto finale della guerra presepiale
dura un sabato e una domenica. Tutto
ha inizio spostando in un angolo un
tavolo rotondo ai cui lati posiziono una
scrivania e una tavola sostenuta da due
stabili sedie. Su quella base, per quasi
venti ore di lotta e di controllo, rigorosamente trascorse in solitudine, utilizzo
classici pacchi di cartone destinati a
sostenere catene montuose cartacee
che plasmo con le mani fino allo sfinimento. La strategia, una volta entrati nel
trip creativo, è seguire il piano prestabilito e non darsi mai per vinti anche se
un pacco non regge, una montagna fa
resistenza ad animarsi e la base non
sembra adeguata alla scena immaginata. Innanzitutto mi dedico alla parte alta
del paese dove piazzo il castello di
Erode, le case piccole e la prima batteria
di luci; poi lavoro per donare profondità
al paesaggio, creando con un gioco di
scatole vuote e sovrapposte scorci e gole
di rocce, dirupi e insenature da collegare con piccoli ponti e stradine improvvise. Dopo il piano intermedio, decisivo
per l’impatto visivo, scendo a valle e
movimento lo scenario usando scatole
più piccole e pile di libri ricoperte di
muschio, studio lo spazio osteria, animo i capannoni dei venditori, concentro verso la grotta il pellegrinaggio dei
pastori, disegno una coerente rete di vie
e scorciatoie, do visibilità al mulino e
alla cascata, m’impunto, ogni anno è
sempre la stessa storia, a piantare gli
alberelli con piglio maniacale perché so
che costituiscono il segreto per dare
uniformità al paesaggio. Puntualmente
le luci sono il mio tormento. È l’unico
momento in cui rimpiango di essere
solo. Quest’anno, che Dio mi perdoni,
ho sceso santi e per poco non ho abbandonato il campo quando mi sono
accorto che due batterie di luminarie,
posizionate con pericolose manovre
che hanno rischiato di compromettere
la stabilità della struttura, erano fulminate. Averle provate prima non è servito
a nulla. Il senso di smarrimento mi è
passato sentendo il profumo del muschio fresco e fissando l’oste che sorride
mentre serve salcicce. Con calma ho
levato le luci bastarde, sostituendole
con altre più luminose e a intermittenza. La guerra è finita domenica sei
dicembre prima di mezzanotte. Ne sono
uscito vittorioso e stremato se si pensa
anche all’ultimo intoppo che ho dovuto
superare: la perdita d’acqua dalla cascata più corta, riparata con nastro isolante
e vinavil dopo un rullo d’imprecazioni
che ha inorridito la lavandaia del laghetto.
Guai a chi tocca la mia Betlemme, la
mia Piedigrotta della Natività. Il mio
presepe è un allegro presepe come
quello raccontato dal dimenticato
Marco Ramperti che notava, in un
elzeviro del 1934, come il Gesù del Golfo
nasca nell’esultanza di un popolo che
volutamente «taglia» la croce: «Nella
terra del presepe napoletano nessun
dramma è possibile che la desoli e
l’insanguini. Gli artefici napoletani
dimenticano la storia. Però non l’offendono. Essi non possono ammettere,
mentre disegnano e scolpiscono il vago
bimbo nella sua culla che un martirio
sia pure necessario e sublime, lo aspetti.
Questo è un giorno natalizio, questo è
un mattino di festa. C’è nella loro falsificazione un’innocenza, nella loro ignoranza, una saggezza tutta tipica della
razza. L’indomani non conta, nun te ne
‘ncarricà!». Se mi spezzo ancora la
schiena per costruire il presepe è perché
aspiro a recuperare scintille d’infanzia;
perché ho la possibilità di spostare
montagne; perché respingo l’assedio
del buio con il miracolo della mangiatoia; perché corteggio l’immaginazione
con quattro scatoloni e cieli di carta;
perché mi esercito nell’immensa arte
della pazienza dove l’addestramento
non finisce mai. Onoro il presepe perché so che tra un mese dovrò raderlo al
suolo. L’operazione durerà massimo un
paio d’ore. È più facile smantellare che
costruire. Con gli anni ho imparato a
capire che il momento della distruzione
è tappa necessaria poiché rappresenta il
giro della vita. Allena ad accettare la
perdita, a custodire il ricordo del paesaggio, a rinnovare la fantasia. Nella
tradizione giapponese i contadini
passano ore a intrecciare cesti per poi
adoperarli un solo giorno nelle passeggiate primaverili. Al ritorno vengono
gettati via e calpestati. «La fine è importante in tutte le cose» è scritto in un
passo di Hagakure, libro sublime sull’antica saggezza dei samurai. Farò
sempre il presepe perché sono un
samurai della tradizione che intreccia
immagini e schiera pastori combattendo una guerra invisibile. La fine e l’inizio
sono importanti in tutte le cose.
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
(27)
ARTE
IN VETRO
La guerra
di Carotti
Livia Iannotta
Se c’è una parola che può sintetizzare l’arte di Cristiano Carotti è esplosione. Detonazione di colore, collasso
di certezze e prospettive. Sovvertimento. È così che una gondola, romantico mezzo acquatico veneziano,
perde luce e ghirigori in un nero
matto, quasi tetro, e si deforma in un
carro armato. Mentre un casco antisommossa scioglie la sua durezza in
rose variopinte e motivi floreali che
tanto sanno di espressionismo.
Dal 16 dicembre al 6 febbraio (dal
martedì al sabato, dalle 10.30 alle 13 e
dalle 16 alle 20) l’eclettico artista
umbro, classe 1981, approda a Napoli, alla galleria Al Blu di Prussia di via
Filangieri, lo spazio multidisciplinare
di Giuseppe Mannajuolo diretto da
Mario Pellegrino, con il progetto
creativo “Redux”. Curata da Lorenzo
Respi, l’esposizione raccoglie circa 20
opere tra dipinti di grandi dimensioni
e sculture, teche e carte. Il fulcro
ideale e materiale è “Black SwallowV14”, la gondola armata da Carotti
per la guerra, imponente installazione site specific, già esposta a Venezia
durante l’ultima Biennale d’Arte.
Porta sullo scafo, scrive il curatore
Lorenzo Respi, «i segni della battaglia
combattuta all’ultima Biennale per
spronare il sistema dell’arte a ritrovare quella passione d’amore che non
sottostà alle leggi del mercato, ma che
ci spinge a salvaguardare - anche con
l’uso delle armi - la nostra umanità».
Tutt’intorno, gli spazi della galleria si
trasformano nella ricostruzione
simbolica di un memoriale post-ato-
(28)
mico, fatto di esplosioni di colore e
manichini in gesso, in cui le sculture
prendono le sembianze di residuati
bellici e i dipinti testimoniano lo
svolgersi dei fatti cruenti. Carotti è da
sempre incline a incrociare surrealismo e neo-pop, espressionismo e
realismo, sperimentando materiali e
supporti espressivi inusuali. Non a
caso dà il nome al progetto un busto
in gesso policromo a penna blu e
matita, realizzato con tecniche ortopediche e dipinto a mano, che simboleggia «la battaglia dell’uomo per la
vita, mossa dalle passioni e dall’amore e sancisce l’unione simbolica della
frattura tra le immagini archetipiche
e le iconografie ispirate al “sé cosciente” iunghiano”: infatti, proprio il
ritratto di Jung, veglia sulla battaglia».
Macchiano di colore le pareti scure
della galleria anche i tre enormi
dipinti della serie “Explosion”, nei
quali Carotti coglie in progressione
l’attimo della deflagrazione con
lampi di colore e funghi atomici che
s’innalzano nel cielo infuocato. Dopo
la guerra, quella con se stesso e la sua
arte, per Carotti è il tempo della
riflessione. Fermarsi, assaporare il
silenzio post-ribellione. Ed è con
pennellate di scissioni e contrasti che
«ci ricorda che abbiamo ancora
tempo per coltivare la pace, interiore
e universale. Al grido di “Mettete dei
fiori nei vostri cannoni” lui risponde
“All colors are beautiful». Quale, in
definitiva, il messaggio? «Di stare in
guardia, che la guerra non è finita. Il
conflitto è fuori e dentro di noi, sempre. La scontro è latente, subdolo e
inconscio. The war isn’t over».
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
È un universo
illuminato e poetico
quello di Tristano di
Robilant, artista
d’oltremanica
cresciuto tra Napoli e
Londra. Espone
sculture di vetro, piatti
di ceramica e disegni,
fino al 12 febbraio
2016, alla galleria
d’arte contemporanea
Intragallery, nella
mostra dal titolo
“L'immaginazione e il
suo doppio”.
L’aspetto elegante e
maestoso delle
sculture che dominano
lo spazio della galleria
crea un contrasto con
le loro irregolari e
movimentate superfici
che hanno un soffio di
incompiutezza e
casualità dalle forme
rotonde
apparentemente
semplici e non
classificabili. Questo
aspetto ambivalente
sorprende
l’osservatore e rivela
allo stesso tempo la
fragilità della materia
plasmata dall’artista.
Occhio di riguardo
Morrison Gallery
Napoli ha un nuovo epicentro artistico.
Apre nel cuore patinato di Chiaia, a
vico Belledonne, la Morrison Fine Art
Gallery, gestita con professionalità e
competenza del responsabile Paolo
Chiummariello.
Inaugurazione in grande stile con un
giovane e raffinato talento, Loris Lombardo, che espone nella mostra dal
titolo “Your colors” fino al 27 gennaio.
Artista napoletano, classe 1978, incanta con pennellate leggere ma vibranti. Il
suo viaggio riprende da dove si era
fermato: dagli occhi sognanti dei suoi
bambini, ora spalancati verso un ignoto
che inquieta ora chiusi in cerca di una
lontana speranza, di una via di fuga. La
sensazione che si prova nel visitare la
galleria lombardiana è quella di attraversare un tempio senza tempo, colto
nel momento della dissoluzione, abitato
dal vento e da statue adolescenziali in
disfacimento, ma incredibilmente fiere
nel loro processo di dissolvenza. Una
“fierezza” che l’artista, attraverso un
sapiente gioco di spatola e un utilizzo
virtuoso di sfondi neri e macchie
d’acrilico, riesce a trasmettere nel
lento frantumarsi delle facce che
custodiscono, in occhi d’inesauribile
oniricità, uno spettacolare disincanto.
MICHELE TEMPESTA
ARTE
Trentaremi,
la magia
di Napoli
VITTORIO DEL TUFO E SERGIO
SIANO RACCONTANO, TRA SCATTI
E PAROLE, ITINERARI, MITI
E RITI DELLA CITTÀ
Livia Iannotta
Napoli, “vir ’o mare quant’è bell” e un
tuffo nel folklore. Ma la verità è che
appena sotto la crosta di luoghi comuni, nonsense, colore la “città in cui
anche le favole danno il nome ai luoghi” sarà sempre una porta sul mistero. Qualche volta socchiusa, altre
sigillata dai fantasmi del tempo. Nel
suo ultimo libro, pubblicato da Rogiosi
Editore, “Trentaremi - Storie di Napoli
magica”, Vittorio Del Tufo si inabissa
nel nocciolo incandescente di una
Napoli della cabala, magica e a tratti
sinistra, popolata da angeli e demoni,
misteri e soffi poetici. Con la penna
asciutta e agile del giornalista, il redattore capo del Mattino, racconta di miti
e leggende napoletane, che furono già
pane per i denti di Benedetto Croce e
Matilde Serao, non senza trarre ispira-
zione dalla più recente narrativa in
salsa noir di Maurizio Ponticello. Quasi
ossessionato dalla toponomastica, Del
Tufo si infiltra in un humus pregno di
magia «con la sensibilità sapiente del
rabdomante e l’acribia del ghostbuster», come nota l’antropologo Marino
Niola, che firma la prefazione del libro.
A rendere vive le storie un corredo di
fotografie di Sergio Siano. L’obiettivo
dà respiro al volume, lo arricchisce,
focalizzando spazi e anfratti. Volutamente spogli di didascalia, gli scatti
d’autore parlano una lingua diversa al
lettore. A lui la libertà di seguire il filo
d’oro della narrazione, oppure di
sganciarsi dal testo per avanzare su
altri binari, e guardare al di là. È la baia
che conserva le tracce di un passato
imperiale a dare il titolo al libro. Da lì
Del Tufo continua a pescare nella
storia: dalla sanguinaria Giovanna II
che dava i suoi amanti in pasto a un
coccodrillo al golpe dei baroni filo-angioini per silurare il re Ferrante, da
Ottaviano Augusto ospite alla villa di
Vedio Pollione al covo di intellettuali
snob che era l’Accademia degli Oziosi.
E poi il Virgilio mago, la villa dei Misteri
alla Gaiola, la strega impiccata a Port’Alba, le esplorazioni marine di Cola
Pesce e le diavolerie del principe
Raimondo di Sangro. Il libro diventa
itinerario lungo i luoghi simbolo di
Napoli, viscerale come la ricerca di
quel Sebeto, fiume mitico, cantato e
venerato dai poeti: scorre ancora nelle
leggende e, forse, secondo alcuni, nella
Napoli “di sotto”, in corrispondenza
del centro direzionale, assottigliatosi in
La polifonia
di Williamson
A Napoli le eleganti sale della settecentesca dimora signorile Villa di
Donato, in Piazza Sant’Eframo Vecchio, dal 24 novembre si fanno cassa
armonica dell’originale mostra personale “Polifonia di un paesaggio”
dell’artista contemporaneo statunitense Todd Williamson, visitabile, su
appuntamento, fino al 10 gennaio
2016. L’esposizione, a cura di Cynthia
Penna, si è aperta con un vernissage
serale arricchito dal prezioso concerto,
in anteprima mondiale, “I Must Dream”, scritto dal compositore americano Greg Walter ed eseguito da Manuela Albano al violoncello e Janine Hawley, mezzo soprano, alla voce. Un
tandem creativo tra pennello e note
che deriva sia dalla passione per la
musica dello stesso Williamson, il
quale proprio in musica ha conseguito
una laurea presso la Belmont University di Nashville, sia dall’affiatamento
solidale di una preesistente e lunga
amicizia tra il pittore e il compositore
Walter. “Polifonia di un paesaggio”
nasce, dunque, dalla viva collaborazione dell’agire artistico di due professionisti, l’uno del colore, l’altro del
suono: le tele di Todd Williamson
sono, infatti, la traduzione visiva
istantanea delle musiche di Greg
Walter. Si tratta di «opere a 4 mani, nel
senso che ad ogni gruppo di note
composte da Walter ha corrisposto
una pennellata di Williamson sulla tela
e viceversa ad ogni intervento pittorico ha corrisposto una nota che ha
dato vita ad una sinfonia. Una concezione inedita nell’ambito della storia
L’URLO
INDIFFERENTE
MOSTRA
MAGNA
Tra sentieri che finiscono
nel nulla e lande isolate
fasciate dalla nebbia, i
soldati della prima guerra
mondiale combattevano
spesso contro un nemico
invisibile. Di quei luoghi ha
parlato in un diario il
naturalista e geografo
Giovanni De Gasperi,
morto in battaglia nel 1916.
A cent’anni da allora, il
senso di alienazione
vissuto dai militari rivive a
Castel dell’Ovo nella
mostra “L’urlo indifferente
- Sui luoghi di Giovanni
Battista De Gasperi”,
curata da Maurizio G. De
Una mostra interattiva per
scoprire agricoltura e
gastronomia. Un percorso
sensoriale per “rubare” i
segreti della cucina
napoletana, dalla terra al
piatto finito. Voluto
dall'Assessorato alla
Cultura e al Turismo,
ideato e curato
dall’architetto Marco
Capasso, il percorso
museale dall’eloquente
titolo “Magna - Mostra
Agroalimentare
Napoletana” (al
Complesso di San
Domenico Maggiore, tutti i
giorni dalle 10 alle 19, fino
Bonis: 22 fotografie di
Stefano Cioffi riprendono i
luoghi descritti nelle
pagine del diario.
La mostra è aperta dal 17
dicembre al 10 gennaio
2016.
SVEVA DELLA VOLPE MIRABELLI
un rigagnolo d’acqua. Un immenso
sottobosco, raccontato da Del Tufo e
Siano in un tandem letterario che si
affida ora all’impatto di un dettaglio
ora alla fluidità delle parole. La scrittura è insieme reportage e racconto
appassionato. Come se l’autore si
svestisse di tanto in tanto dei panni del
cronista per diventare lui stesso ascoltatore, per sorprendersi quanto il
lettore di una città adagiata su storia,
miti, leggende spesso oscure. Napoli
nata da una sirena orientale spiaggiata
sull’isolotto di Megaride. Napoli votata
ad un poeta pagano, Virgilio, prima che
ad un santo. Napoli che, come osserva
Niola, «ha sempre avuto un’attrazione
irresistibile per il profondo, per tutto
quello che sta sotto la superficie del
quotidiano. Una mirabile attitudine al
commercio col soprannaturale». Non
sorprende allora la folla che, per la
prima presentazione del volume, ha
riempito lo spazio della Feltrinelli di
piazza dei Martiri lo scorso 26 novembre. «Non volevo scrivere un almanacco dei misteri di Napoli - ha raccontato
ai tanti curiosi Del Tufo - ma raccontarne le tracce visibili oggi e calpestabili, è lì che si riconosce lo spirito della
città. Molti napoletani ignorano di
trovarsi seduti su un immenso giacimento di arte, storia, bellezza, distratti
dal degrado che spesso soffoca quello
scrigno di tesori d’arte che è Napoli». E
ancora: «I misteri, la cultura sono il
vero dna della città, che è come un
meraviglioso libro da sfogliare».
della pittura e nella quale possiamo
affermare che il musicista ha dipinto
la tela e il pittore ha suonato la melodia», dichiara Cynthia Penna. Non a
caso la tripartizione della “Polifonia”
in tre serie (“The Frequency Series”,
“The Grid Series” e “The Light Series”)
coincide con specifici momenti musicali: con le armonie, con il movimento
delle corde e con le tonalità musicali.
Il risultato è un insolito precipitato
formale e soprattutto contenutistico
dell’interiorità di un’arte nell’altra.
L’esperienza ha un carattere sinestetico intrigante: l’orecchio dell’immaginazione dello spettatore è stimolato in
un percorso sensoriale nuovo dove
l’udito viene chiamato a essere complice di quanto l’occhio percepisce.
al 10 gennaio), è articolato
in sale multimediali e
guiderà il visitatore a
ripercorrere le tappe che il
prodotto agricolo compie
dall'orto alla pentola ed in
fine alla pancia,
analizzandolo dal punto di
vista storico, scientifico e
sociale. “Magna” è una
mostra da ascoltare,
toccare, annusare e
assaggiare. Coinvolgente
per i bambini, ma adatta
anche ad adulti, studenti,
semplici golosi e
soprattutto cultori del
buon cibo, della cucina e
dell’arte: inclusa nel
percorso, infatti, una
collettiva d'arte moderna e
SVEVA DELLA VOLPE MIRABELLI
contemporanea dedicata
al cibo, a cui si affianca un
calendario di weekend
degustativi, workshop e
laboratori, incentrati sui
prodotti tipici campani.
ANTONIO BIANCOSPINO
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
(29)
LIBRI&POESIA
LIBRIDINE
Aurora Cacopardo
Saggio
Un pellerossa
napoletano
nel west
IL PETTIROSSO
DI GARZYA
CONTROCORRENTE EDITA IL LIBRO
POSTUMO DI ARMANDO DE SIMONE
SUL MITO DI CARLO GENTILE
E DEL FIGLIO MONTEZUMA
Al di là delle critiche che si possano giustamente
fare a Napoli per una quotidianità non certo
esaltante, con negligenze, abbandoni e scene di
degrado sotto gli occhi di tutti, quando si parla però
della sua storia è tutt’altro discorso, c’è davvero da
essere orgogliosi e fieri non solo per chi è nato in
questa città ma anche per chi ha scelto di viverci.
La storia è una miniera di tesori, di sorprese, di fatti
e di personaggi straordinari, che nessuno al mondo
può vantarne tanti. L’ultima sorpresa, anche se già
conosciuta, ma tale per un nuovo
approfondimento che la rende più ricca e
trascinante, ce la offre il libro postumo di Armando
De Simone, rimpianto ed eccellente amico, dal
titolo:“Carlo Gentile tra gli indiani d’America”.
(Controcorrente). E’ il racconto di una vita davvero
eccezionale, di una di quelle figure che si
distinguono per opere altamente meritorie, che
lasciano il segno. Siamo verso la metà del 1800, nel
periodo cruciale, a ridosso della conquista del
regno di Napoli da parte del Piemonte e la
successiva annessione, quando Carlo Gentile, un
bravissimo pioniere della fotografia, un geniale
artista, ma soprattutto un coraggioso personaggio,
amante della libertà se ne va in America.
Ripetiamo “se ne va in America”, non abbiamo
usato il verbo “emigrare” - che sarebbe suonato
anche meglio - perché quel trasferimento non è
dettato da ragioni di sopravvivenza, un futuro da
tentare, come lascia sempre credere una sdolcinata
retorica meridionalista o partenopea, ma da un
bisogno dello spirito. Gentile vive cosi bene da non
dover sentire alcuna necessità di andarsene, a
prevalere però è la voglia di conoscenza, di
condivisione con civiltà emarginate, prive di diritti,
e minacciate addirittura della loro esistenza. Che lo
porta nel West in mezzo a tribù di americani nativi ,
cioè di indiani pellerossa per un reportage di
testimonianza antropologica, di costume, di vita, di
tradizioni che diventa, allo stesso tempo, anche di
denuncia. Una parola grossa in quel periodo, in cui
con la scarsa sensibilità per questi temi, impera
anche un abietto e diffuso pregiudizio razziale,
accentuato per la “corsa all’oro”. Una circostanza
fatale ai pellerossa, soprattutto “apache yavapai”,
abitanti nella Valle Verde dell’Arizona, cacciati e
perseguitati da cercatori d’oro e dai coloni nuovi
proprietari di quelle terre preziose. Gentile sta con
tutti gli indiani, in particolare con gli apache, ma la
lotta è dura e difficile da vincere. Troppi gli interessi
che ruotano intorno a quel mercato prezioso.
L’unica cosa di nobile che gli riesce però di fare è il
riscatto di un piccolo e forte, apache, di appena
cinque anni, Wassaja, cui Gentile, darà il nuovo
nome di Carlos Montezuma e gli farà da padre e
precettore. Da allora comincia un lungo viaggio,
che farà di Montezuma, un grande medico e
soprattutto il massimo simbolo della battaglia per il
definitivo affrancamento dei pellerossa da ogni
sorta di schiavitù, di sudditanza e della conquista di
fondamentali diritti. Poi un giorno, Montezuma,
prossimo al trapasso, prende il treno per Phonix, da
qui si dirige verso il deserto, dove si costruisce un
classico wickiup indiano di frasche e di foglie, e
avvolto in una coperta, solo, attende la morte sul
lato della frontiera. Una storia eroica per un
fotografo esploratore come Carlo Gentile e del suo
figlio adottivo, di cui abbiamo voluto darvi una
sintesi esaustiva, utile per potere giudicare questo
coraggioso cammino di rivalsa e nutrire un
profondo pensiero di gratitudine per Armando De
Simone, grazie al quale, sappiamo ora meglio e di
più quanto la civiltà dei figli di Partenope si sia fatta
sentire dovunque anche nel profondo West. E’una
lettura trascinante, di testimonianza e
insegnamento di socialità, tolleranza e accoglienza
sempre più attuale.
ALDO DE FRANCESCO
Una rivista ricorda Teresa d’Avila
L’INIZIATIVA DI PATRIZIA GIORDANO SULLA SANTA CHE FONDÒ TRENTADUE CONVENTI
In un tempo che sembra dominato dai signori dei muri e dei
picconi, dai manovratori dei
coltelli, dai clamori mediatici
intorno al peggio che potrà accadere, è con gioia che vogliamo
sottolineare un bel testo: la rivista
curata dalla coordinatrice editoriale Patrizia Giordano riguardante Teresa d’Avila - donna Santa e
proclamata dottore della Chiesa da Paolo VI nel 1970. Teresa di
Gesù, al secolo Teresa de Cepèda
vestì l’abito carmelitano nel
convento della Incarnazione in
Avila nel 1536. Fino al 1555 soffrì
molto per malattie e crisi spirituali. Ebbe visioni mistiche che
raccontò nel “Libro de la vida” e
(30)
in altre opere. Fu autrice di lettere
riguardanti la riforma dell’Ordine
delle Carmelitane; ricondusse
all’antica austerità l’Ordine. Visitò
tutta la Spagna e fondò ben
trentadue conventi di carmelitane anche con l’aiuto di San Giovanni della Croce dei carmelitani
scalzi.
Morì in uno dei suoi viaggi. Santa
Teresa non ebbe una vera e
propria cultura letteraria, scrisse
quasi tutto nella prosa della
lingua castigliana spontanea di
uso parlato. Appartiene al numero dei grandi scrittori spagnoli del
secolo d’oro. Fu canonizzata da
Gregorio XV nel 1622.
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
AURORA CACOPARDO
“Pettirosso” (M. D’Auria Editore) è il nuovo
lavoro di Giacomo
Garzya, un patrimonio
di unità e di storia, di
sorprendenti intrecci
culturali. Sembra che
tutto il libro sia avvolto
in una ragnatela di
tempo antico. Ritroviamo così luoghi a lui
cari: Trieste, Sifnos,
Kamàres, Kastro di
Sifnos, Cicladi e poi il
mare di Norvegia “ora
placido come un lago
all’incedere della prua,
ora nemico quando i
venti impazzano”. È
soprattutto l’ulissismo
in Garzya, il rincorrere
un’aspirazione vaga
ma forte, un richiamo
che può essere pericoloso, quello della “curiositas”, la sua irrequietezza si placa
quando affronta in
barca il mare: “...a Nord
invocano le onde nel
linguaggio del mare, a
Nord, fino a dove tutto
vive, nel candore
bianco, con infinita
dolcezza ci si lascia
andare agli affetti
profondi...”. È singolare
che il testo poetico si
apra con “Boulevard”,
che descrive una realtà,
ma che è anche la
metafora cara a Garzya, che ci dà subito
una possibile chiave di
lettura perché oltre
“l’asfalto di rugiada, ed
i fanali che sfrecciano
verso le stelle, c’è la
necessità di una birra
per spegnere nella gola
un grido di solitudine”.
Da qui la necessità di
leggere tra le pieghe,
esistenziali e culturali
ma anche di mistero e
di rischio del nuovo
testo come il poeta sia
“l’uomo che va”. L’autore non vuole compiere un’operazione da
esegeta o da storico ma
da poeta e come tale si
accosta da lati e prospettive a quel mare in
mezzo alle terre in
cerca di confronti con
la gente, di luoghi in
cui nascano amicizie e
si creino storie comuni
con gli eventi volendo
trovare l’anima antropologica dei popoli e,
nelle loro storie, forse
svelare il segreto di
un’esistenza. Garzya
naviga il Mediterraneo
e nel mito che attraversa la sua pagina poeti-
ca, i simboli ed i sogni
sono anche di vita. La
ricerca del vento è una
lunga memoria che si
raccoglie, appunto,
nella metafora del
viaggio i cui elementi
che danno senso si
distribuiscono su di un
tessuto ricco di riferimenti esistenziali: “qui
alla marina / il Grecale
gioca tra le onde / con
eterno vigore / tormentato, vivo / e fluttua
nell’immagine / di te,
donna / che crei in
osmosi col mare, / che
crei chi vivrà in te
l’amore / nel dolore,
nella gioia della vita”. E
ancora “come le radici,
/ i rami contorti degli
ulivi / quando amoreggiano col vento, / così i
nostri corpi avvinghiati
/ vivono l’estasi dell’eterno amore”. L’autore si serve della
poesia per narrare la
nostalgia di un tempo
che è scomparso ma
ritorna nelle sue forme
metaforizzate in “Pettirosso” ma anche in
gran parte dei suoi
scritti: “sei sempre nei
miei pensieri / e per
quanto si possa trasmutare il ricordo / di
quel terribile giorno, /
nel dolce ricordo dei
tuoi occhi lucenti, / la
vita è un tormentato /
peregrinare nell’Ade”.
La sua lirica cerca nella
memoria un conforto
dalla consapevolezza
amara del precipitare
di ogni cosa nel nulla:
ma non vuole narrare
solo una vicenda
biografica, bensì esprimere ciò che rimane
vivo del tempo perduto
e la sua risonanza
nell’anima. La poesia
di Garzya, che è un
viaggiare tra i sentieri
di un incantesimo, non
ha solo una valenza
etica ma anche estetica
e filosofica. Perché nei
simboli del mito ci
sono la memoria e il
tempo e c’è sempre un
percorso onirico che si
intreccia tra i rivoli
della parola che è
essenza, rivelazione ed
attesa.
LIBRI&MUSICA
Festibàl, Napoli balla
a ritmo di tarantella
Quel fascino
delle «parole
che restano»
tema proposto. Una qualità descrittiva e
saggistica, praticata da pochi, che deriva dalla
profonda conoscenza del diritto e quella, che
bisogna chiamare civiltà del ricordo o della
memoria, che Massimo Di Lauro onora in ogni
suo scritto considerandola un granaio
sconfinato, cui si può attingere con dovizia di
risultati sempre che lo si sia coltivato e
arricchito in precedenza con pari cura e
passione. Non a caso il libro si apre per
inchiodare i vari temi a una cultura inderogabile
per mezzo di un elogio e un invito al culto della
memoria fondamentali “non per vivere nel
sogno di impossibili ritorni di stagioni assai
lontane dal paradigma contemporaneo
dell’attività forense ma per ritrovare nel passato
possibili risposte ad alcuni interrogativi che
pesano come macigni sul futuro della
professione”. Una constatazione condivisibile,
ma che molti spesso trascurano o ignorano che
fa riaffiorare in noi l’immagine di Ruggero
Bacone, del filosofo moderno della metafora del
“nano e del gigante”, del nano, cioè, dell’uomo
contemporaneo che guarda più lontano perché
poggia sulle spalle del gigante, cioè il passato,
da cui discende tutto il successivo
ragionamento del rigoroso studioso di diritto e
del fine umanista. Tenendo quindi presente il
preambolo o preludio della memoria ci si rende
così anche conto della stringente attualità dei
temi toccati dall’autore, un florilegio di
interventi, per citarne solo alcuni tra i tanti: da
“L’avvocato manager in balìa del mercato” a
“Nel civile più poteri al giudice di pace”
passando per “La fiducia da ritrovare nella
Giustizia a Napoli sfregiata”. Ce n’è per potere
affermare che opere del genere sono di una
preziosità unica nell’approccio giusto alla
complessità del nostro tempo.
Ancora una volta le faville del Festibàl hanno
illuminato il cuore di Napoli in un fredda sera
prenatalizia, sabato 28 novembre, all’Asilo
Filangieri, in vico Giuseppe Maffei, 4. Grande
successo per la seconda serata dell’originale
manifestazione partenopea “Festibàl, Napoli
balla al centro, a sud”. Questa volta la rassegna
di scintille, musiche e balli collettivi ha ospitato
le comunità riggitane di Cataforio, Cardeto,
Mosorrofa e Palizzi che con i loro suonatori e
danzatori hanno allegramente animato “CalaBàl, Festa dell’Aspromonte a Napoli”. Protagonisti della briosa e sfavillante manifestazione sono
stati i corsi di ballo (tarantella aspromontana) e
di strumenti musicali tradizionali (lira, zampogna, chitarra battente, organetto e tamburello),
la cucina calabrese e il concerto “festabballo”
degli Skunchiuruti con i suonatori d’Aspromonte e le loro viddhanedde.
Da quasi un anno ormai con un incontro al
mese, articolato in pomeriggi di laboratori
coreutici, di canto e strumenti tipici delle culture
visitanti e in serate in cui il concerto diventa una
festa per provare quanto appreso e divertirsi
insieme, il Festibàl propone di ridisegnare i
confini del dialogo tra riti e tradizioni, lingue e
linguaggi del Basso Mediterraneo, di superare
ogni ristagno autoreferenziale che fiacca e mina
il respiro comunitario per far crescere gli scambi
e tessere il passato nel contemporaneo. Con il
Festibàl l’anima del sud torna al centro, viaggia e
prende corpo nell’euforia della riscoperta di una
reciproca appartenenza. Napoli si fa così nucleo
di una forza che è centripeta e centrifuga, che è
permanenza di un luogo fisico e magnetico, ma
allo stesso tempo irraggiante, che accoglie e
propaga attraverso la musica memorie e usanze
di territori prossimi tra loro per storia e cultura.
Un’avventura, quella di Festibàl, iniziata nel
gennaio del 2015 con i giri di ballo mediterranei
de La Mescla di Napoli, cui sono seguite le
tarantelle dell’Irpinia, di Montemarano, la sevillana e la rumba dell’Andalusia, le danze greche
dell’Epiro e, infine, i balli del Sud Italia e dell’Egeo.
Anche con questa seconda edizione la trasversalità mediterranea resta una prerogativa e gli
appuntamenti che si profilano all’orizzonte del
prossimo anno appaiono un’occasione imperdibile. Ecco allora la nuova geografia del Fesitbàl a
uso e diletto del pellegrino musico e danzante o
solo curioso: Giugliano, Sardegna, Iran, Sicilia,
Grecia, Irpinia, Spagna, Tunisia, Abruzzo, Molise.
ALDO DE FRANCESCO
SVEVA DELLA VOLPE MIRABELLI
VIAGGIO NEL DIRITTO TRA MEMORIE E
NARRAZIONI UMANISTICHE NELL’ULTIMO
SAGGIO, PUBBLICATO DALLA ESI,
DELL’AVVOCATO MASSIMO DI LAURO
Ogni qual volta, ci capita di recensire
un’opera di Massimo Di Lauro, rigoroso e
multiforme uomo di legge che pensa, scrive e
opera da fine umanista - qualità sempre più rare
e rade - proviamo un grande piacere dello
spirito, perché, in ogni suo libro, quelli che
possono sembrare degli sconfinamenti dai temi
di natura professionale costituiscono, in realtà,
degli stimoli, delle impareggiabili lezioni di vita,
come si diceva in un bel passato, di diritto e
società, nei loro risvolti più originali e
significativi. È questa, se vogliamo, per usare un
termine molto caro ai meditati giudizi di Croce,
la “formula”, la chiave di lettura delle sue opere,
che sanno cogliere le ragioni, le emozioni e il
cambiamento dei tempi ed esplorare i
conseguenti percorsi, sui cui la società deve
interrogarsi per meglio affrontare il presente e
prepararsi al futuro. A maggior ragione nel
mondo del diritto, dell’avvocatura e della
giurisdizione, indispensabile e decisivo nel
contesto sociale. Una ulteriore, rinnovata
conferma di quanto diciamo viene dal più
recente libro di Massimo Di Lauro, già da
qualche mese con successo in libreria, dal titolo:
“Le parole che restano” (Edizioni Scientifiche
Italiane) prefato magistralmente da Giovanni
Verde, la cui strutturazione riflette il metodo
poc’anzi citato nel saper coniugare la scansione
dottrinaria, con dati, riflessioni e riferimenti di
varia natura che fanno dell’opera, oltre a un
saggio di rigore scientifico anche un esempio di
trascinante narrazione. Tanto più attrattivo, in
quanto svolto su più trame e problematiche di
scottante interesse, rapportate, per una felice
comparazione di dialogante significato, ai
ritratti di maestri di diritto, a fari
dell’avvocatura, dei quali si rende attuale e vivo
l’insegnamento attraverso la scelta di un loro
messaggio o il richiamo più calzante rispetto al
TUXEDO, IL VIAGGIO CYBERPUNK DI RAFFAELE TRIPODI
Inevitabilmente il pensiero
corre a Stephen Hawking, il
celebre astrofisico britannico
da tempo in lotta contro la
sclerosi laterale amiotrofica,
icona mondiale della scienza.
Ma qui parliamo di Raffaele
Tripodi, un fisico napoletano
di 40 anni anch’egli
prigioniero della Sla nella sua
casa a Monte di Dio ed il cui
primo libro, “Tuxedo”,
romanzo cyberpunk, nel giro
di poche settimane è già
diventato un piccolo cult:
cervelli fervidi in un corpo
che non risponde. Raffaele
Tripodi, noto in città per
avere animato i movimenti
studenteschi degli anni ’8090 e per le performance di
musica e videoarte che
organizzava nei circuiti
underground, stava
completando la sua tesi in
Fisica quando, nel 2000, gli fu
diagnosticata la malattia, che
di lì a poco si aggravò. Non
ha mai smesso, però, di
appassionarsi al mondo, con
il quale comunica via
computer, grazie a un
puntatore a raggi infrarossi
che aziona con lo sguardo.
Tripodi ci proietta in un
viaggio nel futuro prossimo
dal suo bunker di
Pizzofalcone. Sembrano
scene da film quelle di
“Tuxedo”, tra il thriller e la
fantascienza (edito da Ad Est
dell’Equatore). In un mondo
irrimediabilmente segnato
dal declino e dai
cambiamenti climatici, la
MicroRice sintetizza un
cocktail di microrganismi in
grado di stravolgere la
produzione mondiale di
biocarburanti. La scoperta
mette in pericolo la
posizione di un potente
broker cinese. Questi assolda
il giovane Henry per
recuperare un rapporto
contenente informazioni in
grado di sterilizzare l’impatto
della nuova scoperta. Il
prestigioso incarico conduce
Henry dai bassifondi in cui
vive al mondo dorato della
classe dominante. Ma
qualcosa sconvolgerà la sua
missione. Si tratta di un
viaggio nella distopia (utopia
negativa) di una umanità
proiettata verso
l’autodistruzione, in cui,
però, vi sono ancora giovani
che lottano contro il
predominio dell’economia
sulla politica e per difendersi
per mezzo della cultura dal
“mainstream”, dalle
tendenze dominanti e
conformistiche, dal
sovraccarico di informazioni
in grado di offuscare la
percezione del vero. Lo stesso
impegno e la stessa passione
che hanno guidato la vita di
Hawking . E come il noto
astrofisico, anche Raffaele
Tripodi stimola negli altri la
speranza: “Concentratevi
sulle cose che la malattia non
intacca. Per quanto difficile,
c’è sempre qualcosa che è
possibile fare. Guardate le
stelle invece che i vostri
piedi”.
LUISA RUSSO
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
(31)
CULTURA&EVENTI
Viaggio tra i libri del giudice Roberto D’Ajello, da sempre cultore dell’uso corretto
del napoletano. Poeta e umorista, è stato premiato dal Groelier Club di New York
L’allegro
magistrato
Lidia Girardi
Quando si incontra per la
prima volta Roberto D'Ajello (nella foto) quello che
immediatamente colpisce
sono la sua inafferrabile intelligenza, l'ironia disarmante, la visione d'insieme oggettiva e puntuale
della realtà. D'Ajello, che
appartiene a quella genia
di napoletani dalla scattante acutezza, è un magistrato con una brillante carriera alle spalle e nel 2009 «essendo incorso nell'incidente di aver compiuto 75
anni», abbandona le aule
di Tribunale dicendo finalmente addio «alla sciagurata riforma del codice di
procedura penale» per dedicarsi a un amore, quello
per la letteratura, che nel
passato era rimasto sommerso tra le scartoffie della
giustizia penale, ma mai
abbandonato.
Dal 1997 pubblica quattro
grandi classici della letteratura mondiale tradotti in
napoletano - Pinocchio in
lingua Napoletana, 'O
Princepe Piccerillo, Alice
'int' 'o Paese d' 'e Maraveglie
e Na Cantata 'e Natale -,
varie raccolte tematiche di
proverbi e modi di dire napoletani in cui, con la meticolosità e la cura di uno
studioso, raccoglie il patrimonio in rima e in prosa
dal 1500 ai giorni nostri; oltre ai due libri di poesia
Agli arresti domiciliari e
Sustanzialmente io songo
n'ommo allero che raccontano stralci della sua quotidianità ma che acquistano un valore universale per
chi legge, abbandonando,
senza alcuna fatica, il pretesto che aveva portato alla
loro scrittura.
Non ama la poesia contemporanea, e non ne fa
mistero, e così per prendersi gioco di accozzaglie
di parole che aspirano ad
essere ricercate e profonde
(32)
«andando a capo di tanto
in tanto, anche per dare al
tutto una forma affusolata», nel 2013, pubblica il
suo accattivante Un delicato retrogusto di pipì.
In versi accostati alla maniera di «quei vati moderni» con la tentata rigidità
di un caos di parole difficili
da decifrare (e quasi sempre prive di significato),
D'Ajello conclude ogni
componimento con una irriverente presa in giro, una
sferzante battuta che ridimensiona le pretese letterarie. Di tutt'altro registro
è, invece, L'ora dell'amore,
in cui D'Ajello accompagna il lettore in una serie di
episodi della sua vita professionale, che seppur non
piacevoli per la loro natura,
lo diventano per la capacità di interpretarli attraverso gli occhi del magistrato
pieni di sorridente rassegnazione.
Cultore della lingua napoletana, D'Ajello, come tutti
coloro che sono costretti a
constatare l'inesorabile degrado dei tempi moderni e
il rifiuto dell'attenzione alle proprie radici, anche linguistiche, soffre nel vedere
gli scempi compiuti per
mano del napoletano medio al suo illustre dialetto.
E per questo, a chiunque
gliene faccia richiesta, regala volentieri i suoi «sommessi consigli per scrivere
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
in napoletano», in cui, senza ambizioni accademiche
e con il rigore di un logico,
spiega perché sarebbe giusto preferire una forma anziché un'altra e quali sono
le sue ragioni.
Estimatore dell'opera di
Renato De Falco, a cui è legato da profonda amicizia,
attento lettore di Basile, Di
Giacomo, Angiolieri, Trilussa e Belli, non si dovrebbe faticare a pensare che
un genio come D'Ajello, a
maggior ragione perché
nato, cresciuto e legato dall'anima a Napoli, debba essere considerato come un
tesoro da custodire e da cui
attingere per la generosità
con cui lui stesso si concede. Ma, purtroppo, non è
così. Soltanto qualche settimana fa (senza contare i
precedenti) il rinomato
Grolier Club di New York gli
ha conferito un Premio all'Eccellenza. Qui, nella nostra realtà cittadina, l'opera, l'impegno, il talento e
l'estro di D'Ajello non sono
ancora valutati, erroneamente, parte del patrimonio culturale di Napoli.
Ma il caro magistrato-letterato, che da tempo indossa la toga dell’umorismo, non si rammaricherà
per questo, se, per dirla come Kierkegaard, «l'ironia è
l'occhio sicuro che sa cogliere lo storto, l'assurdo, il
vano dell'esistenza».
POST-IT
Da venti anni è a
capo della
direzione artistica
della Comunità
evangelica
luterana di
Napoli.
Donna vulcanica,
di spiccata
cultura, Luciana
Renzetti (nella
foto in basso)
festeggia
l’importante
anniversario
come suo solito:
continuando a
promuovere, con
coraggio e
dedizione, la
cultura, la
musica, l’arte
all’ombra del
Vesuvio.
Comincia tutto
quattro lustri fa
quando, reduce
dalle attività
culturali svolte
presso la mostra
d’Oltremare,
lancia il progetto
“Musica e cultura
a piazza dei
Martiri”, che da lì
cresce con una
carrellata di
rassegne e
iniziative: da “I
concerti
d’autunno” alla
costituzione del
Coro della
Comunità
luterana di
Napoli, dal
laboratorio
teatrale alle
mostre di arti
visive. E ancora, i
“Concerti di
primavera” e il
concorso
nazionale di
letteratura “Una
piazza, un
racconto”.
Comunità luterana,
gli scrittori vincitori
Il tema quest’anno era stuzzicante, evocativo: amori diversi e diversi amori. E non è
una sorpresa che abbia pungolato l’interesse e la penna di tanti, da nord a sud del
Paese. La XVII edizione del concorso letterario “Una piazza, un racconto”, bandito
dalla Comunità evangelica luterana di
Napoli, sotto l’attenta regia della direttrice
artistica Luciana Renzetti, ha premiato
quattro storie di uomini e donne lontani da
ogni regime di normalità, racconti in cui la
differenza - culturale, religiosa, sociale o
sessuale - emerge in tutta la sua complessità e drammaticità o in tutta la sua magia e
bellezza. Le storie dei sessantaquattro
partecipanti, provenienti da tutta Italia (tra
cui due detenuti del carcere di BollateMilano) sono state valutate dalla giuria
composta da Riccardo Bachrach (presidente della Comunità luterana di Napoli),
Cristiane Groeben (presidente del Sinodo
luterano), Enza Silvestrini (scrittrice e
docente), Maurizio Fiume (regista e produttore) e Massimiliano De Francesco (giornalista ed editore), che ha selezionato dodici
racconti finalisti, raccolti nell’antologia
“Una piazza, un racconto” pubblicata da
Iuppiter edizioni.
Si aggiudica il primo premio la giovanissima Gaia Milocco (veneta, classe 1993) con il
racconto “A come Amore, A come Andrea”;
secondo classificato Linda Di Giacomo con
“Benimi per sempre”; terzi classificati ex
aequo Roberto Bratti con “Il destino non
deraglia per venirti a cercare” e Nazareno
Caporali (detenuto del carcere di Bollate)
con “Yeta e Pietro”.
Durante la serata di premiazione, nell’ambito della consueta rassegna “Concerti di
Autunno”, tenutasi nella suggestiva chiesa
luterana di via Carlo Poerio, le penne vincitrici hanno potuto ritirare i riconoscimenti
tra applausi e congratulazioni. Solo a Caporali, com’è ovvio, il premio sarà prossimamente consegnato dalla pastora Kirsten
Thiele e dalla direttrice artistica Luciana
Renzetti direttamente nell’istituto di Bollate. Nell’occasione l’attore Andrea de Goyzueta ha dato voce a stralci dei testi partoriti dagli autori, mentre il flautista Michele
Barbaraci e il pianista Gabriele Pezone
hanno intrattenuto gli intervenuti con una
selezione di musiche abbinate ai testi dei
vincitori, come l’Habanera dalla “Carmen”
di Bizet, “Era de Maggio”, “Oblivion” di
Piazzolla e il tema di “Nuovo Cinema Paradiso” di Ennio Morricone. (l.i.)
SOCIETÀ&COSTUME
Mascarucci
un talento
d’autore
Livia Iannotta
Di fronte alla macchina da
presa c’è stata una volta sola.
In “Due euro l’ora”, film di
stampo sociale girato lo scorso
anno in un pittoresco borgo
irpino, Montemarano, e in
uscita in sala nel 2016. Col
teatro, grazie al laboratorio di
recitazione dell’Officina Teatro
di Caserta, si misura già da
cinque anni. Primi passi di
una ventunenne dagli occhi
grandi e i capelli di grano, che
sono bastati a farla notare da
chi del cinema è un intenditore. Il talento, Alessandra Mascarucci (nella foto) ce l’ha. Lo
ha mostrato nelle riprese del
film diretto da Andrea D’Ambrosio, in cui interpreta una
ragazzina in lotta con stessa,
gli affetti, un padre poco
morbido ma dal cuore grande,
senza essere per nulla adombrata dal talento navigato degli
altri due protagonisti, Peppe
Servillo e Chiara Baffi. Come
tutti i ventenni, col mondo
davanti e qualche passione in
tasca, non sa dove la porterà il
futuro. Ma la magia del set,
che sia dietro o davanti un
ciak, non la abbandona. È per
questo che da due anni frequenta l’Accademia di Belle
Arti di Napoli. Indirizzo “cinema, fotografia e televisione”.
Cosa ti ha spinto a recitare?
«Ho iniziato per puro caso,
inizialmente non ci credevo
neanche io. Poi tramite un
amico ho partecipato a delle
lezioni di prova all’Officina
Teatro di Caserta e mi sono
accorta che mi faceva stare
bene, tanto che mi sono poi
iscritta al laboratorio permanente».
E ora?
«Continuo a recitare per il
piacere che il palcoscenico mi
dà. Non ho mai avuto uno
scopo preciso, ho iniziato
senza vederlo come una
possibile professione. Tutto mi
sarei aspettata nella vita tranne che fare un film».
E com’è stata la tua prima
esperienza sul set?
«È stata quasi surreale, soprattutto all’inizio. Mi sono ritrovata in un contesto nuovo,
diverso rispetto al teatro cui
ero abituata. Al di là della
recitazione, per cui non ho
riscontrato grandi difficoltà,
sono stata impressionata
proprio dal contorno. Ho
ricevuto attenzioni che mai
avrei immaginato. Ho studiato
cinema ma sempre dai libri,
sul set è stato tutto inaspettato. E per questo bellissimo».
Teatro e cinema, dove ti senti
più a tuo agio?
«Il teatro, per un fatto di intimità. Amo il cinema, ma mi
piacerebbe forse più stare
dietro la macchina da presa.
Ovviamente reciterei ancora in
Alessandra
Mascarucci, classe
1994, è protagonista,
insieme a Chiara Baffi
e Peppe Servillo, di
“Due euro l’ora”, film
d’esordio del regista
Andrea D’Ambrosio.
Interpreta Rosa,
recalcitrante e
innamorata 17enne.
altri film se dovesse capitarmi
l’occasione».
Cosa sogni per il futuro?
«Il cinema, la fotografia e la
recitazione sono mie grandi
passioni. Qualora dovessi
avventurarmi in un percorso
cinematografico non da attrice, aver avuto esperienza
anche di questo tipo non potrà
che agevolarmi».
Nel film interpreti una ragazzina ribelle e innamorata. Tu
come sei?
«Mi piace molto osservare, mi
piace conoscere e capire gli
altri, il loro percorso di vita,
l’evoluzione dei loro interessi.
Mi piace ascoltare. E quando
qualcosa mi interessa mi ci
immergo totalmente».
Quale cinema ti piace?
«Il cinema d’autore: Antonioni, Béla Tarr, Bergman. E poi il
cosiddetto cinema lento. Ma
trovo stimolante anche vedere
altro. Studiando cinema col
tempo ho imparato ad interessarmi a generi che prima
sottovalutavo o per i quali non
provavo interesse».
Film o regista preferito?
«Persona di Bergman e L’uomo del treno di Patrice Leconte».
Gli ingredienti per avere
successo?
«Credere nei propri interessi,
ma soprattutto informarsi e
formarsi, tramite stage e
sperimentando regie diverse».
Iuppiter Movie, nuovo
docufilm sulla fede
Dopo il cortometraggio “I
frutti del lavoro” con Enzo De
Caro, Iuppiter Movie, insieme
alla Pietralba Produzioni e
Vittoria Piancastelli, lancia
“Io credo, noi crediamo”,
docufilm dedicato al sentimento religioso e alla fede in
vista del Giubileo. Il docufilm
è stato scritto e diretto dal
regista e attore Bruno Cariello (nella foto), la fotografia
affidata a Rosario Cardinale
mentre il montaggio è stato
realizzato da Mauro Menicocci, musiche di Carlo
Crivelli. Intanto continua a
mietere successi in giro per la
Campania “I frutti del lavoro”
di Andrea D’Ambrosio. Successo al Giffoni Film Festival
2015 in una gremita Sala
Lumière, riconoscimenti al
Festival internazionale del
cinema “Laceno d’oro”, al
Fondi Film Festival e a Vibonati dove il corto è stato
girato. Protagonista della
storia è Carlo, interpretato
dall’attore Enzo Decaro, che
ritorna in paese per insegnare in una scuola elementare.
Si affezionerà a Dario, bambino vivace e sensibile, il cui
Napoli ospitale, la marcia di Zanotelli
Padre Alex Zanotelli non necessita di presentazioni. Fa parte della comunità missionaria dei Comboniani e da anni dedica tutto se stesso per creare le
condizioni di pace e di giustizia sociale nella città di
Napoli a partire dalla zona in cui vive, Rione Sanità.
Interrogato sull'annosa questione dell'immigrazione, Padre Alex sottolinea che non ama parlare di
“integrazione”, ma ritiene che sarebbe più corretto
chiedersi come sono state accolte queste persone a
livello interculturale. Gli immigrati presenti nella
nostra città, e più in generale in Italia, sono arrivati
nel 2011 quando si parlava di emergenza Nord Africa
e sono rimasti da noi, non per scelta loro. Le lungaggini burocratiche, una risposta poco chiara delle
istituzioni comunitarie, una tardiva risoluzione ad
un problema sociale che, soprattutto per l'Italia si fa
sempre più difficile da gestire, rallentano la loro
migrazione verso i paesi del Nord Europa, vera tappa
cui ambiscono. Oggi il numero di immigrati presenti
in Campania è di circa 3000-3500, ma ne sono previsti ancora 2000 in arrivo nei prossimi mesi. Le recenti cronache confermano che spesso chi accoglie
sono gli approfittatori, Zanotelli ammonisce dicendo che «sono anni che chiediamo alle autorità competenti di evitare che accada questo. Bisogna far in
modo che l'accoglienza di queste persone non
diventi un business, una succosa occasione per
lucrare su tragedie umane come queste, come è
successo con Mafia Capitale». La maggior parte di
loro scappano da fame, guerre, dittature. Scappano
con fatica dal loro Paese, dalle loro famiglie, da tutto
ciò che il mondo occidentale ha creato in quelle
terre: la loro povertà è il prodotto del nostro sistema
economico. A coloro che ritengono che la politica
padre ha un grave incidente
sul lavoro. Il corto, sulle
musiche di Daniele Furlati,
consegna allo spettatore un
finale a sorpresa tessuto tra
realtà e magia. L’opera prodotta dalla società Iuppiter
Movie (Max De Francesco,
Laura Cocozza, Maurizio
Fiume) con il sostegno dell’INAIL e dell’Università di
Salerno, i contributi del Parco
Nazionale del Cilento, della
Banca di Credito Cooperativo
del Cilento e il patrocinio del
Comune di Vibonati, si propone di sensibilizzzare istituzioni e opinione pubblica sul
tema delle morti bianche e
della sicurezza sul lavoro e di
mostrare bellezze e tesori del
Golfo di Policastro.
MICHELE TEMPESTA
dell'accoglienza sia colpevole di fare entrare nel
nostro paese dei terroristi, Padre Alex risponde
affermando che «i terroristi sono ricchi, quelli che
arrivano in Europa sui barconi sono una piccolissima parte. Non si combatte così il terrorismo. Inoltre,
la loro religione non ci interessa, quelli che la strumentalizzano per fini terroristici sono solo assassini,
a prescindere dal loro credo religioso». Tutto questo,
ricondotto alla nostra stretta quotidianità napoletana, all'antica capacità dei cittadini di Partenope di
aprirsi e donarsi alle diversità nelle varie declinazioni, ci fa riscoprire un'abilità che va tutelata e difesa,
più che mai in questo momento storico, come lo
stesso Padre Alex rimarca, affermando che «i napoletani hanno una lunga storia di accoglienza. Dobbiamo cominciare ad aprire il cuore, a capire che non
siamo cittadini di una nazione, ma cittadini del
mondo. Bisogna costruire un'umanità al plurale,
accettare le diversità, che ora sentiamo così vicine».
LIDIA GIRARDI
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
(33)
SOCIETÀ&COSTUME
Night Storm
di Fabio Tempesta
CITARELLA, IL SOUND
CHE INCANTA IBIZA
Gianni il «gigolò»
Francesca Cicatelli
Gianni Auriemma, classe '86, è il
nuovo idolo delle ragazzine. Definito
“l’agrodolce” per il suo modo di
approcciarsi alle fan, il venticinquenne napoletano ha debuttato in vari
spettacoli teatrali. Passa con facilità
da un ruolo all’altro, come quando ha
interpretato un travestito al fianco di
Massimiliano Gallo e Beppe Convertini al Festival di Todi “Vico Sirene” o il
mimo al Teatro San Carlo con la regia
prima di Ferzan Ozpetek o è stato al
fianco di Franco Dragone del Cirque
du Soleil. Diversi i cortometraggi a cui
ha parteciapato, tra cui uno molto
intenso sulla violenza sulle donne dal
titolo “Sms” (regia di Emanuele
Pinto), per poi approdare al ruolo del
rapinatore nel film “41° Parallelo” di
Davide Dapporto in cui interpretava
un giovane rapinatore napoletano al
fianco di Massimo Dapporto e al set
di “Gomorra 2 La Serie”.
Come hai iniziato?
«Ho iniziato osservando. Guardavo
molti film da piccolo e mi domandavo cosa si provasse a interpretare
personalità così diverse. La curiosità
mi ha portato ad iscrivermi a una
scuola di recitazione cinematografica,
la CinemaFiction di Napoli, dal cui
casting è partito tutto».
Sarai nel reality di Sky sui gigolò in
cui andrai a caccia dell’anima ge-
mella, ma com’è la tua donna ideale?
Cosa cerchi in una donna?
«Sarò un po’ all’antica ma, nonostante sia in una fase esistenziale e anche
anagrafica di sperimentazione, cerco
una donna di sani principi. Moderna
ed emancipata ma che sappia progettare insieme, che voglia costruire
qualcosa di concreto».
Progetti futuri?
«Sarò a Milano per girare il nuovo
programma di Sky “Take Me Out” e
una fiction molto importante di cui
non posso ancora svelare nulla».
L’arte e il palcoscenico sono stati
messi a dura prova dalla crisi?
«Sì, sono stati anni duri, anche perchè
sono diminuiti gli investimenti sia
pubblici che privati e il teatro e la
cinematografia risentono della crisi
più degli altri settori: la prima cosa
che si taglia sono cultura e intrattenimento. Insomma ci recidono i sogni».
Sei alle prime esperienze ma sei già
acclamato dal pubblico e dalle ragazze. Qual è l'emozione più forte
che hai provato? E che ruolo vorresti
interpretare?
«Nonostante sappia abbrutire la mia
faccia in modo da renderla torva e
cattiva, credo di essere un tipo da
commedia romantica. In un film che
parla di emozioni potrei esprimermi
con più spontaneità. Anzi, lancio un
appello a Gabriele Muccino, che
sviscera e racconta i sentimenti in
Bella gente
Fabio Sky
Gira con due cellulari, sempre
accesi, dimostrando di usarli nel
migliore dei modi: è sempre nel
posto giusto (nel suo «Joia
Restaurant» di Sant’Antimo) e, per
di più, con i personaggi giusti: il
suo socio Piero Nannola e venerdì
4 dicembre, udite udite, in
compagnia di Andy Fletcher dei
Depeche Mode.
Non c’è dubbio: siamo dinanzi ad
uno dei migliori manager della
comunicazione, in grado di gestire
successi e sviluppare, con
impeccabile bravura, eventi mirati.
(34)
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
modo unico. Per ora il coinvolgimento più grande l'ho provato durante il
Festival del Teatro di Todi, dove davanti a un pubblico numeroso mi
sono calato nei panni di un “femminello” napoletano. Travestirmi da
donna è stato il ruolo più difficile che
ho interpretato ma mi ha appagato
perchè mi sono messo alla prova».
A cosa rinunceresti per recitare?
«Ho già rinunciato alla direzione
dell'azienda di famiglia per scegliere
la recitazione, un cammino più difficile e meno scontato».
Vale ancora il canone estetico in
amore?
«Più che il canone estetico in amore
direi che vince il fascino. Quello non
stanca mai, è come una forza magnetica che può farci perdere il controllo
e portarci in alcuni casi all'infedeltà.
Lavoro molto su me stesso per far
coincidere la bellezza interiore con
quella esteriore. Ma tra le due mi
separerei con più rammarico dal
mondo che abita dentro di me».
Come ti vedi da grande?
«Vecchio... scherzo. Con 5 mogli e 50
film all’attivo».
Com'è la tua Napoli?
«Napoli è la mia isola franca. Sembra
assurdo ma mi ristoro passeggiando
tra i suoi vicoli. Non potrei vivere
altrove, anche se sono spesso fuori
per lavoro, ho bisogno di respirare la
mia terra».
Antonio Citarella, classe ‘84, è uno dei djproducer più emergenti nel panorama artistico internazionale. Il suo approccio con la
musica risale all’età di 14 anni, quando
ascoltò per la prima volta il brano di Pete Heller, ‘’Big Love’’. Inizia a collezionare dischi in
vinile e ad innamorarsi della musica. Le influenze che determinano il suo stile sono
svariate: synth pop, funky, garage, soul, arrivando fino ad oggi alle più complesse produzioni house/ deep/ techno/ progressive ed
elettroniche. Inizia ad esibirsi in piccoli e
grandi club. Nel frattempo, tra un’esibizione e
l’altra, Antonio, soltanto dopo aver acquistato
la prima tastiera e fatto molta pratica sulle
DAW, inizia il suo cammino come produttore.
Dal 2013, pubblica svariati lavori discografici
su Bonzai Progressive e alcune etichette di
partnership, soprattutto Progrez. Nell’ Aprile
del 2014 avvia la sua etichetta ‘’Hidden Places’’, dove vengono pubblicate quasi tutte le
sue produzioni: Lonely Love, Tell Me Rose,
Until The End, Una, Skywalker, Mediterraneo,
Black Sunset, Envious. Antonio Citarella è
una delle figure più in ascesa nel panorama
Techno e Progressive di livello internazionale. Fin dalle sue prime uscite, la musica di
Antonio, viene supportata da numerosi Dj’s di
fama mondiale. Nell’ottobre del 2014, uno dei
suoi brani, ‘’Da Melo’’, raggiunge i dancefloor
di Ibiza: è Richie Hawtin ad inserirlo in uno
dei suoi eclettici dj set allo ‘’Space’’. Come dj,
Antonio ama mixare in vinile in combinazione
con sistemi digitali, mentre, come producer,
ha sempre nutrito un grande interesse per
sintetizzatori analogici. Le sue produzioni,
mai banali e scontate, evocano atmosfere
con musica progressive. Non da meno è la
collaborazione di Citarella con numerose
radio e web tv di tutto il mondo.
di Tommy Totaro
le mille visualizzazioni ogni
qualvolta pubblica una delle sue
strepitose gag.
Bruno Bilo
L’idea di festeggiare due compleanni
in uno, insieme al suo compagno di
merenda - il regista Francesco
Albanese -, e tutti i protagonisti di
«Made in Sud» al Teatro Tam di via
Martucci, è solo una delle tante
trovate dell’imprenditore Bruno Bilo.
Ecco un caso in cui vale la pena farsi
raccomandare, pur di esserci.
Stefano Siviero
Il nuovo che avanza. Eccolo in
versione 2.0, titolo che al comico
Stefano Siviero, calza davvero a
pennello, visto che sui social supera
Pietro Mauri
Forgiato da Mina Fico, sostenuto da
Loris Capasso e difeso a spada tratta
da Roby Adimari, questo bravissimo
imprenditore, organizzatore e
trascinatore partenopeo, è salito alla
ribalta per i 5 minuti di standing
ovation che ha ricevuto
all’inaugurazione di Casa Capasso,
dopo aver omaggiato i presenti con
le sue graffe di cioccolato. Le più
buone della città.
TEATRI
SGUARDI LONTANI
Francesco Iodice
NOSTALGICI COME
IL CIENZO DI BASILE
SPETTACOLI DA NON PERDERE
Parola
ai Servillo
Dal 5 al 17
gennaio, dopo «Le
voci di dentro»,
Toni e Peppe
Servillo tornano
al Teatro Bellini
con la loro ultima
creazione «La
Parola Canta».
I fratelli Servillo si
cimenteranno in
una nuova opera:
un concerto, un
recital, una festa
fatta di musica,
poesia e canzoni
che celebrano
Napoli e l’eterna
magia della sua
tradizione vivente.
Teresa Mori
Tutti i teatri della città
grandi e piccoli, tutte le
sale, quelle importanti e
altisonanti o quelle frutto di
semplice aggregazione di
appassionati, si organizzano per offrire al più vasto
pubblico un momento di
svago e diletto durante le
feste di questo Natale.
Partiamo da quello piú
grande, il Teatro San Carlo,
il lirico più antico d’Europa
che intrattiene coloro i quali
amano la musica classica,
l’arte e la bellezza in generale anche a Natale.
Il 13 dicembre, con stagione
lirica e di balletto appena
inaugurata, il Massimo
ripropone, a distanza di
molti anni, la Carmen di
Georges Bizet fino al 20 di
dicembre, a dirigere il grande Zubin Mehta. Dal 30
dicembre al 3 gennaio
ritorna come ogni anno Lo
Schiaccianoci, il balletto più
amato dai grandi e piccoli
su musiche di Cajkovskij. Si
continua con la grande
musica sinfonica, arrivano il
direttore Patrick Fournillier
e al pianoforte Katia e Marielle Labèque. In Program-
ma: Francis Poulenc, Concerto in Re minore per due
pianoforti e orchestra e
Georges Bizet, Roma, Sinfonia n. 2 in do maggiore. Il 22
gennaio e fino al 3 febbraio,
grande ritorno di La vedova
allegra nello storico allestimento firmato Federico
Tiezzi, con le scene di Edoardo Sanchi e i costumi di
Giovanna Buzzi.
Passiamo al neonato Teatro
Nazionale di Napoli (Mercadante, Ridotto, San Ferdinando) che dopo una fortunosa prima di stagione (In
memoria di una signora
amica) e un’eroica, lunghissima, meravigliosa Orestea,
che sarà in scena fino al 20
dicembre, continua analizzando in lungo ed in largo il
panorama teatrale nazionale ed internazionale: al
Ridotto in scena The open
game dal 14 al 20 di dicembre; Filumena Marturano
(al San Ferdinando) dal 25
dicembre al 6 gennaio di
Eduardo De Filippo con la
regia di Nello Mascia e con
Gloriana (Filumena Marturano) e Nello Mascia (Domenico Soriano). Ancora al
Ridotto dal 6 al 10 gennaio
Lostland, spettacolo musi-
Tutti dobbiamo qualcosa a Giambattista Basile - nato e morto a
Giugliano (1566-1632) - letterato e
scrittore italiano di epoca barocca,
primo a utilizzare la fiaba come
forma di espressione popolare: dal
Maestro De Simone (che ha curato
un’edizione in napoletano corrente) con La gatta cenerentola, a
Enzo Moscato e tanti altri. E sopratutto noi lettori gli dovremmo
chiedere scusa perché abbiamo
letto e continuiamo a leggere poco
il suo capolavoro Lo cunto de li
cunti ovvero Lo trattenemiento de
le piccirille, una raccolta di 50 fiabe
in lingua napoletana, scritta tra il
1634 e il 1636. L’opera, nota anche
come Pentamerone, è costituita da
50 fiabe, raccontate da 10 novellatrici in cinque giorni.
Chi non ha letto il libro e non è
cresciuto con le favole della raccolta fantastica a fosche tinte, come
possono esserlo solo le “pitture
nere” di Goya, si è perso il senso
dell’eterna infanzia. Non ha assistito alle inenarrabili diarree di
diamanti da parte di un asino, non
ha temuto le terribile vecchie
vanitose che – pur di ritornare
giovani e belle (era già il tempo
della chirurgia plastica) – non
esitavano a farsi spellare, anzi
scorticare vive dal macellaio (la
fiaba A vecchia scurtecata è una
delle tre riprese nel film di Garrone, assieme a ’O pòlece e ’A cerva
fatata). Senza dilungarci in giudizi
o critiche letterarie, è possibile
fornire un ulteriore esempio del-
cale di e con Mauro Gioia.
Si chiude gennaio con La
signorina Giulia di August
Strindberg adattamento di
Cristián Plana e Alessandra
Guerzoni e regia ancora di
Plana. Gli interpreti: Giovanna Di Rauso (Giulia),
Massimiliano Gallo (Giovanni), Autilia Ranieri (Cristina) e con Adele Amato De
Serpis, Mario Autore, Barbara Bonaccorsi, Cinzia Cordella, Gino De Luca, Fabiana Fazio, Marianna Pastore,
Ettore Nigro, Marco Palumbo. Ancora nella piccola ma
accogliente Sala del Ridotto
(dal 19 al 24 gennaio) in
scena La reggente, primo
spettacolo prodotto dal
Teatro Stabile in collaborazione con l’Accademia di
Belle Arti di Napoli. Lo
spettacolo non solo vedrà
coinvolti ben quattro docenti (Stefano Incerti –
regia, Renato Lori – scenografia, Zaira de Vincentiis –
costumi, Cesare Accetta –
disegno luci) ma sarà anche
un’impegnativa occasione
di laboratorio per gli allievi
dei rispettivi corsi. Il testo di
Fortunato Calvino racconta
la storia di un potere malavitoso al femminile. La
l’opera di Basile, accennando al
racconto ‘O mercante, settimo
della giornata prima, che arieggia
un addio ai monti “sui generis” ma
per niente manzoniano. Cienzo
deve scappare via da Napoli perché, giocando, ha colpito alla testa
con una pietra il figlio del re: arrivato in alto – verso Capodimonte –
si ferma ad ammirare il paesaggio,
la città, poi prorompe nel suo
personalissimo “addio”: «Tienete,
ca te lasso, bello Napole mio. Nun
me pozzo spartere da te bella
Chiaia, senza portare mille piaghe
a stu core (da bambino, nella
piazza del paese, sentivo spesso il
ruspante e ignorante nobilotto, di
ritorno dalla passeggiata nella
zona-bene di Napoli, italianizzare
goffamente il nome del quartiere,
dicendo agli amici del Bar dello
Sport: “Sono stato a via Piaga”,
ritenendo il termine “chiaia” la
versione volgare di “piaga”), addio
pastinache e foglia molle, addio
zeppole e migliaccie, addio vruoccole e capecuolle! Addio callo ‘e
trippa c’’o limone, strùffole e
casatielle! Addio cajonze e ciento
figliole, addio, scior’’e tutt’’e città,
Napule. Io me parto pè stà sempe
vidovo d’’a menesta ‘mmaretata».
Come potremmo, anche noi,
meridionali nostalgici, tenacemente legati alla terra d’origine –
una volta schiodati dalla città –
fare a meno del ragù, delle braciole, del soffritto e carnacotta, degli
struffoli e della pastiera? Mia figlia
Francesca, meno prosaicamente,
mi ha inviato un inequivocabile
sms dalle brume di Londra: «Papà,
rimpiango Capri». Chi potrebbe
darle torto?
reggente è la moglie di
Masaniello, potente boss di
un quartiere di Napoli,
detenuto in un carcere di
massima sicurezza in regime di 41 bis. Il boss la incaricherà di condurre gli affari
di famiglia, ma improvvisamente la donna si troverà a
gestire un potere che la farà
precipitare in un delirio di
onnipotenza che sfiorerà il
patologico. Ancora una
prima assoluta per il Teatro
Stabile che al San Ferdinando porta scena Dalla parte
di Zeno di Valeria Parrella e
con la regia Andrea Renzi.
Passiamo al Bellini, teatro
che sorge nel bel centro
storico di Napoli e che per
questo Natale ha stupito
tutti fissando uno spettacolo (fra i più richiesti dell’anno passato) il 31dicembre:
l'appuntamento con Dignità autonome di prostituzione sarà speciale: alle 23.00
la celebre Casa Chiusa
dell'Arte darà il via a un
party folle che tra teatro,
musica, brindisi, frizzi e
lazzi andrà avanti fino
all'alba, in un crescendo di
baldoria e sorprese. Si continua dal 5 al 17 gennaio,
dopo Le voci di dentro, Toni
e Peppe Servillo scelgono il
Teatro Bellini per portare a
Napoli la loro ultima creazione, La Parola Canta. Un
concerto, un recital, una
festa fatta di musica, poesia
e canzoni che celebrano
Napoli e l'eterna magia
della sua tradizione vivente.
Dal 20 al 24 gennaio sarà la
volta di Gospodin Philipp
Löhle, con Claudio Santamaria, Federica Santoro e
Marcello Prayer.
Mentre dal 26 al 31 gennaio
in scena nella Sala di Via
Conte di Ruvo, Chi ha paura
di Virginia Woolf di
Edward Albee con Milvia
Marigliano, Arturo Cirillo,
Valentina Picello, Edoardo
Ribatto.
Chiudiamo con la programmazione del rinato teatro
San Carluccio, che porta in
scena fra dicembre e gennaio tanti begli spettacoli. Dal
17 dicembre al 3 gennaio
Patrizia Spinosi e Maurizio
Murano in Passioni in cantate, dal 21 al 31 gennaio
Antonella Morea in Io la
canto così, dal 4 al 28 febbraio Gea Martire e Massimo Andrei in Non farmi
ridere sono una donna
tragica.
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
(35)
LAPILLI
Terni&Favole. Alla Tabaccheria Postiglione di
Largo Ferrandina a Chiaia l’attesa di cene e veglioni
domina la scena. Tra pacchetti, pacchettini, gingilli
natalizi e gratta&vinci, il via vai della clientela è in
pieno fermento. Nella sua postazione delle favole,
assediato da numeri al lotto e “Sbanca tutto”,
Alberto Postiglione dona alcune combinazioni per
queste feste: «Anche per queste festività voglio
riproporre i numeri della Meraviglia: 58 - 72 - 90.
Questo terno va inseguito sulle ruote di Bari, Milano e Napoli almeno per 14 estrazioni. Per chi,
invece, preferisce gli ambi, ecco una sfilza di “coppie” in cui credere: 28-32; 46-48, 81-90, 24-31, 26-
16. Ambi da giocare sulle ruote di Napoli, Roma e
Milano almeno fino alla Befana». Intanto, dopo
l’incredibile crollo di due palazzine del dipartimento di Veterinaria, a Napoli tira molto il terno della
caduta. Postiglione, sgranando gli occhi chiari,
sforna la combinazione delle buche: «Consiglio di
giocare questi numeri: 56 la caduta, 34 la buca e 90
la paura. Questo terno va rincorso almeno fino a
metà gennaio sulle ruote di Napoli e Roma. Infine,
- prosegue Postiglione - immancabile il terno di
fine anno che comprende i numeri 90 (il popolo),
70 (i fuochi d’artificio), 62 (brindisi di Capodanno).
Da giocare almeno per tre estrazioni».
Punch&Judy, nuova vita per il pub
Lidia Girardi
Lo storico locale napoletano Punch&Judy cambia
location (da via Bisignano
passa a via Riviera di Chiaia
al civico 217) ma non cambia
il gusto, l’attenzione per i
dettagli e soprattutto la scelta
delle materie prime.
Inaugurazione tra brindisi,
piatti prelibati sulle note
della migliore musica anni
‘80. Nicola e Fausto Movente,
da 22 anni, si dedicano con
passione e dedizione alla loro
attività di ristorazione, la cui
fama è legata soprattutto ai
celebri panini (imbattibile “il
pirata”) e alla grande varietà
di birre artigianali. Un ambiente caldo e accogliente
unisce colori e materiali
selezionati con attenzione e
dà vita ad un locale vintage in
cui si respira la storia di
Punch&Judy, da quando nel
lontano ‘94 fu fondato dalla
famiglia Movente. Fausto
seleziona gli ingredienti
personalmente: la carne di
Chianina, i latticini dei Monti
Lattari di Agerola, prosciutto
crudo di Parma e verdure
fresche comprate giornalmente dallo stesso proprietario. La genuinità dei prodotti
rende gustosi e unici i loro
piatti. Nicola, invece, si occupa della sala, affiancato da
storici collaboratori come
Gianni. La verità di birre
offerte da Punch&Judy è
invidiabile: tra queste la sette
luppoli non filtrata di casa
Poretti e diverse birre alla
spina di casa Carlsberg.
Anche la pausa pranzo è un
momento per deliziarsi con
le loro specialità. L’atmosfera, la scelta della musica, le
luci calde e la grande capacità nella ristorazione dei
fratelli Movente lo riconfermano uno dei locali più
particolari, conosciuti e
gettonati della città.
Pasquale Russo, il nuovo “cattivo” di Gomorra
Sorprese in arrivo in “Gomorra 2, La
Serie” che assolda un vero poliziotto
ma per interpretare un criminale. Si
tratta di Pasquale Russo, 42 anni, emblema del sogno felliniano che si realizza, anche se tardi. Professione: poliziotto in missione sulle volanti di Napoli. Un duro dal cuore tenero che ama
il proprio lavoro, il cinema e il calcio (è
anche un allenatore tesserato Figc).
Sguardo intenso e volto scavato, è nella vita un ragazzo di sani principi - come ama definirsi - e con una smodata
passione per la recitazione, che coltiva da soli tre anni. La fortuna gli ha
bussato alle porte quando un giorno,
per caso, mentre si esibiva sul palco di
una compagnia teatrale amatoriale in
“Il Medico dei pazzi” di Scarpetta, ha
incrociato Antonio Acampora e Armando Ciotola della CinemaFiction,
scuola di recitazione e produzione cinematografica partenopea. «Hanno
creduto in me e mi hanno adottato»,
dice. Da lì il sogno del cinema si è realizzato inaspettatamente, a 42 anni,
quando ormai aveva quasi perso le
speranze. Interpreterà un cattivo nella
serie "Gomorra 2" ed è in arrivo un altro ruolo da duro anche nella serie "Il
(36)
sindaco pescatore", con protagonista
Sergio Castellitto. «Quando sei dall'altra parte, quella dei criminali, ti rendi
conto che è una vita che non vale la
pena vivere - racconta - Fingendo di
essere uno di loro ho capito che è meglio fare altro. Nella serie userò pistole
e mitra per le esecuzioni ma a mia figlia di 9 anni, non faccio vedere certe
cose. Lei sa che è tutto finto».
Dalle volanti della polizia a Gomorra:
ci racconta questo passaggio?
«Nasce dall'ostinazione del sogno. Dalla volontà di vedere la parte inesplorata di sé e scrutare cosa c'è dall'altra parte della barricata. Recitare è stato sempre il mio sogno. Sono del quartiere Sanità e sognare era l'unico modo di
estraniarsi da una realtà densa di contrasti. Tutta la vita sono stato in bilico
tra bene e male. Avrei potuto abbracciare altre strade. E mi ci è voluto del
tempo anche per crescere e insistere
nel tentativo di riscatto. Ma ho scelto il
bene e lo strumento per farlo, prestando servizio in Polizia».
Recitare la parte del cattivo l’imbarazza?
«No, anche il buono dalla parte della
legge che combatte i cattivi, in fondo
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
un po’ cattivo lo deve essere. Togliere
panni del paladino della giustizia e vestire quelli del malvagio è solo una trasposizione temporanea della molteplicità dell’essere. Non è poi così difficile, soprattutto se con i “cattivi” devi
conviverci tutti i giorni, perché il dovere lo impone».
Reciterà in una fiction su Vassallo, il
sindaco pescatore di Pollica. Non rischia di farsi ingabbiare nel ruolo?
«In realtà la fiction su Vassallo, dal titolo “Il sindaco pescatore”, è stata girata
prima di Gomorra. La cosa non mi infastidisce, né mi fa temere di restare
ingabbiato nel ruolo del cattivo. Sono
certo che mi si presenterà l’occasione
di poter dimostrare di saper fare anche altro».
Fiction come Gomorra hanno creato
un clima di emulazione tra i giovani?
«Il male è ovunque. Gomorra si limita
a testimoniarlo ma non lo rende mito.
A renderlo mito sono la scarsa personalità, l'assenza di obiettivi, di guide,
l'egoismo infantile di avvalersi di scorciatoie per raggiungere obiettivi materiali. Ma un prodotto come Gomorra
può essere frainteso e far attecchire il
seme sbagliato solo nella mente di chi
è suscettibile al fascino del male per
ragioni che esulano dalla televisione,
in contesti di deficit identitari e assenza di prospettive».
Come spiega la crescita di bande di
giovanissimi a Napoli?
«Non credo che la ragione sia unica.
La delinquenza è la risposta ad un vuoto. Spesso oltre all'ignoranza, allo status sociale, c'è una carenza d'amore di
fondo, un'asprezza nei rapporti, la cattiveria dell'insofferenza. La violenza diventa il mezzo con cui far valere i propri diritti o quelli che si ritengono tali».
FRANCESCA CICATELLI
LAPILLI
Un Natale
con i cadeaux
di Moggio
REGALI GLAMOUR
E CORNETTI ANTISFIGA
NELLA TABACCHERIA
DI VIA DEI MILLE
Per chi questo Natale
cerca un cadeau originale,
che suggerisca qualità e
tradizione ma che strizzi
anche un occhio alle nuove
tendenze, fare un salto alla
tabaccheria Moggio è la
soluzione ideale.
Presente dal 2008 a Chiaia,
nella centralissima via dei
Mille, accanto alle note
griffes di abbigliamento e
accessori moda, offre oltre
ai prodotti e servizi abituali
delle rivendite dei monopoli, una vasta gamma di
articoli da regalo, tutti
esclusivamente made in
Italy, che garantiscono un
ottimo rapporto qualitàprezzo. Prodotti di artigianato napoletano, curati nei
dettagli e nelle rifiniture
(come i classici cornetti
scaramantici o l’iconico
Pulcinella), ma anche
accessori di pelletteria
glamour e ricercati. Punto
di riferimento per chi, nel
quartiere e non solo, opta
per un negozio che non
delude e che, grazie ai tanti
turisti che frequentano la
zona, si impegna a far
conoscere ed esportare
anche fuori dalla Campania la tradizione artigianale. Tra sorprese e iniziative,
la tabaccheria Moggio
augura buone feste alla sua
clientela più affezionata
come continua a fare da
oltre sette anni: con attenzione e qualità. (a.d.s)
L’ORA LEGALE
Adelaide Caravaglios
MULTA “AD ORECCHIO”,
ATTENTI ALLE SGOMMATE
Udite, udite: il vigile può capire l’eccesso di
velocità dal rumore delle gomme e, di
conseguenza, multare l’automobilista! È
quello che emerge da una recente sentenza
del tribunale di Cagliari (la n. 1242 del 2015),
nella quale si legge che il giudizio di
pericolosità implica un’attività di
elaborazione da parte dell’agente accertatore,
che è tenuto a rilevare i fatti che stanno
avvenendo (condizione del veicolo, della
strada, del traffico); a sottoporli a critica e a
desumerne la valutazione di congruità o
meno ai criteri di buona condotta di guida.
Tra i diversi tipi di indicatori di pericolosità –
se così li vogliamo chiamare – rientrerebbe
anche lo stridere delle gomme sull’asfalto a
seguito della “sgommata”: dalla qual cosa,
appunto, il vigile dovrebbe ricavare l’eccesso
di velocità del veicolo e, di conseguenza,
comminare la multa che sarà, per giunta,
valida. Per la verità, stando a quanto stabilisce
la legge (art. 141), la pericolosità della
condotta di guida dovrebbe essere desunta
dalle caratteristiche e dalle condizioni della
strada, del traffico e da ogni altra circostanza:
quindi, a prescindere dal limite su un certo
tratto, la velocità andrebbe regolata in base
alla strada, alle condizioni meteorologiche e
ad altri parametri adeguati, perché il
conducente deve sempre conservare il
controllo del veicolo ed essere in grado di
compiere tutte le manovre in condizioni di
sicurezza, specialmente l’arresto tempestivo
entro i limiti del campo di visibilità e dinanzi a
ogni ostacolo prevedibile. Se così non fosse, il
vigile potrà sanzionare per eccesso di velocità,
anche senza autovelox ed anche qualora il
guidatore non abbia superato il limite stabilito
dal codice della strada, semplicemente
basandosi su proprie percezioni, tra cui –
secondo il tribunale sardo – può esserci anche
“udite, udite” … il rumore della frenata.
Facenight,
calendario
2016
DODICI FOTOGRAFI
PER DODICI MESI: L’INIZIATIVA
SARÀ PRESENTATA
ALLO S’MOVE
Vola il «dream team» Carrella Group
Nel numero scorso di Chiaia Magazine abbiamo raccontato
la favola di Carrella Group, la squadra di calcio nata dalla
passione di Lucio Chiantone e Giovanni Carrella, che si è
iscritta, per la prima volta, al duro Torneo Intersociale,
prestigiosa competizione calcistica partenopea che dal
1958 scalda cuori e gambe della città di Napoli. Il «dream
team», guidato da mister Chiantone (nella foto in alto), sta
viaggiando a una media sorprendente, raccogliendo vittorie
e consensi in ogni campo in cui si esibisce. Le armi in più
della squadra? Grande esperienza del centrocampo, attacco
fulminante e una difesa tenace. Entusiasti i presidenti
Franco Carrella e Carmine Esposito, e grande gioia per i
dirigenti Nino De Nicola e Fortunato Guariglia. (m.t.)
Le vibranti notti campane fissate in dodici
scatti. Anche quest’anno
Facenight, il premio
dedicato a tutti coloro
che lavorano nel mondo
dei club e che con il loro
entusiasmo arricchiscono il tempo libero del
popolo della notte, ideato
dal giornalista Tommy
Totaro e patrocinato
“moralmente” dal Silb
(l’unico ente riconosciuto dal nightclubbing
nazionale), lancia il suo
calendario. Dopo i successi incassati nel 2013
con le fotografie sulle
professioni notturne, del
2014 con le feste di ogni
tempo e del 2015 con le
favole, torna in una veste
nuova il calendario più
cool della Campania,
dedicato, per il 2016, al
tema della notte.
Dietro l’obiettivo ci
saranno quest’anno ben
dodici fotografi, uno per
ogni mese: Marco Baldassarre, vincitore del
premio miglior fotografo
dell’edizione 2015 di
Facenight; Romina Romano, vincitrice del
Premio Facenight 2012;
Tony Baldini vincitore del
Premio Facenight 2014. E
ancora: Stefano Cicala,
Eleonora D’angelo, Klaus
Bunker, Giorgio Cappiello, Giulio Pollica, Luigi
Irace, Stefano Min, Cody
La Rocca, Raffa Raffa.
Dal loro impegno e dalla
loro professionalità nasce
un calendario che ha il
potere di risvegliare
emozioni e far assaggiare
tutto il divertimento delle
esclusive notti made in
Naples.
Il calendario Facenight
sarà presentato il 24
dicembre a mezzogiorno
allo S’move Revolution
(vico dei sospiri,10) e le
fotografie saranno in
mostra dal 23 al 30 dicembre. Attraverso un
coupon, sarà possibile
votare lo scatto migliore,
che sarà poi premiato
durante un evento a
gennaio. (m.t.)
CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015
(37)
IUPPITER i libri di Natale
LE ORIGINI DELLO ZODIACO
L’uomo tra archetipi, miti e dei
L’IMPRENDITORE SCUGNIZZO
La mia Napoli, le mie sfide
Autore: Rosamaria Lentini
Costo: 12 euro
Pagine: 256
Autore: Gianni Lettieri
Costo: 10 euro
Pagine: 300
SECONDA EDIZIONE
Il testo è un atto d’amore per le origini dell’uomo, per le sue radici, quelle
più remote possibili, perché noi siamo fatti anche di quelle che, sebbene
sprofondate nel buio più totale, agiscono dentro di noi. Scopo del saggio è
far conoscere il cammino compiuto dall’uomo fin dagli albori della nascita della coscienza e di come tanta parte di questa storia sia stata conservata in un prezioso contenitore quale è lo Zodiaco. Libro consigliato anche a
chi non pratica l’astrologia, non la conosce o addirittura la critica.
«Gianni Lettieri è ciò che in America chiamerebbero un self-made man. Un
uomo che si è fatto da solo. Uno che ha cominciato da ragazzo, nel ramo commerciale in cui lavorava il padre, e con l'ingegno e anche la furbizia tipica di
un napoletano, si è trasformato in imprenditore, capace di uscire dall'ambito geografico e settoriale di partenza, e di aver successo. Questa attitudine, questo tipo di carriera, non è molto ben vista nel nostro Paese, e forse
neanche a Napoli». (Dalla prefazione di Antonio Polito)
IL CAMORRISTA FANTASMA
Le mille vite di Pasquale Scotti
LE VIE DELLA PIZZA
Miti e riti della magica specialità
Autori: E. Musella, G. Pragliola,
G. Roberti, L. De Stefano
Costo: 10 euro
Pagine: 90
Autore: Domenico Mazzella
Costo: 10 euro
Pagine: 168
Dalla guerra di camorra al colpo di Stato in Tunisia. Omicidi, intrighi, trattative fra Stato e malavita organizzata. Pasquale Scotti riemerge dal limbo
degli invisibili dopo 30 anni, e porta con sé segreti inconfessabili. È l’uomo che ereditò il mandato a riscuotere le promesse della Dc per la liberazione di Ciro Cirillo. Ma sa molto anche dell'omicidio del banchiere Roberto
Calvi, un finto suicidio inscenato a Londra da un pugno di cutoliani.
Muoversi per le millenarie strade di Neapolis, visitare straordinarie chiese
e palazzi, degustare e confrontare «pizze veraci» preparate da mani esperte che ripetono un rito antico fatto di acqua, farina, lievito, sale e tanta passione: la specialità napoletana più conosciuta al mondo non ha più segreti con «Le vie della pizza», libro, in versione italiana e inglese, che inaugura la collana «Tourista» dedicata alle guide culturali e gastronomiche.
SOTTO UN CONTORTO
ULIVO SARACENO (racconti)
CINEMA ALL’APERTO
Romanzo di sogni e ritorni
Autore: Aurora Cacopardo
Costo: 10 euro
Pagine: 164
Autore: Sergio Califano
Costo: 10 euro
Pagine: 144
Noir a tutta forza, storie incredibili, finali sorprendenti: la raccolta di racconti della scrittrice e saggista Aurora Cacopardo colpiscono per il piglio
narrativo e la galleria di personaggi. Convincono i racconti dove i protagonisti sono i gatti e quelli dove l’ironia tiene banco, nonostante delitti e
tristi eventi. Un libro consigliato a chi ama le letture classiche ed è in cerca di storie dal fascino cinematografico.
La vita di Carlo raccontata nel suo dinamismo. Geografie di tempi, di luoghi e d’incontri che solo nel ritorno trovano composizione. Veloce si compie il passaggio dalla crudele bellezza dell’infanzia all’età adulta, monotonia squarciata da fatti imprevedibili, forse guidati da un destino bizzarro che
riesce sempre a sorprendere la vita. Realtà e sogno, verità e ipotesi si confondono in una struttura narrativa circolare in cui tutto può ripetersi.
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5
le domus riaperte a
Pompei dopo il
restauro nell’ambito
del Grande Progetto.
Tra queste: il
Criptoportico, la casa
di Paquio Proculo e
la Fullonica di
Stefano.
Capodichino
70
"
! mila i passeggeri in
transito a Capodichino
nel weekend
dell’Immacolata. Da
inizio 2015 l’aeroporto
ha registrato una
crescita del 4% e un
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linea internazionale.
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GH4D@=8GHEH4G?GDBFAEHGH7DD CAFG@EA6
la percentuale di
auto ecologiche in
circolazione in
Campania su quasi 3
milioni e mezzo di
vetture. A renderlo
noto è l’Osservatorio
Federmetano
sui dati Aci.
100
mila circa i visitatori
della “Notte d’arte
2015”, l’evento di
valorizzazione della
tradizione e
dell’accoglienza del
centro storico,
organizzato il 12
dicembre.
L’indagine
7,6
i milioni di euro di
danno erariale nella
gestione dell’Eav
accertati dalla
Guardia di Finanza
di Napoli a causa di
incarichi di
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totalmente inutili.
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la BACHECA
Notte d’arte
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