DUORME CAPITO’, CA TE SCITE A NATALE SAPER VIVERE LA GRANDE NAPOLI Anno X - numero 9/10 - dicembre 2015 distribuzione gratuita PADRETERNO Le giocate scacciacrisi all’inseguimento del miracolo www.chiaiamagazine.it IUPPITER EDIZIONI OBLÒ Confronto tra popoli Caro Direttore, sono stato più volte in Francia e sono tornato sempre con positivi ricordi di quel Popolo. Fu il Popolo Francese, deciso e unito, a creare in pochi anni (dal 1789 al 1795) la moderna Francia opponendosi all’assolutismo piramidale, con privilegi per la nobiltà e povertà e corvèes per i cittadini. La rivoluzione partì dal basso e portò l’unità alla Francia della Liberté, Egalité, Fraternité di oggi. La vicina Italia, prima dell’unità, a metà dell’Ottocento era divisa in stati, regni, ducati e granducati: una decina di regioni che erano divise e diverse per cultura, tradizioni, clima, usi, costumi, linguaggio e carattere degli abitanti. Per l’unificazione, al contrario della Francia, si partì in maniera innaturale, ovvero dall’alto, e, paradossalmente, con un conte e un re: Cavour e Vittorio Emanuele. I due, già tra loro con opinioni divergenti sul tornaconto cui ambivano (come da sempre sono i nostri politici), dovevano trovare, per la mission impossible, una persona ricattabile, magari disertore, condannato a morte ignominiosa, bandito, esiliato e nemmeno italiano. Con questo prestigioso curriculum trovarono solo tale Giuseppe Garibaldi, il quale, con un coacervo di alcune centinaia di individui, delle più disparate estrazioni sociali, riuscì nella nefanda impresa. Quali vantaggi vennero poi con l’unità d’Italia: invece di dieci regioni ce ne troviamo una ventina, comunque sempre tutte diverse per cultura, tradizioni, clima, usi, costumi, linguaggio e carattere degli abitanti. Gradatamente e con fatica, poi, abbiamo unificato, in tutto il territorio nazionale, da Nord a Sud: mafia, camorra, corruzione, disoccupazione, povertà dilagante, spreco di danaro pubblico, politici incompetenti, decine di partiti, opere incompiute, carceri superaffollati, scuole fatiscenti con insegnanti e alunni impreparati, troppe leggi e scritte coi piedi, baronie universitarie, giustizia non certa con procedimenti lumaca, la polizia arresta e la magistratura libera e altre, tante, negatività. C’è da chiedersi perché in questa situazione non facciamo come fecero i Francesi: perché c’è sulla carta geografica - l’unità d’Italia, ma senza fratellanza, amor patrio e comunione di intenti. Non c’è un Popolo ma solo gente egoista e litigiosa. Infatti in Italia c’è il femminicidio, ci si uccide per una precedenza, per una lite condominiale, per una partita di calcio. MARIO FAIDO (2) «CUORE E LETTURA», UNA SLITTA DI LIBRI PER CHI NE HA BISOGNO In occasione del Natale, Iuppiter Edizioni ha pensato di diffondere il “bene comune libro” in quelle strutture in cui la lettura è un momento di crescita e di confronto con storie e personaggi che arricchiscono la propria galleria di eroi. Lavorando da anni sul territorio, come impresa culturale che ha tra i suoi obiettivi la valorizzazione del Sud e la costante ricerca di narrazioni, la casa editrice napoletana ha inteso far conoscere alcuni titoli della sua produzione editoriale. L’iniziativa “Cuore e Lettura” è un invito ad amare i libri e a comprenderne il loro potere umano e sociale. Tra le strutture che hanno ricevuto in dono i libri di Iuppiter Edizioni ci sono la casa circondariale di Poggioreale e di Pozzuoli, l’istituto penitenziario minorile di Nisida, la biblioteca “Annalisa Durante”, la casa di accoglienza “Liberi di Volare” e gli ospedali Monaldi, C.T.O. e Cotugno. “Cuore e Lettura”, nel 2016, proseguirà con un carnet di eventi, tra cui ricordiamo il programma di incontri negli istituti circondariali di alcuni autori di Iuppiter Edizioni. (l.g.) Il Governatore? Una manna DAL CIELO Editoriali Certezze e capitoni. Il sogno nel sacchetto. pagina 3 Il paginone La ruota di Natale: 13 giocate al lotto tra cronaca, ironia e speranze. pagine 4-5 Che Vincenzo De Luca da “Ruvido” del Monte sarebbe stato un giorno un Governatore più veloce della luce, come Superman, più dello stesso Bassolino vorace, lo si intuiva da quando era sindaco di Salerno, ora però arriva una conferma ufficiale. Una volta alla Regione le poltrone erano tutte “riservate”, oggi sono rigorosamente occupate, anche quelle riservate agli ospiti eccellenti in manifestazioni collaterali. Anzi si prevede il “tutto esaurito” dopo la decisione di ampliare ed estendere il diritto di famiglia ai posteri, consanguinei e affini di un posto al sole. Un percorso molto illuminato solo con qualche ombretta, derivante da pause e soprattutto andropause giudiziarie. Che continuano a insidiarlo. Nonostante però qualche scivolone - tanto che più di uno invece di don Vincenzo “Crescent“, in omaggio all’omonimo gigantesco edificio salernitano, cominciava già a chiamarlo don Vincenzo “Calant” - il governatore sta risalendo la china. Magistrale, ad esempio, il suo recente colpo messo a segno in Cultura con la nomina di Patrizia Boldoni alla presidenza della Scabec, non solo ma anche per il recupero in contemporanea di poltrone date per perdute a Chiara Barracco e Nicola Oddati, in rappresentanza di due sinistre: la blasonata e la trombata. La Boldoni, ex lady Ferlaino molto conosciuta nel mondo di quelle che il Calcio lo hanno sempre avuto nelle vene, per chi non lo sapesse è anche molto amata negli ambienti culturali delle curve e dei bagarini: insomma questa presidenza è per chiara “fame” di cultura e di cottura. La ex lady Ferlaino se l’è davvero sudata ai fornelli, sovraintendendo durante la campagna elettorale a una cena for De Luca President; subito dopo l’esito trionfale a una cena bis per i saluti di De Luca President; tra non molto a una terza cena con torta gigante con su scritto dai fan deluchiani - tra cui Lia Rumma Incutti neoconsigliera di amministrazione della Fondazione Ravello -: «Grazie, presidente, sei una…manna dal cielo». Grazie di esistere e di assisterci. Primo piano Botti di Capodanno, regole salvavita: l’intervento di Mariano Marmo. pagina 7 Focus La Napoli che verrà secondo il sociologo De Masi: continua la fuga dei giovani. pagina 9 L’inchiesta Il club dei galleristi (prima puntata) L’arte contemporanea? È in gran salute. pagina 11 Sollecitazioni Intervista all’artista Linda Airoldi: «Il consenso? Non logora». pagina 12 Speciale Natale Gli appuntamenti da non perdere a Napoli e ai Campi Flegrei. pagine 17- 25 Saper Vivere La guerra del presepe: il rito della Natività tra cieli di carta e tanta pazienza. pagina 27 Malatesta n u m q u a m SAPER VIVERE LA GRANDE NAPOLI Anno X n. 9/10 - dicembre 2015 Direttore responsabile Max De Francesco Caporedattore Laura Cocozza h o r u m l u x c e d e t Società editrice IUPPITER GROUP S.C.G. Sede legale e redazione: via dei Mille, 59 - 80121 Napoli Tel. 081.19361500 - Fax 081.2140666 www.iuppitergroup.it Presidente: Laura Cocozza Stampa Centro Offset Meridionale srl - Caserta Redazione Livia Iannotta, Lidia Girardi Reg. Tribunale di Napoli n° 93 del 27 dicembre 2005 Iscrizione al Roc n°18263 © Copyright Iuppiter Group s.c.g. Tutti i diritti sono riservati Progetto e realizzazione grafica Fly&Fly Per comunicati e informazioni: [email protected] Chiaia Magazine vive grazie alle inserzioni pubblicitarie. Non è il foglio di nessun partito o movimento, ma una libera tribuna che resta aperta grazie alla passione estrema e alla tenacia di un gruppo di giornalisti. Responsabile area web Massimiliano Tomasetta Pubblicità (Tel. 081.19361500) Michele Tempesta (392.1803608) CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 Si ringrazia Tony Baldini per la consulenza grafica e l’archivio Ruggieri. EDITORIALI L’ANNO CHE VERRÀ IL TEMPO CHE FU CERTEZZE E CAPITONI UN SOGNO NEL SACCHETTO Max De Francesco A Napoli funzionano Higuain e il Cristo velato, il sole non dà raggi di cedimento, il presepe batte l’albero, il Grand Tour è stazionario, lo schianto delle palazzine del dipartimento di Veterinaria conferma che il crollo è solida realtà, il recente sequestro di 500mila euro di banconote di 10 euro pregevolmente taroccate avvalora la tesi che qui il falso non è merce rara e la predisposizione al pezzotto è talento supremo. Immutabile città, Natale immutabile che spacchetta giorni teneri, pazzi e piedigrotteschi in cui tra umanità di terracotta e chiese tiepide come guance la Nazione napoletana, come intuì Giuseppe Marotta, «adora Gesù vedendo in Lui non soltanto il nostro Salvatore ma anche e soprattutto il prodigioso bambino che fece fesso Erode». La liturgia gastronomica è tisana scacciapensieri, l’istinto del palato vince sull’ascetismo, l’osteria oscura la grotta, non pervenuto il presagio del Golgota. Intanto nel presepio del reale, nell’attesa del fantomatico partito della nazione, si consolida quello trasversale della razione: il basso istinto di umbratili classi dirigenti continua a moltiplicare mangiatoie. L’ultima su cui si è fermata la stella cometa giudiziara è quella dell’Eav, l’holding regionale dei trasporti col vizio di distribuire consulenze e stipendi stellari. Il caso evidenzia, nessuna novità sotto il sole, che il sistema del particulare, della gestione partecipata, del familismo diffuso e dello scialo del soldo pubblico è resistente come un capitone della Pignasecca: supera le percosse della spending review, si fa a pezzi ma non crepa, intercetta spiragli di sopravvivenza assistenziale e, con piglio viscido, si dimena in quella rete infinita di burocrazie e tecnocrazie. Un sistema-capitone duro a morire, sfuggente, male assoluto di ogni governance, seviziatore invisibile del contribuente, infame simulatore di servizi. Riuscirà il governatore satirico De Luca a limitarne la voracità o preferirà consumarsi in crozziani autocompiacimenti tra like acquistati con pecunia europea e patenti di stupidità assegnate a chi mina la sua credibilità? Il 2015 è allo sprint: né vincitori né vinti. Un anno da zero a zero in una città che s’accende e si spegne come i botti di Capodanno. Tre portatori di luce sul taccuino finale: papa Francesco, memorabile a Scampia contro la corruzione che «spuzza»; mister Sarri, calpestatore di scetticismi con la sua furia tranquilla; Luca De Filippo e quel sipario chiuso troppo presto tra sogni inediti e un teatro d’antiche voci e fresche contaminazioni. L’anno che verrà sarà quello del nuovo sindaco. Al momento incrociano i guantoni il fantarivoluzionario De Magistris e l’imprenditore scugnizzo Lettieri. Cinque anni dopo di nuovo uno contro l’altro. Il primo estremizzerà la lotta, taglierà nastri, insulterà il buon senso; il secondo ragionerà di futuro, tenterà di rianimare un centrodestra muto, proverà a svestire i panni di outsider. Aspettando il Godot del Pd e il piccolo principe grillino, la sola certezza attuale è la non pronosticabilità della partita per aggiudicarsi la poltrona più rognosa (dopo Roma) d’Italia. Nel 2016 Chiaia Magazine compirà dieci anni. Sarà la nostra e la vostra festa, irriducibili lettori. Ne vedrete delle belle tra eventi, idee e nuovi progetti. Buon Natale. CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (3) IL PAGINONE DIAMO I NUMERI La ruota di Natale Pazzi per Higuain, nell’attesa delle elezioni e con più di un sogno nel cassetto, i napoletani corteggiano la Dea Fortuna. 13 giocate tra cronaca, ironia e speranze a cura di Lidia Girardi e Livia Iannotta D iamo i numeri. Che sia per lo slalom tra buche più simili a voragini, per esultare per l’ennesimo gol del Pipita o per il ritorno di “vecchie glorie” della politica, a Napoli i numeri si danno per mille ragioni, a volte buone, a volte cattive. Di sicuro quelli che mettono tutti d’accordo sono i numeri da giocare al lotto. Una mania collettiva e trasversale a tutti i ceti sociali: l’azzardo, la sorte e la smorfia sono nel Dna dei partenopei. Così Chiaia Magazine, come ha fatto gli scorsi anni, anche stavolta dà i suoi numeri fortunati, legati a fatti e personaggi del 2015. Tredici giocate sul filo dell’ironia: dal terno dello sceriffo De Luca, passando per i simboli della tradizione, fino alla politica visionaria di papa Francesco. (4) CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 CURIOSITÀ Il libro della Smorfia ha radici che si perdono nella storia. È diviso in due parti: la prima è un vocabolario che raggiunge anche le 50.000 voci, con termini in ordine alfabetico accoppiati ai rispettivi numeri, in pratica la versione scritta della Smorfia tramandata oralmente. La seconda parte del libro si occupa delle tecniche più raffinate per derivare numeri da altri numeri: "tavole rutiliane" e altre simili tabelle che giungono dalla tradizione della cabala. 7 - 2 - 60 IL TERNO DI LUCA DE FILIPPO Figlio d’arte, è scomparso da poco ma per tutti continuerà ad essere il “Nennillo” a cui non piaceva il presepe. I numeri: 7 come gli anni che aveva quando ha esordito con il padre in “Miseria e nobiltà”; 2 come la lettera, quella che legge durante la cena della vigilia in “Natale in casa Cupiello”; 60 come la scuola di recitazione del Teatro Stabile di Napoli che dirigeva. 63 - 70 - 75 IL TERNO DELLO SCERIFFO Svestiti i panni di sindaco di Salerno, da giugno indossa quelli di presidente della Regione. Tra incertezze e accese querelle, giochiamo il terno di Vincenzo De Luca. 63, lo sceriffo, come viene additato per il suo piglio decisionista; 70 come l’ostacolo, quello della legge Severino, che ha dovuto scavalcare all’indomani delle elezioni regionali e 75, l’imitazione, quella di Crozza che, scimmiottandolo, l’ha reso celebre. 65 - 55 - 72 IL TERNO DI BAGNOLI Si gioca sullo scempio dell’area ovest di Napoli. I numeri? 65, 55 e 72. 65 come i milioni mangiati per la bonifica inganno. 55 come la salute, quella che ci hanno tolto. 72 come il commissario straordinario, Salvatore Nastasi, nominato dal Governo per sciogliere l’affaire Bagnoli. 28 - 14 - 9 IL TERNO DEL PIPITA Con Sarri è rinato. Implacabile sotto porta, il fuoriclasse Gonzalo Higuain sorprende e fa sognare i tifosi. Ecco i numeri: 28 come gli anni dell’attaccante argentino; 14 come le reti che ha segnato finora in campionato; 9 come il numero della maglia azzurra che indossa nel Napoli. 40 - 34 - 8 IL TERNO DEI CROLLI Un anno cadente per Napoli. E se la città traballa, inseguiamo la stabilità con un terno vincente. I numeri: 40 come la facoltà di veterinaria venuta giù in una giornata qualunque di lezioni; 34 come le buche che fanno di Napoli un colabrodo e 8 come il suolo della città che inesorabilmente sprofonda. 32 - 72 - 53 IL TERNO DI PINOCCHIO Omaggio al Matteo nazionale, il premier Renzi. I numeri da giocare: 32 come il piano di rilancio e sviluppo del Sud disegnato dal Governo; 72 come Pinocchio che si barcamena tra bugie e promesse disattese; 53 come il fondo, che tocchiamo se fallisce anche lui. 24 - 30 - 19 IL TERNO DEL CAPITONE Giochiamo il piatto della tradizione. I numeri del capitone? 24 come la Vigilia, quando non si fa mai mancare in tavola. 30 come l’usanza, che i napoletani rispettano e tramandano. 19 come la sfortuna, la malasorte che, servendolo al cenone, si tenta di esorcizzare. 89 - 43 - 15 IL TERNO DEI SERVILLO Dedicato a Toni e Peppe, salvatori del teatro napoletano. Il loro terno: 89 come i fratelli, 43 come il palcoscenico che è la loro vocazione e 15 come la poesia che intrecceranno alla musica nel loro nuovo spettacolo “La Parola Canta”. quella che ha regalato ai napoletani a marzo, tra Scampia e lungomare. 4 - 9 - 21 Il terno dello sceriffo 63 - 70 - 75 IL TERNO DEL PRESEPE Non c’è Natale senza presepe. Soprattutto a Napoli. I numeri: 4, 9 e 21. 4 come il teatro, quello di Eduardo che attorno al presepe fa ruotare il celebre “Natale in casa Cupiello”; 9 come la disputa religiosa sulla questione “presepe sì, presepe no” fomentata dal clima di terrore attuale; 21 come i pastori col gregge. 53 - 66 - 19 IL TERNO DEL RATTOPARDO Chiaia Magazine lo ha ironicamente ribattezzato “rattopardo”. Tentiamo la fortuna con Antonio Bassolino. 53 come il topo da biblioteca che era diventato lontano dalla politica; 66 come i rifiuti cresciuti a dismisura quando era governatore; 19 come il desiderio di rioccupare la poltrona di sindaco di Napoli. 66 - 75 - 52 IL TERNO DI LETTIERI A Napoli lo conoscono tutti come l’imprenditore scugnizzo. I numeri di Gianni Lettieri: 66 la rivincita, quella che tenta con la corsa alle prossime elezioni comunali; 75 come l’imprenditore; 52 come il libro, l’autobiografia in cui raconta la sua storia di self-made man e le sue sfide. Il terno del Pipita 28 - 14 - 9 27 - 50 - 5 IL TERNO DEL SINDACO Sfidiamo la fortuna con De Magistris. I numeri: 27, 50 e 5. 27 la polemica, quella scoppiata con Giletti sullo stato di abbandono di alcune zone della città; 50 il fallimento, che ha fatto tramontare le speranze della rivoluzione arancione; 5 come gli anni che sta per concludere come inquilino di Palazzo San Giacomo. 4 - 19 - 56 IL TERNO DEL PAPA È il “papa pop” che vuole rivoluzionare la Chiesa. Ecco i numeri di Jorge Bergoglio: 4 come Francesco, il Santo da cui ha preso il nome; 19 come il Giubileo, l’unico della storia con due papi; 56 come la visita, CHIAIA MAGAZINE •DICEMBRE 2015 (5) (6) CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 PRIMO PIANO FUOCHI D’ARTIFICIO: CAMPAGNA DI PREVENZIONE DI CHIAIA MAGAZINE Botti di Capodanno, regole salvavita Buongusto e accortezza, dopo la notte di sangue parigina e i facili colpi di kalashnikov, dovrebbero aver spazzato via la voglia di sparare, ma nell’ottica di contribuire a prevenire altri “botti” scellerati anche quest’anno Chiaia Magazine lancia la campagna «Dammi il cinque: a Capodanno brinda ma non saltare in aria», volta a sensibilizzare la città sul problema della «guerra pirotecnica» che infiamma e sconvolge Napoli, puntuale, all’alba di ogni nuovo anno. Dopo la pubblicazione di un video “anti-botti”, visibile sul canale Youtube IuppiterTv, Chiaia Magazine dedica un articolo agli interventi di prevenzione messi in atto nel capoluogo campano, dal 1995 ad oggi, per arginare i danni provocati dallo scellerato rito dei fuochi, curato da Mariano Marmo (nella foto), responsabile del Piano di Prevenzione lesioni da esplosione A.O.R.N. “A. Cardarelli” di Napoli. In questa pagina, poi, è possibile leggere il vademecum, utile a piccoli e grandi, per evitare rischi e spiacevoli sorprese. «Ogni anno, in occasione della notte di S. Silvestro, si consuma il rito effimero di “festeggiare” l’inizio del nuovo anno facendo esplodere tonnellate di materiale pirotecnico. Quello dei botti clandestini è un giro d’affari che in Italia vanta un fatturato di 40 milioni di euro. E che fa registrare, nei giorni di fine anno, una media di 700-900 feriti di gravità variabile e non sono rari i decessi. Oltre ai casi clinici rappresentati da pazienti con patologie cardio-respiratorie che affluiscono al pronto soccorso per l’inalazione passiva di esalazioni di zolfo combusto, vi sono le conseguenze più varie delle esplo- sioni e delle ustioni sull’uomo. Dal 1995, un gruppo di anestesisti-rianimatori dell’A.O.R.N. “A. Cardarelli” iniziò, per primo, una campagna dissuasiva rivolta al pubblico che aveva accesso all’ospedale. L’anno successivo il piano di prevenzione fu rivolto alle scuole dei quartieri che avevano registrato il maggior numero di feriti tra la popolazione infantile. Dal 2000, l’iniziativa fu amplificata con la presenza dei Nuclei degli Artificieri dell’Arma dei Carabinieri e della Polizia di Stato. Dal 1995 al 2014 sono state visitate più volte, oltre 125 scuole medie dei quartieri più colpiti da questa deteriore tradizione con un coinvolgimento di una popolazione studentesca di 70000 unità. L’impatto emotivo degli studenti è stato uniforme. I risultati ottenuti durante questi anni di attività di prevenzione presso le scuole cittadine, e alcune della provincia di Napoli, hanno determinato una tangibile flessione del numero dei feriti nella popolazione adulta ed infantile». Regole salvavita. Ma cosa fare in concreto per non “saltare in aria”? Ecco una lista di semplici ma preziosi consigli, per grandi e piccini. 1. Non permettere ai bambini più piccoli di giocare con fuochi d’artificio. La stellina di Natale, considerata innocua, brucia a 300 gradi e oltre a procurare lesioni da contatto può incendiare abiti o tendaggi. 2. Non permettere ai bambini più grandi di correre mentre giocano con i fuochi in mano. 3. Accendere i fuochi d’artificio in un’area aperta lontano da materiale infiammabile (depositi di combustibile o scatole con il resto dei fuochi). 4.Tenere a portata di mano un secchio d’acqua per l’emergenza e per spegnere i fuochi mal funzionanti. 5. Impedire in ogni modo che i bambini raccolgano fuochi trovati in strada nei giorni successivi alla notte del 31/12. 6. Non tentare di riaccendere i fuochi mal funzionanti: immergili, per un po’ di tempo, per renderli innocui. 7. Non accendere i petardi in contenitori di vetro o metallo, perché si frantumano in schegge. 8. Rafforzare la proibizione della vendita di fuochi illegali: cipolle, tric trac, rendini ecc. 9. Ripulire le strade la mattina presto del primo dell’anno dai resti dello “sparo” di mezzanotte. CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (7) (8) CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 FOCUS LA NAPOLI CHE VERRÀ SECONDO IL SOCIOLOGO DE MASI 2025, non si fermerà la fuga dei giovani Lidia Girardi Chiaia Magazine ha seguito la due giorni della terza edizione di «Prima Napoli», evento organizzato dall’associazione «Fare Città». Quest’anno il tema del confronto è stato lo studio del sociologo Domenico De Masi su criticità e opportunità della Napoli del 2025. Agli incontri, che si sono tenuti il 27 e 28 novembre nella sala del «Circolo Artistico Politecnico», sono intervenuti: Antonello Calvaruso, Massimo Pica Ciamarra, Derrick De Kerckhove, Massimo Lo Cicero, Isaia Sales, Sergio Cuomo, Lucio D’Alessandro, Vincenzo Galgano, Gianni Maddaloni, Anna Rea, Laura Valente e Marco Zigon. Le conclusioni sono state affidate al presidente della associazione «Fare Città» Gianni Lettieri. Pubblichiamo una sintesi dei capitoli più salienti della ricerca del professore De Masi. LA POPOLAZIONE Nel 2025 le persone che abitano il nostro pianeta aumenteranno di un miliardo e si passerà dalle 700.000 ore, che mediamente vive un individuo, a 740.000. Le persone over 65 passeranno dai 420 milioni a circa 900 milioni. Il numero di persone raggiungerà i 3.100.000 nell’area metropolitana e i 920.000 abitanti nell’area comunale e per quanto riguarda l’hinterland si assisterà ad un“traboccamento” di Napoli verso i comuni a ridosso perché molti abitanti si sposteranno dal centro urbano verso i comuni limitrofi. L’immigrazione sarà caratterizzata da giovani, alcuni dei quali diplomati o laureati e la loro integrazione potrebbe costituire un’importante leva per lo sviluppo locale, ma allo stesso tempo aumenterà anche il numero di immigrati più poveri e meno ambiziosi a causa dell’incapacità della città di Napoli di offrire occasioni alla parte migliore. Si consoliderà quello che viene definito “darwinismo alla rovescia”, la cosiddetta “fuga dei cervelli”: giovani laureati napoletani cercheranno migliori opportunità di lavoro in altre città italiane o estere e in questo modo nascerà una rete di napoletani fuori sede con ruoli crescenti in altre comunità. Nonostante l’emigrazione intellettuale, l’area napoletana, resterà ancora abbastanza ricca di energie intellettuali e creative. Napoli si adeguerà agli standard delle famiglie italiane: si faranno meno figli e in età superiore ai 30 anni. AMBIENTE E SALUTE L‘approccio dei napoletani ai problemi legati all’ambiente cambierà sensibilmente, complice anche un bisogno, sempre maggiormente avvertito, di trovare ottimali condizioni di vita, così facendo la cultura locale di massa si allineerà alle tendenze più generali delle grandi città del mondo, sempre più attente alla qualità dell’ambiente. A seguito delle ultime crisi dei rifiuti, i napoletani avvertiranno l’esigenza di maturare un più intenso rispetto per l’ambiente soprattutto da parte delle nuove generazioni. La sperimentazione di nuove alternative per la gestione dei rifiuti ai metodi seguiti attualmente, continuerà a essere una spesa e non una opportunità perché siamo in grave ritardo nello sviluppo di quei servizi che la trasformerebbero in opportunità economica entro il 2025. Il degrado, dal punto di vista urbanistico, del Centro Storico rispetto a quello delle periferie sarà più rapido, questo perché risanare le zone limitrofe alla città richiederà piani di bonifica e ri-destinazione che variano da area ad area. Aumenterà il senso civico, soprattutto nei giovani, ma il degrado delle zone popolari continuerà a derivare dall’incapacità dell’amministrazione di gestire il patrimonio storico della città. ECONOMIA E LAVORO Dal punto di vista economico si continuerà a consumare con parsimonia e con maggiore intelligenza, andando verso forme di abbondanza frugale e di sharing economy. L’azione dei partiti e dei sindacati sarà inconsistente e quelli locali saranno privi di influenza su quelli nazionali. La classe politica continuerà ad essere dominata da personaggi incapaci di elaborare una visione che parta dall’analisi del contesto. TURISMO Nel 2025 l’economia napoletana riceverà grandi benefici dal turismo. La città dovrà dedicarsi al risanamento del Centro Storico. Ma va sottolineato che sarebbe comunque un errore puntare tutto su questo settore per la futura rinascita e crescita di Napoli. SERVIZI Nella città del futuro, i napoletani saranno più disciplinati. Ciò consentirà un miglior funzionamento dei trasporti pubblici e una più fluida circolazione automobilistica. Dunque i servizi urbani offerti ai cittadini evolveranno in meglio, anche se resteranno ampi margini per un ulteriore possibile miglioramento. Le associazioni volontarie svolgeranno un ruolo sempre più sostanziale e decisivo compensando le carenze dei servizi pubblici. A tale scopo contribuiranno le cooperative sociali. In particolare crescerà il ruolo delle associazioni d’ispirazione religiosa. SOCIETÀ E CULTURA A Napoli, come altrove, l’attuale stratificazione delle classi sociali subirà un’inversione di tendenza: la piramide lascerà il posto a una clessidra. La stratificazione delle classi sociali evolverà divaricando ulteriormente linguaggi, gusti e abitudini. Le ideologie di tipo islamico non avranno grande presa sui napoletani e il pericolo di azioni terroristiche, che si determinano dove gli estremisti non sono amalgamati con il resto della società, nella nostra città, sarà mitigato dalla tendenza dei napoletani alla tolleranza. Il sistema scolastico partenopeo andrà progressivamente omologandosi con quello del resto d’Europa anche se evolverà molto lentamente e la società napoletana comprenderà solo in parte che la scuola è questione prioritaria. DEVIANZA E GIUSTIZIA Il ruolo della criminalità organizzata nell’economia, nella società e nella vita della città metropolitana resterà immutato in intensità anche se diverso per modalità. La camorra continuerà ad essere la spia tragica e violenta di una questione sociale che la rende diversa dalle altre forme criminali. Lo Stato farà quello che potrà per fermare la violenza diffusa, alla quale darà risposte episodiche di ordine pubblico, sottovalutazione e tolleranza ordinarie. Si tenterà di conquistare la fascia debole della cittadinanza attraverso percorsi formativi volti all’inclusione e all’insegnamento della legalità. Ma la mancata integrazione sociale, economica e culturale del sottoproletariato continuerà a determinare l’insuccesso di Napoli come metropoli moderna. CLASSE DIRIGENTE Nel 2025 la situazione relativa alla classe dirigente resterà uguale a oggi, senza grandi cambiamenti. I gruppi sociali che eserciteranno maggiore potere a Napoli saranno i professionisti, gli intellettuali, i politici, i burocrati e i magistrati. La classe dirigente sarà caratterizzata da una passiva stabilità. Invece quella che effettivamente sarà la vera classe dirigente napoletana si formerà all’estero, lontano dalle dinamiche di potere partenopee. FELICITÀ E DISAGIO La napoletanità resterà come un dato ineliminabile di identità. Nel 2025 si parlerà ancora di napoletanità come qualcosa che distingue nel bene e nel male i napoletani da tutti gli altri popoli. Sarà, ovviamente difficile non parlarne, senza cadere negli stereotipi più vari in senso gomorristico o coloristico. PUNTI DI FORZA E DI DEBOLEZZA Tra i punti di forza su cui potrà contare Napoli le tradizioni e le risorse culturali, l’artigianato di qualità, i valori della tradizione, il carattere socievole degli abitanti, la capacità di sopravvivere, i giovani, il paesaggio e le risorse naturali, il cibo, l’enogastronomia e le cinque università. Saranno alcuni dei punti deboli lo scarso senso civico, la camorra, l’illegalità diffusa, l’abbandono dell’obbligo scolastico, l’emigrazione dei giovani più intraprendenti, il degrado dei centri storici, l’impreparazione del personale politico, la lentezza colpevole della burocrazia, la cultura della violenza e la sua impunità. CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (9) (10) CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 L’INCHIESTA IL CLUB DEI GALLERISTI / PRIMA PUNTATA L’arte contemporanea? È in gran salute Un po’ pierre, un po’ talent scout. Trait d’union tra talenti, collezionisti, critici, musei. Capaci con i loro estri di indirizzare il gusto moderno dell’arte a Napoli. Eccoli i galleristi napoletani, sospesi tra attrazione per il bello e leggi di mercato. Quattro manager dell’arte si confessano: Alfonso Artiaco, trent’anni di carriera e una galleria nel cuore di Napoli; Eduardo Cicelyn, ex direttore del Madre oggi alle redini di Casamadre; Andrea Ingenito, a capo di due sue gallerie a Napoli e Milano e Giuseppe Mannajuolo, approdato all’arte con la galleria Al blu di Prussia. povertà di linguaggio che caratterizzano molte espressioni artistiche attuali». Ingenito: «È oggettivamente decretato che l’arte contemporanea sia in gran salute, soprattutto in quest’ultimo anno. Anzi, spero che l’abuso della parola crisi possa finalmente terminare. Le case d’arte stanno maturando record pazzeschi, specialmente con l’arte italiana. Di tutto possiamo parlare tranne che di crisi». Mannajuolo: «Gli artisti nasceranno sempre, con la loro immaginazione e sensibilità. Il contemporaneo è offuscato dal “reale”, l’arte non riesce più ad anticipare i tempi poiché preceduta da A. Artiaco E. Cicelyn Lidia Girardi Livia Iannotta L’arte contemporanea è in crisi? Artiaco: «È innegabile che tutto il mercato globale ha subito una forte recessione negli ultimi anni ed ovviamente anche il mercato dell’arte contemporanea, che raggruppa alti investitori ma anche appassionati, ha subito una flessione. Tuttavia in questi anni ho continuato con costanza e con impegno l’attività della galleria, sia espositiva che fieristica, ottenendo risultati soddisfacenti». Cicelyn: «L’arte di oggi è una forma di espressione della crisi culturale in cui viviamo. Non credo che esista una crisi dell’arte. Piuttosto vediamo tutti i giorni nelle nostre gallerie e nei nostri musei un’arte della crisi. Che è una debolezza politica, ideologica, una lacerazione dei fondamenti stessi della nostra civiltà. Dal mio punto di vista, la crisi si manifesta nella preoccupante assenza di forma e nella sconcertante bombe mediatiche che la fanno diventare obsoleta. Siamo di fronte ad una crisi di idee, ma c’è sempre più interesse verso le sue differenti espressioni». Come si diventa un bravo gallerista e quali sono i criteri di scelta per gli artisti? Artiaco: «Ovviamente non esiste un manuale per un mestiere così impegnativo ed ogni gallerista ha un suo modo di operare. Credo che sia fondamentale avere un buon occhio, intuito, mantenere sempre alti gli standard espositivi, coltivare sempre buoni rapporti con artisti, collezionisti ed istituzioni sia pubbliche che private». Cicelyn: «Non so se sono un bravo gallerista. Vedremo. Per quel che mi riguarda mi occupo di artisti che capisco e che stimo. Artisti che hanno una storia consolidata e una credibilità internazionale. È anche e soprattutto una questione generazionale: frequento da molti anni gli artisti con cui lavoro, ne conosco bene le opere e soprattutto condivido con molti di loro alcuni punti di vista sulla realtà e sul linguaggio». Ingenito: «Oggi tutto cambia velocemente e l’arte non è esente da queste evoluzioni. Il nostro è un lavoro in cui bisogna essere costantemente aggiornati, il che vuol dire non solo studiare arte contemporanea (che è un requisito indispensabile), ma soprattutto spostarsi, scoprire l’arte nel mondo, visitare le mostre più importanti ed entrare in contatto con i maggiori artisti. Io stesso sono stato a Miami da poco, dove non ho esposto ma ho partecipato a una delle fiere più importanti al mondo. Cinque giorni che per me sono stati come un corso d’aggiornamento. Anche per l’artista, si può essere autodidatta fino a un certo punto, ma bisogna avere degli studi forti alle spalle». Mannajuolo: «Come dice un artista a cui sono affezionato, Vittorio Pescatori, bisogna avere “l’occhietto”. È una questione d’istinto e passione che crea rapporti sinceri e di rispetto con i propri artisti, di conseguenza la scelta diventa una non-scelta ma un incontro da cui nasce un progetto espositivo». La cosa più strana che le è capitata nel suo lavoro? Cicelyn: «Ho subito alcuni anni fa una condanna a quattro mesi di reclusione per aver organizzato nel museo pubblico che allora dirigevo serate di videoarte e musica». Ingenito: «Ne capitano tante. Mi è successo ad esempio di chiudere una vendita alla vigilia di Natale. Eravamo a tavola e io facevo trattative importanti mentre tutta la famiglia mi guardava stralunata. Noto sempre di più come oggi i momenti di maggior contatto con i collezionisti siano proprio quelli in cui teoricamente si dovrebbe staccare, anche e soprattutto nei weekend». Artisti sopravvalutati e sottovalutati, che ne pensa? Artiaco: «Le scelte che opero nella selezione degli artisti da rappresentare in galleria offre già una risposta. Di certo il mercato dell’arte è fluttuante come pochi, e spesso il tempo dà ragione a degli artisti e ne smentisce altri». Cicelyn: «Lo capiremo tra un po’ di tempo. Quando forse le nostre opinioni saranno state dimenticate. Sostenere che un artista ha quotazioni più alte rispetto al suo valore presuppone un’idea consolidata e condivisa di valore, che dovrebbe basarsi su parametri abbastanza certi. Il giudizio estetico è sostanzialmente storicizzato, cioè non si dà che in prospettiva: è come una forma di resistenza la cui intensità si misura alla distanza. Purtroppo però affermare oggi che questo o quello valga mondo – avevano un riscontro irrisorio sul mercato. Oggi si stanno accendendo i riflettori su questi grandi maestri italiani, che in alcuni casi hanno raggiunto gli ottant’anni o sono addirittura scomparsi, non solo in Italia ma a livello globale». Mannajuolo: «Conosco artisti con uno straordinario spessore culturale ma che, purtroppo, non hanno imboccato il giusto sentiero e artisti che vengono invece osannati dal mercato. Tuttavia l’arte parla al cuore delle persone al di là dei giudizi dei critici, c’è qualcosa che resta che verrà poi valutata nel tempo con più obiettività». A. Ingenito G. Mannajuolo meno o di più non significa discutere di arte, ma di mercato. E il mercato è un'oscillazione perpetua, è per definizione il luogo dell’incertezza del valore. Eppure niente si può dire sulle quotazione di un artista se non quello che il mercato di volta in volta ci suggerirà. Il che non significa che sapremo l’essenziale. Tutto questo per dire che il valore di mercato nell’istante in cui ne parliamo è l’unico metro disponibile per valutare l’arte non ancora storicizzata». Ingenito: «Stiamo finalmente assistendo all’affermazione sul mercato reale dell’arte di tanti artisti straordinari come Giosetta Fioroni, Mario Schifano, Piero Pizzi Cannella che fino a pochi anni fa nonostante avessero una storia dell’arte straordinaria alle spalle – stiamo parlando di artisti che hanno partecipato a due anche tre Biennali, di cui hanno parlato i più importanti critici al Consigli ad un giovane artista? Artiaco: «Girare molto per gallerie e musei, spesso i giovani artisti si diplomano alle accademie senza averne mai visitati. Bisogna tenersi aggiornati, conoscere l’ambiente e le persone che lo animano. Tutto questo è fondamentale per intraprendere una carriera che richiede molto impegno ed abnegazione». Ingenito: «Ai giovani talenti consiglio di saper aspettare. L’ingrediente per il successo è fare un lavoro di qualità, che sia concettuale ma basato su un’idea propria, senza scimmiottare il già visto. Come pure non cadere nel sensazionalismo: spesso pur di creare qualcosa di nuovo si realizzano opere esasperate. Bisogna trasmettere messaggi che la gente possa capire». Mannajuolo: «Di alimentare il proprio genio non cedendo alle facili lusinghe del mercato ma tenendo viva la creatività… rischiando». CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (11) SOLLECITAZIONI IL TERRORISMO E L’AMBIGUA EUROPA Giorni or sono, alla Feltrinelli, leggendo vari titoli di libri sono stato colpito dal testo di Javier Marias premiato al Bottarti Lattes, dal titolo “Così ha inizio il male” pubblicato da Einaudi (21 euro). Titolo preso a prestito da una battuta di Amleto, allorché davanti al cadavere del ciambellano Polonio, dice alla madre: “Così inizia il male ed il peggio resta indietro”. Questa frase mi ha fatto pensare che oggi l’ambiguità, per lo meno per l’Europa, è il motore della Storia. Se da un lato c’è la Chiesa che, parlando di migranti e Mediterraneo, insiste sull’accoglienza che viene a essere una sfida per i credenti, dall’altro le tragedie delle stragi terroristiche, come quelle accedute a Parigi e in Belgio, aumentano la paura, la mentalità di chiusura e di respingimenti in quasi tutti i paesi d’Europa. Inoltre la Chiesa, continua (ed è ovvio che lo faccia) in un forte appello alle autorità perché rifugiati e richiedenti asilo siano considerati in tutta la loro dignità per favorire la loro integrazione. Ma, a mio avviso, nel contesto attuale la sfida dell’integrazione deve giocarsi a vari livelli e deve chiamare in causa singoli e comunità. Non è un caso che al Consiglio d’Europa i delegati di Italia, Francia, Belgio, Malta e Portogallo ed esponenti delle realtà locali impegnate sul fronte dell’accoglienza abbiano insistito sulle responsabilità reciproche ricordando che sui barconi dei migranti c’erano anche terroristi con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Ecco perché la frase di Amleto mi ha fatto riflettere che oggi l’ambiguità è il motore della storia e perché sia sempre più necessaria la chiarezza e l’opportunità di migliorare la vita di tutti. Inoltre, un’altra riflessione è scaturita dalla frase di Bruno Forte, vescovo di Chieti–Vasto: “La paura è l’antitesi della libertà”. Un’espressione bellissima e condivisibile perché la libertà è un bene troppo importante per darla vinta al terrorismo della Jihad. Dobbiamo tutti rifiutare la logica del terrore e convivere con questa improvvisa fragilità, senza farci schiacciare. Mi auguro che l’Europa faccia in modo di esistere e gestisca al meglio la minaccia reale senza cadere nelle trappole che purtroppo si presenteranno. DANIELE CACOPARDO (12) CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 INTERVISTA ALL’ARTISTA LINDA AIROLDI «Il consenso? Non logora» Umberto Franzese Linda Airoldi svolge intensa attività concertistica. Il suo repertorio spazia dalla musica sacra a quella da camera, d’opera, d’operetta. Ha partecipato a La Traviata, direttore Zubin Metha, ha interpretato il ruolo di Zeza nel Matrimonio di Pulcinella. Corista del Teatro S. Carlo, in altrettante tournee, ha preso parte al Don Carlos, Trovatore, Boheme, Romeo e Giulietta, Parsifal, I Lombardi alla prima Crociata, Turandot. Solista nel Miserere di Mozart al Conservatorio S. Pietro a Majella di Napoli. Sa bene Linda Airoldi che, con i tempi che corrono, è assai arduo tenersi a galla. La bravura, l’eccellenza è troppo nuda, non eccita il pubblico. La moderazione ha qualcosa di fatale, nulla ha più successo dell’eccesso. La cultura che mira all’approfondimento e disdegna la vacuità, la superficialità, è cosa rara. La cultura vera appartiene alle élite e soltanto le élite sono in grado di educare, di formare. Esiste un mondo in cui dominano eccitazioni più che emozioni, provocazioni più che sfide, sciatteria più che raffinatezza. Valori come la bellezza, la fede, la purezza, la spiritualità, il rigore, fanno parte del patrimonio di quel mondo a cui appartiene Linda Airoldi. Attimo fuggente, fermati, sei bello. Di tanti attimi fuggenti è costellata la carriera artistica di Linda Airoldi. Sua la purezza del canto, la raffinatezza della partitura, il rigore dell’approfondimento. E sempre studiando e riflettendo, ipotizzando soluzioni di lungo termine. La giornata è uggiosa. Piove a dirotto. Il faccia a faccia, all’interno del Saint Tropez, ton sur ton, meriterebbe si svolgesse all’aperto. Più viziosa o più folle? Un pizzico di follia non guasta, i vizi alla larga. Ama concentrarsi più a letto o in salotto? Il letto per il riposo più assoluto. Il salotto, con l’ausilio del pianoforte, per affinare la tecnica e tenermi in forma. Vale più amarsi o amare? Amarmi perché ho gran cura di me stessa, per piacere e piacermi. Amo dare. Mi si riempie il cuore quando amo e mi sento amata. Per piacere bisogna essere amabile anche a costo di risultare goffa? Amabile, sì, ma profondo rispetto di me stessa, ogni eccesso ridicolizza. Mettersi in gioco è un gioco? Mettersi in gioco è un gioco, è una sfida con se stessi; una sfida che, presa con lo spirito giusto, carica e ti fa vincere. Per essere apprezzata c’è bisogno solo dell’applauso? L’applauso è un chiaro segno di apprezzamento, ma sono ben altre le cose che contano per sentirsi accettata, apprezzata. Mi fido poco di lodi sperticate, di consigli spropositati . Rifletto, valuto, mi metto in gioco per crescere. Si sente di essere se stessa anche quando non è contenta di se stessa? Sono me stessa anche quando non sono contenta di me stessa. Mi accetto per quello che sono. Importante è l’autocritica: è un modo per analizzarsi e migliorarsi. Qual è il suo più cocente dei rimpianti? Ringrazio Dio di tutto quanto ho sin qui raccolto. Forse un po’ rimpiango di non aver osato troppo. A volte vale anche rischiare. Il consenso fuori misura logora? Il consenso, anche fuori misura, rappresenta comunque lo stimolo per non mollare mai. È pero, un peso, un ingombro. Per lanciare e raccogliere sfide bisogna essere più spietata con se stessa o con le proprie rivali? Per lanciare sfide bisogna essere molto severe e soprattutto intransigenti con se stesse. Per raccogliere le sfide delle rivali bisogna semplicemente dare il meglio di sé. Per arrivare alla mèta, spregiudicatezza o perbenismo? Niente perbenismo né spregiudicatezza, energia positiva, grande impegno e credere nel proprio operato. Che differenza c’è tra una rivale del mondo dello spettacolo e una rivale in amore? C’è differenza tra una rivale nel mondo dello spettacolo e una rivale in amore: con la prima non metti in gioco il tuo cuore, la tua persona completamente, alla seconda non devi lasciare alcuno spazio. Lei chi si sente di essere? Sicuramente una donna positiva dalle mille sfaccettature, allegra, disponibile, tenace, ma anche severa e capricciosa. Linda Airoldi è un’artista a tutto tondo. Un’artista vera non può che battersi, orgogliosamente, contro prodotti artistici pasticciati e di basso valore, contro gli incantatori, contro i negatori del bello. Linda Airoldi se è amata e apprezzata, lo è perché, all’occorrenza, sa anche dire di no. Sa fare, e bene, con il tempo che le viene concesso. La sua voce sa raccontarci cose mai ascoltate prima. SOLLECITAZIONI la vignetta di Malatesta IL SUDISTA Mimmo Della Corte RENZI PINOCCHIO E IL FALSO SUD Diario stupendo M.RAMPERTI La Piedigrotta della Natività Il presepe napoletano è allegro come un’ottombrata. Gesù nasce senza dolore e senza presagio. Ha intorno i colli; e là sopra è l’orizzonte di Partenope, sempre sereno, sempre diafano, sempre proclive. Creando la loro Natività gli artefici del Golfo non pensano all’arida Palestina. Pensano a Napoli fiorita. Non sono mai passate le cavallette bibliche per queste zolle. I mandriani, accorsi coi loro greggi al prodigio, non rassomigliano ai cupi e adunchi caprai incontrati da Renan nelle strade di Nazareth: bensì ai pastori del Sannazzaro e del Guarino. Sono gioconde donne, con loro. E fanciulli. Tanti fanciulli. Nessun Erode bandirà mai una strage degli innocenti per sopprimere il divino «scugnizzo» che dovrà essere un giorno, dall’alto d’una croce, il Re dei Re. La presenza del tiranno non si vede, non si sente. Nella terra del presepio napoletano, nessun dramma è possibile che la desoli e l’insanguini. Gli artefici napoletani dimenticano la storia. Però non l’offendono. Il loro modo di onorare Gesù è di ignorarne la catastrofe. Mettono su una sorta di «Piedigrotta della Natività». Essi non possono ammettere, mentre disegnano e scolpiscono il vago bimbo nella sua culla, che un martirio, sia pure necessario e sublime, lo aspetti. Questo è un giorno natalizio, questo è un mattino di festa: ed essi vogliono che i loro pupi cantino e ballino tra l’esultanza infinita degli uomini e degli animali, del cielo e della terra. C’è nella loro falsificazione un’innocenza, nella loro ignoranza, una saggezza tutta tipica della razza. L’indomani non conta, «Nun te ne ‘ncarricà». (Marco Ramperti, «L’allegro presepe, 1934) Colmo di fulmine di RENATO ROCCO L’ipocrisia è una maldicenza travestita da virtù. Il pessimista cerca il meglio del peggio. Dio fece l’uomo a sua immagine: amava le caricature. La moglie va presa per il suo valore, l’amante per il suo prezzo. L’immoralità sta all’erotismo come il cattivo ricordo alla memoria. Lo scorso agosto, nell’annunciare le conclusioni del suo “Rapporto 2015 – sull’economia meridionale nel 2014”, la Svimez sosteneva che, dopo sette anni di recessione “Il Mezzogiorno è messo peggio della Grecia”. Appena, però, due mesi dopo – probabilmente, anzi, certamente (in fondo, vive grazie ai finanziamenti pubblici), per rabbonire Renzi che, all’inizio della vicenda, era esploso in un irato “basta lamentazioni” - la stessa Svimez ha cambiato idea. Tant’è che ad ottobre, in occasione della presentazione ufficiale del rapporto, ha avvertito che per il Sud “nel 2015 la decrescita del Pil si azzera”. Il che ha consentito allo “special one gigliato” che non ha perso tempo per accreditarsi il merito di tale, per altro, più pretesa che presunta, inversione di rotta - di prorompere in un festante “finalmente l’Italia non è più un Paese che marcia a doppia velocità”. Fingendo di non sapere che, seppure questo “new deal” fosse reale, andando avanti così, con una crescita dello zero virgola all’anno, al Sud servirebbero ben 130 anni – come dire oltre 5 generazioni - per recuperare il ritardo. Sempre che, però, il Nord si fermasse del tutto e non continuasse a crescere neanche di uno zero virgola in più di lui. Cosa – oltre che, a mio parere, deprecabile assolutamente irrealizzabile. Soprattutto se il Governo di Roma continuerà, com’è avvenuto anche nel 2014, ad indirizzare all’Italia della “testa” l’84% delle risorse finalizzate alle politiche industriali ed a quella del “tacco” solo il 16; a promettere - a chiacchiere, ovviamente come ha fatto Renzi da agosto in avanti, l’intenzione, di finalizzare, con la legge di stabilità 2016, al credito d’imposta per gli investimenti ed alla decontribuzione per le nuove assunzioni a cominciare dal 2016, 2 mld di euro, per poi, all’atto pratico, dimenticarsene completamente e destinargli soltanto pochi spiccioli: 450mln per la bonifica di terra dei fuochi; un fondo di garanzia per l’Ilva ed un finanziamento per la prosecuzione dei trentennali ed interminabili lavori della Salerno-Reggio Calabria, su di una manovra di ben 30 mld; ed a diffondere pseudomasterplan o meglio le sue “linee guida” di più, una sorta di analisi generale del contesto, senza indicazioni specifiche - parlando di tutto e del suo contrario – assicurando investimenti (ma per realizzare cosa?) per ben 95mld. Altro che sognare lo sviluppo. Tra legge di stabilità e “masterplan” c’è solo da preoccuparsi. Se la prima, non s’accorge del Sud, il secondo, rischia, addirittura, d’impoverirlo ulteriormente, dal momento che - pure in assenza di qualsiasi progetto di sviluppo complessivo e di norme di regolamentazione - pone le premesse per l’ennesima cannibalizzazione delle eccellenze produttive del Mezzogiorno, da parte di imprese del Nord e, magari, anche estere. Vi si legge, infatti, che “la stessa impostazione di una strategia industriale d’impresa può passare per la cessione di aziende o di quote di capitale orientata a dar vita a un assetto azionario che rafforzi il posizionamento di mercato e assicuri una riorganizzazione produttiva adeguata”. Scommettiamo che l’unica parte di questo “ruberyplan” a verificarsi sarà proprio questa? Come mai, nessun “meridionalista illuminato” o “giornalone del Sud” se n’è accorto? Ai posteri la (non troppo) ardua sentenza. Meridione, alza la testa! La tua salvezza passa da te e da un solenne “vaffa…” a Renzi, compagni e “leccator cortesi”. CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (13) (14) CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 LA RIFLESSIONE CULTURA E CONOSCENZA DELLA STORIA CONTRO IL «DIO DENARO» La salvezza del Sud è difendere l’identità Pietro Golia* Il primo vero grande processo di disintegrazione politico, identitario e culturale si è verificato proprio nel Regno delle Due Sicilie, all’indomani della conquista piemontese del 1860-1861. La progressiva desertificazione della identità e della cultura del Sud fu attuata seguendo una strategia di egemonia culturale di derivazione giacobina e liberale. Nel Sud si fece tabula rasa della memoria storica di un Regno che per secoli aveva conservato una sua unità strutturale. L’operazione fu portata a termine sebbene permanesse anche la memoria di Federico II, che ribadiva una statualità grande e profonda e i principi di uno sviluppo autoctono, caratterizzato da una grande autonomia persino nei confronti della Chiesa, fino a giungere ad uno scontro epocale. Non poteva essere evitato un conflitto aperto tra una nazione come quella del Sud e una nazione che nasceva dal disegno politico-intellettuale di una minoranza che voleva un grande Piemonte, sostenuto da Francia e Inghilterra e dalla Massoneria internazionale. C’erano principalmente gli influssi giacobini e del protestantesimo che avevano seminato ed insistito nella negazione di quelle tradizioni e di quelle saggezze tramandate di generazione in generazione, che il popolo meridionale riteneva componenti essenziali della sua stessa identità. Bisognava, quindi, negare consuetudini, conoscenze, modi di essere, religiosità comuni a tutto il popolo. Essenziale in questo processo di negazione e di disintegrazione era una sorta di rivoluzione pedagogica, che nasceva da una “rieducazione” forzata delle masse, finalizzata a spezzarne ogni legame con le tradizioni popolari. Bisognava neutralizzare ogni collante nell’ambito della comunità meridionale. Seminare individualismo, relativismo, nichilismo, opportunismo, materialismo e disperazione. Bisognava far dilagare miseria e ragion conveniente. Alla grande guerra civile sarebbe dovuta seguire la guerra civile molecolare. Dopo, avrebbero avuto buon gioco gli stranieri, tutti gli stranieri. Il modello dell’invasore, dello straniero, si è sempre collocato tra il neogiacobinismo e il moderatismo liberale, il comi- tato d’affari e la speculazione. La stessa leva obbligatoria di lunga durata e l’avversione alla civiltà contadina nascono proprio da questo approccio culturale e pedagogico. E quindi nasce in questo contesto il progressivo sradicamento delle preesistenze comunitarie e quindi della stessa religiosità dei popoli, non solo di quello meridionale. Viene meno non solo il rispetto per la terra, ma anche per la natura, per l’uomo, per il creato. Tutto si deve sottomettere ed essere strumento di speculazione, di usura. La deforestazione e i guasti idrogeologici, la destrutturazione del paesaggio e gli organismi geneticamente modificati: i risultati sono sotto gli occhi di tutti. La napoletanità, il pensiero meridiano erano cultura, anima, arte, musica, pathos, solidarietà, cultura del dono e comunitarismo. Persino trasgressione e discontinuità nella festa. Questo processo di disgregazione e di annichilimento che investì il Regno delle Due Sicilie si è spostato a tutto il sistema Italia e all’Europa tutta. Si parte dalla negazione della cultura, della storia, dalla omologazione dei saperi, dal degrado e dal relativismo della stessa Chiesa, dalla distruzione delle consuetudini alimentari e di ogni specificità anche delle colture, della coltivazione della terra, fino ad un vero e proprio lavaggio del carattere delle masse con l’ideologia pubblicitaria e consumista. Siamo alla sparizione della sovranità politica, economica, monetaria, agroalimentare, linguistica. Pensiero unico ed uniformato, mercato unico, lingua unica, religiosità fai-da-te, banale e relativistica. La tecnocrazia della dittatura dell’Alta Finanza, dei banchieri e delle burocrazie dell’Europa, il potere giacobino e senza volto non riescono però ad avere ragione delle resistenze popolari, che si stanno organizzando e rafforzando, trasversalmente, un po’ ovunque. «Nei primi anni Sessanta – scriveva Pierpaolo Pasolini (nella foto) – a causa dell’inquinamento dell’aria, soprattutto in Campania (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti), sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più. Sono ora un ricordo abbastanza straziante del passato». Quel tipo di deriva ambientale e antropologica che Pasolini intuiva è stata accentuata e ha subìto una accelerazione devastante negli ultimi decenni. Un avvelenamento, una mutazione decisiva. Specie nel Nostro Sud, sotto l’incalzare del processo di normalizzazione e dell’ideologia del dio quattrino, avanza la distruzione dell’ambiente e di tutto ciò che esprime l’identità storica, culturale, economica, religiosa. A Napoli, per esempio, si perfora dissennatamente il sottosuolo per realizzare nel modo più lucroso possibile inutili e costosissime strade ferrate, distruggendo lo splendore della Villa Comunale e dissestando i monumenti-simbolo della città, che poi, per nascondere il misfatto, vengono ingannevolmente e oltraggiosamente impacchettati e sfregiati con osceni cartelloni pubblicitari. Gli stessi che fanno capolino a ogni angolo di strada, secondo un’ideologia mercantile che tutto laicizza per tutto mercificare, fino a trasformare il Natale in un sabba consumistico. In mezzo ai fumi narcotizzanti del liberismo sfrenato, végetano moltitudini di omuncoli degenerati, ridicoli, mostruosi, criminali. Basta soltanto uscire per strada per capirlo. Quasi tutti fanno l’impossibile per annientare quella tribù napoletana, irripetibile, irriducibile ed incorruttibile, la cui stessa esistenza è ancora oggi una sfida alle perversioni della modernità. Non ci riusciranno. La diritta via è segnata ancora una volta da Cultura, Coraggio, Virtute e Conoscenza. Queste sono le prime risorse per risalire la china. Per riprendersi un manto di lucciole, una natura incontaminata e dire no a una Montedison, a un’Italsider, a un Petrolchimico, a una Terra dei Fuochi con scorie radioattive e tossiche… *Editore e giornalista Un Natale solidale con lo store di Emergency Fino al 24 dicembre 2015, in via Santa Brigida, un temporary store di Emergency offre a tutti napoletani la possibilità di fare del bene. Nel cuore della città, i volontari della nota associazione umanitaria, hanno celebrato l’apertura di questo negozio, al cui interno si possono trovare molte idee regalo per un Natale solidale. I proventi sosterranno le iniziative del Programma Emergency Italia. Tanti gli oggetti disponibili: da manufatti artigianali realizzati nelle zone di guerra a vari gadget con il celebre logo di Emergency oltre ad alimenti biologici a km0. (l.g.) Chalet Rosso, la magia degli addobbi natalizi Lo “Chalet Rosso” di viale Dohrn sfodera questo Natale dei sorprendenti addobbi natalizi. Salvatore Di Lorenzo e i figli Gianni, Anna e Marco, infatti, hanno reso ancora più magico questo luogo accogliente dove, ogni giorno, offrono alla clientela fantastiche combinazioni di gusto e piatti della tradizione. Bar Monterey, l’aperitivo è chic In un momento in cui la città vive una situazione drammatica, fa piacere constatare l’apertura ad opera del signor Luciano Tricarico, già direttore del bar Cimmino, a Piazzetta Rodinò ed ora dirigente in via Chiaia del bar Monterey. Un ambiente elegante e chic caratterizzato da colori tenui e design essenziale ma curato nei minimi dettagli. Prezioso e rilassante l’aperitivo tra trionfi di dolci e una ricca varietà di piatti salati. CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (15) (16) CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 SPECIALE NATALE ARTE ALL’ANNUNZIATA CONCERTO AL PLEBISCITO Tra le location protagoniste del Natale napoletano, anche la Real Casa Santa dell’Annunziata, dove sarà possibile visitare la mostra di Riccardo Dalisi “Annunciazione-Natività-Gioco Sacro”, allestita per inaugurare la Sala delle Colonne di recente restaurata dal Comune di Napoli e resa visitabile al pubblico. In esposizione 12 grandi sculture e disegni sul tema della maternità e natività. L’ultimissimo evento delle feste, il 9 gennaio 2016, vede Antonio Maiello et Les Amis du Monde, perla della musica mediterranea, esibirsi in piazza del Plebiscito. Insieme a un affiatato ensemble di musicisti e con la partecipazione del Maestro Francesco D’Ovidio, mescola la tradizione orale della musica magrebina ed indiana alle arie più famose della lirica italiana, con un tocco di rock, blues e jazz. IL CARNET DEGLI APPUNTAMENTI La Natività a Napoli tra jazz e presepi Livia Iannotta Le strade di Napoli si accendono da fine novembre. A sorvegliare passeggiate e corse all’ultimo regalo, sospesi a mezz’aria, fiocchi di neve, stelle, scorci della natività e qualche volto meno tradizionale ma altrettanto significativo. Anche Eduardo e Pulcinella, in fondo, sono un po’ santi. Non è solo con le luminarie che all’ombra del Vesuvio si inaugura il Natale. Un ricco cartellone di appuntamenti terrà impegnato chi approfitta dello stop dicembrino per vivere e riscoprire la città. La tradizione si rinnova all’ombra di abeti inghirlandati e mercatini in cui sacro e profano spesso si confondono. Ne è un esempio San Gregorio Armeno. Nella strada dei presepi, caricature di vip, politici, veline e miti made in Naples strappano sorrisi alla fiumana di turisti e cittadini cari alla tradizione. E proprio lì, tra un Maradona e un Totò del maestro Ferrigno, è già stato adocchiato Luca De Filippo, mentre in tutti la perdita ancora brucia. Anche Chiaia si veste a festa. Il 13 dicembre una ciurma di Santa Claus vestiti di rosso, con tanto di barba e cappello, gareggerà amichevolmente per il quartiere con la “maratona dei Babbo Natale” il cui ricavato (è richiesta una quota di partecipazione) verrà devoluto all’associazione 3x3 Onlus per pasti ai bisognosi alla chiesa di San Pasquale. Il 19 dicembre, poi, Babbo Natale aspetterà i bambini a piazza dei Martiri per dispensare doni, fare foto e raccogliere letterine. Il Comune lancia poi “Natale a Napoli 2015” che quest’inverno gioca sul tema della Natività, inteso alla lettera come parto e più in generale come metafora del processo creativo. Largo così a eventi che spaziano dalla musica al teatro, dall’arte alla filosofia, negli angoli più vivi della Musica, arte, teatro, intrattenimento: gli eventi che animeranno il Natale dei napoletani vedono protagonisti i più suggestivi angoli della città. Dalla maratona dei Babbo Natale a Chiaia alla Festa della Befana a via Caracciolo, dai concerti alle mostre di arte presepiale. città. Dal 17 al 22 dicembre, si fa teatro in un bus. Parcheggia in Piazza del Gesù “Bus Theater - il Teatro viaggiante”, spazio culturale che è commistione, incrocio fra cultura e meccanica, umanità, arte, antico e nuovo. La strada, babelica e imprevedibile, diventa luogo di spettacolo e recitazione, grazie alla proposta artistica del Teatro Bus improntata alla diversità, alla varietà di stili e contenuti e che riflette appieno il cuore “ibrido” della città. Nella serata del 30 dicembre, la Basilica del Carmine Maggiore verrà abbracciata dalle note del concerto “Il crocifisso svelato”. Appuntamento interessante per più ragioni. “I Figlioli di Santa Maria di Loreto” eseguiranno, con strumenti originali, il Mottetto Pastorale in lode del Crocifisso del Carmine a nove voci, violini, tromba, due cornetti e due flauti di Gaetano Veneziano. Proprio nella chiesa dove è custodito il crocifisso miracoloso che, secondo quanto si racconta, nel 1439 chinò il capo per sfuggire a un colpo di bombarda sparato dagli Aragonesi. L’esecuzione musicale sarà occasione per rivivere le atmosfere di una festa a Napoli nel Seicento. Partner del progetto, infatti, l’Associazione Culturale NarteA, che ricostruirà il cerimoniale liturgico in costumi d’epoca. Per stimolare sogni e fantasie, poi, tutte le domeniche fino al 3 genna- io, nello spazio comunale Piazza Forcella (via Vicaria Vecchia) i più piccoli potranno partecipare all’iniziativa “Lettura di belle storie”, promossa dalle Associazioni “Annalisa Durante” e “Nati per Leggere”. E ancora, il 22 e 23 dicembre, al Museum di piazzetta Nilo, la musica napoletana si fonde al jazz e alla musica da ballo americana dal dopoguerra a oggi con “Blues Velvet as neapolitan jazz songs”, evento a cura de La giostra teatro e Nilo Museum. Si esibiscono Marianna e Maria Angela Robustelli (voce), Salvatore Torregrossa (piano, fisarmonica e uculele), Antonio Pepe (basso e contrabbasso), Sasà Bratti (sax). Per gli amanti della sempreverde arte presepiale, invece, sarà possibile visitare, fino all'8 gennaio, alla Chiesa di San Severo al Pendino, la “Trentesima mostra di arte presepiale” curata dall'Associazione Italiana Amici del Presepio; fino al 12 gennaio il Presepe poliscenico della Chiesa di San Nicola alla Carità; e il 29 e 30 dicembre alla Basilica di San Lorenzo Maggiore il presepe vivente “Nascette nu ninno a San Gregorio Armeno”. Non mancherà, per brindare al 2016, il tradizionale concerto al Plebiscito che vedrà l’esibizione di Enzo Avitabile e i Bottari e a seguire l’attesa performance di Max Gazzè. Dall’1:30 spettacolo pirotecnico a via Caracciolo poi musica sul Lungomare con aree disco. Le feste napoletane si chiudono il 6 gennaio proprio sul lungomare, invaso, per festeggiare l’Epifania, da artisti di strada, animazione e giochi per bambini. Sorprese per i più piccoli e doni dalla Befana anche poco più in là, a piazza del Plebiscito, con “Pompieropoli”, un percorso ideato per insegnare ai piccoli la sicurezza con attività ludiche, allestito grazie all'Associazione Nazionale dei Vigili del Fuoco. CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (17) studioo ossani ssani Professionisti Pr ofessionisti nella consulen c consulenza al tuo servizio Lo Studio Ossani è una solida e affidabile realtà partenopea dal 1996 che opera con serietà e affidabilità nella consulenza aziendale, fiscale, contabile, societaria e finanziaria. 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A cominciare da Pozzuoli, dove il programma degli eventi, denominato per il quarto anno “Luci suoni e solidarietà”, è partito il 5 dicembre e si concluderà l'8 gennaio. Da annotare, lo spettacolo comico de "I Ditelo Voi" il 13 dicembre in piazza 2 Marzo 1970; quello di Enzo Avitabile il 27 dicembre nella chiesa di Sant'Artema a Monterusciello e il Capodanno in Piazza della Repubblica con Sal Da Vinci. L’amministrazione comunale puteolana ha inoltre coinvolto le associazioni e vari soggetti attivi sul territorio che hanno proposto una serie di iniziative come presepi viventi, spettacoli Gospel, animazioni, artisti di strada ed eventi di solidarietà. A Bacoli è da non perdere la manifestazione organizzata dal Comune e dalle associazioni del centro storico “Liberamente” e “Bacoli in Corso”, che si concluderà il 6 gennaio e che ha previsto la chiusura al traffico del centro nel quale sono stati allestiti i mercatini, le esposizioni dei commercianti, una Street Food ed un’area dedicata all'animazione dei bambini. Contestualmente, in Villa Comunale, sono state accese le luci d'artista: un albero gigante, Babbo Natale, le renne, un drago e persino un gigantesco Winnie the Pooh. Iniziative anche nelle altre frazioni del territorio bacolese, come Natale a Baia, Natale al Fusaro e nel Parco Vanvitelliano. Se poi ci si sposta a Quarto, il comune flegreo ha dato il via alle iniziative natalizie con una singolare kermesse che ha coinvolto i commercianti locali: oltre cento attività del centro storico hanno aderito al concorso “Illumina la tua vetrina”, che il 5 dicembre ha premiato la vetrina commerciale natalizia più originale. Alla presenza del sindaco Rosa Capuozzo, nella stessa serata, sono state accese le luminarie delle strade del centro e l’albero in Piazza Santa Maria. Per l'evento gli esercizi hanno prolungato l’orario di apertura fino alle 24, proponendosi al pubblico con iniziative di sconto ed assaggi di prodotti. E se per i commercianti le luci sono state occasione di adorno, per i cittadini sono diventate cornici fotografiche con il concorso “Ba- cio sotto le luci”, aperto a tutti gli amanti dell'autoscatto, che hanno potuto scattare il “selfie” di un bacio e pubblicarlo sulla pagina facebook del contest. Nel piccolo Comune di Monte di Procida, le luminarie e gli addobbi natalizi sono protagonisti. Ad aiutare il giovane sindaco Giuseppe Pugliese, nell’organizzazione degli eventi, il neocostituito comitato per il Natale Montese, un’iniziativa bipartisan che vede anche la partecipazione dei cittadini. Ma Natale è anche solidarietà. Degna di attenzione l’iniziati- va promossa dal Rotary Club Pozzuoli, in collaborazione con il locale Rotaract, che ha messo in campo il progetto “Natale è di tutti”. Si tratta di una raccolta di giocattoli nuovi o usati (in buono stato) da destinare ai bambini meno abbienti, segnalati da parrocchie e associazioni attive sul territorio flegreo. Il progetto del Rotary Club Pozzuoli, presieduto da Sergio Di Bonito, è stato patrocinato dal comune di Pozzuoli attraverso l’assessore alle politiche sociali Teresa Stellato e dal comune di Quarto, con la partecipazione dell’assessore alla cultura Raffaella Iovine. CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (19) (20) CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (21) SPECIALE NATALE VIA ALABARDIERI, L’IDEA DEL BEEF BAR 12 morsi, la Manhattan del gusto è qui Metti una stradina inghirlandata a festa e calda di luci a dicembre. Metti un ambiente moderno, essenziale, in cui piatto principe è l’hamburger, declinato in ogni variante di mixture e sapori. Non siamo a New York, ma l’evocazione vuole essere quella, a Natale più che mai. Nel cuore “in” di Napoli, a via Alabardieri 34, tre giovani imprenditori piantano un pezzetto d’America con “12 morsi – Burger ‘n friend”, il nuovo Eden degli amanti della carne lavorata. Sventolando il primato di primo beef bar nel centro della città, apre i battenti con un opening party che il 18 novembre ha radunato circa mille tra professionisti, industriali, habitué della movida e semplici curiosi. Vincenzo Cerbone, Tommaso Ambrosio, Andrea Capoluongo presentano così al pubblico il loro corner del gusto, che surclassa la tipica hamburgeria includendo nell’offerta una ricca varietà di carni scelte e un bar dove intrattenersi pre e after dinner. L’idea arriva direttamente da oltreoceano. «Nei nostri viaggi negli Usa tra Miami, (22) New York, Los Angeles, Atlanta – raccontano i titolari – abbiamo ereditato la vena americana sia nel design che nelle mode. E il burger è, appunto, tra le principali tendenze americane». È così che un negozio di autoricambi auto viene messo a nuovo e convertito in un locale dal sapore metropolitano. New York è nel design, essenziale e tipicamente industriale; nei supporti, ferro, legno grezzo, materiali di risulta; e più di CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 tutto nel concept. «Abbiamo voluto ricreare in particolare l’ambientazione del quartiere di Meatpacking district dicono -. In passato era il tempio della carne da macello, sede di numerosi capannoni in cui veniva macellata la carne distribuita poi in tutta America; oggi è tra le zone più in di Manhattan, con locali e ristorantini. Tornati in Italia ci siamo lasciati ispirare da quelle atmosfere». Regina di “12 morsi” è, inutile dirlo, la carne. Di altissima qualità e certificata IGP, il che garantisce prima di tutto la rintracciabilità: «In questo modo spiegano - siamo a conoscenza dell’intera filiera di macellazione, dal nome del bovino al macello di provenienza». Ma non solo. Sul menu 12 panini gourmet, raffinati e originali, tra cui il Lobster Roll, sul calco di una famosa ricetta americana, ovvero hamburger di astice con dressing alle erbe, pomodori di Sorrento e insala- ta iceberg. Festa per il palato anche con il burger di salmone, cotto alla piastra e servito con carpaccio di melanzane e pomodorini del piennolo. Con un occhio di riguardo anche a chi – viste anche le recenti polemiche e una crescente tendenza “erbivora” – alla carne ha voltato le spalle, grazie agli hamburger vegani e vegetariani. A cui si aggiungono prodotti senza glutine, comprese diverse birre “gluten free”. Sul versante drink, “12 morsi” accompagna i panini con un ricco ventaglio di birre artigianali, tutte italiane (da“32 via dei birrai” a “Birra Baladin” a “Birrificio italiano”). E se è vero che, quando la fame chiama, un panino si assapora in 12 morsi, ne bastano anche meno se nel piatto ci si ritrova un hamburger gourmet, gustoso e originale. «Pretendiamo il meglio per i nostri clienti – chiosano i titolari di “12 morsi” – Non serviamo una pietanza se non piace in primis a noi. La qualità è il nostro marchio, a cui abbiniamo un ambiente caratterizzato da un design diverso, di tendenza». CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (23) SPECIALE NATALE L’ASCESA DELL’AZIENDA DI FRANCESCO MUCCIARDI Sartoria Condotti, lo stile che piace ai vip Un capo raffinato e di classe è forse il più bel regalo da scartare a Natale. Ne sa qualcosa Francesco Mucciardi, imprenditore napoletano, veterano del settore moda, che da anni veste, con l’eleganza del suo brand “Sartoria Condotti”, le vie del salotto di Napoli. Una fashion house in crescita, la sua, diventata ormai vero e proprio simbolo del menswear. Tra i progetti più “caldi” c’era quello di approdare nella capitale italiana della moda. Oggi Milano gli spalanca le porte con una nuova sfida imprenditoriale: l’apertura, nella prossima primavera, di uno store in pieno centro, a due passi da piazza San Babila. Segno che lo (24) charme del brand sbanca e conquista perfino oltre i confini regionali. L’eleganza firmata Mucciardi fa colpo anche nella cinematografia: attori come Paolo Conticini, Biagio Izzo, Francesco Pannofino, Massimiliano Gallo, Leopoldo Mastelloni si affidano alla finezza e alla qualità del marchio napoletano. E se è vero che a fine anno è tempo di tirare le somme, per Mucciardi il bilancio non può che essere positivo. Lo testimoniano l’apertura di un punto vendita all’aeroporto di Capodichino, di una vetrina espositiva all’Hotel Royal Continental e la sponsorizzazione di trasmissioni televisive come “Goal Show” in onda su Napo- CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 li Tv e “A tutto campo” su Canale 8. «Guardare all’estero e spingersi verso nuovi mercati è un passo importante e di grande coraggio - commenta Mucciardi -. Una grande sfida questa, che apre le porte verso un pubblico diverso e rappresenta un nuovo punto di partenza di un grandioso progetto futuro». Raffinatezza, cura del particolare e tradizione sono i punti cardine della filosofia dell’imprenditore napoletano, abile nell’unire la qualità e la bellezza del prodotto alla competitività ed accessibilità dei costi. Mucciardi, figlio d’arte, fa sua la tradizione ereditata dal nonno e dal padre, ma la reinterpreta rinnovando lo stile e l’offerta del prodotto, introducendo la produzione total look. Mantiene, dell’antica arte sartoriale, l’attenzione, la cura e lo studio dei capi, valori che ancora oggi denotano l’imprenditore di successo, interessato a seguire il processo di realizzazione dei suoi prodotti dall’inizio, dalla scelta all’acquisto delle migliori materie prime, fino alla fase di realizzazione. Arte sartoriale totalmente made in Italy, dedicata ed ispirata all’uomo amante del gusto e della raffinatezza, che con una mission tutta nuova, sposa la freschezza delle ultime tendenze. I tessuti pregiati, uniti ai tagli studiati e accurati, donano qualità al prodotto e permettono di realizzare collezioni e capi su misura che incassano successi sul mercato. Dal classic look al casual outfit, dal trendy al traditional, “Sartoria Condotti” tratteggia il look per ogni tipo di uomo. Senza trattenere i sogni: obiettivo dell’azienda è infatti imporsi stilisticamente in Italia e all’esterno per esportare il made in Naples e presentarlo come emblema di stile: «Credo nelle potenzialità della sartoria locale - spiega Mucciardi - quella dei veri artigiani che lavorano con precisione e attenzione ai dettagli. Non c’è industrializzazione, non ci sono capi tutti uguali, c’è l’unicità». SPECIALE NATALE MOSTRA D’OLTREMARE, «SANTA CLAUS VILLAGE» FINO AL 20 DICEMBRE Slitte ed elfi alla festa di Babbo Natale Mariangela Ranieri La leggenda narra che nell'Europa settentrionale, a nord del Circolo Polare Artico, più precisamente in Lapponia, viveva un vecchietto canuto di nome Natale. Era buono e generoso, tanto da aiutare i vicini ogni volta che poteva. Un giorno, però, capì che quanto faceva era poco o addirittura nulla per chi la Lapponia non sapeva neanche cosa e dove fosse. Quella stessa sera gli venne in sogno un angelo, il quale si propose di aiutarlo a distribuire felicità a chi non poteva permettersela, gli disse quindi di caricare di giocattoli la slitta e di farsi trainare dalle renne. Durante la notte tra il 24 ed il 25 dicembre, Natale salì su quella slitta e volò sui tetti europei, africani, americani, asiatici ed australiani, e così come gli era stato predetto, portò sorrisi e scaldò i cuori di tutto il mondo. Babbo Natale quest'anno ha già caricato la slitta, ha deciso infatti di allestire gli ultimi preparativi proprio a Napoli, alla Mostra D'Oltremare, più precisamente nel padiglione 10, dov'è ormai dal 28 novembre e rimarrà fino al 20 dicembre 2015. Il Babbo Natale nell’ufficio postale del Villaggio alla Mostra d’Oltremare "Santa Claus Village" è aperto dal lunedì al venerdì, dalle 16:00 alle 21:00; sabato, domenica e festivi, dalle 10:00 alle 23:00. Nella Napoli tentacolare, è questa una scommessa, così come afferma Giuseppe Oliviero, consigliere delegato della Mostra D'Oltremare, che già registra numerose prenotazioni. Uno dei primi villaggi di Babbo Natale, oltre l'originale ben nascosto, è nato in Finlandia, precisa- mente nella città di Rovaniemi. "Santa Claus Village" si dice che sia stato creato dallo stesso Papà Natale “per difendere la pace del suo nascondiglio e per permettere a tutti i suoi amici di venirlo a trovare”. Ed è proprio a quest'ultimo che si ispira la sinergia tra il "Varca d'oro Network", la società "Animazione in corso" ed il partner organizzatore "Key&go", le aziende, o meglio le persone che hanno dato vita nel 2011 all'amato villaggio. Amanti delle feste natalizie munitevi della giusta valuta, il "babbino", moneta ufficiale del villaggio, per poi tuffarvi nell’habitat napoletano di Babbo Natale che vi aspetta nella sua camera, mentre la signora Claus vi delizierà con dolcetti e vi insegnerà a sfornare biscotti. E poi potrete visitare la tanto sognata "Fabbrica di Santa Claus", strapiena di giochi, presenti e passati e "Il bosco degli elfi" dove il tempo si annulla e la magia ricopre ogni cosa. E per chi fosse in ritardo, l'ufficio postale sarà pronto a raccogliere i vostri desideri e le vostre "letterine", ma attenti a non dimenticare il timbro degli allegri Elfi postini. Come se tutto ciò non bastasse, quest'anno il caro vecchio Babbo ha deciso di dare ad ognuno di voi non soltanto la possibilità di salire sulla sua slitta. Ai più “temerari”, infatti, la "Scuola Guida Artica" insegnerà a guidarla, rilasciando poi a fine corso l'apposita patente. Vi sarà inoltre permesso di ammirare la "chiave di Claus", la chiave che Mastro Elfo ha realizzato e che apre le porte delle case di tutto il mondo nella fredda e magica notte di Natale. In questo ed in tanti altri modi vi stupirà Babbo Natale. Un salto al “Santa Claus Village” sarà l'occasione per poter dire e credere, ancora, che tutto è possibile, ma soprattutto per potersi circondare di quella gioia che il Natale porta con sé. Quindi munitevi del Passaporto, attraversate la Dogana, e aprite gli occhi, perché la magia vi circonderà. CONSULENZA IN MATERIA CONDOMINIALE E IMMOBILIARE - Servizi di gestione condominiale ordinaria e straordinaria - Servizi di natura fiscale e aziendale - Servizi di iscrizione a ruolo presso il Tribunale - Servizi di consultazione e ricerca presso la Conservatoria Per Info: tel/Fax 081.19804242 www.studiopasqualemarigliano.it Via Chiaia n° 160 - 80121 Napoli CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (25) DIVINAZIONE IL MITO E I GIORNI Capricorno energia pura Terzo Segno dell’elemento terra, si caratterizza per romanticismo, tenacia e tendenza alla solitudine Rosamaria Lentini Il Capricorno è il terzo Segno dell’elemento terra. La sua terra, però, non è quella rigogliosa e feconda del Toro e neppure quella della Vergine che, avendo raccolto tutto ciò che la vegetazione aveva da offrire, è pronta a farne dono agli altri per la cura delle loro vite; è la terra dura e secca dell’inverno, granitica, fredda, plumbea. È la terra di Saturno, l’ultimo pianeta del sistema solare visibile ad occhio nudo. Ciò che apporta questo pianeta al Segno è ben riassunto nelle caratteristiche della capra che, nel suo essere abile scalatrice, silenziosa, tenace e inoltre, così protesa verso il cielo, rappresenta un ottimo collegamento fra umano e divino, finito e infinito. La scalata può avere molti obiettivi, essere tesa verso il potere o comunque avere come mira il raggiungimento dei propri obiettivi terreni, oppure può rappresentare una ricerca interiore spinta dalla tensione verso il divino. (26) Nonostante le varie direzioni che può assumere, l’ascesa del Capricorno propone delle caratteristiche sempre presenti. Paziente e lungimirante, è in grado di darsi traguardi a lunga scadenza, portarli avanti senza alcuna fretta e senza fermarsi dinanzi ai primi insuccessi. La tenacia, la volontà e soprattutto la resistenza del Capricorno non hanno uguali, perchè nel suo cammino usufruisce della grande energia di Marte che lo fa risorgere, se per un attimo si è abbattuto; con i piedi saldamente piantati sulla terra, con la logica, il senso di responsabilità, il rigore, il realismo che lo contraddistinguono, difficilmente abbandona il campo. Come la capra che, da animale solitario, non vive in branco, altrettanto è il Capricorno e la solitudine di cui soffre è spesso un’autoimposizione cautelativa, rispetto a quanto vive male qualsiasi cosa turbi il suo assetto e la sua vita emozionale. A proposito di quest’ultima, va sottolineato che, al di là delle apparenze, il Capricorno è un romantico, desideroso di condividere i CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 suoi sentimenti e le sue emozioni, ma ha paura che il lasciarsi andare al sentimento possa minare la forza, la tenacia, la resistenza, beni che pensa di dover conservare a tutti i costi, fosse pure a discapito della condivisione dei sentimenti. Ma questo Segno non è tutto qui, perché due grandi nascite sono accadute in questo periodo: Mithra e Cristo, i messaggeri di una dimensione umana non schiava del solo potere materiale. La vetta, dunque, è la meta del Capricorno, la strada per giungervi è impervia e molte sono le prove e le sofferenze nelle quali il nativo s’imbatterà e delle quali patirà il dolore. La solitudine che accompagna ogni cammino interiore sarà la principale delle sue sofferenze, così come la forte spinta verso un senso profondamente religioso della vita, sarà spesso fraintesa dagli altri e per un buon tratto di strada, o purtroppo anche per tutta la vita, perfino da lui stesso. Cari amici del Capricorno, auguri per il raggiungimento della vostra vetta! [email protected] LE CARTE DEL DESTINO Maurizio Pacelli LA LANTERNA DELL’EREMITA «Nove sembra essere la misura delle gestazioni, delle ricerche fruttuose e rappresenta il coronamento degli sforzi, il compimento di una creazione. Nell’ordine umano il numero nove è quello dei mesi necessari al completamento del feto, che è nondimeno formato al settimo mese. Essendo il nove l’ultima delle cifre, essa annunzia sia la fine sia l’inizio, cioè indica una trasposizione su un nuovo piano». (Voce Nove da J. Chevalier, A. Gheerbrant; Dizionario dei Simboli: miti, sogni, costumi, gesti, forme, figure, colori, numeri; Edizione BUR-Rizzoli). La nona lama indica una crisi dovuta a un cambiamento di coscienza. Attraversata la porta presieduta dalla dea Maat (la Giustizia), si entra in uno spazio sacro. La purificazione del cuore pretende una nuova vita. Se la Giustizia era la soglia, l’Eremita è il passaggio. Qui comincia la trasmutazione dell’individuo che consegue il livello più elevato sul piano della materia. Con l’Eremita terminano definitivamente i personaggi umani e ci si avvicina alle trasfigurazioni dell’anima. Compare l’iniziato: la mano celeste nascosta dal mantello indica che egli conosce il segreto dell’immortalità. Possiede la conoscenza, identificata dal libro nascosto tra le vesti, e la diffonde grazie alla sua lanterna che rischiara la strada al viandante in cerca. Per questo l’Eremita, in una lettura, può indicare una persona di grande potere: può essere un esperto o il Maestro. Comunque un individuo in grado di dominare un campo di elezione. È il terapeuta, sia in senso proprio che figurato. Il bastone curvo ricorda la sinuosità di un serpente: il caduceo caro a Mercurio – Hermes – Hermite – Mosé (quest’ultimo con il bastone che si trasformava in serpente). Ad un livello più profondo l’Eremita rappresenta il nostro terapeuta interiore. È un incontro di verità. Quando si entra in contatto con la propria essenza nulla può restare immutato. Si generano le basi della propria morte interiore, o meglio è richiesto che qualcosa muoia per dar vita ad un nuovo ciclo, per il momento soltanto in embrione. È una delicata fase di preparazione, non è un caso che molti riti e miti riportino il nove come numero fondamentale: Demetra viaggia per nove giorni alla ricerca della figlia Persefone; le nove Muse vengono da Zeus che le concepisce durante nove notti d’amore; la novena rappresenta liturgicamente il tempo completo durante il quale si recitano delle specifiche preghiere per predisporsi alla celebrazione di un evento sacro. Ma cosa deve cambiare prima di tutto? Bisogna apprendere l’arte del silenzio, imparare la discrezione del cuore. La lanterna è una luce che rischiara uno spazio limitato e può essere vista solo da chi è già abbastanza vicino; la mano celeste, consapevolmente, è nascosta. La conoscenza del proprio cuore, il proprio centro, impone la necessaria riservatezza di colui che si limita a indicare la verità soltanto a chi è in grado di sopportarla. Una nuova nascita nel campo dell’oltre si va preparando, essa è destinata ad essere perenne per coloro che decidono di procedere sul sentiero della ricerca interiore. [email protected] saper vivere CULTURA / COSTUME / RELAX / MOVIDA / EVENTI / CURIOSITÀ LA GUERRA DEL PRESEPE Max De Francesco Anche quest’anno ho vinto la guerra del presepe. Ogni dicembre, nei giorni che precedono l’Immacolata, temo di non farcela, di rimanere sotto un tavolo, con la faccia nel muschio e un cartone sul petto, prima che la mia Betlemme esploda di luci. Ce l’ho fatta anche stavolta, nonostante una schiena incrinata come un salice e i fantasmi della resa. Certo, ho gambe e braccia così doloranti che mi sembra di essere uscito da un combattimento di Fight club, il mio cellulare è un cimitero di chiamate senza risposta, le mie mani sono delle smollate forbici, ho un taglio sull’indice destro, occhi infarinati e un jeans che è diventato un lurido kandinskij stellato. Nel tornare a casa, pur scegliendo la via meno chiassosa, mi sono imbattuto in una vecchia conoscenza scolastica che, dopo i pressanti quesiti natalizi, ha fissato la mia capigliatura con la bocca smarrita. La mia assenza dal mondo e quello sguardo basito li ho capiti in bagno, dinanzi allo specchio, quando ho scoperto un cespuglio tenace di muschio spuntare tra i capelli. La preparazione della battaglia presepiale comincia con il recupero del mio arsenale magico: quattro scatoloni che riposano, durante l’anno, nella cantina dei miei nonni tra un baule verderame e una riproduzione dell’ultima cena di Dalì. Descrizione dell’arsenale: capanna di legno, immatricolata trentasei anni fa, con tetto in paglia e un’indistruttibile staccionata; castello di Erode con due torri superbe d’un arancione tramonto; quindici case, due ponti, due mulini, quattro pozzi, due fontanelle, una cascata piccola con laghetto e un’altra imponente con acqua vera che scorre grazie a un mini motorino; sei batterie di microluci colorate e bianche, quattordici pini innevati e con tronchi di sughero; cinque vie di cartone, dipinte a mano, utilissime per creare scorciatoie tra i dirupi; quattro archi rossi per la strada delle botteghe, un forno per le pizze con fuoco vispo, tre quadri di tela con paesaggi di neve e nidiate di tetti perfetti per scorci e lontananze; un esercito di pastori che supera le centocinquanta unità, organizzato in quasi mezzo secolo prima da mio padre e poi da me, che ha il potere di schierare, tra venditori di capitone, fumatori di pipe, zampognari barcollanti e osti forzuti, ben sette angeli – uno dei quali mostra orgoglioso un’ala irrimediabilmente compromessa dopo essere caduto per un mio maldestro tentativo di raddrizzarne il volo -, un gregge ipnotico di ventidue pecorelle, una capretta solitaria, quattro portatori d’acqua a torso nudo, un musulmano con occhi di caffè al cielo, cinque commensali che onorano deschi sontuosi, un Benino vestito di sogni e un delicatissimo chiammatore che annuncia la Santa Nascita da uno Il significato del rito della Natività tra pastori, cieli di carta e tanta pazienza spoglio balconcino sospeso nel nulla. Da quando uso le mani e abuso dell’immaginazione, scelsi di appartenere a quel circolo romantico, in via d’estinzione, che costruisce presepi di carta. Una volta aperti gli scatoloni e ordinato l’arsenale, prima di passare alla fase creativa, serve un pomeriggio per procurarmi arnesi e materiali necessari alla realizzazione della mia Natività. Lista della spesa di quest’anno: venti fogli di carta d’imballaggio di colore marrone chiaro che si trasformano in incredibili montagne; una quantità industriale di muschio sia fresco che sintetico; un acrilico bianco e un colore spray per l’effetto neve sui monti; farina e fili argentati per la neve sulle strade e sulle case; ciottoli di media grandezza per il laghetto in prossimità della cascata principale; sassolini avoriati per tracciare il sentiero che porta alla grotta; piccoli gancetti di alluminio per donare ai puttini una dignitosa ascensione; vinavil, due spillatrici, piccoli e medi pezzi di sughero, nastro adesivo trasparente, acrilici di colore rosso, verde e nero per tinteggiare ponti e archi, una nuova stella cometa con la coda di un dorato non pacchiano; quattro gatorade e tre lattine di coca-cola in previsione del mostruoso sforzo psicofisico. Il giorno prima della battaglia ispeziono, di solito con occhi preoccupati, il luogo della messa in scena che, negli ultimi quattro anni, per grazia ricevuta è situato nella sala riunioni della mia redazione. Tralascio il racconto degli esodi subiti dal mio popolo di terracotta nel corso del tempo, dovuti soprattutto al rifiuto dei miei familiari di concedermi ancora l’angolo del salotto: basta sapere che un Natale, pur di vedere la mia Betlemme prendere forma, ho dovuto fittare il garage di un amico. L’atto finale della guerra presepiale dura un sabato e una domenica. Tutto ha inizio spostando in un angolo un tavolo rotondo ai cui lati posiziono una scrivania e una tavola sostenuta da due stabili sedie. Su quella base, per quasi venti ore di lotta e di controllo, rigorosamente trascorse in solitudine, utilizzo classici pacchi di cartone destinati a sostenere catene montuose cartacee che plasmo con le mani fino allo sfinimento. La strategia, una volta entrati nel trip creativo, è seguire il piano prestabilito e non darsi mai per vinti anche se un pacco non regge, una montagna fa resistenza ad animarsi e la base non sembra adeguata alla scena immaginata. Innanzitutto mi dedico alla parte alta del paese dove piazzo il castello di Erode, le case piccole e la prima batteria di luci; poi lavoro per donare profondità al paesaggio, creando con un gioco di scatole vuote e sovrapposte scorci e gole di rocce, dirupi e insenature da collegare con piccoli ponti e stradine improvvise. Dopo il piano intermedio, decisivo per l’impatto visivo, scendo a valle e movimento lo scenario usando scatole più piccole e pile di libri ricoperte di muschio, studio lo spazio osteria, animo i capannoni dei venditori, concentro verso la grotta il pellegrinaggio dei pastori, disegno una coerente rete di vie e scorciatoie, do visibilità al mulino e alla cascata, m’impunto, ogni anno è sempre la stessa storia, a piantare gli alberelli con piglio maniacale perché so che costituiscono il segreto per dare uniformità al paesaggio. Puntualmente le luci sono il mio tormento. È l’unico momento in cui rimpiango di essere solo. Quest’anno, che Dio mi perdoni, ho sceso santi e per poco non ho abbandonato il campo quando mi sono accorto che due batterie di luminarie, posizionate con pericolose manovre che hanno rischiato di compromettere la stabilità della struttura, erano fulminate. Averle provate prima non è servito a nulla. Il senso di smarrimento mi è passato sentendo il profumo del muschio fresco e fissando l’oste che sorride mentre serve salcicce. Con calma ho levato le luci bastarde, sostituendole con altre più luminose e a intermittenza. La guerra è finita domenica sei dicembre prima di mezzanotte. Ne sono uscito vittorioso e stremato se si pensa anche all’ultimo intoppo che ho dovuto superare: la perdita d’acqua dalla cascata più corta, riparata con nastro isolante e vinavil dopo un rullo d’imprecazioni che ha inorridito la lavandaia del laghetto. Guai a chi tocca la mia Betlemme, la mia Piedigrotta della Natività. Il mio presepe è un allegro presepe come quello raccontato dal dimenticato Marco Ramperti che notava, in un elzeviro del 1934, come il Gesù del Golfo nasca nell’esultanza di un popolo che volutamente «taglia» la croce: «Nella terra del presepe napoletano nessun dramma è possibile che la desoli e l’insanguini. Gli artefici napoletani dimenticano la storia. Però non l’offendono. Essi non possono ammettere, mentre disegnano e scolpiscono il vago bimbo nella sua culla che un martirio sia pure necessario e sublime, lo aspetti. Questo è un giorno natalizio, questo è un mattino di festa. C’è nella loro falsificazione un’innocenza, nella loro ignoranza, una saggezza tutta tipica della razza. L’indomani non conta, nun te ne ‘ncarricà!». Se mi spezzo ancora la schiena per costruire il presepe è perché aspiro a recuperare scintille d’infanzia; perché ho la possibilità di spostare montagne; perché respingo l’assedio del buio con il miracolo della mangiatoia; perché corteggio l’immaginazione con quattro scatoloni e cieli di carta; perché mi esercito nell’immensa arte della pazienza dove l’addestramento non finisce mai. Onoro il presepe perché so che tra un mese dovrò raderlo al suolo. L’operazione durerà massimo un paio d’ore. È più facile smantellare che costruire. Con gli anni ho imparato a capire che il momento della distruzione è tappa necessaria poiché rappresenta il giro della vita. Allena ad accettare la perdita, a custodire il ricordo del paesaggio, a rinnovare la fantasia. Nella tradizione giapponese i contadini passano ore a intrecciare cesti per poi adoperarli un solo giorno nelle passeggiate primaverili. Al ritorno vengono gettati via e calpestati. «La fine è importante in tutte le cose» è scritto in un passo di Hagakure, libro sublime sull’antica saggezza dei samurai. Farò sempre il presepe perché sono un samurai della tradizione che intreccia immagini e schiera pastori combattendo una guerra invisibile. La fine e l’inizio sono importanti in tutte le cose. CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (27) ARTE IN VETRO La guerra di Carotti Livia Iannotta Se c’è una parola che può sintetizzare l’arte di Cristiano Carotti è esplosione. Detonazione di colore, collasso di certezze e prospettive. Sovvertimento. È così che una gondola, romantico mezzo acquatico veneziano, perde luce e ghirigori in un nero matto, quasi tetro, e si deforma in un carro armato. Mentre un casco antisommossa scioglie la sua durezza in rose variopinte e motivi floreali che tanto sanno di espressionismo. Dal 16 dicembre al 6 febbraio (dal martedì al sabato, dalle 10.30 alle 13 e dalle 16 alle 20) l’eclettico artista umbro, classe 1981, approda a Napoli, alla galleria Al Blu di Prussia di via Filangieri, lo spazio multidisciplinare di Giuseppe Mannajuolo diretto da Mario Pellegrino, con il progetto creativo “Redux”. Curata da Lorenzo Respi, l’esposizione raccoglie circa 20 opere tra dipinti di grandi dimensioni e sculture, teche e carte. Il fulcro ideale e materiale è “Black SwallowV14”, la gondola armata da Carotti per la guerra, imponente installazione site specific, già esposta a Venezia durante l’ultima Biennale d’Arte. Porta sullo scafo, scrive il curatore Lorenzo Respi, «i segni della battaglia combattuta all’ultima Biennale per spronare il sistema dell’arte a ritrovare quella passione d’amore che non sottostà alle leggi del mercato, ma che ci spinge a salvaguardare - anche con l’uso delle armi - la nostra umanità». Tutt’intorno, gli spazi della galleria si trasformano nella ricostruzione simbolica di un memoriale post-ato- (28) mico, fatto di esplosioni di colore e manichini in gesso, in cui le sculture prendono le sembianze di residuati bellici e i dipinti testimoniano lo svolgersi dei fatti cruenti. Carotti è da sempre incline a incrociare surrealismo e neo-pop, espressionismo e realismo, sperimentando materiali e supporti espressivi inusuali. Non a caso dà il nome al progetto un busto in gesso policromo a penna blu e matita, realizzato con tecniche ortopediche e dipinto a mano, che simboleggia «la battaglia dell’uomo per la vita, mossa dalle passioni e dall’amore e sancisce l’unione simbolica della frattura tra le immagini archetipiche e le iconografie ispirate al “sé cosciente” iunghiano”: infatti, proprio il ritratto di Jung, veglia sulla battaglia». Macchiano di colore le pareti scure della galleria anche i tre enormi dipinti della serie “Explosion”, nei quali Carotti coglie in progressione l’attimo della deflagrazione con lampi di colore e funghi atomici che s’innalzano nel cielo infuocato. Dopo la guerra, quella con se stesso e la sua arte, per Carotti è il tempo della riflessione. Fermarsi, assaporare il silenzio post-ribellione. Ed è con pennellate di scissioni e contrasti che «ci ricorda che abbiamo ancora tempo per coltivare la pace, interiore e universale. Al grido di “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” lui risponde “All colors are beautiful». Quale, in definitiva, il messaggio? «Di stare in guardia, che la guerra non è finita. Il conflitto è fuori e dentro di noi, sempre. La scontro è latente, subdolo e inconscio. The war isn’t over». CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 È un universo illuminato e poetico quello di Tristano di Robilant, artista d’oltremanica cresciuto tra Napoli e Londra. Espone sculture di vetro, piatti di ceramica e disegni, fino al 12 febbraio 2016, alla galleria d’arte contemporanea Intragallery, nella mostra dal titolo “L'immaginazione e il suo doppio”. L’aspetto elegante e maestoso delle sculture che dominano lo spazio della galleria crea un contrasto con le loro irregolari e movimentate superfici che hanno un soffio di incompiutezza e casualità dalle forme rotonde apparentemente semplici e non classificabili. Questo aspetto ambivalente sorprende l’osservatore e rivela allo stesso tempo la fragilità della materia plasmata dall’artista. Occhio di riguardo Morrison Gallery Napoli ha un nuovo epicentro artistico. Apre nel cuore patinato di Chiaia, a vico Belledonne, la Morrison Fine Art Gallery, gestita con professionalità e competenza del responsabile Paolo Chiummariello. Inaugurazione in grande stile con un giovane e raffinato talento, Loris Lombardo, che espone nella mostra dal titolo “Your colors” fino al 27 gennaio. Artista napoletano, classe 1978, incanta con pennellate leggere ma vibranti. Il suo viaggio riprende da dove si era fermato: dagli occhi sognanti dei suoi bambini, ora spalancati verso un ignoto che inquieta ora chiusi in cerca di una lontana speranza, di una via di fuga. La sensazione che si prova nel visitare la galleria lombardiana è quella di attraversare un tempio senza tempo, colto nel momento della dissoluzione, abitato dal vento e da statue adolescenziali in disfacimento, ma incredibilmente fiere nel loro processo di dissolvenza. Una “fierezza” che l’artista, attraverso un sapiente gioco di spatola e un utilizzo virtuoso di sfondi neri e macchie d’acrilico, riesce a trasmettere nel lento frantumarsi delle facce che custodiscono, in occhi d’inesauribile oniricità, uno spettacolare disincanto. MICHELE TEMPESTA ARTE Trentaremi, la magia di Napoli VITTORIO DEL TUFO E SERGIO SIANO RACCONTANO, TRA SCATTI E PAROLE, ITINERARI, MITI E RITI DELLA CITTÀ Livia Iannotta Napoli, “vir ’o mare quant’è bell” e un tuffo nel folklore. Ma la verità è che appena sotto la crosta di luoghi comuni, nonsense, colore la “città in cui anche le favole danno il nome ai luoghi” sarà sempre una porta sul mistero. Qualche volta socchiusa, altre sigillata dai fantasmi del tempo. Nel suo ultimo libro, pubblicato da Rogiosi Editore, “Trentaremi - Storie di Napoli magica”, Vittorio Del Tufo si inabissa nel nocciolo incandescente di una Napoli della cabala, magica e a tratti sinistra, popolata da angeli e demoni, misteri e soffi poetici. Con la penna asciutta e agile del giornalista, il redattore capo del Mattino, racconta di miti e leggende napoletane, che furono già pane per i denti di Benedetto Croce e Matilde Serao, non senza trarre ispira- zione dalla più recente narrativa in salsa noir di Maurizio Ponticello. Quasi ossessionato dalla toponomastica, Del Tufo si infiltra in un humus pregno di magia «con la sensibilità sapiente del rabdomante e l’acribia del ghostbuster», come nota l’antropologo Marino Niola, che firma la prefazione del libro. A rendere vive le storie un corredo di fotografie di Sergio Siano. L’obiettivo dà respiro al volume, lo arricchisce, focalizzando spazi e anfratti. Volutamente spogli di didascalia, gli scatti d’autore parlano una lingua diversa al lettore. A lui la libertà di seguire il filo d’oro della narrazione, oppure di sganciarsi dal testo per avanzare su altri binari, e guardare al di là. È la baia che conserva le tracce di un passato imperiale a dare il titolo al libro. Da lì Del Tufo continua a pescare nella storia: dalla sanguinaria Giovanna II che dava i suoi amanti in pasto a un coccodrillo al golpe dei baroni filo-angioini per silurare il re Ferrante, da Ottaviano Augusto ospite alla villa di Vedio Pollione al covo di intellettuali snob che era l’Accademia degli Oziosi. E poi il Virgilio mago, la villa dei Misteri alla Gaiola, la strega impiccata a Port’Alba, le esplorazioni marine di Cola Pesce e le diavolerie del principe Raimondo di Sangro. Il libro diventa itinerario lungo i luoghi simbolo di Napoli, viscerale come la ricerca di quel Sebeto, fiume mitico, cantato e venerato dai poeti: scorre ancora nelle leggende e, forse, secondo alcuni, nella Napoli “di sotto”, in corrispondenza del centro direzionale, assottigliatosi in La polifonia di Williamson A Napoli le eleganti sale della settecentesca dimora signorile Villa di Donato, in Piazza Sant’Eframo Vecchio, dal 24 novembre si fanno cassa armonica dell’originale mostra personale “Polifonia di un paesaggio” dell’artista contemporaneo statunitense Todd Williamson, visitabile, su appuntamento, fino al 10 gennaio 2016. L’esposizione, a cura di Cynthia Penna, si è aperta con un vernissage serale arricchito dal prezioso concerto, in anteprima mondiale, “I Must Dream”, scritto dal compositore americano Greg Walter ed eseguito da Manuela Albano al violoncello e Janine Hawley, mezzo soprano, alla voce. Un tandem creativo tra pennello e note che deriva sia dalla passione per la musica dello stesso Williamson, il quale proprio in musica ha conseguito una laurea presso la Belmont University di Nashville, sia dall’affiatamento solidale di una preesistente e lunga amicizia tra il pittore e il compositore Walter. “Polifonia di un paesaggio” nasce, dunque, dalla viva collaborazione dell’agire artistico di due professionisti, l’uno del colore, l’altro del suono: le tele di Todd Williamson sono, infatti, la traduzione visiva istantanea delle musiche di Greg Walter. Si tratta di «opere a 4 mani, nel senso che ad ogni gruppo di note composte da Walter ha corrisposto una pennellata di Williamson sulla tela e viceversa ad ogni intervento pittorico ha corrisposto una nota che ha dato vita ad una sinfonia. Una concezione inedita nell’ambito della storia L’URLO INDIFFERENTE MOSTRA MAGNA Tra sentieri che finiscono nel nulla e lande isolate fasciate dalla nebbia, i soldati della prima guerra mondiale combattevano spesso contro un nemico invisibile. Di quei luoghi ha parlato in un diario il naturalista e geografo Giovanni De Gasperi, morto in battaglia nel 1916. A cent’anni da allora, il senso di alienazione vissuto dai militari rivive a Castel dell’Ovo nella mostra “L’urlo indifferente - Sui luoghi di Giovanni Battista De Gasperi”, curata da Maurizio G. De Una mostra interattiva per scoprire agricoltura e gastronomia. Un percorso sensoriale per “rubare” i segreti della cucina napoletana, dalla terra al piatto finito. Voluto dall'Assessorato alla Cultura e al Turismo, ideato e curato dall’architetto Marco Capasso, il percorso museale dall’eloquente titolo “Magna - Mostra Agroalimentare Napoletana” (al Complesso di San Domenico Maggiore, tutti i giorni dalle 10 alle 19, fino Bonis: 22 fotografie di Stefano Cioffi riprendono i luoghi descritti nelle pagine del diario. La mostra è aperta dal 17 dicembre al 10 gennaio 2016. SVEVA DELLA VOLPE MIRABELLI un rigagnolo d’acqua. Un immenso sottobosco, raccontato da Del Tufo e Siano in un tandem letterario che si affida ora all’impatto di un dettaglio ora alla fluidità delle parole. La scrittura è insieme reportage e racconto appassionato. Come se l’autore si svestisse di tanto in tanto dei panni del cronista per diventare lui stesso ascoltatore, per sorprendersi quanto il lettore di una città adagiata su storia, miti, leggende spesso oscure. Napoli nata da una sirena orientale spiaggiata sull’isolotto di Megaride. Napoli votata ad un poeta pagano, Virgilio, prima che ad un santo. Napoli che, come osserva Niola, «ha sempre avuto un’attrazione irresistibile per il profondo, per tutto quello che sta sotto la superficie del quotidiano. Una mirabile attitudine al commercio col soprannaturale». Non sorprende allora la folla che, per la prima presentazione del volume, ha riempito lo spazio della Feltrinelli di piazza dei Martiri lo scorso 26 novembre. «Non volevo scrivere un almanacco dei misteri di Napoli - ha raccontato ai tanti curiosi Del Tufo - ma raccontarne le tracce visibili oggi e calpestabili, è lì che si riconosce lo spirito della città. Molti napoletani ignorano di trovarsi seduti su un immenso giacimento di arte, storia, bellezza, distratti dal degrado che spesso soffoca quello scrigno di tesori d’arte che è Napoli». E ancora: «I misteri, la cultura sono il vero dna della città, che è come un meraviglioso libro da sfogliare». della pittura e nella quale possiamo affermare che il musicista ha dipinto la tela e il pittore ha suonato la melodia», dichiara Cynthia Penna. Non a caso la tripartizione della “Polifonia” in tre serie (“The Frequency Series”, “The Grid Series” e “The Light Series”) coincide con specifici momenti musicali: con le armonie, con il movimento delle corde e con le tonalità musicali. Il risultato è un insolito precipitato formale e soprattutto contenutistico dell’interiorità di un’arte nell’altra. L’esperienza ha un carattere sinestetico intrigante: l’orecchio dell’immaginazione dello spettatore è stimolato in un percorso sensoriale nuovo dove l’udito viene chiamato a essere complice di quanto l’occhio percepisce. al 10 gennaio), è articolato in sale multimediali e guiderà il visitatore a ripercorrere le tappe che il prodotto agricolo compie dall'orto alla pentola ed in fine alla pancia, analizzandolo dal punto di vista storico, scientifico e sociale. “Magna” è una mostra da ascoltare, toccare, annusare e assaggiare. Coinvolgente per i bambini, ma adatta anche ad adulti, studenti, semplici golosi e soprattutto cultori del buon cibo, della cucina e dell’arte: inclusa nel percorso, infatti, una collettiva d'arte moderna e SVEVA DELLA VOLPE MIRABELLI contemporanea dedicata al cibo, a cui si affianca un calendario di weekend degustativi, workshop e laboratori, incentrati sui prodotti tipici campani. ANTONIO BIANCOSPINO CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (29) LIBRI&POESIA LIBRIDINE Aurora Cacopardo Saggio Un pellerossa napoletano nel west IL PETTIROSSO DI GARZYA CONTROCORRENTE EDITA IL LIBRO POSTUMO DI ARMANDO DE SIMONE SUL MITO DI CARLO GENTILE E DEL FIGLIO MONTEZUMA Al di là delle critiche che si possano giustamente fare a Napoli per una quotidianità non certo esaltante, con negligenze, abbandoni e scene di degrado sotto gli occhi di tutti, quando si parla però della sua storia è tutt’altro discorso, c’è davvero da essere orgogliosi e fieri non solo per chi è nato in questa città ma anche per chi ha scelto di viverci. La storia è una miniera di tesori, di sorprese, di fatti e di personaggi straordinari, che nessuno al mondo può vantarne tanti. L’ultima sorpresa, anche se già conosciuta, ma tale per un nuovo approfondimento che la rende più ricca e trascinante, ce la offre il libro postumo di Armando De Simone, rimpianto ed eccellente amico, dal titolo:“Carlo Gentile tra gli indiani d’America”. (Controcorrente). E’ il racconto di una vita davvero eccezionale, di una di quelle figure che si distinguono per opere altamente meritorie, che lasciano il segno. Siamo verso la metà del 1800, nel periodo cruciale, a ridosso della conquista del regno di Napoli da parte del Piemonte e la successiva annessione, quando Carlo Gentile, un bravissimo pioniere della fotografia, un geniale artista, ma soprattutto un coraggioso personaggio, amante della libertà se ne va in America. Ripetiamo “se ne va in America”, non abbiamo usato il verbo “emigrare” - che sarebbe suonato anche meglio - perché quel trasferimento non è dettato da ragioni di sopravvivenza, un futuro da tentare, come lascia sempre credere una sdolcinata retorica meridionalista o partenopea, ma da un bisogno dello spirito. Gentile vive cosi bene da non dover sentire alcuna necessità di andarsene, a prevalere però è la voglia di conoscenza, di condivisione con civiltà emarginate, prive di diritti, e minacciate addirittura della loro esistenza. Che lo porta nel West in mezzo a tribù di americani nativi , cioè di indiani pellerossa per un reportage di testimonianza antropologica, di costume, di vita, di tradizioni che diventa, allo stesso tempo, anche di denuncia. Una parola grossa in quel periodo, in cui con la scarsa sensibilità per questi temi, impera anche un abietto e diffuso pregiudizio razziale, accentuato per la “corsa all’oro”. Una circostanza fatale ai pellerossa, soprattutto “apache yavapai”, abitanti nella Valle Verde dell’Arizona, cacciati e perseguitati da cercatori d’oro e dai coloni nuovi proprietari di quelle terre preziose. Gentile sta con tutti gli indiani, in particolare con gli apache, ma la lotta è dura e difficile da vincere. Troppi gli interessi che ruotano intorno a quel mercato prezioso. L’unica cosa di nobile che gli riesce però di fare è il riscatto di un piccolo e forte, apache, di appena cinque anni, Wassaja, cui Gentile, darà il nuovo nome di Carlos Montezuma e gli farà da padre e precettore. Da allora comincia un lungo viaggio, che farà di Montezuma, un grande medico e soprattutto il massimo simbolo della battaglia per il definitivo affrancamento dei pellerossa da ogni sorta di schiavitù, di sudditanza e della conquista di fondamentali diritti. Poi un giorno, Montezuma, prossimo al trapasso, prende il treno per Phonix, da qui si dirige verso il deserto, dove si costruisce un classico wickiup indiano di frasche e di foglie, e avvolto in una coperta, solo, attende la morte sul lato della frontiera. Una storia eroica per un fotografo esploratore come Carlo Gentile e del suo figlio adottivo, di cui abbiamo voluto darvi una sintesi esaustiva, utile per potere giudicare questo coraggioso cammino di rivalsa e nutrire un profondo pensiero di gratitudine per Armando De Simone, grazie al quale, sappiamo ora meglio e di più quanto la civiltà dei figli di Partenope si sia fatta sentire dovunque anche nel profondo West. E’una lettura trascinante, di testimonianza e insegnamento di socialità, tolleranza e accoglienza sempre più attuale. ALDO DE FRANCESCO Una rivista ricorda Teresa d’Avila L’INIZIATIVA DI PATRIZIA GIORDANO SULLA SANTA CHE FONDÒ TRENTADUE CONVENTI In un tempo che sembra dominato dai signori dei muri e dei picconi, dai manovratori dei coltelli, dai clamori mediatici intorno al peggio che potrà accadere, è con gioia che vogliamo sottolineare un bel testo: la rivista curata dalla coordinatrice editoriale Patrizia Giordano riguardante Teresa d’Avila - donna Santa e proclamata dottore della Chiesa da Paolo VI nel 1970. Teresa di Gesù, al secolo Teresa de Cepèda vestì l’abito carmelitano nel convento della Incarnazione in Avila nel 1536. Fino al 1555 soffrì molto per malattie e crisi spirituali. Ebbe visioni mistiche che raccontò nel “Libro de la vida” e (30) in altre opere. Fu autrice di lettere riguardanti la riforma dell’Ordine delle Carmelitane; ricondusse all’antica austerità l’Ordine. Visitò tutta la Spagna e fondò ben trentadue conventi di carmelitane anche con l’aiuto di San Giovanni della Croce dei carmelitani scalzi. Morì in uno dei suoi viaggi. Santa Teresa non ebbe una vera e propria cultura letteraria, scrisse quasi tutto nella prosa della lingua castigliana spontanea di uso parlato. Appartiene al numero dei grandi scrittori spagnoli del secolo d’oro. Fu canonizzata da Gregorio XV nel 1622. CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 AURORA CACOPARDO “Pettirosso” (M. D’Auria Editore) è il nuovo lavoro di Giacomo Garzya, un patrimonio di unità e di storia, di sorprendenti intrecci culturali. Sembra che tutto il libro sia avvolto in una ragnatela di tempo antico. Ritroviamo così luoghi a lui cari: Trieste, Sifnos, Kamàres, Kastro di Sifnos, Cicladi e poi il mare di Norvegia “ora placido come un lago all’incedere della prua, ora nemico quando i venti impazzano”. È soprattutto l’ulissismo in Garzya, il rincorrere un’aspirazione vaga ma forte, un richiamo che può essere pericoloso, quello della “curiositas”, la sua irrequietezza si placa quando affronta in barca il mare: “...a Nord invocano le onde nel linguaggio del mare, a Nord, fino a dove tutto vive, nel candore bianco, con infinita dolcezza ci si lascia andare agli affetti profondi...”. È singolare che il testo poetico si apra con “Boulevard”, che descrive una realtà, ma che è anche la metafora cara a Garzya, che ci dà subito una possibile chiave di lettura perché oltre “l’asfalto di rugiada, ed i fanali che sfrecciano verso le stelle, c’è la necessità di una birra per spegnere nella gola un grido di solitudine”. Da qui la necessità di leggere tra le pieghe, esistenziali e culturali ma anche di mistero e di rischio del nuovo testo come il poeta sia “l’uomo che va”. L’autore non vuole compiere un’operazione da esegeta o da storico ma da poeta e come tale si accosta da lati e prospettive a quel mare in mezzo alle terre in cerca di confronti con la gente, di luoghi in cui nascano amicizie e si creino storie comuni con gli eventi volendo trovare l’anima antropologica dei popoli e, nelle loro storie, forse svelare il segreto di un’esistenza. Garzya naviga il Mediterraneo e nel mito che attraversa la sua pagina poeti- ca, i simboli ed i sogni sono anche di vita. La ricerca del vento è una lunga memoria che si raccoglie, appunto, nella metafora del viaggio i cui elementi che danno senso si distribuiscono su di un tessuto ricco di riferimenti esistenziali: “qui alla marina / il Grecale gioca tra le onde / con eterno vigore / tormentato, vivo / e fluttua nell’immagine / di te, donna / che crei in osmosi col mare, / che crei chi vivrà in te l’amore / nel dolore, nella gioia della vita”. E ancora “come le radici, / i rami contorti degli ulivi / quando amoreggiano col vento, / così i nostri corpi avvinghiati / vivono l’estasi dell’eterno amore”. L’autore si serve della poesia per narrare la nostalgia di un tempo che è scomparso ma ritorna nelle sue forme metaforizzate in “Pettirosso” ma anche in gran parte dei suoi scritti: “sei sempre nei miei pensieri / e per quanto si possa trasmutare il ricordo / di quel terribile giorno, / nel dolce ricordo dei tuoi occhi lucenti, / la vita è un tormentato / peregrinare nell’Ade”. La sua lirica cerca nella memoria un conforto dalla consapevolezza amara del precipitare di ogni cosa nel nulla: ma non vuole narrare solo una vicenda biografica, bensì esprimere ciò che rimane vivo del tempo perduto e la sua risonanza nell’anima. La poesia di Garzya, che è un viaggiare tra i sentieri di un incantesimo, non ha solo una valenza etica ma anche estetica e filosofica. Perché nei simboli del mito ci sono la memoria e il tempo e c’è sempre un percorso onirico che si intreccia tra i rivoli della parola che è essenza, rivelazione ed attesa. LIBRI&MUSICA Festibàl, Napoli balla a ritmo di tarantella Quel fascino delle «parole che restano» tema proposto. Una qualità descrittiva e saggistica, praticata da pochi, che deriva dalla profonda conoscenza del diritto e quella, che bisogna chiamare civiltà del ricordo o della memoria, che Massimo Di Lauro onora in ogni suo scritto considerandola un granaio sconfinato, cui si può attingere con dovizia di risultati sempre che lo si sia coltivato e arricchito in precedenza con pari cura e passione. Non a caso il libro si apre per inchiodare i vari temi a una cultura inderogabile per mezzo di un elogio e un invito al culto della memoria fondamentali “non per vivere nel sogno di impossibili ritorni di stagioni assai lontane dal paradigma contemporaneo dell’attività forense ma per ritrovare nel passato possibili risposte ad alcuni interrogativi che pesano come macigni sul futuro della professione”. Una constatazione condivisibile, ma che molti spesso trascurano o ignorano che fa riaffiorare in noi l’immagine di Ruggero Bacone, del filosofo moderno della metafora del “nano e del gigante”, del nano, cioè, dell’uomo contemporaneo che guarda più lontano perché poggia sulle spalle del gigante, cioè il passato, da cui discende tutto il successivo ragionamento del rigoroso studioso di diritto e del fine umanista. Tenendo quindi presente il preambolo o preludio della memoria ci si rende così anche conto della stringente attualità dei temi toccati dall’autore, un florilegio di interventi, per citarne solo alcuni tra i tanti: da “L’avvocato manager in balìa del mercato” a “Nel civile più poteri al giudice di pace” passando per “La fiducia da ritrovare nella Giustizia a Napoli sfregiata”. Ce n’è per potere affermare che opere del genere sono di una preziosità unica nell’approccio giusto alla complessità del nostro tempo. Ancora una volta le faville del Festibàl hanno illuminato il cuore di Napoli in un fredda sera prenatalizia, sabato 28 novembre, all’Asilo Filangieri, in vico Giuseppe Maffei, 4. Grande successo per la seconda serata dell’originale manifestazione partenopea “Festibàl, Napoli balla al centro, a sud”. Questa volta la rassegna di scintille, musiche e balli collettivi ha ospitato le comunità riggitane di Cataforio, Cardeto, Mosorrofa e Palizzi che con i loro suonatori e danzatori hanno allegramente animato “CalaBàl, Festa dell’Aspromonte a Napoli”. Protagonisti della briosa e sfavillante manifestazione sono stati i corsi di ballo (tarantella aspromontana) e di strumenti musicali tradizionali (lira, zampogna, chitarra battente, organetto e tamburello), la cucina calabrese e il concerto “festabballo” degli Skunchiuruti con i suonatori d’Aspromonte e le loro viddhanedde. Da quasi un anno ormai con un incontro al mese, articolato in pomeriggi di laboratori coreutici, di canto e strumenti tipici delle culture visitanti e in serate in cui il concerto diventa una festa per provare quanto appreso e divertirsi insieme, il Festibàl propone di ridisegnare i confini del dialogo tra riti e tradizioni, lingue e linguaggi del Basso Mediterraneo, di superare ogni ristagno autoreferenziale che fiacca e mina il respiro comunitario per far crescere gli scambi e tessere il passato nel contemporaneo. Con il Festibàl l’anima del sud torna al centro, viaggia e prende corpo nell’euforia della riscoperta di una reciproca appartenenza. Napoli si fa così nucleo di una forza che è centripeta e centrifuga, che è permanenza di un luogo fisico e magnetico, ma allo stesso tempo irraggiante, che accoglie e propaga attraverso la musica memorie e usanze di territori prossimi tra loro per storia e cultura. Un’avventura, quella di Festibàl, iniziata nel gennaio del 2015 con i giri di ballo mediterranei de La Mescla di Napoli, cui sono seguite le tarantelle dell’Irpinia, di Montemarano, la sevillana e la rumba dell’Andalusia, le danze greche dell’Epiro e, infine, i balli del Sud Italia e dell’Egeo. Anche con questa seconda edizione la trasversalità mediterranea resta una prerogativa e gli appuntamenti che si profilano all’orizzonte del prossimo anno appaiono un’occasione imperdibile. Ecco allora la nuova geografia del Fesitbàl a uso e diletto del pellegrino musico e danzante o solo curioso: Giugliano, Sardegna, Iran, Sicilia, Grecia, Irpinia, Spagna, Tunisia, Abruzzo, Molise. ALDO DE FRANCESCO SVEVA DELLA VOLPE MIRABELLI VIAGGIO NEL DIRITTO TRA MEMORIE E NARRAZIONI UMANISTICHE NELL’ULTIMO SAGGIO, PUBBLICATO DALLA ESI, DELL’AVVOCATO MASSIMO DI LAURO Ogni qual volta, ci capita di recensire un’opera di Massimo Di Lauro, rigoroso e multiforme uomo di legge che pensa, scrive e opera da fine umanista - qualità sempre più rare e rade - proviamo un grande piacere dello spirito, perché, in ogni suo libro, quelli che possono sembrare degli sconfinamenti dai temi di natura professionale costituiscono, in realtà, degli stimoli, delle impareggiabili lezioni di vita, come si diceva in un bel passato, di diritto e società, nei loro risvolti più originali e significativi. È questa, se vogliamo, per usare un termine molto caro ai meditati giudizi di Croce, la “formula”, la chiave di lettura delle sue opere, che sanno cogliere le ragioni, le emozioni e il cambiamento dei tempi ed esplorare i conseguenti percorsi, sui cui la società deve interrogarsi per meglio affrontare il presente e prepararsi al futuro. A maggior ragione nel mondo del diritto, dell’avvocatura e della giurisdizione, indispensabile e decisivo nel contesto sociale. Una ulteriore, rinnovata conferma di quanto diciamo viene dal più recente libro di Massimo Di Lauro, già da qualche mese con successo in libreria, dal titolo: “Le parole che restano” (Edizioni Scientifiche Italiane) prefato magistralmente da Giovanni Verde, la cui strutturazione riflette il metodo poc’anzi citato nel saper coniugare la scansione dottrinaria, con dati, riflessioni e riferimenti di varia natura che fanno dell’opera, oltre a un saggio di rigore scientifico anche un esempio di trascinante narrazione. Tanto più attrattivo, in quanto svolto su più trame e problematiche di scottante interesse, rapportate, per una felice comparazione di dialogante significato, ai ritratti di maestri di diritto, a fari dell’avvocatura, dei quali si rende attuale e vivo l’insegnamento attraverso la scelta di un loro messaggio o il richiamo più calzante rispetto al TUXEDO, IL VIAGGIO CYBERPUNK DI RAFFAELE TRIPODI Inevitabilmente il pensiero corre a Stephen Hawking, il celebre astrofisico britannico da tempo in lotta contro la sclerosi laterale amiotrofica, icona mondiale della scienza. Ma qui parliamo di Raffaele Tripodi, un fisico napoletano di 40 anni anch’egli prigioniero della Sla nella sua casa a Monte di Dio ed il cui primo libro, “Tuxedo”, romanzo cyberpunk, nel giro di poche settimane è già diventato un piccolo cult: cervelli fervidi in un corpo che non risponde. Raffaele Tripodi, noto in città per avere animato i movimenti studenteschi degli anni ’8090 e per le performance di musica e videoarte che organizzava nei circuiti underground, stava completando la sua tesi in Fisica quando, nel 2000, gli fu diagnosticata la malattia, che di lì a poco si aggravò. Non ha mai smesso, però, di appassionarsi al mondo, con il quale comunica via computer, grazie a un puntatore a raggi infrarossi che aziona con lo sguardo. Tripodi ci proietta in un viaggio nel futuro prossimo dal suo bunker di Pizzofalcone. Sembrano scene da film quelle di “Tuxedo”, tra il thriller e la fantascienza (edito da Ad Est dell’Equatore). In un mondo irrimediabilmente segnato dal declino e dai cambiamenti climatici, la MicroRice sintetizza un cocktail di microrganismi in grado di stravolgere la produzione mondiale di biocarburanti. La scoperta mette in pericolo la posizione di un potente broker cinese. Questi assolda il giovane Henry per recuperare un rapporto contenente informazioni in grado di sterilizzare l’impatto della nuova scoperta. Il prestigioso incarico conduce Henry dai bassifondi in cui vive al mondo dorato della classe dominante. Ma qualcosa sconvolgerà la sua missione. Si tratta di un viaggio nella distopia (utopia negativa) di una umanità proiettata verso l’autodistruzione, in cui, però, vi sono ancora giovani che lottano contro il predominio dell’economia sulla politica e per difendersi per mezzo della cultura dal “mainstream”, dalle tendenze dominanti e conformistiche, dal sovraccarico di informazioni in grado di offuscare la percezione del vero. Lo stesso impegno e la stessa passione che hanno guidato la vita di Hawking . E come il noto astrofisico, anche Raffaele Tripodi stimola negli altri la speranza: “Concentratevi sulle cose che la malattia non intacca. Per quanto difficile, c’è sempre qualcosa che è possibile fare. Guardate le stelle invece che i vostri piedi”. LUISA RUSSO CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (31) CULTURA&EVENTI Viaggio tra i libri del giudice Roberto D’Ajello, da sempre cultore dell’uso corretto del napoletano. Poeta e umorista, è stato premiato dal Groelier Club di New York L’allegro magistrato Lidia Girardi Quando si incontra per la prima volta Roberto D'Ajello (nella foto) quello che immediatamente colpisce sono la sua inafferrabile intelligenza, l'ironia disarmante, la visione d'insieme oggettiva e puntuale della realtà. D'Ajello, che appartiene a quella genia di napoletani dalla scattante acutezza, è un magistrato con una brillante carriera alle spalle e nel 2009 «essendo incorso nell'incidente di aver compiuto 75 anni», abbandona le aule di Tribunale dicendo finalmente addio «alla sciagurata riforma del codice di procedura penale» per dedicarsi a un amore, quello per la letteratura, che nel passato era rimasto sommerso tra le scartoffie della giustizia penale, ma mai abbandonato. Dal 1997 pubblica quattro grandi classici della letteratura mondiale tradotti in napoletano - Pinocchio in lingua Napoletana, 'O Princepe Piccerillo, Alice 'int' 'o Paese d' 'e Maraveglie e Na Cantata 'e Natale -, varie raccolte tematiche di proverbi e modi di dire napoletani in cui, con la meticolosità e la cura di uno studioso, raccoglie il patrimonio in rima e in prosa dal 1500 ai giorni nostri; oltre ai due libri di poesia Agli arresti domiciliari e Sustanzialmente io songo n'ommo allero che raccontano stralci della sua quotidianità ma che acquistano un valore universale per chi legge, abbandonando, senza alcuna fatica, il pretesto che aveva portato alla loro scrittura. Non ama la poesia contemporanea, e non ne fa mistero, e così per prendersi gioco di accozzaglie di parole che aspirano ad essere ricercate e profonde (32) «andando a capo di tanto in tanto, anche per dare al tutto una forma affusolata», nel 2013, pubblica il suo accattivante Un delicato retrogusto di pipì. In versi accostati alla maniera di «quei vati moderni» con la tentata rigidità di un caos di parole difficili da decifrare (e quasi sempre prive di significato), D'Ajello conclude ogni componimento con una irriverente presa in giro, una sferzante battuta che ridimensiona le pretese letterarie. Di tutt'altro registro è, invece, L'ora dell'amore, in cui D'Ajello accompagna il lettore in una serie di episodi della sua vita professionale, che seppur non piacevoli per la loro natura, lo diventano per la capacità di interpretarli attraverso gli occhi del magistrato pieni di sorridente rassegnazione. Cultore della lingua napoletana, D'Ajello, come tutti coloro che sono costretti a constatare l'inesorabile degrado dei tempi moderni e il rifiuto dell'attenzione alle proprie radici, anche linguistiche, soffre nel vedere gli scempi compiuti per mano del napoletano medio al suo illustre dialetto. E per questo, a chiunque gliene faccia richiesta, regala volentieri i suoi «sommessi consigli per scrivere CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 in napoletano», in cui, senza ambizioni accademiche e con il rigore di un logico, spiega perché sarebbe giusto preferire una forma anziché un'altra e quali sono le sue ragioni. Estimatore dell'opera di Renato De Falco, a cui è legato da profonda amicizia, attento lettore di Basile, Di Giacomo, Angiolieri, Trilussa e Belli, non si dovrebbe faticare a pensare che un genio come D'Ajello, a maggior ragione perché nato, cresciuto e legato dall'anima a Napoli, debba essere considerato come un tesoro da custodire e da cui attingere per la generosità con cui lui stesso si concede. Ma, purtroppo, non è così. Soltanto qualche settimana fa (senza contare i precedenti) il rinomato Grolier Club di New York gli ha conferito un Premio all'Eccellenza. Qui, nella nostra realtà cittadina, l'opera, l'impegno, il talento e l'estro di D'Ajello non sono ancora valutati, erroneamente, parte del patrimonio culturale di Napoli. Ma il caro magistrato-letterato, che da tempo indossa la toga dell’umorismo, non si rammaricherà per questo, se, per dirla come Kierkegaard, «l'ironia è l'occhio sicuro che sa cogliere lo storto, l'assurdo, il vano dell'esistenza». POST-IT Da venti anni è a capo della direzione artistica della Comunità evangelica luterana di Napoli. Donna vulcanica, di spiccata cultura, Luciana Renzetti (nella foto in basso) festeggia l’importante anniversario come suo solito: continuando a promuovere, con coraggio e dedizione, la cultura, la musica, l’arte all’ombra del Vesuvio. Comincia tutto quattro lustri fa quando, reduce dalle attività culturali svolte presso la mostra d’Oltremare, lancia il progetto “Musica e cultura a piazza dei Martiri”, che da lì cresce con una carrellata di rassegne e iniziative: da “I concerti d’autunno” alla costituzione del Coro della Comunità luterana di Napoli, dal laboratorio teatrale alle mostre di arti visive. E ancora, i “Concerti di primavera” e il concorso nazionale di letteratura “Una piazza, un racconto”. Comunità luterana, gli scrittori vincitori Il tema quest’anno era stuzzicante, evocativo: amori diversi e diversi amori. E non è una sorpresa che abbia pungolato l’interesse e la penna di tanti, da nord a sud del Paese. La XVII edizione del concorso letterario “Una piazza, un racconto”, bandito dalla Comunità evangelica luterana di Napoli, sotto l’attenta regia della direttrice artistica Luciana Renzetti, ha premiato quattro storie di uomini e donne lontani da ogni regime di normalità, racconti in cui la differenza - culturale, religiosa, sociale o sessuale - emerge in tutta la sua complessità e drammaticità o in tutta la sua magia e bellezza. Le storie dei sessantaquattro partecipanti, provenienti da tutta Italia (tra cui due detenuti del carcere di BollateMilano) sono state valutate dalla giuria composta da Riccardo Bachrach (presidente della Comunità luterana di Napoli), Cristiane Groeben (presidente del Sinodo luterano), Enza Silvestrini (scrittrice e docente), Maurizio Fiume (regista e produttore) e Massimiliano De Francesco (giornalista ed editore), che ha selezionato dodici racconti finalisti, raccolti nell’antologia “Una piazza, un racconto” pubblicata da Iuppiter edizioni. Si aggiudica il primo premio la giovanissima Gaia Milocco (veneta, classe 1993) con il racconto “A come Amore, A come Andrea”; secondo classificato Linda Di Giacomo con “Benimi per sempre”; terzi classificati ex aequo Roberto Bratti con “Il destino non deraglia per venirti a cercare” e Nazareno Caporali (detenuto del carcere di Bollate) con “Yeta e Pietro”. Durante la serata di premiazione, nell’ambito della consueta rassegna “Concerti di Autunno”, tenutasi nella suggestiva chiesa luterana di via Carlo Poerio, le penne vincitrici hanno potuto ritirare i riconoscimenti tra applausi e congratulazioni. Solo a Caporali, com’è ovvio, il premio sarà prossimamente consegnato dalla pastora Kirsten Thiele e dalla direttrice artistica Luciana Renzetti direttamente nell’istituto di Bollate. Nell’occasione l’attore Andrea de Goyzueta ha dato voce a stralci dei testi partoriti dagli autori, mentre il flautista Michele Barbaraci e il pianista Gabriele Pezone hanno intrattenuto gli intervenuti con una selezione di musiche abbinate ai testi dei vincitori, come l’Habanera dalla “Carmen” di Bizet, “Era de Maggio”, “Oblivion” di Piazzolla e il tema di “Nuovo Cinema Paradiso” di Ennio Morricone. (l.i.) SOCIETÀ&COSTUME Mascarucci un talento d’autore Livia Iannotta Di fronte alla macchina da presa c’è stata una volta sola. In “Due euro l’ora”, film di stampo sociale girato lo scorso anno in un pittoresco borgo irpino, Montemarano, e in uscita in sala nel 2016. Col teatro, grazie al laboratorio di recitazione dell’Officina Teatro di Caserta, si misura già da cinque anni. Primi passi di una ventunenne dagli occhi grandi e i capelli di grano, che sono bastati a farla notare da chi del cinema è un intenditore. Il talento, Alessandra Mascarucci (nella foto) ce l’ha. Lo ha mostrato nelle riprese del film diretto da Andrea D’Ambrosio, in cui interpreta una ragazzina in lotta con stessa, gli affetti, un padre poco morbido ma dal cuore grande, senza essere per nulla adombrata dal talento navigato degli altri due protagonisti, Peppe Servillo e Chiara Baffi. Come tutti i ventenni, col mondo davanti e qualche passione in tasca, non sa dove la porterà il futuro. Ma la magia del set, che sia dietro o davanti un ciak, non la abbandona. È per questo che da due anni frequenta l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Indirizzo “cinema, fotografia e televisione”. Cosa ti ha spinto a recitare? «Ho iniziato per puro caso, inizialmente non ci credevo neanche io. Poi tramite un amico ho partecipato a delle lezioni di prova all’Officina Teatro di Caserta e mi sono accorta che mi faceva stare bene, tanto che mi sono poi iscritta al laboratorio permanente». E ora? «Continuo a recitare per il piacere che il palcoscenico mi dà. Non ho mai avuto uno scopo preciso, ho iniziato senza vederlo come una possibile professione. Tutto mi sarei aspettata nella vita tranne che fare un film». E com’è stata la tua prima esperienza sul set? «È stata quasi surreale, soprattutto all’inizio. Mi sono ritrovata in un contesto nuovo, diverso rispetto al teatro cui ero abituata. Al di là della recitazione, per cui non ho riscontrato grandi difficoltà, sono stata impressionata proprio dal contorno. Ho ricevuto attenzioni che mai avrei immaginato. Ho studiato cinema ma sempre dai libri, sul set è stato tutto inaspettato. E per questo bellissimo». Teatro e cinema, dove ti senti più a tuo agio? «Il teatro, per un fatto di intimità. Amo il cinema, ma mi piacerebbe forse più stare dietro la macchina da presa. Ovviamente reciterei ancora in Alessandra Mascarucci, classe 1994, è protagonista, insieme a Chiara Baffi e Peppe Servillo, di “Due euro l’ora”, film d’esordio del regista Andrea D’Ambrosio. Interpreta Rosa, recalcitrante e innamorata 17enne. altri film se dovesse capitarmi l’occasione». Cosa sogni per il futuro? «Il cinema, la fotografia e la recitazione sono mie grandi passioni. Qualora dovessi avventurarmi in un percorso cinematografico non da attrice, aver avuto esperienza anche di questo tipo non potrà che agevolarmi». Nel film interpreti una ragazzina ribelle e innamorata. Tu come sei? «Mi piace molto osservare, mi piace conoscere e capire gli altri, il loro percorso di vita, l’evoluzione dei loro interessi. Mi piace ascoltare. E quando qualcosa mi interessa mi ci immergo totalmente». Quale cinema ti piace? «Il cinema d’autore: Antonioni, Béla Tarr, Bergman. E poi il cosiddetto cinema lento. Ma trovo stimolante anche vedere altro. Studiando cinema col tempo ho imparato ad interessarmi a generi che prima sottovalutavo o per i quali non provavo interesse». Film o regista preferito? «Persona di Bergman e L’uomo del treno di Patrice Leconte». Gli ingredienti per avere successo? «Credere nei propri interessi, ma soprattutto informarsi e formarsi, tramite stage e sperimentando regie diverse». Iuppiter Movie, nuovo docufilm sulla fede Dopo il cortometraggio “I frutti del lavoro” con Enzo De Caro, Iuppiter Movie, insieme alla Pietralba Produzioni e Vittoria Piancastelli, lancia “Io credo, noi crediamo”, docufilm dedicato al sentimento religioso e alla fede in vista del Giubileo. Il docufilm è stato scritto e diretto dal regista e attore Bruno Cariello (nella foto), la fotografia affidata a Rosario Cardinale mentre il montaggio è stato realizzato da Mauro Menicocci, musiche di Carlo Crivelli. Intanto continua a mietere successi in giro per la Campania “I frutti del lavoro” di Andrea D’Ambrosio. Successo al Giffoni Film Festival 2015 in una gremita Sala Lumière, riconoscimenti al Festival internazionale del cinema “Laceno d’oro”, al Fondi Film Festival e a Vibonati dove il corto è stato girato. Protagonista della storia è Carlo, interpretato dall’attore Enzo Decaro, che ritorna in paese per insegnare in una scuola elementare. Si affezionerà a Dario, bambino vivace e sensibile, il cui Napoli ospitale, la marcia di Zanotelli Padre Alex Zanotelli non necessita di presentazioni. Fa parte della comunità missionaria dei Comboniani e da anni dedica tutto se stesso per creare le condizioni di pace e di giustizia sociale nella città di Napoli a partire dalla zona in cui vive, Rione Sanità. Interrogato sull'annosa questione dell'immigrazione, Padre Alex sottolinea che non ama parlare di “integrazione”, ma ritiene che sarebbe più corretto chiedersi come sono state accolte queste persone a livello interculturale. Gli immigrati presenti nella nostra città, e più in generale in Italia, sono arrivati nel 2011 quando si parlava di emergenza Nord Africa e sono rimasti da noi, non per scelta loro. Le lungaggini burocratiche, una risposta poco chiara delle istituzioni comunitarie, una tardiva risoluzione ad un problema sociale che, soprattutto per l'Italia si fa sempre più difficile da gestire, rallentano la loro migrazione verso i paesi del Nord Europa, vera tappa cui ambiscono. Oggi il numero di immigrati presenti in Campania è di circa 3000-3500, ma ne sono previsti ancora 2000 in arrivo nei prossimi mesi. Le recenti cronache confermano che spesso chi accoglie sono gli approfittatori, Zanotelli ammonisce dicendo che «sono anni che chiediamo alle autorità competenti di evitare che accada questo. Bisogna far in modo che l'accoglienza di queste persone non diventi un business, una succosa occasione per lucrare su tragedie umane come queste, come è successo con Mafia Capitale». La maggior parte di loro scappano da fame, guerre, dittature. Scappano con fatica dal loro Paese, dalle loro famiglie, da tutto ciò che il mondo occidentale ha creato in quelle terre: la loro povertà è il prodotto del nostro sistema economico. A coloro che ritengono che la politica padre ha un grave incidente sul lavoro. Il corto, sulle musiche di Daniele Furlati, consegna allo spettatore un finale a sorpresa tessuto tra realtà e magia. L’opera prodotta dalla società Iuppiter Movie (Max De Francesco, Laura Cocozza, Maurizio Fiume) con il sostegno dell’INAIL e dell’Università di Salerno, i contributi del Parco Nazionale del Cilento, della Banca di Credito Cooperativo del Cilento e il patrocinio del Comune di Vibonati, si propone di sensibilizzzare istituzioni e opinione pubblica sul tema delle morti bianche e della sicurezza sul lavoro e di mostrare bellezze e tesori del Golfo di Policastro. MICHELE TEMPESTA dell'accoglienza sia colpevole di fare entrare nel nostro paese dei terroristi, Padre Alex risponde affermando che «i terroristi sono ricchi, quelli che arrivano in Europa sui barconi sono una piccolissima parte. Non si combatte così il terrorismo. Inoltre, la loro religione non ci interessa, quelli che la strumentalizzano per fini terroristici sono solo assassini, a prescindere dal loro credo religioso». Tutto questo, ricondotto alla nostra stretta quotidianità napoletana, all'antica capacità dei cittadini di Partenope di aprirsi e donarsi alle diversità nelle varie declinazioni, ci fa riscoprire un'abilità che va tutelata e difesa, più che mai in questo momento storico, come lo stesso Padre Alex rimarca, affermando che «i napoletani hanno una lunga storia di accoglienza. Dobbiamo cominciare ad aprire il cuore, a capire che non siamo cittadini di una nazione, ma cittadini del mondo. Bisogna costruire un'umanità al plurale, accettare le diversità, che ora sentiamo così vicine». LIDIA GIRARDI CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (33) SOCIETÀ&COSTUME Night Storm di Fabio Tempesta CITARELLA, IL SOUND CHE INCANTA IBIZA Gianni il «gigolò» Francesca Cicatelli Gianni Auriemma, classe '86, è il nuovo idolo delle ragazzine. Definito “l’agrodolce” per il suo modo di approcciarsi alle fan, il venticinquenne napoletano ha debuttato in vari spettacoli teatrali. Passa con facilità da un ruolo all’altro, come quando ha interpretato un travestito al fianco di Massimiliano Gallo e Beppe Convertini al Festival di Todi “Vico Sirene” o il mimo al Teatro San Carlo con la regia prima di Ferzan Ozpetek o è stato al fianco di Franco Dragone del Cirque du Soleil. Diversi i cortometraggi a cui ha parteciapato, tra cui uno molto intenso sulla violenza sulle donne dal titolo “Sms” (regia di Emanuele Pinto), per poi approdare al ruolo del rapinatore nel film “41° Parallelo” di Davide Dapporto in cui interpretava un giovane rapinatore napoletano al fianco di Massimo Dapporto e al set di “Gomorra 2 La Serie”. Come hai iniziato? «Ho iniziato osservando. Guardavo molti film da piccolo e mi domandavo cosa si provasse a interpretare personalità così diverse. La curiosità mi ha portato ad iscrivermi a una scuola di recitazione cinematografica, la CinemaFiction di Napoli, dal cui casting è partito tutto». Sarai nel reality di Sky sui gigolò in cui andrai a caccia dell’anima ge- mella, ma com’è la tua donna ideale? Cosa cerchi in una donna? «Sarò un po’ all’antica ma, nonostante sia in una fase esistenziale e anche anagrafica di sperimentazione, cerco una donna di sani principi. Moderna ed emancipata ma che sappia progettare insieme, che voglia costruire qualcosa di concreto». Progetti futuri? «Sarò a Milano per girare il nuovo programma di Sky “Take Me Out” e una fiction molto importante di cui non posso ancora svelare nulla». L’arte e il palcoscenico sono stati messi a dura prova dalla crisi? «Sì, sono stati anni duri, anche perchè sono diminuiti gli investimenti sia pubblici che privati e il teatro e la cinematografia risentono della crisi più degli altri settori: la prima cosa che si taglia sono cultura e intrattenimento. Insomma ci recidono i sogni». Sei alle prime esperienze ma sei già acclamato dal pubblico e dalle ragazze. Qual è l'emozione più forte che hai provato? E che ruolo vorresti interpretare? «Nonostante sappia abbrutire la mia faccia in modo da renderla torva e cattiva, credo di essere un tipo da commedia romantica. In un film che parla di emozioni potrei esprimermi con più spontaneità. Anzi, lancio un appello a Gabriele Muccino, che sviscera e racconta i sentimenti in Bella gente Fabio Sky Gira con due cellulari, sempre accesi, dimostrando di usarli nel migliore dei modi: è sempre nel posto giusto (nel suo «Joia Restaurant» di Sant’Antimo) e, per di più, con i personaggi giusti: il suo socio Piero Nannola e venerdì 4 dicembre, udite udite, in compagnia di Andy Fletcher dei Depeche Mode. Non c’è dubbio: siamo dinanzi ad uno dei migliori manager della comunicazione, in grado di gestire successi e sviluppare, con impeccabile bravura, eventi mirati. (34) CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 modo unico. Per ora il coinvolgimento più grande l'ho provato durante il Festival del Teatro di Todi, dove davanti a un pubblico numeroso mi sono calato nei panni di un “femminello” napoletano. Travestirmi da donna è stato il ruolo più difficile che ho interpretato ma mi ha appagato perchè mi sono messo alla prova». A cosa rinunceresti per recitare? «Ho già rinunciato alla direzione dell'azienda di famiglia per scegliere la recitazione, un cammino più difficile e meno scontato». Vale ancora il canone estetico in amore? «Più che il canone estetico in amore direi che vince il fascino. Quello non stanca mai, è come una forza magnetica che può farci perdere il controllo e portarci in alcuni casi all'infedeltà. Lavoro molto su me stesso per far coincidere la bellezza interiore con quella esteriore. Ma tra le due mi separerei con più rammarico dal mondo che abita dentro di me». Come ti vedi da grande? «Vecchio... scherzo. Con 5 mogli e 50 film all’attivo». Com'è la tua Napoli? «Napoli è la mia isola franca. Sembra assurdo ma mi ristoro passeggiando tra i suoi vicoli. Non potrei vivere altrove, anche se sono spesso fuori per lavoro, ho bisogno di respirare la mia terra». Antonio Citarella, classe ‘84, è uno dei djproducer più emergenti nel panorama artistico internazionale. Il suo approccio con la musica risale all’età di 14 anni, quando ascoltò per la prima volta il brano di Pete Heller, ‘’Big Love’’. Inizia a collezionare dischi in vinile e ad innamorarsi della musica. Le influenze che determinano il suo stile sono svariate: synth pop, funky, garage, soul, arrivando fino ad oggi alle più complesse produzioni house/ deep/ techno/ progressive ed elettroniche. Inizia ad esibirsi in piccoli e grandi club. Nel frattempo, tra un’esibizione e l’altra, Antonio, soltanto dopo aver acquistato la prima tastiera e fatto molta pratica sulle DAW, inizia il suo cammino come produttore. Dal 2013, pubblica svariati lavori discografici su Bonzai Progressive e alcune etichette di partnership, soprattutto Progrez. Nell’ Aprile del 2014 avvia la sua etichetta ‘’Hidden Places’’, dove vengono pubblicate quasi tutte le sue produzioni: Lonely Love, Tell Me Rose, Until The End, Una, Skywalker, Mediterraneo, Black Sunset, Envious. Antonio Citarella è una delle figure più in ascesa nel panorama Techno e Progressive di livello internazionale. Fin dalle sue prime uscite, la musica di Antonio, viene supportata da numerosi Dj’s di fama mondiale. Nell’ottobre del 2014, uno dei suoi brani, ‘’Da Melo’’, raggiunge i dancefloor di Ibiza: è Richie Hawtin ad inserirlo in uno dei suoi eclettici dj set allo ‘’Space’’. Come dj, Antonio ama mixare in vinile in combinazione con sistemi digitali, mentre, come producer, ha sempre nutrito un grande interesse per sintetizzatori analogici. Le sue produzioni, mai banali e scontate, evocano atmosfere con musica progressive. Non da meno è la collaborazione di Citarella con numerose radio e web tv di tutto il mondo. di Tommy Totaro le mille visualizzazioni ogni qualvolta pubblica una delle sue strepitose gag. Bruno Bilo L’idea di festeggiare due compleanni in uno, insieme al suo compagno di merenda - il regista Francesco Albanese -, e tutti i protagonisti di «Made in Sud» al Teatro Tam di via Martucci, è solo una delle tante trovate dell’imprenditore Bruno Bilo. Ecco un caso in cui vale la pena farsi raccomandare, pur di esserci. Stefano Siviero Il nuovo che avanza. Eccolo in versione 2.0, titolo che al comico Stefano Siviero, calza davvero a pennello, visto che sui social supera Pietro Mauri Forgiato da Mina Fico, sostenuto da Loris Capasso e difeso a spada tratta da Roby Adimari, questo bravissimo imprenditore, organizzatore e trascinatore partenopeo, è salito alla ribalta per i 5 minuti di standing ovation che ha ricevuto all’inaugurazione di Casa Capasso, dopo aver omaggiato i presenti con le sue graffe di cioccolato. Le più buone della città. TEATRI SGUARDI LONTANI Francesco Iodice NOSTALGICI COME IL CIENZO DI BASILE SPETTACOLI DA NON PERDERE Parola ai Servillo Dal 5 al 17 gennaio, dopo «Le voci di dentro», Toni e Peppe Servillo tornano al Teatro Bellini con la loro ultima creazione «La Parola Canta». I fratelli Servillo si cimenteranno in una nuova opera: un concerto, un recital, una festa fatta di musica, poesia e canzoni che celebrano Napoli e l’eterna magia della sua tradizione vivente. Teresa Mori Tutti i teatri della città grandi e piccoli, tutte le sale, quelle importanti e altisonanti o quelle frutto di semplice aggregazione di appassionati, si organizzano per offrire al più vasto pubblico un momento di svago e diletto durante le feste di questo Natale. Partiamo da quello piú grande, il Teatro San Carlo, il lirico più antico d’Europa che intrattiene coloro i quali amano la musica classica, l’arte e la bellezza in generale anche a Natale. Il 13 dicembre, con stagione lirica e di balletto appena inaugurata, il Massimo ripropone, a distanza di molti anni, la Carmen di Georges Bizet fino al 20 di dicembre, a dirigere il grande Zubin Mehta. Dal 30 dicembre al 3 gennaio ritorna come ogni anno Lo Schiaccianoci, il balletto più amato dai grandi e piccoli su musiche di Cajkovskij. Si continua con la grande musica sinfonica, arrivano il direttore Patrick Fournillier e al pianoforte Katia e Marielle Labèque. In Program- ma: Francis Poulenc, Concerto in Re minore per due pianoforti e orchestra e Georges Bizet, Roma, Sinfonia n. 2 in do maggiore. Il 22 gennaio e fino al 3 febbraio, grande ritorno di La vedova allegra nello storico allestimento firmato Federico Tiezzi, con le scene di Edoardo Sanchi e i costumi di Giovanna Buzzi. Passiamo al neonato Teatro Nazionale di Napoli (Mercadante, Ridotto, San Ferdinando) che dopo una fortunosa prima di stagione (In memoria di una signora amica) e un’eroica, lunghissima, meravigliosa Orestea, che sarà in scena fino al 20 dicembre, continua analizzando in lungo ed in largo il panorama teatrale nazionale ed internazionale: al Ridotto in scena The open game dal 14 al 20 di dicembre; Filumena Marturano (al San Ferdinando) dal 25 dicembre al 6 gennaio di Eduardo De Filippo con la regia di Nello Mascia e con Gloriana (Filumena Marturano) e Nello Mascia (Domenico Soriano). Ancora al Ridotto dal 6 al 10 gennaio Lostland, spettacolo musi- Tutti dobbiamo qualcosa a Giambattista Basile - nato e morto a Giugliano (1566-1632) - letterato e scrittore italiano di epoca barocca, primo a utilizzare la fiaba come forma di espressione popolare: dal Maestro De Simone (che ha curato un’edizione in napoletano corrente) con La gatta cenerentola, a Enzo Moscato e tanti altri. E sopratutto noi lettori gli dovremmo chiedere scusa perché abbiamo letto e continuiamo a leggere poco il suo capolavoro Lo cunto de li cunti ovvero Lo trattenemiento de le piccirille, una raccolta di 50 fiabe in lingua napoletana, scritta tra il 1634 e il 1636. L’opera, nota anche come Pentamerone, è costituita da 50 fiabe, raccontate da 10 novellatrici in cinque giorni. Chi non ha letto il libro e non è cresciuto con le favole della raccolta fantastica a fosche tinte, come possono esserlo solo le “pitture nere” di Goya, si è perso il senso dell’eterna infanzia. Non ha assistito alle inenarrabili diarree di diamanti da parte di un asino, non ha temuto le terribile vecchie vanitose che – pur di ritornare giovani e belle (era già il tempo della chirurgia plastica) – non esitavano a farsi spellare, anzi scorticare vive dal macellaio (la fiaba A vecchia scurtecata è una delle tre riprese nel film di Garrone, assieme a ’O pòlece e ’A cerva fatata). Senza dilungarci in giudizi o critiche letterarie, è possibile fornire un ulteriore esempio del- cale di e con Mauro Gioia. Si chiude gennaio con La signorina Giulia di August Strindberg adattamento di Cristián Plana e Alessandra Guerzoni e regia ancora di Plana. Gli interpreti: Giovanna Di Rauso (Giulia), Massimiliano Gallo (Giovanni), Autilia Ranieri (Cristina) e con Adele Amato De Serpis, Mario Autore, Barbara Bonaccorsi, Cinzia Cordella, Gino De Luca, Fabiana Fazio, Marianna Pastore, Ettore Nigro, Marco Palumbo. Ancora nella piccola ma accogliente Sala del Ridotto (dal 19 al 24 gennaio) in scena La reggente, primo spettacolo prodotto dal Teatro Stabile in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Lo spettacolo non solo vedrà coinvolti ben quattro docenti (Stefano Incerti – regia, Renato Lori – scenografia, Zaira de Vincentiis – costumi, Cesare Accetta – disegno luci) ma sarà anche un’impegnativa occasione di laboratorio per gli allievi dei rispettivi corsi. Il testo di Fortunato Calvino racconta la storia di un potere malavitoso al femminile. La l’opera di Basile, accennando al racconto ‘O mercante, settimo della giornata prima, che arieggia un addio ai monti “sui generis” ma per niente manzoniano. Cienzo deve scappare via da Napoli perché, giocando, ha colpito alla testa con una pietra il figlio del re: arrivato in alto – verso Capodimonte – si ferma ad ammirare il paesaggio, la città, poi prorompe nel suo personalissimo “addio”: «Tienete, ca te lasso, bello Napole mio. Nun me pozzo spartere da te bella Chiaia, senza portare mille piaghe a stu core (da bambino, nella piazza del paese, sentivo spesso il ruspante e ignorante nobilotto, di ritorno dalla passeggiata nella zona-bene di Napoli, italianizzare goffamente il nome del quartiere, dicendo agli amici del Bar dello Sport: “Sono stato a via Piaga”, ritenendo il termine “chiaia” la versione volgare di “piaga”), addio pastinache e foglia molle, addio zeppole e migliaccie, addio vruoccole e capecuolle! Addio callo ‘e trippa c’’o limone, strùffole e casatielle! Addio cajonze e ciento figliole, addio, scior’’e tutt’’e città, Napule. Io me parto pè stà sempe vidovo d’’a menesta ‘mmaretata». Come potremmo, anche noi, meridionali nostalgici, tenacemente legati alla terra d’origine – una volta schiodati dalla città – fare a meno del ragù, delle braciole, del soffritto e carnacotta, degli struffoli e della pastiera? Mia figlia Francesca, meno prosaicamente, mi ha inviato un inequivocabile sms dalle brume di Londra: «Papà, rimpiango Capri». Chi potrebbe darle torto? reggente è la moglie di Masaniello, potente boss di un quartiere di Napoli, detenuto in un carcere di massima sicurezza in regime di 41 bis. Il boss la incaricherà di condurre gli affari di famiglia, ma improvvisamente la donna si troverà a gestire un potere che la farà precipitare in un delirio di onnipotenza che sfiorerà il patologico. Ancora una prima assoluta per il Teatro Stabile che al San Ferdinando porta scena Dalla parte di Zeno di Valeria Parrella e con la regia Andrea Renzi. Passiamo al Bellini, teatro che sorge nel bel centro storico di Napoli e che per questo Natale ha stupito tutti fissando uno spettacolo (fra i più richiesti dell’anno passato) il 31dicembre: l'appuntamento con Dignità autonome di prostituzione sarà speciale: alle 23.00 la celebre Casa Chiusa dell'Arte darà il via a un party folle che tra teatro, musica, brindisi, frizzi e lazzi andrà avanti fino all'alba, in un crescendo di baldoria e sorprese. Si continua dal 5 al 17 gennaio, dopo Le voci di dentro, Toni e Peppe Servillo scelgono il Teatro Bellini per portare a Napoli la loro ultima creazione, La Parola Canta. Un concerto, un recital, una festa fatta di musica, poesia e canzoni che celebrano Napoli e l'eterna magia della sua tradizione vivente. Dal 20 al 24 gennaio sarà la volta di Gospodin Philipp Löhle, con Claudio Santamaria, Federica Santoro e Marcello Prayer. Mentre dal 26 al 31 gennaio in scena nella Sala di Via Conte di Ruvo, Chi ha paura di Virginia Woolf di Edward Albee con Milvia Marigliano, Arturo Cirillo, Valentina Picello, Edoardo Ribatto. Chiudiamo con la programmazione del rinato teatro San Carluccio, che porta in scena fra dicembre e gennaio tanti begli spettacoli. Dal 17 dicembre al 3 gennaio Patrizia Spinosi e Maurizio Murano in Passioni in cantate, dal 21 al 31 gennaio Antonella Morea in Io la canto così, dal 4 al 28 febbraio Gea Martire e Massimo Andrei in Non farmi ridere sono una donna tragica. CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (35) LAPILLI Terni&Favole. Alla Tabaccheria Postiglione di Largo Ferrandina a Chiaia l’attesa di cene e veglioni domina la scena. Tra pacchetti, pacchettini, gingilli natalizi e gratta&vinci, il via vai della clientela è in pieno fermento. Nella sua postazione delle favole, assediato da numeri al lotto e “Sbanca tutto”, Alberto Postiglione dona alcune combinazioni per queste feste: «Anche per queste festività voglio riproporre i numeri della Meraviglia: 58 - 72 - 90. Questo terno va inseguito sulle ruote di Bari, Milano e Napoli almeno per 14 estrazioni. Per chi, invece, preferisce gli ambi, ecco una sfilza di “coppie” in cui credere: 28-32; 46-48, 81-90, 24-31, 26- 16. Ambi da giocare sulle ruote di Napoli, Roma e Milano almeno fino alla Befana». Intanto, dopo l’incredibile crollo di due palazzine del dipartimento di Veterinaria, a Napoli tira molto il terno della caduta. Postiglione, sgranando gli occhi chiari, sforna la combinazione delle buche: «Consiglio di giocare questi numeri: 56 la caduta, 34 la buca e 90 la paura. Questo terno va rincorso almeno fino a metà gennaio sulle ruote di Napoli e Roma. Infine, - prosegue Postiglione - immancabile il terno di fine anno che comprende i numeri 90 (il popolo), 70 (i fuochi d’artificio), 62 (brindisi di Capodanno). Da giocare almeno per tre estrazioni». Punch&Judy, nuova vita per il pub Lidia Girardi Lo storico locale napoletano Punch&Judy cambia location (da via Bisignano passa a via Riviera di Chiaia al civico 217) ma non cambia il gusto, l’attenzione per i dettagli e soprattutto la scelta delle materie prime. Inaugurazione tra brindisi, piatti prelibati sulle note della migliore musica anni ‘80. Nicola e Fausto Movente, da 22 anni, si dedicano con passione e dedizione alla loro attività di ristorazione, la cui fama è legata soprattutto ai celebri panini (imbattibile “il pirata”) e alla grande varietà di birre artigianali. Un ambiente caldo e accogliente unisce colori e materiali selezionati con attenzione e dà vita ad un locale vintage in cui si respira la storia di Punch&Judy, da quando nel lontano ‘94 fu fondato dalla famiglia Movente. Fausto seleziona gli ingredienti personalmente: la carne di Chianina, i latticini dei Monti Lattari di Agerola, prosciutto crudo di Parma e verdure fresche comprate giornalmente dallo stesso proprietario. La genuinità dei prodotti rende gustosi e unici i loro piatti. Nicola, invece, si occupa della sala, affiancato da storici collaboratori come Gianni. La verità di birre offerte da Punch&Judy è invidiabile: tra queste la sette luppoli non filtrata di casa Poretti e diverse birre alla spina di casa Carlsberg. Anche la pausa pranzo è un momento per deliziarsi con le loro specialità. L’atmosfera, la scelta della musica, le luci calde e la grande capacità nella ristorazione dei fratelli Movente lo riconfermano uno dei locali più particolari, conosciuti e gettonati della città. Pasquale Russo, il nuovo “cattivo” di Gomorra Sorprese in arrivo in “Gomorra 2, La Serie” che assolda un vero poliziotto ma per interpretare un criminale. Si tratta di Pasquale Russo, 42 anni, emblema del sogno felliniano che si realizza, anche se tardi. Professione: poliziotto in missione sulle volanti di Napoli. Un duro dal cuore tenero che ama il proprio lavoro, il cinema e il calcio (è anche un allenatore tesserato Figc). Sguardo intenso e volto scavato, è nella vita un ragazzo di sani principi - come ama definirsi - e con una smodata passione per la recitazione, che coltiva da soli tre anni. La fortuna gli ha bussato alle porte quando un giorno, per caso, mentre si esibiva sul palco di una compagnia teatrale amatoriale in “Il Medico dei pazzi” di Scarpetta, ha incrociato Antonio Acampora e Armando Ciotola della CinemaFiction, scuola di recitazione e produzione cinematografica partenopea. «Hanno creduto in me e mi hanno adottato», dice. Da lì il sogno del cinema si è realizzato inaspettatamente, a 42 anni, quando ormai aveva quasi perso le speranze. Interpreterà un cattivo nella serie "Gomorra 2" ed è in arrivo un altro ruolo da duro anche nella serie "Il (36) sindaco pescatore", con protagonista Sergio Castellitto. «Quando sei dall'altra parte, quella dei criminali, ti rendi conto che è una vita che non vale la pena vivere - racconta - Fingendo di essere uno di loro ho capito che è meglio fare altro. Nella serie userò pistole e mitra per le esecuzioni ma a mia figlia di 9 anni, non faccio vedere certe cose. Lei sa che è tutto finto». Dalle volanti della polizia a Gomorra: ci racconta questo passaggio? «Nasce dall'ostinazione del sogno. Dalla volontà di vedere la parte inesplorata di sé e scrutare cosa c'è dall'altra parte della barricata. Recitare è stato sempre il mio sogno. Sono del quartiere Sanità e sognare era l'unico modo di estraniarsi da una realtà densa di contrasti. Tutta la vita sono stato in bilico tra bene e male. Avrei potuto abbracciare altre strade. E mi ci è voluto del tempo anche per crescere e insistere nel tentativo di riscatto. Ma ho scelto il bene e lo strumento per farlo, prestando servizio in Polizia». Recitare la parte del cattivo l’imbarazza? «No, anche il buono dalla parte della legge che combatte i cattivi, in fondo CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 un po’ cattivo lo deve essere. Togliere panni del paladino della giustizia e vestire quelli del malvagio è solo una trasposizione temporanea della molteplicità dell’essere. Non è poi così difficile, soprattutto se con i “cattivi” devi conviverci tutti i giorni, perché il dovere lo impone». Reciterà in una fiction su Vassallo, il sindaco pescatore di Pollica. Non rischia di farsi ingabbiare nel ruolo? «In realtà la fiction su Vassallo, dal titolo “Il sindaco pescatore”, è stata girata prima di Gomorra. La cosa non mi infastidisce, né mi fa temere di restare ingabbiato nel ruolo del cattivo. Sono certo che mi si presenterà l’occasione di poter dimostrare di saper fare anche altro». Fiction come Gomorra hanno creato un clima di emulazione tra i giovani? «Il male è ovunque. Gomorra si limita a testimoniarlo ma non lo rende mito. A renderlo mito sono la scarsa personalità, l'assenza di obiettivi, di guide, l'egoismo infantile di avvalersi di scorciatoie per raggiungere obiettivi materiali. Ma un prodotto come Gomorra può essere frainteso e far attecchire il seme sbagliato solo nella mente di chi è suscettibile al fascino del male per ragioni che esulano dalla televisione, in contesti di deficit identitari e assenza di prospettive». Come spiega la crescita di bande di giovanissimi a Napoli? «Non credo che la ragione sia unica. La delinquenza è la risposta ad un vuoto. Spesso oltre all'ignoranza, allo status sociale, c'è una carenza d'amore di fondo, un'asprezza nei rapporti, la cattiveria dell'insofferenza. La violenza diventa il mezzo con cui far valere i propri diritti o quelli che si ritengono tali». FRANCESCA CICATELLI LAPILLI Un Natale con i cadeaux di Moggio REGALI GLAMOUR E CORNETTI ANTISFIGA NELLA TABACCHERIA DI VIA DEI MILLE Per chi questo Natale cerca un cadeau originale, che suggerisca qualità e tradizione ma che strizzi anche un occhio alle nuove tendenze, fare un salto alla tabaccheria Moggio è la soluzione ideale. Presente dal 2008 a Chiaia, nella centralissima via dei Mille, accanto alle note griffes di abbigliamento e accessori moda, offre oltre ai prodotti e servizi abituali delle rivendite dei monopoli, una vasta gamma di articoli da regalo, tutti esclusivamente made in Italy, che garantiscono un ottimo rapporto qualitàprezzo. Prodotti di artigianato napoletano, curati nei dettagli e nelle rifiniture (come i classici cornetti scaramantici o l’iconico Pulcinella), ma anche accessori di pelletteria glamour e ricercati. Punto di riferimento per chi, nel quartiere e non solo, opta per un negozio che non delude e che, grazie ai tanti turisti che frequentano la zona, si impegna a far conoscere ed esportare anche fuori dalla Campania la tradizione artigianale. Tra sorprese e iniziative, la tabaccheria Moggio augura buone feste alla sua clientela più affezionata come continua a fare da oltre sette anni: con attenzione e qualità. (a.d.s) L’ORA LEGALE Adelaide Caravaglios MULTA “AD ORECCHIO”, ATTENTI ALLE SGOMMATE Udite, udite: il vigile può capire l’eccesso di velocità dal rumore delle gomme e, di conseguenza, multare l’automobilista! È quello che emerge da una recente sentenza del tribunale di Cagliari (la n. 1242 del 2015), nella quale si legge che il giudizio di pericolosità implica un’attività di elaborazione da parte dell’agente accertatore, che è tenuto a rilevare i fatti che stanno avvenendo (condizione del veicolo, della strada, del traffico); a sottoporli a critica e a desumerne la valutazione di congruità o meno ai criteri di buona condotta di guida. Tra i diversi tipi di indicatori di pericolosità – se così li vogliamo chiamare – rientrerebbe anche lo stridere delle gomme sull’asfalto a seguito della “sgommata”: dalla qual cosa, appunto, il vigile dovrebbe ricavare l’eccesso di velocità del veicolo e, di conseguenza, comminare la multa che sarà, per giunta, valida. Per la verità, stando a quanto stabilisce la legge (art. 141), la pericolosità della condotta di guida dovrebbe essere desunta dalle caratteristiche e dalle condizioni della strada, del traffico e da ogni altra circostanza: quindi, a prescindere dal limite su un certo tratto, la velocità andrebbe regolata in base alla strada, alle condizioni meteorologiche e ad altri parametri adeguati, perché il conducente deve sempre conservare il controllo del veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre in condizioni di sicurezza, specialmente l’arresto tempestivo entro i limiti del campo di visibilità e dinanzi a ogni ostacolo prevedibile. Se così non fosse, il vigile potrà sanzionare per eccesso di velocità, anche senza autovelox ed anche qualora il guidatore non abbia superato il limite stabilito dal codice della strada, semplicemente basandosi su proprie percezioni, tra cui – secondo il tribunale sardo – può esserci anche “udite, udite” … il rumore della frenata. Facenight, calendario 2016 DODICI FOTOGRAFI PER DODICI MESI: L’INIZIATIVA SARÀ PRESENTATA ALLO S’MOVE Vola il «dream team» Carrella Group Nel numero scorso di Chiaia Magazine abbiamo raccontato la favola di Carrella Group, la squadra di calcio nata dalla passione di Lucio Chiantone e Giovanni Carrella, che si è iscritta, per la prima volta, al duro Torneo Intersociale, prestigiosa competizione calcistica partenopea che dal 1958 scalda cuori e gambe della città di Napoli. Il «dream team», guidato da mister Chiantone (nella foto in alto), sta viaggiando a una media sorprendente, raccogliendo vittorie e consensi in ogni campo in cui si esibisce. Le armi in più della squadra? Grande esperienza del centrocampo, attacco fulminante e una difesa tenace. Entusiasti i presidenti Franco Carrella e Carmine Esposito, e grande gioia per i dirigenti Nino De Nicola e Fortunato Guariglia. (m.t.) Le vibranti notti campane fissate in dodici scatti. Anche quest’anno Facenight, il premio dedicato a tutti coloro che lavorano nel mondo dei club e che con il loro entusiasmo arricchiscono il tempo libero del popolo della notte, ideato dal giornalista Tommy Totaro e patrocinato “moralmente” dal Silb (l’unico ente riconosciuto dal nightclubbing nazionale), lancia il suo calendario. Dopo i successi incassati nel 2013 con le fotografie sulle professioni notturne, del 2014 con le feste di ogni tempo e del 2015 con le favole, torna in una veste nuova il calendario più cool della Campania, dedicato, per il 2016, al tema della notte. Dietro l’obiettivo ci saranno quest’anno ben dodici fotografi, uno per ogni mese: Marco Baldassarre, vincitore del premio miglior fotografo dell’edizione 2015 di Facenight; Romina Romano, vincitrice del Premio Facenight 2012; Tony Baldini vincitore del Premio Facenight 2014. E ancora: Stefano Cicala, Eleonora D’angelo, Klaus Bunker, Giorgio Cappiello, Giulio Pollica, Luigi Irace, Stefano Min, Cody La Rocca, Raffa Raffa. Dal loro impegno e dalla loro professionalità nasce un calendario che ha il potere di risvegliare emozioni e far assaggiare tutto il divertimento delle esclusive notti made in Naples. Il calendario Facenight sarà presentato il 24 dicembre a mezzogiorno allo S’move Revolution (vico dei sospiri,10) e le fotografie saranno in mostra dal 23 al 30 dicembre. Attraverso un coupon, sarà possibile votare lo scatto migliore, che sarà poi premiato durante un evento a gennaio. (m.t.) CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (37) IUPPITER i libri di Natale LE ORIGINI DELLO ZODIACO L’uomo tra archetipi, miti e dei L’IMPRENDITORE SCUGNIZZO La mia Napoli, le mie sfide Autore: Rosamaria Lentini Costo: 12 euro Pagine: 256 Autore: Gianni Lettieri Costo: 10 euro Pagine: 300 SECONDA EDIZIONE Il testo è un atto d’amore per le origini dell’uomo, per le sue radici, quelle più remote possibili, perché noi siamo fatti anche di quelle che, sebbene sprofondate nel buio più totale, agiscono dentro di noi. Scopo del saggio è far conoscere il cammino compiuto dall’uomo fin dagli albori della nascita della coscienza e di come tanta parte di questa storia sia stata conservata in un prezioso contenitore quale è lo Zodiaco. Libro consigliato anche a chi non pratica l’astrologia, non la conosce o addirittura la critica. «Gianni Lettieri è ciò che in America chiamerebbero un self-made man. Un uomo che si è fatto da solo. Uno che ha cominciato da ragazzo, nel ramo commerciale in cui lavorava il padre, e con l'ingegno e anche la furbizia tipica di un napoletano, si è trasformato in imprenditore, capace di uscire dall'ambito geografico e settoriale di partenza, e di aver successo. Questa attitudine, questo tipo di carriera, non è molto ben vista nel nostro Paese, e forse neanche a Napoli». (Dalla prefazione di Antonio Polito) IL CAMORRISTA FANTASMA Le mille vite di Pasquale Scotti LE VIE DELLA PIZZA Miti e riti della magica specialità Autori: E. Musella, G. Pragliola, G. Roberti, L. De Stefano Costo: 10 euro Pagine: 90 Autore: Domenico Mazzella Costo: 10 euro Pagine: 168 Dalla guerra di camorra al colpo di Stato in Tunisia. Omicidi, intrighi, trattative fra Stato e malavita organizzata. Pasquale Scotti riemerge dal limbo degli invisibili dopo 30 anni, e porta con sé segreti inconfessabili. È l’uomo che ereditò il mandato a riscuotere le promesse della Dc per la liberazione di Ciro Cirillo. Ma sa molto anche dell'omicidio del banchiere Roberto Calvi, un finto suicidio inscenato a Londra da un pugno di cutoliani. Muoversi per le millenarie strade di Neapolis, visitare straordinarie chiese e palazzi, degustare e confrontare «pizze veraci» preparate da mani esperte che ripetono un rito antico fatto di acqua, farina, lievito, sale e tanta passione: la specialità napoletana più conosciuta al mondo non ha più segreti con «Le vie della pizza», libro, in versione italiana e inglese, che inaugura la collana «Tourista» dedicata alle guide culturali e gastronomiche. SOTTO UN CONTORTO ULIVO SARACENO (racconti) CINEMA ALL’APERTO Romanzo di sogni e ritorni Autore: Aurora Cacopardo Costo: 10 euro Pagine: 164 Autore: Sergio Califano Costo: 10 euro Pagine: 144 Noir a tutta forza, storie incredibili, finali sorprendenti: la raccolta di racconti della scrittrice e saggista Aurora Cacopardo colpiscono per il piglio narrativo e la galleria di personaggi. Convincono i racconti dove i protagonisti sono i gatti e quelli dove l’ironia tiene banco, nonostante delitti e tristi eventi. Un libro consigliato a chi ama le letture classiche ed è in cerca di storie dal fascino cinematografico. La vita di Carlo raccontata nel suo dinamismo. Geografie di tempi, di luoghi e d’incontri che solo nel ritorno trovano composizione. Veloce si compie il passaggio dalla crudele bellezza dell’infanzia all’età adulta, monotonia squarciata da fatti imprevedibili, forse guidati da un destino bizzarro che riesce sempre a sorprendere la vita. Realtà e sogno, verità e ipotesi si confondono in una struttura narrativa circolare in cui tutto può ripetersi. I LIBRI IUPPITER EDIZIONI POSSONO ESSERE ACQUISTATI NELLE MIGLIORI LIBRERIE TRA CUI: Feltrinelli (Via S. Caterina a Chiaia, 23 - Napoli) Feltrinelli (Via S. 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" ""# # !$ "!# # !"$# ! ! # "!! " "$!! ! ## "!# #! ! !" # " "!" "! !"# ## #" # "!" !" !"$#! "! "# !!" 5 le domus riaperte a Pompei dopo il restauro nell’ambito del Grande Progetto. Tra queste: il Criptoportico, la casa di Paquio Proculo e la Fullonica di Stefano. Capodichino 70 " ! mila i passeggeri in transito a Capodichino nel weekend dell’Immacolata. Da inizio 2015 l’aeroporto ha registrato una crescita del 4% e un +13% per il traffico di linea internazionale. AI NOSTRI LETTORI. CI RIVEDIAMO A FEBBRAIO + AUGURI 02GFGFH,F:F9GBEHF=:=AFHFHC=CCGHGH?=DGH@ECCDAGHEH?D?CEBGCDAGH=BH:AFB<GD?DHFCF@EHEH=B EBC=?GF?8FBCEH31!6H0GHAG4E<GF8DHFH.E77AFGDH>DBH=BH:GDABF@EHFB>DAFH;GH7FCCF:@GEAD EH>DBCAD>DAAEBCEHE5H?D;AFCC=CCD5H>DBH@FHB=D4FH4EA?GDBE5HAG>>FH<GHBD4GC*HEH?DA;AE?E5H<E@ ?GCDH---6>2GFGF8F:F9GBE6GCH Auto eco-friendly WWW.IUPPITEREDIZIONI.IT + CONSULTA (@HBEC-DA H<E@H:A=;;DHE<GCDAGF@EH(=;;GCEAH?GH)HFAAG>>2GCD6H(B.FCCG5HFGH;DACF@GHG=;;GCEABE-?6GC65 8,3 @FAG4G?CF<E@8FAE6GCHEH>2GFGF8F:F9GBE6GC5H?GH)HF::G=BCDHG=;;GCEAE<G9GDBG6GC5H@FH4ECAGBFH<E@/ @FH>F?FHE<GCAG>EH(=;;GCEAHGBH>=GH)H;D??G7G@EH>DB?=@CFAEHG@H>FCF@D:DH<EGH@G7AG5HF>=G?CFAE GH4D@=8GHEH4G?GDBFAEHGH7DD CAFG@EA6 la percentuale di auto ecologiche in circolazione in Campania su quasi 3 milioni e mezzo di vetture. A renderlo noto è l’Osservatorio Federmetano sui dati Aci. 100 mila circa i visitatori della “Notte d’arte 2015”, l’evento di valorizzazione della tradizione e dell’accoglienza del centro storico, organizzato il 12 dicembre. L’indagine 7,6 i milioni di euro di danno erariale nella gestione dell’Eav accertati dalla Guardia di Finanza di Napoli a causa di incarichi di consulenza totalmente inutili. A CHIAIA MAGAZINE + ABBONATI HGBH>DA?DH@FH>F8;F:BFHF77DBF8EBCGH<GH02GFGFH,F:F9GBE6H02GH<E>G<EH<GHF77DBFA?G5HBDB la BACHECA Notte d’arte # #" # ?D@DHAG>E4EA*H<GAECCF8EBCEHFH>F?FHG@H:GDABF@E5H8FHEBCAEA*HBE@H0@=7H<GH02GFGFH,F:F9GBE GBH>=GHF4A*H<GAGCCDHF@@DH?>DBCDH<E@H3H?=GH@G7AGH<GH(=;;GCEAH<G9GDBGHEH?=HF@CAEHD;EAEH<E<G/ >FCEHF@@FH?CDAGFHEHF@@EHCAF<G9GDBGHBF;D@ECFBE6H =EH@EHCG;D@D:GEH<GHF77DBF8EBCDHDA<GBFAGDH&%3HE=ADHF@@$FBBD#HEH?D?CEBGCDAEH&133HE=AD F@@$FBBD#6HEAH?F;EABEH<GH;[email protected]@HB=8EADH3'161"!1%335H<F@H@=BE<HF@ 4EBEA<5H<F@@EHDAEH11633HF@@EH1'6336 DOVE PUOI TROVARCI +H(BHD@CAEH%33H;=BCGH?E@E9GDBFCGHBE:D9G5HCEFCAG5H>GBE8F5H7FA5H<G?>DCE>2E5H7FB>2E5H7D=CG=E5 ?C=<GH;AD.E??GDBF@G5H:F@@EAGEH<$FACE5HAG?CDAFBCG5H>GA>D@GH?;DACG4GHEHGBHC=CCGH:@GHE4EBCGH>=@C=AF@G EH8DB<FBG6HG?CAG7=9GDBEH>F;G@@FAEH;F@F99DH;EAH;F@F99DH:F9E7DHBEGH;=BCGH?CAFCE:G>GH<E@/ @FH>GCC*H;EAH@FH;AE?EBCF9GDBEH<E@HB=8EADHEH<E@@EHGBG9GFCG4EH<E@H:GDABF@E6H SOS CITY: ISTRUZIONI PER L’USO +HGB:AF9GF8DHGHBD?CAGH@ECCDAGH;EAH@EH?E:BF@F9GDBGH&<FHGB4GFAEHFHGB.D>2GFGF8F:F9GBE6GCHDHF@/ @$GB<GAG99DH<E@@FHAE<F9GDBE5H4GFHEGH,G@@E5H%H/H'311H #H?=@@EHE8EA:EB9EHEH;AD7@E8GH<E@/ @FH>GCC*6HBFHAF>>D8FB<F9GDBEH@ECCEAEH7AE4GH&8FH1333H7FCC=CE#6 ON LINE + CONSULTACI 02GFGFH,F:F9GBEH)H?>FAG>[email protected];<.H?=@H?GCDH---6>2GFGF8F:F9GBE6GC6H DIVENTA NOSTRO FAN + FACEBOOK/TWITTER: (@H8EB?G@EH02GFGFH,F:F9GBEH)H?=HF>E7DD HEH-GCCEA6H=DGH<G4EBCFAEHBD?CADH.FBH>@G>>FB/ <DH8GH;GF>EH?=@@FH;F:GBFH=..G>GF@EHD;;=AEHG?>AG4EACGHF@H:A=;;DH02GFGFH,F:F9GBEH?=HF/ >E7DD HEH?E:BF@FA>GHE4EBCGHEH>=AGD?GC*6HG4EBCFH.D@@D-EAH<E@@$F>>D=BCH02GFGFH,F:F9GBE ?=H-GCCEAHEH>GB:=ECCFH>DBHBDG6 PUBBLICITARIE + INSERZIONI 02GFGFH,F:F9GBEH4G4EH:AF9GEHF@@EHGB?EA9GDBGH;=77@G>GCFAGE6HDBH)[email protected]:@GDH<GHBE??=BH;FA/ CGCDHDH8D4G8EBCD5H8FH=BFH@G7EAFHCAG7=BFH>2EHAE?CFHF;EACFH:AF9GEHF@@FH;F??GDBEHE?CAE/ 8FHEHF@@FHCEBF>GFH<GH=BH:A=;;DH<GH:GDABF@G?CG6H02GH)HGBCEAE??FCDHF@@FH;=77@G>GC*H;=H>2GF/ 8FAEHG@HB=8EADH3'161"!1%33HDH>DBCFCCFAEHG@HAE?;DB?F7G@EH>D88EA>GF@EH,G>2E@EHE8/ ;E?CFH&>E@@6H"61'3"!3'# CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2015 (39)