1 Juan Antonio Quirós Castillo (a cura di) 1 Storia ed archeologia di una chiesa rurale nella diocesi medievale di Lucca: San Lorenzo a Cerreto (Pescia, PT) [editado en la revista “Archeologia Medievale. Cultura Materiale, Insediamenti, Territorio” 1996, pp. 401-448] 1. Introduzione (M. Milanese) 2. Ubicazione di San Lorenzo a Cerreto. (J. A. Quirós Castillo) 3. Le fonti scritte. (J. A. Quirós Castillo) 4. La sequenza stratigrafica. (J. A. Quirós Castillo) 5. I materiali archeologici. 5.1. Materiali ceramici (M. Milanese) 5.2. Reperti metallici e vitrei. (M. Milanese) 5.3. Reperti numismatici. (M. Baldassari) 5.4. Materiale scultoreo. (J. A. Quirós Castillo) 5.5. Lo studio antropologico delle tombe della chiesa S. Lorenzo a Cerreto (R. Crisafulli). 5.6. Caratterizzazione sedimentologia di alcuni campioni provenienti dallo scavo di San Lorenzo a Cerreto (G. Zanchetta) 6. Le murature. (J. A. Quirós Castillo) 6.1. I materiali costruttivi. 6.2. Le tecniche costruttive. 7. La fusione delle campane. (J. A. Quirós Castillo) 8. Conclusioni. (J. A. Quirós Castillo) Riassunto Lo scavo della chiesa di San Lorenzo a Cerreto (Pescia, Pistoia) è stato realizzato nell’anno 1992 come intervento preventivo in occasione del restauro della pavimentazione dell’edificio. In tale occasione si è provveduto ad uno studio archeologico e storico integrale del complesso architettonico. Sono state individuate dieci fasi che coprono l’arco cronologico di un millenio. La chiesa nasce come cappella privata di una famiglia “potente” locale, e divenne nel corso del XII secolo parrocchia del territorio di Cerreto. Posteriormente si sono succeduti restauri ed ampliamenti con lo scopo di adeguare l’edificio alle esigenze della comunità. Di particolare rilievo sono il ritrovamento di due fornaci per la fusione di campane relative alle prime fasi della chiesa. Sono infine state rinvenute una quindicina di sepolture, presenti nelle diverse fasi di vita dell’edificio. L’edizione ha visto la partecipazione di alcuni specialisti che si sono occupati dello studio dei diversi reperti e resti archeologici. 1 Escuela Española de Historia y Arqueología de Roma, Via di Torre Argentina 18, 00186 Roma 1. Introduzione Nel quadro di un programma di valorizzazione e tutela del patrimonio archeologico della Valdinievole, la Soprintendenza Archeologica della Toscana è stata impegnata in questo territorio, negli anni 1991-1992, in una serie di interventi preventivi e d'emergenza diretti da chi scrive. Gli scavi, generalmente preventivi o d'emergenza, sono stati realizzati anche grazie all'appoggio di istituzioni locali, come il Museo di Archeologia della Valdinievole di Pescia e di ricercatori, volontari e specialisti. In particolare, lo scavo della chiesa di S. Lorenzo a Cerreto, nei pressi di Pescia, si configura come intervento preventivo realizzato in vista della ripavimentazione dell'edificio ecclesiastico e della creazione di una camera d'aria, con l'intento di ridurre la forte umidità causata dall'affioramento di una falda nella zona absidale. L'operazione preventiva è stata progettata nei mesi di giugno-settembre 1991: incontri e sopralluoghi congiunti promossi da chi scrive con la Soprintendenza ai Beni Architettonici, il Comune e la Curia di Pescia hanno consentito di evitare un intervento a cantiere avviato, con inevitabili perdite di informazioni archeologiche . (Marco Milanese) 2 2. Ubicazione di San Lorenzo a Cerreto La chiesa di San Lorenzo a Cerreto (fig. 1) è ubicata sulla riva sinistra del fiume Pescia di Pescia, nella stretta piana che forma il fondovalle presente tra il castello di Pietrabuona e la città di Pescia, dalla quale è distante 1,5 km. Attualmente si trova nella provincia di Pistoia, ma nel medioevo, fino al trecento, tutta la Valdinievole e il Pesciatino si trovavano sotto l’influsso di Lucca e appartenevano alla diocesi lucchese. Attualmente si colloca in una zona marginale, sulla riva opposta alla strada principale, sebbene in tempi più antichi la viabilità principale della valle scorresse davanti alla chiesa, parallela all’andamento della Pescia. Ciononostante la chiesa non è affiancata da alcun centro abitato, che si trova in quota. Infatti a 800 m. a SE si trova Sorico, sito noto documentalmente dal IX secolo (BARSOCCHINI 1841, n. 791) e incastellato probabilmente nel corso del XII secolo, dotato della chiesa di S. Prospero. A quota 500 m. a NE si trova invece il castello di Cerreto, del quale si conservano soltanto i resti di una torre medievale isolata. Mentre il castello di Sorico è un borgo fortificato, nel caso di Cerreto l’insediamento si presenta sparso nel pendio disposto tra i due centri di potere, la torre e la chiesa. Questa distinzione 3 2 Lo scavo è stato quindi realizzato, con la direzione di chi scrive e la responsabilità sul cantiere di J.A. Quirós Castillo, nei mesi di gennaio-luglio 1992, con prolungate interruzioni dovute ad altri cantieri preventivi in questo territorio. Allo scavo hanno partecipato studenti di varie Università (F. Grassi, Università degli Studi di Siena; C. Cecchi, I. Ciapetti, M. D’Amato, A. M. Gotti, R. Iardella, P. Mattocci, F. Saliola, C. Taddei, Università degli Studi di Firenze), così come altri volontari (G. Benedetti, G. Cecchi, S. Gorini, G. Lacroix, S. Petrucci, M. Tarabori, G. Zanchetta (Gruppo Archeologico di Pescia), cosí come saltuariamente membri del Gruppo Archeologico di Capannori e di Larciano) : alle diverse fasi del cantiere hanno collaborato, a diverso titolo, S. Bellucci, E. Pacciani, A. Wentkowska-Verzì e L. Tondo, che ha costantemente incoraggiato questo lavoro. S. Gobbato e G. Cecchi hanno curato le figure. Notizia preliminare sui risultati dello scavo si trovano in QUIROS CASTILLO 1993. 3 L ‘ubicazione precisa della chiesa è 43º 55' 13" N, 1º 45' 23" O, e si trova a 109 m. sul livello del mare. topografica spiega come il ruolo della strada nell’ubicazione della chiesa sia determinante, e giustifica quella che è soltanto apparentemente una pozione marginale . In questa sede si presentano i risultati integrali dell’indagine archeologica condotta così come lo studio del contesto storico in cui è sorta e modificata la chiesa. L’assenza al momento dell’edizione di diversi contributi specialistici sui alcuni reperti potrebbe modificare parzialmente le conclusioni. (J. A. Quirós Castillo) 4 3. Le fonti scritte Le fonti scritte appartenenti a questa chiesa sono abbastanza scarse e molto sparse, caratteristiche comuni a queste istituzioni rurali. La raccolta presentata dunque non ha pretese di completezza, ma intende inquadrare le problematiche storiche principali che consentono di arricchire i risultati degli scavi realizzati. La prima menzione della chiesa “beati sancti Georgii et sancti Laurenti qui est etdificata in locho et finibus prope Pescia maiore”, si può fare risalire a una cessione realizzata nel castello di Bareglia (odierna Pescia) il 18 settembre dell’anno 1018 . In questo documento il minorenne Uberto detto Melio, figlio di Ugo detto Bellabeizio saraceno, ammalato e in pericolo di morte, si serve della legge di Liutprando per confermare a Pietro figlio del b.m. Pauli la sua parte della suddetta chiesa costruita sulla proprietà di Pietro e suo fratello la terza parte dei suoi beni, disposti in Lucchesia (la curte situata in Bientina con il suo corrispondente castello chiamato Fontana Solcari), e nel territorio di Volterra a S. Loterio. Nel caso della sua morte tutti i beni passeranno a Pietro. Questo Pietro appartiene alla famiglia dei “Paulingi” (fig. 2), che già nell’anno 978 avevano ricevuto dal vescovo di Lucca diversi beni in livello della pieve di S. Tommaso di Arriano (GUIDI, PARENTI 1910, n. 28, p. 11). Pietro aveva sposato Albizia detta Alberica, vedova del saraceno Ugo, e quindi adottato Uberto. In un’altra pergamena del 12 dicembre dell’anno 1030, Uberto è già morto, e Pietro, probabilmente a seguito di contrasti con il vescovo, dispone a favore di Gherardo detto Moretto, di Guido detto Caparoto e di Gherardo i beni che aveva avuto Uberto nel Bientina, incluso il castello di Fontana Solcari (GHILARDUCCI 1991, n. 105). Il giorno dopo Albitia vende al medessimo Gherardo detto Moretto, della famiglia dei Fralminghi, la sua porzione della corte e il castello suddetto (GHILARDUCCI 1991, n. 106). Questi documenti indicano come questa chiesa dedicata ai Santi Giorgio e Lorenzo fosse nata sicuramente come chiesa privata costruita nella proprietà di Pietro figlio di Paulo. Si tratta quindi di un personaggio di un certo rilievo nell’ambito della Valdinievole, come conferma la 5 6 7 4 Riguardo all’incastellamento della zona e la storia dell’insediamento postclassico, QUIROS CASTILLO 1996b. 5 Documento conservato presso l’Archivio Arcivescovile di Lucca * D 37, edito da GHILARDUCCI 1990, n. 7, pp. 23-5. 6 Nel verso della pergamena si fa riferimento a questo gruppo famigliare come “Paulitigi” (GHILARDUCCI 1990, p. 23). Si userà per tanto la dicitura “Paulingi” in riferimento a Paulo. 7 Posteriormente alla fine del secolo, tutte le decime così come l’intero patrimonio fondiario della pieve sono allivellate alla famiglia “da Maona” (PESCAGLINI 1991, p. 252 ss.), che esserciterano la sua signoria anche nella Valdinievole orientale intorno a Montecatini (SPICCIANI 1992). sua presenza tra i dignatari che nell’anno 1038 assistono al placito tenuto a Vivinaia in presenza dell’imperatore Corrado (ANGELINI 1987, n. 55; GUDI, PARENTI 1910; n. 167). Da altri due documenti conservati a Lucca si vede come Lamberto, figlio del suddetto Pietro, e i suoi consorti donano la metà dei suoi beni situati a Pescia presso la chiesa di S. Giorgio al monastero di S. Ponziano di quella città in data non precisata. Infatti nel 1130 . Greco del q. Cenamelli per manentiam et coloniariam conditionem dichiara di pagare al monastero dieci denari e una gallina per beni situati in loco et finibus Piscia presso la chiesa di S. Giorgio; nell’anno 1139 è il massaro Uberto che dichiara di pagare sei denari e una gallina per beni posti nello stesso posto . Otto anni più tardi, un altro documento cita una terra di S. Lorenzo di Pescia (GUIDI, PARENTI 1910, n. 1023), mentre nell’anno 1164 viene nominato un certo Giungnuri de S. Iorgio (GUIDI, PARENTI 1910, n. 1227). Altre notizie attinenti ad una chiesa di San Lorenzo di Pescia le ritroviamo alla fine del XII secolo, riguardanti diverse liti, prima con il prete Rolando della chiesa di S. Giusto di Porcari nell’anno 1185 (GALEOTTI 1659, p. 39), e nell’anno 1199 con Orlando del q. Orlando de Ultrario (GUIDI, PARENTI, n. 1808). Nel primo caso la chiesa è rappresentata da Beriagheri e nel secondo da Fornese, tutti e due avvocati della chiesa. Dunque nel corso dei secoli XI-XII si usa preferenzialmente l’intitolazione di San Giorgio, tranne nei primi atti in cui compaiono San Giorgio e San Lorenzo. A metà del XII secolo compare una volta San Lorenzo da sola, e a partire degli anni 80 di questo secolo diventa la titolazione esclusiva della chiesa. È necessario segnalare come in tutte le citazioni documentarie riportate, la chiesa sia indicata come S. Giorgio o S. Lorenzo presso Pescia, per riferirsi tanto al fiume come al territorio. Soltanto nel XIII secolo compare documentata la relazione esistente tra la chiesa e la comunità di Cerreto. Nell’Estimo della Diocesi di Lucca compilato nell’anno 1260 si osserva come la chiesa di S. Laurentii de Cerreto sia una cappella dipendente della pieve di Santa Maria di Pescia con una rendita di 174 lire, una delle più alte del distretto rurale pievano, comparabili soltanto con quelle delle chiese dei castelli di Uzzano o Stignano (GUIDI 1932, p. 264). L’importanza della rendita della chiesa è confermata nelle decimazioni degli anni 1274-80 (GUIDI 1932, p. 215) e degli anni 1302-3 (GUIDI, GIUSTI 1942, p. 269). Altre notizie riguardano la collocazione di un’altare nell’anno 1345, cosí come dispute minori avvenute tra il rettore di San Lorenzo e gli operai della chiesa nell’anno 1367 . Non disponiamo di altre notizie riguardanti la chiesa fino al XVI secolo. In una visita pastorale dell’anno 1575, si realizza forse la prima descrizione dell’edificio. In questo momento sono una sessantina le famiglie a cui serve la chiesa, denominata Procuratoria S. Laurentii ex Piscia. L’edifico dispone di una casa “per usum capellani” comunicante con il corpo principale, in cui si trova un altare maggiore realizzato in pietra e laterizio. Inoltre possiede due altari laterali, uno di loro dedicato alla Madonna, realizzati integralmente in 8 9 10 11 12 8 Presso Montecarlo, Lucca. Si trova nel limite occientale della Valdinievole. 9 Archivio di Stato di Lucca (ASL), Diplomatico. San Ponziano, 2 giugno 1130. Il documento indica come questi beni situati “in loco et confinibus Piscia propre ecclesia Sancto Giorgio” li abbiano avuti da Lambertus quod Petri e consorti, suoi “domini”. 10 ASL, Diplomatico. San Ponziano, 7 marzo 1139. 11 Sui manentes e i dipendenti nella Lucchesia del XII secolo vd. WICKHAM 1994. AAL, Libri Antichi 15, f. 128; 25, f. 42 12 pietra sei mesi prima della visita . È presente anche una Prosocietates S. Laurentii, che costruisce un oratorio proprio addossato alla chiesa . A tale proposito sappiamo che il 4 dicembre 1580 viene fondata la Compagnia di San Lorenzo presso questa chiesa, pilare economico della parrocchia . Altre compagnie che si fonderanno in questa chiesa durante il Sei e Settecento sono quelle della SSma. Concezione, della Buonamorte, di S. Stefano e della Madonna del Rosario . Tutte quante saranno soppresse dal Granduca Pietro Leopoldo il 21 marzo 1785 . Altre visite pastorali conservate, databili tra i secoli XVII-XIX, sono molto generiche, e poco apportano alla conoscenza della vita dell’edificio e della comunità in questo periodo . (J. A. Quirós Castillo) 13 14 15 16 17 18 4. La sequenza stratigrafica Come già accennato nel primo paragrafo, l’indagine archeologica della chiesa di San Lorenzo a Cerreto (fig. 3) è stata realizzata in modo preventivo, prima dell’intervento di ristrutturazione del pavimento che prevedeva la realizzazione di una camera d’aria per limitare l’umidità interna. Infatti, la chiesa si trova ubicata su un cono di deiezione quaternario adiacente a delle correnti d’acqua, che spiegano l’alto tasso d’umidità permanente dell’edificio (NARDI, PUCCINELLI, VERANI 1981). Queste condizioni hanno influenzato il tipo di processi postdeposizionali della stratigrafia riscontrata. La conoscenza previa dell’intervento di restauro ha permesso d’impostare un programma d’indagine archeologica globale, considerando l’analisi del sottosuolo e dell’elevato. Purtroppo la presenza di pesanti strati di intonaco hanno limitato considerevolmente la lettura degli strati verticali, che si sono concentrati nella facciata principale ovest, l’abside e la muratura esterna sud, tralasciando i restanti edifici addossati. Il complesso di San Lorenzo a Cerreto (fig. 4) è costituito attualmente da una chiesa (stanza A) con navata unica e abside semicircolare. L’abside è dotata di tre monofore e presenta un coronamento decorato ad archetti pensili cigliati. La chiesa è affiancata a nord da una sagrestia (stanza B) e una stanza mortuoria (stanza C), e a sud da un complesso edilizio costituito da una casa disposta in tre piani con altre stanze di servizio (stanze D, E, F, G). Lo scavo vero e proprio ha interessato la quasi totalità della chiesa, tranne risparmi negli angoli SO e SE che permetterebbero eventuali controlli della lettura stratigrafica (fig. 5). Il tipo di depositi individuati nel corso dello scavo sono principalmente interramenti, livelli di costruzione e pavimentazione, essendo privi di depositi archeologici continui. Si è dunque individuato un totale di dieci fasi (fig. 6) che coprono l’arco di un millennio: 13 Archivio della Curia Vescovile di Pescia (ACVP), Visita 1575 del R. D. Johannes B. Castellis, f. 215 v216 r. 14 ibidem, f. 217 v. 15 Archivio di Stato di Pescia (ASP), Compagnie Soppresse, 1095, ff. 1-10. 16 ASP, Compagnie Soppresse, 1091-1094 17 ASP, Comune di Pescia. Preunitario, 1034, f. 98 18 ACVP, Visita 1694, f. 20 r.; Visita 1743 f. 292; Visita 1750, f. 199 r.; Visita 1805, f. 76 v. Fase 1: Costruzione della chiesa (XI secolo) Fase 2: Ricostruzione della chiesa ( XII secolo) Fase 3: Interramenti bassomedievali ed allargamento a sud (XIII-XV secolo) Fase 4: Costruzione del corpo adossato nord (XVI secolo) Fase 5: Ristrutturazione chiesa e costruzione corpo sud (anno 1733) Fase 6: Interramenti (1733-1852) Fase 7: Ristrutturazione chiesa (anno 1852) Fase 8: Trasformazioni ottocentesche (1852-1930) Fase 9: Rinnovamento fascista (anni 30’ del XX secolo) Fase 10: Ultimi interventi (XX secolo) -Fase 1: Costruzione della chiesa (XI secolo) Le tracce relative alla prima fase dell’edificio sono estremamente labili, giacchè sono state in gran parte distrutte dalle successive modifiche, ricostruzioni e sepolture. Ciononostante, é stato possibile individuare alcune murature che mostrano come il primo edificio non avesse le dimensioni dell’attuale e, forse, nemmeno il suo orientamento. Si sono ritrovate tre murature parallele tra loro che non permettono di interpretare planimetricamente l’edificio, ma che sono state tagliate, almeno nella muratura sud, dalla fondazione della chiesa “romanica” (fase 2). Inoltre, non sono stati individuati resti attinenti a questa fase oltre il muro 273. Le murature appartenenti a questa fase presentano due tecniche diverse; le due orientali (US 273 e 272=295) sono state realizzate con ciottoli di grandi dimensioni sbozzati nella faccia vista e legati con terra, e sono stati fondati nell’argilla del colluvio sul quale si è impiantato l’edificio. Ambedue sono stati parzialmente distrutti tanto in elevato come in pianta dagli interventi successivi, e potrebbero corrispondere soltanto alle fondamenta di murature più consistenti. La muratura orientale (US 279), invece, situata a circa 2 m. dalla facciata odierna, è stata fondata sul livello naturale tramite una stretta fossa di fondazione. È stata realizzata con piccoli ciottoli fluviali accuratamente connessi con abbondante malta di buona qualità (vedi sotto). Anche i livelli di vita (US 270) relazionati a questa muratura sono difficilmente leggibili a causa alle successive alterazioni e, in modo particolare, per la presenza di sepolture e la costruzione di una fornace per la fusione di campane appartenente alla fase 2. Nel settore meridionale compresso tra le murature 279 e 295 sono stati rinvenuti un totale di tre sepolture e uno ossario (tombe 9, 11, 12 e US 283), parzialmente tagliati dalla muratura della fase 2. È interessante rilevare come l’orientamento di tutte queste tombe sia N-S, completamente diverso rispetto alle altre tombe realizzate nell’edificio costruito nella fase 2. Inoltre, al centro dello spazio definito dalle murature di questa fase è stata rinvenuta come già detto una fornace per la fusione di campane, attribuita per cronologia relativa a questa fase , mancando i rapporti con i livelli di vita. La fornace (fig. )è stata realizzata in una fossa circolare di circa 1,5 m. di diametro ricavata nell’argilla di base. Al centro della fossa sono stati sistemati due mureti di 128 cm. con orientamento NNO-SSE, costituiti da grandi pietre piatte negli angoli, con una separazione di 25 cm. e una profondità di 15 cm. Il resto della fossa é stata riempita da pietre e argilla. Nella 19 19 Le murature di questa fornace si trovavano obliterate dall’impianto della seconda fornace (lembo di argilla US 293, attribuito con sicurezza alla fase 2). estremità settentrionale si osservano le tracce di un’apertura, sicuramente un’apertura per l’alimentazione del forno, parzialmente distrutta e poco leggibile per la presenza al momento dello scavo di un altare laterale sulla struttura (US 288). All’estremità opposta il canale si chiude in prossimità della fine del muretto. Sulle pietre che configurano i muretti si conservano in negativo le tracce della campana, con presenza di argilla cotta nera. In base a questi resti possiamo calcolare il diametro della campana intorno ai 70-80 cm. La struttura si conservava soltanto nelle fondamenta, giacche l’apertura di un’altra fornace (vedi sotto) ha completamente sconvolto il deposito relativo a questa fase di vita. I resti individuati nel corso dello scavo attribuibili a questa fase non permettono di ricostruire con chiarezza le caratteristiche della prima chiesa di San Lorenzo. La disposizione delle murature, perpendicolari all’andamento della attuale navata, cosi come l’orientamento delle sepolture e del canale della fornace per la fusione delle campane, permettono di pensare ad un orientamento diverso dell’attuale, con il lato lungo parallelo alla strada principale che scorreva la valle. La larghezza massima dell’edificio originale non doveva superare i 12 metri, e probabilmente aveva un campanile, sebbene non se ne sia conservata traccia. È importante segnalare la notevole presenza di tombe, tre in composizione anatomica, cosi come un ossario collettivo appartenente a 13-15 individui più due bambini , in un periodo nel quale soltanto le pievi potevano avere un cimitero (NANNI 1948, pp. 52 ss.). 20 -Fase 2: Ricostruzione della chiesa ( XII secolo) La seconda fase corrisponde alla distruzione totale dell’edificio anteriore e la costruzione di una nuova chiesa di maggiori dimensioni (figg. 8, 9, 10). Dunque vengono abattute le murature povere dell’XI secolo (US 279, 273, 272=295), e costruito l’edificio che ancora oggi possiamo osservare. Morfologicamente si tratta di un’edificio con una unica navata di 14,7 m. e con una larghezza variabile dai 4,9 ai 5,5 m. che presenta un’abside semicircolare di 1,8 m. di raggio. Nell’edificio c’erano in origine dieci aperture; tre monofore nell’abside, quattro nelle parete della navata, e una bifora, un portale con arco di scarico e un vano a forma di croce nella facciata. La composizione dunque della facciata romanica presenta confronti con esempi vicini come il caso della Pieve di S. Giovanni Montecuccoli (Valdibure) (REDI 1991, p. 65). All’esterno dell’abside si osservano una serie di archetti pensili, e la copertura dell’edificio è realizzata con capriate di legno. L’apparecchiatura originale dell’edificio si può osservare soltanto nella facciata, nell’abside e all’esterno della muratura sud della navata. La tecnica impiegata è molto accurata, con grandi blocchi squadrati regolari (vedi sotto). Le pareti interne erano intonacate, e sono ancora visibili lacerti della decorazione medievali sotto gli intonaci odierni e sopra la volta settecentesca, sebbene non siano raggiungibili. Lo scavo ha messo in evidenza le tracce della demolizione dell’edificio preesistente e dell’attività di cantiere. La realizzazione della nuova fase di fondazione della muratura sud (US 215=30) taglia le murature preesistenti (US 296) e parte del livello di vita della fase 1 (US 270) viene probabilmente intaccato. Inoltre la presenza di uno sottile strato di cenere (US 237) coperto da un livello di calce (US 236) che poggia sulla rasatura della muratura 272, potrebbe essere interpretato come i resti di una piccola fornace per la preparazione della calce. Ma i resti più consistenti appartengono alla costruzione nel centro della nuova navata di una nuova fornace per la fusione di campane, che copre e oblitera parzialmente la precedente. Si tratta di una struttura molto complessa e articolata, composta almeno da due elementi orientati E-O (fig. 7): 20 Vedi paragrafo 5.5. a. quello orientale (US 266) presenta una morfologia ovale in pianta (140 x 90 cm. dimensioni massime) e una volta in terracotta di 60 cm come altezza massima rinforzate all’esterno con pietre e argilla compatte, interpretabile probabilmente con la superficie esterna dello stampo della campana. Resti della base dello stampo sono ancora presenti nel fondo della fornace in posizione secondaria. Non ci sono tracce di muretti o di sostegni per lo stampo all’interno della fornace, sebbene sia stata trovata una pietra probabilmente relativa a queste strutture all’esterno, che presenta nella superficie di contatto con lo stampo i resti di argilla cotta, come nel caso della fornace della fase 1 (US 244, 293). Numerosi frammenti di stampo, di cenere, di scorie e resti si fusione di bronzo e di argilla cotta sono stati rinvenuti nel riempimento della fornace (US 265); tuttavia sono frammenti di piccole dimensioni che non permettono ricostruire la morfologia della campana (vedi sotto). Risulta problematico il fatto che, mentre la volta appartenente all’esterno dello stampo si è conservata, soprattutto nel lato sud, sono stati asportati completamente i sostegni d’apoggio dello stesso stampo: forse è giustificabile con eventuali problemi avvenuti durante il sollevamento della campana. b. comunicante con la struttura precedente si trova una fossa per il tiraggio (US 278) di notevoli dimensioni (95 x 55 cm. e 40 cm. di profondità) che taglia la muratura della fase 1 (US 272=295). Inoltre, la fossa sembra in relazione con la buca di palo vicina (US 292) di funzione sconosciuta. Una volta realizzata la cottura, la struttura è stata riempita dai resti della fusione, che si trovavano sparsi anche all’esterno dell’impianto. Dopo l’attività cantieristica, è stato realizzato il pavimento interno alla chiesa (US 207) in terra battuta, che copre le macerie e i resti delle strutture precedenti così come gli scarti di cantiere, scaglie litiche di lavorazione dei conci e resti di scisti, probabilmente appartenenti alla copertura. Infine nell’abside, lo scavo ha messo in luce la base di un’altare (US 106), probabilmente di piccoli dimensioni, che si ubicava in fondo alla chiesa, attribuibile probabilmente a questa fase di vita. -Fase 3: Interramenti bassomedievali ed allargamento a sud (XIII-XV secolo) Corrisponde ad una serie di interventi e modifiche del complesso di San Lorenzo nei secoli tardomedievali. Non si tratta di interventi concreti di trasformazione, ma piuttosto di tracce d’uso dell’edificio di difficile lettura a causa delle ricostruzioni posteriori. È stato possibile rilevare attività stratigrafiche tanto nell’elevato come nel sottosuolo, attribuibili a questo periodo. Sulla facciata dell’edifico è visibile, nel settore sud, l’imposta di un’arcata ricavata nella muratura, appartenente a una nuova struttura addossata alla chiesa (stanza D), che è stata completamente obliterata dalle trasformazione settecentesche (fase 5) coprendo completamente la struttura (figg. 9, 10). Potrebbe trattarsi di un campanile adossato alla facciata, secondo una morfologia molto diffusa nelle chiese della zona (Uzzano, Monsummano alto, Buggiano,...). Attraverso le lacune dell’intonaco del paramento esterno della stanza E è stato possibile osservare la presenza di lacerti di muratura realizzata a “filaretto” piccolo, databile nel corso del XV secolo. La presenza dell’intonaco e la limitatezza delle lacune non permette pero di stabilire i rapporti stratigrafici esistenti tra le stanze D e E. Si può comunque ipotizzare che la costruzione di D, appoggiandosi alla chiesa, abbia preceduto la E, sebbene non disponiamo di elementi per considerarle fasi diverse. L’evidenza archeologica è troppo limitata per poter interpretare planimetricamente la portata di questo intervento bassomedievale d’ampliamento a sud dell’edificio. Riguardo alla stratigrafia del sottosuolo, lo scavo ha messo in evidenza diverse tombe scavate nel pavimento in terra battuta della chiesa, talvolta delimitate da muretti di pietra a secco ma senza corredo, fatto che impedisce di precisare le cronologie o considerazioni di tipo sociale. In totale sono otto (3, 4, 5, 7, 10, 11, 12, 13) le tombe attribuibili a questo periodo, tutte orientate con la testa ad ovest tranne la tomba 10. Riguardo alla cronologia relativa è stato possibile osservare come la tomba 3 fosse posteriore a la 4 e 5, e la 7 posteriore alla 10. Più complesso è stato stabilire la cronologia assoluta; sono sicuramente databili al tardomedievo -in base ai confronti con altri casi toscani- due sepolture (tombe 3, 4) che proteggono con ciottoli e lastre d’arenaria disposte a coltello in forma di cuneo il cranio del defunto (FORNACIARI, GELICHI, PARENTI 1981, p. 457). -Fase 4: Costruzione dell corpo addossato nord (XVI secolo) Questa fase non é stato riscontrata nel corso dello scavo della chiesa, ma le sue tracce sono evidente nella stratigrafia dell’elevato. Si tratta della costruzione di un corpo longitudinale adossato a nord della chiesa che comprende una sacrestia (stanza B) comunicante direttamente con la chiesa, e una camera mortuoria (stanza D), comunicante con la sagrestia e con la facciata principale del complesso (figg. 9, 10). La cronologia di questa struttura è stata ricavata tanto dalla tecnica costruttiva (vedi sotto), come della morfologia del portale, databile cronotipologicamente alla fine del ‘500-inizi del ‘600 (portale B/C 2) (QUIROS CASTILLO 1992). -Fase 5: Ristrutturazione chiesa e costruzione corpo sud (anno 1733) Gli interventi bassomedievali e rinascimentali non hanno lasciato tracce molto significative sulla stratificazione della chiesa di San Lorenzo, e si può quindi pensare che ancora nel Settecento l’edificio conservasse pienamente la sua morfologia medievale. Questa situazione è alterata radicalmente per il restauro realizzato su tutto il complesso di San Lorenzo nell’anno 1733. Le tracce di questo pesante intervento sono visibili tanto nell’elevato come nel sottosuolo (figg. 4, 9, 10). Il corpo meridionale addossato alla chiesa viene completamente ristrutturato, tramite il rialzamento di almeno un piano, il risanamento delle murature e la collocazione nel piano basso di un nuovo portale (stanze D, E, F). Il tutto viene coperto da un pesante intonaco giallo parzialmente conservato. Nell’architrave del portale principale della stanza D viene realizzata una iscrizione, in parte illegibile per l’alterazione superficiale dell’arenaria; tuttavia è stato possibile osservare come sia identico a quello presente nel retro dell’altare, e comprovare come le epigrafi siano datate nello stesso anno: 1733. Inoltre si collocano in diverse parti delle stanze D, E, F così come sopra l’ingresso medievale della chiesa gli stemmi in pietra della famiglia Cecchi. Il rialzamento della struttura addossata (stanza D) provoca la chiusura delle monofore medievali. La nuova estetica barocca richiedeva però una buona fonte d’illuminazione dell’edificio e a questo scopo viene realizzata nella facciata una grande apertura circolare, oggi chiusa da un tamponamento posteriore. Le trasformazioni realizzate all’interno dell’edificio sono abbastanza radicali e si inseriscono nello stesso programma di trasformazione della chiesa medievale in chiesa barocca. Si realizza una volta sotto la copertura lignea precedente e le pareti vengono coperte da intonaci chiari, adatti a riflettere la luce che penetra dalla nuova finestra. Il presbitero è rialzato su tre scalini e viene realizzato un nuovo altare fuori dall’abside (US 16), che presenta nel retro lo stemma della famiglia Cecchi e l’epigrafe: “CAROLUS ABBAS/DE CECCHIS/ EQ(US) LUDOVICI FIL(II)/ ERIGI MANDAVIT / ANNO D(OMINI) MDCCXXXIII”. La coincidenza con le evidenze presenti nel corpo adossato sud confermano la grande portata del restauro realizzato, evidenziate anche dello scavo Sopra il battuto medievale-rinascimentale (US 207) è presente un livello argilloso giallo (US 206) sul quale sono presenti le tracce appartenenti all’attività cantieristica (focolari 209, 210, 241; buche 208, 213), sul quale viene steso uno strato omogeneo di malta bianca e dura (US 204) come preparazione della nuova pavimentazione. Infatti, in questo momento viene realizzata la prima pavimentazione in cotto di cui è rimasta traccia (US 203) con mattoni da costruzione (dimensione medie 30,55x13,55x4,67 cm) disposte a spina di pesce. Il presbitero, come già detto, viene rialzato trammite scalini che coprono un complesso sistema di canalizzazioni probabilmente realizzati con lo scopo di ventilare il sottosuolo, a causa dell’enorme umidità presente nell`edificio. Le canalette sono realizzate con blocchi di arenaria locale sbozzata, due con andamento N-S (US 21, 22, 23) e altre due con andamento O-E (US 10, 12, 27). Infine nel presbitero e nell’abside viene realizzata una pavimentazione in cotto (US 1, 101), con la stessa procedura utilizzata nella navata (US 5, 102, preparazione in malta; US 8, 103, livelli di cantiere). L’unica variazione significativa è il fatto che in questo caso non si utilizzano mattoni da costruzione ma mezzane (dimensioni medie 28,94 x 14,44 x 2,09 cm), sempre disposte a spina di pesce. -Fase 6: Interramenti(1733-1852) La fase di vita compresa tra la ristrutturazione settecentesca (fase 5) e quella ottocentesca (fase 7), è rappresentata da una serie di sepolture ricavate nel pavimento in cotto realizzato nel 1733, che permette di datarle con sicurezza. Nella navata si deve segnalare l’apertura, in prossimità della muratura nord della tomba 6 (US 233), relativa a una donna di circa 40-50 anni, che , in contrasto con il resto degli inumati, mostra segni di essere sottoposta a lavori pesanti in vita (vedi sotto). Inoltre, è stato ritrovato nella vicinanza del ginocchio sinistro una moneta medievale dei secoli XII-XIII (Baldasari). Si tratta di una sorta di Obolo di Caronte, retaggio culturale per il quale si impiegavano anche monete antiche, ormai non più in circolazione. Inoltre sono stati individuati piccoli oggetti di bronzo appartenenti forse a elementi ornamentali della defunta. Una volta realizzato l’interramento, il pavimento in cotto viene ricostruito con mattoni da costruzione di dimensione medie di 28, 23 x 14,18 x 4,6 cm. Inoltre, si osserva nel pavimento della navata la realizzazione di piccoli interventi relativi all’inserimento di pali forse per elementi di culto (US 257, 258, 260, 261, 262, 263), o restauri del pavimento (US 226, 228). Nel presbitero, vengono realizzate due tombe (1, 2), ricavate nello spazio delle canalette costruite nella fase anteriorie. I resti rinvenuti sono assai scarsi, specialmente nel caso della tomba 2. La tomba 1 presenta pareti in mattoni (dimensione medie 27,62x14,44x5,9 cm) e copertura in blocchi d’arenaria. Il defunto era orientato da E a O, e presentava un crocifisso di bronzo, forse appartenente ad un rosario. -Fase 7: Ristrutturazione chiesa (anno 1852) La morfologia che presentava la chiesa fino al restauro odierno, è dovuta a un ultimo intervento che si può fare risalire alla metà del secolo scorso. Questo intervento è da mettere in relazione con la morte del parroco della chiesa, Francesco Orsi ., che aveva guidato per trenta anni la chiesa (1822-1852). Il prete fu seppellito al centro della chiesa (tomba 8), e in tale occasione il pavimento settecentesco (US 260) fu rotto e mai ricostruito (fig. 8). Per la realizzazione della tomba è stata scavata una fossa rettangolare di 80 cm. di profondità, che ha tagliato tutta la stratigrafia precedente. Il taglio è stato foderato da pareti realizzate con mattoni legati con abbondante malta (dimensione medie 28,94x10,34x3,95 cm.), posteriormente chiuse con grandi lastre realizzate in cotto (US 252) di due dimensioni; quelli maggiori (89,1 x 33,3 x 4, 2 cm) nel centro e le minori nelle estremità (58,8 x 30 x 4,1 cm). Il tutto è stato ricoperto da uno strato di terra scura (US 247), sul quale fu realizzato un nuovo pavimento in cotto (US 201) con una preparazione di malta (US 202). Sopra la sepoltura una piccola lastra di marmo bianco (36x15,5 cm.) inserita nella pavimentazione con l’epigrafe “HIC IACET FRANCESCO ORSI” indica il punto preciso dove si trovava la tomba. La nuova pavimentazione, dunque coeva alla morte del parroco, è stata realizzata con mezzane (dimensione medie 29,13x14,61x2,43 cm.) disposte a spina di pesce. Inoltre, sopra il pavimento si impostano due colonne lignee (US 290, 291), che reggono un coro in legno di gusto Ottocentesco su cui è stato collocato un organo con una targa “410 / AGATI NICOMEDE E FRATELLI / Fabbricanti d’Organi / costruirono l’anno 1852 / -IN PISTOIA-”. Agati Nicomede e fratelli è una famiglia di artigiani documentati proprio in questa data nel pistoiese, e proprio nell’anno 1853 costruiscono l’organo della chiesa di S. Antonio Abate nella vicina città di Pescia (PAOLUCCI 1976). L’organo, disposto proprio contro la facciata copre il vano circolare US 5 della fase 5, obliggando ad aprire una nuova fonte d’illuminazione. In questa occasione dunque viene tamponata e intonacata a finto muro la finestra precedente (US 10), e aperte nei laterali due grandi finestre strette e lunghe, rafforzate con sostegni di ferro nell’architrave (US 6, 7). In questo modo la facciata acquista la morfologia che ancora oggi è visibile (figg. 9, 10). Come ricordo dei lavori sulla parete interna nord della chiesa viene collocata una lastra di marmo bianco di 78 x 145 cm. in cui è presente l’epigrafe “Francesco Orsi / contento alla povertà del Vangelo / zelante della scienza e gloria di Dio / ignaro d’ambizioni incurante d’onori / eletto prosinodale agli esami / leggitore trentenne di questa chiesa / valcato l’undicesimo lustro / allo spirare di maggio / MDCCCLII / nella serenità del giusto / ebbe riposo dai travagli di vita doloratissima / sotto questa volta / che levando ei non pensava abellire il sepolcro / le ceneri del fratello diletto / nella speranza e desiderio / che le cure amorose del pastore / venisero ricambiate dalle preci comuni / assunta / onorava di tomba e di lacrime”. Il recupero della tomba di Francesco Orsi si è presentato piuttosto problematico per le caratteristiche del deposito e la conservazione dei resti (fig. 11). Dopo l’apertura della copertura in cotto, è stata accertata la presenza in posto di resti di legno appartenenti alla bara, così come di tessuti e di reperti organici di particolare interesse (fig. 10). Con l’appoggio del Centro di Restauro della Soprintendenza Archeologica della Toscana si è proceduto al recupero integrale del deposito; dopo lo smontagio delle pareti della tomba e l’abbassamento del livello esterno, con l’aiuto di lame metalliche si è proceduto a tagliare tutto il blocco di terra su cui poggiava il defunto. Consolidata sul terreno con il gesso, la sepoltura è stata posteriormente trasferita al Centro di Restauro di Chiusi, dove è tuttora. La particolarità del 21 21 Francesco Orsi (Castellare di Pescia 31 marzo 1797 - 13 maggio 1852), ordinato sacerdote a Pescia in 1820, fu parroco della chiesa di S. Lorenzo a Cerreto dal 23 luglio 1822 al giorno della sua morte, dopo trenta anni di servizio (BIAGINI 1994, pp. 775-6). deposito risiede nel fatto che, sebbene la sepoltura sia relativamente recente, i resti ossei si sono quasi completamente scomposti, impedendo il loro studio antropologico. Al contrario, tutta la veste del parroco così come le scarpe si sono perfettamente conservate, e sono tuttora in restauro. Purtroppo le diversi analisi sui campioni raccolti e lo studio del mircroambiente della tomba (elevata umidità dovuta alla falda acquifera affiorante) sono ancora in corso. -Fase 8: Trasformazioni ottocentesche (1852-1930 ) Nuove trasformazioni minori sono riferibili al periodo trascorso dalla ristrutturazione ottocentesca fino agli anni 30 specialmente nell’area della navata, dove sono state aperte diverse buche nel pavimento dell’anno 1852, forse per la collocazione di elementi liturgici (US 259, 253, 255) -Fase 9: Rinnovamento fascista (anni 30’ del XX secolo) Un’altra serie di lavori minori sono stati realizzati nel corso degli anni 30 del secolo attuale, con la costruzione degli attuali altari laterali (US 288, 289), realizzati in stucco dipinto e datati dalle fonti orali. Inoltre, probabilmente in questi anni avviene l’ampliamento definitivo del complesso architettonico con la costruzione del corpo di fabbrica G, il più meridionale, probabilmente risanato e modificato anche nella fase 10. -Fase 10: Ultimi interventi Per ultimo, altri interventi minori si sono succeduti nel corso degli anni 50 con l’apertura di una tomba ai piedi delle scale settecentesche (US 260), mai utilizzate. Inoltre si possono segnalare diversi interventi di ristrutturazione relazionate con il mantenimento ordinario della fabbrica della chiesa, fino ai restauri avvenuti nel corso degli anni 1992-3. Appendice . Elenco di attività stratigrafiche (con indicazione delle Unità Stratigrafiche) 1. Sistemazione dell’impianto elettrico (fase 10)= 3, 4 2. Restauro del presbiterio SO (fase 6)= 6, 7 3. Ricostruzione del presbitero (fase 5)= 1, 2, 5, 8, 13, 15, 16 4. Costruzione sistema canalette di scolo acque (fase 5)= 9, 10, 11, 12, 17, 18, 21, 22, 23, 27 5. Rasatura strutture precedenti (fase 5)= 14 6. Fondazione e costruzione della chiesa (fase 2)= 30, 31, 32 101. Costruzione della pavimentazione del presbitero (fase 5)= 101, 102, 103 102. Rasatura strutture precedenti (fase 5)= 107 103. Fondazione e costruzione della chiesa odierna (fase 2)= 104, 105, 106 201. Costruzione di tumba en el sector SE (fase 10)= 248, 249 202. Costruzione altari laterali (fase 9)= 288, 289 203. Ricostruzione (fase 8)= 253, 254, 255, 256, 259 204. Costruzione del organo odierno (fase 7)= 290, 291 205. Rifaccimento della pavimentazione (fase 7)= 201, 202, 205 206. Restauri (fase 6)= 205, 226, 227, 228, 229, 230, 243, 250, 251, 257, 258, 260, 261, 262, 263 207. Pavimentación (fase 5)=203, 204 208. Fase de cantiere (fase 5)= 208, 209, 210, 211, 212, 213, 214, 242, 244, 267, 268, 269 209. Livello di cantiere (fase 5)= 203, 204 210. Livello d’uso romanico (fase 5)= 208, 209, 210, 211, 212, 213, 214, 241, 242, 267, 268, 260 211. Fornace romanica (fase 2)= 236, 237, 265, 266, 276, 278, 292, 294 212. Ampliazione romanica (fase 2)= 215, 216, 296 213. Livello d’uso prerromanico (fase 1)= 270, 271 214. Fornace prerromanica (fase 1)= 264, 244, 293 215. Fondazióne prerromanica (fase 1)= 280, 279, 274, 273 216. Ossario colettivo (fase 1)= 283 301. Costruzione della facciata romanica (fase 2)= USM 1, 2, 3 302. Ampliamento a S della facciata (fase 3)= USM 4 303. Costruzione corpo a N della facciata (fase 4)= USM 8 304. Rialzamento corpo S e rifacimento facciata (fase 5)= USM 5, 9 305. Risistemazione della facciata (fase 7)= USM 5, 6, 7 Tomba 1 (fase 8)= 19, 20, 24, 25, 26 Tomba 2 (fase 8)= 28 Tomba 3 (fase 3)= 217, 220, 224 Tomba 4 (fase 3)= 218, 221, 223 Tomba 5 (fase 3)= 219, 222 Tomba 6 (fase 6)= 231, 232, 233, 234, 235 Tomba 7 (fase 3)= 238, 239, 240, 245 Tomba 8 (fase 7)= 246, 247, 252 Tomba 9 (fase 2)= 277 Tomba 10 (fase 3)= 281 Tomba 11 (fase 3)= 282 Tomba 12 (fase 3)= 284 Tomba 13 (fase 3)= 285 Tomba 14 (fase 1)= 286 Tomba 15 (fase 1)= 287 (J. A. Quirós Castillo) 5. I materiali archeologici L'esigua quantità di reperti mobili rinvenuti nel corso dello scavo non consente l'elaborazione di analisi quantitative finalizzate ad esaminare relazioni fra classi o comportamenti stratigrafici di singoli problemi. Si è optato pertanto, ad integrazione di una tabella riassuntiva dei reperti, per una schedatura degli elementi più rappresentativi, particolarmente in relazione alla loro posizione nella sequenza stratigrafica. Aspetti specifici, quali i reperti numismatici, l'osteologia umana e l'esame dei sedimenti sono stati infine affidati a specialisti dei settori e sono qui presentati, di seguito all'analisi dei reperti ceramici, metallici e vitrei. 5.1. Materiali ceramici 1. US 270 (Fig. 12/1): fr. di orlo estroflesso a margine sagomato e parete di olla nuda grezza, con esterno annerito. Matrice dura, di colore bruno (reddish brown 5YR, 5/4), con inclusi gabbrici freschi (plagioclasi bianchi opachi, lamine di pirosseno). 2. US 270 (Fig. 12/2): fr. di fondo piano di olla nuda grezza. Le superfici interne ed esterne presentano vistose tracce di tornitura. Matrice dura, di colore rossiccio (reddish yellow 5YR, 6/8), inclusi < mm 1, quarzosi e micromicacei. 3. US 265 (Fig. 12/3): fr. di testo, con orlo ingrossato a margine arrotondato, breve parete impostata su ampio fondo convesso, foggiato irregolarmente, superfici annerite. Matrice dura, di colore bruno (reddish brown 5YR, 5/4), con inclusi di natura gabbrica (mm 0,5-1). 4. US 207 (Fig. 12/4): fr. di fondo e parete di olla nuda grezza. Matrice dura, superficie interna di colore rosso (red 2.5 YR, 5/8), esterna completamente annerita: inclusi gabbrici (mm 0,3- 3). 5. US 207 (Fig. 12/5): fr. di orlo estroflesso a margine sagomato di olla nuda grezza, matrice dura, annerita. Inclusi gabbrici (< mm 1). 6. US 207 (Fig. 12/6): fr. di fondo e parete di olla nuda grezza. Evidenti tracce di tornitura e, sul fondo esterno, distacco dal tornio in movimento, mediante cordicella. Matrice dura, a sandwich, grigia al nucleo e rossiccia (reddish yellow 5YR, 7/8) in superficie. 7. US 207 (Fig. 13/7): fr. di parete di olla nuda grezza, con foro di restauro antico (MILANESE, PIERI 1996: n.17). Matrice dura, rossiccia (reddish yellow 5YR, 7/8), annerita in superficie. 8. US 207 (Fig. 13/8): fr. di parete di forma chiusa nuda depurata. Fini e fitte tracce di tornitura, decorazione incisa a fasci di linee ondulate. Matrice abbastanza dura, di colore rossiccio (reddish yellow 7.5 YR, 6/6), rari inclusi micromicacei. 9. US 207 (Fig. 12/9): fr. di orlo trilobato di brocca nuda depurata. Matrice dura, di colore rossiccio (reddish yellow 7.5 YR, 6/6), schiarita superficialmente, con fini e fitti inclusi di chamotte rossa e sabbiosi (< mm 1), grigi e bianchi, non identificabili. 10. US 207 (Fig. 13/10): due fr. di parete ed ansa di boccale a "vetrina sparsa". Goccia di vetrina con toni gialli, assorbita, sulla spalla. Matrice dura, di colore rosso (red 2.5 YR, 5/8), porosa, micromicacea e con rari inclusi di quarzo (< mm 1). 11. US 204 (Fig. 13/11): fr. di parete di scodella italo-moresca, dec. a tratti paralleli in blu. Matrice tenera, marnosa, di colore giallo chiaro (pale yellow 2.5 Y, 8/4). Cfr. AA. VV. 1992b : 76, n.175. 12. US 204 (Fig. 13/12): fr. di parete di forma aperta; invetriatura azzurra, molto degradata, di natura alcalina. Matrice dura, porosa, bianca con leggero tono giallo pallido (white 10 YR, 8/2), di natura silicea. Prodotto islamico centro-orientale (Egitto?). Cfr. BERTI, GELICHI 1992: 26. 13. US 225 (Fig. 13/13): fr. di tesa di forma aperta ingobbiata monocroma bianca ed invetriata. Matrice dura, rossa (red 2.5 YR, 5/8). XVII-XVIII secolo (MILANESE 1996). Nonostante la già richiamata impossibilità di produrre valutazioni quantitative statisticamente accettabili, in margine ai reperti ceramici presentati è possibile avanzare alcune considerazioni. Nelle US databili ai secoli XI e XII (270, 265, 207) i reperti ceramici sono rappresentati dalle sole nude grezze e nude depurate, con una chiara prevalenza delle grezze (olle da fuoco) sulle depurate (brocche). Già nell'US 270, contesto chiuso in fase con la chiesa preromanica ed attribuibile all'XI secolo, le nude grezze sono prevalentemente foggiate con argille provenienti dal disfacimento di formazioni gabbriche, scelta determinata dalla refrattarietà di questo materiale, nota e sfruttata nel lungo periodo (MILANESE 1993, con bibl.prec.). Anche nel territorio compreso fra Prato e Lucca la produzione, almeno dai secoli centrali del Medioevo, di ceramiche in argille gabbriche, è già stata discussa in diversi contributi (es.: MANGANELLI DEL FA', VANNUCCI 1978; FRANCHI, MANGANELLI DEL FA' 1985; FRANCHI, PALLECCHI 1989; MILANESE, PIERI 1986) ed evidenziata nell'area urbana di Pescia (MILANESE 1996). Dal punto di vista morfologico, è interessante notare che la forma in assoluto più rappresentata è l'olla ad orlo estroflesso con margine sagomato e fondo piano, le cui attestazioni nei contesti di XI e XII secolo portano un contributo alla costruzione di un organico quadro crono-tipologico territoriale. Scarsa appare invece l'incidenza di testi grezzi, presenti in un solo esemplare dall'US 265 (fase 2), attribuibile al XII secolo, situazione che trova confronto nei contesti privilegiati della Pieve di S.Lorenzo di Vaiano, datati fra XI e XII secolo (MILANESE, PIERI 1996). Le produzioni grezze non gabbriche, quantitativamente scarse, necessitano di un programma archeometrico estensivo, che coinvolga anche le ceramiche nude depurate, che, se morfologicamente confrontabili con le "brocche" pisane (BERTI, GELICHI 1995: 202 ss.), non lo sembrano per le caratteristiche del corpo ceramico, ponendo quindi il problema del loro centro di produzione. L'attestazione di una forma chiusa a "vetrina sparsa", foggiata in matrice rossa, purtroppo rinvenuta in un contesto aperto (US 207, fase 3) a partire dal XII secolo, conferma la capillare presenza di questa classe nei contesti della Lucchesia, databili fra fine X e XII secolo (BERTI, CAPPELLI, CIAMPOLTRINI 1992, pp. 280-285). La matrice rossa sottolinea il perdurare dell'assenza, in questo territorio, della produzione caratterizzata da corpo ceramico bianco, segnalata per la "vetrina sparsa" di Pistoia (VANNINI 1987, p.464) e Fiesole (FRANCOVICH, VANNINI 1989, nn.1397-1398; PAROLI 1992, p. 54). E' stato ipotizzato che la variante a matrice bianca sia pió recente di quella rossa e giunga fino a tutto il secolo XI (FRANCOVICH, VANNINI 1989, p.83,n. 53). Una riflessione preliminare sui dati disponibili sembra però spostare il problema dal piano cronologico a quello territoriale ed indicare la presenza di almeno due centri di produzione di ceramica a vetrina sparsa, che lavorarono con argille cuocenti, rispettivamente, in bianco ed in rosso: infatti, se una particolare produzione di "vetrina sparsa" ad impasto bianco sembra aver caratterizzato l'area pistoiese, con un'area di diffusione, stando alle attuali conoscenze, assai limitata (MILANESE, PIERI 1996), la presenza di prodotti con corpo ceramico rosso si sta consolidando ad occidente, in Lucchesia (BERTI, CAPPELLI, CIAMPOLTRINI 1992: 279 ss.) e nell'area di Pescia (S. Lorenzo a Cerreto, Pescia-scavi urbani inediti). Un contributo alla tematica delle importazioni mediterranee nella Toscana settentrionale interna è offerto da un piccolo fr. decontestualizzato di forma aperta di invetriata alcalina (scheda n. 12), che rimanda forse all'Egitto e che comunque rappresenta una delle sporadiche importazioni note ad est di Lucca, la cui presenza non stupisce ed è anzi sottolineata dall'attestazione di altri indicatori archeologici (cfr. metalli, scheda n.1) del carattere privilegiato del sito. (M. Milanese) 5.2. Reperti metalici e vitrei 1. US 270 (Fig. 14/1): sottile lamina bronzea, decorata a sbalzo, frammentaria e ripiegata, fattore che condiziona la leggibilità funzionale ed iconografica del reperto. In prossimità dell'angolo superiore destro è presente un foro, destinato ad un chiodino. La decorazione superstite presenta una mano aperta (definita inferiormente da una manica), appartenente ad un personaggio in probabile atteggiamento di orante. A sin., medaglione (circulum) fr., definito con fascia di punti (perline) a sbalzo: al centro del medaglione, si riconoscono il volto e parte del busto di figura posta frontalmente, forse nimbata ed alata, rappresentante un angelo. La datazione deducibile dal contesto stratigrafico (fase 1) si colloca nell'XI secolo, cronologia supportata dalla stessa iconografia (cfr. l'orante dell'architrave della badia di Montepiano, datato all'inizio dell'XI secolo: REDI 1991: 137). Il reperto è interpretabile come fr. di lamina bronzea posta a rivestire la legatura di un sacramentario o libro di uso liturgico o uno sportello ligneo (es. il tabernacolo), le cui dimensioni, calcolate dalla scala degli elementi conservati, si possono ipotizzare attorno a cm 20. 2. US 203 (Fig. 15/2): spillo in bronzo, integro. Capocchia cilindrica (ottenuta da filo), con depressione mediana. Lungh. cm 4,3. Cfr. AMICI 1993: 718, n.2; RIGOBELLO 1986: 198, n.187, metè XV secolo. 3. US 206 (Fig. 15/3): oggetto in lamina di bronzo (spessore: mm 0,5-1), di forma lanceolata. All'apice presenta un occhiello; un foro per un chiodino ed un ribattino si trovano sulla linea mediana dell'oggetto, che -fissato ad una superficie- era probabilmente parte del meccanismo di chiusura di una piccola teca lignea o di manufatto di differente natura (libro o vestiario). 4. US 228 (Fig. 15/4): spillo in bronzo, fr. Capocchia cilindrica, come n. 2. Lungh. cm 4,8. 5. US 229 (Fig. 15/5): crocifisso in bronzo fuso, notevolmente corroso. Oggetto di sommaria esecuzione, è scarsamente leggibile nei dettagli. Lungh. cm 4,3; largh. cm 3. Presenta appiccagnolo forato, perpendicolare al piano, funzionale alla sospensione al rosario. Il crocifisso, definito nel suo perimetro da un leggero listello rilevato, presenta bracci con rigonfiamenti appuntiti alle estremitè. Sul lato principale, Cristo con teschi stilizzati nei rigonfiamenti dei bracci; sul retro, figura non leggibile, forse Madonna con bambino e teschi stilizzati nei rigonfiamenti dei bracci. Trova cfr. in crocifisso dalla Crypta Balbi (D'ERCOLE 1985: 582 e fig.132, n.16), dal Periodo II, Attiv. 69, datata al XVII secolo (circa 1630-1700). 6. US 229 (Fig. 15/6): grano di collana o rosario, in vetro nero, alterato. H cm 1,2. Forma biconicheggiante, presenta tre rilievi ovoidali, posti longitudinalmente, raffiguranti un insetto schematizzato, forse un'ape. 7. US 229 (Fig. 15/7): grano di collana o rosario, in vetro nero, alterato. Forma ovoidale (h mm 9) con apici tagliati. 8. US 229 (Fig. 15/8): grano di collana o rosario, in vetro azzurro chiaro. Forma come n.7. h mm 3. Se la lamina decorata n.1 è riferibile, per le caratteristiche discusse e per posizione stratigrafica, al rivestimento di un oggetto di uso liturgico della chiesa preromanica dell'XI secolo ed è indicatore importante della fase in cui la chiesa di S.Lorenzo è cappella gentilizia privata, gli altri reperti metallici e vitrei non offrono indicazioni di particolare interesse, al problema delle fornaci per campane, che é esaminato a parte . Solo dal crocifisso n.5 è possibile evincere una datazione circoscritta al XVII secolo, almeno secondo il confronto reperito, ma il reperto è comunque in un contesto la cui posizione stratigrafica si colloca fra XVIII e XIX secolo. (M. Milanese) 22 5.3. Reperti numismatici I reperti numismatici provenienti dallo scavo della chiesa di S. Lorenzo di Pescia sono 10 in totale, solo 8 dei quali si sono resi leggibili, parzialmente o totalmente, con il restauro. Il cattivo stato di conservazione di maggior parte degli esemplari, nonchè l'alto grado di consunzione hanno consentito in molti casi di proporre solo una datazione molto approssimativa, desunta da alcune caratteristiche tipologiche ed epigrafiche salienti delle monete. Questi sono tutti nominali bassi, in mistura (tranne un Grosso da 6 di Lucca, in argento) di epoca bassomedievale, cioè emessi in un periodo compreso tra il XIII e il XVI secolo, anche se i contesti di rinvenimento rimandano a cronologie più basse. Le Unità Stratigrafiche 204, 206, 229 che contenevano la maggioranza dei reperti numismatici in questione, infatti, sono riferibili ad attività stratigrafiche realizzate tra XVIII e XIX secolo, presenti in seconda giacitura. Anche le monete rinvenute nelle Tombe 6 e 8 non hanno preciso riscontro cronologico per l'assenza di altro materiale nella stessa US; d'altro canto le monete ritrovate nelle sepolture non necessariamente corrispondono al periodo dell'inumazione, essendo di frequente impiegate anche monete fuori corso o esemplari molto consunti ed obsoleti (AMANTE SIMONI 1990, pp. 239-242). Le informazioni che possono essere restituite dallo studio di queste monete, dunque, se non possono dare informazioni cronologiche sulla circolazione monetaria nel pesciatino tra il '300 e il '500, possono aiutare a tracciare uno schizzo per grandi linee dei principali flussi monetari che interessavano questa parte della Toscana nel bassomedioevo . Ad eccezione di un esemplare, infatti, tutte le monete ritrovate in S. Lorenzo appartengono alle zecche di Lucca, Firenze e Siena, con predominanza delle prime due. Questi dati sembrano coincidere con quelli di altri scavi condotti nella provincia di Pistoia, come quello del Palazzo dei Vescovi nella stessa città di Pistoia (TONDO 1987, pp. 667-669) e quello della rocca di Montecatini Alto (MILANESE c.s.), ma anche con le indicazioni numismatiche di altre località della Toscana centro-settentrionale (S. Giovanni Valdarno ad esempio, Cfr. ROVELLI 1988, pp. 109-115). L'unica moneta proveniente da una zecca non toscana é un provesino del Senato di Roma di XIV secolo, ovviamente molto frequente in stratigrafie romane o laziali (ROVELLI 1985 e 1990), ma la cui presenza non sembra essere stata molto comune in Toscana, essendo totalmente assente nei contesti di Pistoia e S. Giovanni Valdarno (cfr. supra), ma anche in località più prossime all'ambito di circolazione regionale come Rocca S. Silvestro (ROVELLI 1987) e Montarrenti (ROVELLI 1984) CATALOGO 22 Paragrafo 7. Mistura = lega con argento minore/uguale al 50%; g = peso espresso in grammi; mm = diametro massimo e minimo del tondello espresso in millimetri; ° = asse dei conii in gradi; c. = stato di conservazione, m. = mediocre, c. = cattivo, p. = pessimo 1) US 204 Repubblica di Siena. Zecca di Siena. XVI secolo, prima metà. Mistura, coniazione per battitura a freddo. Quattrino, 0, 75 g, 17 mm, 308°, c.m. D/ + • SENA • VETVS • Nel campo: lettera S fogliata in cerchio lineare. R/ (segno)CIVIT (..) IRGI (.) Nel campo: croce patente in cerchio lineare che si arresta al segno e lo circonda con cerchio lineare. Segno illeggibile. Cfr. CNI XI, p. 390, n.172 ; PROMIS, tav . V, n. 60; TODERI, p. 328, n. 42 2) US 206 Repubblica di Lucca al nome di Enrico III, IV o V. Zecca di Lucca. XII secolo, seconda metà. Mistura, coniazione per battitura a freddo, tondello rettangolare. Denaro, 0, 68 g, 14 x 12 mm, c. p. D/ (illeggibile) Nel campo: lettera H in cerchio perlinato. R/ (illeggibile) Nel campo: LVCA intorno a globetto centrale. Cfr. CNI XI, pp. 69-71, nn. 1-15; MACRIPÒ, p. 94, n. 80. 3) US 206 Repubblica di Lucca al nome di Ottone IV. Zecca di Lucca. XIV secolo, prima metà. Mistura, coniazione per battitura a freddo. Castruccino,0, 44 g, 14 x 12 mm, c.p. D/ (illeggibile) R/ (.) NPE (...)IS Nel campo: • LVCA in caratteri gotici intorno a globetto centrale, in cerchio perlinato. Cfr. CNI XI, p. 79, n . 1, Tav. V, 12; MACRIPÒ, pp. 101-103, nn. 106-114. 4) US 229 Repubblica di Lucca, al nome di Carlo imperatore, XV secolo Argento, battitura a freddo. Grosso da 6 bolognini,1,18 g, 21 mm, 287°, c. m. D/ (.) CAROLVS•IMP (....)OR• Nel campo: LVCA intorno a fiore a 5 petali, in cornice quadrilobata, con gigli agli angoli, entro cerchio perlinato R/ •SANTVS• (....)VLTV(.)• Nel campo: Volto Santo a mezzo busto, volto per un terzo, con corona aperta a due fioroni, due perle e crocetta fogliata MASSAGLI, tav. XIV, n. 9; CNI, XI, p. 108, n. 224; MACRIPÒ, p. 126, n. 203 5) US 229 Repubblica di Firenze zecca di Firenze, 1325-1400 ca. Mistura, battitura a freddo Picciolo da 1 denaro o Denaro, 0,28 g, 12 mm, 208°, c.c. D/ (..)L(...)NTIA Nel campo: giglio di Firenze con due fiori che interseca in alto il cerchio perlato R/ (....)ANNE(.) Nel campo : figura di S. Giovanni a mezzo buzzo appena percettibile, in c. perlinato CNI., XII, p. 110, nn. 801-805, tav. XVII, nn. 35-37; BERNOCCHI 1976, III, Tav. XLIX 6) US 229 Repubblica di Firenze, zecca di Firenze, 1440-1472 ca. Mistura, battitura a freddo Quattrino, 0,79 g, 18 x 17 mm, 85°, c.c. D/ (.) FLOR// •ENT (..) Nel campo: giglio di Firenze con due fiori, senza cerchio R/ (illeggibile) Nel campo: S. Giovanni, fino al ginocchio avvolto in un mantello di panno, con mano destra benedicente e asta nella mano sinistra, senza cerchio Cfr. CNI, XII, p. 111-114, nn. 820-848; BERNOCCHI 1976, III, Tav. LX 7) TOMBA 6 Repubblica di Roma. Senato romano. 1300-1404 ca. Mistura, battitura a freddo, tondello quadrangolare. Provesino, 0, 28 g, 14 x 12 mm, 227°, c. m. D/ SENA (......) Nel campo: pettine orizzontale con estremità tricuspidate che si arrestano entro il c. perlinato; sopra: mezza luna rivolta in alto/S/stella R/ (.....) CAPV(....) Nel campo: croce patente, con estremità leggermente tricuspidate in c. perlinato, con stella nel primo quarto CNI, XV, parte 1, pp. 146-147, nn. 381-382 8) TOMBA 8 Repubblica di Lucca, al nome di Ottone imperatore, XVI secolo (1550) Mistura, battitura a freddo. Quattrino, 0,58 g,16 x 15 mm, 230°, c.c. D/ •(...)O•IMPERATOR Nel campo L accostata da 5 e 0 R/ +VVLTVS•SANCTVS Nel campo testa del Volto Santo CNI, XI, p. 118, n. 313; MACRIPÒ p. 135, n. 236 (var.data) (M. Baldassari) 5.4. Reperti scultorici Provenienti dalla chiesa di San Lorenzo sono alcuni resti di un ambone, custoditi dal 1979 nella chiesa di San Francesco di Pescia, databili stilisticamente nel corso della seconda metà XII - inizi del XIII secolo (FILIERI 1991, p. 318). Si tratta di due elementi scultorei realizzati in pietra arenaria locale: 1. un pilastrino a sezione quadrata con gli angoli smussati che costituiva un supporto angolare dell’ambone (fig. 17). Presenta una altezza massima di 155 cm, e una larghezza di 28 cm. nei lati lunghi. È decorato soltanto nelle quattro faccie a vista dell’angolo. I motivi decorativi presenti sono, nelle due faccie principali tralci ondulati con fogliette di profilo e faccia di barbuto capovolta, e tralcio sinuoso con fiori polilobati. Sui lati minori ricavati negli angoli del quadrato sono scolpiti motivi geometrici stilizzati e due serpi affrontate che mordono un pesce. Infine, il pilastro termina in un capitello decorato con quattro faccie che simboleggiano gli evangelisti. Il capitello è contornato su due faccie da un’iscrizione che si presenta lacunosa e di difficile lettura. 2. la base del pilastro con il motivo del leone stiloforo che domina un uomo (fig. 18), e che trova confronti con numerosi esempi coevi, tra i quali quello della pieve di Groppoli (REDI 1991, p. 153 ss.). Sul leone è presente un’incastro per il pilastrino circolare di 30 cm. di diametro. Questi resti scultorici sono stati attribuiti all’ambito del maestro Filippo (scuola di Guglielmo), operante nel pistoiese nella seconda metà del XII secolo (REDI 1991, p. 152-7). (J. A. Quirós Castillo) 5.5. Lo studio antropologico delle tombe della chiesa S. Lorenzo a Cerreto Prima dello studio antropologico, sono stati effettuati la pulizia e il restauro delle ossa. Le ossa sono state pulite usando pennelli e setole molto morbide ed aghi di metallo per rimuovere la terra dalle cavità. Nonostante la friabilità del materiale sono stati fatti la pulizia, il consolidamento fin dove era possibile. Per il consolidamento e restauro, è stato utilizzato acetato di polivinile (K60), mentre quello della tomba 3, anche colla di pesce. Il laborioso restauro ha permesso la determinazione del sesso, dell’età alla morte, e il calcolo della statura. Negli adulti il sesso è stato determinato morfologicamente e metricamente mentre nei subadulti non è stato stabilito perchè i cambiamenti morfologici che distinguono lo scheletro dei sessi iniziano con la pubertà. Per il calcolo della statura sono state applicate le tabelle per le ossa lunghe di Manouvrier e di Trotter e Gleser. Nelle tombe i cui non erano presenti ossa lunghe intere, si è cercato di integrarle con le formule di regressione di Krogman e Iscan per poi succesivamente applicare le formule suddette. La determinazione dell’età alla morte è un proceso assai più fallibile, quindi tutti i mezzi possibili sono stati utilizzati insieme per arrivare a dati più accurati. Nei bambini e giovani l’età è stata attribuita secondo le schede di eruzione dei denti e della saldatura di alcuni distretti ossei e delle epifisi, ambedue di Ubelaker (1989), e con la tabella sulle misure delle diafisi di Stloukal e Hanakova (1978). Per determinare l’età degli scheletri adulti, sono stati considerati i seguenti metodi: • Il grado di saldatura delle suture craniche secondo la raccomandazione di Vallois in Olivier (1960). • La morfologia della faccia sinfisaria del bacino secondo la scheda di Todd in White (1991). • Il consiglio delle Raccomandazioni per la determinazioni dell’età e del sesso sullo scheletro di Ferembach, Schwidetzky e Stoukal (1989). Per le misure e gli indici, i numeri utilizzati sono quelli codificati secondo Martin e Saller (1959). Le ossa delle tombe 1, 2, 8, 11 e 13 non sono state recuperate per un’insufficiente conservazione. Le altre tombe hanno presentato casi particolari, quindi sarà utile discuterle singolarmente. La tomba 3 ospitava un maschio con una faccia sinfisaria del bacino che cade nella fase IV di Todd e suture craniche che erano ancora ben visibili internamente ed esternamente. Per questi motivi, viene attribuita un età compressa fra 25-30 anni. Il sesso maschile è stato desunto dalla presenza sul craneo di una glabella sporgente, mastoidi grandi e rugose e un frontale sfuggente e nello scheletro postcraniale per le misure tipicamente maschili (per esempio, il diametro sagittale della testa del femore è 49 mm., e la circonferenza minima dell’omero è 66 mm.). Gli attachi muscolari, poco rugosi, oltre alla giovane età del soggetto, potrebbero essere in parte dovuti ad una vita non tanto laboriosa; anche le vertebre, senza traccia d’artrosi (grado 0 di Steinbock) e le creste interossee dell’avambraccio poco sviluppate, potrebbero confermare quanto sostenuto. La presenza su alcuni denti di un’unica ma piuttosto grossa linea di ipoplasia stà a significare un lungo periodo di stress nutrizionale nella vita di questo individuo, che, inoltre, debbe avere molto sofferto sempre ai denti come testimoniano le evidente carie e ascessi ai secondi molari superiori. Di particolare interesse antropologico, questo crancio mostra un prognatismo alveolare (angolo 74=70°) e camerrinia (54/55=58,33) che richiamano quelli del tipo negroide. La statura calcolata di questo individuo è circa 178 cm. La tomba 4 conteneva una giovane donna di 14-16 anni. In questo caso la determinazione del sesso è stata fondamentale per l’attribuzione dell’età, tenendo conto delle differenze di saldatura delle epifisi fra maschi e femmine. Poca robustezza dello scheletro postcraniale, in combinazione con piccoli mastoidi, orbiti taglienti, e una lunghezza massima dell’omero di 272 mm., indicano che si tratta di una ragazza. L’età viene fissata in base alla saldatura delle epifisi distale dell’omero e prossimale del radio, e sulla fusione dell’ilio con l’ischio e del trocantere massimo del femore. Inoltre l’usura del primo molare, che era già cariato, è l’inizio d’usura sul secondo molare, sono ulteriori segni di ricognoscimento dell’età. Questa ragazza probabilmente soffriva di stress nutrizionale perche sono presenti una linea d’ipoclasia e cribra orbitalia. Sepolto nella tomba 5 c’era un giovane. Prima del restauro della mandibola era possibile vedere le corone dei denti permanenti. Questi, in combinazione con i denti di latte, l’inizio della saldatura della squama occipitale e la lunghezza dell’omero (159 mm.), indicano un’età di circa 5-6 anni. Nonostante la frammentarietà di questo scheletro, è possibile osservare segni di stress nutrizionale, quali ipoplasia sulle corone dei cannini permanenti e cribra orbitalia. La tomba 6 presenta un caso interesante di una donna che probabilmente ha lavorato parecchio in quanto sono presenti forti inserzioni muscolari sulle ossa. Si tratta di una donna per la larga apertura sciatica e la presenza di un solco preauricolare sul bacino. Tenendo conto della faccia sinfisaria (fase VIII di Todd), dell’obliterazione parziale delle suture craniche, dei denti parecchio usurati e della perdita di tutti i molari con riassorbimento degli alveoli, questa donna potrebbe avere un’età compressa tra 40 e 50 anni. Dal lato patologico notiamo sui corpi vertebrali piccole esostosi (grado 2 di Steinbock) e anteriormente alla bozza parietale destra una fossa rimaneggiata, probabilmente segno di un trauma non fatale. Per l’avanzata età e probabilmente per la vita assai laboriosa, presenta alcuni caratteri più tipici del sesso maschile: inserzioni muscolari rugose sviluppate e gonion leggermente everso. Inoltre presenta le ossa del braccio e della mano più robuste sul lato destro, ad indicare l’uso prevalente della mano destra. La statura viene calcolata sui 149 cm. Le ossa della tomba 7 sono particolarmente frammentate, ciononostante la presenza di qualche frammento del mascelare superiore e della mandibola con in situ i denti, la lunghezza della diafisi femorale (282 mm.), e la mancata saldatura delle epifisi indicano un giovane dell’età di 11-13 anni. La notevole curvatura delle diafisi femorale e omerale nonche alcune linee di ipoplasia sui denti, potrebbero essere segni di stress nutrizionale. È presente anche del tartaro. Le ossa della tomba 9 si sono conservate integralmente. In questo caso il grado di eruzione dentaria, la mancata saldatura delle epifisi, e le lunghezze massime delle ossa lunghe (femore 248 mm., omero 178 mm., radio 128 mm.) indicano un’età di 7-8 anni. Anche questo soggetto presenta stress nutrizionale nella forma di ipoplasia e cribra orbitalia. Presenta inoltre una specie di fossa sul parietale destro alla altezza obelica, che potrebbe essere un trauma non fatale. Le ossa della tomba 10 sono poche e frammentate. Sulla base delle misure del diametro cotilo-sciatico (30 mm.) e dei diametri delle teste femorali (41 mm. destro e sinistro), nonchè sulla presenza di linee nucali e tuberosità iniaca apena accenate, l’individuo è sicuramente feminile. Le suture craniche obliterate internamente indicano un adulto di almeno 30 anni. La mancanza di altri materiali impedisce la determinazione di un’età più precisa. Un certo spessore della diploe del craneo potrebbe indicare una patologia. La tomba 12 presenta pochisimi materiali, in particolare dello scheletro postcraniale. La presenza della sutura metopoca nella zona glabellare e dei denti della mandibola indicano un’età di 2 anni, con un margine di errore di più o meno 8 mesi. La tomba 14 appartiene sicuramente a un adulto. Lo scheletro indica un maschio per alcune particolarità: glabela sporgente, mastoidi rugose e robuste, linee nucali ben marcate, la mancanza di un solco preauricolare. Le inserzioni muscolari sono rugose. Questo uomo potrebbe avere dai 35-45 anni, tenendo conto della faccia sinfisaria che cadde nella fase VIII di Todd, della presenza di artrosi vertebrale (grado 3 di Steinbock), e delle suture craniche parzialmente obliterate. Inoltre la cartilagine tiroidea è ossificata. Tutti i denti del mascellare superiore sono stati persi con riassorbimento degli alveoli. È presennte un infossamento di qualche milimetro davanti al bregma sul cranio che potrebbe essere una ciste. La statura è calcolata sui 176 cm. La tomba 15 appartiene a una donna per la presenza nel bacino di un solco preauricolare, di un’apertura sciatica ampia, e di un angolo sottopubico largo. Lo scheletro è parecchio consumato. Da un piccolo framment della faccia sinfisaria del bacino è possibile attribuire un’età compresa fra i 30 e 40 anno. Le suture craniche concordano con questa età, in quanto sono obliterate internamente, indicando un età superiore ai 30 anni. La statura viene calcolata sui 153 cm. Inoltre è stata individuata una fossa comune (US 283), contenente ossa sconnesse. I resti di questa tomba collettiva sono: -15 frammenti di crani -numerosi frammenti di vertebre -3 frammenti di scapole -4 frammenti di clavicole -15 omeri (2 completi) -15 ulne (5 complete) -7 radi (2 completi) -3 carpali -60 falangi della mano e del piede -numerosi frammenti di coste -9 frammenti di bacini -3 frammenti di sacri -23 femori adulti (1 completo) e 1 giovane -16 tibie adulte (3 complete) e 1 giovane -11 fibule (2 complete) -12 tarsali Il Numero Minimo di Individui è stato valutato in base agli accopiamenti delle ossa secondo caratteri morfologici e metrici. Le ossa appartengono dai 13 ai 15 individui più due bambini. È stato possibile determinare che i bambini avevano un’età uno di circa due anni, e l’altro di 3-4 anni. Fra gli adulti si distinguono chiaramente due maschi e due femmine, i quali sono stati così diagnosticati per le misure dei femmori. Per questi individui è stato possibili calcolare le stature. I maschi erano 178 e 166,5 cm. di altezza, e le femmine 162 e 142,5 cm. Similmente alle altre tombe la fossa comune non presentaba soggetti con attachi muscolari particolarmente rugosi o creste interossee molto sviluppate. L’impressione è che queste persone non abbiamo avuto una vita molto laboriosa. Le ossa della fossa comune presentano qualche traccia di trauma e patologia. É il caso di un ulna patologica che presenta una doppia curva e un’altra con una frattura sulla diafisi distale. In conclusione, le tombe della chiesa di San Lorenzo a Cerreto contenevano 4 donne, 2 uomini, 4 giovani e 13-15 adulti e 2 bambini nella fossa comune. Dallo studio di questi individui si può osservare che non presentavano le osse ben marcate dai muscoli e che quindi non sono sforzati fisicamente in vita (ecceto le tombe 6 e 14). Questo potrebbe indicare che la chiesa era una sede d’interramenti privilegiati, benche siano presenti frequentemente segni di stress nutrizionale. Nei casi dei giovani con le linee di ipoplasia assai forti e anche cribra orbitalia, si suppone che questi stress siano stati determinanti di una morte così precoce. Le patologie e possibile traumi presenti non sembrano essere causa della morte. (R. Crisafulli ). 23 5.6. Caratterizzazione sedimentologica di alcuni campioni provenienti dallo scavo di San Lorenzo a Cerreto 5.6.1. Premessa Da un punto di vista prettamente geologico la chiesa di S. Lorenzo fu costruita sopra la superficie di un conoide alluvionale di modeste dimensioni parzialmente attivo tutt'oggi sviluppatosi sul versante sinistro del fiume Pescia. Il materiale clastico che costituisce questo conoide prende origine dai rilievi su cui risulta incassata la Pescia e che sono formati dalla monotona successione del Macigno, un'arenaria quarzoso feldspatica di facies prevalentemente torbiditica di età Oligocenica. Questo fatto permette una facile discriminazione tra gli elementi clastici che si ritrovano all'interno dei campioni analizzati ed eventuali litologie "alloctone" di introduzione prettamente antropica. Per caratterizzare i campioni è stata quindi effettuata una indagine preliminare con il campione intonso ponendo attenzione sulle caratteristiche tessiturali macroscopiche come porosità, aggregazione, omogeneità ecc. La valutazione, prettamente qualitativa, è stata in parte affetta dal campionamento e dalla successiva conservazione, che hanno portato ad un rimaneggiamento più o meno spinto dei campioni non permettendo un'accuratezza adeguata. Successivamente ogni campione è stato sottoposto ad analisi granulometrica per una caratterizzazione sedimentologica degli stessi, in particolare per quanto riguarda la frazione sabbiosa. Per queste analisi abbiamo utilizzato la scala UDDEN-WENTWORTH (Lindhom, 1987; Ricci Lucchi, 1980); per facilitare la lettura e il trattamento statistico dei dati è stata utilizzata la dizione , la quale non è altro che la trasposizione in logaritmi della scala UDDENWENTWORTH: j= - log2 x dove x rappresenta i limiti delle classi della scala da noi utilizzata. Per ogni analisi è stato quindi costruito un istogramma di frequenza percentuale (fig. 19). Bisogna notare, comunque, che questo tipo di analisi presenta alcune limitazioni non indifferenti avendo a che fare con depositi di origine antropica in cui gli elementi alloctoni (malta, carboni, scorie di fusione, ceramica ecc.) rappresentano spesso una frazione 23 Si ringrazzia Vitaliano Rossi per la sua collaborazione nel restauro e studio di queste tombe, e il Dott. Luca Lazzerini per le analisi delle vertebre. significativa del totale e che, soprattutto per la frazione > 2 mm molto dipende dalla scelta del campione. Successivamente le varie frazioni granulometriche sono state osservate al microscopio binoculare per individuare le varie componenti. Il colore del campione a mano è stato determinato utilizzando la MUNSELL SOIL COLOR CHARTS (ed. 1992), la descrizione, sempre del campione a mano, è stata effettuata utilizzando una nomenclatura di derivazione pedologica (Baize e Jabiol, 1995; Cremaschi e Rodolfi, 1991; Sanesi, 1977). Per la forma e l'arrotondamento dei granuli si è utilizzato tabelle di confronto visuale (Lindholm, 1987; Ricci Lucchi, 1980). In totale sono stati analizzati 10 campioni corrispondenti a 10 unità stratigrafiche distinte. Le osservazioni salienti sono riportate sinteticamente di seguito. US 214: Grado di aggregazione debolmente sviluppato con aggregati granulari. Friabile. Colore 2.5 Y 6/4. Tra i litici si riconoscono il Macigno e Scisti ardesiaci, questi ultimi nelle frazioni > 1 mm. I minerali singoli sono presenti nelle frazioni inferiori al mm. Sono facilmente distinguibili quarzo (subangolare a subarrotondato), feldsapati e lamelle di miche bianche. Il residuo organico, rappresentato da materiale carbonioso, è presente nelle frazioni comprese tra i due mm e gli 0,5. I frammenti di malta sono confinati sopra gli 0,5 mm. (Ghiaia, 12,1 %; Sabbia, 48,7 %; Fango, 39.1%) US 209: Grado di aggregazione debolmente sviluppato con aggregati granulari, compatto, con inclussi rossicci. Colore 2.5 YR 3/2. Tra i litici è presente solo Macigno, l'associazione mineralogica identica alla precedente. Nel residuo organico è presente raro carbone nella classe 2-1 mm. E' stata rilevata la presenza di una scorietta di fusione. (Ghiaia 22,5 %; Sabbia, 46,3 %; Fango, 31,1 %). US 211: Grado di aggregazione debolmente sviluppato con aggregati granulari, friabile. Colore 2.5 Y 6/4. Oltre alla associazione caratteristica a Macigno, quarzo, feldspato e mica nella frazione superiore ai 2 mm è presente anche lo scisto ardesiaco. Tra i resti organici è da segnalare la presenza del guscio del mollusco pulmonato Cecilioides acicula. La malta risulta essere relativamente abbondante nelle frazioni maggiori di 0.5 mm associata a rari frammenti di ceramica. (Ghiaia, 13,2 %; Sabbia, 50.9 %; Fango, 35.9 %). US 13: Grado di aggregazione debolmente sviluppato con aggregati granulari, porosa e friabile. Colore 10 YR 6/4. L'associazione di litici e minerali è sempre quella monotona Macigno, quarzo, feldspato e mica. I carboni sono rari. La malta risulta particolarmente abbondante nelle frazioni superiori a 0.250 mm tanto da essere, ad una stima visiva, fino al 50 % del totale. I resti ceramici sono rari. (Ghiaia, 20,4 %; Sabbia, 46,6%; Fango, 34,8 %). US 207: Grado di aggregazione debolmente sviluppato con aggregati granulari, porosa e friabile. Colore 2.5 Y 5/2. L'associazione litologica e mineralogica è quella caratteristica. Il carbone è presente in modo significativo nelle frazioni sopra 0.125 mm. Non è presente la malta, mentre compare anche qui una scoria di fusione. (Ghiaia, 11.3 %; Sabbia, 49.9 %, Fango, 38.6 %). US 14: Grado di aggregazione debolmente sviluppato con aggregati granulari, friabile. Colore 10 YR 5/2. Oltre alla associazione caratteristica a Macigno, quarzo, feldspato e mica bianca, compare rara ardesia nella frazione maggiore di 1 mm. Il carbone è raro, malta e ceramica sono presenti nelle frazioni ghiaiose (maggiore di 1 mm). Sono stati separati anche resti di micromammiferi tra cui un incisivo. (Ghiaia, 11,9 %; Sabbia, 48,5 %; Fango, 39,7 %). US 225: Sedimento da sciolto a grado di aggregazione debolmente sviluppato. Colore 10 YR 5/4. Oltre alla solita associazione ritroviamo anche rara ardesia nelle frazioni maggiori di 1 mm. La particolarità di questo campione è nella presenza di resti vegetali come semi e legno non combusto associati a rari carboni. ( Ghiaia, 12,1%; Sabbia, 56,9 %; Fango, 31,1 %). US 7 Grado di aggregazione debolmente sviluppato con aggregati granulari. Colore 10 YR 5/4. Anche questo campione appare abbastanza banale da un punto di vista "litologico", il residuo organico è rappresentato eclusivamente da carboni e la malta è presente solo nella frazione granulometrica maggiore di 2 mm associata a rari frammenti ceramici. (Ghiaia, 14,2 %; Sabbia, 46,2 %; Fango, 38,8 %). US 238: Grado di aggregazione debolmente sviluppato con aggregati granulari, friabile. Colore 2.5 YR 5/4. Tra i litici è presente esclusivamente Macigno "accompagnato" dalla solita associazione a quarzo, feldspato e mica bianca. I minerali sciolti come sempre diventano prevalenti al diminuire della dimensione granulometrica considerata. I carboni sono rari e sono presenti pochi frammenti ceramici, la malta è assente. (Ghiaia, 9,5; Sabbia, 51,1 %; 40,4 %). US 204: Grado di aggregazione debolmente sviluppato con aggregati granulari, friabile. Colore 2.5 Y 7/4. Oltre all'associazione caratteristica qui bisogna aggiungere l'ardesia e 2 frammenti di quarzite rosacea. Il residuo organico è rappresentato esclusivamente da carbone. La malta è presente tra i 2 mm e 0.5 mm. Rari i frammenti ceramici. (Ghiaia, 5,6 %; Sabbia, 49 %; Fango, 45.4 %). 5.6.2. Considerazioni conclusive L'elemento più significativo, sia pure con le limitazioni accennate inizialmente, deducibile dagli istogrammi di frequenza delle classi sabbiose e ghiaiose considerate, è la presenza di una classe prominente (classe modale) corrispondente alle sabbie fini della nomenclatura utilizzata comunemente nella UDDEN-WENTWORTH. Una moda secondaria è rappresentata dalla classe compresa tra 2 e 4 mm, generalmente ben espressa e nel campione US 209 addirittura invertita rispetto al resto dei campioni. Comparando i vari campioni si osserva come vi sia una sostanziale omogeneità nella distribuzione delle classi granulometriche e che lo scheletro di questi depositi sia riconducibile ad un materiale parente non dissimile. Le osservazioni al microscopio binoculare mostrano in maniera evidente come la maggior parte del materiale derivi dalla disgregazione del Macigno in quanto i litici sono essenzialmente riconducibili a questo litotipo così come i minerali. Questi ultimi mostrano infatti la tipica associazione a quarzo (spesso subarrotondato), feldspati e mica bianca. La componente alloctona solo localmente (es. US. 13) sembra raggiungere una quantità significativa tale da essere preponderante. Per il resto questa è presente principalmente nelle frazioni più grossolane. Tra gli alloctoni la componente principale è rappresentata dalla malta e in maniera molto subordinata da scisti ardesiaci violetti e dalla ceramica. Questi ultimi non sono di origine locale, utilizzati principalmente come elementi di copertura, si può ipotizzare una loro provenienza dai Monti Pisani in cui questi litotipo è presente. Indirettamente la presenza di alcuni frammenti di quarzite rosacea nel campione US 204 potrebbero essere un indizio indiretto a favore dell'ipotesi accennata precedentemente. Le quarziti sono infatti tipiche delle successioni "Verrucane" che affiorano estesamente nei Monti Pisani . Poco frequenti i resti ceramici generalmente indifferenziabili. Tra i resti organici il carbone è l'elemento dominante distribuito in maniera disomogenea sia dal punto di vista "granulometrico" che da quello dell'abbondanza relativa tra i vari campioni. Solo nel campione US 225 sono stati rinvenuti resti vegetali non carbonizzati e semi. Nel campione US 14 sono stati rinvenuti resti di micromammiferi tra cui un incisivo, l'assenza di molari non permette comunque una attribuzione specifica. La Ceciliodes acicula proveniente dalla US 211 è una specie fossatrice o che si infila negli anfratti, principalmente in suoli calcarei (Kerney and Cameron 1987) tra l'altro in buon accordo con l'abbondaza di malta nel campione. Non sono possibili deduzioni "ambientali" data la presenza di un solo taxa di molluschi. La sua presenza va comunque sempre guardata con sospetto potendo, proprio per le sue caratteristiche ecologiche, essere non coeva al deposito indagato. Da queste brevi considerazioni è possibile dedurre che lo scheletro principale di questi depositi derivi direttamente dallo smantellamento dei rilievi circostanti e messo a disposizione principalmente sotto forma di sabbie prevalentemente fini. Data l'estrema similitudine tra i vari campioni non è da escludere una operazione intenzionale da parte dell'uomo che utizzava come riempimento il materiale presente in loco delle alluvioni della Pescia. Bisogna comunque notare come nei campioni presi in esame la percentuale di fango (limo più argilla) sia sempre abbastanza elevata (mediamente intorno al 40 %). Non è da escludere che il materiale potesse essere in origine già "sporco". E' daltraparte la frazione fine quella che permette di ottenere quelle caratteristiche di coesione e compattezza che possono essere ritenute positive per svariati scopi che l'uomo si può proporre come la creazione di un battuto od altro. La frequenza di carboni, anche se solo raramente in quantità significative nei campioni analizzati, è riconducibile direttamente a svariate attività antropiche anche se resta difficile da definire quanto di questo materiale è frutto del rimaneggiamento di unità distinte e quanto è legato all'uso di superfici di calpestio. (G. Zanchetta ) 24 6. Le murature Le murature del complesso di San Lorenzo a Cerreto sono di grande interesse per lo studio dell’evoluzione delle tecniche murarie locali, in quanto permette di disporre di esempi datati proprio nel momento d’introduzione di nuove tecniche costruttive nei primi secoli dopo l’anno 1000. L’analisi della stratigrafia dell’elevato (fig. 9, 10) si è limitata in questo caso alla facciata ovest del complesso di San Lorenzo, giacche il resto dell’edificio si trova completamente intonacato e soltanto è possibile cogliere indicazioni indirette. Tuttavia, è stato possibile comprovare, tramite l’analisi comparata della stratigrafia del sottosuolo e dell’elevato come -almeno in questo edificio- l’elevato sia più ricco ed articolato rispetto al sottosuolo e esclusa la fase 1 (appartenente alla prima chiesa demolita completamente per la costruzione della chiesa romanica, fase 2), tutte le altre si trovino in elevato . 25 6.1. Materiali costruttivi 24 25 Centro di Studio per la Geologia strutturale e dinamica dell'appennino, CNR, Via S. Maria, 53 - Pisa. Per i problemi attinenti alla potenzialità dell’analisi stratigrafico e delle tecniche costruttive come limitative dell’intervento di scavo PARENTI, QUIROS CASTILLO, MENUCCI 1996. I materiali costruttivi impiegati sono in buona parte locali, proveniente dalle vicinanze dell’edificio. La pietra prevalentemente utilizzata è un’arenaria quarzoso-feldspatica, denominata Macigno, appartenente alla serie litologica della falda toscana, dominante in questa zona. Questo materiale è stato impiegato tanto come ciottoli, raccolti dal vicino fiume Pescia, sia come pietra da taglio. È documentata la presenza di una cava nella vicinanza della chiesa, nel luogo detto al Bozzo Nero. La qualità di questa pietra è tale che è stata scelta alla fine del secolo scorso per realizzare la facciata del Duomo di Pescia (BERNARDINI 1899, p.150). Un altro materiale impiegato almeno nelle prime fasi della chiesa (fase 1 e 2), rinvenuto in scaglie nei livelli di cantiere, è rappresentato da lastre di ardesia viola, incompatibili con la situazione litologica locale. La struttura viaria e la presenza di questi materiali permettono di ipotizzare l’area dei Monti Pisani come la zona di provenienza di questi materiali. Si tratta questo di un problema trascurato dagli studiosi (RODOLICO 1953; REDI 1989, pp.25 ss.; PARENTI 1995), e che ha rappresentato, a giudicare dai contesti di consumo, un’attività di grande portata nella Toscana settentrionale in epoca medievale. Il ritrovamento di queste lastre nei contesti archeologici medievali dei principali centri della Valdinievole (Pescia, Montecatini) e la sua assenza in quelli più poveri (Terrazzana), così come la sua comparsa frequente nelle rappresentazioni figurate, come nelle cronache del Sercambi o negli affreschi del Camposanto di Pisa, documentano la sua estensione. Soltanto il Lupi nel suo studio quasi centenario su Pisa situava a Buti le cave di queste piastre (LUPI 1904, p. 90). L’introduzione dei laterizi nella fabbrica di San Lorenzo è documentata almeno dalla prima fase dell’edificio, ma si tratta soltanto di tegole. L’attestazione di laterizi di copertura nel secolo XI e posteriormente nella Lucchesia non suppone però novità alcuna, giacche proprio nel territorio rurale di Lucca è documentata la produzione di tegole almeno dal X secolo (GALETTI 1994), confermandosi dunque una tradizione produttiva plurisecolare (QUIROS CASTILLO c.s.). Per il caso dei mattoni da costruzione, il suo impiego nella fabbrica di San Lorenzo si puó fare risalire al XVI secolo , sebbene i primi esemplari conservati provengano dalla fase 5 (restauro dell’anno 1733). A Pescia si utilizzano i mattoni dal Trecento, e San Lorenzo si trova a una distanza sufficientemente ridotta per partecipare dell’industria edilizia della cittadina. Tuttavia è con il Settecento che si diffonde in modo massiccio il laterizio, secondo una tendenza già registrata con frequenza nelle aree appenniniche della Toscana settentrionale (QUIROS CASTILLO 1996a). Gli esemplari raccolti nell’edificio, oltre a confermare la tendenza alla diminuzione delle dimensione dei laterizi da costruzione, si caratterizzano dalla presenza di diversi formati appartenenti probabilmente a produzioni realizzate specialmente per la fabbrica della chiesa. In modo particolare, nella tomba 8, databile nell’anno 1852, si possono individuare, oltre ai mattoni da costruzione, le mezzane e due formati di lastre in cotto che sono state impiegate nella copertura della tomba. 26 Anno 1733 30,55x13,55x4,67 (US 203) Anno 1733-1852 28, 23 x 14,18 x 4,6 tomba 9 (US 235) 27,62x14,44x5,9 (US 20, tomba 1) Anno 1852 29,13x14,61x2,43 (US 201) 26 ACVP, Visita 1575, f. 215 v. 28,94x10,34x3,95 (US 252, tomba 8) 89,1 x 33,3 x 4,2 (US 252, tomba 8) 58,8 x 30 x 4,1 (US 252, tomba 8) Le malte impiegate sono di buona qualità, realizzate con una calce idraulica bianca e compatta, e con inerti fluviali provenienti dai torrenti vicini. Infatti questa tendenza trova riscontro con quanto individuato nell’ambito degli analisi sedimentologici (paragrafo 5.6). Un discorso particolare meriterebbe la presenza di intonaci decorati, conservati ancora in posto sopra la volta settecentesca e rinvenuti nel corso dello scavo. L’esiguità di questi ultimi, e l’impossibilità dell’acceso ai primi ha impedito però qualsiasi tipo di studio specifico. Inoltre, nel corso dei lavori di restauro che hanno permesso l’intervento archeologico, sono stati rinvenuti nella parete interna sud della chiesa dei resti di affreschi rinascimentali sotto l’intonaco, rimosso solo parzialmente. 6.2. Tecniche costruttive L’analisi delle murature della chiesa di San Lorenzo ha permesso d’individuare due tecniche costruttive distinte attribuibili alle prime due fasi di costruzione dell’edificio; inoltre lo studio degli edifici adossati che compongono il complesso di San Lorenzo ha permesso di individuare sotto gli intonaci murature più recenti. Attribuibile alla fase 1 di San Lorenzo è la muratura perimetrale ovest dell’edificio (US 279, 274), realizzata con ciottoli fluviali di piccole dimensioni disposti per taglio, talvolta sbozzati e caratterizzati da abbondanti letti di malta (fig. 20/1). Si osserva una certa tendenza alla formazione di filari regolari, sebbene il tratto conservato è troppo limitato. La cronologia proposta per questa tecnica sono i primi decenni del XI secolo, e trova confronti con le strutture della coeva chiesa di S. Giustina di Lucca (CIAMPOLTRINI 1992) o di S. Giusto di Marlia, chiesa situata nella piana di Lucca e documentata a partire dell’anno 987 . Appartenenti a questa fase sono anche le murature US 273 e 272=295 conservate soltanto nell’altezza di un filare, realizzate con grandi blocchi sbozzati a secco e appartenenti probabilmente alle fondazioni di strutture più consistenti in elevato. Per queste strutture si può proporre la stessa cronologia delle murature suddette. La chiesa è stata ricostruita completamente tramite l’impiego di una muratura realizzata con blocchi squadrati di arenaria di notevoli dimensioni che conformano filari orizzontali e regolari, rifiniti con righello scalpello (fig. 20/2). I giunti sono regolari e molto stretti, sebbene siano stati riempiti succesivamente per l’alterazione del materiale litico. Corrisponde dunque a una tecnica frequentemente impiegata in altri edifici religiosi “romanici”, che si può datare nel corso del XII secolo. I paralleli sono tanti, e tra quelli datati basta citare quello vicino di S. Margherita (Pescia). Le tecniche impiegate nelle fasi posteriori sono, come già detto, coperte da pesanti strati d’intonaco. Nelle parti dove questo è mancante, è stato possibile individuare altre due tecniche costruttive. Nel paramento esterno della stanza E compaiono delle murature realizzate con un “filaretto” databile al XV secolo, posteriormente interroto dagli interventi settecenteschi (fase 5). Nel resto degli edifici, presenti tanto a sud come a nord della chiesa (stanze B, C, F), la tecnica costruttiva impiegata è molto irregolare, realizzata con pezzame sbozzato o spaccato legato con letti di malta abbondanti. Si tratta delle tipiche murature postmedievali della zona realizzate per essere intonacate, databili ai secoli XVI-XIX. 27 27 Lo studio stilistico ha portato ha una datazione troppo alta (FILIERI 1990, pp. 17-8). Dunque, le tecniche medievali qui presenti ripropongono il problema dell’introduzione della squadratura nella tecnologia edilizia medievale . In Lucchesia questo avvenimento tecnico sembra potersi fare risalire nel corso della seconda metà o la fine del XI secolo. Gli esemplari datati con sicurezza nella prima metà del secolo sono carenti della squadratura, e la tecniche più frequenti sono quella a ciottoli (come a San Lorenzo, fase 1), o quella a blocchi sbozzati in filari orizzontali e regolari rifiniti con la subbia (come a San Michelino di Pescia, scavi della Rocca di Montecatini, S. Quirico di Guamo o il campanile della pieve di S. Maria del Giudice). Soltanto a partire della seconda metà o l’ultimo quarto dell’XI secolo avviene l’introduzione di un nuovo modo di lavorare la pietra di taglio prima sconosciuto. Il cantiere della cattedrale urbana di S. Martino, ricostruita sotto il vescovado di Anselmo da Baggio (BARACCHINI, CALECA 1973) -poi papa Alessandro II (1073-1086)- risulta indubbiamente un punto d’attrazione di nuove maestranze esterne, provenienti prevalentemente da Como, che diffondono in Lucchesia i nuovi modi di costruire . Tuttavia è soltanto a partire della fine del secolo e agli inizi del XII secolo che si diffondono anche nel contado le nuove tecniche. La diffusione della tecnica pseudoisodoma (PARENTI 1992, p. 48 ss.) è particolarmente significativa di questa tendenza, raggiungendo tutte le zone della diocesi (Garfagnana, Seimiglia, Versilia), compresa la Valdinievole. Inoltre, le chiese datate con bacini come la Badia di Cantignano, San Cassiano di Controne, San Cristoforo di Lammari o San Michele di Castello a Colognora, realizzate con tecniche squadrate, si possono datare tra il XI e l’inizio del XII secolo (BERTI, CAPPELLI 1994, pp. 41 ss.). Queste tendenze trovano dei paralleli significativi con quanto succede in ambito pisano, sebbene ci siano anche delle differenze; infatti, a Pisa esistono edifici databili alla fine del X secolo e primo XI realizzati con lastre e conci squadrate, almeno in parte materiale riutilizzato, (S. Piero a Grado, S. Zeno,...), che al momento non trovano riscontro in Lucchesia (REDI 1991a, pp. 348 ss.). Questa situazione contrasta con quello che sappiamo di altre zone in cui l’archeologia dell’architettura si è sviluppata, come la Liguria. A Genova l’introduzione delle “tecniche antelamiche” non avviene fino al XII secolo inoltrato (MANNONI et alii 1991 p. 155), diversi decenni rispetto alla Lucchesia, e sempre per mano dei maestri lombardi. È ancora presto per realizzare analisi territoriali, giacche il quadro di riferimento è scarso e mancano studi locali di partenza ed il posteriore confronto tra le diverse aree. Inoltre, le valutazioni stilistiche e le cronologie attribuite dagli storici dell’arte non sono sempre convincenti per l’assenza di indicatori cronologici attendibili . Riguardo al “filaretto” , restano ancora aperti i problemi relativi alla sua cronologia e relazione con le tecniche squadrate, con le quali compare associato almeno dal Duecento. La vita di questa apparecchiatura muraria è molto lungo, e si attesta in tutta la Lucchesia fino alla fine del quattrocento in edifici di diverso ordine (ecclesiastici, civili urbani e rurali,...). Non è 28 29 30 31 28 In questa sede si presentano in modo sintetico soltanto alcune problematiche proposte dalle murature di San Lorenzo a Cerreto. Si rimanda a un prossimo studio monografico l’inquadramento delle problematiche attinenti all’introduzione delle tecniche lombarde nell’architettura lucchese. 29 Riguardo alla presenza di maestri lombardi nel corso del medioevo in Lucchesia GUIDI 1929, VOLPE 1964, pp. 42-3, TORI 1984, e più recentemente CONCIONI 1994. 30 Per l’architettura medievale della Valdinievole FILIERI 1991; REDI 1991; MORETTI 1993. Per il contesto toscano si veda REDI 1989, e in modo particolare le pp. 39 ss. 31 Per una definizione terminologica del filaretto, PARENTI 1987. stato ancora possibile stabilire delle scansioni cronologiche interne nette, ne determinare fino a che punto l’arrivo delle maestranze lombarde riescano a influire su queste tecniche non squadrate. Si osserva una tendenza nell’ultimo secolo dell’utilizzo del “filaretto” una riduzione significativo del modulo, che preannuncia una progressiva trasformazione verso le murature “alla moderna”, tramite un periodo di transizione che copre gli ultimi decenni del XV secolo e i primi del XVI. Inoltre, esiste ancora il rischio di confondere le tecniche anteriori all’introduzione della squadratura con il filaretto bassomedievale. Infine, bisogna segnalare come l’avvento delle tecniche irregolari postmedievali nei primi decenni del XVI secolo e dopo un proceso di passaggio e trasformazione delle tecniche tardomedievali, si ritrova non soltanto nella Valdinievole o nella Lucchesia, ma anche in Liguria (MANNONI et alii 1991 p. 155) ed altre zone d’Italia. (J. A. Quirós Castillo) 7. La fusione delle campane Lo scavo della chiesa di San Lorenzo a Cerreto ha permesso di recuperare due impianti produttivi di campane databili ai secoli XI e XII. È stato dunque necessario inquadrare il loro studio in un contesto più largo. Gli studi sui fonditori di campane in Italia hanno avuto un importante sviluppo nel corso degli anni 70 (BLAGG 1974; BONORA 1975; GARDINI 1977; WARD-PERKINS 1978; BLAGG 1978) che hanno permesso d’individuare le principali caratteristiche delle fornaci italiani e delle problematiche attinenti a queste produzioni. Tuttavia, negli ultimi quindici anni sono molto scarsi i contributi su questa problematiche, benché il numero di rinvenimenti sia discreto, e rimane inediti un grande numero di fornaci da fusione. Sebbene contiamo con un’approcio teorico e tecnico abbastanza notevole su questa problematica (GIANNICHEDDA 1996), mancano analisi territoriali specifiche con inquadramenti regionali e diacronici che illustrino le differenze e le variazioni dei processi tecnologici, nonché le numerose varianti ritrovate rispetto ai trattatisti (BLAGG 1978). Nell’ambito della Lucchesia sono abbondanti gli studi realizzati sulle campane e sui campanai, ma sono lavori locali e molto limitati, senza alcuna presunzione di sintesi. La ricchezza dei archivi di Lucca e la conservazione di un buon numero di esemplari ha permesso di disporre di un campionario d’analisi rilevante. Al momento attuale sembrano mancare notizie attinenti a campane databili ai primi secoli dopo il mille; una schedatura sistematica dei campanili della città e dei comuni circostanti (Lucca, Capannori, Porcari, Altopascio, Montecarlo, Villa Basilica, Bagni di Lucca, Coreglia, Barga, Massarosa), ha permesso di individuare quasi una trentina di esemplari databili nel XIII e XIV secolo (LERA 1972). La ragione dell’assenza di esemplari anteriori al duecento potrebbe essere l’assenza di epigrafi giacche è da questo momento che questi artigiani acquistano un certo rilievo (LERA 1972, p. 46) e iniziano a testimoniare la loro attività con iscrizioni sulle campane. Inoltre, un grande numero di campane non si è conservato in seguito alle frequenti rifusioni che avevano lo scopo di riutilizzare il metallo o di aumentare il peso delle campane; risultato di questa pratica e la perdita di un grande numero di esemplari antichi. È il caso della campana della Collegiata di Camaiore, portata da 2014 a 3800 libbre nell’anno 1740 (LERA 1980, p. 48). Disponiamo di diversi lavori relativi alla Lucchesia medievale e postmedievale che hanno preso in considerazione tanto le fonti indirette come le campane ancora conservate; tra questi possiamo segnalare gli studi su Camaiore dal XIII al XX secolo (LERA 1980; nel 1793 RONCOLI 1994), Pescaglia nel 1686 (BETTI 1981, p. 57-8), la città di Lucca (CONCIONI 1991; CONCIONI 1994; LA PENNA 1979), o il ritrovamento di un frammento di campana negli scavi del castello di Ripafratta (AMICI 1990, pp. 128-132). Le indicazione fornite da questi testi sono di grande interesse per la conoscenza delle problematiche attinenti alla fabbricazione delle campane in Lucca, talvolta con grande dettaglio, come nel caso dell’elenco di spesa della fusione delle campane dell’orologio pubblico di Camaiore (RONCOLI 1994, 83 ss.). Sebbene siano state studiate almeno un centinaio di esemplari, non disponiamo di studi archeologici relativi alla fusione delle campane. Nel caso della chiesa di S. Giovanni e S. Riparata di Lucca, ricostruita nella seconda metà del XII secolo, sono stati individuate alcune fornaci, ancora in vista nel percorso allestito, ma l’edizione degli scavi è stata affidata a storici dell’arte che non hanno preso in considerazioni tali resti (AA. VV. 1992a, p. 79 ss.). Altro caso ancora inedito è quello della fornace della pieve di San Lorenzo a Vaiano, nella Lucchesia orientale, oggetto d’indagine archeologica negli anni 80 (MILANESE, PATERA, PIERI 1996). Da questi dati si ottiene un’immagine del fabbricante itinerante, che raggiunge il luogo di fabbricazione della campana, sebbene sia possibile stabilire ulteriori precisazioni. La fusione avviene generalmente nel proprio edificio, sebbene talvolta si poteva realizzare nei dintorni, come a Pescaglia nel XVII secolo, dove la fornace fu impiantata in una piana sotto la chiesa, causando grandi problemi nel montaggio della campana sul campanile (BETTI 1981, p. 57). Per il medioevo si conoscono fabbricanti specializzati di un certo prestigio, che operano in ambiti territoriali anche distanti. Così sono presenti anche maestri provenienti dall’estero, come è il caso del borgognone Nicolao di Giovanni, che nel 1498 realizza una campana in bronzo di 250 libbre su incarico del vescovo di Lucca (CONCIONI 1991, p. 11). Si tratta probabilmente dello stesso che nel 1486 realizza la campana cittadina nella torre delle ore in Lucca, firmata da un “magyster de Francia” (LA PENNA 1979), e di quel fonditore attivo a Pistoia e Pisa in queste date, autore delle campane di Carignano (Lucca) e di quelle di Orbicciano, Pisa (torre pendente), Fabbiana (Pistoia) e Volterra (Torre civica) (LERA 1980, p. 53, n. 15). In modo notevole sono anche presenti i fonditori pisani, operanti tanto in città come nel contado nel corso dei secoli XIII e XIV (CORSI 1973; LERA 1980, p. 47), probabilmente legati alla fabbrica del Duomo di Pisa (LERA 1973, p. 46), e che raggiungeranno anche l’Umbria, Firenze o Roma. Purtroppo lo studio delle numerose famiglie pisane, che raggiungono nel tardomedioevo un grande sviluppo, non ha trovato ancora un riscontro archeologico preciso (SIMONI 1937). Raggiungono un certo rilievo anche i campanai lucchesi, dei quali ne conosciamo qualche decina a partire del XIII secolo (LERA 1972, p. 47 ss.; CONCIONI 1994; LERA 1980). Risalta la figura di Matteo del fu Vitale, campanaio lucchese eletto Operaio di San Martino nel 1295-1320 (CONCIONI 1994, p. 153-5). Nel corso del postmedioevo si osserva una trasformazione nelle maestranze, che compaiono divise in due gruppi per la presenza tanto di maestranze d’ambito più locale, probabilmente legate alla generalizzazione delle “regole dell’arte”, come di fonditori della Repubblica di maggiore prestigio, come è il caso di Francesco Azzi alla fine del XVII secolo (BETTI 1981, p. 57). Così conosciamo famiglie provenienti dal contado come i Lera di Lammari o i Benigni e i Magni di S. Quirico Valleriana (LERA 1980, p. 53). La presenza di queste maestranze locali comporterà dei problemi di qualità non indifferenti, come il caso di Lorenzo Pellegrini di Coreglia, autore nel 1686 di due campane a Pescaglia riuscite male e condannato a rifare la fusione a sue spese (BETTI 1981, p. 57). Sono forse maestranze dedicate non esclusivamente alla fusione di campane, adatte per la committenza delle comunità rurali. Sono processi che trovano riscontro anche con le tendenze riscontrate riguardo all’attività edilizia, che vede nel corso del postmedioevo un’atomizzazione e gerarchizazzione degli ambiti produttivi e di consumo. In questo contesto, il ritrovamento delle fornaci di campane di San Lorenzo a Cerreto (fig. 21) si pone come il primo contributo strettamente archeologico alla conoscenza dell’attività di fusione delle campane in Lucchesia, sebbene sia da mettere in risalto come altri ritrovamenti rimangono inediti (S. Giovanni e S. Reparata di Lucca, S. Lorenzo a Vaiano). Inoltre le fornaci di San Lorenzo sono di particolare rilievo in quanto rappresentano esemplari molto antichi rispetto ai casi noti in Italia. Tuttavia, lo stato di conservazione dei resti di San Lorenzo a Cerreto relativi a questa attività produttiva non è abbastanza consistente per ricostruire tutto il processo della fusione, a causa dell’impatto delle fasi di vita successive e alla distruzione degli impianti a cottura avvenuta. Gli scarsi resti di stampo di fusione in terracotta sembrano appartenere soltanto all’ultima fase produttiva, e sono abbastanza scarsi per permettere di ricostruire la morfologia e le dimensioni del manufatto. Inoltre, non ci sono tracce di epigrafi o altri indicatori riguardanti le maestranze (fig. 22, 23). Sebbene non sia stato possibile desumere le dimensioni delle campane di San Lorenzo, si può stimare a partire delle tracce lasciate dallo stampo un diametro intorno ai 70-80 cm., che corrispondono dunque nel contesto lucchese a prodotti di dimensione medie o piccole, proprie di un edificio rurale (cfr. ad esempio con esemplari del castello di Boveglio, Altopascio, di Brancoli,... LERA 1974). Per quanto riguarda la tipologia di queste fornaci (fig. 7), presentano delle analogie abbastanza strette con altri casi già editi e studiati in Italia, in modo particolare la struttura produttiva della seconda fase (XII secolo) si può mettere in relazione con la struttura contemporanea di Pavia (WARD-PERKINS 1978) e di Sarzana (BONORA 1979). Si discosta parzialmente il caso della fornace più antica (fase 1, XI secolo), composta da un canale formato da due mureti paralleli con una unica buca d’alimentazione nella estremità nord. Si tratta di un modello che trova anche certi paralleli con i modelli nordeuropeo come quelli di Winchester o Exeter (BLAGG 1974, p. 141), sebbene sia assente la seconda buca nell’estremità opposta. Tuttavia, l’esiguità dei casi di cui disponiamo non permette di stabilire con chiarezza una evoluzione diacronica tra i due modelli discussi da T. Blagg (BLAGG 1978, pp. 425-7) o una attribuzione ad una tradizione tecnica concreta. Resta il fatto che non sono noti altri casi italiani del XI secolo o anteriori che permettano di stabilire dei confronti con gli esempi di San Lorenzo a Cerreto. Soltanto aumentando il numero di esempi editi sarà possibile conoscere le varianti regionali e cronologiche, e risolvere i problemi ancora aperti attinenti alla fusione di campane e ai “segreti” collegati alle diverse famiglie operanti in Italia. Ancora recentemente è stato rilevata la mancanza di resti relativi alle fornaci di fusione del metallo (GIANNICHEDDA 1996, p. 83), delle quali non si è conservato nessun esemplare (BLAGG 1978, p. 428). Il caso di San Lorenzo non aiuta a risolvere questo problema, anche perchè non sono stati rinvenuti dei crogioli attinenti a questa attività produttiva, ritrovati in altri casi (Pavia: WARD-PERKINS 1978, p. 96 ss.). Ciononostante, sono stati rinvenuti diversi frammenti di scorie di bronzo di piccole dimensioni tanto nei depositi della fase 1 (US 270), della fase 2 (US 206, 207) e altri posteriori come reperti residuali. È significativo il concentramento di frammenti nei livelli di vita della chiesa situato sopra la demolizione della propria fornace. Concludendo, sebbene le fornaci di San Lorenzo aggiungono varianti notevoli al quadro delineato alla fine degli anni 70, la ricerca archeologica è ancorata alle problematiche descritte dal Blagg nel 1978, e soltanto i lavori sulle fonti indirette (epigrafiche ed scritte), hanno permesso di allargare le problematiche attinenti a questo processo produttivo. La definizione di quadri di riferimento territoriale come quello offerto dalla Lucchesia sembra la strada più fruttifera per ripensare il problema dell’archeologia della produzione delle campane. (J. A. Quirós Castillo) 8. Conclusioni Lo scavo preventivo della chiesa di San Lorenzo a Cerreto ha permesso, non soltanto di recuperare la sequenza stratigrafica di un complesso religioso rurale, ma anche di intraprendere uno studio storico-archeologico territoriale e ripercorrere le sue vicende lungo un millenio. Un particolare interesse è stato rivolto al problema dell’origine della chiesa di San Lorenzo a Cerreto da parte degli storici locali. La presenza nella zona di un “monastero” dedicato a San Gregorio documentato già in età carolingia, e distrutto a metà del X secolo (GUIDI, PARENTI 1910, n. 14), ha permesso di interpretare la costruzione di San Lorenzo come una rifondazione di San Gregorio, basato sull’affinità tra S. Giorgio e S. Gregorio come errori del copista (SPICCIANI 1987; FLORI 1992). Posizione contrarie hanno sostenuto l’ubicazione di S. Gregorio nella località del Santo Vecchio, a Pietrabuona, o messo in rilievo come il fondamento di S. Gregorio fosse del vescovo alla metà del X secolo, mentre S. Lorenzo è fondata sulla proprietà privata di Pietro, mancando la vendita o cesione (IACOPI 1992). Inoltre sappiamo dell’esistenze di un altare dedicato a S. Gregorio nella chiesa di San Lorenzo nell’anno 1374 . Tuttavia, tanto le attestazioni documentarie già indicate, così come il registro archeologico permettono di affermare che questa chiesa nasce nel corso dei primi anni del XI secolo come chiesa privata (fase 1) costruita da una famiglia “potente” della zona, impiegata sicuramente come cappella famigliare nel centro dei possedimenti, che accoglieva le tombe dei membri della famiglia come attestano le citate sepolture (tombe 11, 12, e attività stratigrafica 216). Il ritrovamento nello strato d’uso (US 270) di manufatti di un certo prestigio (ceramica importata o reperti metallici) avvalora il carattere privilegiato del sito in questa prima fase. Si tratta di una tendenza osservata già nei ultimi secoli dell’altomedioevo, e che si traduce nella costruzione di numerosi edifici religiosi da parte dei grandi possessori sulle loro terre (SETTIA 1991, pp. 3 ss.). Questa chiesa, della quale non si conosce la pianta, è dedicata a San Giorgio e San Lorenzo. Occorre sottolineare inoltre come in tutte le testimonianze scritte relative alla chiesa durante i secoli XI e XII viene indicata come San Giorgio presso il territorio o il fiume Pescia Maiore (odierno Pescia di Pescia), senza relazione diretta con alcun centro abitato. I documenti del XII secolo mostrano come il patrimonio dei “Paulingi” viene smembrano tramite cessioni (ai Fralminghi) o donazioni pie, in questo caso al monastero lucchese di San Ponziano, e come sorgano alla fine del secolo delle liti intorno ai suoi beni. Proprio alla fine di questo secolo la chiesa della fase 1 è completamente demolita e ricostruita da capo (fase 2), acquistando le vesti attuali. Cresce in dimensioni e si osserva la partecipazione a questi lavori di maestranze specializzate (lapicida “romanici”, fonditori di campane), importazioni di materiali costruttivi (scisti di copertura), che indicano un rinnovo completo e la presenza di una nuova committenza. Infatti, quando ricompare documentata la chiesa nell’anno 1260, non è più una chiesa privata bensì una “parrocchia” legata alla comunità di Cerreto. In questo periodo è avvenuta anche la maturazione del nuovo impianto insediativo con l’incastellamento delle comunità vicine come Sorico, Pietrabuona e lo stesso Cerreto, nonché 32 32 AAL, Libri Antichi 29, f. 140. il consolidamento di Pescia come centro urbano . Il castello di Cerreto, del quale non abbiamo attestazioni fino al XIV secolo (NUCCI 1922), non ha capacità sufficiente d’attrazione dell’insediamento circostante, che resta sparso tra il castello e la chiesa. Inoltre, la strada che corre davanti alla chiesa acquista proprio nel corso del XIII secolo un particolare rilievo, così come attesta la creazione di tutta una serie di ospedali lungo la viabilità che partendo da Pescia risaliva la valle verso i passi appenninici (QUIROS CASTILLO 1996b). Il ruolo di questa via è stato più volte messo in evidenza in relazione con la formazione della stessa città di Pescia (SPICCIANI 1991). Non ci è noto come sia avvenuta questa trasformazione di chiesa privata a chiesa parrochiale, sebbene la documentazione della fine XII secolo mostra come, a seguito della dissoluzione del patrimonio originario dei “Paulingi”, nelle lite con Rolando, prete della chiesa di S. Giusto di Porcari dell’anno 1185 (GALEOTTI 1659, p. 39) e con Orlando del q. Orlando de Ultrario dell’anno 1199 (GUIDI, PARENTI 1910, n. 1808), la chiesa è rappresentata tutte e due le volte da un proprio avvocato, e non dalla famiglia o dagli enti che possiedono beni in S. Giorgio o S. Lorenzo. La ricostruzione completa della chiesa sembra relazionata con questo processo di trasformazione in chiesa parrochiale, che possiamo datare nel corso della seconda metà del secolo. Inoltre questa cronologia trova riscontro anche con gli elementi scultorei dell’ambone, che costituirebbe parte dell’arredo della nuova chiesa. Infine, è significativo come questo cambio coincida con la modificazione nell’intitolazione della chiesa, dedicata a partire dagli anni 80 del XII secolo a San Lorenzo in modo esclusivo. Purtroppo le notizie relative al complesso di San Lorenzo sono troppo scarse per gli ultimi secoli del medioevo, tanto scritte come stratigrafiche. Dalle indicazioni provenienti dalla lettura dell’elevato si riesce a capire come il complesso si sia ulteriormente ampliato in diversi fasi. Da questo punto di vista risalta il fatto che conosciamo la presenza di almeno due fornaci per campane ma non ci sono tracce di campanili (quello attuale è un piccolo campanile a vela postmedievale che presenta due piccole campane). L’impossibilità di realizzare una lettura integrale dei depositi in elevato non permette che in modo indiziario, d impostare la sequenza di trasformazione del complesso di San Lorenzo. Ciononostante è accertato l’addossamento, probabilmente in due fasi, di due corpi di fabbrica a sud (stanze D, E), appartenenti sicuramente alla casa rettorale e l’oratorio di San Lorenzo documentati nella visita pastorale dell’anno 1575 . Soltanto la stonacatura permetterà indagare in profondità il processo di crescita dell’edificio. Inoltre in questi secoli la chiesa è utilizzata ancora come sede di inumazione privilegiata probabilmente per persone di un certo rilievo. Il numero assai ridotto (otto in quattro secoli) e le caratteristiche dei resti sembrano avvalorare questa ipotesi. Nuove trasformazioni si osservano nel corso del XVI secolo. Nell’anno 1519 la pieve di Pescia viene elevata a Propositura (ANSALDI 1879, p. 224), e quindi acquista l’autonomia dalla sede vescovile di Lucca. A seguito di questo processo, le rendite di San Lorenzo passano a Pescia, che resta come curatoria (NUCCI 1922). Si assiste inoltre in questo momento alla fondazione di nuove entità religiose come le società e le confraternite. La piú antica della zona è la Quattrocentesca Societas Plebis Pisciae; nel caso di S. Lorenzo sappiamo che nell’anno 1575 esiste la Procuratoria S. Laurentii ex Piscia, trasformata nel 1580 nella 33 34 33 Sul castello di Sorico non ci sono notizie prima del XIII secolo (PALAMIDESSI 1928); Pietrabuona, incastellata nel X secolo e distrutta, viene reincastellata nel XII secolo; per la fondazione di Pescia WICKHAM 1991; SPICCIANI 1991; QUIROS CASTILLO 1996c. 34 ACVP, Visita pastorale 1575, f. 215 v. Compagnia di San Lorenzo. Questi enti diventano i supporti economici delle parrocchie, con patrimoni propri che gestiscono in beneficio delle chiese. È dunque probabile che l’ampliamento della chiesa a nord (stanze B, C), databile archeologicamente tra la fine del XVI e inizio del XVII secolo, si possa relazionare con la fondazione della Compagnia. Posteriormente aumenta il numero di compagnie che hanno sede a San Lorenzo, fino a raggiungere nel corso del Settecento il numero di cinque. Nell’anno 1726 Pescia acquista la condizione di vescovato (ANSALDI 1879, p. 231), e San Lorenzo diviene parrocchia (NUCCI 1922). Forse in quest’occasione la chiesa di San Lorenzo è interesata da un restauro che modifica per sempre la sua veste medievale. Le epigrafi relazionate con questo restauro permettono di conoscere il committente: Carlo dei Cecchi , appartenente a una delle famiglie più illustri di Pescia che hanno sempre hanno avuto un ruolo notevole nelle istituzioni ecclesiastiche pesciatine (CECCHI, COTURRI 1961, pp. 222231). In modo particolare l’abate Carlo Cecchi è una figura di grande rilievo negli ultimi anni del Seicento e primo Settecento, anni in cui acquista un ruolo preeminente. In occasione della richiesta per ottenere dal Papa la concessione dello statuto di Vescovato per la città Carlo Cecchi viene scelto come ambasciatore della comunità di Pescia per ottenere lo statuto del Vescovato dal Papa (SALVAGNINI 1989, p. 216, 220). Dopo diversi problemi anche con il Granduca Giangastone de’ Medici (ANSALDI 1879, I, pp. 232-3), sará il proprio Cecchi ad ottenere da Benedetto XIII la relativa Bolla il 17 marzo di 1726 (SALVAGNINI 1989, p. 221). Un registro che descrive le strade di Pescia dell’anno 1776, ci indica come intorno a San Lorenzo ci fossero le case del Sig. Cecchi e del Sig. Cecchi Gigli . Si può dunque pensare che il potente Carlo Cecchi, probabilmente proveniente da queste famiglie, avesse deciso di suffragare il restauro di questa parrocchia per adattarla alla dominante estetica barroca, trasformando completamente la chiesa medievale. Testimonianze di questo intervento sono i diversi stemmi della famiglia Cecchi scolpiti negli ingressi, nell’altare e in’altre parte della fabbrica della chiesa. La memoria da risaltare è, oltre a quella del commitente -il potente abate- soprattutto quella della famiglia. Intanto la chiesa continua ad essere la sede di sepolture di persone che probabilmente hanno un certo rilievo nella comunità. Il caso della tomba 6 presenta un certo interesse giacchè sembra appartenere a una donna con segni evidenti di essere stata sottoposta a pesante attività fisica, e compare dotata da un corredo anomalo: elementi decorativi in bronzo, una moneta medievale come obolo di Caronte . Potrebbe dunque trattarsi di una persona che gode di una certa rilevanza nella comunità di San Lorenzo, sebbene non siano presenti segni d’identificazione. L’ultimo intervento significativo è rappresentato dalle modifiche realizzate alla morte del parroco Francesco Orsi. Proveniente anche lui di una potente famiglia pesciatina, indubbiamente ha lasciato alla sua morte un patrimonio di una certa rilevanza, impiegato nella ripavimentazione completa della chiesa, la costruzione del coro e l’organo, così come la realizzazione di diversi lavori minori. Probabilmente dopo la sopressione delle Compagnie da 35 36 37 35 Nato a Pescia nell’anno 1688 e morto nel 1757. Abate nel 1741 in Santo Stefano, fu titolare di S. Michele di Pescia. (BIAGINI 1994, p. 237). 36 Biblioteca Comunale di Pescia, Registro ossia campione delle strade che esistono nella comunità di Pescia, 12 Luglio 1776, non numerato. Il riferimento si trova nella descrizione delle “Strade che sono fuori della porta del prato di San Francesco”. 37 Vedi paragrafo 5.3. parte del Granduca Pietro Leopoldo alla fine del XVIII secolo, le chiese rurali hanno dovuto attraversare dei problemi economici non indifferenti. Soltanto grazie all’attività di parrocci provenienti da famiglie possedenti e con ingenti patrimoni, come sicuramente è stato il caso di Francesco Orsi, alcune chiese sono riuscite ad evitare l’abbadono in cui si sono trovati altri enti religiosi. Infine, nuovi interventi minori hanno largamente modificato l’assetto definito nel secolo scorso. La scarsa entità demografica della portata della comunità di Cerreto e la capacità d’attrazione di Pescia hanno ridotto alla marginalità attuale il complesso di San Lorenzo. In conclusione, è necessario mettere in risaltato l’importanza dell’intervento preventivo che ha permesso di recuperare un documento archeologico di particolare interesse nell’ambito della storia locale e oltre. Si è consapevoli che le distruzioni operate in questo tipo di contesti sono molto frequenti con la complicità o il disinteresse delle Soprintendenze Archeologiche e ai Beni Architettonici. Infatti la notevole quantità di problemi aperti in questa piccola chiesa di appena 75 mq. è significativa di quanto poco si conosca su questi edifici rurali. Inoltre l’intervento è stato realizzato a costi zero grazie all’attività di volontariato, tanto dei collaboratori come dello scrivente. Si auspica dunque un interessamento diretto tanto degli enti locali come delle istituzioni predisposte allo scopo di salvaguardare il patrimonio storico, non per fare un conservazionismo assoluto, ma nemmeno per essere complici della distruzione sistematica del patrimonio non pertinente agli interessi dei singoli funzionari. (J. A. Quirós Castillo) BIBLIOGRAFIA AA. VV., 1992a, La chiesa dei Santi Giovanni e Reparata in Lucca dagli scavi archeologici al restauro, Lucca AA.VV., 1992b, La sala delle ceramiche di Bacchereto nel Museo Archeologico di Artimino, Firenze. AMANTE SIMONI C., 1990, Sepoltura e moneta: obolo viatico-obolo offerta, in Le sepolture in Sardegna dal IV al VII secolo, IV Convegno sull'archeologia tardoromana e medievale (Cuglieri 27-28 giugno 1987), Oristano, pp. 231-242 AMICI S., 1990, Oggetti metallici e non metallici, in Medioevo vissuto. Primi dati sulla cultura materiale del castello di Ripafratta. I reperti dello scavo, a cura di F. 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