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OCCHIALERIE
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A TU PER TU
Vittorio Tabacchi
Lʼestate è alle porte
PROPOSTE
IL “SAPER FARE” ANCHE IL TURISMO E’ INDUSTRIA
UNITARIE PER
NON VADA
“Oggi il Cadore è
I
CONTARE DI PIUʼ
un poʼ sotto
PERDUTO
A
l di là delle analisi che da tempo
vengono fatte sulle cause e gli effetti della crisi economica in Cadore,
analisi tutte realistiche ed abbastanza
negative, emerge sempre più nella
gente un certo blocco psicologico sull’utilità del “fare”, cosa che rischia di
affossare definitivamente ogni possibile ripresa.
La stessa passata industrializzazione
del Centro Cadore con il moltiplicarsi
delle occhialerie e lo sviluppo delle
aziende artigiane del settore, reddito e
vanto per l’intera comunità, è ora vista
come scelta che ha condizionato pesantemente un territorio che non poteva essere che votato al turismo, collocato com’è fra le splendide Dolomiti.
Conseguenza di tale pensiero è che,
nel mentre vi è un’enorme aspettativa
di redditività diffusa sul settore dell’accoglienza turistica (poco ripagata dalle
cifre), si gettano alle ortiche lavori e
conoscenze professionali d’indubbio
spessore e si esaurisce la volontà di riproporli magari innovandosi con una
ricerca specifica come il mercato odierno richiede.
Quale futuro per il Cadore? Il dibattito rimane aperto e le strade sono molteplici, se si ha la voglia di percorrerle
senza attendere soluzioni dall’alto che
sembrano facili e si dimostrano spesso
aleatorie (tanto che siamo ancora qui a
parlarne). Una di queste strade è far sì
che il seme del “saper fare” non vada
perduto, che la storia delle occhialerie
cadorine diventi scuola: concretamente, che si costituisca qui in Cadore un
centro di qualità produttiva, formato da
un’aggregazione di scuole (di tecnici
del design e innovazione, di operatori
meccanici, di restauratori presso il Museo dell’Occhiale, di ottici), che sia anche di sostegno alle esigenze delle piccole e ancora valide aziende del territorio. Un vero e proprio “polo” che crei
economia diffusa.
Non dubitiamo che ci siano uomini,
capacità e mezzi in Cadore per riappropriarsi di quella intraprendenza che fu
vanto storico, riportando lavoro e futuro in una comunità che ha sempre saputo rigenerarsi.
Su tale progetto vogliamo aprire un
dibattito chiedendo il contributo d’esperienza di ospiti qualificati.
Renato De Carlo
PADOLA - COMELICO
Giovani promesse
azzurre al TROFEO
NAZIONALE
DI STAFFETTA
Servizio a Pag. 23
n tempi perigliosi per l’economia mondiale è difficile parlare di uomini e attività in Cadore, ma forse è
proprio questo il momento di
capire, partendo dal nostro
storico tipo di economia, come orientare lo sviluppo futuro del nostro territorio. Non
fu facile un tempo industrializzare il Cadore, non è agevole oggi vivere nel territorio
senza un’industria.
Iniziamo una serie di riflessioni con il cav. Vittorio Tabacchi di Sàfilo, proprio perché egli è un imprenditore
d’esperienza che ha dovuto
adattarsi all’economia globalizzata trasferendo la produzione dallo storico stabilimento di Calalzo. Oggi - evidenzia Tabacchi, ricevendoci
alla sede centrale di Padova il Cadore sta vivendo un po’
sotto shock questa crisi dell’occhialeria, e non trae benefici da quel patrimonio di
splendide montagne e di storia che è lì a disposizione ed
shock per la crisi
dellʼocchialeria”
“Necessario
garantire il futuro”
è d’indubbio richiamo. Pur
continuando a sostenere
quelle piccole aziende di occhiali che ancora ci sono in
Cadore, va detto che anche il
turismo è un’industria e dunque per lanciarlo servono imprenditori che abbiano idee e
facciano sacrifici.
Presidente, il Cadore ha
sofferto molto con la chiusura della Sàfilo a Calalzo.
Di tutto quello che era la
storia dell’imprenditoria e
del lavoro di quel periodo
è rimasto qualcosa?
“Partiamo dalla situazione
che stiamo soffrendo. Che vuol
dire mercato globale? Che og-
i apre l’estate cadorina e scatta
il tempo della montagna. Il caS
lendario delle iniziative che richiame-
gi non ci sono più barriere,
non ci sono più dogane, e, di
conseguenza, i prezzi dei prodotti che ci sono sul mercato
devono essere adeguati, competitivi, secondo le esigenze di
quel mercato. E’ la libera concorrenza e le conseguenze sono
quelle che tutti noi oggi vediamo.
(segue)
SERVIZIO A PAG. 16
I contestati 150 anni di unità nazionale
IDENTITAʼ, CEMENTO DI UN POPOLO
entocinquant’anni di
unità nazionale. E alC
l’appuntamento, prevista e
annunciata, si è presentata la
polemica. Qualcuno ha ritenuto la celebrazione dell’evento una sostanziale perdita
di tempo. Altri hanno bocciato le iniziative per la ricorrenza come l’ennesima occasione per vani tornei oratori in
un Paese che ormai non c’è
più. A dirla tutta solo il Capo
dello Stato ci risulta essersi
prodigato nel tentativo di
rammentare ad un popolo
smemorato la data di nascita
della propria nazione.
Non è un’immagine confortante. Specie se colta dal
piccolo, ma significativo osservatorio qual è quello del
Cadore, che delle idealità e
conseguenti lotte per l’indipendenza nazionale ha sempre tenuto alta la bandiera.
Triste fin che si vuole, ma
questa è la fotografia dell’Italia al suo nobile compleanno.
Del resto non poteva essere
diversamente. Anche quando
abbiamo celebrato i centocinquant’anni dei nostri moti risorgimentali del 1848, rievocando Pier Fortunato Calvi e
le schiere compatte dei nostri
padri che lo seguirono, abbiamo avvertito una sensazione
di solitudine. Certo, Pieve di
Cadore non sarà stata né lo
Scoglio di Quarto, né Marsala, ma l’allora presidente della
Repubblica, pur invitato alle
nostre manifestazioni, non ritenne di parteciparvi. Adesso
però ci pare di cogliere l’affievolirsi di questo genere di entusiasmi anche dalle nostre
parti. L’aria che si respira per
le contrade è quella di un
sempre più crescente distacco, se non di palese insofferenza.
(segue a pag. 4)
Bruno De Donà
Nata con lʼobiettivo di mantenere i livelli occupazionali
IL PROGETTO AMBIZIOSO DELLA
COOPERATIVA SOCIALE CADORE
dati economici ed occupazionali presentati dalla
I
Cooperativa Sociale Cadore
il 20 maggio scorso fanno
ben sperare per il proseguo
di questa esperienza mossa
Bilancio in attivo,
71 occupati,
servizi a enti
locali e a privati
da motivi etici e voluta da
soggetti privati e pubblici per
sostenere lo sviluppo economico del territorio. Il bilancio
consuntivo di questo secondo anno d’attività mostra
un’espansione
SERVIZIO A PAG. 4 dell’attività fornite e un sempre maggiore
inserimento di
persone in ambito lavorativo.
Riscontro
importante in
questi tempi.
Soci, personale
e autorità alla
inaugurazione
della sede a
Valle il 22
dicembre scorso
ranno attenzione e interesse in questo nostro cuore dolomitico nei prossimi mesi è definito.
Si tratta di un ventaglio di proposte
rivolte a tutti: ai cadorini innanzitutto e
ai turisti, quelli che vengono in vacanza pochi o tanti giorni durante l’estate
e quelli che frequentano le nostre perle di dolomia per escursioni e scalate
nei fine settimana. Come ogni anno i
quesiti che si impongono sono gli stessi: riusciremo a valorizzarle al meglio
queste nostre proposte? Saremo capaci di promuoverle bene finalizzandole
ai potenziali interessati andando quindi oltre la genericità di una informazione che riesce a richiamare scarso interesse e partecipazione marginale?
Le risposte non sono facili ma non occorre essere manager mediatici per capire che il primo passo coincide con il
vecchio adagio: l’unione fa la forza. E’ un
po’ quello che si ripetono sovente amministratori, imprenditori e rappresentanti
dell’associazionismo locale. Ma i risultati lasciano a desiderare. Eppure….
Ci sono manifestazioni che hanno o
possono avere importanti ricadute turistiche sull’intero Cadore. Sono soprattutto le manifestazioni che promuovono
le Dolomiti. Perché è questa la ricchezza del Cadore, questa è la sua vocazione
e questa è la sua principale attrazione. E’
l’identità cadorina che fa la differenza.
Sono le specificità della montagna che
richiamano le genti della pianura.
Manifestazioni sportive, iniziative
culturali, programmi escursionistici e
alpinistici che perseguono queste finalità devono diventare patrimonio dell’intero Cadore coinvolgendo l’impegno di tutti, indipendentemente da chi
ha avuto l’idea o ospita l’evento.
La gara di arrampicata sportiva sulla
diga di Pieve di Cadore, la Pitturina ski
race in Comelico, la scommessa delle
Guide Alpine di Auronzo nel dare la
possibilità a tutti di salire per le vie
classiche sulle cime, le attività promosse dai Rifugi alpini del Cadore e molto
altro hanno le caratteristiche e la potenzialità per diventare attrazioni importanti già questa estate.
Per averne la certezza e raccoglierne i frutti turistici s’impone la condizione di vedere un Cadore unito lavorare
per gli interessi del Cadore.
Bepi Casagrande
VEDORCIA
Alla scoperta dei troi
sulle orme della tradizione
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Cadore Estate 2010: le iniziative di qualità non mancano, ma...
Marmarole in
mostra a Lozzo
e a Calalzo
PUPO E La sfida delle Guide alpine di Auronzo
TUTTI SULLA
GRANDE DI LAVAREDO
CRODA L
BIANCA
protagoniste
upo e Croda Bianca
protagoniste dell’alP
pinismo storico del cadori-
no. All’alpinismo di Lozzo
e del Cadore è dedicata la
mostra storico-documentaristica che sarà inaugurata venerdì 2 luglio alle
ore 20,30 nell’auditorium
comunale.
La mostra, curata dalla locale Sezione del Club Alpino Italiano con il sostegno
del Comune di Lozzo, si
compone di una serie di
pannelli che raccontano storie di alpinismo sulle montagne cadorine. Si tratta di
una rassegna itinerante che
di anno in anno si arricchisce dei capitoli della storia
alpinistica del Comune che
la ospita. L’iniziativa ha preso il via a San Vito di Cadore nel 2008. L’anno scorso è
stata esposta ad Auronzo.
Quest’anno tocca a Lozzo e
quindi le montagne protagoniste sono le Marmarole
con il Pupo,il Ciastelin e il
Ciarido.
Protagonisti della serata
inaugurale saranno, oltre al
Cai di Lozzo, le Guide Alpine del Cadore e i rocciatori
del Gruppo Ragni di Pieve.
Madrina dell’iniziativa sarà
Maria Strocchi, la prima
donna che ha scalato il Pupo di Lozzo. E’ successo
nell’estate del 1942.
Per le Marmarole si sta
mobilitando anche la Sezione del Cai di Calalzo di Cadore che, assieme al Comune, ha organizzato un evento pubblico per festeggiare
il 120° anniversario della
prima salita sulla Croda
Bianca, il simbolo dolomitico di Calalzo. Con l’alpinista
germanico Ludwig Darmstadter che realizzò la prima ascensione saranno ricordati anche i calaltini Fratelli Fanton che giusto 100
anni fa, il 30 giugno 1910,
aprirono una delle vie più
spettacolari delle Dolomiti
sullo Spigolo sud-est della
Croda Bianca. Il tutto sarà
al centro di una mostra storica che sarà inaugurata
con una conferenza venerdì
23 luglio alle ore 20,30 nella
sala consiliare del Municipio di Calalzo.
’iniziativa che le Guide Alpine della Scuola Tre Cime - Dolomiti di Auronzo stanno lanciando per l’estate è destinata a far scalpore.
L’idea è di aiutare a salire sulla
Cima Grande di Lavaredo tutti
quelli che lo desiderano. Quindi
anche i non alpinisti e anche
quelli che non hanno esperienza
e neppure dimestichezza con le
rocce. Ovviamente i candidati
dovranno essere in buona salute
e dovranno partecipare ad una
lezione pratica sul come si sale
in montagna.
La proposta delle Guide non riguarda solo la Grande di Lavaredo ma anche molte altre vette
dolomitiche: dall’Antelao al Pelmo, dal Civetta al Cimon del
Froppa.
L’iniziativa, oltre a favorire
l’avvicinamento all’alpinismo di
tanti appassionati che hanno
sempre sognato di salire ad
esempio sulla Cima Grande senza averne mai avuta l’opportunità, intende promuovere la rivisitazione delle meravigliose Vie
Classiche delle Dolomiti aperte
dalle Guide Alpine cadorine chehanno scritto le prime pagine
della nostra storia alpinistica.
Il 7 e 8 agosto la grande Coppa Italia Speed
LA DIGA DI PIEVE
SI COLORA DI OLIMPIADI
a novità è che le gare di arrampicata che ogni anno si svolgono sulL
la diga dell’Enel di Pieve di Cadore sono
diventate disciplina olimpica. Una scelta
che fa fare un notevole salto di qualità al
meeting organizzato dal Gruppo Ragni.
Quest’anno l’appuntamento, organizzato in collaborazione con la Federclimb
Veneta e Venezia Verticale, è per sabato 7
e domenica 8 agosto. In programma c’è la
Coppa Italia di specialità Speed.
Si prevede una cospicua affluenza di atleti da ogni parte d’Italia.
Contemporaneamente alle gare di Coppa si svolgerà il Memorial De Gerone, gara di arrampicata riservata ai bambini.
a cura di Bepi Casagrande
L’occasione sarà propizia per perfezionare la candidatura di Pieve a palestra
ideale dove allenarsi e svolgere gare
Speed. La struttura (la diga) di Pieve è
unica nel Veneto e sul territorio nazionale
ce n’è solo un’altra che può tenerle testa.
Anche per questo motivo il Gruppo Ragni, insieme alle associazioni di volontariato e ai Comuni di Pieve e di Calalzo e
allo stesso Enel, che collaborano per la
buona riuscita dell’evento sportivo, confidano molto nel far diventare la diga di
Pieve un importante punto di riferimento
nazionale per questa disciplina sportiva
che conta già molti praticanti anche in
Cadore.
LE NOVITAʼ IN QUOTA
Rifugi Auronzo, Carducci,
Romiti, Ciareido,
Chiggiato, Antelao
’estate chiama e i rifugi alpini del Cadore rispondono. Con la riapertura stagionale ecco alcune
L
novità.
La prima riguarda il Rifugio Auronzo. La storica costruzione ai piedi delle mitiche Tre Cime di Lavaredo
ha cambiato gestione. A curarne la conduzione quest’anno sarà la Sezione Cai di Auronzo che ne è proprietaria.
Cambio della guardia anche ai piedi delle Marmarole
per il Rifugio Ciareido di Lozzo e per il Rifugio Chiggiato di Calalzo. Il nuovo gestore del Ciareido si chiama Enzo Dal Pont. Quelli del Chiggiato sono invece
Omar e Barbara Canzian. Omar, che conosce già bene
il Rifugio Chiggiato avendoci lavorato durante i periodi
estivi dal 1989 al 1998, subentra ad Anna Valcanover
che, prima con il marito Sandro e poi con l’aiuto della figlia Margherita, ha gestito il rifugio dalla seconda metà
degli anni ’70.
Per il Rifugio Romiti di Domegge sarà l’estate
della conferma. E confermare il successo di frequentazione e simpatia ottenuto l’anno scorso è il proposito
che si sono dati i gestori cioè la Famiglia De Bernardo
dell’antico eremo trasformato in grazioso rifugio alpino. Ma non c’è dubbio che ci riusciranno. Le loro carte
vincenti sono l’accoglienza e l’ottima cucina.
Quella che si apre per il Rifugio Antelao sarà invece
un’estate enigmatica. Non tanto per la gestione, che continuerà ad essere garantita con ottima professionalità da
Silvia Da Forno, ma per il futuro del rifugio che la proprietaria Sezione Cai di Treviso ha messo in vendita.
Al Rifugio Carducci la festa è in calendario per domenica 22 agosto. In programma un incontro di pace e
di amicizia tra le Guide Alpine e le sezioni Cai del Cadore e le Guide Alpine e le sezioni Cai e dell’Alpenverain della Val Punteria. In programma un concerto di
musica classica dell’Orchestra di Belluno e l’apertura
di una nuova Via di roccia sul Campanile Carducci che
sarà dedicata all’incontro.
E c’è anche la novità di un nuovo rifugio alpino. Ci
piace definirlo così anche se non lo è. In realtà si tratta
di un Punto Informativo. E’ stato realizzato dalla Comunità Montana Centro Cadore a Perarolo. Lo abbiamo
chiamato rifugio perché un pochino lo è dal momento
che è stato pensato per accogliere quanti hanno bisogno di informazioni sul Cadore e soprattutto sulle sue
montagne.
STAZIONE DOLOMITI
info sport avventura
Si chiama STAZIONE DOLOMITI perché vuole
dare l’idea di un punto di arrivo ma anche di partenza per le Dolomiti. Info perché ospita un punto informativo gestito da Dolomiti Turismo.
Sport perché c’è anche un negozio con abbigliamento e attrezzatura da montagna gestito dalla VikingNordPool. Avventura perché è presente anche
un Ufficio Guide gestito dalle Guide Alpine Michele
Barbiero e Diego Stefani.
Stazione Dolomiti ospita anche un piccolo bar con
prodotti cadorini.
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I 150 ANNI
DI UNITAʼ
dalla prima pagina Bruno De Donà
Inutile farsene meraviglia. Per decenni tutto ciò che anche lontanamente sapeva di identità nazionale o passava sotto il
nome di italianità è stato tenuto con sospetto a debita distanza. Vuoi per diffidenza,
vuoi per indifferenza, se non addirittura
per dichiarata ostilità, generazioni di politici e intellettuali in voga hanno lavorato per
ridurne la portata nell’immaginario collettivo. Fu una vera convergenza ideologica tra
diversi che condividevano tuttavia l’allergia
nei confronti di spirito patriottico, identificato sempre e comunque, con notevole
miopia, per revanscismo o pericoloso sciovinismo. Errore madornale. Oltre che miopia. Non capivano quei maestri del pensiero, che per anni si sono rivolti alle nuove
generazioni trattando con sufficienza i concetti di patria e bandiera, che così facendo
si distruggeva un ancoraggio a difesa di pericolose derive. Così, quando il sistema ha
iniziato a scricchiolare è mancato il cemento di base. E’ venuto infatti meno quel punto di riferimento identitario che avrebbe
potuto rappresentare un argine contro
smarrimenti e disorientamenti.
Curiosamente ora assistiamo a tardivi appelli all’unità e alla riscoperta dei valori nazionali fondanti tra malinconici sventolii di
polverosi e sbiaditi tricolori e parole fuori
tempo. E in questo quasi patetico nobile
sforzo vediamo cimentarsi alcuni fra coloro
che in passato più si erano distinti nello sminuire l’ importanza e valenza di quegli stessi
valori. Troppo tardi. Facile adesso attribuire
la colpa a forze definite disgregatrici, che
propongono nuove forme di aggregazione,
facendo leva sulla naturale aspirazione delle
nostre collettività ad assumere una nuova
patria, magari da inventare, che prenda il
posto dell’altra, pur legittima ma da tempo
assente e sufficientemente svalutata.
Confutare questa realtà significa scambiare la causa per l’ effetto. Non sarà male,
almeno a posteriori, pensarci sopra. Possibilmente in un pudico silenzio.
ATTIVITA’ E
PROGETTI
e attività intraprese dalla
Magnifica Comunità di CaL
dore, durante lo scorso mese di
Maggio, sono state principalmente indirizzate al proseguimento dei progetti itinere e preparazione delle attività ed eventi
che saranno proposte durante la
prossima stagione estiva 2010.
La Sala Consiliare, rappresenta sempre di più il luogo dove le istituzioni del Cadore vengono a discutere e a deliberare
sulle diverse questioni relative
all’Amministrazione del Territorio. In questo scorso mese infatti
si sono riuniti, il Bim, la Comunità Montana Centro Cadore, alcuni comitati proposti dal Comune
di Pieve di Cadore e si sono svolte tre importanti lezioni, in orario serale, proposte dalla Fondazione Angelini, relative all’inserimento delle Dolomiti nel patrimonio mondiale UNESCO.
Gli uf fici, stanno collaborando inoltre con i consulenti
nominati per i lavori di sfoltimento e riordino degli archivi
corrente e di deposito dell’Ente, oltre che ad una ricognizione catastale del Patrimonio dello Storico Ente in vista dell’Aggiornamento dell’Inventario.
Tali attività, saranno prodrome
all’aumento dell’efficienza e
dell’operatività degli uffici anche mediante l’introduzione ed
utilizzo dei moderni strumenti
informatici.
La Magnifica Comunità di
Cadore, ha inoltre accolto le
due nuove stagiste,
inviate dall’IPSSCT
di Pelos di Cadore,
che prenderanno visione, coadiuvando
gli uffici, della definizione del nuovo database informatico per la gestione dei contatti dell’Ente e la ricognizione
della consistenza di alcuni fondi, sotto la supervisione attenta
del personale addetto.
I Musei dell’Ente, attraverso l’attività di volontariato, sono visitabili in qualunque momento su prenotazione, e comunque tutti i fine settimana fino a giugno quando sarà garantita l’apertura continua,
quest’anno anche alcune sere
del venerdì, in accordo con il
comitato di animazione locale
La Giunta della Magnifica
Comunità di Cadore si è riunita il 15 maggio presso la Sala delle Regole di Vodo di Cadore; è la quarta riunione di Giunta dall’inizio dell’anno. Il Presidente dello storico Ente, Prof
Renzo Bortolot, ha scelto questo Comune, nella ormai consolidata tradizione delle Giunte itineranti, non solo per rispettare
il criterio della
“ter ritorialità”
che fa turnare le
tre macroaree
che costituicono
il Cadore (Comelico – Valboite e Centro), ma
anche per fare
visita all’Amministrazione recentemente rinnovata di questo
6
CONOSCI LA
MAGNIFICA COMUNITA’
Paese.
Ad accogliere i componenti
della Giunta Comunitaria, c’erano il Sindaco Gianluca Masolo e il Vicesindaco Eleonora Da
Vià, anche rappresentante Comunale in seno al Consiglio
Comunitario.
La Giunta ha preso in esame,
alcuni aspetti dell’Amministrazione della Magnifica Comunità di Cadore, fra i quali, l’approvazione di un bando per l’assunzione a tempo determinato
di un dipendente per gestire il
Book Shop al Gran Caffè Tiziano, di proprietà della Comunità. Oltre a ciò ci si è occupati
dell’approvazione dell’incarico
al Responsabile del Procedimento per i lavori che si terranno a breve al piano terra del
Palazzo comunitario per il restauro di alcune parti dello
stesso (in particolare le ex carceri). Si è poi discusso ed approvato il progetto delle iniziative per le celebrazioni del centenario dalla nascita della scrittrice Giovanna Zangrandi.
Inoltre si è parlato di alcuni
contratti in via di stipula per la
conduzione di specifiche aree
in Cima Gogna nel Comune di
Auronzo di Cadore.
(M.G.)
Corso della Comunità Montana C.C. per operatore museale
PROGETTO TRANSMUSEUM
’ stato presentato il 17 maggio,
presso la sala del Museo Palazzo
E
Corte Metto ad Auronzo di Cadore, il
corso di formazione “Operatore per la
valorizzazione del patrimonio museale
e culturale”, promosso dalla Comunità
Centro Cadore nell'ambito del progetto
TransMuseum - Rete museale transfrontaliera per la promozione dello sviluppo sostenibile (Programma di cooperazione territoriale europea Interreg IV Italia-Austria). Sono partner del
progetto la Comunità Montana Centro
Cadore, la Regione del Veneto, la Regione Friuli Venezia Giulia, la Comunità
Montana della Carnia, l’associazione
RegioL di Landeck (Tirolo) e il Comune di Livinallongo del Col di Lana.
L'obiettivo principale del progetto è
quello di creare una rete permanente di
scambio e confronto tra gli istituti museali dell'area transfrontaliera, su tematiche comuni nell’ambito delle attività
museali (educazione, inventariazione e
catalogazione, promozione) attraverso
l'incentivazione e l'ottimizzazione delle
differenti risorse, umane e finanziare,
per promuovere la crescita qualitativa
delle strutture museali coinvolte nonché il miglioramento dei servizi.
L'area progetto si caratterizza per la
presenza di piccoli e medi musei diffusi
sul territorio che, a fronte di svariati inter venti di riqualificazione (nuove
strutture, miglioramento di quelle esistenti) realizzati anche grazie a finanziamenti comunitari, presentano ancora molte carenze. La somiglianza di
queste realtà (musei piccoli) e dei relativi contesti di riferimento (aree montane) rendono opportuna un'azione comune, in particolare per quanto concerne la formazione, la didattica museale,
l'inventariazione-catalogazione, la promozione e la comunicazione al fine di
contribuire a strutturare un'offerta culturale in grado di attivare flussi turistici
e di generare diversificazione occupazionale e quindi nuovi posti di lavoro.
La formazione di
operatori museali e
culturali potrà fornire
ai giovani possibilità
di occupazione
stimolante e qualificata
In questo ambito si colloca il corso di
formazione “Operatore per la valorizzazione del patrimonio museale e culturale. La fase organizzativa si è conclusa
con l'individuazione di 22 corsisti, avvenuta dopo un'attenta selezione dei curricula dei candidati, esaminati da un
pool di esperti, su circa 50 richieste
presentate. L’Enaip Veneto sta ora avviando l’attività formativa che coinvolgerà i seguenti allievi selezionati:
Amanda Alberti, Marta Azzalini, Diego
Battiston, Giuseppe Benedet, Debora
Calchera, Annamaria Canepa, Nicoletta
Cargnel, Stefania Chiot, Fernanda Corona, Annalisa Crose, Erica Del Favero,
Barbara De Mario, Giulia De Mario,
Debora Emiliani, Chiara Fontanive, Letizia Lonzi, Lucia Lorenzi, Elena Maierotti, Claudio Michelazzi, Margherita
Molin Polentina, Paola Nard, Serena
Tonietto. I partecipanti affronteranno
un’intensa e qualificata attività teoricopratica di complessive 224 ore (suddivise in 40 ore teoriche, 40 di laboratorio,
24 ore di project work e 120 di tirocinio) che garantiranno loro l’acquisizione di competenze didattiche indispensabili per il miglioramento della qualità
e della professionalità degli apparati
museali in cui opereranno.
Entro il prossimo mese sarà avviata anche la fase di formazione-informazione
per gli istituti scolastici rivolta a far crescere la consapevolezza del patrimonio
culturale presente nei musei locali e alla
sperimentazione di nuovi modelli didattici per accrescere la qualità delle visite
museali da parte di scolaresche.
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’ assemblea dei soci
della Cooperativa CaL
dore scs a Valle di Cadore,
il 20 maggio scorso, oltre
che verifica dei conti in
questo secondo anno d’attività, è stata anche l’occasione per valutare la bontà di
un’iniziativa unica sul territorio provinciale.
“Vogliamo creare un welfare locale che sappia unire
la crescita dei servizi sociali
e delle politiche di inserimento lavorativo a livello
territoriale”, ha spiegato il
presidente Claudio Agnoli,
fondatore e motore dell’iniziativa. La Coop prende avvio in un momento di difficoltà economico sociali per
la montagna, e “la ragione
di fondo di questa scelta è
dunque prima di tutto culturale, è la consapevolezza che
la crisi del nostro territorio
non è solo di congiuntura
economica, ma strutturale e
sociale, è una crisi di identità data dall’incertezza sul
futuro. In questo contesto, la
Coop Sociale può dare un
valido contributo con i suoi
valori di ‘fraternità economica’ e vincere il rischio di
stare a guardare il declino.”
La relazione annuale riferita all’esercizio 2009 presenta un utile di 7.321 euro
a fronte di ricavi per
613.793 euro con una valore della produzione di
709.248 euro; l’incidenza
del costo del personale sui
ricavi è del 57,52% per oltre
50 persone impegnate nel
periodo agosto-ottobre; è
stato aperto anche un cre-
IL PROGETTO AMBIZIOSO DELLA
COOPERATIVA SOCIALE CADORE
Assemblea dei soci a Valle per
il bilancio 2009 e la presentazione
dei prossimi obiettivi 2010
dito per sconto bancario di
80 mila euro per gli investimenti programmati. Essendo la cooperazione sociale
un’attività non lucrativa, gli
utili, avanzi di gestione, fondi, vanno reinvestiti nel perseguimento delle finalità
istituzionali.
“Molti appalti di servizi
sono stati possibili - ha illustrato il presidente Agnoli a
soci, lavoratori e autorità in
sala consigliare a Valle di
Cadore - perché i nostri
partner hanno compreso
l’attualità ed il significato
della cooperazione sociale,
altri appalti sono andati
persi, forse perché non siamo riusciti a trasmettere
quello che vogliamo essere.
E’ risaputo che la Coop
Sociale Cadore è costituita
da soci privati e da soci pubblici quali i comuni di Valle,
di Pieve, di Calalzo, di S. Vito, di Cortina, di Auronzo, di
S. Stefano, di Alleghe, attua
una progettazione congiunta con la Comunità Montana
Centro Cadore, impiega lavoratori nelle attività di consolidamento e manutenzione ambientale e gestione
del territorio, ma anche nel-
Hanno aderito all’iniziativa il Museo Palazzo Corte
Metto di Auronzo di Cadore, il Museo della latteria di
Lozzo di Cadore, il Museo del cidolo e del legname di Perarolo di Cadore, il Museo etnografico delle Regole
d’Ampezzo, il Museo del ferro e del chiodo di Forno di
Zoldo, il Museo civico Cazzetta di Selva di Cadore, il Museo La Valle di La Valle Agordina, il Museo archeologico
della Magnifica Comunità di Cadore e il Museo dell’occhiale di Pieve di Cadore.
Rina Barnabò
fondato nel 1953
DIRETTORE RESPONSABILE
Renato De Carlo
VICE DIRETTORE
Livio Olivotto
REDAZIONE E AMMINISTRAZIONE
Editrice
Magnifica Comunità di Cadore
Presidente
Renzo Bortolot
Cancelliere
Marco Genova
Segreteria
Annalisa Santato
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UNA COPIA 8 2.10 - ARRETRATO: IL DOPPIO
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QUESTO NUMERO È STATO CHIUSO AL 2.6.2010
lo sviluppo dell’agricoltura,
di servizio alla rete museale
ed alle attività della filiera
bosco-legna-energia. I lavoratori occupati lo scorso
maggio erano 71.
Obiettivi prossimi nel
2010 sono il consolidamento della struttura organizzativa della cooperativa, mantenere ed ampliare i livelli
occupazionali, la formazione del personale attraverso
tirocini formativi in collaborazione con CFPME e
ENAIP per qualificare alcune professioni, la costruzione di nuovi assi strategici di
lavoro.
Nel corso della seduta
che ha visto anche la distri-
buzione ai soci di un “quaderno” contenente il bilancio sociale, lo statuto, l’indicazione della struttura, settori ed obiettivi di attività,
sono stati nominati tre nuovi componenti del consiglio
Bilancio in attivo
71 occupati,
Servizi erogati
a enti locali
e a privati
nel nome della
cooperazione
di amministrazione, che risulta così composto: Claudio Agnoli (presidente),
Umberto Farenzena, Angelo Cottone, Pasquale
Costigliola, Rina De Lorenzo, Marco Lombardo,
Nevio De Bernardin
(consiglieri); Umberto Farenzena è il direttore, Antonio Zandegiacomo è
stato nominato revisore dei
conti.
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UNA VIA A PIEVE INTITOLATA A PALATUCCI
QUESTORE A FIUME E FRA I GIUSTI DELLA SHOAH
al 31 maggio scorso c'è a Pieve di
Cadore una nuova via: una piccola
D
via per una grande storia, com'è sempre
quella di chi sacrifica la propria vita per
aiutare chi soffre: è così che il nome di
Giovanni Palatucci è entrato tra quelli memorabili che indicano le strade della cittadina del Cadore.
Ma chi era Giovanni Palatucci? Penultimo questore nella Fiume italiana dei tristi
anni della guerra e del razzismo nazifascista, salvò alcune migliaia di ebrei dalla deportazione, sfidando la famigerata Gestapo
tedesca fino a esserne vittima: scoperto e
arrestato, dopo un processo davanti alle
SS fu spedito nel lager di Dachau, dove
La cerimonia il 31 maggio
con taglio del nastro e
sfilata della fanfara dei
bersaglieri Brigata Ariete
Aperta una mostra
documentaria al CosMo
dallʼassociazione Giovanni
Palatucci e presentato uno
spettacolo teatrale
foto Giorgio Viani
morì di stenti e di malattia a soli
36 anni. Erano quelli tempi in cui
la pietà sembrava morta per sempre, di tenebra delle coscienze solo a tratti illuminata da un gesto
eroico; tempi di stermini organizzati, di burocrazie di morte, nei
quali l'uomo poté essere insieme
aguzzino e portatore di umanità,
persecutore e nemico di ogni persecuzione. Come nel caso di Palatucci: una storia edificante la sua,
un messaggio di forza morale, di
fede e cristiana solidarietà, vivo
ancora oggi, in questi anni certo
meno feroci e tuttavia di grande
turbamento.
Una storia come tante: una famiglia contadina dell'Avellinese,
una formazione ispirata a profonda religiosità, destinata a improntare la sua vita e la sua opera di
funzionario dello Stato; il liceo, la
laurea in legge, la scelta di entrare nella Pubblica Sicurezza; assegnato a Genova e poi per punizione
(aveva criticato in una intervista
certi metodi della Polizia di allora)
trasferito nel novembre del ’37 a
Fiume. Un trasferimento provvidenziale, come si vedrà: perché
ben presto sarà proprio dal suo Ufficio Stranieri che prenderà avvio
la sua coraggiosa
opera per
la salvezza
degli ebrei
che affluivano nella
città del
Car nar o,
incalzati
dalle leggi
razziali del
'38, e più
tardi e con
ben altro
accanimento, dai
nazisti occupanti
del Litorale Adriatico. Negli
anni tra il
’40 e il ’43, a Campagna, in provincia di Salerno, fu istituito un campo di internamento per gli ebrei stranieri, e lì con l'aiuto di
uno zio vescovo, Palatucci riuscì a convogliare molti dei disperati in fuga, salvando
loro la vita: sono tante le testimonianze del
suo coraggioso impegno, raccolte in numerose pubblicazioni.
Oggi il questore è oggetto di un processo di canonizzazione avviato alcuni anni fa
dalla Chiesa; inoltre ha un suo posto nello
Yad Vashem di Gerusalemme, il Memoriale della Shoah, tra i Giusti delle Nazioni,
l'alto riconoscimento di Israele. Nella città
di Ramat Gan, presso Tel Aviv, c’è già una
strada fiancheggiata da 36 alberi – gli anni
di Giovanni – dedicata a lui, al “poliziotto”,
e altre ve ne sono in varie parti d'Italia.
Qualcuno ricorderà lo sceneggiato televisivo di qualche tempo fa, che rese pubblica la sua vicenda; ora un libro scritto da
Piersandro Vanzan e Marcella Scatena, ha
ripercorso la breve e intensa vita di Palatucci: lo ha fatto ricostruendone la biografia sullo sfondo delle drammatiche vicende
ai confini orientali del Paese, e riportando i
racconti di alcuni degli scampati grazie al
suo aiuto. Sono voci di verità, quella verità
a cui il Comune di Pieve di Cadore, con il
concorso della Polizia di Stato, ha voluto
rendere meritoriamente omaggio.
Ennio Rossignoli
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A AURONZO LA PROTEZIONE CIVILE
SENSIBILIZZA GLI STUDENTI
n riva al lago di Auronzo sabato 29 magI
gio c’erano un sacco di
studenti ad osser vare l’esercitazione della Protezione Civile che ha visto
per tutta la mattinata le
manovre d’intervento e di
soccorso attuate da corpi
istituzionali e da volontari
con mezzi a terra e l’elicottero, e pure in acqua
utilizzando cani da salvataggio.
Soprattutto c’erano loro,
i 15 allievi della Scuola di
Protezione Civile impegnati nel saggio di fine anno di una scuola che è la
prima istituita nel Veneto
ed è stata inaugurata lo
scorso dicembre dall’assessore regionale Elena
Donazzan. A questi ragazzi è andato il plauso e l’incoraggiamento delle autorità presenti per l’ottimo
grado di preparazione,
nonché l’agognato diploma di fine corso consegnato dall’assessore regionale alla Protezione Civile Stival, sotto lo sguardo soddisfatto del responsabile Adriano Zanella.
Sul palco delle autorità
a complimentarsi per la riuscita della manifestazione, oltre all’assessore Stival, hanno preso la parola
Diploma di fine corso ai quindici
allievi della Scuola di
Protezione civile di Auronzo,
la prima istituita nel Veneto
il sindaco di Auronzo Zandegiacomo Orsolina, l’assessore regionale Bond,
l’assessore regionale Toscani, il presidente della
Provincia Bottacin, il rappresentante della Protezione Civile Nazionale.
E’ questo di Auronzo un
evento unico, patrocinato
dalla Regione Veneto, che
coinvolge tutte le strutture del Sistema di Protezione Civile: dalle Istituzioni
(Guardia di Finanza, Carabinieri, Corpo Forestale, Ser vizio Antincendio
Boschivo della Regione
del Veneto e volontari di
P.C. di Auronzo) a tutti coloro che hanno collaborato alla formazione degli allievi.
E’ una esercitazione che
nasce per favorire l’interesse delle giovani generazioni, qui in riva al lago
rappresentate da circa 700
studenti delle scuole elementari e medie del vari
comprensori scolastici del
territorio.
Anche la decisione di
fondare una Scuola di Protezione Civile per Allievi è
maturata dall’esigenza di
sensibilizzare le giovani
generazioni alla tutela del
territorio, alla solidarietà,
al rispetto reciproco e al
rispetto dell’ambiente che
li circonda. L’obiettivo è
quello di far capire la
primaria
impor tanza
della prevenzione per
evitare, o quanto meno
ridurre, i rischi a cui sono sottoposti gli uomini
che inter vengono per
affrontare situazioni alle volte di emergenza
mettendo a rischio anche la loro incolumità.
Solo l’impiego di volontari adeguatamente preparati - è stato detto pronti a collaborare a
fianco dei corpi istituzionali può ridurre i fattori di rischio.
Servizio RDC
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Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni • Lettere & Opinioni
BORTOLETTO PRESENTA OLGA, ELIO E MARIA ANGELO PRIORE, L’ULTIMA VITTIMA DELLA
Gentilissimo direttore,
STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA
vengo con questo mio scritto per informarla che mio
figlio Luigino sta in Italia e
l’ho mandato per fare una
visita al Giornale Il Cadore,
perché i miei scritti pubblicati mi hanno dato molta
soddisfazione; si figuri, dopo il ‘53 non ho più visto il
mio Cadore, quando sono
partito avevo 40 anni; si figuri, non mi sono dimenticato niente di là e sono contento che mio figlio, con lui
sta pure il figlio Rodrigo,
come persona assomiglia a
me solo che lui è avvocato
e io ero calzolaio.
Vorrei informarla che ieri
sono uscito dall’ospedale
per via di una ferita alla testa, ora sono in casa ma in
ospedale ho incontrato molta gente di origine italiana.
Io sono un tipo che parlo,
mi rendo simpatico pure ai
medici e infermiere e dicono che un paziente come
me dà allegria alle persone.
Le dirò che Luigino mi telefona da Ungheria, credo
che fra giorni sarà in Cadore, scusi il mio male scritto,
la catarratta mi…
Un forte abbraccio a lei e
al personale del giornale e
la ringrazio di tutto che ha
fatto per me. Un saluto al
sig. Emanuele De Polo,
Maria Coletti, Lidia Coletti
come pure alla Ciotti.
Questa fotografia è storica di Nebbiù. La prima è
Olga la mia sposa, suo fratello Elio, Maria sorella di
Olga; tanto Elio e Maria sono ancora vivi. Elio e Maria
sono arrivati in Brasile nel
1948, io con Olga nel 1953.
Sarà gradita alle cugine
della mia sposa, ai Pesta erbe di Nebbiù. Un abbraccio
e mille Grazie
Bortoletto Coletti
Londrina 15.5.2010
BRASILE
Caro Bortoletto,
ci saluti Elio e Maria e dica loro di scriverci, rinnovando così quell’affettuoso legame che proviene dalle comuni radici.
Auguri per i suoi acciacchi
che, vedo, non le tolgono il
buonumore, potendo contare su figli e nipoti, e pure su
questo giornale, che le ricorda tanti episodi e luoghi della sua giovinezza. E non si
crucci: il mondo ha avuto
bisogno anche di buoni calzolai. Se suo figlio Luigino
passerà a Pieve in Magnifica Comunità lo vedremo volentieri. Saluti.
NONNO BIAGIO E TANTI CACCIATORI
NEL SITO DI MASSIMO VECELLIO
Massimo Vecellio come
lo era suo padre e prima
ancora il nonno Biagio, è
un cacciatore della Riserva di Auronzo di Cadore,
ed ha trasferito la sua passione anche sul web. Infat-
ti già dal 2003 c'è un sito
www.auronzocaccia.com
che lui stesso ha creato
con molta pazienza e dedizione, raccogliendo un
vasto archivio di foto di
vecchi cacciatori scom-
parsi, numerose sono anche quelle dei soci attuali, una ricca descrizione
dettagliata della fauna
che vive nel territorio dal
capriolo al cervo, dal camoscio ai galli cedroni,
Era in viaggio verso il
suo Cadore, quel maledetto sabato 2 agosto
1980. Si trovava a Bologna proveniente da Messina e avrebbe dovuto salire su un treno per Mestre, ma c’era un’ora da
aspettare.
Angelo Priore, ventiseienne di Pelos, da due
anni era sposato con Elvira, una messinese, e
proprio nella città dello
stretto aveva aperto un
piccolo negozio di ottica.
Quel giorno coi suoceri
doveva raggiungere la
moglie e il figlioletto di
pochi mesi, già in vacanza a Vigo.
Aveva fretta Angelo di
riprendere quel viaggio e
non aveva voluto allontanarsi dal salone della biglietteria della stazione,
preferendo rimanere lì,
con tutti i bagagli, mentre i suoceri facevano un
giretto nelle vicinanze.
Il destino lo colse beffardo con quell’assurdo
scoppio, negandogli l’abbraccio della famiglia e
del paese e rendendo vana l’attesa del padre Celso, sceso a prenderlo con
l’auto a Mestre. La notizia si sparse rapida in
tutto l’Oltrepiave: Angelo
era tra i feriti gravi, sottoposto ad un delicatissimo intervento chirurgico
di quasi 5 ore all’ospeda-
le di Bellaria per lo sfondamento della base cranica ed altre lesioni provocate da schegge di vetro e di marmo, in particolare all’occhio sinistro.
I medici speravano e
ancor più i suoi compaesani: “Angelo ce la farà,
ha davanti a sé una vita,
ci sarà tempo di rifarsi”
dicevano in molti. Ed invece il giovane ottico non
ce la fece e se ne andò dopo 100 giorni di agonia,
proprio il giorno di S.
Martino, il giorno del
Santo della Pieve di Vigo.
Fu l’85a ed ultima vittima della strage infame.
La Giunta Comunale di
Vigo proclamò il lutto cittadino e assunse a proprio carico le spese funebri. I funerali furono celebrati nella Pievanale di
S. Martino, con la bara
portata a spalla dagli
amici coscritti.
Don Luigi Calvi, parroco di S. Bernardino,
Mons. Guglielmo Sagui,
Arcidiacono del Cadore, e
il Sindaco Silvio Piazza
ricordarono con commossi accenti la figura dello
scomparso,
esortando
l’intera comunità a stringersi attorno alla vedova
Elvira e al figlio Andrea,
ai genitori Celso ed Elsa.
Nell’agosto 2000, a
venti anni di distanza da
quel tragico avvenimen-
racconti di caccia e molto
altro.
I visitatori hanno superato ormai quota 41000,
molti di questi sono di altre provincie d'Italia ed
alcuni anche dall'estero,
tanto che ha voluto crea-
re una galleria di immagini con le foto di questi
cacciatori che provengono dall'Argentina, dalla
Nuova Zelanda dall'America, Spagna Austria Romania e Repubblica Ceka. Il sito, che è no-profit,
to, che rimane una ferita
aperta nella storia e nella civiltà del nostro Paese, il Comune di Vigo organizzò due serate in
onore e in memoria di
Angelo, con testimonianze di Emanuele D’Andrea
e Lucio Eicher Clere, i
canti e le poesie del
Gruppo Musicale di Costalta e un concerto d’organo nella pievanale di S.
Martino.
Oggi la memoria di Angelo è assicurata in un libro uscito nel 2005, “Gente d’Oltrepiave”, voluto
dagli amici di Vigo per ricordare quelle persone
che con il loro lavoro, sacrificio e solidarietà costituiscono un esempio e
una speranza per le nuove generazioni.
W.M - G.DD.
viene continuamente aggiornato sia come grafica
che di contenuti ed ora
ha anche una sua pagina
su facebook, una bella
soddisfazione per il cacciatore auronzano.
R. B.
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Lettere & opinioni • Lettere & opinioni • Lettere & opinioni
STELLA AL MERITO DEL LAVORO A FABRIZIO FORSE LA PACE, TRA REGOLA E
POCCHIESA MARIAN, A ANGELO DE MARCHI COMUNE DI S. PIETRO DI CADORE
Grande soddisfazione
per Fabrizio Pocchiesa Marian e Angelo De Marchi
che hanno ricevuto la Stella
al Merito del Lavoro lo
scorso 1° Maggio a Venezia, presso la Scuola San
Giovanni Evangelista a San
Polo. La motivazione è eloquente: per aver sempre
svolto il loro lavoro con il
massimo impegno, serietà,
integrità.
Fabrizio Pocchiesa Marian, ha collaborato con Safilo tra il 1972 ed il 2008. Ha
iniziato il suo percorso in
Azienda quale Impiegato
Tecnico, per divenire poi
Responsabile dell’Officina
e quindi Responsabile di
Produzione nella filiale
Americana. Rientrato in Italia è stato dapprima Responsabile di Produzione
dello Stabilimento di Calalzo di Cadore (BL), infine,
attesa la vasta esperienza
maturata non solo in ambi-
to produttivo, ma anche in
quello tecnico, è divenuto
Responsabile Generale delle Produzioni del Gruppo
sia per gli stabilimenti italiani che quelli esteri.
Angelo De Marchi ha lavorato in Safilo nel periodo
compreso tra il 1972 ed il
2008, nell’area Operation.
Negli anni ‘80 ha partecipato ai progetti che hanno
portato alla realizzazione
dei primi modelli leggeri e
all’impiego dell’acciao nell’occhialeria. Negli anni ‘90
ha lavorato per il Gruppo in
Giappone, dove ha approfondito le conoscenze relative alle tecnologie applicate al titanio. Sempre negli
anni ‘90 ha collaborato attivamente nell’avvio dello
Stabilimento di Longarone.
Successivamente è stato
Responsabile del Controllo
Accettazione dello Stabilimento di Longarone e
quindi referente per l’indu-
strializzazione dei nuovi
modelli in metallo e per
l’acquisto della componentistica e dei semilavorati
del Prodotto.
La prestigiosa onorificenza (istituita nel 1967 e conferita dal Presidente della Repubblica) viene concessa ai
lavoratori dipendenti che si
siano particolarmente distinti per meriti di perizia,
laboriosità e buona condotta morale; abbiano con innovazioni migliorato l’efficienza degli strumenti e dei metodi di lavorazione; abbiano
contribuito in modo originale al perfezionamento delle
misure di sicurezza del lavoro e si siano prodigati per
istruire e preparare le nuove generazioni nell’attività
professionale.
A Fabrizio Marian e a Angelo (nella foto con il Cav.
Vittorio Tabacchi) le congratulazioni dei colleghi di
lavoro e degli amici.
In relazione all’articolo
apparso nel n. maggio 2010,
dal titolo “finalmente pace
tra Regola e comune”.
Senza ipocrisia o falsa
modestia, rivendico l’esito
della sentenza I° Grado del
Tribunale di Belluno e l’esito finale “Accordo Conciliativo” alla caparbietà dell’Amministrazione e dei Regolieri di S. Pietro, alla lodevole capacità e perizia del signor Pellizzaroli Eugenio
(Segretario di questa Regola) nel ricercare e mettere
assieme tutti i documenti
storici che ha portato il Giudice ad affermare che i beni
rivendicati sono delle Regole. Nonché al mitico prof.
Germanò nostro consulente e all’allora giovanissimo
Presidente di questa Regola
Dino De Betta.
Tutti quelli che ora starnazzano a destra e manca e
che si auto incoronano per
meriti che non hanno, sono
rimasti alla finestra ad attendere l’esito, se andava male
la colpa era di Zampol, è andata bene, il merito è loro.
Il sottoscritto sa che in
questa vicenda deve ringra-
ziare esclusivamente ai su
citati prof. Germanò, Pellizzaroli e De Betta e non certo a altri colleghi e tanto meno ai pubblici amministratori che in questi anni si sono
avvicendati alla guida del
comune. Né ai primi, né tantomeno all’attuale sindaco
che, non dimentichiamoci,
ha ricorso in Appello contro
la sentenza di I° grado con
la banale scusa di fantomatiche denunce, ma pur sollecitato non è mai stato in grado di dire quale legge lo ha
obbligato al ricorso.
Preciso che, a mio avviso,
le opposizioni si sarebbero
comportate anche peggio.
La nota dolente è che questa era l’occasione buona
per... porre fine a tutte le
questioni, rimangono invece diverse questioni irrisolte - strade fabbricati ecc.
che dai pensieri fin qui
espressi dal sindaco non
fanno presagire a nulla di
buono. Prevarrà il buon.
senso o ancora una volta dovremmo rivolgerci ai giudici per avere ciò che è nostro???
Con le attuali amministra-
zioni regoliere la causa non
sarebbe mai iniziata ed il comune si sarebbe potuto tenere tutto. Detesto la bugia.
Le elezioni sono lontane
ma, per qualcuno la campagna elettorale è già iniziata
e a questi consiglio di basare le proprie candidature su
fatti reali e a non autolodarsi o autoincoronarsi per cose inesistenti. In me troverebbero un acerrimo nemico.
Sergio Zampol
Capo Regola
S. Pietro di C. 26.5.2010
Comprendiamo da questa
lettera che non tutto è definito nella vertenza che ha
opposto per quasi vent’anni
le quattro Regole del territorio al Comune di S. Pietro
di Cadore. Anche il nostro
articolista, pur esprimendo
soddisfazione per l’accordo
raggiunto a Venezia davanti al Presidente della Corte
d’Appello dagli avvocati delle Regole e del Comune (nella foto), lasciava intendere
che rimanevano questioni
aperte.
L’auspicio è che prevalga
il senso della comunità.
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Lettere & opinioni • Lettere & opinioni • Lettere & opinioni
UTILE E CORRETTO UN REFERENDUM
SULLA GESTIONE DELLA NOSTRA ACQUA
Cʼè la possibilità di recarsi presso i Comuni per firmare
In tutto il Cadore circa
un lustro fa abbiamo assistito a dei pubblici dibattiti
e a delle appassionate discussioni tra la cittadinanza
su questo argomento. Allora, a seguito dell’applicazione della legge “Galli” del
18/05/1989 n. 183 furono
costituiti gli A.T.O. e successivamente la società
G.s.p. S.p.A. BIM con sede
in Belluno, alla quale fu affidata la gestione del servizio idrico integrato come
previsto dalla normativa. A
detta impresa di diritto privato fu conferita la gestione
in monte degli acquedotti,
delle reti fognarie e degli
impianti di depurazione dei
reflui di quasi l’intero nostro territorio.
Servizi che da tempo immemorabile da noi erano in
gestione pubblica ai rispettivi Comuni o ad altri enti
territoriali. In alcune località del Cadore ed in tutto il
Comelico molti acquedotti
furono costruiti a partire
dagli anni Venti/Trenta e
con una particolare accelerazione nel primo dopoguerra e negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso con i soldi delle
Regole o Frazioni (allora
enti di diritto pubblico).
In questi paesi lo sbigottimento della popolazione
fu ancora più grande, in
quanto non si riusciva a capire la motivazione per la
quale delle opere interamente pagate coi denari
della comunità locale finissero in gestione ad una
S.p.A, senza alcuna contropartita ai costruttori degli
acquedotti, anche se i soci
di questa impresa erano e
sono i Comuni. Questa decisione calata dall’alto a seguito delle proteste della
gente ha avuto una deroga,
tanto è vero che i Comuni
con una popolazione inferiore ai mille abitanti hanno potuto ripristinare questi servizi con la gestione a
mezzo ente pubblico.
Oggi, su iniziativa di alcuni movimenti vicini alla cittadinanza c’è la possibilità
di avviare l’iter referendario
di modo che siano gli utenti
in prima persona ad esprimersi su chi debba gestire
la “nostra” acqua, senza dipendere da deleghe in bianco conferite alla classe politica. Dunque, quale strumento più democratico del
referendum (abbondantemente usato nella vicina
Svizzera su molte questioni) per far decidere ai diretti
interessati quale sia la soluzione migliore da adottare.
Pertanto, anche noi cadorini abbiamo la possibilità di
recarci presso i municipi a
firmare la richiesta di referendum e poi quando lo
stesso sarà indetto, non
dobbiamo disertare i seggi,
ma esprimere la nostra scelta: dovrà essere il privato o
l’ente pubblico ad occuparsi
della gestione di questa importantissima risorsa che
madre natura ci ha così abbondantemente fornito? Mi
si obbietterà che se passa la
proposta referendaria verrà
abolita la tariffa e reintrodotta la tassa comunale per
consumo acqua, quindi non
ci saranno più a disposizione le risorse economiche
per fare gli investimenti ne-
cessari all’ammodernamento e completamento delle
infrastrutture. Naturalmente il comitato promotore è
portatore di tesi ed analisi
del problema completamente diverse, allo stato non mi
sembra importante approfondire le diverse posizioni.
Viceversa, mi sembra utile
e corretto evidenziare che
in questa materia così delicata che tocca la vita ed il
portafoglio delle nostre famiglie, un’iniziativa che
chiama la gente ad esprimere le loro scelte in prima
persona è un atto eticamente corretto e altamente democratico.
Sentiamo spesso parlare
di “indipendenza ” per la
specificità della provincia
di Belluno; ovvero tutti vorremmo che le decisioni che
riguardano la nostra terra
ed il nostro modo di vivere
fossero prese in sede locale. Ebbene, a me sembra
che la possibilità che in
questo caso ci viene data di
pronunciarci nel merito di
questo fondamentale argomento, che è si materia di
interesse e competenza nazionale, però con implicazioni dirette anche per il
Cadore, non sia un’ azione
secondaria dell’ autonomia
decisionale dei cittadini.
Anzi, sia una solenne e definitiva indicazione popolare
sulla gestione dell’acqua
della nostra montagna che
assieme al legname dei nostri boschi possiamo senza
dubbio considerare le due
principali ricchezze del nostro territorio.
Gian Antonio
Casanova Fuga
VICO CALABR0ʼ A SAN VITO - DA VECCHI
APPUNTI RITROVATI IN UN CASSETTO
In un cassetto ho ritrovato degli appunti scritti tempo addietro e da questi ho
ricavato quanto segue. Storia vera.
Correva l’anno 2008, ed
era il tre di marzo. Nella sede della Comunità Montana
a Borca di Cadore, una ventina di ragazze e ragazzi della quinta classe della Scuola
Primaria di San Vito, venne
per vedere ed ammirare l’affresco di Vico Calabrò che
occupa per intero tutta un’enorme parete. Erano accompagnati da una giovane
maestra che, a dire la verità,
sembrava piuttosto spaesata.
Un paio di giorni prima,
parlando di questa iniziativa, il Sindaco di San Vito mi
aveva chiesto: “E se provassi ad invitare Vico?”
Con un sorriso ironico gli
avevo risposto: “Tentar non
nuoce!”
E quella mattina, proveniente chissà da dove, Vico
era presente. Per fortuna ho
registrato tutto quello che
ha detto e spiegato ai ragazzi. Trascorremmo un’ora e
mezza deliziose.
Ma questo non centra con
quello che volevo scrivere.
Ad un certo punto Vico si
avvicinò alla maestrina che
sedeva in un angolo senza
fiatare:
“Signorina, posso chiederle da dove viene?”
-Vengo dalla Sicilia-.
“Anche mio padre era siciliano, da quanto tempo vive a San Vito?”
- Da più di due mesi - …
“Posso chiederle come si
chiama?”
- Il mio nome è Bianca Allora Vico prese dalla tasca della sua giacca un cartoncino bianco; con un tratto deciso di penna delineò i
lineamenti della maestra
con al centro una bella rosa.
Prima di porgerle il cartoncino vi scrisse: Alla maestra Bianca con simpatia. Vico
Ricordo una mano tremante che riceve l’omaggio
dell’artista e ricordo anche
la maestrina che subito dopo, quando Vico si era voltato, con un fazzoletto di carta
si asciugava una lacrimuccia che era spuntata dai suoi
occhi.
Questo è Vico!
Piero De Ghetto
Borca di Cadore
LA “RÌGINA”, UN RACCONTO DI ALDO DE VIDAL
Caro Direttore,
mi piacerebbe che riproponesse sul mensile il racconto “La Rìgina” scritto dal
pittore e poeta Aldo De Vidal. Saluti
G. D.V.
Quella domenica la trascorsi quasi tutta con mio padre. Mi ero accorto che mio
padre quel giorno aveva
qualcosa da dirmi, qualcosa
ovviamente d’interessante,
ed era anche un po’ agitato rispetto alla sua fiemma diciamo un po’ nordica. Venne la
sera e per cena mia madre
aveva preparato la
minestra di fagioli
che aveva bollito
dalle una alle sei
afuoco lento e mia
madre per questo
si meritava davvero un bel medaglione. Mio padre
era sempre un po’
buio in volto.
Domani vieni
con mè alla rìgina? Sai è meglio
imparare a fare di
tutto, certo bisogna avere anche
un po’ di coraggio, non si sa mai
nella vita... I «grife» sono pronti
ben appuntiti mancano però
le cinghie, perché i «grife»
devono essere legati bene.
Mi detti subito da fare per
trovare le cinghie, girai tutta
la casa, arrivai anche in soffitta forse chissà mio nonno...
Da una trave penzolava un filo di ferro, pensai subito che
poteva sostituire le cinghie.
Mi accorsi però che il filo
di ferro sosteneva uno sbalzo
in rame raffigurante una immagine sacra, almeno quella
doveva essere l’intenzione
dell’autore.
Mentre pensavo a quell’immagine, corsi in cantina sempre alla ricerca, abbandonai
il filo di ferro e lo sostituii
con della corda di canapa
molto forte.
Partimmo all’alba pieni di
attrezzi. L’alba ti dava coraggio, è un’ora magica che ti da
la carica, perfino i pettirossi
che danzavano davanti a noi
erano allegri e salutavano
con gioia il nuovo giorno con
gli amici boscaioli. Salendo,
il sentiero sifaceva sempre
più ripido ed entravamo nel
bosco. più fitto, più misterioso, più profumato. Il bosco di
abete bianco.
Mi voltai per vedere mio
padre e vidi vicinissimo un
piccolo capriolo che mi se-
guiva, forse cercava protezione, oppure sentiva l’odore
del pane di segala che portavo nel mio sacco?
Allungai il passo perché
sentivo dall’alto le voci concitate degli altri boscaioli, che
già lavoravano per avvicinare
i tronchi alla «rìgina» formando così una piccola stazione di partenza. In quel
momento mi sentivo un piccolo guerriero che andava
verso il battesimo del fuoco.
Mio padre chiamò il carga» e
i primi. bolidi incominciarono a passare veloci, quelli più
corti filavano meglio. Dopo
un po’ la «posta» più bassa
chiedeva acqua perché in
quel punto la «rìgina» era
piatta e qualche tronco sifermava. Toccava a me portare
l’acqua, ero i1 più giovane.
L’acqua gelava subito, anche
se qualche raggio di sole filtrava tra le fronde degli abeti.
Eravamo sempre sottozero.
Tornai alla mia «posta»
con mio padre; poi mio padre
mi chiese il permesso di andare lassù dietro un cespuglio e mi disse, ‘attento alla
curva nord è la più pericolosa.
Passò qualche minuto e un
tronco fischiò come una saetta, proprio alla curva nord
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Giovani
LAUREE
I Consigli Comunali dei Ragazzi di S. Stefano, Lozzo e Follina
guardano al futuro - Iniziativa del Centro Comprensivo di Auronzo
SCAMBIO DI ESPERIENZE A MISURINA
Un’ interessante giornata di studio rivolta ai Consigli Comunali
dei Ragazzi (CCR) di Santo Stefano di Cadore, Lozzo di Cadore e di
Follina ( TV) si è svolta lo scorso
26 aprile a Misurina di Auronzo.
La buona riuscita dell’iniziativa è
La giornata, promossa dall’Istituto Comprensivo di Auronzo di
Cadore, si è articolata in più momenti:
Di buona mattina c’è stata la presentazione del programma e degli
accompagnatori del Corpo Fore-
La giornata di studio è stata possibile
grazie allʼapporto dellʼIstituto Pio XII,
del Corpo Forestale dello Stato,
dellʼazienda agrituristica Malga Misurina
stata possibile grazie alla collaborazione dell’Istituto Pio XII di Parma, centro di diagnosi, cura e riabilitazione dell'asma infantile,
che ha messo a disposizione la
struttura per l’ospitalità dei ragazzi; al Corpo Forestale dello Stato,
Comando di Auronzo, che ha accompagnato i ragazzi in una escursione guidata sul tema dell’ambiente alpino e di come fare a viverlo in sicurezza; all’Azienda agrituristica “Malga Misurina”, che ha
permesso ai ragazzi di conoscere
le fasi della lavorazione del latte e
ha messo a disposizione la sua
struttura perché potessero avere
un incontro ravvicinato con gli animali che vengono allevati in montagna.
stale dello Stato a cui sono seguiti i
saluti del Sindaco di Lozzo di Cadore che nel suo inter vento ha
messo in evidenza l’importanza
dei Consigli Comunali dei Ragazzi
come significativa esperienza formativa e di educazione alla Costituzione e alla cittadinanza “sul
campo” (educazione civica, si diceva un tempo) e l’importanza di
questo incontro che apre i confini
del Cadore e permette un utile
confronto di esperienze con persone di altri territori.
La mattinata è trascorsa seguendo un percorso al limitare del bosco ed ascoltando le spiegazioni degli esperti del Corpo Forestale dello Stato di Auronzo che hanno parlato ai ragazzi ed ai loro accompa-
gnatori delle varie caratteristiche
della vegetazione alpina con molti
riferimenti alla fauna. La squadra
del soccorso alpino del CFS ha informato sul modo di avvicinarsi alla
montagna in sicurezza evidenziando i rischi che si possono correre
ed illustrando il ruolo del Soccorso
Alpino. A questo proposito i ragazzi
hanno potuto assistere con grande
interesse ed emozione ad una dimostrazione di ricerca di persone
con l’uso del cane, un bel esemplare di pastore tedesco addestrato
dall’istruttore del CFS.
Dopo il pranzo e una pausa utile
per migliorare la conoscenza reciproca i ragazzi sono stati accompagnati alla Malga Misurina dove
hanno potuto assistere alla lavorazione del latte e muoversi liberamente per la stalla e le zone limitrofe a contatto con gli animali.
Verso sera, nella sala riunioni
dell’Istituto Pio XII i ragazzi dei
consigli comunali assieme ai ragazzi ospiti dell’Istituto, si sono riuniti per discutere della loro esperienza alla presenza dei sindaci di
Santo Stefano di Cadore Alessandra Buzzo, di Follina Renzo Tonin
e del vicesindaco e assessore alla
cultura del Comune di Cison di
Valmarino Loris Perenzin. Ogni
Sindaco dei ragazzi ha illustrato
l’organizzazione del suo Consiglio
e le iniziative portate avanti in questi anni. Importanti sono stati gli
interventi dei consiglieri dei ragazzi presenti e degli insegnanti accompagnatori che hanno permesso lo sviluppo di un dibattito approfondito ed interessante, utile per i
contenuti di idee che si sono travasate da un consiglio all’altro. Ha
colpito la serietà e l’autorevolezza
con cui i ragazzi hanno dibattuto
gli argomenti di volta in volta affrontati tra loro e con gli adulti presenti I Sindaci degli adulti hanno
ascoltato con attenzione, chiesto,
risposto, proposto, partecipato alla
discussione.
prof. Piermario Fop
Collaboratore Vicario
Istituto Comprensivo di Auronzo
uscì di pista infilandosi no alle radici. Intanto mio pa- ma proprio in quell’attimo un na». Feci appena in tempo a
in un forcello di un vecchio dre mi aveva raggiunto.
tronco molto liscio d’abete tirarmi in dietro che il tronco
lance, facendolo tremare fiTutto bene, sì tutto bene, bianco, fece tremare la «rìgi- si schiantava contro uno
Luca Lorenzini di Selva di Cadore si è laureato
presso l’Università degli
Studi di Genova in Lettere
e Filosofia, corso di laurea
specialistica in sistemi informativi, discutendo la
tesi: “RTE natura 200; il
caso del SIC monte Pelmo,
Mondeval e Formin”.
Congratulazioni vivissime dai genitori, dal fratello e da tutti gli amici.
Andrea Sala di San Vito di Cadore si è laureato
in Economia all’Università telematica internazionale Uninettuno di Roma,
discutendo la tesi: “L’istituto della cooperazione. Il
caso particolare della cooperativa di consumo di
San Vito di Cadore”.
Andrea Sala, sposato
con due figli, è un albergatore non più giovanissimo che ha conseguito il titolo impegnandosi a fondo e sacrificando il proprio tempo libero per lo
studio.
Felicitazioni.
I LETTORI che intendono partecipare alla
vita del nostro storico mensile con lettere, articoli, racconti, foto, possono indirizzare a:
REDAZIONE IL CADORE
Magnifica Comunità
Piazza Tiziano
32044 PIEVE DI CADORE
oppure inviare una
E-MAIL al direttore
[email protected]
spuntone di roccia, aprendosi in due. La «rìgina» si coprì
di scheggie e mio padre dette il «bauf». Poco dopo ricominciò la sarabanda e nel
frattempo andai a vedere come mai il tronco si era spezzato in due (il tronco era gelato). Nel mezzo del tronco
una bellissima macchia colorata che sanguinava resina e
microrganismi, mi lasciò
perplesso. Incominciai a filosofare.
Era mezzogiorno e un pettirosso ci aspettava, danzando sul mio tascapane.
ALDO DE VIDAL
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P
ubblichiamo la prima delle due puntate dedicate ai
ricordi di Guido Buzzo sulla II guerra mondiale.
Recentemente a Guido Buzzo è stata conferita dall’Ordine dei Giornalisti del Veneto la medaglia d’argento in
occasione dei 30 anni dall’iscrizione all’elenco dei pubblicisti. In verità l’amico Guido è sulla breccia almeno da 54
anni, se si controlla la data del tesserino di corrispondente de “La Gazzetta dello Sport” con la quale ha incominciato a collaborare nel dicembre 1956, ma si arriva a 59
tenendo conto che ha iniziato a collaborare a “Il Gazzettino” ancora nel 1951. E’ tuttora prezioso collaboratore de
“Il Comelico”, “Sote le Crode” e “L'Amico del Popolo”,
oltre che naturalmente del nostro giornale.
Per 7 anni è stato responsabile dell’ufficio stampa dell'Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo Val Comelico
ed è autore di svariate pubblicazioni, tra cui ricordiamo:
“Profilo di Germano De Zolt, di Campolongo, volontario
alpino del Cadore”, “Novelle africane”, “Poesie e dizionario del dialetto ladino di Campolongo” (per le illustrazioni), “Guida di Santo Stefano di Cadore”, “Lo sport nel Comelico”, “Guida storico-artistica della chiesa pievanale di
Santo Stefano” (tradotta anche in tedesco), “Aurelio De
Zolt nella Prima spedizione italiana sull’Everest”. Ha collaborato anche, per i disegni, con Giovanni Fontana nel
volume “Notizie Storiche del Comelico e Sappada”.
Guido però non si è fatto onore solamente nel campo
della cultura e del giornalismo, ma è stato anche Sindaco
di S. Stefano, mentre nel campo del sociale da decenni
coopera con l’A.N.A. “Cadore” ed è tra gli organizzatori
di importanti manifestazioni, oltre che ideatore, ancora
negli anni ’70, del prestigioso “Riconoscimento di Merito
A.N.A. Cadore”. Ma soprattutto Guido rimane un importante punto di riferimento per tutti coloro che si occupano di cultura cadorina o semplicemente amano la storia
del Cadore.
(w.m.-g.d.d.)
a mia famiglia non era
manifestamente fasciL
sta; naturalmente io, che
nel 1943 avevo 10 anni, partecipavo alle varie manifestazioni che si tenevano
nell’ambito scolastico.
ORGOGLIO DA BALILLA
Ero un “Balilla” e mi piaceva avere la divisa in ordine con il fazzoletto azzurro
a girocollo, fermato sul davanti con un anello. Ammiravo i più grandi, i “Balilla
Moschettieri” e gli “Avanguardisti” che al sabato
marciavano in via 6 novembre presso la caserma dei
Vigili del Fuoco. Da una
cartolina a colori avevo ritagliato la testa del Duce con
il berretto militare a visiera.
Un giorno mio zio Gerardo
da Auronzo (Benigno Gerardo Zandonella) venne a
trovarci e sbirciando dalla
finestra della cucina vide la
testa del Duce e disse,
scuotendo la testa: “Quello
lassù…!”. Capii così che
non era un simpatizzante e
che il Duce non gli piaceva.
Io, un ragazzino, all’oscuro
delle realtà politiche, rimasi
molto colpito e turbato perché credevo di aver fatto
bene ad esporre quella immagine.
Durante il ventennio, tra
il 1929 e il 1930, mio padre
aveva costruito la nuova casa in via Udine. Su queste
nuove abitazioni era d’obbligo applicare nel muro il
fascio littorio in bronzo, a
lato o sopra il portone d’ingresso.
CADE IL FASCISMO
ESULTANZA E TIMORI
Il 25 luglio 1943, giorno
della caduta del fascismo,
avvertii una certa agitazione nella gente, quindi giunse presso la nostra casa un
certo Attilio Buzzo “Titella”
con in mano un grosso martello ed uno scalpello e, tutto euforico, salì su una scaletta che si portava appresso, quindi con alcuni colpi
ben assestati fece cadere a
terra il fascio di bronzo che
rotolò nella polvere. Così
avvenne per altre abitazioni
ed il riquadro rettangolare
con il segno del fascio rimasero a lungo su tutti questi
muri. Io ero esterrefatto,
perché a noi ragazzini le
scritte sui muri con la firma
di Mussolini ed i fasci in
bronzo piacevano e suscitavano orgoglio per la patria.
Arrivò l’8 settembre. L’avvenimento fu salutato con
manifestazioni di incredulità
ed esultanza, ma anche con
preoccupazioni e timori.
Molti pensavano che la
guerra ed i bombardamenti
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Dalla caduta del fascismo alla lotta di liberazione
frammenti di storia vissuti in Comelico da Guido Buzzo
QUEI RICORDI DI FINE GUERRA
Lʼ8 settembre 1943
salutato a S.Stefano
con manifestazioni
dʼincredulità
e dʼesultanza,
ma pure con
preoccupazione
Arrivano i tedeschi
Le donne di
Campolongo
assaltano il
magazzino del sale
Guido Buzzo con la madre
Angela De Mattia e fratello
sarebbero finiti, altri percepivano che il calvario invece
sarebbe stato ancora lungo,
perché l’ex alleato tedesco
avrebbe reagito con qualsiasi mezzo. A S. Stefano il presidio militare si era disciolto, era rimasto solamente il
Maggiore Comandante, il
Col. Domenico Nicosia, un
siciliano, che con il Podestà
Giovanni Fontana l’11 settembre andò incontro ai primi ufficiali tedeschi.
Anche S. Stefano fu presidiato dai militari tedeschi, il
comando era presso l’albergo Kratter e gli uffici nella
scuola elementare “Principi
di Piemonte”. Tutte le strade attorno erano sbarrate
con del filo spinato e la sera
gli accessi venivano bloccati
con dei cavalli di frisia e con
delle gabbie di reticolato. Io
vedevo quelli in via Udine
presso la chiesa. A Transacqua, in un lungo capannone
dell’esercito italiano, dove
durante i vari campi estivi o
invernali gli alpini alloggiavano i muli, i tedeschi acquartierarono un reparto di
cavalli con i serventi che
dormivano nel sottotetto. Lì
vicino c’era il fienile di mio
nonno, Tita de Mattia, così
io andavo a vedere i cavalli e
un militare tedesco, molto
grande di statura, vedendomi spesso, mi aveva preso in
simpatia; così, visto che
ogni giorno agli animali veniva fatto fare il giro del paese, mi metteva in groppa al
suo cavallo per un bel tratto.
Naturalmente io ero felice
di ciò. Anche altri paesani
strinsero amicizia con gli occupanti, tanto che si raccontava, tra stupore e meraviglia, che in certe case si tenevano delle festicciole con
graduati e soldati tedeschi.
Finita la guerra vidi alcune
signorine con i capelli tagliati a zero, ma allora non capivo il perché.
Ero amico dei figli di Ciani Speri, Raffaele e Pieri.
Un giorno in casa Ciani, in
via Udine a fianco della canonica, mentre giocavamo
assieme, scendemmo di
corsa le scale della cantina
e lì, nella penombra c’era
un uomo seduto con la testa accostata, direi attaccata, ad una vecchia radio.
Era il sig. Ciani che ascoltava comunicati radio. I miei
amici mi raccomandarono
di non dire niente a nessuno di quello che avevo visto. Finita la guerra venni a
sapere che Speri Ciani era
l’unico a S. Stefano che in
gran segreto ascoltava Radio Londra, con grande rischio visto che il comando
tedesco era nelle vicinanze.
RASTRELLAMENTI E
PERQUISIZIONI
Adiacente alla borgata di
Transacqua c’è la località di
“Navare” con un solo fienile
con annessa abitazione, nella quale viveva Paolo Menia, mutilato della guerra
1915-18, che con grande sacrificio si procurava da vivere curando e sfalciando la
vasta ed erta prateria antistante. Il 5 luglio 1944 fu
trovato morto, ucciso per
poche lire e un po’ di formaggio da un giovane di 24
anni, Florindo Pomarè, che
abitava al “Cunettone” di
Campolongo. Ricordo l’agitazione della gente soprattutto il 7 luglio, quando il
Pomarè fu portato dietro il
cimitero e il Pievano don
Nicolò Bortolot lo confessò
e gli diede gli Oli Santi prima che dei partigiani carnici lo uccidessero di
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l trenino delle Dolomiti
evoca ancor oggi in
I
molti struggenti nostalgie,
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Fin dal 1800 le vie di comunicazione a cavallo
dellʼAmpezzano rivestivano una marcata valenza militare
intrise di atmosfere quasi
bucoliche, con il ricordo di
un convoglio quasi a misura di ambiente, integrato
addirittura in esso, senza
impatti e senza offese alla
natura e agli uomini. Rispetto e pace insomma,
nell’ideale ancora credibile
di un progresso saggio e
mai invadente. Eppure non
è proprio così. Sappiamo
bene che quella linea distesa a cavallo dell’Ampezzano, nei suoi progetti via via
concepiti a partire dall’800,
rivestiva, sia da parte italiana che austriaca, una marcata valenza militare e dell’importanza strategica e
tattica della ferrovia parlano gli stessi avvenimenti
della Grande Guerra in Cadore. Tra il 1915 e il 917 la
stazione di Calalzo e lo
spezzone di linea realizzato
fino Zuel costituirono una
specie di cordone ombelicale per l’intero fronte dolomitico e nei drammatici
eventi seguiti a Caporetto
dei vagoni a Peaio finirono
addirittura nella scarpata
ad opera dei nostri soldati
in ritirata.
Ma ci sono pure episodi
non troppo noti che videro
il pacifico trenino trasformarsi in temibile macchina
di guerra e ciò avvenne nel
1944 ad opera dell’esercito
tedesco, che, non contento
di utilizzarlo come mezzo
di trasporto e stanco dei
continui sabotaggi ed attacchi ai convogli ad opera dei
partigiani della “Calvi”, ebbe la bella pensata di blindarlo ed armarlo.
Così il 10 ottobre di quell’anno, mentre la zona sopra Vinigo e Venas veniva
sottoposta a metodico rastrellamento, da Cortina
giunsero alle prime luci
dell’alba circa 200 militi tra
“SS” e “Lanwacht” a bordo
di un treno davvero nuovo
e speciale, armato con mitragliere, che si fermò a
Cancia, proprio sul curvone che è sopra la casa di Tita Sala. Si trattava di una
sorta di convoglio corazzato allestito in fretta dalla
Gendarmeria
cortinese
con l’utilizzo delle porte in
lamiera di alcuni fortini dismessi della “Linea Littorio”: queste, fissate sui
frontali e sui lati di alcuni
carri merci, riuscivano in
effetti a dare sufficiente
protezione dalle armi da
fuoco in caso di imboscata,
ma il tutto poteva anche
trasformarsi in una trappola mortale, giacché sareb-
be bastata una raffica di mitra a un isolatore della linea
aerea per mandare “a massa” la stessa e bloccare locomotore e vagoni.
I tedeschi, in possesso di
precise carte topografiche,
sapevano che proprio da
quel punto partiva una rotabile che saliva verso la
zona dell’attuale villaggio
“Agip” e che si innestava
su una vecchia mulattiera
militare della Grande Guerra. Questa saliva fin sopra
Vinigo, a Pian de Sadorno,
dove si erano rifugiati i resti del Battaglione “Bepi
Stris”, circa 40 uomini, comandati da Tita Sala “Celso”, tutti stipati in un fienile. Da Borca partirono subito delle staffette partigiane, che in bicicletta si por-
tarono a Vodo e a Peaio e
quindi a Vinigo, per avvertire del pericolo incombente. Anche per l’inter vento
della maestra Letizia Siragna in Perini, che insegnava a Borca e veniva a scongiurare di non offrire ai tedeschi il pretesto di incendiare Vinigo, già andato distrutto dal fuoco nel 1940,
Tita diede l’ordine di ritirarsi verso Forcella Antracisa.
Già il 9 settembre era
stato fatto saltare il ponte
“di Rugnan”, presso Vallesina, tra Venas e Peaio ad
opera di una squadra comandata sempre da Tita
Sala e secondo la “Relazione ufficiale della Calvi”
l’interruzione ferroviaria
sarebbe durata per due me-
si. Nella stessa occasione
un’altra squadra, con Loris
Frescura “Folgore” di Domegge, voleva far saltare
anche il ponte ferroviario
sul torrente Vallesina, sopra l’omonimo paese, ma il
tentativo andò a vuoto.
Il 17 febbraio 1945 alcuni
caccia alleati avvistarono
un treno merci che viaggiava da “Cimabanche” verso
Ospitale e calarono ripetutamente a mitragliarlo:
macchinista e ferrovieri si
salvarono miracolosamente fermando il treno e buttandosi nella spessa coltre
di neve a fianco della linea.
Si lamentò solo il ferimento
superficiale di due persone, nonché una tremenda
scossa patita dal capotreno
di un altro convoglio fermo
nascosto dai tedeschi.
Un giorno mi alzo e sento
dagli adulti che il paese è
circondato dai tedeschi. Io,
che abitavo in borgata
“Tamber”, notai i soldati sopra le case in località “Le Rive”. Questo accerchiamento del paese doveva impedire la fuga degli uomini e dei
giovani. Infatti molti furono
fermati e concentrati per diversi giorni presso il cinema “Piave”. Alcuni finirono
nei campi di concentramento di Bolzano o in Germania. Nello stesso tempo soldati tedeschi, a gruppi di 3,
perquisivano le case. Nella
mia visitarono tutte le stanze e io li seguivo. In camera
mia uno aprì il cassetto del
tavolino che era pieno di libri. Mi chiese se erano miei
ed io risposi di sì, lui annuì.
Poi aprì l’armadio dove c’erano i vestiti di mio padre,
prese una manica e mi chiese dov’era. Io gli risposi che
si trovava lontano al lavoro.
Detto questo, finirono il
controllo e se ne andarono.
Ricordo anche un giovane repubblichino di “Tamber”, Claudio Zandegiacomo. Noi ragazzi l’ammiravamo, perché arrivava in divisa con un cane pastore tedesco.
UNA CELLULA SEGRETA
A CAMPOLONGO
A Campolongo trovò sede una cellula dei ser vizi
segreti U.S.A. presso la ca-
sa Pomarè adibita a negozio di coloniali, in via Nazionale. Era lì che il capitano
Steve Hall, un eroe, incontrava i capi partigiani e il
Podestà di S. Stefano, Giovanni Fontana, chiamato
“Né”. Il “Né” veniva prelevato a S. Stefano con l’interprete Sergio Kratter, giovane studente di ragioneria, e
portato a Campolongo per
parlare con i capi partigiani
del Comelico, del Cadore e
della Carnia, presente l’ufficiale americano. Il tutto in
assoluto segreto, senza suscitare sospetti tra i tedeschi alloggiati proprio nell’albergo dei genitori di Sergio.
VITA IN PAESE
Ricordo gli uomini che
ogni giorno si presentavano ai tedeschi che li impiegavano nei lavori di fortificazione con la TODT. Questi lavori venivano fatti affinché gli uomini fossero
impegnati e non aderissero
al movimento partigiano.
Fu spianata la località di
“Baiarde” che durante la
prima guerra mondiale era
stata adibita a cimitero militare. Ebbi modo di vedere il
cantiere dove molti uomini
con badili, picconi e carriole si muovevano come delle
formiche sotto la vigilanza
armata dei tedeschi. Ne
uscì una bella spianata, che
nel 1946 fu attrezzata a
campo da calcio a cura del
Club Sportivo “Piave”, di S.
Stefano di Cadore. Questo
fu il primo campo da calcio
del Comelico.
Di quel periodo un fatto
mi rimase impresso nella
mente. La gente non aveva
il sale che era razionato e
destinato prima ai tedeschi
che alla popolazione. A S.
Stefano c’era il magazzino
dei Monopoli di Stato, condotto dal signor Franci. Un
giorno vidi un corteo di
donne di Campolongo piuttosto agitate che, armate di
bastoni, si portarono presso il robusto portone del
Monopolio. Volevano entrare, ma il magazziniere non
le lasciava. Allora le donne
presero un tronco d’abete e
assieme, a comando, usandolo come un ariete, iniziarono a colpire il portone.
Ad un certo punto il Franci
aprì, ma una donna armata
QUANDO IL TRENINO DELLE DOLOMITI
ENTRO’ IN GUERRA
Tra il 1915-17 fu costruito uno spezzone di
linea dalla stazione di Calalzo verso il fronte
Treno a Carbonin in Ampezzo
Nellʼottobre 1944 Truppe tedesche nel 1943
i tedeschi allestirono a Cortina un convoglio blindato
per combattere i partigiani in Val Boite, con poco esito
di Walter Musizza
Giovanni De Donà
alla stazione di “Sorgenti”
ed investito dalla corrente
a causa di un filo della linea
telefonica. Racconta Evaldo Gaspari (“Ferrovia delle
Dolomiti”, Bolzano, 1994)
che un filo della linea telefonica tranciato da un
proiettile si era posato sulla
linea di contatto, facendo
scattare l’interruttore automatico in sottostazione.
Poiché il treno era immobilizzato, si fece il tentativo di
telefonare e durante una
delle prove di ripristino
dell’alimentazione l’alta
tensione fu immessa per
contatto accidentale sulla
linea telefonica, causando
la scossa. Il locomotore fu
poi trainato fino a Cortina e
il giorno seguente il cortinese Enrico Lacedelli salì
sul tetto del locomotore ricoverato in rimessa per
constatare i danni, pensando che il filo di contatto
non fosse sotto tensione.
Lo toccò quindi sbadatamente, venne scaraventato
a terra dalla scarica e morì
sbattendo il capo sugli ingranaggi di una binda.
Viva impressione destò
pure un altro sabotaggio alla linea fra Cortina e Acquabona il 23 aprile 1945.
Nella notte erano state tolte molte viti che fissavano i
binari e finì col deragliare
un convoglio della Croce
Rossa che trasportava feriti
destinati ai lazzaretti di
Cortina. La velocità era
moderata, nessuna delle
carrozze si rovesciò e non
si ebbero morti, ma durarono a lungo le operazioni
di trasbordo dei circa 50 feriti, molti dei quali con gravi mutilazioni in varie parti
del corpo.
con un martello di legno lo
colpì sulla fronte, da dove
schizzò subito del sangue,
tanto da coprire tutta la faccia del malcapitato. A ciò
seguì un grande parapiglia
con molta paura fra la popolazione.
(continua)
Guido Buzzo
Fontana
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PER UNA STORIA DEI CADORINI
E DELLA MAGNIFICA COMUNITAʼ
NEL SECONDO DOPOGUERRA - IL 1945
el febbraio Antonio
Simonetto (insieme
N
a Mons. Angelo Fiori in
rappresentanza della Comunità) è presidente del
Comitato per la gestione
del lascito Vascellari, finalizzato alla realizzazione
dell’Ospedale del Cadore:
la Magnifica si riunisce in
“adunanza”, approva il Bilancio a firma del “Presidente della Magnifica Comunità Cadorina Antonio
Simonetto”, (ma non era
mai stato eletto tale).
Nel marzo 1945 a Pieve
“scoppia un’altra grana”: si
riunisce a Belluno il Comitato di liberazione Provinciale (CLNP) per prendere
in considerazione una lettera della Brigata Calvi
(che agiva in Cadore) al
Comando (militare) di Zona, poi trasmessa al CLNP
“...relativa ad una presa di
posizione autonomistica
sia in ordine militare che
politico da parte del CL periferico di Pieve”. Infatti le
manifestazioni di separatismo cadorino erano frequenti e favorite da alcuni
militanti del CLN che concepivano le formazioni partigiane come uno strumento di azione per l’autonomia politica della zona. L’intervento dei capi del Comitato provinciale fanno rientrare la “minaccia” e con
lettera del 19 marzo il CL
di Pieve conferma “la subordinazione agli organi superiori”.
Il 30 aprile il CLNP nomina tutte le cariche politiche
di Emanuele D’Andrea
di livello provinciale. Cessa
la gestione alimentare “del
posto di ristoro”.
E’ il 2 di maggio quando
in piazza di Pieve arrivano i
carri armati americani. La
scrittrice partigiana Alda
Bevilacqua, (non ancora
Giovanna Zangrandi), unica donna cadorina a trascorrere il terribile inverno in montagna, suona la
campana sulla torre dell’Arengo.
La Magnifica ricorda i caduti di Pieve con un manifesto (firmato da Antonio Simonetto nella veste di Presidente) che prende anche
la parola (il 17 giugno) in
occasione della tumulazione alla Chiesetta d’Orsina
6
Finisce la guerra e si rafforzano
le idee del separatismo cadorino e del
movimento regoliero
La Magnifica Comunità interviene su
alcune problematiche per la rinascita
economica e sociale
II parte -
di tre partigiani caduti e (il
1 luglio) in occasione delle
onoranze ad altri caduti.
Il governo locale è affidato “di fatto” e per pochi
giorni, ai CLN presenti in
quasi tutti i Comuni, il CLN
di Pieve diventa Mandamentale (CLNM). Inizia a
Pieve una furibonda lotta a
sfondo politico che durerà
molti mesi, porterà il 15
maggio all’arresto, da parte
della Brigata Calvi del Sindaco Davide Cargnel e di
Carlo Larese: il primo Presidente e il secondo cassiere del CLN (entrambi di
spirito “separatista”), alla
loro condanna e successiva
assoluzione per l’illegittimità del processo e riabilitazione. Due sono le imputazioni a cui si aggiunge la
pretesa del rendiconto delle attività di finanziamento
della Resistenza: questa
questione si trascinerà per
un anno. Questo Comitato
il 4 luglio emette anche ordine di fermo per 79 persone fra cui 12 donne: 21 vengono subito rilasciati.
In Cadore si formano, su
indicazione dei CLN le
Giunte popolari e indicati i
Sindaci, con modalità un
po’ diverse da Comune a
Comune. Su tutto sovrasterà poi il controllo degli alleati (in particolare il Governatore inglese Richard
Farren) coadiuvato dal Prefetto (Dazzi) nominato dal
CLNP: a novembre ci saranno altre elezioni, ma per
suo diktat, voteranno solo i
capifamiglia (escludendo
dunque tutti i giovani e i
combattenti e dunque togliendo ai comunisti gran
parte delle Amministrazioni). A Pieve a luglio Sindaco è Luigi Genova, in autunno è Ettore Serafini
(con i citati Simonetto e
Cargnel, sono quattro, in
un anno, i capi dell’Amministrazione pievese).
Nel mese di giugno, vi è
uno scambio di corrispondenza fra il Prefetto, il
CLNP (provinciale di Belluno) e la Magnifica Comunità cadorina (allora si chiamava così), quest’ultima
chiede che in tutti gli organismi provinciali e in particolare nella Deputazione (il
Consiglio) sia presente un
rappresentante cadorino; il
Comitato, d’intesa col Prefetto, è d’accordo e chiede
un nominativo da collocare
nella Deputazione (ove era
stato dapprima nominato
Luigi Da Deppo di Domegge, ma residente a Cortina).
A Roma a fine giugno,
viene presentato il Governo
al Luogotenente del Regno:
Presidente è Ferruccio Parri: durerà in carica fino a dicembre.
Il 1 luglio presenti i Sindaci, si tiene il primo Consiglio del dopoguerra (oggetto: Ferrovia Calalzo-Belluno; Rimpatriati; Danni di
Guerra); è presieduto da Simonetto, su richiesta del
CLNM, il quale rileva che
la Comunità non ha ancora
nominato il suo Presidente.
Il Consiglio lo ringrazia
“...per l’opera in campo dell’alimentazione e della liberazione dei prigionieri politici che fu effettivamente
preziosa e indispensabile
nel delicato momento antecedente al ritiro delle truppe tedesche e lo prega di
continuare a reggere le sorti della Comunità sino a
quando non sarà nominato
il suo presidente”. La liberazione anche di tantissimi
cadorini internati nel Campo di Concentramento di
Bolzano avvenne (in modo
concordato) negli ultimi
due giorni di aprile. E’ notizia per altro (Fontana) che
a fine marzo la Comunità
ottenne la liberazione di
quasi tutti gli internati e il
loro trasferimento all’organizzazione Todt che lavorava sul territorio.
Il 15 luglio presiede Simonetto “...per volontà del
Comitato di liberazione...” e
poi cede la presidenza al
Consigliere Anziano Giovanni Larese Cella (18811957) di Auronzo, avvocato,
che viene eletto presidente
(ma ufficialmente da agosto) fino al 1946: combattente e prigioniero di guerra, fu dapprima Commissario Prefettizio, per pochi
mesi nel 1927, poi Podestà
dal 1941 al 1945 e primo
Sindaco alla liberazione, fino al novembre di quell’anno. Vengono nominati i rappresentanti negli Enti: alla
Deputazione Provinciale
Giovanni Piazza Varè, per il
problema dei senzatetto Arturo Toscani.
Nel mese di agosto si tengono le elezioni in molti Comuni cadorini. Si ricostruisce anche il CLNM con
presidente Giusto Masi, Vi-
cepresidente Emilio Da Re
e Segretario Renato Angoletta e trova sede al secondo piano del Palazzo della
Comunità. Nell’autunno
tutti i Comuni hanno un loro Sindaco.
Nuova seduta del Consiglio l’8 settembre: si delibera un prestito da parte di un
Istituto bancario di 5 milioni garantito dalla Magnifica
Comunità per aiutare i Comuni. Il 17 settembre è una
giornata storica. Il mattino
si riunisce in Comunità
l’Assemblea dei rappresentanti delle Regole del Cadore: ha come obbiettivo una
legge sulle Regole. Nel pomeriggio alla presenza di
tutti i Sindaci del Cadore,
Simonetto relaziona sulle
necessità alimentari del territorio e discute l’obbligo di
fornire alla Provincia 100
mila quintali di legna da
scambiare con il grano. Il
Vicepresidente A. De Zordo riferisce sulle anticipazioni finanziarie fatte ai Comuni per far fronte alle paghe degli operai.
Il 30 ottobre il Consiglio
nomina un “Commissariato
alla ricostruzione” (Simonetto, Da Re) per la zona
del Cadore e una “Commissione incaricata dell’allestimento della legna da ardere per la provincia e per lo
scambio con cereali”. La
Comunità viene altresì interessata dal CLNP “quale
rappresentante degli interessi storici ed economici
del Cadore...in prospettiva
del trasferimento dei macchinari della fabbrica LOZZA a Milano...”, con l’obbiettivo, previa indagine, di
intervenire per evitarlo.
Il 23 novembre si tiene
l’ultima assemblea di quell’anno, tra l’altro vengono
nominate tre Commissioni:
per l’Alimentazione, per i
trasporti e una Commissione di controllo, formata da
un rappresentante per partito (Comunista, Liberale,
Democristiano, Socialista e
Partito d’Azione).
Nel dicembre il Vicepresidente A. De Zordo scrive
una lunga lettera al CLNP
con le “Proposte da portare
alla Consulta nazionale”: i
temi sono la ricostruzione
delle case distrutte per l’effetto della Guerra, la disoccupazione, la creazione di
una scuola Ginnasio-Liceo,
la creazione di un Ospedale cadorino, il problemi
idroelettrici ed economici,
con particolare attenzione
al turismo (si parlava di
una teleferica da Pieve ai
campi di neve di Vedorcia)
e concludeva: “Il Cadore
che si gloria della Medaglia d’Oro al Valor militare
(Comune di Pieve di Cadore) che con i suoi morti nei
Partigiani ha mantenuto viva la fiamma dell’amore alla Patria, attende dal Governo la possibilità di vita
che solo può essere data attraverso il turismo”.
(continua)
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ANNO LVIII
Giugno 2010
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Ritorna lʼorso con un raid a Chiapuzza di S. Vito, impronte a Sottocastello
on Antonio Barnabò, Sacerdote dì ValD
le di Cadore, autore negli
anni 1729-32 di una "Historia della Provincia di Cadore" in 19 libri (Bibl.St.Cad.,
Ms. 289), doveva amare assai la propria terra ed il
proprio gregge. Rileggere
oggi, a 260 anni di distanza, la sua descrizione delle
bellezze naturali tra Pelmo
e Peralba forse fa sorridere, ma l'evocazione, tanto
ingenua quanto sincera, di
un autentico Paradiso Terrestre ha pur sempre tutto
il sapore della malinconia,
del riandare a tempi e luoghi che la storia ha effettivamente negato e sottratto agli occhi nostri positivisti e disincantati.
Ma leggiamo alcuni passi della sua introduzione:
“Se poi si considera cotesto
distretto nel suo primo essere, per vicinanza di boschi
alle case e luoghi quasi inselvatichiti, quasi pareva
piuttosto una foresta per le
caccie de’fiere che habitationi de’ huomini... Nelle
nostre foreste e boscaglie si
può far preda d'uccelli selvatichi con lacci et altri
modi, che sono molto saporiti per la dolcezza dell'aria. Vi vengono in gran copia delle lepri, delle volpi
rosse, martorelli, lupi cervieri di bellissime macchie,
ma però rari se ne prendono, gatti pardi bellissimi
ma rari. Vi regnano anco
degli animali nocivi che
danneggiano, come orsi e
lupi, delle quali specie di
nocivi animali molti se ne
ammazzano da periti cacciatori...”.
Orsi, dunque di casa in
Cadore, ma fino a quando
iscritti di diritto nella microstoria locale e quando
invece piazzati, a ragione o
a torto nei meandri inaffidabili e sconcertanti della
favola e del mito?
Anche se risulta che l'ultimo esemplare di "Ursus
arctos" (orso bruno) fu segnalato ancora nel 1911 a
Sauris (UD), per il Cadore
la scomparsa di questa bellissima specie deve collocarsi molto tempo prima.
Va presa infatti con molta
prudenza la testimonianza
di J. Gilbert, secondo il
quale nel 1863 gli orsi scendevano ancora ed abitualmente a saccheggiare i
frutteti cadorini e si rinvenivano più esemplari presso il Monte Cornon, in Comelico e nella valle del Gail
che in tutte le altre zone
delle Alpi.
Analizzando i documenti
d'archivio dei singoli Comuni, si può affermare con
certezza che contadini e
pastori dovettero convivere
con tanto ingombrante presenza per tutto il '600 e
'700. Per esempio l'articolo
182 degli antichissimi
(Razzo), giunse a Laggio
col fiato in gola per avvisare della presenza a Col Cervera di un grosso orso, che
aveva assalito alcune armente, riuscendo poi ad
agguantare coi poderosi artigli un bue di proprietà dei
fratelli Zobatta e Bortolomio Da Rin di Pelos. Sul
posto accorsero il Marigo
Il 24 agosto del 1664, in
quel di Pezzocucco, nonostante le benedizioni fatte
alla “federa” dal Pievano all'inizio della monticazione,
l'animale (ammesso che
fosse sempre lui!) si ripresentava e in località “Pra
dell'Orse” (toponimo davvero fatidico!), allora in affitto a Simonetto da Sauris,
più riprese per tutta la durata della monticazione. I
bifolchi di Razzo e Campo
furono allora provvisti di
armi da fuoco, mentre il
“puto” (ragazzo) di Zan Antonio Martin ebbe il suo
bel da fare nel portarsi più
volte a Pieve ed Auronzo
per acquistare polvere da
sparo e recapitarla sulle
QUANDO IN CADORE VIVEVANO GLI ORSI
Orme di orso
rilevate lo
scorso 3 giugno
a Pian dei
Laris di
Sottocastello da
Ivano (Bano)
Marchetto
Gli orsi erano di casa in Cadore, a Razzo come ad
Auronzo, a Domegge come sotto il Sorapis
Un plantigrado fu avvistato di nuovo a Casera Razzo
nellʼottobre 1996, primo di una serie di presenze
"Laudi
di
Domegge,Vallesella e Grea" prevedeva che "niun Regoliere,
ne Forastiere, abbia ardire
di tender Schiopi, ne Feri
da Tasso dentro de Boschi,
e Regoladi nostri per prender Orsi, o altre Fiere, se
prima non sarano seguiti i
soliti Procclami, e avuta licenza dalla Giusticia.
Pare dunque di capire,
leggendo quasi tra le righe,
che la presenza del temuto
predatore era riconosciuta
e sofferta, ma in fondo accettata come un male contingente e passeggero, da
affrontare cioè di volta in
volta con rimedi specifici e
collaudati: solo quando
l'orso appariva minaccioso
sugli alti pascoli la collettività si decideva a mobilitarsi studiando opportune soluzioni.
Cosi avvenne per esempio il 18 luglio 1660 allorché Martino, bolco da buoi
della federa “de Racio”
Zannantonio Da Rin con i
"laudadori" Zobatta Da Rin
di Laggio e Andrea Clere di
Vigo, che decisero di inviare immediatamente “a
monteì”, d'ordine del Magnifico Comune, “misier
Antonio Vicelio a far la caza del orso”.
Per tre giorni il “cazador” rimase appostato in
zona col suo “'archibuso”,
ma il furbo plantigrado
non incorse nell'agguato,
preferendo dileguarsi momentaneamente, per ricomparire poi puntuale l'estate successiva. Il 30 luglio 1661, sui ricchi pascoli
di “Armentaria e Somo Loscho” (Rementera e Cima
Losco), esso costrinse i pastori d'Oltrepiave ad organizzare una grande caccia
con molti uomini provvisti
di armi da fuoco, dotate di
“una lira de polvere da archibusi” offerta dal Comune, ma senza alcun risultato.
assaliva ed uccideva un toro di Cornelio Puppel da
Laggio.
Di fronte a ciò al Comune non restò altro che risarcire il danno della bestia
uccisa (soldi 37 e 4) ed applicare la legge, ovvero
quanto previsto da un articolo del Laudo , che prevedeva che in casi come questi le carcasse delle armente uccise, o per lo meno
quanto di esse rimasto, andassero al bolco e non già
ai legittimi proprietari.
Così si dovette andare
avanti per molti decenni
ancora, con apparizioni
sporadiche di orsi sugli alti
pascoli e con relative nobilitazioni paesane per ovviare ai tanti pericoli di siffatta
presenza. Sappiano pure
che un orso compar ve a
Razzo, sui “Monderoi”, il
24 luglio 1792, sotto la “mariganza” di Gasparo D'Andrea: in quell'occasione l'animale assalì le armente a
“monti”.
Questo episodio fu ricordato anche dal prof. A. Ronzon in una pubblicazione
del 1888 (“Le memorie del
nonno”), il cui il nonno Antonio ricordava “un orso e
un lupo presi nei boschi
del villaggio”, sottolineando come “ad un orso lo
squarciare un bue era come a noi, sbaccellare un fagiolo”.
Ma se l'episodio del 1792
sembra concludere la storia dell'orso in Oltrepiave,
in altre zone del Cadore
certe paure rimasero vive
per molti anni del secolo
scorso. Risulta infatti che
nell'aprile del 1812 due orsi
furono avvistati nel territorio di Auronzo e che il Sindaco incaricò dieci giovani
armati di dargli la caccia,
collocando pure una “macchina di ferro” in luogo opportuno nel fitto del bosco,
ma non sappiamo che esito
abbia avuto tanta diligenza
ed organizzazione.
Sicuramente più certa e
documentata risultò una
caccia in quel di Domegge:
ci è capitato recentemente
tra le roani una lettera, indirizzata il 12 settembre
1821 dal Regio Commissariato all'Agente Comunale
di Domegge, per ordinare
il pagamento di un premio
di 30 fiorini ai cugini Giovanni e Giobatta Da Deppo
Pedino “per l'uccisione da
essi eseguita di un orso in
codesto Comune”.
Ancora nel 1831 in Valbona, sotto il Sorapis, fece la
sua comparsa un grande
orso, che attaccò ed ammazzò un bue: sarebbero
stati due cortinesi, Pietro
Alverà "Dipol" ed Andrea
Ghedina a mettersi sulle
sue tracce, riuscendo alla
fine ad abbatterlo.
Una delle ultime apparizioni, se non l'ultima in assoluto, della fiera nelle contrade cadorine è legata alla
figura della famosa guida
Pietro Orsolina, gran cacciatore di camosci e compagno preferito del grande
J. Kugy (scalata del Cridola
il 4 agosto 1884), che sarebbe uscito ferito piuttosto gravemente da un inopinato incontro con l'animale in Val Da Rin. Pare
peraltro che l'intemerato
Pietro, una volta rimessosi,
circa un mese dopo l'incidente, si sia posto sulle
tracce dell'orso, riuscendo
infine ad ucciderlo in Val
Giralba.
Con gli orsi se ne andata
per sempre, davvero, una
fetta di Cadore antico. E un
po’ di malinconia ci assale lo confessiamo sinceramente ripensando a quelle
belle scene che J. Jacques
Annaud è venuto a girare
nel 1988 nello Zoldano, a
Monte Piana e a Cortina
per il suo film “L'orso”.
L'opera, impareggiabilmente poetica, voleva, come è noto, ricreare l'ambiente della Columbia Britannica di un secolo fa, ma
per i nostri occhi e per il
nostro cuore scorreva sullo schermo solo il Cadore
dei nostri avi, la terra aspra
ma meravigliosa che, vorremmo per un momento,
almeno ancor oggi assaporare in tutta la sua integrità
naturale. Anche al prezzo
di un brivido in più per un
orso, beninteso.
Walter Musizza
Giovanni De Donà
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ANNO LVIII
Maggio 2010
16
A TU PER TU
VITTORIO
TABACCHI
dalla prima pagina
acciamo un altro discorso: oggi abbiamo un
F
prodotto che è l’occhiale, prodotto manifatturiero, fatto con
le mani. Quindi, se il costo della manodopera incide di più,
il prodotto è destinato a costare di più, e di conseguenza ad
uscire dal mercato.
Una situazione che ho capito ancora trent’anni fa. Il
complesso Sàfilo era una società che aveva uno stabilimento a Calalzo, una organizzazione commerciale in
Italia, filiali in Belgio, a Milano e a Roma. L’unica possibilità che noi avevamo, che
poteva salvarci, era quella di
agganciarci ai marchi, alle
griffe. E’ stata una mia primissima idea e il marchio
per quindici anni ha salvato
la situazione aziendale portando sviluppo. Oggi il costo
della manodopera in Italia è
continuato ad aumentare e
di conseguenza i prodotti manifatturieri si sono trasferiti
in gran parte dall’Italia a
paesi dov’è meno cara. La delocalizzazione non è un capriccio o un idea, ma una necessità, un principio di vita
per le aziende: se la società
vuol competere sui mercati,
deve adeguarsi e di conseguenza ridurre i costi di produzione. Ecco quindi la necessità di delocalizzare e, ancora prima, la necessità di
Sàfilo di concentrare la produzione su uno stabilimento,
quello di Longarone che era
nuovo, più efficiente.
Il Cadore ne ha sofferto
molto? Sono convinto, perché
Sàfilo ha rappresentato per
decenni il fiore all’occhiello
dell’economia cadorina. Sàfilo è sempre stata una società
che aveva un’organizzazione
avanzata, aveva una ricerca, si era sviluppata sui mercati con una organizzazione
commerciale, era una società da guardare e imitare per
svilupparsi sui mercati. E di
conseguenza quando Sàfilo si
è trasferita da Calalzo a Lon-
Il presidente onorario di Sàfilo parla della sua
azienda e del futuro della sua terra
5
Guglielmo Tabacchi
il fondatore di Sàfilo
1955
STORIA DʼIMPRENDITORIA E DI LAVORO
Al Museo
dellʼOcchiale di
Pieve di Cadore
raccontati
i 135 anni
di storia
di un prodotto
e delle attività
che hanno
portato
benessere
al Cadore
garone è stato uno shock per
il Cadore, perché vedevano
in questa uscita di Sàfilo un
po’ la perdita di un simbolo.
Purtroppo, era una necessità
di sopravvivenza: lo stabilimento era vecchio, non c’erano gli spazi per svilupparsi
creando nuove fabbriche o
ampliandole, non dimentichiamo poi la mancanza di
manodopera in Cadore che
ha portato Sàfilo negli anni
’70 ad aprire uno stabilimento a S. Maria di Sala (VE).”
Rimane in lei l’affetto
per quella prima piccola
fabbrica dove ha iniziato?
“Sarebbe facile dirlo a parole. Le maestranze sono cresciute con me, conoscevo tutti
personalmente gli addetti ai
lavori e le loro famiglie, molti di questi erano figli di vecchi dipendenti di mio padre,
eravamo veramente una famiglia. E la dimostrazione
che io sono ancora attaccato
al Cadore è che tuttora sono
residente e vivo a Pieve, dove
ho fondato assieme ad altri
imprenditori ed enti pubblici
del tempo a fine anni ’70 il
Museo dell’Occhiale, per lasciare un segno di questi 135
anni ormai di operosità, di
storia dell’occhiale sul territorio, un prodotto che ha portato benessere e ricchezza. Il
mio attaccamento al Cadore
è totale.”
Si è detto che il Distretto dell’occhiale è vivo e
avrà futuro e va rafforzato puntando le aziende alla creatività: c’è effettivamente una ripresa?
“Guardiamo un po’ i numeri - ricorda il presidente
di ANFAO - Anni fa c’erano
743 aziende che producevano occhiali, oggi ce ne sono
poco più di 300. Ci sono ancora tante aziende, si è ridotta molto la parte che era nata ai bordi di questa industria, ma ci sono ancora belle
aziende in Cadore; queste
vanno aiutate, vanno gestite
anche attraverso un Distret-
to, vanno valorizzate per
quello che sono. Per restare
qui avranno bisogno di specializzarsi, raggiungendo
qualità di prodotto tali da essere apprezzate sui mercati
mondiali per il rapporto
qualità-prezzo.”
Vede come percorribile la creazione in Cadore
di un “centro” per la ricerca, il design, il restauro di occhiali, la formazione dell’ottico?
“Sì, però serve sempre l’iniziativa di qualcuno, privato
o ente che dia sostanza a tale
progetto. Ci vuole la famosa
molla. Non dimentichiamo
che abbiamo la scuola di Ottica a Pieve che è encomiabile, abbiamo la scuola Enaip
per meccanici presso Sàfilo
di Calalzo, abbiamo poi Certottica a Longarone che è dedicata alle occhialerie e può
essere sempre più il faro nel
settore.”
A suo tempo aveva osser vato che il Cadore
doveva puntare sul turismo; da allora ha visto
passi avanti?
“Come si fa a sopravvivere
in Cadore, qual è l’industria
che può dare lavoro al Cadore? Abbiamo le Alpi, abbiamo un patrimonio che il padreterno ci ha donato che è
infinitamente bello e è a disposizione, è lì, è nostro. Perché non valorizzarlo, non dedicare energie allo sviluppo
di questo territorio. Ecco,
quello che intendo per turismo, intendo la valorizzazione di questo territorio, dedicando energie, voglia di portare contributi, comunicando queste nostre bellezze al
mondo affinché la gente venga ad ammirarle.
C’è poi un altro tipo di turismo a cui ci ho creduto moltissimo e ci credo tuttora. Pieve di Cadore ha storia, è paese natale di Tiziano, ha la
fortuna d’essere la sede storica della Comunità di Cadore
col suo Museo Archeologico;
se a questi aggiungiamo la
Fondazione Tiziano e il Museo dell’Occhiale con i reperti
moderni dell’occhiale al palazzo Cos.Mo. ben si vedono
le grandi possibilità di un turismo che chiamo “culturale”.
Da imprenditore, qualche idea per concretizzare questa possibilità?
“Sostituisco la risposta con
una domanda: negli anni
’30 e ’40 era facile fare occhiali? Quando sono partiti,
i nostri vecchi quanto hanno
sudato per lanciare e far crescere questa industria. E’ lo
stesso per il turismo. Non è
che, perché se ne parla, il turismo nasca e parta; come
ogni industria, bisogna pri-
Reparto montature metallo anni Quaranta
ma seminare, avere idee, comunicare questa nostra presenza, e dopo si raccoglieranno i frutti.
Ci sono tante strade per
aiutare questo processo. C’è
la Regione, c’è l’Europa con
tutte le varie possibilità per
investire, c’è poi l’iniziativa
privata che è importante: ma
nessuno regala niente, ci deve essere l’imprenditore, idee
e fare tanti sacrifici. Parte
sempre da noi. Non basta gestire il presente, è necessario
garantire il futuro.”
SAFILO
NEL LIBRO DEI RICORDI
a Sàfilo come era intesa qui da noi un tempo
L
è già stata consegnata alla
storia. Il cav. Vittorio Tabacchi ora, alla soglia dei 70 anni, è presidente onorario di
una società che lotta sul
mercato globale e ha conseguenti strategie competitive
da adottare.
Cosa lascia scritto nel libro della storia di Sàfilo?
“Soprattutto una grande
società, non ci sono molte
aziende nel Veneto che fatturano 1 miliardo e 200 milioni; lascio un modo di operare
che è stato anche la mia fortuna, avendo costituito un
gruppo di lavoro di compagni
di scuola e amici veramente
solido, unito. Credo di avere
lasciato una forza e un amore per questo lavoro in tutte le
maestranze perché, dal momento che ho lasciato la guida della società avevamo oltre 10 mila dipendenti. Credo
di aver lasciato un ricordo
molto buono per l’amore con
cui curavo il nostro prodotto.
Materialmente, lascio i due
poli museali che ho costituito:
la Galleria dell’Occhiale di
Padova e il Museo dell’Occhiale di Pieve di Cadore.”
Che ricordo ha del padre, Guglielmo Tabacchi?
“Sia da figlio che da collaboratore di lavoro, vedo in mio
padre un grande uomo. E’ stato un grande uomo non solo
come imprenditore dedicandosi agli occhiali ed al benessere
della popolazione, ma anche
come vero appartenente alla
società cadorina: per 20 anni
vice presidente della Comunità Cadorina, sindaco per due
tornate durante momenti molto tristi (la sciagura del
Vaiont), ha dato la sua vita al
Cadore, in tutti i sensi, e ha
lasciato un segno e una immagine in cui tutti i cadorini
dovrebbero identificarsi. Nato
negli Stati Uniti, era cittadino
americano figlio di emigranti;
quando la famiglia allo scoppio della prima guerra mon-
Il fondatore Guglielmo Tabacchi
fu emigrante, grande imprenditore,
coscienzioso amministratore
diale è tornata a Pieve di Cadore è dovuto scappare da profugo; rientrato, da bravo cadorino è andato in Polonia a far
gelati; ritornato in Cadore a
34 anni, ha iniziato nel 1934
la storia di Sàfilo che ha condotto con grande capacità di
visione in quello che sarebbe
diventata l’organizzazione imprenditoriale.
Dobbiamo ricordare che la
società allora Cargnel era
chiusa da due anni; egli ha
assunto i due, tre capireparto
che c’erano prima, con grande apertura mentale derivante dalla sua esperienza di vita si è molto appoggiato sui
collaboratori, tutti tecnici
dalla grande preparazione,
esperienza e capacità organizzativa. Ecco, lui era veramente un imprenditore che
sapeva contornarsi di persone di alta valenza tecnica o
commerciale o gestionale.”
Voi figli avete cominciato
subito a lavorare in Safilo?
“Sì. Sia io che mio fratello
Giuliano siamo immediatamente entrati in azienda: lui
anche prima di laurearsi lavorava già e studiava; io mi
sono diplomato perito industriale e dopo il servizio militare ho iniziato dall’officina
come meccanico, poi sono entrato in ufficio tecnico e via
via ho fatto tutta la carriera.
Ci sono più problemi oggi o ce n’erano anche ieri?
“Problemi ce ne sono stati
sempre nella vita dell’azienda.
Ricordo la crisi del 1974, la
guerra del Kippur in Israele
nel 1980, nel 1982 quando
hanno abbattuto l’aereo TWA
tra Giappone e Russia, abbiamo avuto una crisi nel 1990,
nel 2000. Ne abbiamo avute di
crisi internazionali con riflessi
sul nostro commercio e mi ricordo di vendite crollate del 20,
30%. Non succede solo ora.”
Stabilimento Sàfilo di Calalzo negli anni Sessanta
Perché ha creato due
musei dell’occhiale?
“Il Museo dell’Occhiale a
Pieve di Cadore rappresenta
il mio amore per il Cadore e
vuole ricordare la storia industriale di un territorio periferico che per tanti decenni
ha destato ammirazione in
tutto il mondo.
La mia collezione di occhiali presso la sede Sàfilo di
Padova l’ho voluta dedicare a
mio padre e chiamata Galleria Guglielmo Tabacchi perché si rinnova continuamente con l’immissione di nuovi
pezzi che continuo a raccogliere (lì ci sono poco meno
di un migliaio di pezzi sui 5 6 mila disponibili). E’ nata
in piccolo a Calalzo e poi qui
a Padova è diventata un po’
più grande, finché l’anno
scorso in occasione del 75°
anniversario della società ho
aperto la terza sala. Davvero
una bella collezione che ho
chiamato “Ieri – oggi – domani”: nella prima sala la storia
dell’occhiale, i primissimi
pezzi del 1500; nella sala
centrale l’oggi, la parte sportiva, dinamica, moderna;
nella terza sala le nuove collezioni che rappresentano il
futuro.”
Oltre che Presidente
onorario di Sàfilo, lei è
Presidente di ANFAO, e
ora si accinge alla presidenza di EUROM: significa che intende rimanere
operativo?
“Ho passato una vita nel
settore degli occhiali e di conseguenza il mio spirito è tuttora coinvolto. Conosco il
mondo produttivo, il mondo
commerciale, conosco anche
tutti i collezionisti di occhiali.
Inoltre, conosco il mondo di
oggi e quello di ieri, e sono
volto al mondo di domani,
con la presidenza che assumerò nel 2011 nell’EUROM
(la confederazione delle associazioni dei fabbricanti di articoli di occhialeria europei).
Dunque, il mio attaccamento
a questo mondo e alla Sàfilo,
nella cui società c’è mio figlio
Massimiliano, rimane.
Ho un’età pensionabile, però sono in pensione con l’età e
non con la testa”, conclude
con una battuta il cavaliere
del lavoro Vittorio Tabacchi.
rdc
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Maggio 2010
17
Personaggi d’oggi
Personaggi di ieri
Luigi Fiori (Gigio Sona)
Francesca Bianchi
UN MEDICO CHE HA SEGUITO
GENERAZIONI DI CADORINI
n’intelligenza vivida,
acuta, pronta, unita
U
alla passione e allo scrupolo con cui da tanti anni esercita la professione medica.
La dottoressa Francesca
Bianchi, in Cadore, è un
punto di riferimento e un
esempio. Ha seguito, curato e consigliato migliaia di
pazienti. Basta pensare che
dall’inizio degli anni Sessanta ha prestato servizio,
in qualità di cardiologa, nei
Poliambulatori di Belluno,
Pieve, Cortina e S. Stefano,
continuando ad esercitare
la libera professione anche
dopo il suo pensionamento,
avvenuto nel 1998.
E’ nata a Pieve, dove ha
trascorso l’infanzia e l’adolescenza, ma la sua famiglia è
originaria di Cibiana. Ha
frequentato il liceo classico
a Padova, dove si è poi laureata in medicina e chirurgia nel 1955, alla scuola del
celebre prof. Dalla Volta,
con il quale ha conseguito
successivamente la specializzazione in cardiologia. Ha
anche lavorato nel reparto
medicina dell’ospedale di
Belluno, a fianco del prof.
Angelini.
Dott.ssa Bianchi, come è
cambiata la medicina rispetto ad anni addietro?
“Un tempo, si valutava
moltissimo il colloquio col
malato, si faceva un’accurata analisi clinica. Da qualche decennio è intervenuto il
supporto di una tecnologia
che, indubbiamente, ha consentito di perfezionare sia la
diagnosi che la terapia. Ma,
nel contempo, è andato anche modificandosi il rapporto medico-paziente, diventato più impersonale, meno
umano. Con la conseguenza
che il medico rischia di perdere la sintesi complessiva
della persona in difficoltà e
magari esagera con le prescrizioni.
Certo che lei ha visto passare più di una generazione…
“Mi capita oggi di incontrare e visitare figli e magari
nipoti di persone che un tempo erano state mie pazienti e
che magari oggi non ci sono
più. Osservando questi giovani, trovo nelle loro sembianze quelle dei predecessori. E’ una sensazione piacevole, che mi consente di ricordare tante persone umili,
rispettose e generose. Caparbie, anche. Si impegnavano
a fondo nel percorso di guarigione”.
Quanto incide la volontà
in tale percorso?
“Direi tanto, perché viene
a crearsi una sorta di collaborazione tra reazione organica e intervento medico. Un
depresso fa sempre paura,
perché non reagisce, non collabora, manca di convinzione e partecipazione, di interesse verso la sua salute”.
La depressione, oggi,
quanto è diffusa in Cadore?
“La troviamo soprattutto
negli anziani, che soffrono
tremendamente di
solitudine. E’ praticamente scomparsa
la famiglia numerosa di un tempo,
adesso ciascuno ha
la sua casa, i suoi
impegni, così figli e
nipoti rischiano di
diventare avari di
affetti verso i loro
vecchi, che si avviliscono facilmente.
Non è facile trovare
un rimedio, in questo tipo di società,
anche se il volontariato potrebbe incidere notevolmente
in senso positivo.
Ma esistono anche
delle belle intelligenze, che riescono
egualmente a trascorrere bene le loro giornate”.
Come valuta il momento
che stiamo attraversando?
“La situazione economica
è diventata difficile, precaria, anche da noi come altrove. Ci eravamo dedicati troppo alla produzione di occhiali e adesso, con la crisi, ne
stiamo pagando le conseguenze. In Cadore, per motivi ambientali, non possiamo
puntare sul binomio turismo-agricoltura, come avviene in zone limitrofe. Credo
che occorra impegnarsi,
piuttosto, in direzione del binomio turismo-artigianato,
individuando delle produzioni specializzate, valorizzando magari l’oggettistica, utilizzando il legno e il ferro. E
comunque le industrie dell’occhiale che puntano ad un
prodotto qualitativamente
elevato, lavorando in proprio, vanno sicuramente sostenute e mantenute in vita”.
Dott.ssa Bianchi, alla libera professione medica, che
continua ad esercitare in
modo esemplare, lei affianca la gestione dell’albergo
“Al Sole”, in centro a Pieve.
Un impegno notevole…
“Diciamo che continuo a
mantenere viva l’eredità lasciatami dai genitori. L’albergo, dal 1943 al ’45, era
stato occupato dai tedeschi,
che vi avevano creato perfino un’infermeria, con la presenza di un gruppo di medici. Poco prima della “liberazione” erano scappati, in abiti borghesi, abbandonando
qui le divise e soprattutto lasciando l’albergo in pessime
condizioni. Così, mi sono
sentita in dovere di aiutare i
miei genitori nel lavoro di risistemazione. Da allora, non
ho più smesso di seguire anche questa attività. Ecco, sarebbe importante che la gente recuperasse il coraggio e la
volontà dei nostri vecchi, che
avevano saputo superare
guerre e carestie non indifferenti. E poi occorrerebbe aiutare i giovani a proiettarsi
positivamente verso il futuro,
partendo da un codice di
comportamento basato soprattutto sulla famiglia e la
scuola. Sono andati smarrendosi valori importanti…”
LʼARGUZIA POPOLARE DEL
SAGRESTANO MUSICISTA
ppena arrivato in
Cadore, oltre 40 anA
ni fa, cercavo tutte le noti-
Vivere le bellezze
della natura per stare
bene, è il consiglio
della cardiologa
Ad esempio?
“Il rispetto delle persone,
dell’ambiente. E poi la solidarietà fra le persone, che
non è più quella di un tempo. Si sono sbiaditi anche i
principi religiosi”.
Dott.ssa Bianchi, un consiglio per vivere bene, oggi.
“Tornare alla natura, ricevere dalla natura tutto quello
che dà. Vivere il più possibile
all’aria aperta e godere delle
bellezze che ci circondano.
Usare farmaci il meno possibile, solo quando è necessario. E naturalmente astenersi da sostanze tossiche, come
il fumo e la droga”.
Il fenomeno droga costituisce un pericolo sociale
anche in Cadore?
“Sì. Occorre aiutare i giovani a proteggersi, ma gli
adulti sono i primi a doversi
mettere una mano sulla coscienza. Al riguardo, sono
importanti la comunicazione e il dialogo, sia in famiglia che a scuola. E poi abituare al recupero del sacrificio, della fatica, anche ampliando ed utilizzando la
presenza delle associazioni
sportive”.
Vi è un momento particolare della sua lunga attività che desidera ricordare?
“Sicuramente l’assistenza prestata come medico
zie che mi potessero essere utili per conoscere a
fondo la storia, la tradizione e la leggenda del luogo
dove mi trovavo. Quando
riuscivo a scoprire, ad
esempio, che nel 1873, nel
distretto di Pieve di Cadore, che comprendeva i comuni di Pieve, Calalzo, Cibiana, Domegge, Ospitale,
Perarolo, San Vito, Valle,
Vodo e Zoppè, abitavano
21.984 persone e c’erano
anche 172 cavalli, 31 asini,
9 muli, 27 tori, 2883 armente, 1029 vitelli, 519
buoi, 402 montoni, 1345
agnelli, 5131 pecore e...61
maiali, ero molto contento.
La ricerca delle notizie e
delle curiosità spicciole di
un trascorso temporale non
lontanissimo mi portarono
ad incrociare la bonaria
presenza di ‘nono’ Gigio,
conosciuto da tutti con il
soprannome di Gigio Sona,
per via della sua proverbiale maestria nella musica.
Ma Gigio non era solamente un musicista: era anche un cultore appassionato di quanto il vivere quotidiano proponeva o aveva
proposto. Mi raccontava,
ad esempio, che nel 1876,
dalle parti di Cibiana, a causa di una lite tra fidanzati, il
focoso giovanotto, per dispetto, avesse tagliato la
treccia di capelli della ragazza e fosse finito, dritto
dritto in tribunale.
A proposito delle ragazze
da marito, Gigio mi raccontava, in dialetto calaltino:
Ghi ne chele che le prea
Santantonio
che ‘l ghe fase fei presto un
bon matrimonio;
e de chele che le prea Santantonio e Sanbiese
volontario durante il disastro del Vajont. Non ho
mai dimenticato quei poveri corpi che arrivavano mutilati, distrutti: noi dovevamo adoperarci soprattutto
che i ghe fase
maridar
almanco dentro il mese
e de chele che le
prea Santantonio,
Sanbiese e Sanbastian
par maridarse
magare doman.
E siccome Gigio
faceva anche il sagrestano, mi insegnò a riconoscere,
nel suono delle
campane, quando
suonavano a festa,
la tiritera che era
stata creata sulla
base dei suoni delle campane stesse
e dei nomi di alcune famiglie del paese che più si adattavano a quei suoni.
Toffoli, Coe,
Fiori, Fanton
l’ha roto la testa
de Tìta Porton.
Un giorno, nonno Gigio,
mi fece letteralmente imbestialire perché mi raccontò
una tiritera e voleva la traduzione in italiano per essere sicuro che avevo compreso il senso:
Santola de iò,
comare de me mare,
la dito me mare:
se me inpresté la taratintola
a ratà ‘l taramei
a bete sora i taranpotui
de i potui del pare
che lè famà
e nol po pi spietà.
Non potevo in alcun modo risolvere il rebus e fu allora che, vistomi avvilito, mi
diede la soluzione rivelandomi che: taratintola stava
per grattugia; taramei voleva dire formaggio e taranpotui erano gli gnocchi. Da
quale strana mescolanza di
parole tratte dal dialetto locale, con qualche invenzione tipica del parlare bambi-
Una sua pillola di
saggezza: “Se hai
fatto un bel gesto, non
farci un manifesto”
per il loro riconoscimento.
Ero rimasta profondamente colpita anche dal silenzio, dalla dignità di tutti i
superstiti”.
Antonio Chiades
nesco, derivasse il rompicapo propostomi non sono riuscito a saperlo nonostante
tutte le ricerche che feci in
seguito, ma una cosa è certa: non l’ho più dimenticato.
Le conoscenze di Gigio
non si fermavano soltanto a
quello che ho ricordato, ma,
data anche l’età, aveva accumulato la saggezza e pillole
di questa saggezza mi sono
state consegnate perché le
mandassi a memoria.
Eccone qualcuna:
Se hai fatto un bel gesto,
non farci un manifesto.
Fa il bene e gettalo in mare: ci penserà Dio a farlo
galleggiare.
Le spighe vuote hanno la
testa alta.
I cimiteri sono pieni di
gente che si riteneva insostituibile.
Il calcolo non ha mai
creato eroi, il sogno sì.
Non c’è uomo, per basso
che sia, che non faccia la
sua ombra.
E per finire una sua...
convalidata esperienza:
Na mare, par so fia
la te fa ‘n pas da ca a la
via;
e par on fiol
la fa chel tant.. che la pol.
Marcello Rosina
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APPUNTAMENTI
Per avvicinare i giovani alla cultura musicale
6
FOTOGRAFIA
ALLA “ISOLA RICREATIVA”
JEFFREY SWANN INCONTRA GLI DI VALLE C’E’ VITO VECELLIO
STUDENTI DEL POLO VALBOITE U
Il corso
timolare l’interesse
dei giovani nei conS
fronti della musica è tra gli
obiettivi principali dell’Associazione Amici del Festival e Accademia Dino Ciani
che opera interagendo con
Cortina e il suo territorio
attraverso iniziative collegate al festival stesso.
Nasce da questa esigenza condivisa la proposta di
promuovere nelle scuole
superiori del territorio un
ciclo di incontri di approfondimento per i ragazzi.
Due sono stati gli appuntamenti in calendario: il 12
maggio presso l’Istituto
d’Arte di Cortina d’Ampezzo e il 13 presso la Sala Polifunzionale di San Vito di
Cadore. Riser vati rispettivamente agli studenti dell’Istituto d’Arte e dell’Alberghiero il primo, e a
quelli del Liceo Classico e
Scientifico sempre del Polo
Valboite il secondo, sono
stati entrambi guidati da
Jeffrey Swann, pianista di
fama internazionale e Direttore Artistico del Festival e Accademia Dino Ciani.
Il Maestro Swann, che
tiene regolarmente lezioni
di musica presso la Scuola
Normale Superiore di Pisa,
ha preso spunto dal programma del Festival 2010 e
ha condotto le due guide all’ascolto accompagnandosi
al pianoforte con esempi
musicali dal vivo. Un’occasione concreta, per gli studenti coinvolti, di scoprire
l’universo culturale ed
emotivo che la grande musica rappresenta. I giovani
hanno il diritto di essere
accompagnati e guidati nel
loro percorso educativo, e
ancora di più se si tratta di
una materia come quella
musicale, che non trova
molto spazio nel sistema
formativo italiano, specie
per quanto riguarda le
scuole superiori. La musica
ha una forte valenza educativa perché oltre ad essere
svago e divertimento insegna l'ascolto, esercita la
sensibilità ed eleva lo spirito; ma per essere apprezzata fino in fondo sono necessarie delle basi culturali
che sarebbe compito della
scuola fornire. Il rischio
oggi è che la musica classica diventi autoreferenziale,
e si rivolga solo a coloro
che per famiglia, interesse
personale o perché essi
stessi musicisti hanno avuto la fortuna di ricevere gli
strumenti per poterne godere. Affinché ciò non accada, è auspicabile che gli
stessi enti o associazioni
che propongono un'offerta
musicale si aprano anche
ad attività collaterali nel
territorio, attivando una
collaborazione con gli istituti scolastici per dare ai ragazzi l'opportunità, attra-
verso incontri come quelli
proposti dal Festival Dino
Ciani, di entrare in contatto
con il magico mondo della
musica classica, che oggi è
avvertita dal mondo giovanile sempre più lontana.
Bach, Mozart, Beethoven,
Schumann e tutti i grandi
autori sono tali perché immortali, perché parlano al
nostro cuore con un linguaggio che trascende il
tempo e lo spazio, ma per
arrivare fino a noi necessitano di figure intermedie
che sappiano proporre l'ascolto e soprattutto motivare l'interesse e la passione.
Riuscire a ricreare quel
senso di ritualità che attività come il teatro e la musica possono offrire, significherà educare una collettività aperta all'ascolto e alla
condivisione.
Credo che questo sia il
più bel regalo che il Festival Dino Ciani, giunto ormai alla sua quarta edizione, possa offrire al nostro
territorio, che si unisce alla
scelta di offrire forti riduzioni per i biglietti dei concerti a tutti i giovani fino ai
25 anni: motivo in più per
augurarsi che quest'estate
in queste magnifiche vallate di Cortina e Cadore la
musica possa essere terreno d'incontro di generazioni ed esperienze diverse.
Stefania Zardini
Lacedelli
n corso di fotografia
tenuto dall'esperto in
materia Vito Vecellio. E' questa l'ultima grande iniziativa
proposta dal circolo di promozione sociale de l'Isola Ricreativa di Valle di Cadore.
Un'associazione davvero poliedrica che nel corso dell'anno organizza per i propri tesserati innumerevoli attività.
Dai corsi di lingua ai pomeriggi trascorsi a preparare
dolci, dalle gite
nei luoghi più
suggestivi, come
quella in programma all'Arena
di Verona il 14 luglio, a serate passate a giocare a
carte o a ballare.
Ora però tutta
l'attenzione dei
soci è incentrata
sul corso di fotografia che partirà martedì 15
giugno. Una serie di dieci lezioni
che si terranno a cadenza bisettimanale tutti i martedì e i
giovedì alle ore 20, fino al 13
luglio. Alla presentazione del
corso, tenutasi presso la sala
consiliare del municipio di
Valle il 27 maggio, l’artista
cadorino Vito Vecellio ha
spiegato ai presenti l'importanza e la portata di una simile iniziativa. “Sono felice di
poter diffondere questa splendida arte perché niente come
la fotografia è legato al ricordo e alla memoria. Durante
le lezioni teoriche e pratiche
cercheremo di capire assieme
tutte le dinamiche per effettuare una foto significativa
utilizzando varie tecniche.
Gli ultimi incontri saranno
destinati poi a vere e proprie
escursioni sul territorio dove
andremo a catturare immagini del paese cercando di far
apparire quello che noi proviamo emotivamente in quel
determinato momento. Si
tratta di un percorso importante che mi piacerebbe svolgessero anche tanti ragazzi
perché abbiamo giovani molto validi nel nostro compren-
di fotografia
tenuto da Vito
è la recente
proposta dʼuna
associazione
magnificamente
attiva
sorio che vanno sfruttati. Essi
rappresentano la prima risorsa del Cadore e noi maestri
dobbiamo dimostrarci disponibili nei loro confronti al fine
di trasmettergli tutta la passione e l'esperienza che abbiamo accumulato in anni e anni di lavoro”.
Fausta Del Favero, la
presidente dell'associazione
l’Isola Ricreativa, spiega come è nata l'idea di far partire
il corso: “Vogliamo offrire ai
soci una proposta altamente
qualificata e al contempo
semplice ed interessante alla
quale tutti possano partecipare. Un modo anche per stimolare i tanti anziani del sodalizio a sviluppare la loro creatività. In questi anni, grazie
anche all'aiuto di altre associazioni, abbiamo sempre organizzato molte iniziative legate agli aspetti dell'età evolutiva. L'appuntamento più importante su questo tema comincerà martedì 29 giugno
con ‘Allena...mente’, quando si terrà la prima di sei se-
R
dute di un laboratorio di potenziamento cognitivo riservato a persone oltre i 65 anni.
Così facendo vogliamo aiutare gli anziani a mantenersi
allenati a livello mentale per
affrontare al meglio il decadimento intellettivo che per
molti rappresenta un processo
difficile da accettare.
Questa serie di incontri e il
corso di fotografia tenuto da
Vito Vecellio vogliono essere
due proposte destinate a combattere la sfiducia che gli anziani riservano per questa fascia d'età. Con Vito poi cercheremo anche di fare in modo che quello che è stato fatto
resti in futuro creando un calendario o una piccola raccolta degli scatti più riusciti”.
Daniele Collavino
Per aderire alle attività o
informazioni, contattare
il numero 0435-519295
o chiedere alla sede dell'associazione in via Pian
de Val, Valle di Cadore.
iuscitissima 4a edizione di “UN FIORE ROSSO”,
pedonata organizzata dall’ADOS e svoltasi nella
mattina del 2 giugno. Da piazza Tiziano a Pieve di Cadore e fino al Centro Polifunzionale di Valle di Cadore si è
vista rfluire per la ciclabile un’onda rosa di magliette e di
palloncini, chi correndo e chi passeggiando, circa 250
persone di tutte le età, in prevalenza donne naturalmente. I migliori tempi sui 6 km del percorso sono stati di Daniela Da Forno e da Elena Casaro, più veloci di Tiziano
Gava, ma sono stati consegnati diversi premi soddisfando anche l’ultima arrivata. Una gran festa dunque, in nome dell’amicizia, della salute e della solidarietà.
(sul prossimo numero un’intervista con Julia Jones)
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MUSICA
SPETTACOLI
“FESTA DELLA MUSICA” AL
TEATRO S. GIORGIO DI DOMEGGE
Esibizione
E
di tutti i
’ una vera”festa della
musica” quella che
ogni anno viene proposta
da La Sorgente, l’associazione che promuove da anni in Cadore lo sviluppo
della cultura musicale con
corsi, formazioni musicali,
concerti, saggi ed altre iniziative. Al Teatro San Giorgio di Domegge è stato
possibile cogliere questo
impegno in tutte le sue sfumature grazie all’esibizione di tutti i complessi operanti a livello cadorino, ai
premi e riconoscimenti, alle indicazioni sull'intensa
attività guidata da Rodolfo
De Rigo, nella sua veste di
presidente.
In apertura di serata si è
esibita la Young Band
Cortina d'Ampezzo, una
assoluta novità che si propone di formare i ragazzi,
già a livello di scuole medie ed elementari, come
attività interclasse facoltativa, per avviarli alla formazione strumentale, così da
tener viva la tradizione
musicale bandistica ampezzana. Il progetto ha trovato l'appoggio del Comune di Cortina, dell'Istituto
Comprensivo, del Polo
Scolastico Valboite e naturalmente del Corpo Musicale di Cortina.
Quindi è salita sul palco
La Sorgente Jazz Ensemble con un omaggio
dedicato tutto a Jerry Mulligan, il grande sassofonista e compositore. La Sorgente Gospel Choir, con
la nuova direzione di
Agnese Molin, ha proposto due brani molto apprezzati. Quindi il gran finale con tutte le formazioni schierate, arricchite dal
contributo dei giovani del
Laboratorio Musicale,
con brani moderni come
“Guantanamera”, come
“Imagine” e “Con le mani”
di Zucchero Fornaciari,
Durante la serata anche
vari premi e riconoscimenti che hanno sottolineato
complessi
operanti
a livello
cadorino
Una
proposta
de “La
Sorgente”
l'impegno di molti “amici” de La Sorgente: i dirigenti scolastici Giovanna Calderoni e Felice Doria; i professori di
conser vatorio Federica
Lotti, Fabrizio Nasetti e
Corrado Pasquotti; il
sindaco di Auronzo Bruno Zandegiacomo e
Ghaleb Ghanem presidente di “Vite senza dolore” e sopratutto il violinista
veneziano
Alessandro Molin, cui
è andato il “premio alla
A Pieve e a Valle di Cadore
DAL ʻLABORATORIO DI SCRITTURAʼ
UN RECITAL E UN LIBRO
S
i è tenuto nell’aula
magna della scuola
media “Tiziano” di Pieve
di Cadore il 21 maggio il
recital conclusivo delle
partecipanti al Laboratorio di scrittura, giunto al
suo terzo anno di vita.
Per l’occasione, è stata
anche presentata la pubblicazione, dal titolo
“Emozioni in parole”, contenente alcuni dei brani
più significativi realizzati
fra novembre ed aprile,
nei mesi cioè in cui il Laboratorio, coordinato e diretto da Antonio Chiades,
ha trovato attuazione.
Sono contenuti scritti di
Anna Bacolla, Emi Boccato, Roberta Coletti, Aurora Costan Zovi, Antonietta
Crepaz, Dora Dal Mas,
Federica De Lotto, Adriana De Lotto, Fides De Rigo Cromaro, Giovanna
Deppi, Lucia Finco, Giustina Forni, Marilli Genova, Anna Rita Linoso, Maria Marinello, Anna Maria
Marta, Bortola Pordon,
Rita Rech.
Il Laboratorio, avviato
nel 2008 nell’ambito del
Centro Territoriale Permanente, è andando via
via affermandosi per numero di presenze e impegno delle partecipanti.
L’iniziativa, infatti, è andata caratterizzandosi interamente al femminile:
una singolarità, che sta
evidentemente a testimoniare un bisogno di presenza e di comunicazione,
quasi una necessità di liberazione interiore.
A dimostrarlo – come si
legge nella presentazione
della pubblicazione, sponsorizzata dal Rotar y club
Cadore-Cortina – stanno i
contenuti dei testi inseriti,
che alternano impulsi di
positiva sicurezza ad
espressioni di disagio, in
un susseguirsi che si connota, comunque, per la libertà con cui le partecipanti al Laboratorio si sono espresse.
Sono state loro stesse a
dar voce, nel corso del recital del 21 maggio, ad alcuni degli elaborati, avvalendosi dell’accompagna-
mento di un complesso
musicale formato da studenti del liceo scientifico
“Fermi” di Pieve: Andrea
Barnabò (chitarra), Alessio Sopracolle (batteria),
Luca Zanetti (flauto traverso).
Prima dell’esibizione
hanno portato il loro saluto, alla presenza di Maria Antonia Ciotti sindaco
di Pieve, Giuliano Cilione
dirigente
dell’istituto
comprensivo e del Centro Territoriale Permanente, Ennio Rossignoli
presidente del Rotary Cadore-Cortina per l’anno
sociale 2010-2011, Maria
Giovanna Coletti assessore alla cultura del
Comune di Pieve.
Successivamente
il recital è stato replicato nella sala
consiliare di Valle,
con l’accompagnamento musicale del
Coro Rualan.
Maria Giacin
carriera” per la sua prestigiosa attività artistica e
concertistica. Lo stesso
Molin si è esibito assieme
alla figlia Mar tina, an- lo gioiello di esecuzione e
ch'essa ottima violinista, in interpretazione.
una serie di duetti per vioLivio Olivotto
lino di Bela Bartok, picco-
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Inte chesto sfoi se dora la
grafia de l Istituto Ladin
de la Dolomites
a cura di FRANCESCA LARESE FILON
Cadorins
NTRA VECIO E NOU
C
La tradizion dal damangé poròn di nos pöides
La Regola d Ciandide vö custdì
la rizeta dal “pastin d cavariol
A
l damangé dla nostra
tradizion ladina cadorina ne n é ch al possa esse
ricordò pla varieté di piates
e di savos. La roba ch na
fömna podee avöi zl armer o
zal banch de sponda era talmöinte scarsa, söia par
cuantité söia par diversité,
che difizilmöinte podee desfranzié pi d calch ota par
stmana. Tanto pi che i prodotes dla tera n bicee mai
inante de dugn e co era d
otobre tacaa a giazà e alora
sane a d insuda, ma con siö
möis d inverno gno ch era
da parcuré al damangé e
vinze la fame, n se podee
slanzasse a inventà damanges tanto siore e varidede,
anze tocee contantasse d pöco e senpro conpagn. La
ciarne,presenpio, era na rarité, e co tocee tol via na vacia, s la conpraa dai pöra desgraziede ch avee avù la
sfortuna, ma era pitosto da
sprà da n mangé mai ciarne
de ste ocasiogn. E alora s
podee bicesse sul porzel, arlevò via pl insuda e l istede e
mazò d otono, co la ciarne
lorara e dorada in duto e
parduto, ch tocee föi duré
par dut l inverno e pi ncamò.
Luganghe, scorzetes, pendle, salames, prosiutes par
chi ch savee lorai. Ma la
ciarne era da mangé d raro
e avee da duré ntoco. Autro
che “non mangiar carne il
venerdì”, come ch didee al
prezeto dla gedia catolica!
Cassù n se mangee nanche
dla dmönia e ne n era pericul ch se fadössa pices de
sta sorta. Inveze i siore, ch
mangee ciarne duc i dis, dal
vendre desfranziee sul pös,
ch era pi bon! Figuronse
che penitenza, par ricordà la
dornada dla morte dal Signor Gesù!
Inera anche la ciarne di
animai ciapade a dì a ceza.
Ciamorze, cavarioi, zer ve,
liores, calche gel groton.
Anche de ste bestie se zarcaa da föi duré la ciarne al pi
tenpo possibil. Caldun à provò anche a föi su luganghe d
cavariol e, picsöia su par Comelgo d Sora s conta ch söia
stada tramandada la rizeta
de sta ciarne madnada e
conzada.
Cla söia vöra o ch la söia
inventada, la rizeta dle luganghe d cavariol ades iné
stada fata soa da la Regola d
Ciandide, ch inà volù ch la
6
söia stablida dal consilio dal
Comun d Comelgo d Sora
come damangé particolar
de sto pöis. Lo à ciamò “pastin d cavariol” e iné stada
fata na presentazion de sto
piato na söra zal pi vecio ristorante d Ciandide, al Tobolo. Inera diverse parsone
ch inà scotò la storia e gustò
sto damangé parciò polito
dal fömne dal Tobolo. La
manifestazion inera btuda
dinze zun cal giro dle zöne
ciamade “Al vecio merlo”,
na invezion de Guido Buzzo,
sostgnida dal consorzio turistico dal Comelgo e dal zircul dle fömne d Sa Stefin.
Intanto ch i znaa, dente à
podù scotà naché storie su
ple tradiziogn dal pöis d
Ciandide, in particolar su
pla mascra dla matezera, ch
iné stada inventada proprio
a Ciandide zun un di carnavai di ane Zincuanta dopo
dla segonda guera. L idea
dla Regola d Ciandide da custodì e dà valor a n damangé
dla nostra tradizion, podaraa esse tlosta in considerazion anche zun etre pöide
dal Comelgo e dal Cadore.
Lucio Eicher Clere
alche ota i dovin me
dis che parlà par ladin vo' dì tornà ndrio a
chel che i fasea i nostre vece cuan che la vita la era
ben diversa da l dì de
ncuoi. Ma parlà e scive
par ladin no vo' dì volé tornà ndrio a tenpe agno' che
se vivea nte n autro modo
e tante ote pedo. La nostra
mare lenga la ne permete
de esprimese nte n modo
original, la parlada l é pì scieta e dreta e l é n algo n
pì che dute noi che vivon
cà avon. Parlà par ladin vo'
dì pensase de le nostre val
e de le nostre tradizion. E'
la coscienza de avé radis
nte le val de le Dolomiti.
No vo' dì ne ese meo né
pedo de chi autre, vo' dì
pensase de algo che ne lea
a cheste val e a le so' tradizion. Ma vo' anche dì fei
parte de na comunità libera che à tegnesto par ane
anorum ste val nete, che à
savesto feise onor ca da
noi e anche fora da emigranti. Na comunità che à
senpre metesto sora ogni
autra roba al rispeto par la
famea, par la dente e par l
laoro. Dente onesta che vive nte val agno' che no é
gnanche ncuoi la delincuenza, agno' che te puo'
lasà la machina verta co le
ciave su e nisun la tocia.
Na comunità che à fato
de l rispeto e de l'onestà n
modo de vive che à permetesto a cheste val fora da l
mondo de dà na cualità de
vita che se ciata da poche
autre parte. Par chesto me
siento de dové difende al
nostro modo de parlà e de
vive e nte na Italia agno'
che i furbe e i ladre fa
strada me siento de dì che
noi son meo: parché i ne à
nsegnou l onestà e la serietà e chesto ne fa pì davesin de la dente de l nord
de l Europa che de i tante
furbe che i zerca de aprofità de chi autre. E par chesto digo che dovon vardà
avanti a chel che vegnarà
mantegnendo chel che é
la serietà e l inpegno che
fa parte de le nostre tradizion fate de laoro e de rispeto par chi autre.
Zercando de fei nmodo
de difende chesto modo
de vive co l nostro inpegno: parché solo chesto
può' permete a dute noi de
avé algo de meo par i ane
che vien. Alora no se à da
parlà par ladin par tornà
ndrio ma par di navante.
Se à da parlà ladin ma anche inglese e autre lenghe, se à da gira l mondo,
se à da vive come dute al
di de ncuoi.
Ma le nostre radis le resta e le ne ida a sientise
forte e giuste anche fora
de ca.
Francesca Larese
Filon
CHECHINA MADERLO
L
a ne é a lasou destudandose senza
rumor come che l é stada la so vita
fata de laoro e de pasion par la so famea
e i so neode. Ela che l é stada una de le
femene che ne à idou a tole su le testimonianze de l vive de na ota: senpre pronta
a contà algo de come se vivea na ota e a
spiegame che erbe tole su par fei la dota.
Me la pensarei cunche co la barela la
portea le so neode fora de l pulinei o
cuanche la me à spiegou dute le erbe che
ela tolea su par cuose. Calche an fa so
neoda Francesca l à registrou la so vita
par fei n libro che é apena stou stanpoù
agno' che la ne conta la vita de dute i dis
de le femene come ela. Chesto libro l re-
sta na testimonianza de n tenpo che é desto ma agno' che le femene come ela à
dedicou duta la vita senza n dì de riposo.
Era senpre algo da fei na ota e l laoro tachea la bonora gnante dì e finia dadasiera. Ne resta le tante registrazion fate e l
ricordo che chesta femena cara che la
era senpre pronta a spiegane algo su par
na ota. Resta al ricordo e una de le foto pì
bele che avon ciatou nte chiste ane de ricerca su par i laore de na ota: ela che la
monde nte i ane '60. Na foto che l é ades
inte nte l Museo Ladin e nte l Museo de
la Lataria de Loze. Na testimonianze che
ne farà senpre pensà a ela.
FLF
LE SCOLE MEDIE D
SAN STEFIN DÀ VALOR AL LADIN I canai parla la lönga pizla con gusto
fadön teatro e ciantön
P
ar capì e aprezà al
valor dla lönga pizla,
zal nos caso al Ladin, btuda inze apede cle pi grande
zl insegnamöinto dle scole,
saraa stó polito esse al la
fin d mai zal cinema Piave
d Sa Stefin, gno ch i canai
dle medie inà btu in sena
na rapresentazion intitole-
da “Distanze”. In cal dì inera organiseda da la scola d
Sa Stefin la “Festa ladina”,
a la fin dl ön de studio e a
la conclusion dla camineda
intrà la lönga ladina e chelietre materie, in particolar
al taliön. Duce i canai dle
tröi classe dle medie inà
partezipó al progeto btu in
pes da l insegnante Patrizia Eicher Clere e inà colaboró a scrive i teste, inà inparó el canzogn, nascuante
dal Grupo musical d Costauta, nascuante tloste da
i ciantautores taliane e
americane. Col laoro d möide e möide, intrà böt du al
testo e pensà la sena, a la
fin iné sortù un teatro csi
bel e csi bögn recitó, ch à
fat dì al vicesindaco d Sa
Stefin, Paolo Tonon; “Picé
che ne rapresentazion csi
cualificheda, ebia da esse
fata snoma n ota epò btuda
via, parcheche la meritaraa da esse portada su etre
palches dal Comelgo e dal
Cadore”.
I canai inà btu in sena al
contrasto intrà el generaziogn di fis e di genitores,
ch iné senpro
stade
da
cuön ch é
mondo, e li à
anbientade,
zla
prima
parte, a la
fin di ane
Sessanta dal
secul passó
e, zla segonda, al dì d incöi. Iné stada
contada la
storia d nascuance dogn
che zi ane
dla contestazion e di capelogn, avee
provó a portà
anche in Comelgo
la
ventlada dle
novites, contro la mentalité sarada e
contraria di
veces. La recitazion, cureda dal regista Claudio
M i ch e l a z z i ,
inà savù tiré
fora bele caraterisazion
d personage,
ch à fato ride e pensà al publico di parentes ch inavee
inpù al cinema Piave. Intrà
medo i descorses gnee ciantade nascuante canzogn,
da un grupo e dòi soliste
dassögn brai. Zla segonda
parte dal spetacul l anbientazion inera fata zna ceda
di nos ane, con pare e mare
e tröi fis. La mare, dipendente da la television, se
sforza da conzà via aped al
pare el magagne di fis, in
particolar l ultmo, ribele
contrario a la duröza d so
pare, ch mostra al caratere
d un òn a la vecia, autoritario e bagarol. L asenblea final, col sotfonde d musica
da discoteca, fa parlà i canai e ognun dis la soa sul
contrasto intrà fis e genitores, ma zenza rivé a na
conclusion, parcheche a sto
argomöinto n se podarà
mai böte na fin.
De dute el Feste ladine,
ch oramai da 10 ane sera l
ön de scola a Sa Stefin, forse cösta iné stada la pi
bögn riussida, söia pal teatro che ple canzogn. Iné la
dimostrazion che co la scola tole con amor la lönga
pizla e la fa sintì viva dinze
di problemes di canai, löre
la tol su e la parla, anche
se in famöia i parla taliön.
E con sto spirto saraa da
continué, (o canbié!) zun
dute el scole dal dovèr dal
Cadore.
LEC
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SENTIERO
VEDORCIA
al Rifugio Tita Barba
S
VEDORCIA
ALLA SCOPERTA DEI TROI
SULLE ORME DEI RICORDI
oberto e Diego La
montagna la vivono.
R
E la tengono in ordine
perché altri ne usufruiscano, vogliono trasmettere quella parte di tradizione senza la quale la natura è solo un bel quadro.
Vedendo i gitanti salire
al Vedorcia gomito a gomito con le auto, si sono
dati a riattivare un percorso alternativo fino su
al Tita Barba, quel caratteristico rifugio sito in un
largo verde pianoro,
splendido belvedere sulle vallate cadorine sottostanti e sulle impagabili
cime dolomitiche.
L’idea è nata da Diego
Tabacchi e subito fatta
propria dal CAI di Pieve
di Cadore con Roberto
Tabacchi responsabile
per la sentieristica. Riscoperte le tracce del
vecchio percorso frequentato fino agli anni
‘40 da quanti salivano
verso il Vedorcia con gli
armenti, si sono puliti alcuni tratti dove le tracce
erano scomparse, non
senza fatica. Cosicché
ora, lasciate le auto in località la Faghera, per
una mulattiera si sale a
Le Fontanate (dove c’è
una sorgente d’acqua),
si costeggiano i burroni della Val Anfela, poi
si entra decisamente
nel bosco fino a Tamarì (questo tratto veniva
chiamato troi del latte
perché qui c’erano gli
armenti al pascolo), si
piega a destra dove c’è
il Cason de Italo e si arriva poco a valle del Tita Barba; siamo a quota 1700 metri, proprio
sopra Sottocastello a
guardare un panorama
fantastico.
Un percorso più ripido, ma più diretto, forse più corto di una
mezz’oretta, certamente più appagante. E
poi, da lì, possibilità di
camminate sui pascoli
del Comune di Pieve e
di escursioni verso la
Val Cimoliana, la Casera Laghetto, la Casera
Cavalet, la Val Anfela,
al Bivacco Gervasutti a
oltre 2000 metri dietro
Forcella Spe.
Per Diego e Roberto
il Vedorcia è la montagna degli affetti e per
questo hanno voluto ri-
prendere i due vecchi
sentieri, ridisegnarli, pulirli: la montagna va salita
e scesa in silenzio, va
guardata nei suoi mille
cambiamenti, va ascoltata per capirne le voci della natura e degli animali,
va assaporata.
I sentieri sono come il
filo di Arianna - esemplifica Roberto - che legano
le varie generazioni alla
terra natia, e se è vero
che oggi li percorriamo
per diletto, nondimeno è
bello immaginare d’essere in compagnia dei nostri avi che ci spiegano il
significato dei luoghi,
che ci parlano del lavoro,
che ci raccontano innumerevoli storie di persone, di lavorazioni, di consuetudini, di caccia.
Roberto e Diego hanno proprio radici profonde nella tradizione, si
sentono coinvolti, vogliono trasmettere le loro conoscenze alle nuove generazioni. Diego - che è
del Gruppo Ragni e arrampica da quando aveva
15 anni, fa scialpinismo e
pure il tecnico del Soc-
corso Alpino - ha lanciato
anche con la collaborazione del CAI e del Comune di Pieve l’iniziativa
“Alla scoperta dei troi
sulle orme dei ricordi”,
un appuntamento che coinvolge ragazzi e adulti in
camminate pomeridiane
fino a sera (i mercoledì
di maggio e giugno) per
far conoscere i vari troi
di valle, buona occasione
per conoscere l’ambiente
e conoscersi.
Il seme di tutto questo
attivismo (se proprio lo
vogliamo cercare) sta nella cultura della montagna
tenacemente difesa dagli
uomini del CAI. E l’esempio della Sezione di Pieve
di Cadore molto presente
e propositiva con il suo
presidente Giovanni De
Zordo ne è la conferma.
E non è facile con i tempi
che corrono.
Tony Cardel
cesi da Sottocastello e oltrepassata la diga sul lago
del Centro Cadore, si segue la
strada di sponda sinistra orografica fin allo chalet “La baia del
lago”; qui si stacca la carreggiata asfaltata (segnavia 350) che
sale lungamente nel bosco e terminando al ricovero forestale
“La faghera”, un tempo conosciuto come “Cason de Costa”
(m 1157)(parcheggio automezzo). Dal ricovero si può proseguire a piedi sia in direzione est,
sulla recente strada forestale
senza segnavia che conduce a
Tamarì, oppure (più consigliato) prendere a destra la vecchia
mulattiera contrassegnata dal
nr. 350 che, nel bosco e dopo
due rampe molto ripide, conduce ad un piccolo pianoro sulla
sommità del Col de la Burèla
(m 1250 circa) (tabelle indicatrici); qui si lascia la stretta mulattiera che prosegue anch’essa
verso Tamarì e si imbocca a destra il sentiero (sempre segnavia bianco-rosso del Cai); il tratto iniziale, che si inoltra ripidamente sull’orlo destro orografico della sottostante Val Anféla, è
comunemente conosciuto col
nome “Le Fontanate” e dopo
aver piegato a sinistra, va a raggiungere in breve una piccola
insellatura del bosco (1570 m)
denominata “Forzelin del Col
de Tamarì”. Si prosegue a destra al margine della radura, andando a raggiungere una traccia
evidente, un tempo conoscita
come “Troi del late”, la quale sale nel bosco fin nei pressi del
“Col de le saéte” e in poco
tempo passando a valle del “Cason de Italo”, va a collegarsi con
altro ottimo sentiero che contorna a meridione la “Costa del
Vedorcia”.
Roberto Tabacchi
CARATTERISTICHE TECNICHE DEL PERCORSO.
Dislivello di salita: circa 700 metri dal ricovero forestale
Difficoltà: percorso escursionistico senza particolari difficoltà
Tempi: circa 3 ore dal ricovero forestale
Rifugio Tita Barba: apertura dal 1 luglio al 20 settembre
Capacità: 16 posti letto - Gestione: Daniele Baccichet
Telefono rifugio; 0435/32902 - 0435/30589
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’ durata solo un anno
la permanenza dell’IE
talia nell’élite dell’hockey
internazionale, dopo la promozione del 2009. Nel mondiale tedesco di maggio
che ha visto, tra l’altro, l’affermarsi di un nuovo record di spettatori ad un
match hockeistico (77.803 i
presenti nella partita d’esordio alla Veltins Arena di
Gelsenkirchen), purtroppo
per gli azzurri non sono bastati il cuore e l’orgoglio.
L’Italia di cui faceva parte
anche il cadorino Giorgio
De Bettin, capitano della
S.G.Cortina, infatti, complice anche un po’ di sfortuna,
scende nuovamente in prima divisione (la serie B dell’hockey internazionale).
Peccato, perché gli azzurri, pur affrontando squadre
meglio equipaggiate nella
prima fase, hanno avuto la
possibilità, nel relegation
round, di giocarsi la permanenza nella serie A dell’hockey contro Francia,
giocando bene e perdendo
di misura, ma soprattutto
sfiorando un autentico miracolo contro le stelle statunitensi della massima lega
al mondo, l’NHL.
La fase a gironi del mondiale inizia con l’Italia priva
di De Bettin, che entrerà
nel roster azzurro solo nella seconda fase, valida per
la salvezza. Buono il primo
match contro i campioni
olimpici del Canada, ma
sperare di vincere contro i
fuoriclasse
dell’hockey
americano risulta ampia-
HOCKEY - Cuore ed orgoglio contro gli USA ai mondiali 2010
LʼITALIA CON DE BETTIN SFIORA IL MIRACOLO
Entrato nella seconda fase del
mondiale in Germania, il cadorino
Giorgio De Bettin trascina gli azzurri
Perso di misura il match contro le
stelle americane e retrocessione,
però complimenti alla compagine
mente improbabile: la squadra della foglia d’acero, ricca di giovani elementi classe ’91 e ’90, non delude le
attese ed infatti i nostri avversari gonfiano la rete per
ben cinque volte. Nonostante questo, grande
match quello degli azzurri,
capaci di non lasciarsi sopraffare dai canadesi e sviluppando buone trame d’attacco che ci hanno regalato
il gol della bandiera.
Decisamente più deludente, invece, il test contro
la Svizzera, in cui non riusciamo a trovare una buona alchimia fra le linee e il
valore tecnico e fisico dei
nostri avversari ci spazza
via con un netto 3-0. Si
giunge poi al primo match
decisivo per i nostri: Italia e
Lettonia, infatti, si ritrova-
no entrambe a zero punti e
una vittoria ci può consentire la salvezza anticipata. L’Italia gioca un buon hockey
e, per larghi tratti della gara, riesce a contrastare i solidi ed esperti avversari: ad
un paio di minuti dal termine, il punteggio è fermo sul
3-2 lettone, ma un’ingenuità
e un empy net gol ci precludono le porte di accesso diretto alla permanenza nel
gruppo A.
Nella seconda fase, fa il
suo debutto al mondiale il
nostro De Bettin e l’Italia
trova una composizione migliore delle linee d’attacco:
De Bettin gioca bene, facendosi vedere diverse volte in fase offensiva e contribuendo con la sua esperienza in modo considerevole
alla causa italiana. Le avver-
sarie sono Francia, Kazakistan e, incredibilmente, gli
Stati Uniti, capaci di sprecare punti preziosi in diversi
match, tra cui quello d’esordio contro la Germania. Primo match contro la Francia: quanto è vero che la
storia si ripete! Già nel
2008, infatti, avevamo dovuto affrontare i francesi, peraltro in un’altra formula
mondiale che prevedeva
una sfida diretta, al meglio
delle tre partite, tra le contendenti alla salvezza. Nell’occasione, pur giocando
meglio e producendo un
maggior numero di occasioni da rete, i nostri avversari riuscirono a prevalere
in due match per 3-2 e 6-4.
Anche questa volta le cose
non sono andate diversamente: perdiamo di misura
2-1, prevalendo in buona
parte della gara.
Le possibilità di salvezza
svaniscono, in
un relegation
round che ve-
di Mario Da Rin
de quattro contendenti per
due soli posti disponibili.
Gara due contro il Kazakistan premia la determinazione italiana: andiamo sotto 1-0, ma risolleviamo il capo con orgoglio e vinciamo
con merito 2-1, nonostante i
precedenti pre-mondiale di
Bolzano, che ci avevano visti protagonisti di una sconfitta 2-0 e di un pareggio 11.
La terza e decisiva gara è
con gli Stati Uniti. Per gli
azzurri l’unica possibilità di
salvezza è la vittoria ai tempi regolamentari e i tre punti in classifica. Quella degli
azzurri è una partita straordinaria e gli Stati Uniti sono
costretti a dare fondo a tutte le loro energie per risparmiarsi la “figuraccia”. L’Italia va sotto nel secondo
tempo grazie ad un tiro chi-
6
rurgico della stella dei New
York Ranger, Dubinsky, ma
riesce, a raddrizzare il
match con Scandella e Margoni, che fanno sognare i tifosi italiani. E’ ancora, però,
una prodezza di Potulny
che punisce gli azzurri e un
nostro estremo difensore,
Daniel Bellissimo, davvero
favoloso. Il tempo regolamentare si chiude in pareggio e per gli azzurri significa automaticamente retrocessione, perché l’eventuale vittoria avrebbe garantito
solo due punti, insufficienti
per superare i francesi. Si
va all’over time, ma, nonostante il destino già segnato, gli azzurri danno prova
ancora una volta di grande
orgoglio. Non smettono di
giocare come meglio non si
potrebbe e pareggiano il
tempo supplementare. Si va
ai rigori e qui la dea bendata non ci assiste. Dopo una
serie interminabile, le stelle americane hanno il sopravvento con il rigore decisivo di Oshie.
Il mondiale si chiude con
la retrocessione, ma non ci
si può astenere dal complimentarsi con gli azzurri e il
nostro De Bettin, capaci di
onorare al meglio il nostro
piccolo hockey al cospetto
dei giganti a stelle strisce.
Ora non resta che puntare,
il prossimo anno, ad una
nuova promozione, dove le
speranze di gloria saranno
certamente maggiori.
RITORNA IL GRANDE
BASKET A DOMEGGE
MEMORIAL VIRGILIO DE SILVESTRO TROFEO BEPI MENEGHIN dal 25 al
27 giugno con la partecipazione
delle nazionali under 20 di ITALIA,
GRECIA, SERBIA, SLOVENIA
orna il grande basket sul parquet del palazzetto Mario
T
Cian Toma di Domegge. Anche
quest'anno il paese cadorino, che si
sta affermando come uno dei punti
di riferimento della pallacanestro a
livello nazionale, ospiterà l'undicesima edizione del torneo internazionale dedicato alle selezioni giovanili
maschili under 20.
Un appuntamento sportivo di grido che ha sempre riscosso nel corso di questi anni grande interesse e
partecipazione. Sono moltissimi gli
appassionati infatti che si radunano
sulle gradinate durante i tre giorni
della manifestazione ad incitare gli
atleti. A Domegge nelle precedenti
edizioni si sono potuti ammirare talenti di fama mondiale come l'azzurro Andrea Bargnani, Tony Parker e
Pau Gasol, stelle ora del campionato americano Nba.
L'evento è stato presentato sabato 29 maggio alla sede del Coni di
Mestre dal monumento nazionale
nel settore della pallacanestro, quel
Dino Meneghin che in Cadore è riuscito a portare in ritiro anche l'Italbasket dell'ex ct Charlie Recalcati.
Il Memorial Vigilio De Silvestro Trofeo Bepi Meneghin si svolgerà
nel weekend compreso tra venerdì
25 e domenica 27 giugno. Oltre a
Meneghin, alla cerimonia di presentazione erano presenti altri personaggi illustri tra cui Claudio Silvestri, vicesegretario del settore
delle squadre nazionali, Matteo
Marchiori, presidente della Fip Veneto e il sindaco di Domegge Lino
Paolo Fedon. La manifestazione vedrà la partecipazione quest’anno
delle nazionali under 20 di Italia, Grecia, Serbia e Slovenia.
Quintetti davvero di tutto rispetto
per un evento che si preannuncia
molto equilibrato. Il programma del
torneo prevede subito Serbia-Grecia alle ore 17 mentre per gli azzurri
l'esordio avverrà contro la Slovenia
alle ore 19. Sabato invece il calendario offre la sfida tra Slovenia e Serbia alle 17 con l'Italia che affronterà
la Grecia alle ore 19. Domenica gli
ultimi palpitanti incontri che decideranno la vincitrice saranno GreciaSlovenia alle 17 mentre a seguire gli
azzurri se la vedranno con la Serbia.
Il miglior giocatore verrà inoltre
premiato con il 4° Trofeo Aldo Capanni, dedicato alla memoria di uno
dei più importanti storici della pallacanestro in Italia e promotore del
Museo Internazionale del basket di
Lucca. “A Domegge mi legano moltissimi affetti - ha spiegato Dino Meneghin - e così anche quest'anno sono
felice di organizzare in Cadore un
confronto tra i più interessanti talenti europei.” “Posso dire che a Domegge mi sento di casa - ha sottolineato
Matteo Marchiori - ed ogni anno è
un piacere venire in montagna e vedere con quanta passione e competenza viene organizzata questa manifestazione”. Sentito anche l’intervento del primo cittadino Lino
Paolo Fedon: “Questo torneo rappresenta un evento molto importante
nella provincia di Belluno. Vorrem-
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Giugno 2010
fine maggio Padola di
Comelico Superiore
A
ha ospitato i Campionati ita-
23
di Livio Olivotto
200 giovani
promesse ai
Campionati
italiani allievi
di staffetta e al
Trofeo nazionale
staffetta cadetti
liani Allievi di staffetta e il
Trofeo nazionale di staffetta
per la categoria Cadetti. Circa 200 giovani promesse
della corsa in montagna azzurra che si sono sfidate su
un tracciato impegnativo
(un percorso spettacolare di
2.300 metri di sviluppo e 90
metri di dislivello, visibile
dal pubblico per l’80%) reso
ancor più difficile dalle condizioni meteo. La pioggia e
il freddo, infatti, non hanno
dato tregua nemmeno per
un attimo durante lo svolgimento delle prove.
Le gare, che, con gesto riconoscente, hanno voluto
onorare la memoria di due
grandi sportivi scomparsi
tragicamente, Riccardo De
Martin e Fabrizio Costan
Biedo, sono comunque andate in scena regolarmente,
offrendo degli spunti tecnici
interessanti che sono serviti
al tecnico azzurro Luciano
De Barba per diramare le
convocazioni in vista del
Memorial Germanetto, manifestazione internazionale
giovanile che si svolgerà in
giugno a Sauze d’Oulx (Torino). Sugli scudi la società
di casa Atletica Comelico
che nella categoria allieve
ha rispettato il pronostico
nel testa a testa con l'Atletica Dolomiti. Nella prima frazione della gara sono andate
in vantaggio le ragazze di
Giulio Pavei con Ilaria Dal
Magro capace di infliggere
9” a Marlene De Martin; le
padrone di casa però hanno
poi conquistato la vittoria
grazie a una superlativa seconda frazione di Arianna
De Martin, giunta al traguardo sventolando il tricolore, con un vantaggio di 42”
sulla piazzata, Samantha
Bottega. Per le due sorelle
di Padola, un trionfo annunciato dopo che due settimane fa avevano conquistato
oro e argento ai tricolori individuali di Losine. Vittoria
incerta fino agli ultimi metri, invece, tra gli “allievi”,
dove i trentini del Valchiese
Cesare Maestri e Nekagenet Crippa hanno avuto la
meglio sui bresciani della
Atletica Valle Camonica
Gianpaolo Crotti e Michael
Monella per 11”.
Tra le “cadette” la vittoria
è finita in Lombardia, grazie
a Elisa Nesossi e Silvia
Ravicioni, del Valchiavenna, impostesi davanti alle to-
rinesi dell’Associazione sportiva Savoia Federica Favretto e Miriana Ramat. Tra i
“cadetti”, ancora una grande
impresa per l'Atletica Comelico sul gradino più alto del
podio dove sono saliti Michele De Bettin e Francesco Fontana Hof fer, due
atleti che d’inverno sono dei
punti di riferimento per lo
sci di fondo e il biathlon veneti. Rispettivamente 2° e
3° posto per i friulani dell’Atletica Dolce Nord Est Simone Ferigo e Michele Bellina e per i bergmaschi
dell’Atletica Val Brembana
Nadir Cavagna e Davide
Epis.
Nelle classifiche di società, tra le “cadette” sui primi
due gradini del podio è salita la Lombardia con il Valchiavenna e il Santi Nuova
Olonio, mentre sul gradino
più basso le bellunesi del
Gruppo Marciatori Calalzo.
Tra i “cadetti”, successo per
l’Atletica Comelico, davanti a
Valchiavenna e Gruppo
Marciatori Calalzo. Tra le
“allieve” l’Atletica Dolomiti
si è rifatta del mancato tricolore in staffetta, imponendosi con le coppie Dal MagroBottega e GasparettoSchena, proprio sull’Atletica Comelico e sul Gs Quantin. Tra gli “allievi”, infine,
vittoria per Atletica Saluzzo
su Atletica Valle Camonica e
Gruppo sportivo Quantin.
Naturalmente soddisfatto
Nunzio Pocchiesa, presidente dell’Atletica Comelico.
“La pioggia non ha rovinato
la nostra manifestazione”,
ha detto Pocchiesa, “tutti i
ragazzi in gara sono stati fantastici, così come eccezionali
sono stati coloro i quali hanno contribuito all’evento: dagli sponsor, in particolare a
“Ioves occhiali”, “Studio De
Bettin associati” e “Bianchi
Vendine”, al Gruppo Alpini,
da Comelico Nordic Ski, a
Comune di Comelico Superiore, Comunità Montana
Comelico e Regola di Padola,
ai volontari: alcuni di loro
hanno preso addirittura ferie
mo che il Cadore diventi un
punto di riferimento per lo
sport poiché il turismo sportivo è importantissimo per la
nostra terra”.
All'interno del palazzetto
verrà allestita anche una mini
esposizione sugli elementi
del basket per far capire ai
giovani l'importanza della
cultura dello sport.
Daniele Collavino
In gara a Padola le promesse azzurre della corsa in montagna
SODDISFAZIONE PER LʼATLETICA COMELICO
“Grande successo
sportivo e
organizzativo,
i ragazzi in gara
sono stati
fantastici” ha commentato
Nunzio Pocchiesa
presidente della
Atletica Comelico
per poter dare una mano nell’allestire questo evento. Questa sinergia è la dimostrazione che uniti, i 16 paesi del
Comelico possono fare molto,
nello sport e nella promozione del territorio. Archiviamo
con soddisfazione questi tricolori, ma non ci fermiamo
qui: stiamo studiando la possibilità di portare un altro
evento nazionale, giovanile o
assoluto, nel 2012”. “I nostri
ragazzi sono stati formidabili” ha continuato Pocchiesa.
“I risultati ottenuti a Losine
si aggiungono agli altri podi
e titoli italiani che i nostri ragazzi e le nostre ragazze hanno ottenuto in anni recenti
con Veronica De Martin,
Francesca Di Sopra, Yasmin
Pocchiesa e la stessa Arianna
De Martin. Questi successi
sono frutto dell’impegno e della passione dei nostri atleti e
dei loro tecnici, nonché del sostegno che ci garantiscono gli
sponsor e ci lasciano ben sperare per il futuro.”
(Nella foto in copertina le
sorelle Arianna e Marlene
De Martin con la madre)
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