Dipartimento di Fisica e Scienze della Terra “Macedonio Melloni” Corso di laurea magistrale in Scienze per la Conservazione e il Restauro CARATTERIZZAZIONE DI CERAMICHE DEL BRONZO ANTICO IIIB PROVENIENTI DA KHIRBET ALBATRAWY (GIORDANIA): UN APPROCCIO MULTIANALITICO CHARACTERIZATION OF EARLY BRONZE IIIB POTTERY FROM KHIRBET AL-BATRAWY (JORDAN): A MULTI-ANALYTICAL APPROACH Relatore: Dott. Danilo Bersani Correlatore: Prof. Pier Paolo Lottici Laureanda: Elena Bacchini Anno Accademico 2013/2014 Pagina | 1 INDICE 1 Introduzione pag. 4 2 Il sito archeologico di Khirbet al-Batrawy pag. 5 3 2.1. Prima di Khirbet al-Batrawy pag. 5 2.2. Obiettivi e attività della missione archeologica in Giordania pag. 5 2.3. Gli anni di scavi pag. 7 2.4. La città di Khirbet al-Batrawy La ceramica archeologica 3.1. 3.2. 4 Argilla: materia prima del vasaio pag. 11 pag. 14 pag. 14 3.1.1. Minerali argillosi pag. 15 3.1.2. Minerali non argillosi pag.16 3.1.3. Materiali accidentali pag. 18 3.1.4. Il sistema acqua-argilla pag. 19 Dall’argilla al manufatto ceramico pag. 20 3.2.1. Lavorazione pag. 20 3.2.2. Modellazione pag. 21 3.2.3. Essiccamento pag. 22 3.2.4. Rifiniture, rivestimenti e decorazioni pag. 23 3.2.5. Cottura pag. 25 Tecniche analitiche e metodologie d’indagine pag. 28 4.1. Microscopia ottica pag. 28 4.2. Spettroscopia micro-Raman pag. 28 4.3. Diffrattometria a raggi X pag. 32 4.4. Spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier pag. 35 4.5. Microscopia elettronica a scansione pag. 38 5 I campioni pag. 41 6 Risultati delle analisi pag. 50 6.1. Microscopia ottica pag. 50 6.2. Spettroscopia micro-Raman pag. 55 6.2.1. Carbonati pag. 55 6.2.2. Ossidi e idrossidi pag. 56 6.2.3. Silicati pag. 62 6.2.4. Solfati pag. 66 6.2.5. Fosfati pag. 68 Pagina | 2 6.2.6. Materiale organico pag. 68 6.3. Diffrattometria a raggi X pag. 69 6.4. Spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier pag. 73 6.5. SEM-EDX pag. 78 6.5.1. Tempera pag. 78 6.5.2. Matrice pag. 84 7 Discussione dei risultati pag. 87 8 Conclusioni pag. 94 9 Appendice pag. 96 9.1. Periodizzazioni pag. 96 9.2. JADIS e MEGA-Jordan pag. 98 9.3. Archeologia come metodo pag. 100 9.4. Giacimenti rocciosi vicino a Khirbet al-Batrawy pag. 101 9.5. Tabelle riassuntive dei risultati pag. 103 Note bibliografiche e sitografiche pag. 107 Ringraziamenti pag. 112 Pagina | 3 1 INTRODUZIONE Studiare una cultura materiale significa studiare tutti quei manufatti che, anche senza possedere una valenza estetica, risultano significativi, se non determinanti, per ricostruire non una storia dell’arte, ma una storia della produzione. Oggetto della cultura materiale divengono, quindi, non le opere d’arte, bensì gli oggetti della vita quotidiana: i “cocci”, gli utensili, gli strumenti manuali. Attraverso questi oggetti, che diventano le fonti principali dei vari modi di produrre, è possibile studiare le formazioni economico-sociali scomparse. A tal fine, il presente studio si propone di caratterizzare manufatti ceramici risalenti all’Antica Età del Bronzo IIIB (2500 – 2300 a.C.). Tali oggetti provengono dal sito archeologico giordano di Khirbet al-Batrawy, scoperto nel 2004 da un’équipe dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, diretta da Lorenzo Nigro. Gli studi su questo insediamento hanno rivelato la sua importanza come città-stato del Levante meridionale nel III millennio a.C. Nello specifico sono stati analizzati 36 campioni, sia da un punto di vista mineralogico petrografico che chimico, con lo scopo di definirne la composizione, le tecnologie di produzione e la provenienza. Ai suddetti campioni si è aggiunto lo studio di marna, proveniente dalla stessa area geografica del sito archeologico, e di un frammento di mattone, proveniente da un’abitazione sempre del Bronzo Antico IIIB. Data la complessità e l’eterogeneità degli impasti ceramici, si è scelto un approccio multianalitico: i frammenti sono stati analizzati tramite microscopia ottica, spettroscopia micro Raman, diffrattometria a raggi X (XRD), spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier (FTIR) e microscopia elettronica a scansione accoppiata a spettrometria a dispersione di energia (SEM-EDX). Pagina | 4 2 IL SITO ARCHEOLOGICO DI KHIRBET AL-BATRAWY L’attività di prospezione archeologica in Giordania, svolta dall’équipe dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, ha portato alla luce, sulla sommità della rupe di Khirbet al-Batrawy, un sito archeologico del III millennio a.C., mai indagato prima. Gli straordinari rinvenimenti effettuati hanno rivelato al mondo una città dimenticata, che illumina una fase storica apparentemente lontana: il sito, infatti, si pone come unicum nello stato degli studi attuali, perché prova che già nel III millennio a.C. i popoli del Levante abitavano queste zone e perché la posizione strategica occupata dalla città la delinea come un centro importante di controllo degli scambi commerciali della zona. 2.1. Prima di Khirbet al-Batrawy Gli studi archeologici nel Levante hanno avuto un notevole sviluppo negli ultimi decenni del secolo scorso. Il pioniere in Giordania fu Nelson Glueck, ma si deve a Siegfried Mittmann la produzione di una mappa dettagliata degli insediamenti e dei siti archeologici, principalmente nella parte centro-settentrionale del Paese. Queste ricerche diedero vita, negli anni ’80 e ’90, ad una serie di precise indagini sul territorio: un importante ritrovamento fu quello del sito neolitico di ‘Ain Ghazal, localizzato nella valle dove sorge del fiume Zarqa. Dalla seconda metà degli anni ’80 anche l’Università “La Sapienza” di Roma partecipò a queste esplorazioni territoriali e alla loro sistematizzazione; in particolare, Gaetano Palumbo, in collaborazione con l’American Center of Oriental Research di Amman, portò a termine la prima catalogazione sistematica del patrimonio archeologico giordano: il JADIS (The Jordan Antiquities Database and Information System). Alla fine degli anni ’90, però, le ricerche vennero sospese. Nel 2004 il professor Lorenzo Nigro, assieme a due dottorandi di ricerca de “La Sapienza” (Andrea Polcaro e Maura Sala), decise di far ritorno in Giordania. 2.2. Obiettivi e attività della missione archeologica in Giordania La spedizione in Giordania ha lo scopo di studiare le origini delle città del Levante meridionale e la loro evoluzione socio-economica durante l’Età del Bronzo; questo fenomeno si sviluppa tra la metà del IV millennio e la fine del II millennio a.C. ed è il frutto della cultura detta “dei Cananei” [Nigro, 2010]. L’oggetto specifico di queste attività di ricerca, che sono annuali ed Pagina | 5 effettuate in collaborazione con le autorità locali, è il sito di Khirbet al-Batrawy, situato nella valle dello Wadi az-Zarqa. Il gruppo, diretto da Nigro, cominciò la ricerca dopo aver studiato le vie di comunicazione e i corsi d’acqua, cioè dopo aver analizzato le aree più adatte all’insediamento umano [Nigro, 2010]. Muniti di mappe satellitari della Giordania, di un GPS e del JADIS, continuarono a cercare, finché non si trovarono nei pressi di Zarqa, ai piedi di una rupe dominante la valle. Era Khirbet al Batrawy: circondata a sud ed a est dalle case della periferia settentrionale di Zarqa, ad ovest da un dirupo che scendeva a picco sul fiume e a nord da una cava di pietra [Nigro, 2010]. Una volta arrivato in cima, il gruppo vide un’immensa distesa di pietra e una miriade di frammenti ceramici [Nigro, 2010]. Ebbe così inizio lo studio di una città fino ad allora sconosciuta. SIRIA IRAQ ISRAELE ARABIA SAUDITA Fig. 2.1 – Immagine della Giordania: l’area verde indica la provincia di Zarqa, al cui interno si trova il sito di Khirbet al-Batrawy (evidenziato dalla bandierina) [da www.megajordan.org]. Fig. 2.2 - Vista generale del sito di Khirbet al-Batrawy (da nord) [Nigro, 2010]. Pagina | 6 2.3. Gli anni di scavi Le attività sul campo iniziarono nel maggio 2005, con la perimetrazione e il rilievo del sito . Nella prima campagna di scavi il gruppo lavorò sull’Acropoli (area A), in due diversi punti (area A Est e area A Ovest), ai lati del cairn (cumulo di pietra) più grande, individuando i resti del piccolo villaggio del Bronzo Antico IV (2200 – 2000 a.C.) [Nigro, 2010]; lavorò, inoltre, a cavallo delle mura, sul lato nord del sito (area B), portando alla luce una porzione del muro di fortificazione della città del Bronzo Antico II-III; infine procedette al rilievo della Torre No rdOvest (area C). L’arco temporale di occupazione del sito è stato, dunque, confermato dali scavi della prima campagna che hanno anche attestato l’esistenza di una monumentale cinta muraria. Con la seconda campagna di scavi, condotta tra maggio e giugno del 2006, vennero aperte tre nuove aree di scavo: l’area D, all’estremità sud-occidentale del sito, l’area E, all’interno della linea di fortificazione (circa a metà del lato meridionale) e l’area F, nella zona orientale della rupe di Batrawy. Le fortificazioni vennero maggiormente esposte in tre differenti punti (aree B nord, D ed E) e si individò il tempio cittadino (area F). Vennero iniziati, inoltre, restauri sistematici delle mura [Nigro, 2010]. Nella terza campagna di scavi, avvenuta nel 2007, il gruppo proseguì nell’esplorazione delle fortificazioni (area B) e terminò lo scavo del tempio. A ciò si aggiunse un’esplorazione del territorio intorno a Batrawy, per individuare i centri coevi alla città (e probabilmente dipendenti da essa) e delle principali rotte che da Batrawy si spingevano a est e a nord-est, verso il deserto basaltico [Nigro, 2010]. Nella quarta campagna di scavi (2008) i lavori furono concentrati nell’area B, dove il tratto di mura scavate giunse a più di 40 metri di lunghezza e il gruppo di lavoro riuscì a determinare la completa sequenza stratigrafica delle fortificazioni. Con la quinta campagna di scavi, avvenuta nel 2009, il gruppo concentrò le ricerche nel tratto più occidentale delle mura (area B nord), dove l’alzato delle strutture, che si era conservato, raggiungeva i 3,5 m e dove fu portato alla luce un bastione e un’altra struttura aggettante [Nigro, 2010]. Sempre nello stesso periodo venne esposta un’altra porzione del villaggio del Bronzo Antico IVB, sorto sulle rovine della città del Bronzo Antico II-III. Durante la sesta campagna (maggio 2010), venne scoperto un importante edificio costituito da grandi stanze e solide mura di pietra, risalente al Bronzo Antico IIIB (2500 – 2300 a.C.). All’interno di questo edificio – che si rivelò poi essere un palazzo – venne ritrovato anche un ampio magazzino rettangolare (7,5 x 4,9 m), che ospitava almeno 20 enormi pithoi e giare contenenti semi carbonizzati (una conteneva anche ocra rossa), così come altri vasellami e oggetti, tutti in uno stato di conservazione abbastanza buono, per un totale di più di 120 oggetti, i quali erano sprofondati sotto uno strato composto da cenere, mattoni di fango rotti e bruciati, frammenti di gesso, pietre e travi in legno carbonizzate. I muri dell'ambiente, spessi 0,8‐0,9 m, Pagina | 7 avevano conservato all’interno l’intonaco color avorio, anch’esso con forti tracce dell’incendio che pose fine alla città del Bronzo Antico III intorno al 2300 a.C. [Nigro, 2010]. Le grandi giare e i pithoi erano allineati su due file, lungo le pareti del magazzino, spesso con piccoli vasi ai loro piedi. Sono state recuperate anche brocche rosso-brune, brocche puntinate nero-brune, vasi di medie dimensioni e uno speciale vaso rosso-bruno a due anse con un alto piedistallo scanalato (a quanto pare un vaso cerimoniale), illustrando, dunque, una serie quasi completa di stoviglie. Anche altri oggetti, trovati nel magazzino, sono degni di nota: diverse ossa lavorate (anche un pugnale d'osso), considerati beni di lusso, così come un tornio da vasaio accuratamente lavorato e costituito da una base in calcare e da due dischi in basalto. Essi sono una testimonianza delle conquiste tecnologiche raggiunte dalla comunità di Khirbet al-Batrawy nel III millennio a.C. La diffusione del tornio, infatti, ha portato successivamente alla standardizzazione sempre più capillare delle forme ceramiche e ad una produzione in serie [Nigro, 2010]. Fig. 2.3 - Ritrovamento del vaso cerimoniale a due anse [Nigro, 2010]. Nel mezzo del magazzino (successivamente rinominato “Sala a Pilastri”) sono state ritrovate anche quattro asce di rame. Questa scoperta risulta essere molto importante, dal momento che fino a quel momento si conoscevano nell’intero Levante solo pochi esemplari di armi in rame e quelle recuperate nel palazzo di Batrawy illustrano tipi distinti. Inoltre, grazie alla recente missione archeologica dell’Università di San Diego (California), sono state scoperte miniere di rame in Wadi Feinan, dove il minerale veniva estratto e pre‐lavorato, per poi essere commerciato verso nord proprio tra il 2700 e il 2300 a.C. (BA III); questa potrebbe essere la fonte di metallo utilizzato per le asce di Batrawy [Nigro, 2010]. Pagina | 8 Fig. 2.4 - Pianta topografica di Khirbet al-Batrawy con le aree e i principali monumenti scavati nelle campagne 2005-2010 [Nigro, 2010]. La settima campagna di investigazioni archeologiche e di restauri è stata effettuata tra maggio e giugno 2011 e si è focalizzata sull’area B sud, dove è stata scoperta un’ulteriore porzione del palazzo (Bronzo Antico IIIB), dalle cui stanze è stata portata alla luce una serie di oggetti, tra i quali due vasi decorati con figure applicate: uno con un grande serpente, l’altro diviso in metope, nelle quali erano rappresentati, in posizione opposta, un serpente e uno scorpione; i due reperti sono, al momento, senza confronti nel panorama levantino coevo e testimoniano verosimilmente un aspetto del culto dei Cananei [Nigro, 2011]. È stato, inoltre, portato alla luce un secondo tornio in basalto, analogo a quello rinvenuto nel 2010, ad ulteriore testimonianza della tesaurizzazione palaziale degli strumenti che rappresentavano l’innovazione tecnologica (il tornio veniva utilizzato, infatti, per realizzare il collo dei pithoi). Nella Sala a Pilastri, caratterizzata da un pavimento su due livelli, realizzato tagliando e regolarizzando la roccia della collina, oltre agli oggetti rivenuti nella campagna precedente, è stato messo in luce, al centro della parete est, un sedile in pietra – forse un seggio – mentre sul lato sud un grande pithos murato in una nicchia [Nigro, 2011]. Pagina | 9 Fig. 2.5 - Vaso con applicazione di serpente (a sinistra) e vaso con decorazione divisa in metope (a destra) , [Nigro, 2010]. Fig. 2.6 - Vaso con decorazione divisa in metope: particolari del serpente e dello scorpione [Nigro, 2010]. Davanti al sedile e attorno al pilastro centrale erano presenti i reperti più significativi: una giara piena di 630 perle in corniola, osso, cristallo di rocca, fritta, giadeite, conchiglie, a metista e rame, con alcune perle infilate in sottilissimi fili di rame, una quinta ascia di rame, due falcetti di legno con le lame costituite da serie di selci affilate (“Cananean blades”), una grande brocca in ceramica rossa lustrata e un rarissimo vaso (“Lotus Vase”) ispirato ad una tipologia egiziana (forse un vaso d’importazione) [Nigro, 2011]. Oltre a ciò è stato realizzato il restauro della parete occidentale del padiglione orientale (B1) e di una parte del padiglione occidentale (B3) del palazzo. Nello strato sottostante più antico, appartenente al Bronzo Antico II, è stato rinvenuto il frammento di una paletta egiziana in scisto grigio, un oggetto pregiato testimone delle relazioni internazionali dell’antica città agli inizi del III millennio a.C. Il gruppo di lavoro ha continuato anche l’esplorazione del villaggio del Bronzo Antico IVB: dai rilevamenti effettuati sembra che l’accampamento fosse nato appena dentro il margine settentrionale delle rovine della precedente città del BA IIIB e che si este ndesse verso sud solo nella sua fase finale di vita, quando divenne un piccolo villaggio più consistente [Nigro, 2011]. L’ottava campagna di scavi, condotta tra maggio e giugno 2012, ha concentrato le attività sulle fortificazioni settentrionali e sul “Palazzo delle asce di rame”, portando a nuove scoperte. Pagina | 10 Lo scavo delle triple mura ha rivelato una nuova torre aggettante costruita in grandi blocchi di calcare e con uno spessore di 5,5 m, sostenuta da imponenti bastioni curvilinei dallo spe ssore complessivo di circa 20 m. Questa struttura difensiva (Torre Nord) proteggeva la porta di accesso alla città. Lo scavo del palazzo è continuato con il completamento della grande Sala a Pilastri, caratterizzata da due ingressi monumentali con gradini in mattoni crudi e quattro pilastri sull’asse mediano. In essa sono stati trovati anche strumenti d’osso femminili, legati alla filatura. Un terzo tornio è stato trovato nel padiglione orientale del palazzo. Gli scavi hanno inoltre consentito di identificare una ulteriore terrazza del palazzo, ancora da esplorare, ma in cui sono stati scoperti alcuni reperti, tra i quali una grande vasca in ceramica [Nigro, 2012]. Durante la nona campagna di scavi, condotta tra agosto e settembre 2013, si è continuata l’esplorazione delle possenti fortificazioni sul lato nord, oltre allo sviluppo del turismo e all’implementazione del parco archeologico. Sono stati condotti restauri su tutti i monumenti portati alla luce e sui reperti rinvenuti. 2.4. La città di Khirbet al-Batrawy La posizione scelta per la città di Batrawy – la cima di una rupe – sfruttava non solo le caratteristiche geomorfologiche della collina, ma anche i percorsi utilizzati dalle genti nomadi o seminomadi che si trasferivano d’estate, dal deserto e dalla steppa, nella valle fluviale. Questi percorsi seguivano gli wadiat, gli alveoli dei ruscelli e dei fiumi stagionali che solcavano i fianchi del deserto basaltico giordano [Nigro, 2010]. Il territorio compreso nel fiume dello Wadi az-Zarqua, ai margini del deserto siro-arabico, si potrebbe definire come un imbuto in cui confluivano tante strade. Batrawy si trovava sul collo dell’imbuto e proprio da ciò derivava la sua importanza strategica: la città controllava le vie carovaniere verso la Siria, l’Arabia e la Mesopotamia e il guado che consentiva di scendere a ovest nella Valle del Giordano, in Palestina, fino al Mediterraneo e al Mar Rosso. A conferma del fatto che la città fosse un centro carovaniero, si debbono considerare i numerosi ritrovamenti di ossa d’asino all’interno del sito di Batrawy: nel III millennio a.C., infatti, l’asino era l’animale da trasporto per eccellenza. La città nacque negli ultimi secoli del IV millennio a.C. in seguito al sedentizzarsi di gruppi di pastori e allevatori seminomadi, i quali si stabilirono lungo le sponde dello Wadi az-Zarqa e iniziarono a praticare l’agricoltura. Si formarono, così, una serie di villaggi e fattorie. Alcuni processi socio-economici, tra i quali l’arrivo di altri gruppi seminomadi e la diffusione, mediante il commercio, di nuovi materiali, portarono le comunità rurali a decidere di concentrare i beni, i luoghi delle decisioni e del culto religioso in un’unica struttura protetta, la città fortificata, affinché essa divenisse il centro di riferimento. Sulla terrazza rocciosa sorse il tempio monumentale, centro simbolico delle comunità che vivevano nella valle sottostante, e un Pagina | 11 circuito di mura monumentali, le quali imponevano un controllo territoriale politico e militare [Nigro, 2010]. La tormentata vicenda storica di Batrawy si svolse nell’arco di un millennio (dal Bronzo Antico II al Bronzo Antico IV). La fase di formazione e il primo sviluppo della città avvenne tra il 3000 e il 2700 a.C. (BA II); durante questo periodo vennero erette le mura della città, vennero costruiti il monumentale tempio sulla terrazza orientale e altri edifici. Un violentissimo terremoto interruppe la crescita della città, causando il crollo sia del muro di facciata del tempio che della porta al centro del settore nord-occidentale delle mura [Nigro, 2010]. Tra il 2700 e il 2500 a.C. (BA IIIA) la città venne ricostruita con una nuova cinta di mura e con un tempio completamente rinnovato e ingrandito; si svilupparono le attività commerciali, lo scambio e la tesaurizzazione delle mate rie prime. Ma la crescita della città e i beni che in essa vennero raccolti diventarono un’attrazione per potenziali nemici (popolazioni nomadi e seminomadi della steppa e del deserto): proprio un’incursione nemica causò la fine della città, la quale venne data alle fiamme dopo essere stata saccheggiata [Nigro, 2010]. Subito dopo la violenta distruzione (2500 a.C.) la città venne ricostruita, in forma ancora più monumentale: vennero edificati possenti sistemi difensivi, torri aggettanti, bastioni e un ampio complesso palatino, nel quale furono concentrate le funzioni produttive e amministrative e in cui vennero raccolti beni di lusso (vasellame, oggetti in osso e in metallo, strumenti per la produzione in serie degli oggetti di uso comune – come il tornio da vasaio). L’imponenza delle mura difensive, con uno spessore che superava i 15 m e un alzato che nel tratto più occidentale del muro principale raggiungeva 4 m, testimoniano lo sforzo compiuto per difendere i beni e le ricchezze della città. Quest’ultima grande fase di vita di Batrawy (2500-2300 a.C. – BA IIIB) venne interrotta, però, da un attacco nemico: il Palazzo Reale , ormai assediato, venne in parte murato, per proteggere le ricchezze che vi erano stipate. Fu tutto inutile perché la città venne data alle fiamme [Nigro, 2010]. Reperti archeologici e resti paleobotanici e zooarcheologici, attribuibili al Bronzo Antico III, documentano una ricca presenza di prodotti agricoli e alimentari, ben al di là della soglia di sussistenza. La cultura materiale del BA III mostra una forte standardizzazione delle produzioni ceramiche, sia per le forme che per l’impasto e per le funzioni e rivela un aumento nel numero e nella varietà delle ceramiche pettinate e delle ceramiche metalliche (chiamate così perché cotte ad alte temperature e proprio per questo più fragili). Anche le ceramiche specializzate (la ceramica dipinta e la ceramica rossa lustrata) diventano sempre più diffuse. La grande quantità di contenitori pettinati suggerisce che l’olio di oliva, solitamente immagazzinato e spedito in questo tipo di recipiente, fosse soprattutto ricevuto da territori limitrofi [Nigro, 2010]. Pagina | 12 Per circa un secolo la rupe di Batrawy rimase abbandonata, finché non cominciò ad essere riutilizzata, soprattutto come luogo di sepoltura e, comunque, non in modo sistematico. Successivamente alcuni settori dell’altura vennero occupati da piccoli gruppi di capanne di una comunità di pastori e agricoltori, caratterizzata da una cultura materiale molto povera, sfruttando le rovine degli edifici crollati dell’antica città (2300-2200 a.C. – BA IVA) [Nigro, 2010]. Tra il 2200 e il 2100 a.C. sulla rupe si era formato un villaggio rurale, con abitazioni che testimoniano il ritorno ad un’economia rurale domestica, anche se completamente diversa da quella complessa dell’antica città. La cultura materiale di questa comunità è illustrata da un numero relativamente alto di rinvenimenti ceramici molto semplici, con una scarsa varietà tipologica e strumenti di selce, pietra e basalto. La vita del villaggio fu però breve: la collina di Batrawy venne definitivamente abbandonata attorno al 2000 a.C. (BA IVB) [Nigro, 2010]; rimase inalterata per quattromila anni, finché non venne nuovamente scoperta dall’équipe de “La Sapienza”. Pagina | 13 3 LA CERAMICA ARCHEOLOGICA Il semplice vaso fornisce una testimonianza della vita quotidiana e riflette il gusto locale e la capacità economica della comunità in cui il vasaio esercita il proprio mestiere. L’argilla, materia prima del vasaio, può essere modellata nelle forme più diverse. Varietà di forme e di funzioni significa varietà di lavorazione. Ma non basta studiare il prodotto finito, bisogna anche conoscere come si è arrivati ad ottenerlo: si devono, quindi, indagare le proprietà e le composizioni dei materiali in maniera approfondita, poiché su di essi si basa la produzione ceramica. 3.1. Argilla: materia prima del vasaio L’argilla può essere considerata sotto tre aspetti: 1. Aspetto geologico: argilla intesa come roccia sedimentaria detritica incoerente, dalla composizione mineralogica variabile. Sono prevalenti i minerali argillosi accompagnati dai minerali non argillosi (che comprendono quarzo, carbonati, feldspati, composti del ferro), da materiali accidentali e da sostanze di natura organica. Nel bacino del Mediterraneo la materia prima impiegata abitualmente in campo ceramico è composta soprattutto da argille secondarie, ovvero da rocce sedimentarie il cui processo di formazione è passato attraverso fasi di trasporto e di sedimentazione. Le argille primarie (che sono rimaste in situ, non subendo trasporti e/o inquinamenti) sono, infatti, meno abbondanti e quindi utilizzate meno frequentemente 2. Aspetto mineralogico: argilla intesa come minerali argillosi, componenti essenziali delle rocce chiamate argille (vedi punto 1) e che ne determinano la plasticità. Questi minerali sono formati da cristalli estremamente piccoli, le cui dimensioni non superano qualche µm. 3. Aspetto tecnologico: argilla intesa come materia prima del vasaio. Essa è una miscela solida naturale, dotata di plasticità quando viene mescolata con acqua in quantità appropriata, da modellare a freddo e consolidare a caldo. È composta da minerali argillosi (che costituiscono circa il 50% dell’impasto), minerali non argillosi (i quali forniscono al manufatto una struttura portante rigida) e da materiali accidentali, come più specificatamente descritto dallo schema 3.1 a pagina seguente. Pagina | 14 MINERALI ARGILLOSI MINERALI NON ARGILLOSI ARGILLA MATERIALI ACCIDENTALI ILLITE, CAOLINITE, MONTMORILLONITE, MINERALI MINORI DEGRASSANTI QUARZO, MICHE, ALTRI DEGRASSANTI FONDENTI FELDSPATI FONDENTI-LEGANTI CALCITE, OSSIDI E IDROSSIDI DI FERRO SOSTANZE ORGANICHE, MATERIALI ETEROGENEI Schema 3.1 – Composizione dell’argilla del vasaio [Cuomo di Caprio, 2007]. 3.1.1. Minerali argillosi Sono allumosilicati idrati, appartenenti al gruppo dei fillosilicati. Essi presentano struttura lamellare, a strati, di poliedri sovrapposti, costituita dall’associazione di due elementi base fondamentali, che si estendono indefinitamente (fogli): Tetraedro [SiO4]4Ottaedro [AlO6]9I tetraedri presentano ai vertici ioni ossigeno e al centro uno ione silicio, talvolta sostituito da alluminio, mentre gli ottaedri presentano ai vertici ioni ossigeno e ossidrili, al centro uno ione alluminio talvolta sostituito da un catione trivalente (Fe3+) o da uno bivalente (Fe 2+ o Mg2+) con adattamenti più o meno complicati nella struttura per mantenere la neutralità elettronica. Nei fillosilicati il foglio tetraedrico e quello ottaedrico sono legati tra loro: l’ossigeno dei tetraedri viene messo in comune con quello degli ottaedri; i vertici degli ottaedri che non sono impegnati nel legame con i tetraedri sono occupati da gruppi ossidrilici. La sovrapposizione di fogli tetraedrici (T) e ottaedrici (O), a cui si aggiunge lo spazio d’interstrato (occupato o meno da cationi di varia valenza o molecole d’acqua) forma un’unità chiamata strato o pacchetto (fig. 3.1). I legami tra pacchetto e pacchetto sono più o meno deboli e possono essere dovuti a legami residuali o a cationi d’interstrato. La disposizione degli ioni si ripete con una certa periodicità e la distanza che intercorre tra due ioni identici è detta periodo di identità (di solito misurato in Å). Il periodo d’identità lungo l’asse cristallografico z è chiamato c 0. Questo valore varia notevolmente da un fillosilicato ad un altro e viene utilizzato, tramite la tecnica della diffrazione a raggi X (XRD), per riconoscere i vari minerali argillosi. Pagina | 15 Fig. 3.1 – Esempi di disposizione dei fogli tetraedrici e ottaedrici nei minerali argillosi. I minerali argillosi, che interessano di più ai fini della lavorazione ceramica, fanno parte di tre gruppi, definiti in base alle caratteristiche strutturali: 1. gruppo della caolinite: a struttura lamellare a 2 strati sovrapposti (T-O). Ne fa parte la caolinite. 2. gruppo delle miche: a struttura lamellare a 3 strati sovrapposti (T-O-T) più cationi, soprattutto monovalenti, nell’interstrato. Molto simile alle miche è l’illite, il minerale argilloso più noto e maggiormente usato per la ceramica tradizionale. 3. gruppo delle smectiti: a struttura lamellare a 3 strati sovrapposti (T-O-T) più interstrato occupato da cationi monovalenti o bivalenti, circondati da molecole d’acqua. Ne fa parte la montmorillonite. 3.1.2. Minerali non argillosi I minerali non argillosi sono costituiti da quarzo, calcite, feldspati, ossidi e idrossidi di ferro e altri minerali minori. Essi sono già presenti naturalmente nell’argilla, in quanto ne costituiscono la frazione, cosiddetta, sabbiosa. Se il vasaio ne aggiunge una maggiore quantità di proposito, le modifiche rispecchiano un’azione intenzionale e poterli distinguere può portare all’individuazione di pratiche lavorative tipiche di specifiche officine. Questi minerali vengono di solito divisi in: degrassanti, che hanno la funzione di diminuire la plasticità dell’argilla, il ritiro, la durata dell’essiccamento, il pericolo di fessurazioni e deformazioni oltre a fornire al manufatto una robusta struttura portante; fondenti, che abbassano la temperatura di fusione dei minerali arg illosi e durante la cottura del manufatto esercitano azione di consolidamento sui componenti dell’argilla, cementandoli insieme e conferendo insolubilità, indeformabilità e resistenza meccanica. Il quarzo è il degrassante per eccellenza; alla temperatura di cottura dei reperti archeologici (di solito inferiore ai 1000°C) non subisce trasformazioni rilevanti, conservando inalterate le Pagina | 16 caratteristiche originarie e non apporta cambiamenti sensibili alla composizione dell’impasto argilloso. Altri degrassanti sono le miche (muscovite e biotite) e la calcite. Anche i feldspati svolgono funzione di degrassante, generalmente nelle ceramiche antiche, mentre hanno azione fondente nelle ceramiche cotte a temperature molto elevate (oltre i 1000°C), tipicamente più moderne. Un degrassante sicuramente artificiale è la chamotte (o grog per gli anglosassoni), la quale è ricavata da frammenti di terracotta o di altre ceramiche (scarti) ridotti in polvere più o meno fine, a seconda delle attrezzature disponibili e del tempo utilizzato per la macinazione. Sotto l’aspetto chimico la chamotte è praticamente inerte e durante la cottura del manufatto non subisce notevoli dilatazioni e contrazioni di volume (al contrario del quarzo). Spesso ha colore differente e più o meno intenso, che macula la superficie del manufatto che la contiene. I fondenti-leganti sono prevalentemente costituiti da calcite, ossidi e idrossidi di ferro; durante la cottura essi subiscono profonde trasformazioni e cambiano le loro caratteristiche chimico-fisiche originarie, provocando la formazione di silicati complessi con un punto di fusione più basso rispetto a quello di altri componenti dell’argilla. La granulometria è importante, perché i fondenti-leganti con granulometria fine completano la propria trasformazione in tempi più brevi, esercitando, di conseguenza, un’azione più incisiva rispetti a quelli più grossolani. Questi materiali, durante la cottura, reagiscono con i minerali argillosi e i degrassanti, creando attorno ai componenti un sottile velo viscoso con un inizio di fase vetrosa, che è incompleta. Questo processo è noto come sinterizzazione. Il velo viscoso è ciò che unisce tutti i componenti e consente di ottenere un corpo ceramico dotato di buona coesione, durezza e resistenza meccanica. Nelle ceramiche antiche la sinterizzazione all’interno del materiale non era mai completa: quello che avveniva era più che altro un consolidamento, da cui conseguiva un corpo ceramico ad elevata porosità. La calcite è un minerale costituito da carbonato di calcio (CaCO3); è il minerale principale del calcare, una roccia sedimentaria molto diffusa sulla crosta terrestre. Alla calcite spesso si accompagna la dolomite, cioè carbonato doppio di calcio e magnesio [CaMg(CO3)2]. Nelle rocce sedimentarie la quantità di calcite può variare entro un ampio intervallo. Il nome marna indica un calcare misto a quantità variabili di minerali argillosi, oltre a quarzo, miche, ossidi e idrossidi di ferro e altri componenti minori. In genere vengono attribuiti nomi differenti alle marne, man mano che diminuiscono i minerali argillosi e aumenta la percentuale di calcite: si parla di argilla calcarea quando si ha dal 2 al 10% di CaCO 3, argilla marnosa con una percentuale tra il 10 e il 25, marna argillosa se la quantità di CaCO 3 è tra il 25 e il 40% e marna se è tra il 40 e il 60%. Con una percentuale di CaCO 3 sino al 20% viene chiamata semplicemente argilla e costituisce la materia prima preferita del vasaio per le sue numerose qualità. La calcite svolge la sua azione legante a temperature relativamente basse, alle quali avviene la dissociazione del carbonato di Pagina | 17 calcio, che inizia a 800°C o anche prima, per completarsi attorno ai 900°C. Sulla reazione influiscono la composizione dell’impasto argilloso, la durata della temperatura massim a raggiunta all’interno del forno e l’atmosfera di cottura. La dissociazione provoca la formazione di ossido di calcio (CaO) e di biossido di carbonio (CO 2); quest’ultimo nel liberarsi accresce il volume dei pori, poi si disperde. L’ossido di calcio, invece, esercita il suo potere legante per reazione con gli altri componenti dell’impasto argilloso, dando solidità e resistenza al manufatto. Superata la temperatura di dissociazione, i silicati che via via si formano sono stabili e diminuisce il pericolo di un’eventuale ricarbonatazione (fenomeno dovuto alla neoformazione di calcite per azione dell’anidride carbonica presente nell’atmosfera, con conseguente formazione di calcinelli). In un’argilla ricca anche di ossidi di ferro, la proprietà della calcite di influire sul colore del manufatto deriva dalla cottura: si formano dei silico-alluminati di calcio e ferro dai colori chiari, soprattutto se la calcite è presente in granulometria molto fine e quando la temperatura di cottura è superiore a 800°C. L’effetto schiarente riesce a ridurre, se non annullare, gli effetti arrossanti degli ossidi di ferro, per cui si ottengono ceramiche con tonalità che variano dal rosato al nocciola tenue. I composti del ferro quali ossidi (ematite, α-Fe2O3 – ocra rossa) e idrossidi (limonite, Fe2O3·nH2O – ocra gialla) sono presenti nell’argilla calcarea usata dal vasaio tra l’1 e il 5%. Durante la cottura essi reagiscono con l’ossido di carbonio (CO, sempre presente nella fornace), con riduzione totale o parziale del ferro: trasformazione da ossido ferrico (α-Fe2O3, ematite, rossa) in ossido ferroso (FeO, wustite, nero) [Fe 2O3 + CO 2FeO + CO2] oppure da ossido ferrico in ossido ferroso-ferrico (Fe3O4, magnetite, nera) [3Fe 2O3 + CO 2Fe3O4 + CO2]. L’ossido ferroso ha potere fondente già prima di 800°C, soprattutto in atmosfera riducente. Assieme all’ossido di calcio forma silicati complessi (es.: fayalite, egirina), dando solidità e resistenza meccanica al manufatto. I composti alcalini agiscono, invece, da fondenti. Gli alcali, ovvero i metalli alcalini sodio (Na) e potassio (K), si trovano in natura combinati con altri elementi e formano numerosi minerali, come carbonati, cloruri, nitrati, borati,ecc.; nelle argille da vasaio gli alcali sono presenti sia nei minerali argillosi che in miche e feldspati. Molti composti alcalini hanno un punto di fusione piuttosto basso – tra 750°C e 850°C – e si ritrovano nella composizione del rivestimento vetrificato del manufatto. 3.1.3. Materiali accidentali Sono materiali che possono essere presenti nell’argilla da vasaio in quantità minime o maggiormente consistenti, ma che non sono indispensabili alla lavorazione ceramica e a volte possono addirittura avere effetti negativi. Talvolta possono essere aggiunti volutamente dal Pagina | 18 vasaio, altre volte, invece, la loro presenza è casuale. Questi materiali possono risultare importanti quando sono “caratterizzanti”, cioè quando possono dare indicazioni sulle aree geografiche di provenienza, sotto il profilo geologico e mineralogico; con la loro presenza o assenza, infatti, possono contribuire ad individuare l’area di origine dei reperti e le pratiche lavorative dei centri di produzione. Tra i vari materiali accidentali si annoverano le sostanze organiche, intese come resti di vegetazione, di organismi animali e di altri materiali organici, che possono rimanere inglobati nelle rocce sedimentarie detritiche durante il processo di formazione ed essere sottoposti a lenta putrefazione ad opera di vari microrganismi. Durante la lavorazione dell’argilla il processo putrefattivo produce un colloide organico che accresce la plasticità, facilitando la modellazione dei manufatti. Durante la cottura, le sostanze organiche possono provocare diverse conseguenze: per esempio, se la cottura avviene a temperatura non elevata o per un tempo troppo breve, i resti vegetali carbonizzati possono essere ancora riconoscibili oppure possono lasciare un’impronta in negativo; se la combustione è difettosa e/o incompleta e l’ambiente è riducente, le sostanze organiche possono rimanere allo stato di particelle carboniose, causando colorazioni grigio-brune più o meno intense e nello spessore interno del manufatto possono formare una zona nerastra chiamata “cuore nero” o “nucleo nero”. Se le sostanze organiche sono abbondanti e di dimensioni grossolane, nel bruciare possono provocare vacuoli più o meno grandi e quindi una porosità molto forte, che porta a diminuzione della resistenza meccanica. Tra i materiali eterogenei, presenti nell’argilla in quantità molto variabili, vi sono i clasti litici, il vetro e la sabbia vulcanica, i frammenti di selce, i resti di macro e microfossili e la pirite (Fe2S). Quest’ultima può rimanere presente nell’impasto argilloso, anche dopo aver subito la depurazione; essa dà luogo ad una serie di reazioni durante la cottura: verso i 400°C avviene la decomposizione del solfuro, si libera anidride solforosa che si ossida in anidride solforica e attacca l’ossido di calcio proveniente dalla dissociazione dei carbonati, trasformandosi in solfato di calcio, che resta inalterato fin sotto i 1000°C. Successivamente, se il manufatto viene esposto lungamente all’aria e senza protezione, il solfato assorbe l’umidità atmosferica e diventa solfato di calcio biidrato (gesso – CaSO4 · 2H2O), con conseguente aumento di volume. Sulla superficie si formano efflorescenze biancastre, dannose sia da un punto di vista estetico, ma soprattutto perché possono provocare sfaldamenti superficiali. 3.1.4. Il sistema acqua-argilla L’acqua del sistema acqua-argilla si può suddividere in 3 tipologie: Acqua d’impasto. È l’acqua aggiunta all’argilla per conferirle plasticità e renderla, quindi, lavorabile. Essa si dispone attorno alle laminette argillose formando un velo che le tiene unite per tensione superficiale e che agisce anche come lubrificante, permettendo loro di Pagina | 19 slittare le une sulle altre. Generalmente l’acqua d’impasto è tra il 15 e il 25%, con varianti a seconda della composizione dell’argilla e del tipo di modellazione; può essere aggiunta o eliminata a temperatura ambiente in maniera reversibile. Essa evapora durante l’essiccamento del manufatto, assumendo il nome di “acqua di ritiro” e “acqua di porosità” perché provoca la contrazione di volume e la porosità. Acqua d’interstrato. Alcuni minerali argillosi possono avere nell’interstrato, cioè tra pacchetto e pacchetto, anche delle molecole d’acqua (es.: illite e montmorillonite), che sono debolmente legate e, quindi, facilmente eliminabili tramite riscaldamento del manufatto a bassa temperatura (circa 200°C). Il processo può essere reversibile, ma con qualche diminuzione della plasticità. Acqua reticolare. È l’acqua chimicamente combinata, rappresentata dagli ossidrili presenti ai vertici degli ottaedri dei pacchetti. Essi sono, quindi, parte essenziale della struttura del reticolo e richiedono un riscaldamento a temperatura elevata per essere eliminati. Quando ciò avviene, il reticolo subisce un collasso e viene distrutto: è un processo irreversibile che trasforma l’argilla in corpo ceramico. 3.2. Dall’argilla al manufatto ceramico Il vaso è il risultato di un lungo percorso, che diventa evidente solo quando il manufatto esce dalla fornace: soltanto in quel momento il vasaio vede il risultato d’insieme di tutte le fasi lavorative. Se vi sono stati degli errori, il lavoro di giorni e mesi è perduto e il vaso non può essere utilizzato per svolgere la sua funzione. 3.2.1. Lavorazione La prima fase del percorso lavorativo del vasaio è costituita dalla lavorazione dell’argilla, la quale, essendo una miscela complessa, presenta modalità di formazione che posso no cambiare nello stesso bacino sedimentario, a seconda delle fasi di trasporto, di sedimentazione e di diagenesi. L’approvvigionamento poteva avvenire sfruttando cave conosciute grazie a tradizioni familiari oppure dipendere dall’attenta osservazione della zona o essere frutto del caso. Altre volte si utilizzava l’argilla depositata lungo le sponde di corsi d’acqua. A seconda della composizione e del tipo di produzione cui è destinata, l’argilla può essere usata tal quale, qualora quella disponibile in loco abbia caratteristiche appropriate, oppure dopo una stagionatura più o meno lunga, attuata per migliorarne il grado di plasticità. Il vasaio, infatti, accumulando le zolle argillose all’aperto, sfrutta l’azione chimico -fisica degli agenti atmosferici: pioggia e gelo/disgelo esercitano un’azione disgregatrice, riducendo le zolle a dimensioni inferiori e ammorbidendole; la prolungata esposizione provoca la putrefazione delle Pagina | 20 sostanze organiche presenti nell’argilla e produce un colloide organico. Inoltre, la stagionatura permette l’ossidazione della pirite (l’aria ossida i solfuri in solfati, che, essendo solubili in acqua, vengono dilavati facilmente dalle piogge). Terminati questi processi, le zolle argillose vengono fatte essiccare e immagazzinate sino al loro utilizzo. L’utilizzo di correttivi serve a modificare le caratteristiche dell’impasto argilloso, a migliorarne le prestazioni. I correttivi possono essere di natura organica (vegetali tritati e sterco di bovini ed equini) od inorganica. Quelli inorga nici servono a dare solidità al manufatto e tra i prediletti vi è il calcare, materiale facile da macinare e di comodo approvvigionamento. Anche un’opera di depurazione dell’argilla serve a modificarne le caratteristiche, eliminando componenti presenti in quantità eccessiva o di dimensioni troppo grandi o perché causa di inconvenienti durante la cottura del manufatto (es. pirite). Lo scopo della depurazione (o raffinazione) è quello di ottenere argille fini ed omogenee. Essa può essere eseguita a secco (setacciatura) o a umido (sedimentazione in acqua). L’argilla deve poi essere preparata per la modellazione di manufatti; se essa è destinata alla modellazione a tornio, deve essere eseguita battitura con i piedi e successivamente con le mani, per eliminare le bollicine d’aria rimaste intrappolate nell’argilla durante la depurazione. Tanto più vigorosa è la battitura, tanto meglio vengono eliminate o rimpicciolite le bollicine gassose e più è lungo il trattamento, migliori sono i risultati. Alla fine l’impasto argilloso è pronto per la modellazione. 3.2.2. Modellazione La modellazione (o foggiatura) può essere eseguita con diverse tecniche, che spesso si intrecciano poiché usate in combinazione o in successione. Le produzioni ceramiche che privilegiano la quantità rispetto alla qualità, debbono sfruttare al massimo lo spazio dentro la camera di cottura e ciò porta alla produzione di forme standardizzate. Le tecniche sono: Modellazione a mano. Essa non richiede attrezzi particolari: sono sufficienti argilla, acqua e le mani del vasaio. Spesso il vasaio utilizza un “supporto mobile”, cioè un piattello che viene fatto ruotare manualmente durante la modellazione; esso è l’antenato del tornio. Si parla di modellazione ad incavo se il vasaio maneggia un pezzo d’argilla di cui poi svuota l’interno, creando una cavità più o meno profonda; poi con pollice ed indice schiaccia la parete per farla crescere in altezza. La tecnica “a percussore e incudine” prevede, invece, che il vasaio percuota con un ciottolo il lato esterno del vaso mentre sostiene con un altro ciottolo il lato interno. Il vasaio che attua una modellazione a sfoglia appiattisce l’argilla sino ad ottenere un sfoglia, appunto, dello spessore voluto; i Pagina | 21 bordi vengono poi rialzati e saldati insieme mediante pressione manuale. Infine, la modellazione più comune è quella a colombino (detta anche a lucignolo, a cercine o ad anelli): caratterizzata dall’avvolgimento a spirale di cordoli d’argilla sino a costruire il vaso nella forma e nelle dimensioni volute; il vasaio esercita pressioni per congiungere saldamente un cordolo a quello sottostante e il manufatto presenta porosità elevata, poiché nel congiungere i cordoli si formano bollicine d’aria. Modellazione a tornio. Essa privilegia la quantità sulla qualità. Il tornio è costituito da un disco, che regge l’argilla da modellare, e da un asse verticale di sostegno che ne permette il movimento rotatorio. Grazie alla forza centrifuga trasmessa dal disco e alle pressioni esercitate dal vasaio, l’impasto argilloso assume forma cilindrica e si sviluppa in altezza. Il tornio più semplice è il cosiddetto tornio primitivo, che presenta una scarsa efficienza, poiché con esso non è possibile avere una produzione veloce e regolare. Con il tornio a mano, si ha un movimento rotatorio di durata tale da lasciare al vasaio le mani libere per un tempo relativamente lungo. Altri tipi di tornio sono il tornio a bastone e il tornio a piede. Nel sito di Khirbet al-Batrawy sono stati rinvenuti tre torni, costituiti da una base in calcare e due dischi in basalto. La figura sottostante mostra il sistema del tornio, relativamente al suddetto scavo archeologico. Fig.3.2 – Sezione dei dischi del tornio: nel foro (ralla) di quello inferiore era alloggiato un perno sul quale si innestava il disco superiore (volano), permettendone la rotazione [Nigro, 2010]. Modellazione da matrice. Con essa è possibile produrre un ampio numero di manufatti in serie. La matrice è un’impronta in negativo ottenuta da punzoni o da prototipi, di cui replica la forma; quella più comunemente usata nel mondo antico è in terracotta e ha come requisito essenziale la porosità: più è porosa, più velocemente assorbe l’acqua dell’impasto argilloso pressato al suo interno, tanto prima avviene il distacco del manufatto “figlio”. 3.2.3. Essiccamento Una volta completata la modellazione, il manufatto viene fatto essiccare a temperatura ambiente, affinché perda la cosiddetta acqua d’impasto. Questo è un processo reversibile. Pagina | 22 Durante l’essiccamento l’argilla subisce una contrazione di volume (chiamata ritiro), che è proporzionale alla quantità d’acqua eliminata: in un primo momento le particelle argillose slittano le une sulle altre, occupando gli spazi vuoti lasciati dall’acqua e si avvicinano tra loro. L’acqua che evapora è chiamata acqua di ritiro o acqua libera (è la percentuale più alta dell’acqua d’impasto). In questa prima fase è maggiore il pericolo di fessurazioni. In un secondo momento il manufatto comincia a consolidarsi e le particelle argillose non possono più avvicinarsi. Gli spazi lasciati vuoti creano pori e vacuoli. L’acqua rimasta – chiamata acqua di porosità o acqua legata – evapora lentamente, senza ulteriori contrazioni di volume e diminuisce, così, il pericolo di fessurazioni. Il ritiro in crudo generalmente è tra il 5 e il 7%. Esso è minore nella modellazione a mano, poiché richiede poca acqua, rispetto alla modellazione a tornio; quest’ultima, infatti, richiede continui apporti d’acqua durante la lavorazione. In linea generale il ritiro è tanto maggiore quanto più l’impasto è plastico, cioè assorbe maggiore acqua. Per indicare il grado di essiccamento si usano le espressioni “stato verde” e “stato cuoio”, a seconda del grado di durezza e del colore (più scuro il primo, più chiaro il secondo). Lo stato verde è tipico del manufatto dopo la modellazione. Lo stato cuoio, invece, presenta un buon grado di essiccazione ed è la condizione adatta per applicare il rivestimento. L’essiccamento totale indica che il manufatto è pronto per essere messo dentro la fornace. Dopo l’essiccamento, sulla superficie del vaso rimane un leggerissimo film umido, chiamato acqua di superficie, che è provocato dall’umidità atmosferica. 3.2.4. Rifiniture, rivestimenti e decorazioni Dopo la modellazione, la forma del vaso può risultare asimmetrica e la superficie grossolana: il vasaio può decidere, dopo un breve essiccamento, di eseguire una rifinitura per aumentare la coesione in crudo, ottenere una minima impermeabilità e migliorare l’aspetto estetico. Il trattamento consiste nello strofinio della superficie con arnesi. Si parla di lisciatura (o levigatura) se la superficie risultante è liscia, ma opaca, mentre se è lucida si parla di lucidatura. La brunitura indica un effetto di lucentezza dato da arnesi chiamati “brunitoi”. La steccatura, invece, indica l’uso della stecca (strumento a forma di spatola rettangolare, quadrata o semicircolare, piatta e liscia): il vasaio esegue lo sfregamento, premendo e lisciando la superficie; lo sfregamento della stecca provoca striature più o meno profonde a seconda del la pressione esercitata. Sul reperto archeologico questi segni possono servire a risalire alla tecnica di produzione. Un rivestimento è uno strato sottile, di composizione e proprietà chimico-fisiche variabili, che ricopre la superficie del manufatto ceramico allo scopo di migliorarne l’aspetto e la funzione [Cuomo di Caprio, 2007]. Pagina | 23 Le stesse materie prime utilizzate per i rivestimenti possono essere utilizzate anche per fini pittorici: quello che cambia è la depurazione e la densità (miscele fluide nel primo caso, più dense nel secondo). Il rivestimento si applica quando il manufatto si trova allo stato cuoio: la parte liquida penetra, mentre i componenti solidi si depositano in superficie e formano lo strato che in cottura si trasforma nel rivestimento vero e proprio. L’applicazione del rivestimento può essere effettuata per immersione, per aspersione o a pennellatura. Tra i vari tipi di rivestimento si annoverano: Ingobbio. Esso presenta opacità, porosità e permeabilità e il suo spessore può variare entro un intervallo di alcune centinaia di µm. Se il vasaio opera una buona lisciatura, il rivestimento può raggiungere anche un certo grado di lucentezza. La sua composizione chimico-mineralogica è simile a quella dell’argilla utilizzata per creare il manufatto. I due tipi di ingobbio più comuni sono quello rosso e quello bianco (o comunque molto chiaro). Con il primo termine si intende, in realtà, un’ampia gamma di sfumature di rosso; le materie prime sono generalmente le ocre argillose rosse e la maggiore o minore intensità della tinta dipende dalla maggiore o minore presenza di ossidi e idrossidi di ferro. Anche l’atmosfera della fornace influisce sul colore: un ambiente ossidante provoca una colorazione rossa dell’ingobbio, mentre un ambiente riducente (pove ro di ossigeno) provoca una colorazione nera del rivestimento, a causa della trasformazione da ossido ferrico (ematite – rossa) a ossido ferroso-ferrico (magnetite – nera). Per l’ingobbio bianco le materie prime sono di solito costituite da argille caoliniche. A volte un manufatto privo di rivestimento può presentare una superficie chiara: in questo caso lo schiarimento è dovuto alla presenza di calcite e di ossidi di ferro nell’impasto argilloso, i quali durante la cottura formano silico-alluminati di calcio e ferro, dal colore molto chiaro (soprattutto se la temperatura di cottura supera gli 800°C). Vernice nera e vernice rossa. Essi sono rivestimenti coprenti e lucenti, sinterizzati oppure no. In genere la decorazione viene eseguita a mano libera dal vasaio, sul manufatto crudo allo stato verde o allo stato cuoio, dopo la rifinitura. Si possono distinguere tre gruppi, in base alle tecniche: Decorazione in negativo. Rispetto alla superficie del vaso viene compressa o tolta dell’argilla; ne fanno parte l’incisione, l’excisione, l’impressione semplice, a rotella, a cilindretto, a stampo. Decorazione in positivo. Essa comporta un’aggiunta di argilla; ne fanno parte il rilievo alla barbottina, il rilievo applicato e il rilievo da matrice. Decorazione pittorica. Si distingue in geometrica e figurata. Le sostanze utilizzate sono generalmente ocre rosse, ocre gialle, argilla caolinica e altri materiali naturali che Pagina | 24 possono sopportare bene le temperature elevate, senza subire alterazioni. Di solito sono le stesse sostanze utilizzate per i rivestimenti argillosi (sinterizzati e non). 3.2.5. Cottura Il manufatto si consolida, acquistando durezza e resistenza, soltanto durante la cottura, fase conclusiva del ciclo di lavorazione. Per “cottura” si intende un trattamento termico che provoca trasformazioni chimico-fisiche irreversibili nel manufatto, le quali terminano con il raggiungimento della temperatura massima all’interno della fornace. Non solo la temperatura massima raggiunta, ma anche la durata stessa influisce sul susseguirsi e completarsi delle reazioni. Altre variabili importanti sono la velocità di crescita della temperatura, la durata e l’atmosfera, oltre all’impilaggio dei manufatti e al combustibile utilizzato. A parità di spessore della parete, un vaso che si rompe con frattura netta e bordi taglienti sottintende una cottura a temperatura superiore a quella subita da un vaso che presenta una frattura dal bordo smussato. Nella combustione, carbonio e idrogeno (presenti nei più comuni combustibili naturali – legna, paglia e altri materiali vegetali) reagiscono con l’ossigeno (comburente) per dare anidride carbonica e vapore acqueo. Quando la combustione non è completa, oltre ai prodotti suddetti si possono formare anche piccole quantità di monossido di carbonio e di idrocarburi vari. Per favorire un ambiente ossidante nella fornace, bisogna avere un buon tiraggio: il combustibile (generalmente ben secco), cioè, deve avere aria disponibile nella quantità necessaria; si formeranno fumi molto chiari. Se l’aria risulta insufficiente, carbonio e idrogeno vengono ossidati solo parzialmente e si è in presenza di un’atmosfera riducente, con abbondanza di fumi scuri. Nella prima fase di cottura (da temperatura ambiente a circa 200°C) il riscaldamento avviene molto lentamente e viene eliminata l’acqua residua d’impasto, che non era evaporata durante l’essiccamento, e buona parte dell’acqua d’interstrato. Tra 300°C e 600°C avviene la combustione delle materie organiche; se l’ambiente è riducente, la combustione risulta incompleta e una parte di esse rimane allo stato di particelle carboniose. Queste ultime possono rimanere intrappolate nello spessore del manufatto, formando una zona nerastra chiamata “cuore nero”. Esso si trova spesso nelle ceramiche archeologiche di fattura più o meno grossolana, che presentano pareti molto spesse e che hanno subito un raffreddamento troppo veloce, tale da non permettere la riossidazione completa del manufatto. La parete, vista in sezione, presenta in questo caso il cosiddetto aspetto a sandwich (a causa degli strati di differenti colori). Pagina | 25 Tra 450°C e 650°C avviene l’eliminazione dell’acqua reticolare tramite un processo che è irreversibile. Tra 400°C e 500°C avviene la decomposizione dei solfuri: lo zolfo si ossida in anidride solforosa che, combinandosi con CaO di dissociazione dei carbonati, forma solfati stabili fino a 1000°C. A circa 574°C si assiste alla trasformazione di fase del quarzo (α β), con conseguente aumento di volume. Ciò implica l’insorgere di tensioni interne al manufatto. Attorno ai 700°C avviene la decomposizione dei carbonati (CaCO 3 CaO + CO2) che si completa a circa 900°C. I tempi di reazione sono influenzati dalla granulometria dei cristalli (più sono fini, più rapida e completa è la dissociazione), dalla durata della temperatura e dall’atmosfera di cottura. Tra 600°C e 1000°C si assiste alla trasformazione delle argille anidre in una nuova sostanza più rigida: avviene l’interazione tra argille e minerali non argillosi per formare nuovi minerali. Si può parlare di una iniziale sinterizzazione, in cui una primordiale fase vetrosa “cementa” tutti i componenti dell’argilla. Oltre i 1000°C fondono i feldspati e si ottiene la vera e propria vetrificazione. Generalmente i manufatti archeologici non raggiungono mai queste temperature. Tutto ciò porta ad una contrazione di volume (minore rispetto a quella avvenuta durante l’essiccamento). Una volta raggiunta la temperatura massima, essa viene mantenuta per un periodo più o meno lungo, affinché il calore si propaghi in maniera omogenea all’interno di ogni manufatto e possano completarsi le varie reazioni chimico-fisiche. Quando termina l’immissione del combustibile nella fornace inizia il raffreddamento, che deve essere lento e durare tanto quanto il tempo di cottura. Di solito esso avviene in atmosfera ossidante, in modo tale che l’ossigeno riossidi il manufatto, liberandolo dalle particelle carboniose rimaste intrappolate all’interno. L’ossidazione comincia dalla superficie esterna e penetra verso l’interno (tanto maggiore è lo spessore della parete, tanto più lungo è il tempo necessario per una completa ossidazione). A 573°C il quarzo ritorna alla fase α (βα), con una conseguente contrazione di volume. In base al tipo di forno utilizzato si possono ottenere ceramiche di qualità differente. Il focolare a cielo aperto è il sistema di cottura più antico: le dimensioni sono limitate e non vi sono impianti strutturali fissi, la cottura è breve – così come il raffreddamento –, il vasellame è posto sul terreno e a contatto diretto con il combustibile; inoltre le temperature raggiunte sono medio-basse (tra i 600°C e gli 800°C) e non uniformi, in atmosfera prevalentemente riducente. La ceramica prodotta in questo tipo di focolare è generalmente grossolana, costituita da argilla ricca di degrassante e con elevata porosità. Pagina | 26 La fornace verticale presenta diversi aspetti che la rendono differente dal focolare sopra descritto: essa è costituita da un impianto fisso, chiuso, nel quali i manufatti sono separati dal combustibile. È possibile raggiungere temperature elevate e controllare la velocità di crescita della temperatura e la sua durata massima, oltre al raffreddamento e all’atmosfera di cottura. I prodotti di combustione dalla camera di combustione salgono verso il piano forato e la camera di cottura e poi vanno verso i fori della volta, sfociando, in seguito, all’esterno (tiraggio verticale). Da menzionare anche la fornace orizzontale, nata in Oriente e utilizzata soprattutto in Cina: essa può raggiungere anche i 1200-1300°C (produzione di porcellana). Anche qui i manufatti sono separati dal combustibile, ma il tiraggio segue un andamento inclinato, permettendo di sfruttare al massimo la propagazione del calore per irraggiamento. Pagina | 27 4 TECNICHE ANALITICHE E METODOLOGIE D’INDAGINE Al giorno d’oggi esistono numerose tecniche d’indagine applicabili agli studi di ceramiche antiche e per l’analisi dei frammenti provenienti dal sito archeologico di Khirbet al-Batrawy è stato scelto un approccio multi-analitico, costituito dall’utilizzo di microscopia ottica, spettroscopia micro-Raman, diffrattometria ai raggi X, spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier e microscopia a scansione elettronica accoppiata a spettrometria a dispersione di energia. Di seguito un approfondimento delle varie tecniche utilizzate in questo studio. 4.1. Microscopia ottica Lo stereomicroscopio è caratterizzato da una visione tridimensionale di ciò che si sta osservando, poiché utilizza due percorsi ottici separati, terminanti con due obiettivi e due oculari, che lavorano simultaneamente, dando una visione realistica dell’oggetto. Il più delle volte l’illuminazione si ottiene per riflessione, piuttosto che per trasmissione. Proprio grazie alla luce riflessa è possibile osservare la morfologia di oggetti opachi e dotati di un certo spessore. Il numero di ingrandimenti è inferiore a quello di un microscopio ottico convenzionale e i sistemi d’ingrandimento sono generalmente di due tipi: ingrandimento fisso (di solito 2x o 4x) oppure ingrandimento variabile, cioè capace di una variazione continua all’interno di un intervallo di ingrandimenti (di solito da 0,65x a 4,5x). L’ingrandimento totale, in entrambi i sistemi, può variare cambiando gli oculari (di solito con ingrandimento 10x o 20x). I frammenti ceramici giordani sono stati osservati in luce riflessa allo stereomicroscopio Optika SZR-2, attraverso illuminazione con fibre ottiche. Gli ingrandimenti totali utilizzati vanno da 6,7x a 45x. Di ciascun campione (sia macroscopico che in sezione sottile) sono state scattate numerose fotografie con fotocamera Canon PowerShot A590 IS, accoppiata allo stereomicroscopio. 4.2. Spettroscopia micro-Raman La spettroscopia Raman è una tecnica non distruttiva (o micro-distruttiva, se l’apparecchiatura non è portatile e ci riferiamo al campo dei beni culturali) che analizza le vibrazioni molecolari e reticolari cristalline, per cui è in grado di identificare in maniera inequivocabile materiali quali gas, liquidi, cristalli e solidi amorfi. L’accoppiamento dello spettrometro ad un microscopio ottico aumenta ulteriormente la versatilità dello strumento, Pagina | 28 permettendo l’analisi selettiva, su scala micrometrica, di componenti che costituiscono un campione eterogeneo. Per queste sue caratteristiche, la spettroscopia Raman è una tecnica ottimale ed importante per lo studio dei beni culturali. Questa tecnica d’indagine sfrutta la radiazione diffusa anelasticamente dal campione, cioè il così detto effetto Raman, scoperto nel 1928 da V. C. Raman, fisico indiano che vinse il premio Nobel nel 1930. La spettroscopia Raman si basa sull’interazione tra la radiazione elettromagnetica, proveniente da una sorgente laser, e la materia. La radiazione monocromatica, costituita da fotoni della stessa energia, quando incide sulla superficie di un materiale può essere riflessa, assorbita o trasmessa, ma una piccola parte di essa viene diffusa in tutte le direzioni con la medesima frequenza della radiazione incidente, cioè senza perdita di energia: in questo caso si parla di diffusione elastica o Rayleigh. Una percentuale ancora minore di radiazione subisce una diffusione di tipo anelastico (effetto Raman), cedendo energia ai moti vibrazionali delle molecole (effetto Raman Stokes) oppure acquisendo energia (effetto Raman anti-Stokes). I tre differenti processi di diffusione si possono suddividere in base alla differenza di energia tra fotoni incidenti e diffusi (fig. 4.1): Un fotone incidente di energia E=hν 0 viene assorbito da una molecola del campione, la quale utilizza questa energia per portarsi in uno stato eccitato virtuale, che è altamente instabile. La molecola torna allo stato fondamentale dopo un brevissimo intervallo di tempo, emettendo un fotone con la stessa energia (E= hν 0) di quello incidente (diffusione elastica). Questo tipo di diffusione non fornisce informazioni riguardo ai livelli energetici vibrazionali tipici del campione. Un fotone incidente di energia E=hν 0 viene assorbito da una molecola del campione, la quale utilizza questa energia per portarsi in uno stato eccitato virtuale, dove parte dell’energia acquisita innesca una vibrazione molecolare. Quando la molecola ritorna allo stato fondamentale, essa emette un fotone di energia inferiore (E=hν 0-hν1) rispetto a quello incidente e decade in un livello vibrazionale più alto (diffusione anelastica Stokes). Un fotone incidente di energia E=hν 0 viene assorbito da una molecola del campione, la quale utilizza questa energia per portarsi in uno stato eccitato virtuale, in cui acquista energia in seguito allo spegnimento di un moto vibrazionale. Quando la molecola ritorna allo stato fondamentale, essa emette un fotone di energia maggiore (E=hν 0+hν1) di quello incidente e decade in un livello vibrazionale più basso (diffusione anelastica anti-Stokes). Nel caso della diffusione elastica, lo spettro consiste in un’intensa riga della stessa frequenza della radiazione incidente; nella diffusione anelastica lo spettro presenta una serie di righe più deboli, rispetto alla riga Rayleigh, disposte simmetricamente a frequenza minore (righe Stokes) e a frequenza maggiore (righe anti-Stokes), come da fig. 4.2. Pagina | 29 Fig. 4.1 – Diagramma dei livelli energetici, che mostra i fenomeni di eccitazione/rilassamento responsabili della diffusione Rayleigh (a), Raman Stokes (b) e Raman anti-Stokes (c) [Smith e al., 2004]. Fig. 4.2 – Spettro Raman generico, che mostra l’intensa riga Rayleigh e la serie di righe Raman a frequenze minori (righe Stokes, a destra) e a frequenza maggiore (righe anti-Stokes, a sinistra). Le righe anti-Stokes sono visibilmente meno intense delle corrispondenti Stokes: ciò avviene perché per ottenere una diffusione anti-Stokes, le molecole devono essere in origine in uno stato vibrazionale eccitato e questo accade con minore probabilità; la probabilità aumenta all’aumentare della temperatura (legge di Boltzmann). Di conseguenza, gli spettri Raman riportati in letteratura presentano generalme nte soltanto le linee Stokes. In uno spettro Raman convenzionale, in ordinata si trova l’intensità della luce diffusa anelasticamente (che è direttamente proporzionale alla concentrazione della specie Raman attiva e alla variazione della polarizzabilità) mentre in ascissa si trova la differenza tra la frequenza della luce diffusa e quella della luce incidente: è il così detto Raman shift, ovvero lo spostamento, in numero d’onda, dei picchi Stokes ed anti-Stokes rispetto alla riga Rayleigh. Ciò che lo spettro evidenzia sono, quindi, dei picchi che corrispondono a frequenze vibrazionali tipiche di ciascun materiale, dipendenti non solo dalla composizione ma anche dal tipo di legami Pagina | 30 e dalla struttura cristallina. Ogni materiale, di conseguenza, ha un proprio spettro Raman identificativo. Il manifestarsi dell’effetto Raman è strettamente correlato al grado di polarizzabilità delle molecole presenti in un campione. La polarizzabilità è la misura della tendenza di una molecola ad acquistare, per effetto di un campo elettrico esterno, un momento di dipolo. La diffusione della radiazione comporta, di conseguenza, solo una distorsione momentanea degli elettroni distribuiti attorno ad un legame, seguita da riemissione della radiazione, appena il legame ritorna al suo stato elettronico fondamentale. L’assorbimento infrarosso, per contro, richiede che un modo vibrazionale della molecola sia associato ad una variazione di dipolo: solo a questa condizione una radiazione con la stessa frequenza può interagire con la molecola e promuoverla ad uno stato vibrazionale eccitato. Con la spettroscopia Raman, quindi, si possono osservare i modi vibrazionali legati ad una variazione della polarizzabilità (Raman attivi), mentre con la spettroscopia IR si possono osservare i modi vibrazionali legati ad una variazione del momento di dipolo (IR attivi). La “regola di esclusione” stabilisce che se una molecola possiede un centro di simmetria, nessun modo vibrazionale può essere contemporaneamente Raman attivo e IR attivo. Questo significa che la spettroscopia Raman è da considerare complementare a quella IR. Spesso negli spettri si può rilevare una curva di fondo molto alta, dovuta al fenomeno della fluorescenza: quest’ultima è caratterizzata da intensità molto più elevata rispetto a quella dell’effetto Raman (fenomeno che si verifica sempre con bassa probabilità), indi per cui a volte risulta difficile rilevare spettri Raman ben risolti. Nonostante siano state proposte varie strategie per minimizzare la fluorescenza [Smith et al., 2004], l’unica che può avere successo consiste nell’utilizzo di diversi laser, a lunghezza d’onda estremamente lunga o corta. La strumentazione micro-Raman è generalmente costituita da: Sorgente laser. Tra i più utilizzati vi è il laser He-Ne, con lunghezza d’onda λ=632,8 nm. Filtro notch (o filtri d’altro tipo). Reticolo olografico che fa passare solo la radiazione diffusa anelasticamente, evitando che la radiazione riflessa e diffusa elasticamente interferiscano con l’effetto Raman e saturino il rivelatore. In alternativa al filtro notch possono essere presenti monocromatori e fenditure, ma il filtro permette di ridurre le dimensioni dello strumento e di aumentare l’efficienza ottica [Smith e al., 2004]. Microscopio ottico. Il fascio laser viene focalizzato sul campione attraverso un obiettivo. Generalmente il microscopio dispone di un set di tre obiettivi (10x, 50x e 100x). Nel nostro caso è presente anche un obiettivo a lunga distanza di lavoro, particolarmente utile nello studio delle ceramiche. Telecamera. Si utilizza per visualizzare l’immagine del campione ed agevolare la focalizzazione del laser sul punto di analisi. Pagina | 31 Reticolo di diffrazione. Ha lo scopo di separare spazialmente le diverse lunghezze d’onda della radiazione. Rivelatore. Generalmente è un sensore CCD (Charge-Coupled Device), che permette di restituire il segnale sotto forma di spettro sul computer. Fig. 4.3 – Micro-spettrometro Raman [Smith et al., 2004]. Per l’analisi dei frammenti giordani è stata utilizzata un’apparecchiatura Jobin-Yvon Horiba Labram, equipaggiata con un microscopio Olympus, con obiettivi 10x, 50x, 50x ULWD, 100x e uno stage x-y motorizzato. La risoluzione spaziale è di 2 µm usando l’obiettivo 50x. Per l’irraggiamento si è scelto il laser rosso He-Ne (λ=632,8 nm). Prima di ogni sessione di misura il sistema è stato calibrato utilizzando la riga Raman del silicio a 520,6 cm -1. La linea di fondo degli spettri è stata corretta con il software LabSpec, al fine di rimuovere la curva di fluorescenza. 4.3. Diffrattometria a raggi X La diffrattometria a raggi X (XRD) è una tecnica distruttiva che permette di riconoscere composti cristallini all’interno di un campione. A partire dal 1912, quando Max von Laue applicò i raggi X allo studio di materiali cristallini, questa tecnica è diventata di fondamentale importanza per numerosi campi di studio, tra i quali quello dei beni culturali. La diffrazione è un complesso fenomeno di diffusione e interferenza originato dall’interazione dei raggi X con un reticolo cristallino. I cristalli presentano una struttura tridimensionale ordinata, costituita da periodi d’identità, cioè periodicità caratteristiche, lungo gli assi cristallografici. Quando un fascio di raggi X colpisce una tale struttura, esso fa vibrare gli elettroni che incontra nel suo percorso con una frequenza uguale a quella della radiazione incidente. Questi elettroni assorbono in parte l’energia dei raggi X e si comportano come una nuova sorgente puntiforme di radiazioni X (della stessa frequenza e lunghezza d’onda). Quindi, Pagina | 32 in un filare di atomi regolarmente spaziati, ogni atomo può essere considerato come un centro di emissione di fronti d’onda sferici e quando le onde diffuse interferiscono costruttivamente, producono fronti d’onda in fase e si ha il fenomeno della diffrazione. Per avere diffrazione di raggi X la spaziatura tra piani atomici deve essere dell’ordine della lunghezza d’onda della radiazione (Å) e i centri diffusori devono essere distribuiti in maniera regolare nello spazio. W.L. Bragg evidenziò il fatto che anche se i raggi X sono diffratti dai cristalli, essi si comportano come se fossero riflessi da piani presenti nel cristallo, ma solo quando si verificano determinate condizioni. Queste condizioni debbono soddisfare l’equazione nλ = 2dsenθ dove n è un numero intero, λ è la lunghezza d’onda, d è la distanza interplanare del cristallo e θ è l’angolo d’incidenza e “riflessione” del fascio di raggi X, da un dato piano atomico. Fig. 4.4 – Diffrazione di raggi X da parte di un cristallo. In definitiva, per far sì che i raggi riflessi non si annullino (interferenza costruttiva) la differenza di cammino ottico (Δ = 2dsinθ) deve essere uguale a un numero intero di lunghezze d’onda (nλ). L’equazione di Bragg ci descrive, quindi, le condizioni per le quali può avvenire interferenza costruttiva e, di conseguenza, il fenomeno della diffrazione: si hanno riflessioni, o più correttamente massimi di diffrazione, solamente per quagli angoli θ che soddisfano l’equazione. Quando un fascio di raggi X colpisce un cristallo, esso vi penetra e l’effetto di diffrazione risultante deriva da un numero quasi infinito di piani paralleli ed ognuno contribuisce, per una piccola quantità, all’effetto complessivo di diffrazione. La diffrazione di raggi X generalmente si suddivide in: Diffrazione da cristallo singolo. Indica gli effetti di diffrazione dati da un cristallo singolo molto piccolo, che possono essere registrati su pellicola fotografica o misurati da un rivelatore. Diffrazione su polveri. Attualmente è la tecnica più utilizzata, a causa della relativa rarità di cristalli ben formati e della difficoltà di ottenere l’orientamento preciso del cristallo (richiesto dal metodo a cristallo singolo). Il campione viene macinato finemente e legato Pagina | 33 con collante amorfo oppure pressato; quando un fascio di raggi X monocromatici colpisce il preparato, tutti i possibili effetti di diffrazione avvengono simultaneamente. Lo strumento maggiormente utilizzato attualmente è il diffrattometro per polveri: il campione, inserito nell’apposita camera, ruota nel percorso di un fascio di raggi X, mentre un rivelatore ruota attorno ad esso e raccoglie i raggi X diffratti; quando il campione ruota di un angolo θ, il rivelatore ruota di un angolo 2θ (geometria BraggBrentano). Il fascio diffratto entra nel rivelatore e produce un segnale: l’impulso generato viene amplificato e il segnale elettronico risultante determinala la comparsa di un picco, all’interno del così detto diffrattogramma, che rappresenta l’evento di diffrazione. Fig. 4.5 – Schema di un diffrattometro per polveri. La strumentazione di un diffrattometro per polveri è generalmente costituita da: Sorgente di raggi X. Quella più comune è il tubo a raggi X, che produce un fascio di raggi X paralleli e monocromatici. Il tubo ad alto vuoto è costituito da un anodo (generalmente è in Cu, ma può essere anche in Fe o Mo) e un filamento di tungsteno (catodo). Quando il filamento si riscalda, per passaggio di corrente elettrica, emette elettroni che vengono accelerati da un’elevata differenza di potenziale applicata tra anodo e catodo. Quando gli elettroni che collidono con l’anodo hanno sufficiente energia da dislocare elettroni dagli orbitali elettronici interni del materiale dell’anodo, allora si generano raggi X, che dipendono dal metallo dell’anodo. Supporto per campioni. Il campione, macinato finemente, viene montato su un vetrino. Rivelatore. Converte l’energia radiante in segnale elettrico. Può essere di tre tipi: rivelatore a gas, contatore a scintillazione o rivelatore a semiconduttore. Nei rivelatori a gas, la radiazione X passa attraverso un gas inerte (es.: argo, xenon), dando luogo ad interazioni che producono un numero elevato di ioni gassosi ed elettroni per ogni fotone X: ne risulta un aumento di conducibilità. Nei contatori a scintillazione la radiazione X Pagina | 34 passa attraverso un cristallo (generalmente ioduro di sodio drogato) e la sua energia viene prima ceduta allo scintillatore e poi rilasciata sotto forma di fotoni di radiazione fluorescente: i lampi di luce prodotti vengono trasmessi al fotocatodo di un tubo fotomoltiplicatore e poi convertiti in impulsi elettrici. Nei rivelatori a semiconduttore [Si(Li) o Ge(Li)] l’assorbimento di un fotone causa la formazione di un fotoelettrone, che a sua volta cede energia cinetica promuovendo in banda di conduzione migliaia di elettroni del silicio (o del germanio), con conseguente aumento di conducibilità. Per l’analisi dei frammenti giordani è stata utilizzata un’apparecchiatura Seifert MZIV, equipaggiata con un monocromatore di grafite che sfrutta la radiazione Cu Kα, operante a 40 kV e 20mA. I diffrattogrammi sono stati raccolti da 5° a 60° 2θ, ad una velocità di 0,02° per step, con un tempo di conteggio di 8 s per step. Tutti i campioni sono stati macinati finemente in un mortaio d’agata e i campioni KB.06.A.120/6, KB.10.B.1054/24, KB.10.B.1054/62a, KB.11.B.1124/, KB.11.B.1124/3, KB.11.B.1124/15, KB.11.B.1124/29, KB.11.B.1124/33, KB.11.B.1128/50, KB.11.B.1128/51, KB.11.B.1128/65 hanno subito dei setacciamenti, con lo scopo di dividere le componenti del campione che presentavano granulometria differente. Sono stati utilizzati setacci con maglie da 0,063 mm, 0,032 mm e 0,020 mm; i campioni macinati sono stati fatti passare attraverso i tre setacci, i quali sono stati impilati uno sopra l’altro (in alto quello con la maglia più grossa, in basso quello con la maglia più fine): sul foglio posto alla base della pila di setacci, una volta terminato il setacciamento, sarebbe dovuta rimanere solo la matrice, con granulometria ≤ 0,020 mm. Fig. 4.6 – Fotografie della metodologia di setacciamento: a sinistra macinazione del campione, a destra la pila di setacci. 4.4. Spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier La spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier (FT-IR) è una tecnica che analizza le vibrazioni molecolari e rotazionali ed è capace di identificare i gruppi funzionali che Pagina | 35 caratterizzano sia i composti organici che inorganici. Tra i materiali inorganici, si possono maggiormente identificare carbonati, solfati e nitrati; gli ossidi generalmente non danno un sufficiente segnale, mentre non si riesce a discriminare con sufficiente precisione i diversi tipi di silicati, ma soltanto il composto come classe. Si hanno spettri di tipo vibrazionale quando si utilizzano radiazioni comprese fra 3 e 25 µm (corrispondenti all’assorbimento nel vicino e medio infrarosso), mentre si hanno spettri di tipo rotazionale quando si utilizzano radiazioni tra 25 e 200 µm (corrispondenti all’assorbimento nel lontano infrarosso). Nelle analisi spettroscopiche generalmente si utilizza la regione del medio infrarosso (MIR), spesso espressa in numeri d’onda (da 4000 a 400 cm -1). Da circa 1000 a 400 cm -1 si parla della così detta regione delle impronte digitali (fingerprint), in cui si trovano bande di assorbimento che debbono essere associate ad altre bande presenti nella zona da 4000 a 1000 cm -1 per poter caratterizzare il campione, perché la regione del fingerprint funge da marker delle sostanze. Le molecole che assorbono radiazione IR devono presentare legami di tipo polare (maggiore è la polarità, maggiore è l’assorbimento) e le vibrazioni devono causare una variazione del momento di dipolo. Quindi non tutte le vibrazioni sono IR attive: ne sono un esempio le vibrazioni simmetriche che rispettano il centro di simmetria o le vibrazioni delle molecole biatomiche omonucleari. Per una molecola non lineare contenente n atomi, esistono 3n-6 modi vibrazionali (cioè frequenze caratteristiche di vibrazione), mentre per una molecola lineare esistono 3n-5 modi vibrazionali; anche per molecole relativamente semplici, quindi, esiste un gran numero di livelli energetici vibrazionali. L’energia vibrazionale è legata a movimenti di stiramento (stretching – vibrazioni lungo la direzione dei legami della molecola, che si distinguono in simmetriche e asimmetriche), in cui varia la distanza fra gli atomi, e a movimenti di deformazione ( bending), che si basano sulle variazioni degli angoli di legame e su torsioni. Generalmente uno spettro viene presentato in: Trasmittanza (%T), che misura la radiazione trasmessa attraverso il campione. Assorbanza (A), che misura la radiazione assorbita dal campione. Questi due tipi di interazione sono inversamente correlate nell’equazione: A = log (1/T) La radiazione IR passa attraverso il campione, il quale assorbe l’onda elettromagnetica in funzione della lunghezza d’onda; come conseguenza, l’intensità della luce trasmessa viene diminuita. L’assorbimento della luce a diversi numeri d’onda (espressi in cm -1) corrisponde all’eccitazione dei livelli vibrazionali della molecola. Se si raccoglie e analizza nello spettrometro la luce trasmessa o assorbita, si ottiene uno spettro costituito da bande d’assorbimento caratteristiche del tipo di materiale esaminato. Per identificare un composto, si analizza la Pagina | 36 posizione, la forma e l’intensità delle varie bande presenti nello spettro. La posizione indica quali sono i gruppi funzionali esistenti nella molecola; la forma delle bande ci offre l’informazione sul gruppo funzionale e sulla purezza del materiale: molte bande, infatti, sono apparentemente simmetriche e l’osservazione di deviazioni dalla simmetria può essere indicativa della presenza di una o più altre bande. Le variazioni possono essere dovute all’esistenza di un componente a più bassa concentrazione (che di conseguenza risulta difficile da identificare) oppure a modificazioni del materiale. L’intensità relativa di una banda, rispetto all’intensità di altre, fornisce informazioni sulla quantità del gruppo funzionale specifico all’interno della molecola. Va ricordato, inoltre, che con la spettroscopia IR è possibile anche misurare l’intensità della radiazione riflessa in relazione all’intensità della radiazione incidente. Ciò può essere utile per l’analisi di superfici di campioni difficili da trattare. In presenza di campioni solidi, se si vuole effettuare l’analisi in trasmissione occorre preparare delle pasticche di KBr o altri alogenuri, quali BaF 2 o AgCl. Il campione viene triturato finemente e mescolato con KBr, che ha la capacità di essere compresso, fino ad ottenere una pastiglia trasparente nel medio infrarosso. L’unico inconveniente di questo alogenuro è la sua alta igroscopicità: per questo motivo si deve prestare attenzione durante la preparazione del campione. Le due fasi si mescolano in quantità idonee e poi la polvere ottenuta si comprime mediante un’apposita pressa, in modo tale da ottenere un dischetto trasparente. La strumentazione FT-IR è generalmente costituita da: Sorgente. Può essere una sorgente Globar (candela di SiC), una sorgente a filo incandescente o un filamento di Nerst (ossidi di terre rare). Interferometro di Michelson. È costituito da uno specchio semiriflettente ( beamsplitter) e da due specchi: uno fisso e l’altro mobile. La radiazione IR proveniente dalla sorgente viene divisa in due fasci dal beamsplitter; un fascio viene mandato allo specchio fisso e viene riflesso, l’altro fascio viene mandato allo specchio mobile e viene riflesso. I due fasci colpiscono di nuovo il beamsplitter e si ricombinano dando luogo ad interferenza costruttiva o distruttiva a seconda della posizione dello specchio mobile. Supporto per campioni. Rivelatore. Analizza la radiazione, risultante dalla ricombinazione dei due fasci, che attraversa il campione. Si ottiene l’interferogramma, che rappresenta la variazione dell’intensità della luce che raggiunge il rivelatore in funzione del tempo o della distanza dello specchio mobile. La trasformata di Fourier (operazione matematica), effettuata dal calcolatore collegato allo strumento, consente di trasformare l’interferogramma in un tradizionale spettro IR vibrazionale (segnale d’intensità in funzione del numero d’onda o della lunghezza d’onda), passando dal dominio delle distanze al dominio delle frequenze. Pagina | 37 Un requisito molto importante è quello di ottenere un buon interferogramma, dal quale dipende la precisione dello spettro ottenuto: lo specchio mobile deve avere una velocità costante e la sua posizione deve essere nota in maniera esatta in ogni istante; inoltre, lo specchio deve mantenere una costante planarità, durante tutto il suo spostamento. Fig. 4.7 – Schema di uno FT-IR. Per l’analisi dei frammenti giordani è stata utilizzata un’apparecchiatura Jasco 6100. Gli spettri sono stati acquisiti ed elaborati attraverso il software Spectra Manager. Ogni campione è stato preparato utilizzando KBr: è stata presa una piccola porzione di ciascun frammento ed è stata polverizzata con un mortaio d’agata; ad essa è stata poi aggiunta una quantità di KBr, pari a circa tre volte la quantità del campione polverizzato. Una volta ottenuta la pastiglia, essa è stata posta nello strumento e si è proceduto con l’analisi. Per ciascuna misura sono state effettuate in media 90 scansioni, con una risoluzione di 4 cm -1 ed è stato raccolto lo spettro in un range da 450 a 4000 cm-1. È stato collezionato il background (spettro dell’aria) prima di effettuare le analisi. Gli spettri sono stati misurati in trasmittanza e poi convertiti in assorbanza. 4.5. Microscopia elettronica a scansione La microscopia elettronica a scansione (SEM) è una tecnica capace di evidenziare le caratteristiche superficiali di un oggetto: dettagli a diverse profondità (qualche µm), forma, dimensioni e disposizioni delle particelle che compongono il campione. È in grado di forni re immagini tridimensionali, caratterizzate da elevato grado di definizione e maggiore risoluzione rispetto al microscopio ottico: può fornire fino 150000-200000 ingrandimenti teorici. Con tale tecnica si possono determinare anche gli elementi chimici che compongono il campione, sia qualitativamente che quantitativamente, tramite microanalisi a sonda elettronica (EMPA). Si possono osservare solo campioni solidi di dimensioni ridotte (massimo 30 cm). Pagina | 38 Quando una superficie viene investita da un fascio di elettroni ad alta energia, si creano interazioni tra elettroni ed atomi e vengono prodotti parecchi tipi di segnali, che vengono raccolti da rivelatori specifici, a seconda del segnale. Tali segnali sono dovuti ad elettroni retrodiffusi, elettroni secondari, elettroni Auger, raggi X caratteristici e fotoni con varie energie. Quelli più comunemente studiati sono quelli dovuti a elettroni secondari (forniscono informazioni sulla morfologia del campione), a elettroni retrodiffusi (forniscono informazioni sulla distribuzione degli elementi chimici nel campione) e a raggi X (analizzati con la microsonda elettronica). Quando un elettrone colpisce un materiale possono verificarsi diversi tipi di interazione con gli atomi del campione, o meglio, con gli elettroni degli atomi: esse si possono suddividere in due grosse categorie. La prima è data dagli urti elastici, nei quali l’elettrone cambia la sua traiettoria ma mantiene invariata la sua energia; la seconda è data dagli urti anelastici, in cui l’elettrone perde parte della sua energia trasferendola al materiale. Gli elettroni retrodiffusi (BSE – backscattered electron) sono quelli diffusi in modo elastico: più elevato è il numero atomico (Z) del materiale colpito e maggiori sono gli elettroni che vengono “riflessi” dalla superficie. Di conseguenza, la quantità di segnale dovuta agli elettroni retrodiffusi dipende dal numero atomico del materiale analizzato. L’immagine che si ottiene al SEM è costituita da toni di grigio: maggiore è la quantità di elettroni retrodiffusi dal materiale e più il grigio risulta chiaro, quindi zone chiare si riferiscono ad elementi chimici ad alto Z mentre zone scure ad elementi chimici a basso Z. Gli elettroni secondari (SE – secondary electron) sono quelli diffusi in modo anelastico: essi sono debolmente legati al materiale e vengono strappati dai loro legami dagli elettroni del fascio incidente. Avendo bassa energia (<50 eV), soltanto quelli che vengono generati nello strato più vicino alla superficie del materiale riescono a sfuggire e ad essere rivelati (circa i primi 25 nm), mentre gli elettroni secondari generati in profondità vengono riassorbiti dal materiale. Il numero di elettroni secondari rivelati dipende dall’inclinazione del materiale rispetto al fascio incidente; essi non danno informazioni composizionali, ma forniscono informazioni sulla morfologia del campione. L’immagine che si ottiene al SEM è costituita da contrasti di chiaroscuro e ciò dipende da come sono orientate le facce del campione. La strumentazione SEM è generalmente costituita da: Emettitore di elettroni. Generalmente è costituito da un filamento di tungsteno riscaldato ad alte temperature, il quale emette elettroni (effetto termoionico) e li accelera verso la colonna. Il fascio di elettroni che incide sul campione presenta due parametri fondamentali: l’energia (1-30 keV) e la corrente (1 pA - 1 µA), le quali determinano la dimensione del fascio, quindi la risoluzione, la quantità di segnale utile e la profondità di penetrazione. Pagina | 39 Colonna. Costituita da un cilindro carico negativamente (anodo), che respinge gli elettroni collimandoli verso il centro, e da diverse lenti elettromagnetiche che hanno lo scopo di controllare e focalizzare il fascio di elettroni. Camera. Contiene il campione da analizzare – che viene reso conduttivo dalla stesura di un sottile strato di grafite – e lavora con il vuoto, altrimenti l'aria impedirebbe la produzione del fascio, data la bassa energia degli elettroni. Rivelatore. Differente per ciascuno dei segnali ottenuti. Tra i vari, vi è la spettrometria a dispersione d’energia (EDS), per l’analisi dei raggi X emessi dal campione – che sono caratteristici degli elementi chimici presenti – la quale permette, quindi, di effettuare una caratterizzazione elementare del materiale. Si possono analizzare tutti gli elementi a partire dal boro (Z = 5), poiché gli elementi più leggeri non possono essere rivelati. La tecnica EDS utilizza uno spettrometro in grado di discriminare le energie: tutte le righe X emesse vengono misurate simultaneamente. Fig. 4.8 – Schema di un SEM. Per l’analisi dei frammenti giordani è stata utilizzata un’apparecchiatura FEI-Quanta 400, operante a 20kV, accoppiata a spettrometria a dispersione di energia (EDX – Energy Dispersive Xray Analysis) Genesis. È stata effettuata una calibrazione automatica utilizzando le righe K di Al e Cu (griglia di rame su uno stub di alluminio). Pagina | 40 5 I CAMPIONI Le ceramiche di Khirbet al-Batrawy, risalenti al III millennio a.C., sono una prova inequivocabile del fatto che il sito fu occupato solamente in quell’epoca. Nell’area A (Acropoli) e nell’area B sud le case hanno restituito una notevole quantità di ceramica comune, che illustra la varietà delle forme e delle funzioni sviluppatesi con la nascita della città. Numerosi reperti e resti, attribuibili al Bronzo Antico III, documentano, come già detto in precedenza, una ricca presenza di prodotti agricoli e alimentari. All’interno del palazzo, risalente al Bronzo Antico IIIB, sono stati rinvenuti 3 torni da vasaio. Essi sono una testimonianza del livello tecnologico raggiunto dalla comunità di questo sito nel III millennio a.C.. I reperti ceramici mostrano una forte standardizzazione delle produzioni, sia per le forme che per l’impasto e per le funzioni. Oltre ai torni, nel palazzo sono stati rinvenuti anche numerosi pithoi, grandi vasi per lo stoccaggio delle derrate alimentari, alti più di un metro e con una capienza di circa 120 litri ciascuno. Fig. 5.1 – Due torni rinvenuti rispettivamente nel magazzino e nella Sala a Pilastri [Nigro, 2010]. Fig. 5.2 – Pithoi restaurati, rinvenuti nella Sala a Pilastri [Nigro, 2010]. Pagina | 41 Il tornio risulta essere stato utilizzato per realizzare il collo dei pithoi, contenitori prodotti espressamente dal palazzo per se stesso. Dunque esso è uno strumento ca rdine del sistema economico centralizzato, in quanto necessario per realizzare i vasi, che sono funzionali all’accumulo del surplus agricolo e, di conseguenza, alla gestione del potere economico da parte del palazzo [Nigro, 2010]. I pithoi sono generalmente caratterizzati da corpo ovoidale, collo cilindrico, orlo svasato, ripiegato e modanato, due cordonature a rilievo (una applicata per mascherare i punti di giunzione tra le due metà che costituivano il corpo e una all’attaccatura del collo). Tutti presentano un impasto marroncino-rosato (talvolta con un nucleo grigio). La maggior parte dei pithoi conteneva granaglie (in particolare semi d’orzo) carbonizzate e diversi vasi presentavano deformazioni delle pareti, causate dal prolungato contatto con le travi lignee incendiate, come possono testimoniare le evidenti sfiammature sulle pareti esterne [Nigro, 2010]. Oltre ai pithoi sono stati rinvenuti piatti, coppette, coppie di vasi tra i quali due bacini profondi (“vats”), brocche e brocchette, ollette, attingitoi e giare di diverso tipo, tra cui giare del tipo “hole mouth” (giare senza collo) e del tipo “pattern combed” (letteralmente “motivo a pettine”). Queste ultime sono ceramiche da conservazione della produzione, cioè giare olearie decorate all’esterno con un pettine a maglia larga, tipiche nel Levante. Questi contenitori venivano impiegati per il trasporto dell’olio di oliva (utilizzato come alimento, ma anche come cosmetico e combustibile per l’illuminazione). Il numero di frammenti “pattern combed” ritrovati indicano che dalla città di Batrawy dipendessero verosimilmente diversi centri di produzione dell’olio. A riprova di ciò, sul territorio attorno al sito archeologico prospezioni hanno rivelato che i pendii collinari erano ricoperti da distese di olivet i [Nigro, 2009]. Nel presente studio sono stati analizzati 36 campioni, trovati nelle aree A e B e risalenti al Bronzo Antico IIIB (2500 – 2300 a.C.), momento di maggior splendore della città. Da 12 di questi sono state ricavate anche le sezioni sottili. Sono stati inoltre analizzati un frammento di mattone, proveniente da un’abitazione del Bronzo Antico IIIB e un campione di marna, proveniente dalla stessa area geografica del sito archeologico. AREA B AREA A Fig. 5.3 – Luoghi di ritrovamento dei frammenti Pagina | 42 Di seguito i campioni presi in esame, compresivi di foto dei frammenti e, ove possibile, di disegni e di foto delle sezioni sottili. BA IIIB (2500-2300 a.C.) Descrizione Campione Disegno (sezione e prospetto) Sezione sottile KB.05.A.46/2 Ansa di giara. Ceramica da deposito (storage ware). KB.05.A.46/8 Parete di giara. Ceramica da deposito (storage ware). KB.05.A.216/4 Ansa di giara. Ceramica da deposito (storage ware). KB.05.A.224/2 Parete di pithos. Ceramica da deposito (storage ware). Pagina | 43 KB.06.A.120/6 Brocca rossa lustrata. KB.06.A.220/5 Parete di pithos. Ceramica da deposito (storage ware). KB.10.B.1040/8 Pithos. KB.10.B.1054/6 Bacino Profondo (vat). KB.10.B.1054/21 (a-b-c) Giara “pattern combed”. Pagina | 44 KB.10.B.1054/22 Giara rossa lustrata (red burnished jar). KB.10.B.1054/24 Pithos. KB.10.B.1054/62 (+ a e b) Giara con doppie anse. Pagina | 45 KB.11.B.1054/2 Pithos. KB.11.B.1054/12 Giara con anse verticali. KB.11.B.1054/13 Giara rossa lustrata (red burnished jar). KB.11.B.1124/ Giara semplice. KB.11.B.1124/1 Giara “hole mouth”. Pagina | 46 KB.11.B.1124/3 Giara “hole mouth”. KB.11.B.1124/10 Pithos. KB.11.B.1124/15 Giara “hole mouth”. KB.11.B.1124/19 Spouted vat (contenitore con beccuccio). KB.11.B.1124/22 Giara. KB.11.B.1124/24 Giara. KB.11.B.1124/28 Pithos. Pagina | 47 KB.11.B.1124/29 Giara con anse sporgenti. KB.11.B.1124/33 Brocchetta rossa lustrata (red burnished juglet). KB.11.B.1128/ Giara. KB.11.B.1128/1 Giara con anse verticali. Ceramica da deposito (storage ware). KB.11.B.1128/50 Pithos. Ceramica da deposito (storage ware). Pagina | 48 KB.11.B.1128/51 Pithos. Ceramica da deposito (storage ware). KB.11.B.1128/52 Giara “hole mouth”. Ceramica da deposito (storage ware). KB.11.B.1128/65 Brocchetta rossa lustrata (red burnished juglet). Mattone Marna Pagina | 49 6 RISULTATI DELLE ANALISI Si riportano i risultati delle analisi, effettuate sui frammenti ceramici, sul campione di marna e sul frammento di mattone tramite microscopia ottica, spettroscopia micro -Raman, spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier (FT-IR), microscopia elettronica a scansione accoppiata a spettrometria a dispersione di energia (SEM-EDX) e diffrattometria a raggi X (XRD). 6.1. Microscopia ottica Tramite l’analisi allo stereomicroscopio è possibile esaminare le superfici del manufatto, la colorazione sia interna che superficiale, nonché la forma e la distribuzione dei granuli costituenti la tempera. Da questa prima analisi macroscopica si possono, quindi, ottenere già alcune informazioni sulle tecnologie di produzione di tali manufatti. La quantità di ferro presente nelle materie prime e la cottura in condizioni ossido-riducenti sono generalmente i principali fattori che determinano il colore nelle ceramiche. In ambiente ossidante si forma soprattutto ematite, che è il principale minerale pigmentante nei frammenti ceramici. I campioni KB.05.A.46/2, KB.05.A.216/4, KB.05.A.224/2, KB.11.B.1124/, KB.11.B.1124/24, KB.11.B.1128/, KB.11.B.1128/51 presentano in sezione una colorazione a sandwich (all’esterno varia dal rosa al rosso, all’interno varia dal grigio chiaro al grigio scuro a seconda dei campioni) (fig. 6.1). Come già detto in precedenza (si veda cap. 3), la colorazione grigio-nera può essere data da una combustione incompleta di materiale organico presente nell’impasto, se l’ambiente è riducente: una parte di esso rimane allo stato di particelle carboniose, che possono rimanere intrappolate nello spessore del manufatto. Ma la struttura a sandwich è stata ottenuta sperimentalmente anche cuocendo delle argille ricche in materiale organico in una fornace caratterizzata da atmosfera ossidante, bassa velocità di riscaldamento e temperatura massima raggiunta mantenuta per lungo tempo [Maritan at al., 2006]. Come sottolineano anche Nodari et al. [2004], il “cuore nero” si può formare anche se il manufatto viene cotto in ambiente riducente e poi raffreddato in ambiente ossidante: laddove il raffreddamento risulti troppo veloce, può non avvenire una completa riossidazione del manufatto. Il colore scuro, in questo caso, si attribuisce generalmente ad un alto rapporto Fe 2+/Fe3+ e in particolare alla presenza di magnetite (Fe3O4) o wustite (FeO) (ma anche di hercynite – FeAl2O4 - o maghemite – γ-Fe2O3), mentre il colore rosato o rossiccio è dato solitamente dalla presenza di ematite (α-Fe2O3), Pagina | 50 associata a volte a maghemite (quest’ultima, caratterizzata da colorazione marrone, si può formare da ossidazione a basse temperature di spinelli contenenti ossido ferroso, come, ad esempio, la magnetite). Fig. 6.1 – Fotografie dei campioni KB.05.A.46/2 (7x), KB.05.A.216/4 (6,7x), KB.05.A.224/2 (7x), KB.11.B.1124/ (8x), KB.11.B.1124/24 (6,7x), KB.11.B.1128/ (8x), KB.11.B.1128/51 (10x). I campioni KB.06.A.120/6, KB.06.A.220/5, KB.10.B.1054/22, KB.10.B.1054/62 (a -b), KB.11.B.1054/2, KB.11.B.1124/10, KB.11.B.1124/28, KB.11.B.1124/33, KB.11.B.1128/1, KB.11.B.1128/50 presentano invece in sezione una doppia colorazione (da un lato è generalmente rossiccia, dall’altro varia dal grigio scuro al marroncino a seconda dei campioni) (fig. 6.2). Ciò potrebbe essere dovuto ad un’incompleta trasformazione di fase – probabilmente dovuta ad una cottura o raffreddamento troppo brevi – oppure ad una cottura in atmosfera non totalmente controllata e quindi parzialmente ossidante-riducente [Broekmans et al., 2008], come spesso accadeva nelle fornaci a cielo aperto. Fig. 6.2 – Fotografie dei campioni KB.06.A.120/6 (7x), KB.06.A.220/5, KB.11.B.1054/2, KB.11.B.1124/10 (7x), KB.11.B.1124/33 (6,7x), KB.11.B.1128/1, KB.11.B.1128/50 (7x). Pagina | 51 I campioni KB.10.B.1040/8, KB.10.B.1054/6, KB.11.B.1124/22 e KB.11.B.1124/29 presentano in sezione una colorazione grigiastra/marrone più o meno omogenea (fig. 6.3), probabilmente dovuta all’atmosfera riducente dell’ambiente di cottura e di raffreddamento. L’ambiente riducente è tipico del forno a fossa (utilizzato anche durante l’Età del Bronzo), caratterizzato da una rapida velocità di riscaldamento e una breve durata della temperatura massima raggiunta. In questo tipo di forno i vasi vengono posti in una fossa a cielo aperto, ricoperti da paglia e legna, che viene bruciata; successivamente si copre tutto con terra per preservare il calore e aumentare la temperatura di cottura. [Maritan et al. 2006; Cuomo di Caprio, 2007]. Fig. 6.3 - Fotografie dei campioni KB.10.B.1054/6, KB.11.B.1124/22 (8x). I campioni KB.05.A.46/8, KB.10.B.1054/21 (a-b-c), KB.10.B.1054/24, KB.11.B.1054/12, KB.11.B.1054/13, KB.11.B.1124/1, KB.11.B.1124/3, KB.11.B.1124/15, KB.11.B.1124/19, KB.11.B.1128/65, KB.11.B.1128/52 presentano in sezione una colorazione prevalentemente omogenea che va dal rosa al rosso, a seconda dei campioni (fig. 6.4). Ciò può essere dovuto a cottura e raffreddamento avvenuti in atmosfera ossidante oppure ad una cottura avvenuta in atmosfera riducente, con conseguente raffreddamento in atmosfera ossidante e riossidazione completa del manufatto [Nodari e al., 2004]. Fig. 6.4 - Fotografie dei campioni KB.10.B.1054/24 (7x), KB.11.B.1054/12 (6,7x), KB.11.B.1124/1 (6,7x), KB.11.B.1128/65 (15x). Secondo Murad e Wagner (1995) la colorazione rossa aumenta d’intensità quando la cottura di ceramiche avviene a temperatura elevata (> 900°C), a causa di un aumento della quantità di ematite. Per Sendova et al. (2005), però, il differente grado di colorazione rossa non è solo dovuto alla quantità, ma anche alle dimensioni granulometriche dell’ematite: ceramiche di Pagina | 52 colore rosso presentano cristalli di ematite con granulometria inferiore, rispetto a ceramiche di colore rosa. Dalle osservazioni delle sezioni sottili si nota che i campioni contengono granuli di dimensioni e colori differenti, che vanno dal bianco al giallo-arancione, dal rosso al marrone, dal grigio (chiaro e scuro) fino al nero. La quantità di inclusi varia da campione a campione. È possibile osservare anche come tutte le sezioni presentino fessurazioni più o meno marcate. Alcuni campioni (KB.06.A.120/6, KB.11.B.1124/15, KB.11.B.1124/29, KB.11.B.1128/50) contengono frammenti di conchiglie, come evidenziato anche dalle analisi al SEM-EDX (fig. 6.5). Essi sono generalmente caratterizzati da una colorazione bianca e una forma allungata. Fig. 6.5 – In alto immagini di un incluso del campione KB.11.B.1124/15, in basso immagini di un incluso del campione KB.06.A.120/6. In base alla forma degli inclusi è possibile dedurre se essi facevano parte della materia prima argillosa oppure se erano stati aggiunti dal vasaio per migliorare le prestazioni del manufatto. Generalmente se i granuli presentano una forma arrotondata è verosimile che derivino da condizioni deposizionali. Se invece sono caratterizzati da bordi spigolosi e da dimensioni maggiori è più probabile che siano delle tempere aggiunte appositamente [Fabbri et al., 2014]. Nel caso dei campioni giordani sono presenti entrambe le tipologie (fig. 6.6). Pagina | 53 Fig. 6.6 – Fotografie dei campioni KB.06.A.120/6 (45x), KB.10.B1054/24 (15x), KB.10.B1054/62a (45x), KB.11.B.1124/3 (15x), KB.11.B.1124/15 (20x), KB.10.B1054/21a (8x), KB.11.B.1128/65 (10x) (sezioni sottili). Per quanto riguarda le rifiniture, la maggior parte dei campioni non presenta alcun trattamento superficiale, mentre i campioni KB.10.B.1054/22, KB.11.B.1054/12, KB.11.B.1054/13, KB.11.B.1124/33 e KB.11.B.1128/65 evidenziano una superficie brunita o comunque lucidata (fig. 6.7). In merito alle decorazioni, i campioni KB.05.A.46/8, KB.05.A.224/2, KB.06.A.120/6 e KB.06.A.220/5 presentano una decorazione a rilievo applicato, mentre i campioni KB.10.B.1054/21a-b-c fanno parte di una giara chiamata “pattern combed”, decorata con un pettine a maglia larga. Un solo campione (KB.11.B.1128/1) presenta una decorazione pittorica geometrica di colore rosso (fig. 6.8). Fig. 6.7 – Fotografie dei campioni KB.11.B.1054/13, KB.11.B.1124/33, KB.11.B.1128/65. Pagina | 54 Fig. 6.8 - Fotografie dei campioni KB.05.A.46/8, KB.05.A.224/2, KB.06.A.120/6, KB.10.B.1054/21b, KB.10.B.1054/21b (40x) e KB.11.B.1128/1. Alcuni campioni presentano dei solchi paralleli sulla superficie, verosimilmente attribuibili all’uso del tornio. La fig. 6.9 ne è un esempio. Fig. 6.9 – Fotografia del campione KB.11.B.1124/ . 6.2. Spettroscopia micro-Raman Tutti i campioni, sia macroscopici sia in sezione sottile, sono stati analizzati tramite spettroscopia micro-Raman. Questo metodo analitico non distruttivo è utile per la caratterizzazione dei materiali che costituiscono i frammenti ceramici, soprattutto gli inclusi. Esso può fornire, quindi, informazioni sulla natura delle materie prime così come sulla temperatura e l’atmosfera di cottura utilizzate. La forte fluorescenza, rilevata in tutti i campioni analizzati, non ha permesso di identifica re la composizione della matrice. Gli spettri sono stati analizzati utilizzando il database dell’Università di Parma, il database presente sul sito www.rruff.info (e il correlato software CristalSleuth) e diversi articoli scientifici (De Faria et al., 1997; Sendova e al., 2005; Centeno et al., 2012; ecc.] 6.2.1. Carbonati La presenza di calcite (CaCO 3) è stata riscontrata in maniera abbondante in tutti i campioni. Lo spettro della calcite è caratterizzato generalmente da un forte picco a 1086 cm-1, dovuto allo stretching v1 dello ione carbonato (CO 3)2-, da un picco più debole a 712 cm -1, dovuto al bending Pagina | 55 dello ione carbonato e da altri due deboli picchi a 155 e 281 cm -1 (contributi di modi vibrazionali reticolari). Nei campioni KB.10.B.1040/8, KB.11.B.1054/12, KB.11.B.1128/1 e KB.11.B.1128/52 è stata riscontrata anche la presenza di dolomite (MgCa(CO 3)2), che si distingue dalla calcite per i picchi a 295, 728 e 1097 cm-1 (fig. 6.10) o comunque di un carbonato magnesifero, quale può essere anche la magnesite (MgCO3). Fig. 6.10 – Spettro della dolomite ottenuto dal campione KB.10.B.1040/8 e spettro della calcite ottenuto dal campione KB.11.B.1124/33; a destra microfotografie di dolomite (in alto) e calcite (in basso). 6.2.2. Ossidi e idrossidi Nei campioni giordani sono stati riscontati numerosi ossidi, quali ematite (α-Fe2O3), magnetite (Fe3O4), maghemite (γ-Fe2O3), jacobsite (MnFe 2O4), magnesioferrite (MgFe 2O4), ilmenite (FeTiO3), anatasio (TiO 2), rutilo (TiO2), brookite (TiO2) e corindone (Al2O3), mentre per gli idrossidi è stata rilevata la presenza di goethite [α-FeO(OH)]. L’ossido presente in maniera più abbondante è sicuramente ematite, caratterizzata dai picchi a 223, 243, 290, 410, 498, 610, 660 e 1320 cm -1 (fig. 6.11). Questo minerale è il principale responsabile della colorazione rossa dei corpi ceramici e la sua diffusa presenza è indicativa di un’atmosfera ossidante [Sendova et al., 2005; Bersani et al., 2010]. Pagina | 56 Fig. 6.11 – Spettro dell’ematite ottenuto dal campione KB.11.B.1128/65; a destra microfotografia del minerale. A volte è possibile che il picco a 660 cm -1 si trovi spostato a circa 665-670 cm-1 e presenti un’intensità più elevata del picco a 610 cm -1 (fig. 6.12): ciò può essere dovuto ad un contenuto residuale di magnetite [Lofrumento et al., 2004; Centeno et al, 2012] e, quindi, ad un’incompleta trasformazione di fase durante la cottura oppure ad una struttura disordinata e non perfettamente stechiometrica dell’ematite stessa, a causa di alcuni ioni metallici che hanno rimpiazzato il ferro [Bersani et al., 1999]. La trasformazione della magnetite in ematite è, comunque, un fenomeno molto comune in natura ed è chiamato martitizzazione [De Faria et al., 1997]. Per evitare di indurre questa trasformazione, è bene mantenere una bassa potenza del laser. Fig. 6.12 – Spettro dell’ematite, accompagnato dal caratteristico picco della magnetite a 677 cm -1 (dal campione KB.11.B.1124/10). Pagina | 57 La magnetite è un tipico spinello inverso, caratterizzato da formula generale Y(YX)O4. Essa presenta i picchi a circa 310, 555 e 669 cm-1. De Faria (1997) sottolinea che esistono, per questo minerale, delle discrepanze riguardo ai valori riportati da diversi studiosi, a differenza dei valori relativi ad ematite, che sono sempre identici. Il picco principale della magnetite può, quindi, presentarsi tra 665 e 680 cm -1. Nei campioni di Khirbet al-Batrawy, gli spettri attribuiti a magnetite presentano il picco principale entro tale range (fig. 6.13). Fig. 6.13 – Spettro della magnetite ottenuto dal campione KB.10.B.1054/24 (sezione sottile); a destra microfotografia della magnetite. In atmosfera ossidante, la magnetite si tramuta in maghemite ad una temperatura di circa 200°C e successivamente in ematite a circa 400°C [De Faria et al., 1997; Lofrumento et al., 2004; Centeno et al., 2012]. La reazione inversa può avvenire in atmosfera riducente [Scarpelli et al., 2014]. Proprio per questo motivo, anche la presenza di maghemite può essere indicativa di un’incompleta trasformazione di fase [Lofrumento et al., 2004]. La maghemite ha la struttura dello spinello inverso e può essere vista come una forma di magnetite deficiente in ferro, con la formula strutturale Fe 3+21.33 2.67 O2-32, dove 2.67 sta ad indicare 2,67 lacune nei siti ottaedrici dello spinello [De Faria et al., 1997]. Tale minerale presenta generalmente tre ampie bande a 350, 500 e 700 cm -1: contrariamente ad ematite e magnetite, la maghemite non presenta bande ben definite, ma a causa della differenza strutturale tra ematite (simmetria trigonale) e maghemite (simmetria cubica), i loro spettri Raman sono ben distingubili [De Faria et al., 1997; Sendova et al., 2005]. Nei campioni giordani, la maghemite è stata riscontrata sia da sola (fig. 6.14), che in associazione ad ematite. Pagina | 58 Fig. 6.14 – Spettro della maghemite ottenuto dal campione KB.11.B.1124/3 (sezione sottile); a destra microfotografia del minerale. In alcuni campioni è stato identificato anche il minerale jacobsite (MnFe2O4), che è uno spinello inverso e forma soluzioni solide estese con la magnetite e la magnesioferrite. In letteratura vengono generalmente riportate tre ampie bande: 339, 456 e 640 cm -1 [Clark et al., 2007; Centeno et al., 2012]; le prime due sono deboli, mentre la terza è più intensa ed è legata allo stretching simmetrico del legame Mn-O. Gli spettri presenti sul sito www.rruff.info presentano, invece, il picco di maggiore intensità a 625 o 649 cm -1; nei campioni giordani il picco oscilla tra i 622 e i 635 cm-1 (fig. 6.15). Lo spostamento del picco principale può essere dovuto ad una variazione della composizione chimica della jacobsite, determinata dalla sostituzione di Mn2+ con Mg2+: in questo caso si ha uno spostamento verso sinistra, cioè verso la magnesioferrite (MgFe2O4) [Buzgar et al., 2010]. Fig. 6.15 – Spettro di jacobsite ottenuto dal campione KB.06.A.120/6 (sezione sottile); il picco a 960 cm-1 è legato alla presenza di fosfato. A destra microfotografia della jacobsite. Pagina | 59 La magnesioferrite (MgFe2O4) è stata riscontrata in solo campione (KB.11.B.1128/52); è uno spinello inverso e forma soluzioni solide estese con la magnetite e la jacobsite. È caratterizzata dal picco principale a circa 606 cm -1 e da una debole e larga banda a 327 cm -1 (fig. 6.16). Fig. 6.16 – Spettro di magnesioferrite ottenuto dal campione KB.11.B.1128/52; il picco a 223 cm-1 è legato alla presenza di ematite. A destra microfotografia della magnesioferrite. L’ilmenite è un minerale contenente ferro e titanio, fa parte del gruppo dell’ematite ed è caratterizzato dai picchi a 228, 369 e 681 cm -1 [Sendova et al., 2005]. È stato osservato soltanto in un campione (KB.10.B.1054/24), che mostra picchi a 379 e 685 cm -1 (fig. 6.17). Ilmenite ed ematite formano soluzioni solide complete solo sopra i 950°C [Klein, 2004]. Fig. 6.17 – Spettro di ilmenite ottenuto dal campione KB.10.B.1054/24 (sezione sottile). Pagina | 60 Nei campioni di Khirbet al-Batrawy è stata riscontrata la presenza di tutti e tre i polimorfi di TiO2 ovvero anatasio, rutilo e brookite. Il Ti 4+ si trova al centro di un ottaedro di ossigeni, il quale condivide gli spigoli formando catene parallele all’asse c e queste catene sono collegate trasversalmente per condivisione dei vertici degli ottaedri. Nell’anatasio gli ottaedri condividono quattro spigoli, nel rutilo ne condividono due e nella brookite tre [Klein, 2004]. I campi di stabilità dei tre polimorfi non sono ancora ben stabiliti, ma il rutilo viene generalmente considerato il polimorfo di alta temperatura e l’anatasio, invece, quello di bassa temperatura [Sendova et al., 2005]. L’anatasio è stato trovato in numerosi campioni e presenta un forte picco a 143 cm -1 e quattro deboli picchi a 196, 395, 513 e 637 cm -1; il rutilo è presente solo in alcuni campioni ed è caratterizzato da tre picchi a 234, 428 e 610 cm -1. La brookite è stata riscontrata in un solo campione (KB.10.B.1054/62a) ed è caratterizzata dai picchi a 128, 155, 212, 248, 283, 291, 325, 366 cm-1. Gli spettri sono confrontabili con i dati presenti in letteratura [Smith et al., 1999; Sendova et al., 2005; Clark et al., 2007; Bersani et al., 2010]. Fig. 6.18 – A sinistra, spettri di rutilo e anatasio ottenuti rispettivamente dai campioni KB.11.B.1128/1 e KB.11.B.1128/50 (sezione sottile). A destra spettro di brookite ottenuta da KB.10.B.1054/62a; i picchi a 203 e 464 cm-1 sono attribuibili a quarzo. Il corindone, minerale che fa parte del gruppo dell’ematite, è stato riscontrato in un solo campione (KB.05.A.46/2): qui è riconoscibile dal doppietto a 1369-1395 cm-1,il quale è caratteristico della fluorescenza del Cr (III), elemento contenuto in tracce (ppm) nel corindone [Van der Weerd et al., 2004]. Pagina | 61 Fig. 6.19 – Spettro del corindone ottenuto dal campione KB.05.A.46/2. La goethite, unico idrossido riscontrato nei campioni giordani, è stata trovata in un solo frammento ceramico (KB.11.B.1124/3) e nel frammento di mattone. Questo minerale è caratterizzato dai picchi a 235, 293, 393 e 547 cm -1, confrontabili con quelli riportati da De Faria (1997). La goethite, essendo un forma idrata dell’ossido di Fe (III), verosimilmente potrebbe essersi formata durante la sepoltura [Lofrumento et al., 2004]. Fig. 6.20 – Spettro della goethite ottenuto dal campione KB.11.B.1124/3; il picco a 144 cm-1 è attribuibile ad anatasio. 6.2.3. Silicati Il quarzo (SiO2) è uno dei minerali più frequenti, assieme a calcite, nelle ceramiche di Khirbet al-Batrawy. Esso è caratterizzato da un’intensa banda a 463 cm -1, dovuta a bending simmetrico di Si-O-Si; i picchi a 203 e 264 cm-1 sono dovuti a distorsioni reticolari e le deboli bande a 354 e Pagina | 62 401 cm-1 sono, invece, dovute a bending asimmetrico dei tetraedri di silice [Sendova et al., 2005]. Altri picchi riscontrati nei campioni giordani sono presenti a 649, 808, 1045 e 1164 cm-1. Fig. 6.21 – Spettro del quarzo ottenuto dal campione KB.06.A.120/6 (sezione sottile); a destra microfotografia del minerale. In alcuni campioni è stata riscontrata la presenza di un pirosseno, i cui picchi sono attribuibili a diopside o augite. Tramite analisi Raman non siamo riusciuti ad effettuare una distinzione ulteriore, data la somiglianza dei rispettivi spettri Raman. In combinazione con le analisi SEM EDX (si veda paragrafo 6.5.), si può verosimilmente supporre la presenza, in maggior quantità, di un pirosseno più prossimo all’augite, considerando l’utilizzo di basalto locale per la tempera delle ceramiche giordane. Fig. 6.22 – Spettro di diopside/augite ottenuto dal campione KB.11.B.1124/1; a destra microfotografia del minera le. Pagina | 63 L’olivina [(Mg, Fe)2SiO4] è un nesosilicato, i cui termini estremi sono forsterite (Mg 2SiO4) e fayalite (Fe2SiO4). Essa si trova principalmente in rocce ignee basiche, quali basalti. In alcuni campioni di Khirbet al-Batrawy è stata rilevata la presenza di una composizione intermedia di questo minerale. Fig. 6.23 – Spettro di olivina ottenuto dal campione KB.11.B.1054/13. Lo zircone (ZrSiO 4) è un nesosilicato ed è stato trovato solo nel campione KB.10.B.1040/8. Questo minerale possiede un’elevata resistenza chimica: la sua presenza, può, quindi, essere utilizzata per studi di provenienza. Il picco a 1005 cm -1 è legato stretching asimmetrico del gruppo SiO4, mentre il picco a 973 cm -1 è legato a stretching simmetrico; il picco a 354 cm -1 è attribuibile a vibrazione di bending di SiO 4 [Kolesov et al., 2001]. Fig. 6.24 – Spettro dello zircone ottenuto dal campione KB.10.B.1040/8. Pagina | 64 In qualche campione è stata riscontrata anche la presenza di feldspati, le cui composizioni chimiche si possono esprimere con un sistema a tre componenti: ortoclasio (KAlSi 3O8) – albite (NaAlSi3O8) – anortite (CaAl2Si2O8). I membri della serie tra ortoclasio e albite sono i così detti Kfeldspati (o feldspati alcalini), mentre i membri della serie tra albite e anortite sono chiamati plagioclasi. I k-feldspati constano di tre polimorfi – microclino, ortoclasio e sanidino – i quali si differenziano nella distribuzione degli ioni Si e Al fra i due siti tetraedrici (T1 e T2) della struttura. Il sanidino è il polimorfo di alta temperatura, in cui la distribuzione Si-Al è completamente disordinata. Nel microclino, polimorfo di bassa temperatura, la distribuzione dei due ioni è completamente ordinata. L’ortoclasio cristallizza a temperature intermedie e la distribuzione Si-Al si colloca fra quella del sanidino e del microclino. I K-feldspati presentano picchi a 412, 454, 474 e 512 cm -1, a volte assieme a picchi più deboli a 138 e 266 cm -1. Dagli spettri ottenuti, rumorosi per effetto della fluorescenza e con bande piuttosto larghe, a causa del basso grado di cristallinità dovuto al processo di cottura, non è stato possibile, tuttavia, fare una distinzione tra i vari polimorfi [Ospitali et al., 2005]. Tra albite e anortite esistono soluzioni solide complete, i cui termini intermedi sono costituiti da oligoclasio, andesina, labradorite e bytownite. L’albite è caratterizzata dal picco a 506 cm -1, dalla spalla a 478 cm-1 e dai picchi a 293 e 459 cm-1 [Akyuz et al., 2007 e 2008], mentre l’anortite presenta picchi a 192, 486, 505 e 560 cm -1. Nei campioni giordani gli spettri raccolti presentano pochi e deboli picchi, che rendono difficile l’identificazione di uno specifico minerale: si può solo parlare di presenza di K-feldspati e plagioclasi. Fig. 6.25 – Spettro di plagioclasio ottenuto dal campione KB.11.B.1124/10. Pagina | 65 6.2.4. Solfati Il gesso (CaSO 4 · 2H2O) è stato trovato in alcuni campioni e nel campione KB.11.B.1128/65 esso è il composto che caratterizza le efflorescenze presenti nella parete interna del frammento stesso (fig. 6.26). Questo minerale è caratterizzato da un picco principale a 1006 cm -1, dovuto allo stretching simmetrico ν 1 del gruppo (SO4)2-, da un picco di media intensità a 412 cm -1 (bending simmetrico ν 2), oltre a deboli picchi a 132, 180, 491, 619 e 669 cm -1 (gli ultimi due legati a bending asimmetrico ν 4). [Buzgar et al., 2009] Fig. 6.26 – Efflorescenze del campione KB.11.B.1128/65 (a sinistra, in alto ingrandimento 30x, in basso campione intero; a sinistra ingrandimento a 45x). Fig. 6.27 – Spettro del gesso, ottenuto dal campione KB.11.B.1128/65. Pagina | 66 In alcuni campioni è stata riscontrata anche la presenza di barite (BaSO 4), uno dei solfati anidri più comuni. Questo minerale si può trovare in vene in calcari, assieme a calcite o in masse residuali entro argille sovrastanti calcari [Klein, 2004]. La barite presenta un picco molto intenso a 986 cm-1, che corrisponde allo stretching simmetrico di SO4; a ciò si aggiungono i picchi di media intensità a 450, 459 cm -1 (vibrazioni ν2) e i deboli picchi a 615, 627, 645, 1138, 1167 cm -1 (vibrazioni ν3 e ν4) [Buzgar et al., 2009]. Fig. 6.28 – Spettro della barite, ottenuto dal campione KB.11.B.1128/51 (sezione sottile); a destra microfotografia della barite. Nel campione KB.11.B.1054/2 è stata riscontrata la presenza di un solfato alcalino, verosimilmente aphthitalite [K3Na(SO4)2], il quale presenta un picco di elevata intensità a 993 cm-1 e altri picchi di media-debole intensità a 453, 621, 629, 983 e 1082 cm -1 (fig. 6.29). Fig. 6.29 – Spettro di aphthitalite, ottenuto dal campione KB.11.B.1054/2; il picco a 1006 cm-1 è attribuibile a gesso. Pagina | 67 Anche altri campioni presentano un picco a circa 992-993 cm-1, che è caratteristico dei solfati [Zuo et al., 1999], ma non essendo caratterizzati da ulteriori picchi non è possibile effettuare un’attribuzione più precisa. 6.2.5. Fosfati In alcuni campioni è presente anche la banda a 960 cm-1: tipica della vibrazione simmetrica del gruppo fosfato (PO4) 3-, che caratterizza il minerale apatite [Ca5(PO4)3(F,Cl,OH)] [Smith et al., 1999]. L’apatite è un minerale accessorio diffuso in tutte le classi di rocce (ignee, metamorfiche e sedimentarie). Fig. 6.30 – Spettro di apatite, ottenuto dal campione KB.05.A.46/8. 6.2.6. Materiale organico Se è presente materiale organico durante la cottura, nei campioni sono generalmente riscontrabili prodotti di decomposizione, quali carbone amorfo e grafite [Maritan et al., 2005] La maggior parte dei campioni risulta caratterizzata da due ampie gobbe a circa 1350 e 1585 cm-1, tipiche del carbone amorfo (chiamato anche “grafite disordinata”). La prima banda è relativa all’ibridizzazione sp3 ed è comunemente chiamata D, mentre la seconda corrisponde al’ibridizzazione sp2 ed è chiamata G. L’intensità della banda D aumenta quando la dimensione delle particelle carboniose diminuisce e il grado di disordine aumenta [Smith et al., 1999; Van der Weerd et al., 2004]. Nei campioni giordani si notano differenti intensità dei picchi suddetti (fig. 6.31). Secondo Beyssac et al. (2003), in carbone estremamente disordinato la banda D si allarga significativamente e la banda G diminuisce d’intensità, spostandosi a numeri d’onda più alti (fig. 6.31). Pagina | 68 In alcuni campioni è stata riscontrata anche la presenza di grafite, caratterizzata dai picchi a 1320 e 1570 cm-1 (fig. 6.32). Fig. 6.31 – A sinistra spettri di carbone amorfo, che presentano differenti intensità dei picchi (ottenuti dai campioni KB.11.B.1124/1 e KB.06.A.120/6); a destra spettro di carbone estremamente disordinato, ottenuto dal campione KB.10.B.1054/24. Fig. 6.32 – Spettro di grafite, ottenuto dal campione KB.05.A.46/2. 6.3. Diffrattometria a raggi X I campioni KB.05.A.46/2, KB.05.A.46/8, KB.05.A.216/4, KB.05.A.224/2, KB.06.A.120/6, KB.06.A.220/5, KB.10.B.1040/8, KB.10.B.1054/21a, KB.10.B.1054/24, KB.10.B.1054/62, KB.11.B.1124/ ,KB.11.B.1124/3, KB.11.B.1124/15, KB.11.B.1124/29, KB.11.B.1128/50, KB.11.B.1128/51, KB.11.B.1128/65 e il frammento di mattone sono stati analizzati tramite diffrattometria a raggi X. Per i campioni KB.06.A.120/6, KB.10.B.1054/62a, KB.11.B.1124/ , KB.11.B.1124/29 e KB.11.B.1128/51 le analisi sono state effettuate anche sulle polveri setacciate (secondo la metodologia già descritta nel cap. 4). Pagina | 69 Questo tipo di analisi fornisce informazioni sulle fasi cristalline presenti nei campioni e di conseguenza anche sulle temperature di cottura dei framment i stessi. Sulla base dell’intensità dei picchi si possono ottenere informazioni anche sulla quantità di fasi mineralogiche presenti. L’assegnazione dei picchi è stata effettuata utilizzando i diffrattogrammi presenti sul sito www.rruff.info. Le analisi hanno rivelato la presenza di calcite e quarzo in tutti i campioni e le proporzioni tra i due minerali variano da frammento a frammento. In alcuni campioni queste due fasi mineralogiche sono le uniche osservabili: a causa della loro elevata abbondanza non è stato possibile rilevare altre fasi presenti in minor quantità (fig. 6.33). Fig. 6.33 – Diffrattogramma del campione KB.05.A.216/4; Qtz = quarzo, Cal = calcite. In altri campioni è stata riscontrata la presenza di illite, K-feldspati, plagioclasi, gehlenite, ematite, dolomite, caolinite e gesso. L’esistenza di una fase amorfa è evidenziata da una maggior rumore di fondo nei diffrattogrammi [Cultrone et al., 2001]. L’illite [KxAl4(AlxSi8-x)O20(OH)4 · nH2O con x<2] è il costituente principale di molte rocce argillose ed è una mica povera in alcali, con composizione simile alla muscovite [K2Al4(Al2Si6)O20(OH,F)4]; da quest’ultima differisce per una minore sostituzione di Al per Si e per un maggiore contenuto d’acqua. Se Al sostituisce casualmente Si, non ci può essere una carica di aggregato sufficiente sugli strati T-O-T per produrre una struttura tipo mica ordinata, con tutti i siti per i cationi interstrato riempiti. Possono, invece, essere occupati siti occasionali, producendo minerali con proprietà intermedie tra i minerali argillosi e le miche [Klein, 2004]. L’illite ne è un esempio. Pagina | 70 La gehlenite [Ca2Al(SiAl)O7] è un classico minerale di cottura poiché deriva dalla reazione tra calcite e minerali argillosi, per lo più illite. Il processo avviene sopra i 750-850°C [De Benedetto et al., 2002; Maritan et al., 2006; Issi et al., 2011]. La caolinite [Al4Si4O10(OH)8] è un fillosilicato a due fogli di ottaedrico, costituito dalla ripetizione di uno strato Si4O10 unito ad uno strato gibbsitico (1 sito ottaedrico su 3 rimane libero). La caolinite è il costituente principale del caolino e si trova spesso mescolata a feldspati, in rocce che soggette ad alterazione: dove l’alterazione risulta completa si hanno depositi costituiti interamente da caolinite [Klein, 2004]. Fig. 6.34 – Diffrattogramma del campione KB.10.B.1040/8; Qtz = quarzo, Plag = plagioclasi, Cal = calcite, Gehl = gehlenite, Hem = ematite. Nel campioni setacciati si è osservato che calcite e quarzo sono presenti in tutte e tre le frazioni granulometriche e da ciò si può dedurre che questi due minerali verosimilmente fanno parte anche della matrice e, quindi, della frazione argillosa. Nel campione KB.10.B.1054/62a i k-feldspati sono stati riscontrati nella frazione con Ø > 63 µm e ciò potrebbe indicare che sono stati aggiunti intenzionalmente dal vasaio. Nelle due classi granulometriche più piccole, la quantità di quarzo diminuisce; in questo caso, probabilmente esso è presente in maggior quantità, all’interno del campione, come tempera aggiunta. Sempre nello stesso campione è stata rilevata anche la presenza di illite nelle frazioni con dimensioni tra i 63 µm e i 20 µm: più diminuisce la granulometria più aumenta il segnale dei minerali argillosi. Non si può dire la stessa cosa per il campione KB.11.B.1124/ , in cui non è stata trovata illite: al suo posto è stata riscontrata gehlenite, oltre a k-feldspati e plagioclasi in tracce, in tutte e tre le frazioni granulometriche. Ciò può indicare l’utilizzo di una maggiore temperatura di cottura, rispetto al campione precedente. Pagina | 71 Nel campione KB.11.B.1124/29 è stata rilevata la presenza di ematite in tracce (63 µm ≤ Ø < 20µm) oltre a plagioclasi, k-feldspati e illite in tracce in tutti e tre i tipi di granulometrie. Nel campione KB.06.A.120/6 oltre all’illite anche i feldspati continuano a persistere nella granulometria più fine e ciò potrebbe indicare che sono presenti come minerali primari. Nella diffrattogramma della polvere più fine (32 µm ≤ Ø < 20 µm) compare anche il gesso. Nel campione KB.11.B.1128/51 diminuendo la granulometria diminuisce la quantità di quarzo e scompaiono i feldspati, mentre permane illite in tracce. Di seguito un riepilogo (tab. 6.1) delle fasi mineralogiche riscontrate nei campioni: l’abbondanza relativa è stata stimata sulla base dell’intensità dei picchi. Cal Qtz Hem K-feld Plag Dolom Gyps Gehl Ill Kaol KB.05.A.46/2 ** *** * * - - - - * - KB.05.A.46/8 *** * - tr - - - - - - KB.05.A.216/4 *** ** - - - - - - - - KB.05.A.224/2 *** ** - - - - - - - - KB.06.A.120/6 *** ** tr tr tr - - - - - KB.06.A.120/6 (Ø > 63 µm) *** ** tr tr tr - - - tr - *** *** - * - - - - tr - *** ** tr tr tr - tr - tr - KB.06.A.220/5 *** ** - tr - - - - tr tr KB.10.B.1040/8 * *** * - ** - - * - - KB.10.B.1054/21a *** * - - - - - - - - KB.10.B.1054/24 tr *** * * * - - tr - - KB.10.B.1054/62 *** * tr - - - - - - - *** ** - * - - - - - - *** * - - - - - - tr - *** * - - - - - - tr - *** *** * - - - - * - - *** ** - tr tr - - * - - *** ** - tr tr - - * - - KB.11.B.1124/ (32 µm≤ Ø<20 µm) *** ** - tr tr - - * - - KB.11.B.1124/3 *** ** - - - - - - - - KB.06.A.120/6 (63 µm≤ Ø<32 µm) KB.06.A.120/6 (32 µm≤ Ø<20 µm) KB.10.B.1054/62a (Ø > 63 µm) KB.10.B.1054/62a (63 µm≤ Ø<32 µm) KB.10.B.1054/62a (32 µm≤ Ø<20 µm) KB.11.B.1124/ KB.11.B.1124/ (Ø > 63 µm) KB.11.B.1124/ (63 µm≤ Ø<32 µm) Pagina | 72 KB.11.B.1124/15 *** ** - - - - - - - - KB.11.B.1124/29 ** *** - * * - - - - - *** *** - tr tr - - - tr - *** *** tr tr * - - - tr - *** *** tr tr tr - - - tr - KB.11.B.1128/50 *** * tr - - - - - - - KB.11.B.1128/51 *** * - - - - - - tr - *** ** tr tr - - - - tr - *** ** - tr tr - - - tr - *** * - - - - - - tr - KB.11.B.1128/65 ** *** - - - - * - - - MATTONE *** * - tr tr ** - - - tr KB.11.B.1124/29 (Ø > 63 µm) KB.11.B.1124/29 (63 µm≤ Ø<32 µm) KB.11.B.1124/29 (32 µm≤ Ø<20 µm) KB.11.B.1128/51 (Ø > 63 µm) KB.11.B.1128/51 (63 µm≤ Ø<32 µm) KB.11.B.1128/51 (32 µm≤ Ø<20 µm) Tab. 6.1 – Minerali identificati tramite analisi FT-IR. Cal = calcite, Qtz = quarzo, Hem = ematite, K-feld = k-feldspati, Plag = plagioclasi, Dolom = dolomite, Gyps = gesso, Gehl = gehlenite, Ill = illite, Kaol = caolinite. Il numero di asterischi è correlato all’abbondanza dei minerali; tr = tracce. 6.4. Spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier I campioni KB.11.B.1124/, KB.06.A.120/6, KB.11.B.1124/3, KB.10.B.1054/21b, KB.11.B.1124/15, KB.10.B.1054/24, KB.11.B.1124/29, KB.10.B.1054/62a, KB.11.B.1124/33, KB.11.B.1128/50, KB.11.B.1128/51, KB.11.B.1128/65 e il frammento di mattone sono stati analizzati tramite spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier (FT-IR). Questo metodo analitico è utile per la determinazione della composizione chimica e mineralogica dei frammenti ceramici. Se si analizzano campioni nel range del medio infrarosso, generalmente è possibile caratterizzare la maggior parte dei composti inorganici che contengono anioni complessi (carbonati, solfati, silicati, ecc.), mentre i composti inorganici che contengono anioni semplici, come per esempio ossidi o solfuri, spesso non possono essere identificati. Questo significa che molto spesso uno spettro IR non può essere considerato rappresentativo della composizio ne totale del materiale. Esso può comunque fornire informazioni sulla natura delle materie prime così come sulla temperatura e l’atmosfera di cottura utilizzate. La parte dello spettro che fornisce indicazioni sulla composizione mineralogica dei campioni va da 400 a 2000 cm-1. Sopra i 2000 cm-1 generalmente si riscontrano solo bande date da composti organici, CO 2 e acqua. Le intensità delle bande sono direttamente proporzionali alle Pagina | 73 concentrazione dei componenti e quando si è in presenza di un campione eterogeneo, lo spettro risulta essere più complesso, poiché può presentare delle bande sovrapposte. Gli spettri sono stati analizzati utilizzando il database presente sul sito www.rruff.info e diversi libri e articoli scientifici [Adrover Gracia, 2001; De Benedetto et al., 2002; Barilaro et al., 2008; ecc.]. Tutti i campioni analizzati presentano due bande, una dovuta allo stretching asimmetrico Si-O dei silicati a 1200-800 cm-1 e l’altra dovuta allo stretching asimmetrico C-O dei carbonati a 13201530 cm-1. L’intensità delle bande sopra descritte varia da campione a campione e gli spettri in fig. 6.35 ne sono un esempio. Fig. 6.35 – Spettri IR dei campioni KB.10.B.1054/62a e KB.11.B.1124/33. Durante la cottura dell’argilla, tra i 300°C e i 500°C avviene la deossidrilazione degli strati ottaedrici dei minerali argillosi, i quali formano fasi pseudoamorfe: caolinite e smectite, per esempio, si trasformano rispettivamente in meta-caolinite e meta-smectite; a circa 600°C la struttura silicatica collassa e si può osservare nello spettro FT-IR un’ampia banda centrata a 1030-1060 cm-1 [Ravisankar et al., 2011; Maritan et al., 2006; Shoval et al., 2011; Shoval, 2003]. Dall’analisi degli spettri si può osservare che tutti i campioni contengono calcite, quarzo e illite. La calcite si presenta con una banda principale che varia da 1425 a 1437 cm -1; a questa si aggiungono le bande a circa 874 e 712 cm -1; laddove questi picchi sono piuttosto intensi, si può osservare una debole banda anche a circa 1798 cm-1 [Adrover Gracia, 2001]. Secondo Nodari et al. (2007) la banda a 1437 cm -1 può derivare dal contributo sia di calcite che di dolomite. Le bande a 1453, 875 e 727 cm -1, infatti, sono tipiche della dolomite [Shoval et al., 2011] e la vicinanza della banda di stretching (CO 3)2- della dolomite può influenzare la posizione del picco della calcite. Secondo Shoval (2011) e Fabbri (2014) lo spostamento della banda principale è Pagina | 74 dovuto, invece, ad una ricarbonatazione della calcite. Tramite la spettroscopia FT-IR, infatti, è possibile effettuare una distinzione tra calcite primaria e secondaria (ricarbonatata) in base alla posizione del picco principale, poiché la calcite secondaria presenta dimensioni più piccole dei cristalli, un più basso grado di cristallinità e la presenza di impurità, quali Mg e Fe [Shoval, 2003]. La banda dovuta allo stretching C-O della calcite secondaria ha una forma generalmente ampia, asimmetrica, con apice arrotondato e compare a 1430 -1450 cm-1, mentre quella della calcite primaria è osservabile a 1420-1430 cm-1 e presenta un apice più appuntito [Shoval et al., 2011; Fabbri et al., 2014]. Nel caso delle ceramiche giordane, nella maggior parte dei campioni analizzati si osserva il picco a 1426-1428 cm-1, il quale presenta apice più appuntito, mentre in alcuni campioni il picco, con apice arrotondato, compare a 1430-1437 cm-1 (fig. 6.36). Solo ulteriori analisi (microscopio mineralogico e analisi termiche), però, potrebbero confermare l’ipotesi della presenza di calcite secondaria. Fig. 6.36 – Spettri dei campioni KB.11.B.1124/3 (a sinistra) e KB.11.B.1124/ (a destra): in evidenza il picco principale della calcite. Il quarzo è riscontrabile dalle bande a 1162, 1078 e 1058 cm -1; a ciò si aggiunge il caratteristico doppietto a 798-777 cm-1 e le deboli bande a circa 695, 512 e 454 cm -1. L’illite invece presenta una banda debole e larga a circa 1635 cm -1 [Barilaro et al., 2008], dovuta ad acqua molecolare incorporata nella struttura reticolare cristallina, oltre alle b ande caratteristiche a 1030, 490 e 460 cm -1. Il campione KB.11.B.1128/65 differisce maggiormente dagli altri ( fig. 6.37), poiché lo spettro presenta anche le bande tipiche del gesso (CaSO 4 · 2H2O): 1144 e 1116 cm-1 (stretching S-O) , 670 e 603 cm-1 (bending), oltre a 3544, 3402, 1685 e 1620 cm -1 (bande dovute ad acqua di idratazione). Pagina | 75 Fig. 6.37 – Spettro IR del campione KB.11.B.1128/65: in evidenza i picchi relativi al gesso. Oltre ai minerali suddetti è stata riscontrata anche la presenza di ematite (540 e 475 cm-1), apatite (1042, 604 e 565 cm-1) [Shoval et al., 2011], k-feldspati (1105, 1089, 1045, 720, 647, 640, 603, 578, 542 cm-1), albite (1028, 760, 743, 648, 607, 586, 529, 473, 461 cm -1), anortite (1091, 1076, 1018, 913, 727, 698, 680, 665, 619, 600, 565, 537, 467 cm-1), gehlenite (848 e 720 cm -1) e diopside/augite (1064, 759, 668, 632, 505, 464 cm -1). Per questi ultimi non è possibile, tramite analisi IR, effettuare una distinzione ulteriore, poiché i due pirosseni presentano le stesse bande. In combinazione con le analisi SEM-EDX (si veda paragrafo successivo 6.5.), si può verosimilmente supporre la presenza di un pirosseno più prossimo all’augite, considerando l’utilizzo di basalto locale per la tempera delle ceramiche giordane. Nel mattone è stata riscontrata la presenza di caolinite (1033, 1010, 937, 913, 539, 473 cm -1). Come detto in precedenza, nella parte dello spettro che va da 2000 a 4000 cm -1 si evidenziano bande correlate a composti organici, CO 2 e acqua. L’analisi dei residui organici nelle ceramiche può fornire importanti informazioni sulle attività e sulla cultura antica, consentendo una comprensione dei tipi di prodotti che le persone preparavano, cuocevano o immagazzinavano. La difficoltà nel determinare questi tipi di composti è dovuta non solo alla loro complessità chimica, ma anche al cambiamento che possono subire a causa dell’attività umana (cottura, miscelazione, ecc.) o a causa delle condizioni di seppellimento. Solitamente la spettroscopia FT IR è in grado di fornire informazioni preliminari sui residui organici presenti nelle ceramiche. Va ricordato anche che i composti a base di carbonio (C) possono derivare da materie organiche già presenti nell’argilla o aggiunte appositamente dal vasaio, per conferire maggiore plasticità a l manufatto. In tutti i campioni giordani sono state rilevate deboli bande attorno a 2515, 2872 e 2926 cm 1. La prima è relativa a stretching O-H di acidi carbossilici (-COOH), mentre le altre due sono da Pagina | 76 attribuire alle vibrazioni di stretching C-H dei gruppi CH2 e CH3 [Colombini et al., 2005; Maritan et al., 2006]. Alcuni campioni presentano anche una banda molto debole a 2986 cm -1, sempre attribuibile a stretching C-H. Secondo Maritan [2005], la presenza di bande legate a stretching C H può essere indicativa di materiale organico presente nell’impasto argilloso, il quale non ha subito una combustione completa, a causa di cottura a basse temperature. In questo studio, data la bassa intensità delle bande, non è possibile determinare l’origine precisa del materiale organico. Il doppietto a 2340-2357 cm-1 è da attribuirsi ad anidride carbonica (CO 2). L’ampia banda centrata a 3440 cm -1 è relativa ad acqua assorbita; si potrebbe pensare ad acqua incorporata nelle strutture pseudoamorfe della ceramica [Shoval et al., 2011], ma più verosimilmente si tratta di acqua atmosferica assorbita dal KBr, che è un materiale altamente igroscopico. Alla banda suddetta si aggiunge anche una banda più debole a 1629-1639, sempre attribuibile ad acqua assorbita [Ravisankar et al., 2011]. Di seguito un riepilogo (tab. 6.2) dei minerali riscontrati nei campioni, tramite analisi FT-IR: l’abbondanza relativa è stata stimata sulla base dell’intensità dei picchi. Cal Qtz Hem Apa Kfeld Alb Anor Dio/ Gyps Gehl Ill Kaol Aug KB.06.A.120/6 *** *** * tr * tr tr tr - tr * - KB.10.B.1054/21b *** ** * tr * tr tr tr - tr tr - KB.10.B.1054/24 ** *** * tr * * * * tr tr * - KB.10.B.1054/62a * *** * tr * * - tr - tr * - KB.11.B.1124/ *** *** * tr * * ** tr - - * - KB.11.B.1124/3 *** *** * - * tr tr * - tr * - KB.11.B.1124/15 ** *** * tr * tr * * - tr tr - KB.11.B.1124/29 *** *** * tr * tr ** * - tr * - KB.11.B.1124/33 *** * * tr * tr tr tr - tr tr - KB.11.B.1128/50 ** *** * tr * tr * tr - tr tr - KB.11.B.1128/51 * *** * tr * tr tr tr - tr tr - KB.11.B.1128/65 ** ** tr - tr - - tr *** - tr - MATTONE *** * - - * tr tr tr tr - tr ** Tab. 6.2 – Minerali identificati tramite analisi FT-IR. Cal = calcite, Qtz = quarzo, Hem = ematite, K-feld = k-feldspati, Alb = albite, Anor = anortite, Dio/Aug = diopside/augite, Gyps = gesso, Gehl = gehlenite, Ill = illite, Kaol = caolinite. Il numero di asterischi è correlato all’abbondanza dei minerali; tr = tracce. Pagina | 77 6.5. SEM-EDX I campioni KB.11.B.1124/, KB.06.A.120/6, KB.11.B.1124/3, KB.10.B.1054/21a, KB.11.B.1124/15, KB.10.B.1054/24, KB.11.B.1124/29, KB.10.B.1054/62a, KB.11.B.1124/33, KB.11.B.1128/65, in sezione sottile, sono stati analizzati tramite microscopia elettronica a scansione accoppiata a spettrometria a dispersione di energia (SEM-EDX). Questo metodo analitico è utile per osservare la morfologia dei campioni e il grado di vetrificazione dell’impasto, da cui si può dedurre la procedura di cottura (in accordo con gli studi di Maniatis e Tite [1981]), ma anche per ottenere informazioni sui materiali che costituiscono i frammenti ceramici (tempera e matrice). Con questa tecnica è possibile, quindi, studiare anche la composizione elementale della matrice, difficilmente indagabile con le altre tecniche utilizzate in questo studio. Come già detto in precedenza, le immagini al SEM, date dall’analisi di elettroni retrodiffusi, sono costituite da toni di grigio: le zone più chiare si riferiscono ad elementi chimici ad alto numero atomico (Z), mentre le zone più scure ad elementi chimici a basso Z. In questo modo si possono ottenere informazioni qualitative sulla composizione elementale del campione, a cui si possono abbinare, in maniera sinergica, le analisi date da uno spettrometro a dispersione di energia. Le immagini fornite dallo studio di elettroni secondari sono costituite, invece, da contrasti di chiaro-scuro. Con esse si possono ottenere informazioni sulla morfologia del campione. 6.5.1. Tempera La calcite mostra un colore leggermente più chiaro rispetto alla matrice e si presenta in granuli di dimensioni da micro a millimetriche. Questo minerale è stato riscontrato in tutti i campioni. Pagina | 78 Fig. 6.38 – Immagine BSE di una porzione del campione KB.06.A.120/6 (in alto a sinistra), fotografie dello stesso campione al microscopio con luce trasmessa e riflessa (in alto a destra); spettro EDX di un granulo di calcite (in basso). È stata riscontrata anche la presenza di ossido di ferro, che mostra una colorazione più chiara rispetto alla matrice; non è possibile distinguibile tra Fe(II) e Fe(III), quindi non si può fornire un’identificazione più precisa. Fig. 6.39 – Immagine BSE di granulo costituito da ossido di ferro facente parte del campione KB.10.B.1054/24 (a sinistra); spettro EDX dello stesso granulo (a destra). Il quarzo è stato rilevato in numerosi campioni e presenta una colorazione molto simile alla matrice. Pagina | 79 Fig. 6.40 - Immagine BSE di granulo di quarzo facente parte del campione KB.11.B.1124/3 (a sinistra); spettro EDX dello stesso granulo (a destra). Nella maggior parte dei campioni è stata riscontrata anche apatite [Ca 5(PO4)3(F,Cl,OH)], il cui termine più comune è la fluoroapatite [Ca 5(PO4)3F]. F, Cl e OH possono sostituirsi reciprocamente dando serie complete. Il minerale risulta di colore più chiaro rispetto alla matrice, nell’immagine BSE. Fig. 6.41 - Immagine BSE di granulo di apatite facente parte del campione KB.10.B.1054/24 (a sinistra); spettro EDX da un granulo di apatite (a destra). Nei campioni KB.10.B.1054/24, KB.10.B.1054/62a e KB.11.B.1124/ sono stati analizzati granuli che contengono ilmenite (FeTiO 3), augite [(Ca, Na)(Mg, Fe, Al, Ti)(Si, Al) 2O6] e plagioclasio (soluzione solida di albite [NaAlSi 3O8] e anortite [CaAl2Si2O8]). I granuli in questione sono, verosimilmente, dei frammenti di basalto (roccia magmatica effusiva). Facendo una comparazione con la geologia del territorio, la presenza di basalto in queste ceramiche risulta plausibile, poiché esistono affioramenti locali di tale roccia; a ciò si aggiunge che sono stati trovati nel sito archeologico alcuni torni e oggetti sempre in basalto. Il plagioclasio non è distinguibile tra albite e anortite poiché l’intensità dei picchi relativi a Na e Ca è molto simile e ciò fornisce un’ulteriore conferma della presenza di basalto, poiché il feldspato che solitamente Pagina | 80 si trova in questa roccia è labradorite, un plagioclasio di composizione intermedia tra albite e anortite (fig. 6.42). A B C Fig. 6.42 - Immagine BSE e fotografia al microscopio (45x) di un granulo facente parte del campione KB.10.B.1054/24; spettri EDX: A = augite, B = plagioclasio, C = ilmenite. Ilmenite, augite e plagioclasio sono stati riscontrati in granuli singoli, anche in altri campioni. In alcuni campioni sono stati identificati anche zircone (ZrSiO 4) e barite (BaSO4). Pagina | 81 Fig. 6.43 – Spettro EDX di zircone dal campione KB.11.B.1128/65. Fig. 6.44 - Immagine BSE di un granulo di barite, facente parte del campione KB.10.B.1054/62a (a sinistra); spettro EDX dello stesso granulo (a destra). In un granulo del campione KB.11.B.1128/65 è stata osservata la presenza di Fe, Cr, Ti e O (fig. 6.45). È noto che molto magnetiti possono contenere percentuali considerevoli di Cr e Ti, le quali sostituiscono Fe 3+ [Klein, 2004]. Fig. 6.45 - Immagine BSE di un granulo contenente uno spinello misto (A) e diopside (B), facente parte del campione KB.11.B.1128/65 (a sinistra); spettro EDX dello spinello misto (a destra). Pagina | 82 I minerali del gruppo dello spinello hanno formula generale XY 2O4: X e Y rappresentano cationi metallici con valenza variabile che vanno a occupare 16 siti ottaedrici e 8 tetraedrici. Esistono due tipi di strutture nello spinello, chiamate spinello normale e spinello inverso. Nella struttura dello spinello normale i cationi X occupano 8 siti tetraedrici e i cationi Y occupano i 16 siti ottaedrici: il minerale presenta quindi la formula X 8Y16O32, equivalente a XY2O4. Nella struttura dello spinello inverso 8 dei 16 cationi Y occupano gli 8 siti tetraedrici, producendo quindi la formula Y(YX)O 4. Un tipico spinello inverso è la magnetite [Fe 3+(Fe2+Fe3+)O4]. La complessità delle sostituzioni chimiche che avvengono fra i membri di questo gruppo rende difficile l’uso di normali diagrammi triangolari; in questo caso si usa, quindi, il così detto “prisma degli spinelli”, che ne rappresenta la variabilità chimica [Klein, 2004] (fig. 6.46). Da studi effettuati su altre ceramiche ritrovate nel sito di Khirbet al-Batrawy [Turetta, 2012] e considerata la composizione del granulo analizzato, si potrebbe ipotizzare la presenza di uno spinello misto, contenente O, Fe, Cr e Ti. Fig. 6.46 – Composizioni dei termini puri del gruppo dello spinello, rappresentate nel “prisma degli spinelli”. (a): le composizioni variano fra quelle dello spinello comune e quelle dei termini puri a [Fe 2+ (o Mg2+) + Ti]; (b): le composizioni variano fra quelle dello spinello comune a quelle dei termini puri ricchi in Fe 3+; (c): nomenclatura dei termini del gruppo dello spinello basata sulle composizioni chimiche rappresentate in (a) e (b) [Klein, 2004]. Pagina | 83 6.5.2. Matrice I campioni KB.10.B.1054/24 e KB.11.B.1124/3 presentano una colorazione rossiccia omogenea, mentre i campioni KB.10.B.1054/21a, KB.10.B.1054/62a, KB.11.B.1124/15 e KB.11.B.1128/65 presentano una colorazione rossiccia non omogenea, caratterizzata da zone rosse più scure e più chiare. Il campione KB.11.B.1124/ presenta una colorazione a sandwich; i campioni KB.06.A.120/6 e KB.11.B.1124/33 mostrano una colorazione doppia: da un lato rosa e dall’altro grigio/marrone. Infine, il campione KB.11.B.1124/29 presenta una colorazione marrone/grigiastra, con piccolo zone di color rosa tenue. Queste difformità sono molto probabilmente dovute ad un’atmosfera di cottura non controllata, parzialmente ossidanteriducente. Mentre la differenza tra matrice marrone/grigia e rosa non è sempre riscontrabile nelle immagini BSE, è, invece, maggiormente rilevabile la differenza tra matrice rossa e rosa ( fig. 6.47). Fig. 6.47 – Immagini del campione KB.11.B.1124/15 allo stereomicroscopio (30x - a sinistra) e al SEM (a destra) L’analisi EDX della matrice ha rivelato che nei campioni giordani sono maggiormente presenti Si, Al e O, a cui, in alcuni casi, si aggiungono anche Ca, C e K. Mg, Na e Fe sono rilevabili sempre in piccole quantità e a questi elementi si aggiunge talvolta Ca e spesso K. Non si riscontrano particolari differenze composizionali tra le zone più scure e più chiare della matrice. Attraverso le immagini ad elettroni secondari (SE) è stato possibile osservare la morfologia della matrice; sulla base della composizione chimica e del grado di vetrificazione, è possibile definire il tipo di argilla e la temperatura di cottura impiegata per la produzione degli oggetti ceramici. Per la caratterizzazione della microstruttura è stata utilizzata la terminologia introdotta da Tite e Maniatis (1985,1981), i quali hanno studiato ceramiche antiche, anche dopo ricottura a temperature note. In questo modo sono stati in grado di effettuare distinzioni tra differenti tipi di argille utilizzate (calcaree e non calcaree), oltre che stabilire la temperatura e l’atmosfera di cottura. Pagina | 84 Il primo stadio di vetrificazione (initial vitrification – IV) consiste nella comparsa di filamenti o di zone isolate vetrose, che presentano superficie liscia. Questa struttura è simile sia per l e argille calcaree che non calcaree e si sviluppa a temperature di cottura di circa 800 -850°C, in atmosfera ossidante. Ma in alcuni casi è possibile riscontrare una fase intermedia (NV+) tra la non vetrificazione (no vitrification – NV) e la fase IV, in cui non sono presenti zone vetrose lisce, ma solo delle lamelle argillose con bordi deformati e arrotondati. Aumentando la temperatura di cottura, aumenta anche la quantità di vetro e si possono identificare fasi cristalline di alta temperatura. In questa fase, chiamata extensive vitrification (V), la sinterizzazione si sviluppa in base al tipo di argilla utilizzata e all’atmosfera in cui essa viene cotta. Aumentando ancora la temperatura di cottura si raggiunge la fase definita continuous vitrification (CV) o total vitrification (TV) [Kilikoglou, 1994], costituita da una superficie vetrosa continua, contenente pori isolati. Nel caso di cottura in atmosfera ossidante e di ceramiche ottenute da argille calcaree (Ca > 6%), lo sviluppo della vetrificazione viene inibito dalla formazione di fasi cristalline di alta temperatura (allumosilicati di calcio, quali anortite e gehlenite o silicati di calcio e/o magnesio, quali diopside e wollastonite). Con l’aumento della temperatura di cottura le zone vetrose isolate legate alla vetrificazione iniziale (IV) aumentano in quantità e tendono ad aggregarsi, ma la struttura sinterizzata risultante rimane invariata per circa 200°C, cioè non si notano variazioni nel range di cottura da 850 a 1050°C. In questa fase (V) esiste una correlazione inversa tra la concentrazione di fasi cristalline di alta temperatura che si formano e lo sviluppo della fase vetrosa: le zone vetrose diventano più piccole e più frammentate quando aumenta la concentrazione di ossido di calcio. Per concentrazioni di CaO tra il 5 e il 10% la maglia vetrosa tende ad essere più grossolana rispetto a quella osservata per concentrazioni tra il 15 e il 25%; ceramiche che contengono più del 30% di CaO presentano una struttura completamente disturbata (fig. 6.48), senza zone vetrose lisce. Quando la temperatura supera i 1050°C la quantità di fase vetrosa aumenta considerevolmente e si raggiunge la fase CV, in cui sono presenti pori rigonfiati non collegati tra loro. Per quanto riguarda la cottura di argille calcaree in atmosfera riducente, non si notano particolari differenze ad eccezione della temperatura alla quale comincia la fase IV, che risulta più bassa di circa 50°C, rispetto ad una cottura in atmosfera ossidante. Va ricordato che la concentrazione di CaO necessaria per formare silicati e allumosilicati di calcio – e di conseguenza anche una fase vetrosa – dipende fortemente dalle dimensioni delle particelle di calcite e dalla loro distribuzione nell’impasto argilloso. Considerando l’abbondante presenza di calcite, riscontrata attraverso le differenti tecniche analitiche, è plausibile affermare che per i campioni di Khirbet al-Batrawy sono state utilizzate argille calcaree. Pagina | 85 Tutti i campioni presi in esame presentano una morfologia similare: si riscontrano piccole zone sinterizzate, causate da un alto contenuto di CaO, presumibilmente superiore al 30%. Dalle immagini è plausibile attribuire ai campioni giordani il raggiungimento della fase di extensive vitrification (V) (Fig. 6.48). Fig. 6.48 – A destra immagine SE del campione KB.11.B.1124/3 (10 µm); a sinistra, immagine SE del campione KB.06.A.120/6 (30 µm). In basso, immagine SE (10µm) di argilla calcarea (fase V), ricotta a 900°C in atmosfera ossidante [Maniatis, Tite – 1981]. Pagina | 86 7 DISCUSSIONE DEI RISULTATI Lo studio di ceramiche antiche può rivelare informazioni sull’origine delle materie prime e sulle tecnologie di produzione utilizzate (temperatura, durata e ambiente di cottura). Questi dati sono importanti, perché portano ad una maggiore conoscenza del livello culturale e tecnologico raggiunto dalle popolazioni del passato. La caratterizzazione di manufatti ceramici è, però, molto complessa a causa dell’eterogeneità dei materiali e della presenza sia di fasi cristalline che amorfe; per comprendere quindi i processi tecnologici si deve conoscere la composizione chimico-mineralogica dei campioni e un approccio di tipo multi-analitico – come quello utilizzato in questo studio – è in grado di fornire ampie informazioni su di essi. I corpi ceramici subiscono, tramite la cottura, modificazioni chimiche e strutturali (disidratazione, deossidrilazione, decomposizione e formazione di nuove fasi, vetrificazione) che trasformano profondamente il materiale argilloso originario. Ovviamente l’entità e la tipolo gia di trasformazioni dipendono dalla composizione iniziale dell’argilla, oltre che dalle caratteristiche della cottura. I minerali generalmente identificati nelle ceramiche archeologiche si possono distinguere in minerali primari, minerali di cottura e minerali secondari. I minerali primari sono quelli presenti nelle materie prime e che non subiscono reazioni o alterazioni in un ampio intervallo di temperatura. I minerali di cottura sono, invece, quei minerali che si formano durante la cottura, a causa di reazioni termiche. Essi sono influenzati dalla composizione chimico-mineralogica dell’argilla, dalla distribuzione granulometrica, dalla temperatura massima raggiunta, dalla durata e dall’atmosfera della fornace durante la cottura. I minerali secondari si formano dopo la produzione delle ceramiche, durante il loro utilizzo o il loro seppellimento, come risultato di ulteriori trasformazioni di minerali da cottura metastabili o infiltrazioni di soluzioni nel terreno [De Benedetto at al., 2002; Trindade et al., 2009]. Materiali non plastici come quarzo, calcite, feldspati o composti del ferro possono essere presenti naturalmente nelle argille oppure possono essere usati come materiali addizionali (tempere), aggiunti appositamente dal vasaio. Le tempere, infatti, migliorano le proprietà meccaniche dell’impasto argilloso sia durante la modellazione sia durante la cottura. Si deve ricordare che la variazione nella composizione chimica dell’impasto può essere dovuta a ceramica prodotta in differenti siti produttivi oppure ad una naturale disomogeneità dei depositi argillosi locali o ancora a divergenti processi di preparazione e lavorazione nelle botteghe [Iordanidis et al., 2009]. Pagina | 87 Durante l’Età del Bronzo (ma anche in altri periodi antichi) venivano prodotti due tipi di ceramiche: calcaree e non calcaree (silicee). Nelle ceramiche calcaree generalmente si trovano, dispersi nell’impasto, fini cristalli di calcite, derivanti dall’uso di argille ricche in carbonati. Ma la calcite spesso si trova anche come tempera, sotto forma di frammenti grossolani o gusci di conchiglie, incorporati nell’impasto [Iordanidis et al., 2009; Issi et al., 2011]. La calcite è un importante indicatore della temperatura di cottura, poiché essa si decompone in CaO e CO2 tra i 600 e gli 800°C (secondo Issi [2011] e Sendova [2005] la decarbonatazione può durare rispettivamente anche fino a 900°C o 950°C), a seconda della forma della calcite, dell’influenza dell’argilla e delle condizioni di cottura. Infatti è noto che questo minerale resiste più a lungo se presente in granuli grossolani, se la velocità di riscaldamento è rapida, se la durata della temperatura massima raggiunta è breve e se si utilizza atmosfera riducente durante la cottura [Fabbri et al., 2014]. Secondo lo studio riportato da Trindade (2009), in un argilla calcarea la calcite comincia a decomporsi a circa 700°C e la decarbonatazione può continuare fino a 1100°C. La dolomite, invece, diventa instabile a 600°C (secondo Cultrone et al. [2001] a 700°C), secondo la reazione: CaMg(CO3)2 CaCO3 + MgO + CO2 da cui si ottengono calcite e periclasio (MgO); successivamente si decompone la calcite, fino a 900°C [Issi et al., 2011]. In ogni caso, campioni che contengono dolomite non possono essere cotti a temperature superiori a 800°C [Broekmans et al., 2008]. Dopo la cottura – o durante il raffreddamento – si può riformare calcite (calcite secondaria o ricarbonatata): l’ossido di calcio, igroscopico, reagisce con l’umidità dell’aria formando idrossido di calcio [Ca(OH) 2], il quale a sua volta reagisce lentamente con la CO 2 atmosferica formando nuovamente calcite. La calcite secondaria si distingue da quella primaria per le dimensioni più piccole dei cristalli, un più basso grado di cristallinità e la presenza di impurità, quali Mg e Fe [Shoval, 2003]. Superata una determinata temperatura di cottura, l’ossido di calcio genera dei nuovi silicati di calcio per reazione con i minerali argillosi presenti nell’impasto. Tra questi minerali generalmente si riscontrano gehlenite, anortite, diopside e wollastonite. Ovviamente la formazione di queste nuove fasi riduce la quantità di ossido di calcio libero e, di conseguenza, la possibilità di ricarbonatazione. Si possono comunque riscontrare nello stesso campione sia calcite che minerali di neoformazione, quando la reazione tra minerali argillosi e calcite è incompleta; ciò può essere dovuto ad una temperatura di cottura non sufficientemente alta, ad un tempo di raffreddamento troppo breve, ad un’eccessiva quantità di calcite rispetto alla disponibilità di silicati o a dimensioni molto grandi dei granuli di calcite. In questi casi permane anche la presenza di illite [Fabbri et al., 2014]. In seguito a diversi studi [Maniatis e Tite, 1981; Riccardi et al., 1999; Trindade et al., 2009] è possibile affermare che le argille calcaree cominciano a fondere ad una temperatura più bassa rispetto a quelle povere in carbonati, poiché Ca e Mg possono Pagina | 88 agire come fondenti. I vasai dell’Età del Bronzo, consci di questa differenza, impiegavano argille calcaree con lo scopo di utilizzare meno energia nella fornace. Nei campioni di Khirbet al-Batrawy la calcite è stata rivelata in maniera abbondante tramite tutti i tipi di analisi: si può verosimilmente supporre che essa sia presente sia come materia prima dell’impasto argilloso che come tempera aggiunta. Grazie all’analisi SEM è stato possibile verificare la presenza anche di frammenti di conchiglie. Tramite analisi FT-IR è possibile supporre la presenza di calcite secondaria in alcuni campioni, ma solo ulteriori analisi (microscopio mineralogico e analisi termiche) possono confermare tale ipotesi. Il quarzo è stato riscontrato in quantità abbondante nei campioni giordani. Questo minerale generalmente permane nell’impasto argilloso, senza subire particolari trasformazioni, fino a 1000-1050°C. Può essere presente nell’argilla iniziale oppure essere aggiunto intenzionalmente come tempera [Ravisankar et al., 2011; Bersani et al., 2010]. Il quarzo, però, potrebbe essere presente anche come minerale di cottura risultante dalla reazione di riarrangiamento del microclino (processo che avviene a 750°C) [De Benedetto et al., 2002] o per decomposizione dei silicati dell’argilla [Riccardi et al, 1999; Bersani et al., 2010]. I minerali contenenti ferro possono aiutare a stimare l’atmosfera di cottura. La presenza di ematite è indicativa di atmosfera ossidante e di una cottura generalmente superiore ai 600°C [Yariv e Mendelovici, 1979; Ravisankar et al., 2011]. L’ematite si può formare dalla decomposizione di goethite oppure dalla trasformazione di magnetite, ma un aumento della sua quantità può derivare anche dalla decomposizione di illite [Papachristodoulou et al., 2006]; essa può essere presente anche come minerale accessorio nei basalti. La magnetite è invece indicativa di atmosfera riducente e può essere naturalmente presente nelle argille [Legodi e de Waal, 2007] o come minerale accessorio nei basalti. Mentre l’ematite è responsabile del colore rosso, la magnetite conferisce un aspetto scuro ai frammenti e può essere indicativa di un’incompleta trasformazione di fase durante la cottura in atmosfera ossidante. La presenza di maghemite contribuisce a confermare quest’ultima ipotesi [Lofrumento et al., 2004]; la sua esistenza nelle materie prime naturali è scarsa e quindi, molto probabilmente, essa è stata ottenuta durante la cottura [Issi et al., 2011]. È noto infatti che in atmosfera ossidante la magnetite si tramuti in maghemite ad una temperatura di circa 200°C e successivamente in ematite a circa 400°C [De Faria et al., 1997; Lofrumento et al., 2004; Centeno et al., 2012] e in atmosfera riducente può avvenire la reazione inversa [Scarpelli et al., 2014]. Nei campioni di Khirbet al-Batrawy è stata riscontrata maggiormente la presenza di ematite rispetto a magnetite e maghemite e la colorazione rossa presente nella maggior parte dei campioni – almeno esternamente – supporta ulteriormente l’ipotesi di cottura (o per lo meno raffreddamento) in atmosfera ossidante. In ogni caso, il rilevamento sia di magnetite che di maghemite suggerisce che in alcuni casi si siano verificate incomplete trasformazioni di fase Pagina | 89 [Lofrumento et al., 2004]. Anche l’osservazione macroscopica dei campioni supporta questa ipotesi, poiché i frammenti spesso presentano variabilità cromatiche che possono essere dovute a condizioni di cottura non controllate o comunque non omogenee, che erano frequenti nelle fornaci a cielo aperto. La presenza di minerali del gruppo dello spinello (magnetite, jacobsite e magnesioferrite) può essere dovuta ad un processo di smescolamento durante il raffreddamento delle ceramiche, che coinvolge uno spinello omogeneo precedentemente formato durante la cottura in ambiente riducente. Infatti durante la cottura (sopra circa 850°C) è possibile avere una soluzione solida che poi si separa in fasi distinte soprattutto quando la temperatura si abbassa lentamente [Scarpelli et al., 2014]. La goethite è un minerale che può essere presente in tracce nelle argille calcaree; durante la cottura diventa instabile a circa 230-280°C e si decompone formando ematite, secondo la reazione 2FeO(OH) Fe2O3 + H2O [Trindade et al., 2009]. Nel caso dei campioni giordani, questo minerale è stato riscontrato in un solo frammento ceramico (KB.11.B.1124/3) e nel frammento di mattone. Nel mattone questo minerale potrebbe essere presente come materia prima, mentre nel frammento, molto più verosimilmente, la presenza è dovuta alla sua formazione durante la sepoltura [Lofrumento et al., 2004]. Nei campioni di Khirbet al-Batrawy è stata rilevata la presenza di tutti i tre polimorfi di TiO2: anatasio, rutilo e brookite. Il rutilo è la sola fase stabile, mentre anatasio e brookite alle alte temperature si trasformano in rutilo. L’anatasio è il minerale riscontrato maggiormente e potrebbe far parte della composizione originale dell’argilla: esso, infatti, è un minerale accessorio comune nelle caoliniti [Shoval et al., 2011]. La transizione anatasio -rutilo avviene a 750-950°C (secondo Liem et al. [2010] tra 800 e 1100°C) e dipende da vari fattori, come per esempio la presenza di Fe 2O3, che può diminuire anche di 100°C la temperatura di transizione [Gennari e Pasquevic, 1999; Sendova et al., 2005]. La poca quantità di rutilo rilevata nei campioni suggerisce che la temperatura di cottura delle ceramiche non può comunque aver superato i 950°C. Per quanto riguarda i feldspati, che sono i minerali maggiormente presenti sulla crosta terrestre, è stata identificata la presenza di plagioclasi e k-feldspati. Solo tramite analisi FT-IR è stato possibile effettuare una distinzione tra albite e ano rtite (end members della serie dei plagioclasi) e sono stati rilevati entrambi i minerali. L’anortite è un comune minerale di cottura, poiché esso si forma per reazione tra calcite e minerali argillosi, a partire dai 950°C [Lofrumento et al., 2004; Sendova et al., 2005]. Numerosi autori (Riccardi et al., 1999; Bersani et al., 2010) ritengono che l’anortite derivi da wollastonite e gehlenite, le quali vengono quindi considerate composti intermedi che diventano instabili in presenza di SiO 2 e reagiscono producendo il plagioclasio suddetto. Secondo Cultrone et al. (2001) e Hajjaji et al. (2011) però, la formazione di Pagina | 90 anortite procede indipendentemente dallo sviluppo di gehlenite, secondo la reazione: illite + calcite + silice k-feldspato + anortite + acqua + biossido di carbonio. Le analisi SEM-EDX hanno rivelato la presenza di plagioclasio con composizione intermedia, verosimilmente labradorite: ciò può confermare la presenza di basalto nelle ceramiche giordane poiché essa è un minerale essenziale di tale roccia. I k-feldspati possono essere presenti nella materia prima argillosa oppure essere aggiunti come tempere [Ravisankar et al., 2011]. Il microclino è stabile fino a temperature tra i 500 e 750°C, mentre l’ortoclasio ha un più ampio intervallo di stabilità (fino a 1050°C). Anche questi minerali sono degli indicatori della temperatura di cottura [De Benedetto et al., 2002]. Purtroppo le analisi eseguite sui campioni giordani non hanno permesso un’identificazione precisa e si può solo parlare della presenza di k-feldspati. Il gesso è un minerale molto comune nelle rocce sedimentarie e si trova frequentemente stratificato con calcari e scisti [Legodi et al., 2007]. Anche la barite si può trovare in vene in calcari, assieme a calcite [Klein, 2004]. Questi minerali possono, quindi, fornire ulteriori informazioni sulla provenienza delle materie prime; il gesso – così come altri solfati – però, può essere presente anche come minerale secondario: può, infatti, derivare dalla trasformazione della pirite (Fe2S), presente nell’impasto argilloso come materiale accidentale. Nel campione KB.11.B.1128/65 il gesso è stato riscontrato nelle efflorescenze presenti nella parete interna del frammento stesso: in questo caso la sua presenza è verosimilmente dovuta ad un processo postdeposizionale. La formazione di solfati è stata osservata anche nella cottura ad alta temperatura di una miscela di calcare, scisto, minerali di ferro e gesso. In questo caso gli alcali (K, Na) si combinano preferenzialmente con i solfati; anche l’illite può fornire abbastanza K per le nuove fasi mineralogiche. Inoltre i solfuri possono far parte, in forma solubile, dell’argilla iniziale e ad alte temperature – sopra i 900°C – reagiscono con K e Ca e cristallizzano come solfati [Trindade et al., 2009]. La presenza di aphthitalite e di altri solfati potrebbe essere dovuta proprio a questo processo. La gehlenite è un silicato di calcio che deriva dalla reazione tra calcite e minerali argillosi. La reazione avviene a partire da 700-750°C; secondo lo studio condotto da Maritan et al. (2006), con la cottura in fornace a fossa la gehlenite cristallizza tra 850 e 900°C. In ogni caso l’ossido di calcio reagisce con silice e allumina, derivanti dalla decomposzione dell’illite, per formare gehlenite secondo la reazione: 3SiO2 · Al2O3 (miscela amorfa) + 6CaO 3Ca2Al2SiO7 [Trindade et al., 2009]. La gehlenite è stata riscontrata in alcuni campioni di Khirbet al-Batrawy. Anche il diopside è un minerale di cottura e deriva dalla reazione tra calcite e minerali argillosi [De Benedetto et al., 2002] a partire da 850 °C [Bersani et al., 2010]. Secondo Issi (2011) e Trindade (2009) il diopside può essere generato dalla reazione tra dolomite e silice a circa Pagina | 91 900°C (2SiO2 + CaMg(CO3)2 CaMgSi2O6 + 2CO2). La presenza di augite, invece, è da correlarsi all’utilizzo di basalto come tempera. Si deve ricordare che i minerali di neo-formazione possono subire l’influenza del tipo di cottura: dagli studi di Maritan et al. (2006) per esempio, si osserva che la decomposizione della calcite avviene tra 800 e 850°C se la ceramica è cotta in fornace, mentre tra 850 e 900°C se è cotta in un forno a fossa. Questo avviene perché nel primo forno il tempo di permanenza delle temperatura massima è più lungo, mentre nel secondo è più breve, quindi è necessaria una maggiore temperatura per avviare la reazione di decomposizione. Sia nel forno a fossa che nella fornace la quantità di k-feldspati e plagioclasi aumenta con l’aumentare della temperatura secondo le reazioni illite + calcite k-feldspato + gehlenite + quarzo + acqua + biossido di carbonio e gehlenite + quarzo diopside + anortite [Maritan et al., 2006]. In ogni caso queste reazioni sono condizionate dalla temperatura massima raggiunta, dal tempo di permanenza della stessa, dalla tipo e abbondanza di fasi mineralogiche presenti e dall’atmosfera di cottura [Maritan et al., 2006; Issi et al., 2011]. Nelle argille contenenti anche dolomite, durante la cottura la calcite si consuma più velocemente del periclasio e l’eccesso di MgO porta alla trasformazione di silicati di Ca e Mg in silicati di Mg, come ad esempio forsterite, che cominciano a formarsi a 1000°C secondo la reazione: CaMgSi2O6 3MgO 2Mg2SiO4 + CaO [Trindade et al., 2009]. Le ceramiche giordane è molto improbabile che abbiano raggiunto temperature così elevate e la scarsa presenza di olivina riscontrata durante le analisi è da attribuirsi, in questo caso, molto più verosimilmente all’utilizzo di basalto come tempera. In tale roccia, infatti, l’olivina è presente come minerale accidentale. Ilmenite e apatite, anch’essi rilevati nei campioni giordani, sono presenti nei basalti, invece, come minerali accessori. Lo zircone, trovato solo in due campioni ( KB.10.B.1040/8 e KB.11.B.1128/65), si può considerare un minerale residuale o primario. Esso, infatti, possiede un’elevata resistenza chimica ed è distintivo di certe rocce magmatiche e metamorfiche; proprio per questi motivi la sua presenza, può, quindi, essere utilizzata per studi di provenienza delle materie prime [Iordanidis et al., 2009; Trindade et al., 2009]. Per quanto riguarda i minerali argillosi, nei campioni di Khirbet al-Batrawy è stata rilevata la presenza di caolinite e illite. La caolinite è stata riscontrata solamente in un campione (KB.06.A.220/5) e nel frammento di mattone, mentre l’illite è stata trovata in diversi campioni. La deossidrilazione della caolinite avviene a circa 500°C, secondo la reazione: Al 2Si2O5(OH)4 Al2Si2O7 + 2H2O [Trindade et al., 2009], trasformandosi in una fase pseudo-amorfa (metacaolinite). Se la cottura avviene sotto gli 800°C, successivamente può avvenire una reossidrilazione dei minerali argillosi [Shoval, 2003]. La decomposizone dell’illite comincia, invece, tra i 700°C e i 900°C (a seconda degli studi riportati in letteratura) e termina ve rso i Pagina | 92 1000°C. Se la temperatura non supera questo range, il minerale continua ad esistere come componente dei frammenti [Issi et al., 2011]. Papachristodoulou et al. (2006) sottolineano come nelle analisi XRD la riflessione (110) a circa 19,8 2θ permanga fino a 900-950°C. Generalmente la decomposizione dell’illite porta allo sviluppo di k-feldspati, diopside e gehlenite e incrementa la quantità di ematite. La presenza e la natura dei composti del carbonio nelle ceramiche deriva dalla combustione, per lo più incompleta, di materiale organico. Le argille ne possono contenere quantità variabili (sotto forma di humus), ma esso può anche essere aggiunto volutamente dal vasaio per conferire maggiore plasticità ai manufatti. Se il materiale organico è presente nell’impasto durante la cottura, nei campioni si possono riscontrare prodotti di decomposizione, quali carbone amorfo e grafite [Maritan et al., 2005]. La presenza di carbone, però, può essere attribuita anche al materiale utilizzato come combustibile durante la cottura e non totalmente decomposto. Nelle fornaci a fossa, infatti, i manufatti erano posti a diretto contatto con il combustibile (legna, gusci secchi di frutta, paglia, ecc.). Nelle ceramiche giordane non è possibile specificare l’origine del materiale organico. Il frammento di mattone, proveniente da un’abitazione dello stesso periodo delle ceramiche, è stato studiato per comprendere se le materie prime utilizzate fossero le stesse dei manufatti archeologici, mentre la marna, proveniente dalla stessa area geografica, è stata analizzata per effettuare studi di provenienza, comparando la sua composizione mineralogica con quella delle ceramiche di Khirbet al-Batrawy. Dalle analisi effettuate è possibile affermare che la composizione mineralogica dei due campioni è compatibile con la geologia del territorio, ma solo ulteriori ed approfondite analisi potranno fornire ulteriori informazioni a supporto di quest’ipotesi e indicare se le materie prime utilizzate per le ceramiche e i mattoni sono le stesse. In accordo con gli studi di Tite e Maniatis (1985,1981), tutti i campioni ceramici analizzati al SEM presentano una morfologia similare: si riscontrano piccole zone sinterizzate, causate da un alto contenuto di CaO, presumibilmente superiore al 30%. Dalle immagini SE si può attribuire una fase di extensive vitrification (V) ai campioni giordani: essi hanno verosimilmente raggiunto temperature di cottura tra gli 800 e i 950°C. Ciò è in accordo con i risultati delle altre analisi, poiché in base alla presenza simultanea di illite, di calcite primaria e di minerali di cottura si può supporre che le ceramiche di Khirbet al-Batrawy risalenti al Bronzo Antico IIIB abbiano raggiunto una temperatura massima di cottura tra 800 e 950°C, in ambiente per lo più ossidante. Pagina | 93 8 CONCLUSIONI Le ceramiche di Khirbet al-Batrawy, il frammento di mattone e la marna sono stati studiati attraverso un approccio di tipo multi-analitico, che ha incluso la microscopia ottica, la spettroscopia µ-Raman, la diffrattometria a raggi X (XRD), la spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier (FT-IR) e la microscopia elettronica a scansione accoppiata a spettrometria a dispersione di energia (SEM-EDX). Questa metodologia di studio dimostra di essere un utile ed importante strumento per la caratterizzazione chimico-mineralogica dei campioni. I 36 frammenti ceramici sono da considerarsi ottenuti da argille calcaree, composte da illite e probabilmente caolinite e il corpo ceramico è costituito soprattutto da minerali quali calcite, quarzo, ematite, feldspati, magnetite, barite, gesso e jacobsite. Minerali come anatasio, ilmenite, augite, zircone, olivina e apatite possono fornire indicazioni sulle zone d’origine delle materie prime. Infatti olivina, ilmenite, augite, labradorite e magnetite sono minerali presenti all’interno di rocce basaltiche e supportano l’ipotesi che l’approvvigionamento di materie prime fosse locale. Il sito archeologico di Khirbet al-Batrawy, infatti, è vicino al deserto basaltico giordano. Per quanto riguarda il frammento di mattone e il campione di marna è possibile affermare che la loro composizione mineralogica è compatibile con la geologia del territorio, ma solamente ulteriori ed approfondite analisi potranno fornire maggiori informazioni ed indicare se le materie prime utilizzate per le ceramiche e i mattoni sono le stesse. In base alle analisi morfologiche delle matrici e alla presenza di minerali primari come illite, calcite, anatasio, dolomite e minerali di cottura come gehlenite, diopside e anortite è possibile stimare la temperatura di cottura tra 800 e 950°C. In base anche alle osservazioni macro e microscopiche dei campioni, oltre al rilevamento della presenza di ematite, è presumibile supporre che le ceramiche siano state cotte, o quanto meno raffreddate, in ambiente per lo più ossidante; la presenza di magnetite e maghemite, oltre alla variabilità cromatica dell’impasto, fa supporre che a volte si siano verificate incomplete trasformazioni di fase, dovute probabilmente a cotture o raffreddamenti troppo brevi oppure a cotture in atmosfera non totalmente controllata e quindi parzialmente ossidante-riducente: ciò accadeva spesso nelle fornaci a cielo aperto o in fossa, dove il controllo della temperatura e la diffusione dell’ossigeno erano difficili da monitorare e tenere costanti. La presenza di carbone amorfo può essere legata ad un’incompleta combustione del materiale organico presente nell’impasto argilloso oppure all’utilizzo di tale materiale come combustibile, a diretto contatto con i materiali ceramici. Ma il Pagina | 94 carbone si potrebbe altresì attribuire all’incendio avvenuto verso il 2300 a.C., quando la città venne data alle fiamme. Pagina | 95 9 APPENDICE 9.1. Periodizzazioni La periodizzazione della storia umana, presso la cultura occidentale, suddivide la storia del genere Homo in due grandi periodi: Preistoria (Paleolitico, Mesolitico e Neolitico) e Storia (Età Antica, Medievale, Moderna e Contemporanea). La Preistoria (o Età della Pietra) inizia con la nascita della tecnologia (2.500.000 anni fa ca.), cioè con la costruzione dei primi rudimentali utensili in pietra da parte di alcuni rappresentanti del genere Australopitecus e/o della prima specie del genere Homo e termina con l’invenzione della scrittura da parte dell’Homo sapiens (3.500 anni fa ca.). PREISTORIA Periodo Anni Avvenimenti Nascita della tecnologia. Paleolitico (a sua volta suddiviso in P. inferiore, P. medio, P. superiore) 2.500.000 anni fa – 10.000 anni fa ca. Mesolitico 10.000 – 7.000 a.C. ca. Neolitico 7.000 – 3.500 a.C. ca. Comparsa di prime forme di agricoltura. Passaggio dall’Homo habilis all’Homo sapiens. Alcune società umane si avviano all’agricoltura e alla vita sedentaria. Completo passaggio di alcuni gruppi umani da comunità nomadi dedite alla caccia, alla pesca e alla raccolta a comunità stabili dedite all’agricoltura e all’allevamento. Invenzione della scrittura. Tab. 9.1 – Periodi della Preistoria. La Storia, che va dal 3500 a.C. ca. al tempo presente, è il periodo della storia umana STORIA successivo all’invenzione della scrittura. Periodo Anni Età Antica 3500 a.C. – 476 d.C. Età Medievale 476 – 1492 d.C. Età Moderna 1492 – 1789 d.C. Età Contemporanea 1789 d.C. – oggi Tab. 9.2 – Periodi della Storia. Pagina | 96 L’Età Antica include al suo interno l’Età del Bronzo (3500 – 1200 a.C. ca.) e l’Età del Ferro (1200 – 600 a.C. ca.), nel corso delle quali l’uomo impara a lavorare i metalli e dà vita a città e civiltà complesse da un punto di vista sociale, economico, politico, culturale e tecnologico. È d’uso comune anteporre all’Età del Bronzo la cosiddetta Età del Rame (o Calcolitico), la quale si riferisce ad un periodo della Preistoria considerato tappa di transizione tra le industrie litiche del Neolitico e la nascente metallurgia dell’Età del Bronzo. Infatti, in quest’epoca i metalli come oro, argento e rame sono utilizzati nel quadro di un artigianato secondario, mentre la parte essenziale degli strumenti rimane di pietra o d’osso. La datazione di questo periodo non è univoca, perché varia a seconda delle aree geografiche: nel Vicino Oriente comincia agli inizi del IV millennio a.C., mentre in Europa solo nel III millennio a.C.; i ritrovamenti archeologici, infatti, attestano che l’utilizzo del rame ha riguardato culture contemporanee e vicine ad altre che lo ignoravano e ad altre ancora che già possedevano il bronzo. L’Età del Bronzo indica un periodo caratterizzato dall’utilizzo sistematico ed esteso della metallurgia del bronzo, il quale nacque probabilmente da un’aggiunta casuale, nei forni di fusione, di minerali misti contenenti stagno (infatti il bronzo è una lega costituita da rame e stagno). Solo in un secondo momento si osservarono le migliorate proprietà di resistenza meccanica e di aspetto di questo materiale. Tale metallo fu importante tanto nell’utilità pratica (armi, attrezzi agricoli, ecc.) quanto nelle funzioni ornamentali e simboliche (baltei, fibule, scettri); la sua lavorazione ebbe importanti conseguenze sociali e culturali: la necessità di acquisire materie prime comportava spostamenti, mobilità e intreccio di relazioni umane. L’Età del Bronzo viene suddivisa in fasi in base a criteri tecno-tipologici dell’artigianato metallurgico e i limiti cronologici di questo periodo variano notevolmente a seconda dell’ambiente geografico e culturale considerato: normalmente lo si suddivide in Bronzo Antico, Bronzo Medio, Bronzo Recente e Bronzo Finale e questi periodi sono ulteriormente suddivisi in maniera diversa regione per regione. Il Bronzo Finale tende a segnare una rottura di tradizioni con l’Età precedente e prepara il sorgere delle società storicamente note, caratteristiche dell’Età del Ferro. Ma lo sviluppo della metallurgia del ferro non soppiantò mai del tutto quella del bronzo, che in alcune applicazioni risultava insostituibile per la resistenza alla corrosione, per il pregio estetico e perché si presta ad essere fuso in forme complesse. Anche per l’Età del Ferro i limiti cronologici variano in base alle aree geografiche, ma generalmente il periodo viene suddiviso in due sottoperiodi: Ferro I (1200-1000 a.C. ca.) e Ferro II (1000-600 a.C. ca.). La Giordania si trova in quel territorio che viene chiamato Levante e che rientra nel contesto geografico antico del Vicino Oriente. Di seguito si riporta la periodizzazione dell’Età del Bronzo nel Vicino Oriente: Pagina | 97 ETÁ DEL BRONZO NEL VICINO ORIENTE Antica Età del Bronzo I (3300 – 3000 a.C.) Antica Età del Bronzo II (3000 – 2700 a.C.) Antica Età del Bronzo (3300 – 2000 a.C.) Antica Età del Bronzo IIIA (2700 – 2500 a.C.) Antica Età del Bronzo IIIB (2500 – 2300 a.C.) Antica Età del Bronzo IVA (2300 – 2200 a.C.) Antica Età del Bronzo IVB (2200 – 2000 a.C.) Media Età del Bronzo (2000 – 1550 a.C.) Tarda Età del Bronzo (1550 – 1200 a.C.) Media Età del Bronzo I (2000 – 1750 a.C.) Media Età del Bronzo II (1750 – 1650 a.C.) Media Età del Bronzo III (1650 – 1550 a.C.) Tarda Età del Bronzo I (1550 – 1400 a.C.) Tarda Età del Bronzo IIA (1400 – 1300 a.C.) Tarda Età del Bronzo IIB (1300 – 1200 a.C.) Tab. 9.3 – Suddivisioni dell’Età del Bronzo nel Vicino Oriente. 9.2. JADIS e MEGA-Jordan La Giordania ha un ricchissimo patrimonio archeologico e fu uno dei primi Paesi a dotarsi di un sistema informatico di catalogazione dei suoi beni archeologici. Questo sistema era il JADIS (Jordan Antiquities Database and Information System), il quale fu sviluppato agli inizi degli anni ’90 attraverso un progetto dell’American Center of Oriental Research (ACOR) e un team guidato da Gaetano Palumbo (Università “La Sapienza” di Roma). Il JADIS era un databas e relativamente semplice, ma in grado di fornire informazioni su oltre 9.000 siti archeologici (conteneva un totale di 10.408 documenti), raccogliendo i dati di centinaia di rapporti di scavo archiviati al Dipartimento delle Antichità ad Amman. Il problema era, però, quello di non avere certezze sullo stato di conservazione dei siti. La posizione di ogni sito era identificata da una singola coordinata geografica e non si avevano informazioni sui confini di ciascun sito archeologico. Questi dati sulle posizioni avevano bisogno di essere verificati usando nuove e più accessibili tecnologie, come il GPS e Google Earth, le quali non erano disponibili quando vennero raccolti i dati per il JADIS. Più tardi il JADIS venne convertito da Stephen Savage, della Arizona State University, in un GIS (Geographic Information System), cioè in un sistema informativo computerizzato che permette l’acquisizione, la registrazione, l’analisi, la visualizzazione e la restituzione di informazioni derivanti da dati geografici. Le posizioni dei confini dei siti archeologici erano (e lo sono tutt’ora) un’informazione essenziale per il Departement of Antiquities (DoA) giordano, soprattutto per proteggere le aree culturali dallo sviluppo del Paese. Nel maggio 2007 iniziò, quindi, una collaborazione tra il DoA, il Getty Conservation Institute (GCI) e il World Monuments Fund (WMF) per lo sviluppo e l’implementazione di un GIS bilingue Pagina | 98 (arabo-inglese) via web, atto ad inventariare, monitorare e gestire i numerosi siti archeologici della Giordania. Ciò agevolò (e continua ad agevolare) notevolmente il lavoro del DoA giordano, nonché quello di studiosi giordani e internazionali ed ebbe un ruolo importante nella conservazione dei tesori archeologici della Giordania. Questo GIS fu completato nel giugno 2010. Il nuovo sistema ha la particolarità di delimitare rigorosamente i confini di ogni sito: richiede, infatti, poligoni (composti da tre o più punti) per identificare ogni confine; ha, inoltre, la possibilità di registrare la posizione degli elementi all'interno dei confini del sito, inclusi punti (per elementi più piccoli quali pozzi), linee (per elementi come strade o muri) e poligoni (per elementi come le moschee, chiese, teatri). Il 12 aprile 2011, ad Amman, il Dipartimento delle Antichità giordano, il Getty Conservation Institute e il World Monuments Fund hanno lanciato ufficialmente il funzionamento del Middle Eastern Geodatabase for Antiquities, il cosiddetto MEGA -Jordan. Esso è un inventario elettronico, facile da usare, che dà informazioni sulla posizione, sull’estensione, sulle caratteristiche e sulle condizioni del sito archeologico che si vuole analizzare. Fig. 9.1 - Sito archeologico di Khirbet al-Batrawy su MEGA-Jordan. È il primo sistema di portata nazionale utilizzato per la di vulgazione, ma che può essere sfruttato altresì per la pianificazione urbanistica in funzione anche dello studio dei flussi turistici osservati nei vari siti. Il sito di Khirbet al-Batrawy è catalogato nel JADIS con il numero 2516011, mentre nel MEGA con il numero 7411. Pagina | 99 Fig. 9.2 - Sito archeologico di Khirbet al-Batrawy (con elementi catalogati) su MEGA-Jordan. Fig. 9.3 - Il sito archeologico di Khirbet al-Batrawy su MEGA-Jordan. 9.3. Archeologia come metodo La finalità di uno scavo archeologico non è quella di rinvenire oggetti preziosi, ma di conoscere la realtà storica e materiale del passato. Lo scavo è il momento caratteristico e senz’altro peculiare della scienza archeologica. Secondo un corretto procedimento metodologico, esso si pone al termine di una serie di attività (prospezione archeologica) tese ad individuare l’area opportuna nella quale intervenire e finalizzate, inoltre, a conoscere in anticipo – per quanto possibile – la potenzialità archeologica dell’area sottoposta ad indagine. Per comprendere il significato di un sito è assolutamente necessario conoscerne il contesto territoriale in cui era inserito; per questo motivo il ruolo delle Pagina | 100 tecniche di prospezione è diventato primario. La capacità di visione d’insieme dell’evoluzione di un territorio è la grande funzione della prospezione, mentre la potenzialità analitica puntuale è la qualità propria dello scavo stratigrafico. Lo scavo, inoltre, agisce in maniera diretta sul territorio, modificandone irreversibilmente la fisionomia. Esso avviene tramite la rimozione progressiva e l’accurata documentazione di ogni singola Unità Stratigrafica (US): con questo termine si indica uno strato di terra la cui deposizione è dovuta all’azione dell’uomo . Un’Unità Stratigrafica in sé non è molto indicativa, né lo sono i materiali che contiene; assume un significato se correlata alle altre US, che con lei formano una sequenza stratigrafica. Anche il più piccolo frammento, se accuratamente studiato, può fornire utilissime e fondamentali notizie circa la cronologia del sito, il tipo di insediamento, la ricchezza degli abitanti, le loro abitudini di vita, le loro capacità tecniche. I reperti debbono essere documentati graficamente e fotograficamente: l’uso combinato di foto e disegno rende più agevole lo studio del materiale, la sua identificazione e classificazione. La riproduzione grafica viene realizzata per metà con una sezione e per metà con un prospetto dell’oggetto. Se non si possiedono oggetti interi o integralmente restaurati, ma si hanno a disposizione solo oggetti frammentari, è necessario operare una selezione tra i frammenti, tenendo solo i più significativi, cioè orli, fondi, anse, grazie a i quali si po’ tentare una ricostruzione grafica della forma originaria del vaso. 9.4. Giacimenti rocciosi vicino a Khirbet al-Batrawy Il basalto è una roccia vulcanica che si sviluppa in diverse località in Giordania. L’affioramento di basalto più antico si trova a nord di Al-Hashimya, mentre quello più giovane è a nord/nord-est di Jurf Ed-Darawish. Il basalto si trova in differenti località della Giordania, ma le più importanti sono Tell Burma e Jabel Uneiza, a circa 170 km da Amman nell’area della mappa di Jurf Ed-Darawish. Le analisi effettuate su questa roccia indicano un maggior contenuto di augite e plagioclasi, assieme ad ematite, calcite, olivina e zeolite (fonte: www.nra.gov.jo). Depositi di calcare sono presenti in diverse zone della Giordania, come per esempio le aree di Qatrana e Sultani che si trovano rispettivamente a 80 e 100 km a sud di Amman o El-Hallabat che è situata a 75 km a nord-est di Amman. Pagina | 101 Fig. 9.4 – Immagini dei giacimenti di basalto (in alto) e di calcare (in basso) in Giordania. Pagina | 102 9.5. Tabelle riassuntive dei risultati Di seguito le tabelle riassuntive che mostrano le tecniche analitiche utilizzate e i minerali R R R KB.10.B.1054/6 R R R R R KB.10.B.1054/21c R R R-I-M R-X R-X R-X KB.10.B.1054/21b R R-X X R KB.10.B.1040/8 R-X X KB.10.B.1054/21a R-X R-X R R-X-I-M R-X-I R-X-I KB.06.A.220/5 KB.05.A.216/4 KB.05.A.46/8 R-X R-X R KB.06.A.120/6 R-X X R-X R R KB.05.A.224/2 Sezione sottile Calcite Quarzo Ematite Magnetite Maghemite Jacobsite Apatite Anatasio Rutilo Brookite Dolomite Barite Gesso Aphthitalite Solfati Zircone Diopside/augite Corindone Goethite Ilmenite Carbone Grafite Olivina K-feldspato Plagioclasio Spinello misto Gehlenite Magnesioferrite Illite Caolinite KB.05.A.46/2 Campione MACRO trovati nei vari campioni. R-X-M R-X-M R R-I R-I R-I R R R I R R M R R R I I R R R R R R R R R M R R R R R X X X-I X-I-M X I X I X I I X I X X I Tab. 9.4 – R = microspettroscopia Raman, X = diffrattometria a raggi X, I = spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier, M = microscopia elettronica a scansione. Pagina | 103 R R R R R R R R R R R R I-M R I-M R R-X-I-M X-I-M R-X-I R R R I-M R KB.11.B.1124/1 R R R KB.11.B.1124/ R-X-I-M R-X-I R-I KB.11.B.1054/13 R-X R-X X KB.11.B.1054/12 KB.10.B.1054/62b R-X-I-M R-X-I R-X-I KB.11.B.1054/2 KB.10.B.1054/62a R R KB.10.B.1054/62 R KB.10.B.1054/24 KB.10.B.1054/22 Campione MACRO Sezione sottile Calcite Quarzo Ematite Magnetite Maghemite Jacobsite Apatite Anatasio Rutilo Brookite Dolomite Barite Gesso Aphthitalite Solfati Zircone Diopside/augite Corindone Goethite Ilmenite Carbone Grafite Olivina K-feldspato Plagioclasio Spinello misto Gehlenite Magnesioferrite Illite Caolinite R R R R R R M I I R R R R R R R R I-M I-M R I-M R-M R M R R M R X-I X-I X-I I X-I-M X-I-M X-I I X I X-I I R R R R R R M Tab. 9.5 – R = microspettroscopia Raman, X = diffrattometria a raggi X, I = spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier, M = microscopia elettronica a scansione. Pagina | 104 R R R R M R R R R R R R R KB.11.B.1124/28 KB.11.B.1124/24 KB.11.B.1124/22 KB.11.B.1124/15 KB.11.B.1124/19 R R R R R R R-I-M R R KB.11.B.1124/33 R R-X-I-M R-X-I R-I R R KB.11.B.1124/29 R-X-I-M R-X-I-M R-I R R KB.11.B.1124/10 KB.11.B.1124/3 Campione MACRO Sezione sottile Calcite Quarzo Ematite Magnetite Maghemite Jacobsite Apatite Anatasio Rutilo Brookite Dolomite Barite Gesso Aphthitalite Solfati Zircone Diopside/augite Corindone Goethite Ilmenite Carbone Grafite Olivina K-feldspato Plagioclasio Spinello misto Gehlenite Magnesioferrite Illite Caolinite R-X-I-M X-I-M X-I R-I-M I-M R-I I-M I-M R R M R R R I R I R R R R I I R R R I I R R R R R X-I X-I I I R R R R I I I I I I I I X-I I Tab. 9.6 – R = microspettroscopia Raman, X = diffrattometria a raggi X, I = spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier, M = microscopia elettronica a scansione. Pagina | 105 I R-X-I R-X-I R MARNA R-I R R R R R R-X-I-M R-X-I-M R-I MATTONE R-X-I R-X-I R-I KB.11.B.1128/65 R-X-I R-X-I R-I R R KB.11.B.1128/52 KB.11.B.1128/51 R R R R R R R KB.11.B.1128/50 R R R KB.11.B.1128/1 KB.11.B.1128/ Campione MACRO Sezione sottile Calcite Quarzo Ematite Magnetite Maghemite Jacobsite Apatite Anatasio Rutilo Brookite Dolomite Barite Gesso Aphthitalite Solfati Zircone Diopside/augite Corindone Goethite Ilmenite Carbone Grafite Olivina K-feldspato Plagioclasio Spinello misto Gehlenite Magnesioferrite Illite Caolinite R R R R R M R R R R R R R R R R R R I I R R X R-X-I I M I-M I R R R R R R R R I I I I R R I X-I X-I R M I I R I X-I I I X-I Tab. 9.7 – R = microspettroscopia Raman, X = diffrattometria a raggi X, I = spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier, M = microscopia elettronica a scansione. 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Ringrazio anche il professor Pier Paolo Lottici per aver supervisionato le mie analisi. Un sentito ringraziamento va alla dotto ressa Laura Medeghini, la quale mi ha dato l’opportunità di effettuare questo studio e, con pazienza, ha sopportato e colmato tutti i miei dubbi. Un grazie va a tutte quelle persone che in questi anni mi sono state vicine nei momenti di difficoltà e di dolore, che lo hanno fatto con un abbraccio o con un sorriso, che hanno cercato con costanza di infondermi coraggio, che mi hanno incentivato ad andare avanti, che hanno creduto in me anche quando io non ci credevo più. Grazie ad Anna, sempre tanto affettuosa e generosa (grazie anche per aver dato alla luce Sebi, così simpatico ed intelligente). Grazie a Lau ed Ali, amiche disponibili e sensibili, grazie a Marty e agli amici ed insegnanti di teatro (Angelo, Nicolò, Donatella, Silvana, Ezio, Paolo, Gianpaolo, Carlos, Emanuela, Marco, Mariella) la cui presenza e vicinanza mi sono stati di grande aiuto, soprattutto nei momenti più difficili. Grazie all’affetto di Chiara, Billy, Marta, Stecca, Carlotta e Sere, con le quali, periodicamente, passo delle gran belle serate. Ringrazio le ragazze con cui ho portato avanti questo percorso universitario ed in particolare Claudia, per la sua vicinanza e generosità, Sara per la sua simpatia ed enorme disponibilità, Erica per il suo costante incoraggiamento, oltre a Camilla, Jennifer e Mariangela. Ringrazio anche tutti gli amici della compagnia, che sono stati compagni di vacanza, di sorrisi, di scherzi, di balli, di grigliate, di chiacchiere (più o meno serie) e di tanto altro. Dovrei ringraziare anche la mia Gina, quel musetto peloso che mi ha costantemente fatto compagnia durante gli ultimi esami, che veniva a prendersi le coccole o si appisolava sopra i miei libri, mentre io cercavo di comprendere i pensieri arzigogolati di Argan o gli arricchimenti isotopici dell’ossigeno. Un pensiero va a mia nonna Bianca, che ha deciso di ricongiungersi a mio nonno: almeno ora potrete “finire di dirvi le cose”. Un grazie va alla mia famiglia: a mia mamma, a mio papà e ai miei zii, Enrico ed Irene. Se ho impiegato 4 anni anziché 2 per terminare la laurea magistrale, è perché ho scelto di dare maggiore importanza alla famiglia, rispetto agli studi. Quando arrivano i problemi e le difficoltà, essi si possono affrontare solo se si rimane uniti e ci si vuole bene, così come abbiamo fatto noi. Mia mamma, inoltre, è stata un costante punto di riferimento e di confronto, ha sempre appoggiato le mie scelte, affiancandole a serie riflessioni. Per finire, ringrazio Marco, anche se un semplice grazie, in realtà, è riduttivo. Nei momenti di allegria eri sempre accanto a me, ma soprattutto mi sei stato vicino, più di ogni altro, tutte le Pagina | 112 volte che ero triste, stanca, arrabbiata o delusa. Non posso dire la stessa cosa di me nei tuoi confronti e per questo ti chiederò per sempre scusa. A volte penso che non mi merito accanto una persona come te, ma spero che tu, comunque, voglia continuare a stare al mio fianco nel futuro, che percepisco ancora così incerto. Solo ora, mentre scrivo questi ringraziamenti, mi rendo veramente conto di aver concluso questo percorso universitario, così lungo, ma denso di eventi e di emozioni. Nella speranza di ritrovare accanto a me, anche in futuro, le persone che ho precedentemente nominato, vi ringrazio ancora di cuore, perché se sono arrivata fin qui è anche grazie a voi! Pagina | 113