dal 14 novembre 2011 al 30 gennaio 2012 30 gennaio Signore, insegnaci a pregare! Anche noi, come i discepoli, possiamo fare nostra questa domanda a Gesù. soprattutto ogni volta che il dialogo con Lui si fa difficile, arido, faticoso. Rifugiandoci in questa richiesta entriamo nel vivo della questione, perché da soli non siamo capaci di pregare. Questa difficoltà è viva oggi, in un mondo che offre tante soluzioni immediate alla vita di ogni giorno: spesso la profonda sete di Dio che è nascosta nel cuore di ognuno non si apre alla preghiera. Bonhoeffer ci aiuta a comprendere questa aridità: E’ un errore pericoloso, in verità oggi molto diffuso tra i cristiani il pensare che l’uomo possa naturalmente pregare. Ciò significherebbe confondere il desiderio, la speranza, il sospiro, il pianto, la gioia, tutto ciò di cui il nostro cuore è capace per se stesso, con la preghiera. Sarebbe un confondere la terra e il cielo, l’uomo e Dio. No, pregare non significa solo aprire il proprio cuore; significa piuttosto trovare la via che conduce a Dio per dialogare con lui, sia che abbiamo il cuore pieno oppure vuoto. Ma nessuno è capace di fare questo con le sue forze:per fare questo è necessario Gesù Cristo. ….Può essere una grande sofferenza voler parlare a Dio senza poterlo fare….In questa difficile situazione noi andiamo alla ricerca di uomini che conoscano in qualche modo la preghiera e che siano capaci di venirci in aiuto. ..Certamente degli uomini che vivono il loro cristianesimo possono fare molto per noi su questo punto! Ma anch’essi non lo possono fare se non in grazia di Gesù Cristo dal quale essi stessi ricevono l’aiuto, e al quale ci riconducono se sono veramente maestri di preghiera. Quando Gesù Cristo ci unisce alla sua preghiera, quando possiamo fare nostra la sua preghiera, quando ci apre la via verso Dio mediante il suo cammino e ci insegna a pregare, allora noi siamo liberati dal tormento degli uomini che non possono pregare. Ma è proprio questo che Gesù Cristo vuol fare per noi. Egli vuole pregare con noi, vuole che facciamo nostra la sua preghiera, e che perciò ci sentiamo sicuri e gioiosi che Dio ci ascolta. (D. Bonhoeffer “Pregare i Salmi con Cristo”) 23 gennaio Nel solco dell’educazione La linea pastorale della Chiesa italiana fino al 2020 è, come sappiamo, l’educazione, sulla quale i Vescovi ci hanno invitato a riflettere con il bel documento Educare alla vita buona del Vangelo, pubblicato alla fine del 2010. Proviamo dunque a fare nostri alcuni spunti di queste pagine, nell’ambito del grande cammino ecclesiale, ricordando l’iniziativa di Dio per Israele (lo circondò, lo allevò, lo custodì come pupilla del suo occhio Dt, 32,10), la pedagogia di Gesù, maestro ed educatore per gli apostoli e per tutti i discepoli, l’opera della Chiesa, con il suo sforzo secolare per formare alla sequela del Gesù ogni uomo, consapevole che anche i valori più alti dell’umanità vengono arricchiti e completati dall’incontro col Figlio. Gli eventi più recenti della Chiesa italiana, in particolare il convegno di Verona, hanno suscitato l’esigenza della testimonianza, declinata nel mondo secondo i vari ambiti. In tal modo si è fatta strada la consapevolezza che è proprio l’educazione la sfida che ci attende nei prossimi anni: “ci è chiesto un investimento educativo capace di rinnovare gli itinerari formativi, per renderli più adatti al tempo presente e significativi per la vita delle persone, con una nuova attenzione agli adulti” (Educare alla vita buona del Vangelo, 3). Oggi si tratta di un’“emergenza educativa” perché Il bene e il male si confondono in modo incredibile; la valutazione di ciò che è giusto o invece non lo è ha perso significato; tutto è relativo al momento e alla situazione. Ciò che conta è l’utile, ciò che mi fa comodo. La libertà è concepita come un assoluto arbitrio senza responsabilità e la vita come un’affannosa ricerca della soddisfazione di ogni desiderio passeggero che l’enorme sviluppo tecnologico contribuisce a darci l’illusione di poter essere soddisfatto. …A farne le maggiori spese naturalmente sono i giovani, lasciati soli a crescersi, dentro un bombardamento continuo di stimoli verso una vita consumistica e deresponsabilizzata. Essi hanno nel cuore il desiderio di verità e di bellezza, di amore e di gioia autentica, sono portati alla generosità e al dono di sé: il rischio però è che non trovino adulti autorevoli che li amino per davvero e li accompagnino nella loro crescita.(F. Tardelli “Educare alla vita buona del Vangelo”, programma pastorale,2). La pedagogia cristiana abbraccia ogni attitudine e ogni capacità dell’uomo; ma, attratta dalla bellezza più profonda della vita nuova nata dal dono pasquale, tende a formare l’intelligenza, la volontà e la capacità di amare in vista di scelte solide e definitive. La cultura di oggi è fortemente segnata, invece, dai programmi a breve termine, mentre il peso del male nelle sue varie forme può ostacolare fortemente questo sviluppo. Solo nella fede in Cristo possiamo costruire un percorso credibile: “Anima dell’educazione, come dell’intera vita, può essere solo una speranza affidabile”. La sua sorgente è Cristo risuscitato da morte (Educare, etc.5). Dalla sua persona nasce il contributo specifico dell’educazione cristiana, il profilo di un cristiano capace di offrire speranza, teso a dare un di più di umanità alla storia…(Id.id.) Il compito arduo cui siamo chiamati troverà negli eventi stessi i segni dei tempi che ci accompagneranno. 18 Gennaio “Incontrarci tutti in te” L’appuntamento annuale della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, dal 18 al 25 gennaio, ci invita ad unirci alla voce della Chiesa: la preghiera è infatti la sorgente dell’ecumenismo. Lo facciamo con le parole di Paul Couturier, un sacerdote francese che si è dedicato totalmente all’ecumenismo e al dialogo interreligioso, e che chiede la comunione e l’armonia tra i cristiani invece delle dolorose divisioni. Egli si rivolge a Gesù, che nell’Ultima Cena aveva pregato: Tutti siano una cosa sola…(Gv.17,21) perché Egli stesso rimargini queste ferite. Signore Gesù, che alla vigilia di morire per noi Hai pregato perché tutti i tuoi discepoli Siano perfettamente uniti, come tu lo sei col Padre e il Padre con te, rendici dolorosamente consapevoli delle nostre divisioni. Donaci la lealtà di riconoscere E il coraggio di liberarci dall’indifferenza, dalla diffidenza e dall’ostilità. Accordaci di incontrarci tutti in te cosicché le nostre anime e le nostre labbra preghino incessantemente per l’unità dei cristiani quale tu la vuoi e come tu la vuoi. In te, che sei il perfetto amore, aiutaci a trovare la via che conduce all’unità, obbedendo al tuo Amore e alla tua Verità. (Cit. in Ravasi “Preghiere”) 16 gennaio Il Regno di Dio Quando Gesù cominciò la sua predicazione, secondo Matteo diceva: Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino (Mt. 4,17) e secondo Marco: Il tempo è compiuto, e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo (Mc. 1,15) Le due espressioni, equivalenti, aprono un’era nuova di salvezza e riconciliazione, annunciando il compimento delle promesse dei profeti. Tuttavia il piano di Dio si compiva in modo misterioso, e la piena comprensione di questa realtà fu lenta e graduale anche per gli apostoli. Il tema riecheggia nei vangeli in modo diretto e indiretto: prima condizione è convertirsi, cambiare vita, decidersi per seguire Gesù. Primo avversario è Satana, il male che domina il mondo, vinto dalla presenza stessa del Salvatore, come è descritto in alcune guarigioni. Primi segni sono i miracoli, ognuno dei quali svela un significato particolare dell’opera divina, e il perdono. Via centrale è l’amore per Dio e per il prossimo, vissuto fino al sacrificio. Questo annuncio riecheggia nella missione dei dodici, come è descritto in Matteo …predicate che il regno dei cieli è vicino…(Mt. 10,7) e dei settantadue in Luca ….dite loro:Si è avvicinato a voi il regno di Dio…(Lc. 10,9). La realtà del Regno è misteriosa, e Gesù nella predicazione la svelava gradualmente, con le parabole e con importanti discorsi che in parte ci sono stati tramandati (ad es. il discorso della montagna in Matteo). Proprio per la sua logica divina del tutto diversa da quella del mondo, il Regno di Dio sconcertava quanti erano attaccati ai criteri umani, e il Maestro sottolineava come questa realtà fosse rivelata non ai sapienti del mondo, ma ai piccoli e ai poveri, a quanti cioè si aprivano al perdono dei peccati, all’amore e alla conversione. Il Messia spiegava in privato ai suoi discepoli ed amici il significato delle parabole, facendo capire loro i misteri del Regno: Vi ho chiamati amici – disse nell’Ultima Cena – perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. (Gv. 15,15), e promise lo Spirito Santo che avrebbe insegnato ogni cosa: Queste cose vi ho detto quanto ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto (Gv. 14,25-26) Egli affidava ai Dodici l’incarico di continuare il suo annuncio di salvezza. Gli apostoli, come narra il libro degli Atti, misero al centro della loro predicazione il tema del Regno. Questa realtà attraversa dunque con continuità il tempo della missione di Cristo e il tempo della Chiesa: con la sua verità semplice e pur complessa viene svelata e cresce in mezzo alle persone umili, che sanno farsi piccole per accogliere lo Spirito. 12 gennaio La nostalgia dell’infinito Secondo un aneddoto ebraico, il vero esilio non comincia quando si lascia la patria, ma quando non c’è più nel cuore la struggente nostalgia della patria. Apparteniamo al paese che abbiamo nel cuore, al di là della collocazione fisica e geografica, ma questa nostalgia profonda rimane spesso nascosta a noi stessi. L’uomo di oggi – scrive Ravasi commentando il detto ebraico – ha perso il gusto delle grandi attese, degli interrogativi radicali, degli ampi orizzonti. La perdita di questa nostalgia dell’infinito da cui proviene e a cui è destinato lo rende meschino, curvo sulle piccole cose, sulle modeste mete, sulle recriminazioni davanti a ogni minimo ostacolo, pronto a dare le dimissioni di fronte a una vita che può essere una scalata.[…] In molti c’è ormai l’abitudine all’esilio, stanno bene nella banalità di un’esistenza priva di fremiti e di tensione, non attendono più un “oltre”, cioè una meta più alta, una destinazione che non sia solo una qualsiasi stazione di passaggio (G.Ravasi, “Le parole e i giorni”). Che cosa oscura in noi la nostalgia dell’infinito, e ci rende curvi sulla piccole cose? Forse un certo compromesso che si è instaurato nella nostra vita, e ci fa dire “che male c’è?”, ci appesantisce l’animo? Non è mai tardi per ritrovare il senso del nostro vivere, per farci conquistare dai progetti di Dio! Un bel modo per guardare “oltre” è anche quello che ci suggerisce il cardinal Martini, con queste parole ricche di speranza: Consegna ai tuoi figli un mondo che non sia rovinato. Fa’ sì che siano radicati nella tradizione, soprattutto nella Bibbia. Leggila insieme a loro. Abbi profonda fiducia nel giovani, essi risolveranno i problemi. Non dimenticare di dare loro anche dei limiti. Impareranno a sopportare difficoltà e ingiurie se per loro la giustizia conta più di ogni altra cosa. (C. M. Martini “Conversazioni notturne a Gerusalemme”) 10 gennaio Battezzati nello Spirito All’indomani della festa del Battesimo del Signore una piccola riflessione sul Battesimo ci aiuta a ritornare al nostro ritmo ordinario con una identità più precisa, con un orizzonte più ampio. Il rito del Battesimo viene da molto lontano: il significato primitivo di immersione ci aiuta a coglierne il senso di purificazione, all’inizio legale, praticata anche dai Giudei per l’ammissione di chi si convertiva dal paganesimo. Cambio di vita, quindi, e come tale la vivevano anche i monaci di Qumran, i quali sottolineavano l’importanza della conversione del cuore, secondo la predicazione dei profeti. La tradizione acquistò forza con la figura di Giovanni Battista, che predicava il battesimo unito alla trasformazione morale. Fin da allora, il Battesimo si riceveva una sola volta. Le parole stesse del Battista però annunziavano un nuovo battesimo, nello Spirito Santo, realtà misteriosa e poco comprensibile fino alla venuta di Gesù. Il Messia inaugurò la sua missione facendosi battezzare, caricandosi della debolezza umana: ma l’origine più diretta del nostro battesimo è nelle parole del Risorto agli Apostoli: Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…(Mt. 28,19; cfr. Mc. 16,15-16). Il battesimo per tutti, nella fede trinitaria, fede che cresce nel cristiano fino al riconoscimento, da adulto, del sacramento ricevuto da bambino. Esso non è rimozione di sporcizia dal corpo – scrive S. Pietro (1Pt.3,21) – ma invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo. In questo cammino c’è una gradualità, dai lontani riti dell’Antico Testamento fino alla morte e risurrezione di Gesù: Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova (Rom.6,4). Culmine di questo cammino è infatti il dono della vita nuova nello Spirito, annunciata dal Battista, cuore del Nuovo Testamento. Vita soprannaturale, che segna la maturità del credente, in una consapevolezza sempre più profonda dell’adozione divina; luce che viene da Dio ed entra nel concreto delle nostre scelte. A questa guida divina siamo invitati a prestare ascolto, per vivere in pienezza la rinascita che abbiamo ricevuto, perché tutta la vita venga rinnovata secondo il progetto di Dio. 5 gennaio “Alcuni Magi giunsero da oriente” (Mt. 2,1) La solennità dell’Epifania è una delle feste più antiche, celebrata con sfumature sensibilmente diverse in Oriente e in Occidente. Nella Chiesa occidentale si ricorda la manifestazione di Gesù ai Magi, nel Battesimo e alle nozze di Cana. Se il valore spirituale di questa festa è dunque ampio e profondo, la nostra attenzione si ferma ancora una volta ai tre personaggi che la tradizione ci ha tramandato, e nei quali Turoldo intravede l’immagine dei pellegrini in ricerca che siamo tutti noi, appagati solo dalla luce e dal mistero di Dio. Eran partiti da terre lontane: in carovane di quanti e da dove? Sempre difficile il punto d’avvio, contare il numero è sempre impossibile. Le notti che hanno vegliato da soli, scrutando il corso del tempo insondabile, seguendo astri, fissando gli abissi fino a bruciarsi gli occhi del cuore! Naufraghi sempre in questo infinito, eppure sempre a tentare, a chiedere, dietro la stella che appare e dispare, lungo un cammino che è sempre imprevisto. Magi, voi siete i santi più nostri, i pellegrini del cielo, gli eletti, l’anima eterna dell’uomo che cerca, cui solo Iddio è luce e mistero. D.M.Turoldo 2 gennaio 2012 Le ore di Dio E’ iniziato un anno nuovo che ci attende mese per mese, giorno per giorno, ora per ora, è un tempo da vivere e da riempire con le nostre scelte e le nostre opere. Ogni cosa ha il suo senso davanti a Dio, la preghiera e il lavoro, la fatica e il riposo, la famiglia o la parrocchia, la gioia o il dolore… Nel tuo Vangelo, Gesù, parli spesso della tua “ora”: è il tempo di attuazione della volontà del Padre, l’ora di Dio. Anche nella mia vita ci sono queste ore e sono importanti. Mi consentono di realizzare i tuoi progetti, di collaborare ai tuoi piani di bontà e di salvezza. A volte, sono momenti di luce, di soddisfazione, di successo, di gioia, di vittoria, in cui mi fai partecipe della tua gloria, come gli apostoli sul Tabor. A volte, sono momenti di tristezza, di aridità, in cui sembri lontano e io mi sento solo, immerso nell’oscurità, come abbandonato. A volte, sono momenti di dolore, in cui mi chiami a portare la croce, a collaborare alla salvezza del mondo. Sono comunque ore essenziali alla mia storia personale. Rendimi puntuale ad esse, per non farti aspettare. Fammi superare le incertezze, per offrirti generosamente quanto mi chiedi, per dimostrarti che ti voglio bene. Sono le ore in cui mi chiami più da vicino, le ore che confermano la nostra alleanza e segnano il grado di fedeltà di cui sono capace. Sono le ore che ti parleranno di me al termine di questa mia vita. Viviamole insieme, Signore, teniamoci stretti per mano, perché le gioie non mi esaltino troppo e i dolori non mi facciano crollare. Le ore di Dio sono quelle che vivo con Te, che vivo per Te, sono determinanti per il mio futuro, in esse misuri il mio amore. (Ezio Morosi “La tenda del convengo”) 30 dicembre Raccogliere il frutto Quale frutto portiamo con noi dall’anno che si sta concludendo? Quale evento, incontro, insegnamento ci accompagna? Nel nostro cammino col Signore, quali fatti hanno segnato una crescita e quali un passo indietro, riguardo al modo di cercarlo, agli atteggiamenti di fondo, ai criteri delle scelte? Se diamo uno sguardo conclusivo all’anno passato secondo i “bilanci” del mondo, non possiamo trascurare una considerazione spirituale, nella quale ci guida S. Paolo, dicendoci che il vero frutto di cui tener conto, nella nostra vita, consiste in cose poco appariscenti, ma molto solide: Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé…(Gal. 5, 22) Sono questi i parametri che il mondo non riconosce, il lievito nascosto nella pasta; la presenza umile e forte di chi si lascia guidare dallo Spirito, e lascia un segno nella piccola storia in cui vive. 22 dicembre Il pianto del Bambino Natale. Guardo il presepe scolpito, dove sono i pastori appena giunti alla povera stalla di Betlemme. Anche i Re Magi nelle lunghe vesti salutano il potente Re del mondo. Pace nella finzione e nel silenzio delle figure di legno: ecco i vecchi del villaggio e la stella che risplende, e l’asinello di colore azzurro. Pace nel cuore di Cristo in eterno; ma non v’è pace nel cuore dell’uomo. Anche con Cristo, e sono venti secoli, il fratello si scaglia sul fratello. Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino che morirà poi in croce fra due ladri? (S. Quasimodo “Poesie”) Questi versi che tratteggiano con tanta delicatezza il fascino del presepe, sottolineano che in esso regna la pace, quella pace che è nel cuore di Gesù, ma non nel cuore dell’uomo: dopo venti secoli il fratello si scaglia contro il fratello. Questo contrasto doloroso evidenzia che la venuta di Cristo segna una svolta nella storia – scrive Ravasi – ma la libertà dell’uomo si ostina a sottrarsi a quell’abbraccio. E ancora scrive: Celebrare il Natale non vuol dire solo preparare un bel presepe scolpito con i suoi pastori, coi Magi in lunghe vesti e una gioia celeste soffusa in tutta la scena. Vuol dire soprattutto “ascoltare il pianto del Bambino” e dei bambini vittime,vuol dire cercare la pace nel cuore e col prossimo (Ravasi “Mattutino”). È il momento per ripensare ancora una volta a questa realtà, ed entrare “nel segreto” per un incontro col Signore che ci renda costruttori di pace. AUGURI DI BUON NATALE! 19 dicembre Invito alla preghiera E’ importante scoprire, nel rapporto con Dio, la bellezza delle realtà spirituali. Il senso del bello ci attira e ci fa amare ciò che contempliamo, lascia in noi gioia e calore. Ce lo insegna un grande santo medioevale, San Bernardo di Chiaravalle, con questa invocazione che sottolinea l’intima luce di Gesù fatto uomo: Quanto sei bello ai miei occhi! Quanto sei bello agli occhi dei tuoi angeli, Signore Gesù, nella dimensione della tua eternità, tu, generato prima dell’alba, nello splendore dei santi, luminosa figura della stessa sostanza del Padre, bagliore di vita eterna! Quanto sei bello ai miei occhi, Signore Gesù anche quando incarnandoti hai deposto la tua bellezza e la tua luce immortale, per esporti ai raggi del nostro sole! Il tuo amore, allora, brillò ancor più radioso e la tua grazia si irradiò ancor più splendente! 15 dicembre Il Regno di Dio Nei decenni dell’esilio e dopo il ritorno In Israele la voce di molti profeti tenne viva la speranza di un regno di pace e di giustizia dai connotati sempre più chiaramente spirituali, riprendendo la tradizione del grande profeta Isaia che aveva già annunciato l’estensione del regno a tutti i popoli: Verranno molti popoli e diranno: “Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe… un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is. 2,3-4). Nell’amarezza della deportazione venivano pronunciate parole di grande speranza: Consolate, consolate il mio popolo…è finita la sua schiavitù (Is. 40,1-2) Sali su un alto monte…alza la voce, non temere; annunzia alle città di Giuda: “Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza…Ecco egli ha con sè il premio e i suoi trofei lo precedono” (Is.40,9-10), o ancora: Regna il tuo Dio (Is.52,7). …marcerà il loro re innanzi a loro e il Signore sarà alla loro testa.(Mi. 2,13) L’estensione di questo regno avrebbe abbracciato progressivamente tutta la terra: Il Signore sarà re di tutta la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome (Zac.14, 9). I Salmi riecheggiarono nella preghiera le speranze del popolo e inneggiarono alla grandezza del re: Cantate inni a Dio, cantate inni;/ cantate inni al nostro re, cantate inni;/ perché Dio è re di tutta la terra,/ cantate inni con arte (Salmo 47, 7-8). Attraverso un genere letterario particolare, l’apocalisse, il profeta Daniele, durante la persecuzione di Antioco Epifanie, rinnovò profondamente le speranze messianiche: …il Dio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto e non sarà trasmesso ad altro popolo: stritolerà e annienterà tutti gli altri regni, mentre esso durerà per sempre (Dan. 2, 44). Il messaggio di Daniele culminava nell’immagine del Figlio dell’uomo che viene sulle nubi (Dan. 7) per il giudizio e per ricevere la regalità: questa immagine ardita introduceva ad un’interpretazione del regno non più di questo mondo, ma rappresentato nel mondo dai “santi”, dal popolo fedele depositario delle promesse: voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa (Es. 19,6) era già stato detto nell’alleanza del deserto. Gesù stesso, come sappiamo, parlò di se stesso come “Figlio dell’uomo” che viene sulle nubi, dando una definitiva interpretazione alle parole del profeta. Questa ricchezza di promesse suscitò attese diverse: alcuni speravano in una restaurazione politica del regno di Davide, mentre il “resto” di Israele, di cui già parlavano i profeti, le persone pie e fedeli seppero dare un valore soprattutto interiore a questo regno futuro, e si prepararono da lontano a riconoscere il vero Messia. 12 dicembre Sapersi fermare Se tu “spingi” sempre la tua macchina a forte velocità, logorerai il motore. Se vivi continuamente “sotto pressione” io tuo corpo e il tuo spirito si consumeranno troppo presto. Se continui a correre, non incontrerai più nessuno e, ciò che è più grave, non incontrerai più te stesso. Se vuoi afferrare ciò che di più profondo è in te, occorre che tu sappia fermarti. […] Non attendere che Dio ti fermi per prendere coscienza che tu esisti. Sarebbe troppo tardi e non ne saresti più degno. Se ti fermi, è per prendere coscienza di te, riunire tutte le tue forze, riordinarle e dirigerle, al fine di impegnarti tutto intero nella tua vita. Accettare di fermarsi è accettare di guardare se stesso, e accettare di guardarsi è già impegnarsi, perché è far penetrare lo spirito nell’interno della propria casa. Non ti riconoscerai né ti comprenderai appieno se non nella luce di Dio. Non agirai efficacemente se non ti unisci all’azione di Dio. Quando tu dai appuntamento a te stesso, tu dai contemporaneamente un appuntamento al Signore. Nel corso delle tue giornate, cogli tutte le occasioni che la vita ti offre per riafferrarti e comunicare con Dio: l’attesa dell’autobus • il motore della macchina che si scalda prima di mettersi in marcia […] • al telefono, quando la linea non è libera, • il rosso semaforo per istrada […] • Non “ammazzare il tempo”, per breve che sia, è un dono della Provvidenza; il Signore vi è presente. Egli ti invita alla riflessione e alla decisione per diventare più uomo! (Quoist, “Riuscire”) Ritrovare se stessi e Dio staccandosi dal ritmo spesso incalzante dell’attività quotidiana può rendere familiare l’incontro con il Signore, nel pieno delle attività. È un piccolo-grande esercizio che può arricchire il nostro cammino verso il Natale. 8 dicembre: Maria solennità dell'Immacolata Concezione di La sorgente e il fiume della vita La solennità dell’Immacolata Concezione è intimamente legata al Natale. Ci aiuta a cogliere l’essenza profonda di questa festa Gianfranco Ravasi: L’Immacolata Concezione è la celebrazione della totale dedizione a Dio e al suo progetto d’amore dell’intera esistenza di Maria: la “concezione” infatti è l’inizio assoluto dell’essere, è la sorgente da cui si dirama il fiume della vita. Una sorgente e un fiume inquinati per noi, purificati e resi limpidi solo dalla grazia divina per noi uomini e donne di ogni razza, tempo e regione. Una sorgente e un fiume sempre trasparenti e purissimi nella Madre di Dio per grazia divina. Dall’”universal naufragio” a cui ci sottrae il Figlio di Maria noi leviamo oggi la nostra lode, unendoci a quel coro immenso che da secoli esalta la Vergine…. (G.Ravasi, “Mattutino”) Mai un cuore così puro Rivolgiamoci diirettamente a Lei, con le parole di una santa: Cuore il più puro che sia mai esistito, il più umile, il più fervente nel tuo amore per Dio e per il prossimo; Cuore, che hai saputo custodire ogni avvenimento dell’infanzia e della giovinezza del Figlio; Cuore che hai tanto sofferto durante la Passione; Cuore fedelissimo, sempre assiduo nella preghiera; ottienimi – per i tuoi meriti – la grazia del Signore, ottienila per tutti gli uomini. Santa Matilde 2 dicembre Inverno Apparente tristezza. Freddo, vento, pioggia, neve. Le persone si coprono di abiti pesanti. La vita sembra nascondersi all’interno delle case riscaldate e fumanti, favorendo l’intimità. Si aspetta che passi, ma è anch’esso una stagione preziosa. E’ tempo di attività, di sudore, di lavoro. La terra fredda ed umida Attende il chicco di grano, lo chiama a marcire e a morire, a sacrificarsi per moltiplicare la vita. E’ la stagione della fatica, della rinunzia, della generosità. Dio chiede alla natura e all’uomo un silenzioso, costante impegno senza la soddisfazione di un immediato raccolto che verrà solo a suo tempo, proporzionato alla mia laboriosità. L’inverno fa parte della vita anche di quello dello spirito, quando freddezza e aridità fanno sentire nostalgia del calore di Dio; quando bisogna pazientemente attendere i lenti progressi dell’anima; quando bisogna sognare quello che ancora non c’è mentre spendiamo energie sulla Parola di Dio. E’ il tempo in cui si semina anche per le altre stagioni della vita. (Ezio Morosi “la tenda del convegno”) 28 novembre Vegliare L’inizio dell’Avvento ci ha fortemente richiamato alla vigilanza in vista del ritorno del Signore, e i termini che ci aiutano a entrare in questa dinamica spirituale sono tratti dalla vita quotidiana, sonno/veglia, notte/luce. Non si accenna, è chiaro, a doti naturali (qualcuno più “sveglio” di un altro) ma ad atteggiamenti interiori di grande spessore e frutto di impegno costante, di lotta con se stessi. Il sonno è fatto di pigrizia, ritardi, pressappochismo, rimandi, abitudini malsane; questo sonno ci mantiene nella notte, mentre in germe siamo figli della luce, figli del giorno: Noi non siamo della notte, né delle tenebre; non dormiamo quindi come gli altri, ma vegliamo, siamo sobri (1 Tess.5,5-6) E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno….la notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce (Rom.13,11-12). Vegliare e vivere nella luce è quindi generosità, attenzione, trovare il tempo per il Signore, non perdere le piccole occasioni, rivedere la propria vita. Come il servo che rimane in attesa del padrone, come le vergini sagge che preparano l’olio abbondante, così possiamo tener desta la nostra coscienza, ascoltare la Parola di Dio e spalancare la vita all’amore verso Dio e verso i fratelli. Gesù è luce, ci fa vivere nel giorno: Io sono la luce del mondo (Gv. 8,12), luce misteriosa che ancora una volta ci prepariamo ad accogliere a Natale, festa della luce nelle espressioni più varie. 24 novembre Signore… volgi la tua faccia L’aspirazione a contemplare il volto di Dio compare talvolta nei Salmi come desiderio di intimità: Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”; il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto (Salmo 27,8-9), ma nell’Antico Testamento il volto di Dio rimaneva misterioso, lontano, e solo con Gesù Dio si è fatto visibile: Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato (Gv.1, 18), e ancora: Chi vede me vede il Padre (Gv. 14,9). I versi che leggiamo non appartengono però alla tradizione cristiana, ma induista, di cui sono una bellissima espressione. In questa poesia-preghiera Tagore scrive parole che esprimono un autentico desiderio della vicinanza con Dio: Signore, allontana la mia paura E rivolgi verso di me la tua faccia. Così non Ti posso riconoscere, né so da che parte guardarTi. Tu sei colui che cammina dentro l’animo: sorridente guarda il mio cuore. Parlami, dimmi una parola, tocca il mio essere, allunga la tua mano e rialzami verso di Te. Capisco male, erro nel cercare: menzogna è il sorriso, menzogna il pianto, vieni a dissipare il mio errore. (Tagore, “Ghitangioli”) 21 novembre Una Chiesa aperta La figura di Gesù Re – re in modo tutto diverso dai re della terra – ci ha ricordato il senso del nostro cammino verso l’incontro col Signore che verrà. Le parole di un acuto osservatore, il cardinal Martini, ci aiutano a intravedere alcune prospettive per l’oggi e per il domani. Egli parla di una “Chiesa aperta”, aperta ai giovani, che guardi lontano: Non saranno né il conformismo né tiepide proposte a rendere la Chiesa interessante. Io confido nella radicalità della parola di Gesù che dobbiamo tradurre nel nostro mondo: come aiuto nell’affrontare la vita, come buona novella che Gesù vuol portare. Tradurre non significa svilire. Oggi la parola di Gesù deve mostrare il suo carattere attraverso la nostra vita con il coraggio dell’ascolto e della confessione religiosa. Gesù vuol liberare gli afflitti e gli oppressi, mostrare ai ricchi le loro possibilità e opporsi agli ingiusti. Sono colpito dalla parola di Gesù: il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede? Egli non chiede: troverò una Chiesa grande e bene organizzata? Sa apprezzare anche una Chiesa piccola e modesta, che ha una fede salda e agisce di conseguenza. Non dobbiamo dipendere dai numeri e dai successi. Saremo molto più liberi di seguire la chiamata di Gesù. (C.M.Martini-G.Sporschill “Conversazioni notturne a Gerusalemme”) Il Signore verrà un giorno, ma viene tutti i giorni: in questo incontro quotidiano, in questa crescita nella fede, si gioca la nostra vita, personale e comunitaria. 17 novembre Invito alla preghiera Stiamo per concludere l’anno liturgico con la solennità di Cristo Re dell’universo: ci aiutano a pregare di fronte a lui le parole che J.A.Tetlow S.J. ha composto ispirandosi all’ invocazione al “Re eterno” contenuta negli “Esercizi Spirituali” di Sant’Ignazio di Loyola, in cui si chiede di vivere al servizio del Signore, consapevoli che la logica di Dio è diversa da quella degli uomini, e passa attraverso la povertà, l’umiliazione, la sofferenza. Io sento il tuo sguardo su di me. Avverto che tua Madre è qui vicina e osserva, che con Te stanno tutti i grandi del cielo, angeli e potestà, martiri e santi. Signore Gesù, penso che Tu abbia posto in me un desiderio. Se Tu mi aiuti, ti prego, mi piacerebbe fare la mia offerta: voglio che sia mio desiderio e mia scelta, a patto che anche Tu lo voglia, vivere la mia vita come Tu hai vissuto la Tua. So che Tu vivesti come una persona insignificante, in una città piccola e disprezzata; so che Tu hai raramente provato il lusso e mai il privilegio, che rifiutasti decisamente di accettare il potere. So che Tu soffristi il rifiuto da parte dei capi, l’abbandono degli amici e il fallimento. Lo so, e mi è difficile sopportare il pensiero di tutto ciò. Ma mi sembra una cosa enorme e meravigliosa Che tu possa chiamarmi a seguirti e a stare con Te. Lavorerò con Te per portare il Regno di Dio, se Tu mi darai il dono di farlo. Amen. 14 novembre Il Regno di Dio Il delicato passaggio da una sovranità diretta di Dio sul popolo di Israele ad una sovranità mediata da un re terreno avvenne con Saul e con Davide, i quali ricevettero l’unzione per mano di Samule (! Sam.10,24; 16,12): essi detenevano, per così dire, la regalità divina, agivano per conto di Dio. Dopo il tormentato regno di Saul (circa 1030-1010 a.C.), l’insediamento di Davide, che regnò per lunghi anni, portò ad un consolidamento anche territoriale e politico. Una scelta speciale di Dio proclamata per bocca di Natan anticipava un regno lontano: Quando i tuoi giorni saranno compiuti – diceva Natan a Davide da parte di Dio – e tu giacerai con i tuoi padri, io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il tuo regno. Egli edificherà una casa al mio nome e io renderò stabile per sempre il trono del suo regno. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio (2 Sam. 7,12-14). Il regno di Dio aveva dunque come base in terra un regno umano, soggetto a tutti i conflitti politici dei popoli vicini, e tuttavia i re di Israele esercitavano una sovranità diversa, e Jahvè li considerava figli, come è descritto nel Salmo 2: Perché le genti congiurano,/ perché invano cospirano i popoli?/ Insorgono i re della terra,/ e i principi congiurano insieme,/ contro il Signore e contro il suo Messia/……Se ne ride chi abita i cieli,/ li schernisce dall’alto il Signore/….Annunzierò il decreto del Signore:/ Egli mi ha detto “Tu sei mio figlio,/ io oggi ti ho generato”. Si profilava in lontananza un regno diverso, messianico, oltre quello terreno, che Dio avrebbe compiuto nella pienezza del tempo. In contrasto con queste prospettive, l’esperienza storica della monarchia nei successori di Davide rimase ambigua, segnata da infedeltà profonde alla legge di Dio, da cedimenti di fronte agli idoli dei popoli vicini; la divisione dei due regni ne aumentò la debolezza. Alle cadute morali di alcuni re si alternò l’impegno riformatore di altri, soprattutto di alcuni. I profeti non cessarono di rimproverare i re per i loro peccati. La caduta di Gerusalemme e la deportazione a Babilonia di gran parte degli ebrei mise fine al regno iniziato con Davide: di questo evento così inaudito rimase traccia in molti salmi che esprimono il rimpianto e l’incredulità dell’orante. La distruzione del Tempio fece scomparire il riferimento principale delle fede dell’israelita, e le promesse di Dio sembravano cancellate per sempre. Proprio nei decenni dell’esilio alcuni profeti tornarono ad annunciare la speranza, perché Dio avrebbe liberato il suo popolo e avrebbe instaurato il suo regno. Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore…io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse in tutti i giorni nuvolosi e di caligine. Le ritirerò dai popoli e le radunerò da tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti d’Israele, nelle valli e in tutte le praterie della regione (Ez.34, 11-13). O ancora: Parlate al cuore di Gerusalemme/ e gridatele/ che è finita la sua schiavitù/… (Is. 40,2) Il ritorno in Israele e la ricostruzione del Tempio non ridettero vita ad un regno come il precedente; l’attesa di un Messia figlio di Davide che avrebbe restaurato il regno si fece strada in vario modo nel popolo ebreo. (cfr. X. Léon-Dufour “Dizionario di teologia biblica”)