S. Erberto
e la cattedrale di Conza
A cura di:
Pro Loco “COMPSA”
Curia Arcivescovile di Sant’Angelo dei Lombardi – Conza – Nusco – Bisaccia
Conza della Campania 2005
S. Erberto e la cattedrale di Conza
Conza della Campania 2005,192 pp., 22 cm
1. Conza, Storia
In copertina: G. Florio, 1759, S. Erberto
Quarta di copertina: stemma della famiglia Nicolai
© 2005 Copyright Pro Loco “Compsa"
Tutti i diritti riservati - riproduzione vietata
Grafiche Pannisco s.n.c. - Contrada Isca - 83045 Calitri (AV)
Questo volume fa seguito a Memorie Conzane I, del 1996, e a Memorie
Conzane II, del 2000, curati dall’associazione Pro Loco “Compsa".
Un ringraziamento particolare a mons. Tarcisio Gambalonga per la
collaborazione fornita a nome della Curia Arcivescovile di S. Angelo dei
Lombardi – Conza – Nusco – Bisaccia.
Agli arcivescovi
Salvatore Nunnari e
Francesco Alfano
Nella città di Conza
(...) Quando credeva godere i frutti delle sue fatiche, ecco per
nostro insegnamento Iddio col terremuoto orribile abbatté il
tutto riducendo la chiesa, il campanile, le camere e tutto quanto
s’era studiato operare in un mucchio di pietre, e cadde appunto
a dì 8 di 7mbre 1694 giornata lagrimevole non solo per detta
città, ma per tutta quasi la diocesi, ed anche paesi convicini, che
provarono l’effetti dell’ira divina; sicché il povero prelato con
amare lagrime piangendo replicava le parole di Geremia
quomodo desolata est civitas, e l’altre di Giobbe Dominus dedit,
Dominus abstulit; mentre in un punto fatiche di più anni si
osservarono ridotte in polvere; benvero devesi riflettere non
porre fiducia né stabilimento nelle cose terrene, perché nel
meglio mancano, ma solo in Dio, che in eternum stat.
Doppo sì crudele flagello non perdendosi d’animo il prelato,
con fiducia in Dio diede di piglio alla ristauratione della chiesa.
IGNOTO DEL XVIII SECOLO, Cronista Conzan. Aggiunta doppo
la morte dell’Authore
PRESENTAZIONE
Il fluire del tempo, di un tempo che è storia e che come
tale è sostanza della vita scandisce queste pagine. Parlano di
Conza, della sua cattedrale, del suo santo Erberto, della sua
storia ormai più che secolare.
È la storia conzana dischiusa dalla natura dei luoghi che
la circoscrivono, è quella inclusa nel tratto e nel temperamento
tradizionale, civico e religioso della sua gente. Qui il passato
continua nel presente e si apre pieno di speranza sul futuro delle
nuove generazioni. Conza appartiene ai conzani perché Conza è
dei conzani: parafrasando “a loro immagine e somiglianza”.
Verità queste che troppo spesso sfuggono ai cittadino
disattento e superficiale. Distratto e ingrato al tempo stesso. Il
fatto è che l’uomo dimentica. La dimenticanza non è opera del
tempo. È opera nostra. E la si paga cara, in un ritardo di crescita
e di maturità per cui tanto ma ahimè forse invano avrebbero
lottato e sofferto le generazioni passate su queste terre, Semi
lasciati soli, a marcire, a morire.
Ben vengano allora i cultori del tempo della storia. Di
quella conzana in particolare, in cui ci situano gli autori
(possano trovare qui la nostra gratitudine di questo volume,
pensato e nato nei 25° anniversario di una triste e drammatica
“storia”, quella del 23 novembre 1980. Tanto triste e tanto
drammatica da sradicare l’antico borgo per un nuovo
insediamento.
Ancora: ben vengano quanti, singoli o istituzioni, quali la
Pro Loco “Compsa” con entusiasmo e passione favoriscono
questo tipo di pubblicazioni. Offrono un valido contributo
all’impegno che dovrebbe essere quello delle attuali generazioni
conzane perché non dilapidino “i1 tempo che divora ogni cosa”
(edax rerum), come diceva Ovidio, ma lo valorizzino
strappandolo a quella morte insita nella storia di ogni uomo e di
ogni società -anche quella conzana quando, immemore della sua
passata storia, non fa più Storia nel presente.
Questo libro corre dunque come pressante invito al cuore
e alla mente di ognuno, invito alla fedeltà nella continuità di un
passato che ha fatto degno l’orgoglio di Conza. Perché lo
perpetui oggi e possibilmente sempre.
“È difatti un traguardo importante giungere a
pronunciare la parola IO quale espressione di chiara identità
individuale, ma è ugualmente importante giungere a pronunciare
la parola NOI quale espressione di chiara identità sociale”. (G.
Colombero)
P. PIERANGELO PIROTTA
Erberto
Il santo patrono di Conza
GERARDO CIOFFARI O. P.
*Nel medioevo, quando la sede pontificia lasciava le
canonizzazioni alla Chiesa locale, molte popolazioni
individuarono il loro patrono in un Santo che per qualche
motivo aveva dato lustro alla loro cittadina. L’occasione poteva
essere diversa, come una traslazione (translatio) di reliquie
oppure un ritrovamento (inventio) di esse dopo un certo tempo
in cui si era persa memoria. Talvolta era il ricordo stesso di un
vescovo che aveva fatto molto per quella città, spiritualmente e
materialmente, a rinverdire il bisogno di un proprio Santo.
Successivamente la devozione, ravvivata dalla fantasia popolare,
faceva nascere delle biografie relative a questi Santi, le quali
servivano a tenere vivo il culto, ma che reggevano con difficoltà
le esigenze della critica storica o della mentalità moderna. E
questo perché la preoccupazione maggiore era allora il
messaggio che emanava da quella santa figura, piuttosto che
soffermarsi a stabilirne la cronologia. Spesso, persino l’anno di
nascita è incerto. Il che vale non soltanto per i Santi locali, ma
anche per parecchi santi universali, come Francesco, Domenico,
Alberto Magno, Tommaso d’Aquino e così via.
Nonostante la sua importanza in età medioevale, Conza
non fa eccezione. Il suo santo patrono, il vescovo Erberto,
Abbreviazioni e sigle:
PL
Patrologia Latina
MGH Monumenta Germaniae Historica
CC
Cronista Conzana
presenta buoni punti fermi (documenti editi dal Mansi e
dall’Holtzmann), ma anche alcune zone d’ombra (notizie
riportate dall’Ughelli, dalla Cronista Conzana e dagli storici
locali, che fanno spesso riferimento a documenti oggi perduti)1.
In generale, si può dire che, per lo storico critico, S. Erberto di
Conza è un caso agiografico ben documentato, meglio di molti
altri santi avvolti nella leggenda o in varie incertezze (prima fra
tutte l’identificazione del Santo fra vari personaggi con lo stesso
nome). Tuttavia, l’esigenza del devoto di saperne di più, di
conoscere episodi edificanti o miracolistici della sua vita, fa
apparire tale documentazione piuttosto povera.
1
Per la presente ricostruzione degli episodi della Vita di S. Erberto,
resa possibile dalle amichevoli insistenze di Clemente Farese, presidente
della Pro Loco “Compsa”, mi sono servito di fonti e di studi. Alla prima
categoria appartengono: J. D. MANSI, Sacrorum Conciliorum nova et
amplissima collectio, Venetiis MDCCLXXVIII; W. HOLTZMANN,
Kanonistische Ergänzurzgen zur Italia Pontificia V-X, in “Quellen und
Forschungen aus Italienischen Archiven und Bihliotheken”, Tübingen 1958,
p. 152-154; F. UGHELLI, Italia Sacra, VI (Compsani Archiepiscopi), II
ediz. Venetiis 1720, coll.. 807-812; A. Di Meo, Annali critico-diplomatici del
Regno di Napoli nella mezzana età, 12 vol., Napoli 1795-1819 (vol. X); D.
A. CASTELLANO, Cronista Conzana, manoscritto del 1691 conservato
nell’archivio diocesano di S. Angelo dei Lombardi. Alla seconda
appartengono: A. LUPOLI, Synodus Compsana et Campaniensis.., celebrata
VI, V, IV kalendas Maias a. 1827, Napoli 1827; G. GARGANO, Ricerche
storiche su Conza antica, Avellino 1934 (rist. Conza 1977 e Calitri 2001); V.
ACOCELLA, Storia di Conza, I, Il gastaldato e la città di Conza fino alla
caduta della monarchia sveva, Benevento 1927; A. MARRANZINI e G.
CHIUSANO, Memorie conzane, Conza della Campania 1996; E. Cuozzo, I
Normanni. Feudi e feudatari, Salerno 1996; A. BALDUCCI, Erberto, in
Bibliotheca Sanctorum, IV, Roma 1964, s.v.. Questo studio non comprende
gli sviluppi del culto di S. Erberto a partire dall’opera del giovane
arcivescovo Gaetano Caracciolo (1682-1709), tenta del lavoro dell’amico
Emilio Ricciardi, La cattedrale di Conza ai tempi di monsignor Gaetano
Caracciolo e la rinascita dei culto di S. Erberto, che appare in questo stesso
volume.
Ignoto, XVIII secolo, Sant’Erberto benedice la città di Conza, acquaforte.
1. Erberto, eletto arcivescovo di Conza (1168)
Sulla nascita, infanzia e formazione sacerdotale di S.
Erberto, non vi sono documenti o testi sufficientemente antichi
meritevoli di fede. La sua elezione episcopale, per l’epoca a cui
ci si riferisce, fa pensare tuttavia a origini nobiliari o, comunque,
ad una formazione culturale degna di tutto rispetto. Il primo
documento che lo riguardi risale al 1168 e lo vede in cammino
da Conza a Palermo in visita a Guglielmo il Buono, da due anni
nuovo re di Sicilia. Questo viaggio, collegato ad un fatto
avvenuto 12 anni prima (l’accordo di Benevento del 1156 tra il
papa e il re sulle elezioni episcopali), nonché alla qualifica
datagli da un documento di “arcivescovo eletto” permette di
rendere meno vaga l’entrata di S. Erberto sulla scena della
storia, riducendo il campo delle ipotesi e delineando non pochi
dati storici.
Solitamente si connette il viaggio di S. Erberto a Palermo
nel 1168 all’intento di rivendicare i diritti del suo episcopio sulla
chiesa abbaziale di S. Maria Maggiore in Auletta, con le relative
rendite e privilegi. Un viaggio di affari, insomma, sia pure di
affari ecclesiastici. Il che è vero, ma, se per raggiungere un
simile scopo si fosse reso necessario un viaggio in Sicilia, che
presentava non pochi pericoli, allora la corte palermitana non
sarebbe stata altro che un pullulare di vescovi e abati in cerca di
privilegi2. La spiegazione più ragionevole, invece, è che, non
essendo stato designato dal re né nominato da papa, bensì eletto
dal capitolo di Conza, Erberto doveva necessariamente recarsi a
2
DI MEO, Annali diplomatici, X, p. 338; UGHELLI, Italia Sacra,
VI, col. 807. L’Acocella data il documento al 1168 (Acocella, Storia di
Conza, I, p. 103), mentre il Gargano (Gargano, Ricerche p. 60) al 1178. È
preferibile la prima data in quanto il suo viaggio acquista un senso soprattutto
per l’ottenimento dell’assenso regio. Immaginare un viaggio nel 1178 solo
per la rivendicazione di certi diritti sembra alquanto azzardato.
Palermo per farsi conoscere e dichiarare la sua fedeltà alla
corona. Ovviamente, ritenne opportuno cogliere l’occasione
dell’assenso regio per tornare a Conza con qualcosa di concreto,
come il recupero di certe proprietà e diritti allo scopo di
rimettere in sesto la situazione dell’arcidiocesi.
Le circostanze dell’elezione episcopale di Erberto, se si
considerano i tre dati suddetti (accordo di Benevento del 1156,
viaggio del 1168, qualifica di “eletto”) possono ritenersi
abbastanza chiare.
Pochi anni prima e non lontano da Conza, si era
verificata una svolta fondamentale che aveva cambiato un uso
millenario nella Chiesa cattolica. Il tutto, mentre Erberto doveva
essere un canonico di Conza e poteva avere intorno ai
quarant’anni. Sull’onda della vittoria sui Normanni ribelli e sui
Bizantini, appoggiati dal papa, il re Guglielmo il Malo, verso la
fine di giugno del 1156, assediò il papa Adriano IV che si era
chiuso in Benevento. Come condizione per la sua liberazione
Guglielmo il Malo gli impose un accordo che doveva regolare
tutto un ventaglio di problemi concernenti l’antica questione
delle investiture: Appellationes, Translationes, Consecrationes,
Visitationes, Legationes.
In realtà i papi, sin dal tempo di Urbano II (+ 1099),
erano stati larghi di concessioni con i conti normanni di Sicilia,
in considerazione del fatto che avevano liberato l’isola dai
musulmani. Praticamente erano loro a nominare i vescovi (la
famosa Legatia Apostolica). Successivamente, nel contesto della
lotta alle investiture laiche, il ruolo dei conti era andato
scemando. Ora, invece, essendosi creata una nuova situazione,
quella della ribellione dei conti normanni ai re di Sicilia,
Guglielmo il Malo decise di non ammettere altre brutte sorprese.
Ad evitare nomine di vescovi ostili, che avrebbero potuto
fomentare se non capeggiare rivolte, impose questa modalità:
Quanto alle elezioni si proceda in questo modo: i chierici si accordino sulla
persona idonea, mantenendo il suo nome segreto, fintanto che quella persona
non sia notificata alla nostra maestà. E dopo che quella persona è stata
presentata alla nostra altezza, se essa non fa parte della schiera dei traditori e
nemici nostri o dei nostri eredi, daremo l’assenso3.
Con questo accordo il procedimento dell’elezione
episcopale cambiava radicalmente rispetto all’epoca precedente
al 1156. Non era più il popolo a ratificare la scelta dei chierici,
ma direttamente il re di Sicilia Il popolo, che era stato il
protagonista nell’elezione del vescovo della propria città, usciva
definitivamente di scena. Elettori divenivano esclusivamente i
canonici e i chierici delle cattedrali e la situazione che poteva
presentarsi era duplice: se il clero della cattedrale nella sua
votazione segreta esprimeva un eletto con un’alta percentuale di
voti, questi, in veste di electo, si presentava direttamente al re a
Palermo per ottenere il suo assenso. Se invece, dalla votazione
uscivano due o più nomi con una maggioranza risicata,
solitamente la minoranza faceva appello a Roma (adducendo
motivi di irregolarità), ed il papa interveniva, designando il suo
preferito o facendo un nome del tutto diverso. Nel primo caso si
Parlava di “vescovo eletto”; vale a dire che era un vescovo a
tutti gli effetti, fino a che non avesse anche formalmente
regolarizzato la sua posizione. All’assenso regio faceva dunque
seguito la consacrazione papale che, nel caso di arcivescovati
importanti come quello di Conza, consisteva nell’invio del
pallio.
Il fatto che, nei primi documenti che lo riguardino,
Erberto viene definito “electo” risolve dunque il problema delle
circostanze della sua elezione. Egli usci cioè eletto a seguito di
una votazione del clero di Conza. L’unico dubbio che potrebbe
3
C. BARONIO, Annales Ecclesiastici, all’anno 1156; Cfr. P.
TROYLI, Istorja generale del reame di Napoli, IV/3, Napoli 1751, pp. 3839. Il testo conclude con: “Datum ante Beneventum per manus Maionis
Magni Ammirati, anno Dominicae Incarnationis millesimo centesimo
quinqiiagesimo sexto, mense iunii, quartae indictionis.”
sorgere è se a tale votazione partecipasse tutto il clero di Conza
e dell’archidiocesi, oppure solo il clero della cattedrale. Infatti, il
procedimento stabilito con l’accordo di Benevento (1156) fu
sanzionato definitivamente dalla Chiesa romana nel concilio
Lateranense III (1179), al quale partecipò lo stesso Erberto, Nel
paragrafo Cum in cunctis (...) de Electionibus, si ribadiva che
solo i chierici, anzi soltanto i chierici delle cattedrali avevano
facoltà di eleggere il proprio vescovo4. In un sol colpo cioè
sparivano dalla scena i laici, i sacerdoti urbani non appartenenti
alla cattedrale e persino gli abati di monasteri importanti.
E altamente improbabile dunque quanto ha scritto
qualcuno, che Erberto sia stato “nominato vescovo da papa
Alessandro III”. Non si vede alcun motivo per affermare un
intervento pontificio in questa elezione, tanto più che la
vicinanza cronologica all’Accordo di Benevento lo rende
abbastanza ingiustificato5. Non che sia del tutto da escludere,
poiché, come si è detto, in caso di disaccordo fra i chierici
elettori, spesso il papa interveniva. Ma non sembra che questo
sia stato il caso con Erberto.
2. Nazionalità di S. Erberto
Quasi tutti gli scrittori che si sono occupati del santo
patrono di Conza hanno voluto avanzare delle ipotesi sulle sue
origini. Secondo alcuni sarebbe stato spagnolo, secondo altri
4
G. D. MANSI, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima
collectio, Paris-Leipzig Arnhem 1901-1927, XXII, col. 203-468. Cfr. G.
ALBERIGO, Conciliorum Oecumenicorum Decreta, Basilea 1962, pp. 187201.
5
Cfr. MARRANZINI-CHIUSANO, Memorie conzane, p. 86.
L’inattendibilità di questi autori è data dal fatto che “regolarmente”
suppongono la nomina o la creazione dei vescovi conzani da parte del papa, il
che, fino al 1350 circa, dev’essere considerato un procedimento del tutto
eccezionale.
tedesco o inglese, altri invece lo dicono lombardo se non
addirittura di Conza.
L’autore della Cronista Conzana volle fare delle ricerche
al riguardo, ma i risultati furono alquanto deludenti. L’unico
“dato” che riuscì a scovare fu una notizia contenuta in un
Martirologio dei Santi extravaganti ritrovato nella Biblioteca
Vaticana. Purtroppo egli non riporta la data di questo
Martirologio, ma è più che probabile che si tratta delle
annotazioni raccolte nella seconda meta del XVI secolo al fine
di pubblicare il Martirologio Romano secondo le disposizioni
del Concilio di Trento. In ogni caso, ecco la notizia ivi
contenuta: “20 agosto. Conza, in Irpinia. S. Erberto, vescovo
della stessa città!”. In calce a questa notizia vengono riportate
alcune note, a cominciare dall’indicazione geografica di Conza
(50 miglia da Benevento e 8 da Melfi). Quanto a S. Erberto,
viene specificato che la data del 20 agosto è riportata nelle
tavole episcopali di Conza. Quindi aggiunge: “Hispana natione
fuisse traditur. Corpus ibidem ante annum 25 repertum est, acta
non estant, et per prius iste Herbertus fuit episcopus Licopens in
Suetia6”. Né l’ignoto glossatore sente il bisogno di tentare una
spiegazione di questa strana notizia che crea un triangolo quanto
meno improbabile fra la Spagna, la Svezia e la Longobardia
Minor. E l’amaro in bocca ci lascia lo stesso Castellano, nel
momento in cui non dà una data (neppure approssimativa) del
manoscritto, visto che c’è la notizia del ritrovamento delle
reliquie a Conza. Sarebbe stato interessante conoscere l’anno di
questa prima inventio Sancti Herberti avvenuta 25 anni prima di
quelle annotazioni al Martirologio (prima di quando?).
6
CC, libro I, cap. IV, discorso I, ff. 24-26. La sede episcopale
svedese di cui si fa menzione in questo Martirologium Sanctorum
extravagantium, è Linköping (Lincopen.), suffraganea di Uppsala. Purtroppo
la serie dei vescovi di questa sede edita dall’Eubel, comincia con la morte del
vescovo Giovanni verso il 1215. È difficile controllare dunque chi era il
vescovo intorno al 1160. Cfr. C. EUBEL, Hierarchia Catholica Medii Aevi,
Editio altera, Monasterii MDCCCCXIII, p. 306.
In ogni caso, avendo fatto proprie le informazioni
contenute nel Martirologio, il Castellano, poco prima di
parlarne, narra un episodio accaduto presso il sarcofago di S.
Erberto, preannunciando la sua origine spagnola:
“Nel 1573, mentre a Conza, per ordine del re, stanziava una grande
moltitudine di soldati spagnoli, uno di questi, spinto da curiosità, essendo il
suddetto santo originario di una città della Spagna (dum dictus Sanctus erat
Hispanae civitatis), volle aprire il sarcofago. Nel fare ciò, si procurò una
ferita a forma di croce dalla quale uscì il sangue, e così si rese conto della
gravità della sua azione. Atterriti, tutti gli altri invocarono l’aiuto di S.
Erberto, riconoscendo pubblicamente il loro sacrilegio; quindi, toccato il suo
santo corpo con una corona (del rosario?) detta comunemente “Pater Noster”
e appoggiatola alla sua ferita, subito quello guarì. Avendo visto il miracolo e
ravvedutisi, i suddetti soldati si calmarono e da allora si comportarono bene
verso la città7”.
La tesi del Castellano sull’origine spagnola di S. Erberto
recentemente è stata oscurata da altre teorie, come quella che
vede S. Erberto tedesco o inglese. L’origine sassone, vale a dire
tedesca o anche inglese, ma dal ceppo germanico (e non
normanno), è resa probabile dalla peculiarità del nome.
“Erberto” (o Eriberto) è un nome di chiara derivazione tedesca
(come Erimanno o Ermanno), un nome che ha reso illustri alcuni
personaggi dell’XI-XII secolo, fra monaci e vescovi. Fra questi
ultimi il più noto è S. Eriberto, arcivescovo di Colonia nella
prima metà dell’XI secolo. Un suo parente, Eriberto di Eichstätt
si distinse come fine poeta e musico8.
Accanto a queste ipotesi che lo fanno spagnolo o
tedesco, c’è anche quella che lo dice d’origine inglese. Tale
tradizione viene raccolta dagli Acta Sanctorum, che però ne
danno anche una diretta confutazione:
7
8
CC, libro I, capo IV, discorso I, ff. 24-26.
Cfr. MIGNE, P L 141, col. 1370-1374.
“John Pitz (Pitseus), nell’Appendice “Centuria seconda” del suo Sugli
scrittori inglesi illustri, alla pagina 864, per quanto riguarda la sua patria
ricorda: Erberto di Hoscam, di nazione inglese, nativo di Merx, uomo pio ed
erudito. Partito per l’Italia, fu nominato arcivescovo cosentino in Puglia.
Alcuni riportano che abbia lasciato ai posteri opere letterarie o abbia voluto
lasciarle, e che le abbia effettivamente date alla luce, ma che tutte
scomparvero con l’autore. Infatti, quello stesso anno in cui cominciò il suo
arcivescovato e occupò la sua cattedra episcopale, lui con tutta la sua
famiglia, anzi con quasi tutta la popolazione, perdette la vita durante un
violento terremoto. Era l’anno dalla nascita di Cristo 1185, mentre in
Inghilterra regnava Enrico II9”.
Sia Righelli, che riporta ugualmente questo brano, che il
9
Acta Sanctorum Augusti, IV, Venezia 1752, p. 100. Faccio notare
che non conoscendo a quali nomi inglesi corrispondono i termini latini, ho
tradotto i nomi come mi sono sembrati più prossimi alla realtà. Ricordo
tuttavia l’nizio del brano: “Joannes Pitseus de illustribus Angliae scriptoribus
in Appendice Centuria 2, pag. 864, haec de patria eius memorat: - Herebertus
Hoscamus ().natione Anglus, patria Mercius, vir pius et eruditus. In Italiam
profectus, factus est archiepiscopus Cusentinus in Abulia -.” Vale la pena
anche ricordare che, nonostante la confutazione di questo brano sia da parte
dell’Ughelli che da parte del Bollandista, non è mancato chi insistesse
sull’origine inglese di S„ Erberto. “Der Erzbischof Herbert von Conza, der
ein Engländer gewesen sein soll”, dice l’Holtzmann a commento del doppio
documento n. 204 (HOLTZMANN, Kanonistische Ergänzungen, p. 153). Da
parte sua John Julius NORWICH, Il Regno nel Sole (1130-1194), Mursia,
Milano 1972, p. 337, scrive: “Oltre a Riccardo Palmer e Gualtiero del Mulino
(Walter of the Mill), vi furono almeno altri due prelati inglesi in Sicilia
durante il regno di Guglielmo II: Umberto di Middlesex, arcivescovo di
Conza in Campania, e Bartolomeo, fratello di Gualtiero, che succedette a
Gentile nella sede di Agrigento”. Purtroppo non è indicata la fonte.
Bollandista, ritengono che si tratti di una certa confusione fatta
dallo scrittore inglese, in quanto Cosenza è in Calabria e non in
Puglia, e che il vescovo che morì nel terremoto era Rufo e non
Erberto, come si evince dalla cronaca dell’Anonimo Cassinese
all’anno 1184. La spiegazione, benché ragionevole, non è del
tutto convincente, in quanto da “Herebertus” a “Rufus” la
differenza non è piccola, e comunque è molto più grande che
non fra “Cusentinus” e “Consanus” o “Compsanus”.
L’origine inglese è comunque quasi certamente da
escludere. Se, infatti, Erberto fosse stato inglese per nessun
motivo avrebbe mancato dal recarsi a Palermo in occasione del
matrimonio fra Guglielmo il Buono e la principessa Margherita,
figlia del re d’Inghilterra Enrico II. A questo matrimonio
celebrato il 13 febbraio 1177 c’era un gran numero di
arcivescovi e vescovi10.
Lui, invece, non c’era.
Tuttavia, considerando la facilità con cui la terra trema in
Alta Irpinia, è tutt’altro che da escludere che S. Erberto sia
effettivamente morto in un terremoto, ad esempio quello del 24
maggio (nono kal. Junii) 1184. Pertanto, dato il contesto storico,
in particolare per quanto detto in precedenza sulle circostanze
della sua elezione episcopale, per il santo vescovo di Conza è da
preferire un’origine irpina, se non addirittura conzana e,
comunque, che Erberto fosse un personaggio da tempo vissuto e
conosciuto fra il clero conzano. Essendo, infatti, Conza un
antico gastaldato longobardo, e successivamente una contea
normanna, non aveva bisogno di “importare” personaggi con
10
Atto delle donazioni di Guglielmo II alla regina, Cod. Vat. Reg.
n. 980, f. 172. Anche MGH, XXVII, p. 91, e F. CHALANDON, Histoire de
la dommatton normande en Italie et en Sicile, Paris 1907, p. 377.
nomi stranieri11. Li aveva già in casa. Nei documenti dell’epoca
si trovano diversi “Erberto” tra l’Irpinia e la Puglia. La
conclusione più probabile è dunque che Erberto fosse un
personaggio della nobiltà locale, ben accetto al conte del tempo
e non inviso al re di Sicilia.
3. Sollecitudine pastorale
Al momento in cui Erberto veniva eletto arcivescovo di
Conza, la diocesi usciva da un periodo di crisi. Con cura veniva
custodita la pergamena delle indulgenze concesse dal papa
Callisto II12 che aveva segnato l’inizio della rinascita. Il papa,
come si sa, era sceso in Puglia per porre pace fra i ribelli conti
normanni e liberare Costanza, la vedova di Boemondo tenuta
prigioniera a Bari dal principe Grimoaldo13.
Nonostante le tracce notevoli sull’importanza
11
L’origine Irpina è sostenuta da F. FERRARI nel suo Catalogus
generalis Sanctorum, qui in Martirologio non sunt descripti, Venezia 1625,
non come una sua opinione, ma come la tradizione prevalente tra i conzani.
Cfr. GARGANO, Ricerche, p. 61. L’origine conzana è proposta anche da
MARRANZINI e CHIUSANO, Memorie conzane, pp. 34-35. In questo
lavoro si porta anche un altro argomento, che è opportuno riportare come
curiosità, se non come prova. E un brano della Relazione del prof. Gastone
Lambertini sulla ricognizione delle ossa: “Soggetto di quasi sicura origine
meridionale dato lo spiccato grado di dolicocefalia che appare evidente
all’ispezione del cranio. Si tratta pertanto di un soggetto di statura superiore
alla media, di abito stenico-muscolare, di età probabile tra i 60 e i 70 anni, e
di origine meridionale” (Ivi, p. 35).
12
La pergamena faceva bella mostra ed era custodita gelosamente
anche nella seconda metà del XVI secolo quando furono riordinate le reliquie
conservate in cattedrale. CC, libro I, cap. V, discorso I, f. 54.
13
Chronicon Fossae Novae, a. 1120, in G. DEL RE, Cronisti e
scrittori sincroni napoletani, I, Napoli 1845, p. 507.
dell’arcidiocesi di Conza14, agli inizi del XII secolo la diocesi
stava vivendo un momento difficile. Cogliendo l’occasione
della, venuta in Puglia del papa francese, la contessa Itta e
l’arcivescovo R(oberto) avevano chiesto un suo intervento. Il
papa li aveva accontentati secondo una modalità comune a quel
tempo (ed anche dopo), concedendo cioè delle indulgenze che
attirassero la generosità dei fedeli. Con bolla del 30 marzo 1120
il papa concedeva indulgenze e grazie spirituali (con la
remissione di tutti i peccati) a tutti coloro che si fossero
confessati e si fossero fatti seppellire nella cattedrale di Conza
(“absolutionem omnium peccatorum sancimus omnibus
Christianis, qui confessi fuerint et ibi sepeliri se faciant15”).
L’operazione dovette avere qualche successo se tra il 1122 e il
1123 fu terminata la ricostruzione della cattedrale, che venne
dedicata all’Assunta16.
14
Bastano al riguardo due esempi. Il primo si riferisce ad un viaggio
a Bari dell’arcivescovo Leone accompagnato da vari prelati. Al termine della
messa sulla tomba del Santo, venne riverito da un uomo che egli aveva
assistito per qualche tempo a Conza. Solo che egli lo ricordava come uno
storpio, ed invece ora lo rivedeva in ottima salute. Cfr. A. BEATILLO,
Historia della vita, miracoli, traslazione e gloria del’illustrissimo confessore
di Christo S. Nicolò, Arcivescovo di Mira e Patrono della Città di Bari,
Napoli 1620, libro IX, cap. XII, pp. 728-729. Da notare che il Beatillo
colloca Conza nel Regno di Napoli. Mentre il curatore della successiva 3°
edizione, quella nota all’Acocella (ACOCELLA, Storia di Conza, I, p. 72) la
dice in Basilicata. Il secondo esempio è la bolla di Urbano II del 20 luglio
1099, Nel concedere ad Alfano di Salerno la dignità primaziale sulle
arcidiocesi di Acerenza e Conza, il papa ricorda la grandezza di queste due
chiese che “nei tempi passati meritarono dalla sede apostolica la dignità del
pallio e l’autorità dei privilegi”. Cfr. UGHELLI, Italia Sacra, VII, Venetiis
1721, col. 394.
15
UGHELLI, Italia Sacra, VI, col 810. Sulla partecipazione di Itta
alla richiesta, vedi S. AMMIRATO, Delle famiglie nobili napoletane, II,
Firenze 1651, p. 9.
16
GAMS, Series Episcoporum Ecclesiae Catholicae, Ratisbonae
1873, p. 877. AGOCELLA, Storia di Conza, I, p. 77.
Un’altra tappa sulla via della rinascita ecclesiale di
Conza, prima del suo apogeo al tempo di S. Erberto, fu una
donazione del conte Gionata che, malgrado i suoi rischiosi
coinvolgimenti in ribellioni e colpi di stato, trovò il tempo nel
1161 di occuparsi della Chiesa. In quell’anno infatti il conte
donò alla cattedrale di Conza la chiesa di S. Andrea, sita “inter
territorium Compsanae civitatis et castri Petrae Paganae”17. Lo
stesso conte però, avendo partecipato ad un’ennesima rivolta
contro Guglielmo il Malo, l’anno dopo si dileguava e nessuno
seppe più nulla di lui.
L’Acocella avanza l’ipotesi che l’arcivescovo
beneficiario della donazione di Gionata sia non Roberto, come
suppone l’Ughelli18, bensì S. Erberto19. Dal documento non si
evince il nome dell’arcivescovo, tuttavia ha ragione nel ritenere
poco probabile che Roberto sia vissuto tanto a lungo. Ha torto
però nel supporre che il vescovo sia proprio S. Erberto,
Dovrebbe trattarsi di un vescovo, del quale si ignora il nome, e
che abbia governato la diocesi tra l’uno e l’altro.
Che non si tratti di Erberto si deduce dal fatto che questi
era electo nel 1168 o 116920. Ed è praticamente impossibile che
sia rimasto eletto sin dal 1161. Lo stato di eletto, anche in
circostanze eccezionali, era difficile che potesse prolungarsi per
oltre due o tre anni. E vero, infatti, che il papato di Alessandro
III fu alquanto movimentato, con un trasferimento a Parigi e la
lotta contro il Barbarossa a proposito dei comuni lombardi, ma
fu tutto sommato un papato con una notevole continuità. Anzi,
sono ben documentati i rapporti di S. Erberto con questo papa.
17
UGHELLI, Italia Sacra, VI, col. 810-811. Anche ACOCELLA,
Storia di Conza, I, doc. VI, pp. 131-132.
18
UGHELLI, Italia Sacra, VI, col. 811-812.
19
ACOCELLA, Storia dì Conza, I, p. 93.
20
L’Acocella (Ivi, p. 94, n. 1) fa notare la contraddizione in cui cade
l’Ughelli, che a col. 807 riporta 1168, mentre alla col. 812 parla del 1169. A
meno di una migliore spiegazione, penserei al tempo che ci voleva per un
viaggio in Sicilia. Erberto potrebbe essere andato nel 1168 e tornato nel 1169.
Di conseguenza non è possibile che Erberto fosse l’arcivescovo
della donazione di Gionata nel 1161 ed essere ancora
arcivescovo eletto nel 1168. Per cui, allo stato attuale della
ricerca, bisogna dire che la situazione ecclesiale di Conza nel
1161 resta alquanto incerta, potendo trattarsi di sede
arcivescovile “vacante” oppure con la presenza di un
arcivescovo di identità sconosciuta (per mancanza di documenti
che lo riguardino).
La donazione di Gionata, in ogni caso, non è fatta
all’arcivescovo ma al capitolo della cattedrale. Anzi, il conte è
attento a specificarne lo scopo:
“Concedimus et damus perpetualiter Ecclesiae Sanctae Mariae Episcopii
Compsae pro victu Clericorum qui in eadem Ecclesia Compsana diu
noctuque Deo deserviunt ad elaborandum et serviendum; tali conditione quod
nullus Archiepiscopus hanc nostram donationem de mensa Clericorum
alienandi habeat potestatem”21.
In altre parole l’arcivescovo non ne è il beneficiario, se
non in solidum con il capitolo. Anzi, viene specificato che
nessun arcivescovo abbia il potere di togliere questo beneficio
feudale che ha lo scopo di sostentare il clero che nella cattedrale
prega giorno e notte.
La mentalità cattolica invalsa dopo il concilio di Trento
(1563) porta spesso a pensare che l’effettivo potere episcopale
dipendesse dalla conferma papale. Nulla di più falso. L’autorità
episcopale veniva esercitata immediatamente dopo la
proclamazione pubblica da parte del clero della cattedrale. La
consacrazione ufficiale da parte di vescovi delegati dal
metropolita (nel nostro caso, di Salerno) era una
ufficializzazione che rendeva pubblico il fatto che il vescovo in
questione esercitava, il suo ministero in comunione col papa.
Nel caso però di sede vacante del papato, oppure di un papa
21
Ivi, p. 131
impossibilitato a delegare la consacrazione, il vescovo era
comunque nel pieno della sua autorità episcopale.
Quindi, benché soltanto “eletto”, nel 1168 o 1169
Erberto era già nel pieno dei suoi poteri, come dimostra una
delle poche bolle che nel XVIII secolo ancora si conservavano
nella sacrestia della cattedrale22, vale a dire la bolla con la quale
nel 1169 ordinava al vescovo di Muro Lucano Roberto, di
consacrare la chiesa di S. Martino23. Ovviamente, come
avveniva solitamente tra l’XI ed il XII secolo, ogni decisione
dell’arcivescovo era presa in armonia col suo capitolo24. Per cui
anche la consacrazione di S. Martino, sia che si tratti della
cattedrale di Muro, come suppone l’Ughelli, sia che si tratti di S.
Martino de Silere presso Calabritto, come vorrebbe il Gargano,
era normale che procedesse da una disposizione congiunta
dell’arcivescovo e del clero a lui più vicino.
La cosa, tra l’altro, si spiega anche con la più che
probabile assenza di S. Erberto da Conza. Infatti, la pergamena
non è l’atto con cui S. Erberto ordina la consacrazione, ma la
dichiarazione che dice che la consacrazione è avvenuta per
ordine di Erberto e del capitolo. Forse Erberto era ancora in
Sicilia per ottenere l’assenso regio.
Al suo ritorno a Conza, forte dell’assenso regio e
probabilmente anche della consacrazione papale (recezione del
pallio), sul finire di quello stesso anno (1169), Erberto otteneva
22
GARGANO, Ricerche, p. 58.
“Anno Domini nostri Iesu Christi millesimo sexagesimo nono,
indict. II, dedicatum est hoc templum in honorem sancti Martini confessoris
iussu Domini Herberti Compsanae Ecclesiae Venerabilis electi et totius
Compsani Capituli a Roberto Muranensis Ecclesiae Antistite”. Cfr.
GARGANO, Ricerche, pp. 58-59,
24
L’Archivio della Basilica di S. Nicola (Bari) ha numerose
pergamene che dimostrano questo fenomeno, anche se non manca qualche
caso in cui il vescovo decide per proprio conto.
23
da Roberto di Loritello, conte di Conversano e signore di
Lavello, il diritto di pascere gli animali della chiesa conzana e
prendere acqua nel territorio di Lavello25. Probabilmente, questo
secondo successo in vista del miglioramento della situazione
sociale del clero conzano, non fu troppo difficile. Infatti la
dinastia dei Loritello, conti di Conversano, era stata sempre
ribelle ai re di Sicilia. Questo piccolo atto di generosità,
permetteva al conte Roberto di riscattarsi agli occhi del re.
Il programma ecclesiale di S. Erberto tendeva dunque,
attraverso un riassetto economico, a risollevare la situazione
morale del clero, di modo che anche gli intenti pastorali
venissero più facilmente raggiunti. Se il ricordo di lui nella
popolazione restò a lungo come di un santo vescovo, è più che
probabile che almeno in parte il programma pastorale di S.
Erberto riscosse un certo successo.
Già prima della consacrazione papale si era messo
all’opera, scrivendo ai papa per avere lumi in situazioni
socialmente ingarbugliate. Come si sa, papa Alessandro III era
stato un professore di Diritto e molti suoi pronunciamenti si
avviavano ad entrare nei testi ufficiali del Diritto canonico
romano. Ci è pervenuto a questo riguardo un documento
veramente singolare. S. Erberto gli scrisse sottoponendogli il
caso di una fanciulla che si era sposata a dieci anni invece che
all’età canonica (che era di almeno 12). Il marito non aveva
saputo attendere ed aveva avuto rapporto carnale con lei. Un
anno dopo, quando aveva ormai
25
UGHELLI, Italia Sacra, VI, col. 812; DI MEO, X, p. 338;
GARGANO, Ricerche, p. 59: “Robertus comes Palatinus, comes Loretelli et
Cupersani, et dominus Civitatis Lavelli (...) pro redemptione animarum
dominorum Rogerii et Guglielmi, gloriosissimorum Regum et Dominae
Alviliae (Alberiae) nobilissimae Reginae et domini ducis Rogerii (...)
concedit Herberto, venerabili Consano Archiepiscopo et Ecclesiae Consanae,
in perpetuum, ut omnia animalia dictae Ecclesiae tunc tempo ris et in futurum
sine affidatura et exactione aliqua possint uti aquis et pascuis in tenimento
Lavelli”.
undici anni, la fanciulla aveva richiesto il divorzio. Data
l’incertezza del diritto al riguardo, S. Erberto si rivolse per
consiglio al papa. Probabilmente avvertiva la particolarità della
situazione. Forse già era perplesso sul fatto che canonicamente
ci si poteva sposare a 12 anni, ma che si scendesse ancora a
dieci oli era un po’ troppo.
Il papa gli consigliò di accertarsi bene delle circostanze.
Se la giovinetta era stata consenziente, l’arcivescovo non
avrebbe in alcun modo dovuto permettere il divorzio. Se invece
fosse risultato che l’uomo l’aveva posseduta con la violenza,
Erberto avrebbe dovuto subito emettere sentenza di divorzio26.
Da notare però che la facilità con cui il papa parlava di
divorzio, in questo come in altri casi, non deve trarre in inganno.
Infatti il papa ammetteva sì il divorzio “ob solam fornicationis
causam”, ma questo non voleva dire che la moglie che otteneva
il divorzio poteva risposarsi. Essa non aveva che due vie, o
riconciliarsi col marito o mantenersi casta (“continentie votum
servare”). In caso contrario il vescovo avrebbe dovuto
scomunicarla27.
26
Cfr. W. HOLTZMANN, Kanonìstische Ergänzungen zur Italia
Pantificia V-X, p. 152, num. 204: “Alexander III Consano electo. De muliere,
quam infra aetatem cuidam in diocesi tua nupsisse et ab eo infra X annum
carnaliter cognitam fuisse audivimus, sed nunc in anno XI constitutam
divorcium querere, licet contra naturam hoc esse noscatur, prudentie tue
significatione presentium intimamus, quatenus, utrum post carnalem
commixtionem in X anno vel in principio XImi vir mulieri placuisse seu
consensisse videatur et cuius discretionis mulier sit, scilicet an aetatem
maliciam suppleat, diligenter et studiose inquiras, et si ista vel maior pars
horum concurrant, licet mulier in anno XI vel etiam XII reclamare dicatur,
ipsos propter hoc ab invicem separari nulla ratione permittas, sed eos potius,
sicut virum et uxorem decet, compellas districte cohabitare. Quod si virum
mulierem per violentiam oppressisse nec eam sibi tunc consensisse constiterit
sed potius in anno XI constitutam instantius reclamare, tu inter illos divortii
sententiam non differas promulgare”.
27
Ivi, p. 152, num. 203 (lettera del papa al vescovo di Mottola).
Intervenire a risolvere pastoralmente i problemi dei
fedeli non poteva però essere compito solo dell’arcivescovo,
che, anche a causa delle distanze dei paesi della sua archidiocesi,
poteva conoscere solo i casi più eclatanti La sua sollecitudine
pastorale sarebbe stata tanto più efficace nella misura in cui
avesse coinvolto nell’opera di risanamento il suo clero.
Cominciò così l’opera di sensibilizzazione, che però si
presentava tutt’altro che facile. Ma Erberto, come si è detto, era
un uomo di carattere, e non intendeva recedere, come dimostra
una sua seconda lettera al papa quand’era ancora soltanto
“eletto”.
Ad Alessandro III S. Erberto chiese come comportarsi con i
sacerdoti ricalcitranti e disobbedienti. Probabilmente, sin dal
primo momento si era impegnato ad estirpare abusi e disordini
nella sua diocesi. Incontrando diversi sacerdoti che vivevano in
modo poco consono alle regole ecclesiastiche, li aveva sospesi a
divinis. Quelli però avevano fatto orecchio da mercante, ed
avevano continuato a celebrare. Alla sua richiesta in tal senso, il
papa Alessandro III gli consigliò il pugno fermo» Gli disse di
prendere uno di essi e di farlo entrare in un monastero di stretta
osservanza e di fare penitenza. Il che sarebbe servito di esempio
anche agli altri. Se si fosse rifiutato, avrebbe dovuto deporlo,
ridurlo cioè allo stato laicale28.
E da ritenere, anche a giudicare dal fatto che il popolo conzano
lo ricordasse come santo, che Erberto seppe coniugare la
severità con la bontà. Era necessario riordinare
ecclesiasticamente la diocesi e quindi costringere i preti ad una
più vissuta religiosità, ma era anche importante che tale scopo
28
Ivi, p. 153, num. 204 b. “Sacerdotes autem illos, qui infra tuam
diocesim post interdictum tuum in eos canonice promulgatum excommunicati
divina etiam celebrare presumunt, ad tempus secundum discretionem tibi a
Deo datam suspendas et unum illorum, qui gravius deliquerit, ad terrorem
aliorum aliquam religionern disctrictam intrare compellas et eum ibidem
peccata sua facias penitentia condigna deflere aut ipsum perpetuo deponas”.
fosse raggiunto mediante strumenti consoni al ruolo di pastore
della diocesi stessa.
4. Il conflitto con Ruggero di Laviano
Un episodio caratteristico della vita di S. Erberto,
particolarmente rivelatore del suo carattere è certamente quello
dello scontro con il feudatario Ruggero di Laviano, da
identificarsi forse con Ruggero di Balvano, figlio del conte di
Conza Filippo. Va detto subito che, senza che cambi il quadro
per quanto qui ci interessa, tale identificazione resta a livello di
ipotesi. Come di ipotesi si tratta quando si parla dei conti di
Conza nel ventennio 1160-1180, Infatti vi sono due tesi al
riguardo. Una prima vede come conte di Conza Riccardo, figlio
del filonormanno Gilberto di Balvano (+ 1156), ma che
l’Acocella suppone figlio di Gionata29. Una seconda considera
conte di Conza il filosvevo Filippo di Balvano (cugino di
Gilberto)30, succeduto in tale titolo dal figlio Ruggero e poi da
Rao. Ma con Rao siamo già oltre il 1200. Resta il problema
della titolarità della contea nel periodo 1168-1181, il periodo
dell’episcopato di S. Erberto. Bisogna accontentarsi
dell’esemplificazione dell’Acocella che vede la contea nelle
mani di Ruggero de Medania per tutto il periodo di Erberto, o le
cose sono più complesse e la contea si sposta dalle
29
L’Acocella pone come conti di Conza Riccardo di Balvano,
supposto figlio di Gionata, che nel 1167 si era ribellato a Guglielmo il Buono
ed era stato privato della contea di Conza, concessa a Ruggero de Medania,
ma reintegrato nel titolo di “comes Consie” nel 1191, in quanto così figura in
un documento di Enrico VI del 17 giugno 1191. Cfr. ACOCELLA, Storia di
Conza, I, p. l07.
30
La Jamison congettura che conte di Conza sia stato Filippo, e
dopo di lui i figli Ruggero prima e Rao poi (Cfr, E. JAMISON, Admiral
Eugenius of Sicily, his Life and work and the Authorship of the Epistola ad
Petrum and the Historia Hugonis Falcandi Siculi, London 1957, p. 321,
riportato in CUOZZO, I Normanni p. 430, nota 53 e p. 431, nota 56).
mani dei figli di Gilberto a quelle dei figli di Filippo cioè da un
ramo all’altro della famiglia Balvano. Saperlo ci avrebbe aiutati
a comprendere con chi ebbe effettivamente a che fare S. Erberto.
Non è tuttavia da escludere che la contea sia stata nominalmente
nelle mani di Ruggero di Madama, e che il governo reale sia
stato esercitato dallo stesso arcivescovo di Conza,
Atteniamoci comunque ai fatti. Il feudatario in questione
è Ruggero di Laviano, giovane signorotto che doveva nutrire un.
certo spirito religioso31, ma che, confortato forse dallo scontro in
corso fra il Barbarossa e il papa Alessandro III, pensò di
approfittarne non versando le decime all’arcivescovo di Conza.
Il classico scontro fra stato e chiesa nella sua applicazione
locale.
Gli storici locali ricordano che lo stesso Ruggero di
Laviano, che negli, anni settanta si scontra con S. Erberto,
riemerge nel 1184 in buoni rapporti col successore di Erberto,
Gervasio32. In realtà egli ricompare ancora in un documento del
6 dicembre 1199 (stilato a Capua) che riporta la riscossione da
parte del cancelliere imperiale Marco vai do di un “magnum
thesaurum” dal monastero di Montevergine. Dato che in quei
giorni Ruggero di Balvano fece un prestito allo stesso
monastero, è stata avanzata l’ipotesi che Ruggero di Balvano e
Ruggero di Laviano siano la stessa persona33. La cosa è
plausibile, in quanto i conti normanni erano soliti intitolare la
loro signoria non dal titolo principale,
31
Ci è pervenuta la notizia del suo intento di costruire la chiesa di S.
Maria e che l’arcivescovo Gervasio, successore di Erberto, nel 1184 gli
concesse la facoltà, a patto di corrispondere alla mensa arcivescovile cinque
libbra di cera all’anno. Cfr. UGHELLI, Italia Sacra, VI, col. 812.
32
Ivi.
33
Archivio di Montevergine, perg. n. 1065, in G. MONGELLI,
Regesto delle pergamene dell'Abbazia di Montevergine, I, Roma 1956, nr.
1065; per l’identificazione dei due personaggi, vedi JAMISON Admiral
Eugenius, p. 154, nota 2.
ma dalla cittadina coinvolta nell’atto in questione. Era quindi
abbastanza normale che Ruggero di Balvano (se si tratta di lui)
nell’intraprendere una causa a proposito di Laviano, si firmasse
come Ruggero di Laviano. A rafforzare la tesi dell’identità del
personaggio c’è anche il caso in questione. Con il potente
Ruggero di Balvano lo scontro diventa comprensibile. Alquanto
incomprensibile diverrebbe l’azione dimostrativa di Ruggero nel
saccheggiare una chiesa dell’arcivescovo di Conza, se fosse
stato un semplice signore di Laviano, invece che di una vera e
propria contea (che poteva essere S. Angelo dei Lombardi, come
pensa la Jamison, o Conza stessa).
L’episodio ci è noto da una lettera del papa Alessandro
III che, rispondendo ad un’altra di S. Erberto, lo chiama
“venerabile fratello Erberto, arcivescovo di Conza” il che porta a
datare la lettera intorno allarmo 1175, quando ormai da vari anni
Erberto aveva ottenuto la conferma papale, Alessandro III
diceva espressamente di rispondere alla lettera con la quale
Erberto lo informava di aver preso provvedimenti di disciplina
ecclesiastica nei confronti di un feudatario appartenente alla sua
diocesi. Il provvedimento di scomunica dei preti di quel paese si
era reso necessario dal fatto che Ruggero si era rifiutato di
pagare le decime all’arcivescovo. Non solo i preti non avevano
tenuto conto della scomunica di S. Erberto, ma Ruggero si era
permesso di mandare suoi funzionari ad impadronirsi di una
chiesa della diocesi e di asportare tutte le cose che vi erano.
Se, come sembra, Ruggero di Balvano era il signore di
Laviano (e non pagava le decime della sua terra di Laviano),
Erberto venne a trovarsi di fronte un personaggio di altissimo
rango. Addirittura giustiziere imperiale nel 1196, una ventina di
anni prima (al momento del contrasto col santo arcivescovo di
Conza), Ruggero doveva essere nei fiore degli anni ed
estremamente ambizioso. Figlio di Filippo di Balvano, sembra
che ottenesse dal padre la contea di S. Angelo dei Lombardi,
mentre Filippo si riservava quella di Conza34.
Ci si potrebbe chiedere: se Ruggero di Balvano rifiutava
di pagare le decime della sua città di Laviamo, perché non si
rifiutava ugualmente per le altre città? La spiegazione si trova
forse nella particolare situazione ecclesiastica di Laviano nel
contesto dell’archidiocesi di Conza. Infatti, risulta (anche dal
Catalogus Baronum) che Gilberto di Balvano aveva parecchi
feudi (Cisterna, Armaterra, Vitalba, Rocchetta S. Antonio,
Lacedonia e Monteverde) oltre ad una “comestabulia”
corrispondente ai territorio della contea di Conza.
Ecclesiasticamente essa comprendeva le diocesi di
Montemarano, Frigento, Lacedonia, Bisaccia, Monteverde, S.
Angelo dei Lombardi e Nusco, oltre a parti delle diocesi di
Salerno, Avellino e Benevento, Delia diocesi di Conza
comprendeva la parte settentrionale (Caposele, Calabritto e
Santomenna), ma non Laviano, E forse è qui la chiave del
mistero, del perché Ruggero, mentre pagava le decime per le
altre cittadine della diocesi, si rifiutava di pagarle per Laviano,
che non faceva parte della comestabulia. Ma a S. Erberto non
interessava la divisione amministrativa del territorio. Interessava
la diocesi, e Laviano era nella sua diocesi e quindi era tenuta
comunque a pagargli le decime.
Nelle prime battute della lettera, il papa riassumeva la
vicenda come l’aveva riportata l’arcivescovo di Conza:
Scrivevi nella tua lettera che, non volendo il suddetto Ruggero darti la
decima, tu hai disposto che nella sua terra non si celebrassero più i divini
uffici, ma che i cappellani dello stesso Ruggero, andando contro la tua
proibizione, hanno continuato a celebrare l’ufficio divino. A causa di tanta
presunzione tu li hai colpiti con la scomunica, ma essi per tre mesi, come tu
dici, hanno persistito in questo stato di scomunica, mentre il suddetto
34
JAMISON, Admiral Eugenius, p. 321, nota 2. Il tono con cui
Enrico Cuozzo riporta tali ipotesi fa pensare ad una certa accettazione. Cfr.
Cuozzo, I Normanni, pp. 430-431.
Ruggero si intratteneva amichevolmente con loro a tavola, condividendo cibo
e bevande. Inoltre, lo stesso Ruggero mandò ad una certa tua chiesa ì suoi
baglivi, che si sono violentemente impossessati delle chiavi ed hanno portato
via dalla chiesa e dalla canonica tutta la suppellettile. Quando poi per il
tramite dei tuoi canonici lo hai ammonito a ravvedersi, egli ne tenne carcerati
due dal mattino alla sera. Poiché dunque per generale decreto incorrono nella
sentenza di scomunica tutti coloro che si rivolgono con mani violente contro ì
chierici, con questo scritto apostolico demandiamo alla tua fraternità che, se
lo stesso Ruggero ha raggiunto una tale audacia della sua superbia, senza
dargli ulteriore occasione di appello, pubblicamente con le candele accese
dichiaralo scomunicato e che come tale sia proibito ogni contatto con lui, fino
al momento in cui non faccia tutto quello che è necessario a soddisfare
l’ingiuria arrecata, versi a te la decima di cui ti ha privato e restituisca, tutte le
cose che ha sottratto alla suddetta chiesa. Poi, munito di tue lettere che
certifichino tutto ciò, si presenti alla sede apostolica35.
Purtroppo non si conosce come la vicenda andasse a
finire. Il contesto storico porterebbe a concludere che almeno
35
“Alexander ep. serv. serv. Dei. Venerabili fratri Her(berto) Consano archiepiscopo. A. Intelleximus ex litteris tuis, quod Rogerus de Laviano
parro-chianus tuus districtione compellas. b. Adiecisti insuper in litteris ipsis,
quod, cum in terra predcti Rogeri pro eo, quod decimam tibi dare nolebat,
divina prohibuisses officia celebrari capellani eiusdem Rog(eri) contra
prohibitionem tuam divina ibi celebraverunt officia. Quos pro tante
presumptionis excessu vinculo fecisti exeommunicationis astringi, sed ipsi
per tres menses, sicut asseris, in exeommunicatione perstiterunt et prefatus R.
eis in mensa et cibo et potu communicavit. Preterea idem R. ad quandam
ecclesiam tuam suos bailivos direxit, qui claves ecclesie violenter ceperunt et
res ecclesie de ecclesia et de domo ecclesie violenter asportaverunt, Cum
autem per canonicos tuos ipsum ad emendationem sollicite monuisses, ipse
duos eorum tota die usque ad vesperam in sua detinuit captione. Quoniam
igitur ex generali decreto sententiam exeommunicationis incurrunt, qui in
clericos manus iniciunt violentas, fraternitati tue per apostolica scripta
precipiendo mandamus, quatenus, si prefatus R. in tantam audaciam sue
presumptionis prorupit, eum contradictione et appellatione cessante, publice
accensis candelis exeommunicatum denunties et facias sicut
exeommunicatum vitati, donec passis iniuriam congrue satisfaciat et tibi
subtractam decimam solvat et res prescripte ecclesie cum integritate restituat
et cum litteris tuis ad apostolicam sedem satisfacturus accedati”. In
HOLTZMANN, Kanonistische Ergänzungen, pp. 153-154.
fino a che Erberto era in vita, Ruggero fu costretto a
sottomettersi.
L’arcivescovo di Conza era infatti in troppo buoni rapporti sia
col re che con il papa, ed è quindi poco probabile che Ruggero
potesse spuntarla.
A giudicare dal fatto che il successore di S. Erberto nel
1184 stabilisse buoni rapporti con Ruggero e che lo stesso
Ruggero raggiungesse poi alti gradi nella gerarchia politica
imperiale sveva, c’è da ritenere che il braccio di ferro non. fu di
poco conto. Del resto, questa reticenza a pagare le decime alla
chiesa, versione a livello locale dello scontro m corso ira papa e
imperatore, s’inserisce bene nella tendenza di politica
filoimperiale di Filippo di Balvano e dei suoi figli, Ruggero
prima e Rao poi.
Quanto alla personalità di S. Erberto, il precedente
episodio dei sacerdoti indegni da lui colpiti con la sospensione a
divinis, lo rivela uomo dal carattere energico e deciso. La sua
forte personalità emerge da questo episodio di scontro con
Ruggero di Laviano, in cui emette una seconda sentenza di
scomunica, quale che sia stato l’esito della vicenda.
5. Il concilio Lateranense III (1179)
Un importante punto fermo nella vita di S. Erberto è la
sua partecipazione al concilio Lateranense III (5-22 marzo
1179), un concilio ricordato soprattutto per i primi
provvedimenti contro le fiorenti eresie della Francia
Meridionale, ma che è importante anche sotto altri aspetti. I
decreti conciliari riflettono notevolmente l’impostazione di
fondo di papa Alessandro III, già professore di diritto, il quale,
scomunicando l’imperatore Federico Barbarossa, aveva messo
un’ipoteca sul primato del Romano Pontefice, spianando la via
ad Innocenzo III.
Pochi anni prima Graziano aveva pubblicato la sua
Concordia discordantium Canonum, meglio nota come
Decretum. Quasi contemporaneamente Pietro Lombardo
pubblicava i suoi quattro Libri Sententiarum. L’uno e l’altro
destinati a gettare le basi (il primo nel Diritto, i secondi nella
Teologia) della metodologia scolastica medioevale. Il Concilio,
conseguenza dell’Accordo fra papa e imperatore (Venezia,
1177), aveva il compito di sanzionare il nuovo ruolo della chiesa
romana, che ormai non faceva più mistero di voler risolvere la
dialettica fra sacerdotium ed imperium tutto a favore del primo.
Alessandro III non riuscì ad imporre le sue vedute né nel campo
del diritto (la sua visione del matrimonio non entrò nei decreti
conciliari) né della teologia (non riuscì a fare condannare
chiaramente la tesi di Pietro Lombardo secondo cui Cristo come
uomo era nulla). Eppure, questo concilio porta tutta la sua
impronta, con la Chiesa che si arma di un diritto a salvaguardia
della sua struttura. Che è poi, in fondo, l’intento di S. Erberto a
Conza: attraverso l’affermazione del diritto, dare continuità al
progresso ecclesiale. Solo così si spiegano le sue lettere al papa
per essere illuminato su alcuni punti concreti.
Tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo del 1179
confluirono a Roma circa un migliaio di persone per partecipare,
ciascuno nella sua veste (religiosa o laica), al concilio previsto
in un’aula adiacente alla Basilica di S. Giovanni in Laterano,
Degli oltre 300 vescovi presenti il gruppo più folto fu proprio
quello proveniente dall’Italia Meridionale (con 73 unità),
seguito dall’Italia centrale (51) e dalla Settentrionale (39). Gli
altri venivano dalla Francia (35), dalla Borgogna (25), dalla
penisola Iberica (17), dalla Germania (16), dall’Oriente latino
(8), dall’Ungheria (7), dalla Gran Bretagna (7), dall’Irlanda (6),
e così via.
La presenza di S. Erberto a questo grande consesso
ecclesiastico è confermata dagli elenchi dei Padri che ci sono
pervenuti36. Negli atti del concilio la chiesa conzana è messa in
buona evidenza e, nel contesto degli elenchi dei vescovi che vi
parteciparono, le vien data una specifica collocazione:
Provinciae Compsanae. Al che segue l’Elenco dei vescovi di
questa provincia ecclesiastica.
1.
2.
3.
4.
5.
6.
Herbertus, compsanus episcopus
Johannes, sancti Angeli de Lombardis episcopus
Richardus, Bisaciensis episcopus
Angelus, Laquedonensis episcopus
Nicolaus, Montis Viridis episcopus
Petrus, Satrianensis episcopus.
Così non solo si ha l’elenco dei vescovi irpini, ma si ha anche un
quadro delle diocesi suffraganee di quella conzana. E che S.
Erberto fosse attento al mantenimento dell’ordinamento
ecclesiastico, lo si è visto in più d’un caso. In un certo senso il
canone che meglio esprime il suo punto di vista sul riassetto
canonistico della Chiesa è il 12°:
I chierici, dal suddiaconato in su, e anche quelli che sono ancora negli ordini
minori, se vivono delle rendite ecclesiastiche, non devono esercitare
l’avvocatura nelle cause dei tribunali civili, a meno che difendano la propria
causa, quella della loro chiesa o quella di persone misere che non hanno la
possibilità di sostenere le proprie ragioni. Nessun chierico, inoltre, sia
autorizzato ad assumere funzioni amministrative o giudiziarie al servizio di
principi o signori secolari. Chiunque violi questo decreto sia allontanato da
ogni ministero ecclesiastico37.
In altri termini, il sacerdotium completa la sua emancipazione
rispetto all’imperium. Con questo canone il concilio decide il
distacco del sacerdote dal mondo laico, E tale è anche il
pensiero di S. Erberto. Se si pone attenzione, infatti, anche nel
36
Ctr. J. D. MANSI, Sacrorum Conciliorum, col. 215.
Cfr. G. ALBERIGO (ed.). Storia dei Concili Ecumenici, Brescia
1990, p. 198.
37
caso di Ruggero di Laviano, più che con l’intraprendente
feudatario, Erberto se la prende con i sacerdoti che vivono alla
sua ombra. Invece di assumere un atteggiamento indipendente.
E questo distacco dai potenti ha precisamente lo scopo di
schierarsi con i miseri e i deboli. Certo, se uno considerasse
l’impegno di Erberto a difendere i diritti episcopali soltanto
come una questione di principio, il personaggio potrebbe essere
considerato rispettabile ma certamente non Santo. Il fatto,
Invece, che alla sua morte sia stato venerato come Santo
dimostra che quei canoni che egli aveva contribuito a stendere
erano per lui una lettera viva. Salvaguardare l’indipendenza del
clero non era una preoccupazione corporativistica, ma aveva lo
scopo di non legarsi troppo agli interessi dei signorotti per
riservarsi la libertà e la possibilità di difendere il debole e il
bisognoso.
6. Morte del Santo (1181-1184). La tomba e i miracoli
Dopo una vita intensamente trascorsa per l’incremento
spirituale e materiale del gregge a lui affidato dal Signore,
Erberto morì pianto da tutti i conzani. La sua scomparsa va
datata tra il 1181 ed il 1184, quando Conza fu scossa da un
terribile terremoto38. E comunque non dopo il 1184, in quanto in
questo anno un documento già menziona il suo successore,
Gervasio39.
Una tale datazione si accorda meglio con la tradizione
orale locale sulla morte del Santo riportata dal Lupoli:
Finalmente, carico di anni e di meriti, quasi desiderando di morire e di
congiungersi a Cristo, divinamente avvertito sul giorno in cui sarebbe
38
E l’ipotesi del Di Meo, che a me sembra la più plausibile. E, tra
l’altro, spiegherebbe l’atteggiamento arrendevole di Gervasio con Ruggero di
Laviano, essendo cioè nel bisogno della ricostruzione.
39
UGHELLI, Italia Sacra, VI, col 812.
morto, entrò nella cattedrale dove, mentre era intento a meditare sulle cose
celesti, serenamente si addormentò nel Signore40.
È vero che il Lupoli avanza l’ipotesi del 1181, ma
sembra una sua aggiunta, per di più senza alcuna motivazione.
Mentre è tanto più suggestiva, quanto più forse vicina alla
verità, l’affermazione che S. Erberto sarebbe morto nel 1184
mentre pregava in cattedrale, sorpreso dal terremoto. Una morte
che, al di là della sua vita virtuosa, potrebbe aver acceso di
ammirazione e venerazione la fantasia dei conzani.
Alla morte di S. Erberto, si pensò di dare degna
collocazione alle sue spoglie nella stessa cattedrale dell’Assunta,
per il prestigio della quale si era tanto adoperato. Invece di
costruire un nuovo sarcofago si pensò di riutilizzare (cosa
frequente a quel tempo) il sarcofago più rinomato che vi era. in
quel momento nella chiesa, aggiungendovi probabilmente
qualche decorazione scultorea, come ad esempio le teste di
animali sui pilastrini del basamento41.
Il sarcofago, alquanto arcaico nella sua configurazione
semplice, sembra risalire al IX secolo, se non addirittura ad
epoca anteriore. Formato di due pezzi, la sottostante grande
vasca (cm 216 di lunghezza per 69 di larghezza per 66 d’altezza)
40
“Tandem, anno rum ac meritorum plenus, dissolvi iam cupiens et
esse cum Cfaristo, quo die mortem ipse erat obiturus, divino instinctu
admonitus, cathedralem Ecclesiam ingressus est, ubi coelestium rerum
contemplationi intentus, placide in Domino obdormivit”. (LUPOLI, Synodus
Compsana, p. 298).
41
E l’ipotesi di Daniela Mauro, che ritengo fondata: “Il sarcofago
potrebbe appartenere alla fase preromanica dell’edificio ed essere stato
reimpiegato per dare degna sepoltura alle spoglie dell’arcivescovo, del quale
già si narravano i miracoli”. Cfr. D. MAURO, Nuove tracce della produzione
scultorea nella Longobardia Minore, in “Rassegna storica salernitana,” n. s.,
II/ 2 (1985), pp. 91-108, in part. p. 100.
e il coperchio “a capanna” poggiava su delle basi di una trentina
di centimetri42.
Sul sarcofago non vi sono iscrizione il che farebbe
pensare che la “canonizzazione” popolare non sia avvenuta
subito, ma qualche tempo dopo. E tale mancanza di iscrizioni è
pure all’origine della difficoltà trovata dai conzani anni dopo a
ritrovare il suo corpo, disperso per qualche evento drammatico.
D’altra parte, anche ad ovviare a tale carenza, la sua
fama di santità è rivelata in due iscrizioni già inglobate nel
pilastro maggiore della cattedrale. La prima, quella che era
incastonata in cornu epistolae diceva:
“Perché continui a cercare?
Le ossa del presule Erberto sono qui.
Non startene lì fermo!
Mettiti a pregare dal profondo del cuore!
Questo padre e presule governò i conzani,
e quelli che una volta resse ora li protegge dall’alto.
O felicissima Conza, che custodisci le ossa di tanto presule,
mentre le veneri cresce la tua lode.
Anno del Signore 1118”43.
La seconda, immurata in cornu evangelii, era una invocazione al
Santo: “O Erberto, vescovo e almo Padre, proteggi i Conzani
che vengono qui a venerare le tue ossa”44.
42
Per gli aspetti architettonici del sarcofago, vedi V. DE MARTINI,
II sonno inquieto di Erberto, in “Il Mattino” 16 febbraio 1984, Cronaca di
Avellino, p, 16; MAURO, Nuove tracce, P. Di FRONZO, L’arte sacra in Alta
Irpinia, IV, Mercogliano 1998, pp. 18-21.
43
“Quo pergis sunt hic Herberti presulis ossa / quid cessas imo
pectore funde preces / Hic Pater et presul comp(sani)s prefuit / olim, quod
rexit tandem cernit / in arce poli felix Compsa nimis que ta / nti presulis ossa
contegis, illa / colens non sine laude tua. A.D. 1118”
44
“Aspires Herberte tuis ve(ne) / rantibus ossa, / hic tua Compsanis
presul / et alme Pater”.
L’inizio della prima epigrafe è rivelatore di una
circostanza particolare. Quella che vede i conzani alla ricerca del
corpo di S. Erberto. L’autore dell’epigrafe taglia corto: è qui, è
inutile cercarlo altrove. Una espressione che ben si addice ad
una situazione creatasi a seguito di una catastrofe naturale (una
guerra o un terremoto) che aveva provocato lo smarrimento
della popolazione e quindi la dimenticanza della tomba del
Santo. Mentre alcuni cercavano i corpi dei loro cari, altri si
preoccupavano delle reliquie del santo patrono, volendole
ritrovare per dare loro degna sepoltura.
Purtroppo lènto re del 1113 non aiuta in alcun modo a
chiarire l’anno della morte. L’opinione corrente è che sarebbe
morto nel 1181 e che lo scalpellino abbia invertito l’1 e 1’8.
Benché ingenua come spiegazione, non è facile dimostrarne
l’infondatezza. Non si dovrebbe però escludere la possibilità che
l’iscrizione sia stata composta cento o duecento anni dopo,
magari ancora una volta dopo lo sbandamento di un terremoto,
quando effettivamente si era persa memoria dell’epoca in cui
Erberto era vissuto. Tanto più che questa seconda
interpretazione giustifica meglio sia l’errore che il fatto che
Erberto era già considerato un santo. Anche se non impossibile,
è alquanto improbabile che, a distanza di pochi anni dalla morte,
da una parte lo scalpellino abbia sbagliato la data, dall’altra nella
cattedrale siano state apposte due epigrafi così glorificanti e in
siti così prestigiosi.
Le due epigrafi, pur rivelatrici della sua fama di santità,
non danno notizia di miracoli avvenuti presso la sua tomba. Ma
è probabile che guarigioni e grazie siano state attribuite alla sua
intercessione, altrimenti non si spiegherebbe la “canonizzazione”
popolare. Per avere notizia di miracoli specifici bisogna
attendere la prima metà del XVI secolo.
Il primo miracolo è l’aiuto prestato da S. Erberto ad una
sua fedelissima devota, la contessa Isabella Ferrella. Figlia del
conte di Muro, intorno al 1532 Isabella convolava a giuste nozze
con il giovane Luigi, figlio del conte di Conza, Fabrizio. Isabella
portava al futuro (1545) conte di Conza ricchi possedimenti,
come la baronia di Montefredane nella Valle Beneventana. E
con quelle ricchezze il futuro appariva abbastanza roseo (infatti
nel 1543 avrebbero acquistato il principato di Venosa). Ma tante
speranze erano rattristate dal fatto che poco dopo il matrimonio
gli sposi scoprirono che Isabella non poteva avere figli.
Immaginarsi la tristezza che avvolse gli sposi. Ma Isabella non
disperò e quotidianamente andava a pregare presso la tomba di
S. Erberto.
Pochi mesi dopo si ritrovò incinta, e non solo ebbe un
figlio, Fabrizio, ma dopo di lui vennero anche Carlo, Alfonso,
Giulio, Sveva, Maria e Costanza45. E se Carlo morì giovinetto,
grande fortuna ebbero gli altri figli. In particolare Alfonso che,
come si sa, divenne arcivescovo dì Conza, cardinale di santa
Romana Chiesa ed a Roma nunzio del re Filippo III presso il
papa Gregorio XIII46.
Parlando della possibile origine spagnola si. è già
accennato ad un secondo miracolo avvenuto una quarantina
danni dopo quello appena narrato. Trovandosi a Conza una
compagnia di soldati spagnoli nei 1573, uno di essi, incuriosito
dalla voce che il santo fosse d’origine spagnola, chiese ai
canonici di aprire la tomba. Essi si rifiutarono, considerando il
gesto sacrilego. Ma il soldato non si diede per vinto e con l’aiuto
della spada cercò di aprire la lastra superiore. Vi riuscì, ma nel
movimento si ferì seriamente. Alla vista del sangue, gli astanti
cominciarono a gridare e ad invocare il Santo. Un canonico
allora toccò devotamente le ossa del Santo con una corona e con
questa la ferita del soldato. La guarigione del loro commilitone
45
C. DE LELLIS, Discorsi delle Famiglie Nobili del Regno dì
Napoli, II, Napoli 1663, pp. 17-20. Vedi anche CIOFFARI, Calitri. Uomini e
terre nel Cinquecento, Bari 1996, p. 8.
46
Su di lui vedi CIOFFARI, Calitri. Uomini e terre, pp. 945.
spinse i soldati spagnoli a comportarsi bene con la popolazione
conzana.
Un tentativo di riordino delle reliquie, a partire dalla
cripta, lo fece proprio l’arcivescovo Alfonso Gesualdo il quale
promosse delle ricerche e degli scavi nella cripta, riponendo
tutte le reliquie in un armadio che fu collocato nella sacrestia. La
Cronista Conzana aggiunge anche che in esso
vi sta anco conservata l’indulgenza di Calisto II come diremo appresso, come
l’autentica della consacrazione di detta chiesa consacrata da Roberto,
vescovo di Muro, per ordine di S. Herberto arcivescovo di Conza all’hora
eletto nell’anno 116947.
Col tempo, la fantasia popolare aveva intanto creato la
leggenda che chiunque avesse osato aprire quel sarcofago e
disturbare il sonno del santo patrono sarebbe morto nel corso di
quell’anno. L’arcivescovo Gaetano Caracciolo sfidò due volte
questa credenza popolare. Una prima in segreto, quando si
limitò a chiamare un “mastro fabricatore che vi scavò e ritrovò
molt’osse sotto” e senza toccarle lo richiuse; una seconda, il 23
marzo 1684, quando l’aprì pubblicamente dopo aver fatto
preannunciare la cerimonia. I conzani accorsero in massa,
essendosi sparsa la voce che l’arcivescovo volesse portare
altrove il corpo del Patrono. L’autore della Cronista Conzana
dice che i conzani “si quietorno, quantunque detto monsignore
ne prendesse diverse reliquie”48. E da ritenere che la protesta si
facesse sentire a lungo, e che solo dopo molti anni i cittadini si
siano rassegnati, sollevati in parte da quei “sacri soperletteli,
candelieri, carte di gloria e giarre d’ottone assai belle”49, come
pure dal fatto che il suddetto sarcofago fosse collocato al centro
47
CC, libro I5 cap, V, discorso I, f. 54.
Ivi, f. 53.
49
Ivi.
48
del presbiterio50. Ed effettivamente l’arcivescovo Caracciolo
prese varie iniziative per dare lustro al santo Patrono, con
istituire processioni, stampare immagini, e mettendo la sua
effigie nel suo stemma. Fece fare pure una statua del Santo,
ponendogli al dito il vero anello che aveva prelevato dalla sua
tomba. Con il Caracciolo, il cui esempio fu seguito dai suoi
successori sulla cattedra arcivescovile, iniziava dunque un
periodo di rinascita del culto di S. Erberto.
7. Conclusioni
La figura di S. Erberto si staglia abbastanza bene nel
quadro del regno di Guglielmo il Buono, sostenitore della
politica di papa Alessandro III, tendente a ridurre le prerogative
dell’imperatore Federico Barbarossa. Il suo nome, d’origine
anglosassone, era già ben assestato nell’Irpinia del tempo, ed è
quindi probabile che fosse nativo di Conza o delle vicinanze.
Nato dunque intorno al 1120, e cresciuto nel clero
conzano, era entrato forse a far parte del capitolo verso il 1160,
dopo di che i canonici nel 1168 lo elessero loro arcivescovo.
L’assenso di Guglielmo il Buono nel 1169 gli permise di avviare
un programma di riforme morali e disciplinari nel clero
conzano. Un programma che vide l'appoggio autorevole del
papa Alessandro III, che precedentemente era stato professore di
diritto. Onde, le lettere di S. Erberto a questo papa vanno viste
non solo come fedeltà al papa legittimo, ma anche come
effettiva richiesta di consiglio pastorale.
La partecipazione di S. Erberto al concilio Lateranense
III (1179) è un ulteriore conferma di quanto avesse a cuore la
riforma della Chiesa e soprattutto la liberazione di essa
dall’asservimento al potere imperiale. Probabilmente è su questo
sfondo che si svolse il duro scontro con Ruggero di Laviamo,
50
Cfr. CC Aggiunta doppo la morte dell’Authore, in RICCIARDI,
La cattedrale di Conza, in questo stesso volume.
che si rifiutava di pagare le decime alla mensa arcivescovile,
L’appoggio sia del re che del papa fanno pensare ad un successo
di S. Erberto, anche se poi, con l’avvento degli Svevi, Ruggero
otterrà importanti riconoscimenti.
Non vi sono elementi per determinare con certezza
l’anno della sua morte, che molti pongono al 1181, pensando tra
l’altro che tale supposizione sia avvalorata dal presunto errore
dello scalpellino nell’epigrafe sull’arco maggiore della
cattedrale, che scrive 1118. Ma forse è più accettabile come data
della sua morte quel fatidico anno 1184, quando, mentre egli era
In preghiera nella cattedrale, fu sorpreso dal terremoto,
chiudendo gli occhi nel Signore,
Come molti santi di epoca normanna, e tutti quelli di
epoca precedente, S. Erberto non è stato canonizzato dalla
Chiesa romana, ma soltanto dal popolo del quale egli fu pastore
sollecito. Certamente, nella memoria del popolo per secoli
restarono i suoi miracoli, ma il santo patrono di Conza non trovò
II suo biografo che ne tramandasse il ricordo nel secoli. Persino
la Cronista Conzana si limita a riportare soltanto due miracoli,
quello a favore di Isabella Ferrella, che da sterile riuscì per la
sua devozione ad avere parecchi figli, e quello a favore
dell’intraprendente soldato spagnolo che volle aprirne il
sarcofago, e feritosi fu guarito. Di conseguenza, anche per lui
vale ciò che si è verificato per la maggior parte dei santi antichi
e medioevali: molte cose si sanno, ma, per la maggior parte, i
suoi meriti sono noti soltanto a Dio.
La cattedrale di Conza ai tempi
di monsignor Gaetano Caracciolo e la
rinascita del culto di S. Erberto
EMILIO RICCIARDI
*La cattedrale di Conza1 fu innalzata prima del 1344 nell’area
occupata in età romana dal foro della città; più volte distrutta dai
tanti terremoti che funestarono l’Irpinia, fu ogni volta
ricostruita. Le notizie disponibili sulla chiesa prima del XVII
secolo sono scarse e incerte, poiché le carte del Quattro e del
Cinquecento dedicano poche righe alla città e nessuna alla
Abbreviazioni e sigle:
ADSAL
S. Angelo dei Lombardi, Archivio diocesano
ASN
Napoli, Archivio di Stato
CC
Cronista Conzana
1
Su Conza della Campania cfr. ADSAL, ms. del 1691, D. A.
CASTELLANO, Cronista conzana (parte del manoscritto è riportata in G.
CHIUSANO, La Cronista conzana, Conza della Campania 1983); F.
UGHELLI, Italia sacra, II ediz., VI, Venezia 1720; F. SACCO, Dizionario
geografico-istorico-fisico del regno di Napoli, I, Napoli 1795; L.
GIUSTINIANI, Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli, IV,
Napoli 1802, p. 122; F. P. LAVIANO, La vecchia Conza e il castello di
Pescopagano, Trani 1924; V. ACOCELLA, Storia di Conza, I, Il gastaldato
e la contea fino alla caduta della monarchia sveva, estratto dagli “Atti della
Società Storica del Sannio” Benevento 1927-1928; G. GARGANO, Ricerche
storiche su Conza antica, Avellino 1934; V. ACOCELLA, Storia di Conza,
II, La contea dalla dominazione angioina al Vicereame, estratto da
“Samnium” 1942, 1945, 1946, poi in volume, Napoli 1946; G. CHIUSANO,
Memorie conzane, Lioni 1969; A, CESTARO, Le diocesi di Conza e
Campagna nell’età della Restaurazione, Roma 1971; G. FELICI, Il
principato di Venosa e la contea di Conza dai Gesualdo ai Boncompagni
Ludovisi, a cura di A. Capano, Venosa 1992; E. RICCIARDI, Conza in
Campania dopo il terremoto del 1694, in “I Beni Culturali. Tutela e
conservazione” 1/1997, pp. 16-18.
Conza della Campania, cattedrale – lato Nord Ovest – situazione attuale
Conza della Campania, cattedrale – lato Sud Est – situazione attuale
chiesa2. Uno dei primi documenti in cui si accenna alla
cattedrale è di pochi anni successivo al sisma del 1627:
Consa, che è arcivescovato et in altri tempi fu Città grande, appena hora
conserva la chiesa metropolitana per la celebratione delle fontioni
arciepiscopali, essendo nel resto desolata. Gl’abitanti son pochi (...) La chiesa
è assai bella, ove sono le sepolture degli antichi Signori Gesualdi conti di
Consa (...) Il territorio è grande e bello a meraviglia, ma per carestia
d’huomini e bovi non è coltivato3.
Gli atti delle visite pastorali datano da metà Cinquecento, e tra la
fine del Seicento e l’inizio del secolo successivo esistono altre
quattro descrizioni che possono aiutare a chiarire l’aspetto della
cattedrale nel periodo a cavallo tra i due terremoti del 1694 e del
1732. L’ultima di esse5 contenuta in un manoscritto inedito di
inizio Settecento, permette inoltre di precisare il ruolo che
l’arcivescovo Gaetano Caracciolo4, titolare della diocesi dal
1682 al 1709, ebbe nella diffusione del culto di S. Erberto,
patrono di Conza e arcivescovo della città tra il 1169 e il. 11815.
2
Cfr. E, RICCIARDI, Conza in età moderna, I - Dal 1494 al 1696,
in “Il Calitrano”, n.s. 11 (1999), pp. 13-17.
3
Roma, Archivio Boncompagni - Ludovisi, prot. 274, parte III, n. 18 [1637],
riportato in FELICI, Il Principato di Venosa.
4
Gaetano Caracciolo, del ramo dei duchi di Belcastro, nacque nel
1656 a Napoli da Tommaso e da Vittoria Sersale. Fu il cardinale Innico
Caracciolo, arcivescovo di Napoli, a proporlo alla guida della cattedra
conzana e a consacrarlo arcivescovo nel 1682 nella cattedrale di Napoli.
Giunto in sede, a Santomenna, riceve il pallio dalle mani dello zio materno
Carlo Gargano, vescovo di Belcastro, e resse la diocesi per ventisette anni,
fino alla sua morte, avvenuta nel 1709. CC, libro I, capo IV, discorso I, ff.
4243; cfr. anche F. UGHELLI, Italia sacra, II ediz., VI, Venetiis 1720, col.
827-828.
5
Su S. Erberto cfr. A. BALDUCCI, in Bibliotheca Sanctorum, IV,
Roma 1963, p. 1295, s.v., a cui si rimanda per la bibliografia.
1. La Cronista Conzana e le altre descrizioni della
cattedrale
Come è noto, la più importante fonte sulla storia di
Conza e sulle terre della sua diocesi è la Cronista Conzana,
scritta intorno al 1691 da Donato Antonio Castellano6; l’opera,
dedicata all’arcivescovo Gaetano Caracciolo, di cui Castellano
fu vicario generale, raccoglie una gran mole di informazioni7;
l’autore descrive anche la cattedrale secentesca, della quale
ricorda che, prima del restauro intrapreso dall’arcivescovo
Caracciolo, “era a un certo uso antico mal acconcia bassa, et
oscura”8. L’aula inoltre era umida e appariva affollata di altari,
sepolture e altre superfetazioni che si erano stratificate nel corso
degli anni e che, a giudizio di Castellano, la rendevano
indecente.
Anche dopo i terremoti del 1561 e del 1627, che di certo
resero necessari lavori di riparazione e di consolidamento delle
strutture, gli interventi architettonici nella chiesa furono pochi e
di piccola entità, a causa delle scarse risorse economiche della
mensa arcivescovile: già al tempo del cardinale Alfonso
6
Donato Antonio Castellano, nato a Bagnoli Irpino da una famiglia
originaria di Teora, fu vicario generale sotto monsignor Caravita e alla morte
dell’arcivescovo resse la diocesi per nove mesi in qualità di vicario
capitolare. Nel 1685 fu prescelto come vicario generale anche da monsignor
Gaetano Caracciolo. Si ignora l’anno della sua morte, CC, libro I, capo IV,
discorso II f. 49.
7
Sulla cattedrale cfr. G. FRATIANNI, La cattedrale di Conza, Note
archeologiche e architettoniche, in “Civiltà altirpina” n.s., 1990/2, pp. 8-14;
RICCIARDI, Conza in età moderna. 1; ID, Conza in età moderna. 2 - Una
descrizione del 1713, in “il Calitrano” n.s., 12 (1999), pp. 12-14; ID., Conza,
S. Maria Assunta, in Santuari della Campania, a cura di U. DOVERE,
Napoli 2000, pp. 329-330.
8
Questa e le altre citazioni del presente paragrafo sono tratte da CC,
libro I, capo V, discorso I, ff. 50-57.
Gesualdo9 arcivescovo della città dal 1565 al 1572, era stato
necessario ridurre il capitolo., una volta composto da una
trentina di persone, a soli 12 canonici, poiché “per la tenuità
della sua rendita et anco per la pessima residenza nessuno ve
aspira”.
La Cronista Conzana, descrivendo la cattedrale, elenca
diversi altari antichi demoliti nel corso del Seicento, come la
cappella di S. Antonio di Padova, nella quale fu sepolto
l’arcivescovo Salvatore Caracciolo (1S724S73)10; la cappella di
S, Margherita, dove “in un muro era pittata l’effigie di detta
santa assieme con quella di S. Donato, e S. Francesco di
Paula”11; e la cappella della Maddalena, che esisteva nella
cattedrale al tempo dell’arcivescovo Fabrizio Campana
9
Su Alfonso Gesualdo cfr. C. D’ENGENIO CARACCIOLO, Napoli
Sacra, Napoli 1623, p. 26; B. CHIOCCARELLI, Antistitum praeclarissimae
Neapolitanae Ecclesiae catalogus, Neapoli 1643, pp. 354-355; UGHELLI,
Italia Sacra, I, col. 148, 243 e 274, e VI, col. 167 e 822; G. SPARANO,
Memorie istoriche per illustrare gli atti della S. Napoletana Chiesa, I, Napoli
1768, pp. 269-273; G. MORONI, Dizionario di erudizione storicoecclesiastica, XXX, Venezia 1845, p. 107; L. PARASCANDOLO, Memorie
storico - critico - diplomatiche della Chiesa di Napoli, IV, Napoli 1849, pp.
101-107; S. D’ALOE, Storia della Chiesa di Napoli, Napoli 1861, pp. 584585; V. ACOCELLA, Storia di Calitri [1946], r. a., Calitri 1984, pp. 246248; A. VACCARO, Carlo Gesualdo principe di Venosa, L’uomo e i tempi,
Venosa 1989, pp. 25-31; G. CIOFFARI, Calitri. Uomini e terre nel
Cinquecento, Bari 1996; S, FECI, in Dizionario Biografico degli Italiani,
LIII, Roma 1999, pp. 488-492, s.v. ; E. RICCIARDI, Alfonso Gesualdo (1540
-1603), in “il Calitrano” n.s., 20 (2002), pp. 4-8; ID., Appunti per una
biografia di Alfonso Gesualdo (1540-1603), in “Archivio Storico per le
Province Napoletane”, CXIX (2003), pp. 149-171.
10
Questa cappella era stata ricostruita intorno al 1670
dall’arcidiacono Francesco Erberto Gallo, un dotto sacerdote di Conza che
era stato vicario generale di tre arcivescovi (Rangone, Campana e Lenzio) e
vicario capitolare alla morte di ciascuno di essi; ai tempi di Castellano della
cappella era rimasto solo il luogo spoglio che una volta accoglieva l’altare.
CC, f. 56.
11
Ivi.
(16534667), lo stesso prelato che aveva fatto riparare i danni
causati dal terremoto del 162712.
Nel 1668 l’arcivescovo Jacopo Lenzio (16684672) fece
demolire altri quattro altari, intitolati al Crocifisso, alla Trinità, a
S. Maria del Soccorso e all’Annunziata, mentre nel 1680, per
volere di monsignor Paolo Caravita (1673-1681), si diede inizio
alla costruzione di un nuovo campanile, riutilizzando le pietre
tratte dalla pavimentazione stradale di età romana e da un
“tempio d’idoli (...) ch’era circondato di bellissime pietre
d’intaglio”; vicino al tempio c’èra un cimitero medievale,
“vulgarmente dimandata la Carnalia” che godeva del beneficio
di un’indulgenza concessa dal papa Callisto II13.
12
La visita pastorale condotta nel 1658 dall’arcivescovo Fabrizio
Campana contiene una breve descrizione della cattedrale, nella quale sono
ricordati il fonte battesimale all’ingresso della chiesa, la sacrestia con le
reliquie e la porta che conduceva alla cripta di San Menna, l’altare maggiore
intitolato alla Vergine Assunta con le lampade sempre accese davanti a
un’antica tavola raffigurante la Vergine titolare, l’altare di S. Maria della
Pietà “in cornu epistolae (…) in quo adest icona magna ex tela effigie
eiusdem virginis decorata” la cappella di S. Maria della Scala “cum statua
eiusdem virginis ex stucco sub quadam lamiola subtus organum” e con una
sepoltura, la cappella di S. Maria della Gaggia “in quo adest lamia magna sita
in quadam cupula, et in medio (…) est statua lignea deaurata posita in
nicchio, et huiusinde (…) icona adsunt cornices, et columnae deauratae”
l’altare di S. Margherita, con l’immagine della santa insieme a S. Donato e a
S. Francesco di Paola. Seguivano gli altari di S. Nicola, di S. Maria
Maddalena, della SS. Trinità e della SS. Annunziata, con immagini
consumate dall’antichità, poi l’altare di S. Erberto “quod est remotum intus
latere ecclesiae quadam lamiolam latere dextro ecclesiae” con il corpo del
santo arcivescovo racchiuso nel sepolcro marmoreo, infine gli altari di S.
Maria degli Angeli, di S. Antonio di Padova e di S. Bernardino. E descritta
anche la cripta di S. Menna, nella quale “adest altare absque ulla statua, seu
effigie”. Infine il campanile con cinque campane. (ADSAL, Vìsite pastorali
Arcivescovo Fabrizio Campana, ff. 1-10 [1658]). Ringrazio mons. Tarcisio
Gambalonga che mi ha dato la possibilità di consultare i documenti
dell’Archivio diocesano di S. Angelo dei Lombardi.
13
“Da quest’indulgenza ne accadeva in tempi antichi, che sin dal
Cilento venivano gli cadaveri di defonti cristiani, che in tempo che vivevano
L’intervento più radicale di tutto il XVII secolo si deve
all’arcivescovo Gaetano Caracciolo, il quale, appena entrato in
possesso della diocesi, ordinò che fossero tolti dalla chiesa tutti i
piccoli altari, tra cui quello di S. Maria della Scala, legati a
benefici di cui si era persa la memoria. Così, scriveva
Castellano, “hoggidì oltre il detto altare maggiore non vi è
rimasta altra cappella se non che quella delli signori conti di
Conza, quella di Santa Maria della Caccia ed’altra del soccorpo
di Santo Menna”.
Dopo i lavori, la chiesa, rifatta nelle coperture e negli
intonaci, si presentava a tre navate divise da archi su pilastri a
base quadrata, con la navata centrale larga il doppio delle navate
laterali e conclusa da un’abside semicircolare, secondo un
modello comune agli impianti basilicali di derivazione cassinese
diffusi in tutta la Campania in età romanica, Nell’aula superiore
rimanevano solo l’altare maggiore e due altari laterali; al primo,
intitolato alla Madonna della Gaggia e di patronato
dell'Università di Conza, afferiva una confraternita che ne
amministrava le entrate, ridotte ai tempi di Castellano “a
pochissima rendita”.
Il secondo altare, intitolato a S. Maria delle Grazie, si
trovava in testa alla navatella destra, nella cappella gentilizia dei
Gesualdo, antichi signori di Conza, della quale Castellano
ricorda il quadro d’altare “con l’effigie della Madonna
Santissima delle Grazie con l’anime dei Purgatorio fatto fare in
Roma dal signor cardinal Giesualdo” e i “due depositi di marmo
finissimo con gran architettura disegno, e scultura”, che
racchiudevano i corpi di Luigi III Gesualdo (m. 1515) e di sua
madre Costanza di Capua, moglie di Sansone Gesualdo (m.
s’erano dispost’in testamento, che se fossero sepeliti in detta chiesa di Conza,
così lo dice Pescara nella sua visita, et in una certa strada, e collina verso
Teora vi è una certa fontana, nella quale per traditione se dice, che
prendevano riposo coloro, che portavano il morto, e perciò sin’al presente
giorno se dimanda la Fontana delli Morti” (CC. f. 54).
1484). II sepolcro di Fabrizio Gesualdo era decorato da “quattro
statue delle quattro virtù assi belle” mentre su quello della
madre, di fattura più semplice, c’era l’immagine della defunta.
La cripta della chiesa, testimonianza superstite della
fabbrica di età romanica, ospitava un piccolo altare sotto il quale
la tradizione voleva fosse sepolto il corpo di S. Menna;
monsignor Caracciolo approfittò dei lavori nella chiesa per
tentare uno scavo nella cripta, alla ricerca delle spoglie del
santo14.
La trasformazione più importante tra quelle volute da
Caracciolo fu lo spostamento del sepolcro di S. Erberto, che fino
a quel momento si trovava “dentro una cappelluccia assai
piccola nel lato destro del ingresso della chiesa”. L’arcivescovo
fece aprire in segreto la cassa di pietra lavorata che racchiudeva
il corpo del santo, sfatando “l’antica voce che correva che il
primo che il vedeva haveva da morire in quel anno”, e ne
prelevò diverse reliquie, tra cui l’anello, poi collocato al dito di
una statua di legno commissionata dallo stesso prelato. Quindi
ordinò di trasferire il sarcofago sotto l’altare maggiore e il 23
marzo 1684, nel corso di una solenne cerimonia, fece aprire di
nuovo la tomba, questa volta alla presenza di tutto il popolo, per
procedere alla, ricognizione canonica delle spoglie.
L’apertura di detto tummolo fu la seconda volta alli 23 di marzo 1684 (...)
nella quale successero gran rumori, atteso che quelli pochi conzani, benché
bona parte infermi, corsero tutti in chiesa, et huomini, et donne, col sopposto
che detto monsignor arcivescovo volesse trasferire detto corpo santo in altra
terra, ma poi si quietorno quantunque detto monsignore ne prendesse diverse
reliquie. Hoggidì si ritrova detto altare maggiore non solo arricchito di detto
corpo santo, ma anco ornato di sacri soperletteli candelieri carte di gloria, e
giarre d’ottone assai belle15.
14
“In tempo rifece la chiesa monsignor Caracciolo vi fu un mastro
fabricatore che vi scavò, e ritrovò molt’osse sotto che non fe’ toccarle
facendo serrare l’apertura con delibera di vederle appresso, che sin’ora non si
sono viste.” (Ivi).
15
Ivi, f. 53.
Sebbene non si trattasse di un vero ammodernamento,
come di certo avrebbe desiderato il dinamico arcivescovo, alla
fine del XVII secolo la cattedrale doveva apparire agli occhi dei
conzani molto diversa da quella che per secoli avevano visto i
loro antenati: completamente rinnovata, rilucente di arredi sacri
e soprattutto con il sepolcro di S. Erberto al centro del
presbiterio. Ma pochi anni dopo il terremoto del 1694 radeva al
suolo la chiesa insieme con la città e con molti paesi vicini; ecco
come lo racconta un cronista del tempo:
La diocese di Gonzo ha patito notabilmente, potendosi dire, senza
esageratone, che quel monsignor arcivescovo Caraccioli sia divenuto pastore
senza ovile, per esser rimaste la maggior parte delle sue terre a lui sottoposte
distrutte da questa disgrada (...) Conza può dirsi che più non vi è, e la sua
chiesa maggiore di S. Giberto non si conosce ove era16.
Nella cattedrale rimasero in piedi solo il coro e alcune
cappelle. La violenza del sisma fece crollare la copertura della
cappella Gesualdo e i marmi che decoravano i sepolcri furono
impiegati per ricostruire l’altare maggiore e quello dedicato a S.
Maria di Loreto, della famiglia Mirelli, i nuovi proprietari della
città17.
16
Vera e distinta relazione dello spaventoso e funesto terremoto
accaduto in Napoli e parte del suo regno il giorno di 8 settembre 1694 (...) et
in particolare nelle tre Provincie di Principato Ultra, Cifra e Basilicata...,
Napoli-Roma 1694, pp. 4 e 5.
17
Appendice, doc. 1, riportato in RICCIARDI., Conza in età
moderna. 1, pp. 1546.
L’arcivescovo Caracciolo promosse subito la
ricostruzione della chiesa. Del nuovo edificio, di dimensioni più
contenute rispetto alla fabbrica precedente, resta la descrizione
del “tavolario” Giuseppe Di Gennaro18, che visitò Conza nel.
1717; la nuova cattedrale era “formata alla moderna, con tré
navi, divisa con archi e pilastri di buon disegno, e proportione,
coverta quasi tutta di già a tetti, mancandovi solo l’intonico,
ornamento di stucco, altari, e pavimento”19. La descrizione
menziona anche la cripta con i corpi dei santi e la cappella dei
Gesualdo, temporaneamente adattata a sacrestia:
In testa di detta cappella vi è l’altare col quadro di Nostra Signora delle
Gratie, di mediocre pittura, con cornice dorata, e parimente un’antichissima
statua di legno di Nostra Signora, et altra di Santo Vito, e nelle mura laterali,
e parte opposta di detto altare, sonovi vent’uno quadri con cornici negre,
rappresentantino arcivescovi, che sono stati di detta Città, e per non esser
finita la chiesa, in questa cappella ufficiano li reverendi canonici20.
Questa è l’unica descrizione della cattedrale agli inizi del
XVIII secolo, prima che il terremoto del 1732 la distruggesse di
nuovo. La chiesa fu ricostruita nelle stesse forme
dall’arcivescovo Giuseppe Nicolai (1731-1758)21 e poi
definitivamente distrutta dal terremoto del 198022.
18
I “tavolati” erano i professionisti incaricati di redigere perizie e
piante di beni immobili e dipendevano dal Sacro Regio Consiglio. Cfr. E
STRAZZULLO, Edilizia e urbanistica a Napoli dal ‘500 al ‘700, Napoli
1968, pp. 31 ss..
19
Appendice, doc. 2, riportato in E. RICCIARDI., Conza in età
moderna, 2, pp. 12-14.
20
Ivi.
21
Cfr. UGHELLI, Italia sacra, VI, col. 801.
22
Sulla cattedrale odierna, ricostruita a valle dell’antico
insediamento, cfr, S. DI LIELLO - P. Rossi, Le cattedrali della Campania.
Architettura e liturgia del Concilio Vaticano II, Milano 2003, pp. 136-137.
Giuseppe Florio, 1759, S. Erberto, argento, dopo il restauro, Conza della
Campania, cattedrale.
Andrea Miglionico, inizi XVIII secolo, L’arcivescovo Gaetano Caracciolo
benedice i fedeli, olio su tela, già in S. Andrea di Conza (AV), Chiesa procattedrale di S. Michele (Nusco, Museo diocesano di arte sacra).
2. L’arcivescovo Caracciolo e il culto di S. Erberto
Della Cronista Conzana esiste una seconda copia
manoscritta, conservata in una biblioteca privata. E un volume
in ottavo, rilegato in pergamena, al quale però mancano circa
duecento pagine (quelle che descrivono le terre della diocesi).
Nonostante sia mutila, questa copia è di grande interesse, poiché
contiene una Aggiunta doppo la morte dell’Authore23 (il che fa
pensare che Donato Antonio Castellano fosse rimasto vittima
dei terremoto).
L’ignoto cronista24, le cui capacità di scrittore non
sembrano all’altezza di quelle del suo predecessore, intende
celebrare, non senza una certa enfasi retorica, i meriti
dell’arcivescovo, non essendo sufficienti, a suo giudizio, le
notizie già fornite da Castellano; ma il dato più importante che
emerge dalla lettura dell’Aggiunta, al di là delle notizie di storia
e di architettura che pure non mancano, è il ruolo di primo piano
che monsignor Caracciolo svolse nel promuovere in tutti i modi
e con tutti i mezzi la devozione verso S. Erberto.
Dal manoscritto emerge il profilo di un presule volitivo e
dinamico, che non appena giunto in sede promuove un radicale
ammodernamento della cattedrale, nella quale i suoi
predecessori avevano speso ben pochi soldi, trasformandola “in
un tempio, che emulava i più magnifici s’amirano non dico nelle
città circonvicine, ma delle più cospicue del regno” e
arricchendola di arredi e paramenti sacri “di pretiosità mai
veduta in questi luoghi”25.
23
Appendice, doc. 3, Aggiunta doppo la morte dell’Authore, ff.
411420. Il manoscritto mi è stato segnalato dall’ ing. Emilio Cicoira, che qui
ringrazio.
24
L’autore dell’Aggiunta, scritta intorno al 1709, potrebbe essere
don Giuseppe Bozza, che aveva sostituito Castellano nella carica di vicario
generale. Oppure l’arcidiacono Michele Natale, vicario generale e poi vicario
capitolare tra il 1709 e il 1716.
25
Aggiunta ff. 411-413.
Come sottolinea il cronista, Caracciolo fu il primo vescovo a
investire tanto denaro in una diocesi che, sebbene ricca di storia
e grande di estensione, aveva perso, a causa della posizione
decentrata e delle scarse rendite, l’importanza avuta in passato.
L’attivismo del prelato si manifestò anche nel fondare nuove
chiese, oltre che nel far scavare cripte e aprire sepolcri per
cercare testimonianze di santi dell’antichità, sia a Conza, sia
nelle altre terre della diocesi.
Una volta individuato in S. Erberto il personaggio sul
quale concentrare la propria attenzione, l’arcivescovo ne
promuove la venerazione tra i fedeli della diocesi con una
strategia che lascia impressionati per la coerenza e la
determinazione.
Per prima cosa Caracciolo fa trasferire la tomba del santo
“nel luogo più decente che v’è in chiesa, che appunto è l’altar
maggiore”26; poi, nel corso di una solenne cerimonia, fa aprire il
sepolcro davanti ai fedeli, badando che ci sia un grande
“concorso di cittadini della città, e delle terre convicine”.
Preleva dal sacro deposito molte reliquie, e non manca di
regalarne una al suo biografo e vicario Castellano, che ricorderà
nella sua opera il dono con parole colme di gratitudine; infine
commissiona una statua lignea di S. Erberto, al dito della quale
fa collocare l’anello doro preso dalla tomba del santo,
A differenza dei suoi predecessori, che di solito non
risiedevano in città per il clima malsano, Caracciolo si fa
costruire un’abitazione utilizzando alcune stanze sotto il
campanile e collegandole alla cattedrale attraverso una scala.
Tutti gli anni è a Conza per celebrare di persona la festa del
santo patrono “con grandissima pompa e assistenza de’ preti più
riguardevoli della diocesi vestiti di paramenti sacri, e con più
chori di musica”, e alla solenne funzione prendono parte
“migliaia e migliaia di persone, concurrendovi non solo dalle
26
Ivi.
terre convicine, ma da paesi lontanissimi (…) le confessioni, e
comunioni sono di più migliaia”27.
Negli inventari della cattedrale non si rinviene mai,
prima di monsignor Caracciolo, alcuna suppellettile con la
figura del patrono; i vescovi precedenti si limitavano ad apporre
il proprio stemma sugli arredi che avevano commissionato. Al
contrario Caracciolo, consapevole del potere persuasivo delle
immagini, prima commissiona la statua del santo, poi fa
stampare la sacra effigie in più copie e le distribuisce con le sue
mani ai fedeli, infine regala alla cattedrale numerosi arredi sacri
dove, accanto al suo stemma, è raffigurato S. Erberto28. E nelle
occasioni più solenni i fedeli vedono l’arcivescovo vestito di
paramenti preziosi decorati con l’effigie del santo patrono,
seduto su un trono sul quale è ricamata la stessa immagine.
Dalle suppellettili della cattedrale viene prelevata, per ordine del
prelato, una preziosa mitra “di tela d’oro a specchio antica” per
sistemarla “alla testa del corpo di S. Herberto”, mentre davanti
allattare viene collocato un paliotto “di tela palumbina con
ricamo di argento donato a S. Herberto dal signor principe della
Torella a rechiesta di monsignor arcivescovo”29.
L’azione di autoglorificazione che Caracciolo condusse
attraverso il culto di S. Erberto fa passare in secondo piano altri
aspetti meritori del suo episcopato, come la riforma del clero di
quella diocesi, intrapresa sull’esempio di un altro prelato della
stessa famiglia, il cardinale Innico Caracciolo, che pochi lustri
prima aveva promosso la stessa riforma nella diocesi di Napoli.
La prassi di legare il proprio nome a quello di un santo,
promuovendone o rafforzandone la venerazione da parte dei
fedeli, era abbastanza diffusa tra gli ecclesiastici. Per citare solo
due esempi, basti pensare all’arcivescovo normanno Arnaldo,
27
Ivi.
CQ f. 51.
29
Ivi, f. 52. Il principe di Torella in quegli anni era Marino
Caracciolo.
28
che nell’XI secolo organizzò la traslazione ad Acerenza delle
spoglie di S. Canio, antico vescovo di Atella, contribuendo alla
diffusione del culto del santo in un’ampia zona tra la Campania
e la Basilicata30; o all’azione dei prelati di casa Carafa a Napoli,
che nel XV secolo fecero costruire nella cattedrale della città il
succorpo in marmi preziosi per sistemarvi le ossa di S. Gennaro,
trafugate in età longobarda, ritrovate secoli dopo nell’abbazia di
Montevergine e riportate a Napoli, con una solenne cerimonia,
dal cardinale Alessandro Carafa.
Forse anche un altro grande arcivescovo di Conza, il
cardinale Alfonso Gesualdo, aveva tentato un’operazione
analoga con le reliquie prelevate dalla cripta della cattedrale e
trasferite nella sacrestia31; tuttavia egli preferì legare il suo nome
all’affermazione dei decreti del Tridentino e alla difesa dei
privilegi della mensa arcivescovile, un’impresa più consona alla
sua mentalità e al suo carattere. Né va dimenticato che Gesualdo
era tutto sommato poco interessato a Conza, poiché, divenuto
cardinale in giovanissima età e destinato a una luminosa
carriera, ambiva alla diocesi di Napoli, che ottenne solo in tarda
età.
Un’operazione della portata di quella compiuta da
Caracciolo richiedeva, come si è visto, un grande impegno,
soprattutto dal punto di vista finanziario, ma il ritorno in termini
di immagine era assicurato; né si può escludere che fosse lo
30
Cfr. A. VUOLO, Tradizione letteraria e sviluppo cultuale. II
dossier agiografico di Canione di Atella (sec. X-XV), Napoli 1995; E.
RICCIARDI, Da Aletta ad Acerenza. Il viaggio di S. Canio, in “il Calitrano”
n.s., 13 (2000), pp. 7-9.
31
“Dicono ancora che nelle muraglie di detta chiesa sotterranea vi
siano fabricate molte reliquie, e che il cardinal Giesualdo ne facesse scavar
molte delle quali si sta formato un reliquiario, che sta riposto in sacristia
dentro del quale vi sta anco conservata l’indulgenza di Calisto II come
diremo appresso, come l’autentica della consacrazione di detta chiesa
consacrata da Roberto vescovo di Muro per ordine di S. Herberto arcivescovo
di Conza all’hora eletto nell’anno 1169”. (CC, f. 54).
stesso prelato, al quale furono dedicate sia la Cronista Conzana
sia l’anonima Aggiunta manoscritta, a sollecitare i suoi vicari
affinché lasciassero ampia testimonianza della sua azione
pastorale.
Comunque siano andate le cose, l’operazione riuscì in pieno e da
quel momento la devozione verso S. Erberto non conobbe
pause; nel 1759 l'arcivescovo Marcello Capano Orsini,
utilizzando il lascito destinato alla cattedrale da monsignor
Giuseppe Nicolai, fece realizzare dall’orafo napoletano
Giuseppe Florio il busto in argento del santo, pagandolo 1.630
ducati32, mentre nel 1767 i canonici della cattedrale di Conza
celebrarono l’arcivescovo Cesare Antonio Caracciolo (17651776) facendo stampare un’acquaforte con l’effigie di S. Erberto
che, nella gloria degli angeli, impartisce la sua benedizione alla
città33.
3. Conclusioni
Alla luce delle attuali conoscenze non è possibile
stabilire in quale misura il culto dell’arcivescovo Erberto fosse
affermato in Conza prima dell’episcopato di. Gaetano
Caracciolo; nelle poche testimonianze di epoca precedente,
anche quando si parla della cattedrale, non si accenna mai al
santo patrono, e la chiesa è ricordata solo con il titolo di S.
Maria Assunta. D’altra parte non si conoscono fonti
agiografiche narrative su S. Erberto, che per questo motivo non
32
Cfr, E. CATELLO, L’arte argentana napoletana nel XVIII secolo,
in Settecento napoletano. Documenti, a cura di E STRAZZULLO, I, Napoli
1982, pp. 47-62.
33
Alcune abrasioni visibili sull’iscrizione al di sotto dell’immagine
fanno pensare che i canonici nel XVIII secolo abbiano riutilizzato la lastra
fatta incidere al tempo di monsignor Gaetano Caracciolo, aggiungendovi il
nome e lo stemma del nuovo arcivescovo.
è recensito nella Bibliotheca Hagiographica Latina34, e dagli atti
presenti presso la Sacra Congregazione dei Riti risulta che egli
non è mai stato ufficialmente canonizzato dalla Santa Sede35.
Dal XVII secolo i decreti restrittivi di Urbano VIII, volti
a disciplinare le canonizzazioni e le elezioni di patroni, si
limitavano, quando la fama di santità era fondata su una
tradizione locale, a permettere solo il culto di santi venerati
come tali da più di un secolo (culto ab immemorabili).
Bisogna considerare Infine che l’epoca di monsignor
Caracciolo fu caratterizzata da un gran numero di elezioni di
nuovi patroni nel Regno di Napoli (oltre 400 tra il 1631 e il
1750), e non è improbabile che il dinamico prelato avesse
pensato di seguire l’esempio delle principali città del Regno, che
nel corso del XVII secolo avevano moltiplicato II numero di
santi protettori36. La scelta di un vescovo come protettore di
Conza, più che seguire gli esempi dei paesi vicini (S. Canio a
Calitri, S. Leone a Cairano, S. Nicola a Teora) fu dettata
dall’intenzione, da parte di Caracciolo, di legittimarsi come
discendente di un tanto illustre predecessore, rilanciando un
culto che forse col passare dei secoli si era affievolito. La tenace
devozione che da oltre tre secoli lega i conzani al loro patrono
resta a testimoniare il successo dell’azione pastorale
dell’arcivescovo Gaetano Caracciolo.
34
Comunicazione personale del prof. Antonio Vuolo, che qui
ringrazio.
35
Sacra Congregatio Pro Cultu Divino, prot. n. 123 del 28 maggio
1969, in Anno Erbertiano, VIII centenario della Elezione e della
Consacrazione Episcopale di S. Erberto Arcivescovo di Conza (1169-1181),
Napoli 1970, pp. 3-4.
36
Tra il 1600 e il 1750 in Napoli vi furono 28 nuove elezioni di santi
patroni (che portarono a 35 il numero complessivo di protettori della città),
ad Altamura 21, a Lecce 20. Cfr. J. M. SALLMAN, Santi barocchi, Lecce
1996.
DOCUMENTI
1
ASN, Archivio Caracciolo di Torella, voi. 71, n. 9 [1696].
Detta città è decorata del titolo d’arcivescovo metropolitano, e tiene
sotto di sé sette vescovi suffragatici, il qual arcivescovo tiene la giurisdittione
civile, mista, delle terre di S. Menna, e S. Andrea, ed è signore del feudo
rustico detto di Palo rotondo in giurisdittione del stato di Melfi, e tiene
d’entrata detto arcivescovo annui ducati 4000 in circa»
Dentro detta città vi è la chiesa arcivescovale, sotto titolo dì Nostra
Signora dell’Assunta, ch’era fatta con buon disegno d’architettura a 3 navi, e
con molte cappelle dall’una, e l’altra parte, però al presente è tutta diruta, e
disfatta dall’ultimo terremoto sudetto, successo a 8 settembre 1694, e
solamente è restato in piedi il coro, dietro l’altare maggiore con il tumolo,
dentro il quale sta il corpo di S. Erberto, coll’altare sotto detto tumolo, nel
quale si celebra, et è rimasta anco in piedi una cappella di ius padronato
dell’antichi principi Gesualdi, conti di Conza dentro la quale vi sono due
turno li di marmo fino con grande architettura, e con statue, dentro li quali
stando riposti li cadaveri delli predetti conti di Conza Fabritio, et altri di
Gesualdo, e di Costanza di Capua, della quale cappella per la scossa del detto
ultimo terremoto se n’è caduta la sua lamia con una partita di muro, e dal
presente è rimasta, scoverta, che per la magnificenza di detta cappella si
doverla coprire, e ripararne il muro, cossi per l’antichità di essa, come per
conservare l’altare privilegiato, che in detta cappella, sotto il titolo di Santa
Maria della Gratia, nel qual altare si celebrano dalli reverendi canonici di
detta chiesa arcivescovale due messe cantate la settimana, e due lette
coll’elemosina di D. 90 l’anno, che si pagano dal padrone di detta città, e
dette messe si celebrano per l’anime del quondam Fabritio, Luise, ed Antonio
Gesualdo conte di Conza, che per esser scoperta la detta cappella si celebrano
dette messe trasferite dall’ordinario nel detto altare di s.to Erberto. Nella detta
chiesa arcivescovale vi sono molte reliquie colla sua sfera, pisside, e molti
calici con patene d’argento, e diversi, e molti altri ornamenti di qualche
valore.
Il detto arcivescovo risiede nella terra di S. Menna della sua diocese.
Viene servita, ed officiata la detta chiesa dalli suoi canonici con
mozzetto violato sopra la cotta, quali canonici per prima erano al n° di 12, e
fra essi quattro costituiti in dignità, cioè arcidiacono, cantore, arciprete, e
primocerio, al presente non vi sono più di cinque canonici, tra li quali due
dignità, cioè cantore, e primocerio, atteso gl’altri sono morti nel mese del
sommo Pontefice, e nessuno se l’ha procurato per esser di poco frutto, e non
vi è che un altro sacerdote in detta Città, ma bensì vi sono 4 clerici, ed un
cursore, e detti canonici tengono di rendita annui D. 220 in circa fra tutti.
2
ASN, Notai del XVII secolo, scheda 1150, prot. 21, ff. 626 ss. [1717]
Ritrovasi nella Città predetta la sua chiesa arcivescovile sotto il
titolo di Nostra Signora dell’Assunta, nuovamente rifabricata, ma non
compita, atteso che l’antica fu con buona parte della Città dal terremoto quasi
tutta spianata» Al presente la nuova è formata alla moderna, con tré navi,
divisa con archi, e pilastri di'buon disegno, e proportione, coverta quasi tutta
di già à tetti, mancandovi solo l’intonico, ornamento di stucco, altari, e
pavimento.
In testa ritrovasi tribuna coverta à lamia, dov’è l’altare sopra il
tumolo di pietra dura, sotto di cui oggi si conserva il corpo del glorioso S.
Erberto protettore di detta Città, essendo veramente ammirabile vedere, che
nelle mine di detta chiesa, Città e luoghi convicini, quella lamia sola, che
copriva l’altare del corpo del Santo, dal terremoto rispettata venisse.
Vedonsi quasi che tutti in pezzi i marmi della famosa cappella
dell’illustrissimi principi Gesualdi, essendovi rimaste poche statue intiere, et
una di esse di marmo assai fino, e di non ordinaria scultura, et una lapide con
la seguente inscrittione Fabritius de Jesualdis Compsanorum Comes Aloysio
Jesualdo Patri Compsanorum Comiti Felici Senecte Munere Vitam
Consecuto fecit MDXXIV.
Nella nave di detta chiesa, à destra ritrovasi scala di fabrica, per cui
si cala al succorpo, diviso con pilastri, et archi di fabrica, con due rustici
altarini, senz’apparato, et ornamento, dove dicono quei venerandi canonici
esservi i corpi dei gloriosi Santi Menna e Martino.
Ritornando al piano di detta chiesa, in testa della nave piccola dalla
parte destra si ritrova porta per la qual si entra nella cappella, che oggi serve
per uso di sacrestia, sotto il titolo di Santa Maria delle Grazie, dove era
l’enunciata famosa cappella, e tumulo dell’illustre principe conte Fabrizio, e
contessa Costanza di Capua, detta cappella è coverta à tetti, con soffitto di
legname, et in essa ritrovasi stipo di legno dove si conservano lappatati usuali
per la celebratione de Santi Sacrificij, tenendo ivi il solo preciso, e tutto il di
più conservasi in Santo Andrea, con molti altri più nobili apparati, et argenti
lasciati in detta chiesa dal fu ultimo monsignore Caracciolo arcivescovo di
quella.
In testa di detta cappella vi è l’altare col quadro dì Nostra Signora
delle Gratie, di mediocre pittura, con cornice dorata, e parimente
un’antichissima statua di legno di Nostra Signora, et altra di Santo Vito, e
nelle mura laterali, e parte opposta di detto altare, sonovi ventuno quadri con
cornici negre, rappresentantino arcivescovi, che sono stati di detta Città, e per
non esser finita la chiesa, in questa cappella ufficiano li reverendi canonici, e
ritornando alla sudetta chiesa, in testa della nave piccola dalla parte sinistra,
vi è porta per cui si entra nella principiata, e non compita sacrestia. Vi è
parimente la fonte battesimale rustica e non compita, Nell’atrio di detta
chiesa sostenuto da grossa trave, per non esservi campanile vi sono quattro
campane, una grossa, altra mezzana, e due piccole il dicui suono unito forma
un buon accordo.
Viene detta Città decorata della dignità d’arcivescovato, il di cui
frutto passa annui ducati seimila, e vien servita da dodici canonici, con
rendita d’annui ducati cinquanta incirca, quattro di essi sono dignità, cioè
arciprete, primicerio, cantore, ed archidiacono, portando l’insegna di
mozzetto violato.
Vi erano in detta Città, e se ne vedono le vestiggia altre due cappelle
sotto il titolo di Santo Rocco, e Santissimo Rosario, al presente da passati
terremoti distrutti, essendovi solo fuori della Città alli piani una cappella
dedicata à Santo Vito.
Ritrovasi in detta Città per servitio de poveri cittadini e forestieri lo
spedale, e monte, che somministra ancora alle povere donzelle qualche
elemosina in grano per aiuto de loro maritaggi.
3
Ignoto del XVII secolo. Cronista Conzana. Aggiunta doppo la morte
dell’Authore, s,d. [ma prima del 1709]
Per dovuta corrispondenza di gratitudine, devesi tramandare
apposteti quanto ha oprato, ed attualmente opera in beneficio di questa
diocesi il nostro Arcivescovo don Gaetano Caracciolo, si’ perché ne resti la
memoria, così anche i suoi successori le siano grati, riconoscendo le sue
fatiche, che ridondano in loro beneficij per godersile per il lungo tempo come
si augura dal Cielo, ed essere tenuti a pregare per l’anima doppo la sua morte;
non meno, che i diocesani, giacché ne resta tutto in loro beneficio.
Nella città di Conza
Benché dall’Authore si sia notato qualche cosa, con tutto ciò non si è
abastanza, né intieramente narrato, onde intraprendo la penna nel riferire
distintamente il tutto, incominciando dal primo suo ingresso che prese il
possesso del governo di questa chiesa, e cadde in punto a’ dì 24 giugno 1682,
ed il tre luglio seguenti arrivò in diocesi, ove subito portatosi nella sua
metropolitana sposa, la riconobbe così deformata, che non potè rattenere un
umanissimo pianto; riconoscendola secondo quelle parole, che non erat ei
species neque decor, e subbito prese a darvi di piglio per ridurla in stato
convenevole per habitatione d’un Dio sacramentato, e per degna habitatione
del glorioso S. Herberto suo predecessore, havendo anche la riflessione a la
Celeste Gerusalemme, ove risiede la maestà di Dio; così non conveniva in
Terra habitare Christo sacramentato in caverna macerie.
Per la qual causa subbito diede di piglio alla ristauratione, ed
abbellimento di detta chiesa metropolitana, facendovi, le suffitte dipinte, tutta
intonacata di nuovo, lastrichi, e togliendo tutto quello, che la denigravano, la
ridusse a un tempio, che emulava i più magnifici s’amirano non dico nelle
città circonvicine, ma delle più conspicue del regno, a segno, che portava
ammiratione a chi si sia < > spettatore consumandovi in detta opera più
migliaia senza aver riparo a i debiti, che haveva contratto nella speditione
delle Bolle, ed altro per il suo bisognevole, e fu terminata dett’opera fra due
anni; quali finiti pensò < > il < > deposito del glorioso S.to Herberto nel
luogo più decente v’è in chiesa, che appunto è l’altar maggiore, non senza
rimuneratione, e gratitudine del detto santo verso di lui, permettendovi aprire
la cassa marmorea, ove conservavasi il suo deposito. Privilegio non concesso
a’ suoi predecessori d’alto merito, ed anche si contentò, se ne prendesse
molte reliquie del suo corpo, e vestimenta pontificali che se ritrovarono, e
specialmente l’anello, ed il bacolo pastorale, e detta funzione successe nel
giorno del glorioso San Lorenzo 1684 con concorso di cittadini della città, e
delle terre convicine.
Della detta apertura non solo saccese nell'animo de5 fedeli la
venerattione, ma una devotione particolare verso detto santo. Secondando il
medemo santo la loro devotione nel impartirli un’infinità di grazie a tutti
quelli che ricorrono a lui per intercessione appo di Dio di loro bisogni;
concorrendovi giornalmente quantità di gente al suo sepolcro, non dico nella
sua giornata festiva del suo natalizio, ove si numerano migliaia, e migliaia di
persone, concurrentino non solo dalle terre convicine, ma da paesi
lontanissimi, e quello, che più se ne ricava, che detto concorso è profittevole
per l’anima, mentre le confessioni, e comunioni sono di più migliaia, per non
dire che tutti i concorrenti si confessano, e comunichino; non havendo
lasciato il detto arcivescovo Caracciolo suscitare maggiormente per quanto si
è possibile per la sua opera di contribuirvi havendo fatta effigiare la sua santa
imagine, e distribuirla a’ fedeli con le sue mani in detto giorno festivo ove
non ha mai mancato desistervi per una lunga serie danni, che li veniva
permesso dalla sua gioventù, celebrandovi pontificalmente, e con
grandissima pompa e assistenza de’ preti più riguardevoli della diocesi vestiti
di paramenti sacri, e con più chori di musica, e perché vi restasse un imagine
viva del detto santo fece formare una statua, che benché non di metallo
pretioso, ma di legno, contuttavia supera nell’eccitamento alla devotione a
qualsivoglia pretiosità, come s’amira oggi arricchita con reliquia quasi
insigne del detto santo. Sto tralasciando il meglio, che per suscitare detto
prelato la devotione de’ fedeli verso detto santo non solo con le figure, come
si è detto, ma maggiormente con l’espressione della voce ha quasi sempre
sermoneggiato in sua lode, accompagnando all’armonia musicale la tromba
evangelica.
Né contento di vedere la sua diletta sposa adornata nelle mura, ed
altro non ha mancato arricchirla de paramenti sacri, de quali era del tutto
ignuda, non solo per lui, ma per li suoi assistente come attualmente
s’osservano di pretiosità non mai veduta in questi luoghi, cioè a dire di
racami, drappi doro, e d’argento di tutti lì colori < > di damasco verde, ed un
altro cremisi trinato doro con tutte le sedie, e faldistorio, candilieri d’otone,
edbgni altro requisito, che paresse renderla speciosa agl’occhi de’ riguardanti.
Rimirando dunque nell’interno della sua sposa ridotta in qualche
modo honorevole applicò nel di fuori facendo edificare una magnifica torre
per campanile, e perché in dette giornate non si allontanasse dalla sua cara
sposa, giacché per la malvagità de’ tempi non vi è permesso habitarvi
continuamente vi edificò molte cammere con potervi commodamente
dimorare, ed bavere l’ingresso nella detta chiesa per una scala antica, ma
diruta, che vende di nuovo formata.
Tralascio il di più che ha studiato fare in servitio della sua sposa, ove
ha riposta tutta la sua applicatione, contentandosi spendere quasi il suo avere
per vagheggiarla ornatam monilibus, et perfectam decore, acciò per non
rendermi appassionato nell’esagerare le sue operationi, do pausa alla penna.
Quando credeva godere i frutti delle sue fatiche, ecco per nostro
insegnamento Iddio col terremuoto orribile abbatté il tutto .riducendo la
chiesa, il campanile, le camere e tutto quanto séra studiato operare in un
mucchio di pietre, e cadde appunto a dì 8 di 7mbre 1694 giornata lagrimevole
non solo per detta città, ma per tutta quasi la diocesi, ed anche paesi
convicini, che provarono l’effetti dell’ira divina; sicché il povero prelato con
amare lagrime piangendo replicava le parole di Geremia quomodo desolata
est civitas, e l’altre di Giobbe Dominus dedit, Dominus abstulit; mentre in un
punto fatiche di più anni si osservarono ridotte in polvere; benvero devesi
riflettere non porre fiducia ne stabilimento nelle cose terrene, perché nel
meglio mancano, ma solo in Dio, che in eternum stat.
Doppo sì crudele flagello non perdendosi d’animo il prelato, con
fiducia in Dio diede di piglio alla ristauratione della chiesa, riducendola a
forma più ristretta, ma adornata al possibile sul riflesso de pochi habitatori in
detta città, non senza animo fermo ridurla alla primitiva forma, e forse
migliore, e presentemente riconoscendo del tutto inhabilitato il fondamento
della torre delle campane costruirlo in altro luogo più adatto, e commodo, con
di più fare col tempo altre habitationi per commodo dellàrcivescovo.
Né l’applicatione del detto prelato si è estesa solamente alla chiesa
materiale; ma anche per quello che più importa alla formale, che vuol dire nel
piantare virtù negl’ecclesiastici suoi sudditi numerandosi presentemente de
professi da venticinque in trenta de dottori dell’una, e l’altra legge, e
medicina allìaspettativa di maggior numero di giovane che attualmente sono
nell’esercitio delle schuole; riforma de costumi, che devesi ammirare nello
stato ecclesiastico, e tolto tutti quell’abusi disconvengono a chi è dedicato al
servitio di Dio.
Non parlo del suo zelo a defendere l'ecclesiastica immunità e
giurisditione baronale delle due terre di S.to Andrea, S.to Menna del feudo di
Palorotondo, che per l’immunità acclesiastica ha risestito a’ maggiori baroni
posseggono feudi in diocesi, né hebbe ripugnanza scomunicare un suo nipote
carnale assieme con un altro suo parente del medemo suo cognome per haver
violato un luogo sacro nell’eccidio di sette foresciti; sicché si può dire che
l’affetto del sangue, e parentela non l’hando ritardato dal vero zelo dell’honor
di Dio, potendoseli applicare quella sentenza, non respexit carni, et sanguini;
e per questo riflette alla difesa della mensa nel primanno del suo
arcivescovato, essendo citato ad ostendendum titulum della possessione per
le dette due terre nel mese canicolare arrischiò la sua vita portandosi in
Napoli per la difesa, quale li costò e prezzo dì fatiche, e di denari;
ritornandosene vittorioso in diocesi, che porta seco la sua quiete sopra tale
affare, ma anche de’ suoi successori, che ritrovando scritture sufficienti, e
soprabbondanti per chiarirne il dominio legitimo tiene la mensa sopra detti
feudi, come anco dall’Authore sta notato in corpore di quest’opra a’ suoi
luoghi.
S. Andrea di Conza (Av) – ex Episcopio, oggi sede del Municipio, stemma
dell’Arcivescovo Gaetano Caracciolo (1682-1709).
La Cappella Santa Maria della Stella
Mausoleo della famiglia Nicolai
CLEMENTE FARESE
Mons. Francesco Nicolai1 (1716-1731) ed il nipote,
Mons. Giuseppe Nicolai (1731-1758), Arcivescovi alla guida
dell’Archidiocesi di Conza2 per oltre 42 anni, dopo
l’Arcivescovo Gaetano Caracciolo (1682-1709) sono stati i
fautori, a più riprese, delle ultime fasi della riedificazione
dell’antica Cattedrale3 di Conza seguite ai terremoti dell’8
settembre 1694 e del 29 novembre 1732.
I due Arcivescovi sono degnamente ricordati nella
Cappella Santa Maria della Stella in Adelfia - località Canneto4
(BA).
L’originario borgo di Cannitum è ritenuto l’antica
frazione e necropoli di Caeliae, importante città della Peucezia,
1
Il gentilizio è stato riportato con le seguenti varianti: Dinicolo De
Nicolò, De’ Niccolò, De’ Nicolai, De Nicolai ed infine Nicolai.
2
Su Conza e sulla diocesi cfr. F. UGHELLI, Italia sacra, II ediz.,
VI, Venetiis 1720; F. LANZONI, Le origini delle diocesi antiche d’Italia,
Roma 1923; V. ACOCELLA, Storia di Conza, I, Il gastaldato e la contea
fino alla caduta della monarchi sveva, estratti dagli “Atti della Società
Storica del Sannio”, Benevento 1927-1928: ID., Storia di Conza, II, La
contea dalla dominazione angioina al Vicereame, estratto da “Samnium”,
Benevento 1942, 1945, 1946; A. CESTARO, Le diocesi di Conza e di
Campagna nell’età della restaurazione, Roma 1971.
3
Alla morte dell’Arcivescovo Gaetano Caracciolo (1079) proseguì
la costruzione della Basilica metropolitana l’E.mo Cardinale Orsini,
nominato esecutore testamentario, allora Arcivescovo di Benevento, eletto
successivamente Papa Benedetto XIII.
4
Il Comune di Adelfia nasce dalla fusione dei due vicini Comuni di
Canneto e Montrone con Regio Decreto n. 1903 del 29 settembre 1927.
territorio corrispondente alla Puglia centrale. Sulla località
poche notizie ci sono pervenute del periodo medioevale5.
Da quanto riferisce il gesuita Cataldo Nicolai, estensore
di una Pergamena del 1756 sulla storia locale6, le origini di
Canneto risalirebbero al secolo XI, quando i Normanni, guidati
da Roberto il Guiscardo, scesero in Puglia per combattere i
Greci. Durante l’assedio di Barium, tra il 1067 ed il 10717, le
milizie si accamparono nei pressi della città formando, in una
località vicina in cui abbondavano macchieti di canne, un primo
nucleo urbano che divenne poi il borgo cittadino di Canneto.
Il dominio su quella terra fu concesso da Roberto ad uno
dei suoi più valorosi cavalieri di nobile famiglia di Messina,
Giosuè Galtieri ed in seguito trasferito al figlio Domenico.
Alla morte di Domenico (1169), l’eredità di Canneto
passò alla figlia Stella Beatrice Galtieri, sposata con il nobile
napoletano Alfonso Balbiano.
Fu quest’ultimo che nell’anno 1186, per la miracolosa
guarigione della moglie, gravemente ammalata, volle costruire
una Cappella sotto il titolo della “Madonna della Stella”, sul
luogo di sepoltura dell’antenato cavaliere Galtieri.
5
Il primo documento storico in cui Canneto insieme al vicino
Comune di Montrone è menzionato, è la bolla del papa Alessandro III del 28
giugno 1172 ove i due paesi figurano dichiarati sottomessi all’autorità
dell’Arcivescovo di Bari.
6
C. NICOLAI, Origine di Canneto, ms del 1756. Il manoscritto è conservato
presso il Comune di Adelfia con un’altra pergamena dello stesso autore,
attinente alla storia della vicina Montone. Su Adelfia e Canneto cfr. anche F.
BUONO, San Vittoriano, Frascati, 1927; L. STANGARONE, Adelfia –
Cenni storici, Cassano 1981; G. SANTORO, Canneto e San Vittoriano, Bari
1984; L. STANGARONE, Adelfia – Stemmi e feudatari, Bari 1994.
7
Conza cedette all’invasione dei Normanni nel 1076. Le chiavi della
Città irpina furono consegnate a Roberto il Guiscardo dall’ultimo gastaldo di
Conza della stirpe longobarda. A partire da questo periodo, per il naturale
ruolo strategico del sito e per i privilegi concessi, Conza divenne una delle
più importanti Archidiocesi, la quindicesima Provincia Ecclesiastica in tutta
l’Italia.
Nel 1719, facendo un balzo di circa 500 anni, Carlo
Nicolai dei Baroni di Arfavilla di Francia - I Marchese di
Canneto8, comprò il feudo dall’allora detentore, Gian Giuseppe
Gironda, con l’aiuto dei due fratelli emersi nella carriera
ecclesiastica, Cataldo (gesuita) e Francesco (I Arcivescovo di
Conza della famiglia Nicolai), dando inizio così allo stretto
rapporto che da anni lega Canneto con la nobile casata9.
Adelfia (BA), Cappella di Santa Maria della Stella, mausoleo della famiglia
Nicolai (interno).
8
La terra di Canneto fu posseduta da Carlo e dai suoi successori con
il titolo di Marchese ottenuto dall’Imperatore Carlo VI di Austria.
9
Fratello di Giuseppe Nicolai, II Arcivescovo di Conza della
famiglia.
Adelfia (BA), Santa Maria della Stella, stemma della famiglia Nicolai sulla
lapide sepolcrale.
D.O.M.
GENTIS NICOLAJORUM / CINERES HIC QUIESCUNT / IMMUTATIONEM SUAM /
EXPECTANTES BEATIOREM / (DO)NE(C) SE VOCET LETHUM / QUOS VITA IUNXIT /
AD NOVISSIMUM DIEM / UTQ(UE) DOMICILIUM / INTERITURAE PARTIS /
MONITUM FAMILIAE / EXCITARET MORTALITATIS / FRANC(ISCUS) PAUL(US) DE
NICOLAI / EX BARONI(BUS) / ARPHAEVILLAE GALLIAR(UM) / CANNETI MARCHIO
III / SEPULCRALEM HANC SEDEM / SUIS HEREDUMQ(UE) ARTUBUS / P.C. / ANN.
CHR(IST) MDCCLXV
A DIO OTTIMO MASSINO
QUI RIPOSANO LE CENERI DELLA FAMIGLIA DEI NICOLAI, IN ATTESA DEL
RISVEGLIO, NEL GIORNO DEL GIUDIZIO UNIVERSALE, QUANDO I CORPI SI
UNIRANNO ALLE ANIME E SI PRESENTERANNO DINANZI A DIO PER RENDERE
CONTO DELLE AZIONI COMPIUTE DURANTE LA VITA TERRENA. FRANCESCO
PAOLO NICOLAI DEI BARONI DI ARFAVILLA DI GALLIA III MARCHESE DI
CANNETO FECE FARE QUESTO SEPOLCRETO PER I SUOI EREDI E FAMILIARI
NELL’ANNO DEL SIGNORE 1765
Nel 1756 Domenico Nicolai - II Marchese, rifece quasi
interamente la Cappella trasformandola in Mausoleo di
famiglia10.
La pianta interna della chiesetta, semplice, è a navata
unica a forma ellissoidale, strutturata su quattro pilastri reggenti
la volta.
La Cappella è stata in seguito arricchita da cinque
monumenti sepolcrali, in pregiati marmi policromi, eretti in
memoria di personaggi illustri della casata: Carlo - I Marchese
di Canneto, Domenico - II Marchese, Francesco Paolo - III
Marchese, Francesco (I Arcivescovo di Conza) e Giuseppe (II
Arcivescovo Conza).
Tranne quello dedicato a Francesco Paolo, posto al lato
sinistro dell’ingresso della Cappella, ornato dagli scudi della
famiglia Nicolai, gli altri quattro monumenti sepolcrali, in
marmo finemente lavorato, figurano addossati ai quattro pilastri
interni.
Le sculture, impreziosite da elementi decorativi comuni,
hanno tutte la stessa conformazione e la stessa fattura.11 Le
opere sono state verosimilmente eseguite dalla mano dello
stesso artista. Sul fronte della base di ognuna è scolpita una
protome leonina ad altorilievo che sorregge, su marmo bianco,
10
“Sia quel che si voglia della origine della famiglia Nicolai e della
Baronia di Arfevilla nel Delfinato, è indubitato che quella famiglia, al pari di
moltissime altre, illustratasi con l’esercizio di uffici civili ed ecclesiastici o di
libere professioni, giunse al possesso di ricchezze che le permisero di
acquistare terre e titoli feudali. E’ probabile che i Nicolai di Bitetto abbiano
avuto capo stipite quel Iacopo (…); è certo che Domenico Nicolai fu il capo
di quella cospicua famiglia che, trasferitasi in Altamura verso la metà del
XVII secolo e quivi mantenutasi per oltre cento anni, ebbe una serie
d’individui che la illustrarono veramente, a cominciare da Francesco
Vescovo di Capaccio e Arcivescovo di Conza…” O. SERENA, La famiglia
Nicolai o De’ Niccolò, estratto dalla “Rassegna Pugliese”, (anno XVI) num.
XII, Trani 1900, pp. 7-8.
11
La prof.ssa Angela Berardini segnala un monumento sepolcrale
simile nella Cappella di S. Maria della Pietà o Pietatella dei Sangro in Napoli.
l’iscrizione riguardante il singolo personaggio cui è dedicato il
monumento. Sovrastante, segue il sarcofago di marmo grigio
con baccellature in marmo giallo e su di esso, il busto marmoreo
del defunto, sorretto da una base triangolare con protome
umana, attorniata da corolle di fiori bianchi a rilievo.
Ritroviamo i monumenti sepolcrali degli Arcivescovi di
Conza Francesco12 e del suo successore Giuseppe Nicolai in
luogo preminente della Cappella, nella parte anteriore
dell’abside in fondo alla navata, fatti realizzare dai nipoti
Giovanni Battista, prelato domestico del Papa Clemente XIII e
da Francesco Paolo - III Marchese di Canneto.
Francesco Paolo nel 1765 fece anche costruire il
sepolcreto gentilizio della famiglia, come risulta dalla lastra
tombale, originariamente posta al centro della navata della
Cappella, a chiusura dei locali interrati13. La lapide è stata
successivamente rimossa e, da alcuni anni, riposizionata con un
vetro di protezione sul pavimento in prossimità della balaustra
fra i due monumenti degli Arcivescovi di Conza. Sulla lapide
appare inciso lo stemma di famiglia.
Ai due lati dell’ingresso della Cappella, sorretta da
mensoline, figurano incassate a muro due pile acquasantiere14
del sec. XVIII, a forma di conchiglia con intradosso buccellato
in marmo grigio. Su entrambe le pile, ad ornamento delle stesse,
campeggiano, incassate alla parete due scudi con stemma
vescovile in marmo bianco. Gli stemmi contengono gli stessi
elementi a rilievo che caratterizzano lo scudo in pietra di Mons.
12
Un altro busto marmoreo del sec. XVIII raffigurante Mons.
Francesco Nicolai, proveniente da Sant’Andrea di Conza, è attualmente
custodito presso i depositi della Soprintendenza in Calitri (AV).
13
I locali non risultano attualmente accessibili né risultano
documentate precedenti esplorazioni o ricognizioni.
14
Le due acquasantiere sono di grandezza inferiore a quelle esistenti
fino al terremoto del 23 novembre 1980 nella Cattedrale di Conza, addossate
ai primi due pilastri d’ingresso.
Giuseppe Nicolai collocato, fino al 23.11.1980, sulla facciata
della Cattedrale di Conza15.
In Adelfia esiste inoltre un’altra Chiesa (Matrice), fatta
riedificare dalle fondamenta da Francesco Paolo - III Marchese
di Canneto. Non sfugge la circostanza della sua consacrazione
avvenuta il 14 giugno 1761 per mano del Vescovo di Lacedonia
Mons. Nicola De Amato16, lo stesso Vescovo che un decennio
prima (16 maggio 1751) consacrò la Cattedrale di Conza,
ricostruita nel 1736 da Mons. Giuseppe Nicolai17 dopo il
disastroso terremoto del 1732.
15
Attualmente posizionato nella nuova Concattedrale ricostruita nel
nuovo centro urbano. Sull’arco trionfale della Cattedrale di Conza, fino al 23
novembre 1980, figuravano realizzati in stucco altri due stemmi identici
andati distrutti con il crollo dell’abside. Nella Chiesa di San Sabino in
Canosa (BA), poggiata sulla lapide posta a ricordo della ristrutturazione della
chiesa del 1699 ad opera di Mons. Francesco Nicolai, è esposto un altro
scudo in pietra dello stesso Arcivescovo, simile ai precedenti accennati,
integrato da un’aquila ad ali spiegate e da protome umana.
16
Nella Chiesa Matrice vi è l’iscrizione che ne ricorda la
consacrazione: “D.O.M. / FRANCISCO PAULLO DE NICOLAI / TERRAE
CANNETI MARCHIONI III / QUOD HANC MATRICEM ECCLESIAM A
FUNDAMENTIS REAEDIFICATAM / HAC PER LAQUEDONIAE
EPISCOPUM
D.
NICOLAUM
DE
AMATO
SOLEMNITER
CONSECRATAM / DIE XIV MENSIS JUNII ANNO DOMINI MDCCLXI
/ PROPRIIS PENE SUMPTIBUS LIBERALISSIMA PIETATE
EXTRUXERIT AMPLIAVERIT ATQU: EXORNAVERIT / UNA
TANTUM CAPPELLA SUB TITULO, SS:MI CRUCIFIXI QUAE DE JURE
PATRON:TUS IN SUA FAMILIA HERI DEBEA / PRAE SINGULARI
ANIMI
MODESTIA
SIBI
VINDICATA
/
SACERDOTIBUS
CAPITULARIBUS AD TRIA ANNIVERSARIA QUOLIBET ANNO IN
PERPETUUM / IN GRATI ANIMI TESTIMONIUM SE SE
SUCCESSORESQU: CANONICA SANCTIONE OBSTRINGENTIBUS /
AD POSTERORUM MEMORIAM SUMMO CLERI POPULIQU: PLAUSU
/ SACERDOS DOMINICUS MARACHIONI DEPUTATUS ET /
NICOLAUS DE MACINA ARCHIPRESBYTER HOC MONUMENTUM
POSUERE / DIE XX MENSIS JUNII ANNO DOMINI MDCCLXI”.
17
A ricordo della ricostruzione del 1736 ad opera dell’Arcivescovo Giuseppe
Nicolai è tutt’ora visibile la lapide sulla facciata della Cattedrale di Conza,
Mons. Francesco Nicolai nacque ad Altamura il 22
luglio 165718 “ad un’ora di notte” da Domenico Nicolai (Bitetto
– 8 dicembre 1624) e da Clarice Viti (Altamura – 24 agosto
1632). Battezzato il 30 luglio 1657 gli fu imposto il nome di
Francesco Paolo Gaetano19.
Si laureò a Roma in sacra teologia ed ebbe come
compagno all’Accademia Sinodica del Collegio Urbano “De
Propaganda fide” il prelato Gianfrancesco Albani,
successivamente eletto Papa Clemente XI. Fu fatto canonico
dall’Arcivescovo di Bari e nel 1689 a 32 anni, avendo rinunciato
al suo canonicato, dal Papa Alessandro VIII fu provvisto della
prepositura a Canosa con la giurisdizione di ordinario e con
l’uso della mitra e del pastorale. Il 21 luglio 1704 fu eletto
Vescovo di Capaccio da Clemente XI ed il 2 settembre 1716,
dallo stesso Pontefice fu nominato Arcivescovo di Conza. Portò
a termine la ricostruzione dell’antica Chiesa Metropolitana,
consacrata nel 1726 con la cripta dedicata a S. Menna Martire.
Morì nella residenza di Sant’Andrea di Conza alle ore
18,00 dell’11 agosto 1731 e fu sepolto20 (provvisoriamente?)
nella chiesa di San Michele, contigua al palazzo arcivescovile,
dove si era fatto il tumulo, in vita, con una iscrizione sepolcrale
eloquente.
ricollocata dopo gli interventi di restauro integrativo effettuato dopo l’ultimo
sisma del 23 novembre 1980.
18
Cfr. G. GARGANO, Ricerche storiche su Conza antica, Avellino
1934, p. 83. G. LELLA, “Domenico Nicolai e il suo casato” in Uomini
illustri di Adelfia - ProLoco Adelfia, Molfetta 1983, p. 39 riporta “23 luglio
1657” come O. SERENA, La famiglia Nicolai … cit. p. 10.
19
Archivio Storico - Diocesi Altamura Gravina Acquaviva Ricerche: Mons. D. Carlucci - Cancelliere vescovile – Mons. O. Simone Direttore Capitolo Cattedrale.
20
“Poi la salma con gli onori dovutigli, fu trasferita a Canneto e
sepolto nella Cappella della Madonna della stella” - V. CARINGELLA, in La
Cappella di Santa Maria della Stella – 1186-1986 - 800 anni di storia e di
fede, A.C., Adelfia 1986, p. 18.
Fra le sue opere figurano i seguenti scritti: Dissertatio
Historico-Canonica de Episcopo Visitatore seu de Antiquo
Regimine Ecclesiae vacantis, ab intelligentiam verborum in
Registro Epistolarum B. Gregorii Magni, Roma, 1710;
“Risposta sopra li Rituali Chinesi, Colonia 1710; Epistola
Pastoralis Capitulo, Clero et Populo Dioecesis CaputAquensis21; Commentarii storici della sede Canosina.22.
Mons. Giuseppe Nicolai nacque ad Altamura il 9
gennaio 1695 dal barone d’Arfavilla di Francia Carlo (I
Marchese di Canneto) e da Vittoria Viti. Fu battezzato lo stesso
giorno con il nome di Giuseppe Celzo Francesco.
Il 6 marzo 1714, dopo aver studiato con profitto, prese
possesso del primiceriato nella chiesa maggiore di Altamura in
seguito a rinunzia fatta dallo zio materno Nicolò Domenico Viti.
Nel 1720, fu chiamato dall’altro zio paterno, Mons.
Francesco Nicolai, nella residenza di Santomenna.
Dopo esservi stato undici anni, durante i quali ebbe
modo di farsi apprezzare grandi capacità e per la sua
benevolenza, il 9 aprile 173123, per libera dimissione fatta dal
predetto zio, fu nominato come suo successore Arcivescovo di
Conza, da parte del Papa Clemente XII, guidando l’Archidiocesi
con rettitudine ed oculatezza.
Nel 1736 completò i lavori dell’ultima ricostruzione
della Cattedrale avviati dallo stesso Arcivescovo subito dopo il
disastroso terremoto del 1732.
Nel 1746 Mons. Giuseppe Nicolai invitò Alfonso Maria
de Liguori a fondare una casa per i Missionari Redentoristi a
Materdomini. Il futuro Santo accettò l’offerta per la costruzione
21
22
O. SERENA, La famiglia Nicolai…Cit. p. 10.
V. CARINGELLA, La Cappella di Santa Maria della Stella…p.
18.
23
G. GARGANO, Ricerche…, cit. p.20. Il “9 aprile 1731” secondo
G. LELLA, “Domenico Nicolai …” cit. p.38.
del Convento e la Basilica di Materdomini che ora custodisce la
tomba di San Gerardo Maiella.
Dopo 27 anni d’ininterrotto servizio nell’importante sede
conzana, morì alle ore 23,30 del 24 ottobre 175824 in
Sant’Andrea di Conza, sede residenziale attribuita agli
Arcivescovi di Conza: “un pensiero delicato ne fe’ porre la
spoglia mortale dentro la stessa urna che racchiude le ceneri
dello zio e predecessore”25.
Richiamando la stessa sensibilità, rinnovandone la
memoria, si auspicano maggiori approfondimenti sulle singole
realtà locali ove le due importanti figure hanno per lungo tempo
operato.
24
25
Il “27 ottobre 1758” G. LELLA, “Domenico Nicolai …” cit. p. 40.
G. GARGANO, Ricerche storiche su Conza antica, cit. p. 92.
D.O.M.
FRANCISCUS DE NICOLAI EX BARONIBUS ARFEVILLE IN GALLIAE
DELPHINATU AC CANNETI IN APULIA
ALTILIAE ORTUS NOMEN SORTITUS A PATRUO FRANCISCO
SOCIETATIS IESU
QUI TUNC TEATE PESTE LABEFACTATIS SEDULO INSERVIENS
UTI VICTIMA CHARITATIS
MARTYR OCCUBUIT.
ADOLESCENS IN URBE DIU MORATUS
ET IN OMNI SCIENTIARUM GENERE SOLIDE IMBUTUS
MONUMENTA SUPER RECONDITA PRISCAE DISCIPLINAE
ARCANA ET OMNIGENA
SACRA ERUDITIONE PUBLICE EDIDIT
ET IN EA SOCIUM ET DIRECTOREM HABUIT FRANCISCUM ALBANUM
POSTEA
CLEMENTEM XI PONTIFICEM MAXIMUM.
IN SINGULIS GRADIBUS ECCLESIASTICAE HIERARCHIAE
TIROCINIUM EXPLEVIT
AC INDE VETUSTISSIMAS ET IN PRIMIS ECCLESIAE SAECULIS
INSTITUTAS
SEDES CONSCENDIT
CANUSINAM NEMPE IN APULIA, PAESTAM IN LUCANIA, COMPSANAM
IN HIRPINIS
QUAS PROFICUO REGIMINE ANNORUM TRIGINTA NOVEM MODERAVIT
EASDEMQUE VEL TEMPORUM INIURIA COLLAPSAS
VEL NONDUM COMPLETAS
NOVIS AEDIFICIIS PERFECIT TABULIS MARMOREIS ORNAVIT
AC SOLEMMI RITU SACRAVIT
ECCLESIASTICAM DISCIPLINAM NOVA SEMINARIORUM ERECTIONE
AC LOCUPLETI DOTATIONE PRISTINO CANDORI RESTITUIT.
DEMUM NE IMPARATUM MORS INOPINA RAPERET IMPAVIDUS
SIBI TUMULUM PARAVIT
ET SICUT IAMPRIDEM ANIMAM SUB TUTELA CAELORUM
PRAEPOSITI REPOSUERAT
ITA CORPORIS EXUVIAS SUB EIUS ARA CONDI VOLUIT
OBIIT DIE XI MENSE AUGUSTO ANNO MDCCXXXI
Testo dell’iscrizione sulla lapide conservata nell’ex seminario in Sant’Andrea
di Conza originariamente posta con il busto di Mons. Francesco Nicolai nella
Chiesa di San Michele.
Adelfia (BA), Santa Maria della Stella, monumento sepolcrale
dell’arcivescovo Giuseppe Nicolai.
Adelfia (BA), Santa Maria della Stella, monumento sepolcrale
dell’arcivescovo Francesco Nicolai.
D.O.M. A Francesco Nicolai, ottimo vescovo prima di Canosa, poi di
Capaccio ed infine di Conza, illustre per la conoscenza delle belle lettere e
del diritto civile e canonico e per i commentarii di questi, il quale restaurò le
chiese di Canosa e di Capaccio e il seminario di Conza, che dotò di 10.000
ducati per ripristinare la disciplina e il decoro del sacerdozio durante il suo
vescovado di 43 anni. Giovanni Battista, prelato domestico del papa
Clemente XIII e preside generale dei Sabini e suo fratello Francesco Paolo,
III marchese di Canneto, al grande e benemerito zio posero. Morì l’anno
1731.
D.O.M. A Giuseppe Nicolai, secondo arcivescovo di Conza, munifico
mecenate delle lettere, che ricevette la dignità arcivescovile dal pontefice
Clemente XII, dopo la rinuncia dello zio, col plauso di tutti. Con tanta
generosità si comportò verso i poveri che meritò di essere chiamato “padre
dei poveri”. Vescovo esimio per innocenza e ornato di tutte le virtù, investì
tutto ciò che era rimasto del patrimonio della ricchissima sede in arredi sacri
ed anche in fine di vita, così come da vivo, non risparmiando i beni paterni e
familiari, ordinò che fossero investiti per la Chiesa. Giovanni Battista prelato
domestico del pontefice Clemente XIII e Preside dei Sabini e suo fratello
Paolo III marchese di Canneto, al piissimo zio. Morì l’anno 1758.
Ignoto, secolo XVIII, busto dell’arcivescovo Francesco Nicolai, già in
Sant’Andrea di Conza, in deposito presso i locali della Soprintendenza in
Calitri.
Ignoto, 1746, Ritratto dell’arcivescovo Giuseppe Nicolai, Materdomini di
Caposele (AV), Museo Gerardino.
L’arcivescovo chiamò nella diocesi di Conza i religiosi della Congregazione
del SS. Redentore di S. Alfonso dei Liguori. Nel 1748 i Redentoristi
fondarono una casa accanto alla chiesa cinquecentesca di S. Maria de Silere,
gravemente danneggiata dal terremoto del 1732. La casa redentorista è stata
più volte ampliata e rimaneggiata nel corso dei secoli, fino all’ultima
ricostruzione seguita al sisma del 1980; nel santuario sono contenute le
spoglie di S. Gerardo Maiella. L’altare maggiore presenta agli estremi del
paliotto, come nella cattedrale di Conza e nella cappella di Santa Maria della
Stella di Adelfia, gli stemmi marmorei della famiglia Nicolai.
Ignoto, XVIII secolo, stemma dell’arcivescovo Giuseppe Nicolai, già sulla
facciata della cattedrale, ricollocato nel 2005 all’interno della nuova con
cattedrale.
Il sarcofago di S. Erberto
ANGELO COLANTUONO
1. *Sotto l’aspetto artistico il sarcofago che custodisce le
spoglie di S. Erberto si rivela un’opera assai notevole, e questo
per più di una ragione: per le qualità formali che possiede, per i
significati simbolici che si celano nel suo apparato decorativo,
per ciò che ci dice sul contesto storico-culturale in cui fu
prodotto1.
Il sarcofago è intagliato in due blocchi - uno per la vasca,
uno per il coperchio - di pietra calcarea locale di colore tendente
al grigio ferro. La vasca è un parallelepipedo regolare (cm 216
per 69 per 66 di altezza); il coperchio è del tipo “a capanna” (30
cm di spessore massimo) con quattro antefisse agli spigoli.
Abbreviazioni e sigle;
MGH Monumenta Germaniae Historica
1
II primo a segnalare {Importanza del monumento fu, all’indomani
del terremoto, Paolo Peduto, docente di archeologia medievale all’Università
di Salerno (P. PEDUTO, Problemi di ricerca su Conza medievale, in
Memorie conzane, Atti dell’incontro-dibattito del 3 maggio 1981 sul tema:
“il terremoto del 23 novembre e la rinascita di Conza”, Conza della
Campania 2000, pp. 43-48). Qualche anno più tardi Vega De Martini, della
Soprintendenza ai BB. AA. AA. AA. SS., di Salerno e Avellino, entrò nel
merito dell’interpretazione e della datazione dell’opera in articolo sul “Il
Mattino” (V. DE MARTINI, Il sonno inquieto di Erberto, “Il Mattino” 16
febbraio 1984, Cronaca di Avellino, p. 16). Uno studio particolareggiato delle
caratteristiche del manufatto fu compiuto nel 1985 dalla storica dell’arte
Daniela Mauro (D. MAURO, Nuove tracce della produzione scultorea nella
Longobardia Minore, in “Rassegna Storica Salernitana” n. s. II, 2 (1985), pp.
91-108). Naturalmente il sarcofago conzano ha il suo posto nella rassegna
dell’arte sacra irpina che don Pasquale di Franzo sta redigendo e pubblicando
da diversi anni (P. DI FRONZO, L’arte sacra in Alta Irpinia, IV,
Mercogliano 1998, pp. 18-21).
Queste forme contengono già un primo elemento simbolico:
riproducono l’architettura di un tempio.
Solo la parte frontale della vasca e una delle due falde del tetto
sono decorate: evidentemente il monumento fu progettato per
essere alloggiato in una piccola cappella, contro una parete, a
livello del pavimento o quasi2. Il tetto è ornato da un motivo
vegetale formato da girali di tralci dai quali si sviluppano grandi
foglie lobate. Nell'antica simbologia cristiana le foglie
rappresentano l’idea di rinascita3. Le antefisse recano scolpita
una palmetta. Una cordonatura di gigli stilizzati che corre sotto
la “linea di gronda” raccorda il coperchio alla vasca.
La decorazione sulla fronte è più complessa. Qui risalta, in
posizione centrale, una costruzione geometrica fatta di formelle
disposte su due bande ortogonali fra loro. Questa figura divide il
piano in due campi, ciascuno dei quali è riempito dalle volute di
un tralcio con il suo corredo di foglie. I percorsi dei tralci sono
speculari. Tra le foglie appaiono quattro grandi uccelli intenti a
beccare dei frutti. Tutta la rappresentazione ha un senso
fortemente allegorico: gli uccelli infatti sono le anime, e i frutti
indicano la promessa di una nuova vita4.
2
La vasca poggiava su tre basi alte una trentina di centimetri,
lavorate in vista a forma di teste di animali, probabilmente leoni. Sono
scomparse alla fine degli anni novanta. Daniela Mauro (MAURO, Nuove
tracce, p, 102) le descriveva così: “Le protomi animali del basamento sono
fra loro simili, pur evidenziando una diversità di materiali e di dimensioni:
due di esse, infatti, sono di calcare bianco, mentre la terza, centrale, è in
arenaria; questuiamo inoltre, è più piccola rispetto alle precedenti che,
svolgendo funzione di appoggio laterale, hanno un corpo lungo quanto la
lunghezza del sarcofago. Le teste sono raffigurate con muso quadrato e
schiacciato, leggermente aperto; gli occhi sono grandi, fissi e di forma
circolare, mentre le orecchie, allungate, hanno la punta arrotondata”.
3
J. C. COOPER, Dizionario dei simboli, Milano 1988, p. 123.
4
Ibidem,, pp. 125 e 308. Vedi anche MAURO, Nuove tracce, pp. 9596.
Ignoto, X secolo, sarcofago di S. Erberto, Conza della Campania, cattedrale
di S. Maria Assunta.
Le formelle contengono due tipi di disegni alternati fra
loro.
Uno è costituito da “stelle” di foglie stilizzate (otto foglie
inscritte in un quadrato), l’altro è fatto di file di. alveoli
romboidali (tre per fila). Forse le stelle sono anch’esse dei
simboli, ma questa volta il significato ci sfugge. 1 rombi invece
hanno una funzione puramente decorativa, A volte questi incavi
venivano riempiti di malte colorate.
2. S. Erberto morì nel 1181, ma il repertorio decorativo
del sarcofago e il modo di esecuzione del rilievo -piuttosto
piatto, quasi “a due dimensioni” -sono quelli tipici della scultura
prodotta nell’ultimo quarto del millennio precedente nelle
regioni italiane maggiormente interessate dalla presenza dei
Longobardi.
Il motivo dei tralci è diffusissimo sia nel nord Italia che
al sud. Lo si trova, replicato in molte varianti, in Lombardia, nel
Friuli, in Emilia, in Toscana5, ma anche a Capua, a Benevento, a
Cimitile, a Salerno6. Altrettanto comune è, in tutta làrea
longobarda, l’impiego di forme geometriche e di figure
stilizzate. Incavi poligonali sono incisi sulle superfici di diversi
capitelli utilizzati nel Bt-X secolo a Capua e a Benevento7»
Stelle di. foglie - molto simili a quelle conzane - compongono
invece il fregio di stucco che sormonta l’arco d’ingresso del
famoso oratorio di S. Maria in Valle a Cividale del Friuli,
costruito prima della fine del regno longobardo del nord (che
venne abbattuto dai Franchi nel 774). Quanto al tema degli
uccelli che mangiano i frutti, se ne vedono degli esempi su un
pannello di marmo – conosciuto come il “pluteo di Sigualdo” –
a Cividale8, sul cosiddetto sarcofago di Teodote a Pavia9, su una
lastra nel Museo del duomo di Modena10, opere anch’esse
dell’VIII secolo.
3. Come è noto, Conza fu per quasi 500 anni uno dei
centri principali - dopo Benevento e Salerno – della
Longobardia meridionale, che ebbe vita più lunga rispetto a
quella del nord. La sua importanza era dovuta al fatto di essere
una città-fortezza situata in prossimità del valico che mette in
comunicazione le valli dell’Ofanto e del Sele, Attraverso queste
5
A. PIERONI, L’arte nell’età longobarda. Una traccia, in Magistra
barbaritas, I barbari in Italia, Milano 1984, pp. 229-297; I Longobardi
(Catalogo della mostra, Codroipo-Cividale del Friuli 2 giugno-30 settembre
1990), Milano 1990, pp. 302-317.
6
F. ACETO, La scultura, in La cultura artistica nella Longobardia
minore, a cura di M. ROTILI, Napoli 1980, pp. 63-69; MAURO, Nuove
tracce, pp. 102403.
7
I Longobardi, pp. 318-319.
8
P. DELOGU, I barbari in Italia, “Archeo Dossier” supplemento ad
“Archeo” n. 12 (1986), pp. 60-61.
9
1 Longobardi, pp. 302 e 311-312.
10
Ivi, pp. 314-315.
valli passavano nel Medioevo i collegamenti tra il Tirreno
meridionale e la Puglia11.
I conti di Conza amministravano un vasto territorio che
comprendeva, oltre all’alto Ofanto, anche una parte del
Formicoso e il tratto superiore della valle del Sele12. Le
cronache dell’epoca ci informano che più di una volta i Conzani
ebbero ruoli non marginali nelle vicende politiche e militari del
ducato beneventano prima, e del principato salernitano poi13.
Di solito il capoluogo di una contea era anche sede
vescovile. Sulla diocesi conzana in età longobarda abbiamo solo
notizie frammentarie e incerte. Possiamo tuttavia intuirne
l’importanza se consideriamo che all’epoca non esistevano
ancora le diocesi di S„ Angelo, Bisaccia., Lacedonia e
Monteverde, che furono istituite non prima dell'XI secolo, e in
11
Nel 788 Carlo Magno, per concedere il suo assenso alia
sopravvivenza dello stato longobardo dell’Italia meridionale, pretese che
venissero abbattute le mura di Salerno, Acerenza e Conza (Chronicon
salernitanum, ed. U. WESTERBERGH, Stockholm-Lund 1956, p. 26;
ERCHEMPERTO, Historia Langobardorum beneventanorum, in M.G.H., SS.
rerr. Lang. et Ital..,Hannover 1878, p. 243).
12
V. ACOCELLA, Storia di Conza. I II gastaldato e la contea fino
alla caduta della monarchia sveva, Benevento 1927, p. 14; G.
FORTUNATO, L’alta valle dell’Ofanto, Roma 1896, p. 24.
13
Nell’812 il conte Ranfone fu l’eroe della resistenza della
Longobardia del sud contro i Franchi (Chronicon salernitanurn pp. 41-42).
Nell’ 817 il conte Radelchi partecipò all’assassinio del duca di Benevento,
terminando poi la sua vita nel monastero di Montecassino (per propria scelta,
riferisce l’autore del Chronìcon salernìtanum, p. 56; spintovi a forza, ritiene
invece Leone Marsicano, Cfr. LEONE MARSICANO e PIETRO DIACONO,
Chronika monasterii S. Benedicti Casinensis, in MGH., SS.,, VII, Hannover
1846, p. 595), Nell’839 Conza fu la base dalla quale Siconolfo e i suoi
sostenitori organizzarono la ribellione contro i Beneventani, che portò poi
alla formazione del principato autonomo di Salerno (ERCHEMPERTO,
Historia, p. 246). Alcuni anni più tardi, tra l’ 865 e l’866, i Conzani tennero
testa con successo ai Saraceni del temutissimo Seodan (il Sultano), che
assediarono la città per 40 giorni (LEONE MARSICANO e PIETRO
DIACONO, Chronika, p. 477).
ogni caso vennero mantenute all’interno di una “provincia
ecclesiastica” di cui il vescovo di Conza era il metropolita14.
4. Vega de Martini stima che il sarcofago di S. Erberto
sia “databile tra il IX e il X secolo”15. Verosimilmente in origine
esso era destinato a qualche personaggio importante
dell’aristocrazia conzana di questo periodo, un nobile o un
vescovo. L’assenza, nella decorazione, di simboli che facciano
riferimento alla forza e al valore guerriero fa pensare piuttosto
ad un uomo di chiesa.
E molto probabile che il monumento sia stato realizzato da
scultori che facevano parte di una “bottega itinerante”. Nel
Medioevo,, così come esistevano le compagnie di “mastri
comacini”- le imprese di costruzioni dell’epoca -cerano anche
squadre di scalpellini, decoratori., pittori, che si muovevano tra
monasteri e città, dove li chiamava la committenza16. Si deve
soprattutto a loro la presenza di linguaggi figurativi affini nelle
diverse regioni dell’Italia longobarda.
Nei bassorilievi del sarcofago conzano si distingue la
mano di due differenti artefici. Uno è quello che ha scolpito le
formelle sulla vasca» Doveva trattarsi di una persona che non
aveva una perfetta padronanza del mestiere. Infatti ha commesso
un errore: la banda orizzontale del fregio presenta un difetto di
simmetria»
Làltro scultore, quello che ha eseguito i tralci e le foglie,
aveva invece una buona tecnica e non era privo di inventiva. Lo
dimostra labilità con cui ha inserito all’interno dei girali le
sagome degli uccelli, riuscendo perfino a creare una sensazione
14
G. GARGANO, Ricerche storiche su Coma antica [1935], r.a.
Conza 1957, pp. 58 ss.
15
DE MARTINI, // sonno inquieto. Propende per il X secolo Daniela
Mauro (MAURO, Nuove tracce, p, 103).
16
A. HAUSER, Storia sociale dell’arte. I Preistoria, Antichità,
Medioevo, 3a ed, Torino 1987, pp. 180-181; F. ABBATE, Storia dell’arte
nell’Italia meridionale. Dai Longobardi agli Svevi, Roma 1997, p. 60.
di movimento. Rispetto alle analoghe figure che si vedono sul
sarcofago di Pavia o sulle lastre di Cividale e di Modena, queste
di Conza appaiono meno “lavorate” meno “eleganti” ma sono
anche molto meno convenzionali, e posseggono una forza
espressiva che le altre non hanno,
5. Si discute se esista realmente una scultura che possa
essere definita “longobarda” o non sia invece più giusto parlare
di scultura “di epoca”, “d’ambito” longobardo17. Il problema
nasce dal fatto che nella produzione plastica in questione
convivono e si sommano elementi “romani” e “barbarici”. Sono
da attribuire alla persistenza della tradizione romana tardoantica, paleocristiana, bizantina -i temi naturalistici e il
simbolismo, nonché le tecniche stesse della scultura su pietra,
che i Longobardi, popolo delle foreste, conobbero solo in Italia,
Sono invece riconducibili ad un gusto più tipicamente
“barbarico” i motivi geometrici e il diverso modo di strutturare
lo spazio: accentrato e simmetrico nella tradizione classica,
sezionato e trattato “per parti” nella interpretazione degli artisti
barbarici." Entrambe queste culture figurative sono
rappresentate nelle decorazioni del sarcofago di S. Erberto. Il
quale anche per questo va considerato come uno dei prodotti più
significativi dell’arte della Longobardia del sud.
17
A. PIERONI, L’arte nell’età longobardaca,cit. pp. 230-223; M.
RIGHETTI TOSTI - CROCE, La scultura, in I Longobardi, pp. 300-302; A.
M. ROMANINI, Scultura nella “Longobardia maior” questioni
storiografiche, in Arte Medievale; II s., V (1991), 1, pp. -30.
Ignoto, VIII secolo, Lastra del sarcofago di Teodote, Pavia, Santa Maria alla
Pusterla.
Ignoto, VIII secolo, decorazioni a stucco, Cividale del Friuli, oratorio di S.
Maria in Valle.
APPENDICE
Si ringraziano tutti coloro che hanno fornito foto e materiali e in particolare:
Maria Raffaela Pessolano (Università degli Studi “Federico II”, Napoli),
Mauro Galligani (“Epoca”), Arturo Mari (“L’osservatore Romano”),
Concetta Cerracchio, Roberto Esposito, Vito Farese, Rocco Garofalo,
Gerardo Garofalo, Luigi Gallucci, Vincenzo Lariccia, Luigi Lariccia.
Elaborazioni delle immagini e delle foto a cura di Clemente Farese
Custodito per secoli all’interno dell’antica cattedrale metropolitana, il
sarcofago contenente le venerate spoglie del presule S, Erberto
all’indomani del terremoto del 23 novembre 1980 è stato al centro di
una serie di vicende che vai la pena ricordare. Sepolto sotto le macerie
della volta absidale crollata quella terribile sera, rimase esposto alle
intemperie alcuni anni, protetto solamente da una precaria copertura in
legno e tele di plastica. In questo periodo purtroppo si registrò il grave
furto delle protomi leonine che lo sorreggevano e delle quali si è persa
ogni traccia. Solo nell’anno 1987, dopo un serrato confronto con i
dirigenti dell’allora Soprintendenza B.A.A.A.S. di Salerno ed
Avellino, si riuscì a far trasferire il prezioso manufatto nella chiesa
prefabbricata della comunità conzana in contrada Cavallerizza, Fu un
momento di forte impatto emotivo per tutti, soprattutto perché,
rileggendolo oggi, segnò per la comunità conzana l’inizio concreto del
cammino di riappropriazione della propria identità spirituale e civica.
La presenza, il 20 agosto di quell’anno, assieme all’arcivescovo
Nuzzi, dei sacerdoti dei paesi vicini, fu un’ulteriore occasione per
ricordare la dignità della Chiesa conzana e dei canonici che nel corso
dei secoli avevano curato la liturgia ed alimentato la devozione verso
il santo vescovo Erberto, Questi idealmente aveva seguito il suo
popolo e lo stesso avvenne quando, agli inizi di agosto del 1993, la
comunità si trasferì al paese nuovo sorto al Piano delle Briglie, Anche
questa volta il sarcofago fu traslato nell’edificio provvisoriamente
adibito per il culto dove è rimasto fino al 2 dicembre 2003, quando è
stato definitivamente sistemato nella nuova concattedrale,
solennemente dedicata da S. E. mons. Salvatore Nunnari il 7 dicembre
2003. Qui, sottoposto ad un restauro che ha cercato di riparare in parte
i danni subiti a causa del sisma del 1980, attende un secondo radicale
intervento che preveda anche una nuova ricognizione delle reliquie in
esso contenute, soprattutto per verificarne lo stato di conservazione
dopo tutte le vicissitudini di questi ultimi anni.
TARCISIO LUIGI GAMBALONGA
Sarcofago nella ricognizione del 20.07.1969. L’Arcivescovo Gastone
Mojaisky Perrelli, Don Luigi Venezia e Mons. Donato Cassese. In alto a
destra è visibile la lapide su cui è erroneamente scolpita la data di morte del
Santo, nella sua collocazione originaria.
Apertura del sarcofago contenente le spoglie di Sant’Erberto, nella seconda
ricognizione del 20.07.1969.
L’Arcivescovo Gastone Mojaisky Perrelli, assistito da Mons. Giuseppe
Chiusano, notaio ad hoc, apre la teca con l’atto rinvenuto consunto della
prima ricognizione dell’Arcivescovo Gaetano Caracciolo.
Lettura degli atti della seconda ricognizione – 20.07.1969.
Don Luigi Venezia e devoti conzani osservano le spoglie del Santo.
Interno del sarcofago, con le spoglie del Santo, come apparve al momento
dell’apertura il 20.07.1969.
I resti ricomposti del Santo, nell’imminenza della chiusura definitiva del
sarcofago (30.08.1970). Tra i devoti conzani, le “Suore di Montanaro”:
Santina ed Angela.
Chiusura del sarcofago.
Fedeli in una foto ricordo della seconda ricognizione, con S.E. Mons.
Gastone Mojaisky Perrelli, Don Luigi Venezia e S.E. Mons. Angelo Criscito,
conzano.
Altare maggiore: realizzato il 23.03.1684 per contenere le spoglie del Santo,
in occasione della prima ricognizione voluta dall’Arciv. Gaetano Caracciolo.
Il sarcofago, trasferito da una piccola cappella del lato destro dell’ingresso
della Cattedrale, fu rimesso alla luce nel 1969 dall’Arciv. ed Amministratore
Apostolico di Conza, Mons. Gastone Mojaisky Perrelli.
Sarcofago dopo la rimozione delle macerie nella Cattedrale, fra l’altare postconciliare spezzato (senza le lastre marmoree delle tre virtù cardinali,
asportate per il restauro) ed il coro ligneo (privo di colonnine, capitelli e fregi
oltre allo stemma centrale dell’Arciv. Giuseppe Nicolai, trafugati dopo il
sisma).
Sarcofago di S. Erberto protetto dopo la rimozione delle macerie dell’abside
crollata - 1981.
In corrispondenza dei 3 mazzi di fiori, sono visibili le protomi,
successivamente trafugate.
Fase dello rimozione del sarcofago mentre percorre la navata Dx della
Cattedrale con l’assistenza dei responsabili della Soprintendenza e
dell’Ufficio BB.CC. Curiale (1985).
Oltre alle due ricognizioni la tomba in pietra del Santo è stata forzata nel
1573 da un soldato spagnolo il quale, ferito durante l’apertura, guarì per
intercessione del Santo.
Fase del trasferimento del sarcofago mentre valica definitivamente le mura
perimetrali della Cattedrale, attraversando la Cappella della Madonna della
Gaggia sospeso al braccio meccanico della gru – (
1985).
Arrivo del sarcofago nella chiesetta prefabbricata dell’insediamento
provvisorio in C.da Cavallerizza.
Terzo trasferimento dai prefabbricati alla nuova Conza. Don Mario Malanga
e volontari sistemano temporaneamente il sarcofago nella palestra, adibita a
chiesa provvisoria - 199 .
Quarto ed ultimo trasferimento del sarcofago dalla chiesa provvisoria alla
Concattedrale. In primo piano la campana rifusa nel 1939 con l’effigie di
Sant’Erberto – 2.11.2003.
Fase del trasporto del sarcofago dalla chiesa provvisoria alla Concattedrale –
2.11.2003.
Arrivo del sarcofago sul sagrato della nuova Concattedrale; sullo sfondo la
chiesa provvisoria – 2.11.2003.
Conzani in una foto ricordo durante la sistemazione definitiva del sarcofago
nella nuova Concattedrale - 2.11.2003.
Definitiva collocazione del sarcofago di S. Erberto nella nuova
Concattedrale – 2.12.2003.
Sarcofago (reimpiego collocabile al IX o al X secolo) prima del restauro,
poggiato sui nuovi elementi lapidei, sostitutivi delle protomi trafugate
23.11.2004.
Sarcofago ed antica balaustra con lo stemma di F. Nicolai durante il restauro
- 23.11.2004.
Lavori di restauro della balaustra collocata intorno al sarcofago – 15.12.2004.
Lato Dx del Sarcofago privo dei due acroteri, spezzati con il crollo della
Cattedrale il 23.11.1080, in seguito recuperati e custoditi da Mons. Tarcisio
per il restauro - 23.11.2004.
Restauro dei 2 acroteri - 23.12.2004.
Sarcofago nella nuova Concattedrale prima del restauro - 23.11.2004.
L’insieme dopo il restauro.
In alto: distico senza data, scolpito su un antico marmo, reimpiegato e murato
nel pilastro dell’arco maggiore in “Cornu Evangelii”, come si presentava il
24.11.1980.
Successivamente rimosso e conservato, è stato definitivamente riposizionato
nella nuova Concattedrale, nei pressi del sarcofago, unitamente all’altra
lapide (in basso) , anch’essa originariamente inglobata nel pilastro maggiore,
in “Cornu Epistolae” con la data (1.118) di morte del Santo erroneamente
scolpita, comunemente individuata nell’anno 1.181.
Teca metallica contenente la reliquia di S. Erberto - 6.12.2003.
Sigillo sul retro della teca riproducente l’effigie dell’Assunta e la scritta
“METRAPOLITANUM CAPITULUM COMPSANUM” – 6.12.2003.
La solenne dedicazione della chiesa concattedrale di S. Maria Assunta
di Conza il 7 dicembre 2003 è stato certamente un avvenimento di
portata storica non solo per la comunità conzana, ma per un’intera
arcidiocesi, che riconosce in essa la “Chiesa madre” di tutta la
comunità altirpina. La presenza di tanti sacerdoti;, ma anche di tanti
sindaci dei paesi vicini, e di una folla festante di fedeli ha sottolineato
in maniera eloquente tutto ciò. D’altronde l’edificio si pone in
continuazione con il luogo sacro presente da oltre un millennio sul
colle dell’antica Conza. Questa continuità è evidenziata anche dalla
presenza allinterao del. nuovo edificio di reperti dell’antica cattedrale.
Come sempre è avvenuto nel corso dei secoli queste preziose reliquie
hanno seguito il popolo credente laddove esso si trasferiva. Ecco
allora, la scelta di ricollocare il fonte battesimale del cardinale Alfonso
Gesualdo (1563-1572), il sarcofago di S. Erberto circondato dalla
balaustra in pietra rossa di mons. Francesco Nicolai (1716-1731),
l’altare in marmo di Carrara del SS. Sacramento recante le insegne
vescovili di mons. Giulio Tommasi (vescovo di S. Angelo dei
Lombardi e Bisaccia dal 1897 al 1921, arcivescovo di Conza dal 1921
al 1936). Un segno piccolo ma significativo di questa continuità è
anche la fenestella confessionis"posta al centro del paliotto del nuovo
altare per la celebrazione. La preziosa grata in ferro battuto e bronzo
faceva parte dell’altare maggiore voluto da mons* Giuseppe Nicolai
(17314758) e smantellato nel 1969 in occasione della seconda
ricognizione delle spoglie mortali di S„ Erberto, allorquando fu
rimesso in luce l’antico sarcofago e adeguato il presbiterio alle nuove
norme liturgiche emanate a seguito del Concilio Vaticano II. Oggi
permette di venerare la piccola urna contenente l’insigne reliquia del
glorioso S. Erberto, prelevata in occasione della prima ricognizione da
mons. Caracciolo e conservata nel passato in un reliquiario nello
stipone dell’antica chiesa. Segni di un passato che si spera di poter
ulteriormente arricchire con altri manufatti attualmente in deposito,
perché bisognosi di restauro, in. modo da fare di questo nuovo tempio
una custodia di memorie conzane.
TARCISIO LUIGI GAMBALONGA
Conza della Campania: nuova chiesa Concattedrale 7.12.2003.
Reliquia di S. Erberto (6.12.2003) deposta nell’urna in pietra locale, collocata
all’interno della “fenestrella confessionis” dell’altare della nuova
Concattedrale il 7.12.2003, giorno della Dedicazione.
La Statua del Santo muove verso la nuova Concattedrale per la Dedicazione 7.12.2003.
Il Vescovo S.E. Padre Salvatore Nunnari riceve dal Sindaco Raffaele Vito
Farese e dal progettista arch. Michele Carluccio le chiavi della Concattedrale
ricostruita - 7.12.2003.
Padre Pierangelo Pirotta apre la porta della nuova Chiesa Concattedrale per
l’inizio della cerimonia di Dedicazione - 7.12.2003.
Ingresso della Statua di S.Erberto nella nuova Concattedrale ricostruita –
7.12.2003.
Liturgia di Dedicazione 7.12.2003.
Diaconi e Sacerdoti concelebranti: (da sx a dx) - Diacono Gesuita (?)
____________ Don Pasquale Rosamilia, Padre Piergiorgio Piras, Padre
Erberto Cerracchio, Don Antonio Tenore, Mons. Donato Cassese, S.E.
Padre Salvatore Nunnari, Padre Alfredo Marranzini s.j., Padre Pierangelo
Pirotta, Fr. Wilfried Krieger, Pade Luigi Martella c.ss.r., Fr. Pietro
Saffirio, Don Angelo Colicchio, Diacono Michele Iula, Diacono Giuseppe
Iannece - 7.12.2003.
P. Pierangelo Pirotta consegna al Vescovo S. Nunnari l’urna di S. Erberto per
la deposizione nel sepolcro e la consacrazione del nuovo altare della
Concattedrale ricostruita 7.12.2003.
S.E. Padre S. Nunnari e Mons. Tarcisio G. danno inizio alla rito della
deposizione dell’urna.
Deposizione dell’urna. – 7.12.2003.
Unzione dell’altare – 7.12.2003.
Unzione delle 12 croci – 7.12.2003.
Aspersione e benedizione del nuovo altare – 7.12.2003
Incensazione dell’altare all’interno del quale è stata deposta l’urna. Sullo
sfondo il busto argenteo del Santo – 7.12.2003.
Concattedrale in costruzione – P. Pierangelo Pirotta “Giornata della pace” 18 maggio 2002.
La speranza riposta (?) nelle nuove generazioni. Estate Junior – 17.08.2004
D.O.M.
L’Anno del Signore 2003, il giorno 7 del mese di dicembre
sotto il pontificato del Papa GIOVANNI PAOLO II,
presenti Presbiterio e Popolo di Dio festanti,
SALVATORE NUNNARI
Arcivescovo di Sant’Angelo dei Lombardi–Conza–Nusco–Bisaccia
solennemente dedicò a gloria di Dio
e in onore della Beata Vergine Maria Assunta in cielo
questa Chiesa Concattedrale,
erede della fulgida storia di fede della metropolitana sede episcopale di Conza,
interamente ricostruita, unitamente al centro abitato, in questo nuovo sito
dopo il disastroso sisma del 23 novembre 1980,
con il nuovo altare
ponendo in esso una reliquia insigne del patrono Sant’Erberto.
AD MAIOREM DEI GLORIAM
Firmato:
Salvatore Nunnari - Arcivescovo di Sant’Angelo dei Lombardi – Conza –
Nusco -Bisaccia
Padre Pierangelo Pirotta – Parroco
Architetto Michele Carluccio – progettista
Mons. Donato Cassese – Vicario Generale
Clemente Farese – Presidente Pro Loco “COMPSA”
Suor Maria Donata Grassi – Piccole Suore Sacra Famiglia
Raffaele Vito Farese – Sindaco di Conza
Don Antonio Tenore
Mons. Tarcisio Luigi Gambalonga – Cancelliere arcivescovile
Bolla della dedicazione.
D.O.M.
L’ANNO DEL SIGNORE 2003 IL GIORNO 7 DEL MESE DI DICEMBRE
SOTTO II. PONTIFICATO DEL PAPA GIOVANNI PAOLO II
PRESENTI PADRE PIERANGELO PLROTTA PARROCO
PRESBITERIO E POPOLO DI DIO FESTANTI
SALVATORE NUNNARI ARCIVESCOVO
DI SANTANGELO DEI LOMBARDI - CONZA - NUSCO - BISACCIA
SOLENNEMENTE DEDICÒ A GLORIA DI DLO
E IN ONORE DELLA BEATA VERGINE M ARIA ASSUNTA IN CIELO
QUESTA CHIESA CONCATTEDRALE
EREDE DELIA FULGIDA STORIA DI FEDE
DELLA METROPOLITANA SEDE EPISCOPALE DI CONZA
INTERAMENTE RICOSTRUITA
UNITAMENTE AL CENTRO ABITATO IN QUESTO NUOVO SITO
DOPO IL DISASTROSO SISMA DEL 23 NOVEMBRE 1980
CON IL NUOVO ALTARE
PONENDO IN ESSO UNA RELIQUIA INSIGNE
DEL PATRONO S. ERBERTO
TARCISIO LUIGI GAMBALONGA CANCELLIERE ARCIVESCOVILE
A PERPETUA MEMORIA POSE
Lapide commemorativa della dedicazione.
IMMAGINI
DI
CONZA E DELLA SUA CATTEDRALE
D.O.M.
VETUSTISSIMAM HANC ET INSIGNEM BASILICAM
HIRPINORUM METROPOLIM
DEIPARAE ÌN COELUM ASSUMPTAE DICATAM
TOT TERRAE CONCUSSIONIBUS PLURIES EVERSAM
POSTREMO DE ANNO MDCCXXXII
HOMINIBUS FERE QUINQUAGINTA MISERE OPPRESSIS
FUNDITUS CONVULSAM AC SOLO AEQUATAM
JOSEPH NICOLAI ARCHIEPISCOPUS COMPSANUS
NE SPONSAE SOLATIO DESTITUERETUR
MAGNO SUMPTU, MAIORI CURA
FIRMIUS ET ELEGANTIUS
E FUNDAMENTIS RESTITUENDAM CURAVIT
A.D. MDCCXXXVI
A DIO OTTIMO MASSIMO
QUESTA ANTICHISSIMA E INSIGNE BASILICA METROPOLI DEGLI IRPINI
DEDICATA ALLA MADRE DI DIO ASSUNTA IN CIELO PIÙ VOLTE
SCONVOLTA DA TERREMOTI INFINE NELLANNO 1732 QUANDO
PERIRONO
MISERAMENTE
QUASI
CINQUANTA
PERSONE
RADICALMENTE SCOSSA E RASA AL SUOLO LARCIVESCOVO GIUSEPPE
NICOLAI AFFINCHÉ NON FOSSE PRIVATO DEL CONFORTO DELLA SPOSA
CON SPESA GRANDE, CON CURA MAGGIORE CURO'CHE FOSSE
RICOSTRUITA DALLE FONDAMENTA IN MANIERA PIÙ SOLIDA ED
ELEGANTE NELLANNO DEL SIGNORE 1736.
D.O.M.
TEMPLUM HOC METROPOLITICAE SEDIS CAPUT
EX INGENTI TERREMOTI!
JOSEPH NICOLAI ARCHIEPISCOPUS COMPSANUS
ASSISTENTIBUS
OMNIBUS DIOCESIS ARCHIPRESBYTERIS
PER NICOLAUM DE AMATO
EPISCOPUM LAQUEDONIENSEM
CUM LEGITIMA INDULGENTIARUM CONCESSIONE
SE PRAESENTE
CONSECRANDUM CURAVIT
DIE XVI MENSIS MAH A.D. MDCCLI
A DIO OTTIMO MASSIMO
DI QUESTO TEMPIO PRINCIPALE DELLA SEDE METROPOLITICA A
SEGUITO DI UN DISASTROSO TERREMOTO GIUSEPPE NICOLAI
ARCIVESCOVO DI CONZA
CON LASSISTENZA DI TUTTI GLI ARCIPRETI DELLA DIOCESI CON LA.
SUA PERSONALE PARTECIPAZIONE PER MEZZO DI NICOLA DE AMATO
VESCOVO DI LACEDONIA NE CURÒ LA CONSACRAZIONE
II. GIORNO 16 MAGGIO 1751.
Conza della Campania – Via Dante Alighieri: Il 25.11.1980 il Presidente
della Repubblica – Sandro Pertini visita il paese devastato dal terremoto del
23.11.1980. “Al silenzio, si addice il silenzio”: la sua riflessione
nell’immediatezza dell’evento calamitoso.
Al duro messaggio televisivo alla Nazione ed al Parlamento del giorno
seguente del Presidente ed agli interventi di Papa Giovanni Paolo II, sono
seguiti spontanei ed in elencabili atti di generosità ed abnegazione di
volontari civili, religiosi e militari di ogni ordine e grado.
Rimane indelebile l’impagabile contributo di solidarietà offerto.
Il senso di gratitudine, indistinto, Conza lo esprime ancora una volta con il
suo forte desiderio di rinascita.
A Sandro Pertini è dedicata la piazza centrale antistante la Concattedrale nel
nuovo centro urbano ricostruito.
Potenza – Ospedale “San Carlo”: Il Papa durante la visita si sofferma a dare
conforto ad Emilio Olindo Ciccone, gravemente ferito nel sisma.
Roma - Città del Vaticano: Il Papa riceve nella Cappella Paolina Clemente
Farese con Don Eugenio Fizzotti (Salesiano fra i primi accorso a Conza il
24.11.1980) ed i dirigenti dell’U.N.I.T.A.L.S.I. Calabrese (fra i tantissimi
volontari intervenuti per aiuti e soccorsi). L’incontro ha voluto significare un
gesto di ringraziamento ed un invito a non dimenticare le popolazioni colpite
dal sisma del 23.11.1980. - 7.02.1981.
ERBERTO, arcivescovo di Conza (Avellino), Santo,
Visse nella seconda metà del sec» XII, come appare da un
documento pergamenaceo del 1169 conservato nell’archivio
arcivescovile di Conza, in cui concede a Roberto, Vescovo di
Muro Lucano, la facoltà di consacrare una chiesa in onore di SB
Martino. Interviene al III Concilio Lateranense del 1180 e il
1181. Un’antica iscrizione, tuttora conservata su un pilastro
dell’arco maggiore della vecchia cattedrale, riporta la data di
morte al 1118, ma è chiaro che l’incisore dovette fare una
materiale trasposizione dei due ultimi numeri. Il 23 marzo 1684
l’arciv. Gaetano Caracciolo, teatino, compì la ricognizione
canonica delle reliquie, che da un altare laterale, dove
giacevano, furono collocate in un’urna sotto l’altare maggiore
della cattedrale. In questa occasione arcivescovo prelevò
l’anello episcopale, che ogni anno, nella vigilia della festa viene
immerso, al canto dell’inno dei santi confessori, nell’acqua,
distribuita poi per devozione ai fedeli, E tuttora veneratissimo
come protettore della città e diocesi con festa liturgica al 20 ag.
In esecuzione della pia volontà dell’arciv, Giuseppe Nicolai (m.
1758) fu eretta in onore del Santo una preziosa statua di
argento, ed alla fine del sec. XIX, un altro arciv. di Conza,
Antonio Buglione, gli intitolò una Cassa rurale.
Bibl.: FERRARI, Cat. Gen., pp. 330-31; UGHELLI, VI, col. 799: Acta SS. Augusti, IV,
Venezia 1752, p.100; MANSI, XXII. Coli. 215,462; M. A. LUPOLI, Synodus Compsana, Napoli
1827, pp. 295-299; CHEVALIER, Répertoire, I, col.2110; G. GARGANO, Ricerche storiche su
Coma antica, Avellino 1935, pp. 58-64; P.F. KEFIR, Italia Pontificia, IX, Berlino 1962, p. 508.
QUELLEN UND FORSCHUNGEN
AUS ITALIENENISCHEN ARCHIVEN UND BIBLIOTHEKEN
HERAUSGEGEBEN VOM
DEUTSCHEN
HISTORISCHEN INSTITUT IN ROM
BAND XXXVIII
MAX NIEMEYER VERLAG TÜBINGEN
1958
AUSLIEFERUNG FÜR ITALIEN DURCH W. REGENBERG, ROM (715)
KANONISTISCHE ERGÄNZUNGEN ZUR ITALIA
PONTIFICIA
von
WALTHER HOLTZMANN
Band V: Aemilia sive provincia Ravennas
204. Idem (Alexander III.) Consano electo.
a. De muliere, quam infra etatem cuidam in diocesi tua nupsisse et
ab eo infra X. annum carnaliter cognitam fuisse audivimus, sed nunc in anno
XI. constitutam divorcium querere, licet contra naturam hoc esse noscatur,
prudentie tue significatione presentium intimamus, quatenus, utrum post
carnalem commixtionem in X. anno vel in principio XImi vir mulieri
placuisse seu consensisse videatur et cuius discretionis mulier sit, scilicet an
etatem malicia suppleat, diligenter et studiose inquiras, et si ista vel maior
pars horum concurrant, licet mulier in anno XI. vel etiam XII. reclamare
dicatur, ipsos propter hoc ab invicem separari nulla ratione permittas, sed
eos potius, sicut virum et uxorem decet, compellas districte cohabitare.
Quod si virum mulierem per violentiam oppressisse nec eam sibi tunc
consessisse constiterit, sed potius in anno XI constitutam instantius
reclamare, tu inter illos divortii sententiam non differas promulgare.
b. Sacerdotes autem illos, qui infra tuam diocesim post interdictum
tuum in eos canonice promulgatum excommunicati divina etiam celebrare
presumunt, ad tempus secundum discretionem tibi a Deo datam suspendas et
unum illorum, qui gravius deliquerit, ad terrorem aliorum aliquam
religionem disctrictam intrare compellas et eum ibidem peccata suas facias
penitentia condigna deflere aut ipsum perpetuo deponas.
Cott. II 20 (Idem Consano). Pet. I 23 (Idem [Con]sano electo).
JL.- In Cott. sehr stark zerstört. Der Erzbischof Herbert von Conza,
der ein Engländer gewesen sein soll und 1179 am 3. Laterankonzil teilnahm,
begegnet 1169 in einer Inschrift bei Ughelli, It. Sacr. 26, 844, als Elekt.
Vielleicht darf man dann auch dieses bisher unbekannte Stück zu (cr.1169)
datieren.
205. Alexander ep. serv. Dei. Venerabili frati Her(berto) Consano
archiepiscopo.
a. Intelleximus ex litteris tuis, quot Rogerus de Laviano
parrochianus tuus – districtione compellas.
b. Adiecisti insuper in litteris ipsis, quod, cum in terra predicti
Rogeri pro eo, quod decimam tibi dare nolebat, divina prohibuisses officia
celebrari, capellani eiusdem Rog(eri) contra prohibitionem tuam divina ibi
celebraverunt officia. Quos pro tante presumptionis excessu vinculo fecisti
excommunicationis astringi, sed ipsi per tres menses, sicut asseris, in
excommunicatione perstiterunt et prefatus R. eis in mensa et cibo et potu
communicavit. Preterea idem R. ad quandam ecclesiam tuam suos bailivos
direxit, qui claves ecclesie violenter ceperunt et res ecclesie de ecclesia et de
domo ecclesie violenter asportaverunt. Cum autem per canonicos tuos ipsum
ad emendationem sollicite monuisse, ipse duos eorum tota die usque ad
vesperam in sua detinuit captione. Quoniam igitur ex generali decreto
sententiam excommunicationis incurrunt, qui in clericos manus iniciunt
violentas, fraternitati tue per apostolica scripta precipiendo mandamus,
quatenus, si prefatus R. in tantam audaciam sue presumptionis prorupit, eum
contradictione et appellatione cessante pubblice accensis candelis
excommunicatum denunties et facias sicut excommunicatum vitari, donec
passis iniuriam congrue satisfaciat et tibi subtractam decimam solvat et res
prescripte ecclesie cum integritate restituat et cum litteris tuis ad
apostolicam sedem satisfacturus accedat.
Flor. = F. Claud. = C. – 6 Rog.] R. F decimas C 8 celebrarunt C
tanto C 11 mensa] et om. C 13 et de] de om.C violenter om.C asportarunt F
16 raptione F 19 tantam om.FC, supplevi sue] tue F prerupit F, prorumpit C
23 predicte C.
Vollständig: Flor.40.Claud.112 (Uiana arch.). – Nur Teil a: Bridl.
130 (h. Cosano arch.). Cl. 76 (s. inscr.). Chelt. 4,7 (Corsano arch.). Cott. IV
6 (s. inscr.). App. 4,1 (Id. Cusano arch.). Bamb. 24,4 (Idem Cons. arch.). =
Cpd. 24,4 (p. 43). Erl. 24,6 (Id. Cons. ep.). Lips. 22,7 (Id. A. Cosano ep.) =
Cass. 34,4 = Tann. III 13,4. Sang. IV 9,4 (p.198: Id. Cusat. ep.). Brug. 4,8
(Alex. Susanen. arch.). Frcf. 20,24 (Alex. Consan. ep.). A III 26,5 (Idem
Cons. arch.).
JL. 13862. – Der erste Teil lehnt einen von Roger von Laviano
vorgeschlagenen Tausch eines Kirchenzehnten gegen andere Einkünfte ab.
Dieser Roger ist bekannt aus einer Urkunde des Erzbischofs Gervasius von
Conza, die bei Ughelli 26,812 erwähnt wird; im Catalogus baronum n.469
(Del Re 1,584) kommt ein Wilhelm von Laviano vor. Ob die in Nr. 204 b
geschilderten Unregelmäßigkeiten mit den hier im Teil b dargestellten
zusammenhängen, scheint mir nicht sicher, so daß ich das Stück doch eher
auf (1169-81) datieren möchte. Die volle Adresse nur in Flor.
DECRETUM
Anno Domini 1169 B. Herbertus Antistes
Compsanus, Confessor, refertur ut Archiepiscopus electus.
Jure meritoque pro certo habendum est ut codem
anno ipsum consecrationi episcopali insignitum fuisse.
Vertente proinde octavo anno centenario
eiusdem electionis et consecrationis, statuimus
ac decernimus recognitionem canonicam perficere exuviarum Beati Decessoris nostri, repositarum in area ex lapide exculpta, sub Ara
majori Ecclesiae Metropolitanae Compsanae.
Novissima recognitio facta est ab Archiepiscopo Compsano Caietano Caracciolo,
die 23 martii A.D. 1684.
Servatis de jure servandis.
Datum Compsam, die XX Julii MCMLXVIIII
Archiepiscopus – Administrator Apostolicus
+ Gastone Mojaisky Perrelli
Mons. Giuseppe Chiusano
Not. ad hoc
CONZA DELLA CAMPANIA
Cronotassi 1980 -20 agosto -2005
Pontefici:
16 ottobre 1978 -2 aprile. 2005
19 aprile 2005 - ad multos annos
Giovanni Paolo II
Benedetto XVI
Arcivescovi:
18 novembre 1978 -21 febbraio 1981
21 febbraio 1981 -31 dicembre 1988
14 dicembre 1989 -28 febbraio 1998
30 gennaio 1999 48 dicembre 2004
14 maggio 2005 - ad multos annos
Mario Maglietta
Antonio Nuzzi
Mario Milano
Salvatore Nunnari
Francesco Alfano
Parroci:
4 novembre 1965 4° novembre 1982
2 novembre 1982 44 settembre 1986
14 settembre 1986 4° settembre 1990
1° settembre 1990 43 ottobre 1996
13 ottobre 1996 -6 giugno 2000
1° agosto 2000 -31 dicembre 2000
1° gennaio 2001 - ad multos annos
Luigi Venezia
Dino Tisato
Tarcisio Luigi Gambalonga
Mario Malanga
Franco Celetta
José Ramon Penìa Morales
Pierangelo Pirotta
Sindaci:
1980 – 1990
1990 – 1993
1993 – 1998
1998 – 1998
1998 – 2003
2003 –
Felice Imbriani
Giuseppe Rosa
Luigi Ciccone
Ines Giannini (Commissario)
Raffaele Vito Turri
Raffaele Vito Farese
Dopo il sisma del 1980, a causa delle gravi condizioni di salute
dell'arcivescovo Miglietta, la Santa Sede nominò amministratore apostolico
sede plena prima raons, Nicola Agnozzi (29 novembre -29 dicembre 1980),
vescovo di Ariano Irpino e Lacedonia, poi mons. Angelo Criscito (conzano),
vescovo di Lucera e San Severo, fino allàrrivo di mons. Nuzzi.
IL VESCOVO BENEDETTO
Servo dei Servi di Dio
al diletto figlio
FRANCESCO ALFANO
del Clero della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno dove è Vicario episcopale
per il Clero, Arcivescovo eletto di S. Angelo dei Lombardi-Conza-NuscoBisaccia, salute e apostolica benedizione.
Appena chiamato a succedere al Beato Apostolo Pietro, ho saputo che i
fedeli della Comunità ecclesiale di S. Angelo dei Lombardi-Conza-NuscoBisaccia aspettavano un nuovo Pastore, dopo il trasferimento del venerato
fratello Salvatore Nunnari alla Sede Metropolitana di Cosenza-Bisignano.
Ho pensato allora a te, diletto figlio, ricco di salda fede e buoni costumi,
dotato di devozione, zelo pastorale, prudenza e dottrina, per affidarli la
guida di questo gregge. Dopo aver, dunque, ascoltato il parere della
Congregazione per i Vescovi, con la mia autorità apostolica, ti costituisco
Arcivescovo della Chiesa Cattedrale di S. Angelo dei Lombardi-ConzaNusco-Bisaccia, con i diritti che ti sono dovuti e le annesse responsabilità.
Per quanto concerne la tua ordinazione episcopale, consento che tu la riceva
fuori Roma da un qualsiasi Vescovo cattolico, secondo le norme liturgiche.
Ma prima dovrai emettere la tua professione di fede ed il giuramento di
fedeltà verso di me ed i miei successori, secondo le leggi e le norme della
Chiesa. Ti preoccuperai che in modo conveniente questa tua elezione si
annunziata al Clero e al popolo a te affidato: è opportuno, infatti, che essi
conoscano il proprio Pastore e lo accolgano con il dovuto rispetto. Infine,
diletto figlio, che per volontà dello Spirito Santo e mia sei chiamato ad
assumere un onere così grave, voglio esortarti con le parole dell’Apostolo a
pascere volentieri il gregge di Dio, provvedendo ad esso spontaneamente
secondo Dio, facendoti modello del gregge (cf 1Pt 5, 2-3). La presente Bolla
di nomina è stata data a Roma, presso San Pietro, il 14 maggio dell’anno del
Signore 2005, primo anno del mio Pontificato.
Il Padre dei Padri
Benedetto XVI
Marcello Rossetti
Protonotario apostolico
INDICE
PRESENTAZIONE ............. pag»
SAGGI
9
GERARDO CIOFFARI OP
Erberto il santo patrono di Conza.
......
. pag.
13
EMILIO RICCIARDI
La cattedrale di Conza............pag.
49
CLEMENTE FARESE
La cappella di S. Maria della Stella
........ pag.
ANGELO COLANTUONO
Il sarcofago di S. Erberto
............ pag.
93
APPENDICE
1. Fotografie.............. pag.
2. Documenti.............. pag.
106
181
FINITO DI STAMPARE
NEL MESE DI AGOSTO 2005 PRESSO
GRAFICHE PANNISCO S.N.C. C.DA ISCA - CALITRI (AV)
75
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La storia di S. Erberto