Corso di Macroeconomia
Lezione 11
Il processo di integrazione economica e
monetaria in Europa
Dott. Vito Amendolagine, Corso
Macroeconomia, Brindisi, 2011-2012
Unione Economica Monetaria (1)
• E il risultato di un processo lento e graduale, iniziato
nel 1957 con il Trattato di Roma, con cui nascono la
CEE e l’EURATOM.
• I cambiamenti più radicali si sono avuti con la
sottoscrizione del Trattato di Maastricht (gennaio
1991, ratificato nel 1992).
 Quest’ultimo ha sancito l’introduzione del mercato
unico e della moneta unica.
• Il processo non è esaurito ma in continua evoluzione e
pone nuove sfide con il processo di allargamento ai
paesi dell’Europa Centro-Orientale e Meridionale.
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Unione Economica Monetaria (2)
• Principali tappe storiche
 CEE. Con il Trattato Roma (1957) viene costituita la Comunità
Economica Europea (Germania, Francia, Italia, Belgio, Lussemburgo,
Paesi Bassi).
 UE-15. Negli anni successivi altri 9 paesi (Austria, Danimarca,
Finlandia, Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito),
che formarono l’Europa-15.
 UE-25. Con l’allargamento (maggio 2004) altri 10 paesi sono entrati
a far parte dell’UE: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia,
Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria.
 UE-27. Con il nuovo allargamento (2007) Romania e Bulgaria sono
entrati nell’UE(27).
• UEM. E’ formata invece da 17 paesi della UE che adottano una
moneta comune: Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia,
Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi,
Portogallo, Spagna, Slovacchia, Slovenia.
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Unione Economica Monetaria (3)
• Perché i Paesi dell’UEM hanno scelto di adottare
la moneta unica ?
 Caratteristica dei paesi dell’UEM è l’alto grado di
apertura
 Il 60% circa del commercio internazionale dei
Paesi dell’Unione è di tipo intracomunitario.
 Il grado di apertura dell’UE verso il resto del
Mondo è superiore a quello di USA e Giappone.
 Il mercato unico non era in grado di operare in
presenza di una alta volatilità dei tassi di cambio.
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Unione Economica Monetaria (4)
• Benefici
 Molti puntano al valore simbolico della moneta unica dopo
mezzo secolo di guerre all’interno dell’Europa nella prima
parte del 900.
 Vantaggi economici: una moneta comune, insieme alla
rimozione di tutti gli altri ostacoli ai movimenti di beni e di
fattori produttivi, avrebbero fatto di questa area una delle
aree economiche più potenti del mondo.
• Costi
 Una moneta comune significa un tasso di interesse comune
e una politica monetaria comune.
 Che cosa accade invece se all’interno dell’Europa un paese
sperimenta shock asimmetrici?
 Per esempio nel paese A una fase espansiva e nel paese B
una fase recessiva. Il primo paese avrebbe bisogno di un
aumento di r e il secondo di una riduzione. Poiché r è lo
stesso in entrambi i paesi, c’è il rischio che il secondo paese
rimanga in recessione per un periodo molto lungo.
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I fase del processo di integrazione:
lo SME
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Sistema Monetario Europeo (1)
• Dopo il crollo del sistema di Bretton Woods, l’Europa decise
di costituire un’area valutaria con cambi fissi i cui margini
di oscillazione rispetto alla parità fossero la metà dei
margini previsti tra le valute internazionali e il $:
  1,125% tra le valute europee;
  2,25% tra le valute europee e il $.
• Questo tentativo è noto nella storia monetaria dell’Europa
come serpente monetario europeo e rappresenta la prima
fase del processo di integrazione monetaria.
• Il mantenimento dei margini di oscillazione richiedeva
 un rigoroso coordinamento tra le politiche economiche
dei paesi comunitari;
 aiuti adeguati per consentire il superamento di difficoltà
temporanee di BP per i paesi più deboli (tramite il Fondo
Monetario Europeo).
• Le frequenti crisi valutarie che colpirono i paesi europei
durante l’esperienza del serpente monetario fecero sì che
nel serpente restassero solo quei paesi con stretti legami di
integrazione economica e commerciale con la Germania
(Olanda, Benelux).
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Sistema Monetario Europeo(2)
• Solo dopo gli accordi della Giamaica (1976) e il riconoscimento ai
paesi membri del FMI della libertà di scelta del sistema di
fluttuazione preferito cominciò il processo decisivo di integrazione
monetaria con la creazione dello SME (creato il 5 dicembre del
1978 entrò in funzione nel marzo 1979).
• Aderirono allo SME dapprima 8 paesi della Comunità (Italia,
Olanda, Germania, Francia, Belgio, Lussemburgo, Danimarca,
Irlanda); successivamente entrarono la Spagna nel 1989, la Gran
Bretagna nel 1990, e il Portogallo all’inizio del 1992 .
• Gli elementi costitutivi del sistema erano:
 creazione dell’unità di conto europea (ECU) formata da un paniere
di valute comunitarie.
 Le parità centrali dei tassi di cambio delle valute dovevano essere
espresse in termini di ECU.
 I cambi potevano oscillare entro una banda ristretta del  2,25%,
salvo per quelle monete in cui i margini erano più ampi (l’Italia 
6%).
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Sistema Monetario Europeo (3)
• Caratteristiche dello SME
 Quando una valuta raggiungeva i limiti massimo e minimo
consentiti, le Banche Centrali avevano l’obbligo di intervenire per
riportare il cambio entro i margini prefissati.
 Lo SME disponeva di un congegno aggiuntivo rispetto al serpente:
indicatore di divergenza, che segnalava andamenti difformi del
tasso di cambio rispetto alla media comunitaria.
 Quando la moneta stava per avvicinarsi alla soglia massima
consentita (pari al 75% dello scarto massimo) occorreva porre in
essere misure correttive e comportava obblighi di consultazione
con gli altri membri dello SME.
 In caso di persistenti squilibri di BP la parità poteva essere
modificata di concerto con gli altri paesi dello SME (riallineamenti).
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Sistema Monetario Europeo (4)
• Funzionamento dello SME
• I divari tra i tassi di inflazione erano molto alti
(Germania 2,7% contro il 12% dell’Italia).
• Lo SME ha funzionato per una serie di espedienti
messi in atto e che consistevano in una combinazione
di riallineamenti e di coordinamenti delle politiche
economiche.
 Alle valute deboli fu concessa una banda di oscillazione
più ampia (6% per la lira fino al 1990).
 In caso di attacchi speculativi le banche centrali
intervenivano a sostegno del paese sotto attacco.
• Dopo la crisi del 1992 la banda di oscillazione fu
ampliata al 15%.
• Era questo il segno del declino dello SME a causa della
incompatibilità degli obiettivi di politica monetaria dei
Paesi membri.
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Sistema Monetario Internazionale (5)
Tasso inflazione nei principali Paesi UE
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La crisi del 1992 (1)
• Nei primi anni di operatività dello Sme parecchi membri
(Francia, Italia) riducevano la possibilità di attacchi
speculativi mantenendo controlli ai movimenti di capitali.
• Il processo di integrazione richiedeva però lo
smantellamento di tali vincoli e nel 1990 la maggior parte
dei paesi dello SME aveva completamente eliminato i
controlli sui movimenti di capitali.
• Nel 1992 lo SME subì la pressione dell’unificazione tedesca
che portò all’aumento senza precedenti dei tassi di
interesse in Germania.
• Gli operatori dei mercati finanziari erano sempre più
convinti che le implicazioni della politica monetaria tedesca
avrebbe condotto a un riallineamento delle parità e a una
svalutazione delle valute deboli.
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La crisi del 1992 (2)
• Le banche centrali dei paesi sotto attacco intervennero
con estenuanti interventi sul mercato dei cambi.
• Le massicce perdite di riserve valutarie che andavano
sempre più riducendosi non avrebbe potuto arginare il
forte deflusso di capitali.
• Italia e Gran Bretagna dopo vari tentativi tendenti a
innalzare i tassi di interesse furono costretti a uscire
dallo SME.
• Altri paesi come Spagna e Portogallo svalutarono le
loro monete.
• Questo in pratica significava il crollo del sistema dei
cambi fissi.
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La crisi del 1992 (3)
• L’incremento di G sposta la IS e la AD. Il tasso di interesse aumenta e anche i P.
• Per evitare spinte inflazionistiche la Bundesbank attua poltiche monetarie restrittive che spostano la
LM determinando ulteriori incrementi del tasso di interesse.
• La AD si sposta verso il basso, i P diminuiscono e anche la LM per effetto del piccolo aumento delle
scorte monetarie in termini reali subisce una trasposizione verso il basso non sufficiente ad abbassare i
tassi di interesse tedeschi
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Aree valutarie ottimali
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Costi di un unione monetaria
• I principali costi di una unione monetaria sono:
 perdita di indipendenza monetaria;
 impossibilità dell’utilizzo della politica del tasso di
cambio come strumento per stabilizzare l’economia.
• Tale perdita è meno gravosa se:
 i prezzi e i salari siano flessibili;
 gli shock che colpiscono l’economia sono di tipo
simmetrico;
 i Paesi che compongono l’unione monetaria formano
un’area valutaria ottimale (AVO).
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Area Valutaria Ottimale
• La teoria delle AVO offre uno schema utile per
analizzare se un gruppo di Paesi avrà vantaggi
o svantaggi dall’adesione a una area
monetaria sulla base di alcune caratteristiche
strutturali dei Paesi europei.
• I costi e i benefici per un Paese che entra a far
parte di un’area valutaria con cambi fissi
dipende da quanto bene siano integrate le
economie dei vari partner in termini di
commercio internazionale e di movimenti dei
fattori.
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Area Valutaria Ottimale: benefici
• I benefici associati alla costituzione di un’area
valutaria sono rappresentati:
 dall’abolizione dei costi di conversione tra
differenti valute;
 dall’eliminazione del rischio di cambio;
 dalla maggiore concorrenza grazie ad una
maggiore trasparenza dei prezzi tra i vari Paesi;
 maggiore credibilità della politica monetaria
(stabilità monetaria e stabilità dei prezzi);
 possibilità di attivazione di un circolo virtuoso tra
stabilità dei prezzi, incremento degli scambi
commerciali e maggiore crescita economica.
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Area Valutaria Ottimale: costi
• Presenza di shock asimmetrici
• I Paesi possono avere caratteristiche diverse in
termini di funzionamento dei mercati del
lavoro, dei beni e degli altri fattori.
• La manovra dei tassi di cambio non è
necessaria quando gli shock sono simmetrici.
• La manovra dei tassi di cambio può invece
essere utile quando gli shock sono
asimmetrici.
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Criteri ottimalità AVO (1)
• Le AVO sono gruppi di regioni con economie
strettamente integrate tra loro
 sia per lo scambio di beni e servizi
 sia per la mobilità dei fattori.
• Se ne deduce che un’area a cambi fissi rappresenta
un’AVO se il volume degli scambi e la mobilità dei
fattori sono elevati.
• La teoria delle AVO individua le caratteristiche
strutturali che un Paese deve possedere se vuole
fronteggiare uno shock asimmetrico senza ricorrere a
variazioni dei tassi di cambio e alle altre politiche che
generalmente vengono utilizzate per mantenere
l’equilibrio interno e esterno.
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Criteri ottimalità AVO (2)
• Nell’ambito dei contributi teorici sulle AVO
vengono individuati 3 criteri di ottimalità:
 mobilità dei fattori (Mundell);
 grado di apertura (McKinnon);
 grado di diversificazione produttiva (Kenen).
• Altri criteri (politici) studiati successivamente
che possono rendere ottimale un’AVO sono:
 trasferimenti fiscali;
 preferenze omogenee (i paesi condividono
interessi comuni e accettano i costi in vista di
obiettivi comuni più importanti);
 solidarietà vs nazionalismo.
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I. Mobilità dei fattori (1)
• Supponiamo che due economie siano colpite da uno
shock asimmetrico.
• La domanda si sposta dai prodotti dell’economia B ai
prodotti dell’economia A
 L’economia A sperimenterà un aumento dei prezzi (la
AD si sposta verso l’alto) e un avanzo commerciale.
 L’economia B sperimenterà un disavanzo commerciale
e un processo di riduzione dei prezzi, dell’output e
della occupazione (AD verso il basso).
• Analizziamo il processo di aggiustamento sotto 3
ipotesi.
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I. Mobilità dei fattori (2)
• I IPOTESI: regime plurivalutario e tassi di cambio
fissi
• Le autorità monetarie di A attueranno politiche
monetarie restrittive per contrastare l’inflazione
(determinata dallo spostamento della domanda).
• Il meccanismo compensativo dell’ aumento dei
prezzi in A che dovrebbe rendere più costose le
importazioni da A non opera e l’onere
dell’aggiustamento ricade esclusivamente sul
paese B.
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I. Mobilità dei fattori (3)
• II IPOTESI: moneta comune
• Se le autorità vogliono ridurre la disoccupazione
in B con una politica monetaria espansiva
(riduzione de tasso di interesse) aggravano la
situazione inflazionistica anche in A
(che
richiederebbe invece un aumento del tasso di
interesse)
• Il perseguimento del pieno impiego induce una
distorsione inflazionistica nell’economia multiregionale con una valuta comune.
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I. Mobilità dei fattori (4)
• III IPOTESI: tasso di cambio flessibile
• Mundell dimostra che anche la soluzione più plausibile
in presenza di uno shock asimmetrico cioè la
flessibilità del tasso di cambio non è necessariamente
la politica ottimale.
• Teoricamente un deprezzamento del tasso di cambio
in B (o un apprezzamento in A) correggerebbe lo
squilibrio esterno e migliorerebbe anche l’equilibrio
interno (disoccupazione in B e inflazione in A)
• Nella realtà gli effetti potrebbero essere diversi se la
struttura all’interno di due Paesi non è omogenea.
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I. Mobilità dei fattori (5)
• III IPOTESI : un esempio
• Assumiamo, infatti, che i due paesi A e B contengano al loro
interno 2 regioni (est e ovest) ognuna specializzata in una
data produzione.
• Lo shock asimmetrico si verifica a livello regionale con uno
spostamento dei prodotti da Est a Ovest.
• La flessibilità del tasso di cambio non sarà in grado di
risolvere lo squilibrio regionale.
• Si verificherà inflazione e avanzo a Ovest e disoccupazione
e disavanzo a Est.
• Se le monete fossero definite su base regionale allora si
verificherebbe un aggiustamento interno ed esterno
attraverso la flessibilità del cambio
• Ciò significa che la flessibilità del cambio si rivela efficace
solo se l’area valutaria corrisponde a una regione
omogenea.
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I. Mobilità dei fattori (6)
• Come risolvere il problema descritto? Attraverso
un’alta mobilità dei fattori produttivi .
• Flussi migratori da Est, che sperimenta disoccupazione,
a Ovest dovrebbe migliorare l’equilibrio interno nelle
due regioni e risolvere lo squilibrio esterno.
• Quest’ultimo si fonda sul fatto che la domanda dei
lavoratori dell’Est emigrati all’Ovest si tramuterebbe in
parte in esportazioni dei prodotti dell’Est verso l’Ovest
e viceversa la domanda dell’Est di prodotti dell’Ovest si
ridurrebbe per effetto dell’emigrazione.
• Solo se esiste mobilità dei fattori le due regioni
potranno mantenere cambi fissi e costituire un’AVO.
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II. Grado di apertura
• Per le economie con un alto grado di apertura sarebbe
ottimale aderire a un’AVO perché verrebbero
minimizzati i costi dell’aggiustamento esterno.
• Il grado di apertura è definito come rapporto tra beni
commerciabili e beni non commerciabili.
• Per i primi (beni commerciabili) il prezzo è fissato a
livello internazionale e quindi le singole economie sono
price-taker.
• Se l’economia è price-taker il tasso di cambio non è
importante per stimolare il grado di competitività.
• I paesi dell’UEM hanno un alto grado di apertura
(definito come Export o import sul PIL ma hanno ampi
settori (servizi) formati da beni non commerciabili.
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III. Grado di diversificazione produttiva (1)
•
Le economie con maggiore diversificazione
produttiva sono quelle maggiormente indicate
per ottenere vantaggi dall’adesione ad un’AVO.
• I motivi sono:
 La diversificazione è un fattore di stabilizzazione
ex ante delle esportazioni. L’idea sottostante è
che una maggiore diversificazione significa
esportazioni differenziate e qualsiasi shock
(microeconomico) che colpisca un settore (o un
prodotto) sarà compensato dalla performance
positiva degli altri settori di beni esportati.
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III. Grado di diversificazione produttiva (2)
 Attenua gli effetti ex post di shock esogeni
sull’occupazione. Perché questo accada, alla
diversificazione produttiva occorre aggiungere una
sufficiente mobilità occupazionale tra i settori
dell’economia.
 Stabilizza la formazione di capitale. Un incremento
delle esportazioni in un qualche settore produttivo
generalmente aumenta gli investimenti in quel
settore e può indurre tensioni inflazionistiche. Nelle
economie in cui la diversificazione è elevata
l’esposizione a questo tipo di instabilità è più ridotta
perché l’incremento delle esportazioni non si
riverserà su tutti i prodotti ma solo su alcuni.
• In conclusione le economie maggiormente
diversificate possono aderire a un’AVO perché
sopportano meglio la rinuncia alla manovra del tasso
di cambio per realizzare l’equilibrio esterno.
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L’UEM è un’AVO ? (1)
•
Sulla base dei criteri sino ad ora esposti si può
affermare che:
 Il grado di apertura non è un criterio sufficiente.
Sulla base di tale criterio solo alcuni paesi
avrebbero dovuto aderire all’UEM (Belgio,
Lussemburgo, Irlanda, Olanda) ma non
Germania, Francia , Italia etc. che presentano un
grado di apertura misurato dall’export/PIL più
basso.
 Sulla base del criterio della mobilità fattoriale
l’UEM non è un’AVO.
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L’UEM è un’AVO ? (2)
 Sulla base della natura e della dimensione degli
shock, generalmente di tipo asimmetrico, l’UEM
non è un’area valutaria ottimale.
 Diversificazione produttiva. E’ l’unico criterio che
permette di valutare positivamente l’adesione a
un’AVO: le strutture industriali dei paesi europei
sarebbero meno concentrate e più diversificate
rispetto agli USA.
• In conclusione, dal punto di vista statico, l’UEM
non risponde ai requisiti dell’ottimalità.
• Considerata in una prospettiva dinamica l’UEM
potrebbe soddisfare i requisiti prima richiamati,
grazie
ad
una
maggiore
integrazione
commerciale di tipo interindustriale.
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L’UEM è un’AVO ? (3)
Grado apertura intra-UE (15)
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L’UEM è un’AVO ? (4)
Relazione tra convergenza reale e flessibilità
I paesi al di sopra della retta CF
possono far parte di un’AVO perché in
grado di fronteggiare gli shock
asimmetrici.
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Politica fiscale nelle unioni monetarie (1)
• In mancanza di flessibilità delle politiche monetarie, la politica
fiscale diventa cruciale in chiave di assorbimento di shock
asimmetrici.
• Bilancio dell’UEM centralizzato a livello europeo.
 In altri termini un’autorità fiscale sovranazionale conduce la politica
fiscale (prelievo e spesa pubblica).
 La centralizzazione del bilancio funzionerebbe come stabilizzatore
automatico e assicurerebbe il riequilibrio dopo lo shock
asimmetrico tramite un processo di ridistribuzione del reddito (lo
stesso di quello che avverrebbe tra le varie regioni italiane).
• Bilanci non centralizzati
 Se la centralizzazione di bilanci non è praticabile, perché
cambierebbe l’assetto delle sovranità nazionali, la teoria dell’AVO
prevede una flessibilità nella conduzione della politica fiscale.
 Ciò generalmente non è consentito o è visto in modo critico.
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Politica fiscale nelle unioni monetarie (2)
• Ragioni alla base delle restrizioni fiscali in Europa
 Rapporto debito/PIl elevato per molti paesi.
 Timore che un’ulteriore crescita del rapporto possa
minare la stabilità dell’UEM.
 Timore che si determinino processi inflazionistici
attraverso pressioni sulla BCE: ciò potrebbe ridurre il
grado di indipendenza della BCE.
• Tuttavia, data la situazione di bassa crescita in Europa i
vincoli alla politica fiscale sembrano eccessivi e
contrastano con la teoria dell’ Avo che prevede una
maggiore flessibilità per questo strumento in assenza
di bilanci centralizzati.
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Politica fiscale nelle unioni monetarie (3)
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Politica monetaria (1)
• La BCE sin dalla sua costituzione ha annunciato che il suo
principale obiettivo è quello di mantenere la stabilità dei
prezzi.
• Più specificatamente l’obiettivo nel medio termine è di far
sì che l’incremento dell’IAPC (Indice Armonizzato dei Prezzi
al Consumo) sui 12 mesi si mantenga inferiore al 2%.
• Tale obiettivo è realizzato attraverso il controllo
dell’aggregato M3 (circolante +depositi in c/c+depositi a
risparmio+depositi vincolati e fondi del mercato monetario
detenuti dalle famiglie+ fondi del mercato monetario
detenuti da investitori istituzionali+depositi vincolati di
grandi dimensioni e pronti c/ termine).
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Politica monetaria (2)
• 2 pilastri
Crescita annunciata della quantità di moneta.
Valutazione del target di inflazione avendo
riguardo non soltanto all’IAPC e al suo tasso
di variazione ma anche a un’intera serie di
indicatori macroeconomici.
• Questo significa che la BCE non aderirà
strettamente né all’approccio conosciuto
come monetary targeting né all’approccio
dell’inflation targeting.
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Politica monetaria (3)
• Tuttavia, non si può nascondere che la sua strategia si
avvicina maggiormente all’inflation targeting.
• Poiché deciderà la sua politica avendo riguardo anche ad
altri indici macroeconomici si può presumere che la sua
condotta non sarà molto diversa da quella seguita dalla
FED.
• Con riferimento a questi obiettivi assumendo che il target
di inflazione sia pari a ’ e che il tasso di interesse di lungo
periodo sia pari a r*, riscriviamo la regola di Taylor:
r  r *  ' '(   ' )
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Politica monetaria (4)
• Politiche (espansive) di reazione agli
shock.
• Se lo shock è simmetrico, la politica
monetaria può essere espansiva (LM
verso il basso).
• Se lo shock è asimmetrico si devono
utilizzare (nei limiti imposti dal Patto di
Stabilità) politiche fiscali espansive (IS
verso destra.
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Politica monetaria (5)
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Prospettive future UEM (1)
• Con il termine allargamento si designa l’accesso
dei paesi dell’Europa Centro-Orientale
e
dell’Europa Meridionale nell’UE.
• I Paesi che hanno ufficialmente richiesto di
entrare nell’UE sono: Turchia, Croazia,
Macedonia, Islanda e Montenegro.
• I paesi che aderiranno devono soddisfare i criteri
stabiliti a Copenaghen (1993) :
1. essere una democrazia stabile;
2. adottare un’economia di mercato funzionante;
3. adottare regole, norme e le politiche comuni
dell’UE.
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Prospettive future UEM (2)
• Timori circa l’allargamento dell’UE
 Divergenze e difformità nelle strutture produttive,
livelli di reddito e tassi di crescita.
 Con l’attuale meccanismo di distribuzione dei fondi
comunitari, i benefici per i nuovi entranti vengono
percepiti come costi dai paesi dell’UE.
 I fondi elargiti per la PAC (Politica Agricola Comune) e
per i fondi strutturali che costituiscono l’85% del
bilancio comunitario sarebbero incanalati soprattutto
verso i nuovi paesi.
 Movimenti migratori che potrebbero aggravare i
problemi sul mercato del lavoro
• Concorrenza con alcuni paesi dell’UE che hanno
specializzazioni produttive similari a quelle dei paesi
dell’allargamento.
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Prospettive future UEM (3)
• Riforme auspicabili all’interno della UE.
Più investimenti in R&S e nell’istruzione
(progresso tecnico e capitale umano sono
fattori fondamentali della crescita).
• Maggiore disciplina e meno burocrazia per
una maggiore efficienza dello Stato e del
settore pubblico.
• Riforme del mercato del lavoro.
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Politica monetaria (1)