Percorso di partecipazione Piombino città futura
I fase: Il museo degli abitanti
Rapporto della prima fase di lavoro a cura di Barbara Imbergamo
1. Il percorso di partecipazione Piombino città futura
Il percorso di partecipazione Piombino città futura ha l’obiettivo di coinvolgere i cittadini in una
riflessione sul proprio passato e, a partire da questo, sul futuro che essi vogliono disegnare per
la città di Piombino.
Storia, memoria, identità, trasformazione, futuro, sono le parole chiave su cui si fonda il
percorso di partecipazione e ciascuna di queste ha trovato il proprio spazio in attività concrete,
volte a sollecitare la riflessione dei cittadini sul proprio passato e sul futuro della città; a
promuovere l’informazione sulle politiche di riqualificazione urbana e sociale e di sviluppo
economico intraprese dall’Amministrazione e la loro valorizzazione mediante l’ascolto e il
coinvolgimento dei cittadini nella definizione delle scelte da intraprendere per lo sviluppo
futuro.
Il percorso di partecipazione si collega strettamente alle opere di riqualificazione già realizzate e
in corso di realizzazione nell’ambito del Contratto di quartiere 2 e alle opere del Piuss (Progetti
integrati urbani di sviluppo sostenibile) in corso progettazione e che dovranno essere realizzate
entro il 2014. A partire da questi interventi concreti intrapresi dal Comune è stato disegnato il
percorso che si è avviato nel mese di aprile e che proseguirà fino all’autunno inoltrato.
Il percorso di partecipazione ha preso l’avvio dal quartiere Cotone-Poggetto il luogo in cui sono
state realizzate gran parte delle opere di riqualificazione del Contratto di Quartiere II; in cui,
nell’ambito del Piuss, verrà costruito il Centro civico; e ai cui margini - nell’area ex Siderco in una
zona di cerniera tra il Cotone e Piombino - avranno luogo le altre opere di riqualificazione
urbana. Ma Cotone e Poggetto è anche un quartiere emblematico del Comune di Piombino e
della sua storia economica e sociale.
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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Nato all’inizio del Novecento proprio a ridosso e a servizio delle industrie siderurgiche, ha
vissuto in tempi recenti qualche decennio di “declino” e rappresenta oggi l’approdo per molti
cittadini stranieri che vi trovano appartamenti a costo inferiore rispetto ad altre zone della città.
Si tratta perciò di un’area della città che vede oggi, più di altre zone una presenza significativa di
popolazione immigrata proveniente in maggioranza da Marocco, Romania, Senegal e Ucraina1 e
al contempo un progressivo invecchiamento della popolazione italiana lì residente. I bambini e gli
adolescenti corrispondono al 12% della popolazione residente, mentre le due fasce d’età più
rappresentate sono quelle degli adulti dai 45 ai 65 anni (28%) e quelli con più di 66 anni (25%). Per tutti
questi motivi il quartiere Cotone-Poggetto è stato identificato come l’area in cui realizzare la
prima fase del percorso dedicata all’ascolto dei cittadini e alla raccolta della loro memoria e
della loro identità.
Cotone visto dal viale dell’Unità d’Italia
La sua storia e il fatto che, “tutti i piombinesi hanno o hanno avuto un parente al Cotone”, rende
il quartiere particolarmente adatto a rappresentare anche simbolicamente la storia, la memoria
e l’identità della città. La scelta del quartiere Cotone vuole dunque rappresentare la “parte per il
tutto” nell’indagine sulla storia e la memoria della città, ma anche – e qui si viene al secondo
aspetto del percorso – le trasformazioni che stanno investendo la città sotto il profilo
urbanistico, sociale ed economico. Esso è infatti il luogo ideale nel quale aprire una riflessione
che si svolge in un’epoca in cui Piombino affronta la sfida della crisi della siderurgia,
1
In città i cittadini immigrati sono il 6.7% del totale dei residenti a Piombino; una percentuale che cresce nel quartiere CotonePoggetto fino all’11%.
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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dell’integrazione dei nuovi cittadini, e ha la necessità di dare risposte ai cittadini anziani che in
prevalenza risiedono nel quartiere.
Nella seconda fase del progetto, in autunno, facendo tesoro del lavoro sulla memoria e sulla
socialità si passerà a trattare il tema del futuro e dello sviluppo economico. Continuando ad
avere come riferimento le opere del Piuss saranno organizzati tre momenti di consultazione dei
cittadini sul futuro della città coinvolgendo, in particolare, associazioni di categoria, sindacati e
imprenditori relativamente al Polo tecnologico di Piombino in progettazione nell’ambito del
Piuss; organizzando dei focus group con gli studenti delle classi quinte delle scuole superiori sul
tema del futuro; e aprendo il confronto ai cittadini di Piombino per una grande giornata di
discussione (OST) sul futuro della città. Nel mese di Novembre si terrà un evento conclusivo
dell’intero percorso nel corso del quale si darà conto di tutto quanto emerso dagli incontri, verrà
organizzata una mostra fotografica con il materiale raccolto, le interviste saranno presentate in
un volume e sarà proiettato un documentario girato in questi mesi di lavoro.
Allestimento del container prima dell’inaugurazione
Il progetto è presente anche sul web con il sito: www.piombinocittafutura.it
Il Tirreno Media partner del progetto
Hanno lavorato al progetto per Sociolab: Barbara Imbergamo, Lorenza Soldani, Carla Maestrini
Ha lavorato al progetto per il Comune: Monica Pierulivo
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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2. Il container-museo degli abitanti: le attività svolte
Il container
Strumento cardine per realizzare la prima fase del percorso è stato il container giallo che è stato
installato nella Piazza del Cotone2 per due mesi (30 aprile – 3 luglio 2010) e che si è trasformato
nel museo temporaneo del quartiere.
Il container è stato il luogo in cui ascoltare i cittadini e i loro bisogni, indagare la percezione che
essi hanno del quartiere, della sua storia e delle sue trasformazioni mediante la raccolta delle
storie personali e delle fotografie, ma è stato anche lo strumento per creare momenti di
socialità e mantenere, riannodare o creare legami amicali. Collocare un container nella piazza
del quartiere ha significato catalizzare l’attenzione dei cittadini suscitando curiosità e stupore
per qualcosa di inedito presente nell’area. Il container ha consentito di attrarre e di tenere desta
l’attenzione molto più di quanto sarebbe stato possibile fare con eventi episodici utilizzando un
luogo già adibito ad altri usi (ed es. il Circolo Arci o la parrocchia).
Arrivo del container nella piazza del Cotone – 30 aprile 2010
Nel corso dei due mesi il container è stato aperto per 50 giornate con orario mattutino e/o
pomeridiano. In totale lo hanno visitato circa 150 persone provenienti per lo più dal quartiere, o
2
I cittadini del Cotone sono stati senz’altro più presenti nelle attività del container rispetto a quelli del Poggetto.
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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che nel quartiere erano nate o avevano vissuto in passato e che, pur risiedendo oggi a Piombino,
sono venute per guardare le foto esposte. Tutti i giorni, comunque è stata registrata la presenza
di una media di circa 10 visitatori al giorno, di cui circa 2-3 erano visitatori nuovi.
Quattro o cinque abitanti del Cotone hanno eletto il container a vero e proprio punto di incontro
quotidiano e altre 15-20 persone l’hanno visitato almeno una volta la settimana per vedere il
materiale che via via veniva affisso. Di tutti coloro che si sono recati al museo-container circa 30
persone hanno contribuito attivamente alla costruzione del museo temporaneo del quartiere
portando fotografie e lasciandosi intervistare. Al museo sono state raccolte circa 400 foto che
rappresentano momenti privati e pubblici della vita della comunità del Cotone-Poggetto dagli
anni Venti del Novecento fino ad oggi e sono state realizzate 25 interviste a vecchi e nuovi
abitanti per ricostruire la memoria e l’identità del quartiere, esaminare i cambiamenti occorsi
nel tempo e raccogliere indicazioni sui bisogni ai quali ancora è necessario dare risposte.
La mostra temporanea
Le foto dei cittadini sono state
scannerizzate e archiviate su file,
stampate ed esposte all’interno del
container in una mostra che si è
progressivamente accresciuta. La
mostra è stata l’occasione per una
rivisitazione del proprio passato e
per ritrovare le origini della propria
identità e condividerle con gli altri
abitanti. Importante in questo senso
è stata, inoltre , la possibilità di
offrire
ai
cittadini
stranieri
l’opportunità di osservare le foto del
passato del quartiere in cui essi oggi
vivono e dei suoi abitanti più anziani
e di dare ai cittadini italiani la
possibilità di confrontarsi con la
storia dei nuovi abitanti e con la
percezione che i cittadini stranieri
hanno del quartiere.
Un cittadino visita il museo
Ricostruire la propria memoria ha permesso di ripensare alla propria identità e di avviare una
riflessione sulla necessità di rideclinarla alla luce della presenza dei nuovi abitanti. Il Museo del
ferro e dell’acciaio probabilmente accoglierà le storie e le foto dei piombinesi raccolte al Cotone
questo non significherà però consegnare il proprio passato al museo e accantonarlo ma ripartire
forti della propria storia verso una futuro che si profila inevitabilmente differente.
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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L’animazione territoriale
Oltre all’esposizione delle foto negli orari di apertura del container, nel corso dei due mesi
trascorsi sono stati organizzati alcuni momenti di incontro e di lavoro con i cittadini del
quartiere. Gli eventi organizzati erano tutti volti a sollecitare gli abitanti a riappropriarsi del
quartiere, a favorire momenti di socializzazione e di integrazione, di valorizzazione dei legami già
esistenti e di creazione di nuovi.
Uno degli obiettivi del percorso di partecipazione era riavvicinare i cittadini alla piazza e all’uso
dello spazio pubblico e a riappropriarsene sia concretamente che simbolicamente. Per questo
motivo sono stati organizzati anche degli eventi collaterali alla mostra che avevano per tema la
riflessione sul quartiere.
Laboratorio per il nome della piazza – 15 maggio 2010
Il laboratorio per dare un nome alla piazza si collega alla sua recente riqualificazione che l’ha
trasformata da un semplice spiazzo sterrato nel quale parcheggiare le auto in una vera e propria
piazza in cui trascorrere il tempo libero e a cui sembrava opportuno assegnare anche un nome.
Le proposte dei 15 partecipanti al laboratorio per nominare la piazza erano per lo più legate a
personaggi significativi dell’area o della storia politica italiana (Piazza Norma Parenti, Alessio
Sozzi, Bruno Mezzacapo3), al suo passato industriale e alla sua identità sociale (Piazza Noi del
Cotone, Piazza dell’Umanità, Piazza della Fratellanza, Piazza dell’Acciaieria, Piazza Zampanò,
Piazza Spolverino) o alla sua recente riqualificazione (Piazza della Rinascita, Piazza del Futuro,
Piazza della Speranza).
Dal 17 maggio al 1 giugno, per due settimane, presso il Circolo Arci e il container 128 persone
hanno votato per esprimere la propria preferenza; il nome prescelto è Piazza della Rinascita
3
I nomi di Alessio Sozzi (scultore cotonese) e Bruno Mezzacapo (calciatore cotonese) non sono stati ammessi alla
votazione perché non è possibile intitolare una piazza o una strada prima di 10 anni dalla morte; la proposta Piazza
Spolverino non è stata ammessa perché potrebbe essere considerato dispregiativo.
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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emblema e suggello della nuova vita che si augura al quartiere a partire dalla recente
riqualificazione.
Nel corso delle interviste si è rilevato, inoltre, che uno dei principali elementi di trasformazione
vissuti dal quartiere è la significativa rarefazione del numero di attività commerciali la cui
presenza contribuiva a dare un’identità al quartiere, per questo durante il laboratorio è stato
realizzato anche un lavoro sulla mappa del quartiere per segnare, insieme agli abitanti, tutte le
attività commerciali che erano presenti nel quartiere nei decenni trascorsi. Il risultato è una
mappa fitta di negozi e indicazioni che restituiscono l’immagine di un’area effettivamente molto
differente da quella odierna dal punto di vista della disponibilità di servizi commerciali e luoghi
di ritrovo.
Sempre allo scopo di lavorare al
miglioramento dell’aspetto estetico
della piazza e di sollecitare il senso di
appartenenza e di cura da parte dei
suoi piccoli abitanti i bambini del
quartiere sono stati invitati ad un
pomeriggio
di
giardinaggio
nell’aiuola centrale della piazza.
Circa venti bambini di molte
nazionalità diverse, con l’aiuto dei
giardinieri del comune, hanno
piantato
lavanda,
salvia
ornamentale, rosmarino nell’aiuola
della statua e hanno concluso il
pomeriggio giocando insieme nella
piazza.
Gli altri due incontri organizzati nel
mese di giugno puntavano alla
socialità, alla valorizzazione delle
relazioni amicali che esistono
nell’area e alla integrazione in esse
Piantiamola! – 22 maggio 2010
dei cittadini stranieri. Il 5 giugno si è
tenuta la mostra di fotografie di Waris Grifi con le foto scattate nel quartiere intorno alla fine
degli anni Novanta ed è stato proiettato il film, La bella vita, girato da Virzì proprio al Cotone e
a Gagno. Hanno partecipato a questa iniziativa circa 50 persone.
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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Mostra di Waris Grifi – 5 giugno 2010
Infine, ispirandosi alle tombolate che da trent’anni si svolgono settimanalmente in casa di una
delle abitanti più anziane del Cotone, il 19 giugno è stata organizzata una tombola in piazza alla
quale hanno partecipato circa 25 tra anziani e bambini che hanno condiviso una serata di gioco.
I momenti più riusciti di
condivisione tra le diverse
comunità sono stati senz’altro
quelli che includevano i bambini,
mentre nelle altre occasioni i
cittadini stranieri sono stati
certamente meno presenti degli
italiani.
Sulla scia dei precedenti incontri
anche la festa di chiusura del
museo-container programmato
per il 3 luglio intende essere,
Tombola in piazza – 5 giugno 2010
oltre che un momento pubblico
di restituzione di quanto è stato realizzato nel corso di questi due mesi, un ulteriore momento di
socialità e di integrazione il cui aspetto principale è dato dall’organizzazione di una cena
multiculturale in piazza, auto-organizzata dagli abitanti. Il 3 luglio, infatti, ciascun partecipante
alla festa porterà il proprio contributo con un piatto da offrire ai suoi concittadini.
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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L’ascolto e l’informazione
Nel corso dei mesi di lavoro al Cotone sia mediante gli incontri informali presso il museo degli
abitanti sia mediante le interviste che sono state realizzate si è lavorato alla raccolta di
segnalazioni sui bisogni ancora insoddisfatti e sulle ulteriori esigenze di intervento e
riqualificazione espresse dai cittadini. L’obiettivo era di verificare quanto il Centro civico
progettato per il quartiere potesse rispondere alle esigenze dei cittadini e come calibrarne al
meglio le funzioni.
Due indicazioni sono profondamente condivise dai residenti del Cotone di tutte le età e le
nazionalità: la presenza di una farmacia e un collegamento diretto con l’ospedale mediante il
trasporto pubblico4.
A seguire si segnalano una serie di interventi legati alla riqualificazione del quartiere: la
necessità di maggiore manutenzione e illuminazione delle strade interne nelle quali viene
segnalato qualche episodio di spaccio da parte di cittadini italiani e stranieri, e di rimozione dei
rifiuti dal lato del Viale dell’Unità di Italia; l’incremento del numero di cassonetti per la raccolta
dei rifiuti; il completamento del collegamento delle fogne al depuratore; il rifacimento dei
4
Sul trasporto pubblico verso altre zone di Piombino i giudizi sono fortemente eterogenei alcuni ritengono che sia sufficiente e soddisfacente e
altri che non lo sia affatto.
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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marciapiedi del Poggetto5. Anche la riapertura della strada di collegamento con Piombino è
sentita come un’esigenza per essere più vicini al resto della città e al contempo per vivacizzare il
quartiere sperando che maggior passaggio di gente e la sua maggiore accessibilità possa
determinare una crescita dell’offerta commerciale nel quartiere.
Sotto il profilo sociale e sanitario si segnalano l’esigenza di uno studio medico, di corsi di italiano
per stranieri in zona e in orari serali o comunque compatibili con il lavoro, e la creazione di
luoghi per la socializzazione e l’intrattenimento per giovani di tutte le nazionalità.
Alla luce delle richieste dei cittadini sembra proprio che la realizzazione del Centro civico,
attualmente in corso di progettazione, possa rispondere ad una buona parte delle esigenze
segnalate. In esso sono previste infatti un presidio per la distribuzione dei farmaci su
prenotazione dei cittadini e una stanza da adibire a studio medico. Anche sotto il profilo
dell’integrazione e delle attività formali che è possibile svolgere in questo senso il Centro civico
sembra la risposta alle richieste dei cittadini stranieri di corsi di lingua italiana data la previsione
di insediarvi attività di associazioni anche volte all’integrazione dei cittadini.
Quello che probabilmente appare leggermente trascurato nell’attuale progettazione delle
funzioni del Centro civico è l’aspetto ludico e dell’intrattenimento delle giovani generazioni
italiane e non e della sollecitazione di una futura integrazione mediante attività spontanee
legate al tempo libero.
I pochi giovani sia italiani che stranieri desiderano, infatti, un luogo in cui si possa incontrarsi,
sentire della musica, bere una bibita o guardare una partita.
A me piacerebbe la tavola calda, un po' di musica... un posto dove puoi stare. Ma è
improponibile...Io la sera dopo cena in settimana vengo qua a prendere il caffè e c'è un po’ di
gente giovane, sulla quarantina. Puoi solo fare due chiacchiere perché ora non c'è niente, né un
po' di musica, né uno schermo per vedere la partita. Invece nei nuovi spazi, so che ci sarà anche
una corte, forse si potrebbe mettere qualcosa in più e la sera stare anche un po' più a lungo,
invece di chiudere alle 9 e mezzo come ora. (Cinzia Micheli)
Io nel tempo libero d’estate vado al mare e di inverno sto a casa. Se ci fosse un posto per i
giovani qui nel quartiere potrei andare. Al Cotone manca un bar, una sala giochi, un luogo per i
giovani (Azeroual Hicham)
Il Circolo Arci che in questi anni ha senz’altro rappresentato un importante avamposto per il
quartiere, un luogo di incontro per gli anziani, ma anche un presidio sociale riconosciuto per la
sua funzione anche non codificata da molti degli abitanti. Esso è anche un vero e proprio punto
di riferimento della memoria e dell’identità locale, un pezzo di tradizione che era importante
mantenere. È stato importante perciò nell’ambito delle operazioni che porteranno alla
5
Vengono segnalate anche un parco giochi attrezzato per i bambini, un campino da calcio, un dosso rallentatore nella strada tra Poggetto e
Cotone. Ma anche questioni non strettamente di competenza comunale ma sulle quali gli abitanti chiederebbero un aiuto da parte
dell’amministrazione: la riqualificazione delle baracche dietro le case e la manutenzione delle facciate dei palazzi.
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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creazione del nuovo Centro civico fare in modo che esso possa sopravvivere senza snaturarsi in
una semplice attività commerciale che avrebbe senz’altro dovuto essere gestita da soggetti
esterni qualora il bar fosse stato aperto al pubblico rinunciando alla formula del circolo.
La nuova piazza vista dal circolo Arci
Poiché però l’obbligo di avere la tessera è escludente per alcuni (chi non se la può permettere o
chi è di passaggio), alla luce del fatto che il Circolo Arci continuerà a gestire il bar anche
all’interno del nuovo Centro civico è necessaria una riflessione per far sì che il bar del Centro
civico possa davvero diventare un luogo aperto a tutti i residenti e di attrazione e rivitalizzazione
dell’area.
L’ipotesi di un abbassamento del costo della tessera, ventilato dal Circolo stesso per ciò che
riguarda gli immigrati6, o anche altre formule che possano essere studiate per fare del bar del
Centro civico un luogo davvero aperto alla cittadinanza dovrebbero essere prese in seria
considerazione per contribuire attivamente alla vera rinascita del quartiere.
6
Per ciò che riguarda gli stranieri sarebbe opportuno chiarire in modo semplice anche mediante un
incontro o un cartello perché è necessario comprare una tessera per consumare al bar, una questione
che resta poco chiara ad alcuni stranieri.
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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Nel mese di giugno, infine,
è
stata
realizzata
un’attività di informazione
e di indagine sui cittadini
all’interno dello stand del
Comune nell’ambito del
Festival Quanto Basta che
si è svolto nella città di
Piombino.
Sono
stati
realizzati
3
pannelli
informativi con immagini e
didascalie sulle opere del
Contratto di Quartiere e sul
Piuss. L’obiettivo era di
informare i cittadini sia
della riqualificazione già
realizzata al Cotone, sia
delle opere in corso di
progettazione
che
Stand del Comune al Festival Quanto Basta
andranno
a
beneficio
dell’intera città e di raccogliere commenti su entrambe mediante un questionario che era
disponibile allo stand e che poteva essere auto compilato dai visitatori (in allegato l’analisi dei
questionari).
Stand del Comune al Festiva Quanto Basta
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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3. Il container museo degli abitanti: la memoria e il futuro
Le 25 interviste che sono state realizzate nell’arco di questi mesi consentono non solo di
tracciare una storia del quartiere Cotone a partire dai racconti e dalla memoria orale dei suoi
abitanti, ma anche di spingersi a delle valutazioni sul presente e sul clima del quartiere.
Gli intervistati più anziani vivono al Cotone ormai da più di 60 anni e qualcuno, addirittura, quasi
da un secolo. Le loro parole restituiscono perciò l’immagine di una zona che nel corso dei
decenni ha subito un certo numero di mutamenti sia dal punto di vista sociale, che dal punto di
vista dell’aspetto estetico-urbanistico, dei servizi, della vivibilità. Ciò che pare più interessante
sottolineare in queste righe – rimandando alla lettura integrale delle interviste per un quadro
complessivo della vita personale e collettiva del quartiere - sono i passaggi in cui gli eventi
accaduti hanno provocato dei mutamenti soprattutto a livello di vita di comunità.
Un quartiere di immigrati
Dai racconti dei cittadini più anziani
l’impressione è che il quartiere, sorto
all’inizio del Novecento a servizio
delle acciaierie, abbia ospitato fin
dall’inizio cittadini provenienti da
molte aree della provincia, della
regione ma anche da altre zone
d’Italia che lasciavano i luoghi di
residenza in cui avevano impieghi in
campagna o nell’artigianato per
entrare nelle industrie siderurgiche.
Molti dei nostri intervistati hanno
infatti ricordato genitori o nonni
provenienti
da
comuni
della
provincia (Castellina Marittima,
Livorno, Fivizzano, Suvereto), o da
altri comuni italiani e in alcuni casi si
anche di cittadini italiani emigrati
all’estero e di ritorno in patria.
L’impressione è cioè che in questo
quartiere gli abitanti siano diventati
“cotonesi” nel corso del Novecento e
Inaugurazione del museo degli abitanti – 30 aprile 2010
che la loro identità sia frutto di storie
e traiettorie di vita che convergevano a Piombino, alle acciaierie, lasciandosi alle spalle mestieri
meno stabili e remunerativi.
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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Una grande famiglia
Ricorrente nelle parole degli intervistati è la frase “qui eravamo tutti una grande famiglia”. Tutti
gli abitanti del quartiere Cotone-Poggetto di ogni fascia d’età, riferendosi ciascuno all’epoca
della propria giovinezza, raccontano di rapporti di vicinato molto stretti, quasi familiari, di aiuto,
solidarietà, ma anche di momenti di svago e di vita comune.
I più anziani raccontano degli anni prima della guerra sottolineando che pur vivendo stretti in
case affollate erano abituati a tenere le porte aperte e vivevano all’interno delle singole
palazzine come se fossero tutti di una stessa famiglia. Raccontano di relazioni di amicizia e di
aiuto tra vicini che si fondavano sulla solidarietà e sulla condivisione del tempo quotidiano:
Se uno si sentiva male correvano tutti, chi gli mandava i bimbi a scuola, chi preparava da
mangiare, chi gli puliva la casa, eravamo come una famiglia. Non si chiudevano le porte, stavano
aperte. Chi arrivava passava. Il mio suocero chiudeva la porta con una seggiola perché non
aveva la serratura alla porta. (Margherita Orlandini)
Era un rione, una grande famiglia, ricca di valori, solidarietà e amicizia. I vicini erano tutti grandi
amici, ci frequentavano, uscivamo insieme e andavamo a ballare alla Lega Navale in Piombino.
(Francesco Conti)
Compagnia cotonese a Pontedoro
Il riferimento al senso di solidarietà e familiarità è ricorrente anche tra coloro che hanno vissuto
al Cotone dopo la seconda guerra mondiale. Anche per loro quegli anni sono caratterizzati da
“armonia e fiducia nella gente”.
Qui al Cotone ci si conosceva tutti e ci si aiutava tutti, eravamo come una grande famiglia, si
dormiva con la chiave nella porta e tutti si era pronti ad aiutarsi, ci si aiutava anche
economicamente. (Novina Pretini)
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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Al Poggetto siamo sempre stati come una grande famiglia, in cui tutti si aiutano e si interessano
agli altri non per impicciarsi, ma per essere di sostegno e di conforto agli altri. (Sergio Cantini)
Ma anche i più giovani, quelli nati negli anni Ottanta, raccontano di un passato in cui si giocava
sul marciapiede davanti ai palazzi, si andava a raccogliere more e chiocciole nel campo alla
sinistra dei palazzi, a fare le partite di ping pong al Circolo:
Dopo scuola, si usciva e stavamo fuori fino a sera. I nostri genitori si conoscevano. Qui ci
conoscevamo tutti. Fino a circa tredici anni si giocava per strada, a palla, a nascondino, era
tranquillo e ci dimenticavamo anche di tornare a cena, finché non ci chiamavano dalla finestra.
(Cinzia Micheli)
La presenza di persone di differenti
generazioni che - ciascuna relativamente alla
propria storia personale - raccontano di un
passato più solidale di quello che vivono oggi
è riconducibile non solo alla tendenza di
ciascuno a colorare positivamente i ricordi,
quelli della gioventù in particolare ma anche
ad un progressivo ridursi delle occasioni di
socialità e della confidenza tra abitanti.
Nonostante ciò si rileva anche che il clima di
intimità e solidarietà tra gli abitanti ha
comunque retto e - seppure in forme via via
sempre meno intense - si è mantenuto e non
si è mai arrivati ad una disgregazione
completa delle relazioni, né all’assunzione
dei contorni tipici del quartiere degradato di
periferia.
Bambina nel piazzale del Cotone (1960 circa)
La “storia delle chiavi nella porta” è, in questo senso, particolarmente emblematica. Se prima
della guerra le porte stavano semplicemente aperte, dopo la guerra le porte avevano
regolarmente le chiavi nella toppa giorno e notte; solo tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta,
raccontano gli abitanti, le chiavi sono state definitivamente tolte dalle porte ma anche allora lo
spirito di vita comunitaria si è mantenuto sebbene sia divenuto più latente. Pur in una
progressiva “riduzione”, che di generazione in generazione c’è effettivamente stata, si è
mantenuto uno spirito di comunità inedito in altre aree della città.
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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Lo spazio pubblico
Elemento centrale di questa vita comunitaria fatta di amicizia e solidarietà era lo spazio pubblico
nel quale gli abitanti entravano in relazione. Lo spazio pubblico era al contempo il luogo e la pre
condizione perché questo genere di
relazioni si potessero realizzare.
Prima
della
guerra,
con
case
sovraffollate e prive di bagni, gran parte
della vita avveniva fuori dalle mura della
propria abitazione; i residenti andavano
alla fonte per prendere l’acqua, ai bagni
pubblici per le pulizie personali, ai lavatoi
per la biancheria, nel cortile a giocare a
carte, sferruzzare o giocare a rimpiattino
a seconda delle età. Si trattava, in alcuni
casi, di elementi di disagio che
costringevano alla condivisione, positiva
o negativa, di molta parte della propria
giornata.
Festa dei portoni (1940 circa)
Quando eravamo bambini non c’era né
acqua né luce al Cotone. C’era una
fontina che dava acqua due ore la
mattina e due ore la sera e bisognava
mettere le brocche, i secchi, le bottiglie e
c’era una fila…. Siccome l’acqua
dicevano che veniva da Salivoli, quando
arrivava c’era sempre qualcuno che
urlava “butta Salivoli!” per avvisare tutti
che era arrivata l’acqua. Era una vita
difficile però ci si stava… (Margherita
Orlandini)
Prima della guerra le palazzine del Cotone affacciavano su un cortile- giardino, erano recintate
da una palizzata, avevano un custode e bagni e lavatoi comuni. Gli abitanti erano costretti ad
usufruire di molti spazi esterni alla casa ma lo facevano in un contesto esterno ben definito nel
quale ogni luogo aveva una funzione riconoscibile intorno al quale si sviluppavano momenti
comunitari. Ancora negli anni Cinquanta le donne si incontravano, chiacchieravano e litigavano
ai lavatoi.
Le donne andavano ai lavatoi e mi ricordo bene che spesso avvenivano anche delle grandi liti
perché magari una preparava il lavatoio e poi mentre andava a prendere i panni da lavare,
arriva un’altra e le occupava lo spazio. Mi ricordo che mia suocera si arrabbiava molto per
questo motivo e c’erano grandi discussioni con altre signore. (Luigi Borda)
Ma era anche la condivisione del tempo libero di adulti e bambini il “marciapiede” sotto i palazzi
per fare ciascuno i propri lavori, e d’inverno il pianerottolo, ma anche chiacchierare, giocare a
carte, andare agli orti tra uomini, o giocare nei cortili tra bambini.
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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Noi uomini passavamo molto tempo agli orti dove crescevano ottime verdure e dove
organizzavamo dei pranzi per stare insieme. (Luigi Borda)
C’erano tanti ragazzi. Si giocava coi noccioli di pesca, coi noccioli di ciliegia, si giocava alla fune,
a scrivere sul muro dei palazzi. Giocavamo a rimpiattarelli, a ruba fazzoletto, a campana. Le
bambole non c’erano. La mia mamma mi aveva fatto una bambolina di stoffa riempita di
segatura, i bimbi avevano i carrettini. Giocavamo qui nella strada nel piazzale. A me piaceva
saltare con le corde, si giocava a coppie… bisognava essere bravine. (Margherita Orlandini)
Donne al lavoro sul pianerottolo (1960 circa)
La vita nel quartiere
Una parte della vita sociale e del tempo libero degli abitanti del Cotone si è svolta, nel corso dei
decenni, anche all’interno di strutture per l’intrattenimento o presso esercizi commerciali
presenti, in maniera più o meno stanziale e formale, nel quartiere.
Negli anni Venti due stalle furono punto di ritrovo per i cittadini: nella prima gli abitanti si
incontravano per la messa e nella seconda per vedere gli spettacoli teatrali:
Si faceva il teatrino in una stalla. Nel podere del Puccini che si trovava dove ora ci sono i
magazzini comunali. Lì c’era una stalla i ragazzi l’avevano pulita, avevano fatto un palco, e
facevano il teatro. Misero in scena, per esempio, il “Il padrone delle ferriere” (Georges Ohnet,
1882) e noi portavamo le sedie da casa e pagavamo 2 centesimi per vederli recitare. (Margherita
Orlandini)
A cavallo tra gli anni Trenta e il dopoguerra i luoghi di incontro divennero più formali: la chiesa
venne inaugurata nel 1930 – e bombardata nel conflitto mondiale – e nel secondo dopoguerra
tra i palazzi del Cotone venne inaugurata una sala da ballo con bar e teatro aperto nel fine
settimana:
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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Accanto ai dormitori nel secondo dopoguerra c’era un circolo con il teatro, la sala da ballo, il bar.
Era aperto solo nel fine settimana. Ci si andava a ballare con mio marito, lui era bravo, un
ballerino “chih”, ballavamo il ballo lisco, il walzer, il tango, la mazurka. Verso gli anni Sessanta
hanno iniziato a smantellarlo ma io ho continuato a ballare fino a 68 anni. C’era anche un bar
l’Ambaradan, con una grande sala, e anche lì si ballava il sabato e la domenica, suonavano la
fisarmonica e si ballava. (Margherita Orlandini)
Foto dei soci del circolo cacciatori divenuto poi Circolo Arci (1950 circa)
Nel 1950 venne fondato il circolo dei cacciatori, divenuto poi circolo Arci, che ha costituito per
decenni un punto di riferimento degli abitanti del quartiere e anche per coloro che provenienti
dal Cotone erano poi andati a vivere a Piombino, luogo di incontro principalmente degli uomini
per giocare a carte e bere un bicchiere e dei bambini che giocavano a ping pong o biliardino.
Accanto a questo negli anni Cinquanta alcune incursioni da parte del Teatro Carro di Tespi che
portava in piazza rappresentazioni periodiche di spettacoli teatrali o più tardi, negli anni
Settanta, il Circo Massimiliano che eseguiva gli spettacoli nel giardino del Poggetto.
Quando ero bambino, ad esempio, ricordo che nel piazzale davanti ai palazzi del Cotone veniva
periodicamente il Teatro Carro di Tespi. Con la mia mamma partivamo da Piombino e venivamo
a vedere gli spettacoli, la gente si portava le sedie da casa. Ricordo di aver visto la
rappresentazione de “La Signora delle Camelie”. (Giorgio Molendi)
Ma ad unire gli abitanti in attività collettive c’era anche la vita di partito nella sezione locale, la
costruzione dei carri del carnevale, e c’era anche, fino al 1963 quando fu inglobata all’interno
delle acciaierie, la spiaggia di Pontedoro, con due stabilimenti balneari che costituivano il punto
di riferimento al mare dei cotonesi e dei poggettani.
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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Ma la vita di quartiere era tale anche grazie a numerosissimi esercizi commerciali che lo
rendevano del tutto autonomo da Piombino, per ciò che riguardava l’acquisto di beni sia
alimentari che non. Già prima della guerra c’erano nel quartiere la latteria, il macellaio, e la
mattina i banchini del mercato, ma il momento in cui l’offerta commerciale fu più ampia sembra
essere stato, dai racconti dei cittadini, tra gli anni Cinquanta e i Sessanta quando tra Cotone e
Poggetto si contavano all’incirca 60 negozi.
La presenza dei negozi ma anche della farmacia e degli studi medici non era solo un’oggettiva
facilitazione per la vita dei residenti ma, come ovvio, costituiva un elemento nella costruzione
dell’identità del luogo, nella capacità di percepirsi come un quartiere che avevano gli abitanti e
nella possibilità di continuare a “uscire fuori di casa” e vivere relazioni sociali di vicinato.
L’autosufficienza di Cotone e Poggetto sotto questo profilo non corrispondeva, tra l’altro, ad una
netta separazione da Piombino al quale, piuttosto, gli abitanti si sentivano più vicini di quanto
non sia stato negli ultimi anni. La strada di collegamento, che fu chiusa negli anni Sessanta,
andava diritta in Via Gramsci e in 10 minuti a piedi si raggiungeva il centro di Piombino, il
cinema, la lega navale erano tutti punti di riferimento per il tempo libero anche degli abitanti
del Cotone.
Convivere con la fabbrica
La fabbrica, visibile dalle finestre delle abitazioni, è una presenza ricorrente nei racconti di tutti
gli intervistati. Il rumore proveniente dagli stabilimenti, ma soprattutto il fumo e “lo spolverino”
che rendevano l’aria irrespirabile e coprivano ogni superficie di polvere nera sono elementi della
vita di tutti i cotonesi:
Foto dei soci del circolo cacciatori divenuto poi Circolo Arci (1950 circa)
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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L’aria, il fumo … quando mi sono sposata stavo stendendo i panni per la prima volta e la signora
di fronte mi ha detto “ma li ha puliti i fili?”. Erano neri di spolverino e io non li avevo puliti. Erano
neri. C’era un nero impossibile. Ora l’inquinamento si vede meno … (Novina Pretini)
C’è stato un momento in cui volevo andare via dal Cotone (tra la fine degli anni ’80 e i primi anni
’90) ma Rina non ha mai voluto lasciare il suo quartiere, perché qui c’erano tutte le persone che
conosceva e a cui voleva bene. Io volevo andarmene perché lo spolverino era veramente un
problema enorme e spesso non potevamo aprire le finestre che davano sulla fabbrica perché
l’aria era irrespirabile. Si sentiva un odore fortissimo di gas e lo spolverino si diffondeva in tutta
la casa. (Luigi Borda)
La fabbrica si sente sempre molto, soprattutto il martello quando batte... prima batteva anche la
notte ma gli abitanti hanno protestato e smettono alle 10 di sera. Quando le siviere versavano la
loppa a volte andava nell'acqua e faceva un rumore terribile. Anche lo spolverino prima era un
problema ma da quando il sindaco ha chiuso la cokeria è cambiato molto si sta molto meglio, lo
dicono tutti. (Margherita Orlandini)
Cotone visto dal viale dell’Unità d’Italia
La fabbrica sembra sia stata considerata come un dato di fatto dalle persone più anziane e meno
dalle generazioni più giovani che hanno avviato nel corso degli anni Novanta delle battaglie con
il Comitato anti inquinamento per richiedere maggiore attenzione alle condizioni ambientali del
quartiere:
Noi siamo stati tra i fondatori del comitato anti inquinamento negli anni '90 e abbiamo portato
avanti la campagna anti inquinamento quando la situazione era ai massimi livelli e la gente
cominciava a prendere un po’ di coscienza ambientale, l'inquinamento c’è da quando la fabbrica
è nata però prima si mangiava solo grazie alla fabbrica per cui nessuno ci faceva caso. Poi ci
siamo svegliati e si è iniziato a pensare che l'acciaio si potesse produrre anche con un impatto
ambientale minore. Adesso i miglioramenti sono piuttosto tangibili. (Famiglia Malotti)
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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Elementi di declino
Il forte radicamento e attaccamento alla vita di quartiere ha fortemente condizionato le scelte
dei residenti anche quando, negli anni Settanta, furono demolite 7 palazzine e, negli anni
Ottanta, l’industria proprietaria dei palazzi mise in vendita gli appartamenti.
All’epoca della demolizione delle abitazioni alcuni cittadini si sono spostati in altre zone della
città e altri, per i quali il trasferimento era comunque economicamente troppo oneroso, hanno
cambiato palazzina spostandosi da quelle in corso di demolizione e prendendo il posto di coloro
che si erano trasferiti. In molti sono rimasti e non solo per ragioni economiche ma anche, in
molti casi, per ragioni affettive preferendo restare nel luogo in cui avevano passato molti anni e
avevano una rete di amicizie e di vicinato consolidata:
Diedero gli sfratti per spostarsi ai Lombriconi, a Cavalleggeri, ai Ghiaccioni. Noi non ci siamo
voluti spostare, sia perché l’affitto costava di più, sia perché qui c’erano le nostre radici. Io sarei
anche andata alle case nuove ma mio marito non si è mai voluto spostare. (Margherita
Orlandini)
Col tempo però sempre più numerosi si sono trasferiti e hanno lasciato le abitazioni. Le nuove
generazioni che avevano ereditato dai familiari hanno preferito vendere le abitazioni
incrementando quel processo di riduzione della popolazione che si era avviato negli anni
Settanta.
Piazzale del Cotone (anni ’80)
Altri eventi hanno contribuito a cambiare il profilo del quartiere: la chiusura dell’ingresso delle
acciaierie che era collocato davanti ai palazzi, la chiusura della scuola, entrambe degli anni
Ottanta hanno provocato un’ulteriore rarefazione della popolazione presente in maniera stabile
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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o di quella in transito provocando delle ricadute significative in termini economici e di socialità.
Così come degli anni Ottanta è la chiusura della farmacia.
La riduzione della popolazione ha determinato la chiusura progressiva dei negozi che non hanno
retto alla diminuzione dei clienti; lo spostamento della scuola ha fatto sì che i bambini e i ragazzi
residenti nel quartiere iniziassero a costruire le loro relazioni amicali in altre zone di Piombino.
Il mancato ricambio di generazioni ha condotto, infine, ad una generale diminuzione di bambini
e ragazzi e una conseguente riduzione delle occasioni di incontro tra giovani nel quartiere;e ha
prodotto un invecchiamento della popolazione con abitanti che sì mantengono delle tradizioni
di forte solidarismo ma che hanno sempre meno forze fisiche da dedicare a momenti di vita
comuni. La dismissione degli orti in cui gli uomini coltivavano le verdure e si incontravano nel
tempo libero, la recinzione del campo alberato in cui giocavano ancora i bambini degli anni
Ottanta, hanno ulteriormente ridotto le occasioni anche per i pochi bambini rimasti e per gli
anziani ancora in buona forza fisica.
Prima c’erano tante occasioni per stare insieme, scendevamo la sera con le sedie per parlare e
passare il tempo. Altre volte andavamo nel palazzo dietro perché c’era un tavolino sotto la luce e
giocavamo a carte, chiacchieravamo e le serate passavano serene. Ora non c’è più niente e
molte delle persone che stavano con noi, purtroppo sono morte o sono troppo vecchie per uscire
la sera. (Lidia Goggi)
Via via che sono morte le persone anziane delle vecchie famiglie cotonesi e poggettani si è perso
questo senso di appartenenza. Chi viene qui perché si paga poco di affitto e usa il quartiere solo
come " dormitorio" perché svolge altrove tutte le proprie attività ha poco interesse a stare fuori
la sera e familiarizzare, così negli ultimi quindici anni il quartiere è cambiato. I nuovi abitanti
hanno preso abitudini diverse, anche i ragazzi, non avendo più la scuola vanno accompagnati a
scuola a Piombino e quindi si creano un altro circolo. E poi i ragazzi di ora hanno mille attività: il
calcio, la palestra, la chitarra... È cambiata anche la vita, per cui per forza ti allontani dal
quartiere. Prima finita la scuola eravamo tutti per strada a giocare, che fosse col carretto a fare
la discesa o a giocare a campana. (Famiglia Malotti)
I nuovi cittadini
Intorno agli anni Novanta al Cotone e al Poggetto hanno cominciato ad arrivare nuovi cittadini,
piombinesi che si sono spostati al Poggetto per avere una villetta monofamiliare con giardino a
prezzi più accessibili di altre zone, o semplicemente un appartamento più grande, ma anche
cittadini di altre nazionalità che comprano o affittano gli appartamenti del Cotone.
Tra i nuovi abitanti c’è una quota rilevante di cittadini stranieri che scelgono il Cotone e
Poggetto in primo luogo per i prezzi più accessibili delle abitazioni ma anche spinti dal desiderio
di vivere vicini a loro connazionali che prima di loro vi hanno preso casa.
Appena ho trovato un impiego fisso, ho cominciato a cercare una casa per far venire la mia
famiglia dal Senegal. Ho guardato delle case anche a Piombino, ma un mio amico si era
trasferito al Cotone con sua moglie ed io volevo vivere vicino a loro. Quando ho visto che era
libera la casa del Cotone al numero 30, ho deciso che volevo stare qui anch’io. Dopo aver deciso,
però, ci è voluto quasi un anno per poter prendere questa casa, perché ho dovuto aspettare che
la banca mi concedesse il mutuo. Questo quartiere mi piace perché c’è tanto spazio per i bambini
per giocare e stare fuori. (Bassirou Gaye)
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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Siamo venuti ad abitare al Cotone perché la casa costava meno, prima Luigi abitava vicino a
Piazza della Costituzione, vedeva il mare. La casa era piccola, non ci stavamo tutti e quattro e
siamo venuti al Cotone con un po’ di rassegnazione, devo dire la verità. La casa era più grande
ma all’inizio eravamo un po’ diffidenti e pensavamo male di questo quartiere. Stando qui, invece,
ci siamo meravigliati, ricreduti e devo ammettere che si sta davvero bene. Non è solo la
comodità, è che si sono create buone relazioni con le persone, tutti si aiutano e si sostengono.
(Natalya Zubkiv)
Cittadine cotonesi all’inaugurazione del container
Non si può dire che, salvo nel caso dei bambini, vi sia una vera e propria familiarità tra cittadini
italiani e cittadini stranieri, intendendo a veri e propri rapporti di amicizia o anche, più
semplicemente, occasioni di incontro e di condivisione. Descrive bene questa condizione uno
degli intervistati, di nazionalità senegalese:
Gli italiani sono gentili, ma manca chi faccia il primo passo verso l’integrazione. I bambini sono
molto integrati fra di loro, ma coi genitori non ci sono rapporti, non vengono mai a casa nostra.
Penso che fra italiani e stranieri manchino momenti di condivisione. (Ndiaye Alassane)
Conferma questo approccio anche uno dei responsabili del circolo Arci che rimarca le difficoltà
di incontro e socializzazione tra culture differenti:
Il rapporto con gli stranieri non è mai andato molto bene. Anche l’associazione Samarcanda
aveva provato a mettere uno sportello settimanale ma credo che non sia mai venuto nessuno.
Fino a che non ci sarà un poco di integrazione ognuno continuerà a fare comunella per conto
proprio: senegalesi con senegalesi, marocchini con marocchini, quelli dell'est con quelli dell'est...
del resto lo facciamo anche noi italiani. Bisogna puntare ad una maggiore integrazione, magari
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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valutando anche di abbassare il costo della tessera per agevolare l’iscrizione degli stranieri.
(Circolo Arci)
Ciò nonostante sembra un punto sostanziale il fatto che non si registra una condizione di
pregiudizio o di chiusura e intolleranza. Pressoché tutti gli intervistati italiani e stranieri
raccontano di rapporti di cortesia e di rispetto reciproco. Di fatto se le relazioni non si sono
approfondite esistono però le condizioni per una dignitosa convivenza e, con un adeguato
supporto, probabilmente anche per il consolidamento di una rete di relazioni positive più forte.
Gli anziani cotonesi talvolta assimilano l’esperienza di questi migranti a quella che essi stessi
hanno avuto nel corso della loro vita, non pochi di loro infatti hanno avuto esperienze di
emigrazione, hanno vissuto in case affollate, hanno affrontato difficoltà e fatiche:
Le persone straniere che abitano nel mio palazzo sono molto educate anche più degli italiani. Noi
abbiamo sofferto e patito come fanno ora loro, ma forse non ce lo ricordiamo più. Bisognerebbe
capire la loro sofferenza, invece tanti li giudicano. Quelli che stanno nel mio palazzo, mi
sembrano delle brave persone, mi aiutano sempre a portare le borse della spesa. (Gina Costi)
A
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Passaporto per lavoro in Svizzera
Al piano terreno i sta una signora che ha due o tre bambini ma non so in quanti ci stanno in
quella casa. A volte sono 10 o 20 altre volte sono 2 o 3. D’altra parte anche noi quando ero
giovane stavamo in 6 o 7 in due stanze e il bagno era fuori da casa. Nel mio portone erano 8
famiglie con 20 bambini. (Margherita Orlandini)
Con gli stranieri non mi trovo male, perché non ho mai avuto brutte esperienze, anzi c’è molta
educazione. Nel nostro palazzo sono tutti gentili e non è mai successo niente di negativo fra di
noi. (Angela Pochini)
Rapporto della prima fase – il museo degli abitanti
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Gli stranieri dal canto loro raccontano di rapporti cordiali e più o meno intimi con gli italiani a
seconda dei casi; l’approccio sembra essere più semplice per chi appartiene ad una coppia mista
rispetto alle famiglie o gli individui di altre nazionalità:
Un aspetto positivo del Cotone è lo spirito di comunità, che ancora c’è, come un tempo. Tutti si
conoscono e si danno una mano. Già a Piombino non esiste più questa cosa. Al Cotone ci siamo
subito integrati bene, siamo stati accolti come in una famiglia. I miei bambini all’inizio hanno
avuto dei problemi per la lingua, ma dopo tre mesi si sono trovati bene con i bambini del
vicinato. Non si sono mai sentiti isolati, li hanno accolti bene. (Natalya Zubkiv)
Qui al Cotone ci troviamo bene e la maggioranza delle persone sono gentili. Ci sono tanti
stranieri, sono rimasti in pochi originari di questo quartiere. (Nazha Bissallam)
Con gli altri abitanti del Cotone ci siamo trovati molto bene. Alcuni sono un po’ meno gentili, ma
sono la minoranza e capita di incontrarne qualcuno in tutte le parti del mondo; gli altri sono
bravi e ci dicono di avvertirli se abbiamo bisogno d’aiuto. Anche nel mio palazzo mi trovo bene
con gli altri condomini. A volte qualcuno si lamenta per il rumore che fanno i bambini perché
sono piccoli, ma non ci sono grandi problemi. All’inizio erano un po’ diffidenti ma poi hanno
imparato a conoscerci. (Bassirou Gaye)
Alcuni abitanti del Cotone sono molto gentili con noi, soprattutto una signora ci aiuta anche con
la lingua italiana. Ci sono altri, però, che non sono contenti del fatto che noi abitiamo qui. Le
persone dovrebbero sapere che noi siamo tutti stranieri del mondo. Il mondo è piccolo, la vita
dell’uomo è breve e non ci devono essere differenze fra chi è nero e chi è bianco, una persona va
rispettata come persona. (Saim Gueye)
La riqualificazione del Quartiere
Dopo il declino iniziato con gli anni Ottanta e proseguito fino ai primi anni del nuovo millennio i
lavori recentemente realizzati nel quartiere, primo fra tutti il rifacimento della piazza, hanno
costituito un momento di rinascita. Tutti i cittadini intervistati di ogni nazionalità hanno dato
giudizi molto positivi sulla riduzione dei livelli di inquinamento e sui lavori di riqualificazione che
sono stati effettuati al Cotone e che l’hanno risollevato dal degrado i cui si trovava negli ultimi
anni. Valgano per tutti due citazioni di una giovane e un’anziana cittadina.
Io al Cotone ci vivo bene. C’è tutto quello di cui si ha bisogno, i giardini, la parrocchia, il Circolino
dove si trovano sia i giovani che gli anziani, cosa che trovo molto positiva. Mi piace la tranquillità
di questo quartiere non ho mai sentito parlare di rapine, non ho mai visto siringhe nei giardini.
Ho un nipotino di 3 anni e quando viene gioca qui senza paura di traffico, macchine, estranei,
gioca qui come facevo io da piccola che giocavo dietro la caserma dei carabinieri e davanti al
Circolino. Non vedo pericoli anche per un bambino che potremmo avere in futuro. (Valentina
Rossi)
Sono felice di questi nuovi lavori, mi sono presa tanto fumo negli anni, ora si respira meglio. La
piazza è stata fatta bene. Anche il contributo del Comune è stato importante, si vede che il
Sindaco non ci abbandona. (Gina Costi)
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Conclusioni
Benché dai racconti di molti dei cittadini italiani emerga il rimpianto per un tempo passato in cui
i legami erano più stretti, più “familiari” e i momenti di vita sociale e collettiva molto più intensi
di quanto non siano oggi, molte delle parole degli intervistati ritraggono un quartiere nel quale
ha retto un tessuto sociale denso, fatto di solidarietà e rapporti di vicinato che lo differenziano
da altre zone di Piombino, ma anche da molte altre periferie più o meno degradate di città
italiane grandi e piccole.
Ne è emblema anche l’accoglienza e la risposta che ha avuto lo stesso container: fin dall’inizio si
è lavorato in un clima collaborativo con il supporto dei membri del Circolo Arci che hanno
contribuito alla realizzazione di gran parte delle iniziative, ma anche grazie all’entusiasmo di
molti dei residenti che ci hanno aperto le porte di casa, si sono lasciati intervistare, hanno
portato le fotografie e hanno partecipato attivamente a tutte le iniziative, mostrando una
grande capacità di accogliere proposte che per quanto immaginate per il quartiere e concordate
con l’Amministrazione comunque erano state pensate altrove, a Firenze, e svolte da operatrici
fiorentine o al più di Piombino che nessuno dei residenti conosceva prima. Se il container ha
avuto questa accoglienza è perché i cittadini dell’area hanno risposto nel modo migliore facendo
tesoro delle proprie risorse e capacità sociali. Se si fosse lavorato in una zona di vero degrado i
problemi sarebbero stati ben altri e sarebbe stato necessario molto più tempo per raggiungere
questi risultati.
Vecchia targa della statua di Alessio Sozzi
Ma che il tessuto sociale ha retto lo dicono le parole dei cittadini immigrati che trovano al
Cotone un clima “simile” a quello che hanno lasciato a casa, che non si sentono esclusi sebbene
ancora non amici; lo dicono alcuni giovani intervistati che si sentono più sicuri qui che in altre
zone della città; lo dicono gli anziani che sebbene non tengano più le porte aperte come in un
tempo ormai remoto, conservano abitudini e pratiche di vicinato altrove ormai dimenticate.
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È pur vero che il Cotone ha vissuto anni di abbandono e che nell’arco di tempo tra gli anni
Ottanta e il 2005 ha visto momenti di degrado sotto il profilo urbano; è anche vero che pure sul
tema dell’integrazione qualche passo è ancora da fare ma il punto di partenza non è rifiuto,
razzismo e ostilità, è un clima di accoglienza e di capacità di osservare e stare a vedere come si
evolvono queste relazioni.
Il quartiere Cotone Poggetto sembra a prima vista essere caratterizzato da tutti gli aspetti
sociali, economici, ambientali ritenuti tipici del quartiere degradato: la posizione decentrata, la
struttura e la bassa qualità degli edifici, la scarsa diffusione dei servizi commerciali, socioassistenziali, del tempo libero, educativi, culturali, la vicinanza a luoghi inquinanti quali fabbriche
o inceneritori, ma anche l’alto numero di anziani soli con redditi minimi,di giovani inoccupati o
in cassa integrazione e di famiglie immigrate. Nonostante tutti questi siano elementi che
descrivono anche il quartiere Cotone-Poggetto quello che vi si trova non è il medesimo disagio,
la stessa disgregazione, gli stessi fenomeni di intolleranza di altri quartieri con quelle
caratteristiche in altre città di Italia e del mondo.
Per capire cosa ha determinato questa incredibile risposta sarebbe necessario uno studio
approfondito. Questa constatazione deve essere però un’ulteriore spinta per l’Amministrazione
per proseguire sulla strada della riqualificazione e della valorizzazione delle risorse esistenti per
continuare a costruire nuove modalità di relazione e di incontro.
Bambini che giocano sulla collina verde del Cotone
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Elenco intervistati
Ndiaye Alassane – Senegal (1967)
Cinzia Micheli (1978)
Nazha Bissallam (1963)
Giorgio Molendi (1941)
Luigi Borda (1928)
Margherita Orlandini (1915)
Sergio Cantini (1957)
Vittorina Pisani (1920)
Francesco Conti (1920)
Angela Pochini (1922)
Gina Costi (1926)
Novina Pretini (1932)
Agostino Di Muro (1997)
Valentina Rossi (1981)
Mohamed Giai (2002)
Moda Sow – Senegal (1973)
Marco Gianfaldoni (1998)
Natalya Zubkiv (1969)
Bassirou Gaye – Senegal (1967)
Giovanna (parrucchiera Poggetto)
Lidia Goggi (1927)
Circolo Arci (Ettore Puccini, Bruno
Tongiorgi e Mauro Pasquinelli)
Saim Gueye – Senegal
Famiglia Malotti
Azeroual Hicham – Marocco (1978)
Famiglia Sonetti
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Rapporto della prima fase del percorso