Caffè e Cuore Caffè e Cuore Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione Via Ardeatina, 546 - 00178 Roma Tel. 06.514941 www.inran.it Testi a cura di: Fausta Natella Andrea Ghiselli Laura Rossi Stefania Sette Amleto D’Amicis 2006 Introduzione alle malattie cardiovascolari Nella definizione di malattie cardiovascolari rientrano tutte le patologie a carico del cuore e dei vasi sanguigni. Le più frequenti sono quelle di origine arteriosclerotica, in particolare le malattie ischemiche del cuore, (tra le quali l’infarto acuto del miocardio, l’angina pectoris, le cardiomiopatie, l’insufficienza cardiaca, le aritmie) e le malattie cerebrovascolari, (fra le quali l’ictus ischemico ed emorragico). Tabella 1. Fattori di rischio NON MODIFICABILI Età MODIFICABILI Ipercolesterolemia Sesso Fumo Familiarità per la malattia Elevata pressione arteriosa Ipertrigliceridemia Iperglicemia/diabete 2 In Italia, come nella gran parte dei Paesi europei, le malattie cardiovascolari rappresentano la principale causa di morte; esse sono infatti responsabili del 44% di tutti i decessi. Per dare un’idea della dimensione del problema si può riportare che nel 2000 in Italia si sono verificati circa 80.000 nuovi eventi coronarici nella popolazione di età compresa tra i 25 e 84 anni. Obesità Sedentarietà Fattori trombogenici Elevata Omocisteinemia* (*) Vedi "Caffè e omocisteina" a pag. 19 3 Il ruolo del caffè È noto che l’insorgenza delle patologie cardiovascolari è strettamente correlata con la presenza di un insieme eterogeneo di fattori, noti come «fattori di rischio», che aumentano il rischio di sviluppare la malattia e/o predispongono l’organismo ad ammalarsi. Alcuni di questi fattori non sono in alcun modo controllabili (familiarità, età, sesso); tuttavia, la maggior parte di essi potrebbero essere facilmente «controllati», favorendo uno stile di vita più corretto e promuovendo appropriate abitudini alimentari (tabella 1). È quindi chiaro che azioni di prevenzione primaria e secondaria divengono essenziali per limitare e contenere l’incidenza e la prevalenza di queste patologie. In questo ambito, i medici devono essere maggiormente coinvolti in azioni di medicina preventiva anche, e soprattutto, mediante interventi di informazione ed educazione alimentare che vanno indirizzati all’intera popolazione ma, ancor più, a coloro che già si trovano ad avere uno o più fattori di rischio per queste patologie. Il caffè è un alimento peculiare, ricco di una gran quantità di componenti, che possono avere importanti effetti su molte attività metaboliche del nostro organismo. Per tali motivi, negli ultimi anni sono stati condotti numerosi studi epidemiologici e sperimentali per valutare se il consumo di caffè potesse avere una influenza positiva o negativa sullo sviluppo delle malattie cardiovascolari direttamente o indirettamente, agendo su quelli che sono considerati i principali fattori di rischio. Lo studio delle relazioni esistenti tra alimentazione e salute, nell’uomo, deve considerare la globalità delle abitudini alimentari e non può prendere in esame l’effetto diretto di un singolo alimento. Per tale motivo le considerazioni riportate in questa pubblicazione sulla possibile influenza del consumo di caffè sul nostro sistema cardiovascolare si riferiscono ad un uso inserito in un contesto di corrette abitudini alimentari e un sano stile di vita. Qualche concetto da tenere a mente Diversi tipi di caffè Per la sua lunga tradizione e diffusione nel mondo, il caffè è una bevanda caratterizzata da profonde differenze dipendenti dal tipo di caffè (per maggiori dettagli sulle caratteristiche delle diverse specie di caffè si rimanda all’opuscolo della stessa serie «Caffè e Salute»), dal metodo di preparazione e dalla frequenza/modo d’uso nelle diverse regioni del mondo. Poiché molti studi sul caffè sono stati condotti in Paesi diversi dal nostro, è importante conoscere alcuni dei più importanti metodi di preparazione di questa bevanda. 4 Il caffè bollito è preparato bollendo la polvere, grossolanamente macinata, in acqua per una decina di minuti, e poi viene consumato senza una preventiva filtrazione della polvere. La quantità consumata con una tazza è di 150-190 ml. Questo tipo di preparazione, un tempo frequente nei Paesi del nord Europa, è ora meno utilizzata anche in quelle regioni. Il caffè espresso è preparato mettendo in contatto la polvere di caffè con acqua sotto pressione (8-12 bar) ad una temperatura di 92-95°C per circa 30 secondi. La tazzina «all’italiana» ha una capacità media di 30ml. Il caffè filtrato (o caffè americano) è preparato, generalmente attraverso l’utilizzo di macchine automatiche, versando sulla polvere - posta in un filtro di carta - acqua bollente; il procedimento ha una durata media di circa 6 minuti. Particolarmente consumato in America, e ora anche nei Paesi del nord Europa, in tazze da circa 150ml. Il caffè moka è preparato forzando il passaggio di acqua surriscaldata attraverso polvere finemente macinata per 1-2 minuti. È consumato prevalentemente in Spagna e in Italia e la dimensione della tazza varia tra i 40 ed i 120ml a seconda delle diverse abitudini. Il caffè solubile è preparato sciogliendo 1,5-3 grammi di caffè liofilizzato in acqua. Questo tipo di caffè è utilizzato in tutto il mondo. Una sua tazza può contenere dagli 80 ai 190 ml. Va da sé che, accanto al «metodo di preparazione», anche il «modo di preparazione», cioè il tempo di infusione e/o la quantità di polvere utilizzati, può avere una rilevante importanza sulla composizione chimica dell’infuso e, conseguentemente, su eventuali effetti sulla salute. Infine, anche la frequenza ed il «modo di consumo» (come parte integrante di un pasto oppure da solo come «spuntino» tra un pasto e l’altro) possono avere influenza sugli effetti che il caffè ha sul nostro organismo. Poiché molti degli studi sugli effetti del caffè non sono stati condotti in Italia (le cui caratteristiche, rispetto al consumo di caffè, sono davvero peculiari se le si paragona al resto del mondo), si è spesso costretti a generalizzare i risultati ottenuti da studi che utilizzano un «tipo» di caffè spesso profondamente differente dal nostro. È più che ovvio che il consumo giornaliero di 5 tazze di caffè americano può avere effetti molto diversi dal consumo di 5 tazzine di caffè espresso. Qualitativamente e quantitativamente i due caffè, possono avere composizione differente, a partire dal contenuto in caffeina (consumando 5 tazze di caffè americano ne avremo ingerito circa 750mg contro i circa 150 delle 5 tazzine di espresso) fino a quello di costituenti minori. 5 Caffè e malattie cardiovascolari Consumo abituale e occasionale La molecola del caffè con maggior attività biologica è sicuramente la caffeina. I suoi effetti sull’organismo, però, possono essere assai differenti a secondo che se ne faccia un consumo occasionale o abituale. A seguito di un consumo abituale, infatti, si instaura un meccanismo di tolleranza che attenua molti dei suoi effetti negativi. Il processo di tolleranza alla caffeina (e quindi ai possibili effetti negativi del caffè) ha un'importanza clinica piuttosto rilevante che bisognerebbe sempre prendere in considerazione quando si valutano gli effetti del consumo di caffè sul rischio cardiovascolare. 6 Caffè non è sinonimo di caffeina Come già accennato, quando si parla degli effetti del caffè sul sistema cardiovascolare ci si riferisce al suo contenuto in caffeina (per gli effetti della caffeina sulla salute si rimanda all’opuscolo «Caffè e Salute» della stessa serie). Vale la pena però sottolineare che il caffè contiene anche centinaia di altre molecole biologicamente attive tra cui polisaccaridi, lipidi, composti fenolici (acidi clorogenici, acido caffeico, ferulico e para-cumarico) e minerali (come potassio e magnesio), e che la caffeina rende conto solo del 2% del profilo chimico totale del caffè. Alcune di queste sostanze si sono dimostrate capaci di potenziare o contrastare gli effetti della caffeina. Per questo motivo bisogna fare molta attenzione a non confondere l’effetto della caffeina con quello del caffè. Negli ultimi 40 anni la relazione tra consumo di caffè e rischio di malattie cardiovascolari è stata estensivamente studiata; numerosi studi epidemiologici sono stati eseguiti, ma spesso con risultati contrastanti. L’interpretazione dei risultati degli studi epidemiologici, sull’associazione tra consumo di caffè e morbilità e mortalità per malattie cardiovascolari, è resa difficoltosa dal fatto che l’abitudine a bere caffè è fortemente associata ad altri importanti fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, come fumo, vita sedentaria ed una dieta scorretta. Quindi gli studi epidemiologici vanno attentamente controllati per questi fattori confondenti. Nonostante questa verifica, però, la confusione rimane. Uno studio prospettico condotto negli Stati Uniti su circa 45.000 individui di sesso maschile e di mezza età ha concluso che il consumo di caffè non causa alcun incremento del rischio per malattie cardiovascolari1. Stesso risultato è stato ottenuto da uno studio condotto nel medesimo Paese su circa 85.000 donne di mezza età2 e in uno studio prospettico in cui si analizzava l’associazione tra consumo di caffè e mortalità postinfarto3. Anche in due studi caso-controllo condotti in Italia non si osservava alcuna associazione tra consumo di caffè e rischio sia di malattie cardiovascolari in genere sia di infarto4, 5. In un paio di studi prospettici condotti su circa 1.000 individui è stato, invece, osservato che un elevato consumo di caffè (≥5 tazze di caffè americano al giorno) era associato ad un aumento nel rischio di malattie cardiovascolari6, 7. Un aumento del rischio di infarto per consumi ≥4 tazze al giorno è stato evidenziato in uno studio prospettico condotto su circa 100.000 individui in California8 ed in uno studio prospettico condotto in Scozia9. Un aumento del rischio è stato osservato anche in uno studio condotto in Norvegia su circa 20.000 7 donne di mezza età, ma in questo caso l’aumento nel rischio era evidente solo quando il consumo superava le 9 tazze di caffè al giorno10. Tabella 2. Stima del rischio di eventi coronarici in relazione al consumo di caffè Infine, in uno studio prospettico condotto in Scozia su circa 10.000 individui, è stato osservato che i non consumatori hanno un rischio più elevato di malattie cardiovascolari rispetto ai consumatori (qualsiasi sia il loro consumo)11. 8 Anche gli studi di meta-analisi che analizzano l’associazione tra consumo di caffè e rischio cardiovascolare giungono a differenti conclusioni. Infatti, uno studio di meta-analisi del 1992, che esaminava 11 studi prospettici, non trova alcuna relazione tra consumo di caffè e mortalità per malattie cardiovascolari12. Mentre due studi di meta-analisi condotti nello stesso periodo suggeriscono un incremento del rischio per un consumo ≥5 tazze al giorno, anche se tale associazione era evidenziabile solo negli studi di tipo retrospettivo13, 14. A districare la matassa di risultati così diversi sono probabilmente due recenti lavori (uno di tipo prospettico l’altro di caso-controllo) che mostrano l’esistenza di un’associazione a forma di J (tabella 2) tra il consumo di caffè ed il rischio cardiovascolare15, 16. In questi studi è stato, infatti, osservato che un consumo moderato (2-4 tazze di caffè al giorno) è associato ad un rischio cardiovascolare minore rispetto al consumo leggero (<1 tazza al giorno), mentre un consumo elevato (≥5 tazze al giorno) è associato con un incremento del rischio. da Happonen, 2004 Gli autori di questi studi sottolineano che i loro risultati sono in accordo con molti dei lavori citati sopra, nei quali si evidenziava l’esistenza di una associazione positiva per consumi elevati, e nessuna associazione, o associazione negativa, per consumi medio bassi. Un’associazione ad U o a J è stata osservata, ma non chiaramente evidenziata, anche in alcuni altri studi17, 18. Anche se il dibattito scientifico non è ancora concluso, le osservazioni che abbiamo finora a disposizione indicano che in soggetti sani il consumo moderato ed abituale di caffè non aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, e potrebbe risultare addirittura protettivo. 9 Caffè e colesterolo La lunga storia della relazione tra consumo di caffè e colesterolo inizia intorno agli anni ‘80, quando in uno studio epidemiologico condotto in Norvegia veniva osservata una correlazione positiva tra consumo di caffè e livelli plasmatici di colesterolo19. 10 Questi risultati furono confermati da studi epidemiologici condotti in Belgio e Finlandia20, 21 e poi da studi sperimentali compiuti ancora una volta in Paesi del nord Europa22. Mentre, non si evidenziò alcuna relazione tra consumo di caffè e colesterolo in studi simili condotti negli Stati Uniti e in Europa occidentale23. Queste differenze tra studi condotti in Paesi con una diversa tradizione nelle abitudini di consumo del caffè fece ipotizzare che un fattore molto importante nella modulazione dell’effetto ipercolesterolemico del caffè potesse risiedere nel suo metodo di preparazione. Questa ipotesi fu successivamente verificata mediante una serie di studi sperimentali, in cui soggetti sani consumavano per diverse settimane caffè preparati in diversa maniera. Grazie a questi studi si dimostrò che il consumo di caffè bollito, tipico dei Paesi del nord Europa, aumentava i livelli plasmatici di colesterolo24, cosa che non accadeva consumando caffè filtrato25-27, solubile28, 29 espresso30 o moka30-32. Studi simili furono compiuti anche su individui ipercolesterolemici, e fu confermato che mentre il consumo di caffè bollito aumentava ulteriormente i livelli plasmatici di colesterolo, il consumo di caffè filtrato non aveva alcun effetto21-25. Oggi sappiamo che durante l’infusione dalla miscela di caffè vengono rilasciati due diterpeni oleosi, il cafestolo ed il kahweolo, che sono i responsabili dell’effetto ipercolesterolemico del caffè. Poiché le goccioline oleose che contengono questi composti possono essere trattenute dalla presenza di un filtro, il metodo di preparazione del caffè ha una notevole influenza sul loro contenuto nella bevanda (tabella 3). Di conseguenza non può sorprendere che il contenuto di diterpeni nel caffè preparato con uno stesso metodo di infusione non sia influenzato dal processo di decaffeinazione33, quindi, il caffè decaffeinato contiene la stessa quantità di diterpeni del caffè «normale». Mentre il caffè decaffeinato bollito mantiene lo stesso effetto ipercolesterolemico di quello «normale», la gran parte degli studi sperimentali non è riuscita a trovare alcuna relazione tra consumo di caffè decaffeinato filtrato34, 35 o moka32 ed i livelli plasmatici di colesterolo. Fa eccezione uno studio compiuto nel ‘9136 nel quale si osservava che il consumo di caffè filtrato decaffeinato aumentava i livelli di colesterolo LDL. Un aspetto che può avere interesse, soprattutto nel caso di consumo di caffè con più alto contenuto in diterpeni, risiede nel diverso contenuto di tali molecole tra la specie Robusta e quella Arabica: la specie Robusta, infatti, non contiene kahweolo e contiene meno cafestolo dell’Arabica. Tabella 3. Contenuto medio dei diterpeni (cafestolo e kahweolo) in una tazza/tazzina di caffè preparata con diversi metodi di infusione Cafestolo mg/tazza Kahweolo mg/tazza 6.2 6.5 Espresso 1.6 1.7 Moka 1.3 1.4 Solubile 0.2 0.2 Filtrato 0.1 0.1 Bollito Modificata da Urgert, 1997 11 Ad oggi i meccanismi attraverso cui i diterpeni influenzano i livelli plasmatici di colesterolo non sono stati chiariti; si ipotizza che questi composti possano agire: 1) regolando l’attività del recettore per le LDL37, 38, 39 2) diminuendo la sintesi degli acidi biliari40 3) aumentando l’attività delle lipid transfer proteins41. Poiché l’effetto ipercolesterolemico di cafestolo e kahweolo aumenta linearmente con il loro consumo, la quantità di caffè assunta giornalmente può diventare un fattore critico per gli effetti ipercolesterolemici di questa bevanda. 12 Gli studi di intervento condotti in Italia dimostrano che bevendo 3 tazzine di caffè (espresso o moka) al giorno non ci sono effetti sui livelli plasmatici di colesterolo totale e LDL30-32. Inoltre, sulla base del contenuto in diterpeni, è stato stimato che un consumo moderato di caffè espresso o moka (fino a 5 tazzine al giorno) dovrebbe avere effetti trascurabili sui livelli di colesterolo plasmatici42. Queste osservazioni sono state confermate da uno studio di meta-analisi condotto nel 200143 nel quale è stato messo in evidenza che in tutti i lavori sperimentali, nei quali i soggetti in studio consumavano caffè filtrato, l’incremento di colesterolo plasmatico, quando presente, era minimo. Il valore di questo incremento è tale che, considerato da solo, avrebbe un’influenza trascurabile sul rischio cardiovascolare. In contrasto con questi lavori, un recente studio sperimentale sembra indicare che anche il consumo moderato (4 tazze al giorno) di caffè filtrato (quindi a basso contenuto di diterpeni) potrebbe avere effetti sui livelli di colesterolo più pronunciati di quello che si era finora creduto44. È ovvio che le considerazioni fino a qui fatte si riferiscono a valori medi che non tengono in considerazione la risposta individuale all’assunzione dei diterpeni presenti nel caffè. I primi studi di nutrigenomica dimostrano che polimorfismi nei geni coinvolti nel metabolismo dei lipidi possono avere un effetto su come l’individuo risponde all’aumento nel consumo di cafestolo45. Da ciò possiamo trarre alcune importanti conclusioni: 1) alcune incongruenze osservate negli studi epidemiologici e sperimentali sulla relazione «consumo di caffè-livelli plasmatici di colesterolo» possono essere ascritte, oltre che al diverso metodo di preparazione del caffè, ad una diversa distribuzione dei suddetti polimorfismi genici all’interno delle popolazioni in studio; 2) persone diverse possono rispondere in maniera diversa al consumo di cafestolo e kahweolo. Per questi motivi, sebbene come detto, il contributo del caffè all’innalzamento dei livelli plasmatici di colesterolo sia trascurabile in individui con un corretto stile di vita, in presenza di altri fattori di ordine alimentare (ad esempio un apporto eccessivo di colesterolo e/o di acidi grassi saturi) e/o comportamentale (ad esempio mancanza di attività fisica e sedentarietà), che di per sé contribuiscono all’aumento del colesterolo plasmatico, il medico dovrà valutare se limitare la quantità massima di caffè sotto le menzionate 4-5 tazzine al giorno. A conclusione di questo capitolo possiamo osservare che immediatamente dopo il consumo di una tazza di caffè (1 o 2 ore) non ci sono alterazioni clinicamente significative dei livelli di colesterolo rispetto ai valori di digiuno46. Ciò vuol dire che bere una tazzina di caffè prima di un prelievo di sangue non altera i risultati delle analisi rispetto ai valori di colesterolo. È però più che ovvio fare attenzione ai valori di glicemia nel momento in cui il caffè venga zuccherato. 13 Caffè e pressione arteriosa Gli effetti che il caffè esercita sulla pressione arteriosa sono generalmente ascritti al suo contenuto in caffeina. 14 Numerosi studi sperimentali sono stati condotti per valutare, in soggetti sani, ipertesi e consumatori abituali e non abituali di caffè, l’effetto di questa molecola sulla pressione. In una cinquantina di studi sono stati valutati gli effetti della somministrazione acuta di caffeina (cioè una singola dose dopo un periodo di astinenza), mentre in un’altra ventina sono stati valutati gli effetti di una somministrazione cronica (cioè con dosi ripetute per un periodo piuttosto lungo di tempo). I risultati ottenuti dai due tipi di approcci sperimentali sono piuttosto diversi; infatti, gli studi condotti in acuto dimostrano che la caffeina induce un incremento nella pressione sistolica (5-15mmHg) e/o diastolica (5-10mmHg) in soggetti sani di entrambe i sessi, indipendentemente dall’età e dai valori pressori iniziali47. Questo effetto è generalmente più pronunciato nei soggetti ipertesi48 e rientra nel giro di uno o due giorni. Negli studi condotti in cronico l’effetto, quando presente, è molto meno pronunciato (2 ed 1mmHg rispettivamente per la pressione sistolica e diastolica, con un consumo di 3-5 tazze di caffè al giorno)49. È ormai noto che il consumo abituale di caffeina determina un meccanismo di «tolleranza»; ciò vuol dire che l’organismo si adatta alla sua introduzione e risponde «controllandone» gli effetti negativi sulla pressione arteriosa. In soggetti sani questo meccanismo di tolleranza si instaura in poco tempo (1-3 giorni), ma è parzialmente perso dopo un periodo di astinenza più breve (<1 giorno). Un certo dibattito scientifico si svolge riguardo l’instaurarsi della tolleranza in soggetti ipertesi. In un lavoro del 198450 il consumo abituale di caffeina non era associato a innalzamenti significativi della pressione arteriosa nei soggetti ipertesi. Uno studio più recente, condotto su soggetti anziani ha invece dimostrato che negli individui ipertesi il consumo cronico di caffè (5 tazze al giorno per due settimane) determinava un aumento piccolo, ma significativo, dei valori della pressione (circa 5/3 mmHg per pressione sistolica e diastolica) (nessun effetto era invece osservato sugli anziani normotesi)51. Due studi molto recenti hanno messo in evidenza che l’effetto del consumo abituale di caffè può essere ancora minore rispetto a quello della caffeina. Uno studio prospettico, condotto su circa 50.000 donne seguite nell’arco di 12 anni, ha messo in evidenza l’esistenza di un’associazione ad U tra consumo abituale di caffeina e rischio di ipertensione; ciò vuol dire che un consumo abituale e moderato era associato ad un rischio minore sia del «nonconsumo» che del «consumo abituale elevato». Quando però si studiava l’associazione valutandola per classi individuali di bevande ad elevato contenuto in caffeina, si osservava che il consumo abituale di caffè non era associato ad un aumento del rischio52. In uno studio di meta-analisi53 sono stati sistematicamente rivisti tutti gli studi sperimentali sulla relazione tra consumo abituale di caffeina e/o caffè e pressione del sangue. In questo lavoro sono stati analizzati 16 studi (7 studi sulla caffeina e 18 sul caffè) della durata minima di 7 giorni e coinvolgenti un totale di circa 1.000 individui. Dall’analisi di questi lavori è emerso che quando gli studi su caffeina e caffè erano esaminati congiuntamente il consumo abituale di caffeina induceva un piccolo ma significativo aumento dei valori di pressione (circa 2 ed 1mmHg rispettivamente per la pressione sistolica e diastolica, valore in accordo con gli studi precedenti). Quando gli studi erano analizzati separatamente si poteva evidenziare 15 che il caffè aveva un effetto significativamente minore di quello della caffeina (l’incremento della pressione era di 1/0.5 mmHg per pressione sistolica e diastolica nel caso del caffè e 4/2 mmHg nel caso della caffeina). Gli autori di questo studio concludevano con l’ipotesi che l’effetto ipertensivo fosse minore quando la caffeina era ingerita «attraverso» il caffè. 16 Concludendo possiamo dire che nei soggetti sani un consumo moderato ed abituale di caffè ha un effetto modesto e, per alcuni autori, non clinicamente rilevante sui valori di pressione arteriosa. Maggior cautela dovrà essere prestata nel caso di soggetti ipertesi e/o a maggior rischio di malattie cardiovascolari; in questo caso il medico dovrà valutare se il consumo di caffeina vada ridotto, tenendo a mente che il caffè non è l’unica fonte di caffeina della nostro dieta. Caffè e diabete Il diabete di tipo 2 oltre che essere un’importante causa di morbilità e mortalità (è stato stimato che rappresenta la quinta causa di morte nel mondo), rappresenta un fattore aggravante nell’evoluzione delle malattie cardiovascolari. un minore rischio di sviluppare diabete di tipo 256. Questa osservazione è stata poi confermata da numerosi studi successivi57,58, 59, 60, mentre solo in un paio di studi non si è riusciti ad evidenziare alcuna associazione tra consumo di caffè e sviluppo di diabete61, 62. In un recente studio di meta-analisi63 sono stati sistematicamente rivisti tutti gli studi epidemiologici sulla relazione tra consumo abituale di caffè e rischio di diabete del tipo 2. In questo lavoro sono stati analizzati 15 studi epidemiologici (9 studi delle coorti e 5 caso-controllo) coinvolgenti un totale di circa 200.000 partecipanti. Dall’analisi di questi lavori è emerso che un più alto consumo di caffè è consistentemente associato con un più basso rischio di malattia. Lo studio, inoltre, mette in evidenza che la riduzione del rischio è maggiore quanto maggiore è il consumo di caffè. L’effetto protettivo del caffè non sembra dipendere dal suo contenuto in caffeina; è stato infatti dimostrato che anche il consumo di caffè decaffeinato riduce il rischio di sviluppare diabete di tipo 2, anche se l’associazione in questo caso diventa più debole60. Le prime osservazioni delle relazioni esistenti tra consumo di caffè e livelli plasmatici di glucosio risalgono agli anni ‘70, quando in uno studio sperimentale veniva dimostrato che un aumento del consumo di caffè riduceva i livelli plasmatici di glucosio54. Questo dato è stato poi confermato da uno studio condotto in Giappone, nel quale si osservava l’esistenza di un’associazione inversa tra consumo di caffè e i livelli plasmatici di glicemia a digiuno55. In studi sperimentali condotti dopo somministrazione acuta (cioè con una singola dose dopo un periodo di astinenza) la caffeina sembra esercitare addirittura un effetto negativo sul metabolismo del glucosio, riducendo la sensibilità all’insulina64 ed aumentando i livelli plasmatici di glucosio65. I ricercatori concordano, però, nel ritenere che, per l’instaurarsi del meccanismo di tolleranza, i bevitori abituali rispondano con un meccanismo adattativo agli effetti negativi della caffeina sulla tolleranza al glucosio. Nel 2002 uno studio epidemiologico condotto in Germania ha dimostrato che un abituale consumo di caffè era associato ad È comunque essenziale ricordare che, oltre la caffeina, altri importanti costituenti del caffè potrebbero svolgere un ruolo 17 Caffè ed omocisteina 18 nel metabolismo del glucosio. In studi condotti su modelli animali è stato dimostrato che il consumo di acido clorogenico (o suoi derivati) riduce la concentrazione plasmatica di glucosio66 ed aumenta la sensibilità all’insulina67. L’acido clorogenico potrebbe ridurre la mobilizzazione di glucosio dal fegato68 ed inibirne l’assorbimento nell’intestino69. L’omocisteina è un aminoacido solforato che gioca un ruolo chiave nel metabolismo dei folati e della metionina. Negli ultimi 30 anni numerosi studi epidemiologici hanno messo in evidenza che un’elevata concentrazione plasmatica di omocisteina è associata ad un aumento del rischio per lo sviluppo di malattie cardiovascolari72. Il caffè è anche una fonte piuttosto ricca di magnesio (circa 30mg/tazza di espresso, 7mg/tazza di caffè all’americana da: Tabelle di composizione degli alimenti dell’USDA), il quale, aumentando la sensibilità all’insulina, ha un effetto positivo sul metabolismo del glucosio. Dobbiamo, infine, sottolineare che gli studi condotti finora si riferiscono al ruolo che il caffè potrebbe avere nella prevenzione primaria del diabete. Pochi dati sono invece disponibili sulla possibilità che il consumo di caffè possa influenzare la prognosi di persone già affette dalla patologia. In uno studio recente70 è stato dimostrato che la somministrazione acuta di caffeina ha un effetto negativo sul metabolismo del glucosio anche in soggetti affetti da diabete di tipo 2. Viceversa, in uno studio condotto su pazienti con diabete di tipo 1 è stato dimostrato che il consumo abituale di caffeina potrebbe influenzare positivamente alcuni fattori di rischio cardiovascolare71. Nonostante l’esistenza di questa associazione sia certa, alcuni ricercatori dubitano dell’esistenza di un rapporto di causalità, ed ipotizzano che elevati livelli di omocisteina siano un indicatore di rischio piuttosto che una causa di malattia73. Concludendo, riteniamo ragionevole affermare che gli studi condotti finora forniscono un’indicazione chiara che soggetti sani, consumatori abituali di caffè, sono protetti, rispetto ai non consumatori, dal rischio di contrarre la malattia. Ciò ovviamente non equivale al raccomandare un aumento nel consumo come strategia di prevenzione del diabete, in quanto un elevato consumo di caffè potrebbe avere anche altri effetti (alcuni dei quali non ancora ben chiariti) sullo stato di salute. Diversi studi epidemiologici suggeriscono che il consumo di caffè sia associato ad un aumento della concentrazione plasmatica di omocisteina. In uno studio condotto in Norvegia, su 16.000 individui, è stato, infatti, osservato che i forti bevitori di caffè (≥9 tazze al giorno) hanno una concentrazione plasmatica di omocisteina che è circa il 20% più elevata di quella dei non bevitori74. I risultati degli studi epidemiologici sono stati confermati da studi sperimentali, in cui si è osservato che il consumo di quantità elevate di caffè non filtrato (1L al giorno per 2-4 settimane) incrementava i livelli plasmatici di omocisteina di circa il 10%75. In accordo con questo risultato, uno studio più recente dimostra che il livello plasmatico di omocisteina diminuisce in soggetti che si astengono dal consumo di caffè filtrato76. In studi sperimentali in cui i soggetti erano supplementati con dosi moderate di caffè (5 tazzine o 3-6 tazze al giorno per 1-3 settimane), l’incremento nei livelli plasmatici di omocisteina non era sempre significativo77, 78. Sulla base di questi risultati è, quindi, ragionevole concludere 19 che la capacità del caffè di aumentare i livelli plasmatici di omocisteina dipende anche dalla quantità di caffè consumata. Per cercare di identificare quale dei componenti del caffè potesse essere responsabile di questo effetto sono stati condotti due studi sperimentali. In uno studio è stato dimostrato che la caffeina contribuisce, anche se parzialmente (25-50%), all’incremento nei livelli plasmatici di omocisteina79. Ed infatti, alcuni studi epidemiologici suggeriscono che il consumo di caffè decaffeinato non sia correlato ai livelli plasmatici di omocisteina80. 20 Un altro dei componenti del caffè chiamato in causa per spiegare gli effetti della bevanda, l’acido clorogenico, sembra contribuire solo parzialmente. Infatti, la supplementazione con dosi molto elevate di questo composto, 2g al giorno per 1 settimana (2g rappresentano la quantità contenuta in circa 1.5 L di caffè), determina un aumento di solo il 4% dei valori a digiuno dell’omocisteina81. Per le conoscenze scientifiche raccolte fino ad oggi, non possiamo dire quanto l’effetto del caffè sui livelli di omocisteina possa contribuire ad aumentare il rischio cardiovascolare. Poiché ad oggi non sembra esserci alcuna associazione tra consumo moderato di caffè e rischio di malattie cardiovascolari (vedi paragrafo «caffè e cuore»), possiamo ipotizzare che l’effetto negativo del consumo di caffè sui livelli di omocisteina possa essere attenuato e/o contrastato da «qualche effetto positivo» che questa bevanda esercita sul nostro cuore. Ciò nonostante, per i soggetti particolarmente a rischio o per i forti bevitori di caffè il medico dovrà valutare di volta in volta quanto caffè possa essere consentito, tenendo a mente che un aumento nel consumo di folati (presenti in discrete quantità in verdura a foglia verde, frutta e legumi) potrebbe attenuare gli effetti negativi del consumo di caffè sui livelli plasmatici di omocisteina. Infatti, in uno studio sperimentale è stato osservato che la supplementazione con acido folico (200µg/giorno) elimina l’incremento nei livelli di omocisteina osservato a seguito del consumo di 4 tazze di caffè al giorno82. Caffè ed antiossidanti Il danno ossidativo e l’ossidazione delle LDL rappresentano un evento chiave nello sviluppo e nella progressione dell’aterosclerosi e quindi delle malattie cardiovascolari. Infatti, numerosi studi epidemiologici dimostrano una relazione inversa tra il consumo di antiossidanti e l’incidenza e mortalità per malattie cardiovascolari. È quindi ragionevole supporre che consumare una dieta ricca in composti antiossidanti può aiutare a proteggere il nostro cuore. Numerosi studi condotti in vitro83, 84 dimostrano che il caffè possiede un’elevata attività antiossidante e che la varietà Robusta ha una capacità antiossidante maggiore di quella Arabica85. Il caffè è, inoltre, in grado di ridurre significativamente la suscettibilità delle LDL all’ossidazione in vitro, con una efficacia molto maggiore di quella di altre bevande ad alto contenuto in antiossidanti83. È importante sottolineare che i composti responsabili di questa attività sono bioattivi, sono cioè in grado, una volta ingeriti, di esplicare il loro effetto antiossidante sull’organismo. In uno studio condotto in vivo sull’uomo è stato osservato che il consumo di caffè (una dose di 200ml di caffè all’americana) induce un aumento significativo della capacità antiossidante del plasma84. Mentre, in uno studio condotto su 11 individui 21 sani, il consumo giornaliero di caffè (24g al giorno per una settimana) riduceva significativamente la suscettibilità delle LDL all’ossidazione86. In un lavoro condotto recentemente su individui sani è stato dimostrato che un moderato consumo di caffè espresso aumenta i livelli plasmatici di glutatione, un importante antiossidante endogeno77. Nessun effetto era invece osservato a seguito del consumo cronico o acuto di caffè filtrato (450 o 900ml) sui livelli plasmatici di alcuni indicatori di perossidazione lipidica78. 22 Il caffè contiene numerosi tipi di molecole ad attività antiossidante, la cui presenza può variare a seconda del grado di tostatura, della miscela e del metodo di preparazione. Tra queste molecole sono stati identificati alcuni composti eterociclici lipofilici (tra cui furani e pirroli) che esibiscono, in vitro, un elevato potere antiossidante87. Le capacità antiossidanti della caffeina sono invece controverse. Alcuni studi sperimentali condotti in vitro dimostrano che la caffeina e i suoi metaboliti (mono e dimetilxantine) sono in grado di proteggere il DNA da un danno indotto da radicali idrossilici88. La caffeina è anche in grado di inibire processi di perossidazione lipidica in vitro quando presente a concentrazioni millimolari89, ma non mostra alcun effetto antiossidante quando presente a concentrazioni più fisiologiche (micromolari)90. Comunque, quando si parla di antiossidanti del caffè ci si riferisce generalmente ad una importante classe di composti, di cui il caffè è particolarmente ricco: i composti fenolici. Gli acidi fenolici presenti nel caffè sono rappresentati prevalentemente da acidi clorogenici e da acido caffeico, ferulico e p-cumarico. La loro quantità nel caffè dipende dal grado e dal tipo di tostatura, ma sono in genere più abbondanti nella varietà Robusta rispetto a quella Arabica85. Il loro contenuto nel caffè è davvero notevole (dai 200 ai 500 mg per tazza), tanto che il caffè è la bevanda con il più alto contenuto in composti fenolici. Può essere interessante sottolineare che una tazza di caffè all’americana contiene una quantità di acido clorogenico (circa 200mg) che è quasi pari a quella della caffeina84. Numerosi studi sperimentali hanno dimostrato che gli acidi fenolici presenti nel caffè posseggono un’elevata capacità antiossidante91 e sono in grado di inibire l’ossidazione delle LDL in vitro92 ed in vivo su modelli animali93. In studi condotti in vivo sull’uomo è stato inoltre dimostrato che questi composti sono assorbiti e si ritrovano in circolo dopo il consumo di caffè94. Un ultimo gruppo di composti presenti nel caffè, interessanti per le loro proprietà antiossidanti, è quello delle melanoidine. Queste sostanze vengono prodotte durante il processo di tostatura del caffè, quando il trattamento termico del chicco favorisce lo svolgimento di reazioni di Maillard che determinano la condensazione dei gruppi carbonilici degli zuccheri con i gruppi amminici di aminoacidi e proteine. Durante la tostatura, il progressivo incremento nel contenuto in melanoidine si affianca ad una parziale perdita in composti fenolici in modo tale che alla fine del processo non ci sono perdite significative nell’attività antiossidante totale del chicco85. Gli studi in vitro condotti finora dimostrano che le melanoidine esibiscono un forte potere antiossidante95 ed inibiscono processi di perossidazione lipidica96. Una serie di studi pubblicati recentemente, basati sui livelli di consumo e sul contenuto in antiossidanti dei diversi alimenti, hanno dimostrato che, su base teorica, il caffè rappresenta la principale fonte di antiossidanti della dieta. In studi condotti in Spagna97, Norvegia98, Germania99 e Stati Uniti100 è stato stimato che il caffè da solo contribuisce al 45%-60% della capacità 23 Caffè ed aggregazione piastrinica antiossidante totale della dieta di questi Paesi (tabella 4). Ad oggi stime analoghe non sono state effettuate in Italia. Tabella 4. Fonti di antiossidanti nella dieta di diversi Paesi (valori basati sul consumo Pro Capite e sul contenuto in antiossidanti) Norvegia 24 caffè frutta thè vino cereali verdura Spagna caffè frutta thè vino cereali verdura noccioline agrumi altre bevande Stati Uniti caffè frutta thè vino cereali verdura birra La formazione del trombo rappresenta un evento critico nello sviluppo delle malattie cardiovascolari e l’utilizzo di farmaci ad attività antiaggregante (come l’aspirina) è centrale negli interventi di prevenzione secondaria di queste malattie. Uno studio condotto in vitro ha dimostrato che il caffè era in grado di ridurre la risposta aggregativa di piastrine umane sottoposte ad uno stimolo101. Dall’analisi delle diverse frazioni del caffè, l’autore di questo lavoro dimostrava che la caffeina era solo parzialmente responsabile dell’effetto antiaggregante del caffè. Alcuni lavori sperimentali condotti in vitro ed in vivo102 dimostrano che la caffeina possiede un effetto antiaggregante. Il consumo cronico di caffeina induce una riduzione dell’aggregabilità piastrinica, probabilmente attraverso la sovraregolazione dei recettori per l’adenosina103. Comunque altri ricercatori non sono riusciti a replicare questi risultati104. Un analogo effetto della caffeina sulla regolazione dei recettori per l'adenosina è stato dimostrato in neutrofili umani. Questi risultati suggeriscono un potenziale effetto antiinfiammatorio della caffeina105. Oltre all’azione della caffeina, il caffè potrebbe interferire con i processi di attivazione ed aggregazione piastrinica attraverso l’azione dei composti fenolici. Numerosi studi condotti sia in vitro che in vivo106 dimostrano che i composti fenolici e/o alimenti che ne sono ricchi possono ridurre la risposta all’aggregazione delle piastrine. Infine, in uno studio condotto in vivo sull’uomo è stato dimostrato che il consumo di bevande ricche in composti fenolici determina un allungamento del tempo di coagulazione di sangue sottoposto ad uno stimolo pro-coagulante107. Sebbene gli studi condotti finora siano insufficienti per stabilire una relazione certa, ci sono buone premesse che il caffè abbia un’azione antiaggregrante. 25 Concludendo... Bibliografia Il caffè è un alimento ricco di molecole bioattive, che possono esercitare effetti positivi o negativi sul nostro sistema cardiovascolare (tabella 5). La risultante di questi effetti dipenderà probabilmente da tutta una serie di fattori, alcuni dei quali sono intrinsechi al «modo d’uso» del caffè (metodo di preparazione, frequenza, dose di consumo, etc.), altri sono in relazione ai «comportamenti» di chi lo consuma (stile di vita, abitudini alimentari). 1. 2. 3. 4. Tabella 5. Effetti dei principali costituenti del caffè sul sistema cardiovascolare 26 caffeina - aggregazione piastrinica - stress ossidativo + pressione + omocisteina - sensibilità all'insulina* diterpeni + colesterolo magnesio + sensibilità all'insulina 5. 6. 7. caffè 8. 9. acidi fenolici - aggregazione piastrinica - assorbimento di glucosio - ossidazione LDL + omocisteina * effetto osservato solo in studi a breve termine effetti positivi effetti negativi Comunque, possiamo affermare con certezza che nei soggetti sani un consumo abituale e moderato di caffé, quando inserito in una dieta equilibrata e associato ad uno stile di vita corretto, non è pericoloso per la salute del nostro cuore e può addirittura essere protettivo. 10. 11. 12. 13. Grobbee DE, Rimm EB, Giovannucci E, Colditz G, Stampfer M, Willett W. Coffee, caffeine, and cardiovascular disease in men. N Engl J Med. Oct 11 1990;323(15):1026-1032. Willett WC, Stampfer MJ, Manson JE, et al. 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