L’Unione Europea dall’Unione
doganale al mercato interno
Globalizzazione e regionalizzazione
dei flussi commerciali
• Quanto è regionalizzato il commercio? Le tre grandi
aree (Nord America, Giappone e Asia sud-orientale, e
UE) hanno un’alta percentuale di commercio intra-area.
• Mentre il processo di regionalizzazione in Europa, era
partito già con la CEE per poi rafforzarsi negli anni ‘80
con l’Atto Unico Europeo, oggi assistiamo a un’ondata di
regionalismo globale più intensa che in passato (NAFTA
in America Settentrionale, Mercosur in America
Meridionale e ora anche nel blocco asiatico (Asean)).
Regionalizzazione del commercio nelle tre aree economiche più industrializzate:
In percentuale del esportazioni e importazioni totali.
Quote delle esportazioni intra-regionali tra I
paesi appartenenti a uno stesso accordo di
scambio regionale (%)
1990
1995
Eu-25
2000
2005
67,5
66,8
Nafta
42,6
46,0
55,6
55,8
Asean
20,1
25,5
24,0
24,9
Regionalizzazione e globalizzazione
• La rilevanza dei blocchi regionali è segnalata con forza
anche dai recenti rapporti del World Bank. Si segnala in
particolare il passaggio all’interno di questi blocchi (pur
diversissimi l’uno dall’altro nella loro configurazione e nei
loro scopi) non solo della eliminazione delle barriere al
commercio, ma la creazione di meccanismi comuni per
eliminare le barriere invisibili, facilitare i flussi di IDE intraarea, ecc.
Regionalizzazione e globalizzazione
• Il dibattito se questa regionalizzazione sia
alternativa o complementare al sistema di
liberalizzazione multilaterale non ha raggiunto
conclusioni definitive. Sembrerebbe però chiaro
che il sistema multilaterale regolato oggi
dall’OMC, non sia in grado di operare il
medesimo passaggio a forme di integrazione più
approfondita.
Regionalizzazione e globalizzazione
• Integrazione europea. L’Atto Unico e l’Unione
monetaria sembrano parte di un programma di
preparazione alla globalizzazione.
• Vedi ondata di fusioni, dalla fine degli anni ’80 in
poi, che rafforza le imprese più forti, in tutti i
campi, spingendo molte imprese europee a
investire negli USA.
Regionalizzazione e globalizzazione
• NAFTA (area di libero scambio fra USA/Canada e
Messico creata nel 1994) – tra il 1993 e il 2000 il
commercio estero Usa con i partner cresce del doppio
che con il resto del mondo, da 300 a 650 miliardi di $.
Flussi di IDE USA e canadesi in Messico. L’economia
messicana si rafforza. Trasferimenti di manodopera
esclusi da NAFTA.
• Mercosur (Argentina e Brasile, con Uruguay e Paraguay
nasce nel 1994). Negli anni 1990 il commercio intra-area
cresce di 5 volte e sale dal 8% al 25% del commercio
totale dei paesi membri. Il Mercosur diventa l’area più
appetibile per IDE nei paesi in via di sviluppo, con circa
20 miliardi di $ in entrata ogni anno.
Regionalizzazione asiatica
• Non esiste in Asia lo stesso tipo di costruzione istituzionale e di
trattato che ha governato la regionalizzazione in Europa e in
America del Nord. Vi sono varie organizzazioni regionali, come
l’APEC, l’ASEAN, ma manca una direzione di progresso univoco.
Questo dipende anche dal fatto che esistono vari paesi che aspirano
a una leadership regionale o sub-regionale, quali India, Cina,
Giappone e Usa.
• I paesi asiatici appartenenti all’ASEAN, Brunei, Indonesia, Malaysia,
Filippine, Singapore, Thailandia, Vietnam, Laos, Cambogia,
Myanmar hanno dato vita a un processo di liberalizzazione per
creare una area di libero scambio, l’AFTA. Nel 2002 la Cina ha
firmato un accordo per eliminare le barriere reciproche entro 10
anni.
La creazione delle Comunità
europee
• I primi trattati: CECA e CEE.
• L’Unione doganale e la PAC negli anni 1960.
• La Gran Bretagna e il processo di integrazione.
Aderisce alla CEE nel 1973 insieme a
Danimarca e Irlanda.
• Crisi e nuovi sviluppi degli anni 1970: il
problema dell’inflazione e la necessità di
politiche economiche efficaci. La creazione dello
SME.
Trattato CEE
Alla base del Trattato CEE del 1958, dell’Atto unico del 1987 e dei
Trattati successivi, vi è lo sviluppo della integrazione “orizzontale”, e
cioè la liberalizzazione degli scambi interni all’Unione accompagnato
dalla costruzione di una tariffa esterna comune e di una politica
commerciale comune nei confronti dei paesi terzi.
Si è parlato di “Mercato Comune”, e più in particolare di una unione
doganale, poiché tale era il primo obbiettivo del Trattato CEE, poi di
“Mercato interno” e, infine, di “Mercato unico”.
Nel Trattato CEE il “Mercato comune” costituiva un elemento di grande
importanza. Gli veniva affidato il ruolo di promuovere i fini ultimi della
Comunità (sviluppo economico, l’espansione, l’avvicinamento fra gli
Stati membri).
Trattato CEE
Nel titolo 1 e 3 del Trattato CEE venivano iscritte le cosiddette “quattro
libertà”, i principi su sui si regge il Mercato unico europeo:
a) la libera circolazione delle merci;
b) la libera circolazione dei lavoratori e il diritto di stabilimento;
c) la libera circolazione dei servizi;
d) la libera circolazione dei capitali.
Il titolo 2, invece, era dedicato alla politica agricola comune (PAC),
una politica di settore anch’essa da considerarsi pilastro del
processo di integrazione, ma costruita su principi molto diversi: e
cioè dirigismo, protezione, compensazioni ai produttori
Il mercato comune
• Il mercato comune era costruito su una Unione
Doganale, la libera circolazione dei fattori di produzione
• Politiche comuni nel campo della agricoltura, dei
trasporti, delle relazioni commerciali con i paesi terzi e
della concorrenza.
• Per l’Unione doganale era previsto un calendario. Per le
altre misure tutto era lasciato alla attuazione del trattato.
• Non erano previste competenze in campo monetario e
fiscale.
Trattato CEE e Unione Doganale
Nella prima fase la priorità spettò all’unione doganale. Per la progressiva
abolizione dei dazi doganali applicati ai prodotti industriali il Trattato CEE
fissò un periodo di 12 anni, estendibili fino a 15, articolato in tre distinte
tappe.
Venne fissato anche un calendario per l’ eliminazione dei contingenti che
regolavano ancora una parte dei commerci reciproci fra i Sei stati membri.
La prima riduzione dei dazi reciproci ebbe luogo il 1 gennaio 1959, per una
entità modesta del 10%. Si decise, poi, di accelerare il ritmo di riduzione
dei dazi, in modo di anticipare di 18 mesi il termine del periodo transitorio.
L’unione doganale entrava, pertanto, in vigore il 1 luglio 1968.
Parallelamente all’abolizione delle barriere doganali, si avvicinarono
progressivamente fra di loro i dazi doganali esterni, fino a raggiungere una
tariffa doganale comune, che veniva contemporaneamente abbassata in
seguito agli accordi negoziati in sede GATT. (vedi in particolare il Kennedy
Round 1964-67).
Trattato CEE - Effetti dell’Unione Doganale
Già al tempo della firma dei Trattati di Roma si era evidenziato un nesso
commerciale molto stretto fra i sei paesi firmatari, al cui centro si situava la
RFT (Repubblica Federale Tedesca), che in virtù della sua straordinaria
ripresa post-bellica si era imposta come primo partner commerciale di
ciascuno degli altri paesi membri.
Vi fu un ampio dibattito se la creazione dell’ Unione Doganale generasse
creazione o diversione di traffici. Nel Trattato non mancavano aspetti di
cautela protezionistica, dettata da interessi settoriali, e questo sia
all’interno del mercato comune, per cui valevano molte clausole di
eccezione, che all’esterno, nel dazio doganale esterno, per la cui
fissazione non si seguì la strada del minimo comune denominatore.
I limiti della CEE
Il discorso era ben diverso per i prodotti agricoli, essendo la
PAC disegnata con l’intento esplicito di costituire un
mercato protetto e privilegiato per i produttori dei Sei.
Va sottolineato lo scarso progresso effettuato, in questa
fase, dalla liberalizzazione dei servizi all’interno dei Sei,
e ancora di più a livello internazionale, in quanto essi
non vennero inclusi nelle trattative del GATT.
Anche al livello della liberalizzazione dei capitali i progressi
furono molto limitati, rimanendo le disposizioni diverse
da Stato a Stato, con forti limitazioni alla mobilità
imposte da alcuni Stati membri.
La Conferenza dell’Aja (dicembre 1969)
Lanciate tre politiche:
• A) Completamento. (Risorse proprie, IVA,
aggiustamenti alla PAC)
• B) Approfondimento. (Cooperazione politica e tentativo
fallito di Unione monetaria)
• C) Allargamento. Trattative con GB, Irlanda e
Danimarca.
Il mutamento del clima economico rallenta il processo di
integrazione
Conferenza dell’Haye (1 Dicembre 1969)
La Conferenza dell’Aja: allargamento
• Si aprono i negoziati con la GB (giugno 1970).
• Punti chiave: rapporti con il Commonwealth, adesione britannica
alla PAC, e contributo della GB al budget CE.
• La posizione GB è più debole e il premier Heath è un convinto
europeista. La GB deve accettare “l’acquis communautaire”.
• Importante vertice fra Pompidou e Heath (maggio 1971) suggella
il negoziato.
• La soluzione più controversa è quella del contributo della GB al
budget, che contribuisce una obbiettiva sperequazione e sarà
rinegoziato in seguito.
• Processo di ratifica in GB, ha successo solo perché l’ala
europeista del partito laburista appoggia Heath.
L’economia europea negli anni 1970
• Il rialzo dei prezzi del petrolio del 1973 causa
scatenante di processi già in corso
• Rallenta la crescita
• Forti oscillazioni cicliche
• Alti tassi di inflazione
• Instabilità monetaria
• Calano i tassi di profitto delle imprese
Anni ‘70: lo scenario dell’integrazione economica
• Difficoltà nei rapporti economici USAEuropa. Fluttuazione dei cambi.
• Integrazione e disintegrazione nel Mercato
Comune. Penetrazione crescente di
prodotti giapponesi e delle tigri asiatiche.
• Misure protezioniste: cartelli
internazionali, e restrizioni volontarie
all’export. Proliferano le barriere invisibili.
Crisi industriali e ristrutturazioni.
Momenti dell’integrazione europea
negli anni Settanta
• Allargamento della Comunità, da 6 a 9. Sviluppi
nella politica regionale, industriale e sociale.
• Dal tentativo fallito di Unione Monetaria alla
creazione dello Sme (1979)
• Istituzionalizzazione del Consiglio Europeo
(Vertice dei capi di Stato e di Governo)
• Elezione diretta del Parlamento Europeo (giugno
1979)
L’Economia europea dopo il grande
boom: analisi e interpretazioni
Come si spiega la fine del grande boom?
–
–
–
–
•
Il grande boom come esperienza irripetibile
Le politiche economiche keynesiane sotto accusa
Si parla di “Eurosclerosi”
Il problema della disoccupazione
Nuove politiche economiche liberiste: il ritorno al
mercato: privatizzazione, deregulation, flessibilità
L’Economia europea negli anni 1980
•
•
•
•
•
Il secondo shock petrolifero (Opec 1979)
Recessione (1980-1982).
Ripresa della crescita dal 1983.
Processi di ristrutturazione industriale.
Crescita degli investimenti e
dell’esportazione.
• Politiche economiche restrittive e
contenimento dell’inflazione.
La crisi dell’Europa dell’inizio degli anni 1980
•
•
•
•
Fallimento dei progetti per l’unificazione politica.
Le oscillazioni della Francia di Mitterand
La Thatcher e la controversia sul budget
L’allargamento mediterraneo: difficili negoziati
con Grecia, Spagna, Portogallo.
• Recessione economica, protezionismo, sfide
concorrenziali provocano un contraccolpo:
rimettendo in moto il processo di liberalizzazione
La Thatcher e la controversia sul budget
• Nel 1979 vincono i Conservatori con un programma di radicale
liberismo e di nazionalismo britannico.
• La GB era il settimo paese per reddito pro-capite ma il secondo
contribuente alle finanze della Comunità. Nel 1979 il 75% delle
spese comunitarie erano devolute alla PAC, di cui la GB
beneficiava pochissimo.
• Diplomazia molto aggressiva della Thatcher fin dal primo vertice di
Dublino, in cui parlò per 4 ore sempre sullo stesso tema “I want my
money back”.
• 1980- accetta un rimborso temporaneo per due anni.
• La GB pone con forza il problema della riforma della PAC. Prime,
modeste, correzioni alla PAC introdotte nel 1983.
• Soluzione raggiunta nel 1984 con un rimborso permanente pari a
2/3 del contributo GB alle casse CEE.
L’allargamento mediterraneo: difficili
negoziati con Grecia, Spagna, Portogallo.
• I tre paesi escono da una lunga esperienza di regimi di
destra-autoritari. L’adesione alla CEE vista come
ancoraggio democratico.
• Paesi con basso PIL pro-capite, con un settore agricolo
esteso (16% del Pil in Grecia, 10% in Spagna) e
inefficiente (di sussistenza), che rischia di gonfiare i
sussidi PAC. Timori dei paesi membri di dover elargire
ingenti risorse.
• Gli agricoltori italiani e francesi temono la concorrenza di
prodotti mediterranei soprattutto dalla Spagna.
• Si teme una forte migrazione di lavoratori disoccupati
verso gli altri paesi della CEE.
• Settore industriale protetto e inefficiente. Alti tassi di
inflazione e monete instabili.
L’allargamento mediterraneo: difficili
negoziati con Grecia, Spagna, Portogallo
• Grecia: primo paese a fare richiesta di adesione (1977) e
primo paese a firmare il trattato di adesione (1979).
Diventa il 10° paese membro nel 1981.
• Spagna e Portogallo firmano nel 1985 e divengono
membri nel 1986.
• Periodi di transizione. Paesi iberici: 7 anni per
l’abolizione delle barriere, 7 e 10 anni per il pieno
ingresso nella PAC; 7 anni per la libera circolazione dei
lavoratori.
• L’adesione alla CEE costituisce un fattore di sviluppo
molto forte soprattutto per la Spagna negli anni 1980 e
1990.
Verso il mercato interno
- Frammentazione del mercato – barriere invisibili
↓
Perdita di competitività
- Convergenza nelle politiche economiche degli stati
membri
↓
Il programma liberista- thatcheriano.
- Imprese in Europa → joint ventures
Fusioni e acquisizioni
+ collaborazione in R&D.
Ruolo di stimolo del European Round Table
↓
Programma ESPRIT.
Il Libro bianco del 1985
Ostacoli per il completamento del Mercato
interno:
A – Barriere tariffarie
B – Barriere fiscali
C – Standard tecnici differenti
D – Appalti delle p. amministrazioni
E – Mancata liberalizzazione dei servizi
L’Atto unico europeo del 1987
Alle origini di questo processo, c’era l’urgenza di:
•
•
•
•
affrontare la competizione globale,
superare il frazionamento dei mercati europei,
raggiungere e sostenere economie di scala in alcune produzioni di massa,
assecondare la spinta verso fusioni transfrontaliere e gli investimenti delle
imprese multinazionali
Si tentava così di rimettere in moto il meccanismo della crescita che si era
arrestato negli anni 1970 e non accennava a riprendere nella prima parte
del decennio seguente.
Fu un programma ispirato da una convergenza verso concetti economici
liberisti, promossi in Europa dal governo britannico della Thatcher, ma
adottati in varia misura da quasi tutti i paesi della Comunità/Unione e
sostenuti attivamente dalle maggiori imprese multinazionali europee e
dalle organizzazioni imprenditoriali.
L’Atto unico europeo del 1987
All’approvazione dell’Atto unico europeo si arrivò attraverso un
complesso negoziato intergovernativo, in cui il ruolo essenziale fu svolto
da Francia, Gran Bretagna e Germania.
L’elemento centrale dell’accordo fu l’assunzione del Libro bianco sul
completamento del Mercato interno, opera del commissario Lord
Cockfield, che elencava 300 misure da prendere durante la vita di due
successive Commissioni, entro la fine del 1992.
Consiglio di Milano
decide a
maggioranza
↓
Settembre 1985
Conferenza
↓
Intergovernativa
Dicembre 1985
↓
↓
Approvato l’Atto
Unico Europeo
↓
1 Luglio 1987
Entra in vigore l’Atto
Unico Europeo
Giugno 1985
Atto Unico Europeo
A – Completamento del Mercato Interno – entro il 1992
300 misure da prendere per eliminare le barriere
invisibili
↓
↓
Principio di mutuo riconoscimento
• Liberalizzazione dei servizi
• Liberalizzazione dei movimenti di capitali.
Prevista una conferenza intergovernativa in caso di
necessari ulteriori sviluppi in campo economico e monetario
(porterà all’Unione Economica e monetaria)
Atto Unico Europeo
• B – Si allarga il campo di azione della CEE
abbracciando
• Politiche sociali miglioramento dell’ambiente di lavoro e
tutela di salute e sicurezza dei lavoratori
• Ricerca e sviluppo
• Misure ambientali: principio di responsabilità degli
inquinatori
• Politica di coesione regionale rafforzata (porterà alla riforma
dei Fondi Strutturali del 1988)
Atto Unico Europeo: riforme istituzionali
• Reintrodotto il voto a maggioranza qualificata nel
Consiglio per tutte le materie del Mercato interno,
tranne misure fiscali, e questioni del lavoro. Si pone
termine alla paralisi iniziata con il compromesso di
Lussemburgo del 1966.
• La Commissione riprende ruolo di iniziativa.
•
Aumento dei poteri del Parlamento Europeo:
“procedura di cooperazione” e «di parere conforme»,
in casi di atti rilevanti.
L’Atto Unico
L’Atto Unico introduceva rispetto a “mercato comune”, la
definizione di “mercato interno”, che viene definito come “uno
spazio senza frontiere interne, nel quale è assicurata la libera
circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei
capitali”.
La nozione di mercato interno è più ampia di quella di
mercato comune poiché i principi delle quattro libertà
fondamentali vengono integrati e arricchiti con nuove
competenze attribuite alla Comunità e con una più larga
visione degli scopi perseguiti.
L’Atto Unico
L’Atto Unico traeva forza dalla simbologia della scadenza del 31
dicembre 1992, entro cui sarebbero dovute essere abolite
tutte le barriere rimanenti, vuoi fisiche, tecniche, e fiscali, al
pieno funzionamento del mercato unico.
Dal 1993 in poi il discorso pubblico a livello dell’Unione
cambiava: si ritornava al concetto di libertà – libertà di
movimento di persone, di beni, di servizi, di capitali oltre che
diritto di accesso, e mercato aperti e trasparenti per appalti
pubblici, energia, legge societaria, protezione dei
consumatori e altro. In questa accezione più ampia la
legislazione sul mercato interno riguardava circa l’80%
dell’interno corpo della direttive comunitarie.
Barriere e Mutuo riconoscimento
Sono 3 le categorie principali in cui il Libro bianco ha diviso le
rimanenti barriere: quelle di ordine
fisico;
tecnico;
fiscale.
Il programma di riforma europeo venne concepito secondo criteri nuovi,
antiburocratici, quali il principio del mutuo riconoscimento (scaturito
dalla sentenza della Corte di giustizia Cassis de Dijon nel 1979), e
cioè l’accettazione, in linea di massima, da parte di ogni singolo
paese, dei prodotti riconosciuti come legali negli altri stati
comunitari. Il principio consente di evitare o snellire il processo di
armonizzazione fra le diverse legislazioni nazionali.
Valorizzava, quindi, il cosiddetto principio di sussidiarietà.
Barriere fisiche
Comprende essenzialmente tutti i controlli di frontiera che erano rimasti
nonostante fosse stata istituita l’unione doganale nel luglio del 1968.
Alcuni di essi erano il risultato di buchi venutisi ad aprire nella politica
commerciale comune.
Un esempio era la sopravvivenza di restrizioni quantitative nazionali su
vari prodotti importati dal Giappone, per i quali di volta in volta era
necessaria l’applicazione di controlli di frontiera intra-CEE per
verificare la provenienza delle merci.
Vedi anche le restrizioni quantitative CEE su alcuni prodotti importati da
paesi terzi quali materiali tessili e abbigliamento nel contesto dei vari
accordi multifibre (MFA) e come i prodotti siderurgici per i quali,
durante la crisi del 1980-85, venne stabilito un regime di quote.
La PAC costituiva un’altra importante ragione per la sussistenza delle
barriere fisiche.
Barriere fisiche: risultati dell’AUE
• Forte azione di semplificazione e di
armonizzazione dei controlli alle frontiere con
abolizione di formalità doganali alle frontiere.
Sono state aboliti circa 60 milioni di formulari
doganali e una riduzione dell’85% delle
operazioni di transito. Molti controlli si
effettuano invece sulle merci nei luoghi di
partenza
Barriere tecniche
Le differenti regolamentazioni tecniche, che hanno un valore vincolante in
ciascun paese, e gli standard, che sono codificazioni volontariamente
concordate, scritte da organismi di standardizzazione nazionali e
considerati indicatori di qualità, erano stati per lungo tempo considerati i
principali fattori di frammentazione nel mercato UE
Erano particolarmente importanti in settori specifici quali le attrezzature
meccaniche e elettriche o il settore del trasporto merci.
Possono anche essere un mezzo di protezione coperto, per quanto molto
efficace, contro i produttori stranieri.
Azioni prese: La Commissione ha incoraggiato la normazione e
certificazione degli standard a organizzazioni internazionali
riconosciute dalla Comunità.
• A
Eliminazione delle barriere
Il Libro bianco puntava a una maggiore trasparenza e all’allargamento
delle concorrenza ai quattro settori che erano stati esclusi dalle
precedenti direttive CEE, e cioè acqua, energia, trasporti e
telecomunicazioni.
Un aspetto importante della politica di concorrenza CEE ha a che fare
con gli aiuti statali. L’articolo 92 del Trattato di Roma contiene una
proibizione generica di simili aiuti, per le distorsioni prodotte nella
concorrenza intra CEE. Il Libro bianco ha messo in luce la necessità
di una più rigorosa applicazione in questo ambito.
Barriere fiscali
Le distorsioni derivanti dalla diversità dei sistemi fiscali costituiscono da
sempre un nodo problematico della teoria dell’integrazione
economica, e ciò trovò un puntuale riconoscimento nelle normative
previste dal Trattato di Roma sull’argomento.
Il punto di maggior rilievo era la tassazione indiretta e i suoi effetti
sull’assegnazione delle risorse all’interno di un’unione doganale o di
un mercato comune.
La CEE è riuscita a sostituire differenti imposte sul giro d’affari con un
singolo sistema di tassazione indiretta ovverosia l’IVA.
L’applicazione del principio di destinazione aumentò tuttavia la
necessità di controlli fiscali di frontiera e di compensazioni fiscali di
confine. Il Libro bianco si proponeva esattamente di porre fine a
questo. Lo scopo finale era tassare le vendite oltre confine allo
stesso identico modo di quelle interne ad un paese.
Il consiglio Europeo di Hannover (1988)
• Liberalizzazione dei capitali (effettiva al 1990)
• Esame dei progressi sul Mercato Interno e diffusione Rapporto
Cecchini:

Stima effetti completamento Mercato Interno: più 7% del PIL e
5 milioni posti di lavoro.
• Si stabilisce un Comitato Delors per fare un rapporto sull’Unione
Monetaria.
Il 1992 e oltre
Il quoziente di realizzazione delle misure previste nel Libro bianco fu
molto elevato, se si pensa che alla fine del 1992 restavano da adottare
dal Consiglio dei Ministri solo quindici misure. Gran parte di esse erano
adottate sotto forma di direttive comunitarie, le quali per essere efficaci
richiedevano di essere attuate dagli Stati membri con propria
legislazione.
A partire dal 1992 il processo di integrazione entrava in una nuova
fase, caratterizzata dal Trattato sull’Unione Europea, che indicava
l’obiettivo dell’ Unione monetaria.
Pochi anni dopo, nel 1997, si arrivò a stipulare il Trattato di Amsterdam,
seguito poi, nel 2001, da quello di Nizza - trattati che oltre ad alcune
riforme istituzionali allargavano le competenze comunitarie per esempio
nel campo dell’ambiente e delle politiche sociali.
La Commissione e gli anni ‘90
Il vento di innovazione che soffiava sull’economia mondiale all’inizio
degli anni ’90 non colse impreparata la sola Germania, ma l’intero
continente. Un primo segnale, che poi si è rivelato effimero, era
venuto dal Giappone con i suoi metodi di produzione altamente
innovativi.
La sfida venuta dagli Stati Uniti, basata su innovazione, flessibilità
nella gestione delle imprese e un forte sistema finanziario, è invece
duratura.
Come se non bastasse, l’economia europea è stata presa a tenaglia fra
il dinamismo americano e la novità costituita da paesi emergenti
asiatici capaci di coniugare bassi costi e alta propensione ad
assorbire tecnologia.
Riforme degli anni ’90
Perissich ( già Direttore Generale della Commissione) afferma:
“Avevamo una chiave inglese nel cervello. A scanso di equivoci è bene
precisare che avevamo da tempo abbandonato ogni velleità di
politica industriale alla ‘francese’; eravamo convinti che il
rafforzamento dell’industria europea dovesse essere realizzato con
gli strumenti della concorrenza e del mercato.
Ci era invece sfuggito fino a che punto la trasformazione in atto fosse
trainata dai servizi; si sarebbero dovuti guardare con più attenzione
gli Stati Uniti.
Per fare un esempio, si pensava ancora che la sfida informatica si
chiamasse IBM, senza vedere la crescita di Microsoft.”
Liberalizzazioni negli anni ‘90
Mentre per i prodotti industriali si era riusciti a convincere i Governi a
far cadere praticamente tutte le barriere residue, mancava ancora
un vero consenso sulla liberalizzazione dei servizi. Un progresso
fondamentale era stato realizzato: la liberalizzazione dei movimenti
di capitali.
Alcune direttive importanti erano state adottate in materia di banche e
assicurazioni; qualche successo era stato ottenuto anche per aprire
brecce nel muro corporativo che protegge le professioni.
L’osso più duro era rappresentato dalle cosiddette utilities, cioè dalle
società che gestivano, spesso in regime di monopolio e di proprietà
statale, servizi di pubblica utilità come l’energia o le
telecomunicazioni. Un passo importante era stato compiuto
estendendo anche a queste imprese gli obblighi di apertura degli
appalti.
La Commissione e gli anni ‘90
La risposta della Commissione alle trasformazioni intervenute
nell’economia mondiale è quindi stata parziale e in alcuni casi
tardiva, ma non priva di risultati concreti.
“C’era anche un ostacolo di grande peso: il vento che soffiava
dall’Atlantico e dal Pacifico poneva in primo piano i problemi della
fiscalità, del mercato del lavoro e dei sistemi previdenziali dove si
annidavano alcune delle principali rigidità dell’economia europea.
Affrontare questi temi in comune, date le profonde differenze tra i
vari paesi, avrebbe richiesto una guida politica, bel oltre le forze
della Commissione.” (Perissich)
Allargamento a Quindici
• 30 marzo 1994: si concludono i negoziati per l’adesione di
Austria, Svezia, Finlandia e Norvegia.
• 24-25 giugno 1994: Consiglio europeo di Corfù. Firmati gli
atti di adesione.
• 28 novembre 1994: Referendum Norvegese da esito
negativo. Austria, Svezia e Finlandia approvano l’adesione.
• I nuovi Paesi membri ad alto reddito procapite diventano
contribuenti netti alle finanze dell’UE.
Allargamento ai paesi ex comunisti:
le premesse.
• Dal 1989 l’UE
• Elargisce aiuti attraverso la Banca Europea per la
Ricostruzione e lo Sviluppo
• Programma Phare per l’assistenza tecnica e scientifica
(istruzione-formazione; infrastrutture; piccole imprese)
• Accordi di associazione con singoli paesi dell’Est: graduale
liberalizzazione del commercio con i mercati dell’Unione,
tranne l’agricoltura.
• Una volta applicati gli accordi le nuove democrazie erano
libere di fare domanda per entrare nell’Unione. In coda
c’erano già la Turchia (dal 1987), Malta e Cipro (dal 1990)
Allargamento ai paesi ex comunisti: le
premesse.
• Criteri di Copenhagen (giugno 1993):
– Tre principi chiave per essere ammessi nell’UE:
a) stabili istituzioni democratiche; rispetto per la legge e i diritti
umani e i diritti delle minoranze
b) economia di mercato funzionante tale da poter sopravvivere
alla competizione in un mercato come l’UE
c) assunzione degli obblighi dell’appartenenza e di rispetto dei
Trattati dell’Unione. Questo viene dettagliato in un Libro Bianco in
23 capitoli della Commissione che fissa i criteri per l’adeguamento
dei paesi dell’Europa Orientale alla legislazione dell’UE.
• Domande di adesione:
– 1994: Ungheria e Polonia
– 1995: Romania, Slovacchia, Lettonia
– 1996: Estonia, Lituania, Repubblica Ceca,Slovenia, Bulgaria
Allargamento all’est
• 16 aprile 2003: firmati i Trattati di adesione di 10 paesi
che entrano a far parte della Comunità il 1 maggio 2004.
• Per altri 2 paesi: Bulgaria e Romania l’ingresso
nell’Unione il 1 gennaio 2007.
• Nuovi paesi membri: i tre paesi Baltici, Polonia,
Ungheria, Rep. Ceca, Slovacchia, Slovenia, Cipro e
Malta.
Il mercato interno: un bilancio provvisorio
Risultati positivi: nella circolazione delle merci.
Per la circolazione delle persone: importanti gli accordi di
Schengen del 1995 e il riconoscimento di alcune qualifiche
professionali. Il grado di mobilità interna all’UE rimane
basso.
Apertura molto parziale nel mercato degli appalti pubblici.
Il sistema finanziario rimane scarsamente integrato,
nonostante la moneta unica.
Anche il mercato dei servizi (banche assicurazioni,
trasporti, poste, telecom., energia) rimane scarsamente
integrato e organizzato su base nazionale. Scarsa concorrenza e
scarso commercio intra-area. E’ stato rifiutato in questo caso il principio
del riconoscimento del paese di origine.
Il mercato interno: un bilancio provvisorio
• Difficile isolare l’impatto delle liberalizzazioni
(incomplete) da tanti altri fattori: vedi globalizzazione,
crisi, allargamento ecc.
• Aumento degli scambi intra-area in beni e in IDE.
• Aumento delle fusioni e acquisizioni fra imprese
comunitarie
• Effetti positivi sembrano esserci stati sulla crescita, sulla
occupazione e sul contenimento dell’inflazione
La Dichiarazione di Lisbona
Si tratta di un testo adottato solennemente dal Consiglio europeo nel
2000; contiene un insieme di obiettivi molto giusti, che rispondono al
consenso prevalente su ciò che l’Europa dovrebbe fare, ma è privo
degli strumenti operativi per renderlo vincolante e quindi credibile.
A Lisbona fu deciso di rendere entro il 2010 l’economia europea la più
competitiva del pianeta.
- Principali partners commerciali dell’UE-15
(media 1999-2001)
(b) Importazioni
(a) Esportazioni
Esportazioni verso l'UE in %
del Tot.
Importazioni dall'UE in %
del Tot.
1995
2001
1995
2001
Estonia
54,4
69,4
65,4
56,5
Ungheria
52,7
74,3
50,7
57,8
Lettonia
43,9
61,2
48,8
52,6
Lituania
35,9
47,8
36,2
44
Polonia
67,9
69,2
62,1
61,4
Rep. Ceca
47,6
68,9
49
61,8
Slovacchi
a
32,4
59,9
29,7
49,8
Slovenia
61
62,2
59,8
67,7
-Esportazioni di manufatti e servizi dell’UE-15 e dei 10 nuovi
membri come percentuale del PIL.
Fusioni e acquisizioni nei diversi paesi.
Esercitazioni
Gruppi di lavoro
• 1)La Cina può continuare a crescere al
ritmo degli ultimi venti anni e con quali
conseguenze sulla economia globale?
• 2) L’UE e la crisi finanziaria dal 2008 a
oggi. Effetti economiche e politiche.
• 3) Quanto e come ha beneficiato e/o potrà
beneficiare l’UE dall’allargamento a 25 e
poi a 27 stati avvenuto nell’ultimo
decennio?
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Convegno internazionale: L`Europa come problema. Università