ORGANISMO UNITARIO DELL’AVVOCATURA ITALIANA
Ufficio stampa
Rassegna
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17 maggio 2013
Responsabile: Claudio Rao (tel. 06/32.21.805 – email: [email protected])
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ORGANISMO UNITARIO DELL’AVVOCATURA ITALIANA
SOMMARIO
Pag. 4 GEOGRAFIA GIUDIZIARIA: OUA, in magistratura dubbi su geografia giudiziaria
(Adnkronos)
Pag. 5 GEOGRAFIA GIUDIZIARIA: OUA: Bene il Ddl Casson sul rinvio dei tagli ai tribunali
(Guida al Diritto)
Pag. 6 GEOGRAFIA GIUDIZIARIA: Critiche anche dalla magistratura (Golem Informazione)
Pag. 7 GEOGRAFIA GIUDIZIARIA: Massimo Caleo al capezzale del tribunale di Sarzana
(Città della Spezia)
Pag. 8 GEOGRAFIA GIUDIZIARIA: MANDURIA - Tribunale, i Comuni hanno deliberato la
volontà di accollarsi le spese, pur di mantenere attiva la sede di Manduria (Manduria Oggi)
Pag. 9 GEOGRAFIA GIUDIZIARIA: Tribunale: i magistrati, «il decreto correttivo è urgente: si
rischia la paralisi» (L’Eco del Chisone)
Pag.10 AVVOCATI: Contributi su misura per 60 mila avvocati con redditi bassi (Italia Oggi)
Pag.12 AVVOCATI: L’Antitrust diffida gli Ordini degli avvocati dall’ostacolare l’accesso degli
abogados (Mondorofessionisti)
Pag.13 RIFORME GIUSTIZIA: Palma: “Assurdo aizzare ora gli animi, confronto con più calma fra
due mesi” (Il Messaggero)
Pag.14 RIFORME GIUSTIZIA: Ferranti: ”Ma le vere priorità sono altre a cominciare da processi
civili più veloci” (Il Messaggero)
Pag.15 RIFORME GIUSTIZIA: Anm in trincea: no a interventi per limitare le intercettazioni
(Il Gazzettino)
Pag.16 CARCERI: Emergenza carceri, Bonino striglia l'Italia (Lettera 43)
Pag.17 PREVIDENZA: Welfare integrativo, fondo intersettoriale per le Casse private
(Il Sole 24 Ore)
Pag.18 PREVIDENZA: Riforma del welfare ineludibile (Italia Oggi)
Pag.20 PROFESSIONI: Il revisore inattivo trova il Registro (Il Sole 24 Ore)
Pag.21 PROFESSIONI: I dottori agronomi chiedono investimenti per la risorsa-territorio
(Il Sole 24 Ore)
Pag.22 PROFESSIONI: Scommettere sul made in Italy (Italia Oggi)
Pag.23 PROFESSIONI: Sisti: per la professione inizia un nuovo corso (Italia Oggi)
Pag.26 LAVORO: Valutazione dei rischi negli studi (Il Sole 24 Ore)
Pag.28 RC AUTO: Punti-patente, buche e km percorsi, offensiva per riformare la Rc auto
(La Repubblica)
Pag.29 FISCO: Freno al raddoppio dei termini (Il Sole 24 Ore)
Pag.31 FISCO: Necessario ripartire dalle idee della delega di Dario Deotto (Il Sole 24 Ore)
Pag.32 CASSAZIONE: Albo avvocati chiuso alla Pa (Il Sole 24 Ore)
Pag.34 CASSAZIONE: Travet part-time ma mai avvocati (Italia Oggi)
Pag.35 CASSAZIONE: Spazio al sequestro «pieno» dell'archivio informatico (Il Sole 24 Ore)
Pag.36 CASSAZIONE: Per il lavoratore reintegrato trasferimento da motivare (Il Sole 24 Ore)
Pag.37 CASSAZIONE: L'evasione giustifica il blocco del contante (Il Sole 24 Ore)
Pag.38 TEATRO: Al Golden in scena giudici e avvocati (Il Messaggero – Cronaca di Roma)
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ADNKRONOS
OUA, in magistratura dubbi su geografia giudiziaria
BENE PRESENTAZIONE DDL AL SENATO, MURO DI GOMMA SI ROMPE
Roma, 16 mag. (Adnkronos) - L'Organismo unitario dell'avvocatura 'valuta positivamente
tanto le diverse prese di posizione critiche nei confronti dell'attuale revisione della geografia
giudiziaria di alcune sezioni dell'Anm (Chiavari, Pinerolo, Bassano), quanto la presentazione
di un ddl apposito al Senato, con primo firmatario il vice presidente della commissione
Giustizia, Felice Casson'. E' quanto si legge in una nota dell'Oua.
Per Nicola Marino, presidente dell'Oua, 'e' il segno evidente che qualcosa si muove, che il
muro di gomma di artificioso consenso attorno a questa irrazionale chiusura di circa 1000
uffici giudiziari comincia ad avere le prime, ma profonde, crepe. Diverse sezioni dell'Anm
hanno, finalmente, mostrato le loro critiche. Non solo, quindi gli avvocati e i sindaci e i
Comitati Civici, ma anche la magistratura comincia a guardare questo provvedimento con il
dovuto distacco e la necessaria obiettivita''.
In questa direzione, prosegue Marino, 'va anche il ddl presentato dal vice presidente della
Commissione Giustizia del Senato, Felice Casson con altri 17 firmatari, che prevede una
proroga di un anno (storica richiesta dell'Oua) e la revisione dei tagli, anche alla luce dei
diversi profili di illegittimita'. Ben fatto, ora attendiamo una presa di posizione trasversale di
tutte le forze politiche per bloccare questo processo. Oltretutto siamo in attesa delle decisioni
della Corte Costituzionale, che esaminera' la questione il 2 e 3 luglio (sono gia' 17 le rimessioni
alla Consulta che pendono sulla geografia giudiziaria)'.
Per l'Oua, 'e' bene ricordare che abbiamo proclamato (anche) su questo grave problema due
giornate di astensione il 29 e 30 maggio con una grande manifestazione a Roma (il 30) e che la
prossima settimana porteremo al ministro Cancellieri le posizioni sul punto non solo
dell'avvocatura, ma di migliaia di persone che si sono rivolte all'Oua per tutelare la giustizia
di prossimita''.
'Al Guardasigilli -conclude Marino- avanzeremo, oltre alla richiesta, di un intervento urgente
di proroga, anche le nostre proposte per una moderna riorganizzazione degli uffici e per
eliminare gli sprechi, senza compromettere i diritti dei cittadini'.
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GUIDA AL DIRITTO
OUA: Bene il Ddl Casson sul rinvio dei tagli ai tribunali
L'Organismo unitario dell'avvocatura ''valuta positivamente tanto le diverse prese di
posizione critiche nei confronti dell'attuale revisione della geografia giudiziaria di alcune
sezioni dell'Anm (Chiavari, Pinerolo, Bassano), quanto la presentazione di un Ddl apposito al
Senato, con primo firmatario il vice presidente della commissione Giustizia, Felice Casson''.
È quanto si legge in una nota dell'Oua. Per Nicola Marino, presidente dell'Oua, ''è il segno
evidente che qualcosa si muove, che il muro di gomma di artificioso consenso attorno a questa
irrazionale chiusura di circa 1000 uffici giudiziari comincia ad avere le prime, ma profonde,
crepe. Diverse sezioni dell'Anm hanno, finalmente, mostrato le loro critiche. Non solo, quindi
gli avvocati e i sindaci e i Comitati Civici, ma anche la magistratura comincia a guardare
questo provvedimento con il dovuto distacco e la necessaria obiettività''.
In questa direzione, prosegue Marino, ''va anche il Ddl presentato dal vice presidente della
Commissione Giustizia del Senato, Felice Casson con altri 17 firmatari, che prevede una
proroga di un anno (storica richiesta dell'Oua) e la revisione dei tagli, anche alla luce dei
diversi profili di illegittimità. Ben fatto, ora attendiamo una presa di posizione trasversale di
tutte le forze politiche per bloccare questo processo. Oltretutto siamo in attesa delle decisioni
della Corte costituzionale, che esaminerà la questione il 2 e 3 luglio (sono già 17 le rimessioni
alla Consulta che pendono sulla geografia giudiziaria)''.
Per l'Oua, “è bene ricordare che abbiamo proclamato (anche) su questo grave problema due
giornate di astensione il 29 e 30 maggio con una grande manifestazione a Roma (il 30) e che la
prossima settimana porteremo al ministro Cancellieri le posizioni sul punto non solo
dell'avvocatura, ma di migliaia di persone che si sono rivolte all'Oua per tutelare la giustizia
di prossimita'''. ''Al Guardasigilli - conclude Marino - avanzeremo, oltre alla richiesta, di un
intervento urgente di proroga, anche le nostre proposte per una moderna riorganizzazione
degli uffici e per eliminare gli sprechi, senza compromettere i diritti dei cittadini''.
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GOLEM INFORMAZIONE
Geografia giudiziaria, critiche anche dalla magistratura
Nicola Marino, presidente Oua: "le nostre critiche sono così fondate che da un lato settori dell'Anm,
dall'altro il Parlamento rispondono. Da segnalare la presentazione di un Ddl per la proroga e la
modifica del decreto sul riordino presentato dal senatore Felice Casson.
L’Organismo Unitario dell’Avvocatura, valuta positivamente tanto le diverse prese di
posizione critiche nei confronti dell’attuale revisione della geografia giudiziaria di alcune
sezioni dell’Anm (Chiavari, Pinerolo, Bassano), quanto la presentazione di un ddl apposito al
Senato, con primo firmatario il vice presidente della Commissione Giustizia, Felice Casson.
Per Nicola Marino, presidente dell’Oua,«è il segno evidente che qualcosa si muove, che il
muro di gomma di artificioso consenso attorno a questa irrazionale chiusura di circa 1000
uffici giudiziari comincia ad avere le prime, ma profonde, crepe.
Diverse sezioni dell'Anm hanno, finalmente, mostrato le loro critiche. Non solo, quindi gli
avvocati e i sindaci e i Comitati Civici, ma anche la magistratura comincia a guardare
questo provvedimento con il dovuto distacco e la necessaria obiettività.
In questa direzione va anche il ddl presentato dal vice presidente della Commissione Giustizia
del Senato, Felice Casson con altri 17 firmatari, che prevede una proroga di un anno (storica
richiesta dell'Oua) e la revisione dei tagli, anche alla luce dei diversi profili di
illegittimità. Ben fatto, ora attendiamo una presa di posizione trasversale di tutte le forze
politiche per bloccare questo processo. Oltretutto, lo vogliamo sottolineare, siamo in attesa
delle decisioni della Corte Costituzionale, che esaminerà la questione il 2 e 3 luglio (sono già
17 le rimessioni alla Consulta che pendono sulla geografia giudiziaria)».
«È bene ricordare, infine, che abbiamo proclamato (anche) su questo grave problema due
giornate di astensione il 29 e 30 maggio con una grande manifestazione a Roma (il 30) –
conclude Marino – e che la prossima settimana porteremo al ministro Cancellieri le posizioni
sul punto non solo dell’avvocatura, ma di migliaia di persone che si sono rivolte all’Oua per
tutelare la giustizia di prossimità. Ma al Guardasigilli avanzeremo, oltre alla richiesta, di un
intervento urgente di proroga, anche le nostre proposte per una moderna riorganizzazione
degli uffici e per eliminare gli sprechi, senza compromettere i diritti dei cittadini».
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IL GIORNO
Tribunale di Crema: la chiusura è un vero rebus
Crema deve trasferire il lavoro a Cremona che però non è pronta
Crema, 17 maggio 2013 - «Siamo pronti a tutto quel che si vorrà decidere. Anche se…». Lo dice la
presidente del tribunale di Crema, Maria Stella Leone, in merito alla soppressione di questo presidio
e al suo trasferimento in quel di Cremona. «Anche se a Cremona forse non hanno tenuto conto che
il nostro tribunale porterà moltissimo lavoro, ma pochi giudici e non molti impiegati. A settembre a
Cremona arriveranno da Crema due o forse tre giudici. Quindi, altri due magistrati, nei mesi
successivi, rientreranno dalla maternità. Mancano sempre dei giudici per completare l’organico.
Gran parte del personale farà scelte diverse. Ci potrebbe essere forte migrazione verso Lodi,
presidio molto vicino e bisognoso di personale: acquisirà il distaccamento di Cassano».
Crema deve chiudere il 12 settembre, ma nulla è ancora pronto a Cremona dove la situazione non è
ideale. Il Comune ha speso 900mila euro per ristrutturare palazzo Persichetti e buttare all’aria di
nuovo tutto non è pensabile. Tuttavia, gli spazi per i nuovi uffici che devono ospitare i cremaschi ci
sarebbero: il Comune di Cremona paga annualmente allo stato 100mila euro di affitto del palazzo
attiguo a quello del tribunale, del Demanio e dove trovano spazio la Procura e altri uffici.
Recentemente il Comune ha chiesto allo Stato di acquisire a titolo gratuito il palazzo in questione.
Così lì troverebbero spazio almeno gli uffici provenienti dalla Procura di Crema. E lo Stato? Tutto
tace. Tuttavia, c’è la possibilità da parte del tribunale accorpante, di chiedere una proroga da 1 a 5
anni, per motivi di spazio. E il presidente di Cremona, Pio Massa, ha compilato la domanda che
giace a Brescia, sulla scrivania del procuratore capo Graziana Campanato, contraria a qualsiasi
proroga di chiusura di Crema. La domanda deve pervenire entro il 31 maggio al ministero; il
Consiglio giudiziario deve esaminarla e rispondere. Con parere positivo, tutto sarà rinviato di 2
anni; se negativo, si attenderebbe la decisione della Corte costituzionale che il 2 luglio darà il suo
parere sulla presunta incostituzionalità della legge sulla soppressione dei piccoli tribunali.
Se anche il Consiglio di stato darà il via libera, dal 3 luglio ogni giorno sarà buono per cominciare il
trasloco e questo, anche se il consiglio giudiziario a maggio avesse deciso per la sospensione del
trasferimento. La prima ad andarsene sarà la Procura. Inoltre, da settembre il tribunale di Crema
perderà l’ufficio Gip e Gup e i processi del collegio saranno tutti portati a Cremona. Pier Giorgio
Ruggeri
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CITTA’ DELLA SPEZIA
Massimo Caleo al capezzale del tribunale di Sarzana
Presentato un ddl in senato. "Si proroghino le disposizioni per cancellare le sedi distaccate".
Sarzana - "Ho presentato un ddl, insieme ad altri colleghi senatori e del quale è primo firmatario il
senatore Casson, sulla riorganizzazione delle circoscrizioni giudiziarie e nel quale si chiede la
proroga delle disposizioni previste nel decreto legislativo 155 del 2012. Di questo ho avuto modo di
parlare con il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri". Il senatore Massimo Caleo è tra i
firmatari di un disegno di legge che chiede la proroga di un anno della riorganizzazione delle sedi
distaccate dei tribunali. Tra questi anche quello sarzanese, distaccamento di quello spezzino, che
così si garantirebbe un altro anno di vita.
"Per ragioni attinenti sia alla legittimità costituzionale, sia alla efficienza specifica di alcuni uffici
giudiziari, come la sede distaccata di Sarzana, si ritiene opportuno rivedere alcune delle
deliberazioni assunte nel 2012 e ragionare con ponderatezza sull'insieme della materia. Pertanto si
richiede la proroga di un anno del decreto legislativo del 2012".
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MANDURIA OGGI
MANDURIA - Tribunale, i Comuni hanno deliberato la volontà di accollarsi le
spese, pur di mantenere attiva la sede di Manduria
I Comuni del versante orientale della provincia di Taranto hanno deliberato la disponibilità a farsi
carico delle spese necessarie per tenere aperti la sezione staccata di Manduria del Tribunale e quella
del Giudice di Pace.
Si tratta di un sostanziale passo in avanti verso la conservazione di questo servizio, ma ancora non
vi è certezza che il Ministero di Grazia e Giustizia accolga la richiesta.
L’Associazione Forense Messapica, attiva da un paio di mesi su questa vertenza, ha deciso di
inviare una lettera al Ministro per illustrare, ancora una volta, le ragioni per le quali sarebbe un
assurdo privare le zone periferiche della provincia delle sedi staccate dei Tribunali e dei Giudici di
Pace.
«A nostro parere è stato un gravissimo errore abolire, per legge, le sedi staccate per accentrarle
presso gli uffici accorpanti» scrivono il presidente Antonio Casto e il segretario Dionisio Gigli
dell’associazione. «Ciò non solo non porterà alcun vantaggio economico al bilancio dello Stato, ma
ne aggraverà i costi e danneggerà enormemente gli avvocati e i cittadini utenti».
L’Associazione Forense Messapica si sofferma sulla situazione nella nostra provincia.
«Il Tribunale di Taranto è ubicato in due plessi, distanti fra loro, di cui uno tenuto in locazione.
Anche il Giudice di Pace è in un palazzo tenuto in locazione. Le sezioni distaccate del Tribunale
sono quattro, di proprietà pubblica: Grottaglie, Martina Franca, Manduria e Ginosa. Distano da
Taranto rispettivamente 20, 30, 40 e 60 chilometri.
Le sedi dei Giudici di Pace sono, oltre quelle esistenti nelle sedi distaccate del Tribunale, anche
quelle di San Giorgio Jonico e Lizzano».
I carichi nelle sezioni staccate di Manduria del Tribunale e del Giudice di Pace sono notevoli.
«Per il Tribunale, al mese di aprile 2013, vi erano 2.495 cause pendenti civili; 357 cause pendenti di
esecuzione; 337 cause pendenti di volontaria giurisdizione; 499 cause penali. Per quanto riguarda il
Giudice di Pace, vi erano 1.856 cause pendenti civili e 163 cause penali. Se moltiplichiamo questi
dati per gli altri uffici giudiziari estranei a Taranto si ottiene un carico rilevante di pendenze civili e
penali.
Negli attuali plessi giudiziari del Tribunale di Taranto, così come quello del Giudice di Pace, non vi
sono aule o spazi vuoti da adibire all’arrivo di nuovo personale e della nuova utenza.
Conseguentemente, sarà necessario prendere in locazione nuovi immobili con superfluo dispendio
di denaro pubblico».
Perché, allora, non lasciare attive le sezione staccate, che sono ubicate in strutture di proprietà
pubblica?
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L’ECO DEL CHISONE
Tribunale: i magistrati, «il decreto correttivo è urgente: si rischia la paralisi»
Dura presa di posizione quella assunta dai magistrati di Pinerolo (Tribunale e Procura) che in un
comunicato inviato a tutti gli organi competenti (Ministro della Giustizia, Anm, commissioni
giustizia di Camera e Senato) hanno ribadito il "no" alla soppressione del tribunale pinerolese e la
ferma richiesta di un decreto legislativo correttivo.
«Pur nella convinzione che una razionale riorganizzazione della geografia giudiziaria sia una delle
condizioni per perseguire una migliore efficienza del servizio giustizia - leggiamo nella missiva
firmata da Giannone e Maina - i magistrati evidenziano i ritardi (di oltre 100 giorni rispetto alla
scadenza prevista dalla legge) nell'approvazione delle nuove piante organiche. Un fatto che non
consentirà di attuare i necessari trasferimenti di magistrati e personale negli uffici accorpanti entro il
13 settembre. Questa circostanza, unita alla grave situazione edilizia di molti uffici accorpanti,
rischia di determinare una vera e propria paralisi della giustizia.
I magistrati denunciano inoltre che alcune scelte del decreto legislativo n. 155 sono contrarie alla
legge delega (per Pinerolo vedasi la questione del decongestionamento dei tribunali metropolitani) e
sono state prese disattendendo i pareri degli organi consultati (fra cui Commissioni Giustizia di
Camera e Senato. Per questo invitano tutte le forze politiche, non solo quelle che già si erano
espresse per il mantenimento dei tribunali di Pinerolo più altri sei, a rispettare ed attuare gli impegni
presi.
«Approssimandosi la scadenza del 13 settembre (con necessità di fissare le udienze penali e civili
successive a tale data) diventa urgente - concludono i magistrati locali - arrivare ad un
provvedimento legislativo correttivo che preveda il ripristino del tribunale di Pinerolo e magari ne
amplii competenza e organico».
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ITALIA OGGI
Alberto Bagnoli (cassa forense) anticipa i contenuti del nuovo regolamento
Contributi su misura per 60 mila avvocati con redditi bassi
Contributi previdenziali minimi, soggettivo e integrativo su misura per i circa 60 mila avvocati con
un reddito inferiore ai 10 mila euro per i quali dal due febbraio 2013 è scattato l'obbligo di
iscrizione a Cassa forense. Ai nuovi iscritti sarà consentito il beneficio di una volontaria
retrodatazione dell'iscrizione dall'inizio del praticantato.
A fronte del pagamento ridotto si ipotizza una limitazione proporzionale del periodo annualmente
accreditato ai fini pensionistici, con la facoltà di integrare in futuro la contribuzione ai fini del
riconoscimento per intero delle annualità di iscrizione. Previste anche esenzioni temporanee dal
pagamento dei minimi per soggetti in particolari condizioni e per le donne avvocato. Sono questi
alcuni contenuti del regolamento attuativo della riforma forense (legge 247/2012) che Alberto
Bagnoli, presidente di Cassa Forense, in occasione della Giornata nazionale della previdenza,
anticipa a ItaliaOggi.
Domanda. Presidente quali sono i tempi di questo regolamento?
Risposta. Entro fine mese il documento sarà, prima, portato all'attenzione del comitato dei delegati
e, poi, al centro di un confronto con gli ordini forensi per recepire eventuali osservazioni.
L'approvazione definitiva è prevista per il mese di giugno. Confidiamo di inoltrare il testo ai
ministeri vigilanti ben prima del termine di un anno assegnatoci dalla legge
D. La riforma è entrata in vigore il 2 febbraio. L'obbligo di contribuzione scatterà sui redditi
prodotti a partire da questa data oppure dall'entrata in vigore del regolamento, prevedibilmente in
autunno?
R. L'obbligo di corrispondere i contributi prescritti, anche quelli minimi, e pure nella misura ridotta
dal nuovo regolamento, sarà valido anche per il 2013, e il versamento potrà essere effettuato in
parte nel corrente anno e in parte nel prossimo. A tutti coloro che nel 2013 vorranno cancellarsi
dall'albo forense sarà però consentito di non versare alcun contributo minimo alla Cassa.
D. La norma ha creato qualche preoccupazione soprattutto fra i giovani relativamente alla tenuta del
sistema (poiché la cassa applica il sistema retributivo) e all'abbassamento delle tutele previdenziali.
Cosa ne pensa?
R. La verifica dell'impatto delle previsioni del nuovo regolamento sul bilancio della Cassa, e quindi
sulla sostenibilità finanziaria del sistema, di recente proiettata a cinquanta anni con le misure
approvate dal ministro Fornero, tiene conto che nel vigente sistema, definito «retributivo misto», è
già raggiunta la copertura integrale del carico pensionistico individuale mediante la contribuzione
versata. In ogni caso, la ipotizzata frazionabilità dell'anno pensionistico, in caso di contribuzione
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minima ridotta, permetterà di mantenere inalterato l'equilibrio di bilancio. A ciò aggiungasi che nel
sistema vigente è prevista pure l'applicazione del sistema contributivo in caso di mancato
raggiungimento dell'anzianità contributiva prescritta all'età della pensione. Tutto questo garantirà il
mantenimento delle tutele previdenziali in misura equa e adeguata senza pesare sulle future
generazioni.
D. Guardando i redditi medi degli ultimi 10 anni degli iscritti a cassa forense non sembra che ci sia
stata alcuna evoluzione: siamo rimasti sui 48 mila euro. Secondo lei, la figura dell'avvocato è
entrata in crisi con il sovraffollamento del mercato?
R. In realtà anche per il 2012 non ci aspettiamo segnali di ripresa del reddito medio professionale,
anche se l'ammontare delle contribuzioni versate sarà comunque tale da assicurare la stabilità
sistemica, unitamente al processo costante di contenimento della spesa gestionale. Il notevole
incremento del numero degli iscritti agli albi è sicuramente una forte concausa della contrazione
reddituale, che viene appesantita ulteriormente dalla generale crisi economica e dalle notorie cause
di inefficienza del sistema giustizia. Auspichiamo quindi che con il nuovo governo Letta e i
ministeri vigilanti si possa riprendere quel dialogo costruttivo al quale l'Avvocatura tiene molto per
il bene della categoria e soprattutto per la difesa dei principi di legalità nel nostro Paese.
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MONDOPROFESSIONISTI
L’Antitrust diffida gli Ordini degli avvocati dall’ostacolare l’accesso degli
abogados
De Tilla Anai: gli Ordini devono impugnare provvedimento
Gli ordini degli Avvocati di Civitavecchia, Latina, Tempio, Tivoli e Velletri hanno ristretto la
concorrenza introducendo requisiti generali ed astratti, non previsti né richiesti dalla normativa
nazionale e comunitaria per l’iscrizione alla sezione speciale degli avvocati stabiliti. Sanzione
simbolica di 1.000 euro ciascuno. Non hanno invece violato la normativa antitrust gli Ordini di
Chieti, Matera, Modena, Milano, Roma, Sassari e Taranto. I Consigli degli Ordini hanno infatti
posto in essere intese restrittive della concorrenza finalizzate a ostacolare l’accesso degli avvocati
comunitari al mercato italiano dei servizi di assistenza legale. Lo ha stabilito l’Antitrust che, al
termine dell’istruttoria avviata il 14 dicembre 2010, ha diffidato gli Ordini dal porre in futuro
comportamenti analoghi sanzionandoli con una multa simbolica di 1.000 euro ciascuno: gli Ordini
hanno infatti, tra l’altro, tempestivamente revocato le determinazioni contestate. Con la stessa
delibera, approvata il 23 aprile 2013, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha invece
stabilito che i Consigli degli Ordini di Chieti, Matera, Modena, Milano, Roma, Sassari e Taranto
non hanno violato la normativa a tutela della concorrenza in quanto si sono limitati ad effettuare
verifiche mirate al controllo di posizioni individuali in casi isolati e specifici. Gli Ordini sanzionati
hanno invece introdotto, nelle delibere, nei regolamenti e attraverso condotte mirate, requisiti
generali che vanno al di là di quelli previsti dalla normativa nazionale e comunitaria e mirano a
porre ostacoli all’esercizio della professione legale in Italia da parte degli avvocati comunitari. Dura
la reazione dell’Associazione Nazionale Avvocati Italiani. “Già in altre occasioni – ha detto il
presidente Maurizio de Tilla - ha sostenuto che uno dei mali dell'avvocatura è il super affollamento
degli albi forensi (più di 240 mila avvocati), che bisogna contenere con il numero programmato
all'Università e con una forte selezione nell'accesso (formazione ed esami rigorosi). In questo
contesto si inquadra anche il fenomeno delle "fughe" all'estero di decine di praticanti o studenti che
ritornano in Italia con già in tasca il titolo di avvocato (abogado), mentre migliaia di loro giovani
colleghi fanno, invece, faticosamente, tutta la trafila prevista dalla legge compreso l'esame di stato.
Il tutto con il consueto business, all'insegna di scuole e agenzie che pubblicizzano questa
"scorciatoia" su tutti i media. Ebbene - spiega De Tilla - noncurante di ciò l'Antitrust ha condannato
cinque ordini circondariali per aver contrastato l'iscrizione di coloro che sono "fuggiti" in Spagna
ed hanno ivi conseguito l'iscrizione all'albo degli avvocati senza sostenere alcun esame di
abilitazione chiedendo successivamente l'iscrizione ad un albo forense italiano". L'Anai esprime
piena adesione al comportamento degli Ordini suindicati che dovranno impugnare il provvedimento
adottato dall'Antitrust anche per contrasto con il dettato Costituzionale che impone nel nostro paese
l'esame di Stato. Di recente - ha concluso De Tilla - è stato proprio l'Europa a fissare il principio
che i singoli Stati sono liberi di adottare regole più stringenti e addirittura di predeterminare il
numero degli iscritti con l'albo chiuso all'interno dei propri ordinamenti giuridici. Solo l'Antitrust si
ostina a non aggiornarsi con le regole europee."
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IL GAZZETTINO
IL FRONTE GIUSTIZIA «Campagna anti-toghe, serviva una reazione corale»
Anm in trincea: no a interventi per limitare le intercettazioni
Il presidente Sabelli sui disegni di legge depositati dal Pdl: «Magistrati contrari
a modifiche che depotenzino o rendano difficile il ricorso a questo strumento»
ROMA - «Siamo contrari a interventi che tocchino condizioni, modalità e tempi delle
intercettazioni». Il presidente di Anm Rodolfo Sabelli ha preso posizione con fermezza in
merito ai nuovi disegni di legge che mirano a regolamentare le intercettazioni presentati in
Parlamento dal Pdl, ribadendo che le toghe «sono contrarie a ogni intervento che depotenzi
o renda molto difficile il ricorso a questo strumento».
Sabelli, a margine di un convegno sul futuro della giustizia in Italia, ha risposto alle domande
sugli attacchi alla magistratura da parte del Pdl (definiti «prevedibili e ampiamente previsti»)
a seguito delle richieste di condanna Silvio Berlusconi e la manifestazione del partito a Brescia. «In
generale - ha affermato il presidente dall`Associazione nazionale magistrati - di fronte ad attacchi
violenti, che sono contro lo Stato di diritto e non solo contro la magistratura, credo debbano seguire
reazioni compatte e corali da parte della politica e delle Istituzioni».
«Ci sono - ha aggiunto - periodicamente attacchi inaccettabili. Nelle settimane scorse
ci sono state parole fortissime: i magistrati definiti come la mafia o come un cancro. In
nessun Paese si può arrivare all`assuefazione». Quanto alle sollecitazioni rivolte dal Consiglio
superiore della magistratura al ministro della Giustizia, Anna Maria Cancellieri,
Sabelli si è limitato a dire che l`Anm ha già incontrato il Guardasigilli e che lei «ha ascoltato
le nostre posizioni».
Le reazioni non si sono fatte attendere. «In un qualsiasi Paese civile un intervento come
quello pronunciato oggi da parte di Rodolfo Sabelli sarebbe censurato come una grave e
indebita interferenza di un magistrato in una sfera della democrazia che la nostra Costituzione
tutela e garantisce»: così il coordinatore del Pdl Sandro Bondi. «Un magistrato che giunge
al punto di sollecitare e invocare un pronunciamento politico nei confronti di giudizi espressi
liberamente e autonomamente da parlamentari della Repubblica, conferma l`ignoranza del
diritto e delle regole che sottintendono ad una normale e sana vita democratica».
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LETTERA 43
Emergenza carceri, Bonino striglia l'Italia
«Xenofobia e violazione dei diritti sono il pericolo principale».
Emergenza carceri e lotta per i diritti. Sono i temi fondamentali toccati dal ministro degli Esteri
Emma Bonino durante il discorso tenuto in occasione del Consiglio d'Europa.
In sintonia con il segretario generale e politico norvegese Thornbjorn Jagland l'esponente radicale
ha indicato le priorità d'intervento del Consiglio: democrazia, diritti umani e legalità. Per questo
motivo ha sottolineato anche il pericolo rappresentato dalla crescente intolleranza e dal sorgere di
movimenti xenofobi.
«Occorre invertire la tendenza. Penso che la situazione sia arrivata a un punto tale che necessita
d'iniziative coraggiose per uscirne», ha detto Bonino.
LA CORTE DEI DIRITTI DELL'UOMO HA CONDANNATO L'ITALIA. I passaggi più
densi dello speech dell'ex commissario europeo per gli aiuti umanitari sono stati dedicati al
sovraffollamento delle prigioni, tema che ha creato un vasto movimento d'opinione in Italia (ultimo
intervento in ordine di tempo l'articolo sull'edizione del 16 maggio de Il Corriere della Sera del
giornalista Luigi Ferrarella) e che ha provocato le sanzioni verbali ed effettive da parte della Corte
dei diritti dell'uomo. Lo scorso 8 gennaio il tribunale di Strasburgo ha condannato lo Stato italiano a
pagare 100 mila euro a sette detenuti per trattamento inumano e degradante.
«SOLO ESSENDO CREDIBILI POSSIAMO ESSERE EFFICACI». Nonostante l'arretratezza
dell'Italia sul fronte dei diritti, Emma Bonino non ha mancato di fare riferimento a Stati - quelli
dell'est europeo in particolare - dove la democrazia versa in condizioni peggiori: «Solo essendo così
credibili possiamo essere efficaci e possiamo combattere violazioni che sono presenti in altri Paesi
membri del consiglio d'Europa».
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IL SOLE 24 ORE
Giornata della previdenza. L'obiettivo Adepp
Welfare integrativo, fondo intersettoriale per le Casse private
Apertura di un tavolo di confronto con i presidenti delle commissioni Lavoro della Camera e del
Senato, Cesare Damiano e Maurizio Sacconi, per una riforma dell'autonomia della casse di
previdenza private che «deve entrare nell'agenda del Governo». Progettazione di un fondo
intercategoriale destinato a dare una risposta a quel fabbisogno di welfare che, dall'assistenza
sanitaria alla cura degli anziani, non tocca la sola materia pensionistica, né va considerato «una
spesa come un'altra». Sostegno ai giovani professionisti attraverso progetti il microcredito e la
rateizzazione contributiva, oggetto di confronto anche in sede Ue.
È una serrata agenda di impegni quella su cui sta lavorando il presidente dell'Adepp, Andrea
Camporese, che ha tracciato le linee guida dell'Associazione degli enti previdenziali privati per i
prossimi mesi nel convegno intitolato «Dopo la sostenibilità, i nuovi obiettivi della previdenza
privatizzata: welfare integrato e adeguatezza delle prestazioni», tenutosi ieri a Milano nell'ambito
della Giornata nazionale della previdenza.
L'incontro ha fatto seguito a una mattinata dedicata al gap informativo tuttora esistente sul tema
previdenziale in cui il presidente dell'Inps, Antonio Mastrapasqua ha, fra l'altro, annunciato che
«dall'estate, probabilmente al posto di quelle buste arancione che sarebbe troppo costoso inviare,
sarà disponibile online sul sito dell'Istituto la prima serie di estratti conto previdenziali destinati ai
lavoratori dipendenti».
Reduce dal tavolo di lavoro di Bruxelles sui nuovi fondi Ue per le libere professioni, Camporese nel
pomeriggio ha tracciato anche le linee di sviluppo futuro delle stesse. «L'arrivo della carta d'identità
professionale europea – ha ricordato il presidente dell'Adepp – faciliterà la libera circolazione. Si
procede, poi, a marce forzate verso la parificazione e il reciproco riconoscimento dei titoli
professionali, mentre la "rete" sta cambiando radicalmente la modalità di erogazione dei servizi,
prospettando anche possibili problemi di elusione contributiva».
Tra tante sfide da affrontare, il punto saldo è dato dalla consapevolezza che il sistema privato è ben
puntellato. «Le Casse – ha spiegato Camporese – hanno superato lo stress test dando garanzia di
sostenibilità per 50 anni, in sospeso resta solo quella dei ragionieri. Il problema non è quindi se il
sistema si reggerà, ma le prestazioni che riuscirà a fornire».
Un punto, quest'ultimo, su cui si è espresso anche Edoardo Gambacciani, direttore generale del
ministero del Lavoro, secondo cui «il tasso di sostituzione delle Casse rispetto alla previdenza
pubblica assicura prestazioni meno elevate e questo spiega perché si stia assistendo a una graduale
progressione delle aliquote contributive». Mauro Pizzin
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ITALIA OGGI
A Milano la giornata nazionale della previdenza. L'Adepp insiste: no alla doppia tassazione
Riforma del welfare ineludibile
Dal 2020 i costi sociali per lo stato saranno esorbitanti
«La riforma del welfare è ineludibile. C'è ancora qualche anno a disposizione per farla ma non di
più. A partire dal 2020, infatti, l'invecchiamento della popolazione sarà così veloce che il sistema
pubblico dovrà farsi carico di costi esorbitanti per far fronte alla spesa sanitaria e all'assistenza degli
anziani non autosufficienti». È questo il monito lanciato, durante la prima giornata nazionale della
previdenza in corso a Milano, da Mauro Marè, presidente società per lo sviluppo del mercato dei
fondi pensione (Mefop) partecipata dal ministero dell'economia. «La riforma Monti-Fornero ha
messo al sicuro i conti pubblici, ma oggi come non mai si pone il problema della tenuta sociale di
un sistema previdenziale finanziariamente sostenibile.
Perché la pensione, comunque più bassa rispetto a quella percepita in passato, non basterà a far
fronte ai bisogni crescenti di una popolazione più longeva». Il tema è tanto di attualità per il sistema
pubblico quanto per quello privato. Non a caso la questione è stata affrontata ieri nel corso di un
convegno organizzato dall'Adepp (l'associazione degli enti di previdenza privatizzati) per affrontare
i nuovi obiettivi delle casse autonome dopo aver superato lo stress test della sostenibilità a 50 anni:
welfare integrato e adeguatezza delle prestazioni. Un confronto che, oltre al rappresentante del
Mefop, ha visto la partecipazione di Edoardo Gambacciani.
Il direttore generale delle politiche previdenziali del ministero del lavoro, dopo aver riconosciuto
agli enti previdenziali di aver esercitato in maniera responsabile l'autonomia riconosciuta dalla
legge, ha aggiunto: «ora che i numeri sono a posto è tempo di pensare alle persone. La pensione,
infatti, è solo una esigenza della vita». Parlando a una platea di addetti ai lavori ha poi esortato i
dirigenti degli enti a trovare quelle convergenze, fra l'altro già in atto in alcuni comparti (si veda
ItaliaOggi di ieri), per ampliare le forme di welfare esistenti e di crearne di nuove per aiutare i
professionisti alle prese con la discontinuità lavorativa. «Partendo da questa convergenza si potrà
poi ragionare su eventuali misure premiali di vantaggio», ha aggiunto Gambacciani. «La doppia
tassazione che subiscono le casse dei professionisti italiani non ha eguali in nessun paese europeo»,
ha però ricordato Andrea Camporese che ha manifestato l'esigenza di uscire dalla logica del rigore
contabile e dare un po' di ossigeno (con una fiscalità meno pesante) a un comparto che negli ultimi
anni ha visto ridurre i propri redditi in maniera considerevole e dovuto mettere in cassa integrazione
oltre 6 mila dipendenti. «Abbiamo una programmazione universitaria che non funziona con facoltà
che scoppiano e altre che, seppur a numero chiuso, producono un numero di laureati che poi non
riescono a trovare un'occupazione». Il riferimento è ai circa 9 mila laureati in medicina che solo nel
50% dei casi riescono a entrare in una scuola di specializzazione (obbligatoria per esercitare la
professione). C'è poi il tema del micro-credito precluso ai giovani che vogliono avviare uno studio.
E tutto il filone della long care term, ovvero di tutte quelle forme di cura della persona e di
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assistenza sanitaria.
«Di questo e di molto altro», ha concluso Camporese, «la previdenza privata si fa già carico in
parte, ma di certo se potessimo contare su una fiscalità di favore potremmo destinare risorse
consistenti ad un welfare che in tempi di crisi è diventato fondamentale».
A ribadire infine la necessità di arrivare a un patto fiscale fra fondi integrativi e sanitari privati e
stato ci ha pensato anche Giuseppe Roma, presidente del Censis. «Un lavoratore, oggi, fra i 30 e i
40 anni ha un reddito medio di 20 mila euro. Quale previdenza complementare potrà mai garantirsi
con questa cifra? Il tema della crescita del Paese e quindi dell'occupazione diventa quindi una
questione centrale che dovrebbe esse in cima alle priorità del governo. Perché il peso di sistema
previdenziale obbligatorio in equilibrio, in presenza di una crisi che sta durando più della seconda
guerra mondiale, rischia di schiacciare tutto il resto». Ignazio Marino
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IL SOLE 24 ORE
Professioni. Pubblicato il modello per l'iscrizione volontaria entro i tre anni
Il revisore inattivo trova il Registro
La Ragioneria dello Stato completa il "puzzle" della revisione con la pubblicazione del modulo per
l'iscrizione dei revisori inattivi e con la definizione delle regole di comunicazione per la cessazione
anticipata dell'incarico. Il modulo «RL 99» per l'iscrizione nella sezione inattivi del Registro dei
revisori legali è disponibile sul sito www.revisionelegale.mef.gov.it. Interessati all'iscrizione nella
sezione inattivi sono i revisori che si trovano in una delle seguenti situazioni. Per quanto riguarda i
revisori che vengono iscritti per la prima volta nel registro, l'inserimento nella sezione inattivi è
automatico salvo poi transitare nell'elenco dei revisori attivi con l'assunzione del primo incarico di
revisione legale ovvero con l'avvio di una collaborazione a un'attività di revisione legale presso una
società di revisione. Per i revisori già presenti nella sezione ordinaria, l'iscrizione nella sezione
inattivi avviene d'ufficio per quei soggetti che non hanno assunto incarichi di revisione o non hanno
collaborato a un'attività di revisione legale in una società di revisione per tre anni consecutivi. In
questo caso, però, non sembra necessaria la compilazione del modulo. Possono inoltre essere iscritti
nella sezione inattivi – grazie al modulo appena approvato – i soggetti iscritti che ne facciano
richiesta al ministero dell'Economia anche prima del decorso dei tre anni di inattività. Anche chi era
iscritto nel vecchio registro tenuto dal ministero della Giustizia è inserito nel nuovo, però con
l'accortezza di inviare un'apposita comunicazione in cui il revisore dovrà altresì indicare l'opzione
per l'iscrizione nell'elenco dei revisori "attivi" ovvero, in assenza di incarichi in corso, nella sezione
dedicata ai revisori "inattivi". Ricordiamo che sui revisori inattivi grava un dovere di aggiornamento
professionale prima dell'assunzione di un nuovo incarico con validità biennale e il pagamento del
contributo annuale al registro (26 euro). Sono invece esonerati dalla formazione continua, dal
controllo di qualità, dal pagamento del contributo finalizzato alla copertura dei costi relativi alla
formazione e a quello finalizzato alla copertura dei costi relativi al controllo di qualità. La
compilazione del modulo deve essere effettuata a stampatello attraverso computer. Si procede poi
alla stampa del documento, alla sua sottoscrizione, e alla sua trasmissione a mezzo raccomandata a/r
al ministero dell'Economia e delle finanze - Ufficio protocollo registro revisori legali. La richiesta
deve contenere in allegato la copia del documento di identità del richiedente. Il ministero, e per esso
la Ragioneria generale dello Stato, sentita la Commissione centrale per i revisori legali, dispone
l'accoglimento o il rigetto dell'istanza entro 90 giorni dal ricevimento della stessa. Sempre in
materia di revisione legale risale allo scorso 2 aprile 2013 la determina ministeriale che, dando
attuazione all'articolo 10 del decreto 261/2012 (relativo agli obblighi di comunicazione per le
società assoggettate a revisione diverse enti di interesse pubblico), ha individuato le modalità di
trasmissione della documentazione richiesta ai fini delle comunicazioni al Dipartimento della
Ragioneria generale dello Stato nelle ipotesi di cessazione anticipata dell'incarico di revisore. Si
tratta dell'invio della documentazione correlata alle ipotesi di revoca dell'incarico di revisore,
risoluzione consensuale del rapporto, dimissioni volontarie. Da sottolineare l'introduzione di un
nuovo obbligo in capo all'organo di controllo che è chiamato a sostituirsi, in tale adempimento,
all'eventuale inerzia della società ovvero del revisore cessato. Nicola Cavalluzzo Alessandro
Montinari
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IL SOLE 24 ORE
CONGRESSO A RIVA DEL GARDA
I dottori agronomi chiedono investimenti per la risorsa-territorio
«Lo sviluppo sostenibile è l'obiettivo principale di una categoria che deve incidere maggiormente
sulle scelte di programmazione produttiva». Andrea Sisti, presidente del Consiglio dell'Ordine
nazionale dei dottori agronomi e dei dottori forestali, ha aperto il XV Congresso nazionale in
programma fino a domani a Riva del Garda. «Da ogni crisi economica nasce qualcosa di buono e di
nuovo. Nella novità – ha detto Sisti – i giovani sono quelli meglio attrezzati per sviluppare la
professione. Quello che sta emergendo è una nuova sensibilità, la professione deve rappresentare
per i giovani agronomi e forestali di domani un'opportunità, in grado di portare innovazione sul
territorio da considerare sempre più come una risorsa da difendere e tutelare».
Il Congresso nazionale prevede approfondimenti sulle novità della riforma delle professioni e
momenti di discussione sui temi di attualità, in particolare sulla progettazione di “paesaggi
intelligenti”
e
sul
trasferimento
dell'innovazione
nelle
aziende
agro-forestali.
In particolare, oggi si discuterà di assicurazione obbligatoria, formazione continua, società tra
professionisti e codice deontologico.
I dottori agronomi e forestali sono 21.750, cresciuti in dieci anni di 5.659 unità. La categoria che
raggruppa due figure, unite dalla competenza sul territorio agrario e boschivo; gli uomini sono
l'80,2 per cento.
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ITALIA OGGI
Dal XV congresso di Riva del Garda le idee del Conaf per la ripresa economica
Scommettere sul made in Italy
Agroalimentare da valorizzare per far ripartire il Paese
Conoscere, valorizzare e innovare. È questa la ricetta dei dottori agronomi e dei dottori forestali per
far ripartire l'economia del Paese sfruttando la più grande risorsa del Paese insieme al patrimonio
artistico-paesaggistico: l'agroalimentare made in Italy. «La conoscenza in tutti i settori è il motore
dell'innovazione e dello sviluppo», sintetizza Andrea Sisti, presidente del Conaf, che da Riva del
Garda lancia il suo manifesto per la valorizzazione della bioeconomia quale settore di sviluppo. «Il
Paese», continua il presidente del Conaf, «in questi anni è cresciuto enormemente nel Made in Italy
agroalimentare.
Molte aziende seguite da validi colleghi hanno investito nella diversificazione e nel trasformazione
delle materie prime di qualità esportando i prodotti in tutto il mondo. Diverso è l'aspetto del legame
tra territorio e produzione, turismo e organizzazione dell'offerta. Il Paesaggio come elemento
strutturale di organizzazione valorizzazione e promozione del nostro made in Italy non si è ancora
affermato in modo organico. Occorre pertanto promuovere un azione di progettazione dei territori
legati alle produzioni di origine, realizzare una matrice nazionale e promuoverla costantemente
all'estero. Quindi investire nel Paesaggio, bene monopolistico in grado di attrarre investimenti ed al
tempo stesso in grado promuovere il made in Italy».
Una valorizzazione delle nostre risorse che però non può prescindere dall'innovazione. Per Sisti «gli
anni 90 e in parte quelli del Duemila sono stati quelli della «qualità», oggi nel nostro Paese per far
ripartire l'economia, nel solco della qualità occorre innovare. Promuovere «l'innovazione di qualità»
è l'altro punto essenziale per far crescere il nostro Paese. Investire sulla ricerca partecipata dove
professionisti, imprenditori e ricercatori si mettono insieme per sviluppare progetti».
Infine la conoscenza quale leva per la crescita. «Non deve passare il principio del momento che
studiare oggi non serve a niente», conclude il leader della categoria. «Chi si laurea non deve mai
smettere di investire su se stesso. L'Italia ha bisogno di donne e uomini che investono su stessi e di
uno Stato che crede nella conoscenza».
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ITALIA OGGI
L'intervista al presidente del consiglio nazionale
Sisti: per la professione inizia un nuovo corso
Riva del Garda segna la svolta per i dottori agronomi e i dottori forestali. Dal congresso in corso
(che domani chiuderà i battenti), infatti, la professione uscirà più consapevole del cambiamento
imposto dalla riforma delle professioni del 2012 voluta dall'ultimo governo Monti per incentivare la
concorrenza nei servizi professionali.
Si discuterà dell'obbligo assicurativo, della formazione
continua, delle società tra professionisti e delle
conseguenti modifiche al Codice deontologico.
L'introduzione di nuovi oneri e doveri per il
professionista, dunque, determinerà la necessità di nuove
modalità organizzative da sperimentare e attuare. Una
riforma che, come spiega il presidente del Conaf Andrea
Sisti, «andrà a definire il nuovo ruolo della professione
quale elemento fondamentale per la crescita del Paese,
oggi in grado di offrire maggiore garanzia di terzietà a
seguito della separazione delle funzioni disciplinari da
quelle amministrative in capo agli ordini che vigilano
sull'operato dei propri iscritti». A conclusione del XV
Congresso gli argomenti trattati attraverso le quattro tesi
congressuali ed i risultati ottenuti saranno sintetizzati in
un documento finale dal titolo «Carta di Riva del Garda» con il quale inizierà un nuovo corso per la
professione. In attesa di conoscere l'esito del confronto interno, Sisti analizza le novità della riforma
e il lavoro fin qui fatto dal Consiglio nazionale per attuarle.
Domanda. Presidente Sisti, il 14 agosto 2012 è entrata in vigore ufficialmente la riforma delle
professioni voluta dall'ex governo Monti per rendere i servizi professionali più competitivi: qual è il
suo giudizio politico complessivo?
Risposta. Dopo 20 anni che se ne parlava, un giorno qualunque la riforma è arrivata. In linea di
principio si può essere d'accordo. Il fatto è che la riforma si colloca in un periodo di recessione e
quindi in sostanza è fuori tempo. In concreto, poi, la legge aggrava i costi di ogni professionista e su
questo, come ordine, stiamo intervenendo cercando di trovare soluzioni agli inevitabili costi della
formazione e dell'assicurazione obbligatoria. Occorre promuovere l'aggregazione degli studi
professionali anche con politiche fiscali ad hoc, investire sulla qualità e sull'internazionalizzazione
degli studi. Credo che la risposta politica degli ordini professionali tecnici sia stata positiva, è stato
fatto un grande lavoro sino ad oggi per recepire a livello ordina mentale le novità. Ma occorre fare
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altrettanto lavoro per farla attuare dagli iscritti e quindi renderla efficace per lo sviluppo del Paese.
D. Entriamo nello specifico delle previsioni normative. Dopo la proroga di un anno per tutti, dottori
agronomi e forestali entro il 13 agosto 2013 dovranno essere dotati di polizza assicurativa per la
prestazione professionale. A che punto siete?
R. In gennaio 2012 il Consiglio nazionale ha deliberato con una gara europea la scelta di un Broker
in grado di affiancarci nell'attuazione di questo nuovo adempimento. Con Aon e i collaboratori del
Cpnaf abbiamo, successivamente, analizzato il Dpr e definito un regolamento attuativo per fare
chiarezza. Questo documento interno è stato pubblicato in aprile per far comprendere meglio chi
sono i soggetti obbligati, l'idoneità della polizza e le diverse forme assicurative. La polizza definita
è stata quindi elaborata in maniera specifica per la nostra categoria. Dopo un' attenta valutazione,
fermo restando la possibilità che ogni iscritto possa assicurarsi individualmente, il Consiglio nella
seduta del 9 maggio ha quindi deliberato l'avvio di una procedura di selezione di una compagnia in
grado di fornire al Conaf una polizza collettiva ad adesione. Oggi 13 maggio è stata pubblicata la
gara e per giugno verrà avremo il soggetto assicuratore che avrà proposto la migliore offerta. Tutti
gli iscritti obbligati potranno, quindi, aderire dal portale www.conaf.it nello spazio sportello
assicurativo professionale.
D. A che punto è l'istituzione dei nuovi consigli territoriali di disciplina, gestiti da soggetti diversi
dai rappresentanti istituzionali?
R. I consigli di disciplina entreranno in carica a decorrere dall'elezione dei nuovi consigli territoriali
come previsto dal Regolamento attuativo approvato dal ministero di Giustizia. Quindi dal primo
gennaio 2014
D. La citata riforma ha reso obbligatoria anche la formazione continua. La categoria ne aveva già
discusso a Reggio Calabria nel 2009. Quali sono stati i passi in avanti?
R. Dopo Reggio Calabria il Consiglio ha approvato il Regolamento di formazione è lo attuato per
un periodo sperimentale triennale i cui termini sono scaduti il 31 dicembre 2012. Siamo quindi nella
condizione di valutare l'efficacia e la risposta dei nostri iscritti e quindi valutare le opportune
modifiche per il nuovo regolamento che renderà obbligatoria la formazione per gli iscritti.
Praticamente dopo 4 anni se ne riparlerà a Riva del Garda consapevoli di quello che è stato fatto.
D. In un'ottica di evoluzione dell'esercizio della professione, il legislatore ha inteso dare la
possibilità di costituire delle Società tra professionisti anche di capitale. Dottori agronomi e
forestali, secondo lei, sfrutteranno l'occasione?
R. Secondo me sì. È un'opportunità per migliorare il lavoro professionale, la responsabilità verso il
committente, per ridurre i costi e soprattutto per crescere. Il nostro è un lavoro in continua
evoluzione e nei prossimi anni ci sarà bisogno sempre di più di strutture organizzate e
professionalmente competenti.
Devo dire che andrà valorizzato il sistema delle reti di professionisti.
D. Il nuovo premier Enrico Letta nel suo discorso d'insediamento a Palazzo Chigi ha detto che le
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professioni saranno valorizzate. È, dunque, finita l'era delle liberalizzazioni?
R. Spero che chi lavora e intraprende su stesso non venga demonizzato. Liberalizzare è un termine
che presuppone che tutti possano fare qualsiasi cosa. Questo nel mondo del sapere specializzato è
irresponsabile nei confronti della collettività. Dobbiamo parlare invece di salto di qualità delle
professioni. I professionisti devono essere stimolati nell'innovazione e nella ricerca, devono
promuovere spin-off, devono investire per promuovere conoscenza. Ecco qui è la sfida è nel nuovo
Made in Italy, quello della conoscenza.
D Il Paese attraversa una crisi economica senza precedenti, come vede il futuro della sua
professione soprattutto dei più giovani?
R. Parto dal presupposto che da ogni crisi economica nasce qualcosa di nuovo. Nella novità i
giovani sono quelli meglio attrezzati per sviluppare la professione. Se sanno cogliere le novità della
riforma e cioè quelle delle società, della formazione allora il futuro sarà effettivamente loro. Noi
come ordine cercheremo di garantire pari condizioni, cioè non far pesare l'esperienza o il
curriculum nelle gare di servizi professionali, introdurre i crediti di formazione premiando quelli
che si sono attivati nell'acquisizione della conoscenza, promuovere le aggregazioni dando i relativi
supporti. Insomma investendo nei giovani. Ignazio Marino
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Lavoro. Le nuove procedure sulla sicurezza in vigore dal 1° giugno - Le precedenti
autocertificazioni valide solo fino al 31 maggio
Valutazione dei rischi negli studi
Il documento «standardizzato» diventa obbligatorio anche per i professionisti
Le nuove procedure standardizzate in materia di valutazione dei rischi, introdotte con il Dm 30
novembre 2012, opereranno dal 1° giugno. Riguardano i datori di lavoro che occupano fino a 10
lavoratori (micro imprese), ma possono farvi ricorso anche i datori di lavoro che occupano fino a 50
lavoratori (mini imprese).
Campo di applicazione. Il decreto, emanato ai sensi dell'articolo 29, comma 5, del Dlgs 81/2008
(Testo unico sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro), fermo restando i limiti numerici sopra
indicati, si applica alla generalità dei datori di lavoro, secondo la definizione data dall'articolo 2,
comma 1, lettera b) del Testo unico il quale lo identifica nel soggetto titolare del rapporto di lavoro,
o in quello che ha la responsabilità dell'attività o dell'unità produttiva, includendo quindi anche il
titolare dello studio professionale. Ciò scaturisce anche dal contenuto del Ccnl di categoria del 29
novembre 2011 e dal successivo accordo del 31 gennaio 2012.
Gli studi professionali. L'accordo è applicativo del citato Testo unico ed è rivolto alla sicurezza non
solo nei confronti dei dipendenti degli studi professionali, ma estende il suo campo di applicazione
anche nei confronti dei collaboratori e dei liberi professionisti che operano in questo contesto
organizzato. Pertanto, per l'identificazione della tipologia del datore di lavoro (con riferimento ai
limiti numerici) occorre tener conto anche dell'accordo.
Micro imprese. Le procedure standardizzate devono essere obbligatoriamente attuate dalle micro
imprese, in quanto l'eventuale autocertificazione già elaborata avrà efficacia fino al 31 maggio.
Poiché la legge fa riferimento all'autocertificazione, ne deriva che lo stesso datore di lavoro che non
si sia avvalso di questa facoltà o deroga, ma abbia sin dall'inizio attuato la procedura ordinaria per
la valutazione dei rischi e redatto il relativo documento integralmente nei termini stabiliti dagli
articoli 17, 28 e 29 del Testo unico, non dovrà necessariamente rielaborare tale documento secondo
le procedure standardizzate in questione, fermi restando gli aggiornamenti allorché se ne presentino
le condizioni.
Lo schema delle procedure. Secondo lo schema della procedura standardizzata contenuta nel citato
Dm 30 novembre 2012, il documento dovrà riportare la descrizione del l'azienda, del ciclo
lavorativo/attività e delle mansioni, l'individuazione dei pericoli presenti in azienda, nonché la
valutazione dei rischi associati ai pericoli individuati e identificazione delle misure di prevenzione e
protezione attuate. In questo ambito dovranno essere identificate le mansioni ricoperte dalle persone
esposte e degli ambienti di lavoro interessati, in relazione ai pericoli individuati, nonché
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l'individuazione degli strumenti informativi di supporto, per l'effettuazione della valutazione dei
rischi (esempio: registro infortuni, profili di rischio, banche dati su fattori di rischio, liste di
controllo, eccetera). La valutazione dovrà riguardate tutti i pericoli individuati in presenza di
indicazioni legislative specifiche sulle modalità valutative, mediante criteri che prevedano anche
prove, misurazioni e parametri di confronti tecnici; in loro assenza opererà mediante criteri basati
sull'esperienza e conoscenza dell'azienda, norme tecniche, istruzioni d'uso e manutenzione,
eccetera. Alla valutazione dei rischi dovrà seguire l'individuazione delle adeguate misure di
prevenzione protezione; ove non risulti che queste misure siano state attuate, il datore di lavoro
dovrà provvedere con provvedimenti immediati. Il documento dovrà infine contenere la definizione
del programma di miglioramento, prevedendo l'individuazione delle misure per garantire il
miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza e delle procedure per l'attuazione di tali misure.
Luigi Caiazza
A regime
01 | IL DECRETO. In base al Dm 30 novembre 2012 opereranno dall'1 giugno prossimo le nuove
procedure standardizzate in materia di valutazione dei rischi anche per i datori di lavoro che
occupano fino a 10 lavoratori. Possono, tuttavia, farvi ricorso anche anche i datori di lavoro che
occupano fino a 50 dipendenti
02 | L'ESTENSIONE. Il decreto si applica anche ai titolari di studi professionali. L'accordo non è
rivolto solo ai dipendenti degli studi, ma estende il suo campo di applicazione anche nei confronti
dei collaboratori e dei liberi professionisti che operano in questo contesto organizzato
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IL SOLE 24 ORE
Accertamento. Giudici sempre più attenti nel valutare la fondatezza della decadenza «lunga» in
presenza di reati tributari
Freno al raddoppio dei termini
Le commissioni negano la possibilità quando la denuncia è solo «strumentale»
Giudici di merito sempre più attenti nel valutare la fondatezza del raddoppio dei termini di
decadenza dell'accertamento in presenza di reati tributari. È quanto emerge da varie pronunce delle
Commissioni tributarie, a distanza di poco meno di due anni dall'ordinanza della Corte
costituzionale 247/2011 che, nel confermare la legittimità, in presenza di reato, del raddoppio del
termine di decadenza, ha sancito il dovere dei giudici di merito, a richiesta del contribuente, di
svolgere un controllo sul riscontro dei presupposti dell'obbligo di denuncia per evitare un utilizzo
strumentale della segnalazione da parte dell'amministrazione.
La questione. In presenza di un reato tributario, i termini di decadenza dell'accertamento sono
raddoppiati, per cui si passa dal 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione
della dichiarazione al 31 dicembre dell'ottavo anno successivo. In ipotesi di omessa presentazione il
31 dicembre del quinto anno successivo è invece differito al 31 dicembre del decimo anno. La
Consulta, con l'ordinanza 247/2011, ha precisato che il raddoppio si realizza anche se il reato viene
scoperto dai verificatori dopo il termine di decadenza ordinario. Tuttavia, la Corte, per evitare un
utilizzo strumentale del fisco nella comunicazione della notizia di reato alla Procura, al solo fine di
"riaprire" periodi di imposta non più controllabili, ha precisato che è consentito al giudice tributario
di controllare, se richiesto con i motivi di impugnazione, la sussistenza dei presupposti dell'obbligo
di denuncia. Il giudice tributario deve compiere una valutazione ora per allora circa la loro
ricorrenza e accertare, quindi, se l'amministrazione ha agito con imparzialità o, invece, ha fatto un
uso pretestuoso e strumentale delle disposizioni per fruire ingiustificatamente del più ampio termine
di accertamento.
Le Commissioni tributarie. In questo contesto la Ctr dell'Umbria (237/1/11 e 41/02/2012) ha
ritenuto che se il reato tributario è prescritto, l'ufficio non può usufruire del raddoppio dei termini.
Ad analoghe conclusioni è poi giunta sia la Ctp di Vicenza (824/1/12) sia, più di recente, la Ctp di
Ancona (102/2/13).
Queste pronunce ritengono chiaramente strumentale alla riapertura dei termini fiscali la denuncia
all'autorità giudiziaria e quindi priva di senso, stante l'intervenuta prescrizione dell'illecito.
Esse sono particolarmente importanti perché, fino allo scorso 17 settembre 2011 (data di entrata in
vigore dei nuovi termini prescrizionali per le violazioni penali tributarie) questi termini erano 6 anni
dalla commissione del reato, ovvero, in presenza di cause interruttive, 7 anni e mezzo.
A ciò va poi aggiunto che l'amministrazione, proprio per consentire alle Commissioni tributarie di
operare la valutazione richiesta dalla Consulta, deve produrre la comunicazione di reato, circostanza
che, di norma, non avviene. Per queste ragioni alcune commissioni (Ctp di Milano, sentenze
231/40/2011 e 327/5/2011, Ctp Reggio Emilia, 135/1/2012, Ctp Treviso, 73/5/2012, Ctp Lecco,
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74/1/12) hanno chiarito che, non potendo verificare la sussistenza dei presupposti dell'obbligo di
denuncia, il raddoppio in questione non è legittimo
Sempre la Ctp di Reggio Emilia, con le sentenze 114/4 e 115/4, entrambe depositate il 19 settembre
2012 ha ritenuto poi che se la notizia di reato non è fondata, l'amministrazione non può pretendere il
raddoppio dei termini decadenziali.
Infine secondo la Ctp di Pesaro (136/3/2011) se, a seguito dell'autotutela la rettifica scende sotto la
soglia di rilevanza penale, il raddoppio in questione non opera.
In ultimo da segnalare la pronuncia della Ctp di Brindisi (194/3/2011) secondo cui la denuncia del
rappresentante della società consente il raddoppio in capo a quest'ultima ma non per le rettifiche
operate in capo ai soci. Antonio Iorio
La regola e le decisioni
LA PREVISIONE DECRETO LEGGE 223/2006
In caso di violazione che comporta obbligo di denuncia per uno dei reati tributari, i termini di
decadenza dell'accertamento sono raddoppiati relativamente al periodo di imposta in cui è stata
commessa la violazione
LA CORTE COSTITUZIONALE ORDINANZA 247/2011
La normativa è legittima anche se la violazione penale è stata contestata quando già i termini di
accertamento erano decaduti. Compete al giudice tributario, se richiesto dal contribuente, accertare
se l'amministrazione abbia agito con imparzialità o fatto, invece, uso pretestuoso e strumentale della
normativa per fruire ingiustificatamente di un più ampio termine di accertamento
COMMISSIONI TRIBUTARIE
01 | Ctr Umbria e Ctp Vicenza
In presenza di reato tributario prescritto il raddoppio non opera
02 | Ctp Milano, Ctp Reggio Emilia, Ctp Treviso, Ctp Lecco
La semplice enunciazione nell'accertamento e/o nel «pvc» dell'inoltro della notizia di reato, senza
fornire ulteriori elementi, non legittima il raddoppio
03 | Ctp Pesaro
Illegittimo il raddoppio allorché, a seguito di autotutela, l'importo dell'imposta evasa risulta
inferiore
alla soglia penale
04 | Ctp Reggio Emilia
La notizia di reato infondata non consente il raddoppio dei termini
05 | Ctp Brindisi
Il raddoppio non si estende ai soci se la denuncia interessa solo la società
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IL SOLE 24 ORE
LA VIA D'USCITA
Necessario ripartire dalle idee della delega
di Dario Deotto
La questione del raddoppio dei termini deve necessariamente trovare una soluzione in un intervento
legislativo che dia maggiori certezze al contribuente, non lasciandolo nel limbo del dubbio se il
rapporto tributario può definirsi "chiuso". E l'occasione potrebbe venire dalla "riesumazione" del
Ddl di riforma fiscale del precedente esecutivo, che aveva come comune denominatore proprio
quello della certezza del diritto (e prevedeva un preciso limite alla possibilità di riapertura dei
termini di accertamento in presenza di fattispecie penalmente rilevanti). Il problema nasce dal Dl
223/2006, che ha stabilito il raddoppio dei termini ordinari di accertamento in caso di violazione
che comporta l'obbligo di denuncia in base all'articolo 331 del codice di procedura penale per uno
dei reati previsti dal decreto legislativo 74/2000. Sulla previsione, è intervenuta la sentenza
247/2011 della Consulta, secondo la quale vi sarebbero termini "brevi" di accertamento, coincidenti
con quelli ordinari, e "raddoppiati" in presenza di violazioni tributarie per le quali c'è obbligo di
denuncia penale. Questa tesi dei doppi termini, però, finisce per capovolgere tutte le esigenze di
certezza dei rapporti, tramutando il termine ordinario di accertamento in quello "raddoppiato",
perché solo allo spirare di questo il contribuente avrebbe contezza della definitività del rapporto
tributario. Questo non è possibile, anche pensando a quanto dispone lo Statuto del contribuente. Va,
quindi, ripreso il Ddl di riforma fiscale che prevedeva la possibilità di raddoppio dei termini solo in
presenza di effettivo invio della denuncia entro il termine ordinario di accertamento.
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IL SOLE 24 ORE
Cassazione. Le sezioni unite confermano il divieto di iscrizione per i dipendenti pubblici part time
Albo avvocati chiuso alla Pa
La riforma delle professioni non ha eliminato lo stop all'ingresso
Il divieto di iscrizione all'albo degli avvocati per i dipendenti pubblici part-time, soddisfa l'interesse
pubblico a difendere l'indipendenza del legale.
Le sezioni unite della Cassazione (sentenza 11833) difendono le incompatibilità previste dalla legge
339/2003, che vieta ai dipendenti della pubblica amministrazione a "mezzo servizio", di svolgere la
professione forense.
La Suprema Corte riunisce e respinge una serie di ricorsi, avallando la scelta del Consiglio
nazionale forense di confermare la cancellazione dall'albo di chi non aveva esercitato l'opzione per
l'una o l'altra attività.
I giudici smontano le molte obiezioni mosse dai diretti interessati che si appellavano alle norme più
favorevoli.
La legge 339 del 2003 ha, in effetti, dettato un contrordine rispetto a quanto previsto dalle «Misure
di razionalizzazione della finanza pubblica» (legge 662/1996) che sfilavano dal regime delle
incompatibilità i dipendenti della Pubblica amministrazione a tempo parziale.
Un salvacondotto a cui si erano appellati i ricorrenti iscritti all'albo durante il regime favorevole,
chiedendo per questo di salvaguardare i diritti acquisti e il loro legittimo affidamento.
I ricorrenti avevano visto uno spiraglio anche nella manovra d'agosto (Dl 138/2011) e nel Dpr
professioni (137/2012), portatori di una ventata liberalizzatrice che subordinava lo svolgimento
della libera professione al solo possesso dei titoli: per il Dpr 137/2012, in particolare, la libera
professione poteva essere esercitata in maniera sia abituale sia prevalente. I soli paletti riguardavano
le condanne penali e i motivi di interesse generale.
Su quest'ultimo si infrangono le speranze dei ricorrenti.
La Suprema corte si pone due domande: se lo "ius superveniens" abbia tacitamente abrogato la
legge "scomoda" e se l'esigenza di scongiurare il rischio di avere avvocati poco indipendenti possa
essere considerata «motivo imperativo di interesse generale». La prima risposta è no e la seconda è
sì, e l'una è il risultato dell'altra.
La Suprema Corte esclude che la legge 339/2003 possa essere stata implicitamente abrogata proprio
perché l'incompatibilità tra l'impiego pubblico part-time e l'esercizio della professione forense
risponde a esigenze specifiche di interesse pubblico «correlate proprio alla peculiare natura di tale
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attività privata e ai possibili inconvenienti che possono scaturire dal suo intreccio con le
caratteristiche del lavoro del pubblico dipendente». Ad avviso del collegio la legge 339/2003 fa da
scudo a interessi di rango costituzionale, come l'imparzialità e il buon andamento della Pa, oltre che
all'indipendenza dell'avvocato da poteri che potrebbero mettere in dubbio la correttezza della difesa
causa dei possibili conflitti tra interessi pubblici e privati. Inutile anche il tentativo dei ricorrenti di
sollevare contrasti sia con la Carta e con il diritto dell'Unione.
La Cassazione ricorda che la Corte costituzionale, si è espressa sul punto con due sentenze
(390/2006 e 166/2012): con la prima ha considerato il divieto coerente con la peculiarità della
professione e con la seconda ha affermato la possibilità di modificare in senso meno favorevole
norme più "permissive", pur di non sfociare in regolamenti irrazionali. Un'irragionevolezza esclusa
dal lasso di tempo concesso per esercitare l'opzione. Va male anche sul fronte comunitario: la Corte
di giustizia con la sentenza C-225/09 ha dato il suo nulla osta a una limitazione prevista anche dal
nuovo ordinamento forense. Patrizia Maciocchi
Il quadro
01| TEMPI PER L'OPZIONE. La disciplina ha concesso ai dipendenti pubblici part-time, iscritti
all'albo degli avvocati un primo periodo di tre anni per scegliere il percorso e poi uno di cinque, per
chi aveva deciso in prima battuta di fare l'avvocato e poi di rientrare in servizio. Tempi di
riflessione che escludono l'irragionevolezza della norma
02| I PRINCIPI UE. Negato il contrasto con i principi comunitari perchè la legge ha inciso sullo
svolgimento del servizio negli enti pubblici e non sull'organizzazione della professione, senza
entrare in conflitto dunque con i temi della concorrenza fra imprese e la libera circolazione degli
avvocati
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ITALIA OGGI
La sentenza della Cassazione
Travet part-time ma mai avvocati
Legittima la cancellazione dall'Albo dell'Ordine forense per il dipendente pubblico che aveva optato
per il part-time in modo da poter fare anche l'avvocato. È escluso, infatti, che la manovra bis (dl
138/11) abbia tacitamente abrogato le disposizioni della legge 339/03. E d'altronde anche la recente
riforma forense conferma l'incompatibilità, benché non risulti ancora applicabile in merito perché
manca ancora il provvedimento ad hoc del ministero della Giustizia.
Lo stabiliscono le Sezioni unite civili della Cassazione con la sentenza 11833/13, pubblicata il 16
maggio.
Exit strategy
Veniamo alla legge «incriminata». La normativa dispone che gli avvocati dipendenti pubblici a
tempo parziale che hanno ottenuto l'iscrizione sulla base della richiamata normativa del 1996
possono optare, nel termine di tre anni, tra il mantenimento del rapporto di pubblico impiego, che in
questo caso ritorna ad essere a tempo pieno, e il mantenimento dell'iscrizione all'albo degli avvocati
con contestuale cessazione dei rapporto di pubblico impiego; in questa seconda ipotesi il dipendente
pubblico part-time conserva per cinque anni il diritto alla riammissione in servizio a tempo pieno;
inoltre in caso di mancato esercizio dell'opzione tra libera professione e pubblico impiego entro il
termine di trentasei mesi dall'entrata in vigore della legge stessa, i consigli degli ordini degli
avvocati provvedono alla cancellazione d'ufficio dell'iscritto dal proprio albo.
Interesse pubblico
Insomma, la legge 339/03 ha posto un aut aut ai travet che avevano scelto l'orario ridotto per
esercitare la contestualmente professione forense. Non ha senso riproporre le argomentazioni
contrarie all'incompatibilità anche dopo il dl 138/11, che pure ha introdotto liberalizzazioni nel
mondo delle professioni oltre che nell'economia. Il punto è che deve escludersi ogni abolizione dei
vincoli per effetto dello ius superveniens perché l'incompatibilità fra pubblico impiego, per quanto
part-time, ed esercizio della professione forense risponde a specifiche esigenze di interesse
pubblico: l'attività privata di avvocato ha natura molto peculiare e può dar vita a intrecci pericolosi
se combinata al lavoro di dipendente dell'amministrazione. Il «no» ai conflitti d'interesse viene
anche dalla giurisprudenza della Consulta. Inutile infine invocare la giurisprudenza Ue, laddove la
stessa Corte di giustizia europea ritiene legittimo per il legislatore nazionale disporre la
cancellazione dell'albo. Non si può dunque invocare il principio comunitario della libera
circolazione contro la legge 339/03: la normativa, in effetti, non regola l'organizzazione della
professione forense ma soltanto le modalità di svolgimento del servizio presso enti pubblici. Dario
Ferrara
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IL SOLE 24 ORE
Accertamento. I controlli sul professionista
Spazio al sequestro «pieno» dell'archivio informatico
È legittimo il sequestro probatorio dell'archivio informatico del professionista, se è propedeutico
allo svolgimento di ulteriori indagini per acquisire prove certe o ulteriori del reato, non esperibili
senza sottrarre l'archivio all'indagato. Così si è espressa la sesta sezione penale della Corte di
cassazione con sentenza n. 21103/13, avallando il comportamento dell'autorità giudiziaria che aveva
sequestrato il computer di un professionista oggetto di indagini tributarie.
La Guardia di finanza, nell'ambito di un'operazione di indagine, fa accesso nello studio di un
odontoiatra. A margine della verifica, le Fiamme Gialle trovano il pc del medico e lo sottopongono
a sequestro probatorio. Dalle indagini eseguite i militari avevano prospettato la concreta possibilità
che, con un'operazione di "ripulitura", il medico avesse modificato nel pc una serie di file,
all'interno dei quali aveva provveduto ad annotare gli importi dei ricavi delle prestazioni eseguite
nei confronti di propri pazienti. Le correzioni avevano lo scopo di occultare il reale volume di affari
prodotto. La presunzione nasceva dal fatto che, dall'esame dei file, la Guardia di finanza notava
come a carico dei pazienti fossero registrate una serie di interventi medici. Tuttavia, a fronte di tali
interventi le schede riportavano solo esigui pagamenti a saldo e mai gli acconti pagati. In più i file
risultavano tutti aperti e modificati in date precise.
Il sequestro probatorio, non solo del pc ma anche della pen drive del medico sono oggetto di
provvedimenti di dissequestro e conferme di sequestro tra di loro contrastanti al fine di accertare
l'ipotesi di dichiarazione fiscale infedele ed evasione di imposte in base all'articolo 4 del decreto
legislativo 74/2000.
Nell'ambito del processo, la difesa del medico contesta i presupposti di validità del sequestro. Al
riguardo, esiste una recente pronuncia con la quale la Cassazione (5930/2012) ha stabilito che il
sequestro dell'intero archivio del professionista indagato per illeciti penali, deve essere sorretto dalla
connessione eziologica dei documenti sequestrati, rispetto alla commissione dei reati attribuiti, e da
una motivazione che contenga almeno l'enunciazione descrittiva dell'inerenza o pertinenzialità di
beni e cose sequestrati all'accertamento delle ipotesi di reato. Sulla scorta dello stesso principio, la
nuova sentenza ha chiarito che la legittimità del sequestro probatorio va valutata non nella
prospettiva di un giudizio di merito sulla fondatezza dell'accusa, quanto in riferimento all'idoneità
degli elementi su cui si fonda la notizia di reato a rendere utile l'espletamento di ulteriori indagini,
per acquisire prove certe o prove ulteriori del fatto, non esperibili senza la sottrazione all'indagato
della disponibilità del bene. Nel caso di specie il provvedimento risultava ben sorretto in termini di
motivazione. Alessandro Sacrestano
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IL SOLE 24 ORE
Lavoro. Va dimostrata l'esistenza di esigenze che rendono necessario il cambiamento
Per il lavoratore reintegrato trasferimento da motivare
Il lavoratore reintegrato dal giudice non può essere trasferito in una sede diversa da quella in cui
lavorava al momento della fine del rapporto, a meno che il datore di lavoro non dimostri l'esistenza
di esigenze di carattere tecnico, produttivo od organizzativo, che rendono necessario il mutamento
del luogo di lavoro. Così si è espressa la Cassazione con la sentenza 11927/13 relativa a un
lavoratore riammesso in servizio per nullità del termine apposto al contratto di lavoro. Per dare
esecuzione alla sentenza di riammissione in servizio, il datore di lavoro aveva invitato il dipendente
a presentarsi in una sede diversa da quella in cui questi aveva svolto la precedente attività
lavorativa.
Il lavoratore non si presentava nella nuova sede e l'azienda lo licenziava per assenza ingiustificata.
La Cassazione ritiene arbitrario il comportamento aziendale, partendo dall'assunto che l'obbligo di
eseguire le sentenze del giudice non può ritenersi rispettato quando il lavoratore viene destinato a
mansioni diverse da quelle svolte in precedenza o presso una sede lavorativa diversa dalla
originaria. Questo perché, a seguito della sentenza che accerta la nullità del termine apposto al
contratto di lavoro, il rapporto deve intendersi come mai cessato e quindi deve esserci continuità
lavorativa piena.
La Corte evidenza che questo principio non ha portata assoluta: se il datore di lavoro dimostra che
sussistono valide e reali esigenze tecniche, organizzative o produttive, il cambio di sede è legittimo,
come lo sarebbe per ogni altro lavoratore. Nel caso giudicato dalla Corte, la società, durante i
precedenti giudizi di merito, non è stata in grado di chiarire le ragioni sottese al cambio di sede di
lavoro, e quindi il provvedimento è stato considerato alla stregua di un trasferimento illegittimo. Per
questo motivo, la Corte ritiene legittimo che sia annullato anche il licenziamento intimato nei
confronti del dipendente per assenza ingiustificata, in quanto il rifiuto di adempiere un ordine
illegittimo deve essere equiparato ad un'eccezione di inadempimento. La Corte, infine, evidenzia
che gli atti illegittimi del datore di lavoro possono essere lecitamente disattesi dal dipendente, senza
valide conseguenze sul piano disciplinare. Giampiero Falasca
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Elementi sufficienti
L'evasione giustifica il blocco del contante
Via libera al sequestro preventivo del contante, se la somma è riconducibile al reato di evasione
fiscale.
La Corte di cassazione, con la sentenza 21156, respinge al mittente le lamentele del ricorrente sulla
possibilità di procedere al sequestro per equivalente di 18mila e 700 euro che costituivano il
"fumus" del reato di evasione in relazione a quattro annualità: dal 2005 al 2008.
Secondo il ricorrente nel mirino delle Fiamme gialle erano finite delle operazioni esenti da Iva e
non c'era alcuna violazione delle norme tributarie.
La Cassazione supera la contestazione ritendo sufficienti gli elementi raccolti grazie alle
intercettazioni telefoniche e agli accertamenti contabili e bancari.
La seconda censura riguardava l'impossibilità di applicare il sequestro per equivalente in relazione a
fatti commessi prima del 1° gennaio 2008. Prima, quindi, che il legislatore estendesse l'applicazione
dell'articolo 322-ter, previsto per i reati contro la pubblica amministrazione, anche ai reati tributari
commessi dal 1° gennaio 2008. Nel caso specifico, però, era stato contestato anche l'anno di
imposta 2008. P.Mac.
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IL MESSAGGERO – Cronaca di Roma
Al Golden in scena giudici e avvocati
Al teatro Golden, il primo Festival del teatro forense, rassegna di lavori che hanno come tema la
giustizia. Dopo La morte e la Fanciulla di Ariel Dorfmam della compagnia Attori e Convenuti,
stasera Il delitto Bebawi di Cinzia Tani con gli attori della compagnia Centrarte Mediterranea.
Domani, infine, Dreyfus di Rosario Tarantola interpretato dalla compagnia Avvocati alla
Ribalta
L`originalità del progetto, ideato e prodotto da Vincenzo Sinopoli e Andrea Maia con il patrocinio
del Consiglio Nazionale Forense presso il Ministero di Grazia e Giustizia, dell`Ordine degli
avvocati e dell`Associazione Nazionale Magistrati, sta nel fatto che gli interpreti sono giudici e
avvocati quotidianamente impegnati nei tribunali. Finzione e realtà si rincorrono continuamente e lo
spettatore si trova catapultato in un`arena dove gesti, parole e dispute sono gli stessi di un vero
processo. Accusa e difesa si scontrano per far prevalere le loro tesi, mentre un giudice terzo vigila
affinchè il contraddittorio si svolga nel pieno rispetto della legge e dei diritti dell`imputato,
emettendo alla fine la sua sentenza.
Dopo ogni processo-spettacolo, il pubblico potrà confrontarsi con i protagonisti in un dibattito
aperto.
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Via G.G.Belli, 27 – 00193 Roma – Tel. 06.32.18.983 – 06.32.21.805 – Fax 06.32.19.431
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