Domenica
La
di
DOMENICA 10 APRILE 2005
Repubblica
l’inchiesta
“Le camerette della nostra vita doppia”
MARIA STELLA CONTE
il viaggio
Alla scoperta del popolo Miao
FEDERICO RAMPINI
Gli ultimi
Re
Il matrimonio di Carlo
e Camilla in Inghilterra
e la morte del principe
Ranieri hanno acceso
i riflettori sulle monarchie.
Siamo andati a vedere come
vivono e quanto contano
oggi i sovrani d’Europa
LEONARDO COEN
«O
MONTECARLO
H, my God! Trovo tutto ciò profondamente
noioso», avrebbe esclamato giorni fa la regina
Elisabetta ad uno dei suoi numerosi collaboratori. Costui cercava vanamente di coinvolgerla
nei preparativi del matrimonio civile di Carlo e Camilla che si è celebrato ieri nella modestissima saletta del municipio di Windsorloue e
che è costato 720.000 euro. La confidenza, secondo una prassi ormai
consolidata, è approdata in tempo quasi reale sulle pagine dei tabloid
londinesi che subito l’hanno sbattuta in prima pagina. La vita da monarca è un sogno per i mercanti di sogni, ma non per chi è re o regina.
La legittimità delle monarchie riposa sul consenso ereditato dalla Storia, ma oggi quel consenso è barattato giorno dopo giorno. Onori e privilegi sono sempre più discussi, gli appannaggi sono contrattati dai
governi. Per non parlare della privacy. Devastata. Gli spessi muri dei
castelli dovrebbero tenere i sovrani ben al riparo dalla plebea curiosità dei sudditi. Macché. Avviene il contrario. Ne sa qualcosa proprio
Elisabetta: maggiordomi, camerieri, autisti, segretari, guardaspalle,
persino gli scudieri fidatissimi fanno a gara per “rivelare” i segreti della sua vasta e avventurosa famiglia. C’è persino chi s’introduce furtivamente a Buckingham Palace, pur di rubare attimi di intimità regali.
D’altra parte, i re oggi diventano popolari se si parla tanto dei loro
affanni, se si condividono con essi problemi, apprensioni, drammi e
tragedie. Transfert collettivi di emozioni. Solo che ispirare simpatia
non basta, devono saper comunicare rispetto. E questo è sempre più
difficile: la vita da re comporta sacrifici, s’intende, sacrifici dorati, doratissimi, ma pur sempre incombenze regali che non possono essere eluse. Di recente, Elisabetta si è recata come ogni anno alla gran festa del Commonwealth di cui lei è istituzionalmente alla testa. Anzi,
di più. Di 15 dei 54 Stati membri di questa alleanza, lei è ancora il capo di Stato: la sua effigie compare sulle monete, sulle banconote, nei
francobolli. Sfoggiando il suo più bel soprabito rosa e un coraggioso
cappello a cloche rosa e viola, abbinato con l’abito, si è recata in Rolls Royce all’abbazia di Westminster per celebrare il Regno Unito e le
sue molteplici culture. L’accenno alla vettura non è casuale.
segue nella pagina successiva
servizi di PAOLO FILO DELLA TORRE e LAURA LAURENZI
cultura
L’eterna guerra per l’Arca perduta
ELENA DUSI e GUIDO RAMPOLDI
spettacoli
Se Hollywood conquista Broadway
ANTONIO MONDA
l’incontro
Paolo Rossi: ricomincio da capo
RODOLFO DI GIAMMARCO
30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 10 APRILE 2005
la copertina
Sono ricchi, in alcuni casi come la regina Elisabetta
d’Inghilterra ricchissimi. Tranne rare eccezioni, come
Juan Carlos di Spagna, contano ormai pochissimo.
Oggi stare sul trono è diventato sempre più
un mestiere normale. Ma è indispensabile
una specializzazione nelle pubbliche relazioni
Corone d’Europa
Quando essere Re è un lavoro
LEONARDO COEN
(segue dalla copertina)
er ragioni di sicurezza, innanzitutto. Incombe, poi, un’altra regola scolpita nel marmo di ogni
statuto monarchico: l’auto del
re deve essere un modello particolare. Limousine corazzate,
alte ed agevoli. Capaci di rendere l’entrata
e l’uscita dall’abitacolo un gesto semplice
e disinvolto. Nel garage della regina Elisabetta sono parcheggiate otto vetture: tre
Rolls Royce, tre Daimler e due Bentley. È la
“flotta” automobilistica ufficiale della corona inglese. Lord Donoughue, simpatizzante del Labour Party di Tony Blair, sostiene che costano troppo all’erario e ogni
volta che può lo denuncia in Parlamento:
1,2 milioni di sterline l’anno, compreso il
salario di tre autisti. Due milioni di euro. La
regina, tuttavia, in privato preferisce guidare una grossa Jaguar Estate (targata Y694
COU), oppure una Vauxhall, mentre Carlo, più spericolato, ama l’Aston Martin.
Eh, sì. I sovrani costano. Auto, yacht, aerei. Residenze. Personale di servizio rigorosamente selezionato. Sorveglianza. Le
monarchie costituzionali sono un lusso.
Persino il lillipuziano Principato di Monaco concede un lauto appannaggio ai
P
Grimaldi, Ranieri (fino alla sua recente
morte), Alberto e Stephanie (non Caroline) ricevono — in quote diverse — alcuni
milioni di euro l’anno.
I soldi sono un capitolo a parte, nella
saga delle dinastie. In tutto il mondo, ne
sono rimaste 29 a regnare: il 15 per cento dei Paesi membri dell’Onu. Nel club
delle trenta economie nazionali più ricche, l’Ocse, le monarchie sono il 40 per
cento. Solo dunque i Paesi con tanto denaro possono mantenere adeguatamente una famiglia reale? Sembra di sì.
In Europa sul trono ci stanno ancora
quattro re, tre regine, due principi e un
granduca. Sette di questi regni fanno
parte dell’Unione Europea. Due dei tre
che ne stanno fuori, sono considerati
paradisi fiscali: Monaco e Liechtenstein.
I re incassano, ma lavorano sodo, almeno a sentir loro: cominciano da piccoli. Spediti nei college più riservati e severi,
se non addirittura nelle accademie militari. Elisabetta II, per esempio, assomma
nella sua persona un cumulo di cariche e
di funzioni impressionanti: capo di stato
del Regno Unito di Gran Bretagna e Nord
Irlanda, capo dell’esecutivo, capo della
magistratura, comandante in capo delle
forze armate e governatore supremo della Chiesa d’Inghilterra, senza dimenticare il Commonwealth. In pratica, il Regno
Ci sono quattro re, tre
regine, due principi
e un granduca. Sette
regni fanno parte
dell’Unione Europea,
due, Monaco
e Liechtenstein,
sono paradisi fiscali.
E fra i paesi più
ricchi del mondo
quattro su dieci
sono tuttora retti
da monarchi
Unito è governato dal governo di Sua
Maestà nel nome della Regina (le maiuscole in questo caso sono un obbligo), la
quale agisce su consiglio del governo. La
Regina partecipa ancora ad alcuni atti importanti del governo. Fra questi, la convocazione e lo scioglimento del Parlamento,
l’assenso reale alle leggi, le nomine del
premier e dei ministri, di giudici, vertici
delle forze armate, governatori, diplomatici, vescovi della Chiesa d’Inghilterra. Per
lo svolgimento di questi impegni ufficiali
riceve un appannaggio dal governo di 7,9
milioni di sterline all’anno. Briciole, rispetto al patrimonio personale.
Le spese milionarie
Tanto per avere un’idea, ogni anno Elisabetta II paga 103 milioni di sterline solo come imposte dirette. È considerata
una delle donne più ricche del mondo,
se non la più ricca: può permettersi di
spendere miliardi (delle vecchie lire) per
acquistare splendidi cavalli o per implementare la sua preziosa raccolta filatelica, la più importante del mondo.
Quand’era più giovane, assieme al consorte principe di Edimburgo, partiva per
lunghe crociere sul suo Britannia, uno
yacht grande come una nave.
Il mare è la passione sfrenata di tanti
monarchi. Più di tutti, del sessantaset-
tenne don Juan Carlos, re di Spagna dal
1975, velista provetto e regatante di vaglia. A differenza della regina Elisabetta,
Juan Carlos ha un modesto patrimonio.
Per mantenere la Casa Real, lo Stato spagnolo gli assegna 6,74 milioni di euro
l’anno, di cui può disporre liberamente.
Non ci sono appannaggi né per la regina
né per i principi ereditari. In compenso,
Juan Carlos ha giocato un ruolo decisivo
nella restaurazione della democrazia,
da lui difesa quando, nel 1981, fu tentato un putsch militare: il suo drammatico
e coraggioso discorso alla nazione, trasmesso in diretta tv, sbarrò la strada ai
nostalgici del regime fascista di Franco.
Gli spagnoli, anche i più irriducibili repubblicani, ebbero per lui il più grande
rispetto: aveva saputo cristallizzare attorno alla sua figura «sopra le parti» l’identità e l’orgoglio del Paese. Le sue non
sono competenze puramente formali,
in quanto capo dello Stato e capo supremo delle forze armate. Ha la facoltà di
promulgare le leggi, convocare o sciogliere il parlamento e convocare elezioni e referendum, proporre e nominare il
capo di governo (anche dimetterlo), i
membri del governo (su proposta del
premier), ha il compito di manifestare il
consenso per i trattati internazionali e
quello di dichiarare la guerra (o la pace).
3
1
Repubblica Nazionale 30 10/04/2005
2
ome e quanto stiano cambiando le monarchie europee lo si deduce soprattutto dai matrimoni. E che matrimoni. Impensabili fino a non molti anni fa, oggi ormai la norma. Incredibile: ci si sposa per amore. E al
diavolo la ragion di Stato, al diavolo i matrimoni di convenienza, gli intrecci
fra casati, le alleanze dinastiche, le nozze inter pares. È un vento liberatorio
che spazza tutte o quasi le corti del continente. I matrimoni programmati a
tavolino appartengono ormai soltanto ai libri di storia, morti e sepolti sotto
pagine incartapecorite. Gli eredi al trono si sono imborghesiti. Anzi: spesso i
borghesi si rivelano più attenti e più calcolatori dei principi del sangue, nell’acquisire e moltiplicare tramite nozze oculate patrimoni considerevoli. I futuri re, onore al merito, si dimostrano per niente arrampicatori, sposando
semplicemente le donne di cui si sono innamorati: amandole — come in un
fotoromanzo o in una soap opera — per quello che sono. Fanciulle senza blasone, dal curriculum non sempre specchiato.
Non si tratta di fisiologici impulsi giovanili. E a dimostrarlo urbi etorbiè l’erede al trono più prestigioso (o per lo meno così era) del pianeta, cioè Carlo
d’Inghilterra. Ormai prossimo alla sessantina, è riuscito ieri a coronare il suo
sogno d’amore che dura da oltre tre decadi con una coetanea di scarsissima
avvenenza. Ha impalmato la sua amante storica contro tutto e contro tutti
persino a rischio abdicazione. Per un semplice motivo: la ama. Certo: agli sposi manca le phisique du rõle, ma si tratta di una storia estremamente romantica. Lui le ha offerto un dono di gran classe e di principesca eleganza, rifiutando di farle firmare un contratto pre-matrimoniale e disobbedendo così ad
avvocati e consiglieri. Il nostro è un matrimonio basato sulla fiducia, ha fatto
sapere l’erede alla corte di San Giacomo, e dunque honi soit qui mal y pense,
come si legge nello stemma dell’Ordine della Giarrettiera. E al diavolo ogni
patto pre-nuziale, meschineria da piccolo-borghesi attenti al soldo.
Guardando al passato, non fu invece un matrimonio d’amore, per lo me-
Nozze d’amore C
le monarchie
cambiano così
LAURA LAURENZI
no all’inizio, quanto una strategica operazione promozionale, quello fra Ranieri e Grace Kelly, che i sudditi monegaschi nei primi tempi ribattezzarono
«Glace» per la sua non calorosità. Fu il socio-amico poi nemico Onassis a suggerire al sovrano Grimaldi di portare all’altare un’attrice, meglio, una diva, che
avrebbe calamitato doviziosa pubblicità internazionale e selezionati flussi
turistici. Resasi innocua — vuole la leggenda — Marilyn Monroe — la seconda scelta cadde su Grace Kelly, assai racée per essere un’attrice, la quale accettò di buon grado quel matrimonio combinato, interpretando così bene la
parte di principessa da finire per crederci.
Tornando alla generazione dei principi sposo-chi-mi-pare, quello che ha
compiuto il gesto più clamoroso è stato senz’altro Haakon Magnus di Norvegia. Nell’agosto del 2001 è riuscito a portare all’altare la ragazza che aveva forse meno requisiti nell’intero regno per diventare un giorno regina. Mette-Marit Tjessem Hoiby non soltanto non è aristocratica, non soltanto è un’ex frequentatrice di droga party per i quali fece pubblica ammenda in tv alla vigilia
delle nozze, non soltanto ha un padre semi-alcolizzato e uno zio condannato per spaccio di cocaina, ma è anche una ragazza madre. Ha portato in dote
un figlio, Marius, di quattro anni, avuto da un pregiudicato, anche lui con precedenti penali nel ramo stupefacenti.
Il re Harald e la regina Sonja (anche lei una borghese, detta «la camiciaia»)
hanno fatto l’impossibile perché il loro figlio maschio abbandonasse una ragazza così imbarazzante, ma hanno dovuto capitolare. Haakon era disposto
anche a rinunciare al trono pur di sposare la donna che ama. Tanto impeto
merita il lieto fine: a fare compagnia a Marius è nata una bambina, Ingrid
Alexandra, che un giorno cingerà la corona di Norvegia.
È stato certamente un matrimonio d’amore anche quello, celebrato nel
maggio dell’anno scorso, fra Felipe di Spagna e la rampantissima Letizia Ortiz, la plebeya col nonno tassista e la mamma infermiera-sindacalista che il
DOMENICA 10 APRILE 2005
Pacifista convinta è la sessantacinquenne Margrethe II regina di Danimarca dal 1972. Divenne erede al trono
ufficialmente nel 1953, grazie ad un
emendamento costituzionale che permetteva anche alle donne l’accesso alla
corona. È quindi la prima regina di Danimarca, regno le cui radici affondano
nel X secolo. La responsabilità regale
non la distrae dalla sua attività preferita:
quella di dipingere. È infatti una pittrice
di talento, conosciuta sotto lo pseudonimo di Ingahild Grathmer: ha illustrato un’edizione danese del Signore degli
Anelli. Laureata a Copenaghen in Scienze politiche, ha seguito dei corsi di archeologia a Cambridge, ha frequentato
la Sorbona e la London School of Economics. Forse sognava una cattedra all’università. Sopporta il (fortunato?) destino di sovrana intellettuale, col portafoglio gonfio. Ha infatti due castelli, uno
chalet in Norvegia e un discreto patrimonio, che amministra oculatamente.
È ricca, ma non tanto quanto Elisabetta
o la regina Beatrice d’Olanda, figlia di
Giuliana. Nonostante il ruolo assolutamente simbolico, le passano un sostanzioso appannaggio, 5 milioni di euro.
Anche Carlo d’Inghilterra dipinge:
languidi paesaggi, in stile neoromantico. In genere, però, i sovrani amano
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31
comprarli i quadri, commissionarli,
possederli. Ranieri di Monaco l’ha fatto:
l’arte vista come collezione (e magari
fruttuoso investimento). Nessuno,
però, può vantare la competenza di
Hans-Adam II, principe del Liechtenstein, unica monarchia a non erogare alcun appannaggio. Grandissimo esperto
del Rinascimento, Hans-Adam possiede una favolosa raccolta di dipinti del
valore di 500 milioni di euro (Raffaello,
Mantegna, Cranach, Van Dyck), la LGT
Bank, terreni in Austria per 20mila ettari, palazzi a Vienna.
L’impegno ecologico
Hans-Adam è il Paperone dei re d’Europa. Lo scorso agosto ha abdicato a favore del figlio Alois che ha frequentato
l’accademia militare di Sandhurst
(Gran Bretagna), ed ha in seguito servito nella guardia britannica a Hong
Kong e a Londra, per concludere a
Vienna gli studi di diritto. Anche il granduca Henri di Lussemburgo è passato
per l’accademia di Sandhurst. Come
Alberto di Monaco, è un ardente difensore della natura. Con un pallino fisso:
salvaguardare l’ecosistema delle Galapagos. Per contribuire a questo scopo,
attinge alle sue cospicue proprietà.
C’è modo e modo di rendere immor-
tale e rispettato il proprio nome. Carlo
XVI Gustavo, re di Svezia dal 1973, ha
operato per l’Agenzia internazionale
svedese di sviluppo e di cooperazione
con l’Africa. E in seguito, durante i Giochi
di Monaco del ’72, conobbe un’interprete della delegazione tedesca e la sposò
quattro anni dopo. Coronò, nel vero senso della parola, una storia d’amore. Alla
gente piacciono i principi e i re romantici che sfidano le convenzioni dinastiche
e si comportano secondo i canoni hollywoodiani, compiendo gesti che gli permettono di superare qualunque ostacolo. Piace chi, come Alberto del Belgio un
mese fa, fa quello che non hanno avuto
il coraggio di fare i suoi ministri, va cioè
a bussare per la seconda volta alla porta
di Rik Van Nieuwenhuysen, direttore
dell’impresa di cibi precotti Remmery, a
Ledegem. Il signor Rik, ex poliziotto, ha
dato lavoro a un’operaia musulmana.
Un gruppo xenofobo estremista lo ha
minacciato più volte di morte. Alberto
gli ha detto che il Belgio civile, antirazzista e democratico sta dalla parte sua e
dell’operaia musulmana. Come sono
remoti i tempi di re Leopoldo I che conquistava il Congo e lo considerava impero privato, o dell’altro re Leopoldo III,
arresosi senza condizioni alle truppe
naziste che invadevano il Belgio.
NOZZE DI FELIPE
* LE
Foto di gruppo delle teste
coronate d’Europa
Parla lo storico Peter Furtado
invitate al matrimonio del
principe Felipe di Borbone
“Ma un sovrano
deve avere stile”
1 Il re e la regina Alberto
e Paola del Belgio
2 Il re Carlo Gustavo
e la regina Silvia di Svezia
principe Felipe delle
3 IlAsturie
e la moglie Letizia
PAOLO FILO DELLA TORRE
Ortiz. A sinistra della
sposa re Juan Carlos
di Borbone di Spagna e,
a destra del principe,
la regina Sofia
«S
principe d’Olanda
4 IlGuglielmo
d’Orange
Nassau
regina Margrethe II
5 La
di Danimarca con il
principe consorte Henrik
re Harald e la regina
6 IlSonja
di Norvegia
7 Il principe Carlo d’Inghilterra
8 La principessa Caroline
di Monaco e, a sinistra,
Ernst di Hannover
*
8
4
7
5
FOTO OLYCOM
Repubblica Nazionale 31 10/04/2005
6
principe delle Asturie ha imposto a re Juan Carlos, formidabile incassatore, e
alla sconfortata regina Sofia. I cattolicissimi re di Spagna hanno dovuto accettare, facendo buon viso a cattivo gioco, una nuora divorziata. E pensare
che Sofia la pretendeva addirittura di sangue reale: non si sarebbe accontentata di un’aristocratica qualunque. Figurarsi una giornalista televisiva, per di
più già sposata. E munita di vari scheletri nell’armadio, giudicati più o meno
disdicevoli. Per esempio la copertina di un Cd messicano in cui la bella Letizia appare a seno nudo. Per esempio certe foto che la ritraggono nelle vesti di
distributrice ambulante di sigarette a un congresso a Guadalajara.
Anni spensierati in cui nulla lasciava presagire un destino dinastico tanto
impegnativo. Che sembra generarle stress e angoscia, per lo meno secondo i
royal watchers, i quali non mancano di sottolineare la sua magrezza crescente (è ormai una taglia 36), le rughe premature, l’espressione tirata dietro il volto dell’ufficialità. Che soffra di anoressia? Dalla Zarzuela, circostanza senza
precedenti, si sono affrettati — e abbassati — a smentire. Fin troppo facile liquidare la sua apparente infelicità non tanto con l’insofferenza al cerimoniale di corte, quanto con la disperazione per la mancata gravidanza. Letizia come Soraya, si sono precipitati a scrivere i rotocalchi. Un po’ presto: Felipe &
Sofia sono sposati da nemmeno undici mesi.
Chi dal sangue borghese sembra avere attinto nuova linfa, entusiasmo,
energia, oltre a una doppia discendenza (aspettano il secondo bambino) è
Guglielmo d’Orange Nassau, il futuro re d’Olanda. Anche lui ha dovuto sudare sette camicie per imporre la donna prescelta: una che sulla carta sembrava una vera catastrofe. Maxima Zorreguita, di Buenos Aires, era la fidanzata venuta dal golpe. Non soltanto straniera, non soltanto drasticamente priva di sangue blu, non soltanto cattolica, ma anche figlia di un ministro della
giunta golpista di Videla. Gli scontri politici furono accesissimi, ad Amsterdam si arrivò persino a sfiorare la crisi di governo. Il parlamento alla fine po-
se come condizione che il padre della sposa si tenesse alla larga dalle nozze e
dal Paese. Lanci di vernice bianca, il colore delle madri della Plaza de Mayo,
bersagliarono il corteo nuziale il 2 febbraio del 2002. A tre anni di distanza
Maxima si è rivelata un’ottima scelta, è amatissima dai sudditi per la sua personalità, la sua comunicativa e il suo temperamento latino.
È osannata dalle folle anche Mary Donaldson, la bruna «Venere della Tasmania» che il principe Frederick di Danimarca, lineamenti infantili ma una
robusta fama da playboy, ha sposato lo scorso maggio, commuovendosi fino
alle lacrime in mondovisione. Una commoner anche lei, naturalmente, agente immobiliare e consulente finanziaria in carriera conosciuta alle Olimpiadi
di Sidney nel 2000.
Sposerà probabilmente il suo personal trainer Vittoria di Svezia, che un
giorno sarà regina, «figlia d’arte» in quanto il padre convolò a nozze con una
hostess congressuale. «La sola cosa che conti è che io sia innamorata e felice»,
ha dichiarato la principessa, non più sofferente di anoressia, al fianco dell’intraprendente Daniel Westling, proprietario di una palestra a Stoccolma. È
corredato di fidanzata platealmente borghese anche William d’Inghilterra,
primogenito di Carlo e Diana, che ormai da due anni fa coppia fissa con una
compagna di facoltà della St Andrew’s University, in Scozia. Lei si chiama Kate Middleton, e non appare poi così marginale se la regina Elisabetta ha richiesto il piacere della sua compagnia al ricevimento di nozze tra Carlo e Camilla. Un bel segnale. In fin dei conti a fare eccezione è Filippo del Belgio, l’unico o quasi fra gli eredi al trono che abbia sposato un’aristocratica. Mathilde
d’Udekem d’Acoz, definita dal ministro degli esteri belga «un dono del cielo»,
è impeccabile: bella, bionda, di rango, dal passato integerrimo, con indefesse doti di generosità nel volontariato, ha già dato alla corona due figli. Forse
troppo perfetta per essere vera: difatti appare paradossalmente come un personaggio scialbo. Di scarsissimo interesse.
embra un paradosso ma proprio
per il suo declino come centro di
potere, la monarchia britannica
può cavarsela persino dinanzi alla prospettiva di Camilla regina».
Peter Furtado, direttore di History Today è un accademico di origine portoghese esperto di questioni costituzionali britanniche. Dice: «Io sarei per un cambiamento delle istituzioni. Servirebbe a modernizzare il paese. A renderlo meno
schiavo delle tradizioni. Tuttavia mi rendo conto che è impossibile intravedere
una Repubblica britannica. Le dinastie
sono cambiate ma le radici istituzionali
sono profonde. Se ne rendono conto i laburisti. Anche Tony Blair che non perde
occasione per mostrare in pubblico la sua
devozione alla regina Elisabetta».
Eppure negli anni Cinquanta Re Faruk
d’Egitto, dopo aver perso la corona disse
che nel 2000 di re sarebbero rimasti solo
quelli di cuori, di quadri, di picche, di fiori e quello di Inghilterra.
«Aveva torto perché a quell’epoca non
si poteva prevedere che a Madrid sarebbe
stata restaurata una monarchia molto più
solida di quella precedente al regime franchista, spodestata dai repubblicani».
Se i tedeschi avessero vinto la guerra ci
sarebbe oggi una Repubblica britannica?
«Penso che Hitler avrebbe invece imposto il ritorno sul trono di Edoardo VIII,
l’uomo che aveva abdicato per sposare
Wally Simpson. Lo avevano sacrificato
perché a quell’epoca sposare una divorziata significava non essere in sintonia
con la classe dominante, cioè con il Parlamento, il governo e la Chiesa d’Inghilterra. Io penso che in ogni caso un uomo
imposto dai nazisti come capo di Stato
inglese non sarebbe durato molto tempo.
Alla prima opportunità sarebbe stato sostituito magari appunto con un presidente della Repubblica».
Lei crede che i re debbano mantenere un loro stile? Per esempio voi definite con disprezzo “monarchie in bicicletta” quelle di Olanda, Belgio e dei
paesi scandinavi.
«Personalmente adoro la mia bicicletta
quindi non ho niente contro chi adopera
la sua. Tuttavia se un paese deve avere come capo di Stato un monarca, questo deve apparire almeno nei suoi costumi diverso dagli altri suoi sudditi. Non vedrei
favorevolmente una monarchia in bicicletta in Gran Bretagna».
Crede che nel prossimo futuro altri paesi cambieranno la loro forma istituzionale?
«Credo proprio di no perché non prevedo nuove guerre in Europa né terribili tensioni sociali o crisi economiche disastrose. Certamente ci saranno alti e bassi e
persino tensioni sociali. Ma per le nostre
generazioni non si intravede la possibilità
di eventi tali da portare ad una rivoluzione. E poi c’è un grande paradosso».
Quale?
«Sono le grandi potenze repubblicane,
a cominciare dagli Stati Uniti fino a Germania e Francia, a garantire il mantenimento delle corone che non sono cadute
né durante le guerre del secolo scorso né
nei dopoguerra».
Lei crede che dopo Elisabetta l’Inghilterra dovrà affrontare forti tensioni se
sul trono andrà Carlo con la sua regina
Camilla?
«Non c’è dubbio che è molto difficile
per qualsiasi regnante trovarsi in contrasto con l’opinione pubblica del suo paese, specialmente quella che conta. Tutto
dipenderà dai tempi della successione a
Elisabetta che per fortuna della monarchia sembra poter ereditare la longevità
della madre. Elisabetta è salita al trono a
25 anni ed è il capo di Stato che vi è rimasto più a lungo».
Qual è la sua forza?
«Ha sempre avuto l’abilità di mantenere una eccezionale prudenza mettendosi
al di sopra delle parti, di mostrare di non
voler interferire. In Spagna il re si è invece
rafforzato quando è intervenuto per contrastare un push militare. Sono certo due
stili che appaiono diversi. Ma probabilmente perché in Inghilterra un colpo di
Stato è del tutto impensabile».
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 10 APRILE 2005
l’inchiesta
Si chiamano Vittoria, Marco e Davide: sono figli
di genitori separati che si specchiano nelle loro stanze,
quella nella casa della mamma e quella nella casa del papà,
per raccontare la loro esperienza. Con un gioco di prestigio:
trasformare uno svantaggio in un vantaggio apparente
Dopo il divorzio
“Le due camerette
della nostra vita doppia”
MARIA STELLA CONTE
uella certa ombra sul muro.
I muri della propria infanzia.
Eserciti di soldatini in marcia. Orchi. Draghi. Onde.
Mongolfiere che diventavano lupi e... E il sonno giù, come una saracinesca. Da bambini, la vostra stanza com’era?
Io di stanze ne ho due...
Cosa vi era proibito e cos’altro permesso?
Ennò... qui no, mamma non vuole
che porti sul letto né Gildailconiglio, né
Alfioilgatto, né Tiukeilcane; da papà invece, posso dormire con Luky il mio cocher e lasciare tutto in disordine.
Cos’era per voi quella cameretta?
Quanto ne eravate gelosi? Quanto vi
mancava se dormivate altrove?
Q
Vittoria
Mio papà vive a La Spezia, io a Firenze
con la mamma. A La Spezia ci stanno
anche i nonni, la moglie di papà e una
sorellina appena nata. Mi viene a prendere lui i fine settimana, con la macchina. La stanza che ho lì, beh sì è piccina,
ma quando sono qui, un po’ mi manca
l’odore del mare... Vittoria gioca le sue
carte di figlia di separati come una che
a dieci anni ha già capito il trucco della
doppia opzione: data una certa situazione, è possibile trasformare lo svantaggio evidente, in vantaggio apparente. A volte riesce.
Capita magari che per difendermi mi
vanti con le mie compagne: mi vanto di
avere due stanze e di essere più viziata e
coccolata, di avere più regali, più vacanze, il doppio di tutto. Diciamo che è
un argomento che uso se mi prendono in
giro, però dentro di me no, non mi sento
più fortunata degli altri.
Due case. Due famiglie. Due stanze.
Quella del lunedì e quella della domenica. Quella di tutti i giorni e quella
del sabato sera. Mondi paralleli, ma
non lo stesso mondo anche se ad abitarvi è lo stesso bambino. Perché Vittoria è Vittoria. Ma mamma non è papà. E
a Firenze la stanza è grande, con le pareti incollate di ricordi: è come entrare
in un caleidoscopio. Ovunque disegni,
da quelli di quando aveva tre anni in
poi; foto a non finire dell’intera famiglia: genitori, nonni, zii, cugini; cinque
quadretti acquerello che sembrano fogli strappati dai libri delle fiabe; il pc
con il quale si collega per parlare con il
papà; videocassette di cartoni animati;
pupazzi di pezza, di pannolenci, plastica, peluche sparsi dappertutto, persino attaccati alle ante dell’armadio; il
letto sopraelevato con la scaletta e sotto la scrivania; il mappamondo che si illumina; i libri di scuola; i quaderni. Anche se non l’avessero descritta loro, si
immagina perfettamente la scenetta
della madre che tenta l’estenuante impresa di insegnare alla figlia come dare
un ordine al caos della vita quotidiana.
Non come a La Spezia. Dove la stanza è
talmente piccola: casa di bambola. Il
letto. L’armadio. I muri che sfumano su
miti alberelli ocra e verdi, dipinti a mano tempo fa, con la zia. Il canguro di
pezza come bagaglio a mano. Quanto
basta. Visto che avere una stanza qui e
una là, non è solo questione di duplicazione dello spazio, ma la possibilità di
esprimere comunque il proprio doppio, l’altra parte di sé: ordine e disordine; la regola e l’eccezione; i sì e i no; noi,
per come gli altri — i genitori — ci consentono di essere.
Figli di coppie separate. Le loro camerette, in fondo, sono il racconto di
un privilegio. Perché sono in pochi a
potersi permettere, una volta usciti di
casa, una sistemazione con la stanza
del figlio. Padri, nell’85 per cento dei casi. Pionieri di un’era prossima ventura
se passerà la legge sull’affidamento
condiviso dei figli; se passerà il principio che si può essere una ex coppia, ma
non più, mai più ex genitori. E allora: se
hai un figlio, devi fargli posto non solo
nel tuo cuore, ma anche nella tua casa.
Parole. Ma poi nei fatti — legge o non
legge, soldi o non soldi — la vita scivola
via tra le ortiche.
Angelica Somigli, madre di Vittoria,
anni 35: «La verità è che devo fare grossi sforzi per mantenere buoni rapporti
con Dario, la sua compagna, la loro figlioletta; non è facile ma bisogna farlo.
Così, per farle un esempio, dopo la na-
Parla la psicologa Tilde Giani Gallino: “Fondamentale un progetto educativo comune dei genitori”
“Se c’è armonia è una risorsa preziosa”
T
ilde Giani Gallino, parliamo di figli di coppie separate e della possibilità per alcuni di loro di avere due stanze: una nella casa materna, l’altra in quella paterna. Cosa può significare questo per il loro sviluppo?
Un arricchimento o una frantumazione del proprio mondo?
«Poiché la cosa migliore sarebbe che i figli di coppie separate passassero
metà tempo con la madre e metà con il padre, ritengo che — in questo caso
— sarebbe importante per i bambini avere due camerette. Se i genitori se lo
possono permettere, naturalmente. Cosa possono diventare questi spazi,
dipende da come i genitori faranno vivere la separazione al figlio: la doppia
stanza può tradursi in una opportunità per l’espansione di sé; o rappresentare il luogo della mancanza dell’altro genitore. È fondamentale quindi che
madre e padre continuino a vedersi per fissare criteri che consentano alle
due stanze di non differenziarsi troppo l’una dall’altra».
Dovrebbero essere camere gemelle?
«Assolutamente no. Però bisogna fare molta attenzione: avere un doppio
spazio è un arricchimento nel senso che ho tanto più posto — e non solo fisico — per me stesso. Ma se non c’è accordo tra i genitori la stanza può diventare uno strumento di ricatto. Se quando sono da papà posso rientrare a
qualsiasi ora mentre da mamma no; se lì posso tenere la musica a tutto volume, saltare con le scarpe sul letto, o mangiare davanti alla tv e nell’altra casa no, il rischio non è solo di creare uno stato confusionale, ma di innescare
un meccanismo di rivalsa: da papà posso fare questo e quello, da te no... In
questo senso, avere una strategia educativa comune aiuterebbe genitori e figli a non fare dello spazio un terreno di scontro».
Quando, invece, l’altra stanza può diventare il luogo dell’assenza?
«Quando i conflitti dei genitori si riverberano sui figli: allora quel bambino, anche nella stanza più bella del mondo, sarà un bambino molto triste.
scita della bambina li ho invitati tutti
qui a Firenze: ci sono equilibri indispensabili per la serenità dei figli e costano un’immensa fatica».
Dario Hayun, padre di Vittoria, anni
39: «Soprattutto importa che il genitore
meno presente abbia l’umiltà di ascoltare l’altro e mettersi eventualmente di
fianco accogliendo il suo punto di vista
per il bene del bambino. Come dire: ecco vedi? Ti do retta perché lo so, a parità
di voti, il tuo vale un po’ più del mio».
Marco
Si riparte. Trecentottanta chilometri a
nord di Firenze. Questa è Colico, sul lago di Como, che fuori stagione stringe
un po’ il cuore. Questa è la casa del papà
di Marco che si chiama Enzo Maffioli e
ha un’agenzia immobiliare, 44 anni e
una nuova compagna. Quella dalla
quale siamo appena usciti, invece, è la
casa della mamma di Marco, Laura Sivilotti, che ha un’agenzia di viaggi, 40
anni e un nuovo compagno. Si sono separati che il figlio era piccino. Ora è un
adolescente con i capelli al gel e una sana voglia di non lasciarsi frugare dentro. Lui è il centro dell’universo per loro. Ma l’universo di Marco a un certo
punto si è frammentato quando ha cominciato ad avere due letti diversi in
due stanze diverse in due case diverse
con due famiglie diverse. Due. Di tutto.
Anche di se stesso. C’è Marco nella solare camera della villetta materna, tra
pile di libri di scuola, cd, la bandiera
dell’Inter, un disegno sul muro, i trofei
dei tornei di calcetto, la tv, una maglia
sul letto, la bottiglia di coca cola sulla
scrivania. C’è Marco anche qui. Nella
camera della villa paterna, tutta così ordinata, così tranquillizzante, con ogni
cosa così razionalmente allineata al
Separandosi, è normale che una coppia possa tornare a due progetti di vita
diversi, ma dovrebbe continuare ad avere un solo progetto educativo per i figli».
E chi non è in grado di offrire ai figli questa doppia stanza?
«Se non si può, non si può. E del resto sono ancora una minoranza quelli
che se la possono permettere. Se lo spazio è poco, basteranno alcuni semplici accorgimenti: in particolare il genitore con il quale il figlio trascorre meno tempo, dovrebbe creare un angolino che il bambino riconosca come suo
e che non gli dia la sensazione di essere di passaggio. Anche intorno ad un divano letto si può: basta un armadietto con la chiave; un cesto con i suoi giochi; un cassetto con il nome; un ripiano di libreria tutto per lui. Ma soprattutto, attenzione: qualora ci fosse un nuovo compagno o compagna, sarebbe giusto di notte garantire al figlio un luogo separato da quello della coppia
per non essere costretto ad assistere anche alle più semplici affettuosità. Ovviamente, ci sarebbero molte variabili da considerare: età e sesso, la presenza di fratelli e sorelle...».
Situazioni comunque difficili e fuori dell’ordinario
«Sono situazioni anomale sì, ma rispetto ai nostri stereotipi. In realtà non
esiste la famiglia normale. Esiste una condizione ottimale, che è quella di
crescere con due genitori che si amano e ci amano. Per il resto, la famiglia
normale dell’Ottocento era diversa da quella normale del Novecento che è
diversa da quella normale del Duemila. Ad ogni mutamento, ci si stracciavano le vesti dicendo: sarà una catastrofe! Ma catastrofe non è stata. L’unica
cosa che può fare una coppia, dunque, è di far vivere al figlio la separazione
nel miglior modo possibile, facendogli sentire che ha non solo due stanze,
ma due genitori: due sponsor che tiferanno per lui tutta la vita. Insieme».
(m. s. c.)
posto giusto. Qui dove sua madre mette piede dopo anni per la prima volta
«perché ho sempre avuto la sensazione
che a Marco non avrebbe fatto piacere;
e infatti, quando lui sta col padre sta col
padre: io non faccio domande né lui mi
parla mai di quel che fa o avviene di là;
poi, quando è qui è qui: sono due vite
completamente diverse e credo che il
suo tenerle separate sia un modo per
non soffrire, una strategia di difesa».
È come vedere materializzarsi le parole del neuropsichiatra infantile Francesco Montecchi, una vita da primario
al Bambino Gesù di Roma: «La stanza,
anzi in questi casi le doppia stanza, rappresenta la dimensione creativa di un
sano sviluppo che non può avvenire al
di fuori dello spazio: esse sono o dovrebbero essere il luogo rassicurante
nel quale il bambino definisce via via la
propria identità. Ciò è possibile, tutta-
via, solo se il figlio ha la garanzia di avere un buon rapporto con entrambi i genitori. Viceversa, se non esistono garanzie affettive, le due stanze diventano lo spazio dell’angoscia e della scissione. Attenzione però: scissione non
significa tenere separate le due realtà
attraverso il silenzio, che è invece una
importante modalità protettiva dei
propri spazi interiori e di quelli dei genitori; provi solo a immaginare l’emotività che si scatenerebbe nel bambino
nel raccontare, o peggio ancora nel
sentirsi internamente obbligato a raccontare quel che avviene nell’altra casa. Scissione è il non riuscire a integrare le parti diverse e in opposizione che
ciascuno ha dentro di sé, parti che rischiano di rimanere scisse per sempre, cosa piuttosto frequente proprio
nei figli di separati».
Una cosa in comune le due stanze di
DOMENICA 10 APRILE 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
FOTO LORENZO PESCE/CONTRASTO
MARCO. Qui sopra Marco Maffioli, 16 anni, nella cameretta a casa della madre. A destra, il ragazzo nell’appartamento del padre
Repubblica Nazionale 33 10/04/2005
VITTORIA. Sopra, Vittoria Hayun, 10 anni, nella cameretta a casa del padre. A destra, la bambina nell’appartamento della madre
Marco ce l’hanno, e non sono solo le
coppe vinte nei tornei di calcio. Hanno
in comune un’aria che è la sua: a tratti a
colori, a tratti in bianco e nero. Come
adesso che non sembra più quello di
prima e dice: «A volte tra amici, soprattutto con quelli che hanno i genitori che
stanno in crisi, se ne parla. Mi chiedono. Com’è dopo? Come si sta? Che accade? Ed io che devo dire: certo sarebbe meglio che non accadesse, anche se
poi penso che essere figli di separati ti
da una marcia in più, ti fa capire prima
come gira la vita. E un po’ è vero, ha ragione papà, ti adagi, perché ti senti più
protetto, più sostenuto da entrambi.
Comunque il momento difficile arriva
dopo, quando loro incontrano un
nuovo amore. Allora bisogna fare uno
sforzo per accettare la situazione, perché è difficile avere una famiglia tanto
grande». Con il suo scooter, Marco va
LA NUOVA LEGGE
Sta per riprendere
alla Camera la discussione
del progetto di legge
sull’affidamento condiviso
dei figli in caso
di separazione e divorzio.
Il principio della nuova
legge è che i figli — salvo
eccezioni — saranno
affidati dopo la separazione
ad entrambi i genitori.
Madre e padre
stileranno un progetto
educativo da sottoporre
al giudice per poi
condividerlo. Entrambi
provvederanno
al mantenimento
del figlio
DAVIDE
Nella foto qui a sinistra, Davide
Ferrucci, 7 anni, a casa della madre.
A fianco, il bimbo nella sua
cameretta nell’appartamento
del padre
e viene dalle case dei suoi in cinque
minuti. Entra ed esce. Si ferma o se ne
va. Fa come vuole.
Come dovrebbe essere a 17 anni per
qualsiasi figlio «senza barriere, senza
ritmi scanditi da un calendario dettato
dalla mano di ferro di un giudice secondo una partitura che fa del continuo salutarsi un eterno addio», riassume il professor Marino Maglietta, presidente di Crescere insieme: per quel
che lo riguarda la doppia stanza a nulla
serve se poi quella cameretta resta quasi sempre vuota «a testimoniare più
un’assenza che una presenza». Ma qui
non è così, qui Marco c’è. Ciao Marco.
Davide
Si va in macchina, da Pontedera a Montecastello. Spicchio di Toscana atipico,
eventualmente inadeguato per uno
spot sulle bellezze regionali. Si va a ca-
sa di Davide, 7 anni, che vive con la
mamma, Danielle Miliano, 38 anni, ragioniera, e il nuovo marito di lei. Venti
minuti più giù, a Fornacette, c’è la casa
del padre, Antonio Ferrucci, 41 anni,
socio in un’azienda per macchine da
ufficio, attualmente senza fidanzata.
Fra loro deve essere stata dura subito
prima e subito dopo la separazione, tre
anni fa; ce ne è voluto per arrivare ad oggi. A parlarsi sorridendo.
Lei: «Bisogna fare attenzione a non
usare i figli per i propri rancori: quando
ci si lascia di rabbia dentro ce n’è sempre tanta e non sono gli avvocati, non
è una legge che te la fa passare»; lui:
«Eppure una buona legge sarebbe
d’aiuto a non far sentire un genitore
proprietario dei figli, e l’altro completamente escluso»; lei: «Noi all’affidamento congiunto ci siamo arrivati alla
fine. Davide di solito dorme qui, ma la
sua vita si svolge ogni giorno con tutti
e due nel senso che io conto su suo padre e suo padre conta su di me. È più
complicato a dirsi che a farsi»; lui: «Sì,
si deve avere la forza di mettere i figli al
primo posto cercando a tutti i costi un
accordo e una nuova normalità».
Davide intanto corre a destra e a sinistra. Apre armadi, cassettiere, cesti
di vimini, tutti stracolmi di giocattoli; ti trascina felice per la manica spalancando le porte dei suoi tesori,
esclamando continuamente... e non
è finita!... E non smette fin quando
non coglie la giusta dose di stupore
nel tuo sguardo.
Da grande voleva fare il pagliaccio.
Ora gioca a fare Pollicino.
«Solo io so dove si nasconde Pollicino
e se tu ci vuoi parlare devi chiedere a
me...». Le sue due camere sono molto simili tra loro. Piene di qualsiasi cosa un
bambino possa desiderare. Di musica in
cassette. Di album da disegno. Di gru
basse alte medie. Di allegria da paese dei
balocchi. E lui ci si muove dentro come
se l’una e l’altra fossero una stanza sola.
«Ora Pollicino sta dormendo, non
so se lo posso svegliare... cosa vuoi
chiedergli?».
Davide sveglia Pollicino. E non ride
più. Chiude la porta della stanza perché
nessun altro entri, e resta così, con le
manine attaccate alla maniglia, di spalle, mentre ricorda, mentre racconta. La
sua voce è un sussurro che per ascoltarla devi smettere di respirare. È così
serio adesso: il bambino più serio del
mondo, il più bello, il più solo. Bussa il
papà. Davide torna a far volare bianchi
aeroplanini di carta a quadretti, ridendo. Chissà dove è adesso Pollicino. E in
quale stanza dormirà stanotte. E se
davvero Davide lo sa.
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
il racconto
Oltre la guerra
DOMENICA 10 APRILE 2005
Il primo presidente del dopo-Saddam è il curdo
Talabani. Nella terra da cui viene, nell’ultimo
anno gli stipendi si sono triplicati e il denaro
ha cominciato a girare. Così un popolo fino a ieri
perseguitato ha capito di poter vivere nel benessere.
E ora la parola indipendenza non è più tabù
Repubblica Nazionale 34 10/04/2005
S
ERBIL (Iraq del Nord)
herwan indossa un abito di
perfetto taglio italiano, sopra
la camicia rosa e una cravatta
in tinta. Con un gesto elegante
alza la mano e la protende a magnificare
la spaziosa e illuminata hall del nuovo
Sheraton che da pochi mesi ha sostituito
il vecchio, glorioso ma buio hotel Chwar
Chra (Quattro fuochi), come punto di incontro nella capitale del Kurdistan iracheno, Erbil. «Gli affari vanno non solo
bene, ma benissimo — ammette con
franchezza il businessman curdo, 35enne aitante non ancora accasato, mentre
mastica con gusto il filetto di pesce proveniente ogni mattina dal Golfo persico —
nel giro di poco tempo il traffico dei miei
camion è decuplicato, trasportiamo di
tutto. Questa è la parte tranquilla dell’Iraq, e non ci vorrà molto tempo prima che
la regione diventi indipendente».
Bauer ha invece la solita aria sorniona e
leggermente trasandata. Pochi mesi fa ha
venduto la jeep Chevrolet con cui scorrazzava da Tikrit a Suleymania e comprato terreni attorno alla zona dell’aeroporto. «Sai — dice — tra un paio di settimane
sarà finalmente pronto. È il primo scalo
internazionale curdo, e tutta l’area è destinata a rivalutarsi. Con i soldi realizzati
dopo l’acquisto costruirò delle abitazioni». Figlio di un maggiorente del partito di
Massud Barzani, il leader locale, ha lasciato il lavoro di traduttore e si è messo alle dipendenze di una società di consulenza con sede a Washington. Nello spazio di
nemmeno dodici mesi è stato promosso
tre volte, e agisce come vice presidente
della filiale d’area. Bauer è svelto e capace. «Sono gli americani che sanno apprezzare il lavoro ben fatto — ammette
con malcelato orgoglio — tra poco potrò
permettermi un’auto ben superiore a
quella che avevo prima».
Goran ha compiuto da poco 28 anni.
Lo scorso anno dirigeva un avviato Internet cafè in centro, proprio di fianco al
cinema Diamante che proietta film un
po’ osé. Il fiuto per gli affari non gli manca, e nello spazio di una stagione ha costruito nel quartiere di Shorsh, dall’altra
parte della città, Sky, un centro a tre piani dove ora sciama tutta la gioventù che
gravita su Erbil. Design italiano, arredamento dalla Turchia, tecnologia da
Giappone e Stati Uniti. Il mix è stordente in un’atmosfera antica come quella
che si respira nella capitale curda. Eppure funziona. Caffetteria al primo piano,
ristorante al secondo, videogiochi all’ultimo. Assieme a Feisal, 26 anni, inseparabile amico d’infanzia, e ai ragazzi del
vecchio Internet cafè, Goran prepara
nuovi progetti. «Voglio costruire un centro di comunicazione senza fili. E poi, tra
qualche giorno, andremo a Dubai, negli
Emirati arabi, per studiare come hanno
tirato su i grandi complessi commerciali. È venuto il momento di provarci anche
qui, e noi siamo pronti a farlo. Ho tante
idee in testa, cerco di realizzarle una per
volta. Ma quest’anno l’investimento
principale riguarda me stesso: vorrei andare un anno ad Harvard e specializzarmi in amministrazione pubblica. Dopo,
si vedrà». Goran non porta più i maglioni da giovane studente universitario. Ha
lasciato nell’armadio il vecchio guardaroba e ora indossa solo gessati. Come
Feisal. E tutti i ragazzi del gruppo. Una
divisa. Forse il giovane imprenditore
pensa a una futura carriera in politica.
«Mio padre lo scorso anno è rimasto ucciso nella doppia strage fatta a Erbil da
Ansar al Islam: morirono duecento persone. Io gli arabi li odio. Questa zona non
ha più nulla a che fare con il resto del paese. Qui c’è il Kurdistan».
Il miracolo economico
Tre storie diverse, ma simili, e potrebbero essere mille. Benvenuti nell’altro Iraq.
Formalmente, una regione ancora attaccata ai confini nazionali. Nei fatti, e
nella testa della sua gente, non più. Il
Kurdistan, ormai, vive di vita propria.
Una realtà diversa. Che se ancora da un
punto di vista politico e istituzionale resta unita a Bagdad, sotto altri profili,
quello economico prima di tutto, è adesso del tutto slegata.
Insieme con la società civile irachena
emersa dalle elezioni del 30 gennaio, c’è a
nord uno Stato nascente. Di cui la rapida
trasformazione subita dalle città curde è
solo uno degli aspetti. Ancora un anno fa
il flusso delle vetture era più simile a quello di un centro di campagna. Oggi lo sviluppo crescente ha portato il traffico di Erbil ad aggrumarsi come quello di una metropoli europea. E, fiutato il vento, note
fabbriche d’automobili tedesche si sono
catapultate in zona aprendo concessionarie e filiali. Vendono i prodotti a cifre irrisorie, ma i guadagni ripagano le aziende
ampiamente. Il risultato è che adesso
ogni famiglia curda possiede due, tre, a
volte quattro vetture nuove di zecca. E
l’indotto seguirà. Una buona parte delle
strade è asfaltata, ma altre vie di comunicazione vanno migliorate, e tra un po’ di
tempo un’autostrada collegherà l’aeroporto di Erbil verso
ovest con la frontiera turca, e
verso est con l’altra grande città
locale, la moderna Suleymania. Nei centri urbani il traffico,
aumentato vertiginosamente,
però è ancora regolato da sparuti vigili. C’è bisogno di semafori e segnaletica stradale. Il
primo imprenditore che farà
scalo a Erbil, Suleymania,
Dohuk, Dokan, Zakho, Halabja, per costruire strade, palazzi, alberghi, stadi, complessi
commerciali e residenziali,
non c’è dubbio, farà fortuna.
Per molti aspetti, il Kurdistan
sembra oggi il Far West americano. Un territorio nuovo, inesplorato che, pur tra rischi e
possibilità di agguati (la situazione è pericolosa e ancora altamente instabile soprattutto
attorno alle due città di Mosul e
Kirkuk, immerse nel petrolio
ma divise fra etnie contrapposte), si apre alla conquista. Frotte di avventurieri ed esploratori stranieri, turchi, tedeschi,
americani, si stanno lanciando
alla volta del nord Iraq, spesso
concludendo affari colossali.
«C’è bisogno di tutto — spiega
Sherwan, che dal traffico di camion sta ampliando il suo raggio di azione verso nuovi fronti
commerciali — dai semafori
agli alberghi, dalle scuole ai negozi, fino ai cellulari che sostituiscano i costosi telefoni satellitari. E noi qui possiamo offrire molto. Questa è una terra
ricca, non solo di petrolio, ma
di minerali pregiati e di marmi
belli come quelli italiani, di acque termali e montagne innevate dove poter costruire impianti sciistici».
Un’azienda vinicola italiana
ha appena concluso un contratto per sfruttare i vigneti coltivati a nord di Erbil e produrre
così un buon vino da pasto, bevanda non disdegnata dalla
popolazione locale, di religione musulmana sunnita ma di
ferme tradizioni laiche. Un governatore locale sta seriamente
pensando a promuovere il turismo, idea che da lontano, osservando le
immagini sull’Iraq sconvolto dal terrorismo, potrebbe apparire quanto meno
balzana. «La gente trova difficile credere
che da queste parti esista una zona sicura
— spiega il ministro per le municipalità
curde Barzan Dezayee — ma dobbiamo
convincerla che non tutto l’Iraq è come
Falluja, che il Kurdistan è tranquillo».
Molti segnali rivelano la svolta. Centri
polifunzionali crescono ovunque, e dentro sembra di essere in una qualunque
città americana o nord europea. La vita di
tutti i cittadini poi, è migliorata. I curdi oggi fanno spesso più di un lavoro, indossano capi d’abbigliamento più pregiati, e
nello spazio di un solo anno gli stipendi,
trainati dal volume d’affari circolante e
dagli impressionanti introiti derivanti dal
petrolio ancora sotto il loro controllo, si
sono triplicati. Il denaro gira, e in grande
quantità. Qui nessuno si lamenta. Sono
tutti ottimisti. Di più, felici. La guerra, fortemente voluta dai leader Barzani e Talabani, poi combattuta a fianco degli ame-
SCENE DI VITA
QUOTIDIANA
Una veduta aerea di
Erbil. Sotto, un’anziana
donna che trasporta
un sacco per i
rifornimenti, in basso
ancora donne in un
supermarket di Dohuk.
Nella foto grande la
Khanzad Home: centro
di ascolto e di
protezione per le
donne. Nell’altra
pagina in basso una
mamma con bambino
in una strada di Halebja
FOTO NEWSHA TAVAKOLIAN/POLARIS/GRAZIA NERI
MARCO ANSALDO
FOTO AGOSTINO PACCIANI/ANZENBERGER
Kurdistan, l’altro Iraq
che ha scoperto la felicità
“Gli affari non
vanno bene,
vanno benissimo”,
dice un giovane
businessman.
“Questa è una terra
ricca e non solo
di petrolio. Il futuro?
Possiamo puntare
persino sul turismo”
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
FOTO NEWSHA TAVAKOLIAN/POLARIS/GRAZIA NERI
FOTO AGOSTINO PACCIANI/ANZENBERGER
DOMENICA 10 APRILE 2005
ricani, e infine vinta contro il comune nemico Saddam, ha sovvertito la situazione
di frustrazione precedente.
L’ora del riscatto
Sì, i curdi sono felici. Un fenomeno di questi tempi difficilmente riscontrabile altrove. E mostrano una grinta in molte latitudini dimenticata. Sono sempre stati gli
sconfitti della Storia, i battuti da cento trattati internazionali che hanno spesso giocato a loro sfavore, un popolo alla perenne ricerca di un proprio Stato o almeno di
una stabilità politica. E adesso l’onda degli eventi internazionali sembra premiarli, fino a farli apparire come i vincitori.
È ancora presto per dire l’ultima parola. Ma i curdi stanno provando a emergere dall’imbuto storico in cui erano finiti,
usando tutta la capacità e l’intelligenza
forgiate da secoli di batoste. Ci provano
intanto da un punto di vista politico. Con
abilità e prudenza, alle recenti elezioni i
leader si sono presentati alle urne parlando di «unità dell’Iraq, all’interno in un sistema federale che assicuri ampia autonomia alle regioni». Si sono così assicurati il 25,4 per cento dei consensi nazionali:
sono decisivi in Parlamento e soprattutto
nel governo di Bagdad (dove detengono
per ora ben sei ministeri in posizioni chiave, di cui due assegnati a donne) e cercano di amalgamare la realtà locale guidando una solida amministrazione pubblica
nella zona sotto il loro controllo. Jalal Talabani è stato nominato questa settimana
nuovo capo dello Stato iracheno.
Eppure la questione quasi tenuta nascosta durante il voto, resa tuttavia palese
dal proliferare di tendoni piazzati a fianco
dei seggi ufficiali, è quella dell’indipendenza. Negli scrutini effettuati in via informale e del tutto consultiva, ma dall’esito
indicativo, la percentuale di voti favorevoli a un referendum per un Kurdistan indipendente è stata del 98,7 per cento. Un
plebiscito. Due milioni di voti su nemmeno cinque di popolazione totale. Pare che
alle urne si siano presentati in qualche caso anche i bambini e non pochi elettori
con una doppia scheda. Ma i brogli manifesti hanno rafforzato ancor di più la determinazione di un obiettivo preciso.
Cautela vuole che i curdi procedano comunque nella direzione desiderata — il
sognodiunKurdistanindipendente—per
gradi. La cosiddetta no fly zone, l’area di
non volo per dodici anni garantita da Usa
e Gran Bretagna con gli aerei decollati dalla base turca di Incirlik, iniziativa nata per
proteggere la popolazione da nuovi massacri dopo i gas chimici lanciati dal regime
di Saddam su Halabja, ha regalato all’intera regione un periodo di pace e prosperità
considerata oggi come “l’età dell’oro”. Garantendofinoal2003,alloscoppiodelconflitto, il raggiungimento di un’autonomia
di fatto. Adesso questa autonomia viene
reclamata con forza dai curdi, che la pretendono scritta nella Costituzione. E si diconoprontiabloccarelanuovaCarta(possono tecnicamente farlo, avendo ben tre
regioni a disposizione) qualora le loro richieste non vengano accolte.
Il progetto sperato è ancora lontano.
Autonomia non significa per ora indipendenza. Ma le basi, economiche e istituzionali, ci sono tutte. I curdi battono
moneta (il dinaro curdo), hanno un esercito (i peshmerga, guerrieri come dice il
nome “che guardano la morte in faccia”),
un’amministrazione con proprio governo e parlamento, rilasciano regolari visti
di ingresso in modo del tutto libero da
Bagdad. Sulle strade sventola il loro tricolore con un sole splendente in mezzo, e
nemmeno per sbaglio si incrocia il vessillo nazionale iracheno. I curdi guardano
con fastidio ai vicini arabi, persiani e turchi, ben sapendo che proprio da loro, Siria, Iran e Turchia giungeranno i veti volti
a fermare il sogno di costruire una patria.
Ma sono sempre pronti a battersi. Seppellendo le tradizionali rivalità tribali che
li hanno costantemente divisi, costringendoli a improbabili alleanze (con Saddam persino) e a sconfitte memorabili
(diplomatiche e militari).
«Questo non è l’Iraq, è il Kurdistan. E
io sono curdo. I am kurdish people». Forse in modo un po’ sgrammaticato, ma
ogni persona incontrata per strada
esprime chiaramente il suo pensiero. E
non c’è bisogno di ulteriori dichiarazioni di appartenenza, che ogni interlocutore fa di sua spontanea volontà battendosi più volte il pugno sul cuore. A poco
a poco, dietro la spinta della gente anche
il linguaggio dei politici sta cambiando.
Fino a ieri i leader curdi si sono pronunciati per un Iraq unito e federale, come
vuole la dottrina insegnata dagli alleati
americani. Ma le prime crepe si intravedono, persino nella coalizione con gli
Usa, invitati ora almeno a considerare di
poter lasciare il paese. «Avere un nostro
Stato — dice oggi Massud Barzani, a cui
la nomina di Talabani a presidente ha
per ora lasciato campo libero come leader unico nel nord — è un nostro diritto
naturale. Non è ancora giunto il momento. Ma spero, nella mia vita, di vedere il Kurdistan indipendente». Sherwan,
Bauer e Goran sarebbero d’accordo.
Ma il futuro politico è ancora incerto
RENZO GUOLO
trana sensazione quella che si vive nel Kurdistan
iracheno. Si festeggia la storica nomina a presidente dell’Iraq di Jalal Talabani; ma questo evento, impensabile sino a qualche anno fa, salutato con feste e
danze nella regione, non dirada la preoccupazione per
il futuro. E ora, che accadrà? È la domanda che si fanno
tutti. Sin qui la linea seguita della leadership curda ha pagato. L’alleanza tra Unione patriottica del Kurdistan di
Talabani e il Partito democratico del Kurdistan di Barzani, ha ottenuto un ottimo risultato alle elezioni del 30
gennaio: il 25,4 per cento dei voti e 75 seggi. E ha trionfato nelle tre province di Sulemaniyah, Arbil e Dohuk. Soprattutto, ha vinto nelle province miste di Tamim e Niniveh, che comprendono le città di Kirkuk e Mosul.
Eppure la nascita del nuovo Iraq sembra aver segnato la fine della nuova “età dell’oro” curda. Negli ultimi
quindici anni, complice un Saddam lanciatosi nella suicida avventura kuwaitiana, i curdi hanno vissuto una
sorta di indipendenza di fatto. Hanno
formato un esercito, coniato moneta,
beneficiato delle royalties petrolifere
dei pozzi sotto il loro controllo, praticato una politica doganale servita da
volano alla rinata economia locale.
Ora tutto potrebbe essere messo in discussione. Un nuovo potere, legittimato dalle elezioni, e sponsorizzato
dagli Stati Uniti, si instaura a Bagdad.
Un governo a guida araba: questa volta sciita. Al quale, per la prima volta dopo lungo tempo, occorre rendere conto. Come dimostrano i non facili rapporti con l’Aui, la lista sciita benedetta
da Sistani che ha conquistato la maggioranza assoluta nella Costituente, sin dai primi giorni
dell’insediamento della nuova assemblea. Certo, l’obbligato accordo istituzionale con i seguaci dell’ayatollah
di Najaf, ai quali è andata la guida del governo con Jaafari, ha retto. Ma è questa nuova, forzata, sovranità condivisa che i curdi non amano troppo. Dopo il grande tributo di sangue pagato per sottrarsi all’arabità, prodotto
storico della divisione forzata della nazione, il timore è
che quel fantasma ricompaia nella veste della shi’a. E voglia, oltre che uno stato islamico, mettere in discussione
conquiste ottenute con grande sacrifico. Per evitare una
nemesi che trasformi la caduta di Saddam in pietra tombale delle loro aspirazioni, i curdi reclamano un federalismo etnico che assomiglia a una sorta di “cantonalizzazione alla bosniaca”. Un federalismo in cui il potere
centrale sia, più che altro un’istituzione di facciata. Ottenere questo “federalismo debole” non sarà facile: sulla richiesta curda si decide l’intero assetto geopolitico
dell’Iraq. E già gli sciiti lasciano balenare, a loro volta, l’i-
S
potesi di costituire una regione autonoma se non vi sarà
un accordo in materia ritenuto soddisfacente. Per parare i contraccolpi della difficile transizione i partiti curdi,
Pdk e Upk, hanno messo da parte le storiche rivalità e dato vita all’unità nazionale.
I curdi intendono gettare sul tavolo anche il peso del
referendum, non ufficiale, svoltosi nelle loro province
nello stesso giorno delle elezioni. Referendum che ha visto trionfare, plebiscitariamente, il “si” all’indipendenza. Anche se la loro “arma di riserva” resta la clausola delle “tre province”. La nuova carta fondamentale sarà, infatti, sottoposta a referendum confermativo e dovrà ottenere l’avallo di almeno quindici delle diciotto province irachene. Il voto di quelle curde, a cui potrebbe aggiungersi quello delle province sunnite decise
anch’esse a contrastare un forte potere sciita, permette
di bloccare ipotesi sgradite. Anche se un simile scenario
implica inevitabilmente l’inasprimento del conflitto etnoconfessionale.
I curdi chiedono anche che Kirkuk
sia capitale della loro regione. La città
contesa è stata arabizzata da Saddam.
L’ex-rais, in una sorta di pulizia etnica,
ha costretto all’emigrazione migliaia
di curdi. Lasciando campo libero ad
arabi e turcomanni, che a loro volta rifiutano ora di andarsene. Il “no” che
più conta viene, però, dall’ingombrante vicino turco. Ankara considera
i turcomanni, gruppo etnico non arabo che rappresenta circa il 12% della
popolazione irachena, autentici turchi; e la sua politica estera prevede la
tutela delle “minoranze turche” fuori
confine. Tanto più quando quella tutela incrocia la strada dei curdi. Ma anche Iran e Siria, legate su più fronti a
un comune destino, guardano con preoccupazione a
quanto avviene nel Nord dell’Iraq. Anche perché temono una presenza di Israele nell’area. Nel Nord sono in
corso acquisizioni, da parte di ebrei curdi, di terre che gli
arabi lasciano per timore di un futuro in ambiente ostile. Un fatto che manda in fibrillazione siriani e iraniani,
turbati dall’incubo di un potenziale yishuv ebraico nel
cuore del Medioriente. Preoccupazione chesi interseca
con la questione del petrolio. Quell’oro nero che i curdi
non vorrebbero dividere con gli sciiti, e che un giorno un
Kurdistan autonomo potrebbe pompare in una pipeline che parte da Kirkuk e finisce a Haifa. Una prospettiva, quella di una nuova rotta del petrolio curda-israeliana, assai temibile per i paesi islamici dell’area.
Anche se abituati agli angusti spazi delle gole di montagna, è davvero una via stretta e impervia quella da cui
devono ancora passare i curdi.
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 10 APRILE 2005
le storie/1
Venti anni fa la dottoressa Awa Marie Coll-Seck visitò
un dispensario nel Senegal. E lì lasciò il cuore. Decise così
di dedicare la vita alla malattia che in Africa uccide
un milione di persone l’anno. Siamo andati a trovarla
in un piccolo villaggio nella savana, dove l’infezione portata
dalle zanzare rischia di diventare più devastante dell’Aids
Donne coraggio
FOTO PIERRE RENE-WORMS
“La mia lotta contro la malaria”
O
GUEREW (Senegal)
ttanta chilometri di pista di
terra rossa e da Dakar arrivi a Guerew, un villaggio
della Petite Côte non affacciato sul mare. Poco più di mille anime.
Case in mattoni di fango e tetti di lamiera.
Non tutte così, quasi. Una parte resta in
fango e paglia, sorda al programma briques et tôles (mattoni e lamiera) strombazzato da anni in molti paesi africani.
Ma stamane Guerew ha la sua dignità. E
la sua fortuna. Da una “4x4” impolverata
è sceso nientedimeno che Youssou N’Dour, gloria nazionale senegalese, più rispettato, più seguito, più blandito di El
Hadji Diouf, Leone della Teranga (la
squadra di calcio del Senegal). La popolazione lo aspettava da ore sotto il sole in
una situazione istituzionale: una tribuna
costruita per l’occasione e, all’ombra, alcune poltrone in velluto nel pomposo stile del mobilio africano, prese in prestito
da qualche salotto buono. Militari, notabili. Un microfono. Discorsi ufficiali,
molto diversi da quelli che la sera prima
Youssou N’Dour aveva fatto da un palcoscenico durante l’ultima delle due serate
del festival Live Africanello stadio Iba Mar
Diop di Dakar. Ma con lo stesso argomento: la malaria. Sotto l’occhio delle cineprese (da luglio, grazie a un documentario, inizierà una campagna mondiale di
sensibilizzazione contro la malaria), il
cantante consegna ad alcune donne altrettante zanzariere impregnate di insetticida. Il resto, ancora chiuso nei cartoni
nella “4x4”, verrà distribuito da volontari
per le case del villaggio.
Awa Marie Coll-Seck si infila nel dedalo delle stradine, lontano dall’eccitazione per l’arrivo della star. Oggi vive a Ginevra ed è segretaria generale di Roll
Back Malaria, associazione creata nel
1998 dall’Organizzazione mondiale della sanità, dal Programma per lo sviluppo
delle Nazioni Unite, dall’Unicef e dalla
Banca mondiale. Ma nel 2001 è stata ministro senegalese della Sanità. E una
ventina di anni fa ha lasciato il cuore in
un dispensario nella brousse, la savana.
È in una zona rurale vicino a Saint Louis
— seconda città del Senegal — che la
professoressa Coll-Seck ha fatto il suo tirocinio di giovane medico. «Mio padre
era dottore, mia madre insegnante. Sin
da piccola sapevo che avrei studiato medicina. Il mio sogno era la cardiologia. Mi
sembrava che attraverso il cuore si potesse curare l’umanità intera. Dopo l’università mi hanno mandato nella
broussea fare esperienza. E lì mi sono accorta che il grande problema del mio
paese, e di tutta l’Africa, era la malaria. In
città si vedeva meno, non mi rendevo
conto. Tornata a Dakar dopo un anno,
mi sono messa a studiare malattie infettive. Ed eccomi qui».
Quando era ancora ministro, nel
2003, Awa Marie Coll-Seck aveva organizzato un “Telethon” senegalese contro la malaria e aveva raccolto circa un
milione di dollari. La stessa cifra che,
nel gennaio scorso, per la stessa causa,
Sharon Stone ha assemblato in pochi
minuti al Forum economico mondiale
di Davos. «È stata una buona idea»,
commenta la signora Coll-Seck. «Abbiamo molto bisogno dell’Occidente».
Abiti laceri
Nel piccolo dispensario di
Guerew non vedi morire bambini, almeno non oggi. Capisci
però perché bisogna fare presto. Questa casa un poco più
grande delle altre, appena fuori dal centro abitato, potrebbe
essere in ogni villaggio africano. Anche l’umanità in visita è
la stessa. Le donne hanno i
fianchi stretti nei pagne, i tessuti colorati; gli uomini indossano gli abiti laceri con i quali si
avviano al campo; solo i bambini hanno (spesso) il vestito
della festa. C’è la febbre negli
occhi di tutti. Le coeur chauffe,
il cuore riscalda, dice un adolescente. È la parola d’ordine. Significa
malaria. L’infermiere scrive sul carnet de
santé, la metà di un quaderno a quadretti tagliato in senso orizzontale. L’infer-
3.000
I bambini sotto i 5 anni che in Africa
muoiono ogni giorno di malaria
40%
La percentuale della popolazione
mondiale minacciata dalla malaria
miere si chiama Lavenir, senza apostrofo. Suo padre l’ha chiamato così perché nutriva grandi speranze per il futuro.
Ma Lavenir crede che al maiale del suo
vicino abbiano tirato il malocchio, e così il futuro resta, ancora e sempre, il passato. «Arrivano nei dispensari quando
non ce la fanno più, quando si rassegnano al fatto che la medicina tradizionale
non possa curarli. Ma spesso è troppo
tardi. La malaria va presa in tempo, nelle prime ventiquattro ore, se no sono
guai», dice la signora Coll-Seck.
Nel dispensario è entrata una donna.
Ha occhi liquidi di febbre, trascina le ciabatte senza staccarle dal suolo. Sulla guancia destra ha una piaga aperta perfettamente circolare, un’ustione
grande come il fondo una bottiglia. Lavenir le alza la maglia.
Il ventre della donna è coperto
da minuscole cicatrici. Tagli di
lametta. «Fanno così per fare
uscire l’aria, perché il corpo respiri», dice la Coll-Seck. «Noi
non siamo contro i rimedi all’indigène, cerchiamo anzi di
collaborare con la medicina
tradizionale. Per esempio, da
qualche tempo in Benin i medici tradizionali rifiutano di curare i bambini, li mandano direttamente nei dispensari».
Proprio perché la malaria è ormai soltanto una malattia dei paesi in via di sviluppo; proprio perché in Africa colpisce tra i
FOTO AP
LAURA PUTTI
SHARON STONE
In alto, giovani donne del
villaggio di Guerew. Qui sopra,
Sharon Stone a Davos
Il diplomatico Ferdinando Salleo: “Da piccolo mi ammalai in Sicilia”
Quando la febbre colpiva in Italia
ono in pochi a ricordare di quando la malaria colpiva anche l’Italia, di quando i bambini morivano anche da noi, di quando il chinino, unico rimedio conosciuto, era monopolio di Stato e si comprava dal tabaccaio. Ferdinando Salleo lo ricorda bene. Perché molto prima di diventare un importante
diplomatico italiano, prima di vivere a Parigi, New
York, Praga, Bonn, Mosca, Washington, Salleo viveva
in Sicilia ed era un bambino con la malaria. La zanzara, l’anòfele ha sconvolto la sua infanzia. «La malaria
era molto diffusa in Sicilia» dice l’ambasciatore. «Io la
presi a sei anni, nel ’42, alla fine della guerra. Eravamo
rifugiati in un paese in provincia di Messina. Ricordo
benissimo il freddo improvviso, la febbre altissima
del terzo giorno. Gli attacchi sono andati avanti per
circa quattro anni, ad ogni mezza stagione. Nel ’43,
quando sbarcarono in Sicilia, gli alleati portarono il
Ddt in quantità enormi, e una medicina della quale
S
ancora ricordo il nome: Atebrin. A me andò bene, ma
la sorella di mia madre morì. Aveva preso la malaria
perniciosa, la più terribile».
Si moriva nel Lazio (prima della bonifica Pontina),
si moriva in Maremma, non solo in Sicilia. «Quando
nell’81 diventai direttore generale della Cooperazione
italiana per lo sviluppo, scelsi Guido Bertolaso come
capo dei servizi sanitari». L’attuale direttore generale
della Protezione Civile è un infettivologo con esperienze in Thailandia e in Cambogia. Salleo e Bertolaso
si concentrarono sull’Africa. «Iniziammo una campagna ispirata dal grande malariologo Mario Coluzzi. Ci
unimmo alla Sclavo nella ricerca di un vaccino. C’eravamo quasi. Bertolaso andò in Cina, nello Yunnan, dove cresce l’artemisia che oggi sembra essere l’unico rimedio contro il parassita. Con i cinesi facemmo un
protocollo d’intesa per poterla utilizzare. Ma ci mancarono i fondi e il sogno del vaccino svanì».
(l.p.)
300 e i 500 milioni di persone ogni anno e
ne uccide più di un milione; proprio perché è la prima causa di mortalità dei bambini africani sotto i cinque anni, qui si sta
sviluppando una rete di ong locali. «Roll
Back Malariaha “antenne” in ogni paese
africano e nel consiglio di amministrazione ha rappresentanti di ong specializzate nella lotta alla zanzara. Le nostre
“antenne” ci informano costantemente.
Sono operatori della salute, vivono soprattutto nelle zone rurali, che sono l’80
per cento del continente. Grazie a loro
sappiamo che, se non si troveranno nuovi farmaci, la malaria diventerà sempre
più mortale, diventerà come l’Aids».
Il nuovo parassita
Il nemico si chiama adesso Plasmodium
Falciparum ed è un parassita (sempre
trasmesso dalla zanzara) resistente ai rimedi classici come la clorochina o l’amodiachina. «Il sud est asiatico ne è invaso, e così l’Africa dell’est e quella del
sud. Il Falciparum si sta estendendo al
centro e presto arriverà all’ovest, dunque in Senegal, in Mali, in Camerun. Con
le medicine classiche ancora riusciamo
a contenere il Plasmodium Vivax; l’altro
si combatte oramai soltanto con l’artemisina, derivato dall’artemisia, pianta
che cresce soltanto nella Cina del sud».
Sono cose che neanche Lavenir potrebbe immaginare. Del prodotto cinese ha
sentito dire, ma dove sia la Cina, questo
non lo sa. La compagnia svizzera Novartis ha messo in vendita il Coartem, a base di artemisina, già in uso con successo
in Sudafrica. Ma siamo alle solite: l’artemisia è una pianta a crescita lenta e la sua
coltura è appena uscita dalla Cina per essere sperimentata in Tanzania e in
Kenya. Quindi una scatola di Coartem
costa due dollari e mezzo. Troppo cara
per una signora febbricitante e tagliuzzata in un dispensario nella savana. E allora, signora Coll-Seck?
«E allora non resta che la prevenzione», dice mentre da fuori giunge un gran
vociare di donne e bambini. Sono arrivati i volontari con gli scatoloni e iniziano a
distribuire la speranza. Che qui ha l’aspetto di un tulle bianco che odora di insetticida. «Sono le nuove zanzariere Olyset, impregnate di insetticida a lunga durata, fabbricate in Tanzania», dice la signora Coll-Seck. «Durano quattro anni
invece di sei mesi. Contiamo di fabbricarne e distribuirne più di un milione all’anno». Se è vero che l’anofele (la zanzara che trasmette la malaria) colpisce dal
tramonto all’alba — quando nella brousse di solito si dorme — posare una zanzariera su quattro bastoni agli angoli del letto sembrerebbe la scoperta dell’acqua
calda. «A noi di città, certo. A voi occidentali, pure. Ma nei villaggi africani, prima
di tutto, bisognerebbe averlo, un letto».
DOMENICA 10 APRILE 2005
le storie/2
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
Momenti di gloria
CORRADO SANNUCCI
Repubblica Nazionale 37 10/04/2005
Q
uesta è la storia delle meta
più bella del rugby italiano.
Forse ce ne sono state di più
belle ma questa è stata anche la più importante perché è quella che ha strappato il rugby italiano dalle parrocchie per
consegnarlo alla Bbc. La meta segnata
dopo che il pallone era passato per tutte le mani dei giocatori che avevano un
sogno: portare l’Italia nel Cinque Nazioni e farlo diventare
Sei. Il sogno impossibile di generazioni di
giocatori e di spettatori, i quali poi nella storia d’Italia praticamente erano la stessa
gente, padri, figli, nipoti, di Rovigo, Padova, Treviso. «Eravamo
un gruppo di ragazzi
che veniva dal nulla,
che aveva il senso delle
proprie origini e un
obiettivo davanti» racconta Massimo Giovanelli, il capitano di
quella squadra, il numero 8. A chi somiglia
uno così? A uno Spartaco, un Gattuso o un
Braveheart, o un Rivera o Giulio Cesare, tutti
insieme, uno di loro a
seconda delle battaglie del campo. Ma è il
leader e il trascinatore.
È il 22 marzo 1997.
Tutto inizia proprio
con Giovanelli che si
ritrova in mano un pallone da una touche
sbagliata. È il 16’ della
ripresa, la partita è
Francia-Italia, lo stadio è quello di Grenoble, finale di Coppa Europa. Lo stadio è pieno
di italiani, c’è il sole e
una lunga fila di pioppi
sullo sfondo. La Francia ha appena vinto il
Cinque Nazioni facendo anche il Grande
Slam. Schiera i suoi
maestri, Sadourny,
Saint-André, Merle,
Pelous, ma certo i festeggiamenti avranno
pesato. Andiamo a vedere se hanno ancora
le bollicine dello
champagne nel sangue, si erano detti gli
azzurri.
L’Italia non ha mai battuto la Francia.
L’Irlanda sì, ma la Francia non ancora.
Le grandi del Cinque Nazioni la guardano ancora dall’alto in basso. Ma Giovanelli prima del match ha fatto un discorso da far arrampicare sui muri per
l’elettricità. «Ricordatevi delle fatiche
degli emigranti. La loro fatica a farsi rispettare. Voi rappresentate questa gente. Avete la responsabilità di questa maglia». Alla vigilia la squadra era stata nei
bar di Grenoble, lì aveva incontrato gli
emigranti. In campo si presentarono
quindici pazzi scatenati.
Giovanelli è sorpreso per il pallone
conquistato, i compagni ancora di più e
non gli danno supporto, la palla viene
strappata dai francesi e ricacciata con
un calcio profondo verso l’area dei 22
azzurra. La partita finora è in perfetta
parità, 20-20, l’aggressività azzurra ha
messo in seria difficoltà i francesi e le loro bollicine. È una partita che attende la
sua svolta. «Si sentiva nell’aria che qualcosa sarebbe successo», dice Giovanelli. La vigilia è stata piena di tensione e
combattività.
Dalla Panda alla Jaguar
Il primo giorno del ritiro, vicino al confine francese, Franco Properzi era arrivato in ritardo inscatolato nella sua
Panda. Era uno sgarro alle regole, Giovanelli, nel suo ruolo di capitano, lo aveva affrontato, erano volate parole grosse, Franco era incavolato perché si era
perso, ci voleva del fegato a mettere a
posto quel gigantesco pilone. Poi, dopo
avere recitato ognuno la propria parte,
si erano calmati e avevano chiarito. Non
lo sapevano ma stava per finire l’era delle Panda e cominciava quella delle Jaguar, stavano per lasciare le osterie venete dove si parlava di rugby davanti a
un’ombra, il bicchiere di vino bianco,
per mettersi il frac ed essere invitati ai
party degli anglosassoni. Finiva il dilettantismo, cominciava il professionismo, finiva la passione che non chiede
niente, cominciava il lavoro che chiede
Grenoble, 22 marzo ’97: l’Italia affronta la Francia. Loro
hanno vinto tutto, noi niente. La partita è perfettamente in bilico
quando su una palla persa gli azzurri danno il via all’azione
più bella, intensa e decisiva della storia della Nazionale. Che
quel giorno chiude l’era del dilettantismo, conquista il grande
pubblico e trasforma uno sport minore in un fenomeno di massa
La meta che portò
il rugby in Paradiso
un salario.
La palla adesso è nelle mani di Vaccari, nel fondo della difesa italiana. S’impappina, gli cade, rischia di perderla, tre
francesi gli sono addosso, li evita sfiorando la linea laterale. È il segno della
magia in arrivo. Dalla destra il pallone
scorre via verso sinistra e lì c’è la seconda scintilla, quando finisce tra le mani di Javier Pertile,
l’estremo italo-argentino. Lo chiamano il Gatto, ha il
passo che sembra
leggero ma un tempo d’entrata devastante. Crea un buco, fa una finta, poi
viene stoppato, libera la palla. Adesso ce l’ha Troncon
che la allarga a Diego Dominguez che
la allarga ancora a
Vaccari. Diego è di
Cordoba, porterà
per mano l’Italia
nel decennio con i
suoi calci e la sua
saggezza tattica,
ringraziando l’Italia per la fiducia in lui che non avevano
avuto i suoi connazionali. L’Italia del
Duemila, in compenso, quella della
pancia piena e dei soldi dei diritti tv, gli
userà anche qualche sgarbo, fino a
escluderlo di fatto dalla nazionale.
Sugli spalti sventolano le bandiere
italiane. È uno strano innesto questo del
rugby nel carattere italiano: perché è
sport di combattimento, che non ammette sotterfugi, che obbliga alla lealtà,
dove non c’è spazio per alibi o bugie. È
uno sport dove non puoi sottrarti ai tuoi
impegni, perché la mollezza porterebbe a ferite maggiori. Bisogna lottare anche solo per non essere distrutti. È una
setta che ha lavorato per cinquant’anni
per crescerlo, farlo conoscere, coltivarselo come una religione segreta, e adesso sta venendo il momento della rivelazione.
Adesso la palla è a metà campo, di
nuovo nelle mani di Vaccari. «In quei
IL LIBRO
Le foto in pagina sono tratte
da “Fratelli per forza”, di
Daniele Resini (Mondadori).
Sopra, gli azzurri prima della
sfida col Galles nel 2003.
Sotto, bimbi rugbysti e la
squadra delle isole Tonga
tempi poteva fare quello che voleva
contro ogni nazionale al mondo. Duttile, capace di partire a testa bassa come
un pilone, o di fare la terza linea al momento del bisogno», ricorda il vecchio
capitano. Vaccari vede un corridoio, ci
si infila, lo allarga, prende venti metri, e
improvvisamente i francesi sono aperti, senza più difesa,
in uno stato di allarme rosso. Lo
vanno a placcare
ma ormai la linea è
frantumata e lui fa
in tempo a dare a
Marcello Cuttitta,
l’ala, che la tocca
solo un istante per
poi consegnarla a
Troncon che adesso può puntare
verso la meta, in
una Francia ormai
dissolta. In questa
squadra che aveva
una costola nata
dalla provincia,
Vaccari da Calvisano, Giovanelli da
Noceto, Francescato dalla Tarvisium, i fratelli Cuttitta, Marcello e il pilone Massimo, ci
hanno messo la loro infanzia sudafricana, un innesto di rugby d’élite, con una
cultura di lavoro profonda. E gli stranieri erano solo tre, Diego, Pertile e Gardner, autore di una meta di forza nel primo tempo. Divertente pensare che la
concione sugli emigranti abbia per primo eccitato un italo-australiano.
Già, questa è la meta più bella della
storia del rugby italiano e non la segnerà
Ivan Francescato, un altro dei geni di
questa squadra. «Lo chiamavamo il
Giullare per la sua totale mancanza di rispetto nelle situazioni di gioco: oppure
l’Animale per la sua capacità di sentire,
odorare, quando l’avversario lo sottovalutava». Francescato era in campo all’inizio e aveva dato il via all’impresa azzurra segnando dopo pochi minuti una
meta delle sue, una partenza imprevedibile e una corsa a coltello nella difesa
avversaria. Si fa male toccando in meta
senza tuffarsi, torna verso metà campo
indicando di avere subito un contraccolpo alla coscia sinistra. Uscirà dal
campo piangendo intorno alla metà del
primo tempo, ed è il ricordo più struggente di quella partita, perché Francescato sarebbe morto per un arresto cardiaco appena un anno e mezzo dopo, a
gennaio ‘99. Ma, al di là di questo, allora
nessuno se ne rese conto, usciva dal
campo anche il rugby delle stirpi dei
giocatori. Non ci saranno più in nazionale
quattro Francescato,
come Bruno, Nello,
Ivan e Rino, né loro né
nessun’altra famiglia.
Gli ultimi venti metri
Adesso c’è da finire la
meraviglia, Troncon è
in fuga in quel pomeriggio di otto anni fa, i
pali sono a una ventina
di metri davanti a lui.
Ma pensa di non farcela e allora si guarda intorno. Incredibilmente c’è ancora un compagno pronto a dargli
sostegno, e forse il più
inatteso, Giambattista
Croci, il lungo numero
4, che avanza con il suo
passo da cammello.
Chissà quale ispirazione ha seguito per venire a questo appuntamento, finora aveva
dominato nella touche,
con la sua aria tranquilla, la sua benda bianca
intorno alla fronte e le
tre magliette che si è
messo come glielo
avesse raccomandato
la mamma in una giornata fredda.
È passata una vita da
quando l’azione è partita, laggiù nella propria difesa, e la vita sarà
diversa adesso che si fa
meta. Croci prende il
pallone e corre a
schiacciarlo a terra, e il
suo è quasi un timbrare
il modulo d’ammissione al Sei Nazioni. È stata una meta dalla «fine
del mondo» come si dice di quelle partite dal
fondo della propria difesa, e l’Italia è capace
di queste meraviglie.
Croci torna lentamente verso la metà
campo, senza esultare, i rugbisti non festeggiano sguaiatamente. «Ma io ero un
po’ stanco», racconterà dopo. L’Italia
vincerà 40-32, e al fischio finale c’è
un’invasione di campo, il ct Coste piangerà come un bambino, un francese che
ha battuto la Francia, un francese che ha
portato l’Italia tra i grandi del rugby. La
partita perfetta è stata giocata, la meta
più bella di sempre segnata.
Sono passati solo otto anni e quel
mondo è così lontano. Tre anni dopo,
nel 2000, l’Italia faceva l’esordio nel
Sei Nazioni a Roma contro la Scozia. In
realtà è già cambiato tutto dal giorno
di Grenoble, il ct è un ex pilone sudafricano, c’è lo stupore di tutti per i nuovi riti, gli sponsor, la nuova dimensione dello show planetario alla quale è
ammessa l’Italia. Giovanelli non è più
il capitano ma viene invitato a tenere il
discorso prima della gara. «C’è gente
che ha pianto per vedere l’ingresso
dell’Italia nel Sei Nazioni e noi non abbiamo il diritto di buttare via la partita». I compagni assentono. «E poi ricordatevi di Ivan Francescato». I compagni sussultano.
L’Italia vinse, con le energie e la passione che erano di tre anni prima. Massimo Giovanelli giocò la sua ultima partita, in uno scontro di gioco si procurò
un distacco della retina, le partite più
felici dell’Italia sono state marcate dai
segnali di qualcosa che si chiudeva. Il
rugby intanto cresce, muta, in maniera
rapidissima. Lo stadio canta l’inno di
Mameli, c’è un modo di vivere la partita che ha fatto scuola. Le birrerie intorno al Flaminio si arricchiscono con i
tifosi anglosassoni e francesi, a modo
suo il Sei Nazioni è una festa europea,
di guerrieri solidali. Sono arrivati tanti
soldi, forse troppi. I giocatori di Grenoble vincendo la partita hanno ucciso il
proprio mondo. «Mettimi dove ti pare
ma mettimi la maglia azzurra addosso,
questa era la mia filosofia», dice Giovanelli. Giambattista Croci è fuori dal
rugby e lavora in banca.
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
il viaggio
Genti antiche
DOMENICA 10 APRILE 2005
Sono stati i primi abitanti della Cina e per questo
li chiamano anche “aborigeni”. Dominavano
le grandi pianure, poi di sconfitta in sconfitta sono stati
cacciati sulle montagne del sud-ovest. I superstiti ora
vivono in povertà in un mondo dove il tempo sembra
essersi fermato al Medioevo
Il mistero del popolo Miao
FEDERICO RAMPINI
L
KAILI (Guizhou)
Repubblica Nazionale 38 10/04/2005
a strada dondola piacevolmente in mezzo alle colline
carsiche dai profili bizzarri.
I prati di colza in fiore sono
una gioia per gli occhi, ogni tanto la testa di una donna affiora in mezzo a una
distesa di alti fiori gialli. Sui pendii secoli di fatica hanno scolpito il paesaggio elegante delle risaie a terrazza con
le loro forme sinuose. Nessuna macchina agricola è arrivata fin quassù, nei
campi ci sono solo contadini curvi nell’acqua delle risaie inondate, come ai
tempi dei nonni dei loro nonni l’unico
aiuto è il bufalo che arranca con la pancia nel fango. Per strada si incrociano
gruppi che scendono a valle con grandi
ceste vuote sulle spalle. Camminano fino a Kaili dove sosteranno sui marciapiedi in attesa che qualcuno li affitti.
Vendono la nuda forza delle loro schiene, se sono fortunati si guadagneranno
la giornata trasportando pesi immensi.
In città li usano al posto dei camion, su
e giù con quelle ceste sgombrano montagne di detriti dei cantieri edili. È lontana Pechino, con i suoi problemi da
capitale imperiale, le sue manovre strategiche verso Taiwan o il Giappone. Sono lontane Shanghai e Canton, le loro
preoccupazioni di inflazione immobiliare, le bolle speculative, il “denaro
caldo” che arriva a miliardi dall’estero.
Kaili, capoluogo di contea, appartiene
a quella Cina immensa dove non è ancora arrivato un McDonald’s, un Kentucky Fried Chicken, un caffè Starbucks, né gli ingorghi di Audi e Bmw.
In auto da Kaili dopo due ore si arriva
in vista dei villaggi di Shiqiao e Qingman, poche casette di pietra e legno
scuro che da lontano sembrano chalet,
con i tetti appuntiti di tegole nere. È su
questi monti l’ultimo rifugio del popolo Miao. Li chiamano gli aborigeni, perché furono i primi ad abitare la Cina.
Loro preferiscono considerarsi una nazione. Se quattromila anni fa la storia
avesse avuto un corso diverso avrebbero potuto dominare la Cina, ora la loro
cultura sta scomparendo in silenzio. La
storia di questa etnìa è piena di misteri
perché hanno solo linguaggi orali,
quelli in cui si tramandano 15.000 versi
di canzoni. Praticavano culti totemici,
nelle loro leggende compaiono creature metà uomini e metà bufali, nella notte dei tempi furono probabilmente i veri inventori della tecnica dei batik, le
stoffe immerse nei colori vegetali e disegnate con la cera calda. Formavano
una società agricola egualitaria in cui
gli antropologi hanno intravisto una
sorta di comunismo primordiale. Ai
tempi del leggendario capo Chiyou
erano i padroni delle grandi pianure tra
il Fiume Giallo e lo Yangtze, la pancia
fertile della Cina. Poi arrivarono le invasioni degli Han — i cinesi attuali — e
di sconfitta in sconfitta ripiegarono
sulle montagne; siccome la storia la
scrivono i vincitori, furono battezzati
Miao che voleva dire “barbari”. Ne rimangono otto milioni, la maggior parte qui attorno a Guiyang e Kaili nella
provincia del Guizhou (sud-ovest della
Cina). Altri a furia di fuggire finirono in
Indocina dove li chiamano Hmong.
Spesso perseguitati in Vietnam e Laos,
Per arrivare nei loro
villaggi sperduti
non ci sono strade.
L’isolamento ha
mantenuto tradizioni
magnifiche: i costumi
delle contadine sono
tra i più belli, le feste
rituali sono uno
spettacolo. Ma dalle
risaie ricavano a
stento di che vivere
alla fine della guerra negli anni Settanta furono i primi boat-people: duecentomila rifugiati vivono in America.
La più enigmatica delle loro tradizioni è un lungo “canto della creazione” in
lingua Miao — composto a quanto pare prima di ogni contatto con l’Occidente — che contiene un’allegoria della separazione originaria tra loro e i cinesi, ma ha anche strane analogie con
la Genesi biblica, perché descrive una
sorta di diluvio universale e una torre di
Babele. Nei versi iniziali recita:
“In quel giorno Dio creò i cieli e la terra.
In quel giorno aprì i cancelli della luce.
Sulla terra fece montagne di pietra.
In cielo fece le stelle, il sole e la luna.
In terra creò il falco e l’aquilone.
In acqua il pesce e l’aragosta.
Nei boschi mise la tigre e l’orso,
fece le piante per coprire le montagne,
le foreste invasero l’orizzonte,
fece la canna verde e leggera
fece il bambù robusto.
Sulla terra creò l’uomo dal fango.
Dall’uomo formò la donna.
Quindi il Patriarca Fango fece una bilancia di pietre.
Misurò il peso di tutta la terra.
Misurò la grandezza delle stelle.
La terra si riempì di tribù e di famiglie.
La creazione fu condivisa dai clan e
dai popoli.
Si combatterono tra loro sfidando la
volontà del creatore.
Allora la terra fu scossa fino alla
profondità di tre strati”.
Per salire fino al villaggio Shiqiao bisogna lasciare l’automobile e proseguire a piedi su un sentiero. Presto arri-
verà fin qui una vera strada, finanziata
dallo Stato. La stanno costruendo con
le loro braccia, vanghe e picconi, una
ventina di donne Miao. Yuan Qizhi, 31
anni, sorride felice nel dirmi quanto la
pagano. Venti yuan cioè due euro al
giorno. Una fortuna per queste contadine, finché dura. Dall’alba al tramonto a picconare: «Non è un lavoro pesante in confronto a quello che facciamo di
solito nelle risaie, e qui guadagniamo
molto di più», assicura Yuan. Scava e
parla con le sue amiche, scherzano divertite dal raro passaggio di un bianco.
Lavorano ridendo e sembra davvero
che la fatica sia lieve per queste donne,
visto che invitano la mia interprete a
raggiungerle la sera al villaggio per ballare insieme. Più avanti lungo il sentiero ci sono i loro uomini che per dodici
ore al giorno spaccano pietre. Poi come
fantasmi un gruppo di minatori dalle
facce nere emergono dal cratere di una
piccola cava di carbone a cielo aperto,
a poche centinaia di metri dal villaggio.
A Shiqiao ci accoglie Long Rongcheng, il più ricco fra i contadini. Ha 47
anni, guadagna seimila yuan (seicento
euro) all’anno, la metà li spende per
mandare due figli a scuola in città. Long
ci invita in casa sua. Al piano terra la
stanza più spaziosa è quella dove vivono i maiali. Ha a fianco la cucina e l’unico forno-stufa, che deve bastare per
cuocere e per riscaldare tutta la casa. Al
piano di sopra sono ammucchiati riso,
pannocchie di mais essiccate, pezzi di
lardo, strutto e carne di maiale cruda
che attirano le mosche. I Miao non sanno cosa sia un frigo ma sul tetto Long
esibisce un’antenna satellitare, l’unico
modo per captare la tv da queste parti.
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
FOTO GAMMA
FOTO CORBIS
DOMENICA 10 APRILE 2005
LA VITA NEL VILLAGGIO
Qui sopra, immagini della vita dei Miao nei loro
villaggi: il lavoro nelle risaie, le feste tradizionali
e la tessitura dei loro antichi vestiti.
Sotto, due contadini in cammino sulle
montagne nel sud-ovest della Cina
Repubblica Nazionale 39 10/04/2005
In un angolo vicino alle scorte alimentari c’è un largo giaciglio ingombro di
coperte spiegazzate, è il letto di tutta la
famiglia, nonni inclusi. I vestiti sono
appesi a un fil di ferro che traversa il soffitto da un angolo all’altro. «Chi sta bene qui ha appena di che mangiare e vestirsi. I più poveri non guadagnano
duemila yuan all’anno, non possono
permettersi neppure il sale per cucinare». Long Rongcheng brontola solo per
la tassa che il governo gli impone ogni
volta che lui macella un maiale: 50 o 60
yuan a seconda del peso. Non protesta
invece per i 1.500 yuan che ogni figlio gli
costa di retta scolastica. È il prezzo perché possano fuggire da questo mondo.
Il suo vicino Pan Qingyue, 70 anni, vive in una casa di una sola stanza, con i
vestiti gettati per terra in un angolo vicino a un mucchietto di patate dolci.
Per proteggersi dal vento gelido che
soffia la sera dalle montagne, al soffitto
ha incollato pezzi di polistirolo, avanzi
di imballaggi raccolti nelle discariche
in città. A una parete c’è un calendario
dove fra tanti ideogrammi si stacca la figura di una croce. Il vecchio Pan sa poche frasi di mandarino, con fatica spiega che un secolo addietro da queste
parti passarono un missionario inglese
e un francese, da allora un terzo dei
Miao sono protestanti. Ci accompagna
fino alla minuscola chiesetta, ricostruita vent’anni fa sulle macerie di quella
rasa al suolo durante la Rivoluzione
culturale. Si lascia fotografare davanti
al simbolo della croce, ma di fronte alla
curiosità sul passato il suo sguardo si
perde nel vuoto e la risposta è laconica:
«Abbiamo avuto le nostre punizioni».
Nella povertà i Miao hanno mante-
nuto tradizioni magnifiche. I costumi
antichi delle contadine sono tra i più
belli della Cina: giacche e gonne di seta
decorate con sofisticati motivi geometrici, grembiuli dai ricami colorati, con
i bordi di maglia disegnati all’uncinetto, sfavillanti cinture di cotone. In testa
portano turbanti neri o si fasciano i capelli in tessuti a strisce bianche e celesti avvolti a foggia di colbacco. I copricapi più maestosi li tirano fuori per le
feste: ogni donna ha la sua corona argentata, un capolavoro di stelle e fiori
lavorati nel metallo, con contorno di
orecchini, collari, anelli e pendagli che
ciondolano tintinnando come miriadi
di campanelli. Alla “festa del bufalo”,
che è il Capodanno dei Miao, ballano al
suono dei lusheng, i grossi flauti verticali di bambù. Alla “festa del riso delle
sorelle” si organizzano i futuri accoppiamenti: le ragazze in età di matrimonio invitano i giovani maschi, offrono
acquavite e paste di glutine di riso. Alla
fine delle danze e delle libagioni i giovanotti ricevono in regalo la pasta di riso da portare a casa. Se in mezzo al cibo
trovano nascosta una spina, è una proposta di matrimonio; se ci sono pistilli
rossi la ragazza ha fretta di convolare a
nozze; il peperoncino o l’aglio sono un
rifiuto.
Un opuscolo raccolto negli uffici governativi di Kaili vanta tutto il bene che
la Cina ha fatto ai Miao: «Prima del 1949
(l’anno della rivoluzione comunista,
ndr) il 95% della popolazione era affetta da malaria, da allora è stata sradica-
INVENTORI DEL BATIK
Vivono in casette di pietra e legno
di pino, allevano polli, tacchini
e maiali, che uccidono per
festeggiare l’anno nuovo, o
lavorano nei campi di riso coltivati
a terrazze. Ma i Miao sono famosi
soprattutto per i tessuti ricamati
dalle loro donne. Probabilmente
furono loro, nella notte dei tempi,
a inventare la tecnica del batik.
Quarta minoranza etnica di tutta
la Cina, hanno fama di essere
un popolo indipendente e ribelle
che partecipò alla sommossa
contro il potere centrale dei Qing
dal 1840 al 1870. Originari
del nord, si spostarono dalla
riviera del Fiume Giallo sempre
più verso sud e, dopo le invasioni
degli Han, si stabilirono sulle
montagne. Furono battezzati
Miao, che vuol dire “barbari”.
Otto milioni in tutto, restano
un popolo senza scrittura,
che venera draghi e serpenti
e che parla tre dialetti
ta. 23.000 insegnanti hanno portato l’istruzione nei villaggi di montagna dove regnava l’analfabetismo». Nel piccolo mondo medievale di Shiqiao l’improvviso apparire di manifesti di una
campagna contro l’Aids tradisce un’altra faccia della modernizzazione: facendo leva sulla miseria di questa gente, società private senza scrupoli sono
venute anni fa a comprar sangue. Usavano vecchie siringhe già infettate, interi villaggi sono stati contaminati.
Lo Stato centrale esibisce con orgoglio i privilegi demografici che ha concesso alle minoranze etniche come i
Miao. A differenza dei cinesi Han, per il
popolo di queste montagne non vale la
legge sul figlio unico. Ai Miao è permesso avere famiglie numerose, per
impedire che scompaiano. Otto milioni contro un miliardo e trecento: la partita è persa comunque. Nelle scuole si
insegna il mandarino, lingua nazionale. «I nonni parlano solo dialetti Miao —
dice Long Rongcheng — con i nipoti
non si capiscono più».
Anche le migliori intenzioni nascondono insidie. Per strapparli alla miseria
il governo incita i Miao a scoprire il bu-
siness del turismo. Sono arrivati fin qui
i primi pulmini di viaggiatori, per ora
soprattutto cinesi incuriositi dalla storia delle loro minoranze etniche. Si avvicina il giorno in cui la cultura e le tradizioni affascinanti dei Miao si snatureranno in “folclore”, i meravigliosi vestiti e le feste danzanti del villaggio a poco a poco subiranno una metamorfosi,
diventeranno una recita per le videocamere digitali dei turisti. E poi l’antenna
satellitare di Long ha già portato fin qui
le immagini dell’altra Cina, le sue luccicanti promesse di benessere. I cortei
dei Miao che ogni mattina all’alba
scendono a valle con le ceste vuote sulle spalle, al ritorno hanno gli occhi che
brillano come le vetrine illuminate dei
supermercati in città. A Shiqiao le
mamme che puzzano di sudore e di bufalo alla sera si sono messe lo splendido
costume delle antenate e le corone
d’argento, mi hanno offerto la grappa
di riso e hanno ballato sulla piazza del
paese. Ma in un angolo le loro figlie
adolescenti immusonite indossavano
jeans e finte Nike, e sognavano una discoteca.
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 10 APRILE 2005
Da sempre illustri studiosi e spregiudicati avventurieri cercano le tracce della
cassa che custodisce le Tavole della Legge. La Bibbia la descrive e secondo
la tradizione sarebbe sepolta sotto il Monte del Tempio, il luogo dove sorgono
il Muro del Pianto, sacro agli ebrei, e la moschea di al-Aqsa, sacra ai musulmani. Un saggio
ricostruisce le vicende tra archeologia, religione e politica sugli scavi degli “infedeli”:
i negoziati di pace dovranno occuparsi anche della disputa su ciò che sta sottoterra
Alla ricerca
Arca
dell’
Le lotte segrete
nel sottosuolo
di Gerusalemme
perficie. A ben vedere non potrebbe
essere altrimenti, tanto le sante pietre di Gerusalemme sono sovraccariIL CAIRO
che di simboli. La loro terribile uniscritto nel Libro dell’Esodo
cità risiede in questo: sono le pietre
che Mosè, ricevute da dio le
dove dio divenne storia. Non la stesTavole della Legge, le fece
sa storia né lo stesso dio: ma le stesse
custodire nell’Aron herit,
pietre, purtroppo.
l’Arca, una cassa in legno d’acacia. La
Generazioni di pellegrini le hanno
Bibbia ne offre una descrizione mismussate strofinandovi le mani o calnuziosa, e in un passo di grande inpestandole con i calzari; ma a levitensità racconta come re Davide e le
garle ha concorso anche il passo dei
tribù d’Israele portassero l’Arca in
guerrieri che se le disputavano, per
corteo, gridando e saltando, suonanfede, per ambizione, per avidità.
do e cantando, fino al luogo dove esGrondano santità ma anche sangue.
sa era venerata. Chi legge tutto queNon sbaglierebbe chi le considerasse
sto come una metafora può ricavarne
gli altari sacrificali del dio degli eserche secondo la
citi, sempre alaBibbia la Legge
cre in Medio
morale deriva da
Oriente. Più esatdio, i suoi precettamente sono il
ti sono assoluti,
pretesto cui queldunque “Non ucla divinità spesso
cidere” non è una
ricorre quando ha
norma abrogabisete. Così i primi
le da una società o
gravi scontri in
da un parlamento
Palestina, nel
a seconda delle
1929, cominciacontingenze. Ma
rono quando il
chi invece prenda
Gran Muftì di Geil testo nel suo
rusalemme accusenso letterale,
sò gli ebrei di vodeve concludere
ler distruggere la
che l’Arca fu reale
Cupola della Roce dovunque oggi
cia, da cui Maosia, contenga una
metto avrebbe
traccia di divino.
spiccato il volo
Infatti la Bibbia
per il paradiso.
riferisce all’Arca
Dalle consideravari prodigi, così
zioni del Gran
originando la traMuftì, di fatto indizione israelita
citamenti al massecondo cui essa
sacro, risultò la
irradia una certa
morte di duecenpresenza d’Onnitocinquanta perpotente. E in quel
sone. Sospettoso
caso trovarla
come quel dio
equivarrebbe a
musulmano semDal libro
trovare un’imbra il dio di quei
dell’ESODO, 25,10
pronta di dio,
credi cristiani cosenza dubbio la
stretti alla coabipiù sensazionale
tazione forzata
scoperta della storia. Ma al di là delle
nel tempio del Santo Sepolcro, sparsuggestioni riservate a chi crede, antito secondo confini tuttora conteche chi non crede non può restare instati: i suoi sacerdoti da decenni litidifferente alla storia antichissima
gano, e talvolta si pestano, per il posscolpita nelle Tavole della Legge. E
sesso di qualche scalino, di qualche
questo spiega perché da tempo nel
centimetro quadrato di pietra. Né
sottosuolo di Gerusalemme sia avvemancano esempi analoghi sul vernuto qualcosa che Hollywood titolesante israelita.
rebbe: la ricerca dell’Arca perduta.
Negli ultimi decenni l’ingresso in
A guidarci in questa vicenda favocampo degli archeologi avrebbe polosa è un saggio di Paolo Pieraccini
tuto sedare queste risse tra idolatri
(Politica, religione e archeologia in
delle pietre e in futuro, chissà, riporPalestina/Israele dal 1967 al 2000),
tare tutti al dio unico sepolto sotto i
pubblicato da Letture Urbinati, la risassi. Invece col tempo ha preso pievista dell’Università di Urbino. Viagde un’archeologia d’ispirazione religiando tra l’archeologia e la politica
giosa o politica che sembra badare
Pieraccini scopre sorprendenti relasoprattutto a fondare il diritto storizioni tra lo scontro sotterraneo, letteco degli uni o degli altri: col risultato
ralmente, che oppose archeologi e
di complicare ulteriormente la conreligiosi, e le dinamiche politiche che
tesa. Così adesso per arrivare a una
si sviluppavano, per così dire, in supace tra israeliani e palestinesi la
GUIDO RAMPOLDI
È
Repubblica Nazionale 40 10/04/2005
‘‘
Legno e oro
Faranno dunque un’arca
di legno d’acacia [...].
La rivestirai d’oro puro:
dentro e fuori la
rivestirai [...]. Farai
il coperchio d’oro
puro [...]. Farai due
cherubini d’oro [...].
Nell’arca collocherai
la Testimonianza
che io ti darò
questione da risolvere non è soltanto
la sovranità sulle pietre visibili, ma
anche su quelle invisibili e probabili,
le pietre che sono, o potrebbero essere, sottoterra.
Basti pensare a cosa avvenne nell’ultimo negoziato di pace, fallito, tra
governo laburista e Arafat, quando si
affrontò il contenzioso sul complesso
noto come il Monte del Tempio, che
include Muro del Pianto, sacro agli
israeliti, e la moschea al-Aqsa, sacra
ai musulmani. Clinton propose di
scindere la sovranità sulla superficie
dalla sovranità sul sottosuolo: ai palestinesi la superficie, agli israeliani il
sottosuolo. È un po’ come se stabilissimo che venti metri sotto i piedi degli italiani comincia la Francia. Inusitata e paradossale, l’opzione Clinton
offriva però una possibile soluzione
al conflitto che oppone, ormai da
quarant’anni, due avversari acerrimi.
Da una parte le autorità islamiche che
amministrano i luoghi sacri ai musulmani considerano “terra araba” anche quanto sta sotto, e non gradiscono scavi archeologici “infedeli”. Dall’altra quei settori religiosi israeliani
per i quali il Monte del Tempio è senza alcun dubbio proprietà della nazione ebraica, in quanto così afferma
la Bibbia (in Samuele XXIV, 24, è scritto che re Davide l’acquistò dai Gebusei per 50 sicli: peraltro l’esistenza
storica di Davide secondo alcuni studiosi non sarebbe provata).
Il Monte del Tempio è appunto il
luogo dove sarebbe sepolta l’Arca, secondo la tesi non inverosimile di alcuni gruppi religiosi. Il Tempio sorgeva
sulla sommità della collina, lì dove
prima c’era un altare del dio fenicio
Baal e oggi la moschea di al-Aqsa.
L’Arca era custodita nella stanza più
segreta, cui avevano accesso solo i più
alti sacerdoti in occasioni particolari.
Sparì nel 587 avanti Cristo, in seguito
DOMENICA 10 APRILE 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
MITO E REALTÀ
FOTO CORBIS/CONTRASTO
Nella foto qui sotto, una antica illustrazione
che rappresenta Mosé nel tabernacolo
dell’Arca dell’alleanza. Nella foto in basso,
uno scatto d’epoca del Monte del Tempio,
il punto di Gerusalemme sacro sia agli ebrei
sia ai musulmani in cui l’Arca - secondo
la leggenda e gli studi di alcuni archeologipotrebbe essere sepolta: nell’immagine
si distingue con precisione
la Cupola della Roccia
Parla lo storico Michele Piccirillo
Le stalle di Salomone
trasformate in moschea
ELENA DUSI
alla distruzione del Tempio da parte
dei babilonesi. È possibile che i sacerdoti l’abbiano messa in salvo solo
quando fu chiaro che la cittadella stava per capitolare; e in quel caso po-
FOTO ALINARI
Repubblica Nazionale 41 10/04/2005
FOTO CORBIS/CONTRASTO
D
IL DIPINTO
Sopra, l’Arca in un
dipinto murale
di Luigi Ademollo
a Palazzo Pitti
trebbero averla nascosta proprio sotto il Tempio, dove correvano canali e
forse passaggi segreti. Dovunque sia
finita, ignoriamo cosa ne sia stato in
seguito. Nel 63 avanti Cristo, quando
Pompeo arrivò a Gerusalemme per
ispezionare l’ultima conquista di Roma, visitò il Tempio, nel frattempo ricostruito, e non vi trovò «una singola
immagine di dio», come scrive Tacito.
I Romani ne furono sorpresi e forse si
convinsero che quel santuario vuoto
rappresentava un’oscura minaccia
all’Impero e alle sue divinità colorate.
Lo distrussero due secoli dopo, nel 70
dopo Cristo.
Ci sono anche le suggestioni di
questa storia millenaria dietro il forte
interesse dell’archeologia israeliana
per il Monte del Tempio. Ambivalente invece l’atteggiamento dei religiosi: alcuni arrivarono ad azzuffarsi con
gli archeologi che intendevano scavare l’area a sud del Muro del Pianto,
ritenendoli profanatori; altri sterrarono di propria iniziativa un antico
canale che passava sotto le case del
quartiere arabo, anche con l’idea di
affermare la sovranità israeliana su
quell’area. Per ottenere che il governo israeliano fermasse gli scavi sgraditi l’autorità religiosa islamica, il
Waqf, argomentò che lo sterro in
realtà aveva lo scopo di far crollare la
moschea di al-Aqsa erodendone le
fondamenta, un’antica paura araba
agitata sia dal Gran Muftì negli anni
Venti sia da Arafat settant’anni dopo.
Da questo conflitto tra religiosi armati di badile nacque l’epica batta-
glia del 1981, combattuta nelle viscere del Monte del Tempio. Da una parte alcuni rabbini e i loro studenti, che
scavarono un tunnel lungo il muro
occidentale fino a raggiungere una
cisterna d’epoca crociata sotto la
spianata. Dall’altra il personale del
Waqf, che aveva preso a scavare un altro tunnel per rintuzzare l’invasione.
Respinti gli avversari, in seguito anche il Waqf si diede da fare per attestarsi nel sottosuolo. A quindici metri
di profondità c’erano le cosiddette
Stalle di Salomone, un enorme sotterraneo di 500 metri quadrati, con 88
pilastri su dodici file, fatto costruire
da re Erode e successivamente ristrutturato durante il periodo ommayade, quando divenne un sito musulmano. Dopo scontri interminabili
con gli israeliani nel 1996 il Waqf riuscì a trasformare le Stalle in una moschea; e sullo slancio di quella vittoria, cominciò a scavare due antichi
tunnel, anch’essi in origine ebraici,
senza curarsi di eventuali reperti.
Per lo scandalo dell’archeologia
israeliana lo scavo venne condotto
con bulldozer. Quando si scoprì che
il materiale di risulta conteneva pezzetti di ceramica risalenti al Primo e
al Secondo Tempio, prestigiosi intellettuali israeliani chiesero al Waqf di
fermare quell’“atto irreparabile di
vandalismo”. Lo scontro è ancora
aperto. Probabilmente non si placherà fin quando una pace tra israeliani e palestinesi non indurrà religiosi e archeologi a fare la cosa più
ovvia: scavare insieme.
IL CAIRO
a Mussolini erede degli imperatori romani a
Saddam Hussein che imprimeva il proprio nome sui
mattoni usati per ricostruire Babilonia, alla maniera
di re Nabucodonosor. Salire sulle spalle dei grandi del
passato e guardare il mondo dall’alto della storia:
quale modo migliore per legittimare il proprio potere? E quale strumento più efficace, per ottenerlo, del
piegare eventualmente l’archeologia a scopi politici
o religiosi? Padre Michele Piccirillo, autore di numerosi scavi fra Israele, Palestina e Giordania e docente
di Storia e geografia biblica allo Studium Biblicum
Franciscanum di Gerusalemme, ha vissuto quarant’anni di diatribe archeologiche in Terrasanta.
Diatribe che, nel cuore spirituale dei tre monoteismi,
hanno visto ebrei laici, ebrei religiosi, musulmani,
cristiani cattolici e protestanti l’un contro l’altro armati, pronti ad alzare le pale contro i colleghi-nemici.
Quando iniziano i problemi in Terrasanta?
«Con gli esordi dell’archeologia biblica nell’800. I
primi archeologi cristiani hanno iniziato a lavorare
con il preciso intento di documentare i fatti narrati
nella Bibbia. Poi, con il tempo, abbiamo iniziato a scavare più serenamente, ma il problema si è riproposto
con la nascita del sionismo. A quel punto archeologia
e attualità, religione e politica hanno iniziato a intrecciarsi fra loro. La ricerca delle vestigia del passato
da un lato e l’interpretazione dei testi sacri dall’altro
sono diventati un fatto nazionale, legato alle vicende
dei giorni nostri più che a criteri di scientificità. Per
esempio, l’uso di alcuni termini come «periodo israelitico» in alternativa a «età del ferro» è un elemento
fuorviante. In Terrasanta troviamo infatti reperti del
periodo israelitico, ma appartenenti a popolazioni
ben diverse dagli israeliti, come aramei, idumei, fenici o altri. Analogamente, bisogna mettersi d’accordo
sulla definizione dell’antica regione della Palestina: i
suoi confini si estendevano a nord solo fino al monte
Carmelo, poi si entrava in territorio fenicio. Sarebbe
scorretto fare paragoni con la Palestina attuale».
Com’è la situazione oggi sulla spianata del Tempio, e soprattutto nel sottosuolo?
«C’è una relativa calma, dopo anni terribili. Ricordo quando gli israeliani scavavano per aprire la seconda porta del tunnel che corre lungo il Muro occidentale. Il mio convento è a pochi metri di distanza, e
di notte sentivo i martelli pneumatici trapanare la terra. Oggi il tunnel è tranquillamente visitato dai turisti,
ma l’apertura della seconda uscita nel 1996, sotto il
governo di Netanyahu, scatenò violenze terribili fra
israeliani e palestinesi. Anche la moschea di Marwan
è frequentata quotidianamente. Si trova nel sottosuolo, esattamente sotto la al-Aqsa, ed è diventata un
luogo di preghiera riservato alle donne. Questo ambiente immenso storicamente ospitava le cosiddette
Stalle di Salomone. Certo, vederlo trasformato in un
locale tutto marmi e luci al neon può non corrispondere al nostro gusto estetico, ma non credo che lì sotto sia stato commesso alcuno scempio archeologico».
La guerra dell’archeologia rimane confinata solo
a ebrei e musulmani o coinvolge anche i cristiani?
«Alcuni episodi spiacevoli coinvolgono anche noi,
ma difficilmente fuoriescono dall’ambito religioso
per toccare quello politico. Penso all’invenzione di
alcuni siti di pellegrinaggio o all’esagerazione dell’importanza di alcuni reperti. Così una barca del primo secolo ritrovata accanto al lago di Tiberiade è diventata la barca di Gesù. I presunti siti della “Nuova
Emmaus” ormai si sprecano. Una cisterna recentemente pubblicizzata come luogo di preghiera di Giovanni il Battista sembra non avere nulla a che fare con
il personaggio. Mentre gli scopritori di un ossario con
un’iscrizione relativa a Giacomo, fratello di Gesù, ora
si trovano davanti ai giudici».
LE OPERE DI SAUL BELLOW
NEGLI OSCAR MONDADORI
JAMES ATLAS
VITA DI
SAUL BELLOW
www.librimondadori.it
La sparizione
Il circolo Bellarosa
Quello col piede in bocca e altri racconti
I conti tornano
Il re della pioggia
Herzog
Ne muoiono più di crepacuore
L'uomo in bilico
Le avventure di Augie March
La resa dei conti
Il dicembre del professor Corde
Ravelstein
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 10 APRILE 2005
Il musical dei Monthy Python sulla leggenda di re Artù continua a fare
il tutto esaurito. E sui più prestigiosi palcoscenici di New York
si alternano interpreti del calibro di Denzel Washington, Jessica Lange,
Kathleen Turner, Billy Crystal, Jude Law, Ralph Fiennes, Liam Neeson. Perché un attore
di fama può garantire il successo al botteghino, ma soprattutto perché per molte star la prosa
può essere una occasione di rilancio, una sfida da vincere o una passione che torna
FOTO CORBIS/CONTRASTO
Repubblica Nazionale 42 10/04/2005
NEW YORK
a decisione di una star hollywoodiana di calcare i palcoscenici di Broadway crea
un evento mediatico che allarga inevitabilmente, ed esponenzialmente, il pubblico che frequenta i teatri
intorno a Times Square. È lunghissima la
lista di spettacoli il cui successo è legato alla presenza di un divo del cinema, o che
sono stati salvati dal disastro commerciale dalla sostituzione del protagonista con
una star scritturata frettolosamente e a
suon di milioni. Tuttavia la scelta degli attori di privilegiare il teatro sul cinema suscita tra gli addetti ai lavori giudizi spesso
velenosi: si va dall’accusa di tentare di nobilitarsi e darsi un’aura intellettuale a
quella di adattarsi per forza maggiore durante un mesto periodo di declino.
A queste valutazioni, basate principalmente su un dato economico e mediatico
(i cachet e la visibilità che offre Broadway
non sono paragonabili a quelli di Hollywood) va aggiunto in alcuni casi un dato crudelmente anagrafico: il teatro non
contempla i primi piani, e il palcoscenico
minimizza i segni del tempo sul volto di
una star che invecchia.
Certo, non mancano casi di grandi divi
del cinema nati sulla ribalta e sinceramente appassionati di teatro al punto da
ritornarci a costo di pesanti sacrifici economici (basti pensare allo Shakespeare in
the Parkal quale hanno prestato il loro talento attori del calibro di Al Pacino e Meryl
Streep); e sono sempre più frequenti i casi di attori che individuano nel palcoscenico un momento di riflessione rispetto al
vuoto hollywoodiano.
La recente storia di Broadway, caratterizzata in primo luogo dalla cosiddetta
“British Invasion” (il boom delle megaproduzioni inglesi, cominciato con Cats),
e quindi dalla “Disney Invasion” (iniziata
con Beauty and the Beast), ha visto la riduzione sensibile degli spazi dedicati alla
prosa ed una parallela diminuzione degli
allestimenti dei classici del musical, sostituiti da adattamenti di film di successo
(Grease), pellicole di culto (Hairspray),
collage di canzoni dichiaratamente
“camp” (Mamma Mia, basato sui grandi
successi degli Abba) o addirittura di spet-
L’obiettivo di tutti
è ripetere il trionfo
di Producers,
il film di Mel Brooks
la cui messa in scena
con Matthew
Broderick ha
ottenuto dodici premi
Tony e ora farà
ritorno al cinema
FOTO AFP
ANTONIO MONDA
FOTO PHILIP RINALDI/AP
Le stelle di Hollywood
si divertono a teatro
L
tacoli comici televisivi.
L’esempio più eclatante é rappresentato da Spamalot, un esilarante musical
basato sui personaggi creati dai Monty
Python che fa il verso sin dal titolo al mondo epico di Camelot. Ne sono protagonisti attori cinematografici come Tim Curry
ed Hank Azaria, e non é certamente un caso che sia diretto da Mike Nichols, un regista nato nel teatro, ma diventato celebre
in tutto il mondo grazie alla settima arte.
Lo spettacolo, che rielabora in puro spirito Python le leggende di re Artù, discende
direttamente dal film Monthy Python and
the Holy Grail.
AncheSpamalotproponeunapproccio
“camp” caratterizzato da riferimenti alla
cultura popolare, sfacciati anacronismi e
volgarità ripetute al punto da diventare
inoffensive. I più attenti riconosceranno
che la voce del Padreterno é quella di John
Cleese,mal’interaplateasirendecontosin
dall’entrata in scena che Hank Azaria ottiene con questo spettacolo la consacrazione che ancora non ha avuto ad Hollywood. Si ride molto, ma affiora ripetutamente la sensazione di una commistione
di generi che ha ben poco a che fare con il
teatro, ed è sintomatico che le critiche siano state caratterizzate soprattutto da un
interrogativo puramente economico: riuscirà a diventare il nuovo Producers?
Il riferimento al fortunatissimo spettacolodiMelBrookshasigillatounnuovocapitolo nell’ambivalenza tra Broadway e il
cinema. The Producers é infatti un film di
Mel Brooks che il regista ha adattato in uno
spettacolo vincitore di dodici premi Tony
e che sta per diventare nuovamente un
film, prodotto dallo stesso Brooks con l’identico cast che ha trionfato a Broadway.
Con la lungimiranza di chi è nel mestiere
da quasi cinquant’anni, Brooks scritturò
per la messa in scena teatrale un divo indiscusso di Broadway (Nathan Lane) ed un
attore cinematografico di successo
(Matthew Broderick). I due sono stati richiamati sul palcoscenico ogni volta che la
sostituzione con attori meno noti generava una flessione nella vendita dei biglietti.
Negli stessi giorni del debutto di Spamalot, Denzel Washington ha portato a
Broadway un allestimento di Giulio Cesare nel quale si cimenta nel ruolo di Bruto.
L’indubbio “star power” dell’attore ha generatovenditerecord,maancherecensioni al vetriolo: sul New Yorker Hilton Als ha
DOMENICA 10 APRILE 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
LA STORIA
GLI ESORDI
IL PULITZER
WEST SIDE STORY
CATS
DISNEY INVASION
La grande stagione
di Broadway inizia
nel gennaio
del 1893 quando
viene aperto
l’Empire (nella
foto), il primo
teatro
Nel 1931 per la
prima volta uno
spettacolo di
Broadway vince il
premio Pulitzer: è il
musical “Of thee I
sing” di Gershwin
(nella foto)
Il debutto del
musical West Side
Story, nel 1957 al
Rivoli Theatre (nella
foto), è considerato
uno dei momenti
salienti della storia
di Broadway
Con la prima di Cats
(nella foto), il 7
ottobre 1982, inizia
a Broadway la
“British invasion”:
il pubblico premia
gli show arrivati
dal Regno Unito
L’ultima ondata
riguarda spettacoli
teatrali nati dalle
storie della Disney;
tra essi “Lion King”
(nella foto), “Beauty
and the Beast”
e “Aida”
Debutti e flop dei divi sul palco
Quando Burton
recitò ubriaco
C
Repubblica Nazionale 43 10/04/2005
stigmatizzato i manierismi cinematografici della sua recitazione, ed ha scritto che
«non è riuscito a diventare Bruto, ma lo ha
trasformato in una versione di se stesso».
Come racconta Eva contro Eva, il più
grande film hollywoodiano mai dedicato
a Broadway, non esiste forma di spettacolo in cui la critica abbia un potere maggiore, e sono numerosi i casi in cui una
stroncatura sul New York Times abbia
causato la chiusura di uno spettacolo prima dell’apertura ufficiale al pubblico. Se
Ben Stiller ha preferito optare per il prestigioso Off Broadway del “Public Theatre” per il testo teatrale di un regista cinematografico come Neil Labute, Jessica
Lange e Christian Slater duettano malinconicamente a Broadway in Zoo di Vetro
di Tennessee Williams. Lo spettacolo è
decisamente modesto, ma le critiche
hanno riconosciuto il carisma della diva,
garantendo il tutto esaurito almeno per le
prime settimane di programmazione.
Basta addentrarsi nella quarantacin-
quesima strada per assistere al ritorno a
teatro di Jeff Goldblum in The Pillowman
e di Kathleen Turner in Chi ha paura di
Virginia Wolf, mentre al confine della zona delimitata da Times Square, John Turturro sta per debuttare con la versione
americana di Questi Fantasmi. Diverso
ma egualmente sintomatico il caso di Billy Crystal, che con 700 Sundays propone
a Broadway un one man-show simile a
quelli che lo hanno imposto all’inizio della sua carriera, ma che deve in primo luogo alla sua popolarità cinematografica il
trionfo attuale.
Negli ultimi anni Broadway ha rappresentato anche l’occasione per arricchire il
curriculum di un divo non americano da
lanciare sullo schermo: per non rimanere cristallizzato nell’immagine del Wolferine degli X-Menl’australiano Hugh Jackman ha debuttato con esiti disastrosi in
una commedia musicale prettamente
americana come The Man from Oz, mentre i britannici Jude Law, Ralph Fiennes e
Liam Neeson hanno compreso che il modo migliore per conquistare la difficile
platea newyorkese è quello di affidarsi a
testi ambiziosi come Indiscretions o a
classici come Amleto e Il Crogiuolo.
Di tutt’altro genere la scelta dell’americano Alec Baldwin, il quale nell’illusione
di ripercorrere le tracce di Marlon Brando
dopo Caccia a Ottobre Rossodecise di non
interpretare più il personaggio di Jack
Ryan pur di recitare in un allestimento di
Un tram che si chiama desiderio. Per lo
sconcerto dei produttori, e soprattutto
del suo agente, l’attore rifiutò persino un
rilancio miliardario per il film successivo
nel quale compariva il personaggio creato da Tom Clancy, e offrì la propria versione di Stanley Kowalsky accanto a una
Blanche interpretata da Jessica Lange. Lo
spettacolo si rivelò un clamoroso fiasco,
ed il ruolo di Jack Ryan venne affidato ad
Harrison Ford, che ne fece un eroe cinematografico ed un personaggio di successo secondo solo ad Indiana Jones.
IL FENOMENO
Qui sopra, una
scena di “Spamalot”,
il musical dei Monthy
Python che sta
riscuotendo
un successo enorme
in queste settimane.
Nella pagina accanto,
dall’alto, Jessica
Lange e Christian
Slater in “The Glass
Managerie”, Nicole
Kidman e Iain Glen
in “The Blue Room”
e infine Denzel
Washington
che interpreta
il ruolo di Bruto
nel “Giulio Cesare”
ome ha raccontato in maniera immortale Eva contro Eva, la più nota pellicola dedicata a Broadway, la storia
della «grande strada bianca» che
taglia Manhattan in verticale si
nutre della leggenda quotidiana
di fiaschi e successi, rivalità violentissime e complimenti al vetriolo. Accanto ai pochi trionfi
che si registrano nel corso di un
anno, ci sono una infinità di
spettacoli che arrivano al debutto, come si dice in gergo,
«d.o.a.»: «dead on arrival» ovvero «morti all’arrivo». La causa
può essere, di volta in volta, una
idea sbagliata in partenza, una
debolezza di regia o di recitazione, oppure un fuoco di fila di feroci
stroncature.
Perfino Katharine Hepburn ebbe
la sua razione di
critiche al limite
dell’insulto, e decise di abbandonare
lo spettacolo e rinunciare al compenso quando Dorothy Parker scrisLA STRONCATURA
Nella foto,
se che le «sue emoKatharine
zioni non andavaHepburn: dopo
no oltre il passagle feroci critiche
gio dalla A alla B».
a una sua
Tra le stroncature
interpretazione
che più vengono ria Broadway,
cordate e citate c’è
abbandonò la
quella che subì Riparte e rinunciò
chard Burton, il
al compenso
quale pensò bene
di concedersi qualche bicchiere di troppo durante
gli intervalli dell’anteprima di
un Amleto, e lesse il giorno successivo: «L’effetto dell’alcool
sulla recitazione ha trasformato
negli ultimi due atti il principe in
un omosessuale».
Tra i debutti che meno hanno
lasciato il segno, c’è invece quello di Marlon Brando in I remember Mama (la critica stroncò
compatta e scrisse quasi all’unanimità di un cast da dimenticare), mentre il più sorprendente è
probabilmente quello di James
Cagney, che in Every Sailor interpretò il ruolo di una ballerina di
fila, con tanto di parrucca e tutù.
La consapevolezza dell’importanza fondamentale della
“opening night” ha scatenato
reazioni paradossali nei talenti
più istrionici. L’esempio più clamoroso viene da John Barrymore. Disturbato dai continui colpi
di tosse della gente in sala durante un’anteprima per la stampa di
un suo spettacolo, il celebre attore si affacciò alla ribalta all’inizio
del secondo atto con del pesce in
mano e lo lanciò in platea, gridando: «Divertitevi con questi,
maledetti trichechi!».
(a.m.)
DOMENICA 10 APRILE 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
spettacoli
CAPOLAVORI
Francis Ford Coppola
è nato a Detroit
il 7 aprile 1939. Alcuni
suoi film fanno parte
della storia del
cinema: dalla trilogia
de “Il Padrino”
ad “Apocalypse Now”
e “Cotton Club”
Grandi registi
ENRICO BONERANDI
A
BUSTO ARSIZIO
Repubblica Nazionale 45 10/04/2005
pocalypse now a Busto Arsizio. Hanno fatto arrivare
Francis Ford Coppola in
elicottero con musica wagneriana d’accoglienza, mentre tre ragazzotti di Gallarate maniaci di giochi di
guerra simulata, vestiti in tuta verde da
Settimo Cavalleria, gli facevano il saluto
militare. Il regista, che compie in questi
giorni 66 anni, da secoli non gira un film
— l’ultimo è stato L’uomo della pioggia—
e fa il pensionato in camicia hawaiana coi
palmizi, si è accomodato nella sceneggiatura imbastita dal BA Film Festival, che ieri l’ha invitato nel Varesotto, ed è stato al
gioco.
Diabolico, Coppola ha poi sabotato l’evento — targato centrodestra — da esperto guastatore. Dichiarando col sorriso più
aperto che non conosceva il festival e non
aveva la minima idea del perché lo avessero voluto lì (pagandogli il viaggio): «La
verità? Nessuno mi ha spiegato un bel
niente, però adesso m’informo». Subito
dopo ha rinnegato supposte iniziative
culturali che gli avevano attribuite, annunciando come unico suo progetto
concreto l’intenzione di aprire un albergo a Bernalda, paese natale della sua famiglia, nel cuore della Basilicata, visto
che finalmente ha ottenuto il passaporto
italiano e può così avviare iniziative commerciali nel nostro Paese senza troppi
problemi.
Ma se l’elicottero sembrava uscito da
Apocalypse now, l’arrivo nella sede del festival è stata una scena de Il Padrino. Accanto a Coppola c’era un personaggio
molto abbronzato, giacca coi bottoni d’oro, foulard infilato nel collo aperto della
camicia e sigarone in mano. Si chiama
Nunzio Alfredo D’Angeri ed è l’ambasciatore del Belize: Francis — che in California pure lui rappresenta lo Stato centroamericano, dove possiede un esclusivo
resort — venerdì notte ha dormito nella
villa di Parabiago di D’Angeri. Alla sinistra
di Coppola, invece, c’era Zucchero Fornaciari. Vi conoscete? «No». Scavando,
viene fuori soltanto che Zucchero stima
molto Coppola, ha fatto uno dei suoi pri-
Coppola. Mi offrono
soltanto film stupidi
mi concerti in Basilicata e ha registrato un
disco a Napa Valley, vicino alle vigne dove Coppola produce milioni di bottiglie di
un vino che ha chiamato «Rubicone». Entrambi — ecco svelato il mistero — sono
amici dell’ambasciatore.
Parla un po’ di italiano, Coppola, e dichiara amore per la nuova patria, soprattutto per la Basilicata, «poco famosa nel
mondo perché non c’è mafia o camorra».
Alle prossime elezioni potrebbe pure votare. Per chi, sempre che abbia nozioni
della nostra politica? «Non vedo perché
dovrei dirlo». Lui non è un anti-Bush come tanti altri dello show-business nordamericano, e come si poteva arguire da
vecchie interviste. Lo si scopre per caso,
parlando del documentario di Jonathan
Nossiter Mondovino, appena uscito sugli
schermi italiani. Coppola spiega che non
ha voluto partecipare al film, al contrario
di tanti altri personaggi famosi amanti
dell’enologia, perché non aveva il controllo delle immagini: «Quando ti piazza-
‘‘
Famoso a trent’anni
Non giro nulla da quasi
nove anni: un artista che
comincia molto giovane
e diventa famoso a
trent’anni che fa dopo?
no davanti a una telecamera, non sai mai
come va a finire». Per illustrare meglio il
concetto, cita come esempio di film-patacca che distorce la realtà proprio quel
9/11 di Michael Moore che è una delle
bandiere della resistenza contro il presidente repubblicano. Chiamando Moore
— apposta, probabilmente — Roger, come l’interprete di James Bond.
Di sé, Francis Ford Coppola racconta la
maturità tranquilla e benestante, l’orgoglio di essere padre di artisti come la figlia
Sofia («bellissime le scene del suo nuovo
film Marie Antoinette. Ma io non ci ho
messo il naso»), l’impegno saltuario come produttore («spesso l’unica cosa che
fa il produttore è piazzare il suo nome nei
titoli»). Gli ricordano rispettosamente
che da sette anni non fa un film, e lui: «Veramente mi avvicino ai nove. Un artista
che comincia molto giovane e diventa famoso con le pellicole girate sui trent’anni, che fa dopo? Sceglie di ripetersi o di tornare all’inizio, come fosse uno studente.
Piuttosto dei film stupidi che mi proponevano di girare, ho deciso così. Sono pochi quelli che fanno belle cose anche da
vecchi. Penso a Shakespeare — ride di gusto — o al vostro Verdi, che ha composto
l’Otello che aveva una bella età». Niente
stress o nostalgie, assicura: «Col cinema
non devo mantenere la famiglia». Gli bastano il vino e gli alberghi. «Beh? Ho un’azienda di prestigio che mi dà il privilegio
di poter aspettare l’idea giusta. E poi, i film
di oggi sono tutti uguali».
Una storia sulla guerra in Iraq le potrebbe interessare? «No». Perché? Coppola si spazientisce, probabilmente da
anni lo torturano con questa domanda.
Risponde alla Jannacci: «Perché no». Poi
si addolcisce in un «preferisco il futuro
degli uomini alla guerra». Il vecchio progetto Megalopolis, un film su una città
dell’utopia, per ora è accantonato: «Ho
scritto e riscritto la sceneggiatura, ci ho lavorato tantissimo, ma forse era una cosa
troppo ambiziosa e l’ho messa da parte.
Se vivo a sufficienza, magari la riprenderò
in mano».
Gli organizzatori del festival bustese
provano a fargli dichiarare qualcosina
sull’importanza di sostenere il cinema
italiano, ma Coppola non ci pensa neanche a pronunciare una frase gradita ai
suoi ospiti: «Negli anni ‘50 e ‘60, con gli
stessi problemi, avete avuto almeno trenta grandi registi che hanno creato opere
indimenticabili. Ora succede in Iran. Il cinema gira, tornerà il vostro momento».
Un ragazzo cerca di consegnare a Coppola un suo copione, ma il regista ritrae le
mani come se i fogli bruciassero: «Non
voglio». Questione di diritti d’autore: in
futuro il simpatico giovane potrebbe accusarlo di avergli rubato un’idea.
Che consiglio darebbe a un regista
principiante? «Sposati presto». Per la
morte del papa, in Italia, il mondo dello
spettacolo si è fermato per giorni e le tv sono state monotematiche: che ne pensa?
Coppola allarga le braccia e risponde soavemente: «È il primo papa che muore nell’epoca dei grandi media e della Cnn. Le tv
ci hanno costruito il loro business, che volete farci, anche se l’evento non era poi
così importante».
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 10 APRILE 2005
i sapori
L’espresso - macchiato, corretto o allungato accompagna le nostre giornate e scandisce i nostri
break purché sia fatto come “regola comanda”.
L’ultima occasione per celebrarlo mercoledì a Milano
dove saranno premiati artisti e designer che hanno
raccontato i luoghi d’incontro davanti alla tazzina
Gusto in tazza
itinerari
Il napoletano
Antonio Tubelli
è uno dei più
appassionati
conoscitori
della cultura
alimentare
campana. Nel suo
locale-culto
Timpàni e Tèmpura
propone solo piatti
della tradizione
più antica
Trieste
Roma
Napoli
Porto
franco
dall’inizio
del 1700,
qui
sbarcavano
le navi in
arrivo dalle
piantagioni
per rifornire
i bellissimi caffè dell’impero
asburgico, tradizione rimasta intatta
in città. L’Associazione Caffè Trieste,
nata nel 1891, è ancora operante.
La tradizione
della tazzina
fumante ha il
suo tempio
in piazza
Santo
Eustachio,
con due bar
che si
contendono
meriti e clienti. Molto diffusa in città,
la variante del “caffè al vetro”, servito
in un bicchierino riscaldato e riempito
per un terzo
La tazzulella
‘e cafè è
così
radicata
nella cultura
e nella
tradizione
cittadina,
che la vera
scommessa
dei bar è fidelizzare i clienti: se la
tazzina non è caldissima,
la miscela profumata,
l’abbandono è certo
DOVE DORMIRE
L'ALBERO NASCOSTO
Via Felice Venezian 18
Tel. 040-300188
Camera doppia da 80 euro,
colazione inclusa
DOVE DORMIRE
LE SUITE DI VIA OTTAVIANO
Via dei Gracchi 6
Tel. 06-39745602
Camera doppia da 75 euro,
colazione inclusa
DOVE DORMIRE
B&B ATRI3
Via Atri 3
Tel. 081-292834
Camera doppia da 60 euro,
colazione inclusa
LA MIGLIORE TAZZINA
CAFFE’ SAN MARCO
Via Cesare Battisti 18
Tel. 040-363538
LA MIGLIORE TAZZINA
TAZZA D’ORO ORIGINAL COFFEE
Via degli Orfani 84 (Pantheon)
Tel. 06-6789792
LA MIGLIORE TAZZINA
DON GENNARO 0’ CAFETTIERE
Via Sant’Anna dei Lombardi 4
Tel. 081-5512837
DOVE COMPRARE
CREMCAFFE’
Piazza Goldoni 10
Tel. 040-820747
DOVE COMPRARE
TORREFAZIONE G. DE SANCTIS
Via Tagliamento 88
Tel. 06-8552287
DOVE COMPRARE
CAFFE’ DELIZIA
Via Cuma 131 (Bacoli)
Tel. 081-8543043
Caffè
Più che un piacere un rito antico
icono che i baristi siano
persone piuttosto pazienti.
Non si spiegherebbe altrimenti come resistere dalle
sette di mattina a un’ora
imprecisata della sera, davanti a orde di clienti che ti chiedono la
stessa bevanda — il caffè — in almeno
una dozzina di modalità differenti. Contare per credere: corto, lungo, doppio in
tazza piccola o grande, freddo o shakerato, con latte freddo o caldo a parte, macchiato (anche in questo caso freddo o caldo), allungato con acqua, corretto con i liquori più diversi (dalla Sambuca al Fernet, passando per Grappa, Brandy, Anice).
Più che un’abitudine, un rito. Più che
una bevanda, un premio, piccolo e inderogabile, che ci regaliamo da appena svegli a prima di coricarci (tutti noi abbiamo
almeno un amico che sorseggia beato il
caffè dopo cena, «tanto dormo lo stesso»).
E siccome davanti al piacere della tazzulellanon c’è anatema del ministro Sirchia
che tenga, negli ultimi anni l’interesse per
il caffè — come simbolo, pretesto, luogo
d’incontro — è montato come la crema di
un espresso fatto come regola comanda.
Così, mercoledì, in contemporanea
con il Salone del Mobile, a Milano verranno premiati i vincitori del concorso internazionale di idee «Espresso —
spazio/tempo del caffè», indetto da Do-
Repubblica Nazionale 46 10/04/2005
D
a contatto con la bevanda calda sprigionamus e IllyCaffè. Gli oltre 700 concorrenti,
no odori poco aromatici, il caffè espresso
designer e artisti under 35 da tutto il monè un parente lontano di quello che beviado, hanno avuto un anno di tempo per
mo nel nostro bar preferito. Ma non è queraccontare — progettandolo — il loro
sto il punto.
concetto di caffè coIn realtà, il caffè,
me luogo di consucon tutte le sue immo, ma anche di inprobabili varianti
contro, conoscen(dal Frappuccino al
za, scambio.
Mocaccino) è il preBen lo sanno
testo per entrare in
quelli di Starbucks,
un luogo accoglieninventori di uno dei
te — spazioso, calfenomeni più imdo, con i bagni puliportanti nel mondo
ti e le sedie comode
del fuori-casa ali— dove con un paio
mentare, appena
di dollari puoi trasbarcati in Italia. A
scorrere dieci miloro, il merito di
nuti o un intero poaver aperto un primeriggio leggendo,
mo locale, a metà
chiacchierando, latra il bar per studenvorando al computi e una sala d’attesa
ter (grazie alla conferroviaria, aperto
nessione wireless)
— non a caso — in
senza che nessuno
quel di Seattle, rapivenga a chiedertene
damente assurto a
conto. E in più, gli
luogo-culto di gioDa
QUESTI
FANTASMI
approvvigionavani (e meno giovamenti delle materie
ni) di tutta America.
Certo, da Starprime, caffè cacao e
bucks il caffè è sicuramente migliore di
altro, sono fatti in base a scelte socialquello offerto negli altri bar (per il livello
mente responsabili, tra il commercio
statunitense). Comunque, la tazzina di ceequo e solidale e le associazioni no-profit.
Quella dell’irreprensibilità etica sta diramica non esiste, i bicchieri di polistirolo
MOKA
Inventata da
Alfonso Bialetti nel
1933 e ispirata da
un prototipo di
lavatrice con bollitore
e cestello per
la raccolta dell’acqua.
La moka si basa sul
passaggio dell’acqua
dal basso in alto,
ovvero dalla piccola
caldaia, attraverso
il cestello-filtro con
dentro il caffè, (grazie
alla pressione del
vapore), alla parte
superiore
‘‘
Eduardo De Filippo
A noialtri napoletani,
toglierci questo poco
di sfogo fuori al balcone...
Io...a tutto rinuncierei
tranne a questa tazzina
di caffè, presa
tranquillamente qua,
fuori al balcone ...
NAPOLETANA
E’ composta di due
parti, con in mezzo
un filtro a cestello,
che viene colmato,
senza pressare, con
caffè. L’acqua
riempie la parte
inferiore, alla quale si
avvita, a testa in giù,
quella superiore, col
beccuccio. Al primo
bollore e a fuoco
spento, si capovolge
la caffettiera,
lasciando che l’acqua
filtri lentamente
attraverso il caffè
FOTO ZEFA
LICIA GRANELLO
ventando una moda che coinvolge grandi aziende e artigiani di nicchia. Si va dal
progetto “Terra!” di Lavazza alle strategie
di supporto allo sviluppo locale dei paesi
produttori lanciata da Illy, giù giù fino ai
“Bambini del caffè” di Caffè del Doge, il
marchio che ha fatto conoscere in Italia il
caffè “Caracolito” cubano. Perché pagare il giusto chi produce è sacrosanto,
comprare gli scuolabus per i bambini delle comunità andine meritorio. Ma la qualità? Il chicco-perla del caffè cubano che
rilascia sentori di cacao o il profumo di
zenzero che rinfresca la bocca gustando
un caffè etiope, sono meravigliose eccezioni.
È sulle miscele, ovvero la grande maggioranza del caffè in commercio, che le
speculazioni dilagano. In pochissimi
specificano percentuali e provenienze. E
in pochissimi conservano l’arte del cafetiere, il barista specializzato che con il suo
braccio allenato è pronto a pressare, accompagnare, staccare dalla macchina—
espresso, secondo necessità e intuito.
Raccontano che a Napoli,
prima dell’avvento dei bar,
al mattino presto le donne
dei “bassi” vendessero sull’uscio di casa il caffè alla napoletana, fatto al momento per i
passanti. Se qualcuna è ancora in attività, prego, si faccia riconoscere.
A INFUSIONE
Usata nel nord
Europa, la caffettiera
funziona con uno
stantuffo che preme
una cialda
in carta piena
di macinato all'interno
di un vaso di vetro
termico colmo
d'acqua bollente.
Fa un caffè adatto
agli appassionati
della tazza grande
e della bevanda
leggera.
Particolarmente
diffusa in Svezia
600
Il numero di tazzine procapite
che gli italiani gustano
ogni anno al bar e in casa
712mln
A tanto ammonta,in euro,
il giro d’affari del mercato
del caffè in Italia
1570
È l’anno in cui viene
inaugurato a Venezia
il primo caffè pubblico
DOMENICA 10 APRILE 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
I PAESI PRODUTTORI
BRASILE
COLOMBIA
PERU’
COSTARICA
E’ il Paese numero uno
per quantità. Con la sua
produzione, infatti, copre
quasi un terzo dell’intero
fabbisogno mondiale.
La coltivazione è cominciata
nel 1729.Tra le due guerre
il periodo peggiore
a causa dei ripetuti
eccessi di raccolto
Considerato il principale
prodotto agricolo e
d’esportazione del Paese,
il caffè viene coltivato
sulle prime alture andine,
intorno ai 1200 metri
di altezza. La qualità
del “tinto”, tazzina di caffè
nero, varia a seconda
delle zone di produzione
E’ una terra consacrata
alla coltivazione del caffè,
anche grazie ai terreni
fortemente minerali
e al clima particolarmente
piovoso. Chanchamayo,
che si trova nel dipartimento
di Junin, è considerata la
zona-culto per la raccolta dei
chicchi più pregiati di caffe’
Altro Paese benedetto
per la coltivazione
dell’arabica: suolo
vulcanico e clima
temperato, insieme
alla presenza di porti
affacciati sui due oceani,
lo collocano ai primissimi
posti per quantità e qualità
di produzione
ARABICA
La più pregiata
delle specie del caffè
coltivate nel mondo
Tra le varietà: Moka,
Bourbon e Tipica.
Necessitano di colture
in terreni minerali,
meglio se di origine
vulcanica, oltre
i seicento metri di
altezza. Il clima
ideale si attesta
intorno ai venti gradi
ROBUSTA
Ha caratteristici grani
piccoli, più ricchi
di caffeina rispetto
all’Arabica. Il nome
specifica un’attitudine,
quella di crescere anche
in terreni poco vocati
e di resistere alle
malattie. I costi di
coltivazione, quindi,
sono inferiori, aromi e
gusto risultano però
molto meno eleganti
Una bevanda simbolo del dinamismo borghese
E la caffeina battezzò
la civiltà del business
MARINO NIOLA
FOTO STOCKFOOD
Repubblica Nazionale 47 10/04/2005
I
l caffè è utile soprattutto a coloro che intendono risparmiare il tempo piuttosto che la salute.
Lo diceva Linneo, padre delle scienze naturali,
a proposito della bevanda nera appena giunta in
Europa dall’Oriente. Nel mondo arabo fin dall’antichità il caffè era una sostanza sacra proprio perché rende lucidi, dinamici e favorisce il controllo
razionale. Il grande scienziato svedese è dunque il
primo intellettuale europeo a intuire la ragione
della successiva, travolgente fortuna della mitica
tazzulella.
Linneo coglie, infatti, una perfetta corrispondenza tra il ritmo sempre più veloce della modernità nascente e le proprietà eccitanti della bevanda. Nel Seicento si verifica una crescita esponenziale della produzione, anche grazie alla tratta degli schiavi africani deportati in America Latina per
lavorare nelle piantagioni. E il caffè si diffonde
massicciamente in Europa.
Il rapporto tra caffeina e lavoro è una costante
nella storia dell’Arabica. Come dirà a fine Settecento
Benjamin Franklin, il caffè tenendo svegli i lavoratori, permette l’allungamento del
tempo operativo e, poiché il
tempo è denaro, diventa automaticamente un fattore
produttivo. Non a caso nei posti di lavoro americani il caffè
è da sempre a disposizione del
personale. Dopo la seconda
metà del Seicento, quando il
nero infuso comincia a imporsi come consumo di massa, resta strettissimo l’intreccio tra il suo gusto amaro e forte e le lucide emozioni del business.
I primi Caffè nati in Europa sono locali dove ci si
riunisce per gustare profumate miscele e insieme
per concludere affari. Il più celebre è il Lloyd’s Coffee House di Londra. Apre nel 1687 e diviene ben
presto il punto d’incontro di tutte le persone che
hanno a che fare con il commercio marittimo. Capitani, armatori, mercanti, frequentano il Caffè
per ricevere notizie sul loro settore, sulle condizioni del mare, sul buon esito delle loro spedizioni
poiché Mr. Lloyd pubblica un notiziario costantemente aggiornato: il Lloyd’s News. Le cose vanno
talmente bene che dal Caffè nascono i Lloyd’s, ovvero la più grande Compagnia di assicurazioni del
mondo.
Il caffè si afferma come il simbolo stesso del dinamismo richiesto dall’economia borghese nascente. E, soprattutto, diventa luogo della democrazia, della mobilità sociale, indispensabili alla
modernizzazione di una società che per svilupparsi ha bisogno di diventare sempre più leggera.
Nello spirito ma anche nel corpo. A differenza del
cioccolato e del vino che appesantiscono, ingrassano e rallentano, la bevanda arabica diventa sinonimo di magrezza perché rende attivi ma non
nutre, non ha calorie.
Con l’Illuminismo e la definitiva affermazione
della borghesia imprenditrice, il caffè diventa
l’emblema di un nuovo modo di vivere, di una
nuova classe e di una nuova concezione dell’uomo
e del suo corpo. Un corpo leggero, scattante, nervoso: insomma un corpo moderno.
L’autore insegna antropologia culturale
all’Istituto Universitario
Suor Orsola Benincasa a Napoli
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
le tendenze
Abitare oggi
DOMENICA 10 APRILE 2005
Arredi ridotti, multifunzione, pieghevoli,
reversibili: il mercato continua a proporre
soluzioni per risolvere i problemi del vivere
in appartamenti sempre più piccoli
Ecco le novità, in rassegna da mercoledì,
al Salone del Mobile di Milano
IL PIU’ ECLETTICO
AMANTE DELLE COMODITA’
Cu, piccolo monumento
all'eclettismo. Può far da
tavolino, bordo divano,
sgabello. Di Kristalia
Due le posizioni che può assumere
il comodo Lover di Ligne Roset
Trasfor
Mobili
Così la casa diventa nomade
AURELIO MAGISTÀ
a metamorfosi è di casa. Versatile, eclettico, adattabile: sono gli aggettivi del nostro
tempo, chiave di un mondo che rinuncia
a un’identità univoca e si apre all’ibridazione e all’incrocio, scegliendo nella stratificazione di codici quello giusto in ogni
circostanza. E per quanto riguarda la casa, argomento nell’agenda dell’attualità dacché mercoledì comincia il Salone del Mobile di Milano, questo è particolarmente vero. Nell’idea di riferimento di non avere punti di riferimento, ovvero di averne molti, da scegliere in relazione ai contesti, confluiscono due importanti fenomeni, più significativi nelle grandi città,
dove finiscono per ipotecare i comportamenti e le
scelte di vita.
Il primo è che si vive in case sempre più piccole e
sempre più aperte. L’Istat registra che ogni italiano ha
uno spazio abitativo di 36,8 metri quadrati, un dato
con profonde differenze, se si pensa che si va dai 110
metri del Veneto ai 29,7 della Campania e si tiene conto del fatto che soprattutto nelle grandi città le famiglie hanno imparato a stringersi per sopravvivere all’impennata del costo degli immobili e addirittura
le persone che vivono in
roulotte, camper, container e baracche è aumentato dal 1991 al 2001 del 10
per cento. Quindi si rinuncia per esempio alla
cucina non solo perché è
di tendenza il living, ma
perché diventa inevitabile, come ha recentemente
rilevato una ricerca Corepla-Makno che individuava la centralità del
soggiorno nelle case degli
italiani, dato confermato
anche dal buon momento
di mercato per divani, poltrone, chaise longue e dintorni.
Il secondo fenomeno è
il nomadismo. Vite precarie legate alla crisi economica e al nuovo mercato
del lavoro, inquietudine
professionale di un terziario di manager, spesso single o single di ritorno. Bisogni e ambizioni che si misurano con la ricorrente necessità di trasferirsi e cambiar casa, anche con spostamenti all’interno dello
stesso centro urbano o poco oltre.
In questo scenario le persone, costrette a sacrifici
con gli immobili, cercano di risolvere i loro problemi
con i mobili. Oggetti adattabili, polifunzionali, modificabili nella forma, robusti, eclettici, capaci di accordarsi con occasionali compagni di arredo. E sotto
questo ampio tetto di aggettivi c’è spazio per gli umili ma utilissimi sgabelli che si chiudono e le poltrone
gonfiabili, come per la piccola geniale cucina a scomparsa, esemplare per contenuti di qualità e servizio, o
il pouff-tavolino del grande designer. Un curioso
melting pot che senza snobismi fuori tempo e soprattutto fuori luogo, compone in amichevole contiguità l’alto e il basso, il costoso e l’economico. Una
globalizzazione dell’arredo che sembra proprio la
nuova democrazia del bello.
Repubblica Nazionale 48 10/04/2005
L
‘‘
UNA SEDUTA
A BOLLE BLU
Si chiama Bubbles,
ed è una suggestiva
poltrona gonfiabile
salvaspazio. Prodotta
da Maiuguali
Alessandro Mendini
Oggi la diffusione
del design ha creato
una maggiore
qualità...le creazioni
sono tutte meno
belle ma di qualità
ragionevole
olumi vuoti e assenze. La sottrazione contro l’accumulo. Oggetti che si ripetono e ripetono fino
all’indistinto in un movimento che riconsegna al reale un po’ di semplicità.
Il numero gli importa, il seriale. Pezzo
unico e stile offendono “l’etica” progettuale di Vico Magistretti.
Architetto, ambienti sempre più
mescolati, case provvisorie, oggetti
dall’identità incerta, trasformabili. Il
designer come entra in queste case?
«Togliendo. Abitiamo sempre più
spaesati e nomadi. Per questo in casa
abbiamo necessità di trovare un luogo.
Anche transitorio, ma che c’è. Dal punto di vista architettonico questo esserci della casa si traduce in volumi, spazi
aperti e campo sgombro di inutilità.
Cose che servono e fanno bene, semplici semplici. La decorazione in una
casa è l’esatto contrario del mio modo
di lavorare».
Ce lo racconti.
«È quando uno va in un negozio e di-
V
SOFA’ PER DUE
Divani che diventano letti ce
ne sono moltissimi. Questo ha
qualcosa in più: si trasforma
in un letto a castello. Di Clei
PROFILO INCONFONDIBILE
Dal profilo inconfondibile, si conferma
poltroncina che si chiude (o sgabello)
Comoda e dal design di grande efficacia
Ravello è firmata Poltrona Frau
DOMENICA 10 APRILE 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49
LA SCOMPARSA DELLA CUCINA
PICCOLO
MA GENEROSO
Sembra un armadio ma Tivalì, dietro i battenti, rivela
la sua efficientissima anima di piccola cucina. Perfetta
per single o per piccole abitazioni, genialmente serve
anche da parete divisoria. Prodotta da Dada
Panciuto, ma non
inutilmente, il pouff
battezzato con
ironia Fat fat da
B&B Italia: sotto il
coperchio, che fa
anche da tavolino,
rivela un ventre
accogliente in cui
occultare anche
piccoli disordini
domestici
LO SPAZIO E’ SALVO
A sinistra, Maitresse di Campeggi, totem luminoso
che diventa paravento e lettino
SPIRITO
LIBERO
Modifica i connotati
degli spazi in un
attimo, aggiunge
un’improvvisa nota
di colore tra il neutro
di wengé e il rovere
sbiancato. Il tappetino
di Missoni Home
si compiace
del suo spirito
nomade
Notte a San Siro
Repubblica Nazionale 49 10/04/2005
Il 14 aprile la Scala del calcio
si apre alla creatività: dalle 6
di sera alle 6 del mattino
spettacoli, concerti e mostre.
Spiega il direttore della rivista
Domus, Stefano Boeri: «Per una
notte la grande astronave del
calcio si aprirà alla varietà
e l’indeterminatezza
della città»
IL DIVANO CHE NASCONDE
Perfetto per case con bimbi: i giochi
scompaiono nel cassettone all'interno
del divano Discovery. Di Feg
L’ARTE
DI ADATTARSI
Piccole cose
spiritose, con
grande capacità
di adattarsi e di
ritirarsi in piccoli
spazi, sono le
tazze da colazione in tinte
pastello
di Maiuguali
e gli sgabellini
richiudibili
di Viceversa
L’architetto-designer Vico Magistretti teorizza “la sottrazione contro l’accumulo”
“Cose semplici, cose per tutti
volevo inventare l’ombrello”
ALESSANDRA RETICO
EFFETTO POP ART
Sarebbe piaciuto ad Andy Warhol,
Cubik, Di Diliddo & Perego
ce questa lampada o questa sedia mi
servono e sono giusti per me. E dice anche ma tu guarda com’è semplice perché non ci ho pensato prima io. Ecco: è
questo che voglio, che la gente dica che
faccio cose scontate, umane, popolari
fino al banale. Quelle cose che non devi spiegare perché si spiegano da sé,
hanno un concetto dentro, un’intenzione. E il concetto sta nel contenere
una tecnologia e un fine di riproducibilità su larga scala. Il concept design è il
design che mi piace».
C’è un particolare oggetto suo o di
altri al quale è legato e che racchiude
questa intenzione?
«Miei sì, ce ne sono. Ma vorrei parlare dell’ombrello. Del fatto che l’ombrello è straordinario e che avrei voluto disegnarlo io. Mi piace per la sua
semplicità, per il suo essere niente e per
il suo essere la risposta a una necessità.
Pure la sedia Thonet mi piace. Perché è
nata nel 1859 e perché è così moderna,
dentro ci ha tutta una lungimiranza
tecnologica e pratica: il legno curvo era
una sfida che è stata vinta. L’altra novità di quella sedia è di aver creato una
nuova idea di produzione, industriale
e “sporca” rispetto a un’ideologia di
design per pochi».
Quando lei ha cominciato nei ‘60 il
rapporto con l’industria non aveva
una connotazione “sporca” però.
«Infatti. Già nel dopoguerra grazie all’istinto di alcuni degli industriali, alle
informazioni e suggestioni che arrivavano attraverso la Triennale, all’eredità del
razionalismo, il design italiano conosce
un periodo di fioriture e vibrazioni. Era
un modo di intendere il design come etica, come politica, come qualcosa che
aveva a che fare con la quotidianità, con
i problemi veri della gente, con lo svegliarsi andare in ufficio e il fare. Quello
che mi interessava era portare in quante
più famiglie possibili cose che avessero
un senso. L’industria e la produzione in
serie sono stati i mezzi per farlo. E anche
il mio fuoco creativo e la mia disciplina:
io posso pensare a un oggetto che mi
piace ma sarei un folle se non seguissi il
consiglio di un tecnico, se rinunciassi a
usare meno stampi possibili per ottenere un prodotto più economico. E non solo in un senso monetario, ma concettuale, di educazione all’essenzialità e all’intenzione. L’industria per il mio lavoro è stata ed è una questione di civiltà.
Nel senso che la produzione in grandi
numeri ti mette in relazione con la vita
delle persone, ti fa stare dalla parte di chi
vive e non di chi insegna, ti dà la possibilità di scambiare cultura e vita. E anche
di espropriarti, che è un bel lasciare per
un “creativo”: la mia sedia Selene la producono negli Stati Uniti con materiali in
plastica e la puoi vedere nei bar o nei salotti. L’industria e la gente ti salvano perché se tu hai ingenuamente disegnato
un destino per qualcosa, loro lo cambiano. È quando il tradimento diventa una
possibilità che tu non avevi visto».
50 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 10 APRILE 2005
l’incontro
Dopo trent’anni di successi,
il comico più eversivo e censurato
ha ripreso i libri di teatro. E si è
rimesso a studiare, con un obiettivo:
ricominciare tutto da capo. Il ragazzo
terribile è diventato un
uomo maturo. E adesso
ci confessa i sentimenti
più intimi, i legami
familiari, la ricerca
di Dio ma anche i piani
per il futuro, di cui dice:
la satira politica non
basta più, devo imparare a prendere
in giro anche me stesso. Come
facevano Jannacci e Gaber
Nuova vita
Paolo Rossi
o devo ancora cominciare. La sfida grossa non
l’ho ancora affrontata.
Lo so. E mi sono rimesso
a studiare. Da un anno e mezzo. Libri di
teoria, testi teatrali, i dvd di Eduardo, i
monologhi di Walter Chiari, e commedie come L’ispettore generale di Gogol, e
manuali di drammaturgia con regole
che sono quasi una matematica. Sono
tornato all’esercizio, alla formazione.
Forse perché a suo tempo non ho mai
avuto un buon rapporto con le scuole.
Meglio così: a 23 anni fu maggiore la
spinta a buttarmi come praticante nel
mondo del teatro. Ma adesso ricomincio. Da capo». Il neo-praticante delle regole è quello che passa per essere uno degli attori italiani più eversivi, anfetaminici e censurabili: è il 51enne Paolo Rossi,
taglia da kid intrepido e da story-teller
peso Piuma, jeans e guardaroba da
snowboarder, andatura felpata, occhi
buoni che se la ridono, e un qualcosa (a
dispetto della nomea) di non-polemico
e non-irruento nei toni. Come a dire che
dignità e impegno non corrispondono a
tatuaggi da kamikaze. Anzi. Quest’attore scomodo e di culto per maree di giovani manifesta oggi una sindrome da palazzeschiano “Fatemi divertire” che ha a
che fare anche col privato della vita: lo
spauracchio della Rai è mosso da pensieri per la madre, per i figli, per le compagne, per la famiglia naturale che è la
sua troupe e con cui replica per l’Italia (finora all’Ambra Jovinelli di Roma) Il signor Rossi contro l’impero del Male.
«Intanto l’età. Questo mestiere ti privilegia, e non ti rendi conto degli anni che
accumuli. Io posso fare cose che molte
volte un “umano” coetaneo non fa più:
viaggiare, avere mattinate libere, uscire
la sera con gli amici. A Ferrara, dove ho
vissuto dai 5 ai 18 anni, vicino al Teatro
Comunale mi sono sentito chiamare
“Paolo! Paolo!”, mi sono chiesto chi fossero i due vecchi che si rivolgevano a me,
e ho scoperto che erano miei compagni
del 3-2 finale. In casa mia si faceva il tifo
per Mazzola padre, quello che morì nella tragedia del grande Torino, e la passione s’è poi riversata su Mazzola figlio,
quello dell’Inter. A mia volta io ho obbligato i miei figli a essere interisti».
Mettendo insieme le prime tessere
delle esperienze di Rossi risalta un misto
di bracciantato artigianale e manovalanza eclettica. «Io ho fatto teatro entrando dalla porta di servizio. Il lavoro
dell’attore — me lo insegnò Checco Rissone a Como — prima che un’arte è un
mestiere. Ti ci devi guadagnare da vivere. E il problema mi si pose, dopo una parentesi al Teatro Girolamo di Milano diretto da Umberto Simonetta, col Teatro
Stabile di Trieste, dove fui scritturato
con Vittorio Caprioli per Vita di Carl Valentin con regia di Pressburger. Mi fecero una promessa, non mantenuta. E così finii sottopagato. Cominciai a saltare
un pasto al giorno, Caprioli se ne accorse, si indignò e mi portò sempre a pranzo con lui, pagando. Io gli rubai una cosa preziosa: la cattiveria nei camerini.
Una volta mi disse “Dai, stasera improvvisiamo”. Una sfida. M’andò bene,
strappai un applauso. Mi chiamò nell’intervallo: “Bravo, m’è piaciuto, da domani però questo lo faccio io”. E questa
perfidia del dietro-le-quinte io l’ho ap-
Amo le donne
da sempre, amo
il loro mistero, la loro
diversità. E a chi
mi rimprovera
di non conoscerle
abbastanza rispondo
sempre: io non le
voglio conoscere
FOTO OLYCOM
«I
ROMA
di scuola. Il vantaggio che avevo su di loro era dato dal dispendio di energie cui di
solito mi sottopongo nel rapporto col
pubblico, un contatto che però me ne restituisce di più, di energia». Lavora da
trent’anni, Paolo Rossi: «Ma non capitalizzo. Slitto per indole dall’emozione alla riflessione, dalla comicità all’incazzatura, senza alternare coscientemente.
Tutto è dipeso dagli inizi. Avevo qualcosa nel sangue. Mio nonno, di Corleone,
era stato in una compagnia di Rosso di
San Secondo, e dopo vari sperperi era finito nella Solvay di Monfalcone creando
una filodrammatica pirandelliana. Mia
zia calcava la scena, vinse un concorso
italiano con uno sketch basato su vari
dialetti collezionati in treno, le offrirono
un contratto, ma la famiglia intimò: “O ti
sposi o reciti”, lei s’intimorì, fece la casalinga. Anch’io, con papà che stava alla
Solvay come mio nonno, ero destinato a
fare il perito chimico. Ma mi piaceva di
più il mondo dello spettacolo. Visto dal
basso. Ho cominciato facendo il tuttofare nella compagnia di Gianni e Cosetta
Colla. Come manovratore di marionette, addetto alle scene, ai rumori di fondo,
e anche come attore. La sera, per 2.500 lire, m’impegnavo in un teatro sperimentale, il Cth di Milano (la sigla stava per
Centro teatrale dell’hinterland), una
cantina di 70 posti in un condominio di
Via Valassina dove regnava l’off e il politico, con pubblico che c’era e non c’era».
Il Paolo Rossi principiante era occupato in storie di Barbablù a base di omicidi e ladrocini, o faceva le luci in piccoli
spettacoli a tema. Era il cosiddetto teatro
di base o teatro delle case occupate degli
anni ‘70. Guadagnava la mattina con le
marionette, il pomeriggio come favolista per bambini, la sera con l’avanguardia. «Con un amico psicologo mettemmo in cantiere anche psicodrammi, reclutando Gigio Alberti che era stato mio
collega in un corso di recitazione d’un attore del Living Theatre, e una biondona
presa con un annuncio sui giornali. Volevamo proporre agli alunni delle scuole
un lavoro, e un manager con forte nevrosi ci organizzò la vendita di biglietti in
alcuni istituti (dal Manzoni al Carducci)
per un collage di Prévert intitolato Il prevertimento. Dopo tre repliche chiudemmo. Ma non mi davo per vinto. Frequentai la scuola del Piccolo Teatro, i corsi mimo di Marise Flach. Lì venne a vedermi
Dario Fo e mi prese nel cast dell’Histoire
du soldat. Condusse un laboratorio per
noi che eravamo una trentina di ragazzi.
Ebbi più parti a rotazione. Con me c’erano Marco Columbro, Lucia Vasini». Che
è stata una compagna di vita da subito
dopo, da quando furono assieme allo
Stabile di Como, per fare commedia dell’arte. «Con Lucia c’è stata una storia che,
comprese le interruzioni, è durata 12 anni e da cui è nato un figlio, Davide, che
adesso ha 17 anni. Pochi mesi fa ho regalato a Davide un cellulare che per suoneria ha il chiasso scatenato dal terzo gol
dell’Inter alla Sampdoria lo scorso 9 gennaio, quello segnato da Recoba, quello
plicata spesso: distraendo in tutti i modi
Bisio in Comedians di Griffiths, facendo
incespicare Hendel in un reading...».
Poi, come si sa, il marchio teatrale vero viene impresso sulla pelle di Paolo dal
Teatro dell’Elfo e dal Derby, quasi contemporaneamente. «All’Elfo una coincidenza di talenti straordinari introdusse uno stile nuovo. Al Derby c’era lo stimolo dato dal sovrapporsi di persona e
personaggio. All’Elfo, nel 1983, per Nemico di classe di Williams, violentissimo
testo di rottura in un’aula scolastica,
Elio De Capitani volle liberarsi in una sola anteprima di colleghi e amici, che
massacrarono lo spettacolo, mentre i
critici fecero un osanna. Ma contò molto il passaparola e un clamore sollevato
dalla polizia a Pordenone, con un fermo
fino alle sette del mattino. Da allora
sfondammo come i Six Pistols».
E c’è però l’altra faccia dello sfacciato
Rossi. Al di là d’un successo sconfinato,
all’epoca, con le donne («Stipendio da
camionista ma problemi da Mick Jagger»), cova in lui un senso atavico della
famiglia. «I ricordi corrono alle estati a
Monfalcone. Tavolate coi vecchi, coi nipoti, coi fidanzati. Idee politiche divergenti all’interno dello stesso ceppo. Sensazioni, leggerezze, fragranze. E poi ci
sono le “mie” famiglie. Dopo il lungo legame con Lucia Vasini c’è stato quello
con la madre non teatrante di Georgia,
che adesso ha 12 anni, e poi c’è stato per
la prima volta il matrimonio, quello attuale con Nadia, eritrea (un destino, perché l’altro mio nonno ha vissuto per un
certo periodo in Eritrea, e decantava la
bellezza delle donne di lì), danzatrice,
con cui ho avuto il terzo figlio, Shoan, di
due anni e quattro mesi».
Parla di questo accumulo di affetti con
l’aria di un mohicano che a metà della vita ha attraversato epoche intere, ha consapevolezza del dare e dell’avere, ha pudori e orgogli. E oltre ai vincoli paterni
che sono la sua creatività più indicibile,
viene fuori che la figura della donna ha
sempre svolto un ruolo essenziale anche
nella sua sfera di uomo pubblico, di scena. «Sono cresciuto tra donne. Nonne,
zie e mamma. Sono creature diverse da
noi uomini, e io ci tengo a sottolineare le
differenze. Loro devono avere qualcosa
di sconosciuto, di un altro pianeta, un mistero. Quando mi dicono tu-non-conosci-le-donne rispondo che è vero. Io
“non” voglio conoscerle».
E di questo passo arriviamo alla corda
più nascosta, quella della madre, scomparsa da poco tempo. «Dopo una perdita
del genere, uno s’avvicina alla morte in
modo diverso. Ti accorgi che non c’è più
quella che ti ha portato in grembo. Adesso sei solo. Capisci la labilità delle cose,
pensi in modo meno materiale, meno furente. La fantasia viaggia a un’altra velocità, e in un’altra direzione. Mia madre era
malata da due anni e io andavo spesso in
ospedale da lei. A Reggio Emilia, dieci minuti prima dello spettacolo, m’hanno avvisato che era entrata in coma. Avevo davanti a me ottomila persone del festival
dell’Unità, il produttore m’ha proposto di
sospendere, ma io conosco le regole dello spettacolo, ho capito che non sarei stato utile a lei, e sono salito sul palco: un’esperienza metafisica col cervello squartato in due. Poi per mia madre l’agonia s’è
protratta. Quando l’ho raggiunta, un vecchio medico m’ha fatto sentire la poesia
della morte, e m’ha tolto la paura».
Che Dio c’è per un attore? ci si chiede. «Io ho sempre pensato che Arlecchino fosse un tramite fra i morti e i vivi. Se guardo una nuvola penso a mio
nonno. Nei piatti lascio sempre qualcosa da mangiare: si fa per gli antenati.
Più che parlare con Dio, prego e parlo
con me, perché secondo me c’è Dio in
ogni cosa, nel caffè, e anche in me per
come sono stato concepito». Il passato
che torna in auge sotto forma di numeri e comicità ne Il signor Rossi contro
l’impero del Male ha a che fare col rispetto dell’arte dei padri, del triestino
Angelo Cecchelin (già idolo della madre di Paolo), di Totò, Petrolini, Govi. «I
maestri più vicini a me sono Strehler,
Cecchi, Fo, Gaber, Jannacci. E io a mio
volta riverso qualcosa nei miei figli. Sono cresciuti dietro le quinte, dove c’è
sempre educazione, disciplina. Io li
aiuto con discrezione a trovare la loro
strada, un lavoro dove non ti capiti di
guardare l’orologio perché non vedi
l’ora di tornare a casa».
Poi ci sarebbe l’argomento soldi.
«Col teatro popolare, con una compagnia numerosa come quella attuale,
non puoi rischiare. Avrei potuto essere
più ricco come comico solista, ma mi va
meglio così. Rammento l’imbarazzo
quando portai a casa l’incasso della
mia serata di cabaret: era lo stipendio di
un mese di mio padre. Mi piace spenderlo, il denaro. Ho l’anima del giocatore». Una novità: alla lunga (senza mutare idee e ideali) la politica, la satira potrebbero costituire per lui un circolo
chiuso. «Io faccio teatro anche per
quelli che non sempre vengono a teatro, e devi essere diretto, devi sapere
che in sala c’è pure, magari in minoranza, chi è di destra, e devi saperti
prendere in giro. Come ho appreso da
Jannacci e Gaber».
‘‘
RODOLFO DI GIAMMARCO
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DI Repubblica - La Repubblica