Domenica
La
di
DOMENICA 13 MARZO 2005
Repubblica
il personaggio
Maskhadov, ucciso nel villaggio di Tolstoj
ADRIANO SOFRI e GIAMPAOLO VISETTI
il racconto
Bicicletta, le due ruote che fecero la storia
MARIO FOSSATI e ENRICO FRANCESCHINI
Vivere edamorire
agente
segreto
FOTO CORBIS
Ecco chi sono
e come si muovono
gli uomini
e le donne che,
come Nicola Calipari,
sono impegnati
sul nuovo fronte
dell’intelligence
da Roma a Bagdad
CARLO BONINI
U
ROMA
no squillo…Due squilli…Tre squilli. «Urbana 7
buongiorno, desidera?». Il centralinista del Servizio Informazioni per la Sicurezza Militare ha l’ordine di non pronunciare neppure l’acronimo — Sismi — degli uffici del nostro controspionaggio. È una vecchia
tradizione, sopravvissuta al tempo. Se qualcuno compone quel
numero, sa chi sta chiamando. Se lo ignora, è meglio pensi di
aver sbagliato. Anche perché quel numero non esiste. Non esiste in elenco, non esiste sul Web. Come del resto quello del Servizio Informazioni per la Sicurezza Democratica (Sisde), la nostra intelligence civile («Buongiorno, dica…»), e quello del Comitato Esecutivo per i Servizi di Informazione e Sicurezza (Cesis), il vertice della piramide, il punto di raccordo tra spionaggio
domestico e controspionaggio estero («Pronto?…»).
Va così. Nel Paese dove in decine di migliaia sfilano commos-
si di fronte alla bara di un agente «eroe gentile», dove il generale
(Nicolò Pollari) che dirige le mosse del Sismi decide di mostrare
le proprie lacrime prendendo la parola dal pulpito di un’orazione funebre, il segreto mantiene forme antiche. Anche soltanto
un numero di telefono è merce per addetti.
***
T. — chiamiamolo così — abbozza un sorriso. «Tempo fa, il figlio di un amico mi ha chiesto: mi spieghi come si fa a diventare
una spia? A chi devo mandare il mio curriculum? Ho pensato che
non avevo una risposta. Ho abbozzato la verità: “Qualcuno ti deve chiamare” e devi già lavorare per lo Stato. Diciamo che se fai
il poliziotto, il carabiniere, il finanziere o sei magari nell’esercito, è tutto più facile». Forte Braschi (la sede del Sismi) non è Langley. Il tetro palazzone di via Lanza (gli uffici del Sisde) non è l’Edgar Hoover building. La Cia e l’Fbi reclutano con bandi di concorso nelle migliori università del Paese: Stanford, Harvard, Yale. In Italia, si diventa agenti segreti per cooptazione.
(segue nella pagina successiva)
servizio di FILIPPO CECCARELLI
le storie
Nel bordello quotato in Borsa
GIANNI CLERICI
cultura
L’album segreto di Eva Braun
JOACHIM FEST e LAURA LAURENZI
spettacoli
L’uomo che catturò la magia del jazz
GINO CASTALDO e ANTONIO MONDA
26 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la copertina
Guerra segreta
DOMENICA 13 MARZO 2005
Sono quasi cinquemila, guadagnano tra i 2000
e i 4000 euro al mese, sono ben addestrati, scelti per lo più
tra carabinieri, finanza, polizia ed esercito. Ecco chi sono
e come si muovono i colleghi di Nicola Calipari, gli uomini
e le donne dei servizi italiani, che dall’11 settembre sono
impegnati sul fronte del terrorismo. Da Roma a Bagdad
Operazione “reclutatore”
identikit dei nuovi 007
tenere una risposta, ma anche come riuscire a rispondere a una
domanda senza mai offrire una risposta. Si insegna anche a leg(segue dalla copertina)
gere in modo diverso. A darsi un metodo nell’analisi delle cosiddette “fonti aperte”: libri, giornali, siti web. A trovare in materian giorno saluti quelli con cui hai lavorato per anni
le di libero accesso quei nessi capaci di trasformare isolati branin un ministero o negli stanzoni di una caserma o
delli di informazione in una notizia con una testa e una coda.
di una questura, infili la tua roba in un cartone e ti
Ma, soprattutto, si insegna la “gestione delle fonti”, il rapporpresenti al tuo capoufficio con un decreto di “dito con l’informatore. Nel gergo degli addetti una formazione prostacco fuori ruolo presso la Presidenza del Consifessionale pensata per l’humint, la human intelligence. È ancora
glio dei Ministri”». P. lavora con T., lo ha ascoltato
S. che parla: «Non abbiamo risorse tecnologiche tali da poter inin silenzio e ora completa il racconto senza nessun imbarazzo:
vestire sullo spionaggio o controspionaggio elettronico. Aspet«Forse è meglio dirlo senza tanti giri di parole. Non c’è dubbio che
tiamo da anni una riforma che ci metta nelle condizioni di fare
un tempo il nostro era un mestiere da raccomeglio il nostro mestiere. Dunque, investiamo
mandati e poco raccomandabile. Non è più
sull’uomo, sull’intelligence che si costruisce nel
LE
STRUTTURE
così. E lunedì mattina, guardando i funerali di
rapporto individuale, nella capacità di analisi. Il
Nicola Calipari, ho sentito che forse è caduto
modo più antico e “povero” di fare la spia».
il diaframma. Credo, o forse spero, che la gen***
te non ci consideri più un corpo separato delDall’autunno del 2001, il lavoro dell’intellilo Stato».
gence militare, prima in Afghanistan e quindi in
In Italia, gli agenti segreti non arrivano a
Iraq è stato proprio questo: “gestire le fonti”, “alcinquemila. Duemila lavorano per il Sisde, inlargarne il numero”. A chi ha dismesso il captorno ai duemila e cinquecento per il Sismi.
potto corto e la cravatta per infilarsi in qualche
Per avere un’idea statistica, cinque spie per
abito cencioso e salire su un aereo per Kabul o
ogni 250 tra poliziotti e carabinieri. GuadaBagdad (e parliamo di non più di qualche degnano meglio, con stipendi medi di 2.500 eucina di uomini) è stato chiesto di andare a faro, circa il doppio di un agente di pubblica sire un mestiere che gli americani chiamacurezza o di un appuntato. Che superano i
no “case officer”. In italiano, “il reclutatoIL CESIS
4.000 se si arriva al vertice di una divisione. E
È l’organo di coordinamento. re”. Venerdì scorso, in un’aula del
se hanno un vezzo da tribù, è un’eleganza moCampidoglio, il direttore del Sismi
Lo presiede il premier
daiola un po’ tetra nei colori, con cappotto
Nicolò Pollari lo ha raccontato con
mentre la responsabilità
corto e cravatte dal nodo sempre troppo lardue battute: «Sono sicuro — ha
operativa è del segretario
go. P. non se la prende, anzi ci ride su: «Il guaio
detto il generale — che Nicola
generale, attualmente il
è che ci portiamo dietro il look da “sbirro eleCalipari avrebbe voluto che io
prefetto Emilio del Mese
gante”… ».
facessi questa domanda: coNella tarda estate del 2002, ne rideva anche
me opera un agente segreNicola Calipari. Era appena arrivato in quella
to? Ebbene, l’agente setribù che non conosceva e la raccontava con
greto tratta con persone
un misto di divertita curiosità e sincera sorin ambiti pericolosi e lo
presa: «Figurati, ho trovato gente che è invecfa spesso disarmato.
chiata nel servizio, che può raccontarti la stoCerte volte, presenria di questo Paese senza che tu riesca a dire
tarsi anche soltanto
una sola volta “questo lo so”, al punto che ti
con un giubbotto
chiedi dove sei stato fino ad oggi e che diavoantiproiettile è conlo ha fatto chi te lo sta raccontando. Ma ho insiderato offensivo».
contrato e scoperto anche molti giovani, se
Nicola Calipari
IL SISMI
per giovani intendiamo dei quarantenni. È
tendeva «reti inforSi occupa delle operazioni di
come se l’11 settembre avesse imposto a tutti
mative» e come lui
intelligence all’estero e
noi un’accelerazione improvvisa, un richiacontinua a farlo oggi
contrasta le minacce esterne
mo necessario di nuove forze». Lo dicono alchi lavora in Afghaniallo Stato. Il responsabile
cuni numeri. Tra il 2002 e il 2004, con l’arrivo
politico è il ministro della Difesa, stan e in Iraq. I nodi di
di Mario Mori alla direzione del Sisde e di Niquelle reti sono i più diquello operativo Nicolò Pollari
colò Pollari a quella del Sismi, accade che Diversi. Uomini d’affari,
gos, Ros, Gico della Guardia di Finanza — inex militari di un esercito
somma i nuclei di eccellenza investigativa
che non c’è più, leader tridelle nostre tre polizie — vengano svuotati di
bali o religiosi, spicciafacalmeno tre buone dozzine di giovani ufficiali
cende dai mestieri itineranti. A
e funzionari che si trasferiscono nelle divisioCalipari capitava di raccontarlo
ni operative di Sismi e Sisde. Che questi uotornando dalle sue trasferte iramini vengano collocati al vertice delle divisiochene: «Quando rimetto piede a Roni operative dei due servizi, per una “riforma”
ma penso spesso a chi mi sono lasciato
che si vuole parta dalla testa e si immagina
dietro. A chi ho convinto a lavorare per
possa servire a destare il corpaccione di strutnoi. Alle ragioni per cui lo fanno. Qualcuno
ture abituate a non rispondere ad altri che a se
per soldi, certo. Ma non tutti». (Le fonti venIL SISDE
stesse. Anche per questo, un venerdì di margono retribuite con fondi riservati la cui entità
È deputato a contrastare
zo, scopri in Iraq un maggiore dei carabinieri
è coperta dal segreto). Accade anche che la rete
gli attacchi all’integrità
che hai lasciato sul marciapiede di un’operasi strappi. Che l’informatore salutato l’ultima
dello Stato democratico e
zione antidroga. O riconosci nella faccia cotvolta non risponda più. Perché nessuno, a Bagl’eversione. Dipende dal
ta dal sole di Kabul, il volto familiare che, per
dad o a Kabul, fa caso a chi muore sul ciglio di
ministero dell’Interno ed è
anni, hai incrociato nei corridoi della Digos.
una strada per una rapina che forse è una rapidiretto da Mario Mori
Ieri si occupava di sit-in non autorizzati, oggi
na o forse no. O sotto una macchina in un incitiene il filo con un paio di tribù Pashtun.
dente stradale che forse un incidente non è.
Al Sismi, lo chiamano «controspionaggio of***
S. racconta: «Quando ho cominciato, pensavo che, in fondo,
fensivo». Ti spiegano che significa spostare la linea della difesa
avrei continuato a fare il mestiere della mia prima vita. Immagidel Paese sulla frontiera della minaccia potenziale, anticipandonavo che non doveva esserci poi così tanta differenza. Data una
ne gli sviluppi. Ti raccontano che è un lavoro cominciato quandomanda, trovare una risposta. Dato un problema, venirne a cado l’Iraq era ancora di Saddam Hussein. E battezzato nella prima
po. Sempre usando le armi dell’investigazione. Mi sbagliavo. È
settimana di conflitto, nel marzo del 2003, quando il controspiotutto più difficile. Lavori a partire da informazioni scadenti, innaggio militare italiano lavorò alla «illuminazione» di obiettivi
controllabili, incontrollate e il tuo approdo devono essere altre
militari strategici per le colonne corazzate anglo-americane che
informazioni. Questa volta, solide. Il problema non è pedinare tiavanzavano dal Kuwait. Aggiungono che è l’unico modo per sotzio. Osservare se si incontra con Caio. Sapere se mette le corna altrarsi alle pratiche dell’intelligence in “outsourcing”, l’intelligenla moglie. Per quello ci sono le agenzie di investigazione private.
ce in appalto ad un servizio informativo alleato.
Non è quasi mai un lavoro muscolare. È sempre un lavoro sciIl problema è trovare e reclutare un signore che devi imparare a
voloso. Racconta ancora P. «Contano la tua testa e il tuo equiliconoscere, di cui devi valutare l’affidabilità. Perché occhi e orecbrio. Quando dico che non siamo più un corpo separato dello
chie di quel signore diventano i tuoi occhi e le tue orecchie. Lui
Stato significa che, oggi, avvertiamo più forte il legame diretto
sarà dove tu non puoi arrivare o non puoi essere. Lui è la tua “foncon l’autorità politica, le sue priorità. E allora, conta la tua cate” e la “fonte” è la tua sola ricchezza».
pacità di non rimanere schiacciato tra quello che ti dicono il terPer insegnargli il mestiere e prima di inquadrarle nelle divisioreno e le tue fonti, la tua deontologia professionale, e quello che
ni in cui saranno operative, mandano le reclute alla “Scuola di adsai o, peggio, immagini che l’autorità politica si aspetta da te.
destramento e formazione”. Ci restano un tempo variabile, non
Anche perché una cosa impari in fretta. Questo è un mestiere
uguale per tutte. Tre settimane o tre mesi. Nessuno impara tutto
in cui il successo non ha mai il tuo nome, ma la sconfitta sì».
perché nessuno deve saper fare tutto. La scuola insegna tecniche
di difesa individuale (gli agenti sanno usare tutte le armi, ma di
***
Non è più neppure un mestiere per soli uomini. Un venti per
solito portano la Beretta 7.65 in dotazione alla polizia), di infilcento degli agenti della nostra intelligence sono donne. Al Sitrazione, di contraffazione documentale, di intercettazione ovsde, come al Sismi, come al Cesis. Dicono non siano interdette
vero di protezione elettronica e informatica, di decrittazione e
a nessuno degli incarichi. Anche quelli operativi. L’8 marzo di
decodificazione. Le reclute vengono addestrate alla “compartiun anno fa, al nostro Mario Pirani accadde di ricevere un invimentazione”, la routine che impone, in ogni servizio, di custodito inconsueto per la Festa della Donna: tenere una relazione ad
re il segreto anche con chi lavora accanto a te. All’assemblaggio
una trentina di analiste del Cesis. Ricorda oggi Pirani: «Mi misi
di una “squadra tipo” per operazioni clandestine, dove un “cora ragionare sulla figura della donna-spia dalla Bibbia a Mata
riere” deve avere capacità diverse da un esperto in effrazioni o in
Hari e dopo poco mi trovai nel mezzo di una discussione che ripedinamento. Chi impara a pedinare, deve anche sapere come
cordo molto stimolante per la qualità di chi avevo di fronte.
non farsi pedinare. E chi dovrà provare a rubare informazioni deDonne sui trenta, quarant’anni che erano evidentemente figlie
ve sapere come custodirle. Nelle sessioni dedicate alle tecniche
di un’altra cultura».
di interrogatorio si insegna come fare una domanda capace di ot-
CARLO BONINI
U
NEL MIRINO
“La prima cosa che impari
in questo mestiere - dice un
agente dei servizi - è che
il successo non porta mai
il tuo nome, ma la sconfitta
sì”. Gli agenti del Sismi
e del Sisde ricevono un
addestramento che varia
dalle tre settimane
ai tre mesi
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 27
FOTO VINCENZO CORAGGIO / LAPRESSE
FOTO MARCO LONGARI/AFP
DOMENICA 13 MARZO 2005
I Servizi della vergogna
poi il Sismi di Calipari
FILIPPO CECCARELLI
FOTO ANSA
IL CASO SIFAR
I servizi di De Lorenzo (foto)
fanno schedare, fra il ’55 e il
’62, 157mila italiani. Da qui
nasce il Piano Solo del ’64,
che doveva portare all’arresto
di 731 politici e sindacalisti
FOTO A3
O
PIAZZA FONTANA
Gli agenti del Sid Maletti,
Giannettini (foto) e Labruna
finiscono sotto inchiesta,
negli anni Settanta, per
i depistaggi delle indagini
sulla strage
FOTO A3
gni tanto ne arrestavano uno.
C’erano infatti «disfunzioni»
e «deviazioni»: continue le
prime, più gravi le seconde, anche
se in realtà non si è mai capito bene
cosa diavolo dovessero fare, i servizi segreti, per meritarsi la qualifica
di «deviati».
E comunque di tanto in tanto
qualche generale prendeva la porta
della galera. Oppure quella di Montecitorio. Il generale De Lorenzo,
protagonista dell’affare Sifar, eletto
con i monarchici; il capo del Sid generale Miceli, che pure conobbe l’umiliazione degli arresti, trovò sicuro
ricovero nelle liste del Msi.
Non era un bel mondo, quello degli spioni; e dirigerli era considerato
da sempre mestiere a rischio. Così
nel bel mezzo dell’ennesimo cambio di sigla, da Sid a Sismi pare di ricordare, un provvisorio responsabile, l’ammiraglio Casardi, espresse
quella sua condizione con una specie di sospiro. E disse dunque, l’ammiraglio, che era romano: «So’ rogne». Per lui. Ma per l’Italia furono
anche piaghe, e per gli stessi servizi,
militari o civili che fossero, un fardello di vergogna che solo il sangue
di un funzionario coraggioso poteva alleggerire, o forse riscattare.
Ecco. A queste piaghe purulente
si torna oggi per meglio comprendere il sacrificio di Nicola Calipari. A
un lungo passato di arresti, condanne, rapporti con l’eversione, depistaggi, ricatti, diffamazioni, approssimazioni, ruberie, sprechi, servilismi. Per scoprire che il mondo dei
servizi segreti non solo è cambiato,
ma finalmente in meglio. E se pure
ci sono ancora colonnelli e maggiori in carcere per la strage di Bologna,
e generali che vivono in Sudafrica,
beh, gli agenti di oggi non sono più
gli indegni spioni di un tempo; né
più, a menzionare Sismi e Sisde, si
evoca polvere da sparo, puzza di
bruciato, veleni, fango e quell’altra
cosa che le «barbe finte» si dilettavano a mettere nel ventilatore.
E insomma sembra chiusa — fino
a prova contraria — una stagione di
servizi troppo segreti e al tempo
stesso troppo servizievoli con il potere politico. Gli aerei del Cai per
portare a zonzo i potenti, le ristrutturazioni delle case dei ministri fatte passare come «allestimento di
misure di difesa passiva», i fondi riservati che finivano nei conventi di
suore, le mangiate di aragoste a Capo Marrargiu, le veline «da lupanare», come le definì il capo della segreteria di Craxi, Acquaviva.
Era questa di frugare nella pattumiera, un’autentica fissazione dei
responsabili della sicurezza nazionale, neanche fossero stati alla guida della Buoncostume. Cominciò il
Sifar negli anni cinquanta a schedare le amicizie, le amanti, i figli illegittimi, l’omosessualità, i debiti, l’alcolismo dei politici, anche di governo; e si arrivò all’inizio del decennio
scorso a scoprire che il controspionaggio militare aveva allestito una
«barca-garconniere», l’indimenticabile “Islamorada”, mentre il servizio per la Sicurezza democratica
GLI SCANDALI
LA ROSA DEI VENTI
Vito Miceli (foto), capo del
Sid, è arrestato nel ‘74 per
il caso della Rosa dei Venti,
un gruppo segreto di cui
fanno parte uomini dei servizi
coinvolti in attentati
LA LOGGIA P2
All’organizzazione
massonica di Licio Gelli
aderiscono sia il generale
Miceli sia il primo direttore del
Sismi Santovito: con loro
molti membri dei servizi
FOTO A3/CONTRASTO
IL RICORDO
Sopra, una copia del “manifesto”
alzata al cielo durante i funerali
di Nicola Calipari. A destra,
i ritratti di Giuliana Sgrena
e del funzionario del Sismi
davanti al palazzo della Provincia
a Roma nel giorno delle esequie
I FONDI NERI DEL SISDE
Nel ’94 si scopre che le casse
del Sisde vengono svuotate
per rimpinguare i conti di
alcuni dirigenti, fra cui il
direttore amministrativo
Maurizio Broccoletti (foto)
disponeva di un accogliente resort
alle porte di Roma, il “Borgo Parahelios”, dove pure si riuniva la
corrente del Golfo.
Questo succede quando si lavora
sulle umane debolezze, e tanto più
dentro lo spietato serraglio del potere. E ci sarà pure stato qualche Calipari, oltre ai Labruna, ai Giannettini, agli ufficiali che foraggiavano i latitanti neofascisti o al direttore dell’ufficio “Affari Riservati” del Viminale, quel Federico Umberto D’Amato cui Dario Fo s’ispirò nel suo
Pum pum chi è? La polizia. Ma certo
i servizi facevano ridere e insieme
facevano paura, doppiezza che si
rese evidente durante il caso Moro.
Vero è che erano votati a combattere il comunismo — salvo preoccuparsi che i dollari distribuiti dai sovietici al Pci non fossero falsi. Ma
certo, ancora alla fine degli anni ottanta il livello di professionalità lasciava disperatamente a desiderare: e lo provano le informative sequestrate dai giudici nell’archivio di
un generale capocentro che tutti,
pare, a Forte Braschi (dove pure c’era un misterioso zoo con cerbiatti e
gazzelle) chiamavano graziosamente «Capemuorto». Bene, come
documenta Gianni Cipriani in Lo
spionaggio politico in Italia (Editori
riuniti, 1998), in quelle carte il presidente americano era sistematicamente scritto «Busch», ma si parlava anche di Olaf «Palmer» e del generale «Jerucheski». Non solo: proprio in quei giorni stava cadendo il
muro di Berlino, e l’informatore di
«Capemuorto» si dedicava ai «trucchi» del festival di Sanremo: «Se non
si opererà in maniera di neutralizzarne le conseguenze — avvertiva
— queste ultime ricadranno sicuramente sugli ambienti che fanno
parte dei circoli demitiani». E già la
prosa suonava a suo modo fantastica.
Ma intanto correvano soldi e si
consumavano residui di dignità.
Era l’Italia della «cartuccella», del ricattuccio, del dossierino falso, dello
scaricabarile, del segreto di Pulcinella. Era la sagra permanente dell’informatore inattendibile e/o sospetto: nel 1993 ne spuntò fuori uno,
a nome Allocca — «Gennarino o’
spione», naturalmente — che segnalò una valigia d’esplosivo su un
treno, solo che ce l’aveva messa lui.
Il punto più basso di questa epopea sempre più drammatica e pagliaccesca si toccò in sintomatica
coincidenza con la caduta della Prima Repubblica. Da un lato la vicenda di Donatella Di Rosa, «Lady Golpe», poi rapidamente convinta a fare lo spogliarello in tv; dall’altro l’allegra brigata ortofrutticola del Sisde
con Broccoletti, Finocchi e una certa «Zarina» che a spese del servizio
volava a Buenos Aires per conoscere il protagonista della sua telenovela preferita.
E come si dice sempre: non poteva andare avanti così. E forse infatti
ci voleva davvero la caduta del comunismo, la fine della Guerra Fredda, la rottura di ogni equilibrio geopolitico. Anche se per accorgersene,
purtroppo, basta la tragica dignità
silenziosa di Nicola Calipari.
28 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 13 MARZO 2005
il protagonista
Cecenia in fiamme
La tragica parabola di Aslan Maskhadov,
l’ex colonnello dell’Armata Rossa diventato
comandante delle forze cecene e poi leader
della Repubblica di Ichkeria, nella testimonianza
di chi lo ha conosciuto e frequentato.
E che oggi lo ricorda: nel male e nel bene
Il presidente ucciso
nel villaggio di Tolstoj
S
IL LEADER
Qui sopra, Maskhadov. A
sinistra, il cadavere dopo
l’omicidio. A destra, un
soldato russo in Cecenia
FOTO ANSA
apete che Aslan Maskhadov,
già presidente della Repubblica cecena di Ichkeria, designato nel 1996 in elezioni
controllate dall’Ocse, è morto ammazzato e tradito nella
cantina di un villaggio che si chiama, figuratevi, Tolstoj-yurt. Alcuni telegiornali l’hanno distrattamente definito come mandante o complice dell’orrore di
Beslan: non lo era, e non meritava quella calunnia, la più infamante. Alcuni
giornali hanno scritto che con la sua uccisione scompare l’ultimo interlocutore possibile di una soluzione negoziata
della tragedia russo-cecena. Non è vero: quel negoziato era da tempo impossibile, e Maskhadov era un morto che
cammina. Era impossibile perché Putin
e i suoi generali l’avevano cancellato dal
loro orizzonte, per odio prima ancora
che per calcolo politico, consegnando
così Maskhadov all’impotenza e alla
frustrazione di fronte all’oltranzismo
cinico di Shamil Basaev e dei terroristi
suicidi. Dunque commemoro la morte
di Maskhadov non come un colpo fatale alla speranza di un negoziato, o come
un regalo fatto all’estremismo islamista: tutto ciò era consumato, e l’avevo
scritto qui da tempo. Commemoro la
morte solitaria di un uomo, e il suo tragico destino. Lo faccio anche, come
dirò, per un fatto personale.
Aslan Maskhadov era un militare di
professione addestrato nelle file dell’Armata Rossa, colonnello messo ancora alla prova nella repressione dell’indipendentismo baltico, come il suo
eroe imminente, il generale dell’aeronautica sovietica Dzokhar Dudaev. Militari di carriera, e prodi, Dudaev in
modo impetuoso, e Maskhadov più
metodicamente e discretamente. Stiamo parlando della Russia, 145 milioni
di abitanti, e della Cecenia, neanche un
milione. Nella prima guerra russo-cecena — la prima di due guerre nel giro
di dieci anni! — Maskhadov era stato il
comandante in capo delle forze cecene, valoroso nella resistenza regolare
come Basaev e altri giovani guerrieri
erano valorosi nelle sfide spavalde e
sfrenate. Maskhadov era personalmente serio e schivo. Lo vidi pressoché
ogni giorno per un mese, quando era il
sicuro presidente in pectore di una repubblica riconosciuta, e aveva sempre
un atteggiamento misurato, che di
fronte alla telecamera o al registratore
si mutava in una vera timidezza. Nell’intervallo fra le
due guerre — un’unica guerra spietata con una illusoria
pausa di pace — c’era un solo
posto telefonico nel centro di
Grozny, e ogni sera i capi del
Paese ci venivano, con le loro
scorte di ragazzi armati e
chiassosi. Uno dei figli di Maskhadov passava il suo tempo in una roulotte sgangherata parcheggiata di fronte,
in cui un pugno di giovani intraprendenti, reduci alcuni
dagli studi in Europa o in
America, avevano installato
un computer e si cimentavano con le meraviglie di Internet. Il figlio di Maskhadov fu
ammazzato presto alla ripresa della guerra, e altri della
sua famiglia ebbero la stessa
sorte. I superstiti sono stati alla fine sequestrati dai russi e dai loro scherani
locali, le bande dei Khadirov, e tenuti
in ostaggio, secondo l’usanza, per fiaccare la sua tenacia. Conoscete il repertorio di quella sedicente guerra: sequestri di famiglie, sparizione di persone
seguita benignamente dalla restituzione dei cadaveri in cambio di denaro
e gioielli, stupri, torture.
Maskhadov aveva concluso col generale Lebed la fine della guerra. Dudaev era già morto in un attentato russo. Lebed sarebbe morto in un incidente russo. Nelle elezioni presidenziali
del 1996, Maskhadov aveva dei concorrenti, e fra loro Zelimkhan Yandarbiev
FOTO AFP
ADRIANO SOFRI
e il giovane Basaev. L’islamista Yandarbiev è morto nel Golfo in un attentato di
sicari russi. Basaev è ancora vivo, ha solo perso una gamba su una mina, e in
quella circostanza tenne a farsela amputare in pubblico, e senza anestesia,
perché così fa un combattente ceceno.
La sua leggendaria prodezza si piegò
dopo quell’effimera tregua agli azzardi
più loscamente provocatori e alle gesta
più infami, fino a Beslan. In lui la virile
audacia personale ha mostrato oltre
ogni misura la vicinanza, e poi lo sconfinamento, nella brutalità più ripugnante. Beslan, appunto, e prima il plagio o la violenza su donne mandate a
uccidere e uccidersi. Nessuna nefandezza è ormai fuori dalla portata di Basaev e dei suoi. Dapprincipio né Basaev
né Maskhadov erano così fervidi islamisti. Basaev lo diventò, in uno dei suoi
“Nel gennaio ’97,
reduce dalla
Cecenia, entrai in
prigione. Fu allora
che mi arrivò il suo
messaggio”
travestimenti da avventuriero. Maskhadov non lo diventò mai, ma vi cedette con una incresciosa riluttanza,
quando si rassegnò all’introduzione
della sharia, e poi quando la resistenza
armata diventò sempre più tributaria
del sostegno arabo.
La campagna presidenziale alla fine
del 1996, forse perché potetti assistervi
e per così dire parteciparne, perché
correvo dietro quotidianamente a tutti
i capi ceceni che collaborassero alla restituzione degli italiani rapiti, mi sembra ancora l’incubatrice fatale della
tragedia a venire. Basaev era l’idolo della sua gente, aveva trent’anni, si illuse
che la devozione popolare per il figlio
eroe si traducesse nel voto. Ma i popoli, anche il ceceno, sono romantici e
saggi insieme. Abbracciano Basaev con
le lacrime agli occhi, e votano per il gri-
gio e responsabile Maskhadov. Discussi animatamente con Basaev della sua
candidatura. Aveva tanto tempo. Ma
lui era troppo giovane, dunque aveva
fretta. Nelle elezioni non arrivò nemmeno al ballottaggio. L’affidabile Maskhadov sconfisse nettamente Yandarbiev, che doveva la sua poca reputazione alla successione provvisoria a Dudaev assassinato.
Dopo, per un breve tempo, la Cecenia di fatto indipendente dovette misurarsi con se stessa, mentre i generali
umiliati di Mosca covavano la vendetta, e si preparava l’ora di Putin. Con
quella specie di pace la leggendaria
unità dei ceceni di fronte al secolare nemico russo andava in pezzi, nel feudalesimo dei signori della guerra e la sfrenatezza criminale delle bande armate.
Basaev oscillò per qualche tempo fra
l’affarismo privato e la corresponsabilità col nuovo Stato, e arrivò fino a diventarne il primo ministro. Fu lui, e il
vanesio emiro Khattab, a scatenare la
demenziale impresa daghestana, fallita e ridicolizzata, ma bastante a dare al
Cremlino l’occasione che aspettava.
Poi Maskhadov restò il più autorevole leader del suo popolo, ma il suo prestigio era ormai ferito dalla prova mancata della presidenza e dalla debolezza
nei confronti dell’avventurismo islamista. Non cessò mai di chiedere una
soluzione negoziata, ai russi e a Putin
personalmente, e all’Onu, all’Europa,
agli Stati Uniti. Se avesse trovato una
sponda appena salda, la sua leadership
avrebbe ripreso vigore, e la sua condanna dell’estremismo si sarebbe sbarazzata dei compromessi. Nei suoi appelli sempre più frustrati, Maskhadov
arrivò a sottoscrivere dichiarazioni
non-violente, incredibili ad ascoltarsi
in quel Caucaso e in quelle circostanze.
Si nascondeva da sei anni nella sua terra bruciata, e intanto i capi russi lo presentavano al mondo come il più pericoloso dei terroristi, gli mettevano addosso una taglia di decine di miliardi, lo
additavano come un accolito di Basaev. Ogni tanto fra gli “esperti” e fra gli
appassionati al destino ceceno (e dunque russo, dell’altra Russia), gruzzolo
di persone sempre più sfiduciate e
amare, rinasceva la voce che stessero
per aprirsi trattative fra Putin e Maskhadov, anzi che si fossero già segretamente incontrati, che da un momento
all’altro sarebbe arrivata la svolta.
Io avevo smesso da tanto tempo di
crederci. Per questo ho guardato a quel
torso nudo esibito in un cortile come a
uno che è morto solo, un bandito Giuliano ormai senza fili. Non mi aspettavo più niente da Maskhadov, quanto alla Storia, alla Guerra e alla Pace. Per
questo, dalla posizione un po’ grottesca in cui mi trovo, commemoro alla
buona quell’uomo ammazzato in una
cantina di un villaggio. Però la grandezza, che si ride della Storia, ma spesso infila uno zampino malizioso nelle nostre giornate, si è insinuata nel nome
del villaggio estremo di Maskhadov:
Tolstoj-yurt, dal grande scrittore che fu
di guarnigione in Cecenia, e rese immortale la fierezza di quel popolo. La
Russia e l’altra Russia si sono date appuntamento in quell’irrisorio villaggio.
E il fatto personale? Nel gennaio del
1997 entrai in galera. Ero reduce da un
secondo viaggio in Cecenia — ci ero
stato la prima volta durante la guerra —
in cui riuscimmo a tirar fuori vivi tre
medici volontari italiani sequestrati.
Stetti giorno e notte con quelle persone, anche Aslan Maskhadov, anche
Shamil Basaev, anche quel detestabile
Khattab. Non me ne preoccupai affatto, c’era la pace, avevo una cosa da fare,
e poi avevo letto La figlia del capitano,
e sapevo che può capitare di fare un
viaggio nella neve con Pugaciov. Insomma entrai in galera, e dopo un po’
ricevetti la copia di un messaggio solenne che il presidente eletto della Repubblica cecena di Ichkeria, Aslan Maskhadov, e il capo di quel governo, Shamil Basaev, avevano indirizzato al Quirinale, per parlare di me e auspicare la
mia liberazione. Com’è la vita.
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 29
FOTO REUTERS
DOMENICA 13 MARZO 2005
Parla la Melnikova, oppositrice di Putin
“Colpito
per fermare
la pace”
GIAMPAOLO VISETTI
«I
MOSCA
l Cremlino aveva capito che la necessità di un
negoziato di pace in Cecenia stava ormai diventando patrimonio condiviso del mondo.
Onu, Usa e Ue erano pronti a risoluzioni critiche contro la Russia, ponendo a Putin il problema del mancato rispetto dei diritti umani. Per questo Aslan Maskhadov è
stato ucciso ora. Mosca ha voluto eliminare l’unico interlocutore politico, riconosciuto dentro e fuori la Cecenia. Ha
preferito consegnare il Caucaso al terrorismo islamico. Nessuno potrà così chiedere a Putin di sedersi al tavolo delle trattative con Shamil Basaev: e la guerra necessaria al nuovo zar
continuerà indisturbata».
Valentina Melnikova si batte da anni contro il massacro ceceno. Presidente del Comitato delle madri dei soldati russi,
ha iniziato a lottare chiedendo di sospendere l’invio di ragazzi inesperti nell’inferno di Grozny. Presto, come racconta a
Repubblica, ha aperto gli occhi sulle altre vittime, sui ceceni.
Quali conseguenze avrà la morte di Maskhadov?
«La guerra cecena si estenderà in tutto il Caucaso. Da lotta
per l’indipendenza, diverrà battaglia di religione. Maskhadov era un prodotto della mentalità sovietica, ma rappresentava l’anima profonda della Cecenia. Conciliava ortodossia e
islamismo, conosceva centralismo e autonomia: per questo
si era giunti alla pace di Khassavjurt con Eltsin. Eliminato lui,
a Grozny restano solo le cinture esplosive, a Mosca i carri armati: presto scorrerà molto sangue, inutile e innocente».
Il 24 febbraio lei ha incontrato a Londra Akhmed Zakaiev,
portavoce di Maskhadov: è vero che era pronto un piano di
pace sostenuto dalla comunità internazionale?
«Quel tentativo, senza precedenti, ha sancito la condanna
di Maskhadov. In febbraio era riuscito ad imporre alla guerriglia un cessate il fuoco unilaterale di un mese, era tornato
un punto di riferimento affidabile. Con Zakaiev era stato steso il piano che in mezz’ora poteva porre fine alla guerra: ritiro dei soldati russi in cambio di stop al terrorismo dei ribelli.
Di autonomia e indipendenza si sarebbe discusso più avanti. Putin ha capito che rischiava di perdere la sua guerra ed è
intervenuto».
In cosa sarebbe consistita l’annunciata dichiarazione
congiunta?
«Diceva che la guerra è ormai un onere insostenibile sia per
la Russia che per la Cecenia, che nessuno potrà mai prevalere, che sofferenze e vittime pesano su Mosca e su Grozny, ma
pure sulle cancellerie di tutto il mondo. L’Occidente era
pronto a sottoscriverla: dalla Russia invece ormai è impossibile ottenere qualcosa».
Perché il Cremlino non vorrebbe la pace?
«Oltre alle considerazioni politiche, ci sono quelle pratiche. La Cecenia è uno scannatoio, ma pure una mangiatoia
d’oro. In troppi, dalle due parti, fanno troppi soldi. Petrolio,
armi, fondi per esercito e ricostruzione, traffico di persone.
Coloro che dovrebbero dialogare non hanno alcun bisogno
della pace. Generali russi e ribelli ceceni si arricchiscono con
le stragi: la guerra è il solo patrimonio che possiedono e lo
reinvestono ogni giorno».
Come giudica il rifiuto di restituire alla famiglia il cadavere di Maskhadov?
«La Russia sa che non saprebbe gestire il funerale. Secondo la tradizione caucasica, parteciperebbero migliaia di persone: il rito durerebbe giorni, consentendo ai terroristi di
confondersi nella ressa. La sua tomba diventerebbe luogo di
culto islamico e motore di unità per la guerriglia indipendentista. Maskhadov per i ceceni è morto da eroe: Putin lo ha
fatto uccidere dai servizi segreti proprio perché, da prigioniero sotto processo, ne avrebbe perso il controllo. Ora teme
anche il suo cadavere, al punto che ha dovuto nasconderlo a
Mosca. Non restituirlo ai suoi cari è una chiara violazione dei
diritti umani».
Chi raccoglierà l’eredità reale di Maskhadov?
«Nel breve periodo deciderà tutto Basaev. I ceceni non sanno nemmeno chi sia lo sceicco Abdul Khalim Saidullaev. In
qualità di giudice del tribunale islamico servirà solo a fornire
una base giuridica e un’assoluzione religiosa alle prossime
stragi. Presto emergeranno però nuovi leader. Da una parte
potrebbe esserci il figlio di Maskhadov, Anzor; dall’altra il figlio di Kadyrov, Ramzan. I loro padri si sono reciprocamente
eliminati. Putin sfrutterà la loro sete di vendetta per farli scannare tra loro».
Perché la morte di Maskhadov non potrebbe invece contribuire alla resa dei secessionisti?
«Nessuno di loro, come la maggioranza dei ceceni, accetterebbe mai di perdere l’onore. È discutibile, ma resta un fatto: da secoli lottano per l’indipendenza, non accetteranno di
prendere ordini da chi li ha deportati e decimati. Mosca finge di ignorare la realtà, di credere che i ribelli combattessero
per Maskhadov, o che lotteranno fino a quando ci sarà Basaev. Se Putin pensa di uccidere tutti i ceceni, uno ad uno, lo
dica francamente. L’alternativa al genocidio è un tavolo della pace. Il problema è che il Cremlino ha invece bisogno di un
conflitto: e proprio nel Caucaso».
Cosa intende dire?
«In gioco non ci sono solo petrolio, armi, basi militari, il
passaggio tra Caspio e mar Nero. Guerra in Cecenia significa
pressione sulla Georgia: ossia merce di scambio per l’indipendentismo di Abkhazia e Ossezia del Sud, ma pure esempio per ciò che potrebbero diventare la Transnistria, o altre
regioni della Russia. Putin si sta giocando lo spazio post sovietico, scosso da forze centrifughe sostenute dalla Nato. E la
cosiddetta lotta al terrorismo gli consente di non regalare agli
Usa il Medio Oriente».
30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 13 MARZO 2005
il racconto
Rivoluzione a pedali
Tutto cominciò nel 1696, con un progetto
che rimase sulla carta. Ma la prima vera bicicletta
fu progettata nel 1867. Da allora quel “cavallo
meccanico” semplice e geniale ha segnato
l’infanzia di intere generazioni. E ora un libro
ne ripercorre l’incredibile viaggio
Le due ruote che fecero la storia
ENRICO FRANCESCHINI
essuno di noi può ricordare l’attimo in cui è nato, e
nella memoria di un adulto rimane ben poco dell’intera infanzia: delle prime parole, dei primi passi,
dei primissimi giochi. Eppure quasi tutti conserviamo qualche precisa reminiscenza della prima pedalata, la sensazione del giorno in cui, inforcata una bicicletta, abbiamo finalmente spiccato il
volo: la mano del genitore che sorregge
il sellino da dietro aiutandoci a mantenere un precario equilibrio su due ruote, e poi d’un tratto si stacca, e all’improvviso ci accorgiamo di correre senza
più alcun sostegno, soli, sulle nostre
gambe. Tramandata di padre in figlio,
quella magica esperienza costituisce
spesso il primo ricordo autentico, quasi
il momento in cui abbiamo acquisito la
consapevolezza di vivere.
Di generazione in generazione, molto è cambiato nel mezzo di trasporto
protagonista di questa indicibile emozione: la forma, il materiale, l’equipaggiamento che lo completa e lo arricchisce. In fondo è cambiato perfino il nome: i quarantenni o cinquantenni
odierni non dimenticheranno mai la
“bici” della loro giovinezza, mentre i ragazzi d’oggi parlano soltanto di mountain bike. Ciononostante, molto resta
anche immutato, nella bicicletta. Milioni di persone in cinque continenti continuano a usarla come efficace ed economico sistema di locomozione. Legioni di ciclisti dilettanti continuano a
montarci sopra nel weekend, per fare
esercizio o andare a spasso. Ogni anno,
il Tour de France e altre classiche competizioni continuano ad attirare spettatori e a suscitare grandi passioni. In un
mondo che si evolve e si trasforma a velocità prodigiosa, il boom della bicicletta sembra un’inesauribile costante.
Non ci sarebbe dunque da meravigliarsi se i nostri antenati la considerarono
una delle maggiori conquiste del progresso, alla stregua della nave a vapore,
del treno, del telegrafo e del telefono.
Potrebbe stupire, piuttosto, che di un
tale meraviglioso marchingegno nessuno avesse ancora raccontato la storia come si deve. A colmare la lacuna provvede ora un libro illustrato di cinquecento
pagine, altrettanto meraviglioso, uscito
negli Stati Uniti e in Gran Bretagna: Bicycle, the history, a cui l’autore, David Herlihy, storico di Harvard, ha dedicato ben
quindici anni di studi e di ricerche. L’invenzione di un veicolo in grado di sostituire il cavallo, bisogna dire, prese molto
più tempo. Nel 1696, un francese visionario, Jacques Ozanam, progettò un
mezzo “auto-movente” azionato dall’uomo: ma la sua idea non andò troppo
lontano dalla carta su cui era tratteggiata. Da allora dovette trascorrere oltre un
secolo affinché un eccentrico tedesco, il
barone Karl von Drais, producesse nel
1816 il prototipo del primo velocipede
(dal latino “velox pedis”, dal piede veloce): una sorta di “cavallo meccanico”,
con due ruote ma senza pedali e, particolare da tenere presente, pure senza
freni. In pratica funzionava secondo il
concetto del monopattino: uno ci saliva
sopra e dava una spinta con i piedi. Comportava rischi non indifferenti: se per caso prendevi velocità su una discesa, potevi romperti il naso; altrimenti consumavi la suola delle scarpe e non facevi
molta strada. Bastò tuttavia a suscitare
entusiasmi in mezza Europa. «Il più
grande trionfo della tecnica», scrisse liricamente un giornalista inglese nel 1819.
«Sarà la creazione di una macchina o di
un carro per viaggiare, senza cavalli o altri animali che lo tirino». I tempi, evidentemente, erano maturi, ma ci volle un altro mezzo secolo perché a qualcuno venisse in mente di metterci i pedali.
N
IL MITO
Qui a destra,
poliziotti in bicicletta
a Stamford,
Connecticut, nel
1910. Sopra, una
illustrazione del
1873: quattro membri
del Middlesex
Bicycle Club in
viaggio da Londra
alla Scozia del nord.
Nelle altre immagini,
manifesti pubblicitari
di biciclette d’epoca
e dei primi
pneumatici Michelin
La svolta venne nel 1867, quando un
fabbro francese di nome Michaux aggiunse non solo i pedali, ma anche i freni. Il suo primo modello, costruito in acciaio massiccio, pesava però più di trenta chili e aveva le ruote di legno: pilotarlo
in equilibrio non era un’impresa facile.
In più costava un patrimonio: all’inizio
poteva permetterselo soltanto l’aristocrazia. Ciò malgrado, era nata la bicyclette, la definizione francese destinata a diventare universale (da “bicycle”, che a
sua volta deriva dal latino “bi” e dal greco “kyklos”: a due ruote). La curiosità fu
immediata: il primo, primitivo esemplare lanciò una frenesia di sperimentazioni sulle due sponde dell’Atlantico, catturando rapidamente l’attenzione del
Si calcola che nel
mondo ne circolino
più di un miliardo.
Lo storico: “Le bici
continueranno a
esistere finché
uomini e donne
avranno le gambe”
mondo. «Mai prima d’ora nella storia
manifatturiera americana è sorta una simile domanda di massa», declamò il
New York Times nel 1869. Esagerata retorica, ma l’eccitazione era comprensibile. Per la prima volta nella storia dell’umanità, la gente poteva effettivamente
immaginare un’esistenza in cui il cavallo — amata ma esigente e talvolta bizzosa creatura — non rappresentava più il
principale mezzo di trasporto quotidiano. All’orizzonte si approssimava una
nuova era di viaggi su strada, che avrebbe consentito a chiunque di ricoprire
grandi distanze in un tempo relativamente breve, partendo in qualsiasi momento. Quelle due ruote a pedali, insomma, promettevano una rivoluzione.
Certo, l’euforia degli inizi si rivelò prematura. Sebbene le vendite aumentassero a ritmo prodigioso, e sorgessero
quasi subito i primi circuiti per corse
agonistiche, si dovette attendere un’altra generazione prima che la bicicletta
assumesse una forma più pratica e invitante. Con il 1870 arrivarono le bici dall’enorme ruotona anteriore, che col senno di poi ci appaiono buffi apparecchi da
equilibristi del circo ma che per un breve periodo sembrarono ispirate dal miglior buon senso. In ogni caso è a quel
punto che furono introdotte due importanti innovazioni: la catena di trasmissione e il tubolare pneumatico. Il passaggio al tipo di bicicletta che conosciamo oggi avvenne verso la fine del decen-
L’EVOLUZIONE DELLA BICI
L’ELEGANTE HOBBYHORSE
IL VELOCIPEDE A QUATTRO RUOTE
UN “CANGURO” DA PASSEGGIO
REGINA DELLA PARIGI-AVIGNONE
La hobbyhorse creata da Johnson per
il duca George Spencer (1766-1840)
Fu Willard Sawyer di Dover a introdurre
nel 1840 il velocipede a quattro ruote
Si chiamava Canguro il veicolo inventato
nel 1884 e prodotto in 100mila esemplari
Prototipo in legno della bicicletta dei fratelli
Olivier creata per la Parigi-Avignone (1865)
DOMENICA 13 MARZO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31
IL PRIMO BOOM
Le prime biciclette fecero il giro
del mondo. Nella foto grande,
un modello Phantom del 1871
fabbricato a Londra ma già
esportato in Nuova Zelanda
Quella Sanremo
del marzo ’46
MARIO FOSSATI
o seguito il ciclismo degli ultimi anni alla maniera dei vecchi, a tratti e a bocconi, rimpiangendo il tempo che passa. Il
mio ciclismo è legato ai tre grandi:
Coppi, Bartali, Magni; alle due K elvetiche: Koblet e Kubler; a Rik Van
Steenbergen; a Merckx, figlio di
Coppi; a Bobet, a Girardengo al pari di Binda (grandissimo). Il mio ciclismo comprende Gimondi, Hinault, Saronni e Nencini. Ho veduto sbarcare questo ciclismo in America, nel Colorado, e due ragazzi italiani (Argentin primo, Saronni terzo), stravincere davanti agli
stralunati cadetti di una celebre accademia militare statunitense. Poi
il ciclismo ha moltiplicato le sue
classifiche e le sue corse. L’ultimo
corridore che ho digitato, nella sua
casa in mezzo alla Toscana, Franco
Bitossi detto “cuore matto” ha buttato sulla brace della sua fumosa cucina una enorme costata che assomigliava alla planimetria del Tour
de France, ha stappato una bottiglia
di un vino asprigno. «Che vuoi che ti
dica della vita: non la capisco più.
L’altro giorno, qua vicino, è venuto
un cantautore: è stata la fine del
mondo».
La Sanremo bussa alle porte, mi
chiedono di personificare il suo percorso attraverso il libro d’oro. Parlerò
di una sola Sanremo: del 19 marzo
1946, che ha iniziato la nuova era. La
sera di quel lontano San Giuseppe,
Armando Cougnet, il vecchionissimo che ha inventato il Giro d’Italia,
era pensoso: il ciclismo comunque
non assomigliava più a se stesso. Frequentavamo io e Negri a Sestri Ponente, la casa dei Ciampolini, dove
Coppi aveva sposato la figlia Bruna,
fresca e allegra, che gli aveva detto di
aspettare un figlio.
La Sanremo era smozzicata dai
passaggi a livello, non era appianata
dai tunnel, girava attorno ad ogni
promontorio. Coppi aveva combinato con Tragella, il direttore tecnico
della Bianchi, di cui vestiva i colori
bianco-celesti, di non lasciare partire nessuno prima del Turchino. E così era avvenuto. I francesi avevano
portato in corsa Teissere, Molineris,
Lazarides. Il gruppo si sbriciolò. Alla
prima agitazione, sul Turchino, Coppi si liberò di Teissere. Per chi sa di pista dirò che la classicissima era diventata una australiana gigante.
Fausto non sente la catena. Capisce di essere in grado di puntare da
solo a Sanremo. Traffica con il cambio. Nella valle dell’Orba, che è maledettamente umida, accusa un temporeggiamento. Tira via in solitudine Coppi. Le gambe lunghissime,
con quella muscolatura fine, la testa
leggermente incassata nelle spalle.
Sfiora la folla ai margini. In azione
quest’uomo, che appiedato pare
goffo, è bellissimo. I poliziotti vestiti
di cuoio scortano l’ammiraglia rosso
sangue di Giuseppe Ambrosini, direttore di corsa, che attraverso l’altoparlante urla alla folla, la cui visione
ingroppa la gola. Quanti i cappotti rivoltati, i vestiti sdruciti.
E Coppi arriva! Fate tre cerchi: la
ruota anteriore, la ruota posteriore, il
busto allupato. In una posizione aerodinamica perfetta. Un robot convenientemente ispirato o un magnifico giocattolo meccanico, che risponde ad ogni richiamo. Coppi taglia le curve, una linea quasi retta. Lui
la lepre, dietro tutta la muta, che si disperde, perde terreno. Sappiamo
che ha avuto la febbre e un dolore allo stomaco. Cavanna ci ha però tranquillizzato. Il ciclismo da corsa non fa
H
nio successivo, quando dagli stabilimenti della ditta Rover di Coventry, in
Inghilterra, uscì un modello con sellino
basso, ruote delle medesime dimensioni, catena, freni, pedali, e un costo
più accessibile. Il successo fu immediato. Nel 1890, mezzo milione di biciclette circolavano già sulle strade del Regno
Unito. Poi, nel 1891, arrivò l’ennesimo,
fondamentale passo avanti, compiuto
di nuovo al di là della Manica: a Clermont-Ferrand, in Francia, Edouard
Michelin di fatto reinventò la ruota,
realizzandone una distaccabile dall’intelaiatura, a cui era affissa con viti e bulloni. Fino a quel momento, le ruote venivano incollate al telaio: oltre a essere
più pratico, il nuovo sistema permette-
va al ciclista, in caso di foratura, di cambiare la ruota e riprendere il viaggio. A
patto, naturalmente, di averne con sé
una di scorta.
Il resto è noto. La storia della bicicletta è anche la storia della sua accettazione sociale come mezzo di locomozione, e dell’impatto che ebbe sullo sviluppo di una rete stradale, sul costume,
perfino sull’eguaglianza tra i sessi. «Che
le donne abbiano le gambe, e che anch’esse possano usarle, segna l’avvento di una nuova epoca», annotò un cronista (uomo) alla fine del diciannovesimo secolo. La bici conteneva inoltre il
seme di altre future, strabilianti invenzioni: non a caso Henry Ford e i fratelli
Wright iniziarono le loro carriere come
meccanici di biciclette. E soprattutto,
osserva l’Economist, essa simboleggiava un nuovo gusto di muoversi e un desiderio d’indipendenza. Il ventesimo
secolo ha portato nuovi materiali, prezzi più bassi, produzione di massa. Oggi,
all’alba del ventunesimo, si calcola che
sulle strade del pianeta ne circolino più
di un miliardo. La previsione è che non
smetterà di evolversi, cambiare, modernizzarsi: ma è altamente probabile
che resti l’unico mezzo capace di portarci così lontano per così poco. Una
cosa è certa, scrive David Herlihy a conclusione del suo enciclopedico volume: «Finché uomini e donne continueranno ad avere le gambe, continueranno a esistere le biciclette».
bene alla salute, ha sentenziato: i dolori sono il frutto di una preparazione ossessiva. I chilometri sono stati
molti, moltissimi. Settemila.
Coppi arriva, scende di sella. Finisce nelle braccia di Pellizza, il massaggiatore del Genoa, a cui Cavanna
ha passato la stecca. La folla ribolle.
Coppi ha staccato il secondo arrivato di 24 minuti. “i’ Gino” chiede immediatamente il nome del vincitore.
Chi può essere, rispondono: Coppi.
Quando finalmente può allungare le
gambe dice: i polmoni sono infiammati all’apice. L’indomani l’Italia si
divide fatalmente in coppiani e bartaliani. Girardengo contro Binda,
Binda contro Guerra, Bartali contro
Coppi. È una tradizione, un rito. Le
grandi rivalità non si spengono un
metro dopo il traguardo. Coppi e
Bartali divennero, Gino per Fausto e
Fausto per Gino, un incubo a cui si
erano affezionati.
Poi... E poi, la storia è risaputa. Ci
sono congiunture nella vita che paiono dettate dal destino. Coppi, a quarant’anni si innamora di una bella
donna... Il figlio che nasce in una clinica del Sudamerica. L’Italia che gli
ritira il passaporto, facendo ridere
mezzo mondo. Giulia, l’amata, in
carcere. La Sanremo, la corsa al sole,
continua a srotolarsi. Un anno Gino,
il vecchio campione che credevamo
finito, in via Roma batte allo sprint
Rik Van Steenbergen, «l’imperatore
di Herenthal». Mouton, l’impresario, gira con il carnet degli assegni, di
quotazioni astronomiche. Li intesta
a Coppi. La sfortuna, la vecchia con i
denti verdi, sta sempre lì. Noi inviati
facciamo una vita esaltante: giriamo
con Coppi. La Francia tutta in cima ai
colli, ad ammirare Coppì e Bartalì.
Fiorenzo Magni, il terzo uomo, cui
hanno rubato un Tour de France, paradossalmente si chiede come mai
Bartali non dovrebbe cedergli la sua
parte di tifo.
Che cosa farà il vostro campione?
chiedevano di Coppi. La gente ingrata, domandava quando Coppi aveva
vinto l’ultima corsa; e la data della sua
più recente caduta. Mi chiedeva
Gianni Brera: cosa fa il vostro campione? Io gli rispondevo: fa il gentleman e l’amministratore di notte. E di
giorno si prepara alle kermesse quasi
fossero delle classiche. Il suo ha corso
una Roubaix: è giunto 43esimo. Atleta di giorno, gentleman di notte: ditegli, mi ammonì Brera, di smettere, è
pericoloso. A noi ci sembrava che
Coppi non dovesse finire mai. Ci fu un
invito di Geminiani per una battuta di
caccia nell’Alto Volta. Un circuito, per
ringraziare gli ospiti. E Coppi partì.
Tornò la vigilia di Natale. Aveva la febbre. Cavanna aveva chiesto notizie al
fido Milano. Il medico di casa aveva
dichiarato: febbre di natura banale. Si
erano scordati di riferirgli che Coppi
tornava dall’Alto Volta.
Cavanna, allarmato, ribatteva: io
non ho studiato ma so che, se la febbre non scende, influenza non è. Da
Clemont Ferrand, tramite Geminiani, fanno sapere che si tratta di “plasmodium falciparum”, pericolosissimo, perché innesca la malaria. Risposta dei medici italiani: loro facciano come credono, noi faremo
quanto pensiamo. Coppi è morto.
Un errore bestiale dei medici. Ricordo quel funerale. Il pomeriggio era
luminoso. Sulla campagna c’era un
grande silenzio. Lo sguardo s’alzava
verso le colline di San Biagio ed errava lontano sulle valli della Bormida e
del Po e verso le colline del Novese,
sulle quali il sole estendeva spazi vaporosi. C’era un’enorme malinconia. Quel funerale portava via tanta
storia ciclistica, forse tutta.
LA HUMBER SAFETY
POPOLARISSIMA WHIPPET
LA MOUNTAIN BIKE
TIDALFORCE M-750
Messa in commercio nel 1884 la Humber fu una
delle prime bici con forcella moderna
In Gran Bretagna la Whippet nel 1890
perfezionò la prima bici con ammortizzatori
E’ il 1979 quando Fisher-Kelly e Ritchie
producono la prima mountain bike
Disegnata per usi militari la bicicletta con
motore promette altissime performance
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 13 MARZO 2005
le storie/1
appartiene infatti all’azienda di Beate Uhse, una
catena di sexy shop che è stata quotata
pubblicamente alla Borsa di Francoforte nel
1999. È nel Nevada invece “il bordello dell’anno”:
si chiama Chicken Ranch e si vanta di essere la
casa chiusa più famosa del mondo. È in attività
da ben 158 anni e fa parte delle 33 case chiuse
nel deserto del Nevada fornite di licenza statale
FOTO CORBIS
Finanza creativa
SESSO E AZIONI
Il Daily Planet di Melbourne, posseduto dalla
Planet Platinum, è il primo bordello al mondo
quotato in Borsa: uno dei più esclusivi hotel a ore
che, oltre ai tradizionali servizi ai clienti, offre
anche azioni agli investitori. La quotazione è
stata presentata come unica nel suo genere, ma
non è l’unica volta che il sesso fa il suo ingresso
in Borsa. La prima “azione erotica” in Europa
Nel bordello quotato in Borsa
I
MELBOURNE
n Australia, e più precisamente a
Melbourne, ho un amico che si
chiama Tom. Tom è un agente di
borsa, e insieme un tennista. Difficile dire quale componente prevalga
in lui, ma come tutti noi tennisti Tom si
sente iniziato ad una piccola religione,
i cui riti si svolgono non solo sui court,
ma si estendono poi alla vita, e quindi
anche al business. Ogni anno, a gennaio, in occasione dell’Open, Tom e io
giochiamo una partitella di singolo sull’erba del Kooyong, il più vecchio club
di Melbourne. Alla fine, l’amico mi invita nel ristorante del Club, e, terminato il dessert, insiste per offrirmi qualche
dritta sui mercati orientali. Ad ascoltare lui, in Europa e negli Usa, ormai c’è
solo da rimetterci, con l’azionario.
Percorrevamo quindi insieme il listino quando, sarà stata curiosità o sesto
senso, l’occhio mi è caduto sopra un titolo, il Planet Platinum. «Metalli preziosi? » ho indagato, e per tutta risposta
mi è giunta una risata omerica: «Lo conosci benissimo, dirty old man», ha infine esclamato. «È la nuova denominazione del Daily Planet, dove sarai certo
andato». Dopo qualche istante, la mia
sorpresa è parsa sollecitarne in Tom
una maggiore. «Ma allora non lo conosci. Insomma, dove vivi?».
Il grande business
E Tom ha preso a spiegarmi che il Planet
Platinum era una società, quotata in
borsa dal primo maggio del 2003, che
salita agli inizi quattro volte il prezzo di
emissione, era poi discesa «perché gli
investitori istituzionali, spesso, non si
sentivano di proporla causa l’attività
societaria. Tuttavia — credette di aggiungere — Planet Platinum era stata in
grado di distribuire un dividendo del 6
per cento». A questa informazione, la
mia ascendenza mercantile si attivò vivamente. «C’è rischio?», mi informai.
«Nessuno. L’oggetto sociale si rivolge
ad un’attività umana non meno necessaria del cibo». «E si tratta di?»: Tom sorrise, e infine rise, scuotendo la testa.
«Vai tu stesso a controllare. Meglio la sera», aggiunse. «Hai l’inidirizzo?». «Qualsiasi taxista sarà in grado di portarti».
La guida che mi toccò in sorte era indiano come quasi tutti i tassinari di Melbourne. Come pronunciai il nome di
Planet Platinum iniziò a ridacchiare,
per poi spingersi addirittura a una strizzatina d’occhi, seguita da una considerazione inattesa: «Complimenti signo-
re. Alla sua età». Una decina di minuti
più tardi, il taxi si fermava di fronte a un
edificio a tre piani, una costruzione decisamente impersonale che alberava
una grande scritta argentea: il Planet
Platinum, appunto.
Scesi, mi inoltrai oltre un ingresso che
si era magicamente spalancato. Da alcuni dettagli — la biglietteria, il guardaroba
— ero ormai quasi certo di trovarmi in un
night. Domandai, allora, di essere accompagnato, e venni raggiunto da una
giovane donna, sorridente e elegante,
che si presentò come Marika, la manager. Mi accompagnò, lungo un corridoio,
sul quale si aprivano le porte delle camere che si affrettò a mostrarmi.
«Quelle per soste brevi sono più o meno simili», illustrò, mostrandomi una
stanzetta confortevole, dotata di letto
matrimoniale e servizi. «Ma se pensa di
trattenersi più a lungo, magari di passare l’intera notte, possiamo offrire di meglio. Le stanze pompeiane». L’idea che
devono avere in Australia dell’antica
Pompei era rappresentata da una
sorta di saloncino,
sul quale si apriva
una piccola piscina. «Acqua profumata, eventuale
Jacuzzi, e assistenza imbattibile»
sorrise, mentre io
mi trattenevo dal
chiedere chi fossero le bagnine, perché finalmente
avevo capito.
Con l’abituale
cortese ma distaccata eleganza, Marika mi invitò al
bar, e prese ad
informarsi sulle
mie predilezioni.
Mi informò di non
far parte delle accompagnatrici disponibili, e mi concesse alcuni
dettagli. C’erano, pronte ad accudirmi, non meno di centocinquanta professioniste. Disse proprio così, professioniste, un termine più che giustificato se quella mano d’opera qualificata era soggetto
fiscale, e insieme oggetto di una assistenza medica da far invidia alla
più qualificata delle nostre ASL.
Mi guardavo intorno. Nel salone
adiacente alcuni visitatori giocavano
a biliardo, insieme a una delle signorine. Altri conversavano amabilmente,
con ragazze dall’aria educata, se non
proprio riservata. Coperte di abitini
eleganti, sufficientemente succinti da
mostrare le loro virtù.
Molte tra loro reggevano bicchieri
gentilmente offerti dagli ospiti, ma, come mi spinsi a proporre a Marika un
A Melbourne c’è un
palazzo di tre piani
su cui brilla una
grande scritta grigia:
Planet Platinum.
È la sede di una
società per azioni
un po’ particolare.
Che il nostro cronista
è andato a scoprire
bicchiere di champagne, la vidi sorpresa: le bevande del locale erano rigorosamente analcoliche. Come la mia guida
fu chiamata al telefono, venne, a sostituirla il manager, Steven. Ottimo conoscitore dell’Europa, per aver lavorato —
sempre nel settore vendite — alcuni anni in Svezia.
Non solo prostituzione
Privo delle riserve che mi avevano trattenuto con una giovane signora quale
Marika, passai ad informarmi su alcuni dettagli tecnici dell’offerta. E, ottenuti che li ebbi, mi spinsi a domandare
come mai, tra le prestatrici d’opera,
non ce ne fosse qualcuna che ricordasse non dico una diva, ma nemmeno
una semplice velina.
«Non offriamo una bellezza dirompente — informò Steven — perché ci siamo resi conto che il cliente standard preferisce simpatia, calore umano, accessibilità. La maggior parte dei visitatori ama
non solo il contatto fisico, ma ambisce alla conversazione.
Un analista, nostro
assiduo frequentatore, mi ha minacciato di farci causa
per concorrenza
sleale. Secondo lui,
la prima ragione
dell’affluenza maschile è il desiderio
di confidarsi». Ritornò Marika dai
suoi impegni, conversammo ancora,
ma ad un certo
punto colsi, tra lei e
Steven, un’occhiata perplessa.
Di fronte a noi
era sfilato, peraltro
con discrezione,
tutto il campionario offerto dal Planet. Avevo ammirato ragazze alte e
basse, rotondette e slanciate, bianche,
nere, gialle e caffelatte, bionde o more.
Possibile, sembravano domandarsi i
miei due ospiti, che non ce ne fosse
nessuna che sollecitasse il mio interesse. Con un sorriso, fu infine Steven
a decidersi. «Vede, caro amico. Il nostro locale accoglie esclusivamente
clienti etero».
Sorrisi, e mi decisi a confessare
che quel che mi interessava, più
dell’indiana o della mulatta, era
una pensionante italiana. «Per facilitare il dialogo», mi giustificai. Di lì a
qualche minuto, avevo di fronte Carla,
una morettina piemontese. Fu lei, e non
io, a raccontare brandelli di una storia
probabilmente vera.
«Sono capitata in questo paese con un
marito italiano, che aveva ottenuto un
permesso di lavoro. Ho avuto un figlio,
FOTO AFP
GIANNI CLERICI
IL CLUB
Sopra, la tessera del Daily Planet
di Melbourne e l’interno del club.
In alto, prostitute in un bordello
francese del secolo scorso
che ormai va a scuola, in prima elementare, e che mi costa un occhio, in baby sitter. Il matrimonio si è rivelato un fallimento, forse eravamo troppo soli, lontano da casa, e tutto si focalizzava tra di noi,
senza nessun contesto nè di persone, nè
di luoghi. Abitavamo anche in un casone
impersonale, parlavamo male quella
specie di dialetto inglese che usano qui.
Io ero troppo a disagio, spesso scontenta,
lui ha cominciato a tradirmi, le donne australiane sono molto libere, molto facili.
Dopo il divorzio ho pensato di ritornare
in Italia, ma c’erano complicazioni per le
visite di lui al bambino, e anche con i miei.
Mi sono trovata un paio di lavori umili,
commessa, cameriera, qui lavorare è facile. Poi nel mio ristorante è capitata una
cliente. Pian piano abbiamo fatto amicizia. E, con l’amicizia, ci siamo confidate.
Mi ha spiegato dove lavorava. Quanto
guadagnava. Com’era salvaguardata
dalle legge. Mi sono sottoposta ad un test per essere ammessa al Platinum, molto rigoroso. Mi hanno presa in prova.
Probabilmente ho avuto fortuna con i
primi clienti, l’inizio è la cosa più difficile, perché non si tratta tanto di fare l’amore, quanto di venderlo. Via via mi sono abituata, ho iniziato a considerare i
clienti come fossero carte di credito
umane. Non lavoro sul numero, quanto
sulla qualità. Ho anche quello che chiamo il mio club, gente che conosco da più
di un paio d’anni. Un tipo molto ricco,
proprietario di un elicottero, figurarsi, mi
ha proposto di prendermi in carico, come amante. Ho rifiutato. Ho rifiutato anche una proposta di matrimonio. Un vedovo, anziano, poveretto. Ho molte conoscenze. Ci sono negozi in cui non solo
ottengo sconti incredibili, ma a volte mi
si offre gratuitamente la merce. Ristoranti in cui non ho nessun bisogno di pagare. Vivo benissimo, il mio bambino cresce bene. I miei sono venuti due volte dal
Piemonte, credono e crederanno sempre che io lavori in una grande ditta.
Quando il bambino avrà dieci anni probabilmente la smetterò, con questa attività. Avrò accantonato abbastanza per
vivere di rendita. Uno dei miei clienti più
affezionati è un bravissimo broker».
Certo in seguito ad una curiosa coincidenza, si chiamava Tom. In quella, un
ospite del Planet rivolse a Carla un sorriso d’intesa. «Il lavoro mi chiama», sorrise
lei, e prima di abbandonarmi, mi posò un
bacino su una guancia. «Mi saluti l’Italia», suggerì. Fu Steve ad accompagnarmi molto cortesemente all’uscita «Ero
nella tribuna d’onore allo Australian
Open — sorrise — e credo di averla vista,
nel box della stampa. Ma perché non mi
ha detto che era un giornalista?».
DOMENICA 13 MARZO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
le storie/2
Trappole telematiche
C’
ROMA
è ancora qualche
italiano che comprerebbe il Colosseo, il Foro romano
o la fontana di Trevi da uno sconosciuto incontrato per strada? Naturalmente no. Eppure c’è chi è convinto che nel mondo ci sia qualcuno
pronto a regalargli — così, senza un
motivo — 80 milioni di dollari. Questa è la storia di una stangata dei nostri tempi. La storia di due ragazzi del
Sud che per inseguire il sogno ingenuo di una fortuna miracolosa hanno
perso tutti i loro risparmi: 30 mila euro. Due persone come tante: lui, 28
anni, è impiegato in una piccola
azienda di Caserta. Lei, 24 anni, sta
per laurearsi.
Tutto comincia una sera d’autunno, in una pizzeria del centro. Mario e
Giovanna — li chiameremo così per
tutelare la loro privacy — incontrano
un amico che ha appena ricevuto
un’e-mail con una proposta allettante: due cassieri infedeli di una società
petrolifera vogliono portare in Italia i
capitali sottratti alla cassa, e gli offrono un quinto del bottino se è disposto
ad ospitare sul suo conto la transazione bancaria. L’amico, scrupoloso,
tentenna: «Non voglio fare nulla di illegale». Loro due invece non ci avrebbero pensato su neanche un minuto:
devono comprarsi la casa e hanno
solo 20 mila euro. Uscendo, mormorano un vecchio proverbio:
«Chi ha pane non ha i denti e chi
ha i denti non ha pane...».
Salvare i beni di famiglia
Eppure il pane — o qualcosa
che gli somiglia molto — arriva anche per i loro denti. Due
sere dopo, Mario riceve
un’e-mail in inglese da un
mittente sconosciuto. Non è
un virus e non è una pubblicità: cosa ci sarà scritto?
Quando ha finito di tradurla,
non crede ai suoi occhi. La
lettera è firmata da una
donna, Miriam Abacha,
che si presenta come la
vedova dell’ultimo dittatore della Nigeria, il generale Sani Abacha. «Il
nuovo governo democratico — scrive
la vedova — vuole
sequestrare tutte
le proprietà di mio
marito. Mio figlio
Mohammed è sotto interrogatorio e
io sto cercando disperatamente di
salvare i beni della
nostra famiglia: opere
d’arte, oro, diamanti. E denaro: sono
in possesso di 80 milioni di dollari
americani».
Perché ha scritto a Mario? Perché
ha bisogno di lui. «Vi imploro di aiutarmi a portare questo denaro al sicuro, prima che venga scoperto e
confiscato. Indicatemi il vostro conto bancario, in modo che io vi possa
far accreditare subito l’intera somma». E qui viene il bello: «La vostra
preziosa collaborazione sarà compensata con il 20 per cento dell’importo accreditato. Vi supplico: aiutate una vedova nel bisogno! Che Allah
vi benedica».
Naturalmente, né Mario né Giovanna hanno mai sentito parlare del
generale Abacha. Ma da una veloce
ricerca su Internet scoprono che il feroce dittatore della Nigeria, ucciso da
un infarto provocato dal Viagra, si
chiamava proprio Abacha. La storia
sembra vera. Non si chiedono, i due,
come mai la scaltra vedova di uno
spietato tiranno africano si rivolga a
uno sconosciuto impiegato di Caserta. Pensano, semplicemente, che alla
lotteria della fortuna è finalmente arrivato il loro turno. La sera stessa Mario si mette a disposizione: «Eccole le
coordinate del mio conto».
Poi, mentre aspetta la risposta, fa i
conti: il 20 per cento di 80 milioni sono 16 milioni. Di dollari. In lire, sarebbero 24 miliardi. Il giorno dopo
scrive, a nome della vedova, il suo
«procuratore speciale», Galadima
Hassan. «Stiamo provvedendo al trasferimento della valuta, ma c’è un
piccolo problema pratico: il vostro
Internet, la stangata
del tesoro nigeriano
terflora. C’è un biglietto firmato dalla vedova: «Grazie per tutto quello
che state facendo». Un gesto commovente, pensa Giovanna: «Con
quello che sta passando il figlio, ha
trovato il tempo di pensare a noi».
Il messaggio successivo invece è
drammatico, e arriva dal solito Hassan: «La situazione sta precipitando.
Dobbiamo portare subito fuori dal
paese le opere d’arte della famiglia.
Le nasconderemo nei galleggianti di
un elicottero. Vi terremo aggiornati».
Poi, dopo 24 ore, la seconda parte:
«Stiamo organizzando il trasferimento dei lingotti d’oro. Sono tanti, e
servirà un furgone blindato con una
scorta di 20 guardie». Mario e Giovanna sentono di essere entrati nel
clan, e quasi si vergognano di starsene al sicuro mentre i loro amici nigeriani passano tanti guai. Il terzo giorno vengono però a sapere che, ancora una volta, possono rendersi utili:
«Dobbiamo pagare l’elicottero, il furgone blindato, le guardie e tutto il resto. La signora Abacha è ancora in
Svizzera e bisogna pagare in anticipo: potete mandarci subito altri 15
mila euro?».
Altri 15 mila euro non ce li hanno, i
due fidanzati. Così li chiedono prima
agli amici e poi ai parenti. La sera
stessa fanno un altro bonifico alla
Western Union. Per farsi prestare i
soldi, però, hanno dovuto rivelare il
loro segreto. E un cugino diffidente
vuol vedere con i suoi occhi questo
fantasmagorico conto alle isole Cayman. Mario accende il computer, va
sul sito, digita il numero di conto e dà
l’ok. Gli 82 milioni di dollari sono
sempre lì. Ma il cugino — che di Internet si intende — nota all’istante
che qualcosa non va. «Non hai inserito la password, e l’estratto conto è apparso lo stesso. Rifallo».
FOTO WEBPHOTO
SEBASTIANO MESSINA
Mario e Giovanna ricevono una e-mail: la vedova
del dittatore Sani Abacha gli offre 16 milioni di dollari,
a condizione che la aiutino a far espatriare i capitali
del marito. Accettano la proposta e in pochi giorni
bruciano 30mila euro. Ecco come un messaggio di posta
elettronica può trasformarsi in una truffa planetaria
IL FILM
Nella foto, la locandina
de “La stangata”, pellicola
del ‘73 con Robert Redford
e Paul Newman
+245%
L’aumento delle truffe
via web in Italia nel 2003
secondo l’Istat
300.363
I casi di truffa telematica
registrati dal Viminale
nel triennio 2001-2004
conto deve essere in dollari, altrimenti l’operazione non può essere
effettuata». Panico. «Purtroppo non
ho un conto in dollari, posso chiedere come si fa ad aprirne uno», risponde subito Mario. «Non ce n’è bisogno,
glielo apriamo noi» replica Hassan.
E infatti dopo tre giorni arriva la comunicazione: a nome di Mario è stato aperto un conto presso la filiale
della West Pacific Bank alle
Isole Cayman, «così non
avremo problemi col fisco».
C’è un numero di conto, una
password e un indirizzo
web. I due fidanzati si precipitano su quel sito. E scoprono che il conto esiste.
Che la password funziona. E
che a nome di Mario risulta
un credito di 82 milioni di
dollari Usa.
Mentre Mario e Giovanna sono incantati da quella magica pagina del
web che certifica la loro inaspettata
ricchezza, a Lagos comincia la fase
due dell’operazione. Il «procuratore
speciale» li informa che ci sono cattive notizie. Il figlio del dittatore,
Mohammed, è in fin di vita ed è stato
1,2mld
200mila
I dollari sottratti agli
americani dai truffatori
telematici nel 2003
GLI SCERIFFI DELLA RETE
I loro colleghi americani hanno
imparato a rispettarli, da quando,
nel 2002, hanno scoperto e
identificato i sei hacker italiani che
erano riusciti a violare i computer
supersicuri del Pentagono e della
Nasa. Sono gli uomini del Nucleo
speciale anticrimine
tecnologico- Gat, una
unità speciale della
Guardia di Finanza: 40
militari ad altissima
specializzazione, guidati
da due capitani e
comandati un colonnello,
Umberto Rapetto (nella
foto), che si è
guadagnato sul campo il
soprannome di “sceriffo del web”.
Le pistole le usano poco. Le loro
vere armi sono i 150 computer con i
quali tengono sotto controllo la
rete, riuscendo a risalire in pochi
minuti all’identità di qualunque
navigatore.
Le denunce in Italia
per i “dialer” i programmi
che gonfiano le bollette
ricoverato d’urgenza in una clinica
svizzera. La madre è partita con lui.
«Pregheremo per il povero Mohammed — risponde l’ingenuo impiegato — e se possiamo essere utili fatecelo sapere».
In effetti qualcosa potete farla,
scrive Hassan, qualcosa di molto urgente. «Poiché la signora Abacha è all’estero e io non ho il potere di firma
sui suoi conti, potete anticiparci il
denaro per pagare le spese del viaggio in Svizzera? L’ambulanza, l’aereo
speciale, il medico personale, l’albergo, la clinica: fanno 15 mila euro.
Naturalmente, poi li tratterrete dal
conto in dollari, quando tireremo le
somme».
Si possono rifiutare 15 mila euro a
chi ti ha appena dato, senza conoscerti, 82 milioni di euro? Naturalmente
no. «Vi facciamo subito un bonifico».
«No, mandateceli con Western Union,
così arrivano oggi stesso». Mario e Giovanna corrono in banca a ritirare 15
mila euro, quasi tutti i loro risparmi, e
li portano all’agenzia Western Union
prima che chiuda.
Il giorno dopo bussa il fioraio: c’è
un mazzo di rose arrivato tramite In-
Un sito fasullo
Nel giro di trenta secondi il sogno miliardario viene inghiottito da una
paura raggelante. Il sito è fasullo. È
composto da due sole immagini, la
homepage e l’estratto conto di Mario. Non appartiene alla West Pacific Bank ma a un tal Abdullah
Baziz, residente in Costa
d’Avorio. «Non è possibile» mormora Mario, pietrificato.
Afferra il telefonino e
chiama subito il «procuratore speciale» Hassan.
Risponde una segreteria
telefonica che rinvia ad
un altro numero. Al
quale c’è un’altra segreteria telefonica che rinvia a un altro numero. Al
quinto numero della catena risponde qualcuno: è il
portiere di un albergo di
Lagos, che naturalmente
non sa nulla né della vedova Abacha né conosce
alcun mister Hassan.
«Però stanno chiamando
molte persone che chiedono di loro» rivela.
Solo a questo punto i due candidi fidanzati di Caserta chiedono aiuto ai finanzieri del Gruppo anticrimine tecnologico. Purtroppo è tardi. I loro 30
mila euro sono stati incassati entro
mezz’ora, ovviamente con documenti
falsi. In compenso, scoprono di non
essere stati gli unici, ad abboccare all’amo dei truffatori nigeriani: ci sono
cascati in migliaia, dalla Germania agli
Stati Uniti. Più tardi sapranno che la
banda era guidata da due autentici insospettabili: Maurice Ibekwe, deputato alla Camera dei Rappresentanti di
Lagos, e Fred Ajudua, avvocato e leader
— incredibile ma vero — del movimento consumatori del suo paese.
Mario e Giovanna sono stati catturati da una catena di montaggio del
raggiro, che ha drenato in tutto il
mondo 450 milioni di dollari con il
miraggio dei miliardi virtuali. Solo
nei conti di Ibekwe la polizia troverà
300 mila dollari e 75 mila marchi, le
briciole di quella che è stata battezzata «la truffa del 419», dal prefisso
telefonico della Nigeria. Soldi che il
furbo deputato non potrà mai spendere, perché sei mesi dopo l’arresto è
morto in un ospedale di Lagos. I due
fidanzati di Caserta non hanno rivisto un solo euro. Però non rispondono più alle e-mail degli sconosciuti.
i luoghi
Isole nascoste
DOMENICA 13 MARZO 2005
Dopo la Toscana, gli inglesi si sono spinti a Sud
e hanno scoperto l’altra Sicilia dove il Barocco gioca
con le cave e i grandi palazzi nobiliari, dove la letteratura si
mescola con la buona cucina. Sono arrivati sin qui
e ora stanno comprando case e ville in tutta la provincia,
favoriti anche dai prezzi d’occasione
Ragusa, la nuova Inghilterra
ATTILIO BOLZONI
È
RAGUSA
lontana. Per raggiungerla
bisogna attraversare un’isola grande, scavalcare montagne, scendere giù, scendere sempre più giù fino a quando si scivola così in basso che sei sotto la punta dell’Africa. Guardi la carta geografica e scopri che Tunisi è a nord. Guardi la campagna e tra i muretti di pietra
si inseguono ulivi e carrubi. Fanno
ombra alle masserie, ai casali, alle ville patrizie. Non c’è neanche un metro
di autostrada in questo paesaggio antico, tanto distante dalle superbie di
Palermo capitale, natura estrema per
i colori, per la sua luce. Da una parte
sale il profumo del mare, dall’altra ci
sono città ricostruite magnifiche dopo un terremoto di tre secoli fa. Dietro
una curva, all’improvviso, appare la
vecchia Ibla con il suo barocco. È lontana l’altra Sicilia. Quella che gli inglesi stanno per invadere. È il momento
del Ragusashire.
Lasciata sola là in fondo, quasi staccata, ignorata per la sua diversità, in
quest’altra isola dove non c’è mai stato il feudo e i contadini erano ricchi già
trent’anni fa con i loro pomodori e le
loro melanzane coltivate in serra,
Londra va alla ricerca di un nuovo paradiso. E di investimenti. Dalle rive
del Tamigi chiedono ruderi da restaurare in mezzo alle cave, cercano tre
stanze e un balcone con vista su duomi settecenteschi, sono a caccia di
sontuose tenute o anche solo di piccole costruzioni nascoste tra i borghi
marinari. E già comprano, gli inglesi.
A Ragusa. A Scicli. A Modica e a Sampieri. Qualche mese fa il Daily Telegraph ha dedicato la copertina del suo
inserto Property proprio alla provincia ragusana e alle opportunità del
suo mercato immobiliare, da quel
giorno le agenzie locali ricevono una
tempesta di richieste. I prezzi per ora
sono ancora molto bassi, bassissimi al
confronto del Chianti o di altri “luoghi” della bella Italia. Da 350 euro al
metro quadro a 900 per un appartamento da ristrutturare in un centro
storico, da 1100 fino a 1400 per un fattoria da risistemare. Si superano i
2000 euro al metro quadro per le dimore nobiliari. È la “scoperta” di Ragusa, è la febbre britannica per il mattone firmato barocco.
Il boom delle agenzie
Fino a qualche anno fa erano una ventina a vendere case, oggi sono più di
cinquanta. Ci sono tre agenzie solo intorno a quella di Giovanni Gulino, che
è anche il presidente degli immobiliaristi della provincia e il vicepresidente della categoria per il Meridione.
Racconta lui, che sta trattando proprio in questi giorni l’acquisto di un
casale rincorso da un illustre professore universitario londinese: «Gli inglesi vengono, si innamorano e poi
tornano per acquistare, perlustrano il
territorio, sono attentissimi, è un’élite che sceglie con cura». Molti scendono direttamente dall’Inghilterra,
altri risalgono da Malta con il catamarano che in meno di un paio d’ore li
scarica al molo di Pozzallo. Tutti trovano quello che cercano. Cattedrali
bianche incastrate nelle piazze, palazzi monumentali, scalinate, vicoli,
‘‘
Gesualdo Bufalino
Fui giovane e felice
un’estate, nel ’51.
Né prima né dopo:
quell’estate. E forse fu
grazia del luogo dove
abitavo, un paese
in figura di melagrana
spaccata; vicino al mare
ma campagnolo, metà
ristretto su uno sprone
di roccia, metà
sparpagliato ai suoi piedi
con tante scale fra le due
metà a far da pacieri,
e nuvole in cielo
da un campanile all’altro
Da ARGO IL CIECO
prima pubblicazione 1984
chiostri, sculture, un tripudio di capitelli, un’architettura che stordisce e
poi quella campagna dolce, quel mare color pastello. Ricorda ancora il
presidente degli agenti immobiliari:
«È stata la tivù con gli sceneggiati del
commissario Montalbano di Camilleri, ambientati qui nell’immaginaria
Vigata, che ci ha fatto conoscere all’Italia e all’Europa. Poi l’Unesco ha inserito Ragusa e Modica e Scicli tra i siti patrimonio dell’umanità. E poi ancora c’è un altro segreto....».
Dell’altro segreto parlò per la prima
volta e tanto tempo fa Leonardo Sciascia, che da queste parti veniva a trovare il suo amico Gesualdo Bufalino. A
Comiso, che è appena a una ventina di
chilometri dal trionfo del barocco.
Sciascia scriveva di Ragusa e delle sue
contrade come della provincia “babba”, che in siciliano vuol dire non maliziosa, non cattiva, la Sicilia senza
mafia. È sempre stata così, lontana
anche dal veleno che sprigiona l’isola
che sta a occidente, estranea a quella
cultura, a quella violenza. Un’altra
storia. È diventata opulenta. Forzieri
pieni e tante case. In alcuni paesi sono
più quelle che gli abitanti. In molti, di
proprietà ne hanno tre: una in città,
una in campagna, un’altra al mare.
«Siamo pronti per vendere o per affittare, abbiamo un parco alloggi notevole e soprattutto di grande pregio»,
promettono Carolina Carnemolla e
Salvatore Di Maria, architetti, agenti
immobiliari anche loro e alla guida di
una cooperativa turistica che aspetta
la nuova ondata da Londra.
La calata degli inglesi è cominciata
nell’autunno scorso. Dopo la fase magica della Toscana, altri pionieri del
turismo di qualità hanno cambiato
rotta. E sono arrivati qui, un po’ per
l’incanto della Sicilia più sconosciuta
e un po’ per quei prezzi così invitanti.
Il Ragusano è un approdo che piace. A
uomini d’affari, avvocati, editori, attori, giornalisti. Una siciliana di Vittoria trapiantata a Londra restaura e poi
propone case per tutte le voglie, ha
una mappa completa degli immobili
di valore architettonico e offre assistenza per il soggiorno: trasporti, lavori domestici, itinerari guidati. Si
chiama Raffaella D’Andrea e la sua
Sunway srl è stata la prima agenzia a
svelare Ragusa oltre la Manica. «Nel
Chiantishire oramai ci sono solo inglesi, escono e si vedono tra di loro, il
mercato è saturo. In Spagna c’è una
fascia media che compra per vivere al
caldo, ma le classi alte adesso hanno
scelto noi», spiega Duccio Gennaro,
vicepreside che insegna proprio inglese in un liceo intitolato a Tommaso
Campailla, medico e letterato modicano del ‘700 che il filosofo George
Berkeley volle incontrare per i suoi
studi cartesiani, il primo innesto di un
processo virtuoso tra l’Inghilterra e
questa Sicilia.
Rifatta come un palcoscenico
Rasa al suolo dallo spaventoso terremoto del 1693 e rifatta dai potenti del
tempo come un palcoscenico, Ragusa
si è goduta sempre la sua separazione
dall’isola. Gelosa delle sue intimità e
toccata anche dalla buona sorte. Prima i semi di carrubo li davano in pasto
ai muli e ai cavalli, oggi quella distesa
di alberi che crescono sulla schiena
delle colline più impervie si è trasformata in un altro piccolo tesoro. La fa-
FOTO MAGNUM (1,2) e CORBIS (3)
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
FOTO GRAZIA NERI
FOTO LAPRESSE
DOMENICA 13 MARZO 2005
PROFONDO SUD
Qui sopra a sinistra, il Duomo di Ragusa. A destra,
un particolare del balcone barocco di palazzo Cosentino.
A sinistra, Ragusa Ibla vista dalla chiesa di Santa Maria delle
Scale. Nella pagina accanto, da destra, una scalinata del
centro cittadino e due dettagli del Castello di Donnafugata.
Sotto, la panoramica della città
ragusano: «Mi hanno più volte offerto
di trasferirmi altrove, al massimo posso spostarmi 50 metri da qui». Il sale se
lo fa portare da Trapani, il maialino è
quello nero dei Nebrodi, il pistacchio
di Bronte, l’olio di Chiaramonte Gulfi,
il formaggio è il dop che viene dai pascoli intorno. Nel Ragusashire il vino è
buono. Raffinatissima la pasticceria.
Dal barocco di Ibla a quello di Modica, antica la rivalità tra le due città,
entrambe sotto amministrazione di
Siracusa fino a quando il Duce — nel
1927 — elesse Ragusa a provincia.
Qualcuno sostiene che riferirono a
Mussolini di Modica come di «un covo di socialisti», altri preferiscono ricordare le sue smanie e la provocante
moglie brasiliana del deputato fascista Filippo Pennevaria, lo sponsor di
Ragusa capoluogo. Comunque sia andata, i risentimenti sono rimasti. E in
Il cioccolato degli aztechi
Gli inglesi sono anche qui. Cercano e
comprano nel quartiere Cartellone,
l’ex ghetto ebraico dove qualche giorno prima che Colombo scoprisse l’America ci fu un massacro, uomini e
donne e bambini, quattrocento ne uccisero il 22 settembre del 1492. Rione
abbandonato per anni, dove le scalinate si arrampicano verso il cielo. Poi
Franco Ruta prese casa lì e tutti lo seguirono. Franco Ruta è un uomo speciale. Suo nonno materno era Francesco Bonajuto e faceva un cioccolato
come lo facevano gli aztechi. E anche
lui fa quello stesso cioccolato. Ricetta
tramandata nell’antica contea di Mo-
dica dalle famiglie dominanti spagnole, i conquistadores che tornavano dal Messico.
Pasta di cacao lavorata a freddo, in
bocca si distinguono prima i granelli
dolci dello zucchero e poi l’amaro. La
sua bottega è un santuario dove italiani e stranieri fanno pellegrinaggio.
Dopo Franco, tutti a Modica hanno
prodotto il suo cioccolato. Ne vendono ogni anno più un milione di pezzi.
Alla cannella. Alla vaniglia. Al peperoncino. È un altro grande affare,
un’altra ricchezza per questi siciliani
che non sembrano neanche siciliani.
Un cliente di Franco Ruta era Leonardo Sciascia. «Quando lo provò per
la prima volta mi confidò che aveva
trovato qualcosa di simile in un piccolo pueblo spagnolo vicino ad Alicante», ricorda Franco. In Sicilia,
quel cioccolato «puro» è tradizione
solo entro i confini di Modica. Ora
Ruta lo vende però anche a Londra. È
Juan Isgrò che glielo piazza. Confessa Juan, un ragazzo mezzo catanese e
mezzo argentino: «In Inghilterra
commercializzo prodotti regionali,
ma a farmi conoscere il cioccolato di
Modica paradossalmente è stato un
inglese. L’ho incontrato in un mercato londinese e mi ha detto che nella
nostra isola aveva assaporato il segreto amaro degli aztechi».
L’ultimo barocco del Ragusashire è
a Scicli. Tra gli ulivi e le lunghe spiagge vive il pittore delle linee della terra
e del mare, quello che per Tahar Ben
Jalloun «ha il talento di saperci comunicare le sue prime emozioni che sono mediterranee». Un altro grande
della provincia siciliana più lontana, il
maestro Piero Guccione.
FOTO CORBIS
rina dei semi è il collante naturale di
molti alimenti, dei gelati, degli yogurt,
dei rossetti, del latte in polvere. Capolavori di pietra e terra generosa. E
grandi interpreti in cucina. Come Ciccio Sultano, patron e chef del Duomo,
per il Gambero rosso «il miglior cuoco
emergente d’Italia», citato su tutte le
guide grand gourmet. Serve i suoi
piatti proprio alle spalle della cattedrale. Anche lui orgoglioso di essere
questa Sicilia dove si parla un dialetto
molto particolare, dove le “h” non esistono e chiave si dice ciave e chiodo si
dice ciovo, per le strade si sente spesso ancora ripetere la battuta: «A Ragusa provincia e a Modica sta’ mincia».
Una spacconata ragusana che forse
nasconde un ancestrale senso di inferiorità, Modica era uno stato nello stato, era «regnum in regno» con quella
sua contea che dalla fine del 1200 arrivava «alle porte di Palermo». È a Modica che è nato anche Salvatore Quasimodo, in fondo a un vicolo tra i palazzi più eleganti, facciate di pietra
bianca e pavimenti di pietra nera dell’Etna. E a Modica ha insegnato Gesualdo Bufalino, esperienza richiamata alla memoria nell’incipit di Argo
e il cieco, uno dei suoi libri più belli:
«Fui giovane e felice un’estate, nel ‘51.
Né prima né dopo: quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un
paese in figura di melagrana spaccata». Era Modica.
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 13 MARZO 2005
Ecco le immagini rarissime della Braun: mentre scia, pattina sul ghiaccio,
fa la verticale, gioca con gli amici. Il materiale è stato trovato in un archivio
tedesco; un’antologia di filmati amatoriali a colori, girati tra il’38 e il’43
che raccontano la storia di una fanciulla piccolo-borghese che fu per sedici anni l’amante del
Führer e che diventò la signora Hitler solo il 30 aprile del 1945, nella stessa notte in cui si
suicidò insieme a lui nel bunker della Cancelleria di Berlino
La donna
Hitler
di
Fräulein Eva
l’album segreto
va in costume
da bagno, che
prende
il sole su
un lettino di vimini di
nascosto da Hitler. Eva
snodatissima che fa ginnastica, anche il ponte. Si
arrampica su un albero, fa la
verticale, la spaccata, la sbarra,
pattina sul ghiaccio, scia, rema, va
in bicicletta, si tuffa di testa. E sorride,
sorride sempre. Nuda o quasi, mentre si
nasconde vezzosa dietro un ombrellino, o si allaccia uscendo da una
tenda il reggiseno. Eva
Braun privata, a capo
della sua minuscola corte, mentre fuma disobbedendo al Führer (dopo, ogni volta, correrà a
fare i gargarismi, rivela
un cameriere italiano).
Mentre abbraccia cani,
conigli, bambini ariani
nel luttuoso eremo
montano detto il nido
dell’aquila sulle Alpi bavaresi. Mentre decora l’albero di Natale
o mentre fa la caccia agli ovetti nella serra. Mentre lavora a maglia, circondata da
madre, sorelle, amiche fra le quali risulta sempre la più bionda. Eva poco vestita che fa giochi goliardici, Eva molto vestita, in tailleur gessato, con uno scoiattolo che le si arrampica fin sopra la gonna e la giacca come in un cartone animato.
Eva Braun come non l’abbiamo quasi
mai vista, nello speciale TG1 in onda stasera intitolato Il matrimonio di Frau Hitler nel quale Roberto Olla ha selezionato le immagini più intime, vivide e rare
tratte da quasi venti ore di filmati. Filmati amatoriali, a colori, girati fra il ‘38 e il ‘43
E
dalle sorelle di Eva o da Eva stessa, a raccontare che cosa succedeva nel rifugio di
Berchtesgaden sia quando c’era Hitler —
e lo si vede persino accennare a un passo
di fox-trot — sia in sua assenza. La vacuità
dei passatempi puerili, l’adulazione dei
cortigiani, i giochi, le feste, la noia, il tè, l’isolamento. E anche i viaggi: a Firenze, a
Rapallo, a Capri, sulle falde del Vesuvio, o
in crociera nel Mare del Nord.
Materiale in buona parte scovato in un
archivio privato tedesco: un’antologia di
fotogrammi che testimoniano la «banalità del male» intesa come il succedersi
dei giorni all’interno di una «corte spensierata e futile dove un’atmosfera di disinvolto erotismo nascondeva la pratica
dei ricatti sessuali», secondo le parole che
echeggiarono in aula durante il processo di Norimberga. E’ la corte di
Eva Braun (possibile che
non sapesse?), delle sue
cedevoli amiche, delle
due sorelle Gretl e Ilse,
dei suoi genitori e in particolare della madre
Franziska, definita la capoclan. Una corte che si
era prefissata uno scopo
sopra tutti gli altri: fare di
Eva, geisha sottomessa e
adorante, la signora Hitler. Il che avverrà
soltanto la stessa notte in cui i due amanti, neosposi, si toglieranno la vita nei sotterranei del bunker, il 30 aprile del ‘45.
La mia sposa è la Germania, aveva ripetuto Hitler tante e tante volte. E anche:
un uomo di intelligenza superiore dovrebbe prendersi una donna primitiva e
stupida. Eva Braun, la donna senza qualità, bella appena quanto basta, non appariscente, rientra perfettamente nell’identikit. Quando si conoscono lei ha 17
anni e fa la commessa dal fotografo personale del Führer. Le basta poco per diventare la favorita di un’incestuosa e labirintica alcova che somiglia più a un
obitorio, punteggiata di suicidi e morti
FOTO A3
LAURA LAURENZI
Era atletica come
imponeva il modello
ariano. Era
appassionata di
scarpe italiane e
aveva letto un solo
libro: “Via col vento”
violente. Che cos’ha più delle altre? Non
certo l’intelligenza, anzi, è contraddistinta da una certa opacità. Non l’avvenenza: alta, morbida e atletica insieme,
ha belle gambe ma anche il cruccio di un
seno insignificante. Convenzionale, con
aspirazioni (allora) modeste, unico libro
letto Via col vento, ama i film di Hollywood e le scarpe di Ferragamo, come
quelle che indosserà nel bunker per farsi infilare la fede nuziale al dito e inghiottire la sua fiala di cianuro.
Vivrà quasi sempre segregata, ignorata dal resto del mondo, almeno fino a
quando due diversi tentativi di suicidio (il
primo con uno sparo alla carotide, il secondo per barbiturici) convinceranno
Hitler a darle una qualche visibilità. Ecco
che la nomina «segretaria», le elargisce
una Mercedes con autista, una villetta
tutta sua fuori Monaco perché non abiti
più con i genitori, una pelliccia. E un cane. Anche un cane, il primo di una serie di
Scottish terrier, prima Burli, poi Negus e
Stasi. E soprattutto fa di lei la first lady del
nido dell’aquila, lì e solo lì, a mille metri,
dove sfileranno ospiti illustri come Mussolini e dove costruiranno ossequiosi le
loro ville di gerarchi Goering e Bormann.
A Eva non è richiesto molto. Di essere
solo, e moderatamente, decorativa. Pratica quasi tutti gli sport, è la personificazione dell’ideale femminile nazionalsocialista. Dice sempre di sì, sorride, è riposante e disponibile, i suoi orizzonti
non sono impegnativi, non chiede, non
è curiosa, non intercede per nessuno,
nemmeno per la sorella Gretl, incinta,
cui Hitler farà uccidere il marito. Ma nel
suo diario prevale la disperazione. «Mi
usa solo per i suoi scopi igienici». Peraltro rari: «L’amore è stato cancellato dai
suoi orari». Si lamenta di essere trattata
come una prostituta. «Perché devo vivere così, nell’ombra?». Sedici anni accanto a Hitler, ma come se lei non esistesse:
«Desidero ammalarmi gravemente.
Perché il diavolo non mi porta via?». Ma
il diavolo è già lì.
Negli ultimissimi mesi Hitler ripete
sempre più spesso: «Ormai posso contare solo su Blondie e su Eva», come racconterà Erich Kempka, l’autista capo
della Cancelleria. Blondie è il suo amatissimo pastore alsaziano, una femmina. Su Blondie e su Eva: prima la cagna
e poi la donna, forse è quella la vera gerarchia degli affetti. Anche Blondie,
con Eva, avrà diritto nel bunker alla sua
dose di cianuro.
Oggi il nido dell’aquila, ristrutturato,
ampliato, riedificato, è un modernissimo hotel a cinque stelle. Lo hanno appena inaugurato: si chiama Prima Stazione di Montagna Tedesca, conta 138
camere doppie e dodici suite. La più lussuosa costa 1300 euro a notte.
DOMENICA 13 MARZO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
STASERA LO SPECIALE TG1
Nella foto grande, Eva Braun con Adolf Hitler. Accanto, nell’immagine
piccola in basso, la ragazza a 17 anni. Nella sequenza qui sotto, Eva fa
ginnastica in riva al lago vicino allo chalet; ancora, tre uomini della “corte”
del Fürher, scherzano con la Braun e la gettano in acqua; Hitler mentre
stringe la mano di Gretl Braun, sorella di Eva; una istantanea del viaggio in
Italia del ’40 (Firenze); infine la Braun con un cappotto da sfilata: per un po’
di tempo la donna fece infatti la modella. Le foto pubblicate in questa
pagina sono state gentilmente concesse dallo speciale Tg1 in onda stasera
alle 22,45, intitolato “Il matrimonio di Frau Hitler” a cura di Roberto Olla
Stregata da un uomo
che non la amò mai
JOACHIM FEST
soprattutto come un non-personaggio, o come un personaggio piccolo
piccolo, privo di fascino e di appeal,
che Eva Braun è rimasta nella Storia. Nella
Storia dei libri, nelle ricerche di noi storici e
degli archivisti, non nella memoria collettiva. I tedeschi di oggi — lo constato ogni
volta che parlo con gli studenti — non la ricordano, non la conoscono, non provano
interesse né curiosità verso di lei.
Così fu il destino di una semplice fanciulla piccolo-borghese. Ricordiamolo.
Eva crebbe come figlia di un professore.
Cominciò a guadagnarsi qualche soldo lavorando come segretaria e modella da un
fotografo berlinese. E fu lì, nello studio del
fotografo, che per caso incontrò per la prima volta Adolf Hitler. Hitler la volle subito
sedurre, la portò con sé nel suo rifugio in
montagna, la fece innamorare. Lui prese
l’iniziativa dell’approccio, eppure non la
amò mai. Dall’inizio alla fine, la loro love
story fu il dramma di un amore non ricambiato. L’amore, anzi l’innamoramento
profondo e forte di Eva per il Führer, cui lui
rispose appena con segni di rispetto soltanto alla fine. Nel Bunker, negli ultimi
giorni del Reich, a Berlino già in mano ai
russi. Quando lei rifiutò ogni offerta di lasciarlo e trovare la salvezza, e scelse di morire accanto a lui.
Ripensare oggi a Eva Braun vuol dire anche, per voi amici italiani, accostare il ricordo di lei a quello di Claretta Petacci, l’amante del Duce. E anche dal raffronto tra le
vicende delle due amanti, il Führer esce
male. Il dittatore Mussolini fu un uomo
normale. Tradiva sua moglie con un’amante, come molti già allora. Ma a quanto
mi risulta seppe amare Claretta: il suo coinvolgimento sentimentale, la sua passione
virile e umana per lei, è rimasta nella Storia.
E il fascismo seppe convivere con chiacchiere e pettegolezzi su un affaire di dominio pubblico.
Hitler no. Hitler non seppe mai regalare
a Eva un coinvolgimento da innamorato.
Non le seppe neanche dare la dignità trasgressiva di amante di fatto nota in società.
Di Eva ufficialmente, nei tredici anni del
Terzo Reich, non sapeva nulla nessuno.
Eva era insieme un’amante per forza, perché ai vertici del regime ognuno doveva
avere un’amante (o un amante omosessuale) in nome del bon ton nazista della
sessualità per forza, e un segreto di Stato.
Nessuno al di fuori della cerchia più ristretta dei gerarchi del regime ufficialmente sapeva di Eva. Nessuno doveva parlarne.
Nel mio ultimo libro riferisco delle confessioni che nel dopoguerra raccolsi da Albert Speer, l’architetto del Reich. Speer mi
disse che in tutti i suoi anni di vicinanza a
Hitler non colse mai in lui sentimenti d’amore verso Eva. Mi disse che il Führer cominciò a parlare di lei con rispetto solo dal
marzo 1945. Quando la guerra era perduta
agli occhi di tutti, e l’umile, semplice ragazza piccolo borghese venne alla Cancelleria
con pochi bagagli, dicendo di voler morire
al fianco del Führer che amava.
E
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La breve vita di Eva fu dominata e schiacciata da questo amore infelice. Lei lo narrò
nel suo diario: confessò due tentati suicidi
cui la spinse la disperazione dell’amore
non corrisposto da Adolf. Hitler non era capace di amare. Era travolto dalla sua egomanìa, fanaticamente convinto di dover
cambiare la Storia del mondo. Non aveva
spazio per l’amore nel suo animo. Non aveva neanche la capacità di lasciarsi andare.
Rileggo oggi, pensando a Eva Braun, gli appunti di Speer e dell’addetto stampa internazionale del Führer, Ernst “Putzi” Hanstengel. Appunti secondo cui Hitler si vergognava persino di spogliarsi davanti al suo
medico personale. Hitler non era capace di
condividere intimità e animo con una persona amata. Meno che mai con una donna
forte: per questo alla fine lo rifiutò la forte,
orgogliosa Winifried Wagner che egli frequentò prima di Eva. Lui sopportò Eva perché al confronto di una Winifried Wagner
gli appariva piccola e debole, controllabile,
ma non seppe amarla né desiderarla.
L’amore tra i due fu passionale e carnale
da parte di Eva, ma non corrisposto. Speer
mi disse quanto Ernst “Putzi” Hanstengel,
addetto stampa internazionale di Hitler, gli
aveva confessato. Cioè che probabilmente
l’amore tra Eva e Adolf non fu mai consumato a letto, nonostante l’insistenza vogliosa e innamorata di lei. Lei voleva, lui no.
Lei poteva tenergli compagnia, ma era tenuta rigorosamente lontana da ogni vertice ufficiale. Speer cercò di integrarla nella
cerchia più ristretta del regime. E di darle da
amico una sensazione di normalità. La portava a nuotare, la accompagnava in passeggiate. Cercò insieme ad altri di convincerla a lasciare il Bunker della cancelleria.
Invano.
Eva rifiutò. La sua devozione cieca ed
estrema la rese grande. Ma in un certo senso rivelò anche i limiti del suo piccolo animo. Eva fino all’ultimo non volle mai ascoltare la minima critica contro il suo Adolf: lui
ai suoi occhi innamorati era un grande uomo, non tutti i comuni mortali potevano
capirlo. Accecata dall’innamoramento e
dal suo piccolo animo, non seppe vedere i
crimini mostruosi e la natura demoniaca
del regime. Vi sembra paradossale? Lasciatemi dire, da uomo anziano, che non capisco Eva Braun così come in generale mi
sembra difficile per un uomo capire razionalmente le donne. Come accade da sempre alle donne, fu vittima del fascino del potere. Un uomo potente può essere piccolo,
grassoccio, vecchio e brutto ma ha più
chances di successo di un bel giovane privo
di rango sociale. Senza il suo amato Adolf,
Eva non voleva più vivere. In un certo senso lei fu il prototipo del piccolo borghese ingenuo e incosciente, convinto di dover seguire il Führer fino all’ultimo. Quella di Eva
fu la tragedia d’un animo limitato, incapace di capire cosa davvero ti accade attorno.
Molti, troppi tedeschi allora furono travolti da questi sentimenti ingenui di devozione al Führer, e finirono trascinati come lei
nel baratro della Storia.
L’autore è uno dei massimi studiosi
della vita di Adolf Hitler
23º anno - XVI Edizione
ALTO PATRONATO DEL PRESIDENTE
DELLA REPUBBLICA
CON IL PATROCINIO DELLA RAPPRESENTANZA
A MILANO DELLA COMMISSIONE EUROPEA
LUNEDÌ 14 MARZO 2005 - ORE 20,30
TEATRO VENTAGLIO NAZIONALE
PIAZZA PIEMONTE 12 - MILANO
Consegna dei Premi Librex Montale e Librex
Montale International a Franco Loi e Michael
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a Ivano Fossati
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Concerto del Maestro Giuseppe Nova dedicato
ad Astor Piazzolla
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SI RINGRAZIA
DOMENICA 13 MARZO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
il racconto
LA MUMMIA DEL LAMA
Qui a fianco una
sequenza di tre immagini
della mummia del lama
Khambo Itighelov
a Ulan-Ude in Buriazia.
In basso una foto del
lama agli inizi del ’900
Buddisti
in preghiera
GIAMPAOLO VISETTI
L
MOSCA
a testa, rasata, suda. Le mani, morbide, sono calde. Il
cervello trasmette impulsi
elettrici. Le unghie crescono. Il corpo perde e riacquista peso. La
pelle, tesa, è elastica. Gomiti e ginocchia si muovono. Naso ed orecchi sono
dove ognuno li ha. Gli occhi, intatti,
stanno chiusi: qualcuno, raramente,
nota le palpebre sollevarsi. Il cuore
sembra pronto a riprendere il battito.
Vene e arterie sono piene di sangue, di
gelatinosa consistenza. Il lama Khambo Itighelov è tornato. Prima di morire,
nel 1927, lo aveva promesso. Ora i buddisti russi lo venerano come «il dio rinato». Sette volte all’anno, nelle feste
solenni, la sua cella nel monastero di
Ivolghinskij, affacciato sul lago Baikal,
si apre ai fedeli. A migliaia lasciano i villaggi dell’estremo Oriente e della Mongolia per accorrere a Ulan-Ude, in Buriazia. Non c’è posto per tutti. Attorno
alla cassa di cedro protetta da una campana di cristallo, dove il corpo disteso
78 anni fa è riemerso seduto nella posizione del loto, possono sfilare 15 mila
persone al giorno. Per quest’anno gli
accessi, aumentati a 130 mila, sono
esauriti.
Medici e scienziati di tutto il mondo
non sanno spiegare il fenomeno. Nei
laboratori si esaminano campioni di
tessuti, capelli, cartilagini. Le radiografie confermano solo il mistero: gli organi di quella che fu la guida spirituale dei
buddisti russi sono perfettamente conservati. Dove si ferma la ragione, accorre la fede. I monaci del “dazan” sono sicuri. Il lama Khambo, dopo aver raggiunto lo stato della “perfetta vuotezza”, è vivo. In lui si è reincarnato il primo capo della chiesa buddista, Pandito Khambo, lama Zajaev. Era nato nel
1702. Morì a 75 anni, promettendo agli
allievi di tornare dopo altrettanti. Alla
data stabilita, 1852, venne alla luce
Khambo Itighelov. Visse altri tre quarti
di secolo, confermando a sua volta il ritorno dopo un tempo corrispondente.
Alla scadenza, tre anni fa, ha rispettato
Il lama reincarnato
che stupisce la Russia
l’appuntamento. Da allora la vita, identificata con la «trasmigrazione dell’anima», riprende a scuotere il suo corpo:
mummificato pur senza aver subìto alcun trattamento.
Aveva lasciato il mondo in modo sorprendente. Nel 1917, mentre l’impero
degli zar Romanov crollava sotto i colpi
dei bolscevichi di Lenin, aveva rinunciato a governare la chiesa buddista.
Per dieci anni Khambo Itighelov si era
ritirato in un monastero. Sedeva immobile, solo nella cella: «Devo perfezionare — spiegava — il mio spirito». Il
15 giugno del 1927 convocò i suoi discepoli. Chiese che recitassero per lui la
preghiera dei defunti: «Auguri di bene
per chi se ne va». Gli allievi erano incerti. «Perché maestro — chiesero — dobbiamo recitare questi versi per lei che è
sano e forte?». Il lama sorrideva. Li
pregò di tornare a guardare il suo corpo
dopo 30 anni. Volle che venisse scritto
che dopo 75 anni il suo spirito sarebbe
stato nuovamente tra loro. Poi, dopo
aver pronunciato da sé l’orazione funebre, smise semplicemente di respirare.
Lo stupore, dominato dalla paura, ha
impedito che venisse cremato. Fu messo nella terra, avvolto in un lenzuolo e
cosparso di sale.
«Nel 1957 — racconta oggi la direttrice dell’istituto religioso a lui dedicato,
Yanzhima Dabaevna — il lama Itighelov è stato esumato. Era intatto, non si è
potuto bruciare come prescrive la legge buddista. Nel 2002 la conferma del
miracolo. Pesava 37 chili, oggi oscilla
sui 42». Nessuno ha diffuso la notizia
della mummia reincarnata. Si temeva
che attorno al Maestro fiorisse un’ingiustificata idolatria. Poi, misteriosamente, decine e quindi centinaia di fedeli hanno iniziato a battere al portone
del convento. «Chiedevano di Khambo
— spiega la sua discendente — abbiamo dovuto prendere atto della verità».
Il fenomeno è stato contenuto fino a
gennaio. Il centro di medicina legale
del ministero della salute, assieme all’università di Mosca, esitavano a pronunciarsi. Quindi il verdetto choc: «Gli
esami di laboratorio — scrive il professor Viktor Zvjagin — non hanno rilevato nei tessuti organici del corpo qualcosa che li distingue da quelli di una
persona vivente». Dieci giorni fa, su richiesta dei monaci, gli esami sono stati
sospesi. Il «lama rinato» smette di essere un fenomeno scientifico e si consegna all’insondabilità della credenza. I
buddisti dell’estremo Oriente russo,
ma anche quelli sparsi lungo il confine
cinese, giovedì hanno festeggiato, pregato e ringraziato. Al monastero sono
stati fissati i giorni in cui, entro un anno, si potrà onorare il Maestro: 24 aprile, 23 maggio, 10 luglio, 27 settembre,
24 ottobre, 26 novembre, 29 gennaio
2006.
«I dubbi sono fugati — dice l’attuale
capo dei buddisti, Khambo lama Ajuscejev — gli esperimenti non servono
più. Il lama Itighelov è come noi, solo in
un stato di assenza. La reincarnazione
è compiuta». I monaci della Buriazia ricordano così l’origine dell’enigma. La
«mummia vivente», appena onorata
anche dall’attore Richard Gere, avrebbe raggiunto il livello di astrazione dal
corpo descritto nel 1400 dal famoso lama Bogdo Zonkhavy. «È uno stato paranormale straordinario. Si ottiene attraverso lo svuotamento: un percorso
spirituale ignoto, che consente di abbandonare e riacquisire il proprio corpo». A provarlo, un vecchio verbale della locale guarnigione della polizia russa. «Il lama — si legge — nel pomeriggio
correva a cavallo sulla superficie del lago Beloje, come fosse sul selciato». Altri
raccontano che fosse in grado di spostarsi fulmineamente: si riduceva ad un
punto, riapparendo in un istante ad un
chilometro di distanza. Yanzhima Dabaevna ha scoperto che i magici poteri
si sono rivelati al ritorno del Maestro
dopo vent’anni di studi alchimistici in
Tibet. Il monastero, oggi cinese, è stato
distrutto. Khambo Itighelov rimane
l’ultimo custode del proprio segreto.
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 13 MARZO 2005
Ci sono Miles Davis, Charlie Parker, Louis Armstrong. E poi le “lady”:
Billie Holiday, Sarah Vaughan ed Ella Fitzgerald. Ci sono il “Duca”
Ellington e il “Conte” Basie. Ci sono tutti i più grandi jazzisti: piangono,
ridono, suonano, rivivono dentro le oltre centomila foto che Frank Driggs ha raccolto
in più di cinquant’anni. Una collezione da un milione e mezzo di dollari, che ora lui sta
pensando di vendere. Scatenando la caccia degli appassionati di tutto il mondo
Jazz
L’uomo
che catturò
la leggenda
ANTONIO MONDA
I
1,5mln
NEW YORK
n occasione del suo settantaquattresimo compleanno Frank Driggs
ha deciso di regalarsi una serata solitaria di ricordi, ed ha cominciato
a scavare nella sua sconfinata collezione
fotografica, incantandosi di fronte ai volti, ai gesti e agli atteggiamenti di un’epoca
che ha amato profondamente e della quale rappresenta il più accurato, imprescindibile ed anomalo testimone oculare.
Il freddo dell’inverno newyorkese, suggellato da una delle tante nevicate di questa ultima stagione, impallidiva i colori all’esterno del suo appartamento, e Driggs
si è commosso a scoprire che non c’era
nulla che evocasse le atmosfere, i suoni, e
soprattutto i colori di quel mondo come
quelle migliaia di immagini in bianco e
nero che ha raccolto per oltre cinquanta
anni. Tra le sue mani sfilavano le fotografie della più importante collezione di jazz
del pianeta, che Driggs ha cominciato a
raccogliere quasi per caso, e per molto
tempo con una spesa irrisoria. Louis Armstrong è tra i personaggi che compare più
frequentemente, ma hanno un posto d’onore Lester Young, Sidney Bechet e «la sublime Billie Holiday». Da quando si è trasferito in un appartamento nella zona
West di Soho, ed ha appreso che la sua collezione è valutata un milione e mezzo di
dollari, Driggs ha deciso di conservare le
oltre centomila immagini in un deposito
segreto, tenendo con sé soltanto le copie.
Per gli originali farebbero follie molti appassionati, che in questi giorni hanno letto dell’intenzione di Driggs di vendere il
tesoro. In realtà lui spiega che cederà le foto solo in blocco, «per non disperderle», e
che non ha ancora sciolto tutti i dubbi.
Sono passati molti anni da quando
Driggs è andato via dalla cittadina di Bennington, nel Vermont, per seguire le ombre del padre jazzista e rinunciare alle
concrete possibilità di lavoro offerte da
una laurea in scienze politiche a Princeton. Cercò sin da piccolo di imparare a
suonare la tromba, ma si accorse subito di
non avere il talento dei musicisti che andava ad ascoltare con devozione religiosa, conquistandone l’amicizia per la sin-
100mila
La collezione di Frank
Driggs è stata valutata un
milione e mezzo di dollari
cerità con cui discuteva dei momenti di
felicità pura che offre l’ascolto, e, soprattutto l’esecuzione della grande musica.
Oggi acquista un sapore agrodolce il ricordo del periodo in cui lui, bianco e con
gli occhi azzurri, rimaneva fino a tarda
notte in locali frequentato solo da neri come a chiacchierare con Count Basie e
Bucker Pitman.
Gli è tuttora difficile capire se l’incanto
delle serate al Basin Street e al Café Bohemia, che gli davano l’illusione che al mondo non esistessero i conflitti razziali, fosse
IL COLLEZIONISTA
Qui sopra, Frank Driggs, proprietario
della grande raccolta di foto
1.083
Le immagini della
collezione di Driggs sono
oltre centomila
dovuto alla grandezza umana,
prim’ancora che artistica di quei
musicisti, ma è certo che cominciò
a capire che l’atmosfera stava
cambiando all’inizio degli anni
Sessanta, quando sentì sulla propria pelle cosa dovessero provare nella quotidianità i suoi amici di colore. «Tra
musicisti non ricordo episodi odiosi di
razzismo» racconta mentre mi ripropone
il rituale del viaggio nelle immagini.
«Quello che succedeva nelle serate di musica, o quando dividevamo l’eccitazione e
la stanchezza delle tournée rappresentava la celebrazione di un mondo incantato
e privilegiato, nel quale il fine ultimo era la
purezza espressiva dell’arte. Appena
uscivamo da quell’incanto, si aveva immediatamente la percezione che il mondo ci riconoscesse invece per i nostri diversi colori, per il modo differente in cui
vestivamo, parlavamo e mangiavamo.
Ma quel mondo incantato, che ha prodotto alcuni dei momenti più alti dell’arte del novecento aveva anche un dramma
interno, che ne ha caratterizzato perennemente l’esistenza: la droga».
È un aspetto di cui Driggs non parla mai
volentieri, e tra i grandi musicisti preferisce ricordare gli esempi positivi come
Clifford Brown, rievocato con commozione per la straordinaria generosità e
l’assoluta integrità morale. Nelle immagini della collezione, che è diventata il suo
lavoro da quando ha smesso di produrre
riedizioni di classici dimenticati, il volto di
Brown si alterna ripetutamente con quel-
Le foto che ritraggono
Louis Armstrong sono
complessivamente 1.083
‘‘
Charlie Parker
Le cose che ascoltate
vengono dallo strumento
di un uomo, sono
esperienze: il beltempo, la
vista di una montagna, un
bel respiro di aria fresca.
La musica è questo: la tua
esperienza, i tuoi pensieri,
la tua saggezza. Se non la
vivi non verrà fuori
lo di Charlie Parker, che invece rappresenta il lato tormentato dell’epopea jazz,
ma la potenza evocativa delle foto, sembra negare gli spasmi quotidiani di Bird,
che alla droga immolò la propria vita. Lo
stesso si può dire per le immagini notturne in cui è immortalato Miles Davis, o per
gli infiniti musicisti dimenticati dal pubblico ma ricordati ad uno ad uno da
Driggs, che ne celebra i talenti artistici ed
invita alla comprensione sulle debolezze
umane.
Le foto consentono una lettura parallela della società americana del secolo scorso: un bianco e nero estremamente contrastato mostra Duke Ellington che esegue un classico come Take the A Train in
una foto che comunica una straordinaria
energia. Chi conosce New York sa che si
tratta della metropolitana che porta nel
cuore di Harlem, ed il trascinante brano di
Ellington assume immediatamente il significato dell’invito a celebrare una cultura di cui il musicista è il primo ad essere orgoglioso. In un’altra delle 1545 fotografie
che immortalano Ellington, il jazzista imbraccia il clarinetto accanto a Joe Louis:
sono gli anni dei match leggendari tra il
brown bombere l’ulano neroMax Schmeling, e lo scambio di sorrisi tra il campione
afro-americano ed il grande musicista
sembra tranquillizzare il mondo intero su
chi prevarrà alla fine in un conflitto che assunse connotati razziali, politici e sociali.
Driggs ricorda ancora con turbamento
DOMENICA 13 MARZO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
Un secolo
di musica
in bianco e nero
GINO CASTALDO
rrivò il jazz e fu subito luce. Ma questa luce fu definitivamente fissata in bianco e nero, una volta per tutte:
centinaia, migliaia di foto che hanno quasi sempre
preferito non lasciar entrare il colore, come fosse il tradimento di un precetto estetico, come un disturbo che poteva
fuorviare dall’anima, dall’essenza di quella musica. Per molti, ancora oggi, il fascino del jazz è racchiuso nelle immagini
in bianco e nero. Il jazz potremmo aggiungere, almeno attraverso le sue foto, è musica in bianco e nero. Un contrasto
che servì all’inizio a raccontare lo smagliante, bianchissimo
sorriso di Louis Armstrong sul suo nerissimo volto, che poi
indagò le ballroom affollate di svolazzanti vestiti di fronte alle orchestre dello swing, le pieghe rugose del volto di Ellington, una sobrietà inevitabile quando bisognava spiare i capricci notturni dei boppers e le loro pose anticonformiste, indispensabile quando i fotografi cominciarono a voler restituire la magìa unica e irripetibile di un concerto jazz.
Notte, fumo, facce africane tra le mura della metropoli, il
soffio graffiante dei sax, la droga, l’ebbrezza, la poetica marginalità, l’imprevedibilità dell’improvvisazione, tutto questo esigeva, pretendeva il bianco e nero. E così è stato. Ci sono foto che hanno definito un approccio che, lungi dall’essere una limitazione, è diventato un vero e proprio sottogenere dell’universo fotografico. Tra le più famose, quella di
Herman Leonard del 1948, che ritrae un giovane Dexter
Gordon preso di taglio col sassofono poggiato sul ginocchio
e una lunga voluta di fumo che va a incrociarsi con la luce di
un faro, quelle di William Gottlieb a Billie Holiday, Louis
Armstrong e Charlie Parker, e quella di Art Kane, forse la più
famosa di tutte, che ha meritato addirittura un titolo, A
great day in Harlem, come fosse un film o
un racconto.
Era l’estate del 1958 e la rivista Esquire
chiese ad Art Kane che allora non era neanche un fotografo di riuscire a fotografare insieme almeno quattro giganti del jazz. Tra
questi volevano assolutamente Charlie
Parker. Kane obiettò che Parker era morto da
tre anni, ma rilanciò dicendo: perché non
riunirli tutti? La cosa incredibile è che ci riuscì davvero, alle dieci di mattina di un giorno di agosto, circostanza che, conoscendo le
abitudini notturne dei jazzisti, ha del miracoloso. All’appello si presentarono ben 57
jazzisti, tra cui Coleman Hawkins, Thelonious Monk, Sonny Rollins, Charlie Mingus,
Art Blakey, Lester Young, Dizzy Gillespie,
Count Basie. Praticamente tutti i grandi protagonisti, per una foto di gruppo, sulle scale
di una palazzina di Harlem, che da allora è
l’emblema della scena jazzistica. Vale, per il
jazz, quanto valgono le straordinarie foto di
gruppo che Annie Liebowitz ha realizzato
nel mondo del rock.
Fotografare il jazz è diventato una passione per molti, un culto, l’ambizione di catturare in immagini l’istante unico, la riproduzione congelata del momento in cui la grazia scendeva sui
musicisti in trance creativa, e anche la voglia di narrare l’inesplicabile grandezza umana e artistica di musicisti che hanno suonato alcune tra le più alte pagine della musica del Novecento (per gli appassionati sono rintracciabili la classica
fotostoria del jazz di Joachim-Ernst Berendt e i raffinatissimi
Photographie Le Jazz di Guy Le Querrec e The Sound I Saw di
Roy DeCarava). Tra i tanti c’è stato anche un italiano, Giuseppe Pino, le cui foto hanno fatto il giro del mondo e qualche volta sono finite nelle copertine di celebri dischi, com’è
successo per Miles Davis. Quella del jazz, del resto, è stata definita «dialettica in bianco e nero» ed è come se le foto, in un
tacito ma deciso passaparola, avessero rispettato l’assioma
principale, ovvero la creatività travolgente degli afroamericani, immersi in un mondo dominato dai bianchi, qualche
volta anch’essi grandi jazzmen, sebbene più di rado, basti citare Bix Beiderbecke, Bill Evans e Gerry Mulligan, più spesso
veri emulatori assurti a rango di “re” per l’ansia tutta americana di cercare affannosamente bianchi che potessero ricoprire quei ruoli da primato invece di consacrare, come sarebbe stato logico, i neri.
A rendere giustizia ci hanno pensato le foto, sempre o quasi in bianco e nero, con sfondi fumosi e scuri dove i volti dei
jazzisti sembravano ombre stagliate nella notte. Buio, notte,
oscurità, sono associazioni obbligate, come se si facesse fatica a immaginare il jazz in pieno sole, di mattina. Come se il
bianco e nero rispettasse meglio l’indagine profonda, le stimolazioni dell’anima, la spudorata capacità di arrivare dove
spesso la musica “scritta” non arriva. Alla fine, una dopo l’altra, se potessimo un giorno scorrerle tutte in sequenza, quelle foto compongono una loro sinfonia, una meravigliosa improvvisazione lunga più o meno un secolo.
GENTILE CONCESSIONE ART KANE ARCHIVES
A
MANZI
LE STELLE
il pianto disperato di Billie Holiday al funerale di Lester Young, e l’angoscia che
colpì tutti gli appassionati quando pochi
mesi dopo anche “la signora del Blues”
passò a miglior vita. L’addio alla Holiday,
nella chiesa all’angolo tra la 59° strada e la
nona avenue fu molto più affollato di
quello di Young, ma Driggs è il primo ad
evitare delle semplici deduzioni relative
alla rispettiva qualità: la folla che volle salutarla per l’ultima volta si identificava
anche con il suo dolore, struggente come
l’anelito che risuonava nella sua voce. Negli ultimi anni, né Young né la Holiday
avevano dato il meglio del proprio straordinario talento, ma per tutti gli amanti del
jazz la loro morte segnava la fine di un’epoca irripetibile.
Le foto ed i ricordi di Driggs consentono di rievocare anche rivalità segrete, come quelle tra Count Basie e Duke Ellington. Nel saloni del Savoy sembrano ancora risuonare le note della serata indimenticabile in cui il “duca” ed il “conte” si trovarono ad esibirsi l’uno dopo l’altro: nel
giro di pochi brani l’incontro si trasformò
in una sfida, nella quale i musicisti cercarono di trascinare il pubblico dalla propria parte suonando i propri cavalli di battaglia. Ancora oggi gli appassionati si dividono su chi abbia prevalso, e lo stesso
Driggs, che accompagnò Basie in una lunga tournée diventandone intimo amico, e
del quale possiede 585 rarissime fotografie, preferisce non assegnare la palma del
vincitore.
Diverso
il caso di Roy
Eldridge, che
nel 1933 cercò di
sfruttare l’assenza dalle scene
di Louis Armostrong procurata da alcune
piaghe sulle labbra, per affermarsi come
l’indiscusso re del jazz utilizzandone lo
stesso repertorio. Satchmo, che aveva il
carattere solare che si leggeva sul suo sorriso, non si preoccupò mai troppo di
quanto facesse il rivale, ed anzi lo elogiò ripetutamente in pubblico, ma fu il manager Joe Glaser, che amministrava entrambi, a far capire ad Eldridge che non c’era
bisogno di un atteggiamento così aggressivo per conquistare il successo meritato
dal suo talento.
Fu molto meno aspra la rivalità tra Sarah Vaughan ed Ella Fitzgerald, mentre le
foto di Dinah Washington ne esaltano immediatamente il carattere imperioso e
imprevedibile. Driggs ricorda una notte al
Birdland in cui cominciò ad insultare senza motivo tutti gli astanti, citando come
esempio di mascolinità solo alcuni dei
suoi primi otto mariti. Il connotato razziale riemerge di fronte alle immagini di
Benny Goodman: «Ci sono stati dei grandissimi musicisti bianchi, come ad esempio Bix Beiderbecke, ma il jazz è naturalmente, direi intimamente nero», mi spiega mentre si incanta di fronte ad una foto
di John Coltrane, «prova a mettere a confronto Don’t be that way suonata da
Benny Goodman e da Chick Webb: nel
primo caso ci troviamo di fronte ad una
meravigliosa interpretazione, nel secondo alla realtà più intima del pezzo. So che
può sembrare un luogo comune, ma nel
caso dei grandi musicisti neri si avverte
una naturalezza ed un senso di relax ir-
raggiungibile». Alcune immagini risalgono ad
un periodo che Driggs è
dispiaciuto di non aver
vissuto: il suo archivio è
arricchito dalla unica foto
della Buddy Bolden Band (datata 1895) e uno degli scatti più
pregiati mostra Louis Armostrong
con l’orchestra di Fletcher Henderson in
una foto autografata da Satchmo nel 1924
a Fate Marable.
In una delle 1083 foto di Armstrong, lo
vediamo ritratto nei primi anni venti insieme a King Oliver: l’eccessiva eleganza
della coppia fa una certa tenerezza, specie
per il cappello Oliver, esibito come la conquista di stato sociale. Sono gli anni in cui
a New Orleans Freddy Kapperd dominava la scena, ed anche lui, che cercava a sua
volta di scalzare Satchmo, esibisce un vestito dalla sontuosità eccessiva. Una gigantografia celebra la grandezza dell’orchestra di Jelly Roll Morton, ma Driggs
spiega che il segreto nella foto è nelle tre
ragazze bianche che accompagnavano la
band, e nel sorriso di George Mitchell,
grandissimo musicista gobbo, che nelle
foto di gruppo era sempre pregato di accomodarsi sullo sfondo. «Nessun film è
riuscito a catturare l’essenza di quegli anni» mi spiega mentre afferra la cartella con
Benny Goodman (692 foto): anche nei casi migliori come Bird di Clint Eastwood e
Sweet and Lowdown di Woody Allen si ha
la sensazione di una messa in scena: «Il
jazz è prima di ogni cosa l’emozione di un
momento irripetibile».
Alcune delle immagini che conserva gelosamente sembrano confermare lo scetticismo del suo giudizio: alla lettera “T”
emerge la foto di Snakeship Tucker un ballerino di Harlem detto il serpente per l’incredibile elasticità delle sue vertebre. Mentre mostra Snakeship che riesce a fare una
“S” con il suo corpo mette un vecchio long
playing di Jelly Roll Morton, ed attende gli
scrocchi sulla antiquata testina prima di
dirmi: «Ecco, forse così può averne una
idea. Ma non illuderti che sia la stessa cosa».
Le immagini in
questa pagina
appartengono
alla
collezione di
Frank Driggs.
Nella foto
grande,
Sarah Vaughan.
Dall’alto, in senso
orario, Duke
Ellington e la sua
band nel 1936,
Bessie Smith negli
anni Venti, Billie
Holiday con la
Willie Bryant Band
nel 1935, i grandi
del jazz fotografati
nel 1958 ad
Harlem da Art
Kane, Louis
Armstrong e sua
moglie Lil
fotografati nel
1930 a Los
Angeles
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 13 MARZO 2005
i sapori
Comincia domani a Salsomaggiore l’edizione numero
quattordici del campionato mondiale dei pizzaioli. Una
prova del successo planetario della ricetta più amata,
cucinata e consumata. Ma anche insidiata nella sua purezza.
Tanto che la Ue approverà un disciplinare che fissa regole
e ingredienti per difendere questa “specialità tradizionale”
Mangiare glocal
itinerari
Vico Equense
Sorrento
Napoli
Uno dei luoghi di delizie
gastronomiche della costiera,
raggiungibile anche in traghetto
e famoso per la storica, golosa
“Università della Pizza”(Tel. 081
8798309), dove si gusta la pizza
“a metro”, modalità di consumo
che coinvolge l’intera tavolata
Costruito a strapiombo
sul mare, è uno dei luoghi-culto
del turismo mondiale. Fuori
dal paese, un trionfo di bellissimi
aranceti, limoneti, ulivi,
e la generosa campagna di Punta
Campanella, che divide il golfo
di Napoli da quello di Salerno
La capitale dell’enogastronomia
mediterranea celebra la pizza
a metà settembre, in coincidenza
con la festa di San Gennaro, nei
dieci giorni del Pizzafest. I golosi
di timballi e sformati possono
degustarli da Timpani &Tempura
(Tel. 081 5512280)
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
EDEN BLU
Via Murrano 9, camera doppia
da 100 euro, colazione inclusa
Tel. 081 8028550
ANTICHE MURA
Via Fuori Mura 7. Tel. 081 8073523
Camera doppia da 140 euro,
colazione inclusa
MORELLI 49
Via Morelli 49. Tel. 081 2452291
Camera doppia da 85 euro,
colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
TAVERNA DEL CAPITANO
(con camere) piazza delle Sirene
10/11, Marina del Cantone
Tel. 081 8081028. Chiuso lunedì,
martedì a pranzo. Menù da 48 euro
DON ALFONSO 1890
(con camere) corso Sant'Agata 11
Sant’ Agata sui Due Golfi
Tel. 081 8780026. Chiuso lunedì,
martedì a pranzo. Menù da 80 euro
L’OLIVO
Via Capodimonte 2
Anacapri (Capri). Tel. 081 9780111
Aperto da marzo a ottobre.
Menù da 70 euro
LA PIZZA
LA PIZZA
LA PIZZA
O’ SARACINO
Via Torretta 14
Tel. 081 8798559
chiuso lunedì,
pizza al metro a 18 euro
DA FRANCO
Corso Italia 265
Tel. 081 8772066.
Senza chiusura,
pizza al metro 18 euro
FRATELLI CAFASSO
Via Giulio Cesare 156
Tel. 081 2395281
Chiuso la domenica,
pizza da 3.50 euro
Il napoletano Gennaro
Esposito, uno degli chef più
rappresentativi della nuova
cucina mediterranea,
è un cultore della pizza,
che prova nei localiculto della regione
quando non è ai
fornelli della
“Torre del
Saracino” sulla
spiaggia di
Vico Equense
Pizza
Così nostra, così di tutti
buona da perdere la testa
LICIA GRANELLO
enza confronto. Non esiste sull’intero pianeta una
della parola — non è più italiano (egiziani in primis). Lo stericetta più diffusa, amata, consumata, interpretareotipo del pizzaiolo napoletano è ormai un’icona riservata
ta, cucinata. Così malleabile da sopportare il curry
a una manciata di pizzerie-culto in Italia e a quelle da cartoe le uova fritte, le cozze e l’ananas (sì, perfino l’alina in giro per il mondo, da New York in giù.
nanas). Senza barriere. La trovi in Laos e a StocGli appassionati sono inquieti. Come difendere la cultura
colma, strepitosa a Brooklin e pessima (spesso) a
del cornicione alto, del pomodoro fresco, del fiordilatte (sulMilano, offerta in locali pochissimo raccomandabili e ristola mozzarella di bufala i pareri sono discordi)? Qualche anno
ranti sontuosi, accessibile a tutte le fafa, ci provò lo Slow Food, forte della
sce di spesa e di età. Senza padroni.
pratica dei Presìdi: l’idea era quella di
Tanto che due anni fa al Pizzafest di Nacodificare la vera pizza napoletana e
poli il più bravo di tutti fu un giovane
proteggerla. Non se ne fece nulla. Anpizzaiolo giapponese (pur se allievo di
tonio Tubelli, cuoco colto e storico delun grande maestro napoletano). Tanto
l’alimentazione campana, spiegò
che quest’anno, alla quattordicesima
amaro: «I nuovi pizzaioli vogliono laedizione del campionato del mondo in
vorare poco e guadagnare assai. E alloLa pizza Margherita deve
programma da domani a mercoledì al
ra comprano le farine prelievitate, le
il
suo
nome
alla
moglie
di
Re
Palazzetto dello sport di Salsomaggiolatte di pelati da quattro soldi, certe
Umberto I, che nel 1899,
re (ingresso libero) sono attesi centimattonelle di formaggio fuso da far
naia di tostissimi concorrenti da tutti i
pietà, l’olio di semi. Va a finire che la
durante una visita alla reggia
continenti.
pasta non è più morbida dentro e crocdi Capodimonte, venne
Con un solo obbiettivo: fare la pizza
cante fuori, il pomodoro è acido, e la
più buona del mondo.
omaggiata di una pizza
pizza è una vera schifezza».
Da quando più di un secolo fa la regiPer fortuna, miglior sorte hanno
con
i
colori
della
bandiera
na Margherita si lasciò conquistare
avuto i Pizzaiuoli napoletani e l’Assoitaliana, cioè con pomodoro,
dalla croccante, morbida, calda, suaciazione verace pizza napoletana, che
dente, meravigliosa miscellanea di pahanno prima sollecitato l’Università di
mozzarella e basilico, creata
sta del pane, pomodoro e mozzarella,
Napoli a formulare il disciplinare di
per
l’occasione
dal
più
famoso
non c’è stato forno dalla Patagonia al
produzione della specialità tradiziopizzaiolo di Napoli, Raffaele
Polo Nord che sia stato immune all’enale e poi ne hanno chiesto il riconosperienza gloriosa di Marinara e affini.
scimento dall’Unione Europea (atteso
Esposito. La sovrana apprezzò
Impossibile criticarla. Ben lo sanno i
per le prossime settimane), con tanto
e la ricetta fece il giro di tutte
nutrizionisti, che l’hanno inserita a fudi certificazione dell’ente Det Norske
ror di popolo nell’elenco degli alimenle pizzerie della zona,
Veritas.
ti sani, se non proprio dieteticamente
Carlo Mangoni, docente di fisioloe
divenne
simbolo
del
piatto
irreprensibili. E gli scienzati, che le
gia della nutrizione e benemerito auhanno attribuito perfino delle inusitatore del disciplinare, è perentorio:
te virtù anticancro, per via degli ingre«Chi vorrà fregiare il suo prodotto del
dienti — olio e pomodoro — ricchi di
marchio “verace pizza napoletana”,
antiossidanti.
dovrà accettare le regole stabilite. E
Il guaio, come per tutti i cibi “glocal” — con una matrice
cioè tirare la sfoglia a mano e usare tutti prodotti a norma:
ben definita e una diffusione senza confini — è il progressiolio extra vergine, pomodoro San Marzano — ‘o piennolo
vo smarrimento dell’identità originaria. Succede per il gelad’ò Vesuvio, che si lascia seccare e può essere usato d’inverto e per la pasta: come potrebbe sfuggire alla minaccia la più
no — mozzarella di bufala campana doc o, in subordine,
facilmente ripetibile delle ricette made in Italy? A cominciafiordilatte».
re dagli addetti ai lavori. Esattamente come per il pane, la larSe poi leggere non vi basta e l’acquolina in bocca vi induga maggioranza di chi ha le mani in pasta — nel vero senso
ce in tentazione, andate sul sito
S
la Margherita
Pomodoro
Pasta
Il San Marzano è quello
ideale – pochi semi, polpa
soda, ridotta quantità
d’acqua – sia in versione
estiva che invernale (quello
a grappolo lasciato
asciugare all’aperto). Molto
usati anche i “ciliegini”
e la polpa passata,
purchè di qualità
La farina classica è di grano
tenero tipo “00”, con
l’eventuale aggiunta di
farina tipo “0”, da impastare
con sale marino, lievito
di birra e acqua naturale
potabile (e l’acqua è uno
dei segreti della vera pizza
di Napoli, proprio come
per il caffè)
DOMENICA 13 MARZO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
30mila
Le pizzerie sono
una delle tipologie
più diffuse di
ristoranti italiani:
ce ne sono
in totale 30mila
24
Ciascun italiano
consuma, in
media, ogni anno
24 pizze, vale a
dire due pizze
al mese
63
2,2mld
Gli americani
sono grandi
consumatori
di pizza: la media
annua pro capite
è di 63 pizze
Ogni anno
il giro d’affari
complessivo delle
pizzerie italiane
tocca i 2,2 miliardi
di euro
Salerno
Caserta
Affacciata sul golfo, vanta una
delle province più ampie, fertili
e variegate d’Italia, adagiata tra
Valle di Diano e Cilento. Imperdibili
la treccia di latte vaccino
e la colatura di alici, prezioso
condimento tramandato dalle
famiglie dei pescatori di Cetara
Tutta da vedere, dalla cittadella
medievale alla Reggia, da gustare,
grazie al prosperare delle
produzioni tipiche, dalla celebre
mozzarella di bufala dop (ma senza
trascurare le paste filate e la
ricotta), ai vini, a partire dal Falerno
del Massico
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
LA VECCHIA QUERCIA
Via Montevetrano 4
Campigliano (Sa). Tel. 089 88 25 28
Camera doppia da 100 euro,
colazione inclusa
BED & BREAKFAST CASERTA
Via San Michele 3
Caserta Vecchia. Tel. 0823 329455
Camera doppia a 120 euro,
colazione inclusa
DOVE MANGIARE
IL FARO DI CAPO D’ORSO
Via D.Taiani 48, Maiori
Tel. 089 877022. Chiuso
martedì. Menù da 65 euro
LA PIZZA
DELLA FERMATA
Via Vinciprova Leonino 44
Tel. 089 2750565
Chiuso lunedì,
pizza da 4 euro
DOVE MANGIARE
LE COLONNE
via Nazionale Appia 7
Tel. 0823 467494
Chiuso martedì. Menù da 30 euro
LA PIZZA
LUNA ROSSA
Via Vinciguerra 106
Tel. 0823 966858
Bellona (Ce)
Chiuso lunedì, pizza da 4 euro
La storia della pizza, cibo da poveri e da gourmet
Enea, il primo morso
per non morir di fame
MARINO NIOLA
a cibo a simbolo. In queste due parole sta tutta
la storia della pizza, la bandiera planetaria dell’Italia da mangiare. É nel Settecento che questo
capolavoro della gastronomia popolare ha iniziato la
sua irresistibile ascesa dai vicoli napoletani ai quattro
angoli del globo, fino a diventare un emblema del Belpaese, e in particolare di quel doppio concentrato d’italianità che è Napoli.
In realtà, più che una storia quella della pizza è una
mitologia. Qualcuno la fa derivare dalle mense, le
schiacciate di grano cotte al forno che gli antichi popoli mediterranei usavano per poggiarvi sopra i cibi.
Importatore inconsapevole della prima pizza sarebbe
stato addirittura Enea. Racconta Virgilio in un celebre
episodio dell’Eneide che l’eroe per non morire di fame
è costretto a mangiarsi la propria mensa. Parenti strette del nan indiano, della pita araba, della tortilla ispanica, la margherita e la marinara apparterrebbero
dunque a quell’antica famiglia di contenitori che il bisogno trasforma in cibo.
Ma la pizza partenopea ha
stracciato tutte le concorrenti.
É già famosa quando Alessandro Dumas visita Napoli nel
1835 e ne rimane entusiasta. Da
raffinato gourmet, il creatore di
d’Artagnan coglie che dietro
l’apparente semplicità questo
cibo nasconde una estrema
complessità. Croccante fuori e
morbidissima dentro, elastica e
resistente, né troppo alta né
troppo bassa, né umida né secca, né cruda né cotta. Una sorta
di quadratura del cerchio culinario, una leccornia strutturalista degna di Lévi-Strauss, una coincidenza degli opposti che racchiude in pochi centimetri un intero capitolo della fisiologia del gusto.
Eppure, allora nessuno avrebbe scommesso sul successo planetario della pizza. Matilde Serao la considerava inesportabile, buona solo per i palati partenopei.
E commentando il clamoroso fallimento della prima
pizzeria napoletana aperta a Roma a fine Ottocento
l’autrice de Il ventre di Napolisentenziò che tolta al suo
ambiente napoletano la pizza «pareva una stonatura e
rappresentava una indigestione». Evidentemente, anche i grandi prendono delle cantonate. In realtà, questo tradizionale street-food ha letteralmente colonizzato il gusto del nostro tempo al punto da dare il nome
a un sapore autonomo che non ha più nulla a che fare
con l’originario disco di acqua e farina. É il cosiddetto
«gusto pizza», che ormai aromatizza di tutto, dalle patatine al pop corn, e che rappresenta la risposta mediterranea al nordicissimo «gusto barbecue».
Certo, più si allontana dal Vesuvio, più la pizza diventa un’approssimazione che spesso dell’originale
conserva solo la parola. Ma al di là di tutte le nefandezze perpetrate in suo nome, restano costanti le ragioni della sua fortuna globale. Da Caracas a Kiev, da
Abu Dhabi a Houston la pizza conserva la sua natura
di cibo democratico, economico, easy. In fondo, negli
spicchi “millegusti” di Pizza Hut rivive lo spirito, anche se non il sapore, di quelle pizze con l’origano, o
con la mozzarella, che gli ambulanti vendevano al popolo per le strade di Napoli. Al prezzo di un soldo a settore.
L’autore insegna antropologia culturale all’Istituto
Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli
D
Mozzarella
Olio
Basilico
I vecchi pizzaioli sono fedeli
al fiordilatte, meglio se
lasciato un paio di giorni a
maturare (per perdere
l’acqua in eccesso). Per
lo stesso motivo (troppa
umidità), disdegnano
la “bufala”, che però regala
un sapore più deciso
e particolare
É tuttora diffuso l’uso
di quello di semi.
Il disciplinare prevede che
si adoperi esclusivamente
l’extravergine, lasciando
al singolo pizzaiolo la scelta
della tipologia (più o meno
intenso, fruttato,
profumato) per
caratterizzare la farcitura
Usato inizialmente per
il suo colore, regala finezza
e profumo. Il più pregiato
è coltivato nella zona
di Genova-Prà (con tanto
di riconoscimento dop).
Spesso quello che si trova
comunemente ai mercati
“vira” verso il sapore
della menta
DOMENICA 13 MARZO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
le tendenze
Giocare dovunque: gli esperti non hanno dubbi,
le console del momento sono quelle “mobili”.
Venerdì è uscita la nuovissima Nintendo Ds, presto
arriverà la Sony Psp. E allora i due colossi si daranno
battaglia, con Nokia, per conquistare un pubblico
sempre più adulto ed esigente
Divertimenti hi-tech
IN ARRIVO
IL PIÙ VENDUTO
La Psp segna l’ingresso della Sony nel
mercato dei videogiochi portatili. È stata
già lanciata in Giappone e Stati Uniti a
249 dollari. Sbarcherà in Europa tra
maggio e giugno
Il Game Boy Advance
Sp, è l’ultima versione
dello storico Game Boy
Nintendo, la corazzata
delle console portatili: in
tutto il mondo ne sono
stati venduti 60 milioni.
Costa 99 euro
LA NOVITÀ
IL VIDEOGIOCO-CELLULARE
La Nintendo Ds è stata lanciata
ufficialmente in Europa, dopo
il debutto in Giappone e Usa,
due giorni fa. Il prezzo suggerito
è di 160 euro
Il Nokia N-Gage è l’unico cellulare-console
sul mercato e l’unica risposta
europea allo strapotere nipponico. È
arrivato alla seconda versione. Il prezzo
è di 199 euro
Videogame, la carica dei portatili
DARIO OLIVERO
iocare sempre, giocare
ovunque, giocare con
chiunque. Detto con un’unica espressione: gaming
on the move. Questo insegue il mercato dei videogiochi. Questo dicono le costosissime
analisi delle società che studiano il settore. A partire da quest’anno, e con un’accelerazione più forte nel 2006, i giocatori
cambieranno pelle e chiederanno un tipo
di intrattenimento completamente diverso, basato su tre parole d’ordine: mobilità, connettività, convergenza.
La trasformazione sta già avvenendo.
Secondo un rapporto Npd, uno dei maggiori analisti del settore, per la prima volta negli Stati Uniti il fatturato dei giochi
per console portatili ha superato il miliardo di dollari, con una crescita rispetto all’anno prima del 13 per cento accompagnato dal 9 per cento di crescita delle vendite delle console portatili (quasi 100 milioni di dollari in più rispetto al 2003). Alcuni osservatori dicono che nel 2007 ci si
confronterà con un mercato globale delle
portatili di 11,1 miliardi di dollari. Tradu-
G
cendo: giochi e console portatili crescono
più di quelli tradizionali. E se i giocatori
vogliono giocare muovendosi non resta
che inseguirli.
Con quali macchine si corre? Per ora
fondamentalmente con due. La prima,
appena uscita anche in Italia, è il nuovo
Nintendo-Ds. In questo momento nel
mondo ci sono quasi 60 milioni di possessori di Game Boy Advance, la penultima
delle creature del colosso di Kyoto che fino a oggi ha sempre guardato la concorrenza dalla siderale distanza delle vette.
Ma questa volta le cose si complicano perché si è mossa Sony, leader nelle console
tradizionali con la sua Playstation2. Al Ds
si contrappone la Psp, già lanciata in
Giappone e negli Usa e che in Italia dovrebbe arrivare tra aprile e giugno. È la prima volta che Nintendo sente un brivido.
Perché Sony fa paura? Perché la Psp
sembra rispondere meglio di Nintendo
alle tre tendenze indicate dagli analisti. È
portatile, si può connettere tramite una
porta Wi-fi a Internet e ha un sistema chiamato Umd che
consente di vedere film in quel formato. Ed ecco
Le piattaforme
classiche puntano
su gaming online
e multimedialità,
permettendo
di ascoltare musica
e vedere film. Si
riaccende la
rivalità tra X-Box
e Playstation2
quindi anche la convergenza: Sony potrebbe addirittura utilizzare il suo sterminato catalogo di musica e film e farlo leggere alla Psp trasformandola in una console multimediale mai vista prima.
Nintendo ha dalla sua parte la grande
qualità dei giochi ai quali lavorano tutte le
software housedel mondo, la possibilità di
giocare in multiplayer grazie alla porta
wireless e il vantaggio del doppio schermo, uno dei quali funziona come il touch
screen dei palmari. Inoltre sul Ds girano
anche i titoli per Game Boy. Riguardo alla
connettività, anche il Ds è predisposto,
ma per il momento non sono previste le
stesse opportunità legate all’online che
offre la concorrenza. Inoltre a Kyoto sperano che il formato proprietario che Sony
sta utilizzando sia un limite per la diffusione della Psp.
Certo, sono in molti a dire che Nintendo e Sony pescano in due mercati diversi:
la prima in quello dei giocatori duri e puri, la seconda in quello dei new user. Ma le
cose non sono così semplici se si analizza
l’identikit del giocatore-tipo tracciato dai
guru di Dfc Intelligence. Se in una famiglia
c’è una console, dice Dfc, quasi sempre ci
sono più giocatori. Con il figlio che com-
FRESCA DI RESTYLING
SVAGO AL CUBO
La nuove Playstation2 è diventata più piccola e
maneggevole e resta leader. Continua a essere
l’unico prodotto che legge cd e dvd senza dover
aggiungere periferiche. Costa 149 euro
La tradizione è quella di
Nintendo: Pokemon,
Super Mario e gli altri big
tra i titoli a disposizione
dei giocatori. Ma il Game
Cube non ha mai
raggiunto la diffusione
capillare del fratellino
portatile. Costa 99
euro
pra gli ultimi titoli c’è il padre cresciuto
con il vecchio Atari, estremamente attratto dalle evoluzioni dei nuovi giochi. Quindi esiste una categoria di giocatori che
non sono né incalliti né sprovveduti. E soprattutto che hanno un’età e una disponibilità economica ideali per il mercato.
Mancano all’appello almeno due protagonisti. Nokia ha sofferto molto le
performance non esaltanti del suo N-Gage QD, al momento l’unico cellulare-console sul mercato. Gli utenti continuano a
scaricare suonerie ma non giochi. Però il
colosso finlandese ha dalla sua la rete di
connettività più diffusa, quella dei telefonini. E poi c’è Microsoft che sembra più
concentrata, con la nuova X-Box, a potenziare il suo mercato di console tradizionali, insidiate da un ritorno dei videogiochi in versione per personal computer.
Resta un’ultima domanda. A che giochi
giocheremo? Oggi per finire un titolo medio ci vogliono 40 ore. Impensabile trasferire tempi così lunghi su una console portatile. Saranno giochi più corti, di durata
dalle 5 alle dieci ore. Chi vuole giocare
muovendosi non ha tempo da perdere.
Ha sempre qualcos’altro da fare: connettersi, scaricare, vivere on the move.
IL RITORNO
IL GIOIELLO DI GATES
I giochi per Pc dati per morti sono risorti
grazie all’online. I Massive Multiplayer
Online Gaming sono una delle grandi
risorse del mercato. Soprattutto perché
si è scoperto che in Cina li adorano
X-Box è l’unica console di Microsoft
(costa 150 euro) per il momento visto
che si attende il lancio della nuova
versione che dovrebbe essere pronta
per il prossimo Natale
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
le tendenze
DOMENICA 13 MARZO 2005
Degustare con stile
Gli italiani bevono sempre meno ma sempre meglio. Così
si moltiplica una generazione di oggetti raffinati che trasformano
degustazioni e pranzi in cerimonie da iniziati: cavatappi, decanter,
tagliacapsule, termometri, bicchieri salva-profumo dove la fantasia dell’industria si è sfrenata. E che ora sono
in mostra al “Vindesign” di Pavia
PRENDERE ARIA
FUORI CANTINA
Il decanter, strumento
essenziale per far
ossigenare il vino, può
essere completato
dall’imbuto, per versarlo
correttamente.
Entrambi di Blomus
ACCIAIO, ROSSO E NERO
Il cavatappi in acciaio
di Maiuguali gioca
con contrapposizioni
di sapore stendhaliano:
il rosso e il nero
Bere
Design
FEBBRE LIQUIDA
Il termometro Wine
Fever, disegnato
da Claudio Palmi
Caramel, è in acciaio
lucidato a mano
con finitura in oro.
Di Morellato
Il nuovo vino
mette il vestito della festa
AURELIO MAGISTÀ
U
ROMA
n tempo baastava chiedere il vino giusto e la relativa annata, magari uno Chateau Mouton-Rotschild del 1989 o
un Sorì Tildin del 1979, oppure intrattenersi a discutere
sulle particolarità della methode champenoise rispetto
alla fermentazione in autoclave. Sapere di vino significava soprattutto
sapere di etichette, annate, vitigni, tecniche di vinificazione, terreni. La
competenza si concentrava sulla bottiglia e sul suo contenuto. Ma le
cose cambiano. Mentre i consumi negli ultimi anni registravano la costante tendenza a bere meno ma meglio, il vino è diventato un segno di
elezione sociale e la degustazione si è arricchita di modi e strumenti, fino a divenire un rituale in cui la forma enfatizza i contenuti.
Intanto sono usciti film come SideWays, un viaggio di degustazione
che si trasforma in pellegrinaggio dove le cantine sono metaforiche
chiese per attingere una diversa conoscenza di sé e del mondo. Così oggi bere vino è una cerimonia in cui l’intenditore diventa officiante e rivela la sua competenza nel destreggiarsi in mezzo a una nuova e complessa generazione di oggetti. Il banco di prova passa per la scelta del
bicchiere giusto, da indovinare in gruppo superiore a venti (ammirevoli per esempio quelli di Riedel), il cavatappi tecnico provvisto ovviamente di tagliacapsula, il termometro per controllate la temperatura,
il portabottiglie capace di sorprendere e incuriosire con la sua forma.
Perché, se gli strumenti specifici e professionali dedicati al vino sono
sempre esistiti, ora si sono moltiplicati, esprimendo ambizioni di design sempre più elevate. Ovvero, la funzione di questi oggetti viene esaltata e sublimata nella forma fino a diventare esibizione.
Quindi vino e design, due bandiere del Made in Italy, fanno coppia e,
segnando un nuovo percorso del lifestyle, potranno trarne reciproco
vantaggio. La strana ma promettente coppia viene celebrata a Pavia,
dove dall’11 al 20 marzo si tiene l’esposizione internazionale Vindesign
(0382/393408, www.vindesign.it), quasi un esperimento, per ora, che si
propone di esplorare questa nuova dimensione della cultura enologica con un pugno di espositori da tutto il mondo (per l’Italia, per esempio, Alessi) e di designer particolarmente avvertiti che si confronteranno sull’innovazione degli strumenti del vino.
Le ragioni di questa nuova sensibilità sono molte, come nota il marchese Piero Antinori, incarnazione del marchio italiano più noto all’estero, che di recente ha presentato il progetto per le nuove cantine di famiglia, una sintesi di design architettonico e di rispetto per le colline del
Chianti dove sorgeranno: «Negli ultimi anni il vino è andato gradualmente perdendo i suoi connotati di alimento per assumere quelli di godimento, riferendosi così alla sfera dell’edonismo e della cultura. In
questo contesto gli aspetti legati alla forma e al design contribuiscono
a confermare la qualità ed il valore aggiunto di un prodotto particolare
come il vino».
FAMIGLIE DA COLLEZIONE
Intere generazioni di cavatappi, quelle realizzate da Alessandro Mendini per Alessi
anno dopo anno, veri pezzi da collezione in edizione limitata. Antropomorfi al maschile
o al femminile, citano anche opere storiche del designer: quello grande a destra
e il secondo qui in alto, per esempio, riprendono il motivo decorativo della celebre
poltrona Proust. Il primo, il terzo e il quarto si chiamano Deft, Zebra e Pois
DOMENICA 13 MARZO 2005
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
GLACETTE
A SPIRALE
PORTABOTTIGLIA
EQUILIBRISTA
La glacette
di Mesa
ha nome
didascalico:
So Cold.
E’ un tubo
ricurvo in lega
antiossidante
che contiene
un liquido
refrigerante.
Va tenuta
in freezer
fino al
momento
di servire
il vino
in tavola
Luna di Ugenio,
perfetto per
sorprendere gli amici
A CIASCUNO
IL SUO
Sopra,
sontuosi
i bicchieri
Premium
di Bormioli
Rocco.
A ciascun
vino il suo
HAPPY HOUR IN FANTASIA
PRONTI DA BERE SULLA STELLA
Sotto, i bicchieri colorati, inadatti
al vino, sono per allegri
happy hour. Li ha fatti Guzzini
Per i vini di pronta beva da
tenere in cucina, il portabottiglie
a stella di Viceversa
Come esaltare gusto e profumo
Tappi-cassaforte
e anelli di Saturno
DONATO LANATI
e si accende la tv, sempre più spesso appare
qualcuno che rimesta nella pentola o assapora un vino. Se si apre un giornale, una rivista,
ogni pagina, ogni immagine, è caratterizzata dallo stile. Viviamo nell’epoca della cucina e del design: né possiamo lamentarcene, visto che come italiani siamo protagonisti sia nell’uno sia nell’altro
campo. E il mondo del vino? Dando per scontato il
suo abbinamento a quello del cibo, il rapporto con
il design è innegabile, che si parli di etichette,
packaging o accessori.
Prendete il cavatappi: dal tradizionale a vite si è
passati a quello supertecnologico, che giocando
su tre leve e una ghiera ha ridotto al minimo lo sforzo. Ma all’avveniristico design dello Screwpull, i
veri conoscitori preferiscono ancora l’arcaica forma del francese Laguiole: un cavatappi realizzato
con corno di bue o con legno di rosa, e con una forma che accompagna delicatamente il palmo della
mano.
Da un accessorio all’altro: fino a ieri, per evitare
di macchiare la tovaglia, si ricorreva all’anello salva-gocce… Superato: i designers hanno inventato
il drop-stop, un dischetto in sottile lamina d’acciaio da arrotolare a cilindro e infilare nel collo della bottiglia. Lo riconosco: è efficacissimo.
Proseguiamo? Per chiudere le bottiglie più preziose, è stato inventato uno stravagante tappo con
la combinazione, mentre ben più utile è la pompetta aspirante che serve a togliere una parte dell’aria nella bottiglia aperta. In
questo modo, si evita che il vino rimasto perda profumi e si mantiene integra la sua qualità almeno
per qualche giorno.
Anche il decanter è ricorrente
oggetto di restyling. Il problema è
che il design quasi mai rispetta le
esigenze funzionali (come e in
che misura ossigenare i grandi vini invecchiati), ma piuttosto insegue il desiderio di impreziosire ulteriormente tavole già importanti.
Il vero accessorio-principe del
vino, però, ormai trasformato in
oggetto di culto, è senza dubbio il
bicchiere. Intorno ai requisiti fondamentali — la forma a calice, la
CALICE MERAVIGLIA
Nella foto, il Calice
trasparenza incolore — le dimenMeraviglia: un nuovo
sioni si sono diversificate e amtipo di bicchiere che,
pliate. Sono d’accordo con questa
grazie all’anello
tendenza, perché annusando si
interno, promette
portano via molecole di profumo,
di non disperdere
e se la quantità di liquido conteil profumo del vino
nuta nel bicchiere è scarsa, dopo
qualche “usmata” i sentori importanti tendono a scomparire.
A proposito di profumi: qualche tempo fa, ho
deciso di misurare il flusso dei profumi con uno
strumento molto sofisticato, il gascromatografo.
Risultato: dalla superficie del vino escono per prime le molecole più piccole, che hanno profumo di
caramella, fiori, ananas, subito inseguite dal profumo di rosa e di scorza d’arancia. Per ultimi, escono i norisoprenoidi, cioè le molecole che caratterizzano il profumo delle varietà importanti (soprattutto violetta e frutta secca).
Il flusso diventa una spirale di molecole profumate che si raggomitola su se stessa: una parte
rientra nel liquido, ma il resto, scorrendo
lungo la parete del bicchiere,
scappa fuori, rovinando
una parte dell’emozione.
Ho provato allora a inserire un “anello di Saturno” (una
specie di semicerchio concavo) a
metà del bicchiere, e ho riscontrato che il rincorrersi di queste centinaia di molecole si concentra nel
mezzo dello spazio interno al bicchiere, permettendo di annusarle con maggior facilità. Da questo gioco-studio è nato il mio Calice Meraviglia.
L’autore è enologo e creatore
di bicchieri da degustazione
S
ORIGINALE
AL QUADRATO
La scelta più ovvia,
quella dei bicchieri
in vetro, senza stelo,
(sopra) diventa
non banale in questo
caso: quadrangolari
invece che rotondi,
small oppure large
CON DOLCEZZA, UN COCKTAIL IN OTTO COLORI
A destra, i bicchieri di D-Cube per cocktail possono essere
impreziositi da una scelta particolare: lo zucchero
intorno al bordo in versione a colori, invece che banalmente bianco.
Le buste monoporzione sono in otto tinte diverse
DOPPIA LEVA
COME PER L’ORO NERO
PERFETTAMENTE VERTICALE
FASCINO DELLA MATURITÀ
Wine & Bar di Pedrini
è un cavatappi professionale
a spirale con doppia
leva. Corpo in argento
e metallo cromato
La struttura rigidamente
verticale di questo cavatappi
cromato di Blomus
rievoca le colonne
di estrazione petrolifera
Il cavatappi Brucart
consente l’estrazione
verticale del tappo
anche se la forza si applica
lateralmente. Di Pulltex
Brevettato oltre 25 anni fa,
Leverpull di Screwpull,
marchio cult di cavatappi
e accessori per il vino,
conserva un fascino intatto
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 13 MARZO 2005
l’incontro
Ai confini della giustizia
Da giovane sosteneva l’accusa
nei processi americani che siamo
abituati a vedere nei film. Oggi è un
celebre avvocato penalista di
Chicago e l’autore di “legal thriller”
di successo mondiale. In
tutti questi ruoli si è
trovato faccia a faccia
con la teoriae la pratica
della pena di morte,
ha conosciuto la voglia
di vendetta e il morso
del dubbio, ha cambiato
più volte idea per approdare a una
convinzione: mandare al patibolo
un uomo è un terribile errore
Scott Turow
tore della pena di morte. Ryan, colpito
dai troppi errori giudiziari scoperti
troppo tardi grazie al Dna, istituì una
commissione di esperti e scioccò l’America “perdonando” 164 detenuti del
braccio della morte l’ultimo giorno prima di abbandonare l’incarico (uno dei
“perdonati” era un serial killer di bambini). «Sono stati due anni di lavoro
straordinari, con uomini straordinari
sia favorevoli che contrari alle pena di
morte. Ho capito che mi ero sempre posto la domanda sbagliata. Di fronte alla
pena di morte io mi chiedevo: è questo
un caso in cui riconosco il bisogno morale ed emotivo per una esecuzione? E la
risposta talvolta era sì. La domanda giusta da farsi era invece un’altra. Visto che
questi casi ci sono, siamo in grado noi di
mettere in piedi un sistema legale che
arrivi a punire i colpevoli, e solo loro,
con assoluta certezza? E la risposta è
no».
Scott Turow beve un altro sorso d’acqua, torna sulle differenze tra Stati Uniti ed Europa — «sono convinto che da
voi intellettuali e politici sulla pena di
morte sono più avanti della grande mas-
La prima cosa
che è difficile
far capire a voi
italiani è che
la nostra società
è molto più violenta
della vostra:
qui gli omicidi
sono quattro volte
più numerosi
FOTO CORBIS
«S
CHICAGO
e sono contro la pena di morte? Posso
dire di sì, ma è una risposta troppo facile.
Nel corso della mia vita sono stato a favore e contro, ne capisco le ragioni e ne
combatto gli errori e gli orrori, credo che
ci siano casi in cui qualcuno la morte la
meriti ma ritengo il nostro sistema sbagliato».
Anche per un “liberal’agnostico” come Scott Turow — «no, non sono religioso» — se si affronta un tema delicato
come quello della pena di morte occorre fare attenzione a non cadere nei luoghi comuni cari all’intellighenzia europea. Il famoso scrittore (i suoi romanzi
sono best-sellers venduti in tutto il
mondo) che ha inventato un nuovo genere di giallo, portando nel mondo della fiction la sua esperienza personale
dove i codici della legge si incrociano e
si scontrano con la realtà più dura, mi riceve con un sorriso aperto e una stretta
di mano calorosa al settantasettesimo
piano della Sears Tower, l’edificio più
alto d’America che domina Chicago.
«La prima cosa che è difficile far capire a voi europei è che noi siamo una società molto più violenta della vostra.
Negli Stati Uniti il numero degli omicidi
è tre volte e mezzo quello dei paesi dell’Unione Europea e, se prendiamo a paragone il vostro paese, quattro volte
quelli dell’Italia». Scott Turow si interrompe un attimo, si versa un bicchiere
d’acqua, scherza sul nome della saletta
in cui ci troviamo (San Francisco) «la
città più tollerante del mondo» e ammette: «Non posso negare che in parte
siamo noi stessi responsabili di questa
violenza, perché la tolleriamo, perché
permettiamo la libera vendita delle armi anche nei supermercati».
«Cosa ci divide dall’Europa? Oltre al
fatto di essere una società più violenta ci
sono anche delle ragioni storiche. Il nostro rapporto con la democrazia è molto efficiente, la stabilità della democra-
zia americana è veramente notevole. Le
faccio solo un esempio. Negli ultimi sei
anni abbiamo avuto l’impeachment di
un presidente, il suo successore che è
stato eletto praticamente dalla Corte
Suprema e l’attentato terroristico più
grande della storia con migliaia di morti civili a New York e nella capitale del
paese. Con tutto questo lei non ha visto
l’esercito per le strade neanche per un
giorno. In Europa ci sono stati Hitler,
Mussolini, Salazar, Franco, si è combattuta la più sanguinosa guerra della storia, le democrazie sono state usate e ribaltate, voi avete provato sulla vostra
pelle come un governo può decidere di
prendersi la vita dei propri cittadini per
motivi politici. Per l’Europa è più facile
accettare la mediazione politica, ed è
anche più comprensibile che dopo gli
orrori della seconda guerra mondiale la
pena di morte venga vista come una
barbarie».
Gli uffici di “Sonnenschein, Nath &
Rosenthal” occupano tre interi piani
della Sears Tower. Familiarmente abbreviati in “SN&R” sono una “law firm”,
uno studio legale, che è una vera potenza, con agenzie e soci diffusi lungo le due
coste degli Stati Uniti, con decine di avvocati di chiara fama, centinaia di paralegali, migliaia di impiegati. Un vero e
proprio “esercito giuridico” che ogni
giorno affronta, si confronta e si scontra
con uno dei più complicati (nella sua
semplicità) sistemi giudiziari esistenti.
Nella sua vita reale, quella di “criminal lawyer” — la fama e il successo non
hanno convinto Scott ad abbandonare
la professione — lo scrittore si è trovato
ad affrontare il problema “pena di morte” per più di dieci anni, e alla fine ha
scritto un libro (non di fiction ma avvincente come un romanzo: Punizione suprema, pubblicato da Mondadori e tornato in libreria proprio in questi giorni)
per raccontare la sua esperienza, da giovane procuratore a grande avvocato difensore, e per spiegare come il suo punto di vista sull’argomento si sia evoluto
nel corso degli anni.
«Guardi, sulla pena di morte io non
critico la posizione di nessuno perchè le
ho sostenute tutte e due. Ho iniziato, un
po’ come un “figlio dei fiori degli anni
Sessanta” dicendo che era una barbarie,
poi sono andato alla “law school”, sono
diventato un procuratore e ho potuto
capire meglio la razionalità della pena di
morte. Poi sono diventato un avvocato
difensore. Ho visto il sistema da un altro
punto di vista e ho capito che era sbagliato, ho visto persone innocenti condannate a morte, ho visto giustiziare
gente che era sicuramente colpevole
ma che non aveva commesso crimini
così efferati da meritarla. Poi come
membro della “commissione Ryan” ho
avuto l’opportunità di studiarla a fondo,
di vederne sistematicamente pregi e difetti».
La “commissione Ryan” prende il nome dall’ex governatore repubblicano
dell’Illinois, un tempo grande sosteni-
sa» — ed esclude che l’abolizione dipenda da un problema religioso e dalla
grande forza della Chiesa cattolica: «Il
cattolicesimo non spiega l’abolizione
della pena di morte nel Regno Unito, in
Germania o nei paesi del nord-Europa.
É ovvio che l’influenza cattolica gioca
un ruolo in Italia, però la Francia è stato
l’ultimo paese europeo ad abolirla. Potrei dire che la religione ha giocato un
ruolo più importante in America, anche
se di segno opposto. Non bisogna dimenticare che questo è un paese che è
stato fondato da fondamentalisti religiosi e i nostri padri fondatori credevano nella legge “occhio per occhio”, “vita
per vita”. La vendetta, la rappresaglia
fanno parte della nostra storia e della
nostra cultura, noi siamo un mondo che
vede tutto bianco o nero».
Uno dei punti che gli sta più a cuore è
quello razziale. «Vede, il 55 per cento degli omicidi in America è commesso da
afroamericani, che sono solo il 12 per
cento della popolazione, per cui non
possiamo affrontare la pena di morte se
non capiamo che è inevitabilmente legato con un problema razziale. E non si
tratta del fatto che sono condannati soprattutto i neri, perché anche la grande
maggioranza delle vittime è nera. Il problema è che loro nascono e vivono in un
ambiente più violento e noi, tutti, siamo
portati a proteggere più i “buoni” che i
“cattivi”. Le faccio un esempio banale.
Mi sono imbattuto in passato in due casi identici, due donne trovate morte con
la gola tagliata dopo essere state violentate. La prima era una prostituta, la seconda una madre di famiglia, con tre figli. Non ci vuole molta fantasia per capire in quale caso la giuria ha voluto la pena di morte. É normale che sia così. I poliziotti, i procuratori, i giudici ragionano
tutti allo stesso modo dei giurati. Ho fatto un esempio in cui la razza non c’entra
nulla, un caso in cui i giurati si sarebbero comportati nello stesso modo anche
se la vittima fosse stata nera».
Lavorando alla “commissione Ryan”
lo scrittore e gli altri esperti sono «rimasti colpiti dall’imparare quanto arbitrario il processo possa essere». La logica è
spesso ignorata e in molti casi il diritto
dei familiari delle vittime supera il diritto degli imputati, «e ricordiamoci che
l’imputato è spesso è il primo sospetto a
capitare sotto mano».
Un altro dei punti che divide l’Europa
dagli Stati Uniti — «sulla pena di morte
siamo divisi più che sull’Iraq», sorride
Turow — è proprio il ruolo che hanno i
familiari delle vittime. In molti casi il loro “point of view” conta per i giurati più
delle prove portate in tribunale, e la possibilità di alleviare la pena dei familiari
facendoli assistere all’esecuzione di chi
ha ucciso un loro caro induce la giuria ad
essere più dura. «Non c’è nessuno studio che provi che i familiari delle vittime
stiano meglio dopo una esecuzione. Lo
si suppone, ma non è provato. Ci sono
anche un paio di libri che dicono il contrario, ma anche questi sono di parte
perché chi li ha scritti si dichiara pubblicamente contro la pena di morte. Io credo che per qualche famiglia un senso di
sollievo ci sia e non è solo vendetta, il volere che l’assassino soffra quanto ha sofferto il loro figlio. É che l’esecuzione pone fine a una cosa che li rende pazzi e
cioè il fatto che la loro figlia è morta e il
killer è ancora vivo. Questo fa parte di un
principio giuridico che esiste anche in
Europa, chi ha commesso un reato non
deve stare meglio di chi lo ha subito. Se
ci rubano 500 dollari la prima cosa che
vogliano è che ce li restituiscano. Il fatto
che l’assassino resti in vita è un problema reale». Quello dei familiari non è
però un ruolo così decisivo: «Se fosse per
loro dovremmo condannare tutti a
morte, invece in America finisce nel
braccio della morte un assassino ogni
cinquanta. E poi quando la gente dice
“quello merita la morte” in realtà vuole
dire che la società vuole la sua vendetta».
Il primo impatto giuridico con la pena di morte Scott Turow lo ha avuto
quando era un giovane procuratore «e
mi domandavo se sarei stato capace di
chiedere a una giuria di condannare al
patibolo l’essere umano che avevo lì davanti; per fortuna in otto anni non mi è
mai capitato». Lo preoccupa il fatto che
l’argomento resti un tabù per i politici
anche se vede piccoli significativi passi
in avanti: «In campagna elettorale Kerry
lo ha evitato, ma lo stesso ha fatto Bush».
Ma non fa mistero che in alcuni casi non
avrebbe alcuna remora a pronunciare
una sentenza di condanna: «Prendiamo
Osama bin Laden. Non ho alcun problema all’idea di condannarlo a morte. Se
venisse ucciso da un missile sparato
dentro il bunker dove si nasconde, nessuno avrebbe da obiettare. Non dobbiamo essere ipocriti, lo si potrebbe condannare a morte anche in tribunale».
Dopo un’ora e mezzo di intervista sarebbe ancora difficile collocare lo scrittore-avvocato tra i paladini dell’abolizione della pena di morte (e tantomeno
tra i suoi sostenitori). In una sola parola,
è contrario alla pena di morte? «Se ha capito il senso di tutto quello che le ho detto, allora potrei dire sì, diciamo di sì».
‘‘
ALBERTO FLORES D’ARCAIS
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