:
LAVORO
Dedicato a
Rita Levi Montalcini
103 anni di
vita,
studio,
ricerca,
lavoro,
umanità!
A cent’anni ogni giorno è
ancora una scoperta…
"un tempo per … il lavoro”
nelle
Scritture Ebraiche
Premessa
• Il Dio biblico – con categorie ovviamente
antropomorfiche - appare profondamente
implicato nel lavoro e nel riposo: “non è un
deus otiosus come gli dèi di Mesopotamia; egli
lavora e riposa, si dona e rimane in se stesso.
• Lavoro - riposo è un ritmo divino vitale”.[1]
[1] A. BONORA, NDTB 778.
GENESI:
in principio Dio creò…
• Nel primo capitolo della Genesi incontriamo Dio che
crea, dice, vede, separa, chiama, fa, benedice: in una
parola, Dio lavora. L’ultimo versetto del capitolo
contiene una sorta di bilancio: “Dio vide quanto aveva
fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu
mattina: sesto giorno” (1,31). Il suo lavoro, fecondo di
bontà e di bellezza, abbraccia il cielo e la terra, cioè la
totalità dell’universo. [1]
• [1] “Cielo e terra” costituiscono un merismo, cioè una coppia di termini che indica le due metà
(o parti: meros) in cui si divide la totalità. Cfr. anche Sal 115, 15-16. “Nella Bibbia cielo e terra
sono l’universo. Ciò che è essenziale, è che i due membri rappresentino la totalità. … Una
totalità globale che si divide e si ricompone in due parti”: L. ALONSO SCHÖKEL, Manuale di
poetica ebraica, Queriniana, Brescia 1989, 106. Vi sono citati altri esempi: cedri e querce (Is,
2,13), monti e colli (Is 2,14), ricchi e poveri (Sal 49,3), pane di saggezza e acqua del
discernimento (Sir 15,3), capo della città e abitanti (Sir 11,10).
Nulla si sottrae al suo “fare”
• Il testo elenca le opere della creazione, distribuendole
in sei giorni: la luce il primo giorno, il firmamento e le
acque il secondo, il mare e la terra il terzo, il
firmamento e le sue luci il quarto, gli esseri viventi
nelle acque e gli uccelli del cielo il quinto giorno.
• Infine, nel sesto giorno, l’uomo e la donna. Tutta la
Bibbia loda il “lavoro” del Creatore: “I cieli narrano la
gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il
firmamento. Il giorno al giorno ne affida il messaggio
e la notte alla notte ne trasmette notizia” (Sal 19/18, 2-3).
Il cielo è “opera delle sue dita”
(Sal 8,4).
• Particolarmente densa è la meditazione
contenuta nel salmo 104/103: Dio stende il
cielo come un tenda, costruisce sulle acque la
sua dimora, fa delle nubi il suo carro, cammina
sulle ali del vento.
• Con il frutto delle sue opere – letteralmente del
suo “lavoro” – Dio sazia la terra (cfr. v. 13) e tutto
l’universo si scioglie in canto di fede, prima che
di poesia.
Soprattutto con gli inni del salterio
• “Israele canta la sua fede nel Dio unico, eterno,
•
•
onnipotente, onnisciente, creatore, signore della
storia, sempre fedele al popolo che si è scelto …
I salmisti, nelle descrizioni della natura, dipendono
dalle concezioni della loro epoca; essi testimoniano
molto più la loro contemplazione religiosa
dell’universo che una visione poetica del cosmo.
I fenomeni atmosferici, l’alternanza delle stagioni
nascondono e svelano gli interventi divini. La natura
manifesta per trasparenza la presenza del suo
autore”.[1]
• [1] Introduzione al Salterio nella TOB, Editrice ELLE DI CI, Torino 1992, 1239.
A compimento del lavoro divino,
• la Bibbia colloca la notizia sul riposo del Creatore: “Allora Dio
nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e
cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. Dio benedisse il
settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da
ogni lavoro che egli creando aveva fatto” (Gen 2,2-3).
• L’intera creazione scorre lungo un arco settenario, da cui
•
emerge come “l’attività creatrice-ordinatrice di Dio è perfetta e
il risultato è armonioso”.[1]
Il lavoro del Creatore non è mai disgiunto dal riposo, che, in
senso biblico, è un “concetto positivo”, in quanto “non si riduce
a mera assenza di fatica”.[2]
• [1] A. BONORA, NDTB 777.
• [2] G. RAVASI, Dio benedisse il settimo giorno e si riposò, in L. ANDREATTA
(a cura di), Sostare lungo il cammino. Il pellegrinaggio in un mondo che
cambia, Piemme, Casale Monferrato 2004, 20.
Per Dio il riposo
• non è“un dolce far nulla”. Infatti nel settimo
giorno Dio opera: consacra a sé quel giorno e
lo benedice.
• Il riposo di Dio è una cifra simbolica per dire
che tutto quello che Dio ha fatto è
perfettamente compiuto.
• Ed è un riposo fecondo, perché la benedizione divina
•
rende fecondo il settimo giorno consacrandolo a sé.
Gen 1 vuole presentare Dio come colui che lavora e
riposa, quindi come colui che include in sé sia il lavoro
sia il riposo”.[1]
• [1] BONORA, 778.
Tzimzum: il ritrarsi di Dio
momento di massima attività
• Questo riposo divino, non va immaginato come un
•
momento di stasi e di passività, ma va pensato come
un momento di massima attività, nel senso che il
massimo dell'attività di Dio si manifesta nell'atto
supremo del suo amore per la sua creazione che si
verifica proprio nel momento in cui Egli si ritira
perché essa possa respirare, possa essere se stessa.
Ciò avviene anche nell'ambito umano: quando mi
ritiro, resto presente all'altro, ma non lo sovraccarico,
non lo soffoco e lo lascio esprimersi dimostrandogli
così il massimo dell'amore! (P. Francesco Geremia ,
Abbazia di Fontanella)
Il lavoro-riposo di Dio genera la festa
• La Bibbia conosce la “regolarità misteriosa dei fenomeni
•
•
•
•
•
naturali” e la “discontinuità nel ritmo del tempo” delle persone
e della comunità: tutti motivi che spingono a far festa.[1]
Il termine ebraico hag, tradotto con festa, significa “fare
cerchio” [2] e anche “processione” (Sal 42,5).
Nella storia di Israele le feste sacre naturali vengono
progressivamente legate ad avvenimenti della storia della
salvezza.[3]
[1] Cfr. B. LIVERANI, Feste, in Schede Bibliche Pastorali, III (E-F), EDB, Bologna 1988, 1339-1351.
[2] Cfr. Gb 26,10: “Ha tracciato un cerchio sulle acque”. Cfr. anche Pr 8,27.
[3] Ecco un rapido elenco: la pasqua da festa pastorale (immolazione propiziatoria di un
agnello) diventa memoriale della liberazione dalla piaga dei primogeniti degli egiziani ed
assorbe la festa degli azzimi, che da festa agricola delle primizie diventa celebrazione del mese
di Abib in cui è avvenuta la liberazione dall’Egitto; la festa delle settimane, che si celebra sette
settimane dopo la festa degli azzimi, in occasione della mietitura, diventa ricordo dell’alleanza
consegnata al Sinai; la festa delle capanne (o tabernacoli), nata per marcare la fine dei raccolti,
diventa ricordo della marcia nel deserto (Lv 23,41-43) ed offre l’opportunità della lettura
completa della legge. Sono queste le feste principali, per le quali era prevista la visita annuale al
tempio (Es 23,14.17). Poi se ne aggiungono altre: la festa della dedicazione (per la purificazione
del tempio da parte di Giuda Maccabeo), la festa dei Purim (per la liberazione all’epoca di Ester)
e la festa dell’espiazione (il kippur, per la speciale purificazione del popolo: Lv 23 e Ne 9).
L’importanza del sabato
• Su questo sfondo si colloca l’importanza del sabato,
che il popolo ebraico deve santificare per due ordini
di motivi: come memoria del riposo del Creatore (Es
20,11) come memoria della liberazione dall’Egitto (Dt
5,15).
• Infatti “liberando il suo popolo dall’Egitto, Dio lo
libera dalla schiavitù del lavoro onniassorbente e dalla
logica della produttività. La festa dà al lavoro il senso
ultimo e perciò lo redime”.[1]
• [1] BONORA, 781.
Isole di tranquillità
• Il Dio biblico, che lavora e riposa, dona una sorta di
•
”architettura al tempo”,[1] con la benedizione e la
consacrazione del settimo giorno.
Ecco la descrizione delle caratteristiche del sabato ad opera di
un noto scrittore giudaico:
“Nell’oceano tumultuoso del tempo e della fatica vi sono isole di
tranquillità dove l’uomo può trovare rifugio e recuperare la
propria dignità. Questa isola è il settimo giorno, il Sabato, un
giorno di distacco dalle cose, dagli strumenti e dagli affari
pratici e di attaccamento allo spirito. … Il Sabato non è tempo
di ansia o preoccupazione personale, di qualunque attività che
possa smorzare lo spirito della gioia. … Il Sabato non è tempo
per ricordare i peccati, per confessare o pentirsi e nemmeno
per invocare sollievo o chiedere qualunque cosa di cui possiamo
avere bisogno; è un giorno fatto per la lode, non per le
suppliche.
• [1] A. J. HESCHEL, Il Sabato. Il suo significato per l’uomo moderno, Rusconi, Milano
1987, 15.
Shabbat: giorno di gioia
• Il digiuno, il lutto, le manifestazioni di dolore
sono proibiti. Il periodo di lutto viene interrotto
dal Sabato … Qualora vi fosse un malato in
famiglia, ricordandocene mentre recitiamo la
benedizione: «Guarisci il malato»,
diventeremmo tristi e melanconici nel giorno
del Sabato. … Essere tristi al Sabato è un
peccato”.[1]
• [1] HESCHEL, 46.47.48.
Una spiritualità intensa,
• che andrà incontro ad esagerazioni e contraddizioni,
•
•
ma che domanda di essere riconsegnata nella sua
ricchezza originaria all’uomo di oggi: “Dio benedisse il
settimo giorno e lo consacrò” (Gen 2,3).
Ci sono due verbi importanti: benedire e consacrare.
La benedizione divina associa il sabato alla sorgente
della vita e lo dichiara fecondo.
Il sabato benedetto dice riferimento all’essere e non
all’avere, alla comunicazione che è relazione piena e
non parola vuota: “La benedizione è un dono che ha
rapporto con la vita e il suo mistero, ed è un dono
espresso mediante la parola ed il suo mistero.
La benedizione è sia parola che dono,
• sia dizione che bene (cfr greco eu-loghia, latino bene-dictio),
perché il bene che essa apporta non è un oggetto preciso, un
dono definito, perché non appartiene alla sfera dell’avere, ma a
quella dell’essere, perché non deriva dall’azione dell’uomo, ma
dalla creazione di Dio”.[1]
• Dio benedisse il settimo giorno (Gen 2,3), come poco prima
aveva benedetto la prima coppia (1,28) e poco più avanti
benedirà Abramo e in lui tutte le nazioni (12,3-4). Grazie al
settimo giorno tacciono le cose, l’avere ed il fare, affinché
“l’uomo incontri il mistero che lo avvolge”.
• [1] J. GUILLET, Benedizione, DTB, 104-105. L’autore afferma che “benedire significa
dire il dono creatore e vivificante, sia prima che si produca, sotto la forma di una
preghiera, sia dopo avvenuto, sotto la forma del ringraziamento. Ma mentre la
preghiera di benedizione afferma in anticipo la generosità divina, il ringraziamento
l’ha vista rivelarsi”.
L’homo faber scopre
• il senso del suo essere nel tempo non nell’azione, pur
•
necessaria, ma nel «riposo» di Dio, attraverso la sua
esperienza di homo religiosus”.[1]
Alla benedizione segue la consacrazione, che significa
separazione e riserva per sé di un tempo settimanale.
Nel decalogo si legge che “Dio ha benedetto il giorno
di sabato e lo ha dichiarato sacro” (Es 20,11).
• La parola consacrare acquista nella Bibbia anche il
senso di fidanzare.[2] È il vertice della
•
personalizzazione del rapporto Creatore – creatura.
Nella tradizione ebraica il sabato, in quanto tempo
consacrato a Dio, finisce con l’essere considerato
come una fidanzata e rimanda al tema della sponsalità
tra Dio e Israele.
• [1] RAVASI, 23.
• [2] Cf. nota b a Es 20,11 nel commento della TOB.
Intensità sponsale
• “Per andare al cuore dello «shabbat», del
«riposo» di Dio, come alcuni elementi della
stessa tradizione ebraica suggeriscono,
• occorre cogliere l’intensità sponsale che
caratterizza, dall’Antico al Nuovo Testamento, il
rapporto di Dio con il suo popolo”.[1]
• [1] GIOVANNI PAOLO II, Dies Domini, Città del Vaticano 1998, 11.
Il termine shabbat (femminile in ebraico)
• indica la sposa, che Dio e la comunità accolgono con
•
•
gioia la sera del venerdì: “Vieni, Amico mio, alla
presenza della fidanzata; accogliamo il volto del
sabato”.[1]
Giorno benedetto e consacrato, il sabato è costituito
da una duplicità intrinseca: la benedizione ricorda che
“il sabato è in sé fecondo, genera una sua vita che è
squisitamente interiore, alimenta l’esistere stesso
dell’uomo”; la consacrazione evidenzia, d’altra parte,
che “il sabato è anche «sacro», è come un’area
protetta, simile al tempio e all’altare. In essa risiede il
mistero, domina il silenzio, si incontra il divino.
[1] Shabbat (femminile in ebraico) riceve un saluto gioioso nella Qabbalat Shabbat (accoglienza di Shabbat).
Il canto – Lekah dodi (“Vieni, Amato mio”) – viene eseguito dagli ebrei la sera del venerdì. E’ stato composto
intorno al 1540 da Shlomo Ha-Levi Alkabez. Dopo ogni strofa si recita il primo versetto in modo
responsoriale: “Vieni, Amato mio (Dio), incontro alla sposa; il volto del Sabato accogliamo… Incontro a
Shabbat, orsù, andiamo, perché essa è la fonte della benedizione. Dal principio, dalle origini, è stata formata:
ultima nella realizzazione, nel pensiero la prima”: R. TORTI MAZZI, La preghiera ebraica. Alle radici
dell’eucologia cristiana, San Paolo, Cinisello Balsamo 2004, 177-178, n. 143.
Contrappunto
• C’è quindi una sorta di contrappunto nel sabato
•
•
biblico: da un lato è attivo, fecondo, collegato
all’esistenza e alla creazione, dall’altro è chiuso in sé,
perfetto e distaccato, non segnato dai rumori, non
occupato dalle cose”.[1]
Saranno l’insegnamento e la morte-risurrezione di
Gesù a comporre la contraddizione del sabato: né
esclusivo di Dio, né esclusivo dell’uomo.
In Gesù il primo giorno dopo il sabato segna l’inizio di
un tempo nuovo: in esso Dio va incontro all’uomo
nella forza dello Spirito, per riscattare “lavoro, riposo e
festa” dalla morsa del peccato e da ogni sorta di
dualismo inumano.
• [1] RAVASI, 22.
L’immagine del sabato come fidanzata
• fa emergere fortemente la personalizzazione del
•
•
•
messaggio, che è presente in tutta la Bibbia: il
Creatore si rivela Dio personale, che chiama uomini e
donne alla relazione con lui e tra di loro.
In tal modo Dio si presenta non solo come creatore
dell’universo, ma anche come signore della storia.
L’immagine biblica di Dio intesse intimamente quella
degli umani: la teologia impregna l’antropologia. Dio
crea l’uomo e la donna e dona loro un posto
privilegiato nell’universo. Egli ne è l’immagine:
“E Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò” (Gen 1,27);
• “Maschio e femmina li creò, li benedisse e diede
loro il nome di uomo nel giorno in cui furono creati”
Gen 5,2 (Testo CEI 2008).
Come Dio, anche la persona
• è chiamata al lavoro, al riposo e alla festa: ella
può manifestarsi e realizzarsi nel ritmo vitale di
“lavoro, riposo e festa”, mentre nella letteratura
mesopotamica rimane destinata solo al lavoro,
perché la festa e la libertà sono appannaggio
degli dèi.
• La creatura umana viene benedetta da Dio: così
si moltiplicherà e governerà la terra (cfr Gen 1,28).
• Non è un comando, ma una benedizione.
Garanzia di successo e di riuscita
• Si tratta di una “garanzia di successo e di riuscita. …
•
•
•
La benedizione di Dio è sull’uomo/donna che lavora e
genera.
L’essere immagine non scava un abisso tra loro e le
altre creature: li distingue, in quanto apertura e
capacità di incontro con Dio, ma li unisce al cosmo che
essi/e governano col loro lavoro.
Il lavoro umano non è una maledizione, ma nemmeno
un fine in sé stesso. Esso sta sotto la benedizione
divina, condizione della sua riuscita.
La «qualità» del lavoro umano è predefinita
- dal rapporto della persona con Dio, in quanto è
«imago Dei»,
- e dalla benedizione divina”.[1]
• [1] BONORA, 778-779.
Per coltivare e custodire
• L’essere umano biblico è collocato nel giardino di Eden per
coltivarlo e custodirlo (cfr Gen 2,15). Coltivare e custodire: una
coppia di verbi molto importante, della tradizione javhista, per
dire che il lavoro “appartiene alla condizione originaria
dell’essere umano e precede la sua caduta; non è perciò né
punizione né maledizione”.[1]
• Quando ancora “nessuno lavorava il suolo” (cfr 2,7), egli è
chiamato non alla “collaborazione o partecipazione al lavoro
creatore di Dio, ma piuttosto alla custodia e «coltivazione» del
senso messo da Dio nel cosmo armonioso da lui creato…
• La destinazione al lavoro fa parte dell’equipaggiamento
paradisiaco della persona umana ed è un aspetto della creatrice
iniziativa divina”.[2]
• [1] Compendio, 256.
• [2] BONORA, 779.
Il senso del lavoro umano voluto da Dio
• si rivela nella “perfetta integrazione” originaria tra la ’adamah
•
(polvere del suolo) da cui l’uomo, Adamo (adam), è tratto (Gen
2,7) e la ’adamah (= suolo), da cui viene il giardino, affidato
alla coltivazione-custodia dell’uomo (adam - v. 15).[1]
Ordine cosmico e sociale si trovano anche nei libri sapienziali. Il
termine adam, che “designa l’essere umano in senso collettivo,
prima e fuori di ogni determinazione di razza, lingua, luogo”,
registra un’alta frequenza nel libro dei Proverbi (45 volte): “la
religione della sapienza si basa sulla fede in Jahveh creatore e
quindi sulla concezione dell’essere umano come creatura
(appunto adam), chiamato a occupare il suo posto e svolgere il
suo compito nel mondo”.[2]
• [1] BONORA, 779.
• [2] A. NICCACCI, La casa della sapienza. Voci e volti della sapienza biblica, San
Paolo, Cinisello Balsamo 1994, 47.
La sapienza parte dal Signore
• e termina il suo itinerario in compagnia degli uomini (Pr
In Sir 24 essa fa un itinerario sostanzialmente
simile, ma prende dimora stabile in Israele.[1]
Adam deve anche “imporre i nomi” (Gen 2,20) alle bestie
della terra e del cielo: anche questa è un’attività di
integrazione, con cui l’uomo è chiamato a “scoprire,
definire e ordinare” (Bonora) il mondo a lui donato da
Dio. Dare il nome è “benedire Dio” (Enzo Bianchi)
Imponendo il nome, l’uomo rende umano l’ambiente in
cui è stato posto dal Signore. Questa integrazione fa
vedere il volto positivo non solo del lavoro, ma
dell’intera vicenda umana: è relazione ordinata con Dio
e con il creato.
8,22.31).
•
•
[1] L. ALONSO SCHÖKEL – J. VILCHEZ LINDEZ, I Proverbi, Borla, Roma 1988, 284.
Creato ricevuto come dono
• Infatti “Il dominio dell’uomo sugli altri esseri viventi
non deve essere dispotico e dissennato; al contrario,
egli deve «coltivare e custodire» (cfr. Gen 2,15) i beni
creati da Dio: beni che l’uomo non ha creato, ma ha
ricevuto come un dono prezioso posto dal Creatore
sotto la sua responsabilità.
• Coltivare la terra significa non abbandonarla a sé
stessa; esercitare il dominio su di essa è averne cura,
così come un re saggio si prende cura del suo popolo
e un pastore del suo gregge”.[1]
• [1] Compendio, 255.
La novità dolorosa
• nelle relazioni bibliche appare in Gen 3 con il peccato:
•
•
•
con “la tentata usurpazione” l’uomo “vuole arrogarsi la
competenza di fissare quel che conta e quel che non
conta per la sua esistenza”.[1]
La perversione dei rapporti tra l’uomo e Dio, come tra
l’uomo e la ’adamah, si manifesta in fatica, dolore,
insuccesso, violenza, disarmonia.
La terra, maledetta, fa resistenza all’uomo, che deve
strapparle il pane con fatica.
Il lavoro diventa “ambiguo e precario, insicuro del
proprio senso e del proprio scopo”.[2]
• [1] BONORA, 779.
• [2] BONORA, 780.
la tragedia di questi forzati dell'oro
in un magma di corpi, fango, fatica
e pazzia collettiva.
• La fatica del
lavoro in
una foto di
Sebastiao
Salgado
(1944 Aimores in
Brasile, dopo la
laurea in Scienze
economiche e
statistiche, un
viaggio di lavoro in
Africa segnerà il
suo destino, con la
decisione di fare del
fotoreportage il suo
lavoro e la sua
ragione di vita).
• Sierra Pelada, miniera d’oro (1986)
• Sierra Pelada, 1986
Nel diritto ebraico il lavoro è
la produzione o la trasformazione
di un oggetto.
• In esso l’essere umano si rivela immagine del Dio
•
•
•
che crea e conserva.
La Bibbia e il Talmud sottolineano la dignità e il
significato sociale del lavoro. Essi contengono leggi
dettagliate a proteggere il/la lavoratore/trice.
Il lavoro manuale non è inteso come punizione per il
peccato, ma come vita fornita di senso.
Dio viene descritto come Colui che ha creato il
paradiso (Gen 2,8), l’uomo senza peccato lo ha
coltivato e custodito.
L'epoca messianica è contraddistinta
• dagli attrezzi per il lavoro e dal potersi godere in pace
i suoi frutti
[Mic 4,3b-4].
• “3 b. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri,
delle loro lance faranno falci;
una nazione non alzerà più la spada contro un'altra nazione,
non impareranno più l'arte della guerra.
4Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite e sotto il fico e più nessuno li spaventerà,
perché la bocca del Signore degli eserciti ha parlato!
• Una versione dei Dieci Comandamenti mette in risalto
•
il giorno del riposo in quanto imitazione di Dio (Es 20,
11),
l'altra sottolinea l'aspetto sociale, dove i diritti sono
uguali per il padrone e per il servo, in ricordo della
liberazione di Israele dall'oppressione (Dt 5, 12-16).
Anche le donne, la padrona e la serva,
• in antitesi ad altre antiche leggi hanno questo diritto
•
•
al riposo. Prv 31, 11 ss. descrive il lavoro della donna
che è indipendente e poliedrico (dispone, lavora,
acquista, confeziona).
Anche gli animali domestici hanno diritto al riposo
dopo il lavoro.
Durante il lavoro viene loro dato da mangiare sui
campi (Dt 25,4), si presta loro aiuto quando il carico è
eccessivo (Es 23, 5; Dt 22,4), a loro viene dato da
mangiare prima che mangi l'uomo stesso (in base a
Dt 11, 15), perché «il/la giusto/a conosce l'anima del
suo bestiame» (Prv 12, 10).
Il Talmùd
• mette in risalto soprattutto il valore etico del lavoro.
• Molti maestri erano contadini, fabbri, falegnami, ecc.
•
•
Come dovere dei genitori essi postulavano che i figli
potessero imparare un mestiere, perché l'ozio
corrompe il carattere (b Qidduschin 29a).
Quale compito di tutta la vita essi, accanto al lavoro
manuale, indicavano quello intellettuale nello studio
della dottrina di Dio.
Nel Medioevo questo modo ebraico di condurre la vita
venne distrutto in molti paesi, poiché per gli Ebrei fu
limitato, e a volte proibito, dallo Stato il diritto al
possesso di terreni e l'artigianato.
Nell'Europa Orientale
• questo fenomeno si verificò di meno.
• Il desiderio di compiere il dovere religioso di rendere
•
•
fertile la Terra Santa, verso il 1900 spinse gli Ebrei a
migrare dall'Europa orientale e dai paesi islamici
verso la Palestina.
Non diversamente si comportarono, spinti dalla
stessa fede, alcuni gruppi cristiani e il bahaismo,
religione sorta dall'Islam persiano.
Milioni di Ebrei che facevano parte del proletariato
emigrarono dalla Russia in America e contribuirono
ad edificare la sua economia per mezzo del loro
lavoro.
Le leggi sul lavoro
• costituiscono un ampio capitolo del diritto ebraico. Esse sono
contenute nei codici di Maimonide, di Caro, ecc. e si basano
sulla Bibbia e sul Talmùd. Il loro principio è l'uguaglianza delle
persone nonostante la diversità di ceto.
• “Chi si procaccia un servitore ebreo si compra un padrone” (b
Qidduschin 12a). Lo schiavo pagano, «cananeo», aveva
anch'egli diritto a un trattamento dignitoso.
• In caso di ferite tali da lasciare lesioni permanenti o cicatrici,
•
egli aveva diritto a divenire libero in base alla legge “occhio per
occhio, dente per dente, bruciatura per bruciatura, ferita per
ferita" (Es 21, 24-27; “per" significa in risarcimento di
qualcosa).
Lavoratori stranieri in cerca di asilo ottenevano il diritto di
residenza (Dt 23 16-17).
Le donne prigioniere di guerra
• non potevano essere utilizzate per il lavoro, ma potevano
•
•
•
•
essere prese in moglie (Dt 21, 10s).
Le figlie vendute come operaie da padri indebitati venivano
prese in moglie o lasciate libere quando divenivano
maggiorenni (Es 21, 7 s.).
Il rapimento a scopo di ricatto o per il traffico di schiavi/e era
punito con la pena di morte (Es 21, 16, Dt 24, 7).
Il furto veniva risarcito tramite una prestazione temporanea di
lavoro, dal momento che il diritto ebraico non conosceva pene
detentive né mutilazioni.
Finché non entrò in vigore (in Germania) il divieto statale di
convertirsi all'Ebraismo, nel Medioevo i lavoratori non-ebrei
furono ben accetti e dopo che erano tornati in libertà
diventavano membri a pieno diritto della comunità.
Tutela del/la lavoratore/trice
• Dal giorno lavorativo venivano detratti la strada per
•
•
•
•
recarsi al lavoro e il tempo occorrente a mangiare e a
pregare (b Baba Mezia 83a).
Era dovere del datore di lavoro prendersi cura della
salute dei/delle lavoratori/trici.
Chi era a salario giornaliero doveva essere pagato la
sera stessa (Lv 19, 13).
I/le lavoratori/trici avevano generalmente un contratto
di tre-sei anni (Is 16, 14; Dt 15, 18) oppure pattuivano
un contratto forfettario.
Se il lavoro pattuito era compiuto in anticipo avevano
diritto a un sussidio di disoccupazione (b Baba Mezia 76a
ss.).
Se veniva rimpiazzato/a, il/la lavoratore/trice
poteva recedere ogni momento dal contratto.
• Era dovere compiere scrupolosamente il
proprio lavoro.
• Gli sviluppi moderni vengono trattati
dall’odierno diritto ebraico.
• Il pensatore A.D. Gordon proclamò la
“religione del lavoro” per fondare la società
ebraica, indebolita dalla repressione e
dall’eccessiva spiritualizzazione (P. Navé Levinson).
• Come il suo amico M. Buber credeva nella
forza liberatrice dell’azione etica del singolo.
Hurrà,
abbiamo
trovato un
lavoro!
Un altro … lavoro di Dio
• Nei capitoli 16-17 di Ezechiele, Dio
trova una neonata tra i cespugli.
• La raccoglie, la cura, la sposa, ne
viene tradito, ma poi la riprende con
sé.
• E’ la parabola della storia d’Israele.
• E’ la parabola della storia umana.
Non lavorare troppo…
• «È meglio aver poco con il timore di Dio che un
grande tesoro con l’inquietudine» (Pr 15,16).
• Il lavoro è essenziale, ma è Dio, non il lavoro, la fonte
della vita e il fine dell’uomo. L’attività umana va
onorata, in quanto fonte di ricchezza o almeno di
condizioni di vita decorose.
• È strumento efficace contro la povertà, ma non va
idolatrato, perché non ha in sé il senso ultimo e
definitivo della vita.
Siracide: le arti e i mestieri
• Nel cap. 38 del Siracide c’è un elenco di arti e
•
•
mestieri come erano allora conosciuti. La Bibbia dice
di questi lavoratori che "confidano nelle loro mani e
ciascuno è abile nel suo mestiere. Senza di loro la
città non può essere costruita e nessuno potrebbe
avere ciò che occorre alla vita".
Poi l’autore sacro aggiunge una espressione molto
bella: "Queste persone assicurano il funzionamento
del mondo e il loro lavoro intelligente è una vera
preghiera".
Interprete della sapienza di Dio, che governa il creato
e le creature, il lavoro dell’uomo - che Gesù ha
liberato dalle sue ambiguità - può diventare
Riandando alle Scritture
• sul tema LAVORO troviamo molti passi che
hanno a che fare con le condizioni di lavoro,
l’uso della terra, lo sfruttamento degli operai, la
disparità tra classi sociali, dall’inizio alla fine.
• Però non possiamo dedurre troppo in fretta una
morale sociale sul lavoro, perché la Bibbia, per
sua natura, è destinata a tutte le epoche,
anche se si riveste di volta in volta di immagini
legate ad un certo periodo storico.
La Bibbia illumina le attività umane
• Più correttamente, quindi, si deve dire che la Bibbia è
•
preposta ad illuminare l’attività dell’uomo/donna, il suo
agire, il suo operare, il suo manifestarsi a diversi livelli,
tutti complementari e tutti ugualmente importanti e
sono i livelli del sociale, della convivenza, dello stare
insieme, del livello politico, della scienza, della
creatività artistica, della tecnologia, dell’ambito
giuridico ordinato alla costituzione di strutture sempre
più adeguate alle necessità del momento.
C'è l'agire religioso, che si traduce in gesti, atti e riti
chiamati religiosi. E’ l'attività attenta alla dimensione
morale ed etica: cosa è giusto fare? Quando siamo
coerenti? Quando agiamo in modo proficuo atto a
favorire la vita e quando agiamo in modo da
mortificarla?
Jael Kopchowski
Per un’ interpretazione ebraica
• C’è davvero molto sul rapporto lavorativo nella Torà. Tutto il
Levitico tratta di regole e moltissime sono regole di vivere
sociale che affrontano la relazione tra le persone.
• Ti faccio solo un esempio: siamo abituati a sentir citare “dente
per dente occhio per occhio” come una dimostrazione della
“vendicità” dell’antico testamento, niente di più sbagliato.
• Se prendiamo il brano nel contesto in cui è inserito ne cogliamo
il vero significato perché riguarda i doveri di un datore di lavoro
nei confronti dei propri lavoratori. Quanto il brano ci insegna è
che la Torà prevede una forma di assicurazione ante litteram.
Nella malaugurata eventualità che, a causa di un incidente sul
lavoro, si dovesse riscontrate un danno fisico, lo stesso dovrà
essere risarcito in base alla sua gravità. La rottura di un dente
non ha una ricaduta invalidante come la perdita di un occhio, il
rimborso che il datore di lavoro dovrà dare sarà adeguato
all’entità della ricaduta.
Sui prestiti
• “Esistono poi leggi di alto valore sociale riguardanti i
•
prestiti. Se per esempio una persona poco abbiente
chiede un prestito e dà in pegno il suo mantello, chi
gli ha dato il prestito ed ha ricevuto il mantello come
pegno, è tenuto a portarglielo a casa la sera perché
non abbia freddo e lo riprenderà la mattina dopo.
Considerato che la Torà deve essere “fonte di vita”
(è scritto: vivrai con essa) i maestri ne utilizzano gli
esempi per adattarli al contesto in cui vivono,
traendo il significato astratto dall’esempio concreto.
Se di mantelli non parliamo più, parliamo di beni di
prima necessità e trasferiamo il concetto a ciò che di
epoca in epoca, di luogo in luogo, può rientrare nel
concetto di ‘bene di prima necessità’”.
Nel libro di Giobbe
• Dio ricorda appunto a Giobbe, che si
lamenta, di essere Lui la base che dà
consistenza al tutto.
Nel libro dei Proverbi
• "la sapienza” è lo strumento attraverso cui
Dio crea e ordina in modo sapiente il
cosmo intero.
Nei Salmi
• poi Israele loda il proprio Dio per quanto
ha fatto e manifesta tutto il suo stupore.
È tempo di rinnovare
“la nostra chiamata
alla speranza e al
cambiamento”
settimana ecumenica 2013
UNA TESTIMONIANZA
da Milano
BRUNO SEGRE
• Costruttore di ponti,
anche all’interno dell’ebraismo.
• Ostinata voce minoritaria
che non si stanca di operare
sulla via del rispetto
e della coesistenza pacifica
tra Israeliani e Palestinesi.
Conservare
la capacità
di volare
Bruno Segre,
• nato a Lucerna nel 1930, ha studiato filosofia a Milano
alla scuola di Antonio Banfi. Si è occupato di sociologia
della cooperazione e di educazione degli adulti
nell'ambito del Movimento Comunità fondato da
Adriano Olivetti.
• Ha insegnato in Svizzera dal 1964 al 1969. Per oltre
dieci anni ha fatto parte del Consiglio del Centro di
Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano.
Dal 1991 ad anni recentissimi ha presieduto
l'Associazione italiana Amici di Nevé Shalom/Wahat alSalam. Nel quadro di un'intensa attività pubblicistica,
ha dedicato contributi a vari aspetti e momenti della
cultura e della storia degli ebrei. E’ autore di La Shoah.
Il genocidio degli ebrei d'Europa (1998).
Per ventuno secoli, dai tempi di Roma repubblicana
a oggi, gli ebrei hanno abitato l''isola della rugiada
divina", cioè l'Italia, secondo la tenera e
immaginosa etimologia ebraica del nome. Una
storia a lungo oscura, talvolta dolorosa, sempre
ricca di fascino, che in realtà la somma delle
vicende di tante comunità per lo più cittadine, da
Roma a Venezia, da Milano a Palermo, da Mantova
a Ferrara a Livorno, per secoli raccolte nei loro
quartieri o nei ghetti, intorno alle sinagoghe. Più
che una storia dunque, un insieme di storie
particolari e diverse, che il libro racconta con
documentata chiarezza; vicende "intime", ma
sempre inserite in un quadro più ampio e complesso
e riallacciate alla grande geografia dell'ebraismo
internazionale e della Diaspora.
Cara Graziella,
ti mando qui sotto una mia sintetica riflessione
sulla tematica che mi hai indicato.
Ti saluto molto cordialmente.
Bruno
• “Attorno al concetto di lavoro, due sono le suggestioni
•
più significative, e tra loro strettamente collegate, che
ritengo di poter recuperare in chiave laica (cioè
moderna) attingendo alla tradizione culturale ebraica:
il tema della liberazione dalla condizione di schiavitù, e
quello della celebrazione del riposo sabbatico.
Per compendiare in una sola frase il senso del primo
tema, credo sia sufficiente citare Esodo 13,14:
“Quando domani ti chiederà tuo figlio:
• ‘Che cosa significa tutto ciò?’, tu gli dirai: ‘Il
Signore ci ha tratto, con mano potente,
dall’Egitto, dalla casa di schiavitù’.” In questa
frase, divenuta poi la radice del memoriale della
Pasqua, sono presenti le toledot, ossìa le
generazioni, la famiglia, come valore portante
dell’esistenza ebraica, soprattutto degli ebrei che
vivono o sono vissuti in diaspora.
Per un lavoro libero,
anzi liberissimo
• “L’esistenza degli ebrei in quanto popolo, e
di tutti gli uomini in quanto uomini, implica
la facoltà di svolgere un lavoro libero, non
coatto: una condizione di elementare
dignità che, nella civilissima Europa,
durante la prima metà del secolo scorso
venne brutalmente negata a molti milioni di
ebrei, e che ancora oggi è crudelmente
negata a masse enormi di donne e uomini
in tutti i continenti”.
Quanto al riposo sabbatico
• , se lo intendiamo ― anche senza alcuna
implicazione di natura religiosa ― come pura e
semplice prescrizione di astenersi dal lavoro un
giorno ogni sette, si tratta a mio avviso della
più rivoluzionaria norma che la cultura degli
uomini abbia mai ‘inventato’ nell’arco dei
millenni.
Una rivoluzione profetica anche oggi
• “Se n’erano ben rese conto già le classi dirigenti
dei grandi imperi che si affacciavano
nell’antichità sul bacino del Mediterraneo, a
incominciare dai ceti dominanti nell’impero
romano: ceti che fondavano il loro potere sullo
sfruttamento sistematico di masse sconfinate di
schiavi, e che perciò temevano grandemente il
proselitismo degli ebrei, che allora era molto
intenso come attestano vari scritti di autori quali
Tacito, Marziale, Giovenale e altri”.
• Bruno Segre
A quando un po’ di riposo?
A quando un po’ d’acqua?
Sahel,
Salgado
A quando un po’ di pace?
• Donna del Mali, Salgado
Scarica

lavoro 2 at - Masci Liguria