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INDICE
12 16 20 22 26 28 32 36 40 42 44 48 50 52 54 58 62 64 66 70
48
GREEN
YELLOW
Storie di vita vissuta
Marco Valesi: una vita all’estero
P4
Casa & Design
HOMI
P 50
Viaggi
Catania
P8
Arte
Fiumara
P 52
Natura
Parco naturale dell’Etna
P 12
La pausa comica
Pausa Cinema
P 58
Animali
Martora
P 16
Curiosità
Epifania, giorni della Merla
P 62
RED
PINK
Film
Jurassic World
P 20
Spazio positivo
Pensiero positivo
P 64
Libri
Quando amore non mi riconoscerai
P 22
Ricette
Cassoeula
P 66
Libri
I colori della vita
P 24
Ricette
Sbrisolona
P 68
Musica
Muse
P 26
Foto del lettore
I vostri scatti
P 70
Moda
Saldi
P 28
Anticipazioni
Nel prossimo numero
P 73
BLUE
ANNO 3 N.18
Motori
Miura
P 32
Sport
Dieci momenti 2014
P 36
Sport minori
Hockey subacqueo
P 40
Fitness
Esercizi per rimettersi in forma dopo le feste
P 42
Salute e benessere
Sport e motivazioni
P 44
Games
Monkey Island
P 48
Rivista on-line gratuita
DIREZIONE | REDAZIONE | PUBBLICITA’
DIRETTORE RESPONSABILE
Pasquale Ragone
DIRETTORE EDITORIALE
Laura Maria Gipponi
GRAFICA E IMPAGINAZIONE
Simone Coppini
©
3
CALIFORNIA REPUBLIC
Qual
è stata la prima impressione dei paese in
cui hai vissuto?
Marco Valesi, 39 anni.
STORIE DI VITA VISSUTA
Dove vivi, da quanto tempo e per quale motivo
4
Italia, Spagna, Inghilterra, Guatemala,
Messico e Stati Uniti. Tante sono le nazioni
raggiunte dal professor Marco Valesi che ora
insegna all’università degli Studi di Parma,
ma dalla California. L’intervista via Skype
ci ha permesso di vivere in prima persona
il clima del campus americano: durante la
telefonata via IP abbiamo apprezzato un
gruppo di ragazzi che visitavano l’università
e musica dal vivo in pieno stile Made in USA.
Attualmente vivo a Merced, in California,
ma prima di arrivare in America ho vissuto
in Spagna, Inghilterra, Guatemala e Messico.
Si fondono i motivi, infatti, ho iniziato con
l’Erasmus a Salamaca, poi mi sono spostato
per amore e lavoro all’ambasciata italiana in
Guatemala. Ma non me ne sono mai andato solo
e ora siamo in quattro!
Cosa ti ha spinto a trasferirti all’estero?
L’esigenza di confrontarmi con un’esperienza
diversa, più sostanziale. L’idea di vivere in un altro
posto mi sembrava opportuno, quindi nel 1999
mi sono spostato da Salamanca a Barcellona,
mi sono innamorato della cultura spagnola, mi
sembrava che la Spagna offrisse più opportunità
di lavoro e mi sono fermato all’estero.
Descrivi una tradizione caratteristica (usanze,
aneddoti, superstizioni)
Per quanto riguarda gli orari dei pasti ho
mantenuto gli orari spagnoli [il pranzo è tra
le 14 e le 16 e la cena tra le 22 e le 24, ndr]
mentre in USA si cena alle 18: sembra di essere
sempre al cenone [ride, ndr]! Una caratteristica
qui in California è quella di donare una pie al
nuovo vicino in segno di benvenuto: una bella
tradizione!
Di Guatemala e Messico ricordo Dia De Muertos,
una specie di Halloween, mentre di Londra mi è
piaciuto molto l’uso pubblico degli spazi urbani:
un bell’uso sociale delle aree cittadine.
Il professor Marco Valesi
con Manu Chau
Ti
sei sentito o ti senti straniero?
stato accolto?
Come
sei
In Spagna, Guatemala e Messico non c’era
neanche l’ostacolo della barriera linguistica e mi
sono sentito ben accetto.
Nella vita di tutti giorni sono piuttosto
“coccolato”, in ambito accademico, invece, so un
po’ coloniali: nel senso che i professori con un
certo grado lo fanno pesare agli altri diversi per
etnia o origine.
Descrivi i pro
all’estero
e i contro di essere un italiano
L’Italia è tutto sommato ben vista all’estero, in
generale i vantaggi sono tanti perché si tratta di
una cultura amata e apprezzata. A volte si cade
vittima di ovvietà e luoghi comuni perché si è
immediatamente riconoscibili.
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Nome e età
In Spagna non ho notato una particolare differenza
dall’Italia. Diverso è stato a Londra perché si
capisce di non essere più nell’area mediterranea.
In Guatemala, invece, ti rendi conto che sei in
un’altra parte del mondo: lì è totalmente diverso,
c’è più pericolo e ti confronti con dinamiche che
non conosci. Il Messico, invece, non è stato così
traumatico: Città del Messico è una città molto
messicana ma anche molto internazionale con le
dinamiche di una grande città. Vivere in USA è
stato piuttosto facile, sebbene incompatibile per
un europeo per il modus vivendi, per la struttura
delle città – mi manca il concetto di piazza
[ammette sorridendo, ndr] – e fanno cose che mi
non appartengono
5
Tra i contro riscontro gli svantaggi linguistici:
rispetto ad esempio ai nord europei l’italiano
tendenzialmente si circonda di connazionali
quindi si parla meno inglese e si interagisce
meno.
Nell’ambito accademico si sentono aggrediti
dall’europeo bianco, quindi giocano sul fattore
linguistico.
Cosa ti manca dell’Italia? (se c’è qualcosa che
ti manca)
Gli affetti, la famiglia e gli amici. Adesso mi
manca anche l’idea delle città italiane dove puoi
muoverti in bicicletta, le piazze con i caffè tipiche
delle cittadine universitarie o di provincia. Un
po’ anche il cibo.
Ora vivo dentro un campus per dove c’è vita
sociale e ho selezionato gli amici, ad esempio qui
a Merced non si può entrare in alcuni ristoranti
La pagella di Marco
Negli Stati Uniti s pecialmente nel settore
accademico molto più che i n Europa, è una
sorta di terra di conquista
Stipendio medio
STORIE DI VITA VISSUTA
Negli USA si guadagna bene, ma si spende molto
6
Costo della vita
I costi sono molto alti: si paga tutto. Non c'è uno
Stato s ociale quindi s i pagano l e cure mediche
oltre a tutto il resto
Ormai l'inglese è la lingua della mia quotidianità
con i bambini, quindi la vita sociale è in parte
limitata.
In Italia non vedo l’ora di tornare, mi piacerebbe
tornare per un paio di anni e ripartire: non sono
sicuro che accadrà a breve, ma sento l’esigenza di
una città “all’italiana”.
Il caffè? Non ricordo il sapore del caffè. Qui ci
sono tazze infinite, ma la coinquilina colombiana
mi sta facendo riscoprire il sapore del caffè.
Consiglieresti ad un italiano di seguire le tue
orme?
Sì, se vuole vivere una vita caotica con poche
certezze. Stare un po’ via dall’Italia fa bene:
io non sono scappato, sono andato via e mi è
piaciuto. Magari consiglierei di non fare cinque
Paesi perché è faticoso.
Relazioni sociali
In Messico tantissime, cerco di tornarci appena
possibile. In Guatemala, invece, appena arrivi
ti spingono a socializzare il meno possibile.
In I nghilterra sono sempre u n po' freddi.
Extra
Per sei m esi i n Guatemala ho v issuto a
Quetzaltenango, Xela, una città nella quale
la p resenza d i indigeni Q uiche and
Cakchiquel è molto a lta. È s tata una delle
esperienze più profonde della mia vita.
Era u n ambiente surreale e f antastico,
addirittura p er u n problema meteo per un
certo periodo siamo stati isolati!
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Mettete da parte pregiudizi e timori ed
immergetevi in uno dei gioielli del Mediterraneo,
perché Catania vi cullerà con la sua materna
dolcezza alla scoperta di un passato che esiste
ancora, tra i vicoli, all’ombra dei palazzi nobiliari
e negli occhi dei pupi siciliani appesi nelle
botteghe, e sussurra a chi lo sa ascoltare.
In Piazza del Duomo potrete visitare la
meravigliosa Cattedrale di Sant’Agata e gustare
un’ottima granita di mandorla o un cannolo alla
ricotta sotto la proboscide del Liotru (un elefante
in pietra lavica posto alla base di un obelisco
in una fontana), simbolo della città. Sempre
immersi nel barocco, la mattina troverete pesce
freschissimo, accompagnati dal vociare dei
pescivendoli. Risalendo per via Etnea, corso
principale brulicante di negozi, potete arrivare
in Piazza Università, monumentale sede
del Municipio. Poco distante si trova Piazza
Vincenzo Bellini, dove si erge imponente il Teatro
Massimo Bellini, teatro d’Opera protagonista
della grande stagione aristocratica della città.
Tutt’intorno a questa piazza si svolge la movida
catanese notturna: locali grandi e piccoli,
ristorantini di ogni tipo, librerie aperte fino a
tardi, dove abitanti e studenti si incontrano per
trascorrere piacevoli serate, in un luogo magico
dove il freddo non arriva mai e si può sempre
godere del cielo stellato. Risalendo ulteriormente
per via Etnea vi trovate davanti a Villa Bellini, un
gigantesco ed incantevole giardino dove poter
fare una passeggiata nel verde. Poco lontano
si trova la trafficata Piazza Stesicoro, dietro
la quale ogni giorno prende vita il mercato
più grande della città, folkloristico, colorato e
fornito di prodotti di ogni genere (spesso a costi
ridicoli). Un turista non può farsi mancare un
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VIAGGI
di Maria Solinas
[email protected]
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I Pupi di Partinico e la tradizione
della Famiglia di don Liberto Canino
10
giro serale in via Plebiscito, cuore antico della
città (quasi una sua cintura), lungo la quale
scoprirà innumerevoli ristoranti. Il piatto forte
è la carne di cavallo, base per panini e polpette
di dimensioni notevoli da gustare in compagnia.
Altra via importante, bella da vedere ma faticosa
da percorrere, è via Antonio di Sangiuliano,
in ripida salita; in cima troneggia il suggestivo
Monastero dei Benedettini, gioiello del barocco
ora sede della facoltà di Lettere e Filosofia,
che merita una visita. Se sceglierete di recarvi
a Catania durante l’inverno, è consigliabile
fermarsi in città dal tre al cinque febbraio, giorni
della Festa di Sant’Agata, la “Santa Picciridda”,
amatissima patrona della città. La processione
è uno degli eventi più straordinari, caotici e
solenni a cui potrete prendere parte. Se invece
il periodo scelto per la vacanza è compreso tra
maggio e settembre non può mancare un tuffo nel
mare catanese: la Playa, lido sterminato e molto
rumoroso è lo spiaggione della città, indicato
anche di sera per la presenza di discoteche molto
frequentate.
La storia e la leggenda dei pupi siciliani è una
tradizione che si perde nella notte dei tempi.
Si racconta che il puparo, don Liberto Canino,
in una sua visita alla capitale del Regno, fu così
attratto dall’arte presepiale da voler portare nella
sua Sicilia l’estro degli artisti partenopei. La storia
dei Borbone è strettamente collegata alla Sicilia
e a Napoli. Fu proprio durante una visita di re
Ferdinando a Partinico che il re s’innamorò del
sito tanto da acquistare la dimora del Marchese
della Gran Montagna dove fu costruita la Real
Cantina Borbonica, oggi restaurata e sede
del Museo delle tradizioni storiche, culturali
ed agricole. Ed è qui che troviamo i “Pupi di
Partinico”, rappresentati dagli ultimi pupari:
Nino Canino, che alla veneranda età di 86 anni
ancora va in scena con la sua possente voce e che
ha la sua bottega nel cortile della Real Cantina
insieme a quella di Vincenzo Garifo che, formato
alla scuola dei Canino e vissuto senza padre
dall’età di due anni, con le lacrime agli occhi ci
dice che «la sua famiglia sono i pupi» e intanto
ci mostra la sua collezione da Beatrice a Orlando
ad Angelica a Carlo Magno. Egli possiede oltre
100 pupi di ottima fattura e continua a tenere
spettacoli all’interno della struttura per le
scolaresche e per gli amici e naturalmente per i
turisti, perché l’amore per le storie cavalleresche
lo sente nel sangue. Nino Canino nella sua attività
è supportato egregiamente dalla figlia Laura, che
di Harry di Prisco
[email protected]
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VIAGGI
ci spiega la storia della famiglia, che parte da Don
Liberto, il cui figlio Gaspare vendette nel 1948
la collezione storica al Museo delle Marionette
di Palermo, per arrivare al nipote Nino che
ancora si esibisce con i suoi pupi che cesellava
personalmente fino a qualche anno fa, così da
imprimergli sempre di più la forma umana. No
dimentichiamo che il Teatro dell’Opera dei Pupi
nel 2001 è stato riconosciuto dall’UNESCO come
Patrimonio dell’Umanità, a conferma di quanto
la tradizione resta nel cuore della gente.
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Oltre all’aspetto prettamente naturalistico, il parco
vanta una fitta rete di sentieri che si sviluppano su
colate laviche, sia in mezzo ai boschi che in spazi
privi di vegetazione, così da garantire escursioni
mozzafiato senza danneggiare il territorio.
NATURA
IL PARCO
12
Il Parco Nazionale dell’Etna è primo parco
siciliano ad essere istituito con Decreto del
Presidente della Regione Sicilia nel mese di
marzo del 1987.
Esteso per 59.000 ettari, il territorio è suddiviso
in quattro zone. La prima, la zona A, è
incontaminata, la natura per 19.000 ettari è
conservata intatta, senza interventi importanti
da parte dell’uomo. Poi c’è la zona B, 26.000 ettari
divisi tra natura, appezzamenti agricoli e antiche
case contadine. Infine le aree C e D sono quelle
dove si evidenzia maggiormente la presenza
dell’uomo, e dove tuttavia è mantenuto intatto il
rispetto per l’ambiente e per il paesaggio.
Il protagonista del parco, nonché centro del suo
ecosistema, è il vulcano attivo più alto d’Europa:
l’Etna.
La mission del parco consiste nella protezione
e nella valorizzare dell’ambiente, unico nel suo
genere, che circonda l’Etna e nella promozione
dello sviluppo ecocompatibile della popolazione.
DOVE SI TROVA
Situato ne territorio della provincia di Catania,
il parco comprende venti comuni: Adrano,
Belpasso, Biancavilla, Bronte, Castiglione di
Sicilia, Giarre, Linguaglossa, Maletto, Mascali,
Milo, Nicolosi, Pedara, Piedimonte Etneo,
Ragalna, Randazzo, Santa Maria di Licodia,
Sant’Alfio, Trecastagni, Viagrande e Zafferana
Etnea.
Dal 2005 l’Ente Parco dell’Etna ha stabilito
la propria sede a Nicolosi, all’interno dell’ex
monastero dei benedettini di San Nicolò La
Rena, un edificio di grande importanza culturale
e architettonica.
IL VULCANO
Elemento centrale indiscusso di tutto il Parco
è il Vulcano. Ne abbiamo parlato diffusamente
nel numero 8 de La Pausa (VEDI ARTICOLO
LA PAUSA N° 8) cui vi rimandiamo per un
approfondimento.
FAUNA
Durante una passeggiata è possibile imbattersi in
diversi animali come l’istrice, la donnola, la volpe,
il gatto selvatico, la martora (VEDI ARTICOLO
ANIMALI), il riccio e il ghiro. Moltissime sono
le specie di pipistrelli e di uccelli che volano nel
parco, tra cui la poiana, il gheppio, l’aquila reale,
il barbagianni, l’assiolo, il gufo, l’allocco e il falco
pellegrino.
Nell’unico specchio d’acqua presente, il lago
Gurrida, si possono ammirare aironi, anatre ed
altri uccelli acquatici.
Infine serpenti, ramarri e lucertole vivono nel
sottobosco insieme a grilli, cavallette, ragni,
cicale, api e farfalle.
FLORA
La vegetazione del Parco è molto varia ed
abbondante, è soggetta a continui cambiamenti
grazie al ruolo da protagonista ricoperto
dall’Etna. Sulla sommità del vulcano la
vegetazione è assente, ma a partire dai 2400
metri crescono diverse piante come la saponaria,
l’astragalo siciliano, il tanaceto, la camomilla
dell’Etna. Scendendo a 2000 metri si ergono il
pino loricato e il faggio e ancora più in basso si
mostra la meravigliosa ginestra dell’Etna.
Nella parte collinare del vulcano si estendono
i vigneti di Nerello, grazie ai quali si produce il
vino Etna DOC. Inoltre a Bronte si coltivano i
pistacchi, a Maletto le fragole, sul territorio le
pere e le pesche di svariati tipi, oltre alla ciliegia
rossa dell’Etna e a noci e noccioline.
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SCOPI
13
ALTRI PUNTI DI INTERESSE
NATURA
Da notare e visitare se si decide di avventurarsi
nel Parco sono:
• L’Osservatorio di Astrofisica di Catania,
struttura di ricerca utilizzata da studiosi italiani e
stranieri, dal 2000 fa parte dell’Istituto Nazionale
di Astrofisica.
• La Grotta del Gelo, al cui interno la
temperatura non supera mai i - 6°C, nemmeno
d’estate!
Si tratta di grotte a scorrimento lavico, all’interno
del parco ce ne sono più di 200.
• La Valle del Bove, un enorme catino sorto
dal collasso dell’originario apparato craterico.
La Banca e il Sentiero del Germoplasma, costruiti
per la conservazione del patrimonio vegetale del
parco. Tre ettari di parco che ospitano numerose
specie di grande interesse naturalistico e agrario.
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Il mam nche vicino a casa
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La martora è un mammifero di piccole
dimensioni. Fa parte della famiglia Mustelidae,
genere Martes e il nome scientifico linneano
della specie è Martes martes. La durata della sua
vita è di circa 15 anni.
ANIMALI
COSA MANGIA
16
La carne è il cibo preferito dalla martora:
uccelli, roditori, lepri, conigli e scoiattoli sono
le prede più cacciate. Ma l’alimentazione è
condizionata inevitabilmente dalla disponibilità
di cibo che offre l’habitat, infatti, nella dieta
vengono integrati anche frutta, bacche e piccoli
invertebrati. In Scozia, le martore raggiungono
le rive del mare e si nutrono di granchi,
molluschi ed echinodermi. Il numero delle
martore presenti su un determinato territorio
COME È FATTA
Il corpo è snello e allungato, le zampe sono corte,
robuste e provviste di artigli, la testa è piccola, le
orecchie triangolari e grandi e il muso appuntito.
La coda è folta e la sua lunghezza varia dai 25
ai 30 cm, mentre il corpo può misurare dai
35 ai 55 cm di lunghezza. Queste dimensioni
garantiscono agilità e stabilità e lo si può notare
soprattutto dai movimenti che l’animale compie
sugli alberi. Il pelo è folto e morbido e assume
diverse tonalità di marrone, ma la peculiarità è
la macchia color tuorlo d’uovo che copre gola
e sottogola. La pelliccia è completamente fatta
dopo il primo anno di età. Il peso va da 0,8 a
2 kg, ma le dimensioni cambiano a seconda
della razza geografica e del sesso: il maschio ad
esempio è più grande della femmina.
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CHI È
è direttamente proporzionale alla quantità di
prede disponibili, ad esempio: più abbondante
è la quantità di roditori che si aggirano in una
certa zona, altrettanto in crescita sarà il numero
delle martore che la abitano. Prevalentemente sui
rami degli alberi della foresta, la ricerca di cibo
avviene sia di notte che di giorno: la martora è
una cacciatrice instancabile!
17
ANIMALI
Il periodo degli amori coincide con il cuore
dell’estate, cioè tra luglio e agosto. La copulazione
si compie sia sugli alberi che a terra. Dopo
l’accoppiamento, l’uovo fecondato subisce un
arresto di circa 7 o 8 mesi e in seguito avviene
lo sviluppo embrionale in modo rapido, dai 27
ai 45 giorni. Le nascite si verificano nei mesi di
marzo e aprile e solitamente vengono alla luce
tre cuccioli, anche se è possibile che vengano
partoriti fino a cinque piccoli. I neonati sono
ciechi, il pelo che li ricopre è molto corto e
pesano circa 30 grammi. Dopo un mese iniziano
ad aprire gli occhi e a consumare cibo solido,
mentre dopo tre mesi diventano indipendenti e
non necessitano più delle cure della madre. La
maturità sessuale viene raggiunta in estate, ma
il primo accoppiamento si realizza al secondo o
terzo anno di età.
18
DOVE SI TROVA
In Europa e in Asia, dove i boschi e le foreste
sono fitti. Preferisce boschi misti fino ai 2000
metri di altitudine e foreste secolari, ma in base
alla posizione geografica occupata e alla quantità
di cibo rimasta, la martora si spinge anche in
ambienti più aperti e vicino agli allevamenti
delle fattorie. In Italia è molto diffusa in collina
e in montagna, anche se recenti ritrovamenti
dimostrano che la presenza di martore è in
aumento anche in pianura.
PERCHÉ SE NE PARLA
La martora è un animale che vive sul nostro
territorio, è possibile vederla saltare tra i rami
di un albero, in una foresta non lontano da casa.
Nonostante al momento non sia una specie a
rischio, le minacce provenienti dalla distruzione
degli ambienti naturali a causa dei disboscamenti
e di altri interventi dell’uomo fanno sì che nei
riguardi della martora e della sua salvaguardia
venga prestata una particolare attenzione.
QUALI SONO LE SUE ABITUDINI
Solitaria e territoriale, la martora difende la zona
occupata da qualsiasi intrusione. La femmina
resta comunque più tollerante dal momento
che al suo seguito ci sono i piccoli da accudire.
Il maschio occupa e tiene sotto controllo un
territorio più ampio, all’interno del quale possono
vivere una o più femmine. In generale la martora
si nasconde di giorno e gira per i boschi di notte.
In un territorio occupato ci sono numerosi rifugi:
nidi abbandonati, cavità naturali o scavate da altri
animali sugli alberi e tane. La comunicazione
tra martore avviene tramite il rilascio di odori,
di solito come segno di marcatura del territorio.
I piccoli, invece, comunicano con la madre
attraverso squittii e uggiolii. Una curiosità che
riguarda la martora è la propensione a masticare
i tubi di gomma: in Svizzera viene considerata un
animale pericoloso per le automobili che di notte
restano parcheggiate all’aperto.
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COME SI RIPRODUCE
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FILM
Dopo anni di rumors, conferme e smentite è
finalmente ufficiale l’uscita del quarto film
della saga di Jurassic Park: nell’estate 2015 i
dinosauri torneranno ad invadere gli schermi
cinematografici.
20
“Per anni abbiamo cercato di riportare in vita
qualcosa di unico. Un progetto così ambizioso
che è durato più di vent’anni. Dove la InGen ha
fallito, noi abbiamo trionfato, e alla fine abbiamo
risposto con i fatti. La Masrani Corporation ti
invita a scoprire il più ambizioso e incredibile
parco a tema del mondo“. Inizia così il primo
trailer di Jurassic World, il quarto film della saga
iniziata nel 1993 con Jurassic Park. Molte cose
sono cambiate: alla regia c’è Colin Trevorrow
(Steven Spielberg resta come direttore esecutivo)
ma soprattutto non c’è più Michael Crichton.
Lo scrittore, autore del romanzo Jurassic Park, è
di Nicola Guarneri
[email protected]
venuto a mancare nel 2009. Il decesso di Crichton
aveva fatto sospendere il progetto che è ripreso
solo nel 2011. Il primo trailer è stato distribuito
in autunno mentre quello ufficiale è uscito il 23
novembre 2014. Come un parco vero e proprio, è
stato ingente anche il lato promozionale: c’è il sito
ufficiale della società che l’ha aperto, il sito del
film con il trailer ufficiale e il sito del parco vero
e proprio dove è possibile esplorare tutta l’isola
e vedere le schede di tutti i dinosauri riportati
in vita.
Ma veniamo alla trama. Sono passati 22 anni
ed il sogno dell’imprenditore John Hammond
vede finalmente la luce: un parco a tema abitato
da dinosauri ripescati dal passato in seguito a
esperimenti genetici e incroci del DNA. Il nuovo
proprietario si chiama Simon Masrani (Irrfan
Khan, Vita di Pi) e la sua Masrani Corporation
ha assorbito in toto la InGen di Hammond. Il
parco ha avuto un successo incredibile ma nel
2015, a dieci anni dall’apertura, l’entusiasmo
del pubblico si sta esaurendo. Gli scienziati,
capitanati dal dottor Henry Wu (BD Wong,
Law & Order), creano così un nuovo tipo di
dinosauro, un ibrido che sfugge al controllo
del parco e getta nella confusione l’intera Isla
Nublar, nonostante gli efficientissimi sistemi
di sicurezza. Il compito di portare in salvo la
situazione questa volta spetta a Owen (Chris
Pratt, Guardiani della Galassia), aiutato da Claire
(Bryce Dallas Howard, Spider-Man 3) e dal
piccolo Gray (Ty Simpkins, Iron Man 3) mentre
il ruolo del cattivo è svolto da Morton, il CFO
della Masrani Corporation (Vincent D’Onofrio,
The Judge). Nonostante gli anni, le linee cardine
sono rispettate: ci sono i dinosauri, imponenti e
maestosi, e c’è il disastro, con gli uomini braccati
dagli animali, scene mozzafiato ed effetti speciali
made in Hollywood. Insomma, gli amanti del
mondo Giurassico e gli appassionati della saga
non resteranno delusi.
WWW.LAPAUSA.EU/RED
il pa
21
di Luca Romeo
[email protected]
LIBRI
Vincenzo Di Mattia scrive con il cuore in mano
nell’omaggio alla moglie Quando amore non mi
riconoscerai, una storia intima e coinvolgente che
mette la coppia di fronte a una delle più spietate
malattie, l’Alzheimer.
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Un uomo apre il frigorifero di casa, forse per cercare
una birra fresca o una carota
da usare per il soffritto, ma tra
gli scaffali, confuso tra ortaggi
e bevande, trova un rossetto. Il
rossetto della moglie. È questo
il momento chiave di Quando
amore non mi riconoscerai,
l’attimo in cui l’imprevedibile fa
capolino nella quotidianità di una
coppia e scombussola la loro vita
come un ciclone.
Già, perché Vincenzo Di Mattia
- autore e protagonista del libro
autobiografico - da quell’episodio
comincerà a capire che qualcosa
non va e che la sua consorte
Silvana sta cominciando un duro
cammino di convivenza con una
malattia spietata, che agisce da
dentro cancellando la memoria:
l’Alzheimer. La storia descritta tra le pagine di questo
volume, tuttavia, non sarà mai un lamento fine a se
stesso, né una raccolta di maledizioni nei confronti
del destino, al contrario: Di Mattia descrive ai lettori
l’altro lato del mostro, il modo in cui lui, la moglie
e la figlia Francesca lo combattono, giorno dopo
giorno. Ne nasce una lunga dichiarazione d’amore,
che lo scrittore 82enne regala a Silvana, donna che in
passato ha insegnato Storia Medievale all’università
La Sapienza di Roma e che ora è condannata a perdere
ogni nozione acquisita.
«Dio ha cancellato il tuo pensiero, la tua intelligenza,
il tuo saper fare e il tuo saper vivere. E ti vedo come
un libro cancellato - scrive l’autore - io ti chiedo e tu
non rispondi, tu vorresti dire ma non sai dire. Non c’è
pensiero, non c’è parola, non c’è nesso». Dopo queste
righe amare, il nesso Di Mattia lo trova in una sola
direzione: l’amore. Sarà l’amore a mantenere unita la
coppia (e la famiglia) durante la lotta alla malattia,
solo l’amore potrà dare la forza a
Vincenzo per guardare in faccia la
sorte e la vita con un sorriso.
Lo stesso sorriso che ha convinto i
lettori italiani, accorsi nelle librerie
per procurarsi una copia di questo
«miracolo di coraggio», questa
testimonianza che è diventata un
progetto familiare per Di Mattia e
la figlia, che hanno cominciato a
girare l’Italia per trasmettere la loro
esperienza.
Nato nel 1932, Vincenzo Di Mattia
ha passato la vita a occuparsi di
letteratura, ma da un diverso punto di
vista, quello dello sceneggiatore. Per
la Rai ha collaborato alla produzione
di numerose trasposizioni di grandi
classici sul piccolo schermo, oltre a
essersi dedicato con costanza al teatro,
di cui è un autore affermato. Quando amore non
mi riconoscerai si candida a essere il suo lavoro più
maturo e completo, una sorta di occhio sul mondo
per ribadire che l’amore può curare ogni male.
Verrebbe da dire, anzi, che l’amore annulla il dolore e
da questo non si può prescindere.
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Una donna che si mette in gioco, che non si lascia
sconfiggere dalle vicissitudini della vita, che non
permette che i fatti e gli accadimenti le impediscano
di alzare la testa e di volare. Maria Grazia Flebus è
l’esempio vivente di chi ne ha
passate tante, e di chi ha avuto il
coraggio e la voglia di mettersi
di fronte alla pagina bianca e di
raccontare la sua esperienza.
Le sue gioie, i suoi sentimenti,
le sue emozioni non sempre
entusiasmanti, i suoi errori, le sue
risalite e le sue ricadute. Ha voluto
raccontare tutto di sé: le persone
importanti che ha incontrato, gli
amori, il figlio, le soddisfazioni,
le scommesse vinte, ma tutto
partendo dai dolori, dalle cose
sbagliate, dalle radici.
Maria Grazia Flebus con I colori
della vita ha voluto mettersi a
nudo, mostrare la vera Maria
Grazia, con le sue fragilità e con la
sua voglia sempre di andare oltre.
Perché la vita è scommettere su se stessi, e vincere!
La vita è a colori, la vita è un insieme di sfumature
che vanno colte con gli occhi giusti e allenati. E la
capacità di vedere è data dall’apertura mentale che
ognuno di noi sviluppa.
Il libro è intriso anche di messaggi positivi, di concetti
fondanti che possono essere la chiave di volta per
trovare la via giusta.
Anche una scrittrice amica de La Pausa ha voluto
regalarci le sue impressioni sul libro di Maria Grazia
Flebus:
I colori della vita è il bellissimo romanzo scritto da
una donna che ha avuto il coraggio di raccontare le
proprie vicissitudini.
L’autrice, Maria Grazia Flebus,
rivela come molte volte, durante
la sua esistenza, sia stata messa
alla prova; è caduta spesso ma poi
ha trovato la “forza” per rialzarsi,
continuando a lottare, imparando
ad affrontare con più grinta i
problemi. Leggendo la sua storia,
ho rivisto la mia…non ho smesso
mai un giorno di combattere,
ho sempre sentito dentro di me
la forza e la fede che mi hanno
aiutavano a superare i momenti
più difficili. Penso che tutti siamo
stati, in un modo o nell’altro,
messi alla prova. Purtroppo ci
sono persone che non riescono a
reagire.
Un libro come I colori della vita
è molto appassionante da leggere,
perché insegna come fare per sentirci più sereni e
felici, cercando di aiutare anche altre persone che
sono nella nostra stessa condizione.
La vita è ricca di emozioni, sentimenti e valori;
l’autrice rappresenta la sua come un quadro composto
da tanti colori, attribuendogli, per ogni giorno, un
nuovo significato.
Katia Belloni
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LIBRI
di Rachele Donati
De Conti
Maria Grazia Flebus ci mostra il suo personale
percorso, che può essere di ognuno. Lasciamoci
guidare.
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di Gianmarco Soldi
“L’industria musicale si muove così velocemente,
non te ne accorgi nemmeno... Non credo che
saremo pronti a pubblicare un nuovo disco fino
al 2015 o giù di lì, e credo che fino a quel tempo
controlleremo quando valga la pena rilasciarlo,
ragionandoci bene, perché le cose cambiano
davvero velocemente (...) Negli ultimi due album,
abbiamo cambiato direzione rispetto agli strumenti
del passato. Ci siamo concentrati su sintetizzatori,
drum machine e varia roba elettronica. Mi sento
di dire che in questo nuovo lavoro vireremo
nuovamente verso i nostri strumenti: chitarra,
basso e batteria. Sarà quindi un disco più grezzo e
decisamente più rock, direi”.
LIBRI
Dopo The 2nd Law (2012) e il lavoro dal vivo
Live at Rome Olympic Stadium (2013) i Muse
sono pronti a tornare sulla scena musicale con
un nuovo album, sicuramente più vicino agli stili
classici della band britannica.
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Uscirà nel 2015 il nuovo e tanto atteso album dei
Muse. Non si conoscono ancora titolo, tracklist
e copertina (la fase di brainstorming è infatti
ancora allo stadio poco più che embrionale), ma
è orami appurato che Matthew Bellamy & Co
siano alle prese con il nuovo materiale in sala di
registrazione.
L’annuncio era stato dato dagli stessi membri
della band, con qualche anticipazione sul sound
che caratterizzerà il nuovo disco:
Ad aumentare l’attesa da parte dei fan è arrivato
poche settimane dopo il tweet enigmatico del
batterista Dom Howard: “Seven day countdown
to album number seven”. Sembrava la
dichiarazione del rilascio pressoché imminente
del settimo lavoro della band inglese ma, in
realtà, la data coincideva con l’inizio ufficiale
delle prime incisioni.
A seguito di un susseguirsi frenetico di reazioni
sul web e anticipazioni più o meno ufficiose, sul
profilo Instagram della band sono apparsi scatti
che ritraggono i membri coinvolti e filmati nel
bel mezzo dello sessioni di registrazione.
Bellamy, abbandonata ogni remora, ha inoltre
parlato di alcuni temi trattati nel loro settimo
disco: “Ecologia profonda, empatia e la Terza
guerra mondiale. Sarà inoltre caratterizzato da
assoli di chitarra”.
Dopo gli esperimenti sinfonici ed elettronici
di Resistance e The 2nd Law, il terzetto inglese
sembra infatti puntare verso un ritorno alle
origini, con un mix di crudo rock ed arrangiamenti
minimal come quelli che hanno reso famoso in
tutto il mondo il brand Muse. Se sarà un disco
più simile a Showbiz o ad Origin of Symmetry
sarà solo il tempo a svelarlo, ma l’intenzione di
rivivere il mood originario di quegli anni sembra
alimentare un fuco d’entusiasmo sia per i fan che
per la stessa band, probabilmente un po’ a corto
di ossigeno negli ultimi due album. Non ci resta
che aspettare.
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Stiamo ancora stappando lo spumante di
capodanno e partono i saldi invernali.
I saldi dell’inverno 2015, infatti, iniziano il 2 o
il 5 gennaio. Per questo rimandiamo alla tabella
dove trovate sia la data di avvio sia quella degli
stop per ogni regione.
Ai nastri di partenza troviamo Basilicata e
Campania che, tradizionalmente, iniziano i saldi
il secondo giorno dell’anno. Per tutti gli altri (ad
eccezione delle province autonome trentine)
si inizia il primo giorno feriale precedente
l’epifania.
Ricordiamo le regole che normano i saldi, spesso
sottolineate, ma è sempre meglio tenere bene a
mente i confini entro cui si possono muovere i
commercianti.
Per quanto riguarda i prezzi vige l’obbligo di
esporre tre indicazioni: il prezzo iniziale cui era
venduto il capo prima dei saldi, lo sconto espresso
in percentuale e il prezzo finale scontato.
Il pagamento può essere effettuato con le carte di
credito o i bancomat se è esposto il logo di ogni
compagnia.
Non è possibile applicare una maggiorazione
sul pagamento. Recentemente è stato introdotto
l’obbligo per gli esercenti di offrire il metodo di
pagamento elettronico per importi superiori ai
30 euro.
Il cambio deve essere esplicitamente autorizzato
dal commerciante, che può essere obbligato solo
se il prodotto è danneggiato o non conforme
entro due mesi dall’acquisto e a fronte della
presentazione dello scontrino fiscale.
I prodotti devono essere stagionali o di moda –
spesso si trovano modelli che sono veri e propri
fondi di magazzino – ed i capi non inclusi nei
saldi devono avere una chiara indicazione
dell’esclusione dalla promozione.
Per essere consumatori informati meglio attivarsi
per tempo: ad esempio è meglio controllare
i prezzi prima che inizi la stagione dei saldi,
per evitare strane fluttuazioni. Confrontare
la coerenza tra prezzo iniziale, percentuale
di sconto e prezzo finale. Infine avere cura di
conservare lo scontrino: in caso riscontraste un
difetto o una non conformità entro due mesi
dall’acquisto avrete diritto al reso o al rimborso.
Tenete d’occhio anche la rete: i saldi partono
anche on line dove le offerte sono solitamente più
vantaggiose. Infine il consiglio per antonomasia:
muoversi i primi giorni dei saldi perché, con
il passare del tempo, il rischio è quello di non
trovare più modelli, colori e taglie.
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Ferruccio Lamborghini, famoso costruttore di
trattori agricoli, era un appassionato di Ferrari,
ne possedeva tre. E le guidava in modo sportivo,
infatti spesso le frizioni cedevano davanti
ai maltrattamenti del focoso industriale. Di
questo, a Maranello, un giorno si lamentò con il
Commendatore. Apriti cielo! Enzo Ferrari, focoso
quanto lui, se ne infuriò e cacciò Lamborghini
dalla sua fabbrica, come qualche anno dopo fece
con il presidente Pertini, reo di essersi presentato
ad omaggiarlo a bordo di una Maserati.
Ma l’invito fatto da Ferrari a Ferruccio
Lamborghini di occuparsi solo di macchine
agricole, rese anche quest’ultimo furioso, il quale
gli promise di costruire una macchina migliore
delle sue.
Così “comprò” i migliori tecnici dell’epoca,
gente del calibro di Marcello Gandini e Giotto
Bizzarrini. Dopo un timido tentativo (di
successo) con la 350 GT, stupì il mondo con uno
dei capolavori assoluti dell’auto: la P400 Miura.
Motore centrale, come le auto da corsa, motore
a 12 cilindri a V alimentato da una batteria di
sei carburatori doppio corpo, come la Ferrari. Il
tutto per un risultato tecnico da capogiro: 350
cavalli (poi lievitati fino a 385 ed a 440 con la
Miura Jota) ed una velocità massima di oltre 280
all’ora. Che poi arrivò a oltre 300.
Ma fu la sua linea che, il giorno della
presentazione al Salone di Ginevra del ‘66, fece
davvero girare la testa agli appassionati. Bassa,
slanciata come nessun’altra e aggressiva come un
predatore marino. In più arricchita da innovativi
particolari stilistici come la griglia ad alette
orizzontali che copriva il lunotto posteriore, ma
che lasciava inalterata la visuale del retrovisore.
I fari anteriori a palpebra a sollevamento
elettrico contornati da curiose “ciglia”, i cofani
ad apertura totale, come la Ford GT40 da
competizione. E poi, due posti secchi ed un
abitacolo in stile aeronautico, con cockpit e
batteria di interruttori a tetto. Cambio con griglia
metallica per l’inserimento delle marce. E tanto
altro, per ottenere un concentrato di cattiveria ed
elegante aggressività che, ancora oggi, nessuna
vettura ha saputo raggiungere. Il tutto abbinato
a colori rivoluzionari come l’arancione o il giallo
canarino.
La Miura era corta, infatti il 12V era (caso
più unico che raro) montato trasversalmente
con il cambio in cascata. Il risultato era una
distribuzione dei pesi ottimale, nulla a che vedere
con le eleganti GT dell’epoca di razza italiana
(Ferrari 330 GTC, Maserati Ghibli). Lontana
anni luce dalle antidiluviane ed inutilmente
boriose GT di razza britannica (come le Jaguar
Type E o le arcaiche Aston Martin). Su un altro
universo se paragonata alle finte sportive USA,
come la Corvette Stingray, lenta ed instabile in
velocità, sicura solo da ferma.
Una rivoluzione culturale su quattro ruote che
prese il cuore dei ricchi industriali degli Anni
‘60 (la Miura, dopo tre versioni e 764 esemplari,
cessò la produzione nel 1973).
Ma che conquistò anche una miriade di rampolli
e di playboy professionisti dell’alta società. Che
parcheggiavano la Miura in Costa Azzurra e
davanti alle discoteche modaiole del Bel Paese,
facendola così diventare parte dell’arredamento
esterno della Bussola e della Capannina di Forte
o del Jackie O’ della Capitale.
Certo guidare “forte” una Miura non era un
problema solo di quattrini, ma specialmente di
capacità. Il motore aveva una coppia scorbutica
ed a basso numero di giri si imballava e
scarburava. Tenere a bada i 350 cavalli in curva
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MOTORI
di Maurizio Gussoni
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MOTORI
richiedeva una sensibilità di guida notevole,
pena una sovrasterzo da cardiopalma. In più i
freni, non servoassistiti, richiedevano uno sforzo
al pedale da camionista.
Ma le sportive, una volta, erano vere sportive
per veri uomini. Per questo una buona parte dei
clienti della mitica Miura, alla fine, la usarono
più per “rimorchiare” che per scorrazzare. E
rimorchiavano, tanto.
Oggi una Miura vale almeno 6/700.000 euro.
Una Miura S anche duecentomila in più. Una SV
può tranquillamente superare il milione.
Ma per un italiano un’auto come questa non
dovrebbe avere prezzo. Infatti non bastano
le ricchezze di Paperon De Paperoni per
ricomprare quello che nei decenni abbiamo in
gran parte perso: il prestigio che allora ci davano
le Ferrari, le Maserati, le Lamborghini, ma pure
le Alfa e le Lancia. Un prestigio che derivava
dalla matematica certezza che nessuno al mondo
poteva riuscire a concepire auto belle e fascinose
come le nostre.
Intanto, da lassù, Ferruccio Lamborghini
certamente se la ride e continua a litigare con
Enzo Ferrari. Forse non sarà riuscito del tutto a
fare delle auto migliori di quelle del Cavallino,
ma una più bella certamente sì. La Miura.
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Marco Belinelli, 28 anni, bolognese di San
Giovanni in Persiceto, primo italiano a vincere
l’anello del basket americano dopo 7 anni in NBA.
Entrato in un momento di grande difficoltà per
gli Spurs, Belinelli piazza il canestro che rovescia
la gara, portando i texani al controllo totale del
match nel giro di un quarto d’ora. In panchina,
Gregg Popovich; in campo, la squadra-manifesto
della nuova NBA aperta al mondo con francesi,
brasiliani, argentini, australiani e canadesi.
Tre i grandi senatori, tutti uomini-chiave nella
conquista del titolo: Tim Duncan, Manu Ginobili
e Tony Parker.
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Il calcio parla tedesco, Hamilton e Marquez
dominano i motori, Djokovic è il numero uno
del tennis, Cristiano Ronaldo l’atleta-simbolo di
una generazione. Gli ultimi dodici mesi di sport
hanno offerto verdetti, imprese ed emozioni:
riassaporiamoli nel classificone di fine anno
attraverso i dieci momenti che hanno fatto la
storia del 2014.
corona l’anno del suo ritorno ad altissimi livelli
conducendo la piccola Svizzera allo storico
trionfo sulla Francia. Gli elvetici vincono 3-1
nello stadio di calcio del Lille, il “Pierre Mauroy”
a Villeneuve d’Ascq, riempito di terra rossa e
davanti a un pubblico assoluto per il tennis:
27.448 paganti. Federer non è ancora un pezzo
da museo.
IL RECORD
In un anno privo di grandi
palcoscenici per lo sprint,
la copertina dell’atletica va
alla Maratona con il nuovo
record mondiale firmato da
Dennis Kimetto. Il fondista
keniota firma la miglior
prestazione di sempre sui
42 chilometri nel primo
autunno di Berlino (28
settembre), superando il record precedente di
Wilson Kipsang con un cambio di marcia al km
38. Filippide ha un nuovo erede.
LA RIVINCITA
Quando sbarca a Sochi,
la bella Tina Maze pare
la gemella scarsa della
formidabile
sciatrice
iridata nel 2013. La
slovena scalda gli sci con
la “medaglia di legno”
nella
supercombinata
olimpica e dopo 10 mesi
senza vittorie sembra l’inizio della fine. Proprio
mentre gli incubi di Vancouver 2010 sembrano
materializzarsi di nuovo, però, la Maze ritrova se
stessa e scalda i Giochi di Putin con una doppia
impresa: oro nel gigante e oro in discesa (13
febbraio) ex aequo con la svizzera Gisin, cosa
mai successa in mezzo secolo di sci alpino alle
Olimpiadi. Citando Into the Wild, “Happiness is
real only when shared”.
IL RITORNO DEL RE
Domenica 23 novembre Roger
Federer chiude il cerchio alzando
l’unico trofeo ancora assente nella
vasta collezione personale, la
Coppa Davis. Bloccato pochi giorni
prima alla schiena alla vigilia della
finale dei Masters, Roger risorge e
IL PIÙ VELOCE
Glam come Hunt, competitivo come Lauda,
aggressivo come Mansell, coraggioso come
Senna, dominante come Schumacher. Lewis
Hamilton, tornato sul trono della F1 in Mercedes
dopo il primo titolo con la McLaren nel 2008,
evoca i grandi del passato, ma è speciale perché
alla fine è fieramente se stesso. Solo Hamilton,
primo iridato di colore nel circus bianco e
aristocratico della Formula 1, l’ultimo pilota
veramente vibrante in una Formula 1 sempre più
ovvia e monotona. Sull’asfalto nobile di Monza
(7 settembre) la gara-simbolo della stagione:
con le Ferrari totalmente impotenti, la corsa è
un affare a due tra Lewis e il compagno-nemico
di scuderia Nico Rosberg, che parte meglio e si
porta al comando. Al giro 29 Rosberg si distrae
un attimo, Hamilton sorpassa e tiene il comando
fino al traguardo. Ad Abu Dhabi la consegna
ufficiale del titolo.
LA MULTINAZIONALE
I
San
Antonio
Spurs
interrompono
l’egemonia
di Miami piegando LeBron
James 104-87 in gara-5 delle
Finals (6 giugno). In Italia
i titoli dei giornali sono
tutti per lo sbarco sulla luna
dell’ambasciatore
azzurro
IN DOPPIA CIFRA
Sabato 24 maggio, Lisbona. In vantaggio con
Godìn su gentile omaggio di Iker Casillas,
l’Atletico Madrid della garra proletaria e di
Simeone accarezza l’impresa più clamorosa:
piegare il nobile Real e sovvertire le gerarchie
del calcio europeo. La zuccata di Sergio Ramos
ribalta tutto all’ultimo respiro. L’Atletico
crolla nei drammatici supplementari, mentre
il Madrid dilaga con i gol di Bale, Marcelo e
Cristiano Ronaldo (capocannoniere del torneo
con la cifra mostruosa di 17 gol), che mostra
trionfale i muscoli alle televisioni. Foraggiati dal
quinquennio di spese folli di Florentino Perez,
i blancos vanno in cifra tonda sollevando al
cielo la tanto inseguita Dècima. Una lezione: nel
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SPORT
di Gianluca Corbani
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LA DINASTIA
Due fratelli in cima
al mondo. Accade
nel motomondiale,
dove Marc Marquez
si conferma padrone
assoluto della Moto
GP e il fratellino Alex
completa l’en plein in
famiglia laureandosi
campione in Moto 3
(9 novembre). Pochi
giorni più tardi, per l’orgoglio di mamma e papà,
i Marquez vengo ricevuti da re Filippo VI a
Palazzo della Zarzuela, a Madrid. Dopo il titolo a
sorpresa vinto da rivelazione nel 2013, Marquez
si era ripetuto laureandosi campione su Honda –
al Gp di Giappone – a metà ottobre con tre gare
d’anticipo dopo una cavalcata senza avversari. In
attesa che il filotto si allunghi Alex, classe ‘96, ha
già lanciato la sfida per il futuro: “Voglio sfidarlo
in Moto GP”. Sarà spettacolo.
SPORT
MONSIEUR NIBALÌ
Mentre è ancora aperta la ferita per l’imbarazzante
eliminazione degli Azzurri ai Mondiali di calcio,
lo sport italiano sprofondato nella crisi riscopre
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la passione pedalando con Vincenzo Nibali sulle
strade del Tour de France. Sedici anni dopo
Pantani, il corridore siciliano si eleva allo stato
di fuoriclasse sfilando in maglia gialla sui Campi
Elisi (27 luglio) dopo le imprese sui Vosgi,
sulle Alpi e sui Pirenei. Un trionfo totale. Sul
pavè e in salita. Nelle foreste e sulle montagne.
Nel gruppo e in fuga. Con Contador subito
costretto al ritiro, Nibalì umilia Froome e vince
da padrone su Peraud e Pinot, celebrato da Renzi
e da Napolitano, invidiato dai francesi, amato da
tutti per la semplicità da ragazzo del Sud che non
lo abbandona nemmeno al massimo della gloria.
Lo Squalo chiude la tripletta Vuelta (2010)-Giro
(2013)-Tour (2014) e diventa un eroe nazionale.
Il campione del ciclismo, il campione degli
italiani.
IO SONO LEGGENDA
Mentre nelle librerie spopola il libroautobiografia nel quale svela i segreti del suo
benessere psico-fisico, Novak Djokovic scala il
ranking ATP vincendo il secondo Wimbledon
della sua carriera (6 luglio). Nole, all’apice della
propria forza, piega un grande Roger Federer in
coda a una finale epica: Federer vince il primo
set dopo aver salvato 2 set point, Nole domina il
secondo e vince al tie-break il terzo nonostante
un Federer ingiocabile al servizio (4 punti persi
in 6 turni di battuta). Sembra finita quando Nole
sale 5-2 al quarto: sul 5-3 il serbo serve per il
match ma Federer si ribella e sul 5-4 matchpoint
per Nole, salva con un ace e l’aiuto del Falco
per arrivare al miracoloso tie-break, e quindi al
quinto set, sotto la spinta del pubblico tutto per
lui. Sul 3-3 set decisivo, Federer si procura una
palla break, ma non riesce a rispondere. Nole ne
manca 3, ma quando lo svizzero serve per restare
nel match commette quattro errori fatali.
IL MINEIRAZO
Atletica, motori, Real Madrid, ciclismo, tennis.
Tutto straordinario. Ma il 2014 è stato l’anno dei
Mondiali di calcio e l’immagine più forte che
resta del torneo è quella del Brasile in lacrime,
travolto dalla forza della Germania nella surreale
semifinale di Belo Horizonte (8 luglio). Se nel ‘50
era stato “Maracanazo” per la tragica finale persa
a Rio con l’Uruguay, l’umiliante 1-7 incassato
davanti ai propri tifosi nel Mondiale casalingo
diventa presto il “Mineirazo”, la partita più
commentata della storia su Twitter, la disfatta
più clamorosa, la linea di demarcazione tra
il vecchio Brasile glorioso, padrone assoluto
del calcio nel Novecento, e quello smarrito del
Duemila, specchio non solo di un paese che
fatica a liberarsi da una povertà da Terzo Mondo,
ma anche di un movimento orfano dell’antica
magia, saccheggiato dall’esportazione di giovani
calciatori verso il Vecchio Continente. Alla
disgregazione del Brasile come grande paese di
calcio, subentra la Germania dell’organizzazione
e dell’efficienza, che dopo aver abbattuto i
padroni di casa solleva la Coppa del Mondo a Rio
de Janiero piegando l’Argentina ai supplementari
con il gol di Gotze.
I tedeschi vincono con una nazionale mista
e piena di energia, allineando la tradizionale
forza teutonica ai nuovi caratteri dei figli della
grande immigrazione. Governano il gioco con il
possesso palla e non prendono praticamente mai
gol, difesi alle spalle dal gigantesco Neuer.
Più che i singoli, però, nella Germania è il
collettivo a trionfare.
E il Brasile a decadere, con un tonfo che resterà
nella memoria.
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calcio di vertice, oggi, vince sempre la legge dei
soldi. E del più forte. Se Ronaldo è il superatleta
più celebrato, c’è dell’Italia anche nel trionfo del
Real con la gestione sapiente di Carlo Ancelotti,
portatore di pace ed equilibrio dopo le sfibranti
guerre di religione del triennio targato Mourinho.
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SPORT MINORI
Una gara di hockey immersi in una piscina e una
partita con un pallone che dura ininterrottamente
per un giorno intero: andiamo a scoprire due sport
molto particolari.
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Prendendo spunto dagli sport alternativi
presentati sullo scorso numero proponiamo
stavolta la loro fusione: l’hockey subacqueo.
Nato nel 1954 a Southsea in Inghilterra e
conosciuto nei paesi anglofoni anche come
Octopush, si tratta di uno sport di squadra (6vs6)
che necessita una buona acquaticità e tecnica.
Sviluppatosi nelle ex colonie britanniche quali
Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa, negli
anni Ottanta è giunto nel continente europeo
e in quello americano, mentre ha fatto la sua
comparsa sul suolo italico soltanto nel 1997.
L’attrezzatura richiesta è un misto fra quella
per le immersioni e quella da hockey: pinne,
maschera, boccaglio, calotta da pallanuoto, un
guanto di silicone o lattice, una mazza di legno
di Simone Zerbini
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con caratteristiche specifiche e un dischetto di
metallo rivestito in plastica.
Il campo di gioco è una normalissima piscina
delle dimensioni di 25x12-15 metri, con una
profondità che può variare tra 1,8 e 3 metri. Sul
fondo della vasca, alle due estremità, vengono
adagiate due porte della larghezza di tre metri
l’una.
Le partite sono divise in due tempi da 15 minuti
ciascuno e ogni squadra conta dieci giocatori,
di cui sei in vasca e quattro riserve pronte per
i cambi volanti. I direttori di gara sono tre:
due immersi in acqua che hanno il compito di
segnalare ogni eventuale infrazione all’arbitro a
bordo vasca, che a sua volta deve interrompere il
gioco tramite un pulsante che attiva un segnale
sonoro.
Scopo del gioco è segnare nella porta avversaria,
superando i giocatori dell’altra squadra
rimanendo in apnea: ogni volta che si risale
per prendere aria non si viene considerati parte
attiva dell’azione per tutto il tempo trascorso non
immersi.
Il secondo sport alternativo che presentiamo
non ha niente a che vedere con l’acqua, ma più
con le feste: il Martedì Grasso e il Mercoledì
delle Ceneri si svolge ogni anno nella cittadina
di Ashbourne (Derbyshire, Inghilterra) il
tradizionale match di Royal Shrovetide
Football. Si hanno testimonianze di partite di
Shrovetide in Inghilterra fin dall’epoca di Enrico
II (seconda metà del XII secolo) e in particolare
del match di Ashbourne (conosciuto anche col
nome di hugball) dal 1667.
Non si hanno tuttavia notizie certe sulla nascita
del gioco: si pensa che, inizialmente, la palla
utilizzata fosse una testa mozzata in seguito
all’esecuzione di qualche sventurato. Si ritiene
che il termine “derby” utilizzato per indicare la
partita tra due squadre della medesima città o
zona provenga proprio dalle partite di RSF tra
città della contea di Derby.
Per quanto riguarda la partita di Ashbourne,
la città si divide letteralmente in due squadre
per tutta la durata della disputa: gli Up’Ards e i
Down’Ards si fronteggiano gli uni contro gli altri,
con lo scopo di portare il pallone in un punto
determinato della “parte avversaria” della città.
Quando ciò avviene la partita può considerarsi
conclusa.
La palla può essere calciata, lanciata, trasportata,
anche se generalmente l’azione si svolge con le
due parti “abbracciate” (da qui la denominazione
hugball), stile gigantesca mischia di rugby. La
palla utilizzata è leggermente più grande di
un normale pallone da calcio, e viene riempita
di sughero portoghese per supportarne il
galleggiamento nel fiume (dove inevitabilmente
finisce in ogni partita).
L’azione di gioco si svolge ininterrottamente tra
le 2 di notte del Martedì Grasso e le 22 di sera del
Mercoledì delle Ceneri. Se il gol viene segnato
prima delle 5 di mattina viene rimesso in gioco
un nuovo pallone e la disputa continua (negli
ultimi dieci anni la contesa è spesso terminata
in pareggio).
Le regole sono poche e semplici:
- è severamente vietato compiere omicidio (se
questa regola viene specificata un motivo ci sarà);
- la palla non può essere trasportata con veicolo
a motore né nascosta;
- cimiteri, sagrati e giardini commemorativi
sono off-limits;
- perché il gol venga convalidato la palla deve
essere picchiata 3 volte nell’apposita zona.
Sicuri di avervi incuriositi non vi resta che
prenotare volo e soggiorno nelle giuste date in
quel di Ashbourne, armati di voglia di prendere
un sacco di botte.
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Battag
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Sono passate le vacanze di Natale da pochi giorni
e stiamo già contando i chili di troppo. Che
fare? Eccovi tre regole fondamentali per tornare
velocemente in forma.
1.
Scegliete una dieta preventiva sana e
funzionale.
Abbondate con le verdure e la frutta di stagione
(agrumi, kiwi, frutti di bosco, cavoli, cime di rapa
e broccoli) e diminuite le quantità di carboidrati.
2.
Cercate di bere acqua e tisane, vi
aiuteranno nel processo di depurazione.
3.
Fate attività fisica! Potrebbe essere il
momento giusto per iscriversi in palestra, per
imparare a nuotare oppure per mettersi un paio
di scarpe da ginnastica e cominciare a correre.
Ma poi ci si scontra con la dura realtà... Giornate
lavorative infinite, pioggia e freddo, impegni
familiari e così molti di noi cedono alla pigrizia
che ci ancora al divano e rimandiamo ad altri
tempi l’inizio dell’attività fisica.
Per tutti è arrivato dagli Stati Uniti un nuovo
programma di allenamento di 20 minuti perfetto
da fare a casa, si chiama HIIT ed è un lavoro ad
intervalli che in poco tempo fa perdere peso e
tonifica il corpo.
HIIT acronimo di High Intensity Interval
Training è un metodo di allenamento che alterna
brevi periodi ad alta intensità di lavoro con
periodi di recupero. Una seduta può durare dai 10
ai 20 minuti e prevede una fase di riscaldamento,
una parte centrale di esercizi intensi ripetuti per
4/6 volte intervallati da momenti di recupero e
da una fase finale di defaticamento e stretching.
Studi recenti dimostrano che la pratica delle HIIT
generi un dispendio calorico elevato, velocizzi il
metabolismo nelle ore successive all’allenamento
e migliori la funzionalità cardiaca.
Vista l’intensità degli esercizi è opportuno
chiedere al proprio medico di base se si è idonei
per tale attività, oppure sottoporsi ad una visita
medico sportiva per conoscere i propri limiti.
Prima di proporvi qualche esercizio è bene sapere
che lo sforzo compiuto durante gli esercizi deve
essere corretto per il vostro corpo, per il vostro
stato di salute e per le vostre abilità.
Generalmente ci si affida alla scala di Borg per
valutare lo sforzo. La scala è composta da 10
livelli, lo 0 corrisponde a nessuno sforzo e il
10 a massimo sforzo. Nelle pratica delle HIIT
dobbiamo lavorare ad un livello 8, intenso ma
che ci permette di mantenere una normale
conversazione.
Cominciamo a lavorare!
0.RISCALDAMENTO
10 minuti
Correre sul tapis roulant oppure cyclette oppure
corsa sul posto per 8 minuti.
Mobilizzazione articolare di caviglie ginocchia
schiena spalle.
1.CRUNCH
4 serie da 20 ripetizioni con un recupero di 30
secondi tra una serie e l’altra.
Il crunch è il movimento base per gli addominali.
Supini con le gambe flesse, i piedi a terra e le
mani dietro la nuca.
Sollevare le spalle cercando di contrarre gli
addominali, espirare nella fase di salita ed
inspirare nella fase di discesa.
2.SQUAT
4 serie da 15 ripetizioni con un recupero di 20
secondi tra una serie e l’altra.
Ottimo esercizio per far lavorare gambe e glutei.
In posizione eretta posizionare i talloni ad una
larghezza leggermente superiore a quella delle
spalle, eseguire un piegamento sulle gambe
mettendo in tensione i muscoli femorali e
prestando attenzione a non superare con le
ginocchia la punta dei piedi. Scendere fino
a quando le cosce sono parallele al terreno.
Raggiunta la posizione spingere con forza sui
talloni e risalire lentamente.
3.PUSH UP
4 serie da 15 ripetizioni con un recupero di 30
secondi tra una serie e l’altra.
Esercizio utilizzato per la tonificazione degli arti
superiori.
Proni con le mani appoggiate a terra con larghezza
superiore a quella delle spalle, avampiedi
appoggiati a terra e piedi divaricati, tronco nuca
e bacino sulla stessa linea. Stendere le braccia per
sollevare il corpo da terra e piegandole tornare
nella posizione iniziale. Per chi ha difficoltà ad
eseguire l’esercizio può optare per la versione
facilitata appoggiando le ginocchia a terra in
maniera tale da caricare meno sia sugli arti
inferiori che sul tronco.
4.STRETCHING
Eseguire 5/10 minuti di stretching.
Potete allenarvi con le HIIT 3-4 volte a settimana
variando gli esercizi e i gruppi muscolari.
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FITNESS
di Laura Maggenghi
[email protected]
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Cos’è lo sport? “Qualsiasi forma di attività fisica
che, attraverso una partecipazione organizzata
o non, abbia per obiettivo l’espressione o il
miglioramento della condizione fisica e psichica,
lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento
di risultati in competizioni di tutti i livelli”. Carta
Europea dello Sport (Consiglio d’Europa, 1992)
Le discipline motorie rappresentano ottimi
contesti per la promozione nei partecipanti della
conoscenza di se stessi e del mondo, di un buon
controllo emotivo, di una buona adattabilità,
di soddisfacenti capacità di socializzazione, di
maggiore tolleranza alle frustrazioni e di un
valido senso di auto-efficacia, per dire sempre:
“Sì, io posso farcela”.
Per vivere serenamente lo sport, oltre che di una
passione o di un interesse personale (motivazione
intrinseca) per la disciplina sportiva, è anche
importante avere vicino dei tecnici preparati e
predisposti all’educazione.
Allenare ed educare i giovani allo sport non è
un compito semplice, occorre che il tecnico sia
in grado di miscelare qualità tecniche, tattiche,
educative e comunicative, tenendo sempre in
considerazione le fasce d’età cui si rivolge.
La Carta dei diritti del Giovane Sportivo della
Commissione sul Tempo Libero
(approvata dall’ONU-Ginevra) prevede i
seguenti diritti fondamentali che dovrebbero
caratterizzare lo sport in età evolutiva:
•divertirsi e giocare;
•beneficiare di un ambiente sano;
•essere circondato e allenato da persone competenti;
•seguire allenamenti adeguati alle proprie capacità;
•misurarsi con bambini che abbiano le sue stesse possibilità di successo;
•partecipare a competizioni adeguate all’età;
•praticare sport in assoluta sicurezza;
•avere i giusti ritmi di riposo.
Si parla di:
•gioco libero fino agli 8 anni;
•gioco di regole dagli 8 agli 11/12 anni;
•sport inteso in senso lato dopo i 12 anni.
Da alcuni ricercatori è stata riscontrata una forte
correlazione tra l’elevato numero di infortuni cui
andavano soggetti certi bambini ed il livello di
pressione competitiva che era esercitato su di
loro da tecnici e genitori. Infortunarsi è spesso
l’unico modo (inconscio) a disposizione dei
baby-campioni per sottrarsi alle elevate richieste
prestative che giungono loro dal mondo degli
adulti.
Gli allenatori preferiti dai ragazzi sono quelli che:
•rinforzano la prestazione;
•incoraggiano dopo un errore e danno indicazioni tecniche;
•sono organizzati, preparati e competenti;
•rappresentano una base sicura (non iperprotezione né permissività);
•utilizzano uno stile autorevole (nè autoritario né del lasciar fare).
Piuttosto che rilevare continuamente l’errore del
ragazzo è più efficace mostrare il comportamento
corretto, così da offrire un chiaro modello di
riferimento (feedback).
Piuttosto che evidenziare le mancanze,
sottolineare i comportamenti positivi: “Bravo”,
“Gran colpo di testa”, “Bene, hai fatto esattamente
come volevo”.
Valorizzare ogni progresso per aumentare
l’autostima.
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SALUTE E BENESSERE
di Matteo Simone
[email protected]
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4.indirizza verso la gestione dello spirito
di competizione incanalandolo verso obiettivi
precisi, e migliora così anche la tenacia nel
perseguire le mete poste;
5.favorisce lo sviluppo dell’intuito e delle
capacità cognitive, grazie anche alle richieste di
rapido adattamento alle situazioni, sviluppando
come conseguenza la sicurezza nelle proprie
capacità;
6.soddisfa il bisogno di autonomia
dalla famiglia. Nella figura dell’allenatore e
dei compagni più anziani vengono ricreate le
immagini rassicuranti e idealizzate della famiglia,
e viene raggiunta la possibilità di un’alternativa
affettiva nella quale sono riconosciute rispetto
alla famiglia una maggiore indipendenza ed una
più sicura identità.
Nell’ottica di un completo sviluppo psico-fisico è
perciò consigliata una corretta attività fisica nel
periodo adolescenziale.
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SALUTE E BENESSERE
Lo sport nell’adolescenza offre diversi vantaggi:
•permette ai giovavi di uscire dal
pericolo dell’isolamento per mezzo
di attività operative e ludiche
•offre la possibilità di misurare le proprie capacità di autocontrollo;
•sfidare gli ostacoli;
•confrontarsi serenamente con i propri limiti.
Dunque, è un elemento importante per la
costruzione di sé e per la prevenzione rispetto
all’assunzione di comportamenti patologici.
L’utilità dello sport nell’adolescente può essere
osservata sotto diversi aspetti:
1.risponde all’esigenza di divertimento e
offre l’occasione di utilizzare una grande carica
di energia
2.permette di scaricare la tensione dovuta
allo stato di stress che caratterizza questa fase di
sviluppo
3.insegna a conoscere il proprio corpo,
favorendo anche l’acquisizione del senso della
realtà;
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GAMES
La celeberrima saga della Lucas Arts debuttava
nel lontano 1990 con The Secret of Monkey Island.
Dopo 25 anni con nuovi capitoli, adattamenti
e proprietari – il progetto è ora in mano alla
Telltale Games – il marchio resta un must per
gli appassionati, la vetta più alta raggiunta dalle
avventure grafiche.
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Anno 1990: il personal computer entra nelle
prime case, l’internet domestico è ancora
un lontano miraggio e la giovane industria
videoludica è sopravvissuta con difficoltà alla
crisi del 1983. La LucasFilm Games nata nel 1982
cambia nome in LucasArts e lancia The Secret of
Monkey Island. Il genio di George Lucas l’aveva
vista lunga, puntando su un genere del tutto
nuovo nel mondo dei videogiochi: l’avventura
grafica. In questo tipo di gioco – tradotto un po’
banalmente in “punta e clicca” – si utilizza solo
il mouse, con cui si muove un personaggio che
interagisce con il mondo circostante in una vera
e propria avventura, esaminando cose, parlando
con persone e risolvendo grattacapi spesso al
limite dell’inferenza logica. La differenza con i
classici sparattutto è enorme: innanzitutto non
ci sono “vite” e non si può “perdere”, c’è solo il
rischio di vagare nei meandri della storia in
attesa di un’intuizione per risolvere un enigma.
“Mi chiamo Guybrush Treepwood e voglio
diventare un pirata”. Inizia così il primo capitolo
della saga di Monkey Island. Guybrush è il
classico giovane inetto con un grande sogno
e un’unica capacità apparente: è in grado di
trattenere il fiato per dieci minuti. Per diventare
un pirata dovrà superare tre prove: trovare il
tesoro nascosto dell’Isola di Melée, rubare l’idolo
dalle molte mani al Governatore e sconfiggere
il Maestro di Spada in una gara di... insulti!
Nel corso della storia Guybrush affronterà
diversi nemici, incontrerà l’amore e salperà per
luoghi terrificanti e sconosciuti mantenendo un
sottofondo ironico che accompagnerà sempre
il giocatore/spettatore. Come in una sorta di
bildungsroman il personaggio si evolve con la
serie di capitoli: cresce, diventa più maturo e
coraggioso ma mantiene sempre una sorta di
irriverenza e spensieratezza tipica dei giovani.
Il duello con il nemico LeChuck, un capitano
pirata fantasma, si ripercuote in tutti i capitoli
della saga: Monkey Island 2 LeChuck’s Revenge
(1991), The Curse of Monkey Island (1997),
Fuga da Monkey Island (2000) e Tales of Monkey
Island (2009).
I primi due capitoli della saga sono ormai
catalogati come abandonware, ovvero come
titoli sui quali non esistono più diritti: per questo
motivo sono scaricabili legalmente da qualsiasi
sito internet. Per funzionare sui moderni
computer serve un emulatore (anche questo
facilmente e legalmente scaricabile). Insomma,
se volete celebrare i 25 anni di questo magnifico
videogioco non vi resta che accedere alla
connessione, fare partire il download e prendere
le redini di Guybrush: in fondo, chi non ha mai
desiderato almeno una volta diventare un pirata?
WWW.LAPAUSA.EU/BLUE
di Nicola Guarneri
[email protected]
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“Stile. Multiculturalità. Tendenze. Incontro.
Business.” Queste le parole chiave usate per
descrivere il carattere della fiera milanese
dedicata ai complementi d’arredo HOMI, già
conosciuta con il nome Macef. Nella O del nome
scelto per la manifestazione c’è l’allusione al
“cerchio che racchiude e avvolge simbolicamente
la persona, i suoi spazi e le sue abitudini” e in
questa terza edizione, che si svolgerà dal 17 al 20
gennaio al polo fieristico di Rho, si cercherà di
rispettare questi propositi.
La formula espositiva scelta è quella di dividere
lo spazio fieristico in dieci “satelliti” (che tanto
ricordano il Salone Satellite della Design
Week), ovvero dieci diverse visioni dell’abitare
e del vivere per rispecchiare al meglio l’uomo
contemporaneo.
Qui saranno presenti tutti i settori di HOMI rivisti
secondo nuovi concetti espositivi e affiancati da
nuovi settori, sempre legati al mondo della casa
e della persona e direttamente collegati ai nuovi
stili di vita. A fianco di questa nuova proposta,
l’acquisizione di una inedita formula espositiva
per Homisphere, che vedrà ne “Il colore nella
natura del cibo” il fil rouge per la progettazione
della scenografia e la riflessione sul linguaggio
della tavola, inteso come luogo dove sperimentare
nuove modalità di condivisione e consumo.
Reduce dal grande successo in Russia, che ha
visto 8000 visitatori professionali nella sua prima
edizione svoltasi nell’autunno 2014, HOMI 2015
nelle dieci aree espositive dei satelliti porterà
a contatto il pubblico e le aziende italiane
specializzate nel design, lifestyle e home decor
con “proposte per vivere se stessi e la casa indoor
e outdoor, consigli per valorizzare il giorno e
abbracciare la notte, soluzioni per sperimentare
e condividere il benessere in ogni sua sfumatura”.
Una lunga lista di nomi anglofoni per identificare
ciò che abbellirà la nostra tavola, le cucine, i
punti luce della casa (Living Habits); grande
attenzione al mondo tessile e all’homeware, vanto
soprattutto delle aziende del Nord Italia e settore
sempre in attivo nell’export, come dimostrano
i dati di resoconto alla chiusura dell’edizione
russa; con l’Home Wellness si prenderà contatto
con i prodotti e l’oggettistica dedicati a bagno,
wellness, relax, sport. E ancora, proposte per
il giardino e gli accessori per i nostri amici a
quattro zampe; una sezione interamente dedicata
alla profumazione dell’ambiente e della persona,
un’altra a idee regalo e alla progettazione di
eventi. Non possono mancare, ovviamente,
offerte per il Kid Style, che variano dagli arredi
alla moda per i più piccoli. Infine, il Concept
Lab di supporto per la progettazione di ambienti
privati o lavorativi, editoria e cibo.
Non solo casa e lavoro, ma anche hobby, viaggi,
musica, moda e abbigliamento. Insomma, una
fiera ideata per soddisfare a 360° i bisogni e i
desideri dell’uomo contemporaneo e che va
oltre perché con il contatto diretto produttore/
compratore si dà la possibilità di rendere concreti
e immediati certi sogni.
La Mi di HOMI è un chiaro omaggio alla città che
ospita questo impegnativo e corposo evento, dove
nascono mode, nuovi stili di vita, architetture
premiate in tutto il mondo, generazioni future di
creativi. Dove la vita è sempre di corsa e non c’è
tempo per pensare e riposare. Forse, proprio per
questo motivo, nasce la nuova versione di HOMI
che racchiude tutto e più di tutto, per coccolare
e cullare l’uomo del 2000. E allora, perché non
approfittarne?
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CASA & DESIGN
di Gaia Badioni
[email protected]
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Nel letto di un antico fiume a Castel di Tusa,
in provincia di Messina, ha trovato posto
un museo all’aperto: la Fiumara d’Arte. Il
progetto risale all’inizio degli anni Ottanta, per
iniziativa del collezionista Antonio Presti ed è
nato dal desiderio di omaggiare quella Sicilia
contemporanea che, scegliendo la via della
bellezza, ha deciso di rappresentare l’impegno
civile ed estetico dell’uomo.
A un territorio dimenticato ma suggestivo,
Antonio Presti ha così voluto donare opere
d’arte di artisti internazionali. Tonnellate di
cemento si sono trasformate in una collezione
di opere monumentali. Il Monumento per un
poeta morto, meglio conosciuto come Finestra
sul mare, dedicato da Tano Festa al fratello
scomparso: una gigantesca cornice azzurra in
cemento che ritaglia una porzione di orizzonte
e consente allo sguardo di scivolare nell’infinito.
Seguono, come apparizioni fuori dal tempo,
altre sei enigmatiche presenze scultoree, Energia
Mediterranea di Antonio Di Palma: un’immensa
onda azzurra gonfiata dal vento dedicato agli
studenti massacrati in piazza Tien’an men. Il
visitatore che continua a salire verso la montagna,
arriva a un bivio dove incontra una strana vela
metallica: si tratta di Una curva gettata alle
spalle del tempo di Paolo Schiavocampo. Poco
oltre si giunge al Labirinto di Arianna di Italo
Lanfredini, un percorso a spirale che, senza
possibilità di smarrirsi, conduce a una zona
centrale dove cresce un ulivo, simbolo di fertilità
e di pace.
La piramide di Staccioli è l’ultima scultura
monumentale aggiunta alla collezione. Cava,
alta 30m per 22 di lato e rivestita d’acciaio, è
stato realizzata con uno speciale materiale che a
contatto con l’aria si ossida e assume un colore
bruno intenso.
La Sicilia pur aprendosi al contemporaneo
non tradisce la propria storia con opere che
richiamano
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CASA & DESIGN
Susanna Tuzza – [email protected]
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Quando ho letto il comunicato stampa della
mostra organizzata al Museo del Violino La
Nascita di Magnum, da addetta ai lavori, ho
subito pensato: sarà la solita “fuffa”!
Sempre molto scettica nei confronti delle grandi
mostre blockbuster, abituata a leggere fior fior di
nomi conosciuti sui cartelloni pubblicitari, ma a
trovare ben poca qualità, poi, nella realtà, sono
andata a vedere l’esposizione.
Prima di entrare, come mio solito, mi sono
ben documentata sia leggendo la brochure
che parlando con il personale in accoglienza.
Dalle prime battute ho capito immediatamente
di essere stata affrettata nei giudizi: la mostra
Magnum nasce come progetto allargato di una
precedente esposizione organizzata dal curatore
Marco Minuz a Villa Manin a Codroipo (UD)
con lo scopo di mostrare la grande ricerca svolta
dai fotografi contemporanei, il lavoro intenso e
rivoluzionario di alcune figure illuminate che
hanno formato generazioni intere e documentato
la storia in ogni suo minimo dettaglio.
Per Cremona, quindi, Minuz decide di portare
fotografie non solo di Robert Capa, ma di tutto il
gruppo di creativi che il 22 maggio 1947 hanno
dato vita alla Magnum Photos Inc, ovvero:
Henri Cartier-Bresson, George Rodger, David
Saymour ‘Chim’, William Vandivert e lo stesso
Robert Capa. L’agenzia nacque principalmente
per tutelare il lavoro del fotografo e per far
rispettare gli associati diritti fotografici delle
immagini. In che modo? Attraverso la formula
della cooperativa, grazie alla quale gli autori
diventavano proprietari del loro lavoro, si
proponevano autonomamente alle testate senza
essere assoggettati alle esigenze editoriali e, punto
fondamentale, mantenevano la proprietà dei
negativi garantendo così un pieno e minuzioso
controllo sulla diffusione delle immagini.
La riflessione nasce a seguito della seconda
guerra mondiale, vissuta e immortalata dagli
artisti sopracitati, e del conseguente sviluppo
sia della stampa illustrata che delle agenzie
fotogiornalistiche avvenuto durante i due
conflitti.
Per ogni fotografo viene prevista una suddivisione
geografica nella quale operare per garantire una
copertura totale ad ogni avvenimento: Bresson in
Oriente, Chim in Europa, Vandivert in America,
Rodger in Medio Oriente e in Africa; a Capa,
invece, viene data piena libertà d’azione.
Il percorso espositivo, che copre un’intera ala
dell’edificio del Museo del Violino, è composto
da 120 fotografie ed è organizzato per autore; di
ognuno sono raccontati, con parole e immagini,
i primi reportage fatti all’avvio dell’agenzia. Fa
eccezione una piccola, ma significativa, raccolta
di immagini di Robert Capa, all’ingresso della
mostra, immediatamente antecedente Magnum,
che illustra il suo lavoro sul fronte spagnolo,
giappo-cinese, francese durante la seconda
guerra mondiale. In questa ouverture già si può
intuire l’altissimo livello dei lavori esposti e la
grandezza di questi personaggi. Compaiono:
Ragazzo Soldato (1938), che fu usata come
copertina di Life; a fianco la celebre immagine
dello sbarco in Normandia, la musa ispiratrice
del film Salvate il Soldato Ryan di Spielberg,
dove le teste dei soldati che sbucano dalle fosche
acque si percepiscono appena, assomigliando
più a dei fantasmi fluttuanti che a degli
uomini. Interessante scoprire che forse la più
celebre immagine del fotoreporter ungherese,
naturalizzato francese, sarebbe anche potuta non
esserci: a Omaha Beach nel 1946 infatti Capa
realizza 106 scatti per documentare lo sbarco
delle truppe americane in Europa, ma per un
errore di sviluppo riuscirà a salvare solamente
“i magnifici undici”, serie pubblicata nella sua
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EVENTI & ARTE
di Gaia Badioni
[email protected]
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Alla fine del percorso, che si gusta in silenzio
anche grazie ad una squisita progettazione
illuminotecnica, non si vorrebbe più uscire.
Alcune immagini richiamano la tua attenzione,
ti riportano a loro con canti da sirene, si avverte
la necessità di andare a scovare particolari che
al primo sguardo possono essere sfuggiti, più
semplicemente si viene colti da un attaccamento
magnetico a quelle fascinazioni. E separarsene è
un lento e faticoso andare.
Quello che resta poi, impresso nella mente e, più
in profondità, nell’anima, è la nostra storia.
La nascita di MAGNUM. Robert Capa henri
cartier-Bressongeorge Rodger David Seymour
‘Chim’.
Cremona, Museo del Violino, a cura di Marco
Minuz
31 ottobre 2014, 8 febbraio 2015
WWW.LAPAUSA.EU/YELLOW
EVENTI & ARTE
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interezza il 19 giugno 1944 sempre sulla rivista
Life. Di Capa si può ammirare anche il reportage
che documenta la nascita dello stato di Israele
puntando la sua attenzione soprattutto sui campi
profughi, serie che ci conduce nel cuore della
mostra e ci introduce alle sezioni dedicate agli
altri tre fotografi di Magnum.
George Rodger viene illustrato attraverso il
reportage svolto in Sudan, nella tribù Nuba, nel
1948. Immagini poetiche e, allo stesso tempo,
maestose, di fronte alla quali si viene colti da
un certo timore reverenziale per l’eleganza che
emanano. La stessa che si nota nelle posture dei
guerrieri o dei danzatori in abiti tradizionali.
L’ingresso, a forma di buco della serratura, di
una casa (1949) ci fa entrare magicamente, in
quei bianchi e neri perfetti, in una dimensione
culturale a noi completamente estranea e
affascinante e ci fa sentire dei moderni voyeur
pronti a sbirciare in quella surreale serratura.
Il viaggio continua con Henri Cartier-Bresson
in India, tra il 1947 e il 1966, al capezzale di
Gandhi poche ore prima della sua morte. I ritmi
rallentano, si possono sentire i profumi intensi
di incenso e spezie, le urla di Delhi, la delicatezza
delle maestranze artigiane di Jaipur; sopra
tutto, si percepisce la consapevolezza e la forza
di un popolo nutrita da un piccolo uomo con
gli occhiali tondi ammirando gli sguardi degli
indiani al suo funerale.
Infine, arriva l’Europa inaspettata, ironica e
sorridente di David Seymour detto Chim.
Incaricato dall’UNICEF nel 1948 di realizzare
un reportage sui bambini bisognosi dell’Europa
nel dopoguerra, in dodici settimane viaggia tra
la Polonia, l’Ungheria, l’Austria, la Germania,
l’Italia e la Grecia per osservare e immortalare
i piccoli sguardi vispi degli orfani di guerra.
Venticinque fotografie in tutto, una in fila
all’altra, come diligenti soldatini rappresentano
questo viaggio a lui molto caro. Cuore di questa
sfilata il grande riso spontaneo di una ragazza
di Matera vicino al suo cavallo, A peasant girl
leading her family’s horse back from the fields to
her cave home (1948), un vero omaggio alla vita
che, nonostante tutto, continua.
Dell’Italia si trovano altri scatti, di Venezia,
Firenze e Roma, in particolare della Città
del Vaticano; probabilmente Nanni Moretti
per Habemus Papam avrà visto prima di me
Seminaristi che giocano a pallavolo (1949),
chissà.
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Pa ova pausa comica
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Nuovo anno, nuovo inizio, come si suol dire.
E ad esser sinceri questa è proprio una di
quelle occasioni in cui il detto coincide con
la realtà.
La Pausa Comica, che si ripropone di
raccontare e intrattenere con brevi storie
a fumetti, riparte con questa uscita zero,
cambiando storia, personaggi, tematica. E
autori.
Abbandonato un gruppo di scout al
suo destino infausto fra la boscaglia
e le intemperie, ci catapultiamo in un
paesaggio ben più famigliare: il cosiddetto
cinematografo, comunemente nominato e
noto a tutti come “Cinema”.
È proprio qui, infatti, che prendono
vita e si relazionano i tre protagonisti
di Pausa Cinema con le loro rispettive
specializzazioni lavorative nell’ambito della
sala cinematografica.
Diversi per carattere, aspetto e lavoro, ma
uniti da un’unica passione, “la settima arte”,
i protagonisti ogni mese affronteranno una
nuova tematica legata ad un film da gustarsi
sono rispettivamente “fumetto” e “cinema”) e
reduci dagli ottimi piazzamenti come migliori
fumettisti Under 18 ottenuti nell’annuale
Concorso Esordienti intitolato a “Floriano
Soldi” in occasione della Festa del Torrone di
Cremona ed aperto a tutta la provincia.
Che altro dire, buon fumetto e buon film!
di Matteo Pigoli
[email protected]
insieme di fronte al loro mega-schermo
con pop-corn e quant’altro su un comodo e
spazioso divano (il modo migliore di godersi
un film insomma!).
È interessante infatti come presupposto il
trampolino di lancio che questo nuovo filone
sfrutta approfittando anche della vicinanza/
somiglianza tra i due mondi artistici (la
settima e la nona arte) che inevitabilmente
impregneranno questi episodi. L’infinita
vastità e versatilità del panorama
cinematografico che, dalla sua nascita alla
fine del XIX secolo ad oggi, ha materializzato
qualunque possibile tematica della fantasia
umana, dai bisogni più seri e riflessivi con la
critica sociale e politica più concettuale fino
al puro intrattenimento con fiabe e avventure
di mondi inventati e scenari futuristici e
via dicendo, volti a divertire, affascinare,
commuovere ed esaltare lo spettatore.
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LA PAUSA COMICA
La nu
Un vero tuffo nel mondo del cinema
attraverso il fumetto insomma, o vice versa.
Sotto la guida di due prodi frequentatori
e disegnatori del Centro Fumetto “Andrea
Pazienza” di Cremona: Simone Riccardi e
Miryam Di Capo appassionati della nona
quanto della settima arte (che per specificare
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LA PAUSA COMICA
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Cu gennaio
di Rachele Donati
De Conti
Un giorno per fare memoria,
ma che duri tuttol’anno!
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Gli ultimi giorni di gennaio sono storicamente da
sempre i più freddi di tutto l’inverno; giorni che
secondo la leggenda sono stati sottratti a febbraio
per fare dispetto ad una merla che, sbeffeggiando
il freddo di gennaio ormai concluso, se ne usciva
dal suo nascondiglio fischiettando. Il mese di
gennaio quindi si indispettì, scatenando neve e
tempesta e obbligando la merla dal piumaggio
bianco a rifugiarsi in un camino per scaldarsi. Le
sue piume candide si sporcarono per sempre di
fuliggine, diventando irrimediabilmente nere.
Indipendentemente dalla leggenda, ciò che
rimane nella tradizione sono i canti intonati in
coro davanti ai falò nelle piazze dei paesi o da
una riva all’altra dei fiumi. Nel lodigiano e nel
cremonese la tradizione si ripete ogni anno:
l’occasione è ottima per scaldarsi con un bicchiere
di vin brülé e per lasciarsi trasportare dalle note
delle canzoni popolari. Appuntamento quindi ai
prossimi freddissimi 29, 30 e 31 gennaio!
L’Epifania tutte le
feste le porta via
Ebbene sì, siamo arrivati alla conclusione delle
Feste. C’è chi si dispiace e chi tira un sospirone
di sollievo. Finiscono le vacanze, ma finiscono
anche le grandi riunioni di famiglia… Che
non fanno impazzire di gioia proprio tutti. Nel
presepio arrivano i Re Magi e nelle piazze dei
paesi si brucia “La Vecchia”. Una tradizione
che simboleggia la chiusura dell’anno passato,
l’eliminazione degli ultimi 12 mesi, per fare
spazio al nuovo. L’Epifania è il momento in cui si
tolgono gli addobbi, si rimettono le palline nelle
scatole, si torna alla gestione ordinaria e si inizia
davvero l’anno nuovo.
27 gennaio 1945: si aprono i cancelli del campo
di concentramento di Auschwitz e l’orrore
della deportazione dell’uccisione del popolo
ebraico durante la Seconda Guerra Mondiale
diventa di dominio pubblico. In ricordo e a
commemorazione di questa grande tragedia
umana, il 27 gennaio diventa, per volere
dell’ONU nel 2005, la Giornata della Memoria.
Una data in cui tutti i media parlano di olocausto,
di ricordo, di stragi, di camere a gas, di campi di
concentramento e di sterminio, di treni, di gelo,
di condizioni terribili.
Un momento di riflessione che non deve fermarsi
al 27 gennaio, ma che deve risuonare ogni giorno.
Perché la vita è una, perché la dignità della
persona va salvaguardata sempre. Perché non ci
devono far inorridire solo le grandi tragedie, ma
dobbiamo anche nel nostro piccolo ogni giorno
singolarmente evitare atteggiamenti sbagliati. E
liberare i nostri piccoli campi di concentramento
interiori.
Alea iacta est
La frase diventata famosissima, e usata nelle più
svariate occasioni, sarebbe stata pronunciata
da Cesare il 10 gennaio del 49 a.C. “Il dado è
tratto” – anche se la traduzione precisa e l’origina
greca sembrerebbe andare in una direzione
leggermente diversa – è divenuta il simbolo di
una decisione presa e dalla quale non si può
tornare indietro. Cesare lancia il suo esercito
attraverso il Rubicone e trasgredisce ad una legge
che impediva di entrare in Italia armati. Ma la
decisione è presa, il dado è lanciato. E si inizia
la guerra civile. Così dovrebbero essere le nostre
decisioni: convinte, definitive, capaci di segnare
la strada! Avanti insieme a Cesare attraverso il
fiume!
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CURIOSITA’
La merla non è sempre stata nera…
Colpa della fuliggine…
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È con immenso piacere che con il primo mese
del 2015 diamo il via alla nuova rubrica “Spazio
Positivo”.
Da grande sostenitrice del pensiero positivo, colgo
l’occasione per iniziare proprio dall’importanza
di quest’ultimo nella vita di ogni giorno proprio
perché, fra tutti i buoni propositi che si fanno
all’inizio di un nuovo anno, questo è senz’altro
quello che merita una particolare attenzione,
in quanto ci può dare davvero la possibilità di
modificare in meglio la nostra vita con l’obiettivo
di sentirsi bene. “Vedere sempre il bicchiere
mezzo pieno e mai mezzo vuoto” significa che
di ogni cosa, persona o situazione dobbiamo
cogliere e considerare sempre l’aspetto positivo
minimizzando o non dando importanza a ciò che
vi troviamo di negativo. Adottare costantemente
un atteggiamento positivo significa iniziare ogni
giorno con il sorriso, con la consapevolezza che
la vita è la cosa più bella che abbiamo e non se ne
deve sprecare nemmeno un istante. Quale cosa
ci fa sentire meglio dell’apprezzare tutto ciò che
ci circonda, l’ambiente naturale, le persone che ci
vogliono bene, le esperienze di ogni giorno?
Atteggiamento positivo significa togliere dal
nostro vocabolario la parola “lamentarsi” che
spesso viene usata anche come abitudine. È così
gratificante guardare le bellezze che abbiamo
intorno, cogliere il modo gentile che una
persona ha nel rapportarsi con noi, provare
immensa gioia nel condividere un momento
importante che sta vivendo un amico e provare
Laura Gipponi
[email protected]
entusiasmo insieme a lui per il desidero che
sta realizzando. Talvolta anche dalle esperienze
negative, se adottiamo l’atteggiamento positivo,
possiamo imparare molto: in questi momenti
apprezziamo maggiormente ciò che abbiamo e
ciò che facciamo di bello, momenti che spesso
non vengono valutati abbastanza. Inoltre dai
nostri errori abbiamo sempre molto da imparare
per essere migliori alla prossima occasione.
L’atteggiamento positivo infine è la base di
partenza per iniziare a realizzare i nostri obiettivi,
i nostri sogni perché ci mette sulla vibrazione
mentale giusta per conseguirli.
Vi esorto quindi ad iniziare con me da questo
mese il percorso positivo per raggiungere
insieme con consapevolezza l’obiettivo di sentirsi
bene.
Laura Gipponi
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SPAZIO POSITIVO
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Ca' del Bosco
Curtefranca d.o.c.
Uve:
Desi Roccato [email protected]
35% Merlot
23% Cabernet Franc
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1,2 kg di verza
1 kg di puntine di maiale
500 grammi di salsiccia
200 grammi di cotenne
4 “verzini” (salsicce fresche)
1 piedino di maiale
2 orecchie di maiale
1 codino di maiale
1 musetto di maiale
1 carota
1 cipolla
1 costa di sedano
burro qb
salsa di pomodoro qb
un mestolo di brodo vegetale
1 bicchiere di vino bianco
olio extravergine qb
sale qb
pepe qb
Preparazione
Lessare in acqua bollente per circa un’ora le
orecchie, il musetto, il codino e il piedino di
maiale rotto a metà, insieme alla cotenna.
In una capace casseruola far rosolare la cipolla
tritata con burro e olio ben caldi; unire le puntine,
la salsiccia tagliata a tocchetti e i verzini.
Bagnare il tutto con un bicchiere di vino bianco
e lasciarlo evaporare.
Togliere dalla casseruola i pezzi di maiale e nel
fondo di cottura far insaporire la carota e il
sedano tagliati grossolanamente.
Unire al fondo un cucchiaio di salsa di pomodoro
allungata con un po’ di brodo; aggiungere sale e
pepe e far stufare l’intingolo.
A parte, far appassire la verza tagliata a listarelle
nella sola poca acqua che rilasceranno.
All’intingolo di salsa di pomodoro aggiungere
la verza e la carne, sia quella lessata (orecchio,
musetto, codino, piedino e cotenna), sia quella
rosolata (puntine, salsiccia e verzini).
Coprire con un coperchio e far stufare per un’ora
e mezza prima di servire.
19% Cabernet Sauvignon
11% Nebbiolo
Vino per eccellenza della Franciacorta, e
un classico di Ca’ del Bosco, vinificato per
la prima volta nel 1975 è nel patrimonio
della tradizione contadina della zona.
L’uvaggio è un composito di sei vini
diversi che ben si adattano al clima di
queste latitudini e che gli donano una
precisa fisionomia.
Ottimo compagno per i piatti della
cucina tradizionale, capace di mantenere
la sua tipica fragranza per diversi anni è
un vino intenso, ma non troppo corposo,
flessuoso, morbido e piacevole.
11% Barbera
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RICETTE
Tempo di preparazione: 3 ore
Ingredienti per 8 persone
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Fenech
Malvasia delle Lipari
Desi Roccato
[email protected]
RICETTE
700 grammi di farina bianca
300 grammi di farina gialla
300 grammi di zucchero
150 grammi di burro
150 grammi di strutto
2 uova (1 intero e 1 solo tuorlo)
2 bustine di vaniglia
1 bicchiere di rum o cognac
1 pizzico di sale
la buccia grattugiata di 1 limone
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Uve:
Preparazione
Unire in una grande zuppiera la farina bianca,
quella gialla, lo zucchero, lo strutto e il burro a
temperatura ambiente.
Aggiungere le uova, la vaniglia, il sale, la scorza
grattugiata del limone e il rum o il cognac.
Impastare il tutto in modo da ottenere un
composto granuloso, pressare la pasta ottenuta
nella teglia.
Mettere in forno caldo e far cuocere per circa
un’ora alla temperatura di 160°.
uve di malvasia
piccola percentuale di
uve di Corinto nero.
La Malvasia delle Lipari, annoverata
tra i più antichi e pregiati vini di Sicilia,
ha origini remote - probabilmente
introdotto dai greci - nasce nelle isole
Eolie nel I secolo. Il passito presenta
un colore giallo oro vivo, limpido. Al
naso il profumo è abbastanza ampio,
intenso e persistente, fine, con sentori di
albicocca matura ed essiccata, confetto,
miele di acacia e, lieve, eucalipto e
mandorla. Il sapore è dolce, sapido,
caldo, sufficientemente fresco, pieno e
di molta persistenza aromatica.
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Tempo di preparazione: 1.5 ore
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Sul prossimo numero
troverete anche…
MOTORI – Dino Ferrari La storia di una
della macchine più avvincenti di sempre, la
prima Ferrari a motore centrale: ne furono
prodotti solo 3761 esemplari!
MOSTRE – Notte a Vicenza Nella splendida
cornice della Basilica Palladiana a Vicenza
il progetto espositivo di Marco Goldin vi
accompagnerà fino al 2 di giugno, tra una
statua egizia e un capolavoro del Caravaggio.
VIAGGI – St. Moritz Il freddo si è fatto
attendere ma finalmente la neve ha coperto
le nostre montagne: cosa c’è di meglio di una
settimana bianca a febbraio? Nel prossimo
numero vi presenteremo St. Moritz, tra gli
impianti di risalita e un centro storico da non
perdere.
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