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MAR - APR 2013
anno V
MARZO - APRILE 2013
26
GEOWEB
VALORE PER IL GEOMETRA
Nasce da un’ iniziativa del Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati e Sogei S.p.A. per lo sviluppo
e la diffusione dei servizi informatici e telematici rivolti ai Geometri.
PERCHÉ GEOWEB CONVIENE
Dal portale web si può accedere ai principali servizi
catastali (visure catastali, visure planimetriche ed
elaborati planimetrici del catasto urbano, estratti di
mappa del catasto terreni, ispezioni ipotecarie, invio
DOCFA e PREGEO) e di altri Enti ed Istituzioni (visure
camere di commercio, visure PRA, SEI, DEI)
GEO-LEARNING
GEO-SIT
GEO-POINT
Formazione a distanza
con attribuzione di crediti formativi
Sovrapposizione di estratti
di mappa alle ortofoto del territorio
Correzione dati di rilevamento
in real time
DEPOSITO NAZIONALE
ASSISTENZA
AMPIA
Gestione del castelletto
per il pagamento dei diritti erariali
Telefonica qualificata e costante
Gamma di altri servizi a costi
contenuti
CERCA GEOMETRA
RASSEGNA
IL TUO CONTO
Ricerca ed individuazione
del geometra sul territorio
Stampa Giornaliera
Rendicontazione contabile
personalizzata
Maggiori informazioni su www.geoweb.it
GEOWEB
VALORE PER IL GEOMETRA
Nasce da un’ iniziativa del Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati e Sogei S.p.A. per lo sviluppo
e la diffusione dei servizi informatici e telematici rivolti ai Geometri.
PERCHÉ GEOWEB CONVIENE
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elaborati planimetrici del catasto urbano, estratti di
mappa del catasto terreni, ispezioni ipotecarie, invio
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26
MAR - APR 2013
anno V
MARZO - APRILE 2013
26
MARZO - APRILE 2013
GEOCENTRO/magazine
Periodico bimestrale
Anno V N. 26
Marzo - Aprile 2013
DIRETTORE RESPONSABILE
Franco Mazzoccoli
[email protected]
COMITATO
Fausto Amadasi
Carmelo Garofalo
Leo Momi
Bruno Razza
Mauro Cappello
Lucia Condò
Gianfranco Dioguardi
Stig Enemark
Franco Laner
Norbert Lantschner
Pier Luigi Maffei
Franco Minucci
Marco Simonotti
Antonella Tempera
COORDINAMENTO REDAZIONE
Claudio Giannasi
A.D. e IMPAGINAZIONE
Filippo Stecconi
Francesca Bossini
www.landau.it
EDITORE
Fondazione Geometri Italiani
Via Cavour 179/a
00184 Roma
Tel. 06 42744180
Fax: 06 42005441
www.fondazionegeometri.it
STAMPA
artigraficheBoccia
www.artigraficheboccia.it
Carta interni:
riciclata Cyclus Print gr. 100
RESPONSABILE
TRATTAMENTO DATI
Franco Mazzoccoli
PUBBLICITÀ
Fondazione Geometri Italiani
Via Cavour 179/a
00184 Roma
Tel. 06 42744180
Fax: 06 42005441
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ABBONAMENTI 2013
Annuo: euro 50
Un numero: euro 10
Richiesta via e-mail
[email protected]
e versamento a:
Banca Popolare di Sondrio
Intestato a:
Fondazione Geometri Italiani
Codice IBAN: IT27 F056 9603 2270
0000 2132 X22
RICHIESTE VARIAZIONE
INDIRIZZO DI SPEDIZIONE
Tel: 06 42744180
COPYRIGHT
È vietata la riproduzione,
anche parziale, di articoli,
fotografie e disegni
senza la preventiva autorizzazione
Autorizzazione del Tribunale di
Roma n. 250 del 29 maggio 2003
26
8
26
7EDITORIALE
SCALE
RAPPORTI
VALORI
8INTERVENTI
Geometra
RUOLO
E COMPETENZA
IN EVOLUZIONE
22ISTRUZIONE
XV Rapporto AlmaLaurea
sulla condizione
occupazionale dei laureati
30
26
CULTURAL HERITAGE
B4: Before | Bricks for
Il cantiere delle idee
per giocare seriamente
e comprendere i valori
del patrimonio storico culturale
30IDEE
“L’impossibile possibile”
Lectio Doctoralis
di Paolo Fresu
43ZOOM
Leonardo3
Modelli in legno
e digitali per svelare
i segreti dei manoscritti
leonardeschi
Intervista a Edoardo Zanon
43
48
48PROGETTI
La sostenibilità
SaDiLegno
Progettare, Costruire e Vivere
case di legno
di Samuele Giacometti
54FOCUS
“Geometri del mare”
Nuovo Corso ITS
a Genova
56MISURE
ALMA
Una nuova finestra
sull’Universo
62
di Jan Brand
62
DESIGN URBANO
ECOMasse
Decorare pareti
in cemento
con forme e colori della natura
Intervista a Filippo La Duca
67
80
85LEGGERE
“Abbasso Euclide!”
Il grande racconto
della geometria contemporanea
95BOOKS
PER QUESTO NUMERO SI RINGRAZIA
Jan Brand
Gabriele Falciasecca
Samuele Giacometti
Filippo La Duca
Luciano Piccinelli
(Presidente del Collegio Geometri e Geometri
Laureati della Provincia di Genova)
Kussai Shahin
71
67INNOVAZIONE
La rete radiomobile
regionale ERretre
per i servizi di emergenza
in Emilia-Romagna
di Gabriele Falciasecca
Kussai Shahin
71FORMAZIONE
Attualità
degli squadrati
Uso Fiume
e Uso Trieste
di Franco Laner
AlmaLaurea
Istituto Nazionale di Astrofisica
Laboratorio TekneHub-Università di Ferrara
Lonardo3
Mondadori Libri
Salone del Restauro di Ferrara
Università di Milano-Bicocca
80IMPIANTI
Sistemi di sicurezza antincendio
nelle abitazioni e negli uffici:
Guida all’applicazione
della regola tecnica
dei sistemi di sicurezza antincendio per gli edifici civili
Seconda lezione
di Mauro Cappello
Online
La rivista è consultabile
agli indirizzi web:
www.fondazionegeometri.it
www.cng.it
www.cassageometri.it
Sezione “Geocentro”
Crepe nei muri?
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EDITORIALE
SCALE
RAPPORTI
VALORI
photo © shutterstock.com/ Igor Normann
di Franco Mazzoccoli
Direttore di GEOCENTRO/magazine
La scala è una struttura per superare dislivelli e raggiungere i diversi piani. Tantissimi sono gli esempi di scale
nelle forme e materiali più diversi. Ma altre scale sono quelle che si riferiscono a strumenti di misura ed altre, in
diverse scienze e tecnologie, per esprimere le sequenze di valori e le intensità di un fenomeno o di una grandezza.
Nella cartografia e nei disegni di un progetto la “scala” è il rapporto tra la dimensione di un oggetto rappresentato
graficamente e le dimensioni reali dello stesso espresse entrambe nella stessa unità di misura.
Altra scala è quella sismica (Mercalli) per valutare l’intensità dei terremoti in base agli effetti prodotti e tra le tante
altre scale, quella musicale: successione ordinata di suoni su cui si basa un sistema musicale, e quella dei colori,
ordinati dal più chiaro al più oscuro ed al rapporto tra essi.
Nel linguaggio scientifico e tecnico il “rapporto” è il quoziente tra due numeri o grandezze. In queste scale
di misura si legge il valore. Il cui significato comune è: “il complesso delle qualità positive in campo morale,
intellettuale, professionale, per le quali una persona o una categoria è degna di stima”.
Questo valore lo si persegue in una costante evoluzione della crescita culturale, tecnica ed operativa, e su questo
punta la proposta presentata da Fausto Savoldi, nel 44° Congresso Nazionale dei Geometri e Geometri Laureati,
così come nella considerazione fatta da Fausto Amadasi, Presidente della CIPAG “.... è quello di riposizionare non
solo la Categoria ma la professione di Geometra in un modo diverso”.
Questo valore è stato anche in maniera chiara esaltato ed espresso negli interventi di Gabriella Alemanno, Vice
Direttore dell’Agenzia delle Entrate, di Franco Gabrielli, Capo Dipartimento della Protezione Civile: “... la vostra
categoria, il vostro essere sul territorio e conoscerlo è per tutti noi un elemento di speranza...”, di Maurizio Pernice,
Direttore Generale per la Tutela del Territorio e delle risorse idriche del Ministero dell’Ambiente che ha riferito: “... il
Ministro Clini mi ha incaricato non solo di porgere i suoi saluti ma di sottolineare l’importanza che Lui riconosce
al ruolo dei Geometri ed alla proposta di Regolamento, facendomi l’esempio che i Geometri sono un po’: come i
medici scalzi in Cina che sono stati coloro che hanno distribuito e portato la conoscenza in tutti i siti e luoghi della
Cina, contribuendo ad una crescita culturale”.
A queste riflessioni sul valore dei Geometri si aggiungono quelle di Norbert Lantschner, ideatore di CasaClima,
di Cinzia Scaffidi, Direttrice del Centro Studi Slow Food e quelle del Matematico Piergiorgio Odifreddi (diplomato
Geometra) che si riferiscono ad Euclide “… pure lui un Geometra”.
In sostanza tutti hanno evidenziato i “valori” di una Categoria professionale nella cui attività è compresa proprio
quella estimativa.
Singolare interesse suscita la “Lectio doctoralis” dal titolo “L’impossibile possibile” di Paolo Fresu, musicista jazz
che, stando nel tema delle scale, ci riporta a quella musicale. Ma il titolo nasce intorno a “ … una piccola idea
che si sviluppa in modo concentrico per diventare grande... Come se fosse un sasso gettato in un lago laddove i
cerchi creati dallo shock dell’impatto con l’acqua si propagano, toccando ed interessando ciò che vi è intorno”.
Tanti sono i temi trattati in questo GEOCENTRO che vuole essere anch’esso un sasso... nel lago della conoscenza
e dei rapporti.
Come sempre Buona lettura, non dimenticando di dirvi che la foto della nostra copertina è quella della scala
elicoidale esistente nell’ingresso dei Musei Vaticani in Roma, realizzata nel 1930 su progetto di Giuseppe Momo,
Ingegnere-Architetto, su committenza di Papa Pio XI, denominato il Papa costruttore.
#26 // MARZO APRILE 2013
7
INTERVENTI
Q
uesto il titolo
del 44°
Congresso
Nazionale
dei Geometri
e Geometri
Laureati
italiani che si è tenuto dal 10 al 13
aprile nel Palacongressi di Rimini.
I lavori dell’Assise sono stati
aperti dall’intervento di Fausto
Savoldi, Presidente del Consiglio
Nazionale Geometri e Geometri
Laureati, che si propone di seguito
insieme a quello svolto da Fausto
Amadasi, Presidente della Cassa
Italiana Previdenza ed Assistenza
Geometri, e i successivi, tenuti da
rappresentanti di Enti ed Istituzioni
nazionali, delle Professioni, della
Comunità scientifica. Per quanto
riguarda i Partner e Rappresenti
internazionali, si riporta l’intervento
8
tenuto da Bruno Razza, Vice
Presidente della Federazione
Internazionale Geometri (FIG).
L’apertura dei lavori del Congresso
è stata accompagnata dai Saluti
delle Autorità. Roberto Biagini,
Assessore Comune di Rimini alla
Tutela e governo del territorio,
Demanio Marittimo, Lavori Pubblici,
Mobilità ha ringraziato per avere
scelto la città di Rimini come sede
del Congresso sottolineando, tra
l’altro, l’importanza della riforma del
Regolamento della Professione.
Tema affrontato anche da Juri
Magrini, Assessore della Provincia
di Rimini alle Attività produttive che
ha anche ricordato come l’Ente si
stia apprestando a fondere i propri
Istituti professionali, Tecnici e per
Geometri con l’obiettivo di dare
nuove competenze ai giovani.
Paola Gazzolo, Assessore alla
Sicurezza Territoriale, Difesa del
Suolo e delle Costa, Protezione
civile della Regione Emilia-Romagna
ha evidenziato la vicinanza dei
Geometri all’Emilia-Romagna a
fronte dell’emergenza seguita al
sisma del maggio 2012. Vicinanza
che si è concretizzata in una forte
presenza e attività sui luoghi colpiti
dal terremoto.
Fausto Savoldi
Presidente Consiglio Nazionale
Geometri e Geometri Laureati
Prima di dichiarare aperto
il 44° Congresso Nazionale
della categoria professionale
dei Geometri Italiani desidero
ringraziare tutti voi, Dirigenti di
Collegio e iscritti all’Albo per aver
risposto così numerosi a questa
iniziativa congressuale.
Ringrazio innanzitutto la Presidenza
della Repubblica per aver aderito
alla nostra manifestazione ed
i rappresentanti dei Ministeri e
delle strutture dello Stato che
chiameremo nel corso della
mattinata per un saluto bene
augurante per il nostro lavoro. Sono
presenti e li ringrazio, i massimi
rappresentanti delle professioni
ordinistiche, il PAT (Professioni Area
Tecnica) e CUP (Comitato Unitario
delle Professioni), che a nome
di tutte le categorie professionali
interverranno con un loro pensiero
sull’attività di consultazione tra gli
iscritti che avrà inizio nella giornata
di domani.
Devo anche ringraziare i Presidenti
delle Organizzazioni internazionali
delle quali facciamo parte e alla
cui nascita noi stessi abbiamo a
suo tempo contribuito. Nel corso
degli anni, abbiamo rafforzato
la nostra presenza in queste
organizzazioni (FIG, CLGE, EGOS,
UMG) nel tentativo di dare alla
nostra categoria visibilità europea
ed internazionale.
è doveroso un saluto al Comune
ed alla Provincia di Rimini oltre
che ai rappresentanti politici ed
amministrativi della Regione EmiliaRomagna che con calore ci hanno
accolto e che terremo informati sui
risultati del nostro lavoro.
Credo che molti dei presenti,
iscritti, ospiti e relatori, abbiano
ben compreso che questo si
propone di essere un Congresso
che guarda al futuro della nostra
professione, che guarda ai giovani
nel tentativo di dar loro delle
certezze e che vuol delineare, per
i Geometri italiani, un percorso di
crescita tale da garantire lavoro
ed operatività per tutti, siano essi
liberi professionisti, collaboratori o
dipendenti delle pubbliche e private
amministrazioni.
Con la proposta di un nuovo
Regolamento Professionale che
sostituisca quello ormai datato
del 1929, abbiamo sviluppato un
grande dibattito che dopo questo
incontro congressuale si aprirà al
dialogo con tutte le altre categorie
professionali per giungere,
condiviso, nelle mani della
politica. Un percorso certamente
irto di ostacoli ma che partendo
dalla convinzione che nessuna
categoria può isolarsi dal contesto
socio-produttivo italiano potrà,
confidiamo, raccogliere i consensi
di tutti coloro che hanno a cuore
il futuro della nostra società, la
sua crescita culturale, tecnica e
operativa.
La nostra proposta si sviluppa
pensando ad una rinnovata
figura professionale tecnica di
raccordo tra il sapere accademico
e le concrete esigenze tecniche
quotidiane della popolazione. Una
figura che abbia quale primario
obiettivo la tutela dell’ambiente
nel quale viviamo nella totale
consapevolezza delle grandi
emergenze nazionali e mondiali
relative alla garanzia della nostra
salute, alla sostenibilità del costruire
e del conservare, al cambiamento
climatico ai rischi idrogeologici del
territorio ed alla ricerca ed all’uso di
energie rinnovabili.
Tutte tematiche che dobbiamo
indicare ai nostri giovani e che,
se affrontate con preparazione
ed esperienza, saranno in grado
si garantire lavoro, sviluppo
e soddisfazioni morali ed
economiche.
Tematiche che, tra l’altro, sono
e devono essere comuni a tutte
le professioni nei rispettivi ambiti
operativi, oggi non più conciliabili
con esclusività ma spesso, come
richiede la nostra stessa società,
sovrapponibili e intercambiabili tra
di loro.
Nel solco della tradizione questa
rinnovata figura professionale
troverà i propri futuri professionisti
negli Istituti tecnologici riformati,
per entrare subito, a 20 anni,
dopo un tirocinio totalmente
riorganizzato, nell’Albo
professionale, iniziare a lavorare
e da quel momento avviare un
percorso di crescita formativa
che durerà tutta la vita e che
potrà seguire iter universitari o
specializzazioni non accademiche.
Su questi temi è aperto il dibattito
interno alla categoria che vuole
comunque dimostrare agli illustri
ospiti ed amici qui presenti come
questa nostra professione, il
Geometra appunto, conservi
la propria vitalità ed il proprio
rinnovato ruolo nella nostra società.
Con questi stimoli e con queste
riflessioni auguro a tutti voi un
buon lavoro e dichiaro aperto il 44°
Congresso dei Geometri e Geometri
Laureati italiani.
#26 // MARZO APRILE 2013
9
Fausto Amadasi
Presidente della Cassa Italiana
Previdenza ed Assistenza
Geometri
Grazie dell’invito ad essere conciso
e grazie al Presidente Savoldi di
avermi concesso l’onore di essere
il primo ad intervenire dopo la
sua apertura. Credo che meriti
veramente l’applauso che gli avete
riconosciuto.
Voi sapete che io rappresento
l’anima nera della categoria, quella
che ogni tanto qualcuno dipinge
come il corvo che va a prendere la
contribuzione dagli iscritti. Io credo
che più che anima nera ormai tuti
siamo convinti che siamo un’unica
cosa perché una categoria è una
categoria importante, l’abbiamo
sempre visto, una categoria forte,
se ha idee chiare, obiettivi chiari, e
se ha una tutela, una previdenza
adeguata a dare la sicurezza di cui
tutti i professionisti ogni mattina
hanno bisogno quando cominciano
a correre per raccogliere il frutto del
proprio lavoro.
Quindi ben vengano queste
iniziative, ben vengano, e ringrazio
il Presidente del PAT, quindi
Presidente anche di tutti noi delle
professioni tecniche, per le parole
che ha detto. E mi permetto di
lanciargli un segnale di aiuto e di
sofferenza che le Casse stanno
10
avendo, perché le nuove norme
che riguardano le società, che ho
visto ieri apprezzare dal punto di
vista delle prospettive tecniche e
quant’altro, mancano di regole
adeguate. Non sappiamo cosa
succederà dal punto di vista
previdenziale. Abbiamo grosse
difficoltà a capire come gestire
i rapporti con le Società di
Ingegneria, dal punto di vista
previdenziale. Con le Società di
Ingegneria e con gli Studi associati
che sono regolati da una norma
specifica, non richiamata e della
quale non abbiamo certezze di
applicazione per quello che riguarda
il settore della previdenza.
Quello che stiamo facendo, e lo
sforzo che sta facendo il Consiglio
Nazionale e che sta facendo la
Cassa, sostenendo alcune iniziative
importanti, di cui nei prossimi
giorni, credo, avremo tutti modo
di parlare, è quello di riposizionare,
non solo la categoria, ma la
professione, in un modo diverso.
Il furore europeista del bravo
professor Monti, in poco tempo, ha
distrutto quelle che erano certezze
normative che noi avevamo.
Andava fatto? Probabilmente sì, per
lo sviluppo del Paese. Ma bisogna
anche completarle. Bisogna che ci
sia anche l’attenzione a far sì che
queste regole poi siano complete,
immediatamente applicabili e diano
a tutti coloro che hanno, come noi,
la responsabilità di fare e di dare
indicazioni sulle scelte e quant’altro,
la possibilità di avere riscontri
adeguati.
La brava Ministro Fornero era
stata direttamente coinvolta da
tutte le Casse perché ponesse
attenzione alle problematiche
previdenziali e fiscali, perché non
regolamentandole nel modo giusto
si possono creare ingiusti e indebiti
vantaggi o svantaggi a favore di
una scelta societaria o di una
struttura societaria e un’altra. E lo
vediamo, troppo spesso e volentieri,
negli appalti che riguardano anche
le attività tecniche. E su questo
credo che il PAT stia lavorando, ma
credo che dovremmo veramente
mettere insieme un po’ di forze e di
energie perché stanno succedendo,
sia nell’ambito dei ribassi d’asta,
sia nell’ambito di partecipazioni di
Società di servizi, che nulla hanno a
che fare con l’attività professionale,
in attività specifiche, di due
diligence immobiliare e quant’altro,
non ultima quella dell’Agenzia del
Demanio, quindi lo Stato che, per
primo, ha disconosciuto quello che
poteva essere invece un giusto
riconoscimento all’attività dei
professionisti.
Quindi, cominciano a dirci le cose
che servono. Cominciamo in modo
diretto.
Vi ringrazio e buon lavoro a tutti.
Gabriella Alemanno
Vice Direttore dell’Agenzia delle
Entrate
Prima di tutto desidero ringraziare
il Presidente Savoldi per questo
invito. Sono particolarmente
onorata anche di essere qui proprio
per il rapporto che ci stringe alla
Categoria dei Geometri. Quindi
questa presenza per me è motivo
di grande soddisfazione anche
proprio perché questa Assise
nazionale, per i contributi proposti
e per la discussione che verrà
sviluppata, assume nel contesto
nazionale odierno un significato
INTERVENTI
dalle molteplici valenze.
Io credo che già il claim che voi
avete scelto ha un suo particolare
significato: “Geometra. Ruolo e
competenza in evoluzione”. Questo
claim sintetizza nel modo più
efficace possibile la volontà di tutti
voi di proporsi con risposte concrete
alle istanze di una società e di un
mercato in continua evoluzione,
in termini di responsabilità e
sostenibilità, competenza, efficienza
e professionalità.
La vostra categoria presenta
un secolare percorso evolutivo
caratterizzato dalla propria capacità
di progredire ed adeguarsi, nelle
varie epoche storiche, alle mutevoli
esigenze politiche, economiche e
sociali del nostro Paese.
Inoltre essa ha svolto un ruolo
fondamentale nell’opera di
trasformazione e sviluppo del
territorio nazionale. Ma il territorio
non è solo lo spazio fisico nel quale
le singole comunità si riconoscono
e si difendono. È il luogo dove si
accomunano i vissuti e le storie
di ognuno di noi, le pratiche
istituzionali, i nostri legami affettivi,
i modelli culturali, le consuetudini
sociali.
Dobbiamo, però, prendere atto che
oggi questo territorio è una creatura
fragile, con alcuni tratti seriamente
compromessi che hanno bisogno
di cure attente e quotidiane. Cure
che devono disegnare un sistema
di attività, di azioni multiple, di
impegno concreto e attivo che
rientri in una dimensione etica e di
responsabilità, fondato su criteri di
interdipendenza e di relazioni.
Si tratta, in sostanza, di rinnovare
una governance del territorio
cui viene attribuito il compito di
raggiungere un equilibrio tra la
crescita economica, la coesione
sociale e il benessere della
comunità. In più una governance
orientata alla valorizzazione delle
specificità locali, al rafforzamento
delle diverse identità, alla
produzione di nuovi valori,
significati e riferimenti sempre più
necessari nella società attuale.
Credo che in tale contesto appare
fondamentale la funzione anche
della Pubblica Amministrazione,
intesa come quel complesso
di attività svolte per assicurare
alla collettività la disponibilità
di interesse pubblico, in questo
caso, ovviamente, parliamo di
informazione territoriale, alle
condizioni operative più favorevoli.
Inutile ricordare a voi quello che
l’Agenzia fa con i suoi asset,
nell’azione di garante di un
certo patrimonio informativo,
in materia di cartografica,
catasto, osservatorio del mercato
immobiliare e attività estimative,
sia in termini di responsabilità del
ruolo rivestito, nonché di spirito di
servizio verso l’intera collettività.
Ma in un’ottica di democrazia
partecipata risulta altrettanto
fondamentale il ruolo svolto dalle
varie categorie di stakeholders.
Bisogna prendere atto che la vostra
categoria, negli ultimi anni, più che
utilizzatori delle soluzioni erogate
dall’Agenzia si è proposta come
valido partner.
Ne è una chiara dimostrazione
quanto espresso dalla normativa
circa la dichiarazione di conformità
catastale, che può essere sostituita
dall’attestazione rilasciata da
un tecnico Geometra abilitato
alla presentazione degli atti di
aggiornamento catastali.
Un partenariato basato sul dialogo
e sull’interazione durante tutte le
fasi del processo decisionale, dalla
progettazione alla realizzazione e
veicolazione di soluzioni e servizi.
Questo grazie ad una relazione
permanente basata su trasparenza,
fiducia, ascolto e responsabilità
reciproche.
Come dimenticare ad esempio il
percorso comune che ci ha visto
lavorare, in modo quasi simbiotico,
nella realizzazione del nuovo
sistema di aggiornamento degli atti
cartografici e censuali con l’ausilio
della procedura Pregeo, il cui valore
viene indiscutibilmente riconosciuto
anche a livello internazionale e del
quale ormai i Geometri e i Geometri
Laureati sono parte integrante e
non più terzi.
Il sistema di aggiornamento del
catasto terreni, come sapete, è
partecipato dai professionisti che
aggiornano dal proprio studio la
banca dati catastale.
Con l’adozione del nuovo sistema
di aggiornamento l’Agenzia e
gli Ordini professionali hanno
segnato una nuova tappa di civiltà
amministrativa, rappresentando un
modello organizzativo da proporre
ad altri comparti della Pubblica
Amministrazione.
Proseguendo con gli altri esempi
#26 // MARZO APRILE 2013
11
cito l’analoga collaborazione per
l’invio dei documenti tecnici relativi
al catasto fabbricati tramite il
modello Docfa. Particolarmente
significativa è stata anche la
collaborazione che la categoria ha
dato in occasione della redazione
del Manuale delle stime immobiliari
che praticamente abbiamo
condiviso in tutta la definizione dei
processi e delle classi operative
della stima immobiliare in sintonia
con la definizione dell’International
valutation standards.
Un’ultima citazione la riservo al
concreto aiuto che l’Agenzia ha
ricevuto da tutta la vostra categoria
nel portare a compimento il
progetto di individuazione e verifica
dei cosiddetti immobili fantasma.
Colgo anche l’occasione per
ringraziare, anche in questa sede,
tutti i tecnici che hanno collaborato
a questa importante attività
prestando la propria opera a titolo
gratuito.
Tutto questo è stato raggiunto
anche grazie al fatto che, in
alcuni casi, la vostra categoria ha
modificato metodologia di lavoro
codificato aprendosi ai mutamenti
evolutivi del servizio pubblico, della
cui bontà ed efficienza è ciascuno
di noi, secondo le rispettive
prerogative, concretamente
responsabile.
Nell’augurarvi, anche a nome di
tutti i colleghi dell’Agenzia, buon
lavoro, auspico che le nostre
capacità evolutive, progettuali,
operative possano, insieme
raccogliere ed affrontare le sfide
che il nostro Paese ci pone,
specialmente in questo periodo così
delicato, in questo momento così
difficile.
Buon lavoro a tutti e grazie
dell’invito.
Franco Gabrielli
Capo Dipartimento Protezione
Civile
Grazie, aderendo all’invito ad essere
brevissimi, consentitemi, però, di
non esimermi da un ringraziamento
e da un auspicio. Il ringraziamento
12
lo faccio con dei numeri, perché poi
i numeri sono cose che meglio di
ogni altra chiariscono, parlando poi
a gente che, come voi, con i numeri
vive e costruisce.
Perché, vedete, all’esito delle
catastrofi, delle calamità,
soprattutto di quelle di natura
sismica, c’è una categoria di
soggetti, quelli che magari non
hanno le luci della ribalta, se di
ribalta si può parlare quando
si parla di catastrofi, che sono
i tecnici. Tecnici che, il sistema
di protezione civile ha formato
in questi anni. Sono persone
che lasciano le loro attività e
gratuitamente si mettono a
disposizione dei territori colpiti,
censiscono i danni, verificano le
agibilità. E lo fanno non soltanto
gratuitamente rispetto al fatto
di avere lasciato un’attività, ma
lo fanno assumendosi delle
responsabilità. Che sono le
responsabilità che consentono ai
territori, poi, di ripartire.
E mi sembrava doveroso, oggi,
in questo contesto leggere alcuni
numeri, perché, ripeto, i numeri
non sono contestabili, almeno
questi, spero. Ad oggi sono 2.978
i tecnici che il Servizio nazionale
di Protezione civile ha formato.
Vi ricordo che alla fine del 2009
erano 1.341. Di questi 2.978,
1.132 provengono dalle Pubbliche
Amministrazioni, 387 dal Consiglio
Nazionale degli Ingegneri, 699 da
quello degli Architetti e 760 dal
Consiglio Nazionale dei Geometri.
E in questo percorso che, negli
ultimi anni è stato fatto, il trend
è assolutamente positivo. Nel
2010 ne abbiamo formati 112,
nel 2011, 245, nel 2012, con il
sisma dell’Emilia, del Veneto e della
Lombardia in atto, ne abbiamo
formati 532, alla fine del 2013
saremo a oltre un migliaio di tecnici
formati. E di questo credo che, non
solo io, ma l’intero Paese, vi debba
ringraziare.
E poi l’auspicio. La vostra categoria,
il vostro essere sul territorio, il vostro
essere conoscitori del territorio,
è per noi tutti un elemento di
speranza. Perché, vedete, io lo
vado dicendo da tempo, se dovessi
fare la graduatoria delle criticità del
sistema, direi che il nostro Paese
è ancora fortemente deficitario
sotto il profilo della cultura della
protezione civile. Perché nel nostro
Paese ancora troppe istituzioni
e moltissimi cittadini non hanno
contezza dei rischi che insistono sui
propri territori, dei comportamenti
che devono essere tenuti, dei
sistemi che devono essere attuati.
Io credo che con la vostra
intelligenza, la vostra professionalità
INTERVENTI
e competenza noi potremo fare
questo ulteriore significativo passo.
Consentitemi direi l’ultimo grido
d’allarme che non attiene al tema
delle risorse, perché mi assocerei
un po’ al coro generale. È il tema
della vulnerabilità. Smettiamola di
ricercare messianiche prospettive
di previsioni di eventi che non
possono essere, ad oggi, previsti,
come i terremoti. Costruiamo
il nostro Paese con tecniche
costruttive idonee, recuperiamo il
patrimonio edilizio, perché questo
rappresenterebbe, non solo in
termini di crescita economica, ma
soprattutto di sicurezza per il nostro
Paese, un futuro migliore di quello
che è oggi il nostro presente.
Grazie
Maurizio Pernice
Direttore Generale per la
tutela del territorio e delle
risorse idriche del Ministero
dell’Ambiente
Buongiorno, vi porto i saluti del
Ministro che si è raccomandato
affinché questi non siano saluti
formali, ma sostanziali. Fai capire,
mi ha detto, che io lì sono presente,
perché è il riconoscimento del
ruolo che una categoria, a stretto
contatto con le persone, perché voi
operate a livello locale a contatto
diretto, il più delle volte, molto
spesso, con i cittadini. E quindi
siete il primo anello della diffusione
della conoscenza.
Parlavo questa mattina, dicevo, con
il Ministro Clini, che mi ha chiamato
proprio per sottolineare l’importanza
che lui riconosce al vostro ruolo e
a questa proposta di Regolamento.
E quando io ho detto: “si è vero”,
e l’ho detto perché nelle attività
che svolgo e che mi portano a
contatto con le persone, vedo che
il Geometra ha un ruolo essenziale
nel risolvere i problemi dei cittadini
e nel venire incontro alle esigenze
dei cittadini, lui mi ha fatto questo
esempio: “è come per i medici
scalzi in Cina che sono stati coloro
che hanno distribuito e portato la
conoscenza in tutti i siti e luoghi
della Cina, contribuendo ad una
crescita culturale”.
Io ho letto l’Articolo 3 del
Regolamento, visto che oggi di
questo si parla, e va apprezzato
sia come riconoscimento del ruolo
attuale che voi dovete svolgere, sia
come prospettiva futura proprio di
creare conoscenza.
Ricordo che con Ronchi nel ’97
facemmo il Decreto Ronchi dove
si parlava di raccolta differenziata.
Oggi, solo oggi, a distanza di sedici
anni, la raccolta differenziata è
diventata il centro di ogni attività
di raccolta e gestione rifiuti. Quello
però è stato un seme. E anche
questo sicuramente è un seme,
perché a voi viene chiesto, leggo,
di contribuire alla salvaguardia, la
tutela, la protezione e valorizzazione
delle risorse ambientali.
Quindi un ruolo fondamentale nella
tutela dal rischio idrogeologico. Il
riconoscimento anche di istituti
che sono obsoleti ma potrebbero
svolgere un ruolo fondamentale.
Penso ad esempio agli Usi civici
che sono degli strumenti che
se adeguatamente riconosciuti
potrebbero dare un contributo
essenziale all’assetto del territorio.
Il presupposto di tutto questo
è la conoscenza. Ora, che
l’Ordine riconosca che il ruolo del
Geometra, Geometra Laureato,
può essere essenziale per
promuovere tecnologie innovative
che possono spingere verso
quella che si chiama la Green
economy. Ma bisogna passare
dalla parole ai fatti. Allora se sulla
diffusione sul territorio le persone
cominciano a capire l’importanza
non solo nell’interesse generale,
ma anche nel loro interesse, come
risparmio di spesa sull’efficienza
energetica, sul risparmio energetico,
sull’autosufficienza energetica degli
edifici – obiettivo che la Comunità
europea ha peraltro previsto dal
2020 – è ovvio che il vostro è un
ruolo propulsivo non solo a livello
locale ma poi anche per la politica.
Perché poi chiaramente la politica
non potrà non tenere conto di
questa spinta che viene dal basso.
Poi la formazione. Nel momento
in cui nel Regolamento viene
riconosciuto questo ruolo essenziale
di competenze ai Geometri, è chiaro
che tutta la nuova classe, i più
giovani, saranno imbevuti di queste
nozioni perché le dovranno studiare,
approfondire sin dall’inizio.
Da qui a quindici anni noi potremo
avere una trasformazione in senso
estremamente positivo e propulsivo
della categoria che può avere degli
sviluppi fondamentali anche come
spinta alla politica. Tenendo pure
presente che quando uno fa un
#26 // MARZO APRILE 2013
13
certo corso di studi non è detto
che debba per forza finire a fare
un’attività professionale. Potrebbe
entrare nelle amministrazioni,
potrebbe fare politica.
Ecco lì i semi che vengono
sparsi nel nostro Paese per poter
veramente dare un contributo
notevole a quello che viene
individuato come l’obiettivo che
viene ritenuto fondamentale per la
ripresa della nostra economia, che
è la Green economy.
Vi ringrazio.
Armando Zambrano
Presidente PAT
Grazie dell’invito, è veramente con
piacere che partecipo al Congresso
Nazionale dei Geometri e Geometri
Laureati. Tra l’altro, alcuni mesi fa,
abbiamo tenuto qui il Congresso
Nazionale degli Ingegneri, quindi
torno in questa splendida struttura.
Qui rappresento il PAT, però non
posso che farvi anche il saluto del
Consiglio Nazionale degli Ingegneri
e gli auguri di buon lavoro a
questo incontro molto interessante
perché l’argomento è ovviamente
stimolante.
“Ruolo e competenza in evoluzione”
è quello che accomuna, in questo
momento, la problematica di tutti
14
gli Ordini e Collegi professionali, ma
in particolare quelli tecnici che sono
stati, in questi ultimi tempi, la parte
forse più propositiva nell’ambito
delle professioni. Quelli che hanno
cercato, soprattutto con il lavoro
del PAT, questa organizzazione
che, voi sapete, raggruppa nove
professioni tecniche, di essere
un po’ la punta di diamante.
Abbiamo voluto rappresentare la
parte delle professioni più aperta
al cambiamento, quella che vuole
veramente un rinnovamento
della Società. E vedo che anche
voi, anche i Geometri, che sono
poi parte importante nell’ambito
del PAT, parte essenziale nella
contribuzione al lavoro che è stato
portato avanti in questo anno e
mezzo, due anni, di avvio della
riforma, bene, questo vuol dire che
siamo in sintonia anche su questo.
Certo la proposta di Regolamento
è una proposta nuova, importante,
anche se i principi ai quali si è
ispirata sono quelli, comunque,
della presenza importante dei
tecnici sul territorio. La presenza
e la capacità di interpretare quelle
che sono le nuove esigenze della
società. Sono questi, elementi, che,
posso dire, sono condivisi da tutta
la categoria dei professionisti tecnici.
Certamente, il Regolamento è
un aspetto delicato, un aspetto
importante, che coinvolge anche
gli interessi delle altre Categorie,
quindi su questo credo che un
ragionamento complessivo,
collettivo, come sempre, anche se
ritenete, in ambito PAT, vada fatto.
Perché credo che questi elementi
debbano essere portati avanti
insieme. Credo che, così come
abbiamo lavorato su tanti temi,
anche su questo dobbiamo trovare
dei punti di incontro.
Credo che ormai la battaglia delle
competenze, le questioni che ci
hanno a volte diviso, sono un po’
acqua passata. Credo che su
questo dobbiamo guardare tutti
al futuro. Ma lo dico veramente
perché ci credo. Perché credo
che il futuro che io vedo, certo un
futuro complesso, è quello di una
grossa casa comune dove tutti
i tecnici possano trovare la loro
funzione, la loro collocazione. Il
loro modo migliore per esprimere
le loro professionalità. Siamo tutti
interdisciplinari, tutti interdipendenti,
se volete. Abbiamo una serie di
competenze diffuse su tantissimi
temi che dobbiamo mettere al
servizio non più di noi stessi
– questa è una posizione che
ormai abbiamo abbondantemente
maturato, come professioni
tecniche – ma al servizio di questo
Paese.
Siamo convinti tutti che i problemi,
che pur sono tanti, li viviamo
quotidianamente, che ognuno di
noi che rappresenta, in qualche
modo, a livello nazionale, a livello
locale, le professioni, conosca quali
sono le difficoltà di tutti, oggi, di
lavorare. Difficoltà che vengono
da un quadro generale normativo
burocratico assolutamente
insostenibile, da una pressione
fiscale fortissima, dalla incapacità
del Parlamento, del Governo, oggi,
di dare delle risposte.
Su questo noi abbiamo cercato,
come PAT, di dare un contributo.
Abbiamo partecipato al primo
“Professional day” del primo marzo
INTERVENTI
dell’anno scorso, facendo in modo
che le professioni avessero un
atteggiamento positivo riguardo
alla Riforma. Così come abbiamo
ribadito, nel secondo “Professional
day” del 19 febbraio la nostra
intenzione di portare avanti la
Riforma.
Certo, siamo convinti che quella
non è un punto di arrivo. Forse
non è nemmeno l’elemento più
importante che noi volevamo. Però
è un punto che ci consente di
chiudere una serie di discorsi anche
complessi, anche penalizzanti,
che nel passato ci hanno creato
dei problemi, per partire con
una nuova organizzazione delle
nostre Categorie. Una nuova
organizzazione che parta dai
contenuti, dall’uso del territorio,
dal mettere in risalto le nostre
competenze e soprattutto la
nostra funzione sussidiaria rispetto
allo Stato. Che è una funzione
che noi rivendichiamo e che,
secondo me, lo Stato dovrebbe
ancora di più recuperare, perché
se lo Stato ci affida dei compiti,
i professionisti sono in grado di
svolgerli. Sono in grado di portare
avanti, nei tempi più brevi possibili,
quelle che possono essere le
idee di sburocratizzazione e
semplificazione.
Noi abbiamo fatto una proposta
come PAT, che poi abbiamo
visto riportata all’interno di tutti
i programmi dei Partiti, che è
quella che i professionisti fossero
responsabili delle autorizzazioni
che oggi, per tanti ritardi, bloccano
le opere pubbliche e private. Noi,
su questo, ci vogliamo impegnare
fortemente. Sarà il punto cardine di
un Convegno nazionale che come
PAT stiamo organizzando. Perché
quelle dodici proposte che abbiamo
portato all’interno del “Professional
day” del 19 febbraio si devono
convertire in dodici proposte
di legge. Perché altrimenti non
usciamo fuori dalla stagnazione, dal
blocco in cui oggi siamo.
Sono tutte proposte sostenibili,
molte di queste a costo
assolutamente zero, basterebbe
adottarle per far ripartire larghe
parti della nostra economia. Così
come è fondamentale mettere
in sicurezza. Lo diceva il Prefetto
Gabrielli, che è venuto anche al
nostro Congresso di settembre e
che ringrazio ancora per la sua
disponibilità, per le parole che ha
avuto per tutti i professionisti.
Noi riteniamo che oggi si debba
andare verso una Conferenza
nazionale dei rischi, perché
dobbiamo mettere a sistema tutte
le competenze, tutte le qualità
dei professionisti della Pubblica
Amministrazione. Perché questo
Paese non può più piangere
morti e disgrazie che avvengono
regolarmente. È inutile – e lo
diceva giustamente il Prefetto –
pensare che si possano prevenire
o anticipare le date dei terremoti.
Dobbiamo solo costruire bene.
Utilizzare bene il territorio. Questa
è la funzione di noi professionisti
e tecnici. E su questo credo che il
PAT darà sicuramente un contributo
importante. Credo che la presenza
dei Geometri, una presenza sempre
leale, corrette, disponibile, sia un
aspetto importante, che ha dato
forza a questo organismo. Credo
che questo organismo debba
continuare a lavorare nell’interesse
non nostro, ma nell’interesse del
Paese.
Grazie.
Marina Elvira Calderone
Presidente CUP
Signor Presidente, gentili
congressisti, grazie, soprattutto,
per un invito rivolto al Comitato
Unitario delle Professioni che io ho
voluto onorare perché veramente
graditissimo. Ho fatto un po’ le
corse, stamattina mi trovavo a
Manfredonia, ma è un piacere
partecipare, anche per un piccolo
intervento, al vostro Congresso.
Certamente non parlerò delle
questioni tecniche anche perché da
Consulente del lavoro veramente
potrei dirvi molto di poco di quello
che è il vostro lavoro. Ma invece
vorrei dirvi qualcosa su quello
che è il mondo delle professioni
e l’esperienza che noi stiamo
facendo.
Ricorderete che il 19 febbraio,
noi abbiamo fatto il “Professional
day”. Tutti quanti ci siamo ritrovati
a Roma nelle 150 piazze che
abbiamo messo insieme proprio
per ragionare sul futuro del Paese,
su quelle che potevano essere
anche le proposte e l’impegno dei
professionisti italiani. Eravamo a
cinque giorni delle elezioni, abbiamo
dato degli input ad una politica che
si è presentata in massa al nostro
evento.
Io avevo detto: spero che questo
non sia il solito appuntamento pre
elettorale in cui tutti venite, ci dite
quanto ci volete bene, salvo poi
magari dimenticarvene nei momenti
successivi quando si dovranno fare
le scelte per il Paese.
A due mesi di distanza abbiamo
visto che ancora le scelte non
sono fatte e noi stiamo vivendo
una situazione di grande instabilità
politica che poi si ripercuote sul
lavoro di tutti quanti noi e anche su
quelle che sono le condizioni del
nostro Paese.
Certamente noi professionisti non
possiamo rimanere immuni da
quelle che sono, poi, le riflessioni
comuni a tutti quei cittadini
responsabili che, invece, vorrebbero
veramente mettere le basi per il
rilancio della nostra economia e
della nostra società. Certo non è
facile, nel momento in cui, io credo,
ci sia da ragionare sul fatto che
aumenta la disoccupazione, nel
contempo noi avevamo denunciato
le difficoltà anche delle imprese –
e anche dei professionisti, per la
verità – che hanno grandi crediti
anche nei confronti della Pubblica
Amministrazione di poter esigere
quei crediti.
Avete visto che è stato emanato il
Decreto. Decreto che, però, sa un
po’ di beffa, nel momento in cui
quei crediti non sono compensabili
e devi essere in regola con tutti gli
altri adempimenti per poter esigere
#26 // MARZO APRILE 2013
15
quello che è il frutto del tuo lavoro.
Essere oggi professionisti vuol dire
scegliere anche di non chiudere gli
occhi di fronte a queste questioni
e anche di denunciarle. Io credo
che in questo noi dobbiamo essere
uniti anche perché io credo che poi
il futuro del lavoro in Italia non sia
solo quello del lavoro subordinato,
ma sia sempre di più, invece il
futuro del lavoro autonomo, del
lavoro libero professionale.
Mentre aumenta la disoccupazione,
aumentano, invece, i numeri degli
iscritti agli Ordini professionali.
E allora è di oggi una notizia su
Twitter di Avvocati a cinque euro,
che offrono la loro collaborazione
per soli cinque euro alle imprese.
Io credo che, invece, la strada
sia quella della qualificazione
professionale, delle sfide per
l’efficienza e soprattutto della
garanzia della qualità che solo dei
professionisti formati possono dare.
E allora, ai nostri giovani voglio
dire: noi adesso abbiamo raggiunto
il traguardo di avere anche la
normativa sulle Società tra
professionisti operativa. Sappiamo
che ci sono ancora delle lacune
da colmare, ma soprattutto
noi, responsabili anche degli
Ordini professionali, dobbiamo
avere l’attenzione alle norme di
attuazione. Affinché non diventino
ancora un modo per svendere la
nostra professionalità. Le società
devono diventare uno strumento
per consentirci di rafforzarci, di fare
rete, e soprattutto di presentarci sul
mercato più forti per contrastare chi
cerca di fare il nostro lavoro senza
avere la qualità e soprattutto la
professionalità e l’etica che, invece,
contraddistingue le nostre azioni.
Buon Congresso a tutti.
Piergiorgio Odifreddi
Professore, matematico, logico,
saggista
Anzitutto, sono molto felice di
essere qui, perché, in fondo,
sono a casa, anche se io non
ho mai professato la professione
del Geometra, ma in realtà in
16
famiglia, mio padre i miei zii erano
tutti Geometri, quindi anch’io ho
seguito semplicemente le orme di
famiglia, e sono felicissimo. Anche
se poi si sente dire – e questa è
una cosa che, già da tempo, sto
cercando di contrastare, proprio
grazie al diploma che ho preso,
ormai tanti anni fa, nel 1969 – che
sembra quasi che coloro che fanno
gli Istituti tecnici in generale, e gli
Istituti per Geometri in particolare,
non siano uomini di cultura.
Per essere uomini di cultura
bisogna conoscere il latino, bisogna
conoscere il greco, altrimenti
si è tagliati fuori. Questa è,
naturalmente, una sciocchezza.
E allora continuo – naturalmente
questa è anche una captatio
benevolentiae qui, in questo luogo,
ma lo dico anche altrove – io
continuo sempre a fare notare
come non si debba dismettere
così facilmente il titolo di Geometra
perché, in fondo, uno che vinca per
esempio un Premio Nobel per la
letteratura, beh quello sicuramente
è un uomo di cultura. C’è stato
un Geometra, in Italia, che ha
vinto un Nobel per la letteratura.
Probabilmente tutti lo conoscete, si
chiama Quasimodo. Quindi bisogna
ricordarselo.
Bisogna ricordarsi che alla fine della
Divina Commedia, nel momento
cruciale di tutta l’opera, quando
Dante, finalmente, si trova di fronte
a Dio e non sa come esprimere,
attraverso parole, la sensazione
che provava, chi cita? Non cita
mica un liceale, cita un Geometra.
E dice: “qual è il Geometra che
tutto s’affigia a misurar lo cerchio
e non ritrova ..”. Quindi, insomma,
bisogna stare attenti quando si
dismettono queste cose.
Naturalmente poi, una volta
che uno ha preso il diploma di
Geometra può fare tantissime cose.
Per esempio io avevo un compagno
di classe, con cui sono andato a
scuola per qualche tempo, anche
se poi è stato bocciato e quindi
ha dovuto finire, poi, il diploma
altrove, che è finito sulle pagine dei
giornali di tutto il mondo. Che è una
persona famosissima, ma non si
dimentica di essere un Geometra,
che è Briatore. Quindi anche lì,
potete invitarlo in un altro dei vostri
convegni per far vedere come da
Geometri si può arrivare chissà
dove.
Un giorno sono andato, invece, a
fare un’intervista ad un famoso
Architetto, ma lì è già più normale
che da Geometri si diventi Architetti.
Questo Architetto è Renzo Piano,
e mi ricordo che ero un po’
INTERVENTI
imbarazzato perché da Matematico,
andare a fare un’intervista ad
un Architetto… Allora ho cercato
di spiegarli. Gli ho detto: “guardi
io sono qui come Matematico,
però in realtà, prima di diventare
Matematico ero un Geometra”. E lui
mi ha guardato, si è messo a ridere
e mi ha detto: “allora diciamoci la
verità. Sono un Geometra anch’io”.
Anche lui ha cominciato come
Geometra e poi ha girato per il
mondo intero.
Naturalmente ci sono tanti sbocchi
professionali per coloro che
fanno i Geometri e si può finire,
per esempio, come sono finito
io a fare il Matematico. Quando
mi sono iscritto all’Università di
Matematica a Torino, e poi ho
cominciato a prendere corsi di
Matematica, ad un certo punto, poi,
si sapeva che avevo il diploma di
Geometra, e alcuni miei professori
mi prendevano in giro perché
mi dicevano: “tu se l’unico vero
Geometra qui dentro”. Perché
coloro che studiano Geometria
a Matematica, vengono chiamati
anche loro Geometri. Naturalmente,
però sono Geometri semplicemente
di nome. E loro mi dicevano “tu sei
l’unico che ha il diploma, proprio da
Geometra”.
Alla fine guardate dove sono
finito. Sono finito non solo a fare
il Matematico, che poi in realtà
ho fatto il Logico, che è poi una
cosa un po’ diversa, ma a fare il
divulgatore, e ho appena finito una
trilogia di libri sulla Geometria.
Quindi questa mattina vi faccio
vedere perlomeno alcune immagini
di Geometria. Non dimentichiamoci
che una parte essenziale della
formazione del Geometra è il
disegno geometrico che non a caso
si chiama, per l’appunto, in questo
modo.
Vediamo alcuni esempi. Uno
dei primi Geometri della storia è
Pitagora, e naturalmente molti dei
nomi che noi ci portiamo dietro
nella storia della Matematica sono
nomi di Geometri letterali. Pitagora
ovviamente, ma Talete, Archimede,
era tutta gente che usava che cosa:
la riga e il compasso. Che sono
ovviamente gli strumenti che usano
i Geometri nella loro professione.
A proposito della valenza culturale
della Geometria e del disegno
geometrico a cui accennavo,
guardando, ad esempio, certi
quadri di arte moderna capiamo
che altro che non c’è o non ci
debba essere un collegamento
fra la Geometria e il lavoro dei
Geometri e la cultura! In realtà l’arte
moderna non è niente altro che
quello. È un modo di usare figure
geometriche per costruire, invece
delle opere, che sono artistiche.
E quindi, oggi, soprattutto, dopo il
Novecento, l’arte è spesso qualcosa
che capiamo più noi che abbiamo
fatto disegno geometrico e che
siamo cresciuti con questo modo,
che non coloro che hanno studiato
il latino che con queste immagini
andrebbero credo poco lontano.
Potrei poi, farvi vedere come la
Geometria e il lavoro dei Geometri
arriva da molto lontano. Pensate
ad una tavoletta babilonese, ma
il termine stesso di Geometria
arriva da Agrimensura, perché il
significato etimologico della parola
Geometria, misurare la terra, arriva
dall’Agrimensura.
E la Geometria è nata dove? In
Egitto. Se voi andate in Egitto vi
accorgerete che nella valle dei
Re ci sono delle tombe di alcuni
dei Geometri reali di allora che
venivano chiamati i tenditori di
corde. Perché loro misuravano,
attraverso delle corde, che all’epoca
facevano la funzione delle righe, del
nostro righello, e facevano anche la
funzione del compasso, perché se
uno tiene un estremo di una corda
e poi fa muovere quell’altro può fare
dei cerchi, per esempio.
Quindi con un’unica corda si
tiravano le righe e si facevano
dei cerchi. E questo è quello
che facciamo praticamente
noi Geometri. Di che cos’altro
abbiamo bisogno per fare disegno
geometrico se non di una riga e di
un compasso.
Un altro Geometra si trova nel
quadro “La scuola di Atene” di
Raffaello, che rappresenta, tra
l’altro, un’immagine del pensiero
dell’antichità, come la vedevano i
rinascimentali. Qui c’è un signore,
che è chinato per terra su una
lavagnetta, e cosa sta facendo
questo signore? Sta usando un
compasso. Non a caso, usa un
compasso. E questo signore è
Euclide, tutti lo abbiamo sentito
nominare, ovviamente, dato che la
geometria Euclidea prende nome
da lui. Ebbene Euclide era pure lui
un Geometra.
E allora capiamo come, appunto,
non soltanto non dobbiamo
vergognarci del valore culturale –
che per alcuni sarebbe minimo
– del nostro diploma, ma proprio,
al contrario, dobbiamo gloriarcene
perché proprio come Geometri,
come esponenti di coloro che
sanno usare quegli strumenti
fondamentali che sono la riga e il
compasso, che già i greci, già gli
antichi consideravano essenziali
per fare la Matematica, in realtà
noi siamo all’origine della cultura
occidentale.
Ed ecco che allora, con grande
orgoglio, possiamo essere Geometri.
E come vedete io addirittura porto il
distintivo del Collegio dei Geometri
di Cuneo, dato ad honorem, ma
meritato dai miei parenti.
Grazie molte e auguri per il vostro
Congresso.
Norbert Lantschner
ideatore CasaClima e Presidente
ClimAbita
Abbiamo sentito prima parlare di
“misurare la Terra”, credo che è
arrivato il momento di vedere la
Terra con occhi diversi. Non basta
guardare, occorre vedere con occhi
che vogliono vedere, e credono in
quello che vedono. Non è una mia
frase, l’ho rubata a Galileo Galilei.
Credo che questo sia un grande
stimolo, perché siamo in una fase
di grandi cambiamenti. È chiaro
che se vado a costruire il futuro
devo capire come sta funzionando
#26 // MARZO APRILE 2013
17
l’attuale situazione e quale è il
passato che mi induce a cambiare
le regole.
Vedo due macro pilastri della
nostra sfida, in prima fila. Il primo
è legato all’energia. L’energia, come
sapete, è la chiave del benessere,
è la valuta del benessere e stiamo
cambiando su scala nazionale,
europea ed internazionale, una
serie di comportamenti. Potremmo
anche far capire la regola di base
dell’economia. Un’economia
che deve essere completamente
cambiata, ricostruita.
Nell’attuale, qual è la sintesi:
prendiamo risorse e le trasformiamo
in rifiuti. Il motore di quest’azione è
l’energia. Beh capiamo subito che
non può funzionare.
Il pianeta è un sistema chiuso,
dove andiamo a prendere la
materia prima e dove scarichiamo
i rifiuti. Per quale ragione l’Europa
ha individuato nel pacchetto
“Strategie, clima, energia”, l’edilizia
come primo grande campo in
trasformazione? I tempi dettati sono
pochissimi, dieci anni. Trasformare
una società. Ma non per ideologia,
per sopravvivenza.
E l’Europa sa anche che dobbiamo
correggere una situazione per la
quale oggi ci permettiamo ancora di
regalare ricchezza giorno per giorno.
Perché quando paghiamo energia
mandiamo i soldi all’estero. I soldi
dobbiamo lasciarli a casa. Vuol dire
che dobbiamo attivare l’economia
locale. È chiaro che il primo ruolo
che subentra è il professionista.
Il tecnico non costruisce solo
case, costruisce il futuro. Però,
per costruire il futuro, che non sia
quello sbagliato, deve conoscere ciò
che avviene.
Per cui, complimenti a Fausto
Savoldi che da anni si impegna in
questa cultura, questa missione.
Perché questa è la base. Non è
la formula, un manuale, che poi,
eventualmente utilizzo. Prima
di tutto però ci vuole questa
apertura mentale. Capire che
cosa sta succedendo e che noi
siamo il cambiamento. Non che
18
qualcuno ci impone, noi dobbiamo
essere i rappresentanti di questi
cambiamenti.
Perché se il panettiere oggi ha fatto
il panino che non mi piace, domani
non torno da quel panettiere.
Però, se il Geometra mi fa degli
errori, questi li mantengo per anni,
se non decenni. Per cui ha una
particolare importanza la capacità,
la competenza, la professionalità
di un tecnico. Ed alla base è
proprio questa conoscenza della
responsabilità che abbiamo.
L’altra faccia della medaglia che
subentra in questa grande strategia
europea è dedicata al clima. Perché
è chiaro che se per un secolo
e mezzo, ma soprattutto negli
ultimi decenni, abbiamo esagerato
nell’uso di queste energie, che
hanno manipolato la composizione
naturale dell’atmosfera, i danni,
ormai, non dobbiamo più leggerli.
Li sentiamo. Sentiamo questo
cambiamento climatico.
Anche qui, mi pongo una domanda:
come pensiamo di ripartire con
un’economia se questi danni
diventano sempre più pesanti?
Vi anticipo qualche riga di un
Rapporto delle Nazioni Unite
che esce a settembre. Il quinto
Rapporto sul cambiamento
climatico. Nazioni Unite, 2.500
tecnici coinvolti. Ma se leggi, ti
viene la pelle d’oca. Gli scenari più
pessimisti che hanno sviluppato
e proiettato nel 2007 dobbiamo
prenderli e buttarli via. Diventa
peggio. Cioè andiamo in un periodo
di surriscaldamento. Probabilmente
potremmo toccare i sette, otto
gradi centigradi in questo secolo.
Non sappiamo che cosa succede.
L’unica cosa sicura è che non
sappiamo che cosa succederà. Ma
sappiamo quali sono le aree più
toccate.
Per questo l’Europa ha detto:
dobbiamo intervenire perché una
grande parte del nostro territorio
sarà fortemente toccato, il Bacino
Mediterraneo.
Per cui questo è il guard rail del
nostro futuro: energia, clima,
ambiente. Lì dobbiamo muoverci.
E ai nostri figli non possiamo
lasciare i problemi. Dobbiamo
oggi dargli una mano su come
affrontare questi problemi. Questa
responsabilità dobbiamo viverla
giorno per giorno.
Per cui dobbiamo creare questa
metamorfosi, come immagine,
dal bruco insaziabile dobbiamo
trovare una forma più leggera.
Un’impronta che non è distruttiva,
perché parliamo di sette miliardi
di persone. Guardate questa
immagine da Internet: è l’orologio
mondiale. Questo sta succedendo
in questo momento. Guardate
solo la cifra di petrolio estratto
INTERVENTI
oggi. Siamo adesso, all’una, a 44
milioni di barili di petrolio. Verso
mezzanotte saremo a 90 milioni
di barili. Guardate quanta energia
è fossile e quanta è rinnovabile.
Questa strada non è percorribile.
Questo lo dobbiamo capire.
Dobbiamo cambiare strada. E
l’edilizia è la prima azione che
vogliamo gestire.
Domani mattina, con Mariangela
Scotti parleremo di questa nuova
società: “2.000 watt”. Una società
che rinasce dalla ricostruzione
dell’edilizia. Dall’esistente al
nuovo. Sempre nell’immagine
da Internet guardate nel settore
Ambiente, guardate la CO2. Siamo
a 9 miliardi, adesso, a fine anno
saremo a 35-36 miliardi di CO2.
Questi numeri sono chiaramente
indicatori di comportamenti di
insostenibilità.
Per cui la missione è di partecipare
a questa trasformazione della
società da un bruco insaziabile,
utilizzando questa metamorfosi,
in una farfalla leggera. Ripeto,
non è ideologia, è questione
di sopravvivenza. L’Europa ha
cominciato con questo programma
perché sa come sarà difficile
mantenere il benessere di oltre
400 milioni di abitanti. Per questo
i tecnici hanno un particolare ruolo
in questo redesign della società.
E faccio un auspicio al Presidente
e al Consiglio di proseguire
in questa strada, di avere la
lungimiranza di portare avanti
questa missione, perché una cosa
non ci permetteranno. Quando i
figli ci domanderanno: ma che cosa
avete fatto? L’unica cosa che non
potremo dire è: non lo sapevamo.
Lo sappiamo benissimo, per cui
questa responsabilità dobbiamo
viverla giorno per giorno.
Grazie.
Agostino Biancafarina
Generale, Comandante Istituto
Geografico Militare (IGM)
Volevo innanzitutto ringraziare
il Presidente Savoldi per questo
graditissimo invito. È per me un
onore essere oggi qui, e porgo il
saluto a tutti in congressisti da
parte del mio Istituto che è uno
degli organi cartografici dello Stato,
ai sensi di una legge del 1960.
Volevo sottolineare anche la nostra
disponibilità ad ogni forma di
collaborazione.
Tra l’altro è con piacere che
dico che anche con il Consiglio
Nazionale dei Geometri e Geometri
Laureati stiamo individuando delle
possibili sinergie. E questo, credo,
nell’ottica di quello che c’era scritto
in una delle prime slides proiettate
oggi. Si diceva che il segreto del
successo è nell’incontro di tutti i
saperi.
Secondo me è una frase
importante. È fondamentale.
E quindi volevo sottolineare
nuovamente la nostra disponibilità
ad ogni forma di collaborazione con
tutte le organizzazioni che hanno
eventualmente interesse.
Ringrazio per l’attenzione e buon
lavoro a tutti i congressisti.
Cinzia Scaffidi
Direttrice del Centro studi Slow
Food
Grazie per questo invito. Io credo
che sia un altro dei segnali
confortanti che si sta un po’
rivoluzionando tutto a questo
mondo. Da tante parti, da tanti
fronti c’è questo desiderio di
ridiscutere i ruoli, le competenze,
le funzioni. Di ridiscutere le
competenze e di ridiscuterle
insieme ad altre competenze.
Quindi di uscire anche un pochino
dai recinti che ci si è dati per tanto
tempo. E anche da qualche luogo
comune, da qualche frase fatta, per
cui c’è che si occupa di ambiente
e chi invece non è tenuto ad
occuparsi di ambiente.
Ecco, questa cosa qua per fortuna
si sta sgretolando, anche perché
finché continua ad esistere
qualcuno che è convinto di non
doversi occupare di ambiente,
gli altri non ce la possono fare.
E il fatto che questa cosa entri
nell’ufficialità, e che l’ambientalismo
che fino a poco tempo fa è stato
considerato una sorta di sala
giochi per i più piccoli. Per quelli
che non facevano sul serio. Per
quelli che poi, l’economia è un’altra
cosa. Perché poi la competizione è
un’altra cosa, la politica è un’altra
cosa… Ecco, tutto questo sta
crollando. L’economia è questa
cosa qua. L’economia o è Green
economy, o diventa Green economy
l’unica economia possibile o
altrimenti non ne usciamo. Perché
quell’economia là, quell’altro
modello che ci siamo portati
avanti negli ultimi cinquant’anni
e anche qualche decennio in più,
e che tutti abbiamo imparato a
chiamare economia e a rispettarlo
con grande sussiego, pensando
che fosse la cosa più saggia e più
giusta e che, soprattutto, avrebbe
rimediato ai suoi stessi danni,
finalmente, ha chiarito una volta
per tutte, che non sa rimediare
ai suoi danni, non sa non farli, i
danni, e che è, sostanzialmente,
antieconomica. Perché nel
momento in cui si fa profitto
depredando risorse comuni che
non vengono ricostituite, quei costi
lì nessuno li sta pagando.
E allora se qualcuno riesce
a fare profitto lasciando dei
conti da pagare non è un bravo
imprenditore. E se quei conti lì sono
i conti della salute pubblica, sono
i conti della bellezza che non si
rimedia, sono i conti dell’ambiente
che non si recupera, del mare
che non si ripopola. Ecco, se
quei conti lì non li sta pagando
nessuno vuole dire che prima o
poi li paghiamo tutti. E questo poi,
è arrivato. Abbiamo postdatato
questo assegno tutto il tempo che
potevamo, adesso stiamo pagando.
In termini di salute, ma anche e
soprattutto in termini economici.
è veramente confortante questa
idea di essere qua, e per quanto
possa sembrare sorprendente avere
un rappresentante di Slow Food
a parlare con i Geometri, io credo
che abbiamo una strada comune,
dal punto di vista del modello, che
#26 // MARZO APRILE 2013
19
riguarda un po’ anche il tragitto
che abbiamo fatto noi, partendo da
una gastronomia molto classica e
formale, che riguardava le cose che
c’erano nel piatto, e quindi facendo
i critici gastronomici vecchia
maniera.
Siamo partiti da lì, poi siamo andati
indietro, come un movimento di
macchina da presa, che allarga
sempre più il campo e quindi ti
accorgi che in realtà c’è il piatto,
però prima del piatto ci sono delle
persone che lo hanno preparato,
prima delle persone ci sono dei
prodotti, dietro a questi delle altre
persone che hanno fatto i prodotti e
dietro tutto questo c’è un ambiente,
una natura, un clima, un territorio.
Una gestione di quell’ambiente e di
quel territorio che ha fatto sì che si
arrivasse a quel piatto.
Questo, in termini di lavoro,
significa rivoluzionare
completamente quello che uno
sta facendo. Significa includere
una quantità di competenze, di
professioni e di abilità che fa sì che
uno da solo non ce la può fare.
Una sola visione da sola non ce la
può fare.
La sostenibilità non è mai il frutto
di un solo occhio, di un solo
sguardo. La sostenibilità arriva
grazie a lavori e visioni complesse.
Dall’accettazione che abbiamo a
che fare con sistemi complessi,
perché abbiamo a che fare con
sistemi viventi. Ci abbiamo a
che fare noi che ci occupiamo
di gastronomia, di ambiente e di
produzione agricola. Ci avete a che
fare voi che vi occupate di edifici,
perché negli edifici ci devono stare
le persone e perché quegli edifici
devono stare in ambienti che fanno
parte di territori, climi, ecc.
Quindi abbiamo tutti a che fare
con sistemi viventi ed abbiamo
tutti bisogno di tante competenze.
Questa è veramente una parola
chiave che mi fa davvero molto
piacere trovare nel titolo del
vostro Congresso. E anche l’idea
dell’evoluzione, che non deve
essere pensata come una crescita
20
continua. Non deve essere pensata
con l’idea che l’evoluzione è il
successo del più bravo, del più
forte, del predestinato. L’evoluzione
è il cambiamento continuo.
L’accettare serenamente che tutto
quello che uno decide, fa, capisce,
deve continuamente cambiare.
Perché altrimenti l’adattamento
non funziona, perché l’evoluzione
non è niente altro che questo, è
adattamento reciproco.
E quindi in questo reciproco, noi
che ci adattiamo alle condizioni e
l’ambiente che, in qualche maniera,
cerca di adattarsi a noi, sta la
chiave di quell’interdisciplinarietà e
di quell’interdipendenza che deve
stare al centro di tutte le nostre
riflessioni.
Che è stato al centro delle nostre
riflessioni quando abbiamo
fondato una Università di Scienze
gastronomiche alla quale si può
accedere con qualunque diploma
e che accoglie anche qualche
Geometra, che poi si laurea, e
diventa un dottore in Scienze
gastronomiche e quasi sempre però
decide di cambiare un po’ direzione
rispetto a quello che aveva in
mente da bambino.
Forse il vero successo sarà
quando i Geometri arriveranno
con il loro diploma di Geometra,
si laureeranno in Scienze
Gastronomiche, poi andranno
veramente a fare i Geometri. Non
andranno a fare gli agricoltori o i
cuochi con delle cose in mente.
Ma andranno a fare i Geometri
sapendo che sono parte di un
sistema vivente che devono
comunque rispettare. In questo
sistema vivente c’è un vulnus in
questo momento, nel nostro Paese
e anche in altri, ma nel nostro
Paese in particolare. E si chiama:
suolo agricolo.
Anche qui, abbiamo fatto tutti,
come consumatori e come
professionisti, l’errore di pensare
che le risorse naturali fossero
una specie di bottino che andava
usato perché tanto comunque era
lì ed era infinito. Abbiamo capito,
purtroppo tardi che questo bottino
non era infinito. Che non possiamo
occupare territorio agricolo,
territorio fertile, non possiamo
occupare territorio libero all’infinito,
perché tutto questo significherà,
comunque, dover fare i conti con
dei cambiamenti climatici che
continueranno ad aggredirci e che
sapremo sempre meno gestire,
ma che anche molto spesso non
dovremo gestire noi. Perché le
prime vittime dei cambiamenti
climatici sono quelli più poveri,
quelli più lontani, quelli che non
hanno neanche contribuito a
causarli i cambiamenti climatici.
Allora, noi siamo entrati in questo
Forum per il Paesaggio. Che è
un Forum composto da tante
Associazioni, che sta lavorando
tanto. Che ha iniziato quello che,
in Italia, abbiamo chiamato il
censimento del cemento. Abbiamo
chiesto a tutti i comuni d’Italia di
farci sapere quanti edifici inutilizzati
o non finiti ci sono sui loro territori.
I comuni non sono proprio partiti
con entusiasmo nel rispondere a
questa cosa, devo dire. Quelli che
hanno risposto sono pochi, sono
quelli piccoli e anche più virtuosi
che avevano piacere di dire delle
cose importanti.
Se questo mio intervento potesse
essere uno sprone per chi non
ha ancora risposto, sarebbe
importante. Perché importante è
capire a che punto siamo perché
altrimenti non riusciamo neppure a
capire quanto lavoro c’è da fare.
E questa idea di una categoria che,
possiamo dircelo, è stata anche
molto vituperata negli anni, come
la vostra. Perché sembra che tutto
quanto esista di brutto al mondo
l’abbiano fatto i Geometri e che
tutte le case che non si possono
guardare, e ce ne sono tante, siano
nate dalla matita di qualcuno di
voi. In realtà, ringraziando nostro
Signore, ce n’è per tutti. Si sono
esercitati tutti a fare delle cose
nella migliore delle ipotesi, inutili,
qualche volta anche dannose. Ma
proprio perché è mancata, secondo
INTERVENTI
me, questa idea che la bellezza
stessa è una cosa complessa. E
la bellezza, che ha a che fare con
l’estetica, ha a che fare soprattutto
con quell’ultima parte della parola,
che è l’etica.
La bellezza è un concetto radicale
ed per questo che è rivoluzionario.
Allora io non posso fare il grande
stilista che fa abiti magnifici e ha
la boutique meravigliosa nel centro
storico, se sono lo stesso che ha
messo il capannone in periferia e
che invece ha danneggiato un altro
pezzo di paesaggio.
Perché il paesaggio oggi non è più
quello che era nel Rinascimento,
del bello sguardo degli aristocratici,
che si facevano la villa in cima
alla collina, e allora a quel punto,
quello era paesaggio e quello di chi
andava a lavorare tutti i giorni nelle
filande, no.
Il paesaggio, oggi, è quello che
vediamo. Che vediamo tutti. Da
questo punto di vista la democrazia
qualcosa ce l’ha insegnato. Tutti
abbiamo questo diritto ad un bel
paesaggio. E le aree industriali sono
un pezzo del nostro paesaggio,
le aree artigianali delle città lo
sono. L’idea di “no nel mio cortile”
non può funzionare all’infinito.
Allora bisogna che tutti i cortili
comincino a ricordarsi che ci va
un pezzo di bellezza dappertutto,
perché la bellezza non è soltanto la
parte formale, ma è, di nuovo, un
ragionamento di sostanza.
Così come la gastronomia non è
soltanto quello che arriva nel piatto,
ma è tutta la parte che lo precede,
allo stesso modo, quando facciamo
il disegno di un oggetto che avrà
una funzione, dobbiamo tenere
insieme tutte quelle istanze lì.
E allora, probabilmente, un pezzetto
di cammino comune, da qui in
avanti, tra Slow Food e i Geometri
lo possiamo incontrare. E io me lo
auguro.
Bruno Razza
Vice Presidente FIG (Federazione
Internazionale Geometri)
Buongiorno a tutti, solo una saluto
della FIG, ricordando due piccole
cose. Dal 30 gennaio al 6 febbraio
del 1877 si svolgeva a Roma il
primo Congresso dei Geometri
italiani, con 150 partecipanti che
rappresentavano 28 Collegi, quella
volta erano Collegi di Geometri e
Periti.
Nel mese di luglio del 1878
nasceva a Parigi la Federazione
Internazionale dei Geometri a cui
partecipava, per l’Italia, tale Raffaele
Santarelli, di Teramo. Quindi è stato
lui uno dei fondatori della FIG. Non
possiamo dimenticare che il nostro
Regolamento nasce nel 1929,
quindi vedete gli anni che sono
passati.
Allora, i Congressi sono utili
e importantissimi in tutte le
organizzazioni. Da noi servono per
sentire il polso della categoria e per
poter incidere, significativamente,
nelle decisioni da prendere
per migliorare il nostro oggi e,
soprattutto, il nostro futuro.
Come in tutto il mondo, anche
in Italia il lavoro sta cambiando
velocemente, e spesso, quello
di vecchio stampo e di vecchia
concezione proprio manca, ed è
addirittura in via di esaurimento.
Perché si stanno modificando
le necessità delle società in cui
viviamo.
Dall’estero abbiamo tanti esempi
di società che riescono a superare
i periodi di difficoltà. Attraverso il
cambiamento, dove si rinnovano il
ruolo e la competenza di ognuno,
adattandole ai tempi.
Ma in questa direzione molte
cose possiamo fare anche noi,
soprattutto pensando ai nostri
giovani, alle generazioni che oggi
nascono nelle tecnologie, nei nuovi
saperi, nelle comunicazioni veloci
e velocissime di oggi. E che ci
chiedono con forza una grande
attenzione nei confronti delle loro
capacità e delle loro aspettative.
Nel nostro intimo, probabilmente,
tutti noi vorremmo cambiare la
nostra società, andare in meglio,
migliorarci. Ma spesso, non ne
abbiamo il coraggio, e le novità,
probabilmente, ci spaventano.
Ma dobbiamo crederci fino in
fondo. Dobbiamo capire ed
interpretare quali sono le esigenze
della società in cambiamento,
preparandoci ad un cambio di
mentalità e di operatività.
Questo Congresso, credo che sia
un’occasione utile ed importante
per tutti noi, proprio per questo.
Per trovare il coraggio e le ragioni
del cambio di passo di cui
abbiamo assolutamente bisogno
per rimanere, in Italia ed anche
all’estero, quella figura professionale
qualificata, indispensabile ed
insostituibile a tutela del nostro
territorio e della nostra gente.
Quindi buon lavoro e buon
Congresso a tutti.
#26 // MARZO APRILE 2013
21
IsTRuzIONE
Il Rapporto realizzato da AlmaLaurea (con il contributo del MIUR) è stato presentato
il 12 marzo nell’ambito del convegno “Investire nei giovani: se non ora quando?”
svoltosi all’Università Ca’ Foscari di Venezia.
Si tratta di uno strumento ritenuto “fondamentale per valutare l’efficacia
esterna del sistema universitario e per misurare l’apprezzamento e la capacità di
utilizzazione del mondo del lavoro nazionale ed estero nei confronti dei laureati,
anche ai fini della delicata funzione di orientamento dei giovani diplomati della
scuola secondaria superiore”.
L’indagine 2012 (la cui documentazione, disaggregata per Ateneo, Facoltà, fino
all’articolazione per corso di laurea, è a disposizione nel sito di AlmaLaurea: www.
almalaurea.it) ha coinvolto oltre 400mila laureati post-riforma di tutti i 64 atenei
aderenti al Consorzio. Quest’anno, per la prima volta, l’indagine è stata estesa ai
laureati di secondo livello a cinque anni dal conseguimento del titolo; ciò – spiega
la documentazione informativa – consente di completare il quadro articolato
e aggiornato delle più recenti tendenze del mercato del lavoro unitamente alla
verifica dell’efficacia delle riforme degli ordinamenti didattici. La partecipazione
degli intervistati è stata molto elevata: i tassi di risposta hanno raggiunto l’86% per
l’indagine ad un anno, l’80% per quella a tre e il 77% a cinque anni.
Più in dettaglio la rilevazione 2012 ha coinvolto, oltre a 215 mila laureati postriforma del 2011 – sia di primo che di secondo livello – indagati a un anno dal
termine degli studi, tutti i laureati di secondo livello del 2009 (quasi 65 mila),
interpellati a tre anni dal termine degli studi. Per la prima volta l’indagine ha
riguardato anche i laureati di secondo livello (oltre 40 mila) a cinque anni dal
termine degli studi.
L’illustrazione dei risultati svolta dal Professor Andrea Cammelli, Direttore di
AlmaLaurea, è stata preceduta da alcuni interventi tra i quali, quello di Francesco
Profumo, Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca,
che si propone di seguito.
22
“
Buongiorno a
tutti. Permettetemi
di ringraziare il
Rettore Carraro.
Come sapete
vengo sempre
volentieri a
Venezia. Per la città, ma soprattutto
per l’Università che, in questi anni,
ha dimostrato come attraverso
l’autonomia responsabile si possa
cambiare l’Università, il rapporto
con il territorio e con il sistema socio
economico.
Permettetemi anche di salutare il
Professor Roversi Monaco, che è
stato anche il mio Rettore quando,
in gioventù, ero all’Università di
Bologna, a cui sono particolarmente
affezionato. Poi il Professor Fantoni
e naturalmente il Professo Cammelli
con il quale, da molti anni, abbiamo
questa idea comune dell’importanza
che il sistema Scuola, Università
e il Sistema lavoro non sia come
un modello industriale, cioè con
sezioni che siano separate le une
dalle altre, ma un modello liquido in
photo © AlmaLaurea
XV Rapporto
AlmaLaurea
sulla condizione
occupazionale dei laureati
Francesco Profumo, Ministro dell’Istruzione,
dell’Università e della Ricerca
cui c’è una compenetrazione e una
anticipazione di sistema di rapporto.
Facile da dire, difficilissimo da fare.
Ebbene, in questi anni AlmaLaurea
ha avuto un ruolo fondamentale
da questo punto di vista, perché
ha creato la consapevolezza, con
dati oggettivi, di qualità, creando,
lasciatemi quasi dire, una nuova
cultura. Una cultura che non
era parte del Paese. Una cultura
attraverso la quale noi, oggi,
abbiamo gli strumenti. Perché con
un mercato del lavoro che diventa
sempre più europeo, dobbiamo
trovare una modalità attraverso
la quale i nostri studenti possano
prima avere delle informazioni,
fondamentalmente su dati, per fare
le loro scelte di studio.
Naturalmente non voglio entrare nel
tema del Rapporto che sarà oggetto
della presentazione del Professor
Cammelli, ma vorrei spendere
qualche parola relativamente a
questa modalità liquida di relazione
tra Scuola, Università e Sistema
socio-economico.
Noi non abbiamo una tradizione
per cui sappiamo gestire i transitori.
I transitori significa tutte le volte
che si cambia status. Si cambia
status dal termine della scuola
media alla scuola superiore. Si
cambia dal termine di quest’ultima
all’Università. E dall’Università al
mondo del lavoro.
Vedete, questi sono certamente i
periodi più critici per una persona.
Perché le persone, naturalmente,
tendono a conservare il loro status
precedente e hanno difficoltà ad
intravvedere quelle che saranno le
possibilità future.
In molti Paesi che hanno una
cultura diversa dalla nostra c’è un
grandissimo investimento proprio
sulla gestione di questi transitori.
Che si gestiscono attraverso quello
che viene normalmente definito
come orientamento.
Orientamento non significa
pubblicità. Significa dare tutte
le informazioni agli studenti, ai
giovani, perché possano fare delle
scelte che siano congruenti con
le loro aspettative. Che abbiamo,
naturalmente, una stretta relazione
rispetto alle loro competenze, alle
loro attitudini, ma che abbiano
anche una base rispetto alle
prospettive future.
Questa è una cosa veramente
molto complicata. Se noi pensiamo
che quest’anno si stanno laureando
gli studenti che si immatricolarono
nell’Anno Accademico 2007-2008,
quando il mondo era un altro
mondo. Bene, allora capiamo che
è complicato dare questo tipo di
previsioni che consentano agli
studenti di avere strumenti per fare
le loro scelte.
Eppure, io credo che il Paese debba
attrezzarsi da questo punto di vista.
Certamente quanto fatto nel corso
di questi anni da AlmaLaurea è
fondamentale, perché oggi, noi tutti,
sappiamo che cos’è l’orientamento.
Molte scuole, non tutte, hanno
avviato dei processi estremamente
positivi da questo punto di vista.
Anche se non abbiamo ancora un
modello che sia stabile.
#26 // MARZO APRILE 2013
23
“Noi siamo un Paese
un po’ strano, un Paese
dell’ultimo momento.
Noi vogliamo che le
cose avvengano senza
pazienza. Io credo che
una parola che noi
dovremmo cominciare a
riprendere è quella della
pazienza”.
Io credo che ci siano due elementi
sui quali tutti dovremmo fare una
prima riflessione. Primo, i tempi
attraverso i quali l’orientamento
viene attuato. Noi siamo un Paese
un po’ strano, un Paese dell’ultimo
momento. Noi vogliamo che le cose
avvengano senza pazienza. Io credo
che una parola che noi dovremmo
cominciare a riprendere è quella
della pazienza.
La pazienza significa che un
processo di orientamento anziché
iniziare nei mesi di marzo, aprile,
prima del transitorio e di avviare un
nuovo percorso, debba cominciare
invece almeno l’anno prima. Perché
è un percorso di maturazione,
attraverso il quale le persone
devono avere la consapevolezza di
quelle che saranno le loro scelte.
Quindi il tema della pazienza. Che
ha bisogno di un investimento di
tipo culturale, di tutti gli attori che
sono parte di questo processo. E
chi sono questi attori? Io credo che
gli attori fondamentali e primari
siano i ragazzi più grandi che hanno
già intrapreso un percorso. Sia
questo un percorso di studi che un
percorso di lavoro.
E questo perché hanno lo stesso
linguaggio, la stessa modalità di
comunicare. Hanno la possibilità di
trasferire ai loro colleghi più giovani
una cosa importantissima: la loro
24
esperienza. Ecco, allora, che se
noi mettiamo al centro di questo
processo i ragazzi, e li coinvolgiamo
loro sono contenti. Abbiamo
avviato un processo, io credo, di
grandissimo valore.
Secondo attore importante, sono
gli operatori del mondo del lavoro.
I nostri ragazzi nella loro fase di
transizione non hanno sufficiente
concretezza. Molti di loro non
sanno che cosa corrisponde ad un
percorso di studi, piuttosto che a un
percorso universitario, piuttosto che
a una scelta di lavoro.
Molti di loro non hanno la
concretezza di che cosa significhi. in
termini di lavoro e anche di percorso
di studio, arrivare ad un certo lavoro.
E solo gli operatori del lavoro, in certi
settori, possono dare questo tipo di
elementi. E possono anche creare
opportunità perché i nostri ragazzi
abbiamo la possibilità di visitare
un’azienda, visitare un ente o uno
studio professionale. E possano così
rendersi conto di che cosa potrebbe
significare una loro scelta.
Terzo attore sono, naturalmente,
le Istituzioni. Che devono trasferire
anche tutte quelle formalità che
consentono agli studenti poi di
poter programmare la loro vita.
Non siamo tutti uguali. Io dico
sempre che questo Paese dovrebbe
valorizzare di più due elementi che
devono essere congiunti. E sono
la capacità delle persone e il loro
impegno. Perché una persona
può essere molto capace ma
poco impegnata. O viceversa. Ed
entrambe non ottengono il massimo
risultato.
Quindi noi dobbiamo aiutare le
persone ad essere migliori da questo
punto di vista. Cioè valorizzare le
loro capacità e nello stesso tempo
stimolare il loro impegno.
Vedete dunque che questo processo
dell’orientamento deve essere
anticipato e deve avere alcuni
attori. Però io credo anche un’altra
cosa. Che il processo non debba
essere un processo che termina nel
momento in cui è stata fatta una
prima scelta.
Vi faccio un esempio. Negli ultimi
anni, nei primi anni di corso
dell’Università c’è stata una
profonda diversificazione. Se voi
prendete alcuni corsi di laurea, già
nel primo anno è stato individuato
un percorso, per cui anche
corsi fondamentali sono molto
differenziati da corso di laurea a
corso di laurea.
Io credo che ci sia poca
ragionevolezza in questo. Nella
realtà io penso che sia opportuno
che nel momento in cui uno
studente si avvia lungo un percorso
di questo genere deve avere la
istruzione
possibilità nel corso di quel primo
anno di fare una scelta un po’ più
indirizzata.
Nel senso che a fronte di
un orientamento preliminare
probabilmente ci vuole un po’
di orientamento in itinere che
significa per esempio che questo
primo anno possa essere un primo
anno comune e che nel secondo
semestre del primo anno ci possa
essere un ulteriore rafforzamento
attraverso questa relazione tra gli
studenti più grandi e gli operatori del
mondo del lavoro.
Quindi credo che noi dobbiamo
veramente creare le condizioni
per porci tra quelle che sono le
aspettative e quelle che sono poi le
opportunità.
Se noi oggi andiamo a vedere
nell’Università, abbiamo per
esempio una dispersione che varia
dal 21 al 24%, soprattutto nel primo
anno. Ebbene, io sono certo che
questa, lasciatemi dire, incertezza,
questo fatto che non porta a un
risultato positivo negli studenti,
sia determinato, per moltissimi
casi, dal fatto che lo studente ha
compiuto una scelta che non era
sufficientemente ragionata.
Ecco allora che abbiamo ancora
due elementi sui quali fare un certo
tipo di ragionamento. Ed è quello
della relazione tra la domanda del
mondo del lavoro e la risposata
in termini di scelte degli studenti.
Credo che voi sappiate che nel
nostro Paese, mediamente, ogni
anno abbiamo 25.000 laureati in
surplus in alcuni campi. E abbiamo
25.000 laureati mancanti in altri
settori. Questo significa che è
mancato proprio questo link.
Certamente noi dobbiamo
consentire alle persone di poter
scegliere. Ma credo che dobbiamo
metterle nella condizione di scegliere
in modo consapevole. Ecco allora
questo impegno che noi dobbiamo
mettere e come in questi anni, sia
stato molto positivo quanto fatto da
AlmaLaurea che ha proprio questo
obiettivo, cioè di dare questo tipo
di strumenti perché gli studenti
possano andare verso questa scelta
consapevole.
Il secondo elemento sul quale
volevo tornare è quello accennato
prima deal Professor Carraro.
Nelle nostre Università, soprattutto
durante l’orientamento, abbiamo
detto per anni che erano Università
in tanti casi di qualità, che erano
in grado di formare degli ottimi
giuristi, degli eccellenti medici, dei
bravi ingegneri, architetti. Ma oggi
abbiamo estremamente bisogno
di trasmettere un altro messaggio:
che le nostre università sono anche
in grado di creare, di dare almeno
le basi a giovani che vogliano
avviarsi su un percorso che non
li porta a cercare un lavoro, ma a
creare lavoro per loro e per i loro
compagni.
Questo passo culturale è
estremamente importante e io sono
molto grato al Rettore Carraro per
avere avviato questo percorso. Sono
poche le Università in Italia che oggi
lo fanno e che danno, credo, un
giusto peso a questo elemento che
è essenziale per un Paese che ha
relativamente poche aziende. Molte
di queste hanno una vita troppo
lunga e soprattutto, non sono così
capaci di acquisire quell’aggressività
dal punto di vista dell’innovazione,
che è uno degli elementi centrali
per la crescita di un Paese come
il nostro, un Paese che ha un’età
media elevata e ha pochi elementi
sorgenti di energie.
Allora, a fronte di quanto ci
siamo detti, che cosa può fare
il Ministero in un sistema come
quello universitario italiano che è
un sistema autonomo che noi ci
auguriamo responsabile. Bene, il
Ministero può, attraverso un Piano
triennale, individuare alcune priorità.
Una piccolissima chiosa. Io
credo che negli anni futuri noi
avremo che i trasferimenti delle
risorse dal Ministero al sistema
universitario debbano avvenire
attraverso tre grandi alberi: uno è
quello strettamente connesso alla
formazione, alla didattica, che noi
vorremmo che fosse consolidato
attraverso i costi standard. Cioè
che noi riconoscessimo che c’è
una differenza in termini di costi
tra un corso di Medicina e un
corso di Psicologia, e che venisse
riconosciuta alle Università una
parte di quello che viene chiamato
Fondo di finanziamento ordinario
sulla base dei costi standard
dell’offerta formativa. Questa, una
prima parte. E questo guarda,
lasciatemi dire, un po’ alla storia,
a quello che è un in essere
nell’Università.
Secondo elemento è quello che noi
diciamo il risultato della valutazione
della ricerca e della didattica. È
quanto è in atto in questa fase con
l’Agenzia nazionale della valutazione,
quella che noi chiamiamo l’ANVUR,
e naturalmente questo significa che
le Università dovranno cercare di
dare il loro meglio da questo punto
di vista perché saranno valutate e
sulla base di questa valutazione. Ci
sarà una quota che a regime sarà
intorno al 20%, che sarà funzione
del risultato della ricerca e della
didattica. E anche questo è un
elemento che guarda a quanto è
stato fatto.
Il terzo item è quello della
programmazione triennale,
cioè si chiederà alle università
di programmare, per dare una
certa dinamicità, per creare delle
condizioni che siano più connesse
rispetto agli input che vengono dalle
realtà socio-economiche piuttosto
che dai territori, che dai sistemi di
relazioni internazionali.
Io credo che proprio attraverso
il Piano triennale possa essere
avviato questo processo virtuoso,
perché se una delle priorità sarà
– e sarà così – l’orientamento e
uno stretto legame con il mondo
del lavoro, ecco che noi andremo
a creare una filiera di Università
che impegneranno le loro capacità
migliori nella direzione di consentire
una maggiore strutturazione di tutti
quegli elementi necessari per dare
una risposta al mondo del lavoro
e dare una maggiore solidità alle
scelte dei nostri giovani. Grazie
#26 // MARZO APRILE 2013
25
cultural heritage
B4 (Bricks for e before) è un innovativo
progetto di comunicazione proposto
al Salone del Restauro 2013 (Ferrara
Fiere 20-23 marzo) dal Dipartimento di
Architettura dell’Università di Ferrara,
in collaborazione con il Laboratorio
TekneHub, Piattaforma Costruzioni della
Rete Alta Tecnologia Regione EmiliaRomagna, e Consorzio Ferrara Ricerche,
con lo scopo di esplorare i concetti
legati alla conservazione del patrimonio
storico e culturale (Heritage) ed ai
progetti di valorizzazione dello stesso.
Sopra
Padiglione del Dipartimento di Architettura,
Università di Ferrara e TeckneHub al Salone
del Restauro 2013
26
“
L’idea dei mattoncini (bricks), della costruzione e della
costruzione ludica – come spiega Carlo Bughi, Architetto,
Dipartimento di Architettura di Ferrara, nella presentazione
del progetto – vuole essere molto più di una semplice
suggestione o di una metafora ‘positiva’, sicuramente
efficace in un momento di oggettiva difficoltà e crisi. Molto
ruota attorno al LEGO® SERIOUS PLAY® (LSP), una
metodologia di ‘gioco serio’ adottato in forma sperimentale nella didattica.
Nell’ambito delle attività del Corso Integrato di Rilievo II e Tecniche di
Rappresentazione dell’Architettura II, il metodo LSP è stato sperimentato con
gruppi di lavoro di studenti chiamati a progettare spazi di allestimento per la
valorizzazione dell’Heritage aventi per oggetto tre realtà specifiche: la Walk
Heritage ad Ahmedabad e la fortezza di Nagaur in India, ed alcuni edifici
simbolici, pubblici e di culto, demoliti a seguito del sisma in Emilia del 2012.
Il metodo LSP appariva perfetto, non solo rispetto alla possibilità di condurre
studenti molto giovani lungo un percorso speculativo complesso ma anche
in merito alle finalità primarie che il metodo LSP si propone: il team building.
Il progetto integrato e l’approccio pluridisciplinare, sono ormai parte della
photo © Teknehub - Tecnopolo dell’Università di Ferrara
B4: Before | Bricks for
Il cantiere delle idee per
giocare seriamente
e comprendere
i valori del patrimonio
storico culturale
retorica del progetto ed in modo particolare del progetto di architettura. Ma
come insegnare ai futuri professionisti a lavorare in team?
Per chi ha seguito il percorso didattico fino alla fine è risultato evidente
l’effetto LSP sui risultati. Settimana dopo settimana (uno dei fattori inediti
della sperimentazione è stato il poter seguire l’evoluzione del processo iniziale
e poter comparare i risultati finali con quanto innescato da LSP), si è visto il
consolidarsi di una identità dei gruppi di lavoro che ha fatto da collante nel
processo di team building.
Gli studenti hanno fatto ricorso, fino all’ultimo momento di presentazione del
proprio lavoro, alla vision emersa dal workshop, quasi fosse la propria “carta
costituente” che, così come è proprio delle Costituzioni non solo normare
ma anche stabilire il profilo identitario di una Nazione, è stato assunta quale
documento condiviso cui riferirsi nei momenti di crisi e di sviluppo delle idee.
LSP, in versione non canonica, è diventato quindi una sorta di ‘canone
LSP’, detto con una metafora musicale, ovvero una composizione a più voci
che si esercitano sulla stessa melodia di fondo (l’Heritage) definendone i
margini, nel contrappunto timbrico a varie tonalità ed altezze, con vari gradi
di dissolvenza.
Da tutto questo l’idea di B4B, in cui l’idea del ‘mattoncino per’, il ‘bricks
for’, si completa con la seconda B desinente, assumendo declinazioni e
sfumature di senso”.
What is Heritage? Imparare a pensare con i LEGO
“L’idea – come spiega Patrizia Bertini, Certified LEGO SERIOUS PLAY
Facilitator, nel suo intervento pubblicato sul catalogo della manifestazione
– è stata di insegnare agli studenti cosa sia l’heritage non dando loro
un’esaustiva lista bibliografica, ma adottando un approccio creativo,
immaginativo e costruttivo. Le teorie relative al heritage sono innumerevoli,
ma dare in ‘pasto’ agli studenti tutte le teorie può inibire all’inizio la loro
capacità di pensare criticamente e interrogarsi genuinamente sulla propria
posizione.
Per stimolare la loro riflessione, abbiamo sperimentato una sorta di
moderna maieutica basata sul ragionamento abduttivo derivata da approcci
costruzionisti e costruttivisti con i mattoncini LEGO.
LEGO SERIOUS PLAY è una metodologia impiegata nelle organizzazioni per il
team building, la definizione di strategie e vision e lo sviluppo dell’identità sia
individuale che dell’organizzazione.
Se tale metodo è funzionale in
contesti organizzativi, può essere
funzionale anche con studenti
ventenni. L’obiettivo era di aiutare
i ragazzi a distaccarsi da eventuali
nozioni e spingerli ad interrogarsi
sul concetto di heritage: per
superare eventuali script era
necessario cambiare le regole del
gioco e farli giocare.
Il gioco è un’attività communityoriented che stimola la costruzione
di un’identità condivisa attraverso
lo sviluppo di un linguaggio e
pratiche sociali condivise (Huizinga
1950): l’interazione tra pari, la
libertà espressiva, l’assenza di
sensazioni di giudizio e processi
immaginativi sono elementi
essenziali per sollecitare il pensiero
creativo (Mitra 2012).
Inoltre, le mani sono ampiamente
connesse al nostro cervello: è
attraverso le mani che l’uomo
inizia ad attribuire un senso
al mondo (Piaget & Inhelder
1972) e quando si eseguono
attività manuali, come costruire
un oggetto, le capacità
cognitive vengono amplificate
e la riflessione avviene su livelli
differenti: liberati dai vincoli della
logica sintattica, i pensieri si
connettono come e mentre si
connettono i mattoncini.
I mattoncini acquistano significati
inediti, diventano metafore di
concetti che travalicano le parole.
Attraverso la spiegazione e la
decodifica dei propri modelli,
si scava nelle dimensioni più
profonde del proprio pensiero,
rivelando connessioni latenti che
emergono chiaramente dai modelli
ma che spesso restano nascoste
negli script a causa della tendenza
ad evitare una reale riflessione
quando si risponde a domande.
Gli oggetti, i modelli costruiti dagli
studenti, sono detti embodied,
poiché il processo di attribuzione
di significato avviene attraverso
un’esperienza fisica che crea una
relazione tra l’individuo e l’oggetto.
Il processo mediato dal metodo
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“Atman” è la parola sanscrita che riassume il lavoro del team
che ha lavorato su Nagaur. La parola significa “il sé, il vero
sé di un individuo, la sua essenza”. IL concetto principale di
Heritage non è una collezione di oggetti in giro oer il mondo
ma la consapevolezza di sé dentro l’individuo. L’Heritage non
esiste di per sé ma nasce quando due individui si incontrano e
condividono valori, esperienze, memoria. Il modello condiviso
dal gruppo alla fine del workshop LSP rappresentava un
cervello, in cui ogni connessione e relazione ha luogo.
28
photo © Teknehub - Tecnopolo dell’Università di Ferrara
LEGO SERIOUS PLAY ha cosi permesso agli studenti di
superare l’approccio razionalista, analitico e convergente
a favore di un pensiero divergente, creativo e sintetico
(Heracleous & Jacobs 2011).
Gli studenti non erano consapevoli di queste teorie:
hanno giocato ed eseguito gli esercizi richiesti dal
facilitatore. Hanno costruito modelli individuali della
loro idea di heritage. Lo hanno condiviso con il gruppo
e attraverso il racconto del modello, hanno integrato
nelle loro storie sia i problemi che le soluzioni, attraverso
la riflessione, la manipolazione dei modelli, il gioco e
l’individuazione di inconsistenze fra i racconti ed i modelli.
Hanno discusso e messo in discussione tutti i modelli.
Hanno scoperto nuovi aspetti di se stessi e dei propri
compagni, concordando e discordando e accettando la
sfida di costruire un unico modello condiviso di ciò che
heritage significa per il gruppo.
Hanno negoziato i modelli individuali, li hanno disfatti,
ricomposti e ricombinati mentre costruivano il concetto
di Heritage. È stata un’esperienza giocosa e coinvolgente
che ha avuto un impatto concreto sul loro percorso
di apprendimento, stimolando il pensiero critico e la
riflessione.
Se è vero che Heritage è identità, cultura, terra e policy
e che la letteratura ha analizzato tutti questi aspetti,
gli studenti, pur senza conoscere i riferimenti formali e
senza citare autori o ricerche, hanno sviluppato gli stessi
concetti in modo collaborativo e corale, costruendo
letteralmente quei concetti con le proprie mani. Ciò si
tradurrà per loro in un nuovo approccio: quando d’ora
in poi incontreranno quei concetti nel corso dei propri
studi, saranno in grado di riconoscerli e ritrovare in essi
il proprio percorso e potranno interrogare gli autori e se
stessi con un livello di consapevolezza differente”
cultural heritage
Il concorso CHIDEC
Presentato nell’ambito dello spazio espositivo B4Box, il concorso CHIDEC
(Cultural Heritage Inclusive Design Contest), organizzato dal Dipartimento
di Architettura dell’Università di Ferrara, in collaborazione con Restauro,
Salone dell’Arte del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e
Ambientali e DFA Italia, si propone di premiare e di segnalare i progetti,
realizzati o non realizzati, concepiti per allargare la base di utenza,
eliminando barriere e limiti di accesso al patrimonio culturale, attraverso
un design innovativo capace di rendere accessibile il patrimonio stesso.
Il patrimonio culturale cui si fa riferimento nel bando di concorso – come
illustra nella presentazione Giuseppe Mincolelli, Professore Associato di
Disegno Industriale Presso il Dipartimento di Architettura dell’Università
degli studi di Ferrara – comprende, in maniera ampia, la parte più
significativa del prodotto dell’attività umana: manufatti, opere d’arte,
libri, documenti, giornali e riviste, musica, cinema. L’ambiente costruito,
i siti archeologici e il sistema di sensi e significati dell’ambiente che ci
circonda. La lingua, la gastronomia, i vini, i valori sociali, l’architettura, il
paesaggio, il design.
Il patrimonio culturale costituisce la memoria della storia umana.
Conservare, ricordare e condividere la cultura ci rende consapevoli del
suo valore e ci mette in condizione di essere capiti e di capire culture
diverse.
Con l’espressione” Inclusive design” o “Design for All” si fa riferimento
al progetto di ambienti, attrezzature e servizi fruibili – in condizione di
autonomia – da parte di persone con esigenze e abilità diversificate.
Operativamente, questo obiettivo si realizza attraverso soluzioni
progettuali che siano prontamente utilizzabili dalla maggior parte degli
utenti senza dover apportare alcuna modifica o, in subordine, che siano
facilmente adattabili, in funzione delle abilità fisiche, sensoriali o cognitive
dei diversi profili d’utenza, tramite la modifica dell’interfaccia con l’utente. Tale modifica può ottenersi, nelle forme più semplici,
mediante la variabilità dell’assetto o l’integrazione di elementi accessori. (definizione adottata dalla Commissione Europea – DG
Impiego e Affari Sociali – su proposta dell’EIDD per la Giornata Europea delle Persone Disabili, 3 dicembre 2001).
Il tema dell’inclusività è considerato strategico in numerosi campi di attività e di ricerca, a livello mondiale ed in special modo
all’interno della Comunità Europea. Horizon 2020, che sarà il nuovo strumento della politica comunitaria per il finanziamento
integrato delle attività di ricerca e innovazione, prevede di dedicare oltre il 30% dell’ammontare complessivo dei finanziamenti a
quelle che vengono definite ‘grandi sfide globali (Societal challenges)’, tra cui: ‘efficienza delle risorse... per una Società inclusiva,
innovativa e sicura’.
Il tema della inclusione nella fruizione dei beni culturali è un campo in cui il design più innovativo e socialmente responsabile può
produrre ricerche e proposte progettuali che apportino benefici sia per la conservazione e valorizzazione dei beni culturali che per il
miglioramento della qualità e della sicurezza della vita di tutti i cittadini, superando barriere e limiti percettivi, fisiologici, economici,
culturali e linguistici.
Il concorso intende premiare la capacità di sviluppare proposte progettuali organiche ed armoniche, che puntino ad includere la
massima parte della base di utenza attraverso un uso ampio e coerente di discipline, metodologie, competenze e tecnologie anche
varie e diversificate. I progetti presentati possono rientrare completamente in categorie quali il progetto di allestimenti, di spazi
interni o di edifici interi, il design di prodotto, quello grafico, multimodale, web, o proporre approfondimenti progettuali in più di una
di esse.
(Per informazioni: Dipartimento di Architettura Università degli Studi di Ferrara, Via Quartieri 8 – 44121 Ferrara, [email protected];
www.chidec.net)
Bibliografia
Heracleous, L. & Jacobs, C. D. (2011) Crafting strategy: Embodied metaphors in practice Cambridge University Press.
Huizinga, J. (1950), Homo ludens: a study of the play-element in culture. Boston: Beacon Press.
Mitra, S. (2012) The future of people. 2012 http://www.sugatam.blogspot.co.uk/2012/11/the-future-of-people.html.
Piaget, J. & Inhelder, B. (1972) The psychology of the child. New York. Basic Books.
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29
IDEE
“L’impossibile possibile”
Lectio Doctoralis
di Paolo Fresu
L’Università degli Studi di MilanoBicocca ha conferito, il 27 marzo,
la Laurea Magistrale Honoris Causa
in “Psicologia dei Processi Sociali,
decisionali e dei comportamenti
economici” a Paolo Fresu con la
seguente motivazione: «Il musicista jazz
Paolo Fresu ha dedicato la sua arte alla
promozione della cultura nelle comunità
e nei gruppi della sua terra, attivando
le relazioni sociali che si pongono a
fondamento della convivenza; ha così
favorito il benessere di tali collettività,
benessere che dipende da fattori
psicosociali e non solo da fattori
economici. Fresu ha dimostrato così la
potenza comunicativa della musica, in
quanto forma simbolica, coniugando in
un rapporto originale e fecondo il jazz e
la cultura folklorica sarda». A seguire si
riporta una sintesi del discorso tenuto
dal musicista sardo in occasione della
cerimonia.
30
S
to per prendere un aereo per Francoforte e poi per New York.
La mattina accompagno il piccolo Andrea a scuola ma poco prima
di uscire mi chiede di indicargli quale sarà il mio viaggio.
Lo faccio sul suo mappamondo illuminato, navigando idealmente
con il dito tra la costa tirrenica dello Stivale e quella americana.
«Certo, quello di oggi non sarà un viaggio infinito come quello della settimana
scorsa tra Parigi e Santiago del Cile ma è comunque e pur sempre un viaggio»
gli dico.
«Ma papà, l’Africa è più lontana!» risponde Andrea dopo averci pensato un
attimo.
Già, l’Africa. Dipende quale.
Quella che lui conosce perché ci è stato è il Kenya, che dista da Roma poco più
di quattro ore mentre da Francoforte a New York ce ne vogliono otto. Sette al
ritorno se si ha il vento in coda.
In realtà l’Africa è vicinissima, se la si vuole vedere da un’altra angolazione e,
per certi versi, è vicina anche New York considerando che per andare in treno
da Porto Torres a Cagliari di ore ce ne vogliono più di quattro.
Andrea, che ha cinque anni, non ha ancora ben chiara la dimensione del
mondo ma lo circumnaviga con l’immaginazione capovolgendo il tradizionale
concetto del vedere e sentire tutto, distanze comprese.
I grandi vedono piccolo e vicino il mondo conosciuto e vissuto mentre i piccoli
percepiscono le distanze in modo contrario.
Del resto è comprensibile. Solo gli adulti hanno un vissuto che logora. I
bimbi invece hanno un vissuto che è ancora da vivere e che dunque li tiene
fortunatamente lontani dalla realtà oggettiva.
I viaggi di Andrea sono in genere quelli in nave tra Livorno e Olbia. Sulle navi
bianche o gialle come le chiama lui. Moby Lines o Sardinia Ferries. Viaggi
interminabili (fortuna che non ha conosciuto la flotta della Tirrenia…) stemperati
dalle patatine fritte del self service e soprattutto dal sonno notturno che rende
il tragitto meno infinito. La macchina entra per incanto dentro la pancia della
photo © Università degli Studi Milano Bicocca
grande nave e il resto è così un
viaggio vero più di quanto non
lo siano quelli più o meno lunghi
con gli aerei. Non solo per via
delle distanze e dei ricordi ma,
dal suo punto di vista, in base al
numero dei sedili, motori e flap
dell’aeromobile che ci trasporta.
E i miei viaggi? La prima volta
che sono uscito da Berchidda è
stato per andare a Monti. Poco
meno di quindici chilometri, con
il pullman dell’Asara assieme alla
Banda musicale per un ‘servizio’,
l’accompagnamento per la
processione in occasione della festa
del Santo Patrono.
A Roma invece ci sono stato dopo,
con la mamma, per trovare uno zio
che si sposava. In una stazione di
servizio tra Civitavecchia e Roma
(stavolta era la nave della Tirrenia a
trasportarci senza stimolare nessun
pensiero positivo) appresi che un
cappuccino non era un frate ma
una cosa da bere.
Forse lo apprese anche mia madre
che a casa ci dava il latte appena
munto da mio padre con un
goccio di caffè e lo chiamavamo
semplicemente caffellatte.
Scoprii, andando a Monti con la
Banda e a Roma con la mamma,
che il mondo era vasto e che, da
grande quale stavo diventando,
questo si rimpiccioliva ogni
giorno di più nel processo di
apprendimento quotidiano fino a
divenire minuscolo.
Credo sarà ciò che farà Andrea nel
crescere. Nonostante lui conosca
molte più cose di me quando avevo
i suoi anni, continuerà a pensare
che il mondo è grande o piccolo in
modo inversamente proporzionale
al suo vissuto. Vissuto che noi sardi
chiamiamo su connotu1 e che è il
1 connótu agg. conosciuto, noto. Es connotu in
tota s’Isula è conosciuto in tutta l’Isola. Usu connotu costume tramandato dai maggiori. Benes
connotos beni ereditati Dicciu connotu proverbio antico, noto.
Da “Vocabolario Sardo-Logudorese-Italiano” di
Pietro Casu. A cura di Giulio Paulis, ISRE/Ilisso
Editore, Nuoro 2002. Per l’antropologo bittese
Bachisio Bandinu su connotu è «uno spazio
reale e simbolico di garanzia. Ricco di valori, è
nostro dna di isolani/mediterranei.
Ora, mentre sono sull’aereo della
Lufthansa ripercorro mentalmente
il mio primo viaggio per New York.
Era verso la fine degli anni Ottanta
e ci andai con Giovanni Tommaso e
con Massimo Urbani.
L’America era il nostro sogno e la
Grande Mela incarnava per noi tutto
il meglio della società moderna e
del progresso. Non ultimo il jazz,
che era la nostra passione e il
motivo che ci aveva portati tutti
dall’altra parte dell’oceano.
Massimo passava il suo tempo a
decantare le macchine americane,
il suono delle radio americane, la
qualità dei miscelatori d’acqua dei
bagni americani, la prelibatezza
degli hot dog americani. Al punto
che appena arrivati nella terra
degli yankees comprò una pentola
americana da regalare alla nonna
che, la mattina dell’imbarco
all’aeroporto di Fiumicino, gli aveva
fatto trovare le immaginette dei suoi
santi prediletti in tutte le tasche
della giacca.
Peccato che la pentola dovette
accompagnarlo durante tutto il
viaggio negli States. Viaggio che
durò quindici giorni e toccò diversi
stati tra cui quello di New York,
il New Jersey, il South e North
Carolina e il Massachusetts.
Io non ricordo cosa comprai. Ero
troppo preso dalla visione dello
skyline della metropoli per riuscire
ad abbassare il naso ad altezza
d’uomo e scoprire così che c’erano
negozi, bar, teatri e ristoranti.
Ricordo solo che al mio ritorno
organizzai una visione pubblica
delle diapositive che avevo scattato
e che invitai mio cugino Andreino,
l’unico in famiglia che aveva
viaggiato in quanto per diversi anni
era stato macchinista nella sala
caldaie di una grande nave.
Ciò mi bastava per immaginare
che lui a New York ci fosse stato
davvero e che dunque lui e solo
costituito dal patrimonio storico, archeologico,
artistico, linguistico e culturale, inteso come tesoro da custodire, senza investimento».
lui sarebbe stato in grado di
comprendere il valore e il senso del
mio viaggio americano.
Mio padre era stato in continente in
tempo di guerra e mia madre con
me a Roma e prima una volta in
viaggio di nozze. Abbiamo ancora la
foto scattata davanti a San Pietro.
Solo Andreino dunque sapeva della
qualità delle macchine americane,
del suono delle radio americane,
dei miscelatori d’acqua dei bagni
americani, della prelibatezza degli
hot dog americani e delle pentole
americane.
Prima di quel viaggio ero stato
a Roma e Milano. Il rumore del
trenino che mi portava dalla
stazione di Civitavecchia a Termini
era ancora nelle mie orecchie e nei
miei occhi c’era la desolazione delle
periferie e delle borgate romane e
della Paullese, la pericolosissima
strada statale dove, d’inverno,
scorrazzavamo con Roberto Cipelli
per andare da Cremona a Milano
a suonare al “Capolinea” o alle
“Scimmie” e dove la nebbia si
tagliava a fette tanto da non vedere
neanche a un metro di distanza.
New York era per me oltre
l’immaginazione, oltre la Paullese
e la Stazione Termini al punto da
renderla distante nonostante ciò
che stavo imparando a conoscere
e che mi faceva sentire più l’Andrea
di oggi che il Paolo di allora.
Ma molti di voi si staranno
chiedendo che senso abbia parlare
di viaggi in questa prestigiosa
sede e soprattutto dove voglio
arrivare con questo mio discorso
introduttivo.
È presto detto.
Questa Lectio dal titolo
“L’impossibile possibile” nasce
intorno a una piccola idea che
si sviluppa in modo concentrico
per diventare grande. Lo fa
gradualmente, non dall’oggi al
domani. E lo fa concentricamente
come se fosse un sasso gettato
in un lago, laddove i cerchi creati
dallo shock dell’impatto con
l’acqua si propagano, toccando e
interessando ciò che vi è intorno.
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31
32
o nulla al punto da essere sempre
sottolineata in rosso dal correttore
automatico di Word.
Rispondo che la “sardità” è quel
qualcosa d’indecifrabile che, quando
sono a Pechino, a New York o a
Delhi, fa sì che alla fine del concerto
ci sia sempre un corregionale che
arriva per dire «anche io sono
sardo. Di Maracalagonis, Bitti,
Santu Lussurgiu o Cagliari».
Ciò non accade con i miei colleghi
di Roma, Milano o Bologna e non
è casuale perché i sardi, divisi
nell’Isola, si sentono parte di una
comunità quando lasciano la
Sardegna.
Sardegna che, se dentro ha
confini larghi al punto da poter
essere grande, vista da fuori si può
disegnare con un dito diventando
così solo un luogo piccolo nella
vastità del mondo.
Disegnare con un dito. Come
quando Andrea mi chiede di
raccontargli del mio viaggio.
Poco tempo fa ho volato da
Bologna per Madrid con una delle
sottocompagnie della Iberia che si
chiama ‘Air Nostrum’.
Ciò mi ha fatto riflettere sul
concetto di geografia dei popoli
mediterranei laddove il comune
denominatore è l’idea del viaggio.
Che sia per mare, per terra o per
aria poco importa. Viaggio significa
scoperta, identità e comunicazione
nonché scambio: umano,
economico, sociale.
Viaggio in un luogo che, al di là
dei Paesi, delle religioni, delle
razze e dei sistemi economici,
continuiamo a pensare ‘nostrum’
anche negli anni Duemila. Le
geografie e le menti non cambiano
più di tanto; piuttosto si modificano
i meccanismi comunicativi in
funzione dei momenti storici.
Micro e macro hanno una
connessione diretta con locale
e globale. Parole e concetti in
assoluta sintonia con la mia storia
personale e con la mia esperienza
di uomo e di artista.
Mi ripeto e mi scuso, ma devo
sottolineare ancora una volta il mio
essere nato in Sardegna.
Forse per molti non è
un’informazione degna di nota,
ma nascere in un’isola e crescere
in quell’altra ‘isola nell’isola’ che
è Berchidda, piccolo paese con
poco meno di tremila anime
(lontano dal mare perché a soli
venti chilometri…), è fondamentale,
soprattutto perché, andando
photo © Università degli Studi Milano Bicocca
La Sardegna è il sasso, il mare
che vi è intorno è lo stagno. Uno
stagno che, seppur vasto più
del più grande lago, è sempre
enormemente più piccolo rispetto
ad un qualsiasi oceano.
Il concetto del micro e del macro,
dunque, è racchiuso in quella frase
di Andrea che disegna il mondo
secondo il suo vedere. Noi oggi
lo facciamo soprattutto secondo
il nostro sentire, ma la cosa non
cambia. L’Africa è vicinissima
alla Sardegna ma può essere
estremamente lontana e, di fatto, lo
è ma fortunatamente non per tutti.
Perché il Mediterraneo è un cuore
che pulsa e alimenta gli organi che
sono i Paesi che vi si affacciano.
Paesi che il sasso dell’isola gettato
nel mare può raggiungere in un
attimo.
Se molti intravedono nel Mare
Nostrum solo diversità e se è vero
che queste ci sono, dal punto di
vista storico è la stessa storia a
farci sentire più vicini e simili.
Piuttosto bisogna comprendere
quanto la storia sia stata scritta
correttamente o secondo parametri
di opportunità, funzionali a chi
vuole rendercela per quello che
non è.
Se, per appunto, pensiamo
alla Sardegna – e dunque
alla sua musica, lingua, cibo,
costumi, gioielli… – questa è
la dimostrazione di quanto il
Mediterraneo sia stato un grande
luogo di incontri e di scambio e di
quanto l’Africa che vi si affaccia sia
vicina a noi.
Se esiste un’identità mediterranea,
questa è per me il riconoscersi in
un luogo comune che cambia nel
tempo e che è in balìa, da sempre,
di una geopolitica che mai è stata
culturale ma piuttosto economica.
Lo definirei un afflato mediterraneo.
Puramente estetico ma in conflitto
con quello etico che da sempre ci
ha diviso.
Spesso mi chiedono cosa sia
l’identità dei sardi. Quella parola
che è la “sardità” della quale molto
si abusa e che può significare tutto
idee
a ritroso come se stessimo
osservando il mondo dal computer
con Google Map, esiste un luogo
ancora più embrionale che è
Tucconi, il luogo dell’anima. Il
mio luogo di campagna dove ho
trascorso buona parte della mia
gioventù tra i belati delle pecore e
il soffio del maestrale che piega le
querce.
Tra la scoperta e l’apprendimento
della lingua madre che ha un suono
anch’essa. Suono scuro e delicato,
comunitario e condiviso, ancestrale.
Suono che è metafora del dentro
e del fuori, ancora del micro e del
macro.
La mia lingua, il sardo del Logudoro,
rappresenta la mia infanzia fra la
campagna e il paese, tra i sapori, gli
odori e i colori della terra prima che
del paese e della comunità.
È una lingua musicale, la nostra.
Idioma ricco di variazioni cromatiche
e piccole differenze sonore che
formano un articolato registro vario
e completo.
Quand’ero bambino il ricco
vocabolario della limba2 era la
2 lìmba s.f.. lingua. […] Sa limba sarda, italiana,
franzesa, furistera la lingua sarda, italiana, francese, forestiera, straniera. […] Imparare in una
rappresentazione di un universo
senza tempo nel quale le parole
non avevano ancora niente di
evocativo, ma semplicemente erano
parte della realtà, pure presenze
sonore, quasi minerali, che avevo
interiorizzato fin dal grembo
materno, quando mi arrivavano
amplificate attraverso il liquido
amniotico. Lingua in quanto vita
dunque, e suono in quanto origine
di tutto.
Solo successivamente sa limba
ha assunto anche un significato
altro che era quello di strumento
per relazionarmi alla comunità.
Negli anni, attraversando e
colmando quello spazio geografico
e temporale che separava la
campagna di Tucconi dalla vita del
paese, la lingua ha acquisito un
diverso significato, spogliandosi di
quel senso intimo e arricchendosi di
quello più universale che appartiene
a tutte le lingue parlate, cantate e
vissute in tutte le parti del mondo
e in tutte le realtà, siano esse
rurali o metropolitane. È diventata
frigada ‘e limba apprendere molto presto, molto
facilmente. Da “Vocabolario Sardo-LogudoreseItaliano” di Pietro Casu. A cura di Giulio Paulis,
ISRE/Ilisso Editore, Nuoro 2002
un mezzo per comunicare, per
dialogare, per affermarsi, per
spiegarsi, per imporsi. Dal suono
ancestrale delicato e quasi
sussurrato al suono dinamico legato
al forte e a volte al fortissimo.
Da rappresentazione dell’essere a
strumento di comunicazione.
Siamo abituati a pensare al
piccolo come locale e al grande
come globale, quando anche nel
microcosmo delle cose esiste una
globalità che è solo da vedere e
da sentire. Come piacerebbe ad
Andrea, che sa limba la apprende
non da me ma dalla nonna che
parla in sardo anche con chi non
la capisce, e che è affascinato da
tutti gli strumenti di comunicazione
e soprattutto dai satelliti e dalle
parabole. Perché sono questi
oggetti della tecnologia moderna
a portare il mondo nelle nostre
case attraverso la televisione e
permettere ad Andrea di vedere
Manny Tuttofare o Barbapapà.
Le nuove geografie e i recenti snodi
e crocevia della terra portano a
vedere il mondo lontano attraverso
internet e la tivù, scoprendo
così che le nostre scelte locali
si riflettono poi nella globalità. E
anche se potrebbe sembrare che
#26 // MARZO APRILE 2013
33
34
Perché locale e globale s’incontrano
quando si crea una connessione
idiomatica ancora prima che
tecnologica, antropologica o
culturale.
Tutto questo non ha forse a che fare
con il viaggio, con la necessità di
comunicare e conoscere e, dunque,
con una contemporaneità che è
arcaica quanto quel sasso gettato
nel “lago” mediterraneo?
Locale e globale, come micro e
macro, rappresentano non solo il
contemporaneo ma la memoria che
lo forma.
C’è a volte un equivoco, soprattutto
nella musica, tra ciò che si pensa
siano i plurisignificati di ‘memoria’
e di ‘contemporaneo’. Nella sua
etimologia, dall’origine latina, il
termine ‘contemporaneo’ è mutuato
da ‘Cum’, ‘Tèmpus’ e ‘Tèmpora’ e,
dunque, significa «che è o vive nel
medesimo tempo».
Se il termine popolare, ad esempio,
è sinonimo di incontro tra tradizione
e memoria, non può non essere
contemporanea la musica
tradizionale, che è l’unica che si
costruisce di giorno in giorno e che
è in grado di tessere una tela tra
passato e presente.
Se c’è una musica che si nutre del
tempo questa è proprio la musica
popolare, che forse è l’unica ad
avere il diritto di essere definita tale.
Esiste poi il problema delle
commistioni con gli altri linguaggi.
Dagli anni Ottanta il progresso ha
messo in crisi il significato sociale
di quelle comunità storicamente
forti mettendo a repentaglio anche i
tradizionali meccanismi produttivi e
fruitivi dell’arte e della cultura.
La musica ha dovuto fare i conti
con l’inquietante prospettiva
dell’implosione in se stessa: è un
linguaggio forte quando si consuma
nelle strade, nelle piazze e nelle
chiese, ma diviene fragile quando
la si colloca in spazi inadatti
alla sua funzione primaria che è
quella dell’essere il collante delle
microsocietà.
photo © Università degli Studi Milano Bicocca
siano le scelte globali a riflettersi
prepotentemente e in modo
evidente nel nostro locale, in realtà
è la scelta responsabile di ognuno
di noi a creare il percorso dell’uomo
decretandone la sua qualità di vita
anche attraverso lo stato di salute
del pianeta.
L’isola incarna per antonomasia il
locale e il globale. Locale perché
nei secoli ha cercato di conservare
una sua specificità, globale perché
essendo in seno al Mediterraneo
è come un server nel quale
approdano milioni di dati che poi,
dallo stesso, si dipanano verso il
mondo più vasto. Ammesso che ce
ne possa essere uno più vasto di
una qualsivoglia isola.
Da questo punto di vista sia la
musica tradizionale che il jazz
rappresentano uno dei tanti
punti di incontro. Perché se da
una parte fotografano la realtà
contemporanea, dall’altra sono tra i
molteplici strumenti di connessione
e di dialogo.
idee
Già soltanto spostare un concerto di
launeddas dalla sagra di Sant’Efisio
di Cagliari al Teatro della Scala di
Milano rischia di minare il rapporto
tra il locale e il globale, indebolendo
così il messaggio che quella musica
si porta appresso.
C’è poi un problema repertoriale
e di suono. Perché la musica
tradizionale si tramanda oralmente
nelle sagrestie durante la Settimana
Santa, nelle osterie, nelle aie, nelle
feste campestri.
Si apprende così, e ciò che importa
è conoscere il conosciuto, su
connotu, e niente di più. Il repertorio
in questo modo si assottiglia e non
si arricchisce nel tempo, sebbene
anche la musica tradizionale
necessiti di una spinta propositiva
che, però, può essere pericolosa in
quanto rischia, a volte, di diventare
folklore.
La complessa diatriba fra tradizione
e modernità ha, per me, poco a
che fare con il mercato odierno, ma
piuttosto con la capacità dell’artista
di vedere oltre se stesso e oltre un
passato che è pesante ma che, allo
stesso tempo, non si può e non si
deve dimenticare.
Il rapporto tra la musica e i luoghi è
in relazione, dunque, con lo spazio
immaginario prima ancora che con
quello reale.
Il problema principale non è ‘dove’
si fanno le cose ma ‘come’ si fanno,
e l’altro problema è fare sì che gli
spazi della televisione e di internet
divengano luoghi accoglienti e
suggeritori d’idee buone oltre che
tavoli di incontro e di scoperta.
Esiste poi una ‘musica dei luoghi’
che è fatta dagli ambienti che la
ospitano ed è in questi che alcune
contaminazioni acquistano ancora
più senso in quanto la ricerca non
è più solo sul suono e sull’interplay,
ma sul rapporto tra questi due
elementi e gli stessi luoghi che
divengono protagonisti in grado di
suggerire idee e percorsi. In seno al
nostro festival questo è accaduto e,
anzi, è stato elemento fondamentale
di crescita.
Diventa, dunque, complesso
stabilire se è la musica a doversi
confrontare con gli spazi o se sono
questi ultimi a doversi plasmare
sulle esigenze della musica.
Esiste anche un suono da sentire
e uno da vedere e, quando questo
accade, la musica lievita e diviene
leggera e atemporale.
Certo, Arturo Toscanini usava dire
che «all’aperto si gioca a bocce»
ma dipende molto da quale musica
e da quale luogo. I greci e i romani
ne erano coscienti e sapevano
quanto un teatro all’aperto possa
diventare lo strumento massimo
di amplificazione dei sensi,
dell’emotività, del pathos e dei
sentimenti.
Nella fattispecie, i luoghi all’aperto
pongono la musica (e dunque i
musicisti e il pubblico) in rapporto
con la natura e con l’ambiente,
offrendo all’arte il suo vero ruolo
catalizzante e plasmante ma anche
riflessivo.
È così che l’arte assume un ruolo
politico nei confronti della società;
ma vi starete chiedendo che
rapporto può esserci tra politica e
musica e se la musica debba avere
un senso politico.
E se non è politico, quale potrebbe
essere il rapporto diretto tra la
cultura e la realtà? (…)
Cultura è sinonimo di conoscenza
laddove il fine è nobile e utile alla
crescita della società e, dunque, del
Paese. (…)
L’esempio di Time in Jazz è
illuminante. Si calcola che,
attualmente, l’indotto economico
del festival sul territorio sia di oltre
1.500.000 Euro a fronte di una
spesa annuale di circa 600.000
Euro di cui, in percentuale, il 60%
proviene da finanziamenti pubblici
(Regione, Provincia, Ministero e
Comune di Berchidda) e il 40%
da privati (Fondazioni Bancarie,
vendita di spettacoli e sponsor) per
un totale di circa 30.000 presenze
nell’arco dei dieci giorni di durata
del Festival. Inoltre, va considerato
che la manifestazione coinvolge
oltre 15 centri del Nord Sardegna,
che appartengono alle Province
di Olbia-Tempio, Sassari e Nuoro
(quest’ultima dal 2012).
Se l’investimento con i denari
dei cittadini è di circa 360.000
Euro, questo rende quattro volte
di più, senza considerare il ritorno
pubblicitario e di immagine (a costo
zero) di cui si giova tutto il territorio
e l’intera Sardegna, anche senza
considerare il valore formativo
di un’esperienza che coinvolge
centinaia di giovani volontari e altre
figure professionali che sono nate
e/o maturate in seno al festival
e che oggi hanno intrapreso una
professione nel settore della cultura
e del turismo culturale.
Dal 2011 l’Associazione culturale
Time in Jazz ha avuto in gestione
dal Comune di Berchidda gli
immensi spazi dell’ex-Cooperativa
La Berchiddese, un caseificio in
disuso oggi convertito, proprio
grazie al suo lavoro, nel Centro
Laber, sede di studi di produzione
culturale e per lo spettacolo,
che porterà in paese ogni anno
centinaia di artisti e di tecnici in
residenza, stimolando così anche
una nuova economia ricettiva.
Per dare avvio a tale progetto il
Comune ha usufruito dei fondi
strutturali messi a disposizione
dall’Unione Europea: 1.700.000
Euro che saranno investiti nella
ristrutturazione e riorganizzazione
dello spazio che Time in Jazz utilizza
già da qualche anno.
Inoltre l’Associazione Time in
Jazz ha acquistato, nel 2010,
una vecchia casara dei primi
del Novecento, oggi anch’essa
in corso di restauro, che diverrà
a breve luogo di produzione e
luogo espositivo, di incontro e
di riferimento per tutto il Nord
Sardegna.(…)
Time in Jazz nasce nel 1988
dal volere di un piccolo gruppo
di persone che ancora oggi,
dopo venticinque anni, credono
nell’impossibile che diviene
possibile.
Per questo ho scelto questo titolo
per la mia Lectio e ho fatto questa
lunghissima (mi perdonerete)
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introduzione a volo d’uccello
sulla filosofia del viaggio, della
perimetralità, della memoria, del
micro e del macro, del gusto, del
locale e del globale, utilizzando
il piccolo Andrea come attore
principale.
Perché mi serviva giustificare il fatto
che potesse nascere un festival di
jazz in un luogo lontanissimo dalle
centralità culturali. Un luogo che
non aveva nessun rapporto con una
musica che veniva da oltre oceano
se non per il fatto che a Berchidda
c’era una antica Banda Musicale
e c’ero io, che il jazz lo masticavo
ormai da una decina d’anni.
Alla fine degli anni Ottanta, pur non
ancora maturo, sentivo dentro me
stesso che tutte queste riflessioni
sulle geografie potevano avere uno
sbocco in quella ‘isola nell’isola’ di
cui abbiamo ampiamente parlato
e che attraverso il jazz avrei potuto
dare risposte alle innumerevoli
domande che mi ponevo e che
ho provato a esplicitare in questo
scritto.
Ma andiamo per ordine.
Era il 1988. Il sindaco di allora, mi
chiese di pensare qualcosa per la
comunità berchiddese.
Non ci volle molto per convincermi
e dopo poco presentai il progetto
di un festival che potesse avere
continuità nel tempo e che potesse
rispondere a quei requisiti di
programmazione e a quegli obiettivi
in grado di giustificare Berchidda
come luogo adatto a dar vita ad
una manifestazione musicale.
A parte sporadici avvenimenti, le
esperienze del jazz nell’isola in
quegli anni erano quelle di “Jazz in
Sardegna” a Cagliari e di Sant’Anna
Arresi, piccolo centro del Sulcidano
dove da qualche anno si svolgeva
un piccolo festival di jazz.
Presi dunque spunto ed esempio
da questa realtà che, per certi versi,
era simile a quella di Berchidda,
anche se diversa per altri. Entrambi
erano centri molto piccoli, questo
si, ma mentre Sant’Anna Arresi era
un luogo di turismo per via delle
sue belle spiagge, Berchidda era un
36
luogo dell’interno dell’isola, senza
nessuna vocazione turistica e dove
l’economia si basava sull’agricoltura
e sull’allevamento. La musica era
solo un hobby, seppure diffuso.
Anche il Festival di Calagonone, in
provincia di Nuoro, stava appena
nascendo e, comunque, aveva più
assonanze con quello di Sant’Anna
Arresi che con Berchidda, in quanto
anch’esso luogo che si affacciava
sul mare.
Time in Jazz fu il titolo scelto.
Non sapeva di nulla e in inglese
era solamente un’accozzaglia di
parole, ma funzionava visivamente
e suonava bene. Il tempo del jazz
dunque. Anzi ‘il nuovo tempo del
jazz’, visto che questo ne fu il
sottotitolo per diverse edizioni.
Nuovo perché voleva essere diverso
e perché aveva l’ambizione di
raccontare il jazz da un altro punto
di vista: il mio.
Gli obiettivi erano molteplici: dare
continuità alla manifestazione che
si sarebbe svolta, come ogni vero
festival, con cadenza annuale,
radicare il festival nel territorio
attraverso progetti che tenessero
conto della nostra cultura e, infine,
farne uno strumento capace di
sviluppare l’economia e il turismo
portando pubblico da tutte le
parti d’Italia e caratterizzando così
Berchidda come luogo unico e
originale, dove potessero succedere
cose che non accadevano altrove.
Sapevo, del resto, che quello
era, probabilmente, l’unico modo
per attirare gente verso l’interno
dell’Isola. Il turismo diffuso non era
ancora in voga e l’unica Sardegna
conosciuta era quella del mare
e quella, ancora più blasonata,
dell’altro turismo spendaccione e
un po’ volgare dei VIP della Costa
Smeralda.
Questo manifesto mi dava, dunque,
l’opportunità di fare del festival uno
strumento di sperimentazione e di
scambio, dove gli artisti si sarebbero
potuti incontrare per produrre cose
nuove, capovolgendo quell’atavica
mentalità secondo la quale le idee
migliori vengono sempre da fuori.
Time in Jazz sarebbe così diventato
il mio strumento comunicativo
oltre alla tromba e al flicorno per
raccontarmi in un luogo che, in
fondo, (e nonostante fossero passati
diversi anni) mi conosceva poco.
La prima edizione si tenne con
l’aiuto di alcuni volontari del posto
e di cugini e cugine dal 12 al 14
settembre 1988 nella piccola
piazzetta adiacente alla piazza
principale del paese, quella Piazza
del Popolo che oggi è il magnifico
teatro di Time in Jazz. Il pubblico
era composto da poche centinaia
di persone e un bottiglione da
due litri di acquavite di mio padre
contribuiva, alla fine dei concerti,
a scaldare gli animi nelle serate
fredde di settembre.
La positiva esperienza venne
ripetuta l’anno successivo, più o
meno con la stessa formula.
Non solo concerti ma anche
proiezioni di film sul jazz e seminari,
con una propensione verso il jazz
italiano e verso quello regionale.
In questa seconda edizione si
intravedeva più chiaramente
il tracciato originale di una
manifestazione che mai abbiamo
voluto chiamare rassegna: quello
depositato a mo’ di ‘manifesto’ in
due fogli A4 battuti a macchina
con la mia Olivetti Lettera 32:
progettazione e produzioni originali,
attenzione verso il jazz isolano e
attività collaterali per insegnare e
raccontare il jazz al pubblico, oltre
che volontà di crescita economica
e creativa.
Il manifesto del primo anno mi
ritraeva in una foto di Agostino Mela
virata seppia. Il programma era
preceduto da una mia introduzione,
consuetudine, questa, che è
rimasta nel tempo e che introduce
tutte le edizioni del Festival,
presentato in un’elegante brochure
ricca di fotografie e di testi anche se
ancora, allora, non si era instaurato
– a livello grafico e di immagine –
un vero rapporto con l’arte, incontro
che avvenne, di fatto, solo nel
1994 con le prime opere del pittore
napoletano Salvatore Ravo, e che
idee
da allora avrebbe caratterizzato
tutta la nostra comunicazione visiva.
Nonostante il buon successo di
pubblico e di critica il paese era
ancora scettico sull’iniziativa.
La gente mi fermava per strada
per fare i complimenti per la
mia carriera e per chiedermi
informazioni sui miei viaggi e i miei
concerti ma, a parte il Sindaco,
sembrava non dovesse cambiare
ancora per molto tempo.
L’edizione del 1990 gettò le basi
concrete per le fortunate edizioni
dell’ultimo decennio. “Oltre…” era il
titolo di quel festival. Continuammo
a dare spazio ai musicisti sardi
e a dedicare sempre maggiore
attenzione alle più interessanti e
originali proposte musicali d’oltralpe.
“Tutto ciò che è creatività
circuita intorno ad una
ipotetica traiettoria
sferica per incontrarsi,
durante il percorso,
con tutte le altre forme
espressive, anche con
quelle diametralmente
opposte...”
qualche amministratore, i volontari
sempre più numerosi e pochi altri,
la maggior parte della popolazione
aveva l’impressione che questa
manifestazione fosse avulsa dalla
realtà locale e che i soldi, sebbene
pochi, che il Comune metteva a
disposizione, fossero buttati via. E
poi, il jazz non piaceva e forse era
questo il vero motivo delle critiche e
della diffidenza.
D’altro canto, era ormai da molti
anni che a Berchidda non accadeva
niente di rilevante e che anzi si
faceva di tutto, soprattutto tra i
giovani, per distruggere sul nascere
le poche iniziative pubbliche e
sociali.
Time in Jazz, seppur appena
abbozzato, stava infrangendo
questa tradizione e stava
costruendo qualcosa di stabile
che avrebbe di certo creato un
precedente importante e, forse,
destabilizzato un sistema che
«Oltre… dunque …quando i
confini si annullano e le distanze
si avvicinano concretizzandosi in
un concetto direi empedocleiano
dell’arte».
Questo scrissi nelle note introduttive
ospitate nella brochure di
quell’anno, laddove ipotizzavo una
geometria del pensiero creativo
rappresentata dalla Sfera in quanto
essenza del carattere multimediale
dell’arte.
«Non più solo Musica», aggiungevo
in quelle note, «non più solamente
Jazz, ma anche Danza, Balletto,
Teatro, Cinema, Pittura, Scultura,
Fotografia. Tutto ciò che è creatività
circuita intorno ad una ipotetica
traiettoria sferica per incontrarsi,
durante il percorso, con tutte le altre
forme espressive, anche con quelle
diametralmente opposte e che, in
apparenza, non hanno nessuna
relazione con il fuoco della Sfera
stessa. […]
A ragion veduta quindi un festival
la cui finalità è la necessità non
solo di continuare il percorso ma
sperimentare e documentare
le nuove tendenze del Jazz che
vogliono confrontarsi con altre
forme di linguaggio».
Insomma, c’erano in quelle
note tutti i germi costruttivi per
quel festival/contenitore che
nell’arco degli anni è cresciuto
esponenzialmente fino a
raggiungere il successo e la
maturità di oggi.
La quarta edizione ebbe una durata
di cinque giorni e si svolse dal 4
all’8 settembre, con alcune serate
particolarmente fredde e spazzate
dal maestrale. L’acquavite di Lillino
era oramai diventata di rito e
l’atmosfera continuava ad essere
familiare e raccolta nonostante il
pubblico iniziasse a crescere. “Prove
d’Autore” ne fu il titolo e la maggior
parte dei progetti erano, di fatto,
produzioni originali di Time in Jazz.
Ma il progetto più importante di
quell’anno fu quello che coinvolse
la Banda Musicale ‘Bernardo De
Muro’ di Berchidda assieme al
polistrumentista Eugenio Colombo.
Eugenio aveva realizzato un’opera
commissionata dal festival di
Clusone con la Banda locale
che si intitolava “Sorgente
sonora”. Nacque dunque l’idea di
riproporla a Berchidda utilizzando
la nostra formazione bandistica
e, naturalmente, fu tradotta
letteralmente in “Sa ‘ena sonora”.
Grazie anche ad un altro progetto
su Pietro Casu, oratore, linguista,
poeta e predicatore di Berchidda, il
festival iniziava a legarsi al paese e
al territorio, ponendosi anche come
strumento di riflessione politica e
culturale in seno alla più complessa
vicenda dei finanziamenti pubblici
e della didattica in Sardegna. Erano
per me argomenti importanti, che
mi coinvolgevano come direttore
artistico di Time in Jazz e come
direttore dei seminari nuoresi (nati,
nel frattempo, nel 1989) e che,
poi, sarebbero sfociati nella realtà
nazionale con la militanza nell’Amj –
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culto e Berchidda era sempre più
conosciuta sia in Sardegna che sulla
penisola.
Conosciuta… ma non furono anni
facili. Nel 1992 si tenne un festival
di protesta per via della mancanza
di finanziamenti dovuta all’incuria
e alla disattenzione dei nostri
interlocutori politici di allora. Tutti gli
artisti invitati vennero a Berchidda
gratuitamente e io scrissi queste
parole: «Finché ci saranno uomini
capaci di raccontarsi con uno
strumento, con il proprio corpo e le
proprie mani, con i colori, con una
pietra o un pezzo di legno, noi non
moriremo. L’immaginario è la nostra
linfa ma non si può comprare per
nessun prezzo». Erano altri tempi,
come recita anche il titolo della
nostra rassegna a cavallo tra Natale
e Capodanno, ed effettivamente da
allora siamo andati avanti spediti e
sempre più convinti della necessità
di fare e di programmare il diverso,
l’inascoltato e il non ancora visto o
percepito.
Sulla scia delle collaborazioni con
Pilar Gómez Cossío, Salvatore Ravo,
Sergio Cara, Gisela Moll e Pinuccio
Sciola, nel 1997 prese il via l’attività
del PAV (Progetto Arti Visive)
curata da Giannella Demuro e
Antonello Fresu: da allora, sia l’arte
contemporanea che le immagini e il
cinema, settore coordinato e diretto
da Gianfranco Cabiddu, hanno
aperto nuove porte nell’arte di Time
in Jazz.
Nel 1995 iniziarono a prendere
parte alla manifestazione anche
gruppi musicali di strada,
contribuendo a fare del festival
una festa collettiva capace di
coinvolgere sempre di più la
comunità berchiddese che, se i
primi anni appariva scettica, oggi
è quasi totalmente complice di un
progetto che abbraccia tutta la
realtà del Nord Sardegna.
Nel 1998 nacque finalmente
l’Associazione culturale Time
in Jazz, che da subito iniziò ad
organizzare e gestire il Festival,
sostituendosi, non senza conflitti,
al Comune di Berchidda, che
continuò, tuttavia, a partecipare
attivamente, seppure con notevoli
sforzi, al suo sviluppo. Time in
Jazz, tra soddisfazioni e difficoltà,
era ormai una realtà forte e viva,
grazie all’esperienza maturata fin
dal 1988, con quel volontariato
che lo aveva reso grande e che lo
supporta tuttora.
Negli stessi anni iniziammo a
photo © Università degli Studi Milano Bicocca
‘Associazione nazionale Musicisti di
jazz’ che sarebbe nata subito dopo.
Si organizzarono, dunque,
tavole rotonde di discussione
sul tema della didattica e della
programmazione concertistica
che coinvolsero scuole, musicisti e
didatti, operatori culturali e direttori
di festival e di rassegne.
Nacque allora anche lo spazio del
jazz club, che si tenne per diversi
anni appena fuori Berchidda, nella
Terrazza Belvedere e che ospitò
diversi gruppi giovani ed esordienti
ed altri con musicisti più affermati,
fino a quando, intorno alla fine degli
anni Novanta, il jazz club non si
spostò nel vicino Museo del Vino.
Il festival era ancora completamente
gestito dal Comune di Berchidda.
Così era nato nel 1988. Era l’ufficio
ragioneria che stilava, sotto la
mia consulenza, i contratti con
gli artisti ed era lo stesso ufficio
a dover indire gare di appalto
per ogni singola iniziativa, ma la
manifestazione diventava di anno in
anno sempre più grande e il lavoro
aumentava di giorno in giorno.
Intanto le edizioni si susseguivano
con sempre maggiore successo
e pubblico. Time in Jazz iniziava
a diventare una sorta di luogo di
idee
portare il Festival nei luoghi di
culto, primo fra tutti la piccola
chiesa, allora appena ristrutturata,
di Sant’Andrea, che nel 1997 ebbe
modo di ospitare uno dei concerti
più straordinari della nostra storia:
quello in piano solo del ‘nostro’
Antonello Salis. Mai prima di
allora un pianoforte era entrato
in quel luogo sperduto tra il giallo
delle stoppie estive, i vigneti e gli
oliveti. Le lacrime commosse di
Antonello e il sudore del pubblico
accalcato all’interno della chiesetta
ci convinsero a continuare in questa
direzione: nell’arco di pochi anni,
abbiamo utilizzato non solo tutte le
chiese campestri di Berchidda, ma
anche molte e bellissime chiesette
dei paesi limitrofi. Jazz e misticismo,
dunque. Una delle foto che io amo
di più è stata scattata dall’amica
Nina Contini Melis qualche anno
fa e ritrae il musicista musulmano
Dhafer Youssef con il suo oud dietro
la statua di Sant’Antioco di Bisarcio.
Infrangendo le barriere musicali
e quelle religiose, Time in Jazz
è diventato un buon esempio di
integrazione e di comunicazione fra
le genti, le fedi e le razze, invitando
musicisti africani, turchi, macedoni,
tunisini, marocchini, algerini,
lapponi, newyorkesi, scandinavi,
mitteleuropei, sardi, bretoni,
vietnamiti…
Un’apertura, questa, già descritta in
quel manifesto artistico e filosofico
di allora, e perseguito ancora oggi
con rigore. È il manifesto delle
musiche, e non della musica.
Un festival di jazz, dunque, ma
soprattutto un festival che crede
nella propensione alla ricerca e
allo sviluppo del linguaggio afroamericano, musica dinamica e in
divenire per sua stessa natura, e
nell’apertura verso il mondo con i
suoi intrecci geografici e stilistici.
Da qui i temi di ogni edizione.
Temi che diventano una sfida
lessicale laddove ogni artista e
ogni spettatore si sentono parte di
un teatro fatto di verità e non di
finzione. Dove ognuno (il pastore,
l’impiegato, il volontario, il tecnico,
4 Sémida significa letteralmente sentiero. Il
Casu, nel suo “Vocabolario Sardo-LogudoreseItaliano” lo definisce ‘sentieruzzo’ In su buscu
b’had appena una semida attraverso il bosco
c’è appena un sentieruzzo. Semida de crabas
sentieruzzo di capre.
risuonano e brillano sollecitati dalla
luce del sole appena nato. Sa di
amici che non ci sono più e di nuovi
arrivi. Sa di incontri e di scontri. Di
fidanzamenti e di dispedidas.6 Di
bimbi, di giochi e di grandi. Di cibo
e di vino. Di dolci. E sa di mandorle
amare e di vigne che profumano di
vermentino.
Sa di musica, Time in Jazz. Quella
dei campanacci delle greggi che
a volte accompagnano il suono di
chi è appena arrivato da New York
o da Londra, e sa di voci ataviche
tra una basilica, una cantina e una
strada. Ma sa soprattutto di vento.
Di quel maestrale che è il vero
protagonista e che porta quanto
ha raccolto a Nord-Ovest del
mondo, rubando un po’ di suono e
rendendolo agli altri.
È il suono dei venti. Non solo dei
venti e più anni di vita, ma di quel
soffio vitale che anima i luoghi.
E, allora, a Berchidda può
succedere che un festival di jazz
nato nel 1988 continui a vivere e a
crescere portando con sé migliaia
di persone e oltre venticinque estati
piene di musica, arte ed emozione.
Tutto questo può sembrare
normale, ma in realtà non lo
è, perché è faticoso vivere per
venticinque anni nella cultura di un
Paese che non la vuole.
A Berchidda succede che non ci
sia solo un paese in festa ai piedi
del Limbara ma che questa festa
sia contagiosa e coinvolga comuni
vicini e lontani, tra il Logudoro, la
Gallura, l’Anglona e il Meilogu.
Succede a Berchidda che,
nonostante in venticinque anni
siano passate centinaia di migliaia
di persone, non sia accaduto mai
niente di veramente preoccupante
tra le genti e che il variegato
pubblico che vi arriva, in cravatta,
col piercing e con il cane, viva il
Time in Jazz non solo come una
festa ma come un momento
di riflessione e di comunione
5 cadìna s.f. secchio, per lo più di legno (ma
anche di latta) che si adopera per mungere.
Da “Vocabolario Sardo-Logudorese-Italiano” di
Pietro Casu. A cura di Giulio Paulis, ISRE/Ilisso
Editore, Nuoro 2002
6 dispedìda s.f. congedo, Sa dispedida est
istada dolorosa il congedo è stato doloroso (…)
Dare sa dispedida dare congedo.
il cuoco, il musicista, l’artista visivo,
l’accordatore di pianoforti, s’oberaju
mazore3 della chiesa campestre…)
si sente parte di un percorso
virtuale fatto di ragione e di
emozione. È il percorso di Semida,4
il Museo all’aperto di Arte e Natura
fortemente voluto dal PAV che, in
comunione con l’Ente Foreste, pone
un interrogativo nuovo sul senso
dell’arte. È grazie a questo che nel
2001 nasce l’idea di portare alcuni
dei nostri concerti nei boschi e nelle
foreste della nostra montagna. Ed è
a partire da questi primi esperimenti
che nel 2005 si inaugurano i
concerti all’alba nella natura, nella
magia dei colori e dei profumi del
mirto, del cisto e dell’elicriso, con il
sole che sorge a levante dietro l’isola
di Tavolara.
Time in Jazz sa di tutto. Sa di
‘trance’ nella sua follia collettiva,
sa di pecore munte al suono de
sas cadinas,5 e questo suono sa,
a sua volta, di ‘digitale’ tra passato
e presente. Sa di padelle appese
a mo’ di scena sul palco e di
motocarri assurti al ruolo di oggetti
dell’arte moderna. Time in Jazz sa
di gente. Di fuochi e di bande, di
fanfare e combo, di soli vertiginosi e
di orchestre da camera. Sa di poeti
improvvisatori e di rime in limba.
Di percussioni e di bicchieri che
3 S’oberaju mazore è il presidente del comitato della chiesa campestre designato di anno in
anno dai soci durante la festa campestre che si
svolge in primavera.
oberàju s.m. membro d’una associazione a
scopo di festeggiamenti. Sos oberajos de Santu Sebbastianu I soci dell’associazione di San
Sebastiano. Sos oberajos sun chirchende in sa
‘iddha pro sa festa i membri del comitato raccolgono le offerte per il paese.
mazòre agg. compar. maggiore
Da “Vocabolario Sardo-Logudorese-Italiano” di
Pietro Casu. A cura di Giulio Paulis, ISRE/Ilisso
Editore, Nuoro 2002
#26 // MARZO APRILE 2013
39
vera, dove i suoni della musica
diventano il companatico del rito
da consumare in Piazza del Popolo
e nelle chiese di campagna, tra le
sughere o in un bosco di lecci, in
un ippodromo o in un’altra piazza,
in un aeroporto, una stazione o una
nave in traversata.
Può succedere anche che la
musica si faccia una, come le
genti divengono una, e che questa
racconti il variegato mondo che la
respira. Nel campeggio Tancaré
o nel Bar Jolly di Giammartino,
bevendo vermentino dopo avere
premiato il poeta Mario Masala
per i suoi sessant’anni di carriera,
o al laghetto Nunzia nel Demanio
Forestale, davanti all’improbabile
palco dove si esibisce un tale con
la fisarmonica che si dimena alle
nove del mattino perché sa che
a Berchidda succedono cose che
non accadono altrove, neanche alla
Scala di Milano.
Non accade che ci si perda
a Time in Jazz. E se questo
accade, in viaggio verso l’Agnata
e per un cartello spostato o male
interpretato, il viaggio diviene
ancora più ricco e la scoperta dei
luoghi prelude a quella dell’arte che
vi dimora per necessità prima che
per piacere.
Accade talvolta che l’emozione e
la poesia si insinuino tra i filari di
una vigna alle sei del pomeriggio
e che zappe e altri strumenti che
lavorano la terra dialoghino con
una tromba che suona verso un
cielo rosso straziante quando i
campanacci delle greggi diventano
violini e contrabbassi e i suoni degli
utensili della campagna sono oboi e
pianoforti.
Ma Berchidda non è una. Perché
durante il Festival internazionale
Time in Jazz succede anche
che Riu Zocculu e Sa Rughe7
siano i quartieri di una metropoli
infinita. Le dodici note musicali ne
delineano i nuovi confini, che sono
7 Riu Zocculu’ e ‘Sa Rughe’ sono due degli
antichi quartieri di Berchidda diametralmente
opposti.
40
immaginari ma che ne colgono la
ricchezza degli incontri, smussando
gli angoli di una nuova geografia
incerta.
Succede che uno spazio come una
vecchia casa abbandonata diventi
un museo e che un caseificio in
disuso sia un nuovo teatro o una
officina produttiva che trasforma
non più latte ma idee.
La transumanza di chi si sposta tra
basiliche e parchi eolici rappresenta
una metropolitana di superficie
dove le stazioni sono decine e
decine di concerti, esposizioni
d’arte contemporanea, incontri,
proiezioni; e accade, a Berchidda
e in tutto il Nord Sardegna, che
tutti siano ricettivi e aperti verso
le problematiche di oggi e che i
suoni dell’Africa, del Sud America,
dell’Europa e dell’America nera
diventino un presente da portarsi
a casa e da consumare nel freddo
inverno in attesa di un’altra estate.
A Time in Jazz succede che
qualcuno dica ‘che non deve più
succedere’. Che qualcuno rifletta
sul fatto che il mondo può essere
migliore se il senso del bello vi
alberga e se sullo stesso palco
dialogano mondi opposti, nella
geografia come nella religione,
nel colore della pelle come nella
normale interpretazione delle cose.
Che qualcuno rifletta non solo
sul rapporto tra uomo-musicaterritorio-natura ma sull’impatto
che un festival come il nostro può
avere sull’ambiente che ci ospita,
rendendoci tutti più responsabili e
coscienti dell’importante compito
che una manifestazione come
la nostra deve avere. Compito e
missione che non deve essere
solo il proporre buona musica, ma
utilizzare i suoni per una riflessione
collettiva intorno ai temi ambientali
e a quelli energetici.
Succede che ci si ritrovi tutti a
consumare il rito collettivo del
concerto immersi nella natura o
ospiti in una basilica persa nel nulla,
obbligandoci non solo a dialogare
correttamente con gli spazi ma a
viverli coralmente, dividendoli e
condividendoli con gli altri.
Se il ‘rispetto’ per il pianeta passa
attraverso il ‘rispetto’ verso noi
stessi e verso gli altri, in questo
senso sento di poter affermare che
la musica e l’arte hanno un valore
fondamentale in quanto linguaggi
comunicativi che attraversano
l’uomo e il mondo, tessendo fili che
annodano la parte più profonda e
recondita di noi stessi e ribaltando
così il tradizionale concetto del
vedere e del sentire.
A Berchidda si vede con il cuore e
si sente con gli occhi, perché nei
mille luoghi incontaminati che ci
accolgono i sensi si amplificano
grazie ai colori e ai profumi che a
loro volta donano magia e poesia
alla musica.
E può succedere che assieme ai
volontari di Time in Jazz, che hanno
undici o settanta anni, cenino,
allo stesso tavolo, nella mensa di
Elia Saba, Jan Garbarek, Ornette
Coleman, Ahmad Jamal e Bill
Frisell, che prendono il loro vassoio
e, a fine pasto, vanno via contenti
di suonare per il loro vicino di posto
e per nessun altro.
Accade a Berchidda, Oschiri,
Ittireddu, Sassari, Osilo, Olbia,
Sorso, Cheremule, Ozieri,
Telti, Tempio, Mores, Pattada,
Codrongianos, Tula, Budoni, San
Pantaleo…
In tutti questi posti può succedere
che siano i luoghi a diventare
protagonisti e che la musica vi
lieviti, sconvolgendo l’assetto
tradizionale dell’intendere e del
sentire, perché il tempo a Time in
Jazz è dettato dal susseguirsi degli
accadimenti e non dai giorni, che
sembrano non bastare mai.
A Berchidda succede che risulti
normale non farsi bastare le
cose e che il verde di una vite
debba essere sempre più verde.
Perché sarebbe anormale che non
fosse così, se venisse a mancare
quell’idea di architettura collettiva
che ha dato al Festival radici forti e
un basamento solido.
Un’architettura che si esprime
attraverso la sovrapposizione
photo © Università degli Studi Milano Bicocca
idee
di elementi diversi, scelti con
cura, che, di volta in volta e
stratificandosi l’uno sull’altro, creano
un complesso edificio in grado di
ospitare arredi dalle forme pulite e
dalle linee nette.
Questa insolita architettura ha
bisogno di tempo e risponde alle
esigenze di una geografia umana
che si evolve modificandosi,
a volte repentinamente e altre
impercettibilmente, colmando lo
spazio vuoto con edifici invisibili.
I materiali da costruzione sono le
idee, mentre le linee architettoniche
sono la somma delle diverse
esperienze che, inanellate in
successione, formano una lunga
e solida trave capace di reggere
il peso enorme del tempo e
le sollecitazioni dettate dagli
accadimenti.
Architetture sociali? Architetture
viventi?
Non c’è un termine adeguato.
Perché queste nella realtà non
esistono, ma ci piace credere
che appartengano alla storia
dell’umanità più di qualsiasi
monumento conosciuto e più di
qualsiasi luogo simbolico della terra.
Dalle Piramidi al Colosseo, dalla
Tour Eiffel al non-spazio del Ground
Zero di New York.
Naturalmente parliamo non di
luoghi visibili agli occhi del mondo
ma di epicentri creativi capaci di
suggerire altrettante architetture,
percepibili attraverso i sensi
ma mancanti di una struttura
tradizionale, dove la pietra
d’angolo sono le genti, e le mura
di contenimento sono l’energia
collettiva.
Il mio pensiero più concreto va ai
luoghi d’arte all’aperto. Ad alcuni
teatri dell’Ottocento, alle arene
e ai giardini italiani, ma ancora
di più ai luoghi dove la casualità
della storia ha generato una nuova
architettura dentro l’architettura.
Non solo Ground Zero, dunque,
oggi quasi ricostruita ma, uno per
tutti, la Chiesa di Santa Maria dello
Spasimo di Palermo, nell’antico
quartiere della Kalsa, dove secolari
piante di fico si inerpicano,
impavide e sprezzanti del luogo, tra
i muri dell’antica basilica, tendendo
i propri rami verso il cielo.
Un soffitto che non c’è ne rende
la struttura lirica, anche se
architettonicamente incompleta,
ed è lì che la successiva mano
dell’uomo si sostituisce alla storia,
sovrapponendo gli elementi
esistenti con idee contemporanee
e innovative ma ancor più con la
visionarietà e la poesia.
Se esiste dunque un pensiero di
architettura collettiva capace di
costruzioni immense e invisibili
tese verso il cielo, di certo Time
in Jazz è una di queste. Perché in
oltre venticinque anni ha costruito
adoperando solo rena di fiume e
argilla, disegnando la stravagante
forma di un palazzo dalle cento
stanze, dove altrettante porte
mettono in comunicazione ampi
spazi creativi.
A Time in Jazz possiamo contare su
fondamenta solide come il bianco
granito sul quale poggia Berchidda,
ma contiamo anche su pietre
lavorate una ad una da scalpellini
raffinati che danno forma a blocchi
non perfettamente squadrati ma
distinti da segni arcaici che sanno
di vento e di acqua. Come le
trachiti e i basalti dei nuraghi che
salgono verso il cielo, anticipando
e suggerendo l’aspirazione dei fichi
secolari della Chiesa dello Spasimo
di Palermo.
Piramidi o nuraghi? Alte torri o
grattacieli?
Solo un’architettura degli spazi e dei
suoni. Perché da sempre questa è
stata il vero elemento suggeritore
di un festival che il tempo e
l’umanità hanno costruito giorno
per giorno posando pietre intagliate,
sovrapponendone di più grandi,
disegnando volumi e ricavando
porte sempre aperte verso il nuovo.
Ma, soprattutto, lasciando un
segno capace di disegnare con
il solo sguardo, progettando un
ponte invisibile e immaginario tra
un’isola e il mondo. Prosciugando le
distanze dei mari e colmandone lo
#26 // MARZO APRILE 2013
41
Nasce il 10 febbraio 1961 a Berchidda,
in Sardegna. Inizia lo studio dello
strumento all’età di undici anni nella
Banda Musicale “Bernardo de Muro”
di Berchidda, suo paese natale, e dopo
varie esperienze di musica leggera
scopre il jazz nel 1980; inizia l’attività
professionale nel 1982 registrando per
la RAI sotto la guida del Maestro Bruno
Tommaso e frequentando i Seminari di
Siena jazz.
Nel 1984 si diploma in tromba presso il
Conservatorio di Cagliari e nello stesso
anno vince numerosi e prestigiosi
i premi, i primi, in una lunga serie
di riconoscimenti che proseguono
nel presente musicale. Docente e
responsabile di diverse importanti realtà
didattiche nazionali e internazionali,
ha suonato in ogni continente e con
i nomi più importanti della musica
afroamericana degli ultimi 30 anni.
Ha registrato oltre trecentocinquanta
dischi di cui oltre ottanta a proprio
nome o in leadership ed altri con
collaborazioni internazionali, spesso
lavorando con progetti “misti” come
spazio con immensi architravi.
Time in Jazz è questo. La migliore
risposta alle domande del piccolo
Andrea che prova a disegnare il
mondo con un dito immaginando il
vissuto degli altri.
Grazie a tutti coloro che hanno
mescolato il cemento, trasportato
paioli pieni di calce e di idee,
disegnato progetti o costruito
impalcature.
Perché l’impossibile diviene possibile
solo se c’è un pensiero che cresce
in seno a una piccola comunità
capace di gettare un piccolo
sasso in un piccolo stagno che
si allarga, per cerchi concentrici,
verso un mondo vasto che diviene
infinitamente piccolo grazie alla
conoscenza. Talmente piccolo da
poter essere circumnavigato con un
dito.
Post Scriptum
Ho concepito questo testo durante i
dieci giorni di un tour negli Stati Uniti
42
Jazz-Musica etnica, World Music,
Musica contemporanea, Musica
Leggera, Musica antica.
Dirige il Festival Time in Jazz di
Berchidda, è direttore artistico e
docente dei Seminari jazz di Nuoro.
Ha diretto il Festival internazionale di
Bergamo. Vive tra Parigi, Bologna e la
Sardegna.
che ha toccato le città di New York,
Washington DC, Boston e South
Orange.
Il giorno dopo l’ultimo concerto
in New Jersey con il pianista
cubano Omar Sosa prendo un
taxi per raggiungere l’aeroporto
internazionale J.F. Kennedy di New
York.
Il driver mi chiede se preferisco
attraversare Manhattan oppure
tagliare a nord circumnavigando la
penisola dal Bronx.
Passando per Newark si vede
chiaramente tutto lo skyline della
City, compresa la nuova torre che
sta nascendo sulle rovine del World
Trade Center e il Village con le sue
costruzioni più basse. Più a sud la
Statua della Libertà ed Ellis Island.
Vista dall’altra parte del fiume
Manhattan ha il sapore di una
cartolina già ricevuta e ancora una
volta la si potrebbe disegnare con
un dito. Niente fa pensare che
dentro ci sia un brulicante dedalo di
streets e di avenues, di portoricani,
messicani, cinesi e italiani e che,
in un passato non troppo remoto,
la città sia stata teatro e crogiuolo
della straordinaria musica che ha
cambiato la storia del Novecento.
Chiedo al tassista ungherese quante
volte ha raggiunto la grande Mela
per diletto e non per lavoro. «Forse
un paio» mi risponde in un inglese
quasi più stentato del mio. «New
York è lontana: mezzora di treno e
quasi un’ora di macchina… In fondo
io sono uno di campagna».
E mentre attraversa le tranquille
strade sulle quali si affacciano
ordinate villette a schiera saluta
qualcuno che porta a spasso un
cane, come se il mondo fosse
davvero normale così.
Apro la mia borsa ed estraggo il
bellissimo libro “A Love Supreme”
che lo scrittore Ashley Kahn mi
ha regalato, con la sua dedica
autografa, i giorni scorsi al Blue
Note.
A pagina 99 Alice Coltrane, la
vedova di John, intervistata dal
giornalista dice:
«Quando si parla di A Love Supreme
questo è il brano [Acknowledgement,
primo movimento della suite
in quattro parti registrata dal
leggendario sassofonista il 09
dicembre del 1964 proprio nel New
Jersey] che voglio ascoltare sempre
per primo. è come una bellissima
città, dove però non siamo ancora
entrati perché dobbiamo prima
superare i cancelli e i camminamenti
per raggiungere l’ingresso. Quando
arriva quell’accordo, quel MI
maggiore, allora cominciano ad
aprirsi le porte. Per me è così, come
il primo invito a entrare in quel posto
meraviglioso che è il nostro cuore e
il nostro spirito».
Ripongo il libro e osservo ancora
Manhattan che mi sta davanti.
Penso che il senso del nostro
viaggiare, suonare, organizzare e
conoscere sta forse nel riuscire
a incontrare, fosse solo per un
momento, quei posti meravigliosi
dell’anima.
Grazie!
photo © Università degli Studi Milano Bicocca
Paolo Fresu
zOOM
Leonardo3
Modelli in legno
e digitali per svelare
i segreti dei manoscritti
leonardeschi
photo © Leonardo3 - www.leonardo2.net Copyright Leonardo3 - www.leonardo2.net
Intervista a Edoardo Zanon
Direttore scientifico Leonardo3
Leonardo3 (L3) è un innovativo Centro
di ricerca, casa editrice e media
company la cui missione è di studiare,
interpretare e rendere fruibile al grande
pubblico l’opera di Leonardo da Vinci,
impiegando metodologie e tecnologie
all’avanguardia.
è il soggetto curatore della mostra
“Leonardo3 – Il Mondo di Leonardo”,
allestita a Milano in Piazza della Scala,
all’ingresso della Galleria, nei prestigiosi
spazi delle Sale del Re. Visitabile sino
al 31 luglio, illustra i risultati del lavoro
di studio e ricerca condotto dal Centro
negli ultimi dieci anni. è considerata
la più importante mostra interattiva e
multidisciplinare dedicata a Leonardo
artista e inventore e alle sue macchine
ingegnose.
C
ome nasce l’esperienza di Leonardo3 e quali il
percorso formativo e le competenze del vostro team?
Ho fondato Loenardo3 insieme a Mario Taddei e Massimiliano
Lisa nel 2005. Mario ed io eravamo compagni di studi al
Politecnico di Milano, nel corso di laurea di Disegno Industriale.
Abbiamo sempre lavorato insieme e, data la nostra formazione,
era impossibile non amare l’opera di Leonardo, il padre fondatore di quel
disegno tecnico che abbiamo sempre utilizzato per realizzare i nostri progetti,
prima all’università e successivamente nel lavoro.
Questa passione ha fatto sì che durante gli anni abbiamo dirottato la nostra
ammirazione per Leonardo all’interno del lavoro, dove abbiamo sviluppato
contenuti e progetti di Leonardo per conto di altre aziende ed enti museali.
In Italia purtroppo la parola meritocrazia è abusata ingiustamente, e i musei
italiani che la valorizzano sono sempre difficili da trovare. Uno dei nostri lavori,
che ancora ricordiamo con inesauribile stima è stato quello dell’“Automobile
di Leonardo”, realizzato in collaborazione con Carlo Pedretti e Paolo Galluzzi
del Museo di Storia della Scienza di Firenze (oggi Museo Galileo). Per il resto
abbiamo dovuto dirottare i nostri sforzi culturali all’estero, soprattutto negli Stati
Uniti.
#26 // MARZO APRILE 2013
43
44
quelle. Non farlo significa accettare
un compromesso e risultati inferiori.
Il vostro lavoro parte dallo
studio dei manoscritti di
Leonardo. Quale l’approccio
nel reperimento delle fonti,
nella consultazione ed
interpretazione?
è un punto centrale del nostro
lavoro, alla base del quale esiste
un’ingiustizia di fondo secondo
noi. I primi anni sono stati i più
difficili, perché le fonti, ovvero
l’enorme quantità di manoscritti
di Leonardo e di trascrizioni dei
suoi testi sono un patrimonio direi
elitario. Chi venisse contagiato dalla
nostra passione si troverebbe nella
posizione di dover spendere capitali,
e parlo di decine di migliaia di euro,
per recuperare volumi rari e edizione
pregiate dei manoscritti.
In questi anni abbiamo collezionato
l’intera opera di Leonardo, o
acquistando, con il frutto del nostro
lavoro, alcune di queste edizioni
pregiate, o recuperando nelle
biblioteche tutto questo materiale.
Ci sono voluti anni, e si tratta di
un grande patrimonio, ma adesso
possiamo attingere e studiare senza
preclusioni il materiale. E per capire
un singolo progetto di Leonardo
occorre spesso attingere a più
manoscritti. Sarebbe bello poter
consultare anche la gran parte di
materiale perduto, ma non essendo
possibile cerchiamo di riempire
queste lacune con la nostra
conoscenza.
C’è però una novità. Ogni volta che
affrontiamo un nuovo manoscritto
ne produciamo un’edizione
multimediale, da utilizzare in mostra
o anche a casa, e con la quale
è possibile sfogliare e studiare
Leonardo a costi popolari, e questo
è secondo me un nostro grande
valore, un elemento di ricerca che
photo © Leonardo3 - www.leonardo2.net Copyright Leonardo3 - www.leonardo2.net
In quegli anni le competenze
mie e di Mario si distribuivano
tra quelle tecniche e storico/
scientifiche e quelle legate
all’amministrazione di un’azienda,
e questo portava inevitabilmente a
un compromesso. Spesso l’amore
per il lavoro ci portava a svenderlo
per un valore inferiore a quello
che realmente aveva. Abbiamo
quindi conosciuto Massimiliano
che dirigeva una conosciuta rivista
di computergrafica e che aveva
scritto alcuni articoli sul nostro
lavoro, ed insieme abbiamo fondato
Leonardo3.
L’entrata in gioco delle sue
competenze editoriali e manageriali
ha consentito a noi di concentrarci
sul nostro lavoro di ricerca e ha
valorizzato economicamente i nostri
sforzi. È un consiglio che do a molti
giovani imprenditori; ognuno ha
capacità e competenze apprese
o naturali, ed è bene che segua
zoom
noi dieci anni fa non avevamo la
fortuna di avere. È una grande
soddisfazione per me, ed ogni
tanto capita, consultare un nostro
prodotto per una nuova ricerca.
Dai manoscritti ai modelli
fisici. Come nascono e quali
le tecniche realizzative?
Le idee di Leonardo non sono,
come spesso erroneamente
si crede, irrealizzabili. Quando
Leonardo progettava lo faceva
sempre prestando grande
riguardo alla concreta possibilità
di costruire la macchina. Spesso,
per le macchine più complesse,
è Leonardo stesso a dichiarare
l’intenzione di costruire un modello,
magari in scala ridotta della
macchina che sta progettando.
Ritengo quindi certo che Leonardo
fosse dotato di un laboratorio nel
quale costruisse molti dei suoi
progetti; purtroppo tutto questo
Le anteprime mondiali in mostra
•
•
•
•
•
•
•
•
•
Ricostruzione del modello fisico del Sottomarino Meccanico (e relativa esperienza
interattiva multimediale)
Ricostruzione del modello fisico della Macchina del Tempo (e relativa esperienza
interattiva multimediale)
Ricostruzione del modello fisico della Libellula Meccanica (e relativa esperienza
interattiva multimediale)
Ricostruzione del modello fisico della Macchina Volante di Milano
Ricostruzione del modello fisico del Cubo Magico
Postazione multimediale “Leonardo a Milano”
Postazione multimediale “Il Monumento Sforza”
Codice Atlantico virtuale in edizione completa di tutti i suoi fogli prima del restauro
Restauro digitale dell’Ultima Cena e postazioni interattive
prezioso materiale è andato perduto.
Ricostruire un modello fisico di
una macchina di Leonardo non
rappresenta quindi un’operazione
aliena al manoscritto stesso;
significa ripercorrere le sue
intenzioni, seguendo le indicazioni
del disegno e del testo che ci ha
lasciato. La difficoltà consiste,
molte volte, nell’evitare la tentazione
di utilizzare soluzioni tecniche
o processi costruttivi lontani
dall’idea o dal tempo di Leonardo,
ed è molto difficile non cadere
nell’errore.
Un aspetto rilevante della
vostra attività è l’utilizzo delle
tecnologie digitali. Quali i
vantaggi e come si integrano
nella rappresentazione le
due modalità, “fisica” e
digitale?
Il nostro approccio è particolare
perché composto di due fasi:
lo studio del manoscritto e la
produzione del modello.
Nella pagina precendente, da sinistra
Ricostruzione del modello fisico della
Macchina del Tempo (Manoscritto b, fogli
43-44)
Ricostruzione del modello fisico della
Macchina volante di Milano (Codice Atlantico
foglio 749Var)
In questa pagina, da sopra
Realizzazione modello del Sottomarino
Meccanico (Codice Atlantico 881r)
Codice Atlantico foglio 0002 e modellino fisico
Tagliapietre
#26 // MARZO APRILE 2013
45
Durante lo studio del manoscritto
operiamo impiegando tecnologie
del nostro tempo (computergrafica
e modelli tridimensionali) che
ci consentono di ricostruire la
macchina in un ambiente virtuale.
Questo fa sì che prima di arrivare
a un progetto definitivo abbiamo
la possibilità di modificare infinite
volte la macchina.
Una volta conclusa questa
fase tentiamo di calarci in una
dimensione materiale, e più
rinascimentale, della costruzione
della macchina, impiegando il
più possibile materiali e tecniche
compatibili con il tempo di
Leonardo. Onestamente devo
dire che non è sempre possibile
rispettare questo paradigma
e dobbiamo arrivare a dei
compromessi.
Il sogno di allestire un laboratorio
rinascimentale, con strumenti e
attrezzi dell’epoca di Leonardo,
è tanto affascinante quanto
impossibile, e oggi ci troviamo
viziati da strumenti di lavoro senza
i quali non riusciamo a produrre
le nostre idee, e questo senza
renderci conto del lusso che
abbiamo a disposizione. Trapani
per forare, seghe elettriche per
tagliare, lime per levigare, viti
e colle per serrare sono tutti
strumenti che diamo per scontati
ma che al tempo di Leonardo
constavano fatica e denaro.
Questo dovrebbe farci apprezzare
e ammirare l’abilità costruttiva
di chi ci ha preceduto. Ci sono
operazioni strumentali che oggi
effettuiamo in pochi secondi, ma
dietro alle quali c’è una storia
tecnologica di cui anche Leonardo
fa parte.
Dall'alto:
Modelli nella sala espositiva
Ricostruzione del modello fisico della Libellula
meccanica
Realizzazione modello del Sottomarino
Meccanico (Codice Atlantico 881r)
46
photo © Leonardo3 - www.leonardo2.net Copyright Leonardo3 - www.leonardo2.net
zoom
Come è stata concepita
la mostra e quali sono gli
aspetti maggiormente
innovativi?
Questa mostra è frutto di anni di
ricerche e di esperienza in musei di
tutto il mondo. Ci sono diversi livelli
di lettura e modalità di fruizione
dei contenuti. Il primo livello è
quello dei manoscritti; come mai
prima in una mostra di Leonardo
è possibile sfogliare per intero i
suoi manoscritti, capirne i disegni
e leggerne i testi. Sembra banale,
ma le assicuro che in molte mostre
questo è tanto incredibile quanto
impossibile.
Ma nei manoscritti ci sono le
macchine e quindi presentiamo
anche queste; il modello della
macchina è sempre accompagnato
da spiegazioni tradizionali e
immagini in computergrafica che
ne agevolano la comprensione
e in più il pubblico trova delle
esperienze interattive per ciascuna
delle macchine, all’interno delle
quali chiunque può ricostruire il
progetto di Leonardo.
Negli ultimi anni abbiamo applicato
lo stesso metodo per l’arte e per i
dipinti e funziona. È un’esperienza
difficile da raccontare a parole.
L’invito è a provare.
Cosa resta ancora da
“scoprire” nell’affascinante
e misterioso mondo di
Leonardo?
Tanto! Salvo qualche rara
eccezione, per anni di Leonardo
sono stati presentati sempre i soliti
progetti. Noi, e pochi altri, stiamo
solo scalfendo la superficie di una
miniera.
Ricostruendo alcune macchine ho
imparato che nei piccoli dettagli
risiede la grandezza di un’idea,
e di un uomo. Le soluzioni più
emozionanti non sono quelle
eclatanti che compongono i titoli di
giornale, ma possono nascondersi
in piccoli disegni poco considerati o
in frasi che nessuno legge.
Questo ad esempio mi ha condotto
a scoprire un’intera macchina
volante all’interno del Codice
del Volo che nessuno aveva mai
scoperto.
In altri casi invece un particolare
può alterare l’interpretazione di
una macchina già profondamente
studiata da altri: nel caso
dell’automobile, Mario ha sviluppato
almeno una decina di utilizzi
alternativi, tutti possibili.
Una volta, mentre ricostruivo uno
strumento musicale di Leonardo,
parlando con un clavicembalista
ho discusso per un pomeriggio
intero di come poteva essere
una vite al tempo di Leonardo,
e questa discussione ci aveva
portato a comprendere realmente
i problemi che lo stesso Leonardo
doveva affrontare. Una specie di
affascinante viaggio nel tempo, che
sarebbe stato bello per chiunque.
Voglio dire che non è necessario
trovare sempre macchine
spettacolari per diffondere la
grandezza di un personaggio e delle
sue idee. Ma come fai ad attrarre
pubblico parlando della storia di
una vite?
Oltre l’ambito espositivo quali
le linee di ricerca su cui state
lavorando attualmente e i
vostri prossimi progetti?
Non ci fermiamo mai. A breve
presenteremo una nuova macchina
volante, quella che Leonardo
avrebbe voluto costruire di nascosto
a Milano verso la fine del 1400,
ma in cantiere ci sono sempre
almeno una decina di progetti, sia
di macchine che di manoscritti.
La nostra idea originale è quella
di fondare un intero museo
permanente, per mettere a
disposizione di chiunque tutti
i manoscritti di Leonardo e gli
strumenti per comprenderli
veramente.
Le Sale del Re
Il 7 marzo 1865, il Re Vittorio Emanuele II pose la prima pietra per la costruzione della
Galleria. Il Re volle in Galleria prestigiose Sale per ospitare incontri privati e pubblici,
feste e balli sfarzosi.
Oggi le Sale, dopo un accurato restauro, hanno finalmente riaperto le porte per
ospitare eventi. Dall’ingresso della Galleria che si affaccia su Piazza della Scala,
ascensori dedicati conducono direttamente alla biglietteria e alle Sale, affacciate al
suo interno. È la prima volta che le Sale del Re ospitano un evento di questo tipo.
L’ingresso della Galleria è il luogo perfetto a Milano per una mostra sul Maestro, dal
momento che l’entrata guarda direttamente al monumento a Leonardo da Vinci in
Piazza della Scala.
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47
PROgETTI
La sostenibilità
SaDiLegno
Progettare,
Costruire e Vivere
case di legno
di Samuele Giacometti
Ingegnere industriale e dell’informazione
civile e ambientale
L
a paura del lupo
dei tre porcellini
Ecco una delle prime
domande a cui ho
cercato una risposta, quando
sognavo che sarebbe stato bello
vivere in una casa di legno insieme
a mia moglie Sarah ed i nostri
figli Diego (3 anni a quei tempi)
e Diana (8 mesi a quei tempi),
nel 2010 arriverà anche Pablo.
“Come spiegherò ai miei figli che il
lupo dei tre porcellini non riuscirà
nell’impresa di buttare giù la
nostra futura casa di legno?”.
48
La risposta più intuitiva poteva
essere: “Impossibile dare questo
tipo di spiegazione ad un bimbo
e forse, pensandoci bene, anche
ad un adulto”. La risposta più
ragionata: “Coinvolgo Diego e
Diana nel lungo e faticoso viaggio
che il legno-bosco dovrà compiere
prima di diventare legno-casa.
Potranno così conoscere i tanti
protagonisti come il bosco,
le piante, i tronchi, le travi, il
dottore forestale, il boscaiolo,
il trasportatore, il falegname i
carpentieri … Tutto ciò non potrà
che rendere più faticoso il lavoro
del lupo”.
Alle ore 9:00 del 31/12/2007
Diego era con me ed il boscaiolo
Luciano Cleva nel bosco
denominato “fassa” a 1.400 m
slm. Diana era rimasta a casa con
Sarah perché in via di guarigione
da una brutta otite. Il viaggio era
appena iniziato.
Acquisire le competenze e
progettare SaDiLegno
“Quelli che si innamorano della
pratica senza la diligenza, ovvero
scienza, per dir meglio, sono
come i nocchieri ch’entrano in
mare sopra nave senza timone
o bussola, che mai non hanno
certezza dove si vadino. Sempre la
pratica deve essere edificata sopra
una buona teoria”.
(Leonardo Da Vinci – Trattato della
pittura, cap. XXIII)
Ritengo che l’acquisizione delle
competenze sia, senza dubbio
alcuno, la fase più importante
di un progetto perché consente
l’elaborazione delle Specifiche su
cui si baseranno le successive fasi
di progettazione e costruzione.
Nel nome dato all’abitazione,
“Casa di Legno Ecosostenibile”,
erano già contenute le
parole-chiave, Casa, Legno
ed Ecosostenibile, che
rappresentavano i tre “contenitori”
vuoti da riempire con le
informazioni e le competenze
necessarie a trovare la risposta ad
un’altra importantissima domanda:
“cosa è per me il legno?”.
SaDiLegno (www.sadilegno.it) è
invece il nome dato al progetto
che ha permesso la realizzazione
del sogno: Sa come Sarah e
Samuele, Di come Diego e Diana,
Legno come la materia prima di
cui io e la mia famiglia avremmo
voluto sapere, verbo inteso
non solo come “conoscenza”
ma anche come vero e proprio
“profumo”.
Tornando ai tre “Contenitori” da
riempire, per quanto riguarda il
Contenitore Casa, fu strategico
il percorso formativo seguito
presso l’Agenzia CasaClima e la
collaborazione con il Geometra
Leonardo Agostinis mio vicino di
casa a Sostasio, una delle frazioni
presenti in Val Pesarina (UD).
Per il Contenitore Ecosostenibile
il punto di riferimento è stato il
“Laboratorio LCA & Ecodesign”
dell’ENEA di Bologna.
Il Contenitore legno venne invece
riempito osservando ed ascoltando
i luoghi che mi circondavano ed
i suoi abitanti che, a volte senza
esserne pienamente consapevoli,
rappresentano il vero anello
di congiunzione con la saggia
esperienza del passato. Saranno
proprio loro i veri protagonisti
del viaggio SaDiLegno e del
continuo confronto fra le differenti
esperienze, quanto di più bello
si possa immaginare di vivere
quando si cerca di progettare
e realizzare un sogno. Ed è
proprio grazie a questo continuo
confronto che sono scaturite le
scelte di quando abbattere le
piante, come sezionarle, come
sezionare i tronchi affinché il
legno-trave e legno-tavola da esso
ottenuti varino il meno possibile
di forma e dimensioni, come
stagionare il legname, come
progettare con il legno proveniente
da una pianta come quantificare
l’ecosostenibilità.
Non potendoci essere sostenibilità
senza Tracciabilità, una fase
strategica della progettazione
è stata proprio la definizione
del metodo capace di tracciare
il percorso compiuto dal legno
utilizzato, dal bosco alla casa,
arredamento compreso. Il Metodo
SaDiLegno ha permesso la
gestione di 43 legno-pianta da cui
si sono ricavati i 299 legno-tronco
trasformati, a loro volta, in circa
600 legno-trave, 2000 legno-tavola
e 600 legno-listello. Ecco quindi
che alla praticità nella gestione
degli elementi costruttivi di legno
si aggiunge anche un altro valore,
quello di poter ritornare nel bosco
da cui il tutto ha avuto origine.
Costruire SaDiLegno
Nell’immaginario collettivo quando
si parla di casa di legno subito
si è portati a pensare alla baita,
nella migliore delle ipotesi, oppure
alla “baracca” in quella peggiore.
Per questo motivo è veramente
importante far conoscere come
la materia prima legno permetta,
se opportunamente utilizzata,
di costruire edifici a bassissimo
impatto ambientale, sani, con
ridotti costi di gestione, piacevoli
alla vista, al tatto, all’olfatto e
all’udito, in cui gustare la vita con
la famiglia.
Un esempio di cosa significhi
oggi innovare questo settore
è rappresentato dal progetto
dei fratelli Petris di Vivere nel
Legno (www.viverenellegno.it), i
costruttori della Casa di Legno
Ecosostenibile. La loro intenzione
è quella di costruire a Sauris
di Sopra (UD), il primo edificio
denominato “Casa Stufa” le cui
caratteristiche sono definite in
un apposito Protocollo Tecnico
elaborato dal Centro di Fisica
Edile TBZ (http://www.tbz.
bz/tbzit/home/index.html) in
collaborazione con il Gruppo
Passive House Italia gPHi (http://
www.gphi.it/).
Lo scopo è quello di mettere a
punto un processo produttivo
#26 // MARZO APRILE 2013
49
capace di costruire “edifici a
energia quasi zero” impiegando
legname, imprese ed artigiani
locali. Raggiungendo così con
largo anticipo quanto previsto
nella Direttiva Europea 2010/31/
UE “… entro il 31/12/2020 tutti
gli edifici di nuova costruzione
e a partire dal 2018 gli edifici di
nuova costruzione occupati da enti
pubblici e di proprietà di questi
ultimi siano edifici a energia quasi
zero, ad altissima prestazione
energetica il cui fabbisogno
energetico, molto basso o quasi
nullo, dovrebbe essere coperto
in misura molto significativa
da energia da fonti rinnovabili,
compresa l’energia da fonti
rinnovabili prodotta in loco o nelle
vicinanze”.
Oggi la strada della Sostenibilità
nel Costruire può essere tracciata
solo da quei processi produttivi,
basati su un approccio che tende
al miglioramento continuo, capaci
di dimostrare e quantificare
su base scientifica i vantaggi
ambientali e quelli socio-economici
delle proprie azioni.
50
Vivere SaDiLegno
In Val Pesarina (UD) a 700 m slm
l’inverno è lungo e freddo. Abbiamo
iniziato il terzo anno di vita nella
Casa di Legno Ecosostenibile ed
ora possiamo dire che ammonta a
circa mille euro il guadagno annuo
generato dalla casa. Avete capito
bene, la nostra casa non genera
costi aggiuntivi ma trasforma i
costi, sostenuti per costruirla, in
investimento.
L’edificio è certificato CasaClima
B+, la casa ha vinto nel 2010 il
CasaClima Award, ed è il primo
al mondo, ad uso residenziale,
ad aver ottenuto il Certificato di
Progetto PEFC. Il tetto fotovoltaico
ha una potenza pari a 4 kW di
picco. Lo scorso anno abbiamo
immesso nella rete elettrica 51
kWh in più di quelli prelevati.
L’unica fonte di calore è la cucina
a legna che brucia poco più di
20 quintali di legna all’anno per
mantenere alla temperatura media
di 19 °C i 156 m2 di superficie
calpestabile su due piani. Parlando
di CO2 la vita famigliare all’interno
della casa produce ogni anno
circa 300 kgCO2 (fonte: certificato
energetico CasaClima) equivalente
alle emissioni di una macchina
di piccola cilindrata a metano
che percorre circa 3.000 km. Si
tenga presente che 130 milioni di
abitazioni come la nostra, abitate
da 650 milioni di abitanti come
la mia famiglia, produrrebbero le
stesse emissioni di CO2 prodotte
nel 2010 dall’uso degli edifici
residenziali della città di New York,
abitata da circa 8 milioni di abitanti
(fonte www.carbonvisual.com).
Aggiungo che, dal 6 marzo 2013,
si può parlare di “tesoretto” della
casa di legno. A Sauris (UD) è stato
infatti firmato il primo contratto in
Italia di crediti di carbonio locali
da prodotti legnosi. Tutto ciò è
stato possibile grazie al progetto
Carbomark (www.carbomark.org ),
a SaDiLegno ed ai fratelli Gianni e
Michele Petris dell’impresa Vivere
nel Legno di Sauris.
In totale sono 46 le tonnellate di
crediti di anidrite carbonica che
il Carbomark riconosce ai 68 m³
di legno strutturale presenti nella
nostra abitazione. Oggetto del
PROgETTI
Collegio Geometri e Geometri Laureati della Provincia di Udine – Esperienza formativa
Il Collegio Geometri e Geometri Laureati della Provincia di Udine, visti i contenuti proposti dall’ing. Samuele Giacometti, concederà
il patrocinio con il riconoscimento dei crediti formativi ai partecipanti all’Esperienza Formativa SaDiLegno che l’impresa SaDiLegno
organizzerà in giugno 2013 all’interno della Casa di Legno Ecosostenibile.
L’obiettivo è quello di far conoscere il metodo che ha reso possibile progettare, costruire e vivere un edificio ad elevate prestazioni
energetiche valorizzando le imprese e la risorsa legno locale. Il filo conduttore delle tematiche affrontate sarà la CO2 considerata sia
sotto l’aspetto della produzione (metodologia LCA) che quello dello stoccaggio nel legno strutturale (Carbomark).
Per info: [email protected]
contratto sono 10 tonnellate di
CO2 acquistate dall’impresa Vivere
nel Legno, al prezzo di 1000,00
€, a parziale compensazione
delle proprie emissioni. Delle
restanti 36 tonnellate di CO2,
solo 20 rimarranno in vendita sul
mercato volontario, le rimanenti 16
andranno a coprire il ridottissimo
impatto ambientale che genererà la
nostra famiglia vivendo la casa di
legno per i prossimi 50 anni.
Riflessioni Sostenibili
Oggi, troppo spesso, vengono usati
con superficialità termini come
“sostenibilità, ecocompatibile, km
Zero”. Il mio punto di vista è che la
così detta “green economy” fa un
uso spropositato di questi termini
proprio perché carente di contenuti.
Per quanto riguarda il legno oggi
è sufficiente costruire un qualsiasi
oggetto con questa straordinaria
materia prima per farlo diventare
automaticamente eco-sostenibile,
così come la produzione di energia,
bruciando legno, diventa un
processo sostenibile.
Ma la realtà è che in Italia si
costruiscono case ed oggetti di
legno utilizzando, nel 70% dei casi,
legname proveniente dall’estero.
Dal 2009 l’Italia è il primo
importatore Europeo, quarto al
mondo, di legna da ardere. Tutto
questo a fronte di un incremento
della superficie boschiva italiana
da 5 a 11 milioni di ettari nell’arco
degli ultimi 60 anni e ad un utilizzo,
di solo il 25% (< 15 % in FVG)
dell’accrescimento annuale di legno
prodotto dai nostri boschi, la media
europea è del 68%.
Tutto ciò è sostenibile? Prima di
usare certi termini sarebbe il caso
di conoscerne il significato che di
essi dà il vocabolario della lingua
italiana. In corrispondenza del
termine Sostenibilità si legge: “s.f.
possibilità di essere mantenuto
o protratto con sollecitudine ed
impegno o di essere difeso e
convalidato con argomenti probanti
e persuasivi”.
In un campo d’intervento così
vasto, soltanto l’individuazione
e la posizione di limiti possono
garantire l’efficacia dell’intervento.
Ecco perché SaDiLegno ha scelto
di impegnarsi nella difesa e nella
convalida, con argomenti probanti
e persuasivi, della sostenibilità
del legno trasformato, da bosco a
casa ed arredamento compreso,
all’interno dell’Anello della
Sostenibilità di 12 km di raggio e
centro nei boschi di provenienza
delle 43 legno-pianta impiegate.
Viene lasciata ad altri la difesa
della sostenibilità sulla gestione dei
boschi di provenienza del legname
(Vedi standard PEFC www.pefc.
it) e quella dell’abitazione (Vedi
standard Agenzia CasaClima: www.
agenziacasaclima.it).
Sono profondamente contrario al
mito del “km zero” perché annulla
uno spazio fino a renderlo un
punto che non può contenere né
ambiente, società ed economia.
L’ambiente, la società e l’economia
sono invece i pilastri del concetto
di sostenibilità. Ridurre a “Km
zero” un contesto così complesso
significa quindi rinunciare in
partenza alla sostenibilità e alla
sua valutazione. Non trovate quindi
sia più stimolante e corretto dire
“Casa di legno a Km 12” ?
Da questo tipo di approccio è
nata la collaborazione con il
“Laboratorio LCA & Ecodesign”
dell’ENEA di Bologna e con la dott.
ssa Tamara Giacometti che, grazie
al suo lavoro di tesi magistrale
del corso di laurea in “Ecologia
dei Cambiamenti Climatici”
dell’Università di Urbino, ha reso
possibile dimostrare la sostenibilità
ambientale del legno utilizzato nel
progetto SaDiLegno, sulla base
di dati quantitativi e mediante
#26 // MARZO APRILE 2013
51
un approccio scientifico rivolto
all’intero Ciclo di Vita (Lyfe Cyclo
Assessment).
Lo studio ha dimostrato
che l’impatto generato sul
cambiamento climatico
ammonta a 52.000 kg CO2
equivalente. Mediante appositi
scenari di confronto, simulando
la provenienza del legname da
una distanza di circa 1.000 km,
risulta evidente per il progetto
SaDiLegno un beneficio ambientale
pari al 20%. Questo valore,
particolarmente significativo,
è in linea con gli obiettivi del
“Pacchetto clima ed energia”
(Piano 20-20-20), approvato il
23 Aprile 2009 dalla Comunità
Europea.
Occorre inoltre sottolineare che
in termini socio-economici la
trasformazione delle 43 legnopianta in casa, arredamento
compreso, ha generato un fatturato
di 90.000,00 Euro. Risulta quindi
evidente la valorizzazione della
materia prima legno e delle
imprese che ancora sono in
grado di trasformarla all’interno
di quell’Anello della Sostenibilità a
km 12.
Dovendo acquistare un oggetto di
legno sarebbe una buona prassi
fare le seguenti domande al
venditore:
• Da dove viene il legno?
• Quando è stata abbattuta la
pianta di origine?
• Quali trattamenti ha subito per
essere trasformato da pianta
ad oggetto finito?
Dalle risposte ricevute sarà
possibile capire quanto sa di legno
l’oggetto che state per acquistare
ed il suo grado di Sostenibilità
ambientale e socio-economico.
Il riconoscimento più
importante
Nel 2010 il sogno era realizzato
ed iniziavamo a viverlo. Diego
frequentava da poco la prima
elementare quando il maestro
fece colorare ai giovanissimi
alunni una successione temporale
52
progetti
(neonato, bambino, adulto). Poi
chiese a ciascuno bambino di
disegnare la propria successione
temporale. Diego disegnò tre
vignette, la prima raffigurava un
soggetto che pensa una casa gialla
con il tetto rosso, la seconda lo
stesso soggetto che costruisce
la casa gialla con il tetto rosso e
la terza la casa gialla con il tetto
rosso e del fumo che esce fuori
dal camino. Il disegno di Diego
dimostra, meglio di qualunque altro
premio e/o certificazione, il valore
dell’esperienza vissuta. L’obiettivo
di tenere il più lontano possibile
il lupo dei tre porcellini era stato
raggiunto.
Come genitore ed ingegnere
ho così compreso quanto sia
importante progettare, costruire e
vivere usando i sensi per capirne il
senso.
L’impresa SaDiLegno
L’esperienza vissuta ha
permesso la messa a punto del
Metodo SaDiLegno che il PEFC
International (http://www.pefc.
org/news-a-media/general-sfmnews/990-) ha presentato lo
scorso anno a RIO+20 come reale
esempio di sostenibilità ambientale,
sociale ed economico.
Oggi questo metodo rappresenta la
base su cui l’impresa SaDiLegno,
fondata il 21/12/2012, sta
lavorando per far nascere la prima
Rete d’Impresa della filiera ForestaLegno in alta Carnia (UD), nel
cuore delle Dolomiti Friulane. Una
rete che intende valorizzare quelle
imprese che ancora vivono ed
operano nelle immediate vicinanze
di quei boschi, ricchi di materia
prima legno ma troppo poco
utilizzati. L’impresa SaDiLegno è
anche impegnata a promuovere la
cultura del legno attraverso incontri
nelle scuole di ogni ordine e grado,
l’organizzazione di Esperienze
Formative, e la promozione del
libro “Come ho costruito la mia
casa di legno” (Compagnia delle
Foreste, 2011).
Un primo incontro con gli studenti
si è svolto, nel febbraio scorso,
presso l’Istituto Tecnico per
Geometri “G.G. Marinoni’’ di Udine
(unica scuola in Friuli Venezia
Giulia che propone l’indirizzo di
Costruzioni Ambiente e Territorio)
riscuotendo l’interesse degli
studenti.
Come spiega, uno dei partecipanti,
Emanuele Miani, “il testo si è
rivelato una pietra miliare per
noi studenti, in quanto ci ha
permesso un’acquisizione delle
competenze specifiche necessarie
all’apprendimento dell’indirizzo
di Tecnologia del Legno nelle
costruzioni. Un testo coinvolgente,
vivo, appassionante per gli
innumerevoli consigli pratici, andati
a ‘toccare nel profondo’ i vantaggi
che il legno ha da offrire, richiamati
continuamente da altrettanti validi
esempi, accumulabili al repertorio
che ogni buon geometra, architetto
e ingegnere deve possedere.
L’organizzazione dell’incontro
con l’autore del volume è stata
la classica ciliegina sulla torta,
una mattinata in cui l’ingegnere
Giacometti si è raccontato e ci ha
raccontato il suo rapporto con il
legno. L’ingegnere si è dimostrato
più che disponibile, affabile sotto
ogni punto di vista, pronto a
raccontare la sua avventura, a far
rivivere a noi studenti delle terze
Marinoni il suo sogno, intagliato su
misura per la sua famiglia, fondato
su l’amore che solo un padre e
marito è capace di dimostrare. Le
sue parole hanno rappresentato
per noi una sapiente, accattivante,
gratificante, approfondita,
motivante e fortunata opportunità
di arricchimento”.
Samuele Giacometti
Nasce a Fabriano (AN) quarantatré
anni fa, consegue il diploma di Perito
Meccanico e nel 1997 consegue
la laurea a Bologna in Ingegneria
Meccanica.
Per dieci anni svolge l’attività lavorativa
presso le piccole e medie aziende
sviluppando ed industrializzando nuovi
prodotti. Nel 2005 per motivi di lavoro
si trasferisce in Val Pesarina (UD) ed
è lì che nasce il desiderio di vivere in
una casa di legno insieme a sua moglie
Sarah ed i figli Diego, Diana e Pablo.
Per realizzare il sogno elabora il Metodo
SaDiLegno (presentato dal PEFC
International a Rio+20 come reale
esempio di sostenibilità ambientale,
sociale ed economica) nella convinzione
che il mondo prenda senso dai sensi.
Ed ora ,il progetto imprenditoriale che
intende valorizzare le risorse naturali e le
imprese che ancora vivono ed operano in
ambito locale.
L’impresa SaDiLegno® è oggi la
dimostrazione di come sia possibile
modificare gli oggetti che produciamo e
l’uso che ne facciamo in accordo con la
vita. La nostra e quella delle generazioni
future.
Vincitore come progettista del CasaClima
Award 2010 è autore del libro “Come
ho costruito la mia casa di legno”
(Compagnia delle Foreste, 2011).
#26 // MARZO APRILE 2013
53
fOcus
N
ato su proposta
del Collegio
dei Geometri e
Geometri Laureati
della Provincia
di Genova in
collaborazione con il MIUR e la
Regione Liguria, prenderà il via,
il prossimo autunno a Genova, il
primo corso per “Geometra del
mare”, una figura professionale
individuata nell’ambito della
specializzazione post diploma di
livello superiore.
Denominato “Tecnico Superiore
esperto in costruzioni in ambito
portuale, costiero, fluviale e
lacustre” sarà tenuto dall’Istituto
Tecnico Superiore per la Mobilità
sostenibile nei settori dei
trasporti marittimi e della Pesca
dell’Accademia Italiana della Marina
Mercantile del capoluogo ligure ed
inserito nell’Area Tecnologia n.4 –
Nuove Tecnologie per il Made Italy.
Come spiega Luciano Piccinelli,
Presidente del Collegio Geometri e
Geometri Laureati della Provincia
di Genova, “il corso, a cui potranno
accedere tramite apposito bando gli
54
studenti diplomati presso l’Istituto
Tecnologico Costruzioni Ambiente
e Territorio, già Istituto Tecnico per
Geometri, è alternativo all’Università
e si prefigge di colmare una
nicchia di competenze professionali
complesse in un ambito territoriale
ben definito, partendo da una
figura tradizionale come quella del
Geometra”.
L’articolazione del corso è prevista
in quattro semestri e si compone
di 1.800 ore totali suddivise in
1.050 ore di lezione frontale e 750
ore di laboratorio, project work e
stage aziendale finale. “Le aree
trattate – prosegue Piccinelli –
riguardano i temi e le materie delle
costruzioni, ambiente (oceanografia
e idrografia), toponomastica, diritto
(pubblico e amministrativo) ed
economia, cantiere (gestione e
sicurezza), comunicazione (inglese
e marketing), impianti (energia e
depurazione). Il diploma rilasciato
a fine corso sarà riconosciuto
in Europa come di quinto livello
d’istruzione (EQF) e si inquadra
nell’ambito di un’offerta formativa
terziaria, non accademica, che
in altri Paesi europei ha una
importante legittimazione in virtù
della sua forte integrazione con il
mondo del lavoro”.
“Gli ambiti occupazionali
naturali per questa nuova figura
professionale – aggiunge il
Presidente del Collegio Geometri e
Geometri Laureati della Provincia di
Genova – sono la libera professione,
gli uffici tecnici pubblici, gli Enti e
le Associazioni che si occupano
di lavori marittimi, progettazione e
gestione del territorio, valutazione e
studi professionali, con competenze
che variano dallo studio e la ricerca
di soluzioni per la realizzazione di
strutture fronte mare, a ridosso
delle coste, portuali, lacustri e
fluviali, all’esecuzione di operazioni
di rilievo topografico sulla costa e in
mare, compresi i rilievi batimetrici e
morfologici, alla redazione di stime
e valutazioni tecnico-ambientali sino
alla gestione delle tematiche relative
alle aree protette, alla protezione
della flora e della fauna ed alle
attività connesse alle questioni di
inquinamento e prevenzione dei
danni all’ambiente”.
photo © Mattana (Own work) [CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons
“Geometri del mare”
Nuovo Corso ITS
a Genova
Tra gli aspetti significativi
che caratterizzano, inoltre, la
nuova figura professionale del
“Geometra del mare” l’obiettivo
di mettere sul mercato del lavoro
un tecnico superiore capace di
dare una risposta alla domanda
di specializzazione del territorio
costiero e, contemporaneamente,
di essere dotato di quella mentalità
tecnica pianificata e declinata sulle
discipline di base della professione
del Geometra che lo mettono
in grado di affrontare un tema
progettuale in tutte le sfaccettature
della sua sistematicità.
Caratterizzando, così, il futuro
“Geometra del mare” come un
tecnico specializzato in grado di
leggere le problematiche legate
al territorio costiero e al mare ed
affrontarle in modo sistemico, con
la consapevolezza che le azioni
svolte su un ambito complesso
e in continuo mutamento come
quello in oggetto, devono essere
studiate e progettate in maniera
organica allestendo un insieme di
comportamenti di cui si conoscano
effetti e sinergie.
Gli Istituti Tecnici Superiori
Sono percorsi post-diploma, alternativi all’Università, che formano tecnici
altamente specializzati nelle aree tecnologiche strategiche per il territorio. Si
tratta di un’offerta formativa terziaria, non accademica, altamente riconosciuta in
Europa.
La creazione di questi percorsi prevede, il coinvolgimento di scuole, associazioni
ed imprese del territorio per individuare i fabbisogni formativi e mettere al servizio
dell’ITS il know-how delle imprese per realizzare una integrazione con il mondo
del lavoro attraverso stage aziendali e tirocini formativi, con l’obiettivo di fornire
ai settori trainanti del sistema imprenditoriale preziose risorse professionali
altamente formate.
Attualmente (dati MIUR) gli ITS istituiti sono 62: 28 nell’area delle Nuove
tecnologie per il Made in Italy; 11 nell’area della Mobilità sostenibile; 9 nell’area
dell’Efficienza energetica; 6 nell’area delle Tecnologie innovative per i beni
e le attività culturali; 6 nell’area delle Tecnologie della informazione e della
comunicazione; 2 nell’area delle Nuove tecnologie della vita.
Un monitoraggio svolto di recente sugli ITS ha evidenziato un’ampia partecipazione
delle Aziende, sia come fondatrici degli stessi, sia nella realizzazione dei tirocini
previsti.
Le imprese – sempre secondo i dati diffusi – rappresentano il 23,4% dei soci
fondatori e sono coinvolte nel percorso anche numerose realtà aziendali che non
fanno parte del partenariato della fondazione.
In media ogni corso coinvolge 14,8 imprese nella fase di tirocinio. Il 35% dei
docenti proviene dal mondo imprenditoriale e il 22% sono liberi professionisti.
#26 // MARZO APRILE 2013
55
misure
ALMA
Una nuova finestra
sull’Universo
è
stato inaugurato il 13
marzo, il più grande e – ad
un costo stimato di 1.4
miliardi di dollari US – il
più costoso telescopio terrestre
mai costruito: l’Atacama Large
Millimiter/submillimeter Array
(ALMA). Posizionato sul ventoso
altopiano di Chajnantor, ad
un’altitudine di 5.000 m nel deserto
di Atacama nel nord del Cile, uno
dei luoghi più aridi del pianeta
dove l’aria è così rarefatta che
sono necessarie scorte di ossigeno
per operare in sicurezza, ALMA è
una testimonianza della tenacia e
dello spirito di collaborazione degli
astronomi e promette spettacolari
passi avanti in tutti i campi della
ricerca astronomica. È rivoluzionario
sotto tutti gli aspetti: le dimensioni
del progetto, le antenne, i ricevitori e
l’elettronica all’avanguardia. E tante
sono le aspettative che, con la sua
attività, contribuisca a migliorare la
nostra comprensione dell’Universo.
Figura 1 - Simulazione del main array
di ALMA con le antenne da 12 m (in
configurazione compatta)e dell’ACA
© ALMA (ESO/NAOJ/NRAO)
56
Cos’è ALMA
ALMA, che opera a lunghezze d’onda (sub)millimetriche (0.3 – 9.6 mm, una
volta completato), non è un telescopio nell’accezione tradizionale del termine,
ovvero di un singolo elemento che raccoglie la radiazione (i fotoni) emessa da
corpi celesti, ma un insieme (“array”) di 66 antenne paraboliche, che grazie
alle tecniche dell’interferometria, operano assieme come se fossero un unico
strumento.
ALMA consiste di un “array principale” di cinquanta antenne da 12 m di
diametro e di un “array compatto”, chiamato appunto “Atacama Compact Array”
(ACA), costituito da dodici antenne da 7 m di diametro e quattro da 12 m (Figura
1).
Le sedici antenne dell’ACA sono preservate in una configurazione compatta (con
distanze massime tra le antenne di circa 250 m), mentre le antenne dell’array
principale possono essere spostate tra le circa 200 piattaforme disseminate
nell’ALMA Operations Site (AOS) sull’altopiano di Chajnantor, a costituire una
grande varietà di configurazioni, con antenne separate anche di 16 km tra loro.
Quando la costruzione sarà completata, ogni antenna sarà equipaggiata con
photo © ESO/S. Guisard
di Jan Brand
ALMA Regional Centre Italiano
INAF-Istituto di Radioastronomia,
Bologna
dieci ricevitori operanti in differenti bande di frequenza, in corrispondenza
con alcune delle finestre spettrali in cui l’atmosfera terrestre è trasparente alla
radiazione proveniente dallo spazio. La tabella riportata di seguito presenta un
sommario delle capacità di ALMA utili ai fini scientifici.
Antenne: risoluzione e sensibilità
Sia il grande numero di antenne che la possibilità di posizionarle su un ampio
intervallo di distanze fanno di ALMA uno strumento potente in termini di
potere risolutivo (la capacità di distinguere i dettagli degli oggetti osservati)
e di sensibilità (la capacità di raccogliere fotoni). Per un singolo telescopio la
risoluzione è proporzionale al rapporto tra la lunghezza d’onda in cui opera e il
diametro del disco o dello specchio.
Ad esempio, un’antenna da 12 m di ALMA ha risoluzione di circa 20 secondi
d’arco alla lunghezza d’onda di 1 mm. Un telescopio come il Telescopio
Nazionale Galileo (TNG) a La Palma, con un diametro di 3,6 m, operante nel
vicino infrarosso (circa 2 µm), ha una risoluzione di 0,14 sec. d’arco. Per ottenere
un simile valore alle frequenze in cui opera ALMA sarebbe necessaria un’antenna
Banda
Frequenza
(GHz)
Lunghezza
d’onda
(mm)
Risoluzione
Angolare
(sec.d’arco)
Struttura
massima
(sec.d’arco)
1a
31.3-45
6.7-9.6
0.10-7.9
93
2
67-90
3.3-4.5
0.05-3.8
53
3
84-116
2.6-3.6
0.04-3.0
37
4
125-163
1.8-2.4
0.03-2.1
32
5
163-211
1.4-1.8
0.02-1.6
23
6
211-275
1.1-1.4
0.015-1.24
18
7
275-373
0.8-1.1
0.012-0.93
12
8
385-500
0.6-0.8
0.008-0.68
9
9
602-720
0.4-0.5
0.006-0.45
6
10
787-950
0.3-0.4
0.004-0.35
5
a
dal diametro di 2 km! Chiaramente,
costruire una superficie riflettente
di simili dimensioni non è realistico.
Questo problema può essere
aggirato costruendo un array di
molte antenne di piccole dimensioni.
Combinando i segnali delle singole
antenne è possibile riprodurre le
capacità di una singola antenna di
diametro pari alla massima distanza
tra le antenne.
La risoluzione di un tale telescopio
detto “interferometro” non dipende
dal diametro delle singole antenne,
ma solo dalla distanza (baseline)
tra esse. Pertanto, nella sua
configurazione più compatta (con
baseline massima di 200 m) ALMA
raggiunge la risoluzione di 1 sec.
d’arco a 1 mm di lunghezza d’onda;
nella sua più larga configurazione
(con baseline massima di 16 km)
ALMA raggiunge la risoluzione
di 13 milli-sec. d’arco. Osservare
a lunghezze d’onda più o meno
lunghe può rispettivamente
Parametri fondamentali dell’array principale
di ALMA. La risoluzione angolare è
data per le configurazioni più compatta
(baseline massima 200 m) e più estesa
(baseline massima 16 km) dell’array, per la
frequenza centrale di ogni banda. L’ultima
colonna fornisce la massima estensione
approssimativa di una struttura visibile in
ogni banda. a da realizzare in futuro
#26 // MARZO APRILE 2013
57
peggiorare o migliorare la
risoluzione. Scegliendo la lunghezza
d’onda e la configurazione dell’array,
gli osservatori possono studiare i
propri obbiettivi scientifici su un
ampio intervallo di scale angolari.
Quanti fotoni un interferometro
possa raccogliere è direttamente
proporzionale alla superficie di
raccolta totale. Quindi, più antenne
sono nell’array, più fotoni sono
raccolti e più alta è la sensibilità
raggiungibile.
Grazie al grande numero di
antenne, ALMA ha una sensibilità
così alta da poter osservare oggetti
molto più deboli a parità di tempo,
o gli stessi oggetti in meno tempo,
rispetto agli altri telescopi esistenti
dello stesso tipo. Una caratteristica
degli interferometri è che le scale
angolari più ampie osservabili
Sopra, da sinistra
Figura 2- Veicolo per il trasporto delle
antenne. © ESO/P. Martinez
Figura 3a – la cartuccia del ricevitore di
banda 9. © ESO/NOVA
Figura 3b– Criostato che contiene le 10
cartucce dei ricevitori. © STFC Technology.
58
dipendono dalla più breve distanza
tra le antenne. A causa del fatto
che le antenne non possono
essere collocate infinitamente
vicine tra loro (la minima distanza
per antenne di 12 m di diametro
è di circa 15 m), l’emissione su
scale angolari più grandi di quella
corrispondente alla minima baseline
è filtrata. Le antenne più piccole
dell’ACA possono avvicinarsi di più
rispetto a quelle dell’array principale
e permettono quindi di osservare
oggetti astronomici più estesi. In
aggiunta, le quattro antenne da 12
m di diametro dell’ACA possono
indipendentemente misurare la
brillanza assoluta degli oggetti
operando come antenne singole
(informazione che un interferometro
non può raccogliere).
In cima alle Ande
Affinché ALMA possa operare
opportunamente, i segnali
(ovvero ampiezza e fase dell’onda
elettromagnetica) ricevuti da
ciascuna antenna devono essere
tra loro combinati (“correlati”) in
modo che possano arrivare ad un
computer (il “correlatore”) con la
medesima fase. Questo richiede di
conoscere con estrema accuratezza
la lunghezza del cammino che il
fronte d’onda percorre tra l’antenna
e il computer dove avviene la
combinazione dei segnali. Ciò
è tutt’altro che semplice, ed è
complicato dal fatto che il fronte
d’onda può essere distorto dal
vapore acqueo nell’atmosfera,
causando un ritardo nella
trasmissione del segnale.
Il ritardo è diverso da un’antenna
all’altra a causa della distribuzione
non uniforme del vapore
nell’atmosfera e alla sua variabilità
nel tempo. Per poter efficacemente
correlare i segnali è necessario
correggere in tempo reale tali ritardi
misurando, per mezzo di radiometri
collocati in ciascuna antenna, il
quantitativo di vapore acqueo sopra
ad ogni antenna.
Per minimizzare gli effetti
dell’atmosfera, le antenne sono
collocate ad alta quota: all’AOS,
ALMA si trova al di sopra del
40% dell’atmosfera, e sopra a più
del 95% del vapore acqueo, se
confrontato con un sito a livello
del mare. Un simile ambiente non
è favorevole per gli esseri umani,
e pertanto ALMA è controllato in
misure
remoto dall’Operations Support
Facility (OSF) a 2.900 m di quota.
Se le antenne necessitano di
manutenzione vengono trasportate
all’OSF. Le antenne da 100
tonnellate vengono spostate per
mezzo di speciali veicoli disegnati
appositamente (Figura 2).
Una collaborazione globale
È chiaro che un progetto di tale
entità non può essere condotto
da una sola nazione, o da un solo
organismo internazionale come
ESO1. Infatti ALMA è risultato di una
partnership tra Europa (attraverso
ESO), Nord America (USA e
Canada) e Est Asia (Giappone e
Taiwan), in collaborazione col Cile
che fornisce il sito del telescopio. Il
progetto (costruzione, operazione,
sviluppo) è coordinato dal Joint
ALMA Observatory (JAO) che ha
sede a Santiago. Tutti i partner
erano già presenti in Cile con altri
1 ESO, “European Southern Observatory”, è
l’organizzazione intergovernativa costituita da 15
Stati membri per la ricerca astronomica nell’emisfero australe. ESO gestisce tre siti osservativi
di rilevanza mondiale nel deserto cileno di Atacama, tra cui ALMA. I quartieri generali di ESO
sono a Garching presso Monaco di Baviera.
progetti astronomici e osservatori
(la regione desertica nel nord
del Cile è uno dei migliori siti
astronomici al mondo) e durante
l’ultima decade del 20mo secolo
pianificavano indipendentemente
la costruzione di telescopi operanti
nel (sub)millimetrico. A causa dei
costi enormi di una simile impresa,
si è concluso che collaborare fosse
l’unico modo per raggiungere
l’obbiettivo. Un primo accordo
(“memorandum of understanding”)
fu siglato nel 1999 tra la National
Science Foundation (per gli USA)
e ESO (per l’Europa) e un accordo
tri-laterale che include anche il
Giappone è stato firmato nel 2006.
Il progetto dell’antenna
Il carico del progetto e la
costruzione delle antenne è stato
ripartito tra i partner: USA e Europa
avrebbero costruito 25 antenne
ciascuno per l’array principale,
mentre al Giappone sarebbe toccata
la costruzione dell’ACA. Inutile dire
che le richieste tecniche per le
antenne sono molto severe. Devono
essere in grado di puntare entro 2
sec. d’arco in ciascuna posizione
del cielo, di fare un puntamento
relativo con un’accuratezza di 0.6
sec. d’arco, e la loro superficie deve
essere accurata entro 25 µm, e
queste specifiche devono resistere
alle condizioni climatiche dell’AOS.
Ognuno dei tre partner ha disegnato
e prodotto un prototipo d’antenna,
che è stato provato in un sito in
New Mexico (USA) prima che
venisse prodotto in serie. Tutte le
antenne sono ricoperte da sensori
che monitorano le deformazioni
dovute a temperatura e vento e che
sono poi corrette automaticamente
aggiustando la posizione di
ciascuno dei pannelli da cui la
superficie è costituita.
Le antenne approvate sono state
divise in pezzi, spedite in Cile e
trasportate all’OSF, dove sono state
riassemblate e sottoposte a ulteriori
test dall’unità Assembly, Integration
and Verification (AIV) prima di
essere trasportate all’AOS.
Nel sito ad alta quota vengono
integrate all’array e il loro
funzionamento è verificato
nuovamente come parte del
processo di Commissioning
and Science Verification (CSV).
Un’antenna viene accettata dal
progetto solo una volta che le sue
performances rimangono entro
le specifiche nelle condizioni
climatiche ostili dell’altopiano di
Chajnantor.
Front end e ricevitori
Come menzionato prima, ogni
antenna di ALMA è equipaggiata
con dieci ricevitori (Figura 3a).
Come le antenne, anche i ricevitori
sono strumenti all’avanguardia.
Sono alloggiati in un criostato
tenuto a temperature fino a 4 K
per ridurre il rumore, e collocati
al fuoco Cassegrain di ciascuna
antenna (Figura 3b). È presente
un alloggiamento per ciascuna
delle dieci cartucce cilindriche dei
ricevitori. I singoli ricevitori sono
sviluppati in laboratori in sei diversi
Paesi. Il Regno Unito, la Francia e
l’Italia stanno portando avanti uno
studio per lo sviluppo dei ricevitori di
banda 2 (vedi tabella).
#26 // MARZO APRILE 2013
59
Il coinvolgimento italiano
C’è un notevole coinvolgimento
italiano in ALMA, dal punto di
vista industriale, gestionale,
tecnico e scientifico. L’Italia è
stata coinvolta fin dall’inizio per
la sua partecipazione in ESO. Le
antenne europee sono costruite dal
consorzio AEM, che è composto
da Thales Alenia Spazio (Francia e
Italia), MT-Mechatronics (Germania)
e European Industrial Engeneering
(Italia) e ha così una forte
partecipazione italiana.
L’osservatorio di Trieste è stato
coinvolto nello sviluppo dell’ALMA
control software, mentre
l’osservatorio di Arcetri (FI) ha
contribuito al disegno e alla
produzione di varie componenti
meccaniche ed elettroniche, in
particolare per il correlatore. Uno
dei direttori di ALMA (dal 2003
al 2008) è stato un italiano così
come sono gli attuali European
Programme Scientist, e il
responsabile per l’European ALMA
Regional Centre. E molti italiani
operano ad ESO come tecnici e
esperti di software per il progetto.
Infine uno dei nodi dell’ALMA
Regional Centre europeo è a
Bologna.
Struttura organizzativa
La struttura di gestione per
ALMA è piuttosto complessa,
ma la comunità astronomica ha
principalmente a che fare con i
cosiddetti ALMA Regional Centre
(ARC), collocati in ciascuna delle
tre regioni (Europa, Nord America
e Giappone). L’ARC europeo è
composto da sette nodi regionali
in varie località europee coordinati
da un nodo centrale presso ESO
a Garching in Germania. Uno dei
nodi si trova a Bologna, ospitato
Figura 4. Immagine della stella evoluta R
Scupltoris, circondata da inviluppi di gas freddo
(dati ALMA, Ciclo 0; 345 GHz; ESO Comunicato
Stampa 1239)
© ALMA (ESO/NAOJ/NRAO)/M. Maercker et al
60
dall’Istituto di Radioastronomia
e finanziato dall’INAF (Istituto
Nazionale di Astrofisica).
Il nodo italiano fornisce assistenza
agli utenti ALMA (principalmente
italiani, ma non solo), esperienza
tecnica e supporto scientifico, sia
nella preparazione dei progetti
osservativi, sia nell’analisi dati dopo
l’osservazione. Il personale ARC (2
membri dello staff IRA, 5 post-doc
e un sistemista) forma la comunità
scientifica con seminari, tutorial,
scuole e workshop.
Osservare con ALMA: “Early
Science”
Anche nelle prime fasi di
realizzazione, quando ancora il
numero di antenne e ricevitori
era limitato, ALMA era già molto
più potente di qualsiasi altro
strumento operante a lunghezze
d’onda millimetriche. Perciò il
JAO ha aperto un bando per
la presentazione di progetti
osservativi quando erano disponibili
solo sedici antenne con quattro
ricevitori ciascuna; queste antenne
potevano essere utilizzate solo in
una configurazione compatta, con
distanze massime di 125-400 m,
e con ulteriori limiti sugli intervalli
spettrali e sulla risoluzione spettrale.
Questa prima serie di osservazioni
di “Early Science” (chiamata Ciclo
0) è iniziata nel settembre del 2011.
Una seconda serie (il Ciclo 1) è
stata avviata nel gennaio 2013,
con trentadue antenne disponibili,
una maggiore flessibilità spettrale,
e baseline massime tra 160 m e 1
km. È stato offerto anche l’utilizzo
del Compact Array.
Le richieste di tempo osservativo
si preparano utilizzando l’apposito
software Java, chiamato Observing
Tool, con cui presentano la
giustificazione scientifica e i
requisiti tecnici delle osservazioni
proposte. Un Time Allocation
Committee (TAC) internazionale
valuta le richieste, mentre
la fattibilità scientifica viene
controllata separatamente.
Le richieste accettate passano
alla seconda fase, in cui le
osservazioni previste vengono
dettagliate in piccole unità
autosufficienti, dette “scheduling
misure
blocks” (SBs), ognuna delle quali
può essere eseguita in circa 30-60
minuti. Le osservazioni vengono
programmate con schedulazione
dinamica, cioè scegliendo per
l’esecuzione il programma i cui
parametri (frequenza, risoluzione
e sensibilità) si adattano meglio
alle condizioni del momento. I
dati vengono trasmessi all’archivio
dati dell’OSF, e successivamente
al Santiago Central Office, che
li inoltra in copia ai tre Regional
Centre. Se i dati rispettano i criteri
di qualità richiesti, viene applicata
una pipeline di riduzione, e il tutto
viene inviato al principal investigator
(PI). Il PI ha l’esclusiva sui dati per
dodici mesi; successivamente, i dati
diventano pubblici e accessibili a
chiunque nell’archivio ALMA.
Scienza con ALMA - Primi
risultati
ALMA è stato progettato per
osservare “l’Universo freddo”:
le radiazioni a lunghezze d’onda
(sub) millimetriche provengono
principalmente da gas e polvere
a basse temperature (fino a
qualche centinaio di K). ALMA
è quindi adatto ad osservare
l’universo molto giovane, quello
in cui le galassie avevano un alto
contenuto di polveri; il suo sguardo
penetra nel profondo delle culle
della formazione stellare, che sono
oscure in luce visibile, ma molto
intense nella zona (sub)millimetrica
dello spettro elettromagnetico. Può
osservare molecole nello spazio
interstellare, nelle comete e nelle
atmosfere planetarie; può osservare
direttamente perfino pianeti che
stanno nascendo attorno alle stelle
più vicine.
Mentre ALMA viene completato,
sono in fase di pubblicazione i primi
risultati dell’Early Science. Ci sono
già le prime sorprese, di cui un
bell’esempio è mostrato in Figura
4. Vi si osservano le conseguenze
della perdita di massa di una
vecchia stella, R Sculptoris (al
centro dell’immagine).
Al termine della loro esistenza
queste stelle perdono molta materia
sotto forma di un denso vento
stellare. In tal modo contribuiscono
in modo significativo al serbatoio
di materia da cui hanno origine
le successive generazioni di stelle
e sistemi planetari (ed eventuali
forme di vita). Il loro studio è quindi
importante per molte ragioni.
Nell’immagine ALMA si vede un
anello esterno di gas e polvere, che
era stato osservato in precedenza
con altri strumenti. La novità
mai osservata in precedenza è
rappresentata dalla materia che
si vede all’interno dell’anello, che
mostra un andamento a spirale fra
la stella e l’anello stesso. Modelli
numerici indicano che una tale
distribuzione può essere causata
dalla presenza di una stella
compagna, finora sconosciuta, che
imprime al vento una struttura a
spirale.
Queste osservazioni sono state
svolte quando erano state
installate meno della metà delle
antenne previste, e gli astronomi
sono impazienti di vedere quali
entusiasmanti risultati potrà
ottenere l’array completo.
(Traduzione del testo a cura di
Marcella Massardi e Giovanna
Stirpe)
Jan Brand
è nato nel 1956 a L’Aia (Paesi Bassi). Nel 1980 si è laureato in astronomia e fisica all’Università di Leida, dove
ha anche svolto il dottorato, ottenendo il Ph. D. nel 1986, con una tesi intitolata “The Velocity Field of the Outer
Galaxy”.
Prima di stabilirsi all’Istituto di Radioastronomia a Bologna, ha lavorato all’Università di Maryland (USA), al
Max-Planck-Institut für Radioastronomie a Bonn (Germania) e all’Osservatorio Astrofisico di Arcetri (Firenze).
Dal 1992 è a Bologna, prima come precario e dal 2002 come Primo Ricercatore. I suoi interessi scientifici sono
nel campo della fisica e chimica del mezzo interstellare e della formazione stellare. È coordinatore dell’ALMA
Regional Centre a Bologna dalla sua creazione nel 2005.
Per approfondire:
Italian ARC: http://www.alma.inaf.it/
ESO: http://www.eso.org/
ALMA Observatory: http://www.almaobservatory.org/
#26 // MARZO APRILE 2013
61
design urbano
ECOMasse
Decorare pareti
in cemento
con forme e colori della natura
Intervista a Filippo La Duca
62
A
bbiamo
scoperto
essere tu un
diplomato
Geometra
presso
l’Istituto
Tecnico
statale per Geometri “N.
Tartaglia” di Brescia. Il tuo
progetto ECOMasse, come,
quando e perché nasce?
Il progetto ECOMasse nasce
ufficialmente nel settembre 2011.
Coltivavo da tempo l’idea di
realizzare una decorazione con
l’intento di inserirla nel contesto
circostante, non come opera
fine a se stessa ma più legata al
benessere collettivo e facilmente
comprensibile da tutti.
Nel 2009 realizzai una decorazione
commissionata da un privato per
riqualificare la facciata cieca della
sua abitazione. Come soggetto
scelsi l’albero, simbolo forte e
associabile al tema dell’ambiente.
Sviluppai delle idee nel corso dei
due anni successivi e nel 2011,
riuscii a ottenere il permesso per
decorare la parete perimetrale delle
piscine di Provaglio d’Iseo e firmai
il primo lavoro come ECOMasse.
ECOMasse prende ciò che già
esiste, spazi murali, per restituirli
alla natura realizzando decorazioni
in grado di ridurre l’impatto visivo.
Erano idee che già avevi o
che hai maturato durante il
tuo corso di studi?
Quando scelsi la scuola superiore
da frequentare cercai un indirizzo
legato al mondo dell’edilizia,
affascinato dalle costruzioni
e dall’idea di progettarle.
Parallelamente agli studi per il
diploma di Geometra decisi di
sperimentare il disegno su muro.
Presso il comune di residenza, che
mise a disposizione alcune pareti,
realizzai i primi rudimentali disegni
e spinto dal desiderio di migliorare
non ho più smesso.
Oggi nei miei lavori risuona ancora
una forte componente tecnica,
#26 // MARZO APRILE 2013
63
cerco molto spesso di unire linee
geometriche a forme più fluide
e irregolari. ECOMasse è anche
questo, uno studio sulla forma
e sull’unione tra natura(ECO) e
forma(Masse).
A cosa ti ispiri nel decorare
“una parete di cemento” e
quale importanza dai alla
decorazione?
L’ispirazione arriva dall’ambiente
circostante e da come la parete è
collocata nel territorio. Vado alla
ricerca di colori e forme in grado di
migliorare e facilitare l’inserimento
del muro con il contesto.
La decorazione riveste un ruolo
molto
complesso,
deve
essere lo strumento che permette
di minimizzare l’impatto del
muro e del calcestruzzo, deve
saper trasmettere il messaggio
che si è prefissato il progetto ma
senza essere invasiva per chi è di
passaggio senza quindi attirare
l’attenzione.
I soggetti che ho scelto hanno lo
scopo di trasmettere un messaggio
immediato e un collegamento
diretto alla natura e all’ambiente. Si
potrebbero realizzare forme astratte
e comprensibili solo dall’autore
ma in quel caso si perderebbe il
concetto di partenza e la volontà
di trasmettere un messaggio chiaro.
Quali i motivi nella scelta
delle “pareti” per il tuo
intervento?
Le pareti realizzate fino ad ora sono
frutto di una ricerca legata a
trovare spazi murali
anonimi ma con
una forte
rilevanza dal
punto di vista
della funzione
che svolgono.
64
Muri di sostegno di terrapieni e
spalle di sottopassi o sovrappassi di
arterie di scorrimento che dividono
paesi nella Franciacorta in modo
radicale e marcato. Ma anche
cabinati elettrici o cortili interni di
edifici pubblici, l’importante è dare
una visione diversa degli spazi
senza stravolgerli e per migliorare la
loro collocazione.
Tra i lavori quale quello che ti
ha più coinvolto?
Il più significativo resta il primo
intervento del progetto ECOMasse.
Sulla parete era già presente un
elemento naturale vero, l’edera.
L’intenzione era quella di integrare
la decorazione in modo da non
sconvolgerne la crescita e lo
sviluppo. Nel corso dei mesi
successivi ho osservato attraverso
una serie di scatti fotografici come
il mio intervento si è modificato e
come l’edera ha variato la forma
della decorazione.
Ho potuto riscontrare che in diversi
punti le radici non riuscendo ad
attecchire sulla superficie dipinta,
correggono la loro direzione
DESIGN URBANO
ECOMasse
è un progetto che si occupa di lavori di riqualificazione urbana improntati sullo studio degli elementi della natura e sulle forme grafiche.
L’obiettivo è individuare spazi murali da destinare a decorazioni in grado di inserirsi nel contesto in cui è situato il muro. L’integrazione del
disegno con l’ambiente circostante viene eseguita dopo un attento studio dei colori presenti nel sito. Tutto questo è possibile lavorando con
autorizzazioni comunali o private che consentono di realizzare le decorazioni murali nel pieno rispetto della legalità.
#26 // MARZO APRILE 2013
65
seguendo il profilo del disegno
rappresentato. Tutt’ora, a distanza
di quasi tre anni, periodicamente
mi reco al muro per fotografarlo e
seguire la trasformazione.
Quali le fasi di progetto, le
tecniche, le necessità per
la realizzazione e quanta
è l’influenza dell’ambiente
circostante?
Il mio lavoro parte dalla ricerca
dello spazio murale e, una
volta individuato, è necessario
predisporre l’autorizzazione per
realizzare la decorazione. Questo
Filippo La Duca
Nato a Brescia il 13-11-1990, si diploma
presso l’Istituto Tecnico per Geometri
“N. Tartaglia” nel 2011.
Partecipa con esito positivo al corso
di formazione sulla prevenzione degli
infortuni nei cantieri edili, tenuto da
Comitato Paritetico Territoriale di Brescia
e provincia e al corso di formazione
per l’utilizzo di Autocad, presso I.T.G.
Tartaglia Brescia.
Frequenta, con votazione 78/100, il
corso Post-Diploma I.F.T.S “Tecnico
Superiore Conduzione Cantiere”, anno
2011/2012 con rilascio relativo attestato.
Corso nell’ambito del quale svolge uno
Stage formativo (Settore Manutenzione
Spazi Aperti, Casa, Strade).
66
comporta presentare un progetto
con l’idea generale del risultato
finale ed una ipotesi di costo.
Se l’intervento viene approvato
comincia la realizzazione.
Lavorando su superfici molto
grandi, ho la necessità di avere a
disposizione uno strumento che mi
consente di coprire grandi spazi,
quindi utilizzo tutte le pitture.
Dalle più semplici come i materiali
utilizzati per le pareti delle
abitazioni a materiali più complessi
come pitture fotocatalitiche,
che consentono l’ossidazione
delle sostanze inquinanti e la
conseguente trasformazione in
residui non nocivi.
Stai pensando a nuovi tuoi
interventi? Dove e per quali
committenti?
Durante il periodo invernale non
è possibile lavorare all’esterno e
con gli interventi sono costretto
a fermarmi. Utilizzo il tempo
per promuovere i miei lavori e
pianificare la realizzazione dei
successivi. Appena arriva la
primavera ho già un piano di lavoro
e partono le decorazioni.
Nei prossimi mesi sarò impegnato
con diversi interventi alcuni nella
zona della Franciacorta per i
Comuni con cui ho già collaborato,
altri per nuovi committenti come il
Comune di Brescia o alcune società
intenzionate a rivalutare i propri
spazi con queste decorazioni.
Insieme alla ricerca degli spazi
durante l’inverno ho la possibilità di
lavorare moltissimo sullo sviluppo
di nuovi soggetti e sullo studio
di nuovi cromatismi in grado di
migliorare l’aspetto e il significato
delle decorazioni.
Questo è importante per
trasmettere una sensazione di
armonia tra la decorazione e il
contesto in cui vado ad intervenire
e creare una vera e propria sinergia
per potenziare ambienti trascurati e
inserirli nel contesto circostante.
INNOVAzIONE
La rete radiomobile
regionale ERretre
per i servizi di emergenza
in Emilia-Romagna
di Gabriele Falciasecca, Professore, Ingegnere, Presidente Lepida Spa
Kussai Shahin, Ingegnere, Direttore reti Lepida SpA
I
l presente articolo propone
una descrizione della rete
radiomobile regionale ERretre,
basata sullo standard europeo
TETRA, e delle modalità di utilizzo
che hanno dato prova di grande
efficacia in occasione degli eventi
sismici che hanno colpito l’EmiliaRomagna nel maggio 2012.
La gestione delle emergenze
richiede una grande organizzazione,
supportata da sistemi di
comunicazione affidabili e
flessibili in grado di garantire il
coordinamento delle operazioni e
di soddisfare le esigenze operative
sul campo. è da sottolineare inoltre
come nell’immediato e nelle ore
successive agli eventi sismici le
reti pubbliche telefoniche cellulari
si sono rivelate praticamente
inutilizzabili mentre la rete ERretre
ha garantito tutte le comunicazioni
degli organi preposti alla gestione
dell’emergenza, secondo quanto
previsto.
ERretre
La Rete Radiomobile Regionale
(ERretre) è nata agli inizi del
duemila, grazie alla decisione
della Regione Emilia-Romagna
di realizzare, nell’ambito del
Piano Telematico Regionale, una
struttura efficiente capace di
uniformare i servizi della Pubblica
Amministrazione armonicamente
sviluppata sul territorio.
ERretre è una rete cellulare digitale,
basata sullo standard europeo
TETRA, che fornisce servizi di
comunicazione voce e dati sull’intero
territorio della Regione EmiliaRomagna. Gli utilizzatori principali
della rete sono: le Polizie Locali,
la Protezione Civile, la sanità e il
servizio 118. Tali utilizzatori operano
sulla rete in condizioni ordinarie,
mantenendo la propria autonomia,
ma possono facilmente interoperare
in caso di necessità assicurando in
tal modo una maggiore efficienza
alle loro attività in campo. Proprio
questa flessibilità della ERretre,
insieme all’alta affidabilità, hanno
garantito, in occasione degli eventi
sismici, sia la sicurezza delle
#26 // MARZO APRILE 2013
67
comunicazioni sia il coordinamento
delle operazioni sul campo.
La gestione e lo sviluppo della
rete ERretre richiede, oltre alle
competenze tecniche, una costante
interazione con gli utilizzatori
per condividere le esigenze, per
definire l’evoluzione in termini di
nuove integrazioni e di gestione
dei gruppi operanti sul territorio.
Tutto questo viene svolto da Lepida
SpA che è la società di tutti gli Enti
pubblici dell’Emilia-Romagna e lo
strumento operativo promosso
dalla Regione Emilia-Romagna per
la pianificazione, lo sviluppo e la
gestione omogenea ed unitaria delle
infrastrutture di telecomunicazione
che comprendono la rete ERretre.
L’infrastruttura di rete
Al fine di fornire una descrizione
semplificata, si può affermare che
l’infrastruttura della rete ERretre è
composta principalmente da:
• due nodi centrali di
commutazione ad alta
affidabilità;
• un insieme di apparati
posizionati in punti dislocati sul
territorio (siti), che garantiscono
la copertura radioelettrica
e quindi l’erogazione dei
servizi della rete permettendo
ai terminali di effettuare le
comunicazioni;
• un insieme di collegamenti tra
i siti distribuiti sul territorio e le
centrali di commutazione, che
consentono l’instradamento
delle comunicazioni fra
gli utenti della rete oltre
all’interconnessione della rete
R3 ad altre reti.
La rete ERretre è integrata con
la rete in fibra ottica dell’EmiliaRomagna denominata “Lepida”,
anch’essa gestita da Lepida SpA,
che copre l’intero territorio regionale
Figura 1- Disegno esemplificativo
dell’infrastruttura di rete
Figura 2 - Disposizione geografica dei siti.
Utilizzo e gestione delle rete
68
e che garantisce in modo crescente
i collegamenti della rete ERretre.
Inoltre, la rete è caratterizzata da
un elevato grado di ridondanza dei
principali apparati e collegamenti;
ciononostante, in caso di
interruzione del collegamento
fra un sito e la centrale di rete
si attiva automaticamente una
modalità di funzionamento locale
(detta fall-back), che permette la
comunicazione fra terminali attestati
al medesimo sito.
L’intera infrastruttura di rete, in tutte
le sue componenti, viene monitorata
in tempo reale da parte di personale
qualificato in modo da garantire
una costante supervisione della rete
e del relativo funzionamento. Va
sottolineato che l’infrastruttura di
rete ed in particolare i siti vengono
realizzati e posizionati sul territorio
sulla base di un progetto molto
complesso dal punto di vista tecnico
che evolve continuamente per
rispondere alle specifiche esigenze
degli utenti che si manifestano
progressivamente.
A titolo informativo, si riporta
nella Figura 2 la disposizione
dell’infrastruttura di ERretre che
prevede al momento 81 siti radianti,
dislocati sul territorio della regione
Emilia-Romagna, e che fornisce
copertura a tutta la regione con una
capacità di traffico maggiore nelle
principali aree urbane e minore in
quelle rurali.
L’infrastruttura della rete ERretre è in
grado di supportare comunicazioni
voce e dati tra utenti mobili e tra
utenti mobili e fissi dotati di apparati
innovazione
TETRA all’interno del territorio
regionale. I principali servizi offerti
dalla rete ERretre sono:
• interoperabilità fra Enti/Servizi
sull’intera regione;
• trasmissione voce e dati anche
simultanea;
• radiolocalizzazione degli
apparati;
• invio/ricezione di stati operativi
da/verso le centrali operative;
• attivazione di gruppi dinamici e
unioni di gruppo;
• chiamate di emergenza
o a priorità (possibilità di
abbattimento forzato);
• realizzazione di applicazioni
specifiche (interrogazione
banche dati, ecc.);
• interconnessioni verso altre reti
(VoIP, ecc.);
• chiamate voce di gruppo e
individuali.
Fondamentale è il grado di
sicurezza che ERretre assicura
attraverso la cifratura delle chiamate
(a protezione delle comunicazioni
da possibili intercettazioni),
l’autenticazione dei terminali (la
protezione dall’accesso di apparati
non autorizzati), la ridondanza dei
collegamenti e dei relativi apparati,
la funzionalità avanzata di disaster
recovery e l’operatività dei terminali
in modalità locale (fall-back).
Le principali tipologie di apparati
terminali che operano all’interno di
tale sistema radiomobile regionale
sono: apparati portatili, apparati
veicolari ed apparati fissi. Ad oggi i
terminali TETRA presenti nella rete
ERretre sono circa 5.500 distribuiti
sull’intero territorio regionale,
utilizzati da oltre 170 Polizie
Locali, dalla Protezione Civile e
dall’Emergenza Sanitaria.
Attualmente si osservano circa
150.000 chiamate voce e circa
10.000.000 di messaggi al mese.
A titolo informativo si riporta nelle
figure seguenti l’andamento del
traffico in rete generato nel 2012 sia
per quanto riguarda il traffico voce
che per il traffico di messaggistica.
Il traffico di messaggistica
scambiato sulla rete è dovuto
principalmente agli applicativi
di radiolocalizzazione presenti
all’interno delle diverse centrali
operative e alla trasmissione dei dati
rilevati dalle diverse reti di sensori
sul territorio.
Si può osservare nelle medesime
figure come il picco di traffico
sia voce che di messaggistica si
è verificato nel mese di maggio
2012, ovvero in occasione dei
due terremoti avvenuti in EmiliaRomagna. È altresì utile evidenziare
un altro evidente picco di traffico
a febbraio 2012 in occasione
dell’emergenza neve nella Regione.
La gestione della rete ERretre
include un efficiente servizio di
Helpdesk attivo H24 per tutti i
giorni dell’anno ed una struttura
in grado di attivare rapidamente
raggruppamenti ad hoc per far
fronte a qualsiasi tipo di necessità
organizzativa ed un supporto
fondamentale ai suoi utilizzatori.
Questo aspetto è fondamentale, e
lo è stato chiaramente in occasione
degli eventi sismici del 2012, per
gestire dinamicamente i gruppi
operanti sul territorio sulla base
delle procedure e le esigenze
operative della Protezione Civile che
coinvolgono sia il soccorso sanitario
che le Polizie Locali.
Infine, si sottolinea ancora la
Figura 3- Traffico chiamate voce nel 2012
Figura 4 - Traffico messaggi nel 2012
#26 // MARZO APRILE 2013
69
caratteristica essenziale della
rete ERretre, ovvero quella di
essere una rete condivisa da
più organizzazioni di utenti con
strutture ed esigenze diverse, ma
di riuscire a garantire la completa
indipendenza fra le organizzazioni
stesse e dinamicamente, quando
è necessario, l’interoperabilità
richiesta.
Utilizzo nelle situazioni di
emergenza
Da sempre è sul tavolo la
questione: servono reti mobili
dedicate alle situazioni di
emergenza o le ordinarie reti
pubbliche possono servire anche
a questo scopo? Nel succedersi
della standardizzazione dei nuovi
sistemi una viva attenzione è
stata dedicata alla previsione di
come si potesse introdurre una
serie di opzioni atte a trasformare
parte della rete in una adatta ad
affrontare anche situazioni critiche.
A fronte di questo fino ad oggi non
si è praticamente fatto nulla e,
nonostante le reti mobili abbiano
comunque una maggiore resistenza
di fronte ad alcuni eventi negativi
rispetto a quelle fisse, come ad
esempio una maggior tenuta in
caso di black out elettrico, esse
non sono adeguate per affrontare
altre eventualità più pesanti.
Quando la nostra regione decise
di dotarsi di una rete mobile a
standard TETRA autonoma, non
era scontato né che le reti mobili
pubbliche avrebbero segnato il
passo né che TETRA fosse la
soluzione migliore. Il tempo ha dato
ragione a quella scelta e, essendo
stato il 2012 un annus horribilis
per le emergenze, le prestazioni
della rete hanno potuto rendersi
manifeste in tutta la loro evidenza.
Si noti che, in condizioni ordinarie,
la rete ERretre offre servizi
essenziali a polizie municipali,
protezione civile, sanità, a costi
che stanno diventando sempre
più competitivi. Ma il di più che
serve per la sussistenza della rete
è proprio ciò che rende la rete
efficace quando arriva l’emergenza.
La tenuta elettrica delle stazioni
radiobase, la ridondanza dei
collegamenti, si erano già
evidenziate come fondamentali
caratteristiche quando alcune
zone sono state martoriate da
una grande nevicata. Ma è
stato in occasione del terremoto
che la scelta di avere una rete
uniforme a copertura regionale è
stata decisiva. Infatti, nella zona
terremotata, non solo tutta la rete
è rimasta intatta e funzionante,
ma, attraverso la possibilità
della riconfigurazione software
offerta dallo standard, in meno di
un’ora tutte le unità di soccorso,
polizie, protezione civile ecc.,
hanno avuto accesso ad una rete
unificata, senza che sui terminali
si dovesse fare alcuna operazione
e hanno goduto delle prestazioni
caratteristiche della rete TETRA in
modo omogeneo per territorio e
istituzione.
Come spesso accade è nelle
difficoltà che si evidenziano le
cose migliori: avere agito con
lungimiranza, una volta tanto
nel nostro Paese, si è rivelato
estremamente vantaggioso e, in
alcuni casi, vitale. Non c’è che da
augurarsi che questo esempio sia
seguito in altri campi dove non solo
non ci si prepara al futuro ma si è
in ritardo anche per l’oggi.
TETRA
Il TErrestrial Trunked Radio (originariamente Trans European Trunked RAdio) è uno standard di comunicazione a onde radio per uso
professionale, con sistemi veicolari e portatili, usato principalmente dalle forze di pubblica sicurezza e militari e dai servizi di emergenza oltre
che dai servizi privati civili.
I principali vantaggi di TETRA sulle altre tecnologie (come il GSM) sono:
• L’uso di una frequenza più bassa che permette livelli molto alti di copertura con un piccolo numero di trasmettitori, riducendo i costi
di infrastruttura.
• Veloci tempi di set-up della connessione: una chiamata uno-a-molti è generalmente creata in 0,5 secondi (tipicamente meno di 250
ms per un singolo nodo) contro i molti secondi necessari per il GSM.
• Diversamente da molte tecnologie cellulari, TETRA offre diversi modi di emergenza con la abilità per una base station di processare
le chiamate locali in assenza del resto della rete e per il Direct Mode, dove i terminali possono continuare a dividersi il canale
direttamente se l’infrastruttura ha un guasto o è irraggiungibile.
• Modalità gateway dove un singolo terminale con connessione alla rete può fungere da relay per gli altri vicini che non riescono a
mettersi in contatto con l’infrastruttura.
• TETRA provvede inoltre una funzionalità punto-punto che altri servizi radio per emergenze non offrono. Questo dà la possibilità
all’utente di avere un link tra terminali senza il bisogno del coinvolgimento diretto di un operatore supervisore o di un dispatcher.
• Diversamente da altre tecnologie cellulari che connettono un utente ad un altro, (uno-a-uno) TETRA offre connessioni uno-a-uno,
uno-a-molti e molti-a-molti. Queste modalità operative sono importanti per usi di pubblica sicurezza e professionali.
(fonte: Wikipedia)
70
fORMAzIONE
Attualità degli squadrati
Uso Fiume e Uso Trieste
di Franco Laner
Professore ordinario di Tecnologia
dell’architettura all’Università Iuav
di Venezia, da anni tiene un corso
di “Tecnologia delle costruzioni di
legno”.
D
efinizioni
Il ritorno del legno anche nel nostro Paese come materiale strutturale è
dovuto ai nuovi concetti di prodotto, come il legno ricomposto. Il legno,
dopo essere stato ridotto ad assi, o listelli, o schegge o chip, viene riassemblato
per formare travi lamellari, diritte e curve, pannelli di tavole compensate
(Xlam), pannelli OSB, listellari, paralam, pannelli di fibre e di lana di legno, ecc.
offrendo al mercato edilizio tipologie per molteplici impieghi e prestazioni.
Il rinnovato interesse per il legno ha riproposto anche tipologie tradizionali di
legno massiccio, come l’Uso Fiume (UF) e l’Uso Trieste (UT), particolarmente
adatte per costruire solai e tetti.
Molti, anche del settore del legno strutturale e specialmente fra i più giovani,
sentendo queste tipologie di legno massiccio, non sanno a cosa si faccia
riferimento.
Lo constato, ad esempio, quando si va a cena in luoghi tipici, con travi a vista,
e fin che si aspettano le portate ordinate, faccio osservare che quelle travi sono
davvero vecchie.
Perché?
Nell’incastro al muro una trave è grossa e l’adiacente sottile, poi è nuovamente
grossa e quindi sottile. Significa che alternativamente è stata appoggiata una
testa e un calcio, perché le travi sono il tronco, semplicemente scortecciato
#26 // MARZO APRILE 2013
71
e smussato che ripropongono la
rastremazione dell’albero da cui
derivano. Questo tipo di trave
veniva definita Uso Trieste (UT).
L’uso Fiume (UF), definito nel
passato anche Testa a Testa,
è molto simile all’UT, però la
sua sezione è quasi costante,
addirittura senza smusso verso il
calcio (la base), che si accentua
verso la punta (o cima o testa).
La definizione dell’UF e UT si
ricava dalla recente normativa Uni,
precisamente dall’UNI 11035-3
dell’ottobre 2010, Legno strutturale,
parte 3: Travi Uso Fiume e Uso
Trieste:
• trave Uso Fiume: trave
a sezione quadrata o
rettangolare ottenuta da un
tronco mediante squadratura
meccanica, continua e
parallela dal calcio alla punta
su quattro facce a spessore
costante con smussi e
contenente il midollo.
• trave Uso Trieste: trave a
sezione quadrata o rettangolare
ottenuta da tronco mediante
squadratura meccanica,
continua dal calcio alla punta
su quattro facce seguendo la
rastremazione del tronco, con
smussi e contenente il midollo.
In sintesi le travi UT seguono
la rastremazione (la geometria
tronco-conica) dell’albero, mentre
l’UF ha sezione costante,
pur variando l’entità dello
smusso come il mio
schizzo fa vedere.
Le dimensioni che la Rete
(Consorzio fra i Produttori)
UT e UF oggi propone variano
dalla sezione 10x10cm fino a
50x50 con lunghezze da 3 a 16m.
Siamo dunque di fronte a tipologie
di elementi per uso strutturale
di legno massiccio che
mantengono più di altri
caratteristiche e forme
dell’albero da cui il legno
deriva, con lavorazione
poco invasiva e prestazioni
meccaniche peculiari, che
72
vanno conosciute per il loro
ottimale impiego. Proprio il
fatto di non interrompere
che in minima parte
le fibre esterne del
tronco, conferisce
allo squadrato alte
caratteristiche
meccaniche.
Poiché le travi
UF e UT sono
per definizione
travi con cuore,
sono fisiologicamente
soggette a fessurazioni da
ritiro. Come ampliamente
descritto a questo proposito
(v. Geocentro/magazine
n. 13/2011 “Le fessure nel
legno massiccio: fisiologiche
o patologiche?”) sbaglia chi
giudica improprie
o “difetto” le
fessure da ritiro.
Generalmente
lo fa chi è
in cattiva
fede o se
desidera
dilazionare
i pagamenti
innescando
assurdi
contenziosi.
Lo fa chi non conosce
il legno!
formazione
Nella pagina precedente
Rastremazione o conicità del tronco. Differenza fra UF e UT
In questa pagina, dall’alto in basso
Prova su di un solaio di legno con travi UT e soletta di Xlam. L’UT si distingue
proprio per la necessità di metterlo in opera appoggiando alternativamente
una testa e un calcio, per cercare di livellare la rastremazione propria di
questo squadrato
Il lavoro degli asciatori da un bel libro di Walter Mooslechner “Winterholz”, ed.
Anton Pustet, Salzburg, 2004. Nel disegno seicentesco è evidente la forma
dell’ascia mai cambiata nel tempo
Accatastamento (tason) di tronchi nella Piana di Falcade, circa 1930 (da “Il
lavoro nei boschi” di M. Casanova Borca a cura dell’Unione ladina del Cadore)
#26 // MARZO APRILE 2013
73
Dove e come impiegare l’UF
e l’UT
Indicare l’impiego ottimale di un
materiale o un prodotto edilizio ad
un progettista si rischia sempre di
limitare la sua creatività. Le note
seguenti siano dunque intese come
suggerimenti per allargare gli ambiti
applicativi.
Intanto mi pare che non sia difficile
convenire che il carattere dell’UF ed in subordine dell’UT - sia quello
rustico, spontaneo, elementare,
oserei dire naif. Penso che nessun
altro assortimento di questa
tipologia di squadrati, escluso il
tondame, abbia in sé così forte
la naturalità del legno. Tolta la
corteccia, eseguito lo squadro, l’UF
e l’UT sono pronti ad esibire tutto
ciò che l’albero crescendo ha scritto
nella sua tessitura: l’ambiente dove
è cresciuto, le ingiurie subite, la
deviazione della fibratura dovuta
forse al suo corteggiamento alla
luce solare o per contrastare o
assecondare venti molesti. La
sequenza dei nodi ci induce a
74
pensare alla sua solitudine (se
l’albero è isolato ha molti più rami)
o alla sua lotta per cercare luce ed
aria in mezzo alla folla…
Una tasca di resina ci porta ad
una ferita ancora non rimarginata
e un segno di azzurratura ad una
disattenzione nella sua custodia,
proprio quando, spogliato dalla
corteccia protettiva, era più
vulnerabile ed indifeso.
Nella sua schiettezza l’elemento
strutturale nulla ha perso del vigore
originario, che ci rimanda con
forza alla tradizione costruttiva,
in particolare quando si debbano
conservare le strutture originarie.
Perciò trovo che l’impiego dell’UF
sia ottimale nelle opere di
ristrutturazione, consolidamento e
riuso.
Ma la sua schiettezza e naturalità
non possono che far mostra di
sé anche in ambienti di ricercata
modernità. L’UF contrasta col
suo calore, esaltandoli, materiali
freddi, come l’acciaio, la pietra, un
particolare intonaco o finitura, le
linee geometriche e ricercate di uno
spazio razionale, pulito e scarno.
Ma se è facile suggerirne l’uso per
l’architettura degli interni, alcune
immagini ne mostrano l’esito
strutturale. In questo caso auspico
l’UF e l’UT, di così forte richiamo
al passato, non siano disgiunti dal
magistero e perizia della grande
tradizione della carpenteria lignea.
L’UF ed ancor meno l’UT non
possono concedersi troppo alla
moderna tecnologia costruttiva,
come l’esecuzione col controllo
numerico. È necessario ricaricare
le strutture di codici del passato.
Faccio un esempio.
Nel ripristino di un grande ambiente
sottotetto era necessario sostituire
la grande trave di colmo.
Troppo facile, quasi banale, ricorrere
ad una trave lamellare! Un attimo!
Non si pensi che abbia un conto
da saldare con questi elementi
strutturali! Ci mancherebbe altro,
visto che gran parte del mio lavoro
e ricerca l’ho dedicato ai derivati del
legno, lamellare in primis.
formazione
Da pagina precedente, in senso orario
Fessura da ritiro. Nei segati con cuore le
fessure da ritiro non devono allarmare più
di tanto, proprio perché sono fisiologiche.
Naturalmente il legno fessura quando,
stabilizzandosi con l’umidità dell’ambiente,
perde l’acqua di costituzione
Le fessure, la sequenza degli anelli, cretti e
spacchi del legno, così come rughe, ragadi
e nei di un volto umano sono i segni di una
vita. Di quella vita. Cosa può trasmettere
l’asetticità dell’acciaio e del cemento? Lo
stesso di una maschera di cera. Ovvero
nulla!
Mai, oggi, si potrebbe realizzare un siffatto
tetto a vista: le travi sono affette da troppi
e grandi nodi che non passerebbero ad
un controllo a vista. Eppure quanta vita e
bellezza in queste travi UF!
#26 // MARZO APRILE 2013
75
Gli arcarecci erano UF da lasciare
a vista e volevo mantenere quel
carattere. Pensai allora a due travi
UF, sovrapposte.
Mi occupai di biette, scoprendo la
forza dei cunei contrapposti. Poi di
geometria delle biette, scoprendo
grazie a prove sperimentali,
la maggior tenuta di quelle
arrotondate, perché gli spigoli vivi
delle sezioni quadrate, rombiche
o rettangolari innescavano rotture
per concentrazione di energia (gli
spigoli vivi sono cunei). Imparai a
distribuire lo sforzo di scorrimento
longitudinale fra biette e tirafondi.
Bisognava però essere seguiti nella
realizzazione da esperti carpentieri,
perché un conto è l’interfaccia di
squadrati a spigolo vivo, diverso
armonizzare smussi irregolari e
naturali.
Anche l’accostamento di travi,
l’interfaccia di travi e travetti
presume per l’impiego di UF
attenzioni non comuni. Ecco perché
è necessaria la conoscenza della
tecnologia del passato per proporre
bellezza e consequenzialità, che
si rivela proprio nei particolari
costruttivi.
Insomma non basta il materiale
della tradizione. È necessaria
anche la sapienza e perizia della
tradizione. Altrimenti sarebbe una
citazione debole, senza alcuna
inferenza culturale.
Aggiungo ai sintetici suggerimenti
per l’impiego di questi assortimenti
una mia considerazione.
So bene che non coglie molto
consenso. Ma spesso le minoranze
aiutano a valutare la bellezza della
diversità. Come sarebbe – altrimenti
– monotono il mondo!
Ebbene io penso che l’UF e l’UT
non debbano essere per tutti, non
possono essere un prodotto di
massa, bensì riservato ad élites. Il
lamellare è un prodotto di massa.
L’UF e l’UT, se si è ben capito
l’essenza dei riferimenti precedenti,
sono terribilmente legati alla grande
cultura del legno.
Chi lo usa vuol convivere con le
caratteristiche del legno, coi suoi
nodi, le sue fessure da ritiro, in una
parola con l’essenzialità del legno.
Ammira le differenze fra gli elementi
che coesistono nell’orditura di
un solaio o di un sottotetto. Non
basta però il materiale, serve quel
magistero costruttivo, sapiente e
raffinato che si rivela nei particolari
Dall’alto, in senso orario
Capriate con elementi UF pronte per il trasporto e la posa, preconfezionate in stabilimento
Particolare di capriata con UF realizzata da Artigianlegno di G. Del Negro (Cuppello, Ch)
Trave di colmo realizzata con sovrapposizione di UF e biette a cuneo contrapposto (Barel Legnami,
(Tv), progetto F. Laner)
Sottotetto e soppalco con UF (Artigianlegno di G. Del Negro (Cuppello, Ch)
76
costruttivi e nella concezione di
insieme. Non deve cioè essere
disgiunto dalla maestria del
carpentiere.
Fra questi assortimenti e
l’esecuzione non ci deve essere
dicotomia: materia ed esecuzione
non possono essere disgiunte, ma
stare armoniosamente assieme.
Vedo già la faccia contrariata dei
Produttori, ma anche il sorriso di
qualche legnaiolo illuminato, che
al primo Cliente che gli chiederà
se le travi si fessureranno gli dirà
tranquillamente che si devono
fessurare. Se non gli piacciono
le fessure, c’è il legno lamellare,
il cemento armato, le putrelle di
acciaio.
Ecco perché l’UF e l’UT è un
materiale per pochi eletti.
Il nostro compito è quello di
accrescere la conoscenza e
aumentare il numero di chi ha
voglia di avvicinarsi alla cultura
del legno, che ha avuto in sé non
solo la capacità di forare la coltre
dei secoli ed arrivare fino ha noi
con un carico di propositività, ma
anche perché il legno appartiene
alla sacralità del mondo organico
e vitale.
formazione
Normative di riferimento per
l’UF e l’UT
La progettazione, il calcolo,
l’esecuzione ed il collaudo delle
strutture di legno, quindi anche
l’UF e l’UT, devono far riferimento
alle NTC (Norme Tecniche per le
Costruzioni, DM 14 genn. 2008), in
particolare ai capitoli 4.4, 7.7 e 11.7.
Nel capitolo 4.4, Costruzioni di
legno, le NTC prescrivono che
il legno per impieghi strutturali
deve essere classificato secondo
la resistenza e la valutazione
della sicurezza deve essere svolta
secondo il metodo degli stati limite
(4.4.1).
Nei paragrafi successivi vengono
dettate le modalità per l’analisi
strutturale e le azioni da
contemplare. Vengono introdotte
(4.4.4) le classi di durata del carico
che tengono conto del fluage
del legno (deformazioni differite)
e le classi di servizio (4.5.5),
che tengono conto dell’umidità
dell’ambiente e di conseguenza
dell’umidità del legno in opera
che diminuisce le caratteristiche
meccaniche.
Apposite tabelle riportano i valori
del Kmod, coefficiente riduttivo
del γM, che tiene appunto conto
delle particolari condizioni di carico
e di ambiente che influenzano le
caratteristiche meccaniche del
legno.
Nel capitolo 4.4.8 sono descritte le
necessarie verifiche di resistenza
agli stati limite ultimi, comprese le
verifiche di stabilità. Il capitolo 4.4.9
è dedicato ai collegamenti; per la
loro capacità portante è necessario
però riferirsi all’Eurocodice
5 e ad una serie di UNI EN.
Altre prescrizioni riguardano la
robustezza (verificare che un
cedimento locale non si ripercuota
a domino sull’intera struttura),
invitando a sistemi di collegamento
a comportamento duttile: gli
incollaggi, ad esempio, sono fragili,
mentre chiodature, bulloni, steli,
legature e cavicchi conferiscono
duttilità ai collegamenti.
Pone quindi l’accento (4.4.13)
all’importante tema della durabilità
e manutenzione, forse in maniera
troppo blanda e scarna, perché
nelle costruzioni di legno non
si può sottovalutare questo
importantissimo aspetto. La
durabilità del legno è per me il
cuore della progettazione, proprio
perché il legno è un materiale
organico e per sua natura tende
a tornare in fretta alla terra che
l’ha generato. L’acqua, in ogni sua
forma, va perciò allontanata dal
legno con determinata ossessione!
(Acqua e legno ? = toccata e fuga!)
Gli aspetti della sicurezza sismica
delle strutture di legno sono
contemplati nel capitolo 7.7 delle
NTC con importanti richiami alla
capacità dissipativa e al fattore di
struttura q che premia la duttilità
delle costruzioni di legno.
Nel caso degli assortimenti UF e
UT è però importante il capitolo
11.7, che definisce le proprietà dei
materiali e dei prodotti di legno
che il progettista deve indicare
nel progetto strutturale, ovvero le
caratteristiche di resistenza, moduli
elastici e massa volumica. UF e UT
rientrano ovviamente nei paragrafi
del legno massiccio.
Le prestazioni meccaniche del
legno sono definite da classi
di profili resistenti minimi
(caratteristici) e sono di riferimento
per le verifiche di sicurezza.
L’attribuzione ad una determinata
classe (UNI EN 338:2004) può
derivare sia dai risultati di prove
sperimentali, eseguite con le
procedure indicate dalla UNI EN
384:2005, sia da classificazione a
vista.
L’attribuzione di appartenenza
dell’UF alla Classe C24 e alla
C18 dell’UT è conseguente ad
una estesa campagna di prove
sperimentali eseguite presso l’Ivalsa
di S. Michele all’Adige sotto la
direzione del prof. Ario Ceccotti.
Le NTC consentono che
l’attribuzione del legno massiccio ad
un profilo resistente sia determinata
anche tramite la classificazione
a vista, ovvero si può ricorrere ad
una classificazione per attributi (in
altre parole, difetti) che stabiliscono
correlazioni con la qualità
strutturale.
La classificazione a vista della
resistenza è un metodo che
lascia alquanto perplessi a causa
proprio dell’elevata variabilità
delle caratteristiche del legno
massiccio: senza parametri
come dispersione (rapporto
fra scarto e media) e appunto
valore medio, che definiscono
la resistenza caratteristica, che
identifica la classe di resistenza
del profilo resistente, mi sembra
riduttivo parlare di classificazione.
Comunque le NTC contemplano
la classificazione a vista e per ora
accontentiamoci, in attesa di tempi
scientificamente meno aleatori.
Le regole di classificazione a
vista del legno massiccio ad uso
strutturale riguardano assortimenti
con sezione rettangolare,
squadrata. L’UF e l’UT, che hanno
sezione irregolare non possono
essere classificate secondo le
UNI 11035-1 e 11035-2 del 2003
(Legno strutturale - Classificazione
a vista di legnami italiani
secondo la resistenza meccanica:
terminologia e misurazione delle
caratteristiche). Questa difficoltà
per la classificazione dei nostri
assortimenti è stata superata
con l’emanazione nel 2010 dell’
UNI 11035-3 che contempla
esplicitamente la classificazione
dell’UF e UT.
I valori caratteristici attribuiti
dall’ETA-11/0219 (Benestare
Tecnico Europeo) richiesto
dal Consorzio Servizi legnosughero, rappresentante le
10 Ditte consorziate per la
commercializzazione dell’UF e UT,
sono riportati in tabella. In pratica
l’UF corrisponde alla Classe di
resistenza C24, mentre l’UT alla
classe C18.
L’ottenimento del Benestare Tecnico
Europeo consente la marcatura
CE degli assortimenti UF e UT,
ovviamente quando sia giudicata
dall’Ente Notificato la rispondenza
#26 // MARZO APRILE 2013
77
Prospetto 3 da UNI 110353:2010.
Regole per la
classificazione a vista
del prodotto ai requisiti dell’UNI
11035-3:2010.
L’iter per raggiungere la possibilità
di marcatura CE dell’UF e UT non è
stato facile ed immediato.
Ma ancora una volta si dimostra
che la perseveranza – qualità
propria di chi si contamina col legno
– alla fine paga.
Conclusione
La breve illustrazione delle tipologie
di segati UF e UT è sorretta dalla
78
convinzione che per apprezzare
il legno ed utilizzarlo al meglio,
anche per uso strutturale, non sia
sufficiente – ancorché necessario –
conoscerne le caratteristiche fisicomeccaniche. Bisogna conoscere
l’intera filiera che precede la posa in
opera dell’elemento, dimensionato
a seguito di calcoli. In altre parole il
legno va conosciuto già prima che
diventi tale, ovvero dal seme, al
luogo di crescita, alle vicende che
precedono la decisione di tagliare
l’albero, ramatura, scortecciatura,
segagione fino a tutte le successive
fasi della produzione, posa in opera,
collaudo. Anche da questo punto
di vista si capisce che il legno è
diverso dagli altri materiali, come
il c.a., l’acciaio o il laterizio e non
solo perché è l’unico materiale
organico. Una volta posto in opera
ha ancora bisogno di attenzione,
specie di manutenzione, laddove si
manifestino segni di sofferenza.
La conoscenza della filiera legno,
formazione
Profilo caratteristico
dell’UF e UT secondo le
UNI 11035-3, ott. 2010
quasi un’anamnesi della vita
regressa, ci farà usare il legno
con maggior consapevolezza e
coerenza. Ce lo farà maggiormente
apprezzare rendendoci complici e
partecipi delle sue vicende passate
e future.
Su questo tema si possono
leggere alcuni approfondimenti
contenuti nel mio recente libro
“Il legno, materiale e tecnologia
per progettare e costruire”, Utet,
2013, della collana “Manuali” del
Consiglio Nazionale Geometri e
Geometri Laureati .
Infine mi auguro che l’UF e l’UT
trovi estimatori e conoscitori e che
il suo uso sia incrementato. È il
materiale che può riconciliarci con
l’ambiente e rendere remunerativa
una risorsa ora trascurata in molte
parti delle nostre Alpi, anche dove
sembra che il turismo sia sufficiente
per rimanere e sopravvivere in
montagna.
Ripensare al bosco in termini di
economia significa non assistere al
degrado dell’abbandono. Piuttosto
che l’abbandono usiamo pure il
legno per bruciarlo (si dovrebbero
bruciare gli scarti!) nelle centrali di
teleriscaldamento, usiamo anche il
bosco per le passeggiate ristoratrici
e per vedere la sua fauna e sentirne
i profumi.
Ma, per favore, non
dimentichiamoci che il legno è
una grande risorsa economica e
culturale.
#26 // MARZO APRILE 2013
79
IMPIANTI
Sistemi di sicurezza
antincendio
nelle abitazioni e negli uffici
Guida all’applicazione della regola tecnica
dei sistemi di sicurezza antincendio per gli edifici civili
Seconda lezione
di Mauro Cappello
FiloTecna – Formazione
Professionale
Per l’anno 2013 GEOCENTRO/
Magazine affronta il tema
della sicurezza e prevenzione
“Antincendio”, ambito professionale
nel quale è impegnata una
importante parte della Categoria dei
Geometri.
A cura di Mauro Cappello
(Ingegnere, Ispettore verificatore
degli investimenti pubblici presso il
Ministero dello Sviluppo Economico)
sono proposte sei lezioni utili a
fornire una visione complessiva,
ancorché sintetica, della materia.
Particolare elemento di novità,
introdotto dall’autore per il 2013,
riguarda la predisposizione di
specifiche video lezioni integrative
(complete di quiz di verifica),
associate ad ogni articolo e
gratuitamente disponibili presso la
piattaforma e-learning, accessibile
dal sito www.filotecna.it.
80
L
a regola tecnica per la
sicurezza dei sistemi
antincendio per gli edifici
di civile abitazione è recata
dal D.M. 16 maggio 1987 n. 246
“Norme di sicurezza antincendi
per gli edifici di civile abitazione”,
che detta una serie di disposizioni
specifiche per la progettazione di
nuovi edifici e la ristrutturazione di
edifici esistenti.
La progettazione assume una
rilevanza fondamentale nella
prevenzione incendi, per tale
ragione il Legislatore ha voluto
definire i requisiti (D.M. 5 agosto
2011) che devono essere posseduti
dai professionisti che intendano
cimentarsi in questo difficile ma
affascinante settore, dove non solo
le cose, ma la stessa vita umana è
esposta a gravi rischi.
Come si vedrà nelle prossime lezioni
del corso, la difesa rispetto all’evento
“incendio” si articola in due
strategie, la “difesa attiva” attuata
tramite presidi atti a segnalare
immediatamente e poi a spegnere
l’incendio, la “difesa passiva” attuata
progettando in modo consapevole
l’edificio oltre che ricorrendo a
particolari accorgimenti che, in
caso di evento incendio possano
contenerne i danni alle persone ed
alle cose.
Il tecnico abilitato per la
pratica “antincendio”
Il ruolo della progettazione è
estremamente delicato e diventa
determinante ai fini di una corretta
prevenzione ed eventuale successiva
gestione dell’evento “incendio”.
I professionisti autorizzati al
rilascio delle certificazioni e delle
dichiarazioni di cui al comma 4,
dell’art. 16, del decreto legislativo
8 marzo 2006 n. 139 sono
unicamente quelli iscritti negli
elenchi del Ministero dell’interno,
nell’ambito delle rispettive
competenze professionali stabilite
dalle leggi e dai regolamenti vigenti.
Essi sono inoltre abilitati alla
redazione dei progetti elaborati
con l’approccio ingegneristico alla
• agrotecnici ed agrotecnici
laureati,
• periti agrari e periti agrari
laureati
che siano:
• iscritti all’Albo o Collegio;
• in possesso dell’attestazione
di frequenza e superamento
positivo del corso base di
specializzazione di prevenzione
incendi.
sicurezza antincendio di cui al
decreto del Ministro dell’Interno 9
maggio 2007, nonché del relativo
documento sul sistema di gestione
della sicurezza antincendio.
La disciplina che regola i requisiti dei
professionisti dell’ “Antincendio” è
contenuta nel Decreto Ministeriale
(Ministero Interno) del 5 agosto
2011 “Procedure e requisiti per
l’autorizzazione e l’iscrizione
dei professionisti negli elenchi
del Ministero dell’interno di cui
all’articolo 16 del decreto legislativo
8 marzo 2006, n. 139”.
L’iscrizione presso gli elenchi del
Ministero dell’Interno è consentita
solamente ad alcune categorie
professionali, ovvero:
• ingegneri,
• architetti-pianificatoripaesaggisti e conservatori,
• chimici,
• dottori agronomi e dottori
forestali,
• geometri e geometri laureati,
• periti industriali e periti
industriali laureati,
Il possesso dell’attestazione di
frequenza e superamento positivo
del corso base è quindi un requisito
obbligatorio (come peraltro la stessa
iscrizione al proprio Albo o Collegio),
tuttavia il Decreto Ministeriale 5
agosto 2011 riconosce due sole
eccezioni a questa regola, infatti la
citata attestazione non è richiesta a:
• professionisti appartenuti,
per almeno un anno, ai ruoli
dei direttivi e dirigenti, degli
ispettori e dei sostituti direttori
antincendi del Corpo nazionale
dei vigili del fuoco ed abbiano
cessato di prestare servizio;
• dottori agronomi e dottori
forestali, agrotecnici laureati,
architetti-pianificatoripaesaggisti e conservatori,
chimici, geometri laureati,
ingegneri, periti agrari laureati
e periti industriali laureati che
comprovino di aver seguito
favorevolmente, durante il corso
degli studi universitari, uno dei
corsi d’insegnamento segnalati
all’art. 5, comma 6 del decreto.
La procedura di iscrizione
negli elenchi del Ministero
dell’Interno
Il tecnico in possesso dei requisiti
previsti dalla normativa, che intenda
iscriversi negli elenchi del Ministero
dell’Interno dovrà presentare istanza
al proprio Ordine/Collegio, i quali
hanno 60 giorni per verificare la
validità dell’istanza e la sussistenza
dei requisiti, quindi in caso di esito
positivo (nello stesso termine di
tempo) procedono all’attribuzione
del codice di individuazione ed
aggiornano, con modalità telematica,
gli elenchi con i riferimenti del
professionista.
Per il mantenimento dell’iscrizione
negli elenchi del Ministero
dell’Interno, i professionisti devono
effettuare corsi o seminari di
aggiornamento in materia di
prevenzione incendi della durata
complessiva di almeno quaranta
ore nell’arco di cinque anni dalla
data di iscrizione nell’elenco o dalla
data di entrata in vigore del presente
decreto.
D.M. 16 maggio 1987 n. 246:
ambito di applicazione
Il Decreto Ministeriale 246/1987
si applica agli edifici di civile
abitazione, di nuova costruzione
o sottoposti a ristrutturazioni che
comportino modifiche sostanziali,
che ai sensi del D.M. 1 agosto
2011, n. 151, rientrano tra le
attività soggette alle visite e controlli
di prevenzione incendi elencate
nell’allegato 1.
Per modifiche sostanziali debbono
intendersi lavori che comportino il
rifacimento di oltre il 50% dei solai(3)
o il rifacimento strutturale delle
scale(4) o l’aumento di altezza.
La soglia del 50% è riferita al
numero di solai appartenenti al
fabbricato per il quale si applica
in modo indipendente la norma.
La nota DCPREV prot. n. 1691 del
9/2/2010 esemplifica il concetto
citando un fabbricato composto da
più scale comunicanti attraverso
l’atrio di ingresso, chiarendo che tale
situazione è tale da rendere l’edificio
unico ai fini dell’assoggettabilità ai
controlli di prevenzione incendi.
In particolare gli edifici civili rientrano
nell’attività n. 77 che li individua
come aventi “altezza antincendio”
superiore a 24, quindi li suddivide
ulteriormente nelle categorie A
(basso rischio) fino a 32 m, B
(medio rischio) oltre 32 m e fino
a 54 m ed infine categoria C (alto
rischio) oltre i 54 m.
La definizione di altezza antincendio
è reperibile nel D.M. 30/11/1983
“Termini, definizioni, definizioni
generali e simboli grafici di
#26 // MARZO APRILE 2013
81
Figura 1 - Esempio
altezza antincendio
(D.M. 30/11/1983)
prevenzione incendi” dove,
nell’allegato A, punto 1.1, si legge
“Altezza massima misurata dal
livello inferiore dell’apertura più
alta dell’ultimo piano abitabile e/o
agibile, escluse quelle dei vani
tecnici, al livello del piano esterno
più basso”.
Classificazione rispetto
all’altezza antincendio
Il Decreto Ministeriale 246/1987
prevede una classificazione degli
edifici in base alle caratteristiche
costruttive, specificamente rispetto
all’altezza antincendi (Vedi tabella
sotto: Classificazione costruzione
edificio). La scelta di tale parametro
è strettamente connessa alla
possibilità di garantire l’intervento,
in caso di incendio, con le
Tipo
a
Altezza
Antincendio
da 12 a 24
Max Superficie
Compartimento
[m2]
motoscale in dotazione al CNVVF.
Il compartimento antincendio, viene
definito dal D.M. 30/11/1983 come
“Parte di edificio delimitata da
elementi costruttivi di resistenza al
fuoco predeterminata e organizzato
per rispondere alle esigenze della
prevenzione incendi”. La funzione
che deve assolvere il compartimento
(vedere esempio di figura 2)
Max superficie di
competenza per ogni
scala su piano [m2]
Tipo di vani scala e
di almeno un vano
ascensore
Caratteristiche “REI” dei vani scala
e ascensore, filtri, porte, elementi
di suddivisione tra i compartimenti
500
Nessuna prescrizione
60
500
Almeno protetto se non
sono osservati i requisiti
p. 2.1.1
Almeno a prova di fumo
interno
60
600
A prova di fumo
60
500
Nessuna prescrizione
60
500
Almeno a prova di fumo
interno se non sono
osservati i requisiti p.
2.1.1
Almeno a prova di fumo
interno
8.000
500
b
oltre 24 a 32
6.000
550
c
oltre 32 a 54
5.000
600
A prova di fumo
500
Almeno a prova di fumo
interno
Almeno a prova di fumo
interno con filtro avente
camino di ventilazione
con filtro sezione non
inferiore a 0,36 [m2]
Almeno a prova di fumo
interno con filtro avente
camino di ventilazione
con filtro sezione non
inferiore a 0,36 [m2]
500
d
oltre 54 a
80
4.000
350
e
82
oltre 80
2.000
antincendio è quella di contenere il
propagarsi delle fiamme per l’intera
durata di un eventuale incendio,
fino all’esaurimento dei materiali
combustibili o fino all’arrivo dei Vigili
del fuoco, confinando all’interno dei
locali compartimentali l’incendio,
senza che questo abbia possibilità
di propagazione ad altre zone o
compartimenti adiacenti.
60
60
60
60
90
90
120
impianti
Figura 2 - Esempio di compartimentazione
Il comportamento al fuoco
La resistenza al fuoco, elemento
che compare all’interno della
definizione di compartimento, è un
parametro che descrive l’Attitudine
di un elemento da costruzione
(componente o struttura) a
conservare, secondo un programma
termico prestabilito e per un tempo
determinato, in tutto o in parte: la
stabilità R, la tenuta E, l’isolamento
termico I, così definiti:
• stabilità: attitudine di un
elemento da costruzione
a conservare la resistenza
meccanica sotto l’azione del
fuoco;
• tenuta: attitudine di un
elemento da costruzione a non
lasciar passare né produrre, se
sottoposto all’azione del fuoco
su un lato, fiamme, vapori o
gas caldi sul lato non esposto;
• isolamento termico: attitudine
di un elemento da costruzione
a ridurre, entro un dato limite,
la trasmissione del calore.
Pertanto:
• con il simbolo REI si identifica
un elemento costruttivo che
deve conservare, per un tempo
determinato, la stabilità, la
tenuta e l’isolamento termico;
• con il simbolo RE si identifica
un elemento costruttivo che
deve conservare, per un tempo
determinato, la stabilità e la
tenuta;
• con il simbolo R si identifica
un elemento costruttivo che
deve conservare, per un tempo
determinato, la stabilità.
In relazione ai requisiti dimostrati
gli elementi strutturali vengono
classificati da un numero che
esprime i minuti primi. Per la
classificazione degli elementi
non portanti il criterio R è
automaticamente soddisfatto
qualora siano soddisfatti i criteri E
ed I.
Le classi di resistenza al fuoco
presentano le seguenti taglie:
15 – 20 – 30 – 45 – 60 – 90 – 120
– 180 – 240 – 360
Tornando ad esaminare la Tabella 1,
si nota che per gli edifici di tipologia
“a” e “b” ovvero quelli caratterizzati
da una altezza antincendio
maggiore di 12 m e minore di 32 m
la compartimentazione deve essere
realizzata utilizzando materiali
certificati REI 60, ovvero che
mantengano i requisiti di stabilità,
tenuta ed isolamento, per almeno
60 minuti.
Per omogeneità di trattazione, si cita
la definizione di reazione al fuoco:
“Grado di partecipazione di un
materiale combustibile al fuoco al
quale è sottoposto.
In relazione a ciò i materiali sono
assegnati (Circolare n. 12 del
17 maggio 1980 del Ministero
dell’interno) alle classi 0, 1, 2, 3,
4, 5 con l’aumentare della loro
partecipazione alla combustione;
quelli di classe 0 sono non
combustibili”.
Benché entrambi i parametri
facciano riferimento all’evento
incendio, la resistenza al fuoco è
una caratteristica degli elementi
da costruzione (pareti, solai, porte,
ecc), mentre la reazione al fuoco
è una caratteristica dei materiali,
assume quindi rilevanza nel caso di:
rivestimenti e arredi, pannellature,
controsoffitti e decorazioni.
Gli articoli di arredamento, i
tendaggi e i tessuti in genere,
debbono essere catalogati rispetto a
tale parametro.
Verifiche in capo alla figura
del Direttore dei Lavori
L’iter relativo all’esecuzione dei lavori
è caratterizzato, non solo da poteri
di vigilanza e di controllo da parte
dell’amministrazione pubblica/
committente privato, ma soprattutto
dalla possibilità, per tali soggetti,
di intervenire direttamente nei
confronti dell’appaltatore durante
l’esecuzione delle lavorazioni.
Tale intervento viene esercitato per
mezzo della figura del Direttore
dei Lavori (di seguito brevemente
DL), un tecnico che viene chiamato
a garantire che le opere vengano
realizzate in ossequio alla normativa
tecnica vigente ed al progetto
approvato.
L’attività del DL è di tipo intellettuale
e si esplica attraverso una serie di
visite periodiche in cantiere, che egli
deciderà in funzione della tipologia
e della difficoltà delle lavorazioni,
secondo la propria personale
esperienza.
Tra le verifiche che rientrano
nelle attribuzioni del Direttore dei
Lavori vi sono quelle da effettuare
sull’impresa esecutrice e sui
materiali che essa provvede ad
installare.
Per quanto riguarda le verifiche
sull’impresa esecutrice il DL DOVRA’
NECESSARIAMENTE valutare i
seguenti principali aspetti:
• regolarità contributiva
dell’impresa (versamenti, ecc);
• registrazione delle maestranze
impiegate in cantiere
nella documentazione
amministrativa aziendale (libro
unico; ecc);
• dotazione dei dispositivi
di protezione personale
per i vari soggetti presenti
in cantiere (consigliabile
eseguire il controllo incrociato
tra i dispositivi in dotazione
personale e quelli ufficialmente
registrati);
• documentazione relativa alla
gestione della sicurezza (Piano
Operativo di Sicurezza ed
integrazione con il Piano di
Sicurezza delle lavorazioni).
Per quanto riguarda gli elaborati
progettuali, il Direttore dei Lavori
è tenuto a verificarne, in primo
luogo la completezza intesa
come consistenza logica degli
elaborati grafici (tavole, sezioni,
#26 // MARZO APRILE 2013
83
particolari costruttivi, ecc) e di
tipo descrittivo (relazione generale,
relazione specialistica, capitolato
speciale d’appalto, ecc) ma anche
la coerenza con la normativa
tecnica vigente, segnalando alla
Committenza eventuali errori o
mancanze.
Le verifiche che invece rientrano
nell’attività denominata come
“accettazione dei materiali”,
riguardano la tipologia e consistenza
dei materiali che l’impresa utilizzerà
per la realizzazione delle lavorazioni/
impianti.
Nell’ambito di tale contesto il
Direttore dei Lavori procede ad
acquisire la documentazione recante
le caratteristiche tecniche dei vari
materiali (tubazioni, gruppi pompe,
valvolame, rivelatori, centraline, ecc)
e ne verifica la rispondenza alla
normativa tecnica vigente oltre che
a quanto previsto dal progetto.
Introduzione alla protezione
antincendio
La protezione antincendio consiste
nell’attuazione di tutte le misure
necessarie per ridurre i danni che
derivano dal verificarsi di un evento
“incendio” alle persone ed alle cose.
In generale la protezione antincendio
si attua tramite misure di duplice
natura:
• protezione attiva, ovvero in
caso di evento “incendio” si
determina un intervento da
parte del sistema deputato alla
protezione (spegnimento ad
acqua o a gas);
• protezione passiva, in tal
caso non è necessario
attuare un intervento bensì la
protezione è garantita da una
serie di cautele predisposte
in sede di progettazione
(esempio classico, la
compartimentazione delle
aree).
Protezione attiva
La protezione “attiva” viene
attuata tramite una serie di presidi
calibrati in base alla natura del
rischio che possono essere attivati
manualmente oppure in modo
automatico per fronteggiare la
propagazione delle fiamme e
determinare lo spegnimento
dell’incendio.
In generale i principali presidi che
realizzano la protezione attiva sono:
• Impianti di rivelazione
automatica d’incendio;
• Mezzi di estinzione manuali
(estintori, reti di idranti, ecc.);
• Sistemi di spegnimento
automatici (reti sprinkler,
spegnimento a gas, ecc);
• Impianti di estrazione fumi e
calore, automatici o manuali.
Per quanto riguarda le civili
abitazioni, in Italia è davvero molto
raro trovare presidi di protezione
attiva con attivazione manuale
(estintori) mentre essi risultano
molto più diffusi nelle abitazioni dei
Paesi del Nord Europa.
Protezione passiva
La protezione “passiva” si realizza
ponendo in essere una serie di
accorgimenti di natura strutturale,
funzionale e topologica degli
ambienti che potrebbero essere
soggetti a rischio di incendio. Tale
genere di protezione deve essere
quindi pensata addirittura in fase
di progettazione dell’edificio così da
garantire la massima efficacia in
caso di evento incendio.
Le misure principali che si adottano
per realizzare una protezione
“passiva” efficace negli edifici sono:
• studiare la tipologia di arredi,
tendaggi, carteggi unitamente
ad una idonea esternalizzazione
della documentazione di
archivio, al fine di ottenere la
massima riduzione del carico
d’incendio
• studiare una distribuzione di
ambienti tale da realizzare una
efficace compartimentazione,
inoltre selezionare con cura
materiali e tecniche costruttive
in modo da garantire un valore
adeguato per la resistenza al
fuoco dei locali e delle strutture;
• attenta selezione degli arredi
(in termini di comportamento
all’incendio) compatibile con la
classe di resistenza al fuoco,
prevista dalla normativa;
• particolare attenzione alla
progettazione di idonee vie
di esodo ed aree destinate a
realizzare la funzione di luoghi
sicuri nell’ambito dell’edificio.
FiloTecna-Formazione: la piattaforma e-learning per i tecnici
È on line la piattaforma e-learning di Filotecna, raggiungibile dal sito www.filotecna.it. Il sistema eroga seminari
di formazione a distanza sui principali argomenti di interesse per i tecnici tramite video lezioni e test di verifica
dell’apprendimento. La piattaforma non consente di proseguire se non si raggiunge la soglia minima dell’80% del
punteggio dei quiz. Attualmente sono liberamente disponibili i seguenti seminari: Requisiti dei soggetti certificatori
energetici (3 unità didattiche); Efficienza energetica degli edifici – BASE- (8 unità didattiche); Elementi di impianti elettrici
per gli edifici (5 unità didattiche).
Per accedere visionare la guida disponibile al seguente link:
http://www.filotecna- formazione.it/FiloTecna_Iscrizione_web/player.html
Prossime lezioni
Lezione 3 – Analisi del rischio di incendio
Lezione 4 – Sistemi di protezione passiva
84
Lezione 5 – Sistemi di protezione attiva
Lezione 6 – Esempio di progettazione con approccio
ingegneristico
LEGGERE
“Abbasso Euclide!”
Il grande racconto
della geometria
contemporanea
è il titolo del volume di Piergiorgio
Odifreddi (© 2013 Arnoldo
Mondadori Editore S.p.A.,
Milano) che conclude la trilogia
dedicata dal matematico e logico
italiano alla storia della geometria
riletta e analizzata con il suo
consueto acume. Opera dalla quale,
a seguire, si propongono la Premessa
ed il secondo capitolo, “I politopi
ballano. Schläfli”.
Premessa
Morto il re, viva il re!
Nel 1959 si tenne a Royaumont, nei pressi di Parigi, un congresso su La nuova
matematica, dedicato all’insegnamento della materia nelle scuole secondarie.
Il convegno passò alla storia per la provocatoria conferenza Abbasso Euclide!
tenuta da Jean Dieudonné, uno dei più autorevoli matematici francesi, membro
originario del gruppo Bourbaki.
Gli obiettivi dell’attacco al passato erano duplici: da un lato, i contenuti dei
programmi scolastici, e dall’altro, i metodi del loro insegnamento. Anche le
proposte per il futuro erano duplici: da un lato, la sostituzione dell’aritmetica
e della geometria con le strutture bourbakiste, e dall’altro, l’abbandono del
linguaggio dei numeri e dei punti in favore della terminologia insiemistica. In
sintesi, Dieudonné chiedeva di mettere in soffitta gli Elementi di Euclide, e di
rimpiazzarli con gli Elementi di Bourbaki.
Ad esempio, la versione euclidea del teorema di Pitagora: «dato un triangolo
rettangolo, l’area del quadrato costruito sull’ipotenusa e uguale alla somma
delle aree dei quadrati costruiti sui cateti», avrebbe dovuto lasciare il posto alla
versione bourbakista: «dati due vettori ortogonali, il quadrato della norma della
loro somma vettoriale e uguale alla somma dei quadrati delle loro norme».
E questa versione avrebbe dovuto essere dimostrata in maniera puramente
astratta, a partire dagli assiomi non della geometria euclidea, ma degli spazi
vettoriali normati: in particolare, senza alcun riferimento intuivo alle figure, che
nel trattato di Bourbaki sono totalmente bandite.
Purtroppo, l’appello di Dieudonné non cadde nel vuoto. Già nel 1960 fu
istituita la Commissione europea di Dubrovnik, con l’incarico di riscrivere i
programmi delle scuole medie e superiori, e in breve tempo mezzo mondo fu
contagiato dal morbo bourbakista. L’approccio storico, in cui l’astrazione trovava
giustificazione come punto d’arrivo di una secolare evoluzione matematica,
#26 // MARZO APRILE 2013
85
I politopi ballano
Schläfli
Nel 1844 Alexandre Dumas padre pubblicò uno dei
romanzi più noti e popolari dell’Ottocento: Il conte
di Montecristo, sterminato feuilleton che narra la
«fariaginosa» storia di Edmond Dantès.
Il giovane marinaio viene falsamente accusato di essere
86
Incisione del 1887 di Edouard Riou per il Conte di Montecristo di
Alexandre Dumas
un agente bonapartista ed è rinchiuso nel Castello d’If,
una specie di versione marsigliese dell’Alcatraz di San
Francisco. In questo carcere di massima sicurezza
Dantès incontra l’abate Faria, col quale scava per quindici
mesi un tunnel.
Al momento della fuga l’abate muore, Dantès si
sostituisce al cadavere e viene tumulato in mare,
riuscendo così a evadere. Dopo vari travestimenti e
innumerevoli peripezie degne di Ulisse, che come quelle
durano infatti una ventina d’anni, il sedicente Conte di
Montecristo riesce finalmente a vendicarsi del delatore e
a congedarsi dal lettore.
Nonostante la girandola di personaggi e di relazioni, il cui
schema non ha nulla da invidiare ai flowchart informatici,
la vicenda narrata da Dumas è evidentemente riuscita
a toccare qualche corda. Ne sono infatti stati tratti una
decina di film, una mezza dozzina di serial televisivi e
un paio di musical. E anche, nel 1967, uno dei «racconti
deduttivi» di Italo Calvino intitolato, ovviamente, Il conte
di Montecristo.
Quest’ultimo si concentra sulla detenzione e sui
tentativi di fuga, ed è ambientato in una prigione
quadridimensionale da cui è impossibile evadere nello
spazio tridimensionale. Le celle ne sono le facce cubiche,
e la loro struttura labirintica si deduce dal fatto che
l’abate Faria sparisce da una parete e rispunta da quella
di fronte, e che la fortezza ripete nel tempo e nello
spazio sempre la stessa combinazione di figure. Lo
stesso Dantès dimostra di essere conscio della natura
ipergeometrica della fortezza, quando afferma:
Sviluppo ogni segmento in una figura regolare, saldo
photo © Mondadori Portfolio / Leemage
cedeva il passo a un approccio antistorico, in cui
l’astrazione veniva irresponsabilmente assunta come
punto di partenza. Simultaneamente, le applicazioni
pratiche che avevano stimolato e giustificato la ricerca
teorica venivano completamente rimosse, e coperte da
un velo di silenzio.
Basta sfogliare questo libro, che conclude un racconto
illustrato della geometria iniziato in C’è spazio per tutti e
continuato in Una via di fuga, per accorgersi che esso
avrebbe potuto intitolarsi Abbasso Dieudonné! O, meglio
ancora, Abbasso Bourbaki! Perché dunque prendercela
anche noi con il povero Euclide, invece che con i suoi
detrattori moderni?
Anzitutto, perché i germi delle due maggiori pecche
didattiche degli Elementi di Bourbaki, che stanno appunto
nel dimenticare il processo storico delle scoperte e nel
procedere incuranti delle applicazioni, si trovano già negli
Elementi di Euclide. Ad esempio, Pitagora non aveva
certo dimostrato il suo teorema alla maniera di Euclide:
cioè, mediante una serie di quarantasette proposizioni
basate sui famosi cinque postulati, in particolare l’ultimo
sulle parallele.
E poi, soprattutto, perché già a partire dall’Ottocento il
grido di Abbasso Euclide! era stato ripetutamente urlato
per altre, e ben più giustificate, ragioni. Da Gauss in
poi, infatti, i confini della geometria euclidea, primo fra
tutti il postulato delle parallele, avevano incominciato
a rivelarsi troppo angusti e restrittivi, e i matematici
erano lentamente divenuti consci della possibilità e della
necessita di doverli superare, per andare alla scoperta di
mondi geometrici nuovi.
I primi passi nella direzione di questo superamento,
relativi appunto al parallelismo, li abbiamo narrati nella
seconda parte di Una via di fuga. In questo volume ci
accingiamo invece a mostrare come la geometria del
Novecento si sia completamente liberata dagli a priori
euclidei in un senso molto più generale, che si estende
all’intera concezione tridimensionale, metrica e infinita
dello spazio.
Andremo dunque alla scoperta di geometrie
multidimensionali, topologiche e finite, senza dimenticare
i frattali. E alla fine del nostro percorso capiremo che
Abbasso Euclide! e solo un grido di incitamento ad
ampliare e arricchire i nostri orizzonti. Riformulato in
maniera positiva e costruttiva, invece che negativa e
distruttiva, esso significa in realtà, molto semplicemente
ed entusiasticamente: Viva la geometria! Dunque, cosi
sia.
leggere
queste figure come facce d’un solido, poliedro o
iperpoliedro, iscrivo questi poliedri in sfere o ipersfere,
e cosi più chiudo la forma della fortezza più la
semplifico, definendola in un rapporto numerico o in
una formula algebrica.
La prigione immaginata letterariamente da Calvino è
stata rappresentata cinematograficamente nel 2002
da Andrzej Sekuła, nel film Il Cubo 2: Ipercubo. Opera
che svela, fin dal titolo, il nome dell’oggetto matematico
che ne descrive la struttura, e al quale rivolgiamo ora
l’attenzione.
Specie: tesseratto
Mentre in Flatlandia Abbott si limitò a parlare
dell’ipersfera, in Che cos’è la quarta dimensione? Hinton
affrontò anche la discussione dell’ipercubo: cioè, della
versione quadridimensionale del cubo tridimensionale,
del quadrato bidimensionale e del segmento
unidimensionale.
Nel 1888, in Una nuova era del pensiero, Hinton
chiamò l’ipercubo tesseratto, «raggio quadruplicato»
(dal greco tesseris, «quattro», e aktines, «raggio»). Nel
suo modo di pensarlo, infatti, era come una versione
quadridimensionale di un raggio: cioè, di un segmento
orientato, che si ottiene facendo muovere un punto in
linea retta per una certa distanza. Muovendo il segmento
perpendicolarmente a se stesso, e per la stessa distanza,
si ottiene un quadrato orientato. Muovendo il quadrato
perpendicolarmente a se stesso, un cubo orientato. E
muovendo un cubo, un ipercubo orientato.
Ovviamente, per poter effettuare la costruzione bisogna
disporre di una quarta direzione ortogonale alle tre solite,
che sono «destra-sinistra», «su-giù» e «avanti-indietro».
Per questa nuova direzione Hinton inventò il nome greco
«katà-anà», «contro-via». Il problema, naturalmente,
è immaginarsela, ma anche un romanzo come La
macchina del tempo di Wells aveva intuito come farlo:
Alcune menti filosofiche si sono chieste: perché
proprio tre dimensioni? Perché non un’altra
dimensione ad angolo retto con le altre tre? Esse
hanno anche tentato di costruire una geometria di
Quattro Dimensioni. Il professor Simon Newcomb
espose tutto ciò alla Società Matematica di New
York circa un mese fa. Sapete che su una superficie
piana, che non ha più di due dimensioni, possiamo
rappresentare la figura di un solido di tre dimensioni,
e quindi sarebbe possibile per mezzo di modelli di
tre dimensioni rappresentarne uno di quattro, se si
potesse conoscere la prospettiva della cosa.
non lo sia rappresentarne una terza: basta andare in
direzione simmetrica a essa.
Egli notò che, poiché il movimento che genera l’ipercubo
a partire dal cubo sposta quest’ultimo in un’altra
posizione, i suoi 8 vertici raddoppiano: dunque, l’ipercubo
ha 16 vertici. Anche i 12 lati del cubo raddoppiano,
ma ad essi si aggiungono i nuovi lati generati dal
movimento dei suoi 8 vertici: dunque, l’ipercubo ha 32
lati. Analogamente, le 6 facce del cubo raddoppiano, e
ad esse si aggiungono quelle generate dal movimento
dei suoi 12 lati: dunque, l’ipercubo ha 24 facce quadrate.
infine, il cubo stesso raddoppia, e bisogna aggiungere i
nuovi cubi generati dal movimento delle 6 facce: dunque,
l’ipercubo ha 8 iperfacce cubiche. Sommando alla
maniera della caratteristica di Eulero i vertici V, i lati L, le
facce F e le iperfacce I, si ottiene:
Con un po’ di pratica, diventa possibile dapprima
identificare nella figura tutte queste varie componenti
dell’ipercubo, e poi intuirlo come un tutto unico.
D’altronde, ci vuole un po’ di pratica anche per
immaginare il cubo a partire dalla sua visione prospettica:
anzi, i cubi, perché la figura è ambigua, e permette di
vederne due distinti.
Come notò nel 1832 Louis Albert Necker, nelle
Osservazioni su alcuni notevoli fenomeni osservati in
Svizzera e un fenomeno ottico che occorre quando
si guarda un cristallo o un solido geometrico, la
percezione dei due cubi è instabile, e fluttua scambiando
continuamente il davanti con il dietro.
Hinton, naturalmente, non aveva bisogno dei
suggerimenti di Wells. E fin dal suo primo lavoro aveva
capito che, già su un piano bidimensionale, non è più
difficile rappresentare una quarta dimensione di quanto
#26 // MARZO APRILE 2013
87
Poiché una tale inversione non si può fare nello spazio
a tre dimensioni, ed equivale invece a una rotazione in
quello a quattro, si tratta di una vera e propria percezione
quadridimensionale. Per questo motivo, il cubo di
Necker viene considerato un tipico esempio di figura
paradossale, benché il paradosso sussista solo nello spazio
tridimensionale.
(rosso). Quando il punto di vista si avvicina all’ipercubo, si
vedono due cubi (rossi), uno interno e uno esterno, e sei
trapezoidi (blu). Quando infine il punto di vista è all’interno
dell’ipercubo, il cubo esterno scompare e una faccia di
ciascun trapezoide viene spinta all’infinito.
Corpi ipercubici
Nella prospettiva fin qui considerata i tre punti di fuga del
cubo, e i quattro dell’ipercubo, sono tutti all’infinito. Anche
nel caso dell’ipercubo, come si fa con il cubo, è possibile
portarli tutti al finito. In tal modo si compie il primo passo
nello sviluppo di una prospettiva quadridimensionale,
analoga a quella tridimensionale.
La rappresentazione intermedia, con le otto facce cubiche
al finito, è forse la più nota e intuitiva. In natura questa
struttura si genera spontaneamente, immergendo un
cubo di fil di ferro nel liquido per le bolle di sapone. In
architettura, invece, è stata realizzata artificialmente nel
1978 da Miguel Ángel Ruiz Larrea nel Monumento alla
Costituzione a Madrid, e nel 1989 da Otto von Spreckelsen
nell’Arco de La Défense a Parigi.
Nonostante la cosa non appaia a prima vista, nelle
proiezioni precedenti tutte le facce o iperfacce sono
esterne. Questo risulta evidente se si fa ruotare il cubo, e si
osserva come il quadrato centrale si sposti gradualmente
verso l’esterno, cedendo ad altre facce la propria
apparente posizione interna.
Vista però la complessità dell’ipercubo, può essere
istruttivo considerarne proiezioni su piani, e da punti
di vista, privilegiati. Ad esempio, quelle analoghe alle
proiezioni di un cubo su un piano passante per una delle
sue facce, che così non viene cambiata dalla proiezione.
Nel caso che il punto di vista sia all’infinito, la proiezione
è semplicemente la faccia anteriore (rossa), che copre
esattamente la faccia posteriore (rossa). Quando il punto di
vista si avvicina al cubo, la proiezione della faccia anteriore
si allarga rispetto a quella della faccia posteriore, e le
quattro facce laterali (blu) vengono proiettate come trapezi.
Quando infine il punto di vista è all’interno del cubo, la
faccia anteriore scompare e un lato di ciascuna faccia
laterale viene spinto all’infinito.
Analogamente si ottengono le proiezioni di un ipercubo su
un iperpiano passante per una delle sue iperfacce. Se il
punto di vista è all’infinito, si vede semplicemente un cubo
88
Lo stesso vale per l’ipercubo, anche se per visualizzare
tutto al meglio ci vuole un film computerizzato: ad
esempio, l’ormai classico L’ipercubo. Proiezioni e sezioni di
Charles Strauss e Thomas Banchoff, del 1978.
Gary Dwyer, Ipercubo Photo © Slowcrash – Tutti i diritti riservati | Miguel Angel Ruiz Larrea, Monumento alla Costituzione a Madrid. Photo © Luis García
Otto von Spreckelsen, Arco de La Défense a Parigi.. Photo © Mondadori Portfolio / Photoshot | Progetto Habitat 67, Montreal. Photo © Taxiarchos228
leggere
Il titolo del film ricorda che pure l’ipercubo si può
visualizzare attraverso le sue sezioni tridimensionali, come
abbiamo già fatto in due precedenti occasioni: da un lato
per le sezioni tridimensionali dell’ipersfera, e dall’altro per le
sezioni bidimensionali del cubo. Anche se, come abbiamo
già notato, solo in casi particolarmente semplici le sezioni
permettono di ricostruire l’oggetto che le genera.
Molto più intuitivo è il metodo del dispiegamento di un
oggetto multidimensionale in uno spazio a una dimensione
in meno. Ad esempio, del cubo sul piano: come mostrò
per primo Dürer nel 1525, nel quarto volume del Trattato
sulla misura con riga e compasso, esso si può infatti
ridurre, oltre che ad altri dieci dispiegamenti analoghi, a
una croce composta di sei quadrati, corrispondenti alle
sue sei facce.
Similmente, dispiegando un ipercubo nello spazio si
può ottenere una croce solida composta di otto cubi,
raffigurata da Dalí nel 1954 nel dipinto Crocifissione, che
reca l’appropriato sottotitolo Corpus Hypercubus.
Come la croce piana si può ripiegare nello spazio a
formare un cubo, così la croce solida si può ripiegare nello
spazio quadridimensionale a formare un ipercubo. Ma
non è possibile farlo nello spazio tridimensionale, a meno
di cataclismi come quello immaginato da Robert Heinlein
nel 1941, nel suo racconto di fantascienza La casa nuova.
Un edificio, quello descritto da Heinlein, che in partenza
non doveva apparire troppo diverso dal Modello di casa
d’artista di Theo Van Doesburg, del 1923, dal progetto
Habitat 67 di Moshe Safdie a Montréal, o dalle case
cubiche di Piet Blom a Rotterdam.
Bolla di sapone ipercubica. Scultura Hypercubus a Santa Cruz
in California. Monumento alla Costituzione di Madrid. E l’Arco
della Défense a Parigi. Il progetto Habitat 67 a Montréal e un
particolare delle case cubiche di Piet Blom a Rotterdam
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89
un tetraedro con un ulteriore vertice interno, collegato agli
altri quattro.
La struttura ricorda la molecola del metano (CH4), dove
nel vertice interno si trova un atomo di carbonio, mentre i
vertici esterni sono occupati da quattro atomi di idrogeno.
L’ipertetraedro è autoduale, nel senso che scambiando
i 5 vertici e le 5 iperfacce si riottiene lo stesso politopo.
Scambiando i 16 vertici e le 8 iperfacce di un ipercubo
si ottiene invece un politopo duale, con 8 vertici e 16
iperfacce tetraedriche.
Genere: politopo
Nel 1882 Reinhard Hoppe ha chiamato gli analoghi
quadridimensionali dei poligoni bidimensionali e dei
poliedri tridimensionali politopi (da poly, «molti»,
e topoi, «luoghi»). Poiché il termine è generico, si
parla più propriamente di 4-politopi nello spazio
quadridimensionale. E, volendo, di 3-politopi per i poliedri
e di 2-politopi per i poligoni.
L’ipercubo a 8 iperfacce cubiche costituisce
ovviamente il primo esempio di politopo regolare, che
si può rappresentare in vari modi. I tre canonici sono il
dispiegamento spaziale delle iperfacce, il ripiegamento
spaziale delle facce, e la proiezione planare dei lati e dei
vertici.
Nello spazio tridimensionale il duale del cubo è l’ottaedro,
ma non conviene chiamare «iperottaedro» il duale
dell’ipercubo, perché le sue iperfacce non sono degli
ottaedri, bensì dei tetraedri. In tal senso un iperottaedro
non esiste, e il duale dell’ipercubo viene semplicemente
chiamato 16-celle, dal numero delle sue iperfacce. Con
questa terminologia, l’ipertetraedro e l’ipercubo diventano
rispettivamente un 5-celle e un 8-celle.
Abbiamo finora ottenuto tre analoghi quadridimensionali
dei cinque solidi regolari tridimensionali: precisamente,
l’ipertetraedro, l’ipercubo e il suo duale. Nel 1852, dunque
tre decenni prima di Hinton, il matematico svizzero
Ludwig Schläfli sviluppò una Teoria della continuità
multipla, pubblicata postuma soltanto cinquant’anni
dopo, ed estese in particolare il teorema di Teeteto che
caratterizza i solidi regolari.
Nello spazio tridimensionale si trattava di calcolare gli
angoli piani formati nei vertici dai lati dei poligoni regolari,
Un altro politopo regolare è l’ipertetraedro a 5 iperfacce
tetraedriche. Sorprendentemente, una delle sue
rappresentazioni non è altro che la stella pitagorica
inserita nel pentagono regolare, nella quale si possono
effettivamente vedere i cinque tetraedri che compongono
l’ipertetraedro.
Meno sorprendentemente, un’altra delle sue
rappresentazioni è la prospettiva centrale consistente in
Ritratto di Ludwig Schläfli, XIX secolo
90
photo © Schweizerische Mathematische Gesellschaft (SMG / SMS)
Ma la più singolare apparizione visiva di una struttura
ipercubica è forse quella nei tre quadri inferiori della
pala per l’altare del collegio agostiniano di Doña
Maria de Aragón a Madrid, dipinti tra il 1596 e il
1600 da Domenikos Theotokopoulos, detto El Greco:
L’annunciazione, L’adorazione dei pastori e Il battesimo di
Cristo.
In ciascuno, infatti, le due scene tridimensionali situate
sulla Terra e nel Cielo sono osservate da due punti di
vista diversi e inserite in cubi ortogonali, separati da una
faccia quadrata (sempre la stessa in tutti e tre i casi) su
cui si situa lo Spirito Santo. Oltre a ciò che rappresentano
esplicitamente, i tre quadri suggeriscono dunque
implicitamente che ci siano altri livelli di realtà nelle
rimanenti iperfacce cubiche dell’ipercubo, che rimangono
nascoste.
leggere
vedere quanti se ne potevano accostare, e accorgersi
che c’erano cinque possibilità: tre per il triangolo, una
per il quadrato e una per il pentagono. Nello spazio
quadridimensionale Schläfli procedette analogamente,
lavorando sugli angoli solidi formati sui lati dalle facce dei
poliedri regolari, e si accorse che c’erano sei possibilità.
Di tetraedri, i cui angoli solidi sono di circa 71 gradi,
ne possono infatti stare insieme tre, quattro o cinque:
questi ultimi per un pelo, perché coprono quasi 353
gradi su 360! Di cubi, i cui angoli sono di 90 gradi, ne
possono stare insieme tre, ma non quattro. Lo stesso per
gli ottaedri e i dodecaedri, i cui angoli sono maggiori di
90 e minori di 120 gradi. Di icosaedri, i cui angoli sono
maggiori di 120 gradi, nemmeno il numero minimo di tre
può stare in un angolo giro.
In totale, dunque, ci sono sei politopi regolari. Dei tre già
discussi, due sono prodotti dal tetraedro e uno dal cubo.
L’ottaedro produce un 24-celle autoduale, a 24 vertici
e 24 iperfacce, che non corrisponde a nessun solido
regolare tridimensionale. Il dodecaedro produce invece un
iperdodecaedro, a 600 vertici e 120 iperfacce, chiamato
anche 120-celle.
Visualizzare il 120-celle è naturalmente un’impresa, ma
ancora più difficile è visualizzare il suo duale, a 120 vertici
e 600 iperfacce, chiamato 600-celle. Ancora una volta,
nello spazio tridimensionale il duale del
dodecaedro è l’icosaedro, ma non conviene chiamare
«ipericosaedro» il duale dell’iperdodecaedro, perché le
sue iperfacce non sono degli icosaedri, bensì di nuovo
dei tetraedri. In tal senso, come già per l’iperottaedro, un
ipericosaedro non esiste.
triangoli, quadrati ed esagoni. E l’analogia con i simboli di
Schläfli dei solidi regolari finiti permette di considerare le
tre piastrellazioni come gli unici tre «solidi regolari infiniti».
Nello spazio quadridimensionale, si usa invece una terna
di numeri {p, q, r}, corrispondenti al simbolo {p, q} delle
celle e al numero r di celle che si incontrano nei lati di
un ipersolido regolare. Ad esempio, {4,3,4} corrisponde
all’unica piastrellazione regolare dello spazio, quella
mediante cubi, che si può considerare come l’unico
«politopo regolare infinito».
I simboli dei politopi regolari finiti, e i numeri di vertici,
lati, facce e celle, sono ricapitolati nella tabella seguente.
Da essa si deduce che non solo per l’ipercubo, come
abbiamo già visto, ma per tutti i politopi regolari, l’analogo
quadridimensionale della caratteristica di Eulero è uguale
a 0.
Anatomia della nidiata
Per tener conto del tipo di celle e della loro disposizione
nei vertici dei politopi è comodo usare il simbolo di
Schläfli, da lui stesso introdotto.
Nello spazio tridimensionale, si tratta di una coppia di
valori {p, q} corrispondenti al numero p di lati delle facce,
e al numero q di facce, che si incontrano nei vertici di
un solido regolare. I simboli di tetraedro, cubo, ottaedro,
dodecaedro e icosaedro sono dunque {3,3}, {4,3}, {3,4},
{5,3} e {3,5}. I simboli {3,6}, {4,4} e {6,3} corrispondono
invece alle piastrellazioni regolari del piano mediante
Poiché l’avanguardistico lavoro originale di Schläfli non
aveva figure, e rimase in massima parte inedito fino al
1901, i suoi risultati non ebbero una gran diffusione.
Così, quando una trentina d’anni dopo la geometria
quadridimensionale prese piede, la teoria dei politopi
regolari dovette essere riscoperta.
Nel 1880 William Stringham ritrovò la caratterizzazione
di Schläfli, in un articolo sulle Figure regolari nello spazio
ndimensionale. E fotografò vari stadi della costruzione di
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91
modellini in carta dei sei politopi regolari. Ad esempio,
mostrò come si ottiene un 120-celle sovrapponendo, a
partire dall’interno, una serie di 1, 12, 20, 12, 30, 12,
20, 12 e 1 dodecaedri, per un totale appunto di 120. Il
procedimento è analogo a quello con cui si ottiene un
dodecaedro a partire da una serie di 1, 5, 5 e 1 pentagoni,
per un totale di 12.
Le figure seguenti mostrano la prima metà della
costruzione del 120-celle, che assembla in cinque stadi
1 + 12 + 20 + 12 + 30 = 75 dodecaedri. La seconda
metà della costruzione è analoga, e assembla in quattro
stadi 1 + 12 + 20 + 12 = 45 dodecaedri. Le due metà,
rappresentate rispettivamente nell’ultima e nella penultima
figura, vanno poi «piegate» e incollate insieme nello
spazio a quattro dimensioni, per ottenere il 120-celle. Il
procedimento è analogo a quello in cui si assemblano nel
piano due serie di 1 + 5 = 6 pentagoni, che vanno poi
piegate a scodella e incollate insieme nello spazio a tre
dimensioni, per ottenere il dodecaedro.
Queste fibrazioni forniscono modi alternativi per
visualizzare la costruzione dei politopi. Ad esempio, per
ottenere un 120-celle si può iniziare da una catena di 10
dodecaedri, e continuare aggiungendo successivamente
altre cinque catene attorno alla prima, che le si avvolgono
automaticamente attorno a spirale, a formare un toro di
Clifford. Si può poi aggiungere un secondo toro di altre
sei catene, inanellato al primo. La prima catena del primo
toro costituisce un meridiano del 120-celle, e la prima del
secondo il corrispondente equatore.
Stringham non fu che il primo di una decina di matematici
che ripercorsero indipendentemente, fra il 1880 e il 1900,
la via già battuta da Schläfli. Il quale, oltre ai sei politopi
regolari convessi, ne aveva anche individuati quattro non
convessi, aventi come iperfacce dei solidi regolari stellati.
In tutto ci sono dieci politopi regolari non convessi, e i sei
mancati da Schläfli furono trovati da Edmund Hess nel
1883.
Nel 1931 Hopf notò infine che, come i politopi regolari
corrispondono a tassellazioni finite dell’ipersfera, così la
fibrazione infinita dell’ipersfera corrisponde a fibrazioni
finite dei politopi. In particolare, l’8-celle si decompone
in 2 catene disgiunte di 4 cubi ciascuno. Il 24-celle, in 4
catene di 6 ottaedri ciascuno. E il 120-celle, in 12 catene
di 10 dodecaedri ciascuno. Naturalmente, queste fibrazioni
non sono uniche: ad esempio, sul 120-celle si trovano ben
72 catene di 10 dodecaedri ciascuna, che permettono di
decomporlo in vari modi.
92
leggere
Oltre la quarta dimensione
Una volta esteso lo spazio tridimensionale con
l’introduzione di una quarta dimensione aggiuntiva, non
c’è motivo per fermarsi. Si possono dunque considerare
spazi a n dimensioni, per un qualunque numero intero
n. Formalmente, si tratta semplicemente di spazi i cui
punti sono individuati da n coordinate, e la cui distanza
è calcolata da una naturale estensione del teorema di
Pitagora: cioè, mediante la radice quadrata della somma
dei quadrati delle differenze delle coordinate.
Si possono poi definire gli n-politopi, come analoghi
n-dimensionali dei 2-politopi (i poligoni), dei 3-politopi
(i solidi) e dei 4-politopi (gli ipersolidi). Il risultato
fondamentale a tal proposito, ottenuto dal solito Schläfli nel
1852, è che per ogni dimensione n maggiore di 4, ci sono
soltanto tre n-politopi regolari convessi. Costituiti, come si
può immaginare, dalle versioni n-dimensionali del tetraedro,
del cubo e del suo duale, aventi rispettivamente simboli
{3,3,…,3,3}, {4,3,…,3,3} e {3,3,…,3,4}.
Per altri, e in particolare per n-politopi regolari non
convessi, paradossalmente non c’è «spazio» a
sufficienza…
Se era già difficile immaginare e rappresentare i 4-politopi,
figuriamoci questi! Anche perché, mentre le dimensioni
salgono, il piano su cui si effettuano le rappresentazioni
rimane lo stesso: si tratta, dunque, di stipare sempre
più dimensioni sulle solite due. Ecco come appaiono,
ad esempio, i labirintici cubi a 11 e 12 dimensioni,
rispettivamente con 2048 e 4096 vertici, 24 copie del
primo dei quali costituiscono le 24 facce del secondo,
così come 8 copie del cubo costituivano le 8 facce
dell’ipercubo.
Il punto d’arrivo dello sviluppo del concetto di dimensione
è quello che nel 1929 John von Neumann, nell’articolo
Teoria generale degli autovalori degli operatori funzionali
hermitiani, battezzò «spazio di Hilbert», perché era stato
usato nel primo decennio del Novecento da David Hilbert
in vari lavori.
Si tratta di uno spazio a infinite dimensioni, i cui punti sono
individuati da infinite coordinate. Ma mentre abbiamo visto
che nel caso di spazi a un numero finito di dimensioni
non ci sono problemi a estendere la nozione euclidea di
distanza tra due punti, mediante un analogo diretto del
teorema di Pitagora, la cosa è più delicata nel caso di
infinite dimensioni. Non ha infatti senso considerare la
radice quadrata della somma dei quadrati delle differenze
di infinite coordinate, a meno che questa somma non dia
un risultato finito.
Per assicurarsi che questo succeda, non si possono
considerare punti individuati da coordinate qualunque, ma
bisogna restringersi a quelli le cui coordinate sono tali che
la somma dei loro quadrati dia appunto un risultato finito.
Questo fa sì che la nozione di spazio di Hilbert appartenga
più all’analisi che alla geometria, e dunque esuli dal nostro
racconto. Però essa contiene come caso particolare
la nozione di spazio a un qualunque numero finito di
dimensioni, e costituisce il limite ultimo delle geometrie
multidimensionali che abbiamo finora considerato.
Un pluriverso multidimensionale
Gli spazi di Hilbert sono stati usati nel 1932 da von
Neumann, nel suo classico testo I fondamenti matematici
della meccanica quantistica. Gli infiniti stati di un sistema
quantistico possono infatti essere descritti mediante
le coordinate di un punto in uno spazio di Hilbert, e
le grandezze fisiche corrispondenti possono essere
rappresentate da particolari operatori agenti su quello
spazio. La fisica della meccanica quantistica fu in tal
modo ridotta da von Neumann alla geometria degli spazi
a infinite dimensioni di Hilbert, così come la fisica della
relatività generale era già stata ridotta da Einstein alla
geometria dello spaziotempo a quattro dimensioni di
Minkowski.
La considerazione del tempo come dimensione aggiuntiva
era stata il primo passo per l’affrancamento della
geometria dalle catene della tridimensionalità, anche se
qualunque altra grandezza avrebbe potuto fare la sua vece.
Ad esempio, l’ossessiva burocrazia moderna ci considera
ormai tutti come punti di uno spazio multidimensionale,
aventi per coordinate il cognome, il nome, la data e il
luogo di nascita, i nomi dei genitori e dei figli, l’altezza, il
colore degli occhi e dei capelli, il sesso, lo stato civile, il
titolo di studio, la professione, gli indirizzi di abitazione e di
lavoro (a loro volta composti di via, numero civico, città e
codice di avviamento postale), i numeri di telefoni fissi e
mobili, i numeri di bancomat e delle carte di credito con
i relativi pin, gli indirizzi di posta elettronica con le relative
password, il tipo e la targa dei veicoli, i numeri di patente e
di assicurazioni, e via delirando.
Naturalmente, l’aggiunta di nuove dimensioni non aggiunge
solo fastidio e seccatura, come appunto nel caso della
burocrazia: libera anche la fantasia, e le permette di
volare. Ad esempio, come lo spazio tridimensionale
contiene infiniti piani bidimensionali paralleli, così lo spazio
quadridimensionale contiene infiniti spazi tridimensionali
paralleli. Essi possono essere considerati come mondi
alternativi al nostro, e vicendevolmente inaccessibili. Il
loro contenitore quadridimensionale diventa dunque un
candidato naturale per ciò che William James chiamò Un
universo pluralistico, nel titolo di un suo libro del 1909.
#26 // MARZO APRILE 2013
93
Il modo in cui James intendeva la faccenda, non era
molto diverso da quello dei fisici moderni. Non credendo
all’esistenza di una realtà assoluta, egli si limitava a
sostenere che ogni cosa può essere guardata e vista da
una moltitudine di prospettive, tutte parziali e nessuna
definitiva e completa. La sua idea era che le relazioni fra le
cose non sono realisticamente date, ma pragmaticamente
poste: in questo senso, per lui non esisteva un universo,
bensì un multiverso o un pluriverso. Per dirla con le sue
parole, «il mondo è più una repubblica federale che un
impero o un regno, con sacche di autogoverno irriducibili
all’unità».
James avrebbe dunque considerato inconcepibile, illusoria
o sbagliata La teoria del tutto agognata in omonimi libri da
John Barrow e Stephen Hawking. Ma avrebbe ascoltato
con interesse le teorie sui molti universi paralleli, che ormai
abbondano nella fisica moderna in varie forme. Bisogna
però intendersi sul significato di «universo». Se viene preso
come sinonimo di «tutto», allora ovviamente non ce n’è che
uno. Ma se si intende il termine nel suo significato letterale,
come qualcosa che va «a senso unico», allora possono
essercene tanti, che vanno in sensi diversi fra loro.
Il primo a postulare seriamente l’esistenza di universi
paralleli è stato il fisico Hugh Everett III, che nell’articolo
Formulazione «a stato relativo» della meccanica quantistica,
del 1957, ha proposto quella che oggi viene chiamata
«interpretazione dei molti mondi». L’intuizione è stata
anticipata letterariamente da Borges nel racconto
Il giardino dei sentieri che si biforcano, e realizzata
cinematograficamente da Robert Zemeckis in Ritorno
al futuro II. E l’idea è che ciò che si osserva costituisce
soltanto un percorso conoscitivo dell’osservatore
attraverso un insieme di possibilità, tutte fisicamente
e simultaneamente realizzate in mondi che coesistono
parallelamente, benché con diverse probabilità di accesso.
I molti mondi della meccanica quantistica sono come gli
strati tridimensionali di un millefoglie quadridimensionale:
tutti simili fra loro, e ciascuno con un’immagine
leggermente diversa di questo mondo, dei suoi abitanti
e dei suoi dèi. I molti mondi della cosiddetta «teoria
inflazionaria » sono invece come bolle tridimensionali di
schiuma in un oceano quadridimensionale: tutte diverse
fra loro, e nient’altro che superficiali increspature di ciò
che costituisce invece la vera realtà. Quest’immagine è
mutuata di peso dal buddhismo, che la usa per descrivere
la relazione fra ciò che noi chiameremmo le coscienze
individuali e l’inconscio collettivo.
La teoria è stata proposta nel 1979 dal fisico Alan Guth,
che una ventina di anni dopo l’ha descritta nel libro
L’universo inflazionario: la ricerca di una nuova teoria delle
origini cosmiche.
Si tratta di una variazione della teoria del Big Bang, e cerca
di spiegare l’apparente uniformità dell’universo da noi
conosciuto: ad esempio, il fatto che la radiazione di fondo
sia più o meno la stessa in tutte le direzioni. Guth capì che
questa uniformità poteva essere la conseguenza di uno
«stiramento» improvviso e repentino dell’universo nei suoi
primi istanti di vita.
Una delle conseguenze della teoria è che, come lo stirare
la pasta provoca la formazione di bollicine, così l’inflazione
dell’universo ha provocato delle bolle cosmiche, una
delle quali noi chiamiamo «universo». Ma che altro non
sarebbe che uno dei molti, ciascuno con il suo Big Bang,
o Little Bang, e i suoi valori di costanti «universali»: dalla
massa e la carica delle particelle elementari, al numero di
dimensioni spaziali o temporali. In quest’ultimo caso, però,
i vari universi avrebbero dimensioni variabili, e il multiverso
o pluriverso che li contiene dovrebbe averne una più di
tutti: in particolare, nel caso non ci sia un limite, infinite.
Naturalmente, tutte queste speculazioni non sarebbero
nemmeno state possibili, se il lungo cammino che
ha portato dallo spazio a tre dimensioni di Euclide a
quello a infinite dimensioni di Hilbert non avesse reso
disponibile una gran varietà di geometrie, con le più diverse
applicazioni, di cui non abbiamo potuto accennare che
alcuni esempi.
Le Illustrazioni originali delle figure geometriche riportate
nell’articolo sono di Sergio Pellaschiar ad eccezione delle
due illustrazioni riportate in basso a pagina 92 che sono di
Gian Marco Todesco.
Piergiorgio Odifreddi
Nato a Cuneo nel 1950, diplomatosi Geometra, ha poi studiato matematica in Italia, negli Stati Uniti e in
Unione Sovietica, e ha insegnato Logica presso l’Università di Torino e la Cornell University. Collabora a
«la Repubblica», «L’Espresso» e «Le Scienze».
Nel 1998 ha vinto il premio Galileo dell’Unione Matematica Italiana, nel 2002 il premio Peano della
Mathesis e nel 2006 il premio Italgas per la divulgazione.
Tra i suoi libri: Il Vangelo secondo la Scienza (Einaudi, 1999), C’era una volta un paradosso (Einaudi,
2001), Le menzogne di Ulisse (Longanesi, 2004), Il matematico impertinente (Longanesi, 2005) e
Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) (Longanesi, 2007).
Da Mondadori ha pubblicato: Matematico e impertinente (2007), Il Club dei matematici solitari del prof.
Odifreddi (2009), Hai vinto, Galileo! (2009), C’è spazio per tutti (2010), Caro papa, ti scrivo (2011),
Una via di fuga (2011) e Abbasso Euclide! (2013).
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books
IL LEGNO
Materiale e tecnologia
per progettare e costruire
Frutto dell’esperienza di Franco
Laner, uno dei massimi esperti del
settore legno in Italia, “Il Legno.
Materiale e tecnologia per progettare
e costruire” (Collana: “Manuali
Consiglio Nazionale Geometri e
Geometri Laureati”, UTET Scienze
Tecniche, I edizione: 2012, pagine:
144; prezzo: € 18,00; disponibile su
www.leprofessionitecniche.it) è un
manuale di primo riferimento per i
Geometri professionisti.
Elementi di
IMPIANTI
ELETTRICI
per edifici civili e
cantieri
Il volume – con l’impostazione
tipica della Collana attenta alle
esigenze pratiche dei Geometri –
presenta indicazioni operative e
metodologiche sull’uso del legno
come materiale da costruzione.
Il manuale affronta temi di interesse
per progettare, costruire e operare
la manutenzione di edifici in legno o
con elementi strutturali in legno.
L’approccio della trattazione, con
un linguaggio chiaro e diretto “da
professionista a professionista”,
è attento ai problemi (fessure,
durabilità, errori da evitare, ecc.) e
alle soluzioni (dimensionamento,
utilizzo del cuneo e dei trabucchi,
ecc.) che il materiale legno richiede
di conoscere.
Indice del volume: Il legno materiale
organico; Le fessure nel legno
massiccio. Fisiologia o patologia?;
Legno ed acqua. Durabilità; Attualità
della tradizione; Le capriate; Solai
di legno; Dimensionamento delle
strutture; Errori da evitare; Il cuneo.
Macchina onnipresente nella
carpenteria lignea; Abitare nel legno;
Trabucchi. Artorigenerazione come
chiave di lettura; Ponti di legno; Il
ponte lamellare di larice sul fiume
Sile a Treviso.
Architetto, professore ordinario
di Tecnologia dell’architettura
presso l’Università IUAV di Venezia,
l’attività di ricerca di Franco Laner
riguarda la storia della tecnologia,
sistemi costruttivi antisismici,
sperimentazione di materiali edili,
in particolare legno e laterizio, in
quanto è stato sperimentatore del
Laboratorio Ufficiale prove IUAV.
Progettare impianti elettrici richiede competenze tecniche specifiche,
indispensabili per ogni progettista, soprattutto per edifici di civile abitazione e sul
cantiere.
Il manuale “Elementi di impianti elettrici per edifici civili e cantieri” di Mauro
Cappello (Collana: “Manuali Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati”,
UTET Scienze Tecniche, I edizione: 2012, pagine: 160, prezzo: € 18,00,
disponibile su www.leprofessionitecniche.it), scritto da un professionista per
i professionisti, è uno strumento utile per Geometri e quanti si occupano di
progettazione e hanno esigenza di dati e informazioni sempre sintetiche e chiare.
Il volume, ricco di indicazioni pratico-operative relative alla progettazione di
impianti elettrici, presenta dati e nozioni tecniche indispensabili e offre esempi sui
casi più rilevanti per un professionista, dalla progettazione di impianti per edifici
di civile abitazione e a quella sul cantiere.
L’impostazione – tipica della Collana – è attenta alle esigenze pratiche di chi
ha responsabilità per la progettazione e la verifica degli impianti in edifici civili
e copre il campo di attività di diretta pertinenza del Geometra professionista in
tema di impiantistica.
Indice del volume: La corrente elettrica; Parametri ed equazioni fondamentali dei
circuiti elettrici; La rappresentazione grafica degli impianti elettrici civili; Principali componenti dell’impianto elettrico; Impianto di terra; L’impianto elettrico
di cantiere; Esempi di dimensionamento componenti: cantiere edile – villa
monofamiliare.
Mauro Cappello, Ingegnere, opera presso il Ministero Sviluppo Economico
come Ispettore verificatore degli investimenti pubblici. Collaboratore della rivista
“GEOCENTRO/Magazine” edita dalla Fondazione Geometri Italiani, è autore di
pubblicazioni e manuali tecnici. Curatore del sito www.filotecna.it, dedicato alla
formazione online di professionisti e imprese.
#26 // MARZO APRILE 2013
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Il volume (Giunti Editore, 2012; 128
pagine) contiene i più graffianti
articoli e i più corrosivi editoriali
pubblicati sulla rivista Art e
Dossier da Philippe Daverio, che
ne è direttore dal 2008. Uno stile
personalissimo, una capacità unica
di conciliare temi, ambiti, storie
che appartengono apparentemente
a campi differenti ma che letti
insieme rivelano significati
impensati e gettano nuova luce sul
mondo dell’arte.
Pubblicato nella nuova collana
Punti di vista (inserita nel nuovo
contenitore I libri di Art e Dossier,
che prosegue in campo editoriale
l’obiettivo perseguito dalla rivista
fin dalla sua fondazione: parlare
d’arte al grande pubblico con
competenza, chiarezza ed efficacia
comunicativa) propone gli articoli
più significativi delle più importanti
firme di Art e Dossier sui temi più
vari, accomunati da un unico punto
di vista, quello dell’autore. Più
alcuni testi inediti. Il meglio della
produzione di 25 anni di storia della
rivista è stato raccolto per mettere
a disposizione del pubblico degli
appassionati d’arte, una serie di
mini-saggi sull’arte, l’architettura, la
fotografia…
Nato nel 1949 in Alsazia, Philippe
Daverio è autore e conduttore
di Il Capitale, programma d’arte
e cultura di Rai3. Per la Rai dal
2001 al 2011 è stato autore e
conduttore di Passepartout. Nel
2011 ha realizzato la trasmissione
Emporio Daverio dedicata alla
storia dell’arte nelle città italiane.
È ordinario di Disegno industriale
presso la Facoltà di Architettura
dell’Università degli Studi di
Palermo e titolare del corso
Rudimenti di etica per il Design
presso il Politecnico di Milano. Da
marzo 2008 dirige la rivista Art e
Dossier di Giunti Editore.
L’arte
di guardare
“Come ho costruito
la mia casa di legno”
Il libro racconta la realizzazione di un sogno. Un sogno dell’Autore, Samuele
Giacometti, ma anche un sogno di tanti, quello di poter vivere in una casa di legno a
bassissimo impatto ambientale, sana, con ridotti costi di gestione, piacevole alla vista,
al tatto, all’olfatto e all’udito, in cui gustare la vita con la famiglia.
Potrebbe sembrare impossibile, ma Samuele Giacometti ha fatto proprio una casa
che ha queste caratteristiche, costruendo un progetto che Sa Di Legno, ma sa
anche di etica personale e collettiva, d’innovazione, di sapere tradizionale, di bosco,
di corretta gestione forestale, di contenimento dei cambiamenti climatici, di sviluppo
locale e di persone: quelle che in varia misura, direttamente o indirettamente, hanno
contribuito alla realizzazione del sogno.
Leggendo il volume (edito da Compagnia delle Foreste, 2011) si capisce che la casa
di legno realizzata dall’Autore è una combinazione di fortuna, costanza, sacrificio ed entusiasmo nel percorrere un viaggio
che, in questo caso, non porta in un luogo, ma ad un oggetto frutto di un sapere: la Casa di Legno Ecosostenibile. Un
oggetto alla portata di molti, purché disposti a seguire il percorso descritto in questo libro o a farsi aiutare da Samuele
Giacometti e dai tanti che lui è in grado di aggregare intorno ad un progetto… di vita nel legno!
Samuele Giacometti è Ingegnere Industriale e dell’Informazione, Civile e Ambientale, vincitore come progettista del
CasaClima Award 2010.
96
PER UNA NECESSARIA PIANIFICAZIONE DELLE SPESE POSTALI, IL NOSTRO BIMESTRALE, CHE IN PASSATO
VENIVA INVIATO GRATUITAMENTE A TUTTI I GEOMETRI LIBERI PROFESSIONISTI, POTRÀ ESSERE RITIRATO
PRESSO GLI UFFICI DEI COLLEGI DI APPARTENENZA. TUTTI I NUMERI PUBBLICATI DI GEOCENTRO/magazine
SONO CONSULTABILI ON-LINE SUI SITI: www.fondazionegeometri.it, www.cng.it, www.cassageometri.it
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GRATUITAMENTE i Geometri che desiderano continuare a riceverlo presso il proprio indirizzo sono pregati di
fotocopiare il modulo qui stampato, compilarlo in ogni sua parte e inviarlo via Fax al n° 06.42005441.
MODULO RICHIESTA INVIO GRATUITO GEOCENTRO/magazine
Nome Collegio di appartenenza
N° Iscrizione Albo
Città Via/Piazza Telefono Data Fax 06.42005441
Cognome
Cap
N°
e-mail
Firma
#26 // MARZO APRILE 2013
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NEL PROSSIMO NUMERO
27
ZOOM
Nuovo Museo
delle Scienze di Trento
Progetto di Renzo Piano
IDEE
Ziggurath o Tarugghitz?
Il Cantiere come
cantiere linguistico
PROTAGONISTI
Aurelio Costa
Geometra
Una vita con la topografia
PROGETTI
Gli Skatepark
di Marco Morigi
RESTAURO
Oratorio
di San Filippo Neri
Bologna
… e tanti altri
interessanti articoli
che illustrano lavori ed
interventi dei Geometri
liberi professionisti.
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