26 MAR - APR 2013 anno V MARZO - APRILE 2013 26 GEOWEB VALORE PER IL GEOMETRA Nasce da un’ iniziativa del Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati e Sogei S.p.A. per lo sviluppo e la diffusione dei servizi informatici e telematici rivolti ai Geometri. PERCHÉ GEOWEB CONVIENE Dal portale web si può accedere ai principali servizi catastali (visure catastali, visure planimetriche ed elaborati planimetrici del catasto urbano, estratti di mappa del catasto terreni, ispezioni ipotecarie, invio DOCFA e PREGEO) e di altri Enti ed Istituzioni (visure camere di commercio, visure PRA, SEI, DEI) GEO-LEARNING GEO-SIT GEO-POINT Formazione a distanza con attribuzione di crediti formativi Sovrapposizione di estratti di mappa alle ortofoto del territorio Correzione dati di rilevamento in real time DEPOSITO NAZIONALE ASSISTENZA AMPIA Gestione del castelletto per il pagamento dei diritti erariali Telefonica qualificata e costante Gamma di altri servizi a costi contenuti CERCA GEOMETRA RASSEGNA IL TUO CONTO Ricerca ed individuazione del geometra sul territorio Stampa Giornaliera Rendicontazione contabile personalizzata Maggiori informazioni su www.geoweb.it GEOWEB VALORE PER IL GEOMETRA Nasce da un’ iniziativa del Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati e Sogei S.p.A. per lo sviluppo e la diffusione dei servizi informatici e telematici rivolti ai Geometri. PERCHÉ GEOWEB CONVIENE Dal portale web si può accedere ai principali servizi catastali (visure catastali, visure planimetriche ed elaborati planimetrici del catasto urbano, estratti di mappa del catasto terreni, ispezioni ipotecarie, invio DOCFA e PREGEO) e di altri Enti ed Istituzioni (visure camere di commercio, visure PRA, SEI, DEI) GEO-LEARNING GEO-SIT GEO-POINT Formazione a distanza con attribuzione di crediti formativi Sovrapposizione di estratti di mappa alle ortofoto del territorio Correzione dati di rilevamento in real time DEPOSITO NAZIONALE ASSISTENZA AMPIA Gestione del castelletto per il pagamento dei diritti erariali Telefonica qualificata e costante Gamma di altri servizi a costi contenuti CERCA GEOMETRA RASSEGNA IL TUO CONTO Ricerca ed individuazione del geometra sul territorio Stampa Giornaliera Rendicontazione contabile personalizzata Maggiori informazioni su www.geoweb.it 26 MAR - APR 2013 anno V MARZO - APRILE 2013 26 MARZO - APRILE 2013 GEOCENTRO/magazine Periodico bimestrale Anno V N. 26 Marzo - Aprile 2013 DIRETTORE RESPONSABILE Franco Mazzoccoli [email protected] COMITATO Fausto Amadasi Carmelo Garofalo Leo Momi Bruno Razza Mauro Cappello Lucia Condò Gianfranco Dioguardi Stig Enemark Franco Laner Norbert Lantschner Pier Luigi Maffei Franco Minucci Marco Simonotti Antonella Tempera COORDINAMENTO REDAZIONE Claudio Giannasi A.D. e IMPAGINAZIONE Filippo Stecconi Francesca Bossini www.landau.it EDITORE Fondazione Geometri Italiani Via Cavour 179/a 00184 Roma Tel. 06 42744180 Fax: 06 42005441 www.fondazionegeometri.it STAMPA artigraficheBoccia www.artigraficheboccia.it Carta interni: riciclata Cyclus Print gr. 100 RESPONSABILE TRATTAMENTO DATI Franco Mazzoccoli PUBBLICITÀ Fondazione Geometri Italiani Via Cavour 179/a 00184 Roma Tel. 06 42744180 Fax: 06 42005441 [email protected] ABBONAMENTI 2013 Annuo: euro 50 Un numero: euro 10 Richiesta via e-mail [email protected] e versamento a: Banca Popolare di Sondrio Intestato a: Fondazione Geometri Italiani Codice IBAN: IT27 F056 9603 2270 0000 2132 X22 RICHIESTE VARIAZIONE INDIRIZZO DI SPEDIZIONE Tel: 06 42744180 COPYRIGHT È vietata la riproduzione, anche parziale, di articoli, fotografie e disegni senza la preventiva autorizzazione Autorizzazione del Tribunale di Roma n. 250 del 29 maggio 2003 26 8 26 7EDITORIALE SCALE RAPPORTI VALORI 8INTERVENTI Geometra RUOLO E COMPETENZA IN EVOLUZIONE 22ISTRUZIONE XV Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati 30 26 CULTURAL HERITAGE B4: Before | Bricks for Il cantiere delle idee per giocare seriamente e comprendere i valori del patrimonio storico culturale 30IDEE “L’impossibile possibile” Lectio Doctoralis di Paolo Fresu 43ZOOM Leonardo3 Modelli in legno e digitali per svelare i segreti dei manoscritti leonardeschi Intervista a Edoardo Zanon 43 48 48PROGETTI La sostenibilità SaDiLegno Progettare, Costruire e Vivere case di legno di Samuele Giacometti 54FOCUS “Geometri del mare” Nuovo Corso ITS a Genova 56MISURE ALMA Una nuova finestra sull’Universo 62 di Jan Brand 62 DESIGN URBANO ECOMasse Decorare pareti in cemento con forme e colori della natura Intervista a Filippo La Duca 67 80 85LEGGERE “Abbasso Euclide!” Il grande racconto della geometria contemporanea 95BOOKS PER QUESTO NUMERO SI RINGRAZIA Jan Brand Gabriele Falciasecca Samuele Giacometti Filippo La Duca Luciano Piccinelli (Presidente del Collegio Geometri e Geometri Laureati della Provincia di Genova) Kussai Shahin 71 67INNOVAZIONE La rete radiomobile regionale ERretre per i servizi di emergenza in Emilia-Romagna di Gabriele Falciasecca Kussai Shahin 71FORMAZIONE Attualità degli squadrati Uso Fiume e Uso Trieste di Franco Laner AlmaLaurea Istituto Nazionale di Astrofisica Laboratorio TekneHub-Università di Ferrara Lonardo3 Mondadori Libri Salone del Restauro di Ferrara Università di Milano-Bicocca 80IMPIANTI Sistemi di sicurezza antincendio nelle abitazioni e negli uffici: Guida all’applicazione della regola tecnica dei sistemi di sicurezza antincendio per gli edifici civili Seconda lezione di Mauro Cappello Online La rivista è consultabile agli indirizzi web: www.fondazionegeometri.it www.cng.it www.cassageometri.it Sezione “Geocentro” Crepe nei muri? Cedimenti? NOVATEK È LA SOLUZIONE DEFINITIVA. Resine espandenti Micropali in acciaio Valutazione tecnico/economica gratuita Intervento rapido e non invasivo Garanzia di 10 anni su tutti gli interventi Iva agevolata per abitazioni e detrazione 50% Finanziamenti a 24 mesi a zero interessi Messaggio pubblicitario con finalità promozionale. Offerta subordinata all’approvazione della società finanziaria. Tan 0% Taeg 0%. Maggiori informazioni sulle condizioni economiche e contrattuali applicate sono indicate nei fogli informativi disponibili presso la sede di Novatek. 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Nella cartografia e nei disegni di un progetto la “scala” è il rapporto tra la dimensione di un oggetto rappresentato graficamente e le dimensioni reali dello stesso espresse entrambe nella stessa unità di misura. Altra scala è quella sismica (Mercalli) per valutare l’intensità dei terremoti in base agli effetti prodotti e tra le tante altre scale, quella musicale: successione ordinata di suoni su cui si basa un sistema musicale, e quella dei colori, ordinati dal più chiaro al più oscuro ed al rapporto tra essi. Nel linguaggio scientifico e tecnico il “rapporto” è il quoziente tra due numeri o grandezze. In queste scale di misura si legge il valore. Il cui significato comune è: “il complesso delle qualità positive in campo morale, intellettuale, professionale, per le quali una persona o una categoria è degna di stima”. Questo valore lo si persegue in una costante evoluzione della crescita culturale, tecnica ed operativa, e su questo punta la proposta presentata da Fausto Savoldi, nel 44° Congresso Nazionale dei Geometri e Geometri Laureati, così come nella considerazione fatta da Fausto Amadasi, Presidente della CIPAG “.... è quello di riposizionare non solo la Categoria ma la professione di Geometra in un modo diverso”. Questo valore è stato anche in maniera chiara esaltato ed espresso negli interventi di Gabriella Alemanno, Vice Direttore dell’Agenzia delle Entrate, di Franco Gabrielli, Capo Dipartimento della Protezione Civile: “... la vostra categoria, il vostro essere sul territorio e conoscerlo è per tutti noi un elemento di speranza...”, di Maurizio Pernice, Direttore Generale per la Tutela del Territorio e delle risorse idriche del Ministero dell’Ambiente che ha riferito: “... il Ministro Clini mi ha incaricato non solo di porgere i suoi saluti ma di sottolineare l’importanza che Lui riconosce al ruolo dei Geometri ed alla proposta di Regolamento, facendomi l’esempio che i Geometri sono un po’: come i medici scalzi in Cina che sono stati coloro che hanno distribuito e portato la conoscenza in tutti i siti e luoghi della Cina, contribuendo ad una crescita culturale”. A queste riflessioni sul valore dei Geometri si aggiungono quelle di Norbert Lantschner, ideatore di CasaClima, di Cinzia Scaffidi, Direttrice del Centro Studi Slow Food e quelle del Matematico Piergiorgio Odifreddi (diplomato Geometra) che si riferiscono ad Euclide “… pure lui un Geometra”. In sostanza tutti hanno evidenziato i “valori” di una Categoria professionale nella cui attività è compresa proprio quella estimativa. Singolare interesse suscita la “Lectio doctoralis” dal titolo “L’impossibile possibile” di Paolo Fresu, musicista jazz che, stando nel tema delle scale, ci riporta a quella musicale. Ma il titolo nasce intorno a “ … una piccola idea che si sviluppa in modo concentrico per diventare grande... Come se fosse un sasso gettato in un lago laddove i cerchi creati dallo shock dell’impatto con l’acqua si propagano, toccando ed interessando ciò che vi è intorno”. Tanti sono i temi trattati in questo GEOCENTRO che vuole essere anch’esso un sasso... nel lago della conoscenza e dei rapporti. Come sempre Buona lettura, non dimenticando di dirvi che la foto della nostra copertina è quella della scala elicoidale esistente nell’ingresso dei Musei Vaticani in Roma, realizzata nel 1930 su progetto di Giuseppe Momo, Ingegnere-Architetto, su committenza di Papa Pio XI, denominato il Papa costruttore. #26 // MARZO APRILE 2013 7 INTERVENTI Q uesto il titolo del 44° Congresso Nazionale dei Geometri e Geometri Laureati italiani che si è tenuto dal 10 al 13 aprile nel Palacongressi di Rimini. I lavori dell’Assise sono stati aperti dall’intervento di Fausto Savoldi, Presidente del Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati, che si propone di seguito insieme a quello svolto da Fausto Amadasi, Presidente della Cassa Italiana Previdenza ed Assistenza Geometri, e i successivi, tenuti da rappresentanti di Enti ed Istituzioni nazionali, delle Professioni, della Comunità scientifica. Per quanto riguarda i Partner e Rappresenti internazionali, si riporta l’intervento 8 tenuto da Bruno Razza, Vice Presidente della Federazione Internazionale Geometri (FIG). L’apertura dei lavori del Congresso è stata accompagnata dai Saluti delle Autorità. Roberto Biagini, Assessore Comune di Rimini alla Tutela e governo del territorio, Demanio Marittimo, Lavori Pubblici, Mobilità ha ringraziato per avere scelto la città di Rimini come sede del Congresso sottolineando, tra l’altro, l’importanza della riforma del Regolamento della Professione. Tema affrontato anche da Juri Magrini, Assessore della Provincia di Rimini alle Attività produttive che ha anche ricordato come l’Ente si stia apprestando a fondere i propri Istituti professionali, Tecnici e per Geometri con l’obiettivo di dare nuove competenze ai giovani. Paola Gazzolo, Assessore alla Sicurezza Territoriale, Difesa del Suolo e delle Costa, Protezione civile della Regione Emilia-Romagna ha evidenziato la vicinanza dei Geometri all’Emilia-Romagna a fronte dell’emergenza seguita al sisma del maggio 2012. Vicinanza che si è concretizzata in una forte presenza e attività sui luoghi colpiti dal terremoto. Fausto Savoldi Presidente Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati Prima di dichiarare aperto il 44° Congresso Nazionale della categoria professionale dei Geometri Italiani desidero ringraziare tutti voi, Dirigenti di Collegio e iscritti all’Albo per aver risposto così numerosi a questa iniziativa congressuale. Ringrazio innanzitutto la Presidenza della Repubblica per aver aderito alla nostra manifestazione ed i rappresentanti dei Ministeri e delle strutture dello Stato che chiameremo nel corso della mattinata per un saluto bene augurante per il nostro lavoro. Sono presenti e li ringrazio, i massimi rappresentanti delle professioni ordinistiche, il PAT (Professioni Area Tecnica) e CUP (Comitato Unitario delle Professioni), che a nome di tutte le categorie professionali interverranno con un loro pensiero sull’attività di consultazione tra gli iscritti che avrà inizio nella giornata di domani. Devo anche ringraziare i Presidenti delle Organizzazioni internazionali delle quali facciamo parte e alla cui nascita noi stessi abbiamo a suo tempo contribuito. Nel corso degli anni, abbiamo rafforzato la nostra presenza in queste organizzazioni (FIG, CLGE, EGOS, UMG) nel tentativo di dare alla nostra categoria visibilità europea ed internazionale. è doveroso un saluto al Comune ed alla Provincia di Rimini oltre che ai rappresentanti politici ed amministrativi della Regione EmiliaRomagna che con calore ci hanno accolto e che terremo informati sui risultati del nostro lavoro. Credo che molti dei presenti, iscritti, ospiti e relatori, abbiano ben compreso che questo si propone di essere un Congresso che guarda al futuro della nostra professione, che guarda ai giovani nel tentativo di dar loro delle certezze e che vuol delineare, per i Geometri italiani, un percorso di crescita tale da garantire lavoro ed operatività per tutti, siano essi liberi professionisti, collaboratori o dipendenti delle pubbliche e private amministrazioni. Con la proposta di un nuovo Regolamento Professionale che sostituisca quello ormai datato del 1929, abbiamo sviluppato un grande dibattito che dopo questo incontro congressuale si aprirà al dialogo con tutte le altre categorie professionali per giungere, condiviso, nelle mani della politica. Un percorso certamente irto di ostacoli ma che partendo dalla convinzione che nessuna categoria può isolarsi dal contesto socio-produttivo italiano potrà, confidiamo, raccogliere i consensi di tutti coloro che hanno a cuore il futuro della nostra società, la sua crescita culturale, tecnica e operativa. La nostra proposta si sviluppa pensando ad una rinnovata figura professionale tecnica di raccordo tra il sapere accademico e le concrete esigenze tecniche quotidiane della popolazione. Una figura che abbia quale primario obiettivo la tutela dell’ambiente nel quale viviamo nella totale consapevolezza delle grandi emergenze nazionali e mondiali relative alla garanzia della nostra salute, alla sostenibilità del costruire e del conservare, al cambiamento climatico ai rischi idrogeologici del territorio ed alla ricerca ed all’uso di energie rinnovabili. Tutte tematiche che dobbiamo indicare ai nostri giovani e che, se affrontate con preparazione ed esperienza, saranno in grado si garantire lavoro, sviluppo e soddisfazioni morali ed economiche. Tematiche che, tra l’altro, sono e devono essere comuni a tutte le professioni nei rispettivi ambiti operativi, oggi non più conciliabili con esclusività ma spesso, come richiede la nostra stessa società, sovrapponibili e intercambiabili tra di loro. Nel solco della tradizione questa rinnovata figura professionale troverà i propri futuri professionisti negli Istituti tecnologici riformati, per entrare subito, a 20 anni, dopo un tirocinio totalmente riorganizzato, nell’Albo professionale, iniziare a lavorare e da quel momento avviare un percorso di crescita formativa che durerà tutta la vita e che potrà seguire iter universitari o specializzazioni non accademiche. Su questi temi è aperto il dibattito interno alla categoria che vuole comunque dimostrare agli illustri ospiti ed amici qui presenti come questa nostra professione, il Geometra appunto, conservi la propria vitalità ed il proprio rinnovato ruolo nella nostra società. Con questi stimoli e con queste riflessioni auguro a tutti voi un buon lavoro e dichiaro aperto il 44° Congresso dei Geometri e Geometri Laureati italiani. #26 // MARZO APRILE 2013 9 Fausto Amadasi Presidente della Cassa Italiana Previdenza ed Assistenza Geometri Grazie dell’invito ad essere conciso e grazie al Presidente Savoldi di avermi concesso l’onore di essere il primo ad intervenire dopo la sua apertura. Credo che meriti veramente l’applauso che gli avete riconosciuto. Voi sapete che io rappresento l’anima nera della categoria, quella che ogni tanto qualcuno dipinge come il corvo che va a prendere la contribuzione dagli iscritti. Io credo che più che anima nera ormai tuti siamo convinti che siamo un’unica cosa perché una categoria è una categoria importante, l’abbiamo sempre visto, una categoria forte, se ha idee chiare, obiettivi chiari, e se ha una tutela, una previdenza adeguata a dare la sicurezza di cui tutti i professionisti ogni mattina hanno bisogno quando cominciano a correre per raccogliere il frutto del proprio lavoro. Quindi ben vengano queste iniziative, ben vengano, e ringrazio il Presidente del PAT, quindi Presidente anche di tutti noi delle professioni tecniche, per le parole che ha detto. E mi permetto di lanciargli un segnale di aiuto e di sofferenza che le Casse stanno 10 avendo, perché le nuove norme che riguardano le società, che ho visto ieri apprezzare dal punto di vista delle prospettive tecniche e quant’altro, mancano di regole adeguate. Non sappiamo cosa succederà dal punto di vista previdenziale. Abbiamo grosse difficoltà a capire come gestire i rapporti con le Società di Ingegneria, dal punto di vista previdenziale. Con le Società di Ingegneria e con gli Studi associati che sono regolati da una norma specifica, non richiamata e della quale non abbiamo certezze di applicazione per quello che riguarda il settore della previdenza. Quello che stiamo facendo, e lo sforzo che sta facendo il Consiglio Nazionale e che sta facendo la Cassa, sostenendo alcune iniziative importanti, di cui nei prossimi giorni, credo, avremo tutti modo di parlare, è quello di riposizionare, non solo la categoria, ma la professione, in un modo diverso. Il furore europeista del bravo professor Monti, in poco tempo, ha distrutto quelle che erano certezze normative che noi avevamo. Andava fatto? Probabilmente sì, per lo sviluppo del Paese. Ma bisogna anche completarle. Bisogna che ci sia anche l’attenzione a far sì che queste regole poi siano complete, immediatamente applicabili e diano a tutti coloro che hanno, come noi, la responsabilità di fare e di dare indicazioni sulle scelte e quant’altro, la possibilità di avere riscontri adeguati. La brava Ministro Fornero era stata direttamente coinvolta da tutte le Casse perché ponesse attenzione alle problematiche previdenziali e fiscali, perché non regolamentandole nel modo giusto si possono creare ingiusti e indebiti vantaggi o svantaggi a favore di una scelta societaria o di una struttura societaria e un’altra. E lo vediamo, troppo spesso e volentieri, negli appalti che riguardano anche le attività tecniche. E su questo credo che il PAT stia lavorando, ma credo che dovremmo veramente mettere insieme un po’ di forze e di energie perché stanno succedendo, sia nell’ambito dei ribassi d’asta, sia nell’ambito di partecipazioni di Società di servizi, che nulla hanno a che fare con l’attività professionale, in attività specifiche, di due diligence immobiliare e quant’altro, non ultima quella dell’Agenzia del Demanio, quindi lo Stato che, per primo, ha disconosciuto quello che poteva essere invece un giusto riconoscimento all’attività dei professionisti. Quindi, cominciano a dirci le cose che servono. Cominciamo in modo diretto. Vi ringrazio e buon lavoro a tutti. Gabriella Alemanno Vice Direttore dell’Agenzia delle Entrate Prima di tutto desidero ringraziare il Presidente Savoldi per questo invito. Sono particolarmente onorata anche di essere qui proprio per il rapporto che ci stringe alla Categoria dei Geometri. Quindi questa presenza per me è motivo di grande soddisfazione anche proprio perché questa Assise nazionale, per i contributi proposti e per la discussione che verrà sviluppata, assume nel contesto nazionale odierno un significato INTERVENTI dalle molteplici valenze. Io credo che già il claim che voi avete scelto ha un suo particolare significato: “Geometra. Ruolo e competenza in evoluzione”. Questo claim sintetizza nel modo più efficace possibile la volontà di tutti voi di proporsi con risposte concrete alle istanze di una società e di un mercato in continua evoluzione, in termini di responsabilità e sostenibilità, competenza, efficienza e professionalità. La vostra categoria presenta un secolare percorso evolutivo caratterizzato dalla propria capacità di progredire ed adeguarsi, nelle varie epoche storiche, alle mutevoli esigenze politiche, economiche e sociali del nostro Paese. Inoltre essa ha svolto un ruolo fondamentale nell’opera di trasformazione e sviluppo del territorio nazionale. Ma il territorio non è solo lo spazio fisico nel quale le singole comunità si riconoscono e si difendono. È il luogo dove si accomunano i vissuti e le storie di ognuno di noi, le pratiche istituzionali, i nostri legami affettivi, i modelli culturali, le consuetudini sociali. Dobbiamo, però, prendere atto che oggi questo territorio è una creatura fragile, con alcuni tratti seriamente compromessi che hanno bisogno di cure attente e quotidiane. Cure che devono disegnare un sistema di attività, di azioni multiple, di impegno concreto e attivo che rientri in una dimensione etica e di responsabilità, fondato su criteri di interdipendenza e di relazioni. Si tratta, in sostanza, di rinnovare una governance del territorio cui viene attribuito il compito di raggiungere un equilibrio tra la crescita economica, la coesione sociale e il benessere della comunità. In più una governance orientata alla valorizzazione delle specificità locali, al rafforzamento delle diverse identità, alla produzione di nuovi valori, significati e riferimenti sempre più necessari nella società attuale. Credo che in tale contesto appare fondamentale la funzione anche della Pubblica Amministrazione, intesa come quel complesso di attività svolte per assicurare alla collettività la disponibilità di interesse pubblico, in questo caso, ovviamente, parliamo di informazione territoriale, alle condizioni operative più favorevoli. Inutile ricordare a voi quello che l’Agenzia fa con i suoi asset, nell’azione di garante di un certo patrimonio informativo, in materia di cartografica, catasto, osservatorio del mercato immobiliare e attività estimative, sia in termini di responsabilità del ruolo rivestito, nonché di spirito di servizio verso l’intera collettività. Ma in un’ottica di democrazia partecipata risulta altrettanto fondamentale il ruolo svolto dalle varie categorie di stakeholders. Bisogna prendere atto che la vostra categoria, negli ultimi anni, più che utilizzatori delle soluzioni erogate dall’Agenzia si è proposta come valido partner. Ne è una chiara dimostrazione quanto espresso dalla normativa circa la dichiarazione di conformità catastale, che può essere sostituita dall’attestazione rilasciata da un tecnico Geometra abilitato alla presentazione degli atti di aggiornamento catastali. Un partenariato basato sul dialogo e sull’interazione durante tutte le fasi del processo decisionale, dalla progettazione alla realizzazione e veicolazione di soluzioni e servizi. Questo grazie ad una relazione permanente basata su trasparenza, fiducia, ascolto e responsabilità reciproche. Come dimenticare ad esempio il percorso comune che ci ha visto lavorare, in modo quasi simbiotico, nella realizzazione del nuovo sistema di aggiornamento degli atti cartografici e censuali con l’ausilio della procedura Pregeo, il cui valore viene indiscutibilmente riconosciuto anche a livello internazionale e del quale ormai i Geometri e i Geometri Laureati sono parte integrante e non più terzi. Il sistema di aggiornamento del catasto terreni, come sapete, è partecipato dai professionisti che aggiornano dal proprio studio la banca dati catastale. Con l’adozione del nuovo sistema di aggiornamento l’Agenzia e gli Ordini professionali hanno segnato una nuova tappa di civiltà amministrativa, rappresentando un modello organizzativo da proporre ad altri comparti della Pubblica Amministrazione. Proseguendo con gli altri esempi #26 // MARZO APRILE 2013 11 cito l’analoga collaborazione per l’invio dei documenti tecnici relativi al catasto fabbricati tramite il modello Docfa. Particolarmente significativa è stata anche la collaborazione che la categoria ha dato in occasione della redazione del Manuale delle stime immobiliari che praticamente abbiamo condiviso in tutta la definizione dei processi e delle classi operative della stima immobiliare in sintonia con la definizione dell’International valutation standards. Un’ultima citazione la riservo al concreto aiuto che l’Agenzia ha ricevuto da tutta la vostra categoria nel portare a compimento il progetto di individuazione e verifica dei cosiddetti immobili fantasma. Colgo anche l’occasione per ringraziare, anche in questa sede, tutti i tecnici che hanno collaborato a questa importante attività prestando la propria opera a titolo gratuito. Tutto questo è stato raggiunto anche grazie al fatto che, in alcuni casi, la vostra categoria ha modificato metodologia di lavoro codificato aprendosi ai mutamenti evolutivi del servizio pubblico, della cui bontà ed efficienza è ciascuno di noi, secondo le rispettive prerogative, concretamente responsabile. Nell’augurarvi, anche a nome di tutti i colleghi dell’Agenzia, buon lavoro, auspico che le nostre capacità evolutive, progettuali, operative possano, insieme raccogliere ed affrontare le sfide che il nostro Paese ci pone, specialmente in questo periodo così delicato, in questo momento così difficile. Buon lavoro a tutti e grazie dell’invito. Franco Gabrielli Capo Dipartimento Protezione Civile Grazie, aderendo all’invito ad essere brevissimi, consentitemi, però, di non esimermi da un ringraziamento e da un auspicio. Il ringraziamento 12 lo faccio con dei numeri, perché poi i numeri sono cose che meglio di ogni altra chiariscono, parlando poi a gente che, come voi, con i numeri vive e costruisce. Perché, vedete, all’esito delle catastrofi, delle calamità, soprattutto di quelle di natura sismica, c’è una categoria di soggetti, quelli che magari non hanno le luci della ribalta, se di ribalta si può parlare quando si parla di catastrofi, che sono i tecnici. Tecnici che, il sistema di protezione civile ha formato in questi anni. Sono persone che lasciano le loro attività e gratuitamente si mettono a disposizione dei territori colpiti, censiscono i danni, verificano le agibilità. E lo fanno non soltanto gratuitamente rispetto al fatto di avere lasciato un’attività, ma lo fanno assumendosi delle responsabilità. Che sono le responsabilità che consentono ai territori, poi, di ripartire. E mi sembrava doveroso, oggi, in questo contesto leggere alcuni numeri, perché, ripeto, i numeri non sono contestabili, almeno questi, spero. Ad oggi sono 2.978 i tecnici che il Servizio nazionale di Protezione civile ha formato. Vi ricordo che alla fine del 2009 erano 1.341. Di questi 2.978, 1.132 provengono dalle Pubbliche Amministrazioni, 387 dal Consiglio Nazionale degli Ingegneri, 699 da quello degli Architetti e 760 dal Consiglio Nazionale dei Geometri. E in questo percorso che, negli ultimi anni è stato fatto, il trend è assolutamente positivo. Nel 2010 ne abbiamo formati 112, nel 2011, 245, nel 2012, con il sisma dell’Emilia, del Veneto e della Lombardia in atto, ne abbiamo formati 532, alla fine del 2013 saremo a oltre un migliaio di tecnici formati. E di questo credo che, non solo io, ma l’intero Paese, vi debba ringraziare. E poi l’auspicio. La vostra categoria, il vostro essere sul territorio, il vostro essere conoscitori del territorio, è per noi tutti un elemento di speranza. Perché, vedete, io lo vado dicendo da tempo, se dovessi fare la graduatoria delle criticità del sistema, direi che il nostro Paese è ancora fortemente deficitario sotto il profilo della cultura della protezione civile. Perché nel nostro Paese ancora troppe istituzioni e moltissimi cittadini non hanno contezza dei rischi che insistono sui propri territori, dei comportamenti che devono essere tenuti, dei sistemi che devono essere attuati. Io credo che con la vostra intelligenza, la vostra professionalità INTERVENTI e competenza noi potremo fare questo ulteriore significativo passo. Consentitemi direi l’ultimo grido d’allarme che non attiene al tema delle risorse, perché mi assocerei un po’ al coro generale. È il tema della vulnerabilità. Smettiamola di ricercare messianiche prospettive di previsioni di eventi che non possono essere, ad oggi, previsti, come i terremoti. Costruiamo il nostro Paese con tecniche costruttive idonee, recuperiamo il patrimonio edilizio, perché questo rappresenterebbe, non solo in termini di crescita economica, ma soprattutto di sicurezza per il nostro Paese, un futuro migliore di quello che è oggi il nostro presente. Grazie Maurizio Pernice Direttore Generale per la tutela del territorio e delle risorse idriche del Ministero dell’Ambiente Buongiorno, vi porto i saluti del Ministro che si è raccomandato affinché questi non siano saluti formali, ma sostanziali. Fai capire, mi ha detto, che io lì sono presente, perché è il riconoscimento del ruolo che una categoria, a stretto contatto con le persone, perché voi operate a livello locale a contatto diretto, il più delle volte, molto spesso, con i cittadini. E quindi siete il primo anello della diffusione della conoscenza. Parlavo questa mattina, dicevo, con il Ministro Clini, che mi ha chiamato proprio per sottolineare l’importanza che lui riconosce al vostro ruolo e a questa proposta di Regolamento. E quando io ho detto: “si è vero”, e l’ho detto perché nelle attività che svolgo e che mi portano a contatto con le persone, vedo che il Geometra ha un ruolo essenziale nel risolvere i problemi dei cittadini e nel venire incontro alle esigenze dei cittadini, lui mi ha fatto questo esempio: “è come per i medici scalzi in Cina che sono stati coloro che hanno distribuito e portato la conoscenza in tutti i siti e luoghi della Cina, contribuendo ad una crescita culturale”. Io ho letto l’Articolo 3 del Regolamento, visto che oggi di questo si parla, e va apprezzato sia come riconoscimento del ruolo attuale che voi dovete svolgere, sia come prospettiva futura proprio di creare conoscenza. Ricordo che con Ronchi nel ’97 facemmo il Decreto Ronchi dove si parlava di raccolta differenziata. Oggi, solo oggi, a distanza di sedici anni, la raccolta differenziata è diventata il centro di ogni attività di raccolta e gestione rifiuti. Quello però è stato un seme. E anche questo sicuramente è un seme, perché a voi viene chiesto, leggo, di contribuire alla salvaguardia, la tutela, la protezione e valorizzazione delle risorse ambientali. Quindi un ruolo fondamentale nella tutela dal rischio idrogeologico. Il riconoscimento anche di istituti che sono obsoleti ma potrebbero svolgere un ruolo fondamentale. Penso ad esempio agli Usi civici che sono degli strumenti che se adeguatamente riconosciuti potrebbero dare un contributo essenziale all’assetto del territorio. Il presupposto di tutto questo è la conoscenza. Ora, che l’Ordine riconosca che il ruolo del Geometra, Geometra Laureato, può essere essenziale per promuovere tecnologie innovative che possono spingere verso quella che si chiama la Green economy. Ma bisogna passare dalla parole ai fatti. Allora se sulla diffusione sul territorio le persone cominciano a capire l’importanza non solo nell’interesse generale, ma anche nel loro interesse, come risparmio di spesa sull’efficienza energetica, sul risparmio energetico, sull’autosufficienza energetica degli edifici – obiettivo che la Comunità europea ha peraltro previsto dal 2020 – è ovvio che il vostro è un ruolo propulsivo non solo a livello locale ma poi anche per la politica. Perché poi chiaramente la politica non potrà non tenere conto di questa spinta che viene dal basso. Poi la formazione. Nel momento in cui nel Regolamento viene riconosciuto questo ruolo essenziale di competenze ai Geometri, è chiaro che tutta la nuova classe, i più giovani, saranno imbevuti di queste nozioni perché le dovranno studiare, approfondire sin dall’inizio. Da qui a quindici anni noi potremo avere una trasformazione in senso estremamente positivo e propulsivo della categoria che può avere degli sviluppi fondamentali anche come spinta alla politica. Tenendo pure presente che quando uno fa un #26 // MARZO APRILE 2013 13 certo corso di studi non è detto che debba per forza finire a fare un’attività professionale. Potrebbe entrare nelle amministrazioni, potrebbe fare politica. Ecco lì i semi che vengono sparsi nel nostro Paese per poter veramente dare un contributo notevole a quello che viene individuato come l’obiettivo che viene ritenuto fondamentale per la ripresa della nostra economia, che è la Green economy. Vi ringrazio. Armando Zambrano Presidente PAT Grazie dell’invito, è veramente con piacere che partecipo al Congresso Nazionale dei Geometri e Geometri Laureati. Tra l’altro, alcuni mesi fa, abbiamo tenuto qui il Congresso Nazionale degli Ingegneri, quindi torno in questa splendida struttura. Qui rappresento il PAT, però non posso che farvi anche il saluto del Consiglio Nazionale degli Ingegneri e gli auguri di buon lavoro a questo incontro molto interessante perché l’argomento è ovviamente stimolante. “Ruolo e competenza in evoluzione” è quello che accomuna, in questo momento, la problematica di tutti 14 gli Ordini e Collegi professionali, ma in particolare quelli tecnici che sono stati, in questi ultimi tempi, la parte forse più propositiva nell’ambito delle professioni. Quelli che hanno cercato, soprattutto con il lavoro del PAT, questa organizzazione che, voi sapete, raggruppa nove professioni tecniche, di essere un po’ la punta di diamante. Abbiamo voluto rappresentare la parte delle professioni più aperta al cambiamento, quella che vuole veramente un rinnovamento della Società. E vedo che anche voi, anche i Geometri, che sono poi parte importante nell’ambito del PAT, parte essenziale nella contribuzione al lavoro che è stato portato avanti in questo anno e mezzo, due anni, di avvio della riforma, bene, questo vuol dire che siamo in sintonia anche su questo. Certo la proposta di Regolamento è una proposta nuova, importante, anche se i principi ai quali si è ispirata sono quelli, comunque, della presenza importante dei tecnici sul territorio. La presenza e la capacità di interpretare quelle che sono le nuove esigenze della società. Sono questi, elementi, che, posso dire, sono condivisi da tutta la categoria dei professionisti tecnici. Certamente, il Regolamento è un aspetto delicato, un aspetto importante, che coinvolge anche gli interessi delle altre Categorie, quindi su questo credo che un ragionamento complessivo, collettivo, come sempre, anche se ritenete, in ambito PAT, vada fatto. Perché credo che questi elementi debbano essere portati avanti insieme. Credo che, così come abbiamo lavorato su tanti temi, anche su questo dobbiamo trovare dei punti di incontro. Credo che ormai la battaglia delle competenze, le questioni che ci hanno a volte diviso, sono un po’ acqua passata. Credo che su questo dobbiamo guardare tutti al futuro. Ma lo dico veramente perché ci credo. Perché credo che il futuro che io vedo, certo un futuro complesso, è quello di una grossa casa comune dove tutti i tecnici possano trovare la loro funzione, la loro collocazione. Il loro modo migliore per esprimere le loro professionalità. Siamo tutti interdisciplinari, tutti interdipendenti, se volete. Abbiamo una serie di competenze diffuse su tantissimi temi che dobbiamo mettere al servizio non più di noi stessi – questa è una posizione che ormai abbiamo abbondantemente maturato, come professioni tecniche – ma al servizio di questo Paese. Siamo convinti tutti che i problemi, che pur sono tanti, li viviamo quotidianamente, che ognuno di noi che rappresenta, in qualche modo, a livello nazionale, a livello locale, le professioni, conosca quali sono le difficoltà di tutti, oggi, di lavorare. Difficoltà che vengono da un quadro generale normativo burocratico assolutamente insostenibile, da una pressione fiscale fortissima, dalla incapacità del Parlamento, del Governo, oggi, di dare delle risposte. Su questo noi abbiamo cercato, come PAT, di dare un contributo. Abbiamo partecipato al primo “Professional day” del primo marzo INTERVENTI dell’anno scorso, facendo in modo che le professioni avessero un atteggiamento positivo riguardo alla Riforma. Così come abbiamo ribadito, nel secondo “Professional day” del 19 febbraio la nostra intenzione di portare avanti la Riforma. Certo, siamo convinti che quella non è un punto di arrivo. Forse non è nemmeno l’elemento più importante che noi volevamo. Però è un punto che ci consente di chiudere una serie di discorsi anche complessi, anche penalizzanti, che nel passato ci hanno creato dei problemi, per partire con una nuova organizzazione delle nostre Categorie. Una nuova organizzazione che parta dai contenuti, dall’uso del territorio, dal mettere in risalto le nostre competenze e soprattutto la nostra funzione sussidiaria rispetto allo Stato. Che è una funzione che noi rivendichiamo e che, secondo me, lo Stato dovrebbe ancora di più recuperare, perché se lo Stato ci affida dei compiti, i professionisti sono in grado di svolgerli. Sono in grado di portare avanti, nei tempi più brevi possibili, quelle che possono essere le idee di sburocratizzazione e semplificazione. Noi abbiamo fatto una proposta come PAT, che poi abbiamo visto riportata all’interno di tutti i programmi dei Partiti, che è quella che i professionisti fossero responsabili delle autorizzazioni che oggi, per tanti ritardi, bloccano le opere pubbliche e private. Noi, su questo, ci vogliamo impegnare fortemente. Sarà il punto cardine di un Convegno nazionale che come PAT stiamo organizzando. Perché quelle dodici proposte che abbiamo portato all’interno del “Professional day” del 19 febbraio si devono convertire in dodici proposte di legge. Perché altrimenti non usciamo fuori dalla stagnazione, dal blocco in cui oggi siamo. Sono tutte proposte sostenibili, molte di queste a costo assolutamente zero, basterebbe adottarle per far ripartire larghe parti della nostra economia. Così come è fondamentale mettere in sicurezza. Lo diceva il Prefetto Gabrielli, che è venuto anche al nostro Congresso di settembre e che ringrazio ancora per la sua disponibilità, per le parole che ha avuto per tutti i professionisti. Noi riteniamo che oggi si debba andare verso una Conferenza nazionale dei rischi, perché dobbiamo mettere a sistema tutte le competenze, tutte le qualità dei professionisti della Pubblica Amministrazione. Perché questo Paese non può più piangere morti e disgrazie che avvengono regolarmente. È inutile – e lo diceva giustamente il Prefetto – pensare che si possano prevenire o anticipare le date dei terremoti. Dobbiamo solo costruire bene. Utilizzare bene il territorio. Questa è la funzione di noi professionisti e tecnici. E su questo credo che il PAT darà sicuramente un contributo importante. Credo che la presenza dei Geometri, una presenza sempre leale, corrette, disponibile, sia un aspetto importante, che ha dato forza a questo organismo. Credo che questo organismo debba continuare a lavorare nell’interesse non nostro, ma nell’interesse del Paese. Grazie. Marina Elvira Calderone Presidente CUP Signor Presidente, gentili congressisti, grazie, soprattutto, per un invito rivolto al Comitato Unitario delle Professioni che io ho voluto onorare perché veramente graditissimo. Ho fatto un po’ le corse, stamattina mi trovavo a Manfredonia, ma è un piacere partecipare, anche per un piccolo intervento, al vostro Congresso. Certamente non parlerò delle questioni tecniche anche perché da Consulente del lavoro veramente potrei dirvi molto di poco di quello che è il vostro lavoro. Ma invece vorrei dirvi qualcosa su quello che è il mondo delle professioni e l’esperienza che noi stiamo facendo. Ricorderete che il 19 febbraio, noi abbiamo fatto il “Professional day”. Tutti quanti ci siamo ritrovati a Roma nelle 150 piazze che abbiamo messo insieme proprio per ragionare sul futuro del Paese, su quelle che potevano essere anche le proposte e l’impegno dei professionisti italiani. Eravamo a cinque giorni delle elezioni, abbiamo dato degli input ad una politica che si è presentata in massa al nostro evento. Io avevo detto: spero che questo non sia il solito appuntamento pre elettorale in cui tutti venite, ci dite quanto ci volete bene, salvo poi magari dimenticarvene nei momenti successivi quando si dovranno fare le scelte per il Paese. A due mesi di distanza abbiamo visto che ancora le scelte non sono fatte e noi stiamo vivendo una situazione di grande instabilità politica che poi si ripercuote sul lavoro di tutti quanti noi e anche su quelle che sono le condizioni del nostro Paese. Certamente noi professionisti non possiamo rimanere immuni da quelle che sono, poi, le riflessioni comuni a tutti quei cittadini responsabili che, invece, vorrebbero veramente mettere le basi per il rilancio della nostra economia e della nostra società. Certo non è facile, nel momento in cui, io credo, ci sia da ragionare sul fatto che aumenta la disoccupazione, nel contempo noi avevamo denunciato le difficoltà anche delle imprese – e anche dei professionisti, per la verità – che hanno grandi crediti anche nei confronti della Pubblica Amministrazione di poter esigere quei crediti. Avete visto che è stato emanato il Decreto. Decreto che, però, sa un po’ di beffa, nel momento in cui quei crediti non sono compensabili e devi essere in regola con tutti gli altri adempimenti per poter esigere #26 // MARZO APRILE 2013 15 quello che è il frutto del tuo lavoro. Essere oggi professionisti vuol dire scegliere anche di non chiudere gli occhi di fronte a queste questioni e anche di denunciarle. Io credo che in questo noi dobbiamo essere uniti anche perché io credo che poi il futuro del lavoro in Italia non sia solo quello del lavoro subordinato, ma sia sempre di più, invece il futuro del lavoro autonomo, del lavoro libero professionale. Mentre aumenta la disoccupazione, aumentano, invece, i numeri degli iscritti agli Ordini professionali. E allora è di oggi una notizia su Twitter di Avvocati a cinque euro, che offrono la loro collaborazione per soli cinque euro alle imprese. Io credo che, invece, la strada sia quella della qualificazione professionale, delle sfide per l’efficienza e soprattutto della garanzia della qualità che solo dei professionisti formati possono dare. E allora, ai nostri giovani voglio dire: noi adesso abbiamo raggiunto il traguardo di avere anche la normativa sulle Società tra professionisti operativa. Sappiamo che ci sono ancora delle lacune da colmare, ma soprattutto noi, responsabili anche degli Ordini professionali, dobbiamo avere l’attenzione alle norme di attuazione. Affinché non diventino ancora un modo per svendere la nostra professionalità. Le società devono diventare uno strumento per consentirci di rafforzarci, di fare rete, e soprattutto di presentarci sul mercato più forti per contrastare chi cerca di fare il nostro lavoro senza avere la qualità e soprattutto la professionalità e l’etica che, invece, contraddistingue le nostre azioni. Buon Congresso a tutti. Piergiorgio Odifreddi Professore, matematico, logico, saggista Anzitutto, sono molto felice di essere qui, perché, in fondo, sono a casa, anche se io non ho mai professato la professione del Geometra, ma in realtà in 16 famiglia, mio padre i miei zii erano tutti Geometri, quindi anch’io ho seguito semplicemente le orme di famiglia, e sono felicissimo. Anche se poi si sente dire – e questa è una cosa che, già da tempo, sto cercando di contrastare, proprio grazie al diploma che ho preso, ormai tanti anni fa, nel 1969 – che sembra quasi che coloro che fanno gli Istituti tecnici in generale, e gli Istituti per Geometri in particolare, non siano uomini di cultura. Per essere uomini di cultura bisogna conoscere il latino, bisogna conoscere il greco, altrimenti si è tagliati fuori. Questa è, naturalmente, una sciocchezza. E allora continuo – naturalmente questa è anche una captatio benevolentiae qui, in questo luogo, ma lo dico anche altrove – io continuo sempre a fare notare come non si debba dismettere così facilmente il titolo di Geometra perché, in fondo, uno che vinca per esempio un Premio Nobel per la letteratura, beh quello sicuramente è un uomo di cultura. C’è stato un Geometra, in Italia, che ha vinto un Nobel per la letteratura. Probabilmente tutti lo conoscete, si chiama Quasimodo. Quindi bisogna ricordarselo. Bisogna ricordarsi che alla fine della Divina Commedia, nel momento cruciale di tutta l’opera, quando Dante, finalmente, si trova di fronte a Dio e non sa come esprimere, attraverso parole, la sensazione che provava, chi cita? Non cita mica un liceale, cita un Geometra. E dice: “qual è il Geometra che tutto s’affigia a misurar lo cerchio e non ritrova ..”. Quindi, insomma, bisogna stare attenti quando si dismettono queste cose. Naturalmente poi, una volta che uno ha preso il diploma di Geometra può fare tantissime cose. Per esempio io avevo un compagno di classe, con cui sono andato a scuola per qualche tempo, anche se poi è stato bocciato e quindi ha dovuto finire, poi, il diploma altrove, che è finito sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. Che è una persona famosissima, ma non si dimentica di essere un Geometra, che è Briatore. Quindi anche lì, potete invitarlo in un altro dei vostri convegni per far vedere come da Geometri si può arrivare chissà dove. Un giorno sono andato, invece, a fare un’intervista ad un famoso Architetto, ma lì è già più normale che da Geometri si diventi Architetti. Questo Architetto è Renzo Piano, e mi ricordo che ero un po’ INTERVENTI imbarazzato perché da Matematico, andare a fare un’intervista ad un Architetto… Allora ho cercato di spiegarli. Gli ho detto: “guardi io sono qui come Matematico, però in realtà, prima di diventare Matematico ero un Geometra”. E lui mi ha guardato, si è messo a ridere e mi ha detto: “allora diciamoci la verità. Sono un Geometra anch’io”. Anche lui ha cominciato come Geometra e poi ha girato per il mondo intero. Naturalmente ci sono tanti sbocchi professionali per coloro che fanno i Geometri e si può finire, per esempio, come sono finito io a fare il Matematico. Quando mi sono iscritto all’Università di Matematica a Torino, e poi ho cominciato a prendere corsi di Matematica, ad un certo punto, poi, si sapeva che avevo il diploma di Geometra, e alcuni miei professori mi prendevano in giro perché mi dicevano: “tu se l’unico vero Geometra qui dentro”. Perché coloro che studiano Geometria a Matematica, vengono chiamati anche loro Geometri. Naturalmente, però sono Geometri semplicemente di nome. E loro mi dicevano “tu sei l’unico che ha il diploma, proprio da Geometra”. Alla fine guardate dove sono finito. Sono finito non solo a fare il Matematico, che poi in realtà ho fatto il Logico, che è poi una cosa un po’ diversa, ma a fare il divulgatore, e ho appena finito una trilogia di libri sulla Geometria. Quindi questa mattina vi faccio vedere perlomeno alcune immagini di Geometria. Non dimentichiamoci che una parte essenziale della formazione del Geometra è il disegno geometrico che non a caso si chiama, per l’appunto, in questo modo. Vediamo alcuni esempi. Uno dei primi Geometri della storia è Pitagora, e naturalmente molti dei nomi che noi ci portiamo dietro nella storia della Matematica sono nomi di Geometri letterali. Pitagora ovviamente, ma Talete, Archimede, era tutta gente che usava che cosa: la riga e il compasso. Che sono ovviamente gli strumenti che usano i Geometri nella loro professione. A proposito della valenza culturale della Geometria e del disegno geometrico a cui accennavo, guardando, ad esempio, certi quadri di arte moderna capiamo che altro che non c’è o non ci debba essere un collegamento fra la Geometria e il lavoro dei Geometri e la cultura! In realtà l’arte moderna non è niente altro che quello. È un modo di usare figure geometriche per costruire, invece delle opere, che sono artistiche. E quindi, oggi, soprattutto, dopo il Novecento, l’arte è spesso qualcosa che capiamo più noi che abbiamo fatto disegno geometrico e che siamo cresciuti con questo modo, che non coloro che hanno studiato il latino che con queste immagini andrebbero credo poco lontano. Potrei poi, farvi vedere come la Geometria e il lavoro dei Geometri arriva da molto lontano. Pensate ad una tavoletta babilonese, ma il termine stesso di Geometria arriva da Agrimensura, perché il significato etimologico della parola Geometria, misurare la terra, arriva dall’Agrimensura. E la Geometria è nata dove? In Egitto. Se voi andate in Egitto vi accorgerete che nella valle dei Re ci sono delle tombe di alcuni dei Geometri reali di allora che venivano chiamati i tenditori di corde. Perché loro misuravano, attraverso delle corde, che all’epoca facevano la funzione delle righe, del nostro righello, e facevano anche la funzione del compasso, perché se uno tiene un estremo di una corda e poi fa muovere quell’altro può fare dei cerchi, per esempio. Quindi con un’unica corda si tiravano le righe e si facevano dei cerchi. E questo è quello che facciamo praticamente noi Geometri. Di che cos’altro abbiamo bisogno per fare disegno geometrico se non di una riga e di un compasso. Un altro Geometra si trova nel quadro “La scuola di Atene” di Raffaello, che rappresenta, tra l’altro, un’immagine del pensiero dell’antichità, come la vedevano i rinascimentali. Qui c’è un signore, che è chinato per terra su una lavagnetta, e cosa sta facendo questo signore? Sta usando un compasso. Non a caso, usa un compasso. E questo signore è Euclide, tutti lo abbiamo sentito nominare, ovviamente, dato che la geometria Euclidea prende nome da lui. Ebbene Euclide era pure lui un Geometra. E allora capiamo come, appunto, non soltanto non dobbiamo vergognarci del valore culturale – che per alcuni sarebbe minimo – del nostro diploma, ma proprio, al contrario, dobbiamo gloriarcene perché proprio come Geometri, come esponenti di coloro che sanno usare quegli strumenti fondamentali che sono la riga e il compasso, che già i greci, già gli antichi consideravano essenziali per fare la Matematica, in realtà noi siamo all’origine della cultura occidentale. Ed ecco che allora, con grande orgoglio, possiamo essere Geometri. E come vedete io addirittura porto il distintivo del Collegio dei Geometri di Cuneo, dato ad honorem, ma meritato dai miei parenti. Grazie molte e auguri per il vostro Congresso. Norbert Lantschner ideatore CasaClima e Presidente ClimAbita Abbiamo sentito prima parlare di “misurare la Terra”, credo che è arrivato il momento di vedere la Terra con occhi diversi. Non basta guardare, occorre vedere con occhi che vogliono vedere, e credono in quello che vedono. Non è una mia frase, l’ho rubata a Galileo Galilei. Credo che questo sia un grande stimolo, perché siamo in una fase di grandi cambiamenti. È chiaro che se vado a costruire il futuro devo capire come sta funzionando #26 // MARZO APRILE 2013 17 l’attuale situazione e quale è il passato che mi induce a cambiare le regole. Vedo due macro pilastri della nostra sfida, in prima fila. Il primo è legato all’energia. L’energia, come sapete, è la chiave del benessere, è la valuta del benessere e stiamo cambiando su scala nazionale, europea ed internazionale, una serie di comportamenti. Potremmo anche far capire la regola di base dell’economia. Un’economia che deve essere completamente cambiata, ricostruita. Nell’attuale, qual è la sintesi: prendiamo risorse e le trasformiamo in rifiuti. Il motore di quest’azione è l’energia. Beh capiamo subito che non può funzionare. Il pianeta è un sistema chiuso, dove andiamo a prendere la materia prima e dove scarichiamo i rifiuti. Per quale ragione l’Europa ha individuato nel pacchetto “Strategie, clima, energia”, l’edilizia come primo grande campo in trasformazione? I tempi dettati sono pochissimi, dieci anni. Trasformare una società. Ma non per ideologia, per sopravvivenza. E l’Europa sa anche che dobbiamo correggere una situazione per la quale oggi ci permettiamo ancora di regalare ricchezza giorno per giorno. Perché quando paghiamo energia mandiamo i soldi all’estero. I soldi dobbiamo lasciarli a casa. Vuol dire che dobbiamo attivare l’economia locale. È chiaro che il primo ruolo che subentra è il professionista. Il tecnico non costruisce solo case, costruisce il futuro. Però, per costruire il futuro, che non sia quello sbagliato, deve conoscere ciò che avviene. Per cui, complimenti a Fausto Savoldi che da anni si impegna in questa cultura, questa missione. Perché questa è la base. Non è la formula, un manuale, che poi, eventualmente utilizzo. Prima di tutto però ci vuole questa apertura mentale. Capire che cosa sta succedendo e che noi siamo il cambiamento. Non che 18 qualcuno ci impone, noi dobbiamo essere i rappresentanti di questi cambiamenti. Perché se il panettiere oggi ha fatto il panino che non mi piace, domani non torno da quel panettiere. Però, se il Geometra mi fa degli errori, questi li mantengo per anni, se non decenni. Per cui ha una particolare importanza la capacità, la competenza, la professionalità di un tecnico. Ed alla base è proprio questa conoscenza della responsabilità che abbiamo. L’altra faccia della medaglia che subentra in questa grande strategia europea è dedicata al clima. Perché è chiaro che se per un secolo e mezzo, ma soprattutto negli ultimi decenni, abbiamo esagerato nell’uso di queste energie, che hanno manipolato la composizione naturale dell’atmosfera, i danni, ormai, non dobbiamo più leggerli. Li sentiamo. Sentiamo questo cambiamento climatico. Anche qui, mi pongo una domanda: come pensiamo di ripartire con un’economia se questi danni diventano sempre più pesanti? Vi anticipo qualche riga di un Rapporto delle Nazioni Unite che esce a settembre. Il quinto Rapporto sul cambiamento climatico. Nazioni Unite, 2.500 tecnici coinvolti. Ma se leggi, ti viene la pelle d’oca. Gli scenari più pessimisti che hanno sviluppato e proiettato nel 2007 dobbiamo prenderli e buttarli via. Diventa peggio. Cioè andiamo in un periodo di surriscaldamento. Probabilmente potremmo toccare i sette, otto gradi centigradi in questo secolo. Non sappiamo che cosa succede. L’unica cosa sicura è che non sappiamo che cosa succederà. Ma sappiamo quali sono le aree più toccate. Per questo l’Europa ha detto: dobbiamo intervenire perché una grande parte del nostro territorio sarà fortemente toccato, il Bacino Mediterraneo. Per cui questo è il guard rail del nostro futuro: energia, clima, ambiente. Lì dobbiamo muoverci. E ai nostri figli non possiamo lasciare i problemi. Dobbiamo oggi dargli una mano su come affrontare questi problemi. Questa responsabilità dobbiamo viverla giorno per giorno. Per cui dobbiamo creare questa metamorfosi, come immagine, dal bruco insaziabile dobbiamo trovare una forma più leggera. Un’impronta che non è distruttiva, perché parliamo di sette miliardi di persone. Guardate questa immagine da Internet: è l’orologio mondiale. Questo sta succedendo in questo momento. Guardate solo la cifra di petrolio estratto INTERVENTI oggi. Siamo adesso, all’una, a 44 milioni di barili di petrolio. Verso mezzanotte saremo a 90 milioni di barili. Guardate quanta energia è fossile e quanta è rinnovabile. Questa strada non è percorribile. Questo lo dobbiamo capire. Dobbiamo cambiare strada. E l’edilizia è la prima azione che vogliamo gestire. Domani mattina, con Mariangela Scotti parleremo di questa nuova società: “2.000 watt”. Una società che rinasce dalla ricostruzione dell’edilizia. Dall’esistente al nuovo. Sempre nell’immagine da Internet guardate nel settore Ambiente, guardate la CO2. Siamo a 9 miliardi, adesso, a fine anno saremo a 35-36 miliardi di CO2. Questi numeri sono chiaramente indicatori di comportamenti di insostenibilità. Per cui la missione è di partecipare a questa trasformazione della società da un bruco insaziabile, utilizzando questa metamorfosi, in una farfalla leggera. Ripeto, non è ideologia, è questione di sopravvivenza. L’Europa ha cominciato con questo programma perché sa come sarà difficile mantenere il benessere di oltre 400 milioni di abitanti. Per questo i tecnici hanno un particolare ruolo in questo redesign della società. E faccio un auspicio al Presidente e al Consiglio di proseguire in questa strada, di avere la lungimiranza di portare avanti questa missione, perché una cosa non ci permetteranno. Quando i figli ci domanderanno: ma che cosa avete fatto? L’unica cosa che non potremo dire è: non lo sapevamo. Lo sappiamo benissimo, per cui questa responsabilità dobbiamo viverla giorno per giorno. Grazie. Agostino Biancafarina Generale, Comandante Istituto Geografico Militare (IGM) Volevo innanzitutto ringraziare il Presidente Savoldi per questo graditissimo invito. È per me un onore essere oggi qui, e porgo il saluto a tutti in congressisti da parte del mio Istituto che è uno degli organi cartografici dello Stato, ai sensi di una legge del 1960. Volevo sottolineare anche la nostra disponibilità ad ogni forma di collaborazione. Tra l’altro è con piacere che dico che anche con il Consiglio Nazionale dei Geometri e Geometri Laureati stiamo individuando delle possibili sinergie. E questo, credo, nell’ottica di quello che c’era scritto in una delle prime slides proiettate oggi. Si diceva che il segreto del successo è nell’incontro di tutti i saperi. Secondo me è una frase importante. È fondamentale. E quindi volevo sottolineare nuovamente la nostra disponibilità ad ogni forma di collaborazione con tutte le organizzazioni che hanno eventualmente interesse. Ringrazio per l’attenzione e buon lavoro a tutti i congressisti. Cinzia Scaffidi Direttrice del Centro studi Slow Food Grazie per questo invito. Io credo che sia un altro dei segnali confortanti che si sta un po’ rivoluzionando tutto a questo mondo. Da tante parti, da tanti fronti c’è questo desiderio di ridiscutere i ruoli, le competenze, le funzioni. Di ridiscutere le competenze e di ridiscuterle insieme ad altre competenze. Quindi di uscire anche un pochino dai recinti che ci si è dati per tanto tempo. E anche da qualche luogo comune, da qualche frase fatta, per cui c’è che si occupa di ambiente e chi invece non è tenuto ad occuparsi di ambiente. Ecco, questa cosa qua per fortuna si sta sgretolando, anche perché finché continua ad esistere qualcuno che è convinto di non doversi occupare di ambiente, gli altri non ce la possono fare. E il fatto che questa cosa entri nell’ufficialità, e che l’ambientalismo che fino a poco tempo fa è stato considerato una sorta di sala giochi per i più piccoli. Per quelli che non facevano sul serio. Per quelli che poi, l’economia è un’altra cosa. Perché poi la competizione è un’altra cosa, la politica è un’altra cosa… Ecco, tutto questo sta crollando. L’economia è questa cosa qua. L’economia o è Green economy, o diventa Green economy l’unica economia possibile o altrimenti non ne usciamo. Perché quell’economia là, quell’altro modello che ci siamo portati avanti negli ultimi cinquant’anni e anche qualche decennio in più, e che tutti abbiamo imparato a chiamare economia e a rispettarlo con grande sussiego, pensando che fosse la cosa più saggia e più giusta e che, soprattutto, avrebbe rimediato ai suoi stessi danni, finalmente, ha chiarito una volta per tutte, che non sa rimediare ai suoi danni, non sa non farli, i danni, e che è, sostanzialmente, antieconomica. Perché nel momento in cui si fa profitto depredando risorse comuni che non vengono ricostituite, quei costi lì nessuno li sta pagando. E allora se qualcuno riesce a fare profitto lasciando dei conti da pagare non è un bravo imprenditore. E se quei conti lì sono i conti della salute pubblica, sono i conti della bellezza che non si rimedia, sono i conti dell’ambiente che non si recupera, del mare che non si ripopola. Ecco, se quei conti lì non li sta pagando nessuno vuole dire che prima o poi li paghiamo tutti. E questo poi, è arrivato. Abbiamo postdatato questo assegno tutto il tempo che potevamo, adesso stiamo pagando. In termini di salute, ma anche e soprattutto in termini economici. è veramente confortante questa idea di essere qua, e per quanto possa sembrare sorprendente avere un rappresentante di Slow Food a parlare con i Geometri, io credo che abbiamo una strada comune, dal punto di vista del modello, che #26 // MARZO APRILE 2013 19 riguarda un po’ anche il tragitto che abbiamo fatto noi, partendo da una gastronomia molto classica e formale, che riguardava le cose che c’erano nel piatto, e quindi facendo i critici gastronomici vecchia maniera. Siamo partiti da lì, poi siamo andati indietro, come un movimento di macchina da presa, che allarga sempre più il campo e quindi ti accorgi che in realtà c’è il piatto, però prima del piatto ci sono delle persone che lo hanno preparato, prima delle persone ci sono dei prodotti, dietro a questi delle altre persone che hanno fatto i prodotti e dietro tutto questo c’è un ambiente, una natura, un clima, un territorio. Una gestione di quell’ambiente e di quel territorio che ha fatto sì che si arrivasse a quel piatto. Questo, in termini di lavoro, significa rivoluzionare completamente quello che uno sta facendo. Significa includere una quantità di competenze, di professioni e di abilità che fa sì che uno da solo non ce la può fare. Una sola visione da sola non ce la può fare. La sostenibilità non è mai il frutto di un solo occhio, di un solo sguardo. La sostenibilità arriva grazie a lavori e visioni complesse. Dall’accettazione che abbiamo a che fare con sistemi complessi, perché abbiamo a che fare con sistemi viventi. Ci abbiamo a che fare noi che ci occupiamo di gastronomia, di ambiente e di produzione agricola. Ci avete a che fare voi che vi occupate di edifici, perché negli edifici ci devono stare le persone e perché quegli edifici devono stare in ambienti che fanno parte di territori, climi, ecc. Quindi abbiamo tutti a che fare con sistemi viventi ed abbiamo tutti bisogno di tante competenze. Questa è veramente una parola chiave che mi fa davvero molto piacere trovare nel titolo del vostro Congresso. E anche l’idea dell’evoluzione, che non deve essere pensata come una crescita 20 continua. Non deve essere pensata con l’idea che l’evoluzione è il successo del più bravo, del più forte, del predestinato. L’evoluzione è il cambiamento continuo. L’accettare serenamente che tutto quello che uno decide, fa, capisce, deve continuamente cambiare. Perché altrimenti l’adattamento non funziona, perché l’evoluzione non è niente altro che questo, è adattamento reciproco. E quindi in questo reciproco, noi che ci adattiamo alle condizioni e l’ambiente che, in qualche maniera, cerca di adattarsi a noi, sta la chiave di quell’interdisciplinarietà e di quell’interdipendenza che deve stare al centro di tutte le nostre riflessioni. Che è stato al centro delle nostre riflessioni quando abbiamo fondato una Università di Scienze gastronomiche alla quale si può accedere con qualunque diploma e che accoglie anche qualche Geometra, che poi si laurea, e diventa un dottore in Scienze gastronomiche e quasi sempre però decide di cambiare un po’ direzione rispetto a quello che aveva in mente da bambino. Forse il vero successo sarà quando i Geometri arriveranno con il loro diploma di Geometra, si laureeranno in Scienze Gastronomiche, poi andranno veramente a fare i Geometri. Non andranno a fare gli agricoltori o i cuochi con delle cose in mente. Ma andranno a fare i Geometri sapendo che sono parte di un sistema vivente che devono comunque rispettare. In questo sistema vivente c’è un vulnus in questo momento, nel nostro Paese e anche in altri, ma nel nostro Paese in particolare. E si chiama: suolo agricolo. Anche qui, abbiamo fatto tutti, come consumatori e come professionisti, l’errore di pensare che le risorse naturali fossero una specie di bottino che andava usato perché tanto comunque era lì ed era infinito. Abbiamo capito, purtroppo tardi che questo bottino non era infinito. Che non possiamo occupare territorio agricolo, territorio fertile, non possiamo occupare territorio libero all’infinito, perché tutto questo significherà, comunque, dover fare i conti con dei cambiamenti climatici che continueranno ad aggredirci e che sapremo sempre meno gestire, ma che anche molto spesso non dovremo gestire noi. Perché le prime vittime dei cambiamenti climatici sono quelli più poveri, quelli più lontani, quelli che non hanno neanche contribuito a causarli i cambiamenti climatici. Allora, noi siamo entrati in questo Forum per il Paesaggio. Che è un Forum composto da tante Associazioni, che sta lavorando tanto. Che ha iniziato quello che, in Italia, abbiamo chiamato il censimento del cemento. Abbiamo chiesto a tutti i comuni d’Italia di farci sapere quanti edifici inutilizzati o non finiti ci sono sui loro territori. I comuni non sono proprio partiti con entusiasmo nel rispondere a questa cosa, devo dire. Quelli che hanno risposto sono pochi, sono quelli piccoli e anche più virtuosi che avevano piacere di dire delle cose importanti. Se questo mio intervento potesse essere uno sprone per chi non ha ancora risposto, sarebbe importante. Perché importante è capire a che punto siamo perché altrimenti non riusciamo neppure a capire quanto lavoro c’è da fare. E questa idea di una categoria che, possiamo dircelo, è stata anche molto vituperata negli anni, come la vostra. Perché sembra che tutto quanto esista di brutto al mondo l’abbiano fatto i Geometri e che tutte le case che non si possono guardare, e ce ne sono tante, siano nate dalla matita di qualcuno di voi. In realtà, ringraziando nostro Signore, ce n’è per tutti. Si sono esercitati tutti a fare delle cose nella migliore delle ipotesi, inutili, qualche volta anche dannose. Ma proprio perché è mancata, secondo INTERVENTI me, questa idea che la bellezza stessa è una cosa complessa. E la bellezza, che ha a che fare con l’estetica, ha a che fare soprattutto con quell’ultima parte della parola, che è l’etica. La bellezza è un concetto radicale ed per questo che è rivoluzionario. Allora io non posso fare il grande stilista che fa abiti magnifici e ha la boutique meravigliosa nel centro storico, se sono lo stesso che ha messo il capannone in periferia e che invece ha danneggiato un altro pezzo di paesaggio. Perché il paesaggio oggi non è più quello che era nel Rinascimento, del bello sguardo degli aristocratici, che si facevano la villa in cima alla collina, e allora a quel punto, quello era paesaggio e quello di chi andava a lavorare tutti i giorni nelle filande, no. Il paesaggio, oggi, è quello che vediamo. Che vediamo tutti. Da questo punto di vista la democrazia qualcosa ce l’ha insegnato. Tutti abbiamo questo diritto ad un bel paesaggio. E le aree industriali sono un pezzo del nostro paesaggio, le aree artigianali delle città lo sono. L’idea di “no nel mio cortile” non può funzionare all’infinito. Allora bisogna che tutti i cortili comincino a ricordarsi che ci va un pezzo di bellezza dappertutto, perché la bellezza non è soltanto la parte formale, ma è, di nuovo, un ragionamento di sostanza. Così come la gastronomia non è soltanto quello che arriva nel piatto, ma è tutta la parte che lo precede, allo stesso modo, quando facciamo il disegno di un oggetto che avrà una funzione, dobbiamo tenere insieme tutte quelle istanze lì. E allora, probabilmente, un pezzetto di cammino comune, da qui in avanti, tra Slow Food e i Geometri lo possiamo incontrare. E io me lo auguro. Bruno Razza Vice Presidente FIG (Federazione Internazionale Geometri) Buongiorno a tutti, solo una saluto della FIG, ricordando due piccole cose. Dal 30 gennaio al 6 febbraio del 1877 si svolgeva a Roma il primo Congresso dei Geometri italiani, con 150 partecipanti che rappresentavano 28 Collegi, quella volta erano Collegi di Geometri e Periti. Nel mese di luglio del 1878 nasceva a Parigi la Federazione Internazionale dei Geometri a cui partecipava, per l’Italia, tale Raffaele Santarelli, di Teramo. Quindi è stato lui uno dei fondatori della FIG. Non possiamo dimenticare che il nostro Regolamento nasce nel 1929, quindi vedete gli anni che sono passati. Allora, i Congressi sono utili e importantissimi in tutte le organizzazioni. Da noi servono per sentire il polso della categoria e per poter incidere, significativamente, nelle decisioni da prendere per migliorare il nostro oggi e, soprattutto, il nostro futuro. Come in tutto il mondo, anche in Italia il lavoro sta cambiando velocemente, e spesso, quello di vecchio stampo e di vecchia concezione proprio manca, ed è addirittura in via di esaurimento. Perché si stanno modificando le necessità delle società in cui viviamo. Dall’estero abbiamo tanti esempi di società che riescono a superare i periodi di difficoltà. Attraverso il cambiamento, dove si rinnovano il ruolo e la competenza di ognuno, adattandole ai tempi. Ma in questa direzione molte cose possiamo fare anche noi, soprattutto pensando ai nostri giovani, alle generazioni che oggi nascono nelle tecnologie, nei nuovi saperi, nelle comunicazioni veloci e velocissime di oggi. E che ci chiedono con forza una grande attenzione nei confronti delle loro capacità e delle loro aspettative. Nel nostro intimo, probabilmente, tutti noi vorremmo cambiare la nostra società, andare in meglio, migliorarci. Ma spesso, non ne abbiamo il coraggio, e le novità, probabilmente, ci spaventano. Ma dobbiamo crederci fino in fondo. Dobbiamo capire ed interpretare quali sono le esigenze della società in cambiamento, preparandoci ad un cambio di mentalità e di operatività. Questo Congresso, credo che sia un’occasione utile ed importante per tutti noi, proprio per questo. Per trovare il coraggio e le ragioni del cambio di passo di cui abbiamo assolutamente bisogno per rimanere, in Italia ed anche all’estero, quella figura professionale qualificata, indispensabile ed insostituibile a tutela del nostro territorio e della nostra gente. Quindi buon lavoro e buon Congresso a tutti. #26 // MARZO APRILE 2013 21 IsTRuzIONE Il Rapporto realizzato da AlmaLaurea (con il contributo del MIUR) è stato presentato il 12 marzo nell’ambito del convegno “Investire nei giovani: se non ora quando?” svoltosi all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si tratta di uno strumento ritenuto “fondamentale per valutare l’efficacia esterna del sistema universitario e per misurare l’apprezzamento e la capacità di utilizzazione del mondo del lavoro nazionale ed estero nei confronti dei laureati, anche ai fini della delicata funzione di orientamento dei giovani diplomati della scuola secondaria superiore”. L’indagine 2012 (la cui documentazione, disaggregata per Ateneo, Facoltà, fino all’articolazione per corso di laurea, è a disposizione nel sito di AlmaLaurea: www. almalaurea.it) ha coinvolto oltre 400mila laureati post-riforma di tutti i 64 atenei aderenti al Consorzio. Quest’anno, per la prima volta, l’indagine è stata estesa ai laureati di secondo livello a cinque anni dal conseguimento del titolo; ciò – spiega la documentazione informativa – consente di completare il quadro articolato e aggiornato delle più recenti tendenze del mercato del lavoro unitamente alla verifica dell’efficacia delle riforme degli ordinamenti didattici. La partecipazione degli intervistati è stata molto elevata: i tassi di risposta hanno raggiunto l’86% per l’indagine ad un anno, l’80% per quella a tre e il 77% a cinque anni. Più in dettaglio la rilevazione 2012 ha coinvolto, oltre a 215 mila laureati postriforma del 2011 – sia di primo che di secondo livello – indagati a un anno dal termine degli studi, tutti i laureati di secondo livello del 2009 (quasi 65 mila), interpellati a tre anni dal termine degli studi. Per la prima volta l’indagine ha riguardato anche i laureati di secondo livello (oltre 40 mila) a cinque anni dal termine degli studi. L’illustrazione dei risultati svolta dal Professor Andrea Cammelli, Direttore di AlmaLaurea, è stata preceduta da alcuni interventi tra i quali, quello di Francesco Profumo, Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che si propone di seguito. 22 “ Buongiorno a tutti. Permettetemi di ringraziare il Rettore Carraro. Come sapete vengo sempre volentieri a Venezia. Per la città, ma soprattutto per l’Università che, in questi anni, ha dimostrato come attraverso l’autonomia responsabile si possa cambiare l’Università, il rapporto con il territorio e con il sistema socio economico. Permettetemi anche di salutare il Professor Roversi Monaco, che è stato anche il mio Rettore quando, in gioventù, ero all’Università di Bologna, a cui sono particolarmente affezionato. Poi il Professor Fantoni e naturalmente il Professo Cammelli con il quale, da molti anni, abbiamo questa idea comune dell’importanza che il sistema Scuola, Università e il Sistema lavoro non sia come un modello industriale, cioè con sezioni che siano separate le une dalle altre, ma un modello liquido in photo © AlmaLaurea XV Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati Francesco Profumo, Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca cui c’è una compenetrazione e una anticipazione di sistema di rapporto. Facile da dire, difficilissimo da fare. Ebbene, in questi anni AlmaLaurea ha avuto un ruolo fondamentale da questo punto di vista, perché ha creato la consapevolezza, con dati oggettivi, di qualità, creando, lasciatemi quasi dire, una nuova cultura. Una cultura che non era parte del Paese. Una cultura attraverso la quale noi, oggi, abbiamo gli strumenti. Perché con un mercato del lavoro che diventa sempre più europeo, dobbiamo trovare una modalità attraverso la quale i nostri studenti possano prima avere delle informazioni, fondamentalmente su dati, per fare le loro scelte di studio. Naturalmente non voglio entrare nel tema del Rapporto che sarà oggetto della presentazione del Professor Cammelli, ma vorrei spendere qualche parola relativamente a questa modalità liquida di relazione tra Scuola, Università e Sistema socio-economico. Noi non abbiamo una tradizione per cui sappiamo gestire i transitori. I transitori significa tutte le volte che si cambia status. Si cambia status dal termine della scuola media alla scuola superiore. Si cambia dal termine di quest’ultima all’Università. E dall’Università al mondo del lavoro. Vedete, questi sono certamente i periodi più critici per una persona. Perché le persone, naturalmente, tendono a conservare il loro status precedente e hanno difficoltà ad intravvedere quelle che saranno le possibilità future. In molti Paesi che hanno una cultura diversa dalla nostra c’è un grandissimo investimento proprio sulla gestione di questi transitori. Che si gestiscono attraverso quello che viene normalmente definito come orientamento. Orientamento non significa pubblicità. Significa dare tutte le informazioni agli studenti, ai giovani, perché possano fare delle scelte che siano congruenti con le loro aspettative. Che abbiamo, naturalmente, una stretta relazione rispetto alle loro competenze, alle loro attitudini, ma che abbiano anche una base rispetto alle prospettive future. Questa è una cosa veramente molto complicata. Se noi pensiamo che quest’anno si stanno laureando gli studenti che si immatricolarono nell’Anno Accademico 2007-2008, quando il mondo era un altro mondo. Bene, allora capiamo che è complicato dare questo tipo di previsioni che consentano agli studenti di avere strumenti per fare le loro scelte. Eppure, io credo che il Paese debba attrezzarsi da questo punto di vista. Certamente quanto fatto nel corso di questi anni da AlmaLaurea è fondamentale, perché oggi, noi tutti, sappiamo che cos’è l’orientamento. Molte scuole, non tutte, hanno avviato dei processi estremamente positivi da questo punto di vista. Anche se non abbiamo ancora un modello che sia stabile. #26 // MARZO APRILE 2013 23 “Noi siamo un Paese un po’ strano, un Paese dell’ultimo momento. Noi vogliamo che le cose avvengano senza pazienza. Io credo che una parola che noi dovremmo cominciare a riprendere è quella della pazienza”. Io credo che ci siano due elementi sui quali tutti dovremmo fare una prima riflessione. Primo, i tempi attraverso i quali l’orientamento viene attuato. Noi siamo un Paese un po’ strano, un Paese dell’ultimo momento. Noi vogliamo che le cose avvengano senza pazienza. Io credo che una parola che noi dovremmo cominciare a riprendere è quella della pazienza. La pazienza significa che un processo di orientamento anziché iniziare nei mesi di marzo, aprile, prima del transitorio e di avviare un nuovo percorso, debba cominciare invece almeno l’anno prima. Perché è un percorso di maturazione, attraverso il quale le persone devono avere la consapevolezza di quelle che saranno le loro scelte. Quindi il tema della pazienza. Che ha bisogno di un investimento di tipo culturale, di tutti gli attori che sono parte di questo processo. E chi sono questi attori? Io credo che gli attori fondamentali e primari siano i ragazzi più grandi che hanno già intrapreso un percorso. Sia questo un percorso di studi che un percorso di lavoro. E questo perché hanno lo stesso linguaggio, la stessa modalità di comunicare. Hanno la possibilità di trasferire ai loro colleghi più giovani una cosa importantissima: la loro 24 esperienza. Ecco, allora, che se noi mettiamo al centro di questo processo i ragazzi, e li coinvolgiamo loro sono contenti. Abbiamo avviato un processo, io credo, di grandissimo valore. Secondo attore importante, sono gli operatori del mondo del lavoro. I nostri ragazzi nella loro fase di transizione non hanno sufficiente concretezza. Molti di loro non sanno che cosa corrisponde ad un percorso di studi, piuttosto che a un percorso universitario, piuttosto che a una scelta di lavoro. Molti di loro non hanno la concretezza di che cosa significhi. in termini di lavoro e anche di percorso di studio, arrivare ad un certo lavoro. E solo gli operatori del lavoro, in certi settori, possono dare questo tipo di elementi. E possono anche creare opportunità perché i nostri ragazzi abbiamo la possibilità di visitare un’azienda, visitare un ente o uno studio professionale. E possano così rendersi conto di che cosa potrebbe significare una loro scelta. Terzo attore sono, naturalmente, le Istituzioni. Che devono trasferire anche tutte quelle formalità che consentono agli studenti poi di poter programmare la loro vita. Non siamo tutti uguali. Io dico sempre che questo Paese dovrebbe valorizzare di più due elementi che devono essere congiunti. E sono la capacità delle persone e il loro impegno. Perché una persona può essere molto capace ma poco impegnata. O viceversa. Ed entrambe non ottengono il massimo risultato. Quindi noi dobbiamo aiutare le persone ad essere migliori da questo punto di vista. Cioè valorizzare le loro capacità e nello stesso tempo stimolare il loro impegno. Vedete dunque che questo processo dell’orientamento deve essere anticipato e deve avere alcuni attori. Però io credo anche un’altra cosa. Che il processo non debba essere un processo che termina nel momento in cui è stata fatta una prima scelta. Vi faccio un esempio. Negli ultimi anni, nei primi anni di corso dell’Università c’è stata una profonda diversificazione. Se voi prendete alcuni corsi di laurea, già nel primo anno è stato individuato un percorso, per cui anche corsi fondamentali sono molto differenziati da corso di laurea a corso di laurea. Io credo che ci sia poca ragionevolezza in questo. Nella realtà io penso che sia opportuno che nel momento in cui uno studente si avvia lungo un percorso di questo genere deve avere la istruzione possibilità nel corso di quel primo anno di fare una scelta un po’ più indirizzata. Nel senso che a fronte di un orientamento preliminare probabilmente ci vuole un po’ di orientamento in itinere che significa per esempio che questo primo anno possa essere un primo anno comune e che nel secondo semestre del primo anno ci possa essere un ulteriore rafforzamento attraverso questa relazione tra gli studenti più grandi e gli operatori del mondo del lavoro. Quindi credo che noi dobbiamo veramente creare le condizioni per porci tra quelle che sono le aspettative e quelle che sono poi le opportunità. Se noi oggi andiamo a vedere nell’Università, abbiamo per esempio una dispersione che varia dal 21 al 24%, soprattutto nel primo anno. Ebbene, io sono certo che questa, lasciatemi dire, incertezza, questo fatto che non porta a un risultato positivo negli studenti, sia determinato, per moltissimi casi, dal fatto che lo studente ha compiuto una scelta che non era sufficientemente ragionata. Ecco allora che abbiamo ancora due elementi sui quali fare un certo tipo di ragionamento. Ed è quello della relazione tra la domanda del mondo del lavoro e la risposata in termini di scelte degli studenti. Credo che voi sappiate che nel nostro Paese, mediamente, ogni anno abbiamo 25.000 laureati in surplus in alcuni campi. E abbiamo 25.000 laureati mancanti in altri settori. Questo significa che è mancato proprio questo link. Certamente noi dobbiamo consentire alle persone di poter scegliere. Ma credo che dobbiamo metterle nella condizione di scegliere in modo consapevole. Ecco allora questo impegno che noi dobbiamo mettere e come in questi anni, sia stato molto positivo quanto fatto da AlmaLaurea che ha proprio questo obiettivo, cioè di dare questo tipo di strumenti perché gli studenti possano andare verso questa scelta consapevole. Il secondo elemento sul quale volevo tornare è quello accennato prima deal Professor Carraro. Nelle nostre Università, soprattutto durante l’orientamento, abbiamo detto per anni che erano Università in tanti casi di qualità, che erano in grado di formare degli ottimi giuristi, degli eccellenti medici, dei bravi ingegneri, architetti. Ma oggi abbiamo estremamente bisogno di trasmettere un altro messaggio: che le nostre università sono anche in grado di creare, di dare almeno le basi a giovani che vogliano avviarsi su un percorso che non li porta a cercare un lavoro, ma a creare lavoro per loro e per i loro compagni. Questo passo culturale è estremamente importante e io sono molto grato al Rettore Carraro per avere avviato questo percorso. Sono poche le Università in Italia che oggi lo fanno e che danno, credo, un giusto peso a questo elemento che è essenziale per un Paese che ha relativamente poche aziende. Molte di queste hanno una vita troppo lunga e soprattutto, non sono così capaci di acquisire quell’aggressività dal punto di vista dell’innovazione, che è uno degli elementi centrali per la crescita di un Paese come il nostro, un Paese che ha un’età media elevata e ha pochi elementi sorgenti di energie. Allora, a fronte di quanto ci siamo detti, che cosa può fare il Ministero in un sistema come quello universitario italiano che è un sistema autonomo che noi ci auguriamo responsabile. Bene, il Ministero può, attraverso un Piano triennale, individuare alcune priorità. Una piccolissima chiosa. Io credo che negli anni futuri noi avremo che i trasferimenti delle risorse dal Ministero al sistema universitario debbano avvenire attraverso tre grandi alberi: uno è quello strettamente connesso alla formazione, alla didattica, che noi vorremmo che fosse consolidato attraverso i costi standard. Cioè che noi riconoscessimo che c’è una differenza in termini di costi tra un corso di Medicina e un corso di Psicologia, e che venisse riconosciuta alle Università una parte di quello che viene chiamato Fondo di finanziamento ordinario sulla base dei costi standard dell’offerta formativa. Questa, una prima parte. E questo guarda, lasciatemi dire, un po’ alla storia, a quello che è un in essere nell’Università. Secondo elemento è quello che noi diciamo il risultato della valutazione della ricerca e della didattica. È quanto è in atto in questa fase con l’Agenzia nazionale della valutazione, quella che noi chiamiamo l’ANVUR, e naturalmente questo significa che le Università dovranno cercare di dare il loro meglio da questo punto di vista perché saranno valutate e sulla base di questa valutazione. Ci sarà una quota che a regime sarà intorno al 20%, che sarà funzione del risultato della ricerca e della didattica. E anche questo è un elemento che guarda a quanto è stato fatto. Il terzo item è quello della programmazione triennale, cioè si chiederà alle università di programmare, per dare una certa dinamicità, per creare delle condizioni che siano più connesse rispetto agli input che vengono dalle realtà socio-economiche piuttosto che dai territori, che dai sistemi di relazioni internazionali. Io credo che proprio attraverso il Piano triennale possa essere avviato questo processo virtuoso, perché se una delle priorità sarà – e sarà così – l’orientamento e uno stretto legame con il mondo del lavoro, ecco che noi andremo a creare una filiera di Università che impegneranno le loro capacità migliori nella direzione di consentire una maggiore strutturazione di tutti quegli elementi necessari per dare una risposta al mondo del lavoro e dare una maggiore solidità alle scelte dei nostri giovani. Grazie #26 // MARZO APRILE 2013 25 cultural heritage B4 (Bricks for e before) è un innovativo progetto di comunicazione proposto al Salone del Restauro 2013 (Ferrara Fiere 20-23 marzo) dal Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara, in collaborazione con il Laboratorio TekneHub, Piattaforma Costruzioni della Rete Alta Tecnologia Regione EmiliaRomagna, e Consorzio Ferrara Ricerche, con lo scopo di esplorare i concetti legati alla conservazione del patrimonio storico e culturale (Heritage) ed ai progetti di valorizzazione dello stesso. Sopra Padiglione del Dipartimento di Architettura, Università di Ferrara e TeckneHub al Salone del Restauro 2013 26 “ L’idea dei mattoncini (bricks), della costruzione e della costruzione ludica – come spiega Carlo Bughi, Architetto, Dipartimento di Architettura di Ferrara, nella presentazione del progetto – vuole essere molto più di una semplice suggestione o di una metafora ‘positiva’, sicuramente efficace in un momento di oggettiva difficoltà e crisi. Molto ruota attorno al LEGO® SERIOUS PLAY® (LSP), una metodologia di ‘gioco serio’ adottato in forma sperimentale nella didattica. Nell’ambito delle attività del Corso Integrato di Rilievo II e Tecniche di Rappresentazione dell’Architettura II, il metodo LSP è stato sperimentato con gruppi di lavoro di studenti chiamati a progettare spazi di allestimento per la valorizzazione dell’Heritage aventi per oggetto tre realtà specifiche: la Walk Heritage ad Ahmedabad e la fortezza di Nagaur in India, ed alcuni edifici simbolici, pubblici e di culto, demoliti a seguito del sisma in Emilia del 2012. Il metodo LSP appariva perfetto, non solo rispetto alla possibilità di condurre studenti molto giovani lungo un percorso speculativo complesso ma anche in merito alle finalità primarie che il metodo LSP si propone: il team building. Il progetto integrato e l’approccio pluridisciplinare, sono ormai parte della photo © Teknehub - Tecnopolo dell’Università di Ferrara B4: Before | Bricks for Il cantiere delle idee per giocare seriamente e comprendere i valori del patrimonio storico culturale retorica del progetto ed in modo particolare del progetto di architettura. Ma come insegnare ai futuri professionisti a lavorare in team? Per chi ha seguito il percorso didattico fino alla fine è risultato evidente l’effetto LSP sui risultati. Settimana dopo settimana (uno dei fattori inediti della sperimentazione è stato il poter seguire l’evoluzione del processo iniziale e poter comparare i risultati finali con quanto innescato da LSP), si è visto il consolidarsi di una identità dei gruppi di lavoro che ha fatto da collante nel processo di team building. Gli studenti hanno fatto ricorso, fino all’ultimo momento di presentazione del proprio lavoro, alla vision emersa dal workshop, quasi fosse la propria “carta costituente” che, così come è proprio delle Costituzioni non solo normare ma anche stabilire il profilo identitario di una Nazione, è stato assunta quale documento condiviso cui riferirsi nei momenti di crisi e di sviluppo delle idee. LSP, in versione non canonica, è diventato quindi una sorta di ‘canone LSP’, detto con una metafora musicale, ovvero una composizione a più voci che si esercitano sulla stessa melodia di fondo (l’Heritage) definendone i margini, nel contrappunto timbrico a varie tonalità ed altezze, con vari gradi di dissolvenza. Da tutto questo l’idea di B4B, in cui l’idea del ‘mattoncino per’, il ‘bricks for’, si completa con la seconda B desinente, assumendo declinazioni e sfumature di senso”. What is Heritage? Imparare a pensare con i LEGO “L’idea – come spiega Patrizia Bertini, Certified LEGO SERIOUS PLAY Facilitator, nel suo intervento pubblicato sul catalogo della manifestazione – è stata di insegnare agli studenti cosa sia l’heritage non dando loro un’esaustiva lista bibliografica, ma adottando un approccio creativo, immaginativo e costruttivo. Le teorie relative al heritage sono innumerevoli, ma dare in ‘pasto’ agli studenti tutte le teorie può inibire all’inizio la loro capacità di pensare criticamente e interrogarsi genuinamente sulla propria posizione. Per stimolare la loro riflessione, abbiamo sperimentato una sorta di moderna maieutica basata sul ragionamento abduttivo derivata da approcci costruzionisti e costruttivisti con i mattoncini LEGO. LEGO SERIOUS PLAY è una metodologia impiegata nelle organizzazioni per il team building, la definizione di strategie e vision e lo sviluppo dell’identità sia individuale che dell’organizzazione. Se tale metodo è funzionale in contesti organizzativi, può essere funzionale anche con studenti ventenni. L’obiettivo era di aiutare i ragazzi a distaccarsi da eventuali nozioni e spingerli ad interrogarsi sul concetto di heritage: per superare eventuali script era necessario cambiare le regole del gioco e farli giocare. Il gioco è un’attività communityoriented che stimola la costruzione di un’identità condivisa attraverso lo sviluppo di un linguaggio e pratiche sociali condivise (Huizinga 1950): l’interazione tra pari, la libertà espressiva, l’assenza di sensazioni di giudizio e processi immaginativi sono elementi essenziali per sollecitare il pensiero creativo (Mitra 2012). Inoltre, le mani sono ampiamente connesse al nostro cervello: è attraverso le mani che l’uomo inizia ad attribuire un senso al mondo (Piaget & Inhelder 1972) e quando si eseguono attività manuali, come costruire un oggetto, le capacità cognitive vengono amplificate e la riflessione avviene su livelli differenti: liberati dai vincoli della logica sintattica, i pensieri si connettono come e mentre si connettono i mattoncini. I mattoncini acquistano significati inediti, diventano metafore di concetti che travalicano le parole. Attraverso la spiegazione e la decodifica dei propri modelli, si scava nelle dimensioni più profonde del proprio pensiero, rivelando connessioni latenti che emergono chiaramente dai modelli ma che spesso restano nascoste negli script a causa della tendenza ad evitare una reale riflessione quando si risponde a domande. Gli oggetti, i modelli costruiti dagli studenti, sono detti embodied, poiché il processo di attribuzione di significato avviene attraverso un’esperienza fisica che crea una relazione tra l’individuo e l’oggetto. Il processo mediato dal metodo #26 // MARZO APRILE 2013 27 “Atman” è la parola sanscrita che riassume il lavoro del team che ha lavorato su Nagaur. La parola significa “il sé, il vero sé di un individuo, la sua essenza”. IL concetto principale di Heritage non è una collezione di oggetti in giro oer il mondo ma la consapevolezza di sé dentro l’individuo. L’Heritage non esiste di per sé ma nasce quando due individui si incontrano e condividono valori, esperienze, memoria. Il modello condiviso dal gruppo alla fine del workshop LSP rappresentava un cervello, in cui ogni connessione e relazione ha luogo. 28 photo © Teknehub - Tecnopolo dell’Università di Ferrara LEGO SERIOUS PLAY ha cosi permesso agli studenti di superare l’approccio razionalista, analitico e convergente a favore di un pensiero divergente, creativo e sintetico (Heracleous & Jacobs 2011). Gli studenti non erano consapevoli di queste teorie: hanno giocato ed eseguito gli esercizi richiesti dal facilitatore. Hanno costruito modelli individuali della loro idea di heritage. Lo hanno condiviso con il gruppo e attraverso il racconto del modello, hanno integrato nelle loro storie sia i problemi che le soluzioni, attraverso la riflessione, la manipolazione dei modelli, il gioco e l’individuazione di inconsistenze fra i racconti ed i modelli. Hanno discusso e messo in discussione tutti i modelli. Hanno scoperto nuovi aspetti di se stessi e dei propri compagni, concordando e discordando e accettando la sfida di costruire un unico modello condiviso di ciò che heritage significa per il gruppo. Hanno negoziato i modelli individuali, li hanno disfatti, ricomposti e ricombinati mentre costruivano il concetto di Heritage. È stata un’esperienza giocosa e coinvolgente che ha avuto un impatto concreto sul loro percorso di apprendimento, stimolando il pensiero critico e la riflessione. Se è vero che Heritage è identità, cultura, terra e policy e che la letteratura ha analizzato tutti questi aspetti, gli studenti, pur senza conoscere i riferimenti formali e senza citare autori o ricerche, hanno sviluppato gli stessi concetti in modo collaborativo e corale, costruendo letteralmente quei concetti con le proprie mani. Ciò si tradurrà per loro in un nuovo approccio: quando d’ora in poi incontreranno quei concetti nel corso dei propri studi, saranno in grado di riconoscerli e ritrovare in essi il proprio percorso e potranno interrogare gli autori e se stessi con un livello di consapevolezza differente” cultural heritage Il concorso CHIDEC Presentato nell’ambito dello spazio espositivo B4Box, il concorso CHIDEC (Cultural Heritage Inclusive Design Contest), organizzato dal Dipartimento di Architettura dell’Università di Ferrara, in collaborazione con Restauro, Salone dell’Arte del Restauro e della Conservazione dei Beni Culturali e Ambientali e DFA Italia, si propone di premiare e di segnalare i progetti, realizzati o non realizzati, concepiti per allargare la base di utenza, eliminando barriere e limiti di accesso al patrimonio culturale, attraverso un design innovativo capace di rendere accessibile il patrimonio stesso. Il patrimonio culturale cui si fa riferimento nel bando di concorso – come illustra nella presentazione Giuseppe Mincolelli, Professore Associato di Disegno Industriale Presso il Dipartimento di Architettura dell’Università degli studi di Ferrara – comprende, in maniera ampia, la parte più significativa del prodotto dell’attività umana: manufatti, opere d’arte, libri, documenti, giornali e riviste, musica, cinema. L’ambiente costruito, i siti archeologici e il sistema di sensi e significati dell’ambiente che ci circonda. La lingua, la gastronomia, i vini, i valori sociali, l’architettura, il paesaggio, il design. Il patrimonio culturale costituisce la memoria della storia umana. Conservare, ricordare e condividere la cultura ci rende consapevoli del suo valore e ci mette in condizione di essere capiti e di capire culture diverse. Con l’espressione” Inclusive design” o “Design for All” si fa riferimento al progetto di ambienti, attrezzature e servizi fruibili – in condizione di autonomia – da parte di persone con esigenze e abilità diversificate. Operativamente, questo obiettivo si realizza attraverso soluzioni progettuali che siano prontamente utilizzabili dalla maggior parte degli utenti senza dover apportare alcuna modifica o, in subordine, che siano facilmente adattabili, in funzione delle abilità fisiche, sensoriali o cognitive dei diversi profili d’utenza, tramite la modifica dell’interfaccia con l’utente. Tale modifica può ottenersi, nelle forme più semplici, mediante la variabilità dell’assetto o l’integrazione di elementi accessori. (definizione adottata dalla Commissione Europea – DG Impiego e Affari Sociali – su proposta dell’EIDD per la Giornata Europea delle Persone Disabili, 3 dicembre 2001). Il tema dell’inclusività è considerato strategico in numerosi campi di attività e di ricerca, a livello mondiale ed in special modo all’interno della Comunità Europea. Horizon 2020, che sarà il nuovo strumento della politica comunitaria per il finanziamento integrato delle attività di ricerca e innovazione, prevede di dedicare oltre il 30% dell’ammontare complessivo dei finanziamenti a quelle che vengono definite ‘grandi sfide globali (Societal challenges)’, tra cui: ‘efficienza delle risorse... per una Società inclusiva, innovativa e sicura’. Il tema della inclusione nella fruizione dei beni culturali è un campo in cui il design più innovativo e socialmente responsabile può produrre ricerche e proposte progettuali che apportino benefici sia per la conservazione e valorizzazione dei beni culturali che per il miglioramento della qualità e della sicurezza della vita di tutti i cittadini, superando barriere e limiti percettivi, fisiologici, economici, culturali e linguistici. Il concorso intende premiare la capacità di sviluppare proposte progettuali organiche ed armoniche, che puntino ad includere la massima parte della base di utenza attraverso un uso ampio e coerente di discipline, metodologie, competenze e tecnologie anche varie e diversificate. I progetti presentati possono rientrare completamente in categorie quali il progetto di allestimenti, di spazi interni o di edifici interi, il design di prodotto, quello grafico, multimodale, web, o proporre approfondimenti progettuali in più di una di esse. (Per informazioni: Dipartimento di Architettura Università degli Studi di Ferrara, Via Quartieri 8 – 44121 Ferrara, [email protected]; www.chidec.net) Bibliografia Heracleous, L. & Jacobs, C. D. (2011) Crafting strategy: Embodied metaphors in practice Cambridge University Press. Huizinga, J. (1950), Homo ludens: a study of the play-element in culture. Boston: Beacon Press. Mitra, S. (2012) The future of people. 2012 http://www.sugatam.blogspot.co.uk/2012/11/the-future-of-people.html. Piaget, J. & Inhelder, B. (1972) The psychology of the child. New York. Basic Books. #26 // MARZO APRILE 2013 29 IDEE “L’impossibile possibile” Lectio Doctoralis di Paolo Fresu L’Università degli Studi di MilanoBicocca ha conferito, il 27 marzo, la Laurea Magistrale Honoris Causa in “Psicologia dei Processi Sociali, decisionali e dei comportamenti economici” a Paolo Fresu con la seguente motivazione: «Il musicista jazz Paolo Fresu ha dedicato la sua arte alla promozione della cultura nelle comunità e nei gruppi della sua terra, attivando le relazioni sociali che si pongono a fondamento della convivenza; ha così favorito il benessere di tali collettività, benessere che dipende da fattori psicosociali e non solo da fattori economici. Fresu ha dimostrato così la potenza comunicativa della musica, in quanto forma simbolica, coniugando in un rapporto originale e fecondo il jazz e la cultura folklorica sarda». A seguire si riporta una sintesi del discorso tenuto dal musicista sardo in occasione della cerimonia. 30 S to per prendere un aereo per Francoforte e poi per New York. La mattina accompagno il piccolo Andrea a scuola ma poco prima di uscire mi chiede di indicargli quale sarà il mio viaggio. Lo faccio sul suo mappamondo illuminato, navigando idealmente con il dito tra la costa tirrenica dello Stivale e quella americana. «Certo, quello di oggi non sarà un viaggio infinito come quello della settimana scorsa tra Parigi e Santiago del Cile ma è comunque e pur sempre un viaggio» gli dico. «Ma papà, l’Africa è più lontana!» risponde Andrea dopo averci pensato un attimo. Già, l’Africa. Dipende quale. Quella che lui conosce perché ci è stato è il Kenya, che dista da Roma poco più di quattro ore mentre da Francoforte a New York ce ne vogliono otto. Sette al ritorno se si ha il vento in coda. In realtà l’Africa è vicinissima, se la si vuole vedere da un’altra angolazione e, per certi versi, è vicina anche New York considerando che per andare in treno da Porto Torres a Cagliari di ore ce ne vogliono più di quattro. Andrea, che ha cinque anni, non ha ancora ben chiara la dimensione del mondo ma lo circumnaviga con l’immaginazione capovolgendo il tradizionale concetto del vedere e sentire tutto, distanze comprese. I grandi vedono piccolo e vicino il mondo conosciuto e vissuto mentre i piccoli percepiscono le distanze in modo contrario. Del resto è comprensibile. Solo gli adulti hanno un vissuto che logora. I bimbi invece hanno un vissuto che è ancora da vivere e che dunque li tiene fortunatamente lontani dalla realtà oggettiva. I viaggi di Andrea sono in genere quelli in nave tra Livorno e Olbia. Sulle navi bianche o gialle come le chiama lui. Moby Lines o Sardinia Ferries. Viaggi interminabili (fortuna che non ha conosciuto la flotta della Tirrenia…) stemperati dalle patatine fritte del self service e soprattutto dal sonno notturno che rende il tragitto meno infinito. La macchina entra per incanto dentro la pancia della photo © Università degli Studi Milano Bicocca grande nave e il resto è così un viaggio vero più di quanto non lo siano quelli più o meno lunghi con gli aerei. Non solo per via delle distanze e dei ricordi ma, dal suo punto di vista, in base al numero dei sedili, motori e flap dell’aeromobile che ci trasporta. E i miei viaggi? La prima volta che sono uscito da Berchidda è stato per andare a Monti. Poco meno di quindici chilometri, con il pullman dell’Asara assieme alla Banda musicale per un ‘servizio’, l’accompagnamento per la processione in occasione della festa del Santo Patrono. A Roma invece ci sono stato dopo, con la mamma, per trovare uno zio che si sposava. In una stazione di servizio tra Civitavecchia e Roma (stavolta era la nave della Tirrenia a trasportarci senza stimolare nessun pensiero positivo) appresi che un cappuccino non era un frate ma una cosa da bere. Forse lo apprese anche mia madre che a casa ci dava il latte appena munto da mio padre con un goccio di caffè e lo chiamavamo semplicemente caffellatte. Scoprii, andando a Monti con la Banda e a Roma con la mamma, che il mondo era vasto e che, da grande quale stavo diventando, questo si rimpiccioliva ogni giorno di più nel processo di apprendimento quotidiano fino a divenire minuscolo. Credo sarà ciò che farà Andrea nel crescere. Nonostante lui conosca molte più cose di me quando avevo i suoi anni, continuerà a pensare che il mondo è grande o piccolo in modo inversamente proporzionale al suo vissuto. Vissuto che noi sardi chiamiamo su connotu1 e che è il 1 connótu agg. conosciuto, noto. Es connotu in tota s’Isula è conosciuto in tutta l’Isola. Usu connotu costume tramandato dai maggiori. Benes connotos beni ereditati Dicciu connotu proverbio antico, noto. Da “Vocabolario Sardo-Logudorese-Italiano” di Pietro Casu. A cura di Giulio Paulis, ISRE/Ilisso Editore, Nuoro 2002. Per l’antropologo bittese Bachisio Bandinu su connotu è «uno spazio reale e simbolico di garanzia. Ricco di valori, è nostro dna di isolani/mediterranei. Ora, mentre sono sull’aereo della Lufthansa ripercorro mentalmente il mio primo viaggio per New York. Era verso la fine degli anni Ottanta e ci andai con Giovanni Tommaso e con Massimo Urbani. L’America era il nostro sogno e la Grande Mela incarnava per noi tutto il meglio della società moderna e del progresso. Non ultimo il jazz, che era la nostra passione e il motivo che ci aveva portati tutti dall’altra parte dell’oceano. Massimo passava il suo tempo a decantare le macchine americane, il suono delle radio americane, la qualità dei miscelatori d’acqua dei bagni americani, la prelibatezza degli hot dog americani. Al punto che appena arrivati nella terra degli yankees comprò una pentola americana da regalare alla nonna che, la mattina dell’imbarco all’aeroporto di Fiumicino, gli aveva fatto trovare le immaginette dei suoi santi prediletti in tutte le tasche della giacca. Peccato che la pentola dovette accompagnarlo durante tutto il viaggio negli States. Viaggio che durò quindici giorni e toccò diversi stati tra cui quello di New York, il New Jersey, il South e North Carolina e il Massachusetts. Io non ricordo cosa comprai. Ero troppo preso dalla visione dello skyline della metropoli per riuscire ad abbassare il naso ad altezza d’uomo e scoprire così che c’erano negozi, bar, teatri e ristoranti. Ricordo solo che al mio ritorno organizzai una visione pubblica delle diapositive che avevo scattato e che invitai mio cugino Andreino, l’unico in famiglia che aveva viaggiato in quanto per diversi anni era stato macchinista nella sala caldaie di una grande nave. Ciò mi bastava per immaginare che lui a New York ci fosse stato davvero e che dunque lui e solo costituito dal patrimonio storico, archeologico, artistico, linguistico e culturale, inteso come tesoro da custodire, senza investimento». lui sarebbe stato in grado di comprendere il valore e il senso del mio viaggio americano. Mio padre era stato in continente in tempo di guerra e mia madre con me a Roma e prima una volta in viaggio di nozze. Abbiamo ancora la foto scattata davanti a San Pietro. Solo Andreino dunque sapeva della qualità delle macchine americane, del suono delle radio americane, dei miscelatori d’acqua dei bagni americani, della prelibatezza degli hot dog americani e delle pentole americane. Prima di quel viaggio ero stato a Roma e Milano. Il rumore del trenino che mi portava dalla stazione di Civitavecchia a Termini era ancora nelle mie orecchie e nei miei occhi c’era la desolazione delle periferie e delle borgate romane e della Paullese, la pericolosissima strada statale dove, d’inverno, scorrazzavamo con Roberto Cipelli per andare da Cremona a Milano a suonare al “Capolinea” o alle “Scimmie” e dove la nebbia si tagliava a fette tanto da non vedere neanche a un metro di distanza. New York era per me oltre l’immaginazione, oltre la Paullese e la Stazione Termini al punto da renderla distante nonostante ciò che stavo imparando a conoscere e che mi faceva sentire più l’Andrea di oggi che il Paolo di allora. Ma molti di voi si staranno chiedendo che senso abbia parlare di viaggi in questa prestigiosa sede e soprattutto dove voglio arrivare con questo mio discorso introduttivo. È presto detto. Questa Lectio dal titolo “L’impossibile possibile” nasce intorno a una piccola idea che si sviluppa in modo concentrico per diventare grande. Lo fa gradualmente, non dall’oggi al domani. E lo fa concentricamente come se fosse un sasso gettato in un lago, laddove i cerchi creati dallo shock dell’impatto con l’acqua si propagano, toccando e interessando ciò che vi è intorno. #26 // MARZO APRILE 2013 31 32 o nulla al punto da essere sempre sottolineata in rosso dal correttore automatico di Word. Rispondo che la “sardità” è quel qualcosa d’indecifrabile che, quando sono a Pechino, a New York o a Delhi, fa sì che alla fine del concerto ci sia sempre un corregionale che arriva per dire «anche io sono sardo. Di Maracalagonis, Bitti, Santu Lussurgiu o Cagliari». Ciò non accade con i miei colleghi di Roma, Milano o Bologna e non è casuale perché i sardi, divisi nell’Isola, si sentono parte di una comunità quando lasciano la Sardegna. Sardegna che, se dentro ha confini larghi al punto da poter essere grande, vista da fuori si può disegnare con un dito diventando così solo un luogo piccolo nella vastità del mondo. Disegnare con un dito. Come quando Andrea mi chiede di raccontargli del mio viaggio. Poco tempo fa ho volato da Bologna per Madrid con una delle sottocompagnie della Iberia che si chiama ‘Air Nostrum’. Ciò mi ha fatto riflettere sul concetto di geografia dei popoli mediterranei laddove il comune denominatore è l’idea del viaggio. Che sia per mare, per terra o per aria poco importa. Viaggio significa scoperta, identità e comunicazione nonché scambio: umano, economico, sociale. Viaggio in un luogo che, al di là dei Paesi, delle religioni, delle razze e dei sistemi economici, continuiamo a pensare ‘nostrum’ anche negli anni Duemila. Le geografie e le menti non cambiano più di tanto; piuttosto si modificano i meccanismi comunicativi in funzione dei momenti storici. Micro e macro hanno una connessione diretta con locale e globale. Parole e concetti in assoluta sintonia con la mia storia personale e con la mia esperienza di uomo e di artista. Mi ripeto e mi scuso, ma devo sottolineare ancora una volta il mio essere nato in Sardegna. Forse per molti non è un’informazione degna di nota, ma nascere in un’isola e crescere in quell’altra ‘isola nell’isola’ che è Berchidda, piccolo paese con poco meno di tremila anime (lontano dal mare perché a soli venti chilometri…), è fondamentale, soprattutto perché, andando photo © Università degli Studi Milano Bicocca La Sardegna è il sasso, il mare che vi è intorno è lo stagno. Uno stagno che, seppur vasto più del più grande lago, è sempre enormemente più piccolo rispetto ad un qualsiasi oceano. Il concetto del micro e del macro, dunque, è racchiuso in quella frase di Andrea che disegna il mondo secondo il suo vedere. Noi oggi lo facciamo soprattutto secondo il nostro sentire, ma la cosa non cambia. L’Africa è vicinissima alla Sardegna ma può essere estremamente lontana e, di fatto, lo è ma fortunatamente non per tutti. Perché il Mediterraneo è un cuore che pulsa e alimenta gli organi che sono i Paesi che vi si affacciano. Paesi che il sasso dell’isola gettato nel mare può raggiungere in un attimo. Se molti intravedono nel Mare Nostrum solo diversità e se è vero che queste ci sono, dal punto di vista storico è la stessa storia a farci sentire più vicini e simili. Piuttosto bisogna comprendere quanto la storia sia stata scritta correttamente o secondo parametri di opportunità, funzionali a chi vuole rendercela per quello che non è. Se, per appunto, pensiamo alla Sardegna – e dunque alla sua musica, lingua, cibo, costumi, gioielli… – questa è la dimostrazione di quanto il Mediterraneo sia stato un grande luogo di incontri e di scambio e di quanto l’Africa che vi si affaccia sia vicina a noi. Se esiste un’identità mediterranea, questa è per me il riconoscersi in un luogo comune che cambia nel tempo e che è in balìa, da sempre, di una geopolitica che mai è stata culturale ma piuttosto economica. Lo definirei un afflato mediterraneo. Puramente estetico ma in conflitto con quello etico che da sempre ci ha diviso. Spesso mi chiedono cosa sia l’identità dei sardi. Quella parola che è la “sardità” della quale molto si abusa e che può significare tutto idee a ritroso come se stessimo osservando il mondo dal computer con Google Map, esiste un luogo ancora più embrionale che è Tucconi, il luogo dell’anima. Il mio luogo di campagna dove ho trascorso buona parte della mia gioventù tra i belati delle pecore e il soffio del maestrale che piega le querce. Tra la scoperta e l’apprendimento della lingua madre che ha un suono anch’essa. Suono scuro e delicato, comunitario e condiviso, ancestrale. Suono che è metafora del dentro e del fuori, ancora del micro e del macro. La mia lingua, il sardo del Logudoro, rappresenta la mia infanzia fra la campagna e il paese, tra i sapori, gli odori e i colori della terra prima che del paese e della comunità. È una lingua musicale, la nostra. Idioma ricco di variazioni cromatiche e piccole differenze sonore che formano un articolato registro vario e completo. Quand’ero bambino il ricco vocabolario della limba2 era la 2 lìmba s.f.. lingua. […] Sa limba sarda, italiana, franzesa, furistera la lingua sarda, italiana, francese, forestiera, straniera. […] Imparare in una rappresentazione di un universo senza tempo nel quale le parole non avevano ancora niente di evocativo, ma semplicemente erano parte della realtà, pure presenze sonore, quasi minerali, che avevo interiorizzato fin dal grembo materno, quando mi arrivavano amplificate attraverso il liquido amniotico. Lingua in quanto vita dunque, e suono in quanto origine di tutto. Solo successivamente sa limba ha assunto anche un significato altro che era quello di strumento per relazionarmi alla comunità. Negli anni, attraversando e colmando quello spazio geografico e temporale che separava la campagna di Tucconi dalla vita del paese, la lingua ha acquisito un diverso significato, spogliandosi di quel senso intimo e arricchendosi di quello più universale che appartiene a tutte le lingue parlate, cantate e vissute in tutte le parti del mondo e in tutte le realtà, siano esse rurali o metropolitane. È diventata frigada ‘e limba apprendere molto presto, molto facilmente. Da “Vocabolario Sardo-LogudoreseItaliano” di Pietro Casu. A cura di Giulio Paulis, ISRE/Ilisso Editore, Nuoro 2002 un mezzo per comunicare, per dialogare, per affermarsi, per spiegarsi, per imporsi. Dal suono ancestrale delicato e quasi sussurrato al suono dinamico legato al forte e a volte al fortissimo. Da rappresentazione dell’essere a strumento di comunicazione. Siamo abituati a pensare al piccolo come locale e al grande come globale, quando anche nel microcosmo delle cose esiste una globalità che è solo da vedere e da sentire. Come piacerebbe ad Andrea, che sa limba la apprende non da me ma dalla nonna che parla in sardo anche con chi non la capisce, e che è affascinato da tutti gli strumenti di comunicazione e soprattutto dai satelliti e dalle parabole. Perché sono questi oggetti della tecnologia moderna a portare il mondo nelle nostre case attraverso la televisione e permettere ad Andrea di vedere Manny Tuttofare o Barbapapà. Le nuove geografie e i recenti snodi e crocevia della terra portano a vedere il mondo lontano attraverso internet e la tivù, scoprendo così che le nostre scelte locali si riflettono poi nella globalità. E anche se potrebbe sembrare che #26 // MARZO APRILE 2013 33 34 Perché locale e globale s’incontrano quando si crea una connessione idiomatica ancora prima che tecnologica, antropologica o culturale. Tutto questo non ha forse a che fare con il viaggio, con la necessità di comunicare e conoscere e, dunque, con una contemporaneità che è arcaica quanto quel sasso gettato nel “lago” mediterraneo? Locale e globale, come micro e macro, rappresentano non solo il contemporaneo ma la memoria che lo forma. C’è a volte un equivoco, soprattutto nella musica, tra ciò che si pensa siano i plurisignificati di ‘memoria’ e di ‘contemporaneo’. Nella sua etimologia, dall’origine latina, il termine ‘contemporaneo’ è mutuato da ‘Cum’, ‘Tèmpus’ e ‘Tèmpora’ e, dunque, significa «che è o vive nel medesimo tempo». Se il termine popolare, ad esempio, è sinonimo di incontro tra tradizione e memoria, non può non essere contemporanea la musica tradizionale, che è l’unica che si costruisce di giorno in giorno e che è in grado di tessere una tela tra passato e presente. Se c’è una musica che si nutre del tempo questa è proprio la musica popolare, che forse è l’unica ad avere il diritto di essere definita tale. Esiste poi il problema delle commistioni con gli altri linguaggi. Dagli anni Ottanta il progresso ha messo in crisi il significato sociale di quelle comunità storicamente forti mettendo a repentaglio anche i tradizionali meccanismi produttivi e fruitivi dell’arte e della cultura. La musica ha dovuto fare i conti con l’inquietante prospettiva dell’implosione in se stessa: è un linguaggio forte quando si consuma nelle strade, nelle piazze e nelle chiese, ma diviene fragile quando la si colloca in spazi inadatti alla sua funzione primaria che è quella dell’essere il collante delle microsocietà. photo © Università degli Studi Milano Bicocca siano le scelte globali a riflettersi prepotentemente e in modo evidente nel nostro locale, in realtà è la scelta responsabile di ognuno di noi a creare il percorso dell’uomo decretandone la sua qualità di vita anche attraverso lo stato di salute del pianeta. L’isola incarna per antonomasia il locale e il globale. Locale perché nei secoli ha cercato di conservare una sua specificità, globale perché essendo in seno al Mediterraneo è come un server nel quale approdano milioni di dati che poi, dallo stesso, si dipanano verso il mondo più vasto. Ammesso che ce ne possa essere uno più vasto di una qualsivoglia isola. Da questo punto di vista sia la musica tradizionale che il jazz rappresentano uno dei tanti punti di incontro. Perché se da una parte fotografano la realtà contemporanea, dall’altra sono tra i molteplici strumenti di connessione e di dialogo. idee Già soltanto spostare un concerto di launeddas dalla sagra di Sant’Efisio di Cagliari al Teatro della Scala di Milano rischia di minare il rapporto tra il locale e il globale, indebolendo così il messaggio che quella musica si porta appresso. C’è poi un problema repertoriale e di suono. Perché la musica tradizionale si tramanda oralmente nelle sagrestie durante la Settimana Santa, nelle osterie, nelle aie, nelle feste campestri. Si apprende così, e ciò che importa è conoscere il conosciuto, su connotu, e niente di più. Il repertorio in questo modo si assottiglia e non si arricchisce nel tempo, sebbene anche la musica tradizionale necessiti di una spinta propositiva che, però, può essere pericolosa in quanto rischia, a volte, di diventare folklore. La complessa diatriba fra tradizione e modernità ha, per me, poco a che fare con il mercato odierno, ma piuttosto con la capacità dell’artista di vedere oltre se stesso e oltre un passato che è pesante ma che, allo stesso tempo, non si può e non si deve dimenticare. Il rapporto tra la musica e i luoghi è in relazione, dunque, con lo spazio immaginario prima ancora che con quello reale. Il problema principale non è ‘dove’ si fanno le cose ma ‘come’ si fanno, e l’altro problema è fare sì che gli spazi della televisione e di internet divengano luoghi accoglienti e suggeritori d’idee buone oltre che tavoli di incontro e di scoperta. Esiste poi una ‘musica dei luoghi’ che è fatta dagli ambienti che la ospitano ed è in questi che alcune contaminazioni acquistano ancora più senso in quanto la ricerca non è più solo sul suono e sull’interplay, ma sul rapporto tra questi due elementi e gli stessi luoghi che divengono protagonisti in grado di suggerire idee e percorsi. In seno al nostro festival questo è accaduto e, anzi, è stato elemento fondamentale di crescita. Diventa, dunque, complesso stabilire se è la musica a doversi confrontare con gli spazi o se sono questi ultimi a doversi plasmare sulle esigenze della musica. Esiste anche un suono da sentire e uno da vedere e, quando questo accade, la musica lievita e diviene leggera e atemporale. Certo, Arturo Toscanini usava dire che «all’aperto si gioca a bocce» ma dipende molto da quale musica e da quale luogo. I greci e i romani ne erano coscienti e sapevano quanto un teatro all’aperto possa diventare lo strumento massimo di amplificazione dei sensi, dell’emotività, del pathos e dei sentimenti. Nella fattispecie, i luoghi all’aperto pongono la musica (e dunque i musicisti e il pubblico) in rapporto con la natura e con l’ambiente, offrendo all’arte il suo vero ruolo catalizzante e plasmante ma anche riflessivo. È così che l’arte assume un ruolo politico nei confronti della società; ma vi starete chiedendo che rapporto può esserci tra politica e musica e se la musica debba avere un senso politico. E se non è politico, quale potrebbe essere il rapporto diretto tra la cultura e la realtà? (…) Cultura è sinonimo di conoscenza laddove il fine è nobile e utile alla crescita della società e, dunque, del Paese. (…) L’esempio di Time in Jazz è illuminante. Si calcola che, attualmente, l’indotto economico del festival sul territorio sia di oltre 1.500.000 Euro a fronte di una spesa annuale di circa 600.000 Euro di cui, in percentuale, il 60% proviene da finanziamenti pubblici (Regione, Provincia, Ministero e Comune di Berchidda) e il 40% da privati (Fondazioni Bancarie, vendita di spettacoli e sponsor) per un totale di circa 30.000 presenze nell’arco dei dieci giorni di durata del Festival. Inoltre, va considerato che la manifestazione coinvolge oltre 15 centri del Nord Sardegna, che appartengono alle Province di Olbia-Tempio, Sassari e Nuoro (quest’ultima dal 2012). Se l’investimento con i denari dei cittadini è di circa 360.000 Euro, questo rende quattro volte di più, senza considerare il ritorno pubblicitario e di immagine (a costo zero) di cui si giova tutto il territorio e l’intera Sardegna, anche senza considerare il valore formativo di un’esperienza che coinvolge centinaia di giovani volontari e altre figure professionali che sono nate e/o maturate in seno al festival e che oggi hanno intrapreso una professione nel settore della cultura e del turismo culturale. Dal 2011 l’Associazione culturale Time in Jazz ha avuto in gestione dal Comune di Berchidda gli immensi spazi dell’ex-Cooperativa La Berchiddese, un caseificio in disuso oggi convertito, proprio grazie al suo lavoro, nel Centro Laber, sede di studi di produzione culturale e per lo spettacolo, che porterà in paese ogni anno centinaia di artisti e di tecnici in residenza, stimolando così anche una nuova economia ricettiva. Per dare avvio a tale progetto il Comune ha usufruito dei fondi strutturali messi a disposizione dall’Unione Europea: 1.700.000 Euro che saranno investiti nella ristrutturazione e riorganizzazione dello spazio che Time in Jazz utilizza già da qualche anno. Inoltre l’Associazione Time in Jazz ha acquistato, nel 2010, una vecchia casara dei primi del Novecento, oggi anch’essa in corso di restauro, che diverrà a breve luogo di produzione e luogo espositivo, di incontro e di riferimento per tutto il Nord Sardegna.(…) Time in Jazz nasce nel 1988 dal volere di un piccolo gruppo di persone che ancora oggi, dopo venticinque anni, credono nell’impossibile che diviene possibile. Per questo ho scelto questo titolo per la mia Lectio e ho fatto questa lunghissima (mi perdonerete) #26 // MARZO APRILE 2013 35 introduzione a volo d’uccello sulla filosofia del viaggio, della perimetralità, della memoria, del micro e del macro, del gusto, del locale e del globale, utilizzando il piccolo Andrea come attore principale. Perché mi serviva giustificare il fatto che potesse nascere un festival di jazz in un luogo lontanissimo dalle centralità culturali. Un luogo che non aveva nessun rapporto con una musica che veniva da oltre oceano se non per il fatto che a Berchidda c’era una antica Banda Musicale e c’ero io, che il jazz lo masticavo ormai da una decina d’anni. Alla fine degli anni Ottanta, pur non ancora maturo, sentivo dentro me stesso che tutte queste riflessioni sulle geografie potevano avere uno sbocco in quella ‘isola nell’isola’ di cui abbiamo ampiamente parlato e che attraverso il jazz avrei potuto dare risposte alle innumerevoli domande che mi ponevo e che ho provato a esplicitare in questo scritto. Ma andiamo per ordine. Era il 1988. Il sindaco di allora, mi chiese di pensare qualcosa per la comunità berchiddese. Non ci volle molto per convincermi e dopo poco presentai il progetto di un festival che potesse avere continuità nel tempo e che potesse rispondere a quei requisiti di programmazione e a quegli obiettivi in grado di giustificare Berchidda come luogo adatto a dar vita ad una manifestazione musicale. A parte sporadici avvenimenti, le esperienze del jazz nell’isola in quegli anni erano quelle di “Jazz in Sardegna” a Cagliari e di Sant’Anna Arresi, piccolo centro del Sulcidano dove da qualche anno si svolgeva un piccolo festival di jazz. Presi dunque spunto ed esempio da questa realtà che, per certi versi, era simile a quella di Berchidda, anche se diversa per altri. Entrambi erano centri molto piccoli, questo si, ma mentre Sant’Anna Arresi era un luogo di turismo per via delle sue belle spiagge, Berchidda era un 36 luogo dell’interno dell’isola, senza nessuna vocazione turistica e dove l’economia si basava sull’agricoltura e sull’allevamento. La musica era solo un hobby, seppure diffuso. Anche il Festival di Calagonone, in provincia di Nuoro, stava appena nascendo e, comunque, aveva più assonanze con quello di Sant’Anna Arresi che con Berchidda, in quanto anch’esso luogo che si affacciava sul mare. Time in Jazz fu il titolo scelto. Non sapeva di nulla e in inglese era solamente un’accozzaglia di parole, ma funzionava visivamente e suonava bene. Il tempo del jazz dunque. Anzi ‘il nuovo tempo del jazz’, visto che questo ne fu il sottotitolo per diverse edizioni. Nuovo perché voleva essere diverso e perché aveva l’ambizione di raccontare il jazz da un altro punto di vista: il mio. Gli obiettivi erano molteplici: dare continuità alla manifestazione che si sarebbe svolta, come ogni vero festival, con cadenza annuale, radicare il festival nel territorio attraverso progetti che tenessero conto della nostra cultura e, infine, farne uno strumento capace di sviluppare l’economia e il turismo portando pubblico da tutte le parti d’Italia e caratterizzando così Berchidda come luogo unico e originale, dove potessero succedere cose che non accadevano altrove. Sapevo, del resto, che quello era, probabilmente, l’unico modo per attirare gente verso l’interno dell’Isola. Il turismo diffuso non era ancora in voga e l’unica Sardegna conosciuta era quella del mare e quella, ancora più blasonata, dell’altro turismo spendaccione e un po’ volgare dei VIP della Costa Smeralda. Questo manifesto mi dava, dunque, l’opportunità di fare del festival uno strumento di sperimentazione e di scambio, dove gli artisti si sarebbero potuti incontrare per produrre cose nuove, capovolgendo quell’atavica mentalità secondo la quale le idee migliori vengono sempre da fuori. Time in Jazz sarebbe così diventato il mio strumento comunicativo oltre alla tromba e al flicorno per raccontarmi in un luogo che, in fondo, (e nonostante fossero passati diversi anni) mi conosceva poco. La prima edizione si tenne con l’aiuto di alcuni volontari del posto e di cugini e cugine dal 12 al 14 settembre 1988 nella piccola piazzetta adiacente alla piazza principale del paese, quella Piazza del Popolo che oggi è il magnifico teatro di Time in Jazz. Il pubblico era composto da poche centinaia di persone e un bottiglione da due litri di acquavite di mio padre contribuiva, alla fine dei concerti, a scaldare gli animi nelle serate fredde di settembre. La positiva esperienza venne ripetuta l’anno successivo, più o meno con la stessa formula. Non solo concerti ma anche proiezioni di film sul jazz e seminari, con una propensione verso il jazz italiano e verso quello regionale. In questa seconda edizione si intravedeva più chiaramente il tracciato originale di una manifestazione che mai abbiamo voluto chiamare rassegna: quello depositato a mo’ di ‘manifesto’ in due fogli A4 battuti a macchina con la mia Olivetti Lettera 32: progettazione e produzioni originali, attenzione verso il jazz isolano e attività collaterali per insegnare e raccontare il jazz al pubblico, oltre che volontà di crescita economica e creativa. Il manifesto del primo anno mi ritraeva in una foto di Agostino Mela virata seppia. Il programma era preceduto da una mia introduzione, consuetudine, questa, che è rimasta nel tempo e che introduce tutte le edizioni del Festival, presentato in un’elegante brochure ricca di fotografie e di testi anche se ancora, allora, non si era instaurato – a livello grafico e di immagine – un vero rapporto con l’arte, incontro che avvenne, di fatto, solo nel 1994 con le prime opere del pittore napoletano Salvatore Ravo, e che idee da allora avrebbe caratterizzato tutta la nostra comunicazione visiva. Nonostante il buon successo di pubblico e di critica il paese era ancora scettico sull’iniziativa. La gente mi fermava per strada per fare i complimenti per la mia carriera e per chiedermi informazioni sui miei viaggi e i miei concerti ma, a parte il Sindaco, sembrava non dovesse cambiare ancora per molto tempo. L’edizione del 1990 gettò le basi concrete per le fortunate edizioni dell’ultimo decennio. “Oltre…” era il titolo di quel festival. Continuammo a dare spazio ai musicisti sardi e a dedicare sempre maggiore attenzione alle più interessanti e originali proposte musicali d’oltralpe. “Tutto ciò che è creatività circuita intorno ad una ipotetica traiettoria sferica per incontrarsi, durante il percorso, con tutte le altre forme espressive, anche con quelle diametralmente opposte...” qualche amministratore, i volontari sempre più numerosi e pochi altri, la maggior parte della popolazione aveva l’impressione che questa manifestazione fosse avulsa dalla realtà locale e che i soldi, sebbene pochi, che il Comune metteva a disposizione, fossero buttati via. E poi, il jazz non piaceva e forse era questo il vero motivo delle critiche e della diffidenza. D’altro canto, era ormai da molti anni che a Berchidda non accadeva niente di rilevante e che anzi si faceva di tutto, soprattutto tra i giovani, per distruggere sul nascere le poche iniziative pubbliche e sociali. Time in Jazz, seppur appena abbozzato, stava infrangendo questa tradizione e stava costruendo qualcosa di stabile che avrebbe di certo creato un precedente importante e, forse, destabilizzato un sistema che «Oltre… dunque …quando i confini si annullano e le distanze si avvicinano concretizzandosi in un concetto direi empedocleiano dell’arte». Questo scrissi nelle note introduttive ospitate nella brochure di quell’anno, laddove ipotizzavo una geometria del pensiero creativo rappresentata dalla Sfera in quanto essenza del carattere multimediale dell’arte. «Non più solo Musica», aggiungevo in quelle note, «non più solamente Jazz, ma anche Danza, Balletto, Teatro, Cinema, Pittura, Scultura, Fotografia. Tutto ciò che è creatività circuita intorno ad una ipotetica traiettoria sferica per incontrarsi, durante il percorso, con tutte le altre forme espressive, anche con quelle diametralmente opposte e che, in apparenza, non hanno nessuna relazione con il fuoco della Sfera stessa. […] A ragion veduta quindi un festival la cui finalità è la necessità non solo di continuare il percorso ma sperimentare e documentare le nuove tendenze del Jazz che vogliono confrontarsi con altre forme di linguaggio». Insomma, c’erano in quelle note tutti i germi costruttivi per quel festival/contenitore che nell’arco degli anni è cresciuto esponenzialmente fino a raggiungere il successo e la maturità di oggi. La quarta edizione ebbe una durata di cinque giorni e si svolse dal 4 all’8 settembre, con alcune serate particolarmente fredde e spazzate dal maestrale. L’acquavite di Lillino era oramai diventata di rito e l’atmosfera continuava ad essere familiare e raccolta nonostante il pubblico iniziasse a crescere. “Prove d’Autore” ne fu il titolo e la maggior parte dei progetti erano, di fatto, produzioni originali di Time in Jazz. Ma il progetto più importante di quell’anno fu quello che coinvolse la Banda Musicale ‘Bernardo De Muro’ di Berchidda assieme al polistrumentista Eugenio Colombo. Eugenio aveva realizzato un’opera commissionata dal festival di Clusone con la Banda locale che si intitolava “Sorgente sonora”. Nacque dunque l’idea di riproporla a Berchidda utilizzando la nostra formazione bandistica e, naturalmente, fu tradotta letteralmente in “Sa ‘ena sonora”. Grazie anche ad un altro progetto su Pietro Casu, oratore, linguista, poeta e predicatore di Berchidda, il festival iniziava a legarsi al paese e al territorio, ponendosi anche come strumento di riflessione politica e culturale in seno alla più complessa vicenda dei finanziamenti pubblici e della didattica in Sardegna. Erano per me argomenti importanti, che mi coinvolgevano come direttore artistico di Time in Jazz e come direttore dei seminari nuoresi (nati, nel frattempo, nel 1989) e che, poi, sarebbero sfociati nella realtà nazionale con la militanza nell’Amj – #26 // MARZO APRILE 2013 37 38 culto e Berchidda era sempre più conosciuta sia in Sardegna che sulla penisola. Conosciuta… ma non furono anni facili. Nel 1992 si tenne un festival di protesta per via della mancanza di finanziamenti dovuta all’incuria e alla disattenzione dei nostri interlocutori politici di allora. Tutti gli artisti invitati vennero a Berchidda gratuitamente e io scrissi queste parole: «Finché ci saranno uomini capaci di raccontarsi con uno strumento, con il proprio corpo e le proprie mani, con i colori, con una pietra o un pezzo di legno, noi non moriremo. L’immaginario è la nostra linfa ma non si può comprare per nessun prezzo». Erano altri tempi, come recita anche il titolo della nostra rassegna a cavallo tra Natale e Capodanno, ed effettivamente da allora siamo andati avanti spediti e sempre più convinti della necessità di fare e di programmare il diverso, l’inascoltato e il non ancora visto o percepito. Sulla scia delle collaborazioni con Pilar Gómez Cossío, Salvatore Ravo, Sergio Cara, Gisela Moll e Pinuccio Sciola, nel 1997 prese il via l’attività del PAV (Progetto Arti Visive) curata da Giannella Demuro e Antonello Fresu: da allora, sia l’arte contemporanea che le immagini e il cinema, settore coordinato e diretto da Gianfranco Cabiddu, hanno aperto nuove porte nell’arte di Time in Jazz. Nel 1995 iniziarono a prendere parte alla manifestazione anche gruppi musicali di strada, contribuendo a fare del festival una festa collettiva capace di coinvolgere sempre di più la comunità berchiddese che, se i primi anni appariva scettica, oggi è quasi totalmente complice di un progetto che abbraccia tutta la realtà del Nord Sardegna. Nel 1998 nacque finalmente l’Associazione culturale Time in Jazz, che da subito iniziò ad organizzare e gestire il Festival, sostituendosi, non senza conflitti, al Comune di Berchidda, che continuò, tuttavia, a partecipare attivamente, seppure con notevoli sforzi, al suo sviluppo. Time in Jazz, tra soddisfazioni e difficoltà, era ormai una realtà forte e viva, grazie all’esperienza maturata fin dal 1988, con quel volontariato che lo aveva reso grande e che lo supporta tuttora. Negli stessi anni iniziammo a photo © Università degli Studi Milano Bicocca ‘Associazione nazionale Musicisti di jazz’ che sarebbe nata subito dopo. Si organizzarono, dunque, tavole rotonde di discussione sul tema della didattica e della programmazione concertistica che coinvolsero scuole, musicisti e didatti, operatori culturali e direttori di festival e di rassegne. Nacque allora anche lo spazio del jazz club, che si tenne per diversi anni appena fuori Berchidda, nella Terrazza Belvedere e che ospitò diversi gruppi giovani ed esordienti ed altri con musicisti più affermati, fino a quando, intorno alla fine degli anni Novanta, il jazz club non si spostò nel vicino Museo del Vino. Il festival era ancora completamente gestito dal Comune di Berchidda. Così era nato nel 1988. Era l’ufficio ragioneria che stilava, sotto la mia consulenza, i contratti con gli artisti ed era lo stesso ufficio a dover indire gare di appalto per ogni singola iniziativa, ma la manifestazione diventava di anno in anno sempre più grande e il lavoro aumentava di giorno in giorno. Intanto le edizioni si susseguivano con sempre maggiore successo e pubblico. Time in Jazz iniziava a diventare una sorta di luogo di idee portare il Festival nei luoghi di culto, primo fra tutti la piccola chiesa, allora appena ristrutturata, di Sant’Andrea, che nel 1997 ebbe modo di ospitare uno dei concerti più straordinari della nostra storia: quello in piano solo del ‘nostro’ Antonello Salis. Mai prima di allora un pianoforte era entrato in quel luogo sperduto tra il giallo delle stoppie estive, i vigneti e gli oliveti. Le lacrime commosse di Antonello e il sudore del pubblico accalcato all’interno della chiesetta ci convinsero a continuare in questa direzione: nell’arco di pochi anni, abbiamo utilizzato non solo tutte le chiese campestri di Berchidda, ma anche molte e bellissime chiesette dei paesi limitrofi. Jazz e misticismo, dunque. Una delle foto che io amo di più è stata scattata dall’amica Nina Contini Melis qualche anno fa e ritrae il musicista musulmano Dhafer Youssef con il suo oud dietro la statua di Sant’Antioco di Bisarcio. Infrangendo le barriere musicali e quelle religiose, Time in Jazz è diventato un buon esempio di integrazione e di comunicazione fra le genti, le fedi e le razze, invitando musicisti africani, turchi, macedoni, tunisini, marocchini, algerini, lapponi, newyorkesi, scandinavi, mitteleuropei, sardi, bretoni, vietnamiti… Un’apertura, questa, già descritta in quel manifesto artistico e filosofico di allora, e perseguito ancora oggi con rigore. È il manifesto delle musiche, e non della musica. Un festival di jazz, dunque, ma soprattutto un festival che crede nella propensione alla ricerca e allo sviluppo del linguaggio afroamericano, musica dinamica e in divenire per sua stessa natura, e nell’apertura verso il mondo con i suoi intrecci geografici e stilistici. Da qui i temi di ogni edizione. Temi che diventano una sfida lessicale laddove ogni artista e ogni spettatore si sentono parte di un teatro fatto di verità e non di finzione. Dove ognuno (il pastore, l’impiegato, il volontario, il tecnico, 4 Sémida significa letteralmente sentiero. Il Casu, nel suo “Vocabolario Sardo-LogudoreseItaliano” lo definisce ‘sentieruzzo’ In su buscu b’had appena una semida attraverso il bosco c’è appena un sentieruzzo. Semida de crabas sentieruzzo di capre. risuonano e brillano sollecitati dalla luce del sole appena nato. Sa di amici che non ci sono più e di nuovi arrivi. Sa di incontri e di scontri. Di fidanzamenti e di dispedidas.6 Di bimbi, di giochi e di grandi. Di cibo e di vino. Di dolci. E sa di mandorle amare e di vigne che profumano di vermentino. Sa di musica, Time in Jazz. Quella dei campanacci delle greggi che a volte accompagnano il suono di chi è appena arrivato da New York o da Londra, e sa di voci ataviche tra una basilica, una cantina e una strada. Ma sa soprattutto di vento. Di quel maestrale che è il vero protagonista e che porta quanto ha raccolto a Nord-Ovest del mondo, rubando un po’ di suono e rendendolo agli altri. È il suono dei venti. Non solo dei venti e più anni di vita, ma di quel soffio vitale che anima i luoghi. E, allora, a Berchidda può succedere che un festival di jazz nato nel 1988 continui a vivere e a crescere portando con sé migliaia di persone e oltre venticinque estati piene di musica, arte ed emozione. Tutto questo può sembrare normale, ma in realtà non lo è, perché è faticoso vivere per venticinque anni nella cultura di un Paese che non la vuole. A Berchidda succede che non ci sia solo un paese in festa ai piedi del Limbara ma che questa festa sia contagiosa e coinvolga comuni vicini e lontani, tra il Logudoro, la Gallura, l’Anglona e il Meilogu. Succede a Berchidda che, nonostante in venticinque anni siano passate centinaia di migliaia di persone, non sia accaduto mai niente di veramente preoccupante tra le genti e che il variegato pubblico che vi arriva, in cravatta, col piercing e con il cane, viva il Time in Jazz non solo come una festa ma come un momento di riflessione e di comunione 5 cadìna s.f. secchio, per lo più di legno (ma anche di latta) che si adopera per mungere. Da “Vocabolario Sardo-Logudorese-Italiano” di Pietro Casu. A cura di Giulio Paulis, ISRE/Ilisso Editore, Nuoro 2002 6 dispedìda s.f. congedo, Sa dispedida est istada dolorosa il congedo è stato doloroso (…) Dare sa dispedida dare congedo. il cuoco, il musicista, l’artista visivo, l’accordatore di pianoforti, s’oberaju mazore3 della chiesa campestre…) si sente parte di un percorso virtuale fatto di ragione e di emozione. È il percorso di Semida,4 il Museo all’aperto di Arte e Natura fortemente voluto dal PAV che, in comunione con l’Ente Foreste, pone un interrogativo nuovo sul senso dell’arte. È grazie a questo che nel 2001 nasce l’idea di portare alcuni dei nostri concerti nei boschi e nelle foreste della nostra montagna. Ed è a partire da questi primi esperimenti che nel 2005 si inaugurano i concerti all’alba nella natura, nella magia dei colori e dei profumi del mirto, del cisto e dell’elicriso, con il sole che sorge a levante dietro l’isola di Tavolara. Time in Jazz sa di tutto. Sa di ‘trance’ nella sua follia collettiva, sa di pecore munte al suono de sas cadinas,5 e questo suono sa, a sua volta, di ‘digitale’ tra passato e presente. Sa di padelle appese a mo’ di scena sul palco e di motocarri assurti al ruolo di oggetti dell’arte moderna. Time in Jazz sa di gente. Di fuochi e di bande, di fanfare e combo, di soli vertiginosi e di orchestre da camera. Sa di poeti improvvisatori e di rime in limba. Di percussioni e di bicchieri che 3 S’oberaju mazore è il presidente del comitato della chiesa campestre designato di anno in anno dai soci durante la festa campestre che si svolge in primavera. oberàju s.m. membro d’una associazione a scopo di festeggiamenti. Sos oberajos de Santu Sebbastianu I soci dell’associazione di San Sebastiano. Sos oberajos sun chirchende in sa ‘iddha pro sa festa i membri del comitato raccolgono le offerte per il paese. mazòre agg. compar. maggiore Da “Vocabolario Sardo-Logudorese-Italiano” di Pietro Casu. A cura di Giulio Paulis, ISRE/Ilisso Editore, Nuoro 2002 #26 // MARZO APRILE 2013 39 vera, dove i suoni della musica diventano il companatico del rito da consumare in Piazza del Popolo e nelle chiese di campagna, tra le sughere o in un bosco di lecci, in un ippodromo o in un’altra piazza, in un aeroporto, una stazione o una nave in traversata. Può succedere anche che la musica si faccia una, come le genti divengono una, e che questa racconti il variegato mondo che la respira. Nel campeggio Tancaré o nel Bar Jolly di Giammartino, bevendo vermentino dopo avere premiato il poeta Mario Masala per i suoi sessant’anni di carriera, o al laghetto Nunzia nel Demanio Forestale, davanti all’improbabile palco dove si esibisce un tale con la fisarmonica che si dimena alle nove del mattino perché sa che a Berchidda succedono cose che non accadono altrove, neanche alla Scala di Milano. Non accade che ci si perda a Time in Jazz. E se questo accade, in viaggio verso l’Agnata e per un cartello spostato o male interpretato, il viaggio diviene ancora più ricco e la scoperta dei luoghi prelude a quella dell’arte che vi dimora per necessità prima che per piacere. Accade talvolta che l’emozione e la poesia si insinuino tra i filari di una vigna alle sei del pomeriggio e che zappe e altri strumenti che lavorano la terra dialoghino con una tromba che suona verso un cielo rosso straziante quando i campanacci delle greggi diventano violini e contrabbassi e i suoni degli utensili della campagna sono oboi e pianoforti. Ma Berchidda non è una. Perché durante il Festival internazionale Time in Jazz succede anche che Riu Zocculu e Sa Rughe7 siano i quartieri di una metropoli infinita. Le dodici note musicali ne delineano i nuovi confini, che sono 7 Riu Zocculu’ e ‘Sa Rughe’ sono due degli antichi quartieri di Berchidda diametralmente opposti. 40 immaginari ma che ne colgono la ricchezza degli incontri, smussando gli angoli di una nuova geografia incerta. Succede che uno spazio come una vecchia casa abbandonata diventi un museo e che un caseificio in disuso sia un nuovo teatro o una officina produttiva che trasforma non più latte ma idee. La transumanza di chi si sposta tra basiliche e parchi eolici rappresenta una metropolitana di superficie dove le stazioni sono decine e decine di concerti, esposizioni d’arte contemporanea, incontri, proiezioni; e accade, a Berchidda e in tutto il Nord Sardegna, che tutti siano ricettivi e aperti verso le problematiche di oggi e che i suoni dell’Africa, del Sud America, dell’Europa e dell’America nera diventino un presente da portarsi a casa e da consumare nel freddo inverno in attesa di un’altra estate. A Time in Jazz succede che qualcuno dica ‘che non deve più succedere’. Che qualcuno rifletta sul fatto che il mondo può essere migliore se il senso del bello vi alberga e se sullo stesso palco dialogano mondi opposti, nella geografia come nella religione, nel colore della pelle come nella normale interpretazione delle cose. Che qualcuno rifletta non solo sul rapporto tra uomo-musicaterritorio-natura ma sull’impatto che un festival come il nostro può avere sull’ambiente che ci ospita, rendendoci tutti più responsabili e coscienti dell’importante compito che una manifestazione come la nostra deve avere. Compito e missione che non deve essere solo il proporre buona musica, ma utilizzare i suoni per una riflessione collettiva intorno ai temi ambientali e a quelli energetici. Succede che ci si ritrovi tutti a consumare il rito collettivo del concerto immersi nella natura o ospiti in una basilica persa nel nulla, obbligandoci non solo a dialogare correttamente con gli spazi ma a viverli coralmente, dividendoli e condividendoli con gli altri. Se il ‘rispetto’ per il pianeta passa attraverso il ‘rispetto’ verso noi stessi e verso gli altri, in questo senso sento di poter affermare che la musica e l’arte hanno un valore fondamentale in quanto linguaggi comunicativi che attraversano l’uomo e il mondo, tessendo fili che annodano la parte più profonda e recondita di noi stessi e ribaltando così il tradizionale concetto del vedere e del sentire. A Berchidda si vede con il cuore e si sente con gli occhi, perché nei mille luoghi incontaminati che ci accolgono i sensi si amplificano grazie ai colori e ai profumi che a loro volta donano magia e poesia alla musica. E può succedere che assieme ai volontari di Time in Jazz, che hanno undici o settanta anni, cenino, allo stesso tavolo, nella mensa di Elia Saba, Jan Garbarek, Ornette Coleman, Ahmad Jamal e Bill Frisell, che prendono il loro vassoio e, a fine pasto, vanno via contenti di suonare per il loro vicino di posto e per nessun altro. Accade a Berchidda, Oschiri, Ittireddu, Sassari, Osilo, Olbia, Sorso, Cheremule, Ozieri, Telti, Tempio, Mores, Pattada, Codrongianos, Tula, Budoni, San Pantaleo… In tutti questi posti può succedere che siano i luoghi a diventare protagonisti e che la musica vi lieviti, sconvolgendo l’assetto tradizionale dell’intendere e del sentire, perché il tempo a Time in Jazz è dettato dal susseguirsi degli accadimenti e non dai giorni, che sembrano non bastare mai. A Berchidda succede che risulti normale non farsi bastare le cose e che il verde di una vite debba essere sempre più verde. Perché sarebbe anormale che non fosse così, se venisse a mancare quell’idea di architettura collettiva che ha dato al Festival radici forti e un basamento solido. Un’architettura che si esprime attraverso la sovrapposizione photo © Università degli Studi Milano Bicocca idee di elementi diversi, scelti con cura, che, di volta in volta e stratificandosi l’uno sull’altro, creano un complesso edificio in grado di ospitare arredi dalle forme pulite e dalle linee nette. Questa insolita architettura ha bisogno di tempo e risponde alle esigenze di una geografia umana che si evolve modificandosi, a volte repentinamente e altre impercettibilmente, colmando lo spazio vuoto con edifici invisibili. I materiali da costruzione sono le idee, mentre le linee architettoniche sono la somma delle diverse esperienze che, inanellate in successione, formano una lunga e solida trave capace di reggere il peso enorme del tempo e le sollecitazioni dettate dagli accadimenti. Architetture sociali? Architetture viventi? Non c’è un termine adeguato. Perché queste nella realtà non esistono, ma ci piace credere che appartengano alla storia dell’umanità più di qualsiasi monumento conosciuto e più di qualsiasi luogo simbolico della terra. Dalle Piramidi al Colosseo, dalla Tour Eiffel al non-spazio del Ground Zero di New York. Naturalmente parliamo non di luoghi visibili agli occhi del mondo ma di epicentri creativi capaci di suggerire altrettante architetture, percepibili attraverso i sensi ma mancanti di una struttura tradizionale, dove la pietra d’angolo sono le genti, e le mura di contenimento sono l’energia collettiva. Il mio pensiero più concreto va ai luoghi d’arte all’aperto. Ad alcuni teatri dell’Ottocento, alle arene e ai giardini italiani, ma ancora di più ai luoghi dove la casualità della storia ha generato una nuova architettura dentro l’architettura. Non solo Ground Zero, dunque, oggi quasi ricostruita ma, uno per tutti, la Chiesa di Santa Maria dello Spasimo di Palermo, nell’antico quartiere della Kalsa, dove secolari piante di fico si inerpicano, impavide e sprezzanti del luogo, tra i muri dell’antica basilica, tendendo i propri rami verso il cielo. Un soffitto che non c’è ne rende la struttura lirica, anche se architettonicamente incompleta, ed è lì che la successiva mano dell’uomo si sostituisce alla storia, sovrapponendo gli elementi esistenti con idee contemporanee e innovative ma ancor più con la visionarietà e la poesia. Se esiste dunque un pensiero di architettura collettiva capace di costruzioni immense e invisibili tese verso il cielo, di certo Time in Jazz è una di queste. Perché in oltre venticinque anni ha costruito adoperando solo rena di fiume e argilla, disegnando la stravagante forma di un palazzo dalle cento stanze, dove altrettante porte mettono in comunicazione ampi spazi creativi. A Time in Jazz possiamo contare su fondamenta solide come il bianco granito sul quale poggia Berchidda, ma contiamo anche su pietre lavorate una ad una da scalpellini raffinati che danno forma a blocchi non perfettamente squadrati ma distinti da segni arcaici che sanno di vento e di acqua. Come le trachiti e i basalti dei nuraghi che salgono verso il cielo, anticipando e suggerendo l’aspirazione dei fichi secolari della Chiesa dello Spasimo di Palermo. Piramidi o nuraghi? Alte torri o grattacieli? Solo un’architettura degli spazi e dei suoni. Perché da sempre questa è stata il vero elemento suggeritore di un festival che il tempo e l’umanità hanno costruito giorno per giorno posando pietre intagliate, sovrapponendone di più grandi, disegnando volumi e ricavando porte sempre aperte verso il nuovo. Ma, soprattutto, lasciando un segno capace di disegnare con il solo sguardo, progettando un ponte invisibile e immaginario tra un’isola e il mondo. Prosciugando le distanze dei mari e colmandone lo #26 // MARZO APRILE 2013 41 Nasce il 10 febbraio 1961 a Berchidda, in Sardegna. Inizia lo studio dello strumento all’età di undici anni nella Banda Musicale “Bernardo de Muro” di Berchidda, suo paese natale, e dopo varie esperienze di musica leggera scopre il jazz nel 1980; inizia l’attività professionale nel 1982 registrando per la RAI sotto la guida del Maestro Bruno Tommaso e frequentando i Seminari di Siena jazz. Nel 1984 si diploma in tromba presso il Conservatorio di Cagliari e nello stesso anno vince numerosi e prestigiosi i premi, i primi, in una lunga serie di riconoscimenti che proseguono nel presente musicale. Docente e responsabile di diverse importanti realtà didattiche nazionali e internazionali, ha suonato in ogni continente e con i nomi più importanti della musica afroamericana degli ultimi 30 anni. Ha registrato oltre trecentocinquanta dischi di cui oltre ottanta a proprio nome o in leadership ed altri con collaborazioni internazionali, spesso lavorando con progetti “misti” come spazio con immensi architravi. Time in Jazz è questo. La migliore risposta alle domande del piccolo Andrea che prova a disegnare il mondo con un dito immaginando il vissuto degli altri. Grazie a tutti coloro che hanno mescolato il cemento, trasportato paioli pieni di calce e di idee, disegnato progetti o costruito impalcature. Perché l’impossibile diviene possibile solo se c’è un pensiero che cresce in seno a una piccola comunità capace di gettare un piccolo sasso in un piccolo stagno che si allarga, per cerchi concentrici, verso un mondo vasto che diviene infinitamente piccolo grazie alla conoscenza. Talmente piccolo da poter essere circumnavigato con un dito. Post Scriptum Ho concepito questo testo durante i dieci giorni di un tour negli Stati Uniti 42 Jazz-Musica etnica, World Music, Musica contemporanea, Musica Leggera, Musica antica. Dirige il Festival Time in Jazz di Berchidda, è direttore artistico e docente dei Seminari jazz di Nuoro. Ha diretto il Festival internazionale di Bergamo. Vive tra Parigi, Bologna e la Sardegna. che ha toccato le città di New York, Washington DC, Boston e South Orange. Il giorno dopo l’ultimo concerto in New Jersey con il pianista cubano Omar Sosa prendo un taxi per raggiungere l’aeroporto internazionale J.F. Kennedy di New York. Il driver mi chiede se preferisco attraversare Manhattan oppure tagliare a nord circumnavigando la penisola dal Bronx. Passando per Newark si vede chiaramente tutto lo skyline della City, compresa la nuova torre che sta nascendo sulle rovine del World Trade Center e il Village con le sue costruzioni più basse. Più a sud la Statua della Libertà ed Ellis Island. Vista dall’altra parte del fiume Manhattan ha il sapore di una cartolina già ricevuta e ancora una volta la si potrebbe disegnare con un dito. Niente fa pensare che dentro ci sia un brulicante dedalo di streets e di avenues, di portoricani, messicani, cinesi e italiani e che, in un passato non troppo remoto, la città sia stata teatro e crogiuolo della straordinaria musica che ha cambiato la storia del Novecento. Chiedo al tassista ungherese quante volte ha raggiunto la grande Mela per diletto e non per lavoro. «Forse un paio» mi risponde in un inglese quasi più stentato del mio. «New York è lontana: mezzora di treno e quasi un’ora di macchina… In fondo io sono uno di campagna». E mentre attraversa le tranquille strade sulle quali si affacciano ordinate villette a schiera saluta qualcuno che porta a spasso un cane, come se il mondo fosse davvero normale così. Apro la mia borsa ed estraggo il bellissimo libro “A Love Supreme” che lo scrittore Ashley Kahn mi ha regalato, con la sua dedica autografa, i giorni scorsi al Blue Note. A pagina 99 Alice Coltrane, la vedova di John, intervistata dal giornalista dice: «Quando si parla di A Love Supreme questo è il brano [Acknowledgement, primo movimento della suite in quattro parti registrata dal leggendario sassofonista il 09 dicembre del 1964 proprio nel New Jersey] che voglio ascoltare sempre per primo. è come una bellissima città, dove però non siamo ancora entrati perché dobbiamo prima superare i cancelli e i camminamenti per raggiungere l’ingresso. Quando arriva quell’accordo, quel MI maggiore, allora cominciano ad aprirsi le porte. Per me è così, come il primo invito a entrare in quel posto meraviglioso che è il nostro cuore e il nostro spirito». Ripongo il libro e osservo ancora Manhattan che mi sta davanti. Penso che il senso del nostro viaggiare, suonare, organizzare e conoscere sta forse nel riuscire a incontrare, fosse solo per un momento, quei posti meravigliosi dell’anima. Grazie! photo © Università degli Studi Milano Bicocca Paolo Fresu zOOM Leonardo3 Modelli in legno e digitali per svelare i segreti dei manoscritti leonardeschi photo © Leonardo3 - www.leonardo2.net Copyright Leonardo3 - www.leonardo2.net Intervista a Edoardo Zanon Direttore scientifico Leonardo3 Leonardo3 (L3) è un innovativo Centro di ricerca, casa editrice e media company la cui missione è di studiare, interpretare e rendere fruibile al grande pubblico l’opera di Leonardo da Vinci, impiegando metodologie e tecnologie all’avanguardia. è il soggetto curatore della mostra “Leonardo3 – Il Mondo di Leonardo”, allestita a Milano in Piazza della Scala, all’ingresso della Galleria, nei prestigiosi spazi delle Sale del Re. Visitabile sino al 31 luglio, illustra i risultati del lavoro di studio e ricerca condotto dal Centro negli ultimi dieci anni. è considerata la più importante mostra interattiva e multidisciplinare dedicata a Leonardo artista e inventore e alle sue macchine ingegnose. C ome nasce l’esperienza di Leonardo3 e quali il percorso formativo e le competenze del vostro team? Ho fondato Loenardo3 insieme a Mario Taddei e Massimiliano Lisa nel 2005. Mario ed io eravamo compagni di studi al Politecnico di Milano, nel corso di laurea di Disegno Industriale. Abbiamo sempre lavorato insieme e, data la nostra formazione, era impossibile non amare l’opera di Leonardo, il padre fondatore di quel disegno tecnico che abbiamo sempre utilizzato per realizzare i nostri progetti, prima all’università e successivamente nel lavoro. Questa passione ha fatto sì che durante gli anni abbiamo dirottato la nostra ammirazione per Leonardo all’interno del lavoro, dove abbiamo sviluppato contenuti e progetti di Leonardo per conto di altre aziende ed enti museali. In Italia purtroppo la parola meritocrazia è abusata ingiustamente, e i musei italiani che la valorizzano sono sempre difficili da trovare. Uno dei nostri lavori, che ancora ricordiamo con inesauribile stima è stato quello dell’“Automobile di Leonardo”, realizzato in collaborazione con Carlo Pedretti e Paolo Galluzzi del Museo di Storia della Scienza di Firenze (oggi Museo Galileo). Per il resto abbiamo dovuto dirottare i nostri sforzi culturali all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. #26 // MARZO APRILE 2013 43 44 quelle. Non farlo significa accettare un compromesso e risultati inferiori. Il vostro lavoro parte dallo studio dei manoscritti di Leonardo. Quale l’approccio nel reperimento delle fonti, nella consultazione ed interpretazione? è un punto centrale del nostro lavoro, alla base del quale esiste un’ingiustizia di fondo secondo noi. I primi anni sono stati i più difficili, perché le fonti, ovvero l’enorme quantità di manoscritti di Leonardo e di trascrizioni dei suoi testi sono un patrimonio direi elitario. Chi venisse contagiato dalla nostra passione si troverebbe nella posizione di dover spendere capitali, e parlo di decine di migliaia di euro, per recuperare volumi rari e edizione pregiate dei manoscritti. In questi anni abbiamo collezionato l’intera opera di Leonardo, o acquistando, con il frutto del nostro lavoro, alcune di queste edizioni pregiate, o recuperando nelle biblioteche tutto questo materiale. Ci sono voluti anni, e si tratta di un grande patrimonio, ma adesso possiamo attingere e studiare senza preclusioni il materiale. E per capire un singolo progetto di Leonardo occorre spesso attingere a più manoscritti. Sarebbe bello poter consultare anche la gran parte di materiale perduto, ma non essendo possibile cerchiamo di riempire queste lacune con la nostra conoscenza. C’è però una novità. Ogni volta che affrontiamo un nuovo manoscritto ne produciamo un’edizione multimediale, da utilizzare in mostra o anche a casa, e con la quale è possibile sfogliare e studiare Leonardo a costi popolari, e questo è secondo me un nostro grande valore, un elemento di ricerca che photo © Leonardo3 - www.leonardo2.net Copyright Leonardo3 - www.leonardo2.net In quegli anni le competenze mie e di Mario si distribuivano tra quelle tecniche e storico/ scientifiche e quelle legate all’amministrazione di un’azienda, e questo portava inevitabilmente a un compromesso. Spesso l’amore per il lavoro ci portava a svenderlo per un valore inferiore a quello che realmente aveva. Abbiamo quindi conosciuto Massimiliano che dirigeva una conosciuta rivista di computergrafica e che aveva scritto alcuni articoli sul nostro lavoro, ed insieme abbiamo fondato Leonardo3. L’entrata in gioco delle sue competenze editoriali e manageriali ha consentito a noi di concentrarci sul nostro lavoro di ricerca e ha valorizzato economicamente i nostri sforzi. È un consiglio che do a molti giovani imprenditori; ognuno ha capacità e competenze apprese o naturali, ed è bene che segua zoom noi dieci anni fa non avevamo la fortuna di avere. È una grande soddisfazione per me, ed ogni tanto capita, consultare un nostro prodotto per una nuova ricerca. Dai manoscritti ai modelli fisici. Come nascono e quali le tecniche realizzative? Le idee di Leonardo non sono, come spesso erroneamente si crede, irrealizzabili. Quando Leonardo progettava lo faceva sempre prestando grande riguardo alla concreta possibilità di costruire la macchina. Spesso, per le macchine più complesse, è Leonardo stesso a dichiarare l’intenzione di costruire un modello, magari in scala ridotta della macchina che sta progettando. Ritengo quindi certo che Leonardo fosse dotato di un laboratorio nel quale costruisse molti dei suoi progetti; purtroppo tutto questo Le anteprime mondiali in mostra • • • • • • • • • Ricostruzione del modello fisico del Sottomarino Meccanico (e relativa esperienza interattiva multimediale) Ricostruzione del modello fisico della Macchina del Tempo (e relativa esperienza interattiva multimediale) Ricostruzione del modello fisico della Libellula Meccanica (e relativa esperienza interattiva multimediale) Ricostruzione del modello fisico della Macchina Volante di Milano Ricostruzione del modello fisico del Cubo Magico Postazione multimediale “Leonardo a Milano” Postazione multimediale “Il Monumento Sforza” Codice Atlantico virtuale in edizione completa di tutti i suoi fogli prima del restauro Restauro digitale dell’Ultima Cena e postazioni interattive prezioso materiale è andato perduto. Ricostruire un modello fisico di una macchina di Leonardo non rappresenta quindi un’operazione aliena al manoscritto stesso; significa ripercorrere le sue intenzioni, seguendo le indicazioni del disegno e del testo che ci ha lasciato. La difficoltà consiste, molte volte, nell’evitare la tentazione di utilizzare soluzioni tecniche o processi costruttivi lontani dall’idea o dal tempo di Leonardo, ed è molto difficile non cadere nell’errore. Un aspetto rilevante della vostra attività è l’utilizzo delle tecnologie digitali. Quali i vantaggi e come si integrano nella rappresentazione le due modalità, “fisica” e digitale? Il nostro approccio è particolare perché composto di due fasi: lo studio del manoscritto e la produzione del modello. Nella pagina precendente, da sinistra Ricostruzione del modello fisico della Macchina del Tempo (Manoscritto b, fogli 43-44) Ricostruzione del modello fisico della Macchina volante di Milano (Codice Atlantico foglio 749Var) In questa pagina, da sopra Realizzazione modello del Sottomarino Meccanico (Codice Atlantico 881r) Codice Atlantico foglio 0002 e modellino fisico Tagliapietre #26 // MARZO APRILE 2013 45 Durante lo studio del manoscritto operiamo impiegando tecnologie del nostro tempo (computergrafica e modelli tridimensionali) che ci consentono di ricostruire la macchina in un ambiente virtuale. Questo fa sì che prima di arrivare a un progetto definitivo abbiamo la possibilità di modificare infinite volte la macchina. Una volta conclusa questa fase tentiamo di calarci in una dimensione materiale, e più rinascimentale, della costruzione della macchina, impiegando il più possibile materiali e tecniche compatibili con il tempo di Leonardo. Onestamente devo dire che non è sempre possibile rispettare questo paradigma e dobbiamo arrivare a dei compromessi. Il sogno di allestire un laboratorio rinascimentale, con strumenti e attrezzi dell’epoca di Leonardo, è tanto affascinante quanto impossibile, e oggi ci troviamo viziati da strumenti di lavoro senza i quali non riusciamo a produrre le nostre idee, e questo senza renderci conto del lusso che abbiamo a disposizione. Trapani per forare, seghe elettriche per tagliare, lime per levigare, viti e colle per serrare sono tutti strumenti che diamo per scontati ma che al tempo di Leonardo constavano fatica e denaro. Questo dovrebbe farci apprezzare e ammirare l’abilità costruttiva di chi ci ha preceduto. Ci sono operazioni strumentali che oggi effettuiamo in pochi secondi, ma dietro alle quali c’è una storia tecnologica di cui anche Leonardo fa parte. Dall'alto: Modelli nella sala espositiva Ricostruzione del modello fisico della Libellula meccanica Realizzazione modello del Sottomarino Meccanico (Codice Atlantico 881r) 46 photo © Leonardo3 - www.leonardo2.net Copyright Leonardo3 - www.leonardo2.net zoom Come è stata concepita la mostra e quali sono gli aspetti maggiormente innovativi? Questa mostra è frutto di anni di ricerche e di esperienza in musei di tutto il mondo. Ci sono diversi livelli di lettura e modalità di fruizione dei contenuti. Il primo livello è quello dei manoscritti; come mai prima in una mostra di Leonardo è possibile sfogliare per intero i suoi manoscritti, capirne i disegni e leggerne i testi. Sembra banale, ma le assicuro che in molte mostre questo è tanto incredibile quanto impossibile. Ma nei manoscritti ci sono le macchine e quindi presentiamo anche queste; il modello della macchina è sempre accompagnato da spiegazioni tradizionali e immagini in computergrafica che ne agevolano la comprensione e in più il pubblico trova delle esperienze interattive per ciascuna delle macchine, all’interno delle quali chiunque può ricostruire il progetto di Leonardo. Negli ultimi anni abbiamo applicato lo stesso metodo per l’arte e per i dipinti e funziona. È un’esperienza difficile da raccontare a parole. L’invito è a provare. Cosa resta ancora da “scoprire” nell’affascinante e misterioso mondo di Leonardo? Tanto! Salvo qualche rara eccezione, per anni di Leonardo sono stati presentati sempre i soliti progetti. Noi, e pochi altri, stiamo solo scalfendo la superficie di una miniera. Ricostruendo alcune macchine ho imparato che nei piccoli dettagli risiede la grandezza di un’idea, e di un uomo. Le soluzioni più emozionanti non sono quelle eclatanti che compongono i titoli di giornale, ma possono nascondersi in piccoli disegni poco considerati o in frasi che nessuno legge. Questo ad esempio mi ha condotto a scoprire un’intera macchina volante all’interno del Codice del Volo che nessuno aveva mai scoperto. In altri casi invece un particolare può alterare l’interpretazione di una macchina già profondamente studiata da altri: nel caso dell’automobile, Mario ha sviluppato almeno una decina di utilizzi alternativi, tutti possibili. Una volta, mentre ricostruivo uno strumento musicale di Leonardo, parlando con un clavicembalista ho discusso per un pomeriggio intero di come poteva essere una vite al tempo di Leonardo, e questa discussione ci aveva portato a comprendere realmente i problemi che lo stesso Leonardo doveva affrontare. Una specie di affascinante viaggio nel tempo, che sarebbe stato bello per chiunque. Voglio dire che non è necessario trovare sempre macchine spettacolari per diffondere la grandezza di un personaggio e delle sue idee. Ma come fai ad attrarre pubblico parlando della storia di una vite? Oltre l’ambito espositivo quali le linee di ricerca su cui state lavorando attualmente e i vostri prossimi progetti? Non ci fermiamo mai. A breve presenteremo una nuova macchina volante, quella che Leonardo avrebbe voluto costruire di nascosto a Milano verso la fine del 1400, ma in cantiere ci sono sempre almeno una decina di progetti, sia di macchine che di manoscritti. La nostra idea originale è quella di fondare un intero museo permanente, per mettere a disposizione di chiunque tutti i manoscritti di Leonardo e gli strumenti per comprenderli veramente. Le Sale del Re Il 7 marzo 1865, il Re Vittorio Emanuele II pose la prima pietra per la costruzione della Galleria. Il Re volle in Galleria prestigiose Sale per ospitare incontri privati e pubblici, feste e balli sfarzosi. Oggi le Sale, dopo un accurato restauro, hanno finalmente riaperto le porte per ospitare eventi. Dall’ingresso della Galleria che si affaccia su Piazza della Scala, ascensori dedicati conducono direttamente alla biglietteria e alle Sale, affacciate al suo interno. È la prima volta che le Sale del Re ospitano un evento di questo tipo. L’ingresso della Galleria è il luogo perfetto a Milano per una mostra sul Maestro, dal momento che l’entrata guarda direttamente al monumento a Leonardo da Vinci in Piazza della Scala. #26 // MARZO APRILE 2013 47 PROgETTI La sostenibilità SaDiLegno Progettare, Costruire e Vivere case di legno di Samuele Giacometti Ingegnere industriale e dell’informazione civile e ambientale L a paura del lupo dei tre porcellini Ecco una delle prime domande a cui ho cercato una risposta, quando sognavo che sarebbe stato bello vivere in una casa di legno insieme a mia moglie Sarah ed i nostri figli Diego (3 anni a quei tempi) e Diana (8 mesi a quei tempi), nel 2010 arriverà anche Pablo. “Come spiegherò ai miei figli che il lupo dei tre porcellini non riuscirà nell’impresa di buttare giù la nostra futura casa di legno?”. 48 La risposta più intuitiva poteva essere: “Impossibile dare questo tipo di spiegazione ad un bimbo e forse, pensandoci bene, anche ad un adulto”. La risposta più ragionata: “Coinvolgo Diego e Diana nel lungo e faticoso viaggio che il legno-bosco dovrà compiere prima di diventare legno-casa. Potranno così conoscere i tanti protagonisti come il bosco, le piante, i tronchi, le travi, il dottore forestale, il boscaiolo, il trasportatore, il falegname i carpentieri … Tutto ciò non potrà che rendere più faticoso il lavoro del lupo”. Alle ore 9:00 del 31/12/2007 Diego era con me ed il boscaiolo Luciano Cleva nel bosco denominato “fassa” a 1.400 m slm. Diana era rimasta a casa con Sarah perché in via di guarigione da una brutta otite. Il viaggio era appena iniziato. Acquisire le competenze e progettare SaDiLegno “Quelli che si innamorano della pratica senza la diligenza, ovvero scienza, per dir meglio, sono come i nocchieri ch’entrano in mare sopra nave senza timone o bussola, che mai non hanno certezza dove si vadino. Sempre la pratica deve essere edificata sopra una buona teoria”. (Leonardo Da Vinci – Trattato della pittura, cap. XXIII) Ritengo che l’acquisizione delle competenze sia, senza dubbio alcuno, la fase più importante di un progetto perché consente l’elaborazione delle Specifiche su cui si baseranno le successive fasi di progettazione e costruzione. Nel nome dato all’abitazione, “Casa di Legno Ecosostenibile”, erano già contenute le parole-chiave, Casa, Legno ed Ecosostenibile, che rappresentavano i tre “contenitori” vuoti da riempire con le informazioni e le competenze necessarie a trovare la risposta ad un’altra importantissima domanda: “cosa è per me il legno?”. SaDiLegno (www.sadilegno.it) è invece il nome dato al progetto che ha permesso la realizzazione del sogno: Sa come Sarah e Samuele, Di come Diego e Diana, Legno come la materia prima di cui io e la mia famiglia avremmo voluto sapere, verbo inteso non solo come “conoscenza” ma anche come vero e proprio “profumo”. Tornando ai tre “Contenitori” da riempire, per quanto riguarda il Contenitore Casa, fu strategico il percorso formativo seguito presso l’Agenzia CasaClima e la collaborazione con il Geometra Leonardo Agostinis mio vicino di casa a Sostasio, una delle frazioni presenti in Val Pesarina (UD). Per il Contenitore Ecosostenibile il punto di riferimento è stato il “Laboratorio LCA & Ecodesign” dell’ENEA di Bologna. Il Contenitore legno venne invece riempito osservando ed ascoltando i luoghi che mi circondavano ed i suoi abitanti che, a volte senza esserne pienamente consapevoli, rappresentano il vero anello di congiunzione con la saggia esperienza del passato. Saranno proprio loro i veri protagonisti del viaggio SaDiLegno e del continuo confronto fra le differenti esperienze, quanto di più bello si possa immaginare di vivere quando si cerca di progettare e realizzare un sogno. Ed è proprio grazie a questo continuo confronto che sono scaturite le scelte di quando abbattere le piante, come sezionarle, come sezionare i tronchi affinché il legno-trave e legno-tavola da esso ottenuti varino il meno possibile di forma e dimensioni, come stagionare il legname, come progettare con il legno proveniente da una pianta come quantificare l’ecosostenibilità. Non potendoci essere sostenibilità senza Tracciabilità, una fase strategica della progettazione è stata proprio la definizione del metodo capace di tracciare il percorso compiuto dal legno utilizzato, dal bosco alla casa, arredamento compreso. Il Metodo SaDiLegno ha permesso la gestione di 43 legno-pianta da cui si sono ricavati i 299 legno-tronco trasformati, a loro volta, in circa 600 legno-trave, 2000 legno-tavola e 600 legno-listello. Ecco quindi che alla praticità nella gestione degli elementi costruttivi di legno si aggiunge anche un altro valore, quello di poter ritornare nel bosco da cui il tutto ha avuto origine. Costruire SaDiLegno Nell’immaginario collettivo quando si parla di casa di legno subito si è portati a pensare alla baita, nella migliore delle ipotesi, oppure alla “baracca” in quella peggiore. Per questo motivo è veramente importante far conoscere come la materia prima legno permetta, se opportunamente utilizzata, di costruire edifici a bassissimo impatto ambientale, sani, con ridotti costi di gestione, piacevoli alla vista, al tatto, all’olfatto e all’udito, in cui gustare la vita con la famiglia. Un esempio di cosa significhi oggi innovare questo settore è rappresentato dal progetto dei fratelli Petris di Vivere nel Legno (www.viverenellegno.it), i costruttori della Casa di Legno Ecosostenibile. La loro intenzione è quella di costruire a Sauris di Sopra (UD), il primo edificio denominato “Casa Stufa” le cui caratteristiche sono definite in un apposito Protocollo Tecnico elaborato dal Centro di Fisica Edile TBZ (http://www.tbz. bz/tbzit/home/index.html) in collaborazione con il Gruppo Passive House Italia gPHi (http:// www.gphi.it/). Lo scopo è quello di mettere a punto un processo produttivo #26 // MARZO APRILE 2013 49 capace di costruire “edifici a energia quasi zero” impiegando legname, imprese ed artigiani locali. Raggiungendo così con largo anticipo quanto previsto nella Direttiva Europea 2010/31/ UE “… entro il 31/12/2020 tutti gli edifici di nuova costruzione e a partire dal 2018 gli edifici di nuova costruzione occupati da enti pubblici e di proprietà di questi ultimi siano edifici a energia quasi zero, ad altissima prestazione energetica il cui fabbisogno energetico, molto basso o quasi nullo, dovrebbe essere coperto in misura molto significativa da energia da fonti rinnovabili, compresa l’energia da fonti rinnovabili prodotta in loco o nelle vicinanze”. Oggi la strada della Sostenibilità nel Costruire può essere tracciata solo da quei processi produttivi, basati su un approccio che tende al miglioramento continuo, capaci di dimostrare e quantificare su base scientifica i vantaggi ambientali e quelli socio-economici delle proprie azioni. 50 Vivere SaDiLegno In Val Pesarina (UD) a 700 m slm l’inverno è lungo e freddo. Abbiamo iniziato il terzo anno di vita nella Casa di Legno Ecosostenibile ed ora possiamo dire che ammonta a circa mille euro il guadagno annuo generato dalla casa. Avete capito bene, la nostra casa non genera costi aggiuntivi ma trasforma i costi, sostenuti per costruirla, in investimento. L’edificio è certificato CasaClima B+, la casa ha vinto nel 2010 il CasaClima Award, ed è il primo al mondo, ad uso residenziale, ad aver ottenuto il Certificato di Progetto PEFC. Il tetto fotovoltaico ha una potenza pari a 4 kW di picco. Lo scorso anno abbiamo immesso nella rete elettrica 51 kWh in più di quelli prelevati. L’unica fonte di calore è la cucina a legna che brucia poco più di 20 quintali di legna all’anno per mantenere alla temperatura media di 19 °C i 156 m2 di superficie calpestabile su due piani. Parlando di CO2 la vita famigliare all’interno della casa produce ogni anno circa 300 kgCO2 (fonte: certificato energetico CasaClima) equivalente alle emissioni di una macchina di piccola cilindrata a metano che percorre circa 3.000 km. Si tenga presente che 130 milioni di abitazioni come la nostra, abitate da 650 milioni di abitanti come la mia famiglia, produrrebbero le stesse emissioni di CO2 prodotte nel 2010 dall’uso degli edifici residenziali della città di New York, abitata da circa 8 milioni di abitanti (fonte www.carbonvisual.com). Aggiungo che, dal 6 marzo 2013, si può parlare di “tesoretto” della casa di legno. A Sauris (UD) è stato infatti firmato il primo contratto in Italia di crediti di carbonio locali da prodotti legnosi. Tutto ciò è stato possibile grazie al progetto Carbomark (www.carbomark.org ), a SaDiLegno ed ai fratelli Gianni e Michele Petris dell’impresa Vivere nel Legno di Sauris. In totale sono 46 le tonnellate di crediti di anidrite carbonica che il Carbomark riconosce ai 68 m³ di legno strutturale presenti nella nostra abitazione. Oggetto del PROgETTI Collegio Geometri e Geometri Laureati della Provincia di Udine – Esperienza formativa Il Collegio Geometri e Geometri Laureati della Provincia di Udine, visti i contenuti proposti dall’ing. Samuele Giacometti, concederà il patrocinio con il riconoscimento dei crediti formativi ai partecipanti all’Esperienza Formativa SaDiLegno che l’impresa SaDiLegno organizzerà in giugno 2013 all’interno della Casa di Legno Ecosostenibile. L’obiettivo è quello di far conoscere il metodo che ha reso possibile progettare, costruire e vivere un edificio ad elevate prestazioni energetiche valorizzando le imprese e la risorsa legno locale. Il filo conduttore delle tematiche affrontate sarà la CO2 considerata sia sotto l’aspetto della produzione (metodologia LCA) che quello dello stoccaggio nel legno strutturale (Carbomark). Per info: [email protected] contratto sono 10 tonnellate di CO2 acquistate dall’impresa Vivere nel Legno, al prezzo di 1000,00 €, a parziale compensazione delle proprie emissioni. Delle restanti 36 tonnellate di CO2, solo 20 rimarranno in vendita sul mercato volontario, le rimanenti 16 andranno a coprire il ridottissimo impatto ambientale che genererà la nostra famiglia vivendo la casa di legno per i prossimi 50 anni. Riflessioni Sostenibili Oggi, troppo spesso, vengono usati con superficialità termini come “sostenibilità, ecocompatibile, km Zero”. Il mio punto di vista è che la così detta “green economy” fa un uso spropositato di questi termini proprio perché carente di contenuti. Per quanto riguarda il legno oggi è sufficiente costruire un qualsiasi oggetto con questa straordinaria materia prima per farlo diventare automaticamente eco-sostenibile, così come la produzione di energia, bruciando legno, diventa un processo sostenibile. Ma la realtà è che in Italia si costruiscono case ed oggetti di legno utilizzando, nel 70% dei casi, legname proveniente dall’estero. Dal 2009 l’Italia è il primo importatore Europeo, quarto al mondo, di legna da ardere. Tutto questo a fronte di un incremento della superficie boschiva italiana da 5 a 11 milioni di ettari nell’arco degli ultimi 60 anni e ad un utilizzo, di solo il 25% (< 15 % in FVG) dell’accrescimento annuale di legno prodotto dai nostri boschi, la media europea è del 68%. Tutto ciò è sostenibile? Prima di usare certi termini sarebbe il caso di conoscerne il significato che di essi dà il vocabolario della lingua italiana. In corrispondenza del termine Sostenibilità si legge: “s.f. possibilità di essere mantenuto o protratto con sollecitudine ed impegno o di essere difeso e convalidato con argomenti probanti e persuasivi”. In un campo d’intervento così vasto, soltanto l’individuazione e la posizione di limiti possono garantire l’efficacia dell’intervento. Ecco perché SaDiLegno ha scelto di impegnarsi nella difesa e nella convalida, con argomenti probanti e persuasivi, della sostenibilità del legno trasformato, da bosco a casa ed arredamento compreso, all’interno dell’Anello della Sostenibilità di 12 km di raggio e centro nei boschi di provenienza delle 43 legno-pianta impiegate. Viene lasciata ad altri la difesa della sostenibilità sulla gestione dei boschi di provenienza del legname (Vedi standard PEFC www.pefc. it) e quella dell’abitazione (Vedi standard Agenzia CasaClima: www. agenziacasaclima.it). Sono profondamente contrario al mito del “km zero” perché annulla uno spazio fino a renderlo un punto che non può contenere né ambiente, società ed economia. L’ambiente, la società e l’economia sono invece i pilastri del concetto di sostenibilità. Ridurre a “Km zero” un contesto così complesso significa quindi rinunciare in partenza alla sostenibilità e alla sua valutazione. Non trovate quindi sia più stimolante e corretto dire “Casa di legno a Km 12” ? Da questo tipo di approccio è nata la collaborazione con il “Laboratorio LCA & Ecodesign” dell’ENEA di Bologna e con la dott. ssa Tamara Giacometti che, grazie al suo lavoro di tesi magistrale del corso di laurea in “Ecologia dei Cambiamenti Climatici” dell’Università di Urbino, ha reso possibile dimostrare la sostenibilità ambientale del legno utilizzato nel progetto SaDiLegno, sulla base di dati quantitativi e mediante #26 // MARZO APRILE 2013 51 un approccio scientifico rivolto all’intero Ciclo di Vita (Lyfe Cyclo Assessment). Lo studio ha dimostrato che l’impatto generato sul cambiamento climatico ammonta a 52.000 kg CO2 equivalente. Mediante appositi scenari di confronto, simulando la provenienza del legname da una distanza di circa 1.000 km, risulta evidente per il progetto SaDiLegno un beneficio ambientale pari al 20%. Questo valore, particolarmente significativo, è in linea con gli obiettivi del “Pacchetto clima ed energia” (Piano 20-20-20), approvato il 23 Aprile 2009 dalla Comunità Europea. Occorre inoltre sottolineare che in termini socio-economici la trasformazione delle 43 legnopianta in casa, arredamento compreso, ha generato un fatturato di 90.000,00 Euro. Risulta quindi evidente la valorizzazione della materia prima legno e delle imprese che ancora sono in grado di trasformarla all’interno di quell’Anello della Sostenibilità a km 12. Dovendo acquistare un oggetto di legno sarebbe una buona prassi fare le seguenti domande al venditore: • Da dove viene il legno? • Quando è stata abbattuta la pianta di origine? • Quali trattamenti ha subito per essere trasformato da pianta ad oggetto finito? Dalle risposte ricevute sarà possibile capire quanto sa di legno l’oggetto che state per acquistare ed il suo grado di Sostenibilità ambientale e socio-economico. Il riconoscimento più importante Nel 2010 il sogno era realizzato ed iniziavamo a viverlo. Diego frequentava da poco la prima elementare quando il maestro fece colorare ai giovanissimi alunni una successione temporale 52 progetti (neonato, bambino, adulto). Poi chiese a ciascuno bambino di disegnare la propria successione temporale. Diego disegnò tre vignette, la prima raffigurava un soggetto che pensa una casa gialla con il tetto rosso, la seconda lo stesso soggetto che costruisce la casa gialla con il tetto rosso e la terza la casa gialla con il tetto rosso e del fumo che esce fuori dal camino. Il disegno di Diego dimostra, meglio di qualunque altro premio e/o certificazione, il valore dell’esperienza vissuta. L’obiettivo di tenere il più lontano possibile il lupo dei tre porcellini era stato raggiunto. Come genitore ed ingegnere ho così compreso quanto sia importante progettare, costruire e vivere usando i sensi per capirne il senso. L’impresa SaDiLegno L’esperienza vissuta ha permesso la messa a punto del Metodo SaDiLegno che il PEFC International (http://www.pefc. org/news-a-media/general-sfmnews/990-) ha presentato lo scorso anno a RIO+20 come reale esempio di sostenibilità ambientale, sociale ed economico. Oggi questo metodo rappresenta la base su cui l’impresa SaDiLegno, fondata il 21/12/2012, sta lavorando per far nascere la prima Rete d’Impresa della filiera ForestaLegno in alta Carnia (UD), nel cuore delle Dolomiti Friulane. Una rete che intende valorizzare quelle imprese che ancora vivono ed operano nelle immediate vicinanze di quei boschi, ricchi di materia prima legno ma troppo poco utilizzati. L’impresa SaDiLegno è anche impegnata a promuovere la cultura del legno attraverso incontri nelle scuole di ogni ordine e grado, l’organizzazione di Esperienze Formative, e la promozione del libro “Come ho costruito la mia casa di legno” (Compagnia delle Foreste, 2011). Un primo incontro con gli studenti si è svolto, nel febbraio scorso, presso l’Istituto Tecnico per Geometri “G.G. Marinoni’’ di Udine (unica scuola in Friuli Venezia Giulia che propone l’indirizzo di Costruzioni Ambiente e Territorio) riscuotendo l’interesse degli studenti. Come spiega, uno dei partecipanti, Emanuele Miani, “il testo si è rivelato una pietra miliare per noi studenti, in quanto ci ha permesso un’acquisizione delle competenze specifiche necessarie all’apprendimento dell’indirizzo di Tecnologia del Legno nelle costruzioni. Un testo coinvolgente, vivo, appassionante per gli innumerevoli consigli pratici, andati a ‘toccare nel profondo’ i vantaggi che il legno ha da offrire, richiamati continuamente da altrettanti validi esempi, accumulabili al repertorio che ogni buon geometra, architetto e ingegnere deve possedere. L’organizzazione dell’incontro con l’autore del volume è stata la classica ciliegina sulla torta, una mattinata in cui l’ingegnere Giacometti si è raccontato e ci ha raccontato il suo rapporto con il legno. L’ingegnere si è dimostrato più che disponibile, affabile sotto ogni punto di vista, pronto a raccontare la sua avventura, a far rivivere a noi studenti delle terze Marinoni il suo sogno, intagliato su misura per la sua famiglia, fondato su l’amore che solo un padre e marito è capace di dimostrare. Le sue parole hanno rappresentato per noi una sapiente, accattivante, gratificante, approfondita, motivante e fortunata opportunità di arricchimento”. Samuele Giacometti Nasce a Fabriano (AN) quarantatré anni fa, consegue il diploma di Perito Meccanico e nel 1997 consegue la laurea a Bologna in Ingegneria Meccanica. Per dieci anni svolge l’attività lavorativa presso le piccole e medie aziende sviluppando ed industrializzando nuovi prodotti. Nel 2005 per motivi di lavoro si trasferisce in Val Pesarina (UD) ed è lì che nasce il desiderio di vivere in una casa di legno insieme a sua moglie Sarah ed i figli Diego, Diana e Pablo. Per realizzare il sogno elabora il Metodo SaDiLegno (presentato dal PEFC International a Rio+20 come reale esempio di sostenibilità ambientale, sociale ed economica) nella convinzione che il mondo prenda senso dai sensi. Ed ora ,il progetto imprenditoriale che intende valorizzare le risorse naturali e le imprese che ancora vivono ed operano in ambito locale. L’impresa SaDiLegno® è oggi la dimostrazione di come sia possibile modificare gli oggetti che produciamo e l’uso che ne facciamo in accordo con la vita. La nostra e quella delle generazioni future. Vincitore come progettista del CasaClima Award 2010 è autore del libro “Come ho costruito la mia casa di legno” (Compagnia delle Foreste, 2011). #26 // MARZO APRILE 2013 53 fOcus N ato su proposta del Collegio dei Geometri e Geometri Laureati della Provincia di Genova in collaborazione con il MIUR e la Regione Liguria, prenderà il via, il prossimo autunno a Genova, il primo corso per “Geometra del mare”, una figura professionale individuata nell’ambito della specializzazione post diploma di livello superiore. Denominato “Tecnico Superiore esperto in costruzioni in ambito portuale, costiero, fluviale e lacustre” sarà tenuto dall’Istituto Tecnico Superiore per la Mobilità sostenibile nei settori dei trasporti marittimi e della Pesca dell’Accademia Italiana della Marina Mercantile del capoluogo ligure ed inserito nell’Area Tecnologia n.4 – Nuove Tecnologie per il Made Italy. Come spiega Luciano Piccinelli, Presidente del Collegio Geometri e Geometri Laureati della Provincia di Genova, “il corso, a cui potranno accedere tramite apposito bando gli 54 studenti diplomati presso l’Istituto Tecnologico Costruzioni Ambiente e Territorio, già Istituto Tecnico per Geometri, è alternativo all’Università e si prefigge di colmare una nicchia di competenze professionali complesse in un ambito territoriale ben definito, partendo da una figura tradizionale come quella del Geometra”. L’articolazione del corso è prevista in quattro semestri e si compone di 1.800 ore totali suddivise in 1.050 ore di lezione frontale e 750 ore di laboratorio, project work e stage aziendale finale. “Le aree trattate – prosegue Piccinelli – riguardano i temi e le materie delle costruzioni, ambiente (oceanografia e idrografia), toponomastica, diritto (pubblico e amministrativo) ed economia, cantiere (gestione e sicurezza), comunicazione (inglese e marketing), impianti (energia e depurazione). Il diploma rilasciato a fine corso sarà riconosciuto in Europa come di quinto livello d’istruzione (EQF) e si inquadra nell’ambito di un’offerta formativa terziaria, non accademica, che in altri Paesi europei ha una importante legittimazione in virtù della sua forte integrazione con il mondo del lavoro”. “Gli ambiti occupazionali naturali per questa nuova figura professionale – aggiunge il Presidente del Collegio Geometri e Geometri Laureati della Provincia di Genova – sono la libera professione, gli uffici tecnici pubblici, gli Enti e le Associazioni che si occupano di lavori marittimi, progettazione e gestione del territorio, valutazione e studi professionali, con competenze che variano dallo studio e la ricerca di soluzioni per la realizzazione di strutture fronte mare, a ridosso delle coste, portuali, lacustri e fluviali, all’esecuzione di operazioni di rilievo topografico sulla costa e in mare, compresi i rilievi batimetrici e morfologici, alla redazione di stime e valutazioni tecnico-ambientali sino alla gestione delle tematiche relative alle aree protette, alla protezione della flora e della fauna ed alle attività connesse alle questioni di inquinamento e prevenzione dei danni all’ambiente”. photo © Mattana (Own work) [CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons “Geometri del mare” Nuovo Corso ITS a Genova Tra gli aspetti significativi che caratterizzano, inoltre, la nuova figura professionale del “Geometra del mare” l’obiettivo di mettere sul mercato del lavoro un tecnico superiore capace di dare una risposta alla domanda di specializzazione del territorio costiero e, contemporaneamente, di essere dotato di quella mentalità tecnica pianificata e declinata sulle discipline di base della professione del Geometra che lo mettono in grado di affrontare un tema progettuale in tutte le sfaccettature della sua sistematicità. Caratterizzando, così, il futuro “Geometra del mare” come un tecnico specializzato in grado di leggere le problematiche legate al territorio costiero e al mare ed affrontarle in modo sistemico, con la consapevolezza che le azioni svolte su un ambito complesso e in continuo mutamento come quello in oggetto, devono essere studiate e progettate in maniera organica allestendo un insieme di comportamenti di cui si conoscano effetti e sinergie. Gli Istituti Tecnici Superiori Sono percorsi post-diploma, alternativi all’Università, che formano tecnici altamente specializzati nelle aree tecnologiche strategiche per il territorio. Si tratta di un’offerta formativa terziaria, non accademica, altamente riconosciuta in Europa. La creazione di questi percorsi prevede, il coinvolgimento di scuole, associazioni ed imprese del territorio per individuare i fabbisogni formativi e mettere al servizio dell’ITS il know-how delle imprese per realizzare una integrazione con il mondo del lavoro attraverso stage aziendali e tirocini formativi, con l’obiettivo di fornire ai settori trainanti del sistema imprenditoriale preziose risorse professionali altamente formate. Attualmente (dati MIUR) gli ITS istituiti sono 62: 28 nell’area delle Nuove tecnologie per il Made in Italy; 11 nell’area della Mobilità sostenibile; 9 nell’area dell’Efficienza energetica; 6 nell’area delle Tecnologie innovative per i beni e le attività culturali; 6 nell’area delle Tecnologie della informazione e della comunicazione; 2 nell’area delle Nuove tecnologie della vita. Un monitoraggio svolto di recente sugli ITS ha evidenziato un’ampia partecipazione delle Aziende, sia come fondatrici degli stessi, sia nella realizzazione dei tirocini previsti. Le imprese – sempre secondo i dati diffusi – rappresentano il 23,4% dei soci fondatori e sono coinvolte nel percorso anche numerose realtà aziendali che non fanno parte del partenariato della fondazione. In media ogni corso coinvolge 14,8 imprese nella fase di tirocinio. Il 35% dei docenti proviene dal mondo imprenditoriale e il 22% sono liberi professionisti. #26 // MARZO APRILE 2013 55 misure ALMA Una nuova finestra sull’Universo è stato inaugurato il 13 marzo, il più grande e – ad un costo stimato di 1.4 miliardi di dollari US – il più costoso telescopio terrestre mai costruito: l’Atacama Large Millimiter/submillimeter Array (ALMA). Posizionato sul ventoso altopiano di Chajnantor, ad un’altitudine di 5.000 m nel deserto di Atacama nel nord del Cile, uno dei luoghi più aridi del pianeta dove l’aria è così rarefatta che sono necessarie scorte di ossigeno per operare in sicurezza, ALMA è una testimonianza della tenacia e dello spirito di collaborazione degli astronomi e promette spettacolari passi avanti in tutti i campi della ricerca astronomica. È rivoluzionario sotto tutti gli aspetti: le dimensioni del progetto, le antenne, i ricevitori e l’elettronica all’avanguardia. E tante sono le aspettative che, con la sua attività, contribuisca a migliorare la nostra comprensione dell’Universo. Figura 1 - Simulazione del main array di ALMA con le antenne da 12 m (in configurazione compatta)e dell’ACA © ALMA (ESO/NAOJ/NRAO) 56 Cos’è ALMA ALMA, che opera a lunghezze d’onda (sub)millimetriche (0.3 – 9.6 mm, una volta completato), non è un telescopio nell’accezione tradizionale del termine, ovvero di un singolo elemento che raccoglie la radiazione (i fotoni) emessa da corpi celesti, ma un insieme (“array”) di 66 antenne paraboliche, che grazie alle tecniche dell’interferometria, operano assieme come se fossero un unico strumento. ALMA consiste di un “array principale” di cinquanta antenne da 12 m di diametro e di un “array compatto”, chiamato appunto “Atacama Compact Array” (ACA), costituito da dodici antenne da 7 m di diametro e quattro da 12 m (Figura 1). Le sedici antenne dell’ACA sono preservate in una configurazione compatta (con distanze massime tra le antenne di circa 250 m), mentre le antenne dell’array principale possono essere spostate tra le circa 200 piattaforme disseminate nell’ALMA Operations Site (AOS) sull’altopiano di Chajnantor, a costituire una grande varietà di configurazioni, con antenne separate anche di 16 km tra loro. Quando la costruzione sarà completata, ogni antenna sarà equipaggiata con photo © ESO/S. Guisard di Jan Brand ALMA Regional Centre Italiano INAF-Istituto di Radioastronomia, Bologna dieci ricevitori operanti in differenti bande di frequenza, in corrispondenza con alcune delle finestre spettrali in cui l’atmosfera terrestre è trasparente alla radiazione proveniente dallo spazio. La tabella riportata di seguito presenta un sommario delle capacità di ALMA utili ai fini scientifici. Antenne: risoluzione e sensibilità Sia il grande numero di antenne che la possibilità di posizionarle su un ampio intervallo di distanze fanno di ALMA uno strumento potente in termini di potere risolutivo (la capacità di distinguere i dettagli degli oggetti osservati) e di sensibilità (la capacità di raccogliere fotoni). Per un singolo telescopio la risoluzione è proporzionale al rapporto tra la lunghezza d’onda in cui opera e il diametro del disco o dello specchio. Ad esempio, un’antenna da 12 m di ALMA ha risoluzione di circa 20 secondi d’arco alla lunghezza d’onda di 1 mm. Un telescopio come il Telescopio Nazionale Galileo (TNG) a La Palma, con un diametro di 3,6 m, operante nel vicino infrarosso (circa 2 µm), ha una risoluzione di 0,14 sec. d’arco. Per ottenere un simile valore alle frequenze in cui opera ALMA sarebbe necessaria un’antenna Banda Frequenza (GHz) Lunghezza d’onda (mm) Risoluzione Angolare (sec.d’arco) Struttura massima (sec.d’arco) 1a 31.3-45 6.7-9.6 0.10-7.9 93 2 67-90 3.3-4.5 0.05-3.8 53 3 84-116 2.6-3.6 0.04-3.0 37 4 125-163 1.8-2.4 0.03-2.1 32 5 163-211 1.4-1.8 0.02-1.6 23 6 211-275 1.1-1.4 0.015-1.24 18 7 275-373 0.8-1.1 0.012-0.93 12 8 385-500 0.6-0.8 0.008-0.68 9 9 602-720 0.4-0.5 0.006-0.45 6 10 787-950 0.3-0.4 0.004-0.35 5 a dal diametro di 2 km! Chiaramente, costruire una superficie riflettente di simili dimensioni non è realistico. Questo problema può essere aggirato costruendo un array di molte antenne di piccole dimensioni. Combinando i segnali delle singole antenne è possibile riprodurre le capacità di una singola antenna di diametro pari alla massima distanza tra le antenne. La risoluzione di un tale telescopio detto “interferometro” non dipende dal diametro delle singole antenne, ma solo dalla distanza (baseline) tra esse. Pertanto, nella sua configurazione più compatta (con baseline massima di 200 m) ALMA raggiunge la risoluzione di 1 sec. d’arco a 1 mm di lunghezza d’onda; nella sua più larga configurazione (con baseline massima di 16 km) ALMA raggiunge la risoluzione di 13 milli-sec. d’arco. Osservare a lunghezze d’onda più o meno lunghe può rispettivamente Parametri fondamentali dell’array principale di ALMA. La risoluzione angolare è data per le configurazioni più compatta (baseline massima 200 m) e più estesa (baseline massima 16 km) dell’array, per la frequenza centrale di ogni banda. L’ultima colonna fornisce la massima estensione approssimativa di una struttura visibile in ogni banda. a da realizzare in futuro #26 // MARZO APRILE 2013 57 peggiorare o migliorare la risoluzione. Scegliendo la lunghezza d’onda e la configurazione dell’array, gli osservatori possono studiare i propri obbiettivi scientifici su un ampio intervallo di scale angolari. Quanti fotoni un interferometro possa raccogliere è direttamente proporzionale alla superficie di raccolta totale. Quindi, più antenne sono nell’array, più fotoni sono raccolti e più alta è la sensibilità raggiungibile. Grazie al grande numero di antenne, ALMA ha una sensibilità così alta da poter osservare oggetti molto più deboli a parità di tempo, o gli stessi oggetti in meno tempo, rispetto agli altri telescopi esistenti dello stesso tipo. Una caratteristica degli interferometri è che le scale angolari più ampie osservabili Sopra, da sinistra Figura 2- Veicolo per il trasporto delle antenne. © ESO/P. Martinez Figura 3a – la cartuccia del ricevitore di banda 9. © ESO/NOVA Figura 3b– Criostato che contiene le 10 cartucce dei ricevitori. © STFC Technology. 58 dipendono dalla più breve distanza tra le antenne. A causa del fatto che le antenne non possono essere collocate infinitamente vicine tra loro (la minima distanza per antenne di 12 m di diametro è di circa 15 m), l’emissione su scale angolari più grandi di quella corrispondente alla minima baseline è filtrata. Le antenne più piccole dell’ACA possono avvicinarsi di più rispetto a quelle dell’array principale e permettono quindi di osservare oggetti astronomici più estesi. In aggiunta, le quattro antenne da 12 m di diametro dell’ACA possono indipendentemente misurare la brillanza assoluta degli oggetti operando come antenne singole (informazione che un interferometro non può raccogliere). In cima alle Ande Affinché ALMA possa operare opportunamente, i segnali (ovvero ampiezza e fase dell’onda elettromagnetica) ricevuti da ciascuna antenna devono essere tra loro combinati (“correlati”) in modo che possano arrivare ad un computer (il “correlatore”) con la medesima fase. Questo richiede di conoscere con estrema accuratezza la lunghezza del cammino che il fronte d’onda percorre tra l’antenna e il computer dove avviene la combinazione dei segnali. Ciò è tutt’altro che semplice, ed è complicato dal fatto che il fronte d’onda può essere distorto dal vapore acqueo nell’atmosfera, causando un ritardo nella trasmissione del segnale. Il ritardo è diverso da un’antenna all’altra a causa della distribuzione non uniforme del vapore nell’atmosfera e alla sua variabilità nel tempo. Per poter efficacemente correlare i segnali è necessario correggere in tempo reale tali ritardi misurando, per mezzo di radiometri collocati in ciascuna antenna, il quantitativo di vapore acqueo sopra ad ogni antenna. Per minimizzare gli effetti dell’atmosfera, le antenne sono collocate ad alta quota: all’AOS, ALMA si trova al di sopra del 40% dell’atmosfera, e sopra a più del 95% del vapore acqueo, se confrontato con un sito a livello del mare. Un simile ambiente non è favorevole per gli esseri umani, e pertanto ALMA è controllato in misure remoto dall’Operations Support Facility (OSF) a 2.900 m di quota. Se le antenne necessitano di manutenzione vengono trasportate all’OSF. Le antenne da 100 tonnellate vengono spostate per mezzo di speciali veicoli disegnati appositamente (Figura 2). Una collaborazione globale È chiaro che un progetto di tale entità non può essere condotto da una sola nazione, o da un solo organismo internazionale come ESO1. Infatti ALMA è risultato di una partnership tra Europa (attraverso ESO), Nord America (USA e Canada) e Est Asia (Giappone e Taiwan), in collaborazione col Cile che fornisce il sito del telescopio. Il progetto (costruzione, operazione, sviluppo) è coordinato dal Joint ALMA Observatory (JAO) che ha sede a Santiago. Tutti i partner erano già presenti in Cile con altri 1 ESO, “European Southern Observatory”, è l’organizzazione intergovernativa costituita da 15 Stati membri per la ricerca astronomica nell’emisfero australe. ESO gestisce tre siti osservativi di rilevanza mondiale nel deserto cileno di Atacama, tra cui ALMA. I quartieri generali di ESO sono a Garching presso Monaco di Baviera. progetti astronomici e osservatori (la regione desertica nel nord del Cile è uno dei migliori siti astronomici al mondo) e durante l’ultima decade del 20mo secolo pianificavano indipendentemente la costruzione di telescopi operanti nel (sub)millimetrico. A causa dei costi enormi di una simile impresa, si è concluso che collaborare fosse l’unico modo per raggiungere l’obbiettivo. Un primo accordo (“memorandum of understanding”) fu siglato nel 1999 tra la National Science Foundation (per gli USA) e ESO (per l’Europa) e un accordo tri-laterale che include anche il Giappone è stato firmato nel 2006. Il progetto dell’antenna Il carico del progetto e la costruzione delle antenne è stato ripartito tra i partner: USA e Europa avrebbero costruito 25 antenne ciascuno per l’array principale, mentre al Giappone sarebbe toccata la costruzione dell’ACA. Inutile dire che le richieste tecniche per le antenne sono molto severe. Devono essere in grado di puntare entro 2 sec. d’arco in ciascuna posizione del cielo, di fare un puntamento relativo con un’accuratezza di 0.6 sec. d’arco, e la loro superficie deve essere accurata entro 25 µm, e queste specifiche devono resistere alle condizioni climatiche dell’AOS. Ognuno dei tre partner ha disegnato e prodotto un prototipo d’antenna, che è stato provato in un sito in New Mexico (USA) prima che venisse prodotto in serie. Tutte le antenne sono ricoperte da sensori che monitorano le deformazioni dovute a temperatura e vento e che sono poi corrette automaticamente aggiustando la posizione di ciascuno dei pannelli da cui la superficie è costituita. Le antenne approvate sono state divise in pezzi, spedite in Cile e trasportate all’OSF, dove sono state riassemblate e sottoposte a ulteriori test dall’unità Assembly, Integration and Verification (AIV) prima di essere trasportate all’AOS. Nel sito ad alta quota vengono integrate all’array e il loro funzionamento è verificato nuovamente come parte del processo di Commissioning and Science Verification (CSV). Un’antenna viene accettata dal progetto solo una volta che le sue performances rimangono entro le specifiche nelle condizioni climatiche ostili dell’altopiano di Chajnantor. Front end e ricevitori Come menzionato prima, ogni antenna di ALMA è equipaggiata con dieci ricevitori (Figura 3a). Come le antenne, anche i ricevitori sono strumenti all’avanguardia. Sono alloggiati in un criostato tenuto a temperature fino a 4 K per ridurre il rumore, e collocati al fuoco Cassegrain di ciascuna antenna (Figura 3b). È presente un alloggiamento per ciascuna delle dieci cartucce cilindriche dei ricevitori. I singoli ricevitori sono sviluppati in laboratori in sei diversi Paesi. Il Regno Unito, la Francia e l’Italia stanno portando avanti uno studio per lo sviluppo dei ricevitori di banda 2 (vedi tabella). #26 // MARZO APRILE 2013 59 Il coinvolgimento italiano C’è un notevole coinvolgimento italiano in ALMA, dal punto di vista industriale, gestionale, tecnico e scientifico. L’Italia è stata coinvolta fin dall’inizio per la sua partecipazione in ESO. Le antenne europee sono costruite dal consorzio AEM, che è composto da Thales Alenia Spazio (Francia e Italia), MT-Mechatronics (Germania) e European Industrial Engeneering (Italia) e ha così una forte partecipazione italiana. L’osservatorio di Trieste è stato coinvolto nello sviluppo dell’ALMA control software, mentre l’osservatorio di Arcetri (FI) ha contribuito al disegno e alla produzione di varie componenti meccaniche ed elettroniche, in particolare per il correlatore. Uno dei direttori di ALMA (dal 2003 al 2008) è stato un italiano così come sono gli attuali European Programme Scientist, e il responsabile per l’European ALMA Regional Centre. E molti italiani operano ad ESO come tecnici e esperti di software per il progetto. Infine uno dei nodi dell’ALMA Regional Centre europeo è a Bologna. Struttura organizzativa La struttura di gestione per ALMA è piuttosto complessa, ma la comunità astronomica ha principalmente a che fare con i cosiddetti ALMA Regional Centre (ARC), collocati in ciascuna delle tre regioni (Europa, Nord America e Giappone). L’ARC europeo è composto da sette nodi regionali in varie località europee coordinati da un nodo centrale presso ESO a Garching in Germania. Uno dei nodi si trova a Bologna, ospitato Figura 4. Immagine della stella evoluta R Scupltoris, circondata da inviluppi di gas freddo (dati ALMA, Ciclo 0; 345 GHz; ESO Comunicato Stampa 1239) © ALMA (ESO/NAOJ/NRAO)/M. Maercker et al 60 dall’Istituto di Radioastronomia e finanziato dall’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica). Il nodo italiano fornisce assistenza agli utenti ALMA (principalmente italiani, ma non solo), esperienza tecnica e supporto scientifico, sia nella preparazione dei progetti osservativi, sia nell’analisi dati dopo l’osservazione. Il personale ARC (2 membri dello staff IRA, 5 post-doc e un sistemista) forma la comunità scientifica con seminari, tutorial, scuole e workshop. Osservare con ALMA: “Early Science” Anche nelle prime fasi di realizzazione, quando ancora il numero di antenne e ricevitori era limitato, ALMA era già molto più potente di qualsiasi altro strumento operante a lunghezze d’onda millimetriche. Perciò il JAO ha aperto un bando per la presentazione di progetti osservativi quando erano disponibili solo sedici antenne con quattro ricevitori ciascuna; queste antenne potevano essere utilizzate solo in una configurazione compatta, con distanze massime di 125-400 m, e con ulteriori limiti sugli intervalli spettrali e sulla risoluzione spettrale. Questa prima serie di osservazioni di “Early Science” (chiamata Ciclo 0) è iniziata nel settembre del 2011. Una seconda serie (il Ciclo 1) è stata avviata nel gennaio 2013, con trentadue antenne disponibili, una maggiore flessibilità spettrale, e baseline massime tra 160 m e 1 km. È stato offerto anche l’utilizzo del Compact Array. Le richieste di tempo osservativo si preparano utilizzando l’apposito software Java, chiamato Observing Tool, con cui presentano la giustificazione scientifica e i requisiti tecnici delle osservazioni proposte. Un Time Allocation Committee (TAC) internazionale valuta le richieste, mentre la fattibilità scientifica viene controllata separatamente. Le richieste accettate passano alla seconda fase, in cui le osservazioni previste vengono dettagliate in piccole unità autosufficienti, dette “scheduling misure blocks” (SBs), ognuna delle quali può essere eseguita in circa 30-60 minuti. Le osservazioni vengono programmate con schedulazione dinamica, cioè scegliendo per l’esecuzione il programma i cui parametri (frequenza, risoluzione e sensibilità) si adattano meglio alle condizioni del momento. I dati vengono trasmessi all’archivio dati dell’OSF, e successivamente al Santiago Central Office, che li inoltra in copia ai tre Regional Centre. Se i dati rispettano i criteri di qualità richiesti, viene applicata una pipeline di riduzione, e il tutto viene inviato al principal investigator (PI). Il PI ha l’esclusiva sui dati per dodici mesi; successivamente, i dati diventano pubblici e accessibili a chiunque nell’archivio ALMA. Scienza con ALMA - Primi risultati ALMA è stato progettato per osservare “l’Universo freddo”: le radiazioni a lunghezze d’onda (sub) millimetriche provengono principalmente da gas e polvere a basse temperature (fino a qualche centinaio di K). ALMA è quindi adatto ad osservare l’universo molto giovane, quello in cui le galassie avevano un alto contenuto di polveri; il suo sguardo penetra nel profondo delle culle della formazione stellare, che sono oscure in luce visibile, ma molto intense nella zona (sub)millimetrica dello spettro elettromagnetico. Può osservare molecole nello spazio interstellare, nelle comete e nelle atmosfere planetarie; può osservare direttamente perfino pianeti che stanno nascendo attorno alle stelle più vicine. Mentre ALMA viene completato, sono in fase di pubblicazione i primi risultati dell’Early Science. Ci sono già le prime sorprese, di cui un bell’esempio è mostrato in Figura 4. Vi si osservano le conseguenze della perdita di massa di una vecchia stella, R Sculptoris (al centro dell’immagine). Al termine della loro esistenza queste stelle perdono molta materia sotto forma di un denso vento stellare. In tal modo contribuiscono in modo significativo al serbatoio di materia da cui hanno origine le successive generazioni di stelle e sistemi planetari (ed eventuali forme di vita). Il loro studio è quindi importante per molte ragioni. Nell’immagine ALMA si vede un anello esterno di gas e polvere, che era stato osservato in precedenza con altri strumenti. La novità mai osservata in precedenza è rappresentata dalla materia che si vede all’interno dell’anello, che mostra un andamento a spirale fra la stella e l’anello stesso. Modelli numerici indicano che una tale distribuzione può essere causata dalla presenza di una stella compagna, finora sconosciuta, che imprime al vento una struttura a spirale. Queste osservazioni sono state svolte quando erano state installate meno della metà delle antenne previste, e gli astronomi sono impazienti di vedere quali entusiasmanti risultati potrà ottenere l’array completo. (Traduzione del testo a cura di Marcella Massardi e Giovanna Stirpe) Jan Brand è nato nel 1956 a L’Aia (Paesi Bassi). Nel 1980 si è laureato in astronomia e fisica all’Università di Leida, dove ha anche svolto il dottorato, ottenendo il Ph. D. nel 1986, con una tesi intitolata “The Velocity Field of the Outer Galaxy”. Prima di stabilirsi all’Istituto di Radioastronomia a Bologna, ha lavorato all’Università di Maryland (USA), al Max-Planck-Institut für Radioastronomie a Bonn (Germania) e all’Osservatorio Astrofisico di Arcetri (Firenze). Dal 1992 è a Bologna, prima come precario e dal 2002 come Primo Ricercatore. I suoi interessi scientifici sono nel campo della fisica e chimica del mezzo interstellare e della formazione stellare. È coordinatore dell’ALMA Regional Centre a Bologna dalla sua creazione nel 2005. Per approfondire: Italian ARC: http://www.alma.inaf.it/ ESO: http://www.eso.org/ ALMA Observatory: http://www.almaobservatory.org/ #26 // MARZO APRILE 2013 61 design urbano ECOMasse Decorare pareti in cemento con forme e colori della natura Intervista a Filippo La Duca 62 A bbiamo scoperto essere tu un diplomato Geometra presso l’Istituto Tecnico statale per Geometri “N. Tartaglia” di Brescia. Il tuo progetto ECOMasse, come, quando e perché nasce? Il progetto ECOMasse nasce ufficialmente nel settembre 2011. Coltivavo da tempo l’idea di realizzare una decorazione con l’intento di inserirla nel contesto circostante, non come opera fine a se stessa ma più legata al benessere collettivo e facilmente comprensibile da tutti. Nel 2009 realizzai una decorazione commissionata da un privato per riqualificare la facciata cieca della sua abitazione. Come soggetto scelsi l’albero, simbolo forte e associabile al tema dell’ambiente. Sviluppai delle idee nel corso dei due anni successivi e nel 2011, riuscii a ottenere il permesso per decorare la parete perimetrale delle piscine di Provaglio d’Iseo e firmai il primo lavoro come ECOMasse. ECOMasse prende ciò che già esiste, spazi murali, per restituirli alla natura realizzando decorazioni in grado di ridurre l’impatto visivo. Erano idee che già avevi o che hai maturato durante il tuo corso di studi? Quando scelsi la scuola superiore da frequentare cercai un indirizzo legato al mondo dell’edilizia, affascinato dalle costruzioni e dall’idea di progettarle. Parallelamente agli studi per il diploma di Geometra decisi di sperimentare il disegno su muro. Presso il comune di residenza, che mise a disposizione alcune pareti, realizzai i primi rudimentali disegni e spinto dal desiderio di migliorare non ho più smesso. Oggi nei miei lavori risuona ancora una forte componente tecnica, #26 // MARZO APRILE 2013 63 cerco molto spesso di unire linee geometriche a forme più fluide e irregolari. ECOMasse è anche questo, uno studio sulla forma e sull’unione tra natura(ECO) e forma(Masse). A cosa ti ispiri nel decorare “una parete di cemento” e quale importanza dai alla decorazione? L’ispirazione arriva dall’ambiente circostante e da come la parete è collocata nel territorio. Vado alla ricerca di colori e forme in grado di migliorare e facilitare l’inserimento del muro con il contesto. La decorazione riveste un ruolo molto complesso, deve essere lo strumento che permette di minimizzare l’impatto del muro e del calcestruzzo, deve saper trasmettere il messaggio che si è prefissato il progetto ma senza essere invasiva per chi è di passaggio senza quindi attirare l’attenzione. I soggetti che ho scelto hanno lo scopo di trasmettere un messaggio immediato e un collegamento diretto alla natura e all’ambiente. Si potrebbero realizzare forme astratte e comprensibili solo dall’autore ma in quel caso si perderebbe il concetto di partenza e la volontà di trasmettere un messaggio chiaro. Quali i motivi nella scelta delle “pareti” per il tuo intervento? Le pareti realizzate fino ad ora sono frutto di una ricerca legata a trovare spazi murali anonimi ma con una forte rilevanza dal punto di vista della funzione che svolgono. 64 Muri di sostegno di terrapieni e spalle di sottopassi o sovrappassi di arterie di scorrimento che dividono paesi nella Franciacorta in modo radicale e marcato. Ma anche cabinati elettrici o cortili interni di edifici pubblici, l’importante è dare una visione diversa degli spazi senza stravolgerli e per migliorare la loro collocazione. Tra i lavori quale quello che ti ha più coinvolto? Il più significativo resta il primo intervento del progetto ECOMasse. Sulla parete era già presente un elemento naturale vero, l’edera. L’intenzione era quella di integrare la decorazione in modo da non sconvolgerne la crescita e lo sviluppo. Nel corso dei mesi successivi ho osservato attraverso una serie di scatti fotografici come il mio intervento si è modificato e come l’edera ha variato la forma della decorazione. Ho potuto riscontrare che in diversi punti le radici non riuscendo ad attecchire sulla superficie dipinta, correggono la loro direzione DESIGN URBANO ECOMasse è un progetto che si occupa di lavori di riqualificazione urbana improntati sullo studio degli elementi della natura e sulle forme grafiche. L’obiettivo è individuare spazi murali da destinare a decorazioni in grado di inserirsi nel contesto in cui è situato il muro. L’integrazione del disegno con l’ambiente circostante viene eseguita dopo un attento studio dei colori presenti nel sito. Tutto questo è possibile lavorando con autorizzazioni comunali o private che consentono di realizzare le decorazioni murali nel pieno rispetto della legalità. #26 // MARZO APRILE 2013 65 seguendo il profilo del disegno rappresentato. Tutt’ora, a distanza di quasi tre anni, periodicamente mi reco al muro per fotografarlo e seguire la trasformazione. Quali le fasi di progetto, le tecniche, le necessità per la realizzazione e quanta è l’influenza dell’ambiente circostante? Il mio lavoro parte dalla ricerca dello spazio murale e, una volta individuato, è necessario predisporre l’autorizzazione per realizzare la decorazione. Questo Filippo La Duca Nato a Brescia il 13-11-1990, si diploma presso l’Istituto Tecnico per Geometri “N. Tartaglia” nel 2011. Partecipa con esito positivo al corso di formazione sulla prevenzione degli infortuni nei cantieri edili, tenuto da Comitato Paritetico Territoriale di Brescia e provincia e al corso di formazione per l’utilizzo di Autocad, presso I.T.G. Tartaglia Brescia. Frequenta, con votazione 78/100, il corso Post-Diploma I.F.T.S “Tecnico Superiore Conduzione Cantiere”, anno 2011/2012 con rilascio relativo attestato. Corso nell’ambito del quale svolge uno Stage formativo (Settore Manutenzione Spazi Aperti, Casa, Strade). 66 comporta presentare un progetto con l’idea generale del risultato finale ed una ipotesi di costo. Se l’intervento viene approvato comincia la realizzazione. Lavorando su superfici molto grandi, ho la necessità di avere a disposizione uno strumento che mi consente di coprire grandi spazi, quindi utilizzo tutte le pitture. Dalle più semplici come i materiali utilizzati per le pareti delle abitazioni a materiali più complessi come pitture fotocatalitiche, che consentono l’ossidazione delle sostanze inquinanti e la conseguente trasformazione in residui non nocivi. Stai pensando a nuovi tuoi interventi? Dove e per quali committenti? Durante il periodo invernale non è possibile lavorare all’esterno e con gli interventi sono costretto a fermarmi. Utilizzo il tempo per promuovere i miei lavori e pianificare la realizzazione dei successivi. Appena arriva la primavera ho già un piano di lavoro e partono le decorazioni. Nei prossimi mesi sarò impegnato con diversi interventi alcuni nella zona della Franciacorta per i Comuni con cui ho già collaborato, altri per nuovi committenti come il Comune di Brescia o alcune società intenzionate a rivalutare i propri spazi con queste decorazioni. Insieme alla ricerca degli spazi durante l’inverno ho la possibilità di lavorare moltissimo sullo sviluppo di nuovi soggetti e sullo studio di nuovi cromatismi in grado di migliorare l’aspetto e il significato delle decorazioni. Questo è importante per trasmettere una sensazione di armonia tra la decorazione e il contesto in cui vado ad intervenire e creare una vera e propria sinergia per potenziare ambienti trascurati e inserirli nel contesto circostante. INNOVAzIONE La rete radiomobile regionale ERretre per i servizi di emergenza in Emilia-Romagna di Gabriele Falciasecca, Professore, Ingegnere, Presidente Lepida Spa Kussai Shahin, Ingegnere, Direttore reti Lepida SpA I l presente articolo propone una descrizione della rete radiomobile regionale ERretre, basata sullo standard europeo TETRA, e delle modalità di utilizzo che hanno dato prova di grande efficacia in occasione degli eventi sismici che hanno colpito l’EmiliaRomagna nel maggio 2012. La gestione delle emergenze richiede una grande organizzazione, supportata da sistemi di comunicazione affidabili e flessibili in grado di garantire il coordinamento delle operazioni e di soddisfare le esigenze operative sul campo. è da sottolineare inoltre come nell’immediato e nelle ore successive agli eventi sismici le reti pubbliche telefoniche cellulari si sono rivelate praticamente inutilizzabili mentre la rete ERretre ha garantito tutte le comunicazioni degli organi preposti alla gestione dell’emergenza, secondo quanto previsto. ERretre La Rete Radiomobile Regionale (ERretre) è nata agli inizi del duemila, grazie alla decisione della Regione Emilia-Romagna di realizzare, nell’ambito del Piano Telematico Regionale, una struttura efficiente capace di uniformare i servizi della Pubblica Amministrazione armonicamente sviluppata sul territorio. ERretre è una rete cellulare digitale, basata sullo standard europeo TETRA, che fornisce servizi di comunicazione voce e dati sull’intero territorio della Regione EmiliaRomagna. Gli utilizzatori principali della rete sono: le Polizie Locali, la Protezione Civile, la sanità e il servizio 118. Tali utilizzatori operano sulla rete in condizioni ordinarie, mantenendo la propria autonomia, ma possono facilmente interoperare in caso di necessità assicurando in tal modo una maggiore efficienza alle loro attività in campo. Proprio questa flessibilità della ERretre, insieme all’alta affidabilità, hanno garantito, in occasione degli eventi sismici, sia la sicurezza delle #26 // MARZO APRILE 2013 67 comunicazioni sia il coordinamento delle operazioni sul campo. La gestione e lo sviluppo della rete ERretre richiede, oltre alle competenze tecniche, una costante interazione con gli utilizzatori per condividere le esigenze, per definire l’evoluzione in termini di nuove integrazioni e di gestione dei gruppi operanti sul territorio. Tutto questo viene svolto da Lepida SpA che è la società di tutti gli Enti pubblici dell’Emilia-Romagna e lo strumento operativo promosso dalla Regione Emilia-Romagna per la pianificazione, lo sviluppo e la gestione omogenea ed unitaria delle infrastrutture di telecomunicazione che comprendono la rete ERretre. L’infrastruttura di rete Al fine di fornire una descrizione semplificata, si può affermare che l’infrastruttura della rete ERretre è composta principalmente da: • due nodi centrali di commutazione ad alta affidabilità; • un insieme di apparati posizionati in punti dislocati sul territorio (siti), che garantiscono la copertura radioelettrica e quindi l’erogazione dei servizi della rete permettendo ai terminali di effettuare le comunicazioni; • un insieme di collegamenti tra i siti distribuiti sul territorio e le centrali di commutazione, che consentono l’instradamento delle comunicazioni fra gli utenti della rete oltre all’interconnessione della rete R3 ad altre reti. La rete ERretre è integrata con la rete in fibra ottica dell’EmiliaRomagna denominata “Lepida”, anch’essa gestita da Lepida SpA, che copre l’intero territorio regionale Figura 1- Disegno esemplificativo dell’infrastruttura di rete Figura 2 - Disposizione geografica dei siti. Utilizzo e gestione delle rete 68 e che garantisce in modo crescente i collegamenti della rete ERretre. Inoltre, la rete è caratterizzata da un elevato grado di ridondanza dei principali apparati e collegamenti; ciononostante, in caso di interruzione del collegamento fra un sito e la centrale di rete si attiva automaticamente una modalità di funzionamento locale (detta fall-back), che permette la comunicazione fra terminali attestati al medesimo sito. L’intera infrastruttura di rete, in tutte le sue componenti, viene monitorata in tempo reale da parte di personale qualificato in modo da garantire una costante supervisione della rete e del relativo funzionamento. Va sottolineato che l’infrastruttura di rete ed in particolare i siti vengono realizzati e posizionati sul territorio sulla base di un progetto molto complesso dal punto di vista tecnico che evolve continuamente per rispondere alle specifiche esigenze degli utenti che si manifestano progressivamente. A titolo informativo, si riporta nella Figura 2 la disposizione dell’infrastruttura di ERretre che prevede al momento 81 siti radianti, dislocati sul territorio della regione Emilia-Romagna, e che fornisce copertura a tutta la regione con una capacità di traffico maggiore nelle principali aree urbane e minore in quelle rurali. L’infrastruttura della rete ERretre è in grado di supportare comunicazioni voce e dati tra utenti mobili e tra utenti mobili e fissi dotati di apparati innovazione TETRA all’interno del territorio regionale. I principali servizi offerti dalla rete ERretre sono: • interoperabilità fra Enti/Servizi sull’intera regione; • trasmissione voce e dati anche simultanea; • radiolocalizzazione degli apparati; • invio/ricezione di stati operativi da/verso le centrali operative; • attivazione di gruppi dinamici e unioni di gruppo; • chiamate di emergenza o a priorità (possibilità di abbattimento forzato); • realizzazione di applicazioni specifiche (interrogazione banche dati, ecc.); • interconnessioni verso altre reti (VoIP, ecc.); • chiamate voce di gruppo e individuali. Fondamentale è il grado di sicurezza che ERretre assicura attraverso la cifratura delle chiamate (a protezione delle comunicazioni da possibili intercettazioni), l’autenticazione dei terminali (la protezione dall’accesso di apparati non autorizzati), la ridondanza dei collegamenti e dei relativi apparati, la funzionalità avanzata di disaster recovery e l’operatività dei terminali in modalità locale (fall-back). Le principali tipologie di apparati terminali che operano all’interno di tale sistema radiomobile regionale sono: apparati portatili, apparati veicolari ed apparati fissi. Ad oggi i terminali TETRA presenti nella rete ERretre sono circa 5.500 distribuiti sull’intero territorio regionale, utilizzati da oltre 170 Polizie Locali, dalla Protezione Civile e dall’Emergenza Sanitaria. Attualmente si osservano circa 150.000 chiamate voce e circa 10.000.000 di messaggi al mese. A titolo informativo si riporta nelle figure seguenti l’andamento del traffico in rete generato nel 2012 sia per quanto riguarda il traffico voce che per il traffico di messaggistica. Il traffico di messaggistica scambiato sulla rete è dovuto principalmente agli applicativi di radiolocalizzazione presenti all’interno delle diverse centrali operative e alla trasmissione dei dati rilevati dalle diverse reti di sensori sul territorio. Si può osservare nelle medesime figure come il picco di traffico sia voce che di messaggistica si è verificato nel mese di maggio 2012, ovvero in occasione dei due terremoti avvenuti in EmiliaRomagna. È altresì utile evidenziare un altro evidente picco di traffico a febbraio 2012 in occasione dell’emergenza neve nella Regione. La gestione della rete ERretre include un efficiente servizio di Helpdesk attivo H24 per tutti i giorni dell’anno ed una struttura in grado di attivare rapidamente raggruppamenti ad hoc per far fronte a qualsiasi tipo di necessità organizzativa ed un supporto fondamentale ai suoi utilizzatori. Questo aspetto è fondamentale, e lo è stato chiaramente in occasione degli eventi sismici del 2012, per gestire dinamicamente i gruppi operanti sul territorio sulla base delle procedure e le esigenze operative della Protezione Civile che coinvolgono sia il soccorso sanitario che le Polizie Locali. Infine, si sottolinea ancora la Figura 3- Traffico chiamate voce nel 2012 Figura 4 - Traffico messaggi nel 2012 #26 // MARZO APRILE 2013 69 caratteristica essenziale della rete ERretre, ovvero quella di essere una rete condivisa da più organizzazioni di utenti con strutture ed esigenze diverse, ma di riuscire a garantire la completa indipendenza fra le organizzazioni stesse e dinamicamente, quando è necessario, l’interoperabilità richiesta. Utilizzo nelle situazioni di emergenza Da sempre è sul tavolo la questione: servono reti mobili dedicate alle situazioni di emergenza o le ordinarie reti pubbliche possono servire anche a questo scopo? Nel succedersi della standardizzazione dei nuovi sistemi una viva attenzione è stata dedicata alla previsione di come si potesse introdurre una serie di opzioni atte a trasformare parte della rete in una adatta ad affrontare anche situazioni critiche. A fronte di questo fino ad oggi non si è praticamente fatto nulla e, nonostante le reti mobili abbiano comunque una maggiore resistenza di fronte ad alcuni eventi negativi rispetto a quelle fisse, come ad esempio una maggior tenuta in caso di black out elettrico, esse non sono adeguate per affrontare altre eventualità più pesanti. Quando la nostra regione decise di dotarsi di una rete mobile a standard TETRA autonoma, non era scontato né che le reti mobili pubbliche avrebbero segnato il passo né che TETRA fosse la soluzione migliore. Il tempo ha dato ragione a quella scelta e, essendo stato il 2012 un annus horribilis per le emergenze, le prestazioni della rete hanno potuto rendersi manifeste in tutta la loro evidenza. Si noti che, in condizioni ordinarie, la rete ERretre offre servizi essenziali a polizie municipali, protezione civile, sanità, a costi che stanno diventando sempre più competitivi. Ma il di più che serve per la sussistenza della rete è proprio ciò che rende la rete efficace quando arriva l’emergenza. La tenuta elettrica delle stazioni radiobase, la ridondanza dei collegamenti, si erano già evidenziate come fondamentali caratteristiche quando alcune zone sono state martoriate da una grande nevicata. Ma è stato in occasione del terremoto che la scelta di avere una rete uniforme a copertura regionale è stata decisiva. Infatti, nella zona terremotata, non solo tutta la rete è rimasta intatta e funzionante, ma, attraverso la possibilità della riconfigurazione software offerta dallo standard, in meno di un’ora tutte le unità di soccorso, polizie, protezione civile ecc., hanno avuto accesso ad una rete unificata, senza che sui terminali si dovesse fare alcuna operazione e hanno goduto delle prestazioni caratteristiche della rete TETRA in modo omogeneo per territorio e istituzione. Come spesso accade è nelle difficoltà che si evidenziano le cose migliori: avere agito con lungimiranza, una volta tanto nel nostro Paese, si è rivelato estremamente vantaggioso e, in alcuni casi, vitale. Non c’è che da augurarsi che questo esempio sia seguito in altri campi dove non solo non ci si prepara al futuro ma si è in ritardo anche per l’oggi. TETRA Il TErrestrial Trunked Radio (originariamente Trans European Trunked RAdio) è uno standard di comunicazione a onde radio per uso professionale, con sistemi veicolari e portatili, usato principalmente dalle forze di pubblica sicurezza e militari e dai servizi di emergenza oltre che dai servizi privati civili. I principali vantaggi di TETRA sulle altre tecnologie (come il GSM) sono: • L’uso di una frequenza più bassa che permette livelli molto alti di copertura con un piccolo numero di trasmettitori, riducendo i costi di infrastruttura. • Veloci tempi di set-up della connessione: una chiamata uno-a-molti è generalmente creata in 0,5 secondi (tipicamente meno di 250 ms per un singolo nodo) contro i molti secondi necessari per il GSM. • Diversamente da molte tecnologie cellulari, TETRA offre diversi modi di emergenza con la abilità per una base station di processare le chiamate locali in assenza del resto della rete e per il Direct Mode, dove i terminali possono continuare a dividersi il canale direttamente se l’infrastruttura ha un guasto o è irraggiungibile. • Modalità gateway dove un singolo terminale con connessione alla rete può fungere da relay per gli altri vicini che non riescono a mettersi in contatto con l’infrastruttura. • TETRA provvede inoltre una funzionalità punto-punto che altri servizi radio per emergenze non offrono. Questo dà la possibilità all’utente di avere un link tra terminali senza il bisogno del coinvolgimento diretto di un operatore supervisore o di un dispatcher. • Diversamente da altre tecnologie cellulari che connettono un utente ad un altro, (uno-a-uno) TETRA offre connessioni uno-a-uno, uno-a-molti e molti-a-molti. Queste modalità operative sono importanti per usi di pubblica sicurezza e professionali. (fonte: Wikipedia) 70 fORMAzIONE Attualità degli squadrati Uso Fiume e Uso Trieste di Franco Laner Professore ordinario di Tecnologia dell’architettura all’Università Iuav di Venezia, da anni tiene un corso di “Tecnologia delle costruzioni di legno”. D efinizioni Il ritorno del legno anche nel nostro Paese come materiale strutturale è dovuto ai nuovi concetti di prodotto, come il legno ricomposto. Il legno, dopo essere stato ridotto ad assi, o listelli, o schegge o chip, viene riassemblato per formare travi lamellari, diritte e curve, pannelli di tavole compensate (Xlam), pannelli OSB, listellari, paralam, pannelli di fibre e di lana di legno, ecc. offrendo al mercato edilizio tipologie per molteplici impieghi e prestazioni. Il rinnovato interesse per il legno ha riproposto anche tipologie tradizionali di legno massiccio, come l’Uso Fiume (UF) e l’Uso Trieste (UT), particolarmente adatte per costruire solai e tetti. Molti, anche del settore del legno strutturale e specialmente fra i più giovani, sentendo queste tipologie di legno massiccio, non sanno a cosa si faccia riferimento. Lo constato, ad esempio, quando si va a cena in luoghi tipici, con travi a vista, e fin che si aspettano le portate ordinate, faccio osservare che quelle travi sono davvero vecchie. Perché? Nell’incastro al muro una trave è grossa e l’adiacente sottile, poi è nuovamente grossa e quindi sottile. Significa che alternativamente è stata appoggiata una testa e un calcio, perché le travi sono il tronco, semplicemente scortecciato #26 // MARZO APRILE 2013 71 e smussato che ripropongono la rastremazione dell’albero da cui derivano. Questo tipo di trave veniva definita Uso Trieste (UT). L’uso Fiume (UF), definito nel passato anche Testa a Testa, è molto simile all’UT, però la sua sezione è quasi costante, addirittura senza smusso verso il calcio (la base), che si accentua verso la punta (o cima o testa). La definizione dell’UF e UT si ricava dalla recente normativa Uni, precisamente dall’UNI 11035-3 dell’ottobre 2010, Legno strutturale, parte 3: Travi Uso Fiume e Uso Trieste: • trave Uso Fiume: trave a sezione quadrata o rettangolare ottenuta da un tronco mediante squadratura meccanica, continua e parallela dal calcio alla punta su quattro facce a spessore costante con smussi e contenente il midollo. • trave Uso Trieste: trave a sezione quadrata o rettangolare ottenuta da tronco mediante squadratura meccanica, continua dal calcio alla punta su quattro facce seguendo la rastremazione del tronco, con smussi e contenente il midollo. In sintesi le travi UT seguono la rastremazione (la geometria tronco-conica) dell’albero, mentre l’UF ha sezione costante, pur variando l’entità dello smusso come il mio schizzo fa vedere. Le dimensioni che la Rete (Consorzio fra i Produttori) UT e UF oggi propone variano dalla sezione 10x10cm fino a 50x50 con lunghezze da 3 a 16m. Siamo dunque di fronte a tipologie di elementi per uso strutturale di legno massiccio che mantengono più di altri caratteristiche e forme dell’albero da cui il legno deriva, con lavorazione poco invasiva e prestazioni meccaniche peculiari, che 72 vanno conosciute per il loro ottimale impiego. Proprio il fatto di non interrompere che in minima parte le fibre esterne del tronco, conferisce allo squadrato alte caratteristiche meccaniche. Poiché le travi UF e UT sono per definizione travi con cuore, sono fisiologicamente soggette a fessurazioni da ritiro. Come ampliamente descritto a questo proposito (v. Geocentro/magazine n. 13/2011 “Le fessure nel legno massiccio: fisiologiche o patologiche?”) sbaglia chi giudica improprie o “difetto” le fessure da ritiro. Generalmente lo fa chi è in cattiva fede o se desidera dilazionare i pagamenti innescando assurdi contenziosi. Lo fa chi non conosce il legno! formazione Nella pagina precedente Rastremazione o conicità del tronco. Differenza fra UF e UT In questa pagina, dall’alto in basso Prova su di un solaio di legno con travi UT e soletta di Xlam. L’UT si distingue proprio per la necessità di metterlo in opera appoggiando alternativamente una testa e un calcio, per cercare di livellare la rastremazione propria di questo squadrato Il lavoro degli asciatori da un bel libro di Walter Mooslechner “Winterholz”, ed. Anton Pustet, Salzburg, 2004. Nel disegno seicentesco è evidente la forma dell’ascia mai cambiata nel tempo Accatastamento (tason) di tronchi nella Piana di Falcade, circa 1930 (da “Il lavoro nei boschi” di M. Casanova Borca a cura dell’Unione ladina del Cadore) #26 // MARZO APRILE 2013 73 Dove e come impiegare l’UF e l’UT Indicare l’impiego ottimale di un materiale o un prodotto edilizio ad un progettista si rischia sempre di limitare la sua creatività. Le note seguenti siano dunque intese come suggerimenti per allargare gli ambiti applicativi. Intanto mi pare che non sia difficile convenire che il carattere dell’UF ed in subordine dell’UT - sia quello rustico, spontaneo, elementare, oserei dire naif. Penso che nessun altro assortimento di questa tipologia di squadrati, escluso il tondame, abbia in sé così forte la naturalità del legno. Tolta la corteccia, eseguito lo squadro, l’UF e l’UT sono pronti ad esibire tutto ciò che l’albero crescendo ha scritto nella sua tessitura: l’ambiente dove è cresciuto, le ingiurie subite, la deviazione della fibratura dovuta forse al suo corteggiamento alla luce solare o per contrastare o assecondare venti molesti. La sequenza dei nodi ci induce a 74 pensare alla sua solitudine (se l’albero è isolato ha molti più rami) o alla sua lotta per cercare luce ed aria in mezzo alla folla… Una tasca di resina ci porta ad una ferita ancora non rimarginata e un segno di azzurratura ad una disattenzione nella sua custodia, proprio quando, spogliato dalla corteccia protettiva, era più vulnerabile ed indifeso. Nella sua schiettezza l’elemento strutturale nulla ha perso del vigore originario, che ci rimanda con forza alla tradizione costruttiva, in particolare quando si debbano conservare le strutture originarie. Perciò trovo che l’impiego dell’UF sia ottimale nelle opere di ristrutturazione, consolidamento e riuso. Ma la sua schiettezza e naturalità non possono che far mostra di sé anche in ambienti di ricercata modernità. L’UF contrasta col suo calore, esaltandoli, materiali freddi, come l’acciaio, la pietra, un particolare intonaco o finitura, le linee geometriche e ricercate di uno spazio razionale, pulito e scarno. Ma se è facile suggerirne l’uso per l’architettura degli interni, alcune immagini ne mostrano l’esito strutturale. In questo caso auspico l’UF e l’UT, di così forte richiamo al passato, non siano disgiunti dal magistero e perizia della grande tradizione della carpenteria lignea. L’UF ed ancor meno l’UT non possono concedersi troppo alla moderna tecnologia costruttiva, come l’esecuzione col controllo numerico. È necessario ricaricare le strutture di codici del passato. Faccio un esempio. Nel ripristino di un grande ambiente sottotetto era necessario sostituire la grande trave di colmo. Troppo facile, quasi banale, ricorrere ad una trave lamellare! Un attimo! Non si pensi che abbia un conto da saldare con questi elementi strutturali! Ci mancherebbe altro, visto che gran parte del mio lavoro e ricerca l’ho dedicato ai derivati del legno, lamellare in primis. formazione Da pagina precedente, in senso orario Fessura da ritiro. Nei segati con cuore le fessure da ritiro non devono allarmare più di tanto, proprio perché sono fisiologiche. Naturalmente il legno fessura quando, stabilizzandosi con l’umidità dell’ambiente, perde l’acqua di costituzione Le fessure, la sequenza degli anelli, cretti e spacchi del legno, così come rughe, ragadi e nei di un volto umano sono i segni di una vita. Di quella vita. Cosa può trasmettere l’asetticità dell’acciaio e del cemento? Lo stesso di una maschera di cera. Ovvero nulla! Mai, oggi, si potrebbe realizzare un siffatto tetto a vista: le travi sono affette da troppi e grandi nodi che non passerebbero ad un controllo a vista. Eppure quanta vita e bellezza in queste travi UF! #26 // MARZO APRILE 2013 75 Gli arcarecci erano UF da lasciare a vista e volevo mantenere quel carattere. Pensai allora a due travi UF, sovrapposte. Mi occupai di biette, scoprendo la forza dei cunei contrapposti. Poi di geometria delle biette, scoprendo grazie a prove sperimentali, la maggior tenuta di quelle arrotondate, perché gli spigoli vivi delle sezioni quadrate, rombiche o rettangolari innescavano rotture per concentrazione di energia (gli spigoli vivi sono cunei). Imparai a distribuire lo sforzo di scorrimento longitudinale fra biette e tirafondi. Bisognava però essere seguiti nella realizzazione da esperti carpentieri, perché un conto è l’interfaccia di squadrati a spigolo vivo, diverso armonizzare smussi irregolari e naturali. Anche l’accostamento di travi, l’interfaccia di travi e travetti presume per l’impiego di UF attenzioni non comuni. Ecco perché è necessaria la conoscenza della tecnologia del passato per proporre bellezza e consequenzialità, che si rivela proprio nei particolari costruttivi. Insomma non basta il materiale della tradizione. È necessaria anche la sapienza e perizia della tradizione. Altrimenti sarebbe una citazione debole, senza alcuna inferenza culturale. Aggiungo ai sintetici suggerimenti per l’impiego di questi assortimenti una mia considerazione. So bene che non coglie molto consenso. Ma spesso le minoranze aiutano a valutare la bellezza della diversità. Come sarebbe – altrimenti – monotono il mondo! Ebbene io penso che l’UF e l’UT non debbano essere per tutti, non possono essere un prodotto di massa, bensì riservato ad élites. Il lamellare è un prodotto di massa. L’UF e l’UT, se si è ben capito l’essenza dei riferimenti precedenti, sono terribilmente legati alla grande cultura del legno. Chi lo usa vuol convivere con le caratteristiche del legno, coi suoi nodi, le sue fessure da ritiro, in una parola con l’essenzialità del legno. Ammira le differenze fra gli elementi che coesistono nell’orditura di un solaio o di un sottotetto. Non basta però il materiale, serve quel magistero costruttivo, sapiente e raffinato che si rivela nei particolari Dall’alto, in senso orario Capriate con elementi UF pronte per il trasporto e la posa, preconfezionate in stabilimento Particolare di capriata con UF realizzata da Artigianlegno di G. Del Negro (Cuppello, Ch) Trave di colmo realizzata con sovrapposizione di UF e biette a cuneo contrapposto (Barel Legnami, (Tv), progetto F. Laner) Sottotetto e soppalco con UF (Artigianlegno di G. Del Negro (Cuppello, Ch) 76 costruttivi e nella concezione di insieme. Non deve cioè essere disgiunto dalla maestria del carpentiere. Fra questi assortimenti e l’esecuzione non ci deve essere dicotomia: materia ed esecuzione non possono essere disgiunte, ma stare armoniosamente assieme. Vedo già la faccia contrariata dei Produttori, ma anche il sorriso di qualche legnaiolo illuminato, che al primo Cliente che gli chiederà se le travi si fessureranno gli dirà tranquillamente che si devono fessurare. Se non gli piacciono le fessure, c’è il legno lamellare, il cemento armato, le putrelle di acciaio. Ecco perché l’UF e l’UT è un materiale per pochi eletti. Il nostro compito è quello di accrescere la conoscenza e aumentare il numero di chi ha voglia di avvicinarsi alla cultura del legno, che ha avuto in sé non solo la capacità di forare la coltre dei secoli ed arrivare fino ha noi con un carico di propositività, ma anche perché il legno appartiene alla sacralità del mondo organico e vitale. formazione Normative di riferimento per l’UF e l’UT La progettazione, il calcolo, l’esecuzione ed il collaudo delle strutture di legno, quindi anche l’UF e l’UT, devono far riferimento alle NTC (Norme Tecniche per le Costruzioni, DM 14 genn. 2008), in particolare ai capitoli 4.4, 7.7 e 11.7. Nel capitolo 4.4, Costruzioni di legno, le NTC prescrivono che il legno per impieghi strutturali deve essere classificato secondo la resistenza e la valutazione della sicurezza deve essere svolta secondo il metodo degli stati limite (4.4.1). Nei paragrafi successivi vengono dettate le modalità per l’analisi strutturale e le azioni da contemplare. Vengono introdotte (4.4.4) le classi di durata del carico che tengono conto del fluage del legno (deformazioni differite) e le classi di servizio (4.5.5), che tengono conto dell’umidità dell’ambiente e di conseguenza dell’umidità del legno in opera che diminuisce le caratteristiche meccaniche. Apposite tabelle riportano i valori del Kmod, coefficiente riduttivo del γM, che tiene appunto conto delle particolari condizioni di carico e di ambiente che influenzano le caratteristiche meccaniche del legno. Nel capitolo 4.4.8 sono descritte le necessarie verifiche di resistenza agli stati limite ultimi, comprese le verifiche di stabilità. Il capitolo 4.4.9 è dedicato ai collegamenti; per la loro capacità portante è necessario però riferirsi all’Eurocodice 5 e ad una serie di UNI EN. Altre prescrizioni riguardano la robustezza (verificare che un cedimento locale non si ripercuota a domino sull’intera struttura), invitando a sistemi di collegamento a comportamento duttile: gli incollaggi, ad esempio, sono fragili, mentre chiodature, bulloni, steli, legature e cavicchi conferiscono duttilità ai collegamenti. Pone quindi l’accento (4.4.13) all’importante tema della durabilità e manutenzione, forse in maniera troppo blanda e scarna, perché nelle costruzioni di legno non si può sottovalutare questo importantissimo aspetto. La durabilità del legno è per me il cuore della progettazione, proprio perché il legno è un materiale organico e per sua natura tende a tornare in fretta alla terra che l’ha generato. L’acqua, in ogni sua forma, va perciò allontanata dal legno con determinata ossessione! (Acqua e legno ? = toccata e fuga!) Gli aspetti della sicurezza sismica delle strutture di legno sono contemplati nel capitolo 7.7 delle NTC con importanti richiami alla capacità dissipativa e al fattore di struttura q che premia la duttilità delle costruzioni di legno. Nel caso degli assortimenti UF e UT è però importante il capitolo 11.7, che definisce le proprietà dei materiali e dei prodotti di legno che il progettista deve indicare nel progetto strutturale, ovvero le caratteristiche di resistenza, moduli elastici e massa volumica. UF e UT rientrano ovviamente nei paragrafi del legno massiccio. Le prestazioni meccaniche del legno sono definite da classi di profili resistenti minimi (caratteristici) e sono di riferimento per le verifiche di sicurezza. L’attribuzione ad una determinata classe (UNI EN 338:2004) può derivare sia dai risultati di prove sperimentali, eseguite con le procedure indicate dalla UNI EN 384:2005, sia da classificazione a vista. L’attribuzione di appartenenza dell’UF alla Classe C24 e alla C18 dell’UT è conseguente ad una estesa campagna di prove sperimentali eseguite presso l’Ivalsa di S. Michele all’Adige sotto la direzione del prof. Ario Ceccotti. Le NTC consentono che l’attribuzione del legno massiccio ad un profilo resistente sia determinata anche tramite la classificazione a vista, ovvero si può ricorrere ad una classificazione per attributi (in altre parole, difetti) che stabiliscono correlazioni con la qualità strutturale. La classificazione a vista della resistenza è un metodo che lascia alquanto perplessi a causa proprio dell’elevata variabilità delle caratteristiche del legno massiccio: senza parametri come dispersione (rapporto fra scarto e media) e appunto valore medio, che definiscono la resistenza caratteristica, che identifica la classe di resistenza del profilo resistente, mi sembra riduttivo parlare di classificazione. Comunque le NTC contemplano la classificazione a vista e per ora accontentiamoci, in attesa di tempi scientificamente meno aleatori. Le regole di classificazione a vista del legno massiccio ad uso strutturale riguardano assortimenti con sezione rettangolare, squadrata. L’UF e l’UT, che hanno sezione irregolare non possono essere classificate secondo le UNI 11035-1 e 11035-2 del 2003 (Legno strutturale - Classificazione a vista di legnami italiani secondo la resistenza meccanica: terminologia e misurazione delle caratteristiche). Questa difficoltà per la classificazione dei nostri assortimenti è stata superata con l’emanazione nel 2010 dell’ UNI 11035-3 che contempla esplicitamente la classificazione dell’UF e UT. I valori caratteristici attribuiti dall’ETA-11/0219 (Benestare Tecnico Europeo) richiesto dal Consorzio Servizi legnosughero, rappresentante le 10 Ditte consorziate per la commercializzazione dell’UF e UT, sono riportati in tabella. In pratica l’UF corrisponde alla Classe di resistenza C24, mentre l’UT alla classe C18. L’ottenimento del Benestare Tecnico Europeo consente la marcatura CE degli assortimenti UF e UT, ovviamente quando sia giudicata dall’Ente Notificato la rispondenza #26 // MARZO APRILE 2013 77 Prospetto 3 da UNI 110353:2010. Regole per la classificazione a vista del prodotto ai requisiti dell’UNI 11035-3:2010. L’iter per raggiungere la possibilità di marcatura CE dell’UF e UT non è stato facile ed immediato. Ma ancora una volta si dimostra che la perseveranza – qualità propria di chi si contamina col legno – alla fine paga. Conclusione La breve illustrazione delle tipologie di segati UF e UT è sorretta dalla 78 convinzione che per apprezzare il legno ed utilizzarlo al meglio, anche per uso strutturale, non sia sufficiente – ancorché necessario – conoscerne le caratteristiche fisicomeccaniche. Bisogna conoscere l’intera filiera che precede la posa in opera dell’elemento, dimensionato a seguito di calcoli. In altre parole il legno va conosciuto già prima che diventi tale, ovvero dal seme, al luogo di crescita, alle vicende che precedono la decisione di tagliare l’albero, ramatura, scortecciatura, segagione fino a tutte le successive fasi della produzione, posa in opera, collaudo. Anche da questo punto di vista si capisce che il legno è diverso dagli altri materiali, come il c.a., l’acciaio o il laterizio e non solo perché è l’unico materiale organico. Una volta posto in opera ha ancora bisogno di attenzione, specie di manutenzione, laddove si manifestino segni di sofferenza. La conoscenza della filiera legno, formazione Profilo caratteristico dell’UF e UT secondo le UNI 11035-3, ott. 2010 quasi un’anamnesi della vita regressa, ci farà usare il legno con maggior consapevolezza e coerenza. Ce lo farà maggiormente apprezzare rendendoci complici e partecipi delle sue vicende passate e future. Su questo tema si possono leggere alcuni approfondimenti contenuti nel mio recente libro “Il legno, materiale e tecnologia per progettare e costruire”, Utet, 2013, della collana “Manuali” del Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati . Infine mi auguro che l’UF e l’UT trovi estimatori e conoscitori e che il suo uso sia incrementato. È il materiale che può riconciliarci con l’ambiente e rendere remunerativa una risorsa ora trascurata in molte parti delle nostre Alpi, anche dove sembra che il turismo sia sufficiente per rimanere e sopravvivere in montagna. Ripensare al bosco in termini di economia significa non assistere al degrado dell’abbandono. Piuttosto che l’abbandono usiamo pure il legno per bruciarlo (si dovrebbero bruciare gli scarti!) nelle centrali di teleriscaldamento, usiamo anche il bosco per le passeggiate ristoratrici e per vedere la sua fauna e sentirne i profumi. Ma, per favore, non dimentichiamoci che il legno è una grande risorsa economica e culturale. #26 // MARZO APRILE 2013 79 IMPIANTI Sistemi di sicurezza antincendio nelle abitazioni e negli uffici Guida all’applicazione della regola tecnica dei sistemi di sicurezza antincendio per gli edifici civili Seconda lezione di Mauro Cappello FiloTecna – Formazione Professionale Per l’anno 2013 GEOCENTRO/ Magazine affronta il tema della sicurezza e prevenzione “Antincendio”, ambito professionale nel quale è impegnata una importante parte della Categoria dei Geometri. A cura di Mauro Cappello (Ingegnere, Ispettore verificatore degli investimenti pubblici presso il Ministero dello Sviluppo Economico) sono proposte sei lezioni utili a fornire una visione complessiva, ancorché sintetica, della materia. Particolare elemento di novità, introdotto dall’autore per il 2013, riguarda la predisposizione di specifiche video lezioni integrative (complete di quiz di verifica), associate ad ogni articolo e gratuitamente disponibili presso la piattaforma e-learning, accessibile dal sito www.filotecna.it. 80 L a regola tecnica per la sicurezza dei sistemi antincendio per gli edifici di civile abitazione è recata dal D.M. 16 maggio 1987 n. 246 “Norme di sicurezza antincendi per gli edifici di civile abitazione”, che detta una serie di disposizioni specifiche per la progettazione di nuovi edifici e la ristrutturazione di edifici esistenti. La progettazione assume una rilevanza fondamentale nella prevenzione incendi, per tale ragione il Legislatore ha voluto definire i requisiti (D.M. 5 agosto 2011) che devono essere posseduti dai professionisti che intendano cimentarsi in questo difficile ma affascinante settore, dove non solo le cose, ma la stessa vita umana è esposta a gravi rischi. Come si vedrà nelle prossime lezioni del corso, la difesa rispetto all’evento “incendio” si articola in due strategie, la “difesa attiva” attuata tramite presidi atti a segnalare immediatamente e poi a spegnere l’incendio, la “difesa passiva” attuata progettando in modo consapevole l’edificio oltre che ricorrendo a particolari accorgimenti che, in caso di evento incendio possano contenerne i danni alle persone ed alle cose. Il tecnico abilitato per la pratica “antincendio” Il ruolo della progettazione è estremamente delicato e diventa determinante ai fini di una corretta prevenzione ed eventuale successiva gestione dell’evento “incendio”. I professionisti autorizzati al rilascio delle certificazioni e delle dichiarazioni di cui al comma 4, dell’art. 16, del decreto legislativo 8 marzo 2006 n. 139 sono unicamente quelli iscritti negli elenchi del Ministero dell’interno, nell’ambito delle rispettive competenze professionali stabilite dalle leggi e dai regolamenti vigenti. Essi sono inoltre abilitati alla redazione dei progetti elaborati con l’approccio ingegneristico alla • agrotecnici ed agrotecnici laureati, • periti agrari e periti agrari laureati che siano: • iscritti all’Albo o Collegio; • in possesso dell’attestazione di frequenza e superamento positivo del corso base di specializzazione di prevenzione incendi. sicurezza antincendio di cui al decreto del Ministro dell’Interno 9 maggio 2007, nonché del relativo documento sul sistema di gestione della sicurezza antincendio. La disciplina che regola i requisiti dei professionisti dell’ “Antincendio” è contenuta nel Decreto Ministeriale (Ministero Interno) del 5 agosto 2011 “Procedure e requisiti per l’autorizzazione e l’iscrizione dei professionisti negli elenchi del Ministero dell’interno di cui all’articolo 16 del decreto legislativo 8 marzo 2006, n. 139”. L’iscrizione presso gli elenchi del Ministero dell’Interno è consentita solamente ad alcune categorie professionali, ovvero: • ingegneri, • architetti-pianificatoripaesaggisti e conservatori, • chimici, • dottori agronomi e dottori forestali, • geometri e geometri laureati, • periti industriali e periti industriali laureati, Il possesso dell’attestazione di frequenza e superamento positivo del corso base è quindi un requisito obbligatorio (come peraltro la stessa iscrizione al proprio Albo o Collegio), tuttavia il Decreto Ministeriale 5 agosto 2011 riconosce due sole eccezioni a questa regola, infatti la citata attestazione non è richiesta a: • professionisti appartenuti, per almeno un anno, ai ruoli dei direttivi e dirigenti, degli ispettori e dei sostituti direttori antincendi del Corpo nazionale dei vigili del fuoco ed abbiano cessato di prestare servizio; • dottori agronomi e dottori forestali, agrotecnici laureati, architetti-pianificatoripaesaggisti e conservatori, chimici, geometri laureati, ingegneri, periti agrari laureati e periti industriali laureati che comprovino di aver seguito favorevolmente, durante il corso degli studi universitari, uno dei corsi d’insegnamento segnalati all’art. 5, comma 6 del decreto. La procedura di iscrizione negli elenchi del Ministero dell’Interno Il tecnico in possesso dei requisiti previsti dalla normativa, che intenda iscriversi negli elenchi del Ministero dell’Interno dovrà presentare istanza al proprio Ordine/Collegio, i quali hanno 60 giorni per verificare la validità dell’istanza e la sussistenza dei requisiti, quindi in caso di esito positivo (nello stesso termine di tempo) procedono all’attribuzione del codice di individuazione ed aggiornano, con modalità telematica, gli elenchi con i riferimenti del professionista. Per il mantenimento dell’iscrizione negli elenchi del Ministero dell’Interno, i professionisti devono effettuare corsi o seminari di aggiornamento in materia di prevenzione incendi della durata complessiva di almeno quaranta ore nell’arco di cinque anni dalla data di iscrizione nell’elenco o dalla data di entrata in vigore del presente decreto. D.M. 16 maggio 1987 n. 246: ambito di applicazione Il Decreto Ministeriale 246/1987 si applica agli edifici di civile abitazione, di nuova costruzione o sottoposti a ristrutturazioni che comportino modifiche sostanziali, che ai sensi del D.M. 1 agosto 2011, n. 151, rientrano tra le attività soggette alle visite e controlli di prevenzione incendi elencate nell’allegato 1. Per modifiche sostanziali debbono intendersi lavori che comportino il rifacimento di oltre il 50% dei solai(3) o il rifacimento strutturale delle scale(4) o l’aumento di altezza. La soglia del 50% è riferita al numero di solai appartenenti al fabbricato per il quale si applica in modo indipendente la norma. La nota DCPREV prot. n. 1691 del 9/2/2010 esemplifica il concetto citando un fabbricato composto da più scale comunicanti attraverso l’atrio di ingresso, chiarendo che tale situazione è tale da rendere l’edificio unico ai fini dell’assoggettabilità ai controlli di prevenzione incendi. In particolare gli edifici civili rientrano nell’attività n. 77 che li individua come aventi “altezza antincendio” superiore a 24, quindi li suddivide ulteriormente nelle categorie A (basso rischio) fino a 32 m, B (medio rischio) oltre 32 m e fino a 54 m ed infine categoria C (alto rischio) oltre i 54 m. La definizione di altezza antincendio è reperibile nel D.M. 30/11/1983 “Termini, definizioni, definizioni generali e simboli grafici di #26 // MARZO APRILE 2013 81 Figura 1 - Esempio altezza antincendio (D.M. 30/11/1983) prevenzione incendi” dove, nell’allegato A, punto 1.1, si legge “Altezza massima misurata dal livello inferiore dell’apertura più alta dell’ultimo piano abitabile e/o agibile, escluse quelle dei vani tecnici, al livello del piano esterno più basso”. Classificazione rispetto all’altezza antincendio Il Decreto Ministeriale 246/1987 prevede una classificazione degli edifici in base alle caratteristiche costruttive, specificamente rispetto all’altezza antincendi (Vedi tabella sotto: Classificazione costruzione edificio). La scelta di tale parametro è strettamente connessa alla possibilità di garantire l’intervento, in caso di incendio, con le Tipo a Altezza Antincendio da 12 a 24 Max Superficie Compartimento [m2] motoscale in dotazione al CNVVF. Il compartimento antincendio, viene definito dal D.M. 30/11/1983 come “Parte di edificio delimitata da elementi costruttivi di resistenza al fuoco predeterminata e organizzato per rispondere alle esigenze della prevenzione incendi”. La funzione che deve assolvere il compartimento (vedere esempio di figura 2) Max superficie di competenza per ogni scala su piano [m2] Tipo di vani scala e di almeno un vano ascensore Caratteristiche “REI” dei vani scala e ascensore, filtri, porte, elementi di suddivisione tra i compartimenti 500 Nessuna prescrizione 60 500 Almeno protetto se non sono osservati i requisiti p. 2.1.1 Almeno a prova di fumo interno 60 600 A prova di fumo 60 500 Nessuna prescrizione 60 500 Almeno a prova di fumo interno se non sono osservati i requisiti p. 2.1.1 Almeno a prova di fumo interno 8.000 500 b oltre 24 a 32 6.000 550 c oltre 32 a 54 5.000 600 A prova di fumo 500 Almeno a prova di fumo interno Almeno a prova di fumo interno con filtro avente camino di ventilazione con filtro sezione non inferiore a 0,36 [m2] Almeno a prova di fumo interno con filtro avente camino di ventilazione con filtro sezione non inferiore a 0,36 [m2] 500 d oltre 54 a 80 4.000 350 e 82 oltre 80 2.000 antincendio è quella di contenere il propagarsi delle fiamme per l’intera durata di un eventuale incendio, fino all’esaurimento dei materiali combustibili o fino all’arrivo dei Vigili del fuoco, confinando all’interno dei locali compartimentali l’incendio, senza che questo abbia possibilità di propagazione ad altre zone o compartimenti adiacenti. 60 60 60 60 90 90 120 impianti Figura 2 - Esempio di compartimentazione Il comportamento al fuoco La resistenza al fuoco, elemento che compare all’interno della definizione di compartimento, è un parametro che descrive l’Attitudine di un elemento da costruzione (componente o struttura) a conservare, secondo un programma termico prestabilito e per un tempo determinato, in tutto o in parte: la stabilità R, la tenuta E, l’isolamento termico I, così definiti: • stabilità: attitudine di un elemento da costruzione a conservare la resistenza meccanica sotto l’azione del fuoco; • tenuta: attitudine di un elemento da costruzione a non lasciar passare né produrre, se sottoposto all’azione del fuoco su un lato, fiamme, vapori o gas caldi sul lato non esposto; • isolamento termico: attitudine di un elemento da costruzione a ridurre, entro un dato limite, la trasmissione del calore. Pertanto: • con il simbolo REI si identifica un elemento costruttivo che deve conservare, per un tempo determinato, la stabilità, la tenuta e l’isolamento termico; • con il simbolo RE si identifica un elemento costruttivo che deve conservare, per un tempo determinato, la stabilità e la tenuta; • con il simbolo R si identifica un elemento costruttivo che deve conservare, per un tempo determinato, la stabilità. In relazione ai requisiti dimostrati gli elementi strutturali vengono classificati da un numero che esprime i minuti primi. Per la classificazione degli elementi non portanti il criterio R è automaticamente soddisfatto qualora siano soddisfatti i criteri E ed I. Le classi di resistenza al fuoco presentano le seguenti taglie: 15 – 20 – 30 – 45 – 60 – 90 – 120 – 180 – 240 – 360 Tornando ad esaminare la Tabella 1, si nota che per gli edifici di tipologia “a” e “b” ovvero quelli caratterizzati da una altezza antincendio maggiore di 12 m e minore di 32 m la compartimentazione deve essere realizzata utilizzando materiali certificati REI 60, ovvero che mantengano i requisiti di stabilità, tenuta ed isolamento, per almeno 60 minuti. Per omogeneità di trattazione, si cita la definizione di reazione al fuoco: “Grado di partecipazione di un materiale combustibile al fuoco al quale è sottoposto. In relazione a ciò i materiali sono assegnati (Circolare n. 12 del 17 maggio 1980 del Ministero dell’interno) alle classi 0, 1, 2, 3, 4, 5 con l’aumentare della loro partecipazione alla combustione; quelli di classe 0 sono non combustibili”. Benché entrambi i parametri facciano riferimento all’evento incendio, la resistenza al fuoco è una caratteristica degli elementi da costruzione (pareti, solai, porte, ecc), mentre la reazione al fuoco è una caratteristica dei materiali, assume quindi rilevanza nel caso di: rivestimenti e arredi, pannellature, controsoffitti e decorazioni. Gli articoli di arredamento, i tendaggi e i tessuti in genere, debbono essere catalogati rispetto a tale parametro. Verifiche in capo alla figura del Direttore dei Lavori L’iter relativo all’esecuzione dei lavori è caratterizzato, non solo da poteri di vigilanza e di controllo da parte dell’amministrazione pubblica/ committente privato, ma soprattutto dalla possibilità, per tali soggetti, di intervenire direttamente nei confronti dell’appaltatore durante l’esecuzione delle lavorazioni. Tale intervento viene esercitato per mezzo della figura del Direttore dei Lavori (di seguito brevemente DL), un tecnico che viene chiamato a garantire che le opere vengano realizzate in ossequio alla normativa tecnica vigente ed al progetto approvato. L’attività del DL è di tipo intellettuale e si esplica attraverso una serie di visite periodiche in cantiere, che egli deciderà in funzione della tipologia e della difficoltà delle lavorazioni, secondo la propria personale esperienza. Tra le verifiche che rientrano nelle attribuzioni del Direttore dei Lavori vi sono quelle da effettuare sull’impresa esecutrice e sui materiali che essa provvede ad installare. Per quanto riguarda le verifiche sull’impresa esecutrice il DL DOVRA’ NECESSARIAMENTE valutare i seguenti principali aspetti: • regolarità contributiva dell’impresa (versamenti, ecc); • registrazione delle maestranze impiegate in cantiere nella documentazione amministrativa aziendale (libro unico; ecc); • dotazione dei dispositivi di protezione personale per i vari soggetti presenti in cantiere (consigliabile eseguire il controllo incrociato tra i dispositivi in dotazione personale e quelli ufficialmente registrati); • documentazione relativa alla gestione della sicurezza (Piano Operativo di Sicurezza ed integrazione con il Piano di Sicurezza delle lavorazioni). Per quanto riguarda gli elaborati progettuali, il Direttore dei Lavori è tenuto a verificarne, in primo luogo la completezza intesa come consistenza logica degli elaborati grafici (tavole, sezioni, #26 // MARZO APRILE 2013 83 particolari costruttivi, ecc) e di tipo descrittivo (relazione generale, relazione specialistica, capitolato speciale d’appalto, ecc) ma anche la coerenza con la normativa tecnica vigente, segnalando alla Committenza eventuali errori o mancanze. Le verifiche che invece rientrano nell’attività denominata come “accettazione dei materiali”, riguardano la tipologia e consistenza dei materiali che l’impresa utilizzerà per la realizzazione delle lavorazioni/ impianti. Nell’ambito di tale contesto il Direttore dei Lavori procede ad acquisire la documentazione recante le caratteristiche tecniche dei vari materiali (tubazioni, gruppi pompe, valvolame, rivelatori, centraline, ecc) e ne verifica la rispondenza alla normativa tecnica vigente oltre che a quanto previsto dal progetto. Introduzione alla protezione antincendio La protezione antincendio consiste nell’attuazione di tutte le misure necessarie per ridurre i danni che derivano dal verificarsi di un evento “incendio” alle persone ed alle cose. In generale la protezione antincendio si attua tramite misure di duplice natura: • protezione attiva, ovvero in caso di evento “incendio” si determina un intervento da parte del sistema deputato alla protezione (spegnimento ad acqua o a gas); • protezione passiva, in tal caso non è necessario attuare un intervento bensì la protezione è garantita da una serie di cautele predisposte in sede di progettazione (esempio classico, la compartimentazione delle aree). Protezione attiva La protezione “attiva” viene attuata tramite una serie di presidi calibrati in base alla natura del rischio che possono essere attivati manualmente oppure in modo automatico per fronteggiare la propagazione delle fiamme e determinare lo spegnimento dell’incendio. In generale i principali presidi che realizzano la protezione attiva sono: • Impianti di rivelazione automatica d’incendio; • Mezzi di estinzione manuali (estintori, reti di idranti, ecc.); • Sistemi di spegnimento automatici (reti sprinkler, spegnimento a gas, ecc); • Impianti di estrazione fumi e calore, automatici o manuali. Per quanto riguarda le civili abitazioni, in Italia è davvero molto raro trovare presidi di protezione attiva con attivazione manuale (estintori) mentre essi risultano molto più diffusi nelle abitazioni dei Paesi del Nord Europa. Protezione passiva La protezione “passiva” si realizza ponendo in essere una serie di accorgimenti di natura strutturale, funzionale e topologica degli ambienti che potrebbero essere soggetti a rischio di incendio. Tale genere di protezione deve essere quindi pensata addirittura in fase di progettazione dell’edificio così da garantire la massima efficacia in caso di evento incendio. Le misure principali che si adottano per realizzare una protezione “passiva” efficace negli edifici sono: • studiare la tipologia di arredi, tendaggi, carteggi unitamente ad una idonea esternalizzazione della documentazione di archivio, al fine di ottenere la massima riduzione del carico d’incendio • studiare una distribuzione di ambienti tale da realizzare una efficace compartimentazione, inoltre selezionare con cura materiali e tecniche costruttive in modo da garantire un valore adeguato per la resistenza al fuoco dei locali e delle strutture; • attenta selezione degli arredi (in termini di comportamento all’incendio) compatibile con la classe di resistenza al fuoco, prevista dalla normativa; • particolare attenzione alla progettazione di idonee vie di esodo ed aree destinate a realizzare la funzione di luoghi sicuri nell’ambito dell’edificio. FiloTecna-Formazione: la piattaforma e-learning per i tecnici È on line la piattaforma e-learning di Filotecna, raggiungibile dal sito www.filotecna.it. Il sistema eroga seminari di formazione a distanza sui principali argomenti di interesse per i tecnici tramite video lezioni e test di verifica dell’apprendimento. La piattaforma non consente di proseguire se non si raggiunge la soglia minima dell’80% del punteggio dei quiz. Attualmente sono liberamente disponibili i seguenti seminari: Requisiti dei soggetti certificatori energetici (3 unità didattiche); Efficienza energetica degli edifici – BASE- (8 unità didattiche); Elementi di impianti elettrici per gli edifici (5 unità didattiche). Per accedere visionare la guida disponibile al seguente link: http://www.filotecna- formazione.it/FiloTecna_Iscrizione_web/player.html Prossime lezioni Lezione 3 – Analisi del rischio di incendio Lezione 4 – Sistemi di protezione passiva 84 Lezione 5 – Sistemi di protezione attiva Lezione 6 – Esempio di progettazione con approccio ingegneristico LEGGERE “Abbasso Euclide!” Il grande racconto della geometria contemporanea è il titolo del volume di Piergiorgio Odifreddi (© 2013 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano) che conclude la trilogia dedicata dal matematico e logico italiano alla storia della geometria riletta e analizzata con il suo consueto acume. Opera dalla quale, a seguire, si propongono la Premessa ed il secondo capitolo, “I politopi ballano. Schläfli”. Premessa Morto il re, viva il re! Nel 1959 si tenne a Royaumont, nei pressi di Parigi, un congresso su La nuova matematica, dedicato all’insegnamento della materia nelle scuole secondarie. Il convegno passò alla storia per la provocatoria conferenza Abbasso Euclide! tenuta da Jean Dieudonné, uno dei più autorevoli matematici francesi, membro originario del gruppo Bourbaki. Gli obiettivi dell’attacco al passato erano duplici: da un lato, i contenuti dei programmi scolastici, e dall’altro, i metodi del loro insegnamento. Anche le proposte per il futuro erano duplici: da un lato, la sostituzione dell’aritmetica e della geometria con le strutture bourbakiste, e dall’altro, l’abbandono del linguaggio dei numeri e dei punti in favore della terminologia insiemistica. In sintesi, Dieudonné chiedeva di mettere in soffitta gli Elementi di Euclide, e di rimpiazzarli con gli Elementi di Bourbaki. Ad esempio, la versione euclidea del teorema di Pitagora: «dato un triangolo rettangolo, l’area del quadrato costruito sull’ipotenusa e uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti», avrebbe dovuto lasciare il posto alla versione bourbakista: «dati due vettori ortogonali, il quadrato della norma della loro somma vettoriale e uguale alla somma dei quadrati delle loro norme». E questa versione avrebbe dovuto essere dimostrata in maniera puramente astratta, a partire dagli assiomi non della geometria euclidea, ma degli spazi vettoriali normati: in particolare, senza alcun riferimento intuivo alle figure, che nel trattato di Bourbaki sono totalmente bandite. Purtroppo, l’appello di Dieudonné non cadde nel vuoto. Già nel 1960 fu istituita la Commissione europea di Dubrovnik, con l’incarico di riscrivere i programmi delle scuole medie e superiori, e in breve tempo mezzo mondo fu contagiato dal morbo bourbakista. L’approccio storico, in cui l’astrazione trovava giustificazione come punto d’arrivo di una secolare evoluzione matematica, #26 // MARZO APRILE 2013 85 I politopi ballano Schläfli Nel 1844 Alexandre Dumas padre pubblicò uno dei romanzi più noti e popolari dell’Ottocento: Il conte di Montecristo, sterminato feuilleton che narra la «fariaginosa» storia di Edmond Dantès. Il giovane marinaio viene falsamente accusato di essere 86 Incisione del 1887 di Edouard Riou per il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas un agente bonapartista ed è rinchiuso nel Castello d’If, una specie di versione marsigliese dell’Alcatraz di San Francisco. In questo carcere di massima sicurezza Dantès incontra l’abate Faria, col quale scava per quindici mesi un tunnel. Al momento della fuga l’abate muore, Dantès si sostituisce al cadavere e viene tumulato in mare, riuscendo così a evadere. Dopo vari travestimenti e innumerevoli peripezie degne di Ulisse, che come quelle durano infatti una ventina d’anni, il sedicente Conte di Montecristo riesce finalmente a vendicarsi del delatore e a congedarsi dal lettore. Nonostante la girandola di personaggi e di relazioni, il cui schema non ha nulla da invidiare ai flowchart informatici, la vicenda narrata da Dumas è evidentemente riuscita a toccare qualche corda. Ne sono infatti stati tratti una decina di film, una mezza dozzina di serial televisivi e un paio di musical. E anche, nel 1967, uno dei «racconti deduttivi» di Italo Calvino intitolato, ovviamente, Il conte di Montecristo. Quest’ultimo si concentra sulla detenzione e sui tentativi di fuga, ed è ambientato in una prigione quadridimensionale da cui è impossibile evadere nello spazio tridimensionale. Le celle ne sono le facce cubiche, e la loro struttura labirintica si deduce dal fatto che l’abate Faria sparisce da una parete e rispunta da quella di fronte, e che la fortezza ripete nel tempo e nello spazio sempre la stessa combinazione di figure. Lo stesso Dantès dimostra di essere conscio della natura ipergeometrica della fortezza, quando afferma: Sviluppo ogni segmento in una figura regolare, saldo photo © Mondadori Portfolio / Leemage cedeva il passo a un approccio antistorico, in cui l’astrazione veniva irresponsabilmente assunta come punto di partenza. Simultaneamente, le applicazioni pratiche che avevano stimolato e giustificato la ricerca teorica venivano completamente rimosse, e coperte da un velo di silenzio. Basta sfogliare questo libro, che conclude un racconto illustrato della geometria iniziato in C’è spazio per tutti e continuato in Una via di fuga, per accorgersi che esso avrebbe potuto intitolarsi Abbasso Dieudonné! O, meglio ancora, Abbasso Bourbaki! Perché dunque prendercela anche noi con il povero Euclide, invece che con i suoi detrattori moderni? Anzitutto, perché i germi delle due maggiori pecche didattiche degli Elementi di Bourbaki, che stanno appunto nel dimenticare il processo storico delle scoperte e nel procedere incuranti delle applicazioni, si trovano già negli Elementi di Euclide. Ad esempio, Pitagora non aveva certo dimostrato il suo teorema alla maniera di Euclide: cioè, mediante una serie di quarantasette proposizioni basate sui famosi cinque postulati, in particolare l’ultimo sulle parallele. E poi, soprattutto, perché già a partire dall’Ottocento il grido di Abbasso Euclide! era stato ripetutamente urlato per altre, e ben più giustificate, ragioni. Da Gauss in poi, infatti, i confini della geometria euclidea, primo fra tutti il postulato delle parallele, avevano incominciato a rivelarsi troppo angusti e restrittivi, e i matematici erano lentamente divenuti consci della possibilità e della necessita di doverli superare, per andare alla scoperta di mondi geometrici nuovi. I primi passi nella direzione di questo superamento, relativi appunto al parallelismo, li abbiamo narrati nella seconda parte di Una via di fuga. In questo volume ci accingiamo invece a mostrare come la geometria del Novecento si sia completamente liberata dagli a priori euclidei in un senso molto più generale, che si estende all’intera concezione tridimensionale, metrica e infinita dello spazio. Andremo dunque alla scoperta di geometrie multidimensionali, topologiche e finite, senza dimenticare i frattali. E alla fine del nostro percorso capiremo che Abbasso Euclide! e solo un grido di incitamento ad ampliare e arricchire i nostri orizzonti. Riformulato in maniera positiva e costruttiva, invece che negativa e distruttiva, esso significa in realtà, molto semplicemente ed entusiasticamente: Viva la geometria! Dunque, cosi sia. leggere queste figure come facce d’un solido, poliedro o iperpoliedro, iscrivo questi poliedri in sfere o ipersfere, e cosi più chiudo la forma della fortezza più la semplifico, definendola in un rapporto numerico o in una formula algebrica. La prigione immaginata letterariamente da Calvino è stata rappresentata cinematograficamente nel 2002 da Andrzej Sekuła, nel film Il Cubo 2: Ipercubo. Opera che svela, fin dal titolo, il nome dell’oggetto matematico che ne descrive la struttura, e al quale rivolgiamo ora l’attenzione. Specie: tesseratto Mentre in Flatlandia Abbott si limitò a parlare dell’ipersfera, in Che cos’è la quarta dimensione? Hinton affrontò anche la discussione dell’ipercubo: cioè, della versione quadridimensionale del cubo tridimensionale, del quadrato bidimensionale e del segmento unidimensionale. Nel 1888, in Una nuova era del pensiero, Hinton chiamò l’ipercubo tesseratto, «raggio quadruplicato» (dal greco tesseris, «quattro», e aktines, «raggio»). Nel suo modo di pensarlo, infatti, era come una versione quadridimensionale di un raggio: cioè, di un segmento orientato, che si ottiene facendo muovere un punto in linea retta per una certa distanza. Muovendo il segmento perpendicolarmente a se stesso, e per la stessa distanza, si ottiene un quadrato orientato. Muovendo il quadrato perpendicolarmente a se stesso, un cubo orientato. E muovendo un cubo, un ipercubo orientato. Ovviamente, per poter effettuare la costruzione bisogna disporre di una quarta direzione ortogonale alle tre solite, che sono «destra-sinistra», «su-giù» e «avanti-indietro». Per questa nuova direzione Hinton inventò il nome greco «katà-anà», «contro-via». Il problema, naturalmente, è immaginarsela, ma anche un romanzo come La macchina del tempo di Wells aveva intuito come farlo: Alcune menti filosofiche si sono chieste: perché proprio tre dimensioni? Perché non un’altra dimensione ad angolo retto con le altre tre? Esse hanno anche tentato di costruire una geometria di Quattro Dimensioni. Il professor Simon Newcomb espose tutto ciò alla Società Matematica di New York circa un mese fa. Sapete che su una superficie piana, che non ha più di due dimensioni, possiamo rappresentare la figura di un solido di tre dimensioni, e quindi sarebbe possibile per mezzo di modelli di tre dimensioni rappresentarne uno di quattro, se si potesse conoscere la prospettiva della cosa. non lo sia rappresentarne una terza: basta andare in direzione simmetrica a essa. Egli notò che, poiché il movimento che genera l’ipercubo a partire dal cubo sposta quest’ultimo in un’altra posizione, i suoi 8 vertici raddoppiano: dunque, l’ipercubo ha 16 vertici. Anche i 12 lati del cubo raddoppiano, ma ad essi si aggiungono i nuovi lati generati dal movimento dei suoi 8 vertici: dunque, l’ipercubo ha 32 lati. Analogamente, le 6 facce del cubo raddoppiano, e ad esse si aggiungono quelle generate dal movimento dei suoi 12 lati: dunque, l’ipercubo ha 24 facce quadrate. infine, il cubo stesso raddoppia, e bisogna aggiungere i nuovi cubi generati dal movimento delle 6 facce: dunque, l’ipercubo ha 8 iperfacce cubiche. Sommando alla maniera della caratteristica di Eulero i vertici V, i lati L, le facce F e le iperfacce I, si ottiene: Con un po’ di pratica, diventa possibile dapprima identificare nella figura tutte queste varie componenti dell’ipercubo, e poi intuirlo come un tutto unico. D’altronde, ci vuole un po’ di pratica anche per immaginare il cubo a partire dalla sua visione prospettica: anzi, i cubi, perché la figura è ambigua, e permette di vederne due distinti. Come notò nel 1832 Louis Albert Necker, nelle Osservazioni su alcuni notevoli fenomeni osservati in Svizzera e un fenomeno ottico che occorre quando si guarda un cristallo o un solido geometrico, la percezione dei due cubi è instabile, e fluttua scambiando continuamente il davanti con il dietro. Hinton, naturalmente, non aveva bisogno dei suggerimenti di Wells. E fin dal suo primo lavoro aveva capito che, già su un piano bidimensionale, non è più difficile rappresentare una quarta dimensione di quanto #26 // MARZO APRILE 2013 87 Poiché una tale inversione non si può fare nello spazio a tre dimensioni, ed equivale invece a una rotazione in quello a quattro, si tratta di una vera e propria percezione quadridimensionale. Per questo motivo, il cubo di Necker viene considerato un tipico esempio di figura paradossale, benché il paradosso sussista solo nello spazio tridimensionale. (rosso). Quando il punto di vista si avvicina all’ipercubo, si vedono due cubi (rossi), uno interno e uno esterno, e sei trapezoidi (blu). Quando infine il punto di vista è all’interno dell’ipercubo, il cubo esterno scompare e una faccia di ciascun trapezoide viene spinta all’infinito. Corpi ipercubici Nella prospettiva fin qui considerata i tre punti di fuga del cubo, e i quattro dell’ipercubo, sono tutti all’infinito. Anche nel caso dell’ipercubo, come si fa con il cubo, è possibile portarli tutti al finito. In tal modo si compie il primo passo nello sviluppo di una prospettiva quadridimensionale, analoga a quella tridimensionale. La rappresentazione intermedia, con le otto facce cubiche al finito, è forse la più nota e intuitiva. In natura questa struttura si genera spontaneamente, immergendo un cubo di fil di ferro nel liquido per le bolle di sapone. In architettura, invece, è stata realizzata artificialmente nel 1978 da Miguel Ángel Ruiz Larrea nel Monumento alla Costituzione a Madrid, e nel 1989 da Otto von Spreckelsen nell’Arco de La Défense a Parigi. Nonostante la cosa non appaia a prima vista, nelle proiezioni precedenti tutte le facce o iperfacce sono esterne. Questo risulta evidente se si fa ruotare il cubo, e si osserva come il quadrato centrale si sposti gradualmente verso l’esterno, cedendo ad altre facce la propria apparente posizione interna. Vista però la complessità dell’ipercubo, può essere istruttivo considerarne proiezioni su piani, e da punti di vista, privilegiati. Ad esempio, quelle analoghe alle proiezioni di un cubo su un piano passante per una delle sue facce, che così non viene cambiata dalla proiezione. Nel caso che il punto di vista sia all’infinito, la proiezione è semplicemente la faccia anteriore (rossa), che copre esattamente la faccia posteriore (rossa). Quando il punto di vista si avvicina al cubo, la proiezione della faccia anteriore si allarga rispetto a quella della faccia posteriore, e le quattro facce laterali (blu) vengono proiettate come trapezi. Quando infine il punto di vista è all’interno del cubo, la faccia anteriore scompare e un lato di ciascuna faccia laterale viene spinto all’infinito. Analogamente si ottengono le proiezioni di un ipercubo su un iperpiano passante per una delle sue iperfacce. Se il punto di vista è all’infinito, si vede semplicemente un cubo 88 Lo stesso vale per l’ipercubo, anche se per visualizzare tutto al meglio ci vuole un film computerizzato: ad esempio, l’ormai classico L’ipercubo. Proiezioni e sezioni di Charles Strauss e Thomas Banchoff, del 1978. Gary Dwyer, Ipercubo Photo © Slowcrash – Tutti i diritti riservati | Miguel Angel Ruiz Larrea, Monumento alla Costituzione a Madrid. Photo © Luis García Otto von Spreckelsen, Arco de La Défense a Parigi.. Photo © Mondadori Portfolio / Photoshot | Progetto Habitat 67, Montreal. Photo © Taxiarchos228 leggere Il titolo del film ricorda che pure l’ipercubo si può visualizzare attraverso le sue sezioni tridimensionali, come abbiamo già fatto in due precedenti occasioni: da un lato per le sezioni tridimensionali dell’ipersfera, e dall’altro per le sezioni bidimensionali del cubo. Anche se, come abbiamo già notato, solo in casi particolarmente semplici le sezioni permettono di ricostruire l’oggetto che le genera. Molto più intuitivo è il metodo del dispiegamento di un oggetto multidimensionale in uno spazio a una dimensione in meno. Ad esempio, del cubo sul piano: come mostrò per primo Dürer nel 1525, nel quarto volume del Trattato sulla misura con riga e compasso, esso si può infatti ridurre, oltre che ad altri dieci dispiegamenti analoghi, a una croce composta di sei quadrati, corrispondenti alle sue sei facce. Similmente, dispiegando un ipercubo nello spazio si può ottenere una croce solida composta di otto cubi, raffigurata da Dalí nel 1954 nel dipinto Crocifissione, che reca l’appropriato sottotitolo Corpus Hypercubus. Come la croce piana si può ripiegare nello spazio a formare un cubo, così la croce solida si può ripiegare nello spazio quadridimensionale a formare un ipercubo. Ma non è possibile farlo nello spazio tridimensionale, a meno di cataclismi come quello immaginato da Robert Heinlein nel 1941, nel suo racconto di fantascienza La casa nuova. Un edificio, quello descritto da Heinlein, che in partenza non doveva apparire troppo diverso dal Modello di casa d’artista di Theo Van Doesburg, del 1923, dal progetto Habitat 67 di Moshe Safdie a Montréal, o dalle case cubiche di Piet Blom a Rotterdam. Bolla di sapone ipercubica. Scultura Hypercubus a Santa Cruz in California. Monumento alla Costituzione di Madrid. E l’Arco della Défense a Parigi. Il progetto Habitat 67 a Montréal e un particolare delle case cubiche di Piet Blom a Rotterdam #26 // MARZO APRILE 2013 89 un tetraedro con un ulteriore vertice interno, collegato agli altri quattro. La struttura ricorda la molecola del metano (CH4), dove nel vertice interno si trova un atomo di carbonio, mentre i vertici esterni sono occupati da quattro atomi di idrogeno. L’ipertetraedro è autoduale, nel senso che scambiando i 5 vertici e le 5 iperfacce si riottiene lo stesso politopo. Scambiando i 16 vertici e le 8 iperfacce di un ipercubo si ottiene invece un politopo duale, con 8 vertici e 16 iperfacce tetraedriche. Genere: politopo Nel 1882 Reinhard Hoppe ha chiamato gli analoghi quadridimensionali dei poligoni bidimensionali e dei poliedri tridimensionali politopi (da poly, «molti», e topoi, «luoghi»). Poiché il termine è generico, si parla più propriamente di 4-politopi nello spazio quadridimensionale. E, volendo, di 3-politopi per i poliedri e di 2-politopi per i poligoni. L’ipercubo a 8 iperfacce cubiche costituisce ovviamente il primo esempio di politopo regolare, che si può rappresentare in vari modi. I tre canonici sono il dispiegamento spaziale delle iperfacce, il ripiegamento spaziale delle facce, e la proiezione planare dei lati e dei vertici. Nello spazio tridimensionale il duale del cubo è l’ottaedro, ma non conviene chiamare «iperottaedro» il duale dell’ipercubo, perché le sue iperfacce non sono degli ottaedri, bensì dei tetraedri. In tal senso un iperottaedro non esiste, e il duale dell’ipercubo viene semplicemente chiamato 16-celle, dal numero delle sue iperfacce. Con questa terminologia, l’ipertetraedro e l’ipercubo diventano rispettivamente un 5-celle e un 8-celle. Abbiamo finora ottenuto tre analoghi quadridimensionali dei cinque solidi regolari tridimensionali: precisamente, l’ipertetraedro, l’ipercubo e il suo duale. Nel 1852, dunque tre decenni prima di Hinton, il matematico svizzero Ludwig Schläfli sviluppò una Teoria della continuità multipla, pubblicata postuma soltanto cinquant’anni dopo, ed estese in particolare il teorema di Teeteto che caratterizza i solidi regolari. Nello spazio tridimensionale si trattava di calcolare gli angoli piani formati nei vertici dai lati dei poligoni regolari, Un altro politopo regolare è l’ipertetraedro a 5 iperfacce tetraedriche. Sorprendentemente, una delle sue rappresentazioni non è altro che la stella pitagorica inserita nel pentagono regolare, nella quale si possono effettivamente vedere i cinque tetraedri che compongono l’ipertetraedro. Meno sorprendentemente, un’altra delle sue rappresentazioni è la prospettiva centrale consistente in Ritratto di Ludwig Schläfli, XIX secolo 90 photo © Schweizerische Mathematische Gesellschaft (SMG / SMS) Ma la più singolare apparizione visiva di una struttura ipercubica è forse quella nei tre quadri inferiori della pala per l’altare del collegio agostiniano di Doña Maria de Aragón a Madrid, dipinti tra il 1596 e il 1600 da Domenikos Theotokopoulos, detto El Greco: L’annunciazione, L’adorazione dei pastori e Il battesimo di Cristo. In ciascuno, infatti, le due scene tridimensionali situate sulla Terra e nel Cielo sono osservate da due punti di vista diversi e inserite in cubi ortogonali, separati da una faccia quadrata (sempre la stessa in tutti e tre i casi) su cui si situa lo Spirito Santo. Oltre a ciò che rappresentano esplicitamente, i tre quadri suggeriscono dunque implicitamente che ci siano altri livelli di realtà nelle rimanenti iperfacce cubiche dell’ipercubo, che rimangono nascoste. leggere vedere quanti se ne potevano accostare, e accorgersi che c’erano cinque possibilità: tre per il triangolo, una per il quadrato e una per il pentagono. Nello spazio quadridimensionale Schläfli procedette analogamente, lavorando sugli angoli solidi formati sui lati dalle facce dei poliedri regolari, e si accorse che c’erano sei possibilità. Di tetraedri, i cui angoli solidi sono di circa 71 gradi, ne possono infatti stare insieme tre, quattro o cinque: questi ultimi per un pelo, perché coprono quasi 353 gradi su 360! Di cubi, i cui angoli sono di 90 gradi, ne possono stare insieme tre, ma non quattro. Lo stesso per gli ottaedri e i dodecaedri, i cui angoli sono maggiori di 90 e minori di 120 gradi. Di icosaedri, i cui angoli sono maggiori di 120 gradi, nemmeno il numero minimo di tre può stare in un angolo giro. In totale, dunque, ci sono sei politopi regolari. Dei tre già discussi, due sono prodotti dal tetraedro e uno dal cubo. L’ottaedro produce un 24-celle autoduale, a 24 vertici e 24 iperfacce, che non corrisponde a nessun solido regolare tridimensionale. Il dodecaedro produce invece un iperdodecaedro, a 600 vertici e 120 iperfacce, chiamato anche 120-celle. Visualizzare il 120-celle è naturalmente un’impresa, ma ancora più difficile è visualizzare il suo duale, a 120 vertici e 600 iperfacce, chiamato 600-celle. Ancora una volta, nello spazio tridimensionale il duale del dodecaedro è l’icosaedro, ma non conviene chiamare «ipericosaedro» il duale dell’iperdodecaedro, perché le sue iperfacce non sono degli icosaedri, bensì di nuovo dei tetraedri. In tal senso, come già per l’iperottaedro, un ipericosaedro non esiste. triangoli, quadrati ed esagoni. E l’analogia con i simboli di Schläfli dei solidi regolari finiti permette di considerare le tre piastrellazioni come gli unici tre «solidi regolari infiniti». Nello spazio quadridimensionale, si usa invece una terna di numeri {p, q, r}, corrispondenti al simbolo {p, q} delle celle e al numero r di celle che si incontrano nei lati di un ipersolido regolare. Ad esempio, {4,3,4} corrisponde all’unica piastrellazione regolare dello spazio, quella mediante cubi, che si può considerare come l’unico «politopo regolare infinito». I simboli dei politopi regolari finiti, e i numeri di vertici, lati, facce e celle, sono ricapitolati nella tabella seguente. Da essa si deduce che non solo per l’ipercubo, come abbiamo già visto, ma per tutti i politopi regolari, l’analogo quadridimensionale della caratteristica di Eulero è uguale a 0. Anatomia della nidiata Per tener conto del tipo di celle e della loro disposizione nei vertici dei politopi è comodo usare il simbolo di Schläfli, da lui stesso introdotto. Nello spazio tridimensionale, si tratta di una coppia di valori {p, q} corrispondenti al numero p di lati delle facce, e al numero q di facce, che si incontrano nei vertici di un solido regolare. I simboli di tetraedro, cubo, ottaedro, dodecaedro e icosaedro sono dunque {3,3}, {4,3}, {3,4}, {5,3} e {3,5}. I simboli {3,6}, {4,4} e {6,3} corrispondono invece alle piastrellazioni regolari del piano mediante Poiché l’avanguardistico lavoro originale di Schläfli non aveva figure, e rimase in massima parte inedito fino al 1901, i suoi risultati non ebbero una gran diffusione. Così, quando una trentina d’anni dopo la geometria quadridimensionale prese piede, la teoria dei politopi regolari dovette essere riscoperta. Nel 1880 William Stringham ritrovò la caratterizzazione di Schläfli, in un articolo sulle Figure regolari nello spazio ndimensionale. E fotografò vari stadi della costruzione di #26 // MARZO APRILE 2013 91 modellini in carta dei sei politopi regolari. Ad esempio, mostrò come si ottiene un 120-celle sovrapponendo, a partire dall’interno, una serie di 1, 12, 20, 12, 30, 12, 20, 12 e 1 dodecaedri, per un totale appunto di 120. Il procedimento è analogo a quello con cui si ottiene un dodecaedro a partire da una serie di 1, 5, 5 e 1 pentagoni, per un totale di 12. Le figure seguenti mostrano la prima metà della costruzione del 120-celle, che assembla in cinque stadi 1 + 12 + 20 + 12 + 30 = 75 dodecaedri. La seconda metà della costruzione è analoga, e assembla in quattro stadi 1 + 12 + 20 + 12 = 45 dodecaedri. Le due metà, rappresentate rispettivamente nell’ultima e nella penultima figura, vanno poi «piegate» e incollate insieme nello spazio a quattro dimensioni, per ottenere il 120-celle. Il procedimento è analogo a quello in cui si assemblano nel piano due serie di 1 + 5 = 6 pentagoni, che vanno poi piegate a scodella e incollate insieme nello spazio a tre dimensioni, per ottenere il dodecaedro. Queste fibrazioni forniscono modi alternativi per visualizzare la costruzione dei politopi. Ad esempio, per ottenere un 120-celle si può iniziare da una catena di 10 dodecaedri, e continuare aggiungendo successivamente altre cinque catene attorno alla prima, che le si avvolgono automaticamente attorno a spirale, a formare un toro di Clifford. Si può poi aggiungere un secondo toro di altre sei catene, inanellato al primo. La prima catena del primo toro costituisce un meridiano del 120-celle, e la prima del secondo il corrispondente equatore. Stringham non fu che il primo di una decina di matematici che ripercorsero indipendentemente, fra il 1880 e il 1900, la via già battuta da Schläfli. Il quale, oltre ai sei politopi regolari convessi, ne aveva anche individuati quattro non convessi, aventi come iperfacce dei solidi regolari stellati. In tutto ci sono dieci politopi regolari non convessi, e i sei mancati da Schläfli furono trovati da Edmund Hess nel 1883. Nel 1931 Hopf notò infine che, come i politopi regolari corrispondono a tassellazioni finite dell’ipersfera, così la fibrazione infinita dell’ipersfera corrisponde a fibrazioni finite dei politopi. In particolare, l’8-celle si decompone in 2 catene disgiunte di 4 cubi ciascuno. Il 24-celle, in 4 catene di 6 ottaedri ciascuno. E il 120-celle, in 12 catene di 10 dodecaedri ciascuno. Naturalmente, queste fibrazioni non sono uniche: ad esempio, sul 120-celle si trovano ben 72 catene di 10 dodecaedri ciascuna, che permettono di decomporlo in vari modi. 92 leggere Oltre la quarta dimensione Una volta esteso lo spazio tridimensionale con l’introduzione di una quarta dimensione aggiuntiva, non c’è motivo per fermarsi. Si possono dunque considerare spazi a n dimensioni, per un qualunque numero intero n. Formalmente, si tratta semplicemente di spazi i cui punti sono individuati da n coordinate, e la cui distanza è calcolata da una naturale estensione del teorema di Pitagora: cioè, mediante la radice quadrata della somma dei quadrati delle differenze delle coordinate. Si possono poi definire gli n-politopi, come analoghi n-dimensionali dei 2-politopi (i poligoni), dei 3-politopi (i solidi) e dei 4-politopi (gli ipersolidi). Il risultato fondamentale a tal proposito, ottenuto dal solito Schläfli nel 1852, è che per ogni dimensione n maggiore di 4, ci sono soltanto tre n-politopi regolari convessi. Costituiti, come si può immaginare, dalle versioni n-dimensionali del tetraedro, del cubo e del suo duale, aventi rispettivamente simboli {3,3,…,3,3}, {4,3,…,3,3} e {3,3,…,3,4}. Per altri, e in particolare per n-politopi regolari non convessi, paradossalmente non c’è «spazio» a sufficienza… Se era già difficile immaginare e rappresentare i 4-politopi, figuriamoci questi! Anche perché, mentre le dimensioni salgono, il piano su cui si effettuano le rappresentazioni rimane lo stesso: si tratta, dunque, di stipare sempre più dimensioni sulle solite due. Ecco come appaiono, ad esempio, i labirintici cubi a 11 e 12 dimensioni, rispettivamente con 2048 e 4096 vertici, 24 copie del primo dei quali costituiscono le 24 facce del secondo, così come 8 copie del cubo costituivano le 8 facce dell’ipercubo. Il punto d’arrivo dello sviluppo del concetto di dimensione è quello che nel 1929 John von Neumann, nell’articolo Teoria generale degli autovalori degli operatori funzionali hermitiani, battezzò «spazio di Hilbert», perché era stato usato nel primo decennio del Novecento da David Hilbert in vari lavori. Si tratta di uno spazio a infinite dimensioni, i cui punti sono individuati da infinite coordinate. Ma mentre abbiamo visto che nel caso di spazi a un numero finito di dimensioni non ci sono problemi a estendere la nozione euclidea di distanza tra due punti, mediante un analogo diretto del teorema di Pitagora, la cosa è più delicata nel caso di infinite dimensioni. Non ha infatti senso considerare la radice quadrata della somma dei quadrati delle differenze di infinite coordinate, a meno che questa somma non dia un risultato finito. Per assicurarsi che questo succeda, non si possono considerare punti individuati da coordinate qualunque, ma bisogna restringersi a quelli le cui coordinate sono tali che la somma dei loro quadrati dia appunto un risultato finito. Questo fa sì che la nozione di spazio di Hilbert appartenga più all’analisi che alla geometria, e dunque esuli dal nostro racconto. Però essa contiene come caso particolare la nozione di spazio a un qualunque numero finito di dimensioni, e costituisce il limite ultimo delle geometrie multidimensionali che abbiamo finora considerato. Un pluriverso multidimensionale Gli spazi di Hilbert sono stati usati nel 1932 da von Neumann, nel suo classico testo I fondamenti matematici della meccanica quantistica. Gli infiniti stati di un sistema quantistico possono infatti essere descritti mediante le coordinate di un punto in uno spazio di Hilbert, e le grandezze fisiche corrispondenti possono essere rappresentate da particolari operatori agenti su quello spazio. La fisica della meccanica quantistica fu in tal modo ridotta da von Neumann alla geometria degli spazi a infinite dimensioni di Hilbert, così come la fisica della relatività generale era già stata ridotta da Einstein alla geometria dello spaziotempo a quattro dimensioni di Minkowski. La considerazione del tempo come dimensione aggiuntiva era stata il primo passo per l’affrancamento della geometria dalle catene della tridimensionalità, anche se qualunque altra grandezza avrebbe potuto fare la sua vece. Ad esempio, l’ossessiva burocrazia moderna ci considera ormai tutti come punti di uno spazio multidimensionale, aventi per coordinate il cognome, il nome, la data e il luogo di nascita, i nomi dei genitori e dei figli, l’altezza, il colore degli occhi e dei capelli, il sesso, lo stato civile, il titolo di studio, la professione, gli indirizzi di abitazione e di lavoro (a loro volta composti di via, numero civico, città e codice di avviamento postale), i numeri di telefoni fissi e mobili, i numeri di bancomat e delle carte di credito con i relativi pin, gli indirizzi di posta elettronica con le relative password, il tipo e la targa dei veicoli, i numeri di patente e di assicurazioni, e via delirando. Naturalmente, l’aggiunta di nuove dimensioni non aggiunge solo fastidio e seccatura, come appunto nel caso della burocrazia: libera anche la fantasia, e le permette di volare. Ad esempio, come lo spazio tridimensionale contiene infiniti piani bidimensionali paralleli, così lo spazio quadridimensionale contiene infiniti spazi tridimensionali paralleli. Essi possono essere considerati come mondi alternativi al nostro, e vicendevolmente inaccessibili. Il loro contenitore quadridimensionale diventa dunque un candidato naturale per ciò che William James chiamò Un universo pluralistico, nel titolo di un suo libro del 1909. #26 // MARZO APRILE 2013 93 Il modo in cui James intendeva la faccenda, non era molto diverso da quello dei fisici moderni. Non credendo all’esistenza di una realtà assoluta, egli si limitava a sostenere che ogni cosa può essere guardata e vista da una moltitudine di prospettive, tutte parziali e nessuna definitiva e completa. La sua idea era che le relazioni fra le cose non sono realisticamente date, ma pragmaticamente poste: in questo senso, per lui non esisteva un universo, bensì un multiverso o un pluriverso. Per dirla con le sue parole, «il mondo è più una repubblica federale che un impero o un regno, con sacche di autogoverno irriducibili all’unità». James avrebbe dunque considerato inconcepibile, illusoria o sbagliata La teoria del tutto agognata in omonimi libri da John Barrow e Stephen Hawking. Ma avrebbe ascoltato con interesse le teorie sui molti universi paralleli, che ormai abbondano nella fisica moderna in varie forme. Bisogna però intendersi sul significato di «universo». Se viene preso come sinonimo di «tutto», allora ovviamente non ce n’è che uno. Ma se si intende il termine nel suo significato letterale, come qualcosa che va «a senso unico», allora possono essercene tanti, che vanno in sensi diversi fra loro. Il primo a postulare seriamente l’esistenza di universi paralleli è stato il fisico Hugh Everett III, che nell’articolo Formulazione «a stato relativo» della meccanica quantistica, del 1957, ha proposto quella che oggi viene chiamata «interpretazione dei molti mondi». L’intuizione è stata anticipata letterariamente da Borges nel racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano, e realizzata cinematograficamente da Robert Zemeckis in Ritorno al futuro II. E l’idea è che ciò che si osserva costituisce soltanto un percorso conoscitivo dell’osservatore attraverso un insieme di possibilità, tutte fisicamente e simultaneamente realizzate in mondi che coesistono parallelamente, benché con diverse probabilità di accesso. I molti mondi della meccanica quantistica sono come gli strati tridimensionali di un millefoglie quadridimensionale: tutti simili fra loro, e ciascuno con un’immagine leggermente diversa di questo mondo, dei suoi abitanti e dei suoi dèi. I molti mondi della cosiddetta «teoria inflazionaria » sono invece come bolle tridimensionali di schiuma in un oceano quadridimensionale: tutte diverse fra loro, e nient’altro che superficiali increspature di ciò che costituisce invece la vera realtà. Quest’immagine è mutuata di peso dal buddhismo, che la usa per descrivere la relazione fra ciò che noi chiameremmo le coscienze individuali e l’inconscio collettivo. La teoria è stata proposta nel 1979 dal fisico Alan Guth, che una ventina di anni dopo l’ha descritta nel libro L’universo inflazionario: la ricerca di una nuova teoria delle origini cosmiche. Si tratta di una variazione della teoria del Big Bang, e cerca di spiegare l’apparente uniformità dell’universo da noi conosciuto: ad esempio, il fatto che la radiazione di fondo sia più o meno la stessa in tutte le direzioni. Guth capì che questa uniformità poteva essere la conseguenza di uno «stiramento» improvviso e repentino dell’universo nei suoi primi istanti di vita. Una delle conseguenze della teoria è che, come lo stirare la pasta provoca la formazione di bollicine, così l’inflazione dell’universo ha provocato delle bolle cosmiche, una delle quali noi chiamiamo «universo». Ma che altro non sarebbe che uno dei molti, ciascuno con il suo Big Bang, o Little Bang, e i suoi valori di costanti «universali»: dalla massa e la carica delle particelle elementari, al numero di dimensioni spaziali o temporali. In quest’ultimo caso, però, i vari universi avrebbero dimensioni variabili, e il multiverso o pluriverso che li contiene dovrebbe averne una più di tutti: in particolare, nel caso non ci sia un limite, infinite. Naturalmente, tutte queste speculazioni non sarebbero nemmeno state possibili, se il lungo cammino che ha portato dallo spazio a tre dimensioni di Euclide a quello a infinite dimensioni di Hilbert non avesse reso disponibile una gran varietà di geometrie, con le più diverse applicazioni, di cui non abbiamo potuto accennare che alcuni esempi. Le Illustrazioni originali delle figure geometriche riportate nell’articolo sono di Sergio Pellaschiar ad eccezione delle due illustrazioni riportate in basso a pagina 92 che sono di Gian Marco Todesco. Piergiorgio Odifreddi Nato a Cuneo nel 1950, diplomatosi Geometra, ha poi studiato matematica in Italia, negli Stati Uniti e in Unione Sovietica, e ha insegnato Logica presso l’Università di Torino e la Cornell University. Collabora a «la Repubblica», «L’Espresso» e «Le Scienze». Nel 1998 ha vinto il premio Galileo dell’Unione Matematica Italiana, nel 2002 il premio Peano della Mathesis e nel 2006 il premio Italgas per la divulgazione. Tra i suoi libri: Il Vangelo secondo la Scienza (Einaudi, 1999), C’era una volta un paradosso (Einaudi, 2001), Le menzogne di Ulisse (Longanesi, 2004), Il matematico impertinente (Longanesi, 2005) e Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici) (Longanesi, 2007). Da Mondadori ha pubblicato: Matematico e impertinente (2007), Il Club dei matematici solitari del prof. Odifreddi (2009), Hai vinto, Galileo! (2009), C’è spazio per tutti (2010), Caro papa, ti scrivo (2011), Una via di fuga (2011) e Abbasso Euclide! (2013). 94 books IL LEGNO Materiale e tecnologia per progettare e costruire Frutto dell’esperienza di Franco Laner, uno dei massimi esperti del settore legno in Italia, “Il Legno. Materiale e tecnologia per progettare e costruire” (Collana: “Manuali Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati”, UTET Scienze Tecniche, I edizione: 2012, pagine: 144; prezzo: € 18,00; disponibile su www.leprofessionitecniche.it) è un manuale di primo riferimento per i Geometri professionisti. Elementi di IMPIANTI ELETTRICI per edifici civili e cantieri Il volume – con l’impostazione tipica della Collana attenta alle esigenze pratiche dei Geometri – presenta indicazioni operative e metodologiche sull’uso del legno come materiale da costruzione. Il manuale affronta temi di interesse per progettare, costruire e operare la manutenzione di edifici in legno o con elementi strutturali in legno. L’approccio della trattazione, con un linguaggio chiaro e diretto “da professionista a professionista”, è attento ai problemi (fessure, durabilità, errori da evitare, ecc.) e alle soluzioni (dimensionamento, utilizzo del cuneo e dei trabucchi, ecc.) che il materiale legno richiede di conoscere. Indice del volume: Il legno materiale organico; Le fessure nel legno massiccio. Fisiologia o patologia?; Legno ed acqua. Durabilità; Attualità della tradizione; Le capriate; Solai di legno; Dimensionamento delle strutture; Errori da evitare; Il cuneo. Macchina onnipresente nella carpenteria lignea; Abitare nel legno; Trabucchi. Artorigenerazione come chiave di lettura; Ponti di legno; Il ponte lamellare di larice sul fiume Sile a Treviso. Architetto, professore ordinario di Tecnologia dell’architettura presso l’Università IUAV di Venezia, l’attività di ricerca di Franco Laner riguarda la storia della tecnologia, sistemi costruttivi antisismici, sperimentazione di materiali edili, in particolare legno e laterizio, in quanto è stato sperimentatore del Laboratorio Ufficiale prove IUAV. Progettare impianti elettrici richiede competenze tecniche specifiche, indispensabili per ogni progettista, soprattutto per edifici di civile abitazione e sul cantiere. Il manuale “Elementi di impianti elettrici per edifici civili e cantieri” di Mauro Cappello (Collana: “Manuali Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati”, UTET Scienze Tecniche, I edizione: 2012, pagine: 160, prezzo: € 18,00, disponibile su www.leprofessionitecniche.it), scritto da un professionista per i professionisti, è uno strumento utile per Geometri e quanti si occupano di progettazione e hanno esigenza di dati e informazioni sempre sintetiche e chiare. Il volume, ricco di indicazioni pratico-operative relative alla progettazione di impianti elettrici, presenta dati e nozioni tecniche indispensabili e offre esempi sui casi più rilevanti per un professionista, dalla progettazione di impianti per edifici di civile abitazione e a quella sul cantiere. L’impostazione – tipica della Collana – è attenta alle esigenze pratiche di chi ha responsabilità per la progettazione e la verifica degli impianti in edifici civili e copre il campo di attività di diretta pertinenza del Geometra professionista in tema di impiantistica. Indice del volume: La corrente elettrica; Parametri ed equazioni fondamentali dei circuiti elettrici; La rappresentazione grafica degli impianti elettrici civili; Principali componenti dell’impianto elettrico; Impianto di terra; L’impianto elettrico di cantiere; Esempi di dimensionamento componenti: cantiere edile – villa monofamiliare. Mauro Cappello, Ingegnere, opera presso il Ministero Sviluppo Economico come Ispettore verificatore degli investimenti pubblici. Collaboratore della rivista “GEOCENTRO/Magazine” edita dalla Fondazione Geometri Italiani, è autore di pubblicazioni e manuali tecnici. Curatore del sito www.filotecna.it, dedicato alla formazione online di professionisti e imprese. #26 // MARZO APRILE 2013 95 Il volume (Giunti Editore, 2012; 128 pagine) contiene i più graffianti articoli e i più corrosivi editoriali pubblicati sulla rivista Art e Dossier da Philippe Daverio, che ne è direttore dal 2008. Uno stile personalissimo, una capacità unica di conciliare temi, ambiti, storie che appartengono apparentemente a campi differenti ma che letti insieme rivelano significati impensati e gettano nuova luce sul mondo dell’arte. Pubblicato nella nuova collana Punti di vista (inserita nel nuovo contenitore I libri di Art e Dossier, che prosegue in campo editoriale l’obiettivo perseguito dalla rivista fin dalla sua fondazione: parlare d’arte al grande pubblico con competenza, chiarezza ed efficacia comunicativa) propone gli articoli più significativi delle più importanti firme di Art e Dossier sui temi più vari, accomunati da un unico punto di vista, quello dell’autore. Più alcuni testi inediti. Il meglio della produzione di 25 anni di storia della rivista è stato raccolto per mettere a disposizione del pubblico degli appassionati d’arte, una serie di mini-saggi sull’arte, l’architettura, la fotografia… Nato nel 1949 in Alsazia, Philippe Daverio è autore e conduttore di Il Capitale, programma d’arte e cultura di Rai3. Per la Rai dal 2001 al 2011 è stato autore e conduttore di Passepartout. Nel 2011 ha realizzato la trasmissione Emporio Daverio dedicata alla storia dell’arte nelle città italiane. È ordinario di Disegno industriale presso la Facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo e titolare del corso Rudimenti di etica per il Design presso il Politecnico di Milano. Da marzo 2008 dirige la rivista Art e Dossier di Giunti Editore. L’arte di guardare “Come ho costruito la mia casa di legno” Il libro racconta la realizzazione di un sogno. Un sogno dell’Autore, Samuele Giacometti, ma anche un sogno di tanti, quello di poter vivere in una casa di legno a bassissimo impatto ambientale, sana, con ridotti costi di gestione, piacevole alla vista, al tatto, all’olfatto e all’udito, in cui gustare la vita con la famiglia. Potrebbe sembrare impossibile, ma Samuele Giacometti ha fatto proprio una casa che ha queste caratteristiche, costruendo un progetto che Sa Di Legno, ma sa anche di etica personale e collettiva, d’innovazione, di sapere tradizionale, di bosco, di corretta gestione forestale, di contenimento dei cambiamenti climatici, di sviluppo locale e di persone: quelle che in varia misura, direttamente o indirettamente, hanno contribuito alla realizzazione del sogno. Leggendo il volume (edito da Compagnia delle Foreste, 2011) si capisce che la casa di legno realizzata dall’Autore è una combinazione di fortuna, costanza, sacrificio ed entusiasmo nel percorrere un viaggio che, in questo caso, non porta in un luogo, ma ad un oggetto frutto di un sapere: la Casa di Legno Ecosostenibile. Un oggetto alla portata di molti, purché disposti a seguire il percorso descritto in questo libro o a farsi aiutare da Samuele Giacometti e dai tanti che lui è in grado di aggregare intorno ad un progetto… di vita nel legno! Samuele Giacometti è Ingegnere Industriale e dell’Informazione, Civile e Ambientale, vincitore come progettista del CasaClima Award 2010. 96 PER UNA NECESSARIA PIANIFICAZIONE DELLE SPESE POSTALI, IL NOSTRO BIMESTRALE, CHE IN PASSATO VENIVA INVIATO GRATUITAMENTE A TUTTI I GEOMETRI LIBERI PROFESSIONISTI, POTRÀ ESSERE RITIRATO PRESSO GLI UFFICI DEI COLLEGI DI APPARTENENZA. TUTTI I NUMERI PUBBLICATI DI GEOCENTRO/magazine SONO CONSULTABILI ON-LINE SUI SITI: www.fondazionegeometri.it, www.cng.it, www.cassageometri.it ATTENZIONE! GRATUITAMENTE i Geometri che desiderano continuare a riceverlo presso il proprio indirizzo sono pregati di fotocopiare il modulo qui stampato, compilarlo in ogni sua parte e inviarlo via Fax al n° 06.42005441. MODULO RICHIESTA INVIO GRATUITO GEOCENTRO/magazine Nome Collegio di appartenenza N° Iscrizione Albo Città Via/Piazza Telefono Data Fax 06.42005441 Cognome Cap N° e-mail Firma #26 // MARZO APRILE 2013 97 NEL PROSSIMO NUMERO 27 ZOOM Nuovo Museo delle Scienze di Trento Progetto di Renzo Piano IDEE Ziggurath o Tarugghitz? Il Cantiere come cantiere linguistico PROTAGONISTI Aurelio Costa Geometra Una vita con la topografia PROGETTI Gli Skatepark di Marco Morigi RESTAURO Oratorio di San Filippo Neri Bologna … e tanti altri interessanti articoli che illustrano lavori ed interventi dei Geometri liberi professionisti. 98