il punto
il punto 1
Sport di squadra
la grande crisi
di Gianni Romeo
Cari amici dello sport piemontese, l'aria si è rinfrescata, la stagione invernale in arrivo ci riporta il
profumo di quell'indimenticabile
2006, quando le Olimpiadi riempirono d'orgoglio non soltanto noi
piemontesi, ma lanciarono in tutto
il mondo un fantastico biglietto da
visita della nostra regione. Sembra
ieri, sono già passati quasi quattro
anni... E' rimasto il profumo, è rimasto l'orgoglio, sono rimasti gli
impianti non facili da gestire e/o
riconvertire, c'è un movimento
turistico più sostenuto che porta
benefici economici non da poco
nella difficile situazione generale
che stiamo vivendo. Manca però
un anello, nel quadro: quei Giochi
non hanno innescato una maggior
voglia di sport, nel nostro Piemonte.
Non parliamo dei giovani, che
sono quelli di sempre. La domanda
è stabile, malgrado le lusinghe dei
giochi elettronici e altre diavolerie
che portano troppi ragazzi/ragazze a ingrossare il sedere e ad accorciare le gambe. Ma le nuove generazioni, se vengono incentivate
nel modo giusto e si accostano alle
prime esperienze sportive, spesso
non tradiscono più il nuovo
mondo che si svela ai loro occhi. Parliamo invece dei sostenitori, gli sponsor oggi indispensabili soprattutto negli sport
di squadra, dove i costi di gestione
e di trasferta per praticare un'attività di livello nazionale sono molto alti. Gli investimenti nello sport
piemontese di alto livello restano
minimi. Come prima, forse peggio
di prima e per fortuna l'asse fra
l'assessorato regionale (Manica) e
il Coni (Porqueddu) funziona, supplendo a tante carenze.
Se monitorate il panorama sportivo della regione, vi accorgerete
che dal calcio in avanti i club di
successo e i poli di qualità sono
sempre quelli. Le ragioni della stagnazione sono molto italiane, piemontesi in particolare, porterebbe
lontano analizzarle tutte. Citiamo
soltanto un paio di cause. Gli emolumenti eccessivi elargiti ai giocatori/giocatrici impediscono a tanti
club di tentare la scalata per non
asfissiare, in primo luogo. Sono
pochissimi i Paesi al mondo in cui si
guadagna come da noi, nel basket
o nella pallavolo e dintorni. Per
un campionato di vertice bisogna
mettere in bilancio milioni di euro,
il ritorno spesso non giustifica simili spese. Inoltre la moda di aprire a
troppi stranieri, oltre a incidere sul
portafoglio, toglie il posto a tanti nostri ragazzi che costerebbero
Sommario
2
3
6
8
10
12
14
Torino 2011, occasione per
pensare lo sport
G. P. Ormezzano L’opinione
Lo sport che fa gli italiani
B. Masi, G. Romeo L’intervista
Stefano Basalini, sei volte
sul tetto del mondo
E. Calegari
Primo piano
Con Lannutti Cuneo fa molta strada
L. Tanaceto
Pallavolo
Un “cono d’ombra” che dà
luce all’atletica
E. Calegari
Il tecnico
Luca sa far danzare i pattini
M. Barbero
Personaggi
L’ultima “rosa” del
ciclismo piemontese
F. Bocca
Personaggi
17
20
22
24
27
meno e darebbero anche maggior
soddisfazione, in termini di semina
e di bilancio.
Una parziale consolazione, se così
si può dire, arriva allargando lo
sguardo dal Piemonte alla situazione delle nostre nazionali. Mai
come quest'anno i risultati degli
sport di squadra sono stati deficitari, in campo azzurro. Lasciamo
da parte il calcio maggiore che è
un mondo a sé (ma quello minore
soffre, quanti club hanno chiuso
bottega in Piemonte...). Il basket
maschile è stato un disastro, nemmeno qualificato per la fase finale dell'Europeo (un po' meglio le
donne, sesto posto); la pallavolo
uomini è colata a picco nella fase
conclusiva, mai così in basso (le
donne difendono il titolo europeo
mentre questo giornale va in macchina, in bocca al lupo!); pallanuoto uomini e donne, nel mondiale
disputato a Roma, sono stati pallide controfigure dei famosi «settebello» del tempo che fu; male il
softball, peggio il baseball che nei
Mondiali disputati in Italia e anche
a Torino non ha superato il turno
eliminatorio.
Non andiamo oltre. La situazione
non è così azzurra. Forse una cura
attenta dei vivai e un'integrazione
corretta degli extracomunitari che
hanno liberamente scelto il nostro
Paese potrebbe aiutarci a uscire
dalla palude.
Tutti pazzi per il baseball
B. Masi
Il presidente
La fatina delle montagne
M. Scamangas
Atletica leggera
L’Olimpiade può attendere
E. Calegari
Talenti
Buon compleanno,
presidente Barbareschi
R. Bertellino
Tennis
L’addio a un uomo di
giustizia e di sport
A. Caroli
Il ricordo
Per leggere
Sport in Piemonte
su internet clicca sul sito
www.conipiemonte.net
www.sportinpiemonte.com
2
l’opinione
l’opinione
Torino 2011, occasione per
pensare lo sport
Dalla città laboratorio
di grandi eventi
una proposta nuova e provocatoria
di Gian Paolo Ormezzano
Torino ha inventato l'Italia e,
persino prima (il 1844 "contro"
il 1861) lo sport italiano di club,
con la fondazione della Ginnastica, culla della nostra prima
attività fisica organizzata in chiave societaria. Nello sport Torino
non ha mai smesso di inventare,
sino ad inventarsi una splendida
Olimpiade Invernale. Adesso per
il secolo e mezzo dell'Unità ci
vorrebbe una grande idea per lo
sport, che non sia soltanto quella
già varata e ufficializzata di far
partire da Torino nel 2011, come
accadde anche nel 1961, il Giro
ciclistico del Bel Paese.
Il massimo sarebbe quello di fare
qualcosa di grande, bello e serio ed economico e però anche
di calcistico: mica facile, ci sono
aggettivi che non stanno insieme
se non con artifizi poco simpatici,
artifizi contabili persino dei sentimenti. E poi viene davvero difficile inventare qualcosa nel mondo
del calcio, dove bisogna tenere
conto di troppi fattori, di troppi
interessi per ottenere un risultato chiaro e grosso. Forse una soluzione potrebbe essere quella di
far decidere e gestire un qualcosa
di calcistico a gente non dell'ambiente del calcio. L'idea, ad esempio, di un torneo di giocato da
squadre che siano rappresentative regionali: per una volta tanto. E anche con una squadra che
rappresenti gli italiani all'estero,
e una gli stranieri che stanno in
Italia e che sono prossimi a diventare dei nostri. Ma è teoria
pura. Ci vorrebbe troppo tempo,
si dovrebbe procedere, per avere
concorrenti forti,
Nel 1961, per le celebrazioni del
alla stipulazione
centenario dell’Unità d’Italia, fra i vari eventi Torino ospitò
di spaventose poil Giro Ciclistico e gli Internazionali di Tennis (vinti da Nicola
Pietrangeli su Rod Laver, nella foto).
lizze assicurative.
Davvero non è
facile inventare
qualcosa di nuovo nello sport, e di storico. Noi proponiamo per
intanto non c'è nessuno che offra il 2011 un convegno che, con le
la sua organizzazione stabile al persone giuste, dica o cerchi di
provvisorio di una manifestazione dire se lo sport, nel mondo, è anche si svolge ogni cinquant'anni. cora sano, pulito, didattico, didaMa Torino 2011, che sicuramente scalico, o se invece non è ormai
avrà pochi soldi e non godrà del che l'occasione di eludere, con
consenso nazionale forte come l'alibi appunto dello sport, i dieci
accadde a Torino 1961, deve co- comandamenti, intesi come remunque connotarsi anche nello gole morali che valgono, con un
sport, che a sua volta è uno degli maquillage locale, in un po' tutto
elementi che maggiormente con- il mondo.
notano la città. La vera prova di Per prima cosa sarebbe una occarattere sportivo rischia infatti casione ottima e provvida di riessere quella di vincere la lotta passare i comandamenti. Poi si
contro chi non vuole che si cele- dovrebbe ammettere, automatibri l'Italia unita e che teme anche camente, diremmo canonicamenlo sport possa andare, con il suo te, che lo sport, da strumento otsenso di agglomerazione, contro timale per rispettarli, è diventato
in poco tempo strumento ottiil federalismo.
Così ci pare inutile rifugiarsi male (pessimale…) per eluderli.
nell'invenzione gentile, tipo ra- Infine si procederebbe a stilare
duni di giovani, scoutismi assor- un elenco di sport ancora postiti: belle cose, anche, ma non sibili "in", rispetto alla morale
possono connotare il 2011 spor- corrente, o alla non morale, che
tivo della città, e per conto poi è poi la stessa cosa, e di sport che
invece sono "out", nel senso che
dell'Italia unita.
E allora lanciamo qui una sorta di dal rispetto dei comandamenti si
provocazione, che poi non è tale tengono e si ritengono fuori, con
perché trattasi di iniziativa non alibi assortiti. Sarebbe una specie
faraonica, non costosa, dunque a di Concilio di Trento dello sport.
priori non cattivante: proponia- Si certificherebbero eresie e pumo che Torino 2011 sia l'occasio- rezze.
ne per una vasta assise sul futuro Da pensarci, davvero. Unica redello sport non a confronto della mora: una cosa così costerebbe
chimica, del denaro, della tele- poco e farebbe pensare molto.
visione, ma per dire sullo sport E' ancora possibile sposare questi
qualcosa, se non di definitivo, due concetti in chiave positiva?
l'intervista
l'intervista 3
Lo sport che fa gli italiani
Antonio Saitta, presidente
della Provincia di Torino: “Per
il nostro Paese lo sport è un
elemento di identità nazionale
molto forte: per il 2011
bisogna inventare un simbolo
tipo la torcia olimpica”
di Barbara Masi,
Gianni Romeo
Antonio Saitta in gioventù correva
i 100 metri. Adesso, anzi da molti anni ormai, il presidente della
Provincia di Torino fa la maratona.
Una maratona del tutto speciale,
come ci racconta nel suo studio
torinese a Palazzo Cisterna, con
toni pacati e occhi sereni che però
non nascondono una forte determinazione. E' la corsa quotidiana
di un uomo politico capace e responsabile per onorare al meglio
il suo secondo mandato al vertice
del comprensorio torinese.
- Presidente, ci descriva la sua
giornata tipo.
«Prendo il via alle otto, a casa,
con la lettura dei giornali mentre
faccio colazione. I quotidiani me li
porta ogni mattina mia suocera, li
va a comprare puntualmente senza mai farsi intimorire dalle giornatacce. Con la cronaca locale,
che mi fa addentrare nello specifico del mio mandato, mi aggiorno sui problemi quotidiani. A quel
punto vado in ufficio, sono circa
le 9.30, e lì lavoro in tutte le direzioni fino a sera. Più di dodici ore
filate. Un bravo corridore a piedi
in un tempo così lungo di maratone potrebbe disputarne almeno
tre...».
- Il suo lavoro in Provincia si
sviluppa in qualche direzione
particolare?
«Il ruolo della Provincia è particolare. Accanto agli incontri con le
persone per esaminare una vasta
serie di problemi, bisogna anche
addentrarsi nelle grandi questioni: ci occupiamo del Teatro Regio,
dello Stabile, di Top, di Torino
150. Poi ci sono i contatti con gli
operatori sul territorio, che comprende ben 315 Comuni, infine
dobbiamo anche affrontare un
lavoro di elaborazione delle varie
iniziative».
- Riesce a ritagliarsi una pausa, durante la giornata?
"A parte la mezz'ora per il pranzo,
rigorosamente da solo, mi tengo
stretta una mattina alla settimana per dedicarmi a un paio d'ore
di camminata inframmezzata dalla corsa nei boschi sulla collina di
Rivoli, dove abito. Non è proprio
una maratona, ma mi ricrea le
energie».
- Lo sport ha significato qualcosa nella sua gioventù?
«A livello studentesco mi sono dedicato all'atletica, correvo i 100
metri sotto la guida di Marcello
Pagani, il mio insegnante di educazione fisica al Castellamonte,
successivamente allenatore del
Centro Sportivo Fiat e della Nazionale, ma soprattutto un grande amico. Era un uomo capace di
instaurare un bel rapporto con i
giovani. Ho smesso presto, ma
l'atletica mi è poi rimasta del cuore. Come discreto praticante per
un certo periodo quand'ero sindaco di Rivoli ho anche giocato a
tennis, un paio di volte alla settimana al Green Park».
- Ci dica la sua squadra del cuo-
re, tutti hanno una simpatia...
«Sono juventino, come tutti i giovani saliti a Torino dal Sud negli
anni '60, quando giocavano Sivori, Charles e Boniperti».
- Venendo alla politica, la scelta di avere unito le deleghe
sportive in una sola (sport e
postolimpico) e di aver voluto
a capo di questo assessorato
un uomo che arriva dallo sport
come Gianfranco Porqueddu
dimostra l'intenzione di voler
coltivare meglio quel territorio?
«La formazione della Giunta è
sempre un momento molto delicato: ho dovuto sostituire l'assessore Bugnano, passata al Senato,
che era riuscita a instaurare un
buon rapporto di dialogo con un
mondo particolare come lo sport,
dove non è facile entrare se non
lo si conosce bene o non gli si
appartiene. E' una realtà dotata
di un proprio linguaggio e di un
proprio codice. Porqueddu, che in
quel mondo affonda da sempre le
radici, ha gli strumenti adatti per
procedere bene. Credo sia veramente l'uomo giusto al posto giusto per l'elaborazione di politiche
adeguate, soprattutto in un momento in cui c'è carenza di risorse
come questo che stiamo attraversando.
Alla conoscenza del settore spor-
4
l'intervista
l'intervista
di orientamento proAntonio Saitta è nato a Raddusa (Ct) il 15 luglio 1950.
fessionale».
Esponente di punta del Partito Democratico, nominato
- E sul piano
Grand'Ufficiale dal Presidente della Repubblica nel 2007.
più specifiIl 7 giugno 2009 è stato rieletto presidente della Provincia
catamente
per il mandato 2009-2014.
Laureato in Scienze politiche, sposato, padre di Marilde
sportivo?
studentessa universitaria di 19 anni, vive a Rivoli fin da
«Siamo diquando ha lasciato bambino la Sicilia insieme ai genitori
ventati
un
e ai due fratelli. Di Rivoli è stato a lungo amministratore
punto di ricome consigliere comunale prima e come sindaco poi, dal
ferimento
1988 al 1995. Ha una lunga esperienza amministrativa: è
importante.
stato consigliere e capogruppo della Democrazia
Cristiana della Provincia di Torino dal 1985 al 1990. Eletto
Ad esempio,
consigliere regionale nel 1995 nelle file del Partito popole scuole ci
lare, rieletto per la Margherita nel 2000 per il secondo
chiedono
mandato, interrotto nell'estate del 2004 con l'elezione a
palestre, ne
Presidente della Provincia di Torino.
controlliamo
A Palazzo Cisterna nel corso del primo quinquennio come
presidente ha seguito in prima persona la macchina delle
170 in tutta
Olimpiadi Invernali. Si è dedicato in particolare alle prola
provinblematiche dei piccoli e piccolissimi Comuni del territorio,
cia, sono dei
avviando un dialogo diretto con le amministrazioni comuveri piccoli
nali concretizzatosi nell'iniziativa "Il venerdì dal Sindaco",
palazzetti
incontri settimanali dedicati ai primi cittadini raggiunti sul
dello sport
loro territorio.
Nel definire il suo impegno politico ama ricordare una cipolivalenti
tazione tratta dal libro di Siracide (180 a. C.): «Dell'artista si
che devono
ammira l'opera, del politico la saggezza della proposta. Ma
essere messe parla a vanvera è una minaccia per la città; se dice cose
si a disposiinconcludenti si fa odiare».
zione anche
delle società
sportive. Così
si realizza un progetto di investi- integrazione sociale anche per
mento nella promozione sportiva l'inserimento degli extracomunitari?
«Assolutamente sì, ma il governo
deve fare la sua parte aiutando
lo sport nelle normative legate
al rilascio dei permessi. Ricordo il
giorno dell'inaugurazione della
Scuola Regionale dello Sport del
Coni di Cantalupa: il 70 per cento
dei ragazzi era costituito da extracomunitari, ed eravamo nella
provincia tradizionale, non a Torino...».
- La Provincia vive con disagio
l'eredità degli impianti olimpici per le note vicende del
difficile riutilizzo?
«Io credo che l'errore sia stato a
monte, nella fase preolimpica,
dove è mancata una coscienza critica nei confronti del futuro. BisoAntonio Saitta con Gianfranco Porqueddu,
assessore allo sport e post – olimpico e vicepresidente della Provincia di Torino
gnava già allora pensare al dopo
Olimpiadi e al riutilizzo di tanti
impianti. Invece la valutazione
una scuola del territorio legata al a 360 gradi, un patrimonio di im- dell'evento ha preso il sopravvenmondo economico e produttivo pianti per tutti».
to e ha fatto dimenticare il resto.
nel quale è inserita geografica- - Crede che lo sport possa es- Il problema più grosso resta la pimente, offrendo così indicazioni sere un valido strumento di sta di bob a Cesana, poi il trampotivo, Porqueddu unisce quella del
mondo della scuola, da cui proviene professionalmente con una
grande esperienza. Due qualità
preziose per cementare il rapporto scuola/sport, indispensabile per
la promozione dell'attività sportiva» .
- Al proposito. In molti puntano il dito contro la scuola che
farebbe troppo poco per innescare la pratica sportiva fra
i giovani. Cosa si può fare di
meglio, secondo lei?
«Credo non occorra inventare
nulla: bisogna valorizzare ciò che
si ha già, quindi utilizzare al meglio scuola e associazionismo. Il
problema della scuola è che viene
continuamente riscritta e sottoposta a modifiche a seconda del
succedersi di nuovi ministri, il che
provoca una vera e propria delegittimazione della politica scolastica. Nessuno ci crede più, perché
non si entra nella riforma dei contenuti».
- La Provincia nel discorso
scuola quanto può incidere?
«La nostra amministrazione si occupa fondamentalmente di edilizia scolastica e orientamento professionale. Cerchiamo di creare
L a Scheda
lino di Pragelato. Quegli impianti sociale "Fare gli italiani" dedicata olimpico. Ricordo ancora quando
esistono e costano, non possiamo agli elementi che hanno contribu- la torcia entrò in provincia di Topensare di far soltanto la guardia ito a compattare la nazione, sarà rino, a Cavour. Tutta la cittadina
ai bidoni dell’ammoniaca. Aspet- ben presente anche il tema dello commossa e partecipe nelle stratiamo la conclusione della gara sport, legato ad alcuni miti. Per- de, uno spettacolo».
d'appalto, sperando che vada a sonalmente ritengo che lo sport - Ci sarà dell'altro, a Torino
buon fine. L'idea sul bob sareb- sia stato e sia tuttora un elemen- 150?
be quella della conversione della to di unione dell'Italia, nel senso «Certo, qualche evento sportivo
pista travestendola in una sorta che più di altre componenti sa far importante come ad esempio il
di parco dei divertimenti. A noi uscire emozionalmente dal guscio Giro ciclistico. Ma occorre indivibasterebbe andare in pareggio la nostra identità nazionale. Basta duare, e siamo in tempo per farci
con le spese almeno per il man- pensare alle Olimpiadi Inverna- scattare l'idea, un elemento simtenimento dell'impianto. Finora li, alla partecipazione che è scat- bolico fortemente emozionale,
la Provincia non
ha sofferto troppo, perché nella
manutenzione del
post-olimpico ha
utilizzate le risorse accantonate dai
fondi governativi
per la realizzazione dell'impianto.
Per quanto riguarda il resto, invece,
tutte le strutture
torinesi vengono
riutilizzate
con
successo, compresi gli ex villaggi
olimpici».
- Torino 150: Torino e il Piemonte, dove è nato
lo sport nazio- Saitta con la torcia olimpica in mezzo a Pescante, Rogge e Castellani
e, a fianco, nella veste di tedoforo per le Paralimpiadi: “La fiamma olimpica è stato un simbolo emozionale
nale alla fine molto forte che ha acceso la passione nei cittadini”
dell'Ottocento,
come pensano
di celebrare degnamente an- tata al passaggio della fiamma come è stata la torcia olimpica, in
che in questo settore l'Unità olimpica: davvero i piemontesi in grado di esprimere in modo poquell'occasione hanno scoperto la polare l'identità italiana. E solo lo
d'Italia?
«All'interno della mostra storico- passione, come recitava lo slogan sport può riuscirci».
E NEL 2013 I WORLD MASTER GAMES A TORINO
Un altro grande
evento
aspetta Torino
per il 2013: si
tratta dell’ottava edizione del
World Masters
Games, i Giochi
Mondiali estivi
per gli sportivi
in età compresa fra i 35 e 100+ anni che si svolgerà nel mese di agosto con
il coinvolgimento di circa 50.000 atleti.
Per la manifestazione, voluta da Regione Piemonte, Provin-
cia di Torino e Città di Torino, sono attese da 350.000 a 1
milione di presenze per una permanenza tra i sette e i ventun giorni, con una ricaduta economica sul territorio quantificata, secondo uno studio condotto da Deloitte sull’edizione
dei World Masters Games di Edmonton nel 2005, per oltre
100 milioni di euro. Un altro evento che confermerà quella
vocazione allo sport del territorio affermatasi con le Olimpiadi del 2006. L’evento è volto alla promozione dello sport
nella consapevolezza che, aldilà dell’espressione agonistica,
la competizione sportiva costituisce a ogni età un grande beneficio per la salute.
La manifestazione in sostanza è rivolta a tutti gli Over 35,
atleti non professionisti, su un totale di 28 sport praticati in
72 siti localizzati in tutte le province del Piemonte.
6
primo piano
primo piano
Stefano Basalini,
sei volte sul tetto
del mondo
Il campione trentaduenne di
Borgomanero ha conquistato in
Polonia un altro titolo mondiale:
il canottaggio, una passione
lunga diciotto anni
di Elis Calegari
Non credo che Stefano Basalini sia cambiato dai tempi in cui
era “soltanto” uno dei ragazzi di
Don Angelo Villa.
La vita e il canottaggio l’han fatto grande, ha superato la boa dei
trent’anni da un paio di stagioni, ma è rimasto quello che era: il
ragazzo di Borgomanero, capace
come nessuno di lasciar scivolare
in acqua barca e remi.
Le cronache dicono che la sua attività agonistica è iniziata nel ’91
e da allora ne è passata di vita
sotto la sua chiglia; Don Angelo
se n’è andato, ma lui continua a
vogare come se ci fosse.
E’ rimasto il ragazzone di sempre, e non è sminuente definirlo
così: i soliti 72 chili distribuiti sui
187 centimetri di altezza; il fascio di nervi sempre teso verso il
desiderio di mettere ancora una
volta la punta della barca davanti
agli altri.
A trentadue anni non smette di
stupire il nostro “peso leggero”,
laureatosi ennesimamente campione del mondo.
“Bella sensazione quella di rivincere lo stesso titolo iridato a distanza di undici anni! Ne avevo
19 quando nel ’97 vinsi il mio primo Mondiale nel quattro di coppia e adesso eccomi di nuovo qui
sul gradino più alto del podio di
Poznan: mica male…”
Col titolo appena vinto in Polonia,
il nostro è salito a sei nel computo
personale degli allori mondiali e
avrebbe ben d’onde di tirare, nel
vero senso della parola, i remi in
barca e tirarsela un po’.
“Ma non ci penso proprio di
smettere. C’è un’intrigante edizione nel 2010 in Nuova Zelanda
e vincere una medaglia d’oro laggiù sarebbe davvero il massimo.
Poi, non c’è davvero ragione di
“tirarsela”: nel mio equipaggio
ero davvero in buona compagnia,
visto che vogavo con gente come
Daniele Gilardoni, uno, per dire,
che di Mondiali ne ha vinti dieci,
o Franco Sancassani, che di titoli
ne ha collezionati otto. Stare su
una barca con gente così, insieme ad un quarto di grande valore
come il toscano Lorenzo Bertini,
è stato motivo di grandissimo orgoglio.”
Se poi di questa barca sei anche
capo - voga… “Già, quest’anno
ho avuto un motivo in più per
sentirmi gratificato di quanto
ho dato e stavo dando: essere
prescelto per diventare il capovoga, colui il quale detta i tempi
e la regìa sul campo di gara, mi
ha davvero esaltato. Anche l’anno scorso ero tornato a casa con
l’oro in tasca, ma questa volta da
“capitano” me la sono goduta
ancora di più.”
E dire che questo primo posto era
tutt’altro che poco atteso: “Sì, è
vero, siamo partiti per Poznan
con la consapevolezza di essere davvero i più forti. Nessuno
si allena come noi, con la nostra
intensità e la nostra capacità di
soffrire. Il lavoro complesso che
ci rende così resistenti alla forza è il frutto di centinaia e centinaia di sedute d’allenamento.
Lì si susseguono serie di ripetute
tante e tali che in gara riusciamo
poi a miscelare benissimo sistema
aerobico e sistema anaerobico.
Come riusciamo noi a reperire le
risorse nei 2.000 metri di gara ci
riescono davvero in pochi.”
Il motto dei nostri è facile da dirsi, ma arduo per chiunque da realizzarsi: partire al massimo per
arrivare al massimo. E il bello è
che i nostri del “quattro di coppia – pesi leggeri” ce la fanno
praticamente sempre a reggere
l’impresa.
“Oddio, qualche dubbio c’è venuto dopo aver visto che tempo aveva fatto la Francia in semifinale e
comprandolo col nostro. Ad un
certo punto ci siamo guardati e,
pur senza dircelo, abbiamo pensato tutti la stessa cosa: “Ma vuoi
vedere che va a finire che si invertono le parti e stavolta saranno i
francesi a sopravanzarci di mezza
barca? L’anno scorso noi primi e
loro secondi con grande scorno,
quest’anno…” In semi i transalpini avevano realizzato un tempo
da siluri, ma forse è proprio lì che
si sono “ammazzati”.
In effetti, in finale la sfida con i
“cugini”, con gli “italiani tristi”,
come li definiva Cocteau, non
c’è praticamente stata, tanto che
loro non sono neppure arrivati
secondi.
“Noi abbiamo davvero fatto una
gara perfetta. Abbiamo saputo
lottare palata dopo palata, tendendo un ritmo raro e altissimo.
I remi si infilavano in acqua in
modo straordinario e la barca è
scivolata via regalandoci sempre
L a carta d’identita’
Cognome
BASALINI
Nome
STEFANO
Nato a
Borgomanero (NO)
Il
29 novembre 1977
Altezza
1.87
Peso
72.5
Inizio attività agonistica 1991
In quale società
Canottieri Lago d’Orta
Con quale allenatore
Alberto Cantaluppi
Società attuale
C.S. Corpo Forestale
Attuale allenatore
Roberto De Piccoli
Titolo di studio
Laurea in Scienze Naturali
Occupazione
Guardia Forestale
Stato civile
Celibe
Lingue parlate
Inglese-Spagnolo
Hobbies
Montagna
più certezze. I dubbi, metro dopo
metro, sono svaniti e abbiamo saputo mantenere il ruolo di favoriti d’obbligo.”
Tutto semplice.
“Adesso che ci ripenso a mente
fredda ti dico che però non è stato mica così. Mi volto indietro e
Basalini insieme all'assessore
regionale allo sport Giuliana Manica
ci rivedo nel ritiro di Piediluco,
pochi mesi fa: posto bellissimo,
ma dove oltre ad allenarti non
c’è proprio nient’altro da fare.
All’inizio, con un equipaggio da
incollare, temevamo potessimo
fare “tilt”, con tensioni e depres-
Partecipazione a Campionati Mondiali
ANNO
CATEGORIA
SPECIALITÀ
PIAZZAMENTO
1997
Assoluti
4 di coppia pesi leggeri
1°
1998
Assoluti
Singolo pesi leggeri
1°
1999
Assoluti
2 senza pesi leggeri
1°
2001
Assoluti
Singolo pesi leggeri
2°
2002
Assoluti
Singolo pesi leggeri
2°
2003
Assoluti
Singolo pesi leggeri
1°
2004
Assoluti
Singolo pesi leggeri
4°
2005
Assoluti
Doppio pesi leggeri
4°
2008
Assoluti
4 di coppia pesi leggeri
1°
2009
Assoluti
4 di coppia pesi leggeri
1°
sione a visitarci.
Noi – i quattro componenti
dell’equipaggio, intendo –
ci conosciamo da una vita,
ma prima di Poznan non è
che avessimo passato tutto
‘sto tempo in barca insieme
e il pericolo di non trovare
l’amalgama c’era ed era
palpabile.
Non nego, un po’ di paura di poter fallire s’è pure
annunciata. Sai com’è: tutti che ti danno favoriti; Gilardoni che quasi teme di
non riuscire ad agguantare
il decimo sigillo; io chiamato per la prima volta in un
team così a fare da capo – voga…
Mettere insieme tutte le componenti è stata l’impresa più ardua.
Ma direi che è andata bene. Il
“vuoto pneumatico” di Piediluco
ci ha giovato, facendoci alla fine
trovare la giusta concentrazione
e quella coralità che temevamo di
non raggiungere.”
E adesso?
“Adesso, dopo un giusto periodo
di vacanza, si ricomincia. E, come
detto, il pensiero è già verso i
Mondiali del 2010 in Nuova Zelanda: la sfida con la Francia è sempre
in atto e loro mica mollano, sai.”
Ma davvero Stefano Basalini non
pensa neppure un attimo di dovere scendere prima o poi dalla barca e di mettere a frutto la laurea
in scienze naturali?
“Per ora sono un atleta del Gruppo delle Guardie Forestali e voglio
continuare ad esserlo. Quando
smetterò spero ci sia la possibilità
che mi ritaglino un posto nel soccorso alpino. Sarebbe il massimo:
aiutare gli altri stando in montagna, l’ambiente che più mi piace.”
Anche se l’acqua piana continua
ad avere un certo fascino, ovviamente.
8
pallavolo
pallavolo
Con Lannutti
Cuneo fa molta
strada
Il leader dei trasporti su gomma
chiede alla sua squadra
uno scudetto sfiorato
per tanti anni
di Lorenzo Tanaceto
Dicono di lui, chi lo accompagna
in auto nelle trasferte al seguito
della squadra, che in caso di sconfitta nelle partite decisive di una
stagione, il ritorno a casa sia il
più rapido possibile, cinque, sei,
sette ore di fila in viaggio, con
cambio alla guida, ma senza soste nemmeno per un panino. Un
modo per sfogare la delusione.
Dicono anche, sempre gli stessi
amici compagni d’avventura, che
negli ultimi anni a causa di qualche sconfitta pesante da accettare e di relativi spuntini e pasti
‘saltati’, abbia perso qualche chilo. Ma che voglia presto riacquistare il suo peso forma.
A Cuneo dici o scrivi volley e pensi
a Valter Lannutti. Dalla primavera del 2003, quando rilevò nell’incarico Ezio Barroero, è lui infatti
il presidente della società di volley che rappresenta la provincia
Granda e il Piemonte intero nel
massimo campionato di serie A1
(l’esatta denominazione è infatti
Piemonte Volley Cuneo Vbc).
E’ un capitano d’industria, a capo
dell’azienda di famiglia leader
in Europa nel trasporto su gomma, con centinaia e centinaia di
dipendenti (oltre 400 nella sola
sede cuneese di località Madonna dell’Olmo). Ma è anche innamorato della pallavolo e della
sua squadra.
Alla fine dell’ultima stagione,
dopo la quarta semifinale scudetto consecutiva persa dai suoi
ragazzi, aveva deciso di dire basta, di cedere il testimone. L’insistenza di molti amici, l’incessante
richiesta dei tifosi (i Blu Brothers,
fans della curva, hanno appena
Foto Lega Volley/Gian Cerato
celebrato i 20 anni di vita) e l’aiuto concreto di tanti sponsor, non
ultimo la Città di Cuneo intesa
come Comune (sindaco, Giunta,
Consiglio), gli hanno fatto cambiare idea.
“Sì, ed eccomi qui ad affrontare
un’altra avventura – spiega Valter Lannutti sempre affiancato
dalla moglie Pierrette e dai figli
tutti impegnati nell’azienda di
famiglia, Stefania, Alessandra
ed Ezio –. La mia passione per
questo sport è fuori discussione.
Ma, certo, fare qualcosa in questa realtà non è facile. In questa
stagione mi sembra sia accaduto
finalmente qualcosa di nuovo, in
un certo senso di rivoluzionario,
con il coinvolgimento delle istitituzioni, del Comune di Cuneo
in primis. Ci sono nuovi sponsor,
e quelli storici che continuano il
rapporto con noi. Una delle nostre peculiarità, che è anche una
bella fortuna, è che numerosi fra
coloro che affiancano i marchi
delle rispettive aziende rappresentate alla nostra società di pallavolo siano ex giocatori. Quando
vado in Svezia, ad esempio, un
grande manager della Volvo, che
ancora non è fra i nostri sponsor,
ma con cui ho frequenti rapporti di lavoro per la mia azienda di
trasporti, ricorda e lega la mia figura con il poster della squadra
che ho sopra la scrivania del mio
ufficio”.
Finora la gestione sportiva di
Valter Lannutti, ha portato una
Coppa Italia, nella stagione
2005/2006. Proprio in quell’occasione, a Forlì, davanti a 9.000
spettatori, la gioia del presidente
fu enorme. Ed è probabilmente
anche pensando a quel momento, per ora unico suo momento
di vera gloria da numero uno del
volley di Cuneo, che Lannutti ha
deciso di andare avanti. “Abbiamo una squadra forte, ci sono
scienziati di grande esperienza
(lui i giocatori li chiama anche
con questo appellativo, ndr) e
giovani di valore. Abbiamo ritrovato anche il palleggiatore Nik
Grbic, dopo alcuni anni abbiamo
affidato la guida tecnica a un
nuovo condottiero, Alberto Giuliani. Ho detto ai giocatori senza
tanti giri di parole che da loro mi
aspetto lo scudetto. Qui si è speso
un mare di soldi, abbiamo avuto
però tante delusioni. Credo che qui vivono a misura d’uomo, tro- che enti istituzionali come Prosi possa invertire la tendenza. Mi vano tifosi ‘caldi’ e affezionati (la vincia di Cuneo e Regione, che
è piaciuto molto, in
particolare, il riferimento che proprio
LA ROSA DELLA SQUADRA
Grbic ha fatto su
una delle qualità
basilari necessarie
Schiacciatori:
per vincere, l’umilWout Wijsmans (Belgio, capitano), Vladimir Nità. Sì, credo che
kolov (Bulgaria), Janis Peda (Lettonia), Giusepl’umiltà debba essepe Patriarca, Simone Parodi, Andrea Ariaudo
re la base non solo
Centrali:
della mia società di
Francesco Fortunato, Gregor Jeroncic (italo
volley, ma che lo sia
sloveno), Luigi Mastrangelo
di tutta la provincia
Palleggiatori:
Il presidente Valter Lannutti
di Cuneo, un’area
Nik Grbic (Serbia), Marco Nuti
con il palleggiatore serbo Nik Grbic
dove si è abituati
Liberi:
Hubert Henno (Francia), Francesco Pieri
a lavorare sodo, a
Allenatore:
tirare dritto senza
Alberto Giuliani
troppe ciance, senVice:
za “blagare” e tiFrancesco Cadeddu
rarsela”.
Preparatore atletico:
Valter Lannutti è
Danilo Bramard
capo della multinaTeam manager:
zionale di trasporti
Daniele Vergnaghi
fondata dal padre
General manager:
Giorgio nel 1963.
Marco Pistolesi
“Un giorno mio paConsigliere del presidente:
dre mentre prepaIn primo piano,
Pasquale Landolfo
ravo un esame di
lo schiacciatore bulgaro Vladimir Nikolov
Psicologia all’Università – spiegava
il presidente del
volley di Cuneo in un’intervista loro recente festa dei 20 anni è ringraziamo. Anche grazie alla
di qualche anno fa – mi disse: stata una lezione di sport) e han- pallavolo di serie A1 e alla visiValter, vieni con me sui camion e no la sicurezza che gli
farai tanta strada”. Oggi Valter impegni siano rispettati,
TANTE SOCIETA’ SATELLITI
Lannutti è a bordo più che mai. anche quelli economici
In
provincia
di Cuneo ha un secondo team in
‘In tutte queste stagioni tanti e voglio dire. Con il ComuPiemonte
Volley
Bre B2 maschile, campiotanti campioni hanno scelto di ne di Cuneo e il gruppo di
Banca Lannutti porta nato nel quale militaaltri sponsor
la pallavolo ad essere no anche Savigliano,
abbiamo
GLI SPONSOR
lo sport di vertice trai- Villanova Mondovì e
impostato
Sul frontale della maglietta:
nante. Al fianco della Eurorenting Bruno Vbc
un ulterioLannutti; Ubi Banca Regionale Europea (al 20° anno
società principale esi- Mondovì (la Libertas
re progetto
consecutivo di sponsorizzazione, l’istituto bancario
stono decine di altri Pallavolo Busca dopo
darà il nome anche al Palazzetto dello sport di San
triennale
club importanti che anni di militanza in B è
Rocco Castagnaretta a Cuneo dove la squadra gioca le
fatto anche
fanno attività maschi- passata in C). Nella B2
partite casalinghe); Asics (sponsor tecnico); Città di Cule e femminile, anche femminile ecco invece
di serenità:
neo; Eurostock; Cemental prefabbricati.
a livello giovanile. La Lpm Mondovì e la neoin mezzo alla
Sul retro della maglietta:
stessa società di Cuneo promossa Saluzzo.
crisi che tutPetronas Urania (sponsor unico sulla maglietta del liti noi più o
bero), Iveco, Regione Piemonte, Ubi Banca regionale
meno avvereuropea, Asics.
tiamo, Cuneo vuole bilità che ha portato, ora Cuneo
Sulle spalline:
lanciare il messaggio non è più quella remota città un
Egea.
che almeno dal pun- po’ derisa perché lì si accendevaSui pantaloncini:
to di vista sportivo il no i fanali anche di giorno – cosa
Assicurazioni Generali, All System, Iveco.
futuro c’è ed è soli- che comunque oggi fanno tutti
do. Abbiamo sem- per legge – o perché Totò vi avegiocare per Cuneo e anche que- pre dimostrato di voler costruire va fatto il militare. Non solo. Non
sto è un motivo di grande orgo- qualcosa di importante, coinvol- più. Ora Cuneo è una città famosa
glio perché loro sanno bene che gendo ripeto tanti sponsor e an- anche per la pallavolo’.
10
il tecnico
il tecnico
Un “cono d’ombra”
che dà luce
all’atletica
Alessandro Nocera, coach moderno
e fuori dagli schemi, si è inventato
un gruppo di atleti che da tutta
Italia vengono ad allenarsi con lui
al Ruffini
di Elis Calegari
Si fa presto a dire coach.
E forse è per questo che in alcune
branche dello sport si sono generati equivoci.
Un coach è molto di più di un allenatore; è un tecnico che vive
in simbiosi con l’atleta con cui
lavora: ne conosce e ne scandaglia quotidianamente ogni più
recondito meandro, teso com’è a
cercare di ricavare da “telaio” e
“motore” del suo protetto il massimo possibile della prestazione.
Nel tennis è praticamente un dovere che un giocatore, di belle
speranze o di conclamate certezze, si affidi in modo totale ad un
coach e pretenda da questo una
collaborazione esclusiva, di rapporto “uno a uno”.
Il coach tennistico è il tattico e il
tecnico; è colui che è chiamato
alla regìa di una carriera e vive
ed opera in toto per l’atleta e
con l’atleta: gente come Riccardo
Piatti, Massimo Sartori, Alberto
Castellani o Giampaolo Coppo,
per citarne alcuni, è la nostra
esemplificazione vivente - e più
alta - d’una vita spesa totalmente
in funzione di un giocatore.
In maniera forse meno evidente ma
abbastanza similare, è facile in discipline individuali trovare accanto
ad atleti di punta degli “allenatori
esclusivamente personali”.
Nel resto del mondo è cosa piuttosto frequente anche nell’atletica, da noi un po’ di meno, tanto
che per anni venne ritenuto unico e fuori dagli schemi il rapporto
che legava Pietro Paolo Mennea
al Professor Vittori, una sorta di
coaching ante litteram.
La storia di Alessandro Nocera
adesso però ci costringe ad andare oltre e a fare davvero in fretta
a dire coach.
Dicono basti andare un giorno
Alessandro Nocera in mezzo a Daniela Graglia
e Fabio Cerutti
qualsiasi al campo del “Ruffini”
o alla Sisport per capire chi sia e
cosa faccia Alessandro Nocera.
E’ un torinese giovane, brillante;
vanta un passato da buon quattrocentista con la maglia del CUS
Torino e della nazionale giovanile; è l’allenatore – pardon, il
coach – di Fabio Cerutti, argento
nostro nello sprint degli ultimi
Europei indoor, ma portarlo alla
nostra ribalta per questo, paradossalmente, potrebbe risultare
persino riduttivo.
Intanto, lui è così ben dentro al
sistema che, al contempo, riesce
a gravitargli attorno ed è divertente provare a raccontarlo così.
S’è scelto un ruolo controvento e
nel suo “milieau”, per solito un
po’ paludato, il suo fare pacatamente dirompente ha prodotto e
produce un po’ di sconquassi.
Cominciamo col dire che nell’atletica italiana non sono certo
molti quelli che hanno deciso di
vivere come lui.
Di mestiere fa il commerciante,
ha un negozio che un socio l’aiuta a condurre, e non ha seguito
nessun corso canonico di studi
presso la Scuola Universitaria di
Scienze Motorie. Ma conosce il
mondo dell’atletica come pochi
ed ha un talento innato nell’allenare.
“Forse sono stato fortunato perché ho avuto la possibilità di cominciare ad occuparmi subito di
un’atleta di elevato livello: Daniela Graglia, velocista che ha
gareggiato anche alle Olimpiadi
di Sidney. Con lei ho cominciato
ad affacciarmi nel mondo del coaching internazionale e per lei
ho dovuto iniziare un mio personalissimo percorso di studi che mi
ha portato ad avere tutta una serie di convincimenti anche in antitesi con la tradizione italiana.”
- Si spieghi meglio.
“Intanto ho cominciato col valutare criticamente chi fosse l’allenatore d’atletica in Italia. Spesso
uno designato dalla società sportiva d’appartenenza dell’agonista, oppure, a livelli più elevati,
un tecnico nazionale fornito dalla
federazione, senza badare troppo all’incidenza delle iterazioni
delle relazioni che si andavano ad
instaurare tra atleta e allenatore,
con un rapporto spesso spersonalizzato e spesso troppo conforme
ad un modello standard.”
- In effetti, andando così a braccio, eccezioni non ne ricordo
molte: il legame Azzaro - Simeoni era esclusivo e personalissimo
per forza di cose, visto che erano
compagni anche nella vita; quello tra Vittori e Mennea era l’incontro di affinità elettive unite
dalla sublimazione dello sforzo e
della fatica…
“Credo che nessuno al mondo
si sia mai allenato tanto quanto
Mennea e credo altresì che il loro
esempio non sia assolutamente
esportabile.
Io poi credo in un’atletica diversa e lo si evince meglio nel documento che ho redatto insieme a
Giacomo Galletto, chiamandolo
“Proposta sintetica alternativa di
un sistema di allenamento”. Lì è
condensato tutto quello che professo e che contesto a proposito
della gestione del comparto legato ai nostri velocisti.”
- Quali sono le cose che contesta
principalmente?
“Sono parecchie ed è dura dirlo
in poche battute. Tuttavia, il fatto di basare ancora troppo gli allenamenti più sulla quantità che
sulla qualità non penso sia una
buona cosa. Inoltre, mi sembra
che continui a non esserci grande
attenzione per la rigenerazione
e il recupero. Per buona aggiunta, spesso e volentieri si seguono mode e correnti di pensiero
forzando l’istintualità dell’atleta. Usain Bolt è uno che sui 100
metri arriva ad avere 41 appoggi,
ma sarebbe un errore cercare di
copiarlo. Lui è un superuomo ed
inutile provare a clonare i suoi
appoggi e le sue frequenze.
Cerutti appoggia 43/44 volte e ci sarà qualcuno che con
47/48 trova il suo massimo.
L’errore sta nel copiare e nel
voler trasporre acriticamente.”
- In Italia si tende ad emulare, a sperare nel “copia
e incolla”?
“Credo che da noi non
si tenga conto di tutta
una serie di cose, a partire dalla nostra storia.
Tolto Mennea, che è stato – lo ripetiamo – unico e inavvicinabile e che
ha ottenuto il record
del mondo sui 200 a 27
anni, tutti gli altri grandi azzurri hanno dato il
meglio in giovane età:
Berruti ha vinto le Olimpiadi, siglando il miglior
tempo di sempre, a 21
anni; Pavoni, Tilli, Zuliani e Marcello Fiasconaro si sono espressi
al massimo attorno alla medesima età e poi non hanno saputo
andare oltre.”
- Allora aveva ragione chi, ai tempi, consigliava Berruti di “preservare le indispensabili energie
nervose” per continuare ad essere un grande velocista…
“Di sicuro da noi s’è sempre data
molta importanza ai carichi di lavoro
e molto poca alla rigenerazione.”
- Cambiamo discorso: cosa s’è
messo a fare al “Ruffini” da un
po’ di tempo a questa parte?
“Ma niente di così eclatante dal
mio punto di vista, se non mettere insieme in un gruppo, il “Cono
d'Ombra Athletic Workgroup”,
atleti e atlete di tutte le parti
d'Italia, seguiti da due allenatori nazionali che hanno deciso
di collaborare e creare occasioni
quanto più frequenti possibile
per allenarsi uniti. Tutto qui.”
- Evidentemente qualcosa di particolare però c’è sul piano umano, se anche chi compete nella
categoria “master” si sente parte
d’un progetto tutto nuovo. Qual
è stata la base di partenza?
“L’essere stanchi di rivalità spesso
eccessive e ingiustificate fra atleti e allenatori, di difese a ogni costo del proprio
"orticello",
spesso in
nome di
assurde
di “Cono d'Ombra” è soltanto
quello di creare le condizioni più
opportune per la crescita sportiva, per raggiungere uno sviluppo
tecnico e agonistico all’altezza
del talento e dell’impegno degli
atleti. Lavorando tutti insieme.
Punto.”
-Da chi è formato “Cono d’Ombra”?
“Per il momento, la maggior parte degli atleti di “Cono d'Ombra” è formato da velocisti, ma il
gruppo è in continua crescita ed
è aperto ad atleti e atlete di qualsiasi specialità. Facciamo base al
“Ruffini”e spesso siamo anche
alla Sisport. Sfrutto poi la magnanimità del presidente
D’Elicio per usare, di quando in quando, anche
le strutture
del CUS Torino.”
- Fabio Cerutti è l’uomo più in
vista
del
team e si
sperava che
Berlino sancisse qualcosa d’importante…
“Qualcosa
in più era
Fabio Cerutti è al momento
lecito attenl’atleta più in vista del team allenato da Nocera
derselo se le
battaglie metodo- condizioni fossero state ottimali.
logiche. Questo ha Purtroppo, poco prima dei Monsolo favorito un ri- diali, Fabio ha avuto un incidente
stagno nello scam- ad un tendine del ginocchio che
bio di informazio- ne ha compromesso le prestazioni, che è poi ciò che ni. L’argento agli Europei Indoor
favorisce la crescita e lo sviluppo ha detto comunque tanto del vadi qualsiasi contesto. Noi ci muo- lore del nostro, anche se credo
viamo in direzione diversa e con- che difficilmente riuscirà ad antraria: abbiamo formato un team dare oltre i suoi limiti attuali.”
omogeneo che si avvantaggia dal - Questo significa che non avremo a breve qualcuno che possa
lavorare tutti insieme .”
- Quando le è nata l’idea di met- rieditare almeno parzialmente i
nostri tempi belli, avvicinandosi
tere su un team di questa fatta?
“L'idea è nata a metà del 2006 da ai risultati dei migliori sprinter
due gruppi distinti di atleti, per del mondo?
preparare insieme le finali dei “Anche se non è avvalorato apcampionati di società. Da quella pieno, io credo che il ceppo bianoccasione abbiamo preso a riu- co caucasico, al quale appartenianirci molte altre volte e il gruppo mo, abbia muri invalicabili nella
ha allargato il numero dei suoi velocità. Certo, di sicuro sul piano
componenti costantemente.”
dell’allenamento si può fare me- Avete chiamato “Cono d’Om- glio di quanto già non si faccia,
bra” il vostro gruppo perché in- però temo fortemente che i neri
tendete agire affrancandovi dal come Usain Bolt, gli americani
resto dell’atletica nostrana?
presenti e futuri, appartengano
“Affatto. L'obiettivo principale davvero ad un altro mondo.”
12
personaggi
personaggi
Luca sa far danzare
i pattini
Novara si coccola
Zanchetta, campione poco
noto che conquista medaglie
a ripetizione nel pattinaggio
artistico a rotelle
di Massimo Barbero
Nello sport c’è anche un Piemonte discreto, fatto di personaggi
che vincono ma non sono sulla
bocca di tutti. Come Zanchetta.
Il pattinatore novarese è tornato
dagli “Europei” di settembre in
Portogallo a Nazare con al collo
l’ennesima medaglia, stavolta di
bronzo. L’ha centrata nel “Libero”, dietro ad altri due azzurri
(primo Dario Betti, secondo Simone Porzi) per un trionfo tutto
italiano: “E’ stata una prova di altissimo livello – commenta Luca,
al rientro a casa – Betti è campione del mondo nella specialità, è
il più forte. Avevo una sola gara
a disposizione e l’ho sfruttata
al meglio. E’ stata una trasferta
molto positiva, per me, perché
ho potuto affinare al meglio certe tecniche…”
I trionfi continentali di Zanchetta
quasi non fanno più notizia. Ha
conquistato sinora, complessivamente, nove medaglie, equamente distribuite: tre d’oro, altrettante d’argento e di bronzo.
Però questo terzo posto ha un
sapore molto particolare per lui.
Perché è giunto dopo un’annata,
forse, inferiore alle attese. Sembra un paradosso per un atleta di
valore assoluto; però, dopo i risultati colti l’anno scorso, al suo
primo anno tra gli juniores, tutti pensavano che con un pizzico
d’esperienza in più, potesse addirittura dominare la scena. E invece… “invece ci sono anche gli
avversari... In questa stagione ho
dovuto misurarmi
con tanti giovani di alto livello,
appena promossi
dalla
categoria
Jeunesse. Ho trovato atleti davvero molto forti.
Nel nostro sport
il valore di ogni
prestazione è relativo. Dipende
da quello che riesce a fare la concorrenza…”
Luca è un ragazzo semplice e
spontaneo. A incontrarlo per le
vie di Novara nessuno direbbe
di avere a che fare con un pluri-
Luca Zanchetta
con l'allenatore Enzo Salerno
medagliato. Ha scoperto i pattini
quasi per caso: “Nel 2002 pratica-
vo il nuoto. A causa di un problema agli occhi ho dovuto fermarmi
per qualche tempo ed allora ho
provato il pattinaggio, trascinato
da mia cugina che già gareggiava
in questa disciplina. Da quel momento non ho più smesso.”
La sua passione per lo sport non
ha confini. E’ una sorta di moto
perpetuo: “Mi piace fare qualsiasi attività. Credo di cavarmela
egregiamente in tutte le discipline. Eccezion fatta che per il calcio: ecco, in quello sono davvero
un po’ “negato”, ma conto di migliorarmi anche lì…”
Il pattinaggio artistico a rotelle richiede uno sforzo continuo.
Bisogna allenarsi costantemente,
fare sacrifici, non sgarrare mai in
nulla: “Mi alleno per almeno tre
ore al giorno. Di solito sulla pista
di Pernate, alle porte di Novara.
Spesso, però, devo spostarmi a
Milano perché le ore che ci vengono concesse non sono sufficienti per mantenersi su livelli di
assoluta eccellenza. E poi ci sono
i raduni e le trasferte, talvolta
all’estero…”
Luca però non ha mai trascurato la
non ero nessuno ed ha sempre
creduto in me. E’ molto bravo ed
ora è stato chiamato, giustamen-
tende un 2010 decisamente stimolante, nel quale sarà chiamato
a fare un passo molto importante: “Approderò
alla
categoria
GLI EXPLOIT DI LUCA
senior. Un salto impegnativo,
Luca Zanchetta ha centrato i suoi primi allori ai Campionati
ma affascinante.
Europei di Rence (Slovenia) nel 2005. In quell’occasione, al via
La concorrenza
nella categoria Cadetti, ha colto l’argento nella Combinata e
nel Singolo. Un anno più tardi il bis, a Smoerum (Danimarca)
è di alto livello,
con un secondo posto nel Singolo, nella categoria Jeunesci
mancherebse. All’estate 2006 risale anche il suo primo titolo italiano,
be. Ma conto di
in coppia con Vittoria Paola Reggiani. La Spagna ha sempre
essere già molportato bene all’atleta novarese: agli Europei di Cerdanyola
to competitivo.
nel 2007 ha trionfato nella Combinata e raccolto un buon
Specialmente in
terzo posto nel singolo. Un anno fa, agli Europei di FuengiroCombinata”.
la, appena dopo il passaggio tra gli Juniores, ha conquistato
Per quanti anni
altri due titoli continentali: negli Obbligatori e nella Combinata (oltre ad un bronzo nel Singolo). Un exploit che gli è
ti vedremo gavalso la prima partecipazione ad un Mondiale. A Kaoshung
reggiare
ancoIl bronzo mondiale (Cina), nel novembre 2008, si è subito imposto all’attenzione
ra? “Non lo so.
generale con un secondo posto in Combinata ed un terzo
conquistato in Cina nel
Di solito un patnegli Obbligatori.
2008
tinatore comincia ad avvertire
qualche
segno
scuola: “Frequento il quinto anno te, a far parte dello staff della di cedimento dai 25 anni in poi.
dell’Istituto Tecnico “Fauser”. Sto Nazionale”.
Ma dipende molto dagli stimoli
per diventare perito informatico. Sei anni ad altissimo livello, tan- e dalle motivazioni. In ogni caso
Le gare mi costringono a qualche ti risultati di valore assoluto. Ma ho ancora un bel po’ di anni daassenza di
troppo, ma
cerco
di
NOVARA PATTINA SULLE ROTELLE
stare al passo. Dopo la
Novara, un tempo “capitale cenzi ha conquistato tre medaglie
maturità
dell’hockey su pista”, vanta ora d’oro: nel Libero, nella Combinata
mi
piaceinvece un invidiabile “vivaio” di ra- e nella Coppia Danza, assieme ad
gazzi dediti al pattinaggio artistico Alessia Marelli. Senza dimenticare
rebbe proa rotelle. Gran parte del merito va il bronzo negli Obbligatori. Il “soliseguire frealla “Gioca 2000 Novara” “trapian- to” Luca Zanchetta ha conquistato
quentando
tata” da Milano a cavallo del nuo- l’argento in combinata. La gestiol’universivo millennio dopo una fusione con ne estiva della storica pista di Viale
tà. Il comla locale “Pattinando”. La bacheca Buonarroti consente di poter lavoputer e l’indel club del presidente Renzo Zan- rare con un numero sempre magformatica
chetta (padre del campionissimo giore di ragazzi. In città, malgrado
Luca) è colma di trofei. Nei recen- spazi angusti, operano nella speciain genere
ti campionati italiani che si sono lità anche l’ A.S.D. Accademia e la
sono le mie
disputati a Roccaraso Marco Vin- Rotellistica.
passioni.
Cerco, nei
limiti
del
possibile, di non abbandonarle l’emozione mondiale di un anno vanti. E mi piacerebbe rimanere
mai anche durante i miei viaggi fa rimane impagabile: “Il secon- in questo ambiente anche dopo
all’estero.”
do posto in Combinata, nella aver smesso di gareggiare. Il mio
C’è un uomo che l’ha accompa- prova iridata, mi ha regalato la sogno è quello di allenare.” I
gnato in tutta questa crescita gioia più grande di tutta la mia trionfi non hanno “saziato” Luca
inarrestabile, ai vertici della disci- carriera. Ho disputato una gara Zanchetta, l’entusiasmo è quello
plina: “Il mio allenatore, Enzo Sa- molto bella, al cospetto dei più di sempre. Ed allora attendiamo
lerno. Devo tutto a lui. Ha comin- forti pattinatori in circolazione”.
l’anno nuovo per altre, entusiaciato a seguirmi quando ancora La sfida di Luca continua. Lo at- smanti, avventure.
14
personaggi
personaggi
L’ultima “rosa” del
ciclismo piemontese
Franco Balmamion, un duro
che con grande acume tattico
seppe vincere due Giri d’Italia
di Franco Bocca
L’ultimo Giro d’Italia ha riproposto, sessant’anni dopo la leggendaria impresa di Fausto Coppi
nell’edizione del ‘49, la mitica
tappa Cuneo - Pinerolo, sia pure
su percorso parzialmente diverso
rispetto all’originale. E il giorno
successivo la carovana rosa si è
radunata in Piazza Castello, nel
cuore nobile del capoluogo subalpino, per le operazioni di partenza della tappa Torino - Arenzano.
Si è trattato di un’autentica festa
popolare per gli appassionati di
ciclismo torinesi, che già pregustano quello che accadrà nella
primavera del 2011, allorché, per
celebrare i 150 anni dell’Unità
d’Italia, gli organizzatori del Giro
proporranno la partenza da Torino e poi un tappone finale sulle
Alpi di casa nostra.
Ma la festa sarebbe stata indubbiamente più bella se ci fosse stato almeno un corridore torinese
in mezzo al gruppo. Invece sono
lontanissimi i tempi in cui i corridori torinesi non solo partecipavano in gran numero al Giro
d’Italia, ma spesso lo vincevano
pure. E’ il caso di Giovanni Brunero, Giuseppe Enrici, Francesco
Camusso, Giovanni Valetti, più
volte a segno negli anni Venti e
Trenta del secolo scorso. E sono
lontani anche i tempi dell’ultimo
torinese in maglia rosa, Franco
Balmamion, che si impose nei Giri
del ’62 e ’63 senza vincere nean-
che una tappa.
In attesa che sulla scena del grande ciclismo si affacci Fabio Felline,
la più bella promessa del ciclismo
nostrano, ripercorriamo dunque,
sia pure brevemente, la carriera
di questo tenace e valoroso corridore canavesano che, insieme
con Italo Zilioli, resta l’ultima
stella di un firmamento, quello
del ciclismo torinese, che dopo
di lui ha cominciato purtroppo a
declinare.
Franco Balmamion è nato a Nole
Canavese l’11 gennaio 1940. Nipote di Ettore Balmamion, detto
“il Magninot”, buon corridore
professionista che era arrivato
quinto al Giro d’Italia del 1931,
Franco si affaccia al ciclismo nel
1957, disputando alcune gare tra
gli allievi con la maglia del G.S.
Martinetto di Ciriè. Arriva spesso con i primi, ma già allora lo
sprint non è il suo forte e deve
pertanto rimandare all’anno successivo l’appuntamento con la
prima vittoria della carriera, che
arriva finalmente nel ‘58 in una
gara che si conclude al Santuario
di Belmonte. Nel ‘59 passa dilettante nel Centro Sportivo Fiat di
Torino e, grazie alle sue indubbie
doti di passista - scalatore, subito individuate da quell’autentico
maestro di ciclismo che risponde
al nome di Giuseppe Graglia, non
tarda ad inserirsi nel novero dei
migliori dilettanti piemontesi,
con 4 vittorie stagionali all’attivo, tra cui il classico Trofeo Garda
per distacco ad Ivrea.
Ma è nel 1960, al secondo anno
da dilettante, che Balmamion dà
un primo autorevole saggio della sua bravura, vincendo ben 12
corse, tra cui il G.P. Covolo a Torino, il G.P. Artigiani Sediai a Grosso Canavese, la Coppa Valmaira a
Dronero, la Rho - Macugnaga, la
Torino - Valtournenche e, soprattutto, la finale a tappe della San
Pellegrino, conquistata nell’ultima frazione dopo accanita lotta
con l’altro piemontese Zancanaro.
Sull’onda di tali successi a ripetizione, nel 1961 Franco passa
professionista nella Bianchi e
non tarda a mettersi in buona
evidenza. Anche quell’anno, per
celebrare il Centenario dell’unità
d’Italia, il Giro prende il via da
Torino con una tappa particolare,
denominata Trittico Tricolore, che
prevedeva tre passaggi in città
prima dell’arrivo al Parco Ruffini.
Il grande protagonista di quella
giornata è proprio lui, l’esordiente Franco Balmamion, che si impone nella classifica del “Trittico”
ma che nella volata finale, sotto
una violenta grandinata, viene
preceduto dal grande velocista
spagnolo Miguel Poblet.
Poi è sfortunato protagonista della Coppa Bernocchi, prova unica
di Campionato Italiano, dove viene raggiunto nel finale dopo oltre 200 chilometri di fuga. Infine
arriva terzo nel Giro dell’Emilia.
L a Scheda
pennate, Balmamion gareggia quasi sempre al coperto,
mimetizzandosi in mezzo al
gruppo. Ma dopo aver superato indenne il drammatico
tappone dolomitico di Passo
Rolle coperto di neve, Franco indovina un paio di fughe
giuste e nella tappa di Casale,
arrivando nel suo Piemonte,
conquista la maglia rosa. Un
primato che crea qualche problema all’interno della Carpano, che per quel Giro puntava
su Defilippis. “In realtà – spiega Balmamion – gli accordi iniziali erano che io avrei
Franco Balmamion
e Nino Defilippis, due icone del ciclismo piemontese
lontano, ho indossato la maFranco Balmamion è nato a Nole l’11 gennaio 1940.
glia rosa”.
Ciclista professionista dal 1961 al 1972.
Defilippis si arrabbiò molto,
Nel suo palmares figurano 12 vittorie tra cui:
- 2 edizioni del Giro d’Italia (1962 e 1963)
minacciando
- Milano – Torino (1962)
anche il ritiro.
- Giro dell’Appennino (1962)
In effetti quel- Campionato di Zurigo (1963)
la sera il “Cit”
- Giro di Toscana (1967)
lasciò l’alberFra i piazzamenti di rilievo:
go della squa•
2° al Giro d'Italia (1967)
dra, a Fons
•
2° al Giro di Svizzera (1962, 1963)
Salera, andò
•
2° al Giro di Romagna (1967)
Nel 1962
a cena con la
• 3° al Tour de France (1967)
Franco
futura moglie
• 3° alla Milano - Sanremo (1965)
• 3° al Giro dell'Emilia (1961)
passa
in un ristoran• 3° alla Tre Valli Varesine (1962)
alla Carte di Robella
• 3° al Giro del Veneto (1963)
pano e
d’Asti e tornò
• 3° al Giro dell'Appennino (1964)
con la
a casa, a To• 3° al Giro del Lazio (1965)
maglia
rino, in piena
• 3° al Giro del Piemonte (1970)
b i a n notte. Ma daCuriosità: Balmamion vinse i due Giri d’italia grazie alle sue doti di regolaconera
vanti all’uscio
rista imponendosi nella classifica finale senza vincere nessuna tappa. Il suo
d e l l a
di casa trovò
capitano, allora, nella Carpano, era Nino Defilippis.
squadra
il dottor TuraNel 1966 fu lui stesso capitano di una squadra creata apposta per lui da Santorineti, il boss della
son, mentre nel 1967 passò alla Molteni con cui vinse il Campionato Nazionale
Italiano nel Giro di Toscana.
se vince
Carpano, che
subito la
lo convinse a
Milano continuare il
Torino beffando con un allungo puntato alla classifica e Nino alle Giro con un assegno che non si
a sorpresa entrando al Motovelo- tappe, come del resto aveva sem- poteva rifiutare. Continua Baldromo, il compagno d’avventura pre fatto. Ma il secondo giorno mamion: “Nino in realtà non
Vittorio Adorni, con il quale era andai in crisi e arrivai a 10’, e al- ce l’aveva con me, ma con l’enlora i piani della vigilia dovettero tourage della squadra che a suo
fuggito sulla rampa di Pecetto.
Al successivo Giro d’Italia, fedele cambiare. Però poi ho cominciato modo di vedere non aveva rial suo istinto di calcolatore cui a rimontare e appunto arrivando spettato sufficientemente la sua
non si addicono le grande im- a Casale, grazie ad una fuga da leadership. Comunque Giacotto,
16
personaggi
personaggi
il manager della
squadra, ha poi saputo gestire bene
la situazione, anche
se forse alla Carpano una vittoria di
Defilippis avrebbe
fatto più comodo.
Con Nino, comunque, l’amicizia è rimasta”.
Poche settimane
dopo la vittoria
nel Giro arriva
secondo nel Giro
della Svizzera e a
fine stagione vince anche il Giro
Balmamion in alcune immagini d’epoca
dell’Appennino,
sigillo di qualità
per la stagione
della sua consacrazione.
ai mondiali dello stesso anno in - ricorda Franco - l’Italia andò al
L’anno successivo la musica si ri- Spagna, quarto al Giro della Sviz- Tour con due squadre nazionali,
una capitanata da Gimondi e una
pete. Una vittoria importante ai zera del ‘66.
primi di maggio nel Campiona- Ma nel 1967 la stella di Balma- da me. Se avessimo unito le forze il mio piazzamento sato di Zurigo, e poi riecco
rebbe forse stato migliore;
il Giro. Taccone e Adorni
invece ci correvamo contro
reclamano i grandi titoli
e così ho dovuto accontensui giornali, ma “il cinese”
tarmi di salire sul podio”.
tira diritto per la sua straA fine luglio, tornato rodada, ricalca il cliché di doditissimo dalla corsa a tappe
ci mesi prima e, grazie alla
francese, vince per distacsua straordinaria regolarico il Giro di Toscana, prova
tà, si ripresenta in maglia
unica di campionato italiarosa al Vigorelli. Nessuno,
no. E’ la sua ultima grande
questa volta, può parlare
vittoria. Poi, ancora tanti
di vittoria a sorpresa. “Prepiazzamenti e qualche sucsi la maglia rosa sulle Alpi
cesso minore fino al 1972,
– ricorda Franco - ma poi
anno in cui Franco Balmadovetti cederla a Ronchini
mion chiude, a 32 anni,
dopo la crono di Treviso, il
una carriera gloriosa che,
giorno della morte di Papa
sotto l’aspetto qualitativo,
Giovanni. La riconquistai
non ha più avuto eguali in
definitivamente nel tappoPiemonte.
ne dolomitico di Moena, a
Dopo aver attaccato la bidue giornate dal termine.
cicletta al chiodo, “Balma”
Nessuna polemica, quella
Balmamion
ha intrapreso una fortunavolta”.
con la giovane promessa Dodaro
ta attività di noleggiatore
Poi, la fortuna sembra voldi giochi elettronici, che lo
targli le spalle: va al Tour,
impegna tuttora, ma non
ma cade alla terza tappa
si è mai allontanato dal
ed è costretto al ritiro. E
anche nelle stagioni successive mion torna a brillare. Arriva se- mondo delle corse. Fin dalla sua
deve accontentarsi di qualche condo dietro a Gimondi nel Giro costituzione, avvenuta nel 1990,
onorevole piazzamento: secon- d’Italia, scavalcando nell’ultima è uno degli esponenti di spicco
Piemontese
do al Giro della Svizzera del ‘64, tappa il grande Jacques Anquetil. dell’Associazione
terzo alla Milano - Sanremo e Poi va al Tour e coglie un lusin- Corridori Ciclisti, di cui ricopre la
al Giro del Lazio del ‘65, ottavo ghiero terzo posto. “Quell’anno carica di Vice Presidente.
il presidente
il presidente 17
Tutti pazzi
per il baseball
Eugenio De Bon è da tre
mandati alla guida della
federazione regionale della
disciplina che ha infiammato
Torino e Novara con i Mondiali
di Barbara Masi
Il Mondiale di baseball ospitato a
Torino e Novara ha riscontrato un
inaspettato interesse di pubblico
verso una disciplina considerata
da sempre d’importazione e forse
poco consona alle corde nazionali. L’impianto torinese di via Passo
Buole, ristrutturato appositamente per l’occasione, ha registrato il
tutto esaurito non solo nei giorni
che vedevano l’Italia impegnata
sul campo, in particolare contro
gli Stati Uniti, protagonisti indiscussi di questa disciplina: i bagarini si sono ritrovati a vendere gli
ultimi biglietti anche per partite sidente Giovanni Bruno, padre venni prima segretario della soMario
erede della cietà, nei primi anni ’60, in quelcome Canada – Messico, a dimo- di
lo che fu anche il periodo
strazione del fatto che Torino,
d’oro della squadra e del
ormai, “ai grandi eventi si è
baseball piemontese: in
abituata: se lo spettacolo è
quegli anni fummo tre
buono, la gente risponde e
volte vicecampioni d’Itaaccorre”, afferma Eugenio
lia a livello giovanile. NeDe Bon, presidente della Fegli anni ’70 decisi di fare
derazione Baseball e Softball
un corso da arbitro, attipiemontese. De Bon è al tervità che ho poi svolto per
zo mandato consecutivo alla
27 anni fino all’elezione,
guida del Comitato. Praticanel 2002, alla presidenza
mente più di cinquant’anni
del Comitato Regionale
di vita dedicati alla disciplina,
federale, riconfermata
prima da praticante e poi da
per tre volte praticamendirigente. L’approccio con il
te all’unanimità”.
baseball risale al ’56: “Avevo
Il baseball e il softball in
sedici anni quando cominciai
Piemonte sono discipline
a giocare nei campetti di forquasi di nicchia, se si sta
tuna per lo più situati dietro
ai numeri: trenta sociealle discariche, a Sassi – ractà in tutto che entro la
conta De Bon -, poi in piazza D’Armi quando c’erano i
Il presidente nazionale della FIBS fine dell’anno saliranno
a 33 con la nascita di una
reticolati, e ancora al Ruffini,
Riccardo Fraccari con Eugenio De Bon in occasione del
Campionato Europeo di softball Under 22 nel 2008
nuova associazione ad
al Motovelodromo… finché a
Alba, a S. Antonino di
18 anni, dopo il servizio militare, si creò una sezione giovani- presidenza dell’odierna Juve ’98. Susa (che ha già una squadra che
le nell’allora Juve ’48 con il pre- Smessa l’attività di praticante di- milita in C1) e a Verbania. Alcune
18
il presidente
il presidente
di queste sono solo al maschile,
nel senso che praticano solo il baseball, altre comprendono anche
il softball. Ed è proprio il softball
che ha recentemente portato alla
ribalta nazionale il Piemonte,
grazie alla promozione in A1 de
La Loggia Madige, attuale orgoglio regionale dell’intero movimento. Nel baseball c’è la storica
Juve ’98, che proprio in questi
te alle difficoltà economiche così
diffuse di questi tempi molte società hanno dovuto accorparsi,
come i Grizzlies Torino che hanno dato i loro giovani alla Juve
’98, o come le molte società
della Val Susa, appunto, che da
otto si sono ridotte a quattro,
dopo aver contato forse il maggior numero di praticanti e aver
dato molti giocatori alla Juve de-
spogliatoi adeguati per arbitri e
per giocatori, assicurazioni… E
così le società sono state costrette a incorporarsi.”
In tutta la regione ci sono circa
una quindicina di impianti omologati, più altri campi di fortuna,
capeggiati da quello torinese di
via Passo Buole, costruito una
ventina di anni fa e ristrutturato
quando, cinque anni, si incrinò la
La rappresentativa giovanile
piemontese al Torneo di Matino, in Puglia
Il presidente dell’Avigliana Bees
Francesco Rosa Colombo e l’arbitro Sergio Danieli
giorni disputa il play off per l’A2.
E poi l’Avigliana Bees in Serie B e
Vercelli che tenta i play out per
restarvi.
Senza parlare dell’Avigliana Baseball, che fino a due o tre anni
fa militava in A1, e dopo essere
scesa in A2 ha fatto la franchigia
con Novara per unire forze e risorse.
Insomma, un movimento molto
ben distribuito su tutto il territorio, con la Val di Susa che sembra
essere curiosamene forse un po’
il cuore pulsante della disciplina
in provincia. Certo, per far fron-
gli anni migliori: “I motivi sono i
soliti – spiega De Bon –: fondamentalmente la mancanza di risorse. Gli anni d’oro del baseball
in Piemonte risalgono al ‘70/ ‘80,
quando la Juve ’98 in A1 arrivava addirittura a battere il prestigioso Nettuno con l’innesto di
un paio di stranieri. Allora c’era
un proliferare di società, che in
Piemonte arrivarono ad essere
cinquantotto. Poi i tempi sono
cambiati: il restringimento è stato dovuto alla regolarizzazione
che significava campi omologati,
richiesta di garanzie fideiussorie,
copertura di cemento durante gli
allenamenti dei Grizzlies alla vigilia del Campionato: venne deciso
di tirarla giù e di sostituirla con
una in legno lamellare, facendolo diventare una vera e propria
chicca a livello nazionale.
Il reclutamento di nuove leve avviene, come per la maggior parte delle discipline sportive, nelle
scuole: “Mandiamo tecnici qualificati nelle scuole di gran parte
del Piemonte grazie alla supervisione di Antonio Grimaldi, con anche un responsabile specifico per
il softball, Gianni Gabri, dove c’è
qualche problema in più
di reclutamento. Tant’è
che vengono organizzati
appositamente dei campionati promiscui a livello giovanile. Quest’anno
il Piemonte ha sfiorato la
vittoria nel Trofeo della
Regioni – continua il presidente – che dà l’accesso
all’ambita Little League,
un torneo internazionale fondato innanzitutto
su un preciso codice etico – sportivo che dà la
possibilità ai vincitori di
andare a disputare le finali negli Stati Uniti davanti a 38.000 spettatori.
Un’esperienza incredibile.”
Il baseball, diffusissimo in tutto il mondo,
dall’Argentina alla Cina,
in Piemonte conta 1900
tesserati, di cui circa 350
femmine e 1600 agonisti,
con un’attività agonistica federale di circa 500
partite l’anno. La pratica
non ha costi esorbitanti:
per l’attrezzatura (guanto, mazza, divisa, una
buona palla) si spendono
circa 100 euro, mentre un
corso di 6 mesi si aggira
intorno ai 150 euro.
Ora, per l’imminente futuro, il baseball piemontese condotto da De Bon
guarda anche al mondo
dello sport dei diversamente abili: in collaborazione con Tiziana Nasi,
presidente del CIP, è in
programma una gara
dimostrativa dedicata ai
non vedenti, con campo,
attrezzature e regole ad
hoc su cui il presidente
si sta attivando in prima
persona.
Con la stessa passione
di volontario che lo ha
contraddistinto nella sua
lunga carriera da dirigente.
Il Mondiale a Torino e Novara:
il baseball conquista il Piemonte
Finalmente si potrà dire che
anche la storia del baseball,
quella con la s maiuscola, è
passata di qua. Perché il grande baseball mondiale, con i
suoi campioni, in Piemonte
non si era praticamente mai
visto. A memoria si ricorda a
Torino l’impressionante scontro tra Stati Uniti e Cuba alle
Universiadi del ’70, il Mondiale
dell’88 e del ’98 ma in formato
ridotto, e più recentemente i
Campionati Europei Under 22
di softball. Ma mai un evento
della portata di questo Mondiale per il quale il Piemonte
ha messo a disposizione due
Il presidente del COL torinese
Mario Bruno, il capitano della nazionale
statunitense Rodriguez e il presidente del CONI
piemontese Gianfranco Porqueddu, nella foto
sotto al lancio inaugurale della prima palla
città sul territorio, Torino e Novara. La
verità è che pare che il baseball abbia
deciso di “colonizzare” il Vecchio Continente, possibile bacino d’utenza e
di nuovi talenti. Tant’è che sono ben
sette gli atleti azzurri sotto contratto
nelle varie leghe professionistiche statunitensi. “Si dice che gli americani abbiano addirittura intenzione di investire in modo massiccio in Italia – afferma
Mario Bruno, presidente del Comitato
Organizzatore del Mondiale a Torino –
sostenendo le squadre dell’Italian Baseball League e mettendo a disposizione
denaro e atleti di talento.” Insomma,
l’Europa è al centro delle attenzioni
del baseball, con l’organizzazione di
un Mondiale a cui hanno preso parte
ventidue formazioni, con cinque tor-
nei eliminatori in Slovacchia, Svezia,
Germania, Spagna e Croazia, con le
sedici migliori suddivise in due poules
a otto in Olanda e Italia, dove sono
state coinvolte ben sedici città, fino
alla finalissima a otto per il titolo iridato a Nettuno, alle porte di Roma.
L’Italia ha così messo a disposizione
ben sedici impianti, due di questi
piemontesi, Torino e Novara per l’appunto, che hanno accolto tre incontri
ciascuno. Molte le sinergie politiche
e sportive che hanno collaborato al
fine di ospitare con la massima dignità l’evento anche sotto il profilo
impiantistico: “Il campo di Torino in
via Passo Buole, in modo particolare,
è stato quasi “rigenerato” al punto
da proporsi, oggi, come il più bello
d’Italia – continua Bruno -: sono state
apportate molte migliorie strutturali. Non resta che sperare che l’impianto possa diventare utile anche al
baseball cittadino, in particolare alla
squadra torinese che si sta battendo
per salire in A2.”
E il Piemonte ha risposto molto bene
al richiamo, con il tutto esaurito in
tutti i match in programma: “Il 90%
degli spettatori era costituito da
appassionati e praticanti, il 10% da
curiosi accorsi all’ultimo minuto ad
acquistare il biglietto magari dai bagarini – afferma De Bon -: tradotto
in numeri, a Torino si è contato oltre
un migliaio di spettatori, e l’esaurito
è stato registrato anche a Novara.”
20
atletica
leggera
La fatina delle
montagne
La cuneese Elisa Desco
ha conquistato l’oro mondiale
di corsa in montagna a
Campodolcino: ecco la storia
della sua ascesa
di Myriam Scamangas
Elisa è abituata alle vette. Da Paesana dove è cresciuta, a Bormio
dove vive oggi, la montagna ce
l’ha nel sangue. Eppure questa
volta non pensava di salire così in
alto.
L’infortunio patito in Portogallo
durante la preparazione invernale l’aveva costretta a saltare gran
parte della stagione; era tornata
alle gare a fine luglio per i Campionati Italiani di corsa in montagna, dove era riuscita a mettersi
al collo la medaglia di bronzo.
Così ai Campionati Mondiali di
Campodolcino si presenta sulla linea di partenza con l’obiettivo di
un piazzamento tra le prime dieci. Le avversarie partono subito
forte, vanno via, ma Elisa non si
preoccupa. Lei ha sempre gestito
le sue gare in progressione, puntando sul finale. Concentrata, con
l’aiuto dell’esperienza, nel secondo giro inizia il recupero sulla testa della corsa; passano i minuti
di gara e le altre calano, mentre
lei rimonta fino ad agganciare la
prima, l’altra azzurra Valentina
Belotti, e a superarla poche cen-
tinaia di metri prima della linea
d’arrivo. E così nel giro di qualche minuto Elisa Desco è avvolta
nel tricolore sul gradino più alto
del podio mondiale, mentre l’Inno di Mameli risuona per lei in
Val Chiavenna.
L’atletica è entrata di soppiatto
nella vita di Elisa. “Mio padre e
mio fratello hanno sempre corso; li vedevo uscire la domenica
e proprio non capivo che gusto
ci provassero a fare fatica. Poi
un giorno mi sono fatta trovare
anch’io sulla porta di casa con
maglietta e pantaloncini e così
ho iniziato.” Un rapporto con la
corsa nato per curiosità, diventato divertimento, messo in pratica
nelle prime gare e infine trasformatosi nella vita di Elisa, che da
due anni ci si dedica anima e corpo.
Su strada, in montagna e nei
cross (rigorosamente in ordine
di preferenza) la sua vita scorre
come una bella avventura in cui
si distingue per la grande grinta.
“Credo mi venga dal mio fidanzato Marco De Gasperi (tre volte
iridato di corsa in montagna). Mi
sostiene sempre e mi dà una grande tranquillità”. Massimo Magnani, il suo tecnico da due anni, non
ha dubbi: “Elisa ha una determinazione notevole e qualità morali molto forti. Dopo l’infortunio
di quest’inverno è stata lasciata
da sola, ma lei è andata avanti,
non ha mollato, grazie anche al
sostegno di Marco. La sua vittoria
a Campodolcino è stata davvero
sorprendente perché ha potuto
fare solo una parte della preparazione. È però la testimonianza del
grande lavoro dello scorso anno
che l’aveva vista vincere Campionati Europei e Campionati Italiani
di corsa in montagna e guadagnare il terzo posto nella Coppa
del Mondo. Ma anche ottenere
buone prestazioni nella corsa su
strada con i suoi nuovi primati
su maratona (2h36:54) e mezza
maratona (1h12:43). “Sulla maratona già allora era in grado di
scendere sotto il 2h36’ – continua
Magnani - ma a Venezia ha avuto un problema mentre a Torino,
dove ha fatto il personale, 24 ore
L a Scheda
Nel 2008 la Desco
ha conquistato il titolo italiano, europeo e
il terzo posto in Coppa del Mondo
prima della partenza ha subito un
attacco di labirintite. Il fatto che
poi abbia corso, pur stando male
negli ultimi chilometri, dimostra
la grinta di questa ragazza che ha
un potenziale davvero notevole.”
Tra poco inizierà l’autunno e sarà
Data di nascita: 30/05/1982
Città di nascita: Savigliano (Cn)
Residenza: Paesana (Cn) e da un anno e mezzo a Bormio
Società: Atl. Valle Brembana
Allenatore: Massimo Magnani
Maglie azzurre: 8
Palmares individuale: Campionessa Mondiale 2009 - Campionessa
italiana 2008 - Campionessa Europea 2008 - 3° classificata nella Coppa
del Mondo 2008 - Campionessa italiana a staffetta 2006-2007-2008
Soprannome: la Fatina
Studi: Diploma di Tecnico dei Servizi Sociali
Passioni: i bambini (“mi diverto a giocare con le nipotine di Marco”,
il fidanzato), la musica (Vasco Rossi e Biagio Antonacci), stare con gli
amici.
Obiettivo: “Sto imparando a cucinare, altrimenti povero Marco!”
Correre è: “E’ ascoltare le sensazioni e i rumori attorno a te. Non
corro mai con le cuffie, preferisco il silenzio e concentrarmi sul mondo intorno a me. Quando poi corri in montagna ti capita di vedere
paesaggi impagabili, di incontrare qua e là un cervo, un camoscio,
uno stambecco o un cerbiatto … sono sensazioni impagabili”.
vare in forma alle maratone della primavera. “Se farà un buon
tempo potrebbe essere nella rosa
delle sei che la Federazione terrà
sott’occhio in vista dei Campionati Europei di Barcellona”. Dal
punto di vista tecnico attenzione
Elisa sul podio mondiale di Campodolcino
la volta della stagione dei cross.
L’obiettivo possono essere i Campionati Europei di Dublino di dicembre, ma è ben chiaro dalle
parole di allenatore e atleta che
in realtà si guarda oltre. Puntare
a fare bene l’inverno per poi arri-
a tutte le discipline: “La corsa in
montagna le piace, ha ottimi risultati quindi non c’è nessun motivo per abbandonarla. Il cross è
utile anche per la preparazione
invernale, la strada è il grosso
obiettivo. Ma al giorno d’oggi
tutti i corridori devono fare anche della pista: è complementare
alla strada e aiuta la tecnica”.
E intanto la corsa di Elisa continua; ora l’ha portata a vivere a
Bormio. “Era destino” – dice lei.
“Qui ho fatto il mio primo campionato italiano da cadetta nel
1996 e poi è successo che mi
sono innamorata di un ragazzo
di qui! Non ho avuto problemi
ad ambientarmi, è un bel paese e si sta bene. Mi alleno qui
con Marco e con un gruppetto
di ragazzi più giovani. Siamo
un gruppo di lavoro molto unito anche con i ragazzi di Bergamo con cui ogni tanto lavoro”.
Tra loro anche l’azzurro Migidio
Bourifa. Quasi tutti uomini ma
la cosa non la preoccupa, come
testimonia il suo allenatore: “E’
fisiologico per una donna, quando va forte, allenarsi con i colleghi uomini; aiuta a trovare ulteriori stimoli”.
La “fatina”, come è soprannominata Elisa, ha ancora parecchie
soddisfazioni da togliersi e vede
traguardi alla sua portata. C’è da
scommettere che non ci sarà da
aspettare molto per vedere dove
la condurrà la sua corsa. È certo
però che sarà sempre più in alto,
con la montagna nel cuore.
22
talenti
talenti
L’Olimpiade
può attendere
Ciro Russo è la nuova promessa azzurra
della lotta greco – romana, a cui il
Cus Torino ha ridato vita e speranza
di Elis Calegari
Le strade dello sport sono infinite. E mica tutte finiscono nel calcio.
Quella di Ciro Russo, ad esempio,
è confluita nella lotta greco - romana.
Chi sia Ciro Russo è presto detto:
un ragazzone della nostra terra
di quasi diciott’anni, dalla voce
ferma e netta che, altrettanto velocemente, ti spiega perché abbia subìto la fascinazione di uno
degli sport più antichi, più nobili
e duri.
“Beh, confesso che anch’io, da
piccolino, ci ho provato col calcio. Ma non era proprio il pane
mio. A dirla tutta, ero proprio
scarso. Se la mia squadra vinceva,
non era certo per merito mio. Sì,
giocavo con la palla perché lo facevano i miei amici, ma io e quella roba rotonda non siamo mica
mai andati troppo d’accordo.”
Un certo giorno però ci fu la svolta. “Intanto, si vede che mio padre un po’ di persuasione occulta
l’aveva fatta. Papà non ne parlava diffusamente dei suoi trascorsi
da lottatore, ma quando mi diceva d’essere stato secondo in Italia
nella sua categoria e raccontava
qualche aneddoto legato a qualcuno dei suoi incontri di lotta
greco - romana, rimanevo incantato ad ascoltarlo. Così, quando
arrivai in quel camp estivo e scoprii che c’era anche la possibilità
di provare a lottare come i greci
e i romani antichi, mi sono subito fatto prendere dalla voglia di
provare.”
Il fatto poi che a proporre il corso
ai ragazzi ci fosse uno che di cognome faceva Saglietti, ha fatto
camp estivo di dieci anni fa, il
il resto.
A Torino dici lotta greco - romana feeling tra Ciro e Massimiliamo
ed è come dire Alessandro e Mas- Saglietti fu immediato, tanto da
similiano Saglietti, due fratelli e non interrompersi più e contidue campioni che contro tutto e nuare tutt’oggi.
contro tutti hanno portato avanti “E’ il mio allenatore anche adescon gioia e caparbietà un proget- so e negli anni è stato formidabile nel farmi sentire sempre
to di vita sportiva affatto facile.
Non ci fosse stata l’opera bene- bene e nello stimolarmi. Ricordo
merita loro e poi del CUS Torino, la sensazione che provai appena
questa quasi negletta specialità cominciai a cercare di districarmi
di lotta sarebbe scomparsa dal sul tappeto: durissimo ma d'una
panorama sportivo della capi- bellezza speciale! Scoprii subito
tale subalpina. Dopo il ridimen- l’inverso di quanto mi capitava
sionamento dell’ex Gruppo Fiat, col calcio: lì fui subito il più fordi quello che un dì era stato un te; erano gli altri ora che guarimponente e
variegatissimo sodalizio
sportivo, tutte
le cosiddette
“specialità minori” - quasi
sempre le uniche che portano poi all’Italia medaglie
olimpiche
sembravano destinate
a
qualcosa
in più della
sofferenza e
dell'agonia.
Russo in azione
Invece…
(a sinistra col costume blu)
Invece il Centro Universitario Sportivo ha ridato speranze davano ammirati quanto sapevo
e vita, e così i Saglietti hanno po- fare…”
tuto continuare il loro percorso Niente più panchina e niente più
di vita accanto e dentro la lotta imbarazzi interiori per quel bimgreco - romana: sempre tra i pri- bo che ha sempre avuto leve lunmi in Italia e atleti e tecnici di az- ghe.
“Finalmente scoprivo un mondo
zurro vestiti.
Tornando al primo giorno di quel in cui era un vantaggio il mio es-
sere sempre più alto degli altri
miei coetanei; in più un mondo in
cui mi ci trovavo a meraviglia: lì sì
che era meno difficile coordinare
le azioni e le catene cinetiche.”
Da quel momento Ciro e la lotta
sono diventati un cosa sola, con
un’escalation di crescita e risultati, sfociati nel riconoscimento
CONI che ha premiato lui e con
lui il talento.
“Sono davvero lusingato delle
attenzioni che il Comitato Olimpico mi ha riservato assegnandomi questo premio: ora ho una responsabilità in più e devo cercare
di crescere bene.”
Oddio, 1 metro e 82 per 74 chili
alla sua età e per la sua specialità son cifre ragguardevoli, ma
Russo, ovviamente, quando te lo
più grandi combattendo nei campionati di società e devo dire,
visti i risultati, che sono sempre
più convinto che questa sia la mia
strada e l'unico futuro che desidero. Spero, appena diventato
maggiorenne, di poter entrare
a far parte d’un gruppo sportivo
militare, o statale che sia, per poter continuare la mia attività senza enormi sacrifici.”
Speranza legittima, perché se
la vita del lottatore è dura già
di suo, a complicare il tutto ci si
mette di traverso la faccenda dei
“soldi niuno”, dei soldi zero che
quest’attività, pur d’alto livello,
ti consegna. Fossimo in Germania, come raccontano i Saglietti,
sarebbe tutta un’altra storia, ma
qui da noi c’è davvero poca trip-
dei tecnici, un amico grande e un
grande amico.
La faccenda delle orecchie?
Per fortuna da noi non è come
nell’Est, dove è praticamente
un’arte quella di modificare e
mortificare irreparabilmente la
cartilagine dei padiglioni auricolari di noi lottatori. No no, io le
mie orecchie le ho belle in ordine
e così resteranno. Ho braccia lunghe e le sfrutto per tenere a bada
i miei avversari.”
Ciro è reduce da uno stage con
la nostra nazionale dove ancora una volta “ha assaggiato” il
mondo dei grandi.
“Ho grande consapevolezza di
quanta strada mi attende ancora.
La fase “a terra” del combattimento non è propriamente il mio
Ciro Russo, a sinistra sul podio dei Campionati Italiani Juniores 2009,
è tesserato per il Cus Torino ed è allenato dall'ex nazionale Massimiliano Saglietti
dice pensa ad altro.
“Intanto vorrei che il rapporto
con il mio allenatore continuasse
in sempiterno, centrando con lui
il traguardo olimpico. A Londra
2012 avrò ventun anni e mi piacerebbe esserci, ma se non sarà
per quelle Olimpiadi sarà per i
Giochi successivi. Voglio assolutamente arrivarci: è il mio sogno ed
è lì che voglio arrivare a giocarmi
le mie possibilità.”
Per farlo Ciro si sta attrezzando,
con idee chiare e precise.
“Adesso sono ancora junior, ma
ho già avuto l'opportunità di
confrontarmi con il mondo dei
pa per i gatti e ad accompagnare
l'incedere non c’è che una roba
molto simile a sangue, sudore e
lacrime per provare a salire sempre più in alto.
“Sono nazionale e campione italiano junior, ma so d’essere solo
all’inizio della scalata più ardua.
Sono disposto a impegnarmi ancora di più del massimo per ottenere ciò che voglio. Non patisco
d’essere sempre lontano di casa,
di aver quasi abbandonato gli
amici d’infanzia. Per fortuna ho
un rapporto fantastico col mio
allenatore, tanto da avere in lui,
in una persona sola, il migliore
forte e so quanto lavoro dovrò
sobbarcarmi. Ma non mi pesa.
Del resto, ho capito fin dal primo momento che questo sarebbe stato uno sport durissimo, ma
quando ho vinto il mio primo titolo nazionale mi sono reso conto che valeva la pena spendersi
totalmente per una cosa così. E'
stato talmente bello vivere un
momento dal genere, da sperare
di viverne altri mille. Non vedo
l'ora di cominciare a frequentare
le gare senior: da qualche parte
c'è un’Olimpiade che mi aspetta
e non voglio farmi trovare impreparato all'appuntamento.”
24
tennis
tennis
Buon compleanno,
presidente Barbareschi
Il numero 1 del tennis piemontese
traccia un bilancio dopo la sua prima
stagione al vertice
di Roberto Bertellino
Aldo Barbareschi premia il giovane Matteo
Marangoni, vincitore della tappa del Nike Junior Tour di Mondovì
Aldo Barbareschi parla con toni
pacati ma sa analizzare lucidamente il felice momento del tennis regionale. Da misurato uomo
di sport e d’impresa (opera nel
settore meccanico) sa bene che è
dalla base che arrivano i frutti e
conosce altrettanto bene i segreti
per costruire: “Lavorare in team
con la giusta armonia. Mi sembra
– afferma con soddisfazione – che
il nostro Comitato sia sulla strada giusta”. Barbareschi sta per
spegnere la sua prima candelina
nella veste di attuale presidente
della regione. Prima di tracciare
un bilancio di questa parte iniziale del percorso andiamo indietro
nel tempo scoprendolo quando
appena quindicenne iniziava a
cimentarsi con la racchetta: “I
miei esordi con il tennis avvennero all’oratorio, attorno ai 15 – 16
anni e da assoluto autodidatta.
Poi conobbi Luciano Carignano,
il cui padre gestiva l’allora Centro Sportivo Fiat. Intensificai le
ore di gioco e feci progressi. Arrivò quindi il periodo del servizio
militare, terminato il quale mi
cimentai nei primi tornei. Intanto mi stavo sempre più inserendo nel mondo del lavoro, prima
come dipendente, poi come rappresentante, infine con la discesa
in campo da piccolo imprenditore. Dividevo il mio tennis di allora con gli altri impegni – ricorda
Barbareschi – ma i tornei si erano
infittiti e così le mie presenze.
Raggiunsi la massima graduatoria di primo gruppo in 3^ categoria, il C1 delle classifiche che
hanno preceduto le attuali”. Nel
passato del presidente c’è anche
un altro sport praticato a ottimi
livelli, l’atletica leggera: “E’ stato
il mio primo sport – conferma –
che mi ha visto protagonista nel
mezzofondo, 5000 e 10.000 metri
a livello nazionale”.
- Similitudini tra le due discipline?
“Non molte. Nel tennis, a qualsiasi livello, la componente ludica
è sempre presente, anche quando ti alleni o decidi di sfidare un
amico. Nell’atletica spesso dovevi
e devi sottoporti a dure sedute
di preparazione nell’ottica del
raggiungimento dell’obiettivo,
il risultato. Con la racchetta in
mano anche i primi giocatori del
mondo hanno la possibilità di divertirsi”.
La passione per il tennis è sempre
più cresciuta in Aldo Barbareschi:
“E’ una sorta di alimento – sorride – di cui hai quasi un bisogno
fisico. L’ho provata in tutte le sue
sfaccettature e nei vari stadi di
crescita. Da ragazzo, da giovane
agonista, da veterano. Ancora
oggi, risolti in parte i problemi al
ginocchio, gioco con sufficiente
regolarità e conto nell’inverno
di riprovare le sensazioni dei tornei”.
- Com’è il “suo” tennis?
“E’ uno sport eminentemente individuale con molte variabili forti.
Il campo, l’avversario, la pallina, il
rimbalzo ecc… Ogni persona che
si avvicina al nostro sport esterna sul terreno di gioco la propria
personalità e il proprio carattere.
Quando regna l’equilibrio e l’esito del match è appeso a un filo,
ogni giocatore manifesta in toto
se stesso. E’ in questo senso uno
sport di vita per eccellenza. Se
sei un “nervoso” aumenti in quei
momenti le tue ansie, se sei tranquillo ottimizzi l’attimo. E’ affascinante anche per questo”.
- Lei ha avuto anche una breve
parentesi come insegnante…
“Un vero e proprio flash – prosegue – agli albori del Tennis Club
Monviso, per supportare l’allora
maestro. Correva l’anno 1968”.
- Torniamo a oggi. Un primo anno
di massima dirigenza del tennis
piemontese che Barbareschi considera come?
“Positivo. Lo testimonia l’incremento ulteriore dei tesserati
malgrado in tutti i settori si risenta della tanto chiacchierata
crisi. Anche le organizzazioni sul
nostro territorio e nei nostri circoli hanno mantenuto un livello
di assoluta eccellenza. Per questo ringrazio pubblicamente la
Regione Piemonte per l’apporto
senza il quale non sarebbe possibile assistere a eventi tennistici
come quelli presentati nel 2009
e permettere la crescita costante
dei giovani talenti. Tutto il movimento risente in modo positivo
di tali realtà e se ne foraggia. In
primis, dunque, un grazie all’assessore Giuliana Manica e al dirigente della sezione sport Franco
Ferraresi. Anche la presenza della
presidente Mercedes Bresso alla
premiazione del 100.000 femminile del CT Biella, lo scorso settembre, ha ribadito quanto la Regione sia vicina al tennis e quanto
lo consideri importante per il trasferimento d’immagine del territorio che da esso ne deriva. Ho
visto molto pubblico assistere ai
grandi eventi dell’anno, facenti
parte del Tennis Series ‘09, tribune gremite al Circolo della Stampa – Sporting a Torino, al Country Cuneo, al CT Biella, la stampa
e gli addetti ai lavori seguire gli
appuntamenti con grande attenzione. La sensibilità attorno
al nostro sport sta aumentando
e tornando pian piano a buoni
livelli. Bisogna lavorare ancora
in questo senso per ottenere ulteriori spazi e sempre maggiore
visibilità”. Sono recenti le ultime
imprese dei giovani piemontesi
che nei campionati italiani individuali hanno centrato titoli
e piazzamenti di prestigio, così
nelle rassegne di doppio. Si chiamano Rosatello, Eremin, Donati,
Napolitano, Marangoni, Pairone,
Avalis, Ceccarello, Bagarello, i più
giovani Moja, Petrocelli, Fonio,
Castelli, Turco, Reitano, Ocleppo,
Gardella, Procacci, Di Chio, Tallarico, Gariglio, ed ancora i piccoli,
vedi Micca e Masoero. E la lista
potrebbe ancora proseguire a oltranza riportandoci alle performance dei piemontesi nelle varie
tappe nazionali dei circuiti “Topolino” e “Nike Junior Tour”.
- Cosa vuol dire?
“Che il grande impegno nei con-
EREMIN E ROSATELLO, TRICOLORI UNDER 16 e UNDER 14
Edoardo Eremin è nato a Cassine
(Al) nel 1993, e frequenta il terzo
anno all’Istituto Superiore.
Cresciuto sotto le cure del padre
Igor, maestro di tennis allo Sporting Fossano ed ex campione russo
nella categoria maggiore (1984), è
tesserato da questa stagione per il
TC Genova, dove gioca l’under 16 a
squadre e la serie B.
Per molti anni ha difeso i colori del
TC Mombarone di Acqui Terme
dove era allenato dal maestro Perrone. Fisico possente (1,86 mt x 82
Kg) ha nel servizio e nel rovescio bimane i suoi colpi migliori.
In stagione ha svolto attività internazionale ITF centrando la finale
under 18 in Tunisia e una semifinale in Estonia. Si esprime meglio sul veloce. La sua prima palla di servizio supera la velocità di 200 km/h. Si è laureato
al CT Albinea campione italiano under 16 perdendo un solo set (in finale)
in tutto il torneo.
Da metà ottobre si allena al Centro Tecnico di Tirrenia con Renzo Furlan.
Il suo giocatore preferito è Roger Federer.
Camilla Rosatello
è
nata
il
28/05/1995.
Destrorsa, rovescio
bimane, coltiva un
“piccolo”
sogno
nel cassetto: vincere Wimbledon.
Pressa da fondo
campo e ha nel
diritto il colpo
migliore. Ama la
superficie veloce
(green set). E’ alta
175 cm x 53 kg.
Vive a Lagnasco
con papà Claudio e mamma Gabriella e
si allena presso la Manta Tennis School
con il maestro Denis Fino e il suo team.
Veste i colori del TC Caraglio.
Si è laureata campionessa italiana under
14 a livello individuale al CT Averno superando in finale la lombarda Brescia (6-4
6-1). E’ stata finalista anche in doppio.
E’ stata convocata in nazionale under 14 per la Winter Cup e
la Summer Cup ed ha preso parte ai Campionati Europei under 14.
In passato ha raggiunto la semifinale nella Coppa Lambertenghi (tricolori
under 12). Attualmente 3.5 ha già i punti per salire tra le 2.8.
La sua giocatrice preferita è Serena Williams.
26
tennis
tennis
staff del Comitato, con- “Si tratta della perfetta conclusiglieri, delegati e colla- sione di una stagione di altissimo
boratori. Non nascondo livello. A dimostrazione delle otl’orgoglio per i risultati time sinergie tra tennis di base,
della base e quelli del di gran livello, e di vertice, avrevertice. Merito dei ma- mo alcuni dei migliori giovani
estri, dei circoli, di chi d’Italia intenti a misurarsi per la
gestisce le scuole SAT e conquista del tricolore a squadell’adesione al proget- dre, simbolo di compattezza e
to PIA a dimostrazione d’unione, e le migliori squadre
della giusta
interpretazione
del
messaggio
che
arriva
dalla
FIT
centrale, di
collaborazione tra i
Le torinesi
Federica Joe Gardella e Annamaria Procacci
vari centri
(insieme all’allenatore Fabio Pulega, Circolo della
e perseguiStampa – Sporting) si sono qualificate fra le prime
mento
di
otto giocatrici italiane Under 12 a livello individuaobiettivi
cole e a squadre, oltre ad avere conquistato il titolo
regionale
muni”.
- Lei è dirigente
nel
fronti della base sta continuando tennis da circa diea dare i risultati sperati. E’ ormai ci anni, prima come
da diversi anni che il nostro movi- consigliere,
quindi
mento esprime queste punte, in- quale vicepresidente
dividuali e a squadre, ed il merito e ora nella veste di
deve essere dato a tutti i tecnici presidente. Esiste un
che stanno crescendo questi ra- sogno nel cassetto
gazzi. La dislocazione nei circoli proiettato nel domaè capillare, per dimensione delle ni?: “Non è pura baLa Gardella
realtà interessate e copertura ge- nalità. Da appassiosi è aggiudicata anche i Master Nazionali del Trofeo
ografica. Significa che l’imposta- nato e parte in causa
Topolino e del circuito TTK
zione globale è comune e vincen- del sistema tennis
te. Un grazie pertanto ai tecnici sarebbe veramente
regionali e di circolo di tutti que- la concretizzazione di un sogno della massima serie a caccia degli
sti promettenti allievi”.
vedere un giocatore cresciuto in scudetti, pronte a garantire come
- L’obiettivo?
Piemonte, al maschile o al fem- già successo nelle ultime due sta“Continuare a seguire in questo minile, affermarsi in campo in- gioni grosso spettacolo nei nomodo il settore giovanile cer- ternazionale. Tradotto, avere un stri palcoscenici. Ideale quello di
cando le risorse per poterlo ul- campione nostrano in grado di Bra, che nel 2008 ha dimostrato
teriormente potenziare. Inoltre trainare l’intero movimento na- all’Italia intera di possedere una
migliorare ancora il rapporto tra zionale”.
struttura atta ad ospitare questo
il centro e la periferia, ovvero i - Intanto, all’orizzonte, si profila- genere di competizioni. Non ne
circoli dell’intera regione”.
no altri due grandi appuntamen- esistono molte nella nostra pe- Quale la più grande soddisfa- ti agonistici in regione. I campio- nisola di altrettanto valore per
zione in questo primo anno di nati italiani a squadre under 14, quanto concerne il tennis indoor.
impegno alla presidenza del Co- con la final four ospitata alla Ca- Merito anche all’organizzazione
mitato?
nottieri Tanaro Alessandria, e le perfetta del 2008 aver riottenuto
“Come già sottolineato essere riu- finali di A1 al Match Ball Bra, per l’assegnazione dell’evento per la
scito a lavorare in armonia con lo il secondo anno consecutivo.
corrente stagione”.
il ricordo
il ricordo 27
L'addio a un uomo
di giustizia e di sport
Ricordo di Maurizio Laudi:
magistrato, giudice del calcio,
coordinatore del comitato
etico-scientifico dell'assessorato
allo sport della Regione
di Angelo Caroli
Maurizio Laudi, a sinistra, insieme Marello, Boniperti e Caselli
Maurizio Laudi era un uomo intelligente, arguto, colto, disponibile, ironico, leale e profondamente legato al dovere, alla famiglia
e alla città. Maurizio riassumeva
questi aggettivi e le persone che
lo hanno conosciuto e frequentato ora lo piangono con muta
disperazione. Un uomo impegnato come magistrato a tutto
campo nel suo ruolo di difensore
del giusto, ma impegnato anche
nella cultura e nello sport. Perciò
una rivista come questa ha il dovere di ricordarlo e offrire il suo
esempio ai giovani.
Muore improvvisamente a Torino nella notte di giovedì 24 settembre. Alle ore 10 del sabato la
chiesa di San Filippo Neri si trasforma in un oceano di affetto e
di dolore trasmessi in un tam tam
silenzioso e dolente. La partecipazione della città alla sua scomparsa è profonda e autentica.
Amici, colleghi e uomini politici
avvertono una sensazione di collettivo smarrimento. La moglie
Donatella, i figli Chiara e Davide
sono sgomenti e hanno la conferma dei sentimenti che Maurizio
sapeva ricavare dalle persone.
In chiesa, sintomatiche sono le
parole pronunciate dalla figlia
Chiara, da don Aldo Rabino, dal
sindaco Sergio Chiamparino e dal
Procuratore Marcello Maddalena.
Ecco la sua vita professionale.
Maurizio Laudi è un magistrato
che piace a tutti tranne ai nemici
che combatte con coraggio, imparzialità e senso civile. E' amato
per la cordialità e lo stile sabaudo con cui si apre a tutti e per il
sorriso appena accennato, segnali di grande umanità.
Maurizio ha un padre e un fratello medici ma preferisce la facoltà
di Giurisprudenza. Si affaccia alla
Magistratura nel 1974 e fa pratica con Gian Carlo Caselli. E' benvoluto per la vivace intelligenza
e per le capacità psicologiche di
studiare e analizzare gli imputati. Fino al 1990 lavora nell'ufficio
istruzione, quando lascia Magistratura Democratica ed è eletto nel Consiglio Superiore della
Magistratura. Quattro anni dopo
torna a Torino, in Procura, come
"aggiunto" e responsabile della
Direzione Distrettuale Antimafia.
Infine è Procuratore Generale
nella città di Asti.
Il prestigio ottenuto negli anni gli
viene riconosciuto con molti incarichi che svolge con la passione
scrupolosa di sempre. E sempre si
impegna affinché il nostro Paese
diventi migliore, missione che lo
porta ad opporsi, fra l'altro, a Pl
e alle Br.
In gioventù è calciatore nel Bacigalupo, mezzala a tutto campo, e
tifoso juventino. La passione per
lo sport più popolare d'Italia e
la competenza gli consentono di
essere eletto, a metà degli Anni
'90, Giudice Sportivo della serie
A e della serie B, un lavoro che
svolge dietro le quinte senza mai
volersi proporre come protagonista. Successivamente diventa
funzionario dell'Uefa, sempre nel
campo della giustizia. Anche tali
incarichi Maurizio li svolge con lo
scrupolo di sempre.
Da un anno era il coordinatore,
insieme con Pierpaolo Maza, del
Comitato Etico-Scientifico insediato dall'Assessorato allo sport
della Regione Piemonte per rilanciare i valori più profondi dello sport, combattere la violenza
negli stadi, il doping, il razzismo,
insomma tutta l'anticultura sportiva dei nostri tempi. Un modo
per andare alla radice dei problemi e recuperare i giovani a un
approccio corretto con un mondo che li affascina come pochi
altri, ma se mal interpretato può
anche fuorviarli. E' un'iniziativa,
quella del Comitato, cui aderiscono personaggi sportivi, uomini di
cultura, giornalisti, professionisti di varia estrazione. Maurizio
Laudi era un uomo di pace e di
giustizia, un uomo a tutto tondo,
leale e aperto che ti scrutava con
occhio docile e intanto ironico e
rilassante. Un amico che mancherà a noi e alla città.
28
lo sportello
dello sport
MEDICINA
Acido alfa – lipoico, quando e perché
Pratico corse di fondo sino alla maratona e poiché ultimamente ho qualche difficoltà a recuperare mi è stato consigliato l'uso come integratore di acido alfa-lipoico. E' una pratica utile?
Marina F. - Biella
Dott. Gian P. Ganzit
Prendere in considerazione l'acido lipoico significa
entrare nel campo dell'utilizzazione dell'ossigeno
e della conseguente produzione di energia ma anche di radicali liberi, che è un argomento a cui la
ricerca si è interessata negli anni recenti, con risultati non ancora definitivi per cui alcune delle
conoscenze attuali potrebbero essere riviste e confutate in futuro. Un eccesso di radicali liberi determina il così detto stress ossidativo con conseguenti
danni a livello di vari tessuti corporei, che deve
essere preso in considerazione in varie situazioni
dall'invecchiamento all'attività sportiva. Infatti alcune osservazioni scientifiche hanno rilevato
che l'attività fisica intensa aumenta la formazione nei tessuti di radicali
liberi e reattivi dell'ossigeno. L'organismo ha
naturalmente sviluppato
delle difese da questo
insulto ma l'allenamento
molto intenso può però
esaurire tutte le difese
antiossidanti dei tessuti
ed è quindi logico pensare ad integrare le difese naturali con sostanze
antiossidanti. Non è tanto il metabolismo ossidativo in se stesso a creare
problemi ma l'inadeguatezza dell'apporto di
ossigeno rispetto alle
esigenze
metaboliche.
E' stato rilevato che in
caso di esercizio di bassa
intensità e di durata moderata l'organismo compensa perfettamente la
produzione di radicali
liberi invece l'esercizio molto prolungato determina lesione cellulari epatiche e degradazione proteica a livello dei mitocondri. Una delle molecole
più importanti per le difese naturali antiossidati è
il glutatione. Il glutatione è presente in quasi tutte
le cellule perché oltre che azione antiossidante interviene come regolatore in numerose reazioni tra
le quali quelle della risposta immunitaria. Alcuni
hanno addirittura ipotizzato che la competizione
fra precursori del glutatione per i vari scopi possa
essere causa della fatica muscolare. Vi sono numerosi studi che hanno dimostrato come l'esercizio fisico induce l'ossidazione del glutatione contenuto
nei tessuti. Si possono mantenere livelli adeguati
di glutatione ridotto con l'integrazione di sostanze
che proteggono l'ossidazione del glutatione, come
l'acido lipoico. Nelle cellule umane l'acido lipoico
ossidato è ridotto enzimaticamente e quindi il suo
potere antiossidante è continuamente rigenerato, per cui ne necessitano quantità minime. Inoltre per le sue capacità simili a quelle dell'insulina,
l'acido lipoico stimola l'assunzione di glucosio da
parte delle cellule muscolari. Se un eccesso di ossidanti determina danni da stress ossidativo, modeste quantità sembrano avere un potere regolatore. Ad esempio gli ossidanti
stimolano l'espressione del
fattore di crescita endoteliale cioé la formazione dei
vasi della circolazione collaterale. Quindi le risposte
antiossidanti vanno controllate, non eliminate.
Non esiste un antiossidante migliore degli altri, ma
presumibilmente
poiché
gli antiossidanti agiscono
come sistema sarebbe bene
assumere una miscela delle
varie classi a dosi moderate.
Primo perché non si conosce
l'effetto a lungo termine di
dosi elevate e poi perché il
sistema antiossidante naturale come detto va protetto
e non eliminato. Dobbiamo
considerare che la protezione antiossidante è fornita
dalle sostanze endogene e
dall'apporto nutrizionale.
Le difese endogene sono
controllate dal sistema genetico che codifica le proteine specifiche. Tenuto
conto dell'ampia diversità di espressione genetica
nell'uomo è possibile dedurre che anche la difesa antiossidante endogena individuale varia da
atleta ad atleta. Le abitudini alimentari e lo stile
di vita (stress, alcool, esposizione a raggi ultravioletti) influiscono inoltre sulle difese antiossidanti
individuali. Pertanto è necessario individualizzare
l'integrazione antiossidante nell'atleta. In conclusione l'acido lipoico a dosi moderate (inferiori a
400 mg) può essere utile in taluni atleti, specie se
assunto insieme ad altri antiossidanti (vitamine C
ed E, coenzima Q…), anch'essi a dosi individualmente stabilite ma sempre moderate.
FISCO
La comunicazione dei dati rilevanti ai
fini fiscali ai sensi dell’art. 30 del
D.L. 29.11.2008 n. 185
Dott. E. M. Vidali
In luogo della consueta risposta ad
una specifica domanda dei lettori,
si ritiene utile, data
l’estrema
importanza dell’adempimento, analizzare il
nuovo obbligo di comunicazione dei dati
fiscalmente rilevanti
divenuto operativo
con la recente pubblicazione del Provvedimento del Direttore dell’Agenzia
delle Entrate, prot.
15896/2009, del 2
settembre scorso.
Come noto l’art. 30
del D.L. 29.11.2008 n.
185, convertito dalla
L. 28.01.2009 n. 2, ha
previsto l’obbligo di
trasmettere in via telematica all’Agenzia
delle Entrate i dati e
le notizie rilevanti ai
fini fiscali.
La circolare n. 12
del 09.04.2009 aveva precisato che
l’applicazione delle
agevolazioni previste dall’art. 148 del
D.P.R. 22.12.1986 n.
917 e dall’art. 4 del
D.P.R. 26.10.1972 n.
633 – de commercializzazione dei corrispettivi specifici per
le prestazioni rese
agli associati, con
conseguente non imponibilità ai fini delle imposte dirette e
dell’I.V.A. - è subordinata a due condizioni sostanziali:
a)Possesso dei requisiti previsti dalla
specifica normativa
tributaria;
b)Comunicazione
dei dati e delle notizie rilevanti ai fini
dell’accertamento.
Per quanto concerne il punto a), in
primo luogo, possono beneficiare delle
agevolazioni fiscali
solo gli enti che non
hanno per oggetto
esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali ai sensi dell’art. 73 del TUIR. Sussistono
poi specifici requisiti per le varie tipologie di associazioni elencate dal comma 3 dell’art. 148: per gli
enti sportivi dilettantistici si deve fare riferimento
all’art. 90 della legge 27 dicembre 2002, n. 289.
Va da sé che l’applicabilità dell’agevolazione di cui
al terzo comma dell’art. 148 è subordinata anche
alla sussistenza dei requisiti di cui al comma 8 del
medesimo articolo.
La seconda condizione consiste nell’effettuazione
della Comunicazione di cui al punto b); solo in tal
modo “i corrispettivi, le quote e i contributi di cui
all'articolo 148 del testo unico delle imposte sui
redditi” beneficerebbero della non imponibilità ai
fini fiscali.
Per quanto concerne i soggetti tenuti alla comunicazione, la circolare 12/2009 precisa che sono esonerati dall’onere della trasmissione dei dati e delle
notizie rilevanti sotto il profilo fiscale gli enti associativi dilettantistici in possesso del riconoscimento
ai fini sportivi rilasciato dal CONI che non svolgono attività commerciale. Tuttavia la stessa circolare
12/2009 precisa successivamente che “l’onere della
comunicazione grava anche sugli enti associativi che, in applicazione del comma 1 dell’art. 148
del TUIR, si limitano a riscuotere quote associative
oppure contributi versati dagli associati o partecipanti a fronte dell’attività istituzionale svolta dai
medesimi”.
Pertanto, l’obbligo della comunicazione sembrerebbe estendersi di fatto a tutti gli enti sportivi
dilettantistici.
La Comunicazione dei dati fiscalmente rilevanti deve essere trasmessa all’Agenzia delle Entrate esclusivamente in via telematica, avvalendosi
dell’apposito software gratuito messo a disposizione sul sito dell’Agenzia; per la trasmissione è
comunque possibile avvalersi anche degli intermediari abilitati.
La Comunicazione deve essere trasmessa nei seguenti termini:
a)Comunicazione iniziale:
1.Per gli enti sportivi costituiti entro il 29.11.2008
entro il 30 ottobre 2009.
2.Per gli enti costituiti successivamente, entro sessanta giorni dalla data di costituzione; tuttavia
se la scadenza è comunque antecedente il 30/10,
la comunicazione deve essere inviata entro tale
data.
b)In caso di variazione dei dati originariamente
comunicati – come ad esempio: nuovi amministratori, estremi delle variazioni statutarie, opzione
per il regime della L. 398/1991 - la variazione deve
essere effettuata entro il 31 marzo dell’anno successivo.
c)In caso di perdita dei requisiti di ente non commerciale la comunicazione deve essere effettuata
entro sessanta giorni dalla data in cui si verifica
tale circostanza.
L’Agenzia delle Entrate invierà successivamente,
in via telematica al soggetto che ha effettuato la
trasmissione del modello, la comunicazione della
completezza dei dati e delle notizie trasmessi.
30
lo sportello
dello sport
LEGGE
Quando la violenza sportiva
diventa illecito penale
A fronte delle condotte violente che spesso caratterizzano azioni di gioco di varie discipline sportive,
vorrei un chiarimento sulle conseguenze penali per gli atleti che cagionano lesioni agli avversari.
Enrico G. - Ovada
Avv. Stefano Comellini
Per rispondere al lettore è utile rifarsi ad una
recente decisione della Corte di Cassazione (n.
17923/2009) chiamata a decidere del caso di un
giocatore di basket che, nel corso di un'azione
di gioco in cui era in fase di recupero della palla,
pressato sulla tre quarti da giocatore avversario, si
girava verso di questi col gomito alto e lo colpiva
con violenza al volto, causandogli fratture multiple all'osso molare e mascellare superiore destro,
con postumi invalidanti di natura permanente.
Nell’occasione, la Suprema Corte ha fissato alcuni
principi di rilevante interesse.
Nel caso di specie, il fallo violento aveva, ovviamente, comportato illecito sportivo, sanzionato
dagli arbitri con l'espulsione. E', infatti, regola generale di gioco - anche negli sport che consentono, sia pure eventualmente, il contatto fisico tra
i giocatori – il divieto di condotte violente che,
pur finalizzate all'obiettivo della singola azione
di gioco (qui, conquista o mantenimento del possesso del pallone), si risolvano, gratuitamente, in
danno dell'avversario.
Tuttavia, pur a fronte di lesioni personali derivanti dalla pratica dello sport, vi sono condotte
che, pur costituendo infrazioni delle regole di una
determinata disciplina agonistica, non sono penalmente perseguibili, neppure quando risultano
pregiudizievoli per l'integrità fisica di un giocatore avversario, in quanto non superano la soglia del
cosiddetto rischio consentito.
Si fa riferimento, in tal modo, alla preventiva accettazione, da parte dell’atleta, dell'inevitabile
componente di rischio, connaturata ad ogni disciplina sportiva che consenta il contatto fisico tra
i partecipanti e la cui incidenza sia contenuta, in
limiti di fisiologica ragionevolezza, proprio dal rispetto delle regole tecniche che segnano la misura
del rischio ragionevolmente prevedibile.
La consacrazione formale di tale consenso si ha al
momento del tesseramento, quando l'atleta, iscrivendosi ad una determinata federazione sportiva,
cui, a sua volta, è affiliata la società nella quale
intende svolgere pratica agonistica, ne accetta
espressamente e consapevolmente tutte le regole
e, dunque, anche quelle che presidiano la componente di rischio insita nella disciplina prescelta.
Tuttavia, se il rispetto dei regolamenti segna la linea di confine del penalmente irrilevante (nel senso che tutto quanto si colloca al di qua della stessa è penalmente lecito), nondimeno la violazione
degli stessi non integra, di per sé, l’illiceità penale
che, appunto, richiede ulteriori requisiti.
In primo luogo, è necessario determinare se la
condotta si sia realizzata in fase di gioco od a gioco fermo, posto che l'operatività della causa di
giustificazione del “rischio consentito” si realizza
solo nella prima ipotesi, riferibile all’attività agonistica.
Inoltre, in ipotesi di azione di gioco, occorre verificare la volontarietà o meno dell'infrazione, anche
se l'elemento, in sé, non è decisivo.
Infatti, se la violazione involontaria delle regole
di gioco realizza sempre un illecito sportivo penalmente irrilevante, l’infrazione volontaria integra
illecito penale solo qualora la condotta dell'atleta
sia obiettivamente incompatibile con le caratteristiche e lo spirito di una determinata disciplina
sportiva.
Infatti, lo stesso gesto di violenza fisica (ad esempio, un pugno in pieno volto) se è consentito in una
disciplina sportiva (boxe) non può in altri (basket,
calcio o rugby) essere utilizzato per risolvere a proprio vantaggio determinati contrasti agonistici.
E ancora, si deve tenere, anche, conto della particolare situazione di gioco (ad esempio, nel basket,
l'uso dei gomiti, se è tollerato - almeno entro determinati limiti - nella lotta a rimbalzo, non lo è in
fase di palleggio o di recupero del pallone), con
l’avvertenza, nelle situazioni incerte, che la pietra
angolare di ogni ordinamento sportivo è il principio di lealtà e correttezza sportiva, espressamente
richiamato nei regolamenti federali.
Pertanto, ricorrendo i due
presupposti, volontarietà
dell'infrazione ed abnormità della condotta, il fatto è penalmente rilevante.
Concludendo, si può dire,
in sintesi, che:
la violazione involontaria
delle regole di gioco integra
illecito sportivo non penale;
la violazione volontaria che
si traduca in condotta violenta compatibile con il tipo
di disciplina
sportiva
ed
il
contesto
agonistico di
riferimento,
dà luogo ad
illecito penale
colposo;
la violazione volontaria con condotta violenta del
tutto avulsa dalla
dinamica agonistica
integra illecito penale
doloso.
PSICOLOGIA
I fattori di rischio in adolescenza
Oggi si parla molto di fattori di rischio in età adolescenziale. Vorrei sapere quale può essere
il ruolo dello sport nella prevenzione del rischio.
Enrico G. - Grugliasco
Dott.ssa Sabina Sereno
L'attuale interesse della famiglia e della società
per i comportamenti a rischio in età adolescenziale, sembra sollecitato dall’incremento di fenomeni
socialmente preoccupanti che coinvolgono spesso i
giovani. Infatti, entrambe le agenzie sono chiamate
in causa più o meno direttamente e spesso vengono
messe sotto accusa. Come è noto, gli anni dell’adolescenza sono caratterizzati da impulsività, imprudenza e comportano atteggiamenti potenzialmente pericolosi per i soggetti. L’adolescenza rappresenta un
periodo di transizione in cui il giovane da una parte
si lascia alle spalle l’età infantile e dall’altra si proietta nel mondo degli adulti: tale passaggio non è
quasi mai lineare ma, al contrario, risulta caratterizzato da un alto grado di conflittualità sia all’interno
della famiglia sia nei confronti della società. Questa
fase evolutiva è connotata dalla ricerca di una nuova
identità, spesso in alternativa a quella dei genitori
e dei loro sostituti, inoltre, i cambiamenti fisiologici
del corpo contribuiscono a rendere particolarmente complesso questo percorso. Nel contempo, agli
adolescenti viene richiesto di affrontare compiti di
sviluppo, che, se portati a termine in modo positivo
e costruttivo, attivano una condizione di benessere,
aumento dell’autostima, promuovendo, progressivamente, una maturazione armoniosa e sintonica. I
compiti di sviluppo, riferiti all’età adolescenziale, riguardano la sfera personale e quella socio - istituzionale, dove si richiede di effettuare scelte importanti
e impegnative finalizzate a conseguire una buona
accettazione del sé e un adeguato raggiungimento
dell’autonomia. A questo scopo, è fondamentale che
il soggetto sviluppi una buona percezione della propria autoefficacia. Numerosi studi dimostrano, infatti, che coloro i quali ottengono alti punteggi nelle
scale di autoefficacia percepita sono meno soggetti
alla depressione, si pongono obiettivi elevati e mettono in atto adeguate strategie di coping nell’affrontare situazioni frustranti o di stress. E’ stato
osservato che la consapevolezza della propria autoefficacia porta a saper gestire con maggior equilibrio
le proprie emozioni e quindi a resistere alle pressioni
dei pari che invitano a compiere atti di trasgressione
o di sfida. Infatti, dato che l’agire comportamenti a
rischio può essere considerato anche come un mezzo
per affermare la propria identità, si rende necessario
aiutare l’adolescente ad individuare una modalità socialmente accettabile al fine di affermare la propria
personalità. In quest’ottica, lo sport ricopre un ruolo
di primaria importanza nella formazione psico-fisica
del soggetto. Favorendo lo sviluppo di predisposizioni e capacità, l’attività sportiva offre esperienze
di crescita emotiva e relazionale, incentiva stili di
comportamenti salutistici e permette di evitare atteggiamenti che possono alimentare problematiche
future. Su queste basi, è necessario incentivare il gio-
vane ad affrontare il rischio in
modo consapevole e realistico, sulla base della conoscenza delle proprie competenze
e dei propri limiti, allo scopo
di soddisfare le esigenze dello
sviluppo legate all’autonomia
e alla necessità di padronan- Prof.ssa L.Bal Filoramo
za e di individuazione tipiche
dell’età. Nell’attività sportiva, infatti, l’assunzione di rischio comporta il misurarsi con il pericolo in una situazione protetta e socialmente
accettata, caratterizzata dal rispetto di regole
definite e condivise all’interno di una cornice di
riferimento individuale e di gruppo. Tutto questo discorso può essere riferito tanto alla pratica amatoriale, quanto a quella agonistica, comprendendo anche, per quanto possa sembrare
paradossale, i cosiddetti sport estremi. Questi
ultimi, infatti, richiedono all’atleta e all’allenatore una accurata conoscenza e valutazione
delle capacità e dei limiti. Si tratta di condizioni imprescindibili per affrontare le situazioni
di potenziale rischio e misurarsi con il pericolo
senza mettere a repentaglio la propria integrità psicofisica. Per concludere, lo sport nelle sue
diverse declinazioni, permette di trasformare la
propensione al rischio, propria dell’età adolescenziale, in esperienze di esplorazione, trasformazione, crescita e, in definitiva, maturazione,
grazie a comportamenti che aiutano l’individuo
ad affermarsi e a costruirsi un proprio spazio e
un proprio ruolo sociale.
La risposta
e’ on line
Hai delle domande da porre ai consulenti
dello SPORTELLO DELLO SPORT?
Scrivi a “SPORT in PIEMONTE”
C/o CONI C.R. PIEMONTE – Via G. Bruno 191,
10134 TORINO
oppure
vai sul sito www.sportinpiemonte.com
o www.conipiemonte.net nella sezione
Sportello dello Sport,
il servizio di consulenza dedicato a tutti gli
operatori del mondo sportivo:
La risposta è on line.
32
lo sportello
dello sport
IMPIANTI
Gare pubbliche e criteri di affidamento
Come avviene l’affidamento in gestione di impianti sportivi di proprietà degli enti pubblici
territoriali?
Gianfranco R. - Torino
Ing. Mario Picco
L’articolo 90, comma 25, della legge 27/12/2002
n. 289 (Legge Finanziaria 2003) prevede che “nei
casi in cui l’ente pubblico territoriale non intenda
gestire direttamente gli impianti sportivi, la gestione è affidata in via preferenziale a Società ed
Associazioni Sportive Dilettantistiche, Enti di Promozione Sportiva, Discipline Sportive Associate e
Federazioni Sportive Nazionali, sulle basi di convenzioni che ne stabiliscono i criteri d’uso e previa
determinazione di criteri generali e obiettivi per
l’individuazione dei soggetti affidatari. Le Regioni disciplinano, con propria legge, la modalità di
affidamento”.
La succitata disposizione di legge che prevede l’obbligo di affidamento degli impianti sportivi “in via
preferenziale”, previa procedura di gara “ristretta”,
ai soli soggetti del mondo sportivo contemplati dalla
medesima norma è, all’evidenza, derogatoria rispetto
alla disciplina di derivazione comunitaria in materia
di appalti, che, di converso, si fonda sul principio di
procedura di gara “aperta”, a tutti gli operatori economici aventi i previsti requisiti di partecipazione.
Si fa presente, comunque, che qualora la speciale
procedura di selezione prevista dalla Legge statale per la concessione degli impianti sportivi a uno
dei soggetti previsti si esaurisse senza l’affidamento, troverebbe applicazione la vigente normativa
di derivazione comunitaria riguardante i contratti
“a formazione procedimentalizzata”, in materia
di “servizi pubblici locali”, che consente a tutti gli
operatori economici interessati e aventi requisiti
previsti dal bando di partecipare alla gara pubblica.
Corre l’obbligo altresì di far presente che, anche
nelle more della emanazione dei “criteri generali
e obiettivi” da parte della Regione Piemonte che
ancora non ha legiferato in materia, gli enti pubblici territoriali sono comunque tenuti a selezionare i concessionari della gestione degli impianti “de
Redazione, Editore e Amministrazione:
NOVALIS srl
Corso Svizzera 185/bis, 10149 Torino
Direttore Responsabile:
Barbara Masi
Coordinatore Editoriale:
Gianni Romeo
quo” fra i soggetti “preferenziali”, approvando
bandi di gara, in armonia con i principi contenuti
nel più volte citato art. 90 della legge 27/12/02 n.
289 e, in quanto applicabile, con i principi contenuti nel D. Lgs. 14 Aprile 2006, n. 163 (Codice dei
contratti pubblici per la parte che disciplina gli appalti di servizi). In pratica, la mancanza di norme
regionali attuative non autorizza la deroga alla
suddetta disciplina statuale speciale.
La Legge Finanziaria per il 2003, sopra richiamata,
al comma 26 dell’art. 90 sancisce che “le palestre,
le aree di gioco e gli impianti sportivi scolastici, compatibilmente con le esigenze dell’attività
didattica e delle attività sportive della Scuola,
comprese quelle extracurriculari, ai sensi del Regolamento di cui al DPR 10/10/’96 n. 567, devono
essere posti a disposizione di Società e Associazioni Sportive Dilettantistiche aventi sede nel medesimo Comune in cui ha sede l’Istituto Scolastico o
in Comuni confinanti”.
La disposizione riguarda gli impianti di proprietà
degli enti territoriali (Comuni e Province) che sono
diversi – per struttura e destinazione d’uso - da
quelli contemplati dal precedente comma 25. Detti impianti devono essere messi prioritariamente a
disposizione dell’Autorità Scolastica competente
che ne regola l’utilizzo ai fini didattici e sportivi
della Scuola. La previsione (di cui al comma 26 sopra integralmente riportato) trova applicazione,
pertanto, solo nelle fasce orarie in cui le suddette palestre scolastiche non sono utilizzate dalla
Scuola sulla base della propria programmazione
didattica e sportiva.
Con riferimento invece alla gestione degli impianti sportivi e strutture assimilabili di proprietà o in
disponibilità di enti pubblici diversi dagli enti locali e territoriali, non trovano applicazione le sopra citate disposizioni di legge.
Collaboratori:
Marco Ansaldo
Marco Avena
Livio Berruti
Roberto Bertellino
Patrizia Bertolo
Franco Bocca
Elis Calegari
Roberto Condio
Monica Ghio
Massimo Gramellini
Pier Luigi Griffa
Domenico Latagliata
Roberto Levi
Domenico Marchese
Fabio Marzaglia
Matteo Musso
Gian Paolo Ormezzano
Luca Rolandi
Carlo Romeo
Myriam Scamangas
Giancarlo Spadoni
Lorenzo Tanaceto
Stefano Tarolli
Alfredo Trentalange
Stefano Tubia
Giorgio Viberti
Enrico Zambruno
Progetto Grafico:
NOVALIS srl
Corso Svizzera 185/bis, 10149 Torino
Stampa:
Alma Tipografica
Via Frabosa 29/B, 12089 Villanova Mondovì (CN)
Registrazione della testata presso
il Tribunale di Torino N. 27 del 05.05.2009
Scarica

Sport in Piemonte - Bimestrale di Sport ed Eventi