Nuova Serie - Autorizzazione del Tribunale di Melfi n. 1/89 del 97171989 anno XVII n° 4 Novembre 2006 Mensile socio religioso della Diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa Il Papa a Verona illustra le nuove linee della Chiesa Cattolica A l IV Convegno Ecclesiale Nazionale a Verona il Papa disegna una Italia che ha “profondamente bisogno” della testimonianza cristiana, apre al dialogo con i non credenti, conferma il “no” alle convivenze. Benedetto XVI disegna una Italia che ha “profondamente bisogno” della testimonianza cristiana, perchè colpita “da una nuova ondata di illuminismo e laicismo”, con “Dio che rimane escluso dalla vita pubblica” e sembra “divenuto superfluo ed estraneo”. I cattolici italiani, come ha riferito lo stesso Papa, devono, con determinazione e chiarezza di intenti, fronteggiare il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicano fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano. In particolare Papa Ratzinger ha evidenziato l’importanza della tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale; la promozione della famiglia fondata sul matrimonio, evitando di introdurre nell’ordinamento pubblico altre forme di unione che contribuirebbero a destabilizzarla. Nel suo intervento, inoltre, Benedetto XVI ha sottolineato che “La Chiesa non è e non intende essere un agente politico. Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la cui anima è la giustizia, e le offre a un duplice livello il suo contributo specifico”. “La Chiesa - ha spiegato - contribuisce a far sì che ciò che è giusto possa essere efficacemente riconosciuto e poi anche realizzato. A tal fine sono chiaramente indispensabili le energie morali e spirituali che consentano di anteporre le esigenze della giustizia agli interessi personali, o di una categoria sociale, o anche di uno Stato: qui di nuovo c’è per la Chiesa uno spazio assai ampio, per radicare queste energie nelle coscienze, alimentarle e irrobustirle”. Secondo Papa 2 Ratzinger, il compito immediato di agire in ambito politico per costruire un giusto ordine nella società non è dunque della Chiesa come tale, ma dei fedeli laici, che operano come cittadini sotto propria responsabilità: si tratta di un compito della più grande importanza, al quale i cristiani laici italiani sono chiamati a dedicarsi con generosità e con coraggio, illuminati dalla fede e dal magistero della Chiesa e animati dalla carità di Cristo. “La testimonianza aperta e coraggiosa che la Chiesa e i cattolici italiani hanno dato e stanno dando a questo riguardo - ha detto - sono un servizio prezioso all’Italia, utile e stimolante anche per molte altre Nazioni. Questo impegno e questa testimonianza fanno certamente parte di quel grande sì che come credenti in Cristo diciamo all’uomo amato da Dio”. Dalla sollecitudine della Chiesa “per la persona umana e la sua formazione - ha spiegato Benedetto XVI - vengono i nostri no a forme deboli e deviate di amore e alle contraffazioni della libertà, come anche alla riduzione della ragione soltanto a ciò che è calcolabile e manipolabile. In verità - ha aggiunto - questi no sono piuttosto dei sì all’amore autentico, alla realtà dell’uomo come è stato creato da Dio. Voglio esprimere qui tutto il mio apprezzamento per il grande lavoro formativo ed educativo che le singole Chiese non si stancano di svolgere in Italia, per la loro attenzione pastorale alle nuove generazioni e alle famiglie”. Il Papa ha invitato i cattolici a cogliere l’opportunità di questa sfida culturale, Benedetto XVI ha esortato al “dinamismo” e ad “aprirsi con fiducia a nuovi rapporti, a non trascurare alcuna delle energie che possono contribuire alla crescita culturale e morale dell’Italia”. Per Papa Ratzinger è centrale l’impegno per le nuove generazioni: “una questione fondamentale e decisiva ha affermato al Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona - è quella dell’educazione della persona”. “Tra le molteplici forme di questo impegno - ha aggiunto - non posso non ricordare, in particolare, la scuola cattolica, perchè nei suoi confronti sussistono ancora, in qualche misura, antichi pregiudizi, che generano ritardi dannosi, e ormai non più giustificabili, nel riconoscerne la funzione e nel permetterne in concreto l’attività”. S OMMARIO 2 Il Papa illustra le nuove linee della Chiesa 3 Editoriale del Vescovo 4/5 Rapporto diocesano Caritas sulle povertà 6 Serva di Dio Maria Marchetta 7 L’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi 8/9 Il messaggio di Verona 10 Cronache 11 Testimoni 12 Lettera a un don... 13 Lo scaffale 14 La pagina dei ragazzi 15 Ricordando don Michele Di Maggio e don Giuseppe Fensore 16 La pagina della poesia DIREZIONE: Largo Duomo, 13 - 85025 MELFI (Pz) REDAZIONE: P.zza IV Novembre - 85025 MELFI (Pz) Tel. e Fax 0972 238604 Sito web: www.diocesimelfi.it Indirizzo di posta elettronica: [email protected] Ccp n. 10351856 intestato a Curia Vescovile dei Melfi Rapolla Venosa STAMPA: Finiguerra Arti Grafiche - Lavello Registrazione Tribunale di Melfi n. 1/89 del 9.1.1989 DIRETTORE RESPONSABILE: Angela DE SARIO REDAZIONE: Donatina ALLAMPRESE Alessandra CALABRESE Benedetto CARLUCCI Angela DE SARIO Domenico MARCHITIELLO Martino SANTOLIQUIDO Vincenzo VIGILANTE LA GRANDE SFIDA I l Convegno Ecclesiale di Verona, conclusosi il 20 ottobre scorso, è già passato alla storia. Per circa un anno ha impegnato le comunità ecclesiali in una corale riflessione su come affrontare le sfide del nuovo millennio appena iniziato, “per mantenere viva e salda la fede nel popolo italiano, e dare una tenace testimonianza di amore per l’Italia e di operosa sollecitudine per i suoi figli” (Discorso di Benedetto XVI al Convegno, 19 ottobre 2006). Anche chi non è andato a Verona, attraverso i mezzi di comunicazione, ha avuto modo di percepire la grande vitalità della Chiesa Italiana che, cosciente dei suoi limiti ma anche delle sue grandi potenzialità, guarda al futuro con speranza. Come più volte è stato ribadito, la finalità del Convegno non è stata quella di scrivere un trattato sulla speranza, quanto di parlare con speranza, sia ai numerosi cristiani che, allontanandosi dalla pratica della fede, sperimentano la difficoltà di una vita coerente al vangelo, sia a coloro che vivono come se Dio non esistesse, riponendo ogni speranza nelle realtà temporali che, ben presto, si rivelano però inadeguate per la realizzazione di un mondo più giusto e solidale. I 2700 delegati presenti a Verona, in rappresentanza delle 226 Chiese particolari presenti in Italia, hanno innanzitutto preso coscienza che i semi di speranza si sviluppano nel terreno fertile della testimonianza cristiana, come hanno dimostrato i santi di tutti i tempi, anche quelli del ‘900 a noi vicini - Maria Marchetta, Enrico Medi, Giorgio La Pira, Enrico Bachelet, tanto per citarne alcuni -, le cui gigantografie, poste all’ingresso del grande salone del Convegno, ricordavano ai convegnisti che è possibile, anche in un mondo che sembra voler fare a meno di Dio, andare contro-corrente, e testimoniare la bellezza della fede, ovunque il Signore ci chiami a viverla. Ognuno dei partecipanti sapeva di aver portato a Verona una porzione del popolo di Dio, che ogni giorno vive “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi” (Gaudium et Spes n°1). Senza “piangersi addosso”, elencando le difficili e drammatiche situazioni di vita emerse da un’attenta lettura antropologica della realtà, i delegati hanno passato in rassegna i diversi ambiti della vita umana che richiedono oggi dai cristiani una coraggiosa testimonianza di fede e di speranza: la vita affettiva e la famiglia, il lavoro e la festa, l’educazione e la cultura, le condizioni di povertà e di malattia, i doveri e le responsabilità della vita sociale e politica, sono il terreno fertile dove tutti siamo chiamati a spargere abbondantemente e generosamente il seme della presenza del Regno di Dio e fecondarlo con la nostra gioiosa testimonianza. Sono venuti fuori bellissimi ed originali spunti di riflessioni e di proposte pastorali che testimoniano la vitalità di una Chiesa che non deve aver paura di prendere il largo ed innervare il mondo della presenza vivificante di Cristo e del Suo vangelo E’ questa la grande sfida che attende adesso i cattolici d’Italia nel prossimo decennio: tradurre in termini operativi le conclusioni emerse dal Convegno. Al nostro progetto o programma di vita, sia personale che ecclesiale, dovremmo aggiungere semplicemente “i germi di speranza” che il Convegno ci ha regalato, verificandone periodicamente la freschezza. La speranza è infatti un bene molto fragile, che va continuamente ravvivata, collegandola alla fonte che è il Cristo risorto. E’ partendo da Lui, dal Suo annuncio di salvezza, che si accende nei discepoli il desiderio di andare verso gli altri, specialmente i più poveri e bisognosi, seguendo l’esempio dei santi che, con dolcezza e rispetto, hanno saputo annunciare le opere meravigliose che Dio compie nella nostra vita. + Padre Gianfranco Todisco 3 La Caritas redige il primo rapporto diocesano sulla povertà di Alessandra Calabrese L o scorso 8 Ottobre è stato presentato, a Melfi, nel salone degli stemmi del palazzo vescovile, il primo rapporto diocesano sulla povertà, redatto da Angela De Sario, Rosetta Asquino, P. Giuseppe Carulli. La sua pubblicazione è il risultato della straordinaria esperienza della Caritas diocesana e mette in evidenza le cosiddette “nuove povertà”, quelle, cioè, che sfuggono al nostro occhio, a volte, distratto ed egoista. Forse, a nessuno di noi viene in mente che situazioni di disagio e stenti possano convivere col vicino della porta accanto o con chi ogni giorno incrocia il nostro cammino. La povertà è sempre vissuta come un concetto astratto, che non ci appartiene, lontano anni luce dal nostro territorio. Il rapporto, invece, descrive bene l’andamento preoccupante che sta caratterizzando il fenomeno nella nostra provincia in particolare nelle zone di Melfi, Atella, Venosa, Rionero, Lavello. La Caritas diocesana si sta battendo da molti anni contro l’espandersi di tali situazioni, non solo rispondendo alle sempre più numerose richieste di aiuto materiale, ma svolgendo ciò che deve caratterizzare l’azione caritativa della chiesa: la promozione umana e sociale dei poveri. “La chiesa non può mai essere dispensata dall’esercizio della carità come attività organizzata dai credenti e, d’altra parte, non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di ciascun cristiano” (enciclica Deus est Caritas, n. 29). Il dossier è il frutto dell’esperienza dei servizi caritas nella nostra diocesi: i centri d’ascolto, il progetto rete, l’osservatorio perma4 nente delle povertà sono validi strumenti operativi di supporto per i “poveri”. I dati del rapporto rappresentano, quindi, lo specchio di alcuni tra i più rilevanti temi sociologici: l’invecchiamento della popolazione, l’immigrazione, la disoccupazione giovanile, l’usura, la tossicodipendenza e l’alcolismo, la questione carceraria, la devianza giovanile. La Basilicata è sempre più vecchia: assistiamo, purtroppo ad uno spopolamento costante e continuo soprattutto dei piccoli centri; in controtendenza si colloca la zona della nostra diocesi grazie, però, ai giovani lavoratori della zona industriale di San Nicola di Melfi. La popolazione attiva equivale al 63,82% del totale, di cui ben il 32,22% è disoccupato o inoccupato. Un dato allarmante è sicuramente quello relativo alla povertà: in Basilicata, infatti oltre una famiglia su quattro è in situazione di povertà relativa, cioè, vive con meno di 919 euro. Il tenore di vita degli abitanti della provincia di potenza è decisamente inferiore al livello medio italiano e peggiore di molte altre realtà del sud. La disoccupazione tra i diplomati è al 53,36% del totale mentre quella dei laureati scende al 14%; è sicuramente la popolazione femminile attiva ad incontrare maggiori difficoltà nell’inserimento lavorativo: rappresenta il 57% del totale senza lavoro, si nota, inoltre come il rischio di povertà aumenta in modo inversamente proporzionale al livello d’istruzione. Il fenomeno migratorio lucano sta assumendo sempre più le caratteristiche di una vera e propria fuga di cervelli: il giovane con elevato livello di istruzione è costretto ad abbandonare la sua terra per ricercare realizzazione altrove. La Basilicata detiene, inoltre, il triste primato di regione con il maggior numero di famiglie povere con disagio abitativo (scarsa luminosità, infiltrazione di acqua, infissi o pavimenti fatiscenti). Il costo delle abitazioni e degli affitti continua, peraltro, a crescere. Per quanto riguarda il tema dell’immigrazione nell’anno 2005 in Basilicata si è registrato un aumento del fenomeno: i dati del dossier caritas rilevano che sono 7649 gli immigrati regolari con un aumento del 7,65% rispetto all’anno precedente; crescono le comunità ucraina e rumena le cui componenti femminili sono impegnate in lavori domestici e di cura degli anziani. Non si può certo ignorare, però, la presenza di una grande mole di immigrati irregolari che sono all’incirca quanto quelli con regolare permesso. Cresce il disagio mentale anche nella nostra diocesi: sono oltre mille i pazienti con patologie psicotiche (dati forniti dal direttore dell’ASL n. 1 dott. CEI), tra questi prevalente è la fascia trai i 30 e 50 anni. Le vittime di usura sono soprattutto persone che vivono in situazioni economiche e lavorativa non facile. Per ciò che concerne la tossicodipendenza e in generale la devianza giovanile, è in netto calo l’uso di eroina o droga affine mentre è purtroppo in forte espansione quello di cocaina. Si rilevano, inoltre, in sensibile diminuzione i reati cosiddetti “socialmente fasti- diosi” (risse, furti di auto, stereo o altri oggetti all’interno delle vetture stesse) grazie soprattutto all’attività preventiva delle forze di polizia (dati forniti dal vice questore dott. DI MUNNO dirigente del commissariato di Melfi). Dal dossier emergono interessanti dati sulla questione carceraria: la casa circondariale ha una capienza di 226 unità sono presenti a volte anche 235 individui. Di forte rilievo è il problema del “dopo carcere”: non esistono imprese che assumono detenuti, o alloggi per chi beneficia di permessi premio. Attualmente solo la caritas si assume la responsabilità di trovare sedi per ospitarli. All’interno del carcere c’è la collaborazione di pochi volontari catechisti tra cui 3 suore, 3 sacerdoti e il direttore caritas. Il carcere è una realtà ignorata dalla città, sarebbe, quindi, opportuno creare gruppi di volontari che visitino il carcere creando un ponte tra i detenuti e la realtà esterna. PROGETTO RETE Promozione e successiva messa in rete dei Centri d’ascolto con l’adozione di un metodo comune e di osservatori della povertà presenti nelle diocesi italiane. L’obiettivo è raccogliere e analizzare dati relativi all’evoluzione della povertà, del bisogno e comprendere la realtà circostante, percepire il sorgere di nuovi fenomeni d’emarginazione, sofferenze e disagio sociale. Centro d’ascolto Caritas Uno strumento pastorale finalizzato all’ascolto: vuole contribuire alla diffusione di una cultura della solidarietà, attraverso la sensibilizzazione della comunità cristiana, ma anche della società civile, affinché si conoscano i problemi e si aiuti a maturare atteggiamenti di corresponsabilità soprattutto nei confronti degli “ultimi”. Metodologia Caritas Ascoltare, Osservare, Discernere. Cercare di restituire dignità umana e spessore spirituale per il recupero integrale della persona in stato di bisogno. L’Osservatorio delle povertà Strumento a disposizione della chiesa locale, che si prefigge di aiutare la comunità cristiana a leggere i bisogni, la loro gravità, le loro cause e a coglierne le dinamiche di sviluppo. Nei vari centri di ascolto della diocesi (Melfi, Venosa, Atella) le richieste di aiuto e di sostegno sono state ben 5966, di cui hanno trovato soluzione il 95,81%. 5 Testimoni di speranza Serva di Dio Maria Marchetta Terziaria francescana L a santità di un’anima passa certamente attraverso la sofferenza sia fisica che spirituale; sembra nel leggere e studiare le biografie di tante belle figure di anime sante o avviate al riconoscimento della loro santità, che essa sia una costante obbligata nella loro vita; questo ci porta a qualche riflessione. Ma se un santo o santa ha certamente sofferto, tutti quelli che soffrono sono santi? Cioè la malattia e la sofferenza sono normalmente causa di santità? Certamente no, perché per ogni anima che ha raggiunta la beatitudine attraverso la sofferenza, ve ne sono tantissime che hanno solo sofferto e basta, ma di loro non vi sono perenni ricordi. Ripetendo un concetto chiarissimo del grande Dottore della Chiesa s. Agostino che dice: “Non è la pena che fa un martire, ma la causa”; è evidente che la pena la subiscono anche delinquenti e malfattori, ma essi non diventano martiri, ma è la ’causa’, cioè la motivazione e lo spirito per cui si soffre a dare il merito del martirio e della santità. Maria Marchetta è una di queste anime, per 14 anni restò sofferente a letto, ma non è questo che la rese eccezionale, ma “il come” ci restò a vivere e soffrire. Maria Marchetta che fra i suoi compaesani era soprattutto conosciuta come Maria Guarin, seguendo l’usanza dei soprannomi, nacque a Grassano il 16 febbraio 1939, centro agricolo della provincia di Matera, a circa 45 km dal capoluogo. I genitori Domenico e Filomena Bonelli, contadini, avevano cinque figli di cui Maria era la primogenita ed in casa si viveva una spiritualità francescana in maniera schietta e semplice e la piccola Maria poté dar sfogo alla vivacità di carattere, alla sua gran voglia di vivere, esuberante, chiassosa, quasi temeraria. L’adolescenza trascorse fra scuola, famiglia, vicini di casa, parrocchia e Azione Cattolica; per frequentare la scuola media entra nel Collegio S. Chiara di Tricarico (MT) diretto dalle Suore Discepole, ma dopo pochi mesi, fra la titubanza delle suore, comincia ad avvertire uno strano male alle gambe, che si accentuerà durante le vacanze a casa, per il Natale 1951. Nel gennaio 1952 ritornò al Collegio per riprendere il secondo trimestre, ma la situazione peggiorò, le gambe reagivano dolorosamente ad ogni movimento, con debolezza nel reggere il tronco in posizione eretta, con necessità sempre più progressiva, di stare in posi- 6 zione coricata per avere un po’ di pace. A 13 anni quindi dovette lasciare definitivamente il Collegio di Tricarico e ritornare a Grassano nel suo caratteristico rione di Capolegrotte, angosciata ma con la speranza di guarire dalla crisi reumatica (che si pensava fosse) che l’aveva colpita in così giovane età. Purtroppo fino al 1966 anno della sua morte, non si alzerà più dal letto, si trattava di una paraplegia flaccida, diagnosticata da vari specialisti, uno anche svedese, la famiglia tentò di tutto per trovare una soluzione, ricorrendo anche alla medicina non ufficiale, magia, indovini, ecc. Il taglio dei suoi lunghi capelli a cui teneva molto, il fallimento di ogni tentativo medico ufficiale o non ufficiale, persa ogni speranza, Maria cadde in uno stato di reazione e rabbia, sfociato in irascibilità, pianto disperato, bestemmie, profondo rimpianto per tutto quello cui avrebbe dovuto rinunciare della vita, a partire dalla sua indipendenza, persa praticamente nella sua prima gioventù. L’unica posizione consentita è lo stare prona sul letto, appoggiata sui gomiti per tenere sollevati il busto e la testa; per qualsiasi movimento è dipendente dagli altri. Anche lo stare in poltrona non le è possibile, conati di vomito, vertigini le impediscono di cambiare posizione per alleviare gli ormai inseparabili dolori. Le si mise al fianco, con un perenne sorriso, la zia Annamaria, donna semplice ma profondamente cristiana, che a Grassano indicavano con stima, come una ‘monaca di casa’, che seppe accogliere il mistero della croce di sua nipote e cercò di infondere in Maria una luce di speranza, di vitalità e amore anche in quella tremenda condizione. Nel 1953 entrò nel Terz’Ordine Francescano, dove trovò la via per dare un significato alla sua straziante immobilità; nel 1954 partecipò nell’Azione Cattolica Femminile al programma generale dell’Associazione (Preghiera, Azione, Sacrificio) e in quello più specifico per le donne (Eucaristicamente pia, angelicamente pura, apostolicamente operosa); aderì all’Apostolato della Sofferenza, alla Crociata Mariana, alla Guardia d’Onore e come già detto al Terz’Ordine Francescano Secolare e fu un dotto e pio sacerdote padre Simplicio Cantore, frate minore francescano del convento di S. Maria di Potenza, a diventare suo direttore spirituale. Insieme a lui organizzò la sua giornata ora per ora, dedicata alla preghiera, meditazione, svago e trattenimento con i visitatori, che ormai ogni giorno venivano da lei per parlare, chiedere consigli, ricevere coraggio; giunse ad offrirsi vittima di espiazione per la causa dell’unità della Chiesa. Andò tre volte in pellegrinaggio a Lourdes, ma con la piena disponibilità nella volontà di Dio; chi l’ha conosciuta attesta che sorrideva sempre, non riuscendole di essere triste. Negli orari liberi amava ascoltare la radio, specie quella Vaticana, per seguire la vita della Chiesa e il Concilio che si stava svolgendo. Partecipò intensamente agli incontri ecumenici del papa Paolo VI con il patriarca Atenagora e poi con il primate anglicano Ramsey, anzi in quest’ultimo incontro, scrisse al papa e all’arcivescovo confidando loro il suo atto di offerta della sua vita per l’Unità della Chiesa. L’arcivescovo Ramsey, ritornato in Inghilterra le rispose con una lettera di ringraziamento, giunta in casa di Maria quando ormai la serva di Dio già dal 7 aprile 1966, aveva lasciato per sempre il suo letto di dolore, che sarebbe meglio indicare come un altare, di cui lei era la vittima sacrificale. Era morta di Giovedì Santo a soli 27 anni ed i funerali per necessità liturgica si fecero in silenzio senza suoni né campane, ma con la partecipazione di tutti gli abitanti di Grassano e di una folla accorsa da ogni paese vicino; officiavano tre sacerdoti ma senza la celebrazione della Messa, il suo corpo fu tumulato in un loculo di proprietà della famiglia Vignola. La diocesi di Tricarico ha concluso il processo diocesano in vista della sua beatificazione e ne ha trasmesso gli atti alla Congregazione Vaticana competente. L’INIZIAZIONE CRISTIANA DEI FANCIULLI E DEI RAGAZZI N ei giorni 15 e 16 settembre i catechisti si sono incontrati a Rionero presso l’Istituto Mater Misericordiae per la due giorni di aggiornamento, animata da P. Celeste Garrafa, Direttore dell’UCD di Cosenza. Il tema del primo giorno era: “L’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi secondo il progetto catechisitico italiano”. Ci è stato ricordato il Progetto catechistico della Chiesa italiana a cominciare dal Documento Base “Il rinnovamento della catechesi”, nel quale ritroviamo i criteri fondanti del cammino catechistico: catechesi per la vita cristiana e non solo finalizzata ai sacramenti; che miri a formare una mentalità di fede, cioè educhi a pensare, giudicare, amare, agire come Gesù; che abbia al centro Gesù Cristo; che favorisca l’integrazione fede-vita; catechesi esperienziale, permanente; destinata a tutti, soprattutto agli adulti; fedele a Dio e all’uomo; per l’iniziazione cristiana. I catechismi sono strumenti per l’apprendistato della vita cristiana (l’iniziazione) e quindi devono “educare” , allenare all’accoglienza della Parola di Dio, alla preghiera e celebrazione della fede, alla comunione fraterna e al servizio. I 4 volumi del catechismo per i fanciulli e i ragazzi, all’interno del pro- getto catechistico italiano per la vita cristiana, sono un catechismo per l’iniziazione cristiana. Tema del secondo giorno è stato: “Il modello del catecumenato e la corretta utilizzazione del catechismo della CEI”. “In un contesto di ‘nuova evangelizzazione’ non si può prescindere da una esperienza ecclesiale di accompagnamento e tirocinio cristiano, analoga al catecumenato, per portare a piena maturità che ha aderito alla buona notizia” (n. 25 della terza nota CEI sull’iniziazione cristiana). Sul modello catecumenale vanno reimpostati i percorsi di catechesi anche per i fanciulli e i ragazzi. Questo esige un cambio di mentalità, coinvolgendo attivamente i genitori. Bisogna passare: dal catechismo per la Prima Comunione e Cresima al cammino di fede per la vita cristiana; dalla catechesi come trasmissione di conoscenze alla catechesi di “apprendistato” (tirocinio) della vita cristiana; dalla catechesi indirizzata quasi esclusivamente ai fanciulli e ragazzi, alla priorità della catechesi degli adulti; dal catechismo rivolto esclusivamente ai fanciulli con la tacita approvazione dei genitori, alla diretta collaborazione dei genitori e al cammino di fede fatto insieme da genitori e figli; dalla delega educativa alla cor- responsabilità; dai genitori collaboratori dei catechisti ai genitori “primi educatori” della fede dei figli; dalla fede dei genitori tradizionale e generica ad una fede adulta e matura dei genitori; da incontri occasionali con i genitori ad un cammino di fede organico dei genitori per la riscoperta e l’approfondimento della fede cristiana in un contesto comunitario. In quest’ottica vanno anche ri-situate le tappe sacramentali e utilizzati i catechismi e i sussidi. Resta un gran bel lavoro per le comunità e i catechisti, i quali saranno riconvocati nelle zone pastorali per continuare la formazione permanente. Nell’augurare buon lavoro ai catechisti, lo facciamo con le parole dei nostri Vescovi, nella lettera di riconsegna del Documento Base: “Voi già lo sapete, non è la quantità del lavoro che fa crescere la comunità, ma la qualità: una chiesa non la si organizza, ma la si genera con la fecondità dei carismi. E, fra tutti i carismi, quello della santità è il più fecondo.. Sappiamo che voi lavorate molto e che ogni giorno non mancano i motivi di scoraggiamento. Lo Spirito Santo vi consoli, dandovi il gusto della comunione con lui, e con la sua presenza vi sveli il segreto per rendere il tempo fecondo; vi doni la sapienza del cuore”. 7 IV Convegno Ecclesiale Nazionale Testimoni di Gesù Risorto, Speranza del mondo MESSAGGIO ALLE CHIESE PARTICOLARI IN ITALIA M entre lasciamo Verona per tornare alle nostre Chiese, vogliamo manifestare la gioia profonda per aver vissuto insieme questo 4º Convegno Ecclesiale Nazionale. Portavamo con noi il desiderio di ravvivare, per noi e per tutti, le ragioni della speranza. Nell’incontro con il Signore risorto, abbiamo rivissuto lo stupore, la trepidazione e la gioia dei primi discepoli. Oggi, come loro, possiamo dire: “abbiamo visto il Signore!”. Lo abbiamo visto nel nostro essere insieme e nella comunione che ha unito tutti noi e che ha preso forma di Chiesa nell’ascolto della Parola e nell’Eucaristia. Lo abbiamo incontrato nella persona di Papa Benedetto e ascoltato nelle sue parole. Lo abbiamo toccato con mano nella testimonianza dei cristiani che, nelle nostre terre, hanno vissuto il Vangelo facendo della santità l’anelito della loro esistenza quotidiana. Abbiamo avviato i nostri lavori lasciandoci illuminare dai loro volti, che sono 8 apparsi a rischiarare la notte che scendeva sull’Arena. Lo abbiamo conosciuto dentro e oltre le parole di quanti hanno raccontato la fatica di vivere nel nostro tempo e insieme hanno mostrato il coraggio di guardare a fondo la realtà, alla ricerca dei segni dello Spirito, efficacemente presente anche nella storia di oggi. Lo abbiamo sperimentato nei dialoghi di queste giornate intense e indimenticabili, espressione di corresponsabile amore per la Chiesa e della volontà di comunicare la perla preziosa della fede che ci è stata donata. Su questa esperienza del Si- gnore risorto si fonda la nostra speranza. La nostra speranza, infatti, è una Persona: il Signore Gesù, crocifisso e risorto. In Lui la vita è trasfigurata: per ciascuno di noi, per la storia umana e per la creazione tutta. Su di Lui si fonda l’attesa di quel mondo nuovo ed eterno, nel quale saranno vinti il dolore, la violenza e la morte, e il creato risplenderà nella sua straordinaria bellezza. Noi desideriamo vivere già oggi secondo questa promessa e mostrare il disegno di un’umanità rinnovata, in cui tutto appaia trasformato. In questa luce, vogliamo vivere gli affetti e la famiglia come segno dell’amore di Dio; il lavoro e la festa come momenti di un’esistenza compiuta; la solidarietà che si china sul povero e sull’ammalato come espressione di fraternità; il rapporto tra le generazioni come dialogo volto a liberare le energie profonde che ciascuno custodisce dentro di sé, orientandole alla verità e al bene; la cittadinanza come esercizio di responsabilità, a servizio della giustizia e dell’amore, per un cammino di vera pace. Non ci tiriamo indietro davanti alle grandi sfide di oggi: la promozione della vita, della dignità di ogni persona e del valore della famiglia fondata sul matrimonio; l’attenzione al disagio e al senso di smarrimento che avvertiamo attorno e dentro di noi; il dialogo tra le religioni e le culture; la ricerca umile e coraggiosa della santità come misura alta della vita cristiana ordinaria; la comunione e la corresponsabilità nella comunità cristiana; la necessità per le nostre Chiese di dirigersi decisamente verso mo- delli e stili essenziali ed evangelicamente trasparenti. Papa Benedetto XVI ci ha ricordato che la via maestra della missione della Chiesa è l’“unità tra verità e amore nelle condizioni proprie del nostro tempo, per l’evangelizzazione dell’Italia e del mondo di oggi”. La verità del Vangelo e la fiducia nel Signore illuminino e sostengano il cammino che riprendiamo da Verona con più forte gioia e gratitudine, per essere testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo. 9 C RONACHE GINESTRA. LA CHIESA MADRE SI ARRICCHISCE DI UNA ICONA BIZANTINA di Lorenzo Zolfo L a comunità di Ginestra, di origine bizantina, si arricchisce di un’altra opera d’arte. Nei giorni scorsi, l’iconografomosaicista Josif Dobroniku ha consegnato alla parrocchia San Nicola Vescovo l’icona del battesimo di Gesù. Josif Dobroniku, è un artista arbereshe, residente da moltissimi anni in Calabria, a Lungo (CS), paese di origine arbereshe, ha un attrezzatissimo laboratorio, Arberart posto accanto al Museo di Altomonte e vicino alla Chiesa Bizantina di Lungo. E’ organizzatore di stage di icone e mosaici e restauro del mosaico. Autore di numerosissime icone e mosaici realizzati nelle chiese arbereshe della Calabria, suo è il maestoso mosaico, realizzato nel 2000, nella cattedrale di Lungo sulla storia ed i miracoli di Gesù. L’artista Dobroniku continua la sua collaborazione con Ginestra dopo aver esposto nel 2000 una mostra iconografica rappresentanti soggetti sacri e realizzato l’icona della Vergine di Costantinopoli, protettrice di Ginestra, per la pro-loco “Zhurian” e donata alla Chiesa parrocchiale. Attualmente, dopo i restauri degli anni ’90, nella Chiesa Madre San Nicola Vescovo, situata in pieno centro storico, si trova una tela, presumibilmente, del 1700, di scuola napoletana, raffigurante la Madonna del Latte tra i Santi: Giovanni, Nicola e Borromeo e, durante i restauri, è venuto alla luce un battistero a immersione con dodici archi nei quali erano figurati dodici personaggi, molto probabilmente gli Apostoli. Questo battistero, per motivi oscuri alla popolazione, è stato racchiuso con il solaio del pavimento, come pure una cripta sotto il pavimento dell’abside. L’icona del Battesimo, consegnata a don Gilberto lo scorso 27 settembre, dalle dimensioni di 110x60, è stata collocata nell’area del battistero, proprio sopra il fonte battesimale. L’opera è stata fortemente voluta dal parroco don Gilberto Cignarale, che ad un anno dal suo arrivo a Ginestra, ha voluto arricchire questa chiesa, spoglia di immagini ed icone e rinsaldare il suo legame con le origini greche-ortodosse. Analoga a questa opera, è intenzione del parroco realizzare, per dare una logica, sempre per mano del valente artista Dobroniku, l’icona rappresentante l’annuncio del Regno, da collocare in prossimità dell’Ambone, il luogo liturgico designato per l’annuncio della Parola di Dio. Altra opera, dalle notevoli dimensioni, da sistemare dietro l’altare, sarà il mosaico rappresentante il Cristo Pantecratore, assiso in trono, alla sua destra sarà collocata la Vergine di Costantinopoli, protettrice di Ginestra, alla sua sinistra il Vescovo San Nicola, titolare della Chiesa Madre del paese. Una volta realizzate queste opere, il piccolo centro di Ginestra diverrà, sicuramente, meta di pellegrinaggio e di visite turistiche. Il costo per la realizzazione di tutto ciò è notevole, nella comunità parrocchiale non si disperano. Il ricavato di feste patronali, di concerti di musica leggera, classica e sacra, di feste parrocchiali, di offerte libere contribuirà a realizzare tutto questo. Non resta che dare appuntamento a quando queste opere saranno consegnate alla comunità. UNA “SCUSA” PER STARE INSIEME, DIVERTIRSI E TESTIMONIARE di Antonio Pepe S tare insieme, divertirsi e testimoniare è possibile. Il 14 agosto, in uno splendido scenario - il teatro all’aperto della Concattedrale di Venosa - due generazioni, figli e genitori (la più piccola Giovanna ha 6 anni il più maturo Franco ne ha 65), si sono riunite per rappresentare “Notre Dame de Paris” di Victor Hugo. Forse Teodoro Pescuma, scrittore e regista di questa rappresentazione rivisitata della più famosa di R. Cocciante, ha esagerato un po’… forse. Ma, gli spunti che ci hanno portato a questo erano tanti: lo stare insieme, eravamo 40 i partecipanti (ce né così bisogno in un mondo che mette fretta a tutti con la conseguenza che a volte neanche a tavola si riesce a stare insieme); il testimoniare che due mondi, giovani e “maturi”, così distanti per alcuni versi, possono impegnarsi insieme per un progetto comune (per tutti noi era importante confermare il ruolo della famiglia nella società attuale); lo scuoterci dal torpore quotidiano (se siamo i primi, noi cristiani, ad affermare che non siamo fuori dal mondo 10 reale, poi siamo, giustamente, chiamati a dimostrarlo e vi posso assicurare che a qualcuno è “costato” mettersi in gioco, salire sul palco, “mostrare la faccia”); imparare e fare cultura, nel senso più nobile che questo termine porta con sé (come complesso di cognizioni, tradizioni, procedimenti tecnici, comportamenti trasmessi e usati, caratteristici di un gruppo sociale, di un popolo o dell’intera umanità). Deve interessarci tutto dell’umanità, e questa tragedia ruota intorno alle grandi “pulsioni” e ai tanti “generi” umani. Il diverso: Quasimodo; lo straniero: la zingara Esmeralda; la tragedia del potente che si sente sopra le regole: Frollo; il grande assente o distante: lo Stato di giustizia. Potremmo continuare, ma vi invitiamo a leggere questo meraviglioso romanzo in cui la miriade delle emozioni proprie del genere umano e quella grande mano invisibile che tesse il filo del destino sembrano dominare su tutto e su tutti. A noi interessa aver fatto un omaggio, speriamo gradito, a Don Vincenzo D’Amato per i suoi 41 anni di sacerdozio, alla sua e alla nostra volontà di vivere cristianamente lo spi- rito di festeggiamento del Santo Patrono - la rappresentazione era nel programma religioso cittadino in onore di San Rocco -. A noi interessa il sentimento di appartenenza, il condividere, il sapere che insieme si può. Vivere queste emozioni ha indubbiamente “avvicinato” il senso interparrocchiale della comunità cittadina, e qualcuno di noi è sempre più convinto che si possa anche intraprendere la strada di una collaborazione diocesana per simili avventure. Se il sale perde sapore… (da qualche parte lo abbiamo letto)… ritorniamo ad essere il sale. Ritorniamo a testimoniare… anche divertendoci, che è possibile avvicinare i mondi diversi dell’età e degli stili di vita, che è possibile affrontare le sfide che ci aspettano se si vive insieme il quotidiano, se a fianco c’è una mano che ti invita a fare un pezzo di strada insieme. Come un grande albero ha radici profonde per poter affrontare le tempeste, così anche noi affondiamo le “nostre” nella fede alla Parola di Dio, ma non dimentichiamo mai di far brillare le nostre foglie alla brezza del vento che è la vita. t ESTIMONI P. Gerardo, un missionario L a storia e la vita di P. Gerardo Scioscia può riassumersi in una sola parola: missionario. E’ stata la dimensione profonda della sua vocazione al francescanesimo, una scelta di radicalità evangelica al servizio del primo annuncio ai lontani. Adolescente nell’orfanotrofio di Avigliano, dove, dopo la morte della mamma, aveva trascorso lunghi anni imparando un mestiere e la musica, sentì per caso un giorno un frate conventuale che a loro ragazzi parlava di francescanesimo, di vita religiosa e di vita missionaria. La sua curiosità fu una sola: cosa significa essere missionario? La risposta l’affascinò subito e decise che quella era la sua strada. Non ascoltò nemmeno il padre che lo supplicava che, se proprio voleva seguire una vita di consacrazione, almeno si facesse prete che poteva dare qualche soldo in famiglia, che ne avevano urgenza. “ Sarò missionario”. E così iniziò un lungo percorso di studi; con impegno e costanza imparò nozioni di tutte quelle materie scolastiche che da ragazzo non aveva potuto apprendere, studiando con profitto. Arrivò all’ordinazione presbiterale a Portici il 2-4-49. Subito andò all’Ospedale dei Pellegrini a Napoli come cappellano, e cominciò a imparare nozioni di medicina, di infermeria, di pronto soccorso, per essere pronto ad un eventuale incarico in missione. Questo sogno si realizzò nel 1955, quando fu inviato in Africa, nell’attuale Zambia, dove rimase fino al 1989, con l’intervallo di brevi soggiorni in Italia. Fu un continuo lavoro per “ i neri” , piccoli e grandi, che avevano bisogno di conoscere il Vangelo, oltre che di case, cure, alimentazione, medicine… Tradusse in lingua locale i libri biblici e liturgici, perché i cristiani potessero comprendere meglio la Parola. Costruì chiese di mattoni e lamiere, poi chiese in cemento, tra cui l’ultima, dedicata a S. Antonio, il suo santo prediletto. L’Africa era diventata la sua famiglia, l’oggetto unico del suo impegno costante ed entusiasta : diceva che non gli sarebbe dispiaciuto morire lì. Invece lì si ammalò e rientrò in Italia, mal adattandosi però ad una vita dove gli sembrava che non si facesse “apostolato”. Ripartì per le Filippine, ma la salute era minata e rientrò definitivamente in Italia. Il suo impegno si è svolto da allora in tanti conventi: Melfi, dove c’erano alcuni familiari, poi Potenza, Napoli, Scauri, Ventotene, Catanzaro. Gli ultimi anni, anziano e malato, li ha trascorsi a Napoli, sempre con un solo pensiero: il Signore in Italia non è conosciuto, la gente è lontana dai sacramenti, si fa poco per annunciare il Vangelo… Pregava, confessava, incontrava la gente, leggeva, si aggiornava… Poi il Signore l’ha chiamato a sé dopo un periodo di malattia, il 30-06-06, a Napoli, a ricevere in dono quello che per tutta la vita aveva cercato e annunciato: l’incontro col Signore Risorto. Don Luca Garripoli A ll’età di 85 anni, lo scorso 27 ottobre, ha lasciato questa terra don Luca Garripoli. Sacerdote venosino, generoso, appassionato nel suo ministero,aveva iniziato tante opere sociali e religiose: il circolo ACLI per braccianti, la Pia unione pastori, i Comitati civici, le colonie, la Chiesa dell’Immacolata; aveva donato il terreno per l’Asilo dove iniziò poi la Parrocchia S. Cuore. L’opera a Montalbo dove ora c’è la comunità del Cerreto, è stata fino all’ultimo la sua gioia e il suo cruccio. Era stato parroco a Venosa, a Ginestra, a Leonessa; insegnate di religione; aveva introdotto il Cammino Neocatecumenale e poi il RnS e fino all’ultimo a Venosa aveva accompagnato il cammino del CIF. Era stato responsabile della Biblioteca vescovile di Venosa, Primicerio del capitolo cattedrale, direttore dell’ufficio liturgico e di quello per l’ecumenismo. Si era occupato anche degli emigrati italiani in Germania. Dopo il Concilio aveva ripreso gli studi a Roma per aggiornarsi e tutti ricordiamo l’entusiasmo e la passione che metteva nel parlare del Mistero Pasquale, centro della nostra fede, della liturgia e della vita. E questa fede ha testimoniato e vissuto nell’ultima settimana della sua vita, facendo della sua casa e del suo letto una cattedra dalla quale tutti coloro che lo abbiamo accostato abbiamo potuto respirare la presenza del Crocifisso Risorto. “Quanto mi ha ama il Signore, ha dato la vita per me”. “Sei morto e risorto perché noi avessimo la vita, grazie Signore”.“Offro la mia sofferenza per la comunione del clero venosino” ed ha esortato tutti i confratelli che si sono alternati al suo capezzale ad essere liberi dal denaro e ad impegnarsi per l’autentica fraternità sacerdotale. Ci ha spalancato lo sguardo sul paradiso, dove siamo certi il Signore lo avrà accolto: “si avvicina l’immortalità”, diceva. Anche nei momenti di stanchezza, quando sembrava assopito, appena lo invitavamo alla preghiera, apriva gli occhi e vi partecipava. “Gesù, Giuseppe e Maria vi dono il cuore e l’anima mia… assistetemi nell’ultima agonia.. spiri in pace con voi l’anima mia”, tante volte ha ripetuto questa giaculatoria ricordandoci la saggezza dei nostri avi abituati a pregare per la buona morte. E don Luca ha fatto una santa morte, circondato dall’affetto dei familiari che lo hanno assistito amorevolmente. Grazie don Luca. Arrivederci in cielo. 11 Lettera a un don... C aro don…, mi hai detto che la Chiesa Cattolica è la mia casa, mi hai detto che sono cattolica perché sono stata battezzata e che nella mia casa, nella mia famiglia dovrei rimanere. Mi spieghi, allora, perché quando vivo più a stretto contatto con la comunità sento una grande sofferenza? Il male è ovunque e non è il male in sé che mi procura sofferenza. Travestirlo da bene (come nei peggiori film d’orrore viene celato satana dietro le spoglie di un bambino innocente con il volto angelico), vedere ferire il prossimo col sorriso sulle labbra, vedere godere delle disgrazie altrui e far finta di essere partecipi, vedere l’ipocrisia con cui ci si relaziona, l’ arroganza, l’indifferenza, il desiderio di prevaricare, il voler arraffare ad ogni costo (mi chiedo cosa) e, soprattutto, è vederlo assecondare il motivo della mia sofferenza. Vedo queste cose perché guardo, perché mi interessa l’altro, perché amo il mio prossimo in quanto non posso fare a meno di lui, perché nel prossimo trovo il ponte che mi conduce all’Origine e in lui vedo l’estensione della Luce. Per questo guardo e ascolto fin dove mi è possibile guardare e ascoltare e vedo anche il bene e l’amore, lo vedo umiliato e coperto, vedo le persone semplici schiacciate dalla prepotenza di alcuni, vedo le lacrime e la rassegnazione. ... Ho visto la stima e la cura che i sacerdoti hanno nei confronti dei protagonisti del male e la trascuratezza che hanno verso gli umili … Non capisco come si può amare Dio e poi fare tutto questo, amare Dio e assecondare chi lo infanga, vivere fianco a fianco. È vero che Gesù frequentava gli ultimi, i delinquenti, le prostitute ecc. ma non li favoriva e non li incoraggiava a perseverare nel 12 male, è anche vero che dopo aver detto si alla sua chiamata abbandonavano completamente la vita precedente. Chi vive così a stretto contatto col male senza accusarlo non può avere fede in Lui... Il male va combattuto, allontanato. Annientato. Il male, non le persone. Le persone che compiono il male vanno amate, non assecondate, e amorevolmente guidate e corrette. Non è dando loro più potere e più considerazione, che si aiutano. È amandole per ciò che sono e non avendo riguardo per ciò che rappresentano, per il ruolo politico o sociale che si sentiranno più sicure. Sarò pure presuntuosa nel pensare di aver capito che la ragione fondamentale delle nostre paure e di tutti i nostri problemi sia la mancanza d’amore ma purtroppo ho questa certezza. E, credo anche che a … nessuno li ha fatti sentire amati, nessuno ha accarezzato le loro miserie, nessuno ha detto loro “Ti voglio bene … così come sei”. Dire ti amo, ti voglio bene, dare una carezza, abbracciare chi piange, sono tutte cose che ci imbarazzano. Ci hanno insegnato a tenere nascosti i sentimenti positivi così un po’ alla volta abbiamo perso l’abitudine all’amore. Io credo nel potere dell’amore perché Dio è Amore, perché Gesù con l’amore ha riportato in vita i morti e risvegliato i dormienti. Credo nel potere della tenerezza, delle carezze e del sorriso perché ho sperimentato la loro efficacia su di me su altri. (Non mi dire inizia tu ad amarli sai che non è il mio amore che vogliono almeno non adesso, io non sono importante e neppure ben accetta, vorrei tanto capire perché). Nella chiesa, in tutti gli incontri a cui ho partecipato non ho sentito mai parlare d’amore ne ho visto uscire facce gioiose. Solo organizzare, programmare, fare, fare, fare e poi intolleranza, invidia, prevaricazione.... Te l’ ho già un’altra volta, voi nella chiesa vi date troppo da fare ed in tutto questo gran da fare c’è tanto chiasso, tanta confusione tanta fretta che non ci ricordiamo più che cavolo stiamo a fare qua e principalmente per chi. Non c’è comunione, non c’è silenzio, non c’è amore. Dovremmo fare dei corsi di educazione all’amore. Meno organizzazione, meno programmazione, meno movimento non farebbe male per poter crescere ed essere più forti e più sicuri per avere il fegato di affrontare il mondo e quelli veramente lontani dall’amore (e tu sai chi sono come lo sapeva Tonino Bello). Ti lascio con le parole di una canzone sulla quale, più di trent’anni fa, dopo una confessione fatta alle sei del mattino nel silenzio del boschetto di Fonti di Tricarico, mi fu consigliato di meditare. Tante parole per non parlar d’amore. Tanta cultura per non sapere amare. Sai tante cose ma non cos’è l’amore. Il tuo discorso non mi ha toccato il cuore. Per te l’amore è un gioco di parole. Parole nuove per non parlar d’amore. Sai tante cose ma non cos’è l’amore. Troppa cultura t’ha inaridito il cuore. Tanta cultura per essere più solo. E per tradire il senso della vita. È il fallimento dell’intellettuale. O mio Signore aiutaci ad amare. Bastava che dicessi “ti voglio tanto bene”. Bastava un tuo sorriso un cenno con la mano. Se sei riuscito a leggermi fin qui beh! accogli le mie scuse se sono stata lunga e scocciante ma... Lettera firmata Lo Scaffale Giuseppe Catarinella (a cura di) D. Francisco Villareale PANEGIRICO IN LODE DEL B. SALVATORE D’HORTA Arti Grafiche Finiguerra, 2005 Il libro riporta un “panegirico”, come si usava chiamare quel discorso che si pronunciava per presentare e magnificare un santo, su un santo spagnola, laico professo dei Minori francescani, appunto Salvatore D’Horta. L’autore di questo panegirico è un Francesco Villareale, Abate esperto in diritto e lettere, del sec. XVII, nativo di Lavello. Desta interesse questa operetta se la situiamo nel periodo della riforma del Concilio di Trento e vi vediamo – come scrive nella prefazione Don Sabino Palumbieri dell’Università Salesiana di Roma – “un tentativo di tradurre in termini popolari, il messaggio di Trento che riafferma, tra l’altro, l’equilibrio dei rapporti tra grazia e libertà”. Maria I. Lioy AL DI QUA DELL’ULTIMA FRONTIERA Appia 2 Editrice – Venosa, 2005 Partendo dalla “aspirazione profonda alla felicità” che tutti ci coinvolge e dalla presenza del male che le fa da ostacolo, l’autrice si interroga sul significato del male e della sofferenza e, alla luce della Rivelazione. In Gesù Cristo, nella sua croce, nel suo mistero d’amore, il male, la sofferenza la morte sono vinti. In quest’ottica è possibile gestire, utilizzare la sofferenza, con quella saggezza del santo che arriva a dire: “Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto”. Centro Culturale Pier Giorgio Frassati e Parr. S. Pietro di Spinazzola DON MICHELE BOTTA Animatore, educatore, maestro e testimone della gioia Ed. Rotas, Barletta, 2006 Attraverso lettere e testimonianze, è ricordato un grande sacerdote della nostra diocesi, Don Michele Botta, di Spinazzola un prete scomparso 26 anni, “un sacerdote vero”, guida credibile di una generazione di ragazzi, giovani e adulti, capace di sprizzare gioia ed entusiasmo anche quando il suo corpo era aggredito da due terribili mali, la cirrosi e la leucemia. Crediamo realmente che la “pastorale vocazionale” trovi un grande impulso dall’incontro con personalità come quelle di don Michele, che a 26 anni dalla morte può “vedere” i frutti del suo ministero in tanti presbiteri e in tantissimi laici e laiche papà e mamme di famiglie, alcuni già nonni, altre consacrate. 13 La pagina dei ragazzi La nostra pagina dei ragazzi ospita questo mese la cronaca di due avvenimenti che hanno visto protagonisti i ragazzi: un premio fotografico svoltosi a Ginestra che ha visto premiata una scuola di Genzano di Lucania e la terza edizione di un concorso per scrittori in erba. GINESTRA, 8 SETTEMBRE 2006 IV CONCORSO FOTOGRAFICO NAZIONALE SULLA PACE ALLA MEMORIA DI ASCANIO RAFFAELE CIRIELLO N el primo pomeriggio di venerdì scorso, 8 settembre, nella sala consiliare del Comune di Ginestra si è riunita la Commissione giudicante le migliori fotografie del IV° Concorso Fotografico Nazionale “A. Raf- faele Ciriello. La Commissione, ha esaminato oltre 100 foto giunte da ogni parte d’Italia. Per la categoria scuole ed associazioni ad aggiudicarsi il 1° premio è stato l’Istituto Comprensivo di Genzano di Lucania. La foto presentata rappresenta un mondo ricucito da mani di bambini racchiusi in un cerchio. Significativa la motivazione data dalla Commissione: “l’immediatezza e la semplicità ricompone l’unione dei popoli in un intenso azzurro”. Leggo Racconto Scrivo III Edizione del Premio Aurora I l 7 ottobre, presso il Cinetreatro Buccomino di Spinazzola, si è tenuta la premiazione dei vincitori del Premio Aurora, concorso per scrittori in erba, giunto alla terza edizione, al quale hanno partecipato ragazzi di tutte le scuole d’Italia. Un’attenta ed esperta commissio- ne ha letto i numerosi testi pervenuti – consultabili sul sito www.bibliotecaurora.it – e ha selezionato le tre opere vincitrici nelle tre categorie del concorso: Poesie e filastrocche, Fiabe e racconti, Avventura. La sala era piena di studenti; c’erano scolaresche di Spinazzola e di Lavello ed anche tanti ragazzi, con i loro genitori, provenienti dal Veneto, dalla Toscana e dall’Umbria. I ragazzi premiati erano di Pisa, Trento, Venezia, Spinazzola e anche ragazzi della scuola Primaria statale di Lavello, classe III e IV A-B (vedi foto) Ecco una delle opere vincitrici, la poesia di Maria Bianca Verrucci, della provincia di Pisa: LA NOTTE Quando volo sulle ali della mia fantasia non vorrei più tornare a casa mia. Volo sulle nuvole di panna montata e in un lampo mi ritrovo a nuotare nell’azzurro del cielo, disegnando un arcobaleno... Con un velo di giustizia ho coperto la tristezza dei popoli. Danzo col vento viaggio con i pesci del mare comincio a nuotare tra le alghe.. raccolgo fiori di corallo. Quando finisco di sognare mi ritrovo nel mio letto a pensare a tutto quello che posso solo, immaginare… 14 Ricordando don Michele Di Maggio e don Giuseppe Fensore S concerto nella comunità religiosa lucana per la perdita di don Michele Di Maggio e don Giuseppe Fensore, morti in seguito ad un incidente che è avvenuto sulla A13, nei pressi di Bologna, mentre tornavano da Treviso dove avevano partecipato ad una riunione dell’Opera Romana Pellegrinaggi. Nella vettura erano presenti, anche, altri due sacerdoti don Vincenzo Labriola di Andria, e Giovanni Daulerio di Termoli. La scomparsa di un sacerdote è uno strazio per l’intera comunità. La scomparsa di Di Maggio e Fensore costituisce, per la Diocesi di MelfiRapolla-Venosa, una perdita irreparabile, una ricchezza in termini di amore, cultura e devozione che la diocesi purtroppo ha visto svanire. «A due giorni dalla tragica scomparsa – dichiara il Vescovo della Diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa, Monsignor Gianfranco Todisco – ci è difficile accettare che non rivedremo più il volto sorridente di Don Michele e Don Peppino. Per noi è come se fossero ancora in pellegrinaggio e presto ritorneranno a casa.» Don Michele Di Maggio, nato a Spinazzola il 25 luglio 1936. Ha frequentato i suoi studi teologici nella città di Napoli. Ordinato sacerdote il 29 giugno 1965 a Spinazzola, ha ricoperto, nella sua vita sacerdotale numerosi e importanti incarichi: Canonico e vice parroco della cattedrale di Melfi, dal 1965 al 1967; Parroco di San Nicola e Leonessa – Melfi, dal 1967 al 1972; Collaboratore della Cattedrale di Melfi, dal 1972 al 1984; Parroco di Foggiano – Melfi, dal 1988 al 1996; Parroco di Gaudiano – Lavello, dal 1996 al 1998; Economo Diocesano, dal 1990 al 2004; Vice Parroco S. Mauro – Lavello, dal 2001; Direttore diocesano Opera Romana Pellegrinaggi, dal 1999. Don Giuseppe Fensore, nato a Melfi il 17 luglio 1940. Ha realizzato i suoi Studi Teologici a Chiavenna (Son- drio), religioso nella Congregazione di Don Luigi Guanella fino al 1969, fu ordinato sacerdote a Roma per le mani di Paolo VI, il 17 maggio 1970. Fu dal 1970 al 1975 Vice parroco di San Michele a Rapolla, dal 1975 al 1979 Parroco a San Michele – Rapolla, dal 1979 al 1985 Amministratore parrocchiale a San Michele – Rapolla, dal 1985 al 2004 Cancelliere vescovile, dal 1985 al 1995 Parroco di San Nicola a Ginestra, dal 1990 al 1995 Amministratore del Santuario S. Maria di Pierno, dal 1995 al 2004 Parroco del SS.mo Sacramento – Rionero in Vulture, dal 1992 al 2004 Incaricato diocesano del Settore Scuola IRC, dal 2004 Parroco di S. Giuseppe a Foggiano – Melfi. «La loro morte improvvisa – continua il Vescovo Todisco – è un invito a riflettere sulla nostra fragilità umana e a non temere la morte come un salto nel buio, ma come il passaggio obbligato verso la vita eterna, ossia la vita di Dio, la vita che non finisce mai, perché Dio è Amore ed il Suo amore è infinito. Per questo Gesù ci invita a credere in Lui, perché “chiunque vive e crede in Lui, anche se è morto, non Don Michele Di Maggio Don Giuseppe Fensore morirà in eterno”. Se ogni giorno vivessimo come se fosse l’ultimo della nostra vita, la nostra vita sarebbe più serena, senza tante preoccupazioni od affanni, aperta a tutti, desiderosi solamente di condividere con chi ci sta accanto il dono dell’amore che abbiamo ricevuto da Dio. Per la nostra piccola diocesi, che appena riesce a tenere un parroco in ogni parrocchia, la scomparsa prematura di Don Peppino e Don Michele è stata una grandissima perdita. Poche settimane fa avevo annunciato che, nonostante l’esiguo numero di sacerdoti, avremmo dato dalla povertà delle nostre risorse a chi ha più bisogno in questo momento. Don Ferdinando Castriotti, parroco di Ripacandida, parte nei prossimi giorni in missione in Honduras; Don Vincenzo D’Amato, ha lasciato la parrocchia della concattedrale di Venosa per trasferirsi al Seminario Regionale di Potenza per assumere il compito di Padre Spirituale dei futuri sacerdoti della regione Basilicata. Con la morte improvvisa dei nostri due confratelli Don Michele e don Peppino, il Signore ci invita ancora una volta a rinnovare la nostra fede in Lui ed a ricordare che la sofferenza ed il dolore, che accompagneranno sempre la nostra vita, se accettati per amore ed offerti al Padre come Gesù ci ha insegnato a fare, porteranno frutti di bene per noi e per la nostra comunità diocesana.» 15 Il bacio del poeta Il segreto è la notte. C’è un poeta che canta sulla terza stella. Piange con lui l’Amore. Mi chiederà solo un bacio, un bacio solo stringerà nel petto il suo ricordo per la terra. Non aver paura di seguirlo, vuole soltanto scommettere il suo sogno con la realtà. Mi chiede solo un bacio, quarant’anni di solitudine sono troppi, e lui ormai non sa più parlare. Sali su quella stella, vuole soltanto regalarti la sua penna. Mi ha chiesto solo un bacio, ho dormito dieci notti al suo fianco, ho rubato alle sue pupille il colore del pianto. Non dimenticare il nome strappato alla sua lingua, vuole soltanto farti scegliere una strada. Mi chiedeva solo un bacio, quando non poteva più muoversi, io gli promettevo d’imparare le sue leggi. Non suonare con l’arpa il tuo silenzio, vuole soltanto raccontarti la sua vita. Mi chiese solo un bacio, consegnai alle sue le mie labbra e il tempo prese a sciogliersi entro tre macchie. Adesso ti sta cercando, vuole legare con un fiore i tuoi capelli. Thomas è andato via,non tornerà più. In qualche modo verrà a sapere che nel mio corpo battono due cuori, le mie labbra hanno ancora il profumo del cielo. Glielo diranno.Piange con lui l’Amore. C’è un poeta che canta sulla terza stella. Il segreto è la notte. Chi non sappia quando Amore destò Dolore, dove Amore divenne Conforto, pensi all’intenso bacio del poeta.