Conoscerete la verità
E la verità vi farà liberi
Giovanni 8,32
Questa pubblicazione è stata curata dal
Cinecircolo Romano
Roma - Via Nomentana 333/c - tel 068547151 - fax 068553108
Sito internet: www.cinecircoloromano.it
E-mail: [email protected]
Coordinamento filmografico
Francesco Pernetti
Collaborazione redazione filmografica e schede registi
Catello Masullo, Laura Ferretti, Paola Dell’Uomo; Vincenzo Carbotta, Fiorenza Irace, Giuseppe Rizzo, Maria Carola
Scialdone
Assistente editoriale
Alessandra Imbastaro
Assistente all’edizione “dossier”
Tania Di Stefano
Assistente amministrativo
Giuliana De Angelis
Relazioni culturali
Maria Luisa Cosentino
Direzione e coordinamento generale
Pietro Murchio
Le fotografie sono state fornite da:
Centro Studi Cinematografici / Archivio del Cinecircolo Romano / Mauro Crinella / Laura Ferretti / Giampaolo
D’Armpino
Valutazione pastorale: da Commissione Nazionale per la valutazione dei film della C.E.I.
Recensioni cinematografiche: da “Rassegna Stampa Cinematografica” Editore S.A.S. Bergamo,
Per la stagione 2008/2009 sono operanti due Comitati Consultivi
Selezione Cinematografica
Vincenzo Carbotta, Mauro Crinella, Paola Dell’Uomo,
Francesco Fazioli, Catello Masullo, Alessandro Jannetti
Roberto Petrocchi, Giuseppe Rizzo,
Maria Carola Scialdone
Promozione e Cultura:
Rosa Aronica, Lamberto Caiani, Rinaldo Capriotti,
Anna Maria Curini, Fiorenza Irace,
Maria Teresa Raffaele,
IN COPERTINA: in senso orario l’attore VIGGO MORTENSEN e scene tratte da “Rachel getting married”,
“L’altra donna del re”, “Vicky Cristina Barcelona”, “Caos calmo” e “Mongol”.
CINECIRCOLO ROMANO
STAGIONE CINEMATOGRAFICA 2008/2009
DOSSIER ASSOCIAZIONE
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Invece di investire in cultura si taglia
Rubrica festivaliera del Cinecircolo
Il Premio Cinema Giovane - IV Edizione
La Mostra d’Arte del 2008
Concorso Cinecortoromano 2008
I REGISTI
Quinta Edizione: un appuntamento del
Cinema Giovane Italiano
SCHEDE FILMOGRAFICHE
Nella foto di Giampaolo D’Arpino: il cast del film “I Galantuomini” di Edoardo Winspeare
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APPUNTAMENTI DI PROGRAMMA
I DIBATTITI A FINE CICLO: sono previsti sette dibattiti, che si terranno alle ore 18.00 del martedì successivo alla fine di ciascun ciclo di film, nella saletta conferenze di Via Nomentana 333/c.
IL CALENDARIO DEI DIBATTITI
• 25 novembre 2008 “I brutti sogni non sembrano mai sogni” da Caos Calmo
• 16 dicembre 2008 “Guardandomi intorno vedo tutte donne, e tutte belle. Ma è normale?” da La guerra di
Charlie Wilson
• 27 gennaio 2009
“Se non potete parlare bene di una persona , non parlatene” da Il divo
• 24 febbraio 2009
“La mia vita non torna. La somma di tutti i miei pezzi non fanno un me intero” da
Onora il padre e la madre
• 24 marzo 2009
“Non c’è che un solo peccato: il furto. Tutti gli altri peccati sono una variante del
primo. Lo capisci !?” da Il Cacciatore di aquiloni
• 28 aprile 2009
“Charlie Parker dice che la musica è più forte delle parole” da Rachel getting married
• 26 maggio 2009
“Basta volerle le cose, volerle con tutto il cuore, che accadano” da Il papà di
Giovanna
L’ASSEMBLEA ANNUALE DEI SOCI: martedì 9 dicembre 2008 presso la sede di Via Nomentana 333/c
SETTIMANA CULTURALE: dal 30 marzo 2009 al 4 aprile 2009
ad inviti “Premio Cinema Giovane & Festival delle Opere Prime” V edizione;
Mostra / Concorso di opere figurative
I FILM PER RAGAZZI: ad inviti - 17dicembre 2008 e 11 marzo 2009
PROGETTO EDUCAZIONE AL CINEMA D’AUTORE: proiezioni mattutine per i giovani studenti
LA MANIFESTAZIONE DI FINE STAGIONE: mercoledì 3 giugno 2009
Il Cinecircolo Romano ha concordato con l’Associazione INFO.ROMA.IT lo scambio di informative promozionali. INFO.ROMA.IT è:
Portale dell’Associazione culturale omonima, nato per valorizzare e promuovere il patrimonio storico, artistico
e sociale della città di Roma. Tra le sezioni più interessanti, le schede informative sui monumenti del centro storico, una web directory sui siti internet e la programmazione degli eventi culturali, tra cui quelli ordinari e straordinari del Cinecircolo Romano, che rafforza così la propria presenza in internetTra le sezioni più interessanti, le
schede informative sui monumenti del centro storico, una web directory sui siti in rafforza così la propria presenza in internet
È stata stipulata il giorno 6/10/08 la convenzione tra UPTER - Università Popolare di Roma e Cinecircolo
Romano, ove visto che: entrambe le Organizzazioni hanno interesse a promuovere la cultura cinematografica
presso i propri iscritti e più in generale presso la cittadinanza di Roma e condividono l’impegno a sostenere la
promozione reciproca e a sviluppare attività culturali comuni con specifiche forme di collaborazione. Le associazioni hanno convenuto di porre in essere una collaborazione che riguarderà in particolare: Scambio
Materiali Promozionali e Pubblicità reciproca; Eventi; Corsi Upter.
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DOSSIER
ASSOCIAZIONE
INVECE DI INVESTIRE IN CULTURA SI TAGLIA!
del Presidente Pietro Murchio
- Università Popolare di Roma. Infatti entrambe le
Organizzazioni hanno interesse a promuovere la cultura cinematografica presso i propri iscritti e più in
generale presso la cittadinanza di Roma e condividono l’impegno a sostenere la promozione reciproca
e a sviluppare attività culturali comuni con specifiche forme di collaborazione. Nel contempo verranno
poste allo studio forme di agevolazione economica
per l’adesione associativa reciproca.
Queste collaborazioni hanno tra l’altro il merito di
farci conoscere da un più vasto pubblico creando
quindi i presupposti per l’ampliamento delle adesioni associative. Infatti continua a calare il numero dei
soci, cioè sono di più soci che non rinnovano di quelli nuovi, ma quali sono le cause? Esse a nostro avviso non sono dovute alla qualità dei servizi offerti ma
presumibilmente dipendono da: l’evoluzione sfavorevole del modello di frequentazione del pubblico in
sala, la congiuntura economica che suggerisce alle
persone di risparmiare anche sulle piccole spese,
dalla situazione transitoria logistica -parcheggi
intorno all’auditorio.
Stiamo prendendo in considerazione dati e pareri e
cercheremo di mettere in atto i rimedi alla nostra
portata: uno di questi è sicuramente il più ovvio, sollecitare i soci a fare proselitismo.
Il conto economico negativo impone la ricerca di
ulteriori fonti di finanziamento oltre quelle da quote
sociali e ci stiamo impegnando a presentare istanze
di contributo a vari enti, tra i quali la Regione Lazio
dalla quale ci attendiamo un benestare, anche se ci
rendiamo conto che la congiuntura economica non è
favorevole alle sponsorizzazioni!
Inoltre abbiamo completato l’istanza per ottenere il
riconoscimento giuridico della Associazione, il che
ci dovrebbe consentire di fare appello ai soci e simpatizzanti affinché si ricordino del Cinecircolo
Romano al momento di sottoscrivere l’opzione del
5%° sul modello di dichiarazione IRPEF.
È infine storia di ieri l’evento straordinario dell’inaugurazione dell’anno sociale, patrocinato dalla
Ambasciata Slovacca con la concessione di un originale concerto di musiche da film eseguito da due
bravissimi giovani artisti slovacchi.
Lo scenario tecnologico continua a cambiare, ma in
Italia invece di investire in cultura si tagliano i fondi
pubblici ad essa destinati!
Le tecnologie digitali applicate alla proiezione dei
film anche in sala sono alle porte, in effetti il numero di impianti di proiezione digitale sono già alcune
migliaia in piccole sale, non manca molto a che la
tecnologia consenta, a costi contenuti, la proiezione
di qualità anche sui grandi schermi di film registrati
in DVD invece che su pellicola a 35 mm.
L’evoluzione avrà riflessi enormi sul sistema di distribuzione e sull’introduzione di nuove tecniche visive, infatti consentirà anche di vedere film con immagini in 3D ( tre dimensioni ). In attesa della suddetta
rivoluzione il mercato del cinema in Italia ha visto
nei primi dieci mesi del 2008 un lieve calo al Box
Office rispetto al 2007. Fortunatamente invece c’è
stato un incremento della quota di film Italiani che
ha raggiunto un terzo del totale dei titoli. In realtà il
fenomeno è meno positivo se si comparano i numeri
degli spettatori, in quanto molti film italiani sono
destinati a rimanere “invisibili” sia perchè poco o
mal distribuiti sia perchè parecchi di essi di qualità
scarsa.
Lo scenario normativo fa emergere il problema dei
fondi per la cinematografia italiana: nel Piano della
Finanziaria, nel trennio2009/2011, il Fondo Unico
per lo Spettacolo diminuisce del 10-20 per cento. Per
le attività culturali è come per la Scuola e
l’Università, si taglia!
Forse i politici che ci amministrano pensano che il
sostegno pubblico sia un ostacolo alla libera impresa, la quale per obiettivo deve seguire le regole,
spesso miopi, del mercato e quindi investe sul “sicuro” anche tentando di condizionare, tramite i palinsesti dei media televisivi, i criteri di scelta del pubblico!!
Nel frattempo la ristrutturazione, iniziata con il
ministero di Rutelli, delle aziende di Cinecittà è
giunta a compimento portando al vertice Gaetano
Blandini come commissario/ amministratore unico
di Cinecittà Holding e confermando Luciano Sovena
alla guida dell’Istituto Luce per il quale è stata focalizzata la missione sulle opere prime, seconde e le
sperimentazioni: riteniamo che ciò possa giovare se
ci sarà il tempo per portare a termine la riorganizzazione!
Scendendo dal generale al nostro particolare segnalo
che il consiglio di presidenza si è adoperato per attivare nuove importanti collaborazioni come ad esempio la convenzione con il Festival del Cinema di
Roma, che ha consentito di ottenere uno sconto per
i Soci del 15% sul prezzo dei biglietti.
Inoltre, con riflessi di più ampio respiro, è stata stipulata recentemente una convenzione con l’UPTER
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PASSEGGIANDO TRA I FESTIVAL
Rubrica Festivaliera del Cinecircolo a cura di Pietro Murchio
Che dire sul tema “ festival”? Troppi film per ogni festival, troppi festival in concorrenza per pochi film di qualita’.
Questo è l’esito attuale, conseguente alla carenza di talenti che riempiano di contenuti validi le vetrine festivaliere.
“Datemi una tela e vi dipingo il “cinema”, lasciando che l’inconscio si liberi e via….” cosi si è espresso Al Pacino
al Festival di Roma durante il dibattito con il pubblico in occasione della consegna del Marc’Aurelio d’oro alla carriera,quella di un grande talento. Se ce ne fossero tanti di questi artisti, i festival sarebbero veramente una festa per
chi ama il cinema!
FESTIVAL DI CANNES: alla Croisette la 61° edizione ha visto buoni risultati per il cinema italiano. Infatti
Gomorra di Garrone ed il Divo di Sorrentino sono stati premiati e la giuria ha scelto per la Palma d’Oro un ottimo
film francese “ La classe ”- Entre les murs - (in programma al Cinecircolo nei giorni 12 e 13 marzo 2009).
FESTIVAL VENEZIA: con i soliti problemi organizzativi il festival è stato impreziosito da qualche buon film fuori
concorso (Burn after reading), meno apprezzabile il lavoro della giuria che ha scambiato il leone (Wrestler con
Mickey Rourke) con la volpe (Silvio Orlando nel Il papà di Giovanna di Pupi Avati). Bene il film opera prima del
non più giovane Di Gregorio “ Pranzo di ferragosto” giustamente premiato, mentre è stato ignorato “Il giorno perfetto” di Ferzan Ozpetek, buono ma drammaticamente noioso.
FESTIVAL DI ROMA, che ha seguito a ruota Venezia e Toronto ha “pagato” una offerta debole sul piano qualitativo con pochissimi film americani e troppi italiani in concorso, scelti in modo discutibile; come si fa ad includere in
concorso film come quello sulla saga dei De Sica- buono per concludere una retrospettiva – e quello sulle vicende
delle tre sgallettate di “Un gioco da ragazze”, lasciando fuori “Si può fare” film intelligente e divertente di Giulio
Manfredonia! Parecchie lamentele per il sistema usato per la distribuzione dei biglietti agli accreditati che ci dicono
simile a quello di Berlino, ma ci si scorda che anche un buon criterio si vanifica usando parametri sballati, come ad
esempio i troppi posti riservati a priori per gli sponsors, parecchi dei quali disertano poi le proiezioni.
Alla cerimonia di premiazione i vari politici al microfono hanno rivendicato (sic!)una crescita generalizzata di presenze, accreditati e di tasso di occupazione delle sale. Complessivamente c’è da riconoscere che la direzione di Rondi
sembra aver semplificato la macchina organizzativa e nonostante l’inclemenza delle condizioni meteorologiche, gli
eventi si sono succeduti con più sobrietà, anche se tutte le proiezioni delle prime hanno registrato insopportabili attese. La premiazione, cerimonia non noiosa con premiati condivisibili, è stata impreziosita dalla consegna a Gina
Lollobrigida del Marc’Aurelio d’oro alla carriera, la quale dopo aver dominato il set per anni si è dedicata con successo alla fotografia, scultura e testimonianza sociale: proprio un talento straordinario di cui andare fieri!
Nella foto di Mauro Crinella il cast del film diretto da Giulio Manfredonia dal titolo “Si può fare”.
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PASSEGGIANDO TRA I FESTIVALS
61a MOSTRA DEL CINEMA DI CANNES 2008
La rivincita sulla Croisette di Paola Dell’Uomo
Il 61° Festival di Cannes sarà ricordato, soprattutto
nel nostro paese, come la rivincita del cinema italiano. Assente totalmente o quasi nella precedente edizione, lo scorso anno la stampa nazionale era sulla
Croisette per seppellirlo, mentre oggi è lì per lodarlo.
C’è chi ne approfitta per accusare i detrattori dello
scorso anno, ma cautamente bisognerebbe gridare
alla sua resurrezione. Il cinema italiano non è mai
morto e quindi non è mai risorto; piuttosto vale la
pena soffermarsi sulla considerazione che ancora una
volta il cinema italiano che convince è il cinema che
parla di oggi, dei nostri giorni, della nostra storia e
che trova nella realtà storie di ampio respiro che, proprio per questo, interessano non solo il nostro ombelico, ma anche il pubblico internazionale.
La 61° edizione del festival del cinema di Cannes è
stata testimone e madrina di una splendida stagione
per il cinema italiano ed ha avuto il merito di riconoscere ed aggiudicarsi due delle migliori opere di quest’anno: “Gomorra” di Matteo Garrone e “Il Divo” di
Paolo Sorrentino. Non solo li ha tenuti a battesimo,
ma la giuria presieduta dall’attore e regista Sean
Penn, ha anche riconosciuto i meriti di entrambi,
assegnando al primo “Il Gran Prix” e al secondo
“Prix du Juri”. Forse il successo dei due film italiani
in concorso ha avuto come prezzo il mancato riconoscimento come migliore attore per Toni Servillo,
visto che questo premio è andato al Benicio Del Toro,
per la sua interpretazione di Che Guevara ne film di
Soderbergh “Che”, per molti prova meno convincente rispetto al nostro Servillo. Sempre in America
Latina rimane il riconoscimento per la migliore attrice, assegnata a Sandra Corveloni per il film “Linha
de passe” di Walter Salles e Daniela Thomas.
Il 61° Festival di Cannes verrà anche ricordato come
il ritorno della Palma d’Oro in patria dopo più di vent’anni, con il premio assegnato al film “Entre les
Murs”, il falso documentario di Laurent Cantent,
accolto da un notevole successo alla proiezione dell’ultimo giorno e da un verdetto unanime da parte
della giuria. Le premesse del presidente della giuria
Sean Penn sono state mantenute, privilegiando tematiche di cronaca odierna per i due premi ai film italiani e riconoscendo il premio principale ad un film
che vuole rappresentare, entro le mura di una classe
scolastica come su un palcoscenico, i contrasti e i
conflitti della società francese di oggi.
Il premio per la miglior regia al turco Nuri Bilge
Ceylon per “Three Monkey” e quello alla miglior
sceneggiatura ai fratelli Dardenne per “Le silence de
Lorna”, sono un riconoscimento all’arte cinematografica pura. Mentre suscitano perplessità i due premi
speciali “inventati” dalla giuria per Clint Eastwood,
che per l’ennesima volta va via senza un premio ufficiale, e per Catherine Deneuve, per la sua interpretazione di madre nel film di Desplechin, “Un conte de
Noël”.
La Croisette ha visto sfilare anche i miti del cinema
internazionale, con il ritorno dell’impareggiabile
Indiana Jones, perduto nei meandri della nostra adolescenza e ritrovato un po’ imborsito ed un po’ invecchiato; o con l’immancabile Woody Allen, sempre
fedele alle aspettative con il suo “Vicky, Cristina,
Barcelona”, mentre delude Wim Wenders con il suo
“Palermo Shooting”; o con la improbabile coppia
Emir Kusturica e Diego Maradona, con il film documento sulla vita del fenomeno del calcio.
Rimane quasi come rumore di sottofondo, la polemica sull’opportunità di mostrare all’estero i “problemi” nostrani, come volere rappresentare il peggio del
nostro “Bel Paese”, apparsi su alcuni quotidiani in
concomitanza con le presentazioni dei due film italiani alla manifestazione cinematografica con più
ampio visibilità all’estero. La polemica non ha ragione di essere visto il successo che le due pellicole
hanno ricevuto non solo nell’ambito della manifestazione, ma anche successivamente da parte del pubblico straniero. Rumori di fondo rimangono, dopo la
notizia della scelta di “Gomorra” come la pellicola
che rappresenterà l’Italia per la candidatura alla
nominations degli Oscar. Rumori di fondo, “Rumori
fuori scena”.
VENEZIA 65a MOSTRA INTERNAZIONALE D’ARTE CINEMATOGRAFICA
Vinti e vincitori di Paola Dell’Uomo
A lungo si discuterà sulla 65° edizione della Mostra
internazionale di Venezia. A lungo ci si chiederà se la
direzione di Marco Müller è stata vincente anche per
questa volta. La parola “vincente” è stata la chiave di
volta di tutta la mostra, più che mai per quelli che
sono stati i premiati.
Il Leone d’Oro è andato all’ultimo film proiettato in
concorso che, come per Cannes, ha folgorato la giuria: “The Wrestler” di Darren Aronofsky. Film outsider ha incarnato il tema principale del festival; con la
sua faccia, il protagonista Mikey Rourke, praticamente irriconoscibile pensando al seduttore di venti
anni fa di “Nove settimane e mezzo”, ha portato sul
tappeto rosso la storia, vissuta forse anche in prima
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PASSEGGIANDO TRA I FESTIVALS
persona, di chi, toccato il fondo dopo il successo,
riesce a portare a termine la sua sfida con la vita.
Persone e personaggi vinti, ma non sconfitti, come ha
definito i suoi personaggi Silvio Orlando, che quest’anno ha avuto il suo riconoscimento più bello, la
Coppa Volpi. Nella sua interpretazione di Michele,
nel film di Pupi Avati “Il papà di Giovanna”, ha convinto la giuria e sicuramente tutto il pubblico di
addetti ai lavori e non.
Vincente ne esce sicuramente il cinema italiano, già
vincitore annunciato solo per la presenza di ben tre
pellicole in concorso, annunciate come di ottima qualità. Oltre a Pupi Avati, erano in concorso l’attesissimo “Un giorno perfetto” di Ferzan Özpetek, e “Il
seme della discordia” di Pappi Corsicato. E se il riconoscimenti più ambito non è arrivato, certamente
queste pellicole sono state tra le più acclamate. Non
solo, ma un riconoscimento importante è arrivato al
freschissimo “Il pranzo di Ferragosto” dell’esordiente alla regia, Gianni Di Gregorio, premiato nella
sezione “La settimana della critica” e numerose sono
state le lodi per “Pa.ra.da” di Marco Pontecorvo,
nella sezione “Orizzonti”.
La 65° Mostra di Venezia può essere annoverata nella
schiera dei vinti o dei vincitori? Questa edizione non
verrà ricordata per l’ottimo livello generale delle
opere presentate nelle sezioni ufficiali. Nessuno ha
gridato al capolavoro e molti aspettative sui partecipanti sono state deluse.
Certo è che le sezioni minori hanno fatto vedere
molto di nuovo, da “Kabuly Kid” del regista iraniano
Barmak Akram, splendido ritratto di una città ferita
dalla guerra, all’esilarante sorpresa del malese,
$e11.Ou7!, primo lungometraggio di Yeo Joonhan,
già premiato a Venezia con un suo corto nelle edizioni precedenti. Tutti film che non avremo la possibilità di vedere nelle sale, ma che, a mio avviso sono
state le cose migliori viste in questa edizione.
Vincitori definitivi quindi i selezionatori delle sezioni minori, dalla Sezione “Le giornate della critica”,
alla Sezione “Orizzonti”, segno che ancora c’è tanto
cinema da scoprire, al di là delle logiche delle grandi
distribuzioni o del potere delle major. Segno che c’è
ancora tanta creatività da fare emergere, nonostante
le logiche delle grandi case di distribuzione e del
potere delle major.
Il ruggito del leone è stato un po’ rauco di Laura Ferretti & Catello Masullo
La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di
Venezia, il festival di cinema più antico del mondo,
arrivata alla sua 65-esima edizione, ha avuto nel 2008
una edizione un po’ sottotono. La partenza bruciante
con l’ennesimo capolavoro dei fratelli Coen ed il
semi-acuto finale di “The Wrestler”, che ha afferrato
in extremis il massimo alloro, non hanno potuto
infatti riscattare una programmazione un po’ deludente. Specie per quanto attiene al concorso. Leone
d’oro attribuito al citato “The Wrestler” di Darren
Aronofsky, con un grande ritorno di Mickey Rourke.
Leone d’argento a “Paper Soldier”, del russo Aleksei
German, che fornisce uno spaccato originale, critico
e attento della unione Sovietica che cercava di uscire
dalle efferatezze staliniane e si poneva obiettivi
ambiziosi e grandiosi, come la conquista dello spazio, con un linguaggio originale, autoriale, personale.
La Coppa Volpi per la migliore attrice è andata a
Dominique Blanc, protagonista di “L’autre” film
peraltro non riuscitissimo di Bernard e Trividic.
Quella per il miglior attore è andata ad un grande
Silvio Orlando, per la magistrale interpretazione ne
“Il papà di Giovanna”, di Pupi Avati. Meritato il
Premio Speciale della Giuria a “Teza” dell’etiope
Haile Gerima. Film di grande intensità epica ed emotiva. Nobilitato da un linguaggio poetico, suggestivo
ed innovativo. Un Leone Speciale è stato attribuito
per l’insieme dell’opera a Werner Schroeter, che si è
presentato al Lido certamente non con la sua opera
migliore: “Nuit de chien”. Il Premio per l’Opera
Prima è andato a “Pranzo di ferragosto”, vero film
rivelazione di questa edizione. Felicissimo esordio
nel lungometraggio di Gianni Di Gregorio, quasi 60enne, aiuto regista di Matteo Garrone per “Estate
Romana”, “L’imbalsamatore” e “Primo Amore”,
nonché co-sceneggiatore di “Gomorra”. Gianni Di
Gregorio oltre a scrivere e a dirigere il film, ne è
anche interprete principale. Il Premio Mastroianni
per l’attore/attrice emergente è andato a Jennifer
Lawrence per lo struggente ed intenso “The burning
plain”, opera prima del famoso sceneggiatore messicano Guillermo Arriaga. Non è certamente mancato
del buon cinema in questa edizione 2008 di Venezia.
Si è già accennato all’eccellente film di apertura,
“Burn After Reading”, di Ethan e Joel Coen, i quali,
irriverenti, sardonici, semplicemente unici, rappresentano una assoluta garanzia di qualità, originalità,
eccellenza. E non possiamo non fare menzione per
quello che è il nostro Leone d’oro: “Ponyo sopra il
dirupo”, del 67-enne maestro giapponese della animazione, Hayao Miyazaki, che costruisce un nuovo
capolavoro. Visionario, coloratissimo, caleidoscopico. Jonathan Demme, al suo 40-esimo anno di attività da regista, autore di successi clamorosi, come “Il
silenzio degli innocenti”, vincitore di 5 premi Oscar,
e tanti altri che gli hanno visto attribuire numerosissimi allori e ben 20 nominations agli Oscar, ha portato alla mostra il suo “Rachel getting married”. Un
film dalle atmosfere bergmaniane, sincero, intenso,
struggente. La rappresentanza italiana alla Mostra
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PASSEGGIANDO TRA I FESTIVALS
non ha sfigurato. “Il papà di Giovanna”, di Pupi Avati
è una storia di profonda, intensa umanità. Con straordinarie interpretazioni. Di altissimo livello. Su tutte
l’ennesima superlativa prova della giovanissima e
bravissima Alba Rohrwacher e quella del fantastico
Silvio Orlando. Tratto dal romanzo omonimo di
Melania Mazzucco (ed. Rizzoli, 2005), il nuovo film
di Ferzan Ozpetek, “Un giorno Perfetto”, centra
ancora un volta l’obiettivo. Il regista italo-turco è
ormai una certezza: sa toccare le corde dell’anima
come pochi. Maggiore fortuna avrebbe meritato “La
terra degli uomini rossi – Birdwatchers” di Marco
Bechis, che continua, con sempre maggiore incisività, la sua missione di cinema militante. Il suo film
suona come una denuncia alta e forte del genocidio di
fatto di cui sono vittima gli indios brasiliani.
Andrebbe proiettato nelle scuole superiori. Ma i colori italiani non sono stati tenuti in alto solo dai campioni in gara. Grande vivacità, al limite della rivelazione, hanno mostrato autori giovani, al loro esordio,
che sono sbarcati al Lido senza timori reverenziali:
“PA-RA-DA” di Marco Pontecorvo, “Machan” di
Uberto Pasolini, “Pinuccio Lovero – Sogno di una
morte di mezza estate” di Pippo Mezzapesa. Ancora
una volta Venezia dona le migliori perle al programma del Cineromano con “Il papà di Giovanna”,
“Rachel getting married”, “Burn After Reading”,
“Non pensarci” ed “Il treno per Darjeeling. E, sicuramente, alcune opere prime presentate al Lido saranno
selezionate per il nostro fiore all’occhiello: “Il
Premio Cinema Giovane”.
SEDUTI SUL RED CARPET (n.d.r.: con occhio critico e facendo un po’ di ironia...)
Testo e foto di Laura Ferretti (www.ilpareredellingegnere.it)
Bentornati, ben arrivati al Lido.
Anche quest’ anno l’atmosfera ci avvolge.
Il tempo di disfare i bagagli e siamo già al Palazzo
del Casinò per ritirare gli accrediti, e poi via a curiosare tra il red carpet e gli stand della mostra.
Ci accorgiamo che poco è cambiato dall’anno precedente, la cosa ci rassicura, ci tranquillizza, sappiano
esattamente come muoverci, abbiamo i nostri punti
certi:
Saranno assicurate anche quest’anno le interminabili
file e i famigerati controlli?
Ci sarà la solita disputa sulla forma delle borse da
poter portare in sala?
Ci saranno le inutili file davanti alla Volpi e alla
Zorzi, per poi sentirsi dire che i posti in sala sono
esauriti?
E gli assistenti in sala, saranno sempre solerti nel pretendere che si lasci la sala prima della fine dei titoli
di coda? (A nulla sono servite, gli scorsi anni, le
rimostranze per far capire che un film è finito quando sullo schermo compare la scritta FINE).
Anche la scenografia del Palazzo del Cinema ci rassicura, come ogni anno.
Abbiamo visto eserciti di Leoni d’Oro, schiere di
“sederi” dei Leoni d’Oro, sfere nere, quest’anno
abbiamo Leoni che giocano a nascondino: Dante
Ferretti ci assicura che sono leoni che “sfondano” e
vanno verso il nuovo palazzo del cinema…che sorgerà nell’attuale area Eventi del “Movie Village”.
Sotto il tendone dell’area Eventi è stata infatti posata
la prima pietra del Nuovo Palazzo del Cinema e dei
Congressi di Venezia, che dovrà essere ultimato in concomitanza dell’anniversario dei
150 anni dell’Unità d’Italia, nel 2011.
Siamo qui, anche quest’anno, per scoprire
cosa c’è dietro la macchina del festival, per
curiosare nelle sale, fuori mentre si fa la fila,
per strada, tra gli stand e sul red
carpet…ovviamente rosso!
E proprio passeggiando lungo il Red Carpet
siamo accolti dalla solita ressa di fotografi e
neofiti arrampicati su scalette, fioriere, impalcature, panchine per carpire un volto, un saluto dei loro beniamini: anche qui non è cambiato nulla.
Nella nuova area ristoro, notiamo nuovi
La nuova scenografia di Dante Ferretti per la 65^ Mostra stand: segnaliamo quello del “Progetto
Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia
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PASSEGGIANDO TRA I FESTIVALS
Papillon”, vendita di prodotti confezionati dai detenuti delle carceri veneziane in collaborazione con la
Mostra del Cinema.
Rifocillati e rassicurati dalla scarsa preparazione di
parte del personale assunto per la manifestazione (lo
scorso anno alcune assistenti dell’info point erano
molto point e poco info), ci dirigiamo verso la sala
stampa, al terzo piano del Casinò.
rande, e spumeggianti, interpreti de “Il pranzo di ferragosto”, di e con Gianni Di Gregorio: Marina
Cacciotti (85 anni, nella parte della mamma dell’amministratore), Maria Calì (87 anni, nella parte della
zia dell’amministratore), Grazia Cesarini Sforza (90
anni, nella parte della mamma del dottore) e Valeria
de Franciscis Bendoni (93 anni, nella parte della
mamma del protagonista).
Anche qui nulla di nuovo… postazioni computer già
insufficienti dal primo giorno… e scarsità di sedie…
perché non tutte
le postazioni
hanno la rispettiva sedia, tanto
che, come in un
film comico,
non è raro vedere compassati
giornalisti scrivere al computer seduti sulle
proprie gambe!
Anche questa
disorganizzazione ci tranquillizza, non
avremmo voluto che dopo ben 65 manifestazioni, qualcuno pensasse almeno di ipotizzare delle postazioni computer con
relativa sedia!
Quest’anno la Mostra del Cinema festeggia la terza
età con i 100 anni di Manoel de Oliveira, i 90 anni di
Monicelli, gli over 70 Lauren Bacall, Ben Gazzara,
Giuliano Gemma e Adriano Celentano: evviva le
rughe! Perché, come diceva la Magnani al trucco:
“Non me le coprite! Ciò messo una vita per averle!”
Allo stand “Ridateci i soldi” c’è la premiazione della
migliore “stroncatura” della 65^ Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica.
Presenti alla cerimonia Gianni Ippoliti, da 12 anni
responsabile dello stand “Codacons-Ridateci i soldi”
della Mostra, Marco Muller e il Presidente Codacons
Carlo Rienzi, in palio l’ambita Coppa Codacons, la
vignetta premiata è questa: il Leone impiccato con
una pellicola cinematografica…
E alla fine è arrivato anche il giorno della partenza.
Facciamo le valigie, senza dimenticare gli opuscoli e
le riviste uscite in questi giorni in edizione straordinaria per il Festival. Sul traghetto ci concediamo un
ultimo sguardo al Lido, con già in mente le emozioni
e le sorprese della prossima Mostra Internazionale
d’Arte Cinematografica…
Incontriamo davanti al Palazzo del Cinema le vene-
FESTA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI ROMA
Monica Bellucci
Il cast del film “L’uomo che ama” diretto da Maria Sole Tognazzi.
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PASSEGGIANDO TRA I FESTIVALS
LA TERZA EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DI ROMA 2008
Tappeto rosso di Paola Dell’Uomo
Un Tappeto Rosso bagnato è quello che è rimasto
della terza edizione del Festival Internazionale del
Film di Roma. Una terza edizione molto diversa dalle
precedenti, e non solo per il nome. Il nuovo direttore
lo aveva annunciato: non più riflettori accesi su grandi star e anteprime internazionali, ma un festival più
sobrio, tutto concentrato sul buon cinema. L’apertura
ha rispettato le premesse, con l’incontro organizzato
con il grande Al Pacino, premiato con il Marco
Aurelio d’Oro in qualità di Presidente dell’Actor
Stidio: un’ora di lezione di cinema e poco a che fare
con il Glamour.
Così come occasioni di lezioni di cinema sono stati
gli incontri con altri grandi nomi, come David
Cronenberg, Viggo Mortensen, Carlo Verdone Toni
Servillo e Michael Cimino, che si sono svolti durante il festival.
Poi però la mancanza di grandi star internazionali ha
avuto le sue ripercussioni sulle presenze del pubblico. Più che per le presenza il Festival ha brillato per
le assenze. Basti pensare che l’evento di punta per gli
organizzatori è stata la proiezione del film “High
School Musical 3: Senior Year”.
Una cosa che non è mancata sono state le polemiche:
quelle che hanno preceduto l’apertura del festival,
con una presunta esclusione all’ultimo momento del
film sulle brigate rosse; quelle che hanno accompagnato la proiezione del film”Il Sangue dei vinti”, di
Michele Soavi, ispirato al libro di Giampaolo Pansa,
film escluso da Venezia ed inizialmente anche dal
Festival di Roma, reinserito poi come Evento
Speciale; quelle che hanno seguito la conferenza
stampa dopo la proiezione del film di Giulio
Manfredonia “Si può fare”, per l’inspiegabile esclusione dal concorso della pellicola italiana più interessante che è stata vista al Festival.
Quello che però c’è piaciuto molto di questo nuovo
festival, come la solito, sono stati i film presentati
nelle sezioni parallele: come $9.99 di Tatia
Rosenthal, nella sezione l’Altro Cinema, splendida
pellicola animata in stop motion sul significato della
vita; o “Summer”, di Kenneth Glenaan, nella sezione
“Alice nella Città”, sulla dolorosa fatica del vivere in
un Inghilterra sconfitta dalla recessione; o “The
Home of the Dark Butterflies”, di Dome Karukoski,
sempre nella sezione “Alice nella Città”, candidato
all’Oscar 2009 come miglior film straniero; o l’esilarante “Where in The World is Osama Bin Laden” di
Morgan Spurlock, presentato nella sezione “L’Altro
Cinema”, un grande viaggio conoscitivo nella terra
del “nemico”; o l’originale fusione di commedia
grottesca e horror della coppia americana Jay e Mark
Duplass, presentato sempre nella sezione “L’Altro
Cinema”. Ma su tutti ci ha entusiasmato il britannico
“RocknRolla” di Guy Ritchie, Proiezione Speciale
per i pochi che hanno avuto il coraggio di andarlo a
vedere a mezzanotte e mezza, con il suo esilarante
intersecarsi delle storie di personaggi da Black commedy, condito con un ottima musica Rock.
Si; più di tutto ci è piaciuto il cinema Inglese che in
diversi generi e con diversi stili ha sempre convinto,
divertito e, talvolta, sorpreso.
Al Pacino
Donatella Finocchiaro
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PASSEGGIANDO TRA I FESTIVALS
UNO SGUARDO CRITICO AI FILM
a cura di Laura Ferretti & Catello Masullo
ni da parte delle truppe serbe. Il Marco Aurelio d’oro
della critica è andato invece a “Opium War”, dell’afgano Siddik Barmak, di co-produzione afgana, giapponese, coreana e francese. Film d’autore, rigoroso, antispettacolare, che offre uno spaccato inedito delle remote regioni del martoriato Afganistan e volti indimenticabili, da copertina del National Geographic. Il premio
per miglior attore è andato a Bohdan Stupka, protagonista di “Il cuore in mano”, sorprendente commedia
brillante di Krzysztof Zanussi. Le scelte effettuate dalle
giurie dei giovanissimi per i film della sezione Alice,
uno dei fiori all’occhiello del Festival di Roma, sono
state ancora una volta oculatissime e competenti. I
bambini di età compresa tra 8 e 12 anni hanno premiato il franco-belga-canadese “Magique!”, di Philippe
Muyl, tenero, toccante e, per l’appunto, “magico” film
per piccini e per adulti. I ragazzi di 13-17 anni hanno
premiato l’inglese “Summer”, di Kenneth Glenaan,
film splendido, intenso, toccante. Come in ogni festival
che si rispetti, non sono mancati i buoni film. Ci piace
segnalare il film ad episodi, di grande spessore morale
ed impegno civile “8”, sugli otto obiettivi del Millennio
(di Wim Wenders, Mira Nair, Gabriel Garcia Bernal,
Jane Campion, Gaspar Noé, Jan Kounen,
Abderrahmane Sissako, Gus van Sant), la gustosa commedia francese “Parlez-moi de la pluie” di Agnès Jaoui,
il sontuoso “The Duchess” di Saul Dibb, il poderoso
“La banda Baader Meinhof” di Uli Edel, e ancora i due
film che hanno meritato una menzione speciale, il
multi-etnico, almodovariano “Aide-toi et le ciel t’aidera” di Francois Dupeyron (vincitore anche del premio
“Farfalla d’oro Agiscuola”) ed il visionario, estetizzante “A corte do norte” del portoghese Joao Botelho. Ma
due sono stati gli acuti, che hanno sfiorato il capolavoro assoluto, pur non ricevendo, inspiegabilmente, alcun
premio né menzione. Il primo è “Appaloosa” di Ed
Harris, western classico, ma con linguaggio moderno,
con dialoghi spassosissimi (mai riso così tanto per un
western), cura maniacale dei dettagli, interpretazioni
strepitose, a cominciare dallo stesso autore Ed Harris,
misurato, ironico, impagabile, un ennesimo capolavoro
la recitazione di Viggo Mortensen, re della sottrazione,
una gustosamente darwiniana prova di Renée
Zellweger, un grande il vilain di Jeremy Irons. Il
Secondo è “Easy Virtue”, di Stephan Elliott, trasposizione cinematografica dell’opera teatrale omonima di
Noel Coward, scritta nel 1924, quando l’autore aveva
solo 23 anni. Brillante, scoppiettante, spumeggiante.
Dialoghi affilatissimi. Battute fulminanti. Sitcom esilaranti. Sarcastico, graffiante, dissacrante, a tratti deliziosamente irriverente. Godibilissimo. Con una confezione impeccabile ed attori strepitosi. Ed il Cinecircolo
Romano, nella sua costante ricerca della alta qualità
cinematografica, non poteva farsi sfuggire queste due
perle, che saranno i due film di programma 2008-2009
provenienti dal Festival di Roma, e saranno proiettati il
21 e 22 maggio ed il 4 e 5 giugno 2009.
Giunta alla terza edizione, la manifestazione cinematografica della capitale, ribattezzata da “Festa” a
“Festival” dal neo-direttore Gian Luigi Rondi, è apparsa un po’ sotto tono rispetto alle due precedenti. Sconta
probabilmente, come d’altra parte la Mostra di Venezia,
il terremoto mondiale del settore conseguente allo sciopero degli sceneggiatori USA. Ma, con tutta probabilità, anche dell’inevitabile sbandamento dovuto al cambio di vertice conseguente alla elezione a sindaco di
Alemanno che ha programmaticamente preteso una
soluzione di continuità con la precedente gestione
Veltroni-Bettini. Il giudizio sulla direzione del decano
del cinema Rondi è da rimandare alla prossima edizione, avendone assunto le redini quando la quasi totalità
delle scelte era stata già fatta dallo staff della precedente gestione. Ma di certo è apparso subito sostanzialmente fallito l’obiettivo di fare della kermesse una
vetrina internazionale delle produzione cinematografica italiana. Se si voleva realizzare un match Italia contro tutti, è andata a finire come era facile prevedere:
resto del mondo batte Italia due a zero. D’altra parte un
festival internazionale che si rispetti, seleziona i film
migliori disponibili in quel momento, indipendentemente dalla nazionalità. I film italiani in concorso
hanno infatti sostanzialmente deluso. Sin dal film d’apertura, “L’Uomo che Ama”, di Maria Sole Tognazzi.
Che, pur potendo contare su eccellenti interpretazioni,
non ha lo spessore del film di apertura di un grande
festival. Non del tutto convincenti anche “Il sangue dei
vinti” di Michele Soavi, “Il passato è una terra straniera” di Daniele Vicari e “Galantuomini” di Edoardo
Winspeare, che ha però, meritatamente, conseguito l’unico alloro al cinema nostrano, il premio per migliore
attrice a Donatella Finocchiaro, veramente strepitosa.
Qualcosa in più, almeno in termini di emozioni, ha
saputo regalare il film di chiusura, “L’Ultimo
Pulcinella”, intenso e crepuscolare, di Maurizio
Scaparro, con un grande Massimo Ranieri.
Paradossalmente, il miglior film italiano visto al festival, “Si può fare”, di Giulio Manfredonia, è stato posto
dai selezionatori fuori concorso, per motivi del tutto
incomprensibili. Si tratta infatti di un film divertentissimo. Con un grande ritmo da commedia brillante.
Battute fulminanti, gag irresistibili. Ma anche con un
sapiente dosaggio di momenti agro dolci, che affrontano temi alti, forti, ma trattati in modo lieve, che suscitano riflessione e discussione. I premi maggiori sono
andati a due film di guerra, sebbene di stile e linguaggi
completamente diversi. Il Marco Aurelio d’oro attribuito dal pubblico, con votazione elettronica all’uscita
dalle proiezioni (interessante e positiva novità di questa
edizione), è andato a “Resolution 819”, co-produzione
franco-polacca-italiana, di Giacomo Battiato. Una ricostruzione toccante e vibrante di una delle più terrificanti efferatezze avvenute di recente alle nostre porte, l’eccidio di Srebrenica che ha visto la brutale uccisione,
con occultamenti di cadaveri, di 8.000 civili musulma-
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PASSEGGIANDO TRA I FESTIVALS
Andrea Molaioli (La ragazza del lago), Fausto Brizzi
(campione uscente), Francesca Cima (per Apnea di
Roberto Dordit).
Valentina Lodovini (La giusta distanza).
Giuseppe Battiston (La giusta distanza).
Da sinistra: Murchio, Cima, Brizzi, Lodovini, Battiston,
Molaioli, Colangeli.
Il pubblico in platea.
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PREMIO CINEMA GIOVANE - Quarta Edizione
Per le opere prime del 2007 (21 opere)la manifestazione si è tenuta dal 31 marzo al 5 aprile 2008 con la
presentazione di 10 titoli del cinema giovane italiano
su 20 proiezioni, con circa 9000 presenze in sala.
Il Premio Cinema Giovane 2008 è stato assegnato dal
giudizio del pubblico a “La ragazza del Lago” di
Andrea Molaioli. A consegnare i premi all’autore e a
Francesca Cima, produttrice di “La ragazza del lago”
e di “Apnea”, è stato chiamato Fausto Brizzi, vincitore della passata edizione con “Notte prima degli
esami”. I premi a miglior attrice giovane e miglior
attore giovane sono stati attribuiti a Valentina
Lodovini e a Giuseppe Battiston, entrambi per “La
giusta distanza”.
Targhe per “opera segnalata” sono andati anche a
tutti i partecipanti alla competizione.
La serata è stata impreziosita dalla presenza di tutti i
registi ed attori candidati ed è stata presentata da
Franco Mariotti responsabile del cerimoniale alla
Mostra del Cinema di Venezia.
Il Forum sul “Cinema Giovane Italiano: segni di
risveglio” ha coronato la settimana di cultura cinematografica con gli interventi di Elio Ghirlanda
docente di cinema, Marco Simone Piccioni, regista,
Enzo Natta, giornalista critico cinematografico,
Pietro Murchio presidente del Cinecircolo Romano,
Bruno Torri, docente di Cinema e Presidente del
Sindacato Italiano Critici Cinematografici, Catello
Masullo critico cinematografico.
CINEMA E CRITICA: UNA DIALETTICA COSTRUTTIVA
di Maria Teresa Raffaele
Il cinema giovane italiano dà certamente segni di
risveglio. Lo testimonia la buona qualità delle opere
presenti nell’ultima Manifestazione Premio Cinema
Giovane del Cinecircolo Romano, nelle quali si è
potuto notare un riuscito tentativo di svincolarsi dal
genere “commedia”, caro alla nostra tradizione per
avviare operazioni nuove con film di diverso genere:
giallo, noir, thriller, biopic.
In tutte le opere si è evidenziata un’attenzione partecipe verso i temi sociali più scottanti della nostra
società, quali l’immigrazione, l’integrazione, il lavoro nero e il lavoro precario, il divario tra le generazioni, non esclusi argomenti più strettamente privati
ed esistenziali con riflessioni sul dolore, sulla malattia, sulla morte, tutti temi ai quali lo specifico filmico ha regalato suggestioni narrative e formali non
banali.
Queste tematiche entrano prepotentemente nella storia dei nostri giovani cineasti (forse sarebbe meglio
dire esordienti maturi) e non potrebbe essere altrimenti. Come i più attenti studiosi sanno, il cinema,
arte tra le arti, non solo rappresenta il suo tempo, ma
lo esprime. La distinzione è qualificante e ciò è dimostrato da tutta una serie di scelte narrative e stilistiche
che, forse anche al di là della consapevolezza degli
autori, raccontano il disagio delle persone sia come
individui che come cittadini nei confronti delle nuove
realtà sociali.
Quelli che abbiamo visto sono film intensi in cui i
temi della sofferenza, della malattia, dell’abbandono,
dell’accoglienza, della difficoltà di comunicazione
sono trattati con profondità, finezza, originalità, nonché con elevata professionalità. Personalmente ho
trovato che sia i tre film in concorso, La ragazza del
lago, L’aria salata, Apnea, che altri della rassegna,
come Il vento fa il suo giro, Piano solo, La giusta
distanza, siano contraddistinti da un humus comune
che potrebbe far pensare all’affermazione di una
“nouvelle vague” Italiana. Nel corso del Forum, tenutosi nell’ambito della Manifestazione, oltre ad essere
stati evidenziati gli annosi problemi dovuti alla distribuzione che non aiuta la nostra produzione, problema ampiamente noto, sempre dibattuto e mai
risolto, evidentissimo anche ai non addetti ai lavori
(un film come Apnea non può essere stampato in
quattro copie e pretendere che abbia il suo ritorno
economico!) è emersa pure la constatazione che, a
differenza di quanto accaduto in passato, non si riesce
a far nascere una nuova scuola italiana. Per alcuni
critici questa difficoltà imputabile ad un accentuato
individualismo dei pur tanti talenti emergenti che
però stentano a “fare gruppo” ed a lavorare quindi
perché si imponga una maniera italiana nel cinema.
Riflettendo su quest’ultima osservazione mi è sovvenuto come nell’arte italiana pochissimi movimenti,
nel dopoguerra, siano stati capaci di imporsi travalicando i confini nazionali: cito i due più importanti, l’
Arte Povera e la Transavanguardia, movimenti individuati, teorizzati, sostenuti da critici illuminati e pervicaci, come Germano Celant e Achille Bonito Oliva
che, individuati artisti omologhi, pur nelle loro in
sovrapponibili individualità, hanno creato massa critica attorno a loro, regalandogli quella identità culturale omogenea, probabilmente non percepita neanche
dagli stessi singoli artisti. Mi chiedo perché per il
Cinema non potrebbe succedere lo stesso.
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PREMIO CINEMA GIOVANE: UN APPUNTAMENTO
DEL CINEMA ITALIANO - Quinta Edizione
A cura di Pietro Murchio e Francesco Pernette
Manifestazione festivaliera con rassegna cinematografica celebrante il cinema giovane italiano.
Conferisce un premio annuale al migliore autore di
opere prime ed interpreti giovani della recente stagione cinematografica. La manifestazione è caratterizzata
dal giudizio espresso dal pubblico di soci ed ospiti, con
il coinvolgimento di numerosi giovani, dei “cineasti”
protagonisti nonché delle risorse culturali del territorio a livello regionale.
Qualora l’istanza di sponsorizzazione presentata
all’assessorato alla cultura della Regione Lazio venga
accolta: al Festival farà immediato seguito, in provincia, una rassegna dei migliori film in concorso organizzata con la collaborazione del Comune di San
Felice Circeo (LT).
annuale settimana culturale (30 marzo – 4 aprile 2008).
I tre film nominati verranno proiettati tre volte, in tre
orari diversi (16.00, 18.30, 21,15) nei giorni 30 e 31
marzo e 1 aprile 2008, raccogliendo su apposita scheda
i giudizi del pubblico spettatore e negli stessi giorni di
mattina si terranno le proiezioni per i giovani studenti
delle scuole del Comune. Durante la settimana culturale verranno proiettati anche altri 7 film selezionati dal
Cinema Giovane Italiano.Complessivamente, nella settimana, sono previste 16 (+3 mattutine per giovani studenti) proiezioni per un totale di circa 9000 presenze ad
inviti gratuiti per i soci e per il pubblico ospite, come
avvenuto nelle quattro precedenti edizioni. Il 3 aprile
2009 verrà effettuata la premiazione. I “Premi Cinema
Giovane”, assegnati all’autore della migliore opera
prima ed ai migliori giovani interpreti, consisteranno in
un oggetto di fattura originale appositamente inciso e
personalizzato. La cerimonia sarà condotta dal cerimoniere del Festival di Venezia Franco Mariotti.
Si intende continuare la tradizione del “Festival”, che
ha già ottenuto successo nelle precedenti edizioni,
ampliando l’offerta culturale e la promozione territoriale, in modo da dare all’evento un più vasto respiro a
livello regionale e nazionale.
La manifestazione si svolgerà dal 30 marzo al 4 aprile 2009 presso l’Auditorio San Leone Magno di Via
Bolzano 38 la cui sala ospiterà le proiezioni cinematografiche, il Forum su “Il Cinema Giovane Italiano:
segni
di
crescita”
e
la
Premiazione.
Contemporaneamente nell’elegante foyer si svolgerà
una mostra d’arti figurative competitiva non commerciale.
➣ Pubblicità, Pubblicazioni e Promozione
Per l’occasione la prestigiosa rivista del Cinecircolo
“Qui Cinema” dedicherà un numero speciale alla manifestazione. Il Cinecircolo provvederà a divulgare la
notizia della Manifestazione oltre che con locandine,
depliants di programma ed inviti personalizzati: con
comunicati alla stampa quotidiana, periodica, e ai
media radio-televisivi, nonché alle Istituzioni
Pubbliche e agli Enti Patrocinanti.
Qualora la manifestazione venisse sponsorizzata dalla
Regione Lazio :
• La manifestazione sarà preannunciata con apposita
Conferenza Stampa da tenere o presso l’aula convegni della Regione Lazio o presso i locali del
Cinecircolo Romano, 5-10 giorni prima dell’inizio
della stessa .
• Per la Rassegna post-festival in provincia (LT) “I
Migliori del cinema giovane italiano 2008”, verrà
editata una locandina e un depliant che verranno distribuiti con l’ausilio dell’ufficio stampa del Comune
di San Felice Circeo presso i Comuni limitrofi
(Sabaudia, Terracina, Priverno). Anche il Comune di
Priverno ha mostrato interesse e disponibilità all’evento, pertanto costituendo una valida alternativa
per l’effettuazione della rassegna succitata.
• La notizia della manifestazione verrà divulgata tramite Radio Cinema (ente collaborante) anche in
appositi spazi radiofonici su rete nazionale,nonché
su vari siti internet.
➣ Il processo di selezione e programma
Una Commissione di esperti, appositamente nominata
composta da membri altamente qualificati del mondo
della cultura e della stampa cinematografica, effettua
una selezione di film italiani opere prime, di genere fiction, distribuiti nel corso del 2008. Ad oggi già 18 opere
sono state censite e visionate.
La Commissione, che prenderà in esame tutte le opere
prime nominando tre film (nominations) entro gennaio
2009, è così composta: dr.Pietro Murchio (direttore
artistico), prof. Bruno Torri; dr. Enzo Natta, prof. Elio
Girlanda, dr. Alessandro Casanova, ing. Catello
Masullo.
Per la selezione dei migliori interpreti giovani la giuria
si avvale anche del parere di due registi esperti.
L’attrice e l’attore giovani da premiare verranno quindi
selezionati direttamente da tutta la commissione entro
febbraio 2009.
La rassegna finale del Festival si terrà presso
l’Auditorio San Leone Magno in occasione della
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MOSTRA D’ARTE 2008
Durante la Settimana Culturale al Cinecircolo
Romano Arte e Cinema viaggiano insieme, come
parenti stretti , poichè anche nella loro diversità di
linguaggio, guardano verso una dimensione che è
loro comune: “quella della creatività”.
L’arte, si sa, nasce come pulsione primordiale, è la
materializzazione dell’istinto dell’uomo che vuole
comunicare quel senso del “sacro” che è dentro l’anima. Essa perciò, è intimamente legata alle emozioni,
che cerca di trasmettere a chi si offre, libero da inibizioni, pronto a ricevere tutti i segnali che essa vuole
trasmettere. E’ questo il suo grande punto di forza, il
fatto cioè di essere una esperienza coinvolgente.
Tanto si è detto e scritto a questo proposito, lo stesso
scrittore francese Stendhal racconta di una sua esperienza personale, durante il suo Grand tour del 1817,
con queste parole “ ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazione celesti date
dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da
Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me
si era inaridita, camminavo temendo di cadere.”
La mostra d’arte al Cinecircolo, lungi dall’avere queste grandi pretese, è tuttavia un piccolo universo artistico. Vuole essere uno spazio culturale, sebbene di
notevole pregio, nel quale il pubblico possa intrattenere un dialogo molto particolare tra l’opera d’arte
che si propone e lo sguardo che si sofferma ad ammirarla, un’opportunità molto particolare di spaziare
con la mente e l’immaginazione, nel mondo imprevedibile che la contemplazione artistica sa offrire.
Alla mostra del 2008 hanno partecipato 62 autori con
133 opere , di cui alcuni appartenenti alla associazione “INARTE”.
Per la prossima edizione stiamo studiando qualche
modifica al regolamento di presentazione delle opere
ed alle modalità di esposizione, inoltre stiamo pensando di estendere l’invito a partecipare ad
Associazioni di Artisti che incrementino qualità e
competitività del concorso.
I PREMIATI
Premio Acquisto “L’ultima stella”
di Gabriella di Serio
Mostra di pittura – Sezione professionale
1° Anna Marino con “Fiori su fondo grigio”
2° Anna D’Arienzo con “Cercando il padre”
3° Franco Nicolai con “Tutto è compiuto”
Mostra di grafica
1° Mauro Mazzaglia con “Paesaggio francese”
2° Rossana Tanda con “Pesci”
Mostra di ceramica
1° Cecilia di Prospero con “Lo schiavo”
2° Bruy con “ Le Grazie”
Opere segnalate
“Inverno” di Serafina Trassari
“Monaci Birmani” di Fiorella Vallarino
Mostra di pittura – Sezione Amatoriale
1° Franca Fantini con “La vita è sogno”
2° Tilli Scarpis con “Riflessi”
3° Paolo Pierantoni con “Superstite”
Opere Segnalate
“Il volto” di Massimo Matteucci
“Trittico gotico” di Adriana Vassallo
Le opere della Mostra sono state giudicate dalla
commissione di esperti composta da:
Cristina Botti – pittrice
Gianluigi Biagioni Gazzoli –critico arti figurative
Carlo Fabbrini - esperto arti figurative e antiquario
Ferruccio Fantone – giornalista
Claudio Guidi – architetto
Sezione ceramica: Cecilia di Prospero con “Lo schiavo”.
Franca Fantini autrice di “La vita è sogno”.
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CINECORTOROMANO:
IL CONCORSO DI CORTOMETRAGGIO 2008
E LA MANIFESTAZIONE DI FINE STAGIONE
Il concorso di quest’anno ha avuto un esito deludente per ciò che riguarda la partecipazione. Un solo cortometraggio presentato, il che ha reso impossibile la
realizzazione del concorso.
Le edizioni precedenti avevano visto una partecipazione numerosa anche da parte dei soci del
Cinecircolo, di cui forse si è esaurita la vena creativa
, pertanto, al fine di aprire al concorso nuove possibilità, è allo studio l’idea di divulgare la notizia in
maniera più capillare e di dargli maggiore appetibilità, assegnando al vincitore, oltre alla targa, un premio
più consistente, auspicabilmente donato da uno
Sponsor.
In ogni caso il cortometraggio pervenuto, “Campo
doppio” di Clara Avati, è stato proiettato in sala
durante la manifestazione di chiusura il cui programma, come di consueto, ha previsto la relazione del
Presidente sull’attività della stagione appena conclusa e sulle linee programmatiche della prossima, che
auspichiamo ricca di eventi e di spunti culturali al
punto da raccogliere sempre di più l’interesse e l’entusiasmo di un pubblico che ci auguriamo possa
diventare sempre più grande.
Pietro Murchio, Anna Marino autrice di “Fiori su fondo grigio”, Alexandre Tessier, Guido Bottini e Francesco
Pernetti.
Maria Luisa Cosentino e Pietro Murchio premiano Anna
D’Arienzo autrice di “Cercando il padre”.
30 OTTOBRE 2008
SERATA DI INAUGURAZIONE
Jana Formanekova’: flauto
Ivan Koska: pianoforte
Il pubblico in platea.
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REGISTI
WOODY ALLEN
(Nome d’arte di Allen Stuart Konigsberg, nato
nel 1935 a Brooklyn, NY) Esordisce nel 1965 in
Ciao pussycat e si rivela subito come autore dotato di scintillante umorismo. Fino al 1969 continua con la sua attività di sceneggiatore, quando si
cimenta anche nella regia con Prendi i soldi e
scappa. Creativo e geniale, l’uscita dei suoi film
è sempre molto attesa, spesso recita da protagonista incontrando il favore del pubblico internazionale per il suo fine humour di stampo ebraico
e la sua satira acuta e ironica.
Dal 2004 lavora in Inghilterra. Molto densa la sua
filmografia, dal 1997 al 2007 i suoi lavori più
noti, spesso premiati, sono: Io e Annie,
Manhattan, Zelig, La rosa purpurea del Cairo,
Hanna e le sue sorelle, Radio days, Crimini e
misfatti, Mariti e mogli, Misterioso omicidio a
Manhattan, Pallottole su Broadway, La Dea dell’amore, Celebrity, La maledizione dello scorpione di giada, Anithyng else, Match point, Scoop, e
l’ultimo Vicky Cristina Barcelona. Tutti film
molto apprezzati in Italia, dove gli sono stati
attribuiti spesso David di Donatello.
nel cinema italiano con il suo tratto delicato e
malinconico: 1985 Impiegati e Festa di laurea,
1987 Ultimo minuto, Sposi e Regalo di Natale del
1981, poi Storia di ragazzi e ragazze (1989)
Fratelli e sorelle (1992) e L’amico d’infanzia
(1994). La sua versatilità lo porta a cimentarsi
con il genere musicale: Bix nel 2001; si dedica al
genere storico con I cavalieri che fecero l’impresa. Nel 2003 ritorna alle sue radici ambientando
a Bologna il suo 28° film, Il cuore altrove; nel
2005 La cena per farli conoscere ed infine nel
2007 Il papà di Giovanna, presentato e premiato
a Venezia col Leoncino d’oro e la Coppa Volpi a
Silvio Orlando come miglior attore.
JON AVNET
È nato a Brooklyn nel 1947, ha studiato alla
Great Neck High School di Great Neck, laureandosi poi in cinematografia e teatro alla University
of Pennsylvania. Finanzia documentari seguiti da
pellicole più o meno note. Fonda una società di
produzione cinematografica e grazie ai suoi investimenti escono numerose pellicole, tra le quali
Gli uomini della mia vita, I tre moschettieri. Nel
1986 il suo primo approccio registico con Ho
imparato ad amarti; tenta la trasposizione cinematografica del romanzo di Fannie Flagg
Pomodori verdi fritti alla fermata del treno
(1991). Nel 1995 è la volta di The war e l’anno
dopo di Qualcosa di personale. Nel 2008 con la
coppia Al Pacino-Robert De Niro Sfida senza
regole.
WES ANDERSON
(1969, Houston, Texas) Texano ma di adozione
Newyorkese, Anderson ha studiato filosofia
all’Università del Texas, dove ha conosciuto l’attore, poi amico, Owen Wilson. Nel cinema ha
esordito nel 1994 con il corto Battle Rocket e nel
1966 Un colpo da dilettanti. Nel 1998 un ottimo
film ha attirato l’attenzione della critica, Rush
more. Nel 2001 è uscito il pregevole e ricercato I
Tennebaum, ritratto di un’eccentrica famiglia
newyorkese. Nel 2007 ha presentato al Festival di
Venezia Il treno per Darjeeling preceduto dal
romantico cortometraggio Hotel Chevalier, ideale prologo del film. La sua galleria di personaggi
eccentrici e stralunati popola un mondo originale
tragicomico, illuminato da disegni infantili realizzati dal fratello Eric Chase Anderson.
SUSANNE BIER
Nata a Copenhagen, studia architettura e cinema.
Il suo esordio nella regia cinematografica risale
al 1999 con The one and only, un film che molti
altri del cinema nordico affronta i temi esistenziali, soprattutto quelli di coppia, con un’ottica
dominata dal disagio e dalla difficoltà di instaurata una reale comunicazione tra uomo e donna.
Sulla medesima linea si muovono anche i film
successivi: Open hearts (2003), Non desiderare
la donna d’altri (2005) e l’ultimo Noi due sconosciuti (2007).
PUPI AVATI
Bolognese, nato nel 1938, inizierà la carriera
cinematografica negli anni ’60, dopo aver svolto
vari lavori per vivere. Realizzerà nel 1970 la sua
passione per il cinema con Balsamus l’uomo di
satana. Autore sensibile e attento alle problematiche della vita, ambienta quasi tutti i suoi film
nell’atmosfera ovattata della provincia emiliana.
Nel 1976 La casa delle finestre che ridono, 1978
Le strelle nel fosso, 1983 Una gita scolastica e
così via un anno dopo l’altro è sempre presente
SERGEI BODROV
Nato in Russia nel 1948, studia presso l’Istituto
Sovietico di Cinematografia e si diploma in sceneggiatura. Muove i suoi primi passi nel mondo
del cinema come sceneggiatore di numerosi film.
Nel 1989 esce con la sua regia La libertà è il
paradiso. Nel 1996 si rivede in campo internazionale con Il prigioniero del Caucaso, un vero
18
successo; nel 2001 Decisione rapida e nel 2002 Il
bacio dell’orso, ultimo nel 2007 il kolossal
Mongol.
morire,
Au Pair e nel 1999 La perdita dell’innocenza.
Nel 1997 si cimenta come regista nel film
Sleeping with the fishes. Sino al 2005 lavora
negli Stati Uniti dirigendo diversi episodi di varie
serie TV, come Bleak house, Spooks, Murder prevention. Alla Berlinale 2008 ha presentato L’altra
donna del re.
MARC FORSTER
(1969 Ulm, Germania). Ha realizzato due documentari per la televisione europea, Silent
Windows sui suicidi giovanili e Our Story, partecipata storia di bambini vittime di ustioni. Ha
diretto Loungers (1995) Evetything Put Together
(2000) presentato al Sundance Film Festival e
vincitore delI’Independenf Spirit Award. Ha poi
ottenuto la candidatura all’Oscar con Monster’s
Ball – L’ombra della vita (2001), già Orso
d’Argento al Festival di Berlino. Per la sua interpretazione nel film Halle Berry ha vinto l’Oscar
come miglior attrice protagonista. Il successivo
Neverland - Un sogno per la vita (2004) è stato
candidato a 7 premi Oscar. Dopo la commedia
cervellotica con Will Ferrell Vero come la finzione, Marc Forster porta sullo schermo il commovente romanzo Il cacciatore di aquiloni (2007).
GEORGE TIMOTHY CLOONEY
Nato a Lexington (Kentucky) nel 1961, ha iniziato come sportivo, successivamente a causa di un
infortunio è tornato alla recitazione a cui si era
dedicato già all’età di 17 anni. Si trasferisce a
Los Angeles dove fa gavetta in B-Movie dal 1984
al 1994 solo in ruoli secondari. Scartato per il
film Thelma e Louise, ruolo poi assegnato a Brad
Pitt nel 1994 con la serie E.R.- Medici in prima
linea del regista Steven Spielberg arriva l’occasione e Clooney ottiene il ruolo del Dr. Ross.
Sull’onda del successo Hollywood lo chiama ad
interpretare Un giorno per caso. La strada per
Clooney è in ascesa e dopo il film di successo,
fonda una casa produttrice e filma Good night
and good luck. Subito dopo firma la regia di
Confessioni di una mente pericolosa nel 2002 e
nel 2008 In amore niente regole.
LAURENT CANTET
Nato a Melle, Deux-Sevres (Francia) nel 1961.
Esordisce nel cinema come regista di cortometraggi che vincono molti prestigiosi premi internazionali. Dopo essere stato assistente di Marcel
Ophuls, il suo primo lungometraggio è Risorse
umane (1999) che vince il Premio César come
migliore opera prima e anche il premio per l’esordio alla regia al Festival di San Sebastiano
oltre il premio Fassbinder Discovery. Nel 2001
esce A tempo pieno. Nel 2005 firma Verso il Sud
con Charlotte Rampling, una gita nell’universo
del turismo sessuale al femminile. Nel 2008 infine La classe, tratto dal diario del prof. François
Bégaudeau.
JOEL E ETHAN COEN
Joel nasce nel 1954, Ethan nel 1957, entrambi a
Minneapolis (Minnesota). Joel si iscrive ai corsi
di cinematografia della First School University.
Agli inizi della carriera è assistente al montaggio
oltre che soggettista con il fratello Ethan.
Produttore indipendente, esordisce nella regia nel
1995, avendo sempre come socio di affari suo
fratello, con il film Blood simple, un film comico
che piace molto al pubblico americano. Sui nostri
schermi arriveranno poi dal 1991 al 1997 film di
notevole successo: Arizona junior, Burton Fink,
Mr. Hula Hp, Fargo, Il grande Lebowsky. In
seguito dal 2001 in poi: L’uomo che non c’era,
Prima ti sposo poi ti rovino, The lady killer
(remake de La signora omicidi) fino all’ultimo,
recente Burn after reading – A prova di spia
(2008).
JOHN CARNEY
(1972, Dublino) Esordisce alla regia nel 1996 con
November Afternoon a cui seguono nell’ordine:
Park (1999), On the edge (2001), Zonad (2003),
tutti film non usciti in Italia, e dirige alcuni episodi della serie TV irlandese Bachelors Walk. Il
grande successo arriva però con Once, che ha
ottenuto molti riconoscimenti in Gran Bretagna e
negli Stati Uniti, dove ha vinto un Oscar per la
migliore canzone originale, e certamente si farà
apprezzare anche in Europa.
JONATHAN DEMME
Nato a New York nel 1944. Inizialmente si dedica alla critica cinematografica. In seguito debutta
come regista nel 1974 con il film Femmine in
gabbia, che riscuote subito il successo di pubblico e della critica. Nel 1979 firma un altro apprezzato film: Segno degli Hannah. Negli anni
JUSTIN CHADWICK
(1968, Manchester, GB) Chadwick esordisce
come attore negli anni novanta con Londra mi fa
19
novanta si afferma definitivamente con Il silenzio
degli innocenti (1991) e Philadelphia (1994). Nel
2004 esce The Manciurian candidate, tratto dal
romanzo di Richard Cardon e nel 2008 Rachel
getting married.
ED HARRIS
(1950, New Jersey - USA) Dopo aver studiato al
Tenafly High School, si appassiona all’atletica
che poi lo porterà a iscriversi alla Columbia
University. Due anni più tardi, la sua famiglia si
trasferisce in Oklahoma, si iscrive al corso di
recitazione della University of Oklahoma e
comincia a recitare in teatro. Con Fool for Love
(1983) in una parte scritta per lui, vince alcuni
premi
come
miglior
attore.
Esordisce come attore cinematografico nel film
dello scrittore di fantascienza Michael Cricton
Coma profondo (1978). Seguono numerosi film
come: Creepshow (1982), Un prete da uccidere
(1988),The Abyss (1989), Il socio (1993), Apollo
13 (1995), per il quale viene candidato all’Oscar,
Seguiranno altre pellicole fortunate come Potere
assoluto, The Truman Show, Golden Globe come
attore non protagonista. Esordio alla regia con
Pollock, dove è anche interprete, e nuovamente
candidato all’Oscar come attore; analoga candidatura per The Hours (2002), poi diretto dalla
Holland, in Io e Beethoven (2006). Seconda
prova alla regia con Appaloosa, (2008), western
di ampio respiro, presentato alla Festa del cinema
di Roma.
STEPHAN ELLIOT
(1964, Sidney, Australia) Impulsivo e provocatorio esordisce nel 1993 con Scherzi maligni (presentato a Cannes), un film eccentrico e aggressivo che non piace ai produttori i quali lo rimontano completamente prima di distribuirlo. Per protesta il regista brucia l’unica copia del montaggio
originale. Complice la suggestiva vastità del
deserto australiano, gira nel 1994 l’ironico e
malinconico Priscilla, la regina del deserto, storia di omosessuali e travestiti che diventa presto
un oggetto di culto internazionale. Sempre tormentato da difficoltà produttive, nel 1999 realizza The Eye - Lo sguardo, thriller anomalo e melodrammatico. Dopo una pausa ritorna al cinema
con Easy Virtue, presente alla Festa del cinema di
Roma.
ANTONELLO GRIMALDI
(1955, Sassari) Dopo la laurea in legge frequenta
la Scuola di Cinema della Gaumont e insieme ad
altri esordienti, come Luchetti, Carlei e Jaolongo,
realizza nel 1983 il lungometraggio a episodi
Juke Box, che viene presentato al Festival di
Venezia. Seguono i film come Nulla ci può fermare (1988), La bionda (1991), Il cielo è sempre
più blu (1995), Asini (1999) e Un delitto impossibile (2001). Di livello è anche il suo impegno
come regista televisivo. Tra i lavori realizzati per
il piccolo schermo, ricordiamo la serie Distretto
di polizia di cui dirige ben 34 episodi dal 2001 al
2007 e che ha ottenuto ottimi risultati in termini
di audience. Caos calmo è il ritorno al cinema nel
2008.
GAVIN HOOD
(1963, Johannesburg, SudAfrica) Dopo The storekeeper (1998) si fa conoscere al nostro pubblico con Verdetto bianco (1999) di cui è anche produttore, sceneggiatore e attore. Poi nel 2005 un
buon successo con Il suo nome è Tsotsie, di cui è
anche sceneggiatore, Oscar come miglior film
straniero, analogo riconoscimento da noi con il
David di Donatello, e numerosi altri premi da
occidente ad oriente. Continua intanto a fare
anche l’attore, avendo esordito nel 1991 nel film
Senza esclusione di colpi 2. Nel 2007 dirige
Redention - Detenzione illegale, un thriller classico ricco di suspense.
CAO HAMBURGER
(1962 San Paolo del Brasile) Figlio di professori
dell’Università di San Paolo, il padre di origine
tedesca e la madre italiana, Cao Hamburger inizia
la sua carriera come scrittore e regista di film TV.
È stato il creatore di una serie TV (Il castello di
Ra’- Tim – Bum) per la televisione culturale di
San Paolo che ha dato origine a un programma
per ragazzi molto seguito in Brasile: Il film che lo
ha definitivamente consacrato come regista è
sicuramente L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza, un viaggio nell’universo brasiliano.
WAN KAR-WAI
Nato nel 1956 a Shangai, si diploma in arti grafiche presso la Scuola Politecnica di Hong Kong.
Lavora in televisione come assistente alla produzione, poi come sceneggiatore, anche per il cinema. Inizia la sua attività di regista come autore di
film che lo fanno definire il “Quentin Tarantino
cinese” per l’audacia dei temi trattati e per la
forza delle immagini. Il suo primo film, del 1988
è As tears Go By. Seguono Dayio, Being wild
(1991), Hon Kong Express (1994) che vincerà
20
una Osella d’oro al Festival di Venezia, Angeli
perduti (1995), Happy together (1997), In the
mood for love (2000), vincitore di numerosi
premi internazionali. Nel 2004 dirige un episodio
di Eros (gli altri sono diretti da Antonioni e
Soderberg) e il film 2046. Nel 2007: Un bacio
romantico.
(Philadelphia, USA, nel 1924) Si dedica all’inizio della sua carriera alla regia televisiva e alla
recitazione teatrale. Nel 1957 esce il suo primo
lungometraggio, La parola ai giurati, film di
impianto teatrale, caratteristica peculiare dei suoi
lavori. Tra i tanti significativi, spesso tratti dai
lavori di grandi drammaturghi, i più importanti
nella sua densa filmografia sono dal 1981 ad
oggi; Uno sguardo dal ponte, L’uomo del banco
dei pegni, Riflessi in uno specchio oscuro,
Serpico, Quel pomeriggio di un giorno da cani, Il
principe della città, Quinto potere, Il mattino
dopo, Sono affari di famiglia, Vivere in fuga,
Terzo grado, Un estraneo fra noi, Per legittima
accusa, Prove apparenti, Gloria e l’ultimo Onora
il padre e la madre.
NADINE LABAKI
Nata a Baabolat (Libano) nel 1974 ha debuttato
nel mondo dello spettacolo con un videoclip della
cantante Carla. Altri videoclip suscitano reazioni
contrastanti nel mondo arabo. Passa poi agli spot
commerciali fino ad approdare al cinema come
attrice, per poi dirigere e interpretare Caramel,
candidato all’Oscar come miglior film straniero.
Giudicato uno stupendo affresco al femminile, a
tinte delicate, della realtà quotidiana a Beirut.
MARTIN MACDONAGH
Nato a Camberwell (GB), 38 anni. Regista famoso di origini irlandesi, cresciuto a Londra, direttore di opere teatrali, vince molti premi internazionali tra cui nel 1996 quello per “Il miglior
commediografo emergente”, scrive commedie di
successo ottenendo riconoscimenti in tutto il
mondo. Nel 2005 dopo i successi teatrali si interessa anche al cinema e vince l’Oscar per il
miglior cortometraggio: Six Shooter (2006).
Dopo un esordio così importante nel campo cinematografico, tre anni dopo si cimenta nel lungometraggio In Bruges – La coscienza dell’assassino.
BARRY LEVINSON
(1942, Baltimora, Maryland, USA) Come regista
comincia nel 1982 con A cena con gli amici, ma
dal 1967 in poi ha già scritto o collaborato a
numerose sceneggiature di minore importanza
come L’ultima follia di Mel Brooks o Alta tensione. A parte saltuari impegni con episodi di serie
TV. Dal 1984 al 2006 infila una serie di film di
discreto successo: Piramide di paura (1985),
Rain man, l’uomo della pioggia (1988), con il
quale tra gli altri vince l’Oscar, l’Orso d’oro a
Berlino, e il David di Donatello come miglior
film straniero, Bugsy (1991), Oscar per la regia,
Toys (1992), Rivelazioni nel 1994, Sesso e potere
(1997), L’invidia del mio migliore amico (2004),
L’uomo dell’anno (2006). Nel 2008 infine il film
in cartellone per questa stagione: What just happened?, quasi sicuramente uno dei suoi film più
interessanti.
MIKE NICHOLSON
(Nome d’arte di Michael Igor Peschkowsky, americano) La sua lunga carriera inizia nel 1966 con
il film Chi ha paura di Virginia Wolf, nell’anno
successivo Il laureato, film che è rimasto tuttora
un punto fermo per lo studio cinematografico di
quella età, non più appartenente all’età scolastica
e non ancora svincolata dalle pastoie della gioventù. Nel 1970 è la volta di Comma 22 e nel
1971 di Conoscenza carnale; seguono negli anni
successivi altri film sino Una donna in carriera,
che sintetizza il nuovo volto delle donne. Nel
1996 è la volta di Piume di struzzo, l’esilarante
commedia con il bravissimo Robin Williams.
Seguiranno altri film tra i quali da ricordare I
colori della vittoria con John Travolta e quindi
Da che pianeta vieni, commedia fantascientifica,
di tutt’altra dimensione filmografica, infine l’ultimo La guerra di Charlie Wilson.
PHILLIDA LLOYD
(Gran Bretagna, 1957) Rinomata regista inglese
di opera e teatro, ha girato per lo schermo il musical Mamma mia, dopo che la produzione l’ha
tenuto per quasi un decennio nei teatri di
Broadway, della West End londinese e nel resto
del mondo. Lloyd ha diretto diversi spettacoli, tra
cui Shakespeare e opere del teatro classico come
Medea, nei teatri più prestigiosi. Ha diretto tra
l’altro le opere La Boheme, La Carmen, il
Macbeth e il Requiem di Verdi, opere di Wagner.
La sua ultima produzione della Maria Stuarda
esordirà a Broadway nel 2009.
FERZAN OZPETEK
Nasce in Turchia, a Istanbul nel 1959, ma la sua
SIDNEY LUMET
21
carriera si svolge in Italia dove si laurea in storia
del cinema. Per lungo tempo scrive soggetti e
sceneggiature e collabora alla regia con Ricky
Tognazzi, Massimo Troisi, Maurizio Ponzi,
Lamberto Bava, Francesco Nuti. Nel 1996 esce la
prima realizzazione tutta sua, Hannam, il bagno
turco, buon film che riscuote successo di pubblico e di critica e fa conoscere al pubblico il suo
stile. Seguono nel 1999 e nel 2003 Harem suaré,
La fate ignoranti e La finestra di fronte, David
come miglior film dell’anno, Nastro d’argento
per il soggetto e per la regia premiato al Festival
di Karlowy Vary. Nel 2005 dirige Cuore sacro,
un po’ fuori dal suo stile narrativo come anche
Saturno contro del 2006, quindi il recente Un
giorno perfetto.
PAOLO SORRENTINO
Giovane regista napoletano, nato nel 1970, inizia
a lavorare nel cinema come sceneggiatore: nel
1997 scrive Polvere di Napoli, per la regia di
Antonio Capuano, e vince il Premio Solinas,
massimo riconoscimento per i giovani sceneggiatori. La sua prima opera da regista è L’uomo in
più del 2001; la seconda, del 2004, Le conseguenze dell’amore, unica opera italiana ammessa
a Cannes e che poi vincerà anche cinque David.
Il suo terzo lungometraggio è uno dei film più
attesi del 2005: L’amico di famiglia. Nel 2007 il
suo ultimo lavoro, Il Divo.
DAVID VON ANCKEN
Esordio come regista e sceneggiatore in Box suite
nel 1997. Continua lavorando a numerosi episodi
di alcune fortunate serie Tv come Senza traccia,
Numbers, CSI NY e Cold case. Nel 2006 il suo
primo vero lungometraggio Caccia spietata, un
western con Liam Neeson e Pierce Brosnan.
SARAH POLLEY
(Toronto, 1979) regista e attrice ha al suo attivo
pellicole che hanno sollevato un certo interesse:
La vita segreta delle parole, Non bussare alla
mia porta, Il dolce domani. Nel 2006 firma Away
from her (Lontano da lei) definito una splendida
immagine dalla rivista internazionale Exite.
GIANNI ZANASI
(Modena, 1965) Ha studiato filosofia all’università di Bologna. Ha frequentato il corso di regia
al Centro Sperimentale di Cinematografia.
Esordisce con il corto Le belle prove, vincitore di
un premio al festival di Torino. Due anni dopo
con lo stesso cast il suo primo lungometraggio
Nella mischia (1995) che partecipa al Festival di
Cannes e vince premi in diverse rassegne in tutto
il mondo. Successivamente gira nel 1999 Fuori
di me e A domani. L’ultimo Non pensarci è del
2007.
JASON REITMAN
Nato a Montreal, trentunenne, regista comincia
come attore nei due scanzonati Ghostbuster, è il
più giovane regista a partecipare al Sundance
Festival. Nel 1998 viene proiettato il suo
Operation. Thank you for smoking è candidato al
Golden Globe per la migliore sceneggiatura non
originale. Il suo secondo film, Juno, ha vinto il
Festival del cinema di Roma dell’anno scorso.
22
SCHEDE
FILMOGRAFICHE
1
IL TRENO PER DARJEELING
29-30-31 ottobre 2008
Soggetto
Tre fratelli americani che non si parlano tra loro da un
anno organizzano un viaggio in treno in India allo scopo
di ritrovare se stessi e un legame che torni ad unirli. Ben
presto tuttavia questo obbiettivo sfocia nel caos per vari
contrattempi, e i tre rimangono bloccati nel deserto con
valigie e altri oggetti. Decidono allora di darsi un nuovo
traguardo, quello di raggiungere la mamma, che è andata
presso una missione indiana.
Regia: Wes Anderson
Interpreti: Owen Wilson (Francis Whitman), Adrien
Brody (Peter Whitman), Jason Schwartzman (Jack
Whitman), Anjelica Huston (Patricia Whitman, la madre),
Natalie Portman (Ex fidanzata di Jack), Amara Karan
(Rita), Trudy Matthys (Signora tedesca sul treno), Camilla
Rutherford (Alice)
Genere: Commedia
Origine: Stati Uniti d’America
Stagione: 2007/2008
Soggetto: Wes Anderson, Jason Schwartzman, Roman
Coppola
Sceneggiatura: Wes Anderson, Jason Schwartzman,
Roman Coppola
Fotografia: (Scope/a colori): Robert Yeoman
Musica: Randall Poster
Montaggio: Andrew Weisblum
Durata: 91’
Produzione: Wes Anderson, Scott Rudin, Roman
Coppola, Lydia Dean Pilcher per American Empirical
Pictures, Cine Mosaic, Scott Rudin Productions
Distribuzione: 20th Century Fox Italia (2008)
Valutazione
Dopo “I Tenenbaum” e “Le avventure acquatiche di Steve
Zissou”, Wes Anderson colpisce ancora nel segno con una
storia sgalemba e fuori dalle regole, una sorta di viaggio
alla scoperta di se stessi, sulfureo e scombinato.
L’ispirazione del regista conduce i protagonisti ad un balletto dai movimenti imprevedibili, una giostra forse un po’
infantile ma insieme adulta nei momenti in cui é necessario fare i conti con se stessi. Anderson non é un americano anomalo, ma un regista statunitense che scava senza
prendersi troppo sul serio sotto la scorza di amari bilanci
esistenziali.
24
Il Tempo - Gian Luigi Rondi - 04/05/2008
Un film americano che può divertire. Come ha divertito il
pubblico,anche se non del tutto, che lo ha visto l’estate
scorsa alla Mostra di Venezia.
Lo ha diretto Wes Anderson di cui si ricorderà con simpatia “I Tennenbaum” anche se poi il film da cui è stato
seguito, “Le avventure acquatiche di Steve Zizzou”, ha
piuttosto deluso perché l’umorismo stralunato che si
imponeva nell’altro film, in questo finiva soltanto per
essere ripetitivo e senza graffi.
Un po’, se vogliamo, come in questa nuova impresa, pur
con spunti curiosi e approdi furbi, tra la beffa e il grottesco.
Il film, vede Jack, uno dei tre fratelli, coinvolto nel tentativo di riprendere i rapporti, interrotti dopo la morte del
padre, con due suoi scombinatissimi fratelli, Francis
(Owen Wilson), il maggiore, e Peter (Adrien Brody), il
minore. L’occasione dovrà essere un viaggio insieme,
addirittura in India dove, fra l’altro, sanno che si è ritirata in un monastero induista la loro madre altrettanto
scombinata (Anjelica Huston). Un viaggio soprattutto in
treno, non come quelli, scalcinati e miseri che si vedono
nei film indiani, ma coloratissimo, lussuoso, con servizi
da alberghi a cinque stelle, su cui i tre si imbarcano equipaggiati con uno stuolo di bagagli variopinti e vistosi firmati tutti, addirittura, dal celebre e costosissimo Louis
Vuitton.
Da qui tutto il resto, tra avventure d’ogni tipo, disguidi
non facilmente rimediabili, scontri spesso anche furenti
tra quei tre fratelli ciascuno con caratteri l’uno diverso
dall’altro e pronti così a sprizzare scintille ad ogni svolta.
Una bizzarria, ma un po’ anche una favola, tra un florilegio di situazioni per metà paradossali sostenute da scenografie scopertamente affidate a preziosi cromatismi e
punteggiate da dialoghi tra la malizia e l’astuzia piegati
soprattutto a far distinguere le fisionomie quasi surreali di
quei curiosi personaggi, non dissimili, quando la incontreranno, da quella madre monaca indiana che sembra
uscita da uno scherzo.
Lo scherzo, accentuatissimo, lo si riconosce anche nei
modi con cui i tre ci sono presentati: uno sempre a piedi
nudi, l’altro con una scarpa diversa dall’altra e con giganteschi, occhiali neri, il terzo con la faccia quasi nascosta
dalle bende. Un gioco, insomma, in un film giocattolo.
accoglie nel suo monastero in cima a un monte, li ammonisce di stare attenti alle tigri e li ‘guarisce a modo Zen,
con il silenzio. La scena in cui i quattro, madre e figli, si
riconciliano con la vita è un piccolo miracolo: i primi
piani degli attori sono accompagnati dalla vecchia canzone dei Rolling Stones Play With Fire, ed è il più bel
videoclip che Jagger & Richards abbiano mai avuto. II
film conferma il prodigioso talento di Wes Anderson nell’inserire le canzoni nei film: anche i titoli di coda, con la
vecchia Champs Elysées cantata da Joe Dassin, sono
meravigliosi. Wes Anderson è un artista unico. I suoi film
fanno venir voglia di usare una parola desueta e, nel
gergo giornalistico, quasi proibita: poesia. Il giovane
regista texano parte sempre da storie cupe, e riesce a rasserenarle con un talento visivo e narrativo che non ha termini di paragone. Ha un’idea di cinema personalissima e
“The Darjeeling Limited” la sviluppa in modo coerente
rispetto a “I Tenenbaum” e a “Le avventure aquatiche di
Steve Zissou”.
Il Foglio - Mariarosa Mancuso - 08/05/2008
Da “Rushmore” a “I Tenenbaum” a “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, Wes Anderson resta fedele alla sua
famiglia di attori: Bill Murray (che qui fa soltanto una
particina, rincorrendo un treno indiano), Anjelica Huston,
l’amico di sempre Owen Wilson. Resta fedele anche alle
sue collezioni di tragicomici siparietti: forse un pochino
meno di un film vero e proprio, se prendiamo la trama
come metro di misura, ma a lui piace così, e noi che
siamo suoi fan apprezziamo l’ostinazione. Owen Wilson
aveva girato “Il treno per il Darjeeling” prima del tentato
suicidio, per amore o per solitudine losangelina; a vederlo tutto bendato e con il bellissimo naso fracassato da un
incidente di motocicletta fa un po’ impressione, con il
senno di poi. Qui convoca i due fratelli Jason
Schwartzman e Adrien Brody per un viaggio in India:
papà è morto da un anno, incarnandosi forse in una tigre,
la mamma si è ritirata in un monastero che ricorda il convento delle monache scelto da Powell & Pressburger per
“Narciso nero”, una scaletta dettagliata delle cose da fare
fornita ogni mattina dovrebbe riunire le rimanenze della
famiglia (e risolvere il mistero di una preziosa cintura
contesa tra i rampolli, firmata Vuitton come il set di valige che i tre si trascinano). Quasi tutto avviene sul treno
più elegante mai visto sullo schermo, una sinfonia di
verdi e di rossi e di toni zafferano, governato da un fascinoso controllore e da una sensualissima hostess, vestiti da
Milena Canonero. Il viaggio non procede secondo i piani.
I due fratelli sono piuttosto renitenti alla rinascita spirituale imposta dal capocordata, che come scopriamo verso
la fine del film è tutto sua madre, quanto a precisione e
mania per le liste. Uno medita di lasciare la fidanzata perché incinta, l’altro chiama ossessivamente - da telefoni
pubblici in mezzo al nulla - la segreteria telefonica della
morosa che lo ha lasciato. Bollino rosso sulla fronte e
coroncine di fiori al collo, intraprendono la lunga marcia
verso l’illuminazione. La boccettina di profumo ha la
scritta Voltaire numero 6. Ai funerali si partecipa in pigiama. In tanta smagliante originalità, la sorte del bagaglio
risulta prevedibile, ma perdoniamo.
L’Unità - Alberto Crespi - 04/10/2008
...È un film sulla pulsione di morte, e su come rimuoverla nel nome della vita. I tre fratelli Whitman sono come i
fratelli Tenenbaum di un precedente, magnifico film di
Anderson: strani, lunari, con una dolorosa situazione
familiare alle spalle. Hanno perso il padre e vorrebbero
rivedere la madre, che si è imboscata in qualche angolo
dell’India a fare la suora laica. Non si parlano da anni ma
il maggiore di loro, Wilson, convoca gli altri due - Brody
e Schwartzman, anche sceneggiatore assieme al regista e
a Roman Coppola - su un treno che parte da una scalcinatissima stazione dell’India. Inizia un viaggio iniziatico
in cui i fratelli si rimbalzano battute surreali e pian piano
imparano a conoscersi, o a riconoscersi. Finché arrivano
dalla mamma, che è la splendida Anjelica Huston: li
25
Ragazzo Selvaggio - Marzia Gandolfi
Presentato alla 64a edizione del Festival di Venezia, il
nuovo film di Wes Anderson prosegue il suo percorso
all’interno delle difficili relazioni parentali, perché ‘Ia
famiglia non è una parola, è una sentenza’ che avvita e
svita i destini e le esistenze dei propri ‘cari’. “Il treno per
Darjeeling” un viaggio spirituale nel cuore dell’India e di
un passato familiare da rielaborare.
tare grandi. Per i tre Whitman/Tenenbaum non è più
tempo per prendersela col padre ma è il tempo di scaricare la loro mancata felicità.
Le famiglie di Anderson
Dopo il successo de “I Tenenbaum”, Wes Anderson torna
a fare un film che ne ricalca lo stile, i temi e le atmosfere.
Ennesima saga familiare, disseminata di tic e di nevrosi?
Forse, ma in questo film eccentrico e nostalgico c’è qualcosa di più. Contro i giudizi della critica, che si affretta a
certificare crescite o a deprecare regressioni, Anderson
ribadisce se stesso e il suo cinema. Piaccia o non piaccia,
insomma, il regista americano è lo stesso di “Rushmore”,
dei “Tenenbaum” e delle “Avventure acquatiche di Steve
Zissou”, i film che lo hanno lanciato nel firmamento delle
promesse del cinema americano e che hanno creato un
piccolo culto intorno a lui. Già da “Rushmore” sembrava
possedere uno stile preferito, scelto come il colore della
maglia della propria squadra. Netto e inconfondibile. Ne
“ll treno per Darjeeling” lo ripete esattamente. Montaggio
elegante come un assolo ininterrotto, percorso da bellissimi ralenti e sincopi improvvise, graffiato dal rock che
infonde alle immagini una dolce e speziata allucinazione,
costruito attorno a scenografie dettagliate al millimetro da
un set decoration maniacale e abitato da personaggi pieni
di grazia e di malinconica eccentricità.
C’è nel film un delicato rapporto d’amore tra fratelli, c’è
il senso del distacco dato dal tempo e dal lutto (il viaggio,
fisico ed esistenziale, si avvia all’indomani della morte del
padre), che stempera anche il più saldo dei rancori, senza
ricorrere mai al buonismo e alla prevedibilità della stagnante tradizione hollywoodiana. Anderson non si accontenta semplicemente di scompaginare le carte, di spazzare
il sodalizio tra buoni sentimenti e famiglia che caratterizza buona parte del cinema odierno. Per lui la famiglia è il
luogo fondatore della nevrosi e della schizofrenia, la culla
dove vengono allevati e cresciuti in modo maldestro individui destinati, col tempo e nel tempo, a trasformarsi in
adulti insicuri e divorati dalle loro patologie. Privati della
loro infanzia per farsi carico delle carenze genitoriali, gli
ex bambini prodigio, oggi adulti ossessivi in tute vintage
Adidas (quella di Ben Stiller ne “I Tenenbaum”) o nel perfezionismo griffato della Canonero (quello dei fratelli
Whitman in “Il treno per Darjeeling”), devono trovare una
relazione fra passato e presente, fra ciò che rimane tragicamente uguale e ciò che si trasforma. Non si tratta del
passaggio da un’epoca all’altra, piuttosto della deleteria
predisposizione di una generazione a ereditare e ad amplificare gli errori della precedente (il personaggio di Ben
Stiller che ha vissuto con troppa responsabilità dimenticando di ‘fare’ il bambino, si è trasformato in un padre
paranoico) o, nella migliore delle ipotesi, a subirne pesantemente le conseguenze (il fratello di Owen Wilson è
capace di compiere il gesto più estremo). Soltanto dopo
l’atto liberatorio dell’ ‘abbandono’ dei bagagli paterni e
nell’essere nomadi nel deserto, i Whitman ritroveranno la
fratellanza e recupereranno i legami sopravvissuti, riconciliandosi col mondo e con quel bambino felice che tutti i
Tenenbaum (o i Whitman) del mondo avrebbero voluto
essere.
Dopo un anno dalla morte del padre, i tre allampanati e
malinconici fratelli Whitman decidono di recarsi in India
per ricucire un rapporto traumatizzante nello scompartimento di un treno per Darjeeling. Rimasti soli nel deserto
indiano, Francis, Peter e Jack ripensano alle vicende di
famiglia recuperando se stessi e il loro fraterno rapporto.
Il cinema dei padri e dei fratelli
Il cinema di Wes Anderson attinge alle fonti originarie di
tutto il cinema di genere: la rappresentazione dell’amore e
della famiglia da una parte e della ‘violenza’ e della morte
dall’altra. A essere totalmente innovativo e trasgressivo
rispetto ai canoni della tradizione hollywoodiana è il suo
approccio a questi temi, caratterizzato da un atteggiamento più incline all’ironia nostalgica che al dramma, più portato alla risoluzione esilarante e spiazzante che a quelle
ordinarie e prive di pathos della narrazione contemporanea. Ma i film di Anderson sono anche e dichiaratamente
un omaggio alla letteratura, non solo per l’uso della voce
off o per la suddivisione dei film in capitoli (“I
Tenenbaum”) ma soprattutto per i libri, sempre inquadrati
in dettaglio, e per i romanzi, i tanti romanzi che il suo
cinema richiama alla mente. Su tutti prevale Salinger (per
l’ambientazione, per New York o per la saga di una famiglia che ricorda) ma c’è pure la destrutturazione della
famiglia dì William Faulkner, affondata nel sarcasmo surreale di RG. Wodehouse. Intere generazioni dì sorelle e
fratelli letterari o cinematografici, che non possono fuggire la famiglia e che addirittura in quella prigione vivono il
grande amore o il grande odio in una coazione a ripetere.
Proprio come i personaggi di Salinger, i fratelli Whitman
crescono continuando a nascondersi o a scappare (in treno
o in auto) o a vivere nella paura della morte fino a pensare di procurarsela. Il Jack Whitman di Jason Schwartzman
ha il cuore spezzato dalla fidanzata e ha trascorso gli ultimi mesi a leccarsi le ferite nascosto in una stanza
dell’Hotel Chevalier, il Peter di Adrien Brody fugge dalla
moglie incinta e dalle responsabilità della sua condizione,
mentre il Francis di Owen Wilson è convalescente dopo
un incidente in auto non proprio casuale. Il treno
Darjeeling Limited è allora pronto ad accogliere e a condurre simbolicamente i tre fratelli Whitman nel proprio
passato per prenderne consapevolezza e metabolizzarlo. Il
cinema ‘familiare’ di Anderson converge sempre e
comunque nella figura paterna: quella che rispunta nelle
loro vite chiedendo amore (“I Tenenbaum”) o quella
assente ma presente e ingombrante come un set intero di
valigie. Bauli, borse, borsoni e tracolle realizzate in cuoio
naturale e firmate Luis Vuitton, che i fratelli Whitman, in
treno o appiedati, si portano dietro come simbolo evidente di un passato da rielaborare e da abbandonare per diven-
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CARAMEL
6-7 novembre 2008
Regia: Nadine Labaki
Interpreti: Nadine Labaki (Layale), Yasmine Al Masri
(Nisrine), Joanna Moukarzel (Rima), Gisèle Aouad
(Jamale), Adel Karam (Youssef), Siham Haddad (Rose),
Aziza Semaan (Lili), Fatme Safa (Siham), Dimitri
Stancofski (Charles), Fadia Stella (Christine), Ismail
Antar (Bassam)
Genere: Commedia
Origine: Francia/Libano
Stagione: 2007/2008
Soggetto: Nadine Labaki, Jihad Hojeily, Rodney Al
Haddad
Sceneggiatura: Nadine Labaki, Jihad Hojeily, Rodney Al
Haddad
Fotografia: Yves Sehnaoui
Musica: Khaled Mouzanar
Montaggio: Laure Gardette
Durata: 96’
Produzione: Les Films des Toujours, Les Films de
Beyrouth, Roissy Films, Sunnyland, Arte France Cinema
Distribuzione: Lady Film (2007)
Soggetto
A Beirut oggi, alcune donne lavorano in un istituto
di bellezza, altre lo frequentano. Layale, proprietaria del salone, é innamorata di Rabih, un uomo sposato. Nisrine, musulmana, sta per sposarsi ed è
angosciata dal fatto che la prima notte di nozze suo
marito scoprirà che lei non è vergine. Rima non
riesce ad accettare di essere attratta dalle donne ma
aspetta con ansia la visita di una cliente dai lunghi
capelli. Jamale, cliente fedele, é ossessionata dalla
sua età e dal suo fisico. Rose capisce di aver sacrificato gli anni migliori e la sua felicità per occuparsi della sorella maggiore.
Valutazione
‘Caramel’ è la tipica ceretta per depilazione che si
usa in Medio Oriente, una miscela di zucchero,
limone e acqua, che portata ad ebolizione si trasforma in caramello. Per il suo film d’esordio,
Nadine Labaki, nata in Libano nel 1974, mette
insieme un microcosmo contemporaneo nel quale si
agitano molte situazioni in chiaroscuro della cronaca quotidiana. Per se, la Labaki si riserva il ruolo di
Layale. Il Libano appare come esempio di un paese
libero, aperto e con una società emancipata. Si
parla di religione, di cristiani e musulmani sempre
senza enfasi né preclusioni e si riflette senza gridare sui sentimenti, sulla difficoltà di un equilibrio
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negli affetti, in famiglia, nei rapporti con gli altri.
L’atmosfera un po’ crepuscolare risulta azzeccata e
calzante, per un film che apre nuove occasioni di
conoscenza in modo genuino e diretto.
costruzione del racconto e nella scelta felice di
attrici tutte non professioniste ma vivaci, coraggiose, convincenti, affiatatissime.
Il Corriere della Sera - Maurizio Porro 04/01/2008
In principio fu Cukor a far film intessuti delle
chiacchiere femminili (“Donne” del ‘39), poi venne
don Pedro Almodóvar, poi i “Fiori d’acciaio” e infine i serial tv delle signore e signorine frustrate. In
stile, risponde dal Libano una brava regista-attrice,
Nadine Labaki che invita ad ascoltare storie di
donne tra le sciampiste di oggi a Beirut. Donne sull’orlo e oltre di una crisi di nervi, senza accusare né
la religione né la politica. Scherzano, litigano, si
illudono e deludono, sognano o ripudiano uomini,
hanno tentazioni gay e portano il velo o guardano
oltre e vorrebbero rifarsi una verginità in tutti i
sensi. A ciascuna il suo, anche la poverina con la
sorella schizzata. Il tema anche metaforico dell’estetismo (curarsi fuori per migliorare dentro) porta
le ragazze alla sincerità: il film è corposo e sensuale come un massaggio-messaggio con panno caldo.
Il caramel fa parte della ceretta depilante: tradizione o moderno?
Famiglia Cristiana - Enzo Natta - 13/01/2008
Il titolo prende il nome dalla ceretta a base di zucchero e limone che le donne mediorientali usano
per depilarsi. A impiegarla quotidianamente per
motivi professIonali è Nadine Labaki (la bella e
brava protagonista, nonché regista del film), proprietaria di un salone di bellezza dove un gruppo dì
donne si scambia ogni giorno confidenze e segreti.
Come nella Tel Aviv di “Meduse”, anche nella
Beirut di “Caramel” non ci sono echi di guerra o di
azioni terroristiche e gli unici attentati sono quelli
al cuore. Una lettera rovesciata e penzolante nell’insegna del locale lascia però intuire che da quelle parti l’equilibrio è instabile e che di estrema precarietà si nutrono i rapporti umani e sentimenti
delle donne che frequentano il ‘sì Belle’.
Tenero e romantico, “Caramel” profuma di sensibilità per il modo in cui parla di donne che inseguono sogni spesso impossibili: una ‘ricerca della felicità’ in salsa libanese, dove speranze, illusioni e tristi risvegli danno vita a tante piccole tessere che
sfumano l’una nell’altra fino a ricomporsi in un
malinconico mosaico sulla condizione femminile.
Il film della Labaki va comunque al di là delle
vicende personali per farsi portatore di un messaggio di pace e di coesistenza tutt’altro che utopico,
che si realizza nell’intesa che lega le protagoniste.
Il che, in un Paese tanto lacerato, non è argomento
da sottovalutare.
L’Unità - Alberto Crespi - 20/12/2007
È un film libanese, e già questa è una notizia:
pochissimi film medio-orientali escono nei nostri
cinema. È un film diretto (e interpretato) da una
donna, cosa che in Libano non è una novità - qualcuno ricorderà i notevoli film, documentari e non,
diretti dalla libanese Jocelyn Saab negli anni 70. La
vostra nuova attrice preferita - se andate a vedere
“Caramel” lo diventerà, state tranquilli - si chiama
Nadine Labaki. Come interprete è molto nota sulle
sponde Est e Sud del Mediterraneo, come regista è
un’esordiente, ma il film ha avuto un grande successo al festival di Toronto ed è andato molto bene
in Francia, paese cinematograficamente più civile
del nostro.
“Caramel” è una commedia ambientata in un salone di bellezza: il titolo deriva dall’uso del caramello per la depilazione femminile. Il soggetto non è
nuovissimo: qualche anno fa, in Francia, fece furore “Venus Beauté”, film tutto al femminile anch’esso, guarda caso, diretto da una donna l’attrice,
Tonie Marshall. Naturalmente Nadine Labaki trasporta il soggetto nel contesto del Libano, dove la
coesistenza fra cristiani e musulmani - a loro volta
frammentati in una miriade di etnie - è storicamente difficile. Di qui il personaggio di Nisrine (interpretata da Jasmine Elmasri), socia nel salone della
proprietaria Layale (la stessa Labaki): una ragazza
Il Messaggero - Fabio Ferzetti - 21/12/2007
Cinque donne, un salone di bellezza, un labirinto di
contraddizioni chiamato Beirut, un mondo in cui
shampoo e cerette si intrecciano a codici e tabù ora
cristiani ora musulmani, e a una visione molto complicata e molto mediorientale della bellezza, della
femminilità, della famiglia... È “Caramel”, esordiorivelazione della 37enne Nadine Labaki, anche protagonista nei panni della proprietaria del salone,
centro di un mondo in cui talvolta è difficile distinguere fra desideri e realtà, ma come in certi musical francesi tutto sembra poter succedere o almeno
aggiustarsi alla meno peggio. Fino a far soffiare su
questo carosello di amori impossibili, passioni
senili, omosessualità repressa, chirurgia estetica,
cliniche per ricostruire la verginità, la brezza di un
colorato, doloroso ottimismo. Con qualche piccola
concessione al gusto globalizzato delle nuove
‘soap’. Ma anche molte finezze inattese nella
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musulmana, fidanzata ma non vergine, che ha il tremendo problema di confessare il suo ‘passato’ al
suo ragazzo e alla sua famiglia super-tradizionale;
ma anche i problemi di Layale, corteggiata da un
poliziotto ma propensa a una condizione di single
che agli occhi di tutti appare scandalosa. “Caramel”
usa l’unità aristotelica di luogo per raccontare le
storie quotidiane di un gruppo di donne libanesi,
nella Beirut piccolo-borghese di oggi. Spiega
Nadine: ‘Tutti pensano che il Libano sia un’eccezione nel Medio Oriente, che sia molto più libero e
moderno di altri paesi islamici. In parte è così, ma
è vero anche il contrario. La cultura è ancora molto
tradizionale, la religione è opprimente, e le donne
hanno sempre paura di contraddire il proprio ruolo
di mogli e di madri. Il mio film racconta questa
paura’. La cosa bella è che lo fa con toni da commedia popolare, con un umorismo solare e concreto. Un film da vedere.
Cannes ha suscitato l’entusiasmo del pubblico per
la grazia con cui sa introdursi nella complessa realtà di Beirut attraverso un piccolo spaccato femminile. In un istituto di bellezza si intrecciano le esistenze di cinque donne di varia età e ognuna alle
prese con un suo problema. La proprietaria del
locale, la bella Layale ha una relazione con un
uomo sposato, la musulmana Nisrine non è più vergine come crede il futuro sposo, Rima ha inclinazioni omosessuali; mentre la quarantenne Jamale
ha orrore di invecchiare e la matura Rosa, di fede
cristiana, una volta di più deve rinunciare all’amore per via di una sorella malata di mente. Nella
commedia dolceamara i rapporti acquistano calore
e colore mediterranei; e in questo dilaniato angolo
del mondo, sempre sull’orlo della guerra civile,
l’affresco di una cronaca quotidiana dove le diversità convivono in piena armonia risuona come un
appello alla pace. È un messaggio ben colto da
alcuni entusiasti spettatori libanesi che sulle pagine
di Internet invitano a vedere un film che fuori da
ogni settarismo parla con tanta verità del loro
paese.
Il Sole 24Ore - Luigi Paini - 13/01/2008
Il mondo visto da un salone di bellezza. A mandarlo avanti, in quel di Beirut, sono tre amiche alquanto chiacchierine (s’è mai visto un salone di bellezza in cui non si parla, parla, parla...?): Layal,
Jamale e Rima. Amiche sì, ma quanto sono diverse!
La prima, un vero schianto, fa parte della comunità
cristiana; la seconda, anche lei un tipino niente
male, è musulmana. La terza di quale religione sia
non si dice, anche se la sua identità sessuale - è
lesbica - la rende marginale a tutti i gruppi costituiti. I problemi alle tre protagoniste di “Caramel”,
graziosa opera prima di Nadine Labaki, non mancano mai. Layal si è andata a innamorare di un tizio
sposato, che vede ovviamente di nascosto, attendendone la chiamata a colpi di clacson e al cellulare. Jamale sta per sposarsi con un bravo ragazzo,
ma, ahi lei, non è stato il primo: urge trovare una
clinica in cui recuperare la perduta verginità.
Intanto Rima-dagli-occhi-tristi ha forse scovato
una compagna tra le clienti del negozio. Dove, tra
una ceretta e l’altra, passano tante altre donne: tristi o felici, calme o affannate, in un angolo piccolo
piccolo della grande, caotica Beirut.
L’Eco di Bergamo - Achille Frezzato - 29/12/2007
Caramel è una pasta adesiva (una miscela di zucchero, limone ed acqua), usata nei paesi del Medio
Oriente per la depilazione femminile e “Caramel” è
il titolo di un film, una coproduzione franco-libanese, presentato, con successo di pubblico e di critica a Cannes il maggio scorso nella ‘Quinzaine des
réalisateurs’ e candidato all’Oscar 2007 come
miglior film straniero. E’ il primo lungometraggio
cosceneggiato, diretto e interpretato dalla trentaquattrenne libanese Nadine Labari, la quale, fra il
1998 ed il 2003, ha realizzato cortometraggi, spot
pubblicitari e videoclip musicali, ottenendo diversi
premi.
Una Beirut babelica e dinamica, dove non vi sono
tracce delle devastazioni della guerra, fa da sfondo
alle vicende di alcune donne di età e generazioni
diverse, che lavorano e si incontrano in un salone di
bellezza: Layale, la proprietaria (Nadine Labari), di
religione cristiana, ancora nubile, vive con i genitori: corteggiata da un poliziotto, ha una relazione
con un uomo sposato, una relazione frustrante, che
le fa talvolta trascurare le clienti, anche la più affezionata, Jamale (Gisèle Aouad), una donna che è
stata da poco lasciata dal marito per una più giovane (per la famiglia ha rinunciato alla carriera di
attrice) e che non accetta il passare degli anni.
Nisrine (Yasmine Al Masri), di qualche anno più
giovane di Jamale, si confida spesso con lei: musulmana e non più vergine, sta per sposarsi con un cor-
La Stampa - Alessandra Levantesi - 21/12/2007
Paese travagliatissimo il Libano, donde giungono
di continuo allarmi di violenza e sangue. Però a
dispetto dell’inquietante contesto, anche sotto i
cieli mediorientali si può vivere come dappertutto
una normalità intessuta di piccole cose, gioie e
dolori, solitudini e amori. Lo dimostra “Caramel”
di Nadine Labaki, 32enne attrice al debutto nella
regia, che lo scorso maggio alla Quinzaine di
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religionario e teme la reazione sua e della famiglia
tradizionalista in una società dominata dal maschilismo. Per questo entrambe, senza darlo a vedere,
comprendono il dramma di Rima, la shampista
(Joanna Moukarzel), una venticinquenne silenziosa
e introversa, attratta dalle donne.
Tutte conoscono Rose (Siham Haddad), un’anziana
sarta che abita accanto al salone e che ha dedicato
la sua esistenza alla cura della sorella (Aziza
Semaan), un’amabile vecchietta un po’ fuori di
senno. Nell’arco di una giornata, Ie donne di
“Caramel”, interpretate, ad eccezione di Layale, da
attrici non professioniste, si aiutano nell’affrontare
situazioni e problemi che, condizionate da convenzioni sia sociali che culturali, incontrano con gli
uomini, con l’amore, col matrimonio, con la maternità, parlandone con la libertà e l’intimità, con la
confidenza e la complicità, proprie dell’ ‘altra metà
del cielo’.
“Caramel” non ha ambizioni sociologiche, non
sonda la società libanese: mostra come alcune
donne della Beirut piccolo-borghese dei nostri giorni vivono nel timore di non attenersi al ruolo di
mogli e di madri, destinato loro dalle tradizioni.
Una condizione ingrata, descritta non con accenti e
cadenze drammatiche, ma nei toni, umoristicamente concreti, di un racconto corale, in cui ben si
coniugano
motivi
melodrammatici
e
situazíoni/notazioni tipiche della commedia sentimentale e di costume.
Rimarchevole per la sua messinscena caratterizzata,
come altri ha notato, da ‘raffinata, lieve sensualità’
(la luce, il colore vi giocano un ruolo rilevante),
“Caramel” raffigura storie commoventi, appassionate, divertenti su amori tormentati e/o diversi, sulle
ansie del matrimonio, sul silenzio fra universi differenti, sulla calda complice amicizia ignara di qualsiasi limite, sulla mestizia dell’ineluttabile sfiorire.
Il Giornale di Sicilia - Gregorio Napoli 30/12/2007
Nelle fiere di paese, veniva lavorato con vigorose
bracciate. I banconisti lo appendevano agli uncini,
lo tiravano e ripiegavano ben bene, poi lo affettavano in prelibati bocconcini. A Beirut, Libano, le
ragazze nel salone di bellezza usano il Caramel per
depilare le clienti, stendendolo sulla pelle e strappandolo, con qualche raccapriccio di signore e
signorine. Su questa trovata, e senza dimenticare il
memorabile “Donne” (1939) di George Cukor, la
splendente attrice trentenne Nadine Labaki debutta
nella regia, allineando la nubile Layale innamorata
di un uomo sposato, la dolce Rima attratta da una
sognante brunetta, l’estroversa Jarnale che aspira
ad un’impossibile carriera nello spettacolo; e l’anziana sarta Rose, corteggiata dal vecchio Charles,
ma doverosamente legata alla soave demenza della
sorella Lilli, altrimenti vagabonda per le vie della
città. Diamo a questi personaggi la libertà di scegliere l’innocua letizia del quartiere. Fra bigodini,
cerette; lavabi per curare l’acconciatura, ciprie,
rimmel, mascara e ingredienti di varia cosmesi,
s’intravede una realtà minima ben lontana dalla
squarciante brutalità della guerra che incombe in
quelle zone. Labaki esalta la religione, il santino
della Madre Addolorata, i canti arabi inframmezzati da litanie e riti nuziali di matrice decisamente
occidentale. Accennando soltanto all’oltranzismo
poliziesco; e mitigandolo, anzi, in una sorta di
benevola ammenda. Letto in filigrana, il film è un
gioioso inno alla pace, sia pure insidiata dalle piccole noie degli amori disattesi e dei sentimenti traditi. Fulgente nella sua bellezza, Nadine Labaki
guida il coro con autorevolezza, mettendo a profitto parecchie lezioni italiche: si vedano. nel provino
di Jarnale, i riferimenti a Fellini e a Tornatore.
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CAOS CALMO
13-14 novembre 2008
Soggetto
Estate, litorale romano. Pietro, 43 anni, e il fratello Carlo
hanno appena salvato due donne che stavano affogando.
Nessuno si è accorto di loro e, quando tornano a casa,
Pietro si trova di fronte alla moglie, morta da poco per un
improvviso ictus. Tempo dopo, in città, arriva il momento
per la figlioletta Claudia, dieci anni, di riprendere la scuola, Pietro l’accompagna e, poi, quasi di colpo, decide di
fermarsi lì, di fronte all’edificio scolastico.
Estraniandosi da tutto il resto, resta solo, aspettando l’uscita della figlia per tornare a casa con lei. In quella piazza comincia così a scorrere la sua vita, arrivano i colleghi
d’ufficio, portano i problemi personali e dell’azienda:
fusioni, cariche, retribuzioni, licenziamenti. Passano i
giorni e le stagioni. Pietro incontra la donna salvata,
Eleonora, e con lei ha un rapido, bruciante incontro d’amore. Pietro aspetta di liberarsi dal senso di colpa. Forse
ci sta riuscendo.
Regia: Antonello Grimaldi
Interpreti: Nanni Moretti (Pietro Paladini), Valeria Golino
(Marta), Isabella Ferrari (Eleonora Simoncini), Alessandro
Gassman (Carlo), Blu Yoshimi Di Martino (Claudia),
Hippolyte Girardot (Jean-Claude), Kasia Smutniak
(Jolanda), Denis Podalydès (Thierry), Charles Berling
(Boesson), Silvio Orlando (Samuele), Alba Rohrwacher
(Annalisa), Manuela Morabito (Maria Grazia), Roberto
Nobile (Taramanni), Babak Karim (Mario), Tatiana Lepore
(Mamma di Matteo), Beatrice Bruschi (Benedetta), Cloris
Brosca (Psicoterapeuta), Antonella Attili (Maestra Gloria),
Sara D’Amario (Francesca), Stefano Guglielmi (Matteo),
Nestor Saied (Marito Simoncini), Dina Braschi (Donna
anziana al Gala), Ester Cavallari (Lara), Anna Gigante
(Mamma), Anna Gigante (Amica di Maria Grazia),
Valentina Carnelutti (Amica di Maria Grazia)
Genere: Drammatico
Origine: Italia
Stagione: 2007/2008
Soggetto: Sandro Veronesi (romanzo)
Sceneggiatura: Nanni Moretti, Laura Paolucci,
Francesco Piccolo
Fotografia: Alessandro Pesci
Musica: Paolo Buonvino
Montaggio: Alessandro Pesci
Durata: 112’
Produzione: Domenico Procacci Per Fandango In
Collaborazione Con Rai Cinema, Portobello Pictures e
Phoenix Film Investment
Distribuzione: 01 Distribution (2008)
Valutazione
All’origine c’è, come si sa, il libro omonimo scritto da
Sandro Veronesi e insignito del Premio Strega 2006: libro
non facile da tradurre in immagini perché scritto in prima
persona, ossia in ‘soggettiva’. L’operazione poi é resa
meno catalogabile per la presenza nel ruolo del protagonista di Nanni Moretti, forse il più egocentrico autore (attore/regista) del cinema italiano. Moretti si cala nei panni
del dirigente di una società di produzione televisiva nel
momento in cui la vita quotidiana comincia a ruotargli
intorno. Pietro sa che dovrebbe arrivare il momento del
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crollo psicologico, conseguenza del senso di colpa che lo
possiede. Pietro aspetta ma il dolore non arriva. Anzi la
donna salvata si rifà viva e con lei succede l’occasione di
un rapporto tutto ‘carnale’ e ‘esteriore’, che dovrebbe
segnare la fine della confusione. Pietro voleva soffrire la
perdita della moglie ma al posto della sofferenza c’è un
rimescolamento forte ma anche “calmo”, una presa di
distanza dalla vita precedente ma senza disperazione.
Qual è allora la realtà, la vita autentica? Forse ha ragione
il suo collega Samuele, che si lascia andare ad una
bestemmia ‘faticosa’ prima di partire per l’Africa dove
raggiungerà il fratello missionario? Il copione resta sospeso, altalenante, un po’ troppo mascherato dietro il “non
luogo” della piazza come microcosmo, anche se non privo
di suggestioni.
della bambina, intento solo a quello; mentre attorno amici,
parenti, colleghi gli si alternavano quasi tutti con un problema da risolvere o con una crisi personale, nella vita privata e sul lavoro.
Antonello Grimaldi, dopo alcuni film modesti e molta
televisione popolare, affronta adesso quel romanzo, sintetizzando al massimo i personaggi, anche come numero, e
apportando, alla trama, alcune precise varianti. Intanto il
luogo dell’azione: non più a Milano ma Roma (nonostante un finale con neve fitta). Poi quell’auto su cui il protagonista si era isolato. C’è ancora, ma di sfondo, sostituita
in prevalenza da una panchina nei giardinetti prospicienti
la scuola. Possono accertarsi, meno facile consentire sempre sulle sintesi operate nella descrizione di tutti quei personaggi che si fanno via via incontro al protagonista, quasi
sempre infastidendolo, sia che vogliono coinvolgerlo in
trame al livello del suo lavoro (nell’impresa di cui fa parte
si stanno minacciando manovre di vario tipo), sia che vengano a discutere questioni familiari, non ultimo quel suo
lutto da cui, forse, intende estraniarsi.
I caratteri sono indicati spesso in superficie, limitandoli
solo a delle facce e anche la tanto chiacchierata scena di
sesso, nel libro minutamente motivata, finisce per risultare così improvvisa da rischiare quasi il gratuito.
Il film, tuttavia, pur con questi scompensi soprattutto a
livello di racconto e di psicologie, un suo peso finisce per
averlo. Per merito, soprattutto, della presenza di Nanni
Moretti nelle vesti del protagonista. Forse non è il personaggio sbandato, sospeso, irritabile pensato da Veronesi,
ma è, con molta più logica, uno dei quei personaggi fra
nevrosi e vero dolore che tanta parte hanno avuto nel cinema di Moretti: crucciato, in equilibrio fra dubbi e tormenti, con una mimica che dice di più, sulle contraddizioni e
le ansie, di quanto non dicano le battute di dialogo che gli
si ascoltano attorno.
Lo coadiuva egregiamente un Alessandro Gassman rinnovato, grintoso, incisivo. Cui si accompagnano Isabella
Ferrari (nella pagina erotica) e Valeria Golino, una cognata confusa.
Famiglia Cristiana - Enzo Natta - 24/02/2008
D’estate, al mare. Mentre la moglie muore, stroncata da
un infarto, Pietro Paladini sta salvando una sconosciuta
colta da improvviso malore in mezzo alle onde. Comincia
l’anno scolastico. Pietro accompagna a scuola la figlia di
10 anni, ma invece di recarsi al lavoro decide di aspettare
la fine delle lezioni nella piazzetta antistante l’edificio
scolastico. E cosi l’indomani e i giorni che verranno. Fino
a che il dolore non esploderà in lui scuotendolo da uno
stato catatonico che sembra averlo pietrificato...
Ancora un’elaborazione del lutto per Nanni Moretti, questa volta nelle sole vesti di attore. Se nella “Stanza del
figlio” un nucleo familiare si frantumava, in “Caos calmo”
si ricompone attraverso un rapporto faticosamente ricucito. Tutto tessuto sul telaio dei contrasti, il film di
Antonello Grimaldi passa dal preludio di un abbraccio che
potrebbe rivelarsi mortale (la sequenza del salvataggio)
all’epilogo dell’abbraccio vitale che in un’esperienza
tanto passionale quanto traumatica si scioglie in un atto
liberatorio, esplosione di un dolore a lungo represso e mai
sfogato. Come la frase palindroma che diverte tanto la
figlioletta perché, letta al contrario, ha sempre lo stesso
significato, anche Pietro si rende conto che la vita può
essere reversibile.
Tratto dall’omonimo romanzo di Giovanni Veronesi edito
da Bompiani, “Caos calmo” è un film complesso che stimola una serie di riflessioni sul dolore, sulla solitudine,
sull’incapacità di comunicare da parte di un campionario
di personaggi che evidenzia tutte le contraddizioni e le
monomanie dell’attuale condizione umana. Con un Nanni
Moretti che di questo caos quotidiano dell’anima è l’interprete ideale grazie alla sua aria svagata, assente, distratta.
La Stampa - Lietta Tornabuoni - 08/02/2008
L’unica scena di sesso è goffa: Nanni Moretti tocca un
capezzolo di Isabella Ferrari come se premesse il campanello dell’interno sei; lo sforzo maggiore di tutti è di non
lasciar vedere neppure mezza natica, il che toglie all’insieme slancio e necessità. “Caos calmo” di Antonello
Grimaldi, tratto dal romanzo di Sandro Veronesi
(Bompiani) comincia come un bel film, poi si perde un
po’: è il tentativo di raccontare il percorso di un dolore,
dall’attimo in cui colpisce al momento in cui la sofferenza comincia ad attenuarsi.
Nanni Moretti torna a casa dal mare e trova la moglie
improvvisamente morta. Nello smarrimento, applica quei
comportamenti professionalmente suggeriti al manager
che è: calma, imperturbabilità, efficienza pratica, una specie di autoanestesia che non lascia filtrare i sentimenti o li
congela. Si concentra sulla sua bambina di dieci anni: ogni
mattina la accompagna a scuola e l’aspetta sino alla fine
Il Tempo - Gian Luigi Rondi - 10/02/2008
‘Caos calmo’ di Sandro Veronesi era un romanzo faticoso
da leggersi, affollato a dismisura di personaggi secondari
però incentrato su un protagonista, anche voce narrante,
che morta all’improvviso sua moglie, temendo conseguenze negative di quella perdita sulla figlia decenne,
lasciava un alto incarico in un’impresa di prestigio e se ne
stava sulla sua auto tutto il giorno di fronte alla scuola
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delle lezioni, seduto su una panchina o dentro l’auto in un
giardinetto davanti all’edificio. Lì vanno a trovarlo amici,
parenti, colleghi: ambasciatori inviati dalla vita per richiamarlo a sé. Ma delle civetterie della molesta cognata né
delle fusioni aziendali in atto a lui importa nulla. Un pianto in auto, una stretta passionale sono i segni di un’umanità ritrovata; la rinuncia ad accompagnare la figlia (è lei
che glielo chiede) è il segno d’una normalità recuperata.
È una vera sfida raccontare una vicenda del tutto interiore, che può esprimersi in film soltanto con battute o movimenti esteriori: se non ci fosse l’interpretazione di Nanni
Moretti, qualcosa di superficiale sciuperebbe il film realizzato con attenzione e cura. Apparizione folgorante:
Roman Polanski, figura carica di cinema e di Storia, nella
particina d’un presidente con un bellissimo cappotto.
Il Giornale di Sicilia - Gregorio Napoli - 09/03/2008
L’ossimoro e il palindromo sono figure morfologiche sulle
quali si regge il bellissimo romanzo di Sandro Veronesi e,
oggi, l’affascinante, meditabondo film diretto da
Antonello Grimaldi, sotto lo straordinario auspicio carismatico di Nanni Moretti. “Caos calmo”, infatti, l’accostamento contraddittorio di due vocaboli in lotta l’uno
contro l’altro (il caos non è calmo, bensì turbolento); e
palindrome sono le parole che la piccola Claudia pronuncia per gioco, quelle che possono leggersi da sinistra verso
destra e viceversa. Noi ne conosciamo una, ossesso, ma il
libro e la pellicola hanno un repertorio assai più ricco.
Divorando la pagina scritta e l’immagine sullo schermo, ci
accorgiamo che, in fondo, è la nostra stessa realtà ad essere oppugnabile ed aperta alla disputa; mentre la vita, l’amore, la morte ruotano, come una giostra impazzita, intorno l’ossesso che ristagna nel nostro cuore. Dopo aver salvato due donne dal mare in tempesta, i fratelli Pietro e
Carlo Paladini tornano alle loro esistenze. Dirigente d’azienda, Pietro incappa nel malessere: gli muore la moglie,
deve occuparsi della figlioletta Claudia, ammansire le
inquietudini della cognata Marta; ed intanto la sua ditta si
avvia alla fusione. Pochissimi scrittori - forse Luciano
Bianciardí, con l’attuale Veronesi - hanno descritto così
bene il trauma dell’impresa che ignora l’umanità dei propri dipendenti. Grimaldi affida l’allarme sociale ai primi
piani inenarrabili di Moretti, con quell’ombra di dolore
autentico che l’interprete fa affiorare in maestria. Pietro è
una voce fievole nel deserto dei sentimenti. Con pochi
tratti, è scheggiata al bulino l’alleanza non virtuosa fra la
cattiva sorte e la logica crudele del nuovo capitalismo.
Dopo l’amplesso con la salvata Leonora, è l’apparizione
folgorante di Roman Polanski che porta al pantografo la
lama dilacerante dell’apologo. Solo la devozione di Pietro
verso la figlia potrà risarcire i personaggi. E’ esemplare la
confluenza della lettura e della visione: una via da seguire, per il nostro cinema, un’ipotesi di fruizione interlineare che aggiunge intelligenza all’estro, chiamando in scena
una crestomazia di talenti, senza dubbio, alla meritata carriera cosmopolita di un manufatto italiano del quale, finalmente, possiamo andare orgogliosi.
Avvenimenti - Callisto Cosulich - 08/02/2008
L’attore Nanni Moretti finora non si era mai dissociato
dall’autore. Neanche nei due film in cui aveva delegato la
regia ad altri: Daniele Luchetti ne “Il portaborse”, Mimmo
Calopresti ne “La seconda volta”. Stavolta, però, Nanni è
arrivato in seconda battuta. Ideatore e produttore di “Caos
calmo” è stato Domenico Procacci che ha sottoposto l’idea di tradurre sullo schermo il romanzo di Sandro
Veronesi al regista Antonello Grimaldi. Moretti ha collaborato semplicemente alla sceneggiatura. Eppure il comune spettatore stenterebbe a distinguere questo dagli altri
film, di cui Nanni è l’intero responsabile. Le battute del
dialogo sembrano tutte farina del suo sacco e in quanto al
fatto che l’ironia, la satira, la politica, materie prime del
‘morettismo’, qui siano ridotte al minimo, non costituisce
una sorpresa. Del resto, sfidiamo chiunque a riconoscere
la personalità di Antonello Grimaldi, regista che dal 1988
al 2001 ha diretto solo quattro film, per poi rifugiarsi nell’anonimato televisivo. Forse facendo tesoro della sua pratica in tivù, Grimaldi ha avuto l’accortezza di rinunciare a
improprie ambizioni autoriali, lasciando a Moretti la totale libertà nell’esprimersi dinanzi alla cinepresa, preoccupandosi invece di attorniarlo con un ottimo cast di attori
nei ruoli secondari, dai più che collaudati Alessandro
Gassman, Silvio Orlando e Valeria Golino, alla bimba Blu
Yoshimi, autentica rivelazione nella parte di Claudia, la
figlia decenne del Paladini, alla quale il vedovo si dedica
anche durante le ore di scuola, attendendo su una panchina. Un modo - in certo qual modo - polemico di disertare
i propri impegni di lavoro e di riesaminare con mente distaccata il proprio ruolo nel mondo che lo circonda. La
panchina diviene così una sorta di ufficio, dove via via
incontra le persone che gli sono vicine; mentre il giardinetto di fronte all’edificio scolastico, dove la panchina è
sita, si trasforma in un teatrino all’aperto. Unico ma
importante interludio, il cameo erotico che Moretti intreccia con Isabella Ferrari sequenza piuttosto inedita, data
l’età dei due attori. Nuocciono certe coincidenze, dettate
dal destino, che incorniciano il racconto, accettabili alla
lettura, ma non alla visione, dove la norma premia più dell’eccezione, nel rappresentare in modo drammatico i casi
della vita.
Ragazzo Selvaggio - Giancarlo Zappoli
La moglie di Pietro Paladini è morta in casa proprio mentre lui stava salvando in mare una sconosciuta. Rimasto
solo con la figlia Claudia l’uomo continua la propria attività di dirigente di una multinazionale senza riuscire a
manifestare il dolore che prova. Finché un giorno, accompagnando Claudia a scuola, prende una decisione: da allora in poi attenderà nella piazzetta antistante la scuola l’uscita della figlia. Da quel momento la panchina su cui
Pietro siede diviene il luogo in cui colleghi, parenti e
amici vanno a incontrarlo. In particolare la cognata, con la
quale aveva avuto una breve relazione prima del matrimonio e che ora è incinta. Suo fratello, che aveva partecipato
al salvataggio occupandosi di un’altra persona in pericolo,
un giorno gli comunica di avere incontrato a una cena la
donna, Eleonora, che Pietro aveva salvato. I due si incontreranno e in Pietro si accenderà un forte desiderio di natu-
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ra sessuale nei confronti di Eleonora, che si concretizzerà
con il ritorno nella casa al mare in cui non aveva più voluto entrare. Potrebbe essere l’inizio di un ritorno alla vita e
di elaborazione del lutto. Dovrà però anche cambiare il
suo rapporto con la figlia.
“Caos calmo” è un film che ha goduto di una promozione
tutta puntata su un unico elemento decisamente fuorviante: il rapporto sessuale anale non tra i ‘personaggi’ del film
ma tra il pudico Nanni Moretti e Isabella Ferrari. E evidente lo scopo della produzione e della distribuzione: portare in sala chi altrimenti avrebbe subodorato l’impegno
offrendogli l’esca dell’eros per di più legato al gossip. Il
risultato è stato ottenuto ma al prezzo di mettere in secondo piano gli elementi davvero validi del film che qui non
mancano. Anche se, come solitamente accade quando una
sceneggiatura è tratta da un romanzo, chi ha letto il libro
non ha ritrovato nel film situazioni anche psicologiche
essenziali. Come, ad esempio, l’erezione che Pietro ha
mentre sta salvando la sconosciuta e che diviene uno degli
elementi fondamentali che lo porteranno a quel rapporto
che nel film è montato in modo tale da farlo sembrare frutto dell’immaginazione e che invece Grimaldi afferma di
aver voluto conservare nella sua qualità di dato realistico
così come risulta nel libro.
Se però lasciamo sullo sfondo l’elemento piccante e concentriamo l’attenzione sulle dinamiche che Pietro mette in
atto con chi lo circonda, dopo l’improvvisa e inattesa
morte della moglie, troviamo nel film molti elementi d’interesse. A partire dall’interpretazione di un Moretti che si
è costruito addosso il personaggio in fase di sceneggiatura ma, al contempo, è riuscito a liberarsi dell’abituale e
non produttiva sovrapposizione attore/personaggio che ha
talvolta limitato i film da lui scritti e diretti. Pietro quindi
non è Moretti ma un uomo incapace di elaborare il lutto
che riversa sulla figlia preadolescente tutto il suo bisogno
di dare e ricevere sicurezza. L’elemento surreale (la panchina e l’auto che divengono centro dell’universo di un
dirigente che non viene cacciato dalla sua azienda ma riceve addirittura la visita del Grande Capo) si trasforma in
baricentro di dinamiche che fanno interagire il noto con la
novità. Il noto è rappresentato da un fratello profondamente diverso (si occupa di moda) ma capace di essere
‘zio’ per Claudia nel momento in cui il padre è in ricerca.
Dalla cognata che lo raggiunge volendolo aiutare ma in
fondo caricandolo dei suoi problemi. Dal collega che lo
tiene aggiornato sulla situazione aziendale ed elabora la
teoria di un management che dovrebbe assumere la struttura trinitaria cattolica (e qui c’è una bestemmia subito
giustificata come trasgressione di un cattolico convinto).
Ma sono soprattutto gli incontri con gli sconosciuti a
caratterizzare l’evolversi di un mutamento. La ragazza
con il cane che Pietro ammira per la sua bellezza senza
mai parlarle, il bambino Down con il quale instaura un
gioco di riconoscimento costante, il gestore del ristorantino con il quale si aprono dialettiche sul condimento dei
cibi, l’uomo che lo invita in casa per un piatto di pasta o
le stesse mamme che attendono i figli davanti alla scuola
sono tutte tessere di un mosaico che si sta progressivamente ricomponendo. Questo porterà Pietro ad accettare
se stesso nella perdita e a ritrovare un rapporto
genitore/figlia in grado di rimettersi in movimento pur
non dimenticando chi non c’è più. Il caos calmo avrà
avuto modo di ribollire anche in superficie per poi ritrovare una sua dimensione finalmente e veramente ‘calma’.
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JUNO
20-21 novembre 2008
Soggetto
In America Juno è una ragazzina di sedici anni che decide
di affrontare la prima esperienza sessuale. Dopo il rapporto con l’amico e coetaneo Paulie resta incinta, rifiuta l’aborto quando si trova nella clinica specializzata, decide
che, appena nato, darà il figlio in adozione ad una coppia
che ne ha fatto richiesta. Nei mesi successivi la coppia,
che sembrava molto legata, va incontro a dissapori fino
alla separazione. Juno però continua ad avere molta stima
per la donna, di nome Vanessa, e le chiede se il suo desiderio è rimasto lo stesso. La risposta è positiva e il neonato andrà a lei. Juno e Paulie però si avvicinano e si scambiano un affetto autentico.
Regia: Jason Reitman
Interpreti: Ellen Page (Juno MacGuff), Michael Cera
(Paulie Bleeker), Jennifer Garner (Vanessa Loring), Jason
Bateman (Mark Loring), Olivia Thirlby (Leah), J.K.
Simmons (Mac MacGuff), Allison Janney (Bren), Rainn
Wilson (Rollo)
Genere: Commedia
Origine: Stati Uniti d’America
Stagione: 2007/2008
Soggetto: Diablo Cody
Sceneggiatura: Diablo Cody
Fotografia: Eric Steelberg
Musica: Matteo Messina, Kimya Dawson
Montaggio: Dana E. Glauberman
Durata: 92’
Produzione: Fox Searchlight Pictures, Mandate Pictures,
Mr. Mudd
Distribuzione: 20th Century Fox Italia (2008)
Valutazione
Una volta parlare di teen-ager e gravidanze indesiderate
era un tabù.
Poi è diventato un argomento scottante che a sua volta si è
trasformato nel soggetto per polpettoni tristissimi sulla
solitudine e sulla disperazione contemporanea. “Juno “non
si inserisce in nessuno di questi filoni cine-letterari ma se
ne inventa uno proprio, confermando il principio per cui si
possono realizzare prodotti leggeri anche su tematiche non
di poco conto dal punto di vista umano e sociale.
Il film, che mantiene una grande leggerezza per tutta la sua
piacevole durata, evita con grande abilità le trappole del
cinismo e del patetismo grazie soprattutto a dialoghi che
mettono in discussione in maniera costante tutti gli stereotipi di simili situazioni di gravidanza. Spesso anzi, la
ragazza del liceo che rimaneva incinta era una figura di
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secondo piano, di cui si sapeva che aveva lasciato la scuola dopo il “fattaccio”. Qui Juno non solo non lascia la scuola ma la sua involontaria gravidanza diventa quasi una protesta ed una sfida alle convenzioni (invece di diventare una
madre inadatta o di ricorrere all’aborto sceglie l’adozione).
La penna molto felice dalla quale è nato questo piccolo
gioiello altri non è che Diablo Cody (al secolo Brook
Busey-Hunt) ex spogliarellista poi diventata giornalista
che ha goduto di una certa notorietà grazie al suo blog
“Pussy Ranch”, in cui relazionava in maniera semiseria
delle sue avventure nel mondo dello strip-tease.
fumetti intorno all’unico tema: sessualità precoce e maternità, ma anche maturità degli adolescenti. “Juno” poi
mostra nobili ascendenze: da “Una donna tutta sola” fino ad
Annie Hall di Woody Allen (Io e Annie), in quel tipo di
commedia sull’emancipazione femminile. E che ora marca
l’evoluzione del genere teen movie. “Juno” è in sintonia
con gli autori attenti alla condizione giovanile che stanno
dando risultati nella comprensione dei fenomeni e nei processi di formazione. “Marie Antoinette2 di Sofia Coppola,
“XXY” di Lucia Puenzo, “Paranoid Park” di Gus Van Sant,
“Into the Wild” di Sean Penn, dimostrano come il ‘disagio’
espressivo degli autori sul pianeta giovanile stia volgendo
al racconto ‘dal punto di vista dei protagonisti’. Esempi che
segnalano una tendenza di valore estetico e di grande profondità nell’analisi psico-sociologica.
Ragazzo Selvaggio - Elio Girlanda
Premiato con il Marco Aurelio come Miglior Film alla
Festa Internazionale del Cinema di Roma (applauditissimo
dai più giovani nella sezione ‘Alice in città’) e reduce dai
successi americani (vincitore della dodicesima edizione dei
Satellite Awards per film, attrice e sceneggiatura, con un
incasso di $ 50 milioni solo nel primo weekend), “Juno” è
una commedia brillante in chiave adolescenziale.
Il regista, figlio di Ivan, l’autore di “Ghostbuster”, è alla
seconda prova dopo “Thank You for Smoking” (2006). La
sua messinscena ritmata come una sitcom e il cast assortito sono funzionali alla sceneggiatura della trentenne
Diablo Cody, ex spogliarellista e pornotelefonista, che ora
scrive dialoghi di un umorismo acre e malizioso.
Evidentemente la Cody, peraltro titolare di un blog frequentato sul Web, ricrea una vicenda autobiografica, generazionalmente vicina agli adolescenti che guardano Mtv e
producono contenuti in Rete. Quelli che stanno trasformando lo scenario mediatico sia nei consumi che nei meccanismi di produzione.
Secondo ricerche recenti (cfr. ‘Nòva 24’,10 gennaio 2008),
i ragazzi ‘scrivono blog, partecipano ai social network,
guardano video online, condividono contenuti: nella vita
dei ragazzi sono centrali i media sociali. Lo sostiene uno
studio del Pew Research Center sulle abitudini degli adolescenti negli Stati Uniti, dai 12 ai 17 anni. Sette su dieci creano contenuti come audio, testi e foto che pubblicano sul
web: se il 35% delle ragazze ha un blog, i maschi invece
preferiscono guardare video. Sono soprattutto le fotografie
pubblicate online a stimolare la partecipazione dei teenager:
nove su dieci ricordano di aver ricevuto commenti alle
immagini che hanno portato sul web. I filmati, invece,
hanno avviato una conversazione in tre casi su quattro’.
Dall’interazione all’autoproduzione il passo è breve, anche
nel contesto europeo e italiano, e che comprende la ‘generazione’ dai 18 ai 30 anni. ‘Un teenager su quattro, inoltre,
rielabora in creazioni proprie i contenuti trovati durante la
navigazione sul web, remixando filmati, immagini, musiche e testi. Il Pew Research Center ha coniato la definizione di ‘teens multicanale’ per i protagonisti dei media sociali: sono quei ragazzi che preferiscono comunicare attraverso cellulari, messaggini e social network’.
Le situazioni del film si susseguono con battute fulminanti
e spregiudicate di Juno che sembrano derivare dai blog o
dai video diYouTube, e che spiazzano i luoghi comuni sugli
adolescenti. Reitman le sistema in una serie di strisce a
Il Messaggero - Fabio Ferzetti - 04/04/2008
Una ragazzina che resta incinta a soli 15 anni e naturalmente non sa cosa fare. Un ‘padre’ che frequenta il suo stesso
liceo ma non ha proprio il fisico né il carattere per affrontare la situazione. Un’amica che le consiglia di cercare una
coppia che voglia adottare il bambino (‘sono fra gli annunci
economici accanto ai terrier, alle iguana e alle attrezzature da
fitness usate’...). E una coppia perfetta di belli-ricchi-e-colti
che così perfetti forse non sono, ma avranno almeno il merito di accompagnare la piccola ma tutt’altro che fragile Juno
in quei nove mesi di dubbi e di attesa.
Càpita a tutti, anche se càpita sempre più di rado, di vedere
un film e dimenticarsi completamente di essere al cinema.
Càpita di sorprendersi a credere ciecamente in un personaggio e a tutto quello che dice e che fa, per bizzarro e
improbabile che sia, dimenticando che c’è dietro un attore
(in questo caso un’attrice, la deliziosa Ellen Page, che con
“Juno” meritava l’Oscar). Càpita anche di chiedersi, giustamente, da dove venga quel potere di incantamento. Per
decidere che una risposta sola non c’è, ce ne sono tante.
È il tema a toccarci da vicino. È la regia insieme abile e dannatamente semplice di Ivan Reitman a rendere così credibile ed emozionante una storia che in altre mani sarebbe stata
ambigua o zuccherosa, fino a farci credere o perlomeno
sperare in quella piccola città di provincia così diversa dalle
nostre (al cinema in fondo e tutta questione di fede). È la
sceneggiatura che sprizza verità in ogni dettaglio (ambienti, sentimenti, dialoghi pepati e irresistibili: in 90 minuti
l’ex-blogger e spogliarellista Diablo Cody ci mostra come
amano, pensano, parlano, scherzano, decidono le ragazze di
oggi). Anche se forse il segreto di “Juno”, che comincia
come un cartoon e finisce con una canzone, sta tutto nel
tocco lieve e sapiente con cui stempera argomenti ‘pesanti’
mescolandoli con mano felice a tutto ciò che entra nella vita
di una 15enne e che magari pesante non è, dal rock ai film
horror (impagabile il derby all’ultimo squartamento fra
Dario Argento e H.G. Lewis), dagli shopping center ai flirt
consumati o solo sognati fra le mura del liceo, dalla scoperta del mondo con le sue divisioni (fra ricchi e poveri, ma
anche fra chi veste ‘giusto’ e chi no) al rapporto di Juno col
padre e la sua seconda moglie (perfetti J.K. Simmons e
Allison Janney).
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Rapporto che contro l’insopportabile retorica dominante nei
film sui teen ager si rivela ricco di calore e di intelligenza.
Almeno quanto quello che in realtà lega Juno allo stralunato Bleeker (Michael Cera), ‘fidanzato’ di una sola notte, che
con la sua ossessione per la corsa e per le tic-tac all’arancio,
centra l’adorabile ritratto di un giovanissimo imbranato ma
non troppo. Sconcerta che tanta arguta leggerezza sia stata
arruolata a forza dalla truce campagna antiabortista di
Giuliano Ferrara. Evidentemente ognuno ha i film e i ‘registi’ che si merita.
Reitman, figlio trentaduenne dell’Ivan autore di
“Ghostbusters” e “Dave-Presidente per un giorno”, è più
che altro interessato alla dolcezza e spontaneità - ma anche
spudoratezza ed energia - di un’adolescente americana
d’oggi, in grado di fronteggiare problemi più grandi di lei,
non omologarsi alla logica degli adulti e respingere vecchi
e nuovi preconcetti. La sedicenne dall’insolito nome mitologico (interpretata dalla bravissima ancorché ventenne
Ellen Page) è infatti una ragazzina qualunque, appena un
po’ afflitta da una famiglia modernamente disgregata, che
decide un bel giorno di perdere la verginità con un coetaneo
bamboccione strampalato. Peccato che ‘l’esperimento’ si
risolva in un’indesiderata gravidanza destinata a crearle una
serie di buffi dilemmi... L’amata ovvero detestata carica
eversiva del film starebbe proprio in questo snodo: la ragazzina da una parte non si fa assediare da angosce o sensi di
colpa, ma dall’altra scarta decisamente la sbrigativa soluzione dell’aborto (anche per colpa del tanfo medicinale percepito nell’ambulatorio). Per la verità la fluidità e leggerezza della regia non ci sembrano meritevoli d’essere introdotte nel tritatutto mediatico; come ribadisce la bonaria piroetta del finale, “Juno” vuole e riesce a divertire grazie soprattutto alla simpatica cocciutaggine con la quale la protagonista riesce a restare estranea da tutto ciò che le accade attorno: comprese, di conseguenza, le polemiche nostrane tra
spettatori/ultrà laici o devoti. Se c’è dunque un piano dietro
al piacevole balletto di “Juno”, sta tutto nella penna dell’autrice del copione Diablo Cody (nome d’arte di Brook
Busey-Hunt), trentenne ex spogliarellista passata al giornalismo e al cinema: un mix d’ingenuità e malizia, una competenza femminile non sclerotizzata dall’ideologia, un
modo dignitoso d’assecondare il naturale anticonformismo
degli under 18 e il tipico piglio indipendente, paradossale
ed umoristico nel caratterizzare personaggi e situazioni.
La Stampa - Lietta Tornabuoni - 04/04/2008
Lodato, usato come simbolo pseudopolitico, premiato,
apprezzato, “Juno” è un film inconsueto, carino, molto
furbo. L’astuzia non stupisce nel regista Jason Reitman (31
anni, origini cecoslovacche, figlio dello svelto regista Ivan,
cresciuto sui set del padre) e nella soggettista-sceneggiatrice Diablo Cody (ex operatrice d’una linea telefonica pornografica, autrice d’un romanzo ribaldo, al lavoro su un
secondo romanzo).
E’ un film scandito dal passare delle stagioni, fatto per contentare tutti. Gli adolescenti, dei quali finalmente non si dice
male: la protagonista è una ragazzina intelligente, calma,
coraggiosa, equilibrata, simpatica, amante dei film di Dario
Argento. Gli adulti genitori, singolarmente aperti e comprensivi. Gli adulti aspiranti genitori, educati e perfetti benestanti anche quando si separano. Le persone di buoni sentimenti, che amano constatare come tutto possa accomodarsi
e avere un lieto fine. I pervertiti, che godono a vedere sullo
schermo una ragazzina, quasi una bambina, con il corpo
deformato dalla gran pancia della gravidanza avanzata.
La ragazzina ha fatto l’amore con un coetaneo imbranato, e
si ritrova incinta. Vuole abortire e va nel luogo adeguato:
ma atmosfera e personale la disgustano, scappa via. Decide
di far nascere il bambino e di affidarlo a una coppia adatta.
La cerca, la trova. Fine. Non c’è alcuna eroina antiabortista,
soltanto una protagonista di buon senso come i suoi genitori (padre + matrigna), una scolara divertente e chiacchierina come la sua amica migliore e i suoi compagni coetanei,
una piccola donna costretta dal film a una gravidanza supervistosa fin quasi dal primo momento.
L’interprete Ellen Page è brava e graziosa. La costumista
canadese Monique Prudhomme, molto abile, ha creato per
la protagonista abiti che ne sottolineano la natura infantile
in contrasto con la gravidanza. La veloce discrezione con
cui viene raccontato il parto è apprezzabile. Tra i produttori figura John Malkovich.
Il Giornale di Sicilia - Gregorio Napoli - 07/04/2008
Con la solita lucidità, Giovanni Grazzini definì la sceneggiatura fase finale nel testo scritto di un film. E’ chiaro che
quando Federico Fellini e Sergio Amidei descrissero, nel
copione, la corsa di Anna Magnani dietro al camion dei
nazisti, in “Roma, città aperta” fecero opera soltanto propedeutica alla celebre sequenza filmata, poi, da Roberto
Rossellini.
Non è un caso, dunque, che l’Academy degli Oscar si sia
Iimitata a premiare lo screenplay di “Juno”, sorvolando
sulla regia. Infatti, Jason Reitman non va oltre la pedissequa
osservazione del testo elaborato da Diablo Cody (al secolo
Brook Busey), e così la pellicola ha un’eleganza fragile,
priva di smalto.
La ragazzina epònima, sedicenne, decide di far nascere il
bambino concepito col coetaneo Paulie, progettando di affidarlo in adozione ai coniugi Mark e Vanessa, per altro sulla
soglia del divorzio. Il candore di Ellen Page restituisce tenerezza al personaggio, condendolo con un’arguzia pungente
e arricchendolo con saporita ironia nel reparto nascituri dell’apposito ospedale. Ecografie, addobbi prenatali, insegne
honey and milk al bar, latte-e-miele irrorati su un aneddoto
suscettibile di ben più tragiche riflessioni.
Il Mattino - Valerio Caprara - 05/04/2008
Una commedia lieve e spiritosa, disegnata sullo schermo
come la striscia di un fumetto, bene intonata alla grazia
acerba della protagonista e scandita dal pungente tempismo
dei dialoghi in stile giovanilistico-alternativo. Ciò detto, ci
sembra alquanto strambo che “Juno” susciti tanto entusiasmo (vittoria alla Festa del cinema di Roma, Oscar alla
migliore sceneggiatura) e nel contempo attizzi tante polemiche. Va bene che un rozzo prontuario critico potrebbe tramandarlo come ‘film sull’aborto’, ma a conti fatti Jason
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CACCIA SPIETATA
27-28 novembre 2008
Regia: David Von Ancken
Interpreti: Liam Neeson (Carver), Pierce Brosnan
(Gideon), Anjelica Huston (Madame Louise), Michael
Wincott (Hayes), Ed Lauter (Parsons), Robert Baker
(Pope), John Robinson (Kid), Kevin J.O’Connor (Henry),
Tom Noonan (Ministro/Abraham)
Genere: Drammatico/Guerra/Western
Origine: Stati Uniti d’America
Stagione: 2007/2008
Soggetto: David Von Ancken
Sceneggiatura: David Von Ancken, Abby Everett Jaques
Fotografia: John Toll
Musica: Harry Gregson-Williams
Montaggio: Conrad Buff
Durata: 116’
Produzione: Icon Productions
Distribuzione: Eagle Pictures (2008)
Soggetto
Stati Uniti, negli anni successivi alla Guerra Civile
Americana. Gideon (Pierce Brosnan) viaggia da solo tra le
Montagne Rocciose. Improvvisamente viene colpito da
una pallottola sparata da un vicino fucile: a dare la caccia
a Gideon è un gruppo di uomini pagati e guidati da Carver
(Liam Neeson), che pare disposto a tutto pur di catturare
la sua preda. Gideon riesce a fuggire, dimostrando capacità e determinazione fuori dal comune, ma Carver e i suoi
rimangono sulle sue tracce. Sarà l’inizio di una spietata
caccia all’uomo che dal freddo delle montagne innevate
attraverserà le praterie ed i deserti: una lotta che alla fine
vedrà contrapposti solo Gideon e Carver, legati e resi
nemici da un passato di guerra e violenza.
Valutazione
Caccia spietata è un western insolito, intenso ma essenziale ed a tratti persino tendente al metafisico. La caccia
cui il titolo fa riferimento è quella all’uomo compiuta dal
misterioso Carver (Liam Neeson), intento a braccare
senza sosta l’altrettanto enigmatico Gideon (Pierce
Brosnan), con il chiaro intento di ucciderlo. Von Ancken
non rivela subito quali siano le motivazioni di questa rivalità, ed è un bene, perché da un lato – complici le ottime
interpretazioni dei due protagonisti assoluti della storia, ed
un incipit dal ritmo invidiabile – ci si concentra solo su
una dinamica di pura contrapposizione e sopravvivenza, e
dall’altro, quando il regista inizia a fornire le sue spiegazioni, paradossalmente la storia che racconta perde lievemente di fascino. Fascino che invece Caccia spietata è in
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grado di esercitare attraverso una struttura che mira ad
andare all’essenzialità ed agli istinti primordiali della
natura umana, tratteggiando due personaggi che è impossibile bollare alternativamente come buoni o cattivi, ma
che sono sfumati, fatti di luci e ombre, di ferite intime e
motivazioni ideali. Anche considerato il suo esito, quasi
speculare a quello che la tradizione del genere sembrerebbe voler imporre, la sfida tra Gideon e Carver si fa simbolo quindi di qualcosa di più ampio, quasi di esistenziale,
come testimoniato da un finale dai chiari afflati metafisici, di sicuro opinabili ma comunque originali e nel complesso equilibrati. Una sfida alla quale fa da cornice – mai
passiva – e coro un paesaggio americano sterminato e
magnetico, che va dalle nevi delle Montagno rocciose ai
deserti tra California e Nevada, passando da foreste e praterie.
la luce ottusa e fibrosa di “Gli spietati”, a sua volta erede
di eredi) Neeson insegue Brosnan per vendicare la
distruzione della sua famiglia alla fine della Guerra
Civile, lo annusa nei boschi nevosi, lo trova più di una
volta e se lo fa scappare. Brosnan è una preda esperta,
ricorda Rambo, a volte Bond. Scritto dal regista, esordiente e recettivo delle immagini che contano, è un film
di caccia all’uomo che confluisce nel fiume morale della
rapacità, infine sospesa nel nome del perdono e, più
ancora, dell’indifferenza della vendetta quando, faccia a
faccia, dopo una lotta nel deserto che cita Von Stroheim
(“Greed”) i due... Finale simbolista.
Filmcritica
Non ci stancheremo mai di affermarlo: il western è
morto, viva il western. “Caccia spietata”, dell’esordiente David Von Ancken (al suo attivo un invidiabile esperienza in serial televisivi come ‘Oz’, ‘The Shield’,
‘CSI’: ‘NY’ e ‘Californication’), nonostante la veste
impeccabile, ne è la dimostrazione. Realizzato nel 2006,
è uscito sugli schermi italiani dopo due anni, nella settimana precedente la prevista infornata da Cannes, tanto
per ingannare l’attesa e colmare un buco nella distribuzione. Ed è un peccato, perché si tratta di una pellicola
veramente interessante, vigorosa, avvincente e perfettamente consapevole di cosa sia (stato) il western e quale
sia la direzione che ha da tempo tristemente intrapreso.
Intreccio fors’anche banale nella sua estrema e minimale ripetitività: un uomo (Liam Neeson) è allo spietato
inseguimento di un altro (Pierce Brosnan) per soddisfare la sua vendetta. Sia chiaro: David Von Ancken non
reinventa modalità e consuetudini del genere, sarebbe
irrazionale come tentare un trapianto congiunto di cuore
e polmoni ad un ultracentenario, ma l’interesse scaturisce dalla tensione narrativa proposta, dalla rilettura di
microconfigurazioni provenienti da esempi celebri (e
celebrati: quindi perfettamente riconoscibili), dal ribaltamento beffardo del gioco identificativo spettatore/personaggi, dall’uso brillantemente sottile dello scenario
naturale (complice la fotografia del sempiterno John
Toll). Il campionario di assunzioni più o meno dirette,
come è inevitabile, è molto ricco: la scena in cui Pierce
Brosnan, ferito ad un braccio, si palesa dall’alto di un
albero sul quale si è rifugiato tramite lo sgocciolare del
suo sangue sulla candida neve ed è poi costretto a conficcare un pugnale nella fronte di uno dei suoi inseguitori, facendolo semplicemente cadere dalla posizione
elevata in cui si trova, offre un capovolgimento delle
attese del pubblico pur nell’identità dello schema proposto nella scena del saloon in “Un dollaro di onore”;
Liam Neeson che mette a nudo le difese del suo acerrimo nemico sparando senza remore ad un suo uomo
tenuto strettamente sotto tiro da Brosnan, fornisce una
nuova versione del metodo Fuller che aveva sorpreso in
“Quaranta pistole” (ma anticipa un momento simile del
“Il treno per Yuma” di Mangold); e anche il flashback
chiarificatore che si mostra con modalità progressive e
frammentarie è debitore della costruzione a posteriori
del “C’era una volta il west” di Leone.
Il Giornale - Maurizio Cabona - 09/05/2008
Il peggiore dei mali, la guerra civile, in un western dove
si affrontano nel 1868 due reduci cinquantenni, non da
ex nemici - ideologici, politici e militari -, ma per vendetta: un atroce fatto semiinvolontario ha elevato all’ennesima potenza il precedente antagonismo pubblico. E la
pace chiude le guerre, ma non liquida gli odi. Ecco
“Caccia spietata” (in originale “Seraphim Falls”, letteralmente ‘Cascate Serafino’) di David von Ancken, che
esce in sordina, con due anni di ritardo, eppure è uno dei
film più interessanti americani del decennio, che reca il
marchio Ikon, la compagnia di Mel Gibson. A che cosa
somiglia? A “Corvo rosso, non avrai il mio scalpo” di
Pollack per sfondo nevoso e boscoso; a “Duello nel
Pacifico” di Boorman per lo scontro fra (ex) militari. La
sceneggiatura, dello stesso regista e di Abby Everett
Jaques, evita di rappresentare due Rambo dove uno insegue l’altro. Verosimilmente mostra il militare di carriera
(Pierce Brosnan) più abile del contadino che aveva
indossato l’uniforme (Liam Neeson). Entrambi vivono di
un orrore derivato da un errore e ne portano il fardello.
Non c’è un buono, non c’è un cattivo da scegliere fra gli
antagonisti. Sono entrambi vittime e carnefici, circondati dalla teppa che esiste sempre e ovunque, ma che, quando la società non ha ancora preso il posto dello stato di
natura, agisce liberamente. “Caccia spietata” - dove
Brosnan giganteggia come nel Sarto di Panama proprio
di Boorman e, come allora, in un ruolo di anti-Bond resterà poco in circolazione, salvo inattese affluenze:
contribuite a crearle. Il residuo di buon cinema si preserva andando a vederlo, anche da soli se gli altri non capiscono.
Quotidiano Nazionale - Silvio Danese - 10/05/2008
Non ci sono più western, ci sono miti che vengono rivisitati da facce e corpi di oggi. Pierce Brosnan, che ha
stampato per i secoli il sorrisetto di ex 007, puntava a un
ruolo duro e puro da cowboy senza tregua. Liam Neeson
cerca invece di voltare il suo volto pacioso nel carattere
di un implacabile. Negli spettrali paesaggi nordici e poi
desertici di un post western (post perché ha, per esempio,
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E i riferimenti potrebbero continuare, per una sorta di
giustapposizione consecutiva che conduce fino ad una
conclusione metafisica e quasi stroheimiana. Eppure,
questo continuo gioco di riferimenti appare estremamente funzionale in un racconto che, tramite sottrazione delle
informazione decisive e artificiosa caratterizzazione dei
personaggi, ambisce a scardinare le certezze fatte acquisire al suo pubblico: ad un Liam Neeson crudele e spietato, ossessionato egoisticamente dalla vendetta, si contrappone un Pierce Brosnan passivo ed eroico, che si
limita a fuggire e a difendersi con grande ingegno, arrivando anche a nascondersi all’interno del ventre sviscerato del suo cavallo. Ad un’identificazione spettatoriale
perlomeno veicolata, si contrappone il successivo capovolgimento delle evidenze assimilate fino a quel momento, in virtù del flashback che rivela come Brosnan, ufficiale nordista, sia stata la causa (seppur preterintenzionale) della morte della moglie e dei due figli (uno in fasce)
di Neeson, soldato sudista, durante la Guerra Civile.
Come già insegnava I’Outlaw Josey Wales, secondo i
dettami del genere si tratta di una vendetta legittima, e
quindi di una spietatezza pienamente giustificata che fa
vacillare l’equilibrio assunto fino a quel momento da
parte del pubblico.
Parallelamente, muta anche il modo di intendere il paesaggio all’interno delle inquadrature che lo restituiscono nel
suo vario splendore: da tessuto su cui si inscrivono i segni
del passaggio di Brosnan (con lo spettatore che a causa del
criterio di identificazione si sente braccato dalla precisa
lettura dell’ambiente operata da Liam Neeson), si giunge
ad un’estensione che ha il compito di dimensionare l’inadeguatezza dell’individuo nei confronti dell’ipotesi di fuga
e la sua velleità di riuscita in relazione alla trascendenza
spaziale, immagine della giustizia che risana le colpe e
salda le fratture esistenti. Ma anche la colpa, in “Caccia
spietata”, è concetto accidentale, perché è la crudele contingenza della guerra che genera i mostri e i successivi fantasmi dell’ossessione: il nulla desertico in cui i due si
incontrano per la definitiva resa dei conti tacita la brama di
vendetta e l’eventuale sopraffazione dell’altro, le due figure si avviano mestamente su strade divergenti e dissolvono,
fagocitate dai loro errori, eclissandosi per sempre, consapevoli di essere ormai entità fuori dal tempo. Il tempo della
Guerra. Ma anche il tempo dell’intero genere Western.
The Guardian - Peter Bradshaw - 09/05/2008
Il regista e sceneggiatore David Von Ancken fa un eccellente debutto con un western brutale e appassionante,
ambientato immediatamente dopo la fine della guerra di
secessione. Il film ha un fascino d’altri tempi: Pierce
Brosnan intepreta un cacciatore che evidentemente ha
qualcosa sulla coscienza visto che Liam Neeson lo insegue dalle montagne alle grandi pianure, animato da un
odio feroce. Per la maggior parte del film non ci viene
svelato il motivo della contesa tra i due uomini. Ma la
loro sfida è sempre appassionante. Pierce Brosnan regala una delle sue migliori interpretazioni di sempre e i
paesaggi classici del western sono splendidamente fotografati dal due volte premio Oscar John Toll.
Film TV - Andrea Giorgi
È uscito in sordina senza manco i flani, in una manciata di sale in tutto, in ritardo (è del 2006), con un titolo
da fondo di magazzino action anni ‘80, magari con
Chuck Norris e tagliato di 20 minuti. Epperò è un film
di quelli che lasciano il segno, un western duro e puro,
sanguigno e sanguinante, appassionante come pochi.
Comincia in montagna, d’inverno, prima della conquista del West, subito dopo la fine della Guerra civile. Le
armi, nonostante tutto, non tacciono per niente, anche
perché l’odio non è ancora seppellito sotto la coltre di
neve. Due uomini (Brosnan e Neeson, entrambi guarda
caso irlandesi), uno contro l’altro, uno scortato da un
drappello, l’altro solo e ferito, si inseguono, si annusano, si sfidano: non per motivi politici ma per un fatto
personale, accaduto in tempo di guerra a Seraphim
Falls, da cui il titolo originale. Nessuno dimentica, difficile dire chi è buono e chi è cattivo. Non è tempo d’eroi. Resta la forza primordiale della natura che non fa
sconti, costringe ad arrivare all’essenza di se stessi
anche per trovare la forza di scaldarsi le mani congelate nelle budella di un cadavere ancora caldo. Produce
Mel Gibson, dirige un giovinastro che viene da
“Californication, The Shield, CSI: NY”. Rapsodia della
violenza, realistica, cannibalica, mai banale né gratuita.
Finisce come un miraggio pacifista, contro tutte le guerre e le bombe intelligenti, a 50 gradi sotto il sole nel
deserto dove tutto può succedere.
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6
LA GUERRA DI CHARLIE WILSON
4-5 dicembre 2008
Soggetto
All’inizio degli anni 80, il texano Charlie Wilson, membro del congresso, diventa sostenitore dell’intervento
degli Stati Uniti in aiuto dei ribelli afgani contro l’invasione sovietica. Per mettere in pratica questo suo proposito, Wilson si muove abilmente tra governo da un parte
e CIA dall’altra, riuscendo ad ottenere il necessario
appoggio.
Regia: Mike Nichols
Interpreti: Tom Hanks (Charlie Wilson), Julia Roberts
(Joanne Herring), Emily Blunt (Jane Liddle), Philip
Seymour Hoffman (Agente CIA), Amy Adams (Bonnie),
Shiri Appleby (Jailbait), Rachel Nichols (Suzanne), Mayte
Garcia (Carol Shannon), Erick Avari (Avi Perlman), Ned
Beatty (Doc Long), Maulik Pancholy (Hassan), Shaun
Toub (Hassan), Jud Tylor (Crystal Lee), Mary Page Keller
(Sig.ra Wilson), Om Puri (Generale Zia-Ul-Haq), Jackie
Swanson (Maddy), P.J. Byrne (Jim Van Wagenen),
Spencer Garrett (Davis), David Newham (Edsel), Mary
Bonner Baker (Marla)
Genere: Drammatico
Origine: Stati Uniti d’America
Stagione: 2007/2008
Soggetto: George Crile
Sceneggiatura: Aaron Sorkin
Fotografia: Stephen Goldblatt
Musica: James Newton Howard
Montaggio: John Bloom, Antonia Van Drimmelen
Durata: 97’
Produzione: Tom Hanks, Gary Goetzman E Michael
Haley Per Playtone, Universal Pictures, Good Time
Charlie Productions, Participant Productions, Relativity
Media
Distribuzione: Universal (2008)
Valutazione
Il personaggio è esistito veramente, e questo recupero in
forma di fiction è una preziosa occasione per capire
come funzionano i meccanismi che determinano i cambiamenti nella politica mondiale. A ricostruire questa
vicenda provvede il veterano Mike Nichols, per niente
arrugginito, anzi più che mai caustico, ironico, amaramente riflessivo. Il regista riesce ad innestare un tema
così scottante sui binari della commedia sofisticata, supportato da interpreti in condizione ideale. Così la denuncia diventa efficace proprio perché non prevenuta, non
condizionata a priori. E offre molti elementi di discussione.
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Famiglia Cristiana - Enzo Natta - 09/03/2008
Charlie Wilson del titolo è un personaggio realmente esistito: senatore del Texas, play-boy amante della bella
vita, eroe con molte macchie, che a tanti vizi unisce però
anche qualche virtù. Siamo ai tempi dell’invasione
sovietica in Afghanistan. Convinto da un’amica e sostenitrice, il senatore si reca a visitare un campo profughi in
Pakistan. Le drammatiche condizioni di vita di quei rifugiati, in fuga dalle rappresaglie dell’Armata rossa, lo
spingono a prodigarsi perché il sostegno del Congresso
alla resistenza afghana passi da 5 milioni a un miliardi di
dollari.
Con quella cifra, i mujaheddin sostituiscono arrugginiti
fucili della Prima guerra mondiale con moderni missili
terra-aria a testata termica, e le sorti della resistenza antisovietíca si capovolgono: a far da piccione tocca ora agli
elicotteri blindati dell’Armata rossa, costretta ad abbandonare l’Afghanistan. Si apre una crepa che pochi anni
dopo farà crollare il muro di Berlino. Ma per la Casa
Bianca quella vittoria si trasformerà presto in una sconfitta. Nonostante il senatore Wilson si sforzi di convincere il Congresso che dopo le armi ci vogliono le scuole,
nessuno gli darà ascolto. A dare un’istruzione di massa a
una popolazione analfabeta ci penseranno i talebani con
le scuole coraniche. Con i noti risultati.
Lo sceneggiatore Aaron Sorkin ha fatto di un’inchiesta
giornalistica una commedia cinica e amara, punteggiata
da venature ironiche. Il resto lo si deve alla solida regia
di Mike Nichols e alla verve di tre Oscar come Tom
Hanks, Julia Roberts e Philip Seymour Hoffman.
sapiente rozzezza era un cinema alla portata di tutti,
mentre per capire fino in fondo “Charlie Wilson” ci vorrebbe un politologo. Lo sfondo è quello di un conflitto
semidimenticato, quello degli sparuti gruppi della resistenza afghana contro l’orda militare sovietica che invase e devastò il paese dal ‘79. Il deputato texano Charlie
Wilson, tutto whisky donne e coca, è allertato dalla
ricca damazza Joanne Herring, che in qualità di console onorario del Pakistan lo fa invitare a Islamabad. Di
punto in bianco (e qui l’interprete, Tom Hanks, è davvero toccante quando di fronte al desolante spettacolo
di un campo profughi gli occhi gli si riempiono di lacrime) il politico si rende conto dell’odissea di un intero
popolo allo sbando, bersagliato dagli elicotteri russi e
senza difesa. Urge aumentare il contributo segreto degli
Usa ai mujaheddin per dotarli di armamenti adeguati; e
Charlie porta in fondo la complessa operazione clandestina appoggiandosi alle furberie di Gus Avrakotos, un
agente della Cia che riesce a coinvolgere nell’inghippo
il dittatore pakistano Zia e i vertici di Israele. Nel film i
protagonisti Wilson, Herring e Avrakotos sono incarnati, mantenendo i nomi e cognomi veri, da Hanks, Julia
Roberts e Philip Seymour Hoffman. Questi tre ce la
mettono tutta per sbrogliarsi attraverso dialoghi verbosissimi e lanciati a doppia velocità. Purtroppo i rapporti interpersonali non emergono abbastanza; e se la
Roberts si ritrova fra le mani una mezza tinca anche
all’eclettico Hoffman il copione non fornisce le occasioni che ha Hanks puttaniere redento. “La guerra di
Charlie Wilson” svela di che torbidi intrighi, magari a
fin di bene, si nutrono le svolte della storia, non di rado
legate a iniziative di cui nulla emerge ufficialmente.
Dopo il trattato di pace sottoscritto nell’87 a Ginevra
dall’Urss, gli americani non si occuparono più
dell’Afghanistan; e Wilson, pur essendo riuscito a farsi
dare miliardi per bombe e cannoni, non ce la fece a
strappare un modesto contributo onde aprire qualche
scuola nel paese devastato. Il risultato è l’odierna situazione senza sbocchi, con gli Usa nel mirino dei talebani da loro stessi armati. Ahimè, chi conduce ormai il
gioco è il musulmano del prologo, quello che ci spara
addosso.
Il Corriere della Sera - Tullio Kezich - 08/02/2008
In “La guerra di Charlie Wilson” c’è un minuto di cinema che vale tutto il film. Sta proprio all’inizio, prima
dei titoli, quando sullo schermo appare il deserto in una
notte di luna, con un musulmano inginocchiato che
rivolge al cielo la sua preghiera, ma poi si alza e voltandosi verso di noi brandisce il lanciamissili e spara
dritto alla macchina da presa. Difficile immaginare una
sintesi più efficace della minaccia incombente in questo
nevrotico inizio del XXI secolo, quando l’occidentale si
scopre impotente davanti all’asiatico che, illuso di servire il suo Dio, prega e uccide. Peccato che nell’adattare il libro di George Crile su ciò che veramente accadde in Afghanistan negli anni ‘80 il regista Mike Nichols
e il suo sceneggiatore Aaron Sorkin non siano rimasti
fedeli all’icastica semplicità dell’incipit. Il cinema
moderno si ritiene più acculturato e sottile del cinema
d’epoca e infatti oggi nessuno oserebbe più firmare
certe rozze contraffazioni della storia come i film hollywoodiani sulla Rivoluzione francese o sulla Civil War,
in genere ispirati al rimpianto per Maria Antonietta o la
Confederazione schiavista. Qui non si tratta però di discutere il carattere reazionario di certi messaggi, piuttosto di sottolinearne il taglio deciso, eloquente e superpopolare. Per appassionarsi a quelle rievocazioni (pensate a “Via col vento”) non servivano particolari riferimenti culturali, le trame parlavano da sole. Nella sua
Il Giornale - Maurizio Cabona - 08/02/2008
Alle origini di Al Qaeda potrebbe essere il sottotitolo de
“La guerra di Charlie Wilson” di Mike Nichols, storia
del reale rappresentante texano (Tom Hanks) al
Congresso di Washington che riuscì a far moltiplicare gli
stanziamenti segreti degli Stati Uniti per le bande armate islamiche in Afghanistan fra il 1980 e il 1989, dotandole in particolare dei missili Sting, usati contro gli elicotteri sovietici.
Alcuni di quegli Sting sono ancora sul mercato delle
armi e oggi abbattono, in Irak, elicotteri statunitensi,
quando qualcuno può acquistarli con i proventi dei
sequestri di stranieri... Quasi ottantenne, Nichols ritrova
il brio di “Comma 22”, girando un film di quelli che
erano normali negli anni Settanta, quando non era strano
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che un soggetto verosimile, sostenuto da una sceneggiatura smagliante, trovasse i soldi per diventare un film per
cittadini, non per consumatori.
Quando comincia il film, Wilson è un parlamentare malleabile giunto al terzo mandato; soltanto a causa di una
matura e disinibita finanziatrice (Julia Roberts) si fa
coinvolgere nel caso Afghanistan. È per compiacerla che
manda all’incasso tutti favori fatti ai colleghi su questioni per lui senza interesse e allestisce, grazie a un agente
della Cia (Philip Seymour Hoffman, eccezionale) un bis
dell’Irangate, passando anche per grande politico.
Nichols non chiude il film con la churchilliana constatazione ‘d’aver ucciso il porco sbagliato’ perché era evidente ancor prima dell’11 settembre 2001.
Il Giornale di Sicilia - Gregorio Napoli - 25/02/2008
Soltanto un cineasta geniale, quale Mike Nichols, poteva
mettere in scena una metafora come il giovane ufficiale
dei marines che gioca a scacchi su quattro tavoli mentre
progetta tattiche adeguate per distruggere gli elicotteri
sovietici. E’ la Guerra, si dirà. Ed è la tragedia che il gaudente deputato Charlie Wilson scoprirà quando il
Congresso Usa lo manda in Afghanistan per verificare
l’opportunità strategica di aumentare i fondi destinati agli
armamenti. Nato a Berlino nel 1931, da un medico ebraico di origine russa, emigrato a sette anni negli Stati Uniti
per sfuggire alle persecuzioni hitleriane, Nichols tiene alta
la lama del giudizio sulle infamie della Storia; ed è entusiasmante ammirare la coerenza civile del regista, autore
si del “Laureato” (1967), ma profeta di pace e di antimilitarismo fin dai tempi di “Comma 22” (1970). Personaggio
reale, il deputato Wilson nuota beatamente in una vasca da
bagno a Las Vegas, bevendo Martini e trastullandosi con
deliziose girls, quando lo nominano dirigente del
Comitato etico. Siamo allo scadere del decennio 1980, e
l’America sta innescando la Santa Barbara che, ancora
oggi, esplode in Medio Oriente. Il film - ventesimo di
Mike Nichols - mostra la fragilità morale dell’uomo, e tuttavia non nasconde le sue lacrime, quando la panoramica
globale avvolge l’esodo degli umili pastori, inquadrando il
campo dei profughi, le mutilazioni dei bambini, il dolore
delle madri. Se un merito dobbiamo ascrivere all’autore è
il tocco sobrio e non retorico. Tom Hanks vanta misura,
conducendo gradualmente il suo personaggio verso la
presa di coscienza, e lasciandogli l’ombra del dubbio
quando lo decorano come ‘collega ad honorem’. Charlie
Wilson, alla fine, si è convertito, probabilmente, alla pietà.
Chi lo circonda, compresi il cinico agente Cia e l’ambigua
consolessa onoraria, restano abbarbicati alla nozione colonialista: in un ‘gioco a scacchi’ ben enfatizzato da Philips
Seymour Hoffman e Julia Roberts, mentre la bandiera
stellata sventola platonicamente, invocando la libertà.
Il Sole 24Ore - Luigi Paini - 17/02/2008
Il potere è bello. Il potere è tutto. E, soprattutto, concede
tanti privilegi: soldi, fama, porte aperte, facili conquiste
amorose. Ed è così che Mike Nichols ci racconta, con
“La guerra di Charlie Wilson”, la storia di un uomo di
successo, bello simpatico e senza rimorsi di alcun tipo,
impegnato quasi per caso in una vicenda che cambierà la
storia. Ispirato a un personaggio realmente esistente, il
film è infatti il racconto di come un senatore del Texas,
Charlie Wilson appunto, sia riuscito a dare la spinta decisiva al crollo dell’Impero del Male, l’arcinemica Unione
Sovietica. E come fece? ‘Semplicemente’ dando tutto il
contributo possibile alla lotta dei combattenti afghani
contro l’Armata Rossa: un perfetto intreccio di dollari e
spie, con tanto di ‘sponsor’ texano rappresentato da una
ricca ereditiera convinta sostenitrice della causa anticomunista, allo scopo di fornire ai resistenti le armi più
moderne, senza coinvolgere direttamente Washington. Il
tutto senza rinunciare al valore più forte della vita di
Charlie: il gusto del potere, con il simpatico corollario di
una cascata di bellissime donne.
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L’ALTRA DONNA DEL RE
11-12 dicembre 2008
Regia: Justin Chadwick
Interpreti: Natalie Portman (Anna Bolena), Scarlett
Johansson (Maria Bolena), Eric Bana (Enrico VIII), David
Morrissey (Duca di Norfolk), Kristin Scott Thomas (Lady
Elisabetta), Mark Rylance (Sir Thomas Boleyn), Jim
Sturgess (Giorgio Bolena), Ana Torrent (Caterina
d’Aragona) Juno Temple (Jane Parker), Eddie Redmayne
(William Stafford), Benedict Cumberbatch (William
Carey), Tiffany Freisberg (Mary Talbot), Oliver Coleman
(Henry Percy)
Genere: Drammatico/Romantico/Storico
Origine: Gran Bretagna
Stagione: 2007/2008
Soggetto: Philippa Gregory (romanzo)
Sceneggiatura: Peter Morgan
Fotografia: Kieran McGuigan
Musica: Paul Cantelon
Montaggio: Carol Littleton, Paul Knight
Durata: 115’
Produzione: Bbc Films, Focus Features, Relativity
Media, Ruby Films, Scott Rudin Productions
Distribuzione: Universal (2008)
Soggetto
In Inghilterra il re Enrico VIII, dopo aver cercato
senza successo di fare di Maria Bolena la propria
amante, cede al fascino della sorella di lei, Anna.
Incalzato dalla ragazza, chiede al Papa l’annullamento del matrimonio dalla moglie Caterina d’Aragona.
Non ottiene risposta, dichiara di non riconoscere più
l’autorità della Chiesa di Roma, lascia Caterina e
sposa Anna che diventa regina. Il mancato arrivo di
un erede maschio porta tuttavia in seguito al deteriorarsi dei rapporti tra i due. Fin quando Anna, accusata di tradimento, viene condannata a morte.
Valutazione
Se la tragica vicenda di Enrico VIII e di Anna Bolena
continua periodicamente a trovare versioni sia cinematografiche che televisive, vuol dire che quei fatti
continuano a ‘parlare’ allo spettatore di oggi, ad avere
dentro qualcosa che esula dal contesto storico per
diventare sempre una intrigante ‘attualità’. Qui, come
in altri casi, non mancano varianti, c’è qualche mutamento di fatti di contorno, ma la prospettiva è quella
‘femminile’, relativa a due ragazze dapprima obbligate e poi decise a lottare contro il monolitico potere
della corte d’Inghilterra. Sia pure con qualche
momento meno risolto, il dramma umano viene fuori
bene anche stavolta: conflitto lacerante tra desiderio
e potere, tra verità e tradimento, tra coscienza e etica
cancellata. La microstoria si scontra con la Storia
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grande e ne esce ancora una volta sconfitta. Affidato
alla convinta prestazione delle due protagoniste, il
copione, quasi un testo shakespeariano, avvince e
convince, dura lezione per la monarchia inglese
(anche di oggi?), pagina e monito verso gli eccessi e
il prezzo che chiede la rincorsa al potere.
transitare l’Inghilterra verso i secoli più moderni sia
poi stata chiamata dal destino proprio la figlia di colei
che Enrico mise sotto la scure del boia.
Il Giornale di Brescia - Alberto Pesce - 27/04/2008
Salvo errori di calcolo, in quasi un secolo dal primo
“Henry VIII” del 1911 per la regia di William G.B.
Barker, “L’altra donna del re” dovrebbe essere il ventesimo film che, al centro o collaterale, ci racconta di
Anna Bolena, della rete di seduzioni e complotti alla
corte del re d’Inghilterra, delle nozze con Enrico VIII
invaghitosi di Anna magari con la non tanto segreta
speranza, dopo il divorzio da Caterina d’Aragona che
l’aveva reso padre solo di una femminuccia, di assicurare l’eredità al trono con la nascita di un maschietto, nonché della tragica fine di Anna regina dopo
l’accusa di un tradimento forse mai avvenuto.
E quasi ogni film - almeno quelli meglio incastonati
per sapienza di scenario, chiarezza di figurazioni,
alchimia di sentimenti - ha avuto il suo esemplare
stigma d’epoca: tra leggerezza ed eleganza quello di
Ernst Lubitsch del 1919, con Emil Jannings dai sottintesi tronfi di ghignante sorriso; tra crudeltà e ironia
quello di Alexander Korda del 1934 con Charles
Laughton, stazza corpulenta, sguardi penetranti, subsannanti risate.
Ora, invece, sulla falsariga di un romanzo con varianti melò su trama storica da bigino popolare, di contro
ad un Enrico VIII schizzato giovane, intelligente e
bello, - lo raffigura con prestanza Eric Bana -, l’interesse si sposta sul destino di due sorelle Bolena, Anna
e Maria, la prima ambiziosa e cinica freneticamente
tesa al potere, quale sa darvi sotto venustà d’immagine sottile perfidia Natalie Portman, e la seconda
dolce e mite con quell’aura da santino che sa scaltramente illuminarsi addosso Scarlett Johansson.
Ambedue sono vittime della sfrenata ambizione di
padre e zio, tesi ad aumentare prestigio e ricchezza
della propria famiglia. Mandate a corte, dapprima è
Maria, benché già sposata e confinata damigella della
regina, a suscitare le attenzioni amorose di Enrico. E
per non disturbare la relazione, Anna è mandata a
Parigi alla corte del re. Ma quando, illegittimo, ci
scappa un figlio tra Enrico e Maria e il re si disamora dell’amante, padre e zio sono pronti a richiamare
Anna per tenersi sulla cresta dell’onda nei favori
reali. Ad Anna non par vero di giostrare astutissima,
costringendo Enrico a ripudiare Caterina, staccarsi
dalla Chiesa di Roma, diventare regina, almeno sino
a quando l’interruzione di una tanto sperata gravidanza la induce a intrighi di tragico epilogo.
Ma, a parte la recitazione delle due protagoniste piacevolmente a ping pong accanto a comprimari di
piatta stereotipia, più che la regia di Justin Chadwick,
all’esordio nel lungometraggio con facile ricorso a
stilemi della sua esperienza televisiva tra frequenza
Film - Fabrizio Moresco
Il racconto del cinema si è sempre servito a piene
mani degli anni foschi del sedicesimo secolo inglese
e ha rappresentato in più modi le passioni, la crudeltà, le ambizioni per il potere delle storie legate a quei
temi e a quei luoghi. Naturalmente, ogni volta si è
trattato di scegliere l’ottica in cui inquadrare l’argomento e il modo per portarlo sullo schermo. In questo film, si è optato per mettere al centro la vicenda
personale di un re che, pur spinto da esigenze dinastiche istituzionali, non ha messo freno alla propria
voracità sessuale, facendo strage delle donne che ha
avuto, fino al punto di modificare l’assetto
politico/religioso del suo Paese, agire in aperto conflitto con Roma e dare inizio a un periodo di forti e
sanguinose tensioni sociali. Quindi mai riprese d’ampio respiro o dall’alto, rari i grandi spazi, fino alle
esecuzioni finali incorniciate nell’ampia partecipazione di popolo e nel giudizio impersonale del
Tempo; mai riferimenti politici e storiografici precisi: il Cardinale Wolsey, il Lord Cancelliere che fu il
braccio di Enrico nel trascinare l’Inghilterra allo scisma, nominato di sfuggita una sola volta; superficialmente accennate le difficoltà di gestire i rapporti con
gli ambienti religiosi; sbrigativamente risolta la separazione da Caterina e così via. Privilegiate le scene a
due, le ambientazioni ristrette, soprattutto in camera
da letto, per sottolineare l’importanza dei dialoghi,
delle passioni, dei progetti, delle avidità; come a dire
che i grandi sommovimenti della Storia sono stati
causati da innamoramenti improvvisi durante una
partita di caccia, da inaspettate esplosioni dell’animo,
da improvvise bassezze: minute ripicche e violente
gelosie d’alcova hanno cambiato la vita di milioni di
uomini e donne. Forse è andata davvero così, la scelta degli autori è da rispettare, anche quando si trascina la Storia negli incastri di una soap-opera. Quindi
tutto è possibile e sono perfette la Portman e la
Johansson nel fronteggiarsi senza esclusione di colpi
in un logorio di cui entrambe pagano il prezzo; nella
figura di Enrico, che prosegue testardo e incurante
nello scrivere le vicende dei Tudor, passando da un
letto all’altro, si concentra con efficacia non priva di
smarrimento Eric Bana, bravo nel significare come il
coinvolgimento di un uomo possa essere superiore
alla responsabilità di un re. Onestamente i titoli di
coda ricordano che a dare un assetto composito (e
una dignità, noi aggiungiamo) a tutto questo e a far
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di primi piani e dettagli compiacentemente pantografati, hanno un certo fascino quasi hollywoodiano
fotografia di un cromatismo che sembra graffiare il
buio di un memoriale ossidato dal tempo, scenografia
d’antan tra esterni di castelli e brughiere, costumi in
una impeccabile sfilata di trine e merletti, corsetti e
broccati.
alla corte di Enrico VIII), si muovono le intrecciate
vicende della famiglia reale.
Il padre Thomas Boylen e lo zio Duca di Norfolk
convincono Anna a diventare l’amante di Enrico
VIII, che si è allontanato dalla consorte Caterina
d’Aragona perché non riesce a dargli un figlio
maschio. Ma il re (Eric Bana), che nel film è meno
rossiccio e obeso di come: ce lo dipinge la storia,
s’invaghisce invece della più dolce e mite Maria, che
si trasferisce a corte con marito e famiglia. Quando
lei sarà alle prese con una gravidanza difficile, Anna
(allontanata per aver sposato in segreto un facoltoso
proprietario terriero), sarà richiamata dal padre per
mantenere viva la passione del sovrano per la sorella
malata. Ne ruberà il posto, arrivando a farsi sposare
dal re, conquistandolo. Ma anche i suoi progetti s’infrangeranno di fronte all’incapacità di soddisfare la
principale esigenza regale, quella della prosecuzione
dinastica. Che, paradossalmente, la storia risolverà
facendo sedere la figlia femmina di Anna, Elisabetta,
sul trono d’Inghilterra per oltre quarant’anni.
‘Anna rappresenta il prototipo della donna moderna,
che cerca il potere, mentre Maria se ne distacca e
decide di allontanarsene, anche fisicamente. Sono
passati parecchi secoli, ma ancora oggi, indubbiamente, il maschio altolocato resta un veicolo per l’emancipazione sociale’ dice Natalie Portman. Le fa
eco la collega Johansson: ‘Credo che certe cose succedano ancora oggi. Sono cresciuta in una famiglia
progressista, con genitori che hanno incoraggiato me
e le mie sorelle a trovare la nostra strada, seguire le
passioni e crescere intellettualmente. Ma so che a
quei tempi le famiglie, specie nobili, usavano i figli,
maschi o femmine che fossero, come semplici pedine
per la conquista del potere’. Le due attrici si sono
reciprocamente coperte di lodi infinite. La Portman è
arrivata a dichiarare al britannico Sun di voler ‘palpare il seno di Scarlett’ la quale, da parte sua ha ringraziato. ‘Il fatto è che siamo in due momenti della
carriera molto simili, non sentiamo di doverci
distruggere a vicenda’ racconta schietta la Portman.
Entrambe sex symbol sul metro e sessanta, una carriera iniziata da bambine, Natalie (la piccola amica
del killer Léon) e Scarlett (la ragazzina che affiancava Redford sussurratore di cavalli) sono le dive di
maggiore spicco a Hollywood. La sfida artistica di
questo set la vince la perfida Portman, ma sul fronte
dell’appeal gli uomini le preferiscono la bionda
Johansson.
L’ultimo comune denominatore delle ragazze è l’impegno politico, su fronti diversi. Natalie Portman tifa
Hillary ‘perché sarebbe bellissimo avere una donna
presidente’. Scarlett Johansson invece sostiene
Barack Obama. E alle parole la bionda ha fatto seguire i fatti, apparendo nel video Yes, we can, che nel
giro di pochi giorni ha attratto 14 milioni di contatti.
Il Venerdì di Repubblica - Arianna Finos 18/04/2008
Le dive più in vista di Hollywood insieme in un film
in costume sugli amori di Enrico VIII. Che svela un
personaggio storico poco conosciuto. Competizione
tra star? Dice la Portman: ‘Per ora non abbiamo bisogno di distruggerci...’.
Avrebbe potuto esserci un’altra Bolena al fianco di
Enrico VIII, con un diverso destino per l’Inghilterra
e la cristianità. La storia ufficiale ci ha consegnato
Anna, seconda moglie del sovrano della dinastia
Tudor, come colei che lo convinse al divorzio da
Caterina d’Aragona, provocando, nel 1534, lo scisma
con la Chiesa di Roma. Finì i suoi giorni sul patibolo, accusata di stregoneria e incesto, non prima di
aver dato alla luce quella che si sarebbe rivelata la più
grande delle regine, Elisabetta I.
Diciannove film hanno già raccontato le vicende di
Anna e il re. Il primo, “Henry VIII”, di William G.B.
Barker, risale al 1911, il ventesimo, quasi un secolo
dopo, fa uscire dall’ombra e regala pari dignità all’altra Bolena, Maria, la sorella nemica. Presentato
all’ultima Berlinale, “L’altra donna del re” è tratto dal
bestseller omonimo di Philippa Gregory (Sperling &
Kupfer, ) ed è incentrato sulle lotte e gli intrighi di
corte tra le due sorelle per la conquista del cuore del
monarca. E poiché le attrici chiamate a interpretare le
Boylen girls sono Natalie Portman e Scarlett
Johansson, il duello si è immediatamente trasferito
oltre i confini della corte dei Tudor.
‘Oggi sei bellissima, e a me tocca la parte dell’altra
Bolena’. Anna, la maggiore delle due, assiste alle
nozze della più giovane Maria. Lo sguardo affettuosamente cinico di Anna, consapevole del matrimonio poco ambizioso della sorella, è quello di Natalie
Portman. È lei (27 anni), che dopo essersi aggiudicata il primo ruolo da cattiva della sua carriera ha
suggerito il nome della ventitreenne Johansson, la
bionda.
È stata una scelta felice, perché il confronto tra le due
dame è il principale motivo d’interesse in un film che
il debuttante Justin Chadwick ha girato ispirandosi
più ai melodrammi in costume di hollywoodiana
memoria che ai resoconti storici. Sullo sfondo di
castelli d’epoca, in una corte che, anche grazie ai
costumi di Sandy Powell (già Oscar per
“Shakespeare in Love” e “The Aviator”), sembra
uscita da un dipinto di Hans Holbein (l’unico pittore
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IN BRUGES
LA COSCIENZA DELL’ASSASSINO
18-19 dicembre 2008
Regia: Martin McDonagh
Interpreti: Colin Farrell (Ray), Brendan Gleeson (Ken),
Ralph Fiennes (Harry), Clémence Poésy (Chloë), Jordan
Prentice (Jimmy), Jérémie Renier (Eirik), Eric Godon
(Yuri), Thekla Reuten (Marie), Anna Madeley (Denise),
Elizabeth Berrington (Natalie), Sachi Kimura (Imamoto),
Inez Stinton (Kelli), Ciarán Hinds (Sacerdote)
Genere: Commedia/Drammatico
Origine: Belgio/Gran Bretagna
Stagione: 2007/2008
Soggetto: Martin McDonagh
Sceneggiatura: Martin McDonagh
Fotografia: (Scope/a colori): Eigil Bryld
Musica: Carter Burwell
Montaggio: Jon Gregory
Durata: 101’
Produzione: Blueprint Pictures, Film Four, Focus
Features, Scion Films Limited
Distribuzione: Mikado (2008) - VIETATO AI MINORI
DI 14 ANNI
Soggetto
Ray e Ken, due killer professionisti, ricevono dal
capo Harry l’ordine di nascondersi a Bruges, dopo
che a Londra Ray, nel compiere l’esecuzione di un
prete, ha accidentalmente ucciso un bambino. Una
sera in albergo, mentre Ray é fuori, Ken risponde
per telefono a Harry: l’ordine per lui é di eliminare
Ray. Operazione quasi impossibile. Così Harry è
costretto ad arrivare di persona a Bruges.
Valutazione
Com’era inevitabile, la cittadina belga è a pieno
titolo una coprotagonista. Palazzi e strade medievali, i castelli, le torri creano le atmosfere giuste dentro le quali far svolgere una vicenda di amore e
morte, di peccato e di espiazione, di colpa e di
riscatto. Per tutta la prima parte il copione corre sul
filo di una follia lucida, della necessità di mettere
d’accordo codice d’onore e coscienza, cognizione
del proprio lavoro di criminali e rispetto dell’amicizia. Nella seconda l’accumulo drammaturgico
sovrasta l’azione, che si appesantisce e dovrebbe
essere stemperata da un certo umorismo paradossale. L’originalità della scelta ambientale resta indubbia, con i riferimenti ad una pittura nordica fatta di
tragico e di scelte beffarde.
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Il Messaggero - Francesco Alò - 16/05/2008
Due gangster irlandesi aspettano Godot a Bruges.
Un colpo è andato male. Così male che il giovane
Ray e l’esperto Ken vengono spediti dal loro capo
nevrotico Harry nella Venezia delle Fiandre ad
aspettare che le acque si calmino. Ken è affascinato dall’arte e dalla tranquillità del luogo. Ray si
sente in gabbia e rischia l’esaurimento quando
rischia il linciaggio da parte di un gruppo di turisti
americani obesi. La trama si ferma qui, il resto di
“In Bruges-La coscienza dell’assassino”, opera
prima del drammaturgo irlandese Martin
McDonagh, è pura arte del dialogo con un occhio a
Beckett e l’altro a Tarantino. Brutalità e senso dell’umorismo, arte medievale e commedia romantica
(Ray si prende una cotta per la misteriosa Chloe),
nani da picchiare (è il secondo film recente dopo
Funeral Party in cui si maltrattano i nani; trionfo
del politicamente scorretto) e pistole che troncano
la conversazione. Episodio dopo episodio, il film si
svela ipnoticamente davanti ai nostri occhi. Motivi
della magia? La penna arguta e umana di
McDonagh (viene voglia di leggersi tutte le sue
pièce irlandesi) e la potenza espressiva di Farrell e
Gleeson. Il giovane Farrell si conferma grande attore. Se solo mettesse la testa a posto. Gli suggeriamo più Bruges e meno Hollywood.
libri per spiegare con molte e confuse parole il basilare concetto nonnesco: ‘Partire è meglio che arrivare’). Il nostro tipo preferito somiglia a Colin
Farrell in questo film. A Bruges, la città medievale
meglio conservata d’Europa, tutta canali e ponticelli, adottata dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, nota come la Venezia del Belgio, e tutto quel
che gli esce di bocca, senza neanche alzare gli
occhi dal selciato, sono queste definitive parole:
‘Se fossi un ritardato cresciuto in campagna forse
Bruges potrebbe impressionarmi. Ma non lo sono,
quindi non mi fa nessun effetto’. Applauso. E grandi applausi al film, scritto e diretto da Martin
McDonagh, commediografo irlandese paragonato a
David Mamet. Senza sbagliarsi troppo, per quanto
riguarda la bravura. Ma il black humour è tipicamente irlandese, come potrete constatare vedendo
questa storia originalissima e spassosa, con due killer dublinesi per protagonisti. Colin Farrell - nel
film si chiama Ray - è giovane e imbronciato: gli
occhietti si illuminano soltanto quando vede un
nano sul set di un film (per i nani ha una vera passione: discute come devono essere chiamati, li insegue, cita le pellicole dove compaiono). Brendan
Gleeson - nel film si chiama Ken - è più adulto, con
una sanguinaria carriera alle spalle, e si trova a
dover fare da balia al giovanotto. Entrambi sono in
punizione per un incarico male eseguito - dovevano
sparare a un prete, c’è stato purtroppo un danno
collaterale. A Bruges dovrebbero stare tranquilli
per un po’, cosa che non accade. Ogni altro accenno sulla trama sarebbe delittuoso. Si può accennare
invece alla lungimiranza con cui il Belgio e la città
di Bruges hanno gentilmente dato i permessi per le
riprese di un film dove i rispettivi nomi sono sempre preceduti da un ‘fucking’. E dove si ride alla
battuta: ‘I belgi sono famosi per due cose, la cioccolata e la pedofilia; sappiamo che hanno inventato
la cioccolata per attirare i bambini”. Lungimiranza,
perché la città è diventata simpatica, e i turisti si
sono moltiplicati.
Il Corriere della Sera - Maurizio Porro - 30/05/2008
Finalmente un film ben scritto e diretto da Martin
McDonagh, che scompagina i generi noir col suo
curriculum teatrale che privilegia dialoghi e atmosfere. Sono due killer in attesa di punizione, a
Bruges; mentre aspettano il capo, il loro gioco psicologico di vittime-carnefici si fa sempre più teso
anche se i luoghi fiamminghi invitano al turismo.
Volando alti, si potrebbero citare il ‘Godot’ di
Beckett ma anche certi incastri alla Pinter; comunque il racconto funziona, anche con valenza surreale, grazie alla perfetta sintonia di tre attori che si
palleggiano una specie di infelicità esistenziale ma
colorata di gangsterismo. Sono Colin Farrell, alla
sua prova migliore, con aria stralunata ma sempre a
caccia di ragazze; Brendan Gleeson, il più combattuto; il boss porta dubbi e segni di Ralph Fiennes.
Delitto, pentimento, rimozione e castigo, nel gusto
del ricamo delle Fiandre da sottosapore amaro.
Il Sole 24Ore - Luigi Paini - 25/05/2008
Anche i killer hanno un’anima? Forse, ma è sepolta sotto le regole di un ‘mestiere’ che non lascia
molto spazio ai pensieri positivi. Brutti ceffi,
insomma, anche quando si presentano con i volti
simpatici di Ray e Ken, i due protagonisti di “In
Bruges-La coscienza dell’assassino”.
Un’opera prima, quella di Martin McDonagh, che
ha il pregio di spiazzare lo spettatore. Una bellissima città, inquadrature quasi da film di promozione
turistica, e poi il giro di boa. Ray e Ken sono in
Il Foglio - Mariarosa Mancuso - 18/05/2008
Ci sono i turisti intruppati (sono sempre gli altri).
Ci sono i colti viaggiatori (sono i più antipatici,
Chatwin sottobraccio e fumetto ‘cosa ci faccio io
qui?’). Ci sono i cultori dello slow travel (scrivono
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Belgio solo per nascondersi, e quel set da cartolina
fa da singolare contrappunto alla loro storia. Vite
violente, segnate dal crimine. E un ‘incidente’ di
percorso, di cui veniamo a sapere solo più avanti.
Ray, durante l’ultima missione, ha ucciso per sbaglio un ragazzino. La sua coscienza, anche se rimasta allo stadio embrionale, comincia a tormentarlo.
Voglia di farla finita, mentre da Londra arriva un
altro ordine terribile. Intanto la vita a Bruges propone svolte impreviste: una ragazza gentile (ma dai
molti misteri) con un ex fidanzato assai violento,
un nano americano che sta girando un film, la proprietaria dell’albergo in attesa di un bambino. È
quasi Natale, e la Vigilia si prospetta alquanto
movimentata.
irlandesi, Ray (Colin Farrell: “Alexander”, “Miami
Vice”) e Ken (Brendan Gleeson: “Harry Potter e il
calice di fuoco”, “Harry Potter e l’Ordine della
Fenice”), i quali, poco prima di Natale, lasciano in
tutta fretta Londra: Harry, il boss (Ralph Fiennes:
“Shindler’s list”, “Il paziente inglese”) ha ordinato
loro di rifugiarsi per un paio di settimane a Bruges,
in Belgio, dopo che Ray, nel portare a termine una
truce commissione, aveva ucciso un bambino.
Nella tranquilla cittadina essi devono attendere una
sua telefonata con il permesso di rientrare, accingendosi nel frattempo a fare i turisti: Ken non si
lascia sfuggire l’occasione, frequenta bar, passeggia per le vecchie vie, visita chiese e musei (scopre
il terrificante ‘Giudizio universale’ di Hieronymus
Bosch), trovandosi talvolta in situazioni insolite e
stravaganti, spesso in compagnia di Ray, che trascorre giornate difficili, tormentate per l’errore
compiuto, giornate in parte meno opprimenti per le
attenzioni di Ken e per l’inizio di una possibile storia d’amore con una ragazza che sembra nascondere oscuri segreti. Finalmente l’attesa telefonata
arriva ed è terribile: le regole della malavita vanno
applicate. In questa coproduzione anglo-belga, realizzata a Bruges, si snoda una storia nera, una
vicenda in cui si intersecano violenza, lealtà, onore,
amicizia, con frequenti improvvise virate dai toni
della commedia a quelli del dramma, una vicenda,
in cui contemporaneamente si delinea, fra significanti dettagli e notazioni, il rapporto fra due sicari,
già definito ‘cameratesco, amichevole, alla fine
anche solidale’. “In Bruges” (titolo originale) gode
di una inappuntabile sceneggiatura, arricchita da
una sensibilità registica e visiva esemplare e vanta
una scenografia altamente eloquente: con il procedere del racconto la città delle Fiandre da pittoresca
e incredibilmente romantica si fa gradualmente
sinistra, minacciosa nelle sue accentuate caratteristiche gotiche, assumendo una valenza drammatica,
alludendo al destino dei personaggi, suggestivamente interpretati da Gleeson e da Farrell.
Sotto la guida del regista, essi non tratteggiano in
bianco e nero la personalità dei due criminali e se
Ken, dotato di grande forza e di generosa comprensione, esprime consapevolmente una carica di energia umana, Ray, nella sua disperazione, nei suoi turbamenti e rimorsi, convinto di un futuro per lui tragico, affonda nella sua natura complessa e cupa. Due
criminali, violenti e sanguinari, che pur si avvertono
percorsi da scosse e trasalimenti decisamente umani:
due personaggi, in cui, come è stato acutamente
notato, ‘si concretizzano il bene e il male, che perennemente albergano nella natura umana’.
La Stampa - Lietta Tornabuoni - 16/05/2008
Due killer e il loro committente muoiono male
(colpi di pistola, caduta dalla torre, sparo in bocca)
nella bellissima città di Bruges nelle Fiandre, con i
suoi canali, le piazze, le chiese e gli edifici goticorinascimentali, i giardini.
Il più giovane dei killer ha ucciso su commissione
un prete e, per errore, un bambino; l’altro lo ha
accompagnato a Bruges per ammazzarlo (il committente non tollera che si faccia del male ai bambini). Il primo detesta la città, trovandola molto
noiosa; gli altri due la adorano. I due killer girano
per vie e canali, si fermano a contemplare la lavorazione di un film di nani, bevono birra, aspettano
la telefonata del padrone, si annoiano e divertono
gli spettatori. Il regista Martin McDonagh, nato a
Londra da genitori irlandesi, drammaturgo e regista
teatrale, debutta nel cinema con questo film e
mostra straordinaria padronanza, particolare
sapienza nella sceneggiatura e nei dialoghi perfetti.
Aveva detto di voler fare ‘una storia divertente,
sexy e pericolosa, ma insieme triste, strana, riflessiva e gioiosa’: c’è riuscito (salvo la connotazione
sexy, che proprio manca) realizzando un film brillante e malinconico, recitato benissimo specialmente da Colin Farrell.
L’Eco di Bergamo - Achille Frezzato
Nato a Londra nel 1970 da genitori irlandesi,
Martin McDonagh è un insigne drammaturgo (le
sue pièces hanno ottenuto numerosi premi in
Irlanda e in Inghilterra), che con “In Bruges - La
coscienza dell’assassino” firma il suo primo lungometraggio, una storia di assassini a pagamento, in
cui sono assenti roboanti e frenetiche azioni, presentata e premiata al Sundance Film Festival lo
scorso gennaio. Ne sono protagonisti due killer
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NON PENSARCI
8-9 gennaio 2009
Regia: Gianni Zanasi
Interpreti: Valerio Mastandrea (Stefano Nardini), Anita
Caprioli (Michela Nardini), Giuseppe Battiston (Alberto
Nardini), Caterina Murino (Nadine), Paolo Briguglia
(Paolo Guidi), Dino Abbrescia (Stefano, il vigilante), Teco
Celio (Walter Nardini, il papà), Gisella Burinato (Mamma
Nardini), Luciano Scarpa (Luciano detto Matrix), Paolo
Sassanelli (Francesco, il bancario), Natalino Balasso
(Riccardo Martinelli, il sindacalista), Raffaella Reboroni
(Manuela, la ragioniera della fabbrica), Edoardo
Gabbriellini (Luca, chitarrista dei ‘Lager’),Chiara Bucchi
(Eleonora, figlia di Alberto), Riccardo Bucchi (Luca,
figlio di Alberto), Paola Bechis (Giulia, la moglie di
Alberto), Valentina Fois (Monica, la ragazza di Stefano)
Genere: Commedia
Origine: Italia
Stagione: 2007/2008
Soggetto: Gianni Zanasi
Sceneggiatura: Gianni Zanasi, Michele Pellegrini
Fotografia: (Panoramica/a colori): Giulio Pietromarchi
Musica: Merci Miss Monroe, Les Fauves, Atomik Dog
Montaggio: Rita Rognoni
Durata: 110’
Produzione: Beppe Caschetto e Rita Rognoni per Itc
Movie, Pupkin Production in collaborazione con La7
Distribuzione: 01 Distribution (2008)
Soggetto
In un momento di crisi della sua carriera di cantante
punk rock, il 36enne Stefano Nardini decide di
lasciare Roma e tornare al nord dalla famiglia che
non vede da tempo. Ritrova così i genitori, Michela
la sorella più giovane, e Alberto, il fratello maggiore
che ha preso su di sé la responsabilità della fabbrica
di famiglia, un’azienda che produce ciliege sotto spirito. Stefano voleva riposarsi ma i problemi cominciano solo ora.
Valutazione
Gianni Zanasi era fermo da “A domani” (1999).
Lunghi momenti di incertezze, simili a quelli del suo
protagonista. Per uscirne, ecco questo copione vivace
e sfaccettato, scritto con scioltezza di dialogo in linea
con la migliore tradizione italiana e condotto con il
brio della migliore commedia italiana. Tutto scorre
sulla linea di confine tra dolce e amaro, tra vizi e
virtù, tra forte richiamo dei legami e frustrata voglia
di fuga. Nel convulso nucleo familiare che si agita
intorno a Stefano, si agita l’Italia di oggi, sbattuta nel
mare agitato della perdita dei valori, indecisa se battersi per rinascere o lasciarsi andare a fondo. Si ride,
ma sempre a denti stretti.
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TrovaRoma di La Repubblica - Renzo Fegatelli 27/03/2000
Gianni Zanasi ha passato la quarantina da un paio
d’anni e ha girato quattro film. Non di quelli a grosso budget, ma opere singolari con personaggi eccentrici e di estrazione popolare che si pongono domande. Presentati nei principali Festival internazionali, e
spesso premiati, sono nell’ordine “Nella mischia”,
“Fuori di me”, “A domani”. L’ultimo “Non pensarci”,
premiato alla sessantaquattresima Mostra di Venezia,
è una commedia malinconica e trasgressiva. Allievo
di Nanni Moretti, dopo studi di lettere e filosofia
all’università di Bologna, Zanasi ha scritto e diretto
la storia di una famiglia strampalata. Protagonista
Stefano Nardini, che ha il volto stralunato di Valerio
Mastandrea, virtuoso di chitarra a cinque anni.
Originario di Rimini, lo ritroviamo a Roma a 35 anni,
chitarrista rock. Il momento magico però è passato.
Stefano suona nei concerti per guadagnarsi da vivere,
ma non riesce a incidere un disco e per colmo di sfortuna viene anche mollato dalla ragazza. Per non
entrare in crisi decide di tornare in famiglia e offrirsi
un momento di riflessione. Non trova la mitica casa
dolce casa, ma piuttosto una gabbia di matti. Il padre,
reduce da un infarto, è in pensione e dedica tutto il
tempo al gioco del golf. L’azienda di ciliegie sciroppate è ora sulle spalle del fratello, unico sostegno di
tutta la famiglia perché la madre, al limite della
depressione, si è rifugiata in corsi di tecniche sciamaniche; la sorella ha lasciato l’università per lavorare con i delfini in un parco acquatico. Il chitarrista
ha la sensazione di essere sbarcato in un mondo sconosciuto, ma è alla ricerca di se stesso e intuisce che
soltanto riuscendo a capire le ragioni dei familiari
può ritrovarsi. Ma quando riesce ad avere una visione chiara della situazione, scopre di poter essere la
persona giusta per dar man forte al fratello. Premiato
anche ai Festival di Annecy e di Villerupt, il film si
avvale di una brillante galleria di attori: Anita
Caprioli, Giuseppe Battiston, Caterina Murino, Paolo
Briguglia, Dino Abbrescia, Teco Celio, Gisella
Burinato e molti altri.
di illusioni anche per gli agguati della memoria.
Persone e personaggi reali trattati con venatura ironica, con leggera ventata fiabesca: tra molti tipi strambi Gianni Zanasi offre con “Non pensarci” scritto con
Michele Pellegrini, un vero, bellissimo ritratto del
Paese di oggi, davvero una metafora di una società
famiglia che non regge i tempi e ha bisogno di un
curatore civile del fallimento morale dell’istituzione.
Tutto ciò non viene trattato da tragedia, né il regista
fa la predica, ma inserisce ogni terminazione nervosa
del racconto in una commedia certo all’italiana ma
aggiornata ai tempi, ai pudori, all’etica, alla sensualità diverse. Solo con l’ironia si sopravvive: è il valore
aggiunto alla visione apocalittica dei rapporti interpersonali.
Ci si diverte molto, non per cinismo, nella drammatizzazione dei contrasti, con una vena di follia posata
sulla gente: ogni psicologia è descritta con una leggerezza che non vuol dire superficialità. E al confine
ultimo c’è in attesa la vena malinconica del protagonista costretto ad occuparsi di tutti: un eccezionale
Valerio Mastandrea, romanticamente in fuga, in cerca
di altrove. E i nostri attori sono intonati, bravi e sensibili: la Caprioli, Battiston nevrotico, la Murino,
Briguglia, Abbrescia.
E per carità niente retorica: si vomita, si rutta, ci si
confida sugli autoscontri, si litiga coi delfini, si ama,
si bacia e ci si suicida nella consapevolezza forse è
sempre lo stesso.
Il Foglio - Mariarosa Mancuso - 05/04/2008
Il miglior film italiano da molti anni a questa parte
l’ha girato Gianni Zanasi, e una menzione speciale va
anche allo sceneggiatore Michele Pellegrini. Si capisce che si sono messi seriamente a tavolino, che sono
andati a caccia di tempi morti, che hanno scartato le
solite gag, e cancellato con un pennarello rosso le
voci ‘lavoratori precari’ e ‘critica sociale’. Una commedia italiana che non parla di tette è già una sorpresa, scrive Variety, prima di attaccare con gli elogi
sperticati, e di lodare gli attori uno per uno, oltre alla
prestazione d’insieme. Mai come in questo film si
sono visti tanti italiani seriamente impegnati a recitare: dove recitare, lo diceva Anna Magnani in
“Bellissima” vuol dire ‘far finta di essere qualcun
altro’ (tra i molti esempi, Caterina Murino e Giuseppe
Battiston mentre discutono le virtù rilassanti della
camomilla, irresistibile). “Non pensarci” racconta il
ritorno al paesello di un rockettaro tanto sfigato che
quando si butta dal palco gli spettatori si scansano.
Tornato a casa con anticipo, trova la fidanzata a letto
con un altro. Basterebbe questa scena - con l’imbarazzo, e un risvolto grottesco che non diciamo, tutto
risolto negli sguardi e nei gesti - per capire che il
Il Corriere della Sera - Maurizio Porro 04/04/2008
Stefano Nardini, un malinconico trentacinquenne già
passato da Chopin al punk in crisi, decide di tornare
a cuccia di famiglia. Da Roma va dai suoi trovando
un gruppo totalmente smembrato più in panne di lui:
a Rimini la fabbrichetta è sull’orlo del disastro, la
sorella frequenta solo i delfini al parco acquatico,
l’altro fratello sposato con figli si assume il peso del
tran tran, il padre è infartuato, la mamma segue tecniche sciamaniche e tutti imbottiti di tranquillanti e/o
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regista sa il suo mestiere. Il dubbio, a questo punto, è
se la storia e il ritmo reggeranno fino alla fine.
Reggono benissimo. Il giovanotto - Valerio
Mastandrea anche più bravo del solito - infila un paio
di magliette nella custodia della chitarra e da Roma
risale verso Rimini, a casa dei genitori, che hanno
una fabbrica di ciliegie sotto spirito. Menzione speciale anche alle amarene, che da sole rappresentano
un mondo piccolo in via di estinzione. E all’air guitar, e salto dal balcone con atterraggio sul cane di
casa, alle lapidi del cimitero illuminate con l’accendino, e alle parole sante: ‘Mamma, ma non stavamo
meglio quando ci dicevamo le bugie?’.
fratellone Alberto (l’ottimo e rubicondo Giuseppe
Battiston) che, incapace, sta mandando in malora l’azienda di famiglia che imbottiglia ciliegie sotto spirito, e la sorella Michela (la ben disinvolta Anita
Caprioli), la quale ha abbandonato gli studi per lavorare in un delfinario. Se si aggiunge che la madre e il
padre hanno più la testa fra le nuvole che i piedi per
terra, risulta che, oltre quello economico, è prossimo
il tracollo esistenziale.
Forse la soluzione è quella di “Non pensarci “, come
il titolo del film suggerisce, anche perché, come
sostiene in fondo il vecchio padre, ‘il tempo finisce
col sistemare tutto’. Le durezze della vita ci sono, ma
il film di Zanasi non è lontamente paragonabile, per
esempio, all’americano “Onora il padre e la madre”.
Circola nelle immagini, avvalorato da un vivace
commento musicale, un atteggiamento dopotutto
sereno e un po’ scherzoso. Per questo abbiamo citato
Gaber, ma Zanasi sembra anche ben consapevole,
come i suoi balzani personaggi, che la vita, per ricorrere a un famoso verso carducciano, ‘è l’ombra d’un
sogno fuggente’.
L’Eco di Bergamo - Franco Colombo - 05/04/2008
‘Giovani, si fa per dire/ eterni innamorati della vita/
col gusto di chi sfida il tempo e vive alla giornata/
giovani un po’ speciali che non sanno ancora cosa
fare/ ma sono sempre e comunque in attesa di un
grande avvenire…’ Così cantava una quindicina
d’anni fa l’indimenticabile Giorgio Gaber (‘E pensare che c’era il pensiero’). Di lì a poco usciva il “Jack
Frusciante” di Brizzi e, un po’ più in là, “L’ultimo
bacio” di Muccino.
Giovani allo specchio, deformante ma non troppo,
fino al più spiazzante, di oggi, “Tutta la vita davanti”.
Sul medesimo filo, per fortuna non da call center, ma
con i giovani e la famiglia protagonisti, scentrati gli
uni e l’altra, corre questo “Non pensarci”, quarto
film, dal 1995 a oggi, del modenese Gianni Zanasi,
dopo “Nella mischia”, “A domani”, “Fuori di me”,
tutti più o meno sul medesimo tema di adolescenti
(prima) e di giovani (poi) turbati e inquieti. È un regista di 43 anni che già qualcuno, al suo apparire, accostò al Truffaut dei “Quattrocento colpi”, a un Pasolini
più lieve, mitigato dal sorriso del De Sica neorealista.
Confermiamo e aspettiamo Zanasi con un altro film,
a tempi più ravvicinati, perché il nostro cinema ha un
handicap, rispetto per esempio a quello francese, non
sa capire e valorizzare i registi di talento, e Zanasi è
uno di questi.
“Non pensarci”, titolo già allusivo di per sé, vede in
campo tre fratelli, dentro a una famiglia piuttosto
fuori di testa, più dal di dentro che dal di fuori. Tema
non secondario dei ‘giovani non tanto giovani’ è che
spesso sono cresciuti con genitori presenti-assenti,
pronti a rimboccare le coperte ma in tutt’altre faccende affaccendati. A rendersi conto del malandare di
famiglia, che serpeggia magari contro la volontà di
tutti, è Stefano, il maggiore (Valerio Mastandrea, il
più intenso e interessante attore del nostro cinema)
che, dall’estraniante Roma, dove sta tentando (vanamente) di fare il musicista rock, torna nella casa
natia, sotto il sole della sabbiosa Rimini. Lì trova il
Il Giornale di Sicilia - Gregorio Napoli 06/04/2008
La carriera del rockettaro è insidiata dal tradimento
della donna? E nel natio paesello l’industria conserviera del padre rischia il fallimento per l’imperizia
del fratello Alberto? Un giovane deputato non riesce
a trovare le risorse finanziarie per evitare la chiusura della baracca e la vendita della casa? Meglio non
pensarci; e così Gianni Zanasi costruisce un saporito
ritratto della piccola borghesia italiana, dove i disinganni sentimentali, il successo effimero, le difficoltà
della piccola impresa si sommano all’itterizia caratteriale di Stefano Nardini, che abbandona Roma, i
palcoscenici, e la gloria di una band fracassona, per
consolare i genitori, rimettere in riga la famiglia, far
divertire i nipotini. Zanasi (Vignola, Modena, 1965)
potrebbe essere definito un avanguardista, se non
apparisse, invece, il dominatore assoluto degli strumenti espressivi e degli attori a lui affidati. Fra i
‘Notturni’ di Chopin, il verdiano brindisi della
Traviata e gli accordi rumorosi di un pentagramma
che lui sembra voler esecrare (e noi facciamo altrettanto), il fervido cineasta sintetizza parecchi argomenti: i guasti del neocapitalismo che alimenta le
globalizzazioni e trascura le iniziative locali; l’illusione dei paradisi sciamanici; l’impotenza dei politici insigniti di blasone elettorale ma insignificanti nel
gioco del Potere. ll tutto, in allegra altalena sulla giostra dell’ironia, con un taglio secco e preciso ogni
qual volta il lazzo sta per prendere il sopravvento.
Nella gustosa gara si alternano gli straordinari
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Mastandrea e Battison, con un coro dove eccellono
le soavi damigelle di grazia Caprioli e Murino; il
palpito rabelaisiano dei ‘vecchi’ Burinato e Celio; il
guizzo aurorale e mefitico del ‘nostro’ Paolo
Briguglia, ormai saldamente acquisito al firmamento
che ha saputo conquistarsi con la sua cultura e il suo
impegno.
morano gli impiegati, nasconde il fallimento della
fabbrica di famiglia finita in ipoteche come la casa.
Le ciliegie sotto spirito non vanno più e gli operai
non vedono lo stipendio da mesi... La madre nel frattempo si dedica a terapie di gruppo vagamente sciamaniche e il padre dopo l’infarto gioca solo a golf.
Poverino Stefano Nardini/Mastandrea (come la grappa ma siamo nella fabbrica vera della Toschi), pensava che la sua vita fosse un caos e si ritrova col grembiule della fabbrica a discutere coi sindacati e le banche.
Ma Zanasi è cresciuto respirando provincia e immaginari poco addomesticabili con espansioni nella vita
e viceversa. Precariato, diffidenza, senso della famiglia, se ce ne è una ancora, solitudine, fatica a essere
se stessi vengono raccontati con la complicità dolce e
anche melanconica di una vecchia canzone, ‘Agnese
dolce Agnese’ di Ivan Graziani. E con irriverente
umorismo Zanasi conferma il suo talento di saper far
ridere senza per questo darsi delle etichette. È buffo
Stefano/Mastandrea che porta in giro i nipoti e finisce quasi arrestato per fare impressione guidando
come un pazzo. È tenero il fratellone che si innamora della prostituta (Caterina Murino) o i genitori che
credono davvero che la figlia sia lesbica ma: ‘amore
per noi sei sempre la stessa’. O il padre distratto che
sa tutto invece, ha lo sguardo sensibile ma fa finta di
nulla come capita in ogni famiglia... L’intreccio va
avanti, il set è una Rimini abilmente diluita nelle villette e nei caffè con fuori un misuratore di velocità
per qualsiasi essere in movimento che passi, pure una
centenaria. C’è il tono surreale della provincia e i
suoi riti, l’instabile del contemporaneo che in apparenza manco li scalfisce, e quel tono trasversale, di
distanza partecipe che li restituisce capovolti. La sorpresa diventa la cosa più riconoscibile, il luna park, i
vomiti, le sbronze, i cani trovatelli e quelli costosi, i
tentati suicidi che finiscono con zampe canine rotte e
quelli veri. Gli incontri inaspettati con chi pensi di
conoscere da sempre. Che ti cambiano e sono sostanza di vita e ispirazione, basta guardarsi un po’ meglio
intorno... Infatti Stefano torna alla musica con grinta,
e poi chissà. Il cinema di Zanasi si sposta per movimenti impercettibili, ha la vitalità dell’imperfezione e
del sentimento. Con la dote rara di catturare l’istante
in esperienze (immagini) riconoscibili. Per renderle
però ogni volta inattese.
Il Manifesto - Cristina Piccino - 01/09/2007
Pensiamo a un rocker, anzi meglio a un trentacinquenne che ‘avrei voluto-essere-famoso’ e si ritrova
chitarra in mano disoccupato, zero idee, la macchina
scassata, la ragazza che lo pianta e lo sbatte pure fuori
appartamento. Cosa fa il nostro? Piglia la strada e se
ne torna da Roma, la città dello spettacolo a casa,
provincia emiliana di villetta con giardino, fratello
sovrappeso sposato ma in crisi, madre apprensiva,
padre con infarto, sorella solitaria forse lesbica visto
che non ha mai esibito un fidanzato. Su schermo una
roba così minaccerebbe di dare i brividi, specie poi se
si tratta di una produzione italiana, dove la crisi esistenziale non conosce alcuna ironia. Stavolta però no.
Intanto perché il regista si chiama Gianni Zanasi e è
abbastanza visionario e istintivamente punk per rimescolare tutte le coordinate delle storie, tradire a ogni
passo sospetti di romanticismi, sviolinate, eccitazioni
‘familiste’ con gusto del gioco, una provocazione in
leggerezza e raro talento, quasi majakovskjano, nel
muovere gli attori come corpi poetici dissonanti.
Zanasi era stato una rivelazione e una scossa fantastica per gli immaginari nostrani col suo esordio, il
talentuoso “Nella mischia”, poi c’erano stati “Fuori
di me” e “A domani”, tutti perfetti meccanismi di
commedia tra provincia, nevrosi, amori falliti e
riusciti, personaggi bizzarri e la capacità di mescolare con tocco alchemico precisione di scrittura e libertà delle immagini.
“Non pensarci” mette insieme Valerio Mastandrea,
Giuseppe Battiston e Anita Caprioli nel ruolo dei tre
fratelli, Mastandrea è l’emigrato nella metropoli
musicista, lì in provincia lo invidiano, credono (o gli
fanno credere) che sia famoso per la vecchia copertina di una rivista musicale e per la dote che aveva da
piccolo al conservatorio. La sorella ha mollato l’università e cura i delfini dell’acquario tanto, dice, ci
sarebbe finita lì o in un altro posto qualsiasi pure con
la laurea. Il fratello teso perché non scopa, così mor-
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IL DIVO
15-16 gennaio 2009
Regia: Paolo Sorrentino
Interpreti: Toni Servillo (Giulio Andreotti), Anna
Bonaiuto (Livia Andreotti), Piera Degli Esposti (Sig.ra
Enea, segretaria di Andreotti), Paolo Graziosi (Aldo
Moro), Giulio Bosetti (Eugenio Scalfari), Flavio Bucci
(Franco Evangelisti), Carlo Buccirosso (Paolo Cirino
Pomicino), Giorgio Colangeli (Salvo Lima), Alberto
Cracco (Don Mario), Lorenzo Gioielli (Mino Pecorelli),
Gianfelice Imparato (Vincenzo Scotti), Massimo
Popolizio (Vittorio Sbardella), Aldo Ralli (Giuseppe
Ciarrapico), Giovanni Vettorazzo (Magistrato Scarpinato),
Fanny Ardant, Michele Placido
Genere: Biografico/Drammatico
Origine: Italia
Anno: 2007
Stagione: 2007/2008
Soggetto: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Fotografia: Luca Bigazzi
Musica: Teho Teardo
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Durata: 110
Produzione: Francesca Cima, Nicola Giuliano, Andrea
Occhipinti, Arturo Paglia e Isabella Cocuzza per Indigo
Film, Lucky Red, Parco Film
Distribuzione: Lucky Red (2008)
Soggetto
Giulio Andreotti, presente nel Parlamento italiano dal
1948. Si parla di lui in particolare dal varo (e rapida fine)
del suo settimo governo nell’aprile 1992 alla mancata
elezione a capo dello Stato, all’eplodere di tangentopoli,
al processo di Palermo, dove fu rinviato a giudizio per
associazione mafiosa. Nei titoli di coda si ricorda il verdetto di assoluzione che concluse quella lunga fase processuale.
Valutazione
Ci si chiede, arrivati alla fine, quale motivazione abbia
spinto il regista ad occuparsi di una persona, tuttora vivente (insieme ad altri che vengono rappresentati), della quale
é già stato detto tutto e il suo contrario. La scelta di stile
più evidente é quella della costruzione di un universo del
‘potere’ che richiede fermezza, equilibrio, capacità reattive, forte tensione interiore per essere mantenuto saldo e
costante. A ciò riconducono atteggiamenti, gestualità,
ambienti bui, rapporti familiari, colori marcati, luci soffuse, camminate notturne. La metafora del potere è quella
della solitudine, del nemico da tenere a distanza, del
rimorso da sopportare. Il copione funziona nel disegnare
un mosaico di stravolta e impossibile convivenza tra
coscienza individuale, responsabilità collettiva, scelte tra
bene e male. Accumula però troppo materiale, confonde
denuncia con caricatura, rilettura storica con ideologia,
togliendo respiro al dramma. Così il ritratto del ‘Divo’
resta incerto e come sospeso nel vuoto.
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La Repubblica - Roberto Nepoti - 30/05/2008
Soddisfazione per il doppio riconoscimento al cinema italiano dal festival di Cannes. La fotografia che ritrae insieme
Matteo Garrone regista di “ Gomorra “ e Paolo Sorrentino
resterà nella memoria. Ognuno ha la sua spiccata personalità ma lanciano insieme un messaggio di novità: con loro il
cinema italiano recupera una credibilità che aveva perso e
che ha pazientemente ricostruita. Il 38enne Sorrentino e il
40enne Garrone sono la voce di un’intera comunità e di due
generazioni che hanno lavorato sodo, a lungo in mezzo al
disprezzo.
Con i loro potentissimi film il cinema italiano ritrova la
capacità di raccontare il proprio paese. E ritrova uno sguardo sicuro, un punto di vista deciso, un profilo marcato, un’identità riconoscibile. Paolo e Matteo provengono da un
cinema di ricerca, nel quale il problema della forma è molto
sentito. Lo hanno dimostrato nelle loro opere precedenti,
talvolta scivolando nell’esercitazione di stile. Con
“Gomorra” e “Il Divo” hanno compiuto un grande balzo in
avanti. Senza arretrare di un passo nella loro esigente attenzione al linguaggio, hanno preso di petto contenuti forti, si
sono immersi senza reticenze nell’aria del tempo. Due risultati in cui è la forma a qualificare i contenuti e non viceversa.
“Il Divo”, che speriamo circondato dalle stesse aspettative
dell’altro - trattano ambedue temi molto presenti nell’immaginario e nella storia italiani - riesce nella sfida di ritrarre un personaggio di cui tutto è stato già detto procurando
l’impressione che tutto sia inedito, originale. Frutto di un
calibrato mix tra documento e invenzione. Dove è l’invenzione, la libera utilizzazione del materiale o la sua manipolazione creativa a imprimere forza al film. Le persone più
vicine a Giulio Andreotti, i capi della sua corrente, esprimono un alone sinistro e cupo che è conseguenza dell’interpretazione artistica ma non per questo perde in attendibilità.
Il colloquio tra Andreotti ed Eugenio Scalfari è inventato,
ma come rende l’idea quell’appellarsi del senatore alla
complessità delle cose, in risposta alle domande incalzanti
del giornalista, e la sua esortazione a evitare le scorciatoie
semplicistiche nel condannarlo. Non sarà vero in senso
stretto ma quanta verità c’è nel passaggio in cui il presidente confessa il dolore cui lo condannano il pensiero di Moro
e la domanda ‘perché le Br non hanno preso me?’. E poi
quello in cui egli assume la responsabilità di una pratica del
Male che è servita a preservare, difendere, promuovere il
Bene.
Un film complesso, discutibile come qualsiasi opera che
tocca argomenti tanto sensibili, dove la figura più nota di
tutta la storia repubblicana, milioni di volte caricaturizzata
per le sue inconfondibili caratteristiche fisiche, ci appare
per la prima volta nella sua enigmatica dimensione umana
e nella sua statura di moderno “Nosferatu”. Le forzature, le
invenzioni, non mancano di restituirci un ritratto denso, realistico e indimenticabile. Il massimo di deformante soggettività produce il massimo di documento. Come fu per “La
dolce vita”.
Pomicino neoministro che prende la rincorsa e si concede
una lunga, bambinesca scivolata nel Transatlantico di
Montecitorio. Il cadavere di Roberto Calvi, il presidente del
Banco Ambrosiano ritrovato impiccato nel 1982 a Londra,
che sembra stare in piedi e fissarci. L’automobile di Falcone
proiettata in alto dalla bomba che cade, cade, cade, come un
meteorite, poi esplode. E ancora: Andreotti e signora impettiti sul divano mentre intorno a loro l’ala gaudente della
Roma di governo si sfrena ballando ritmi africani con
ragazze poco vestite. Andreotti che legge un giallo a letto
sotto un gran ritratto di Marx. Andreotti che riceve i membri della sua corrente mentre si fa radere, in stile “Padrino”.
Andreotti che gira per casa di notte come Nosferatu. O
come l’usuraio de “L’amico di famiglia”, il film precedente
di Paolo Sorrentino, che dopo aver raccontato mestatori in
ombra o senza volto, sceglie il simbolo stesso del Potere per
cercare di sciogliere questo enigma così domestico e indecifrabile insieme.
Il ‘divo Giulio’ come icona dell’italianità, dunque. Un
Borgia dei nostri giorni, maschera tragica e centro intoccabile di tutti i misteri (Montanelli: Andreotti è il più scaltro
criminale o il più grande perseguitato della storia d’Italia).
Ma anche dispensatore di battute leggendarie come la sua
insonnia, che nella scena più bella (e più inventata) de “ll
Divo” pronuncia invece una appassionata dichiarazione
d’amore alla moglie culminante in una disperata ammissione di colpa per tutto ‘il male perpetrato per garantire il
bene’ negli anni terribili delle stragi, 1969-1976, con i loro
236 morti e 817 feriti.
Con “Il divo” Sorrentino non solo sferra la più violenta
accusa alla classe politica italiana vista dai tempi di “Todo
Modo”, ma cambia le regole della rappresentazione di
quella stessa classe. Siamo in una specie di ‘quarta dimensione’ dove la citazione di nomi, cognomi e soprannomi
(lo Squalo, il Ciarra, il Limone, sua Sanità...) si mescola
con effetto ‘pulp’ alla deformazione grottesca dei volti (lo
stile del trucco sfiora Dick Tracy), alle immagini d’archivio (Rosaria Schifani, vedova di un agente ucciso, che
perdona in lacrime gli assassini di suo marito). E alle sferzanti lettere dalla prigionia di Aldo Moro. L’effetto è
potente, a tratti sconcertante. Scrive Moro: ‘Andreotti è
rimasto indifferente, livido, assente, chiuso nel suo cupo
disegno di gloria... Cosa significava davanti a tutto questo
il dolore insanabile di una vecchia sposa, lo sfascio di una
famiglia, che significava tutto questo per Andreotti una
volta conquistato il Potere per fare il Male, come sempre
ha fatto il Male nella sua vita? Tutto questo non significava niente’. Intanto la colonna sonora alterna l’elettronica a
Vivaldi, i Ricchi e Poveri a Sibelius, ed è questo caos di
forme e di registri che ci resta addosso. Che cosa abbiamo
visto, una farsa, una tragedia, un film dell’orrore? Chissà,
forse non c’era proprio niente da vedere. O magari è il
nulla del potere, quello di cui parla Moro nel finale, che
Sorrentino e il suo grande cast Servillo, Anna Bonaiuto,
Piera Degli Esposti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso ci
hanno chiamati a contemplare.
Il Corriere della Sera - Tullio Kezich - 30/05/2008
C’era una volta (e c’è ancora, quasi nonagenario...) Giulio
Andreotti, romano, degasperiano, imprescindibile in parlamento dal dopoguerra agli anni ‘ 90, 17 volte ministro,
8 volte presidente del consiglio, senatore a vita dal ‘91.
Processato per associazione mafiosa, ha goduto della prescrizione per fatti precedenti il 1980 ed è stato assolto per
quelli successivi; condannato a 24 anni come mandante
Il Messaggero - Fabio Ferzetti - 23/05/2008
Grandi risate all’inizio, attenzione concentrata, intenso
applauso finale. “Il divo” di Paolo Sorrentino passa l’esame
della stampa internazionale. Non era facile, per ciò che racconta e per le immagini che usa, forti e talvolta grottesche.
Andreotti con la faccia irta di aghi contro l’emicrania che
sembra uscito dal film dell’orrore “Hellraiser”. Cirino
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dell’omicidio del giornalista Pecorelli è stato prosciolto in
Cassazione. Sulla sua figura, accanto a una montagna di
carte processuali che solo il suo avvocato Giulia
Bongiorno si vanta di aver scalato, esiste ormai un’ abbondante bibliografia pro e soprattutto contro. Da vari decenni il personaggio è considerato onnipotente, intoccabile e
pressoché inconoscibile. Ha fatto buona impressione il
coraggio da lui dimostrato affrontando nei tribunali di
Perugia e Palermo le infamanti accuse piovutegli addosso,
evitando a differenza di altri di fuggire all’estero o di sollecitare leggi a proprio favore. Le sue battute rappresentano una gran riserva del folklore giornalistico; e i libri che
pubblica di continuo ne fanno il solo politico italiano che
potrebbe vivere con i diritti d’autore. Siamo evidentemente di fronte a una figura troppo complessa per venire giudicata in base a un film. Di “Il divo” è meglio quindi parlare come di una favola un po’ nera, nella fosca ammirevole fotografia di Luca Bigazzi, o meglio grigia: ma di un
grigio assunto a velame dell’ambiguità. E’ così che hanno
visto, amato e premiato la pellicola di Paolo Sorrentino gli
stranieri a Cannes, senza sapere niente di Andreotti. “Il
divo” è un titolo brechtiano, da leggere alla rovescia.
Anche se è chiamato in tal modo per assonanza con ‘il
divo Giulio (Cesare)’ non c’ è niente di divistico nell’immagine e nei comportamenti di un anti-divo per eccellenza. Tale lo impersona, lavorando di fantasia su spunti colti
qua e là, il talentoso Toni Servillo, intonandosi al progetto di un film che vuol essere un ritratto piuttosto che un
racconto. E magari un ritratto come quello di Churchill
eseguito da Bacon, che la vedova irritata condannò al
rogo. Nerovestito, curvo, impassibile, laconico, con le
braccia in grembo o dietro la schiena, protetto dietro gli
occhiali da una maschera di estraneità al limite del disgusto, indifferente al gran carnevale delle maschere intorno
a lui. Se negli atteggiamenti in cui coglie il suo antieroe
Sorrentino è acre ma rispettoso, non lo è altrettanto per
quanto riguarda il contesto. Il coro dei cortigiani, tutti con
nomi e cognomi veri, si direbbero caricature di Giannelli
rimbalzate vive dalla pagina grazie all’arcivernice di
Lambicchi. Gli interpreti che sfruttano le occasioni più
ridanciane sono Carlo Buccirosso (Pomicino), Flavio
Bucci (Evangelisti) e Massimo Popolizio (Sbardella).
Fanno da contrappeso due aggraziate figure femminili,
Anna Bonaiuto (la moglie Livia) e Piera Degli Esposti
(Enea, la segretaria). Giulio Bosetti è uno Scalfari da confondere con quello vero. Credo poi di aver riconosciuto l’
impeccabile Pietro Biondi che rende a Cossiga un buon
servizio soprattutto fungendo da spalla nel duetto in cui il
marpionesco Giulio, con l’ aria di confidare un segreto di
stato, confessa il suo innamoramento giovanile per Mary
Gassman sorella di Vittorio. Lungi dall’essere grato per il
bonario trattamento, l’ex-presidente ha lanciato contro
Sorrentino l’epiteto di ‘registucolo’. Avrà voluto mettere
le mani avanti di fronte all’ eventualità che a “Il divo”
possa far seguito Il picconatore? In tal caso può starsene
tranquillo. Perché di Giulio Andreotti, la talpa politica che
pur continuando a scavare i suoi cunicoli nella realtà è
riuscito ad abitare la favola, ne esiste soltanto uno.
capelli fissati con la brillantina, affinché restino sempre
ordinati, perché mai lui è stato disordinato nella vita, perché mai avrebbe voluto che la vita fosse, per lui, fonte di
disordine. L’unica volta che è successo, la Mafia e tutto il
resto, ha faticato a ‘pettinarla’ di nuovo come un tempo: ci
è riuscito, ma ormai l’incantesimo si era rotto e niente
sarebbe più stato come prima…Ecco la sua camminata, le
spalle strette, il muoversi felpato eppure a scatti. Ecco le
sue frasi celebri: ‘E’ meglio tirare a campare che tirare le
cuoia’, ‘Dio ha detto di rispondere alle offese porgendo
l’altra guancia, ma intelligentemente ce ne ha date solo
due’, ‘intellettualmente parlando, mi considero di statura
media, ma se mi guardo intorno non è che veda molti
giganti’… Qualche mese fa, intervistando Toni Servillo ed
avendogli chiesto qualcosa su quello che era ancora un film
in lavorazione e ora è questo “Il Divo”, presentato ieri sera
qui in concorso, mi ero sentito rispondere che no, non
aveva mai incontrato Andreotti prima di allora e non lo
avrebbe incontrato, almeno sino all’uscita del film, e ancora che no, non lo aveva studiato attraverso riprese e filmati. ‘Non credo all’imitazione in quanto tale’, mi aveva detto
allora. Visti i risultati, aveva ragione, perché qui c’è un
Andreotti, come dire, dell’anima, una sorta di quintessenza,
e non importa tanto, che sia quello vero, che corrisponda
alla realtà, è sufficiente che esso sia tutt’uno con l’immagine che in mezzo secolo di storia patria si è incisa nella
nostra mente, l’immagine di un potere inafferrabile e astuto, silenzioso e spregiudicato, moralmente cinico, ovvero
con un’etica particolare in cui si mischia lo spirito di una
romanità popolare e clericale, la consapevolezza che siamo
tutti peccatori e che quindi non ci si deve meravigliare di
nulla... Sullo schermo, in un film che è febbrile nel ritmo,
iperrealista nelle descrizioni e negli ammazzamenti quanto
spesso caricaturale nei personaggi, c’è anche il suo clan,
che non è mai stato una corrente di partito tradizionale, ma
un campionario italiano, cioè un ‘bestiario’: Lo Squalo e il
Ciarra, ‘O Ministro e Il Limone, Sua Santità e Sua
Eccellenza, anche loro emblemi, perché poi tutto “Il Divo”
è un’allegoria, anche feroce, sul potere, la sua gestione e la
sua mancanza, la solitudine che lo accompagna. ‘Il mio
film preferito è Il dottor Jekill e Mister Hyde’. Se questa
frase di Andreotti è vera - non nel senso che non l’abbia
mai pronunciata, ma nel suo crederci veramente -, “Il
Divo” ne è in fondo l’illustrazione più completa. Così come
negli altri suoi film Sorrentino era riuscito a costruire un’estetica del brutto capace di dargli una propria lancinante
bellezza, qui è la politica a caricarsi di un fascino diabolico
formale che nella realtà invece non possiede. Allo stesso
modo, forse, quella sublimazione e quintessenza di cui si
parlava prima, dà in fondo all’Andreotti cinematografico
una grandezza, un’ambiguità sovrumana, che quello reale
non ha mai posseduto. A fronte di una letteratura sterminata, il regista ha privilegiato come linea interpretativa del
personaggio due giudizi, entrambi frutto di una psicologia
femminile, per quanto particolare. Uno è dell’ex premier
britannico Margaret Thatcher: ‘Mi è sempre sembrato contrario a ogni principio etico, addirittura convinto che chi li
possedesse fosse condannato a essere ridicolo’. L’altro
della scrittrice Oriana Fallaci: ‘Mi fa paura proprio per la
sua gentilezza. Perché il vero potere ci strangola con sciarpe di seta, con cortesia e intelligenza’. Pur non avendo fatto
nulla per contrastare il film, Andreotti, che lo ha visto in
anteprima privata ha fatto sapere di non riconoscersi in esso
e di considerarlo ingiusto nei sui confronti. Non ha tutti i
torti, perché Sorrentino esaspera gli elementi negativi, li
Il Giornale - Stenio Solinas - 23/05/2008
Quando sullo schermo appare La Sfinge, ovvero Belzebù,
La Volpe, Il Gobbo, La Salamandra, Il Papa Nero, Il Divo
Giulio e insomma Andreotti, si capisce subito che non staccheremo più gli occhi. Non importa che non sia quello
vero, ma ci sono le sue grandi orecchie, le labbra sottili, i
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carica (la parossistica scena della ‘confessione’ è da questo
punto di vista emblematica).
Sono tutti presentati nel prologo alla gangster-story con
nome e cognome, Cirino Pomicino, Evangelisti, Scotti,
Sbardella e il cardinal Angelini, una ‘sporca dozzina’ intorno al capo, che macina battute coerente alla dimensione del
grottesco, cifra stilistica del film. Andreotti come astrazione, maschera del potere democristiano seppellito con
Tangentopoli e ormai fuori corso. La cattiveria di
Sorrentino nell’attribuirgli tutti i misfatti d’Italia, ‘tranne le
guerre puniche’, dalla ‘strategia della tensione’ al patto con
la mafia fino ai delitti eccellenti ripropone la vulgata popolare del diabolico con humor, del cinico sapiente che
maneggia la politica per quel che è, ‘una cosa sporca’, e ‘fa
del male a fin di bene’. Un bene che i suoi ammiratori/denigratori sanno apprezzare, la battaglia con ogni mezzo per
ripulire dal pericolo rosso l’Italia del dopo-guerra, difendere i confini dall’avanzata comunista, sacrificare l’umanità Aldo Moro compreso - per un paese ‘democratico’, anche a
costo di promuovere la feccia perché ‘il letame serve per far
crescere gli alberi’. Quei segreti perciò vanno preservati
nell’archivio ‘privato’ di Andreotti il divo, depositario della
verità ‘che tutti pensano sia una cosa giusta mentre è la fine
del mondo’. Ed è di questo ‘martire’ della menzogna necessaria, l’uomo che agisce ‘per conto di Dio’ che Sorrentino
parla e che piace come un personaggio dell’apocalisse, che
ha sventato con il suo odio per il socialista Nenni un approdo diverso di questo paese che nel 2008 è all’indice della
comunità internazionale. La caricatura del gobbo con le
orecchie rovesciate, i suoi atroci mal di testa, le buffe corsette su via del Corso, la relazione tenera e comica con la
moglie Livia (Anna Bonaiuto) compongono un ritratto farsesco mentre il grottesco duro, surreale, e l’incipit felliniano del Divo si perdono nella maschera di un potere generico. E l’intercalare di flash sui delitti di Lima, Calvi,
Sindona, Falcone, Pecorelli sembrano sequenze de ‘La
Squadra’, inserti di una cronologia di morte senza mandanti perché Andreotti si consegnò a un lungo processo e ne
uscì alla fine prescritto e assolto. E così ne esce dal film di
Sorrentino, un Belzebù che non baciò mai Riina, chiamato
ancora oggi nei salotti televisivi con gran divertimento di
tutti, mentre l’Andreotti politico scompare. Paolo
Sorrentino è stato coraggioso a portare alla sbarra cinematografica il mito democristiano, ma ha eluso l’attualità del
suo lascito e mancato lo ‘scandalo’. Andreotti ha forgiato
questa Italia, quella della corruzione, dell’immoralità P2 al
governo, della censura, quella del delitto sociale in nome
della ‘ragion di stato’. Altro che ‘viale del tramonto’, altro
che intelligenza, cultura e abilità contro la rozzezza del ceto
politico di oggi. Non bastano le parole alate di Eugenio
Scalfari (Giulio Bosetti, che nel film lo intervista) e la consulenza sui dossier dei servizi del giornalista di Repubblica
Giuseppe D’Avanzo per chiudere il cerchio. Lo ‘scandalo’
di Andreotti sta nel suo modo di intendere la politica, nella
sua idea di ‘sicurezza’ nazionale, condivisa non solo dal suo
ex uomo Giuseppe Ciarrapico, detto il ‘Ciarra’, che siede
nei banchi della maggioranza. Ogni pensiero di opposizione alla degenerazione democratica italiana è stato tacciato
di ‘estremismo’, combattuto come veleno anti-liberista,
residuo novecentesco. Ideologia. Cos’altro ha fatto Giulio
Andreotti nella sua ‘eroica’ resistenza alla sinistra? “Il
divo”, paradossalmente, involontariamente è un film consolatorio, allontana i fantasmi e i mostri relegandoli al folklore e al passato. Eppure sono ancora qui.
Il Secolo XIX - Natalino Bruzzone - 28/05/2008
La prima volta che l’occhio della platea mette a fuoco
Giulio Andreotti si ritrova con il senatore a vita che alza la
testa coperta di aghi in funzione antiemicrania come se si
trattasse del protagonista horror di “Hellraiser”. Poi le cose
cambiano perché colui che è stato chiamato anche Belzebù,
il Gobbo, la Volpe e la Sfinge confeziona l’acqua minerale
effervescente con le cartine così come i brigatisti di
Bellocchio cenavano a minestrina, distribuisce pacchi di
pasta alla stregua di un comandante Lauro, passeggia di
notte, sotto scorta,verso l’ufficio in una capitale in cui
incontra solo macellai, si arresta di fronte ad un gattone
insolente che gli sbarra un salone del Palazzo, resta mummificato su un divano mentre esplode la mitica festa di
Roma ‘da bere’ e stringe la mano alla moglie guardando in
tv Renato Zero cantare ‘I migliori anni della nostra vita’.
Certo, un film politico e cattivo, ingombrante di sarcasmo
allusivo come il testone di Mussolini nel “Potere” di
Augusto Tretti, ma “Il Divo” firmato da Paolo Sorrentino è
anche una sontuosa lezione di regia e di stile che non lascia
incompiuta neppure una sequenza nella sua voglia di grottesco allo stato puro ed estremo. Dall’incipit dei Novanta
alla chiamata in causa nei processi di Palermo e di Perugia,
il mistero Giulio Andreotti (circondato dalla sua ‘corrente’:
Cirino Pomicino, Sbardella, Ciarrapico, Evangelisti, Lima e
il cardinale Angelini) è sottoposto ad un bagno turco di
ambiguità secondo una soluzione narrativa che potrà anche
sembrare riduttiva rispetto alla caratura di un personaggio
impossibile da fissare in un’unica dimensione ma che, invece, focalizza un’idea forte di spettacolo convinto e convincente nella sua dichiarata esagerazione di misura come
richiede la satira, anche quella particolarissima di
Sorrentino per nulla apparentabile ai facili schemi ideologici della beffarda tipologia televisiva, ma piuttosto stagliata
e tuffata nel riuscito progetto di coniugare due tradizioni del
cinema italiano: il genere ‘civile’” di denuncia e la commedia per sfogliare sullo schermo le pagine e le illustrazioni di
un pamphlet da opera dei pupi che non risparmia nessuno,
compresa la tracotanza barbuta di Scalfari o il procuratore
Caselli (che, prima di interrogare chiunque, s’innaffia di
lacca i capelli).
In alternanza con il divo Giulio spettatore partecipe di una
corsa ippica, vengono evocati i delitti Calvi, Sindona,
Pecorelli, Lima, Ambrosoli e gli attentati contro Falcone e
Dalla Chiesa, l’ombra di Moro tormenta alla Banquo, Riina
bacia sulle guance il presidente del consiglio, Andreotti non
sale al Quirinale, Tangentopoli chiude un’era e dissolve la
Dc: tra oniricità rimandi a Petri, Rosi, Moore, Stone e
Coppola si ricorderà a lungo la maschera di Toni Servillo
geniale per gestualità e vocalità.
Il Manifesto - Mariuccia Ciotta - 24/05/2008
Quanta grandezza rivela il Divo, Giulio Andreotti, nel film
di Paolo Sorrentino in gara a Cannes. Il fascino del ‘male
all’italiana’ ripreso nella sua parabola discendente, quella
del leader della Dc, sette volte presidente del consiglio,
chiamato con i più variopinti soprannomi. ‘Belzebù’ si
staglia nell’ombra dei corridoi di Palazzo Chigi con il
corpo irrigidito e curvo di Toni Servillo, bravissimo tra il
Bagaglino e “Nosferatu”. Un’onda di risate ha attraversato il pubblico della stampa davanti ai ‘goodfellas’, gli
andreottiani.
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UN BACIO ROMANTICO
22-23 gennaio 2009
Regia: Wong Kar-Wai
Interpreti: Jude Law (Jeremy), Norah Jones (Elizabeth),
Natalie Portman (Leslie), Rachel Weisz (Sue Lynne),
David Strathairn (Arnie), Chan Marshall (Katjia), Ed
Harris, Tim Roth
Genere: Romantico
Origine: Francia/Hong Kong
Stagione: 2007/2008
Soggetto: Wong Kar-Wai
Sceneggiatura: Lawrence Block, Wong Kar-Wai
Fotografia: Darius Khondji
Musica: Ry Cooder
Montaggio: William Chang
Durata: 111’
Produzione: Block 2 Pictures, Jet Tone Production, Lou
Yi Ltd., Studio Canal
Distribuzione: Bim (2008)
Soggetto
Addolorata per la fine della sua storia d’amore, Elizabeth
parte da New York per un viaggio attraverso l’America,
decisa ad entrare in contatto con altre esistenze come lei
solitarie. Quando torna, dietro il bancone del solito bar,
trova ad aspettarla Jeremy, pronto ad offrirle una fetta di
torta al mirtillo.
Valutazione
Il primo film americano di Wong Kar-Wai conferma che il
regista di Hong Kong è perfettamente in grado di tenere
alta la propria ispirazione, anche in contesti così fortemente diversi. C’è ancora un percorso di conoscenza da
compiere, ci sono emozioni e sensazioni che pulsano sempre di più dentro gli spazi on the road dell’american
dream, ci sono confronti impossibili da evitare con gli altri
e con se stessi. Wai riesce ancora una volta a dilatare gli
spazi dell’inquadratura in un’inafferrabile rincorrersi di
immagini, nella sottrazione degli eventi a favore di un
lucida ricomposizione del pensiero, delle riflessioni, dei
sentimenti. Un viaggio di crescita, una presa di coscienza
del vero amore, una favola che non può prescindere dalla
realtà delle cose. Bello, intenso, attento dare spazio a valori sinceri.
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Il Corriere della Sera - Paolo Mereghetti - 17/05/2007
Non bisogna aver paura del romanticismo per apprezzare
“My Blueberry Nights” di Wong Kar-Wai che ha inaugurato la sessantesima edizione del Festival di Cannes.
Sicuramente non ne ha paura il regista cinese che racconta
con dolcezza e coinvolgimento i dispiaceri d’amore di
Elizabeth (Norah Jones), in fuga da New York e dall’uomo
che dopo cinque anni l’ha lasciata per un’altra. Il bisogno di
dimenticare la spingerà verso Ovest, alla ricerca di una strada che le faccia finalmente superare il terreno dei rimpianti
e dei ricordi. Non un road movie però, piuttosto un viaggio
iniziatico per elaborare il proprio e l’altrui dolore, fatto di
laicissime stazioni lungo la via crucis del mal d’amore. La
prima è a New York, proprio nel bar che Elizabeth frequentava con il suo perduto amore: diventerà una specie di rifugio tra rimpianti e recriminazioni, trasformando il proprietario (Jude Law) in un confidente/consolatore, per raccontare, chiedere, interrogare ma anche assaggiare la torta ai
mirtilli con gelato (i blueberry del titolo) che contraddistinguerà i suoi menù notturni. Fino al momento in cui sentirà
il bisogno di allontanarsene il più possibile. La seconda
tappa è Memphis, dove lavorando di giorno in una tavola
calda e di notte in un bar incrocerà il dolore di un poliziotto alcolizzato (David Strathairn), incapace di accettare l’abbandono della moglie (Rachel Weisz). La terza fermata è
nel Nevada, dove finisce per costruire una strana coppia con
una giocatrice di poker (Natalie Portman) che crede di poter
trasformare la regola numero uno del gioco - non fidarsi
mai di chi si ha di fronte - in una regola di vita. Soprattutto
nel rapporto col padre. Cambia il sesso del protagonista, ma
il percorso è più o meno quello del giornalista Chow Mowan, al centro dei suoi precedenti film “In the Mood for
Love” e “2046”: come lui, Elizabeth cerca di capire i contorni dei suoi sentimenti e scopre la difficoltà di trovarli in
sintonia con quelli degli altri. Lei stessa non si accorge che
il barista di New York, a cui ogni tanto manda estemporanee cartoline, si sta innamorando di lei. E assiste più o meno
impotente all’incapacità di comunicare tra il poliziotto e la
moglie e tra la giocatrice e suo padre. Anche se lontano
dalla natia Cina, lo sguardo di Wong si rivelerà meno pessimista e disilluso. Girato completamente negli Stati Uniti e
parlato in inglese, il film ha una struttura molto più lineare
dei precedenti (si sente la mano più narrativa del cosceneggiatore Lawrence Block, formato al rigore dei gialli che
l’hanno reso celebre), ma possiede un’eguale raffinatezza e
intensità visiva. Mai gratuita, però, se si pensa che le complicate inquadrature della prima parte del film, dove il direttore della fotografia Darius Khondji sembra abusare coi
riflessi di scritte, luci, oggetti che sfumano l’immagine dei
protagonisti, riescono alla fine nella scommessa di rendere
sullo schermo quel velo che spesso annebbia gli occhi di chi
piange. Proprio come succede agli innamorati disperati.
Alla fine il racconto di Wong Kar-Wai è meno preda di quel
caos della Storia e dell’instabilità dei sentimenti che avevamo imparato ad apprezzare in “In the Mood for Love” e in
“2046”. L’occhio del regista sta più addosso alle persone e
ai loro volti, aiutato in questo anche da un gruppo di attori
eccezionalmente in sintonia con il romanticismo struggente
e insieme trattenuto dei suoi personaggi. Chiedendo allo
spettatore non tanto di identificarsi melodrammaticamente
con i tormenti di Elizabeth ma di seguirne il percorso di
accettazione di sé e di crescita sentimentale. Aiutato anche
da una Norah Jones che non diresti mai un’esordiente
‘strappata’ alla canzone.
La Stampa - Lietta Tornabuoni - 01/04/2008
Il bacio all’inizio e alla fine tra Norah Jones e Jude Law ha
una dolcezza, una finezza amorosa, una intensità tenera mai
viste prima: è perciò che in italiano si chiama “Un bacio
romantico” il primo film americano di Wong Kar-Wai, regista meraviglioso nato a Shanghai, bambino in esilio a Hong
Kong coi genitori, autore di opere emozionanti e perfette
(“Happy Together”, “In the mood for Love”, “2046”). In
inglese il titolo è “My Blueberry Nights”: blueberry significa mirtilli, e una torta di mirtilli alla crema preparata nel
caffè di Jude Law ha appunto una miracolosa funzione di
conforto.
La cantante Norah Jones, al suo primo film, vuol cambiare
il paesaggio interno ed esterno dopo un dolore d’amore e
intraprende un viaggio negli Stati Uniti per lasciarsi dietro
le spalle ricordi, sogni e ferite passionali. Da New York
viaggia verso la California. Lavora un po’ come cameriera,
conosce persone (un poliziotto tormentato, la moglie che
l’ha lasciato Rachel Weisz, la giocatrice sfortunata Natalie
Portman). Scopre quanti siano più infelici, solitari e vuoti di
lei. Compra un’automobile, torna a New York: da Jude
Law, da se stessa.
Banale? Si fa presto a dirlo. Dalla letteraria Alice nel paese
delle meraviglie creata da Lewis Carroll nel 1865 all’escursione fantastica sulla Luna che Georges Méliès realizzò nel
1902 a Parigi introducendo il meraviglioso nel cinema
appena nato, il viaggio è sempre stato una struttura narrativa ideale: aperta, libera, fitta di avventure e di incontri, portatrice di immaginazione e di conoscenza del mondo,
attraente per bambini, adulti, infelici, sentimentali, curiosi e
pseudo Robinson Crusoe, mezzo di trasporto ma soprattutto di consolazione e ardire.
In “Viaggio in Italia” di Roberto Rossellini, 1953, il giro nel
Sud italiano di Ingrid Bergman e George Sanders, coppia di
coniugi inglesi, vince la solitudine e la noia ristabilendo tra
i personaggi affetto e comunicazione. Il viaggio come arma
contro il disamore, ma pure il viaggio come fuga e ricerca
d’indipendenza: in “Thelma e Louise” di Ridley Scott,
1991, con Susan Sarandon e Geena Davis, due amiche,
lasciando volentieri a casa i rispettivi uomini, partono in
auto dall’Arkansas per un weekend di libertà, scoprono una
parte di se stesse, scoprono un’altra dimensione della vita e
della morte. Il film resta essenziale e simbolico di ogni servitù femminile, di ogni lotta femminile per sciogliersi dalla
schiavitù sociale. Il viaggio di fantasia è dedicato ai bambini: “La storia infinita” di Wolfgang Petersen, 1984, tratto da
una parte del romanzo di Michael Ende, ospita cani volanti, il Nulla, sfilate di mostri, il Regno di Fantasia, un bambino guerriero, paesaggi mirabolanti. Il viaggio spaziale per
ex-astronauti con la loro memoria e nostalgia, il loro orgoglio e la resistenza: in “Space Cowboys” di Clint Eastwood,
2000, quattro vecchi ex piloti collaudatori si fanno mandare in orbita, viaggiano nel cielo, riparano un satellite sovie-
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tico armato, lo portano verso la Luna, dimostrano che l’età
non conta.
Ancora, il cinema offre il viaggio come scoperta e documento politico, con grandi vantaggi culturali: in “Viaggio a
Kandahar” di Mohsen Makhmalbaf, 2001, un viaggio nel
deserto comporta tappe quali un campo profughi, una scuola coranica talebana, un centro assistenza della Croce Rossa
e, intriso di dolore, descrive sino a che punto una lunga
guerra possa devastare un Paese. Infine, il viaggio come
addio: nell’ultimo film della vita di Marcello Mastroianni
diretto da Manoel de Oliveira nel 1997, “Viaggio all’inizio
del mondo”.
L’Eco di Bergamo - Achille Frezzato - 29/03/2008
Due baci - il primo tenero, consolatorio, ‘rubato’, il secondo sensuale, chiara conferma dell’inizio di una nuova vita
amorosa - incorniciano la storia narrata in “Un bacio
romantico” dal regista Wong Kar-Wai, nato a Shangai nel
1958, ma vissuto dalla fanciullezza ad Hong Kong, autore
di “In the Mood for Love”, di “2046” e di “La mano”, un
episodio di “Eros”.
Suo primo film in inglese, realizzato negli Stati Uniti e in
competizione a Cannes lo scorso maggio, “Un bacio
romantico”, da alcuni considerato un omaggio alla commedia romantica hollywoodiana con lieto fine, al road
movie degli anni ‘60 e alla musica statunitense (la colonna sonora ospita melodie folk, rock, jazz, rythmn’ blues),
può essere visto come una esplorazione della grande
distanza emotiva che può esservi fra due persone fisicamente vicine: quella esistente fra Elizabeth (la cantautrice
di modern jazz Norah Jones al suo esordio cinematografico) e Jeremy (Jude Law), reduce da un abbandono e gestore a New York di una caffetteria, dove la giovane, da poco
lasciata dal fidanzato, passa le serate mangiando torte al
mirtillo (come indica il titolo originale: “My blueberry
nights”), chiacchierando con lui ed intrecciando un rapporto di timide confidenze.
Animo inquieto ed in crisi, Elizabeth lascia la Grande
Mela ed incomincia a spostarsi nel Grande Paese: a
Memphis, cameriera in un bar, assiste alla tragica fine di
Arnie (David Strathairn), un poliziotto affidatosi all’alcol
per dimenticare la moglie Sue Lynne (Rachel Weisz); a
Las Vegas fa amicizia con Lesile, una giocatrice sfortunata (Natalie Portman), dalla quale viene ospitata e alla
quale presta del danaro, assistendola e confortandola alla
morte del padre. Grazie a questi incontri, dopo aver incrociato vite e destini di una sommessa ‘normalità’ e conosciuto gli abissi della solitudine e dell’infelicità, Elizabeth
comprende come il suo viaggio, raccontato nelle cartoline
inviate e Jeremy, sia in realtà una perlustrazione del suo
animo, vedendovi, convinta, una sua maturazione, la sua
possibile rinascita.
Con tempi lenti, avvalendosi di dialoghi brevi, intensi, allusivi e di immagini sia claustrofobiche (le sequenze ambientate nei fumosi bar, con richiami ai quadri di Edward
Hopper, e nel casinò) che abbaglianti (i brani girati nel
deserto del Nevada), le une e le altre colte dalla magistrale
fotografia del franco-iraniano Darius Khondji, Wong KarWai, come nei film succitati, anche in “Un bacio romantico” abbozza delle vicende, raffigura, articolandole in tre
capitoli, le vicissitudini di pochi personaggi, i quali vivono
situazioni, che - come è stato osservato - ‘si ripetono come
in una spirale rimbalzando da un personaggio all’altro, da
una storia all’altra’. Storie già raccontate (le lontananze
affettive e reali, le pene d’amore, le assenze dei padri, l’infedeltà degli amati), che si reggono, abilmente rinnovate e
declinate, sulle sue scelte espositive, caratterizzate da un
clima rarefatto e coinvolgente, dalla perizia nel collocare le
figure nello spazio, nel cogliere i fremiti, gli indugi, il dolore sui volti dei personaggi, nelle loro espressioni. Scelte che
richiamano movenze ed atmosfere tipiche del suo cinema,
che possono predisporlo a sfociare nel manierismo.
Il Giornale di Brescia - Alberto Pesce - 30/03/2008
Da “In the Mood for Love” a “Eros” e “2046” sono sempre
love stories di pensieri e di sguardi quelle di Wong Kar-Wai,
affascinante regista di Hong Kong, di una fluidità di immaginario che srotola con raffinata eleganza nello spaziotempo di rapporti uomo-donna pudicamente segnati da
attrazione e freno e fa della reciproca distanza per quanto
breve complessa realtà sino all’incantamento. Ed è sempre
il suo linguaggio scansione di estenuata lentezza su scorci
leggermente attoniti di forme e presenze, volti e dettagli,
come rattenuti un attimo di più, tra svelare e nascondere, o
segmentati nel ritmo a piccoli stacchi, o carezzevolmente
slabbrati per un nuovo, non importa se surreale, ma sempre
armonico incrocio di linee e colori, cui fa sempre da contrappunto una felicissima colonna musicale, i tanghi interpretati da Nat King Cole (“In the Mood for Love”) o la stregante malia dei refrain della belliniana ‘Casta Diva’
(“2046”).
Con “Un bacio romantico”, Wong Kar-Wai, per la prima
volta negli Usa, si cimenta in un seducente esercizio sovrappositivo calando i suoi singolari frammenti di un discorso
d’amore all’interno di un modulo formale ormai classico
nella cultura americana quale è il ‘viaggio’ coast to coast.
Pur nella successione spazio-temporale lungo i giorni e le
stagioni da New York al Nevada - e all’Arizona, con un cast
americano, al femminile dalla cantante Norah Jones protagonista a Rachel Weisz moglie abbandonata e Natalie
Portman spregiudicata giocatrice d’azzardo, e l’accompagnamento oltre alle canzoni delIa Jones e di Cat Power
anche di un ritmo alla chitarra country di Ry Cooder, il roadmovie diventa specchio di un riaffondo di interiorità e riscoperta d’amore al di là di una dolorosa perdita irrimedibile.
Elizabeth (Norah Jones), dopo la straziata rottura di una
relazione, indugia sino all’ubriacatura e al sonno al bar di
Jeremy (Jude Law), così servizievole e gentile. Ma non ce
la fa, e allora decide di lasciarsi alle spalle ricordi, illusioni,
disincanti, anche l’amicizia stessa di Jeremy. In un bar del
Nevada trova lavoro come cameriera, fa stranite conoscenze, dal poliziotto (David Strathairn) così lucido in servizio
e in borghese a sera così tormentato e stanco, alla scaltra
giocatrice (Natalie Portman) con cui rischia di perdere i
risparmi. Ma sono incontri, come del resto lo scambio di
lettere con Jeremy, che ad Elizabeth rivelano quale potrebbe essere il suo nuovo destino, proprio lì donde s’era mossa,
con Jeremy per un final kiss a tutto schermo con sensualità
appassionata tenera e dolce.
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ONORA IL PADRE E LA MADRE
29-30 gennaio 2009
Regia: Sidney Lumet
Interpreti: Philip Seymour Hoffman (Andy), Ethan
Hawke (Hank), Albert Finney (Charles), Marisa Tomei
(Gina), Aleksa Palladino (Chris), Michael Shannon (Dex),
Amy Ryan (Martha), Sarah Livingston (Danielle), Brian
F. O’Byrne (Bobby), Rosemary Harris (Nanette), Blaine
Horton (Justin), Arija Bareikis (Katherine), Leonardo
Cimino (William), Lee Wilkof (Jake), Paul Butler
(Detective Barrett)
Genere: Drammatico/Thriller
Origine: Stati Uniti d’America
Stagione: 2007/2008
Soggetto: Kelly Masterson
Sceneggiatura: Kelly Masterson
Fotografia: Ron Fortunato
Musica: Carter Burwell
Montaggio: Tom Swartwout
Durata: 105’
Produzione: Linsefilm, Michael Cerenzie Productions,
Unity Productions
Distribuzione: Medusa (2008) — VIETATO AI MINORI
DI 14 ANNI
Soggetto
Sia pure per motivi diversi, Andy e Hank, due fratelli,
hanno impellenti problemi finanziari. Andy pensa che
una soluzione potrebbe essere quella di fare una rapina
nella gioielleria dei genitori, la mattina presto: a quell’ora c’è solo la commessa, il ladro non sarà mai scoperto, l’assicurazione rifonderà tutto, loro venderanno i
gioielli e tutti saranno felici. Qualcosa però va storto,
nel negozio c’è la mamma, l’incaricato della rapina
spara e la donna muore. Da quel momento tutto cambia. Quando le indagini ristagnano, Charles, il padre, fa
ricerche in proprio, e infine la verità viene a galla. Non
ci sono vie di mezzo. All’ospedale, Charles soffoca il
figlio Andy fino a provocarne la morte.
Valutazione
Il titolo originale suona “Before the Devil Knows
You’re Dead”, frase proverbiale irlandese: é meglio
arrivare in Paradiso mezz’ora prima che il Diavolo
sappia che sei morto. L’anziano Lumet (esordio nel
1957 con “La parola ai giurati”) costruisce un meccanismo di spietata lucidità descrivendo due nuclei familiari che precipitano in un abisso morale sempre più
profondo, dal quale non si torna indietro. Fortemente
pessimista ma non del tutto nichilista, perché il copione fa emergere bene che molti gradini del precipizio
sono discesi a causa di una profonda carenza di comunicazione interpersonale: quando padre e figlio per un
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minuto riescono a parlare, si intuisce che con minori
silenzi qualcosa si sarebbe potuto evitare. La spirale di
violenza si vorrebbe fermare ma nessuno ne esce soddisfatto, e le ferite dell’anima sono le più acute, incancellabili.
sappia che sei morto”, si intitola questa tragedia in
forma di thriller, ribattezzata “Onora il padre e la
madre” e condotta con mano sicura in un gioco vertiginoso di flashback e cambi di prospettiva che
inchioda alla poltrona fino all’ultimo minuto.
Andy e Hank (Philip Seymour Hoffman e Ethan
Hawke) sono due fratelli middle class che sotto
sotto non si vogliono molto bene, infatti Hank il
bello si porta anche a letto la moglie di Andy
(Marisa Tomei). Ma Andy naturalmente non sospetta nulla, e visto che hanno entrambi seri guai finanziari, il ‘cervello’ dei due, cioè il corpulento Andy,
propone al fratello di risolvere i loro problemi ...
rapinando una gioielleria che conoscono bene.
A chi appartenga questa gioielleria, ve lo lasceremo
scoprire da soli, anche se è un ‘segreto’ che dura
circa 10 minuti. Basti sapere che il colpo, assurdo
ma apparentemente facile, degenera in pasticcio
sanguinoso e irrimediabile, anche perché il debole
Hank manda un balordo a fare la rapina al posto suo
mentre lui aspetta fuori in auto. E quando tutto inizia a andare storto i due fratelli si trovano catapultati in una spirale di intrighi e violenza che non
risparmia nessuno, mogli, ex-mogli, amanti, complici, fratelli, genitori. In una resa dei conti generale che mette a nudo ogni personaggio con i suoi rancori, le sue debolezze, i suoi desideri di rivalsa
sepolti magari nell’infanzia, come succede quando
ci si scanna in famiglia.
È qui che si rivela la formidabile bravura di Lumet
e dei suoi attori, capaci di spremere il succo di un
pugno di esistenze in pochi giorni decisivi. Anche
grazie alla sapiente alternanza di scene madri e
tempi morti. Vedi la scena in cui Andy va a rilassarsi in cima a un grattacielo, accudito da un efebo in
vestaglia che gli prepara un comodo letto, incassa il
dovuto e gli fa un bel ‘buco’ d’eroina un flash quasi
onirico che ci dice bruscamente tutto del personaggio. Prima che il padre, anzi il Padre (grandioso
Albert Finney) irrompa a sua volta nella vicenda
con tutto il suo peso. ‘Solo’ un grande film di genere, dunque, come pare suggerire quel finale nerissimo, o una tragedia americana da prendere sul serio
fino in fondo? Difficile dirlo: la libertà di tono di
Lumet autorizza ogni lettura. Ma è proprio questo a
rendere il gioco, oltre che preciso e crudele, doloroso e rivelatore.
Famiglia Cristiana - Enzo Natta
“America, America dove vai?” Il titolo di un film di
Haskell WexIer, girato quando il vento della rivolta
studentesca soffiava sulle università oltreoceano,
potrebbe tornare utile oggi di fronte all’inquietante
interrogativo di alcune opere hollywoodiane tese a
scorgere nello specchio della storia i lineamenti che
gli Usa hanno assunto dopo l’11 settembre. Esempi?
“Il petroliere” di Paul T. Anderson, dove è ravvisabile il marchio di Caino del capitalismo, o “Non è
un paese per vecchi” dei fratelli Coen, che associa il
baratro della dannazione alla caduta dei valori tradizionali. Sulla stessa linea, quasi a formare un’ideale
trilogia, “Onora il padre e la madre” di Sidney
Lumet, dove a incarnare il male oscuro
dell’America è l’avidità congiunta alla perdita della
coscienza etica. E’ la storia di due fratelli disperatamente a caccia di soldi (uno ne ha tanti ma non gli
bastano mai, l’altro ne ha pochi o quasi niente) che
decidono di svaligiare la gioielleria dei genitori
(tanto paga l’assicurazione). Ma le cose vanno storte e più i due cercano di raddrizzarle, più si ingarbugliano. Con tensione crescente e piglio incalzante, l’ottantatreenne Lumet svela poco alla volta
l’ambiguità dei personaggi e le loro zone d’ombra
sprofondate nel buio del vuoto morale, fino a completare l’ordito edipico di una tragedia tessuta con il
filo dell’infamia, dell’ignavia e del tradimento.
Tramite una ragnatela di incastri, la vicenda segue i
diversi punti di vista dei personaggi sviluppando
altrettanti capitoli che danno vita a un’unica storia.
Allegoria della rapacità che non conosce ostacoli. A
cominciare da quelli del sangue.
Il Messaggero - Fabio Ferzetti - 14/03/2008
Giù il cappello davanti a Sidney Lumet, 83 anni e
quasi altrettanti film (molti di più se contiamo gli
episodi tv). Più la dote, rara, di trasformare tutto ciò
che tocca in oro a colpi di cinema. Cioè di ritmo, di
dialoghi perfetti, di inquadrature semplicissime e
geniali, di attori capaci di dare con pochi tocchi
spessore e profondità anche a personaggi ordinari o
spregevoli.
Non importa infatti quanto azzardate siano la storia
o le psicologie. Lumet può ambientare una tragedia
greca nella New York di oggi con la faccia tosta di
chi ne sa una più del diavolo. E proprio “Before the
Devil Knows You’re Dead”, “Prima che il diavolo
Il Corriere della Sera - Paolo Mereghetti 14/03/2008
Di fronte all’ultimo film di Sidney Lumet, i generi
tradizionali del cinema rivelano tutta la loro inadeguatezza catalogatoria. Non funziona ‘giallo’ anche
se tutto parte da un furto e da un omicidio, non fun62
ziona ‘noir’ nonostante lo scontro di passioni e tormenti che agita l’animo dei protagonisti e ‘dramma’
è decisamente troppo generico. Solo una definizione sembra calzare al film, ed è tragedia. Una tragedia quotidiana, ambientata in una New York senza
smalto né appeal, interpretata da personaggi anonimi, ‘piccoli’ borghesi con il problema degli alimenti da pagare alla moglie o di una routine matrimoniale da risvegliare. L’angoscia per l’incombere del
destino o la pulsione per un qualsivoglia dovere
morale non entrano mai nell’orizzonte delle azioni,
ma anche parlare di banalità del male vorrebbe dire
attribuire alle azioni dei fratelli Hanson una qualche
dimensione etica: “Onora il padre e la madre” è la
tragedia della mediocrità e della immoralità, il
ritratto senza speranza di un mondo che ha perso
ogni possibile dignità e che, come dice un proverbio
irlandese citato per metà dal titolo originale
(“Before the Devil Knows You’re Dead”), spera
solo di ‘arrivare in paradiso mezz’ ora prima che il
diavolo si accorga che sei morto’. Trenta minuti
(forse) di felicità prima del castigo eterno... La strada per quella ‘felicità’ la propone Andy (Philip
Seymour Hoffman) al fratello minore Hank (Ethan
Hawke): svaligiare la gioielleria degli anziani genitori. Conoscono perfettamente il locale e i suoi
allarmi avendoci entrambi lavorato, una pistola giocattolo basterà per impaurire l’anziana commessa e
l’assicurazione si occuperà di risarcire i proprietari.
Mentre la refurtiva consentirà allo squattrinato
Hank di mantenere i suoi impegni con l’ex consorte
e Andy potrà fuggire con la moglie Gina (Marisa
Tomei) verso quella Rio che nella primissima scena
li aveva visti ritrovare per una volta la passione sessuale. Naturalmente niente va come dovrebbe: Hank
non ha il coraggio di fare il colpo da solo e ingaggia
un balordo che ‘per entrare nella parte”’ usa una
vera pistola. Invece della commessa semicieca nel
negozio c’è la madre (Rosemary Harris) e la rapina
si conclude con due corpi sul pavimento: il balordo
ucciso e la madre trasportata in coma all’ospedale.
Dove i due fratelli si ritrovano fianco a fianco a un
padre (Albert Finney) che non si capacita dell’accaduto. E dove, come è facile intuire, i veri problemi
sono appena cominciati. Quello che abbiamo finora
riassunto in maniera lineare, però, il film ce lo
mostra in tutt’altro modo, partendo dalla rapina (su
cui tornerà anche in seguito) e poi zigzagando nel
tempo, prima e dopo l’assalto alla gioielleria. Una
‘trovata’ di sceneggiatura come ne abbiamo viste
molte ma a cui lo scrittore Kelly Masterson affida
un compito meno scolastico e più complesso: illustrare non tanto i meccanismi della storia e gli
intoppi che la fanno deragliare ma piuttosto svelare
l’abiezione e la pochezza dei vari personaggi. In
questo modo la tragedia non nasce dal susseguirsi
degli eventi, coinvolgendo lo spettatore in un meccanismo narrativo incalzante, ma piuttosto dalla
scoperta dell’inumanità dei vari personaggi, delle
loro debolezze e piccolezze. Invece di farci appassionare ai ‘sassolini’ che dovrebbero bloccare gli
ingranaggi ben oliati di una rapina, il film (e una
sceneggiatura costruita così) ci aprono gli occhi sul
lato oscuro delle persone che incrociamo tutti i giorni, capaci di tradire il fratello con sua moglie (lo fa
Hank con Gina tutti i giovedì) o di falsificare la contabilità dell’ufficio per pagarsi periodiche iniezioni
di eroina (lo fa Andy). E che non si tratti solo di
‘luoghi comuni’ sul Male ma di qualche cosa di più
squallido e insieme ordinario lo rivelano piccole
preziosità dei dialoghi, come il bisogno che ha Hank
di nobilitare la sua relazione con giustificazioni
romantiche (mentre Gina ha ben presente che tutto
si basa sull’attrazione sessuale) o come le confessioni esistenziali che Andy snocciola ogni volta che
si fa bucare dal suo raffinato spacciatore (che con
inevitabile cinismo gli consiglia di rivolgersi a uno
psicoanalista). In questo modo la tragedia del sangue (che naturalmente non si limiterà a quello versato in gioielleria) diventa la tragedia della mediocrità imperante, dove la vita perde ogni significato
perché non ne hanno più parole come morale o
amore filiale o rispetto altrui. E se “Non è un paese
per vecchi” dei fratelli Coen si limitava, in qualche
modo a prendere atto dell’irruzione della violenza
nella vita di tutti i giorni, il film di Lumet ci dice che
quella violenza non viene dall’esterno, ma è la conseguenza inevitabile di un mondo dove il miraggio
di pochi soldi (il guadagno della rapina avrebbe
dovuto essere di 60 mila dollari, da dividere in due)
ha cancellato ogni altra forma di valore. Lasciando
campo libero solo all’odio e alla ferocia, come ci
ricorda l’ultima indimenticabile, agghiacciante
scena tra padre e figlio.
La Stampa - Lietta Tornabuoni - 07/03/2008
Fatto di cronaca attuale, tragedia elisabettiana,
melodramma: due fratelli rapinano per soldi la
gioielleria dei genitori, provocano per incidente la
morte della madre, uccidono per paura alcuni testimoni e/o ricattatori, uno scappa chissà dove, l’altro
viene ammazzato dal padre. “Onora il padre e la
madre”, 45° film di Sidney Lumet ottantatreenne, è
un thriller newyorchese veloce, ricco di energia, di
empietà famigliare, dei guai di un’America usa a
vivere indebitandosi. Ben fatto, appassionante, e
con qualcosa di più rispetto ai grandi e rabbiosi passati film del regista (“La parola ai giurati”, “L’uomo
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del banco dei pegni”, “Il verdetto”).
Lumet, da sempre portato per l’azione e per i drammi famigliari, qui analizza in profondità i personaggi nel loro bisogno di soldi: un fratello con la
moglie esigente, amante della droga e della vita
ricca, ruba soldi nell’azienda della quale è amministratore e non riesce a risarcire il debito segreto;
l’altro, che ha un lavoro più modesto, è divorziato e
va a letto con la cognata, non arriva a pagare gli alimenti. A tutti e due non sembra impossibile far soldi
rapinando i genitori: l’assicurazione pagherà, nessuno si farà male, tutto verrà risolto. Quando il colpo
fallisce, Lumet esamina molto bene le reazioni di
ciascuno al disastro: mentre il padre tenacemente
indaga per scoprire l’assassino della moglie, un fratello si abbandona all’eroina e al sesso meccanico,
l’altro si immerge in sonni comatosi pesanti e torvi
come fughe.
Altri meriti: gli attori diretti benissimo (Philip
Seymour Hoffman e il padre Albert Finley sono perfetti, anche Ethan Hawke è molto bravo); New York
vista con la tristezza e lo struggimento amoroso di
chi teme di dover lasciare la città più bella e più crudele.
Masterson gli consente poi di rileggere, se non il
teatro della crudeltà e Antonin Artaud, ‘almeno’
Arthur Miller, Tennessee Williams e Harold Pinter.
Qualcuno,volendo, può risalire ai Greci.
Dirigente immobiliare, Andy Hanson è in difficoltà
finanziarie: deve alimentare il suo vizio degli allucinogeni e creare un futuro allo sbalestrato fratello
minore, Hank, separato dalla moglie e soverchiato
dall’obbligo di versarle l’assegno mensile. Papà
Charles e mamma Nanette gestiscono un piccolo
negozio di gioielli in periferia, perché non rapinarlo? L’assicurazione pagherà il danno ed i vari personaggi saranno soddisfatti e rimborsati. Ma...
Usiamo l’antico espediente di non continuare nel
resoconto, benché Lumet, con la sua arte, faccia a
meno delle convenzioni, poiché la suspense deriva
dal sapiente incastro fra tempo ed azione. Le anime
nere di Andy ed Hank si confrontano col dolore di
papà Charles e col sacrificio di Nanette. ed alle loro
spalle, nel grigiore del panorama sui grattacieli di
New York, scorgiamo la pressione disumana del
profitto. L’anziana pedina Andy anche nelle ore del
funerale alla madre; il possesso di una banconota
spinge al delitto; e la cupidigia esonda dalla 47a
Strada o dal West Center presentandosi nella sua
agghiacciante gIobalità: tutti, arabi ed europei,
vogliono una casa nella Grande Mela.
L’universo familiare e quello del lavoro si riducono
dunque allo squillo dei telefoni, all’ostracismo dei
citofoni ed ai colpo di pistola. In questo sulfureo
fulgore giganteggiano Agamennone ed un Oreste
senza vendetta. Diciamo, Albert Finney venerando
per età e coturno britannico; un Philips Seyrmour
Hoffman che si laurea miglior attore contemporaneo; ed un Ethan Hawke scavato nella fragilità
morale del matricida per sciagurata avidità di denaro. Sidney Lumet ci offre un manufatto cinematografico davvero fondamentale, per la comprensione
del nostro tempo: un tempo che non ha mai smarrito gli ideali perché, probabilmente, non li ha mai
avuti.
Il Giornale di Sicilia - Gregorio Napoli 16/03/2008
Il prossimo 24 giugno Sidney Lumet compirà 84
anni. Il maestro di Philadelphia celebra la ricorrenza con un ennesimo capolavoro, il quarantaduesimo
distribuito in Italia, dopo il sorprendente esordio de
“La parola ai giurati” (1957). Rubandogli un po’
I’ineffabile abilità del racconto ad incastri, diremo
che nella fulgida carriera la letteratura di genere
(“Serpico”, 1971) si è alternata ad uno dei pochi
documenti sulla perversione degli indici d’ascolto
televisivi, e stiamo alludendo ‘Network’ (Quinto
potere, 1976) appassionante metafora sulla ‘morte
in diretta’. “Onora il padre e la madre” riunisce i
due versanti creativi di questo genio della macchina
da presa; e la sceneggiatura perfetta di Kelly
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MONGOL
5-6 febbraio 2009
Regia: Sergej Bodrov
Interpreti: Tadanobu Asano (Temugin), Khulan Chuluun
(Börte), Sun Honglei (Jamukha), Aliya (Oelun), Bao Di
(Todoen), Tegen Ao (Charkhu), Deng Ba Te Er (Daritai),
You Er (Sorgan-Shira), Sai Xing Ga (Chiledu), Odnyam
Odsuren (Giovane Temugin), Bayertsetseg Erdenebat
(Giovane Börte), Amarbold Tuvshinbayar (Giovane
Jamukha), Ba Sen (Esugei), Amadu Mamadakov
(Targutai), Sun Ben Hou (Monaco), He Qi (Dai Sechen),
Ba Yin (Mercante con anello d’oro), Ji Ri Mu Tu
(Boorchu)
Genere: Drammatico/Storico
Origine: Germania/Kazakhistan/Mongolia/Russia
Stagione: 2007/2008
Soggetto: Sergei Bodrov, Arif Aliyev
Sceneggiatura: Arif Aliyev, Sergej Bodrov
Fotografia: (Scope/a colori): Sergei Trofimov, Rogier
Stoffers
Musica: Tuomas Kantelinen
Montaggio: Zach Staenberg, Valdís Óskarsdóttir
Durata: 120’
Produzione: Andreevsky Flag Film Company,
Kinofabrika, Kinokompaniya Ctb, X-Filme Creative Pool
Distribuzione: Bim (2008)
Soggetto
Mongol ripercorre i drammatici e tormentati primi anni del
sovrano nato nel 1162 col nome di Temugin ma più conosciuto come Gengis Khan - dalla sua difficile infanzia, fino
alla battaglia che segnerà il suo destino - facendone un ritratto complesso che lo dipinge non più come lo spietato mostro
dello stereotipo, ma come un nobile condottiero impavido e
visionario. Mongol racconta la storia di un uomo straordinario, svelandoci il fondamento su cui poggiava gran parte della
sua grandezza: il rapporto con la moglie Borte, grande amore
della sua vita, e sua più fidata consigliera.
Valutazione
L’obiettivo di Sergei Bodrov era quello di raccontare le origini e la crescita di un uomo straordinario, svelandoci che il
fondamento di gran parte della sua grandezza poggiava sul
rapporto con la moglie Borte. Il regista e il suo cosceneggiatore si sono basati su autorevoli documenti storici e in
seguito l’azione è stata girata nei veri luoghi dove è nato
Gengis Khan in paesaggi fatti di spazi infiniti, clima freddo,
pericoli sempre in agguato. In più Bodrov ha voluto aggiungere la spettacolarità e la grandiosità di scene di battaglia ad
ampio respiro, donando a “Mongol” il ritmo solenne del
cinema russo.
Dal film si capisce che il mostro sanguinario è un’invenzione della vulgata cristiana e mussulmana, mentre Bodrov
sa apprezzare la spregiudicatezza di un uomo che accolse
come propri i figli concepiti dalla moglie schiava del nemico e lo copre di gloria in acrobatici scontri all’arma bianca
tra Ejzenstejn e Kurosawa.
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Il Tempo - Gian Luigi Rondi - 10/05/2008
Quando il cinema sovietico ormai volgeva al termine e il
cinema russo stava accingendosi a sostituirlo, Sergej
Bodrov si fece conoscere, e apprezzare, con due film di
qualità sicure, nelle cifre di un realismo che si sublimava
in poesia, “S.E.R. la libertà è il paradiso”, e “Il prigioniero del Caucaso”. Adesso, dopo alcuni altri non del tutto
conseguenti e compiuti (“Il bacio dell’orso”), eccolo invece affrontare, con larghissimo respiro, quell’epica corale
la cui tradizione, nel suo Paese, risale addirittura a
Ejzenstejn e al suo immortale “Ivan il Terribile”.
Anche qui un gran personaggio al centro, anche qui la
Storia di sfondo, con un deciso capovolgimento di una
certa tradizione perché quel personaggio, che è Gengis
Khan, non è proposto come un tiranno feroce che, per conquistare mezzo mondo, in quell’epoca turbolenta che era
il XII Sec., devastò con tremende distruzioni, ma come un
uomo giusto, legato a moglie e figli e pronto a governare
con saggezza e persino con misura.
Una trovata narrativa - a quanto sembra anche con un fondamento storico - che ha permesso a Bodrov di ricercare
un equilibrio fra le psicologie anche più sommesse dei
vari caratteri cui si è rivolto e i corruschi eventi in cui, poi
li ha coinvolti. L’intimismo da un lato, perciò, e, da un
altro, la guerra svolta con seguito di battaglie furibonde e
violentissime.
Forse, dove non solo la rappresentazione, ma anche la
struttura narrativa che la pretende, sono meno convincenti è proprio nell’intimismo, che tutto sommato si limita a
seguire da vicino le vicende del futuro Gengis Khan quando ancora di chiamava Temugin iniziando dall’età di nove
anni fino al momento in cui, sconfitti tutti i suoi avversari, avrebbe cominciato a dominare i suoi Mongoli. Si
seguono, invece con partecipazione le molte pagine epiche che vedono il personaggio, pur tra alti e bassi, sgominare a poco a poco quanti osano sfidarlo, persino un
potentissimo amico fraterno poi diventato suo oppositore.
Qui Bodrov mostra di aver tenute ben presenti non solo le
grandi battaglie di “Ivan il Terribile” ed anche dell’
“Aleksandr Nevskij” sempre di Ejzenstejn, ma quelle, più
recenti e sconvolgenti, di Kurosawa in “Kagemusha” e in
“Ran”. Con effetti da kolossal, insoliti per il cinema russo
di oggi, ma sempre di gusto controllato: all’insegna di una
grandiosità che mai indulge al facile.
Non dimentico gli interpreti. il giapponese Tadanobu
Asano, premiato anni fa a una Mostra di Venezia, è il protagonista, il cinese Honglei Sun, il suo nemico, l’esordiente mongola Khulan Chuluun, la moglie.
Condividono, con seri accenti, il realismo dell’insieme.
gendario.
Assieme alle leggi elementari attraverso le quali il piccolo Temugin (questo il vero nome del futuro Khan di tutti i
mongoli) riesce a imporsi come unificatore del suo popolo di uomini liberi e tribù indipendenti, il film racconta i
vasti spazi e gli imponenti scenari della steppa. Vera protagonista della vita di quel popolo e quindi del film cui
non si può non riconoscere grande suggestione visiva.
Difficile non riconoscere anche un procedere tanto solenne quanto ripetitivo. Con esagerata malizia si potrebbe
immaginarvi l’equivalente contemporaneo - pro-Putin? di ciò che tra grandezza e compromesso rappresentarono
gli ultimi capolavori di Ejzenstejn “Aleksander Nevskij” e
“Ivan il terribile” per Stalin.
Il Sole 24Ore - Luigi Paini - 18/05/2008
Grande schermo, grandi paesaggi. Ultima carta da giocare
(forse) per il cinema in sala: la vastità, la profondità, l’immersione in un mondo che ti rapisce e ti porta, almeno per
due ore, in una dimensione diversa. È l’emozione che ti dà
“Mongol”, di Sergei Bodrov, dedicato alla vita iperavventurosa di Temüjin, il futuro Gengis Khan, l’uomo che
fondò il più grande impero della storia, dall’Oceano
Pacifico fin quasi alle porte di Vienna. Ispirato alla ‘Storia
segreta dei mongoli’, il film ha qualcosa di antico: i cieli,
il vento, i mari d’erba, l’immensità della steppa, l’acqua,
l’aria, la terra e il fuoco. E un bambino che lotta per non
soccombere ai mille nemici, forgiato da continue sventure. Destinato a essere ucciso, reso schiavo prima da un
altro clan e poi dai cinesi, liberato dalla moglie Börte, da
lui scelta quando aveva solo 9 anni. E le epiche battaglie,
combattute con straordinaria visione strategica. Temüjin
sembra sempre sul punto di venire travolto, ma non cede
mai: fino al momento in cui diventa il capo indiscusso di
tutti i mongoli. Terrore per il resto del mondo, affascinante eroe per i suoi.
La Stampa - Lietta Tornabuoni - 09/05/2008
Grande film di Sergei Bodrov (l’autore russo sessantenne
de “Il prigioniero del Caucaso”, e de “Il bacio dell’orso”),
sceneggiatore, regista, produttore di “Mongol”, storia
affascinante di infanzia, adolescenza, prima giovinezza
del mongolo Temüjin (1167-1227) detto Gengis Khan
(Signore Universale), conquistatore e capo del vasto
impero mongolo che dominò anche la Russia per 200
anni. Intorno a questo personaggio è da poco terminato un
processo di revisione della critica storica recente, che ne
rivaluta l’opera costruttiva, le qualità militari e umane,
smentendone la leggenda di ferocia e di sangue. Bodrov
accoglie nel suo film questa nuova visione di Gengis
Khan, raccontando insieme con la formazione del condottiero la vita delle tribù nomadi mongole del XII secolo.
Bellissimo. I veri luoghi nativi di Gengis Khan, dove il
film è stato girato, offrono spazi infiniti, salti climatici, la
bellezza aspra e selvaggia dei posti più isolati della terra.
Tre magnifiche battaglie a cavallo (frecce, lance, spade,
bastoni) sono animate da prodigiosi strumenti kasaki e
kirghishi. Amore (per la prima moglie Börte) e azione
mescolati hanno la potenza della vita.
La Repubblica - Roberto Nepoti - 09/05/2008
L’epopea di Gengis Khan, il condottiero che alla fine del
XII secolo ha fondato l’impero più vasto della storia
umana, è raccontato dal regista russo di Mongol all’insegna di toni pacati ed elegiaci, sebbene non manchi la componente ferina di quella civiltà di fieri nomadi-guerrieri.
Fierezza, e pacata saggezza, e capacità di vivere intensamente passioni e sentimenti intimi, sono le insegne sotto
le quali il film tratteggia questo personaggio storico e leg-
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LONTANO DA LEI
12-13 febbraio 2009
Regia: Sarah Polley
Interpreti: Julie Christie (Fiona), Gordon Pinsent
(Grant), Olympia Dukakis (Marian), Murphy Aubrey
(Michael), Kristen Thomson (Kristy), Wendy Crewson
(Madeleine), Alberta Watson (Dottor Fischer), Deanna
Dezmari (Veronica), Clare Coulter (Phoebe Hart), Thomas
Hauff (William Hart), Grace Lynn Kung (Betty), Lili
Francks (Theresa), Andrew Moodie (Liam), Judy Sinclair
(Sig.ra Albright), Tom Harvey (Michael), Carolyn
Hetherington (Eliza), Stacey Laberge (Fiona da giovane)
Genere: Drammatico/Romantico
Origine: Canada
Anno: 2008
Stagione: 2007/2008
Soggetto: Alice Munro
Sceneggiatura: Sarah Polley
Fotografia: Luc Montpellier
Musica: Jonathan Goldsmith
Montaggio: David Wharnsby
Durata: 110
Produzione: The Film Farm, Foundry Films Inc., Pulling
Focus Pictures
Distribuzione: Videa CDE (2008)
Soggetto
Dopo 50 anni di felice matrimonio, Fiona e Grant
Anderson si accorgono di dover fare i conti con le
continue dimenticanze che la donna accusa. Di
fronte all’incombere del morbo di Alzheimer, decidono che é il momento per lei di ricoverarsi in una
clinica specializzata. La conseguenza é che Grant,
nel rispetto delle regole della clinica, deve restare
lontano dalla moglie per un periodo lungo, mai
capitato prima. Quando torna in visita, capisce che
niente é più come prima: Fiona non lo riconosce e,
nel frattempo, ha trovato conforto nell’amicizia con
un altro ospite, un certo Aubrey, che lei accudisce
con amore. Ogni tentativo per tornare indietro da
questa situazione si dimostra inutile. Grant entra in
confidenza con Marian, moglie di Aubrey, scambia
confidenze, cerca qualche sollievo. Fiona intanto
viene trasferita al 2^ piano, laddove la malattia é
irreversibile. Lui la abbraccia, ma fuori c’è Aubrey
ad aspettare.
Valutazione
Il racconto della scoperta e dell’avanzare lento ma
inesorabile dell’Alzheimer é affidato a pagine di
intensa e convincente emozione. Ispirandosi ad un
racconto di Alice Munro, Sarah Polley tratteggia
con sensibilità il diagramma di una ‘disgrazia’ che
spezza il filo di una unione bella e duratura.
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Volutamente lasciando da parte sia gli aspetti più
decisamente medico-scientifici sia quelli sociali, il
copione trova slancio nel proporsi come uno sguardo non solo sulla malattia ma anche sull’amore
coniugale. Il progressivo frantumarsi di una quotidianità fatta di piccoli gesti, di attenzione, di ricordi lascia un vuoto impossibile da colmare, scorie di
equilibrio nelle quali la memoria non ha più cittadinanza, e l’impossibilità di opporsi al degrado
lascia quasi atterriti. Tuttavia la storia ha accenti
non di disperazione ma di sublimazione, dell’amore e dei sentimenti. La ricchezza di affetti e di reciproca stima accumulata in tanti anni non sfuma,
non sfiorisce. Qualche passaggio un po’ edulcorato
non sminuisce la compattezza di una trama che
commuove e conquista, lanciando segnali di speranza non fine a se stessa, anche in assenza di un
orizzonte di trascendenza.
Grant, il marito, la conduce in macchina a
Meadowlake, la casa di riposo per malati di
Alzheimer. Fiona e Grant sono sposati da cinquant’anni. Non avevano avuto figli, la semisolitudine
aveva rafforzato la loro unione. Un giorno Fiona
ripose una padella appena lavata, anziché nell’apposito armadio, in frigorifero. Fu la prima avvisaglia del male, seguita da altre, sinché non arrivò il
momento del ricovero. La casa di cura era moderna, ma vi vigeva una regola ferrea. Per i primi trenta giorni i nuovi residenti non dovevano ricevere
visite. Quando Grant, trascorsi i trenta giorni, si
precipitò a trovarla, Fiona non lo riconosceva più.
Nel frattempo aveva stretto amicizia con un altro
paziente di nome Aubrey, praticamente disabile.
L’aveva ricoverato la moglie Marian, non potendolo più accudire in casa da sola. Una vicenda raccontata prima in una novella di Alice Munro, una
delle maggiori scrittrici canadesi viventi, ora tradotta in film dall’attrice Sarah Polley, ventottenne
al suo primo lungometraggio. Una traduzione
esemplare, mai limitata alla semplice illustrazione
del testo. Evidentemente l’autrice, che frequenta i
teatri di posa da quando aveva sei anni, è ben consapevole che il cinema adopera un altro linguaggio,
più vicino alle note musicali che all’alfabeto. Ha
puntato con grande maestria sul volto e sul corpo
dei personaggi, sia principali che di contorno. Ha
adottato i tempi dell’adagio, il movimento che
meglio si adattava alla condizione dei ricoverati.
Ha trovato in Julie Christie una straordinaria interprete del personaggio di Fiona, ruolo quanto mai
difficile, poiché l’Alzheimer dà pochi e contraddittori segni esteriori. Quanto alla Polley, la ricordiamo in parecchi film, giovane attrice in ruoli conturbanti, che sembrano avere lasciato un segno nella
sua visione del mondo. Ci aveva colpito soprattutto
ne “Il dolce domani” di Atom Egoyan, dove era
Nicole, ragazza che aveva avuto dei rapporti incestuosi col padre. Qui troviamo Egoyan in veste di
produttore esecutivo. Il film s’intitola “Away from
Her” (“Lontano da lei”) e prospetta un domani
‘dolceamaro’.
Il Messaggero - Francesco Alò - 15/02/2008
L’amore ai tempi dell’Alzheimer. Il debutto alla
regia della straordinaria attrice canadese Sarah
Polley, bambina ne “Le avventure del Barone di
Munchausen” di Terry Gilliam e commovente giovane donna ne “La vita segreta delle parole” di
Isabelle Coixet, ci riporta dalle parti della malattia
che cancella le tracce di una vita amorosa. Quando
a Fiona (Julie Christie) viene diagnosticato
l’Alzheimer, il marito Grant (Gordon Pinsent con
look bergmaniano) la porta in una casa di cura dove
lei dimenticherà i 40 anni di matrimonio e, forse,
troverà un nuovo amore. Ci voleva un’artista della
classe di Sarah Polley per affrontare con “Lontano
da lei” un tema così duro con un tono incredibilmente leggero, tutto di sottrazione e sguardi ironici. Il film è come il personaggio di Julie Christie:
imprevedibile, dolce, sensuale e intelligente. La
sessantasettenne divina attrice britannica è il motivo per cui rimpiangiamo il cinema di una volta. È
una star che è stata icona del Free Cinema inglese e
della New Hollywood che usa le rughe e la vecchiaia come straordinari strumenti per emozionarci
e convincerci che la terza età, se portata con classe,
ha una marcia in più. Che smacco alle povere
Kidman di turno che umiliano il loro talento per
provare chirurgicamente a fermare il tempo. In
Italia gli attori ventiseienni che passano alla regia
realizzano vuoti e ridicoli inni estetizzanti alla loro
immagine. Sarah Polley, a 28 anni, ha realizzato un
film su vecchietti malati dal quale esci completamente guarito.
Il Corriere della Sera - Tullio Kezich - 15/02/2008
Attenzione! Se vi capita di lavare una padella e
subito dopo metterla nel frigorifero, se avvertite il
bisogno di applicare delle etichette sui cassetti per
ricordare ciò che contengono, se uscite per una passeggiata e non ritrovate più la strada di casa... Nel
film “Away from Her - Lontano da lei” questi e altri
sono i prodromi del morbo destinato a ottenebrare
la coscienza della protagonista Fiona (Julie
Christie) con l’inesorabile progredire del morbo
Avvenimenti - Callisto Cosulich - 22/02/2008
‘Sarà come stare in albergo’, dice Fiona, mentre
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contrassegnato dal nome del suo scopritore, il neurologo tedesco Alois Alzheimer (1864 - 1915).
Siamo in mezzo alla campagna innevata
dell’Ontario e chi segue sempre più allarmato i lapsus della moglie è Grant, un professore in pensione
che sembra ritagliata da un film di Bergman (è l’eccellente attore canadese Gordon Pinsent). Ben presto gli si presenta ineluttabile il ricovero della consorte in una clinica (le riprese sono avvenute fra gli
ospiti veri del Freeport Health Center di
Kitchener), dove il garbo dell’accoglienza al piano
terra non nasconde l’inquietante probabilità di
un’ascesa al ‘secondo piano’ degli incurabili. E’ su
scala ridotta la stessa metafora del racconto di Dino
Buzzati ‘Sette piani’, dal quale Ugo Tognazzi trasse il film “Il fischio al naso”. Nelle 70 ispirate e
toccanti intense paginette di Alice Munro adattate
per lo schermo dalla regista Sarah Polley (anche
entusiasta prefatrice della recente edizione Vintage)
il caso clinico viene affrontato senza lacrime. Ci
aspetta invece una sorpresa: dopo i rituali 30 giorni
nei quali i malati per esigenze di ambientazione
non devono ricevere visite, Grant arriva con i fiori
in mano e scopre Fiona impegnata a pieno tempo
come trepida badante di Aubrey (Michael Murphy),
un compagno di sventura messo peggio di lei.
Nell’osmosi delle rispettive nebbie mentali è nata
una corrispondenza di amorosi sensi tanto esclusiva da suscitare nel legittimo consorte una paradossale gelosia. Però quando Aubrey viene portato via
dalla moglie Marian (Olympia Dukakis) e Fiona
precipita nella disperazione, Grant decide di andare
in cerca del rivale per farlo tornare. Tutto ciò nel
racconto avviene oltre la metà, mentre la Polley
mette la situazione proprio all’ inizio del film in
contrappunto con i flashback. E’ una delle trovate
di una sceneggiatura alla quale è stata attribuita,
forse con un eccesso di generosità, un’ulteriore
candidatura all’Oscar accanto a quella per Julie
Christie (nominata quattro volte, di cui una vincente nel ‘65 con “Darling”). Il tutto nel corso dell’assunzione a oggetto di culto di un piccolo film indipendente, passato attraverso il cursus honorum di
vari festival e già onusto di premi. Per l’occasione
assistiamo alla sorprendente rimonta di una diva
presente sugli schermi da quasi mezzo secolo e
definita da Al Pacino ‘la più poetica di tutte le attrici’. Un entusiasmo non condiviso da tutti perché
Julie ha spesso suscitato critiche feroci. Leggere
per credere la voce che le dedica David Thomson
nel suo dizionario biografico del cinema, una brutale stroncatura includente accuse di manierismo e
scarsa sincerità. Per scoprire l’infondatezza di tali
cattiverie basta tuttavia rivedere la Christie in
“Away from Her”. Senza essere il capolavoro di cui
si è parlato, questo film lindo e rispettabile ci regala un’interpretazione davvero straordinaria di colei
che fu l’ispiratrice di “Il dottor Zivago”. Ancora
bellissima benché in viaggio verso i settanta, Julie
Christie non ricorre ai trucchi di mestiere che gli
attori utilizzano nel rappresentare la malattia. A differenza del gran mattatore positivista Ermete
Zacconi, che ricostruì la paralisi progressiva di
‘Osvaldo negli Spettri’ frequentando gli ospedali,
Julie cerca la dolente verità del personaggio dentro
se stessa.
L’Eco di Bergamo - Achille Frezzato - 27/04/2000
“Lontano da lei - Away from her” segna l’esordio
nella regia dell’attrice canadese Sarah Polley (nata
a Toronto nel 1979, è stata interprete/protagonista,
fra gli altri, di “Il mistero dell’acqua”, “La mia vita
senza me”, “La vita segreta delle parole” ), che ne
ha scritto la sceneggiatura, ricavandola da un racconto della connazionale Alice Munro, pubblicato
da Einaudi nella raccolta ‘Nemico, amico, amante…’.
Fedele alla vicenda del testo letterario, ma non al
lineare schema narrativo (ha optato per un intreccio
di flashback), la neoregista evoca il trascorrere del
tempo e il permanere dei sentimenti, si sofferma
sulle ferite, sulle paure, sulle speranze, sugli affetti
deboli o trascurati, sulle quotidiane forme di amorevolezza, sul dramma di un’identità coniugale
lacerata.
Attenta a una costruzione minuziosa, quasi maniacale dei personaggi, senza concedere nulla al sentimentalismo, in un calmo incedere e con essenziale
nitidezza, racconta la storia, volutamente deprimente, ma austeramente toccante e coinvolgente,
del lento, impietoso tramonto di Fiona (una magnifica Julie Christie in una interpretazione sentita ed
emozionante), che, colpita dal morbo di Alzheimer,
viene ricoverata in una casa di riposo specializzata
dal marito Grant, un professore in pensione
(Gordon Pinset, attore canadese di indubbio talento, sconosciuto in Europa): una decisione comunque drammatica per entrambi, mai separatisi nel
corso di 48 anni.
Dopo i rituali trenta giorni, durante i quali i malati,
per meglio adattarsi alla nuova vita, non possono
ricevere visite, Grant trova una Fiona che non si
ricorda assolutamente di lui, che lo ignora, impegnata ad assistere affettuosamente Aubrey (Michael
Murphy), un compagno di sventura, la cui moglie
Marian (Olympia Dukakis), tornata dalle vacanze,
lo riporta a casa. La scomparsa di Aubrey fa peggiorare velocemente le condizioni di Fiona, sempre
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al centro dell’affetto, delle quotidiane attenzioni
del marito, che, in un esemplare atto di generosità e
di amore, si preoccupa della felicità dell’amata
consorte, non esitando a chiedere aiuto alla moglie
di Aubrey.
dentesse, magari cedimenti alle droghe; per lei
donna brillante, incostanti soprassalti di estrosa
vitalità. Ma il tempo ha tutto cicatrizzato. Ormai tra
i due ricchezza d’amore restano comprensione,
devozione, reciproco bisogno d’affetto. Almeno
sino al giorno in cui Fiona pare stranirsi, smemorare lontana, variare d’umore senza ragioni, dimenticare definizioni e parole: i sintomi del morbo di
Alzheimer, con progressiva perdita di memoria, cui
non c’è rimedio se non ricovero in clinica specializzata.
Ma per Grant prima sorpresa sono le regole della
casa di riposo: niente visite per i primi 30 giorni. E,
dopo un mese, l’altra sorpresa dolorosa: scoprire
Fiona quasi immemore del marito, e invece premurosamente affettuosa vicino a un altro paziente,
Aubrey (Michel Murphy), paralizzato in carrozzella, statuario, senza mai una parola. Cerca di spiegargli la situazione l’infermiera Kristie (Kristen
Thompson), ma Grant che pur torna ogni giorno a
trovare Fiona, stenta ad accettare il contrappasso
sentendosene nel contempo in qualche modo colpevole. Ma quando la moglie di Aubrey, Marian
(Olympia Dukakis) si porta a casa il marito e Fiona
rischia una depressione disperata, Grant trova forza
e modo d’adeguarsi, affinché la moglie e torni a
sorridere.
È al primo lungometraggio la canadese Sarah
Polley, che in “Il dolce domani” o “La vita segreta
delle parole” ricordiamo affascinante attrice quasi
eterea nella sua bellezza, di un pallore esangue
sotto il biondo scialbo dei capelli, con un fondo
scostante di fragilità e solitudine. Ora ne riflette la
stessa delicatezza e vibratilità d’anima come sceneggiatrice e regista di una squisitezza e sensibilità
autorale matura sino al tocco virtuoso, parlando di
forti slanci d’amore e dei suoi risvolti cementati
oltre ogni trasgressività, di vecchiezza e del suo
inarrestabile declino, di memoria e della sua perdita progressiva, di nuove curiosità e stupori innocentemente sbilanciati altrui e altrove.
Contribuiscono alla suggestione del film sia la
fotografia di Lue Montpellier d’invernale luminescenza discreta, sia la scenografia di Kathleen
Climie, attenta alla rurale semplicità degli interni e
al sereno incantamento freddo degli esterni; soprattutto, però, con sfumata variazione di toni, tempi e
ritmi, la recitazione degli attori. Di una tacca in più
Julie Christie, intramontabile star - per questo ruolo
candidata all’Oscar -, ma anche tutti gli altri d’efficacissimo effetto.
Il Giornale di Sicilia - Gregorio Napoli 20/02/2008
In una gloriosa ‘voce’ sul Filmlexikon, Tino
Ranieri definì ‘inquietamente moderna’ la bellezza
di Julie Christie. Era il 1973, l’attrice aveva già
interpretato la fotomodella di “Darling”, conquistando l’Oscar; ed era ormai leggendaria per il personaggio di Lara nel “Dottor Zivago”. Passava,
quindi, dalla new wave di John Schlesinger alla
lussuosa confezione di David Lean, proponendosi
come simbolo di squisita sensibilità. Nata ad
Assam, India, il 14 aprile 1941, salutata da
François Truffaut come un garcon en minijupe (un
ragazzo in minigonna, Arts numero 53 del 1966),
Julie incanta con la sua soffice freschezza nel ruolo
di Fiona Anderson.
Sposata da 44 anni al docente in pensione Grant, la
donna conserva una padella vuota nel frigorifero;
ed è il primo sintomo dell’Alzheimer. Grant precipita nel dolore, sussurrando ‘mai Away from her’,
‘prometto di non abbandonarla. Siamo in Canada,
le cliniche funzionano bene, seppur a pagamento, e
gli ammalati vengono chiamati residenti. Fra quei
corridoi ovattati, può nascere anche un idillio...
Attrice pure lei, ventottenne, Sarah Polley esordisce in regia con tocco sommesso e delicato. La
‘camera’ incede, in pacati carrelli, dalla casa di cura
al paesaggio nevoso, dal cottage accogliente ai
campi di sci, soltanto con un fugace accenno alla
volgarità della televisione e, purtroppo, alla ferocia
delle armi, ancor oggi senza catarsi, dopo la tragedia del Vietnam.
Diario di vegliardi, il film vanta due altri talenti:
Gordon Pinsent ed Olympia Dukakis, entrambi di
classe 1931. Altro che Alzheimer, questi qui hanno
scoperto il segreto dell’eterna giovinezza.
Il Giornale di Brescia - Alberto Pesce 17/02/2008
Vivono assieme da quasi mezzo secolo serenamente i coniugi Andersson ultrasessantenni, Grant
(Gordon Pinsent) e Fiona (Julie Christie). Forse
dalla lontana giovinezza a volte sussulta qualche
stridore, per lui, ex-professore universitario di
mitologia, tenerezze trasgressive con giovani stu-
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SFIDA SENZA REGOLE
19-20 febbraio 2009
Regia: Jon Avet
Interpreti: Al Pacino, Robert De Niro, John Leguizamo,
Donnie Wahlberg, 50 Cent, Frank John Hughes, Carla
Gugino, Shirly Brener, Katie Chonacas, Brian Dennehy,
Rob Dyrdek
Genere: Azione, Drammatico
Origine: U:S.A.
Stagione: 2007/2008
Sceneggiatura: Russel Gewirtz
Fotografia: (Panoramica/a colori): Denis Lenoir
Musica: Ed Shearmur
Scenografia: Tracey Gallacher
Montaggio: Paul Hirsch
Durata: 101’
Produzione: Jon Avet, Boaz Davidson, Randall Emmett,
Lati Grobman, Avi Lerner
Distribuzione: 01 Distribution (2008)
Soggetto
Dopo trent’anni di lavoro di squadra al Dipartimento di polizia di New York, i pluridecorati detective Turk (Robert De Niro) e Rooster (Al Pacino) non vogliono arrendersi alla pensione. In città,
sono stati assassinati dei presunti criminali. La polizia è certa che si tratti di un serial killer, perché lascia poesie sui cadaveri a motivazione del suo gesto. Karen Corelli (Carla Gugino), agente della
squadra CSI, comincia a chiedersi il perché delle
poesie lasciate sul cadavere delle vittime. I detective Perez (John Leguizamo) e Riley (Donnie Wahlberg), irrispettosi e non curanti delle gerarchie, sperano di risolvere il caso prima dei veterani Turk e
Rooster. Il tenente Hingis (Brian Dennehy), loro
capo, è ansioso di chiudere il caso perché gli indizi
portano a uno dei suoi uomini. Prima del ritrovamento del protettore di prostitute Rambo (Rob
Dyrdek), Turk e Rooster stavano cercando di incastrare il proprietario di un nightclub, Spider (Curtis
‘50 CENT’ Jackson) con l’aiuto di Jessica (Trilby
Glover), un avvocato di Manhattan con problemi di
tossicodipendenza. Al dipartimento di polizia inizia
a delinearsi un quadro. Come fermare il killer e impedirgli di fare giustizia da sé?
Valutazione
Sono trascorsi ben tredici anni da quando Michael
Mann portò i due maestri Robert De Niro e Al Pa71
cino a scontrarsi sul grande schermo in “Heat – La
sfida”. Oggi è Jon Avnet, il famoso regista di “Pomodori verdi fritti” a dirigerli insieme per la terza
volta in ordine cronologico: la prima infatti spetta
al grande Francis Ford Coppola nel 1974 con il
“Padrino, Parte II”.
Almeno nelle intenzioni il film di Avnet accontenta
tutti: Robert De Niro e Al Pacino si ritrovano fianco a fianco, nei panni rispettivamente dei pluridecorati detective Turk e detective Rooster, per indagare sulla morte di alcuni criminali. Tra i decessi
nessun collegamento a parte una breve poesia in rima lasciata sul luogo del delitto...De Niro e Pacino
sono le icone di molti dei migliori film della nostra
vita e il vero grande merito di questo film è farci
vedere questi due grandi attori recitare insieme.
Questo piacere fa perdonare alcune lacune della regia.
ta a giocare coi ragazzi, mentre dagli spalti Al Pacino ride. Sono tutti affascinati, a fianco delle due
leggende; i giocatori, De Niro lo possono anche
spintonare. Nei gioco è tutto permesso. Ma già sul
set è come vedere giocare assieme Pelé e Maradona. Nervosismo da eccesso di star? «Siamo amici
da un sacco di tempo» tranquillizza De Niro in una
pausa «e questo aiuta, crea una zona rassicurante».
«Sì» gli fa eco Pacino «ci sentiamo a nostro agio,
c’è confidenza, una complicità che in genere si acquista solo dopo molto tempo che si lavora insieme.
Ma tra noi c’è una innata fiducia».
Eppure i due non hanno praticamente mai lavorato
insieme. C’è un precedente, il film Heat, in cui interpretavano rispettivamente il cattivo e il buono, ma
erano «a confronto» solo in un paio di brevi scene.
«Abbiamo parlato mille volte dell’eventualità di fare una cosa davvero insieme» ricorda De Niro «E
per un motivo o per un altro non se n’è mai fatto
nulla. Ci conosciamo fin dai tempi dell’Actors Studio, ma, anche li, eravamo in classi diverse, non abbiamo mai recitato insieme». Dunque è un battesimo. Chi proprio non sta nella pelle è il regista Jon
Avnet (Pomodori verdi fritti alla fermata del treno,
Qualcosa di personale). Dice: «Pensare a loro due
insieme è come un sogno, ed è successo quasi per
caso, se l’avessimo programmato non sarebbe mai
successo. In realtà avevo dato la sceneggiatura a
Bob e poi gli ho chiesto chi avrebbe visto nella parte dell’altro poliziotto. Lui ha risposto: Al, è ovvio.
Io dissi che quella era un telefonata non proprio facile da fare, almeno per me». Ci pensò lo stesso De
Niro e lo scritto finì in mano a Pacino, che racconta: «Ero molto nervoso. Avevo voglia di lavorare
con Bob e Jon, e forse avrei detto si anche se la sceneggiatura non mi avesse entusiasmato. Ma, fortunatamente, l’ho trovata straordinaria».
E così è partita l’avventura. De Niro e Pacino sono
due poliziotti, amici, ma anche rivali, con due differenti caratteri e con un mare di psicologia da riversare nelle parti. La storia è classica, in fondo, ci
sono due poliziotti che inseguono un serial killer.
Ma, grazie alla sapienza dei due, assume risvolti
profondi e finisce per creare un gioco di specchi su
quello che è diventata oggi New York e sulla confusione che regna a proposito dell’eterna distinzione tra ciò che è bene e ciò che è male. E questa volta sono entrambi dalla parte della giustizia. Ma non
era più facile, o almeno più suggestivo, interpretare il ruolo dei cattivi? «In un certo senso, sì» racconta De Niro «ma alla fine lo vedrete, non è poi
così scontata che chi sta dalla parte della giustizia
sia per forza nel giusto. I buoni non sono mai così
buoni. E viceversa». Il parco è silenzioso, ci sono
Il Venerdì di Repubblica - Gino Castaldo
12/9/2008
Poliziotti a caccia di Killer, Ma non poliziotti qualunque. In «Sfida senza regole» i miti di Hollywood
lavorano spalla a spalla: «Tra noi grande feeling»,
raccontano. Cronaca di un set straordinario.
La sanno lunga. Lo si legge nei loro occhi quando
scendono, sornioni, rilassati, circondati da un’aura
impenetrabile, dall’auto che li porta sul set di Sfida
senza regole. Righteous Kill (in uscita in Italia il 26
settembre). Lo si legge negli occhi dello staff; del
regista Jon Avnet, perfino nello sguardo devoto e
remissivo del terribile Curtis Jackson, alias 50
Cent, il rapper che ogni tanto si dedica al cinema e
se, sul suo palco, è una tigre feroce, qui è un agnellino che prende appunti e racconta disarmante:
«Anche quando non devo girare vengo sul set per
imparare guardandoli lavorare».
Al Pacino e De Niro - una coppia che vale da sola
una buona fetta della storia del cinema americano arrivano come carismatici principi nel parco di
Bridgeport, amena cittadina del Connecticut dove
si girano le parti non newyorchesi del newyorchisissimo film che racconta di due veterani poliziotti
della Grande Mela che, a un passo dalla pensione,
vengono richiamati da un brutale e singolare omicidio (firmato con alcuni esplicativi versi poetici)
che richiama la precisa eventualità che si tratti di
un serial killer.
In mattinata c’è stato un piccolo incendio nell’ufficio postale dove dovevano girare una scena, ma nel
cinema non si può perdere una giornata e allora la
troupe si è mobilitata in fretta e furia per allestire il
set nel parco dove bisogna girare la scena di una
partita di baseball. De Niro, malgrado l’età, si but72
uccellini che cinguettano, un piccolo lago da una
parte che ispira bucoliche riflessioni. In questa calma olimpica, singolare in una lavorazione cinematografica, le voci dei due attori risaltano con impressionante chiarezza. La tentazione di rinverdire
con due superstar alcune delle loro più famose battute è forte, ma bisogna trattenersi. Del resto, anche
tutti quelli che lavorano qui si trasformano in fan,
automaticamente. Il rapporto professionale scivola
fatalmente nell’idolatria, a cominciare dal regista.
«Quando li vedo recitare» confessa Avnet «mi verrebbe da dire: ancora, non smettete».
Curtis Jackson, nome d’arte 50 Cent, è ancora più
esplicito e dice qualcosa di davvero inimmaginabile: «Prima di cominciare a lavorare ci siamo incontrati per la lettura del copione. Volevano essere
sicuri che non fossi un disastro. Be’, devo dire che
sotto il tavolo avevo le gambe che mi tremavano.
Poi ho imparato a rilassarmi ed è andata bene». Di
lui, ora, dicono: «È formidabile». E il regista lo
descrive molto lontano dal cliché del rapper: un
bravo attore, disciplinato e attento.
E poi ci sono loro due, i giganti, i monumenti
viventi. Quando parlano si ha sempre l’impressione
che a parlare sia uno dei loro personaggi. Sono talmente incastonati nei loro ruoli celebri, che la loro
presenza fisica, per non dire la normalità di una
conversazione fuori dal set, mantiene sempre qualcosa di irreale. A un certo punto scherzano tra di
loro sugli inizi della carriera. Ricordano Il padrino
dove recitavano in diverse fasi della saga dei
Corleone: «Io sono tuo padre» dice solenne De
Niro a Pacino, che ammette sorridendo. E a ricordare Il padrino si cade di nuovo nella tentazione.
Potrebbero, per cortesia, recitarci un pezzetto del
film? Tutti lo pensano, nessuno ha il coraggio di
chiederlo, ma quando entrano nella limousine nera
che deve riportarli sul set, sembra che Corleone
padre e Corleone figlio si siano incontrati una volta
ancora, e che finalmente possano dirsi tutto quello
che non fecero in tempo a dirsi allora.
Corriere della Sera Magazine - Claudio Carabba
- 9/10/2008
Hollywood non è un paese per vecchi; quando arrivi sulla sessantina, i produttori ti usano poco e i critici ti stroncano. Fra le stelle cadenti, sta risalendo
Meryl Streep (classe 1958) che cantando e ballando
in “ Mamma mia!” spera di risentire il profumo dell’Oscar. Solo schiaffi sono invece volati per la coppia De Niro-Pacino (duri anni 40) che girano per le
strade di New York a caccia di un serial-killer giustiziere. Conoscono le regole per sopravvivere:
molti rispettano il distintivo, tutti la pistola. Così
loro sparano spesso (e volentieri) contro i criminali. Qualcuno esagera. Una video-confessione sembra chiarire le cose; ma nella giungla d’asfalto le
sorprese non mancano mai. Sarà per i colpi dì scena, sarà che Bob e Al sono il simbolo dei cattivi ragazzi della mia generazione, ma io mi sono parecchio divertito.
Il Corriere della Sera - Maurizio Porro 3/10/2008
Al Pacino, più metodico, e Robert De Niro, più sregolato, alla fine insieme nella classica strana coppia
di poliziotti che combattono il peggio sociale della
rotta Brooklyn-Queens, i serial killer, i pervertiti, i
sadici. Tra ricordi di Siegel, Callaghan, di Taxi driver, di Seven e giustizieri notturni, con puntata finale alla roulette della coscienza freudiana, il film
amorfo di Jon Avnet (non si crede sceneggiato dallo stesso Russell Gewirtz di Inside man!) è inesorabilmente insapore e sembra di averlo già visto molte volte. Fra ottimi comprimari, qualche battuta alla Woody Allen che ha sbagliato film, anche le due
star sono gigione e manierate come avete sempre
sospettato, ma bisogna giudicarli come un pezzo di
recherche del cinema. E’ uno di quei film in cui una
volta si sarebbe avvertito di non rivelare l’ ultimo
quarto d’ ora. Chi indovina al primo tempo, non è
impossibile, soffre.
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GIÙ AL NORD
26-27 febbraio 2009
Regia: Dany Boon
Sceneggiatura: Dany Boon, Alexandre Charlot, Franck
Magnier
Attori: Kad Merad, Dany Boon, Zoé Felix, Lorenzo
Ausilia-Foret, Anne Marivin, Philippe Duquesne, Guy
Lecluyse, Line Renaud, Alexandre Carrière, Patrick
Bosso, Zinedine Soualem, Michel Galabru, Stéphane
Freiss, Jérôme Commandeur, Fred Personne
Fotografia: Pierre Aïm
Montaggio: Luc Barnier
Musiche: Philippe Rombi
Produzione: Pathe Renn, Hirsch, Tf1 Films, Les
Productions Du Chicon
Distribuzione: Medusa Film
Paese: Francia 2008
Genere: Commedia
Durata: 106 Min
Soggetto
Philippe Abrams, un responsabile dell’ufficio postale di
Salon-de-Provence, una adorabile cittadina del sud della
Francia, cerca di ottenere a tutti i costi un trasferimento, in
una città sulla costa, per andare incontro alla moglie che
sta attraversando un periodo di depressione. Purtroppo per
lui, ottiene sì il trasferimento, ma in una città sulla costa
del nord della Francia, dove gli abitanti, per la maggior
parte rozzi agricoltori, parlano un dialetto incomprensibile e passano le giornate ad ubriacarsi...
Valutazione
Divertente, intelligente, acuto e autoironico, “Giù al
Nord” riesce nell’impresa di meritarsi un applauso anche
fuori dai confini nazionali, anche se tradotto in un’altra
lingua, perdendo così il 50% della sua stessa ragione di
vivere, visto che la metà delle gag sono costruite proprio
sul folle ed incomprensibile dialetto dello Ch’tis ( tradotto in una sorta di ciociaro maccheronico in Italia ). Ma lo
script di Dany Boon, sceneggiatore, regista e co-protagonista del film, è un concentrato di battute e di situazioni
comiche che vanno addirittura oltre questo non piccolo
‘problema’ traduttivo.Gli stessi francesi conoscono poco
la regione del Nord-Pas e tra gli stessi transalpini i pregiudizi e i clichè abbondano nei confronti di questa zona
così fredda e misteriosa. L’aspetto umano, la cultura, l’umanità degli abitanti che la vivono, il loro senso di accoglienza, la loro voglia di condivisione, il loro calore e la
loro generosità vengono portati in sala attraverso uno
script che è un concentrato di battute e ad una serie di atto-
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ri che sono delle vere e proprie maschere viventi. Non c’è
cosa più bella al mondo del ricredersi su alcuni pregiudizi
o del riuscire a smentire e smascherare alcuni stupidi clichè, come fa con elegante satira questo film ( titolo originale Bienvenue chez les Ch’tis ) vero e proprio gioiellino
di Francia.
futuro prodotti così nelle sale, che piacciano al pubblico
senza mai scadere nel becero come troppo spesso purtroppo accade.
La repubblica.it - Bernardo Valli - 10/4/2008)
Secondo un vecchio luogo comune, attribuito a Jean
Cocteau, i francesi sarebbero degli italiani imbronciati.
Quindi gli italiani sarebbero dei francesi che ridono. Se
era vero non lo è più. Da alcune settimane la situazione si
è rovesciata. I cisalpini sono immusoniti e i transalpini si
sganasciano dalle risa. Non è questo il posto per elencare
le tribolazioni all’origine del nostro malumore nazionale.
È più facile spiegare l’ilarità francese. La molla che l’ha
fatta scattare, travolgendo il luogo comune, è uno spettacolo, un film a basso costo, non un grande film, un film
semplice, anzi sempliciotto, senza la minima traccia di
morbosità, limpido come l’acqua di un ruscello di montagna che non esiste più.
No sesso, no politica, no astio sociale, no violenza, no
linguaggio triviale, no trame enigmatiche. Cosa fa allora
non solo ridere ma anche appassionare un intero paese?
Cosa ha attirato in qualche settimana quasi diciotto (presto venti) milioni di spettatori nei cinema dispersi tra il
Mediterraneo e l’Atlantico? Vale a dire più di un francese su tre, se si tiene conto dei vecchi disabili, dei malati
e dei neonati? Ebbene, la grande attrazione sono tutti
quei “no” che fanno di Bienvenue chez les Ch’tis uno
dei film più visti nella storia cinematografica di Francia,
e probabilmente d’Europa. Ed anche uno dei più redditizi. Per questo, più che per le sue qualità, sarà ricordato.
Più che di una corsa a uno spettacolo di successo, parlerei di una ubriacatura nazionale, di una sbronza collettiva con un vino genuino, senza le sofisticazioni di un
grand cru, mettiamo con un beaujolais nouveau (sul tipo
di un lambrusco “fermo”). Un film in cui la fiction è
usata per immaginare non un intrigo, non un delitto, non
una delle tante barbare vicende della storia o del presente, ma un angolo di Francia dal cuore d’oro, tenero come
quello di un agnello, in cui prevale la gentilezza, la solidarietà e i malintesi vengono subito affogati nell’alcool,
i cui effetti sono sempre salutari, perché fanno crescere il
coro delle risate. Il buonumore. Pensate! In quell’angolo
di Francia dimenticato dal sole i postini vuotano un bicchiere di vino ad ogni lettera consegnata a domicilio.
Altrimenti la gente se ne ha a male. La folla si accalca
nelle sale per crogiolarsi nella nostalgia. Sognano: quella era forse una volta la Francia; quella è comunque la
Francia che vorremmo. E non è una nostalgia lacrimosa.
È un allegro languore. Radio France Inter ha annunciato
che nel Nord, terra degli Ch’tis, c’è chi ha visto il film
diciassette volte. Il comico Dany Boon, regista e interprete principale, ha preparato bene la trappola. Ha capito
più dei politici quali sono le riforme che vuole la gente.
E le ha messe sullo schermo, elencandole con una calligrafia esemplare, castigata, arrotondata, senza troppi
svolazzi. Le maestre elementari un tempo scrivevano
così sulla lavagna. Appena si spengono le luci, gli spettatori precipitano in un mondo dove non ci sono più guer-
Eco Del Cinema - Ivana Faranda
Nell’ambito delle anteprime del Printemps du Cinema
Francais approda a Roma il film francese più visto in
Oltralpe, battendo il record detenuto nel lontano 1966 da
“ Tre uomini in fuga”. “Bienvenue chez les Ch’tis” di
Dany Boon sembra destinato a superare anche i venti
milioni di spettatori del “Titanic” del 1998. In un film
napoletano si diceva che “si è sempre meridionali di qualcuno”, per la Francia è esattamente il contrario. Il nord
del nord non gode di una buona fama. Fa un freddo tremendo e si dice essere popolato da gente zotica e sempliciotta. Per di più si parla con un accento tremendo, lo
“cheutimi”. E’ proprio in questo inferno che il direttore
della posta Philippe viene trasferito per punizione, dopo
aver finto di essere handicappato per andare nell’ambita
Costa Azzurra. Appena arrivato il nostro eroe sembra
sprofondare nella disperazione, ma la vita riserva a volte
strane sorprese. Il posto è invece incredibilmente piacevole e la gente è generosa e accogliente. Alla moglie
rimasta nel “bel sud” che non riesce a credere a tutto questo, il povero travet dovrà mentire. Dice un adagio del
nord che lo straniero che arriva lì piange due volte, quando arriva e quando va via. E’ quello che succederà al protagonista e alla sua famiglia che riscoprirà i valori veri
della vita. Non i compromessi, la ricchezza e il successo
ma i buoni sentimenti di una volta, troppo spesso dimenticati. Una piccola storia per un grande film che fa ridere
sui cliché e che ha in primo piano lo stravagante idioma
chitimi. Infatti, il titolo viene dal dialetto piccardo di
“C’est toi” che nel Nord –pas-de- Calais diventa per l’appunto ch’tis. La lingua in questione non è facilmente
comprensibile dai non francofoni, infatti, il film è stato
sottotitolato in un italiano che può ricordare lo sgraziato
bergamasco. Eppure nonostante ciò, il messaggio arriva
forte e chiaro anche a chi non ha una gran padronanza del
francese. Popolare eppure mai volgare, il lungometraggio
fa dimenticare agli spettatori per un paio d’ore i problemi
del mondo; una salutare boccata d’aria pura. Prodotto
fruibile per tutti, è già uscito a Londra ed è pronto conquistare il mercato americano. Il regista nonché protagonista Dany Boon, nell’incontro seguito alla proiezione,
lui stesso d‘origine “chitimi” è stato accolto come una
star dal pubblico in sala. Ha spiegato che il successo del
suo lavoro deriva dal fatto che i francesi si sono ritrovati
nei valori della gente semplice del nord. Si rinnova con
quest’opera la tradizione del cinema d’oltralpe degli anni
50 e finalmente è segnato un punto a favore nei confronti dello strapotere Usa. Piacerebbe pure a noi italiani che
al nord fossero così simpatici e carini come i protagonisti
della pellicola. Allo stesso modo vorremmo vedere in
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re tra civiltà, né terrorismo, né Internet, né il fiume quotidiano di numeri illustranti i guai dell’economia mondiale, né la polemica politica, né l’aumento degli affitti,
né gli arrapamenti erotici, né... né... né... tutto quello che
ammobilia la vita d’ogni giorno. È curioso, no? Per elencare le qualità basta elencare quello che non c’è. È come
sprofondare nel vuoto: in un baratro di serenità.
Un’opera semplice diventa rara quando la sua semplicità
è autentica. È il caso, rarissimo, di Bienvenue chez les
Ch’tis. Per cui adesso rimpiango di avere poc’anzi definito “sempliciotto” il film. Ma lascio l’aggettivo. Mi
rifiuto di cancellarlo. Resterà così a ricordare la mia
ignominia. Ecco la storia. Un italiano deve fare una svolta mentale di novanta gradi.
Infatti (stando al film) in Francia i meridionali guardano
più o meno il Nord come i settentrionali in Italia guardano il Sud. Anzi, peggio, perché i benedetti dal sole si guardano bene dal passare le vacanze nel grigiore del Nord.
Un Nord inospitale, dove regna un freddo polare. È il triste mondo delle miniere raccontato da Emile Zola in
Germinal, che ha fatto piangere più di due generazioni.
Dany Boon ha raccontato quel freddo Nord di Zola come
Marcel Pagnol raccontava il caldo, colorito Sud, il Midi,
attraverso i suoi personaggi Marius e Fanny. Un’idea
geniale e redditizia.
Philippe Abrams (l’attore Kad Merad), direttore di un
ufficio postale a Salon-de-Provence, cerca di farsi trasferire in una località ancor più vicina alla costa mediterranea. Finge persino di essere disabile per usufruire dei vantaggi accordati agli handicappati. Scoperto l’inganno
viene mandato per punizione nel Nord-Pas-de-Calais,
vicino a Dunkerque. La moglie (l’attrice Zoé Felix) si
guarda bene dal seguirlo. Inorridisce alla semplice idea di
vivere in una provincia dove, oltre al clima inclemente, si
parla un idioma incomprensibile. Vi prevale infatti la cultura “ch’timie” (vale a dire piccarda) e gli abitanti si
esprimono in “ch’ti”, che, più di una lingua o dialetto, è
un modo particolare di pronunciare il francese. A un italiano ricorda il bergamasco, sebbene sia meno gutturale.
Ascoltandolo, meglio scoprendolo, i francesi ridono a crepapelle. Anch’io ho riso per contagio. Comunque, invece
del freddo polare e di una popolazione inospitale, il funzionario delle poste in esilio trova una terra cordiale, allegra, solidale, accogliente. Dove non esiste tutto quello che
angoscia il resto del mondo. Adesso le agenzie di viaggi
organizzano in tutta la Francia soggiorni nel paese degli
“ch’tis”.
provando a sostituire lo Chtimi, dialetto della Picardia,
regione al nord della Francia, con il sassone, il milanese,
il siciliano o l’asturiano spagnolo, e immaginare se riusciranno ad immettersi nel mercati nazionali.In poco tempo,
Bienvenue chez les Ch’tis (Benvenuti a casa degli Ch’tis,
coloro che parlano lo Chitimi, ndr) è diventato uno dei
film più visti dal 1945.
Già venti milioni di spettatori sono andati a vedere la
commedia su questa lingua del nord della Francia. Ha
fatto cadere dal podio film come Tre uomini in fuga (con
Louis de Funès, diciassette milioni di spettatori nel 1966)
e, se si aggiungeranno un altro mezzo milione di spettatori, cadrà anche Titanic, ad oggi il film più visto in Francia.
Il progetto del comico francese Dany Boon – che è attore
e regista – disponeva di un budget ridicolo, solo 11 milioni di euro quando, ad esempio, un film come Asterix ne è
costati cento.
E la storia? Kad Mera, nel ruolo del direttore di un ufficio
postale del sud della Francia, vorrebbe essere trasferito in
Costa Azzurra. Si ritrova, invece, relegato a Bergues, paesino del Nord-Passo di Calais, dove si parla, appunto, il
dialetto chtimi.
Nord e sud – due emisferi pieni di pregiudizi – si scontrano, provocando un vero e proprio shock culturale. Poiché
al nord, come dice il personaggio di Dany Boom nel film,
«si piange due volte, all’arrivo e alla partenza».Il successo di Bienvenue chez les Ch’tis dovrebbe sbarcare in
Europa. Ma il sassone o il palermitano possono pretendere di andare d’accordo con la mimica degli Cht’ti? Si può
far passare Bergues, vicino a Dunkerque, dove è stato
girato il film, per uno dei tanti paesini della Sassonia?
Perché no, Dany Boon non è poi così conosciuto all’estero, e non è così caratterizzato da poterlo identificare con
una nazionalità, una voce o un dialetto.
L’architettura in laterizio del nord della Francia si può
ritrovare anche in altre terre, e le Poste sono un po’ ovunque, anche se non sempre gialle.
Per quanto riguarda le differenze regionali, funzionano
bene ovunque: le ritroviamo in Italia, Spagna o Germania.
Tra la Baviera e la Sassonia, tra l’Andalusia e la
Catalogna, tra la Lombardia e la Campania ci sono differenze – e conflitti – enormi.Ma oggi, al tempo dell’integrazione europea, su cosa si basa il successo di questo
ritorno cinematografico ai valori tradizionali e ai dialetti
regionali? Che la globalizzazione interagisca in modo crescente con la regionalizzazione, lo sapevamo già. Più si
può viaggiare, investire, comprare solo con un click, più
le persone cercano un approdo sicuro nel loro ambiente,
nella loro lingua e identità.
Non riusciamo ancora a pensare europeo? L’Ue ha scelto
questo motto «uniti nella molteplicità»: ogni nazione ha
una propria pluralità da mostrare con orgoglio, che vale la
pena preservare e che – grazie alle sovvenzioni europee a
sostegno delle diversità linguistiche – è ancora più marcata di prima.
Sentirsi bavaresi o britannici, ma “europei”, è forse l’unica possibilità per unire l’integrazione regionale a quella
europea.
Traduzione di Federica Campoli per CaffèBabel.com
La stampa francese è senza parole: finalmente un film che
ricorda il successo cinematografico di campioni d’incassi
come Le Père Noel est une ordure (1982) o Les Bronzés
font du ski(1979), due commedie francesi il cui successo
è paragonabile al nostro Amici miei. Bienvenue chez les
Ch’tis, la commedia del comico Dany Boon, uscita il 27
febbraio, ancora dopo settimane continua a far parlare di
sé e ad attirare il pubblico francese.
Ora ci si domanda se la pellicola sia diffondibile o meno,
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IL CACCIATORE DI AQUILONI
5-6 marzo 2009
Regia: Marc Forster
Interpreti: Khalid Abdalla (Amir), Homayon Ershadi
(Baba), Shaun Toub (Rahim Kahn), Atossa Leoni
(Soraya), Saïd Taghmaoui (Farid), Zekeria Ebrahimi
(Amir bambino), Ali Danesh Bakhtyari (Sohrab), Ahmad
Khan Mahmidzada (Hassan bambino), Nabi Tanha (Ali),
Elham Ehsas (Assef giovane), Bahram Ehsas (Wali),
Maimoona Ghizal (Jamila), Abdul Qadir Farookh
(Generale Taher), Abdul Salam Yusoufzai (Assef), Tamim
Nawabi (Kamal)
Genere: Drammatico
Origine: Stati Uniti d’America
Stagione: 2007/2008
Soggetto: Khaled Hosseini (romanzo)
Sceneggiatura: David Benioff
Fotografia: Roberto Schaefer
Musica: Alberto Iglesias
Montaggio: Matt Chesse
Durata: 131’
Produzione: Macdonald/Parkes Productions, Neal Street
Productions, Participant Productions, Sidney Kimmel
Entertainment, Wonderland Films
Distribuzione: Filmauro (2008)
Soggetto
Amir, figlio di uno degli uomini pashtun più influenti di Kabul, assiste di nascosto allo stupro di Hassan,
suo giovane compagno di giochi. Quando le truppe
sovietiche invadono il suo Paese, Amir fugge negli
Stati Uniti con il padre Baba, ma resta con il senso di
colpa per non essere intervenuto. In America Amir
cresce, si diploma, sposa Soraya, pubblica il suo
primo libro. Un giorno a San Francisco, al telefono,
Rahim Khan, vecchio amico di Baba, lo prega di
rientare a Kabul: Sohrab, figlio di Hassan, ha bisogno
di aiuto.
Valutazione
Di saldo e severo impegno la sceneggiatura. Fedele al
testo, ma con intelligenza, ne espone le tappe salienti con felice essenzialità, badando soprattutto ad
esprimerne più il senso e i climi che non lo schema
libresco. Con un finale, forse più ottimistico di come
l’autore letterario lo avesse visto, ma comunque con
accenti di un lirismo asciutto che finiscono persino
per commuovere. Pur evitando il patetismo.
La regia ha fatto il resto. Agli inizi con un disegno
affabile e disteso per rappresentarci l’infanzia felice
del piccolo protagonista in una Kabul ricca e serena,
con un padre affettuoso e un amico della sua stessa
età che gli è devoto con dedizione assoluta. poi, di
seguito, con cenni rapidi, ha disegnato la cattiva azio77
ne commessa dal primo ai danni del secondo, travolgendo tutti, con ansioso rigore, nella desolazione dell’occupazione sovietica: con la fuga, l’espatrio, una
nuova vita in California, sempre nell’inconscio, con
il ricordo di quella cattiva azione. Fino al momento in
cui giungerà l’ora, drammatica per ripararla alla luce
anche di una rivelazione inattesa.
Tensioni, angosce, pagine terribili al momento dei
sovietici, ma anche più terribili, e atroci, quando quel
ritorno ‘a casa’ opporrà il protagonista adulto all’orrore dei talebani (lacerante la sequenza della lapidazione dell’adultera...). Uno stile rapido ma anche prezioso, cifre visive sempre di sapiente intensità. Al
centro, degli interpreti, professionisti e no, di solida
efficacia. E coinvolgenti; specie i bambini.(Gianluigi
Rondi)
ni di copie (di cui una rispettabile percentuale in
Italia nelle edizioni Piemme). L’interesse di libro e
film sta nel riassumere 25 anni di storia che hanno
visto nel ‘79 l’invasione sovietica dell’Afghanistan,
la decennale guerriglia che seguì, la lotta fratricida
dopo il ritiro russo nel 1989 e la crudele dittatura dei
Talebani nel ‘96 per metter fine alla quale si sono
mobilitate le forze dell’ONU. Amir fa pensare al
‘Lord Jim’ di Conrad, colui che sconta per tutta la
vita le conseguenze di un gesto di viltà. Fin da piccolo il protagonista ha avuto come compagno nelle gare
degli aquiloni e in altri giochi il coetaneo Hassan servitore in casa sua: un ragazzino analfabeta, devoto e
avido di sapere. Un brutto giorno Amir, senza trovare il coraggio di intervenire, assiste all’ignobile violenza di tre bulli sunniti sul suo amichetto, colpevole
solo di essere sciita. Da quel momento il padroncino
avverte la presenza di Hassan come un rimorso, e per
liberarsene lo accusa di avergli rubato l’orologio. Il
padre di Amir, l’agiato vedovo Baba, vede andar via
il piccolo cameriere con un dispiacere profondo di
cui capiremo più tardi il motivo. Arrivano i carri
armati russi e bisogna fuggire da Kabul: dopo un
viaggio fortunoso, ritroviamo Baba e Amir rifugiati
nel seno di una comunità afghana in California. Nel
tempo trascorso, guadagnandosi il pane con umili
impieghi, Baba è riuscito a far laureare il figliolo. Lo
scopriamo sposato con la bella Soraya quando è
appena arrivato il pacco con le copie del suo primo
romanzo. Ma la telefonata di un vecchio amico di
famiglia rifugiato in Pakistan invoca e quasi pretende
l’immediata presenza di Amir. A Peshawar, il protagonista apprende che Hassan e sua moglie sono stati
trucidati dai Talebani, i quali hanno rapito l’orfanello
Sohrab. Amir si chiede perché spetta proprio a lui
tentare di salvarlo, ma pronta arriva la risposta:
Hassan era un figlio naturale di Baba, quindi Sohrab
è un nipote. Non resta che affrontare i rischi di una
trasferta clandestina, con tanto di barba posticcia, fra
le rovine e gli orrori di un Paese che non è più il paradiso degli aquiloni. Se penetrare in Afghanistan non
è facile, uscirne sarà peggio. Tra rivelazioni e colpi di
scena, il racconto parallelo di libro e film procede
con colpi di scena alla Victor Hugo. Sorprese, agnizioni, brutalità: non manca niente. Neppure la configurazione postuma dell’antico rapporto fra Amir e
Hassan come quello fra Caino e Abele. Un pregio di
“Il cacciatore di aquiloni” è di raccontare dal di dentro un contesto che per noi spettatori del TG è solo un
surreale teatro di sparatorie e massacri.
L’ambientazione della pellicola, girata nella Cina
interna, risulta plausibile, i paesaggi sono suggestivi
e nell’allestimento non si è guardato a spese. Qualche
sequenza particolarmente riuscita rimane impressa:
Il Messaggero - Francesco Alò - 28/03/2008
Un telefono squilla nella California del 2000. ‘Si può
tornare a essere buoni’ dice una voce dal passato. Per
farlo Amir, scrittore di successo, deve tornare nel suo
Afghanistan dove 22 anni prima correva per le strade
di Kabul con l’amico Hassan inseguendo un aquilone
colorato. La differenza di etnia non li divise. Il coraggio sì. Quando Hassan, servo di etnia hazara, viene
malmenato e violentato da un gruppetto di imberbi
fondamentalisti, il nobile pashtun Amir fugge
vigliaccamente. Perderà innocenza e patria, rifugiandosi negli Usa dopo l’invasione sovietica del ‘79. Il
ritorno in Afghanistan sarà doloroso e catartico.
Troverà ad aspettarlo fantasmi vestiti da talebani. “Il
cacciatore di aquiloni” dell’eclettico Marc Forster
(dal drammone “Monster’s Ball” al biografico leccato “Neverland” fino al prossimo 007), tratto dal bestseller di Khaled Hosseini, è un adattamento molto
corretto, abitato da facce giuste (i bambini sono entusiasmanti) e sapientemente montato tra passato e presente. In alcuni momenti (le esecuzioni talebane)
restituisce l’immane potenza della storia cartacea. In
altri (la banalizzazione del papà di Amir) i tanti fan
del romanzo storceranno il naso. Forse erano necessarie 3 ore. Comunque un’opera che vola alto senza
cadere mai.
Il Corriere della Sera - Tullio Kezich - 28/03/2008
Nel cinema vige la regola per cui quando si ricava un
film da un romanzo immensamente popolare (l’esempio classico è “Via col vento”) per non deludere i
lettori bisogna restargli fedele il più possibile. Così
hanno fatto i produttori di “Il cacciatore di aquiloni”,
scritto da un oriundo afghano emigrato politico in
USA, il medico Khaled Hosseini, che nel 2003 pubblicò ‘The Kite Runner’ arrivando a vendere 8 milio78
da una parte il pittoresco matrimonio di rito afghano,
dall’altra l’atroce lapidazione di due adulteri durante
una partita di calcio a Kabul. Pur di varia provenienza etnica gli interpreti sono adeguati, ma fra tutti
spicca Homayoun Ershadi (Baba), che viene da “Il
sapore della ciliegia” di Kiarostami. Poco convincente nelle vicissitudini rocambolesche dell’ultimo quarto d’ora, questa diligente trascrizione letteraria di
Marc Foster (un regista che ai tempi di “Monster’s
Ball” sembrava avviato a migliori destini) avrebbe
guadagnato da un uso più parsimonioso della musica
invadente di Alberto Iglesias.
nel cielo di Kabul, quando ancora gli abitanti sperimentavano la dolcezza del vivere. Si vincono tagliando il filo degli aquiloni concorrenti: ancora non
abbiamo capito come si fa, neanche guardando le
molte scene aeree - e computerizzate - del film di
Mark Forster. Per ricuperare i caduti entra in scena il
cacciatore, che capisce dove tira il vento e dove l’aquilone atterrerà senza bisogno di guardare il cielo.
Di etnia hazara (‘viso tondo come una bambola cinese e occhi a mandorla’, scrive Khaled Hosseini nel
libro) si chiama Hassan e fa le gare in coppia con
Amir, che invece è pashtun come suo padre Baba,
molto preoccupato perché il figliolo - e futuro scrittore - preferisce le storie alle risse. Il regista Mark
Forster (“Monster Ball”, “Neverland”) e lo sceneggiatore David Benioff (“Troy”, “La 25ª ora”) hanno
rispettato il romanzo, evitato la voce fuori campo del
narratore, compresso il ricco materiale in un intervallo di tempo ragionevole, fatto qualche taglio, ai personaggi e alle loro biografie (tralasciando, per esempio, che il cattivo è figlio di madre tedesca e neonazi
di ideologia). Ogni scena dura comunque un po’ più
di quel che dovrebbe durare, al netto delle complicanze. Tra i meriti condivisi da libro e film, c’è una
visione non buonista dell’infanzia, e una visione
molto realistica dell’Afghanistan talebano, con pubbliche lapidazioni di adultere in burka. Va da sé che
da quelle parti “Il cacciatore di aquiloni” è vietato, e
la produzione ha fatto emigrare i due giovani e bravi
attori negli Stati Uniti per non esporli a rappresaglie.
La Stampa - Alessandra Levantesi - 28/03/2008
Una chiamata da Peshawar sprofonda nei ricordi il
giovane scrittore afghano Amir, fuggito in America
all’arrivo dei russi, ed è nella Kabul del ‘75 che si
avvia in flashback la vicenda di “Il cacciatore di aquiloni”. Raccontando il rapporto che lega l’allora dodicenne protagonista a Hassan, figlio di un servitore e
suo inseparabile compagno di giochi: un vincolo fraterno sul quale però si riverberano le ambiguità di
Amir e le ribollenti contraddizioni (Hassan appartiene all’etnia hazara disprezzata dalla maggioranza
pashthun) di un paese dove i fanatici già si fanno sentire.
Diretto da Marc Forster in spirito di fedeltà al bestseller di Khaled Hosseim (Piemme), il film rievoca
con sensibilità i giorni (quasi) spensierati di un’amicizia infantile traumaticamente spezzata. E se l’avventuroso rientro in patria, che riscatta Amir adulto
delle colpe passate, non è altrettanto convincente,
restano forti la bella immagine paterna incarnata da
Homayoun Ershadi; e lo svolazzare libero e colorato
degli aquiloni in gara sui tetti di una suggestiva
Kabul (ritagliata in Cina), com’era prima dell’invasione sovietica, dell’avvento dei talebani e dell’attuale caos.
Il Foglio - Mariarosa Mancuso - 29/03/2008
Non si vendono 8 milioni di copie nel mondo (2 soltanto in Italia, patria dei non lettori, la proporzione è
interessante e andrebbe indagata) senza qualcosa di
forte che scateni il passaparola. ‘Il cacciatore di aquiloni’ aveva tutto e anche di più: un’amicizia infantile
avvelenata dalla gelosia, il senso di colpa e l’espiazione, il destino che si allea con la storia per far più
danni, il figlio del servo e il figlio del padrone, l’ambientazione afgana (in due tempi: prima dell’invasione sovietica e sotto i talebani, con tappa nella
California degli emigrati), le etnie rivali, la fedeltà e
la codardia, un intreccio romanzesco da non svelare a
chi non ha ancora letto il libro o vedrà il film, un incipit a presa rapida: ‘Sono diventato la persona che
sono ora a dodici anni’. Su tutto, le gare di aquiloni
Il Giornale di Brescia - Marco Bertoldi 30/03/2008
C’erano una volta gli aquiloni che volavano nel cielo
sopra Kabul con i bambini che gareggiavano a fare
andare più in alto il loro e a tagliare il sottile filo di
quelli avversari. Poi però hanno smesso di librarsi
nell’azzurro: sono arrivati gli invasori russi cacciati i
quali è iniziata una guerriglia fratricida che ha portato al potere i Talebani con il loro integralismo religioso che ha fatto calare sul Paese una plumbea cortina di divieti e paura.A questa la splendida metafora
alla radice de ‘Il cacciatore di aquiloni’, romanzo del
medico afgano esule negli Usa Khaled Hosseini divenuto, grazie anche al passaparola dei lettori, un best
seller internazionale e in Italia pubblicato da
Piemme. Un trionfo che ha indotto a farne un film firmato dal regista Marc Foster (“Monster’s ball”,
“Neverland”, “Vero come la finzione”; ora al lavoro
per il nuovo 007 ambientato anche sul Garda) e girata in Cina, nelle zone al confine con l’Afghanistan.
L’abilità di Hosseini è narrare una vicenda tragica e
crudele, non priva nemmeno di raccapriccio, di vite
rovinate o addirittura spezzate sullo sfondo di 25 anni
79
di storia recente del Paese senza calcare troppo le
tinte fosche, arrivando al cuore del lettore, che commuove e fa insieme riflettere.
Si parte nel 1978 con i bambini Hassan e Amir
(eccellenti in una prima parte dalle reminiscenze neorealiste i piccoli interpreti Zekeria Ebrahimi e Ahmad
Khan Mahmidzada, che hanno rischiato di incorrere
nelle ire talebane per la scena scabrosa), il primo
figlio di Baba, un ricco commerciante pashtun, e l’altro del servo di etnia inferiore hazara. Amir, analfabeta, è legatissimo ad Hassan e lo aiuta nelle gare di
aquiloni mostrando pure un talento formidabile nel
trovare quelli persi in cielo, ma una volta che si trova
nei guai a causa di un ricco bullo che lo picchia e lo
sodomizza, viene tradito da Hassan che per viltà vede
e fugge.
Il peso della colpa porta addirittura Hassan non solo
a ignorare Amir, ma addirittura ad accusarlo falsamente di furto e, anche se il padre Baba non vorrebbe (si saprà verso la fine il perché), a lasciare la casa.
Poi è l’invasione sovietica, la fuga negli Usa con
Baba, le nozze con un’altra esule e l’inizio della carriera di scrittore di Hassan. Che viene però invitato
da un amico del genitore a tornare in patria per salvare il figlio di Amir, ucciso dai talebani assieme alla
moglie. E sarà un viaggio pieno di rischi nel dolore,
ma anche nel riscatto personale...
Il film è girato con molta cura, attori in stato di grazia (splendido il Baba di Homayon Ershadi), ben
fotografato e, a parte le semplificazioni narrative in
eccesso del finale (la facilità della fuga e dell’introdurre un bimbo negli Usa, il silenzio sulle armi fornite dagli Usa ai Talebani...), vuole essere il più possibile fedele al romanzo per non deludere i molti lettori. Cosa che involontariamente però fa: ne coglie la
lettera, non però lo spirito, si limita a mostrare senza
indirizzare l’attenzione sicché slava l’intensità delle
emozioni e dei sentimenti data dalla pagina, si lascia
vedere, ma non indigna né commuove come avrebbe
potuto - e dovuto fare.
Come si sa il film è tratto dal bestseller internazionale di Khaled Hosseini (edito in Italia da Piemme),
medico di origini afghane emigrato negli Stati Uniti.
La necessità di ricordare significa ripercorrere (e far
ripercorrere al lettore e allo spettatore) almeno venticinque anni di storia dell’Afghanistan, raccontata
(vissuta) dall’interno. Non sono le immagini di un
qualsiasi telegiornale quelle che vediamo sullo schermo: hanno una loro crudezza e una loro evidenza
tanto più forti quanto più sappiamo che sono comunque filtrate dal romanzesco e dal filmico. Ricordare
cos’era Kabul negli anni Settanta, per esempio: una
città colorata, vivace, cosmopolita; o forse solo semplicemente più libera. Una città dove volavano gli
aquiloni: punti colorati che si rincorrevano nel cielo
guidati dalle mani esperte dei ragazzi che si sfidavano a duelli infiniti: oggi i Talebani hanno proibito
anche quelli, dice sconsolato uno dei protagonisti.
Appassionati di aquiloni sono anche Amir e il suo
inseparabile amico Hassan. Amir è figlio di Baba
(l’attore Homayoun Ershadi, già visto nel film “Il
sapore della ciliegia” di Abbas Kiarostami), un facoltoso uomo d’affari di etnia pashtun, mentre Hassan è
il piccolo servitore di casa, analfabeta e appartenente
all’etnia hazara, considerata inferiore. Nonostante ciò
i due ragazzini sono inseparabili e vivono come se
fossero fratelli. Un brutto giorno, però, tre bulli del
quartiere che da tempo ronzavano intorno ai due
ragazzi trovano Hassan da solo e per punirlo lo violentano. Amir assiste nascosto alla scena senza avere
il coraggio di intervenire. Da quel momento in poi la
vista di Hassan è per lui fonte di sensi di colpa e
rimorso, per cui lo accusa di avergli rubato l’orologio
e lo fa scacciare dal padre. Il quale lo scaccia molto
malvolentieri e solo poi scopriremo il perché. Intanto
siamo arrivati alla fine degli anni Settanta e con l’invasione sovietica dell’Afghanistan Amir e suo padre
lasciano il paese, si rifugiano in Pakistan e poi negli
Stati Uniti. Dove il film peraltro inizia quasi dalla
fine della storia. Amir, che da sempre sogna di fare lo
scrittore, ha infatti finalmente pubblicato il suo primo
romanzo, ma proprio mentre apre le scatole con le
prime copie riceve una drammatica telefonata…
Bellissimo nella prima parte, quella che ricostruisce
la vecchia Kabul, di cui dicevamo, il film tocca diverse corde: da quella del ricordo di cui abbiamo detto a
quella del rimorso e del senso di colpa, dell’affetto tra
padre e figlio, dell’amore per la scrittura e per il proprio paese. Toccando anche il drammatico problema
del regime dei Talebani (agghiacciante la sequenza
della lapidazione di una coppia di adulteri), anche se
il film glissa sul passaggio dall’invasione sovietica al
nuovo regime. Ma forse toccando troppe corde non
riesce sempre a toccare quella giusta.
L’Eco di Bergamo - Andrea Frambrosi 29/03/2008
Quando, dopo una serie di vicissitudini degne di un
feuilletton ottocentesco, Amir riesce a rintracciare e
portare in salvo il piccolo Sohrab, il bambino gli confida di sentirsi a disagio perché si sta già dimenticando il volto dei genitori, barbaramente trucidati dai
Talebani. E Amir, donandogli una foto polaroid dove
sono ritratti il piccolo Sohrab e il padre, Hassan,
amico d’infanzia di Amir, lo esorta e lo aiuta a non
dimenticare. Ecco, forse il senso profondo di un film
che peraltro tocca corde molto profonde in diversi
campi, è proprio quello della necessità di ricordare.
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LA CLASSE - ENTRO LE MURA
12-13 marzo 2009
Regia: Laurent Cantet
Interpreti: François Bégaudeau, Nassim Amrabt, Laura
Baquela, Cherif Bounaïdja Rachedi, Juliette Demaille,
Dalla Doucoure, Arthur Fogel, Damien Gomes, Louise
Grinberg, Qifei Huang, Chien-wei Huang, Franck Keïta,
Henriette Kasaruhanda, Lucie Landrevie, Agame
Malembo-Emene
Genere:
Origine: Francia 2008
Stagione: 2007/2008
Sceneggiatura: Laurent Cantet, François Bégaudeau,
Robin Campillo
Fotografia: Pierre Milon, Catherine Pujol, Georgi
Lazarevski
Montaggio: Robin Campillo, Stéphanie Léger
Durata: 128’
Produzione: Haut et Court
Distribuzione: Mikado Film
Soggetto
L’inizio di un nuovo anno scolastico in una scuola di
un quartiere disagiato, riserverà a François, insegnante sui generis di francese una brutta sorpresa.
Nonostante i suoi metodi non siano per niente severi,
ma, al contrario il suo modo di porsi nei confronti
degli alunni è piuttosto malleabile, alcuni studenti
mettono in discussione il suo comportamento, mettendo in crisi il suo rigore professionale...
Valutazione
Il regista francese Laurent Cantet, autore, tra gli altri,
di Verso il sud, con “La classe” - Entre les murs - ci
porta “fra le mura”, cioè dentro una classe di un liceo.
Egli filma le sfide e le lotte quotidiane che avvengono in una qualsiasi classe di un qualsiasi liceo francese di periferia: multirazziale, “normale”, non elitario ma neppure estremo. Una scuola come tante. Una
scuola “normale”, se il termine ha un qualche significato.
Tra ribellioni, confronti verbali, piccoli drammi,
situazioni comiche, Entre les murs è un film sull’insegnamento e sull’essere studenti, un’opera più vera
del vero, che registra la quotidianità, le fatiche dell’insegnare lungo un intero anno scolastico.
Cantet riprende il quotidiano di quest’arena, con
leoni affamati e ansiosi di essere soddisfatti. Nella
giustificazione del sapere e di ogni regola.
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Il Corriere della Sera - Paolo Mereghetti 10/10/2008
A volte il miracolo succede. Ti siedi in platea e per
una volta ti sembra che lo schermo si trasformi davvero in una finestra che si apre sul mondo. Per una
volta senti aria pura che entra nel cinema e scompiglia i capelli, cancella le convenzioni e le abitudini.
Succede con La classe, il film di Laurent Cantet che
ha vinto l’ ultimo festival di Cannes riportando la
Palma d’ oro in Francia dopo ventun anni (strappandola a un altro film che procurava le stesse sensazioni, Gomorra di Matteo Garrone). E se ci ripensi, alla
fine, ti rendi conto che il merito non è né della storia
(un anno nella vita di un liceo francese di periferia,
che si conclude senza nemmeno sapere chi è stato
promosso o bocciato. Senza sapere chi ha vinto o ha
perso) né del fascino o della bellezza degli interpreti
(normalissimi studenti liceali trasformati in attori
grazie agli incontri settimanali con il regista: più o
meno dei «normali» corsi integrativi). No, alla fine il
merito è proprio del cinema, della sua capacità - a
volte - di cogliere attraverso la recitazione e la messa
in scena qualche briciola di realtà. Di verità. Di bellezza. All’origine c’ è il libro autobiografico di
François Bégaudeau Entre les murs (ora tradotto in
italiano col titolo La classe da Einaudi), che racconta
in forma molto libera e diaristica un anno di insegnamento nelle prime classi di un liceo del ventesimo
arrondissement, il collège Françoise Dolto di Parigi.
Un libro che ha avuto un certo successo in Francia e
che ha spinto l’ autore ha lasciare l’ insegnamento per
dedicarsi a tempo pieno alla scrittura e al giornalismo. Laurent Cantet è partito da qui, ma non si è
limitato a scegliere degli attori, o aspiranti tali, per
«dare forma» al testo letterario. Ha deciso di lavorare per un anno intero con i ragazzi che frequentavano
davvero quel liceo, invitando chi voleva recitare a
degli incontri settimanali. Con i 25 più assidui (e più
motivati) ha cominciato, insieme a Bégaudeau (che
nel film interpreta se stesso, il professore di lingua
francese), a tratteggiare i caratteri degli studenti che
si sarebbero visti nel film, ognuno inventando situazioni e atteggiamenti ma anche portando esperienze
personali e proposte. Molti degli «autoritratti» che a
un certo momento gli studenti scrivono sono usciti
dalla fantasia dei soli ragazzi, così come il carattere
ostico e scostante di Souleymane (Franck Keita) o
quello ribelle di Kohumba (Rachel Régulier) o quello curiosamente riflessivo di Wei (Wei Huang).
Mentre altre volte l’ identificazione era più diretta,
come per la «contestatrice» Sandra (Esméralda
Ouertani). Questo materiale umano, Cantet l’ ha
usato per raccontare alcuni momenti della vita scolastica di una classe di quindicenni, senza disperdersi
in un’ inutile voglia di dire tutto ma scegliendo di privilegiare alcuni momenti significativi. O comunque
problematici. Come l’ insegnamento della lingua
francese in una classe (e in una società) ormai intimamente multirazziale. Come il rapporto didattico
che si instaura (o si dovrebbe instaurare) tra docenti e
allievi. Come il percorso di maturazione che la scuola dovrebbe favorire e che spesso finisce per ostacolare. Come il livello di responsabilizzazione che gli
insegnanti sanno mettere in gioco nella loro professione. Senza mai fare una specie di cahiers des
doléances, dove elencare i tanti problemi della scuola, ma sforzandosi sempre di restituire la complessità
e lo spessore delle cose. Cinema, dunque, come strumento capace di leggere e interpretare il reale, come
calamita per trattenere solo i momenti essenziali (è
chiaro che la scena del consiglio di classe, con le due
rappresentanti che sghignazzano e si distraggono, è
«costruita», perché funzionale a far avanzare il racconto. Così come la scena della reazione di
Souleymane al giudizio negativo dei professori e poi
il successivo consiglio di disciplina). Ma anche cinema come specchio del mondo quotidiano, capace di
restituire nella sua sfaccettatura la verità dei volti e
delle persone, la ricchezza del mondo quotidiano, la
sua impossibilità di incasellamento o semplificazione. E, da qui, cinema come strumento di conoscenza
e di analisi, non perché divide i buoni dai cattivi ma
perché li confonde, li mescola, li incrocia. Perché
pone problemi che si rifiuta di risolvere (non è questo il compito del cinema) e anzi ingarbuglia ancora
di più le risposte. Perché pur svolgendosi tutto all’
interno delle mura scolastiche fa sentire quello che
succede fuori e che finisce per «invadere» anche la
classe (la moda attraverso i vestiti, la famiglia attraverso i genitori, la cultura attraverso le curiosità). E
perché pur durando due ore e otto minuti non ha mai
un attimo di pausa o di rilassamento. Dobbiamo
aggiungere che un film così sulla scuola italiana
sarebbe un altro auspicabile miracolo?
La Stampa - Alessandra Levantesi - 10/10/2008
Qualcuno ha scritto che La classe di Laurent Cantet,
Palma d’oro a Cannes e candidato francese per
l’Oscar, non è un film sulla scuola ma (vedi il titolo
originale Entre les murs) un film «dentro» la scuola.
Al primo posto in patria negli incassi, la pellicola
vanifica discorsi e teorie anche seri, figurarsi il tema
dei grembiulini caro al nostro ministero, mettendo in
scena l’incontro-scontro fra due mondi: quello dell’insegnante, impegnato a trasmettere lo scibile, e
quello degli allievi, che trovano il sapere scollegato
dalla vita.
François Marin insegna nella IV ginnasio di una peri-
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feria multietnica parigina. Però non è questo il punto.
Arabi, cinesi, africani o bianchi che siano, questi
alunni tredici/quattordicenni, simili per gergo, rituali,
modo di vestirsi, portano nella scuola la voce della
strada, cioè di una realtà in continua trasformazione.
Che ne sa di loro quel giovane professore che si presenta in veste di amico? Come può pensare che
un’immutabile regola grammaticale o la scansione di
un endecasillabo possano avere qualche influenza sul
loro futuro? Dal canto suo, frustrato nel suo tentativo
di dialogo, il prof reagisce, si offende anche, entra in
crisi assillato dal dubbio di pretendere troppo o troppo poco. Però non si arrende, consapevole che le provocazioni nascondono una richiesta di aiuto: vediamo quanto sei disposto a sopportare, se sai convincerci, se ti stiamo veramente a cuore.
Ispirato all’omonimo libro (Einaudi) di François
Bégaudeau sulla sua esperienza di insegnante e da lui
stesso interpretato, La classe è animata da venticinque veri alunni che recitano un copione cucitogli
addosso su misura da Cantet nel corso di un anno di
prove, ma lasciando spazio sul set all’improvvisazione, con tre macchine da presa in grado di cogliere al
volo il momento estemporaneo, il gesto improvviso,
l’espressione volatile. Ne deriva un’incredibile sensazione di freschezza, spontaneità e divertimento; e
al tempo stesso la consapevolezza che la vera istruzione, o passa grazie a quel rapporto indicibile, a
volte meraviglioso e spesso sofferto, che si instaura
fra maestro e allievo. O non passerà.
commuove. Si capisce che insegnare è un mestiere
eroico, nel quale sono più le sconfitte che le vittorie.
Il Mattino - Valerio Caprara - 11/10/2008
Oltremodo originale e spiazzante, «La classe - Entre
les murs» non viene per unire, ma per dividere il pubblico. Vincitore a sorpresa della Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes, nel maggio scorso, il film di
Laurent Cantet - sbrigativamente soprannominato il
Ken Loach francese - è un raro esemplare di quasidocumentario tratto dal libro omonimo pubblicato
due anni orsono dal trentasettenne François
Bégaudeau, interpretato dallo stesso ex insegnante di
scuola media e realizzato facendo «entrare nelle loro
parti» ventiquattro alunni di un turbolento liceo del
ventesimo «arrondissement» parigino. Grazie al duro
training preparatorio cui i ragazzi si sono volontariamente assoggettati, e al delicato equilibrio raggiunto
tra immedesimazioni e recitazioni, la regia di Cantet
cerca innanzitutto di trascendere il contesto claustrofobico della quotidianità scolastica. Inoltre le lezioni,
i collegi dei professori, i metodi d’insegnamento, l’irruzione del mondo esterno, i ruoli ricoperti o rifiutati dalle famiglie e la conflittualità permanente innescata dalla multietnicità del gruppo riescono via via a
trasmettere non solo e non tanto le pene della categoria disprezzata e malpagata degli insegnanti, ma
soprattutto i dubbi e i drammi dei ragazzi tutti incapaci, sia pure nella loro mescolanza sociale, di forgiare il comportamento sui canoni della disciplina e
della gerarchia e di «tradurre» in qualche modo il
codice imparato dalla strada in quello della cultura e
dell’apprendimento. Il protagonista, ovviamente, non
fa che registrare delusioni e sconfitte; ma Cantet sa
intravedere, tra gli incrostati ingranaggi dell’autoritarismo e della discriminazione, anche uno slancio
energetico che preserva il suo excursus dal consueto
vittimismo sociologico-progressista. Certo, il ritmo
del racconto prende il suo tempo e raramente rinuncia all’altalena dei primi piani; eppure tematiche
complesse e irrisolte come quelle dell’immigrazione
e dell’integrazione sembrano illuminarsi di una luce
più intensa proprio grazie allo stile insieme lieve ed
intenso.
Il Giornale - Stelio Solinas - 10/10/2008
Entre le murs, Palma d’oro a Cannes, racconta la
scuola francese, ma va bene anche per quella italiana.
I professori parlano una lingua che gli studenti non
capiscono e insegnano materie di cui questi ultimi
non vedono l’utilità, gli studenti vivono le lezioni
come una prigione nel peggiore dei casi, una perdita
di tempo nel migliore. Il tutto fra le mura di un edificio dove le regole e i ruoli bene o male resistono, ma
nessuno sa il perché. Girato con attori non protagonisti, allievi di un liceo parigino, costruito come fosse
un documentario in presa diretta, Entre les murs ha
una freschezza di verità stupefacente che cattura e
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L’ANNO IN CUI I MIEI GENITORI
ANDARONO IN VACANZA
19-20 marzo 2009
Regia: Cao Hamburger
Interpreti: Michel Joelsas (Mauro), Germano Haiut
(Shlomo), Paulo Autran (Nonno Mótel), Daniela Piepszyk
(Hanna), Simone Spoladore (Bia), Caio Blat (Ítalo),
Liliana Castro (Irene), Eduardo Moreira (Daniel) Gabriel
Eric Bursztein (Bóris), Felipe Hanna Braun (Caco), Haim
Fridman (Duda), Hugueta Sendacz (Eidel Schwestern),
Silvio Boraks (Rabbino Samuel), David Kullock (Hazã),
Einat Falbel (Madre di Hanna), Abrahão Farc (Anatol),
Fábio Ferreira Dias (Robson), Rodrigo dos Santos
(Edgar), Sérgio Siviero (Carlão), Edu Guimaraes
(Alfredo), Fredy Delatolas (Ianis)
Genere: Drammatico
Origine: Brasile
Stagione: 2007/2008
Soggetto: Cláudio Galperin, Cao Hamburger
Sceneggiatura: Cláudio Galperin, Bráulio Mantovani,
Anna Muylaert, Cao Hamburger
Fotografia: Adriano Goldman
Musica: Beto Villares
Montaggio: Daniel Rezende
Durata: 104’
Produzione: Gullane Filmes, Caos Produções, Miravista,
Globo Filmes, Lereby, Teleimage, Locall
Distribuzione: Lucky Red (2008)
Soggetto
1970. L’unico grande sogno di Mauro, un bambino di 12
anni é vedere il Brasile vincere il campionato del mondo
per la terza volta, ma la tranquilla esistenza di Mauro
viene all’improvviso movimentata dalla frettolosa partenza per delle “vacanze” dei genitori, che decidono di
lasciarlo di fronte alla casa del nonno, non sapendo che
questi é morto poco tempo prima. La partenza dei genitori di Mauro in realtà é legata al loro attivismo politico, per
il quale sono ricercati dal governo brasiliano. Il bambino
si trova così ad affrontare da solo una situazione del tutto
nuova e forse più grande di lui...
Valutazione
“L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza” non è
il classico film di formazione in cui viene mostrato il passaggio del protagonista dall’infanzia all’età adulta, e non
è nemmeno un film particolarmente drammatico nonostante le premesse senz’altro poco incoraggianti. Si tratta, sorprendentemente, di una commedia girata dal punto
di vista del piccolo protagonista. Assistiamo così al racconto di parte di un estate del piccolo Mauro, e ci sorprendiamo e commoviamo di fronte alla sua capacità di
adattamento ad un mondo per lui ignoto e alle insolite circostanze che gli si parano innanzi. Durante il suo soggiorno nella casa del nonno, ormai vuota, Mauro conosce
meglio il suo parente di religione ebraica, di cui conosce
l’ambiente dell’emigrazione (per essere meglio accettato
il suo nome viene però cambiato in Moishele) ed il variopinto quartiere in cui si trova e che rappresenta un vero e
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proprio universo in scala ridotta. Viene proposta quindi
un’autentica babele in cui si parla portoghese, yiddish,
tedesco e italiano (e possiamo anche assistere a una curiosa partita di calcio di quartiere “ebrei contro italiani”).
L’umorismo garbato ed ingenuo è affidato all’innocenza
dei piccoli protagonisti e alle loro deliziose espressioni di
stupore di fronte ad una realtà che credono di dominare
ma non comprendono appieno. Si ride quindi, e molto, ma
con occhio sempre attento alla realtà brasiliana di quegli
anni, ai fermenti studenteschi e alle violente repressioni
della polizia. Il finale non lascia del resto dubbi rispetto
alla natura tragica anni di piombo in Brasile.
mento tutte le trappole dei film sospesi al punto di vista
rivelatore (e un po’ facile) del bambino. E conferma il
momento di grazia del cinema brasiliano. Specie quando
non tambureggia sul Grande Tema ma riscopre con garbo
le sue molte anime.
Il Corriere della Sera - Maurizio Porro - 06/06/2008
Viene dal Brasile questo film sensibile e gentile nei modi
di Truffaut, in cui si parla di questioni grosse mescolate ai
goal dei Mondiali di calcio ‘70, con una sceneggiatura
bilanciata tra il sommerso del dolore politico e quello che
galleggia nel quotidiano, mixando argutamente sport e
politica. Un ragazzino di 10 anni vede partire nel 1970 i
genitori costretti a una ‘vacanza’ in Maggiolino, invisi alla
dittatura militare, completa di assassini, esilio e torture
che colpì il Brasile dal ‘64 all’85. Affidato al nonno, lo
trova appena morto per infarto e se la deve cavare da solo,
con l’aiuto di un vicino di casa nella periferia di San Paolo
che fa parte del gruppo yiddish e adotta il ragazzo,
seguendo i consigli del rabbino, anche se non è circonciso, ma riconoscendo la vittima designata. A questo punto
la vita ricomincia con amici teenager, una ragazzina assai
particolare che organizza per i maschietti un peep show
sbirciando gli spogliatoi della sartoria materna, la barista
di buon cuore, il compagno di sinistra. Gruppetto da realismo magico che cerca di far dimenticare al piccolo protagonista, che nella confusione cerca di essere felice e
diventa un mini capofamiglia con l’ansia della solitudine
e l’attesa della telefonata promessa per la finale dei
Mondiali che il Brasile vincerà (contro l’Italia) grazie a
Pelé, allentando la morsa golpista con l’oppio calcistico
che va sempre di moda. Film romanzo di formazione adolescenziale, datato anni ‘70 e presentato con successo alla
Berlinale 2007, opera seconda di un autore di tv, Cao
Hamburger, specialista di infanzie, che non fa sconti ideologici alla dittatura ma insegue il sogno dell’infanzia e ne
analizza i piccoli grandi traumi in modo personale, attraccando il racconto al fantastico cordone ombelicale di un
decenne appassionato di vita e pallone. Un racconto fatto
di memorie e rimpianti, non sempre immune da qualche
sentimentalismo, ma godibile nel rapporto tra nonno e
nipote secondo i modelli anche del nostro neorealismo.
Famiglia Cristiana - Enzo Natta - 10/08/2008
Nel 1970, anno in cui vinse la Coppa Rimet diventando
campione del mondo per la terza volta, il Brasile stava
attraversando una difficile fase della vita politica, nel
segno di una spietata dittatura militare. E così la squillante vittoria calcistica fu trasformata dal Governo del generale Garrastazu-Medici in strumento politico, per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla repressione in atto. E’ in questo clima che, costretti alla clandestinità e alla latitanza, i genitori di un dodicenne affidano il
figlio alle cure del nonno...
“L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza” di Cao
Hamburger è un film sull’esilio (del ragazzo, dei genitori,
della libertà) e sulla scoperta del mondo, scrutato con gli
occhi dell’innocenza e della curiosità. Lo sguardo del protagonista si posa sorpreso su ogni dettaglio e, come
Robinson Crusoe sull’isola deserta, il ragazzo affina la sua
capacità di osservazione catturando ogni momento di quel
forzato distacco dalla famiglia fino a trasformarlo in crescita e arricchimento continui. Un film sfumato, leggero,
mai banale, grazie alla sensibilità di un regista che in Tv
ha maturato una notevole esperienza pedagogica nel lavoro di gruppo con i ragazzi.
Il Messaggero - Fabio Ferzetti - 06/06/2008
Due genitori in fuga, un ragazzino affidato in tutta fretta al
nonno, i mondiali di calcio del 1970. E dietro, invisibili
ma sempre presenti, filtrati dallo sguardo del piccolo protagonista, l’angoscia e gli orrori della dittatura militare
brasiliana. “L’anno in cui i miei genitori andarono in
vacanza” è un film che sarebbe facile etichettare ‘di formula’ se non fosse semplicemente, bonariamente irresistibile. Questione di feeling, come sempre. Ovvero di
casting, di finezza del tocco, di un senso dei dettagli che
dà scatto e spessore a ogni momento della strana estate di
Mauro, perso come un astronauta dimenticato nello spazio
in un polveroso quartiere ebraico di San Paolo, abitato
quasi solo da anziani che parlano yiddish; mentre lui, di
madre cristiana, non è nemmeno circonciso, come scopre
sgomento il vecchio signore che lo prende in casa dopo la
morte repentina del nonno... Diretto da un regista esperto
in tv per l’infanzia, popolato da ragazzini (e soprattutto
ragazzine) portentosi per simpatia ed espressività,
“L’anno in cui i miei...” schiva con eleganza e struggi-
Il Sole 24Ore - Roberto Escobar - 15/06/2008
Possono giocare nella stessa formazione, Pelé e Tostão?
Questa è la domanda che i brasiliani si pongono nell’estate di 38 anni fa. Il 1970, appunto, è l’anno dei mondiali in
Messico, ma è anche il sesto di una dittatura militare che
nel calcio, e nel tifo appassionato di tutto il Paese per la
nazionale, cerca un potente strumento di consenso. A quel
tempo, e più d’una volta anche a quella domanda, torna
Cao Hamburger con “L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza” (“O ano em que meus pais saíram de
férias”, Brasile, 2006, 104’).
Nato nel 1962, Hamburger è su per giù coetaneo del suo
Mauro (Michel Joelsas). Dunque, potrebbe essere anche
sua la voce narrante del film che ha scritto con Adriana
Falcão, Claudio Galperin, Bráulio Mantovani e Anna
Muylaert. In ogni caso, anche sua è la memoria di quel-
85
l’estate: tanto quella felice della vittoria di Pelé, Tostão e
degli altri in maglia verdeoro, quanto quella tragica della
persecuzione contro gli oppositori del regime. E oppositori - comunisti, secondo la definizione sbrigativa che piace
ai ‘moderati’, in quella lontana estate brasiliana - sono Bia
(Simone Spoladore) e Daniel (Eduardo Moreira), la madre
e il padre del piccolo protagonista. Costretti alla fuga, con
il figlio i due fingono di partire per una lunga vacanza. Lui
invece andrà dal nonno paterno (Paulo Autran), un ebreo
polacco che vive a San Paolo. Così gli dicono. E il padre
aggiunge una promessa, che è poi solo una bugia imposta
dall’amore: torneranno a prenderlo presto, in tempo per
seguire con lui in tivù i mondiali messicani. D’altra
parte,appena arrivato a casa del nonno, Mauro scopre di
essere solo: l’uomo è morto all’improvviso, e tutto quello
che ne resta è il suo appartamento, chiuso a chiave.
Ci sono due diversi livelli narrativi, in “L’anno in cui i
miei genitori andarono in vacanza”. Il primo, storico e
politico, è il più drammatico, ma è anche il più sottinteso,
e quasi taciuto. Il secondo, quotidiano e spesso dolce, è
attento non solo ai timori di Mauro, ma anche alla sua
voglia di vita e alle sue curiosità di preadolescente.
Attorno a lui c’è poi l’umanità di un intero caseggiato, e
di un intero quartiere. In particolare, c’è l’attenzione brusca e tenera insieme di Shlomo (Germano Haiut), un vecchio signore silenzioso che vive nell’appartamento vicino
a quello del nonno.
Chi si deve occupare di Mauro? È Shlomo che lo ha ‘scoperto’, solo e abbandonato di fianco alla sua porta.
Dunque, così gli dice un rabbino molto saggio e molto
deciso, è un po’ come se si trattasse di un nuovo ‘piccolo
Mosè’ salvato dalle acque. Proprio a lui, a Shlomo, tocca
prendersene cura, come toccò alla figlia del faraone prendersi cura dell’altro Mosè, quello antico. Poco importa che
si tratti di un goi, di un non ebreo (come Shlomo scopre,
con orrore, quando lo vede fare pipì in un vaso di fiori: e
l’orrore non è per l’uso indebito del vaso di fiori). Con
dolcezza e con tenerezza, ma sempre in modo ‘trattenuto’,
Hamburger racconta dapprima le incomprensioni e gli
scontri fra i due, fra il ragazzino e il vecchio, quello spaventato per l’abbandono e questo spaventato del suo stesso spavento. Ma poi, lentamente, minimo gesto dopo
minimo gesto, Shlomo impara ad amare il suo piccolo
Mosè incirconciso.
Intanto, Mauro esplora e conosce il quartiere, e i suoi abitanti: la comunità ebraica che lo copre di attenzioni e lo
riempie di cibo (oltre che di misteriosi discorsi in yiddish),
la piccola e svelta Hanna, e anche Irene, la bella cameriera del bar dove gli uomini si trovano per parlar del mondiale (e per darle un’occhiata). Per un po’, la storia e la
politica si perdono sullo sfondo, e il film sembra interessato solo alla memoria di una dolce estate lontana: le cerimonie in sinagoga, le sfide calcistiche fra italiani ed ebrei,
i giochi in strada dei ragazzini (e anche quello, poco usuale, di starsene dietro lo spogliatoio di una sartoria con
l’occhio a un buco, ma solo dopo aver pagato il ‘biglietto’
a Hanna, che è la figlia della sarta). Alla fine, attesi e
sognati, arrivano i mondiali. Della dittatura e della sua
violenza si direbbe che niente sia rimasto, a parte qualche
scritta di protesta sul muro, o al peggio una carica di
cavalleria contro degli studenti. Per il resto, tutti stanno
davanti ai televisori. Moderati e comunisti, ebrei e italiani, vecchi e ragazzini, i brasiliani sono in festa. E però,
proprio quando la nazionale trionfa a Città del Messico,
Mauro rivede la madre: distesa su un letto, in casa del
nonno, ha gli occhi pesti e vuoti. Bia è tornata dalle
‘vacanze’, ma senza Daniel. E il ragazzino scopre che
sulla sua vita e sulla sua memoria peseranno altre domande, oltre a quella circa Pelé e Tostão.
La Stampa - Alessandra Levantesi - 06/06/2008
Sembra esserci qualcosa in comune fra il dodicenne protagonista di “L’anno in cui i miei genitori andarono in
vacanza” e il regista brasiliano Cao Hamburger, come lui
di origine mista ebraico-berlinese e italo-cattolica. Tanto
da far pensare che questo delicato e doloroso romanzo di
formazione, ambientato in un’estate di esilio dopo la
quale nulla sarà uguale a prima, abbia un’ispirazione
autobiografica. Siamo nel giugno 1970 e il paese, pur da
sei anni sotto il tallone di una repressiva dittatura militare destinata a durare fino all’85, è distratto da altro: forte
di una squadra di campionissimi fra cui il mitico Pelé,
tutti non pensano che a conquistare la coppa del mondo.
Appassionato come ogni ragazzino di calcio, anche
Mauro vivrebbe nell’euforica attesa della vittoria, se non
fosse per un senso di solitudine e un presentimento di tragedia incombente dopo che papà e mamma, militanti di
sinistra perseguitati dal regime, sono stati costretti a
lasciarlo a San Paulo diluendosi nel nulla. Un po’ troppo
pasteggiato ma realizzato con finezza, il film ha soprattutto il pregio dì una felice ambientazione: multietnico e
vivace, il quartiere ebraico del Bon Ritiro é un luogo vero
su cui si riverbera la dolcezza nostalgica di un luogo della
memoria.
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RACHEL GETTING MARRIED
26-27 marzo 2009
Soggetto
Quando Kym (Anne Hathaway) torna a casa della famiglia per il matrimonio della sorella Rachel (Rosemarie
Dewitt), porta con sé una lunga storia di crisi personali,
conflitti familiari e tragedie. La grande quantità di amici
presenti al matrimonio della coppia si è riunita per un felice weekend di feste, musica ed amore, ma Kym, con le sue
taglienti frasi secche e un’inclinazione naturale a provocare dei drammi, rappresenta un catalizzatore per le tensioni
a lungo sopite nelle dinamiche familiari. Pieno di personaggi ricchi ed eclettici che rimangono un marchio di fabbrica dei film di Jonathan Demme, Rachel Getting
Married dipinge un ritratto di famiglia toccante, sensibile
e talvolta esilarante. Il regista, la sceneggiatrice esordiente Jenny Lumet e un cast stellare esprimono il dramma di
queste persone complesse ma affascinanti con un grande
affetto e generosità di spirito.
Regia: Jonathan Demme
Interpreti: Anne Hathaway, Debra Winger, Bill Irwin,
Rosemarie DeWitt, Anna Deavere Smith, Mather Zickel,
Anisa George, Tunde Adebimpe
Genere: Commedia, Drammatico
Origine: USA 2008
Stagione: 2007/2008
Sceneggiatura: Jenny Lumet
Scenografia: Ford Wheeler
Fotografia: (Panoramica/a colori): Declan Quinn
Musica: Suzana Péric Zafer Tawil, Donald Jerrison Jr.
Montaggio: Tim Squyres
Durata: 116’
Produzione: Clinica Estetico, Marc Platt Productions,
Sony Pictures Classics
Distribuzione: Sony Pictures Classics
Valutazione
Prendiamo un regista dallo spirito documentaristico,
un’attrice in un insolita veste drammatica, una sceneggiatrice fuori dalle linee e al suo esordio, tanta bella musica,
un evento familiare importante, shackeriamo il tutto e ciò
che si ottiene è “Rachel Getting Married”, un film che ha
la capacità di tirar fuori dallo spettatore un gran numero di
emozioni.
In un atmosfera festosa come quella di un matrimonio,
dove per un week end parenti e amici, di ogni genere, specie e razza, si riuniscono tutti in uno stesso luogo e dove
tutti in qualche modo hanno il loro momento di gloria, stu-
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pisce come il regista sia riuscito a dare importanza ad
ognuno di loro, e come ogni attore ed ogni comparsa
riesca a lasciare il segno di se esattamente come fosse un
personaggio principale.
Altra protagonista importante è la musica, che Jonathan
Demme ha fortemente voluto non fosse creata in post-produzione. Per questo ha scelto dei bravi musicisti che nei
panni degli invitati, suonassero durante tutte le riprese,
ispirati dai dialoghi e dai momenti cui assistevano. In questo modo, dato che nemmeno troupe e cast erano al corrente di ciò che avrebbero sentito, la spontaneità è venuta
fuori tutta, tanto da regalare una colonna sonora che si
adattasse perfettamente alla storia e ai personaggi.
In pratica questo film è stato realizzato ed organizzato
come lo stesso matrimonio, in un’atmosfera di totale libertà narrativa ed emozionale, ed è questo che percepisce lo
spettatore quando si addentra nei segreti della famiglia,
quando gioisce e si commuove per le gioie che gli invitati sentono, quando ride per i momenti esilaranti, e quando
si rattrista per il dolore, il disagio e il rancore che fatti mai
risolti determinano, aleggiando tra le mura della casa.
linea dell’onestà documentaristica come cifra stilistica e la
compassione come strumento per avvicinarsi alla storia di
Kym. Macchina da presa alla mano, segue la protagonista
con uno sguardo paterno, nel presumibile tentativo di proteggerla dal suo dramma personale e lungo il sofferto percorso, senza mai spettacolarizzare il dolore e senza renderlo fine a se stesso. I momenti estremamente intensi e
infausti sono alleggeriti da episodi ilari e domestici (la
gara tra suocero e genero su chi dei due carichi in minor
tempo la lavastoviglie) in nome dell’autenticità. Il realismo narrativo e registico si estende agli oltre dieci minuti
di scene dal matrimonio finali – dove si alternano promesse d’amore “rubate” a Neil Young, canti e danze – talmente estenuanti da rendere lo spettatore partecipe dei
festeggiamenti, lasciando una sensazione di saturazione e
dolce ubriachezza.
Coming Soon.it - Federico Gironi
La storia è quella di Kym (Anne Hathaway), una giovane
ex modella che negli ultimi dieci anni ha fatto dentro e
fuori dalle cliniche per disintossicarsi e che fa ritorno a
casa, nel Connecticut, per presenziare al matrimonio della
sorella Rachel (Rosemarie DeWitt). Il ritorno a casa di
Kym, peraltro in una circostanza tanto delicata e stressante come quella di un matrimonio e dei suoi preparativi,
sarà ovviamente il catalizzatore di una serie di reazioni
che porteranno al progressivo confronto e scontro tra i
membri di una famiglia apparentemente solida e solare ma
afflitta (come tutte?) da tensioni e rancori sotterranei.
Quello di Demme è un dramma familiare che ha prima di
tutto il pregio non indifferente di voltare le spalle a quella
fastidiosissima nuova tendenza del cinema hollywoodiano
e non solo di raccontare i drammi abusando di retoriche e
disperazioni gettate in pasto allo spettatore un tanto al
chilo. Al contrario, il regista sceglie la chiave del rigore e
spesso persino della sottrazione, avendo il coraggio di far
interrompere per via di quell’inatteso che è parte della vita
molti dei tesi confronti fra i suoi protagonisti.
La macchina da presa – quasi tutta a mano, come fosse un
videodiario amatoriale del matrimonio – s’incolla alla
Kym interpretata dalla Hathaway e su tutti gli altri bravissimi attori protagonisti indagandone le psicologie e gli
stati d’animo, ma mai con morbosità o invadenza.
Le difficoltà dovute al riprendere una vita “normale” dopo
la dipendenza dalla droga e i guai che si sono combinati,
il rapporto complesso e conflittuale tra due sorelle che
pensano ognuna che l’altra possa rubare le attenzioni del
padre, tra loro due e una madre lontana fisicamente e psicologicamente, lo spettro di un lutto passato ma ancora
pesante di cui Kym è responsabile: tutti aspetti narrativi e
tematici che Demme affronta con mano ferma, riuscendo
a dosare con abilità la drammaticità dovuta alle tensioni
emotive con momenti di agrissimo umorismo che serve
non a mascherare ma a contribuire ad un quadro complessivo mai facile.
Corale e vorticoso ma mai dispersivo, ricco di musica e
di colori che fanno da contraltare alla cupa tensione di
certe situazioni, Rachel Getting Married è un efficace e
solido, emotivamente coinvolgente. Merito tanto della
MYmovies 2008 - Tirza Bonifazi Tognazzi
Uscita dal centro di riabilitazione per partecipare al
matrimonio della sorella maggiore, Kym travolge l’apparente pace familiare con la sua problematica esuberanza.
Tra riunioni di tossicodipendenti anonimi, preparativi
nuziali, incomprensioni e liti, affronterà il drammatico
episodio che ha segnato la vita di tutta la famiglia.
Lungi dall’essere solo l’assistente del diavolo che veste
Prada, Anne Hathaway si era già confrontata con il genere drammatico e con un ruolo “al limite” e “fuori controllo” nell’indipendente Havoc. Curiosamente, sebbene non
ci siano legami se non qualche coincidenza nella carriera
dei registi, il film di Barbara Kopple sembra costituire
una premessa all’opera cinematografica di Jonathan
Demme. Se la giovane attrice incarnava una generazione
viziata e annoiata nella Los Angeles bene, in Rachel
Getting Married ne subisce le conseguenze, drammaticamente legate a un evento che pesa sulle sue spalle come
un macigno.
Kym è una ragazza interrotta che per anni ha vissuto
segregata nei centri di recupero, dai quali è entrata e
uscita ripetutamente. Per espiare la colpa si è costruita
una gabbia nell’inferno della dipendenza. “Pulita” da
nove mesi e decisa a rientrare in casa e riprendersi l’affetto della famiglia, si piazza al centro della scena, sotto
le luci dei riflettori, noncurante del “momento” di
Rachel. Tuttavia, di fronte all’ostilità della sorella, subisce poco alla volta un cambiamento e lascia che il tormento di una vita venga finalmente a galla. Figura negativa al limite della ripugnanza, Kym ottiene l’empatia
dello spettatore solo nel momento in cui si apre al prossimo e a se stessa nel tentativo di lasciarsi alle spalle la
colpa e condividerla.
Nel trasporre sul grande schermo la sceneggiatura di
Jenny Lumet, figlia del celebre Sidney, Demme sceglie la
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mano di Demme quanto dell’intensità della Hathaway e
del cast tutto.
ed è curioso vedere un film che mostra le prove del matrimonio proprio mentre sceglie deliberatamente di non far
provare gli attori, che sono così liberati dal perfezionismo
della sceneggiatura (un esplosione di energia emozionale
allo stato puro, scritta dalla figlia di Sidney Lumet, Jenny,
insegnante e scrittrice di teatro di talento) e lanciati nell’universo set/famiglia, luogo dove i discorsi, i gesti, gli
scambi di sguardi possono esibirsi senza cesure, senza
limiti. Con la musica che invade il set fino al punto da
infastidire gli attori ma con Demme capace di utilizzare
persino questa “invadenza” in una pezzo di film (con
Kym/Anne Hathaway che grida ai musicisti fuori al giardino di smetterla con la musica, storie vere del set e ormai
dentro al film).
Mentre il matrimonio celebra un’unione, quella di Rachel
e Sidney, Kym è l’alieno, l’insopportabile presenza, il
corpo/segno di un passato che non si può dimenticare, così
legato a una perdita luttuosa di cui la sua malattia/dipendenza fu responsabile. E non è amabile Kim, come non lo
sono gli altri personaggi, tutti pieni di limiti (dolcemente
umani) e rinchiusi nei limiti delle loro esistenze. Kym è
semplicemente la cartina al tornasole, l’elemento esplosivo di conflitti mai sopiti e dolori mai rimossi. E allora
tutto il film si dipana in queste “scie d’amore” cassavetesiane, con Kym e Rachel che si amano e odiano, con Paul,
il padre, che cerca di mantenere un impossibile equilibrio
e una madre ex moglie (una finalmente recuperata al cinema Debra Winger), che non sa chiudere questo distacco.
Tutto Rachel Getting Married sembra fatto di “scene
madri”, come se la struttura classica della sceneggiatura
fosse esplosa dentro un corpo/film che procede per accumulo e sottrazione, aggiungendo emozioni ad ogni inquadratura e levando i simbolismi, giocando con i corpi
immersi nelle musiche che, letteralmente, viene da dentro
al film. E alla fine i conflitti non si ricompongono, perché
non è così facile nella vita reale e l’antistruttura dello
script sceglie la via anticonvenzionale, dove certo i personaggi sono cambiati nel corso della storia, ma nulla appare risolto, e Kym neppure riesce a raggiungere la madre
che sta andando via, dopo che la sera prima si erano prese
a schiaffi al termine di una discussione a dir poco accesa…. Abby (la Winger) va via, Kym la segue con lo sguardo, poi decide di corrergli incontro, forse per l’ennesima
ed estrema richiesta di perdono, ma viene fermata dal
padre che le presenta un’amica che le offre un lavoro,
domani. Kym è lì ma il suo sguardo e il cuore seguono
l’auto di Abby che va via, e nessuna redenzione è, per
oggi, possibile. Con un finale malinconico e bellissimo,
con Kym che va via e, nel giardino di casa, resta solo
Rachel, ferma, immobile ad ascoltare i musicisti. Ma poi
decide di andare verso di loro…verso la musica.
Sentieri Selvaggi - Federico Chiacchiari - 04/09/2008
Ci mette il cuore, mai come questa volta, Jonathan
Demme, nel suo incredibile “miglior filmino familiare
mai realizzato” (come da progetto del regista…). Cuore,
corpo pulsante, danzante, musica dal vivo sul set/nel film,
girando come fosse un documentario, ma con l’occhio da
telefilm “new wave”, senza prove, con la troupe che diviene famiglia, dentro una casa/set che li spinge – letteralmente – a condividere per 5 giorni l’esperienza del “vivere assieme”. Con i musicisti che suonano fuori al giardino,
o al piano di sotto, mentre Kym (una Anne Hathaway che
è un corpo malleabile/mutante,capace di prendersi con gli
occhi e il sangue un ruolo che sembra venire da Ragazze
interrotte, e la ragazza sembra possedere, assieme in un
unico corpo, l’inquietudine di Winona Ryder con l’energia
dell’Angiolina Jolie) sale le scale ed entra nella sua vecchia camera da dove manca da mesi e mesi di vita sregolata, case di cura e corsi di recupero per
tossicodipendenti. Kym entra in camera e il suo sguardo
vaga lento tra le pareti, tra i vecchi oggetti di
ragazza/bambina, e la musica di Zafer Tawil sale lenta, e
questa scena sembra non finire mai, di una lentezza sublime, dolcissima e impensabile per un film con star, tutta
dentro Hollywood, ma girato come se ci fosse una nuova
Nouvelle Vague e Demme fosse il nuovo Godard.
Ma Demme, (per fortuna?) viene dalla scuola di Corman
(anche qui presente in una cameo) e sa come mixare culture alte e basse, miscelare musiche bianche e nere, far
cantare Robyn Hitchcock e Sister Carol, riecheggiare Neil
Young, il tutto dentro un matrimonio che sta per compiersi, quello della sorella di Kym, la Rachel del titolo, che è
l’atto ufficiale in cui la famiglia si ricompone, dopo lutti,
separazioni e corpi spezzati dentro dai dolori. E Rachel
Getting Married, con la sua messa in scena senza prove,
con la libertà di lasciare al direttore della fotografia
Declan Quinn la scelta del punto di vista, con le sue numerose macchine da presa HD che riprendono il set, dentro al
set, addosso agli attori, in mano, persino, agli attori, è la
magnifica scoperta di un cinema intimo e sovversivo che
prova a raccontare le emozioni attraverso le emozioni, il
dolore attraverso gli occhi, e poi le paure e il senso di solitudine, ma anche l’amore, tutto dentro quella cosa pazzesca, detestabile e necessaria (come il respiro) che è oggi la
famiglia.
Il corpo “interrotto” è quello di Kym, che torna dalla casa
di cura proprio nel giorno che precede il matrimonio della
sorella. E’ una casa famiglia che si allarga, per le prove e
tutto il gioco della rappresentazione di un atto simbolico,
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ONCE
16-17 aprile 2009
Regia: John Carney
Interpreti: Glen Hansard (Guy), Markéta Irglova (la
ragazza), Bill Hodnett (padre di Guy), Danuse Ktrestova
(madre della ragazza), Hugh Walsh (batterista), Gerard
Hendrick (chitarrista), Alaistair Foley (bassista), Geoff
Minogue (Eamon)
Genere: Drammatico/Musicale/Romantico
Origine: Irlanda
Stagione: 2007/2008
Soggetto: John Carney
Sceneggiatura: John Carney
Fotografia: (Panoramica/a colori): Tim Fleming
Musica: Glen Hansard, Markéta Irglová, La canzone
“Falling Slowly” è di Glen Hansard e Markéta Irglová.
Montaggio: Paul Mullen
Durata: 91’
Produzione: Samson Films, Bord Scannán Na Héireann,
The Irish Film Board & Rté
Distribuzione: Sacher Distribuzione (2008)
Soggetto
Un musicista irlandese, che durante il giorno lavora nel
negozio del padre e durante la notte suona per strada
sognando di poter sfondare un giorno nel campo musicale, incontra una ragazza immigrata dalla Repubblica Ceca,
che si arrangia come può, accettando qualsiasi lavoro per
dare da mangiare alla madre ed alla figlia. I due sono
accomunati dalla musica, lei infatti é una pianista, e decidono allora di suonare insieme riuscendo a realizzare un
cd-demo promozionale, nel frattempo però, tra i due nasce
anche un reciproco sentimento...
Valutazione
“Once” propone un nuovo tipo di musical, realistico, quasi
documentaristico e poco costoso. Il regista John Carney,
anche sceneggiatore, riprende le vite dei due protagonisti
con la camera a mano, attraverso le strade di Dublino, utilizzando quasi sempre luci naturali, anche per le riprese
notturne e la musica non viene inserita in maniera forzosa
all’interno del film. La storia è molto semplice: due persone si incontrano e tra loro scatta un feeling particolare. Il
loro incontro si articola nell’arco di pochi giorni nei quali
le vite dei due protagonisti si intersecheranno, cambieranno e si arricchiranno a vicenda.
Terzo protagonista della storia è la musica, le ballate sono
estremamente delicate e orecchiabili, la canzone “Falling
Slowly” ha vinto il premio Oscar come miglior canzone
originale.
Ciò che colpisce di più è la semplicità ed insieme la naturalezza della vicenda, aiutata anche da un’interpretazione
intensa ed estremamente spontanea dei due protagonisti.
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Famiglia Cristiana - Enzo Natta - 22/06/2008
La musica che entra nel cinema, non come supporto, non
con la forma del musical, ma attraverso un’autentica compenetrazione, così naturale e spontanea da tradursi in simbiosi. E’ il caso di “Once” (Una volta), il cui autore, John
Carney, è stato per anni il batterista del gruppo irlandese
Frames, e loro, i protagonisti, sono due musicisti che
interpretano una storia mediata dalle canzoni che hanno
scritto e composto.
Lui, Glen Hansard, fondatore dei Frames, è già stato visto
in “The Commitments” di Alan Parker; lei, Markéta
IrgIovà, viene dalla Repubblica Ceca ed è una cantautrice
polistrumentista. Due spiriti affini, come quelli dei personaggi che si incontrano nel film: lui, musicista di strada;
lei, giovane donna con un figlio, arrivata in Irlanda
dall’Est europeo. Lui tormentato dal ricordo di un amore
perduto; lei sposata con un uomo lontano che non ama.
Uniti dalla passione per la musica, vivranno un’esperienza che toccherà profondamente le vite di entrambi scrivendo, provando e registrando canzoni...
“Once” è una delle più belle storie d’amore mai raccontate, dove le canzoni si sono sviluppate insieme alla scrittura (10 canzoni per 60 pagine di sceneggiatura), per raccontare un amore platonico, cosi intenso e romantico da
lasciare il segno. Il risultato è un album visivo, un videomusic poetico che più volte si sostituisce al dialogo e lo
sublima. Al punto che la colonna sonora è fra i dischi più
venduti e il brano ‘Falling Slowly’ è stato premiato con
l’Oscar.
strazione delle composizioni del protagonista, che è il
nucleo principale della vicenda, ma anche con proposte a
margine sempre però ben inserite nel contesto.
Anche per questo le varie atmosfere non hanno mai accenti. Sfumano, alludono, sottintendono e con logica precisa
risolvono in modo non previsto il rapporto sentimentale
fra i due: con tutte le virtù del non concluso e del sospeso.
I protagonisti non sono attori anche se lui, Glen Hansard,
lo s’ è visto in “The Commitments” di Alan Parker. E’ il
fondatore di un noto gruppo rock irlandese e tutta la musica che si ascolta è bellissima ed è sua, compresa quella
canzone che, di recente, è stata premiata con un Oscar.
La ragazza, Markéta Irglóva per il cinema invece è un’esordiente, ma ha una grazia gentile che illumina lo schermo.
Il Mattino - Alberto Castellano - 07/06/2008
Lanciato dal ‘Sundance’ di Redford, “Once” è un film
indipendente che in America è diventato un caso: la scorsa estate ha incassato sette milioni di dollari, ha conquistato pubblico e critica e ha avuto gli elogi di Spielberg e
Dylan. Girato nel 2006 in soli 17 giorni e costato appena
180 mila euro, il musical dell’irlandese John Carney esce
ora in Italia grazie alla Sacher di Nanni Moretti. Il trentasettenne esordiente regista dublinese che viene dalla televisione rende esplicito omaggio al grande musical hollywoodiano, in particolare a “Bulli e pupe” e “Cantando
sotto la pioggia”, e per raccontare una piccola grande storia d’amore ha lavorato molto sulla colonna sonora dosando con abilità brani di matrice diversa (‘Falling slowly’ ha
vinto l’Oscar 2008 come migliore canzone originale) e
non è un caso che per i ruoli dei due protagonisti ha scelto due veri musicisti, Glen Hansard fondatore della band
indie irlandese Frames, e Markéta Irglova, ventenne cantautrice di Praga. Lui, Guy, suona la chitarra per le strade
di Dublino, sogna di fare il musicista ma intanto lavora
con il padre e ripara aspirapolveri. Lei, Girl, è una giovane immigrata ceca separata con figlia a carico che canta e
suona il piano. Quando i due si conoscono nel giro di
poche ore s’innamorano e trovano un’intesa artistica, al
punto da fare un disco insieme. Con una sceneggiatura in
parte autobiografica, Carney ha dato al magico incontro di
Guy e Girl la forma del romanticismo fuori moda (i due
innamorati si raccontano le rispettive esperienze amorose
del passato) e ha trasformato la fragilità della trama nella
semplicità narrativa e nell’impatto emotivo del cinema del
passato, complici le efficaci performance canore dei protagonisti e lo sfondo di una suggestiva Dublino.
Il Tempo - Gian Luigi Rondi - 30/05/2008
Una storia d’amore con musica e canzoni, ma senza che si
ceda un solo istante ai vezzi soliti dei film musicali. Lui,
in una Dublino senza sole, è un musicista di strada, lei è
pianista ed è arrivata da Praga con la madre e una figlia
piccola, avendo lasciato in patria un marito cui non sembra molto legata. Anche lui, più o meno, è nelle stesse condizioni perché una donna, che ha amato, adesso è andata a
vivere a Londra.
Li unisce, intimamente - ma con segni delicati - l’amore
per la musica che, a un certo momento, li vedrà registrare
insieme una serie di canzoni composte e messe in musica
da lui accompagnato, al piano, dalla ragazza. Mentre provano, registrano, fanno l’alba insieme con altri musicisti,
insensibilmente sentono una reciproca attrazione. Si frequentano anche nel privato, facendosi reciprocamente
conoscere le famiglie, ma tutto si ferma lì, senza che si
superino certi limiti, in climi in cui i sentimenti, anche
quelli che sembrano farsi più caldi e addirittura prepotenti, vengono sempre trattenuti, sia pure con tatto. Senza né
scontri né fratture.
Li dosa un regista irlandese, John Carney, conosciuto qui
da noi per un film, “On the Edge”, presentato però solo in
TV. Ha un passato musicale e se n’è servito per svolgere
la sua storia - pari passo con la musica, evitando - appunto - i luoghi comuni dei film musicali e facendo sempre in
modo, con abili accorgimenti narrativi (e stilistici), che le
canzoni si inseriscano puntualmente e realisticamente nell’azione creandone le occasioni non solo con quella regi-
La Stampa - Alessandra Levantesi - 30/05/2008
Distribuito dalla Sacher di Nanni Moretti, “Once” è un
film girato in diciassette giorni e costato poco più di
100mila euro che dopo aver conquistato il cuore del pubblico del Sundance ha realizzato al botteghino Usa quasi
10 milioni di dollari. Come categoria rientra nel genere
musical: ma è diretto da un regista, John Carney, che è un
ex-bassista, ed è interpretato da due artisti per i quali è abituale comunicare sentimenti tramite parole e musica. Il
che conferisce alla ballata intimista di “Once” una natura-
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lezza rara e preziosa.
Il ‘lui’ della storia, cantautore di strada e riparatore di aspirapolveri nel negozietto paterno, è impersonato da Glen
Hansard, leader del gruppo irlandese ‘The Frames’; nei
panni di ‘lei’, un’immigrata czeca che sa ascoltare, suonare, cantare e per di più ha un aspirapolvere rotto, troviamo
l’appena ventenne Marketa Irglova, la quale con Hansard
ha già registrato un album. Entrambi con un problema
sentimentale irrisolto, i due trascorrono una settimana
sublimando nel fare appassionatamente musica insieme
un’inconfessata attrazione reciproca. ‘I dont know you,
but 1 want you’ sono i versi iniziali della struggente
‘Falling Slowly’ vincitrice dell’Oscar 2008 per la migliore canzone.
immaginata come unica chance di un possibile futuro. Il
sound irlandese dei ‘The Frames’ è il film stesso, Carney
fa parte della band come il protagonista Glen Hansard e la
protagonista morava Markéta Irglová. Il semplice intreccio di ‘boy meet girl’, ragazzo incontra ragazza, è complicato dalla cupa realtà di una Dublino in cui si suona sui
marciapiedi per sbarcare il lunario (come secondo lavoro)
e il costo di un pianoforte è proibitivo. Due talenti musicali si incontrano casualmente per strada e sviluppano
insieme una serie di canzoni come beffarda risposta alle
difficili situazioni della vita. Lei è una immigrata proveniente dai paesi dell’est e si rivela una brava pianista, lui
ha il cuore spezzato da una ragazza che se ne è andata a
Londra e scrive canzoni che non lasciano indifferenti. Il
loro incontro avvicina moltissimo le loro abilità artistiche,
ma li tiene a debita distanza, senza forzare sentimenti che
non provano. Scommettono ogni emozione sulla creatività, sul comune amore per la musica. Il disprezzo per la
creatività artistica nei paesi toccati da neoliberismo emerge in “Once” con una evidenza che si fa largo in ogni
scena, anche se le canzoni sono l’elemento portante dell’intreccio. Canzoni abbozzate, solo accennate, poi elaborate in duetto, infine incise al meglio in una sala professionale. Forte di alcuni cd, il futuro è nelle case di incisioni di Londra. Così si sono spalancate anche per Carney e
i suoi le porte di Hollywood, dopo il successo del film. Un
amico, dice, gli ha riferito di aver sentito Spielberg dire:
‘questo piccolo film mi ha dato ispirazione per il resto dell’anno’, frase che ormai accompagna come un portafortuna il film nel suo tour (e anche gli incassi sono stati notevoli). Carney si ispira un po’ alla nouvelle vague, un po’
al neorealismo, dice. E ha preso parecchi spunti dalla sua
esperienza personale, le band irlandesi infatti vivono un
po’ alla giornata (non tutti sono gli U2), ha chiesto soldi in
prestito in banca portando un suo video come garanzia
(sfidiamo qualcuno a farlo in Italia), ha dato brevi indicazioni a Glen Hansard per le sue canzoni e costruito il film
un po’ alla volta, si è tenuto lontano dai personaggi come
fossero passanti sconosciuti (non è educato avvicinarsi
troppo alla loro privacy), ha fatto innervosire il direttore
della fotografia perché spesso ha girato per strada e senza
lasciargli il tempo di montare il parco lampade negli interni, soprattutto ha ridotto tutto al minimo. John Carney sta
ora preparando il suo prossimo dark film a Hollywood, ha
raggiunto il suo personale lieto fine, anche se confessa:
‘Devo solo stare attento a non fare l’ennesimo film con
l’happy end. Neanche a Spielberg certe volte i finali
riescono tanto bene’.
Il Messaggero - Fabio Ferzetti - 06/06/2008
Far funzionare la storia più vecchia del mondo - ‘ragazzo
incontra ragazza’ - non succede ogni giorno. Ma usare uno
schema così semplice e universale per ribaltare il rapporto fra il cinema e la musica, asservendo il primo alla
seconda senza battere le solite strade del musical, è ancora più raro. Eppure è quanto accade in “Once”, diretto da
un regista che è stato per anni il bassista del gruppo irlandese dei Frames, e interpretato da altri due veri musicisti
che non ‘recitano’ personaggi cuciti loro addosso, ma
piuttosto mettono in scena la nascita di una serie di bellissime canzoni - le loro canzoni. Lui (Glen Hansard, fondatore dei Frames, apparso anche in “The Commitments”)
suona la chitarra nelle strade di Dublino.
Lei, una giovane profuga arrivata lì da Praga chissà come,
sembrerebbe una delle tante anime perse nelle strade della
città se non nascondesse un dono. Anche lei infatti
(Markéta Irglova), è una musicista, nella vita come nel
film. Anche lei nasconde tesori di sentimento e di saggezza nelle dita e nella voce. E insieme a lui... Beh, questo
conviene scoprirlo direttamente al cinema, “Once” è uno
di quei film così delicati e toccanti che a raccontarli si
sciupa. Ma la fusione fra il ‘poco’ che accade e la piena di
emozioni che Carney riesce a scatenare con un pugno di
personaggi è una delle vere sorprese dell’anno.
Il Manifesto - Silvana Silvestri - 30/05/2008
Se ‘canta che ti passa’ è ormai il motto dell’Europa impoverita, “Once” di John Carney (distribuisce Sacher), Oscar
2008 per la canzone ‘Falling Slowly’ è il film emblematico della rinascita del film musicale. Anche in Italia il
genere ebbe i suoi fasti nei periodi di maggiore povertà
diffusa, il dopoguerra di Claudio Villa, i musicarelli non
ancora sfiorati dal boom, fino a X Factor dei giorni nostri,
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NOI DUE CONOSCIUTI
23-24 aprile 2009
Regia: Susanne Bier
Interpreti: Halle Berry (Audrey Burke), Benicio Del
Toro (Jerry Sunborne), David Duchovny (Brian Burke),
Alexis Llewellyn (Harper Burke), Micah Berry (Dory
Burke), John Carroll Lynch (Howard Glassman), Alison
Lohman (Kelly), Robin Weigert (Brenda), Omar Benson
Miller (Neal), Paula Newsome (Diane), Sarah Dubrovsky
(Spring), Maureen Thomas (Nonna Ginnie Burke), James
Lafazanos (Arnie), Liam James (Cugino Dave), Quinn
Lord (Cugino Joel), Patricia Harras (Moglie di Howard),
Abraham Jedidiah (Sig. Skopes), Ken Tremblett (Marito
di Brenda), Caroline Field (Teresa Haddock)
Genere: Drammatico
Origine: Gran Bretagna/Stati Uniti d’America
Stagione: 2007/2008
Soggetto: Allan Loeb
Sceneggiatura: Allan Loeb
Fotografia: Tom Stern
Musica: Johan Söderqvist, Gustavo Santaolalla
Montaggio: Pernille Bech Christensen, Bruce Cannon
Durata: 118’
Produzione: Dreamworks Skg, Neal Street Productions,
Scamp Film And Theatre Ltd.
Distribuzione: Teodora Film (2008)
Soggetto
Seattle, Audrey ha perso il marito Brian ed è rimasta con
i due figli piccoli Harper e Dory. Nella casa vicino a loro
arriva Jerry, alcolista disadattato e miglior amico di
Brian. Jerry sta cercando di guarire; Audrey sta cercando
di continuare a vivere. I due sono malati, un po’ si sorreggono un po’ si ostacolano, si respingono e si attirano.
Entrambi vogliono ricominciare una nuova vita.
Valutazione
Segnalatasi con due titoli convincenti (“Non desiderare
la donna d’altri”, 2004; “Dopo il matrimonio”, 2006), la
danese Susanne Bier esordisce nel cinema americano,
ripercorrendo la strada di molti suoi illustri predecessori
(Curtis, Sirk, Zinnemann...). La malattia e la difficoltà di
elaborare il lutto si incontrano lungo un terreno irto di
problemi e di chiaroscuri. Il cammino di Jerry per uscire
dalla dipendenza dall’alcool è all’insegna di slanci contraddittori e sfocia nella scena-madre della grande crisi. Il
dolore di Audrey scandisce le tappe di un atteggiamento
verso l’assenza da ricostruire con nuova forza e solidità
caratteriale. I temi ci sono (la famiglia, i figli, l’assenza
del padre, il lavoro, l’amicizia, l’alcool, l’amore trattenuto...) ma lo svolgimento, più che sul dramma, vira appunto sul melodramma, sulla forte esposizione dei sentimenti, sullo sconvolgimento interiore. Bier costruisce un
meccanismo solido e coerente, facendo riflettere e insieme scavalcando ogni possibile suggestione didascalica.
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Il Corriere della Sera - Maurizio Porro - 13/06/2008
Non è un remake, ma laggiù nel ‘60 i due sconosciuti
erano Douglas e Kim Novak; qui nel primo film hollywoodiano della danese Susanne Bier, che usa il dècor spoglio e i primi piani del Dogma (ma non li faceva già il
grande Bergman?), vanno incontro ai loro destini sentimentali Halle Berry e il neo premiato a Cannes Benicio
del Toro. Che prima di fare il Che, è un avvocato eroinomane, ex migliore, più disadattato e strafatto amico di un
gentile, benestante marito e padre che una sera, periferia
di Seattle, perde la vita in un incidente stupido e banale:
non porterà mai più a casa il gelato. La moglie, per rimuovere il lutto, invita l’altro, sempre a lei inviso, a stabilirsi
in casa: si aiutano a vicenda, ma è la disintossicazione che
viene programmata davanti ai due piccini che si affezionano al nuovo papà isterico tanto da organizzargli dei bei
ricatti affettivi. Non va come l’olio: l’importante è disintossicarsi dai ricordi (‘Le cose che abbiamo perso nell’
incendio’, dice il titolo originale), reagire alla dittatura
della memoria e del rimpianto, riuscire a guardare avanti,
all’originalità sveviana della vita, compresi i percorsi
affettivi a zig zag, spesso imperscrutabili o resi zoppi da
pregiudizi. Il finale porta rose, ma non ancora la felicità,
mentre l’ombra del caro estinto David Duchovny si materializza nei flash back come un “Ghost” versione dramma.
La Bier è una specialista nei melò frenati, autrice di
“Dopo il matrimonio” e “Non desiderare la donna d’altri”.
Azzarda qui la mossa dell’interscambiabilità dei ruoli
familiari, tenendo a bada la retorica attenta a non far festa
banale. Scritturata dalla Dreamworks la regista si butta in
un disegno tipo “American beauty” ma senza cercare con
malizia il sesso contorto, esaminando l’angoscia che sta
dentro una situazione di stallo borghese, un qualcosa che
dal pubblico lentamente striscia nella privacy e ne mina la
stabilità. La Berry è brava, mentre Del Toro fa proprio il
tipo che piace anche quando si presenta al centro di disintossicazione.
ed esteriori, arrivano qui a una recitazione davvero sobria
e interiorizzata.
Il Manifesto - Roberto Silvestri - 13/06/2008
‘Farsi una pera? È come ricevere un bacio da Dio. Ma una
volta sola, la prima: dopo quell’esperienza meravigliosa
non ci sarà mai più il bis, si oscillerà solo tra evasione e
nausea’...’Fammi evadere con te’, chiede allora lei,
Audrey. Lui, Jerry, non lo permetterà mai, troppo dark
quei viaggi...
Giovane mamma di due figli piccoli, e da poco vedova
inconsolabile, Audrey Burke (Halle Berry) chiama a vivere in casa sua l’uomo che “amava odiare”, il migliore
amico del marito immobiliarista (ucciso da un pazzo) l’ex
avvocato rampante, poi distrutto dall’eroina, Jerry
Sunborne (Benicio Del Toro) che ha incrociato forzosamente (e antipaticamente) al funerale mentre raccattava
mozziconi di sigaretta. Jerry, che vuol disintossicarlo, e il
cambio di casa facilita lo sforzo, conosce piccoli e grandi
segreti del deceduto (e anche dei suoi figli) che perfino la
madre ignora. Molte delle ‘massime celebri’ del marito,
imperativi morali, trucchi esistenziali, erano in realtà farina del sacco dell’amico. Che conosce anche alcuni vizi dei
ragazzi, come marinare a scuola e andare invece in quel
cinema che, in un certo periodo dell’anno, dedica matinée
imperdibili (per papà e figlia) ai classici del cinema americano in bianco e nero...
Ma la sensibilità, la devozione alla casa e al defunto, la
raffinatezza psicologica di Jerry urtano a poco a poco la
suscettibilità di Audrey: ‘Sono figli miei, non tuoi, io li
devo educare, io devo insegnare a mio figlio a non aver
paura di nuotare e a respirare sott’acqua’. Ma è Jerry a fargli superare lo shock...E quando sta per nascere (o rinascere) quasi qualcosa di tenero tra i due - ma che verrà
interpretato da entrambi, probabilmente a torto, come un
falso sentimento, causato dal particolare stato di disperazione psicologica di entrambi - lei lo sbatte con fermezza
fuori di casa. Jerry che si era appena ripreso, anche lavorativamente (grazie all’aiuto di un bizzarro vicino di casa
dei Burke, e all’affetto di una ragazza che condivideva con
lui il training dei gruppi di autocoscienza anti-droga, preghiere a parte), ripiomba nel caos esistenziale e morirebbe
di overdose se non ‘arrivassero i nostri’, Audrey appunto,
a strapparlo alla morte. Ma l’happy end amoroso non ci
sarà, mai. Le intense relazioni incrociate d’amore tra i tre
sono sempre avvenute in dimensioni mai comunicanti tra
loro.... Dramma psicofamiliare, ambientato a Seattle
(Washington) “Noi due sconosciuti”, (“Things we lost in
the fire”) scritto e diretto dalla cineasta danese (di cui è
appena uscita in Italia l’opera omnia in cofanetto dvd) non
è stato ‘rimontato’ secondo le statistiche di mercato, cioé
a standard linguistico rigido. Ci sono improvvise aperture
senza chiusura in questa storia curva, svolte proibite sperdute nel vuoto, misteri inspiegati. La bellezza di questo
viaggio della Bier in America (Sam Mendes ne è guida,
come produttore) è qui. In più il titolo italiano, omaggio
all’omonimo dramma acido di Richard Quine: e un bel po’
di quel tono cool (guardare bene in faccia la morte per
amarla, con presenza di spirito) è molto ben rievocato.
La Stampa - Lietta Tornabuoni - 13/06/2008
Primo film americano, prodotto da Sam Mendes, della
ammirata regista danese Susanne Bier, già autrice di
“Dopo il matrimonio”, di “Non desiderare la donna d’altri”. Con Halle Berry e Benicio Del Toro bravi, “Noi due
sconosciuti” è più sentimentale, meno asciutto dei film
precedenti, ma non meno importante e significativo. La
morte di un architetto, ucciso durante una rissa per strada,
lascia vedova sua moglie, orfani i suoi ragazzi, solo il suo
migliore amico, un tossicomane caotico. La moglie vuole
seguitare ad assistere l’amico, come faceva suo marito: lo
aiuta, lo ospita in casa, gli fa trovare lavoro. Con grande
delicatezza il film lascia capire che tra i due c’è un rapporto fatto di necessità, di compagnia e di amicizia, di esigenza di affetto, di indispensabilità di riformare una nuova
famiglia (specialmente da parte di lei). Poi: ‘Devi andartene’, e lo convince a entrare in clinica per disintossicarsi.
La sensibilità della Bier, come interprete di sentimenti, la
sua forza narrativa ne fanno un’autrice straordinaria per
dolcezza e rettitudine. Anche per sapienza nel dirigere gli
attori: Halle Berry e Benicio Del Toro, sempre espansivi
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L’Eco di Bergamo - Achille Frezzato - 18/06/2008
La danese Susan Bier, la regista di “Non desiderare la
donna d’altri” e di “Dopo il matrimonio”, opere melodrammatiche sul senso della vita, sull’amore e le sue complicazioni, sull’altruismo, firma con “Noi due sconosciuti” il suo primo lungometraggio hollywoodiano: un
muovo melodramma in cui, con sobria partecipazione,
racconta l’incontro fra due anime perdute, ma in grado di
affrontare, aiutandosi reciprocamente, le vicissitudini
della vita. A Seattle, Audrey (Halle Berry) e Brian (David
Duchovny), un architetto, e i loro due figli conducono una
vita tranquilla, lievemente turbata dall’amicizia, per
Audrey immotivata, che il marito nutre per Jerry (Benicio
Del Toro), un avvocato eroinomane abbandonato da tutti.
All’improvviso Brian muore e Audrey, dopo averlo invitato al funerale, offre ospitalità a Jerry, scoprendo giorno
dopo giorno una persona del tutto diversa da quella detestata. In “Noi due sconosciuti”, ben interpretato e caratterizzato da una narrazione a incastro, Susanne Bier ripropone il ‘suo’ cinema introspettivo. Da un lato, dipinge,
soffermandosi su significativi dettagli, un mondo insicuro,
in difficoltà di fronte alle improvvise svolte, ai drammi
della vita. Dall’altro, si mostra attenta a dire il dolore dell’assenza, a rilevare momenti di solitudine e di disperante
vuoto e, sempre attraverso primi e primissimi piani e con
l’impiego di una cinepresa a mano, a cogliere sui volti, nei
gesti e nelle espressioni le emozioni, i trasalimenti dell’anima di due persone sole e caratterialmente diverse. Due
persone che coraggiosamente intraprendono un percorso
di crescita, che permette di vivere nell’assenza della persona amata e nella cessata dipendenza dalla droga. Ciò
che conta nella vita non è costituito dai beni materiali,
dagli oggetti pur amati e ridotti in cenere da un incendio
(vi allude il titolo originale: “Things we lost in the fire”).
Ciò che ha effettivo valore in ogni momento dell’esistenza, per Susanne Bier e i protagonisti della sua storia, sono
la disponibilità a comprendersi e ad aiutarsi, sono gli affetti, l’amicizia, l’amore.
Audrey di una ora dolce e ora lacrimata e cruda intensità
d’anima, lui Jerry di forte espressività anche fisica tra sogghigni scimmieschi e lampi di luce con straordinaria,
gamma di tremori, astinenze, fragilità, speranze.
Audrey è appena rimasta vedova di Brian (David
Duchovny) con due bambini, ha perso il marito architetto
ucciso per strada mentre cercava di aiutare una donna brutalizzata dal marito. Quasi per richiamarselo vicino, restare fedele alla sua memoria di uomo generoso sempre pronto a cogliere in una persona ‘quello che c’è di buono’, fa
venire anche Jerry alle esequie di Brian. Lei l’aveva odiato perché avvocato disperatamente allo sbando, tossicomane inguaribile, e con il pretesto di un’antica amicizia di
scuola, tanto aiutato e curato da Brian. Ma ora, per contrappasso, Audrey intende comportarsi con Jerry come
faceva Brian. Cerca di aiutarlo, lo consiglia, lo va a trovare in clinica dove Jerry s’arrangia in qualche mansione
manuale, finisce per ospitarlo in casa, chiedergli una presenza affettuosa che le ridoni il sonno, anche se con qualche soprassalto in chiusura, quando vede i propri bambini
guardare a Jerry con tenerezza troppo filiale, o si trova a
temere propri inespressi risvolti d’amore, o non riesce a
sottrarre Jerry alle distruttive tentazioni della droga. Per
Audrey e Jerry, non potrà non esserci diverso destino.
Alla sua prima esperienza americana, la danese Susanne
Bier, pur in una sceneggiatura firmata da Allan Loeb con
sviluppi d’azione alquanto prevedibili, non rinuncia a temi
a lei cari, come già intravisti in “Non desiderare la donna
d’altri” e “Dopo il matrimonio”, quella filtratura ambiguamente complessa di caratteri, umori, destini tra amore
e dolore, complesso di colpa e speranza di vita nel (melo)
drammatico confronto di relazioni aggroppate tra remore
del passato e cognizioni sconvolgenti.
Pupilla di Lars von Trier, la Bier ne riflette la lezione, ma
a modo suo, con diversa intelligenza e sensibilità. Trova
elementi espressivi forti di dolorosa tensione nel sistematico uso di uno scaltrito montaggio scivoloso a rimpallo
tra passato e presente, realtà e incubo e sogno, nella
inquietante fissità dei primi piani, nell’orchestrazione
degli sguardi, negli estatici refrain, dei dettagli, un occhio,
un battito di ciglia, due labbra, una mano, una carezza, un
piede, un sorriso, nella suggestione dei contrappunti musicali, e pur sul limite dell’artificio nella salda direzione
degli interpreti.
Il Giornale di Brescia - Alberto Pesce - 17/06/2008
Sono tutti e due molto bravi, l’afroamericana Halle Berry
e il portoricano Benicio Del Toro, nell’ambiguità compressa e dolente dei loro ruoli, nel bilico dei loro sentimenti, nel confronto delle loro sospensioni e tensioni, lei
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VICKY CRISTINA BARCELONA
mercoledì 29 - giovedì 30 aprile 2009
Genere: Commedia
Regia: Woody Allen
Interpreti: Scarlett Johansson (Cristina), Rebecca Hall
(Vicky), Javier Bardem (Juan Antonio), Penelope Cruz
(Maria Elena), Patricia Clarkson (Judy Nash), Kevin
Dunn (Mark Nash), Chris Messina (Doug), Julio Perillan
(Charles), Pablo Schreiber (Ben), Carrie Preston (Sally),
Zak Orth (Adam).
Nazionalità: Stati Uniti
Distribuzione: Medusa Film
Orig.: Stati Uniti (2008)
Sogg. e scenegg.: Woody Allen
Fotogr. (Normale/a colori): Javier Aguirresarobe
Mus.: brani di autori vari
Montagg.: Alisa Lepselter
Dur.: 97’
Produz.: Letty Aronson, Gareth Wiley, Stephen
Tenenbaum.
Soggetto
Due turiste americane, Vicky e Cristina, che danno il
nome al film, in viaggio nella città catalana, fanno perdere la testa ad un irresistibile pittore spagnolo. Se già non
bastasse questo triangolo amoroso a rendere bollente la
situazione, ci si mette pure l’ex-fidanzata dell’artista, che
alla vista del “suo” uomo insieme a due straniere si fa travolgere dalla gelosia...
Valutazione
Woody Allen dirige e firma la sua escursione in terra spagnola.
Da Barcellona a Oviedo e poi ancora a Barcellona, seguiamo il viaggio “di formazione” di due amiche americane,
Vicky (una convincente Rebecca Hall) e Cristina (Scarlett
Johansson che qui rifà se stessa).
La prima è in procinto di sposarsi con un noioso americano e studia la cultura catalana, la seconda è single, scrive,
fa fotografie e sogna l’amore tragico e romantico. A
Barcellona incontreranno il fascinoso Juan Antonio
(Javier Bardem) un pittore ancora innamorato della focosa Maria Elena (Penélope Cruz), la moglie da cui vive
separato. Juan Antonio propone alle due giovani un weekend di arte, cibo e sesso a Oviedo. Saranno lunghi e illuminanti i due mesi estivi a Barcellona, per Vicky e
Cristina.
Allen si lascia sedurre ancora una volta dall’Europa e
dalla sua città più romantica, insieme a Roma e Parigi.
Dopo Londra, dopo il noir e le atmosfere cupe, il regista
newyorchese torna alla commedia, solare e umoristica. Si
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ride con Vicky Cristina Barcelona, si ammirano paesaggi
e opere d’arte, si percepisce perfino il calore del sole che
dà alla testa, si batte il piede seguendo il ritmo del tema
musicale del film.
Così di gag in gag, assistiamo al farsi e disfarsi dei legami,
Vicky con Juan Antonio, poi è la volta di Cristina e poi
anche di Maria Elena, che ricompare in un divertente legame a tre, poi ancora Vicky. Le ossessioni della ricca borghesia, le sue finte trasgressioni sono ferocemente ritratte,
così come la vaghezza di certe aspirazioni pseudo artistiche.
propri connazionali, incapaci di capire cosa vogliano davvero: se la rispettabilità (e l’ agiatezza) borghese o la passione (e l’ appagamento) dei sentimenti.
Fulvia Caprara - Il Mattino, 17 maggio 2008
Come sono eccitanti, secondo Woody, le vacanze d’estate
a Barcellona. Specie quando a godersele sono due signorine inquiete e sexy come Rebecca Hall e Scarlett
Johansson. Un’ora e mezza secca, come ai bei tempi: il
cinema del piccolo grande regista non ha per fortuna
molto tempo da perdere. A rendere ancora più calda la trasferta ci pensano due personaggi che, guarda caso, sono
anche due attori-simbolo della nazione ospitante: lo spudorato pittore Javier Bardem e la squinternata ex moglie
Penelope Cruz ….
«Vicky Cristina Barcelona» è una deliziosa commedia da
viaggio (iniziatico), che evoca i tormentosi intrecci della
passione cari al Truffaut di «Jules e Jim» o «Le due inglesi», ma poi finisce con l’acquistare un tono malizioso e
pungente degno di Lubitsch. Quando le due turiste americane incontrano l’aitante pittore (al quale Bardem si diverte a dare un’aria esilarante da babbione machista), si capisce che ci finiranno a letto; ma non si può prevedere che i
divergenti caratteri delle moderne girls - l’una razionale,
leale e avviata a un matrimonio squallido; l’altra civetta,
sensuale e pronta alle sfide della mentalità libera degli
indigeni - saranno, sia pure in maniera brutale, rivitalizzati dall’entrata in scena della vulcanica, incontenibile Cruz.
Tra le citazioni ammiccanti di Gaudi e Mirò, la Sagrada
Familia e il Parc Guell - con la parentesi di una galeotta
gita a Oviedo - la follia mediterranea contagerà beneficamente il pragmatico puritanesimo yankee, come sancisce
il liberatorio bacio saffico a cui s’abbandonano la mora
Penelope e la bionda Scarlett. Allen sa bene, però, che la
tristezza cova sotto le ceneri d’ogni amplesso e sbarra la
strada dell’happy end con tutta la classe del suo scetticismo.
Il Corriere della Sera - Paolo Mereghetti - 17/05/2008
Applausi convinti e sonori ululati hanno accolto ieri la
proiezione per la stampa del nuovo film di Woody Allen
Vicky Cristina Barcelona, dal nome delle due protagoniste
e della città dove passeranno un’ estate che non dimenticheranno facilmente. Due reazioni in qualche modo giustificate perché il film ha momenti davvero esilaranti
(soprattutto per merito di Javier Bardem e Penélope Cruz)
e altri decisamente macchinosi e fin troppo didascalici,
con una voce fuori campo invadente fino al fastidio. Vicky
e Cristina, cioè Rebecca Hall (eccellente) e Scarlett
Johansson (un po’ troppo uguale a se stessa), sbarcano a
Barcellona per una vacanza: la prima, razionale e concreta, ha lasciato il promesso sposo a New York; la seconda,
irrazionale e spensierata, vuole vivere alla giornata. A
cambiare le loro vite ci penserà un pittore, Juan Antonio
(Javier Bardem), che incarna tutte le virtù, e i vizi, che l’
Europa possiede agli occhi degli americani: sensualità,
spontaneità, cultura, fascino e naturalmente spregiudicatezza. Prima mette in crisi le certezze di Vicky con una
inaspettata notte d’ amore, poi conquista Cristina con il
fascino dell’ intellettuale tutto genio e sregolatezza. A
mettere in discussione la «normalità» riconquistata (Vicky
si è messa il cuore in pace, Cristina fa coppia fissa con
Juan Antonio) arrivano il fidanzato americano della prima
e l’ ex moglie del secondo. È il momento in cui Woody
Allen, che come sempre firma anche la sceneggiatura,
trova i suoi momenti migliori, ironizzando sulla noia dei
maschi americani, che pensano solo al lavoro e a giocare
a golf, e sulla follia di quelli europei, incapaci di decidersi. Perché naturalmente Juan Antonio è ancora innamoratissimo della sua ex moglie Maria Elena (una Cruz in
grande forma) e finisce per coinvolgere Cristina in un
«rapporto a tre» che sullo schermo si concretizza in pudichi baci di pochi secondi (prima tra le due donne, poi con
l’ intervento dell’ uomo) ma che nella fantasia dello spettatore dovrebbe rappresentare il massimo della trasgressione. Peccato che alla fine nessuno sia felice. Né Vicky
che sogna impossibile fughe romantiche, né Cristina che
non riesce ad accettare di condividere Juan Antonio, né
naturalmente Maria Elena, che appena si trova campo
libero non sa trattenere rabbie e paure. E un finale di
«sconfitta» per tutti sembra la morale piuttosto disincantata di un Woody Allen che ha messo da parte le riflessioni morali sulla colpa e la responsabilità (al centro dei tre
film girati in Gran Bretagna) e si diverte a punzecchiare i
Alessandra De Luca Avvenire 18 maggio 2008
Le risate e gli applausi non sono mancati, ma alla fine l’ultimo film di Woody Allen, la commedia Vicky Cristina
Barcelona presentato ieri a Cannes fuori concorso ha
rimediato anche molti dissensi dal pubblico degli addetti
ai lavori. Sarà perché da questo autore che con i suoi ultimi film ci ha fatto riflettere su delitti e castighi ci si aspettava molto di più. O forse perché a scene davvero divertenti si mescolano situazioni e morali un po’ scontate. Due
amiche (Rebecca Hall e Scarlett Johansson) arrivano in
Spagna per trascorrere l’estate. A Barcellona incontrano
un eccentrico e affascinante pittore, Juan Antonio (Javier
Bardem) tra le cui braccia cadranno prima la razionale
Vicky a pochi giorni dal suo matrimonio, e poi la spensierata Cristina abituata ad affrontare con più coraggio la sua
vita sentimentale. Ma quando l’artista, che agli occhi delle
ragazze rappresenta tutto ciò che di creativo e liberatorio
esiste nella cultura europea, sembra aver scelto la seconda, ecco rifarsi viva l’ex moglie di Juan Antonio, Maria
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Elena, donna irruenta ed emotivamente instabile capace di
condizionare ancora la vita del suo precedente partner.
Cristina però è pronta a tutto ed ecco che tra lei, il fidanzato e la nuova arrivata comincia un «rapporto a tre». Alla
lunga però la situazione non regge. E mentre il matrimonio di Vicky convolata nel frattempo a nozze, già vacilla
tra pentimenti e rimpianti, Cristina decide di abbandonare
la coppia a un rapporto che non fa per lei. E così, in un
finale tutt’altro che lieto le due amiche se ne torneranno
infelici a New York, l’una ingabbiata in un legame matrimoniale di compromesso, l’altra perennemente alla ricerca di non si sa bene cosa. Mentre tra Juan Antonio e Maria
Elena sarà di nuovo rottura. Conclusione dicevamo piuttosto prevedibile soprattutto se arriva da un regista che sui
rapporti di coppia ha realizzato pellicole davvero di culto.
Ma non è che per caso, chiede malizioso un giornalista,
Allen si è divertito a mettere in scena una sua personale
fantasia? «Per carità — si schernisce il regista— è già così
difficile con un partner! Nella vita reale le persone non
sopravviverebbero a rapporti del genere, a una tale complicazione sentimentale. Nei film invece è tutto più facile,
anche se alla fine della storia che racconto nessuno è felice». Penelope Cruz, che insieme a Rebecca Hall ha
accompagnato Allen sulla Croisette, viene bombardata in
conferenza stampa da domande sui baci saffici dei film.
La riposta è laconica: «Non bisogna essere necessariamente d’accordo con i personaggi che si interpretano,
l’importante è capirli, amarli. Woody Allen, estremamente rispettoso di tutti i suoi attori, mi ha fatto fare delle cose
di cui non mi sono neanche accorta passando dal tragico
al comico con estrema disinvoltura».
privato per recarsi in un hotel ad Oviedo dove potranno
visitare il luogo, apprezzarne tradizioni e cultura (anche
culinaria) e fare entrambe l’amore con lui. Se Cristina non
ha alcun ripensamento nell’accettare la proposta, le regole che Vicky si è imposta la spingono a rifiutare in modo
seccato. Cristina l’avrà vinta ma l’amica vuole avere la
certezza di camere separate e ottiene rassicurazioni in proposito.
Dopo una giornata trascorsa con una prima visita della
città, nel corso della quale Juan Antonio dichiara l’amore
che ancora prova per la moglie benché sia consapevole
della loro impossibilità a convivere, giunge finalmente la
notte con l’invito più intrigante. Vicky torna a respingere
l’offerta mentre Cristina accetta. Ma…
Se potete non fatevi raccontare (o non leggete) nulla su
come prosegue la vicenda. Finireste con il togliervi il piacere della scoperta di uno dei più riusciti ed ironici film
dell’ultimo Allen. Perché è vero che Woody ha dei temi e
delle scelte narrative su cui periodicamente ritorna (per
questo i detrattori lo accusano di ripetitività) ma quando,
come in questa occasione, sa farlo con un approccio totalmente nuovo allora è davvero festa in sala. Perché questa
volta la scelta dell’Io narrante è funzionale al modo con
cui vengono guardati (e presentati) i personaggi.
Osservate, a titolo di esempio, l’entrata in scena di Juan
Antonio: Javier Bardem è straordinario nel caratterizzare,
già da quella inquadratura, il suo personaggio.
Allen torna a riflettere sulla natura di quello che chiamiamo amore registrando gli spostamenti del cuore che vanno
spesso al di là di ciò che ragione, tradizione, valori acquisiti ma mai del tutto interiorizzati, sembrerebbero imporre. Ecco allora che l’impostazione dei caratteri di Vicky e
Cristina diviene da subito funzionale alla creazione di
un’attesa. Resteranno salde nelle loro posizioni? In che
misura potrebbero mutare atteggiamento? Quando dall’altra parte ci sono un Bardem che riempie lo schermo per la
gioia di signore e signorine pronte a partire per Oviedo
senza remore e una Penelope Cruz forse altrettanto efficace solo nelle mani di Pedro Almodovar, il gioco si fa ancor
più interessante.
Anche perchè Woody ha abbattuto un altro dei suoi tabù.
Se finora solo rarissimamente aveva girato in piena estate
(fatti salvi Una commedia sexy in una notte di mezza estate, le cui riprese avevano pero’ avuto luogo a poche decine di chilometri da Manhattan, e alcune scene di Tutti
dicono I Love You) ora è la luminosa Barcellona ad attrarre il suo sguardo. Si sarà senz’altro trattato di esigenze
produttive (come era accaduto per la peraltro nuvolosa e
quindi rassicurante Londra). Fatto sta che il calore della
città catalana (e della sorprendente Oviedo) si trasmette al
film offrendogli un’ulteriore sensazione di novità!
Felicitaciones Woody!
Giancarlo Zappoli – My Movies 2008
Vicky e Cristina sono buone amiche anche se hanno visioni completamente differenti dell’amore. Vicky è fedele
all’uomo che sta per sposare e ancorata ai propri principi.
Cristina invece è disinibita e continuamente alla ricerca di
una passione amorosa che la sconvolga. Vicky riceve da
due amici di famiglia l’offerta di trascorrere una vacanza
in casa loro a Barcellona durante l’estate. La ragazza
pensa cosi’ di poter approfondire la propria conoscenza
della cultura catalana sulla quale sta lavorando per un
master. Propone a Cristina di accompagnarla, così forse
potrà superare meglio il trauma di una storia finita di
recente. Una sera, in una galleria d’arte, Cristina incrocia
lo sguardo di un uomo estremamente attraente. Si tratta
del pittore Juan Antonio, finito di recente su giornali e
televisione per un furibondo litigio con la moglie Maria
Elena nel corso del quale uno dei due ha cercato di accoltellare l’altro. Le due ragazze lo ritroveranno nel locale in
cui cenano. Anzi, sarà lui ad avvicinarsi al loro tavolo con
una proposta molto chiara: partire subito con il suo aereo
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IL PAPÀ DI GIOVANNA
7-8 maggio 2009
Regia: Pupi Avati
Interpreti: Silvio Orlando (Michele Casali), Alba
Rohrwacher (Giovanna Casali), Francesca Neri (Delia
Casali), Ezio Greggio (Sergio Ghia), Serena Grandi (Lella
Ghia), Paolo Graziosi (Andrea Traxler), Sandro Dori
(Belletti), Edoardo Romano (Pradelli), Chiara Sani
(Amabile), Valeria Bilello (Marcella Traxler)
Genere: Drammatico
Origine: Italia
Stagione: 2008/2009
Soggetto: Pupi Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati
Fotografia: Pasquale Rachini
Musica: Riz Ortolani
Montaggio: Amedeo Salfa
Durata: 104’
Produzione: Antonio Avati Per Duea Film, Medusa Film
Distribuzione: Medusa (2008)
Soggetto:
Bologna 1938. Michele Casali, insegnante di liceo, viene
a sapere che Giovanna, sua unica figlia ancora adolescente, ha ucciso per gelosia la compagna di banco e sua
migliore amica. Riconosciuta colpevole, la ragazza viene
tuttavia ritenuta non sana di mente e rinchiusa nell’ospedale psichiatrico di Reggio Emilia, dove rimane fino al
1945. Michele lascia moglie e casa per trasferirsi vicino a
lei, vederla e accudirla tutti i giorni. Nel dopoguerra i due
ritrovano per caso Delia, la mamma. Forse una riunificazione della famiglia è possibile.
Valutazione:
Era uno dei quattro film in concorso a rappresentare
l’Italia alla Mostra di Venezia 2008. La paternità, l’handicap, lo strazio dei sentimenti difficili da controllare: Avati,
più che mai, arpeggia uno spartito delicato e impervio,
acuto e stratificato. “Da qualche tempo - ha detto in c.s. a
Venezia - ho messo in atto una riflessione sulla figura
paterna avvertendo che nel corso degli anni si è andata
sempre più sbiadendo (...) Dal gesto sconsiderato della
figlia parte una vicenda umana vissuta attraverso gli occhi
del padre che avverte in modo sempre più pressante le
proprie responsabilità”. Avati affronta il tema con toni
accorati, riflessivi, convincenti, e il racconto diventa un
nuovo capitolo di quel diario di ricordi che il regista bolognese va scrivendo da anni. Affresco d’epoca palpitante,
poesia soffusa, capacità di disegnare dolori e sofferenze su
sfondi di impeccabile precisione descrittiva. Avati è così,
forse non graffia ma non delude mai, cantore gentile delle
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piccole cose, della piccola gente, della nostra vita di tutti i
giorni. La memoria del passato si fa in lui filtro per vivere il presente. E di ogni essere umano vanno difesi e affermati l’unicità e il suo essere irripetibile.
estesa. Forte è il segno di Alba Rohrwacher, che trova una
chiave di apparente innocua normalità per addentrarsi
negli oscuri territori della follia. E una rivelazione addirittura è Ezio Greggio, che si trasforma per l’occasione in un
comprimario da Hollywood, capace di attirare l’attenzione con una tragedia tutta sua.
Il Corriere della Sera - Tullio Kezich - 12/09/2008
Mi succede raramente di sfogliare i libri tratti dai film, un
sottoprodotto letterario a puro scopo commerciale, ma
qualche settimana fa in attesa di vedere “Il papà di
Giovanna” non ho resistito alla tentazione offerta dall’omonimo romanzo di Pupi Avati (Mondadori). Ebbene,
dopo poche pagine la curiosità si è tramutata in interesse
e la storia del povero professore di disegno che si ritrova
con l’adorata figlia unica colpevole di uno spaventoso
delitto, non l’ho più mollata: mi premeva sapere in quale
modo l’autore giunto al momento di tirare le fila di un
dramma seguito passo passo dal ‘38 al ‘53, si sarebbe
sbrogliato da un tale groviglio di pene perdute, angosce e
lacerazioni. Ha funzionato, insomma, l’infallibile molla
del ‘come andrà a finire?’ che la narrativa contemporanea
spesso trascura. Mentre leggevo, istintivamente cercando
precedenti alla scrittura nitida e sapiente di Pupi, mi sono
venuti in mente Mario Soldati, Piero Chiara e altri inventori (o riecheggiatori?) di vicende similvere. E ho subito
avvertito la particolarità di un testo che sembra ritagliato
da uno dei referti di ordinaria criminalità imperversanti su
giornali e tv, quelle azioni orrende, patologiche, immotivabili su cui fanno a gara per intervenire, spesso a sproposito, orde di intervistati-squillo. Ma qui l’origine del
fattaccio è allontanata in un periodo della vita italiana in
cui la dittatura vietava l’abuso (se non addirittura l’uso)
della cronaca nera; e dove il peso della politica si faceva
sentire nelle indagini poliziesche e nelle decisioni della
magistratura. Ciò che ha fatto Avati, precisando e puntualizzando le allusioni del film al culmine dell’era fascista e
alle sue disastrose conseguenze, si chiama tramutare in
storia la contemporaneità o, visto in senso contrario, leggere il presente alla luce del passato. All’ordito del libro il
film somma la capacità del cinema di evocare in diretta gli
ambienti attraversati: e qui fin dai titoli di testa, che fanno
sfilare le foto dei protagonisti in simpatici e comuni atteggiamenti d’antan, la narrazione per immagini si annuncia
come si conviene tra incredulità e distacco, umana comprensione e ironia. E’ il trionfo dell’ ‘Avati touch’ nel suo
film forse più bello, certo più padroneggiato e maturo: un
apologo che invita a guardare il mondo, nelle sue brutte
storie di ieri e di oggi, senza morbosità né acrimonia.
Attingendo in fondo, con il massimo pudore e senza sottolineature di sorta, a una lezione d’amore. Una simile
delicata partitura aveva bisogno di esecutori ispirati; e qui
c’è un quartetto di autentici virtuosi. Silvio Orlando si
comporta da primo violino senza esuberanze né esibizionismi, in una chiave intimista di sapore quasi dostoevskiano: lo si accoglie, prima che nella sua qualità di grande attore, come un fratello. Una coraggiosa e bellissima
Francesca Neri gli tiene testa trovando toni aspri e risentiti, confermandosi interprete dalla gamma incredibilmente
Panorama - Piera Detassis - 18/09/2008
Fotografia brunita come le immagini d’epoca che introducono questo racconto di un’Italia grigia e offesa, serenamente vile, stretta tra la Seconda guerra mondiale, il fascismo e la Liberazione. Il borghese piccolo piccolo di Avati
ha la faccia onesta e dolente del professore di disegno
Michele Casati (Silvio Orlando), ossessionato dal desiderio di preservare dalle umiliazioni la figlia bruttina (Alba
Rohrwacher), al punto da offrire la promozione facile
all’unico allievo che mostra interesse nei confronti della
ragazza. Eccesso di protezione che diventa criminale
quando la diciassettenne Giovanna ammazza senza pentimento l’amica del cuore sospettandone la liaison con l’amato. Il mondo chiuso che circonda i protagonisti è tratteggiato alla perfezione: la bella moglie (una bravissima
Francesca Neri), amata e odiata dalla figlia e chiusa in un
dolore che pare indifferenza, e l’amico poliziotto fascista
interpretato con insoliti mezzi toni da Ezio Greggio. Il
duetto fatale e chiuso fra Orlando e Rohrwacher ha gesti
intonati, complicità folli nella caduta e nella vergogna; e il
protagonista è insuperabile nel declinare umanità, malinconia e tratto grottesco con sensibilità sommessa, dove l’ironia e il tragico si confondono armoniosi. Da ricordare il
momento in cui consegna, vinto ma consapevole, la
moglie all’amore dell’altro: un’emozione rara.
L’Unità - Alberto Crespi - 12/09/2008
Settembre andiamo - al cinema, parafrasando il poeta.
Finiscono le ferie, comincia la scuola, riparte il campionato e riaprono le sale. E come al solito, arrivano al cinema
i film veneziani: spopolano le vecchiette di “Pranzo di ferragosto”, serpeggia il dibattito sul nuovo Ozpetek un po’
diverso dagli Ozpetek di prima, e una settimana più tardi,
con il sussiego di chi arriva a una festa volutamente in
ritardo - c’è chi può... - esce un altro reduce dal concorso
lagunare. L’unico premiato, per altro: “Il papà di
Giovanna” di Pupi Avati, che è valso a Silvio Orlando una
Coppa Volpi meritatissima al di là delle infatuazioni per la
prova - emozionante, certo - di Mickey Rourke in “The
Wrestler”. Da Venezia abbiamo lodato il film anche per il
suo modo sommesso, e al tempo stesso limpido, di raccontare l’Italia fascista alla vigilia della guerra. Silvio
Orlando e Francesca Neri sono marito e moglie: lui insegna arte in un liceo di Bologna, lei è una donna troppo
bella per fare la casalinga. Hanno una figlia, Giovanna
(Alba Rohrwacher, anche lei bravissima): una ragazza
bruttina e complessata, che il padre adora e la madre sotto
sotto disprezza. Anche spinta dal padre, che vorrebbe la
sua felicità ad ogni costo, Giovanna si innamora di un
ragazzo che però la prende in giro, per poi corteggiare la
100
sua amica del cuore, figlia di un pezzo grosso del fascio.
Folle di gelosia- ma è una follia silenziosa, sommessa
come tutto il film - Giovanna uccide l’amica e finisce in
manicomio criminale, mentre la vendetta dei maggiorenti
bolognesi si abbatte come una mannaia sulla famiglia.
Marito e moglie si separano, e lui resterà sempre con
Giovanna, per tutta la vita. Girato in uno stile ‘all’antica’,
con una fotografia (di Pasquale Rachini, assai bella) che
mira al bianco e nero, “Il papà di Giovanna” è uno dei
migliori film di Pupi Avati: per chi apprezza il regista
bolognese, una garanzia.
fascismo sulle eterne piccinerie della nostra piccola borghesia. Trentasettesimo titolo di una carriera ormai quarantennale, “Il papà di Giovanna” è uno dei film più ambiziosi di Avati. Per la complessità del disegno, per le
dimensioni produttive, per il cast mobilitato intorno a questa storia di rancori personali che degenerano in tragedia
sullo sfondo di ben altri eventi storici. Non si svolgesse fra
il ‘38 e il ‘45, con un epilogo addirittura negli anni ‘50, la
storia di Giovanna potrebbe uscire dalle cronache di questi giorni. Con la giovane bruttina corrosa dal desiderio di
apparire (Alba Rohrwacher), il padre onesto ma pronto a
ogni bassezza per favorirla, tanto più che insegna storia
dell’arte nel suo stesso liceo (Silvio Orlando); e la madre
casalinga frustrata, chiusa nella sua inutile bellezza
(Francesca Neri).
Ma siamo in pieno Ventennio, i meccanismi dell’esclusione sociale sono più rozzi e insieme più vistosi che oggi,
quella figlia poco attraente e pure un po’ stramba, dunque
destinata a restare zitella, è ancora una vergogna se non
una disgrazia. Vissuta dai genitori con modalità opposte
ma altrettanto nefaste. Distanza e diffidenza da parte della
madre. Complicità smodata da parte del padre, che per
amore non vede la ferita e tantomeno la follia della figlia,
capace di uccidere la migliore amica per gelosia e senza
dare mai segno di pentimento, neanche in tribunale.
Cavare grandezza se non eroismo da una vicenda così soffocante era arduo. Eppure Avati ci prova nobilitando tutto
e tutti, cattolicamente, col sacrificio. È perché sacrifica
ogni bene a quella figlia infelice, spingendo perfino la
moglie fra le braccia del vicino Ezio Greggio, bonario ma
ambiguo poliziotto fascista, che il patetico professorino
(Orlando è davvero strepitoso) riscatta l’intera famiglia
dopo aver sceso uno ad uno, con la confessione della figlia
e la sua reclusione in manicomio, tutti i gradini della
degradazione sociale.
Intanto, si capisce, gli anni passano. Anche se Avati si
concentra sul privato relegando la Grande Storia sullo
sfondo. Così a dire la chiusura del Parlamento, le leggi
razziali, la guerra, basta qualche battuta o titolo di giornale. Solo i bombardamenti la fame, le rovine, finiscono
sullo schermo. Mentre la lunga fucilazione di Greggio,
pronto a rinnegare tutto per salvare la pelle, sembra sintetizzare il giudizio morale su una stagione (curioso
però: la violenza fascista resta fuori campo, quella partigiana si vede).
Ma forse il vero tema del film è il trasformismo, l’ipocrisia, l’indifferenza che per Moravia era alle origini del consenso al fascismo e che Avati invece, nell’ottica piccolo
borghese che gli è cara, vede agire sui due fronti, salvo poi
chiudere tutto con uno stonato embrassons-nous. Troppa
carne al fuoco per un film solo. Si esce pensierosi ma
insoddisfatti.
La Stampa - Lietta Tornabuoni - 12/09/2008
Silvio Orlando è stato premiato come miglior attore alla
Mostra di Venezia per la straordinaria interpretazione di
un padre professore che ama e protegge troppo, con attenzione ossessiva, la figlia adolescente Alba Rohrwacher,
poco equilibrata, studentessa nello stesso liceo di Bologna
1938. E’ un personaggio bellissimo: frustrato (allievo del
pittore Giorgio Morandi, neppure s’è avvicinato da lontano al grande modello), nevrotico, capace di rappresentare
interamente la meschinità angusta della piccola borghesia
italiana ai tempi del fascismo, timoroso che l’eccentricità
della figlia possa nuocere alla sua rispettabilità e insieme
fortemente legato a lei. Le resta accanto sempre, attraverso i momenti più tragici: un esempio di paternità appassionata e insieme malata. La ragazza, infatti, niente affatto innamorata del padre ma della madre che la ignora,
diventa assassina per gelosia, a colpi di rasoio, della
migliore amica e compagna di scuola, viene processata e
ricoverata in manicomio criminale.
Tutta la parte del film che racconta il rapporto padre-figlia
è molto bella. La seconda parte, segnata da materiali di
repertorio, da eventi di guerra e dopoguerra (bombardamenti, Liberazione, processi sommari contro gerarchi fascisti, fucilazioni) è banale, conclusa da un finale giusto e
deludente. S’è sempre detto che Avati è un ottimo direttore
di attori: anche stavolta Orlando è magnifico. E’ brava pure
Alba Rohrwacher. E’ bravo Ezio Greggio, nella sua prima
parte drammatica: già in precedenza, con Abatantuono,
Boldi, Marcorè, Kartia Ricciarelli, il regista aveva mostrato
la sua bravura nell’utilizzare in modo inconsueto gli attori.
Ezio Greggio, della polizia politica, è un buon uomo innamorato della moglie di Orlando, Francesca Neri, e sua suocera nella sedia a rotelle è Serena Grandi.
Molto bella pure l’ambientazione, in appartamenti un po’
tetri con troppe porte e finestre, senza il minimo cedimento alle mode rétro: una vera lezione.
Il Messaggero - Fabio Ferzetti - 12/09/2008
Un padre apprensivo, una figlia complessata, una madre
indifferente. E la cappa di conformismo e paura stesa dal
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25 BURN AFTER READING - A prova di spia
14-15 maggio 2009
Soggetto:
Declassato dal suo incarico di analista alla CIA,
Osborne Cox si trova invischiato in una strana vicenda che comincia con il ritrovamento di un suo CD
contenente materiali scottanti. Nell’azione che si
ingarbuglia finiscono anche sua moglie Katie, l’amante di lei Harry, dipendente del Tesoro, la dipendente di una palestra Linda, e il suo strambo collega
Chad. C’è anche l’ambasciata russa, e ci sono
soprattutto nervi a fior di pelle che provocano morti
ammazzati. E nessuno ne esce tranquillo.
Regia: Ethan Coen, Joel Coen
Interpreti: Brad Pitt (Chad Feldheimer), George Clooney
(Harry Pfarrer), Tilda Swinton (Katie Cox), John
Malkovich (Osbourne Cox), Frances McDormand (Linda
Litzke), Richard Jenkins (Ted Treffon), Matt Walton (Del)
Genere: Commedia/Noir
Origine: Stati Uniti d’America
Stagione: 2008/2009
Soggetto: Stansfield Turner (romanzo), Joel Coen, Ethan
Coen
Sceneggiatura: Ethan Coen, Joel Coen
Fotografia: Emmanuel Lubezki
Montaggio: Ethan Coen, Joel Coen
Durata: 95’
Produzione: Ethan Coen, Joel Coen, Tim Bevan ed Eric
Fellner per Working Title Films, Mike Zoss Productions
Distribuzione: Medusa (2008)
Valutazione:
Le immagini della trionfale serata degli Oscar 2008
per “Non è un paese per vecchi” sono ancora nella
memoria di tutti, e già ecco i fratelli Coen presentarsi con un nuovo film, scelto per inaugurare la Mostra
di Venezia 2008. Andare e venire dal registro drammatico a quello dove certe situazioni comunque delicate sono virate sui toni grotteschi e deformanti, è
percorso tipico dei Coen (vedi “Il grande Lebowsky”
e “L’uomo che non c’era”, e altri abbinamenti solo
all’apparenza contrapposti). Così anche qui torna a
dominare un umorismo amaro e sulfureo, un procedere del racconto che sembra leggero ma invece si
attacca sulla pelle dei protagonisti, li rende elettrici,
simili a fili spinati. L’apologo, malinconico dietro il
riso, tende a sbeffeggiare la stupidità umana, dominante a troppi livelli. I sentimenti? Forse. Meglio
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stemperare il pessimismo con una risata, ed essere
lucidi più che inutilmente mielosi. Molto ‘americano’ nello snodo di certi percorsi mentali e atteggiamenti esistenziali, il film si lascia seguire, anche perché favorito da un cast decisamente da ‘prima pagina’. Difficile fare a meno dei divi.
bile, nei siti di cuori disoccupati. Da questo momento l’intreccio di questi personaggi tra loro e con la
Cia, l’ambasciata russa, e la politica di Washington
che nulla vogliono sapere del misero intrigo, si fa
frenetico, esilarante e appunto scoraggiante sul futuro del mondo. Non c’è personaggio che non sia privo
di intelligenza e di cuore ma anche sfortunato, tutti i
sogni contemporanei e miserevoli; tranne uno, si
infrangono nel disordine e negli errori, i morti per
caso vengono fatti scomparire per non creare problemi. I due grandi capi della Cia, annoiatissimi dai
fastidi che quella massa di pasticcioni sta procurando distogliendoli dal loro letargo dietro le scrivanie
(due magnifici, vecchi caratteristi, Richard Jenkins e
JK Simmons), concludono, ‘Dovremmo imparare da
tutto questo a non commettere più gli stessi errori. Se
solo sapessimo quali errori’.
La Repubblica - Natalia Aspesi - 28/08/2008
L’America dei fratelli Coen è sempre spaventosa,
irrecuperabile, crudele, anche se quasi sempre fa
ridere, o forse proprio per questo. Lo era nel violento e drammatico film precedente “Non è un paese
per vecchi”, molto premiato, Oscar compreso, lo è
ancora di più adesso con l’ironico e travolgente
“Burn after reading” che uscirà in Italia col titolo “A
prova di spia” (che come al solito nulla vuol dire).
Non solo racconta la desolazione dei miti di oggi, gli
stessi che pure noi prendiamo sul serio e addirittura
esaltiamo dimenticandoci di riderne, ma obbliga
anche a porsi una domanda meno divertente e più
inquietante: se davvero i servizi segreti americani, la
Cia, l’Fbi, nei piccoli disguidi quotidiani sono così
incapaci e spietati, così affidati al caso e così bugiardi, così abili nel nascondere gli errori e a dimenticarli, così burocratici e ridicoli, non è che si comporteranno allo stesso modo nei grandi frangenti
mondiali ed epocali, quando si rompono le alleanze
politiche, si creano nemici, si progettano invasioni,
ci si imbatte nel famoso fuoco amico, si scatenano le
guerre?
C’è un grande filone di cinema dedicato ai servizi
segreti e alle loro trame e trappole, film d’azione che
paiono irreali, ma sono i Coen, che rendendo ridicole le loro gesta e i loro misteri, finiscono col generare inquietudine. Nel film i miti creatori dell’ansia
contemporanea ci sono tutti, la prestazione sessuale,
gli incontri via Internet, il culto del corpo perfetto e
la palestra, l’orrore del corpo imperfetto e la chirurgia plastica, e soprattutto il denaro, che sostituisce
vecchi arnesi come l’amore, i sentimenti, l’etica.
L’agente della Cia John Malkovich, calvo e spesso in
mutande e vestaglia, viene licenziato per alcolismo e
la moglie Tilda Swinton, un’acida villana in perenne
tailleur grigio con filo di perle, la prende malissimo
e si confida con l’amante sposato George Clooney
con barba, appassionato di jogging e avventure via
Internet. Il licenziato raccoglie per vendetta le sue
scottanti memorie su un dischetto, la moglie che
vuole divorziare glielo ruba, la segretaria dell’avvocato dei divorzi lo perde in palestra. Qui lo trovano
l’istruttore Brad Pitt dal grande ciuffo cotonato, lo
sguardo vuoto e completo di Ipod, e la collega
Frances McDormand che non ha i soldi per togliersi
la pancia, piallare le natiche, ingrossare il seno e trovare qualcosa di più di un uomo, quasi sempre orri-
La Stampa - Lietta Tornabuoni - 28/08/2008
Benissimo: il film che ha inaugurato fuori concorso
la 65a Mostra, “Burn After Reading” (un tic verbale
da vecchio spionaggio, ‘bruciare dopo aver letto’,
ma il titolo italiano è “A prova di spia”), scritto e
diretto dai fratelli Joel e Ethan Coen (per la prima
volta Ethan firma anche come regista) è una commedia molto molto divertente, perfetta, piena di star.
Una commedia confusa, ridicola e tragica come il
mondo contemporaneo dove soldi, sospetto, fitness,
sesso on line sono cose essenziali.
Frances McDormand, signora non giovane, desidera
una serie di interventi di chirurgia estetica (sedere,
petto, braccia, occhi) e per pagarli vende ai russi
quelli che considera piani segreti americani e che
sono invece memorie di un analista della Cia licenziato perchè ‘ha un problema con l’alcol’, John
Malkovich. George Clooney, nell’ellissi del film,
conosce una donna e nell’immagine seguente è a
letto con lei, pronto ad abbandonarla per ‘andare a
fare una corsetta’: seduttore e ottimista, molto simpatico, disprezzato dalla moglie medico Tilda
Swinton con capelli rosso mogano tagliati alla
maschietta. Brad Pitt è uno dei personaggi più buffi,
un giovane fisioterapista da palestra ardito e cretino,
con il cervello bruciato dall’Ipod e le mascelle stanche a forza di bere Gatorade e masticare gomma. I
dirigenti della Cia sono burocrati pericolosi: non
sanno risolvere il problema, fanno uccidere la persona che rappresenta il problema, oppure scaricano il
problema sui sottoposti, comunque odiano il problema capace di turbare la loro comatosa tranquillità.
Appena qualche piccola battuta ricorda che ci troviamo di fronte a una parodia del mondo attuale: ‘È
un casino’, ‘Presto tutti sapranno dove stiamo, in
ogni minuto’, ‘Tu rappresenti l’idiozia dell’oggi’. Il
film divertente e tragico (come “Barton Fink”, o
“Fargo”) è montato molto velocemente e bene (dagli
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stessi fratelli Coen, sotto lo pseudonimo di Roderick
Jaynes), la fotografia di Emmauel Lubezki incisiva e
bella dà al film toni orientali; tutti gli attori non
potrebbero essere più bravi, ma Brad Pitt ha il personaggio migliore.
umana che alla fine non risparmia nessuno.
Nemmeno quella Cia a cui gli Usa affidano la propria sicurezza (e stavolta ogni riferimento ‘a fatti e
persone reali’ - leggi Bush - sembra proprio voluto).
Ad aiutarli un gruppo di attori che dà l’ impressione
di essersi molto divertito a girare (con la ‘megera’
Swindon e il ‘rintronato’ Pitt su tutti), ma che per
una volta sa trasferire allo spettatore altrettanta allegria e divertimento.
Il Corriere della Sera - Paolo Mereghetti 28/08/2008
I fratelli Coen una certezza ce l’ hanno: il mondo è
pieno di stupidi. Che qualche volta sanno quello che
fanno ma più spesso non riescono nemmeno a spiegare le ragioni delle proprie azioni, come dice sconsolato il funzionario della Cia che chiude sulla scrivania un dossier top secret. Dentro c’ è la storia di
“Burn after reading”, il film che ha inaugurato fuori
concorso e con tante risate la sessantacinquesima
Mostra d’ arte cinematografica di Venezia. A innescare tutto è il licenziamento di un analista della Cia,
Ozzie Cox (John Malkovich): come si trattasse di
una specie di autoterapia (ha il bicchiere facile), lui
si mette a scrivere le proprie memorie, che finiscono
in un dischetto insieme ai conti e ai movimenti bancari che la moglie (Tilda Swinton) pensa bene di
affidare al proprio avvocato in vista del divorzio.
Peccato che quel dischetto finisca per essere dimenticato nello spogliatoio della palestra dove lavorano
Linda (Frances McDorman) e Chad (Brad Pitt), che
si convincono di poter ricavare i soldi necessari alla
donna per un ambitissimo intervento quadruplo di
chirurgia plastica. A ingarbugliare ancora di più le
cose entra in gioco anche Harry (George Clooney),
dipendente del Dipartimento di Stato e ‘doppio’
amante: fisso della moglie di Ozzie e occasionale - si
sono incontrati chattando - di Linda. Così, quando
Linda e Chat decidono di passare i ‘segreti’ di Ozzie
addirittura ai russi (l’ ex analista ha risposto con un
pugno sul naso alla richiesta di soldi), la Cia finisce
per credere che nel gioco sia entrato anche Harry,
che invece si interessa solo delle proprie performance erotiche e della linea della sua pancetta. Inizia
così un gioco di pedinamenti e di quiproquo dove gli
agenti della Cia si confondono con i dipendenti degli
studi legali che devono raccogliere prove per le future cause di divorzio (anche la moglie di Harry ha un
amante e vuole separarsi) e i Coen si divertono a giocare con i tanti luoghi comuni che ormai dominano
nella testa dei loro amati ‘stupidi’, dalla paranoia
post 11 settembre (tutti pensano di essere spiati da
tutti) al ‘potere’ delle informazioni (una delle battute più fulminanti di Linda). Messe in bocca a personaggi squinternati e dilettanteschi, luoghi comuni
che altrove siamo disposti ad accettare senza battere
ciglio qui rivelano tutta la loro stupidità (il dialogo
sulle linee telefoniche ‘sicure’, la concorrenza spionistica tra Usa, Russia e Cina) e i Coen aggiungono
così un nuovo capitolo a quella cronaca dell’ idiozia
Liberazione - Roberta Ronconi - 28/08/2008
Finalmente i Coen ce l’hanno fatta. Dopo una serie
di film forse ispirati ma poco trascinanti e un paio di
commedie azzoppate ieri hanno aperto la Mostra del
cinema di Venezia facendoci ridere di cuore. La conclusione della cosiddetta ‘trilogia dell’idiota’ ispirata a George Clooney (“Fratello, dove sei?”, “Prima ti
sposo, poi ti rovino”) con “Burn after reading” (in
italiano: “A prova di spia”) centra il bersaglio e regala una commedia di quelle che a ripensarci ti mettono addosso i brividi. Le disavventure incrociate di
un agente della Cia (John Malkovich) licenziato in
tronco per alcolismo, della sua stronzissima moglie
(Tilda Swinton), dell’amante di lei (George
Clooney) e di tre pietosi impiegati di una palestra
(Ted Treffon, Brad Pitt e Frances McDormand)
strappano al pubblico una facile ilarità momentanea,
dietro la quale si nasconde la pochezza esistenziale
dei nostri giorni.
Basti dire che l’intera storia trova un suo filo narrativo nella caparbia volontà di Linda (Frances
McDormand, moglie di Joel Coen, come sempre
grandissima), impiegata della palestra che, intorno ai
cinquant’anni e disperatamente sola, è pronta a fare
qualsiasi cosa per rimediare i soldi necessari a quelle tre-quattro operazioni estetiche in grado di riportarla indietro negli anni. E’ la sua volontà di ferro
(quello che lei, scimmiottando l’ottimismo americano, chiama ‘il pensiero positivo’) a far muovere l’intera macchina dell’orrore di “Burn after reading” e a
trasformare la farsa in tragedia. Per tutti tranne che
per lei, che alla fine riuscirà comunque a raggiungere l’agognato obiettivo. Sullo sfondo del delirante
racconto, l’altra faccia della Cia, quella diabolica
macchina per spie e assassini che nelle mani dei sarcastici fratellini Joel e Ethan si trasforma in una sorta
di ufficio centrale per cretini, incapaci persino di
seguire il filo dei propri pensieri, oltre che delle proprie oscure trame. La conclusione è che i fratelli
Coen funzionano evidentemente assai meglio quando si muovono con la stessa gamba, ovvero quando
fanno entrambi i registi, come in questo caso e come
non facevano da anni. Anche la scrittura è a quattro
mani e batte il tempo come un orologio, così come
gli attori che partecipano al gioco dei ruoli senza
nemmeno una sbavatura.
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APPALOOSA
21-22 maggio 2009
Soggetto
Ambientato nel 1882 nei territori del New Mexico,
“Appaloosa” racconta la storia dello sceriffo Virgil Cole
(Harris) e del suo vice Everett Hitch (Mortensen), che si
sono fatti la fama di pacificatori nelle città senza legge
sorte in quelle terre selvagge. Nella piccola comunità di
minatori di Appaloosa, uno spietato e potente ranchero,
Randall Bragg (Irons), ha permesso alla sua banda di fuorilegge di spadroneggiare in tutta la città. Dopo l’assassinio
a sangue freddo dello sceriffo di Appaloosa, Cole and
Hitch vengono incaricati di assicurare il colpevole alla giustizia. Mentre impongono la loro autorità usando in parti
uguali fermezza e pistole, Cole e Hitch conoscono la bella
nuova arrivata Allison French (Zellweger), i cui modi anticonformisti mettono a rischio il loro lavoro e l’amicizia
che li lega da anni.
Regia: Ed Harris
Interpreti: Ed Harris (Virgil Cole), Viggo Mortensen
(Everett Hitch), Renée Zellweger (Allison French),
Jeremy Irons (Randall Bragg), Lance Henriksen (Ring
Shelton),Timothy Spall, Tom Bower, James Gammon,
Ariana Gil
Genere: Western
Origine: USA 2008
Soggetto: tratto dal romanzo di Robert Parker
Sceneggiatura: Robert Knott , Ed Harris
Fotografia: (Scope/a colori): Dean Semler
Musica: Jeff Beal
Montaggio: Kathryn Himoff
Scenografia: Waldemar Kalinowski
Costumi: David Robinson
Durata: 116’
Produzione: Ed Harris, Robert Knott, Ginger Sledge per
Groundswell Productions, Eight Gauge
Distribuzione: 01 Distribution
Valutazione
Nel 2000 con “Pollock” (sua opera prima dietro la macchina da presa) ne avevamo apprezzato la freschezza e la
genialità narrativa. Oggi, dopo 8 anni di “assenza” registica, Ed Harris riesce a stupire nuovamente e ad emozionare
con un’opera solida, grintosa e fortemente
convincente.Appaloosa è in tutto e per tutto un western atipico per certi versi, molto composito, ricco di spunti e di
tematiche interessanti. Ci sono senza dubbio gli elementi
classici ricorrenti del genere ma c’è anche quella modernità sperimentativa che molto piace ai registi–attori (basta
pensare al “Balla coi Lupi” di Kevin Costner). La pellicola, che è tratta dal romanzo di Robert Parker, riprende per
buona parte i dialoghi originali, ma per molti aspetti vive
dell’improvvisazione mimica degli attori e dell’azzardo
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visivo di Harris.Il risultato che ne consegue è straordinario.
Viggo Mortensen è un comprimario, ma non lo mostra; è
lui alla fine l’eroe di circostanza, capace di togliersi, e
togliere di mezzo, al momento giusto. Del suo personaggio
di vice sceriffo, sembra (ri)apparire molto dei personaggi
già apprezzati in “History of a Violence” o “La promessa
dell’assassino”: una recitazione dinamico–statica, umoristica, ma che ha qui l’aggiunta dell’elemento sentimentale.
Già perché tutto il film sembra intriso da quell’elemento, e
non perché per esempio l’attrice principale Renée
Zellweger ce lo fa respirare ampiamente (manierismi, raffinatezze, cortesie, a tratti stucchevoli) ma perché sia
Harris nel ruolo principale di sceriffo sia Mortensen sembrano celare sentimenti nascosti, come l’amore e l’amicizia, anche se però non ne confermano mai un evidente esistenza. Tutto però ruota intorno a quello che è riuscito a
fare Harris: se la sceneggiatura, scritta insieme a Robert
Knott, non aveva bisogno di eccessivi ritocchi, la regia
invece è qualcosa di penetrante, “spietata”. Guardando
questo film, indirettamente, ci si pongono delle domande
sulla fine di un’epoca, che è stata così affascinante, così
mutevole, e che oggi sembra forse essere tornata di gran
moda.
leggere e gli ha proposto di esserne protagonista. Così è
nato il film. Che riunisce in un’unica produzione veri campioni del cinema d’oggi, dal candidato all’Oscar Viggo
Montensen (“Eastern Promises”), al 4 volte candidato
all’Oscar Ed Harris, all’Oscar Renée Zellweger (“Ritorno
a Could Mountain”), all’Oscar Jeremy Irons (“Il Mistero
von Bulow”). Ed Harris ha chiamato a lavorare nel suo
film i più fidi collaboratori di sempre, con i quali ha lavorato varie volte. A cominciare dal citato Mortensen, a
Timothy Spall (“Un prete da uccidere”), a Lance
Henriksen (“Uomini Veri”), a Timothy V. Murphy
(“National Treasure : Book of Secrets”), nonché il costumista David Robinson, la montatrice Kathrin Himoff, lo
sceneggiatore Robert Knott, il musicista Jeff Beal e l’attore Tom Bower, tutti già coinvolti in “Pollock” , l’opera di
esordio alla regia di Harris. L’affiatamento del gruppo è
evidente sullo schermo. Il film è riuscitissimo. Sfiora il
capolavoro assoluto. Un western classico, ma con linguaggio moderno. Con dialoghi spassosissimi (mai riso così
tanto per un western). Degno dei migliori western di Sergio
Leone, cui appare ispirarsi il regista. Cura maniacale dei
dettagli : colt 45 del 1873 per Virgil Cole, Pot Gun da 50
pollici e 11 libbre di peso per Everett Hitch, collo di pizzo
usato nel 1880 per l’abito di satin iridescente di Allie,
costruzioni in legno, mattoni e “adobe” (sorta di mattoni
seccati al sole, tipici dell’epoca), copia moderna di carte da
parati William Morris , disegnate in Inghilterra, per rivestire le pareti del Boston House Hotel e del Saloon, briglie e
morsi d’argento per i cavalli, come si usava all’epoca, ecc.
Fotografia superlativa di Dean Semler, che ha vinto
l’Oscar per il mitico “Balla coi lupi”, uno specialista dei
paesaggi del New Mexico, che è al settimo film con queste
ambientazioni, il quale ha valorizzato i fantastici paesaggi
con un largo uso dei grandangolari , catturando toni ricchi
ed intensi, dal blu vivace dei cieli, al verde intenso delle
distese, con sfumature rosa e arancio, di posti unici al
mondo, come le rocce di Abiquiu, il Chama River e le gole
del Rio grande, nei pressi di Algodones. Scenografie
costruite con attenzione filologica da Waldemar
Kalinowski, che mette nella sua professione tutta la meticolosità che gli deriva dagli studi di fisica e matematica
fatti a Varsavia e che ha il privilegio di poter contare sulla
collaborazione, alta e preziosa, della moglie, Florence
Fellman, famosa storica dell’arte . Montaggio di alta professionalità di Kathrin Himoff (“Pollock”, “Killing Zoe”,
“Mi vida loca”, ecc.). Ricerche analitiche su vecchie foto
ed oggetti di antiquariato del West hanno costituito la base
del meticoloso lavoro del costumista David Robinson (“Ti
presento Joe Black”, “Donnie Brasco”, “Riccardo III, un
uomo, un re”, “The Savages”, “Carlito’s Way”, “Scent of
Woman”, ecc.). Commento musicale memorabile, a tratti
epico, a tratti burlesco, a tratti tragico, a cura di Jeff Beal,
che aveva già composto per Ed Harris la colonna sonora di
“Pollock”, e che è stato di recente chiamato da Al Pacino
per musicare il suo “Salomaybe?”, di prossima uscita.
Strepitose le interpretazioni, a cominciare dallo stesso
autore Ed Harris, misurato, ironico, impagabile. Ennesimo
capolavoro la recitazione di Viggo Mortensen, re della sottrazione. Gustosamente darwiniana la prova di Renée
Zellweger. Grande il vilain di Jeremy Irons. Assolutamente
da non perdere.
Il Corriere della Sera - Paolo Mereghetti
Accolto dal più convinto applauso della stampa, Appaloosa
di (e con) Ed Harris è un western ultraclassico che però
non dimentica di interrogarsi sulla storia del genere e su
quella del suo Paese. Raccontando la storia di Virgil
(Harris) e Everett (Viggo Mortensen), chiamati come sceriffi dagli abitanti di Appaloosa per difenderli dallo strapotere del ricco Bragg (Jeremy Irons), il film da una parte si
riallaccia alla grande tradizione western (lo spunto ricorda
“Ultima notte a Warlock” ma anche “Sfida infernale”) e
dall’altra riprende il tema che Harris aveva esplorato nel
suo esordio da regista (Pollock): la forza di una vocazione
e l’impegno a essere coerente con se stesso fino in fondo.
La presenza della bella vedova Allie (Renée Zellweger), di
cui si innamora Virgil, e la fuga di Braggs dopo essere stato
catturato e condannato per omicidio, complicano la storia
e il compito dei due sceriffi ma non cambiano le carte in
tavola. Piuttosto permettono di approfondire alcuni temi,
come il (misogino) «darwinismo» della donna, pronta a
chiedere aiuto a chi, di volta in volta, risulta essere il più
forte; oppure il valore delle scelte morali che, sulla scorta
dell’incitamento alla disobbedienza civile di Emerson in
nome delle proprie convinzioni (citato esplicitamente in
una scena), spingono Everett a difendere l’onore dell’amico Virgil con le pistole - e quindi a rompere l’amicizia visto
che infrangendo la legge non può più stare al suo fianco
come sceriffo - senza che quest’ultimo nemmeno ne sappia
la ragione. In questo modo la riflessione sui compiti dell’uomo e su quello cui si deve rinunciare per essere coerenti si lega a un’appassionata rivisitazione delle radici storiche dell’America (il film è ambientato nel 1882) e del suo
genere cinematografico per eccellenza.
Cinecircolo Romano/Qui Cinema - Catello Masullo
Quando Ed Harris stava girando, insieme a Viggo
Mortenses, “A History of Violence”, aveva appena finito di
leggere “Appaloosa”, il romanzo di Robert B. Parker da
cui è tratto il film. Ha quindi dato a Mortensen il libro da
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MAMMA MIA
28-29 maggio 2009
Soggetto
E’ il 1999 e siamo nell’incantevole isola greca di
Kalokairi. La nostra avventura romantica inizia nel delizioso hotel mediterraneo Villa Donna, gestito da Donna
(Meryl Streep), dalla figlia Sophie (Amanda Seyfried) e
dal fidanzato di Sophie, Sky (Dominic Cooper). Alla vigilia del suo imminente matrimonio, Sophie spedisce segretamente tre inviti (“I Have a Dream”) indirizzati a tre
uomini diversi, uno dei quali potrebbe, a suo avviso, essere suo padre. Partendo da tre città diverse del globo, i tre
uomini si mettono in viaggio per tornare sull’isola, dove,
20 anni prima, l’affascinante Donna aveva conquistato il
loro cuore. Nel frattempo Donna ha un gran daffare per
organizzare il suo matrimonio, curando ogni minimo dettaglio, mentre sua figlia accoglie le sue migliori amiche,
che saranno le sue damigelle, e subito confessa loro un
segreto “piccante”: leggendo un vecchio diario di sua
madre, ha scoperto che ci sono stati tre uomini nella sua
vita, uno dei quali potrebbe essere suo padre: l’uomo d’affari Sam Carmichael (Pierce Brosnan), l’avventuriero Bill
Anderson (Stellan Skarsgård) o il banchiere Harry Bright
(Colin Firth). Ad insaputa della mamma, Sophie ha invitato tutti e tre questi signori al suo matrimonio (“Honey,
Honey”), sperando di riuscire a capire chi di loro è veramente suo padre.
Regia: Phyllida Lloyd
Interpreti: Meryl Streep (Donna), Pierce Brosnan (Sam
Carmichael), Colin Firth (Harry Bright), Stellan
Skarsgård (Bill), Julie Walters (Rosie),
Dominic Cooper (Sky), Amanda Seyfried (Sophie),
Christine Baranski (Tanya), Juan Pablo Di Pace (Petros),
Enzo Squillino Jr. (Gregoris), Hemi
Yeroham (Dimitri), Chris Jarvis (Eddie), Ashley Lilley
(Ali), Clare Louise Connolly (Hen 19), Norma Atallah
(Irini), Rachel McDowall (Lisa), Dylan
Turner (Stag), George Georgiou (Pannos)
Genere: Commedia/Musicale
Origine: Gran Bretagna/Stati Uniti d’America
Anno: 2008
Soggetto: Catherine Johnson
Sceneggiatura: Catherine Johnson
Fotografia: Haris Zambarloukos
Musica: Benny Andersson, Björn Ulvaeus, canzoni degli
Abba
Montaggio: Lesley Walker
Durata: 108’
Produzione: Produzione Judy Craymer, Gary Goetzman,
Tom Hanks, Rita Wilson, Benny Andersson E Björn
UlvaeusPer Littlestar Production, Playtone
Distribuzione: Universal (2008)
Valutazione
La versione cinematografica di uno dei musical recenti di
maggior successo (nato nel 1999 a Londra, ha già supera-
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to per numero di repliche a Broadway un mostro sacro
come “Tutti assieme appassionatamente”) attira prima di
tutto per la sua protagonista, Meryl Streep. Che sia una
delle più grandi attrici della storia del cinema era fuor di
dubbio, ma che si calasse nel ruolo di una mamma che
canta e saltella come una dodicenne su di un letto, era difficile immaginarlo. E’ proprio questa però la grandezza
della due volte premio Oscar: il riuscire a rendere credibile e sempre adeguato qualsiasi personaggio che si trovi ad
interpretare. Una forza che di riflesso si spande su tutto
questo film.
Il cast ben nutrito ed i begli arrangiamenti delle canzoni
degli Abba riescono ad espandere quell’atmosfera di festa,
che al di là dei limiti, non si può che apprezzare.
ra Campbell, amabile commedia del ‘68 con Gina
Lollobrigida nei panni dell’italiana che per vent’anni
abbindola i tre soldati americani con cui amoreggiava
durante la guerra, lasciando credere a ognuno di loro di
essere il padre di sua figlia. Finché i tre ex-militi arrivano
casualmente tutti insieme in Italia per conoscere la ragazza... La simmetria fra i due plot ci dice fino a che punto
una fiaba può cambiar segno restando una fiaba. Ma facciamola breve: Mamma mia! non sarebbe nulla senza le
canzoni degli ABBA, assai più spiritose e meno datate di
quanto avremmo sospettato; e soprattutto senza la strepitosa performance di Meryl Streep, che pur avendo quasi
vent’anni più del ruolo riesce a comunicare un’energia, un
buonumore, una felicità (artistica innanzitutto) semplicemente irresistibili. Non era una scommessa vinta in partenza. Quando Meryl Streep corre a zig-zag incontro alle
amiche di gioventù appena sbarcate sull’isoletta vestita
con cappellone di paglia, salopette jeans e scarpe da tennis, per poi improvvisare insieme un balletto goliardico
tutto urli e mossette, ad esempio, il termometro del kitsch
sfonda ampiamente il tetto del sopportabile. Ma pochi
minuti dopo ecco Meryl ballare sui tetti la sua allegria e il
suo sconcerto sulle note di Mamma mia!, e qualcosa inizia a sciogliersi. Il resto, se vi lasciate andare e pensate
che perfino la rigidità e le giacche stiratissime di Pierce
Brosnan facciano parte del gioco, può esser preso come
una godibilissima prova di professionismo (ogni membro
del cast trae forza e simpatia anche dai suoi difetti). O
come un’inquietante metafora dell’alleanza fra gerontocrazia e girl power. Ma se la prendete così siete molto,
molto di cattivo umore.
Il Corriere della Sera Maurizio Porro - 10/10/2008
Festoso e allegro, saldamente radicato nel musical classico dove si ama, sorride e si ammicca, Mamma mia!, da
anni hit di Broadway, ha invertito la tendenza negativa del
box office italiano, partendo alla grande. Merito dei 20
song degli Abba che sono piacevolissimi e dell’estetica
del carino in cui una ragazzina quasi sposa invita i suoi tre
possibili padri per scoprire quale sia quello vero (il teorema inverso a Filumena Marturano). Meryl Streep, accesa
di luce propria, festeggia nostalgie con le amichette stagionate riscoprendo il fascino dei sentimenti: e nessuno se
ne andrà dall’ isola meravigliosa greca senza aver rifondato le ragioni del cuore. Poco più che sufficiente lo script,
ma il ritmo registico di Phyllida Lloyd appartiene alla tradizione e le coreografie con pinne, fucili ed occhiali danno
tocco vacanziero al formidabile cast. Tra la fantastica
Meryl e i suoi mariti, anche un ex 007.
Il Giornale Maurizio Cabona - 3/10/2008
Uno esce dal cinema frizzando e ha una voglia pazza di
ballare, le canzoni degli Abba nei piedi e nella testa. Ti
credo, quando c’è di mezzo un musical teatrale collaudato nel mondo; una sposa, Sophie (Amanda Seyfried), col
visino fresco e la voce matura e, soprattutto, sua madre
Donna, una tardona hippie, impersonata dall’inossidabile
Meryl Streep al suo primo film musicale. E se la Streep ha
già dato prova del suo talento canoro (in Cartoline dall’inferno e Radio America di Altman), sorprende il suo timbro
potente e l’energia fisica, che mette nei balletti in salopette. La storia è classica: per vent’anni la giovane nubenda
ha ignorato chi fosse suo padre. La mamma da ragazza
aveva il letto facile e, sull’isolotto greco dove l’attempata
tutto pepe manda avanti una pensioncina familiare, s’era
accoppiata con tre maschi: Harry, l’imbalsamato Colin
Firth (poi passato all’altra sponda); Sam, l’elegante Pierce
Brosnan ed Harry, il flemmatico Stellan Skarsgard. Chi
accompagnerà la sposina all’altare, visto che Sophie ha
invitato il trittico alle nozze per scoprire di chi è figlia?
Ma non si tratta di un dramma: gli americani, per fortuna,
sanno far ridere e piangere, imbastendo il tutto sullo sfondo del Mar Egeo, il che acuisce il senso d’evasione del
film. C’è poi il concetto della «seconda opportunità»: non-
Il Messaggero Fabio Ferzetti - 3/10/2008
Brevi note a uso degli antipatizzanti. Se non siete dei fan
compulsivi degli ABBA; se le zeppe e i vestiti luccicanti
anni 70 non vi incantano; se la sola idea di un musical di
Broadway trasportato su un’isoletta greca piena di indigeni sorridenti e pittoreschi sullo sfondo, vi fa venire l’orticaria; se insomma non pensereste mai di andare a vedere
Mamma mia!, state in guardia. Durante il film potreste
scoprirvi di colpo convertiti, o quantomeno trasportati per
poco meno di due ore in un mondo così assurdo e zuccherino da abbattere ogni resistenza a suon di canzoni dannatamente orecchiabili (per giunta sottotitolate, cosa che non
guasta) e abilmente cucite insieme da una trama più maliziosa di quanto sembri.In Mamma mia! infatti c’è una
figlia che non sa chi sia il padre, una madre che da giovane si divideva fra tre amanti, quegli stessi ex-amanti che
tornano, una ventina d’anni dopo, sull’idilliaca isoletta
greca della loro giovinezza fricchettona, segretamente
invitati dalla figlia della loro ex (e di uno di loro) alla sua
festa nuziale, e naturalmente ignari di tutto. Gli spettatori
più informati vedranno in questa trama un rovesciamento
allegramente immoralistico del vecchio Buonasera signo-
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ostante l’avanzare degli anni, le due amiche di Donna
(Julie Walters e Christine Baranski, autoironiche su rughe
e affini) trovano l’amore e la voglia di campare. Siccome
a Ovest i vecchi non mancano, ecco una valida ragione per
fornire loro una notevole dose di buonumore su base Pop
anni Settanta.
chio diario da cui ha scoperto che suo padre potrebbe
essere Sam, Harry o Bill. Che c’è di meglio se non invitarli segretamente e separatamente alle nozze, un’occasione unica per accertare finalmente chi in questo terzetto di amanti d’epoca ha il diritto divenir chiamato papà?
La bolla di sapone che il cinema gonfia sull’evanescente
pretesto viene da lontano. Nasce infatti da una collana di
canzoni degli Abba, un quartetto vocale che si affermò
negli anni ‘70, cucite insieme e applicate a una trametta
per farne un musical trionfante nel 1999 a Londra, due
anni dopo a New York e in seguito (se la cifra è esatta)
in 170 teatri del mondo (esclusa l’Italia). Vedere per credere, su YouTube, gli estratti di certi allestimenti giapponesi, coreani o altri, tutti simili e tutti diversi e apparentemente tutti graditi ai rispettivi pubblici. Proprio
come il film che ora ne ha tratto l’abile regista dell’allestimento originario, Phyllide Lloyd. Quella che si svolge
sullo schermo è una ‘festa mobile’ (per dirla con
Hemingway) che trascorre dall’hotel in collina alla
spiaggia, dal mare aperto alla chiesetta alta sugli scogli
da raggiungere al seguito della sposa viaggiante a dorso
di mulo. Chi si commuove ai matrimoni, si prepari a tirar
fuori il fazzoletto per gli annunciati sponsali, che peraltro riservano una buffa sorpresa (o due?). Nel film,
ambientato senza badare a spese in varie isole a comporre il quadro di una sola località da sogno, si canta e si
balla continuamente all’ insegna del ‘chi vuol esser lieto
sia’. La pirotecnica e prolungata esplosione di gioia non
esclude, peraltro, qualche intermezzo assorto, qualche
punta di malinconia e (come si è detto) qualche lacrimuccia. Il perfetto amalgama per mandare a casa la
gente soddisfatta. Ma la carta vincente è Meryl Streep:
nella parte di Donna fa di tutto per rassicurare le signore
di mezza età che la vita comincia a (quasi) 60 anni.
Considerata a ragione la grande tragica di Hollywood
intona con grazia le canzoni, affronta con estro miracolosamente acrobatico i numeri musicali e domina dall’alto del suo carisma l’affollato cast che pur conta nomi di
grido quali Pierce Brosnan, Colin Firth e Stellan
Skarsgard, oltre alla giovane Amanda Seyfried e alla stagionata Julie Walters (ma l’elenco dei menzionabili
potrebbe allungarsi). Tutti obbligati a cantare dal vivo,
senza doppiatori, per ottenere un risultato magari non
ineccepibile anche dal punto di vista del ballo, ma insolito e fresco. Gira e rigira, però, si torna sempre alla scatenata e irresistibile Meryl. Verrebbe da constatare che
né Greta, né Marlene, né Marilyn hanno osato tanto; e la
mattatrice si riserva una botta segreta da par suo. Ovvero
si concede l’estremo lusso, nel colmo della carnevalata
mediterranea, di trasmettere qualche emozione sincera.
Il Manifesto - Antonello Catacchio - 10/10/2008
All’origine la musica degli Abba, il gruppo svedese che ha
brillato per pochi anni, ma ha lasciato un segno forte nel
pop. Poi un musical che ha impazzato nei teatri. Proprio a
Broadway Meryl Streep lo aveva visto, poco dopo l’11
settembre, e le era sembrato uno spiraglio di ottimismo
dopo la tragedia. Così aveva scritto alla regista Phyllida
Loyd e all’autrice Catharine Johnson per congratularsi e
offrire la sua ipotetica disponibilità cinematografica. Un
gesto di cortesia diventato oggi realtà. Perché quando l’idea di portare su grande schermo si fece largo fu proprio
Meryl a essere chiamata per il ruolo di Donna. La protagonista che gestisce un alberghetto su un’isola greca, che
ha allevato da single la figlia, ormai ventenne e prossima
al matrimonio. E proprio la ragazza ha scovato il diario di
mamma e invitato, di nascosto da tutti, i tre uomini, di cui
uno è suo padre.
Dicevamo della Streep, già abituata al canto, e che con
Altman si era esibita in Radio America, qui anche ballerina e il suo nome è stato il volano per coinvolgere Pierce
Brosnan, Colin Firth e Stellan Skarsgard (i possibili padri)
oltre a Christine Baranski e Julie Walters (amiche di
Donna), mentre i due giovani futuri sposi sono interpretati da Amanda Seyfried e Dominic Cooper. Tutti impegnati a gorgheggiare, non sempre in modo straordinario. Così
sulle note di Mamma mia!, che dà anche il titolo, e quelle
di Dancing Queen (la sequenza più riuscita del film), più
altri titoli degli Abba, muove i suoi garbatissimi passi l’intera vicenda che pone le donne in magnifica evidenza a
fronte di presenze maschili a metà tra l’attonito e l’inadeguato. Un divertissement che riesce a coniugare la disco
music e il gusto contemporaneo per il revival. Compaiono
anche Benny Andersson e Bjorn Ulvaeus, la coppia
maschile degli Abba, le due «signore» (al tempo anche
consorti) erano Anni-Frid Lyngstad e Agnetha Faltskog.
Il Corriere della Sera - Tullio Kezich - 03/10/08
“Mamma mia!” si potrebbe anche intitolare ‘Lettera a tre
padri’. La spedisce da Kalokairi, un’ immaginaria isola
dell’Egeo, la promessa sposina Sophie nella prospettiva
dell’imminente matrimonio con l’amato Sky. Avendo
sempre vissuto con sua madre Donna, proprietaria di un
fatiscente alberghetto, la ragazza ne ha ritrovato un vec-
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EASY VIRTUE
4-5 giugno 2009
Regia: Stephan Elliott
Interpreti: Con Jessica Biel ((Larita), Colin Firth (il signor Whittaker), Kristin Scott Thomas (la signora
Whittaker), Ben Barnes (John Whittaker), Kris Marshall
(Furber) Kimberley Nixon. Katherine Parkinson,
Christian Brassington, Charlotte Riley, Jim McManus, Pip
Torrens
Genere: Commedia
Origine: Gran Bretagna 2008
Soggetto: tratto dal testo teatrale di Noel Coward
Sceneggiatura: Stephan Elliott, Sheridan Jobbins
Fotografia: (Scope/a colori): Martin Kenzie
Musica: Marius de Vries
Montaggio: Sue Blainey
Scenografia: John Beard
Costumi: Charlotte Walter
Durata: 96’
Produzione: Barnaby Thompson, Joe Abrams, James D.
Stern per Ealing Studios
Distribuzione: Eagle Pictures
Soggetto
Il film, diretto dall’estroso regista di Priscilla, la
regina del deserto, è tratto da un testo teatrale di Noel
Coward già portato sul grande schermo da Alfred
Hitchcock nel 1928. Una giovane divorziata americana sposa in fretta e furia, sull’onda della passione, il
rampollo di una facoltosa famiglia inglese per poi
ritrovarsi a dover affrontare i suoi impossibili parenti, tradizionalisti e eccentrici signorotti di campagna.
Un apologo sulla lotta di classe e le differenze tra
America e vecchia Inghilterra, interpretato e diretto
con gusto ironico e dissacrante.
Valutazione
Inghilterra anni ‘30. Una campionessa americana di
automobilismo sposa in fretta un giovane aristocratico e si reca nella residenza di campagna per conoscerne i genitori. Insomma parliamo di un “Ti presento i miei” spostato nel tempo, nello spazio e nei
generi (stavolta il confronto è tra donne: mamma e
moglie), ma comunque dalle dinamiche narrative
piuttosto delineate.I dispetti tra le due donne, una
vogliosa che il figlio rimanga a casa a curare la tenuta, l’altra vogliosa di tornare nella più mondana
Londra, scandiscono la parte centrale (e più comica)
della storia, riservando al finale la parte più “drammatica” della vicenda, una morale che sa molto di
“amore e buoi dei paesi tuoi”.La confezione è ele-
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gante e anche la regia di Stephn Elliott cerca in qualche modo di arricchire il tutto (alcune immagini,
soprattutto quando si gioca con i riflessi, sono più che
interessanti).
esempio, e raccontare che il cinema è ancora un’arte
di scrittura, di dialogo, di storia. Elliott ha compiuto
un’operazione davvero preziosa, e non ci si lasci
ingannare dalla confezione vagamente retrò di “Easy
Virtue”, perché in realtà si tratta di un film molto più
attuale e moderno di quanto non appaia in un primo
momento. Insomma, uno dei migliori lungometraggi
presentati a questa edizione al Festival di Roma.
FILM.IT - Adriano Ercolani - 27/10/2008
Diverte e convince il film di Stephan Elliott, una
commedia in costume ambientata nella campagna
nobiliare inglese grazie anche ad un cast perfetto
dove brilla la bellissima Jessica Biel
Due erano gli indizi ben precisi che deponevano a
favore di questo “Easy Virtue”:
1) L’estroverso regista australiano Stephan Elliott,
uno che ha sempre centellinato i suoi lavori per il
cinema – non dirigeva un lungometraggio dal 1999 –
ha deciso di “resuscitare” una piece teatrale degli
anni ’20, probabilmente quel testo doveva contenere
qualcosa di buono.
2) Lo stesso testo, scritto dal genio anticonformista di
Noel Coward, era già stato portato al cinema nel
1928 da Alfred Hitchock, uno dei cineasti che più di
tutti sapevano riconoscere meccanismi narrativi funzionali e ritmati. L’interesse dunque per questa commedia di costume ambientata nella campagna nobiliare inglese era più che giustificato, e non è stato
assolutamente disatteso.
Lavorando su una messa in scena piuttosto tradizionale, anche se condita con alcuni piccoli guizzi di
inventiva davvero originali, Elliott ha lasciato ampio
spazio alla grandezza dei dialoghi ed alla comicità
corrosiva delle situazioni, costruendo una sequenza
di scene perfettamente concatenate tra loro ed insieme strepitosamente funzionali, dove il ritmo delle
battute al vetriolo è anche supportato da una trama
che avanza precisa e pungente fino alla sua inevitabile conclusione. Un altro innegabile pregio del film è
quello del cast d’attori, composto da interpreti probabilmente non dotati di capacità indiscutibili ma tutti
precisamente adattati a ruoli a loro congeniali, in
grado quindi di fornire prove di altissima qualità;
Colin Firth è un ottimo capofamiglia segnato dagli
orrori della guerra ed ormai incapace di accettare le
convenzioni ipocrite del mondo in cui vive; sua
moglie Kristin Scott Thomas è invece la personificazione algida e perfetta di quel mondo conservatore e
mai aperto al cambiamento; ma a sorprendere davvero è la protagonista Jessica Biel, perfetta nel ruolo
dell’americana disinibita e volitiva che porta con sé
una ventata d’innovazione, non semplicistica né tanto
meno libera da ambiguità e da dolore. In un panorama cinematografico dove l’estetica, la forza dell’immagine è costantemente messa davanti alla struttura
narrativa, all’importanza della sceneggiatura, questo
notevole “Easy Virtue” potrebbe essere preso come
MYmovies 2008 - Marianna Cappi
Il giovane John Witthaker s’innamora perdutamente
di un’elegante e indipendente americana di nome
Larita e la sposa. Viene quindi il momento di presentarla alla famiglia, che vive imbalsamata e preda dei
debiti in una splendida villa della campagna inglese.
Nonostante Larita faccia buon viso a cattivo gioco, è
presto chiaro che la suocera non può vederla e che
anche le sorelle di John sono più che mai diffidenti
nei suoi confronti. Lo stesso non si può dire, invece,
del capofamiglia, un uomo che la guerra ha reso
allergico all’ipocrisia ma non insensibile all’intelligenza e all’ironia involontaria. Stephan Elliott, regista del fortunato “Priscilla, la regina del deserto” e
dell’incompreso ” The Eye”, torna sullo schermo
dopo dieci anni di latitanza con Easy Virtue, eccellente operazione d’adattamento della pièce omonima
del commediografo Noel Coward, che in passato
aveva già conquistato Alfred Hitchcock (Fragile
virtù). Se la storia poggia su un conflitto di civiltà
canonico, tra vecchio e nuovo mondo, le tinte con cui
l’autore inscena tale confronto sono deliziosamente
originali e sembrano ricalcare l’aforisma di Wilde per
cui gli inglesi “oggigiorno” hanno veramente tutto in
comune con gli americani, tranne, naturalmente, la
lingua. Jessica Biel è l’indossatrice ideale dei panni
della volitiva Larita, inetta nella nobile arte della sopportazione forzata e interprete dai tempi comici perfetti; Ben Barnes è il maritino plasmabile e naïve;
Kristin Scott Thomas e Colin Firth, signori e suoceri,
sono il re e la regina della risata a denti stretti. Ma il
film non si riduce allo sfoggio di wit né alla rivisitazione in chiave più che mai dinamica dei topoi dell’irriverenza a corte (dalla preoccupazione patologica
per l’animale domestico alla complicità fisiologica
della servitù nel misfatto) ma si addentra, armato di
una sottile lama di coltello, ad esplorare le conseguenze più intime di una lotta senza fine tra presente
e passato all’interno della coscienza stessa di Larita e
va sondando il prezzo e il gusto della libertà, anche e
soprattutto in amore. Con Easy Virtue il regista
australiano si cala in un’epoca passata con il passo
curioso e spedito della contemporaneità, ma senza
per questo farne un’operetta pop, anzi lucidando il
jazz sul grammofono perché possiamo ricordarci
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d’un tratto di tutta l’energia e l’afflato di ribellione
che già contiene. Nel bel mezzo dell’eccentricità
apparente di Larita, che prende parte alla caccia alla
volpe a cavallo di una moto, e dell’eccentricità reale
di una caccia alla volpe punto e basta, Elliot non è
certo tipo da sottrarsi alla gara di anticonformismo
per nascondersi dietro una regia trasparente. Un
tocco di musical, un profumo di bordello francese,
una palla di biliardo ed ecco inscenata una lezione di
stile, con tanto di approfondimento sull’inquadratura
sardonica.
ecc.). Musiche brillanti e professionali di Marius de
Vries (“Romeo e Giulietta”, “Moulin Rouge”, ecc.),
che, con approccio innovativo, si distacca dal tradizionale commento di scene gioiose con musiche allegre e sottolineature delle scene drammatiche con
musiche adeguate, e si prende la libertà di inserire
brani moderni riarrangiati con lo stile dell’epoca alla
Cole Porter . Fanno parte della ghiotta colonna sonora molte delle canzoni scritte all’epoca dall’autore del
testo teatrale, che si amalgamo perfettamente con
brani originali di Cole Porter e con altri di Jazz. Uno
straordinario tango, ballato da Jessisa Biel con Colin
Firth, sottolinea il plateale addio dell’ intrusa americana dalla casa nobile inglese, con tutta la carica di trasgressione e di sensuale passionalità che era attribuita
al tempo a tale genere. Attori strepitosi. Una Jessica
Biel ( “Blade : Trinity”, “Elizabethtown”,
“L’illusionista”, ecc.) solare, prorompente, bravissima
nel fare il pesce fuor d’acqua dell’ americana piovuta
in un estraneo e lunare ambiente vittoriano. Un Colin
Firth (“Mamma Mia”, “Quando tutto cambia”, “Che
pasticcio Bridget Jones”, “Love Actually”,
“Shakespeare in love”, “il paziente inglese”, ecc.) sottile e melanconicamente ironico come non mai. Una
Kristin Scott Thomas (“Il paziente inglese”, “Quattro
matrimoni ed un funerale”, “L’uomo che sussurrava ai
cavalli”, “L’altra donna del re”, ecc.) impeccabilmente rigida, stoica e nevrotica. E, non ultimo, l’ irresistibile maggiordomo, paradigma del proverbiale
humour britannico, interpretato da un superlativo Kris
Marshal (“Funeral Party, “Love Actually”, ecc.). Ma
tutti gli attori, nel complesso, mostrano di sentirsi particolarmente a proprio agio e sono spontanei (frutto
anche dello stile di improvvisazione e di libertà che è
caratteristica del regista, ma, che, nel caso di specie. è
stato anche frutto fortuito della pressione dovuta allo
sciopero degli sceneggiatori, che ha costretto ad
affrettare la realizzazione e a girare all’impronta,
senza alcuna prova e preparazione). Piccolo capolavoro. Ennesima conferma della grande, altissima qualità del cinema inglese. Obbligatoria la visione per gli
amanti del buon cinema.
Cinecircolo Romano/Qui Cinema - Catello Masullo
Trasposizione cinematografica dell’opera teatrale
omonima di Noel Coward, scritta nel 1924, quando
l’autore aveva solo 23 anni. Una prima riduzione per
il grande schermo ebbe la regia di Alfred Hitchcock,
nel 1928, in versione muta. La regia è stata affidata
all’australiano Stephan Elliot (che ha anche scritto la
sceneggiatura, a 4 mani con il suo fedele collaboratore Sheridan Jobbins), il quale torna alla regia dopo 10
anni e che è stato autore di successi come “Priscilla la
regina del deserto” e “The eye – lo sguardo”. Il risultato è brillante. L’originario testo teatrale, che era
melodrammatico ed un po’ velenoso, è stato modernizzato con l’aggiunta di un gran numero di battute
irresistibili. Ne è uscito un film scoppiettante, spumeggiante. Dialoghi affilatissimi. Botte e risposte fulminanti. Sitcom esilaranti. Sarcastico, graffiante, dissacrante, a tratti deliziosamente irriverente.
Godibilissimo. Confezione impeccabile. Costumi
ricercatissimi, perfetti, a cura di Charlotte Walter
(“Un cuore grande”, “The Bourne supremacy”, ecc.).
Inappuntabile e creativo il truccatore, premio Oscar,
Jeremy Woodhead (“Il Signore degli anelli”, “I pirati
dei Caraibi”, ecc.). Scenografie sontuose, dalla cura e
ricostruzione filologica di John Beard (“Enigma”,
“Brazil”, ecc.) che ha magistralmente reso le ambientazioni dell’epoca nella splendida Flintham Hall a
Nottinghamshire, dotata di una delle serre private più
belle d’Inghilterra. Fotografia magistrale di Martin
Kenzie (”Wimbledon”, “Il Fantasma dell’Opera”,
Finito di stampare nel mese di Dicembre 2008
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Per la stagione 2008/2009 sono operanti due Comitati Consultivi IN