LA PRIMA LETTERA DI
GIOVANNI
Commento simbolico e mistico
proposto da D. Guido Abbà
Cuneo - 2007
INTRODUZIONE
I - PRESENTAZIONE DEL COMMENTO
L'Apostolo ed Evangelista Giovanni scrive verso l'anno 100 questa lettera alla sua comunità di
Efeso, cioè ad una comunità formata alla scuola del suo Vangelo e, prima ancora, alla sublime
scuola di Paolo (cfr. la lettera agli Efesini e Atti 19,1-20; 20,17-38). Giovanni aveva sicuramente
arricchito tale Chiesa comunicandole la sua spiritualità particolare, espressa con un linguaggio
mistico speciale, abituandola a giudicare gli eventi della vita con la tipica mentalità giovannea,
che non conosce le mezze tinte o i toni sfumati, ma solo luce piena o tenebra totale.
Riteniamo pertanto che la Prima Lettera di Giovanni sia un'interessantissima testimonianza di
come una comunità, plasmata per un certo periodo dall'assiduo ascolto del Discepolo "che Gesù
amava" e dal suo profondo e inconfondibile lavoro pastorale, al di là dei problemi dovuti ai limiti
umani e alle concrete difficoltà sociali e culturali, viva la mistica comunione di grazia con il
Padre per il Figlio nello Spirito Santo, il quale viene sperimentato attivamente come Unzione
consacrante e illuminante.
Se qualcuno ci chiedesse: «In che cosa consistono questo linguaggio e questa dottrina
speciale?», noi lo dovremmo indirizzare verso la lettura del nostro commento al IV Vangelo
dove tutto questo viene spiegato a lungo. Essendo però tale lavoro un inedito, rispondiamo
brevemente alla domanda posta:
1° Giovanni riesce a capire con prontezza il valore dei simboli e dei segni, attraverso i quali il
Signore Gesù parla e si manifesta. Ci insegna quindi a vivere simbolicamente, trasfigurando ogni
esperienza terrena in una esperienza spirituale.
2° L'Evangelista vede che i segni compiuti da Gesù sono opere prodigiose ed efficaci, nelle
quali si manifesta la gloria di Dio: tutte queste opere trovano la loro continuazione nella vita
della Chiesa, specie nei sacramenti del Battesimo e dell'Eucaristia.
3° L'opera del Cristo si compie anche per Giovanni gradatamente nella storia e sarà completa
solo nel giorno finale. Però l'Evangelista ha la tendenza a considerare come già compiuto in
anticipo quello che avverrà in futuro. Così per lui il presente si riempie di grande spessore ed
importanza. Per questo noi studiammo il Vangelo giovanneo con tre ottiche: quella simbolicaanalogica, quella operativa-sacramentale e quella anticipatrice-escatologica.
Se facciamo un confronto tra il Vangelo di Giovanni e questa Lettera troviamo quasi lo stesso
stile letterario (fatto di parallelismi, di discorsi ciclici, di sintesi teologiche originali ed
incisive...). Cambia solo lo scenario di fondo: nel Vangelo viene presentato il contrasto netto tra
il Cristo insieme ai suoi discepoli, da una parte, e gli avversari (i cosiddetti giudei o mondo
ostile), dall'altra. Nella lettera il discorso diventa più complesso: non solo vi è il contrasto tra la
Chiesa ed il mondo, ma anche all’interno della stessa Chiesa vi è una contrapposizione tra i veri
credenti ed i falsi credenti, che ingannano non solo gli altri, ma perfino se stessi. Molti falsi
credenti, poi, restano in qualche modo ancora uniti alla comunità, pur manifestando gravi lacune
nella loro vita, e altri si separano di fatto fondando altri gruppi non più in comunione con gli
apostoli, cosicché Giovanni li può qualificare come pseudoprofeti o, addirittura, come anticristi.
L'Apostolo indica con chiarezza quali siano i criteri per distinguere gli uni dagli altri e in tal
modo rivela alcune leggi fondamentali della vita cristiana: non sono sufficienti le parole, ma ci
vogliono i fatti, vale a dire: non basta affermare di sapere, bisogna anche operare, bisogna
conservare il deposito originale e primitivo della fede senza alterazioni, bisogna scoprire quali
conseguenze pratiche ha per il credente il fatto inaudito dell'Incarnazione della Parola divina,
bisogna che la vita cristiana abbia, nello stesso tempo, una dimensione trinitaria e una ecclesiale
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(sia, cioè, una vera comunione vissuta pienamente nella direzione verticale [Dio] e in quella
orizzontale [i fratelli]).
Per questo motivo viene dato da Giovanni particolare risalto alla virtù dell'amore, come
sintesi e culmine dell'esperienza di fede: Dio è Amore e noi, che da lui siamo amati, lo dobbiamo
amare, amandoci tra di noi con amore perfetto.
In questo nuovo studio, che completa quello da noi fatto precedentemente sul IV Vangelo, ci
proponiamo di leggere la Prima Lettera di Giovanni con un duplice intento:
1° comprendere tutta l'attualità dell’esperienza e del messaggio di Giovanni per il nostro
tempo, dopo 2000 anni, in una Chiesa che, pur sempre stimolata da profeti della fede e della
carità, ha preferito spesso le dispute dottrinali e le pratiche devozionali ed ha perso a volte alcune
occasioni importanti per un rinnovamento coraggioso nel campo della vita spirituale e delle
relazioni interpersonali e comunitarie.
2° alla luce di questa lettera giovannea cogliere i suggerimenti veramente fondamentali
(specie quelli sulla carità e sul discernimento) per impostare una vita spirituale ed ecclesiale, non
più sugli schemi rigidi derivanti da una teologia speculativa nata sovente a tavolino nel corso dei
secoli, ma sull'azione diretta dello Spirito Santo, rinnovatore imprevedibile della vita comunitaria
e personale.
II - UN BREVE SOMMARIO
Forse è opportuno presentare uno schema del nostro lavoro per consentire una veloce visione
panoramica di tutto il commento:
I - IL PROLOGO
L'ESPERIENZA DELLA VITA E DELLA LUCE (Unità 1) 1,1-7
L'annuncio che la Parola è Vita e che Dio è Luce
II - PRIMA PARTE: LE CONDIZIONI PER CAMMINARE NELLA LUCE
1a CONDIZIONE: ROMPERE CON IL PECCATO (Unità 2) 1,8-2,2
Riconosciamoci umilmente peccatori
2a CONDIZIONE: OSSERVARE I COMANDAMENTI (Unità 3) 2,3-11
Praticare soprattutto la carità
a
3 CONDIZIONE: VINCERE IL MALIGNO E IL MONDO (Unità 4) 2,12-17
Conoscere e amare il Padre e fare la sua volontà
a
4 CONDIZIONE: CONFESSARE IL FIGLIO E IL PADRE (Unità 5) 2,18-28
Abbiamo ricevuto il Crisma e conosciamo la verità
III - SECONDA PARTE: LE CONDIZIONI PER VIVERE DA FIGLI DI DIO
1a CONDIZIONE: PRATICARE LA GIUSTIZIA (Unità 6) 2,29-3,10
Siamo figli del Padre, perciò non facciamo il peccato
a
2 CONDIZIONE: AMARE I FRATELLI E CREDERE IN CRISTO (Unità 7) 3,11-24
Osservare il suo comandamento
a
3 CONDIZIONE: DISCERNERE LE ISPIRAZIONI (Unità 8) 4,1-10
Vincere lo spirito del mondo e conoscere Dio che è Amore
4a CONDIZIONE: RIMANERE NELL'AMORE PERFETTO (Unità 9) 4,11-21
Se confessiamo Gesù e ci amiamo, Dio dimora in noi
5a CONDIZIONE: CREDERE IN GESÙ, FIGLIO DI DIO (Unità 10) 5,1-13
Il Cristo, venuto con acqua e sangue, ci dà la Vita eterna
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IV - CONCLUSIONE
PREGHIAMO SECONDO IL VOLERE DI DIO (Unità 11) 5,14-21
Preghiamo per il fratello che pecca e crediamo nel vero Dio.
III – LA LETTERA DELLA CARITÀ E DELLA VERITÀ
Molto a ragione la prima lettera di Giovanni è stata definita la lettera dell’amore. Contiene
molti altri insegnamenti su altri argomenti: su Cristo e sul suo Spirito, sulla fede e sul
discernimento, sulla preghiera e sul perdono… Ma forse il tema che più ci colpisce è proprio
quello della carità, dell’amore santo. Infatti con grande convinzione l’Evangelista annuncia che
Dio è Amore (4,8) e che ci ha amati fino al dono del Figlio suo (4,10) ed esclusivamente per
amore ci ha resi suoi figli (3,1). Con altrettanta insistenza invita i lettori ad amare con i fatti Dio
(2,5) e il prossimo come garanzia dell’autenticità del nostro amore verso Dio (3,11.14.18.23;
4,11.21). Anche Gesù ci ha amati fino al dono della sua vita (3,16) e noi lo dobbiamo imitare alla
perfezione.
Per approfondire il tema dell’amore santo di Dio da un punto di vista teologico dobbiamo
chiederci: che cosa vuol dire che Dio è Amore? Ci troviamo di fronte al mistero insondabile di
Dio, tuttavia cercheremo di balbettare qualche cosa. La vera natura di Dio è essere Amore
infinito e perfettissimo. L’amore è la ragione per cui Dio esiste necessariamente: Dio c’è perché
l’Amore perfetto non può non esistere. L’Amore infinito esiste per energia propria. L’amore di
Dio, ovvero l’amore che è Dio, ha perciò delle caratteristiche imprevedibili e stupende: Dio
innanzi tutto ama infinitamente se stesso, perché non può amare nulla che sia inferiore a se
stesso, cioè nulla che sia inferiore alla Carità divina. Questo fatto, lungi dall’essere un’azione
egoistica, è la forma di amore più santa e più pura che possa esistere. Dio è Amore che ama
l’Amore. Se io amo solo me stesso, resto chiuso nel cerchio del mio io e mi dà fastidio il tu degli
altri. Per Dio non è così: amando se stesso, l’Io di Dio diventa anche Tu. Nel momento in cui egli
dice: Io amo me stesso, con sorpresa si ritrova a dire: Io amo te. Scopre con gioia di avere in sé
un altro Tu, non inferiore a sé. Amando questo Altro, egli ama divinamente se stesso. Infatti si
sente rispondere: Anch’Io amo te. Questo Altro infatti non ama sé, ma ama Colui che lo genera
uguale a sé. Tutto questo avviene nella fecondità e nell’unità dello Spirito Santo (cfr. Mc 1,10-11
che ci apre una finestra su questi segreti della vita trinitaria). Anch’io nei confronti di un’altra
persona devo dire con sincerità: io amo te, per poter rendere meno egoista l’amore che ho per me
e se questo amore è verso il coniuge diventa generatore della vita di un figlio. In ogni caso
comuque l’amore promuove la vita: quella di chi ama e quella di chi è amato. Tutto questo può
avvenire perché siamo creati a immagine di Dio, il quale amando sé si espropria e si comunica
generando vita. Vediamo meglio come e perché. Abbiamo detto: Dio ama sé. Sono tre parole che
ci fanno intuire il mistero indicibile della Trinità: Dio è l’Amante, ama è l’Amore, sé è l’Amato,
oppure con parole a noi più familiari: Dio è il Padre, ama è lo Spirito, sé è il Figlio. In altri
termini: Dio è il Padre che vive per amare, ama è lo Spirito che rende possibile tale amore, sé è il
Figlio che ha bisogno di essere amato, non per suo interesse, ma affinché Dio sia Padre. Dio ama
se stesso amando il Figlio e in tal modo emana il Tu dello Spirito Santo. Il Figlio poi ama se
stesso amando il Padre per aver ricevuto lo Spirito del Padre che diventa anche lo Spirito del
Figlio. Amare per Dio vuol dire dare e ricevere, ma innanzi tutto dare. Il Padre è colui che dà
tutto quello che gli appartiene all’Amato e il Figlio è colui che tutto riceve dal Padre e che tutto
gli ridona nella gioia dello Spirito. Il Padre è Dio nella sua ricchezza, il Figlio è Dio nella sua
povertà, lo Spirito è l’amore che fa sì che il Padre doni con gioia e il Figlio riceva con
riconoscenza. Dio ama divinamente se stesso perché egli e solo egli è capace e degno di tale
amore infinito: l’Amore lo fa esistere come Dio eterno e onnipotente e come Dio Unico e
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Trinitario. Ci possiamo chiedere: perché il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono persone divine
uguali e distinte? Perché in Dio tutto è infinito: infinita è l’unità e l’uguaglianza delle Persone al
punto da essere un solo Dio, ma infinita è anche la distinzione e la complementarietà delle stesse
al punto da essere tre Persone. Tra di esse vi è uguaglianza senza confusione (il Padre non è il
Figlio), ma c’è complementarietà senza disunione (il Padre, il Figlio e lo Spirito sono un unico
Dio). È lo Spirito Santo la forza che rende trinitario il Dio unico e unico il Dio trinitario. Pertanto
il vero Dio non è un Dio solitario, ma è un Padre che ha un Figlio con il quale può dialogare alla
pari nell’unità e nella creatività dello Spirito. Ogni monoteismo che non sia anche trinitario è
ancora imperfetto e arcaico: tende a presentare un Dio più monologo che dialogo, più severo che
misericordioso, più padrone che padre, più statico che dinamico, più conservatore che
innovativo. Solo il monoteismo trinitario, rivelatoci esclusivamente da Gesù Cristo, ci parla di un
Dio Amore, di un Dio che si fa dono, di un Dio che sa trovare strade inedite per salvarci. Noi,
che siamo creature limitate, anche se create a immagine di Dio, partendo dall’idea dell’amore
umano di cui abbiamo esperienza e pur moltiplicando all’infinito la sua perfezione non riusciamo
a immaginare che cosa sia l’Amore trinitario. L’amore che noi sappiamo avere nel migliore dei
casi è solo una pallida figura dell’Amore di Dio: non siamo capaci di amare senza limiti.
Abbiamo fame e sete di amore autentico, ma facciamo fatica a donarlo agli altri. Inoltre
purtroppo, per colpa nostra, il nostro amore sovente è solo la parodia dell’Amore con la A
maiuscola. Solamente Dio sa insegnarci cosa è Amore vero e può darci la capacità di viverlo.
Pensiamoci bene: il Padre non dona se stesso solo al Figlio, ma dona se stesso, il Figlio e lo
Spirito perfino a noi, misere creature. Dio per amore ha progettato e realizzato l’Incarnazione di
se stesso nel suo aspetto di Figlio, cioè nel suo aspetto di umiltà e di debolezza per parlarci in
modo che potessimo capire. E il Figlio si è offerto, per amore del Padre e per amore nostro, fino
alla morte ed alla morte di croce. Nessuna intelligenza umana o angelica poteva anche solo
ipotizzare un tale altruismo e una tale genialità nell’escogitare strade di salvezza. Usando un
linguaggio mistico e perciò apparentemente paradossale, potremmo dire che Dio ama noi molto
più di quanto ami se stesso. I suoi interventi e le sue opere lo dimostrano: infatti, come se non
bastasse, il Figlio oltre a farsi uomo e servo nostro, si è anche fatto pane e vino per saziare e
dissetare la nostra fame e sete di vita. L’Eucarestia è la più incredibile invenzione dell’amore
divino e anche la più efficace scuola di carità. È alla scuola di Gesù e del suo Vangelo che noi
impariamo l’arte di amare come Dio ama: infatti il comandamento è quello di amare Dio e il
prossimo così come Gesù stesso, nella grazia dello Spirito Santo, ha saputo fare. E Gesù ci ha
amati come il Padre ha amato lui (Gv 15,9). Per questo motivo ci dona il suo stesso Spirito,
affinché anche noi diventiamo Carità, come lui è Carità (Gv 15,9; 13,34): La speranza poi non
delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che
ci è stato dato (Rom 5,5). Sia questa la nostra unica speranza, la nostra sicura speranza, la nostra
audace speranza: quella di giungere ad amare divinamente (cfr. 1 Cor 13).
Prima ancora però del tema della carità Giovanni ci propone quello della verità. Nella
definizione di Dio come Luce (1,5), definizione che precede quella di Dio come Amore (4,8.16),
noi scopriamo che Dio è Luce di verità e Luce di santità.
1° Luce di Verità: Dio conosce se stesso. Tre parole che ci fanno capire che la perfetta
conoscenza che Dio ha di sé lo costituisce come Padre (conoscitore), come Figlio (conosciuto,
Immagine nel quale il Padre si rispecchia pienamente, Parola con la quale il Padre dice e rivela
totalmente se stesso) e come Spirito (conoscenza, intelligenza, scienza, sapienza infinita). Dio
conoscendo se stesso conosce la Verità suprema, vive nella Verità vivente inverandosi come
Trinità dinamica e creativa.
2° Luce di Santità: la verità divina non ha solo un valore conoscitivo, ma un valore
immediatamente morale: significa veridicità, sincerità, onestà, fedeltà, giustizia e santità. Dio è
luce perché conosce e dice la Verità su di sé, pronunciando il Verbo eterno nella verità dello
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Spirito; Dio è luce perché dice la Verità con perfetta Carità: la Verità rende vera e gloriosa la sua
Carità, la Carità rende santa e amabile la sua Verità.
Per questi motivi Giovanni ci invita a conoscere Dio (Padre, Figlio e Spirito Santo) e a vivere
in comunione di vita e di amore con lui (lui in noi e noi in lui) e con i fratelli all’interno della
comunità di Cristo, Figlio di Dio venuto nella carne. In noi ci sia prima l’amore per la verità
affinché abbiamo in dono la verità dell’amore.
Per completare la nostra contemplazione della vita trinitaria dobbiamo integrare
l’insegnamento della lettera di Giovanni con quello del suo Vangelo: oltre alla conoscenza e
all’amore reciproco in Dio vi è la glorificazione. Dio glorifica se stesso (Gv 12,28): altre tre
parole che coronano l’attività Dio nel suo interno. Il glorificante è il Padre, la gloria è lo Spirito
(Gv 17,5.22) e il glorificato è il Figlio (Gv 8,54; 17,1). A sua volta il Figlio glorifica il Padre con
una gloria degna di lui. Dio, dunque, conosce se stesso come Verità perfetta, ama se stesso come
Bontà infinita, glorifica se stesso come Bellezza e Forza eterna. Benché queste qualità
appartengano a tutte le tre persone divine, noi attribuiamo la Verità al Figlio (sapienza di Dio), la
Bontà allo Spirito Santo (amore effuso nei nostri cuori) e la Bellezza e la Forza al Padre della
gloria (Rom 6,4; Ef 1,17).
Nei nostri confronti il Dio trinitario opera in modo dinamico: siamo creati e salvati dal Padre
per mezzo del Figlio (Gv 1,3; 3,17; Rom 5,9; Col 1,16) nella potenza dello Spirito. Anche noi
dobbiamo relazionarci a Dio in modo dinamico: rendere grazie e gloria al Padre per mezzo di
Cristo nella comunione e nella gioia dello Spirito (Col 3,17). Perciò anche noi, santificati dallo
Spirito del Padre e trasfigurati a immagine del Figlio entriamo come veri figli nella dinamica
della vita divina.. Questa è la vita eterna! Questa è la felicità da non perdere!
Per venire molto al pratico diciamo che la comunità credente è chiamata a rispecchiare le
caratteristiche dell’Unità e della Trinità divina: la conoscenza si realizza per mezzo della
catechesi ascoltata e annunciata, l’amore per mezzo dell’impegno nel servizio ricevuto e offerto,
la glorificazione nella preghiera e nella liturgia. Tutto questo deve concorrere alla costruzione
dell’unità ecclesiale nella comunione e nella pace, pur nel pluralismo e nella collaborazione.
Dobbiamo però dire ancora una cosa molto importante: l’essere Verità, Amore e Gloria
infinita è molto impegnativo per Dio. In altre parole (ci esprimiamo in modo umano): egli deve
pagare un prezzo altissimo. Dio conosce tutto, ma anche si offre alla conoscenza di tutti: in lui
c’è perfetta trasparenza, non ha qualche angolino nascosto e riservato a lui solo. Dio ama
donando tutto se stesso: egli si espropria totalmente, non tenendo nulla per sé. Dio merita la
massima gloria, eppure non mette se stesso al centro di tutto, ma cerca solo il vantaggio degli
altri: è capace di una umiltà infinita. Per questo Dio in Cristo si è rivelato come povero,
obbediente, casto, paziente, debole, mite e umile di cuore. Proprio perché tutto in Dio è
impegnativo nel Gloria noi diciamo: ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa. Non sarebbe
necessario ringraziare Dio per la sua gloria, se questa non gli costasse nulla e se non potesse
diventare gloria anche nostra, come segno della sua incredibile umiltà. Infatti Dio è glorioso
perché umile, umile e perciò glorioso, ricco perché generoso, generoso e perciò ricco, forte
perché condiscendente, condiscendente e perciò forte. Per questi motivi la via di Dio è solo
quella della croce. Essa è stata la via di Cristo e deve diventare anche quella del cristiano. Noi
dunque, che ci avventuriamo sulle strade della vera conoscenza di Dio per poterlo amare con
tutto il cuore, prepariamoci a soffrire molto per amore del suo santo nome. Ma nello stesso
tempo prepariamoci a gustare in fondo al calice amaro una delizia spirituale che il mondo non
può nemmeno immaginare.
IV - COME USARE IL COMMENTO
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1. L’intera Epistola si può opportunamente dividere in quattro Sezioni (1° livello): Prologo,
Prima e Seconda parte del corpo della lettera, Conclusione. La prima e la seconda parte della
lettera si dividono rispettivamente in 4 e in 5 Sottosezioni, ognuna delle quali costituisce una
Unità (2° livello). Anche il Prologo e la Conclusione corrispondono ad una Unità. In tutto le
Unità sono 11 e sono predisposte in modo tale da facilitare la realizzazione di una Lectio Divina
nei suoi sette momenti (1° Preparazione, 2° Lettura e commento, 3° Meditazione, 4° Orazione,
5° Contemplazione, 6° Condivisione e 7° Azione). Di questi momenti sviluppiamo solo il
secondo.
Il carattere usato per i titoli delle Sezioni e delle Unità è il seguente (1° e 2° livello):
I - SEZIONE - UNITÀ
2. Il contenuto delle Unità è sempre suddiviso in Parti (3° livello), il cui titolo ha questo
formato:
1 - PARTE
3. Le Parti possono a loro volta essere divise in Punti (4° livello), i cui titoli sono
contraddistinti dal seguente formato:
1. PUNTO
4. La traduzione è molto letterale in modo da favorire una più fedele interpretazione del
messaggio. Le parole italiane messe tra parentesi tonde ( ) non sono presenti nel testo greco.
Quando proponiamo due tradizioni possibili mettiamo le parole entro parentesi quadre [ ]. Più
parole italiane, che corrispondono ad una sola parola greca, sono unite con una lineetta.
5. Un numero tra parentesi tonde indica un versetto del Capitolo che si sta esaminando. Se si
è nel Capitolo quarto, (1) significa: 1 Gv 4,1.
Due numeri, tra parentesi tonde, separati dalla virgola indicano un capitolo e un versetto della
lettera. Ad esempio: (2,1) vuol dire 1 Gv 2,1.
Tutte le altre citazioni bibliche sono invece complete.
6. Spesso citiamo le parole greche più significative, facendone la traslitterazione.
Presupponendo che coloro che le leggono non conoscano il greco, le scriviamo in modo che un
lettore italiano automaticamente le possa pronunciare in modo corretto: la y si pronuncia come la
u francese o la ü tedesca; le vocali lunghe h e w vengono indicate con e ed o sottolineate. Kh e th
corrispondono a x e q. La Gh davanti ad i ed e serve ad indicare il suono sempre duro di g.
Poniamo gli accenti sulle vocali secondo la pronuncia e non secondo la scrittura. L’accento
circonflesso è reso con ^. I verbi greci di solito sono riportati all'indicativo presente (prima
persona), i nomi e gli aggettivi al nominativo singolare.
7. Molta attenzione abbiamo usato nel formulare i titoli in modo da facilitare la comprensione
del testo e della sua struttura.
V - BIBLIOGRAFIA CONSULTATA
Maggioni Bruno, La prima lettera di Giovanni, Cittadella Editrice, Assisi 1984.
Sant'Agostino, Meditazioni sulla lettera dell'amore di S. Giovanni, Traduzione, introduzione
e note di Salvatore Aliquò, Città Nuova Editrice, Roma 19805.
Di Sant'Agostino cercheremo di citare quei passi che, a nostro giudizio, sono tra i più
belli ed i più significativi.
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I - IL PROLOGO
L'ESPERIENZA DELLA VITA E DELLA LUCE (UNITÀ 1)
L'annuncio che la Parola è Vita e che Dio è Luce
Presentazione e lettura di 1 Gv 1,1-7
Il Prologo di questa lettera richiama per più di un motivo quello del IV Vangelo (Gv 1,1-18).
Lo possiamo dividere in 3 parti:
1a – Giovanni annuncia la sua esperienza concreta della Parola divina;
2a – parla poi di Dio usando una prima immagine: la Vita;
3a – infine usa una seconda immagine: quella della Luce.
1 – ABBIAMO CONTEMPLATO LA PAROLA DELLA VITA
1. IL VERBO DELLA VITA UDITO, VEDUTO E TOCCATO (1,1)
1.1
(\O h)=n a)p' a)rxh=j,
o(\ a)khko/amen,
o(\ e(wra/kamen toi=j o)fqalmoi=j h(mw=n,
o(\ e)qeasa/meqa
kai\ ai( xei=rej h(mw=n e)yhla/fhsan
peri\ tou= lo/gou th=j zwh=j
1,1 Ciò–che era da(l) principio,
ciò–che abbiamo–udito,
ciò–che abbiamo–veduto con–i nostri occhi,
ciò–che abbiamo–contemplato
e (ciò che) le nostre mani hanno–toccato,
circa la Parola della Vita
«Ciò che era dal principio (’ap’ ’arkhês)»: di quale principio intende parlarci l’Apostolo? Di
quello del mondo o di quello della vita pubblica del Signore? Se cerchiamo l’espressione ’ap’
’arkhês in Giovanni, troviamo nel IV Vangelo un’affermazione del Maestro che ci toglie ogni
dubbio: Voi siete con me fin dall’inizio (’ap’ ’arkhês: Gv 15,27), cioè fin dai primi momenti
della mia manifestazione pubblica a Israele. Pertanto Giovanni, dicendo dal principio, intende
parlarci di tutto quello che è successo a cominciare dal momento in cui egli ha incontrato Gesù
insieme ai primi apostoli: Gv 1,35 Il giorno dopo Giovanni (Battista) stava ancora là con due
dei suoi discepoli [uno di loro era proprio il nostro Evangelista] 36 e, fissando lo sguardo su Gesù
che passava, disse: «Ecco l'Agnello di Dio!». 37 E i due discepoli, sentendolo parlare così,
seguirono Gesù. 38 Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: «Che cercate?». Gli
risposero: «Rabbì (che significa Maestro), dove abiti?». 39 Disse loro: «Venite e vedrete».
Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le
quattro del pomeriggio. Si pensi che chi ha conosciuto il Cristo dall’inizio è stato spettatore della
teofania presso il fiume Giordano in occasione del Battesimo di Gesù ed ha ascoltato niente
meno che la voce di Dio Padre. Naturalmente questa interpretazione non esclude che dal
principio indichi anche, in una certa misura, qualcosa che esiste da tutta l’eternità. Infatti questo
brano iniziale della lettera riecheggia molto da vicino il prologo del IV Vangelo: Gv 1,1 In
principio (’en ’arkhê) era la Parola, la Parola era presso Dio e la Parola era Dio. In Gv 1,1 il
principio rappresenta l’eternità prima della creazione e l’inizio di essa. Oltre che nel passo in
esame (v. 1), Giovanni usa ’ap’ ’arkhês in sei altre espressioni della sua prima lettera: parlando
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di Cristo come di Colui che è o che era dal principio (2,13.14) e, ancora, ricordando il
comandamento e l’insegnamento ricevuto dai fedeli fin dal principio (2,7.24; 3,11).
L’Evangelista in tali passi afferma, in sostanza, che la persona del Salvatore, che esiste
dell’eternità (dal principio), ed il suo messaggio sono stati e devono essere conosciuti
integralmente a cominciare dal principio, perché chi conosce tutto fin dai primordi ha una
visione più completa e anche perché all’inizio della predicazione del Vangelo (in generale) e
all’inizio della nuova esperienza di fede di ognuno (in particolare) sono state comunicate le
verità più importanti e più autentiche della vita cristiana (il Kérygma). Solo l’acqua che viene
direttamente dalla sorgente è la più pura e la più genuina. Nel v. 1 l’Autore della lettera dice: Ciò
che era (al neutro): così intende indicare non solo il Cristo, ma tutto quello che lo riguarda. Per il
credente è dunque fondamentale avere una conoscenza completa di tutto quello che Gesù disse e
fece fin dai primi giorni (così come è importante che ricordi fedelmente le cose che gli sono state
insegnate fin dal primo momento della sua conversione: cfr. anche 2 Gv 5 e 6). È indispensabile
dunque conoscere bene tutta la vicenda storica del Cristo per non sbagliare circa la sua identità e
non alterare, nel corso del tempo, la verità. Ciò che era all'inizio va riscoperto ed acquisito in
modo completo. Quanto oggi noi crediamo deve fluire dall'inizio, poiché (riprendendo il
paragone di prima) l'acqua appartiene ad un determinato fiume solo se contiene quella che sgorga
dalla sua fonte.
«Ciò che abbiamo udito»: tre sono i sensi corporei che hanno permesso all'Evangelista di
entrare in contatto con il Signore: l'udito, la vista e il tatto. L'Autore, pur essendo un’unica
persona ben conosciuta (Giovanni, che tra poco userà anche il singolare: scrivo…, ho scritto…:
2,12-14; 5,13), parla al plurale (abbiamo), perché egli scrive a nome di un gruppo autorevole
(quello degli apostoli e dei maestri di fede, capi e responsabili della comunità).
«Ciò che abbiamo veduto (’oráo) con i nostri occhi, ciò che abbiamo contemplato
(theáomai)»: noi oggi possiamo ancora udire le parole del Cristo riportate con tanta fedeltà nei
Vangeli. Come possiamo però vedere o toccare il Signore risorto? Per noi esiste davvero un
modo reale di vedere (aspetto materiale) e di contemplare (aspetto mistico) il Signore: esso
consiste nell'ascolto assiduo e attento della sua Parola, la quale ci porta a sperimentare la sua
presenza, in modo che non abbiamo nulla da invidiare ai testimoni oculari. Anzi, noi siamo
ancora più “beati” di loro poiché, attraverso l'udito, possiamo fare un'esperienza interiore che ha
maggiori garanzie di validità rispetto a quella sensoriale, perché richiede una sensibilità più
raffinata di quella necessaria a chi ha visto con i propri occhi o toccato con le proprie mani: Gv
20,29 Gesù gli disse (a Tommaso): «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non
avendo visto crederanno!». S'avveri dunque in noi questa beatitudine (cfr. Agostino,
Meditazioni... p. 48).
«Ciò che le nostre mani hanno toccato (pselafáo)»: il verbo usato è proprio lo stesso
utilizzato da Gesù Risorto per dire agli apostoli, sbalorditi dalla sua presenza fisica: Palpatemi e
rendetevi conto che uno spirito non ha né carne né ossa, come vedete che io ho (Lc 24,39). Nel
discorso fatto ad Atene nell’Areopago, Paolo, usando lo stesso verbo, dice: Cerchino Dio, se mai
lo tocchino e lo trovino (Atti 17,27) e così ci fa capire che c'è per noi un modo di toccare
l'intoccabile (Ebr 12,18). Notiamo che non è inutile che l'Apostolo dica di aver visto con gli
occhi e aver toccato con le mani (Cfr. Gv 20,27): egli non dimentica gli organi della percezione
sensoriale perché sa bene che il corpo è strumento necessario dello spirito in questa esperienza.
«Circa la Parola (Lógos) della Vita»: quello che è stato il vero oggetto dei sensi dei vari
testimoni è il Lógos, cioè la Parola della Vita, o anche, come subito dopo afferma più
sinteticamente, la Vita. Non possiamo non citare le notissime parole del Prologo del Vangelo, le
quali ci spiegano il motivo per cui è stato possibile vedere e toccare la Parola divina: Gv 1,14 La
Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria
come di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. È stata l'Incarnazione l'evento
straordinario che ha fatto sì che gli apostoli potessero vedere la Vita invisibile e noi, attraverso i
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loro occhi, possiamo arrivare ad avere la stessa certezza che loro avevano per amarlo con la
stessa intensità (cfr. 1 Pt 1,6-9)! Dobbiamo sapere che uno dei segreti più belli della
contemplazione mistica dei santi è proprio quello di fissare lo sguardo sul mistero
dell’Incarnazione del Verbo (1 Pt 1,12).
2. LA VITA SI È FATTA VISIBILE (1,2a)
1.2 kai\ h( zwh\ e)fanerw/qh, kai\ e(wra/kamen
1,2 ─ infatti la Vita si–è–manifestata e l'abbiamo–veduta
«Infatti la Vita si è manifestata (faneróo)»: l'Autore sente il bisogno di ribadire il concetto che
in definitiva è proprio la Vita divina la prima realtà che si è rivelata anche fisicamente agli
uomini: Gv 1,4 In lui era la Vita e la Vita era la Luce degli uomini. Tale verità è così nuova e
così importante che va proclamata con assoluta chiarezza: non gli uomini l’hanno trovata, ma
essa stessa ci è venuta incontro e si è svelata.
«L'abbiamo veduta (oráo)»: adesso l'Evangelista ci fa capire che tutto il ricco ed articolato
incontro con il Cristo (presentato sopra nei suoi tre aspetti: uditivo, visivo e tattile) può essere
concentrato in modo sintetico in un'unica esperienza: quella visiva. Questo è molto interessante,
perché all'azione del vedere è legata l'esperienza della bellezza. Il bello è proprio ciò che, visto o
percepito, piace per la sua armonia e per il suo splendore. Vedere la Vita equivale dunque a
gustarla in modo dolcissimo, a conoscerla in modo integrale, a parteciparvi in modo reale. Gli
apostoli hanno saputo vedere in profondità, oltre le apparenze, ed hanno scoperto una ricchezza
straordinaria che ha coinvolto tutta la loro persona (in altri termini, Giovanni ci sta parlando della
più sublime esperienza di contemplazione che ci è dato di fare: 1,1). Essi hanno visto la Parola.
Se la sapremo ascoltare in modo adeguato, anche noi la potremo vedere (Sal 47/48,9 Come
avevamo udito, così abbiamo visto…; Gv 11,40 … Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria
di Dio?). Passeremo così dalla fede all’esperienza e poi dall’esperienza alla contemplazione.
2 - IL PRIMO ANNUNCIO: LA VITA ETERNA SI È RIVELATA IN CRISTO
1. TESTIMONIAMO E ANNUNCIAMO LA VITA ETERNA (1,2 b-3a)
kai\ marturou=men kai\ a)pagge/llomen u(mi=n th\n zwh\n th\n ai)w/nion
h(/tij h)=n pro\j to\n pate/ra kai\ e)fanerw/qh h(mi=n
1.3 o(\ e(wra/kamen kai\ a)khko/amen, a)pagge/llomen kai\ u(mi=n,
e (quindi) testimoniamo e annunziamo a–voi la Vita, quella eterna,
che era presso [oppure verso] il Padre e si–è–manifestata a–noi ─
1,3 quello–che abbiamo–veduto e udito, (lo) annunziamo anche a–voi,
«Quindi testimoniamo (martyréo) e annunziamo (’ap-anghéllo) a voi la Vita, quella eterna»:
chi ha fatto l'esperienza vera del Signore Gesù, Vita del mondo, può e deve rendere
testimonianza (questo termine conserva tutta la forza del suo aspetto giuridico), annunciando
(aspetto profetico) il suo incontro e la sua partecipazione alla Vita di Dio, definita eterna. Eterna,
infatti, qui vuol dire qualcosa di più che immortale: vuol dire divina, indicando così la Vita
superiore e perfetta che Dio ha in sé. Gesù aveva già predetto che i suoi gli avrebbero reso
testimonianza: cfr. Gv 15,27 Anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin
dal principio. Perché tanta insistenza sul dovere di testimoniare la verità circa la sua persona?
Fin dall'inizio Giovanni pone le basi di un discorso fatto di prove storiche per controbattere le
deviazioni di coloro che non avevano capito l'importanza dell'Incarnazione del Figlio di Dio e
non ne tiravano tutte le conseguenze (tra queste vi è il fatto che l'umanità di Cristo è sacramento
di salvezza e quindi noi per salvarci abbiamo l'assoluta necessità di passare attraverso di lui,
unico mediatore, e attraverso la Chiesa, prolungamento del suo corpo).
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«Che era presso oppure verso (prós) il Padre e si è manifestata a noi»: cfr. Gv 1,2: Essa (la
Parola) era in principio presso oppure verso (prós) Dio. Confrontando il nostro passo con quello
parallelo del Vangelo di Giovanni, deduciamo che la Vita eterna è la Parola del Padre, cioè il
Figlio Unigenito, presentato nella sua relazione trinitaria con Dio Padre, del quale egli è
l’espressione e la rivelazione (cioè la Parola). Egli è presso il Padre (vicinanza) e verso il Padre
(tensione).
«Quello che abbiamo veduto e udito, (lo) annunziamo (’ap-anghéllo) anche a voi»: nel v. 2
era già uscito fuori esplicitamente anche il noi che si poneva in relazione con il voi: cioè, era già
stato nominato il soggetto che scriveva e che annunciava (anche a nome degli altri testimoni) e
venivano indicati i destinatari (voi, come anche ora nel v. 3). Non dimentichiamo che in questo
preciso momento il soggetto è ancora lui, l'Apostolo Giovanni in persona, ed i destinatari siamo
noi! Ancora una volta l'Evangelista, dicendo quello, ribadisce che ha l'intenzione di annunciare
ai suoi lettori tutto quello che lui, insieme agli altri testimoni, ha visto e udito (in modo
audiovisivo: cfr. Mt 13,17). E così, circa l’oggetto dell’annuncio, egli allarga nuovamente a 360
gradi la prospettiva che prima si concentrava sul tema della Vita, come nucleo centrale e come
senso ultimo di tutto. In questo annuncio globale (delle cose dette e dei fatti compiuti dal Cristo)
si compie la trasmissione della testimonianza di fede. Grazie all'annuncio, tramandato nella
comunità credente, possiamo conoscere ancora oggi esattamente, in tutta la sua ricchezza e la sua
forza, quello che è accaduto fin dal principio. In tal modo l'esperienza di Giovanni diventa
nostra: anche noi possiamo dire di avere udito, visto e contemplato.
2. AFFINCHÉ SIATE IN COMUNIONE CON IL PADRE E IL FIGLIO (1,3 b)
i(/na kai\ u(mei=j koinwni/an e)x
/ hte meq' h(mw=n.
kai\ h( koinwni/a de\ h( h(mete/ra meta\ tou= patro\j
kai\ meta\ tou= ui(ou= au)tou= )Ihsou= Xristou=.
affinché anche voi abbiate comunione con noi.
E la comunione poi, (quel)la nostra, (è) con il Padre
e con il Figlio suo, Gesù Cristo.
«Affinché anche voi abbiate comunione (koinonía) con noi»: Giovanni precisa bene quale è la
finalità e quale dev'essere l'effetto in noi lettori del suo annuncio: la comunione con lui e con i
testimoni del Cristo (specialmente gli altri apostoli). Questa comunione è fondamentale:
Giovanni ne riparlerà, usando altre parole, nel corso di questa lettera: cfr. 2,19; 4,6. Nessuno può
pretendere di avere un collegamento diretto a Cristo o a Dio (dimensione verticale), rompendo la
comunione con gli evangelizzatori e con la Chiesa (dimensione orizzontale). Pertanto bisogna
essere in comunione con la comunità. L'aspetto comunionale della Chiesa è un’importante
riscoperta realizzata dal Concilio Ecumenico Vaticano II. Prima di allora si sottolineava di più
l’aspetto giuridico e organizzativo. Molto lavoro però dev'essere ancora fatto, soprattutto nel
campo ecumenico, perché abbiamo il dovere di valorizzare l’opera che lo Spirito Santo fa anche
al di fuori della nostra comunità, per non correre il pericolo di perdere l’apporto di persone che
sono realmente in comunione con Dio, anche se appartenenti ad altre comunità. Oggi pertanto
dobbiamo intensificare con gesti non solo simbolici, ma molto concreti e rivoluzionari, il
cammino ecumenico di riconciliazione e di unità tra i cristiani e di tutti i veri credenti in Dio.
Mai però a scapito della nostra comunione (visibile) con la Chiesa, che per noi è lo strumento e
la garanzia di quella (invisibile) con Cristo e con Dio.
«E la comunione (koinonía) poi, quella nostra, è con il Padre e con il Figlio suo»: gli apostoli
sono sicuramente in comunione con la Trinità! Per questo la nostra comunione con gli apostoli
fonda e garantisce quella che abbiamo con Dio. Infatti solo la Chiesa è efficace sacramento di
salvezza. Se poi noi attraverso la Chiesa siamo in comunione con Dio e partecipi della sua stessa
vita, pur avendo solo udito, possiamo dire, in una maniera non meno vera degli apostoli, di avere
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anche visto personalmente e di aver toccato con mano la forza della luce di vita. L'Evangelista
intende farci capire due cose: 1° che alla comunione sono invitati tutti (dicendo: la nostra, parla
di quella degli evangelizzatori e di quella dei credenti, senza differenze: dimensione ecclesiale) e
2° che essa è con il Padre e con il Figlio (nello Spirito: dimensione trinitaria). Cfr. anche Gv 17,3
Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio (il Padre), e colui che hai mandato,
Gesù Cristo. Giovanni in questa lettera sviluppa molto l'idea di comunione (cfr. 1,6-7) soprattutto
con l'uso della particella in (’en mistico): cfr. 2,5-6.24.28; 3,6.24; 4,4.12-13.15-16; 5,20. Spesso
egli parla di comunione reciproca: Dio in noi e noi in Dio. Si tratta della formula più alta e più
forte che le parole umane ci mettono a disposizione per indicare la nostra perfetta unione mistica
con il Signore. Tale idea a volte è espressa anche con il verbo possedere: 2,23 (Chi crede nel
Figlio possiede il Padre). Approfondiremo questi concetti al momento opportuno.
«Gesù Cristo»: a questo punto Giovanni rivela esplicitamente che il Figlio di Dio Padre è
Gesù, il Messia e, così, ci fa capire che la Parola della Vita e la Vita eterna, che ci ha
solennemente annunciato, ha il nome e il volto familiare di Gesù di Nazareth. La comunione
cristiana ha dunque sempre una caratteristica trinitaria (perché è con il Padre e con il Figlio Gesù
nell'unità dello Spirito Santo), una dimensione cristologica (perché l’uomo Gesù è la via unica
per tale comunione) e infine una dimensione ecclesiale (all’interno della quale va distinto il ruolo
degli apostoli e dei figli/fratelli). Se anche noi saremo in reale comunione con la Trinità per
mezzo di Cristo Signore attraverso l’opera santificatrice della Chiesa, anche noi faremo la stessa
esperienza degli apostoli e porteremo nel cuore una grande luce e un’immensa gioia. È quanto
Giovanni ci sta per dire.
3. AFFINCHÉ SIA PERFETTA LA NOSTRA GIOIA (1,4)
1.4 kai\ tau=ta gra/fomen h(mei=j, i(/na h( xara\ h(mw=n v)= peplhrwme/nh.
1,4 E queste–cose noi scriviamo, affinché la nostra gioia sia perfetta [piena].
«Queste cose noi scriviamo»: se la finalità dell’annuncio cristiano è la comunione nella sua
duplice dimensione (ecclesiale e trinitaria), il risultato di tale comunione è la gioia, segno di una
vita piena e realizzata. Le cose di cui Giovanni parla in questa sua dichiarazione di intenti sono i
vari insegnamenti contenuti nella lettera e soprattutto quelli molto forti e dirompenti presenti nei
primi 7 versetti, che essendo una sintesi di tutto lo scritto, sono da considerare come un
meraviglioso Prologo di tutta la lettera.
«Affinché la nostra gioia (khará) sia perfetta [piena]»: in base alla sua personale esperienza,
l'Autore può annunciare che il frutto della comunione è la gioia di tutti (la nostra: sia dei
testimoni che degli ascoltatori) e non una felicità qualunque, ma la gioia piena, quella perfetta e
totalmente appagante. Agostino commenta: «Proprio nella vita in comunione, proprio nella carità
e nell'unità, Giovanni afferma che c'è la pienezza della gioia» (Meditazioni... 48). Riecheggiano
qui le parole di Cristo pronunciate durante l'Ultima Cena: Gv 15,11 Questo vi ho detto perché la
mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (cfr. anche Gv 15,11; 16,24; 17,13; 2 Gv 12). Vita,
comunione e gioia: ecco tre parole stupende che sono sinonimo di amore e di salvezza: vivere,
comunicare e gioire sono davvero il paradiso sulla terra e nel cielo. Chi fa veramente l'esperienza
di Dio-Amore gusta la più grande felicità derivante da una sicurezza che non si basa sulle forze
umane, ma sull'infinita e dolcissima grazia divina. Siamo anche noi partecipi di questa gioia vera
per poi esserne gli apostoli?
3 - IL SECONDO ANNUNCIO: DIO È LUCE SENZA TENEBRE
1. DIO È LUCE ED È NELLA LUCE (1,5)
1.5 Kai\ e)s
/ tin au(/th h( a)ggeli/a h(\n a)khko/amen a)p' au)tou= kai\ a)nagge/llomen u(mi=n,
12
o(/ti o( qeo\j fw=j e)stin kai\ skoti/a e)n au)t%= ou)k e)/stin ou)demi/a.
1,5 E questo è il messaggio che abbiamo–udito da Lui e (che) annunziamo a–voi:
Dio è Luce e in lui non c'è nessuna tenebra.
«Questo è il messaggio (’anghelía) che abbiamo udito da Lui»: l'Autore ci fa ora un secondo
annuncio che è parallelo al primo con l’intento di completarlo. Egli, che aveva presentato il suo
incontro con Cristo come un’esperienza di Vita piena, adesso propone come sintesi del Vangelo
di Gesù ascoltato dalla sua viva voce (da Lui) in queste tre parole: Dio è Luce. Giovanni non
poteva, nel Prologo della sua lettera, scrivere una frase più conveniente di questa: luce vuol dire
verità. Ed è l’amore alla verità e alla sincerità la prima condizione necessaria per conoscere e
servire Dio. Luce vuol dire splendore e bellezza. Ed è la bellezza divina il primo oggetto della
nostra contemplazione. Notiamolo bene: Giovanni ci ricorda che questo meraviglioso messaggio
lo hanno udito dire da Gesù in persona: è lui la sorgente autentica e autorevole di questa verità.
«Che annunziamo (’an-anghéllo) a voi»: gli evangelizzatori, destinatari di questo annuncio
(fatto da Gesù), ce lo hanno trasmesso a noi, che siamo oggi i destinatari per diventarne a nostra
volta i trasmettitori verso altri.
«Dio è Luce e in lui non c'è nessuna tenebra»: è bello notare con quanta forza e
consapevolezza l'Evangelista dice di proclamare il messaggio nel suo nucleo centrale: Dio è
Luce. Il Cristo che è la Parola di Vita, anzi la Vita stessa rivelata e rivelatrice, ci ha detto e ci ha
dimostrato innanzi tutto che Dio è Luce. In tal modo ci ha comunicato la Luce di Dio. La Vita
divina è dunque diventata per noi luce (conoscenza illuminante) e la luce è diventata per noi Vita
(vivificante e vitale). Vivere è conoscere Dio e viceversa. Prima infatti l’Evangelista ci aveva
annunciato che il Verbo di Dio era Vita (prima immagine: aspetto esistenziale; cfr. 1,1-2); ora
completa il suo insegnamento dicendo che Dio è Luce (seconda immagine: aspetto conoscitivo e
morale). Una tale luce infatti non solo è verità, ma è anche bontà. Essa non ha in sé alcun lato
tenebroso o negativo, ma per principio esclude del tutto ogni ambiguità e ogni malizia. Non ci
può essere infatti nessun compromesso tra la luce e le tenebre (cfr. Giac 1,17; 2 Cor 6,14).
Giovanni ama esprimere una verità prima in forma positiva (... è ...) e poi in forma negativa (...
non c'è ...) in modo da non lasciare dubbi nella nostra mente. Tale luce divina, secondo il IV
Vangelo, si manifesta concretamente a noi in Cristo Signore: Gv 8,12 Di nuovo Gesù parlò loro:
«Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della
vita» (cfr. anche Gv 9,5). Notiamo una cosa interessante: che Dio sia Luce è un fatto che
Giovanni ci presenta innanzi tutto come sentito e non come qualcosa di visto, anche se in realtà i
suoi occhi hanno contemplato la gloria del Tabor. Cristo è Luce soprattutto perché è Parola di
Vita e perché ha detto di essere Luce. La sua parola ci deve bastare. Non c’è bisogno che
vediamo con i nostri occhi questa luce. Ascoltando il Vangelo di Gesù vediamo la luce. E con un
gioco di parole potremmo dire che ‘vedendo Gesù vediamo la Parola’ e ‘ascoltando lui
ascoltiamo la Luce’, ne siamo illuminati e «noi stessi... possiamo divenire luce» (Agostino,
Meditazioni... p. 50).
2. CAMMINIAMO NELLA LUCE E NON NELLE TENEBRE (1,6)
1.6
E
) a\n ei)/pwmen o(/ti koinwni/an e)x
/ omen met' au)tou=
kai\ e)n t%= sko/tei peripatw=men,
yeudo/meqa kai\ ou) poiou=men th\n a)lh/qeian:
1,6 Se diciamo che abbiamo comunione con lui
e camminiamo nella tenebra,
mentiamo e non facciamo la verità.
«Se diciamo che abbiamo comunione (koinonía) con lui»: se Dio è Luce nessun imbroglio ci è
più possibile. La prima cosa che conta è la sincerità, la trasparenza. L’Autore infatti va subito a
13
toccare un aspetto pratico: non possiamo dire una cosa per l’altra; non possiamo mentire. Non ci
è lecito camminare nella tenebra dell’errore e del peccato e affermare di essere in comunione con
Dio. Dobbiamo piuttosto riempirci di Vita e di Luce (cioè di Dio) per entrare in vera comunione
spirituale con il Padre e con il Figlio. Giovanni dice o sottintende tutto questo perché all'interno
della comunità c'erano alcuni che affermavano con orgoglio e con arroganza di essere in
comunione con Dio. Si tratta di persone che erano entrate nella Chiesa, ma che non si erano mai
veramente convertite. Erano cristiani la cui fede era fatta di chiacchiere attraenti. Cerchiamo di
capire un po' chi erano, perché è anche per controbattere questi che l'Evangelista scrive la sua
prima lettera: si trattava di cristiani che erano molto vicini alle dottrine gnostiche (da gnôsis,
conoscenza), secondo le quali l'illuminazione, sperimentata all'inizio del cammino cristiano come
una geniale e innovativa intuizione e conoscenza intellettuale del mondo divino, era sufficiente
per la salvezza, senza obblighi morali aggiuntivi.
«E camminiamo (peri-patéo) nella tenebra»: l'Apostolo vuole ricordare che le nostre parole
(se diciamo...) se vogliamo che siano veritiere, devono essere comprovate dai fatti (indicati con
l'immagine molto suggestiva del camminare). Il cammino rappresenta la vita con le sue scelte
morali e le sue azioni, nel suo sviluppo e nel suo progresso continuo. Un cammino può essere
fatto di giorno sotto il sole o di notte nell'oscurità piena, senza nemmeno l’ausilio di una
lampada. La tenebra qui rappresenta esattamente il contrario di quello che è Dio (e cioè il
peccato, l'errore, la malvagità...). Vedremo in seguito che per tenebra l'Autore intenderà in modo
speciale l'odio, ovvero la mancanza di amore verso il prossimo (2,9.11). Le metafore del
cammino nella luce e di quello nel buio sono già presenti nel IV Vangelo: Gv 11,9 Se uno
cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; 10 ma se invece uno
cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce». Gv 12,35 Gesù allora disse loro:
«Ancora per poco tempo la luce è con voi. Camminate mentre avete la luce, perché non vi
sorprendano le tenebre; chi cammina nelle tenebre non sa dove va. 36 Mentre avete la luce
credete nella luce, per diventare figli della luce». Alcuni di fatto, a motivo delle loro azioni non
buone, stavano progredendo o avanzando nelle tenebre in modo incessante, sino alla loro rovina
totale.
«Mentiamo (pséudomai) e non facciamo la verità»: Giovanni cerca di avvisare tali persone
facendo un discorso che coinvolge sia lui che loro (usa il noi) per non far intendere che solo gli
altri possono correre tale pericolo. Egli è molto umile e prudente. Per esprimere appieno il
concetto di falsità ne parla prima in forma positiva (mentiamo...) e poi in forma negativa (non
facciamo…). Come sappiamo, questo modo di parlare serve per dare alle affermazioni la
massima incisività (cfr. 1,8; 2,4). Noi però avremmo detto: mentiamo e non diciamo la verità.
Lui invece scrive: non facciamo la verità. La verità di cui egli parla è infatti qualcosa di molto
concreto perché coinvolge tutto il nostro modo di vivere e trova la sua più piena espressione
nell'amore cristiano. E l'amore esiste solo se lo si mette in pratica (3,18: Figlioli, non amiamo a
parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità. Cfr. anche Gv 3,21). Per questo motivo il
mentire in questo caso è per Giovanni qualcosa che ha delle conseguenze molto concrete, perché
equivale a non fare la verità, cioè a non camminare nella luce, a non essere in comunione di
amore con Dio e con il prossimo.
3. GLI EFFETTI DELLA LUCE: LA COMUNIONE E LA PURIFICAZIONE (1,7)
1.7 e)a\n de\ e)n t%= fwti\ peripatw=men w(j au)to/j e)stin e)n t%= fwti/,
koinwni/an e)x
/ omen met' a)llh/lwn
kai\ to\ ai(=ma )Ihsou= tou= ui(ou= au)tou= kaqari/zei h(ma=j a)po\ pa/shj a(marti/aj.
1,7 Se invece camminiamo nella luce, come egli è nella luce,
abbiamo comunione (gli uni) con (gli) altri,
e il sangue di–Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato.
14
«Se invece camminiamo nella luce, come egli è nella luce»: Giovanni, che aveva usato
l’impressionante paragone del cammino nell’oscurità, ci propone la bellissima immagine
contraria del cammino nella luce, cioè nella verità, nell’onestà e nella virtù. È bello progredire ed
avanzare sempre più nella chiarezza e nello splendore della luce. Dio stesso, essendo Luce
infinita e perfetta, vive nella luce, nella santità e nell'amore. Noi dobbiamo camminare nella luce,
vivendo e crescendo in Dio, cioè nella verità dell'amore e nell'amore alla verità. Facendo
emergere il metamessaggio nascosto nei versetti 5-7, possiamo rilevare che, mentre l'Evangelista
si preoccupa unicamente di annunciare il messaggio sentito dal Cristo che ci fa puntare tutta
l'attenzione su Dio, Luce perfetta, i cristiani immaturi puntano l'attenzione su se stessi e,
presuntuosi come sono, affermano con spavalderia di essere nientemeno che in comunione con
Dio, senza nemmeno capire che cosa vuol dire comunione e tanto meno cosa vuol dire Dio. Si
riempiono la bocca di belle parole, mentre il vero credente, senza far tante chiacchiere, cammina
effettivamente nella luce divina. Oggi, dopo il Vaticano II, si parla troppo di comunione: brutto
segno! Quanto più se ne parla, tanto più si rischia di non capirla e di non viverla, perché è facile
illudersi che basti ripetere una parola così suggestiva per vederla realizzata. Giovanni ci pone
davanti un ideale non di poco valore: camminare nella luce come Dio è nella luce: mentre lui è
nella luce, noi, per bene che vada, siamo ancora in cammino. E beati noi se abbiamo già iniziato
questo cammino!
«Abbiamo comunione (koinonía) gli uni con gli altri»: tale nuovo modo di vivere e di
comportarsi (con sincerità, trasparenza, onestà) porta i cristiani ad essere, non solo in comunione
con Lui e come Lui, ma anche in comunione tra di loro (con i capi della Chiesa e con tutti i
credenti in Dio: cfr. 1,3). Chi per contro cammina nella tenebra rompe tale comunione fraterna ed
ecclesiale e, quel che è peggio, s'inganna paurosamente quando dice di essere in comunione con
Dio (1,6). In effetti, come vedremo in seguito, egli finisce con il rinnegare il Cristo (2,22) e con il
misconoscere il valore dell'Incarnazione (cfr. 4,2-3). L'errore pratico diventa in tal modo anche
errore dottrinale. I tre criteri fondamentali per verificare se viviamo in comunione con il Dio
Luce e Vita sono: primo, l'ascolto di chi fin dal principio ha conosciuto il Cristo ed ha trasmesso
l'annuncio originario (segno e strumento di autentica comunione ecclesiale: 1,1-3); secondo, la
pratica effettiva dei comandamenti (1,5-6) e terzo, l’accettazione della verità riconoscendo Dio
come Luce purissima e noi come bisognosi di purificazione (1,7-8).
«E il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica (katharízo) da ogni peccato»: se il nostro
cammino nella luce (nella verità e nella comunione fraterna) è già iniziato questo deriva dal fatto
che il sangue di Cristo, Figlio di Dio, ha iniziato e continua a purificarci dai nostri peccati. Il
sangue è segno di amore e di vita. I peccati sono quelle tenebre che ci impediscono di essere luce
(cfr. Agostino, Meditazioni... p. 51). Non che la volontà di camminare nella luce ci meriti questa
purificazione (essa è gratuita), sicuramente però un tale cammino è già un segno della
purificazione in corso, oltre che una condizione per ottenerla ancora in futuro. Queste
affermazioni ci fanno capire che l'Autore presuppone che il credente sia stato peccatore (prima
della conversione) e possa ancora talvolta peccare per debolezza. Vedremo nella prossima Unità
che egli polemizza con gli gnostici, i quali si proclamavano immuni da peccato ed impeccabili.
Per Giovanni invece è importante ricordare con riconoscenza che il sangue di Gesù ci purifica da
tutte le colpe (Apc 1,5; 7,14; Ebr 9,14). Il sangue è il segno ed il sacramento dell'amore di Cristo
per noi, amore incarnato e crocifisso. Quindi è l'amore di Cristo innalzato sulla croce la forza che
elimina i peccati (1 Pt 4,8) e crea la comunione.
15
II - PRIMA PARTE: LE CONDIZIONI PER CAMMINARE NELLA LUCE
A Giovanni interessa che i suoi fedeli camminino nella verità: cfr. 2 Gv 4 Mi sono molto
rallegrato di aver trovato alcuni tuoi figli che camminano nella verità, secondo il
comandamento che abbiamo ricevuto dal Padre. Per questo motivo indica la strada giusta:
1 - farsi purificare da tutti i peccati (Unità 2);
2 - osservare i comandamenti, che si riassumono in quello dell'amore fraterno (Unità 3);
3 - conoscere il Cristo e il Padre, rifiutando l'ingannevole amore del mondo passeggero (Unità
4);
4 - reagire agli anticristi, restando fedeli, per opera dello Spirito Santo, al messaggio
originario che ci fa proclamare il Figlio e il Padre e dimorare in loro (Unità 5).
1a CONDIZIONE: ROMPERE CON IL PECCATO (UNITÀ 2)
Riconosciamoci umilmente peccatori
Lettura e commento di 1 Gv 1,8-2,2
L'Unità si divide in due parti:
1a - siamo invitati a confessare i nostri peccati;
2a - veniamo esortati a confidare in Cristo, nostro Avvocato ed Espiatore.
1 - CONFESSIAMO I NOSTRI PECCATI PER ESSERE PERDONATI
1. NON INGANNIAMOCI (1,8)
1.8 e)a\n ei)/pwmen o(/ti a(marti/an ou)k e)/xomen,
e(autou\j planw=men kai\ h( a)lh/qeia ou)k e)s
/ tin e)n h(mi=n.
1,8 Se diciamo che non abbiamo (il) peccato,
inganniamo noi–stessi e la verità non è in noi.
«Se diciamo che non abbiamo il peccato (‘amartía)»: il primo passo da fare verso la luce e la
santità è quello di riconoscere i propri peccati. Nei versetti 1,7-2,2 i termini peccato/peccare
ricorrono ben 8 volte. Il termine amartáno, peccare, contiene in sé l'idea di fallimento:
originariamente infatti significava non cogliere nel segno, come fa un tiratore d'arco che sbaglia
il bersaglio (cfr. il Sal 77/78,57 Sviati, lo tradirono come i loro padri, fallirono come un arco
allentato). Non fa comodo a nessuno ammettere di sbagliare o di aver fallito (l’autore non precisa
se il peccato è solo passato o è ancora attuale). Istintivamente il nostro orgoglio ci porta a
nascondere agli altri (e a volte anche a noi stessi) il nostro errore, la nostra colpa. Se diciamo...:
possiamo dirlo con parole che ci scusano o che ci giustificano, oppure, negando apertamente di
avere commesso errori o ribellandoci a chi ci rimprovera. Possiamo anche solo semplicemente
pensarlo e, poi, comportarci di conseguenza, come se fossimo proprio senza colpa o mai nel
pericolo di sbagliare. Peccare e avere il peccato sono invece per il credente un dato di fatto
(passato e attuale), misterioso, ma reale. Gli gnostici (o coloro che si ispiravano alla loro
dottrina) erano convinti che la loro scienza speciale li rendesse immuni dal peccato e non più
soggetti alla possibilità di peccare. Essi lo dicevano e lo affermavano con molta decisione e
sicurezza. Però si sbagliavano: cfr. infatti quanto dice Paolo in 2 Cor 10,18: Non colui che si
raccomanda da sé viene approvato, ma colui che il Signore raccomanda. L'orgoglio accecava i
16
loro occhi e così, infatuati della propria intelligenza, non comprendevano di favorire il mistero
dell'iniquità, del quale erano vittime proprio nel momento in cui si credevano salvi.
«Inganniamo noi stessi e la verità non è in noi»: astuzia davvero sciocca ed autolesionista è
quella di ingannare nientemeno che se stessi. Per l'Apostolo la pretesa degli gnostici o dei loro
simpatizzanti costituiva il peccato più grave: un terribile autoinganno e la perdita della verità
(come avviene per chi cammina nelle tenebre: 1,6). L'uomo messo di fronte a Dio è come un
vetro attraversato dalla luce: ogni imperfezione ed ogni impurità viene messa in risalto. L'uomo
saggio deve ritenere di avere molte mancanze, anche se la sua coscienza non avesse nulla da
rimproverargli. Ricordiamo quello che diceva san Paolo: 1 Cor 4,4 Anche se non sono
consapevole di colpa alcuna, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!
L'amore alla verità ci fa stare sempre all'erta, non con ansia o in modo nevrotico, ma con
intelligenza e perspicacia. Non basta, come credevano gli gnostici, aver avuto all'inizio
l'illuminazione e avere conosciuto certe verità, per essere trasformati una volta per tutte. Questo
pregiudizio li portava ad approfittare della grazia per darsi a passioni abominevoli: San Giuda
parla di questi falsi profeti nella sua lettera: Giud 1,4 Si sono infiltrati infatti tra voi alcuni
individui — i quali sono già stati segnati da tempo per questa condanna — empi che trovano
pretesto alla loro dissolutezza nella grazia del nostro Dio, rinnegando il nostro unico padrone e
Signore Gesù Cristo. Ingannati e ingannatori nello stesso tempo (2 Tim 3,13). Quanto è facile
l'illusione nella vita spirituale! Dobbiamo allora impostare una vita sulla sincerità assoluta,
sull'umiltà autentica, sulla sapienza vera. Il Sal 35/36 descrive bene l'atteggiamento di chi si
giustifica sempre: 2 Nel cuore dell'empio parla il peccato, davanti ai suoi occhi non c'è timor di
Dio. 3 Poiché egli si illude con se stesso nel ricercare la sua colpa e detestarla. 4 Inique e fallaci
sono le sue parole, rifiuta di capire, di compiere il bene. Ecco ora un'affermazione di Prov 12,15
che conferma quanto appena detto: Lo stolto giudica diritta la sua condotta, il saggio, invece,
ascolta il consiglio (cfr. anche Sir 7,5).
2. DIO CI PERDONA E CI PURIFICA (1,9)
1.9 e)a\n o(mologw=men ta\j a(marti/aj h(mw=n,
pisto/j e)stin kai\ di/kaioj,
i(/na a)fv= h(mi=n ta\j a(marti/aj kai\ kaqari/sv h(ma=j a)po\ pa/shj a)diki/aj.
1,9 Se riconosciamo [confessiamo] i nostri peccati,
(egli) è fedele e giusto
cosicché ci perdoni i peccati e ci purifichi da ogni ingiustizia.
«Se riconosciamo [confessiamo: ‘omo-loghéo] i nostri peccati»: l'Apostolo Giovanni, che
umilmente si riconoscere peccatore, non precisa qui quali siano i peccati dell'uomo che ha una
coscienza delicata e amante della verità (se passati o presenti, se accertati o solo presunti). Il
cristiano deve comunque dare per scontato che può avere dei peccati: può forse dire di agire e di
amare come Cristo ha agito e amato? Il vero cristiano, che si sente peccatore, diventa un uomo
vivo, sempre in ricerca e in progresso. Lo gnostico, che si sente perfetto perché pensa di aver
fatto tutto il possibile, non cerca più e non lotta più, sclerotizzandosi. Paolo ci dà l'esempio di
una tensione continua verso la perfezione: Fil 3,12 Non che io abbia già conquistato il premio o
sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io
sono stato conquistato da Gesù Cristo. 13 Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto,
questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, 14 corro verso la mèta per
arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù. Mentre Giovanni parla di
cammino, Paolo parla addirittura di corsa, ma il concetto è lo stesso: chi cammina o corre,
facilmente cade, ma poi, per grazia di Dio, si rialza e continua; chi si sente arrivato, non muove
nemmeno più un passo. Il cristiano deve riconoscere interiormente e ammettere esternamente
(‘omologhéo) davanti a Dio e al prossimo le sue mancanze.
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«Egli è fedele e giusto (díkaios)»: Dio è fedele alle sue promesse di perdono ed è giusto nel
valutare i cuori. La sua fedeltà e la sua giustizia poi non sono solo la garanzia che saremo trattati
con equità, ma sono anche due qualità creative e diffusive: la sua fedeltà ci promuove
continuamente e la sua giustizia ci santifica sempre di più. Dio non si è presentato misericordioso
per scherzo. La confessione del nostro peccato, tra l’altro, mette in risalto la fedeltà e la giustizia
di Dio, perché dimostra che lui solo è santo. Noi infatti, se vogliamo essere sinceri, dobbiamo
attribuire solo a lui il bene che facciamo e a noi il male che commettiamo. Questo atteggiamento
di umiltà crea in noi le condizioni affinché il Signore ci possa perdonare e purificare,
comunicandoci le sue doti di fedeltà e giustizia.
«Cosicché ci perdoni (’af-íemi) i peccati e ci purifichi da ogni ingiustizia (’a-dikía)»: Dio
perdona e purifica colui che riconosce umilmente i propri peccati e li detesta con animo risoluto.
Egli mi fa diventare quello che è lui: giusto (díkaios), eliminando la mia ingiustizia (’a-dikía).
Qui l'Evangelista vede il peccato come sinonimo di ingiustizia e il perdono come sinonimo di
purificazione. Il peccato infatti è il contrario della giustizia divina e produce in noi un tale
inquinamento, una tale immondezza da cui solo Dio ci può lavare e purificare. Ora purificare
non vuol solo dire non imputare, ma veramente eliminare, trasformando realmente il peccatore in
un santo. A questo punto dobbiamo fare una riflessione sia personale che ecclesiale. Per quanto
riguarda la nostra persona chiediamoci come ci confessiamo: se per caso il nostro modo di
confidarci o di confessarci (nelle maniere più diverse, sia quando parliamo con una persona e sia
quando partecipiamo ad una liturgia) non sia solamente un'ipocrisia in più, un modo solo formale
di agire, che, liberandoci da un immaturo sentimento di colpa, ci permette psicologicamente di
continuare sulla strada sbagliata. Anche la più ipocrita delle persone ammette, con un certo
orgoglio per tale finto coraggio, di non essere perfetta (questa falsità la notiamo negli altri, meno
facilmente in noi). Invece è sincero solo chi cerca la propria colpa per combatterla e superarla
con la grazia del Signore. Anche come Chiesa romana (sia a livello di singoli incaricati di un
ministero, sia a livello di popolo) abbiamo avuto difficoltà a capire certi gravissimi sbagli
commessi nel corso della storia. Questo fatto può essere dovuto ad una non perfetta
comprensione di quel che vuol dire che la Chiesa è santa, cattolica e apostolica. Se non è intesa
bene, questa verità può favorire una terribile presunzione. La Chiesa è santa, cattolica e
apostolica nella misura in cui è unita a Cristo e segue le orme degli apostoli. Possiamo proprio
ringraziare il Signore se oggi un grande Papa come Giovanni Paolo II ha chiesto perdono dei
peccati commessi dai figli della Chiesa. Bisogna continuare ad avere il coraggio di individuare
sempre meglio tali peccati e di ripararli, eliminandoli con la forza dello Spirito Santo. Non ci
resta proprio che implorare il perdono di Dio e quello degli uomini. Ricordiamo l'invito di Prov
28,13: Chi nasconde le proprie colpe non avrà successo, chi le confessa e cessa di farle troverà
indulgenza. E ancora: Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri … per essere guariti
(Giac 5,16).
3. FACCIAMO DIMORARE LA SUA PAROLA IN NOI (1,10)
1.10 e)a\n ei)/pwmen o(/ti ou)x h(marth/kamen,
yeu/sthn poiou=men au)to\n kai\ o( lo/goj au)tou= ou)k e)s
/ tin e)n h(mi=n.
1,10 Se diciamo che non abbiamo–peccato,
facciamo di–lui (un) bugiardo e la sua parola non è in noi.
«Se diciamo che non abbiamo peccato»: dovevano essere molto forti ed insistenti le proteste
di innocenza da parte degli gnostici ed affini, se l'Evangelista ritorna con vigore a parlare delle
loro affermazioni. Non solo ingannavano loro stessi (8), ma sbugiardavano Dio. L'uomo
menzognero e mentitore (1,6) cammina nella tenebra, cioè non opera la verità (vale a dire: fa il
peccato), e poi afferma di essere nientemeno che in comunione con Dio. Tale pretesa non è solo
una falsità che danneggia noi stessi (essendoci una netta incoerenza tra le parole e la vita), ma è
18
anche un'offesa a Dio, perché in pratica consideriamo falso il suo insegnamento sul nostro
bisogno di redenzione.
«Facciamo di lui un bugiardo (cfr. anche 5,10)»: noi ci dobbiamo considerare sempre dei
peccatori. È Dio stesso che ce lo insegna per mezzo della Bibbia, che ci trasmette la sua parola.
Sono infatti veramente tanti i passi biblici che affermano che la nostra condizione è quella di
peccatori: 1 Re 8,46 Non c'è nessuno che non pecchi. Giob 4,17 Può il mortale essere giusto
davanti a Dio o innocente un uomo davanti al suo creatore? (cfr. anche Prov 20,9). Gesù stesso,
dicendo: Gv 8,7 «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei», ci fa capire
che tutti siamo peccatori. Anche l'affermazione: Lc 11,13 Se dunque voi, che siete cattivi, sapete
dare cose buone ai vostri figli...» dà per scontato che nessuno di noi, nemmeno un padre, è
buono (Dio solo è buono: Mc 10,18). Paolo afferma: Rom 3,23 Tutti hanno peccato e sono privi
della gloria di Dio. Tutta l'azione e la predicazione di Gesù e degli apostoli si basa su questo
presupposto: Mt 26,28 Questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei
peccati. Lc 24,47 Nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei
peccati, cominciando da Gerusalemme. Atti 3,19 Pentitevi dunque e cambiate vita, perché siano
cancellati i vostri peccati. Non a caso il Signore ci invita tutti a pregare: Rimetti a noi i nostri
debiti (Mt 6,12). Il peccato esiste sicuramente e in modo stabile proprio in chi crede di non
averlo: Gv 9,41 Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite:
Noi vediamo, il vostro peccato rimane».
«E la sua Parola (Lógos) non è in noi»: la Parola biblica, la Parola di Dio prende dimora
dentro di noi, se sinceramente ci confessiamo peccatori. In 1,8 Giovanni aveva detto: la verità
non è in noi, ora dice: la sua Parola non è in noi e tale Parola in definitiva è Cristo. Verità,
Parola (Lógos) e Cristo sono dunque sinonimi. Solo la parola ci fa conoscere la verità e ce la
rivela: cfr. Gv 17,17 Consacrali nella verità. La tua parola è verità. E Gesù è la Verità. Noi
dobbiamo, come singoli e come Chiesa, riempirci di Parola di Dio: fare di tutto per conoscere,
capire, vivere questa Parola, cioè per conoscere e amare Gesù (studiando la Bibbia, pregando,
meditando, sperimentando forme sempre nuove di vita evangelica...). Solo questa parola ci farà
comprendere il senso della vita e del mondo, ci renderà veramente umani e divini. Solo se
saremo disposti ad ascoltare la voce di Dio che parla in noi, anche attraverso tutta la sapienza
ecclesiale dei santi e dei profeti di tutti i tempi, scopriremo (pur sempre con difficoltà) qualcosa
della Verità. Citiamo ancora una volta Giac 5,16: Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli
altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti. Molto vale la preghiera del giusto fatta con
insistenza. «Se dunque ti confesserai peccatore, la verità è in te, poiché la verità è luce... Cominci
ormai ad illuminarti... Prima di tutto ci sia dunque la confessione, poi l'amore...: La carità copre
una moltitudine di peccati» (Agostino, Meditazioni... p. 53).
2 – CRISTO, IL GIUSTO, HA ESPIATO I NOSTRI PECCATI
1. GESÙ È NOSTRO AVVOCATO PRESSO IL PADRE (2,1)
2.1 Tekni/a mou, tau=ta gra/fw u(mi=n i(/na mh\ a(ma/rthte.
kai\ e)a/n tij a(ma/rtv,
para/klhton e)/xomen pro\j to\n pate/ra )Ihsou=n Xristo\n di/kaion:
2,1 Figlioli miei, vi scrivo queste–cose affinché non pecchiate;
ma se qualcuno ha–peccato,
abbiamo (un) avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto.
«Figlioli miei, vi scrivo queste cose affinché non pecchiate»: con amorevolezza di padre
l'Evangelista chiama i lettori figli suoi e afferma di scrivere la lettera per indurli all'umiltà, in
modo tale che si guardino bene dal peccare. Infatti a chi è umile il Signore fa grazia (1 Pt 5,5).
Paolo direbbe: Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere (1 Cor 10,12). Questo
19
convincimento circa la nostra grande fragilità non deve però diventare un motivo di esagerata
ansia: dobbiamo con serenità sapere che senza Cristo non possiamo fare nulla (Gv 15,5) e, con
altrettanta serenità, credere che con lui possiamo tutto (Fil 4,13 Tutto posso in colui che mi dá la
forza). La vera umiltà coincide sempre con una grande audacia, la quale però non abolisce la
necessità della vigilanza e dell'impegno. La fiducia in Dio, tuttavia, non ci deve far concludere:
«dunque pecchiamo pure» (Agostino, Meditazioni... p. 55).
«Ma se qualcuno ha peccato»: Giovanni ha appena fatto capire che tutti hanno peccato.
Perché ora parla solo di qualcuno? Egli si riferisce a chi ha peccato dopo la conversione ed il
battesimo. Potrebbe riferirsi a qualche forma di peccato leggero. Agostino però ammonisce:
«Non devi dar poco peso a questi peccati che si definiscono lievi. Tu li tieni in poco conto
quando li soppesi, ma che spavento quando li numeri! Molte cose leggere, messe insieme, ne
formano una pesante» (Agostino, Meditazioni... p. 53).
«Abbiamo un avvocato (parákletos) presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto»: colui che ha
peccato abbia fiducia in Cristo, che può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si
accostano a Dio, essendo egli sempre vivo per intercedere a loro favore (Ebr 7,25). Gesù stesso
aveva indirettamente presentato se stesso come Parákletos (lett.: chiamato presso, ad-vocatus)
quando aveva detto: Gv 14,16 Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore
(Parákletos) perché rimanga con voi per sempre, 17 lo Spirito di verità che il mondo non può
ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi
e sarà in voi. Quest'opera di Cristo in qualità di avvocato produce la remissione e la
purificazione da ogni iniquità per chi confessa la propria colpa (1,9), perché il Padre lo riconcilia
con se stesso. All'azione di Cristo si affianca anche quella dei fratelli, che pregano per il
peccatore (5,16). Cfr. anche Rom 8,33 Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica. 34 Chi
condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede
per noi?. Agostino commenta, scrivendo: «Considera come Giovanni stesso si mantenga
nell'umiltà... Disse...: Abbiamo un avvocato. Non disse: Avete e neppure: Avete me... Preferì
mettersi nel numero dei peccatori, piuttosto che presentare se stesso come avvocato invece di
Cristo e trovarsi poi tra i superbi degni di condanna» (Meditazioni... 56). Gesù, oltre che
avvocato è anche chiamato giusto (cioè santo): proprio perché è santo egli diffonde la santità. La
giustizia di cui Cristo è ricco ha una caratteristica speciale: tende a diffondersi e a comunicarsi. È
una giustizia salvifica.
2. VITTIMA DI ESPIAZIONE PER IL MONDO INTERO (2,2)
2.2 kai\ au)to\j i(lasmo/j e)stin peri\ tw=n a(martiw=n h(mw=n,
ou) peri\ tw=n h(mete/rwn de\ mo/non a)lla\ kai\ peri\ o(/lou tou= ko/smou.
2,2 Egli infatti è (vittima di) espiazione per i nostri peccati;
non soltanto poi per i nostri, ma anche per (quelli) di–tutto il mondo.
«Egli infatti è vittima di espiazione (‘ilasmós: sacrificio propiziatorio) per i nostri peccati»:
davvero Gesù sarebbe morto inutilmente se noi non avessimo avuto bisogno di salvezza.
Giovanni Battista, che era venuto a predicare un battesimo di penitenza per la remissione dei
peccati (Mc 1,4), riguardo a Gesù proclamava: Gv 1,29 «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che
toglie il peccato del mondo!». Vedremo in questa stessa lettera che da una parte il cristiano corre
ancora il pericolo di peccare e, da un'altra (a motivo della sua nascita da Dio Padre e della sua
unione con Cristo Signore), è immune dal peccato: cfr. 3,6; 3,9 e 5,18. Siamo davanti ad un
paradosso stupendo: preghiamo di capirlo almeno in parte per poter vivere pieni di una grande
sicurezza e, nello stesso tempo, protetti e stimolati da un salutare timore. Ricordiamo poi che la
capacità che Cristo ha di purificarci dal peccato gli è costata cara: si è offerto per noi come
vittima sulla croce. Paolo infatti afferma: Rom 3,25 Dio lo ha prestabilito a servire come
strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue.
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«Non soltanto poi per i nostri»: Gesù Cristo è morto innanzi tutto per i nostri peccati. Non
pensiamo che abbia sofferto prima di tutto per quelli degli altri o per i gravissimi misfatti del
mondo: è morto per me! Cfr. Gal 2,20 … il Figlio di Dio, mi ha amato e ha dato se stesso per
me. Vedi anche Lc 22,19-20. Giovanni l’Evangelista è cosciente di questo fatto e non si tira fuori
dal numero dei peccatori redenti. Quali erano stati i comportamenti non sempre corretti del
grande maestro? Nei Vangeli troviamo alcuni accenni: la voglia di primeggiare (Mc 10,35),
l’invidia (Mc 9,38), la vendetta (Lc 9,54) al punto che Gesù lo chiamava figlio del tuono (Mc
3,17), la paura (Lc 9,34). Quanto basta per capire che anche lui ha faticato nel migliorarsi, ma
soprattutto ha avuto bisogno di Gesù come salvatore.
«Ma anche per quelli di tutto il mondo (cfr. Gv 11,52)»: Gesù è talmente potente che può
togliere tutti i peccati del mondo intero per quanto numerosi e gravi essi siano: Mt 1,21 Essa
(Maria) partorirà un figlio e tu (Giuseppe) lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo
dai suoi peccati». Ricordiamo che con la remissione dei peccati ci viene fatto
contemporaneamente il dono della grazia dello Spirito Santo e della vita eterna. Abbiamo viva
speranza nel Signore Gesù, salvatore del mondo (4,14)!
21
2a CONDIZIONE: OSSERVARE I COMANDAMENTI (UNITÀ 3)
Praticare soprattutto la Carità
Presentazione e lettura di 1 Gv 2,3-11
In questa breve Unità Giovanni ci fornisce il criterio per discernere se conosciamo Dio (1a
parte), e ci ricorda il comandamento nuovo: amare il proprio fratello (2a parte).
1 - CRITERIO PER SAPERE SE CONOSCIAMO E AMIAMO DIO
1. CONOSCE DIO CHI OSSERVA I SUOI COMANDAMENTI (2,3-4)
2.3 Kai\ e)n tou/t% ginw/skomen o(/ti e)gnw/kamen au)to/n,
e)a\n ta\j e)ntola\j au)tou= thrw=men.
2.4 o( le/gwn o(/ti E
)/ gnwka au)to/n kai\ ta\j e)ntola\j au)tou= mh\ thrw=n,
yeu/sthj e)sti/n kai\ e)n tou/t% h( a)lh/qeia ou)k e)/stin:
2,3 E da questo sappiamo che lo abbiamo–conosciuto:
se osserviamo i suoi comandamenti.
2,4 Chi dice: «L'ho–conosciuto» e non osserva i suoi comandamenti,
è bugiardo e la verità non è in lui;
«Da questo sappiamo (ghinósko) ... »: per superare il pericolo insidiosissimo
dell'autoillusione, Giovanni ci fornisce un criterio di discernimento, chiaro e semplice, alla
portata di tutti. Tale criterio è in fin dei conti uno solo, anche se nel testo viene espresso a più
riprese con parole diverse. Anche un bambino è in grado di capire che le parole sono sincere solo
se corrispondono ai fatti. La vita spirituale è caratterizzata da una grandissima semplicità: si
inganna solo chi vuole ingannarsi. Perché allora troppo sovente noi cerchiamo la complicazione?
Per quale motivo facciamo di tutto per ingannarci e per non accorgerci di essere riusciti in tale
inconfessabile intento? La risposta la troviamo nel Vangelo: i segreti del cielo sono svelati dal
Padre ai semplici e agli infanti, mentre sono nascosti agli intelligenti e ai sapienti (Mt 11,25). Il
sapere di cui parla l'Apostolo non è la conoscenza tipica dei dotti e dei saccenti, ma è un sapere
esperienziale, profondo, vivo (ghinósko), pieno di amore: semplice e indicibile nello stesso
tempo. E che cosa sappiamo? È bello in greco in gioco di parole: sappiamo di sapere,
conosciamo di conoscere. Conosciamo Dio. All'inizio Giovanni parlava di comunione con il
Padre e con il Figlio, oltre che con tutti i fratelli (1,3), ora parla di conoscenza di Dio: le due
realtà alla fin fine coincidono, anche se la seconda (la conoscenza) può essere vista come base
per la prima (la comunione), la quale indica di per sé una relazione più globale e completa con il
Signore perché ispirata dall’amore fattivo verso di lui (cfr. 5).
«Che lo abbiamo conosciuto (ghinósko)»: conoscere Dio (e il Cristo, del quale l'Autore ha
appena parlato) significa dunque non solo sapere molte verità su di lui, ma soprattutto amarlo,
appartenergli, possederlo ed essere in comunione con lui. Qui l'atto di conoscere è presentato
come qualcosa di avvenuto nel passato e di perdurante: lo abbiamo conosciuto (al perfetto).
Questa affermazione ci fa capire che nella nostra vita di fede c'è un momento nel quale si fa
un'esperienza tale di Dio e del Cristo che costituisce una svolta decisiva, che segna tutta la vita.
Come avvenne, ad esempio, per Giovanni Battista: Gv 1,31 Io non lo conoscevo, ma sono venuto
a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele». 32 Giovanni rese
testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di
lui. 33 Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L'uomo
sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. 34 E io ho
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visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio». L'esperienza mistica degli eventi del
Battesimo hanno prodotto nel Battista una nuova conoscenza, nettamente superiore a quella di
prima, e quindi lo hanno dotato di una capacità di testimoniare il Cristo ben diversa rispetto alla
precedente.
«Se osserviamo i suoi comandamenti»: la condizione (se…) per sapere se la nostra
conoscenza di Dio è vera sta nell’obbedienza alla sua volontà. I comandamenti di cui Giovanni
parla sono quelli di Dio e di Cristo. Possiamo elencarne qualcuno: il comandamento di amare
Dio con tutto il cuore e il prossimo come Cristo ha amato noi; quello del perdono e della
misericordia verso tutti, specialmente verso i poveri e i nemici; quello della preghiera continua,
umile e fiduciosa; quello del distacco da tutti i beni e da tutte le ansie della terra; quello della
sincerità e della trasparenza... Ecco dunque il criterio semplice: conosco Dio se lo ascolto, amo
Dio se lo servo fedelmente.
«Chi dice: L'ho conosciuto»: ognuno valuta la propria conoscenza di Dio in base alla propria
esperienza e alle proprie capacità conoscitive. Se queste sono carenti o deformate si avvera
l'autoinganno in apparente buona fede. Come faremo noi a non cadere nella trappola
dell'autoillusione? La prima cosa da fare è quella di non dare mai per scontato che siamo nel
giusto: dobbiamo avere l'umiltà di verificare continuamente, con grande serietà, i nostri giudizi,
le nostre idee, le nostre convinzioni e le nostre opere, anche con l'aiuto di altre persone. Non
prendiamo questo passo alla leggera: Giovanni ci fa capire che sono molti quelli che si illudono
di poter dire: L'ho conosciuto.
«E non osserva i suoi comandamenti»: è sufficiente che trasgrediamo un solo comandamento
perché possiamo dedurre con assoluta certezza che di Dio non abbiamo ancora capito nulla e,
quel che è peggio, siamo lontani dal suo amore. Non vi è criterio più facile da mettere in atto e
non c'è verifica più spietata di questa. Chi di noi può dire di osservare sempre tutti i
comandamenti? Non osservava certo i comandamenti alla perfezione il giovane ricco che, pur
affermando di averli sempre messi in pratica, non ebbe il coraggio di seguire il Cristo (Cfr. Mt
19,16-22).
«È bugiardo (pséustes) e la verità non è in lui (cfr. 1,8)»: per dare la massima efficacia alla
sua affermazione Giovanni ripete con due affermazione parallele (una positiva [è...] e una
negativa [non è...]) lo stesso giudizio di valutazione su tale persona: si tratta di un impostore e,
quindi, di un uomo senza verità. Chi è il falso, il menzognero? Chi ha un atteggiamento
difensivo di fondo in modo tale che tende sempre a deformare la verità a suo favore. Non solo è
incoerente di fatto, ma non ammette e non vuole ammettere la sua ipocrisia, anzi la nega
apertamente. Da parte nostra, non dobbiamo avere paura ad ipotizzare che forse Dio non lo
abbiamo ancora conosciuto sufficientemente: possiamo forse pensare di averne conosciuto la
bontà e la forza quando viviamo nell'ansia, nella tensione, nell'agitazione continua; quando basta
un nonnulla a toglierci la pace? La vera risposta di fede non la si dà con le parole, ma con la vita.
2. AMA DIO CHI OSSERVA LA SUA PAROLA (2,5 a)
2.5 o(j\ d' a)\n thrv= au)tou= to\n lo/gon,
a)lhqw=j e)n tou/t% h( a)ga/ph tou= qeou= tetelei/wtai,
2,5 se uno poi osserva [serba] la sua parola,
veramente in lui l'amore di Dio è–perfetto.
«Se uno poi osserva [serba] la sua parola (lógos)»: ogni parola di Dio è per noi innanzi tutto
un invito all'impegno, uno stimolo ad agire, un traguardo da raggiungere: va conservata nel cuore
e attuata nella vita pratica. Gesù, nel Vangelo di Giovanni, spiega bene che l'osservanza della
parola divina porta alla fede e alla conoscenza perfetta (quella che certi cristiani pretendono di
avere e non hanno): Gv 17,6 ... Essi (gli apostoli) hanno osservato la tua parola. 7 Ora essi
sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, 8 perché le parole che hai dato a me io le
23
ho date a loro; essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto
che tu mi hai mandato. Il termine parola (lógos) di cui parlano Gesù e Giovanni indica un
qualcosa di più che il semplice comandamento (cfr. 2,7b): indica tutta la rivelazione, tutta la luce
divina, anzi, il Cristo stesso, Parola della vita, ovvero Dio nella sua infinita capacità
comunicativa e relazionale. Non dimentichiamo che tale Parola si è fatta carne, fino a rendersi
percepibile ai nostri sensi (1,1).
«Veramente in lui l'amore (’agápe) di Dio è perfetto (teleióo)»: qui abbiamo la dimostrazione
che conoscenza, obbedienza e amore coincidono. Conoscere vuol dire amare. È la prima volta
che l’Apostolo nomina l'agápe in questa lettera e riguardo ad essa si affretta subito a farci capire
che la sua qualità dev’essere una sola: la perfezione. Emerge dunque qui la parola-chiave di tutta
l'epistola, parola che la qualifica come la lettera dell’amore. Siccome l'Apostolo ha detto: Se uno
poi osserva la sua parola… ci saremmo aspettati che concludesse dicendo: la sua conoscenza di
Dio è perfetta oppure (basandoci sul v 4): la verità è in lui. Giovanni invece va avanti nel suo
discorso e con maggiore completezza nella sua dottrina spirituale ci dice: In lui l'amore di Dio è
perfetto. In altre parole: Conosce Dio chi lo ama veramente. Cos'è precisamente questo amore di
Dio? È il nostro amore per Dio o l’amore di Dio per noi? Soprattutto il primo, ma senza
escludere l’altro, poiché in fondo è il suo amore per noi che produce in noi la capacità di amarlo
a nostra volta così come egli ama se stesso. La nostra carità poi, come abbiamo già fatto notare,
deve giungere alla perfezione e vi giunge di fatto quando noi custodiamo e realizziamo
pienamente (teréo) la parola del Signore. L'amore di Dio dunque è in definitiva l'equivalente di
quella piena conoscenza di Dio di cui Giovanni ci parlava prima, anche se di tale conoscenza ne
è il lato pratico, comunionale, emotivo. C’è un momento nel quale vita, carità e verità
coincidono ed è il momento nel quale esse diventano perfette. Infatti chi ne possiede una in modo
pieno, possiede anche tutte le altre. Tale amore dunque è la verità piena, diventata vita e
relazione interpersonale con Dio. Cfr. Gv 15,9 Come il Padre ha amato me, così anch'io ho
amato voi. Rimanete nel mio amore. 10 Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio
amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore (cfr. anche
Gv 14,21.23; 1 Gv 5,3). Accogliamo questo invito, questa parola così bella e così esaltante e
confortante! Nell'amore dunque individuiamo il criterio supremo per ogni discernimento! Se c'è
amore autentico (sinonimo di Spirito Santo: cfr. 4,8), tutto il resto (conoscenza, parola, azione...)
diventa perfetto (teleióo). Agostino si domanda: «Ma qual è la perfezione dell'amore?» e
risponde: «È amare anche i nemici, ed amarli perché diventino fratelli... Il Signore ci ammonisce
ad essere perfetti quando ci parla del dovere di amare i nemici: Siate dunque perfetti come è
perfetto il Padre vostro celeste» (Agostino, Meditazioni... p. 59).
3. DIMORA IN CRISTO CHI AGISCE COME LUI (2,5 b-6)
e)n tou/t% ginw/skomen o(/ti e)n au)t%= e)smen.
2.6 o( le/gwn e)n au)t%= me/nein
o)fei/lei kaqw\j e)kei=noj periepa/thsen kai\ au)to\j [ou(/twj] peripatei=n.
Da questo conosciamo che siamo in lui.
2,6 Chi dice (di) dimorare in lui,
deve anche lui camminare [così] come lui ha–camminato.
«Da questo conosciamo che siamo in (’en) lui»: pare che l'Evangelista ci fornisca qui un
nuovo criterio di discernimento finalizzato a verificare una cosa diversa (cioè essere in lui) da
quella di prima (che era conoscere Dio). In effetti si tratta sempre dello stesso criterio atto a
scovare la stessa realtà, espressa in modo diverso. Essere in Dio o essere in Cristo significa
infatti, in ultima analisi, conoscere e amare il Padre e il Figlio (cfr. Gv 15,5 Io sono la vite, voi i
tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla). Con
24
altre parole (cioè usando l'’en mistico) Giovanni parla della comunione di vita e quindi di
conoscenza e di amore di Dio (cfr. 1,6).
«Chi dice di dimorare (méno) in lui (autós)»: le persone, che dicono (a parole) di conoscere
(4) e di dimorare in Dio (6), usano un perfetto linguaggio mistico senza capire nulla, anzi
comprendendo in effetti tutto il contrario. È terribile: potrebbe capitare anche a noi. Il verbo
rimanere (méno) meglio ancora che il verbo essere, indica una stabilità e una continuità oltre che
una familiarità profonda con Dio.
«Deve anche lui camminare (peri-patéo) così come (kathós) lui (’ekêinos) ha camminato»:
ebbene, chi si vanta di avere con Dio una piena intimità di vita, lo dimostri interiormente ed
esternamente comportandosi come Cristo (’ekêinos = quello) si è comportato. Ritorna qui
l'immagine fondamentale del cammino (1,6-7) con il quale in modo molto plastico l'Evangelista
indica l'imitazione di Cristo, modello supremo del credente. Nessuno può arrivare a Dio se non
imitando concretamente Gesù fino ad incarnarne i pensieri, le opere, le parole: Gv 14,6 Gli disse
Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7 Se
conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Infatti solo
Gesù è l'unico rivelatore del Padre, l'unico vero modello di amore perfetto (il come del v. 6 indica
la precisa modalità dei nostri comportamenti, il deve segnala che questo è un passaggio
obbligato, un vero comandamento). Nel Vangelo di Giovanni sovente Gesù propone se stesso
come esempio (cfr. soprattutto Gv 13,15.34; 15,10; 17,11.14.21) e invita alla sequela (Gv
1,37.43; 8,12, 10,27; 12,26; 13,36; 21,19). Concludiamo con un'osservazione interessante: se
vogliamo rimanere dobbiamo camminare! Sembra un controsenso: in realtà ci vuole una stabilità
nel progresso e un progresso nella stabilità. Quanto più avanziamo, tanto più ci immergiamo
profondamente in Dio e nel suo amore luminoso. Per Giovanni, in definitiva, Gesù Cristo è il
criterio concreto più sicuro per valutare il grado di perfezione e di autenticità della nostra
comunione con il Padre: cfr. Rom 15,5 Il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda
di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti ad esempio di Cristo Gesù, 6 perché con un
solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. 7
Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio (Cfr. anche Fil
2,5). Agostino ci ricorda che Gesù camminò sulla via della carità quando perdonò i suoi
crocifissori: «Se dunque imparerai a pregare per il tuo nemico, camminerai sulla via del Signore»
(Agostino, Meditazioni... p. 60).
2 - AMARE IL FRATELLO È DIMORARE NELLA LUCE
1. IL COMANDAMENTO NUOVO E ANTICO (2,7-8)
2.7
)Agaphtoi/, ou)k e)ntolh\n kainh\n gra/fw u(mi=n
a)ll' e)ntolh\n palaia\n h(\n ei)x
/ ete a)p' a)rxh=j:
h( e)ntolh\ h( palaia/ e)stin o( lo/goj o(\n h)kou/sate.
2.8 pa/lin e)ntolh\n kainh\n gra/fw u(mi=n,
o(/ e)stin a)lhqe\j e)n au)t%= kai\ e)n u(mi=n,
o(/ti h( skoti/a para/getai kai\ to\ fw=j to\ a)lhqino\n h)/dh fai/nei.
2,7 Carissimi, non vi scrivo (un) comandamento nuovo,
ma (un) comandamento antico, che avete (ricevuto) da(l) principio.
Il comandamento, quello antico, è la parola che avete–udito.
2,8 Tuttavia (è un) comandamento nuovo (quello che) vi scrivo,
il–che è vero in lui e in voi,
perché la tenebra se–ne–va e la luce, quella vera, già risplende.
«Carissimi (’agapetós)»: a questo punto l'Evangelista, avendo parlato di comandamenti (3) e
di amore perfetto (5), crede opportuno insistere sull'importanza del comandamento dell'amore e
spontaneamente sente nel cuore un sentimento di amore verso i suoi lettori: perciò li chiama:
25
amati, diletti, carissimi... In tal modo Giovanni (con le parole e con i fatti) precisa in che cosa
consistono i comandamenti divini da osservare: essi si riassumono tutti in quello della carità
(Rom 13,9).
«Non vi scrivo un comandamento (’entolé) nuovo»: tutto quello che egli va scrivendo
costituisce il nucleo centrale dell'annuncio fatto dagli evangelizzatori fin dall'inizio e ben
conosciuto dagli ascoltatori. Esso è presentato come un comandamento (al singolare), cioè come
qualcosa di molto semplice (è uno solo) e nello stesso tempo di fondamentale, di obbligatorio, di
assolutamente necessario (implicitamente l'idea era già presente nel v. 6: deve). Dobbiamo sapere
che nel linguaggio giovanneo comandamento significa qualcosa di più che precetto: significa
qualcosa che a volte somiglia di più ad un potere che a un dovere (cfr. Gv 10,18); è infatti un
dovere liberante, perché la volontà del Padre è vita e gioia (Gv 12,50). Fra poco (in 7b) dirà che
tale comandamento è la parola (il lógos: cfr. anche 5), cioè è il succo di tutta la Rivelazione, il
punto centrale della volontà divina che si manifesta a noi (cfr. Rom 13,8-10). Cfr. anche 2 Gv 5 E
ora prego te, Signora, non per darti un comandamento nuovo, ma quello che abbiamo avuto fin
dal principio, che ci amiamo gli uni gli altri.
«Ma un comandamento antico, che avete ricevuto dal principio»: la prima e la principale cosa
che i credenti hanno sentito predicare è stato il comandamento dell'amore. La prima cosa che
hanno notato e di cui si sono meravigliati è stato il fatto che si sono sentiti amati da Dio e dagli
apostoli e invitati ad amare in quel modo il Signore e i fratelli. Questo comandamento è talmente
antico che affonda le sue radici nell'Antico Testamento: Mt 22,36 «Maestro, qual è il più grande
comandamento della legge?». 37 Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con
tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 38 Questo è il più grande e il primo dei
comandamenti. 39 E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. 40 Da
questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». L'antichità del comandamento ne
garantisce l'importanza, l'affidabilità e l'efficacia. Certi cristiani che amavano la novità per il
gusto di cambiare, di diversificarsi, di innovare a tutti i costi, stanno stravolgendo il Vangelo:
essi pongono la salvezza nella gnósis cioè nella conoscenza intellettuale (notiamo che questa è
ancora oggi una tentazione pericolosa per tutti noi). L'Evangelista ribadisce, con pazienza, quello
che egli va insegnando da sempre, e cioè, che la salvezza sta nell'amore.
«Il comandamento, quello antico, è la parola che avete udito»: prima di vederlo scritto con
inchiostro su carta in questa lettera, i fedeli lo hanno udito dalla viva voce dei testimoni del
Vangelo. La parola è appunto il Vangelo che coincide in fondo con il comandamento dell'amore.
I cristiani hanno fatto, per mezzo dell'ascolto, un'esperienza simile a quella degli apostoli che
incontrarono il Signore Gesù (cfr. 1,1: Ciò che abbiamo udito...). Dovrebbero già essere in grado
di testimoniarlo a loro volta con i fatti, mentre hanno ancora bisogno di essere illuminati ed
esortati su di un punto così essenziale.
«Tuttavia è un comandamento nuovo (kainós) quello che vi scrivo»: Giovanni cerca di
esprimere l’inesprimibile e pertanto usa un linguaggio paradossale: il comandamento non è
nuovo, ma antico, però è nuovo! Perché e in che senso è anche nuovo? Non nel senso di recente
nel tempo (in tal caso l'Autore avrebbe usato néos), ma nel senso di innovativo nella qualità
(perciò usa kainós). Infatti Cristo lo ha portato veramente alla perfezione, amando il Padre e noi
nello Spirito Santo, fino alla morte in croce e ordinandoci di amarci di quello stesso amore
(questo è il significato dell'espressione: il che è vero in lui). Gesù stesso infatti ha amato in modo
innovativo e ha definito tale dovere come comandamento nuovo (Gv 13,34) e il mio
comandamento (Gv 15,12). Si tratta dell’amore trinitario incarnato e manifestato nella sua vita e
nelle sue azioni. È nuovo anche perché risulta essere un comandamento da noi mai abbastanza
compreso e praticato, e quindi, sempre da riscoprire. Quando però riusciamo a vivere di quello
stesso amore che pulsava nel cuore di Cristo, allora siamo ripieni di tutta la vera novità del
Vangelo (è questo il senso dell'affermazione: il che è vero ... in voi). Cfr. Mt 13,52: «Per questo
ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal
26
suo tesoro cose nuove e cose antiche». Facciamo ora un’importante considerazione: una cosa è
vera quando la mettiamo in pratica: la verità non è solo la corrispondenza di un discorso ad un
fatto, ma soprattutto la fedeltà ad un impegno, ad un dovere o a una promessa. Se è importante
dire il vero, è infinitamente più necessario fare la verità (1,6).
«Il che è vero in lui e in voi»: nel mondo non esiste dunque alcuna altra vera novità al di fuori
dell'amore cristiano. Tutto il resto è inganno, perché anche se sembra un'innovazione attraente e
mai vista (l'automobile, la tv, la rete internet...) in realtà ripete sempre la stessa solfa e fa morire
di noia. Se è vero che l’amore cristiano è una vera novità vissuta da Gesù, deve anche essere
vissuto da noi, deve inverarsi in noi.
«Perché la tenebra se ne va e la luce, quella vera (’alethinós), già risplende»: pensando al
comandamento dell'amore, sempre antico e sempre nuovo, l'Evangelista lo paragona ad un'aurora
che spunta all’orizzonte e che comincia a lanciare verso di noi i primi raggi di luce (quella vera)
facendo nascere la speranza. In un mondo immerso nelle tenebre egli vede ormai che il buio
fugge e si dilegua definitivamente, mentre inizia a risplendere il Sole dell'amore e della verità
(cioè Cristo). Fermiamoci un attimo a contemplare quest’alba che avanza, questa novità assoluta
che trionfa (cfr. Apc 21,1.5; Rom 13,12). Noi siamo gli uomini dell’aurora: non siamo ancora nel
pieno giorno, ma ogni istante che trascorre è un passo irreversibile verso la luce perfetta (cfr. Fil
3,13).
2. CHI AMA IL FRATELLO NON INCIAMPA (2,9-11)
2.9 o( le/gwn e)n t%= fwti\ ei)=nai kai\ to\n a)delfo\n au)tou= misw=n
e)n tv= skoti/# e)sti\n e(/wj a)/rti.
2.10 o( a)gapw=n to\n a)delfo\n au)tou=
e)n t%= fwti\ me/nei kai\ ska/ndalon e)n au)t%= ou)k e)s
/ tin:
2.11 o( de\ misw=n to\n a)delfo\n au)tou= e)n tv= skoti/# e)sti\n
kai\ e)n tv= skoti/# peripatei= kai\ ou)k oi)=den pou= u(pa/gei,
o(/ti h( skoti/a e)tu/flwsen tou\j o)fqalmou\j au)tou=.
2,9 Chi dice (di) essere nella luce e odia il proprio fratello,
è ancora nella tenebra.
2,10 Chi ama il proprio fratello,
dimora nella luce e non c'è in lui (occasione di) inciampo.
2,11 Chi però odia il proprio fratello è nella tenebra,
e cammina nella tenebra e non sa dove va,
perché la tenebra ha–accecato i suoi occhi.
«Chi dice di essere nella luce»: per la terza volta (in questa Unità) l'Apostolo parla di chi dice
(cioè di chi afferma spavaldamente: l'ho conosciuto, dimoro in lui, sono nella luce...). Davvero
vuole controbattere tutte le illusioni di coloro che si accontentano delle parole e credono che la
novità consista nel variare le parole da dire. È incredibile la facilità con cui ci inganniamo!
«E odia (miséo) il proprio fratello»: il millantatore non si è per nulla accorto di odiare il
proprio fratello, ma ha la netta sensazione di essere nella verità, nella trasparenza, nell'amore.
Non sa che l'essere indifferenti alla sofferenze degli altri, il chiudersi nel proprio nido sicuro e
ben protetto equivale a odiare il fratello che è in difficoltà. Non c'è bisogno di arrivare ad
insultarlo per capire che lo stiamo odiando: basta ignorare che esiste o che ha certi problemi.
«È ancora nella tenebra»: chi scambia la tenebra per luce compie il più terribile dei peccati, il
peccato mistico, cioè la tremenda bestemmia contro lo Spirito Santo, perché vede il male dove
c'è il bene e il bene dove c'è il male, l'amore dove c'è l'odio e viceversa, Dio dove c'è il demonio e
il demonio dove invece c'è la santità di Dio (cfr. anche 4,20).
«Chi ama (’agapáo) il proprio fratello»: Giovanni parla di chi ama il proprio fratello (la
propria sorella) con quell'amore (’agápe) che è prescritto dal comandamento sempre antico e
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sempre nuovo (7-8), dato da Gesù e da mettere in pratica esattamente come lui l'ha praticato.
Paolo ci fa capire che tale amore è il primo frutto dello Spirito Santo (Gal 5,22 Il frutto dello
Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di
sé). L'amore di Dio si concretizza e si svela in quello che abbiamo verso il fratello (verso il
cristiano, innanzi tutto, e poi verso tutti gli uomini e tutte le donne).
«Dimora (méno) nella luce»: chi ha tale capacità di amore permane stabile nella luce divina e
quindi non si inganna. È molto interessante questa corrispondenza: amore / luce. Noi avremmo
detto: l'amore è calore..., è un fuoco interiore... Giovanni invece ci fa capire che per lui l'amore è
luce. La luce, infatti, per lui non rappresenta mai solamente la semplice verità raggiunta con il
solo intelletto, ma indica la carità e, in fondo a tutto, Dio stesso (1,5), che è amore luminoso
(4,8). Per quanto ci riguarda, quando notiamo in noi, senza presunzione, che siamo capaci, per
grazia di Dio, ad instaurare rapporti amorevoli e profondi con tutti (superando le naturali
antipatie o dominando le eccessive simpatie) possiamo prudentemente concludere che siamo
sulla strada buona. Ma se siamo indifferenti, nervosi, litigiosi, impazienti, permalosi, difensivi,
poco socievoli o poco accoglienti, dobbiamo allarmarci e pensare che è opportuno cambiare
subito stile di vita.
«Non c'è in lui occasione di inciampo (skándalon)»: come fa spesso, l'Evangelista ribadisce il
concetto, appena espresso in forma positiva (dimora...), con una proposizione negativa (non
c'è...): egli vuol dire che in pratica chi ama, non cade nella fossa (cfr. Mt 15,14) e non fa cadere
gli altri (Rom 14,13). L'idea che chi ama non trova inciampo fa capire che egli cammina con
sicurezza. Chi ama, dunque, è stabile e nello stesso tempo cammina: amare dunque equivale ad
essere stabili nella luce e a camminare senza pericoli. Quando Giovanni ci invitava a camminare
come Gesù (2,6), ci voleva dire (in ultima analisi) di amare come Gesù ha amato (cfr. anche Gv
11,9).
«Chi però odia il proprio fratello è nella tenebra»: per dare maggiore forza alla sua
affermazione l'Evangelista ripete in forma negativa il concetto appena espresso in forma positiva
(nel v. 10). L'odio è tenebra accecante.
«Cammina nella tenebra e non sa dove va»: questa tenebra (se vogliamo ora precisare bene
quello che è in definitiva) è soprattutto l'odio, che può portare a conseguenze imprevedibili
perché anche nel male di solito non si sta fermi, ma si avanza verso abissi sempre più spaventosi
(cfr. Gv 11,10; 12,35). L'Apostolo riprende le suggestive immagini del cammino nella luce e
nella tenebra (cfr. 1,6-7). Mentre in 1,6-7 l'accento era posto piuttosto sul camminare (cioè sul
piano dell'azione morale), qui Giovanni parla innanzi tutto dell'essere nel (nella luce o nella
notte) cioè di una situazione di fondo, dalla quale poi deriva l'azione concreta (cioè il
camminare). Chi infatti è costituzionalmente allergico alla verità (2,4), tende ad agire
(camminare) fuori di essa o contro di essa. La conseguenza immediata è l'ignoranza (non sa):
proprio quella lacuna che gli gnostici in tutti i modi dicono di non avere. E il peggio consiste nel
fatto che tale cammino ha inevitabilmente uno sbocco finale disastroso (egli va là dove non sa,
anche se non sa e proprio perché non sa).
«Perché la tenebra ha accecato i suoi occhi»: gli occhi del cuore, che dovrebbero essere
illuminati dalla fede e dalla carità, sono invece accecati dall'orgoglio, dalla falsità, dalla
mancanza di amore (l'Autore accenna qui a tutta la tematica della cecità spirituale la quale va
sempre considerata come colpevole e insuperabile senza un prodigio divino: cfr. Gv cap. 9). Solo
chi ama ha occhi illuminati per vedere in profondità, per valutare ogni cosa nel modo giusto.
Invochiamo il Signore, pregandolo: O Sole di giustizia, aprici gli occhi e fa che vediamo la tua
bellissima luce affinché diventiamo luminosi del tuo amore!
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3a CONDIZIONE: VINCERE IL MALIGNO E IL MONDO (UNITÀ 4)
Conoscere e amare il Padre e fare la sua volontà
Lettura e spiegazione di 1 Gv 2,12-17
La presente Unità si divide in due parti:
nella 1a sono descritte le varie categorie di fedeli a cui la lettera si rivolge;
nella 2a parte vi è un pressante invito ad avere l'amore generoso di Dio, il quale è l'esatto
contrario dell'amore egoistico del mondo.
1 - LA LETTERA È PER TUTTI I FIGLI: ANZIANI E GIOVANI
1. AI FIGLI PERDONATI (2,12)
2.12 Gra/fw u(mi=n, tekni/a,
o(/ti a)fe/wntai u(mi=n ai( a(marti/ai dia\ to\ o)/noma au)tou=.
2,12 Scrivo a–voi, figlioli,
[che] perché vi sono–stati–rimessi i peccati in–virtù del suo nome.
«Scrivo a voi, figlioli»: dopo aver insistito con grande forza sul fatto, molto pericoloso e
molto diffuso, di vivere in una falsa mistica, scambiando con estrema facilità la luce con le
tenebre, il proprio io con Dio, Giovanni esce allo scoperto e parla in prima persona (scrivo).
Riflette sul fatto che sta scrivendo (gráfo) ad una pluralità di persone, ad una comunità (a voi).
Egli si prende, in prima persona, la responsabilità di quanto asserisce. Chiama i membri di tale
comunità con il nome affettuoso di figlioli (tekníon), termine che, derivando dal verbo tíkto,
partorisco, fa memoria di quel legame forte che un padre ha con coloro che da lui sono stati
generati. Per ben 7 volte, nel corso di questa lettera l'Apostolo si rivolge ai lettori con questo
appellativo (2,1.12.28; 3,7.18; 4,4; 5,21). Con tale delicatissimo termine lo stesso Gesù si era
rivolto agli apostoli durante il discorso dell'Ultima Cena: Gv 13,33: Figlioli, io non ho più molto
tempo per restare con voi... In alternativa al termine figlioli, Giovanni usa nella lettera 2 volte il
delicato appellativo paidíon (2,14.18), nel quale è presente l'idea di educazione (paidéuo: allevo,
educo), 6 volte la bellissima espressione: diletti, carissimi (’agapetós), che non ha bisogno di
commento: 2,7; 3,2.21; 4,1.7.11, e una volta: fratelli (3,13). In base all'uso che l'Autore ne fa qui,
possiamo pensare che con il termine figlioli egli voglia indirizzarsi a tutti i credenti, che egli vede
come figli di Dio e nei confronti dei quali egli pure si sente padre ed educatore.
«Perché»: la particella greca ‘óti può essere tradotta in due maniere in modo che l'autore può
voler dire sia: vi scrivo che... e sia: vi scrivo perché... Nel primo caso egli afferma una cosa (la
remissione delle colpe) che egli crede sia avvenuta a loro favore, con lo scopo di incoraggiare e
confermare chi è rimasto fedele; nel secondo fornisce una motivazione per cui scrive (o ha
scritto) ai suoi lettori (perché sono stati perdonati). In ogni caso comunque asserisce che per le
varie categorie di lettori è vero proprio quello che i sedicenti cristiani perfetti e illuminati
affermano erroneamente di se stessi e cioè di essere senza peccato.
«Vi sono stati rimessi i peccati in virtù del suo nome»: se i veri credenti sono senza peccati è
solo perché questi sono stati loro perdonati. Essi continuano ad essere dei peccatori, dei
peccatori salvati. Notiamo che l'Evangelista asserisce per prima cosa, non che essi sono santi o
sapienti, ma che sono stati purificati dal peccato. I loro peccati davvero sono stati rimessi (da
Dio: passivo divino) e continuano ad esserlo (il verbo è al perfetto) in forza del nome di Cristo.
Abbiamo qui una chiara allusione al battesimo con il quale Cristo (con la sua autorità divina:
nome) opera la purificazione mediante il suo sangue (1,7), avendo egli espiato i peccati di tutti
29
(2,1). Il primo aspetto, dunque, che Giovanni mette in evidenza non è dunque quello della
conoscenza di Dio (essa verrà ricordata dopo: cfr. 14), ma quello della remissione dei peccati,
che è la base di ogni progresso spirituale: cfr. Atti 2,38 Pietro disse: «Pentitevi e ciascuno di voi
si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo
riceverete il dono dello Spirito Santo (cfr. anche 1 Cor 6,11). I cristiani "progressisti" saltavano
questo aspetto sacramentale e purificatorio ritenendosi non bisognosi di tale lavacro (1,8.10) e si
gloriavano di essere immuni dal peccato e pieni della intima conoscenza di Dio.
2. AI PADRI CHE CONOBBERO IL CRISTO (2,13 a)
2.13 gra/fw u(mi=n, pate/rej,
o(/ti e)gnw/kate to\n a)p' a)rxh=j.
2,13 Scrivo a–voi, padri,
[che] perché avete–conosciuto colui (che è oppure che era) da(l) principio.
«Scrivo a voi, padri»: a questo punto l'Evangelista divide i figlioli, cioè i fedeli in due
categorie: i padri e i giovani. All'interno della comunità giovannea molti avevano aderito alla
fede da molto tempo, cioè fin dall'inizio della predicazione (i padri), altri avevano accolto il
Vangelo da poco tempo (i giovani).
«Perché avete conosciuto colui che è (oppure che era) dal principio»: siamo molto perplessi
nell’interpretare il senso della espressione dal principio. Ci sembra che prevalga il senso forte di
da tutta l’eternità. Giovanni affermerebbe dunque che i padri hanno conosciuto (e continuano a
conoscere: il verbo è al perfetto) il Cristo, visto come colui che è o che era dal principio, cioè
come colui che ha dato inizio alla creazione e, fin dai primordi della sua opera salvifica, alla
nuova realtà della Chiesa. Qui Gesù non è più indicato con il neutro (Ciò che era... cioè Cristo e
il suo messaggio: cfr. 1,1), ma con il maschile (Colui che è o che era...). In tal modo l’attenzione
viene convogliata solo sul Signore come persona divina. Secondo l'Autore tali padri possiedono
sul serio la conoscenza di Gesù, l’Eterno, cioè quella piena conoscenza che altri cristiani
filognostici affermano di avere, ma non hanno, avendo abbandonato sostanzialmente la
tradizione originale (2,4) e la comunione ecclesiale (1,3).
3. AI GIOVANI VINCITORI DEL MALIGNO (2,13 b)
gra/fw u(mi=n, neani/skoi,
o(/ti nenikh/kate to\n ponhro/n.
Scrivo a–voi, giovani,
[che] perché avete–vinto il maligno.
«Scrivo a voi, giovani»: notiamo che per la terza volta l'Evangelista afferma scrivo: il suo stile
è ripetitivo, perché egli usa la ripetizione come strumento per segnalare l'importanza di
un'affermazione o di una azione.
«Perché avete vinto (nikáo) il maligno (ponerós)»: quelli che da un tempo più breve hanno
aderito alla fede ed alla vita comunitaria, non sono ancora giunti alla famosa conoscenza, ma
hanno già fatto il primo grande passo: hanno sconfitto il demonio, del quale l'Evangelista in
questa lettera dice: Il diavolo è peccatore fin dal principio. Ora il Figlio di Dio è apparso per
distruggere le opere del diavolo (3,8). Gesù nel Vangelo giovanneo così lo descriveva: Gv 8,44
Egli (il diavolo) è stato omicida fin dal principio e non ha perseverato nella verità, perché non
vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della
menzogna. Il primo passo è dunque quello di vincere la menzogna, la tenebra, l'odio favoriti dal
maligno, l'ispiratore di Caino (3,12) e il dominatore del mondo perverso (5,19). Nel cap. 17 di
Giovanni Gesù così pregava il Padre per i suoi discepoli: Io non ti prego di ritirarli dal mondo,
30
ma di preservarli dal maligno (Gv 17,15). Ebbene, in questa lettera, Giovanni constata che la
nuova generazione di credenti ha saputo lottare e vincere, in modo da non essere contaminata
dallo spirito del male (5,4-5.18).
4. AI FIGLI CHE CONOSCONO IL PADRE (2,14 a)
2.14 e)/graya u(mi=n, paidi/a,
o(/ti e)gnw/kate to\n pate/ra.
2,14 Ho–scritto a–voi, figlioli,
[che] perché avete–conosciuto il Padre.
«Ho scritto a voi, figlioli (paidíon)»: a questo punto l'Autore ripete lo schema letterario dei
vv. 12-13 con una leggera variazione nel tempo del verbo scrivere: non più il presente (scrivo...),
ma il passato (ho scritto...). Forse egli si riferisce alla prima parte della lettera o al suo Vangelo,
scritto in precedenza. In questa prima affermazione sostituisce il tekníon di prima con paidíon
(prima li vedeva come generati dal perdono e ora come educati nella fede: paidéuo = istruisco).
Tutti i membri della comunità, a cui sono stati perdonati i peccati (2,12) ora si meritano il nome
di figlioli (paidíon), a motivo del cammino educativo da loro percorso.
«Perché avete conosciuto il Padre»: dopo aver ricevuto il perdono nel nome di Gesù, hanno
fatto progressi nella conoscenza di Dio Padre, cioè di Dio nella sua qualità di Genitore, poiché
egli ha generato il Figlio suo Gesù e ha generato e cresciuto i credenti come suoi figli (cfr. 3,1-2).
Chi invece dice: L'ho conosciuto e non osserva i suoi comandamenti, è un bugiardo (cfr. 2,4) e
resta invischiato nei suoi peccati non volendo fare l'esperienza della misericordia teopaterna
(2,12).
5. AI PADRI CHE CONOBBERO IL CRISTO STORICO (2,14 b)
e)/graya u(mi=n, pate/rej,
o(/ti e)gnw/kate to\n a)p' a)rxh=j.
Ho–scritto a–voi, padri,
[che] perché avete–conosciuto colui (che è oppure che era) da(l) principio.
«Ho scritto a voi, padri»: l'Autore (a parte il verbo ho scritto) ripete esattamente le stesse
parole già rivolte sopra agli stessi padri (questo è un modo per ribadire l'importanza del suo
convincimento).
«Perché avete conosciuto colui che è (oppure che era) dal principio »: forse alcuni di questi
padri hanno davvero conosciuto direttamente il Cristo terreno, che è il Lógos preesistente e
creatore, e sono da considerarsi padri non tanto perché anziani, ma soprattutto perché sono
maestri ed educatori nella fede per le giovani generazioni. La conoscenza del Cristo storico,
almeno di quella acquisita attraverso la predicazione degli Apostoli (ricordiamo che Giovanni ha
scritto a questo fine un meraviglioso Vangelo), è ritenuta essenziale per tutti, anche per quelli che
non hanno visto e toccato fisicamente il Signore.
6. AI GIOVANI FORTI E VINCITORI (2,14 c)
e)/graya u(mi=n, neani/skoi,
o(/ti i)sxuroi/ e)ste
kai\ o( lo/goj tou= qeou= e)n u(mi=n me/nei kai\ nenikh/kate to\n ponhro/n.
Ho–scritto a–voi, giovani,
[che] perché siete forti,
e la parola di Dio dimora in voi e avete–vinto il maligno.
31
«Ho scritto a voi, giovani»: Giovanni conclude il suo schema simmetrico di tre frasi parallele
(ripetute due volte).
«Perché siete forti»: l'Autore si compiace di vedere che la nuova generazione di credenti è
salda e sicura. La loro lotta vittoriosa contro il maligno (di cui ha già parlato 2,12) è stata un
buon allenamento che li ha fortificati (Ef 6,10-11).
«E la parola (lógos) di Dio dimora in voi»: tali giovani non sono coloro che dicono: Non
abbiamo peccato. In questi non dimora la parola di Dio (cfr. 1,10). Sono coloro che avendo
ascoltato e amato la parola di Dio (che in definitiva è il Cristo Signore) sono diventati abitazione
stabile della Parola (cfr. Gv 14,23 Rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il
Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui»).
«E avete vinto il maligno»: questa volta comprendiamo meglio perché i giovani hanno vinto
(e continuano a vincere) il diavolo in modo tale da non diventarne figli (cfr. 3,10): è stata la
presenza della Parola di Dio nel loro cuore che li ha resi forti e vincitori. Tale parola infatti ci
rivela la paternità di Dio, la divinità del Cristo e ci apre alla domanda e all'ottenimento del
perdono e della grazia. Cfr. Apc 12,11.
2 - L'AMORE DEL PADRE NON SI CONCILIA CON L'AMORE DEL MONDO
1. NON AMATE IL MONDO (2,15)
2.15 Mh\ a)gapa=te to\n ko/smon mhde\ ta\ e)n t%= ko/sm%.
e)a/n tij a)gap#= to\n ko/smon, ou)k e)/stin h( a)ga/ph tou= patro\j e)n au)t%=:
2,15 Non amate il mondo, né le (cose) nel mondo!
Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui;
«Non amate il mondo (kósmos)»: a tutti i suoi figlioli (sia padri e sia giovani) l'Evangelista
rivolge un accorato appello (con un verbo in forma imperativa). Che cosa è questo mondo? Per
capirlo bene bisogna leggere soprattutto il Vangelo giovanneo che parla di mondo ben 75 volte.
Nella nostra lettera il termine ricorre 23 volte. A parte le poche volte che indica la terra oppure
l'universo (come avviene in Gv 11,9; 1 Gv 3,17; 4,17), esso è sinonimo di umanità. Quando si
parla di essa in quanto creata da Dio e chiamata alla salvezza, allora mondo ha un senso positivo
(1 Gv 2,2; 4,9.14); se invece vengono indicati coloro che si oppongono al bene, ha un senso
negativo (1 Gv 3,1.13; 4,4; 5,4.5.19). Al primo caso appartiene ad esempio questa affermazione:
Gv 3,16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque
crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17 Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per
giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui (cfr. anche Gv 12,47). Al
secondo quest'altra espressione: Gv 16,8 E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto
al peccato, alla giustizia e al giudizio. 9 Quanto al peccato, perché non credono in me; 10 quanto
alla giustizia, perché vado dal Padre e non mi vedrete più; 11 quanto al giudizio, perché il
principe di questo mondo è stato giudicato (Cfr. anche Gv 1,10; 12,31; 17,14-16). Il mondo non
conosce il Padre (Gv 17,25) e non riceve lo Spirito di verità perché non lo vede e non lo conosce
(Gv 14,17). Amare il mondo, dunque, in questo caso, significa amare chi si oppone a Dio proprio
in quanto gli si oppone. Per indicare tale amore perverso l'Evangelista usa lo stesso termine
agapáo con il quale indica solitamente l'amore santo di Dio: avrebbe dovuto usare ad esempio
non concupite (’eráo da ’éros: bramo, desidero appassionatamente). Eppure è molto istruttivo
che dica non amate usando agapáo: in realtà l'amore mondano ha come l'amore divino la
caratteristica della totalità, trasformando così la creatura in idolo (5,21). Non amate dunque il
mondo, come amereste Dio! Chi ama così, non ama veramente il mondo o l'umanità, perché se
da una parte li desidera in modo addirittura esagerato e sembra perciò che li apprezzi in sommo
grado, dall'altra li sfrutta al massimo, rovinandoli e distruggendone le migliori qualità. Mentre
sembra servirli, se ne serve; mentre sembra onorarli, li disprezza togliendo loro il vero valore che
32
hanno, cioè quello di essere un dono di Dio. E non ama nemmeno se stesso, perché mentre
sembra possederli, ne è posseduto; mentre pare che li domina, ne è dominato e si priva del vero
godimento.
«Né le cose nel mondo»: per cose nel mondo possiamo intendere tutte quelle realtà (lo
strapotere, la ricchezza esagerata…) che il mondo, inteso in senso peggiorativo come umanità
peccatrice e schiava del maligno, ama, stima, loda e cerca con una grande avidità. Anche le
stesse cose buone (come il corpo, la famiglia…) non percepite secondo i loro veri significati, ma
considerate senza un giusto riferimento a Dio, pur non diventando cattive in sé stesse, non
giovano per l’acquisto della carità. Nel prossimo versetto Giovanni spiegherà meglio che cosa
sono per lui queste cose: vedremo che egli non prende tanto di mira le varie realtà in se stesse,
ma la finalità egoistica per la quale sono ricercate. Il difetto non sta tanto nelle cose, ma in un
certo tipo di amore ad esse, cioè in un amore che esclude quello di Dio. Agostino commenta:
«Nessuno dica: Non è opera di Dio tutto ciò che è nel mondo? ... Perché allora non dovrei amare
ciò che Dio ha fatto? Lo Spirito del Signore ti aiuti a vedere realmente perché queste cose sono
buone, ma guai a te se amerai le creature e abbandonerai il Creatore. Queste cose ti appaiono
belle, ma quanto più bello sarà l'autore della loro bellezza! ... Dio non ti proibisce di amare le sue
creature; ti proibisce di amarle come ultima felicità. Stimale, lodale, ma per amare il Creatore...
Dio ti ha dunque dato le cose create perché tu amassi chi le ha fatte. Egli ti vuole dare assai di più
che queste cose che ha create, vuol dare se stesso» (Agostino, Meditazioni... p. 84-85).
«Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui»: l'Apostolo è categorico: non c'è
compatibilità tra l'amore peccaminoso del mondo e l'amore santo del Padre. Gesù aveva già
parlato con termini simili a questi: Gv 15,18 Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha
odiato me. 19 Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del
mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia (cfr. Gv 7,7; 16,33; 1 Gv 3,13).
In effetti vi è una totale incompatibilità tra i due amori: Mt 6,24 Nessuno può servire a due
padroni: o odierà l'uno e amerà l'altro, o preferirà l'uno e disprezzerà l'altro: non potete servire
a Dio e a mammona. Agostino si rivolge al suo ascoltatore esortandolo: «Scaccia l'amore
malvagio del mondo per riempirti dell'amore di Dio... Ti travolge l'amore del mondo? Stringiti a
Cristo. Per te egli è sceso nel tempo, perché tu diventassi eterno» (Agostino, Meditazioni... p.
81.83).
2. EVITATE LE CONCUPISCENZE E LA SUPERBIA (2,16)
2.16 o(/ti pa=n to\ e)n t%= ko/sm%,
h( e)piqumi/a th=j sarko\j
kai\ h( e)piqumi/a tw=n o)fqalmw=n
kai\ h( a)lazonei/a tou= bi/ou,
ou)k e)/stin e)k tou= patro\j a)ll' e)k tou= ko/smou e)sti/n.
2,16 poiché tutto quello (che è) nel mondo,
la concupiscenza della carne
e la concupiscenza degli occhi
e la superbia della vita [della ricchezza],
non viene dal Padre, ma viene dal mondo.
«Poiché tutto quello che è nel mondo»: nulla che appartenga al mondo, in quanto malvagio e
ostile a Dio, è buono. Nemmeno la minima cosa. Tutto è cattivo. Giovanni però non si limita a
fare un'affermazione generale, vuole precisare i tre grandi àmbiti nei quali il mondo malvagio si
manifesta in modo particolare: la carne (la nostra corporeità), gli occhi (la nostra interiorità), la
vita o gli averi (le nostre proprietà).
«La concupiscenza (’epithymía) della carne (sárx)»: parliamo un attimo della concupiscenza
in senso generale: Gesù aveva già parlato dei desideri smodati, tipici del mondo, che fanno
33
morire la parola seminata nel cuore: Mc 4,19 Sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e
l'inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie (’epithymía), soffocano la parola e questa
rimane senza frutto. Questo avviene appunto quando la persona, nella sua realtà più profonda, ha
desideri contrari a quelli di Dio e da questi si lascia vincere (cfr. 2 Pt 4,2-3). Giovanni però
precisa ulteriormente il concetto parlando di concupiscenza della carne. Per capire di che cosa
esattamente si tratta ci facciamo aiutare da Rom 13,13 Comportiamoci onestamente, come in
pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in
contese e gelosie. 14 Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi
desideri. Si tratta delle cattive passioni, della schiavitù ai vizi capitali, specialmente a quelli della
gola, dell'impudicizia, dell'ira e della violenza fisica. Anche Gal 5 elenca i peccati della carne in
modo molto chiaro: 19 Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità,
libertinaggio, 20 idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni,
21
invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come già ho detto,
che chi le compie non erediterà il Regno di Dio (cfr. anche Ef 2,3). Per vincere tale passioni
peccaminose bisogna aprirsi all'azione dello Spirito Santo: Gal 5,16 Vi dico dunque: camminate
secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri (epithymía) della carne; 17 la carne
infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si
oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. 18 Ma se vi lasciate guidare dallo
Spirito, non siete più sotto la legge (cioè sotto quel tipo di legge che favorisce le bramosie
perverse). Anche Pietro nella prima lettera ci indica la strada giusta per vincere: 1 Pt 4,1 Poiché
dunque Cristo soffrì nella carne, anche voi armatevi degli stessi sentimenti: chi ha sofferto nel
suo corpo ha rotto definitivamente col peccato, 2 per non servire più alle passioni (’epithymía)
umane ma alla volontà di Dio, nel tempo che gli rimane in questa vita mortale. 3 Basta col
tempo trascorso nel soddisfare le passioni del paganesimo, vivendo nelle dissolutezze, nelle
passioni (’epithymía), nelle crapule, nei bagordi, nelle ubriachezze e nel culto illecito degli idoli
(cfr. anche 1 Pt 1,14). È dunque necessaria una certa resistenza (Rom 8,13; Col 3,5) da mettere in
atto attraverso un corretto cammino ascetico e mistico, senza però perdere nulla delle ricchezze
che Dio ha posto nella nostra umanità e nella nostra corporeità, anzi potenziandole in pienezza.
In caso contrario, sia chi si abbandona al vizio, sia chi per rigorismo impoverisce
inopportunamente la sua umanità, finisce con il disprezzare Dio e i suoi doni (cfr. 2 Pt 2,10). Per
amore di chiarezza notiamo che la parola carne, ha nel N.T. un significato ricco e fluttuante:
1° indica a volte la sola componente corporea dell'essere umano (talvolta è nominata insieme a
sangue, ossa..., altre volte è vista in contrapposizione ad anima: 1 Pt 2,11, o a spirito: Mc 14,38).
Spesso se ne mette in risalto la debolezza (Rom 6,19), la soggezione alla morte (2 Cor 4,11), le
tendenze cattive (Rom 7,18; Gal 5,24; Ef 2,3), l'aspetto di esteriorità (Rom 2,28; Gal 6,12); non
raramente anche i vantaggi e gli aspetti positivi (2 Cor 3,3; 4,11; Ef 5,29; Fil 1,22; Col 1,24; Atti
2,26).
2° Altre volte indica l'uomo intero, visto nella sua concretezza (Gv 1,14) o nei suoi limiti (Gv
6,63: contrapposto allo Spirito Santo) oppure nella sua fragilità fisica (1 Pt 1,24) o morale (Rom
7,18).
3° Infine, in certi casi, indica qualcosa che può corrispondere ad alcuni di questi diversi
significati combinati insieme in modo molto vario (Mc 10,8; Rom 9,3; 1 Cor 1,26).
«La concupiscenza degli occhi»: parlando di questa concupiscenza Giovanni vuole andare alla
radice delle varie cupidigie e delle avidità di piaceri: il cuore (Rom 1,24). Gli occhi infatti sono le
finestre del cuore. Quando noi guardiamo con la volontà di possedere, di sfruttare, di divertirci
illecitamente con tutte le cose belle e piacevoli senza fare alcun riferimento al Signore, senza
capire i loro significati simbolici e la loro funzione relazionale, dimostriamo di avere un cuore
egoista disposto al peccato. Gesù aveva già chiaramente parlato di tale tipo di peccato interiore:
Mt 5,27 Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; 28 ma io vi dico: chiunque guarda
una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore. 29 Se il tuo occhio
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destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi
membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna (cfr. anche 2 Pt 2,13-14). Per
concupiscenza degli occhi si può intendere anche l'amore esclusivo per le apparenze, per le
esteriorità, senza una seria ricerca dei valori profondi e duraturi. Gesù in Luca afferma: «Voi vi
ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli
uomini è cosa detestabile davanti a Dio (Lc 16,15). Oggi più che mai il mondo corre dietro alla
bellezza fisica, all'esperienze erotiche fine a se stesse, agli effetti spettacolari. Paolo parlerebbe di
coloro il cui vanto è esteriore e non nel cuore (2 Cor 5,12). Noi puntiamo all'interiorità vera, alla
ricchezza spirituale di ogni persona (soprattutto di quelle più disagiate), al valore intimo di ogni
cosa creata e amata da Dio. Ascoltiamo perciò in conclusione i consigli di Paolo: 1 Tess 4,1
Fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù: avete appreso da noi come comportarvi
in modo da piacere a Dio, e così già vi comportate; cercate di agire sempre così per distinguervi
ancora di più. 2 Voi conoscete infatti quali norme vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù. 3
Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, 4
che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, 5 non come oggetto di
passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio... 7 Dio non ci ha chiamati
all'impurità, ma alla santificazione. 8 Perciò chi disprezza queste norme non disprezza un uomo,
ma Dio stesso, che vi dona il suo Santo Spirito. Cfr. anche Prov 27,20.
«La superbia (’alazonéia) della vita [della ricchezza] (bíos)»: di questa ultima espressione
possiamo fare due traduzioni. Con la prima mettiamo in risalto il primo vizio capitale (l'orgoglio)
di tutta una vita, nei suoi vari aspetti, vissuta solo per i propri interessi, la propria gloria, il
proprio piacere, nella superficialità più sfacciata. Con la seconda (dal momento che vita vuol
anche dire beni per vivere) riduciamo la visuale ad un solo aspetto: l'ostentazione delle ricchezze
materiali, ricercate come bene supremo, nel quale si mette tutta la propria fiducia e al quale si
sacrifica tutto il resto, Dio e uomini compresi. Da tutte e due le traduzioni, comunque, emerge
chiaro che Giovanni condanna l'atteggiamento autosufficiente e arrogante di chi, per la sua
superbia, radice di tutti mali, mette tutta la sua gloria nelle sue forze e nei suoi averi, vivendo
come se Dio non esistesse. Il proprio io, con tutto quello che fa e possiede, diventa l'idolo
supremo (cfr. Gc 4,16). Noi cerchiamo invece l'umiltà vera (davanti a Dio e agli uomini), la
povertà evangelica, la mitezza del cuore. Agostino commenta: «Ecco dunque le tre bramosie:
ogni concupiscenza umana è messa in moto dai desideri della carne, dalla concupiscenza degli
occhi e dall'ambizione terrena. Il Signore stesso fu tentato dal diavolo su queste tre
concupiscenze. Fu tentato nei desideri della carne quando gli fu detto: Se sei figlio di Dio, di' a
queste pietre che diventino pane (Mt 4,3)... Fu tentato anche nella concupiscenza degli occhi e
sollecitato a fare un miracolo, quando il tentatore gli disse: Gettati giù... In che modo il Signore
fu assalito con la tentazione dell'ambizione terrena? Essa avvenne quando il diavolo lo sollevò
sopra un monte altissimo e gli disse: Tutto questo ti darò, se prostrato mi adorerai... »
(Meditazioni..., 88-89).
«Non viene dal Padre, ma viene dal mondo»: se qualcuno avesse ancora qualche dubbio o
fosse tentato di scambiare l’interesse per le realtà mondane con la virtù della carità, Giovanni
dice chiaro che tutto quello che è nel mondo e tutte le tre concupiscenze provengono non dal
Padre del Signore Gesù Cristo, ma dal mondo e dallo spirito del mondo, cioè da quel mondo che
giace tutto sotto il potere dello spirito maligno (5,19). Derivando da una fonte così perversa, non
vi è in esse nulla di buono. Il cristiano invece tutto riceve dal Padre e quindi appartiene a Cristo e
deve vivere secondo lo Spirito Santo: Gal 5,24 Ora quelli che sono di Cristo Gesù hanno
crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25 Se pertanto viviamo dello Spirito,
camminiamo anche secondo lo Spirito. 26 Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e
invidiandoci gli uni gli altri. Se volessimo fare un’analisi psicologia noteremo che le prime due
concupiscenze appartengono alla sfera degli appetiti del desiderio e del piacere psicofisico,
mentre la superbia della vita appartiene alla sfera dell’aggressività, cioè indica quegli
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atteggiamenti che assumiamo quando intendiamo procurarci un piacere ad ogni costo o
difendiamo i nostri interessi materiali.
3. IL MONDO PASSA, MENTRE CHI AMA RIMANE IN ETERNO (2,17)
2.17 kai\ o( ko/smoj para/getai kai\ h( e)piqumi/a au)tou=,
o( de\ poiw=n to\ qe/lhma tou= qeou= me/nei ei)j to\n ai)w=na.
2,17 E il mondo se–ne–va e–anche la sua concupiscenza;
chi però fa la volontà di Dio rimane in eterno!
«E il mondo se ne va e anche la sua concupiscenza»: il mondo degli uomini gaudenti e
violenti passa e con esso tutti i loro desideri egoistici e i loro progetti orgogliosi. Dove sono oggi
i piaceri, le glorie e le ricchezze di tanti uomini che pur di godere e di dominare non hanno
esitato a commettere i delitti più efferati? Giacomo così rimproverava i malvagi: Giac 4,2
Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e
fate guerra! Non avete perché non chiedete; 3 chiedete e non ottenete perché chiedete male, per
spendere per i vostri piaceri. 4 Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? E
Paolo ricorda: Il desiderio della carne è nemico di Dio... Quelli che vivono secondo la carne non
possono piacere a Dio (Rom 8,7-8). Il mondo in realtà possiede solo questo: la sua
concupiscenza ingannevole, vissuta come una gloria eterna. Se sfuggiamo a tale menzogna,
diventiamo partecipi della stessa natura divina: 2 Pt 1,4 (Dio) ... ci ha donato i beni grandissimi
e preziosi che erano stati promessi, perché diventaste per loro mezzo partecipi della natura
divina, essendo sfuggiti alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza (Cfr. anche
1 Pt 4,2). Dobbiamo avere il coraggio di non fissarci sulle bellezze passeggere del mondo, ma
sulla perenne bellezza divina!
«Chi però fa la volontà di Dio rimane in eterno»: accogliamo con fede e con gioia questa
bellissima affermazione. La volontà di Dio è amore; chi la compie realizza gesti di amore
autentico, il cui valore resta per sempre. In tal modo acquisteremo una grande tenerezza, un
cuore misericordioso, una vera umanità! Fil 4,8 In conclusione, fratelli, tutto quello che è vero,
nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto
dei vostri pensieri. 9 Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, è quello che
dovete fare. E il Dio della pace sarà con voi! La possibilità di tutto questo sta nel nostro sguardo
di fede: 2 Cor 4,18 Perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili.
Le cose visibili sono d'un momento, quelle invisibili sono eterne. È veramente saggio chi tiene
conto del fatto che le cose del mondo finiscono: 1 Cor 7,29 Questo vi dico, fratelli: il tempo
ormai si è fatto breve; d'ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l'avessero; 30
coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero;
quelli che comprano, come se non possedessero; 31 quelli che usano del mondo, come se non ne
usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo! Ma chi ama il Signore rimane in
eterno! Agostino commentando afferma: «Se ci sarà in voi l'amore del mondo, non potrà esservi
l'amore di Dio. Conservate l'amore di Dio affinché restiate in eterno, così come Dio è eterno.
Ciascuno è ciò che ama. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? Dovrei concludere: Sarai Dio, ma
non oso dirlo io e perciò ascoltiamo la Scrittura: Io ho detto: Voi siete dèi e figli tutti
dell'Altissimo... » (Meditazioni... 90). Pertanto chi fa la volontà del Padre lo ama (2,5) e chi ama
Dio rimane in eterno perché la carità non avrà mai fine (1 Cor 13,8).
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4a CONDIZIONE: CONFESSARE IL FIGLIO E IL PADRE (UNITÀ 5)
Abbiamo ricevuto il Crisma e conosciamo la verità
Presentazione e lettura di 1 Gv 2,18-28
La presente Unità si divide in 3 parti nelle quali sono presenti questi temi:
1° - l'annuncio dell'ultima ora contrassegnata dalla presenza degli anticristi,
2° - l'affermazione che il Crisma spirituale dona la conoscenza della verità,
3° - l'invito a rimanere nel Figlio e nel Padre.
1 - QUESTA È L'ULTIMA ORA
1. LA DENUNCIA: SONO APPARSI MOLTI ANTICRISTI (2,18)
2.18 Paidi/a, e)sxa/th w(/ra e)sti/n,
kai\ kaqw\j h)kou/sate o(/ti a)nti/xristoj e)/rxetai,
kai\ nu=n a)nti/xristoi polloi\ gego/nasin,
o(/qen ginw/skomen o(/ti e)sxa/th w(/ra e)sti/n.
2,18 Figlioli, (questa) è (l')ultima ora.
E come avete–udito che viene (l')anticristo,
(così sappiate che) già adesso molti anticristi ci–sono.
Da–questo conosciamo che è (l')ultima ora.
«Figlioli, questa è l'ultima (’éskhatos) ora»: come il Gesù del Vangelo di Giovanni sapeva
che la sua ora (quella della Pasqua) era il traguardo tragico e glorioso verso cui convergeva tutta
la sua missione (Gv 12,27), così i cristiani della comunità giovannea (qui chiamati per la seconda
ed ultima volta paidíon) devono sapere che stanno vivendo un'ora misteriosa ed importante, da
considerare come l'ultima (’éskhatos), nella quale stanno emergendo uomini menzogneri e
contrari alla fede nel Signore Gesù (cfr. 4,2). Non si tratta però della fine del mondo, ma del
tempo che la precede e la cui durata non viene precisata. La sua importanza grandissima deriva
dal fatto di avere con la fine del mondo una certa relazione di somiglianza e di causalità (cfr.
anche 1 Pt 4,7; 1 Cor 10,11b). Agostino vede nell'espressione: questa è l'ultima ora, un invito ai
figlioli, affinché si affrettino crescere succhiando il latte della Scrittura dalle mammelle della
madre Chiesa (Agostino, Meditazioni... p. 91).
«E come avete udito che viene l'anticristo»: antí-khristos al singolare (antí può significare
contro Cristo e anche al posto di Cristo). Si tratta di una persona che è contro lo Spirito Santo,
che è il Crisma e che non ha lo Spirito Santo. Gesù nei discorsi escatologici dei Vangeli sinottici
lo aveva chiaramente preannunciato: Mt 24,4 Gesù rispose: «Guardate che nessuno vi inganni; 5
molti verranno nel mio nome, dicendo: Io sono il Cristo, e trarranno molti in inganno… 23
Allora se qualcuno vi dirà: Ecco, il Cristo è qui, o: È là, non ci credete. 24 Sorgeranno infatti
falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi portenti e miracoli, così da indurre in errore, se
possibile, anche gli eletti. 25 Ecco, io ve l'ho predetto (cfr. anche Mc 13,21-22; Lc 21,8). In base
alle predizioni di Gesù, tali apparizioni sarebbero state accompagnate da violente persecuzioni
contro i veri credenti.
«(Così sappiate che) già adesso molti anticristi ci sono (4,3)»: l'Apostolo afferma con
certezza che, nel momento in cui scrive, esistono ormai molti anticristi (al plurale), che
anticipano e preparano l’avvento dell'anticristo principale. Giovanni ha certo lo spirito profetico
e la corretta capacità di discernimento per fare tale affermazione. Chi sono essi lo spiegherà tra
poco. Paolo, da parte sua, parla di un solo oppositore, chiamandolo: l'uomo del peccato, il figlio
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della perdizione: 2 Tess 2,1 Ora vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro
Gesù Cristo e alla nostra riunione con lui, 2 di non lasciarvi così facilmente confondere e
turbare, né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra,
quasi che il giorno del Signore sia imminente. 3 Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima (della
parusia) infatti dovrà avvenire l'apostasia e dovrà esser rivelato l'uomo del peccato, il figlio
della perdizione, 4 colui che si contrappone e s'innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è
oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, additando se stesso come Dio. 5 Non ricordate
che, quando ancora ero tra voi, venivo dicendo queste cose? Secondo Atti 20,29-31, Paolo
preannuncia l'arrivo di una pluralità di maestri violenti: 29 Io so che dopo la mia partenza
entreranno fra voi lupi rapaci (cfr. Mt 7,15), che non risparmieranno il gregge; 30 perfino di
mezzo a voi sorgeranno alcuni a insegnare dottrine perverse per attirare discepoli dietro di sé.
31
Per questo vigilate... Dice sostanzialmente la stessa cosa anche nella 1 Tim 4,1 Lo Spirito
dichiara apertamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a
spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche, 2 sedotti dall'ipocrisia di impostori, già bollati a
fuoco nella loro coscienza (cfr. anche 2 Pt 2,1-3; Giud 17-18). La comunità si doveva preparare
ad una grande e penosa lotta contro nemici esterni ed interni: all’esterno nei confronti dei pagani
e dei giudei, diventati persecutori spietati, oppure contro falsi fratelli, che minavano l'unità
dall'interno.
«Da questo conosciamo che è l'ultima (’éskhatos) ora»: l'Apostolo ribadisce che dal sorgere
di tanti oppositori si comprende che quella presente è già l'ultima ora. Dall'aggettivo éskhatos
deriva la parola escatologia, che è la dottrina riguardante il compimento finale. Giovanni, come
d'altra parte tutti gli autori del N.T., tiene molto presente, sia nella vita concreta che nella
preghiera, l'evento escatologico. Ecco quali possono essere le tappe degli eventi finali:
1° il tempo che precede la venuta finale del Signore Gesù (la cosiddetta ultima ora),
2° la parusia o la venuta gloriosa di Cristo con i suoi angeli (Mt 24,27; 1 Tess 4,15),
3° la risurrezione della carne nell'ultimo giorno (Gv 6,39; 11,23; 1 Cor 15,23),
4° il giudizio universale dell’umanità (Mt 25,31 ss.),
5° il compimento definitivo della storia con la fine del mondo e l’inizio di quello nuovo (1
Cor 15,28). L'ultima ora, che i primi cristiani reputavano abbastanza breve, si sta prolungando
nella storia e dura ormai da due millenni. Se l'ora attuale è già quella escatologica (l'ultima), è
davvero urgente per noi prendere le opportune decisioni e sfuggire agli errori che si diffondono
nel mondo.
2. LA VALUTAZIONE: NON ERANO DEI NOSTRI (2,19)
2.19 e)c h(mw=n e)ch=lqan a)ll' ou)k h)=san e)c h(mw=n:
ei) ga\r e)c h(mw=n h)=san, memenh/keisan a)\n meq' h(mw=n:
a)ll' i(/na fanerwqw=sin o(/ti ou)k ei)si\n pa/ntej e)c h(mw=n.
2,19 Sono–usciti da noi, ma non erano de(i) nostri;
se infatti fossero–stati de(i) nostri, sarebbero–rimasti con noi;
ma (questo avvenne) affinché fosse–manifestato che non tutti sono de(i) nostri.
«Sono usciti da noi, ma non erano dei nostri»: tornando ora alla vita della primitiva comunità
cristiana (a noi interessa in special modo quella giovannea) notiamo che l'Apostolo considera
anticristi non tanto, ad esempio, gli imperatori romani persecutori, ma quelle persone che per un
certo tempo hanno fatto parte della comunità, senza mai assimilarne veramente la fede. Essere
dei nostri significa essere parte autentica della comunità cristiana condividendo lo stesso Spirito.
Dalle telegrafiche notizie che abbiamo dagli scritti del N.T. possiamo precisare meglio per quali
motivi non erano dei nostri, cioè non avevano le idee evangeliche e lo stile cristiano di vita:
questi oppositori volevano attirare a tutti i costi discepoli dietro di sé (Atti 20,30), desideravano
primeggiare (3 Gv 9), rinnegavano il Signore Gesù e vivevano nella dissolutezza (2 Pt 2,1-2),
38
vietavano il matrimonio e imponevano di astenersi da alcuni cibi (1 Tim 4,3)... In altre parole le
loro idee e i loro comportamenti stravolgevano la fede in Cristo e la vita ecclesiale (il Cristo e la
Chiesa, che sono i due pilastri fondamentali dai quali non ci si deve allontanare).
«Se infatti fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi»: nella 2a lettera, Giovanni
ritorna su questo problema: 2 Gv 7 Poiché molti sono i seduttori (plános) che sono apparsi nel
mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l'anticristo! 8 Fate
attenzione a voi stessi, perché non abbiate a perdere quello che avete conseguito, ma possiate
ricevere una ricompensa piena. 9 Chi va oltre e non si attiene alla dottrina del Cristo, non
possiede Dio. Chi si attiene alla dottrina, possiede il Padre e il Figlio. 10 Se qualcuno viene a voi
e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo; 11 poiché chi lo saluta
partecipa alle sue opere perverse. È molto doloroso constatare che il pericolo più grave viene
proprio dall'interno sia perché gli errori possono essere attribuiti al dono rinnovatore dello
Spirito, sia perché il contatto con tali sovvertitori è più frequente e diretto. Per questi motivi nella
comunità si creano delle spaccature (si comincia a dire: noi e voi..., i nostri e i vostri...). A volte
la spaccatura non si esteriorizza molto (si continua a convivere, anche se con fatica), altre volte si
manifesta in una separazione ben visibile. In tal caso, da una parte, ci sono i fedeli che
rimangono uniti alla comunità di origine e, dall'altra, coloro che se ne vanno o che vengono
allontanati. Questa è una situazione dolorosissima per chi cerca di amare veramente tutti: i veri
apostoli vorrebbero che tutti rimanessero con loro (tale permanenza in seno alla Chiesa sarebbe
un segno di comunione e di autenticità).
«Ma questo avvenne affinché fosse manifestato che non tutti sono dei nostri»: Giovanni cerca
di darsi una ragione: è meglio che sia chiaro che non tutti si sono integrati nella comunità; è
provvidenziale che chi costituisce un pericolo vero esca allo scoperto e non continui a rovinare la
comunità dal di dentro (cfr. 1 Cor 11,19). Sembra quasi che l'Apostolo veda in questa
manifestazione l'intervento di Dio che anticipa il suo giudizio finale, affinché si aprano gli occhi
degli erranti (Giovanni infatti usa il passivo divino: fosse manifestato). Questi tutti sono i
membri visibili della Chiesa: alcuni di essi sono veri cristiani, altri lo sono meno o per nulla.
Prima o poi la verità viene a galla. Nella terza lettera l'Apostolo fa anche un nome preciso: 3 Gv 9
Ho scritto qualche parola alla Chiesa, ma Diòtrefe, che ambisce il primo posto tra loro, non ci
vuole accogliere. 10 Per questo, se verrò, gli rinfaccerò le cose che va facendo, sparlando contro
di noi con voci maligne. Non contento di questo, non riceve personalmente i fratelli e impedisce
di farlo a quelli che lo vorrebbero e li scaccia dalla Chiesa. Paolo fa invece ben tre nomi: 1 Tim
1,19 Alcuni che hanno ripudiata (la buona coscienza) hanno fatto naufragio nella fede; 20 tra
essi Imenèo e Alessandro, che ho consegnato a satana perché imparino a non più bestemmiare.
2 Tim 2,17 La parola di costoro infatti si propagherà come una cancrena. Fra questi ci sono
Imenèo e Filèto, 18 i quali hanno deviato dalla verità, sostenendo che la risurrezione è già
avvenuta e così sconvolgono la fede di alcuni. Chissà quante vicende come queste sono successe
nella prima comunità?
2 - IL SANTO CRISMA DONA LA CONOSCENZA DELLA VERITÀ
1. VOI CONOSCETE LA VERITÀ (2,20-21)
2.20 kai\ u(mei=j xri=sma e)x
/ ete a)po\ tou= a(gi/ou kai\ oi)/date pa/ntej.
2.21 ou)k e)/graya u(mi=n o(/ti ou)k oi)/date th\n a)lh/qeian
a)ll' o(/ti oi)/date au)th/n
kai\ o(/ti pa=n yeu=doj e)k th=j a)lhqei/aj ou)k e)s
/ tin.
2,20 Voi invece avete il Crisma (proveniente) dal Santo e tutti (lo) sapete.
2,21 Non vi ho–scritto [che] perché non conoscete la verità,
ma [che] perché la conoscete
e [che] perché nessuna menzogna viene dalla verità.
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« Voi invece avete il Crisma proveniente dal Santo e tutti lo sapete (ôida)»: ai suoi figlioli
(anziani e giovani che non hanno seguito gli anticristi e che formano una comunità: voi… tutti)
l'Evangelista ricorda che hanno ricevuto da Dio l'Unzione spirituale, cioè lo Spirito Santo
(donato dai sacramenti del Battesimo e della Cresima). Il Crisma è l’olio profumato. Già in
Israele con esso venivano consacrati i Sacerdoti, i Profeti ed i Re. Nel nostro caso il vocabolo è
usato come sinonimo di Spirito Santo. Il Santo può essere Dio Padre, che invia lo Spirito nel
nome di Gesù (Gv 14,26) oppure può essere lo stesso Cristo (Gv 15,26). Tale Crisma è santo e
dona la santità proprio perché proviene dal Santo. Tale Crisma dona anche la vera conoscenza di
Dio (2,27) e di se stesso (Gv 14,17). Tra poco vedremo quel che Giovanni dirà circa il tema della
conoscenza della verità. La parola Khrísma (usata appunto per indicare lo Spirito Santo) richiama
alla mente il titolo dato a Gesù: Khristós (in ebraico: Messia). I termini khrísma e Khristós hanno
in comune la stessa radice (khrío: ungo con olio, consacro). I credenti dunque sono a pieno titolo
dei cristiani (dei santi) avendo ricevuto il santo khrísma spirituale. Essi lo sanno e non lo devono
dimenticare: anzi, ne devono tirare le conseguenze. Anche noi dobbiamo ricuperare la
consapevolezza dell’importanza del sacramento della Cresima che, insieme al Battesimo, ci ha
consacrati e trasformati in uomini spirituali, in nuove creature, in membra vive del corpo
ecclesiale di Cristo.
«Non vi ho scritto [che] perché (‘óti) non conoscete la verità»: anche qui ‘óti può essere
esplicativo (che...) o causale (perché...). Il senso profondo non varia: chi ha veramente ricevuto
lo Spirito Santo e non solo il suo segno sensibile (l’olio profumato) conosce la verità (cfr. 2,27).
Tutti i veri credenti hanno sperimentato che cosa produce il fatto di avere ricevuto l'unzione
messianica, per mezzo dei sacramenti che la Chiesa dona: sanno che sono stati configurati a
Cristo (Is 61,1; Lc 4,18; Atti 4,27). Essi conoscono in maniera spirituale e davvero profonda la
verità, che, in definitiva, è il Cristo stesso (Gv 14,6) o il suo Spirito (5,6). Per arrivare a questo
traguardo però devono vivere in modo ecclesiale, sacramentale e carismatico. Ecclesiale:
rispettare la comunità con le sue guide (gli Apostoli, gli anziani, ecc.). Sacramentale: vivere
interiormente quello che i sacramenti esprimono esternamente. Carismatico: valorizzare i
carismi (soprattutto quelli profetici) propri e altrui.
«Ma [che] perché (‘óti) la conoscete»: l'Apostolo vuole parlare solo a chi accetta e vive la
verità (2 Pt 1,12). Resta inutile tentare di convincere i ribelli e i falsi profeti. Invece in chi ha il
Crisma c'è come una simpatia per la verità, quasi una naturale sintonia con tutto quello che è
divino: queste persone con facilità capiscono in modo profondo ed aderiscono con sincerità alla
parola del Vangelo (Gv 18,37). Sentono interiormente come vere, con certezza e senza paura di
sbagliarsi, le misteriose verità e realtà della fede: conoscete la verità (riguardo a Dio). Non esiste
però un gruppo esoterico che conosce certi segreti speciali, mentre gli altri ne sono all'oscuro, ma
è tutta la comunità e ogni suo membro che conosce le verità della fede cristiana.
«E [che] perché (‘óti) nessuna menzogna (psêudos) viene dalla verità»: la verità autentica
non genera mai la menzogna, nemmeno la più piccola. I credenti perciò devono amare la verità
integrale con coraggio e fiducia. Infatti tale verità è, come affermerà più avanti il nostro
Evangelista, lo stesso Spirito Santo (5,6b). Ma chi è falso ed è allergico alla verità (a motivo del
suo egoismo e del suo orgoglio), per quanti sforzi faccia, non arriverà mai a conoscerla, perché è
un dono divino.
2. PROFESSATE LA FEDE NEL CRISTO PER POSSEDERE IL PADRE (2,22-23)
2.22 Ti/j e)stin o( yeu/sthj ei) mh\ o( a)rnou/menoj o(/ti )Ihsou=j ou)k e)s
/ tin o( Xristo/j;
ou(=to/j e)stin o( a)nti/xristoj, o( a)rnou/menoj to\n pate/ra kai\ to\n ui(o/n.
2.23 pa=j o( a)rnou/menoj to\n ui(o\n ou)de\ to\n pate/ra e)x
/ ei,
o( o(mologw=n to\n ui(o\n kai\ to\n pate/ra e)/xei.
2,22 Chi è il menzognero se non colui che–nega che Gesù è il Cristo?
40
Questi è l'anticristo: colui che–nega il Padre e il Figlio.
2,23 Chiunque nega il Figlio, nemmeno possiede il Padre;
chi confessa il Figlio possiede anche il Padre.
«Chi è il menzognero (pséustes) se non colui che nega che Gesù è il Cristo? (5,1)»: adesso
l'Evangelista precisa chiaramente quanto prima aveva detto in modo velato (1,6: camminare
nelle tenebre...) rivelando in che cosa consiste la menzogna principale dell'anticristo (il
menzognero, per eccellenza). Essa sta nel negare con le parole e con i fatti che Gesù è il Messia,
cioè che ha in pienezza il Khrísma, cioè lo stesso Spirito del Padre al punto di essere un solo Dio
con il Padre. Ricordiamo la famosa professione di fede di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del
Dio vivente». 17 E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te
l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli» (Mt 16,16). Solo chi è mosso dallo Spirito
Santo (dal Crisma) può professare convintamente tale fede nel Cristo Signore (1 Cor 12,3).
Ireneo di Lione nella sua opera Contro le eresie (III, 3,4) parla, ad esempio, di un certo Cerinto
(vissuto proprio ad Efeso ai tempi di Giovanni Evangelista) il quale insegnava che dopo il
Battesimo sull'uomo Gesù scese il Cristo in forma di colomba. Cristo poi annunciò il Padre e
fece miracoli. Alla fine però il Cristo volò via da Gesù, il quale solamente patì, essendo il Cristo
spirituale ed impassibile (cfr. I, 26, 1).
«Questi è l'anticristo: colui che nega il Padre e il Figlio»: chi professa dottrine come quella
di Cerinto finisce col negare la divinità di Gesù Cristo, Figlio di Dio (cfr. 4,15; 5,5), e quindi,
anche l'esistenza stessa di Dio come Padre del Signore Gesù, Lógos incarnato. Dunque, negare
che Gesù sia il Cristo equivale a negare che egli sia il vero Figlio Unigenito di Dio Padre e che
Dio sia Padre nell’unità dello Spirito (del Crisma). In ultima analisi, chi non accetta il Cristo
dimostra di non credere nel Dio trinitario (Padre, Figlio e Spirito Santo). In conseguenza di
questo anche l'umanità di Gesù perde efficacia, perché non è più vista come appartenente alla
persona del Figlio, Parola di Vita. Giovanni ritornerà ancora su questi concetti per sottolineare
l'importanza della retta comprensione di quel che significa l'Incarnazione di Cristo (vero Dio e
vero Uomo), la quale è stata reale, totale e indissolubile e dalla quale bisogna tirare tutte le
conseguenze pratiche (4,2-3).
«Chiunque nega il Figlio, nemmeno possiede il Padre»: negare che Dio sia Figlio significa
negare che Dio sia anche Padre. Negare che Gesù sia il Figlio del Padre (cioè negare la sua vera
divinità e la sua vera incarnazione umana, con tutte le sue mirabili conseguenze) porta non solo a
non conoscere il Padre, ma a perderlo (Gv 15,23) o comunque a non possederlo. Si illudono
questi "illuminati", quando dicono: Lo conosco..., sono in comunione con lui... e poi negano che
Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio Padre, consacrato dallo Spirito Santo.
«Chi confessa (‘omo-loghéo) il Figlio possiede anche il Padre»: è entusiasmante l’idea di
possedere il Padre: Dio si vuol donare completamente a noi per diventare una nostra proprietà
inalienabile! Per possedere il Padre è necessario professare la propria fede nel Figlio suo Gesù
Cristo, nella sua vera umanità e divinità, perché solo chi ascolta e vede Gesù Uomo, ascolta e
vede il Padre (cfr. Gv 1,18; 7,16; 12,44-45; 14,9). In questa stessa lettera Giovanni dirà che solo
il Figlio ci dà l'intelligenza per conoscere il Padre (cfr. 5,20). Chi nega l'umanità o la divinità di
Gesù si separa da Dio Padre e dalla comunità ecclesiale. A noi è affidato il compito stupendo di
professare questa fede e di praticarla vivendo in comunione con Dio e con i fratelli in Cristo
(1,3). In sintesi Giovanni ci insegna a credere con convinzione nei due misteri principali della
nostra fede: 1° nel Dio Unico e Trinitario e 2° in Cristo, Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo,
nato morto e risorto per la nostra salvezza. Queste verità hanno un’incidenza pratica sulla nostra
vita concreta: un Dio Trinitario esige da noi un totale altruismo, un Dio Figlio fatto uomo esige
da noi che ci comportiamo da Figli di Dio e da fratelli di tutti. È per evitare queste conseguenze
che subdolamente gli anticristi negano queste verità.
41
3. RIMANETE NELLA PAROLA UDITA PER RIMANERE IN DIO (2,24-26)
2.24 u(mei=j o(\ h)kou/sate a)p' a)rxh=j, e)n u(mi=n mene/tw.
e)a\n e)n u(mi=n mei/nv o(\ a)p' a)rxh=j h)kou/sate,
kai\ u(mei=j e)n t%= ui(%= kai\ e)n t%= patri\ menei=te.
2.25 kai\ au(/th e)sti\n h( e)paggeli/a h(\n au)to\j e)phggei/lato h(mi=n, th\n zwh\n th\n ai)w/nion.
2.26 Tau=ta e)/graya u(mi=n peri\ tw=n planw/ntwn u(ma=j.
2,24 (Quanto a) voi, quello–che avete–udito da(l) principio rimanga in voi.
Se rimane in voi quel–che avete–udito da(l) principio,
anche voi rimarrete nel Figlio e nel Padre.
2,25 E questa è la promessa che egli ci ha–promesso: la vita, quella eterna.
2,26 Queste–cose vi ho–scritto circa coloro che–cercano–di–traviarvi.
«Quanto a voi, quello che avete udito dal principio rimanga (méno) in voi»: i cristiani (come
singoli e come comunità) sono invitati (anzi, comandati: rimanga è imperativo) a conservare
intatto il messaggio primordiale della fede (1,1; 2,7; 3,11; 2 Gv 5): vale a dire il fatto che Dio
genera il Logos e che il Logos si sia incarnato. Giovanni esprime il concetto che il messaggio
primitivo deve essere presente nel credente e restare inalterabile con il verbo rimanere (verbo
usato ben 5 volte nei vv. 24.27).
«Se rimane (méno) in voi quel che avete udito dal principio, anche voi rimarrete (méno) nel
Figlio e nel Padre»: la perseveranza nella fede autentica ha come effetto la mistica dimora del
credente in (’en) Dio, Padre e Figlio. Si tratta di una condizione (se...) indispensabile, insieme a
quella equivalente affermata poco sopra: confessare il Figlio, Gesù Cristo (23), affinché il
presente (rimane...) abbia un futuro (rimarrete...). Gesù diceva: Gv 15,5 Io sono la vite, voi i
tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. E
ancora così pregava il Padre: Gv 17,23 Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il
mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me. Dobbiamo lavorare per
godere di tale comunione divina recuperando nella sua integrità il messaggio udito dal principio.
«E questa è la promessa che egli ci ha promesso: la vita, quella eterna»: l'Apostolo ci fa
capire che tale unione mistica, detta con parole ancora più chiare e più forti, è nientemeno che la
vita eterna, che Dio ci ha promesso (una citazione per tutte: Gv 6,40), perché il Padre e il Figlio
hanno la vita in sé e la donano a noi, se siamo a loro uniti (cfr. Gv 5,21.26). La tematica della
vita eterna è centrale nella nostra lettera: la troviamo all'inizio (1,2) e alla fine (5,20) ed emerge
nei punti più impensati (3,14.15; 4,9; 5,11-13). É bello che l'Evangelista la descriva come la
promessa per eccellenza, come il solenne impegno che Dio prende verso di noi e al quale rimane
fedele nel suo amore. Agostino commenta: «Il ricordo della mercede promessa rende perseveranti
nel lavoro, persino quando chi t'ha fatto la promessa è un uomo che potrebbe ingannarti. Con
quanto maggiore entusiasmo devi lavorare nel campo di Dio, dato che la promessa della
ricompensa proviene dalla Verità stessa, che non può ritirarsi... E che cosa è stato promesso? Si
tratta forse di oro... di ridenti campagne, di case confortanti...? No... In che cosa consiste...? Nella
vita eterna! » (A queste fervorose parole l'assemblea reagisce con un applauso. Cfr. Agostino,
Meditazioni... p. 105).
«Queste cose vi ho scritto circa coloro che cercano di traviarvi»: gli anticristi non si
accontentano di sbagliare per loro conto o di ingannare i disonesti, cercano di portare fuori strada
anche i buoni e di questo fatto Giovanni si preoccupa molto. In tal modo però, dànno occasione
all'Apostolo di scrivere insegnamenti meravigliosi sulla comunione con Dio e sulla vita cristiana.
Non c'è mai nessun male che venga solo per nuocere!
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3 - IL CRISMA VI INSEGNA OGNI COSA IN ATTESA DELLA PARUSIA
1. IL CRISMA VERITIERO VI AMMAESTRA (2,27)
2.27 kai\ u(mei=j to\ xri=sma o(\ e)la/bete a)p' au)tou=, me/nei e)n u(mi=n
kai\ ou) xrei/an e)x
/ ete i(/na tij dida/skv u(ma=j,
a)ll' w(j to\ au)tou= xri=sma dida/skei u(ma=j peri\ pa/ntwn
kai\ a)lhqe/j e)stin kai\ ou)k e)/stin yeu=doj,
kai\ kaqw\j e)di/dacen u(ma=j, me/nete e)n au)t%=.
2,27 E (quanto a) voi, il Crisma che avete–ricevuto da lui rimane in voi
e non avete bisogno che alcuno vi ammaestri;
ma il suo Crisma vi ammaestra circa ogni–cosa,
ed (esso) è veritiero e non è menzogna.
E come vi ammaestrò, (così) rimanete in esso [in lui].
«E quanto a voi, il Crisma che avete ricevuto da lui rimane in voi (2,20)»: i credenti hanno in
mano la lettera dell'Apostolo che parla chiaro; hanno anche il suo Vangelo. Però tutto questo non
basta, se lo Spirito Santo (Crisma divino) non dimora in loro e non agisce nelle loro menti e nei
loro cuori. Ricevuto nel passato (al momento dell'accoglienza dell'annuncio e del BattesimoCresima), perdura al presente (rimane). In questo versetto Giovanni ribadisce ed approfondisce
quanto detto in 2,20. Perché però parla dello Spirito Santo usando la metafora del Crisma e non
dicendo più direttamente: lo Spirito? Penso che lo faccia per almeno tre motivi:
1° per rendere intuitivo il fatto che lo Spirito Santo è lo Spirito che ha consacrato il Cristo e
che proviene dal Cristo (Crisma e Cristo derivano dallo stesso verbo, cioè da khrío = consacro
ungendo).
2° per ricordare, senza l’uso di tante parole, che lo Spirito Santo è donato nei sacramenti del
Battesimo e della Cresima, che ci consacrano facendo diventare ognuno di noi re, sacerdote e
profeta come lo era Cristo.
3° perché tale modo di esprimersi fa parte del suo linguaggio che ama usare molti simboli. Il
termine più classico (Spirito) lo troviamo a partire solo dal v. 3,23 (cfr. anche 4,2.6.13; 5,6.8) e
indica la terza Persona trinitaria per mezzo di un simbolo molto importante: il pnêuma = vento,
soffio, respiro, alito. Il Crisma (profumo oleoso, unguento, unzione) integra bene l’immagine del
soffio vitale aggiungendo l’idea di bontà e soavità.
«E non avete bisogno che alcuno vi ammaestri (didásko: 3x nel v. 27)»: il fedele autentico ad
un certo punto non ha più bisogno di maestri visibili, perché nel suo intimo alberga quello
invisibile, che gli insegna una scienza vera e vitale che nessun uomo è in grado di insegnare. Gv
6,44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò
nell'ultimo giorno. 45 Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha
udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46 Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo
colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47 In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Vi è una misteriosa scuola, che nessun maestro umano può sostituire: la rivelazione che il Padre
fa nel cuore del credente per mezzo del suo Spirito. Non si tratta di conoscenze esoteriche.
L’esoterismo è una complicata dottrina ed esperienza che va oltre la normalità. Qui invece siamo
nella piena normalità e tuttavia nella mistica più alta. L’esoterismo ha a che fare con la magia, la
vita mistica con la fede. Il primo si basa sui poteri umani o paranormali, la seconda solo sullo
Spirito di Dio.
«Ma il suo Crisma vi ammaestra circa ogni cosa»: si realizza la promessa di Cristo: Gv 16,12
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13
Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non
parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. 14 Egli mi
glorificherà, perché prenderà del mio e ve l'annunzierà. 15 Tutto quello che il Padre possiede è
mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l'annunzierà. (cfr. anche Gv 14,26; Ger
43
31,34). L'insegnamento, che fa interiorizzare la dottrina evangelica, è visto da Giovanni come
azione presente nel cuore del fedele e della Chiesa (ammaestra: tempo presente). Per Gesù
sarebbe stata un'opera futura dello Spirito (vi guiderà...) che avrebbe illuminato i discepoli
rendendo viva la sua Parola, che poi, in ultima analisi, è quella stessa del Padre. È assolutamente
necessario l’intervento dello Spirito Santo come maestro interiore: Gesù stesso, parlando agli
apostoli che non erano ancora capaci di sintonizzarsi con lo Spirito di Dio, non è in grado di far
capire certe verità. Anche noi non abbiamo ancora capito certe cose: le sentiamo annunciare, ma
non le comprendiamo e non le comprenderemo fintanto che lo Spirito ce le rivela. L’unica cosa
che possiamo fare è quella che l’Apostolo ci consiglia alla fine del v. 27: E come vi ammaestrò,
(così) rimanete in esso [in lui], fino a quando non brillerà in noi la luce interiore. Crediamo vere
quelle cose che ci sono dette e che ancora non capiamo e sperimentiamo: arriverà il giorno della
luce piena. Un sussidio per conoscere e favorire l’azione didattica dello Spirito in noi è quella di
scrivere un diario spirituale: ognuno di noi viene ammaestrato in modo unico e diverso. Un
diario nel quale annotiamo le sue ispirazioni può essere uno strumento valido da sottoporre
soprattutto al consiglio del nostro direttore spirituale.
«Ed esso è veritiero e non è menzogna (5,6)»: secondo il suo stile, Giovanni ripete lo stesso
pensiero in forma positiva (è veritiero) e negativa (non è menzogna) per evitare ogni equivoco.
Qui egli vuole ricordare che il Crisma è amante della verità e produce in chi lo possiede una
profonda sintonia con essa e un rifiuto istintivo della falsità. Dobbiamo stare attenti a non vedere
l'azione dello Spirito laddove c'è solo la nostra iniziativa: dobbiamo discernere quello che viene
da Dio e quello che proviene da noi, per non cadere in un angusto soggettivismo. Se è vero che i
credenti non hanno più bisogno di maestri (e a questo punto l'Apostolo, pur dimostrando di avere
un'apostolica autorevolezza nello scrivere questa lettera, si mette per un momento umilmente da
parte di fronte al voi dei fedeli nei quali agisce direttamente lo Spirito), è pur vero che Giovanni
si rivolge, non ad un tu singolo, ma ad una comunità, la quale è ormai sufficientemente matura
per conservare ed elaborare in modo corretto quello che ha ascoltato dal principio (la Parola: 24)
e che ha ricevuto (il Crisma: 27) e a cui non deve mai rinunciare. Tale elaborazione sarà insieme
antica e nuova, memoria del passato e profezia del futuro, tradizionale e innovativa, visibile ed
interiore, dei vertici e della base, comunitaria e personale. Il luogo dove guardare per capire se
tale difficilissima elaborazione è riuscita sta dunque sempre in quel voi comunitario, al quale
l'Apostolo si rivolge, e mai solo in un tu isolato (cfr. 2 Pt 1,20).
«E come vi ammaestrò, così rimanete in esso [ oppure in lui]»: quale delle due possibili
traduzioni è quella giusta? Rimanete nel Crisma oppure nel Cristo? La prima interpretazione è la
più immediata da un punto di vista grammaticale, ma la più sorprendente da un punto di vista
teologico. In genere l’Apostolo dice: rimanete in Dio, in Cristo (cfr. 2,5.6.8.24.28; 3,6.24;
4,13.15.16; 5,20). Tuttavia non è sbagliato invitare i fedeli a rimanere nello Spirito (cfr. Rom
8,9), anche se più sovente è scritto che è lo Spirito ad abitare in noi (cfr. 1 Cor 3,16; 6,19; Gal
4,6; Rom 5,5). Se così è in questo caso, possiamo dire che la dottrina di Giovanni è davvero
completa: lo Spirito Santo può dimorare nel (’en) cristiano e questi deve dimorare in modo
permanente nello (’en) Spirito. Prendiamo quindi come buona questa interpretazione: i credenti,
illuminati dal Padre per mezzo delle parole di Cristo rese intelligibili dallo Spirito Santo, sono
invitati a rimanete in esso (cioè nello Spirito Santo), seguendo il suo insegnamento ricevuto nel
passato (vi ammaestrò). Questo è l’unico modo per ottenere, prima o poi, la grazia della
illuminazione e della conoscenza dei segreti del Regno. Ricordiamoci però che lo Spirito è un
ospite delicato: ci abbandona o si libera di noi per un nonnulla. Agostino così infervora i suoi
fedeli: «Sia lui dunque a parlare dentro di voi, perché lì nessun uomo può penetrare. Se qualcuno
può mettersi al tuo fianco, nessuno può stare nel tuo cuore... È dunque il maestro interiore colui
che veramente istruisce, è Cristo, è la sua ispirazione ad istruire. Quando manca la sua
ispirazione e la sua unzione, le parole esterne fanno soltanto un inutile strepito» (Agostino,
Meditazioni... p. 109).
44
2. RIMANETE IN CRISTO PER AVERE FIDUCIA QUANDO RITORNERÀ (2,28)
2.28 Kai\ nu=n, tekni/a, me/nete e)n au)t%=,
i(/na e)a\n fanerwqv= sxw=men parrhsi/an
kai\ mh\ ai)sxunqw=men a)p' au)tou= e)n tv= parousi/# au)tou=.
2,28 Anche adesso, figlioli, rimanete in lui,
affinché, quando si–manifesterà, possiamo–avere fiducia
e non veniamo–svergognati da lui nella sua venuta.
«Anche adesso, figlioli, rimanete in lui»: Giovanni riprende l'esortazione rivolta ai suoi
figlioli invitandoli a rimanere in lui, cioè in Cristo. Che qui si tratti di Cristo e non dello Spirito è
dimostrabile dal fatto che Giovanni accenna alla sua manifestazione e alla sua venuta futura (Mt
25,31). Notiamo dunque che l’Apostolo nel v. 28 ripete l’ultima frase del v. 27: rimanete in esso
(’autô), variando però il significato del pronome ’autô (che non indica più il Crisma o lo Spirito,
ma Gesù). Ne deriva un importante insegnamento: rimanere nello Spirito Santo equivale a
rimanere in Cristo e viceversa.
«Affinché, quando si manifesterà (fáino), possiamo avere fiducia (parresía)»: solo la
perseveranza nella vera comunione con il Cristo dona una garanzia di salvezza nel giorno della
venuta e della manifestazione del Cristo (3,2), la cui ora sembra essere abbastanza prossima.
Teniamo presente che tutti gli scrittori neotestamentari coltivavano una forte attesa escatologica.
Ad es.: Lc 21,36 Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto
ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell'uomo. Vedi anche Paolo: 1 Tess 3,12
Il Signore poi vi faccia crescere e abbondare nell'amore vicendevole e verso tutti, come anche
noi lo siamo verso di voi, 13 per rendere saldi e irreprensibili i vostri cuori nella santità, davanti
a Dio Padre nostro, al momento della venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi. Si
tratta del momento supremo e decisivo del giudizio, nel quale chi è in grazia non ha nulla da
temere (la parresía è il coraggio, l'ardire, la franchezza, la sicurezza di chi si sente a casa propria:
cfr. 3,21; 4,17, 5,14). Agostino ci confida: «Noi crediamo in colui che non abbiamo visto con i
nostri occhi e ne aspettiamo il ritorno. Chiunque lo aspetta con fede, sarà ripieno di gioia, quando
tornerà» (Agostino, Meditazioni... p. 113). Notiamo che l’Evangelista parla di tre tappe: una
passata (vi ammaestrò), una presente (adesso rimanete in lui) e una futura (si manifesterà). Ci
invita pertanto a vivere un presente radicato nel passato per essere preparati all’incontro futuro.
Le tre tappe sono inseparabili.
«E non veniamo svergognati (’aiskhýno) da lui nella sua venuta (parusía)»: la venuta del
Signore, indicata qui con il termine classico di parusía (in origine era la visita ufficiale di
un'autorità presso le città greche), è indicata sopra anche come manifestazione o apparizione
futura (si manifesterà). Tre sono dunque le manifestazioni del Cristo: una passata (1,2: come
Vita eterna offerta agli uomini; 3,5.8: per distruggere i peccati), una presente (nel cuore del
credente) e una futura (come giudice). Allora si manifesterà anche quello che siamo noi (3,2).
Perciò, quelli che sono rimasti saldi nel Signore saranno premiati, a differenza degli altri: Chi si
vergognerà di me e delle mie parole, di lui si vergognerà il Figlio dell'uomo, quando verrà nella
gloria sua e del Padre e degli angeli santi (Lc 9,26). Immaginiamo lo sconcerto e la confusione
di coloro che, illusi di possedere la verità, scopriranno di colpo e troppo tardi il loro errore fatale.
Invece, il premio di chi avrà confessato il Signore e sarà trovato a lui unito sarà la gloria insieme
ad una perfetta parresía (che nelle città greche indicava la piena libertà di chi possedeva tutti i
diritti civili e si sentiva a suo agio perfetto). Anche noi siamo invitati a vivere questa nostra ora,
che è per ognuno di noi l'ultima, coltivando, docili allo Spirito Santo, la piena comunione di vita
con il Signore Gesù, Figlio del Padre. In conclusione, notiamo la prospettiva escatologica che
l’Apostolo ci propone e viviamo nell’attesa di questo evento (parusia) che dà forza e pienezza
alla nostra speranza.
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III - SECONDA PARTE: LE CONDIZIONI PER VIVERE DA FIGLI DI DIO
Inizia la seconda parte del corpo della lettera con l'introduzione di una nuova tematica, quella
della filiazione divina che trova il suo segno basilare nella realtà della giustizia (tema appena
accennato in 2,1 ed ora invece molto sviluppato). L'Evangelista elenca 5 condizioni:
1 - praticare la giustizia ed evitare il peccato, comportandoci da figli di Dio Padre (Unità 6).
2 - osservare i comandamenti di Dio, specialmente quello dell'amore fraterno (Unità 7)
3 - discernere le sante ispirazioni e amare come Dio ama (Unità 8)
4 - coltivare la fede e l'amore fino alla perfezione (Unità 9)
5 - credere in Gesù, Figlio di Dio e Vita eterna, venuto con acqua e sangue (Unità 10).
1a CONDIZIONE: PRATICARE LA GIUSTIZIA (UNITÀ 6)
Siamo figli del Padre, perciò non facciamo il peccato
Testo ed interpretazione di 1 Gv 2,29-3,10
Questa Unità iniza con la sorprendente affermazione che in virtù di un amore senza limiti il
Padre ci ha donato la dignità di figli (1 a parte); continua poi con il ricordo che tale dignità la
dobbiamo a Cristo che ha distrutto il nostro peccato e ha reso a noi possibile la pratica delle
opere di giustizia.
1 - SIAMO FIGLI PER L'AMORE CHE IL PADRE HA PER NOI
1. CHI OPERA LA GIUSTIZIA È GENERATO DA DIO (2,29)
2.29 e)a\n ei)dh=te o(/ti di/kaio/j e)stin,
ginw/skete o(/ti kai\ pa=j o( poiw=n th\n dikaiosu/nhn e)c au)tou= gege/nnhtai.
2,29 Se sapete che (egli) è giusto,
sappiate anche che chiunque opera la giustizia, è–generato da lui.
«Se sapete che egli è giusto (díkaios)»: Giovanni aveva già affermato che Dio e Cristo sono
giusti (1,9; 2,1). Che cosa vuol dire che Dio/Cristo è giusto ? (cfr. anche 3,7; Atti 3,14). Non
significa semplicemente che egli è onesto e non fa discriminazione tra le persone. Significa che
egli è santo, incontaminato, divino e che la sua volontà è amore perfetto e misericordioso.
«Sappiate anche che chiunque opera (poiéo) la giustizia (dikaiosýne), è generato (ghennáo)
da lui»: la nostra giustizia (che dobbiamo fare, cioè mettere in atto, e non solo desiderare: 3,10)
deve ispirarsi a quella divina e imitarla, al punto da essere segno che abbiamo acquisito un'altra
natura, quella stessa di Dio, essendo stati rigenerati da lui come veri figli suoi. Questa è la prima
volta che in questa lettera Giovanni introduce il tema fondamentale della nostra generazione da
Dio, cioè del fatto che siamo figli di Dio a motivo della giustizia ovvero della santità.
2. IL "GIÀ" DELLA NOSTRA FILIAZIONE (3,1)
3.1 i)/dete potaph\n a)ga/phn de/dwken h(mi=n o( path\r,
i(/na te/kna qeou= klhqw=men, kai\ e)sme/n.
dia\ tou=to o( ko/smoj ou) ginw/skei h(ma=j, o(/ti ou)k e)/gnw au)to/n.
3,1 Guardate quale–grande amore ci ha–dato il Padre
cosicché siamo–chiamati figli di–Dio, e (lo) siamo!
Per questo il mondo non ci conosce, perché non ha–conosciuto lui.
46
«Guardate quale grande (potapós) amore ci ha dato (dídomi) il Padre»: l'Apostolo invita i
lettori alla meraviglia, alla contemplazione estatica: considerate bene la grandezza infinita
dell'amore del Padre, un amore gratuito, donato a tutti i fedeli! Abbiamo tradotto quale grande,
ma il greco letteralmente dice: da quale terra (potapós), per far capire che davvero si tratta di
una cosa dell'altro mondo! Il dono è avvenuto nel passato e continua al presente (ci ha dato: in
greco vi è il perfetto). L'Apostolo lo ammira in tutta la sua estensione temporale: dagli inizi fino
al suo compimento, nel passato (ha dato), nel presente (lo siamo) e nel futuro (saremo: 3,2). E lo
apprezza in tutta la sua grandezza qualitativa: essere figli del Padre, partecipi della sua natura
che è amore.
«Cosicché siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo!»: siamo di nome e di fatto veri figli di Dio
Padre, viventi della sua stessa vita! (Gv 1,12). Naturalmente questo vale per chi, amato da Dio,
corrisponde con impegno al suo amore infinito. L'Amore richiede amore.
«Per questo il mondo non ci conosce, perché non ha conosciuto lui»: la meravigliosa realtà
della filiazione divina dei redenti è conosciuta e stimata solo da coloro che hanno lo Spirito
Santo (il Crisma); è invece completamente ignorata dal mondo il quale, accecato dalle tenebre
dell'orgoglio, non sa vedere ed apprezzare né Dio, né la sua opera santificatrice, né i suoi figli
(Cfr. Gv 1,10; 14,17; 16,3; 17,25: Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto!). Giovanni
introduce il ricordo dell'indifferenza e dell'ostilità del mondo per esaltare ancor più il valore della
filiazione divina, donata ai credenti (è nel suo stile metter in risalto il bene opponendolo al male),
ma anche per ammonire indirettamente il cristiano a non sottovalutare, proprio lui, la ricchezza
straordinaria che possiede. In 4,5-6 l'Autore ricorderà che coloro che sono dal mondo parlano un
linguaggio diverso (avendo, diciamo noi, una logica diversa), che il mondo apprezza e condivide.
Non capiscono la sapienza della croce: 1 Cor 2,14 L'uomo naturale però non comprende le cose
dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può
giudicare solo per mezzo dello Spirito. Non capiscono e non cercano minimamente di capire:
alzano subito un polverone per non vedere. Sono cose che non rientrano assolutamente nei loro
interessi. Il discepolo non deve temere questa incomprensione diffusa e generale: se gli altri sono
ciechi, a lui dispiace, ma non si cava certo gli occhi per essere come loro; in altre parole,
continua ad andare controcorrente, a pensare ed agire diversamente, senza scendere a
compromessi.
3. IL "NON ANCORA" CHE SI MANIFESTERÀ (3,2a)
3.2
)Agaphtoi/, nu=n te/kna qeou= e)smen,
kai\ ou)/pw e)fanerw/qh ti/ e)so/meqa.
3,2 Carissimi, adesso siamo figli di Dio,
ma non–ancora si–è–manifestato ciò–che saremo.
«Carissimi, adesso siamo figli di Dio»: anche l'Apostolo sente nel cuore un grande amore per
i suoi fedeli, perciò li chiama amatissimi, diletti miei... Ribadisce con entusiasmo la verità
principale e centrale, che tutti accomuna (siamo figli di Dio!). Non fa distinzione tra apostolo,
profeta, credente progredito, fedele principiante. L'importante per tutti è essere figli di Dio fin dal
presente (adesso).
«Ma non ancora si è manifestato ciò che saremo»: ciò che in realtà sono i figli di Dio è
sconosciuto per il mondo ma, per ora, non si manifesta in modo completo neppure per il
credente. La stessa cosa valse per gli apostoli nei confronti di Gesù, fintantoché egli non si
trasfigurò sul monte Tabor o non risuscitò dai morti e salì al cielo. Attualmente non possiamo
nemmeno immaginare quale sia la bellezza di un'anima in grazia di Dio e tanto meno quale sarà
lo splendore della gloria futura dei corpi risorti.
47
4. LA SPERANZA CHE CI IMPEGNA A PURIFICARCI (3,2 b-3)
oi)/damen o(/ti e)a\n fanerwqv=, o(m
/ oioi au)t%= e)so/meqa,
o(/ti o)yo/meqa au)to\n kaqw/j e)stin.
3.3 kai\ pa=j o( e)/xwn th\n e)lpi/da tau/thn e)p' au)t%= a(gni/zei e(auto\n,
kaqw\j e)kei=noj a(gno/j e)stin.
Sappiamo che, quando si–manifesterà, saremo simili a–lui,
perché lo vedremo (così) come (egli) è.
3,3 E chiunque ha questa speranza in lui, purifica se–stesso,
come egli è puro.
«Sappiamo che, quando si manifesterà, saremo simili a lui»: il cristiano sa per la fede (nella
predicazione apostolica) che nel Regno eterno egli possiederà la stessa gloria del Cristo (Lui): Gv
17,22 La gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. 23
Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li
hai amati come hai amato me. 24 Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me
dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato
prima della creazione del mondo. Questa è la fede che la comunità professa (quindi tutti:
sanno... e possono annunciare profeticamente il futuro). Cfr. anche Es 34,29; Fil 3,21; Col 3,4:
Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella
gloria. I figli di Dio saranno simili a Dio, se fin d’ora si configurano a lui assimilandone le virtù.
«Perché lo vedremo così come (kathós) egli è»: il vedere Dio (o meglio, il Cristo glorioso) in
tutta la sua bellezza, ci trasformerà totalmente in persone simili a lui. Il vedere ci farà essere.
Naturalmente (e questo Giovanni non lo dice perché è troppo evidente) potrà vedere Dio solo chi
è partecipe della sua santità. Cfr. 1 Cor 13,12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera
confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora
conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Si tratta della visione beatifica (già
anticipata imperfettamente su questa terra dalla contemplazione: cfr. 2 Cor 3,18). Il desiderio di
vedere Dio, che pulsa nel cuore di ogni santo (cfr. Gv 14,8), viene dunque pienamente
soddisfatto. Agostino così esclama: «Godremo dunque di una visione, fratelli, mai contemplata
dagli occhi..., mai immaginata dalla fantasia: una visione che supera tutte le bellezze terrene... La
ragione è questa: essa è la fonte di ogni altra bellezza» (Agostino, Meditazioni... p. 119). Le
parole di Giovanni incitano tutti ad una fervorosa e operosa tensione escatologica.
«Chiunque ha questa speranza in lui, purifica (‘aghnízo) se stesso»: nell'attesa gioiosa che
inizi la visione trasfigurante promessa (per il futuro), il credente, che coltiva (al presente) la virtù
della speranza certa (sappiamo...), lavora (Giovanni lo dà per scontato) alla propria purificazione
dal peccato e da ogni difetto. La purificazione del cuore ci predispone alla visione di Dio e ce la
fa già pregustare (cfr. Mt 5,8). La bellezza di tale infinito traguardo ci aiuta a superare tutte le
difficoltà: Rom 8,18 Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono
paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi... 24 Poiché nella speranza noi
siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già
vede, come potrebbe ancora sperarlo? 25 Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo
con perseveranza. Quando la fede è animata dall'amore autentico, diventa speranza e la speranza
anticipa già il futuro di gloria. La speranza (nominata solo qui negli scritti giovannei) è posta in
Cristo (in lui). Anzi è Lui (Cristo, nostra speranza: 1 Tim 1,1). Essere come Dio, da sogno
blasfemo dell'uomo peccatore (cfr. Gn 3,5), diventa realtà offerta da Dio come dono d'amore.
Agostino ci sprona: «Non potendo voi ora vedere questa visione, vostro impegno sia desiderarla.
La vita di un buon cristiano è tutta un santo desiderio... Saremo tanto più vivificati da questo
desiderio santo, quanto più recideremo i nostri desideri dall'amore del mondo» (Agostino,
Meditazioni... p. 120).
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«Come egli è puro (‘aghnós)»: la purezza di cui parla l'Apostolo non è solo una limpidità di
coscienza; è la stessa purezza di Cristo (che è il modello: kathós = come), perché siamo partecipi
della sua stessa vita, siamo penetrati dalla sua stessa luce, siamo arricchiti della sua stessa
giustizia. Dio ci dona la sua stessa santità, perdonando i nostri peccati, quando umilmente li
confessiamo (1,9). Il concetto di purezza qui è molto più ampio di quello di castità, però non lo
esclude, anzi lo esige perché tale virtù riguarda una parte essenziale della vita umana (in modo
particolare la relazione con se stessi e con gli altri a livello affettivo e fisico). La mancanza di
castità è il segno di una grave mancanza di speranza. Il mondo non comprende, non apprezza e
non sa praticare la castità perché non ha la speranza cristiana. La castità è comunque una qualità
molto misteriosa: beato chi la comprende e la possiede. Si tratta di un vero dono dall’Alto.
Aggiungiamo ora un’altra considerazione. L’apostolo non ha detto: Dio lo purifica, ma purifica
se stesso. Questo significa che anche se tutto è dono gratuito, dobbiamo fare la nostra parte. «Dio
non ti purifica, se tu non lo vuoi. Per il fatto che congiungi la tua volontà alla volontà di Dio, tu
rendi puro te stesso. Questo non si verifica in forza della tua capacità, ma per merito di colui che
viene ad abitare dentro di te. Siccome però in questi atti c'è una parte che va ascritta alla tua
volontà, anche a te ne è attribuito il merito» (Agostino, Meditazioni... p. 122). Potenziamo in noi
il desiderio di vedere Dio e tutte le bellezze spirituali, purifichiamo il nostro occhio e il nostro
cuore dal desiderio di fissarci in modo egoistico sulle beltà passeggere della terra, ma dilatiamoci
e rendiamoci capaci dell'infinito.
2 – IL CRISTO INNOCENTE TOGLIE I NOSTRI PECCATI
1. IN CRISTO NON VI È PECCATO (3,4-5)
3.4 Pa=j o( poiw=n th\n a(marti/an kai\ th\n a)nomi/an poiei=,
kai\ h( a(marti/a e)sti\n h( a)nomi/a.
3.5 kai\ oi)/date o(/ti e)kei=noj e)fanerw/qh, i(/na ta\j a(marti/aj a)r/ v,
kai\ a(marti/a e)n au)t%= ou)k e)/stin.
3,4 Chiunque commette il peccato, commette anche l'illegalità,
poiché il peccato è l'illegalità.
3,5 E sapete che egli è–apparso per togliere i peccati
e in lui non c'è peccato.
«Chiunque commette il peccato, commette anche l'illegalità (’a-nomía)»: l'accenno al tema
della purificazione, induce Giovanni ad approfondire il discorso sul tema del peccato (al
singolare: quasi per dire che si tratta del peccato base, quello del rifiuto del Dio trinitario e di
Cristo Dio, cioè quello che si concreta nell'incredulità ostinata verso i Vangelo e la predicazione
apostolica ed ecclesiale). L'Apostolo aveva già accennato al peccato e alla sua redenzione in 1,82,2.
«Poiché il peccato è l'illegalità (’a-nomía)»: in questo contesto egli vede il peccato come
avente una particolare gravità, cioè come violazione della legge, vale a dire come trasgressione
dei comandamenti divini, il primo dei quali è quello dell'amore. Il termine ’a-nomía però nel
N.T. si carica di altri significati speciali. Si tratta di un peccato che si diffonde soprattutto negli
ultimi tempi. Gesù in Mt 24 dice: 11 Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; 12 per il
dilagare dell'iniquità (’a-nomía), l'amore di molti si raffredderà (cfr. anche Mt 7,23). Per Paolo
l'anomia è un mistero che si oppone a quello della salvezza: 2 Tess 2,7 Il mistero dell'iniquità
(’a-nomía) è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo chi finora lo trattiene. 8 Solo
allora sarà rivelato l'empio (à-nomos) e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua
bocca e lo annienterà all'apparire della sua venuta, l'iniquo, 9 la cui venuta avverrà nella
potenza di satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, 10 e con ogni sorta
di empio (’a-dikía) inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l'amore
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della verità per essere salvi. 11 E per questo Dio invia loro una potenza d'inganno (pláne) perché
essi credano alla menzogna (psêudos) 12 e così siano condannati tutti quelli che non hanno
creduto alla verità, ma hanno acconsentito all'iniquità (’a-dikía). Il termine ’a-nomía indica
dunque la ribellione satanica finale contro il Regno di Dio. Chi pecca, quindi, favorisce il mistero
dell'iniquità, cioè l'azione più perversa del diavolo.
«Sapete che egli è apparso per togliere i peccati (‘amartía)»: i cristiani devono però essere
fiduciosi. Il Cristo è venuto nel mondo per togliere i peccati (al plurale), manifestazioni concrete
del peccato di fondo (l'iniquità). Cfr. anche Is 53,4; 1 Pt 2,24.
«E in lui non c'è peccato»: il Cristo non ha mai commesso alcun peccato. Se l'avesse fatto,
non avrebbe potuto salvare tutti noi, i quali invece siamo chiamati a diventare proprio come lui
(senza peccato). Gesù infatti (oltre a Dio: 1,9) è il solo giusto, colui che non ha conosciuto
peccato e che poteva sfidare i suoi oppositori con sicurezza, dicendo: Gv 8,46 Chi di voi può
convincermi di peccato? Da parte sua l'autore della lettera agli Ebrei dice: Ebr 4,15 Infatti non
abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui
stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato (cfr. anche 1 Pt 2,22). Gesù
ha sempre saputo fare un discernimento perfetto: ha sempre capito da che spirito veniva una
determinata suggestione, anche minima (pensiamo alle tentazioni nel deserto) ed ha sempre
compiuto con amore la volontà del Padre: Gv 8,29 Colui che mi ha mandato è con me e non mi
ha lasciato solo, perché io faccio sempre le cose che gli sono gradite (’arestós). E ancora: Gv
17,4 Io ti ho glorificato sopra la terra, compiendo l'opera che mi hai dato da fare (Cfr. anche Gv
19,30). Gv 14,31 Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre
mi ha comandato. Gesù non ha amato e servito solo a parole, ma fino alla morte e alla morte di
croce (Fil 2,8).
2. CHI È IN CRISTO NON PECCA (3,6-7)
3.6 pa=j o( e)n au)t%= me/nwn ou)x a(marta/nei:
pa=j o( a(marta/nwn ou)x e(w/raken au)to\n ou)de\ e)/gnwken au)to/n.
3.7 Tekni/a, mhdei\j plana/tw u(ma=j:
o( poiw=n th\n dikaiosu/nhn di/kaio/j e)stin, kaqw\j e)kei=noj di/kaio/j e)stin:
3,6 Chiunque rimane in lui, non pecca;
chiunque pecca non lo ha–visto né l'ha–conosciuto.
3,7 Figlioli, nessuno vi inganni.
Chi pratica la giustizia è giusto come egli è giusto.
«Chiunque rimane in lui, non pecca»: l'Apostolo non vuole solo affermare che fin quando uno
rimane unito a Gesù non pecca (almeno con quel peccato irreparabile che è l'iniquità satanica),
ma anche dire che egli possiede una misteriosa difesa contro tale peccato (il cristiano deve
comunque continuare a considerarsi umilmente un peccatore: 1,8.10). Cfr. Gv 15,4-7; Rom 6,14.
«Chiunque pecca non lo ha visto né l'ha conosciuto»: una cosa è chiara e Giovanni la dice con
forza: chi commette i peccati, trasgredendo i comandamenti, sicuramente non ha fatto una vera
esperienza di Gesù (non ne ha visto la bellezza e non lo conosce in modo vitale). Per sperare di
poterlo vedere e conoscere in modo efficace, bisogna cominciare ad evitare il peccato (Gv 5,37;
6,40). Questo è un segreto importante! Noi siamo tentati di sottovalutare il peccato e di scusarlo.
Ricordiamoci bene che nessun peccato è mai troppo piccolo, così come nessun bene è mai troppo
scarso (per dire: non vale la pena di compierlo) o troppo grande (per dire: non riuscirò mai a
realizzarlo). Agostino ci ricorda che la visione o conoscenza di Cristo di cui Giovanni parla qui è
quella della fede (non quella diretta) e afferma: «Per ora non dobbiamo abbandonare la giustizia
che proviene dalla fede... Chi pecca è uno che non crede, perché se credesse, per quanto dipende
dalla sua fede, non peccherebbe» (Agostino, Meditazioni... p. 124).
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«Figlioli, nessuno vi inganni (planáo)»: per altre due volte in questa lettera Giovanni invita i
suoi lettori a non ingannasi (1,8) o a non lasciarsi ingannare (2,26). L'illusione nella vita
spirituale è il pericolo peggiore.
«Chi pratica (poiéo) la giustizia è giusto come egli è giusto»: ecco un valido criterio di
discernimento per sapere se non ci siamo ingannati: solo chi fa cose giuste, sante e gradite al
Padre è giusto della stessa giustizia di Cristo (come egli è giusto). Paolo dice infatti: 1 Cor
1,30 ... Cristo Gesù, ... per opera di Dio è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e
redenzione. Le chiacchiere non servono ad altro che ad illuderci (cfr. 2,29; Mt 7,21).
3 – NON FARE ASSOLUTAMENTE PECCATI
1. CRISTO DISTRUGGE LE OPERE DEL DIAVOLO (3,8)
3.8 o( poiw=n th\n a(marti/an e)k tou= diabo/lou e)sti/n,
o(/ti a)p' a)rxh=j o( dia/boloj a(marta/nei.
ei)j tou=to e)fanerw/qh o( ui(oj\ tou= qeou=, i(/na lu/sv ta\ e)/rga tou= diabo/lou.
3,8 Chi commette il peccato viene dal diavolo,
perché il diavolo pecca dal principio.
Per questo il Figlio di Dio è–apparso: per distruggere le opere del diavolo.
«Chi commette il peccato viene dal diavolo»: facendo il peccato, l'uomo si corrompe
totalmente a cambia natura: non proviene più da Dio, ma dal suo nemico acerrimo, il diavolo, lo
spirito del mondo da cui ha origine tutto ciò che è corruzione e concupiscenza (2,16). Lo spirito
del male è nominato 4 volte in questa lettera come diá-bolos = separatore, accusatore. Chi pecca,
ne diventa come figlio (10) perché lo imita (cfr. Agostino, Meditazioni... p. 126). Siccome
nessuno ammette facilmente di venire dal diavolo cerca in tutti i modi di nascondere tale origine,
ammantando la sua condotta con le apparenze dell’onestà e dell’impegno sociale. Pensiamo ai
gruppi libertari, che fanno mostra di difendere i diritti dei cittadini per poter instillare meglio i
germi del peccato e del vizio. Proclamano come bene supremo la libertà dell’individuo adulto
sovente a scapito del suo bene morale. Diversamente da Gesù che diceva la verità vi farà liberi
(Gv 8,32), essi fanno credere agli sprovveduti: la libertà vi farà veri.
«Perché il diavolo pecca dal principio»: l'essenza del diavolo è quella di essere peccatore.
Egli non fa nulla che non sia peccato, e questo, da quando esiste, dal principio (Gv 8,44).
«Per questo il Figlio di Dio è apparso: per distruggere le opere del diavolo»: la prima cosa
che dunque è Cristo venuto a fare (nella sua prima manifestazione) è quella di eliminare le opere
(le azioni, le strutture, le conseguenze) del demonio. Naturalmente, viene poi anche tutta la parte
positiva dell'opera redentrice di Gesù: il dono dello Spirito Santo... Giovanni qui ci presenta i due
protagonisti schierati uno contro l'altro: Cristo e il diavolo e per ora ci parla della lotta tra i due.
Chi vince è Gesù (Gv 16,33). La sua vittoria però apparirà in pienezza solo nel giorno della
parusia (Ebr 2,8; 2 Tess 1,9; 2,8).
2. CHI È NATO DA DIO NON PECCA (3,9)
3.9 Pa=j o( gegennhme/noj e)k tou= qeou= a(marti/an ou) poiei=,
o(/ti spe/rma au)tou= e)n au)t%= me/nei,
kai\ ou) du/natai a(marta/nein, o(/ti e)k tou= qeou= gege/nnhtai.
3,9 Chiunque è–generato da Dio non commette peccato,
perché (un) suo germe dimora in lui,
e non può peccare perché è–generato da Dio.
«Chiunque è generato da Dio non commette peccato»: con parole diverse Giovanni ribadisce
ed approfondisce quanto già detto in 3,6: Chiunque rimane in lui non pecca. Chi opera la
51
giustizia è generato da Dio (cfr. 2,29): costui quindi, in quanto proviene dal Padre come figlio
suo e ne possiede la stessa vita, non fa il peccato (di ’anomía, di ’adikía), cioè non compie il
peccato (al singolare) di opporsi al Padre, di non credergli, di resistergli e di combatterlo (cfr.
5,18).
«Perché un suo germe (spérma) dimora in lui»: Giovanni ci indica anche il motivo di questa
condizione felice in cui si trova il figlio di Dio: la presenza in lui della Parola (seme divino). Si
tratta di quello stesso seme che lo genera come figlio: 1 Pt 1,23 Essendo stati rigenerati non da
un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla Parola di Dio viva ed eterna. Se non fossimo
convinti della necessità della parola di Dio nella nostra vita, questo passo giovanneo dovrebbe
farci cambiare idea. Dobbiamo capire che tale parola (che trova nella Bibbia uno strumento
speciale) ha davvero la forza di trasformare tutta la nostra vita (cfr.anche 1 Tess 1,13). Forse ne
stiamo già facendo la prova.
«Non può peccare perché è generato da Dio»: l'Apostolo precisa che non solo non pecca di
fatto, ma che non può peccare, perché tutte le opere che fa, le compie in Dio e secondo la Parola
di Dio. La sua volontà è fondamentalmente protesa verso l'obbedienza amorevole al Padre,
essendo egli suo vero figlio. Per Agostino il peccato che il vero cristiano non può fare è quello
gravissimo contro l'amore: «Chi è costante nell'amore fraterno, certi peccati non li può
commettere e particolarmente quello di odiare il proprio fratello. Che ne sarà allora degli altri
peccati? ... Ebbene... la carità copre una moltitudine di peccati» (Agostino, Meditazioni... p. 133).
3. IL CRITERIO DI DISCERNIMENTO: LA GIUSTIZIA CHE È AMORE (3,10)
3.10 e)n tou/t% fanera/ e)stin ta\ te/kna tou= qeou= kai\ ta\ te/kna tou= diabo/lou:
pa=j o( mh\ poiw=n dikaiosu/nhn ou)k e)/stin e)k tou= qeou=,
kai\ o( mh\ a)gapw=n to\n a)delfo\n au)tou=.
3,10 Da questo sono manifesti i figli di Dio e i figli del diavolo:
chiunque non pratica (la) giustizia non è da Dio,
e chi non ama il suo fratello.
«Da questo sono manifesti i figli di Dio e i figli del diavolo»: Giovanni conclude questa parte
(3,4-10: nella quale ha trattato la tematica del diavolo e del peccato oltre a quella, ben più
importante, di Cristo giusto e giustificatore) fornendo il criterio di discernimento per distinguere
quelli che provengono dal Dio e quelli che derivano da satana. Dietro ai due protagonisti si
formano due gruppi di uomini che, in base alle loro scelte, diventano figli del primo o del
secondo, acquisendone la natura. Nel IV Vangelo Gesù smaschera i figli del diavolo, dicendo:
Gv 8,43 Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie
parole, 44 voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro... 47
Chi è da Dio ascolta le parole di Dio: per questo voi non le ascoltate, perché non siete da Dio. E
ancora: Gv 5 42 Ma io vi conosco e so che non avete in voi l'amore di Dio. 43 Io sono venuto nel
nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. 44
E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che
viene da Dio solo? In definitiva, chi ama il mondo e la sua gloria vana come bene supremo,
rifiuta la paternità divina e diventa figlio del diavolo.
«Chiunque non pratica la giustizia non è da Dio»: per contro, chi fa la volontà santissima del
Padre, così come Gesù l'ha fatta, proviene da Dio ed è suo figlio, a differenza di chi non compie
opere di giustizia.
«E chi non ama il suo fratello»: se poi qualcuno non avesse capito bene in che cosa consiste,
in concreto, non praticare la giustizia, Giovanni gli fa capire che consiste soprattutto nel non
amare il proprio fratello. Traducendo in linguaggio positivo, possiamo dire che amare i fratelli
significa praticare la giustizia. Diventa inutile cercare altre vie (le vie della religiosità più
assidua, le vie della preghiera più mistica, le vie dello studio teologico più intenso, le vie
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dell'attivismo più frenetico), se non si ha la carità (1 Cor 13,1-3). Pratica la giustizia solo chi ama
il fratello come Gesù lo ama. Il vero peccato dunque, l'anomía per eccellenza, è la mancanza di
amore fraterno, la quale porta a danneggiare e ad uccidere materialmente, psicologicamente,
intelletualmente e, quel che è peggio, spiritualmente il prossimo. Chi ama è figlio del Padre: Mt
5,9 Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Solo la carità
contraddistingue i due tipi di uomini (cfr. Agostino, Meditazioni... p. 139).
53
2a CONDIZIONE: AMARE I FRATELLI E CREDERE IN CRISTO (UNITÀ
7)
Osservare il suo comandamento
Lettura meditata di 1 Gv 3,11-24
Questa unità si divide in due parti:
nella 1a troviamo l'invito a mettere in pratica il messaggio di amarci reciprocamente;
nella 2a Giovanni ci dice che la fede in Cristo e l'amore scambievole nello Spirito Santo sono
il criterio per sapere se veniamo dalla verità.
1 - ACCOGLIAMO IL MESSAGGIO DELL'AMORE FRATERNO
1. AMIAMOCI GLI UNI GLI ALTRI (3,11-12)
3.11
(/Oti au(/th e)sti\n h( a)ggeli/a h(\n h)kou/sate a)p' a)rxh=j,
i(/na a)gapw=men a)llh/louj,
3.12 ou) kaqw\j Ka/in e)k tou= ponhrou= h)=n kai\ e)/sfacen to\n a)delfo\n au)tou=:
kai\ xa/rin ti/noj e)/sfacen au)to/n;
o(/ti ta\ e)/rga au)tou= ponhra\ h)=n ,ta\ de\ tou= a)delfou= au)tou= di/kaia.
3,11 Poiché questo è il messaggio che avete–udito da(l) principio:
che (ci) amiamo (gli uni gli) altri.
3,12 Non come Caino, (che) era dal maligno e massacrò il suo fratello.
E (in) grazia di–che lo massacrò?
Poiché le opere sue erano malvagie, mentre quelle del suo fratello (erano) giuste.
«Poiché questo è il messaggio che avete udito dal principio»: l'insegnamento di questa Unità
si collega, attraverso il termine ‘óti = poiché, al chiaro criterio di discernimento dato alla fine
della precedente Unità per distinguere senza ombra di dubbio i figli di Dio da quelli del diavolo
(praticare la giustizia, amando il fratello) e sviluppa il bellissimo tema della carità. La prima
parte del v. 11 è molto simile alla prima parte del v. 1,5: Questo è il messaggio che abbiamo
udito da lui (Gv 13,34; 15,12). In 1,5 gli ascoltatori (e gli annunciatori) erano gli apostoli, in 3,11
sono i fedeli, che (è implicito) devono diventare anch'essi annunciatori (cfr. 2 Gv 5).
«Che ci amiamo gli uni gli altri»: l'amore vicendevole tra fratelli viene qui presentato come il
messaggio centrale (’anghelía), annunciato e udito fin dagli inizi (antico: 2,7) e non più solo
come un comandamento. Parlare di comandamento significa parlare soprattutto di dovere, di
impegno e di fatica; parlare di messaggio vuol dire mettere in luce che si tratta di un
insegnamento bello e importante, anzi di una parola profetica comunicata con autorevolezza.
«Non come Caino, che era dal maligno (ponerós) e massacrò il suo fratello»: a questo punto
Giovanni porta due esempi contrastanti tra di loro: prima Caino e poi, nel v. 16, Gesù (il nuovo
Abele). Caino appartiene dunque ai figli del diavolo (era dal maligno) e dimostra tale
appartenenza uccidendo con violenza il proprio fratello Abele (Gn 4,8). Questa è una storia che
si ripete: Caino / Abele, i Giudei / Gesù, il mondo / i discepoli.
«E in grazia di che lo massacrò?»: l'Apostolo ci interroga per sapere se abbiamo capito il
motivo di tale efferata uccisione. Si esprime con una certa ironia quando dice: in grazia di che...
come se Caino avesse fatto un "favore" ad Abele uccidendolo. Nel Vangelo Gesù dice che si può
arrivare ad uccidere un cristiano credendo di dar gloria a Dio (Gv 16,2).
«Poiché le opere sue erano malvagie (ponerós), mentre quelle del suo fratello (erano)
giuste»: ecco rivelato il segreto dell'odio e dell'omicidio perpetrato da Caino: questi compiva
54
azioni malvagie e peccaminose, non gradite a Dio; amava, cioè, il male e lo dimostrava col fare
molte azioni inique, in un crescendo che lo ha portato ad uccidere il fratello. Gesù afferma: Gv
3,19 Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre
alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non
viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. 21 Ma chi opera la verità viene alla luce,
perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio. Chi è attaccato ai propri
disonesti interessi ha paura della verità (della fede) che svelerebbe la sua vergognosa ipocrisia e
cattiveria e perciò tende a sopprimere chi è un rimprovero per lui, magari per il solo fatto di
essere un modello vivo di giustizia e di santità. Se poi il giusto proclama la verità anche con le
parole, allora diventa per lui insopportabile. Gesù protestava, dicendo: Gv 8,40 Ora invece
cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio (cfr. anche Gv 7,7). Per Agostino
«le opere buone di Abele non sono altro, secondo Giovanni, che la sua carità... Dalla carità,
fratelli, si distinguono gli uomini. Nessuno si fermi alle parole, ma badi ai fatti e ai sentimenti del
cuore» (Agostino, Meditazioni... p. 141).
2. CHI AMA PASSA DALLA MORTE ALLA VITA (3,13-15)
3.13 [kai\] mh\ qauma/zete, a)delfoi/, ei) misei= u(ma=j o( ko/smoj.
3.14 h(mei=j oi)/damen o(/ti metabebh/kamen e)k tou= qana/tou ei)j th\n zwh/n,
o(/ti a)gapw=men tou\j a)delfou/j:
o( mh\ a)gapw=n me/nei e)n t%= qana/t%.
3.15 pa=j o( misw=n to\n a)delfo\n au)tou= a)nqrwpokto/noj e)sti/n,
kai\ oi)/date o(/ti pa=j a)nqrwpokto/noj ou)k e)/xei zwh\n ai)w/nion e)n au)t%= me/nousan.
3,13 [E] non vi–meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia.
3,14 Noi sappiamo che siamo–passati dalla morte alla vita,
perché amiamo i fratelli.
Chi non ama rimane nella morte.
3,15 Chiunque odia il proprio fratello è omicida,
e sapete che nessun omicida ha in se–stesso la vita eterna permanente.
«E non vi meravigliate, fratelli, se il mondo vi odia»: l'idea di Caino che odia ed ammazza il
fratello induce l'Apostolo ad incoraggiare i cristiani (chiamati e amati da lui come fratelli) che
vengono attualmente odiati e uccisi dai persecutori. I fedeli ora sanno per quale ragione il mondo
è a loro tanto ostile: non devono meravigliarsi e perdersi d'animo come se succedesse una cosa
assurda, di cui non riescono a capacitarsi: 1 Pt 4,12 Carissimi, non siate sorpresi per l'incendio
di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di
strano (cfr. anche Mt 5,11). Ringraziamo Giovanni per la sua sensibilità che lo induce a tener
conto della situazione concreta dei suoi fedeli odiati dal mondo e li invita a leggere nella loro
dolorosa esperienza di perseguitati il protrarsi dell'odio di Caino per Abele e il ripetersi
dell'antico delitto. Circa la tematica dell'odio del mondo, le sue forme e le sue motivazioni cfr.
Gv 15,18-21; 17,14. Agostino commenta acutamente: «Coloro che amano il mondo, non possono
amare i fratelli» (Agostino, Meditazioni... p. 142).
«Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita (Gv 5,24)»: l'odio del mondo non fa
che mettere maggiormente in luce quello che i fedeli sanno con certezza (per una specie di
esperienza interiore) e cioè che possiedono in se stessi la vita eterna, dopo aver fatto un vero
salto di qualità, passando (risorgendo) appunto dalla morte alla vita (dall'odio all'amore): Tit 3,3
Anche noi un tempo eravamo insensati, disobbedienti, traviati, schiavi di ogni sorta di passioni e
di piaceri, vivendo nella malvagità e nell'invidia, degni di odio e odiandoci a vicenda. Ora
invece i fedeli hanno imparato ad amare e quindi si devono ricordare : 1 di essere pronti per ogni
opera buona; 2 di non parlar male di nessuno, di evitare le contese, di esser mansueti,
mostrando ogni dolcezza verso tutti gli uomini (Tit 3,1-2).
55
«Perché amiamo i fratelli»: il motivo di questa certezza di stare nella vita sta nel fatto
concreto che i veri credenti hanno accolto il messaggio e messo in pratica il comandamento
sempre antico e sempre nuovo dell'amore verso i fratelli, in tutte le sue forme.
«Chi non ama rimane nella morte»: prima aveva detto: Chi odia suo fratello è nella tenebra...
(2,9.11), poi: Chi non ama... non è da Dio (cfr. 10), ora dice: Rimane (fisso) nella morte; in 4,8
aggiungerà: Chi non ama non ha conosciuto Dio e in 4,20 farà capire che chi non ama il fratello,
non ama Dio. Non solo l'odio aperto, dunque, ma anche la semplice mancanza di amore uccide
la vita in noi. Chi non ama uccide se stesso in modo permanente. Ha la morte dentro di sé e
produce morte al di fuori di sé. L’amore invece è il contrario della morte.
«Chiunque odia il proprio fratello è omicida»: l'idea della morte induce Giovanni a ricordasi
di Caino, che uccise il fratello. Adesso egli precisa che chi odia è sempre omicida. A prima vista
ci sembra che questa affermazione sia esagerata. Eppure in fondo egli ha ragione perché l'odio ci
porta sempre ad annientare il nostro fratello, vivendo come non esistesse e, nei casi più gravi, ci
induce a sopprimerlo anche fisicamente. Infatti Gesù stesso ce lo fa capire in Mt 5,21 Avete
inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma
io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al
fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della
Geenna. Se dunque, chi semplicemente s'inquieta con un fratello o lo insulta commette un
peccato degno della pena che viene inflitta ad un assassino, allora dobbiamo concludere che si
tratta di un peccato grave come un omicidio. Il disamore non è cosa da poco: «Se uno non dava
peso finora all'odio fraterno, potrà ora dar poco peso all'omicidio che commette nel suo cuore?
Ancora non ha alzato le mani per uccidere, ma già dal Signore viene considerato un omicida»
(Agostino, Meditazioni... p. 143). Pensiamo a quanti sono quelli che anche oggi sono morti solo
perché non li abbiamo amati e aiutati!
«Sapete che nessun omicida ha in se stesso la vita eterna permanente (2,11)»: i lettori lo
sanno bene: l'affermazione che nessun omicida è degno della salvezza appartiene infatti alla
dottrina tradizionale: cfr. Rom 1,29-32. Per questo Giovanni dice sapete... Dobbiamo concludere
quindi che chi odia il fratello non ha in sé la vita eterna, vista come un dono che fin da ora
permane in noi. Tale vita influisce su tutto il nostro essere: corpo, anima e spirito (su tutta la
nostra persona).
3. EGLI HA DATO LA VITA PER NOI (3,16)
3.16 e)n tou/t% e)gnw/kamen th\n a)ga/phn,
o(/ti e)kei=noj u(pe\r h(mw=n th\n yuxh\n au)tou= e)q
/ hken:
kai\ h(mei=j o)fei/lomen u(pe\r tw=n a)delfw=n ta\j yuxa\j qei=nai.
3,16 Da questo abbiamo–conosciuto l'amore:
Egli per noi ha–dato la sua anima;
(quindi) anche noi dobbiamo per i fratelli dare le (nostre) anime.
«Da questo abbiamo conosciuto l'amore»: l'amore di cui Giovanni parla non è semplicemente
quell'amore di cui facciamo esperienza nella nostra vita famigliare e sociale. In effetti fin da
bambini abbiamo conosciuto l'amore (l'affetto, la cura dei genitori, la solidarietà dei parenti e
degli amici). Però quell'amore umano era solo un anticipo e una figura di quell'amore infinito,
divino e inarrivabile, di cui l'Evangelista ci parla. Chi non conosce l'amore divino (rivelatosi in
Cristo) non sa che cosa sia il vero amore (Gv 13,1: ... li amò sino alla fine).
«Egli per noi ha dato la sua anima (psykhé)»: il dono della propria anima, che Gesù ha fatto
(e continua a fare: ha dato è al perfetto), ha svelato agli uomini che cosa sia l'amore: Gv 15,13
Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita (psykhé) per i propri amici. Solo un
amore totale e perfetto rende capaci di tale offerta (Gesù è morto in croce e attualizza ogni giorno
tale dono nell'offerta del pane eucaristico, che è la sua vera carne: Gv 6,51). E in Cristo anche il
56
Padre ha dimostrato il suo amore per noi: Gv 3,16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il
suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Gal
2,20). Nel IV Vangelo Gesù concentra tutta la sua missione nel gesto di dare la sua vita (anima)
opponendo la sua azione generosa di buon pastore (10,11.15.17) a quella del ladrone che ruba e
uccide (10,10). Anima è un termine molto ricco, di sapore semitico, che significa la persona e la
sua vita, viste in tutta la loro ricchezza emotiva ed interiore.
«Quindi anche noi dobbiamo per i fratelli dare le (nostre) anime»: meravigliosa conclusione
pratica! L'amore è contagioso! Esso sprona e scuote: 2 Cor 5,14 L'amore del Cristo ci spinge, al
pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. 15 Ed egli è morto per tutti, perché
quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Se
vogliamo amare dobbiamo (ecco il comandamento) donare le nostre vite (psykhé) per gli altri
sull'esempio e con la forza di Cristo (anche noi). Se è vero che già amiamo i fratelli (14), è pur
vero che ci dobbiamo continuamente esortare a perfezionare in tale amore. L'amore vero è solo
quello che Cristo ha dimostrato di avere, donando la sua vita psicofisica per noi, e noi abbiamo
vero amore se prolunghiamo nei nostri gesti quello stesso amore. «Sta qui la perfezione della
carità, nell'essere pronti a morire per il fratello. Il Signore ci ha dato l'esempio...» (Agostino,
Meditazioni... p. 135). In che modo, però, possiamo iniziare a dare concretamente le nostre vite?
L'Apostolo fa subito un esempio pratico e alla portata di tutti.
4. AMIAMO CON I FATTI (3,17-18)
3.17 o(\j d' a)\n e)x
/ v to\n bi/on tou= ko/smou
kai\ qewrv= to\n a)delfo\n au)tou= xrei/an e)/xonta
kai\ klei/sv ta\ spla/gxna au)tou= a)p' au)tou=,
pw=j h( a)ga/ph tou= qeou= me/nei e)n au)t%=;
3.18 Tekni/a, mh\ a)gapw=men lo/g% mhde\ tv= glw/ssv a)lla\ e)n e)r/ g% kai\ a)lhqei/#.
3,17 Chi, poi, se ha ricchezze [la vita] del mondo
e vede il suo fratello che–ha bisogno
e chiude le proprie viscere a lui,
come dimora in lui l'amore di Dio?
3,18 Figlioli, non amiamo a–parole né con (la) lingua, ma con (i) fatti e (la) verità.
«Chi, poi, se ha ricchezze [la vita] del mondo»: ecco dunque uno dei modi più semplici e più
immediati per dare la vita! Condividere le proprie ricchezze (cioè i beni per vivere, detti
nell'originale: la vita, i viveri, il bíos) con chi ne manca. Questo è il senso primario dell'invito di
Cristo a vivere la povertà evangelica: Mt 19,21 (Al giovane ricco) Gesù disse: «Se vuoi essere
perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e
seguimi». Non si donano le ricchezze per il gusto della povertà, ma per amore verso il fratello
bisognoso. Agostino si chiede: «Da dove ha inizio la carità, fratelli?» e poi continua: «Voi avete
sentito in che cosa consiste la sua perfezione... Sentiamo da dove trae inizio... Se ancora non sei
pronto a morire per il fratello, sii disposto a dare al fratello un poco dei tuoi beni... Se non riesci
a dare il superfluo al fratello, come potrai dare per lui la tua vita?» (Agostino, Meditazioni... p.
144).
«E vede il suo fratello che ha bisogno»: si può vedere e nello stesso tempo far finta di non
vedere (qui, i fratelli [v. 16] in generale, diventano il mio fratello concreto, in particolare).
Pensiamo alla reazione del sacerdote e del levita nella parabola del buon Samaritano: Lc 10,31
Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide, passò oltre
dall'altra parte. Non solo bisogna avere il coraggio di guardare in faccia chi è in difficoltà, ma
andare in cerca di colui che ha bisogno e che, per pudore, tenta di nasconderlo. Dobbiamo inoltre
sapere che i bisogni sono tanti: c'è il bisogno di pane (gli affamati), di medicine (i malati), di
denaro (i poveri indebitati), di lavoro (i giovani disoccupati), di rispetto (i diffamati e i
57
discriminati), di amicizia (i soli), di libertà (gli oppressi), di una famiglia (soprattutto i bambini e
gli anziani), di un consiglio (i dubbiosi), di gioia (i depressi)...
«E chiude le proprie viscere (splánkhna) a lui (Deut 15,7)»: la reazione più diffusa è
difendersi, indurendo il proprio intimo. Ben diversamente si comportò il Samaritano: Lc 10,33
Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione
(lett.: si commosse nelle viscere). 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino;
poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno
seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che
spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi ha cuore di madre (questo è il senso
profondo di splánkhna) sa com-patire, piangere con chi piange, gioire con chi gioisce e pagare di
persona.
«Come dimora in lui l'amore di Dio?»: l'amore di Dio (quello che Dio ha in sé e dona a noi,
quello che noi dobbiamo avere per lui) si rende presente (e permanente), si visibilizza nella
capacità di com-passione e di con-divisione (cfr. anche 4,20) nei confronti del prossimo. Devo
avere il coraggio di condividere con lui i miei agi e i suoi disagi. Altrimenti faccio come Pietro,
che diceva di essere disposto a dare la vita per Gesù, ma che per paura lo rinnegò tre volte (Gv
13,37). Solo con un amore perfetto (fino alla morte) egli riparò tale tradimento (Gv 21,15.19).
«Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e la verità»: chi vuole
meritarsi il titolo di figliolo, deve amare, compiendo le opere necessarie, e non accontentarsi
delle parole o dei buoni propositi (Giac 1,22; 2,15-16). Attenti però a non fermarsi ai fatti
esteriori: questi potrebbero anche ingannarci, in modo tanto più subdolo quanto più essi sono
grandi. C'è bisogno di verità in questo amore, ossia ci vuole un amore vero, una carità non finta
(Rom 12,9), non ipocrita. Altrimenti mi posso anche buttare nelle fiamme e dare tutti i miei averi
ai poveri e non avere la carità, dono divino (1 Cor 13,3). Questa verità dell'amore esiste se è
Cristo colui che amo nel bisognoso e se è Cristo che, attraverso di me, ama il fratello. «Ognuno
di noi dunque esamini le sue opere, se provengono dalla sorgete della carità» (Agostino,
Meditazioni... p. 151).
2 – LA CAPACITÀ DI AMARE È CRITERIO DI VERITÀ
1. LA PRATICA DELL'AMORE RASSICURA IL NOSTRO CUORE (3,19-20)
3.19 [Kai\] e)n tou/t% gnwso/meqa o(/ti e)k th=j a)lhqei/aj e)sme/n,
kai\ e)m
/ prosqen au)tou= pei/somen th\n kardi/an h(mw=n,
3.20 o(/ti e)a\n kataginw/skv h(mw=n h( kardi/a,
o(/ti mei/zwn e)sti\n o( qeo\j th=j kardi/aj h(mw=n kai\ ginw/skei pa/nta.
3,19 [E] da questo conosceremo che siamo dalla verità
e davanti–a lui rassicureremo il nostro cuore;
3,20 poiché se il cuore ci rimprovera,
(sappiamo) che Dio è più–grande del nostro cuore e conosce ogni–cosa.
«[E] da questo conosceremo che siamo dalla verità»: l'aver accennato alla verità con la quale
dobbiamo amare i fratelli bisognosi, induce Giovanni a ricordare che quanto ha appena detto
(amare con i fatti) è il criterio (peraltro espresso più volte con parole diverse) per sapere se siamo
o no dalla verità e quindi da Dio (è proprio del linguaggio giovanneo ritornare su un tema
appena toccato per chiarirlo o approfondirlo). L'Autore prende ora in considerazione due casi: 1°
quello di chi, applicando a se stesso il criterio, si sente in difetto (20), 2° quello di chi invece si
sente a posto (21).
«E davanti a lui rassicureremo (péitho) il nostro cuore (kardía)»: in tutti e due i casi
dobbiamo avere il cuore fiducioso davanti al Signore, il solo che vede il nostro intimo, e
persuaderci (péitho) che egli ci aiuta: nel 1° caso per il fatto di aver già eseguito un lavoro di
58
verifica, come segno di buona volontà, nel 2° per il fatto che la verifica ha dato addirittura esito
positivo. Prima (17) Giovanni aveva parlato di viscere; ora parla di cuore: per gli antichi le
viscere (e non, come per la nostra cultura, il cuore) erano la sede delle emozioni, dei sentimenti e
degli affetti, mentre il cuore (e non, come per noi oggi, la testa o il cervello, parti più periferiche
del corpo) era la sede dei ragionamenti e delle decisioni. Quindi cuore (in senso biblico) equivale
in questo caso a coscienza.
«Poiché se il cuore (kardía) ci rimprovera»: (1° caso) se noi ascoltiamo bene il
comandamento dell'amore che dice di amarci come Cristo ci ha amati, il nostro cuore (la nostra
coscienza) non può fare a meno di inquietarsi almeno un po', perché chi di noi può dire di
realizzare tale comandamento alla perfezione?
«Sappiamo che Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa»: se ci sentiamo in
colpa, facciamo un convinto atto di fede nell'infinita grandezza, sapienza e misericordia del
Padre. Egli conosce bene le nostre difficoltà. Il suo amore è più grande del nostro cuore e di tutto
quello che esso può fare di bene o di male. Dio è in grado di purificare il nostro animo e di
allargare gli spazi del nostro cuore, affinché anche noi sappiamo amare come egli ama. Cristo poi
è il nostro avvocato e ci aiuta con la sua intercessione presso il Padre (2,1). L'aver fatto un onesto
esame di coscienza è già un gesto che Dio apprezza. Egli conosce ogni cosa e ci aiuta nel nostro
esame di coscienza e nel nostro cammino di conversione.
Gv 18,37 Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce.
2. ABBIAMO FIDUCIA DAVANTI A DIO NELLA PREGHIERA (3,21-22)
3.21 A
) gaphtoi/, e)a\n h( kardi/a [h(mw=n] mh\ kataginw/skv,
parrhsi/an e)/xomen pro\j to\n qeo/n
3.22 kai\ o(\ e)a\n ai)tw=men lamba/nomen a)p' au)tou=,
o(/ti ta\j e)ntola\j au)tou= throu=men kai\ ta\ a)resta\ e)nw/pion au)tou= poiou=men.
3,21 Carissimi, se il [nostro] cuore non ci rimprovera,
abbiamo fiducia davanti a Dio;
3,22 e se chiediamo qualcosa, (la) riceviamo da lui
poiché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo le (cose) gradite davanti–a lui.
«Carissimi, se il [nostro] cuore non ci rimprovera»: (2° caso) se stiamo realmente aiutando i
fratelli nel bisogno con concreti interventi a loro favore senza paura di spendere noi stessi per
loro (il nostro tempo, la salute, i soldi, le nostre cose...) possiamo incominciare ad avere il cuore
tranquillo (Rom 5,1; Ebr 4,16). L'Apostolo chiama carissimi quelli il cui cuore non muove
accuse, perché essi non si sentono in colpa, avendo fatto tutto il possibile per essere perfetti
nell'amore.
«Abbiamo fiducia (parresía) davanti a Dio»: se dopo un esame serio e veritiero, il fedele
sente che la sua coscienza è a posto, perché ama i fratelli con amore sincero (cfr. Agostino,
Meditazioni... p. 153), sperimenta un senso di serena confidenza (parresía), di sicurezza filiale
davanti agli occhi e al cuore di Dio, che non possiamo ingannare. Di parresía Giovanni aveva
già parlato in 2,28 (per quanto riguarda il momento della parusìa), ora ne parla come di un
sentimento attuale, che anticipa quello futuro.
«Se chiediamo qualcosa, la riceviamo da lui (Mc 11,24)»: è bello notare come il concetto di
fiducia filiale induce con naturalezza Giovanni a parlare di preghiera rivolta al Padre. La
parresía diventa dialogo con Dio. Tale preghiera, dunque, è sempre efficace quando c'è la carità
fattiva: Gv 14,13 Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia
glorificato nel Figlio. Cfr. anche Gv 15,16. Gv 16,23 In verità, in verità vi dico: Se chiederete
qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. 24 Finora non avete chiesto nulla nel mio
nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. Pregando il Padre nel suo nome
59
(cioè, con la forza divina di Gesù, perché a lui uniti e conformi nell'amore), siamo sicuri di avere
i doni più importanti: la gioia vera e la vita eterna (cfr. 5,14). Agostino si domanda: Chi non è
ascoltato, non posssiede la carità? E risponde: I buoni talvolta non vengono esauditi secondo la
loro volontà, ma sono ascoltati in tutto in vista della salvezza: «Non avviene ciò che tu voi, ma
avviene ciò che per te è bene» (cfr. Agostino, Meditazioni... p. 157.161). Chiediamo al Padre
soprattutto il dono di un perfetto amore spirituale.
«Poiché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo le cose gradite (’arestós da ’arésko)
davanti a lui»: il motivo dell'esaudimento sta dunque nel fatto che Dio vede che noi mettiamo in
pratica il comandamento dell'amore, che è quello che maggiormente egli gradisce. Perfino il
cieco nato sapeva queste cose: Gv 9,31 Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma
se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta (cfr. anche Gv 8,29). L'osservanza dei
comandamenti da parte nostra non crea dei diritti, ma sicuramente pone una delle condizioni
necessarie per l'esaudimento. D'altra parte, se noi siamo abituati a fare le cose che piacciono al
Padre, pregheremo con naturalezza anche nel modo a lui gradito. Risulterebbe interessante
esaminare il tema neotestamentario del piacere che Dio ha (cfr. Rom 12,1-2; 1 Cor 7,32; Ef 5,10;
Fil 4,18; Col 1,10; 1 Tess 4,1; Ebr 12,28; 13,16.21). Il Padre si è compiaciuto in modo speciale
di Cristo, suo Figlio (Mt 3,17). Il nostro Dio è il Dio della gioia vera, è il Dio che prova piacere
per tutto ciò che è bello e buono.
3. IL SUO COMANDAMENTO IN SINTESI: FEDE E AMORE (3,23)
3.23 kai\ au(/th e)sti\n h( e)ntolh\ au)tou=,
i(/na pisteu/swmen t%= o)no/mati tou= ui(ou= au)tou= )Ihsou= Xristou=
kai\ a)gapw=men a)llh/louj, kaqw\j e)/dwken e)ntolh\n h(mi=n.
3,23 E questo è il suo comandamento:
che crediamo nel nome del Figlio suo, Gesù Cristo
e ci amiamo (gli uni gli) altri, secondo (il) comandamento (che) ci ha–dato.
«E questo è il suo comandamento»: quali sono i comandamenti e le cose gradite a Dio?
l'Evangelista risponde offrendoci una sintesi stupenda, che contiene in sé tutta la ricchezza
dell'annuncio evangelico: sono la fede e l'amore (i molti comandamenti di 22 e 24 diventano qui
uno solo). Gesù aveva presentato il comandamento dell'amore come il suo; ora Giovanni
presenta tale comandamento, arricchito dal dovere di credere, come comandamento del Padre
(suo: di Dio). La vera fede diventa amore e l'amore vivifica la fede.
«Che crediamo (pistéuo) nel nome del Figlio suo, Gesù Cristo»: innanzi tutto è necessaria la
fede. Su di essa si basano poi la carità e la speranza. Sugli effetti del credere cfr., ad esempio, Gv
3,18: Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non
ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio. Gv 3,36 Chi crede nel Figlio ha la vita eterna;
chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio incombe su di lui (Cfr. anche Gv
5,24; 6,29.40; 11,25). Il nome di Gesù qui è presentato con grande solennità e completezza:
Figlio suo, Gesù Cristo (Figlio e Messia). Domandiamoci sul serio: noi crediamo davvero? In
questa lettera spesso siamo invitati a confessare la nostra fede in Gesù (2,23; 4,2.15). Inoltre, la
nostra fede si sa trasformare in carità? Fede e carità sono inseparabili: chi è privo di una, è privo
anche dell’altra.
«E ci amiamo (’agapáo) gli uni gli altri, secondo il comandamento che ci ha dato»: tale
precetto ci è stato dato da Cristo o, meglio, dal Padre per mezzo di Cristo. Non possiamo fare a
meno di citare nuovamente tale testo fondamentale: Gv 13,34 Vi do un comandamento nuovo:
che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 35 Da
questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri. Gv 15,12
Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. 13 Nessuno ha
un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Gv 13,14 Se dunque io, il Signore
60
e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15 Vi ho
dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. Fede vera in Gesù e amore
sincero al fratello, la carità come opera di fede (Gal 5,6): ecco la sintesi del Vangelo e della vita
cristiana. Notiamo che tale amore deve superare tutte le barriere ed essere praticato anche verso il
nemico: Mt 5,44. Agostino afferma: «Non pensate che Giovanni non abbia detto nulla sull'amore
dei nemici: lo ha fatto parlando della carità fraterna... Se... desideri, mentre ami il nemico, che ti
diventi fratello, quando lo ami, ami un tuo fratello... Non ami in lui ciò che è, ma quel che
desideri che divenga... Di conseguenza il perfetto amore è l'amore del nemico: e questo perfetto
amore è incluso nell'amore fraterno» (Agostino, Meditazioni... p. 204).
4. DIO DIMORA IN NOI E NOI IN LUI PER IL SUO SPIRITO (3,24)
3.24 kai\ o( thrw=n ta\j e)ntola\j au)tou= e)n au)t%= me/nei kai\ au)to\j e)n au)t%=:
kai\ e)n tou/t% ginw/skomen o(/ti me/nei e)n h(mi=n, e)k tou= pneu/matoj ou(= h(mi=n e)d
/ wken.
3,24 E chi osserva i suoi comandamenti dimora in lui ed egli in lui.
E da questo conosciamo che dimora in noi: dallo Spirito che ci ha–dato.
«Chi osserva i suoi comandamenti dimora in lui ed egli in lui»: Giovanni conclude questo
meraviglioso brano sulla fede e sull'amore dicendo due cose stupende. Ecco la 1 a: l'osservanza di
questi comandamenti (visti di nuovo come molti: fede, amore, condivisione...) porta ad una
mistica e perfetta comunione con Dio (lui in noi, noi in lui) così come sono uniti e compenetrati
Gesù e il Padre: Gv 17,21 ... Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa
sola. Il concetto della nostra comunione con Dio è presente fin dall'inizio della lettera (1,3.6) e
qui si esprime con il linguaggio del mistico ’en reciproco, già usato nel IV Vangelo: Gv 15,4:
Rimanete in me e io in voi!
«Da questo conosciamo che dimora (méno) in noi: dallo Spirito (Pnêuma) che ci ha dato»: la
2a cosa: il Padre ci ha donato lo Spirito Santo (adombrato in precedenza dall'immagine del
Crisma: 2,20.27 e qui nominato esplicitamente per la prima volta). Come facciamo a riconoscere
la presenza in noi del vero Spirito? Non ha bisogno di un discernimento difficile questo stesso
dono divino, che qui viene considerato come elemento utile per aiutarci a capire se Dio dimora in
noi? Chi di noi può sapere con certezza di essere in possesso dello Spirito del Padre? Non siamo
forse come quella persona che vuole sollevare se stessa afferrandosi per i capelli? Ecco la
risposta: lo Spirito ci rende consapevoli che Dio dimora in noi (Cfr. anche 4,13; Rom 8,9)
attraverso i segni della fede nel nome di Gesù e della carità verso i fratelli. Fede entusiasta e
amore fattivo sono infatti opere dello Spirito (1 Tess 1,3). «Se infatti troverai di possedere la
carità, tu hai lo Spirito di Dio» (Agostino, Meditazioni... p. 162).
61
3a CONDIZIONE: DISCERNERE LE ISPIRAZIONI (UNITÀ 8)
Vincere lo spirito del mondo e conoscere Dio che è Amore
Presentazione e lettura di 1 Gv 4,1-10
(Prima parte: vv. 1-6) Giovanni ci propone un brano fondamentale per il discernimento
spirituale. Inoltre (ed è la seconda parte), inizia con il v. 7 un approfondimento sul tema
dell'amore che si protrarrà per tutta l'Unità n. 9. Solo per non fare questa Lectio troppo breve e la
seguente troppo lunga, abbiamo separato i vv. 7-10 dai vv. 11-21.
1 - SAPER DISCERNERE LE ISPIRAZIONI
1. METTERE ALLA PROVA GLI SPIRITI (4,1)
4.1
)Agaphtoi/, mh\ panti\ pneu/mati pisteu/ete
a)lla\ dokima/zete ta\ pneu/mata
ei) e)k tou= qeou= e)stin,
o(/ti polloi\ yeudoprofh=tai e)celhlu/qasin ei)j to\n ko/smon.
4,1 Carissimi, non prestate–fede a–ogni ispirazione,
ma esaminate le ispirazioni,
(per discernere) se sono da Dio,
poiché molti falsi–profeti sono–comparsi nel mondo.
«Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione (pnêuma)»: l'aver nominato la fede e lo
Spirito Santo, donato al credente, induce Giovanni a parlare ai suoi carissimi lettori degli spiriti,
intesi nel senso di ispirazioni, suggestioni, profezie, illuminazioni, tendenze... Invita a non
fidarsi, a non credere (pistéuo) a qualsiasi spirito: vi è infatti uno spirito buono, ma vi è anche
quello cattivo e spesso non è facile distinguerli subito. Bisogna dunque sempre fare un corretto
discernimento. Questo è il tema dei vv. 1-6, tema che viene esplicitamente segnalato nel primo e
nell'ultimo versetto con le parole dokimázo (esamino) e ghinósko (conosco). Siccome le
situazioni mutano, la comunità è viva e cresce in tutti i sensi e gli spiriti agiscono potentemente,
c'è bisogno di un continuo aggiornamento. Per non sclerotizzarsi o per non innovare in modo
sbagliato bisogna continuamente verificare la rotta e capire quale è la volontà di Dio attraverso i
segni che lui invia nel tempo.
«Ma esaminate (dokimázo) le ispirazioni (pnêuma)»: il suggerimento che l'Apostolo propone
è quello di verificare, prendendo in serio esame, le diverse ispirazioni. Esaminare non fa comodo
a chi tende a rigettare ogni ispirazione per non avere il fastidio di fare un lungo e difficile
discernimento che può portare anche ad un profondo cambiamento nelle abitudini, né è gradito
agli amanti delle novità a tutti i costi che accettano volentieri sempre tutto per buono. Già Paolo
aveva dato queste norme: 1 Tess 5,19 Non spegnete lo Spirito, 20 non disprezzate le profezie; 21
esaminate (dokimázo) ogni cosa, tenete ciò che è buono. 22 Astenetevi da ogni specie di male.
Esaminare vuol dire mettere alla prova, saggiare, sperimentare. Nella Chiesa di Corinto Paolo
intervenne per insegnare ai carismatici il giusto comportamento, soprattutto per quanto
riguardava l'esercizio della glossolalia e della profezia (1 Cor 12-14). L'edificazione della
comunità è per lui uno dei criteri base per capire quali siano le scelte da fare: è buono solo ciò
che edifica i fratelli. Ognuno deve avere il coraggio e la sincerità di esaminare se stesso in modo
da verificare le motivazioni che lo animano: Gal 6,4 Ciascuno esamini la propria condotta...; 2
Cor 13,5 Mettete alla prova voi stessi, se siete nella fede; esaminatevi (dokimázo). Non
riconoscete forse che Gesù Cristo abita in voi? (cfr. anche 1 Pt 1,7; Giac 1,3). Sono i fatti
62
concreti (non separati dalle intenzioni profonde che li motivano) gli elementi che fanno capire il
valore della condotta: 2 Cor 8,7 ... Distinguetevi anche in quest'opera generosa. 8 Non dico
questo per farvene un comando, ma solo per mettere alla prova (dokimázo) la sincerità del
vostro amore con la premura verso gli altri. Se poi vogliamo sapere che cosa sia quello che
edifica la comunità e che giova a noi stessi, dobbiamo individuare quello che piace a Dio: Ef 5,10
Discernete (dokimázo) ciò che è gradito al Signore, 11 e non partecipate alle opere infruttuose
delle tenebre... 13 Tutte queste cose, che vengono apertamente condannate, sono rivelate dalla
luce... In altre parole, si tratta di riconoscere la volontà di Dio: Rom 12,2 Non conformatevi alla
mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere
(dokimázo) la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. Cogliere l'azione dello
Spirito Santo, verificare la nostra fede e il valore delle nostre azioni, conoscere la volontà del
Padre, non sono cose a nostra portata. Per questo motivo dobbiamo implorare il dono spirituale
del discernimento con una preghiera costante. Impariamo dunque a pregare da Paolo: Fil 1,9
Prego che la vostra carità si arricchisca sempre più in conoscenza e in ogni genere di
discernimento, 10 perché possiate distinguere (dokimázo) sempre il meglio ed essere integri e
irreprensibili per il giorno di Cristo, 11 ricolmi di quei frutti di giustizia che si ottengono per
mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio. Tale preghiera non dev'essere fatta solo per una
necessità psicologica (sotto la pressione di un bisogno umano di sicurezza), ma con l'intenzione
sincera di conoscere, amare e servire perfettamente il Signore. Riassumendo, possiamo dire che
operiamo un corretto discernimento se la nostra intelligenza naturale viene potenziata dallo
studio della Bibbia, dalla preghiera e dall'ascolto dei veri profeti del nostro tempo. Ci vuole
dunque un dono speciale di luce spirituale che potenzi le nostre facoltà naturali. Gesù così
apostrofava i suoi uditori: Lc 12,56 Ipocriti! Sapete giudicare l'aspetto della terra e del cielo,
come mai questo tempo non sapete giudicarlo? 57 E perché non giudicate da voi stessi ciò che è
giusto? Mancava loro la luce divina. Se non c'è questa, ci si illude, come avviene per il giudeo a
cui Paolo si rivolge: Rom 2,17 Ora, se tu ti vanti di portare il nome di Giudeo e ti riposi sicuro
sulla legge, e ti glori di Dio, 18 del quale conosci la volontà e, istruito come sei dalla legge, sai
discernere (dokimázo) ciò che è meglio, 19 e sei convinto di essere guida dei ciechi, luce di
coloro che sono nelle tenebre, 20 educatore degli ignoranti, maestro dei semplici, perché possiedi
nella legge l'espressione della sapienza e della verità... 21 ebbene, come mai tu, che insegni agli
altri, non insegni a te stesso? Tu che predichi di non rubare, rubi? 22 Tu che proibisci
l'adulterio, sei adultero? Per poter fare un discernimento valido ci vuole dunque coerenza,
sincerità, umiltà e perseveranza, unitamente alla grazia divina.
«Per discernere se sono da Dio»: le ispirazioni possono provenire da tre fonti: da Dio, dallo
spirito del male o dall'uomo. Quelle provenienti da Dio o dallo Spirito Santo sono sempre buone,
quelle provenienti dallo spirito del male sono sempre cattive, anche se alle volte agli inizi hanno
parvenza di bontà, quelle provenienti dall'uomo sono buone o cattive a seconda dello spirito che
in ultima analisi vi sta sempre dietro. Quali sono i segni, gli elementi e le condizioni utili per
sapere se un'idea, una proposta, una decisione, una determinata attività sono ispirate da Dio
oppure no? Fino ad ora Giovanni non ha fatto altro che suggerire i criteri per discernere il bene
dal male, Dio dal diavolo e quindi, ci ha già detto quali siano le doti di colui che è vero figlio di
Dio: l'umiltà di chi si riconosce peccatore e salvato (1,9); l'osservanza dei comandamenti,
riassunti in quello dell'amore vero (2,5); l'imitazione di Cristo (2,6); la resistenza alle logiche del
mondo e alle sue tipiche brame (2,15); la comunione con gli apostoli e i credenti (1,7; 2, 19); la
vera novità (2,8); la fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio (2,22); la fedeltà alla predicazione
originaria (2,24); la docilità all'azione illuminante dello Spirito Santo (2,27); la pratica della
giustizia e il rifiuto del peccato (3,7); l'amore vero e operoso verso il fratello fino a dare la vita
per lui (3,10.16.18). A tutti questi dati, che servono come criteri di giudizio (oltre ad essere
qualità richieste in chi discerne), Giovanni ne sta per aggiungere uno straordinario, che li
riassume tutti (vedi 4,2).
63
«Poiché molti falsi profeti (pseudo-profétes) sono comparsi nel mondo»: per l'Apostolo è
quanto mai urgente saper discernere il vero dal falso perché, come ha già detto innanzi (2,18.26),
sono sorti molti profeti di menzogna, che cercano di traviare i fedeli (cfr. 2 Cor 11,13-15; 1 Tim
1,19-20; 4,1-3; 6,3-5; 2 Tim 2,14-18; 3,1-9; 4,3-4; Tit 1,10-11). Il profeta ingannatore è quello
che pretende di parlare a nome del vero Dio. Per conoscere lo stile del vero profeta dovremmo
leggere gli scritti di profeti del calibro di Isaia, Geremia, Ezechiele, Amos e Osea, ecc. Il vero
profeta promuove sul serio la conversione, la purificazione del cuore. Il falso segue la moda e
dice quello che la gente desidera che le venga detto (cfr. Ger 8,11; 27,16, 28,1 ss). Il mondo dà
retta volentieri a chi lo sa accarezzare (5).
2. CHI CONFESSA GESÙ INCARNATO È DA DIO (4,2-3)
4.2 e)n tou/t% ginw/skete to\ pneu=ma tou= qeou=:
pa=n pneu=ma o(\ o(mologei= )Ihsou=n Xristo\n e)n sarki\ e)lhluqo/ta e)k tou= qeou= e)stin,
4.3 kai\ pa=n pneu=ma o(\ mh\ o(mologei= to\n )Ihsou=n e)k tou= qeou= ou)k e)s
/ tin:
kai\ tou=to/ e)stin to\ tou= a)ntixri/stou, o(\ a)khko/ate o(/ti e)r/ xetai,
kai\ nu=n e)n t%= ko/sm% e)sti\n h)d
/ h.
4,2 Da questo potete–riconoscere lo spirito di Dio:
ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio;
4,3 e ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio.
Questo anzi è quello dell'anticristo che avete–udito che viene
e (che) adesso è già nel mondo.
«Da questo potete riconoscere lo spirito (pnêuma) di Dio»: per l'ennesima volta esprimendosi
con la tipica espressione, che ormai siamo abituati a leggere, Da questo potete riconoscere...
(2,3.5.18; 3,10.16.19.24; 4.13; 5,2), Giovanni ci offre il criterio supremo per capire, per valutare
se un'ispirazione viene da Dio.
«Ogni spirito (pnêuma) che riconosce (‘omo-loghéo) Gesù Cristo venuto nella carne, è da
Dio (1 Cor 12,3)»: che questo segno indicatore sia fondamentale ce lo conferma il fatto che
Giovanni lo ripete nella sua seconda lettera: 2 Gv 7 Poiché molti sono i seduttori che sono
apparsi nel mondo, i quali non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e
l'anticristo! 8 Fate attenzione a voi stessi, perché non abbiate a perdere quello che avete
conseguito, ma possiate ricevere una ricompensa piena. 9 Chi va oltre e non si attiene alla
dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi si attiene alla dottrina, possiede il Padre e il Figlio .
In precedenza l'Evangelista aveva affermato che non si deve negare che Gesù è il Cristo e non si
deve negare il Padre e il Figlio, ma professare (‘omo-loghéo) il Figlio per possedere il Padre
(2,22-23; 5,1); che si deve credere (pistéuo) nel nome del Figlio suo, Gesù Cristo (3,23; 5,13).
Fra poco dirà che bisogna riconoscere (‘omo-loghéo) Gesù come Figlio di Dio (4,15; 5,5.10) e
credere (pistéuo) a Dio e alla sua testimonianza (5,10). Siamo abbastanza abituati a queste
tradizionali espressioni di fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, uguale al Padre. Ci risulta nuova la
sottolineatura, ben marcata, che è da Dio chi riconosce Gesù Cristo venuto nella carne (Giovanni
usa il perfetto: è venuto e ci rimane). Eppure si tratta di un'affermazione fondamentale, che mette
in risalto tutta l'importanza dell'Incarnazione e delle sue conseguenze. Gesù è vero uomo, con
tutta la verità della sua corporeità: La Parola si fece carne e mise la tenda in mezzo a noi e noi
abbiamo contemplato la sua gloria, gloria di Unigenito presso il Padre, pieno di grazia e di
verità (Gv 1,14). Per questo motivo la Parola della vita è stata contemplata con gli occhi, udita
con le orecchie e toccata con le mani; per questo la Vita si è fatta visibile (1,1-3). Per contro, la
carne della Parola di Dio (la sua umanità indicata nella concretezza anche materiale), viene
divinizzata, viene trasfigurata dallo Spirito Santo, in un modo misterioso, ma reale. Col 2,9 È in
Cristo che abita corporalmente (somatikôs) tutta la pienezza della divinità, 10 e voi avete in lui
parte alla sua pienezza, di lui cioè che è il capo di ogni Principato e di ogni Potestà. La carne di
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Cristo rende materiale lo spirituale e umano il divino, mentre diventa spirituale e divina per la
sua unione inscindibile con la persona del Figlio di Dio. Solo per questo motivo la carne del
Cristo riesce a dare la vita al mondo (Gv 6,51-57) e la comunione con essa è comunione con Dio
e fa di noi (e dei nostri corpi) un solo corpo in Cristo (1 Cor 10,16-17; Rom 12,5). Ne consegue
che il corpo del fedele (a motivo della fede e dei sacramenti) diventa tempio dello Spirito Santo
(1 Cor 6,19), membro del corpo di Cristo (1 Cor 6,15). Siamo perciò il corpo di Cristo (1 Cor
12,27), di lui, che è la testa di questo corpo (Ef 1,22-23; Col 1,18): chi tocca il nostro corpo,
tocca Cristo, tocca Dio (cfr. Mt 25,40 Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta
che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me). Se
capissimo tutta la novità e la bellezza di questa verità ne saremo sbalorditi e tutta la nostra vita
cambierebbe il suo senso e il suo valore: il nostro corpo materiale è lo strumento adatto per
glorificare Dio (1 Cor 6,20; Rom 12,1; Fil 1,20), il nostro corpo mortale è destinato ad essere
glorificato come lo è quello di Gesù (Fil 3,21; 1 Cor 13,44; Rom 8,11). Già fin d'ora la vita
divina di Gesù si manifesta nel nostro corpo (2 Cor 4,10). Il favorire tutto quello che concorre
alla crescita e allo sviluppo integrale dell'uomo e della donna e della loro dignità è un modo
concreto per riconoscere il Cristo venuto nella carne.
«Ogni spirito (pnêuma) che non riconosce Gesù, non è da Dio»: abbiamo già constatato che
Giovanni è solito dipingere i suoi quadri con due soli colori: il bianco e il nero. Per questo
motivo, quanto egli ha detto in positivo nel v. 2, lo ripete in negativo nel v. 3. Il non riconoscere
Gesù (il Gesù storico, con tutto quello che questo fatto comporta: la sua vera umanità, la
comunità da lui derivante, la sua Cena, la sua qualità di Dio salvatore...) è il segno chiaro che
l'ispirazione non viene da Dio, ma dal suo avversario, che cerca in tutti i modi di disincarnare
quella Parola che si è fatta uomo. Noi dobbiamo capire che la vera conoscenza di Dio passa
attraverso quella dell'uomo Gesù e che la purificazione dei peccati è effetto del suo sangue.
Agostino ci fa fare un passo in avanti: chi non ha la carità nega con i fatti che Cristo è venuto
nella carne, perché egli si incarnò per amore (cfr. Agostino, Meditazioni... p. 169).
«Questo anzi è quello dell'anticristo che avete udito che viene»: l'Apostolo precisa che il
misconoscimento e la deformazione della realtà vera di Gesù denota l'azione più pericolosa dello
spirito dell'anticristo (2,18).
«E che adesso è già nel mondo»: per Giovanni tale anticristo è già presente nel mondo e si
concretizza in tutti coloro che hanno rotto i rapporti fraterni con la comunità cristiana, con la sua
fede e la sua predicazione originaria della Parola, sentita, vista e toccata. Esso è nel mondo,
inteso non solo come scenario nel quale agiscono buoni e cattivi, ma anche come ambiente
umano ostile alla vera fede, inquinato proprio dalla presenza dello spirito anticristiano.
2 – VINCERE I FALSI PROFETI
1. VOI SIETE DA DIO E LI AVETE VINTI (4,4-5)
4.4 u(mei=j e)k tou= qeou= e)ste, tekni/a, kai\ nenikh/kate au)tou/j,
o(/ti mei/zwn e)sti\n o( e)n u(mi=n h)\ o( e)n t%= ko/sm%.
4.5 au)toi\ e)k tou= ko/smou ei)si/n,
dia\ tou=to e)k tou= ko/smou lalou=sin kai\ o( ko/smoj au)tw=n a)kou/ei.
4,4 Voi siete da Dio, figlioli, e li avete–vinti,
poiché colui–che (è) in voi è più–grande di colui–che (è) nel mondo.
4,5 Essi sono dal mondo,
perciò parlano (delle cose) dal mondo e il mondo li ascolta.
«Voi siete da Dio, figlioli, e li avete vinti (nikáo)»: Giovanni dopo aver fornito ai suoi lettori
(paternamente chiamati figlioli) elementi fondamentali per fare un preciso e sicuro
discernimento, interviene con la sua autorevolezza di apostolo per dire loro che essi sono da Dio
65
e che quindi hanno vinto gli anticristi (2,13 b; 5,4.5), cioè, non si sono accodati al loro gruppo e
non li hanno approvati, ma li hanno combattuti vittoriosamente. Quando l'Apostolo afferma
queste cose, i lettori possono avere una ragione valida per ritenersi umilmente sulla giusta strada.
«Poiché colui, che è in voi, è più grande di colui, che è nel mondo»: l'Evangelista attribuisce
la vittoria dei fedeli alla forza ed alla grandezza di Dio, ben superiore allo spirito che agisce nel
mondo (inteso in senso negativo: 5,19). Cfr. Gv 10,29 Il Padre mio... è più grande di tutti.
«Essi sono dal mondo»: i falsi profeti ed i loro seguaci appartengono al mondo del male. Ci
sembra di sentire Gesù che parla durante l'Ultima Cena: Gv 15,19 Se foste dal mondo, il mondo
amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete dal mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per
questo il mondo vi odia. Sui menzogneri e sui traviati cade la sentenza dell'apostolo, che imita il
linguaggio di Gesù e ne ripete il giudizio.
«Perciò parlano delle cose dal mondo e il mondo li ascolta»: letteralmente è detto parlano
dal mondo: cioè dal mondo prendono gli argomenti, le logiche, il linguaggio, gli interessi...
Agostino dice che il mondo parla contro la carità, invita a vendetta (Agostino, Meditazioni... p.
176). Chi appartiene, per la sua mentalità e i suoi comportamenti al mondo, è attirato da tali
predicatori. Qui troviamo un criterio: l’uditorio che un profeta ha, fa capire che tipo di profeta
egli sia. Gesù diceva: Gv 3,12 Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete
se vi parlerò di cose del cielo? Chi può capire il linguaggio spirituale? Paolo, da parte sua, ci
dice che le cose di Dio le capisce solo chi ha lo Spirito Santo: 1 Cor 2,12 Ora, noi non abbiamo
ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato.
13
Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma
insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. 14 L'uomo naturale
(psykhikós) però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è
capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. 15 L'uomo
spirituale (pneumatikòs) invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. 16
Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo
il pensiero di Cristo. Il titolo di uomo naturale vale per i miscredenti, ma spesso anche per noi,
che ci diciamo credenti e poi chiudiamo il cuore alla parola di Dio.
2. NOI SIAMO DA DIO E CHI CONOSCE DIO CI ASCOLTA (4,6)
4.6 h(mei=j e)k tou= qeou= e)smen:
o( ginw/skwn to\n qeo\n a)kou/ei h(mw=n,
o(\j ou)k e)/stin e)k tou= qeou= ou)k a)kou/ei h(mw=n.
e)k tou/tou ginw/skomen to\ pneu=ma th=j a)lhqei/aj kai\ to\ pneu=ma th=j pla/nhj.
4,6 Noi siamo da Dio.
Chi conosce Dio ascolta noi;
chi non è da Dio non ci ascolta.
Da ciò conosciamo lo spirito della verità e lo spirito dell'errore.
«Noi siamo da Dio»: dicendo noi, l'Apostolo mette innanzi tutto in risalto il gruppo
autorevole dei testimoni al quale egli appartiene (il noi che ha scritto o condiviso la stesura di
questa lettera). Egli però unisce a sé anche i suoi ascoltatori e dice: Noi (tutti) siamo da Dio,
maestri nella fede e discepoli del Signore (tutta la comunità credente).
«Chi conosce Dio ascolta noi»: la presenza e la voce dell'apostolo è garanzia di verità. Questo
è un valido criterio di giudizio. I veri profeti, pur mantenendo tutta la loro libertà innovativa,
obbediscono all'autorità ecclesiale e sono fedeli al deposito tradizionale (2 Tim 1,14).
L'affermazione che chi conosce Dio ascolta la Chiesa vuol dire almeno due cose: 1° che il
singolo fedele ha, a motivo di questo ascolto, una garanzia di essere in relazione con il vero Dio;
2° che chi ascolta la comunità lo fa perché conosce Dio, perché è in sintonia con lui e di lui ha
esperienza.
66
«Chi non è da Dio non ci ascolta (Gv 8,47)»: ecco ora la pennellata di nero, che fa risaltare
meglio quanto appena affermato. Il mondo non ascolta certo gli apostoli veri e questo fatto
depone a loro favore. Noi, in base al commento della frase che precede, ci domandiamo: Cosa
vuol dire il fatto che leggiamo poco la Bibbia e gli insegnamenti della Chiesa? Vuol dire che la
Chiesa non è quella vera o che noi non conosciamo bene Dio?
«Da ciò conosciamo lo spirito della verità (’alétheia) e lo spirito dell'errore (pláne)»:
Giovanni riassume la sua lezione sul discernimento, dicendo: Da ciò conosciamo... e ci fa capire
che lo spirito di Dio è quello della verità, mentre quello del mondo e dell'anticristo è quello del
traviamento. Concludiamo: Giovanni ci invita a fare la fatica del discernimento: lo Spirito Santo
agisce sicuramente nella Chiesa, ma la sua azione è misteriosa e delicatissima e perciò non
sempre è ben percepibile sino dai suoi inizi (il Regno dei cieli è come un granello di senape: Mt
13,31). Abbiamo bisogno di un dono speciale della grazia.
3 - LA PIÙ BELLA DEFINIZIONE: DIO È AMORE
1. CHI AMA È GENERATO DA DIO E CONOSCE DIO (4,7-8)
4.7
)Agaphtoi/, a)gapw=men a)llh/louj, o(/ti h( a)ga/ph e)k tou= qeou= e)stin,
kai\ pa=j o( a)gapw=n e)k tou= qeou= gege/nnhtai kai\ ginw/skei to\n qeo/n.
4.8 o( mh\ a)gapw=n ou)k e)/gnw to\n qeo/n, o(/ti o( qeo\j a)ga/ph e)sti/n.
4,7 Carissimi, amiamoci (gli uni gli) altri, poiché l'amore è da Dio:
e chiunque ama è–generato da Dio e conosce Dio.
4,8 Chi non ama non ha–conosciuto Dio, poiché Dio è Amore.
«Carissimi (’agapetós), amiamoci gli uni gli altri, poiché l'amore è da Dio»: dopo aver
insegnato i criteri del discernimento spirituale circa la vera fede e la retta dottrina, Giovanni
riprende il suo tema preferito: il dovere di amarci gli uni gli altri, presentato qui, come già in
precedenza (2,10), come criterio di valutazione, perché l'amore è da Dio. Ricordiamo qui
brevemente i diversi inviti all'amore reciproco: 2,7-10 (è un comandamento antico e nuovo che fa
dimorare nella luce); 3,11-6 (ha Gesù come modello); 3,18 (va realizzato con i fatti); 3,23 (va
praticato secondo il precetto datoci da Gesù); 4,7.11 (è promosso dall'amore di Dio). È
bellissimo il modo di esprimersi di Giovanni se traduciamo alla lettera: Amatissimi, amiamoci...
L'Apostolo sente di amare i suoi fedeli e invita ad amare tutti perché l'amore vero (’agápe) è un
dono proveniente da Dio.
«Chiunque ama è generato (ghínomai) da Dio e conosce Dio»: riassumiamo qui la dottrina di
questa lettera sulla generazione da Dio: ecco le condizioni per essere generati da Dio: praticare la
giustizia (2,29), credere che Gesù è il Cristo; ecco gli effetti: chi è nato da Dio non pecca e non
può peccare (3,9; 5,18), vince il mondo (5,4). Cristo poi è il Generato per eccellenza (5,1). Qui
Giovanni vede l'essere generati e il conoscere Dio come due segni che sono, insieme, condizione
ed effetto dell'amore.
«Chi non ama non ha conosciuto Dio, poiché Dio è Amore (’agápe)»: Dio, presentato
all'inizio arditamente come Luce (1,5), viene ora definito stupendamente come Amore
(definizione ripetuta in 4,16: le uniche due volte in tutta la Bibbia). Dio in quanto Padre è Amore
amante, in quanto Figlio è Amore amato e in quanto Spirito è Amore vivente. Dio si svela solo a
chi diventa amore. «Che cosa Giovanni poteva dire di più, o fratelli? Se non ci fosse in tutta
questa Epistola e in tutte le pagine della Scrittura nessuna lode della carità all'infuori di questa
sola parola che abbiamo intesa dalla bocca dello Spirito, che cioè: Dio è carità, non dovremmo
chiedere niente di più. Vedete dunque che agire contro l'amore, significa agire contro Dio». «Non
poteva Giovanni raccomandarti la carità in modo più incisivo che chiamandola Dio. Forse eri
tentato di disprezzare un dono di Dio, ma disprezzerai anche Dio?» (Agostino, Meditazioni... p.
67
178.209). Qui non servono altre parole di commento, ma solo una profonda contemplazione
estatica.
2. DIO HA DIMOSTRATO IL SUO AMORE INVIANDO IL FIGLIO (4,9-10)
4.9 e)n tou/t% e)fanerw/qh h( a)ga/ph tou= qeou= e)n h(mi=n,
o(/ti to\n ui(o\n au)tou= to\n monogenh= a)pe/stalken o( qeo\j ei)j to\n ko/smon
i(/na zh/swmen di' au)tou=.
4.10 e)n tou/t% e)sti\n h( a)ga/ph, ou)x o(/ti h(mei=j h)gaph/kamen to\n qeo/n
a)ll' o(/ti au)to\j h)ga/phsen h(ma=j kai\ a)pe/steilen to\n ui(o\n au)tou=
i(lasmo\n peri\ tw=n a(martiw=n h(mw=n.
4,9 In questo si–è–manifestato l'amore di Dio per [in] noi:
poiché Dio ha–mandato il suo Figlio, l'Unigenito, nel mondo,
affinché vivessimo per–mezzo–di lui.
4,10 In questo sta l'amore: non che noi abbiamo–amato Dio,
ma che lui ha–amato noi e ha–mandato il suo Figlio
(come vittima di) espiazione per i nostri peccati.
«In questo si è manifestato (faneróo) l'amore di Dio per noi»: l'amore che Dio ha per noi non
è fatto di soli pensieri o sentimenti, ma di opere concrete di salvezza che lo manifestano. Questa
manifestazione consiste nell'Incarnazione (cfr. 1,2; 3,5.8; 4,9).
«Poiché Dio ha mandato il suo Figlio, l'Unigenito, nel mondo»: Gesù lo aveva già detto
chiaramente a Nicodemo: Gv 3,16 Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio
unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17 Dio non ha
mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di
lui. Agostino così commenta il fatto che il Padre e Giuda consegnarono Gesù e che anche Gesù
liberamente consegnò se stesso: «il Padre e il Figlio fecero ciò nella carità; compì la stessa azione
anche Giuda, ma nel tradimento... Benediciamo il Padre e detestiamo Giuda. Perché...?
Benedciamo la carità e detestiamo l'iniquità... Tanto vale la carità! Vedete che essa sola valorizza
e distingue le azioni... Una volta per tutte ti viene dato un breve precetto: ama e fa ciò che vuoi...
Sia in te la radice dell'amore, poiché da questa radice non può nascere che il bene» (Agostino,
Meditazioni... p. 182).
«Affinché vivessimo per mezzo di lui»: il mondo, in questo caso, siamo noi, e la vita eterna
donataci consiste nel vivere per mezzo di Cristo fino al punto da dire con Paolo: Gal 2,20 ... Non
sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del
Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. L'amore è vita; è il Cristo vivente in
noi!
«In questo sta l'amore: non che noi abbiamo amato Dio»: l'amore non può partire da noi
esseri umani. Parte unicamente da Dio. Noi non siamo capaci di amare né Dio, né il prossimo e
nemmeno noi stessi in maniera corretta. Solo Dio può farci capire che cosa è l'amore vero e può
donarci la capacità di viverlo.
«Ma che lui ha amato noi»: solo Dio sa amare veramente. Io sono convinto di una cosa: è ben
difficile capire perché Dio esiste; è un mistero che supera la nostra intelligenza. Eppure c'è
un'intuizione del cuore che mi convince e mi entusiasma: Dio esiste necessariamente, perché non
può non esistere l'amore infinito e perfetto. L'amore divino è troppo bello perché non esista,
perché non abbia la forza in sé stesso di esistere!
«E ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati (cfr. 2,2)»: l'amore
di Dio è talmente grande (infinito) che non solo ha mandato il Figlio suo, l'Unigenito, uguale al
Padre, ma lo ha dato a noi come vittima di espiazione, perché con la sofferenza della sua croce
fossimo liberati dai peccati. Paolo non esita ad esprimere la sua meraviglia: Rom 5,6 Infatti,
mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. 7 Ora, a
68
stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di
morire per una persona dabbene. 8 Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre
eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. 9 A maggior ragione ora, giustificati per il
suo sangue, saremo salvati dall'ira per mezzo di lui. 10 Se infatti, quand'eravamo nemici, siamo
stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo
riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. 11 Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per
mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione. Quale
grande Amore quello del Padre e di Gesù per noi!
69
4a CONDIZIONE: RIMANERE NELL'AMORE PERFETTO (UNITÀ 9)
Se confessiamo Gesù e ci amiamo, Dio dimora in noi
Lettura e approfondimento di 1 Gv 4,11-21
L'Unità si divide in quattro parti. Ecco in sintesi i contenuti:
1° - l'amore fraterno è necessario,
2° - il Padre ha inviato il Figlio suo per amore,
3° - l'amore perfetto scaccia la paura e dona fiducia,
4° - amiamoci dunque a vicenda perché Dio ci ha amati per primo e può essere amato solo nel
fratello.
1 - AMIAMOCI GLI UNI GLI ALTRI SULL’ESEMPIO DI DIO
1. L'AMORE PERFETTO È ESPERIENZA DI DIO (4,11-12)
4.11 A
) gaphtoi/, ei) ou(/twj o( qeo\j h)ga/phsen h(ma=j,
kai\ h(mei=j o)fei/lomen a)llh/louj a)gapa=n.
4.12 qeo\n ou)dei\j pw/pote teqe/atai.
e)a\n a)gapw=men a)llh/louj,
o( qeo\j e)n h(mi=n me/nei kai\ h( a)ga/ph au)tou= e)n h(mi=n teteleiwme/nh e)stin.
4,11 Carissimi, se così–tanto Dio ci ha–amato,
anche noi dobbiamo amar(ci gli uni gli) altri.
4,12 Nessuno mai ha–contemplato Dio;
se (ci) amiamo (gli uni gli) altri,
Dio rimane in noi e l'amore di–lui è perfetto in noi.
«Carissimi, se così tanto Dio ci ha amato (’agapáo)»: Giovanni sente che i fedeli a cui si
rivolge sono carissimi a Dio e a lui. Insiste nel dire che l'amore di Dio per noi è davvero
sorprendentemente grande (cfr. 3,1 e soprattutto 4,9-10: il Padre ha inviato Cristo, apostolo del
suo amore).
«Anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri»: l'amore di Dio è totalmente gratuito e capace
di fare i doni più impensabili (così tanto, cioè fino al dono del Figlio), ma è anche molto
esigente: per corrispondergli dobbiamo amare il prossimo imitando la tenerezza e la creatività
che Dio ha dimostrato verso di noi (Cfr. Mt 18,33). In questa lettera, Giovanni per ben 5 volte ci
ripete l'invito ad amarci gli uni gli altri: 3,11.23; 4,7.11.12. Per tre volte poi ci parla dei vantaggi
che ci sono nell'amare i fratelli: 2,10; 3,14; 4,21; un volta dell'amore verso i figli di Dio: 5,2.
L'invito più pressante è quello di amarci a vicenda: l'amore scambievole potenzia l'affetto e la
comunione, ci fa amare gli altri e ci rende amabili a loro in un crescendo continuo.
«Nessuno mai ha contemplato Dio»: se contemplare Dio è il vero desiderio di ogni vero
credente e l'appagamento completo di ogni cuore, ebbene, nessuno può soddisfare questa infinita
esigenza. Dio rimane al di fuori delle nostre capacità percettive, supera ogni intelligenza e ogni
fantasia. Solo Gesù poteva dire di aver visto il Padre (3,32; 6,46) e di averne un'esperienza
diretta. Lui però ce lo manifesta: Gv 1,18 Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato. In quale modo però ce lo svela? Egli rende visibile il
volto bellissimo del Padre nel suo amore per noi, ma solo se siamo partecipi del suo stesso
amore. «Se vuoi vedere Dio hai a disposizione l'idea giusta: Dio è amore. Quale volto ha
l'amore? Quale forma, quale statura, quali piedi, quali mani? Nessuno lo può dire. Tuttavia ha i
piedi che conducono alla Chiesa, ha le mani che donano ai poveri, hai gli occhi con i quali si
70
viene a conoscere colui che è nel bisogno... Tu dunque abita nella carità ed essa abiterà in te»
(Agostino, Meditazioni... p. 185).
«Se ci amiamo gli uni gli altri Dio rimane (méno) in noi»: se ci amiamo reciprocamente,
sembra suggerire chiaramente l'Apostolo, noi facciamo un'esperienza di comunione stabile con
Dio e in qualche misura noi possiamo contemplare quel Dio che è Amore dentro il nostro stesso
amore fraterno. Solo così possiamo sperimentarne la dolcezza, la soavità, la bellezza di Dio e
della carità. Se mettiamo la frase di Gv 1,18 in parallelo con il v. 4,12 scopriremo che la prima fa
leva su Cristo, rivelatore del Padre, nel cui seno egli dimora; la seconda fa leva sull'amore
fraterno, rivelatore della presenza di Dio. Possiamo dedurre che l'opera rivelatrice di Gesù
(raccontata nel Vangelo di Giovanni) continua ad essere efficace nell'amore comunitario
(proposto in questa lettera).
«E l'amore di lui è perfetto (teleióo) in noi»: l'amore reciproco non solo ci porta a
contemplare Dio, dal momento che lo vediamo nel fratello, ma fa sì che l'amore di Dio (quello
che lui ha per noi e quello che noi, come dono suo, abbiamo per lui e per il prossimo) raggiunga
in noi la perfezione. L'amore vicendevole, infatti, tende a crescere e a perfezionarsi anche per il
buon esempio e per l'incoraggiamento che ognuno dà all'altro. L'importante è cominciare e
lasciare che Dio lavori in noi (cfr. Agostino, Meditazioni... p. 208). Nell'amore fraterno perfetto
all'interno della comunità si rende, in qualche modo, visibile il volto luminoso e sorridente del
Padre. Dimostrano questo le parole incoraggianti di Agostino: «A voi vien fatto l'elogio della
carità: se essa vi piace sia vostra... La si ottiene gratis. Tenetela, abbracciatela: niente è più dolce
di essa. Se è tale quando se ne parla, quale sarà il suo pregio, se posseduta?... Quanto più godo di
parlare della carità, tanto meno vorrei che questa Epistola finisse. Nessuna è più ardente nel
raccomandare la carità. Nulla di più dolce può essere detto... purché però confermiate il dono di
Dio con una santa vita» (Agostino, Meditazioni... p. 186.210).
2. IL DONO DELLO SPIRITO È FONTE DI AMORE (4,13)
4.13
E
) n tou/t% ginw/skomen o(/ti e)n au)t%= me/nomen kai\ au)to\j e)n h(mi=n,
o(/ti e)k tou= pneu/matoj au)tou= de/dwken h(mi=n.
4,13 Da questo conosciamo che rimaniamo in lui ed egli in noi:
poiché del suo Spirito ci ha–fatto–dono.
«Da questo conosciamo che rimaniamo (méno) in lui ed egli in noi»: la permanenza di Dio in
noi è talmente importante che bisogna continuamente verificarla. Tra poco Giovanni ci dirà
come. Per ora analizziamo soprattutto la prima parte del v. 13. Questo versetto ripete quasi alla
lettera il v. 3,24b: Da questo conosciamo che rimane in noi, dallo Spirito che ci ha dato. Nel v.
13 Giovanni non dice solo: rimane in noi, ma mette in risalto la permanenza reciproca: noi in lui
e lui in noi. Per ben quattro volte in questa lettera l'Apostolo parla di questa compenetrazione
vicendevole, con la quale egli tenta di esprimere la nostra perfetta comunione con Dio: 3,24 a (se
osserviamo i comandamenti); 4,13 (a motivo del dono dello Spirito); 4,15 (a motivo della fede in
Gesù come Figlio); 4,16b (se stiamo nell'amore).
«Poiché del suo Spirito ci ha fatto dono»: ecco la risposta per chi si interroga sul come può
verificare la propria permanenza in Dio: se possiede il dono dello Spirito Santo. Qui Giovanni,
rispetto a 3,24a, adduce un nuovo elemento: non parla solo dello Spirito donatoci da Dio, ma dice
che questo è il suo Spirito. Cioè lo stesso Spirito del Padre e del Figlio, lo stesso amore
reciproco, che ci viene elargito, ci rende interiormente consapevoli e coscienti dell'intima
comunione che abbiamo con lui. Per capire in che modo lo Spirito divino produce in noi questa
coscienza, leggiamo alcuni brani di Paolo: Rom 5,5 La speranza poi non delude, perché l'amore
di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (lo
Spirito ci fa dono dell'amore di Dio). Rom 8,14 Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito
di Dio, costoro sono figli di Dio. 15 E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere
71
nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà,
Padre!». 16 Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio (Lo Spirito ci fa
sentire Dio per Padre e ci fa essere e percepire come figli suoi, in dialogo orante con lui: cfr.
anche Gal 4,6). Se i fedeli dicono di essere in comunione con Lui, lo dicono con verità, non
come fanno i presuntuosi (2,6), perché si sentono figli nel Figlio, figli conformi al Figlio e fratelli
tra di loro. Cfr. anche 5,6b: Ed è lo Spirito che rende testimonianza, perché lo Spirito è la verità.
Detta per dimostrare che Cristo è venuto con l’acqua e con il sangue (cioè con un corpo i cui
elementi diventano sacramenti di salvezza), questa affermazione è pur sempre valida anche per il
nostro argomento: lo Spirito rende testimonianza al credente, che ama i fratelli, e gli dona la
certezza profonda di possedere Dio e di essere da lui posseduto: gli fa sentire che questa è la
verità. Esso fa sì che taluni indizi interiori ed esteriori possano essere letti con sicurezza come
segni della presenza divina. Nell'insegnare questo criterio di discernimento, Giovanni fa leva
positivamente sull'azione dello Spirito, che riempie il cuore di carità e di luce. Questo è anche il
metodo del discernimento spirituale proposto da Sant'Ignazio di Loyola che, nel manuale degli
Esercizi, insegna a valutare l'azione dello Spirito Santo per mezzo dei fenomeni interiori della
consolazione e della desolazione per poter discernere la volontà di Dio su di noi. Citiamo anche
alcune frasi di S. Leonardo da Porto Maurizio, un grande santo del '700, che nei suoi
Proponimenti si ispira al testo classico dell'Imitazione di Cristo: «Propongo infine di fare ogni
cosa per impulso della grazia e non per tendenza della natura e per discernere se la spinta
provenga dalla natura o dalla grazia, terrò presenti i seguenti criteri: ... la natura cerca le novità, i
divertimenti; teme esageratamente di perdere la salute... La grazia cerca il solo gusto di Dio,
tratta il corpo come una bestiola e desidera solo la santità della vita... La natura cerca sempre il
godimento e si ribella con scuse frivole a chi propone la mortificazione. La grazia cerca
l'umiliazione, la povertà, il patire, la tensione verso Dio...». Quanto si percepisce che la nostra
consolazione è solo spirituale e che il nostro vero interesse è solo Dio e la sua gloria allora
possiamo ritenere che lo Spirito Santo sta rendendo testimonianza al nostro cuore che siamo figli
di Dio e che noi rimaniamo in lui ed egli in noi.
2 - IL PADRE HA MANDATO IL FIGLIO COME SALVATORE DEL MONDO
1. ABBIAMO VEDUTO IL SALVATORE (4,14)
4.14 kai\ h(mei=j teqea/meqa kai\ marturou=men o(/ti o( path\r a)pe/stalken to\n ui(o\n
swth=ra tou= ko/smou.
4,14 E noi abbiamo–contemplato e testimoniamo che il Padre ha–mandato il Figlio
(come) salvatore del mondo.
«Noi abbiamo contemplato (theáomai) e testimoniamo (martyréo) che il Padre ha mandato il
Figlio»: ora Giovanni riprende il pensiero centrale del passo 4,9-10 e cioè l'idea che il Padre ha
inviato il suo Figlio come manifestazione del suo amore per noi. Nei vv. 11.13 egli aveva tratto
le conseguenze pratiche (anche noi dobbiamo amarci..., Dio dimora in noi e noi in lui..., lo
Spirito ci fornisce la prova di questa comunione... ). Ora l'Evangelista ritorna all'evento salvifico
basilare: la venuta del Figlio di Dio Padre, inviato nel mondo, venuta della quale egli è stato
testimone oculare (nel passato) ed è diventato testimone autorizzato (nel presente). Giovanni
riprende il linguaggio kerigmatico e profetico di 1,2.3: abbiamo visto e testimoniamo...
«Come salvatore (sotér) del mondo»: si tratta della stessa meravigliosa scoperta che fecero i
Samaritani dopo aver invitato Gesù nel loro villaggio: Gv 4,41 Molti di più credettero per la sua
parola 42 e dicevano alla donna: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi
stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo». Su questa
scoperta, testimoniata con entusiasmo e convinzione, si basa la fede del credente.
72
2. RICONOSCIAMO GESÙ COME FIGLIO DI DIO (4,15)
4.15 o(\j e)a\n o(mologh/sv o(/ti )Ihsou=j e)stin o( ui(o\j tou= qeou=,
o( qeo\j e)n au)t%= me/nei kai\ au)to\j e)n t%= qe%=.
4,15 Se uno confessa che Gesù è il Figlio di Dio,
Dio dimora in lui ed egli in Dio.
«Se uno confessa (‘omologhéo) che Gesù è il Figlio di Dio (5,5)»: implicitamente Giovanni ci
invita ad un atto di fede, anche esteriore, nella testimonianza che il gruppo dei primi discepoli ci
trasmette. E tale testimonianza consiste nell'affermare con autorevolezza e competenza che il
Figlio di Dio è venuto nel mondo e che questo Figlio è precisamente il Gesù storico, visto e
toccato con mano.
«Dio dimora in lui ed egli in Dio»: se vogliamo essere in comunione perfetta con Dio,
dobbiamo credere alla natura divina dell'Uomo Gesù, Figlio del Padre, e avere il coraggio di
professarla. Alla fede però bisogna aggiungere la carità e arrivare ad una sintesi, in modo che
tale fede sia fede nella carità. È quanto Giovanni sta per dire.
3 - L'AMORE PERFETTO SCACCIA IL TIMORE
1. ABBIAMO CREDUTO ALL'AMORE DI DIO (4,16)
4.16 kai\ h(mei=j e)gnw/kamen kai\ pepisteu/kamen th\n a)ga/phn h(\n e)/xei o( qeo\j e)n h(mi=n.
(O qeo\j a)ga/ph e)sti/n,
kai\ o( me/nwn e)n tv= a)ga/pv e)n t%= qe%= me/nei kai\ o( qeo\j e)n au)t%= me/nei.
4,16 E noi abbiamo–riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per [in] noi.
Dio è Amore;
e chi rimane nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.
«Noi abbiamo riconosciuto e creduto (pistéuo) all'amore che Dio ha per noi»: gli
evangelizzatori non solo hanno riconosciuto in Gesù il Figlio di Dio (hanno visto un evento di
salvezza), ma hanno anche compreso che l'invio del Figlio è stato il segno supremo dell'amore
del Padre per noi (questo era già stato detto molto bene nei vv. 9.10), segno d'amore che si
esplica nel fatto di averci fatti suoi figli (3,1). Gli annunciatori hanno quindi capito bene il senso
dell'evento. Hanno perciò creduto al Figlio Gesù (il fatto) e, insieme, hanno creduto all'Amore
(l'intelligenza del fatto).
«Dio è Amore»: per questo motivo la fede in Dio (Padre, Figlio e Spirito Santo) è fede
nell'Amore (4,8). Non diamo per scontato di aver capito che cos'è l'amore e di averci creduto.
«Chi rimane (méno) nell'amore dimora (méno) in Dio e Dio dimora in lui»: chi crede
nell'Amore dimora nell'amore e in Dio, che è Amore. A sua volta, il Dio-Amore dimora in lui (in
perfetta comunione reciproca). L'espressione rimanere nell'amore è molto significativa: indica
una permanenza dovuta ad una piena immersione: Gv 15,9 Rimanete nel mio amore. 10 Se
osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho esservato i
comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Notiamo che gli stessi effetti di
comunione operati dalla Fede (v. 15), sono operati anche dalla Carità. Non c'è più fede e carità
un po' separate, ma fede vivificata dalla carità e carità illuminata dalla fede.
2. L'AMORE CI DA' FIDUCIA NEL GIORNO DEL GIUDIZIO (4,17-18)
4.17 e)n tou/t% tetelei/wtai h( a)ga/ph meq' h(mw=n,
i(/na parrhsi/an e)x
/ wmen e)n tv= h(me/r# th=j kri/sewj,
o(/ti kaqw\j e)kei=no/j e)stin kai\ h(mei=j e)smen e)n t%= ko/sm% tou/t%.
4.18 fo/boj ou)k e)/stin e)n tv= a)ga/pv a)ll' h( telei/a a)ga/ph e)/cw ba/llei to\n fo/bon,
o(/ti o( fo/boj ko/lasin e)/xei, o( de\ fobou/menoj ou) tetelei/wtai e)n tv= a)ga/pv.
73
4,17 Per questo l'amore è–divenuto–perfetto in noi,
affinché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio;
perché come lui è, (così) siamo anche noi, in questo mondo.
4,18 Nell'amore non c'è timore, al–contrario l'amore perfetto scaccia il timore,
perché il timore ha (origine dal) castigo e chi teme non è–perfetto nell'amore.
«Per questo l'amore è divenuto perfetto (teleióo) in noi»: per questo si riferisce a quanto
precede, cioè al fatto che Dio è Amore e che noi abbiamo creduto a tale incredibile Amore, nel
quale rimaniamo. Tale fede e tale permanenza porta il nostro amore alla perfezione. Il concetto di
perfezione è molto sviluppato nella lettera agli Ebrei. In essa Cristo è presentato come perfetto e
come colui che ci rende perfetti santificandoci. Gesù nel Vangelo di Giovanni parla della
perfezione nell'unità (Gv 17,23), mentre in quello di Matteo (dopo aver parlato dell'amore ai
nemici) propone a tutti di essere perfetti come il Padre (Mt 5,48). Nella nostra lettera l'Autore
parla di perfezione solo nei riguardi dell'amore: essa si concreta nella pienezza dell'amore.
L'amore divino è perfetto in noi quando osserviamo fedelmente la Parola di Dio (2,5), quando ci
amiamo a vicenda (4,12), se crediamo all'Amore e rimaniamo in esso (4,17) e se non abbiamo
paura di fronte a Dio (4,18). Dobbiamo essere perfetti nell'amore; se il nostro amore non è
perfetto non è Amore.
«Affinché abbiamo fiducia (parresía) nel giorno del giudizio»: chi è perfetto nell'amore e chi
sa di essere infinitamente amato non ha nulla da temere nel giorno del giudizio, che è il giorno
della verità, nel quale verranno svelati i segreti dei cuori senza possibilità di errore (cfr. anche
2,28: ha fiducia davanti al Cristo alla sua venuta). Fin da ora, però, il vero cristiano sente in sé
una grande pace e sicurezza (cfr. 3,21) che si manifesta, tra l'altro, nella certezza con cui sa di
essere esaudito quando prega (5,14). L'amore, dunque, produce la parresía, cioè la confidenza, la
franchezza, la libertà di parola e di azione nel mondo di Dio.
«Perché come lui è, così siamo anche noi, in questo mondo»: tutta questa confidenza, per
Giovanni, deriva dal fatto che noi, che siamo ancora in questo mondo, siamo già come (kathós) è
Gesù. Vi è una perfetta conformazione a lui, un'imitazione, una sintonia a tutti i livelli
(intelligenza, volontà, vita...). Inoltre siamo amati dal Padre, come lo è lui.
«Nell'amore non c'è timore, al contrario l'amore perfetto (téleios) scaccia il timore»: ogni
forma di disagio, di paura, di dubbio davanti a Dio è segno che il nostro amore non ha raggiunto
il massimo. Nell'amore perfetto (dato e ricevuto) c'è solo pace continua, gioia piena (Rom 8,15).
Dobbiamo passare dal timore all'amore. «Chi prima temeva il ritorno di Cristo, perché pauroso
che Cristo avrebbe trovato in lui un empio da condannare, ora desidera che egli venga, poiché
potrà trovare in lui un giusto da premiare. Dal momento che un'anima casta desidera il ritorno di
Cristo, desiderando l'abbraccio dello sposo, lascia gli amore adulteri; si fa interiormente vergine
ad opera della fede, della speranza e della carità... Quando prega e dice: Venga il tuo Regno, non
entra in conflitto con se stessa... Certi uomini sopportano la morte; altri, che hanno raggiunto la
perfezione, sopportano la vita. Mi spiego: chi ama ancora questa vita mortale, quando giunge la
morte l'accetta con pazienza... Ma chi è attratto dal desiderio della morte... non muore con
rassegnazione; anzi, dopo aver sopportato la vita, muore con gioia» (Agostino, Meditazioni... p.
215).
«Perché il timore ha origine dal castigo e chi teme non è perfetto (teleióo) nell'amore»: per
Giovanni la paura, che indebolisce l'amore, ha sempre a che fare con la punizione. Invece di
temere santamente di offendere Dio, temiamo servilmente solo i castighi che i nostri peccati ci
meritano. Se non ci fosse la punizione, a volte non avremmo timore di resistere a Dio. Ci vuole
invece un amore fine a se stesso; dobbiamo saper amare solo per amore. Ogni tipo di paura è
mancanza di quella parresía, che deriva da una sconfinata fiducia nella misericordia di Dio
Padre, che ci perdona. Quando ci decideremo a chiedere a Dio il dono dell'amore perfetto, della
pura intenzione di amarlo solo perché lui è amabile, senza la presenza di qualche interesse
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personale? Agostino, da parte sua, così esortava i fratelli: «Fate che sorga dentro di voi il
desiderio del giudizio. Non si dà prova di perfetta carità, se non quando si incomincia a
desiderare il giorno del giudizio» (Agostino, Meditazioni... p. 217).
4 - AMIAMO DIO ATTRAVERSO L'AMORE AL FRATELLO
1. DIO CI HA AMATI PER PRIMO (4,19)
4.19 h(mei=j a)gapw=men, o(/ti au)to\j prw=toj h)ga/phsen h(ma=j.
4,19 Noi amiamo, perché egli (per) primo ci ha–amati.
«Noi amiamo»: a conclusione di questo stupendo brano sull'amore (4,11-21), l'Evangelista
afferma di sapere amare: noi amiamo (Dio, il fratello, tutti). Giovanni lo attesta con sicurezza.
«Perché egli per primo ci ha amati»: dove sta il motivo per il quale i discepoli del Signore
sanno veramente amare? Sta nel fatto che Dio ci amati per primo, in modo unilaterale e
disinteressato. È questo quello che ha sconvolto l'Evangelista e lo ha trasformato ed è per questo
che egli è sicuro di poter dire: Noi amiamo. Tale certezza nasce dall'aver capito che il suo amore
è ormai perfettamente modellato su quello purissimo di Dio Padre e da esso trae origine. L'amore
vero infatti non ha la sua sorgente in noi (4,10), ma in lui. Chi infatti ci dà la concreta possibilità
di amare perfettamente è Dio stesso, che da sempre ci ha amati e lo ha fatto quando ancora noi
non lo amavamo, quando addirittura lo odiavamo. Col suo amore ci ha aperto gli occhi: ci ha
insegnato che cosa sia l'amore vero, ci ha dato l'esempio e la forza per realizzarlo (verso di lui e
verso i fratelli).
2. CHI AMA DIO, AMI ANCHE IL FRATELLO (4,20-21)
4.20 e)a/n tij ei)/pv o(/ti )Agapw= to\n qeo/n kai\ to\n a)delfo\n au)tou= misv=, yeu/sthj e)sti/n:
o( ga\r mh\ a)gapw=n to\n a)delfo\n au)tou= o(\n e(w/raken,
to\n qeo\n o(\n ou)x e(w/raken ou) du/natai a)gapa=n.
4.21 kai\ tau/thn th\n e)ntolh\n e)/xomen a)p' au)tou=,
i(/na o( a)gapw=n to\n qeo\n a)gap#= kai\ to\n a)delfo\n au)tou=.
4,20 Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è (un) mentitore.
Chi infatti non ama il proprio fratello, che ha–visto,
non può amare Dio, che non ha–visto,.
4,21 E questo (è) il comandamento (che) abbiamo da lui:
che chi ama Dio, ami anche il suo fratello.
«Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore (pséustes)»: i falsari
della verità e dell'amore non solo dicono: Io lo conosco (2,4), ma arrivano perfino a dire: Io amo
Dio. Tutte le cose belle possono venire contraffatte: l'oro, i quadri di valore... Tra tutte, la più
bella è l'amore: ebbene, è la più falsificata. Si parla troppo di amore e più se ne parla, meno lo si
comprende e lo si vive. È tipico del falso credente accontentarsi delle parole e trincerarsi dietro
ad esse, autogiustificandosi (Giovanni contesta esplicitamente ben sette di queste false
affermazioni: 1,6.8.10; 2,4.6.9; 4,20). Gesù aveva fatto questo ammonimento: Mt 7,21 Non
chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del
Padre mio che è nei cieli. Abbiamo ormai imparato un sicuro criterio di valutazione: chi, in
qualche modo, odia o non ama il proprio fratello mente, ingannando se stesso e gli altri, quando
dice di amare Dio che è Padre di tutti i nostri fratelli. Tre volte l'Evangelista chiama mentitori
quelli che fanno affermazioni non veritiere: (due volte nel campo morale) dicono di amare Dio
(4,20), di conoscerlo (2,4); (una volta nel campo dottrinale) dicono che Gesù non è il Cristo
(2,22). Chi odia il fratello, odia un figlio di Dio, odia dunque Dio stesso, che lo ha generato
(5,1b). Agostino con la sua solita genialità commenta questo passo: «Dunque, chi ama il fratello,
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ama anche Dio? Sì, necessariamente ama Dio, necessariamente ama l'amore stesso. Si può forse
amare il proprio fratello e non amare l'amore? ... Se Dio è amore, chiunque ama l'amore, ama
Dio. Ama dunque tuo fratello e sta sicuro» (Agostino, Meditazioni... p. 230).
«Chi infatti non ama il proprio fratello, che ha visto»: noi vorremmo vedere Dio, ma non ci è
possibile direttamente. Il vedere Dio diventa possibile, se sappiamo guardare i fratelli in modo da
veder in loro il volto del Padre. Quando guardiamo un fratello che cosa vediamo? Vediamo
innanzi tutto un corpo umano. Dobbiamo allora pensare che tutti siamo il corpo di Cristo e le sue
membra. Poi ci rendiamo conto della sue necessità (cfr. 3,17). Egli è Cristo in difficoltà (Mt
25,42 ss.). Ricordiamoci bene che il corpo non è una parte della persona: è la persona totale,
nella sua dimensione materiale, non separabile dalla persona stessa. Non amare quel corpo (con
tutti i suoi problemi) significa odiare la persona del fratello o della sorella e far soffrire il Cristo.
«Non può amare Dio, che non ha visto»: quel Dio, che non vediamo e non possiamo vedere
(12), lo possiamo però amare. Ma lo amiamo solo se vogiamo bene alla sua immagine vivente,
che è l'uomo (a partire dal suo corpo), nel quale egli si rende presente e con il quale egli
solidarizza al punto che, senza eccezioni, non amiamo Lui, se non amiamo il fratello. Per
Agostino nell'amore fraterno è presente la possibilità di vedere Dio: «Se amerai il fratello che
vedi potrai, contemporaneamente vedere Dio, poiché vedrai la carità stessa, e Dio abita nella
carità». Se uno «ha l'amore, vede Dio, perché Dio è amore» (Agostino, Meditazioni... p.
140.231).
«E questo è il comandamento che abbiamo da lui»: se qualcuno dubitasse di tale dottrina,
sappia che tale insegnamento (che per noi è anche un comando) viene da Dio stesso. In tre posti
Giovanni nella lettera parla di comandamento, usando il termine al singolare per indicare che si
tratta del precetto essenziale e riassuntivo: 2,8-10 amare il fratello, 3,23: credere nel Figlio e
amarci gli uni gli altri e qui (4,21) amare Dio, amando il fratello. Più chiaro di così...
«Che chi ama Dio, ami anche il suo fratello»: è la prima volta che Giovanni parla
esplicitamente del nostro amore per Dio (lo farà ancora in 5,1-2). Anche nel IV Vangelo è
rarissima l'affermazione esplicita che Gesù ama il Padre: si trova solo in Gv 14,31. Chi intende
amare Dio, come egli vuole essere amato, dimostri amore concreto e perfetto verso tutti i fratelli
(nelle forme che l'Autore è andato elencando: la condivisione dei beni, la comunione ecclesiale,
il dono supremo della vita...), ami il comandamento dell'amore!
76
5a CONDIZIONE: CREDERE IN GESÙ, FIGLIO DI DIO (UNITÀ 10)
Il Cristo, venuto con acqua e sangue, ci dà la vita eterna
Presentazione e Lectio di 1 Gv 5,1-13
Dopo le stupende esortazioni sull'amore, Giovanni ritorna sul tema della fede, per proporre
con maggiore chiarezza e completezza la virtù che costituisce il fondamento di tutta la vita
cristiana e quindi anche della carità: nella prima parte ci invita a credere in Gesù come Cristo e
come Figlio di Dio e ci assicura che questa fede vince il mondo; nella seconda ci introduce alla
comprensione degli aspetti mistici, spirituali e sacramentali del Cristo, nel quale abbiamo la vita
eterna.
1 - LA VITTORIOSA FEDE IN CRISTO E L'AMORE AL PADRE
1. CREDERE CHE GESÙ È IL CRISTO (5,1a)
5.1 Pa=j o( pisteu/wn o(/ti )Ihsou=j e)stin o( Xristo\j, e)k tou= qeou= gege/nnhtai,
5,1 Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è–stato–generato da Dio;
«Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato (ghennáo) da Dio»: in ben cinque
punti di questa lettera, l'Autore parla di coloro che sono nati da Dio, che perciò sono figli di Dio
e sono partecipi della sua natura: 2,29 (Chiunque opera la giustizia è nato da lui), 3,9 (Chiunque
è nato da Dio non commette peccato, perché un seme divino dimora in lui), 4,7 (Chiunque ama è
generato da Dio e conosce Dio), 5,1-4 (Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è generato da Dio e
vince il mondo), 5,18 (Chiunque è nato da Dio non pecca...). È impressionante notare come una
lettera così breve insista tanto sul tema della nostra filiazione divina (per indicare noi come figli
di Dio, Giovanni usa solo la parola téknon): Vedete quale grande amore ci ha donato il Padre,
che possiamo essere chiamati figli di Dio, perché lo siamo... Diletti, fin d'ora noi siamo figli di
Dio... (3,1-2). Giovanni ci invita a distinguere i figli di Dio da quelli del diavolo (3,10) e ad
amare i figli di Dio (5,2). Proprio perché sono figli di Dio, l'Apostolo si rivolge per ben 9 volte ai
suoi lettori chiamandoli figlioli (usa in questo caso i termini tekníon o paidíon). Già nel suo
Vangelo Giovanni aveva insistito sulla nostra rinascita da Dio soprattutto in 3,3-8: nascere
dall'Alto, da acqua e da Spirito (cfr. anche 1,13: Coloro che ... da Dio sono stati generati...).
Paolo parla della nostra qualità di figli usando il termini yiós (soprattutto in Rom 8-9, Gal 3-4).
Venendo a commentare il nostro versetto, notiamo che esso completa bene la teologia giovannea
di questa lettera sulla filiazione divina: era proprio fondamentale che dicesse che chi crede in
Gesù diventa e si dimostra figlio di Dio: non basta evitare il peccato, non bastano le opere di
giustizia, bisogna anche credere in modo consapevole e illuminante che Gesù è il Cristo. La fede
in Gesù, quanto più è vera, ricca e completa, tanto più fonda il nostro rapporto filiale con il
Padre, conformandoci al Figlio, che è sempre in dialogo con Colui che lo genera nell'amore.
L'essere figlio non è frutto di uno sforzo umano, ma è un dono gratuito di amore paterno. Tale
dono richiede apertura, consapevolezza ed accoglienza, cioè fede (il tema della fede apre e
chiude questa prima parte del capitolo 5: vv. 1-5). Il credere però qui non è tanto visto come
condizione per diventare figli (il verbo crede è al presente), ma piuttosto come conseguenza del
fatto che si è stati generati da Dio (il verbo è stato generato è al perfetto). È molto misterioso
questo fatto: non sapremo mai se prima viene la nostra rinascita come figli oppure la nostra fede;
se crediamo perché siamo figli o siamo figli perché crediamo. Il modo di esprimersi di Giovanni
mette comunque bene in risalto la preminenza dell'opera preveniente di Dio. Gesù nel Vangelo di
Giovanni diceva, usando altre immagini: Gv 10,26 Voi non credete, perché non siete mie pecore
77
(cioè, miei discepoli) oppure Gv 6,44 Nessuno può venire (cioè, credere) a me, se non lo attira il
Padre che mi ha mandato. L'essere discepoli o l'essere attirati dal Padre è condizione previa,
necessaria alla fede. Siccome però «la fede senza l'amore è vana» Giovanni, in questo stesso
versetto, collega subito la fede all'amore (Agostino, Meditazioni... 237).
2. AMARE IL GENITORE E IL GENERATO (5,1b-3)
kai\ pa=j o( a)gapw=n to\n gennh/santa a)gap#= [kai\] to\n gegennhme/non e)c au)tou=.
5.2 e)n tou/t% ginw/skomen o(/ti a)gapw=men ta\ te/kna tou= qeou=,
o(/tan to\n qeo\n a)gapw=men kai\ ta\j e)ntola\j au)tou= poiw=men.
5.3 au(/th ga/r e)stin h( a)ga/ph tou= qeou=, i(/na ta\j e)ntola\j au)tou= thrw=men,
kai\ ai( e)ntolai\ au)tou= barei=ai ou)k ei)si/n.
e chiunque ama colui che–ha–generato, ama [anche] chi è–stato–generato da lui.
5,2 Da questo conosciamo che amiamo i figli di Dio:
quando amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti,
5,3 questo infatti è l'amore di Dio: nell'osservare i suoi comandamenti;
e i suoi comandamenti non sono pesanti.
«Chiunque ama colui che ha generato, ama [anche] chi è stato generato da lui»: l'amico di
un papà tende ad essere anche l'amico dei figli. Chi diventa ed è figlio di Dio tende ad amarlo
come Padre e ad amare perciò tutti coloro che sono suoi figli a cominciare da Gesù (che, come
vedremo tra poco, Giovanni chiama Figlio di Dio, usando per lui il termine Yiós). Il vero figlio
condivide la natura del padre e quindi ne possiede anche le qualità: chi dunque ama il genitore è
propenso ad amarne anche il figlio, dato che il figlio è generato dall’amore del padre.
«Da questo conosciamo che amiamo i figli di Dio»: adesso l'Apostolo ci offre un criterio di
discernimento ribaltato rispetto a quelli datici precedentemente (3,10.16.18-19).
«Quando amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti (’entolé: 14 volte, 7 volte al
plurale)»: qui non dice più che è l'amore dei fratelli (o vicendevole) quello che garantisce e
concretizza il nostro amore verso Dio (4,20-21; Gv 14,15; 15,10), la nostra nascita od origine da
Dio ( 3,10; 4,8), la conoscenza di lui (4,8) e la sua permanenza in noi (4,12), facendoci passare
dalla morte alla vita (3,14) e rimanere nella luce (2,10), ma che è l'amore verso Dio e
l'osservanza dei suoi comandamenti quello che rivela se amiamo veramente i fratelli, visti come
figli del Padre. Questa è un grande ed importantissimo passo in avanti: l'amore verso i fratelli
diventa vero (soprannaturale, divinizzato) quando essi vengono amati per amore di Dio, quando
sono da noi amati con la volontà di amare Dio in loro e attraverso di loro, quando li amiamo con
l'intenzione di obbedire a Dio che ci ha donato i suoi comandamenti. Anzi vi è ancora un altro
aspetto: se amo veramente Dio e di conseguenza mi comporto bene, dò una buona testimonianza
pratica ed edifico il mio prossimo. Non vi è infatti carità più grande che quella di collaborare al
bene spirituale degli altri. In caso contrario il nostro amore resta pura filantropia, lodevole finché
si vuole, ma sempre e solo benevolenza umana, cosa che all'Evangelista non basta, perché,
ricordiamolo bene, solo Dio è Amore (4,8.16) e solo lui ha il primato nell'amare (4,19). L'amore
di Dio infatti, diversamente da ogni altro amore terreno, è sempre disinteressato, liberante,
salvifico, eterno ed infinito. Agostino sottolinea, in base al v. 2 l'unità e la circolarità dell'amore:
«Se ami le membra di Cristo, ami Cristo; e quando ami Cristo, ami il Figlio di Dio; ami perciò
anche il Padre. L'amore non può essere diviso. Scegli pure ciò che vuoi amare: il resto seguirà da
sé» (Agostino, Meditazioni... p. 239).
«Questo infatti è l'amore di Dio: nell'osservare i suoi comandamenti»: questa verità Giovanni
l'aveva già espressa bene in 2,5: Chi osserva la sua parola, in lui l'amore di Dio è veramente
perfetto. Il nostro amore verso Dio deve essere molto pratico. Sappiamo ormai, che i suoi
comandamenti si riassumono nella fede e nell'amore (cfr. specialmente 2,7-8; 3,23; 4,21).
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«E i suoi comandamenti non sono pesanti (barýs)»: se osservare i comandamenti vuol dire
amare, allora è bello e gioioso osservarli. I comandi del Signore non sono un peso, ma sono
liberanti: Mt 11,28 Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. 29
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete
ristoro per le vostre anime. 30 Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero. La legge
evangelica è davvero confortante. Mentre i falsi profeti legano pesi insopportabili (Mt 23,4), la
verità di Gesù ci rende liberi (Gv 8,31 Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in
lui: «Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; 32 conoscerete la verità e
la verità vi farà liberi»). Chi trova i comandamenti pesanti ha ancora l'animo dello schiavo e non
il cuore del Figlio. Soprattutto ci sia dolce il comando della carità: «Amando Dio non si prova
fatica... Dove c'è la carità non ci sono angustie... Chi ti può togliere ciò che ami?... Sempre siate
accesi di amore fraterno, tanto verso il fratello già tale, quanto verso il nemico, affinché con
l'amore diventi fratello... Se la carità ci riempie di diletto mentre siamo ancora pellegrini, quale
sarà la nostra gioia in patria?» (Agostino, Meditazioni... p. 241.245.248).
3. LA NOSTRA FEDE VINCE IL MONDO (5,4-5)
5.4 o(/ti pa=n to\ gegennhme/non e)k tou= qeou= nik#= to\n ko/smon:
kai\ au(/th e)sti\n h( ni/kh h( nikh/sasa to\n ko/smon, h( pi/stij h(mw=n.
5.5 ti/j [de/] e)stin o( nikw=n to\n ko/smon
ei) mh\ o( pisteu/wn o(/ti )Ihsou=j e)stin o( ui(o\j tou= qeou=;
5,4 Poiché tutto ciò che–è–nato da Dio vince il mondo;
e questa è la vittoria che vinse il mondo: la nostra fede.
5,5 Chi è [poi] colui che–vince il mondo
se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?
«Poiché tutto ciò che è nato da Dio vince (nikáo) il mondo»: dopo averci parlato dell'amore,
Giovanni non abbandona il concetto di generazione da Dio, ma lo riprende e lo approfondisce.
Secondo il suo stile usa il neutro (pân tó) per indicare gli uomini, ma insieme con loro tutto
quello che li riguarda (cfr. Gv 6,37 Tutto ciò che il Padre mi dá, verrà a me; colui che viene a
me, non lo respingerò). L'Evangelista, che tende sempre a vedere il lato positivo di ogni realtà,
mette in risalto che i figli di Dio trionfano sul mondo del peccato (2,13 b): Gv 16,33 Vi ho detto
queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io
ho vinto il mondo! Quel mondo (kósmos: 23 volte) pieno di concupiscenza, da non amare perché
passa (2,15-17), che non conosce Dio e i suoi figli (3,1), anzi li odia (3,13), che ascolta gli
pseudoprofeti (4,5) e che giace nel potere del maligno (5,19) è già stato vinto. L'annuncio
entusiasta della vittoria è tipico di questa lettera (2,13-14: sul maligno; 4,4: sui falsi profeti) e
dell'Apocalisse (cfr. ad es.: 2,7; 3,5.21; 5,5; 17,14...). Questo messaggio ci infonde molta
sicurezza e ci riempie di speranza.
«Questa è la vittoria (níke) che vinse il mondo: la nostra fede (pístis)»: la forza, che secondo
Giovanni, sconfigge (anzi le ha già sconfitte: all'aoristo = fatto compiuto) tutte le realtà avverse
al credente è, nel suo nucleo centrale, la fede (e non altro; ad es., l'amore). Il mondo teme
soprattutto la fede e non l'amore. Perché l'amore del cristiano (concretizzato nelle sue opere di
carità) di solito piace al mondo, anche se esso non è in grado di imitarlo o di capirne le
motivazioni. Quello che al mondo dispiace è proprio la mentalità di fede cristiana, che condanna
motivatamente le logiche e i comportamenti sbagliati del mondo e dei falsi profeti (4,4).
«Chi è [poi] colui che vince il mondo?»: ora l'Autore fa una domanda ai suoi lettori, anche
per coinvolgerli nella sua catechesi. Questa è la terza volta che egli usa l'espressione vincere il
mondo.
«Se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?»: ecco subito la risposta: chi crede nell'origine
divina di Gesù dal Padre per via di generazione (e ne tira tutte le conseguenze, fino ad essere
79
anche lui generato da Dio: 4). Il tema della fede punteggia costantemente questa lettera: [sotto il
concetto di professione]: confessare il Figlio (2,23), proclamare Gesù venuto nella carne (4,2-3);
professare che Gesù è il Figlio di Dio (4,15); [sotto il concetto di fede]: credere nel nome del
Figlio suo Gesù Cristo è un preciso comandamento di Dio (3,23), chi crede nel nome del Figlio
di Dio ha la vita eterna (5,13) e vince il mondo (5,5: il nome del Figlio è appunto Gesù = Dio
salva). Esultiamo anche noi con Paolo: 1 Cor 15,57 Siano rese grazie a Dio che ci dá la vittoria
per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! (cfr. anche Rom 8,37).
2 – L’IDENTITÀ MISTICA E SACRAMENTALE DEL CRISTO
1. GESÙ È VENUTO CON ACQUA E CON SANGUE (5,6-8)
5.6 Ou(=to/j e)stin o( e)lqw\n di' u(/datoj kai\ ai(/matoj, )Ihsou=j Xristo/j,
ou)k e)n t%= u(/dati mo/non a)ll' e)n t%= u(/dati kai\ e)n t%= ai(/mati:
kai\ to\ pneu=ma/ e)stin to\ marturou=n, o(/ti to\ pneu=ma/ e)stin h( a)lh/qeia.
5.7 o(/ti trei=j ei)sin oi( marturou=ntej,
5.8 to\ pneu=ma kai\ to\ u(/dwr kai\ to\ ai(m
= a, kai\ oi( trei=j ei)j to\ e(/n ei)sin.
5,6 Questi è colui che–è–venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo;
non con l'acqua soltanto, ma con l'acqua e con il sangue.
Ed è lo Spirito che rende–testimonianza, poiché lo Spirito è la verità.
5,7 Poiché tre sono quelli che–rendono–testimonianza:
5,8 lo Spirito e l'acqua e il sangue, e questi tre sono in uno.
«Questi è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo»: adesso l'Evangelista precisa
che cosa vuol dire il fatto che Gesù (il Cristo storico) è il Figlio di Dio. Chi è Gesù? È colui che è
venuto con acqua e sangue (‘ýdor / ‘âima). Nel IV Vangelo c'è l'accenno al Battesimo di Gesù
nelle acque del Giordano all'inizio della vita pubblica (Gv 1,33) e c'è, alla fine, la scena del
Cristo trafitto, scena che Giovanni sottolinea come molto significativa in ordine alla fede
autentica: Gv 19,33 Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le
gambe, 34 ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua. 35
Chi ha visto ne dá testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché
anche voi crediate. Nella fuoriuscita dell'acqua e del sangue i mistici hanno sempre visto i segni
simbolici dello Spirito Santo e dall'amore ed i segni sacramentali del Battesimo e dell'Eucaristia,
che generano i membri della Chiesa e li nutrono.
«Non con l'acqua soltanto, ma con (’en) l'acqua e con il sangue»: il fatto che Giovanni senta
la necessità di precisare che non venne solo con acqua, ci fa capire che c'erano cristiani che
accettavano solo il momento del Battesimo al Giordano come tempo nel quale Gesù ebbe in sé la
pienezza della divinità. Parlando invece di acqua e di sangue, Giovanni evidenzia i due momenti
(quello iniziale: il Battesimo, e quello finale: la croce) che includono tutta la vicenda storica del
Cristo, Uomo e Figlio di Dio, il quale non è tale solo nel giorno del suo Battesimo, ma resta tale
per sempre anche sulla croce (Uomo e Dio in modo inseparabile: contro l'eresia di Cerinto). Per
dimostrare che venuto con (’en) l'acqua è un'espressione che indica il Battesimo ricevuto da
Cristo, ricordiamo che il Battista afferma di sé che egli era venuto a battezzare con (’en) l'acqua
(Gv 1,31). Il Battesimo di Gesù al Giordano (l'acqua) preludeva alla sua cruenta morte in croce
(il sangue), chiamata quest’ultima calice e battesimo (Mc 10,39; Lc 12,50). Con il suo battesimo
Gesù si immergeva già simbolicamente nelle sofferenze della sua passione e morte per emergere
con la sua gloriosa risurrezione. Gesù a sua volta invita anche noi a ricevere il battesimo. È lui
che ci battezza. Egli però non ripete semplicemente il gesto compiuto dal Battista (battezzare con
sola acqua), ma realizza una novità assoluta donando nel segno dell’acqua lo Spirito Santo, lo
Spirito Pentecostale, che anima efficacemente la Chiesa e che la riempie dei suoi carismi.
Teniamo presente però che lo Spirito Santo non può venire se non dopo la morte in croce e il
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versamento del suo sangue da parte del Signore Gesù: Gv 16,7 Ora io vi dico la verità: è bene
per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma
quando me ne sarò andato, ve lo manderò. È il sangue, segno dell'amore crocifisso, che dona
efficacia all'acqua, cosicché essa diventa sacramento dello Spirito: Gv 3,5 Gli rispose Gesù: «In
verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di
Dio. 6 Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Gesù non è
solo stato l'Uomo consacrato dallo Spirito del Padre nel giorno del suo battesimo al Giordano,
ma è anche colui che, donando la sua vita e il suo sangue per amore sulla croce (e nell'Ultima
Cena: Mt 26,28), continua a generare la Chiesa per mezzo del Battesimo nello Spirito e a nutrirla
con la sua carne e con il suo sangue nell'Eucaristia (Gv 6,54). Ricordiamo che proprio a Efeso,
sede dell'Apostolo Giovanni, Paolo incontrò 12 uomini che conoscevano solo il battesimo di
Giovanni Battista e che non avevamo mai sentito parlare dello Spirito Santo: appena Paolo li
battezzò ed impose le mani, fecero l'esperienza viva di questo Spirito parlando in lingue e
profetizzando (Atti 19,1-7).
«Ed è lo Spirito che rende testimonianza (martyréo), poiché lo Spirito è la verità (’alétheia)»:
Giovanni afferma che del valore mistico e sacramentale di Cristo è lo Spirito che rende
testimonianza (nel presente) e che questa testimonianza è vera, essendo lo Spirito la stessa verità
(Gv 15,26; 16,13). Nella teologia giovannea il termine verità ha un senso straordinariamente
ricco: indica tutto quello che è autentico, in modo particolare la Parola di Dio (Gv 17,17) e,
infine, Dio stesso (Gv 14,6; 15,26). Solo lo Spirito Santo ci può far capire, gustare tutta la
concretezza di Gesù e vivere efficacemente il dono dell'Acqua e del Sangue che Gesù ci ha
portato, come segni efficaci della sua opera e della sua presenza.
«Poiché tre sono quelli che rendono testimonianza»: il concetto di testimonianza ritorna qui
insistentemente (10 volte nei soli versetti 6-11: 4 volte è usato il verbo); questa volta però non si
tratta di quella che gli apostoli rendono, annunciando la loro esperienza di fede, ma si tratta di
quella resa da tre misteriose entità, che però in fondo sono una sola realtà.
«Lo Spirito e l'acqua e il sangue, e questi tre sono in uno»: cioè sono uniti, sono concordi. Lo
Spirito, l’acqua e il sangue ricordano i tre doni effusi dal Cristo crocifisso (dalla sua bocca lo
Spirito e dal suo cuore sangue e acqua: Gv 19,30.34). In realtà si tratta dello stesso ed unico
Spirito di carità che nel segno dell’Alito di Gesù che spira, nel segno dell'Acqua (sgorgata dal
costato del Signore) e in quello del Sangue (versato dal Cristo crocifisso e donato come bevanda
nella Cena eucaristica) rende consapevoli e convinti i fedeli che Gesù è venuto a salvarci e che lo
si incontra ancora oggi nei segni sacramentali dell'Acqua battesimale e del Sangue Eucaristico.
Non vi è contraddizione e opposizione tra l’Alito, l'Acqua e il Sangue (queste realtà sono
presentate come se fossero una persona viva, perché sono i vari segni in cui opera l'unico Spirito,
segni indicanti vita nuova e morte al peccato). Battesimo ed Eucaristia sono davvero il
prolungamento, per opera dello Spirito, dell'azione salvifica dell'umanità e della corporeità
divinizzata del Cristo Salvatore.
2. ACCETTIAMO LA TESTIMONIANZA DI DIO (5,9-11)
5.9 ei) th\n marturi/an tw=n a)nqrw/pwn lamba/nomen,
h( marturi/a tou= qeou= mei/zwn e)sti/n:
o(/ti au(/th e)sti\n h( marturi/a tou= qeou=
o(/ti memartu/rhken peri\ tou= ui(ou= au)tou=.
5.10 o( pisteu/wn ei)j to\n ui(o\n tou= qeou= e)x
/ ei th\n marturi/an e)n e(aut%=,
o( mh\ pisteu/wn t%= qe%= yeu/sthn pepoi/hken au)to/n,
o(/ti ou) pepi/steuken ei)j th\n marturi/an
h(\n memartu/rhken o( qeo\j peri\ tou= ui(ou= au)tou=.
5.11 kai\ au(/th e)sti\n h( marturi/a,
o(/ti zwh\n ai)w/nion e)/dwken h(mi=n o( qeo/j, kai\ au(/th h( zwh\ e)n t%= ui(%= au)tou= e)stin.
5,9 Se accettiamo la testimonianza degli uomini,
81
la testimonianza di Dio è maggiore;
poiché questa è la testimonianza di Dio,
perché ha–reso–testimonianza riguardo–al Figlio suo.
5,10 Chi crede nel Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé.
Chi non crede a Dio, ha–fatto di–lui (un) bugiardo,
poiché non ha–creduto alla testimonianza,
che Dio ha–testimoniato circa il Figlio suo.
5,11 E questa è la testimonianza:
Dio ci diede (la) vita eterna e questa vita è nel suo Figlio.
«Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore»: già solo a
livello umano una testimonianza resa in tribunale ha un valore vincolante. Se questi uomini, poi
sono gli apostoli, incaricati e autorizzati a predicare autorevolmente il Vangelo, la loro
testimonianza (anche solo a livello umano) è ancora più credibile. La testimonianza divina diretta
però è ben superiore e ben più profonda. La testimonianza dello Spirito coincide poi con quella
che il Padre ha reso al Figlio suo.
«Poiché questa è la testimonianza di Dio, perché ha reso testimonianza riguardo al Figlio
suo»: dal Vangelo di Giovanni sappiamo che il Padre ha reso (nel passato) più volte
testimonianza al Figlio. Abbiamo già citato Gv 1,33; citiamo ora: Gv 5,32 C'è un altro (il Padre)
che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che egli mi rende è verace... 37 E anche il
Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua voce,
né avete visto il suo volto, 38 e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a
colui che egli ha mandato.(cfr. anche Gv 8,18; 12,28). Chi ha sentito la voce del Padre (nel
giorno del suo Battesimo e della sua Trasfigurazione) è stato interiormente istruito in un modo
straordinario (cfr. 2 Pt 1,17-18).
«Chi crede nel Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé»: questa affermazione non fa che
ribadire quanto Gesù aveva già detto ai Giudei (affermazione che abbiamo appena citato),
facendo dipendere l'accoglienza e il possesso di questa intima testimonianza dalla fede in lui,
Figlio di Dio. Tale fede è suscitata dallo Spirito Santo, che rende attuale e operante nella Chiesa
e nel cuore del credente quella testimonianza che il Padre che reso in passato al Figlio. Gli
uomini (gli apostoli ) predicano il Vangelo e testimoniano quello che hanno visto e udito
(soprattutto quello che il Padre ha proclamato) e lo Spirito fa sì che tale messaggio sia
interiormente assimilato e conservato (in sé) da parte del fedele (Apc 12,17).
«Chi non crede a Dio, ha fatto di lui un bugiardo (1,10), poiché non ha creduto alla
testimonianza, che Dio ha testimoniato circa il Figlio suo»: per Giovanni chi manca di fede nel
Padre che ha parlato compie un peccato gravissimo, perché tratta Dio come va trattato il diavolo,
il menzognero per eccellenza (sulla testimonianza resa al Figlio cfr. anche Mt 3,17 e 17,5:
«Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo»). Dicendo che ha
fatto di lui un bugiardo, Giovanni parla di qualcosa che è avvento in passato e quindi egli si
vuole riferire a un episodio storico: l'abbandono della comunità da parte dei cristiani ribelli (2,19.
Cfr. Gv 3,33: Chi accetta la sua [di Gesù] testimonianza, attesta che Dio è verace).
«E questa è la testimonianza: Dio ci diede la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio»:
quale è il contenuto fondamentale della testimonianza del Padre resa nei confronti del Figlio e
donata a noi? Eccola: il Figlio ha in sé, anzi, è egli stesso la Vita eterna e il Padre, donandoci il
Figlio, ci ha donato (nel passato: aoristo) la Vita eterna. Che cosa bella! Tale vita è un dono di
Dio in Cristo (non dimentichiamolo mai: un dono passato e presente [5,13], reale e non solo
promesso [2,25]). Dobbiamo essere davvero riconoscenti!
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3. CHI HA IL FIGLIO HA LA VITA (5,12-13)
5.12 o( e)x
/ wn to\n ui(o\n e)x
/ ei th\n zwh/n: o( mh\ e)/xwn to\n ui(o\n tou= qeou= th\n zwh\n ou)k e)/xei.
5.13 Tau=ta e)/graya u(mi=n i(/na ei)dh=te o(/ti zwh\n e)x
/ ete ai)w/nion,
toi=j pisteu/ousin ei)j to\ o)/noma tou= ui(ou= tou= qeou=.
5,12 Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita.
5,13 Questo vi ho–scritto affinché sappiate che possedete la vita eterna,
voi che–credete nel nome del Figlio di Dio.
«Chi ha il Figlio ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita»: con il suo solito stile
ripetitivo, Giovanni afferma prima in forma positiva e poi antitetica che chi possiede il Figlio,
possiede la vita in se stesso dal momento che Gesù è la nostra Vita (cfr. Gv 3,36 Chi crede nel
Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita. Vedi anche Gv 1,4; 5,26;
11,25).
«Questo vi ho scritto affinché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome
del Figlio di Dio»: ancora una volta l'Apostolo assicura i suoi lettori che essi hanno la vita, dal
momento che credono nella divinità (nome) di Gesù, Figlio del Padre. Una certezza così bella,
riempie il cuore di entusiasmo e dona il coraggio di combattere la buona battaglia della fede,
sapendo di aver già vinto e di possedere la Vita vera. Lo scritto dell'Apostolo diventa veramente
Sacra Scrittura, maestra di fede e sacramento di salvezza: Gv 20,31 Questi (fatti) sono stati
scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita
nel suo nome.
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IV - CONCLUSIONE
PREGHIAMO SECONDO IL VOLERE DI DIO (UNITÀ 11)
Preghiamo per il fratello che pecca e crediamo nel vero Dio
Lettura e interpretazione di 1 Gv 5,14-21
Quest'ultima Unità si divide con naturalezza in due parti:
la 1a contiene un invito alla preghiera fiduciosa e all'intercessione in favore del fratello che
pecca;
la 2a parte la proclamazione riassuntiva di quattro verità certe e fondamentali, seguite da un
deciso invito a fuggire l'idolatria.
1 - LA PREGHIERA FIDUCIOSA E L'INTERCESSIONE PER I PECCATORI
1. DIO CI ASCOLTA, SE PREGHIAMO SECONDO IL SUO VOLERE (5,14-15)
5.14 kai\ au(/th e)sti\n h( parrhsi/a h(\n e)/xomen pro\j au)to/n
o(/ti e)a/n ti ai)tw/meqa kata\ to\ qe/lhma au)tou= a)kou/ei h(mw=n.
5.15 kai\ e)a\n oi)/damen o(/ti a)kou/ei h(mw=n o(\ e)a\n ai)tw/meqa,
oi)/damen o(/ti e)/xomen ta\ ai)th/mata a(\ v)th/kamen a)p' au)tou=.
5,14 E questa è la fiducia che abbiamo davanti–a lui:
che se qualcosa (gli) chiediamo secondo la sua volontà, (egli) ci ascolta.
5,15 E se sappiamo che ci ascolta, se qualcosa (gli) chiediamo,
sappiamo di avere le cose–chieste che abbiamo–chiesto a lui.
«Questa è la fiducia (parresía) che abbiamo davanti a lui»: questa lettera di Giovanni è molto
incoraggiante. L'Apostolo ci parla, in modo abbastanza insistente, della fiducia che dobbiamo
avere fin da ora davanti a Dio, che scruta il nostro cuore (3,21) e che ascolta le nostre preghiere.
Tale fiducia manifesterà la sua utilità soprattutto nel giorno della venuta finale del Signore Gesù
(2,28), nel giorno in cui saremo giudicati sull'amore (4,17). Per Luca negli Atti la parresía è
soprattutto la franchezza e il coraggio con cui gli apostoli predicano il Vangelo di fronte a tutti
senza timore di nessuno (Atti 4,13.31; 9,28; 13,46...). In Giovanni è la serenità con la quale il
credente vive il suo rapporto con Dio, pur sapendo che verrà il momento della verità nel quale
non si potrà scherzare. Ma chi è interiormente convinto dallo Spirito Santo, senza alcuna
incertezza, che è un figlio, amato dal Padre e purificato dal sangue di Cristo, vive in un clima di
sicurezza e possiede quella santa audacia, quella piena confidenza, che solo i figli possono
permettersi nei confronti dei loro genitori.
«Che se qualcosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta (3,22)»: il figlio ha la
certezza che qualunque cosa chiede al Padre, in sintonia con la sua divina volontà, la ottiene
sempre. Abbiamo nel Vangelo di Giovanni un episodio che dimostra bene questa verità: Gv
11,41 ... Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. 42 Io
sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano
che tu mi hai mandato». Nel Vangelo di Luca troviamo un passo che invita alla piena confidenza,
fino ad essere importuni: Lc 11,5 Poi aggiunse: «Se uno di voi ha un amico e va da lui a
mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, 6 perché è giunto da me un amico da un viaggio e
non ho nulla da mettergli davanti; 7 e se quegli dall'interno gli risponde: Non m'importunare, la
porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; 8 vi dico
che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene
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occorrono almeno per la sua impudenza. 9 Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e
troverete, bussate e vi sarà aperto. 10 Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa
sarà aperto. 11 Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli
chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? 12 O se gli chiede un uovo, gli darà uno
scorpione? 13 Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il
Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!». Siamo dunque certi
che, se chiediamo una cosa che è secondo la volontà divina, la otteniamo. Tale cosa poi
dev'essere, in ultima analisi, il dono dello Spirito Santo. Anche il ‘Padre nostro’ ci insegna a
pregare secondo la volontà divina (Mt 6,10). L'espressione chiedere secondo la sua volontà
(usata nel v. 14) corrisponde nel IV Vangelo a chiedere nel nome di Gesù: Se chiederete
qualcosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà (Gv 16,23; cfr. anche Gv 14,13). A questo punto
nascono tre problemi: 1° Pregare secondo la volontà divina non vuol dire rinunciare del tutto alla
nostra autonomia perdendo così la nostra libertà? Rispondiamo dicendo che la volontà di Dio
non annulla mai la nostra libertà, ma la libera ulteriormente.
2° Non è forse inutile chiedere una cosa che sappiamo che Dio vuole, dal momento che la
volontà divina realizza sempre quello che desidera? Dio è colui che tutto opera efficacemente
conforme alla sua volontà (Ef 1,11). Tuttavia per noi è necessario pregare perché la preghiera
fatta secondo il divino volere dilata il nostro cuore, educa il nostro spirito, ci conforma a Dio che
è dialogo ed è preghiera.
3° Il terzo problema sta nel sapere quale sia in concreto la volontà di Dio, anche nelle piccole
occasioni. Nelle sue linee generali la conosciamo, ma in particolare non sempre le cose sono
chiare. Siamo sicuri che se chiediamo lo Spirito Santo egli ce lo dona, però non è facile sapere se
una certa ispirazione particolare viene dallo Spirito buono (ad es.: una guarigione fisica
corrisponde sì o no alla volontà di Dio?). Che cosa fare? Noi chiediamo con vera insistenza lo
Spirito Santo, ben sapendo che senza di lui non possiamo fare nulla, assolutamente nulla. Poi,
sarà lo Spirito Santo a farci capire se una determinata intenzione sia buona o meno, corrisponda e
no alla volontà del Padre. Ci sono esegeti che pensano che il testo di 5,13-21 sia un'aggiunta
posteriore di un redattore sconosciuto. A noi pare tipicamente giovanneo il collegamento tra il
tema della comunione con Dio (ovvero la fede in lui) e quello della preghiera: cfr. Gv 15,7 Se
rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato (cfr.
anche 14,12-13; 15,16). Nella teologia giovannea la fede è vista come premessa al dialogo orante
con Dio, anzi, come qualcosa che diventa necessariamente dialogo e quindi preghiera.
«Se sappiamo che ci ascolta, se qualcosa gli chiediamo»: l'esaudimento è assicurato, perché
tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Rom 8,28). Il modo materiale dell’esaudimento
a volte non è esattamente quello che noi uomini, limitati nelle nostre vedute, desideravamo. In
ogni caso esso va al di là di quello che ci aspettavamo. Gesù stesso ha pregato che passasse il
calice della croce e l'autore della lettera agli Ebrei dice che fu esaudito (non nel modo richiesto,
ma in uno molto superiore): Ebr 5,7 Proprio per questo nei giorni della sua vita terrena egli
offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu
esaudito per la sua pietà; 8 pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì 9
e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono. Anche
Paolo pregò il Signore e venne esaudito in un modo del tutto imprevedibile: 2 Cor 12,7 Perché
non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella
carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. 8 A
causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l'allontanasse da me. 9 Ed egli mi ha
detto: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».
Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. 10
Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni,
nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte. Non è forse un
esaudimento vedere il Cristo e sapere da lui di essere nella sua grazia in modo da diventare forti
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della sua forza senza più temere le avversità, ma sentendole come un motivo di vanto e di
compiacenza? Lo stesso Paolo perciò ci informa che in genere non sappiamo quale sia il nostro
vero bene. Bisogna allora lasciar agire lo Spirito Santo: Rom 8,26 Lo Spirito viene in aiuto alla
nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito
stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; 27 e colui che scruta i cuori sa
quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio.
28
Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati
chiamati secondo il suo disegno. Lasciamo fare all'azione misteriosa dello Spirito che è in noi:
questo Spirito rende testimonianza ai nostri cuori facendoci conoscere la nostra grandezza di
figli, rendendoci consapevoli dei doni di luce e di verità che abbiamo ricevuto, dandoci coscienza
della comunione di fede e di amore che abbiamo con il Padre e con il Figlio (3,24). Questo stesso
Spirito, se saremo docili ai suoi impulsi, ci metterà in sintonia con il pensiero del Padre e di
Cristo e noi, sempre più, saremo in grado di chiedere quello che corrisponde alla volontà di Dio,
che è Amore.
«Sappiamo di avere le cose chieste che abbiamo chiesto a lui»: la nostra certezza dev’essere
talmente grande che, appena iniziamo la preghiera, dobbiamo essere persuasi che il Padre ci
ascolta e ci dona quello che gli stiamo chiedendo: Mc 11,23 In verità vi dico: chi dicesse a
questo monte: Lèvati e gettati nel mare, senza dubitare in cuor suo ma credendo che quanto dice
avverrà, ciò gli sarà accordato. 24 Per questo vi dico: tutto quello che domandate nella
preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato. Ogni altro atteggiamento, che non
sia quello di una totale parresía, rende la nostra preghiera più una manifestazione di paura e di
dubbio, che una testimonianza di amore e di fede. In conclusione, tre sono le cose che dobbiamo
sapere sulla preghiera: 1° essa dev'essere fatta con totale fiducia, 2° possiamo chiedere tutto,
purché conforme alla volontà divina, 3° siamo sempre esauditi subito.
2. PREGHIAMO PER IL FRATELLO CHE PECCA (5,16-17)
5.16
E
) a/n tij i)/dv to\n a)delfo\n au)tou= a(marta/nonta a(marti/an mh\ pro\j qa/naton,
ai)th/sei kai\ dw/sei au)t%= zwh/n,
toi=j a(marta/nousin mh\ pro\j qa/naton.
e)s
/ tin a(marti/a pro\j qa/naton: ou) peri\ e)kei/nhj le/gw i(/na e)rwth/sv.
5.17 pa=sa a)diki/a a(marti/a e)sti/n, kai\ e)/stin a(marti/a ou) pro\j qa/naton.
5,16 Se uno vede il proprio fratello peccare con un peccato (che) non (porta) a morte,
preghi, e (Dio) gli darà (la) vita:
a–coloro che–peccano non a morte;
c'è (un) peccato (che porta) a morte: per questo dico di non pregare.
5,17 Ogni ingiustizia è peccato, ma c'è (un) peccato (che) non (porta) a morte.
«Se uno vede il proprio fratello peccare con un peccato che non porta a morte, preghi»: dopo
l'utile istruzione sulla preghiera, che noi abbiamo semplicemente sviluppato svelandone, con
l'aiuto di altri testi del N.T., il contenuto nascosto, Giovanni invita il fedele a pregare per il
fratello peccatore. Ogni cristiano, che non vuole ingannarsi, si deve riconoscere peccatore
davanti al Dio fedele e giusto (1,8). Deve però pregare non solo per i propri peccati, ma anche
per quelli dei suoi fratelli. Quello che Gesù fa presso il Padre, intercedendo come avvocato a
nostro favore (2,2), lo deve fare anche il cristiano, che in questo imita il suo Maestro e Signore.
La stessa cosa insegna l'apostolo Giacomo: Giac 5,16 Confessate perciò i vostri peccati gli uni
agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti. Molto vale la preghiera del giusto fatta
con insistenza. 17 Elia era un uomo della nostra stessa natura: pregò intensamente che non
piovesse e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi. 18 Poi pregò di nuovo e il cielo diede la
pioggia e la terra produsse il suo frutto. 19 Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità e
un altro ve lo riconduce, 20 costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore,
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salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati. La carità sulla quale
Giovanni in questa lettera ha insistito tanto si traduce in pratica anche nella preghiera per la
conversione dei peccatori.
«E Dio gli darà la vita»: questa affermazione suppone che il peccato fatto dal fratello sia stato
così grave da indebolirlo fortemente nella vita spirituale, al punto che quasi egli l'ha persa e
quindi ha bisogno che gli venga ridata. Tale colpa però ma non è tale da farlo perire del tutto e in
modo pressoché irreparabile (possiamo introdurre una distinzione tra peccato grave e peccato
mortale in senso assoluto).
«A coloro che peccano non a morte»: per morte in questo caso bisogna intendere quella
situazione di peccato così grave che non vi è speranza di recupero. Appartiene a questo tipo di
peccato la ‘bestemmia’ contro lo Spirito Santo, che consiste sostanzialmente in una ‘finta
sincerità’ che cerca in tutti i modi di spacciarsi come vera, mentre in realtà è una ‘ipocrisia
segreta’ diventata sistema di vita. Quando tale atteggiamento è continuamente coltivato e
potenziato assorbe tutte le energie mentali e fisiche e rende incapaci di sintonizzarsi sulle onde di
Dio. Il nostro Io prende il posto di Dio e allora non ci sono limiti alle storture morali: ci si ritiene
giusti e in diritto di criticare Dio, si cerca solo e sempre il proprio successo (illudendosi di
ottenerlo anche nel campo spirituale), si pretende la salvezza usando le scorciatoie di una
religiosità magica, si resta sempre di più accecati circa la propria disastrosa situazione morale. Si
teme come il fuoco ogni umiliazione. Si evita accuratamente la vera conoscenza della propria
miseria: si preferisce l’inferno, piuttosto che riconoscersi salvati dalla misericordia di Dio e degli
uomini. Non si ha nel cuore l’amore di Dio (Gv 5,42), ma la ricerca idolatrica della propria
gloriuzza (Gv 5,44).
«C'è un peccato (che porta) a morte»: ecco ancora quale può essere uno dei peccati a morte:
quello ad esempio di vedere in Gesù l'opera del demonio invece di quella dello Spirito Santo: Mc
3,28 In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le
bestemmie che diranno; 29 ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in
eterno: sarà reo di colpa eterna». 30 Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito immondo».
Quando l'uomo arriva ad una cecità così grave, non solo ha l'occhio della coscienza annebbiato,
ma il suo occhio è perduto in modo irreversibile. Solo un vero miracolo lo può salvare. Questo
peccato a morte può anche essere il peccato dell'uomo del mondo, che corre freneticamente
dietro alle sue concupiscenze, fino a conformarsi in pieno allo spirito del male (e diventare figlio
del diavolo). Si tratta di quel peccato che Giovanni chiama ’anomía (3,4) e ’adikía (5,17), in
senso pieno (cfr. Ebr 6,4-6); peccato che il cristiano, che sta sotto l'influsso della grazia filiale,
non commette e non può commettere (l'incredulità arrogante, l'apostasia ostinata, l'odio satanico
verso Dio e verso i fratelli...; cfr. Gv 8,24).
«Per questo dico di non pregare»: Gesù stesso si era rifiutato di pregare per il mondo del
peccato: Gv 17,9 Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato,
perché sono tuoi. Dobbiamo temere con santo timore di cadere inavvertitamente in questo
peccato: tale caduta avviene quando induriamo il cuore alla grazia, quando resistiamo sempre più
fortemente allo Spirito Santo, fino al punto da renderci refrattari, in modo inconsapevole e non
per questo meno colpevole, alla volontà divina. Eppure Dio ci può purificare da ogni ingiustizia
se chiediamo perdono (’adikía:1,9): ma questi ingiusti dicono con orgoglio smisurato: Siamo
senza peccato (1,8).
«Ogni ingiustizia (’adikía) è peccato, ma c'è un peccato (che) non (porta) a morte»: Giovanni
ci ricorda che non ogni peccato è mortale. Se ogni peccato è ’anomía (trasgressione della legge:
3,4), non ogni peccato è ’adikía in modo totale, cioè peccato che conduce irreversibilmente alla
perdizione. Sino alla fine della lettera noi abbiamo accolto, senza fiatare, lo stile dell'Evangelista
che tende ad esasperare i contrasti: per lui o si è radicalmente buoni oppure totalmente cattivi,
con l'introduzione, come unico correttivo, della possibilità di un peccato non mortale. Lo stile di
Giovanni, se male assimilato, potrebbe portarci ad un estremismo: quello di giudicare con troppa
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durezza chi non la pensa come noi e di demonizzarlo (trattandolo come figlio del diavolo). In
questa lettera vi è, ad esempio, la dura condanna degli pseudoprofeti, che, in qualche passo, sono
chiamati perfino anticristi: una tale presa di posizione va adottata solo da chi ha l'autorità
apostolica di farlo e l'autorevolezza derivante da un vero carisma profetico. Può pronunciare una
tale sentenza solo chi ha ragioni molto valide e se, da parte sua, vi è davvero la massima carità,
perché, non dimentichiamolo, Gesù è stato condannato a morte proprio come falso profeta da una
comunità religiosa praticante, che credeva con questa uccisione di difendere l'onore di Dio.
Quante volte responsabili della nostra Chiesa hanno commesso lo stesso orrendo sbaglio in nome
di Dio! Ritornando alla dottrina giovannea sul peccato espressa in questi versetti, concludiamo
augurandoci che essa faccia capire meglio, per contrasto, tutta la bellezza della giustizia, della
santità che è vita e armonia interiore.
2 - QUATTRO CERTEZZE STUPENDE E UN FORTE AVVERTIMENTO
1. PRIMA CERTEZZA: CHI È NATO DA DIO PRESERVA SE STESSO (5,18)
5.18 Oi)/damen o(/ti pa=j o( gegennhme/noj e)k tou= qeou= ou)x a(marta/nei,
a)ll' o( gennhqei\j e)k tou= qeou= threi= au)to/n
kai\ o( ponhro\j ou)x a(/ptetai au)tou=.
5,18 Sappiamo che chiunque è–stato–generato da Dio non pecca:
ma [il Generato da Dio lo preserva] chi è–generato da Dio preserva se–stesso
e il maligno non lo tocca.
«Sappiamo che chiunque è stato generato da Dio non pecca»: adesso Giovanni riassume tutta
la sua lettera cercando di imprimere nella mente e nel cuore del suo lettori quattro grandi verità,
che riempiono il cristiano di ottimismo e di fiducia. La prima verità riguarda il cristiano in
genere: chi è nato da Dio non corre il rischio di fare quel peccato mortale che di cui si è appena
parlato (3,6). L'Evangelista non perde l'occasione di sottolineare le conseguenze pratiche
derivanti dalla nostra filiazione divina, cioè dal fatto che è stato Dio a generarci come suoi veri
figli.
«Ma il Generato da Dio lo preserva oppure Ma chi è generato da Dio preserva se stesso»: qui
infatti la traduzione può essere duplice. O il Cristo, il Generato per eccellenza, lo difende (Gv
17,15), oppure il cristiano stesso, in quanto nato da Dio, in quanto cioè possiede un misterioso
germe di vita eterna (3,9), resta immunizzato.
«E il maligno (ponerós) non lo tocca»: chi conserva la sua unione filiale con il Padre non può
essere preda del maligno fino a diventargli figlio. Dunque lo Spirito, che guiderà il figlio di Dio,
sarà sicuramente solo quello buono, quello santo. La stessa cosa la afferma Gesù, usando
l'immagine delle pecore: Gv 10,27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse
mi seguono. 28 Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla
mia mano. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla
mano del Padre mio (cfr. 2,13b). Questa certezza non deve generare presunzione (che porta a
disprezzare e a condannare gli altri), ma solo quella parresía di cui è bello essere ripieni.
2. SECONDA CERTEZZA: SIAMO DA DIO (5,19)
5.19 oi)/damen o(/ti e)k tou= qeou= e)smen
kai\ o( ko/smoj o(/loj e)n t%= ponhr%= kei=tai.
5,19 Sappiamo che siamo da Dio,
mentre tutto il mondo giace nel maligno.
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«Sappiamo che siamo da Dio»: la seconda verità riguarda in particolare i lettori a cui la lettera
si rivolge. Giovanni l'aveva già affermato (4,6), mettendo gli amici di Dio in contrapposizione
con quelli del mondo.
«Mentre tutto il mondo giace nel maligno»: ai figli di Dio Giovanni contrappone nettamente il
mondo del peccato. Questo mondo è come morto (giace) sotto il potere del diavolo. Il lettore
deve capire che non ci possono essere vie di mezzo o compromessi. Anche in questo caso solo
l'umiltà vera e la carità autentica, eviteranno che una certezza così consolante si trasformi in un
motivo di conflitto che, con la scusa di fermare il maligno, uccide l'uomo che maligno non è.
3. TERZA CERTEZZA: IL FIGLIO CI HA DATO L'INTELLIGENZA (5,20 a)
5.20 oi)/damen de\ o(/ti o( ui(o\j tou= qeou= h(/kei
kai\ de/dwken h(mi=n dia/noian i(/na ginw/skwmen to\n a)lhqino/n,
5,20 Sappiamo anche che il Figlio di Dio è–venuto
e ci ha dato (l')intelligenza per conoscere il Vero (Dio).
«Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto»: la terza verità consiste innanzi tutto nel
ribadire l'annuncio che il Figlio del Padre è venuto nel mondo (4,2; 5,6). Qui non è più precisato
in che modo è venuto (nella carne... con acqua e sangue...), ma viene messo in risalto quello che
di speciale egli ci dona con la sua venuta.
«Ci ha dato l'intelligenza (diá-noia) per conoscere il Vero (’alethinós) Dio»: Giovanni indica
Dio con un semplice aggettivo sostantivato: il Vero, il Veritiero (noi abbiamo aggiunto il termine
sottinteso: Dio). In tal modo l’autenticità e la sincerità appaiono come qualità costituive di Dio
stesso. Ora, il Cristo ha dato a noi suoi fedeli l'intelligenza spirituale, non solo per capire
qualcosa delle misteriose opere del Dio vero, ma per conoscere direttamente in modo vivo
proprio Lui, nella sua verità piena (Mt 11,27 Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno
conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il
Figlio lo voglia rivelare). Non come gli illusi che credono di conoscere Dio e si ingannano,
perché la loro vita è in contraddizione con quello che dicono (2,4), dal momento che non
osservano i suoi comandamenti. Il principale comandamento dice appunto: Amerai il Signore...
con tutta la tua mente (diánoia. Mc 12,30). Solo se metteremo tutto l'impegno mentale che ci è
possibile per conoscere il vero Dio e per scoprirne la sua santa volontà, ci sarà data
quell'intelligenza superiore necessaria per capire i segreti di Dio (Ebr 8,10). Purtroppo alle volte
impieghiamo la nostra intelligenza solo per cercare quello che ci fa comodo: utilizziamola invece
appieno nel sintonizzarla con quella divina! Cfr. Gv 17,3 Questa è la vita eterna: che conoscano
te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.
4. QUARTA CERTEZZA: SIAMO IN GESÙ CHE È IL VERO DIO (5,20b)
kai\ e)sme\n e)n t%= a)lhqin%=, e)n t%= ui(%= au)tou= )Ihsou= Xrist%=.
ou(=to/j e)stin o( a)lhqino\j qeo\j kai\ zwh\ ai)w/nioj.
E (noi) siamo nel vero (Dio), nel Figlio suo Gesù Cristo:
egli è il vero Dio e (la) vita eterna.
«Noi siamo nel vero (’alethinós) Dio, nel Figlio suo Gesù Cristo»: per l'ultima volta Giovanni
invita i suoi lettori a ritenere, senza presunzione, di essere nel vero Dio. I veri cristiani possono
stare tranquilli; hanno la conferma dell'Apostolo che li rassicura nuovamente (lo ha appena fatto
nel v. 19; cfr. anche 1,3; 3,1; 4,6). Tutti insieme (apostoli e fedeli), sono sicuri, non solo di
conoscere veramente Dio, ma di essere in Dio e in Gesù, in Dio perché in Gesù Cristo. Il vero
Dio si rivela infatti in Gesù, Figlio suo. Questi, vero Uomo e vero Dio, è la via che conduce al
Padre, la verità che ci libera e la vita che dona speranza (Gv 14,6). Il tema giovanneo della verità,
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molto sviluppato nel IV Vangelo, è ben presente anche nelle tre lettere di Giovanni: questi si
preoccupa molto affinché i lettori pratichino la verità (1,6), la possiedano (1,8; 2,4), non la
ignorino (2,21), ma, provenendo dalla verità (3,19), si facciano illuminare dalla vera Luce (2,8)
ed istruire dal Crisma verace (2,27), perché lo Spirito è la verità (5,6). Come culmine di tutto il
cammino egli pone il dovere di amare nella verità (3,18; 2 Gv 1; 3 Gv 1).
«Egli è il vero (’alethinós) Dio e la vita eterna»: ecco una della più belle e più chiare
affermazioni della divinità del Cristo, presentato con entusiasmo come il vero Dio (’alethinós: 3
volte), e, in sintonia con il Prologo (1,1-2), come Vita eterna. Abbiamo una testimonianza
equivalente a questa solo nell'entusiastico atto di fede di Tommaso: Gv 20,28 Rispose Tommaso:
Mio Signore e mio Dio! Anche noi facciamo la nostra professione di fede convinta e gioiosa!
5. L'AVVERTIMENTO FINALE: ATTENTI ALL'IDOLATRIA (5,21)
5.21 Tekni/a, fula/cate e(auta\ a)po\ tw=n ei)dw/lwn.
5,21 Figlioli, custodite voi–stessi dagli idoli!
«Figlioli, custodite voi stessi dagli idoli!»: infine, ecco l'avvertimento più che mai opportuno
rivolto ai figlioli: chi crede nel vero Dio, stia attento a non scivolare nell'adorazione degli idoli
(’éidolon: simulacro, immagine, fantasma, da ’éidomai: apparisco, fingo). Dopo un così alto
discorso mistico, ci può sembrare non opportuno questo avvertimento. Invece è più che mai
necessario: il credente può facilmente diventare un idolatra. Ogni volta che mettiamo qualcosa al
posto di Dio, noi adoriamo un idolo. L'Evangelista ha il coraggio di dirlo chiaramente, così come
fa Paolo affermando che l'avidità (di piaceri illeciti, di denaro...) è una forma di idolatria (Col
3,5; Ef 5,5). Giovanni finisce la sua lettera delineando a tratti magnifici, da una parte, Gesù
Cristo, il vero Dio, e dall'altra, gli idoli, i simulacri falsi e ingannevoli, esaltati dai pagani e dai
falsi profeti. Idolo, per noi oggi, continua ad essere tutto quello che è contrario a Colui che dà
senso e valore alla nostra vita, cioè a Gesù Cristo, nostro Dio e nostro Signore (1 Cor 10,14).
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RIFLESSIONI CONCLUSIVE
La lettera che abbiamo appena terminato di leggere in clima di preghiera è costituita da passi
che appartengono a tre generi di insegnamento:
1° l'annuncio delle grandi verità della fede (Giovanni in quanto apostolo ed evangelista),
2° la valutazione di fatti e di eventi comunitari (Giovanni in quanto pastore e guida),
3° l'esortazione dei fedeli (Giovanni in quanto maestro ed educatore).
L'annuncio è costituito dalla testimonianza degli avvenimenti salvifici direttamente vissuti
riguardanti il Gesù terreno (interpretati alla luce della fede, la quale fa capire che Cristo è il
Figlio di Dio, è il vero Dio e la Vita eterna) e riguardanti la dottrina che Cristo ha insegnato (Dio
è Luce e Amore; bisogna amarsi a vicenda...).
Le valutazioni riguardano i comportamenti dei cristiani: alcuni sono fedeli (Siamo o siete da
Dio...), altri sono ribelli (Dicono... ma sono bugiardi... Sono figli del diavolo, anticristi...).
Le esortazioni sono molte e sono indirizzate ai buoni (Rimanga in voi quel che avete udito dal
principio... Nessuno vi seduca... Amiamoci gli uni gli altri...).
Siamo chiamati a credere all'annuncio (fede), a fare nostro il suo modo di valutare le
situazioni e i tempi (discernimento) e a seguire concretamente le esortazioni (pratica).
Approfondiamo ora solo tre temi importanti presenti nella lettera (la comunione, la carità e lo
Spirito Santo):
1° La comunione (koinonía) è un concetto fondamentale. La comunione si realizza in tre
momenti: si passa innanzi tutto dall'isolamento alla relazione (con i fratelli: apertura all'altro;
con Dio: accoglienza del suo progetto e della sua parola); contemporaneamente si acquisisce un
linguaggio comune (a livello umano: per comunicare esperienze, convinzioni...; a livello
religioso: obbedienza della fede, preghiera...); ed infine si crea tra le persone una solidarietà ed
una condivisione (fino al punto di partecipare alla stessa gioia e alla stessa vita divina in qualità
di figli).
2° Amore (’agápe) è realtà importantissima nella nostra lettera: l'amore è qualcosa di divino, è
una virtù perfetta, è il dono che il Padre ci fa, chiamandoci ad essere suoi figli (3,1), è Dio stesso
(4,8). L'amore del Padre si manifesta nel dono fattoci del Figlio suo, affinché questi, per amore
desse la sua vita per noi (3,16) e noi vivessimo per lui (4,9). Se noi riconosciamo e crediamo
all'amore di Dio (4,16), sentiamo il dovere di amare Dio e il prossimo (4,11). L'amore del
prossimo diventa il segno indicatore che rivela se amiamo Dio (4,20-21) e l'amore di Dio segnala
la qualità del nostro amore per i fratelli (5,2). Chi ama il fratello rimane nella luce (2,10), è da
Dio (3,10), è passato dalla morte alla vita (3,14), è nato da Dio e conosce Dio (4,7), Dio rimane
in lui (4,12). L'amore verso Dio si concretizza nell'osservanza dei comandamenti (5,3) e quello
del prossimo nei fatti (3,18). L'amore è il comandamento antico e nuovo (4,7-8), è il suo
comandamento (3,23), il comandamento per antonomasia (4,21). Contrapposto a chi ama, vi è
chi dice di amare, ma lo fa solo a parole (3,18) oppure addirittura odia; di lui Giovanni descrive
la tremenda situazione (2,9.11: è nelle tenebre; 3,10: non è da Dio; 3,14: rimane nella morte;
3,15: è omicida; 4,8: non conosce Dio; 4,20: è bugiardo). Quanto insistente è in questa lettera
l'invito ad osservare il comando non gravoso e liberante dell'amore! (3,11.18.23; 4,7.11.21).
3° Lo Spirito (pnêuma) Santo: all'inizio è presentato come khrísma che proviene dal Santo e
che ci dona la scienza (2,20) e ci istruisce su tutto (2,27); in seguito viene chiamato Spirito, dato
da Dio (3,24; 4,13). Lo Spirito rende testimonianza a Cristo (5,6) facendoci capire il mistero
dell'Incarnazione e dei Sacramenti e facendoci professare Gesù venuto nella carne (4,2). Inoltre,
ci rende consapevoli che Dio dimora in noi (3,24). L'opera interiore dello Spirito è raffinatissima
e delicatissima: per riconoscerla bisogna saper discernere il vero spirito da quello falso (4,6)
mettendo alla prova le varie ispirazioni (4,1): lo Spirito di Dio è quello della verità (4,6), perché
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lo Spirito è la Verità (5,6). Segni della presenza dello Spirito sono la vera fede nell'Incarnazione
(4,2) e l'ascolto dell'annuncio apostolico genuino (4,6).
Non ripetiamo qui le molte cose già dette su altre tematiche come Dio, Cristo, la filiazione
divina, la giustizia, la testimonianza, la fede, l'ascolto, la preghiera, il discernimento, la
conoscenza, la verità, la luce, la vita eterna, la vittoria, la parusia... (e poi, in netto contrasto: il
mondo, la concupiscenza, il diavolo, la menzogna, gli anticristi...). Diciamo solo che la nostra
lettera tratta tutte queste tematiche ad un livello non solo teologico, ma mistico, cioè vitale,
esperienziale, estremamente profondo e alto nello stesso tempo.
Ora, come conclusione, preghiamo il Padre con le parole di Paolo, sicuri di essere esauditi:
Ef 3,14 Io piego le ginocchia davanti al Padre, 15 dal quale ogni paternità nei cieli e sulla
terra prende nome, 16 perché ci conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere
potentemente rafforzati dal suo Spirito nell'uomo interiore. 17 Che il Cristo abiti per la fede nei
nostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, 18 siamo in grado di comprendere con tutti i
santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, 19 e conoscere l'amore di
Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siamo ricolmi di tutta la pienezza di Dio.
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A colui che in tutto ha potere di fare
molto più di quanto possiamo domandare o pensare,
secondo la potenza che già opera in noi,
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a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù
per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen.
Proprio al termine di tutto devo dare una mia testimonianza: non mi fa onore, ma sento il
dovere di comunicarla. Questo commento, a parte qualche ritocco secondario fatto in seguito,
l’ho scritto nel 1999. Rileggendolo ora dopo 7 anni per una revisione, con mia grande meraviglia
ho notato che già a quell’epoca avevo scritto delle cose verissime circa il pericolo
dell’autoillusione. Ebbene devo confessare che su molte cose essenziali in quel periodo mi stavo
proprio illudendo. Attualmente, grazie ad una prova che mi ha costretto ad aggrapparmi alla fede
e ad interiorizzarla come non avevo mai fatto prima, lo Spirito del Signore mi ha un poco
illuminato gli occhi del cuore: ho cominciato a capire che quanto più scrivevo cose vere
riempiendo la mente di verità sublimi, tanto più mi ingannavo nella vita pratica. Il Signore ha
iniziato a correggermi con una pena bruciante: l’ho accolta come una purificazione, come un
dono della sua misericordia. Pertanto devo avvisare tutti: non siate presuntuosi! La presunzione
acceca in modo incredibile. Ci sono cose (e sono le più importanti) che Dio nasconde ai sapienti.
Non è che in seguito non mi siano servite le cose scritte e anche gustate in passato. Anzi, Dio si
può servire perfino dei nostri sbagli e delle nostre brutture. Però, non basta assolutamente solo
sapere o credere di sapere: bisogna proprio avere da Dio il dono di vivere la carità e di fare il
bene. Non basta leggere o scrivere un libro o cento libri di spiritualità per essere davvero
spirituali o anche solo per poter pensare di aver capito qualcosa circa lo spirito. È sufficiente
anche un sottilissimo filo che ci tiene prigionieri e il nostro volo verso Dio, che è Spirito, diventa
impossibile o (il che è peggio perché illude) solo virtuale. Chi ha occhi per guardare, veda! Chi
ha orecchi per ascoltare, intenda! E chi crede di vedere e di intendere e in qualche modo (anche
segreto) se ne inorgoglisce, non ha ancora imparato a vedere e ad intendere. Chi è troppo
intelligente viene preso nel laccio della sua stessa intelligenza, chi invece non confida in se
stesso, ma pone la sua speranza unicamente nella misericordia divina ottiene misericordia. È
pericoloso far leva sulla propria giustizia, perché la nostra vera giustizia sta nel perdono che Dio
desidera concederci. Questa sia la nostra unica grande certezza!
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Commento alla Prima Lettera di San Giovanni Apostolo