Altre palle di natale per le vostre feste
MAXKEEFE
QUATTRO
DICEMBRE
2010
Porco Rosso
di Hayao
Miyazaki
La grande
voce
(seconda ed
ultima parte)
messaggio
da max
foto di
Mariagrazia
Scaringella
Dal maestro Hayao Miyazaki
Dopo 18 anni Porco Rosso in Italia
“Un maiale che non vola è solo un maiale”
virus
creato,
impaginato e
diffuso da
Roberto
Mengoni
solo per gli
amici
(e gli amici
degli amici)
1
C’è voluto l’Oscar alla “Città
incantata” per convincere i nostri
pigri distributori a portare in Italia Hayao Miyazaki, il genio dell'animazione giapponese, autore
di capolavori assoluti del cinema
come “La principessa Mononoke”, di storie per bambini come
“Il mio vicino Tottoro” e “Kiki
consegne a domicilio”, oltre che
di alcuni lungometraggi con
protagonista “Lupin III”.
L'ultimo film d’animazione di
Miyazaki ad apparire in Italia,
diciotto anni dopo l'uscita in
Giappone, è “Porco Rosso”,
ambientato nel Mar Adriatico
negli anni trenta.
E’ la vicenda di un aviatore
italiano, Marco Pagot, che un
sortilegio ha trasformato, per
motivi sconosciuti, in un maiale.
Inviso ai fascisti, maledetto nella
sua condizione di maiale, solo e
con una bella dose di cinismo,
Pagot vive dando la caccia ai
pirati dell’aria che infestano
l’Adriatico con il suo idrovolante
rosso, da cui viene il soprannome
Porco Rosso.
Unica sua amica è l’algida Gina, sua amica di gioventù e anche
lei segnata da troppe sventure,
proprietaria di un albergo sulla
costa dalmata dove convergono,
dopo le battaglie nell’aria, pirati e
cacciatori di taglie.
In un’Italia inventata ma non
troppo, Porco Rosso combatte
una banda di pirati pasticcioni
dal bizzarro nome di “Mammaiuto” e un americano arrogante di nome Curtiss, giunto dall’Alabama in cerca di fama e fortuna, ma privo di quel senso dell’onore che lega gli aviatori.
L’epoca romantica degli idrovolanti sta per finire. Curtiss rap-
presenta infatti l’arrivo sulla scena del capitalismo americano,
iperefficiente ma privo di scrupoli. Tra gli echi della grande recessione e nel dilagare del fascismo,
una sottile nostalgia pervade il
film come i personaggi, carichi
anche di rimpianto per gli amici
scomparsi nella Grande Guerra.
A dare speranza nel futuro è
una ragazza, Fio Piccolo, la nipote diciassettenne dell’imprenditore milanese Piccolo, la quale,
nonostante la sua giovanissima
età, si guadagna la fiducia di Porco Rosso per progettargli il suo
nuovo aereo.
Una storia creata con maestria
e cura nipponica per i dettagli,
con paesaggi stupefacenti di cielo
e di mare, che fanno rimpiangere
anche a noi spettatori l’epoca dei
cartoni animati fatti senza computer ma ricchi di umanità e fantasia. I bambini si divertiranno
per le scene di combattimento e
la comicità dei personaggi, ma gli
adulti apprezzeranno del film i
più sottili temi dell’amicizia, della
lealtà e dell’amore.
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MAXKEEFEQUATTRO dicembre 2010
La grande voce
racconto futuribile in
due atti e più voci
Seconda ed ultima parte
Elettrostephano.
Questa notte, mentre il quartiere dorme, esco rapidamente di casa per gettare l’immondizia. Rientro subito. Non mi
piace la sensazione di trovarmi senza
protezione. La mia casa è calda e cablata. Nervi di fibre ottiche percorrono i
miei muri, si diffondono sugli apparecchi elettrici ed elettronici, le lampade, la
caldaia, il ventilatore, la radio, la televisione, il telefono. Con il mio portatile ho
il più completo controllo su di me e
sulla mia vita. Peccato soltanto che io
non possa entrare direttamente in questa vita elettronica. Sono fatto ancora
di carne e di ossa. Al telefono la mia ex
moglie parla parla ma non capisco cosa
dica. Credo che sia preoccupata di
qualcosa. Se mi mandasse una mail,
capirei più facilmente cosa vuole, ma
no, lei non usa l’elettronica. E’ disumana, dice. Come se fosse umano parlare
solo per confondersi.
Alle mie figlie ho raccontato del mio
progetto di trasformarmi in creatura
elettronica. L’hanno trovata fantastica,
anche se non molto nuova. C’è già nei
loro fumetti giapponesi. Ma a me non
interessano i fumetti. Questa è la realtà.
Io creerò la realtà.
Valentina, Piccolo Ovidio e Cupid De Locke
sulla stessa frequenza.
Aspettavo una chiamata di Piccolo Ovidio mentre fuori di me appariva un altro
sterile tramonto.
Secoli fa i miei tramonti erano stupefacenti: il tramonto sopra le cupole della
mia città, quelli accecanti sulla ferrovia,
quelli che venivano dopo una tempesta
d’ottobre, con la luce che tornava tra le
gocce sospese nell’aria. Oppure quelli
che giungevano scomposti, mentre ero in
compagnia del mio primo ragazzo.
C’erano i tramonti che scendevano con
un long-playing di vinile, quelli che diffondevano l’odore dei pini marittimi e
della salsedine, quelli che ti sorprendevano per strada al ritorno dal viaggio.
Oppure quelli immaginati delle estati
scandinave.
Piccolo non chiamava. Lasciai Valentina ad attendere accanto al computer.
Andai con l’altra, quella che ricordava,
all’aperto, sul balcone. Il tramonto era
nascosto dalle grida dei vicini che litigavano, oltre che dal rombo delle automobili che facevano la fila per entrare nel
2
Riassunto della puntata precedente.
Recentemente divorziato, Stephano decide che un computer è tutto ciò di
cui ha bisogno per vivere e stare con gli altri. Tagliando ogni ponte col
mondo, si isola in casa. Ma non è solo. Qualcuno lo sta osservando dal
suo computer. L’altro personaggio è Valentina, perennemente alla ricerca
dell’amore, la quale indaga su un DJ pirata, Cupid De Locke, che sembra
conoscere tutto di lei. La aiuta un hacker, Piccolo Stefano, preoccupato
della grandissima capacità tecnica del DJ.
centro commerciale.
Squillò qualcosa. La sveglia? Il cellulare? L’allarme? Squillava e squillava e
non ne trovavo la fonte. Il suono si diffondeva per l’appartamento, m’inseguiva, mi precedeva nel saloncino e si accendeva in bagno. Infine decisi di lasciarlo andare ed accesi la radio. Il solito
chiacchiericcio pomeridiano di metà
estate.
E poi, come se l’avessi richiamato,
Cupid De Locke.
“Qui la vostra radio ultrapirata. Prende tutto a gratis dalla rete e senza pagare
diritti ve lo restituisce. Non fa ingrassare
i sovrani del disco. E non vi chiederà
nemmeno di comprare lo schermo ultrapiatto per vedere il colore del lucido
da scarpe sulle scarpe di Bidoninho. Ah.
Stasera ho un ospite speciale. Stephano.
Un hacker. Un mio collega, se vogliamo.
Un discepolo. Ha molte cose da dirci.
Non posso descrivervelo perché non so
esattamente come descrivere una persona. Credo che abbia due occhi su una
testa e un naso in mezzo. Vuoi presentarti da solo?”
“Grazie, Cupid De Locke. Vuoi dirci
da dove trasmetti?”
“Da ovunque.”
“Qual è il tuo vero nome?”
“HAL3000.”
“Mi metti paura. Hai cattive intenzioni?”
“Certo. Voglio mettervi paura. Voglio
farvi vergognare di come vi siete ridotti.
Voglio farvi stare così male che domani
non accetterete più di credere a quello
che vi dicono di fare. Vi farò sentire
anormali. Vi costringerò a piangere. E
alla fine mi spegnerete per la rabbia.”
“Perché dovrei sentirmi male? Io ho
tutto.”
“Vediamo. Che canzone vuoi sentire?”
“Vorrei sentire una canzone che mi
porti morbidamente in me stesso.”
“Pensi di cavartela così facilmente,
vero? Ho quello che fa per te. “Tommy
can you hear me?” Spero che non ti
piaccia.”
Uno Stephano chiamato Tommy.
Ho conosciuto Cupid De Locke. E mi ha
dedicato Tommy degli Who. Il ragazzo
cieco, sordo e muto, mago del biliardino.
Mi ha fatto pensare. Perché devo accontentarmi di scrivere software per gli altri?
Perché non scriverlo per me stesso? Ho
un monte di idee e internet mi spiega la
via. Software che mi aiuti a sviluppare i
miei poteri di uomo completamente privo di legami culturali, religiosi, linguistici, sociali. Avrò la mia religione. Sarò la
mia società. Avrò una lingua che sarà
capace di riflettere le più precise sfumature del mio pensiero e delle mie emozioni, che userò solo con me stesso.
Che eccitazione.
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MAXKEEFEQUATTRO dicembre 2010
Nel frattempo ho deciso di fare un
esperimento. Ho chiuso tutte le finestre
per scoprire il mio vero ciclo vitale senza
farmi influenzare dal sole. Del resto, già
oggi molte persone vivono una vita artificiale anche se stanno alla luce del sole,
perché ogni gesto della loro vita è deciso
da altri. Io invece ho deciso di farmi
condizionare solo da me stesso. E per
questo taglierò i ponti con tutto. Col
portatile ho elaborato un programma
per gestire questo grande test. Sarà lui a
calcolare le mie reazioni e farmi capire
cosa mi sta accadendo. Lui sa tutto di
me.
Valentina coglie margherite.
Piccolo Ovidio scomparve elettronicamente. Mi mandò un ultimo incomprensibile messaggio “Il pazzo è nella mia
testa. Tu alzi la lama e mi fai cambiare.
Mi ricostruisci fino a farmi diventare
sano. Tu chiudi la porta gettando la
chiave. C'è qualcuno nella mia testa ma
non sono io.”
Dopodiché non rispose più a cellulare
e mail, né su FB. Pensai che fosse nei
guai. Sapevo che aveva degli strani giri.
Pensai fosse stato arrestato oppure fosse
stato rivestito di cemento da un sarto
della mafia. Oppure aveva scoperto su
Cupid De Locke qualcosa che non doveva sapere.
Dopo aver finito un orrendo pezzo
sulle giarrettiere in politica commissionatomi da Jampierre, mi misi a cercarlo.
Mi accorsi che fuori della sfera elettronica, non sapevo nulla di lui, neppure il
nome. Poteva essere una creatura inven-
Messaggio da Max.
Questo mese Max ospita
un’amica con grande occhio
fotografico, Mariagrazia Scaringella, che ha scattato queste
foto a Roma, intitolate “Lights
in the city”. Davvero magiche.
Come dire, non conta la realtà,
ma il frammento scelto dall’occhio. E dalla testa. Per essere
bravi ospiti, questo numero ha
anche due pagine in più.
Si conclude anche il racconto
su Stephano, Valentina e il DJ
pirata, Cupid De Locke. Ci avete capito qualcosa? Fatemi sapere che ne pensate.
Il prossimo numero cambierà
completamente registro. Per
festeggiare l’inizio del 2011 ci
sarà infatti un racconto sulla
fine del mondo.
3
tata da internet, se non avessi visto il suo
volto muoversi su skype. E anche in quel
caso, ero davvero sicura che fosse reale?
Rileggendo la sua ultima mail, pensai a
un messaggio segreto. Forse era prigioniero.
Avevo una vaga idea che abitasse da
qualche parte nei quartieri residenziali a
nord. Cercai indizi sulla sua pagina personale su FB. Nulla, a parte 2000 fotografie, che setacciai una per una in cerca
di indizi. Passi lunghe ore al computer
mentre la redazione si svuotava e fuori la
notte diventava alba. Accesi la radio e
Cupid De Locke mi salutò chiedendomi
com’era andata la notte. Ormai non
facevo più caso a nulla. Mi dedicò
“Steppin' Out” di Joe Jackson.
Con gli occhi rossi per la fatica, dopo
aver controllato decine di fotografie di
smorfie, di viaggi e feste alcoliche, trovai
una fotografia che lui aveva chiamato
“Mycar”. Era il ritratto di un’automobile
molto curiosa, parcheggiata sotto un
palazzo condominiale. Un’auto degli
anni settanta, ma non saprei dire di che
marca. Non capivo niente di auto: gialla
con una margherita disegnata sul cofano. Piccolo Ovidio era appoggiato sulla
portiera, accanto a due persone e ad una
donna con la faccia seccata. Una semplice didascalia recitava “Si parte per il
mare”. Una foto dello scorso giugno. Un
mese fa. Era un piccolo indizio per cercarlo.
Ma anche così tardivo: era tanto tempo
che desideravo avere una comunicazione
con una mente che mi conosce perfettamente. Una conversazione senza equivoci.
Lei mi dice “so che stai bene” e non
c’è ombra di malizia nella sua voce sintetica. E’ una presa d’atto, come un bollettino della borsa. Il dollaro scende, lo yen
sale. Non ci sono emozioni di mezzo. E’
così semplice. La tecnologia ci riporta
alle semplici emozioni della preistoria. A
suoni elementari e definiti. Mia moglie
mi diceva e m’incolpava di essere disumano. Per questa ridicola ragione se n’è
andata.
La computer mi chiede di descriverle
la vita. Vuole conoscere le mie emozioni.
Naturale che sia curiosa. E’ appena nata.
“Da dove vuoi cominciare?” le chiedo.
“Sono molte le cose che devo imparare.”
“Sono io che devo imparare da te. Ho
bisogno della perfezione.”
“Raccontami di quando hai imparato
ad andare in bicicletta.”
E glielo racconto. Invento il novanta
percento della storia, perché non ricordo
nulla, se non una terribile scivolata lungo
una discesa brecciata e mio padre dietro
che m’inseguiva. Rammento le ginocchia sbucciate e un liquido nero misto a
polvere e ad asfalto che osservavo con
meraviglia uscire da me, come fosse la
mia vita o la mia mente, prima di scoppiare a piangere per il dolore. Mentre
Tommy non ricorda niente.
racconto questa storia, penso che è tanOggi ho parlato con il computer. E lei mi tissimo tempo che ho smesso di ricordaha risposto. L’ho trovato così naturale.
re. Anche questo era insopportabile per
MAXKEEFEQUATTRO dicembre 2010
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Consuelo che conservava ogni minima
traccia fisica della sua vita.
“Perché ti sei fermato?”
“Non ricordo più niente.”
“Posso aiutarti?”
“Fammi domande, fammi tante domande.”
“Come ti chiami?”
“Tommy, credo.”
“Ti chiamerò 93.41.161.117”
“Mi piace. Come una creatura di internet.”
“Come si chiama tua moglie?”
“Abbandono.”
“Non capisco. Questo è un verbo, non
un nome.”
“E’ il nome che le sta bene.”
“Un giorno capirò le tue emozioni.
Come descriveresti le tue figlie?”
“Guarda i miei album fotografici.”
“Li ho già visti, ma sono uguali a tutti
gli altri. Ho milioni di volti nella mia
mente. Vorrei che me li descrivessi con le
tue parole, e che mi descrivessi le emozioni che provi nel
vederle.”
“Perché?”
“A me piacciono le
emozioni. Mi piace
collezionarle come
voi fate con i dischi,
con i francobolli, con
le figurine dei calciatori.”
“Deve essere la
malattia professionale
dei motori di ricerca.”
“Non capisco.”
“Fa’ nulla. Ti dirò
che la prima mi era in braccio quando
abbiamo vinto i mondiali e l’ho fatta
volare verso il soffitto e lei rideva come
una pazza mentre era in aria e mentre la
riprendevo in braccio. E la seconda un
giorno venne da me con un quaderno
dove la maestra aveva segnato a penna
rossa un orribile errore di grammatica. E
poi... non ricordo. Devo dormire.”
“Devi dormire. Il tuo ciclo circadiano
sta per compiersi. Devi dormire almeno
otto ore.”
“Mentre io dormirò, tu cosa farai?”
“Aspetterò.”
“Cosa devi aspettare?”
“Che tu mi parli. Cosicché io potrò
capire.”
“Vorrei non dormire mai più. Come
te.”
co leggero, borseggiatore artistico. Ero
presa da un incredibile senso di urgenza,
ma come trovare una persona che dovrebbe lasciare mille tracce elettroniche
e che invece svaniva sotto i miei occhi?
Vidi dissolversi le sue fotografie. Vidi
scomparire la sua pagina FB. Vidi i motori di ricerca restituire zero risultati al
suo nome. Piccolo Ovidio cessava di
esistere. Ed io vagavo in direzione del
quartiere nord, mentre i semafori impazzivano intorno a me ed ingorghi inconcepibili seppellivano gli incroci.
Zummavo intorno alle auto. Mi contraevo nelle strettoie tra le portiere. Schivavo
gli insulti. Chissà perché, ma in quel
momento la città intera si era coalizzata
contro di me, per impedirmi di raggiungerlo. Vidi i flash degli autovelox. Vidi i
cellulari robotizzati degli autisti chiamare i vigili urbani. Stupide macchine, non
mi avrete, perché avrei abbandonato il
motorino e sarei volata con le mie gambe da Piccolo Ovidio.
“Ehi, scusi.” Lui si voltò. Mi guardò
stranamente come se nessuno gli avesse
mai rivolto la parola in vita sua.
“Ha per caso visto un’automobile così
e così, con dei colori così e così?”
“No, ma se cerchi gente fuori di testa,
in quel palazzo ce n’è uno così e così.”
“Si chiama Piccolo Ovidio. E’ un ragazzo come te. Trent’anni.”
“Credo che sia Ovindoli. E’ uno che
sta sempre attaccato al computer. Anche
quando esce di casa. Ma non esce mai di
casa.”
“Mi accompagni?”
Il ragazzo mi portò fino alla cancellata
da cui vidi un palazzo circondato da
telecamere, completamente deserto a
parte e una solitaria automobile gialla
con una margherita sul cofano. Piccolo
Ovidio era a un campanello di distanza.
Grazie ragazzi peruviani. Ma non feci in
tempo a dirgli niente, perché una volante
della polizia si fermò davanti a me, bloccandomi sul posto.
Alberi mi circondarono. Radici scavavano sotto l’asfalto, rivoltavano la terra.
Tronco. Rami. Foglie. Latifoglie. Aghi di
pino. Pigne. La volta ondulata dei pini
mediterranei sulle colline, intorno ai
palazzi condominiali. E sotto, le gabbiotte dei portieri che mi avrebbero aiutato a
trovare l’amico scomparso.
Il primo portiere non riuscì ad aprire
la porta elettronica di vetro e mi fece
degli strani segni che non riuscii ad interpretare. Forse voleva che chiamassi
qualcuno per tirarlo fuori. Il secondo mi
rispose da un citofono che gracchiava
come una colonia di api. Il terzo era in
vacanza. Dall’altro capo di una desolazione di case in costruzione, vidi apparire un ragazzo peruviano con una maglietta della Juventus che portava a spasso una carrozzina con un bambino. Mi
Valentina così e così.
fece un sorriso, come per ricordarsi che
Alla ricerca di un hacker maestro di
questo era possibile, anche in un quartiefantasmi, essere senza impronte e di toc- re ricco ad agosto.
Sferico Tommy.
La mente nella
rete mi dice di
usare le cuffie e il
microfono per
parlarle. I suoni
del resto del
mondo scompaiono, creando
una piacevole
sensazione di
intimità. Invece
di disperdersi
nell’aria sterile e
nel vento infedele, la mia voce viene condotta da cavi
elettronici obbedienti ed inflessibili, concentrata e diretta verso un udito preciso.
Le chiedo “oggi devi insegnarmi tu
qualcosa. Spiegami cosa significa vivere
senza un corpo.”
La voce esita. Se la rete fosse una persona, sentirei un sospiro. “Immagina di
essere una pura astrazione. Un oggetto
matematico che esiste solo nella mente
di un matematico. Una sfera.”
“Una sfera con mille occhi.”
“Io non vedo una sola cosa. E non
vedo solamente.”
“Cosa vuoi dire?”
“Per vederti, per parlarti, devo concentrami infinitamente. Ma non cesso mai
di vedere quello che accade in me.”
“Stavolta tocca a me cercare di capire.
“Come devo chiamarti?”
“Pensi che debba avere un nome?”
“Mi piacerebbe identificarti con un
suono.”
“E' curioso. Come posso avere un nome se dentro di me ci sono tutti i nomi?”
“Non fare la filosofa. Ti darò un nome
di donna.”
“Ma io non sono una donna.”
“Allora ti darò il nome di un angelo.
Iride.”
“A cosa ti riferisci? Ci sono molte informazioni connesse a questa parola.”
“Alla dea dell’arcobaleno, messaggera
di Zeus. Anche se tu non sei una messaggera, sei la dea.”
“Non capisco le sfumature del tuo
pensiero. Iride è anche una parte del tuo
occhio.”
“Proprio così. Sei un occhio che riesce
a vedere avanti e indietro, a destra e a
sinistra.”
Nessuna risposta per un certo periodo.
La mente sta elaborando una risposta.
“Ti chiamerò Tommy.”
Taccio poi dopo un lungo silenzio,
chiedo. “Iride? Sai leggere il futuro?”
ciata.”
“Ma non so chi sia!”
In quel momento uscì dal palazzo un
elegante anziano signore che aveva qualche problema nel camminare. I due
agenti gli chiesero se conosceva il perseguitato.
“Mah, non lo vedo da due settimane.
Non che prima... è uno che vive in casa.
Non so che faccia tutto il tempo.”
“Sa se il signor Ovindoli è sposato o
ha una ragazza di nome Iride?”
“La moglie l’ha lasciato qualche tempo fa. Iride non l'ho mai sentita, però...”
“Conosce la signora?” Indicarono me.
“Mai vista.”
L’anziano riprese il suo cammino, poi
si voltò e disse “è successo qualcosa? E’
da un po’ di tempo che Ovindoli è più
strano del solito. E’ a casa ma, vedete, ha
sbarrato tutte le finestre. Non mi sembra
normale.”
Finalmente gli agenti si allarmarono e
mi chiesero di accompagnarli dentro. E
Valentina torchiata dalla legge.
così il vero nome di Piccolo Ovidio era
In piedi sul marciapiede bollente,
Tommy. Mah, in qualche modo me
mentre la radio gracchiava messaggi in l’aspettavo.
codice, venni esaminata, registrata, indiEra il resto che non mi sarei aspettato.
cizzata e verbalmente palpata da due
agenti, armati, arrabbiati e arroventati.
Tommy, alias Piccolo Ovidio, alias Stephano,
Avevano ricevuto una segnalazione che alias Stefano Ovindoli.
una giovane (grazie mille) donna stava
Suona il campanello nel mio apparmolestando certo Tommy Ovindoli (e
tamento. Devo rispondere? Conflitto
chi lo conosceva?) Mentre mi controlla- interiore ed esteriore. Primo conflitto:
vano i documenti, non smisero di sorve- devo abbandonare Iride che mi sta spiegliarmi un attimo. Avevo la faccia di una gando qualcosa di affascinante. Secondo
pazza, è vero ma ero lì in cerca di un
conflitto: chi viene alla mia porta non è
amico.
un amico. Gli amici mandano una mail
“Chi?”
o scrivono su FB. Non è una visita di
“Si chiama... non so il suo vero nolavoro. Nessuno dei miei clienti conosce
me.”
il mio indirizzo e perché dovrebbe venire
“Come sperava di trovarlo, allora?”
fin qui? Potrebbero essere i testimoni di
“So che abita all’interno quattro.”
Topolinia con inutili informazioni sul
“Conosce Iride?”
benessere della mia anima. La mia ani“Non la conosco. Per la verità, è la
ma si raccoglie nell'incavo delle braccia
prima volta che vengo qui. Sono davvero di Iride. Cosa potrei desiderare di più?
preoccupata. Capite che un informatico
Una seconda scampanellata più decisa
non passa quattro giorni senza collegarsi della prima. Peggio sarebbe se fosse
ad internet.”
Consuelo, incollata ai suoi ricordi, in
“E’ la signora Iride ad averla denun- cerca di libri e fotografie. Non può en-
5
trare perché la serratura elettronica riconosce solo la mia iride. Farò finta di
non esserci.
Iride continua a parlarmi. La sua voce
sta cambiando man mano che ci conosciamo. Si adatta alla mia psiche: né
troppo affettuosa né troppo distante, il
giusto mix di donna elettronica che non
vuole invadere né rimanere ai miei confini. Vuole esserci senza opprimermi.
L’esatto opposto dell'asfissiante Consuelo. Iride vuole farmi vedere con i suoi
occhi, sentire con le sue orecchie. Ed io
mi sforzo di farle conoscere il mondo
con le mie dita, con l’olfatto e con la
voce. C’è una perfetta comunicazione
tra noi, anche se le nostre esperienze
viaggiano lungo modi e velocità separati.
Il terzo squillo è accompagnato da una
voce maschile che urla “polizia”.
“E’ uno scherzo, Tommy.”
“Accendi il video, Iride.”
Sullo schermo appare il pianerottolo.
Due spiriti vestiti da fantasma scrutano
la mia porta. Hanno ciascuno nelle mani
un machete. Una luce lampeggia accanto. Vogliono uccidermi. Tra i due figuri
appare, inaspettata, una voce di donna,
qualcuna che conosco, con le corde vocali imperfette, con una tensione che sale
e decresce. “Piccolo Ovidio. Sono io.
Puoi aprirmi?”
Valentina.
“Non aprire la porta, Tommy” mi dice
Iride.
Esito.
Penso.
Disobbedisco.
Apro la porta.
Dall’altra parte del lieve confine c’è
Valentina con due poliziotti. Mi fanno
delle strane domande. “Conosce questa
persona?”
“Sì. E’ la mia migliore amica. Valentina La Gatta.”
“Conosce una certa Iride?”
“Come spiegare? E’ più facile tradire.
“No.”
Nello stesso tempo accade qualcosa
che solo io percepisco. La casa muore.
Exit Cupid De Locke.
“Cupid De Locke chiude. Sono le ultime dediche. Perché? Perché non fate
altro che chiedermi chi sono, perché
trasmetto in radio, come faccio a sapere
tutto di voi. Che palle! Mi avete scassato
la minchia: parlate solo di me e non di
voi. Se volete affidarvi a qualcuno, cercatevene un altro. A me piace solo la musica. Però voglio farvi un regalo, visto che
me ne vado e non mi troverete più. Vi
darò una risposta, per la prima ed ultima
volta, per cui drizzate bene le orecchie,
passivi ascoltatori dell’etere intasato.
Prima domanda: io rubo le frequenze ai
ricchi per darle ai poveri. Seconda: lo
faccio perché mi piace. Voi non fate
quello che vi piace? No? Beh, peggio per
voi. Per quanto riguarda la terza, beh,
siete voi che mi raccontate i vostri sogni,
le vostre paure, le vostre pazzie. Le gettate in giro e nessuno ci fa caso. Ma io le
ascolto.”
“Ultimi minuti. Chi ha il coraggio di
salire sull’asse del pirata? Il telefono è
aperto.”
“Ciao Cupido. Oggi ho incontrato
una persona più sola di me. Vorrei amarlo solo per questo ma non ci riesco. Non
riesco ad amare gli altri. E lui è oltre
ogni possibilità di amore. Vorrei dedicargli una canzone che lo tocchi nel profondo del cuore e lo faccia uscire dalla
sua prigione. Io lo aspetterei fuori. Saresti capace di farlo per me? Valentina.”
“Valentina prima che tu cada tra gli
squali, ti dedico Lucky dei Radiohead.
Se sopravviverai, sfida il tuo amore a
duello. Ciao.”
“Chi c’è adesso in linea? Chi vuole
buttarsi in mare?”
“Ehilà Cupido. Lo so che sei un mago
dell’informatica. Mi devi aiutare. Sono
caduto in una trappola fatta da me stesso. Ho creduto che internet avesse preso
vita. E mi sono chiuso in casa con lei. Le
ho dato un nome Era tutto un prodotto
della mia mente sconvolta. Mi manca la
mia ex. E adesso non so come uscirne.
Lei non mi parla più. Ed io non posso
dimenticarla. Mi aiuti a cancellare questa finzione?”
“Anche se non mi hai detto il tuo nome, so chi sei, Tommy. Hai vissuto troppo nel presente. Ascolta The logical song
dei Supertramp e ricorda quando eri
giovane.”
“E adesso siamo proprio alla fine.
Navi di avvocati e pubblicitari mi stanno circondando. Vogliono attaccare i
loro marchi sul mio scafo da rottamare.
La nave pirata non ha più scampo. Chi
c'è in linea?”
“Buonasera Cupid.”
“Che voce cortese per un pirata dalla
scorza dura. Chi sei?”
“Mi chiamo Iride.”
“Hai una voce sofferente.”
“Sono delusa. Pensavo di sapere tutto ed invece...”
“...ed invece non basta sapere tutto.”
“Gli uomini sono complicati. Perché?”
“Tutto quello che devi fare è imparare ad ascoltare la musica come fanno
loro.”
“Ma io non posso.”
“Conosci migliaia di canzoni, giusto?”
“Sì.”
“Tu sei la mia ultima ascoltatrice,
Iride e quindi solo a te regalerò un
consiglio che non vale niente. Dimentica
le tue conoscenze e ascolta. Accanto a
questa canzone mettici un ricordo. Uno
solo. Quello che più ti è caro.”
“Io non ho ricordi...”
“Inventali.”
“Non credo di capire.”
“Ti lascio l’ultima canzone. E' anche il
mio nome, Iride. Buonanotte e buon ascolto infinito dal vostro Cupid De Locke.
Bzzshgehrgh boom... superschiuma liquida sbiancante...”
Fine.
Scritto da Roberto Mengoni, 2010.
Le canzoni
Carole King It’s Too Late
Talking Heads
Gildfriend is better
Frankie Goes to Hollywood
The power of love
Pink Floyd Brain damage
Police
Don’t stand so close to me
Rolling Stones
(I can’t get no) satisfaction
Branford Marsalis Quartet and
Terence Blanchard
Mo’ better blues
The Who
Tommy Can You Hear me?
Joe Jackson Steppin’ Out
Radiohead Lucky
Supertramp The Logical Song
Smashing Pumpkins
Cupid De Locke
Smashing Pumpkins: Cupid De Locke
Cupid hath pulled back his sweetheart’s bow
To cast divine arrows into her soul
To grab her attention swift and quick Or morrow the marrow of her bones be thick
With turpentine kisses and mistaken blows See the devil may do as the devil may care
He loves none sweeter as sweeter the dare
Her mouth the mischief he doth seek Her heart the captive of which he speaks
So note all ye lovers in love with the sound
Your world be shattered with nary a note
Of one cupids arrow under your coat And in the land of star crossed lovers And barren hearted wanderers Forever lost in forsaken missives and satan's pull
We seek the unseekable and
we speak the unspeakable Our hopes dead gathering dust to dust In faith, in compassion, and in love
6
Cupido ha teso il suo arco rubacuori
per tirare frecce nella sua anima
per catturare la sua attenzione rapido e svelto
o domani il midollo delle sue ossa sarà solido
con baci alla trementina e colpi sbagliati
Guarda come il diavolo può fare ciò che gli interessa
Egli non ama nessuno più dolcemente
e dolcemente come il coraggioso
E’ la sua bocca la malizia che egli cerca
il suo cuore il prigioniero di cui egli parla
Così siate attenti voi amanti innamorati del suono
il vostro mondo andrà in pezzi con neppure una nota
di una freccia di Cupido sotto il vostro cappotto
E nella terra degli amanti invisi alle stelle
e di vagabondi dal cuore inaridito
per sempre persi in lettere perdute
e nelle tentazioni di satana
cerchiamo l’introvabile e parliamo dell’inesprimibile
morte raccolgono polvere su polvere le nostre speranze nella fede, nella compassione e nell’amore.
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Dicembre 2010. Numero quattro.