Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Numero 125 22 Ottobre 2013 123 Pagine Prova Yamaha YZF 250 2014 Gira la testa per andare ancora più forte Periodico elettronico di informazione motociclistica Prova Harley-Davidson Touring 2014 Poker Rushmore servito Scarica l’APP del Magazine MotoGP Australia Vince Lorenzo. Bandiera nera a Marquez. Articoli, commenti e pagelle | superbike Jerez | Tom Sykes è campione del mondo Superbike da Pag. 98 a Pag. 119 All’Interno NEWS: BMW R nineT | Buell 1190RX | M. Clarke: Le grosse monocilindriche italiane | Correva l’anno EICMA 1987 N. Cereghini: Tifo Sykes: titolo strameritato | SBK: Le pagelle del GP di Jerez | Carlos Checa si ritira Yamaha YZF 250 2014 PREGI Motore facile e potente DIFETTI Larghezza convogliatori Prezzo 8.490 € Prova cross Gira la testa per andare ancora più forte La duemmezzo cambia radicalmente: masse più centralizzate grazie al nuovo motore a testa girata e al telaio inedito. Arriva l’iniezione elettronica e le valvole sono ora 4 (prima 5). In pista ha un motore facile ma potente ed è molto stabile di Andrea Perfetti 2 3 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Prove Media N el 2014 le due YZF sono gemelle diverse. Diverse ovviamente nella cilindrata del motore (250 o 450), ma con la medesima, esclusiva architettura del cilindro (girato all’indietro); condividono poi telaio, serbatoio e plastiche. La Casa di Iwata ha deciso di investire forte sulla piccola quattro tempi da cross, a dir la verità rimasta un po’ immobile negli ultimi anni (era infatti l’ultima tra le giapponesi con l’alimentazione affidata al carburatore). La vecchia YZF era comunque ancora parecchio apprezzata grazie al motore facile e molto affidabile, e alla ciclistica solida. Ora si volta pagina, Yamaha spalanca il gas e piazza la sua YZF 250 al vertice della categoria in fatto di aggiornamenti tecnici e 4 innovazione. La moto cambia infatti radicalmente ed è una delle novità più gustose della prossima stagione crossistica. Motore rovesciato, iniezione e una valvola in meno La YZF250 ora ha la testa girata, proprio come la 450. Lo scarico è dietro, mentre davanti si trovano le valvole di aspirazione. L’inclinazione del cilindro permette di avere un condotto di aspirazione verticale. Ci guadagna anche l’aria che respira il motore: il filtro è infatti davanti al serbatoio, in una zona riparata dalla polvere (e ora facilmente accessibile, senza rimuovere la sella). Come la sorellona, la 250 riceve uno scarico che fa un nuovo giro dietro la testa, avvolgendola ma tenendosi distante dall’ammortizzatore (che in questo modo non riceve il calore del collettore). La YZF perde il primato delle 5 valvole (3 di aspirazione e 2 di scarico); ora ne troviamo 4, più grandi (da 23 a 31 mm quelle di aspirazione, da 24,5 a 25 mm quelle di scarico). Il pistone ha 2 segmenti di tenuta al posto dei 3 del 2013 per ridurre gli attriti. Il rapporto del motore rimane super quadro, l’alesaggio è infatti di 77 mm a fronte di una corsa di 53,6 mm. Un’altra novità essenziale è data dalla lubrificazione, che passa dal carter secco del 2013 al carter umido del 2014, con una lieve riduzione dell’olio (da 1,2 litri a 0,9). Arriva l’iniezione elettronica, con un corpo farfallato Keihin da 44 mm dotato di iniettore con 10 fori. Così anche la 250 può utilizzare il Power Tuner, con cui si può impostare rapidamente la mappatura della centralina più adatta ai diversi terreni o allo stile di guida del pilota. Nuovo e rivisto anche il cambio, più robusto e dotato di una finale più lunga (il rapporto passa da 13/51 a 13/50). Estetica in comune Ora le due cross 4 tempi di Yamaha sono identiche. Condividono infatti telaio e plastiche. Novità anche nelle grafiche, realizzate in fase di stampaggio con l’inserimento della pellicola all’interno dello stampo. Il serbatoio aumenta la sua capacità da 6,4 a 7,5 litri e si sviluppa sin quasi dentro il telaio, in una posizione che contribuisce insieme al motore rovesciato a centralizzare le masse. Il tappo è protetto dal fango da un comodo sportellino di plastica. Segnaliamo anche l’accorgimento furbo e pratico degli ingegneri 5 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito giapponesi: oltre alla rimozione del filtro dell’aria, è una cannonata anche accedere al motore in generale; basta infatti sollevare il serbatoio, ruotandolo all’indietro, per mettere le mani sul cilindro. La YZF250 arriverà a novembre 2013 nella colorazione blu con un prezzo ancora in via di definizione (il modello 2013 costa 8.490 euro). Il telaio e le sospensioni Il telaio a doppio trave in alluminio è realizzato con 10 tipologie di componenti forgiati, stampati ed estrusi. Rispetto alla 450 cambiano solo gli attacchi del motore, quelli superiori sono in acciaio, quelli inferiori in alluminio. Il nuovo radiatore è più compatto, il telaietto posteriore è più corto e leggero. La forcella Kayaba da 48 mm con camere separate per olio e aria monta nuove molle e ha un’escursione utile di 310 mm. Cambiano anche la piastra superiore dello sterzo e il perno 6 Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Prove della ruota anteriore (da 20 a 22 mm). L’ammortizzatore riceve una molla più dura rispetto al passato (da 52 a 54 N/mm). La nostra prova in pista Conosciamo la nuova YZF250 sulla pista francese di Vincy Manoeuvre, distante un’ora d’auto da Parigi. Il tracciato è piuttosto lento, contraddistinto da una bella serie di salite e di discese con salti di tipo naturale; il fondo è misto, tratti molto duri si alternano ad altri con terreno smosso. C’è poi un gustosissimo rettilineo da quarta piena, qui la moto prende letteralmente il volo su tre salti davvero lunghi. La posizione in sella è ben studiata, si nota solamente la larghezza leggermente sopra la media dei convogliatori (qui si trova infatti anche il filtro dell’aria). Ma per molti potrebbe essere quasi un pregio, garantendo un aggancio bello sicuro alle ginocchia. Iniziamo a 7 8 9 10 Yamaha YZ 250 F € 8.490 Tempi: 4 Cilindri: 1 Cilindrata: 250 cc Disposizione cilindri: inclinato indietro Raffreddamento: a liquido Avviamento: P Marce: 5 Freni: D-D Misure freni: 250-245 mm Misure cerchi (ant./post.): 21’’ / 19’’ Normativa antinquinamento: Euro 3 Peso: 103 kg Lunghezza: 2170 mm Larghezza: 825 mm Altezza sella: 965 mm Capacità serbatoio: 7.5 l Segmento: Cross ABBIGLIAMENTO raccontarvi come si comporta questo concentrato di tecnologia partendo dal motore. La nuova unità a 4 valvole sposa a meraviglia la dolcezza di funzionamento della versione a carburatore precedente con una corposità ai medi regimi che la avvicina moltissimo alla migliore concorrenza attuale. La potenza massima non è infatti distante dalla rivale KTM e, unita alla buona coppia disponibile dai medi regimi, consente alla Yamaha di giocarsela anche sulle piste veloci. Detto della buona coppia motrice, che permette di agganciare la marcia superiore prima della zona rossa, aggiungiamo anche che l’allungo è soddisfacente, ma non è il punto forte del nuovo duemezzo. La curva d’erogazione può comunque essere modificata in pochi minuti utilizzando il software Power Tuner (optional). Il doppio trave alu di Iwata si conferma un bell’oggetto. Dà alla YZF tanta sicurezza sui tratti veloci – dove altre 250 mollano qualche bella sbacchettata – e un bel controllo in aria. È anche facile tenere l’anteriore dentro il canale in uscita di curva, manca infatti la noiosa tendenza delle ciclistiche più leggere a saltare fuori dell’appoggio. Logico che un comportamento di questo tipo si paghi poi con una maneggevolezza e una velocità nei cambi di direzione migliorabili. Ma la sicurezza sui tratti veloci e bucati resta un plus che Yamaha ancora oggi può vantare tra i suoi pregi più grandi. Le sospensioni mostrano un setting sostenuto, adatto a piloti già belli veloci. La forcella incassa bene, è scorrevole e migliora nella risposta al crescere della velocità. L’ammortizzatore ha una molla più dura e lo si avverte subito in sella, il posteriore resta infatti più alto che in passato; ottima la trazione anche sul duro offerta dal cinematismo progressivo. A fermare i 105 kg in ordine di marcia (col pieno di benzina) pensa l’impianto frenante Nissin, con disco anteriore flottante da 250 mm; il suo rendimento è nella media per potenza, ottimo nella modulabilità. Prove Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica SCHEDA TECNICA Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Casco LS2 MX 456 Occhiali Raleri Sport e TORQUE HD Wi-Fi Maglia, pantaloni e guanti UFO Plast Stivali TCX Pro 2.1 11 Harley-Davidson Touring 2014 PREGI Comfort, guida e motore DIFETTI Rumore d’aspirazione e spia riserva Prezzi da 23.300 € Prova turistiche Poker Rushmore servito Road King Classic, Street Glide, Electra Glide Ultra Classic e Ultra Limited sono quattro nuove rappresentanti dell’inedito Project Rushmore. Le abbiamo provate in Colorado di Alfonso Rago 12 13 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Prove F ossimo andati con loro a Las Vegas, queste moto avrebbero fatto saltare il banco. Monopolizzata l’attenzione mediatica con gli eventi estivi del 110° Anniversario, Harley-Davidson si appropria ora di tutta la ribalta informativa calando sul tavolo un poker (anzi un pokerissimo, visto che c’è anche la Dyna Fat Bob, di cui parliamo a parte) di modelli aggiornati, rivisitati e migliorati. Tutti della gamma Touring, giusto per non sbagliare, e sensibilmente rivisitati grazie al Progetto Rushmore di cui vi abbiamo già parlato. Inoltre, godendo dell’abituale calendario favorevole, Harley anticipa la concorrenza di alcuni mesi potendo proporre già d’ora in vendita presso la sua rete commerciale i modelli targati 2014, mentre le altre Case aspetteranno i Saloni d’autunno per mostrare le loro new entry. Il tempo, insomma, gioca a suo favore. Anche se al nome Harley-Davidson d’istinto si associano modelli come la 883 o la 1200, è fuori di dubbio che le grandi Touring con borse laterali rappresentino l’aristocrazia del marchio, la gamma di riferimento, spesso il punto d’arrivo di tutta una vita in sella. Nell’album di famiglia, la capostipite EL 61, con bicilindrico Knucklehead da 1.000 cc, esordì nel 1941; ma le Touring di oggi seguono la traccia lasciata dalla mitica FL Duo Glide del 1958, prima Harley a proporre il Big Twin ad aste e bilancieri incastonato nel telaio ammortizzato da forcella teleidraulica e coppia di ammortizzatori posteriori invece del forcellone rigido. Da allora, le Harley Touring sono rimaste fedeli a questo canovaccio. Quindi, sembrano sempre le stesse: ma solo in apparenza, perché la forma è quasi identica, la sostanza viene aggiornata. Dopo il profondo lavoro di rivisitazione portato sulla gamma 2011, le Touring compiono ora un ulteriore, grande balzo in avanti. Il rinnovato bicilindrico High Output Twin Cam 103 conserva (potrebbe essere altrimenti?) il tradizionale schema a valvole in testa con distribuzione ad aste e bilancieri, laddove il numero 103 (pollici cubi), esibito con orgoglio sui 14 coperchi dei filtri dei condotti dell’aria, al cambio nostrano si concretizzano in 1.690 mirabili cc. Cilindrata che è frutto dei due pistoni da 98,4 mm che si muovono per una corsa quasi infinita di 111,3 mm. Il tutto, abbinato al cambio separato Cruise Drive a 6 marce e alla trasmissione finale a cinghia dentata. Ancora, tutte le Touring 2014 sono dotate d’impianto frenante Brembo a tre dischi con ABS di serie, reso più performante con l’introduzione del sistema di frenata combinata, gestito da centralina elettronica Bosch e attivo sia agendo sulla leva al manubrio che sul pedale. Migliora, e di molto, l’efficienza luminosa, grazie all’introduzione di proiettori a LED di maggior potenza, soddisfacendo in questo modo una precisa richiesta venuta dall’utenza. Una delle tante innovazioni introdotte grazie al Rushmore Project. Pur trattandosi di variazioni sullo stesso tema, però, le differenze tra le diverse Touring sono ben evidenti. Vediamo quali sono e come vanno le moto su strada. FLHRC Road King Classic, la touring di ingresso La Road King apre al mondo delle Touring ed è stato oggetto d’attenta rivisitazione estetica, lavorando sui profili e sulle linee, raccordando gli 15 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Media dal pilota, se serve spunto per sorpassi o superare rampe in salita il Twin Cam 103 non aspetta altro che un cambio di marcia per servire su piatto d’argento la potenza che serve, mentre l’azione del sistema frenante si rivela calibrata ed equilibrata. In effetti, ABS e sistema combinato sono l’abbinamento giusto per conferire tranquillità e serenità d’azione anche in presenza di asfalto bagnato o sporco per detriti di lavori stradali. Acquisito il giusto feeling, la Road King si lascia condurre quasi in punta di dita: il borbottio del motore cresce di tono se la strada chiama ad uscire svelti da curve in successione, tenendo il bicilindrico alto per sfruttarne al meglio la generosissima coppia; il tutto, senza riuscire a mettere in crisi la ciclistica, imperniata soprattutto sulla granitica forcella da 49 mm. Abbiamo trovato corretta la soluzione standard delle sospensioni posteriori, tarate per le strade americane dall’asfalto impeccabile, dove sono quasi del tutto Prove sconosciute le buche e le imperfezioni che invece caratterizzano le nostre; nulla vieta di intervenire sulle regolazioni, trovando la soluzione idonea allo stile di guida o alle condizioni di viaggio, con passeggero o bagagli a bordo. Piuttosto evidenti da fermi a motore acceso, le vibrazioni quasi si annullano una volta in marcia, rientrando in standard di piena tollerabilità vista l’architettura del motore; solo occasionalmente abbiamo registrato fastidiose risonanze acustiche provenienti dai condotti di raffreddamento, destinate però a scomparire in maniera altrettanto misteriosa di come si erano palesate. La strumentazione, rivista anch’essa, è più semplice da leggere ed interpretare; i comandi al manubrio sono facili da utilizzare e immediati nella confidenza; il trip fornisce tutte le informazioni necessarie alla guida; discutibile la scelta di far sparire l’indicazione della marcia inserita a frizione tirata. Le borse laterali della Road King Classic sono rigide, con spigoli ed armonizzando al massimo gli elementi stilistici. Bella lo è sempre stata, ma ora ha acquistato un’aria di ulteriore fascino: saranno le coperture con fascia laterale bianca, le tradizionali borse in pelle o la silhouette seducente del gruppo serbatoio-sella, la Road King colpisce lo sguardo ed invita a mettersi alla guida. Frangente in cui si rivela equilibrata e piacevole compromesso tra le esigenze di viaggio e le qualità dinamiche: i meno alti troveranno qualche difficoltà di adattamento alle geometrie di guida, visto che la triangolazione braccia/busto/gambe si adatta meglio a corporature medio-alto; ma il desiderio di avere un manubrio più vicino scompare con il passare dei chilometri, annullandosi con il crescere della velocità e tornando a palesarsi sono in occasione delle manovre a bassa andatura, quando il peso della moto si fa sentire ed impone più attenzione. Dotata di ruota anteriore da 17”, prima era da 16”, la Road King su strada aperta si rivela una splendida passista veloce: il cupolino assolve bene il compito di deviare i flussi d’aria 16 17 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Bluetooth, che assicura un livello inedito di comfort e assistenza durante la guida, potendo contare su un impianto stereo Arman-Kardon la cui potenzialità sonora non teme la concorrenza del pur tonante bicilindrico che muove la moto. Si può andare a tutta velocità accompagnati dalla Cavalcata delle Valchirie, cullati da una morbida ballata di Neil Young o spinti dalla voce roca del Boss. Rispetto alla Road King, la posizione in sella non penalizza le stature inferiori, anzi: la ruota anteriore da 19”, la frizione idraulica, gli ammortizzatori a corsa corta, la presa più comoda al manubrio contribuiscono a porre la Street Glide su un gradino (facciamo due?) superiore rispetto alle altre. Subito confidenziale, come detto, la Street Glide è a suo agio in ogni contesto: sulle veloci motorway, sulle strade di montagna, nel traffico urbano. Il parabrezza presenta la riuscita introduzione del sistema SplitStream, per una migliore dissipazione del calore all’interno della carenatura; quando su noi ha battuto implacabile il sole d’agosto del Colorado, è stato un alleato struttura stampata a iniezione e rivestimento in pelle; il sistema di chiusura, con clip in plastica nascosta sotto le cinghie, ne consente l’agevole apertura con una mano sola. Per la Road King i prezzi partono da 23.300 euro. FLHX Street Glide, ti conquista subito E’ facile essere conquistati dal parabrezza Batwing, ad ali di pipistrello: il biglietto da visita della Street Glide attira le attenzioni e giustifica da solo la voglia di balzare in sella. D’altro canto, poche altre moto possono vantare analogo potere di seduzione: chiunque possieda anche solo in embrione un’inclinazione touring, almeno una volta nella vita deve provare il piacere di mettersi alla guida di una Street Glide. Facile, poi, che non ne voglia più scendere. La FLHX, infatti, ha come dote principale quella di offrire il feeling giusto 18 Prove prezioso per non soffrire i tormenti dell’inferno. Sulla Street Glide debuttano poi nuove borse laterali, dotate di sistema di apertura-chiusura one-touch e maggiore capienza: altra bella innovazione portata in dote dal Rushmore Project che colma una delle lacune più tipiche delle vecchie Touring, dal notorio macchinoso sistema per la gestione del bagaglio. Ora siamo a livelli delle migliori maxi-tourer del mercato, senza rinunciare a un’oncia dello stile e del design tipico di Harley. In questo caso prezzi a partire da 24.700 euro. FLHTCU Electra Glide Ultra Classic, ultra comoda A volte basta un parola sola per mutare orizzonte; Ultra, cinque lettere per sintetizzare concetti altrimenti spiegabili con definizioni più articolate, come comfort assoluto, dotazione di serie ipertrofica, finiture da ammiraglia... La FLHTCU è (quasi) il massimo che si può chiedere a una Harley in fatto di viaggio, classica moto da cavalcata coast to coast in coppia, senza farsi con la strada in un nanosecondo: ruoti la manopola della messa in moto, inserisci la marcia e ti ritrovi a viaggiare come se su quella sella ci fossi nato. Sembra quasi essere lei a dettare i tempi e i movimenti, ma si tratta di una falsa impressione: la Street Glide, piuttosto, è una touring da intenditori, studiata apposta per soddisfare gli stradisti più esigenti ma anche per mettere a proprio agio, e da subito, chi non ha una grande esperienza alle spalle. Qui il concetto touring è messo subito in chiaro: il parabrezza nasconde una strumentazione classica ma pienamente efficiente, con i quattro indicatori circolari analogici che riportano i dati su livello carburante, velocità, regime del motore e carica elettrica, con informazioni ulteriori assicurate dalla finestra elettronica sul tachimetro. Ma a dominare la scena è ora lo schermo touchscreen da 4,3” con pannello a colori, porta USB e connettività 19 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine lunghi percorsi, i comandi si raggiungono senza impaccio, il cupolino protegge benissimo, evitando ogni turbolenza. E, se possibile, il passeggero sta ancora meglio, con tutti gli elementi (sella, schienale, pedane e poggia braccia) disegnati per assicurare il comfort migliore anche in previsione di viaggi no limits. Così la comodità si trasforma in voglia di partire: ingranata la prima, gli oltre quattro quintali della moto per incanto spariscono e la Ultra Classic veleggia con il vento in poppa su tutti i percorsi, rivelando un’agilità insospettata a prima vista. Corre spedita con il motore a filo di gas sui rettilinei delle autostrade; quando si lasciano le motorway per imboccare strade di montagna, sembra quasi danzare tra le curve, quasi riuscisse a seguire l’onda sonora emessa dall’impianto stereo. Un bel viaggiare, davvero. La Ultra Classic, che rispetto alla Limited rinuncia a qualche optional di dettaglio come le manopole riscaldate, conferma il gap di listino riguardo la versione full optional, di poco inferiore ai 1.500 euro. Prezzi a partire da 27.500 euro. mancare nulla. I riflettori sono ora puntanti sul nuovo motore 103 Twin-Cooled High Output Twin Cam, sul quale debutta appunto il sistema a liquido di raffreddamento per le teste. Presenza svelata dall’adozione dei due radiatori laterali, alloggiati sulle barre paragambe, che qualifica anche visivamente una delle innovazioni di maggior valore tecnico del Rushmore Project. Ovviamente la Ultra Classic conferma la dotazione che già equipaggia la Street Glide, ad iniziare dal sistema di infotainment Boom! Box 4.3 con schermo a colori, porta USB e connettività Bluetooth, passando per la carenatura Batwing con apertura SplitStream, chiudendo con le borse laterali ridisegnate con chiusura one-touch. Ma la Ultra Classic porta al debutto anche il rinnovato baule posteriore Tour-Pak, ovviamente con chiusura one-touch e la cui capacità è cresciuta fino 20 a contenere due caschi integrali; lo steso baule ospita le luci posteriori a LED. La principale delle controindicazioni riguardanti la Ultra è relativa alla stazza: le dimensioni e gli oltre quattro quintali di peso richiedono un fisico se non bestiale, almeno adatto a ben governare la situazione. Pur se in movimento la Ultra è un miracolo di agilità, nelle manovre a bassa velocità resta impegnativa. Ma è il prezzo da pagare per viaggiare in Business Class, come non si avesse mai lasciato la poltrona di casa, godendosi lo spettacolo del paesaggio che ci scorre di fianco. Una condizione di privilegio che nessun maxischermo al plasma o anche in 3D riuscirà mai a riprodurre con la stessa intensità ed emozione. Come sui top model della concorrenza, l’ospitalità a bordo è ai massimi livelli per una due ruote: la sella è una poltrona, il manubrio non stanca anche sui Prove FLHTK Electra Glide Ultra Limited, il top Per identificarla, basta guardarle la coda: se ci sono due antenne, si tratta della Electra Glide Ultra Limited, modello in cui perfino il nome è fuori dal normale, per una moto che di normale ha poco. Ma potrete anche identificarla subito per via della doppia, bellissima colorazione, o per la presenza, in aggiunta al sistema già apprezzato sulla Ultra Classic, del sistema di navigazione con mappe GPS integrate e controllo vocale in nove lingue, italiano compreso. La cruiser top di gamma è un monumento all’esagerazione e alla voglia di stupire tipicamente yankee, a iniziare dalle dimensioni (2.600 mm di lunghezza, come la Ultra Classic) e dal peso, ben superiore alla soglia dei 400 kg in ordine di marcia. Tanta possanza è però gestita benissimo dal motore, ovviamente dotato del sistema di raffreddamento a liquido per le teste. Se tutto sembra studiato per stupire lo sguardo, la Ultra Limited non è solo estetica, anzi: il bicilindrico 103 verniciato a polvere nera e con coperchi valvole cromati Dopo il profondo lavoro di rivisitazione portato sulla gamma 2011, le Touring compiono ora un ulteriore, grande balzo in avanti 21 Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica ABBIGLIAMENTO Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Prove Giacca Atitlan Tucano Urbano Guanti Aero Tucano Urbano Casco El’Met 1100 Tucano Urbano Completo antipioggia Nano Tucano Urbano Scarpe X-Cube TCX eroga 138 Nm a 3.750 giri, valore che mette subito le carte in tavola in merito alle sue potenzialità. Legittimo provarne una sensazione di inadeguatezza al cospetto, avvertire uno smarrimento improvviso una volta in sella: ma il motore si avvia sornione e basta lasciare la morbida frizione con un filo di gas per sentirsi pronti a domare l’astronave. Pensavamo di dover gestire un elefante, ci siamo ritrovati in sella a una libellula. Stabile in velocità come seguisse i binari della ferrovia, la Ultra Limited ha ovviamente nelle arterie più veloci il suo terreno d’elezione; per non esagerare e farsi beffe dei Tutor, basta impostare il cruise control, ma la voglia di allungare in terreni proibiti per il Codice rivela come sia possibile andare forte in pieno comfort, ascoltando la musica preferita e rimpiangendo solo di non avere sotto mano un mojito per dissetarsi. Dovendo poi fronteggiare l’improvviso cambio atmosferico, con grandine e neve a farci compagnia (è accaduto anche questo...), le manopole riscaldate di serie si sono rivelate un gadget prezioso e gradito. La Ultra Limited è pronta a seguirvi ovunque, anche sulle strade di città; attenzione solo al parcheggio, perché l’assenza di retromarcia può rappresentare un problema. La soluzione potrebbe essere un’altra: quella di non fermarsi mai, prolungando il piacere di guida all’infinito. Prezzi da 28.900 euro. 22 23 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine News BMW R nineT La boxer del novantesimo anniversario di Edoardo Licciardello | BMW Motorrad mantiene la promessa fatta allo scorso EICMA presentando un’elegantissima naked che celebra la ricorrenza del marchio. Grande attenzione per i customizer. Sarà in vendita a circa 15.400 euro. Il video che ne racconta l’anima 24 25 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica di Monaco, che sul boxer ha rinunciato alla sua sospensione non convenzionale solo in modelli particolarmente sportivi della serie HP2. Una soluzione che però ben si adatta ad una moto contraddistinta da un certo sapore retrò, e che molti sicuramente troveranno più efficace rispetto al Telelever. La forcella, non regolabile (il mono prevede la taratura di estensione e precarico con pomello esterno) deriva dall’unità impiegata sulla Superbike S1000RR così come l’impianto frenante con pinze ad attacco radiale; a nostro avviso stona un po’ la colorazione dorata per gli steli, ma tant’è. Cerchi ovviamente a raggi, da 17”, con il posteriore da 5,5 sostituibile con un’unità a canale da 6” grazie ad un monobraccio opportunamente dimensionato. La cosa richiede però una procedura di omologazione separata. Forse per la prima volta nella storia di BMW infatti la personalizzabilità va oltre la (lunghissima, come sempre) lista di optional ex fabrica e/o montabili C e l’aveva promessa, un po’ a sorpresa, Stephen Schaller in conferenza stampa alla scorsa edizione del Salone di Milano. A Monaco hanno tenuto alto il livello d’attenzione con un progetto in collaborazione con il guru Roland Sands, per poi mantenere la promessa in occasione dei festeggiamenti per il novantesimo anniversario del marchio. Eccola qui, la nineT: un modello che già dal nome “fuori standard” – giocato sulla ricorrenza, ma con anche un riferimento esplicito alla leggendaria R90s recentemente entrata negli “anta” – prende un po’ di distanza dalla normale produzione della Casa di Monaco. La nineT – il nome si pronuncia all’inglese, quindi ninety – richiama diversi concetti estetici della R32 – la prima BMW Boxer – declinandoli naturalmente in chiave moderna. Il propulsore è l’ultima evoluzione del 1200 raffreddato ad aria e olio nella versione con distribuzione bialbero da 110 cv e 26 119 Nm rispettivamente a 7.500 e 6.000 giri, ovvero quella utilizzata sull’attuale R1200R che qui dovrebbe rivelarsi un po’ più brillante grazie ad un rapporto finale più corto. Il motore in questo caso svolge anche il ruolo di elemento stressato: incastonato all’interno di due strutture in tubi d’acciaio è contraddistinto dall’inedita soluzione di un telaietto smontabile di supporto per il codone atto a sopportare il peso del passeggero. La nineT è quindi in grado di passare da tranquilla naked adatta all’uso turistico in coppia ad un’aggressivissima special con codino tronco passando per una configurazione monoposto Café Racer. Allo stesso tempo antica e moderna la ciclistica. Se al retrotreno troviamo infatti la configurazione standard delle BMW Boxer aria/olio, con Paralever e cardano sul lato destro, all’avantreno la forcella rovesciata convenzionale al posto del Telelever suona un po’ come un ritorno al passato. Una scelta controcorrente per la Casa News successivamente. A Monaco, vista la particolare natura della R nineT hanno pensato di non limitare a quanto già pensato le possibilità di rendere unica la propria moto, come testimonia la possibilità di configurarla come monoposto “estrema” con il codino che termina immediatamente dopo la sella del pilota. Che, per inciso, è sostituibile con una bellissima unità personalizzata con logo dedicato. In questo caso, almeno teoricamente, luce posteriore e targa possono venire spostate sulla scatola della coppia conica. Lo scarico sdoppiato può inoltre lasciare il posto ad un’unità Akrapovic in titanio e carbonio con due possibili andamenti: grazie ad un collettore aggiuntivo lo si può configurare a passaggio basso oppure, in perfetto stile dirt-track, alto a lato sella (rinunciando a portare il passeggero). Fino a qui, però, restiamo nel campo delle possibilità offerte da BMW. Ci sarà invece chi desidera andare oltre, prelevando particolari altrove. Proprio Media 27 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito per questo la Casa dell’elica ha per la prima volta pensato l’impianto elettrico CAN-BUS separando il cablaggio motore da quello del resto del veicolo. In questo modo si apre la porta a preparatori e professionisti dell’aftermarket, che non dovranno trovarsi a litigare con una rete integrata che, come succede su altri modelli, rende estremamente complicata l’adozione di gruppi ottici o proiettori alternativi. Adeguate al mezzo e al blasone della Casa di Monaco finiture e dettagli. Sulla piastra di sterzo spicca il logo BMW Motorrad ricavato per punzonatura, e restando in zona il logo dell’elica sul coperchio lampadina 28 Periodico elettronico di informazione motociclistica del faro anteriore è un preziosismo non da poco. Diversi i dettagli sabbiati con perle di vetro ed anodizzati al naturale per mantenerne il colore, così come altri ricavati per fucinatura. Notevole da un punto di vista tecnico il quadro strumenti, su cui però forse si sarebbe potuto fare uno sforzo in più sul piano stilistico. Bello senza riserve, invece, il serbatoio in alluminio, con fianchetti spazzolati a mano e coperchio sul lato destro con marchio nineT atto a nascondere lo snorkel che alimenta l’airbox. Come già accennato, in perfetta tradizione BMW la dotazione di accessori. La lista comprende navigatore, borsa da s Scarica l’APP del Magazine News erbatoio e borsone posteriore (ma si sacrifica il posto del passeggero), scarichi, antifurto, manopole riscaldate, indicatori di direzione a LED, dettagli in fibra di carbonio e selle nonché diversi particolari estetici e protettivi. Da rilevare che i clienti potranno cambiare l’allestimento della moto negli optional fino a nove giorni prima della consegna. E’ prevista anche una linea di abbigliamento dedicata nel catalogo ufficiale BMW. La potrete vedere dal vivo in occasione di EICMA, quando presumibilmente verrà comunicato il prezzo ufficiale sul mercato italiano. Prezzo che dovrebbe essere di circa 15.400 euro. 29 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Erik Buell Racing Ecco la 1190RX di Edoardo Licciardello | Sorella della specialistica RS, ecco la prima sportiva realmente stradale del nuovo corso Buell. Prezzo e disponibilità (negli USA) a breve Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine News aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb L argamente annunciata, la EBR 1190RX è la declinazione di serie della 1190RS, modello in serie limitata (ne sono stati prodotti 100 esemplari) che il vulcanico ingegnere di Pittsburgh ha allestito ad uso dei fan nonché come base per la sua partecipazione alle competizioni per derivate di serie negli USA. La RX sarà protagonista del primo debutto in società domani all’AIMExpo di Orlando, Florida. Un po’ meno raffinata, la 1190RX appare decisamente più industrializzata e industrializzabile (con ogni probabilità grazie ad un contributo non solo economico di Hero MotoCorp, la società indiana da poco partner di EBR) nonché meno specialistica e più stradale rispetto alla RS. Se la linea appare grossomodo immutata - e per certi versi reminiscente in zona cupolino dell’indimenticata 1125R che ha chiuso assieme alla sorella CR l’erea H-D - la sostanza è infatti leggermente più prosaica: forcella, pedane, scarico e codino (biposto invece che monoposto) appaiono leggermente più poveri. Attendiamo con ansia una visuale frontale, dal momento che diverse voci, pur non confermate, parlano di un gruppo ottico anteriore profondamente rivisto rispetto a quello sovrapposto della 1190RS. Specifiche tecniche complete a breve; attendiamo anche qualche informazione relativamente ai modelli 1190SX (una naked sportiva) ed AX (maxienduro) che dovrebbero derivare dalla stessa piattaforma. 30 31 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine News aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb Media bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb 32 33 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine News Triumph Bonneville Special Edition La nuova T100 Special si ispira a uno degli ultimi modelli prodotti nelle linee di montaggio di Meriden nel 1982, la T140w TSS. Abbina i classici colori Jet Black e il Lunar Silver. Prezzo: 9.800 euro Media A d anticipare le novità che Triumph presenterà a Eicma 2013, dal 7 al 10 di novembre, ci pensa l’ultima Special Edition della casa di Hinckley. La nuova T100 Special si ispira a uno degli ultimi modelli prodotti nelle linee di montaggio di Meriden nel 1982, la T140w TSS. Il caratteristico abbinamento tra il Jet Black e il Lunar Silver dà vita a una Bonneville dal look unico, con serbatoio e fianchetti verniciati in nero (con doppie filettature dorate realizzate a mano), e parafanghi anteriore e posteriore verniciati in argento con strisce centrali in jet black e filettature dorate. Come la T100 2014, anche la Special Edition sfoggia le nuove lavorazioni sulle alette di raffreddamento della testa, tubazioni del radiatore in nero opaco e uno scarico dal sound più baritonale. Per completare il look retrò della Special Edition non mancano maniglione posteriore cromato, specchi retrovisori neri nonché una finitura spazzolata per i coperchi della frizione, del pignone, dell’alternatore e degli alberi a camme. La T100 Special Edition arriverà nelle concessionarie italiane a novembre in edizione limitata a soli 90 pezzi. Prezzo: 9.800€ f.c. 34 35 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Intervista Stephen Schaller, BMW “Amplieremo la gamma e continueremo a correre” Il novantesimo compleanno di BMW Motorrad è l’opportunità per parlare di presente e futuro della Casa di Monaco con l’amministratore delegato Stephen Schaller. Fra i piani, allargamento dei prodotti e nessuna rinuncia allo sport I festeggiamenti per il novantesimo anniversario di BMW Motorrad sono stati celebrati presso il museo della Casa dell’elica, a Monaco di Baviera, con la nuovissima e quasi rivoluzionaria per la sua apertura alla personalizzazione - R nineT, che fa seguito alla concept R90 realizzata in collaborazione con Roland Sands e presentata a Villa d’Este da un orgoglioso Stephen Schaller. I festeggiamenti per noi hanno rappresentato, tra le altre cose, una gradita occasione per reincontrare l’amministratore delegato della divisione motociclistica di BMW, con cui a distanza di poco meno di un anno dalla nostra chiacchierata ad EICMA abbiamo potuto tornare a parlare di presente e futuro per il marchio dell’elica. Festeggiate il novantesimo anniversario dopo un 2012 che ha fatto segnare il record assoluto di vendite per BMW Motorrad e un 2013 che si preannuncia ancora migliore 36 nonostante la crisi finanziaria globale e nello specifico del mercato moto. Qual è il vostro segreto? «Nessun segreto, solo tanto lavoro da parte di un grande team capace di affrontare ogni aspetto, ogni singola sfaccettatura delle problematiche del nostro mercato. Quello che vedete è il risultato di un team di persone appassionatissime al loro lavoro». BMW Motorrad può contare da sempre sull’esperienza delle auto; Ducati, con l’acquisizione Audi, diventa ancora di più un diretto competitor (fascia premium) Come vivete/giudicate il binomio AudiDucati? «Credo che sia un’ottima cosa avere dei concorrenti capaci e competitivi. Conosco un po’ il Gruppo Volkswagen (Schaller vi ha lavorato prima del suo ritorno in BMW, ndr) e so che se hanno acquistato il marchio Ducati è per spingerlo e supportarlo, ed è un bene. Siamo l’unico produttore tedesco, e crediamo che la concorrenza di KTM e Ducati, oltre ad altri costruttori italiani, ci spinga sempre a migliorarci a vicenda. Non abbiamo paura del confronto». Forse la mossa più ardita di BMW è stata l’introduzione dei maxiscooter della serie C: in ottica mondiale è andata secondo le vostre aspettative, considerando che in Italia sta faticando? Con la versione elettrica di Francoforte considerate esaurita per ora la questione? «Sul piano globale direi che siamo soddisfatti, li consideriamo un grande successo per diversi motivi. Ci hanno permesso di entrare in segmenti in cui BMW Motorrad non era presente, conquistando una clientela nuova e diversa - per la maggior parte non si tratta di motociclisti. Il cliente tipo del nostro C è un esordiente delle due ruote, che però apprezza la qualità offerta da BMW. Abbiamo buone quote di mercato, in alcuni 37 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica ancora la gamma della nostra offerta in tutti i sensi. Viviamo un momento di declino del mercato, e l’unica risposta possibile è rispondere a tutte le opportunità che si presentano. Quindi, in sintesi, faremo entrambe le cose tutte le volte che ne avremo la possibilità». paesi siamo i numeri uno, mentre in mercati come Francia o Italia non lo siamo, ma abbiamo acquisito tanta esperienza che ci renderà più forti nel futuro». Quindi, ci permettiamo di interpretare le parole di Schaller, il capitolo è tutt’altro che chiuso. «Per quanto riguarda il C-evo e il futuro - continua Schaller non possiamo fare previsioni, perché il segmento al momento non esiste - non sappiamo bene 38 che cosa aspettarci, ma siamo pronti. Speriamo che il pubblico capisca il potenziale di un mezzo capace di viaggiare nelle città per 100 km prima di venire ricaricato, facendo i novanta all’ora - noi crediamo che ci sia spazio per grandi numeri, ma di nuovo, si tratta di una porta che si è appena aperta, è presto per parlare di volumi e quote di mercato. Ne riparleremo fra un paio d’anni». Monocilindrico, bicilindrico parallelo, boxer, quattro e sei cilindri in linea: una gamma di motorizzazioni davvero estesa. Il futuro di BMW vedrà altre configurazioni o piuttosto altre declinazioni di quelle esistenti? «Prima mi avete chiesto quale fosse il nostro segreto, come ho detto non c’è una risposta sola, ma sicuramente è importante penetrare e sfruttare ogni singola nicchia con la propria gamma. Dal mio punto di vista, quindi, è essenziale ampliare Il vostro accordo con TVS Motor Company avrà ricadute anche sui mercati occidentali: che tipo di modelli vi immaginate per noi? «TVS è un grande costruttore indiano, il secondo dopo Bajaj, con un tasso di crescita elevatissimo. Con loro lavoreremo su modelli sotto i 500cc. Sicuramente in un primo momento si tratterà di una collaborazione in cui TVS potrà imparare da BMW in materia di veicoli Premium, mentre noi potremo conoscere meglio gli aspetti delle produzioni su volumi elevatissimi. All’inizio faremo prodotti destinati al Sud America e al Sud-est asiatico, ma se si rivelassero appetibili non ci precludiamo certo la possibilità di offrirli sul mercato europeo». Il recente ritiro dal Mondiale Superbike è arrivato a sorpresa, soprattutto dopo che l’anno scorso ci aveva professato l’importanza dell’impegno sportivo nello sviluppo di S1000RR ed HP4. L’attività ha esaurito la sua funzione di affinamento del mezzo oppure state semplicemente preparandovi ad un riposizionamento del vostro impegno in serie diverse? «Intanto ci tengo a precisare che la decisione di entrare nel segmento delle sportive sia stata una decisione giustissima; con la partecipazione al Mondiale SBK abbiamo approcciato una clientela nuova, dimostrando che siamo in grado di competere e vincere ai massimi livelli. Vincere il titolo purtroppo dipende da tanti fattori non pianificabili, ma siamo saliti tante volte sul podio, abbiamo vinto diverse gare e lo riteniamo un successo, perché ci ha permesso di vendere tante supersportive ad un ritmo stabile. Detto questo voglio rassicurarvi che non è la fine della nostra storia nelle competizioni, visto che stiamo dando il via ad un intenso programma di supporto per i clienti privati di cui a breve conoscerete tutti i dettagli. Anzi, possiamo dire che in realtà intensificheremo i nostri sforzi in questo senso. E vi posso assicurare che la prossima generazione di sportive sarà ancora superiore : semplicemente, non abbiamo più bisogno di partecipare in forma ufficiale al Mondiale per svilupparle». Proviamo ad insistere sull’argomento: per quanto instabile al momento, il regolamento della MotoGP premia lo sviluppo tecnologico e prestazionale con particolare accento Intervista all’elettronica e all’efficienza nei consumi. Possibile che uno scenario del genere non interessi a BMW, che su questi temi investe ed innova tantissimo nel mondo auto? «In teoria il discorso è sensato, ma come ho detto non ci stiamo allontanando dallo sport. Grazie al Mondiale Superbike abbiamo potuto sviluppare le nostre sportive, con diverse ricadute tecniche e tecnologiche su tanti modelli della gamma: per questo continueremo a supportare i nostri clienti, ma per farlo non abbiamo bisogno della MotoGP, che è troppo lontana dalla serie». Chiudiamo questa intervista facendo finta che siano passati dieci anni. Lei è ancora a capo di BMW Motorrad e siamo di nuovo qui a festeggiare il centesimo anniversario. Che modello commemorativo presentate? Schaller si lascia andare ad una risata. «Mi piacerebbe saperlo. Sicuramente avremo ancora una GS, avremo ancora le RR, credo proprio che avremo lo scooter elettrico e probabilmente un’ampia gamma di moto elettriche. Credo che per allora avremo un discreto successo sul panorama del customising, probabilmente con più moto appetibili per questo tipo di appassionati. E avremo altri mercati su cui vantare i successi di cui siamo orgogliosi». 39 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Correva l’anno Media Ducati 851 Bimota YB4 Campione F1 1987 EICMA 1987 Tanta voglia di moto per il 50° Salone di Milano di Maurizio Tanca | La 50esima edizione dell’EICMA seguiva gli importanti saloni omologhi di Birmingham, Tokio e Parigi, ripresentando quindi alcune novità di assoluto rilievo già viste laggiù, vedi Honda RC30. Ma moltissime altre moto debuttarono a Milano L a 50esima edizione dell’EICMA milanese si tenne dal 21 al 29 novembre del 1987, nei padiglioni della vecchia Fiera di Milano, in alternanza biennale con l’altrettanto importante IFMA di Colonia. Ma in quegli anni si tenevano anche altri importanti Saloni/eventi internazionali di una certa importanza, dove i vari costruttori giudicavano 40 fondamentale presentare novità di spessore: e quell’anno toccò al NEC di Birmingham l’onore di iniziare la saga dei Saloni autunnali, sfoggiando alcune importanti new entry giapponesi, mentre le case italiane erano praticamente assenti. E prima di Milano arrivarono anche Tokio e Parigi a togliere un po’ di suspence a quello che si sarebbe visto al nostro EICMA, a sua volta seguito il mese successivo da quella che allora era una formidabile kermesse motoristica, ovvero il Motor Show bolognese. Il Salone milanese tuttavia fece ancora valere la sua importanza, con i suoi 32.000 mq di superficie espositiva che lo confermavano come la più importante vetrina motociclistica internazionale dell’anno, che si teneva in 5 padiglioni con almeno 1000 espositori in rappresentanza di 23 Paesi, Italia compresa. Il tutto accompagnato da numerose iniziative ed eventi collaterali. Andando a spulciare i notiziari di allora, troviamo che i biglietti costavano 10.000 lire (che scendevano a sole 4.000 lire per le comitive). Com’era andato il mercato della moto, nel 1987? E nell’88? La seconda metà degli anni 80 non fu un periodo esaltante per il mercato motociclistico italiano, anche se certamente i costruttori oggi farebbero le classiche “carte false” per arrivare a fine 2013 ad immatricolare oltre 200.000 veicoli come fu nel 1985, che chiuse a quota 204.845 (ricordiamo che il bilancio a tutto settembre 2013 è di 132.755 immatricolazioni tra moto e scooter…). Tuttavia, il trend in quel periodo era in netta picchiata, tant’è che le immatricolazioni arrivarono progressivamente a dimezzarsi nell’arco di un triennio: 168.986 (145.206 moto e 59.639 scooter) nel 1986, 116.831 (133.026/35.960)nell’87, e soli 110.374 (97.049/13.325) nell’88. Interessante notare che, sempre nell’88, il mercato motociclistico era quasi equamente diviso tra strada (52,3%) e fuoristrada (47,7%), quest’ultimo ovviamente comprendente soprattutto le diffusissime enduro stradali. Il tutto con una percentuale del 51,1% a favore delle Case giapponesi, per il 43,4% per le italiane, ed il 5,5% composto da veicoli di altri Paesi. Ma vediamo la situazione per marche, elencandone in ordine decrescente i numeri di vendita e la fetta di mercato relativo, sempre facendo riferimento al 1988 rispetto 41 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Le star dell’EICMA 1987 A dispetto del marcato in fase calante, tuttavia, la 50esima edizione dell’EICMA fu un vero brulicare di novità di ogni tipo e cilindrata, scooter e cinquantini compresi. Proposte, anche di gran rilievo, da tantissimi costruttori, molti dei quali purtroppo hanno chiuso i battenti più o meno recentemente. Difficile, in questa sede, parlare con dovizia di particolari di ognuna delle novità apparse in quel mese di novembre, ma che quantomeno meritano una citazione, non fosse altro che per risvegliare in qualche lettore un amarcord più o meno denso di significato verso un mezzo posseduto oltre vent’anni addietro. E, come sempre, partiamo da Aprilia. Aprilia A Noale si lavorava parecchio con le piccole cilindrate, negli anni 80. E nell’87 Loris Reggiani Correva l’anno aveva corso un’eccellente stagione con la ancora giovane AF1 250 bicilindrica, quella col motore Rotax bicilindrico in tandem e distribuzione a dischi rotanti, sviluppato da Dolf Van Der Woude. Loris donò a patron Ivano Beggio la prima vittoria nel motomondiale, piazzandosi inoltre 2° in Austria, Jugoslavia ed Inghilterra, 3° in Svezia, 7° in Francia ed 8° in Brasile, e chiudendo la stagione con un ottimo 6° posto e 68 punti. Vien da sé che scattò l’inevitabile effetto replica, applicato alla piccola sportiva AF1 125 Project 108, colorata come la sorella maggiore da corsa, e commercializzata a 4.750.000 lire su strada, più altre 300.000 per l’avviamento elettrico opzionale. Ma le vere novità dell’effervescente Aprilia erano altre, a partire dalle due piccole ed eleganti custom Red Rose, la 50 e la 125 – quest’ultima con ruota posteriore lenticolare – entrambe monocilindriche a 2 tempi, con aspirazione Aprilia AF1 Reggiani Replica Bimota YB4 Campione F1 1987 Aprilia Tuareg Wind 600 all’87. 1 – Honda: il maggiore costruttore giapponese capeggiava la classifica generale di vendite a tutto il 1988 con 24.315 moto immatricolate – ovvero 993 più dell’anno precedente (+2,5%) – corrispondenti dunque al 25% del venduto totale (22,5% l’anno prima). 2 –Yamaha: seconda, ben distanziata, nel 1988 vendette solo 147 moto in più (+1,1%, quindi), passando da 13.328 a 13.475, ma tuttavia portando la sua fetta di mercato dal 12,9 al 13,%. 3 – Aprilia: completò il podio virtuale (con 11.449 veicoli venduti, ben 2.982 meno dell’anno 42 precedente, pari a -20,7%), nonostante avesse concluso il 1988 col segno meno” davanti. Seguivano nell’ordine: Cagiva:11.032 (+16,1%); Gilera:10.817 (-27,3%); Suzuki: 7.288 (+17,1%); Kawasaki: 4.580 (8,1%); Moto Guzzi: 2.639 (-28,5%); BMW: 2.215 (-16,4%); KTM: 2.107 (+8,3%); Fantic Motor: 1.684 (-7,3%); Betamotor: 878 (-1,2%); Ducati: 723 (-3,5%); Agrati-Garelli: 641 (-36,3%); Moto Morini: 582 (-17%); Husqvarna: 490 (-2,4%); Laverda: 447 (-44,5%); Montesa: 231 (-20,1%);TM: 227 (+62%); Benelli: 170 (+9,3%). 43 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Correva l’anno Benelli BKX 125 lamellare e valvola Rave allo scarico. La 125 aveva ben 26 cv, superava i 130 orari e costava 4.600.000 lire (3.290.000 la 50 con avviamento elettrico). Salendo di cilindrata, ecco le ambiziose gemelle Tuareg Wind 350 e 600, comode, potenti e veloci monocilindriche prettamente rally-style, con motori Rotax da 33 e 46 cv, ruote da 21” e 17” davanti e dietro, e forcelle a steli rovesciati. Il compianto Diego Bosis (uno dei nostri migliori trialisti di sempre, purtroppo scomparso nel febbraio 2012), nell’87 fu campione italiano e vice-campione iridato con l’Aprilia TXR 312. Moto dalla quale ovviamente vennero trasferiti sul modello di serie gli interventi alla ciclistica (ma in parte anche al motore e al design) che Diego aveva voluto per la sua moto, creando di fatto la nuova TXR312M: 83,5 kg di stazza e 4.790.000 lire dal concessionario. Benelli La Casa pesarese presentò una bella sportiva con motore a 2 tempi da 125 cc. E le diede il nome di Jarno, da Jarno Saarinen, il leggendario 44 Bimota YB4 i.e. pilota/ingegnere scomparso a Monza nel 1973 assieme a Renzo Pasolini. L’abbinamento della piccola Benelli con il grande campione finlandese non fu peraltro casuale: nel 1972, infatti, Jarno aveva partecipato al GP di Pesaro, allestito nella zona industriale di Villa Fastiggi, correndo in tre classi, e conquistando tre vittorie: con la sua Yamaha TD2B nella 250, e con le Benelli ufficiali 350 e 500 quadricilindriche (mai salito prima su una moto a 4 tempi…) provate per pochi giri solo qualche giorno prima a Modena, e battendo in entrambi i casi – tra l’altro con uno scarico rotto, nella 350 - Giacomo Agostini e le MV Agusta. La Jarno 125, che sfoggiava una carrozzeria completamente chiusa, secondo la tendenza dell’epoca (Cagiva Freccia, Gilera MX1…), era accreditata di 26,5 cv a 9.000 giri. Prezzo indicativo: 4.600.000 lire. Ma a Pesaro si ragionava anche coi tasselli, sebbene moderati, visto che oltre alla Jarno apparve anche la BKX 125, enduro stradale abbondantemente carenata con motore (sempre 2T, naturalmente) da 24 cv. Prezzo: circa 4.400.000 lire. Bimota All’EICMA ’87 la Casa riminese, allora guidata da Giuseppe Morri con la direzione tecnica di Federico Martini, era fresca del titolo della categoria F1 conquistato da Virginio Ferrari in sella alla bellissima YB4 i.e. Era una racer ideata dallo stesso ingegner Martini attorno al motore a 5 valvole per cilindro della Yamaha FZ750, dotato però di iniezione elettronica Bimota/Weber, e con 135 cv effettivi. Un titolo che non aveva valenza iridata bensì europea (il vero mondiale Superbike iniziò proprio l’anno seguente), ma che Virginio si aggiudicò battendo nientemeno che il leggendario Joey Dunlop (vincitore dei precedenti 5 titoli consecutivi), sulla formidabile Honda RVF750. Ecco dunque che al Salone milanese debuttò la versione stradale della YB4 i.e., 121 cv dichiarati, prezzo di 28.500.000 lire, contro i 38.500.000 della versione R da competizione. Alla 750 venne però affiancata anche la YB6 1000, motorizzata FZR da 998 cc, con 140 cv per 180 kg a secco dichiarati, per una velocità di 270 km/h. Prezzo: 24.346.000 lire. BMW Le due novità più piccanti della casa bavarese furono (guarda un po’…) le due nuove varianti della già gettonata R80G/S, che veniva sostituita dalle R80 ed R100 GS (senza più la barretta di divisione tra la G e la S). Nuovo motore per la 1000, dunque, sebbene volutamente linitato a 60 cv, e per entrambe telaio rinforzato, ma soprattutto l’avvento dell’inedito monobraccio Paralever, per limitare il classico beccheggio in accelerazione e rilascio. Ma anche nuove forcelle realizzate con la Marzocchi, con funzioni idrauliche (compressione ed estensione) suddivise sui due steli, e i famosi, allora inediti cerchi tubeless a raggi tangenziali. Prezzi: 10.300.000 lire per la R80, e 12.000.000 per la R100 GS. Quanto alla gamma K, 75 e 100, fu oggetto di svariati ritocchi agli assetti e ai pesi, alleggerendo e ribassando le selle specialmente sulle versioni nude. Gruppo Cagiva Il marchio varesino all’EICMA dell’87 campeggiava solo su un paio di novità: la WMX 250 da 45 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito cross, dotata del nuovo motore da quasi 50 cv sviluppato durante l’anno nel mondiale da Pekka Vehkonen, e una fuoristrada un filino meno aggressiva, ma molto allettante per i giovanissimi: la Lucky Explorer 50, evidentemente ispirata alle sorellone carenate da Rally, e spinta da un sofisticato propulsore raffreddato a liquido, con tanto di forcella a steli rovesciati e sospensione posteriore progressiva monoammortizzatore. Prezzo indicativo: circa 3.000.000 di lire. Il marchio Ducati sfoderava a Milano un vero asso nella manica, ovvero la prima nuova Ducati della gestione Castiglioni, destinata a confrontarsi più o meno ad armi pari con le pluricilindriche giapponesi: era la superba superbike stradale 851, derivata dalla moto con motore da 120 cv con cui Marco Lucchinelli pochi mesi prima aveva vinto la Battle Of The Twins a Daytona, secondo italiano (dopo Agostini nel ’74, con la Yamaha TZ700 a 4 cilindri 2T) a trionfare sul celebre ovale della Florida. Il nuovo bicilindrico ad L da 851 cc, con teste desmodromiche a 4 valvole e Cagiva Elefant 50 Lucky Explorer 46 Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica alimentazione a iniezione elettronica a doppio iniettore, rigorosamente montato in un bel telaio a traliccio, venne sviluppato dall’ingegner Massimo Bordi con la collaborazione della Cosworth, e con esso, dopo un paio d’anni di rodaggio (ma senza comunque sfigurare: Lucchinelli finì quinto nell’88 e Roche terzo l’anno seguente), dal 1990 iniziò un dominio, solo saltuariamente ininterrotto, di Ducati nel mondiale per derivate di serie, fino ad arrivare al titolo di Checa del 2011. La Ducati 851 venne presentata in due versioni, con l’inconfondibile livrea tricolore: la stradale - che vantava 105 cv a 9.000 giri e 8,7 kgm di coppia a 8.000 - montava cerchi da 16” e sarebbe costata circa 19.800.000 lire; mentre per la versione Kit, che invece montava entrambi i cerchi da 17”, si parlava di quasi 23.500.000 lire. Nuova, anche se certamente molto meno eclatante, anche la sportiva 750 F1 Santamonica, nuova versione della F1 dopo la costosa e rara Montjuic dell’86 (creata per celebrare la vittoria ottenuta nella 24 Ore del Montjuic nel 1983) e la Laguna Seca, stavolta celebrativa della vittoria di Lucchinelli, nel 1986, nella Battle of The Twins, sul mitico circuito californiano, e costruita in soli 200 esemplari. Idem per la Santamonica, a sua volta celebrativa della vittoria di Lucky, guarda caso, sull’omonimo circuito della riviera romagnola, oggi intitolato a Marco Simoncelli. Anche in questo caso, dunque, si parla del noto bicilindrico Desmo raffreddato ad aria, alimentato da una coppia di carburatori Dell’Orto da 40 mm, con telaio a traliccio e ruote da 16 pollici. La Ducati F1 Santamonica costava poco meno di 14.500.000 lire. Anch’esso inglobato nel Cagiva Group, anche l’altro celebre Marchio bolognese, Moto Morini, mostrava alcune inedite novità. A partire dalla New York 500, una bella custom bicilindrica: derivata dalla Excalibur (350 e 501), e naturalmente spinta dall’ottimo V di 72°, la nuova custom bolognese montava una ruota anteriore a raggi da 19” e una posteriore lenticolare da 16”. Chiaramente ispirata alle Harley Softail Custom, pesava però solo 165 kg. Ma c’era anche Correva l’anno una nuova, interessante sportiva Moto Morini, ad attirare l’attenzione degli appassionati al megastand del Cagiva Group: si chiamava Dart 350, e attorno ad una ciclistica inedita che ingabbiava il celebre motore Morini V2 ad aste e bilancieri, sfoggiava una carrozzeria già nota: quella della Cagiva Freccia C9, la mitica 125 a due tempi, con la ruota anteriore quasi completamente coperta da un parafango decisamente molto aerodinamico. Il prezzo della interessante Dart sarebbe stato di circa 6.500.000 lire. Passando al mondo del semi-tassellato, ecco anche le nuove Coguaro, anche in questo caso versioni improntate alla moda Rally delle precedenti Kanguro 350 e Camel 501, con motori rispettivamente da 35,5 e 43 cv e velocità massime di 145 e 165 km/h. Harley-Davidson Il compianto Carlo Talamo stava lavorando sodo come importatore Harley, ufficialmente dal 29 giugno del 1984, quando venne inaugurata la sua concessionaria Numero Uno, a Milano. Pian Harley-Davidson XLH 1200 Sportster 47 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica sorellina VFR750F, la seconda serie fu oggetto di un discreto restyling e acquisì le ruote da 17” (anziché 16 davanti e 18 dietro) e sospensioni con tarature modificate. Ma in Honda quell’anno non tralasciarono nulla per stupire gli appassionati, offrendo altre nuove proposte di notevole rilievo. A partire dalla già leggendaria ammiraglia Gold Wing, della quale comparì la stupefacente, faraonica versione GLX con motore boxer da 1.500 di cilindrata, con un centinaio di cavalli, frenata integrale, cruise control, retromarcia e svariati altri gadget per la gioia dei superturisti facoltosi. Prezzo: sui 23.500.000 lire. Ecco inoltre, l’inedita custom VT Shadow 1100C con motore V2 di 45°, cambio a 4 marce e trasmissione finale ad albero. Ma anche l’interessante NTV650 (nota anche come Revere), una bella naked bicilindrica col noto motore (di derivazione Transalp) V2 a 52° da 650 cc raffreddato a liquido, con 3 valvole per cilindro e doppia accensione, trasmissione ad albero, e telaio perimetrale a doppia culla aperta. Il prezzo sarebbe stato di poco inferiore agli 8 milioni di lire. Altre due carte di gran peso, però con ruote moderatamente tassellate, apparvero a Milano in quel novembre di 26 anni fa. Furono la mitica, curatissima Correva l’anno Africa Twin 650 (modello RD03) - con motore V2 a 52° e trasmissione a catena, ma con teste a tre valvole per cilindro e potenza di 57 cv, chiaramente ispirata alle velocissime NXR 750 ufficiali da Rally e destinata diventare un’altra leggenda, ancor oggi la si incontra frequentemente in giro per le strade, con gran soddisfazione dei numerosi proprietari. Anch’essa con una livrea di ispirazione HRC, l’RD03 aveva carena completa, paramotore in alluminio, sospensioni a lunga escursione. E costava parecchio: ben 9.300.000 lire. L’altra novità on-off di buon successo fu la NX 650 Dominator, agile e divertentissima enduro stradale sportiva con motore monocilindrico a 4 valvole radiali e due freni a disco. Prezzo: 7.400.000 lire circa. Honda Italia aveva invece preparato la piccante NSR125R, sigla importante (la stessa delle Honda da GP) per una snella naked sportiva che sfoggiava un notevole telaio composito in alluminio pressofuso, con sotto un compatto monocilindrico da 125 cc raffreddato a liquido, addirittura con valvola RC sullo scarico e ben 31 cv dichiarati. Il prezzo annunciato era di 4.300.000 lire. E passando agli scooter, che dire del CN250? In Giappone esisteva l’ottimo Spacy di pari cilindrata, sofisticatissimo ma, chissà Honda RC30 Honda XRV650 Africa Twin piano le moto americane iniziarono a vedersi in giro, e nel novembre del 1987, al Salone di Milano, la novità era una Sportster. Nella fattispecie, la XLH1100 diventava 1200, cilindrata che la più “grossa” delle Sportster mantiene ancor oggi. Il suo prezzo era di 15.500.000 lire. Honda VFR750R, altrimenti nota come RC30. Alzi la mano chi non conosce la magnifica creatura che la Casa di Tokio fece progettare e addirittura costruire direttamente dall’HRC (della quale portava i colori) appositamente per vincere il Mondiale Superbike, cosa che peraltro riuscì subito, al primo e secondo anno (quindi nell’88 e 48 nell’89), grazie al californiano Fred Merkel, che in F1 correva con la VFR750F... Eh sì, assieme alla Ducati 851, fu questa la moto che ipnotizzò letteralmente il pubblico dell’EICMA 1987: una raffinatissima supersportiva ispirata alla RVF fresca iridata nell’Endurance, quindi con forcellone monobraccio Pro-Arm “linkato” ad un telaio perimetrale in alluminio; e col motore V4 derivato da quello della VFR750F - con distribuzione a ingranaggi ma con bielle in titanio - con potenza di 112 cv a 11.000 giri, e con due kit eventualmente disponibili per raggiungere i 130 e 140 cv. Pochi gli esemplari arrivati in Italia il primo anno, e naturalmente subito andati a ruba, nonostante il prezzo di circa 20 milioni di lire. Quanto all’ottima 49 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Kawasaki ZX-10 Moto Guzzi Falco 350 perché, mai importato ufficialmente in Italia. Ma quando Honda decise che era giunto il momento di stupire anche in quel segmento scooter che stava iniziando a diventare sempre più importante, ecco arrivare il CN, che curiosamente in Giappone venne però chiamato “Spazzio”, proprio con doppia Z! Per questa sorta di confortevole sedia a sdraio su due ruote con ampio bagagliaio posteriore incorporato, cruscotto full-digital e motore automatico monocilindrico da 21 cv raffreddato a liquido, fu subito un successone, seppur con un prezzo di poco inferiore ai 6 milioni. che allora risultava essere la 1000 di serie più veloce del mondo. La nuova ZX-10R, che negli USA si chiamava Tomcat, come il famoso caccia Grumman F-14, era più snella e aerodinamica, ed era accreditata di superare i 270 km/h effettivi, grazie ai 137 cv a 10.000 giri (contro i precedenti 113 a 9.500) dichiarati. Con la sigla GPX, ecco invece la nuova 600R, altro modello sportivo (con relativo Trofeo Monomarca già previsto) con motore e telaio completamente celati dalla carrozzeria, e una potenza di 85 cv e una velocità massima di circa 230 orari. Kawasaki KTM Da Akashi, ecco piombare a Milano la nuova ZX10, evoluzione della quadricilindrica GPZ1000RX 50 Correva l’anno Da Mattighofen arrivava la nuova ER600, enduro monocilindrica equipaggiata col “4 tempi” raffreddato a liquido da 552,6 cc forte di 52 cv a 8.500 giri (presentata con tanto di bauletto da viaggio sul portapacchi) e soli 118 kg di peso a secco. Rispetto alla fresca vincitrice del campionato europeo enduro, la nuova ER godeva di un telaio in acciaio al CrMo completamente ridisegnato, con parte posteriore smontabile, e di un altrettanto nuovo forcellone in lega d’alluminio. Prezzo: 8.050.000 lire. Numerosi interventi tecnici ed estetici, inoltre, erano state apportate all’enduro GS125 2T e all’enduro-rally 350, altra “2 tempi” raffreddata a liquido e con aspirazione lamellare, con ben 53 cv dichiarati. Moto Guzzi Da Mandello arrivò la nuova, sontuosa California III, naturalmente equipaggiata col tetragono motore V2 a 90° da 948 cc, con 2 valvole per cilindro e trasmissione ad albero, ma qui alimentato tramite iniezione elettronica WeberMarelli: la potenza dichiarata era di di 67 cv a 6.700 giri, mentre la coppia massima ammontava a 7,7 kgm a 5.200 giri. Classica e confortevole granturismo completamente carenata, dotata di moto valigie e baule posteriore, frenata integrale e ruote in lega tubeless, la nuova California a iniezione costava 14.350.000 lire. Novità anche nella gamma intermedia, con l’avvento della V65 in versione GT, oggetto di vari ritocchi e anch’essa dotata di frenata integrale (prezzo circa 7 milioni). Ma la vera sorpresa fu una sportiva da 350 cc dall’estetica magari un po’ goffa, ma al 51 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Piaggio Cosa passo con i tempi, ovvero con la carrozzeria quasi tutta “chiusa”, ma in questo caso a incorniciare i due cilindri sporgenti dalla carenatura. La moto si chiamava Falco 350, e montava una inedita versione con distribuzione monoalbero centrale a 4 valvole per cilindro azionate da cinghie dentate anteriori, del noto V2 trasversale “piccolo”, chiaramente sempre dotato di trasmissione finale ad albero. Proposta davvero interessante per quei tempi, la Falco montava ruote da 16” ed era accreditata di una velocità di 170 km/h, con un peso di 179 kg. Sebbene fossero stati perfino dichiarati prezzo e tempi di consegna ai concessionari (6.900.000 lire, consegne a maggio 1988), questa moto non ebbe futuro, se non al Museo Moto Guzzi di Mandello del Lario. 52 Quanto alla famiglia delle enduro stradali NTX, 350 e 650, ad EICMA 1987 si arricchì con la nuova 750, che rispetto alle altre era completamente carenata stile rally, con forcella Marzocchi, ammortizzatori idropneumatici e ruote da 21” davanti e 18” dietro. Il prezzo annunciato era di 7.800.000 lire. Piaggio/Gilera Per il 1998, inspiegabilmente il marketing di Piaggio decise che era ora di mandare in pensione la leggendaria Vespa. O quantomeno il suo nome. “Cosa” avrebbe sostituito lo scooter che in 41 anni di vita aveva invaso il mondo con una decina di milioni di pezzi? La nuova Cosa, appunto: ovvero una Vespa ridisegnata e con “importanti Scarica l’APP del Magazine innovazioni tecniche ed estetiche, atte ad attrarre l’utenza giovanile”. Già, ma perché chiamarla Cosa anziché Vespa? Boh! Comunque sia, l’ex Vespa, che venne profondamente ristilizzata lavorando in galleria del vento, manteneva logicamente la scocca portante in lamiera e il vano per la ruota di scorta sotto la “chiappa” sinistra, aveva un nuovo cruscotto e sotto la sella nascondeva un inedito vano per ospitare un casco. Ma aveva anche molti particolari in plastica, forse per risparmiare sul prezzo finale, che comunque era alto rispetto alla concorrenza. Quanto all’impianto frenante, fermo restante il pedale sulla pedana destra, i due tamburi erano addirittura azionati idraulicamente e con azione combinata, con ripartitore di pressione tra anteriore e posteriore. Le gomme inoltre erano di maggior sezione. I motori – sempre a due tempi, da 125, 150 e 200 di cilindrata – erano stati oggetto di interventi alle curve di erogazione lavorando anche sulle camere di scoppio, e le candele erano state sistemate in modo da poterle raggiungere più facilmente. I prezzi andavano da 2.950.0000 a 3.650.000 lire, con avviamento elettrico e lubrificazione separata come optional. In molti arricciarono il naso, al cospetto della Cosa, più che altro per via del nuovo nome, decisamente infelice. Tuttavia, a fine ’88 il mercato premiò la nuova arrivata, che risultò lo scooter più venduto in tutte e tre le cilindrate nell’ordine. Fu un successo relativo, però, perché i vespisti doc non perdonarono quello che ritennero un vero tradimento. La Cosa, quindi, rimase in produzione solo per tre anni. Proprio nel 1987, il Gruppo Piaggio aveva rilevato il famoso marchio austriaco Puch dai celebri fratelli bergamaschi Luigi e Piero Frigerio: una coppia di tecnici che ancor oggi è una vera istituzione nel mondo del fuoristrada, attivi come F.P.M. non solo a livello di restauro e ricambi originali di Puch e Gilera, ma anche al seguito di svariati campioncini del minicross. Dunque, proprio col marchio Puch-FPM, a Milano vennero presentate anche alcune nuove enduro, tutte con motori Rotax: la leggera 125 replay stile rally Correva l’anno e le F7 125 e 250 da “regolarità”, tutte con motori a 2 tempi, e la nuova 350 Corsa con motore 4T. Mentre col glorioso marchio Gilera, allora ancora piuttosto in auge, venne presentata una serie interessanti novità. A partire dalla bellissima Saturno Bialbero 500, monocilindrica sportiva semicarenata che in realtà era stata commissionata da una società giapponese per il mercato interno, molto ricettivo verso moto del genere. Rigorosamente tutta rossa, la Saturno era una monoposto da leccarsi i baffi, con un bel telaio in tubi d’acciaio che ospitava il motore dell’enduro stradale Dakota 500, con 44 cv. Per la Bialbero venivano dichiarati un peso a secco di soli 135 kg, ed una velocità massima di 180 km/h. In quegli anni le 125 a due tempi erano ancora al top, sicché Gilera, dopo il trionfo delle KZ e KK, presentò a Milano la bellissima MX-1, moto completamente nuova, con telaio a doppio trave e forcellone in acciaio, e motore con nuova valvola APTS 2 sullo scarico e 28 cv all’attivo. Il tutto vestito con una bella carrozzeria di nuovo disegno, e col serbatoio carburante sotto la sella, mentre il finto serbatoio fungeva da vano portaoggetti, e poteva contenere un casco. Il prezzo era di 4.750.000 lire, avviamento elettrico a parte. Ma anche in campo on-off l’allora Casa di Arcore sfoderò tre nuove chicche. In ordine decrescente, ecco la bella XRT600 enduro stradale decisamente più “rallistica” ed aggressiva delle note Dakota, con carenatura “beccuta” e con sotto un monocilindrico bialbero a 4 valvole da 570 con in corpo 47 cv, per una velocità massima di 165 km/h. Prezzo: 7.350.000 lire. La XRT 600 (più avanti seguita dalla gemella 350) aveva però anche una sorellina, praticamente identica ma con motore a 2 tempi da 125 cc da 27,5 cv e addirittura forcella a steli rovesciati (che la XRT non aveva): era la nuova XR-1, che costava 4.280.000 lire, anche qui con avviamento elettrico optional. Ma c’era anche la R1, altra elegante 125 “rally style” con strumentazione dotata anche di trip e, naturalmente, motore a 2 tempi (4.125.000, più avviamento elettrico). E per i fan dei rally vissuti 53 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Suzuki GSX-R 750 di persona, ecco l’interessante RC600, enduro specialistica praticamente gemella della R1 125, ma ovviamente del sopra citato motore da 570 cc effettivi, e un peso dichiarato di soli 140 kg. Da essa sarebbe poi nata la bella RC600 standard. Suzuki La nuova GSX1100F arrivò al Salone milanese dopo la presentazione dinamica alla stampa sul temibilissimo circuito di Salisburgo. Bella moto, per grandi viaggi comodi e veloci anche in coppia e a pieno carico, la nuova maxi Suzuki era definibile come “sport-tourer”, e spiccava per il suo inedito plexiglas regolabile elettricamente, azionato da una curiosa “catena” costituita da palline di plastica (non in vista, naturalmente). La GSX1100F aveva un nuovo telaio in acciaio, e godeva di generoso motorone “4 in linea” derivato dalla supersportiva 1100R, che contava su 54 Correva l’anno Yamaha TZR125 ben 136 cv, per una velocità massima dichiarata di circa 250 km/h. Il prezzo era di 13.000.000 di lire. La sorpresa più gradita dagli smanettoni fu però la nuova GSX-R750, replica della dominatrice del Mondiale Endurance col mitico Team francese SERT, a tutt’oggi 13 volte iridato, 2013 compreso. Totalmente rivoluzionata rispetto alla progenitrice lanciata nell’85, la nuova race replica Suzuki aveva un telaio in alluminio riprogettata ex-novo, con ruote da 17”. Il 4 cilindri con raffreddamento SACS ad aria ed olio aveva una potenza salita a 112 cv a 11.000 giri. Il prezzo di questa appetitosa supersportiva era di 13.500.000 lire. Anche la GSX-R l’avevamo provata prima del Salone di Milano, sul velocissimo circuito privato di Ryuyo, assieme ad un’altra novità di minor cilindrata: era la sport-tourer GSX600F, anche in questo caso con carrozzeria completamente avvolgente (con due finestre laterali di sfogo per il calore). Anche il suo motore era un quadricilindrico a 16 valvole raffreddato ad aria e olio, con potenza di 86 cv per una velocità di circa 230 orari. Prezzo 9.800.000 lire. Ma non era tutto: anche Suzuki sfoderò a Milano una proposta interessante per gli amanti dell’enduro stradale. Per la recisione, si trattava della monocilindrica più grossa del mondo, ovvero la mitica DR750 Big, che fu anche la prima moto – assieme alle Gilera XRT e XR1 - a sfoggiare un “becco” pronunciato sotto al faro anteriore. La nuova maxi DR (che due anni dopo divenne nominalmente “800” con cilindrata salita da 727 a 779 cc, mentre la potenza aumentò da 52 a 54 cv a 6.600 giri, e la coppia da 5,9 kgm/5.500 giri a 6,3 kgm/5.400 giri) derivava dalla magnifica racer DR-Z ufficiale che debuttò alla Parigi-AlgeriDakar del 1988, piazzandosi ottava con Giampiero Findanno e nona con Gaston Rahier, mentre il belga Huynen ed il francese Boudou si ritirarono. Il prezzo della maxi enduro Suzuki fu fissato in 7.380.000 lire. Yamaha La Casa di Iwata non stupì certo il mondo con eclatanti novità super-prestazionali, ad EICMA ’87, dedicandosi principalmente alle medie e piccole cilindrate. A partire dalla carinissima Virago XV535, replica in minor della omologa 1000, dotata di un piacevole motore V-twin raffreddato ad aria da 48 cv a 7.500 giri, e con serbatoio sotto la sella, per la massima facilità di guida, anche perché oltretutto pesava solo 178 kg a secco. Il suo prezzo era di 6.700.000 lire. La piacevolissima custom Yamaha non fece faville nel 1988, anche perché i numeri di vendita delle custom (una per l’altra) in quel periodo erano ben lontani dall’essere a 4 cifre: pensate 55 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica al codino, ruote a raggi e gomme semi-tassellate da 18” e 17” davanti e dietro), la grintosa TDR costava poco più di 6.000.000, e ne sarebbero stati importati meno di 500 esemplari. Quanto alla mitica XT600Z Ténéré, a Milano esordì la versione semicarenata e dotata di freno posteriore a disco, con il motore rivisitato nella parte termica e nella lubrificazione. Il prezzo era di 7.240.000 lire. Le altre novità Le novità per il 1998 presenti a Milano non finiscono qui, in particolare per quanto riguarda le cilindrate minori. Il settore enduro/rally contava anche sulle valide Kram-It 300 2T e TM80. E non mancavano le nuove cross di Benelli, Cagiva, Honda, KTM, Suzuki, Yamaha e del preparatore milanese Tresoldi. Idem per le novità trial di Aprilia, Beta, Fantic Motor e Montesa. Ma soprattutto c’era da perdersi in un nugolo di altre belle motine destinate ai giovanissimi, a partire dai “cinquantini” di ogni tipo, oltre ai già citati precedentemente. Ecco dunque i “tuboni” Atala Master e Fantic Fast, i classici Garelli Sahel (allestito da “viaggio”) e Peugeot 103 SP, le piccole rally Fantic Oasis, Garelli Winter Team, Malaguti Dune ES, Malaguti MRX, Motron Ranger e Peripoli Oxford Wild. Quando alle 125 cc, Laverda Correva l’anno osava con una cruiser decisamente “spinta”, la CU125 Ride, e con l’aggressiva GSR, altra sportivissima 2T completamente “sigillata”, con telaio in tubi quadri a diamante. Idem per la rinata Mondial 125 Super Sport, realizzata in collaborazione con la bolognese Villa (Francesco e Walter Villa corsero a lungo, negli anni 60, con le Mondial del Conte Boselli), la produzione della quale del tuttavia si limitò ad una pre-serie di una ventina di esemplari. La Hit Parade moto del 1988 E concludiamo con la rassegna delle 50 moto preferite dagli italiani nel 1988, seguita da quella, ancora decisamente meno ricca degli scooter. La prima ci mostra come le piccole “125” nostrane figurassero orgogliosamente al top di questa classifica, che, perlomeno nella prima metà, rappresentava una evidente alternanza di preferenze tra le moto da 125 cc, stradali od off-road che fossero, e le entro-fuoristrada a uno e due cilindri. Guida dunque il gruppone l’Aprilia AF1, al comando con 5.069 immatricolazioni, ma con in scia la Cagiva Freccia (4.919). Terza fu la Honda NSR (che comunque era Made in Italy, 3.831). Quarta e quinta erano invece due moto appartenenti ad un altro segmento molto trendy, ovvero quello delle entro-fuoristrada monocilindriche a Yamaha XV535 Virago Fantic Oasis 50 che la classifica delle prime 10 a fine anno vedeva in testa la Honda VT500C (468 esemplari immatricolati), seguita dalle Moto Guzzi V35 e V65 Florida, e dalla Moto Morini Excalibur 350. La XV535 figurava quinta con 266 unità vendute, seguita da Honda CMX450 e VF750C, Suzuki Intruder 750 e, fanalino di coda, Kawasaki LTD 450 (147). Il fenomeno Harley, evidentemente, stava ancora maturando. A Milano Yamaha esordì anche nel segmento delle 125 sportive, anche se un pochino sottotono – anche a livello di dimensionamento - rispetto alle numerose concorrenti: la TRZ125, costruita in Spagna, montava un 56 motore Minarelli con 27 cv dichiarati a 10.250 giri, con valvola YPVS sullo scarico e cambio a 6 marce, ma senza avviamento elettrico. Il telaio era tipo Deltabox in acciaio, con sospensione posteriore Monocross e freno a tamburo posteriore. Secondo la scheda tecnica, però, pesava solo 108 kg a secco. Prezzo: 4.200.000 lire. Decisamente più intrigante la inedita TDR250, brillantissima bicilindrica a 2 tempi fronte marcia col motore derivato dalla sportiva TZR! Con 45 cavallini in corpo, un peso di soli 135 kg a secco, un generoso disco anteriore da 320 mm e un’estetica da on-off stradale (due espansioni alte sotto 57 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Correva l’anno Scooter Quanto ai “ruote basse” (allora la maggior parte degli scooter venduti in Italia lo erano), la classifica di fine anno glorificava nettamente la Piaggio, il cui modello più controverso di sempre, la neonata e famigerata Cosa, occupava comunque il podio di un mercato in forte fase di espansione con tutte e tre le cilindrate disponibili: capeggiava la 125, con ben 3.978 esemplari, seguita dalla 150 (3.012) e dalla 200 (1.739), davanti alle Vespa PX 125 (1.594) e PK 125 (665). Non abbiamo trovato un elenco completo di questo segmento, ma sappiamo che dell’allora fantascientifico Honda CN250 (destinato in seguito ad una ben più ampia diffusione) nel 1988 vennero venduti 360 pezzi, mentre furono venduti 108 Peugeot Metropolis SL80 e 76 Benelli 125. Peugeot 103 SPX Yamaha XT600 Ténéré 4 tempi: la Yamaha XT600 (3.686) e la nuova Honda Dominator (3.057). Altri tre mostriciattoli a 2 tempi - le “tassellate” Aprilia Wind ed ETX, accomunate nella stessa casella con 2.962 esemplari, e la sportiva Gilera MX1 (2.863) - precedevano la mitica Yamaha Ténéré e la Suzuki DR600 Djebel, rispettivamente con 2.808 e 2.319 pezzi venduti. Decima figurava l’endurina Cagiva 125 Cruiser (nome un po’ fuorviante per una enduro stradale…), con 2.167 vendite al suo attivo. Per sveltire la chiacchierata, diciamo che la seconda decade di moto più vendute nel 1987 inizia con i 2.144 esemplari venduti delle Honda XL600 (RM ed LM) e termina con i 1.419 del piccolo missile sportivo Gilera 125 KZ e KK. Tra di esse troviamo la mitica Honda Africa Twin 650, l’apprezzatissima sorellina Transalp 600, un’altra quadriglia di “125” - Gilera RX1, Honda MTX, Gilera R1 e la stradale Honda NS – e poi la leggendaria Honda VFR750, le Kawasaki KLR 600/650. Il terzo scaglione di preferenze dei motociclisti italici inizia e termina con due Suzuki: l’ambiziosa 58 maxi-enduro Suzuki DR750 Big, con 1.218 pezzi immatricolati, e la supersportiva GSX-R750 (776). Tra di esse troviamo Honda CBR600, Aprilia Tuareg Rally 125 e Wind/ETX 340 4T, Yamaha DT125, KTM250 D/AI, Fantic Motor Trial 240, Honda XR600R, e le BMW R80/R100 GS accomunate in un’unica casella. La Gilera Arizona/RX200 (761) e la sportiva Honda CBR1000F (548) sono agli estremi della quarta decade di best seller del 1988. Tra di esse figurano Yamaha FZR1000, Honda XL125, BMW K100, Yamaha TT600, Kawasaki 1000 ZX-10, Beta trial 261 B3, KTM GS125 D/HI e Kawasaki GPX750. L’Hit Parade con le ultime dieci classificate nell’88 è costituita dall’interessante Honda Nighthawk 650 (531 moto immatricolate) seguita dalle BMW K75 e Kawasaki GPX600, dalla piccola cruiser Cagiva Blues 125, e dalle Honda VT500, Cagiva Aletta Oro125, Moto Guzzi V35 Florida, l’enduro Cagiva 350 T4, la Gilera Rally 125 e la custom Aprilia Red Rose 125 (437 esemplari immatricolati). 59 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Pagine di storia Media Un bell’esemplare di Gilera Saturno Sport L’Astore, progenitore del Falcone, è stato prodotto dal 1949 al 1953 Massimo Clarke “Le grosse monocilindriche italiane” Può sembrare strano, in un mondo dominato dai motori plurifrazionati, ma per lungo tempo le 500 stradali con un solo cilindro sono state il massimo, per gli appassionati. E alcune di loro sono nella leggenda U n’intera generazione di motociclisti, prima ancora di entrare nell’era durante la quale il sogno era costituito dalla grosse bicilindriche inglesi, ha subito lo straordinario fascino delle 500 monocilindriche. Erano gli anni Cinquanta, quando l’Italia si stava riprendendo dalle distruzioni belliche e le industrie motociclistiche nostrane stavano attraversando un periodo di straordinario 60 fulgore. Le case presenti sul mercato erano decine e decine e quasi tutte erano straordinariamente vitali, con nuovi modelli che si succedevano con grande frequenza. Si trattava però pressoché invariabilmente di moto di piccola cilindrata. Una 175 era già considerata di alte prestazioni e per diverse aziende costituiva il top della gamma. Non per nulla il mitico Motogiro prevedeva svariate classi, delle quali proprio la 175 era la massima ammessa. I modelli con una cilindrata superiore a quest’ultima erano davvero pochi e i loro numeri di vendita erano decisamente modesti. In tale panorama, una 500 era un sogno per gli appassionati. Anche perché nel Mondiale correvano le splendide monocilindriche Norton bialbero (le quattro cilindri erano addirittura irraggiungibili, e nella produzione di serie non c’era nulla che le ricordasse). E poi nel 1958 sono arrivate anche le ottime Matchless G50 monoalbero per i piloti privati, mentre le BSA Gold Star erano tra le sportive stradali più ambite. Da noi c’erano le monocilindriche ad aste e bilancieri Guzzi e Gilera Saturno che gareggiavano nella celebre Milano-Taranto e in tante gare sui circuiti cittadini. Quali erano dunque le 500 di fabbricazione italiana che gli appassionati più abbienti potevano acquistare per impiegarle poi su strada? Costruttori come la Bianchi e la Benelli, che negli anni Trenta avevano fabbricato delle ottime mezzo litro monocilindriche di elevate prestazioni, dopo il termine del conflitto, in considerazione delle disastrate condizioni economiche della nazione, avevano abbandonato tale tipo di moto per riprendere la produzione con modelli di piccola cilindrata, per i quali c’era una grandissima richiesta. Moto Guzzi, dall’Astore al Falcone La Guzzi aveva sempre avuto nelle monocilindriche di 500 cm3 uno dei suoi punti di forza e subito dopo la guerra ha ripreso la loro fabbricazione, affiancandola a quella delle motoleggere utilitarie, destinate a larga diffusione. Solo per poco tempo però sono rimasti in listino i modelli d’anteguerra con testa e cilindro in ghisa. Nel 1949 ha provveduto a sostituirli l’Astore, con bilancieri e molle delle valvole in bagno d’olio, all’interno di 61 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica L’inconfondibile aspetto dei monocilindrici Guzzi di una volta, con il grosso volano esterno una nuova testa in lega di alluminio. Pure il cilindro era ora in tale materiale, con canna in ghisa riportata. Le misure di alesaggio e corsa erano le classiche Guzzi (88 x 82 mm) e l’architettura complessiva del motore, dotato del tipico volano esterno, rimaneva invariata. Con un rapporto di compressione di 5,5, la potenza era di 18,9 CV a 4300 giri/min. Nel 1950 è comparso il Falcone, che a partire dal 1953 è stato realizzato in due versioni (la Sport aveva un rapporto di compressione di 6,5 erogava 23 CV a 4500 giri/min) e ha definitivamente sostituito l’Astore, dal quale era facilmente distinguibile per gli ammortizzatori posteriori, del tipo ad attrito (e non telescopici). Questa monocilindrica con distribuzione ad aste e bilancieri e lubrificazione a carter secco è stata per anni impiegata anche dalla polizia stradale. Robusta e affidabile, aveva una guida non proprio 62 facile. L’estetica era tipica ma, assieme alle prestazioni e alle caratteristiche costruttive, tradiva l’anzianità del progetto. È interessante osservare che la Guzzi ha tentato di rilanciare (con scarsissimo successo) la formula del grosso mono a cilindro orizzontale alla fine degli anni Sessanta; nato per essere fornito alle forze armate e alla polizia, il Nuovo Falcone è stato disponibile in versione civile dal 1971. Il motore, che aveva la lubrificazione a carter umido, erogava 26 cavalli a 4800 giri/min. La moto, tutt’altro che bella, si è rivelata lenta e pesante. Gilera e la splendida Saturno Piuma Ben diversa da quella prodotta a Mandello del Lario era la 500 costruita dalla Gilera, azienda che vantava essa pure una grande tradizione in Scarica l’APP del Magazine Pagine di storia Il Piuma è stato l’ultimo modello da competizione della mitica Gilera Saturno questo settore. Si trattava della Saturno, dotata di un motore a cilindro verticale di straordinaria bellezza, progettata nel 1938-39 dall’ing. Salmaggi. Le misure caratteristiche erano le classiche della casa di Arcore, con una alesaggio di 84 mm e una corsa di 90 mm. Pure in questo caso la distribuzione era ad aste e bilancieri e la trasmissione primaria a ingranaggi. La lubrificazione però era a carter umido, con pompa immersa nella coppa. La Gilera Saturno è stata costruita in più versioni differenti, tra il 1946, quando ebbe effettivamente inizio la fabbricazione in serie, e il 1957, anno al termine del quale la moto uscì dal listino (ma la polizia ricevette gli ultimi esemplari nel 1959). Accanto ai modelli destinati alla polizia (con testa in ghisa!) e all’esercito, c’erano quelli in vendita al pubblico, denominati Turismo (18 cavalli a 4500 giri/min) e Sport. In particolare, era quest’ultimo, che disponeva di 22 cavalli a 5000 giri/min, a focalizzare l’attenzione degli appassionati. L’ultima serie di questo modello è stata dotata di una forcella telescopica e di una sospensione posteriore di schema convenzionale (con due ammortizzatori telescopici pressoché verticali), oltre che di un nuovo telaio, che ne hanno migliorato enormemente le caratteristiche di guida, rendendone eccellente il comportamento su qualunque percorso. Il motore aveva la testa in lega di alluminio e il cilindro in ghisa; il cambio era in blocco. Della Gilera Saturno sono state realizzate anche una versione da corsa, costruita in tre serie differenti, via via migliorate (Competizione, Sanremo e Piuma), e una da cross. In queste moto il cilindro era in lega di alluminio. Le ultime Saturno Piuma, dalla estetica straordinaria, avevano una potenza dell’ordine 63 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Rota. Le caratteristiche erano molto interessanti, ma gli esemplari prodotti sono stati pochissimi. La Rota 500 veniva proposta in versione Supersport, con distribuzione ad aste e bilancieri, che erogava 19 cavalli a 4500 giri/min. Il motore, dotato di testa e cilindro in lega di alluminio, aveva un alesaggio di 87 mm e una corsa di 83 mm. Il modello Competizione aveva la distribuzione monoalbero, con comando ad alberello verticale e coppie coniche. Le misure caratteristiche erano 84 x 89 mm e la potenza dichiarata era di 32 cavalli, un valore di tutto rispetto per l’epoca. Sul finire degli anni Cinquanta il mercato motociclistico italiano è entrato in una crisi profonda. Delle 500 monocilindriche stradali non si è più parlato per lungo tempo (l’unica disponibile per qualche anno ancora è stata la Guzzi, ma gli Pagine di storia esemplari venduti sono stati pochissimi). Il mercato ha iniziato a riprendersi nella seconda metà degli anni Sessanta, ma le uniche grosse monocilindriche sportive proposte dalle industrie nazionali sono state le Ducati Mark 3 e Desmo 450 (prodotte tra il 1969 e il 1974). I risultati del mercato sono stati deludenti, a differenza di quanto accadeva per la Scrambler di eguale cilindrata. Oramai, come del resto la storia successiva ha dimostrato, l’epoca delle 500 monocilindriche stradali sportive da noi era purtroppo finita. Per le enduro le cose sono andate in maniera opposta; le grosse monocilindriche hanno iniziato a diventare popolarissime, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, ma si trattava di moto decisamente diverse… La Rota 500 è stata costruita in pochissimi esemplari La CM 500 Sparviero era una monocilindrica di elevata qualità, che ha avuto una diffusione limitata di 38 cavalli a un regime di 6250 giri/min. La Gilera è tornata alle monocilindriche di grossa cilindrata solo attorno alla metà degli anni Ottanta, quando hanno fatto la loro comparsa gli enduro stradali denominati Dakota. Il motore, raffreddato ad acqua, aveva quattro valvole e la distribuzione a doppio albero a camme in testa, con comando a cinghia dentata. La versione di 500 cm3 (92 x 74 mm) è stata impiegata sulla bellissima stradale sportiva denominata Saturno Bialbero, che è stata prodotta in un numero limitato di esemplari. CM, la bolognese Sparviero Le due grandi case lombarde non sono state le sole aziende italiane a proporre delle monocilindriche di 500 cm3, durante gli anni Cinquanta! A Bologna c’era la CM che prima della seconda guerra mondiale aveva realizzato moto di elevato livello tecnico, in grado di fornire eccellenti prestazioni, tra le quali spiccavano diverse 500, tanto ad aste e bilancieri quanto monoalbero. Dopo il termine del conflitto la produzione delle 64 monocilindriche di mezzo litro è ripresa con lo Sparviero e il Grifone. Si trattava di moto raffinate e costose, con testa in lega di alluminio e valvole racchiuse, molto diverse da quelle che richiedeva il mercato. L’azienda bolognese si affrettò quindi a realizzare dei modelli a due tempi di 125 e di 250 cm3, di eccellente fattura. Le grosse monocilindriche rimasero in listino e ricevettero varie migliorie a livello tanto di ciclistica quanto di motore (che a un certo punto venne dotato anche di un cilindro in lega di alluminio). I numero di vendita furono però assai modesti e oggi le CM 500 sono decisamente rare. Queste ottime monocilindriche avevano il cambio separato, la distribuzione ad aste e bilancieri e la lubrificazione a carter secco. Le misure di alesaggio e corsa erano 78,8 x 100 mm. La versione più sportiva erogava 22 cavalli a 5500 giri/min. Felice Rota e la Supersport Un’altra 500 monocilindrica italiana apparsa all’inizio degli anni Cinquanta è nata dalla passione e dalla perizia dell’artigiano biellese Felice 65 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine La lettura I Racconti di Moto.it “Polvere” di Antonio Privitera | Ero in una minuscola stanzetta senza luce, un tetto e quattro mura basse rimaste integre dopo i bombardamenti della Gigantesca Guerra che io non ho combattuto... E ro in una minuscola stanzetta senza luce, un tetto e quattro mura basse rimaste integre dopo i bombardamenti della Gigantesca Guerra che io non ho combattuto perché ero un bimbo e vivevo tra il rifugio antiradiazioni e il seno di mia mamma fino a quando non perì pure lei e mi rimase solo il rifugio e il latte in polvere. Polvere: mi sembrava fosse il mattone del mondo; quella dei detriti delle città sbriciolate dagli attacchi nemici, quella spessa accumulata sui pochi mobili del rifugio, quella lasciata in terra dalle persone quasi smaterializzate dalle armi elettromagnetiche e, infine, il latte. Respiravo, toccavo e mangiavo polvere. Ingurgitavo una farina bianca dolciastra mescolata all’acqua e ad ogni sorso ingoiavo l’assenza più triste di tutte. Col tempo ci abituammo a vivere una condizione di costante timore, facendo l’abitudine a vedere mucchietti di polvere prendere il posto delle cose o delle persone e questa insensibilità che aveva sostituito la paura ci permise di andare avanti, di iniziare qualcosa – qualsiasi cosa - e di vivere una vita in qualche modo regolare. Quando si capì che eravamo tutti chiamati a combattere e a difenderci ogni giorno dagli attacchi io avevo sedici anni e l’esercito mondiale fu sciolto, restò solo una direzione generale delle operazioni strategiche e alcuni presidi locali ai quali chiedere armi e supporto per la resistenza contro i nemici. La scomparsa dell’esercito fu il primo passo che permise alle persone, guerra o non guerra, di trasmettersi l’un l’altro il virus della gioia di vivere nonostante tutto, nonostante i timori, nonostante le perdite, la povertà, il cibo 66 scarso e cattivo, nonostante la polvere. Fu così che io iniziai a trascorrere i pomeriggi accanto a mio padre lasciato libero da impegni militari, seduto di fronte ad un oggetto che aveva comprato al mercato nero e che custodiva segretamente: un cubo, forse un piano di lavoro tridimensionale. La principale attività di quei pomeriggi era capire come funzionasse il piccolo cubo nero che da acceso proiettava nello spazio antistante una figura tridimensionale e un enorme foglio virtuale con numeri e segni a noi incomprensibili. Sul foglio virtuale si poteva scrivere usando le dita come una penna e, quando venivano modificate le cifre o i segni, la figura tridimensionale cambiava nelle sue forme o nel suo posizionamento. Papà era convinto che quel cubo contenesse tecnologie perdute durante la Gigantesca Guerra iniziata oramai da più di seicento anni e che riscoprirle avrebbe potuto fare la sua fortuna; passava tutto il suo tempo a casa col cubo, tracciando segni, provando a caso, cercando di capire cosa fosse quell’ologramma tridimensionale e che eventuale importanza strategica avrebbe potuto avere nello sconfiggere gli invasori in orbita sulla Terra da più di sei secoli. Gli invasori ci stavano sfiancando: da quel poco che ne sapevamo erano esseri con un’aspettativa di vita di migliaia di anni, simili a noi nelle forme, nei gusti, nei comportamenti; ci accomunava forse la disperazione ma non ci rivolgevano quasi mai messaggi o parole, solo attacchi dai quali avevamo imparato a difenderci con armi crudeli. Orbitavano intorno alla Terra facendo ogni tanto brevi incursioni, sterminando e riducendo in polvere tutto quello che capitava loro a tiro. Circola qualche foto del loro primo incontro con il Rappresentante Generale Terreste nella quale sembrano esseri ridicoli, bassi e tarchiati, con braccia corte e sottili, occhi a forma di farfalla, un sorriso falso e immutabile nel loro volto, un ghigno. Detto tra noi, non fanno paura. In suoni stentati e virtuali chiesero asilo per il loro popolo in fuga da un lontano sistema solare devastato da una nana bianca ma ospitare sulla Terra altri dodici miliardi di esseri viventi, era sinceramente improponibile e la richiesta fu respinta. La presero male, non si può negarlo. Iniziarono ad attaccare e a depredare di risorse il nostro pianeta vivendo per secoli come parassiti ai nostri danni, stabilendosi in orbita con gigantesche stazioni spaziali che spesso oscuravano il sole. Poi, un giorno di circa seicento anni dopo, mio padre mi confidò che forse conosceva una persona che avrebbe potuto sapere come capire il cubo e il suo contenuto, un amico. Il mattino che andò ad incontrarlo fu anche l’ultimo che lo vidi mentre la sera seguente qualcuno cercò di entrare a casa nostra, dove tenevamo il cubo. Ma il cubo non c’era, io ero scappato portandolo via appena il sospetto che mio padre, rivelando ad un estraneo dell’esistenza di questo oggetto enigmatico e misterioso, avesse riposto male la sua fiducia e causato la sua scomparsa, altro che alieni. Io e il cubo ci rifugiammo in una stanzetta minuscola e solitaria, quello che restava di una residenza di campagna nascosta in mezzo a quella che era una volta una pianura verde ma oggi diventata una distesa di polvere. Da piccolo venivo qui a giocare ed è un posto che conosco benissimo, era il mio rifugio segreto. Mi illusi, non ci misero molto a trovarmi. Gli invasori avevano le loro spie, terresti prezzolati che vendevano informazioni per pochi denari e dove non arrivavano i traditori arrivavano i loro infallibili satelliti spia. Ero in quella minuscola stanzetta, un tetto e quattro mura basse, e sentii un verso acuto. Nel buio due farfalle si illuminarono e il cubo si accese, proiettando nello spazio di fronte a me l’ologramma tridimensionale e il foglio virtuale. 67 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito L’alieno, mi accorsi, era dall’altra parte dell’ologramma e mi guardava; lo so che sembra assurdo ma credo che il suo sguardo e la sua espressione esprimessero meraviglia. Ero spacciato, tra poco sarei stato un mucchietto di polvere grigia e non avrei mai avuto la soddisfazione di risolvere l’enigma del cubo. Invece cominciai a sentire una melodia strana, non una musica ma un delicato fraseggio sonoro senza regole ritmiche né armoniche, eppure gradevole, come un codice, una lingua, un messaggio: era l’alieno che mi parlava a modo suo, nei suoi suoni, suoni che talvolta scomparivano per riapparire appesi a frequenze ora altissime ora profonde fino a diventare inudibili per me. Quello che percepivo era il tono, quello di chi non riesce a trattenere lo stupore e la felicità e vuole comunicare al mondo – e in quel momento c’ero solo io – il proprio incanto. Poco alla volta l’alieno calmò la sua eccitazione, prese a girare attorno alla figura tridimensionale e a manipolare i segni sul foglio virtuale gridando di soddisfazione e stupore, ogni volta più forte. Mi guardava come se fossi istantaneamente diventato un suo grande amico, non ero più un terreste indifeso da sterminare per appropriarsi delle sue risorse ed io persi ogni timore arrivando a toccarlo su un braccio. Era caldo, più caldo della nostra pelle, e liscio come i petali dei fiori 68 Periodico elettronico di informazione motociclistica più delicati. Il mio tocco gli piacque, mi guardò e mi fece cenno di sedermi, poi iniziò a modulare la propria voce a tentativi sempre più precisi fino a quando io non sentii distintamente parlare la mia lingua da una voce femminile, o forse era quella di un bambino. - Il vostro ciclo sta per chiudersi, terreste. Mi dispiace. – il tono era amichevole, le farfalle sincere. - Questo lo pensate voi. - No, manca poco. - Perché? Chi sei? - Mi chiamo – e seguì una breve serie di suoni musicali indefinibili -. - Benvenuto, io sono Kjon. L’invasore mi spiegò che la Terra era oramai totalmente circondata da stazioni satellite aliene, in questi ultimi cento anni l’accerchiamento era stato completato l’invasione stava per iniziare dopo averla indebolita con secoli di guerra. Gli alieni trovavano perfetto questo pianeta dalla temperatura mite, composto da un unico continente abbastanza grande per dodici miliardi di esseri che, per loro natura, non sopravvivevano al freddo intenso e prolungato. Era il pianeta perfetto. Avrebbero ricostruito la loro civiltà qui, e preso il possesso di tutto. Noi saremmo scomparsi per sempre. Scarica l’APP del Magazine In tutto questo, il cubo non era altro che un oracolo, un dispositivo che prediceva il futuro e lo anticipava. Un congegno vecchio di milioni di anni, una leggenda di cui le galassie narrano meraviglie e misteri. Ma noi, mai usciti dal nostro pianeta, non potevamo saperlo, così come non potevamo sapere che era probabilmente piombato qui con qualche asteroide chissà quante migliaia di anni fa. Il fabbricante era ignoto, qualcuno affermava che non era altro che l’Occhio di Dio in persona e unica testimonianza dell’esistenza di un essere supremo. L’alieno prese a parlarmi: - Quella che vedi in questa immagine tridimensionale… nella mia lingua la chiamiamo con un nome che nella tua può essere tradotto con la parola “emozione”. Ma noi non ne abbiamo mai vista una, non abbiamo strade ma solo nubi e cunicoli, anzi ora non abbiamo neanche più un pianeta. Sappiamo solo che funziona solo in determinate condizioni di gravità e pressione. Le stesse che avete qui sulla Terra, Kjon. - Ma a che serve? Due ruote, un sedile… in mezzo un motore… - L’oracolo sta soltanto predicendo quello che accadrà, forse tra poco, forse tra molto tempo ancora. Qui, sul sedile, ci si siede, le ruote vengono fatte girare dal motore e tutto questo serve a… muoversi. - Solo? - Sì, ma con tanto… non lo so come dite voi ma io nella mia lingua direi “godimento”, “sesso”, “amore fisico”. - E tutto questo non è stato ancora inventato? - No, la vostra civiltà non ha mai avuto quest’idea. Avete inventato le macchine per la levitazione dei pesi, l’energia smaterializzante per il teletrasporto, ma l’”emozione” no. Forse al prossimo turno. - Eh?? - Kjon, il mondo va a cicli, ora è il vostro, un giorno di voi non ci sarà né traccia né ricordo e qualcuno ricomincerà daccapo, dal punto zero. Tutto avrà un altro inizio e magari una civiltà che verrà dopo La lettura la vostra, o la nostra, inventerà “emozione”. - Menti! - No, altrove è già accaduto! Voi vivete meno di cento anni terresti, noi invece ne viviamo almeno cinquemila: i nostri ricordi della storia sono molto più ampi dei vostri. Ma io non seguivo più, d’un tratto ero rapito da “emozione” e ne guardavo le forme certo che fossero intimamente connesse con la funzione. Mi interrogavo sulla utilità di quei quattro tubi che uscivano da sotto il sedile, dalle stelle inscritte nelle ruote, dalla sagoma tagliente della parte che univa il sedile con la ruota anteriore e mi venne una voglia irrefrenabile di saperne di più, di averne una, di inventarne una io stesso e di… muovermi. Sorrisi all’alieno, pervaso dalla perfezione dell’oggetto e dall’enigma che svelato era ancora più misterioso e appassionante di prima. Mio padre aveva visto giusto, un’invenzione come quella poteva cambiare le sorti della guerra, dare gioia, speranza, regalare brevi momenti di intensa felicità: la gente avrebbe ricominciato a sorridere, a vivere per davvero e avremmo avuto la forza di reagire all’imminente invasione degli alieni. - Bravo Kjon, hai capito perché non abbiamo invaso la Terra prima di aver trovato l’oracolo evidentemente l’ invasore poteva leggermi nel pensiero e ora mi puntava contro un’arma-. - Ora avete l’oracolo… - Non solo posso leggerti nella mente, ma ho registrato nella mia memoria tutti i tuoi pensieri e qualcuno forse un giorno li leggerà su un foglio, o forse su uno schermo… - Mi ucciderai? – chiesi guardando l’arma rivolta verso il mio stomaco-. - Guarda le scritte sul foglio virtuale Kjon, vuoi sapere cosa dicono? Alcune sono parole incomprensibili: F4, CB750, MHR, altre sono frasi in una lingua universale che voi non conoscete ancora, una di queste dice “mangia la mia polvere”. Lo sai cosa mangiamo noi, vero Kjon? - …polvere. - Augurami buon appetito. 69 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Guintoli a -38, ci sono 50 punti da assegnare e al leader ne servono 13, gli basta un quarto posto e domenica pomeriggio a Jerez sarà campione. Al quarto tentativo sulla verdona. E pensare che Tom Sykes, fino al 2008, mi era praticamente sconosciuto. Ma a settembre di quell’anno lo vidi lottare a Donington con Troy Bayliss: Tom era una wild card, con la Suzuki GSX-R 1000 aveva fatto il settimo tempo in Superpole, e sull’umido era già una belva; era la prima manche, fu interrotta sul più bello per troppa acqua, lui in quel momento era secondo e se la giocava alla pari con il pilota Ducati che quell’anno sarebbe diventato campione del mondo per la terza volta. “Però era la prima volta –mi ha detto recentemente Troy che mi capitava di battagliare con un pilota mai visto prima. E questo chi cavolo è? Spingevo per quanto potevo e lui era sempre lì, lo feci passare per leggere il suo nome sulla schiena della tuta, C ma poi me ne pentii: tirava come un matto, ho rischiato di perderlo”. Poi sapete come è andata, Sykes è stato ingaggiato dalla Yamaha ma si trovò di fianco a Ben Spies: l’americano volava verso quel suo fantastico e per certi versi misterioso titolo mondiale all’esordio, e Tom non saliva nemmeno una volta sul podio. Con la R1 capitolo amaro. La Kaswasaki lo ha rigenerato: prima vittoria alla seconda stagione, nel 2011; ma dall’anno dopo, cresciuta anche la moto, assoluto protagonista. Molti piloti mi hanno deluso quest’anno in Superbike. A cominciare da Marco Melandri che non riesco a capire fino in fondo: quando la moto è a posto lui quasi sempre c’è, ma poi sembra sgonfiarsi sul più bello. Mi è piaciuto Davide Giuliano. E naturalmente Tom Sykes: lui c’è sempre e mi piacerebbe vederlo una volta in MotoGP. Media Nico Cereghini Tifo Sykes: titolo strameritato iao a tutti! Questa volta tengo a Tom Sykes e credo di essere in buona (e vasta) Dopo la beffa dell’anno scorso, battuto per mezzo compagnia. Chi può tifare contro l’inglese? Nessuno punto, l’inglese della Kawasaki può laurearsi più di lui merita il titolo Su- domenica a Jerez. Lui è un grande e così perbike 2013, e non solo dimentica la brutta stagione sulla Yamaha perché ha vinto più gare di tutti (nove, con tre doppiet- con Spies te), ma anche perché l’anno scorso ha perduto per mezzo punto; il finale dello Guintoli: lo so che non esalta nessuno, però a scorso anno fu una specie di beffa che premiò me piace per come guida, mi entusiasma sull’acgiustamente Max Biaggi ma punì duramente qua, e pazienza se si tiene un po’ troppo margine Tom, perdere per mezzo punto è una cosa che sull’asciutto. Manca un po’ di carattere, Sylvain, deve bruciare da matti, e allora il primato 2013 altrimenti sarebbe perfetto. Ma a questo punto sarebbe il miglior risarcimento. Tifavo per l’A- soltanto un miracolo potrebbe salvare la stagioprilia, dico la verità, e mi identificavo un po’ in ne dei due piloti Aprilia: Laverty è a -37 da Sykes, 70 Editoriale Molti piloti mi hanno deluso quest’anno in Superbike. A cominciare da Marco Melandri che non riesco a capire fino in fondo 71 SPECIALE Motogp Gran Premio d’australia 72 73 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica veloce in pista, e su Pedrosa: un equilibrio che il cambio moto – errori a parte – non ha mutato. Ma che casino: Dani era entrato troppo veloce nella corsia box e doveva cedere una posizione (fatto a favore di Marquez, che più che altro l’ha superato perché più veloce), altri hanno sbagliato il giro di rientro come Marquez. Davvero una situazione ingarbugliata: la formula del “flag to flag”, in questo caso, è stata un fallimento. Rossi sul podio Fuori Marquez si è naturalmente liberato un posto sul podio, conquistato da Rossi con il solito ultimo giro arrembante, con Bautista e Crutchlow attaccati al suo codone, mentre cominciava anche a piovere. Per Valentino un buon risultato, ma la sua prestazione è stata complessivamente inferiore a quella di settimana scorsa a Sepang, dove aveva finito quarto. Jorge Lorenzo vince a Phillip Island Bandiera nera per Marquez di Giovanni Zamagni | Trionfa Lorenzo, davanti a Pedrosa e Valentino Rossi. Squalificato con la bandiera nera Marquez, mentre era secondo, per essere rientrato ai box un giro troppo tardi. Il mondiale in qualche modo si riapre T rionfa Jorge Lorenzo, davanti a Dani Pedrosa e Valentino Rossi. Squalificato con la bandiera nera Marquez, mentre era secondo, per essere rientrato ai box un giro troppo tardi. Il mondiale in qualche modo si riapre con Lorenzo a soli 18 punti dal pilota della Honda. Dopo che la gara era stata ridotta a 26 giri sabato pomeriggio, dopo il warm up si decide un ulteriore taglio, riducendola a 19, con obbligo di “pit stop” entro il nono giro. La regola dovrebbe essere chiara, ma la HRC commette un clamoroso errore e Marc 74 rientra ai box solo al decimo passaggio: troppo tardi, il regolamento specifico per questo GP era chiaro. Così, nel modo più rocambolesco, in una gara incredibile stile F.1, Maquez perde gran parte del suo vantaggio, braccato più da vicino da un Lorenzo in grandissima forma e molto determinato. La tattica di Jorge era chiara: partire forte, spingere subito e mettere pressione al rivale. Pit stop: che casino Prima del pit stop obbligatorio, Lorenzo aveva un minimo margine su Marquez, che sembrava il più I primi commenti Lorenzo: “Non so cosa sia successo a Marquez. Abbiamo corso un grande rischio quando lui è rientrato in pista dopo il cambio gomme, perché io ero un po’ lungo e ci siamo toccati”. Pedrosa: “Gara molto difficile, oggi sono stato bravo: ho cambiato velocemente. Mi spiace però che la seconda moto non era uguale alla prima, era molto sbilanciata sul davanti, non potevo essere efficace nei cambi di direzione”. Rossi: “Abbiamo fatto un grande lavoro nel box, abbiamo recuperato due posizioni, non ero veloce come i primi tre, ho faticato un po’ con l’anteriore, ma sono riuscito a conquistare il podio”. MotoGP bracca da vicino, Pedrosa è staccato di qualche decimo, gli altri sono più staccati, con Bautista, Crutchlow e Rossi che si scambiano più volte la posizione. All’ottavogiro i primi tre sono uno attaccato all’altro e Pedrosa decide di rientrare ai box, mentre Lorenzo e Marquez continuano. Rientrano anche Bautista, Smith, Dovizioso, e altri. Al nono rientra Lorenzo, mentre Marquez, dopo una brutta sbandata, continua. Cambiano anche Rossi e Crutchlow. Al decimo pit stop per Marquez, l’ultimo a effettuare il cambio gomme. Marquez rientra in pista proprio mentre transita Lorenzo alla prima curva: Jorge non può cambiare traiettoria, dà una carenata a Marquez, che viene passato anche da Pedrosa. Rossi è quarto. Ma a cinque giri dalla fine viene esposta la bandiera nera per Marquez: si è fermato un giro troppo tardi rispetto ai nove imposti dal regolamento per questo GP. In testa Lorenzo allunga su un Pedrosa apparentemente rinunciatario, mentre per il terzo posto c’è una bella sfida tra Rossi, Crutchlow e Bautista, vinta in volata da Valentino. La cronaca Parte forte Lorenzo, con Marquez e Pedrosa immediatamente alle sue spalle. Al primo giro, Dani forza subito, infila Marquez e Lorenzo in una sola curva, tocca leggermente Jorge, si rialza, lo lascia sfilare e viene ripassato anche dal compagno di squadra, mentre Rossi è quinto, dietro a Crutchlow, che poi viene superato sia da Valentino sia da Bautista. Lorenzo impone il ritmo, Marquez lo 75 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica MotoGP Valentino Rossi “Divertente, ma non sono queste le gare di MotoGP” di Nanni Scaglia | Valentino soddisfatto per essere tornato sul podio su una pista per lui magica. “Ma c’è ancora molto da lavorare” ribadisce come ha fatto spesso in questa stagione U n passo indietro rispetto a Sepang, anche se là era arrivato quarto e qui è salito sul podio: ne è perfettamente conscio anche Valentino Rossi. “Alla fine lo considero un buon risultato: sono molto felice di essere tornato sul podio a Phillip Island, un gran bel circuito, con un’atmosfera speciale. La gara è stata tiratissima e mi sono divertito parecchio: con il team abbiamo fatto un ottimo lavoro, anche nella strategia del cambio moto. Alla fine è stata un’altra sfida avvincente con Crutchlow e Bautista. Quando ho capito che ci stavamo giocando il podio, ho cercato di dare ancora di più nell’ultimo giro, quando però è iniziato a piovere. E’ stato rischioso, ma importante, perché il podio è sempre un grande risultato. Ma c’è ancora da lavorare parecchio. Sono però riuscito a difendermi su un tracciato dove, nella mia carriera, solo due 76 volte non ero arrivato nei primi tre, negli ultimi due anni con la Ducati. Anzi, per la verità anche nel ’97 con l’Aprilia 125 non ce la feci, per un grippaggio mentre ero primo o secondo. Vorrei però essere più vicino: loro oggi hanno fatto paura, sono andati veramente forte. Io i primi giri ho girato come in qualifica, ma loro sono riusciti a fare un altro passo, sia come guida sia come setting della moto”. Ti eri reso conto dell’errore di Marquez? “Sì, avevo visto in uno dei grandi schermi del circuito che Marquez non si era fermato al nono giro e mi sembrava abbastanza strano. Poi ho visto che veniva esposta la bandiera nera, ma mi veniva data la quarta posizione. Non ero sicuro esattamente di cosa stesse succedendo, poi ho capito che stavo lottando per il podio. Alla fine è stato anche divertente, più che altro perché a me è andata bene… Però le gare di moto non sono così: va detto che, essendo una situazione di emergenza, è stata gestita bene, fare il “flag to flag” era l’idea migliore”. E l’ulteriore riduzione da 26 a 19 giri decisa dopo il warm up? “L’ha voluto la Bridgestone: pensavano che con le gomme si potessero fare 14 giri, invece dopo il warm up si sono resi conto che non potevamo farne così tanti. E avevano ragione, anche se, per la verità è successo qualcosa di anomalo: con la prima gomma ero in grande difficoltà, con la seconda avrei anche potuto farne 15. Generalmente non ci possiamo lamentare sulla qualità delle coperture, più o meno sempre buone: la gomma fa quello che ti aspetti e in altri campionati sono sicuramente più in difficoltà che in MotoGP. Però è vero che più stanno in un container, più si scaldano, il comportamento peggiora. Invece se la gomma è più fresca è più efficace. Se proprio si vuole fare una critica alla Bridgestone, bisogna sottolineare che ci dovrebbero dare due gomme che funzionano entrambe, così da poter scegliere tra morbida e dura, come è sempre stato nella storia del motociclismo, invece quest’anno non accade mai. Ecco, sotto questo aspetto devono impegnarsi di più. Per il resto va bene così. Poi bisognerebbe fare un test quando in un circuito c’è l’asfalto nuovo: questo problema si poteva evitare se la Bridgestone fosse venuta qui a provare”. Dopo la gara di oggi, come vedi il mondiale? “Per Marquez diventa un po’ più difficile, avrà più pressione da gestire. E’ quindi un po’ più complicato, ma ha il potenziale per rimanere davanti: andava forte anche oggi. Lorenzo fino adesso è stato molto bravo a rimanere lì, ma ha ancora parecchi punti da recuperare”. Fra una settimana si va a Motegi. “Mi piace molto la pista, speriamo che ci sia il tempo buono: dobbiamo essere pronti per un fine settimana positivo”. 77 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica MotoGP Media Livio Suppo “Colpa mia, mi assumo la responsabilità” di Giovanni Zamagni | Il team principal HRC commenta quanto accaduto a Marquez, poi squalificato con la bandiera nera. Sul campionato: “Come sempre non faremo giochi di squadra” L ivio Suppo, team principal HRC, si assume le sue responsabilità: totalmente colpa mia. “Sicuramente è stato un GP caotico, durante il quale le regole sono cambiate molto spesso, dove per la prima volta è stato effettuato un “flag to flag” con una finestra di soli due giri (l’ottavo e il nono, NDA). Il team riteneva che il decimo giro fosse ancora buono, ma in realtà non lo era e così Marquez è rientrato ai box più tardi di quello che avrebbe dovuto fare: è un errore di cui mi assumo la responsabilità. C’è poco altro da aggiungere”. 78 Quale è stata la reazione di Marquez? “Marc è un ragazzo intelligente, si rende conto che si vince e si sbaglia insieme: a volte è il pilota a fare un errore, altre può essere il team. Il suo carattere, molto positivo, lo aiuta in queste situazioni. Non è accaduto nulla di irreparabile: andiamo a Motegi consapevoli che anche qui a Phillip Island avrebbe potuto essere protagonista e giocarsi la vittoria”. Adesso Pedrosa potrebbe avere un ruolo fondamentale nell’assegnazione del titolo: come si comporterà nelle ultime due gare la HRC? “Abbiamo sempre detto che non ci sono – e non ci sono mai stati – ordini di scuderia: continuerà così anche nelle ultime due gare. Il vantaggio di Marquez è comunque ancora consistente: andiamo a Motegi come se fosse una gara come un’altra”. L’ultima valutazione sul contatto tra Lorenzo e Marquez quando Marc è rientrato in pista dopo il cambio moto. “Mi sembra di aver letto da qualche parte, che Jorge ha dichiarato di essere arrivato un po’ lungo. Si sapeva che era un ingresso pericoloso e proprio io, ieri sera, avevo chiesto di prolungare la riga bianca per evitare che due piloti che arrivavano potessero stare troppo a sinistra. Meno male che c’era”. 79 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Cal Crutchlow MotoGP Andrea Iannone Non è il pilota di inizio stagione. Ha più di una 6L’ha definita come la sua miglior gara dell’an6 scusante – a cominciare dalle condizioni del suo no: in effetti la sua prestazione è stata più che avambraccio destro -, ma dopo quanto aveva fatto nelle prime gare ci si aspetta sempre qualcosa di più. Alvaro Bautista 5E’ sempre lì, ma alla fine, prende sempre paga. E’ sicuramente un buon pilota, anche costante nel rendimento, ma gli manca il guizzo per fare la differenza. dignitosa. Andrea Dovizioso 4E’ in un momento di scarse motivazioni: più che comprensibile. Yonny Hernandez 4Invece di progredire con la migliore conoscenza della Ducati, sembra regredire. Bradley Smith Marc Marquez 5Ti accorgi che c’è solo scorrendo la classifica. ma cadute in prova, qualche errore sabato, 8Due in gara non ha nulla da rimproverarsi: prima di essere fermato dalla bandiera nera stava Nicky Hayden Questa volta è lui a vincere la “Coppa Ducati”: andando fortissimo. Ha perso 25 punti, ma non 6 ha guidato discretamente bene per tutto il fine per colpa sua: il pilota deve guidare e lui lo fa al settimana. meglio. Al resto ci deve pensare il team (voto 3). Le pagelle del GP d’Australia di Giovanni Zamagni | Nove a Lorenzo, non ha mai sbagliato; sette a Pedrosa, ci si aspettava di più. Sei a Rossi e Crutchlow. Otto a Marquez, prima della bandiera nera andava fortissimo. Tre al team HRC Jorge Lorenzo In un GP che verrà ricordato per i tanti errori, 9 il campione della Yamaha è l’unico che in tutto il fine settimana non ha mai sbagliato. E’ una sicurezza: tira sempre fuori il 100% dalla sua moto. La sensazione è che Marquez ne avesse di più, ma non ne avremo mai la conferma. Nell’episodio del contatto con il rivale spagnolo ha ribadito di non aver alcun timore nell’usare la forza. Dani Pedrosa 7 La scusante è che a Phillip Island non ha mai combinato granché, con una serie di episodi 80 negativi che ne possono condizionare il rendimento. Ma dopo il perentorio successo di Sepang ci si aspettava tutto un altro Pedrosa: dire che è stato deludente uno che arriva secondo è forse esagerato, ma nemmeno troppo. Valentino Rossi Due passi indietro rispetto a una settimana 6 fa: nonostante partisse dalla prima fila, alla fine del primo giro era già fuori dalla lotta per il podio. Poi, come spesso gli accade, nel passaggio finale tira fuori il meglio di sé, ma aver battuto Bautista e Crutchlow non lo può esaltare. “Quei tre là” sono tornati lontani. 81 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito MotoGP Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica MotoGP Phillip Island Classifica Yamaha 8,5 Decisamente più competitiva rispetto a Sepang, ma anche sulla pista “amica” di Phillip Island non aveva alcun vantaggio sulla Honda: al massimo era allo stesso livello, ma non migliore. Classifica Generale Pos. Pilota Punti Pos. Pilota Punti 1 Jorge LORENZO 25 1 Marc MARQUEZ 298 2 Dani PEDROSA 20 2 Jorge LORENZO 280 3 Valentino ROSSI 16 3 Dani PEDROSA 264 4 Cal CRUTCHLOW 13 4 Valentino ROSSI 214 5 Alvaro BAUTISTA 11 5 Cal CRUTCHLOW 179 6 Bradley SMITH 10 6 Alvaro BAUTISTA 147 7 Nicky HAYDEN 9 7 Stefan BRADL 135 8 Andrea IANNONE 8 8 Andrea DOVIZIOSO 127 9 Andrea DOVIZIOSO 7 9 Nicky HAYDEN 111 10 Randy DE PUNIET 6 10 Bradley SMITH 99 11 Aleix ESPARGARO 5 11 Aleix ESPARGARO 88 12 Colin EDWARDS 4 12 Andrea IANNONE 55 13 Yonny HERNANDEZ 3 13 Michele PIRRO 50 Honda 8,5Il voto, naturalmente, è alla competitività della moto, comunque sempre molto elevata. La HRC, invece, è da 3 in pagella (a essere generosi): in prova Pedrosa ha perso il motore perché non era stato fissato bene il bullone del perno che lo fissa al forcellone, in gara è stato fatto un errore di conteggio che lascia sbigottiti. Ducati 4Un dato, molto significativo: in tutto il GP, non è mai stata inquadrata una Ducati. Si pensava di aver toccato il fondo nel 2012, invece si continua a peggiorare. 82 83 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica PETRUCCI FA IL BAGNO TURCO Danilo Petrucci soffre moltissimo il caldo e il GP della Malesia è da sempre per lui il peggior appuntamento della stagione. Per provare ad arrivare più in forma alla gara, la settimana precedente il GP, Danilo si è allenato nel bagno turco: grande Petrux! CRUTCHLOW OPERATO A FINE STAGIONE La caduta di Silverstone, purtroppo, continua a farsi sentire. “Mi sembra che l’avambraccio destro mi esploda da un momento all’altro” ha commentato nella solita maniera colorita Cal Crutchlow, che poi ha fatto vedere quanto sia grosso l’arto infortunato. A fine stagione, il futuro pilota della Ducati dovrà farsi operare: lo farà dopo i test di Valencia. MotoGP “COSA FANNO?” “BOH!” Simpatico siparietto televisivo durante il primo turno di prove libere della MotoGP. Paolo Beltramo (inviato ai box di Mediaset): “Bollini, cosa stanno facendo?” chiede ad Alen Bollini, addetto stampa della Yamaha, mentre i meccanici al box stanno lavorando sulla parte anteriore della M1, con un sacco di cavi di ogni genere ben visibili. Bollini: “Non ne ho la più pallida idea!”. Beltramo: “Va beh, non sai nulla, lo chiedo al team manager Maio Meregalli”. Meregalli: “Non lo so proprio”. PEDROSA CURATO DALLE API Dani Pedrosa, con un Twitter, ha rivelato di sottoporsi a una particolare cura con le api. In pratica, il pilota spagnolo si fa pungere dall’insetto, il fisico si abitua, reagisce e il siero dell’ape diventa una barriera immunitaria contro l’influenza. “Fa GP di Sepang Lo sapevate che...? di Giovanni Zamagni | Che si correrà a Sepang fino al 2016? Che Petrucci per abituarsi al caldo malese si è allenato nel bagno turco? Che Crutchlow sarà operato a fine stagione? Che Pedrosa previene l’influenza con le punture delle api? A SEPANG FINO AL 2016 La Dorna ha rinnovato il contratto con il circuito di Sepang: il GP della Malesia si disputerà su questo tracciato almeno fino al 2016. Va dato atto alla Dorna e agli organizzatori di essere riusciti, negli anni, a creare un evento molto atteso dagli appassionati, dopo che nei primi anni non c’era letteralmente nessuno a vedere il motomondiale: domenica, al contrario, c’erano ben 84.250 spettatori, per un totale di 126.917 nei tre giorni. 84 PHILIPPAERTS: “MARQUEZ UNO DI NOI” David Philippaerts, fortissimo pilota di Motocross, intervenendo alla trasmissione Griglia di Partenza (Telenova), ha dichiarato: “Marc Marquez mi sembra un pilota di motocross più che uno del motomondiale”, detto naturalmente in senso positivo. “Lo considero un grande complimento” ha risposto a distanza il bambino prodigio. 85 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica MotoGP aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbbb bbbbbbbbbbbbbbb un po’ male all’inizio e fa un po’ impressione, ma fatto la prima volta, poi non hai più problemi” racconta Pedrosa. SPIES: “AIUTATE UN PILOTA INFORTUNATO” Ben Spies, ancora convalescente negli Stati Uniti, si è reso protagonista di un twitter, questa volta simpatico. “Buy this Ducati, support an injured racer”, compra questa Ducati (una Diavel), aiuta un pilota infortunato ha scritto sul web, inserendo, naturalmente, la foto della moto. Se c’è qualcuno interessato, non gli resta che contattare l’ex iridato della SBK sul “social network”. 86 LORENZO POLEMIZZA CON UN GIORNALISTA E’ stato un fine settimana piuttosto agitato per Jorge Lorenzo che, perlomeno fuori dalla pista, è sembrato soffrire parecchio l’esuberante personalità e la crescita di Marc Marquez. Giovedì, commentando la sanzione per l’episodio di Aragon, ha ironizzato nella conferenza stampa (“altro che punto di penalizzazione, dovrebbero dare un punto in più classifica a Marquez per lo show”) usando toni sinceramente poco condivisibili. Poi, sabato pomeriggio, Jorge ha risposto piccato a Emilio Perez De Rozas che gli aveva fatto una domanda normalissima. “Non ti rispondo: ieri mi hai mancato di rispetto, andandotene prima che finisse la conferenza” è stata la tesi di Lorenzo, in una presa di posizione pubblica davvero poco condivisibile. STEFAN BRADL IN TRIBUNA Operato sabato notte a Kuala Lumpur al malleolo mediano destro – l’intervento è durato poco più di un’ora – Stefan Bradl si è presentato domenica in circuito e assieme a Lucio Cecchinello ha assistito al GP in tribuna, nel settore dei tifosi invitati da uno degli sponsor del team LCR. Bradl rimarrà – assieme a un medico della clinica mobile – in Malesia fino a mercoledì, poi si trasferirà in Malesia. “Le possibilità che possa correre sono dello 0,05%, ma dato che non sono lo zero assoluto è giusto provarci fino all’ultimo. Nel caso non ce la facesse, Bradl non verrà sostituito” ha spiegato Cecchinello. PEDROSA: “HO IMPARATO A PERDONARE” Dopo quanto successo ad Aragon, Dani Pedrosa era molto arrabbiato ma, a differenza del passato, le sue dichiarazioni sono state relativamente “tranquille”. “Ho imparato a perdonare due anni fa, dopo quanto successo a Simoncelli: quella domenica mi ha cambiato profondamente, 87 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica MotoGP IO L’AVEVO DETTO Valentino Rossi, dopo le qualifiche del GP della Malesia: “Mi aspetto che alla prima curva Lorenzo e Pedrosa siano primo e secondo, anche se scattano dalla seconda fila”. Classifica alla prima curva: 1. Lorenzo, 2. Pedrosa! invece sembra che il motomondiale non abbia imparato nulla” ha detto Pedrosa in una bella intervista al quotidiano spagnolo “Marca”. APRILIA, QUALE FUTURO? Dopo il passaggio dell’ingegnere Gigi Dall’Igna alla Ducati, sostituito dall’ingegnere Romano Albesiano (annunciato con un comunicato stampa per la verità quasi imbarazzante nella forma), il futuro dell’Aprilia in MotoGP appare piuttosto desolante: al momento, nessuna squadra è intenzionata a continuare con le ART. Non lo farà sicuramente il team di Karel Abraham, che si era già accordato da tempo con la Honda, anche se l’annuncio ufficiale è arrivato solo lunedì, e difficilmente continuerà il team Martinez. Domenica Albesiano, nuovo direttore generale di Aprilia, si è incontrato con Aspar Martine e Gino Borsoi, 88 ma non sembra essere stato troppo convincente sui piani di sviluppo della Casa di Noale. E’ quindi sempre più probabile che Martinez passi alla Honda con la Prodution Racer da affidare a Nicky Hayden, mentre è ancora da decidere il nome del secondo pilota. WERIDE, APP PER MOTOCICLISTI In occasione del GP di Aragon è stata presentata una nuova “APP” per gli appassionati di moto, disponibile gratuitamente per Apple e Android: “WeRide” ha differenti sezioni – “Trova Amici”, “Crea Gruppi”, “Percorsi”, “Geolocalizzazione” -, è disponibile in otto lingue e permette di creare, condividere e confrontare diversi percorsi per motociclisti, che potranno anche dialogare in una “chat” a loro dedicata. Da scaricare! 89 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Le foto più spettacolari del GP di Sepang Una gara con sorpassi a colpi di carene. Con l’avvicinarsi della fine del campionato ogni gara è più combattuta. Ecco gli scatti più emozionanti fuori e dentro la pista malese 90 91 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito 92 Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine MotoGP 93 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine MotoGP Media 94 95 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito 96 Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine MotoGP 97 SPECIALE superbike Gran Premio di jerez 98 99 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Superbike Tom Sykes è campione del mondo SBK 2013 di Carlo Baldi | Spettacolare conclusione di gara 1 a Jerez. Laverty vince dopo una bellissima lotta con Melandri mentre Sykes, con il terzo posto, si laurea campione del mondo S ykes è campione del mondo Superbike. Grazie al terzo posto ottenuto a Jerez in gara uno, l’inglese della Kawasaki si aggiudica meritatamente il tiolo Superbike 2013. Tom si è mantenuto freddo e quando ha visto che Melandri e Laverty avevano un passo decisamente più veloce del suo, ha amministrato la sua terza posizione, facilitato anche da Guintoli che, ancora una volta, ha inspiegabilmente fatto una gara dimessa, senza mai impensierire Sykes. La gara è vissuta sulla lotta senza esclusione di colpi tra Laverty e Melandri. I due se n’erano andati sin dai primi giri, lasciandosi alle spalle Sykes e Guintoli. Più indietro Elias e Giugliano che non riusciva a girare forte come aveva fatto per tutto il weekend. Sino a pochi giri dal termine la gara si trascinava senza sussulti. L’unica nota sul taccuino è quella relativa al ritiro momentaneo di Haslam che si fermava per problemi elettronici e rientrava poi in pista per onor di firma. Nel corso del penultimo giro però Melandri tentava il tutto per tutto nella curva in fondo al rettilineo in discesa. Con una manovra al limite Marco superava Laverty all’inteno per poi andare lungo e trascinare all’esterno anche l’inglese dell’Aprilia. Melandri prendeva una decina di metri di vantaggio, ma Laverty all’ultimo giro entrava come un missile nell’ultima curva, quella che precede il traguardo, e riusciva incredibilmente a superare 100 all’esterno l’alfiere della BMW, andando a vincere nel tripudio del box Aprilia. Ma gli occhi erano tutti puntati su Sykes, che passava sotto la bandiera a scacchi in terza posizione, laureandosi campione del mondo. Tom si fermava quasi subito, travolto dall’emozione e dalla tensione, e le sue lacrime di gioia restavano celate dalla visiera scura del suo casco. Uno sguardo alle altre posizioni evidenzia il quinto posto di Elias. Il paladino del pubblico spagnolo ha fatto una buona gara, ma non è masi stato in lotta per il podio. Peggio di lui Giugliano, molto più lento dei tempi che aveva fatto segnare in prova, probabilmente a causa di un problema di assetto. Gara incolore quella di Davies che ha preceduto Camier. Buona la gara di Fores, nono e primo dei piloti Ducati, che ha preceduto un ammirevole Aitchison che ha portato al decimo posto la Kawasaki privata del team Pedercini. Cluzel è stato autore di una grande rimonta (il francese è partito dalla sesta fila) ed ha concluso undicesimo davanti al connazionale Barrier al debutto in Superbike. Incolore la gara di Badovini, che ha preceduto Neukirchner e Lanzi. Il pilota del team Mesaroli Racing ha commesso un errore a metà gara che ha compromesso la sua prima manche. Sandi è sedicesimo e non va a punti così come i due piloti Honda Fabrizio e Haslam, la wild card Parkes e Iannuzzo. 101 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Superbike anche il nono posto di Mark Aitchison in grado di centrare ancora la top ten con la moto del team Pedercini. La delusione più forte oggi l’ha patita Davide Giugliano, che dopo aver dominato le qualifiche ed aver conquistato la prima fila in Superpole, ha cercato invano di domare una RSV4 imbizzarrita che lo ha costretto a guidare in stile motard con la gomma dietro che fumava in ogni curva. Sono arrivati al traguardo in quindici e quindi punti anche per Neukirchner, Sandi, Fabrizio e le due wild card Parkes e Barrier. Il romano della Honda è stato l’unico pilota del team Pata ad arrivare al traguardo in quanto Haslam si è ritirato per problemi elettronici. Il giovane francese della BMW è invece caduto al penultimo giro, ma è risalito in sella ed è ripartito rischiando una collisione con Parkes. Non hanno visto il traguardo i due piloti Ducati Fores, caduto alla prima curva dopo un contatto con Aitchison e Badovini, ritiratosi per problemi tecnici. Iannuzzo è caduto ne corso del primo giro. Doppietta di Laverty a Jerez di Carlo Baldi | Laverty si aggiudica anche gara due a Jerez davanti al neo campione del mondo Sykes. Terzo posto per Guintoli. Melandri non parte per il dolore al piede Lanzi settimo L averty si impone anche in gara due a Jerez dopo che per tredici giri era rimasto sornione alle spalle di Sykes, fresco campione del mondo. Tom era partito in testa, ma il pilota dell’Aprilia non ha mai mollato la sua ruota e al quattordicesimo giro lo ha superato senza dargli la possibilità di replicare. Sykes da parte sua avrebbe forse reso la vita dura a Laverty se ci fosse stato ancora in ballo quel titolo mondiale che invece si era già aggiudicato in gara uno e non si è dannato molto per contrastare il nord irlandese che ha così conquistato una bellissima doppietta. Alle loro spalle si è piazzato Guintoli che nemmeno in 102 quest’ultima gara ha saputo intromettersi nella lotta tra Sykes e Laverty e resta il dubbio che il podio sia stato più che altro frutto della rinuncia di Melandri a prendere il via in gara due, a causa del riacutizzarsi del dolore al piede infortunato in settimana in un incidente casalingo. Elias chiude quarto, ma ha perso subito il treno dei migliori e torna a casa un po deluso così come i suoi tifosi. Quinta posizione per Davies davanti al rientrante Camier e ad un eccezionale Lorenzo Lanzi che chiude questa sua parentesi nel mondiale Superbike con un settimo posto che riempie di allegria il box del team Mesaroli, intenzionato il prossimo anno a partecipare a tutto il campionato. Ottimo 103 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Le pagelle del GP di Jerez di Carlo Baldi | Dieci tondo a Sykes, neo campione del mondo; 10 anche a Laverty per una bella doppietta. Pagelle negative invece per Melandri, 4, dubbia la sua decisione di rinunciare a gara2 e 5 a Guintoli, non merita un’Aprilia T om Sykes ce l’ha fatta e si è portato a casa un titolo meritatissimo. Ma della vittoria del simpatico pilota inglese abbiamo già parlato e continueremo a parlare anche in seguito e quindi vediamo invece di analizzare ora cosa è successo in questo ultimo weekend del mondiale Superbike 2013. Il campionato delle derivate dalla serie è tornato a 104 Jerez dopo 23 anni ed il pubblico spagnolo l’ha accolto bene. Non c’era il pubblico che solitamente assiste alla GP, ma sono comunque stati oltre 24.000 gli spettatori che hanno assistito al trionfo di Sykes. E’ stato un fine settimana intenso, vivacizzato dalle voci di mercato (che in qualche caso sono più di semplici voci) e che in molti ricorderanno non solo per il titolo di Sykes, Scarica l’APP del Magazine ma anche per l’addio di Carlos Checa, il campione spagnolo con il quale se ne va un’epoca. E’ stato il round che ha visto il debutto di Romano Albesiano al posto di Gigi D’all’Igna (a breve potrete leggere una nostra intervista al nuovo responsabile di Aprilia Racing) e di Fores e Barrier in Superbike. Abbiamo assistito alla doppietta di Laverty, che ha anche regalato all’Aprilia il titolo costruttori. E parlando di case costruttrici, balza all’occhio la crisi della Honda che, da quando ha perso Rea per infortunio ha iniziato una fase calante che si spera abbia toccato il suo apice negativo qui a Jerez, con i due ritiri di Haslam ed il quattordicesimo e diciassettesimo posto di Fabrizio. Il 2013 è stato l’anno più difficile di sempre per la Ducati che in Superbike aveva sempre avuto un ruolo da protagonista, ma che quest’anno chiude con due Superpole ed un solo podio (terzo posto di Badovini a Mosca). E’ stata Superbike l’ultima gara in Superbike per la BMW, che chiude la sua avventura mondiale dopo anni di grandi investimenti, che hanno fruttato solo qualche vittoria in gara, ma nessun titolo mondiale. Quelle di Jerez sono state anche le ultime due gare nelle quali vedremo in pista solo Superbike. Dal prossimo anno gareggeranno assieme alle Evo, che poi saranno le uniche protagoniste a partire dal 2015. La Superbike cambia faccia. Evviva la Superbike (Evo)! Già in aria 2014 sono i test in programma questa settimana. Alcuni team resteranno infatti a Jerez: lunedi sarà il solo Mercado a provare una Kawasaki del team Pedercini in versione Evo, mentre martedì Melandri salirà per la prima volta sulla RSV4 Factory e Rea proverà assieme ad Haslam a migliorare l’elettronica della CBR Honda, accertandosi che la sua gamba sia completamente guarita. 105 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Tom Sykes Marco Melandri Scarica l’APP del Magazine Eugene Laverty Superbike Toni Elias 10Per uno come lui il difficile è chiudere il gas 4Fa una buona Superpole e in gara uno sale 10Nelle ultime nove manche disputate è 6,5Senza Checa era lui l’idolo degli spagnoe correre senza poter dare il 100%. A Jerez Tom sul podio dopo aver duellato con Laverty, ma sempre salito sul podio : cinque vittorie, due se- li. Toni ce l’ha messa tutta per non deluderli ma non ha potuto trasformarsi nel verde Hulk, ma ha dimostrato una grande maturità tattica. Avrebbe anche potuto aggiudicarsi la Superpole, o combattere con Laverty in gara uno, come ha poi fatto in gara due quando però aveva già il titolo in tasca. Invece ha usato la testa, dimostrando di essere un campione completo. Nel momento del suo trionfo ci torna in mente l’inverno del 2010 quando la Kawasaki non lo voleva confermare nel team ufficiale e fu il manager inglese Paul Bird, che lo conosceva e lo apprezzava dai tempi del British SBK, a convincere la casa di Akashi a tenerlo per sviluppare la nuova Ninja. Speriamo che in Giappone ora facciano un monumento a Tom, che ha riportato le verdone in cima al mondo 20 anni esatti dopo Scott Russell. 106 commettendo un errore di valutazione proprio all’ultima curva, che gli costa la vittoria. In gara due preferisce non scendere in pista a causa del dolore alla caviglia, infortunata in settimana cadendo dalle scale. Era la sua ultima gara con il team BMW nel quale è stato per due anni. Non ci piace commentare le decisioni dei piloti, ma in questo caso quella di Marco è una rinuncia che non ci è piaciuta per niente. Abbiamo visto piloti correre con infortuni ben più gravi e altri portare a termine gare in condizioni difficili, solo per rispetto nei confronti del lavoro dei propri tecnici. Dopo due anni il suo team avrebbe meritato un saluto migliore. Se ha male alla caviglia allora martedì non potrà nemmeno salire sulla RSV4. O no? condi e due terzi posti. Impressionante. Ha raggiunto una continuità di rendimento spaventosa, che gli ha consentito di rendere la vita dura a Sykes sino alla penultima gara. E’ giovane e destinato ad un grande futuro. E l’Aprilia lo lascia a piedi per tenersi Guintoli. Certo il mondo è proprio strano. Sylvain Guintoli 5 Nemmeno nelle ultime due manche il francese ha dimostrato di meritarsi non diciamo il titolo mondiale, ma almeno un’ Aprilia ufficiale. Termina il mondiale con una sola vittoria all’attivo ed una serie innumerevole di piazzamenti. Un buon campionato se sei un pilota privato, ma una vera delusione se invece hai avuto a disposizione la moto ed il team campioni del mondo. non è mai stato in grado di inerirsi nella lotta per il podio. Pur partendo dalla seconda fila ha perso subito il trenino giusto e si è dovuto accontentare di due piazzamenti. Corre in un team privato ed ha disputato poche gare in quella Superbike dove gli piacerebbe restare. Davide Giugliano La fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissi6 mo. Dopo aver chiuso in testa entrambe le qua- lifiche, conquistato la prima fila e dimostrato di avere un passo da paura, nelle due gare di domenica Davide si è trovato sotto il sedere la sorella più brutta dell’Aprilia che aveva guidato nei giorni precedenti. Ogni volta che apriva il gas la gomma pattinava, alla faccia dell’elettronica evoluta. Fa sorridere sentire “esperti” affermare che ha 107 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Superbike Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica SBK Jerez Classifica Gara 1 guidato in modo troppo brusco. A chi non si sa prendere atto della realtà non resta che restare ancorato a vecchie etichette. Giugliano in quelle condizioni non poteva fare altro. 5,5 Chaz Davies Respira l’aria di smobilitazione che aleggia nel team BMW e si adegua. Settimo e quinto dopo una Superpole opaca. Dov’è finito il dominatore di Aragon? Speriamo che in Ducati sappiano risvegliare la sua grinta ed il suo talento. Leon Camier 7 Fa di tutto per convincere i medici che le sue sette fratture tra piede e caviglia si sono ormai saldate, compreso accedere alla fase tre della Superpole e conquistare un ottavo ed un sesto posto in gara. Stoico e pilota vero. Xavier Fores Conosce la pista ma non la moto, per6,5 ché la Panigale che ha guidato sino ad ora è una Stock e non una Superbike. Non vuole stupire il mondo, ma lavora con la sua squadra e dopo aver 108 centrato l’ultima fase della sua prima Superpole in carriera, ottiene un buon nono posto in gara uno. Nella seconda un contatto con Aitchison lo mette fuori gioco. Soldatino. Mark Aitchison 7 Nel suo box si stanno ancora stropicciando gli occhi per quel suo quarto posto nella prima fase della Superpole. Il professorino australiano lavora in modo scrupoloso e pignolo e in poche gare porta la Kawasaki privata di Pedercini ad un netto miglioramento e a centrare la top ten in entrambe le gare di Jerez. Possibile che per lui non ci sia una SBK o una Evo per il 2014? Lorenzo Lanzi 7Ora può rimettere in garage la sua 1098. Nelle sue due apparizioni nel mondiale Superbike, dopo molti mesi passati a guardare le gare in televisione, Lorenzo va sempre a punti. Manca la top ten in gara uno, ma porta a casa un ottimo settimo posto in quella successiva. Speriamo che la bella storia di Lanzi e del team Mesaroli continui anche il prossimo anno. Magari con una Evo. Classifica Gara 2 Pos. Pilota Punti Pos. Pilota Punti 1 Eugene Laverty 25 1 Eugene Laverty 25 2 Marco Melandri 20 2 Tom Sykes 20 3 Tom Sykes 16 3 Sylvain Guintoli 16 4 Sylvain Guintoli 13 4 Toni Elias 13 5 Toni Elias 11 5 Chaz Davies 11 6 Davide Giugliano 10 6 Leon Camier 10 7 Chaz Davies 9 7 Lorenzo Lanzi 9 8 Leon Camier 8 8 Jules Cluzel 8 9 Xavi Fores 7 9 Mark Aitchison 7 10 Mark Aitchison 6 10 Davide Giugliano 6 11 Jules Cluzel 5 11 Max Neukirchner 5 12 Sylvain Barrier 4 12 Broc Parkes 4 13 Ayrton Badovini 3 13 Sylvain Barrier 3 Classifica Generale Pos. Pilota Punti 1 Tom Sykes 447 2 Eugene Laverty 424 3 Sylvain Guintoli 402 4 Marco Melandri 359 5 Chaz Davies 290 6 Davide Giugliano 211 7 Michel Fabrizio 188 8 Loris Baz 180 9 Jonathan Rea 176 10 Jules Cluzel 175 109 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica 2013 Tom Sykes La storia di un campione Quest’anno, dopo che nei test invernali, specialmente sul circuito di Jerez, aveva spaventato i suoi avversari con tempi sul giro vicini a quelli delle MotoGP, nel primo round di Phillip Island Tom non ha certo brillato, raccogliendo solo due quinti posti. Va anche peggio ad Aragon dove si deve ritirare in gara 1 per problemi tecnici. Riesce poi a salire sul terzo gradino del podio nella seconda manche, ma in classifica è solo sesto ed accusa quello che sarà il suo più pesante svantaggio nei confronti del leader Guintoli : 47 punti. Si riprende subito ad Assen, con un primo ed un secondo posto, salendo al quarto posto in classifica a riducendo a 28 punti il gap nei confronti del francese dell’Aprilia. A Monza è secondo in gara uno e terzo, con tanto di reclamo dell’Aprilia nei suoi confronti, nella seconda. Il team di Noale lo accusa Superbike di aver superato Guintoli rientrando in pista dopo un dritto alla variante della Roggia, mentre Sykes afferma di essere andato lungo dopo aver superato il leader della classifica. Dopo molti mesi la Giuria Internazionale della FIM gli darà ragione. Intanto lui sale al terzo posto e riduce a 18 punti il divario dalla vetta. A Donington Park Tom assesta il primo scossone al campionato e con una doppietta sale al secondo posto a soli 4 punti da Guintoli e si candida come il suo principale antagonista nella lotta per il titolo. Ma il suo momento d’oro dura poco e a Portimao dopo un terzo posto in gara uno, cade incredibilmente nel giro di ricognizione, parte dalla pit line ma si ritira subito. Guintoli si allontana a 28 punti, ma nel round successivo di Imola l’inglese della Kawasaki piazza un’altra delle sue zampate e con una doppietta si porta per la prima volta in testa alla classifica,a di Carlo Baldi | Dopo la beffa dello scorso anno, Tom Sykes si è laureato campione del mondo dopo una stagione non facile, ma l’inglese ha saputo assestare i colpi decisivi nei momenti giusti T homas Edward Sykes è nato a Huddersfield in UK il 19 agosto del 1985. Debutta nel British Superbike nel 2003 con il team Rizla Suzuki e nello stesso anno partecipa anche ad una gara del mondiale Supersport (dodicesimo sul traguardo di Brands Hatch). Nel 2006 è secondo nel BSB e l’anno successivo passa alla Honda ed è sesto. Nel 2008 torna al team Rizla Suzuki e chiude la stagione al quarto posto, vincendo tre gare. Proprio in quell’anno debutta come wild card nel mondiale SBK prima a Brands Hatch e successivamente a Donington Park dove conquista il podio con un secondo posto in gara uno. Una prestazione che gli vale la promozione nel team Yamaha World Superbike nell’anno successivo, compagno di squadra di Ben Spies. La sua prima 110 stagione in SBK non è il massimo. Chiude nono in classifica generale ed il suo miglior piazzamento è un quarto posto ad Assen, mentre come sappiamo Ben Spies si laurea campione del mondo. Nel 2010 la Kawasaki lo sceglie per il suo team ufficiale. Al termine della stagione è solo quattordicesimo, ma primo dei piloti Kawasaki. Resta nel team Kawasaki di Paul Bird e nel 2011 sul circuito del Nurburgring porta al successo la Kawasaki cinque anni dopo il successo di Chris Walker ad Assen oltre ad iniziare a mettersi in luce come un esperto della Superpole e nel 2012 se ne aggiudica ben nove, portando a casa anche tredici podi e quattro vittorie. Risultati prestigiosi che non bastano però a superare Max Biaggi che alla fine è primo per solo mezzo punto. 111 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito con sei soli punti di vantaggio sul solito Guintoli che non vince mai, ma porta a casa sempre tanti punti. La leadership di Sykes in classifica dura poco perché a Mosca il motore della sua Kawasaki esplode dopo pochi giri e lui torna al secondo posto a quattro punti dalla vetta. Le due gare di casa di Silverstone non gli sono favorevoli. La pioggia disturba entrane le manche. Nella prima Sykes è addirittura undicesimo, mentre nella seconda vinta dal suo compagno di squadra Loris Baz, si piazza al settimo posto ed i punti da Guintoli diventano 13 quando mancano 5 gare (10 manche) al termine. Sul circuito del Nurburgring, grazie ad una vittoria in gara uno e ad un quarto posto in gara due, Tom torna in cima alla classifica dove resterà sino alla fine. Due podi a Istanbul (terzo e secondo) ed una vittoria (grazie anche a 112 Periodico elettronico di informazione motociclistica ben tre bandiere rosse che penalizzano di fatto Guintoli che era in testa alla gara) ed una quarta posizione a Laguna Seca gli danno un vantaggio di 23 punti non più su Guintoli, ma su Laverty che occupa ora la seconda posizione. La definitiva consacrazione di Sykes avviene sul circuito dove l’anno prima l’inglese della Kawasaki aveva perso il mondiale per mezzo punto. La doppietta di Magny Cours, oltre all’ennesima Superpole ed al giro veloce in gara, gli assegnano di fatto il titolo mondiale, visto che a Jerez Tom può gestire un vantaggio di 37 punti su Laverty e 38 su Guintoli. Sykes è il quarto Campione del Mondo britannico, dopo Carl Fogarty, Neil Hodgson e James Toseland e come Toseland si aggiudica il titolo alla guida di una quattro cilindri giapponese, mentre gli altri due connazionali lo hanno fatto con una Scarica l’APP del Magazine Superbike Ducati bicilindrica. Vince il mondiale Superbike con una Kawasaki, esattamente vent’anni dopo l’unica vittoria della casa di Akashi nel mondiale delle derivate di serie del 1993 con lo statunitense Scott Russell. E’ il Campione del Mondo con il maggior numero di Superpole dal 2009, quando Ben Spies fu campione con 11 Superpole. Ma al di là dei numeri Tom Sykes è indubbiamente il pilota che più di ogni altro ha meritato questo titolo. Ha portato alla vittoria la sua Kawasaki davanti alle Aprilia ed alle BMW e specialmente le RSV4 hanno dimostrato di essere non solo le moto probabilmente più competitive, ma anche quelle con meno problemi. La RX-10R Ninja spesso ha messo in difficoltà Sykes a causa di un anomalo consumo di gomme che nelle fasi finali delle gara lo ha spesso penalizzato. Va anche detto che rispetto allo scorso anno però la Pirelli ha messo a disposizione dei piloti Superbike una nuova copertura SC0 morbida ma durevole nel tempo ed in grado di resistere per un’intera gara. La gomma perfetta per la Kawasaki di Sykes. Ma non basta certo questo a spiegare la vittoria del simpatico pilota inglese che ha sempre dimostrato una grandissima determinazione, dando sempre il massimo senza fare calcoli anche quando, nelle ultime gare, avrebbe potuto farlo. Perdere un mondiale per mezzo punto avrebbe potuto abbattere un toro, ma non Tom che spesso ha vestito i panni del verde Hulk spazzando via tutti i suoi avversari. Dei tanti momenti di questo campionato vogliamo ricordarne uno, quando a pochi minuti dal termine della Superpole di Magny Cours, Sykes già in pole, rientrò in pista. Con un giro a vita persa, superando Laverty a pochi millimetri dall’erba e rischiando di venire a contatto con il francese Vincent, migliorò il suo stesso tempo ed aggiudicandosi la sua ottava Superpole. Nel box alla nostra domanda : “Ma perché hai rischiato così tanto, visto che avevi già vinto”, lui ci ha candidamente risposto: ”Mi era avanzata una gomma da tempo”. Questo è Tom Sykes. La sua forza è quella di non fare calcoli e di dare il massimo. Sempre. 113 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Superbike Carlos Checa “C’è un giorno nel quale devi dire basta e per me quel giorno è oggi” di Carlo Baldi | L’annuncio è avvenuto nel corso di una conferenza stampa prima della gara di Jerez. Carlos lascia le corse dopo 20 anni trascorsi tra GP e Superbike e dopo una stagione difficile con tanti infortuni I n una conferenza stampa nel paddock di Jerez, El Toro ha annunciato il proprio ritiro. In vent’anni di carriera Checa ha corso in tutte le categorie della GP per poi passare in Superbike, dove si è laureato campione del mondo nel 2011. Carlos Checa è nato a Sant Fruitós de Bages in Spagna il 15 ottobre 1972 ed ha quindi da poco compiuto 41 anni. La sua storia motociclistica inizia nel 1993 quando debutta nel mondiale 125. Correrà successivamente in 250, 500 e MotoGP per poi passare in Superbike nel 2008. Nel corso della sua brillante carriera ha avuto compagni di squadra del calibro di Valentino Rossi, Max Biaggi, Loris Capirossi, Marco Melandri e John Kocinski, solo per citarne alcuni. In GP ha corso con Honda, Ducati e Yamaha, mentre in Superbike ha guidato Honda e Ducati. In GP ha vinto due gare, è salito 24 volte sul podio conquistando 3 pole position. Trionfali le sue cifre in Superbike, dove ha vinto 24 gare, è salito 49 volte sul podio ed è partito per 10 volte dalla pole position. Era stata la Honda a portarlo nel mondiale delle derivate dalla serie, ma tra Carlos e la CBR non scoccò mai quella scintilla che invece accese la sua passione e quella di tutti i ducatisti, quando El Toro passò dopo due anni di Honda, al team Ducati Althea, vincendo subito a Phillip Island dopo una rimonta eccezionale. L’anno dopo dominò il campionato e si aggiudicò il suo primo ed unico titolo di campione del 114 mondo. Dopo un altro anno con il team di Genesio Bevilacqua, la Ducati quest’anno lo ha incaricato di sviluppare la nuova Panigale. Un compito difficile ed una stagione costellata di cadute ed infortuni che, assieme all’età che avanza, hanno portato Carlos a dire basta e ad appendere il famoso casco al chiodo. Checa è un uomo intelligente e le corse sono una parte importantissima della sua vita, ma non rappresentano il suo unico interesse. E’ uno sportivo a tutto tondo che scia d’inverno e fa surf in estate, oltre a cimentarsi con il parapendio, il volo leggero, il triathlon e la corsa. Essendo arrivato a 41 anni ancora in perfette condizioni fisiche non vuole certo rischiare di compromettere la possibilità di poter continuare a praticare gli sport che ama e a condurre una vita interessante anche se lontana dai paddock. Di certo nella sua decisione ha influito anche questa sua ultima sfortunata stagione, piena di cadute ed infortuni. Le offerte per la prossima stagione non gli mancavano di certo e quella che lo ha fatto tentennare più di tutte è stata certamente quella del team Althea nella quale avrebbe ritrovato le persone che lo avevano portato al titolo mondiale. Amici oltre che tecnici. Ma alla fine la ragione ha avuto il sopravvento e Carlos ha deciso di smettere. Ci mancherà. Le parole di addio di Carlos Checa “Quest’anno festeggio i miei venti anni di competizioni a livello mondiale. Sono molto orgoglioso della mia lunga carriera sportiva, che mi ha lasciato molti ricordi speciali con tutte le squadre di cui ho fatto parte. Mi ha dato l’opportunità di competere ai più alti livelli con le moto migliori, lottando con grandi avversari. Il mio obiettivo è sempre stato quello di scoprire il mio limite e di guardarmi dentro, con l’intento di imparare e di crescere per diventare un pilota ed una persona sempre migliore, qualcosa che non sarebbe stato possibile senza aver percorso un cammino fatto di rischi, che tuttavia mi ha permesso di vivere grandi sfide, grandi emozioni e di conoscere grandi antagonisti; un lungo cammino che è culminato con il mio anno migliore, il 2011. C’è un momento che prima o poi arriva nella vita di ogni sportivo, il giorno nel quale dici basta. E oggi per me quel giorno è arrivato e non è stato facile, ma è stata una decisione sofferta, che ho meditato a lungo. Sono grato a tutta la famiglia dei motociclisti, a chi ha reso possibile che tutto ciò accadesse e in special modo a chi mi ha aiutato e mi ha seguito sin dall’inizio della mia carriera, dandomi la possibilità di inseguire il mio sogno e di vivere una vita che non cambierei con nessun’altra al mondo. Da ora in avanti avrò modo di scoprire nuove cose di me stesso, inizia per me una nuova fase in Ducati, altrettanto stimolante, anche se richiederà tempo e una nuova mentalità per potermi adattare ma sono fiducioso sul mio futuro e sulle soddisfazioni che sicuramente continuerà a darmi. Ancora un grazie a tutti per essere qui e per avermi aiutato a vivere una giornata per me molto particolare, sicuramente emozionante ma anche indimenticabile.” 115 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Superbike Carlos Checa Pilota e gentiluomo di Carlo Baldi | Ho conosciuto Carlos Checa nel 2008 quando arrivò in Superbike proveniente dalla MotoGP... Un saluto a un grande uomo ancora prima che a un grande pilota H o conosciuto Carlos Checa nel 2008 quando arrivò in Superbike proveniente dalla MotoGP. Non tutti quelli che arrivano dalla GP riescono a far bene in Superbike. Basta ricordare piloti come Barros, Tamada, Hopkins o Nakano. E forse anche per questo all’inizio della sua carriera in Superbike c’era un poco di diffidenza nei confronti di questo spagnolo che era stato in molti team ufficiali della GP prima di decidere di salire sulla Honda del team Ten Kate. Gli inizi non furono facili. A Valencia ad esempio cade nel tentativo di superare Neukirchner all’ultima curva dell’ultimo giro, trascinando con se l’incolpevole tedesco. Pochi risultati di prestigio e un solo acuto a Salt Lake City. Nello Utah Carlos si aggiudicò la Superpole ed entrambe le gare. Ma una rondine non fa primavera e dopo le gare negli U.S.A. Checa ritorna nei ranghi. La luce della sua fama si fa sempre più fioca sino a che, alla fine della stagione 2009, qualcuno parla addirittura di ritiro. Ma invece c’è ancora chi crede in lui ed è pronto a creare un team per metterlo in condizione di tornare ad essere El Toro. E’ Genesio Bevilacqua che organizza un team Ducati e convince un dubbioso Carlos a provare la Ducati 1098. Sale per la prima volta sulla Ducati a Portimao ed è amore a prima vista tra il trentottenne spagnolo e la gloriosa bicilindrica, orfana di Bayliss. Non so quanto la rinascita di Checa sia dipesa dalle prestazioni della 1098 e quanto dal lavoro di Bevilacqua, che circonda Carlos di mille attenzioni e gli cuce attorno la sua squadra. I test invernali vanno benissimo, ma tutti attendono la prova della verità. Il confronto tra 116 una squadra privata, nata solo pochi mesi prima ed i potenti team ufficiali avviene al primo appuntamento iridato di Phillip Island. In gara uno Checa è solo settimo e anche all’inizio della seconda manche naviga nelle posizioni di centro classifica. Ma poi qualcosa scatta nella testa dello spagnolo che con un ritmo forsennato inizia a recuperare posizioni. Si arriva così all’ultimo giro con Checa secondo, attaccato alla ruota del leader Haslam su Suzuki. Mancano poche curve alla bandiera a scacchi e nell’ultima curva in discesa El Toro affianca e supera l’inglese andando a tagliare per primo il traguardo. E’ un trionfo. Davide ha sconfitto Golia. Per Carlos inizia una nuova carriera. Un nuovo incredibile capitolo nel romanzo della sua vita. In quella stagione vince altre gare e sale spesso sul podio, ma sia lui che la squadra non sono ancora pronti a vincere il titolo, che va a Max Biaggi. Però l’anno successivo non ce n’è per nessuno. Checa domina il campionato e si laurea campione del mondo. Solo Biaggi cerca di resistergli, ma senza successo. Si aggiudica il suo primo campionato del mondo a Magny Cours, ad una gara dal termine e si arriva così all’ultimo ed ininfluente appuntamento di Portimao. Nemmeno il tempo di assaporare il suo trionfo che Carlos deve affrontare un momento difficile. La Ducati non accetta le proposte del team Althea per il 2012 e propone a Carlos di restare in Ducati, ma in un’altra squadra (il team Effenbert). Checa rifiuta sdegnato. “Non posso accettare che i miei ragazzi – mi confida nel suo box - che mi hanno aiutato a vincere il mondiale ora restino senza lavoro. Non è giusto. Me ne andrò anche io, non 117 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito resto in Ducati”. Il team BMW Italia arriva come un falco e Andrea Buzzoni si fa avanti con una mega proposta. E’ sabato sera e sono passate le dieci quando Carlos ed il suo manager escono dal camion della BMW. L’accordo è stato trovato e le firme sui contratti vengono rimandate alla mattina successiva, dopo le gare. Ma domenica mattina arriva una telefonata da Borgo Panigale che rimette le cose a posto. “Sono andato a dormire con una camicia bianca e mi sono risvegliato con una camicia rossa” dichiarerà Carlos felicissimo di poter restare nella sua squadra e di essere diventato un pilota Ducati a tutti gli effetti. L’anno successivo però l’ormai vecchia 1098 non regge più il confronto con le sempre più evolute quattro cilindri, con moto sempre più lontane dalla produzione di serie. Carlos lotta col coltello tra i denti, ma alla fine si deve arrendere. Nell’inverno si consuma il divorzio tra la Ducati ed il team Althea che non crede alla nuova 1199 Panigale e lascia il 118 Periodico elettronico di informazione motociclistica posto al team Alstare di Batta. Checa è un pilota della Ducati e si butta anima e corpo nel progetto Panigale. Il resto è storia recente. Carlos cade spesso e si fa male. Il suo fisico che sino ad allora non aveva risentito dei molti anni trascorsi nelle competizioni, inizia ad accusare colpi sempre più pesanti, sino all’incidente di Istanbul, che lo costringe ad un intervento chirurgico all’anca e ad una lunga riabilitazione. Su Twitter Carlos posta le sue foto con le stampelle e capisco che qualcosa si è incrinato. Lui è uno sportivo nel senso vero del termine e non accetta di non poter più praticare tutti quegli sport che ama e che lo fanno sentire vivo. Non vuole trovarsi a 41 anni (compiuti 5 giorni fa, il 15 di Ottobre) con un fisico minato dagli incidenti e dalle cadute. Checa è un uomo intelligente che ha una vita anche al di fuori delle corse e anche per questo ha deciso che è venuto il momento di dire basta. Le offerte non gli mancavano e su tutte c’era quella che per qualche Scarica l’APP del Magazine giorno lo ha fatto vacillare nella sua decisione di smettere. Era quella del team Althea, della squadra che con lui ha vissuto i momenti più belli della sua carriera. Ma per una volta Carlos ha fatto tacere il cuore a favore della ragione. Ci lascia un grande ricordo. Il ricordo di una persona gentile, sempre disponibile con tutti, che non si negava mai ad un intervista o a una foto, sempre pronto a gettarsi in pasto ai suoi tanti tifosi. In questo momento sono tani i ricordi che mi tornano in mente, gioiosi e tristi. Quando a Salt Lake City, il suo circuito preferito assieme a Imola, dopo aver vinto uscì di pista per salutare i suoi tifosi e cadde nel fango. Tornato a piedi al suo box coperto di fango cercava di abbracciare i suoi meccanici che naturalmente scappavano. Quando dopo aver vinto in Australia al debutto con la Ducati lo accompagnai al podio e lui mi abbracciò e mi disse : “Non avrei mai pensato di vivere momenti simili a 38 anni”. O quando a Biaggi, che si lamentava per Superbike un presunto vantaggio che Checa avrebbe avuto dalle gomme Pirelli, lui replicò come sempre con stile, e fermezza : “Chi vince festeggia e chi perde cerca scuse”. Oppure quando a Portimao mi annunciò che sarebbe passato alla BMW, ma aveva gli occhi lucidi. Molte volte quando vedeva che noi giornalisti lo stavamo aspettando, dopo una prova o una gara, interrompeva il brefing con i suoi tecnici per non farci aspettare troppo a lungo. E’ stato il pilota più facile che mi sia mai capitato di intervistare. A volte bastava mettergli il microfono davanti e lui mi raccontava tutto, sempre in maniera molto lucida quanto sincera. Un uomo nel quale la grandezza del pilota fa a gara con la grandezza della persona. Ciao Carlos, grazie per averci regalato dei momenti bellissimi e per averci fatto sentire felici per i tuoi successi. Da domani mi sentirò un poco più vecchio. 119 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Scarica l’APP del Magazine Periodico elettronico di informazione motociclistica Media A parte la prima manche, dove ha perso la concentrazione ed è anche caduto ripartendo nelle retrovie a causa della perdita di concentrazione dopo le false partenze dovute al cancelletto sceso solo da una delle due parti nelle quali era partito in testa, l’ufficiale Suzuki non ha sbagliato un colpo vincendo di prepotenza la seconda batteria e spuntandola anche in quella successiva dopo aver avuto la meglio su Ken Roczen. Il tedesco ha fatto il suo debutto alla Monster Cup in sella alla KTM 450 con la quale correrà la prossima stagione Supercross e outdoor, ed il risultato visto la concorrenza in campo è andato oltre le aspettative aggiudicandosi il terzo gradino del podio dopo essere terminato quarto in tutte e tre le manche. Davanti a lui il compagno di squadra Ryan Dungey, il cui posto d’onore sommato alla vittoria della Red Bull Give Me Five ha dato un colpo di spugna alla sua opaca e inspiegabile prestazione dello scorso Nazioni. Chi ha mancato del tutto le aspettative è stato Ryan Supercross Villopoto, velocissimo come sempre tanto da vincere a occhi chiusi la prima manche, terminata con un colpo di scena finale. All’ultimo giro dopo aver condotto in testa tutta la gara dopo essere passato dalla Joker Line si è trovato davanti Dungey che gli era in scia ma anche se l’ufficiale KTM è passato per primo davanti la bandiera a scacchi la vittoria è andata a Villopoto in quanto Dungey nella foga della gara si era scordato di transitare anche lui dal segmento ad handicap ed è stato ammonito di cinque posizioni. Ma l’evento che ha elettrizzato gli oltre 30.000 spettatori è arrivato all’ultimo giro della seconda frazione, quando neanche a farlo apposta Villopoto dopo un lungo e accesissimo tira e molla con Stewart mentre era secondo si è dimenticato di passare dalla Joker Line e probabilmente pensando di venire a sua polta penalizzato di cinque posizioni ha perso la concentrazione e dopo una paio di salti presi male è uscito di pista battendo pesantemente sull’asfalto. Inizialmente si è Stewart mattatore della Monster Cup Paurosa caduta per Villopoto di Massimo Zanzani | L’ufficiale Suzuki sbanca la posta del Supercross a invito che ha chiuso la stagione statunitense a Las Vegas; Villopoto fuori dai giochi dopo una spettacolare caduta nella seconda manche P ronostici disattesi nella terza edizione della Monster Cup che ha visto un rinnovato James Stewart imporsi in due manche su tre e intascarsi il fantastico montepremi messo in palio dall’azienda californiana produttrice di bibite energetiche nella gara più atipica della stagione d’oltreoceano. Con le sue tre manche da dieci giri, la partenza divisa in due cancelletti distanti un centinaio di metri e confluenti sullo stesso tracciato dopo una veloce chicane e soprattutto la Joker Line 120 (pezzo di percorso cosparso di whoops dove i piloti erano costretti a transitare una volta per ogni manche a loro discrezione riguardo la tempistica), hanno reso unica e avvincente questa terza edizione corsa sul velocissimo e molto vario tracciato disegnato in punta di penna da Ricky Carmichael. Dopo Ryan Villopoto e Justin Barcia questa è stata la volta di uno Stewart particolarmente maturo e sicuro di se che ha messo a frutto la sua incisività, determinazione e velocità per spuntarla sull’agguerritissima concorrenza. 121 Ricevi Moto.it Magazine » Spedizione su abbonamento gratuito Periodico elettronico di informazione motociclistica Scarica l’APP del Magazine Supercross Editore: CRM S.r.l., Via Melzo 9 - 20129 Milano P. Iva 11921100159 Responsabile editoriale Ippolito Fassati Capo Redattore Andrea Perfetti Redazione Maurizio Gissi Maurizio Tanca Cristina Bacchetti Marco Berti Francesco Paolillo Aimone dal Pozzo Edoardo Licciardello Grafica Thomas Bressani temuto per le sue condizioni, poi però il mattatore della stagione 2013 si è ripreso all’apparenza senza aver riportato danni particolari anche se ha dovuto poi dare il commiato alla gara. Quarta piazza per Eli Tomac che ha preceduto Marvin Musquin, che come Cairoli ha dato la preferenza alla Kappa 350, mentre il campione in carica Justin Barcia si è dovuto accontentare dell’ottava piazza in quanto do un settimo ed un secondo posto nella battuta conclusiva è uscito di scena al quarto giro con la moto a spinta. 122 Collaboratori Nico Cereghini Massimo Clarke Giovanni Zamagni Carlo Baldi Massimo Zanzani Lorenzo Boldrini Enrico De Vita Ottorino Piccinato Antonio Privitera Antonio Gola Alfonso Rago COPYRIGHT Tutto il materiale contenuto in Moto. it Magazine è oggetto di diritti esclusivi di CRM S.r.l. con sede in Milano, Via Melzo 9. Ne è vietata quindi ogni riproduzione, anche parziale, senza l’autorizzazione scritta di CRM S.r.l. Moto.it Via Melzo 9- 20129 Milano Reg. trib. Mi Num. 680 del 26/11/2003 Capitale Sociale Euro 10.000 i.v. Email: [email protected] 123