Supplemento al numero 36 di Percorsi di Integrazione Anno XIII n. 1 - Primavera 2005 Il Progetto Euridice a Napoli 13 Questo numero di Euridice News fa parte del “Programma integrato di prevenzione delle tossicodipendenze nei luoghi di lavoro” realizzato in convenzione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. 13 Supplemento al numero 36 di Percorsi di Integrazione Percorsi di Integrazione Clelia Boesi e Giuseppe De Luca sono affiancati da: Gabriele Codini, Camillo Valgimigli, Graziella Marcotti, Ernesto Veronesi, Carlo Casti, Carlo De Risi, Antonio Scarlato, Francesco Ripa di Meana, Paola Mandelli, Vincenzo D’Ambrosio, Francesco Bova, Giancarlo Vicinelli, Aldo Visco-Gilardi, Marcella Deluca, Stefano Piovanelli. Segreteria di Redazione Sisa Visco-Gilardi Direttore responsabile Iscrizione al Tribunale di Como con decreto n. 28/91 in data 11/12/1991 Progetto grafico e copertina Fayçal Zaouali Abbonamenti individuale istituzionale sostenitore una copia estero € 34,00 € 52,00 € 155,00 € 13,00 € 52,00 e-mail [email protected] http://www.coopmarcella.it Metodo di pagamento Assegno bancario o versamento su c.c.p. n° 18000224 intestato a Cooperativa Marcella - via della Pace, 19 - 22070 Lurago Marinone (Como), oppure accreditare sul c/c n. 100000000420 ABI 01025 CAB 89300 del S. Paolo, Ag. di Lurago Marinone Periodicità di Percorsi di Integrazione quadrimestrale Fotocomposizione Cromographic - Milano Proprietario ed esercente: Cooperativa di Studio e Ricerca Sociale Marcella Tipografia Bianca e Volta - Trucazzano Sede, Redazione e Amministrazione 22070 Lurago Marinone (Como) via della Pace, 19 Tel. 0039/031/938184 Fax 0039/031/937734 EuridiceNews 13 pagina 3 Editoriale C ambiano le sostanze, cambiano gli stili di vita e di consumo, cambiano i luoghi dove è possibile rifornirsi di droga: non solo la strada, non solo le discoteche, non solo le prigioni, non solo le scuole, ma anche i luoghi di lavoro. Fino a qualche hanno fa questo contesto era ritenuto immune od esente da questo problema, oggi non più. Non solo perché la stragrande maggioranza dei tossicodipendenti in carico ai servizi pubblici lavorano e, quindi, essi si portano nel mondo del lavoro abitudini, comportamenti, modi di pensare e di agire che sono espressione della cultura della droga, ma anche perché un numero sempre più alto di giovani lavoratori fa uso di nuove droghe sintetiche per reggere all’urto ed all’impatto delle caratteristiche della attuale organizzazione del lavoro. Questa tipologia di consumatori non si considera tossicodipendente, non è agganciata dai servizi pubblici per le tossicodipendenze e spesso rimane più o meno nascosta ed in balia di se stessa nel mondo del lavoro. Così come è molto frequente avere a che fare con lavoratori che hanno figli/e tossicodipendenti, che si portano sul lavoro ansie e preoccupazioni, che generano richieste di aiuto e di consigli che spesso non sono raccolte dai colleghi oppure dai manager o dai delegati sindacali perché non hanno una sufficiente preparazione e competenza per farvi fronte. Possiamo dire che il mondo del lavoro è spiazzato di fronte al fenomeno della dipendenza da sostanze, che pure è presente nella società e nella struttura della vita quotidiana, ma che crea sorpresa ed incredulità quando esso si manifesta in un luogo dove le persone sono impegnate a produrre beni e servizi e, quindi, reddito. È vero che ormai ogni contratto collettivo di lavoro prevede norme a tutela dei lavoratori che in maniera diretta o indiretta sono coinvolti nella dipendenza da sostanze, ma è anche vero che la quasi totalità delle imprese italiane non ha una politica scritta in materia di prevenzione, cura e reinserimento di lavoratori coinvolti nella tossicodipendenza. Manca una cultura dell’inclusione sociale della persona “diversa” ed attorno ad essa, anche nel mondo del lavoro, si costruisce un clima di fastidio e di paura che è di ostacolo allo sviluppo dell’accoglienza, della comprensione e dell’aiuto. Così come la solidarietà espressa pienamente a parole va in crisi e si rompe nell’agire pratico e concreto di tutti i giorni, quando, cioè, bisogna sviluppare relazioni e interazioni con chi esprime bisogni differenti da quelli che abitualmente consideriamo nel nostro orizzonte culturale e personale. Oggi possiamo affermare con certezza che i fenomeni di dipendenza patologica da sostanze sono dif- pagina 4 EuridiceNews 13 fusi nel mondo del lavoro. Essi si manifestano sotto forma di alcolismo, tossicodipendenza, abuso di psicofarmaci, di tabagismo ed ora anche di nuove droghe sintetiche. Questi fenomeni si manifestano a differenti livelli: • Le regole che governano le imprese, • I comportamenti individuali e di gruppo nei luoghi di lavoro, • Il clima culturale dell’impresa, • I costi socio-economici. Questi fenomeni producono perdita di giornate lavorative, aumento di infortuni e di assenteismo, richieste di trattamenti riabilitativi, riduzione della solidarietà, della cooperazione e del reciproco aiuto tra i lavoratori. Conseguentemente, questi fenomeni si riflettono su tutti i costi dell’impresa ed essi hanno un peso rilevante sui costi del sistema socio-sanitario pubblico; inoltre, essi sono considerati un fattore di rischio per un ambiente di lavoro sano e sicuro. Una politica attiva delle imprese in questo settore, non solo contribuisce ad accreditarle come organizzazioni con un alto profilo di responsabilità etica e sociale, ma riduce sensibilmente gli oneri economici che la comunità deve sostenere per garantire ai cittadini pari dignità nell’accesso alle prestazioni ed ai servizi erogate dal sistema sanitario e da quello sociale. Il Progetto Euridice “Un programma integrato di prevenzione della tossicodipendenza nei luoghi di lavoro” realizzato in convenzione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali a norma della legge 45, si è posto come missione quella di contribuire a richiamare l’attenzione dei lavoratori e delle lavoratrici, delle parti sociali (imprenditori e funzionari sindacali), degli opinion leader e degli enti pubblici, sulla necessità di varare nel mondo del lavoro ampi programmi di prevenzione e riduzione della domanda di droghe legali ed illegali, consapevole dell’influsso negativo che il loro abuso ha sull’individuo, sul gruppo e sull’organizzazione. Fino a pochissimi anni fa il mondo del lavoro non era considerato nella programmazione degli interventi di prevenzione della tossicodipendenza sia a livello locale, regionale, nazionale e dell’Unione Europea come un contesto dove era possibile realizzare programmi di azione. Con il contributo e l’esperienza del progetto Euridice oggi a livello nazionale ed in alcune regioni italiane questa tendenza è stata invertita. Infatti, il progetto Euridice testimonia che nel mondo del lavoro è possibile implementare programmi di prevenzione e riduzione della domanda di droga a lungo termine che abbiano un alto valore aggiunto ed un effetto moltiplicatore. Il valore aggiunto, è determinato non solo dal fatto che i lavoratori in generale aumentano il loro livello di consapevolezza e sensibilità sociale, ma che si creano nei luoghi di lavoro gruppi di lavoratori particolarmente attenti e preparati a promuovere forme di aiuto verso chi si trova in difficoltà. L’effetto moltiplicatore è dato dalla necessità, che una volta lanciato un programma di prevenzione delle dipendenze da sostanze nel mondo del lavoro, di affrontare questioni più ampie che hanno a che fare con il rischio e disagio psicosociale come sono lo stress ed il mobbing e le dipendenze patologiche da internet o da gioco di azzardo. Strada facendo, il Progetto Euridice è diventato un modello di azione che può essere replicato e trasferito in molteplici contesti produttivi. Euridice si configura oggi come un programma di intervento a lungo termine sulle dipendenze da sostanze nei luoghi di lavoro che dimostra come le relazioni industriali e l’ambiente di lavoro sono migliorati attraverso la prevenzione ed investendo sulle persone. EuridiceNews 13 pagina 5 Il Progetto Euridice a Napoli di Ciro De Biase implementazione del Progetto Euridice a Napoli è scaturito da un lavoro comune tra la CGIL, la FISAC/CGIL e la Cooperativa di Studio e Ricerca Sociale Marcella sui temi che mettono tra loro in relazione lavoro, organizzazione del lavoro, stress, mobbing e comportamenti di dipendenza. L’ che è il programma Euridice, nome classicamente suggestivo che, come è evidente, richiama la ninfa della mitologia greca, involontaria artefice di un comportamento coattivo di dipendenza dello sposo Orfeo che, non resistendo all’impulso di girarsi a guardarla, perde Euridice e in definitiva se stesso. Questa collaborazione ha trovato un campo d’applicazione ancora poco esplorato, posto che si voglia riconoscere che l’universo del disagio sociale ha visto spesso operare separatamente finora ciascuno degli agenti abilitati all’intervento, con coordinamenti forse solo casuali e necessitati dalle circostanze. Va a merito dell’iniziativa e della forza propositiva della CGIL in primo luogo, e della FISAC l’aver cominciato un discorso che, a partire dall’avvio del numero verde antimobbing in Campania, tende ad unificare le forze, le competenze e le intelligenze per conseguire risultati significativi nella lotta contro i malesseri e l’esclusione sociale delle lavoratrici e dei lavoratori. Euridice è dunque un piano di intervento a lungo termine sulle dipendenze da sostanze nei luoghi di lavoro, vale a dire fenomeni che possono preludere a gravi problemi di disagio sociale - partendo dal dato assolutamente verificato che vede il cinquanta per cento delle persone seguiti dai servizi come persone che lavorano - e ambisce a rappresentare uno stimolo per i vari attori in campo (lavoratrici e lavoratori, sindacato, impresa, soggetti sanitari e istituzioni locali) a coordinare la propria azione per la prevenzione dei casi di dipendenza. La Cooperativa Marcella fornisce a questo scopo lo strumento metodologico, di indagine e di formazione L’azione del progetto si svolge su più direttrici, l’una conseguente all’altra, a partire dalla ricerca, attraverso la diffusione di questionari, sullo stato delle conoscenze dei lavoratori intorno alla materia e su quello dei loro bisogni, passando per un’azione di informazione con la disseminazione di materiali e momenti conoscitivi, fino alla individuazione di un numero più ristretto di lavoratori che richiedono di saperne di più, persone con cui costituire un gruppo che ha le capacità, durante e dopo corsi di formazione, di interagire con il contesto lavorativo e sociale e di sviluppare programmi di intervento preventivo fuori e soprattutto dentro le aziende per favorire lo sviluppo della consapevolezza sociale dei lavoratori, promuovere solidarietà attorno a quelli tra essi più svantaggiati e costruire e concertare programmi di aiuto anche personalizzati per tentare di moltiplicare le opportunità di una politica per la salute nell’ambiente di lavoro. L’efficacia del progetto va poi misurata ricercando con successivi interventi sulla popolazione lavorativa presa ad oggetto sia i cambiamenti nella percezione dei caratteri delle dipendenze, sia l’impatto che questi cambiamenti possono avere in una diminuzione delle correlate problematiche aziendali e sia la valutazione, attraverso appositi strumenti come i questionari e i locus, delle accresciute competenze del gruppo di formazione. pagina 6 EuridiceNews 13 EuridiceNews 13 Questo è esattamente lo stato del progetto a Napoli, dove in un’atmosfera pionieristica e con un forte coinvolgimento abbiamo dato vita all’iniziativa, con il coraggioso avallo della CGIL, partendo da un gruppo di lavoratori di una categoria, quella dei bancari, che sicuramente non ha sempre goduto presso l’opinione pubblica di un’immagine che sia particolarmente incline allo sviluppo di un discorso sociale. Abbiamo invece registrato nell’occasione un’adesione e un interesse molto accentuati che hanno portato alla costituzione di un nucleo di dieci, quindici persone impegnate su questi temi, donne e uomini sindacalisti di base, qualche rappresentante per la sicurezza e semplici lavoratori che, fuori dall’orario di lavoro, si sono riuniti per parlare di questi argomenti e per seguire un corso di formazione di svariate sessioni che ha comportato un dispendio notevole di energie e tempi di vita. Che cosa in concreto abbiamo fatto: abbiamo attivamente partecipato qui a Napoli a sessioni di moduli formativi che hanno visto relatori ed esperti succedersi per dibattere con noi in una serie di incontri su: • Il fenomeno droga a Napoli • Il ruolo della legge 626 • Nuove droghe sintetiche e i giovani lavoratori • Tabagismo e alcolismo • Psicofarmaci • Organizzazione del lavoro e dipendenza • Trauma da rapina come fattore di rischio per la salute mentale dei lavoratori • Politiche di budget, impatto della competizione ed etica dei comportamenti • Relazione con i capi e tra i colleghi. Uno dei maggiori impegni è stato quello di curare la distribuzione, la raccolta e lo studio di un questionario sulle dipendenze, che ha raggiunto una platea di quasi trecento lavoratrici e lavoratori bancari di Napoli e provincia, i quali hanno dimostrato con la rimarchevole frequenza delle risposte l’esistenza di pagina 7 una notevole domanda di informazione e formazione e una forte sensibilità a forme di disagio sul lavoro che provocano bisogni nuovi e diversi da parte di questi stessi lavoratori, visto l’impatto che possono avere sulla loro salute. Ricordo ancora che appena qualche mese prima, in autonomia e con l’assistenza scientifica del Dipartimento Salute Mentale dell’ASL 1 di Napoli, la FISAC regionale aveva promosso e attuato un’indagine sullo stress da lavoro in un campione di filiali bancarie di Napoli, indagine che all’analisi medica aveva rivelato livelli forti di sofferenza psichica legata allo stress di una parte significativa dei lavoratori intervistati. La competenza acquistata da parte del gruppo di lavoro, intrecciata all’esperienza sul mobbing ormai patrimonio della FISAC e di tutta la CGIL, fa di questi lavoratori, un’avanguardia per nuove esperienze e cognizioni, il cui livello di consapevolezza potrebbe rappresentare una risorsa sui posti di lavoro, e un esempio di modello integrato di gestione del disagio. Un lavoro di questo genere, in collaborazione con soggetti diversi che hanno naturalmente punti di partenza e di approdo diversi, più particolari e tecnici direi, va ad acquistare valore in sé anche dal punto di vista del Sindacato che ha come campo vasto d’intervento non solo la difesa e l’allargamento degli interessi e dei diritti, ma anche la rappresentanza dei bisogni dei lavoratori. Questo perché si può ravvisare come specifico sindacale la necessità di implementazione delle competenze sia tecniche che politiche da parte di operatori che, in cooperazione con i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e le rappresentanze sindacali aziendali, siano messi in condizione, con la sperimentazione di percorsi formativi adatti, di entrare in relazione positiva con i compagni di lavoro, di imparare a leggere le situazioni di disagio e malessere, di tentare di modificare la rappresentazione sociale di questo tipo di feno- meni, di analizzare la struttura dell’organizzazione del lavoro nelle aziende, di fare circolare le informazioni sui vari argomenti di interesse collettivo, di dare indicazione utili per affrontare i casi e di costruire un rapporto di rete con i servizi esterni, e ancora, di fare un costante duraturo lavoro di ascolto, attenzione e indirizzo valorizzando e ampliando gli spazi di socialità nei luoghi di lavoro. Il progressivo isolamento relazionale sul lavoro, che vivono spesso le persone dipendenti da sostanze, le porta proprio ad avere queste difficoltà di orientamento e di rapporto con le risorse del territorio. Mi accorgo a questo punto di stare delineando un’ipotesi di figura sindacale che si può sintetizzare nel “delegato sociale”, idea strategica di CGIL CISL e UIL - sui cui significati è ampio il dibattito all’interno del mondo del lavoro e che finora ha visto tentativi di attuazione in alcune realtà territoriali dell’Emilia Romagna, della Toscana e della Lombardia. Sarebbe bello poter fare lo stesso a Napoli. È una figura nuova per scenari nuovi: le trasformazioni legate all’informatizzazione dei processi produttivi hanno portato ad una crescente immaterialità del lavoro e i lavoratori non “costruiscono” quasi più nulla limitandosi a controllare, servire e assistere sistemi ai quali sono state trasferite abilità in precedenza umane. Di conseguenza è sempre più contrastato e difficoltoso il processo di identificazione con il prodotto, al punto che il lavoratore perde ogni corrispondenza con il risultato del proprio lavoro. Questo non riguarda solo i settori tradizionali, ma anche le attività di servizio, in cui è sempre più presente una forte divisione del lavoro. Nelle banche, per esempio, soggette a serratissimi processi di ristrutturazione, questi concetti si inverano nella strategia di separazione delle attività, per cui nella stessa azienda o nello stesso gruppo esistono settori che i banchieri considerano a basso valore aggiunto - come le attività di EuridiceNews 13 pagina 8 sportello e, quindi, di serie b assieme ai loro addetti -, e settori che, pur essendo di punta sul piano della redditività, finanziamenti ed investimenti, escludono quasi del tutto l’operatore anche variamente specializzato da processi decisionali posto che, ad esempio, si carica un bilancio nella macchina e un programma standard emette un giudizio anche di valore, e d’altra parte, sul versante titoli, il consulente, anche se provvisto di master in finanza, è obbligato a consigliare al cliente investimenti preconfezionati, pensati altrove e imposti dall’alto, mentre per entrambe le figure è pressante la richiesta di risultati immediati. Questo doppio tipo di alienazione, se mi si passa il termine solo in apparenza arcaico, presente ovviamente anche in altre realtà lavorative, dà sicuramente vita a vecchie e nuove forme di disagio e di esclusione e al forte rischio di insorgenza di malesseri. Senza trascurare la connessione con le contraddizioni etiche che tutto ciò comporta sul piano dei comportamenti, in una perniciosa dissociazione tra quello che è da una parte l’imperativo aziendale del profitto e della creazione di valore per l’azionista e dall’altro, per così dire, la coscienza morale che detterebbe altre condotte, come quelle, ad esempio, adottate nella vita privata, ma ogni nostra scelta è in definitiva una scelta morale che non può essere scissa in comparti a seconda dell’abito che vestiamo di volta in volta. Ciò, non per porre in primissimo piano l’irrisolto problema del rapporto tra etica ed economia, tra valori sociali ed economia, può significare più modestamente, ma in maniera non meno grave per i singoli lavoratori, l’insorgenza di nuovi disagi. In linea più generale non sembra, quindi, scorretto dire che, nel panorama sociale, assieme ai problemi indotti dalla disoccupazione derivanti dai processi di ristrutturazione dei gruppi industriali e non, troviamo quelli effetto della occupazione centrata sulla flessibilità e la precarietà del lavoro, sull’incremento dei ritmi e sulle nuove forme di subordinazione fisica e psichica ai processi produttivi. Questo è il terreno di coltura di stress e di disagio, dove si consumano storie di ordinaria emarginazione e dove per filiazione diretta possono insorgere rischi di dipendenza da droghe, alcol, psicofarmaci e fumo, ma da cui possono venire dunque anche nuove domande e nuovi bisogni di socialità. In passato la capacità di leggere e interpretare le domande e i bisogni dei singoli è servita, come sostengono alcuni storici del movimento sindacale (Ferraris, ad esempio), per proiettare questi ultimi verso grandi soluzioni collettive (come le grandi riforme), in altri momenti, invece, come questo che viviamo, il disagio so- ciale sembra non essere più un problema pubblico e si articola in un insieme numeroso di disturbi e sofferenze di singoli, cui si danno risposte solo terapeutiche o disciplinari, si trasforma cioè un problema pubblico in uno di ordine pubblico. Contrastare questa situazione (è ancora Ferraris a sostenerlo) dovrebbe significare da parte del sindacato pensare a una dimensione sociale della contrattazione come a una priorità e dovrebbe significare concepire il delegato sociale, o comunque si voglia chiamare la persona che si occupa sul posto di lavoro di problemi sociali, non solo come un’articolazione specialistica, ma come un fondamento della sua identità rappresentativa. In questa accezione la dotazione di competenze di questo protagonistaantagonista deve essere tale da metterlo nelle condizioni di non limitarsi, nell’approccio al disagio e all’esclusione, all’agire sulle loro conseguenze, ma di risalire alle ragioni che li generano e li alimentano. Egli andrebbe, quindi, inteso non come chi escogita soluzioni individuali al disagio, ma come colui il quale attiva le risorse disponibili nell’azienda e nel territorio attraverso una interpretazione “sociale” degli accordi e dei contratti e attraverso una visione “sociale” della propria attività lavorativa e del senso dell’organizzazione del lavoro, nel ruolo di pragmatico anello di congiunzione fra realtà in- EuridiceNews 13 terna al luogo di lavoro e mondo esterno, tra chi vive una sofferenza, una sconfitta o un’emarginazione nell’azienda e luoghi e presidi medici, giuridici e sociali caratterizzati anche dall’essere fornitori di servizi dedicati o dall’essere associazioni di volontariato. Va da sé che tutto questo impatti con quella che è la contrattazione sindacale - nazionale e aziendale – all’interno della quale il sindacato potrebbe trovare una via rivendicativa tale da allargare i limiti entro cui sono costretti materie non immediatamente riconducibili al recupero di potere d’acquisto da un lato, e alla redistribuzione di quote di produttività ai redditi da lavoro dall’altro. Bisognerebbe rafforzare i contratti nazionali e quelli integrativi di disposizioni più esigibili in materia di problemi di disagio – in Italia adesso vi sono previsioni di permessi e aspettative non retribuiti finalizzati al riscatto da forme di dipendenza, ma nessuna voce ad esempio dal titolo “promozione sociale della persona” e forse occorrerebbe anche recuperare senso a una contrattazione territoriale che, senza disturbare le altre due, individui, come possibili obiettivi, la fruizione a costi contrattati di servizi nel territorio sia nel campo del disagio che in quello dell’agio (cultura, sport, turismo). Questo inciderebbe sulle condizioni di reddito dei lavoratori almeno quanto una pagina 9 parte dei rinnovi contrattuali e soprattutto influirebbe sulla condizione sociale dei lavoratori, a rischio e non di problemi di dipendenza, che avrebbero un impulso forte all’inclusione. C’è da dire in verità che qualche passo in avanti si sta facendo anche grazie ad iniziative come questa e nella piattaforma dei sindacati unitari bancari è presente per esempio, al capitolo salute sicurezza e politiche sociali, un rimando forte alla dignità della persona e proposte fattive su confronti e monitoraggi da effettuarsi in sede di commissione nazionale e aziendale su fenomeni non citati finora in nessun articolato contrattuale, quali appunto il disagio e il disadattamento lavorativo, lo stress da lavoro, il mobbing, la dipendenza da sostanze, la sieropositività, le attività formative e l’efficacia dei sistemi aziendali di relazioni in materia di salute e sicurezza, o ancora come il rischio rapina di cui si chiede l’inserimento nel documento di valutazione dei rischi. In attesa che la partita sul delegato sociale vada a buon esito e la contrattazione trovi campi di intervento più ampi, il nostro piccolo grande esperimento napoletano sulla formazione di quanti a buon diritto in futuro potranno essere già pronti a impegni del genere continua assieme al programma Euridice e continua soprattutto nel senso dell’educazione a un nuovo concetto di salute che, secondo la de- finizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, non consiste soltanto in uno stato di assenza di malattia, ma è uno stato completo di benessere fisico, mentale e sociale e, d’altro canto, continua nella consapevolezza di un nuovo concetto anche di malattia: il modello cartesiano di malattia, e cioè l’identificazione di una causa precisa, sta cedendo il posto ad un modello multifattoriale che trova l’origine del malessere nella complessità dei rapporti individuoambiente-prodotto. Ora, in questo contesto la conoscenza delle sostanze e dei fenomeni è la prima condizione per affrontare un discorso di prevenzione dei comportamenti di dipendenza da sostanze, così come lo è la consapevolezza delle dinamiche che si sviluppano sul posto di lavoro: le dipendenze appaiono correlate in maniera convincente allo stress e lo stress spesso è “il precipitato nell’esistenza individuale di pericolose distorsioni organizzative”. Intervenire su questa difficile materia dal punto di vista dei più deboli significa, secondo me, obbedire a un giusto imperativo categorico di Kant, il filosofo della legge morale dentro di sé e del cielo stellato sopra di sé, quando raccomandava di considerare l’essere umano sempre come un fine e mai come un mezzo. pagina 10 EuridiceNews 13 EuridiceNews 13 pagina 11 Percezione della dipendenza per i lavoratori del settore bancario di Ciro De Biase - giugno 2002 N ell’ambito del lavoro comune che qui a Napoli CGIL, FISAC-CGIL, Dipartimento Farmacodipendenze dell’ASL Napoli 1 e la Cooperativa di Studio e Ricerca Sociale Marcella stanno portando avanti sui temi che mettono tra loro in relazione organizzazione del lavoro, stress, mobbing e comportamenti di dipendenza, lavoro che proprio oggi, in questo primo Seminario Nazionale, trova un momento alto e di sintesi, presentiamo i risultati di una ricerca effettuata sul posto di lavoro di un nutrito gruppo di lavoratori e lavoratrici bancari della città di Napoli, di alcune cittadine della provincia di Napoli e di Ischia. La ricerca tende in qualche modo a “fotografare” la percezione che questo gruppo, come campione rappresentativo di una categoria vasta e importante nel panorama del mondo del lavoro, ha della dipendenza da sostanze e dei riflessi sociali che essa può riverberare all’interno degli uffici. Lo strumento concettuale è dato dal Questionario Euridice 2000, sul quale torneremo, e quello operativo dal gruppo di lavoro, formato da sindacalisti della FISAC-CGIL del San Paolo IMI e del Banco di Napoli che volontariamente hanno deciso di dedicare parte del proprio tempo all’e- splorazione di queste tematiche, persone meritevoli di essere ringraziate una per una se non ci fosse il timore di dimenticarne qualcuna. Posso però provarci e nominare Antonio Coppola, Antonio D’Antonio, Mario De Marinis, Annabella Esposito, Mimmo Fabbricini, Antonio Maio, Raffaele Meo, Valentina Mignola, Pasquale Renda, Alfonso Severino, Laura Sorrentino. Questi, tra le altre cose, hanno distribuito il questionario direttamente sul posto di lavoro, in diciotto filiali del San Paolo IMI nella città di Napoli e in alcuni paesi immediatamente vicini della sua provincia, Arzano, Caivano, Frattamaggiore, Marano, Marigliano, Mugnano e in sette filiali del Banco di Napoli dell’isola d’Ischia (le due aziende, come è noto, fanno parte dello stesso gruppo bancario). Per questo ambito l’iniziativa può definirsi nuova e insolita, ancor più se consideriamo che al momento della sua attuazione essa esulava apparentemente da implicazioni di carattere sindacale e, quindi, anche da attese di possibili e immediate concretezze. Sembrava perciò legittimo attendersi una qualche perplessità tra i destinatari e un ritorno non esaltante di risposte. Invece, vi è stato un interesse vero e una convinta adesione, su base del tutto spontanea: posto che la platea interessata comprendeva un numero di 340 persone, sono stati restituiti 251 questionari, con una frequenza media di risposte pari a 239, il che significa che ha partecipato oltre il 70% degli interessati. È da prendere in considerazione il fatto che il questionario non è propriamente elementare o di frettolosa e distratta esecuzione, visto che annovera, tolta la parte descrittiva del compilatore, 28 domande, alcune delle quali (sette) a risposta multipla. Queste domande sono divise in quattro aree tematiche: immagine della dipendenza (prime nove domande), conseguenze del consumo di sostanze (successive cinque domande), intorno alle droghe sintetiche (ulteriori undici domande), intorno alle forme di aiuto (ultime tre domande). Diciamo subito che la descrizione del campione è venuta fuori dalla indicazione, nell’ordine, di età, anzianità di lavoro, sesso, titolo di studio, qualifica e area di lavoro. Dai risultati vediamo che all’interno di chi ha indicato il sesso - 237 persone - vi è il 59% di maschi e il 41% di donne; che quasi l’80% di chi ha risposto EuridiceNews 13 pagina 12 (249) ha un’età tra i 20 e i 40 anni e, di conseguenza, registra grosso modo la stessa percentuale il range da 1 a 20 che riguarda l’indicazione degli anni di anzianità di servizio, il che qualifica anche come molto bassa l’età media degli addetti di queste realtà aziendali; che il 69% si qualifica impiegato e quasi tutto il restante della percentuale 29,3% su 232 - quadro direttivo; che la stragrande maggioranza si assegna, com’è lecito attendersi in un comparto di servizi, alle aree di lavoro commerciali e amministrative (rispettivamente il 54 e il 38% su 213); infine, che oltre il 96% - sul dato assoluto di 244 risposte - ha il diploma o la laurea (rispettivamente, il 65,2% e il 31,6%). In sintesi siamo di un fronte a un gruppo di bancari giovani appartenenti a una fascia medio alta per quanto riguarda professionalità e istruzione. Questo campione così contornato ha affrontato nella maniera seguente le parti del questionario che vanno in medias res. Cominciamo a vedere, dunque, che la percezione della dipendenza da una sostanza si concretizza nella forte coscienza che chiunque può avere questo problema - l’82,7% entro 249 risposte così indica alla domanda 5 -, e questa consapevolezza un po’ trepidante s’intreccia in un percepibile contrasto, che potremmo definire emotivo, con le risposte dal carattere un poco esorcistico che il 65,1% dà alla domanda 4 che chiede: cosa pensi della dipendenza?, e le risposte prevalenti - su 241 - sono: non giudico perché non mi riguarda (il 56,4%) e spero che non coinvolga mai la mia famiglia (8,7%); insieme fanno il 65,1%. Fuori probabilmente dalla tentazione di personalizzare, un buon 24,1% indica che la dipendenza è una condizione psicofisica con conseguenze di cui occuparsi. Questo, insieme alla convinzione che appare dalle risposte alla domanda 1 che chiede cosa vuol dire dipendenza da una sostanza? Risposte così divise in prevalenza - su 246 riscontri -: 37,4% bisogno difficile da controllare, 34,6% non si può fare a meno di averla e 19,1% una volta che si è iniziato è quasi impossibile smettere (raggruppate le percentuali arrivano al 91,1%), trasmette la percezione di una notevole gravità del problema che sottintende probabilmente una richiesta di forte competenza nella risoluzione dello stesso. Le domande 2 e 3 denominano le sostanze che danno dipendenza (le questioni poste sono, rispettivamente: com’è la dipendenza da queste sostanze? e con quale di queste sostanze è più facile smettere?), vale a dire sigarette, alcool, psicofarmaci, droghe leggere, droghe pesanti, droghe sintetiche, e stimolano risposte da parte dei lavoratori abbastanza omogenee sia che si tratti della domanda 2 - tutte le sostanze in questione prendono percentuali altissime nel range delle prime due indicazione molto forte e forte: sigarette 78,4%, alcool 74,8%, psicofarmaci 64,8%, droghe leggere 48,3%, droghe pesanti 74,2%, droghe sintetiche 64,9% (qui l’unica oggettiva evidenza è per le droghe leggere che vedono la risposta nulla e debole quasi alla pari con molto forte e forte, cioè al 41,4%) -, sia che si tratti della domanda 3 - sigarette e droghe leggere risultano le sostanze da cui si ritiene più facile uscire (rispettivamente 56,4% e 24,1% su 241 risposte le percentuali che, posto il fatto che si doveva indicare una sola opzione, sono percentuali rispettabili: ad esempio, droghe pesanti e droghe sintetiche raccolgono rispettivamente l’1,7% e il 3,3%). L’ultimo sottoinsieme di quattro domande, sei, sette, otto e nove, della prima sezione (all’inizio l’abbiamo un po’ pomposamente chiamata area tematica) trasmette parallelamente delle convinzioni positive riguardo la percezione della persona con problemi di dipendenza (tale da essere definita, alla domanda 8, senz’altro come recuperabile - 94,4% su 251, numero massimo di risposte in assoluto - e, domanda 9, in grado di avere un lavoro e di lavorare - 67,2% su 247, il resto è quasi tutto non so, 24,7% -) e restituisce vedute per così dire larghe sulla pluralità di agen- ti che possono aiutare la persona con problemi di dipendenza - domande 6 e 7: rispettivamente, se solo le comunità terapeutiche e se solo l’intervento medico aiutano - 52,8% su 250 risposte negano nel primo caso, 56,6% su 249 negano nel secondo, per la percentuale restante prevale il non so, 24% e 23,3%. In sintesi, questa prima sezione riverbera l’idea di lavoratori che, di fronte al problema dipendenza, si pongono, sia pure con qualche contraddizione, abbastanza positivamente e sviluppano un inizio di processo solidaristico ravvisabile soprattutto nel punto in cui si rifiuta un approccio unico alla questione e, di conseguenza, si riconosce una molteplicità di soggetti che possono farsi carico del problema. La seconda sezione del questionario “Area delle conseguenze della dipendenza” inizia con le domande 10 e 11 che pregano di indicare quali sono, a parere del compilatore, le conseguenze rilevanti, in generale - domanda 10 -, e sul lavoro, - domanda 11 -, della dipendenza dalle sostanze più sopra citate. Le risposte più frequenti individuano negli psicofarmaci le sostanze che più rendono l’individuo passivo (57,9%, seconda indicazione droghe pesanti con il 19,7%); nelle sigarette il prodotto che più rovina la salute (84,7%, poi vengono droghe sintetiche e droghe pesanti, rispettivamente 53,6 e 40,9%; l’alcool registra il 28,4% di risposte, le droghe leggere il 26,5% e gli psicofarmaci il 13,4%); andando avanti le risposte individuano ancora nell’alcool la sostanza che più riduce la sicurezza nella guida (43,7%, c’è un curioso 0% di indicazioni per le droghe pesanti, al secondo posto - 13% - le droghe leggere) e più rovina i rapporti familiari (19,5%, percentuali minime per le altre sostanze), mentre droghe pesanti e droghe leggere sono viste quali sostanze che più fanno aumentare il bisogno di soldi (28,6% e 17% rispettivamente). L’opzione che indica come conseguenza della dipendenza la riduzione della potenza sessuale e quella dei non so hanno percentuali trascurabili per ogni so- EuridiceNews 13 stanza. In definitiva, la percezione delle conseguenze negative si accentra, per la parte generale, sul danno alla salute, con le percentuali in assoluto più grandi. Bisogna, però, notare a margine che, nel questionario, per ciascuna sostanza bisogna dare una sola indicazione attinente la relativa conseguenza. Una sola indicazione per sostanza è richiesta anche per gli effetti che quelle sostanze hanno sul lavoro. Anche per questo, forse, la risposta riduce la capacità lavorativa registra, tranne che per le sigarette, le percentuali più significative in ordine a tutti i prodotti - psicofarmaci 49,1%; alcool 48,5%; droghe pesanti 29,1%; droghe leggere 28,9%; droghe sintetiche 26,1% -, seguita da quella che prevede fa correre rischi all’interessato - i numeri sono: droghe pesanti 43,7%; droghe sintetiche 35,5%; droghe leggere 19,4%; alcool 12,3%; psicofarmaci 11,9%; sigarette 10,2% - e da quella che indica riduce la precisione nel lavoro: le tre percentuali più rilevanti sono per l’alcool - 29,4% -, per gli psicofarmaci - 18,3% - e per le droghe leggere - 16,1% -, minime per il resto. La risposta fa correre rischi ai compagni di lavoro rileva di notevole solo il 52,1% che sceglie le sigarette - poi vengono le droghe pesanti con il 10,2% -, mentre le ultime due opzioni, vale a dire aumenta le capacità lavorative e migliora la resistenza alla fatica sono trascurate o ritenute poco credibili, basti pensare che le percentuali più alte sono per le sigarette nel primo caso (appena 7%) e per le droghe leggere nel secondo (9,5%). Sembrerebbe prevalere, in sintesi, la convinzione che la dipendenza da sostanze rappresenti un rischio soprattutto per chi ne è soggetto e per la sua capacità e qualità di lavoro, in una visione che vuole forse trasmettere un approccio distaccato o oggettivo al problema. Le tre domande successive chiudono il secondo insieme del questionario serrando ancora di più i termini attorno al concetto di lavoro e ambiente di lavoro e costringendo il compilatore a sentirsi più coinvolto a livello personale. È così forse che si pagina 13 spiega la sensazione di contrasto che danno le risposte alla domanda 12 che chiede cosa pensi che provino i colleghi di lavoro quando hanno a che fare con una persona dipendente? Posto che viene richiesta una sola risposta, comprensione e desiderio di aiutarlo sommano il 33,1% di riscontri su 248 (6,5% e 26,6% rispettivamente), mentre le altre quattro opzioni - fastidio, 16,9%, desiderio che venga licenziato, 2,4%, paura che crei situazioni di pericolo, 43,5%, e indifferenza, 4% - mettono insieme il 66,8%. Verrebbe da dire che c’è una battuta d’arresto, almeno nella fiducia verso gli “altri”, in quel processo solidaristico che vedevamo mettersi in moto: è evidente che l’aspetto emotivo qui ha una certa prevalenza. Le domande 13 e 14 rientrano in ambiti apparentemente più tecnici e chiedono rispettivamente che cosa serve di più ai lavoratori per prevenire la dipendenza e cosa serve di più nel mondo del lavoro quando si ha a che fare con problemi di dipendenza. Nel primo caso l’informazione, come concetto molto articolato - tre opzioni suonano così: informazione sulle conseguenze, informazioni sulle condizioni che portano alla dipendenza e sapere a chi rivolgersi (tutte e tre raggiungono il 75% su 244 risposte diviso praticamente in parti uguali) - , sembra essere il bisogno maggiore espresso dai lavoratori, assieme a un ambiente di lavoro sano - la risposta buone condizioni ambientali conta infatti il 16,8%, il che sottolinea come il contesto aziendale possa essere percepito come ansiogeno e a rischio. Nel caso della domanda 14 già citata, vediamo che le risposte più numerose sono orientate a indicare soluzioni di carattere psicosociale più che medico in senso stretto. Infatti, le opzioni occorrono esperti in campo psicologico, 30,7%, servono gruppi di lavoratori e lavoratrici preparati ad affrontare il problema, 22,1%, e occorre una politica aziendale che favorisca chi ha problemi, 24,2%, arrivano al 77% su 244, mentre la risposta occorrono esperti in campo medico ha appena il 2,9% di indicazioni. Ciò pare richiamare, in una ripresa della concezione solidaristica, la figura del delegato sociale, oggi più volte citata, e sembra anche chiamare alle proprie responsabilità sindacati e aziende. La penultima sezione del questionario pone domande sulle droghe sintetiche (per tali si intendono ecstasy, crack, LSD e allucinogeni, metamfetamine e derivati), quelle che, pur non entrando nel merito di una trattazione approfondita del resto già qui ampiamente fatta dagli esperti, possono forse sembrare nell’immaginario collettivo più “trendy”, più nuove, meno pericolose e più controllabili e, quindi, per gli operatori del ramo da monitorare con attenzione. Intorno ad esse vediamo subito che il nostro campione lamenta una consapevolezza carente. Alla domanda 15: quale conoscenza hai degli effetti delle droghe sintetiche, le risposte scarsa e nessuna raggiungono assieme il 54,8% - rispettivamente 44,8% e 10% - mentre buona e sufficiente il 45,2% - 12% e 33,2%, le risposte in assoluto sono state 250 - . E la risposta alla questione da chi hanno avuto le informazioni maggiori su di esse, che è la domanda numero 16, pur prevedendo più opzioni, rivela come i mass media nei riscontri la fanno da padroni, - televisione 43,7% di risposte, radio e giornali 40,5%; le altre risposte, medici 3,2%, corsi 2,4%, servizi pubblici 3,2%, azienda/sindacato 0,5% hanno percentuali risibili. Le domande dalla 17 alla 23 mettono direttamente in relazione le droghe sintetiche con il mondo del lavoro con una serie di questioni dirette. Dopo aver chiesto un identikit del consumatore di queste sostanze al compilatore - domanda 19: secondo te chi assume droghe sintetiche è? Le risposte, da dare ad ogni ipotesi, assieme a qualche forte convinzione: è giovane? sì 65,1%; ha un cattivo rapporto con la famiglia? sì 60,7%; ha difficoltà a fare amicizia? no 51,9%; si considera un tossicodipendente? no 66,7%, denotano anche qualche indecisione: ruba? sì 22,6% no 39,6%; è una persona normale? sì 45% no 38,1%; è poco motivato al lavoro? sì 39,1% no EuridiceNews 13 pagina 14 24,5% - , la domanda 17 chiede se nel proprio ambiente di lavoro esiste il consumo di droghe sintetiche e i no, su 237 riscontri sono il 51,1% assieme a un piccolo, ma rivelatore 2,1% di sì, (non so 46,8%). Si prosegue con la domanda 18 per la quale si potevano scegliere fino a due opzioni: come ci si può accorgere, a parere del compilatore, se in una impresa esiste il consumo di droghe sintetiche? Le percentuali significative sono nelle risposte: eccesso di assenza per malattie, 23,7%; episodi di violenza, 22,9%; furti, 16%. La domanda 20 chiede: quali sono le condizioni di lavoro che possono contribuire al consumo di queste droghe sintetiche? E qui i lavoratori bancari sembrano convinti: mobbing, 19,9%; stress lavorativo 26,6%; precarietà di lavoro, 16,7%; rischio di disoccupazione, 14,5% sono le condizioni che assieme arrivano al 77,7% di indicazioni su 642 (potevano darsi tre risposte). Condizioni tutte tra loro correlate come sa bene chi vive in aziende come quelle creditizie (lavoro monotono, assenza di carriera, lavoro notturno, lavoro nei fine settimana le altre risposte con il restante 23,3%, la prima - lavoro monotono - a più della metà, 14,2%), in cui adesso, come prima e tuttora in altri comparti e settori, le ristrutturazioni proprietarie si sposano a quelle organizzative, feroci e veloci, e comportano radicali cambiamenti che vanno ad impattare non con azioni societarie, ma con la mente e il corpo, il sangue e la carne di esseri umani. È evidente, che quelle condizioni elencate dalla domanda sono percepite con sentimenti di preoccupazione e vulnerabilità da parte dei lavoratori come porte aperte ed eventuali comportamenti di dipendenza. Le domande 21 e 22 di questa penultima sezione - l’uso di droghe sintetiche riduce la produzione dell’impresa? e chi usa frequentemente nuove sostanze si assenta di più sul lavoro? mandano in parte la palla nella metà campo delle aziende e i lavoratori sembrano condividere l’idea che la dipendenza da questi prodotti rappresenti un danno notevole per la produttività dell’impresa - nel primo caso su 218 risposte i sì sono il 68,8%, i no il 4,1%, non so 27,1%; nel secondo, su 247, i sì li vediamo al 51,4% con i non so al 41,7%. La domanda 23 chiede proseguendo in parte su questa linea se, secondo il lavoratore, vi sono delle persone che si infortunano sul lavoro perché sono sotto l’effetto di droghe sintetiche e la risposta sì raccoglie quasi la metà dei consensi, 48,8% su 248 - non so il 38,3% e il no il restante 12,9%, trasmettendo la consapevolezza della “pericolosità” della dipendenza da sostanze, mentre il riscontro prevalente per la domanda 24, solo gli adolescenti che vanno in discoteca usano le droghe sintetiche?, smentisce un certo alone di luogo comune che si ha la sensazione ristagni sulla questione: i no arrivano alla percentuale del 79,9% e i sì sono soltanto il 4,8% su 249 risposte, così come quelle, in totale 248, alla domanda 25, tutti quelli che iniziano ad usare le droghe sintetiche sono convinti di poter smettere quando vogliono?, ne confermano uno sostanzialmente negativo: i sì sono il 79,8%, i no il 4,8%. In sintesi i responsi a questa sezione del questionario lasciano trasparire da un lato certe insicurezze dei lavoratori bancari in ordine alla conoscenza che possono avere intorno alle droghe sintetiche, o comunque a quelle che vengono definite a volte impropriamente “nuove sostanze” e, quindi, rimandano anche una richiesta di informazione e formazione; dall’altro sembrano rilanciare una certa preoccupata domanda a soggetti diversificati di attenzione e presa in carico di un problema che si vorrebbe forse vedere, da parte di questi lavoratori, lontano dai luoghi di vita, ma che, nel contempo, ha chiara la caratteristica di poter diventare qualcosa con cui avere a che fare di persona (e qui probabilmente viene a cadere anche una qualsiasi differenza di percezione tra droghe pesanti e droghe sintetiche). L’essenza di questa richiesta sembra essere confermata dalle risposte alle ultime tre domande della sezione finale del questionario, sezione che abbiamo chiamato “forme di aiuto”. La domanda 26 chiede: se un lavoratore vuole farsi aiutare a chi deve rivolgersi? e le risposte, una per ogni scelta, 245 in tutto, rispecchiano una sensazione di solitudine oltre che un certo pudore: la più frequente è a un amico, 45,3%, seguita da a un centro specializzato con il 35,5%, poi, staccate, al Ser.T., 10,2%, se la sbriga da solo, 5,7%. Da notare un disperante 2% che mette insieme le risposte alla direzione del personale, 0,4%, e all’organizzazione sindacale, 1,6%. Una richiesta d’aiuto, percepita come inaccolta, la lascia trasparire anche il risultato registrato dalle risposte alla domanda 27: le imprese dovrebbero avere un programma di lotta contro la droga? Sì, 69,5%, 7,6% no. E i riscontri all’ultima domanda, la 28: quali vantaggi, secondo il lavoratore, ci sarebbero per un’impresa se essa avesse un programma di lotta contro la droga, sembrano privilegiare una concezione per così dire “ecologica” dell’ambiente di lavoro rispetto a concetti invece più specifici. Infatti, vediamo che nei confronti di quella domanda, il 40,7% di risposte contrassegnano l’opzione ci sarebbero rapporti di lavoro più equilibrati, con una frequenza di 207 su 508 ricorrenze, posto che si richiedono fino a tre risposte. Ci sarebbero meno assenteismi raccoglie il 24,4% - 124 frequenze -, meno infortuni il 12,4%, meno misure disciplinari il 10,6%, meno licenziamenti il 7,3%, meno conflitti legali il 4,5%. Sembra, quindi, acclarata e abbastanza significativa la tensione espressa verso una “pulizia” in senso non stressante, non conflittuale, non ansiogena dell’organizzazione del lavoro e dei rapporti al suo interno al fine di una tempestiva prevenzione nei riguardi dei fattori che potrebbero favorire l’insorgenza di dipendenze intese come patologiche. Questa considerazione potrebbe andar bene anche come commento conclusivo alla buona esperienza fatta con questa popolazione di lavoratori bancari, esperienza che è continuata con la distribuzione negli uffici e nelle filiali degli opuscoli infor- EuridiceNews 13 mativi sugli psicofarmaci e le droghe sintetiche e soprattutto con la risonanza del corso formativo di cui questo seminario di un giorno a Posillipo è il punto culminante. Alle sedute del corso, tenute fuori dell’orario d’ufficio, sono intervenuti con profitto, oltre che rappresentanti sindacali, anche semplici lavoratori e lavoratrici destinatari del questionario di Euridice, a testimonianza di un interesse molto vivo. Ciò indica anche come la sensibilità a forme di disagio sul lavoro che, vecchie o nuove che siano, hanno trovato, come anche qui abbiamo sentito, una sistematizzazione e una denominazione nei concetti di mobbing, dipendenza, disadattamento da stress ecc. provocano domande, queste sì, veramente nuove e diverse pagina 15 da parte dei lavoratori, visto l’impatto che hanno sulla loro salute. I lavoratori colpiti hanno tutto il diritto alla visibilità e al riconoscimento delle proprie patologie. Pensate, ad esempio, che rispetto ai danni psicologici per cause di lavoro non esistono all’Inail tabelle di quantificazione. Questi bisogni devono essere inseriti in percorsi di tutela che, passando attraverso i contratti di categoria e leggi come la 626, rientrano nella competenza e nella mediazione sindacale, insomma in un ambito che potremmo definire “specifico sindacale” come quello dell’intervento sui fattori patogeni dell’organizzazione del lavoro. Questo ambito deve naturalmente arricchirsi con un’elaborazione poli- tica e un’esperienza continue e anche con l’uso e l’ausilio di strumenti come, per esempio, il Programma Euridice, che operatori specializzati possono mettere a disposizione. Percorsi formativi che riescano ad adeguare tematiche sociali a nuovi problemi e questioni di salvaguardia dell’integrità fisica e psichica dei lavoratori e, di conseguenza, aiutino a creare operatori sindacali (come il delegato sociale) pronti ad occuparsi di disagio e sofferenza sui posti lavoro, annullando la scissione che si può percepire tra mondo del lavoro e mondo di chi presta le cure, ebbene questi percorsi possono essere una chiave della strategia sindacale che è quella di portare sempre più avanti la frontiera dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. EuridiceNews 13 pagina 16 Cosa pensano i lavoratori della WIND di Napoli circa la dipendenza da sostanze e le nuove forme di consumo Chi ha risposto al questionario Nel mese di giugno 2002 è stata realizzata in collaborazione con la WIND, una ricerca sulle dipendenze da sostanze e nuove forme di consumo. Ad essa hanno partecipato 151 lavoratori pari a circa il 25,2% degli interessati. Il questionario era anonimo ed ognuno era libero di compilarlo. La partecipazione alla ricerca è stata, quindi, su base spontanea. La quasi totalità del campione è composto da lavoratori con un’età compresa tra i 21 ed i 35 anni (99,3%); il 17,2% ha un’anzianità di lavoro inferiore ai 5 anni; in netta prevalenza è composto da femmine (85%), da diplomati (80%) e laureati (19,3%), da impiegati (95%) e quadri (5%). Cosa vuol dire dipendere da una sostanza L’idea dominante fra i lavoratori, circa il significato di dipendenza da una sostanza è che il suo bisogno è difficile da controllare (41,4%) e che non si può fare a meno d’averla (40%). In ordine di priorità, secondo i lavoratori, inducono uno stato di dipendenza forte le sigarette (77%), le droghe pesanti (69%), l’alcool (65,3%), le droghe sintetiche (57,5%), gli psicofarmaci (57,2%) e le droghe leggere (48%). I lavoratori pensano che sia più facile smettere con le sigarette (56,8%) rispetto alle droghe pesanti (1,4%) e all’alcool (4,3%). Che la dipendenza da sostanze sia una condizione psico-fisica che provoca molte conseguenze di cui bisogna occuparsi è la convinzione del 60% del campione, mentre il 19% pensa che sia come una malattia. L’idea prevalente tra i lavoratori è che una persona con problemi di dipendenza è recuperabile (87,2%) e che lavora (63,5%). Chiunque, inoltre, può avere un problema di dipendenza (80%) e quando si è coinvolti in questa situazione né la comunità da sola (43%), né l’intervento medico da solo (43,6%) sono sufficienti per aiutare la persona alle prese con i problemi psicologici provocati dalla dipendenza da una sostanza. Le conseguenze Quali sono le conseguenze più rilevanti per chi consuma sostanze che producono uno stato di dipendenza? In generale gli psicofarmaci rendono l’individuo passivo (64%), l’alcool riduce la sicurezza nella guida (55%) e rovina i rapporti familiari (10,5%), le sigarette rovinano la salute (88%), le droghe pesanti aumentano il bisogno di soldi (38%). Sul lavoro le sigarette (26,4%) e le droghe pesanti (8,8%) fanno correre rischi ai compagni di lavoro. Alcool (48,4%) e psicofarmaci (46,7%) riducono la capacità lavorativa; queste due sostanze riducono anche la precisione sul lavoro rispettivamente per il 25,4% e il 25,8% del campione. Droghe pesanti (37%) e droghe sintetiche (32%) fanno correre più rischi all’interessato. In questo scenario, il 47% è dell’idea che, quando un lavoratore ha a che fare con una persona dipendente, teme che crei una situazione di pericolo per sé e per gli altri; il 25% esprime desiderio di aiutarlo mentre l’11% prova fastidio. Il 33,6% afferma che servono più informazioni per prevenire la dipendenza e le sue conseguenze e il 17% vorrebbe conoscere più a fondo le condizioni che portano a trovarsi in tale situazione, mentre il 25,7% vorrebbe sapere a chi rivolgersi in caso di bisogno. Al mondo del lavoro servono più esperti in campo psicologico (32,6%), una conoscenza precisa di comportamenti a rischio (21%) e gruppi di lavoratori/trici preparati ad affrontare il problema (16%); il 9,4% sostiene invece che il mondo del lavoro non se ne debba occupare. EuridiceNews 13 pagina 17 Nuove droghe sintetiche e mondo del lavoro I l questionario poi esplorava anche le nuove forme di consumo, in particolare le droghe sintetiche. Il 40,6% afferma di avere una conoscenza sufficiente degli effetti delle droghe sintetiche, il 35% scarsa, il 7% nessuna; il 17,5% ne ha invece una buona conoscenza. Televisione (42,4%) e radio/giornali (35%) sono le fonti principali di informazione, mentre solo per il 5,7% lo sono i medici e per il 3% i servizi pubblici. Il 71,6% di coloro che hanno risposto non sa se nel proprio ambiente di lavoro esiste il consumo di droghe sintetiche; non ci sarebbe per il 22,7% mentre esisterebbe per il 5,7%. Lo spaccio attorno all’azienda (27,6%), episodi di violenza (21,6%), furti (18,6%) e siringhe abbandonate (15%) sono gli indicatori che testimoniano l’esistenza del consumo di droghe sintetiche in un’impresa. I lavoratori pensano, inoltre, che chi consuma droghe sintetiche è giovane (51,4%), non ha difficoltà a fare amicizie (42,3%), non ruba (28,3%), ha un cattivo rapporto con le famiglie (54%), è una persona normale (46,7%), non ha interrotto lo studio (42,3%), non si considera un tossicodipendente (69,3%), vuole sfidare il senso del limite (55%). Rilevanti sono le percentuali di “non so” che vanno dal 22,6% al 50,4%. Stress lavorativo (25,5%), precarietà di lavoro (17,2%), mobbing (15,2%), lavoro monotono (13,5%), e rischio di disoccupazione (13,5%) sono le condizioni di lavoro che pos- sono contribuire al consumo di queste nuove droghe sintetiche. Inoltre, i lavoratori pensano che l’uso di droghe sintetiche riduca la produzione dell’impresa (71,6%), mentre il 58,2% ed il 49% non sa se chi usa nuove sostanze si assenta e si infortuna di più sul lavoro. Se uno poi vuole farsi aiutare si rivolge ad un amico (50,7%), ad un centro specializzato (32,4%), al Ser.T (9%). Infine, il 67,6% afferma che l’impresa dovrebbe avere un programma di lotta contro la droga, e che i vantaggi per l’azienda nell’applicare un tale programma sono molteplici. I più rilevanti sono: rapporti di lavoro più equilibrati (46%), meno assenteismo (18,5%) e meno misure disciplinari (14,3%). EuridiceNews 13 pagina 18 Training su: “Dipendenza da sostanze e nuove forme di consumo nei luoghi di lavoro” S ede Napoli, presso FISAC - Via Diaz 10, dalle ore 16.30 alle 18.30 Obiettivo formativo: mettere un gruppo di delegati sindacali e rappresentanti della sicurezza nei luoghi di lavoro in condizione di saperne di più sulle dipendenze da sostanze e di aumentare le loro competenze e le loro abilità sociali. Obiettivo didattico: apprendere modelli di negoziazione con i responsabili delle imprese circa le forme di aiuto ai lavoratori in difficoltà e modelli di prevenzione del disagio psicosociale nei luoghi di lavoro. Primo modulo Articolazione dell’intervento formativo Introduzione Co-progettazione del contenuto dell’azione formativa Relatore: Giuseppe De Luca, Psicoterapeuta, Responsabile Progetto Euridice 28 gennaio 2002 - ore 16.30 / 18.30 Prima sessione Quarta sessione L’evoluzione del fenomeno droga a Napoli con particolare riferimento al mondo del lavoro Le nuove droghe sintetiche ed i giovani lavoratori: nuovi lavori e nuove forme di dipendenza da sostanze Relatore: Rossana Cavallo, Sociologa, Dipartimento Prevenzione ASL 1 Napoli 7 marzo 2002 – ore 16.30 / 18.30 Relatore: Stefano Vecchio, Dipartimento Dipendenze ASL 1 Napoli 16 maggio 2002 – ore 16.30 / 18.30 Quinta sessione Seconda sessione Contratti collettivi di lavoro e leggi: opportunità di intervento nell’area delle dipendenze da sostanze. Il ruolo della legge 626 Relatore: Corrado Mandreoli, Responsabile Politiche Sociali CGIL, Milano 21 marzo 2002 – ore 16.30 / 18.30 Terza sessione Come costruire un programma di aiuto verso un lavoratore in difficoltà: presentazione della rete dei servizi per le tossicodipendenze a Napoli Relatore: Stefano Vecchio, Dipartimento Dipendenze ASL 1 Napoli 4 aprile 2002 – ore 16.30 / 18.30 Psicofarmaci, cosa devi sapere Relatore: Paolo Pappone, Dipartimento Salute Mentale ASL 1 Napoli 30 maggio 2002 – ore 16.30 / 18.30 Sesta sessione Seminario Nazionale su: Organizzazione del lavoro, stress, comportamenti di dipendenza Programma: a) L’evoluzione dell’organizzazione del lavoro nel settore bancario Ugo Balzanetti b) Stress e disadattamento da lavoro Renato Gilioli, Clinica del Lavoro di Milano c) Le conseguenze delle nuove forme di organizzazione del lavoro sulla salute dei lavoratori Antonella Pezzullo EuridiceNews 13 d) Gli aspetti legali del mobbing Donato Ceglie e) Stress e Mobbing: presentazione di esperienze di intervento nei luoghi di lavoro a Napoli Paolo Pappone, Ciro De Biase, Antonio Majo ed a Mantova Umberto Fioravanti f) Presentazione e discussione dei dati della ricerca Euridice 3 giugno 2002 - ore 9.00 / 17.00 Settima sessione Chiusura e valutazione della prima parte dell’azione formativa, co-progettazione della seconda parte Relatore: Giuseppe De Luca e Massimo Vellante 13 giugno 2002 – ore 16.30 / 18.30 Tutor: Emiliano Errico Responsabile: Giuseppe De Luca Strumenti di monitoraggio del training: Locus of Control (all’inizio e alla fine) Sessioni di assessment del processo formativo con il gruppo leader. pagina 19 Secondo modulo Seconda sessione Come costruire un ambiente di lavoro sano dal punto di vista relazionale Il trauma da rapina come fattore di rischio per la salute mentale dei lavoratori Obiettivo formativo: mettere un gruppo di delegati sindacali e rappresentanti della sicurezza nei luoghi di lavoro, in condizione di saperne di più sulle problematiche psicologiche, che hanno un impatto negativo nei rapporti interpersonali e che rendono malsano l’ambiente di lavoro. Relatori: Antonella Pezzullo, Psichiatra, Dipartimento Politiche Sociali, CGIL-Campania Massimo Vellante, FISAC-Napoli 19 dicembre 2002 – ore 9.30/13.00 Obiettivo didattico: apprendere modelli di negoziazione con i responsabili delle imprese circa le forme di aiuto ai lavoratori in difficoltà e modelli di prevenzione del disagio psicosociale nei luoghi di lavoro. Prima sessione Seminario su: Problemi della dipendenza da fumo: leggi, contratti, esperienze Relatori: Massimo Vellante, FISACNapoli Antonella Pezzullo, CGIL Regione Campania 6 novembre 2002 – ore 9.00 / 17.00 Terza sessione La relazione con i capi e tra i colleghi nelle politiche aziendali di budget e ripercussioni sull’etica dei comportamenti Relatori: Antonella Pezzullo, Psichiatra, Dipartimento Politiche Sociali, CGIL-Campania Rosario Spalice, Dipartimento Farmacodipendenze ASL 1 Napoli Lucio D’Arrigo, Dirigente Banca Popolare di Lodi Ugo Balzanetti, Fisac Nazionale 6 febbraio 2003 – ore 9.30/13.30 Quarta sessione Lo stress come fattore di rischio per la salute Relatore: Paolo Pappone, Psichiatra, Dipartimento Salute Mentale ASL 1 Napoli 9 marzo 2004 – ore 9.00/17.00 EuridiceNews 13 pagina 20 I protagonisti I lavoratori che hanno partecipato ai due moduli di azione formativa Partecipanti al I modulo formativo Antonio Coppola San Paolo Banco di Napoli (Cercola) Antonio D’Antonio San Paolo Banco di Napoli (Arzano) Ciro De Biase San Paolo IMI (Napoli) Annabella Esposito San Paolo Banco di Napoli (Napoli) Raffaele Meo San Paolo Banco di Napoli (Marigliano) Alfonso Severino San Paolo Banco di Napoli (Marano) Giovanni Signudi Lloyd Adriatico (Napoli) Laura Sorrentino San Paolo Banco di Napoli (Napoli) Giovanni Palumbo San Paolo Banco di Napoli (Boscoreale Na) Pasquale Renda San Paolo Banco di Napoli (Pozzuoli) Salvatore Esposito Credito Popolare Torre del Greco Claudio Rossi Credito Emiliano (Napoli) Antonio Deluca GestLine Esattorie (Napoli) Antonio Maio San Paolo Banco di Napoli (Ischia) Alfredo Scognamiglio Credito Emiliano (Napoli) Mimmo Fabricini San Paolo Banco di Napoli (Napoli) Mario De Marinis San Paolo Banco di Napoli (Caivano) Renato Tozza Unicredito (Napoli) Partecipanti al II modulo Formativo Antonio Casucci Unicredito (Napoli) Teresa Potenza Unicredito (Napoli) Gianfranco Gallo San Paolo Banco di Napoli (Castellammare) Roberto Di Donato Banca Popolare Ancona (Napoli) Antonella Digrazia San Paolo Banco di Napoli (Napoli) Francesco d’Apuzzo Banca Popolare Novara (Napoli) EuridiceNews 13 pagina 21 Gli esperti che sono intervenuti nell’azione di formazione Esperto Qualifica Giuseppe De Luca Psicoterapeuta, Responsabile Progetto Euridice, Cooperativa Marcella Rossana Cavallo Sociologa, Dipartimento Prevenzione ASL NA1 Paolo Pappone Psichiatra, Dipartimento Salute Mentale ASL NA1 Stefano Vecchio Dipartimento Farmacodipendenze ASL NA1 Rosario Spalice Dipartimento Dipendenze ASL NA1 Clara Baldassarre Dipartimento Farmacodipendenze ASL NA1 Lucio D’Arrigo Dirigente Banca Popolare di Lodi Donato Ceglie Magistrato Renato Giglioli Clinica del Lavoro di Milano Claudio Petrella Direttore UOSM Dst. 44, Responsabile del Centro di Riferimento Regionale per il Mobbing e il Disadattamento Lavorativo Antonella Pezzullo Psichiatra, Dipartimento Politiche Sociali CGIL-Campania Umberto Fioravanti Responsabile Politiche Sociali CGIL Mantova Corrado Mandreoli Responsabile Politiche Sociali CGIL Milano Massimo Vellante FISAC Regionale Campania Ugo Balzanetti FISAC Nazionale EuridiceNews 13 pagina 22 Eventi Seminario Nazionale Organizzazione del lavoro, stress, comportamenti di dipendenza 3 giugno 2002 - ore 9,00 / 17,00 Circolo Postale Baia 2 Frati, Posillipo Come nasce il progetto Euridice a Napoli • Massimo Vellante, segretario FISAC-CGIL Regione Campania Le conseguenze delle nuove forme di organizzazione del lavoro sulla salute dei lavoratori • Antonella Pezzullo, CGIL Regione Campania Il mobbing come emergenza psichiatrica • Claudio Petrella, Direttore UOSM Dst. 44, responsabile del Centro di Riferimento Regionale per il Mobbing e il Disadattamento Lavorativo Stress e disadattamento da lavoro • Renato Gilioli, CDL, Clinica del Lavoro di Milano Gli aspetti legali del mobbing • Donato Ceglie, Magistrato Un approccio integrato alla prevenzione delle tossicodipendenze • Stefano Vecchio, Direttore Dipartimento Farmacodipendenze ASL Napoli 1 L’evoluzione dell’organizzazione del lavoro nel settore bancario • Ugo Balzanetti, Responsabile Politiche di Comparto FISACCGIL Nazionale Il danno psichico da mobbing e da stress lavorativo: l’esperienza napoletana • Paolo Pappone, Psichiatra, Responsabile Ambulatorio Specializzato per i Disturbi da Disadattamento Lavorativo ASL Napoli 1 Stress e mobbing: presentazione di esperienze di intervento a Mantova • Umberto Fioravanti, Responsabile Politiche Sociali CGIL Mantova La percezione della dipendenza da sostanze in un gruppo di lavoratori/trici del settore bancario a Napoli • Ciro De Biase, Gruppo Euridice Napoli Seminario Regionale di Formazione Problemi della dipendenza da fumo: leggi, contratti, esperienze 6 novembre 2002 - ore 9,00 /17,00 Sede: Starhotel Terminus, Piazza Garibaldi 91, Napoli Il progetto Euridice: valutazione e prospettive • Ciro De Biase, Coordinatore Gruppo di Lavoro Euridice Il tabagismo sul posto di lavoro. Diritto alla salute • Antonella Pezzullo, Psichiatra, Dipartimento Politiche Sociali CGIL-Campania Il ruolo delle RLS: esperienze aziendali sul ruolo del fumo • Raffaele Meo, RLS San Paolo IMI Campania • Alfredo Scognamiglio, RLS Credito Emiliano Campania Conseguenze fisiche e psicologiche della dipendenza da fumo • Clara Baldassarre Euridice: un programma europeo • Giuseppe De Luca Legislazione vigente sul fumo, ruolo delle RLS e salubrità degli ambienti di lavoro • Donato Ceglie, Magistrato EuridiceNews 13 pagina 23 Seminario Europeo Tavola rotonda Dipendenza da sostanze sul lavoro. Un confronto europeo Il progetto Euridice in Europa: confronto di esperienze 14-15 novembre 2003 Hotel Plaza, Piazza Principe Umberto I, 23 Napoli Euridice: un modello integrato di prevenzione delle dipendenze da sostanze nei luoghi di lavoro • Giuseppe De Luca, Responsabile Progetto Euridice • Ciro De Biase, Coordinatore Euridice FISAC-Napoli Tavola rotonda L’impresa: etica di comportamento e responsabilità sociale • Michele Gravano, CGIL Campania • Pietro Cerrito, CISL Campania • Anna Rea, UIL Campania • Maria Fortuna Incostante, Assessore al Personale Regione Campania • Pietro Simonetti, Presidente Comitato Interistituzionale di Coordinamento per le Politiche del Lavoro, Regione Basilicata • Ezio Dardanelli, Responsabile Politiche Sociali FISAC Nazionale • Bernhard Gödelmann, Dechema, Francoforte, Tavola rotonda Il Progetto Euridice in Italia • Adele Isernia, Antonio Gioiello, Lidia Genova, Gruppo Euridice Ser.T. Rossano Calabro • G. Villani, G. Mattiolo, M. Mascii, S. Becocci, N. Germani, Gruppo Euridice Ser.T. Prato • Francesca Padovan, Gruppo Euridice Parma • Stefano Piovanelli, Gruppo Euridice Mugello, Ser.T. Borgo San Lorenzo • Giuseppe Zanda, Tosca Poggi, Gruppo Euridice Ser.T. Lucca • Raffaele Meo, Antonio Coppola, Gruppo Euridice Napoli Portogallo • Fernando Mauricio Carvalho, Ana Paula de Brito Palma, Alvaro Cartas, CGTP, Lisbona, Grecia • Niki Georgala, Okana, Atene Creta • Maria Zaharaki, Drug Prevention Center, Rethymno Norvegia • Arvid Skutle, Bergen Clinic Foundation, Bergen, Paolo Deluca, Cooperativa Marcella Spagna • Loreto Belda, Cristina Pina, Mancomunitat de la Vall d’Albaida, Ontinyent, Irlanda • Nazih Eldin, North Eastern Health Board, Dublino Germania • Gido Hess, DAW, Francoforte Malta • Paul Pace, Primary Prevention Manager Coordina: Rawaf Salman, Department Wandsworth PCT, Springfield Hospital, SW Londra Il quadro legislativo • Donato Ceglie, Magistrato Il disagio psicosociale nei luoghi di lavoro • Antonella Pezzullo, Psichiatra • Le politiche europee • ILO David Gold • OMS Philip Lazarov Coordina: Stefano Vecchio Dipartimento Farmacodipendenza Asl Napoli 1 Tavola rotonda Stress, mobbing e comportamenti di dipendenza Vengono presentati i risultati di indagini e ricerche su questo fenomeno e confrontati i modelli e le metodologie di intervento Italia • Massimo Vellante, Gruppo lavoro Mobbing e Stress • Paolo Deluca, ricercatore •Paolo Pappone, Dipartimento Salute Mentale, ASL Napoli 1 • Fabio Strambi, Medicina del Lavoro, Siena • Ugo Balzanetti, FISAC Nazionale Inghilterra • Tom Mellish, Trade Union Congress, Londra • Rawaf Salman, Department Wandsworth PCT, Springfield Hospital, SW Londra Tavola rotonda Francia • Antonio Amaniera, Formacom 3000, Parigi Alcol, tabacco e droga: una politica integrata per la prevenzione delle condizioni di disagio psicosociale nel mondo del lavoro Finlandia • Teuvo Peltoniemi, Finnish Foundation, A-Clinic, Helsinki Coordina: Antonella Pezzullo, Dipartimento Sanità CGIL Campania Conclusioni EuridiceNews 13 pagina 24 Voci dal buio Ciro De Biase L’esperienza del gruppo di lavoro antimobbing della FISAC/CGIL di Napoli Prefazione Grazie all’impegno e alla dedizione del gruppo di lavoro antimobbing, è stato possibile gestire l’iniziativa del numero verde antimobbing, che la FISACCGIL Regionale unitamente alla CGIL Regionale e alla CdLM di Napoli, ha messo a disposizione di tutti i lavoratori che si trovino a vivere sul posto di lavoro la drammatica esperienza del disagio psicologico. Prima in Italia, l’importante e significativa iniziativa della nostra Organizzazione ha rappresentato un punto di riferimento anche per altri settori e ha consentito di dare forte visibilità al nostro impegno per garantire sui luoghi di lavoro il diritto alla salute e alla sicurezza. È stata un’esperienza importante anche dal punto di vista umano e ci ha permesso di entrare in relazione con una miriade di casi che hanno evidenziato la fortissima sofferenza sia fisica che morale delle persone coinvolte. Ciro De Biase ha avuto la sensibilità di raccogliere alcune delle esperienze più significative e di raccontarle nell’elaborato che segue. È un lavoro che abbiamo deciso di mettere a disposizione, ritenendo che possa essere utile al rafforzamento in tutti noi della determinazione ad intervenire soggettivamente e collettivamente nella difesa dei più deboli, i quali spesso vivono in solitudine le loro difficoltà. La Segreteria Regionale FISAC/CGIL Campania Voci dal buio L’esperienza del gruppo di lavoro antimobbing della FISAC/CGIL di Napoli, a cura di Ciro De Biase - Segretario FISAC-CGIL - SANPAOLO IMI Napoli I La voce femminile, un po’ affannosa, ma senza pause quasi meccanica, sembra irradiare gli echi di annose stanchezze, di levate sonnacchiose, di albe ferrigne scrutate attraverso vetri appannati per indovinare la progressione del giorno, probabilmente uguale a ieri e uguale a domani. «Pronto è il numero anti comesidice mobbing? Mia figlia ha letto di voi sulla Repubblica, mi ha spiegato qualcosa, ho detto adesso telefono, ma dove state - a Napoli? ah sì? buono - vedete ho cinquantasei anni senza marito, madonna lavoravo nell’azienda elettrica nemmeno da tanto, gestione presenze insomma esecutiva amministrativa, non troppo lontano, prendevo solo un pullman adesso hanno ceduto il servizio, voglio dire la gestione presenze a una ditta la Cesap (voce della figlia in sottofondo: mamma ti ho già detto, non è caso di mobbing il tuo) zitta! la ditta nuova, gli uffici stanno vicino all’Inps alla stazione, insomma, devo prendere anche due linee di metropolitana oltre al pullman eccheddiavolo sto a Chiaiano, ma fuori quasi in campagna, madonna mia, vedete ho anche l’artrosi, prendo le medicine tre o quattro pastiglie al giorno, quando mi ricordo per lostope loster (voce della figlia: osteoporosi), evvabbé, anche un po’ di epatite, il medico mi dice sempre state attenta perché non andate in pensione gesù (già, perché? - non posso, lavoro da troppo poco, non ho l’età, ho una figlia giovane - voce: seee, una volta - diplomata e ‘dissoccupata’), ma quello che mi sconvolge e mi arrabbia è il fatto che molti colleghi, non tutti, non molti del servizio presenze non sono stati ceduti, sono rimasti all’azienda elettrica perché conoscevano è comesidice clientelismo - qualche dirigente, qualche politicuccio fa i favori eh è così - che cosa si può fare? la mat- EuridiceNews 13 tina quelle metropolitane tristi la collinare gialla piena ti sbattono, gesù, fra di loro, poi fino a piazza Garibaldi, è peggio, mi fanno male tutte le gambe devo arrancare al ritorno, non ne parliamo d’inverno, è scuro mi viene anche paura.... perché?» Tu chiudi gli occhi sull’ultima domanda perché sai che non potrai (saprai) mai rispondere. Quel perché, nel suo significato finale, recondito, è un macigno scuro che ti fa piegare la testa. Ti mette una soggezione metafisica, arcaica. L’ultima fra le cose che ti puoi permettere di avere se vuoi aiutare davvero qualcuno. Resti ancora un momento così. Scompare per un attimo il telefono, la scrivania sulla quale l’abbiamo poggiato e attivato a tempo di record - noi, il gruppo - col prefisso ottocento (e poi trentaduecinquantacinquezerozero) - la postazione, l’avamposto anti mobbing, spartano: un foglio e una penna, qualche libro - scompare il salone della sede della FISAC CGIL Campania (sindacato sul territorio dei bancari/assicurativi/esattoriali), un salone luminoso come la sindacalista a cui l’abbiamo dedicato, Floria, e che è scomparsa troppo presto: gli dei amano avere con sé prima del tempo le persone generose. Magari potesse ancora aiutare, Floria, a rispondere a questa lavoratrice che ha subito, evidentemente, assieme ad altri suoi colleghi, le conseguenze di un processo di ristrutturazione all’Enel, con la esternalizzazione ad altre aziende con diversi livelli contrattuali, forse controllate o partecipate da quella madre, di servizi secondari, a basso o nessuno valore aggiunto (si dice così, no?) vale a dire servizi che non portano utile, che comportano problemi, che non sono orientati alla missione principale dell’impresa. Esternalizzazione, ovvio, è un orrendo neologismo aziendale che sta per cessione, spesso comprende i lavoratori, i ceduti. Forse si dovrebbe fare, adesso, indossando panni suggestivi, una convincente e forte tirata contro il capitalismo postmoderno e contro la globalizzazione, contro la metafora (e la retorica) del refolo di brezza in Giappone che fa pagina 25 un’inondazione in Europa, contro il cinismo del mercato, no scusate del Mercato, no scusate ancora del MERCATO, che può rendere per sempre un essere umano privo di un vero lavoro, dissoccupato (è strana questa abitudine di alcuni di noi, qui a Napoli, di pronunciarla con la doppia esse, sembra un evocare sinistramente la parola disossato). Tutte cose giuste. Di passione. Che ti danno la soddisfazione di aver capito i disegni dei potenti. O forse si dovrebbe spiegare con passione uguale, ma è più difficile, come vanno imbrigliati e regolati i disordini e i guasti economici e sociali di un mondo complesso, effervescente, frattale, a più facce, a più strati, affinché le ingiustizie con sforzo e fatica diminuiscano, affinché la democrazia, il più lento ed imperfetto, ma il più giusto dei sistemi, si affermi sempre e ovunque. (Chi diceva che è il peggiore, eccettuati tutti gli altri? Churchill, credo, spocchioso, ma saggio, forse). In tutti i casi non puoi rispondere al bisogno attuale, qui e ora, della signora al telefono, ai suoi dolori alle gambe, alle metropolitane malsane, ai tardi orari, alle paure, all’ufficio lontano un pullman e due tratte della sotterranea (la città è grande: da Bagnoli a S. Giovanni, dalla collina del Vomero al porto. Del resto tutte le città possono essere grandi, e ostili, e fredde). Il sindacato avrà fatto il suo dovere, avrà obbedito al suo scopo precipuo, al suo specifico: contrattare la ristrutturazione, salvaguardare il più possibile l’occupazione, aiutare i più deboli, un minimo di solidarietà. Gli altri attori sulla scena avranno fatto la loro parte? Riapri gli occhi: riappare tutto, salone luce telefono. Dai balconi, nei colori della primavera numero duemila A.D., il rumore sempre forte della strada, Toledo, la nuova via Toledo di Bassolino, o via Roma come ancora la chiamano (nell’ottocentosettanta da Toledo la cambiarono ufficialmente in via Roma e i napoletani continuarono a chiamarla con il vecchio nome, nei settanta del novecento le hanno ridato il nome del viceré spagnolo e nel nostro parlato molte volte avviene il contrario), in parte uguale a un boulevard parigino, europea, intrisa e umida di storia; se vuoi in filigrana t’immagini invece, sempre brulicante d’umanità, quella che vede e descrive Dumas padre nell’ottocentotrentacinque, grande e lazzara e già moderna, o quella primigenia del marchese di Villafranca, Pedro Alvarez di Toledo, guerriero gran fedele di Carlo V, che la costruì nei cinquecento, per più di un chilometro dall’attuale Piazza Dante alla vista del mare... II Non si può eludere ulteriormente quell’impegno vivo, un po’ ansante che hai dall’altra parte del filo, allora ti fai forza e ti decidi, c’è da dire una cosa soltanto che abbia il sapore della verità, quella se vogliamo anticipata dalla figlia: vede signora (guardate, possiamo anche darci del tu, non vi dispiace mica, siamo tra di noi nevvero?), va bene, allora vedi, il tuo non è esattamente mobbing, (oddio, volendo si potrebbe definire una rozza forma di mobbing della vita, della Vita, ma così finisci per incartarti, occhio), vedi questa parola deriva dall’inglese, e da che altro?, e significa (nella forma verbale to mob, ti ripeti a pappagallo nella mente) assalire in massa, assaltare tumultuosamente, accerchiare e fu usato dal grande Lorenz, scienziato etologo - quello di cui si innamorò un’oca, mi pare - nei primi settanta per descrivere il comportamento di certi animali - scimmie, lupi, gallinacei, uccelli perfino - che vivono in gruppo, e che formano all’interno di questo gerarchie precise. L’individuo tra essi che non sembra più funzionale al gruppo, che non si omologa, che appare strano viene minacciato e molestato dagli altri allo scopo di estrometterlo dalla comunità, a volte fino ad ucciderlo! (cominci a perdere l’attenzione della donna che attenua un po’ il respiro, vuole capire l’attinenza, tu capisci che non la vede); in ambito aziendale, lavorativo è un comportamento vessatorio e persecutorio continuato nel tempo, sei mesi minimo; dice qualche esperto - ma non sono troppi?, pensi - e messo in pratica dal datore di lavoro, ovverossia dal management aziendale - e qui si dice anche bossing - o da un superiore - e può essere definito mobbing verticale, - o dai colleghi EuridiceNews 13 pagina 26 – mobbing orizzontale - mirato a danneggiare, a prostrare, a sminuire la personalità di un lavoratore fino a escluderlo, a costringerlo ad andarsene o ad essere licenziato. (La signora ha un soprassalto di attenzione: insomma una vigliaccata, uno schifo, un terrore. Certo, signora.) Secondo chi ha studiato il fenomeno, questi comportamenti possono essere vari, spesso subdoli e sottili, come un veleno lento: dall’emarginazione fisica alle maldicenze, dalle critiche continue all’assegnazione di compiti infimi e dequalificanti, dalle ritorsioni alle umiliazioni pubbliche e la cosa gravissima è che tutto questo può portare, oltre alla perdita del lavoro, a serie conseguenze sulla qualità della vita, sulla salute fisica e psicologica, dopo vari stadi di malessere finanche al suicidio. Adesso prendi fiato, senti che di là del telefono la signora è impressionata, ma ancora perplessa. Dopo una pausa piena di attesa, riprende con quel suo ritmo sincopato: oddio, per la verità non ci penso nemmeno a togliermi di mezzo, ho figli alla fine, e voglio vedere i nipoti farsi grandi, eccome madonna, quello che mi stanca è la distanza, il fatto che nessuno sembra vederti interessarsi, ma a chi lo dici dei tuoi guai, dei dolori, eggià, potevano lasciarmi dov’ero, madonna mia, ma forse ha ragione mia figlia per la mia situazione non è questo vostro comesidice mobbing – voce soddisfatta lontana: te l’avevo detto – zitta! eh dovrò pur trovare la pace ti pare? non vi ho rubato tempo? No, anzi, (quanto tempo finora è stato rubato a te, signora, da questa vita dimessa? al tuo benessere di persona, alle tue risate...) la tua è comunque una testimonianza (che va piano piano a sommarsi alle altre, a costruire una piramide di dolore), dobbiamo solo ringraziarti, ciao. Clic. Adesso sei solo di nuovo, pronto a prendere un’altra telefonata. Pronto per davvero? III ni di servizio, livello “D” (impiegato di concetto). Diplomato. Spostato dall’Ufficio Legale, viene “parcheggiato” da un mese in una stanza con un solo collega, senza mansione. Ha chiesto più volte, a più dirigenti, che cosa dovesse fare: gli hanno detto di aspettare. Piange. L. M. è in piena catastrofe emotiva. Il pianto arriva come uno schiaffo. Aspetti in una specie di stupefatto assoluto rispetto che riesca a riprendere il racconto (quante volte nella vita hai sentito un uomo adulto singhiozzare?), la parlata è dimessa, rassegnata ma piena di una rabbia strana, non gridata, come di infinito rammarico: ha idea che voglia dire questo? da un giorno all’altro, senza spiegazioni, senza saper che fare tutto il giorno, scrivania vuota, telefono muto, i passi che misurano la stanza, il collega che, imbarazzato, ti guarda appena, né ti dice cosa lui fa di preciso. Niente, dice, metto a posto questi documenti, non mi hanno detto cosa devi fare tu. E ha idea come ci si senta di merda a chiedere una volta, due, tre, quattro a dei capi tutti impettiti e melliflui, ma insomma mi avete cambiato ufficio, ma che cosa devo fare? Non si preoccupi, dice, lei aspetti. Aspettare. In un primo momento vuoi spaccare tutto, vuoi gridare, ma non lo fai, ti chiudi piano piano, pensi che non servi più a niente (ma manca ancora parecchio alla pensione, e questo ti angoscia, e comunque se non vali più niente adesso, dopo?), che sei inutile, a casa cominci a non parlare più con nessuno, tua moglie ti guarda preoccupata, strana e tu allora cominci a sbraitarle contro e tutto diventa ancora più difficile e per dormire prendi il Lexotan, e nemmeno ci riesci, rimani a guardare il buio… Si interrompe, con l’aria di non riprendere, tu finisci il rapporto: Interpellare sindacato aziendale. Prendere appuntamento al più presto con l’équipe medica del dottor Paolo P., ASL 1. Per fortuna, accetta di andarci e riesce a darti il proprio recapito telefonico. Rapporto 8 - 5 aprile 2000 Rapporto 18 - 11 aprile 2000 L. M., età 53, azienda Telecom, 31 an- F. L., età 50, Azienda Enel, 29 anni di servizio, Quadro Direttivo. Diplomato. Seconda volta che telefona. La prima volta non ha voluto lasciare dati. Capo di un ufficio fino al 28 febbraio scorso. Dal primo marzo trasferito ad altra attività che, con fare arrogante, i suoi dirigenti non hanno voluto specificare. Anzi, hanno esplicitamente affermato che non c’è lavoro per lui. Staziona, senza avere nulla da fare, ancora nel vecchio ufficio, con i vecchi colleghi che prima coordinava e che adesso lo sfuggono. Accusa: insonnia, mal di testa, palpitazioni. Ammette rapporti divenuti pessimi con moglie e figli (due). Finora non si è rivolto a nessun medico. Fa uso saltuariamente di ansiolitici autoprescritti (non ricorda quali). Ammette di bere alcolici, solo ogni tanto. Dice che a volte fantastica di andarsene via dal lavoro, senza dire niente, e non tornarvi più. Interessare sindacato aziendale. Fissare con urgenza appuntamento équipe dottor P. Lascia recapito 081…. Vedete, è strano, diciamo la verità quando sei un capo, uno si sente azienda, “sente” l’azienda, ha coscienza di stare “dall’altra parte”, di essere élite, anche se promozioni magari smettono di arrivare, anche se il servizio non è di quelli più importanti, adesso per esempio il commerciale da noi sembrano tutti dei padreterni, si capisce, lì dicono fanno i soldi, l’amministrativo meno, anche l’operativo, con gli operai in appalto e interinali, non ci sono più contatti forti, io il mio servizio era interno, d’accordo scartoffie se vogliamo, ma ho sempre creduto che la mia rotellina girasse, girasse e servisse a qualcosa, facendola girare bene innanzitutto, con armonia si può dire, (e allora perché i miei impiegati mi volevano bene, per niente?) poi le forniture le hanno esternalizzate, di colpo come se l’ufficio non contasse più niente: zero virgola nulla, però cazzo è la mia azienda, quasi trent’anni buttati qui dentro, come sarebbe non c’è posto per te? come sarebbe? e io che faccio? Guardate, a volte, quando mi gira proprio male e mi rivolto nel letto la notte, e il buio sembra volermi prendere, mi viene in mente che questo farei, vado dal diret- EuridiceNews 13 tore generale, lo guardo fisso per cinque minuti, poi giro le spalle, me ne vado e dopo non ci torno più, proprio non ci torno… Quando F. L. riattacca, ti manca un po’ l’aria, a dire la verità te ne manca molta, apri il balcone e poi rimani lì a fissare il telefono. Rapporto 23 - 18 aprile 2000 M. P., età 42, Liceo Scientifico M. di P., 15 anni di servizio, insegnante di matematica con mansione di bibliotecaria. Maldicenze e dicerie, anche sessuali, sul suo conto, da parte di colleghi docenti e alunni. Questo da tre anni a questa parte. (Nessun intervento del preside). Nel novantasette lunga assenza per malattia, in conseguenza della quale viene al ritorno adibita (dal preside, verbalmente) alla cura della biblioteca (locale malsano). Da questo momento si intensificano quelle maldicenze di cui sopra. Contattato sindacato scuola (non dice quale): risposte vaghe. Chiesto trasferimento fuori regione: mai concesso. Attualmente in attesa di visita collegiale per accertamento idoneità richiesta dalla scuola. Accusa: gastrite, mal di testa a grappoli, stress. Non fa uso di medicinali di alcun genere. pagina 27 giori, passi e senti che fanno risatine e battutine, poi come per caso buttano lì una parola volgare più forte, dopo che ti sei allontanata. Uomini vigliacchi, cosa crede, mica perché voglio essere femminista, ma quale, tutti falliti e grassi brutti e il preside che se ne frega, è peggio di loro, insinua, sfotte: Signora, lei soffre di complesso di persecuzione, dica la verità da quanto tempo non ha un uomo ah ah, ma forse lei non sta tanto bene, lei mi preoccupa, ma forse è meglio se sta a casa. Tanto per quello che fa in biblioteca. Si faccia visitare, tante volte le dessero l’invalidità… Pausa interminabile, la voce sembra per un secondo perdere la compostezza: Ma mi dica lei, questo mobbing, questo telefono verde, vi ho visti al TG3 Campania, buona iniziativa, ma insomma chi siete, da quanto tempo ci siete, ma mi potete aiutare? Io mi sento male, per davvero. Mi sento male. Che devo fare? (e quest’ultima cosa sembra una supplica). Contattare sindacato interno (perché non è intervenuto ancora?). Verificare possibilità di intervento legale per cambio mansioni arbitrario. Principalmente fissare con urgenza appuntamento équipe medica ASL 1, dottor P. Recapito Tel. di M.P. 081… Fine rapporto. Rapporto 34 - 24 aprile 2000 Ma ha capito? (La voce è volitiva, ma come a forza, per costrizione, sul confine sottile della disperazione). Quei figli di puttana, mi scusi a volte non vi sono parole educate che danno l’idea vera delle cose, passano davanti alla porta della biblioteca e gridano oscenità, anche quelli di prima e seconda (quelli di quinta addirittura mi fanno trovare giornaletti pornografici nel cassetto. Lo so che sono loro). Una volta hanno buttato un topo morto, una carcassa immonda, nella biblioteca. Biblioteca, poi: puah, un orrore di locale che ci piove dentro, con pochi libri, vecchi sfasciati, tanti ancora del tempo fascista, figurati che cultura (come se poi quegli ignoranti incollati sempre ai motorini e le cicche sempre in bocca che non hanno mai capito niente di niente, negati in matematica dalla nascita avessero piacere a leggere o a fare ricerche, seee). I colleghi sono i peg- V. M., età 57, DFM ex Pierrel Industria Farmaceutica, 28 anni di servizio, operaio. Scuola media. Già dall’ottantacinque sofferente di ipoacusia (sordità grado medio bilaterale) per inquinamento acustico al reparto fermentativo (85/90 decibel). Infermità riconosciuta da struttura pubblica: in corso pratica di riconoscimento malattia professionale (sarebbe la prima nella fabbrica). Da questo momento - un anno e mezzo fa - cominciano episodi di emarginazione. Viene spostato a gruppo di supporto, senza mansioni né carichi di lavoro, lontano dagli altri lavoratori, in una specie di box completamente isolato. Fortissimi disagi fisici e psicologici. Rapporti familiari deteriorati. Autostima zero. Assume ansiolitici, Tavor, Lexotan prescritti da medico generico. (Naturalmente devi gridare per farti ascoltare al telefono quando tenti di dire anche tu qualcosa, lui ha la voce un po’ stentorea dei deboli d’udito e dice di avere l’apparecchio acustico, ma deve funzionare poco, diresti). Porca miseria, ma io pensavo che non ci fosse niente di male a chiedere una maledetta invalidità del cavolo. Che ci può fare uno se ha una malattia. Certo, mi hanno fatto delle storie, dovremo mettere a norma, pannelli isolanti e bla bla, magari licenziare qualcuno perché i costi del cavolo aumentano, e sempre a ricattare con l’occupazione, come dicono quelli del sindacato, ma com’è allora uno può diventare un sordo del cavolo così senza fare niente, ma insomma quanto costa mettere a norma del cavolo, pensa i tappi per le orecchie è solo qualche anno che li abbiamo, che poi danno un fastidio del cavolo, e nessuno li mette. Io mi sento una schifezza, anche a casa mica va tanto bene, non ci capiamo e non solo perché sono mezzo sordo, è un pianto, i figli per cavoli loro, lo capisco vogliono la loro vita, evvabè, pazienza, la vita è una ruota, o no?, ma poi per tornare alla fabbrica, quella mi rode forte, questa cosa del cavolo sì che non la capisco, perché isolarmi, non per dire io sono uno bravo e la linea la facevo andare, con gli operai ero un fratello, certo c’è un rumore del cavolo, anche se io lo sento sempre meno, cavolo.... Interessare RSU di fabbrica. Fissare appuntamento con équipe ASL 1. Tel. 0823…Fine rapporto. Rifletti un poco, il telefono adesso tace. (Ogni volta che c’è un lancio della nostra iniziativa - su un giornale, o una notizia di TG locali - è un assalto, altrimenti le telefonate sono più rade: occorrerebbe una informazione costante). Questo compito immalinconisce: casi o no di mobbing reale che siano, ognuno di essi ti carica di emotività e anche di dolore. Devi razionalizzare e ragionare e consigliare per il meglio e scegliere una soluzione, se no non sei utile. D’altra parte c’è un dato naturale di tensione alla sopravvivenza che aiuta anche te. Ti viene in mente Bernardini, grande scienziato, direttore della rivista Sapere: ha scritto una volta che ol- EuridiceNews 13 pagina 28 tre una quota di dolore, per natura ci corazziamo, la percezione si attenua, l’attenzione si raffredda, l’intelligenza si distacca e razionalizza. Pensate solo, dice, se si dovesse provare lo stesso devastante dolore che si può provare, ad esempio, per la morte di una persona cara, tutto in una volta nello stesso momento per tutti quelli che nel mondo muoiono in un giorno qualsiasi, tutti i giorni, tutti gli anni. A dirla così sembra una cosa maledettamente giusta e ovvia. Adesso ti ripassi mentalmente, ricordando ormai la grande mole di documentazione che il gruppo ha raccolto, una serie di consigli per resistere al mobbing. Uno: non cedere alla rassegnazione: il lavoratore mobbizzato non deve colpevolizzarsi, le motivazioni sociali e psicologiche alla base del mobbing sono complesse. Il lavoratore è solo un capro espiatorio di una situazione che vede altri responsabili. (Lo sapete che il mobber - colui che mette in atto il comportamento mobbizzante - molte volte, quando non agisce solo su input aziendale, è “una persona che trova il suo equilibrio nello scaricare sugli altri il dolore che non è capace di sentire e le contraddizioni interne che rifiuta di prendere in considerazione”?. (M. F. Hirigoyen). Può essere in tal caso, quasi sicuramente lo è, uno affetto da disturbo narcisistico della personalità, in genere è una persona cinica che vuole imporsi in ogni occasione e non ammette mai di sbagliare. Ha bisogno di apparire, di essere sempre al centro dell’attenzione, nel bene o nel male. Il bisogno di imporsi può diventare un’ossessione e si trasforma in aggressività, in un successivo bisogno di distruggere che, a volte, maschera con il velo di finta disponibilità e vuota caricata cordialità. Bene, uno così sgamato è già più facile da affrontare e la propria autostima, al confronto, più facile da recuperare. Due: non pensare di dimettersi: è il primo impulso che può presentarsi, per liberarsi dalla fatica di vivere in quella condizione. Ma sì, al diavolo tutto. Risposta sbagliata, signormike. È proprio quello lo scopo del mobber, persona fisica o azienda che sia. Costringere, in ultimo, a licenziarsi. Bisogna resistere, ricordando che in caso di dimissioni è difficile una successiva azione risarcitoria. Tre: i mobbizzati sono un esercito, purtroppo: in Italia si calcolano in un milione e mezzo. Anche se ha la tendenza a crederlo, NESSUN MOBBIZZATO È UNICO. Questo può consolare e confortare, far prendere coscienza che è un problema enorme, che si avvia a diventare di immensa importanza sociale: dovrà essere risolto! Quattro: organizzarsi e raccogliere documentazione dei torti subiti, capire se c’è un disegno aziendale nelle persecuzioni o se è opera individuale di capi o colleghi: mobbizzare ha dei costi enormi anche per le imprese che scontano le giornate lavorative perse per malattia a causa del mobbing, la perdita di coesione e morale all’interno, risarcimenti per cause civili dei lavoratori, il tempo impiegato dal mobber per fare il suo sporco lavoro. Quindi, resistere e annotarsi tutti gli episodi accaduti, con data, protagonisti e colleghi presenti (non è facile che questi ultimi accettino di fare da testimoni, magari il coraggio non rientra nelle loro virtù, ma non è facile, per loro, nemmeno rifiutarsi di farlo se chiamati da un tribunale). Quinto: coinvolgere fin dall’inizio il sindacato aziendale e se, il caso, quello territoriale di categoria. Sesto: ricordarsi di ciò che ha detto Vittorio Foa, grande uomo di sinistra, circa i tempi difficili che il movimento dei lavoratori ha dovuto affrontare molte volte nella sua storia: si credeva di vivere e patire delle avversità, erano anche delle opportunità. Settimo: chiamare il nostro numero verde sindacale e denunciare tutti gli episodi. IV Nel salone di angolo via Toledo, il calendario indica che Aprile scivola via. Aprile è il più crudele dei mesi, genera lillà dalla morta terra, mescola ricordo e desiderio, a guardare il calendario ti viene questa reminiscenza di versi di Eliot, ti sembrano indicati se pensi alle telefonate e al fatto che d’ora in poi collegherai questo mese ad esse. Queste telefonate che stillano sofferenza e che ti verrebbe da definire, tanto per restare nella letteratura, fiori del male se un altro poeta non avesse già usato l’espressione. Ma c’è tempo per la poesia? Davvero, questo posto adesso sembra, anche come luogo dello spirito, il meno poetico del mondo: la materialità e l’immanenza dei problemi sono così terrene che portano a pensare solo a lotte aspre e dure, con il concorso di medici e avvocati, per la loro soluzione, ma la buona letteratura non ha mai trascurato la carne e il sangue, e il sociale. O almeno non avrebbe mai dovuto farlo. Aprile. Questo mese segna anche il primo vero compleanno del gruppo di lavoro. È un anno che squillò per la prima volta il numero verde, diavolo, è più di un anno, quindi, che si lavora qui a Napoli a questo progetto sindacale, questo progetto pratico e politico di spostare in avanti la frontiera della dignità dei lavoratori, affrontando il fenomeno delle persecuzioni e delle sopraffazioni nelle fabbriche e nelle aziende. Fenomeno che invalida il concetto stesso di lavoro, così come lo considerava ad esempio Garavini, sindacalista fino al midollo, quando diceva che, nella sua contraddittoria natura aliena, ma di potenziale realizzazione più alta dell’essere umano, esso rimane il tratto distintivo della donna e dell’uomo come persone civili, il che è davvero una gran bella definizione, soprattutto con l’aria di essere giusta e valida. Tutto ciò che lorda il senso di un tale concetto va combattuto. Il mobbing è uno dei nemici più subdoli, e adesso dopo un anno, grazie forse anche a noi, un poco più conosciuto di quanto non fosse prima. “All’inizio eravamo pochi e in solitudine”, vengono in mente le parole pronunciate in uno dei nostri convegni, da Antonella Pezzullo, la nostra segretaria confederale della CGIL che è an- EuridiceNews 13 che psichiatra, (Naomi Klein pare somigliarle, ma lei è meglio), specialista in sofferenza psicologica, quindi, insieme a Massimo Vellante, segretario regionale FISAC, e a Gianni D.L., primo segretario della CGIL della Campania proveniente dalla categoria dei bancari, ha dato il via politico a questa avventura. E sembra quasi il verso di una poesia. Adesso sei in pausa e ripensi all’inizio di questa storia, al momento in cui nacque, e ti pare pensare a nome di tutto il gruppo, nella fusione di una specie di intelletto unico, collettivo, e sei di volta in volta, come già finora sei stato, Davide D., o Paolo S., o Giovanni S., Antonio P., Antonio M., Teresa P., vale a dire quelli che subiscono l’impatto dei contatti, delle ineguali voci senza volto che provengono dai buchi neri del telefono. V Antonio M. guardava senza vederlo il mare, da un oblò tutto graffiato dell’aliscafo che da Ischia lo portava a Napoli, alla sede regionale del suo sindacato, verso il finire dell’inverno del millenovecentonovantanove. Il mare del golfo sul finire dell’inverno, se il giorno è sereno e senza vento forte, s’increspa poco e assume un colore grigioazzurro intenso, con vene di metallo scintillanti come cobalto, e t’indurrebbe, se d’umore contemplativo e malinconico, a perdere gli occhi nelle sue onde incessanti e senza fine. Antonio quasi s’assopiva al ritmo ballonzolante dell’aliscafo semivuoto, con la mente che lo tirava alla partita di calcetto che lo attendeva la sera, appuntamento inderogabile da anni e che, superati i cinquanta, come lui li aveva superati, rappresenta una sfida sempre più emozionante (e sempre più divertente considerate le scarponerie di certi suoi compagni che pure si credevano dei novelli gigirriva). Un’inquietudine persistente gli impediva di assaporare quel momento di pausa quasi onirica, ed era collegata al lavoro, a quella filiale della Banca sull’isola che si stava lasciando alle spalle, e ai suoi colleghi che lo avevano eletto loro rappresentante sindacale per la CGIL. Per quanto fosse una pagina 29 carica di base, lui l’aveva sempre presa molto sul serio. Rappresentare i bisogni dei lavoratori e difenderli da vicino lo trovava ancora maledettamente utile e appagante. Lo trovava «di sinistra», senza compromessi ed altre aggettivazioni. Gli pareva così di continuare un percorso lineare, che richiamava - sia pure su altri livelli, come in altra dimensione: altro spazio altro tempo altra forma - le lotte e le manifestazioni dei sessanta e dei primi settanta che lo avevano visto nei cortei e nelle piazze, tra gli studenti, per quella che era stata la sua piccola parte in quel tentativo grandioso e inane di capovolgere il mondo. Anni lontani, anni persi, virati in seppia o in bianco e nero nei ricordi, come i gol del vero Gigi Riva. Poi, quasi a inverare la canzone di Venditti, era entrato in banca - anche lui, sì, perché no? - ma non l’aveva presa come una sconfitta: la realtà e, quindi, la sopravvivenza, la vita, la famiglia, gli altri, ha una sua consistenza di pietra che non si può eludere. Una realtà che bisogna affrontare, aveva sempre pensato, secondo la propria bussola, la propria rotta. E per lui la rotta era una sola: l’impegno. L’impegno politico, sociale e sindacale per una società più giusta e libera, da praticare ogni giorno, senza suggestioni superflue e scorciatoie da quattro soldi. Per questo era entrato nella CGIL, ed era convinto di avere fatto una scelta giusta Ora cercava di farsi una ragione dell’inquietudine che l’affliggeva. Erano quasi tre mesi, da prima di Natale in pratica, che il clima nella filiale era cambiato. Per dirla tutta era peggiorato da schifo. Da quando avevano messo la selezione passante al centralino e spostato la collega non vedente, che rispondeva alle telefonate nello sgabuzzino del fax e della fotocopiatrice. Il direttore aveva evitato di guardarla in faccia (lei comunque non l’avrebbe notato) mentre le diceva: mi dispiace, per il momento non so davvero dove posizionarla (aveva detto proprio così: posizionarla), poi vedremo. Quello sgabuzzino era impraticabile e la signora aveva perso tutti i suoi riferimenti e non sapeva che cosa fare: già dopo due giorni diceva di sentirsi impazzire. Antonio aveva cercato di parlarne al direttore, brav’uomo fino a quel mo- mento, ma tutto preso da un po’ a parlare di conto economico, di produttività, di risorse critiche, di esuberi. Non aveva cavato un ragno dal buco, alla fine quello gli aveva detto fai quello che vuoi, tanto agisco in accordo con la sede centrale, così è anche se non ti va. Bene, anzi male, aveva pensato Antonio, adesso vediamo e aveva fatto ricorso all’armamentario del buon sindacalista: volantino di denuncia e soprattutto richiesta di intervento della ASL e dell’Ispettorato del Lavoro. L’intervento avvenne in tempi rapidi una volta tanto, be’ un mese e mezzo non di più (un mese e mezzo di battibecchi e questioni con l’azienda), e la collega aveva avuto una scrivania nel salone, con un po’ di spazio intorno, sicuro, e un telefono nuovo, dai tasti con i puntini rilevati, non proprio un braille ortodosso, ma insomma. La cosa pareva finita lì, non fosse che, comunque, l’aria era cambiata, la signora ignorata adesso anche dagli altri colleghi diventati tutti improvvisamente taciturni e timorosi e lui stesso oggetto delle attenzioni del direttore e dell’ufficio personale che cominciarono a contargli i minuti di ritardo, le malattie, i minimi errori. Addirittura tre lettere di richiamo in venti giorni. Era disorientato, questo non sembrava un semplice atteggiamento antisindacale (per esempio, che c’entrava la centralinista?), pareva qualcosa di nuovo, ma che nome dargli?. Un problema che diventò impellente quando il direttore, in fondo buon diavolo, fu trasferito e il giorno prima di andarsene volle dare un piccolo rinfresco, col bicchiere di carta in mano pieno di spumantino lo chiamò in disparte e gli disse: senza rancore, guarda che non c’era nulla di personale, era un disegno per costringere la cieca - un peso morto - a dimettersi e magari riuscire a licenziare te che hai rotto, scusa, le scatole; adesso te l’ho detto, me ne fotto, io non ero mica d’accordo, ma che vuoi, sulla mia bandiera c’è scritto tengo famiglia, comunque per adesso non ci sono riusciti e, quindi, credo hanno sospeso la partita, buon per te. Addio. Ma che diavolo stava succedendo?, si era chiesto Antonio. EuridiceNews 13 pagina 30 VI Rapporto 148 - 7 maggio 2000 C. A., età 38, Tribunale di... Corte d’Appello, 6 anni di servizio, collaboratore cancelleria. Terza media. Destinato all’ufficio Contabilità, il dirigente superiore, dice, lo prende immediatamente in antipatia. Gli assegna compiti e responsabilità maggiori del dovuto, senza nessuna formazione e preparazione. C. A. si sforza di essere all’altezza, ma non regge. Comincia a sbagliare. Il dirigente superiore, a questo punto, lungo l’arco di quattro anni, non fa che trasferirlo da un ufficio all’altro, senza mai convocarlo per una parola di spiegazione, e diffonde voci circa sua incapacità e scarsa voglia di lavorare. Alla fine lo riassegna al primo ufficio (contabilità): la prospettiva atterrisce l’A., che già era in depressione per i continui cambiamenti. Denuncia ansia incontenibile, insonnia. Visitato da un neurologo, non ha visto miglioramenti e non vi ha fatto ritorno. Assume due tipi di farmaci di cui non sa dire il nome. La parlata è trascurata. A volte divaga, imbarazzato. La voce è circospetta, sfiduciata, monocorde. Si ravviva solo un poco quando parla dei figli. Sono ancora piccoli, due, un maschio e una femminuccia. La femminuccia è troppo terribile. Io mi innervosisco e urlo. Invece voglio che mi vedono calmo. Che ho tempo per giocare, qualche volta almeno. Non mi faccio una risata da un pezzo, anche mia moglie lo dice. Invece, penso a quella dannata contabilità. Mi diceva mio padre di studiare, però io sono stato assunto come collaboratore, non al livello d, e allora quello perché mi fa queste cose? Non è che qualcuno si mette lì ad insegnarmi. Sapete, io volevo fare il pittore, sì, quello dei quadri. Il professore di artistica diceva che “vedevo” bene i colori. Chissà che fine ha fatto. In matematica ero una pena. E quello mi ha rimesso in contabilità, e la cosa mi fa paura. Vorrei un consiglio, perciò vi ho telefonato. Gli parli per un po’, cerchi di essere rassicurante e positivo poi finisci il rapporto. Interessare sindacato di categoria per intervenire sulle mansioni. Per le condizioni psicofisiche fissare incontro con dottor P., équipe ASL 1. Rapporto 160 - 11 maggio 2000 G. C., età 46, lavora al Comune di F. (prov. di Napoli), 17 anni di servizio, amministrativa (livello D1). Laureata. Da tre mesi in malattia per stato depressivo, diretta e finale conseguenza del conflitto con il segretario generale del comune: conflitto ininterrotto dall’ottantanove ad oggi, tranne intervallo di due anni - per assenza del suddetto - in cui le cose al lavoro erano molto migliorate. Causa scatenante del conflitto le “avance” sessuali del segretario, sempre rifiutate. Da qui atteggiamenti arroganti e persecutori (fatti propri anche da altri dirigenti e colleghi), con carriera bloccata, cambi continui di uffici e mansioni, diffusione di maldicenze e pettegolezzi. Denuncia ansia e dermatite psicogena. Assume Tavor, prescritto da medico generico. sia commissariato come l’altra volta e lui sia chiamato lì per i suoi agganci politici. Quelli sono stati due anni buoni. Poi però è tornato, è tornato. Riesci, dopo molto tempo, (e non è tempo che prendi alle telefonate in coda? Stamattina avranno trovato sempre occupato. Ecco, questa è un’altra questione di cui parlare, nelle riunioni di gruppo, se dedicare tutto il tempo che occorre a un caso, o prendere veloci le notizie essenziali per rispondere al maggior numero di telefonate, quel che è certo è che tutti vogliono ascolto attenzione cura), a convincerla a prendere un appuntamento con il nostro psicologo. L’argomento buono è stato che così si può cominciare a costituire una base per un’eventuale denuncia e richiesta di risarcimento. Se non comincia qualcuno e non si dà sostegno al sindacato, vincono sempre loro. Rapporto 172 - 14 maggio 2000 Vorrei che qualcuno immaginasse per un momento questi dieci anni di malessere continuo, e soprattutto quegli occhi che frugavano e le allusioni sessuali quando nessuno ascoltava (la parola mia contro la sua, e s’immagini). Possibile che si debba sopportare tanto? Perché questi non pagano mai? Posso dirle una cosa?: sono sempre stata contenta di essere femmina, non mi è mai passato per la mente che una condizione naturale potesse essere causa di minorità o di infelicità. Adesso mi sento di non avere la stessa importanza, gli stessi diritti di un uomo, lo stesso schifoso potere, vorrei essere neutra, solo aria vorrei essere, stare in pace. Ho cercato di lottare, sì, come dice lei, di interessare il sindacato, i colleghi, le colleghe, non mi credevano mai del tutto, ma esageri, dicevano, e tu fregatene, ma stai cominciando a fissarti, in fondo è un brav’uomo, ma hai scordato che ti ha dato le ferie a Natale dopo che non le aveva date a nessuno, pensa alla salute, prenditi le cure termali. Adesso sono sempre chiusa in casa, in malattia, proprio con la salute rovinata, non ce la faccio nemmeno ad andare da uno psicologo e sa una cosa?: ho il terrore di tornare. Prego, io che non sono credente, prego come una pazza che vada via quell’uomo, che qualche comune Non vuol dire nome, né età, né anzianità di servizio, impiegato di banca, non vuol dire quale banca. Dice di voler dare solo una testimonianza. Voce piana, rassegnatamente scandalizzata. Racconta. Sono tornato dopo un distacco alla filiale di provenienza. Ho ritrovato lo stesso direttore. Con lui ho avuto sempre un buon rapporto. C’è, c’era stima, rispetto reciproco. Mi è sempre sembrato una persona onesta, anche se è uno che ha fatto carriera in silenzio, stando attento a non pestare i calli a nessuno, di quelli sopra di lui, intendo. Questo gli è valso la buona carriera e molti benefit perché viene da fuori e non ha cambiato residenza, casa pagata, garage, scuola pagata per i figli per anni. Lui dice che è di sinistra, dice che fa anche volontariato, con i colleghi si preoccupa di sembrare alla mano, anche se spesso ha fatto il forte con i deboli e quel che segue. Ma che vuoi, qua si è tutti essere umani, dove lo peschi uno perfetto? Fra tanti peggiori… Ma veniamo a noi. Quando sono rientrato, ho avuto un colloquio con lui, e mi aspettavo che mi trovasse un ruolo normale, di quello che io so fare (titoli, sa, azioni, fondi, bot cct per intenderci). EuridiceNews 13 pagina 31 Capisco, sono bancario anch’io, volontario per il telefono antimobbing. E? E quello invece comincia tutto un discorso vago, sfuggente, senza guardarmi negli occhi, sai dovevo capire, i tempi erano duri, c’era gente più giovane che già faceva questo compito, non poteva dirgli fai spazio a un altro, era una lotta continua (ah ah ammiccò come per dire vedi so fare pure il riferimento ai movimenti politici, magari quelli di una volta) con i budget e i risultati economici, c’erano premi consistenti a cui nessuno voleva rinunciare (sottinteso nemmeno lui, suppongo). Anche per lui, cosa credevo, erano tempi bui, con il capoarea che premeva per fare risparmio gestito, sapessi quanto era un rompicoglioni quello, a volte non aveva vergogna a dirlo, ne veniva perfino strapazzato, ma era giusto in fondo, l’azienda è l’azienda, gli ideali uno poi se li sarebbe coltivati fuori da queste mura. Io aspettavo, non sapevo che cosa dire, capivo solo che tutta quella situazione cominciava ad essere spiacevole, sapete, quella sensazione sotto pelle del tipo ma che sta succedendo, e soprattutto perché sta succedendo proprio a me? Ok, andiamo avanti, io cerco di riportarlo al punto, anche con una certa durezza - vedete non sono proprio un fesso ho la mia personalità -, e quello alla fine fa, testuale: Ma ce l’avrai dei parenti, dei conoscenti proprietari, con qualche miliarduccio, so che non vieni da una famiglia di poveracci, falli venire qui gli facciamo una gestione patrimoniale, poi loro magari si tirano dietro altri, allarghiamo il portafoglio della filiale, mettiamo su un bel po’ di lirette in commissioni e tu puoi stare anche a girarti i pollici, eh? non lo dovrei dire: faccio finta di non vedere, in seguito appena si libera una scrivania te la do, eh? (La voce per un po’ gli manca, poi riesce a concludere). Non c’è bisogno di aggiungere altro, credo. Non c’è bisogno di aggiungere altro. Fine rapporto. certo da soli tutto quel vuoto, ma l’iniziativa sindacale deve aprire la strada, deve avere una strategia praticabile, deve cercare il confronto e il concorso di tutti gli attori - aziende, istituzioni, sanità - a partire però dal presupposto che gli atti di violenza psicologica perpetrati durante il lavoro sono sempre inaccettabili, da combattere e prevenire individuandone innanzitutto le cause scatenanti nei fattori interni all’organizzazione del lavoro. VII Addetta presso una casa cantoniera, è perseguitata dal caposquadra, probabilmente a causa del rifiuto opposto agli approcci sessuali. Viene isolata, i colleghi prima gentili diventano scostanti e irriguardosi. Richiede trasferimento con avvicinamento a casa (adesso lavo- Il nostro lavoro comincia ad avere una certa risonanza. È evidente che ci inseriamo in un vuoto, che il fenomeno mobbing è estesissimo, sobbolle pronto a esplodere: non lo riempiamo di Intanto, la risonanza è davvero notevole. Cominciano ad arrivare telefonate e segnalazioni da molte parti d’Italia, senza distinzioni geografiche. Il tratto comune e minimo di queste chiamate, oltre il dolore diffuso, è il sollievo che qualcosa c’è, che qualcosa comincia a muoversi, che non si è soli del tutto e che il buio inizia a squarciarsi. La cosa, nel gruppo, ci rende orgogliosi, quasi euforici, non fosse che, comunque, trattiamo di ingiustizie e sofferenze. Il più fiero sembra Paolo, insieme a Giovanni sempre presente alla scrivania a rispondere o ad archiviare i dati. Si impettisce tutto quando ne parliamo, guadagnando ancora qualche centimetro alla sua altezza e capisci che per lui questo lavoro è veramente importante dal fatto che l’apologia della sua collezione completa di Tex Willer passa in secondo piano nelle chiacchiere delle pause, assieme alla rievocazione eroica delle assemblee di fabbrica a cui il padre operaio metalmeccanico lo portava da bambino, rafforzandone l’inclinazione filosindacale. Adesso, per lui primum: lotta al mobbing! (Ad ogni modo, Aquila della Notte resta un grande). Rapporto 176 - 15 maggio 2000 Titti S., età 32, esecutore stradale (cantoniere) per Provincia di Milano, S. Giuliano Milanese. Diplomata. ra molto lontano). Teme, perché qualcuno glielo ha detto, che il capo di cui sopra boicotti questo avvicinamento. Questa specie di bavoso (la voce è combattiva, per nulla timida) si dichiarò addirittura innamorato prima di allungare le mani. Io li capisco pure, contrattano una donna, magari non male, non decrepita, cominciano ad avere pensieri, magari sono anche in buona fede quando dicono che si sono innamorati, non so, forse ci credono pure quando dicono che abbandonerebbero la famiglia per te (che non te ne frega niente e forse compiangi la moglie), ma perché non accettano il rifiuto? Perché non si abituano al fatto che esistono i NO? In ogni caso questo pirla deve avermela giurata quando lo mandai a stendere - alzai anche un po’ la voce -; da allora faccia lunga e turni peggiori lì alla Casa (devono essere quelle case marroni ai cigli delle strade, un po’ scrostate, circondate dall’erba selvatica, con dei numeri grandi grandi come contrassegno, quelle che scorrono veloci ai lati quando viaggi sulle provinciali senza tempo per guardarti intorno) e gli altri che ti sfuggono, da perfetti vigliacchi, perché o sei con lui o contro di lui e hanno paura che si vendichi o che gli neghi qualche favore, tsè. Ora qualcuno è stato così gentile, pensa te come si divertono a mettere zizzania, da dirmi che il pirla ha detto che non avrò mai l’avvicinamento. Ohè, a me serve perché voglio fare un figlio. Non mi devono mettere ostacoli. Lei può dirmi qualcosa, eh, che dice? Come posso difendermi? Valore di testimonianza. Consigliato di interessare il sindacato territoriale e/o commissione Pari Opportunità, presente alla Provincia di Milano. Fine rapporto. Rapporto 184 - 18 maggio 2000 V. A., età 47, chiama da Cremona, Istituto Bancario (non vuol dire quale), 24 anni di servizio, 3ª area IV livello (impiegato). Diplomato. Raccomanda riservatezza circa il contenuto del suo racconto. Perseguitato dal direttore della filiale di Locate, ottiene soddisfazione dopo intervento sindacale, ma successivamen- EuridiceNews 13 pagina 32 te trasferito rivive identica situazione. Accusa pressione alta e ulcere gastriche. In attesa di convocazione per visita medica alla Clinica del Lavoro di Milano (Prof. Gilioli). È vero, non sono più un giovincello, però a Olgiate C. facevo bene i titoli, sa, azioni… Fondi, bot cct, quella roba lì per intenderci. Esatto. E avevo delle grandi performance. Al punto che ogni volta che se ne presentava l’occasione (incontri di area o corsi, per esempio) tutti si congratulavano con me, addirittura mi portavano come esempio. Grandi soddisfazioni, quindi, ma gratificazioni economiche e di carriera niente. Una volta pensavo fosse solo questione di tempo. A un certo punto dall’Area mi trasferiscono a Locate V. con l’incarico (verbale) di risollevare i risultati di quella filiale che erano molto scarsi. Arrivo, atmosfera gelida (m’immaginavo benissimo i pensieri che agitavano il direttore: e vabbè, arriva Maradona, adesso vediamo). Mi avversa subito, nonostante la buona volontà. Dopo un po’ partono verso il centro, rapporti poco buoni per me, motivazione: sbaglio troppo. Uno, due, tre segnalazioni, risultato: mi tolgono dai titoli per farmi fare retrosportello, senza dirmi nulla apertamente. Sono indignato, mi sembra una grande ingiustizia, una persecuzione, interesso subito il sindacato (la FISAC CGIL, per inciso). Si va quasi a una vertenza. L’azienda sostiene che in effetti ho sempre sbagliato molto, dovunque sono stato (disgraziati, e le congratulazioni, e tutti quei salamelecchi?), il sindacato smonta tutti i loro argomenti (ricorda le valutazioni sempre positive, i premi annuali sempre presi eccetera) e la cosa si conclude addirittura con le scuse aziendali e però con un trasferimento a Cremona, visti i rapporti deteriorati con la direzione. A Cremona dopo un po’ rivivo l’incubo nero: mi danno da fare solo un poco di contabilità, in un ufficetto da niente, buio, affianco alla direzione cosicché sono sempre sotto gli occhi, gran parte della giornata senza niente da fare, senza che nessuno mi parli, o abbia bisogno di me. Vado in crisi, mi sembra di non vede- re più i colori, solo il nero, mi prendono le ulcere, i mal di testa, le rabbie interiori, l’incapacità di guardare in faccia mia moglie, come se fosse tutta colpa mia. (C’è una brutta pausa, senza respiro, per la verità già da qualche secondo la voce s’era un po’ incrinata, pare imminente uno scoppio emotivo, ne sopporterai di nuovo il suono liquido di pianto?). (Per fortuna, - o sfortuna? non è bene ogni tanto dare via libera alla propria emotività? - il lavoratore si trattiene, dopo un interminabile tempo riprende con voce ferma.) Non ho nemmeno il coraggio di avvisare il mio sindacato di questa nuova vecchia situazione. Poi ho saputo di voi su Internet, ho letto anche dei vostri contatti con la Clinica del Lavoro di Milano del professor Gilioli. Delle sue diagnosi di disturbo post traumatico da stress per i mobbizzati. Ho prenotato da loro in day hospital prima ancora di chiamarvi. V.A. ha fatto già da solo un primo giusto passo. Da parte nostra: contattare presto sindacato aziendale per riattivarlo sul caso. Fine rapporto. Rapporto 191 - 23 maggio 2000 Rosaria C., età 39, Pubblica Amministrazione, 15 anni di anzianità. Impiegata. Diplomata. Chiama dalla Sardegna, Iglesias. Addetta all’archivio, ne viene rimossa dopo l’informatizzazione dello stesso. Ne mettono a capo un collega maschio, pur avendo lei gli stessi requisiti. Le vengono tolti man mano anche tutti gli altri incarichi. Resta quasi senza far niente e comincia ad essere indicata come “pecora nera” dell’ufficio. Le viene tolto il telefono dalla scrivania. Iniziano fortissimi disturbi fisici (non vuole specificare quali) culminati in una operazione chirurgica (non vuole dire quale). Il medico dell’ospedale è sicuro che i disturbi hanno come causa la situazione di stress lavorativo. Ha scritto in tal senso all’Amministrazione. Nessuna risposta. Nel frattempo si sente sempre peggio psicologicamente. È disposta a venire fin qui a Napoli, posto che sull’isola non ha notizie di presidi simili, per un contatto con équipe medica ASL 1. Il peggio è sentirsi emarginati, come se all’improvviso uno cominciasse, che so, a puzzare, o come se gli fosse cresciuto qualcosa di immondo addosso. L’ingiustizia passi, il mondo ne è pieno, uno si rassegna, in fondo quel cavolo di posto non lo volevo nemmeno, ma quell’impressione è allucinante, mi pare d’essere un alieno, di quelli che lasciano scie schifose, tipo X files. Gli altri, in ufficio, quando sono nei paraggi loro, sembrano indecisi se distogliere lo sguardo o rimanere a fissarmi come un fenomeno da baraccone. Perché? Perché a un certo punto sei fuori, sei fuori dal giro, sei fuori dalle telefonate, sei fuori dalle conversazioni, e nessuno ti chiede più se hai visto ieri sera come s’è invecchiata la Carrà o come era bello il film. Si chiedono magari se è vero che stai cominciando a dare i numeri e hanno l’aria di aspettarseli, da un momento all’altro. Certo, lei mi sta dicendo di interessare il sindacato, di conservare tutte le prove, di non scoraggiarmi, ma quando il danno è fatto? quando la salute già s’è minata? Mettiamo che mi diano il posto che mi spetta, o che mi ridiano un carico di lavoro, il telefono e anche il rispetto della gente, ma la parte di benessere irrimediabilmente perduta chi la pagherà? Esaminare la possibilità di contattare sindacato città della lavoratrice, per suggerire di prestare assistenza legale oltre che medica per eventuale causa risarcimento anche danni biologici. Fine rapporto. (E senti tutta l’inadeguatezza della risposta e degli strumenti anche giuridici attualmente a disposizione, mentre un ritornello di una sola parola ti tormenta la mente: prevenzione). VIII Antonio M. era infine arrivato alla sede regionale, dal Beverello attraversando Piazza Municipio, costeggiando il Castello e poi piegando su Toledo, con questa idea di capire e dare un nome a quello che gli era accaduto. Arrivato al terzo piano del numero 8 di Via Diaz, aveva fermato il segretario e finalmente tirato fuori il rospo e socializzato, come usa dire, il problema. Massimo V., sindacalista figlio di sindacalista, a cui nemmeno i cazzotti presi (e solo in parte restituiti) dai fascisti EuridiceNews 13 a piazza San Vitale durante il sessantotto napoletano avevano mai tolto la voglia di lottare per la giustizia sociale (e, quindi, per la sinistra, diciamocelo) lo aveva guardato pensieroso, poi aveva detto la parola: MOBBING. Quello che ne sapeva sembrava dare una qualche luce al problema di Antonio e allora cominciarono a studiare la cosa e a fare ricerche, già fin da quel giorno. Continuarono, con rinnovata lena, in quelli successivi e presto furono in grado di stabilire una prima cosa: se ne sapeva ben poco, specialmente in Italia. Pensate che ancora nel novantasette dati di ricerca internazionali sulle vittime di persecuzioni sul posto di lavoro elaborati da International Crime (Victim) Survey non includevano l’Italia, sebbene ci fosse poi un dato (spaventoso: 3,6%, qualcosa come otto-nove milioni di lavoratori vittime) relativo all’Europa Occidentale. Tanto per dire, c’erano la Romania, la Mongolia, l’Uganda, la Bolivia e non l’Italia. Naturalmente questo non significava una particolare immunità del nostro paese rispetto al problema, significava solo un ennesimo nostro ritardo (nostro di tutti: istituzioni e società). Fu utilizzata Internet per giorni alla ricerca di notizie utili: i due scoprirono che la Svezia era molto avanti sul mobbing, era addirittura arrivata a metà, se così si può dire, con una legislazione ad hoc messa a punto addirittura dalla fine degli anni ottanta, che prevede sanzioni per i colpevoli e risarcimenti per le vittime. Anche in Germania erano partiti presto. Il fortissimo IG Metall, sindacato industriale, aveva fatto accordi con la Confindustria tedesca per commissioni paritetiche in fabbrica allo scopo di monitorare il problema e trovare soluzioni. In Francia erano avanti sulle molestie sessuali, ma poco o niente di specifico facevano per il mobbing. In Italia, ancora meno, come abbiamo detto. A parte la poco lusinghiera assenza nelle statistiche mondiali, trovarono qualche associazione di psicologi e volontari, e di veramente interessante un nome, Harald Ege (non a caso forse, un tedesco, da dieci anni in Ita- pagina 33 lia) presidente di PRIMA, antesignana associazione contro il mobbing, autore di una ricerca, la prima e unica: “I Numeri del Mobbing”, 1996 Pitagora Editrice. Sul piano operativo e medico si imbatterono nell’attività di Renato Gilioli (autore di “Cattivi Capi Cattivi Colleghi”, 1998 Mondadori, un libro su casi esemplari di persecuzioni nelle imprese) che nel suo approccio medico-scientifico ha individuato una specifica patologia connessa al mobbing, disturbo post traumatico da stress, e ne propone la diagnosi e cura nella Clinica del Lavoro a Milano. (Ricordate questi due nomi, Ege e Gilioli, insieme alla CGIL forse riusciranno prima o poi a dire una parola giusta e definitiva sul problema). Massimo, dopo averci pensato a lungo decise di investire qualcosa in un biglietto andata e ritorno Eurostar per Milano e ci mandò Antonio. Lo scopo, era prendere contatto con Gilioli e sapere di più della sua esperienza, nel frattempo lui metteva in moto la macchina sindacale con Antonella e Gianni e organizzava i primi incontri con i segretari di base nelle aziende bancarie. Volevano tastare il terreno. Fu come scoperchiare il vaso di Pandora: i sindacalisti, a contatto con i lavoratori, rendevano evidente tutto un universo di disagi e vessazioni che finora sostanzialmente subivano o combattevano con armi vecchie o improprie, inadeguate: volantini, trattative per far cambiare ufficio, voce grossa con i direttori o i capi del personale, quando non erano costretti a dare ragione alle aziende, perché magari i poveri lavoratori vessati cominciavano a dare fuori di matto. In ogni caso niente di sistematico né di strutturato. La mossa successiva fu, quindi, inventarsi uno strumento per intervenire. Si pensò ad un numero verde, ma su quali linee di intervento? L’elaborazione sindacale collettiva ne individuò tre: quella sindacale, quella medica e quella legale, pronte ad intrecciarsi tra loro. I contatti furono presto attivati. All’ASL 1 di Napoli, al Servizio di Igiene Mentale del professor Petrella, la proposta di collaborazione fu accolta con adesione e professionalità, adesso, infatti, sono attori di primo piano con il dottor Pappone, la dottoressa Nasti e l’assistente sociale Scalabrini impegnati compiutamente nel progetto e poi nell’esame di centinaia di casi, oltre ad aver già elaborato scientificamente i dati di una ricerca sullo stress promossa dalla FISAC nelle imprese bancarie e assicurative della città di Napoli, ricerca che è figlia primogenita del telefono antimobbing. Alla Camera del Lavoro (CGIL), oltre che dare sostegno politico, toccò tramite Gianni essere destinataria, come è tuttora, dei casi in cui la problematica sindacale fosse preminente e toccò predisporre l’attivazione dei propri legali, sotto la guida del capo dell’ufficio Piervittorio Z., la cui competenza è proverbiale, nei casi in cui si prefigurava la possibilità di intentare cause individuali. La FISAC ci mise il gruppo, il gruppo di primo intervento e di ascolto, man mano sempre più utile ed esperto, ricco di partecipazione e suggerimenti. Ha raccolto una mole di documentazione notevole che è ormai patrimonio dell’Organizzazione, ha dato impulso alla continuazione di questa esperienza nei momenti in cui il progetto sembrava troppo grande. L’attivismo di Davide D., che è passato nel frattempo a un nuovo lavoro (era in mobilità: la mobilità è mobbing? bella questione), è difficile minimizzarlo, il contributo di Teresa P., quando ha portato i ragazzi dell’Istituto Tecnico Diaz di via Tribunali (Antonietta, Claudio, Rita e Francesco) che guidati dal professor De Rosa hanno informatizzato il lavoro del gruppo con l’elaborazione delle schede di rilevazione (i rapporti) e la loro archiviazione, è stato prezioso. Così come quello dei due ragazzi (Pierluigi M. e Francesco D.L.) che hanno curato il sito della FISAC Campania e l’inserimento della sezione Mobbing al suo interno, una delle più cliccate. E ancora, bisogna dire che la pazienza di Mario e Giuliana, lari e penati della nostra sede, indiretti componenti del gruppo, comincia ad assumere i connotati del mito. EuridiceNews 13 pagina 34 Così, quando in quell’aprile squillò per la prima volta il telefono, ottocentotrentaduecinquantacinquezerozero, fu il gruppo tutto insieme che alzò la cornetta e ascoltò le prime parole che provenivano da un mondo buio di sofferenza e ingiustizia. IX Rapporto 209 - 5 giugno 2000 G. M., età 33, Azienda Enel, 5 anni di servizio. Impiegato di concetto (amministrativo). Laureato. Dotato di due lauree, dopo la fusione di due uffici, si trova ad avere caporeparto che arbitrariamente non gli assegna compiti poiché dichiara di fidarsi esclusivamente dell’altro addetto all’ufficio. Situazione assolutamente frustrante, 7 ore su otto senza avere letteralmente niente da fare. Non ha interpellato il sindacato perché non iscritto, e perché teme che venga difeso l’altro impiegato che invece è iscritto. Accusa attacchi di panico, palpitazioni. Medico generico gli ha prescritto ansiolitici che non assume perché preferisce prodotti omeopatici Beh, se lì siete sindacalisti (la voce è timorosa, di uno che si nasconde), non potrete apprezzare la cosa che io non sono iscritto. È assolutamente ininfluente. Vede, mi è sempre piaciuto stare un po’ defilato. Mi piace studiare, non ho molta ambizione, le lauree le ho prese per passione, quello che non capisco è la stronzata di stare sette ore a non fare niente. Il caporeparto crede che io voglia fare carriera, teme il fatto che ho due lauree e lui invece è partito con la terza media - dice sempre che la vera esperienza si fa sul campo, fa sempre battute sull’inutilità degli studi se si hanno due palle così al posto giusto, francamente è una pena, come fargli capire che può continuare tranquillamente a fare il capo, se questo lo soddisfa tanto. Per quanto mi riguarda, mi sento di impazzire, in quelle ore il cervello gira a vuoto, un paio di volte mi sono sorpreso a parlare da solo.... (Riesci a convincerlo in qualche modo ad avvicinarsi al sindacato e gli proponi un colloquio con gli psicologi dell’ASL 1). Fine rapporto. Rapporto 215 - 8 giugno 2000 M. M., età 30, Centro Medico “G.” di Capua, Segretaria centralinista in p.t. (part time) 5 ore al giorno. Diplomata. Dopo un anno di regolare servizio come segretaria e centralinista, le viene richiesto di svolgere mansioni di pulizia. Al suo rifiuto, viene minacciata di licenziamento, gli spezzano l’orario distribuendolo su due turni, tre ore al mattino, due al pomeriggio. Viene spesso apostrofata in maniera offensiva da capi e titolare. Lo straordinario non le viene retribuito per niente. Comincia ad accusare coliche addominali violente. Dopo un malessere generale, le viene diagnosticata una labirintite per cui è in cura. Non sa che cosa fare. Lo shock fu quando si presentarono col secchio e il mocio. Marianna, mi fecero, adesso fai una lavata generale, anche nei cessi, mi raccomando, così risparmiamo la donna delle pulizie, grande, no?. Balbettai qualcosa come ma il centralino, le pratiche, ho le ricette da mettere a posto. Mi piantarono in asso senza una parola. Io non lavai quel giorno, ma le assicuro che la sto pagando cara: le scortesie che ricevo non si contano, le offese personali, i commenti sul mio aspetto e la mia vita privata. A me quel lavoro serve, e mi piaceva anche, ma penso che dovrò andare via, lei sopporterebbe per mesi e mesi un clima del genere? (No, che non lo sopporterei, pensi). E quei maledetti turni che ti obbligano a uscire quattro volte al giorno e a correre, prendere autobus, non ce la faccio più. Posso chiedervi di aiutarmi? Contattare per lei sindacato territoriale per un intervento e per il pagamento degli straordinari. Si propone alla lavoratrice colloquio con dottor P. di ASL 1. Fine rapporto. Rapporto 226 - 14 giugno 2000 G.P. età 34, FIAT di Pomigliano, 12 anni di servizio, impiegato alla progettazione. Laureato. fare il suo lavoro. Non ha idea sul perché sia cominciata la cosa. Ogni documento o cosa su cui lavora viene messo in discussione, ma non apertamente. Cominciano ad essere messe in giro dicerie sul suo conto, sulla sua salute mentale. Attualmente gli hanno affidato un lavoro da svolgere, ma dopo se ne sono completamente disinteressati. Si sente fortemente depresso. Prende farmaci contro l’insonnia. Finora ha avuto solo un colloquio (insoddisfacente) con uno psicologo. (Ti accorgi subito che la cosa è piuttosto seria: la voce è atona, ha dei momenti di vuoto nel racconto, è sospettoso, totalmente scettico sul nostro ruolo e intervento. Però ha telefonato. Chiede aiuto. Finché lo chiede si può fare qualcosa. Sarà un’impresa convincerlo, ma è indispensabile un incontro con l’équipe di Paolo P.). Non so perché le sto dicendo tutte queste cose. Ormai so che sono condannato a questa vita buia, senza colori. Troppi anni passano senza che vedi qualcosa di positivo di buono di colorato. Fino a qualche mese fa piangevo anche, sa, senza ritegno, ma solo se non mi vedeva nessuno, adesso nemmeno quello, perciò riesco a parlarne, cosa crede. Ho quel progetto dell’ufficio da mesi sulla scrivania, nessuno viene a chiedermi nulla, sono un fantasma, ormai lo so, sono quello che ha problemi, io li sento quando parlano di me, li sento anche con la mente, il “pazzo” dicono, quello che ha grooossi problemi e si mettono un dito alla tempia e qualcuno scommette su quanto tempo ancora durerò prima di..., ma io li sento distanti, lontani, io stesso mi sento lontano, piccolo piccolo come visto da un cannocchiale all’incontrario. Mi allontano, mi allontano, quando sarò lontano e piccolo piccolo, piccolo abbastanza come un atomo o un elettrone starò bene. Sei colpito, quasi annichilito da quest’ultimo ascolto. Ti figuri quest’uomo come un grido senza suono, come il quadro di Munch, silenziosamente assordante. X Già da più anni (3/4) capi e colleghi tentano di dimostrare che è incapace di Vedete, si potrebbe ancora continuare EuridiceNews 13 con i casi specifici. Le telefonate, le lettere, le e-mail continuano ad arrivare e ci sarebbe materiale per altri resoconti come questo. Vedremo se è il caso di farli. Al di là di statistiche, cifre e risultati del nostro lavoro, che troverete su altri tipi di pubblicazioni, al di là delle illuminanti conclusioni medico-scientifiche del dottor Paolo Pappone, adesso ci premeva dare l’idea di una esperienza dal lato di chi l’ha vissuta sul campo. Un’esperienza che non può essere fine a se stessa, che deve continuare in un ambito che veda impegnate tutte le componenti della società. Noi, per dirla ancora con Antonella e Massimo, abbiamo avuto la forza di indagare sul fenomeno mobbing, raggiungendo un primo obiettivo di formare e informare dando dignità teorica all’argomento. Adesso bisogna essere capaci di passare da un concetto di riparazione del danno sul luogo di lavoro alla prevenzione dello stesso, cercando di allargare le competenze e i ruoli dei soggetti in campo sul versante del lavoro (vedi anche la figura del delegato sociale). La scommessa è alta: puntare a produrre qualità della vita. Questo è un proposito chiaro. Attualmente la situazione generale sul mobbing è la seguente. Quadro legislativo zero. C’erano (e ci sono ancora) delle proposte di legge dell’Ulivo, firmate da Pelella Tapparo, Benvenuto, una, del tutto inadeguata, del centrodestra. Quadro sindacale in evoluzione: nei contratti nazionali e territoriali cominciano a comparire degli articoli che prendono atto del problema e in cui vi sono citati i delegati sociali, in quelli integrativi c’è qualche riferimento più esplicito, ma senza ancora strumenti effettivi di intervento. Una cosa è chiara: leggi e contratti per inverarsi hanno bisogno di contesti sociali favorevoli. È evidente che i valori e la cultura dominante di un paese in un determinato periodo incidono con forza nella possibilità che si sentano come necessari provvedimenti che affrontano la soluzione di un problema. L’abitudine a rapporti conflittuali sul lavoro, il carrierismo e il conformismo, il clientelismo, il mito confindustriale della competitività e della flessibilità senza regole, una marcata incultura del lavoro so- pagina 35 no al contrario disvalori ancora assai diffusi in Italia e condizionano l’approdo all’instaurazione di regole di civiltà condivise, anche rispetto al mobbing. Quante persone conoscete, per esempio, che di fronte a qualcuno che si lamenta di persecuzioni sul lavoro non sottovaluti la cosa, magari esprimendo irrisione o fastidio, e concluda che il malcapitato è un fissato o un lavativo o che è giusto che l’azienda operi una specie di selezione dei migliori anche in quel modo? (con ogni probabilità quest’ultima è anche l’inconfessata opinione delle stesse aziende). Un intervento legislativo, in Italia, è da auspicare perché sancirebbe una volta per tutte la condanna sociale, la pericolosità e la riprovazione dei comportamenti di vessazione psicologica, ma non può bastare anche perché i tempi delle leggi (e delle maggioranze) sono lunghi (pensate che alcuni di quei progetti di legge sopra richiamati hanno già cinque anni). Nel frattempo, siccome come ricorda Giorgio Ruffolo è da tempo che abbiamo smesso di credere che la storia covi un progetto, o che almeno lo covi in senso progressista, (al contrario sembra sempre più sconcertante il fatto che gli avvenimenti umani portino ad arretramenti e sciagure, vedi la guerra attualmente in corso sulla quale si resta sgomenti), il Sindacato deve fare la sua parte e usare gli strumenti che ci sono. L’articolo 2.087 del codice civile, l’impianto generale del decreto legislativo 626/94 stabiliscono che il datore di lavoro deve adattare il lavoro all’uomo e non viceversa, deve valutare i rischi per la salute e la sicurezza e adottare misure di prevenzione efficaci, assieme ai lavoratori e ai loro rappresentanti per la sicurezza e utilizzando il Servizio di Prevenzione e il medico competente. Sembra chiaro, quindi, che il sindacato in azienda può fare molto, anche in relazione a fenomeni di mobbing, utilizzando spazi, regole e poteri contrattuali e legislativi. Così come quello territoriale che può premere sulle istituzioni, affinché sia garantito il diritto costituzionale alla salute (articolo 41 della Costituzione, secondo comma), tramite la promozione di servizi sanitari capaci di rispondere ai bisogni di salute che vengono fuori dai posti di lavoro. Insomma in attesa dell’allargamento degli spazi di civiltà, in attesa di migliorare i contratti di lavoro e la società, ognuno deve fare la sua parte. E bene. Qualche tempo fa su un mensile liberal fu lanciata questa questione, se il sindacato dovesse essere attore di giustizia o regolatore di equità. Bene, la risposta probabilmente è che il Sindacato, e la CGIL in particolare, debba tendere ad essere attore di giustizia e regolatore di equità, per non entrare, come ha detto Sergio Cofferati, nel futuro con la testa girata all’indietro. pagina 36 EuridiceNews 13 Index Editoriale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 3 Il Progetto Euridice a Napoli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 5 Percezione della dipendenza per i lavoratori del settore bancario . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 11 Cosa pensano i lavoratori della WIND di Napoli circa la dipendenza da sostanze e le nuove forme di consumo . . . . . . . . . . . . . . . “ 16 Nuove droghe sintetiche e mondo del lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 17 Training su: “Dipendenza da sostanze e nuove forme di consumo nei luoghi di lavoro” . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 18 I protagonisti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 20 Eventi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 22 Voci dal buio - L’esperienza del gruppo di lavoro antimobbing della FISAC/CGIL di Napoli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 24