Supplemento
al numero 36
di Percorsi di Integrazione
Anno XIII
n. 1 - Primavera 2005
Il Progetto
Euridice
a Napoli
13
Questo
numero di
Euridice News
fa parte del
“Programma integrato
di prevenzione delle
tossicodipendenze nei luoghi
di lavoro” realizzato
in convenzione con il Ministero
del Lavoro e delle Politiche Sociali.
13
Supplemento
al numero 36
di Percorsi di Integrazione
Percorsi
di Integrazione
Clelia Boesi
e Giuseppe De Luca
sono affiancati da:
Gabriele Codini,
Camillo Valgimigli,
Graziella Marcotti,
Ernesto Veronesi, Carlo Casti,
Carlo De Risi, Antonio Scarlato,
Francesco Ripa di Meana,
Paola Mandelli,
Vincenzo D’Ambrosio,
Francesco Bova,
Giancarlo Vicinelli,
Aldo Visco-Gilardi,
Marcella Deluca, Stefano Piovanelli.
Segreteria di Redazione
Sisa Visco-Gilardi
Direttore responsabile
Iscrizione al Tribunale
di Como con decreto
n. 28/91 in data 11/12/1991
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Editoriale
C
ambiano le sostanze, cambiano gli stili di vita e di consumo, cambiano i luoghi dove è possibile rifornirsi di droga: non solo la strada, non solo le discoteche, non solo le prigioni, non
solo le scuole, ma anche i luoghi di lavoro.
Fino a qualche hanno fa questo contesto era ritenuto immune od esente da questo problema, oggi non
più. Non solo perché la stragrande maggioranza dei tossicodipendenti in carico ai servizi pubblici lavorano e, quindi, essi si portano nel mondo del lavoro abitudini, comportamenti, modi di pensare e di
agire che sono espressione della cultura della droga, ma anche perché un numero sempre più alto di
giovani lavoratori fa uso di nuove droghe sintetiche per reggere all’urto ed all’impatto delle caratteristiche della attuale organizzazione del lavoro. Questa tipologia di consumatori non si considera tossicodipendente, non è agganciata dai servizi pubblici per le tossicodipendenze e spesso rimane più o meno nascosta ed in balia di se stessa nel mondo del lavoro.
Così come è molto frequente avere a che fare con lavoratori che hanno figli/e tossicodipendenti, che si
portano sul lavoro ansie e preoccupazioni, che generano richieste di aiuto e di consigli che spesso non
sono raccolte dai colleghi oppure dai manager o dai delegati sindacali perché non hanno una sufficiente
preparazione e competenza per farvi fronte.
Possiamo dire che il mondo del lavoro è spiazzato di fronte al fenomeno della dipendenza da sostanze,
che pure è presente nella società e nella struttura della vita quotidiana, ma che crea sorpresa ed incredulità quando esso si manifesta in un luogo dove le persone sono impegnate a produrre beni e servizi
e, quindi, reddito.
È vero che ormai ogni contratto collettivo di lavoro prevede norme a tutela dei lavoratori che in maniera diretta o indiretta sono coinvolti nella dipendenza da sostanze, ma è anche vero che la quasi totalità delle imprese italiane non ha una politica scritta in materia di prevenzione, cura e reinserimento
di lavoratori coinvolti nella tossicodipendenza. Manca una cultura dell’inclusione sociale della persona
“diversa” ed attorno ad essa, anche nel mondo del lavoro, si costruisce un clima di fastidio e di paura
che è di ostacolo allo sviluppo dell’accoglienza, della comprensione e dell’aiuto. Così come la solidarietà espressa pienamente a parole va in crisi e si rompe nell’agire pratico e concreto di tutti i giorni,
quando, cioè, bisogna sviluppare relazioni e interazioni con chi esprime bisogni differenti da quelli che
abitualmente consideriamo nel nostro orizzonte culturale e personale.
Oggi possiamo affermare con certezza che i fenomeni di dipendenza patologica da sostanze sono dif-
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fusi nel mondo del lavoro. Essi si manifestano sotto forma di alcolismo, tossicodipendenza, abuso di
psicofarmaci, di tabagismo ed ora anche di nuove droghe sintetiche. Questi fenomeni si manifestano a
differenti livelli:
• Le regole che governano le imprese,
• I comportamenti individuali e di gruppo nei luoghi di lavoro,
• Il clima culturale dell’impresa,
• I costi socio-economici.
Questi fenomeni producono perdita di giornate lavorative, aumento di infortuni e di assenteismo, richieste di trattamenti riabilitativi, riduzione della solidarietà, della cooperazione e del reciproco aiuto
tra i lavoratori.
Conseguentemente, questi fenomeni si riflettono su tutti i costi dell’impresa ed essi hanno un peso rilevante sui costi del sistema socio-sanitario pubblico; inoltre, essi sono considerati un fattore di rischio
per un ambiente di lavoro sano e sicuro.
Una politica attiva delle imprese in questo settore, non solo contribuisce ad accreditarle come organizzazioni con un alto profilo di responsabilità etica e sociale, ma riduce sensibilmente gli oneri economici che la comunità deve sostenere per garantire ai cittadini pari dignità nell’accesso alle prestazioni
ed ai servizi erogate dal sistema sanitario e da quello sociale.
Il Progetto Euridice “Un programma integrato di prevenzione della tossicodipendenza nei luoghi di lavoro” realizzato in convenzione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali a norma della legge 45, si è posto come missione quella di contribuire a richiamare l’attenzione dei lavoratori e delle lavoratrici, delle parti sociali (imprenditori e funzionari sindacali), degli opinion leader e degli enti pubblici, sulla necessità di varare nel mondo del lavoro ampi programmi di prevenzione e riduzione della
domanda di droghe legali ed illegali, consapevole dell’influsso negativo che il loro abuso ha sull’individuo, sul gruppo e sull’organizzazione.
Fino a pochissimi anni fa il mondo del lavoro non era considerato nella programmazione degli interventi di prevenzione della tossicodipendenza sia a livello locale, regionale, nazionale e dell’Unione Europea come un contesto dove era possibile realizzare programmi di azione. Con il contributo e l’esperienza del progetto Euridice oggi a livello nazionale ed in alcune regioni italiane questa tendenza è stata invertita.
Infatti, il progetto Euridice testimonia che nel mondo del lavoro è possibile implementare programmi
di prevenzione e riduzione della domanda di droga a lungo termine che abbiano un alto valore aggiunto
ed un effetto moltiplicatore. Il valore aggiunto, è determinato non solo dal fatto che i lavoratori in generale aumentano il loro livello di consapevolezza e sensibilità sociale, ma che si creano nei luoghi di
lavoro gruppi di lavoratori particolarmente attenti e preparati a promuovere forme di aiuto verso chi si
trova in difficoltà. L’effetto moltiplicatore è dato dalla necessità, che una volta lanciato un programma
di prevenzione delle dipendenze da sostanze nel mondo del lavoro, di affrontare questioni più ampie
che hanno a che fare con il rischio e disagio psicosociale come sono lo stress ed il mobbing e le dipendenze patologiche da internet o da gioco di azzardo. Strada facendo, il Progetto Euridice è diventato
un modello di azione che può essere replicato e trasferito in molteplici contesti produttivi. Euridice si
configura oggi come un programma di intervento a lungo termine sulle dipendenze da sostanze nei luoghi di lavoro che dimostra come le relazioni industriali e l’ambiente di lavoro sono migliorati attraverso la prevenzione ed investendo sulle persone.
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Il Progetto Euridice a Napoli
di Ciro De Biase
implementazione del Progetto
Euridice a Napoli è scaturito da
un lavoro comune tra la CGIL, la
FISAC/CGIL e la Cooperativa di
Studio e Ricerca Sociale Marcella sui
temi che mettono tra loro in relazione lavoro, organizzazione del lavoro,
stress, mobbing e comportamenti di
dipendenza.
L’
che è il programma Euridice, nome
classicamente suggestivo che, come è
evidente, richiama la ninfa della mitologia greca, involontaria artefice di
un comportamento coattivo di dipendenza dello sposo Orfeo che,
non resistendo all’impulso di girarsi
a guardarla, perde Euridice e in definitiva se stesso.
Questa collaborazione ha trovato un
campo d’applicazione ancora poco
esplorato, posto che si voglia riconoscere che l’universo del disagio sociale ha visto spesso operare separatamente finora ciascuno degli agenti
abilitati all’intervento, con coordinamenti forse solo casuali e necessitati
dalle circostanze. Va a merito dell’iniziativa e della forza propositiva
della CGIL in primo luogo, e della
FISAC l’aver cominciato un discorso che, a partire dall’avvio del numero verde antimobbing in Campania, tende ad unificare le forze, le
competenze e le intelligenze per conseguire risultati significativi nella lotta contro i malesseri e l’esclusione
sociale delle lavoratrici e dei lavoratori.
Euridice è dunque un piano di intervento a lungo termine sulle dipendenze da sostanze nei luoghi di
lavoro, vale a dire fenomeni che possono preludere a gravi problemi di
disagio sociale - partendo dal dato
assolutamente verificato che vede il
cinquanta per cento delle persone seguiti dai servizi come persone che lavorano - e ambisce a rappresentare
uno stimolo per i vari attori in campo (lavoratrici e lavoratori, sindacato, impresa, soggetti sanitari e istituzioni locali) a coordinare la propria
azione per la prevenzione dei casi di
dipendenza.
La Cooperativa Marcella fornisce a
questo scopo lo strumento metodologico, di indagine e di formazione
L’azione del progetto si svolge su più
direttrici, l’una conseguente all’altra,
a partire dalla ricerca, attraverso la
diffusione di questionari, sullo stato
delle conoscenze dei lavoratori intorno alla materia e su quello dei loro bisogni, passando per un’azione di
informazione con la disseminazione
di materiali e momenti conoscitivi,
fino alla individuazione di un numero più ristretto di lavoratori che
richiedono di saperne di più, persone con cui costituire un gruppo che
ha le capacità, durante e dopo corsi
di formazione, di interagire con il
contesto lavorativo e sociale e di sviluppare programmi di intervento
preventivo fuori e soprattutto dentro
le aziende per favorire lo sviluppo
della consapevolezza sociale dei lavoratori, promuovere solidarietà attorno a quelli tra essi più svantaggiati e
costruire e concertare programmi di
aiuto anche personalizzati per tentare di moltiplicare le opportunità di
una politica per la salute nell’ambiente di lavoro.
L’efficacia del progetto va poi misurata ricercando con successivi interventi sulla popolazione lavorativa
presa ad oggetto sia i cambiamenti
nella percezione dei caratteri delle
dipendenze, sia l’impatto che questi
cambiamenti possono avere in una
diminuzione delle correlate problematiche aziendali e sia la valutazione, attraverso appositi strumenti come i questionari e i locus, delle accresciute competenze del gruppo di
formazione.
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Questo è esattamente lo stato del
progetto a Napoli, dove in un’atmosfera pionieristica e con un forte coinvolgimento abbiamo dato vita all’iniziativa, con il coraggioso avallo
della CGIL, partendo da un gruppo
di lavoratori di una categoria, quella
dei bancari, che sicuramente non ha
sempre goduto presso l’opinione
pubblica di un’immagine che sia
particolarmente incline allo sviluppo
di un discorso sociale.
Abbiamo invece registrato nell’occasione un’adesione e un interesse molto accentuati che hanno portato alla
costituzione di un nucleo di dieci,
quindici persone impegnate su questi temi, donne e uomini sindacalisti
di base, qualche rappresentante per
la sicurezza e semplici lavoratori che,
fuori dall’orario di lavoro, si sono riuniti per parlare di questi argomenti e per seguire un corso di formazione di svariate sessioni che ha
comportato un dispendio notevole
di energie e tempi di vita. Che cosa
in concreto abbiamo fatto: abbiamo
attivamente partecipato qui a Napoli a sessioni di moduli formativi che
hanno visto relatori ed esperti succedersi per dibattere con noi in una serie di incontri su:
• Il fenomeno droga a Napoli
• Il ruolo della legge 626
• Nuove droghe sintetiche e i giovani lavoratori
• Tabagismo e alcolismo
• Psicofarmaci
• Organizzazione del lavoro e dipendenza
• Trauma da rapina come fattore di
rischio per la salute mentale dei lavoratori
• Politiche di budget, impatto della
competizione ed etica dei comportamenti
• Relazione con i capi e tra i colleghi.
Uno dei maggiori impegni è stato
quello di curare la distribuzione, la
raccolta e lo studio di un questionario sulle dipendenze, che ha raggiunto una platea di quasi trecento
lavoratrici e lavoratori bancari di
Napoli e provincia, i quali hanno dimostrato con la rimarchevole frequenza delle risposte l’esistenza di
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una notevole domanda di informazione e formazione e una forte sensibilità a forme di disagio sul lavoro
che provocano bisogni nuovi e diversi da parte di questi stessi lavoratori, visto l’impatto che possono
avere sulla loro salute. Ricordo ancora che appena qualche mese prima, in autonomia e con l’assistenza
scientifica del Dipartimento Salute
Mentale dell’ASL 1 di Napoli, la FISAC regionale aveva promosso e attuato un’indagine sullo stress da lavoro in un campione di filiali bancarie di Napoli, indagine che all’analisi medica aveva rivelato livelli forti di
sofferenza psichica legata allo stress
di una parte significativa dei lavoratori intervistati.
La competenza acquistata da parte
del gruppo di lavoro, intrecciata all’esperienza sul mobbing ormai patrimonio della FISAC e di tutta la
CGIL, fa di questi lavoratori, un’avanguardia per nuove esperienze e
cognizioni, il cui livello di consapevolezza potrebbe rappresentare una
risorsa sui posti di lavoro, e un esempio di modello integrato di gestione
del disagio.
Un lavoro di questo genere, in collaborazione con soggetti diversi che
hanno naturalmente punti di partenza e di approdo diversi, più particolari e tecnici direi, va ad acquistare valore in sé anche dal punto di
vista del Sindacato che ha come
campo vasto d’intervento non solo la
difesa e l’allargamento degli interessi e dei diritti, ma anche la rappresentanza dei bisogni dei lavoratori.
Questo perché si può ravvisare come
specifico sindacale la necessità di implementazione delle competenze sia
tecniche che politiche da parte di
operatori che, in cooperazione con i
rappresentanti dei lavoratori per la
sicurezza e le rappresentanze sindacali aziendali, siano messi in condizione, con la sperimentazione di
percorsi formativi adatti, di entrare
in relazione positiva con i compagni
di lavoro, di imparare a leggere le situazioni di disagio e malessere, di
tentare di modificare la rappresentazione sociale di questo tipo di feno-
meni, di analizzare la struttura dell’organizzazione del lavoro nelle
aziende, di fare circolare le informazioni sui vari argomenti di interesse
collettivo, di dare indicazione utili
per affrontare i casi e di costruire un
rapporto di rete con i servizi esterni,
e ancora, di fare un costante duraturo lavoro di ascolto, attenzione e indirizzo valorizzando e ampliando gli
spazi di socialità nei luoghi di lavoro. Il progressivo isolamento relazionale sul lavoro, che vivono spesso le
persone dipendenti da sostanze, le
porta proprio ad avere queste difficoltà di orientamento e di rapporto
con le risorse del territorio.
Mi accorgo a questo punto di stare
delineando un’ipotesi di figura sindacale che si può sintetizzare nel “delegato sociale”, idea strategica di
CGIL CISL e UIL - sui cui significati è ampio il dibattito all’interno
del mondo del lavoro e che finora ha
visto tentativi di attuazione in alcune realtà territoriali dell’Emilia Romagna, della Toscana e della Lombardia. Sarebbe bello poter fare lo
stesso a Napoli.
È una figura nuova per scenari nuovi: le trasformazioni legate all’informatizzazione dei processi produttivi
hanno portato ad una crescente immaterialità del lavoro e i lavoratori
non “costruiscono” quasi più nulla
limitandosi a controllare, servire e
assistere sistemi ai quali sono state
trasferite abilità in precedenza umane. Di conseguenza è sempre più
contrastato e difficoltoso il processo
di identificazione con il prodotto, al
punto che il lavoratore perde ogni
corrispondenza con il risultato del
proprio lavoro. Questo non riguarda
solo i settori tradizionali, ma anche
le attività di servizio, in cui è sempre
più presente una forte divisione del
lavoro.
Nelle banche, per esempio, soggette
a serratissimi processi di ristrutturazione, questi concetti si inverano
nella strategia di separazione delle attività, per cui nella stessa azienda o
nello stesso gruppo esistono settori
che i banchieri considerano a basso
valore aggiunto - come le attività di
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sportello e, quindi, di serie b assieme
ai loro addetti -, e settori che, pur essendo di punta sul piano della redditività, finanziamenti ed investimenti, escludono quasi del tutto l’operatore anche variamente specializzato da processi decisionali posto
che, ad esempio, si carica un bilancio nella macchina e un programma
standard emette un giudizio anche
di valore, e d’altra parte, sul versante titoli, il consulente, anche se provvisto di master in finanza, è obbligato a consigliare al cliente investimenti preconfezionati, pensati altrove e imposti dall’alto, mentre per entrambe le figure è pressante la richiesta di risultati immediati. Questo doppio tipo di alienazione, se mi
si passa il termine solo in apparenza
arcaico, presente ovviamente anche
in altre realtà lavorative, dà sicuramente vita a vecchie e nuove forme
di disagio e di esclusione e al forte rischio di insorgenza di malesseri.
Senza trascurare la connessione con
le contraddizioni etiche che tutto ciò
comporta sul piano dei comportamenti, in una perniciosa dissociazione tra quello che è da una parte l’imperativo aziendale del profitto e della creazione di valore per l’azionista
e dall’altro, per così dire, la coscienza morale che detterebbe altre condotte, come quelle, ad esempio,
adottate nella vita privata, ma ogni
nostra scelta è in definitiva una scelta morale che non può essere scissa
in comparti a seconda dell’abito che
vestiamo di volta in volta. Ciò, non
per porre in primissimo piano l’irrisolto problema del rapporto tra etica ed economia, tra valori sociali ed
economia, può significare più modestamente, ma in maniera non meno grave per i singoli lavoratori, l’insorgenza di nuovi disagi.
In linea più generale non sembra,
quindi, scorretto dire che, nel panorama sociale, assieme ai problemi indotti dalla disoccupazione derivanti
dai processi di ristrutturazione dei
gruppi industriali e non, troviamo
quelli effetto della occupazione centrata sulla flessibilità e la precarietà
del lavoro, sull’incremento dei ritmi
e sulle nuove forme di subordinazione fisica e psichica ai processi produttivi. Questo è il terreno di coltura di stress e di disagio, dove si consumano storie di ordinaria emarginazione e dove per filiazione diretta
possono insorgere rischi di dipendenza da droghe, alcol, psicofarmaci
e fumo, ma da cui possono venire
dunque anche nuove domande e
nuovi bisogni di socialità.
In passato la capacità di leggere e interpretare le domande e i bisogni dei
singoli è servita, come sostengono alcuni storici del movimento sindacale (Ferraris, ad esempio), per proiettare questi ultimi verso grandi soluzioni collettive (come le grandi riforme), in altri momenti, invece, come questo che viviamo, il disagio so-
ciale sembra non essere più un problema pubblico e si articola in un insieme numeroso di disturbi e sofferenze di singoli, cui si danno risposte solo terapeutiche o disciplinari, si
trasforma cioè un problema pubblico in uno di ordine pubblico. Contrastare questa situazione (è ancora
Ferraris a sostenerlo) dovrebbe significare da parte del sindacato pensare
a una dimensione sociale della contrattazione come a una priorità e dovrebbe significare concepire il delegato sociale, o comunque si voglia
chiamare la persona che si occupa sul
posto di lavoro di problemi sociali,
non solo come un’articolazione specialistica, ma come un fondamento
della sua identità rappresentativa.
In questa accezione la dotazione di
competenze di questo protagonistaantagonista deve essere tale da metterlo nelle condizioni di non limitarsi, nell’approccio al disagio e all’esclusione, all’agire sulle loro conseguenze, ma di risalire alle ragioni che
li generano e li alimentano. Egli andrebbe, quindi, inteso non come chi
escogita soluzioni individuali al disagio, ma come colui il quale attiva le
risorse disponibili nell’azienda e nel
territorio attraverso una interpretazione “sociale” degli accordi e dei
contratti e attraverso una visione
“sociale” della propria attività lavorativa e del senso dell’organizzazione
del lavoro, nel ruolo di pragmatico
anello di congiunzione fra realtà in-
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terna al luogo di lavoro e mondo
esterno, tra chi vive una sofferenza,
una sconfitta o un’emarginazione
nell’azienda e luoghi e presidi medici, giuridici e sociali caratterizzati anche dall’essere fornitori di servizi dedicati o dall’essere associazioni di volontariato.
Va da sé che tutto questo impatti
con quella che è la contrattazione
sindacale - nazionale e aziendale – all’interno della quale il sindacato potrebbe trovare una via rivendicativa
tale da allargare i limiti entro cui sono costretti materie non immediatamente riconducibili al recupero di
potere d’acquisto da un lato, e alla
redistribuzione di quote di produttività ai redditi da lavoro dall’altro. Bisognerebbe rafforzare i contratti nazionali e quelli integrativi di disposizioni più esigibili in materia di problemi di disagio – in Italia adesso vi
sono previsioni di permessi e aspettative non retribuiti finalizzati al riscatto da forme di dipendenza, ma
nessuna voce ad esempio dal titolo
“promozione sociale della persona” e forse occorrerebbe anche recuperare senso a una contrattazione territoriale che, senza disturbare le altre
due, individui, come possibili obiettivi, la fruizione a costi contrattati di
servizi nel territorio sia nel campo
del disagio che in quello dell’agio
(cultura, sport, turismo). Questo inciderebbe sulle condizioni di reddito
dei lavoratori almeno quanto una
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parte dei rinnovi contrattuali e soprattutto influirebbe sulla condizione sociale dei lavoratori, a rischio e
non di problemi di dipendenza, che
avrebbero un impulso forte all’inclusione. C’è da dire in verità che qualche passo in avanti si sta facendo anche grazie ad iniziative come questa
e nella piattaforma dei sindacati unitari bancari è presente per esempio,
al capitolo salute sicurezza e politiche sociali, un rimando forte alla dignità della persona e proposte fattive su confronti e monitoraggi da effettuarsi in sede di commissione nazionale e aziendale su fenomeni non
citati finora in nessun articolato contrattuale, quali appunto il disagio e il
disadattamento lavorativo, lo stress
da lavoro, il mobbing, la dipendenza da sostanze, la sieropositività, le
attività formative e l’efficacia dei sistemi aziendali di relazioni in materia di salute e sicurezza, o ancora come il rischio rapina di cui si chiede
l’inserimento nel documento di valutazione dei rischi.
In attesa che la partita sul delegato sociale vada a buon esito e la contrattazione trovi campi di intervento più
ampi, il nostro piccolo grande esperimento napoletano sulla formazione
di quanti a buon diritto in futuro potranno essere già pronti a impegni del
genere continua assieme al programma Euridice e continua soprattutto
nel senso dell’educazione a un nuovo
concetto di salute che, secondo la de-
finizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, non consiste soltanto in uno stato di assenza di malattia, ma è uno stato completo di benessere fisico, mentale e sociale e,
d’altro canto, continua nella consapevolezza di un nuovo concetto anche
di malattia: il modello cartesiano di
malattia, e cioè l’identificazione di
una causa precisa, sta cedendo il posto ad un modello multifattoriale che
trova l’origine del malessere nella
complessità dei rapporti individuoambiente-prodotto. Ora, in questo
contesto la conoscenza delle sostanze
e dei fenomeni è la prima condizione
per affrontare un discorso di prevenzione dei comportamenti di dipendenza da sostanze, così come lo è la
consapevolezza delle dinamiche che si
sviluppano sul posto di lavoro: le dipendenze appaiono correlate in maniera convincente allo stress e lo stress
spesso è “il precipitato nell’esistenza
individuale di pericolose distorsioni
organizzative”.
Intervenire su questa difficile materia dal punto di vista dei più deboli
significa, secondo me, obbedire a un
giusto imperativo categorico di
Kant, il filosofo della legge morale
dentro di sé e del cielo stellato sopra
di sé, quando raccomandava di considerare l’essere umano sempre come
un fine e mai come un mezzo.
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Percezione della dipendenza
per i lavoratori del settore bancario
di Ciro De Biase - giugno 2002
N
ell’ambito del lavoro comune
che qui a Napoli CGIL, FISAC-CGIL, Dipartimento Farmacodipendenze dell’ASL Napoli 1 e la
Cooperativa di Studio e Ricerca Sociale Marcella stanno portando
avanti sui temi che mettono tra loro
in relazione organizzazione del lavoro, stress, mobbing e comportamenti di dipendenza, lavoro che proprio
oggi, in questo primo Seminario Nazionale, trova un momento alto e di
sintesi, presentiamo i risultati di una
ricerca effettuata sul posto di lavoro
di un nutrito gruppo di lavoratori e
lavoratrici bancari della città di Napoli, di alcune cittadine della provincia di Napoli e di Ischia.
La ricerca tende in qualche modo a
“fotografare” la percezione che questo
gruppo, come campione rappresentativo di una categoria vasta e importante nel panorama del mondo del lavoro, ha della dipendenza da sostanze e dei riflessi sociali che essa può riverberare all’interno degli uffici.
Lo strumento concettuale è dato dal
Questionario Euridice 2000, sul
quale torneremo, e quello operativo
dal gruppo di lavoro, formato da sindacalisti della FISAC-CGIL del San
Paolo IMI e del Banco di Napoli che
volontariamente hanno deciso di dedicare parte del proprio tempo all’e-
splorazione di queste tematiche, persone meritevoli di essere ringraziate
una per una se non ci fosse il timore
di dimenticarne qualcuna. Posso però provarci e nominare Antonio
Coppola, Antonio D’Antonio, Mario De Marinis, Annabella Esposito,
Mimmo Fabbricini, Antonio Maio,
Raffaele Meo, Valentina Mignola,
Pasquale Renda, Alfonso Severino,
Laura Sorrentino.
Questi, tra le altre cose, hanno distribuito il questionario direttamente
sul posto di lavoro, in diciotto filiali
del San Paolo IMI nella città di Napoli e in alcuni paesi immediatamente vicini della sua provincia, Arzano, Caivano, Frattamaggiore, Marano, Marigliano, Mugnano e in sette filiali del Banco di Napoli dell’isola d’Ischia (le due aziende, come è
noto, fanno parte dello stesso gruppo bancario).
Per questo ambito l’iniziativa può
definirsi nuova e insolita, ancor più
se consideriamo che al momento
della sua attuazione essa esulava apparentemente da implicazioni di carattere sindacale e, quindi, anche da
attese di possibili e immediate concretezze. Sembrava perciò legittimo
attendersi una qualche perplessità tra
i destinatari e un ritorno non esaltante di risposte.
Invece, vi è stato un interesse vero e
una convinta adesione, su base del
tutto spontanea: posto che la platea
interessata comprendeva un numero
di 340 persone, sono stati restituiti
251 questionari, con una frequenza
media di risposte pari a 239, il che
significa che ha partecipato oltre il
70% degli interessati.
È da prendere in considerazione il
fatto che il questionario non è propriamente elementare o di frettolosa
e distratta esecuzione, visto che annovera, tolta la parte descrittiva del
compilatore, 28 domande, alcune
delle quali (sette) a risposta multipla.
Queste domande sono divise in
quattro aree tematiche: immagine
della dipendenza (prime nove domande), conseguenze del consumo
di sostanze (successive cinque domande), intorno alle droghe sintetiche (ulteriori undici domande), intorno alle forme di aiuto (ultime tre
domande).
Diciamo subito che la descrizione
del campione è venuta fuori dalla indicazione, nell’ordine, di età, anzianità di lavoro, sesso, titolo di studio,
qualifica e area di lavoro. Dai risultati vediamo che all’interno di chi ha
indicato il sesso - 237 persone - vi è
il 59% di maschi e il 41% di donne;
che quasi l’80% di chi ha risposto
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(249) ha un’età tra i 20 e i 40 anni
e, di conseguenza, registra
grosso modo la stessa percentuale il
range da 1 a 20 che riguarda l’indicazione degli anni di anzianità di servizio, il che qualifica anche come
molto bassa l’età media degli addetti di queste realtà aziendali; che il
69% si qualifica impiegato e quasi
tutto il restante della percentuale 29,3% su 232 - quadro direttivo;
che la stragrande maggioranza si assegna, com’è lecito attendersi in un
comparto di servizi, alle aree di lavoro commerciali e amministrative (rispettivamente il 54 e il 38% su 213);
infine, che oltre il 96% - sul dato assoluto di 244 risposte - ha il diploma o la laurea (rispettivamente, il
65,2% e il 31,6%).
In sintesi siamo di un fronte a un
gruppo di bancari giovani appartenenti a una fascia medio alta per
quanto riguarda professionalità e
istruzione.
Questo campione così contornato
ha affrontato nella maniera seguente
le parti del questionario che vanno
in medias res.
Cominciamo a vedere, dunque, che
la percezione della dipendenza da
una sostanza si concretizza nella forte coscienza che chiunque può avere
questo problema - l’82,7% entro
249 risposte così indica alla domanda 5 -, e questa consapevolezza un
po’ trepidante s’intreccia in un percepibile contrasto, che potremmo
definire emotivo, con le risposte dal
carattere un poco esorcistico che il
65,1% dà alla domanda 4 che chiede: cosa pensi della dipendenza?, e le
risposte prevalenti - su 241 - sono:
non giudico perché non mi riguarda
(il 56,4%) e spero che non coinvolga mai la mia famiglia (8,7%); insieme fanno il 65,1%. Fuori probabilmente dalla tentazione di personalizzare, un buon 24,1% indica che la
dipendenza è una condizione psicofisica con conseguenze di cui occuparsi. Questo, insieme alla convinzione che appare dalle risposte alla
domanda 1 che chiede cosa vuol dire dipendenza da una sostanza? Risposte così divise in prevalenza - su
246 riscontri -: 37,4% bisogno difficile da controllare, 34,6% non si
può fare a meno di averla e 19,1%
una volta che si è iniziato è quasi impossibile smettere (raggruppate le
percentuali arrivano al 91,1%), trasmette la percezione di una notevole gravità del problema che sottintende probabilmente una richiesta di
forte competenza nella risoluzione
dello stesso.
Le domande 2 e 3 denominano le
sostanze che danno dipendenza (le
questioni poste sono, rispettivamente: com’è la dipendenza da queste sostanze? e con quale di queste sostanze è più facile smettere?), vale a dire
sigarette, alcool, psicofarmaci, droghe leggere, droghe pesanti, droghe
sintetiche, e stimolano risposte da
parte dei lavoratori abbastanza omogenee sia che si tratti della domanda
2 - tutte le sostanze in questione
prendono percentuali altissime nel
range delle prime due indicazione
molto forte e forte: sigarette 78,4%,
alcool 74,8%, psicofarmaci 64,8%,
droghe leggere 48,3%, droghe pesanti 74,2%, droghe sintetiche
64,9% (qui l’unica oggettiva evidenza è per le droghe leggere che vedono la risposta nulla e debole quasi alla pari con molto forte e forte, cioè
al 41,4%) -, sia che si tratti della domanda 3 - sigarette e droghe leggere
risultano le sostanze da cui si ritiene
più facile uscire (rispettivamente
56,4% e 24,1% su 241 risposte le
percentuali che, posto il fatto che si
doveva indicare una sola opzione,
sono percentuali rispettabili: ad
esempio, droghe pesanti e droghe
sintetiche raccolgono rispettivamente l’1,7% e il 3,3%).
L’ultimo sottoinsieme di quattro domande, sei, sette, otto e nove, della
prima sezione (all’inizio l’abbiamo
un po’ pomposamente chiamata area
tematica) trasmette parallelamente
delle convinzioni positive riguardo la
percezione della persona con problemi di dipendenza (tale da essere definita, alla domanda 8, senz’altro come recuperabile - 94,4% su 251,
numero massimo di risposte in assoluto - e, domanda 9, in grado di avere un lavoro e di lavorare - 67,2% su
247, il resto è quasi tutto non so,
24,7% -) e restituisce vedute per così dire larghe sulla pluralità di agen-
ti che possono aiutare la persona con
problemi di dipendenza - domande
6 e 7: rispettivamente, se solo le comunità terapeutiche e se solo l’intervento medico aiutano - 52,8% su
250 risposte negano nel primo caso,
56,6% su 249 negano nel secondo,
per la percentuale restante prevale il
non so, 24% e 23,3%.
In sintesi, questa prima sezione riverbera l’idea di lavoratori che, di
fronte al problema dipendenza, si
pongono, sia pure con qualche contraddizione, abbastanza positivamente e sviluppano un inizio di processo solidaristico ravvisabile soprattutto nel punto in cui si rifiuta un
approccio unico alla questione e, di
conseguenza, si riconosce una molteplicità di soggetti che possono farsi carico del problema.
La seconda sezione del questionario
“Area delle conseguenze della dipendenza” inizia con le domande 10 e
11 che pregano di indicare quali sono, a parere del compilatore, le conseguenze rilevanti, in generale - domanda 10 -, e sul lavoro, - domanda
11 -, della dipendenza dalle sostanze
più sopra citate. Le risposte più frequenti individuano negli psicofarmaci le sostanze che più rendono
l’individuo passivo (57,9%, seconda
indicazione droghe pesanti con il
19,7%); nelle sigarette il prodotto
che più rovina la salute (84,7%, poi
vengono droghe sintetiche e droghe
pesanti, rispettivamente 53,6 e
40,9%; l’alcool registra il 28,4% di
risposte, le droghe leggere il 26,5%
e gli psicofarmaci il 13,4%); andando avanti le risposte individuano ancora nell’alcool la sostanza che più
riduce la sicurezza nella guida
(43,7%, c’è un curioso 0% di indicazioni per le droghe pesanti, al secondo posto - 13% - le droghe leggere) e più rovina i rapporti familiari (19,5%, percentuali minime per le
altre sostanze), mentre droghe pesanti e droghe leggere sono viste
quali sostanze che più fanno aumentare il bisogno di soldi (28,6% e
17% rispettivamente). L’opzione che
indica come conseguenza della dipendenza la riduzione della potenza
sessuale e quella dei non so hanno
percentuali trascurabili per ogni so-
EuridiceNews 13
stanza. In definitiva, la percezione
delle conseguenze negative si accentra, per la parte generale, sul danno
alla salute, con le percentuali in assoluto più grandi. Bisogna, però, notare a margine che, nel questionario,
per ciascuna sostanza bisogna dare
una sola indicazione attinente la relativa conseguenza.
Una sola indicazione per sostanza è
richiesta anche per gli effetti che
quelle sostanze hanno sul lavoro.
Anche per questo, forse, la risposta
riduce la capacità lavorativa registra,
tranne che per le sigarette, le percentuali più significative in ordine a
tutti i prodotti - psicofarmaci
49,1%; alcool 48,5%; droghe pesanti 29,1%; droghe leggere 28,9%;
droghe sintetiche 26,1% -, seguita
da quella che prevede fa correre rischi all’interessato - i numeri sono:
droghe pesanti 43,7%; droghe sintetiche 35,5%; droghe leggere 19,4%;
alcool 12,3%; psicofarmaci 11,9%;
sigarette 10,2% - e da quella che indica riduce la precisione nel lavoro:
le tre percentuali più rilevanti sono
per l’alcool - 29,4% -, per gli psicofarmaci - 18,3% - e per le droghe
leggere - 16,1% -, minime per il resto. La risposta fa correre rischi ai
compagni di lavoro rileva di notevole solo il 52,1% che sceglie le sigarette - poi vengono le droghe pesanti con il 10,2% -, mentre le ultime
due opzioni, vale a dire aumenta le
capacità lavorative e migliora la resistenza alla fatica sono trascurate o ritenute poco credibili, basti pensare
che le percentuali più alte sono per
le sigarette nel primo caso (appena
7%) e per le droghe leggere nel secondo (9,5%). Sembrerebbe prevalere, in sintesi, la convinzione che la
dipendenza da sostanze rappresenti
un rischio soprattutto per chi ne è
soggetto e per la sua capacità e qualità di lavoro, in una visione che vuole forse trasmettere un approccio distaccato o oggettivo al problema.
Le tre domande successive chiudono
il secondo insieme del questionario
serrando ancora di più i termini attorno al concetto di lavoro e ambiente di lavoro e costringendo il
compilatore a sentirsi più coinvolto
a livello personale. È così forse che si
pagina 13
spiega la sensazione di contrasto che
danno le risposte alla domanda 12
che chiede cosa pensi che provino i
colleghi di lavoro quando hanno a
che fare con una persona dipendente? Posto che viene richiesta una sola risposta, comprensione e desiderio
di aiutarlo sommano il 33,1% di riscontri su 248 (6,5% e 26,6% rispettivamente), mentre le altre quattro opzioni - fastidio, 16,9%, desiderio che venga licenziato, 2,4%,
paura che crei situazioni di pericolo,
43,5%, e indifferenza, 4% - mettono insieme il 66,8%. Verrebbe da dire che c’è una battuta d’arresto, almeno nella fiducia verso gli “altri”,
in quel processo solidaristico che vedevamo mettersi in moto: è evidente che l’aspetto emotivo qui ha una
certa prevalenza. Le domande 13 e
14 rientrano in ambiti apparentemente più tecnici e chiedono rispettivamente che cosa serve di più ai lavoratori per prevenire la dipendenza
e cosa serve di più nel mondo del lavoro quando si ha a che fare con problemi di dipendenza. Nel primo caso l’informazione, come concetto
molto articolato - tre opzioni suonano così: informazione sulle conseguenze, informazioni sulle condizioni che portano alla dipendenza e sapere a chi rivolgersi (tutte e tre raggiungono il 75% su 244 risposte diviso praticamente in parti uguali) - ,
sembra essere il bisogno maggiore
espresso dai lavoratori, assieme a un
ambiente di lavoro sano - la risposta
buone condizioni ambientali conta
infatti il 16,8%, il che sottolinea come il contesto aziendale possa essere
percepito come ansiogeno e a rischio. Nel caso della domanda 14 già
citata, vediamo che le risposte più
numerose sono orientate a indicare
soluzioni di carattere psicosociale
più che medico in senso stretto. Infatti, le opzioni occorrono esperti in
campo psicologico, 30,7%, servono
gruppi di lavoratori e lavoratrici preparati ad affrontare il problema,
22,1%, e occorre una politica aziendale che favorisca chi ha problemi,
24,2%, arrivano al 77% su 244,
mentre la risposta occorrono esperti
in campo medico ha appena il 2,9%
di indicazioni. Ciò pare richiamare,
in una ripresa della concezione solidaristica, la figura del delegato sociale, oggi più volte citata, e sembra
anche chiamare alle proprie responsabilità sindacati e aziende.
La penultima sezione del questionario pone domande sulle droghe sintetiche (per tali si intendono ecstasy,
crack, LSD e allucinogeni, metamfetamine e derivati), quelle che, pur
non entrando nel merito di una trattazione approfondita del resto già
qui ampiamente fatta dagli esperti,
possono forse sembrare nell’immaginario collettivo più “trendy”, più
nuove, meno pericolose e più controllabili e, quindi, per gli operatori
del ramo da monitorare con attenzione. Intorno ad esse vediamo subito che il nostro campione lamenta
una consapevolezza carente. Alla domanda 15: quale conoscenza hai degli effetti delle droghe sintetiche, le
risposte scarsa e nessuna raggiungono assieme il 54,8% - rispettivamente 44,8% e 10% - mentre buona e
sufficiente il 45,2% - 12% e 33,2%,
le risposte in assoluto sono state 250
- . E la risposta alla questione da chi
hanno avuto le informazioni maggiori su di esse, che è la domanda
numero 16, pur prevedendo più opzioni, rivela come i mass media nei
riscontri la fanno da padroni, - televisione 43,7% di risposte, radio e
giornali 40,5%; le altre risposte, medici 3,2%, corsi 2,4%, servizi pubblici 3,2%, azienda/sindacato 0,5%
hanno percentuali risibili.
Le domande dalla 17 alla 23 mettono direttamente in relazione le droghe sintetiche con il mondo del lavoro con una serie di questioni dirette. Dopo aver chiesto un identikit
del consumatore di queste sostanze
al compilatore - domanda 19: secondo te chi assume droghe sintetiche è? Le risposte, da dare ad ogni
ipotesi, assieme a qualche forte convinzione: è giovane? sì 65,1%; ha un
cattivo rapporto con la famiglia? sì
60,7%; ha difficoltà a fare amicizia?
no 51,9%; si considera un tossicodipendente? no 66,7%, denotano anche qualche indecisione: ruba? sì
22,6% no 39,6%; è una persona
normale? sì 45% no 38,1%; è poco
motivato al lavoro? sì 39,1% no
EuridiceNews 13
pagina 14
24,5% - , la domanda 17 chiede se
nel proprio ambiente di lavoro esiste
il consumo di droghe sintetiche e i
no, su 237 riscontri sono il 51,1%
assieme a un piccolo, ma rivelatore
2,1% di sì, (non so 46,8%). Si prosegue con la domanda 18 per la quale si potevano scegliere fino a due
opzioni: come ci si può accorgere, a
parere del compilatore, se in una impresa esiste il consumo di droghe
sintetiche? Le percentuali significative sono nelle risposte: eccesso di assenza per malattie, 23,7%; episodi di
violenza, 22,9%; furti, 16%. La domanda 20 chiede: quali sono le condizioni di lavoro che possono contribuire al consumo di queste droghe
sintetiche? E qui i lavoratori bancari
sembrano convinti: mobbing,
19,9%; stress lavorativo 26,6%; precarietà di lavoro, 16,7%; rischio di
disoccupazione, 14,5% sono le condizioni che assieme arrivano al
77,7% di indicazioni su 642 (potevano darsi tre risposte). Condizioni
tutte tra loro correlate come sa bene
chi vive in aziende come quelle creditizie (lavoro monotono, assenza di
carriera, lavoro notturno, lavoro nei
fine settimana le altre risposte con il
restante 23,3%, la prima - lavoro
monotono - a più della metà,
14,2%), in cui adesso, come prima e
tuttora in altri comparti e settori, le
ristrutturazioni proprietarie si sposano a quelle organizzative, feroci e veloci, e comportano radicali cambiamenti che vanno ad impattare non
con azioni societarie, ma con la
mente e il corpo, il sangue e la carne
di esseri umani. È evidente, che
quelle condizioni elencate dalla domanda sono percepite con sentimenti di preoccupazione e vulnerabilità da parte dei lavoratori come
porte aperte ed eventuali comportamenti di dipendenza.
Le domande 21 e 22 di questa penultima sezione - l’uso di droghe sintetiche riduce la produzione dell’impresa? e chi usa frequentemente nuove sostanze si assenta di più sul lavoro? mandano in parte la palla nella
metà campo delle aziende e i lavoratori sembrano condividere l’idea che
la dipendenza da questi prodotti rappresenti un danno notevole per la
produttività dell’impresa - nel primo
caso su 218 risposte i sì sono il
68,8%, i no il 4,1%, non so 27,1%;
nel secondo, su 247, i sì li vediamo
al 51,4% con i non so al 41,7%. La
domanda 23 chiede proseguendo in
parte su questa linea se, secondo il
lavoratore, vi sono delle persone che
si infortunano sul lavoro perché sono sotto l’effetto di droghe sintetiche
e la risposta sì raccoglie quasi la metà dei consensi, 48,8% su 248 - non
so il 38,3% e il no il restante 12,9%,
trasmettendo la consapevolezza della “pericolosità” della dipendenza da
sostanze, mentre il riscontro prevalente per la domanda 24, solo gli
adolescenti che vanno in discoteca
usano le droghe sintetiche?, smentisce un certo alone di luogo comune
che si ha la sensazione ristagni sulla
questione: i no arrivano alla percentuale del 79,9% e i sì sono soltanto
il 4,8% su 249 risposte, così come
quelle, in totale 248, alla domanda
25, tutti quelli che iniziano ad usare
le droghe sintetiche sono convinti di
poter smettere quando vogliono?, ne
confermano uno sostanzialmente
negativo: i sì sono il 79,8%, i no il
4,8%.
In sintesi i responsi a questa sezione
del questionario lasciano trasparire
da un lato certe insicurezze dei lavoratori bancari in ordine alla conoscenza che possono avere intorno alle droghe sintetiche, o comunque a
quelle che vengono definite a volte
impropriamente “nuove sostanze” e,
quindi, rimandano anche una richiesta di informazione e formazione; dall’altro sembrano rilanciare
una certa preoccupata domanda a
soggetti diversificati di attenzione e
presa in carico di un problema che si
vorrebbe forse vedere, da parte di
questi lavoratori, lontano dai luoghi
di vita, ma che, nel contempo, ha
chiara la caratteristica di poter diventare qualcosa con cui avere a che
fare di persona (e qui probabilmente viene a cadere anche una qualsiasi differenza di percezione tra droghe
pesanti e droghe sintetiche).
L’essenza di questa richiesta sembra
essere confermata dalle risposte alle
ultime tre domande della sezione finale del questionario, sezione che
abbiamo chiamato “forme di aiuto”.
La domanda 26 chiede: se un lavoratore vuole farsi aiutare a chi deve
rivolgersi? e le risposte, una per ogni
scelta, 245 in tutto, rispecchiano
una sensazione di solitudine oltre
che un certo pudore: la più frequente è a un amico, 45,3%, seguita da a
un centro specializzato con il 35,5%,
poi, staccate, al Ser.T., 10,2%, se la
sbriga da solo, 5,7%. Da notare un
disperante 2% che mette insieme le
risposte alla direzione del personale,
0,4%, e all’organizzazione sindacale,
1,6%. Una richiesta d’aiuto, percepita come inaccolta, la lascia trasparire anche il risultato registrato dalle
risposte alla domanda 27: le imprese
dovrebbero avere un programma di
lotta contro la droga? Sì, 69,5%,
7,6% no. E i riscontri all’ultima domanda, la 28: quali vantaggi, secondo il lavoratore, ci sarebbero per
un’impresa se essa avesse un programma di lotta contro la droga,
sembrano privilegiare una concezione per così dire “ecologica” dell’ambiente di lavoro rispetto a concetti
invece più specifici. Infatti, vediamo
che nei confronti di quella domanda, il 40,7% di risposte contrassegnano l’opzione ci sarebbero rapporti di lavoro più equilibrati, con una
frequenza di 207 su 508 ricorrenze,
posto che si richiedono fino a tre risposte. Ci sarebbero meno assenteismi raccoglie il 24,4% - 124 frequenze -, meno infortuni il 12,4%,
meno misure disciplinari il 10,6%,
meno licenziamenti il 7,3%, meno
conflitti legali il 4,5%. Sembra,
quindi, acclarata e abbastanza significativa la tensione espressa verso una
“pulizia” in senso non stressante,
non conflittuale, non ansiogena dell’organizzazione del lavoro e dei rapporti al suo interno al fine di una
tempestiva prevenzione nei riguardi
dei fattori che potrebbero favorire
l’insorgenza di dipendenze intese come patologiche.
Questa considerazione potrebbe andar bene anche come commento
conclusivo alla buona esperienza fatta con questa popolazione di lavoratori bancari, esperienza che è continuata con la distribuzione negli uffici e nelle filiali degli opuscoli infor-
EuridiceNews 13
mativi sugli psicofarmaci e le droghe
sintetiche e soprattutto con la risonanza del corso formativo di cui
questo seminario di un giorno a Posillipo è il punto culminante. Alle sedute del corso, tenute fuori dell’orario d’ufficio, sono intervenuti con
profitto, oltre che rappresentanti sindacali, anche semplici lavoratori e lavoratrici destinatari del questionario
di Euridice, a testimonianza di un
interesse molto vivo.
Ciò indica anche come la sensibilità
a forme di disagio sul lavoro che,
vecchie o nuove che siano, hanno
trovato, come anche qui abbiamo
sentito, una sistematizzazione e una
denominazione nei concetti di mobbing, dipendenza, disadattamento
da stress ecc. provocano domande,
queste sì, veramente nuove e diverse
pagina 15
da parte dei lavoratori, visto l’impatto che hanno sulla loro salute.
I lavoratori colpiti hanno tutto il diritto alla visibilità e al riconoscimento delle proprie patologie. Pensate,
ad esempio, che rispetto ai danni
psicologici per cause di lavoro non
esistono all’Inail tabelle di quantificazione.
Questi bisogni devono essere inseriti in percorsi di tutela che, passando
attraverso i contratti di categoria e
leggi come la 626, rientrano nella
competenza e nella mediazione sindacale, insomma in un ambito che
potremmo definire “specifico sindacale” come quello dell’intervento sui
fattori patogeni dell’organizzazione
del lavoro.
Questo ambito deve naturalmente
arricchirsi con un’elaborazione poli-
tica e un’esperienza continue e anche
con l’uso e l’ausilio di strumenti come, per esempio, il Programma Euridice, che operatori specializzati
possono mettere a disposizione.
Percorsi formativi che riescano ad
adeguare tematiche sociali a nuovi
problemi e questioni di salvaguardia
dell’integrità fisica e psichica dei lavoratori e, di conseguenza, aiutino a
creare operatori sindacali (come il
delegato sociale) pronti ad occuparsi di disagio e sofferenza sui posti lavoro, annullando la scissione che si
può percepire tra mondo del lavoro
e mondo di chi presta le cure, ebbene questi percorsi possono essere una
chiave della strategia sindacale che è
quella di portare sempre più avanti
la frontiera dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori.
EuridiceNews 13
pagina 16
Cosa pensano i lavoratori della WIND
di Napoli circa la dipendenza
da sostanze e le nuove forme
di consumo
Chi ha risposto al questionario
Nel mese di giugno 2002 è stata realizzata in collaborazione con la
WIND, una ricerca sulle dipendenze
da sostanze e nuove forme di consumo. Ad essa hanno partecipato 151
lavoratori pari a circa il 25,2% degli
interessati. Il questionario era anonimo ed ognuno era libero di compilarlo. La partecipazione alla ricerca è
stata, quindi, su base spontanea.
La quasi totalità del campione è composto da lavoratori con un’età compresa tra i 21 ed i 35 anni (99,3%); il
17,2% ha un’anzianità di lavoro inferiore ai 5 anni; in netta prevalenza è
composto da femmine (85%), da diplomati (80%) e laureati (19,3%), da
impiegati (95%) e quadri (5%).
Cosa vuol dire dipendere da una
sostanza
L’idea dominante fra i lavoratori, circa il significato di dipendenza da una
sostanza è che il suo bisogno è difficile da controllare (41,4%) e che non si
può fare a meno d’averla (40%).
In ordine di priorità, secondo i lavoratori, inducono uno stato di dipendenza forte le sigarette (77%), le droghe pesanti (69%), l’alcool (65,3%),
le droghe sintetiche (57,5%), gli psicofarmaci (57,2%) e le droghe leggere (48%).
I lavoratori pensano che sia più facile
smettere con le sigarette (56,8%) rispetto alle droghe pesanti (1,4%) e all’alcool (4,3%).
Che la dipendenza da sostanze sia una
condizione psico-fisica che provoca
molte conseguenze di cui bisogna occuparsi è la convinzione del 60% del
campione, mentre il 19% pensa che
sia come una malattia.
L’idea prevalente tra i lavoratori è che
una persona con problemi di dipendenza è recuperabile (87,2%) e che
lavora (63,5%).
Chiunque, inoltre, può avere un
problema di dipendenza (80%) e
quando si è coinvolti in questa situazione né la comunità da sola
(43%), né l’intervento medico da solo (43,6%) sono sufficienti per aiutare la persona alle prese con i problemi psicologici provocati dalla dipendenza da una sostanza.
Le conseguenze
Quali sono le conseguenze più rilevanti per chi consuma sostanze che
producono uno stato di dipendenza?
In generale gli psicofarmaci rendono
l’individuo passivo (64%), l’alcool riduce la sicurezza nella guida (55%) e
rovina i rapporti familiari (10,5%), le
sigarette rovinano la salute (88%), le
droghe pesanti aumentano il bisogno
di soldi (38%).
Sul lavoro le sigarette (26,4%) e le
droghe pesanti (8,8%) fanno correre
rischi ai compagni di lavoro. Alcool
(48,4%) e psicofarmaci (46,7%) riducono la capacità lavorativa; queste
due sostanze riducono anche la precisione sul lavoro rispettivamente per il
25,4% e il 25,8% del campione.
Droghe pesanti (37%) e droghe sintetiche (32%) fanno correre più rischi
all’interessato.
In questo scenario, il 47% è dell’idea
che, quando un lavoratore ha a che
fare con una persona dipendente, teme che crei una situazione di pericolo per sé e per gli altri; il 25% esprime desiderio di aiutarlo mentre
l’11% prova fastidio.
Il 33,6% afferma che servono più informazioni per prevenire la dipendenza e le sue conseguenze e il 17%
vorrebbe conoscere più a fondo le
condizioni che portano a trovarsi in
tale situazione, mentre il 25,7% vorrebbe sapere a chi rivolgersi in caso di
bisogno.
Al mondo del lavoro servono più
esperti in campo psicologico
(32,6%), una conoscenza precisa di
comportamenti a rischio (21%) e
gruppi di lavoratori/trici preparati ad
affrontare il problema (16%); il 9,4%
sostiene invece che il mondo del lavoro non se ne debba occupare.
EuridiceNews 13
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Nuove droghe sintetiche
e mondo del lavoro
I
l questionario poi esplorava anche
le nuove forme di consumo, in particolare le droghe sintetiche.
Il 40,6% afferma di avere una conoscenza sufficiente degli effetti delle
droghe sintetiche, il 35% scarsa, il
7% nessuna; il 17,5% ne ha invece
una buona conoscenza.
Televisione (42,4%) e radio/giornali
(35%) sono le fonti principali di informazione, mentre solo per il 5,7%
lo sono i medici e per il 3% i servizi
pubblici.
Il 71,6% di coloro che hanno risposto non sa se nel proprio ambiente di
lavoro esiste il consumo di droghe
sintetiche; non ci sarebbe per il
22,7% mentre esisterebbe per il
5,7%.
Lo spaccio attorno all’azienda
(27,6%), episodi di violenza
(21,6%), furti (18,6%) e siringhe abbandonate (15%) sono gli indicatori
che testimoniano l’esistenza del consumo di droghe sintetiche in un’impresa.
I lavoratori pensano, inoltre, che chi
consuma droghe sintetiche è giovane
(51,4%), non ha difficoltà a fare amicizie (42,3%), non ruba (28,3%), ha
un cattivo rapporto con le famiglie
(54%), è una persona normale
(46,7%), non ha interrotto lo studio
(42,3%), non si considera un tossicodipendente (69,3%), vuole sfidare il
senso del limite (55%).
Rilevanti sono le percentuali di “non
so” che vanno dal 22,6% al 50,4%.
Stress lavorativo (25,5%), precarietà
di lavoro (17,2%), mobbing
(15,2%), lavoro monotono (13,5%),
e rischio di disoccupazione (13,5%)
sono le condizioni di lavoro che pos-
sono contribuire al consumo di queste nuove droghe sintetiche.
Inoltre, i lavoratori pensano che l’uso
di droghe sintetiche riduca la produzione dell’impresa (71,6%), mentre il
58,2% ed il 49% non sa se chi usa
nuove sostanze si assenta e si infortuna di più sul lavoro.
Se uno poi vuole farsi aiutare si rivolge ad un amico (50,7%), ad un centro specializzato (32,4%), al Ser.T
(9%).
Infine, il 67,6% afferma che l’impresa dovrebbe avere un programma di
lotta contro la droga, e che i vantaggi
per l’azienda nell’applicare un tale
programma sono molteplici. I più rilevanti sono: rapporti di lavoro più
equilibrati (46%), meno assenteismo
(18,5%) e meno misure disciplinari
(14,3%).
EuridiceNews 13
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Training su:
“Dipendenza da sostanze
e nuove forme di consumo
nei luoghi di lavoro”
S
ede Napoli, presso FISAC - Via
Diaz 10, dalle ore 16.30 alle
18.30
Obiettivo formativo: mettere un
gruppo di delegati sindacali e rappresentanti della sicurezza nei luoghi
di lavoro in condizione di saperne di
più sulle dipendenze da sostanze e di
aumentare le loro competenze e le
loro abilità sociali.
Obiettivo didattico: apprendere modelli di negoziazione con i responsabili delle imprese circa le forme di
aiuto ai lavoratori in difficoltà e modelli di prevenzione del disagio psicosociale nei luoghi di lavoro.
Primo modulo
Articolazione dell’intervento
formativo
Introduzione
Co-progettazione del contenuto
dell’azione formativa
Relatore: Giuseppe De Luca, Psicoterapeuta, Responsabile Progetto
Euridice
28 gennaio 2002 - ore 16.30 / 18.30
Prima sessione
Quarta sessione
L’evoluzione del fenomeno droga a
Napoli con particolare riferimento
al mondo del lavoro
Le nuove droghe sintetiche ed i giovani lavoratori: nuovi lavori e nuove forme di dipendenza da sostanze
Relatore: Rossana Cavallo, Sociologa, Dipartimento Prevenzione ASL
1 Napoli
7 marzo 2002 – ore 16.30 / 18.30
Relatore: Stefano Vecchio, Dipartimento Dipendenze ASL 1 Napoli
16 maggio 2002 – ore 16.30 / 18.30
Quinta sessione
Seconda sessione
Contratti collettivi di lavoro e leggi: opportunità di intervento nell’area delle dipendenze da sostanze. Il
ruolo della legge 626
Relatore: Corrado Mandreoli, Responsabile Politiche Sociali CGIL,
Milano
21 marzo 2002 – ore 16.30 / 18.30
Terza sessione
Come costruire un programma di
aiuto verso un lavoratore in difficoltà: presentazione della rete dei
servizi per le tossicodipendenze a
Napoli
Relatore: Stefano Vecchio, Dipartimento Dipendenze ASL 1 Napoli
4 aprile 2002 – ore 16.30 / 18.30
Psicofarmaci, cosa devi sapere
Relatore: Paolo Pappone, Dipartimento Salute Mentale ASL 1 Napoli
30 maggio 2002 – ore 16.30 / 18.30
Sesta sessione
Seminario Nazionale su:
Organizzazione del lavoro, stress,
comportamenti di dipendenza
Programma:
a) L’evoluzione dell’organizzazione
del lavoro nel settore bancario
Ugo Balzanetti
b) Stress e disadattamento da lavoro
Renato Gilioli, Clinica del Lavoro di Milano
c) Le conseguenze delle nuove forme di organizzazione del lavoro
sulla salute dei lavoratori
Antonella Pezzullo
EuridiceNews 13
d) Gli aspetti legali del mobbing
Donato Ceglie
e) Stress e Mobbing: presentazione
di esperienze di intervento nei
luoghi di lavoro a Napoli
Paolo Pappone, Ciro De Biase,
Antonio Majo
ed a Mantova
Umberto Fioravanti
f) Presentazione e discussione dei
dati della ricerca Euridice
3 giugno 2002 - ore 9.00 / 17.00
Settima sessione
Chiusura e valutazione della prima
parte dell’azione formativa, co-progettazione della seconda parte
Relatore: Giuseppe De Luca e Massimo Vellante
13 giugno 2002 – ore 16.30 / 18.30
Tutor: Emiliano Errico
Responsabile: Giuseppe De Luca
Strumenti di monitoraggio del training: Locus of Control (all’inizio e
alla fine)
Sessioni di assessment del processo
formativo con il gruppo leader.
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Secondo modulo
Seconda sessione
Come costruire un ambiente di lavoro sano dal punto di vista relazionale
Il trauma da rapina come fattore di
rischio per la salute mentale dei lavoratori
Obiettivo formativo: mettere un
gruppo di delegati sindacali e rappresentanti della sicurezza nei luoghi di
lavoro, in condizione di saperne di
più sulle problematiche psicologiche,
che hanno un impatto negativo nei
rapporti interpersonali e che rendono
malsano l’ambiente di lavoro.
Relatori: Antonella Pezzullo, Psichiatra, Dipartimento Politiche Sociali, CGIL-Campania
Massimo Vellante, FISAC-Napoli
19 dicembre 2002 – ore 9.30/13.00
Obiettivo didattico: apprendere modelli di negoziazione con i responsabili delle imprese circa le forme di
aiuto ai lavoratori in difficoltà e modelli di prevenzione del disagio psicosociale nei luoghi di lavoro.
Prima sessione
Seminario su: Problemi della dipendenza da fumo: leggi, contratti,
esperienze
Relatori: Massimo Vellante, FISACNapoli
Antonella Pezzullo, CGIL Regione
Campania
6 novembre 2002 – ore 9.00 / 17.00
Terza sessione
La relazione con i capi e tra i colleghi nelle politiche aziendali di budget e ripercussioni sull’etica dei
comportamenti
Relatori: Antonella Pezzullo, Psichiatra, Dipartimento Politiche Sociali, CGIL-Campania
Rosario Spalice, Dipartimento Farmacodipendenze ASL 1 Napoli
Lucio D’Arrigo, Dirigente Banca
Popolare di Lodi
Ugo Balzanetti, Fisac Nazionale
6 febbraio 2003 – ore 9.30/13.30
Quarta sessione
Lo stress come fattore di rischio per
la salute
Relatore: Paolo Pappone, Psichiatra,
Dipartimento Salute Mentale ASL 1
Napoli
9 marzo 2004 – ore 9.00/17.00
EuridiceNews 13
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I protagonisti
I lavoratori che hanno partecipato ai due moduli di azione formativa
Partecipanti al I modulo formativo
Antonio Coppola
San Paolo Banco di Napoli (Cercola)
Antonio D’Antonio
San Paolo Banco di Napoli (Arzano)
Ciro De Biase
San Paolo IMI (Napoli)
Annabella Esposito
San Paolo Banco di Napoli (Napoli)
Raffaele Meo
San Paolo Banco di Napoli (Marigliano)
Alfonso Severino
San Paolo Banco di Napoli (Marano)
Giovanni Signudi
Lloyd Adriatico (Napoli)
Laura Sorrentino
San Paolo Banco di Napoli (Napoli)
Giovanni Palumbo
San Paolo Banco di Napoli (Boscoreale Na)
Pasquale Renda
San Paolo Banco di Napoli (Pozzuoli)
Salvatore Esposito
Credito Popolare Torre del Greco
Claudio Rossi
Credito Emiliano (Napoli)
Antonio Deluca
GestLine Esattorie (Napoli)
Antonio Maio
San Paolo Banco di Napoli (Ischia)
Alfredo Scognamiglio
Credito Emiliano (Napoli)
Mimmo Fabricini
San Paolo Banco di Napoli (Napoli)
Mario De Marinis
San Paolo Banco di Napoli (Caivano)
Renato Tozza
Unicredito (Napoli)
Partecipanti al II modulo Formativo
Antonio Casucci
Unicredito (Napoli) Teresa Potenza Unicredito (Napoli)
Gianfranco Gallo
San Paolo Banco di Napoli (Castellammare)
Roberto Di Donato
Banca Popolare Ancona (Napoli)
Antonella Digrazia
San Paolo Banco di Napoli (Napoli)
Francesco d’Apuzzo
Banca Popolare Novara (Napoli)
EuridiceNews 13
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Gli esperti che sono intervenuti nell’azione di formazione
Esperto
Qualifica
Giuseppe De Luca
Psicoterapeuta, Responsabile Progetto Euridice,
Cooperativa Marcella
Rossana Cavallo
Sociologa, Dipartimento Prevenzione ASL NA1
Paolo Pappone
Psichiatra, Dipartimento Salute Mentale ASL NA1
Stefano Vecchio
Dipartimento Farmacodipendenze ASL NA1
Rosario Spalice
Dipartimento Dipendenze ASL NA1
Clara Baldassarre
Dipartimento Farmacodipendenze ASL NA1
Lucio D’Arrigo
Dirigente Banca Popolare di Lodi
Donato Ceglie
Magistrato
Renato Giglioli
Clinica del Lavoro di Milano
Claudio Petrella
Direttore UOSM Dst. 44, Responsabile del Centro di
Riferimento Regionale per il Mobbing e il Disadattamento
Lavorativo
Antonella Pezzullo Psichiatra,
Dipartimento Politiche Sociali CGIL-Campania
Umberto Fioravanti
Responsabile Politiche Sociali CGIL Mantova
Corrado Mandreoli
Responsabile Politiche Sociali CGIL Milano
Massimo Vellante
FISAC Regionale Campania Ugo Balzanetti FISAC
Nazionale
EuridiceNews 13
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Eventi
Seminario Nazionale
Organizzazione del lavoro,
stress, comportamenti
di dipendenza
3 giugno 2002 - ore 9,00 / 17,00
Circolo Postale Baia 2 Frati,
Posillipo
Come nasce il progetto Euridice a
Napoli
• Massimo Vellante, segretario
FISAC-CGIL Regione Campania
Le conseguenze delle nuove forme
di organizzazione del lavoro sulla
salute dei lavoratori
• Antonella Pezzullo, CGIL
Regione Campania
Il mobbing come emergenza
psichiatrica
• Claudio Petrella, Direttore
UOSM Dst. 44, responsabile del
Centro di Riferimento Regionale
per il Mobbing e il
Disadattamento Lavorativo
Stress e disadattamento da lavoro
• Renato Gilioli, CDL, Clinica del
Lavoro di Milano
Gli aspetti legali del mobbing
• Donato Ceglie, Magistrato
Un approccio integrato alla
prevenzione delle
tossicodipendenze
• Stefano Vecchio, Direttore
Dipartimento
Farmacodipendenze ASL
Napoli 1
L’evoluzione dell’organizzazione
del lavoro nel settore bancario
• Ugo Balzanetti, Responsabile
Politiche di Comparto FISACCGIL Nazionale
Il danno psichico da mobbing e da
stress lavorativo: l’esperienza
napoletana
• Paolo Pappone, Psichiatra,
Responsabile Ambulatorio
Specializzato per i Disturbi da
Disadattamento Lavorativo ASL
Napoli 1
Stress e mobbing: presentazione di
esperienze di intervento a
Mantova
• Umberto Fioravanti,
Responsabile Politiche Sociali
CGIL Mantova
La percezione della dipendenza da
sostanze in un gruppo di
lavoratori/trici del settore bancario
a Napoli
• Ciro De Biase, Gruppo Euridice
Napoli
Seminario Regionale di
Formazione
Problemi della dipendenza
da fumo: leggi, contratti,
esperienze
6 novembre 2002 - ore 9,00 /17,00
Sede: Starhotel Terminus, Piazza
Garibaldi 91, Napoli
Il progetto Euridice: valutazione e
prospettive
• Ciro De Biase, Coordinatore
Gruppo di Lavoro Euridice
Il tabagismo sul posto di lavoro.
Diritto alla salute
• Antonella Pezzullo, Psichiatra,
Dipartimento Politiche Sociali
CGIL-Campania
Il ruolo delle RLS: esperienze
aziendali sul ruolo del fumo
• Raffaele Meo, RLS San Paolo
IMI Campania
• Alfredo Scognamiglio, RLS
Credito Emiliano Campania
Conseguenze fisiche e psicologiche
della dipendenza da fumo
• Clara Baldassarre
Euridice: un programma europeo
• Giuseppe De Luca
Legislazione vigente sul fumo,
ruolo delle RLS e salubrità degli
ambienti di lavoro
• Donato Ceglie, Magistrato
EuridiceNews 13
pagina 23
Seminario Europeo
Tavola rotonda
Dipendenza da sostanze sul
lavoro. Un confronto europeo
Il progetto Euridice in Europa:
confronto di esperienze
14-15 novembre 2003
Hotel Plaza, Piazza Principe
Umberto I, 23 Napoli
Euridice: un modello integrato di
prevenzione delle dipendenze da
sostanze nei luoghi di lavoro
• Giuseppe De Luca, Responsabile
Progetto Euridice
• Ciro De Biase, Coordinatore
Euridice FISAC-Napoli
Tavola rotonda
L’impresa: etica di comportamento
e responsabilità sociale
• Michele Gravano, CGIL
Campania
• Pietro Cerrito, CISL Campania
• Anna Rea, UIL Campania
• Maria Fortuna Incostante,
Assessore al Personale Regione
Campania
• Pietro Simonetti, Presidente
Comitato Interistituzionale di
Coordinamento per le Politiche
del Lavoro, Regione Basilicata
• Ezio Dardanelli, Responsabile
Politiche Sociali FISAC
Nazionale
• Bernhard Gödelmann, Dechema,
Francoforte,
Tavola rotonda
Il Progetto Euridice in Italia
• Adele Isernia, Antonio Gioiello,
Lidia Genova, Gruppo Euridice
Ser.T. Rossano Calabro
• G. Villani, G. Mattiolo, M.
Mascii, S. Becocci, N. Germani,
Gruppo Euridice Ser.T. Prato
• Francesca Padovan, Gruppo
Euridice Parma
• Stefano Piovanelli, Gruppo
Euridice Mugello, Ser.T. Borgo
San Lorenzo
• Giuseppe Zanda, Tosca Poggi,
Gruppo Euridice Ser.T. Lucca
• Raffaele Meo, Antonio Coppola,
Gruppo Euridice Napoli
Portogallo
• Fernando Mauricio Carvalho,
Ana Paula de Brito Palma, Alvaro
Cartas, CGTP, Lisbona,
Grecia
• Niki Georgala, Okana, Atene
Creta
• Maria Zaharaki, Drug Prevention
Center, Rethymno
Norvegia
• Arvid Skutle, Bergen Clinic
Foundation, Bergen, Paolo
Deluca, Cooperativa Marcella
Spagna
• Loreto Belda, Cristina Pina,
Mancomunitat de la Vall
d’Albaida, Ontinyent,
Irlanda
• Nazih Eldin, North Eastern
Health Board, Dublino
Germania
• Gido Hess, DAW, Francoforte
Malta
• Paul Pace, Primary Prevention
Manager
Coordina:
Rawaf Salman,
Department Wandsworth PCT,
Springfield Hospital, SW Londra
Il quadro legislativo
• Donato Ceglie, Magistrato
Il disagio psicosociale nei luoghi
di lavoro
• Antonella Pezzullo, Psichiatra
• Le politiche europee
• ILO
David Gold
• OMS
Philip Lazarov
Coordina:
Stefano Vecchio
Dipartimento Farmacodipendenza
Asl Napoli 1
Tavola rotonda
Stress, mobbing e comportamenti
di dipendenza
Vengono presentati i risultati di
indagini e ricerche su questo
fenomeno e confrontati i modelli e
le metodologie di intervento
Italia
• Massimo Vellante, Gruppo
lavoro Mobbing e Stress
• Paolo Deluca, ricercatore
•Paolo Pappone, Dipartimento
Salute Mentale, ASL Napoli 1
• Fabio Strambi, Medicina del
Lavoro, Siena
• Ugo Balzanetti, FISAC
Nazionale
Inghilterra
• Tom Mellish, Trade Union
Congress, Londra
• Rawaf Salman, Department
Wandsworth PCT, Springfield
Hospital, SW Londra
Tavola rotonda
Francia
• Antonio Amaniera, Formacom
3000, Parigi
Alcol, tabacco e droga:
una politica integrata per
la prevenzione delle condizioni
di disagio psicosociale nel mondo
del lavoro
Finlandia
• Teuvo Peltoniemi, Finnish
Foundation, A-Clinic, Helsinki
Coordina:
Antonella Pezzullo,
Dipartimento Sanità CGIL
Campania
Conclusioni
EuridiceNews 13
pagina 24
Voci dal buio
Ciro De Biase
L’esperienza del gruppo di lavoro
antimobbing della FISAC/CGIL di Napoli
Prefazione
Grazie all’impegno e alla dedizione del
gruppo di lavoro antimobbing, è stato
possibile gestire l’iniziativa del numero
verde antimobbing, che la FISACCGIL Regionale unitamente alla
CGIL Regionale e alla CdLM di Napoli, ha messo a disposizione di tutti i
lavoratori che si trovino a vivere sul posto di lavoro la drammatica esperienza
del disagio psicologico.
Prima in Italia, l’importante e significativa iniziativa della nostra Organizzazione ha rappresentato un punto di riferimento anche per altri settori e ha
consentito di dare forte visibilità al nostro impegno per garantire sui luoghi
di lavoro il diritto alla salute e alla sicurezza.
È stata un’esperienza importante anche
dal punto di vista umano e ci ha permesso di entrare in relazione con una
miriade di casi che hanno evidenziato
la fortissima sofferenza sia fisica che
morale delle persone coinvolte.
Ciro De Biase ha avuto la sensibilità di
raccogliere alcune delle esperienze più
significative e di raccontarle nell’elaborato che segue.
È un lavoro che abbiamo deciso di
mettere a disposizione, ritenendo che
possa essere utile al rafforzamento in
tutti noi della determinazione ad intervenire soggettivamente e collettivamente nella difesa dei più deboli, i quali spesso vivono in solitudine le loro
difficoltà.
La Segreteria Regionale
FISAC/CGIL Campania
Voci dal buio
L’esperienza del gruppo di lavoro antimobbing della FISAC/CGIL di Napoli, a cura di Ciro De Biase - Segretario
FISAC-CGIL - SANPAOLO IMI Napoli
I
La voce femminile, un po’ affannosa,
ma senza pause quasi meccanica, sembra irradiare gli echi di annose stanchezze, di levate sonnacchiose, di albe
ferrigne scrutate attraverso vetri appannati per indovinare la progressione del
giorno, probabilmente uguale a ieri e
uguale a domani.
«Pronto è il numero anti comesidice
mobbing? Mia figlia ha letto di voi sulla Repubblica, mi ha spiegato qualcosa, ho detto adesso telefono, ma dove
state - a Napoli? ah sì? buono - vedete
ho cinquantasei anni senza marito, madonna lavoravo nell’azienda elettrica
nemmeno da tanto, gestione presenze
insomma esecutiva amministrativa,
non troppo lontano, prendevo solo un
pullman adesso hanno ceduto il servizio, voglio dire la gestione presenze a
una ditta la Cesap (voce della figlia in
sottofondo: mamma ti ho già detto,
non è caso di mobbing il tuo) zitta! la
ditta nuova, gli uffici stanno vicino all’Inps alla stazione, insomma, devo
prendere anche due linee di metropolitana oltre al pullman eccheddiavolo
sto a Chiaiano, ma fuori quasi in campagna, madonna mia, vedete ho anche
l’artrosi, prendo le medicine tre o quattro pastiglie al giorno, quando mi ricordo per lostope loster (voce della figlia: osteoporosi), evvabbé, anche un
po’ di epatite, il medico mi dice sempre state attenta perché non andate in
pensione gesù (già, perché? - non posso, lavoro da troppo poco, non ho l’età, ho una figlia giovane - voce: seee,
una volta - diplomata e ‘dissoccupata’),
ma quello che mi sconvolge e mi arrabbia è il fatto che molti colleghi, non
tutti, non molti del servizio presenze
non sono stati ceduti, sono rimasti all’azienda elettrica perché conoscevano è comesidice clientelismo - qualche dirigente, qualche politicuccio fa i favori
eh è così - che cosa si può fare? la mat-
EuridiceNews 13
tina quelle metropolitane tristi la collinare gialla piena ti sbattono, gesù, fra
di loro, poi fino a piazza Garibaldi, è
peggio, mi fanno male tutte le gambe
devo arrancare al ritorno, non ne parliamo d’inverno, è scuro mi viene anche paura.... perché?»
Tu chiudi gli occhi sull’ultima domanda perché sai che non potrai (saprai)
mai rispondere. Quel perché, nel suo
significato finale, recondito, è un macigno scuro che ti fa piegare la testa. Ti
mette una soggezione metafisica, arcaica. L’ultima fra le cose che ti puoi permettere di avere se vuoi aiutare davvero qualcuno. Resti ancora un momento così. Scompare per un attimo il telefono, la scrivania sulla quale l’abbiamo poggiato e attivato a tempo di record - noi, il gruppo - col prefisso ottocento (e poi trentaduecinquantacinquezerozero) - la postazione, l’avamposto anti mobbing, spartano: un foglio e
una penna, qualche libro - scompare il
salone della sede della FISAC CGIL
Campania (sindacato sul territorio dei
bancari/assicurativi/esattoriali), un salone luminoso come la sindacalista a
cui l’abbiamo dedicato, Floria, e che è
scomparsa troppo presto: gli dei amano avere con sé prima del tempo le persone generose.
Magari potesse ancora aiutare, Floria, a
rispondere a questa lavoratrice che ha
subito, evidentemente, assieme ad altri
suoi colleghi, le conseguenze di un processo di ristrutturazione all’Enel, con la
esternalizzazione ad altre aziende con
diversi livelli contrattuali, forse controllate o partecipate da quella madre,
di servizi secondari, a basso o nessuno
valore aggiunto (si dice così, no?) vale
a dire servizi che non portano utile, che
comportano problemi, che non sono
orientati alla missione principale dell’impresa. Esternalizzazione, ovvio, è
un orrendo neologismo aziendale che
sta per cessione, spesso comprende i lavoratori, i ceduti.
Forse si dovrebbe fare, adesso, indossando panni suggestivi, una convincente e forte tirata contro il capitalismo
postmoderno e contro la globalizzazione, contro la metafora (e la retorica) del
refolo di brezza in Giappone che fa
pagina 25
un’inondazione in Europa, contro il cinismo del mercato, no scusate del Mercato, no scusate ancora del MERCATO, che può rendere per sempre un essere umano privo di un vero lavoro,
dissoccupato (è strana questa abitudine
di alcuni di noi, qui a Napoli, di pronunciarla con la doppia esse, sembra
un evocare sinistramente la parola disossato). Tutte cose giuste. Di passione.
Che ti danno la soddisfazione di aver
capito i disegni dei potenti. O forse si
dovrebbe spiegare con passione uguale,
ma è più difficile, come vanno imbrigliati e regolati i disordini e i guasti economici e sociali di un mondo complesso, effervescente, frattale, a più facce, a più strati, affinché le ingiustizie
con sforzo e fatica diminuiscano, affinché la democrazia, il più lento ed imperfetto, ma il più giusto dei sistemi, si
affermi sempre e ovunque. (Chi diceva
che è il peggiore, eccettuati tutti gli altri? Churchill, credo, spocchioso, ma
saggio, forse).
In tutti i casi non puoi rispondere al bisogno attuale, qui e ora, della signora al
telefono, ai suoi dolori alle gambe, alle
metropolitane malsane, ai tardi orari,
alle paure, all’ufficio lontano un pullman e due tratte della sotterranea (la
città è grande: da Bagnoli a S. Giovanni, dalla collina del Vomero al porto.
Del resto tutte le città possono essere
grandi, e ostili, e fredde). Il sindacato
avrà fatto il suo dovere, avrà obbedito
al suo scopo precipuo, al suo specifico:
contrattare la ristrutturazione, salvaguardare il più possibile l’occupazione,
aiutare i più deboli, un minimo di solidarietà. Gli altri attori sulla scena
avranno fatto la loro parte?
Riapri gli occhi: riappare tutto, salone
luce telefono. Dai balconi, nei colori
della primavera numero duemila A.D.,
il rumore sempre forte della strada, Toledo, la nuova via Toledo di Bassolino,
o via Roma come ancora la chiamano
(nell’ottocentosettanta da Toledo la
cambiarono ufficialmente in via Roma
e i napoletani continuarono a chiamarla con il vecchio nome, nei settanta del
novecento le hanno ridato il nome del
viceré spagnolo e nel nostro parlato
molte volte avviene il contrario), in
parte uguale a un boulevard parigino,
europea, intrisa e umida di storia; se
vuoi in filigrana t’immagini invece,
sempre brulicante d’umanità, quella
che vede e descrive Dumas padre nell’ottocentotrentacinque, grande e lazzara e già moderna, o quella primigenia
del marchese di Villafranca, Pedro Alvarez di Toledo, guerriero gran fedele di
Carlo V, che la costruì nei cinquecento, per più di un chilometro dall’attuale Piazza Dante alla vista del mare...
II
Non si può eludere ulteriormente quell’impegno vivo, un po’ ansante che hai
dall’altra parte del filo, allora ti fai forza e ti decidi, c’è da dire una cosa soltanto che abbia il sapore della verità,
quella se vogliamo anticipata dalla figlia: vede signora (guardate, possiamo
anche darci del tu, non vi dispiace mica, siamo tra di noi nevvero?), va bene,
allora vedi, il tuo non è esattamente
mobbing, (oddio, volendo si potrebbe
definire una rozza forma di mobbing
della vita, della Vita, ma così finisci per
incartarti, occhio), vedi questa parola
deriva dall’inglese, e da che altro?, e significa (nella forma verbale to mob, ti
ripeti a pappagallo nella mente) assalire in massa, assaltare tumultuosamente, accerchiare e fu usato dal grande Lorenz, scienziato etologo - quello di cui
si innamorò un’oca, mi pare - nei primi settanta per descrivere il comportamento di certi animali - scimmie, lupi,
gallinacei, uccelli perfino - che vivono
in gruppo, e che formano all’interno di
questo gerarchie precise. L’individuo
tra essi che non sembra più funzionale
al gruppo, che non si omologa, che appare strano viene minacciato e molestato dagli altri allo scopo di estrometterlo dalla comunità, a volte fino ad ucciderlo! (cominci a perdere l’attenzione
della donna che attenua un po’ il respiro, vuole capire l’attinenza, tu capisci che non la vede); in ambito aziendale, lavorativo è un comportamento
vessatorio e persecutorio continuato
nel tempo, sei mesi minimo; dice qualche esperto - ma non sono troppi?,
pensi - e messo in pratica dal datore di
lavoro, ovverossia dal management
aziendale - e qui si dice anche bossing
- o da un superiore - e può essere definito mobbing verticale, - o dai colleghi
EuridiceNews 13
pagina 26
– mobbing orizzontale - mirato a danneggiare, a prostrare, a sminuire la personalità di un lavoratore fino a escluderlo, a costringerlo ad andarsene o ad
essere licenziato. (La signora ha un soprassalto di attenzione: insomma una
vigliaccata, uno schifo, un terrore. Certo, signora.) Secondo chi ha studiato il
fenomeno, questi comportamenti possono essere vari, spesso subdoli e sottili, come un veleno lento: dall’emarginazione fisica alle maldicenze, dalle critiche continue all’assegnazione di compiti infimi e dequalificanti, dalle ritorsioni alle umiliazioni pubbliche e la cosa gravissima è che tutto questo può
portare, oltre alla perdita del lavoro, a
serie conseguenze sulla qualità della vita, sulla salute fisica e psicologica, dopo vari stadi di malessere finanche al
suicidio.
Adesso prendi fiato, senti che di là del
telefono la signora è impressionata, ma
ancora perplessa. Dopo una pausa piena di attesa, riprende con quel suo ritmo sincopato: oddio, per la verità non
ci penso nemmeno a togliermi di mezzo, ho figli alla fine, e voglio vedere i nipoti farsi grandi, eccome madonna,
quello che mi stanca è la distanza, il fatto che nessuno sembra vederti interessarsi, ma a chi lo dici dei tuoi guai, dei
dolori, eggià, potevano lasciarmi dov’ero, madonna mia, ma forse ha ragione
mia figlia per la mia situazione non è
questo vostro comesidice mobbing –
voce soddisfatta lontana: te l’avevo detto – zitta! eh dovrò pur trovare la pace
ti pare? non vi ho rubato tempo? No,
anzi, (quanto tempo finora è stato rubato a te, signora, da questa vita dimessa? al tuo benessere di persona, alle
tue risate...) la tua è comunque una testimonianza (che va piano piano a
sommarsi alle altre, a costruire una piramide di dolore), dobbiamo solo ringraziarti, ciao.
Clic.
Adesso sei solo di nuovo, pronto a
prendere un’altra telefonata.
Pronto per davvero?
III
ni di servizio, livello “D” (impiegato di
concetto). Diplomato.
Spostato dall’Ufficio Legale, viene
“parcheggiato” da un mese in una stanza con un solo collega, senza mansione.
Ha chiesto più volte, a più dirigenti,
che cosa dovesse fare: gli hanno detto
di aspettare.
Piange.
L. M. è in piena catastrofe emotiva. Il
pianto arriva come uno schiaffo. Aspetti in una specie di stupefatto assoluto
rispetto che riesca a riprendere il racconto (quante volte nella vita hai sentito un uomo adulto singhiozzare?), la
parlata è dimessa, rassegnata ma piena
di una rabbia strana, non gridata, come
di infinito rammarico: ha idea che voglia dire questo? da un giorno all’altro,
senza spiegazioni, senza saper che fare
tutto il giorno, scrivania vuota, telefono muto, i passi che misurano la stanza, il collega che, imbarazzato, ti guarda appena, né ti dice cosa lui fa di preciso. Niente, dice, metto a posto questi
documenti, non mi hanno detto cosa
devi fare tu. E ha idea come ci si senta
di merda a chiedere una volta, due, tre,
quattro a dei capi tutti impettiti e melliflui, ma insomma mi avete cambiato
ufficio, ma che cosa devo fare? Non si
preoccupi, dice, lei aspetti. Aspettare.
In un primo momento vuoi spaccare
tutto, vuoi gridare, ma non lo fai, ti
chiudi piano piano, pensi che non servi più a niente (ma manca ancora parecchio alla pensione, e questo ti angoscia, e comunque se non vali più niente adesso, dopo?), che sei inutile, a casa cominci a non parlare più con nessuno, tua moglie ti guarda preoccupata, strana e tu allora cominci a sbraitarle contro e tutto diventa ancora più
difficile e per dormire prendi il Lexotan, e nemmeno ci riesci, rimani a
guardare il buio…
Si interrompe, con l’aria di non riprendere, tu finisci il rapporto:
Interpellare sindacato aziendale. Prendere appuntamento al più presto con
l’équipe medica del dottor Paolo P.,
ASL 1.
Per fortuna, accetta di andarci e riesce
a darti il proprio recapito telefonico.
Rapporto 8 - 5 aprile 2000
Rapporto 18 - 11 aprile 2000
L. M., età 53, azienda Telecom, 31 an-
F. L., età 50, Azienda Enel, 29 anni di
servizio, Quadro Direttivo. Diplomato. Seconda volta che telefona. La prima volta non ha voluto lasciare dati.
Capo di un ufficio fino al 28 febbraio
scorso. Dal primo marzo trasferito ad
altra attività che, con fare arrogante, i
suoi dirigenti non hanno voluto specificare. Anzi, hanno esplicitamente affermato che non c’è lavoro per lui. Staziona, senza avere nulla da fare, ancora
nel vecchio ufficio, con i vecchi colleghi che prima coordinava e che adesso
lo sfuggono.
Accusa: insonnia, mal di testa, palpitazioni. Ammette rapporti divenuti pessimi con moglie e figli (due). Finora
non si è rivolto a nessun medico. Fa
uso saltuariamente di ansiolitici autoprescritti (non ricorda quali). Ammette di bere alcolici, solo ogni tanto. Dice che a volte fantastica di andarsene
via dal lavoro, senza dire niente, e non
tornarvi più.
Interessare sindacato aziendale. Fissare
con urgenza appuntamento équipe
dottor P. Lascia recapito 081….
Vedete, è strano, diciamo la verità
quando sei un capo, uno si sente azienda, “sente” l’azienda, ha coscienza di
stare “dall’altra parte”, di essere élite,
anche se promozioni magari smettono
di arrivare, anche se il servizio non è di
quelli più importanti, adesso per esempio il commerciale da noi sembrano
tutti dei padreterni, si capisce, lì dicono fanno i soldi, l’amministrativo meno, anche l’operativo, con gli operai in
appalto e interinali, non ci sono più
contatti forti, io il mio servizio era interno, d’accordo scartoffie se vogliamo,
ma ho sempre creduto che la mia rotellina girasse, girasse e servisse a qualcosa, facendola girare bene innanzitutto, con armonia si può dire, (e allora
perché i miei impiegati mi volevano
bene, per niente?) poi le forniture le
hanno esternalizzate, di colpo come se
l’ufficio non contasse più niente: zero
virgola nulla, però cazzo è la mia azienda, quasi trent’anni buttati qui dentro,
come sarebbe non c’è posto per te? come sarebbe? e io che faccio? Guardate,
a volte, quando mi gira proprio male e
mi rivolto nel letto la notte, e il buio
sembra volermi prendere, mi viene in
mente che questo farei, vado dal diret-
EuridiceNews 13
tore generale, lo guardo fisso per cinque minuti, poi giro le spalle, me ne
vado e dopo non ci torno più, proprio
non ci torno…
Quando F. L. riattacca, ti manca un po’
l’aria, a dire la verità te ne manca molta, apri il balcone e poi rimani lì a fissare il telefono.
Rapporto 23 - 18 aprile 2000
M. P., età 42, Liceo Scientifico M. di P.,
15 anni di servizio, insegnante di matematica con mansione di bibliotecaria.
Maldicenze e dicerie, anche sessuali, sul
suo conto, da parte di colleghi docenti
e alunni. Questo da tre anni a questa
parte. (Nessun intervento del preside).
Nel novantasette lunga assenza per malattia, in conseguenza della quale viene
al ritorno adibita (dal preside, verbalmente) alla cura della biblioteca (locale malsano). Da questo momento si intensificano quelle maldicenze di cui sopra. Contattato sindacato scuola (non
dice quale): risposte vaghe. Chiesto trasferimento fuori regione: mai concesso.
Attualmente in attesa di visita collegiale per accertamento idoneità richiesta
dalla scuola.
Accusa: gastrite, mal di testa a grappoli, stress. Non fa uso di medicinali di
alcun genere.
pagina 27
giori, passi e senti che fanno risatine e
battutine, poi come per caso buttano lì
una parola volgare più forte, dopo che
ti sei allontanata. Uomini vigliacchi,
cosa crede, mica perché voglio essere
femminista, ma quale, tutti falliti e
grassi brutti e il preside che se ne frega,
è peggio di loro, insinua, sfotte: Signora, lei soffre di complesso di persecuzione, dica la verità da quanto tempo
non ha un uomo ah ah, ma forse lei
non sta tanto bene, lei mi preoccupa,
ma forse è meglio se sta a casa. Tanto
per quello che fa in biblioteca. Si faccia
visitare, tante volte le dessero l’invalidità…
Pausa interminabile, la voce sembra per
un secondo perdere la compostezza:
Ma mi dica lei, questo mobbing, questo telefono verde, vi ho visti al TG3
Campania, buona iniziativa, ma insomma chi siete, da quanto tempo ci
siete, ma mi potete aiutare? Io mi sento male, per davvero. Mi sento male.
Che devo fare? (e quest’ultima cosa
sembra una supplica).
Contattare sindacato interno (perché
non è intervenuto ancora?). Verificare
possibilità di intervento legale per cambio mansioni arbitrario. Principalmente fissare con urgenza appuntamento
équipe medica ASL 1, dottor P. Recapito Tel. di M.P. 081… Fine rapporto.
Rapporto 34 - 24 aprile 2000
Ma ha capito? (La voce è volitiva, ma
come a forza, per costrizione, sul confine sottile della disperazione). Quei figli di puttana, mi scusi a volte non vi
sono parole educate che danno l’idea
vera delle cose, passano davanti alla
porta della biblioteca e gridano oscenità, anche quelli di prima e seconda
(quelli di quinta addirittura mi fanno
trovare giornaletti pornografici nel cassetto. Lo so che sono loro). Una volta
hanno buttato un topo morto, una carcassa immonda, nella biblioteca. Biblioteca, poi: puah, un orrore di locale
che ci piove dentro, con pochi libri,
vecchi sfasciati, tanti ancora del tempo
fascista, figurati che cultura (come se
poi quegli ignoranti incollati sempre ai
motorini e le cicche sempre in bocca
che non hanno mai capito niente di
niente, negati in matematica dalla nascita avessero piacere a leggere o a fare
ricerche, seee). I colleghi sono i peg-
V. M., età 57, DFM ex Pierrel Industria Farmaceutica, 28 anni di servizio,
operaio. Scuola media.
Già dall’ottantacinque sofferente di
ipoacusia (sordità grado medio bilaterale) per inquinamento acustico al reparto fermentativo (85/90 decibel). Infermità riconosciuta da struttura pubblica: in corso pratica di riconoscimento malattia professionale (sarebbe la
prima nella fabbrica). Da questo momento - un anno e mezzo fa - cominciano episodi di emarginazione. Viene
spostato a gruppo di supporto, senza
mansioni né carichi di lavoro, lontano
dagli altri lavoratori, in una specie di
box completamente isolato. Fortissimi
disagi fisici e psicologici. Rapporti familiari deteriorati. Autostima zero. Assume ansiolitici, Tavor, Lexotan prescritti da medico generico.
(Naturalmente devi gridare per farti
ascoltare al telefono quando tenti di dire anche tu qualcosa, lui ha la voce un
po’ stentorea dei deboli d’udito e dice
di avere l’apparecchio acustico, ma deve funzionare poco, diresti). Porca miseria, ma io pensavo che non ci fosse
niente di male a chiedere una maledetta invalidità del cavolo. Che ci può fare uno se ha una malattia. Certo, mi
hanno fatto delle storie, dovremo mettere a norma, pannelli isolanti e bla bla,
magari licenziare qualcuno perché i costi del cavolo aumentano, e sempre a ricattare con l’occupazione, come dicono
quelli del sindacato, ma com’è allora
uno può diventare un sordo del cavolo
così senza fare niente, ma insomma
quanto costa mettere a norma del cavolo, pensa i tappi per le orecchie è solo qualche anno che li abbiamo, che
poi danno un fastidio del cavolo, e nessuno li mette. Io mi sento una schifezza, anche a casa mica va tanto bene,
non ci capiamo e non solo perché sono mezzo sordo, è un pianto, i figli per
cavoli loro, lo capisco vogliono la loro
vita, evvabè, pazienza, la vita è una ruota, o no?, ma poi per tornare alla fabbrica, quella mi rode forte, questa cosa
del cavolo sì che non la capisco, perché
isolarmi, non per dire io sono uno bravo e la linea la facevo andare, con gli
operai ero un fratello, certo c’è un rumore del cavolo, anche se io lo sento
sempre meno, cavolo....
Interessare RSU di fabbrica. Fissare appuntamento con équipe ASL 1. Tel.
0823…Fine rapporto.
Rifletti un poco, il telefono adesso tace. (Ogni volta che c’è un lancio della
nostra iniziativa - su un giornale, o una
notizia di TG locali - è un assalto, altrimenti le telefonate sono più rade: occorrerebbe una informazione costante).
Questo compito immalinconisce: casi
o no di mobbing reale che siano, ognuno di essi ti carica di emotività e anche
di dolore. Devi razionalizzare e ragionare e consigliare per il meglio e scegliere una soluzione, se no non sei utile. D’altra parte c’è un dato naturale di
tensione alla sopravvivenza che aiuta
anche te. Ti viene in mente Bernardini, grande scienziato, direttore della rivista Sapere: ha scritto una volta che ol-
EuridiceNews 13
pagina 28
tre una quota di dolore, per natura ci
corazziamo, la percezione si attenua,
l’attenzione si raffredda, l’intelligenza si
distacca e razionalizza. Pensate solo, dice, se si dovesse provare lo stesso devastante dolore che si può provare, ad
esempio, per la morte di una persona
cara, tutto in una volta nello stesso
momento per tutti quelli che nel mondo muoiono in un giorno qualsiasi,
tutti i giorni, tutti gli anni.
A dirla così sembra una cosa maledettamente giusta e ovvia.
Adesso ti ripassi mentalmente, ricordando ormai la grande mole di documentazione che il gruppo ha raccolto,
una serie di consigli per resistere al
mobbing.
Uno: non cedere alla rassegnazione: il
lavoratore mobbizzato non deve colpevolizzarsi, le motivazioni sociali e psicologiche alla base del mobbing sono
complesse. Il lavoratore è solo un capro
espiatorio di una situazione che vede
altri responsabili.
(Lo sapete che il mobber - colui che
mette in atto il comportamento mobbizzante - molte volte, quando non agisce solo su input aziendale, è “una persona che trova il suo equilibrio nello
scaricare sugli altri il dolore che non è
capace di sentire e le contraddizioni interne che rifiuta di prendere in considerazione”?. (M. F. Hirigoyen). Può essere in tal caso, quasi sicuramente lo è,
uno affetto da disturbo narcisistico della personalità, in genere è una persona
cinica che vuole imporsi in ogni occasione e non ammette mai di sbagliare.
Ha bisogno di apparire, di essere sempre al centro dell’attenzione, nel bene o
nel male. Il bisogno di imporsi può diventare un’ossessione e si trasforma in
aggressività, in un successivo bisogno
di distruggere che, a volte, maschera
con il velo di finta disponibilità e vuota caricata cordialità.
Bene, uno così sgamato è già più facile
da affrontare e la propria autostima, al
confronto, più facile da recuperare.
Due: non pensare di dimettersi: è il
primo impulso che può presentarsi,
per liberarsi dalla fatica di vivere in
quella condizione. Ma sì, al diavolo
tutto. Risposta sbagliata, signormike.
È proprio quello lo scopo del mobber,
persona fisica o azienda che sia. Costringere, in ultimo, a licenziarsi. Bisogna resistere, ricordando che in caso
di dimissioni è difficile una successiva
azione risarcitoria.
Tre: i mobbizzati sono un esercito, purtroppo: in Italia si calcolano in un milione e mezzo. Anche se ha la tendenza
a crederlo, NESSUN MOBBIZZATO
È UNICO. Questo può consolare e
confortare, far prendere coscienza che è
un problema enorme, che si avvia a diventare di immensa importanza sociale: dovrà essere risolto!
Quattro: organizzarsi e raccogliere documentazione dei torti subiti, capire se
c’è un disegno aziendale nelle persecuzioni o se è opera individuale di capi o
colleghi: mobbizzare ha dei costi enormi anche per le imprese che scontano
le giornate lavorative perse per malattia
a causa del mobbing, la perdita di coesione e morale all’interno, risarcimenti per cause civili dei lavoratori, il tempo impiegato dal mobber per fare il suo
sporco lavoro. Quindi, resistere e annotarsi tutti gli episodi accaduti, con
data, protagonisti e colleghi presenti
(non è facile che questi ultimi accettino di fare da testimoni, magari il coraggio non rientra nelle loro virtù, ma
non è facile, per loro, nemmeno rifiutarsi di farlo se chiamati da un tribunale).
Quinto: coinvolgere fin dall’inizio il
sindacato aziendale e se, il caso, quello
territoriale di categoria.
Sesto: ricordarsi di ciò che ha detto Vittorio Foa, grande uomo di sinistra, circa i tempi difficili che il movimento dei
lavoratori ha dovuto affrontare molte
volte nella sua storia: si credeva di vivere e patire delle avversità, erano anche delle opportunità.
Settimo: chiamare il nostro numero
verde sindacale e denunciare tutti gli
episodi.
IV
Nel salone di angolo via Toledo, il calendario indica che Aprile scivola via.
Aprile è il più crudele dei mesi, genera
lillà dalla morta terra, mescola ricordo e
desiderio, a guardare il calendario ti
viene questa reminiscenza di versi di
Eliot, ti sembrano indicati se pensi alle telefonate e al fatto che d’ora in poi
collegherai questo mese ad esse. Queste telefonate che stillano sofferenza e
che ti verrebbe da definire, tanto per
restare nella letteratura, fiori del male
se un altro poeta non avesse già usato
l’espressione. Ma c’è tempo per la poesia? Davvero, questo posto adesso
sembra, anche come luogo dello spirito, il meno poetico del mondo: la materialità e l’immanenza dei problemi
sono così terrene che portano a pensare solo a lotte aspre e dure, con il concorso di medici e avvocati, per la loro
soluzione, ma la buona letteratura
non ha mai trascurato la carne e il sangue, e il sociale. O almeno non avrebbe mai dovuto farlo.
Aprile. Questo mese segna anche il primo vero compleanno del gruppo di lavoro. È un anno che squillò per la prima volta il numero verde, diavolo, è
più di un anno, quindi, che si lavora
qui a Napoli a questo progetto sindacale, questo progetto pratico e politico
di spostare in avanti la frontiera della
dignità dei lavoratori, affrontando il fenomeno delle persecuzioni e delle sopraffazioni nelle fabbriche e nelle
aziende. Fenomeno che invalida il concetto stesso di lavoro, così come lo considerava ad esempio Garavini, sindacalista fino al midollo, quando diceva
che, nella sua contraddittoria natura
aliena, ma di potenziale realizzazione
più alta dell’essere umano, esso rimane
il tratto distintivo della donna e dell’uomo come persone civili, il che è
davvero una gran bella definizione, soprattutto con l’aria di essere giusta e valida. Tutto ciò che lorda il senso di un
tale concetto va combattuto. Il mobbing è uno dei nemici più subdoli, e
adesso dopo un anno, grazie forse anche a noi, un poco più conosciuto di
quanto non fosse prima.
“All’inizio eravamo pochi e in solitudine”, vengono in mente le parole pronunciate in uno dei nostri convegni,
da Antonella Pezzullo, la nostra segretaria confederale della CGIL che è an-
EuridiceNews 13
che psichiatra, (Naomi Klein pare somigliarle, ma lei è meglio), specialista
in sofferenza psicologica, quindi, insieme a Massimo Vellante, segretario
regionale FISAC, e a Gianni D.L., primo segretario della CGIL della Campania proveniente dalla categoria dei
bancari, ha dato il via politico a questa avventura.
E sembra quasi il verso di una poesia.
Adesso sei in pausa e ripensi all’inizio
di questa storia, al momento in cui
nacque, e ti pare pensare a nome di tutto il gruppo, nella fusione di una specie di intelletto unico, collettivo, e sei
di volta in volta, come già finora sei stato, Davide D., o Paolo S., o Giovanni
S., Antonio P., Antonio M., Teresa P.,
vale a dire quelli che subiscono l’impatto dei contatti, delle ineguali voci
senza volto che provengono dai buchi
neri del telefono.
V
Antonio M. guardava senza vederlo il
mare, da un oblò tutto graffiato dell’aliscafo che da Ischia lo portava a Napoli, alla sede regionale del suo sindacato, verso il finire dell’inverno del millenovecentonovantanove. Il mare del
golfo sul finire dell’inverno, se il giorno è sereno e senza vento forte, s’increspa poco e assume un colore grigioazzurro intenso, con vene di metallo scintillanti come cobalto, e t’indurrebbe, se
d’umore contemplativo e malinconico,
a perdere gli occhi nelle sue onde incessanti e senza fine. Antonio quasi
s’assopiva al ritmo ballonzolante dell’aliscafo semivuoto, con la mente che lo
tirava alla partita di calcetto che lo attendeva la sera, appuntamento inderogabile da anni e che, superati i cinquanta, come lui li aveva superati, rappresenta una sfida sempre più emozionante (e sempre più divertente considerate le scarponerie di certi suoi compagni che pure si credevano dei novelli gigirriva). Un’inquietudine persistente gli impediva di assaporare quel momento di pausa quasi onirica, ed era
collegata al lavoro, a quella filiale della
Banca sull’isola che si stava lasciando
alle spalle, e ai suoi colleghi che lo avevano eletto loro rappresentante sindacale per la CGIL. Per quanto fosse una
pagina 29
carica di base, lui l’aveva sempre presa
molto sul serio. Rappresentare i bisogni
dei lavoratori e difenderli da vicino lo
trovava ancora maledettamente utile e
appagante. Lo trovava «di sinistra»,
senza compromessi ed altre aggettivazioni. Gli pareva così di continuare un
percorso lineare, che richiamava - sia
pure su altri livelli, come in altra dimensione: altro spazio altro tempo altra forma - le lotte e le manifestazioni
dei sessanta e dei primi settanta che lo
avevano visto nei cortei e nelle piazze,
tra gli studenti, per quella che era stata
la sua piccola parte in quel tentativo
grandioso e inane di capovolgere il
mondo. Anni lontani, anni persi, virati in seppia o in bianco e nero nei ricordi, come i gol del vero Gigi Riva.
Poi, quasi a inverare la canzone di Venditti, era entrato in banca - anche lui,
sì, perché no? - ma non l’aveva presa
come una sconfitta: la realtà e, quindi,
la sopravvivenza, la vita, la famiglia, gli
altri, ha una sua consistenza di pietra
che non si può eludere. Una realtà che
bisogna affrontare, aveva sempre pensato, secondo la propria bussola, la propria rotta. E per lui la rotta era una sola: l’impegno. L’impegno politico, sociale e sindacale per una società più
giusta e libera, da praticare ogni giorno,
senza suggestioni superflue e scorciatoie da quattro soldi. Per questo era entrato nella CGIL, ed era convinto di
avere fatto una scelta giusta
Ora cercava di farsi una ragione dell’inquietudine che l’affliggeva. Erano
quasi tre mesi, da prima di Natale in
pratica, che il clima nella filiale era
cambiato. Per dirla tutta era peggiorato da schifo. Da quando avevano messo la selezione passante al centralino e
spostato la collega non vedente, che rispondeva alle telefonate nello sgabuzzino del fax e della fotocopiatrice. Il direttore aveva evitato di guardarla in faccia (lei comunque non l’avrebbe notato) mentre le diceva: mi dispiace, per il
momento non so davvero dove posizionarla (aveva detto proprio così: posizionarla), poi vedremo. Quello sgabuzzino era impraticabile e la signora
aveva perso tutti i suoi riferimenti e
non sapeva che cosa fare: già dopo due
giorni diceva di sentirsi impazzire.
Antonio aveva cercato di parlarne al
direttore, brav’uomo fino a quel mo-
mento, ma tutto preso da un po’ a parlare di conto economico, di produttività, di risorse critiche, di esuberi. Non
aveva cavato un ragno dal buco, alla fine quello gli aveva detto fai quello che
vuoi, tanto agisco in accordo con la sede centrale, così è anche se non ti va.
Bene, anzi male, aveva pensato Antonio, adesso vediamo e aveva fatto ricorso all’armamentario del buon sindacalista: volantino di denuncia e soprattutto richiesta di intervento della
ASL e dell’Ispettorato del Lavoro. L’intervento avvenne in tempi rapidi una
volta tanto, be’ un mese e mezzo non
di più (un mese e mezzo di battibecchi e questioni con l’azienda), e la collega aveva avuto una scrivania nel salone, con un po’ di spazio intorno, sicuro, e un telefono nuovo, dai tasti
con i puntini rilevati, non proprio un
braille ortodosso, ma insomma. La cosa pareva finita lì, non fosse che, comunque, l’aria era cambiata, la signora ignorata adesso anche dagli altri colleghi diventati tutti improvvisamente
taciturni e timorosi e lui stesso oggetto delle attenzioni del direttore e dell’ufficio personale che cominciarono a
contargli i minuti di ritardo, le malattie, i minimi errori. Addirittura tre lettere di richiamo in venti giorni. Era
disorientato, questo non sembrava un
semplice atteggiamento antisindacale
(per esempio, che c’entrava la centralinista?), pareva qualcosa di nuovo, ma
che nome dargli?. Un problema che
diventò impellente quando il direttore, in fondo buon diavolo, fu trasferito e il giorno prima di andarsene volle dare un piccolo rinfresco, col bicchiere di carta in mano pieno di spumantino lo chiamò in disparte e gli
disse: senza rancore, guarda che non
c’era nulla di personale, era un disegno
per costringere la cieca - un peso morto - a dimettersi e magari riuscire a licenziare te che hai rotto, scusa, le scatole; adesso te l’ho detto, me ne fotto,
io non ero mica d’accordo, ma che
vuoi, sulla mia bandiera c’è scritto tengo famiglia, comunque per adesso
non ci sono riusciti e, quindi, credo
hanno sospeso la partita, buon per te.
Addio.
Ma che diavolo stava succedendo?, si
era chiesto Antonio.
EuridiceNews 13
pagina 30
VI
Rapporto 148 - 7 maggio 2000
C. A., età 38, Tribunale di... Corte
d’Appello, 6 anni di servizio, collaboratore cancelleria. Terza media.
Destinato all’ufficio Contabilità, il dirigente superiore, dice, lo prende immediatamente in antipatia. Gli assegna
compiti e responsabilità maggiori del
dovuto, senza nessuna formazione e
preparazione. C. A. si sforza di essere
all’altezza, ma non regge. Comincia a
sbagliare. Il dirigente superiore, a questo punto, lungo l’arco di quattro anni,
non fa che trasferirlo da un ufficio all’altro, senza mai convocarlo per una
parola di spiegazione, e diffonde voci
circa sua incapacità e scarsa voglia di lavorare. Alla fine lo riassegna al primo
ufficio (contabilità): la prospettiva atterrisce l’A., che già era in depressione
per i continui cambiamenti. Denuncia
ansia incontenibile, insonnia. Visitato
da un neurologo, non ha visto miglioramenti e non vi ha fatto ritorno. Assume due tipi di farmaci di cui non sa
dire il nome.
La parlata è trascurata. A volte divaga, imbarazzato. La voce è circospetta, sfiduciata,
monocorde. Si ravviva solo un poco quando parla dei figli. Sono ancora piccoli, due,
un maschio e una femminuccia. La femminuccia è troppo terribile. Io mi innervosisco e urlo. Invece voglio che mi vedono
calmo. Che ho tempo per giocare, qualche
volta almeno. Non mi faccio una risata da
un pezzo, anche mia moglie lo dice. Invece,
penso a quella dannata contabilità. Mi diceva mio padre di studiare, però io sono stato assunto come collaboratore, non al livello d, e allora quello perché mi fa queste cose? Non è che qualcuno si mette lì ad insegnarmi. Sapete, io volevo fare il pittore, sì,
quello dei quadri. Il professore di artistica diceva che “vedevo” bene i colori. Chissà che
fine ha fatto. In matematica ero una pena.
E quello mi ha rimesso in contabilità, e la
cosa mi fa paura. Vorrei un consiglio, perciò
vi ho telefonato. Gli parli per un po’, cerchi
di essere rassicurante e positivo poi finisci il
rapporto.
Interessare sindacato di categoria per
intervenire sulle mansioni. Per le condizioni psicofisiche fissare incontro con
dottor P., équipe ASL 1.
Rapporto 160 - 11 maggio 2000
G. C., età 46, lavora al Comune di F.
(prov. di Napoli), 17 anni di servizio,
amministrativa (livello D1). Laureata.
Da tre mesi in malattia per stato depressivo, diretta e finale conseguenza
del conflitto con il segretario generale
del comune: conflitto ininterrotto dall’ottantanove ad oggi, tranne intervallo
di due anni - per assenza del suddetto
- in cui le cose al lavoro erano molto
migliorate. Causa scatenante del conflitto le “avance” sessuali del segretario,
sempre rifiutate. Da qui atteggiamenti
arroganti e persecutori (fatti propri anche da altri dirigenti e colleghi), con
carriera bloccata, cambi continui di uffici e mansioni, diffusione di maldicenze e pettegolezzi.
Denuncia ansia e dermatite psicogena.
Assume Tavor, prescritto da medico generico.
sia commissariato come l’altra volta e
lui sia chiamato lì per i suoi agganci politici. Quelli sono stati due anni buoni.
Poi però è tornato, è tornato.
Riesci, dopo molto tempo, (e non è
tempo che prendi alle telefonate in coda? Stamattina avranno trovato sempre
occupato. Ecco, questa è un’altra questione di cui parlare, nelle riunioni di
gruppo, se dedicare tutto il tempo che
occorre a un caso, o prendere veloci le
notizie essenziali per rispondere al
maggior numero di telefonate, quel che
è certo è che tutti vogliono ascolto attenzione cura), a convincerla a prendere un appuntamento con il nostro psicologo. L’argomento buono è stato che
così si può cominciare a costituire una
base per un’eventuale denuncia e richiesta di risarcimento. Se non comincia qualcuno e non si dà sostegno al
sindacato, vincono sempre loro.
Rapporto 172 - 14 maggio 2000
Vorrei che qualcuno immaginasse per
un momento questi dieci anni di malessere continuo, e soprattutto quegli
occhi che frugavano e le allusioni sessuali quando nessuno ascoltava (la parola mia contro la sua, e s’immagini).
Possibile che si debba sopportare tanto?
Perché questi non pagano mai? Posso
dirle una cosa?: sono sempre stata contenta di essere femmina, non mi è mai
passato per la mente che una condizione naturale potesse essere causa di minorità o di infelicità. Adesso mi sento
di non avere la stessa importanza, gli
stessi diritti di un uomo, lo stesso schifoso potere, vorrei essere neutra, solo
aria vorrei essere, stare in pace. Ho cercato di lottare, sì, come dice lei, di interessare il sindacato, i colleghi, le colleghe, non mi credevano mai del tutto,
ma esageri, dicevano, e tu fregatene,
ma stai cominciando a fissarti, in fondo è un brav’uomo, ma hai scordato
che ti ha dato le ferie a Natale dopo che
non le aveva date a nessuno, pensa alla
salute, prenditi le cure termali. Adesso
sono sempre chiusa in casa, in malattia,
proprio con la salute rovinata, non ce
la faccio nemmeno ad andare da uno
psicologo e sa una cosa?: ho il terrore di
tornare. Prego, io che non sono credente, prego come una pazza che vada
via quell’uomo, che qualche comune
Non vuol dire nome, né età, né anzianità di servizio, impiegato di banca,
non vuol dire quale banca. Dice di voler dare solo una testimonianza. Voce
piana, rassegnatamente scandalizzata.
Racconta.
Sono tornato dopo un distacco alla filiale di provenienza. Ho ritrovato lo
stesso direttore. Con lui ho avuto sempre un buon rapporto. C’è, c’era stima,
rispetto reciproco. Mi è sempre sembrato una persona onesta, anche se è
uno che ha fatto carriera in silenzio,
stando attento a non pestare i calli a
nessuno, di quelli sopra di lui, intendo.
Questo gli è valso la buona carriera e
molti benefit perché viene da fuori e
non ha cambiato residenza, casa pagata, garage, scuola pagata per i figli per
anni. Lui dice che è di sinistra, dice che
fa anche volontariato, con i colleghi si
preoccupa di sembrare alla mano, anche se spesso ha fatto il forte con i deboli e quel che segue. Ma che vuoi, qua
si è tutti essere umani, dove lo peschi
uno perfetto? Fra tanti peggiori… Ma
veniamo a noi. Quando sono rientrato,
ho avuto un colloquio con lui, e mi
aspettavo che mi trovasse un ruolo normale, di quello che io so fare (titoli, sa,
azioni, fondi, bot cct per intenderci).
EuridiceNews 13
pagina 31
Capisco, sono bancario anch’io, volontario per il telefono antimobbing. E?
E quello invece comincia tutto un discorso vago, sfuggente, senza guardarmi
negli occhi, sai dovevo capire, i tempi
erano duri, c’era gente più giovane che
già faceva questo compito, non poteva
dirgli fai spazio a un altro, era una lotta continua (ah ah ammiccò come per
dire vedi so fare pure il riferimento ai
movimenti politici, magari quelli di
una volta) con i budget e i risultati economici, c’erano premi consistenti a cui
nessuno voleva rinunciare (sottinteso
nemmeno lui, suppongo). Anche per
lui, cosa credevo, erano tempi bui, con
il capoarea che premeva per fare risparmio gestito, sapessi quanto era un rompicoglioni quello, a volte non aveva
vergogna a dirlo, ne veniva perfino
strapazzato, ma era giusto in fondo, l’azienda è l’azienda, gli ideali uno poi se
li sarebbe coltivati fuori da queste mura. Io aspettavo, non sapevo che cosa
dire, capivo solo che tutta quella situazione cominciava ad essere spiacevole,
sapete, quella sensazione sotto pelle del
tipo ma che sta succedendo, e soprattutto perché sta succedendo proprio a
me? Ok, andiamo avanti, io cerco di riportarlo al punto, anche con una certa
durezza - vedete non sono proprio un
fesso ho la mia personalità -, e quello
alla fine fa, testuale: Ma ce l’avrai dei
parenti, dei conoscenti proprietari, con
qualche miliarduccio, so che non vieni
da una famiglia di poveracci, falli venire qui gli facciamo una gestione patrimoniale, poi loro magari si tirano dietro altri, allarghiamo il portafoglio della filiale, mettiamo su un bel po’ di lirette in commissioni e tu puoi stare anche a girarti i pollici, eh? non lo dovrei
dire: faccio finta di non vedere, in seguito appena si libera una scrivania te
la do, eh? (La voce per un po’ gli manca, poi riesce a concludere). Non c’è bisogno di aggiungere altro, credo.
Non c’è bisogno di aggiungere altro.
Fine rapporto.
certo da soli tutto quel vuoto, ma l’iniziativa sindacale deve aprire la strada,
deve avere una strategia praticabile, deve cercare il confronto e il concorso di
tutti gli attori - aziende, istituzioni, sanità - a partire però dal presupposto
che gli atti di violenza psicologica perpetrati durante il lavoro sono sempre
inaccettabili, da combattere e prevenire individuandone innanzitutto le cause scatenanti nei fattori interni all’organizzazione del lavoro.
VII
Addetta presso una casa cantoniera, è
perseguitata dal caposquadra, probabilmente a causa del rifiuto opposto agli
approcci sessuali. Viene isolata, i colleghi prima gentili diventano scostanti e
irriguardosi. Richiede trasferimento
con avvicinamento a casa (adesso lavo-
Il nostro lavoro comincia ad avere una
certa risonanza. È evidente che ci inseriamo in un vuoto, che il fenomeno
mobbing è estesissimo, sobbolle pronto a esplodere: non lo riempiamo di
Intanto, la risonanza è davvero notevole. Cominciano ad arrivare telefonate e
segnalazioni da molte parti d’Italia,
senza distinzioni geografiche. Il tratto
comune e minimo di queste chiamate,
oltre il dolore diffuso, è il sollievo che
qualcosa c’è, che qualcosa comincia a
muoversi, che non si è soli del tutto e
che il buio inizia a squarciarsi.
La cosa, nel gruppo, ci rende orgogliosi, quasi euforici, non fosse che, comunque, trattiamo di ingiustizie e sofferenze. Il più fiero sembra Paolo, insieme a Giovanni sempre presente alla
scrivania a rispondere o ad archiviare i
dati. Si impettisce tutto quando ne parliamo, guadagnando ancora qualche
centimetro alla sua altezza e capisci che
per lui questo lavoro è veramente importante dal fatto che l’apologia della
sua collezione completa di Tex Willer
passa in secondo piano nelle chiacchiere delle pause, assieme alla rievocazione eroica delle assemblee di fabbrica a
cui il padre operaio metalmeccanico lo
portava da bambino, rafforzandone
l’inclinazione filosindacale. Adesso, per
lui primum: lotta al mobbing!
(Ad ogni modo, Aquila della Notte resta un grande).
Rapporto 176 - 15 maggio 2000
Titti S., età 32, esecutore stradale (cantoniere) per Provincia di Milano, S.
Giuliano Milanese. Diplomata.
ra molto lontano). Teme, perché qualcuno glielo ha detto, che il capo di cui
sopra boicotti questo avvicinamento.
Questa specie di bavoso (la voce è
combattiva, per nulla timida) si dichiarò addirittura innamorato prima di allungare le mani. Io li capisco pure, contrattano una donna, magari non male,
non decrepita, cominciano ad avere
pensieri, magari sono anche in buona
fede quando dicono che si sono innamorati, non so, forse ci credono pure
quando dicono che abbandonerebbero
la famiglia per te (che non te ne frega
niente e forse compiangi la moglie), ma
perché non accettano il rifiuto? Perché
non si abituano al fatto che esistono i
NO? In ogni caso questo pirla deve
avermela giurata quando lo mandai a
stendere - alzai anche un po’ la voce -;
da allora faccia lunga e turni peggiori lì
alla Casa (devono essere quelle case
marroni ai cigli delle strade, un po’
scrostate, circondate dall’erba selvatica,
con dei numeri grandi grandi come
contrassegno, quelle che scorrono veloci ai lati quando viaggi sulle provinciali senza tempo per guardarti intorno) e
gli altri che ti sfuggono, da perfetti vigliacchi, perché o sei con lui o contro
di lui e hanno paura che si vendichi o
che gli neghi qualche favore, tsè. Ora
qualcuno è stato così gentile, pensa te
come si divertono a mettere zizzania,
da dirmi che il pirla ha detto che non
avrò mai l’avvicinamento. Ohè, a me
serve perché voglio fare un figlio. Non
mi devono mettere ostacoli. Lei può
dirmi qualcosa, eh, che dice? Come
posso difendermi?
Valore di testimonianza. Consigliato di
interessare il sindacato territoriale e/o
commissione Pari Opportunità, presente alla Provincia di Milano. Fine
rapporto.
Rapporto 184 - 18 maggio 2000
V. A., età 47, chiama da Cremona, Istituto Bancario (non vuol dire quale), 24
anni di servizio, 3ª area IV livello (impiegato). Diplomato. Raccomanda riservatezza circa il contenuto del suo
racconto.
Perseguitato dal direttore della filiale di
Locate, ottiene soddisfazione dopo intervento sindacale, ma successivamen-
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te trasferito rivive identica situazione.
Accusa pressione alta e ulcere gastriche.
In attesa di convocazione per visita medica alla Clinica del Lavoro di Milano
(Prof. Gilioli).
È vero, non sono più un giovincello,
però a Olgiate C. facevo bene i titoli,
sa, azioni… Fondi, bot cct, quella roba
lì per intenderci.
Esatto. E avevo delle grandi performance. Al punto che ogni volta che se
ne presentava l’occasione (incontri di
area o corsi, per esempio) tutti si congratulavano con me, addirittura mi
portavano come esempio. Grandi
soddisfazioni, quindi, ma gratificazioni economiche e di carriera niente.
Una volta pensavo fosse solo questione di tempo. A un certo punto dall’Area mi trasferiscono a Locate V. con
l’incarico (verbale) di risollevare i risultati di quella filiale che erano molto scarsi. Arrivo, atmosfera gelida
(m’immaginavo benissimo i pensieri
che agitavano il direttore: e vabbè, arriva Maradona, adesso vediamo). Mi
avversa subito, nonostante la buona
volontà. Dopo un po’ partono verso il
centro, rapporti poco buoni per me,
motivazione: sbaglio troppo. Uno,
due, tre segnalazioni, risultato: mi tolgono dai titoli per farmi fare retrosportello, senza dirmi nulla apertamente. Sono indignato, mi sembra
una grande ingiustizia, una persecuzione, interesso subito il sindacato (la
FISAC CGIL, per inciso). Si va quasi
a una vertenza. L’azienda sostiene che
in effetti ho sempre sbagliato molto,
dovunque sono stato (disgraziati, e le
congratulazioni, e tutti quei salamelecchi?), il sindacato smonta tutti i loro argomenti (ricorda le valutazioni
sempre positive, i premi annuali sempre presi eccetera) e la cosa si conclude addirittura con le scuse aziendali e
però con un trasferimento a Cremona, visti i rapporti deteriorati con la
direzione. A Cremona dopo un po’ rivivo l’incubo nero: mi danno da fare
solo un poco di contabilità, in un ufficetto da niente, buio, affianco alla
direzione cosicché sono sempre sotto
gli occhi, gran parte della giornata
senza niente da fare, senza che nessuno mi parli, o abbia bisogno di me.
Vado in crisi, mi sembra di non vede-
re più i colori, solo il nero, mi prendono le ulcere, i mal di testa, le rabbie interiori, l’incapacità di guardare
in faccia mia moglie, come se fosse
tutta colpa mia. (C’è una brutta pausa, senza respiro, per la verità già da
qualche secondo la voce s’era un po’
incrinata, pare imminente uno scoppio emotivo, ne sopporterai di nuovo
il suono liquido di pianto?). (Per fortuna, - o sfortuna? non è bene ogni
tanto dare via libera alla propria emotività? - il lavoratore si trattiene, dopo
un interminabile tempo riprende con
voce ferma.) Non ho nemmeno il coraggio di avvisare il mio sindacato di
questa nuova vecchia situazione. Poi
ho saputo di voi su Internet, ho letto
anche dei vostri contatti con la Clinica del Lavoro di Milano del professor
Gilioli. Delle sue diagnosi di disturbo
post traumatico da stress per i mobbizzati. Ho prenotato da loro in day
hospital prima ancora di chiamarvi.
V.A. ha fatto già da solo un primo giusto passo. Da parte nostra: contattare
presto sindacato aziendale per riattivarlo sul caso. Fine rapporto.
Rapporto 191 - 23 maggio 2000
Rosaria C., età 39, Pubblica Amministrazione, 15 anni di anzianità. Impiegata. Diplomata. Chiama dalla Sardegna, Iglesias.
Addetta all’archivio, ne viene rimossa
dopo l’informatizzazione dello stesso.
Ne mettono a capo un collega maschio, pur avendo lei gli stessi requisiti.
Le vengono tolti man mano anche tutti gli altri incarichi. Resta quasi senza
far niente e comincia ad essere indicata come “pecora nera” dell’ufficio. Le
viene tolto il telefono dalla scrivania.
Iniziano fortissimi disturbi fisici (non
vuole specificare quali) culminati in
una operazione chirurgica (non vuole
dire quale). Il medico dell’ospedale è sicuro che i disturbi hanno come causa
la situazione di stress lavorativo. Ha
scritto in tal senso all’Amministrazione. Nessuna risposta. Nel frattempo si
sente sempre peggio psicologicamente.
È disposta a venire fin qui a Napoli,
posto che sull’isola non ha notizie di
presidi simili, per un contatto con
équipe medica ASL 1.
Il peggio è sentirsi emarginati, come se
all’improvviso uno cominciasse, che so,
a puzzare, o come se gli fosse cresciuto
qualcosa di immondo addosso. L’ingiustizia passi, il mondo ne è pieno,
uno si rassegna, in fondo quel cavolo di
posto non lo volevo nemmeno, ma
quell’impressione è allucinante, mi pare d’essere un alieno, di quelli che lasciano scie schifose, tipo X files. Gli altri, in ufficio, quando sono nei paraggi
loro, sembrano indecisi se distogliere lo
sguardo o rimanere a fissarmi come un
fenomeno da baraccone. Perché? Perché a un certo punto sei fuori, sei fuori dal giro, sei fuori dalle telefonate, sei
fuori dalle conversazioni, e nessuno ti
chiede più se hai visto ieri sera come s’è
invecchiata la Carrà o come era bello il
film. Si chiedono magari se è vero che
stai cominciando a dare i numeri e
hanno l’aria di aspettarseli, da un momento all’altro. Certo, lei mi sta dicendo di interessare il sindacato, di conservare tutte le prove, di non scoraggiarmi, ma quando il danno è fatto?
quando la salute già s’è minata? Mettiamo che mi diano il posto che mi
spetta, o che mi ridiano un carico di lavoro, il telefono e anche il rispetto della gente, ma la parte di benessere irrimediabilmente perduta chi la pagherà?
Esaminare la possibilità di contattare
sindacato città della lavoratrice, per
suggerire di prestare assistenza legale oltre che medica per eventuale causa risarcimento anche danni biologici. Fine
rapporto. (E senti tutta l’inadeguatezza
della risposta e degli strumenti anche
giuridici attualmente a disposizione,
mentre un ritornello di una sola parola ti tormenta la mente: prevenzione).
VIII
Antonio M. era infine arrivato alla sede regionale, dal Beverello attraversando Piazza Municipio, costeggiando il
Castello e poi piegando su Toledo, con
questa idea di capire e dare un nome a
quello che gli era accaduto. Arrivato al
terzo piano del numero 8 di Via Diaz,
aveva fermato il segretario e finalmente tirato fuori il rospo e socializzato, come usa dire, il problema.
Massimo V., sindacalista figlio di sindacalista, a cui nemmeno i cazzotti presi (e solo in parte restituiti) dai fascisti
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a piazza San Vitale durante il sessantotto napoletano avevano mai tolto la
voglia di lottare per la giustizia sociale
(e, quindi, per la sinistra, diciamocelo)
lo aveva guardato pensieroso, poi aveva detto la parola: MOBBING.
Quello che ne sapeva sembrava dare
una qualche luce al problema di Antonio e allora cominciarono a studiare la
cosa e a fare ricerche, già fin da quel
giorno. Continuarono, con rinnovata
lena, in quelli successivi e presto furono in grado di stabilire una prima cosa: se ne sapeva ben poco, specialmente in Italia. Pensate che ancora nel novantasette dati di ricerca internazionali
sulle vittime di persecuzioni sul posto
di lavoro elaborati da International
Crime (Victim) Survey non includevano l’Italia, sebbene ci fosse poi un dato
(spaventoso: 3,6%, qualcosa come otto-nove milioni di lavoratori vittime)
relativo all’Europa Occidentale. Tanto
per dire, c’erano la Romania, la Mongolia, l’Uganda, la Bolivia e non l’Italia. Naturalmente questo non significava una particolare immunità del nostro
paese rispetto al problema, significava
solo un ennesimo nostro ritardo (nostro di tutti: istituzioni e società).
Fu utilizzata Internet per giorni alla ricerca di notizie utili: i due scoprirono
che la Svezia era molto avanti sul mobbing, era addirittura arrivata a metà, se
così si può dire, con una legislazione ad
hoc messa a punto addirittura dalla fine degli anni ottanta, che prevede sanzioni per i colpevoli e risarcimenti per
le vittime. Anche in Germania erano
partiti presto. Il fortissimo IG Metall,
sindacato industriale, aveva fatto accordi con la Confindustria tedesca per
commissioni paritetiche in fabbrica allo scopo di monitorare il problema e
trovare soluzioni. In Francia erano
avanti sulle molestie sessuali, ma poco
o niente di specifico facevano per il
mobbing.
In Italia, ancora meno, come abbiamo
detto. A parte la poco lusinghiera assenza nelle statistiche mondiali, trovarono qualche associazione di psicologi
e volontari, e di veramente interessante un nome, Harald Ege (non a caso
forse, un tedesco, da dieci anni in Ita-
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lia) presidente di PRIMA, antesignana
associazione contro il mobbing, autore
di una ricerca, la prima e unica: “I Numeri del Mobbing”, 1996 Pitagora
Editrice. Sul piano operativo e medico
si imbatterono nell’attività di Renato
Gilioli (autore di “Cattivi Capi Cattivi
Colleghi”, 1998 Mondadori, un libro
su casi esemplari di persecuzioni nelle
imprese) che nel suo approccio medico-scientifico ha individuato una specifica patologia connessa al mobbing,
disturbo post traumatico da stress, e ne
propone la diagnosi e cura nella Clinica del Lavoro a Milano. (Ricordate
questi due nomi, Ege e Gilioli, insieme
alla CGIL forse riusciranno prima o
poi a dire una parola giusta e definitiva sul problema).
Massimo, dopo averci pensato a lungo
decise di investire qualcosa in un biglietto andata e ritorno Eurostar per
Milano e ci mandò Antonio. Lo scopo,
era prendere contatto con Gilioli e sapere di più della sua esperienza, nel
frattempo lui metteva in moto la macchina sindacale con Antonella e Gianni e organizzava i primi incontri con i
segretari di base nelle aziende bancarie.
Volevano tastare il terreno. Fu come
scoperchiare il vaso di Pandora: i sindacalisti, a contatto con i lavoratori,
rendevano evidente tutto un universo
di disagi e vessazioni che finora sostanzialmente subivano o combattevano
con armi vecchie o improprie, inadeguate: volantini, trattative per far cambiare ufficio, voce grossa con i direttori o i capi del personale, quando non
erano costretti a dare ragione alle aziende, perché magari i poveri lavoratori
vessati cominciavano a dare fuori di
matto. In ogni caso niente di sistematico né di strutturato.
La mossa successiva fu, quindi, inventarsi uno strumento per intervenire. Si
pensò ad un numero verde, ma su quali linee di intervento?
L’elaborazione sindacale collettiva ne
individuò tre: quella sindacale, quella
medica e quella legale, pronte ad intrecciarsi tra loro. I contatti furono presto attivati.
All’ASL 1 di Napoli, al Servizio di Igiene Mentale del professor Petrella, la
proposta di collaborazione fu accolta
con adesione e professionalità, adesso,
infatti, sono attori di primo piano con
il dottor Pappone, la dottoressa Nasti e
l’assistente sociale Scalabrini impegnati compiutamente nel progetto e poi
nell’esame di centinaia di casi, oltre ad
aver già elaborato scientificamente i dati di una ricerca sullo stress promossa
dalla FISAC nelle imprese bancarie e
assicurative della città di Napoli, ricerca che è figlia primogenita del telefono
antimobbing.
Alla Camera del Lavoro (CGIL), oltre
che dare sostegno politico, toccò tramite Gianni essere destinataria, come
è tuttora, dei casi in cui la problematica sindacale fosse preminente e toccò predisporre l’attivazione dei propri
legali, sotto la guida del capo dell’ufficio Piervittorio Z., la cui competenza
è proverbiale, nei casi in cui si prefigurava la possibilità di intentare cause
individuali.
La FISAC ci mise il gruppo, il gruppo
di primo intervento e di ascolto, man
mano sempre più utile ed esperto, ricco di partecipazione e suggerimenti.
Ha raccolto una mole di documentazione notevole che è ormai patrimonio
dell’Organizzazione, ha dato impulso
alla continuazione di questa esperienza nei momenti in cui il progetto sembrava troppo grande. L’attivismo di
Davide D., che è passato nel frattempo a un nuovo lavoro (era in mobilità:
la mobilità è mobbing? bella questione), è difficile minimizzarlo, il contributo di Teresa P., quando ha portato i
ragazzi dell’Istituto Tecnico Diaz di via
Tribunali (Antonietta, Claudio, Rita e
Francesco) che guidati dal professor
De Rosa hanno informatizzato il lavoro del gruppo con l’elaborazione delle
schede di rilevazione (i rapporti) e la
loro archiviazione, è stato prezioso.
Così come quello dei due ragazzi
(Pierluigi M. e Francesco D.L.) che
hanno curato il sito della FISAC
Campania e l’inserimento della sezione Mobbing al suo interno, una delle
più cliccate. E ancora, bisogna dire che
la pazienza di Mario e Giuliana, lari e
penati della nostra sede, indiretti componenti del gruppo, comincia ad assumere i connotati del mito.
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Così, quando in quell’aprile squillò per
la prima volta il telefono, ottocentotrentaduecinquantacinquezerozero, fu
il gruppo tutto insieme che alzò la cornetta e ascoltò le prime parole che provenivano da un mondo buio di sofferenza e ingiustizia.
IX
Rapporto 209 - 5 giugno 2000
G. M., età 33, Azienda Enel, 5 anni di
servizio. Impiegato di concetto (amministrativo). Laureato.
Dotato di due lauree, dopo la fusione
di due uffici, si trova ad avere caporeparto che arbitrariamente non gli assegna compiti poiché dichiara di fidarsi
esclusivamente dell’altro addetto all’ufficio. Situazione assolutamente frustrante, 7 ore su otto senza avere letteralmente niente da fare. Non ha interpellato il sindacato perché non iscritto,
e perché teme che venga difeso l’altro
impiegato che invece è iscritto.
Accusa attacchi di panico, palpitazioni.
Medico generico gli ha prescritto ansiolitici che non assume perché preferisce prodotti omeopatici
Beh, se lì siete sindacalisti (la voce è timorosa, di uno che si nasconde), non
potrete apprezzare la cosa che io non
sono iscritto.
È assolutamente ininfluente.
Vede, mi è sempre piaciuto stare un po’
defilato. Mi piace studiare, non ho
molta ambizione, le lauree le ho prese
per passione, quello che non capisco è
la stronzata di stare sette ore a non fare niente. Il caporeparto crede che io
voglia fare carriera, teme il fatto che ho
due lauree e lui invece è partito con la
terza media - dice sempre che la vera
esperienza si fa sul campo, fa sempre
battute sull’inutilità degli studi se si
hanno due palle così al posto giusto,
francamente è una pena, come fargli
capire che può continuare tranquillamente a fare il capo, se questo lo soddisfa tanto. Per quanto mi riguarda, mi
sento di impazzire, in quelle ore il cervello gira a vuoto, un paio di volte mi
sono sorpreso a parlare da solo....
(Riesci a convincerlo in qualche modo
ad avvicinarsi al sindacato e gli proponi un colloquio con gli psicologi dell’ASL 1). Fine rapporto.
Rapporto 215 - 8 giugno 2000
M. M., età 30, Centro Medico “G.” di
Capua, Segretaria centralinista in p.t.
(part time) 5 ore al giorno. Diplomata.
Dopo un anno di regolare servizio come segretaria e centralinista, le viene richiesto di svolgere mansioni di pulizia.
Al suo rifiuto, viene minacciata di licenziamento, gli spezzano l’orario distribuendolo su due turni, tre ore al
mattino, due al pomeriggio. Viene
spesso apostrofata in maniera offensiva
da capi e titolare. Lo straordinario non
le viene retribuito per niente.
Comincia ad accusare coliche addominali violente. Dopo un malessere
generale, le viene diagnosticata una labirintite per cui è in cura. Non sa che
cosa fare.
Lo shock fu quando si presentarono col
secchio e il mocio. Marianna, mi fecero, adesso fai una lavata generale, anche
nei cessi, mi raccomando, così risparmiamo la donna delle pulizie, grande,
no?. Balbettai qualcosa come ma il centralino, le pratiche, ho le ricette da mettere a posto. Mi piantarono in asso senza una parola. Io non lavai quel giorno,
ma le assicuro che la sto pagando cara:
le scortesie che ricevo non si contano,
le offese personali, i commenti sul mio
aspetto e la mia vita privata. A me quel
lavoro serve, e mi piaceva anche, ma
penso che dovrò andare via, lei sopporterebbe per mesi e mesi un clima
del genere?
(No, che non lo sopporterei, pensi).
E quei maledetti turni che ti obbligano
a uscire quattro volte al giorno e a correre, prendere autobus, non ce la faccio
più. Posso chiedervi di aiutarmi?
Contattare per lei sindacato territoriale per un intervento e per il pagamento degli straordinari. Si propone alla lavoratrice colloquio con dottor P. di
ASL 1. Fine rapporto.
Rapporto 226 - 14 giugno 2000
G.P. età 34, FIAT di Pomigliano, 12
anni di servizio, impiegato alla progettazione. Laureato.
fare il suo lavoro. Non ha idea sul perché sia cominciata la cosa. Ogni documento o cosa su cui lavora viene messo in discussione, ma non apertamente. Cominciano ad essere messe in giro
dicerie sul suo conto, sulla sua salute
mentale. Attualmente gli hanno affidato un lavoro da svolgere, ma dopo se ne
sono completamente disinteressati. Si
sente fortemente depresso. Prende farmaci contro l’insonnia. Finora ha avuto solo un colloquio (insoddisfacente)
con uno psicologo.
(Ti accorgi subito che la cosa è piuttosto seria: la voce è atona, ha dei momenti di vuoto nel racconto, è sospettoso, totalmente scettico sul nostro
ruolo e intervento. Però ha telefonato.
Chiede aiuto. Finché lo chiede si può
fare qualcosa. Sarà un’impresa convincerlo, ma è indispensabile un incontro
con l’équipe di Paolo P.).
Non so perché le sto dicendo tutte
queste cose. Ormai so che sono condannato a questa vita buia, senza colori. Troppi anni passano senza che vedi qualcosa di positivo di buono di colorato. Fino a qualche mese fa piangevo anche, sa, senza ritegno, ma solo se
non mi vedeva nessuno, adesso nemmeno quello, perciò riesco a parlarne,
cosa crede. Ho quel progetto dell’ufficio da mesi sulla scrivania, nessuno
viene a chiedermi nulla, sono un fantasma, ormai lo so, sono quello che ha
problemi, io li sento quando parlano
di me, li sento anche con la mente, il
“pazzo” dicono, quello che ha grooossi problemi e si mettono un dito alla
tempia e qualcuno scommette su
quanto tempo ancora durerò prima
di..., ma io li sento distanti, lontani, io
stesso mi sento lontano, piccolo piccolo come visto da un cannocchiale all’incontrario. Mi allontano, mi allontano, quando sarò lontano e piccolo
piccolo, piccolo abbastanza come un
atomo o un elettrone starò bene.
Sei colpito, quasi annichilito da quest’ultimo ascolto. Ti figuri quest’uomo
come un grido senza suono, come il
quadro di Munch, silenziosamente assordante.
X
Già da più anni (3/4) capi e colleghi
tentano di dimostrare che è incapace di
Vedete, si potrebbe ancora continuare
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con i casi specifici. Le telefonate, le lettere, le e-mail continuano ad arrivare e
ci sarebbe materiale per altri resoconti
come questo. Vedremo se è il caso di
farli. Al di là di statistiche, cifre e risultati del nostro lavoro, che troverete su
altri tipi di pubblicazioni, al di là delle
illuminanti conclusioni medico-scientifiche del dottor Paolo Pappone, adesso ci premeva dare l’idea di una esperienza dal lato di chi l’ha vissuta sul
campo. Un’esperienza che non può essere fine a se stessa, che deve continuare in un ambito che veda impegnate
tutte le componenti della società. Noi,
per dirla ancora con Antonella e Massimo, abbiamo avuto la forza di indagare sul fenomeno mobbing, raggiungendo un primo obiettivo di formare e
informare dando dignità teorica all’argomento. Adesso bisogna essere capaci
di passare da un concetto di riparazione del danno sul luogo di lavoro alla
prevenzione dello stesso, cercando di
allargare le competenze e i ruoli dei
soggetti in campo sul versante del lavoro (vedi anche la figura del delegato
sociale). La scommessa è alta: puntare
a produrre qualità della vita.
Questo è un proposito chiaro. Attualmente la situazione generale sul mobbing è la seguente. Quadro legislativo
zero. C’erano (e ci sono ancora) delle
proposte di legge dell’Ulivo, firmate da
Pelella Tapparo, Benvenuto, una, del
tutto inadeguata, del centrodestra.
Quadro sindacale in evoluzione: nei
contratti nazionali e territoriali cominciano a comparire degli articoli che
prendono atto del problema e in cui vi
sono citati i delegati sociali, in quelli
integrativi c’è qualche riferimento più
esplicito, ma senza ancora strumenti effettivi di intervento. Una cosa è chiara:
leggi e contratti per inverarsi hanno bisogno di contesti sociali favorevoli. È
evidente che i valori e la cultura dominante di un paese in un determinato
periodo incidono con forza nella possibilità che si sentano come necessari
provvedimenti che affrontano la soluzione di un problema. L’abitudine a
rapporti conflittuali sul lavoro, il carrierismo e il conformismo, il clientelismo, il mito confindustriale della competitività e della flessibilità senza regole, una marcata incultura del lavoro so-
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no al contrario disvalori ancora assai
diffusi in Italia e condizionano l’approdo all’instaurazione di regole di civiltà
condivise, anche rispetto al mobbing.
Quante persone conoscete, per esempio, che di fronte a qualcuno che si lamenta di persecuzioni sul lavoro non
sottovaluti la cosa, magari esprimendo
irrisione o fastidio, e concluda che il
malcapitato è un fissato o un lavativo o
che è giusto che l’azienda operi una
specie di selezione dei migliori anche in
quel modo? (con ogni probabilità quest’ultima è anche l’inconfessata opinione delle stesse aziende).
Un intervento legislativo, in Italia, è da
auspicare perché sancirebbe una volta
per tutte la condanna sociale, la pericolosità e la riprovazione dei comportamenti di vessazione psicologica, ma
non può bastare anche perché i tempi
delle leggi (e delle maggioranze) sono
lunghi (pensate che alcuni di quei progetti di legge sopra richiamati hanno
già cinque anni).
Nel frattempo, siccome come ricorda
Giorgio Ruffolo è da tempo che abbiamo smesso di credere che la storia covi
un progetto, o che almeno lo covi in
senso progressista, (al contrario sembra
sempre più sconcertante il fatto che gli
avvenimenti umani portino ad arretramenti e sciagure, vedi la guerra attualmente in corso sulla quale si resta sgomenti), il Sindacato deve fare la sua
parte e usare gli strumenti che ci sono.
L’articolo 2.087 del codice civile, l’impianto generale del decreto legislativo
626/94 stabiliscono che il datore di lavoro deve adattare il lavoro all’uomo e
non viceversa, deve valutare i rischi per
la salute e la sicurezza e adottare misure di prevenzione efficaci, assieme ai lavoratori e ai loro rappresentanti per la
sicurezza e utilizzando il Servizio di
Prevenzione e il medico competente.
Sembra chiaro, quindi, che il sindacato in azienda può fare molto, anche in
relazione a fenomeni di mobbing, utilizzando spazi, regole e poteri contrattuali e legislativi. Così come quello territoriale che può premere sulle istituzioni, affinché sia garantito il diritto
costituzionale alla salute (articolo 41
della Costituzione, secondo comma),
tramite la promozione di servizi sanitari capaci di rispondere ai bisogni di salute che vengono fuori dai posti di lavoro.
Insomma in attesa dell’allargamento
degli spazi di civiltà, in attesa di migliorare i contratti di lavoro e la società, ognuno deve fare la sua parte. E bene.
Qualche tempo fa su un mensile liberal fu lanciata questa questione, se il
sindacato dovesse essere attore di giustizia o regolatore di equità. Bene, la risposta probabilmente è che il Sindacato, e la CGIL in particolare, debba tendere ad essere attore di giustizia e regolatore di equità, per non entrare, come
ha detto Sergio Cofferati, nel futuro
con la testa girata all’indietro.
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EuridiceNews 13
Index
Editoriale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 3
Il Progetto Euridice a Napoli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 5
Percezione della dipendenza per i lavoratori del settore bancario . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 11
Cosa pensano i lavoratori della WIND di Napoli circa la dipendenza da sostanze e le nuove forme di consumo . . . . . . . . . . . . . . . “ 16
Nuove droghe sintetiche e mondo del lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 17
Training su: “Dipendenza da sostanze e nuove forme di consumo nei luoghi di lavoro” . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 18
I protagonisti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 20
Eventi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 22
Voci dal buio - L’esperienza del gruppo di lavoro antimobbing della FISAC/CGIL di Napoli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . “ 24
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EuridiceNews 13 - Cooperativa di Studio e Ricerca Sociale Marcella