Anno XI - n° 5 Maggio 2014 www.comune.bologna.it/iperbole/buonenuove TARIFFA REGIME LIBERO: POSTE ITALIANE S.P.A. - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE 70% - DCB (BOLOGNA) Non si vive di solo centro storico Una città ‘bella anche fuori’ ecco il sogno di bologna L’anniversario di Profutura Quando vent’anni sono spesi bene e con coerenza 3 8 Successo agli Ufficiali Comprendere i giovani, una missione Una coppia da copertina 3 Sono mondiali i ‘nostri’ del tango 5 Sappiamo ancora sognare come quei signori degli Anni Cinquanta? C he cosa sognava la signora Paltrinieri? Poco o niente, forse. Si accontentava di mostrare all’obiettivo della telecamera i suoi 101 anni ben portati. All’epoca dei cinegiornali della Pathé, girati anche sotto le Due Torri, arrivare a quel traguardo era un qualcosa di eccezionale. Oggi la signora in questione sarebbe una delle tante, vedremmo nel suo salotto un mega schermo al plasma e forse, in mano, avrebbe uno smartphone di ultima generazione. In quelle immagini rigorosamente in bianco e nero la tecnologia non è ancora sbarcata e tutto ci viene restituito con l’immediatezza e la vivacità di un sonoro Anni Cinquanta. Gli operatori francesi spaziano tra i simboli della città di allora, dai campanari che sembrano degli acrobati degni del miglior Cirque du Soleil alla mitica vittoria del grande Cavicchi (il giornalista, per tutto il servizio, lo chiamerà ostinatamente ‘Cavicci’) che diventa europeo mandando al tappeto il tedesco Heinz Neuhaus. Ma, nei reportages, trova spazio anche la famiglia con quattordici figli (dove il padre, rappresentante, la sera è costretto ad improvvisarsi sarto per i suoi ragazzi) come pure una fiera di calzature che anticipa Linea Pelle. Una Bologna capace di sognare, verrebbe da dire. Che si esalta con poco ma che immagina un futuro radioso per i propri figli. La signora Paltrinieri, che fa ginnastica come una ragazzina, riesce a dimenticare per qualche istante gli orrori delle due guerre che ha vissuto (forse pensando che atrocità del genere non se ne vedranno più), Cavicchi ci fa sognare che di allori ne verranno altri e che il nostro inno verrà suonato sempre più spesso. Una Bologna variegata, insomma, ma con progetti e ambizioni. I rattoppi ai calzoni sono scomparsi, verrebbe da dire, ma altrettanto, salvo le debite eccezioni, anche i piani strategici. Ma siamo davvero la Bologna che rischia la serie B (e non solo nel calcio), quella che si rifugia nel Cibo (bene per i turisti, bene per legarsi all’Expo 2015 ma non si vive di soli ciccioli) oppure siamo ancora una città che vuole contare, che non si arrende, che ha un piano vincente, non solo a livello nazionale ma anche europeo? Riversando i tanti filmati su You Tube la Pathé ci ha fatto un grande regalo ma ci ha posto anche davanti alle nostre responsabilità. Vogliamo o no far vedere a quei mitici signori degli Anni Cinquanta che anche noi sappiamo batterci e raccogliere le sfide del nostro Millennio? Buona lettura dal vostro direttore Fabio Raffaelli Visitate il nostro sito www.comune.bologna.it/iperbole/buonenuove Il Consiglio direttivo dell’Associazione no profit, editrice di “Le Buone Notizie”, è così formato: Giorgio Albéri - Presidente Fabio Raffaelli - Vice Presidente Ornella Elefante - Segretario/Tesoriere Maria Dagradi - Consigliere Paola Miccoli - Consigliere Antonio Vecchio - Consigliere Luisella Gualandi - Revisore dei conti (Presidente) Donatella Bruni - Revisore dei conti Comitato di Redazione: Roberta Bolelli, Giorgia Fioretti, Francesca Rispoli Valenti, Manuela Valentini Le Buone Notizie nasce da un’idea di Francesca Golfarelli e Fabio Raffaelli Testi e fotografie vanno inviati all’e-mail [email protected] Edito da Associazione Buone Notizie Redazione: Piazza Volta, 7 - 40134 Bologna Tel. 051.614.23.27 - Fax 051.46.67.51 Direttore responsabile: Fabio Raffaelli Direttore editoriale: Giorgio Albèri Segreteria di redazione: Ornella Elefante Stampa: Tipolito Casma - via B. Provaglia 3 - Bologna Registrazione al Tribunale di Bologna n° 7361 del 11/09/2003 BASTANO 30 EURO PER SOSTENERE da ritornare via fax al 051.46.67.51 SCHEDA PER SOSTENERE E ABBONARSI ALLA RIVISTA “LE BUONE NOTIZIE” Io sottoscritto, per conto - proprio, dell’Associazione, dell’Ente - chiede di attivare n° ...................... abbonamenti (10 numeri a 30 euro) a partire dal mese di ............................................ dell’anno ............................... Allego fotocopia del pagamento avvenuto sul c/c postale n° 60313194, ABI 07601, CAB 02400, Codice Iban IT47 N076 0102 4000 0006 0313 194 intestato all’Associazione Buone Notizie. La rivista è da inviare a: 1. Nominativo ............................................................................................................................................................. 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Via .............................................................................................................................. cap ............................................ città .......................................................................................................................... prov. ...................................... tel. ............................................................................. e-mail ............................................................................................... data ............................................ 2 Firma ............................................................................................................... Profutura, vent’anni spesi bene e con coerenza E ra assai difficile immaginare che l’Associazione Profutura, fondata da nove persone il 4 giugno 1994, giungesse al ventesimo anno di vita che proprio in quest’anno celebreremo. Siamo nati dal nulla, non avevamo né una sede, né un capitale iniziale. Ci tassammo, quei pochi che eravamo, per consentire un minimo di vita sociale e di funzionalità della neonata associazione. Venti anni durante i quali abbiamo continuato a camminare lungo la via che allora ci prefiggemmo di seguire, anche se per noi, forse, ardua: gli obiettivi e le finalità di Profutura sono stati costanti. Le nostre previsioni non si sono dimostrate, col tempo, sbagliate e ritengo che possiamo andare fieri di quanto abbiamo realizzato. L’entusiasmo di quel tempo non si è affievolito e non dobbiamo dimenticare quel che è stato fatto con tanta fatica. Come tutti sappiamo il nostro scopo è quello di aiutare le persone anziane indigenti che hanno sempre assunto un ruolo di centralità nell’attività dell’associazione. All’inizio è stato molto faticoso, ma, dopo avere superato gli intoppi dell’iter burocratico per il totale riconoscimento ufficiale, le soddisfazioni non sono mancate. Non ci siamo mai abbandonati alla sfiducia e tutti i Soci, ciascuno per quello che poteva, hanno collaborato alla realizzazione delle numerosissime manifestazioni per la raccolta fondi, soddisfacendo le aspettative di coloro che ci hanno sempre seguito e che hanno avuto fiducia in noi. Qualche anno fa un giornalista intitolò un’intervista “Ci divertiamo facendo del bene”. Ed è vero. Il nostro è stato ed è un lavoro di gruppo privo di sovrapposizioni e si è sempre avvalso di collaboratori qualificati, dando un’immagine positiva di Profutura, vivace e articolata sul patrimonio ricchissimo d’idee, d’iniziative e di donazioni. Abbiamo lavorato in questi anni in grande allegria, amicizia, collaborazione Da sinistra Alberto Albéri, Donatella Bruni, Maria Cristina Paolini, Ornella Elefante, Luisella Gualandi, Giorgio Albéri, Maurizio Martone, Wanda Elefante, Gioia Giorgi e Beatrice Sileo e siamo impegnati a proseguire il nostro cammino ricco di riflessioni, traducendo in azioni il concetto di armonia e di solidarietà. Il fiume dell’altruismo ha mille torrenti dai quali pervengono le richieste più strane. Come è noto noi non doniamo denaro, ma attrezzature di qualsiasi genere o farmaci che non rientrano nella fascia gratuita: pertanto i Quartieri del Comune di Bologna, le Case di Riposo gestite in modo caritatevole, i Comuni della provincia o i singoli anziani indigenti fanno richiesta al Consiglio direttivo che, a seconda della disponibilità dell’Associazione, delibera l’intervento. Nel corso di questi venti anni abbiamo istituito, fra le altre cose, due importanti premi: il “De Senectute” da assegnare annualmente alle persone o all’Istituzione che si siano particolarmente distinti nello studio e/o nell’attività svolta a favore degli anziani. Il “Premio di Laurea e di Ricerca Profutura” che è rivolto a neo laureati nell’Università di Bologna per le migliori ricerche e gli studi approfonditi nel settore medico-geriatrico. Il 2014 per l’Associazione avrà un ruolo molto importante e saranno organizzate manifestazioni di grande rilievo proprio per enfatizzare e celebrare questo anniversario. Pubblicamente desidero ri- volgere il mio più affettuoso e grato ricordo ai Soci fondatori, ai Sostenitori, agli Onorari ai componenti dei vari Consigli Direttivi e a tutti coloro che hanno collaborato in varie forme, affinché questa Associazione si consolidasse ed accrescesse la propria importanza sociale nel tessuto geografico in cui opera. è bello guardarsi indietro e scoprire che i nostri progetti sono diventati realtà molto concrete, portando nella vita quotidiana di migliaia di anziani indigenti (per l’esattezza 2981) i segni di un futuro diverso, condivisi da persone che sanno interpretare il loro tempo libero, che sanno guardare oltre l’orizzonte dell’egoismo, cavalcando l’azione complessa della solidarietà. Grazie a tutti coloro che hanno onorato l’attività di Profutura con la loro presenza, dando sostegno, incoraggiamento e forza per puntare ai traguardi più ambiziosi con i concetti di sempre: modestia, tenacia, concretezza, amicizia e solidarietà. Giorgio Albéri Bologna capitale mondiale di tango argentino I l tango? Un vanto di Bologna. Nel mese di aprile, infatti, a Saint Romain En Gal in Francia, Chiara Benati ed Andrea Vighi (nelle foto) hanno ottenuto il titolo di Campioni della Coppa del Mondo di Danze Argentine e più precisamente di Tango Argentino, di Milonga, di Tango Vals e di Tango Escenario. Organizzata dalla IDO (International Dance Organization), associazione internazionale affiliata alla FIDS (Federazione Italiana Danza Sportiva), riconosciuta dal CONI, la manifestazione ha visto concorrenti “pericolosi” per la loro bravura, ma i nostri ballerini bolognesi sono riusciti a portare a casa la coppa come migliori ballerini del mondo. Un’altra ‘eccellenza bolognese’ che per un anno ha portato ai vertici del mondo la danza figurata. 3 Saper vivere la vita, un’arte da apprendere S apere vivere la vita è un’arte. Che si impara con il passare del tempo, facendo tesoro delle tante esperienze - positive e non – sperimentate nel corso dell’esistenza. Si inizia con l’avere quell’assurda convinzione di essere al centro dell’universo, dalla quale deriva un gran numero di aspettative e di programmi. E’ la vita stessa che ci induce, poco a poco, a declassare gran parte di quei progetti in desideri, e, successivamente, in semplici rimpianti. Ottenere quello che si è prefissato dipende tanto dalla competizione quanto dalla fortuna, essendo quest’ultima arbitro decisivo. Non raggiungerlo non è necessariamente una sconfitta. E’ semplicemente il risultato delle dinamiche (umane e circostanziali) che influenzano la vita di tutti. Non è una gran tragedia se ad un certo punto della nostra esi- 4 stenza, nell’inevitabile bilancio “di metà mandato”, la bilancia dovesse pendere dalla parte dei progetti incompiuti (a patto, però, che uno abbia, comunque, profuso il necessario impegno per realizzarli). Più grave sarebbe - e vengo al punto - giungere a quell’inevitabile appuntamento, senza aver adeguatamente imparato l’arte del “saper vivere”- (predicato di quella qualità chiamata “saggezza”) – che molto dipende dall’esercizio accorto di una particolare predisposizione dell’animo che prende il nome di leggerezza. Il vocabolario Treccani descrive la leggerezza (riferita a persone o agli atti) “come la mancanza di serietà, l’incostanza, la volubilità”. Un sinonimo di superficialità, insomma, che è caratteristica prevalente “in chi, nell’affrontare le cose, si ferma alla superficie, lo fa in modo rapido, sbrigativo, approssimativo”. Io penso, invece, che la leggerezza - tra le più significative qualità umane - sia quella che più ci avvicina al vero significato dell’esistenza. E della sua irripetibilità. Vivere con leggerezza significa dare il giusto peso alle cose della vita, godere appieno degli eventi nel loro divenire, mai scordando la fugacità delle vicende umane, sempre con un occhio all’Assoluto. La leggerezza aiuta ad affrontare la vita con il giusto distacco, non genera disinteresse, ma solo maggior lucidità di giudizio. Ci consente di non affondare dentro ai travagli dell’esistenza, ma di superarli con maggior vigore. Richiede, inoltre, una buona dose di ironia, che è cosa diversa dal non prendersi sul serio, ma l’intima consapevolezza della fugacità che contraddistingue il nostro veloce passaggio terreno. Italo Calvino, che ne scrisse addirittura un saggio pubblicato postumo nel 1985, ebbe un giorno a dire: “prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. Antonio Vecchio Sfogliando il trionfo della natura A loe per le cicatrici e le infiammazioni, antillide per la protezione della pelle, aneto per le proprietà digestive e antisettiche e melissa per le sue caratteristiche calmanti. Ma anche miele ibleo, definito “eccellentissimo, dolcissimo, profumatissimo, ma anche pungente e vigoroso” utilizzato, allora come oggi, per debellare la tosse. Così ci si curava duemila anni fa, secondo quanto riporta il “De Materia Medica”, di Dioscoride, medico vissuto nel I secolo dopo Cristo, greco di origine, ma romano di adozione che esercitò al tempo di Nerone e che riunì tutte le terapie di derivazione medio-orientale, egiziana e greco-romana. Quello che è considerato il più importante manuale di medicina e di farmacia di tutto il mondo greco, un erbario che ha influenzato la medicina nei successivi 16 secoli, è stato ora ripubblicato in una versione facsimilare, accompagnato dalla traduzione integrale del testo greco e arricchito da 243 tavole moderne. Le cognizioni dioscoridee sono messe a confronto nel volume con quelle raggiunte dalla botanica medica attuale e la modernità del testo di Dioscoride è esaltata in un’appendice di 700 voci delle patologie e dei farmaci corrispondenti. Anche la bellezza ritorna alla natura; dopo anni di chimica, sintesi e chirurgia estetica costosa, la svolta è nella terra, nei fiori, nei frutti. Il comparto della bellezza è stata in mostra a Bologna, in occasione di Cosmoprof, fiera internazionale dell’estetica. Qui hanno esposto 2.450 aziende del comparto, provenienti da 33 paesi diversi. In mostra gli agrumi dal sud Italia, succhi di mele, polvere di diamante, platino, linfa degli alberi di cedro usata al posto dell’acqua, bacche di goji e acai e alghe rosse, che saranno alla base delle formule dei nuovi prodotti di bellezza.A sottolineare la tendenza della bellezza naturale, al cosmoprof di Bologna, il fotografo Oliviero Toscani ha esposto 35 fotografie di donne bellissime, fatte di composizioni di fiori, foglie e frutta, un erbario arcimboldesco. Eleonora Dinichino Capire i nostri giovani, una missione per tutti O ramai è una piccola bibbia. Nella sua semplicità (perché i ragazzi quando si raccontano riescono ad essere molto più lineari, concisi ed efficaci di tanti soloni adulti) ’25 storie vere per capire i nostri ragazzi’ è diventato, in pochi mesi, un esempio di come dovrebbero essere i libri destinati ad educatori e genitori. Storie, quelle raccolte ed elaborate da Katia Lanosa, avvocato matrimonialista con una vasta conoscenza delle molte e complesse tematiche familiari e dal maresciallo Claudio Corda, ogni giorno sul campo per ‘capire’ l’universo giovanile, che non lasciano indifferenti il lettore, ma che lo conducono anzi, per mano, con la loro drammaticità, con la la, con una platea attenta e desiderosa di comprendere questo piccolo ‘caso’ editoriale, nato proprio all’ombra delle Due Torri. A colpire non tanto il ‘tutto esaurito’, oggi raro nel caso di una presentazione pomeridiana di un libro, quanto la qualità degli ospiti. Tutti di grande spessore, tutti egualmente coinvolti, a vario titolo nella tematica. Se Valter Giovannini, p r o c u ra t o re aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Bologna ha voluto rimarcare, nella sua esposizione, palpabile richiesta di comprensione e aiuto. Intensa, quindi, anche la presentazione del volume, pubblicato da Editutto, al Circolo Ufficiali di via Marsa- la competenza professionale e la dedizione dell’Arma dei Carabinieri, di cui Corda fa parte, nell’opera di prevenzione quotidianamente svolta in favore soprattutto dei Minori, Lucio Strazziari, avvocato, già presidente dell’Ordine degli Avvocati di Bologna ha invece voluto ribadire il ruolo di professionisti come Katia Lanosa che, dalle tante esperienze vissute nei loro studi professionali, cercano di trarre elementi utili da trasmettere ad altri genitori ed educatori. Famiglie fragili, quelle dei nostri tempi, è emerso nel corso degli interventi, tutti appassionati e documentati, con genitori che stentano a comprendere il loro ruolo, vitale per la nostra società. Genitori che, invece di allearsi con il mondo della scuola (nelle aule e nei corridoi, ricordiamolo, si avvertono da sempre i primi segni di disagio giovanile) si contrappongono agli educatori, evocando a ogni ‘cedimento’ l’ipotesi di complotti o antipatie viscerali nei confronti dei figli. L’incontro con gli autori, promosso da Profutura in collaborazione con l’Associazione Le Buone Notizie, (presente in sala anche il generale di brigata Antonio Paparella) ha visto anche gli interventi del presidente delle due dinamiche realtà cittadine, Giorgio Albéri, nonché del generale De Vita, per l’occasione padrone di casa, che si è augurato di poter ospitare, sempre più di frequente appuntamenti ‘costruttivi’ come quello in oggetto. In chiusura anche un vivace e accorato appello della presidente del Quartiere Santo Stefano, Ilaria Giorgetti, che ha rivendicato il ruolo dell’amministrazione e in particolare della sua realtà nel diffondere, attraverso seminari, incontri e dibattiti il tema della legalità, a cominciare dagli istituti scolastici del territorio. I numeri preziosi dell’ANT In dieci anni hanno superato quota 85mila le visite di prevenzione oncologica effettuate gratuitamente dall’Ant in tutta Italia. La maggior parte - oltre 75mila - sono visite dermatologiche, effettuate in 68 province italiane. Dal 2009 sono quasi 8mila i controlli ecografici della tiroide compiuti dagli specialisti dell’Associazione nazionale tumori in 25 p r ov i n c e , 1 2 0 0 s o n o state le donne coinvolte nel progetto di diagnosi precoce dei tumori ginecologici in 4 città. Dal 2012, sono stati offerti quasi 1400 controlli nell’ambito del progetto di prevenzione dei tumori mammari in 7 diverse province. “L’impegno di Ant nasce dalla convinzione che la prevenzione sia l’unica arma veramente efficace per combattere il cancro - afferma Valeria Bonazzi, oncologa a capo dei progetti di prevenzione Ant - Le campagne di informazione e di educazione sanitaria, la diffusione di stili di vita salutari, i controlli e la diagnosi precoce sono strumenti a servizio della medicina, ma sono efficaci solo quando riescono effettivamente a penetrare nel tessuto sociale, divenendo una sana abitudine per tutti”. 5 Il cibo? Per l’uomo un valore fondamentale “N on dovresti curare gli occhi senza curare la testa o la testa senza curare il corpo. Così anche non dovresti curare il corpo senza curare l’anima...” leggo su di un leggio all’interno di uno splendido studio. Mi avvicino e mi accorgo che è stato scritto da Platone per un pensiero inviato all’amico Carmide. Attendo e dopo un po’ entra una signora che mi saluta con un sorriso. Comincio l’intervista alla Dottoressa Elisa Scalise e le domando di cosa esattamente si occupa. Mi occupo di nutrizione e posso affermare che il mio motto è: quando si pensa al nostro corpo dovremmo farlo tenendo sempre ben presente il concetto unità mente-corpo. Mi faccia capire… Il cibo ha per l’uomo un valore fondamentale, rappresentando da un lato il suo sostentamento e dall’altro il legame con il mondo esterno, che attraverso il cibo entra a far parte del corpo e ne influenza il funzionamento, gli umori, la salute e la malattia, la condivisione e la socialità e la sua stessa struttura. Il cibo evoca ricordi, suscita emozioni, funge talvolta da elemento consolatorio, premio o può in taluni casi provocare senso di colpa e frustrazione per la sensazione di non riuscire a gestirlo come si vorrebbe. 6 Solo quando si parla di gastronomia si parla del cibo in relazione al gusto e come fonte di piacere. Il cibo entra a far parte della nostra esperienza sin dal principio e ci accompagna per tutto il tempo dell’esistenza, occupando uno spazio significativo nella nostra mente. È stato calcolato che in media, una persona pensa al cibo per un tempo pari a circa 4-5 ore al giorno; il che significa il 70% delle nostre ore di veglia. Ma per il nostro fisico è positivo pensare tante ore a ciò che mangiamo? Non possiamo ignorare l’importanza di questo elemento primario con valenza fortemente simbolica. E’ così intersecato con la nostra stessa vita che mette in comunicazione il mondo interno con quello esterno, l’esteriore con l’interiore. Si parla molto di cibo ov u n q u e : r i v i s t e , giornali, televisione, ne parla la gente nei negozi, dall’estetista, dalla parrucchiera. Sembra o forse è il tema più “parlato” di tutti. La domanda è: ma se si parla tanto di cibo, di cosa mangiare e cosa non mangiare, di cosa fa bene e cosa no, di cosa si dovrebbe fare e non fare, come mai è s e m pr e più elevato il numero di persone che sviluppano un alterato rapporto con esso? Lei sta suscitando interesse nei nostri Lettori La relazione tra cibo e salute è alla base del lavoro di un nutrizionista, ma quando si affronta questo tema ci si trova ad iniziare col chiarire alle persone il concetto stesso di salute che, se da un lato ha una connotazione positiva e astratta, dall’altra parte è spesso associato ad effetti molto concreti sul comportamento. Se partiamo dal presupposto che, come affermano le neuroscienze, la nostra mente si dirige verso ciò che gli procura piacere e rifugge tutto ciò che determina dolore, dobbiamo dedurre che se si continua a pensare che mangiar sano significa mangiare in modo insoddisfacente (sia dal punto di vista dell’appagamento dei sensi che dal punto di vista della gratificazione a livello psicologico), allora sappiamo che quel comportamento auto-imposto avrà vita breve. Mi parli un po’ della sua esperienza diretta La formazione in Programmazione NeuroLinguistica (PNL) ed in particolare l’approfondimento del ruolo di coach mi hanno permesso di fornire un importante supporto nel processo di cambiamento delle abitudini alimentari della persona, proprio a partire dall’abbandono della visione dicotomica di cibo permesso e cibo proibito; partendo piuttosto dalla mente (abitudini e comportamenti consolidati nel tempo), per giungere a determinare un cambiamento ed il superamento degli ostacoli mentali al raggiungimento di un peso sano e di una sana condizione di salute. Il ruolo del coach infatti rappresenta la figura che accompagna il cliente verso il conseguimento dei suoi obiettivi, sostenendolo durante tutto il processo di cambiamento, aiutando la persona a prendere consapevolezza delle proprie risorse al fine di utilizzarle per il raggiungimento del risultato finale. Si tratta quindi di un percorso in cui il mio ruolo è accompagnare la persona verso il recupero di un sano e sereno rapporto col proprio corpo e col cibo, imparare a gestirlo a partire dal riconoscimento dei segnali che il corpo stesso invia e che fanno da guida nella scelta del momento e del cibo specifico di cui il corpo necessita, e imparare a farlo pasto per pasto. Non sono i decaloghi quelli di cui le persone hanno bisogno, ma la scoperta dei meccanismi fisiologici e psicologici straordinari del corpo umano, che sono alla base del nutrimento, delle risorse che ognuno di noi ha e delle strategie utili ad affrontare i momenti critici in cui il cibo può diventare “tentazione” più che gioia e la spensieratezza di soddisfare un bisogno con piacere, come dovrebbe essere. Allora “Siamo tutti dei capolavori in via di perfezionamento” come la statua di Michelangelo? Giorgio Albéri Alzhemeir, questa è davvero una buona notizia nato 525 persone in buona salute e con più di 70 anni, controllandole per cinque anni. Hanno regolarmente analizzato, dopo tre anni, i campioni del sangue di “cognitivamente normali”: i ricercatori hanno così scoperto che i dieci lipidi individuati avrebbero potuto predire con un’accuratezza del 90% i casi di malattia: il livello di questi grassi, infatti, era più basso nel sangue delle persone con i sintomi dell’Alzheimer. 53 persone che avevano nel frattempo sviluppato l’Alzheimer, confrontandoli con quelli di 53 persone Più di 35 milioni di persone nel mondo soffrono di Alzheimer e secondo l’Organizzazione mondiale U n test del sangue che “predice” l’arrivo dell’Alzheimer quando non si hanno ancora sintomi. E’ quanto ha individuato un gruppo di scienziati dell’americana Georgetown University. Secondo gli studiosi, si tratta di un “passo avanti molto importante” che potrebbe permettere, grazie alla diagnosi precoce, di contrastare o prevenire la malattia. L’esame infatti permette di scoprire, con una precisione superiore al 90%, se una persona va incontro a una forma di demenza senile e di deterioramento cognitivo nei successivi due o tre anni. Questo dà modo di intervenire per tempo e contrastare la malattia in quei soggetti che l’hanno ancora a uno stadio “latente” e non hanno sviluppato sintomi. Il test è in grado di identificare i dieci tipi di lipidi (grassi) che fungono da marcatori in grado di predire l’insorgenza della malattia. Gli scienziati della Georgetown sono arrivati al risultato dopo aver esami- della sanità, il numero di malati potrebbe raddoppiare ogni 20 anni, arrivando a 115 milioni nel 2050. Contro questa malattia neurodegenerativa non esiste un trattamento veramente efficace: le terapie esistenti, al momento, permettono di ridurre i sintomi, ma non rallentano completamente l’avanzamento della malattia. La ricerca internazionale è però convinta che l’unico modo per fermare la malattia sarebbe quello di iniziare un trattamento prima che nei pazienti compaiano i primi segnali. Essere capaci di predire la malattia prima che si manifestino i sintomi potrebbe offrire “una finestra di opportunità” fondamentale per sviluppare medicine efficaci per combatterla. Donatella Bruni Ibis un prodigio per combattere le infezioni A Bruxelles, in occasione di una conferenza internazionale sulla medicina di emergenza, è stata presentata una nuova tecnologia il cui obiettivo è di individuare in poche ore la causa di una malattia infettiva attraverso un unico test, con l’analisi di un campione biologico del paziente, salvando così la vita a milioni di persone. Ogni anno infatti nel mondo tante persone muoiono a causa di infiammazioni, polmonite o altre malattie perché, molto spesso, i test non sono in grado di evidenziare l’origine dell’infezione in tempo utile e i medici non riescono a curarla con la terapia più appropriata. “‘Ibis” è nata per ricercare e individuare velocemente centinaia di patogeni usando un unico campione clinico e un unico test. La nuova tecnologia è in grado di individuare oltre 800 patogeni batterici nell’arco di sei-otto ore, permettendo così ai medici di agire prontamente e prescrivere il trattamento giusto per i pazienti.. “Ibis” è attualmente in fase di studio su circa 500 persone in sei paesi europei. I primi risultati della ricerca dovrebbero essere presentati in ottobre e la tecnologia potrebbe diventare realtà a partire dal prossimo anno. Ornella Elefante 7 Quel gusto antico di leggere il quotidiano N ell’epoca di internet tutto è virtuale, incorporeo, oserei dire inconsistente. Lo sono le amicizie, validate da un semplice click, i giudizi espressi con un neutro “mi piace”, e - cosa ancora più grave – lo è la nostra capacità di comprensione (e di attenzione) che, stimolata da uno mole enorme di informazioni spesso superficiali, raramente finisce per soffermarsi su quello per cui ne varrebbe veramente la pena, lasciandosi invece trascinare dalla messe di dati, spesso non verificabili, offerti dalla rete. E’ il progresso bellezza! E’ la modernità! Che impone cinicamente le proprie regole. Da osservare - volenti e nolenti - pena l’essere tagliati fuori da tutto. Io, però, non rinuncio alla piacevole sensazione di sfogliare, al mattino, le pagine del quotidiano; di scorrerne i titoli, gli occhielli, i catenacci, da sinistra verso destra, dall’alto verso il basso, secondo quella gerarchia di posizione, che avvalora – sulla carta - l’importanza delle notizie. Amo imbattermi negli articoli di fondo delle mie “firme” preferite, delle quali apprezzo tanto la forma nello scrivere, quanto la rara capacità di esprimere in modo semplice concetti complessi. E’ una sensazione che 8 nutro da sempre, sin dai tempi del ginnasio, quando aprivo il mio “Giornale d’Italia” prima di entrare in classe, per poi ripiegarlo con cura al suono della campanella e continuarne la lettura a spizzichi e bocconi, durante gli intervalli e nel bus al mio ritorno a casa. La lettura del quotidiano continua a fornirmi, ancora oggi, una chiave di lettura del mondo che viviamo. è una magia che si ripete sempre uguale, nel silenzio delle primissime ore della giornata, ogniqualvolta mi addentro in un articolo, oltre quelle righe iniziali dell’attacco e del sommario, che contengono di fatto tutta la notizia. Accade allora che i fatti raccontati ed i relativi commenti entrino nella mia testa, dove rimangono dormienti anche per lungo tempo, prima di essere recuperati al momento opportuno, puliti da ogni inutile orpello, a sostegno di questo o quel giudizio, che nel frattempo ho scientemente od inconsciamente elaborato. Nessuno ha influenzato il mio senso di cittadinanza attiva, la mia coscienza critica, più di quei giornalisti (a volte semplici collaboratori) che, di volta in volta, ho scelto di leggere. Perché anche di fiducia si tratta. I giornali, come la vita, offrono un prodotto vario, non sempre all’altezza del lettore. Sta a Lui, alla sua sensibilità intellettuale scegliere quello che gli si addice, esercitando il sacrosanto diritto di saltare un articolo quando non né interessante o, peggio, se è scritto male. In più, continuo ad amare la corporeità che solo la ruvidezza delle sue pagine regala. Non per una mera sensazione tattile, ma perché mi aiuta a concentrarmi su quello che leggo, diversamente da una pagina satinata che rifuggo d’istinto, perché pretende il mio rispetto prima ancora di farsi leggere. Eppoi quell’odore di tipografia - un po’ petrolio, un po’ colori chimici – che ne impregna la carta, ricordandomi il lungo lavoro notturno delle rotative. Per questi e per tanti altri motivi consiglio a tutti di leggerlo, il quotidiano, l a n o s t ra personale finestra sul mondo, onorando giornalmente il sano appuntamento con una da alcuni definita “la più importante infrastruttura di ogni democrazia”. Antonio Vecchio Una serata culturale tra storia ed arte Grande affluenza di amici, nella casa di Valter Fabbri in Bologna, per un evento importante: l’unione della storia con l’arte Carlo Monaco ha presentato il suo ultimo libro “Le tre mogli di Nerone” nella bella cornice che aveva creato la nota artista Giovanna Sciannamè con le sue “Trasparenze”. L’autore del libro, con la ormai nota bravura, si è intrattenuto a lungo sul suo nuovo libro, approfondendo il tema in un concetto più ampio dei fatti storici. Giovanna Sciannamè aveva “arredato” i vari ambienti con alcune sue opere. Particolarmente belli ed efficaci i suoi “Rivoli” (vedi foto), che coprivano interamente l’ampia vetrata dello studio, costantemente attivi con le luci e le ombre esterne ed interne che facevano scorrere (è proprio il caso di dirlo) l’acqua. Così, nello stesso studio, la sintesi di un gruppo di “alberi” in dischi trasparenti, ma reali. Per chi voleva approfondire come “divert i s s e m e n t ”, era presente un “Labirinto di parole” inserite in alcune opere in plexiglas, come fogli piegati, che si rincorrono e si intersecano, dando un significato poetico alla trasparenza. Nella vetrata della grande sala che dà sulla terrazza, tre grandi pannelli con “Elementi naturali” evocanti la terra, l’acqua, il fuoco, col particolare effetto tutto interno- tutto esterno a seconda della prevalenza della luce. Monaco ha sottolineato che troppo spesso si parla dei Cesari e mai delle mogli e proprio questo libro vuole essere una “fotografia” delle mogli di Nerone con un rivalutazione dei loro ruoli. Il pubblico, mentre ascoltava attentamen- te, poteva ammirare sullo sfondo altre opere come il trittico “Luci da mattina a sera” che sintetizza con il colore la variazione delle luci dall’alba al tramonto. Atmosfera di grande sensibilità e cultura anche quando tre giovani professionisti, improvvisatisi eccellenti cuochi per l’occasione, Bologna, una città che vuol essere ‘bella fuori’ N on di solo centro storico vive una città. E’ questo, potremmo dire, il motivo conduttore di ‘Bella Fuori’, uno dei progetti strategici promossi dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, in collaborazione con il Comune di Bologna, per portare risorse e bellezza nelle periferie della città, non relegate ad appendici del centro ma valorizzate come spazi la cui articolazione dà forma e struttura alla città contemporanea. Il progetto nasce dall’idea che il centro “storico” della città, pur restando il principale luogo di riferimento, deve collegarsi ad una rete di differenti luoghi, che siano altrettanti centri di riferimento della cittadinanza. E’ così giunto alla terza edizione con l’obiettivo di creare in aree periferiche ‘nuove centralità’, rendendole punti di riferimento per coloro che abitano nelle zone circostanti, realizzando un’azione profonda di riqualificazione attraverso cui coinvolgere gli abitanti, incidere sul sistema urbano e favorire l’aggregazione sociale. Le esperienze già sviluppate nel Quartiere San Donato). Per la terza edisono state significative al riguardo. Le precedenti due edizioni di Bella Fuori infatti, nel 2007 e nel 2008, con un investimento di un milione di euro per intervento, hanno permesso di dotare la città di Bologna di due nuove importanti centralità (nel Quartiere Navile e e pecorino romano, più una zuppiera di funghi freschi (non letali ) (by Alessandro ) e torta di pomi (by Sara ). Carlo Monaco si è intrattenuto dialogando con gli amici per ampliare conoscenze e concetti di storia, usi e costumi nei tempi; Giovanna Sciannamè ha approfondito e coinvolto gli ospiti raccontando la magia e le emozioni del suo lavoro e i motivi della sua ricerca. Serata di spessore culturale. Giorgio Albéri hanno mostrato la loro creatività dedicando al contenuto “imperiale” del libro, i loro piatti: corta pasta “flambé”, alla Nerone (by Daniela ), pasta rustica con ricotta di pecora zione di Bella Fuori, avviata in collaborazione con l’assessorato all’Urbanistica, Ambiente, Qualità urbana e Città storica, l’Urban Center di Bologna e il Quartiere San Vitale, la Fondazione ha stanziato 500.000 euro e ha invitato i progettisti a confrontarsi con una nuova sfida, in linea con i richiami alla riduzione della spesa, all’approccio sostenibile della città intelligente e al concetto di eco-design. E’ stato aperto quindi un concorso dedicato ai progettisti che volessero misurarsi con questa sfida e una commissione esaminatrice, presieduta dall’architetto Mario Cucinella e composta dagli architetti Mauro Panigo e Luigi Centola, ne ha selezionati 3 tra gli oltre 70 partecipanti, invitandoli a realizzare una nuova area verde nel Quartiere San Vitale (Croce del Biacco). Obiettivi principali: qualificare lo spazio come una “piazza verde” per incontrarsi; riorganizzare i percorsi ciclabili e pedonali e i collegamenti con gli spazi esistenti; coinvolgere gli abitanti, le persone che frequentano la zona e le as- sociazioni locali a partecipare direttamente per realizzar e gli arredi e il verde e contribuire alla loro gestione e manutenzione; utilizzare la fase di cantiere come occasione di socialità e di coinvolgimento di scolaresche, artisti e associazioni. Dopo questa “progettazione partecipata”, valutati anche i pareri sui tre progetti espressi dai cittadini del quartiere, la commissione ha selezionato, come vincitore del concorso Bella Fuori 3, il progetto “Plug and Play” presentato da uno studio spagnolo, realizzato da un gruppo di architetti guidati da Patrizia Di Monte, titolare insieme a Ignacio Gravalos Lacambra di uno studio di architettura in Saragozza (Spagna). Con loro hanno lavorato gli architetti Elena Vincenzi e Giorgio Volpe di Bologna. I dettagli del progetto vincitore sono stati illustrati durante la premiazione di Bella Fuori 3 da parte della giuria presieduta da Mario Cucinella, il 15 aprile scorso nella Salaborsa di Bologna, dove è stata inoltre allestita la mostra dei tre progetti – tuttora esposta - nei locali dell’Urban Center. Dopo i fecondi rapporti con la Spagna testimoniati dall’antico e prestigioso Collegio di Spagna e dalla storica Via Saragozza, Bologna accoglie nuovi stimoli spagnoli per la città sostenibile del futuro. Roberta Bolelli 9 Una ‘food immersion’ in vista di Expo 2015 S i è appena conclusa a Bologna l’edizione 2014 de “La Scienza in Piazza”, manifestazione di diffusione della cultura scientifica promossa e organizzata dalla Fondazione Marino Golinelli, presentata come “una festa della scienza e della cultura rivolta alle scuole di ogni ordine e grado e ai cittadini dai 18 mesi ai 99 anni”, con spazi interattivi, mostre, laboratori, incontri e dibattiti. Filo conduttore di quest’anno – anche nella prospettiva di Expo 2015 - l’alimentazione, con una vera e propria Food Immersion. Per 17 giorni il centro storico di Bologna e i suoi quartieri si sono trasformati in un grande Science Centre coinvolgendo piazze, palazzi, biblioteche, librerie, centri culturali, musei e gallerie, con più di 100 eventi tra mostre, incontri, spettacoli, laboratori inte- linguaggio semplice e un approccio divulgativo con l’obiettivo di stimolare l’interesse alla scienza e alla tecnologia, alimentando la passione per l’innovazione e la ricerca. rattivi, degustazioni. Si è parlato di nutrizione e salute; di esplorazione del gusto e cibo come opportunità di scambio culturale; di sfide alimentari per la mensa del futuro; di scienza in cucina e di consumo consapevole. Un Mettendo anche al centro la relazione straordinaria tra l’arte e il cibo, che è stato materiale espressivo sia nella pittura e nella scultu- ra, sia nelle opere e manifestazio- 10 ni dell’arte contemporanea. Cuore della manifestazione la mostra GOLOSI, arte e scienza del gusto, allestita nella sala d’Ercole di Palazzo d’Accursio. Oltre a nutrire il cibo gratifica, appaga, consola. Il gusto è sempre stato riconosciuto quale ingrediente chiave della nostra vita emotiva e oggi la scienza sta cercando di capirne e spiegarne il motivo. L’esposizione, tratta dalla mostra prodotta dalla Fondazione Marino Golinelli con la Triennale di Milano dal titolo “GOLA, arte e scienza del gusto” con opere d’arte contemporanea, video scientifici, exhi- bit e laboratori interattivi per grandi e bambini, ha esplorato i meccanismi, sia istintivi sia legati all’apprendimento, attraverso i quali l’evoluzione ha nascosto dietro al piacere di un attimo una complessa valutazione delle proprietà nutrizionali del cibo. Inoltre con la mostra/laboratorio PURO COLORE, sempre promossa dalla Fondazione Golinelli in collaborazione con realtà diverse (MAMbo, Studio Public, (galleria +) oltredimore, Associazione RAW Magna, Dina&Solomon graphic design), si è proposto in modo interattivo di far conoscere i colori dell’arte e della natura, creando collegamenti tra opere d’arte e cibo attraverso intrecci di colore in cucina e nell’arte, non trascurando le influenze antropologiche, comunicative e psicologiche. Roberta Bolelli Noi uomini del 2014, duri e fragili come un termos L eggendo, tempo fa, della famosa giornata della gioventù che si tiene ogni anno nelle città più importanti d’Europa, una ragazza affermava: “…ma riuscirò a fare capire ai miei amici la gioia che ho provato o mi farò sentire sempre un po’ suonata? Avevo provato emozioni e gioie non comuni, provavo dentro di più sola. Era, insomma, tutto il bene che a lei e ai suoi amici farebbe piacere di incontrare. Ecco, si sente qualche volta, di potere offrire a tutti la ragione di vita. Spesso, sottolineava: “Ne hai bisogno e non trovi nessuno disposto a offrirti qualche ragione. E’ una fatalità, è una incomunicabilità più forte di noi o me qualcosa che immediatamente percepivo di non potere vivere pienamente se non immaginavo di riuscire a comunicarlo a tutti gli altri”. Ad un giornalista la giovane affermava che quell’esperienza è stata la scoperta di un senso, di una prospettiva, la percezione di un punto di vista a lungo cercato e finalmente trovato; quindi la consapevolezza di sentirsi non abbiamo impostato male la vita così da non accorgerci che qualcuno ci tende la mano per darci quella felicità che cerchiamo…”. La situazione di molti giovani e di molte persone. E’ vero: non c’è uno che li prenda per quello che sono. Che guardando loro si rivolgono a loro, non ai loro occhi, ai loro soldi al loro corpo, al loro vestito, alla loro macchina. Un po’ la colpa è anche nostra che ci accontentiamo troppo dell’immagine, ci accontentiamo troppo dell’esterno. C’è un oggetto tipico nelle nostre gite domenicali che può aiutarci a definire la nostra umanità: noi siamo presso a poco come un termos. Tutti abbiamo nei nostri ricordi qualche piccola avventura con questo oggetto o perché ce lo siamo portati in gita o in spiaggia o perché ce lo siamo fatti prestare ed immancabilmente lo abbiamo riportato rotto. Sembrava infrangibile, duro di fuori, fragile dentro, proprio come siamo noi oggi. L’impressione, il volto, il comportamento, la mobilità, le spacconate sono da duri, ma l’interiorità è fragile. E’ difficile sentire in mano la propria vita, essere capaci di decidere, di superare il disagio delle mete sognate, mai raggiunte. Diventiamo, così, dei lucidi spettatori della vita degli altri quando soprattutto non ci tocca, ma dei drammatici attori della propria quando si è in gioco. Ecco, occorre assoluta,mente trovare un sostegno Come sostenere le Buone Notizie? Vedi a pagina 2 per rinforzare i fragili cristalli della nostra tenuta. interiore. Quindi non sono sufficienti battute, sorrisi, convenienze, ma occorre un pane quotidiano, un’acqua fresca e pura. Non dobbiamo essere termos fragili e persone che non possono essere scambiati per fratelli. La nostra è una cultura che all’ottimismo della modernità che mette in risalto la ragione e la capacità del soggetto di costruirsi e di costruire la società, oppone frammentazione, solitudine e un certo smarrimento, smarrimento di senso, smarrimento di valori, smarrimento di capacità progettuali per aprirsi con fiducia al futuro. L’uomo e la donna dei nostri tempi vivono il presente giorno dopo giorno senza troppo interrogarsi sul passato e sul futuro, ritagliando quasi un senso rela- tivo e fugace e per lo più nei fatti rinunciando all’avventura della ricerca dell’Assoluto. Taluni si accontentano di vivere una vita fatta di consuetudini e di riti, ma che non accende in loro la miccia della speranza e comunque non costituisce il fulcro attorno al quale fare gravitare tutta l’esistenza. In questa prospettiva il tempo non appare più nella sua ciclicità come lo scorrere incessante e automatico dei minuti, dei giorni, dei mesi, degli anni. Con uno sguardo di altruismo è possibile cogliere in ogni tempo, un tempo opportuno, favorevole, un tempo che non ritornerà più e che ci offre un’occasione unica ed insostituibile per realizzare pienamente la nostra umanità con una armoniosa esperienza di comunità con gli uomini. Giorgio Albéri 30 Bastano Euro 11 I tempi dell’anima? Non sono poi così veloci I ritmi veloci, a volte frenetici della nostra vita quotidiana, inducono parecchi di noi a tenere e mantenere “un passo” molto sostenuto non solo a livello fisico, ma anche sul piano mentale ed emozionale. L’utilizzo dei moderni mezzi di comunicazione, consente in tempo reale la trasmissione e la condivisione di immagini, pensieri, progetti e stati d’animo. Spesso però, può capitare che i tempi dell’anima non siano poi così veloci, perché proprio per la loro particolare natura, necessitano di attese, di pause, di silenzi. Così come le radici di un albero, traggono nutrimento e vita dal silenzio delle profondità della terra, così – a volte- le nostre emozioni, la parte essenziale del nostro essere, hanno bisogno di tempi diversi, più ampi e dilatati. Purtroppo, a fronte di una possibilità sempre più tecnologica della comunicazione, osserviamo un crescente senso di solitudine sere e sentirsi soli. Forse è proprio da qui che si può cominciare a pensare come poter apportare un cambiamento che però tenga conto delle esigenze che la nostra vita ci chiede. Cerco di spiegarmi meglio. Forse a molti di noi piacerebbe potere avere del tempo per sé, da poter dedicare a qualcosa che per noi abbia senso e valore, però nello stesso tempo dobbiamo fare i conti con gli impegni della famiglia, del lavoro. Quindi, predisporsi a progettare cambiamenti che poi rischiano di rivelarsi impraticabili o comunque troppo faticosi ed onerosi per le nostre forze, può condurre ad un ulteriore senso di frustrazione e fallimento. Se il nostro obiettivo è quello di imparare a rallentare, per poi pian piano cercare di trasferire questo nuovo modo di essere nel resto della nostra vita, possiamo provare a partire dal respiro. Pensiamoci un attimo: a in persone di ogni età ed appartenenti ad ogni ceto sociale. La fretta ormai accompagna ciascuno di noi e caratterizza in maniera significativa la qualità delle nostre relazioni. Il rischio è quello di … es- livello simbolico, che cos’è il respiro, se non il ritmo della nostra vita? … trattengo il respiro per non farmi sentire…è la fine di un incubo. Ora finalmente posso respirare… Queste ed altre espressioni che ognuno di noi ha detto 12 e ridetto nel corso della propria esistenza raccontano bene l’abbraccio tra il nostro respiro ed il ritmo delle emozioni che ci abitano. Il ritmo del respiro ha sostenuto nostra madre durante le doglie al momento del parto che ci ha portato in questa vita ed è con un ultimo respiro che noi un giorno la lasceremo. Quella che descriverò è una tecnica suggerita dalla medicina tradizionale cinese. Un sapere antico e per questo profondo e saggio. E’ una esperienza molto semplice, ognuno di noi la può mettere in pratica, tutte le volte che ne sente la necessità, ma anche come salutare pratica quotidiana. Cerchiamo un luogo tranquillo della casa, lontano da rumori o fonti di disturbo. Stacchiamo i cellulari e cerchiamo di indossare abiti comodi o almeno slacciamo cinture che possono rallentare la circolazione. Rimaniamo in piedi, con le gambe leggermente divaricate a cercare un appoggio solido e radicato. Ora chiudiamo gli occhi e lentamente, molto lentamente inspiriamo profondamente. Immaginiamo di raccogliere tutta l’aria che ci circonda, possiamo aiutarci con un gesto rotatorio delle braccia. L’aria è piena, satura dei nostri pensieri, delle nostre preoccupazioni, dei nostri mille impegni. Pian piano, molto lentamente cominciamo ad espirare attraverso la bocca; anche le braccia accompagnano il nostro respiro come se comprimessero l’aria e la spingessero verso la terra. Dobbiamo fare tutto questo molto lentamente e quando tutta l’aria sarà uscita dai nostri polmoni, faremo seguire dieci respiri normali ma lenti, tranquilli. Lo scopo è quello di sperimentare un modo per rallentare. Rallentare il nostro ritmo interno, per poi pian piano, giorno dopo giorno, riuscire a modificare anche la modalità con la quale affrontiamo la vita quotidiana. Il valore aggiunto di questa tecnica è appunto quella di poter essere utilizzata proprio come un pronto soccorso naturale per tutti quei momenti in cui sentiamo che stiamo esagerando nel pretendere troppo dalle nostre forze. Comunque un’occasione di incontro con noi stessi. Paola Miccoli Da una parola si può scoprire un mondo A volte l’etimologia delle parole ci aiuta a capirne appieno il vero significato. Non tutti sanno, infatti, che la parola “simbolo” deriva dal latino symbolum ed a sua volta dal greco σuμβολον (súmbolon), termine - quest’ultimo - composto dalle radici σuμ (sum, “insieme”) e βολή (bolè, «mettere»), ed avente il significato di «mettere insieme» due parti distinte. Come quelle «tessere di riconoscimento», che secondo l’usanza greca due individui, due famiglie o anche due città spezzavano a metà, affinché ognuna ne conservasse un pezzo che, in quanto perfettamente combaciante con l’altra, testimoniava il patto, l’accordo esistente tra le parti. Il perché di questa digressione? Perché anche quest’anno, il 15 marzo scorso, la città di Lugo di Romagna ha voluto celebrare uno dei suoi figli più illustri, quel Giuseppe Compagnoni che, nel lontano 1797, al Congresso della Repubblica Cispadana, in qualità di delegato della Legazione di Ferrara (Lugo era sotto giurisdizione estense), ideò, promosse e fece promulgare “che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di tre colori verde, bianco e rosso e che questi tre colori si usino anche nella Coccarda Cispadana la quale debba portarsi da tutti”. Con la sua famosa mozione, Compagnoni ebbe principalmente il merito di donarci il nostro simbolo più importante: il Tricolore. Di bandiere, in Italia, ve ne sono ovunque, specialmente sugli edifici pubblici. Le bandiere assegnate ai reparti militari, in particolare, sono disciplinate da speciali leggi e regolamenti, che arrivano a definirne finanche le dimensioni. Esse sono composte da quattro elementi costitutivi (puntale, drappo, asta, fascia e cordone). Le bandiere militari hanno nel puntale – l’estremità in ottone a forma di punta di una freccia – la parte più preziosa, sulla quale sono incise le campagne cui ha stita in velluto e ricoperta da una spirale di borchie in metallo), una fascia di color azzurro - di derivazione sabauda, oggi simbolo delle tradizioni militari - ed un cordone argentato. Per tradizione, inoltre, i Reparti dell’Arma di Cavalleria e tutti quelli “montati” – termine che un tempo si usava per i reparti a cavallo – al posto della bandiera hanno lo stendardo, che si differenzia dalla prima per le dimensioni più ridotte. Anche il Presidente della Repubblica ha un suo stendardo presidenziale che costituisce il segno distintivo della sua presenza e perciò lo segue quando assiste in tribuna alle cerimonie mi- partecipato il reparto che la detiene e le ricompense ricevute. Il drappo in seta, a differenza del puntale, viene periodicamente sostituito a causa dell’usura del tempo e versato al Sacrario delle Bandiere - nel complesso monumentale del Vittoriano, a tutti noto come Altare della Patria - all’interno del quale sono custodite le bandiere di guerra dei reparti disciolti dell’Esercito, dell’Aeronautica, della Marina e dell’Arma dei Carabinieri, oltre che a numerosi cimeli relativi alle guerre combattute dalle Forze Armate italiane. Oltre al puntale ed al drappo, la bandiera è costituita da un’asta in legno (rive- litari, sorretto da un corazziere che si dispone a tergo della sua persona. Non smettiamo mai di onorarla, dunque, la bandiera; il nostro simbolo fondante, la rappresentazione più alta del complesso di valori, di storia comune, di cultura condivisa che unisce il nostro popolo. Essa ci testimonia ogni giorno che ciò che ci unisce è di gran lunga più importante di ciò che ci divide. Ci dona un’identità, e con essa la sicurezza di appartenere alla medesima comunità di cittadini che sono “dalla nostra parte”. Preservarla deve essere il primo dovere di ogni cittadino. Antonio Vecchio 13 Un figlio d’arte con la musica nel cuore di pelo sullo stomaco e le spalle larghe.» Qual è il tuo rapporto con Novafeltria, il paese in provincia di Rimini in cui vivi? «Adoro il mio paesino, è la tana dove mi posso rifugiare e sentire l’odore delle montagne e del fiume. Poi ovviamente c’è la mia famiglia e gli amici di sempre.» Un piccolo bilancio dell’esperienza sanremese? Progetti futuri? «Sanremo è servita per alzare la testa e farsi notare. Il lavoro vero inizia ora con il disco, che è già nei negozi e si chiama appunto “LE COSE BELLE”, e con l’attività live, che è la mia preferita! Per sapere le date www.filippograziani.it» Manuela Valentini R omagnolo, poco più che trentenne e una passione per la musica grande quanto il mondo, quasi certamente ereditata dal papà. Sì perché quel ‘babbo’, come dicono nel Montefeltro, era niente poco di meno che Ivan Graziani, cantautore e chitarrista di fama che ci ha lasciati ormai diciassette anni fa. Tuttavia, oggi il passato si fa da parte per lasciare spazio a Filippo, reduce da un’esperienza sanremese che l’ha visto gareggiare tra le Nuove 14 Proposte insieme ad altri sette giovani colleghi. Il suo album intitolato ‘Le cose belle’ ha già riscosso un grande successo di vendite e proprio alla fine di marzo è cominciato un tour che lo porterà sui palchi di alcuni grandi teatri italiani. Essere figli d’arte… Un vantaggio oppure un peso che rischia di mettere in ombra il tuo lavoro? «Ancora non l’ho capito.» Cosa ti è rimasto della lezione paterna? Cosa tenti di seguire di lui in quello che fai e in cosa invece cerchi di differenziarti? «Percorro la mia strada, indipendentemente da tutto.» Per caso anche tu, come tuo padre, ti cimenti anche in altre forme artistiche come il disegno per esempio? «Sì, anch’io amo disegnare.» Arriviamo alla canzone che hai portato all’ultima edizione del Festival di San Remo intitolata ‘Le cose belle’, in cui però si parla di una generazione di trentenni (la tua…) con poche prospettive lavorative. E’ un tema decisamente attuale quello della disoccupazione giovanile, cosa ne pensi a riguardo? Quale la tua esperienza con il mondo lavorativo? Quali gli umori? «Penso sia un momento di crisi con l’alcova ben incagliata sul fondo, non sono molto ottimista e penso durerà ancora parecchio. Per questo nel mio brano dico sono un pirata e voglio navigare….se siamo in mare aperto è necessario imparare a nuotare!» Con quale spirito affronti la tua avventura nel mondo della musica? «Con lo spirito di un artigiano. Mi piace pensare alle canzone come a delle creazioni in legno, quindi un rapporto molto terreno e manuale. Poi ovviamente ci vuole una buona dose Così difendo quei ‘matti’ dell’arte astratta ‘A stratto’ significa ‘trarre via da qualcosa’ quindi, nel caso dell’arte, operare senza riferimenti ad una realtà a noi nota e quindi comprensibile. Nel 1910 Vasilij Kandinskij dipinge le prime opere astratte. Il suo acquerello, ‘Senza titolo’, propone forme colorate e segni di matita e penna sul campo, privo di colore, rappresentato dal foglio chiaro. Come la critica d’arte afferma, l’acquerello sembra un’irrazionale composizione infantile che però riflette un’esperienza estetica. I gesti divengono segni che hanno, per chi crea, un preciso significato. Questo assunto subisce negli anni complesse elaborazioni che coincidono con le diverse tendenze dell’arte astratta del Novecento. Il rimprovero che viene solitamente portato all’arte astratta, è quello di apparire priva di senso, illo- gica ed elementare soprattutto se la si confronta con la più nobile ed elaborata arte naturalisticofigurativa. Il Simbolista Maurice Denis, pittore Nabis di fine Ottocento, affermava che bisogna ‘ricordarsi che un quadro, prima di essere un cavallo in battaglia, una donna nuda o un aneddoto qualsiasi, è essenzialmente una superficie coperta di colori riuniti in un certo ordine’. Chi protesta contro la difficoltà di interpretazione della pittura non figurativa e sulla sua apparente facilità di esecuzione, non tiene conto che spesso gli artisti del Novecento sono giunti all’astrazione dopo un lungo e complesso processo di elaborazione del pensiero partito proprio da seri studi accademici sulla figurazione, decretandone poi la limitatezza, scegliendo la via di una libertà espressiva dai profondi significati. La realtà è un vincolo, le composizioni astratte hanno sempre in sé un profonda valenza simbolica. Contrapporre a tutto questo l’eccezionale ed unica abilità dei grandi artisti figurativi, non tiene conto che ogni creazione artistica deve essere rapportata al periodo storico e culturale di appartenenza. Il messaggio contenuto in un’opera rinascimentale o barocca, apparentemente leggibile perché realizzata associando fra loro elementi riconoscibili, non è affatto cosa semplice perché al suo interno vi sono molteplici e complesse letture. Significati legati alla storia, al mito, alla religione, espressioni dichiarate di un potere politico e religioso, di committenze private e pubbliche, ne rendono possibile l’esistenza, ne influenzano i temi e la composizione. Osservare il preziosi elementi rappresentati in una natura morta del Seicento, è molto più facile che saperne interpretare il complesso significato simbolico. La ricerca della verosimiglianza, l’avvicinarsi ad una rappresentazione il più possibile realistica che imita la realtà, deve tener conto che ciò che viene dipinto sulla tela è solo apparenza, quindi non è verità. Gli artisti astratti si liberano dalle sovrastrutture per andare all’essenza della creazione ed esplorare campi mai praticati in precedenza, liberi da vincoli preordinati. Mentre Kandinskij comunica con le sue Composizioni astratte l’immediatezza espressiva, così come è prerogativa della musica, Paul Klee propone una profonda e lenta riflessione sulla visione dell’opera d’arte citando le parole del filosofo J.G. Fichte che afferma che “per guarda- re un quadro occorre una seggiola”. L’olandese Piet Mondrian crea composizioni di linee ortogonali e campi colorati, pure e assolute, per ‘eliminare il tragico dalla vita’ (G.C.Argan) e il russo Malevič, con le sue semplificazioni ridotte a forme pure come quadrati, ritiene importante il ‘sentimento puro che ignora l’oggetto come è abitualmente accettato’ e propone un vero realismo che non ripeta e modifichi le forme della natura. Lucio Fontana con i suoi tagli supera i limiti della tela alla ricerca di una nuova spazialità. Molti artisti del Novecento scelgono di aderire alla corrente figurativa e naturalistica, altri sperimentano l’arte astratta e informale rendendo proprio per questo le differenti le opere prodotte particolarmente stimolanti. Arch. Sonia Lolli 15 La fattoria di Federico Fiabe per bambini, genitori e nonni E dopo amoree cattiveria parliamo di solidarietà. I topini giramondo G ino e Gina sono due topolini irrequieti e intraprendenti. Ogni tanto cambiano casa, fanno fagotto e si spostano in cerca di nuovi paesaggi e nuovi vicini con cui fare amicizia. Da un po’ di tempo abitano in montagna, ma d’inverno fa molto freddo, le notti sono lunghe e buie e poi, si sa, i topi montanari sono poco socievoli e un po’ zucconi. Gino e Gina, raccolte le loro poche cose, si mettono in viaggio. “Avrei voglia di mettere su casa in riva a un lago, dice Gina, il clima è mite, l’aria è buona, belli i panorami e molto ospitali gli abitanti”. Cammina cammina, passano i giorni, ma i due topolini non trovano nulla che li soddisfi. Scoraggiati, con i piedini doloranti e le gambette indolenzite, sono sul punto di desistere e di piantare le tende lì dove si trovano, quando Gino, all’improvviso, scorge davanti a sé lo stagno di Pietro, la carpa, e dei nostri amici della fattoria. “Che bello - esclama il topolino - ecco il lago che stavamo cercando! Le acque sono azzurre, le sponde ricche di vegetazione, l’aria fine e profumata”. Su una collinetta erbosa, a pochi passi dall’acqua, da dove si gode un’ottima vista, la coppia decide di mettere su casa. Gino e Gina si danno subito da fare e in poco tempo costruiscono una bella casetta. Poi pensano al giardino: tagliano l’erba, piantano i fiori, tracciano graziosi vialetti e, dietro casa, mettono a semina un po’ di mais per il popcorn di cui sono ghiotti. Passano i mesi: la vita scorre serena, gli abitanti 16 sono simpatici, l’inverno è limpi do e mite e già la primavera si annuncia con i suoi tiepidi zefiri, quando un giorno, all’alba, una forte scossa scuote violentemente la collinetta fin dalle radici. I topini vengono sbalzati dai loro letti e squittendo terrorizzati corrono fuori. Oh, meraviglia! La collina si sta muovendo; davanti a loro è cambiato il panorama, non più lo stagno, ma il noce che si trovava alle loro spalle. La montagnola ha preso a camminare, allontanandosi via via più dalla riva. Gino e Gina stanno per mettersi in salvo, saltando sulla terra ferma, quando una voce cavernosa proveniente dall’interno della collinetta, chiede: “Siete ancora lì?”. Che cosa era successo? I nostri due amici avevano preso dimora sul guscio di una grossa tartaruga in letargo, su cui via via si era depositato del terriccio e poi cresciuta l’erba, facendola sembrar in tutto e per tutto a una collinetta. “Se volete, potete restare - li tranquillizza la tartaruga - Nel dormiveglia avevo sen tito che qualcuno stava trafficando sopra di me, ma avevo troppo sonno per venire fuori a vedere che cosa stesse succedendo. Ora, dopo tanti mesi di letargo, mi è venuta fame e sono uscita dal guscio per cercare qualcosa da mettere sotto il becco, mi potete aiutare?”. I due topolini, felici di essere utili a colei che è diventata la loro padrona di casa, le procurano un po’ d’insalata e qualche carota. Dopo essersi rifocillata, Greta, questo il nome della tartaruga, Testo di Federico Nenzioni Disegni di Rosa Pesci fa loro questa proposta: “Perché non rimanete? Potete sistemarvi come volete: ampliare casa, abbellire a vostro piacimento il giardino, coltivare un orto; l’unica cosa che vi chiedo di non fare è scavare buche e gallerie. In cambio mi farete da custodi, vigilando che nessuno mi disturbi quando dormo”. Gino e Gina accettano con entusiasmo. Greta è una giramondo e così i nostri topolini possono finalmente soddisfare la loro grande voglia di vedere cose nuove. La tartaruga, in cambio, può dormire sonni tranquilli. Dove vanno, tutti corrono a vedere quella collinetta vagante e offrono loro tante cose buone da mangiare. Poco alla volta, la reciproca convenienza si è trasformata in una solida amicizia: ora, non li unisce più solo un reciproco tornaconto, ma un forte sentimento di solidarietà. La morale? È ancora Pietro, la carpa, a farla in rima, come sempre. La convenienza per durare vicendevoli frutti deve dare, ma non la solidarietà che nulla chiede e molto generosamente dà. Appendice Il valore di un uomo dovrebbe essere misurato in base a quanto dà e non in base a quanto è in grado di ricevere. Albert Einstain Questa favoletta introduce un concetto molto importante, ma non facile da trasmettere a un bambino: quello della solidarietà. È un concetto, questo, che difficilmente è in grado ancora di comprendere appieno, serrato com’è nel proprio egocentrismo. Gli si chiede di rinunciare a qualche cosa senza ricevere nulla in cambio. È opportuno, quindi, affrontare l’argomento che il raccontino introduce, dopo aver valutato il livello di maturità del bambino; in caso contrario l’argomento non solo non verrebbe recepito, ma potrebbe addirittura indispettirlo. Tenuto debitamente conto di quanto sopra detto, come introdurre l’argomento? Con le seguenti domande. Perché i topolini accettano la proposta di Greta? Qual è il vantaggio che ne ricavano? E qual è il vantaggio per la tartaruga? Ottenute le risposte, fategli presente che anche lui si comporta allo stesso modo in situazioni in cui riceve un vantaggio in cambio di qualche cosa che gli appartiene. Alla base di questo comportamento c’è quindi una convenienza per entrambe le parti. Se venissero meno le condizioni su cui si basa questo rapporto, cambierebbe conseguentemente anche il loro comportamento. Quindi, quando fra due persone esiste una corrispondenza di reciproca utilità ci troviamo di fronte a un relazione di convenienza. A questo punto, con le seguenti domande aiutiamolo a fare un salto di qualità: in troducete il concetto di solidarietà, alla base della quale c’è soprattutto un sentimento di gratuità. Non ti è mai capitato di dare qualcosa a qualcuno senza pretendere nulla in cambio come, ad esempio, nei confronti di mamma, papà e di persone a cui vuoi bene?E tutto ciò non ti è pesato, vero? Ottenuta la risposta, si spiega la differenza esistente fra convenienza e solidarietà. La prima sottende un vantaggio, un tornaconto personale. È frutto di un calcolo e quindi coinvolge più la ragione del sentimento. Non è un concetto negativo, il mondo, e non solo quello degli affari, si regge sul rapporto di convenienza. Il secondo, invece, è soprattutto un atto di generosità che è svincolato da ogni forma di tornaconto.