Anno XI - n° 5
Maggio 2014
www.comune.bologna.it/iperbole/buonenuove
TARIFFA REGIME LIBERO: POSTE ITALIANE S.P.A. - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE 70% - DCB (BOLOGNA)
Non si vive di solo centro storico
Una città ‘bella anche fuori’
ecco il sogno di bologna
L’anniversario
di Profutura
Quando vent’anni
sono spesi bene
e con coerenza
3
8
Successo
agli Ufficiali
Comprendere
i giovani,
una missione
Una coppia
da copertina
3
Sono mondiali
i ‘nostri’
del tango
5
Sappiamo ancora sognare come quei signori degli Anni Cinquanta?
C
he cosa sognava la
signora Paltrinieri?
Poco o niente, forse.
Si accontentava di mostrare
all’obiettivo della telecamera
i suoi 101 anni ben portati.
All’epoca dei cinegiornali
della Pathé, girati anche
sotto le Due Torri, arrivare
a quel traguardo era un
qualcosa di eccezionale.
Oggi la signora in questione
sarebbe una delle tante, vedremmo nel suo salotto un
mega schermo al plasma e
forse, in mano, avrebbe uno
smartphone di ultima generazione. In quelle immagini
rigorosamente in bianco e
nero la tecnologia non è ancora sbarcata e tutto ci viene
restituito con l’immediatezza
e la vivacità di un sonoro
Anni Cinquanta. Gli operatori francesi spaziano tra i
simboli della città di allora,
dai campanari che sembrano degli acrobati degni del
miglior Cirque du Soleil alla
mitica vittoria del grande
Cavicchi (il giornalista, per
tutto il servizio, lo chiamerà
ostinatamente ‘Cavicci’) che
diventa europeo mandando
al tappeto il tedesco Heinz
Neuhaus. Ma, nei reportages, trova spazio anche la
famiglia con quattordici figli
(dove il padre, rappresentante, la sera è costretto
ad improvvisarsi sarto per i
suoi ragazzi) come pure una
fiera di calzature che anticipa Linea Pelle. Una Bologna
capace di sognare, verrebbe
da dire. Che si esalta con
poco ma che immagina un
futuro radioso per i propri
figli. La signora Paltrinieri,
che fa ginnastica come una
ragazzina, riesce a dimenticare per qualche istante gli
orrori delle due guerre che
ha vissuto (forse pensando
che atrocità del genere non
se ne vedranno più), Cavicchi ci fa sognare che di
allori ne verranno altri e che
il nostro inno verrà suonato
sempre più spesso. Una Bologna variegata, insomma,
ma con progetti e ambizioni.
I rattoppi ai calzoni sono
scomparsi, verrebbe da dire,
ma altrettanto, salvo le debite eccezioni, anche i piani
strategici.
Ma siamo davvero la Bologna che rischia la serie B (e
non solo nel calcio), quella
che si rifugia nel Cibo (bene
per i turisti, bene per legarsi
all’Expo 2015 ma non si vive
di soli ciccioli) oppure siamo
ancora una città che vuole
contare, che non si arrende,
che ha un piano vincente,
non solo a livello nazionale
ma anche europeo? Riversando i tanti filmati su You
Tube la Pathé ci ha fatto un
grande regalo ma ci ha posto
anche davanti alle nostre
responsabilità. Vogliamo o
no far vedere a quei mitici
signori degli Anni Cinquanta che anche noi sappiamo
batterci e raccogliere le sfide
del nostro Millennio?
Buona lettura
dal vostro direttore
Fabio Raffaelli
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2
Firma
...............................................................................................................
Profutura, vent’anni spesi bene e con coerenza
E
ra assai difficile immaginare che l’Associazione Profutura, fondata
da nove persone il 4 giugno
1994, giungesse al ventesimo anno di vita che proprio
in quest’anno celebreremo.
Siamo nati dal nulla, non
avevamo né una sede, né un
capitale iniziale. Ci tassammo, quei pochi che eravamo,
per consentire un minimo di
vita sociale e di funzionalità
della neonata associazione.
Venti anni durante i quali abbiamo continuato a camminare lungo la via che allora
ci prefiggemmo di seguire,
anche se per noi, forse, ardua: gli obiettivi e le finalità
di Profutura sono stati costanti. Le nostre previsioni
non si sono dimostrate, col
tempo, sbagliate e ritengo
che possiamo andare fieri di
quanto abbiamo realizzato.
L’entusiasmo di quel tempo
non si è affievolito e non
dobbiamo dimenticare quel
che è stato fatto con tanta
fatica. Come tutti sappiamo
il nostro scopo è quello di
aiutare le persone anziane
indigenti che hanno sempre
assunto un ruolo di centralità nell’attività dell’associazione. All’inizio è stato
molto faticoso, ma, dopo
avere superato gli intoppi
dell’iter burocratico per il totale riconoscimento ufficiale,
le soddisfazioni non sono
mancate. Non ci siamo mai
abbandonati alla sfiducia
e tutti i Soci, ciascuno per
quello che poteva, hanno
collaborato alla realizzazione
delle numerosissime manifestazioni per la raccolta fondi,
soddisfacendo le aspettative
di coloro che ci hanno sempre seguito e che hanno
avuto fiducia in noi.
Qualche anno fa un giornalista intitolò un’intervista
“Ci divertiamo facendo del
bene”. Ed è vero. Il nostro
è stato ed è un lavoro di
gruppo privo di sovrapposizioni e si è sempre avvalso
di collaboratori qualificati,
dando un’immagine positiva
di Profutura, vivace e articolata sul patrimonio ricchissimo d’idee, d’iniziative e di
donazioni. Abbiamo lavorato
in questi anni in grande allegria, amicizia, collaborazione
Da sinistra Alberto Albéri, Donatella Bruni, Maria Cristina Paolini,
Ornella Elefante, Luisella Gualandi, Giorgio Albéri, Maurizio Martone,
Wanda Elefante, Gioia Giorgi e Beatrice Sileo
e siamo impegnati a proseguire il nostro cammino ricco
di riflessioni, traducendo in
azioni il concetto di armonia
e di solidarietà.
Il fiume dell’altruismo ha
mille torrenti dai quali pervengono le richieste più
strane. Come è noto noi
non doniamo denaro, ma
attrezzature di qualsiasi
genere o farmaci che non
rientrano nella fascia gratuita: pertanto i Quartieri del
Comune di Bologna, le Case
di Riposo gestite in modo
caritatevole, i Comuni della
provincia o i singoli anziani
indigenti fanno richiesta al
Consiglio direttivo che, a
seconda della disponibilità
dell’Associazione, delibera
l’intervento.
Nel corso di questi venti
anni abbiamo istituito, fra
le altre cose, due importanti
premi: il “De Senectute” da
assegnare annualmente alle
persone o all’Istituzione che
si siano particolarmente distinti nello studio e/o nell’attività svolta a favore degli
anziani. Il “Premio di Laurea
e di Ricerca Profutura” che è
rivolto a neo laureati nell’Università di Bologna per le
migliori ricerche e gli studi
approfonditi nel settore medico-geriatrico. Il 2014 per
l’Associazione avrà un ruolo
molto importante e saranno
organizzate manifestazioni
di grande rilievo proprio per
enfatizzare e celebrare questo anniversario.
Pubblicamente desidero ri-
volgere il mio più affettuoso
e grato ricordo ai Soci fondatori, ai Sostenitori, agli
Onorari ai componenti dei
vari Consigli Direttivi e a
tutti coloro che hanno collaborato in varie forme, affinché questa Associazione si
consolidasse ed accrescesse
la propria importanza sociale
nel tessuto geografico in cui
opera.
è bello guardarsi indietro e
scoprire che i nostri progetti
sono diventati realtà molto
concrete, portando nella
vita quotidiana di migliaia
di anziani indigenti (per
l’esattezza 2981) i segni di
un futuro diverso, condivisi
da persone che sanno interpretare il loro tempo libero,
che sanno guardare oltre
l’orizzonte dell’egoismo, cavalcando l’azione complessa
della solidarietà.
Grazie a tutti coloro che hanno onorato l’attività di Profutura con la loro presenza,
dando sostegno, incoraggiamento e forza per puntare ai
traguardi più ambiziosi con
i concetti di sempre: modestia, tenacia, concretezza,
amicizia e solidarietà.
Giorgio Albéri
Bologna capitale mondiale di tango argentino
I
l tango? Un vanto di Bologna. Nel mese
di aprile, infatti, a Saint Romain En Gal
in Francia, Chiara Benati ed Andrea Vighi (nelle foto) hanno ottenuto il titolo di
Campioni della Coppa del Mondo di Danze
Argentine e più precisamente di Tango Argentino, di Milonga, di Tango Vals e di Tango
Escenario. Organizzata dalla IDO (International Dance Organization), associazione internazionale affiliata alla FIDS (Federazione
Italiana Danza Sportiva), riconosciuta dal
CONI, la manifestazione ha visto concorrenti
“pericolosi” per la loro bravura, ma i nostri
ballerini bolognesi sono riusciti a portare
a casa la coppa come migliori ballerini del
mondo. Un’altra ‘eccellenza bolognese’ che
per un anno ha portato ai vertici del mondo
la danza figurata.
3
Saper vivere la vita, un’arte da apprendere
S
apere vivere la
vita è un’arte.
Che si impara
con il passare del tempo, facendo tesoro
delle tante esperienze
- positive e non – sperimentate nel corso
dell’esistenza.
Si inizia con l’avere
quell’assurda convinzione di essere al centro dell’universo, dalla
quale deriva un gran
numero di aspettative
e di programmi.
E’ la vita stessa che ci
induce, poco a poco,
a declassare gran parte di quei progetti in
desideri, e, successivamente, in semplici
rimpianti.
Ottenere quello che si
è prefissato dipende
tanto dalla competizione quanto dalla fortuna, essendo
quest’ultima arbitro
decisivo.
Non raggiungerlo non
è necessariamente
una sconfitta. E’ semplicemente il risultato
delle dinamiche (umane e circostanziali)
che influenzano la vita
di tutti.
Non è una gran tragedia se ad un certo
punto della nostra esi-
4
stenza, nell’inevitabile bilancio “di metà
mandato”, la bilancia
dovesse pendere dalla parte dei progetti
incompiuti (a patto,
però, che uno abbia,
comunque, profuso il
necessario impegno
per realizzarli).
Più grave sarebbe - e
vengo al punto - giungere a quell’inevitabile
appuntamento, senza
aver adeguatamente
imparato l’arte del
“saper vivere”- (predicato di quella qualità
chiamata “saggezza”)
– che molto dipende
dall’esercizio accorto
di una particolare predisposizione dell’animo che prende il nome
di leggerezza.
Il vocabolario Treccani
descrive la leggerezza (riferita a persone
o agli atti) “come la
mancanza di serietà,
l’incostanza, la volubilità”.
Un sinonimo di superficialità, insomma, che
è caratteristica prevalente “in chi, nell’affrontare le cose, si
ferma alla superficie,
lo fa in modo rapido,
sbrigativo, approssimativo”.
Io penso, invece, che
la leggerezza - tra le
più significative qualità umane - sia quella
che più ci avvicina al
vero significato dell’esistenza. E della sua
irripetibilità.
Vivere con leggerezza
significa dare il giusto
peso alle cose della
vita, godere appieno
degli eventi nel loro
divenire, mai scordando la fugacità delle vicende umane,
sempre con un occhio
all’Assoluto.
La leggerezza aiuta ad
affrontare la vita con
il giusto distacco, non
genera disinteresse,
ma solo maggior lucidità di giudizio.
Ci consente di non
affondare dentro ai
travagli dell’esistenza,
ma di superarli con
maggior vigore.
Richiede, inoltre, una
buona dose di ironia,
che è cosa diversa dal
non prendersi sul serio, ma l’intima consapevolezza della fugacità che contraddistingue il nostro veloce
passaggio terreno.
Italo Calvino, che ne
scrisse addirittura
un saggio pubblicato
postumo nel 1985,
ebbe un giorno a dire:
“prendete la vita con
leggerezza, che leggerezza non è superficialità ma planare
sulle cose dall’alto,
non avere macigni sul
cuore”.
Antonio Vecchio
Sfogliando il trionfo della natura
A
loe per le cicatrici e le infiammazioni, antillide
per la protezione della
pelle, aneto per le
proprietà digestive e
antisettiche e melissa
per le sue caratteristiche calmanti.
Ma anche miele ibleo,
definito “eccellentissimo, dolcissimo, profumatissimo, ma anche
pungente e vigoroso”
utilizzato, allora come
oggi, per debellare la
tosse.
Così ci si curava duemila anni fa, secondo
quanto riporta il “De
Materia Medica”, di
Dioscoride, medico
vissuto nel I secolo
dopo Cristo, greco di
origine, ma romano di
adozione che esercitò
al tempo di Nerone
e che riunì tutte le
terapie di derivazione
medio-orientale, egiziana e greco-romana.
Quello che è considerato il più importante
manuale di medicina
e di farmacia di tutto
il mondo greco, un
erbario che ha influenzato la medicina nei
successivi 16 secoli, è
stato ora ripubblicato
in una versione facsimilare, accompagnato dalla traduzione integrale del testo
greco e arricchito da
243 tavole moderne.
Le cognizioni dioscoridee sono messe a
confronto nel volume
con quelle raggiunte
dalla botanica medica
attuale e la modernità
del testo di Dioscoride
è esaltata in un’appendice di 700 voci
delle patologie e dei
farmaci corrispondenti. Anche la bellezza
ritorna alla natura;
dopo anni di chimica, sintesi e chirurgia
estetica costosa, la
svolta è nella terra,
nei fiori, nei frutti.
Il comparto della bellezza è stata in mostra
a Bologna, in occasione di Cosmoprof,
fiera internazionale dell’estetica. Qui
hanno esposto 2.450
aziende del comparto,
provenienti da 33 paesi diversi. In mostra gli
agrumi dal sud Italia,
succhi di mele, polvere di diamante, platino, linfa degli alberi di
cedro usata al posto
dell’acqua, bacche di
goji e acai e alghe
rosse, che saranno
alla base delle formule
dei nuovi prodotti di
bellezza.A sottolineare la tendenza della
bellezza naturale, al
cosmoprof di Bologna,
il fotografo Oliviero
Toscani ha esposto
35 fotografie di donne bellissime, fatte di
composizioni di fiori,
foglie e frutta, un erbario arcimboldesco.
Eleonora Dinichino
Capire i nostri giovani, una missione per tutti
O
ramai è una piccola bibbia. Nella sua
semplicità (perché i
ragazzi quando si raccontano riescono ad essere molto
più lineari, concisi ed efficaci
di tanti soloni adulti) ’25
storie vere per capire i nostri
ragazzi’ è diventato, in pochi
mesi, un esempio di come
dovrebbero essere i libri destinati ad educatori e genitori. Storie, quelle raccolte ed
elaborate da Katia Lanosa,
avvocato matrimonialista
con una vasta conoscenza
delle molte e complesse
tematiche familiari e dal
maresciallo Claudio Corda,
ogni giorno sul campo per
‘capire’ l’universo giovanile,
che non lasciano indifferenti
il lettore, ma che lo conducono anzi, per mano, con
la loro drammaticità, con la
la, con una platea attenta e
desiderosa di comprendere
questo piccolo ‘caso’ editoriale, nato proprio all’ombra
delle Due Torri. A colpire
non tanto il ‘tutto esaurito’,
oggi raro nel caso di una
presentazione pomeridiana
di un libro, quanto la qualità
degli ospiti. Tutti di grande
spessore, tutti egualmente coinvolti, a vario titolo
nella tematica. Se Valter
Giovannini,
p r o c u ra t o re aggiunto
della Repubblica presso
il Tribunale
di Bologna
ha voluto
rimarcare,
nella sua
esposizione,
palpabile richiesta di comprensione e aiuto.
Intensa, quindi, anche la
presentazione del volume,
pubblicato da Editutto, al
Circolo Ufficiali di via Marsa-
la competenza professionale e
la dedizione dell’Arma dei Carabinieri, di
cui Corda
fa parte,
nell’opera
di prevenzione quotidianamente svolta in favore soprattutto dei Minori,
Lucio Strazziari, avvocato,
già presidente dell’Ordine
degli Avvocati di Bologna
ha invece voluto ribadire il
ruolo di professionisti
come Katia Lanosa che,
dalle tante esperienze
vissute nei loro studi
professionali, cercano
di trarre elementi utili
da trasmettere ad altri
genitori ed educatori.
Famiglie fragili, quelle dei nostri tempi, è
emerso nel corso degli interventi, tutti appassionati
e documentati, con genitori
che stentano a comprendere il loro ruolo, vitale per la
nostra società. Genitori che,
invece di allearsi con il mondo della scuola (nelle aule e
nei corridoi, ricordiamolo,
si avvertono da sempre i
primi segni di disagio giovanile) si contrappongono agli
educatori, evocando a ogni
‘cedimento’ l’ipotesi di complotti o antipatie viscerali nei
confronti dei figli.
L’incontro con gli autori,
promosso da Profutura in
collaborazione con l’Associazione Le Buone Notizie,
(presente in sala anche il
generale di brigata Antonio
Paparella) ha visto anche
gli interventi del presidente
delle due dinamiche realtà
cittadine, Giorgio Albéri,
nonché del generale De Vita,
per l’occasione padrone di
casa, che si è augurato di
poter ospitare, sempre più
di frequente appuntamenti
‘costruttivi’ come quello in
oggetto. In chiusura anche
un vivace e accorato appello
della presidente del Quartiere Santo Stefano, Ilaria
Giorgetti, che ha rivendicato
il ruolo dell’amministrazione
e in particolare della sua
realtà nel diffondere, attraverso seminari, incontri e
dibattiti il tema della legalità, a cominciare dagli istituti
scolastici del territorio.
I numeri preziosi dell’ANT
In dieci anni hanno
superato quota 85mila
le visite di prevenzione
oncologica effettuate
gratuitamente dall’Ant in
tutta Italia. La maggior
parte - oltre 75mila - sono
visite dermatologiche,
effettuate in 68 province
italiane. Dal 2009 sono
quasi 8mila i controlli
ecografici della tiroide
compiuti dagli specialisti
dell’Associazione
nazionale tumori in 25
p r ov i n c e , 1 2 0 0 s o n o
state le donne coinvolte
nel progetto di diagnosi
precoce dei tumori
ginecologici in 4 città.
Dal 2012, sono stati
offerti quasi 1400
controlli nell’ambito
del progetto di
prevenzione dei tumori
mammari in 7 diverse
province. “L’impegno
di Ant nasce dalla
convinzione che la
prevenzione sia l’unica
arma veramente efficace
per combattere il cancro
- afferma Valeria Bonazzi,
oncologa a capo dei
progetti di prevenzione
Ant - Le campagne
di informazione e di
educazione sanitaria,
la diffusione di stili di
vita salutari, i controlli
e la diagnosi precoce
sono strumenti a servizio
della medicina, ma sono
efficaci solo quando
riescono effettivamente
a penetrare nel tessuto
sociale, divenendo una
sana abitudine per tutti”.
5
Il cibo? Per l’uomo un valore fondamentale
“N
on dovresti
curare
gli occhi senza curare la testa o la
testa senza curare
il corpo. Così anche
non dovresti curare il corpo senza
curare l’anima...”
leggo su di un
leggio all’interno
di uno splendido
studio. Mi avvicino e mi accorgo
che è stato scritto
da Platone per un
pensiero inviato
all’amico Carmide.
Attendo e dopo un
po’ entra una signora che mi saluta con un sorriso.
Comincio l’intervista alla Dottoressa
Elisa Scalise e le
domando di cosa
esattamente si occupa.
Mi occupo di nutrizione e posso affermare che il mio
motto è: quando si
pensa al nostro corpo dovremmo farlo
tenendo sempre ben
presente il concetto
unità mente-corpo.
Mi faccia capire…
Il cibo ha per l’uomo un valore fondamentale, rappresentando da un lato il
suo sostentamento
e dall’altro il legame
con il mondo esterno,
che attraverso il cibo
entra a far parte del
corpo e ne influenza
il funzionamento, gli
umori, la salute e
la malattia, la condivisione e la socialità e la sua stessa struttura. Il cibo
evoca ricordi, suscita
emozioni, funge talvolta da elemento
consolatorio, premio
o può in taluni casi
provocare senso di
colpa e frustrazione
per la sensazione di
non riuscire a gestirlo
come si vorrebbe.
6
Solo quando si parla di gastronomia si
parla del cibo in relazione al gusto e come
fonte di piacere.
Il cibo entra a far
parte della nostra
esperienza sin dal
principio e ci accompagna per tutto il
tempo dell’esistenza, occupando uno
spazio significativo
nella nostra mente. È
stato calcolato che in
media, una persona
pensa al cibo per un
tempo pari a circa
4-5 ore al giorno; il
che significa il 70%
delle nostre ore di
veglia.
Ma per il nostro fisico è positivo pensare tante ore a ciò
che mangiamo?
Non possiamo ignorare l’importanza di
questo elemento primario con valenza
fortemente simbolica. E’ così intersecato
con la nostra stessa
vita che mette in comunicazione il mondo interno con quello
esterno, l’esteriore
con l’interiore.
Si parla molto di cibo
ov u n q u e : r i v i s t e ,
giornali, televisione,
ne parla la gente nei
negozi, dall’estetista,
dalla parrucchiera.
Sembra o forse è il
tema più “parlato” di
tutti.
La domanda è: ma
se si parla tanto
di cibo, di
cosa mangiare e
cosa non
mangiare, di cosa
fa bene e
cosa no, di
cosa si dovrebbe fare
e non fare,
come mai
è s e m pr e
più elevato
il numero
di persone che sviluppano un alterato
rapporto con esso?
Lei sta suscitando
interesse nei nostri
Lettori
La relazione tra cibo e
salute è alla base del
lavoro di un nutrizionista, ma quando si
affronta questo tema
ci si trova ad iniziare col chiarire
alle persone il
concetto stesso
di salute che,
se da un lato
ha una connotazione positiva e astratta,
dall’altra parte
è spesso associato ad effetti
molto concreti
sul comportamento. Se partiamo dal presupposto che,
come affermano le neuroscienze, la nostra mente si
dirige verso ciò
che gli procura
piacere e rifugge tutto ciò che
determina dolore,
dobbiamo dedurre
che se si continua a
pensare che mangiar
sano significa mangiare in modo insoddisfacente (sia dal
punto di vista dell’appagamento dei sensi
che dal punto di vista
della gratificazione a
livello psicologico),
allora sappiamo che
quel comportamento
auto-imposto avrà
vita breve.
Mi parli un po’ della sua esperienza
diretta
La formazione in Programmazione NeuroLinguistica (PNL) ed
in particolare l’approfondimento del
ruolo di coach mi
hanno permesso di
fornire un importante
supporto nel processo di cambiamento
delle abitudini alimentari della persona, proprio a partire
dall’abbandono della
visione dicotomica di
cibo permesso e cibo
proibito; partendo
piuttosto dalla mente
(abitudini e comportamenti consolidati
nel tempo), per giungere a determinare
un cambiamento ed
il superamento degli
ostacoli mentali al
raggiungimento di un
peso sano e di una
sana condizione di
salute.
Il ruolo del coach
infatti rappresenta
la figura che accompagna il cliente verso
il conseguimento dei
suoi obiettivi, sostenendolo durante tutto il processo di cambiamento, aiutando
la persona a prendere consapevolezza
delle proprie risorse
al fine di utilizzarle
per il raggiungimento
del risultato finale.
Si tratta quindi di un
percorso in cui il mio
ruolo è accompagnare la persona verso il
recupero di un sano
e sereno rapporto
col proprio corpo e
col cibo, imparare a
gestirlo a partire dal
riconoscimento dei
segnali che il corpo
stesso invia e che
fanno da guida nella
scelta del momento
e del cibo specifico
di cui il corpo necessita, e imparare a
farlo pasto per pasto.
Non sono i decaloghi
quelli di cui le
persone hanno bisogno,
ma la scoperta dei meccanismi fisiologici e psicologici straordinari del
corpo umano, che sono
alla base del
nutrimento,
delle risorse
che ognuno
di noi ha e
delle strategie utili ad
affrontare i
momenti critici in cui il
cibo può diventare “tentazione” più
che gioia e la spensieratezza di soddisfare un bisogno
con piacere, come
dovrebbe essere.
Allora “Siamo tutti
dei capolavori in
via di perfezionamento” come la
statua di Michelangelo?
Giorgio Albéri
Alzhemeir, questa è davvero una buona notizia
nato 525 persone
in buona salute
e con più di 70
anni, controllandole per cinque
anni. Hanno regolarmente analizzato, dopo tre
anni, i campioni del sangue di
“cognitivamente normali”:
i ricercatori hanno così
scoperto che i dieci lipidi individuati avrebbero potuto
predire con un’accuratezza
del 90% i casi di malattia:
il livello di questi grassi,
infatti, era più basso nel
sangue delle persone con i
sintomi dell’Alzheimer.
53 persone che avevano
nel frattempo sviluppato
l’Alzheimer, confrontandoli
con quelli di 53 persone
Più di 35 milioni di persone nel mondo soffrono
di Alzheimer e secondo
l’Organizzazione mondiale
U
n test del sangue
che “predice” l’arrivo dell’Alzheimer
quando non si hanno ancora sintomi. E’ quanto ha
individuato un gruppo di
scienziati dell’americana
Georgetown University.
Secondo gli studiosi, si
tratta di un “passo avanti
molto importante” che potrebbe permettere, grazie
alla diagnosi precoce, di
contrastare o prevenire la
malattia. L’esame infatti
permette di scoprire, con
una precisione superiore
al 90%, se una persona
va incontro a una forma di
demenza senile e di deterioramento cognitivo nei
successivi due o tre anni.
Questo dà modo di intervenire per tempo e contrastare la malattia in quei
soggetti che l’hanno ancora
a uno stadio “latente” e
non hanno sviluppato sintomi. Il test è in grado di
identificare i dieci tipi di
lipidi (grassi) che fungono
da marcatori in grado di
predire l’insorgenza della
malattia.
Gli scienziati della Georgetown sono arrivati al
risultato dopo aver esami-
della sanità, il numero di
malati potrebbe raddoppiare ogni 20 anni, arrivando a
115 milioni nel 2050.
Contro questa malattia
neurodegenerativa non
esiste un trattamento veramente efficace: le terapie esistenti, al momento,
permettono di ridurre i
sintomi, ma non rallentano
completamente l’avanzamento della malattia. La
ricerca internazionale è
però convinta che l’unico modo per fermare la
malattia sarebbe quello
di iniziare un trattamento prima che nei pazienti
compaiano i primi segnali.
Essere capaci di predire la
malattia prima che si manifestino i sintomi potrebbe offrire “una finestra di
opportunità” fondamentale
per sviluppare medicine efficaci per combatterla.
Donatella Bruni
Ibis un prodigio per combattere le infezioni
A
Bruxelles, in occasione
di una conferenza internazionale sulla medicina
di emergenza, è stata presentata una nuova tecnologia il
cui obiettivo è di individuare
in poche ore la causa di una
malattia infettiva attraverso
un unico test, con l’analisi
di un campione biologico del
paziente, salvando così la vita
a milioni di persone. Ogni
anno infatti nel mondo tante
persone muoiono a causa di
infiammazioni, polmonite o
altre malattie perché, molto
spesso, i test non sono in
grado di evidenziare l’origine
dell’infezione in tempo utile e
i medici non riescono a curarla
con la terapia più appropriata.
“‘Ibis” è nata per ricercare
e individuare velocemente
centinaia di patogeni usando
un unico campione clinico e
un unico test. La nuova
tecnologia è in grado di
individuare oltre 800 patogeni batterici nell’arco
di sei-otto ore, permettendo così ai medici
di agire prontamente e
prescrivere il trattamento giusto per i pazienti..
“Ibis” è attualmente in
fase di studio su circa
500 persone in sei paesi
europei. I primi risultati
della ricerca dovrebbero essere presentati in ottobre e la
tecnologia potrebbe diventare
realtà a partire dal prossimo
anno.
Ornella Elefante
7
Quel gusto antico di leggere il quotidiano
N
ell’epoca di internet tutto è
virtuale, incorporeo, oserei dire inconsistente. Lo sono le
amicizie, validate da un
semplice click, i giudizi
espressi con un neutro
“mi piace”, e - cosa
ancora più grave – lo
è la nostra capacità di
comprensione (e di attenzione) che, stimolata da uno mole enorme
di informazioni spesso
superficiali, raramente
finisce per soffermarsi
su quello per cui ne
varrebbe veramente
la pena, lasciandosi
invece trascinare dalla
messe di dati, spesso
non verificabili, offerti
dalla rete.
E’ il progresso bellezza!
E’ la modernità! Che
impone cinicamente
le proprie regole. Da
osservare - volenti e
nolenti - pena l’essere
tagliati fuori da tutto.
Io, però, non rinuncio
alla piacevole sensazione di sfogliare, al
mattino, le pagine del
quotidiano; di scorrerne i titoli, gli occhielli,
i catenacci, da sinistra
verso destra, dall’alto
verso il basso, secondo quella gerarchia di
posizione, che avvalora
– sulla carta - l’importanza delle notizie.
Amo imbattermi negli
articoli di fondo delle
mie “firme” preferite,
delle quali apprezzo
tanto la forma nello
scrivere, quanto la rara
capacità di esprimere
in modo semplice concetti complessi.
E’ una sensazione che
8
nutro da sempre, sin
dai tempi del ginnasio, quando aprivo il
mio “Giornale d’Italia”
prima di entrare in
classe, per poi ripiegarlo con cura al suono della campanella e
continuarne la lettura
a spizzichi e bocconi,
durante gli intervalli e
nel bus al mio ritorno
a casa.
La lettura del quotidiano continua a fornirmi,
ancora oggi, una chiave
di lettura del mondo
che viviamo.
è una magia che si
ripete sempre uguale,
nel silenzio delle primissime ore della giornata, ogniqualvolta mi
addentro in un articolo,
oltre quelle righe iniziali
dell’attacco e del sommario, che contengono
di fatto tutta la notizia.
Accade allora che i fatti
raccontati ed i relativi
commenti entrino nella
mia testa, dove rimangono dormienti anche
per lungo tempo, prima
di essere recuperati al
momento opportuno,
puliti da ogni inutile
orpello, a sostegno di
questo o quel giudizio,
che nel frattempo ho
scientemente od inconsciamente elaborato.
Nessuno ha influenzato
il mio senso di cittadinanza attiva, la mia
coscienza critica, più di
quei giornalisti (a volte
semplici collaboratori)
che, di volta in volta, ho
scelto di leggere. Perché anche di fiducia si
tratta. I giornali, come
la vita, offrono un prodotto vario,
non sempre
all’altezza del lettore. Sta a
Lui, alla sua
sensibilità
intellettuale scegliere
quello che
gli si addice,
esercitando il sacrosanto diritto di saltare un
articolo quando non né
interessante o, peggio,
se è scritto male.
In più, continuo ad
amare la corporeità
che solo la ruvidezza
delle sue pagine regala. Non per una mera
sensazione tattile, ma
perché mi aiuta a concentrarmi su quello che
leggo, diversamente da
una pagina satinata che
rifuggo d’istinto, perché
pretende il mio rispetto
prima ancora di farsi
leggere.
Eppoi quell’odore di tipografia - un po’ petrolio, un po’ colori chimici
– che ne impregna la
carta, ricordandomi il
lungo lavoro notturno
delle rotative.
Per questi
e per tanti
altri motivi consiglio a tutti
di leggerlo, il quotidiano,
l a n o s t ra
personale finestra
sul mondo, onorando
giornalmente il sano
appuntamento con una
da alcuni definita “la
più importante infrastruttura di ogni democrazia”.
Antonio Vecchio
Una serata culturale tra storia ed arte
Grande affluenza di
amici, nella casa di Valter Fabbri in Bologna,
per un evento importante: l’unione della
storia con l’arte
Carlo Monaco ha presentato il suo ultimo
libro “Le tre mogli di
Nerone” nella bella cornice che aveva creato la
nota artista Giovanna
Sciannamè
con le sue
“Trasparenze”.
L’autore del
libro, con la
ormai nota
bravura, si è
intrattenuto a
lungo sul suo
nuovo libro,
approfondendo il tema in
un concetto
più ampio dei
fatti storici.
Giovanna
Sciannamè aveva “arredato” i vari ambienti
con alcune sue opere.
Particolarmente belli
ed efficaci i suoi “Rivoli”
(vedi foto), che coprivano interamente l’ampia
vetrata dello studio,
costantemente attivi
con le luci e le ombre
esterne ed interne che
facevano scorrere (è
proprio il caso
di dirlo) l’acqua. Così, nello
stesso studio, la sintesi
di un gruppo
di “alberi” in
dischi trasparenti, ma reali.
Per chi voleva
approfondire
come “divert i s s e m e n t ”,
era presente
un “Labirinto
di parole” inserite in
alcune opere in plexiglas, come fogli piegati,
che si rincorrono e si
intersecano, dando un
significato poetico alla
trasparenza.
Nella vetrata della grande sala che dà sulla
terrazza, tre grandi
pannelli con “Elementi
naturali” evocanti la
terra, l’acqua, il fuoco,
col particolare effetto tutto interno- tutto
esterno a seconda della
prevalenza della luce. Monaco ha sottolineato
che troppo spesso si
parla dei Cesari e mai
delle mogli e proprio
questo libro vuole essere una “fotografia”
delle mogli di Nerone
con un rivalutazione dei
loro ruoli.
Il pubblico, mentre
ascoltava attentamen-
te, poteva ammirare
sullo sfondo altre opere come il trittico “Luci
da mattina a sera” che
sintetizza con il colore
la variazione delle luci
dall’alba al tramonto.
Atmosfera di grande
sensibilità e cultura
anche quando tre giovani professionisti, improvvisatisi eccellenti
cuochi per l’occasione,
Bologna, una città che vuol essere ‘bella fuori’
N
on di solo centro storico
vive una città.
E’ questo, potremmo
dire, il motivo conduttore di
‘Bella Fuori’, uno dei progetti strategici promossi dalla
Fondazione del Monte di
Bologna e Ravenna, in collaborazione con il Comune di
Bologna, per portare risorse
e bellezza nelle periferie della
città, non relegate ad appendici del centro ma valorizzate
come spazi la cui articolazione dà forma
e struttura alla
città contemporanea.
Il progetto nasce
dall’idea che il
centro “storico”
della città, pur
restando il principale luogo di
riferimento, deve collegarsi ad
una rete di differenti luoghi,
che siano altrettanti centri di
riferimento della cittadinanza.
E’ così giunto alla terza edizione con l’obiettivo di creare
in aree periferiche ‘nuove
centralità’, rendendole punti
di riferimento per coloro che
abitano nelle zone circostanti, realizzando un’azione
profonda di riqualificazione
attraverso cui coinvolgere gli
abitanti, incidere sul sistema
urbano e favorire l’aggregazione sociale.
Le esperienze già sviluppate
nel Quartiere San Donato).
Per la terza
edisono state significative al
riguardo. Le precedenti
due edizioni di Bella Fuori infatti,
nel 2007 e nel
2008, con un investimento di un
milione di euro per
intervento, hanno
permesso di dotare la
città di Bologna di due
nuove importanti centralità (nel Quartiere Navile e
e pecorino romano, più una
zuppiera di funghi freschi (non
letali ) (by Alessandro ) e torta
di pomi (by Sara ).
Carlo Monaco si è intrattenuto dialogando con gli amici
per ampliare conoscenze e
concetti di storia, usi e costumi nei tempi; Giovanna
Sciannamè ha approfondito
e coinvolto gli ospiti raccontando la magia e le emozioni
del suo lavoro e i motivi della
sua ricerca.
Serata di spessore culturale.
Giorgio Albéri
hanno mostrato la loro creatività dedicando al contenuto “imperiale”
del libro, i loro
piatti: corta
pasta “flambé”, alla Nerone (by Daniela
), pasta rustica con ricotta di pecora
zione di Bella
Fuori, avviata in
collaborazione con l’assessorato all’Urbanistica, Ambiente, Qualità urbana e Città
storica, l’Urban Center di Bologna e il Quartiere San Vitale,
la Fondazione ha stanziato
500.000 euro e ha invitato i
progettisti a confrontarsi con
una nuova sfida, in linea con
i richiami alla riduzione della
spesa, all’approccio sostenibile della città intelligente e al
concetto di eco-design.
E’ stato aperto quindi un concorso dedicato ai progettisti
che volessero misurarsi con
questa sfida e una commissione esaminatrice, presieduta
dall’architetto Mario Cucinella
e composta dagli architetti
Mauro Panigo e Luigi Centola,
ne ha selezionati 3 tra gli oltre 70 partecipanti, invitandoli
a realizzare una nuova area
verde nel Quartiere San Vitale
(Croce del Biacco).
Obiettivi principali: qualificare
lo spazio come una “piazza
verde” per incontrarsi; riorganizzare i percorsi ciclabili e
pedonali e i collegamenti con
gli spazi esistenti; coinvolgere
gli abitanti, le persone che
frequentano la zona e le as-
sociazioni locali a partecipare
direttamente per realizzar e gli arredi e il verde e
contribuire alla loro
gestione e manutenzione; utilizzare
la fase di cantiere
come occasione
di socialità e di
coinvolgimento
di scolaresche,
artisti e associazioni.
Dopo questa “progettazione
partecipata”, valutati anche i
pareri sui
tre
progetti espressi dai cittadini
del quartiere, la commissione
ha selezionato, come vincitore
del concorso Bella Fuori 3, il
progetto “Plug and Play”
presentato da uno studio spagnolo, realizzato da un gruppo
di architetti guidati da Patrizia
Di Monte, titolare insieme a
Ignacio Gravalos Lacambra di
uno studio di architettura in
Saragozza (Spagna). Con loro
hanno lavorato gli architetti
Elena Vincenzi e Giorgio Volpe
di Bologna.
I dettagli del progetto vincitore sono stati illustrati
durante la premiazione di
Bella Fuori 3 da parte della
giuria presieduta da Mario
Cucinella, il 15 aprile scorso
nella Salaborsa di Bologna,
dove è stata inoltre allestita
la mostra dei tre progetti –
tuttora esposta - nei locali
dell’Urban Center.
Dopo i fecondi rapporti con la
Spagna testimoniati dall’antico e prestigioso Collegio di
Spagna e dalla storica Via
Saragozza, Bologna accoglie
nuovi stimoli spagnoli per la
città sostenibile del futuro.
Roberta Bolelli
9
Una ‘food immersion’ in vista di Expo 2015
S
i è appena conclusa
a Bologna l’edizione
2014 de “La Scienza
in Piazza”, manifestazione
di diffusione della cultura scientifica promossa
e organizzata dalla Fondazione Marino Golinelli, presentata come “una
festa della scienza e della
cultura rivolta alle scuole
di ogni ordine e grado e ai
cittadini dai 18 mesi ai 99
anni”, con spazi interattivi,
mostre, laboratori, incontri
e dibattiti. Filo conduttore
di quest’anno – anche nella
prospettiva di Expo 2015
- l’alimentazione, con una
vera e propria Food Immersion.
Per 17 giorni il centro storico di Bologna e i suoi quartieri si sono trasformati in
un grande Science Centre
coinvolgendo piazze, palazzi, biblioteche, librerie,
centri culturali, musei e
gallerie, con più di 100
eventi tra mostre, incontri,
spettacoli, laboratori inte-
linguaggio semplice e un
approccio divulgativo con
l’obiettivo di stimolare l’interesse alla scienza e alla
tecnologia, alimentando la
passione per l’innovazione
e la ricerca.
rattivi, degustazioni.
Si è parlato di nutrizione
e salute; di esplorazione
del gusto e cibo come opportunità di scambio culturale; di sfide alimentari
per la mensa del futuro;
di scienza in cucina e di
consumo consapevole. Un
Mettendo anche al centro la
relazione straordinaria tra l’arte e
il cibo, che è stato
materiale espressivo sia nella pittura e nella scultu- ra, sia
nelle opere e manifestazio-
10
ni dell’arte contemporanea.
Cuore della manifestazione
la mostra GOLOSI, arte
e scienza del gusto, allestita nella sala d’Ercole di
Palazzo d’Accursio. Oltre
a nutrire il cibo gratifica,
appaga, consola.
Il gusto è sempre
stato riconosciuto
quale ingrediente
chiave della nostra
vita emotiva e oggi
la scienza sta cercando di capirne e
spiegarne il motivo.
L’esposizione, tratta
dalla mostra prodotta dalla Fondazione
Marino Golinelli con
la Triennale di
Milano
dal titolo “GOLA, arte e
scienza del gusto” con
opere d’arte contemporanea, video scientifici, exhi-
bit e laboratori interattivi
per grandi e bambini, ha
esplorato i meccanismi,
sia istintivi sia legati all’apprendimento, attraverso i
quali l’evoluzione ha nascosto dietro al piacere di
un attimo una complessa
valutazione delle proprietà
nutrizionali del cibo.
Inoltre con la mostra/laboratorio PURO COLORE,
sempre promossa dalla Fondazione Golinelli in
collaborazione con realtà
diverse (MAMbo, Studio
Public, (galleria +) oltredimore, Associazione RAW
Magna, Dina&Solomon
graphic design), si è proposto in modo
interattivo di
far conoscere i colori
dell’arte e
della natura, creando collegamenti
tra opere d’arte e
cibo attraverso intrecci di
colore in cucina e nell’arte,
non trascurando le influenze antropologiche, comunicative e psicologiche.
Roberta Bolelli
Noi uomini del 2014, duri e fragili come un termos
L
eggendo, tempo fa, della famosa giornata
della gioventù che si
tiene ogni anno nelle
città più importanti
d’Europa, una ragazza affermava: “…ma
riuscirò a fare capire
ai miei amici la gioia
che ho provato o mi
farò sentire sempre
un po’ suonata? Avevo provato emozioni
e gioie non comuni,
provavo dentro di
più sola. Era, insomma, tutto il bene che
a lei e ai suoi amici
farebbe piacere di
incontrare. Ecco, si
sente qualche volta, di potere offrire
a tutti la ragione di
vita. Spesso, sottolineava: “Ne hai
bisogno e non trovi
nessuno disposto a
offrirti qualche ragione. E’ una fatalità, è
una incomunicabilità più forte di noi o
me qualcosa che immediatamente percepivo di non potere
vivere pienamente
se non immaginavo
di riuscire a comunicarlo a tutti gli altri”.
Ad un giornalista la
giovane affermava
che quell’esperienza
è stata la scoperta
di un senso, di una
prospettiva, la percezione di un punto di
vista a lungo cercato
e finalmente trovato;
quindi la consapevolezza di sentirsi non
abbiamo impostato
male la vita così da
non accorgerci che
qualcuno ci tende la
mano per darci quella
felicità che cerchiamo…”.
La situazione di molti
giovani e di molte
persone.
E’ vero: non c’è uno
che li prenda per
quello che sono. Che
guardando loro si
rivolgono a loro, non
ai loro occhi, ai loro
soldi al loro corpo, al
loro vestito, alla loro
macchina. Un po’ la
colpa è anche nostra
che ci accontentiamo
troppo dell’immagine, ci accontentiamo
troppo dell’esterno.
C’è un oggetto tipico nelle nostre gite
domenicali che può
aiutarci a definire la
nostra umanità: noi
siamo presso a poco
come un termos. Tutti abbiamo nei nostri
ricordi qualche piccola avventura con
questo oggetto o perché ce lo siamo portati in gita o in spiaggia o perché ce lo
siamo fatti prestare
ed immancabilmente
lo abbiamo riportato rotto. Sembrava
infrangibile, duro di
fuori, fragile dentro,
proprio come siamo
noi oggi.
L’impressione, il volto, il comportamento,
la mobilità, le spacconate sono da duri,
ma l’interiorità è fragile. E’ difficile sentire in mano la propria
vita, essere capaci di
decidere, di superare
il disagio delle mete
sognate, mai raggiunte. Diventiamo,
così, dei lucidi spettatori della vita degli
altri quando soprattutto non ci tocca, ma
dei drammatici attori
della propria quando
si è in gioco.
Ecco, occorre
assoluta,mente trovare un sostegno
Come sostenere
le Buone Notizie?
Vedi a pagina 2
per rinforzare i fragili cristalli della nostra tenuta. interiore. Quindi non sono
sufficienti battute,
sorrisi, convenienze,
ma occorre un pane
quotidiano, un’acqua
fresca e pura. Non
dobbiamo essere termos fragili e persone
che non possono essere scambiati per
fratelli.
La nostra è una cultura che all’ottimismo della modernità
che mette in risalto la
ragione e la capacità
del soggetto di costruirsi e di costruire
la società, oppone
frammentazione, solitudine e un certo
smarrimento, smarrimento di senso,
smarrimento di valori, smarrimento di
capacità progettuali
per aprirsi con fiducia
al futuro. L’uomo e la
donna dei nostri tempi vivono il presente
giorno dopo giorno
senza troppo interrogarsi sul passato e
sul futuro, ritagliando
quasi un senso rela-
tivo e fugace e per
lo più nei fatti rinunciando all’avventura
della ricerca dell’Assoluto.
Taluni si accontentano di vivere una vita
fatta di consuetudini
e di riti, ma che non
accende in loro la
miccia della speranza e comunque non
costituisce il fulcro
attorno al quale fare
gravitare tutta l’esistenza. In questa
prospettiva il tempo
non appare più nella
sua ciclicità come lo
scorrere incessante e automatico dei
minuti, dei giorni,
dei mesi, degli anni.
Con uno sguardo di
altruismo è possibile
cogliere in ogni tempo, un tempo opportuno, favorevole, un
tempo che non ritornerà più e che ci offre
un’occasione unica
ed insostituibile per
realizzare pienamente la nostra umanità
con una armoniosa
esperienza di comunità con gli uomini.
Giorgio Albéri
30
Bastano
Euro
11
I tempi dell’anima? Non sono poi così veloci
I
ritmi veloci, a volte frenetici della nostra vita
quotidiana, inducono
parecchi di noi a tenere
e mantenere “un passo”
molto sostenuto non solo a
livello fisico, ma anche sul
piano mentale ed emozionale. L’utilizzo dei moderni
mezzi di comunicazione,
consente in tempo reale la
trasmissione e la condivisione di immagini, pensieri,
progetti e stati d’animo.
Spesso però, può capitare che i tempi dell’anima
non siano poi così veloci,
perché proprio per la loro
particolare natura, necessitano di attese, di pause,
di silenzi.
Così come le radici di un albero, traggono nutrimento
e vita dal silenzio delle profondità della terra, così – a
volte- le nostre emozioni,
la parte essenziale del nostro essere, hanno bisogno
di tempi diversi, più ampi e
dilatati.
Purtroppo, a fronte di una
possibilità sempre più tecnologica della comunicazione, osserviamo un crescente senso di solitudine
sere e sentirsi soli.
Forse è proprio da qui che
si può cominciare a pensare come poter apportare
un cambiamento che però
tenga conto delle esigenze
che la nostra vita ci chiede.
Cerco di spiegarmi meglio.
Forse a molti di noi piacerebbe potere avere del
tempo per sé, da poter
dedicare a qualcosa che per
noi abbia senso e valore,
però nello stesso tempo
dobbiamo fare i conti con
gli impegni della famiglia,
del lavoro.
Quindi, predisporsi a progettare cambiamenti che
poi rischiano di rivelarsi
impraticabili o comunque
troppo faticosi ed onerosi
per le nostre forze, può
condurre ad un ulteriore
senso di frustrazione e fallimento.
Se il nostro obiettivo è
quello di imparare a rallentare, per poi pian piano
cercare di trasferire questo
nuovo modo di essere nel
resto della nostra vita, possiamo provare a partire dal
respiro.
Pensiamoci un attimo: a
in persone di ogni età ed
appartenenti ad ogni ceto
sociale.
La fretta ormai accompagna ciascuno di noi e
caratterizza in maniera
significativa la qualità delle
nostre relazioni.
Il rischio è quello di … es-
livello simbolico, che cos’è
il respiro, se non il ritmo
della nostra vita?
… trattengo il respiro per
non farmi sentire…è la fine
di un incubo. Ora finalmente posso respirare…
Queste ed altre espressioni
che ognuno di noi ha detto
12
e ridetto nel corso della
propria esistenza raccontano bene l’abbraccio tra
il nostro respiro ed il ritmo
delle emozioni che ci abitano.
Il ritmo del respiro ha sostenuto nostra madre durante le doglie al momento
del parto che ci ha portato
in questa vita ed è con un
ultimo respiro che noi un
giorno la lasceremo.
Quella che descriverò è una
tecnica suggerita dalla medicina tradizionale cinese.
Un sapere antico e per questo profondo e saggio.
E’ una esperienza molto
semplice, ognuno di noi la
può mettere in pratica, tutte le volte che ne sente la
necessità, ma anche come
salutare pratica quotidiana.
Cerchiamo un luogo tranquillo della casa, lontano da
rumori o fonti di disturbo.
Stacchiamo i cellulari e cerchiamo di indossare abiti
comodi o almeno slacciamo
cinture che possono rallentare la circolazione.
Rimaniamo in piedi, con le
gambe leggermente divaricate a cercare un appoggio
solido e radicato.
Ora chiudiamo gli occhi e
lentamente, molto lentamente inspiriamo profondamente.
Immaginiamo di raccogliere tutta l’aria che ci
circonda, possiamo aiutarci
con un gesto rotatorio delle
braccia.
L’aria è piena, satura dei
nostri pensieri, delle nostre
preoccupazioni, dei nostri
mille impegni.
Pian piano, molto lentamente cominciamo ad espirare attraverso la bocca;
anche le braccia accompagnano il nostro respiro
come se comprimessero
l’aria e la spingessero verso
la terra.
Dobbiamo fare tutto questo
molto lentamente e quando
tutta l’aria sarà uscita dai
nostri polmoni, faremo seguire dieci respiri normali
ma lenti, tranquilli.
Lo scopo è quello di sperimentare un modo per
rallentare.
Rallentare il nostro ritmo
interno, per poi pian piano,
giorno dopo giorno, riuscire
a modificare anche la modalità con la quale affrontiamo la vita quotidiana.
Il valore aggiunto di questa
tecnica è appunto quella
di poter essere utilizzata
proprio come un pronto
soccorso naturale per tutti
quei momenti in cui sentiamo che stiamo esagerando
nel pretendere troppo dalle
nostre forze.
Comunque un’occasione di
incontro con noi stessi.
Paola Miccoli
Da una parola si può scoprire un mondo
A
volte l’etimologia
delle parole ci aiuta
a capirne appieno il
vero significato.
Non tutti sanno, infatti,
che la parola “simbolo”
deriva dal latino symbolum ed a sua volta dal
greco σuμβολον (súmbolon), termine - quest’ultimo - composto dalle radici
σuμ (sum, “insieme”) e
βολή (bolè, «mettere»),
ed avente il significato di
«mettere insieme» due
parti distinte.
Come quelle «tessere di
riconoscimento», che secondo l’usanza greca due
individui, due famiglie o
anche due città spezzavano
a metà, affinché ognuna ne
conservasse un pezzo che,
in quanto perfettamente
combaciante con l’altra,
testimoniava il patto, l’accordo esistente tra le parti.
Il perché di questa digressione? Perché anche
quest’anno, il 15 marzo
scorso, la città di Lugo di
Romagna ha voluto celebrare uno dei suoi figli
più illustri, quel Giuseppe
Compagnoni che, nel lontano 1797, al Congresso
della Repubblica Cispadana, in qualità di delegato
della Legazione di Ferrara
(Lugo era sotto giurisdizione estense), ideò, promosse e fece promulgare
“che si renda universale lo
Stendardo o Bandiera Cispadana di tre colori verde,
bianco e rosso e che questi
tre colori si usino anche
nella Coccarda Cispadana
la quale debba portarsi da
tutti”.
Con la sua famosa mozione, Compagnoni ebbe
principalmente il merito di
donarci il nostro simbolo
più importante: il Tricolore.
Di bandiere, in Italia, ve ne
sono ovunque, specialmente sugli edifici pubblici.
Le bandiere assegnate ai
reparti militari, in particolare, sono disciplinate da
speciali leggi e regolamenti, che arrivano a definirne
finanche le dimensioni.
Esse sono composte da
quattro elementi costitutivi (puntale, drappo, asta,
fascia e cordone).
Le bandiere militari hanno
nel puntale – l’estremità
in ottone a forma di punta
di una freccia – la parte più
preziosa, sulla quale sono
incise le campagne cui ha
stita in velluto e ricoperta
da una spirale di borchie in
metallo), una fascia di color azzurro - di derivazione sabauda, oggi simbolo
delle tradizioni militari - ed
un cordone argentato.
Per tradizione, inoltre, i
Reparti dell’Arma di Cavalleria e tutti quelli “montati”
– termine che un tempo si
usava per i reparti a cavallo – al posto della bandiera
hanno lo stendardo, che si
differenzia dalla prima per
le dimensioni più ridotte.
Anche il Presidente della
Repubblica ha un suo stendardo presidenziale che costituisce il segno distintivo
della sua presenza e perciò
lo segue quando assiste in
tribuna alle cerimonie mi-
partecipato il reparto che
la detiene e le ricompense
ricevute.
Il drappo in seta, a differenza del puntale, viene
periodicamente sostituito a
causa dell’usura del tempo
e versato al Sacrario delle
Bandiere - nel complesso
monumentale del Vittoriano, a tutti noto come Altare
della Patria - all’interno
del quale sono custodite le
bandiere di guerra dei reparti disciolti dell’Esercito,
dell’Aeronautica, della Marina e dell’Arma dei Carabinieri, oltre che a numerosi
cimeli relativi alle guerre
combattute dalle Forze Armate italiane.
Oltre al puntale ed al drappo, la bandiera è costituita
da un’asta in legno (rive-
litari, sorretto da un corazziere che si dispone a tergo
della sua persona.
Non smettiamo mai di onorarla, dunque, la bandiera;
il nostro simbolo fondante,
la rappresentazione più
alta del complesso di valori,
di storia comune, di cultura
condivisa che unisce il nostro popolo.
Essa ci testimonia ogni
giorno che ciò che ci unisce è di gran lunga più
importante di ciò che ci
divide. Ci dona un’identità,
e con essa la sicurezza di
appartenere alla medesima
comunità di cittadini che
sono “dalla nostra parte”.
Preservarla deve essere il
primo dovere di ogni cittadino.
Antonio Vecchio
13
Un figlio d’arte con la musica nel cuore
di pelo sullo stomaco e le
spalle larghe.»
Qual è il tuo rapporto
con Novafeltria, il paese
in provincia di Rimini in
cui vivi?
«Adoro il mio paesino, è la
tana dove mi posso rifugiare e sentire l’odore delle
montagne e del fiume. Poi
ovviamente c’è la mia famiglia e gli amici di sempre.»
Un piccolo bilancio
dell’esperienza sanremese? Progetti futuri?
«Sanremo è servita per alzare la testa e farsi notare.
Il lavoro vero inizia ora con
il disco, che è già nei negozi
e si chiama appunto “LE
COSE BELLE”, e con l’attività live, che è la mia preferita! Per sapere le date
www.filippograziani.it»
Manuela Valentini
R
omagnolo, poco più
che trentenne e una
passione per la musica grande quanto il mondo,
quasi certamente ereditata
dal papà. Sì perché quel
‘babbo’, come dicono nel
Montefeltro, era niente
poco di meno che Ivan
Graziani, cantautore e
chitarrista di fama che ci
ha lasciati ormai diciassette anni fa. Tuttavia, oggi il
passato si fa da parte per
lasciare spazio a Filippo,
reduce da un’esperienza
sanremese che l’ha visto
gareggiare tra le Nuove
14
Proposte insieme ad altri
sette giovani colleghi. Il
suo album intitolato ‘Le
cose belle’ ha già riscosso
un grande successo di vendite e proprio alla fine di
marzo è cominciato un tour
che lo porterà sui palchi di
alcuni grandi teatri italiani.
Essere figli d’arte… Un
vantaggio oppure un
peso che rischia di mettere in ombra il tuo lavoro?
«Ancora non l’ho capito.»
Cosa ti è rimasto della
lezione paterna? Cosa
tenti di seguire di lui in
quello che fai e in cosa
invece cerchi di differenziarti?
«Percorro la mia strada,
indipendentemente da tutto.»
Per caso anche tu, come
tuo padre, ti cimenti
anche in altre forme artistiche come il disegno
per esempio?
«Sì, anch’io amo disegnare.»
Arriviamo alla canzone
che hai portato all’ultima edizione del Festival
di San Remo intitolata
‘Le cose belle’, in cui
però si parla di una generazione di trentenni
(la tua…) con poche
prospettive lavorative.
E’ un tema decisamente attuale quello della
disoccupazione giovanile, cosa ne pensi a
riguardo? Quale la tua
esperienza con il mondo lavorativo? Quali gli
umori?
«Penso sia un momento di
crisi con l’alcova ben incagliata sul fondo, non sono
molto ottimista e penso
durerà ancora parecchio.
Per questo nel mio brano
dico sono un pirata e voglio navigare….se siamo in
mare aperto è necessario
imparare a nuotare!»
Con quale spirito affronti la tua avventura nel
mondo della musica?
«Con lo spirito di un artigiano. Mi piace pensare
alle canzone come a delle
creazioni in legno, quindi
un rapporto molto terreno
e manuale. Poi ovviamente
ci vuole una buona dose
Così difendo quei ‘matti’ dell’arte astratta
‘A
stratto’ significa ‘trarre
via da qualcosa’ quindi, nel caso
dell’arte, operare
senza riferimenti ad
una realtà a noi nota
e quindi comprensibile.
Nel 1910 Vasilij Kandinskij dipinge le prime opere astratte. Il
suo acquerello, ‘Senza titolo’, propone
forme colorate e segni di matita e penna
sul campo, privo di
colore, rappresentato dal foglio chiaro.
Come la critica d’arte
afferma, l’acquerello
sembra un’irrazionale
composizione infantile che però riflette
un’esperienza estetica. I gesti divengono
segni che hanno, per
chi crea, un preciso
significato. Questo
assunto subisce negli
anni complesse elaborazioni che coincidono con le diverse
tendenze dell’arte
astratta del Novecento.
Il rimprovero che viene solitamente portato all’arte astratta,
è quello di apparire
priva di senso, illo-
gica ed elementare
soprattutto se la si
confronta con la più
nobile ed elaborata
arte naturalisticofigurativa.
Il Simbolista Maurice
Denis, pittore Nabis di fine Ottocento,
affermava che bisogna ‘ricordarsi che
un quadro, prima di
essere un cavallo in
battaglia, una donna
nuda o un aneddoto
qualsiasi, è essenzialmente una superficie coperta di colori riuniti in un certo
ordine’. Chi protesta
contro la difficoltà di
interpretazione della
pittura non figurativa
e sulla sua apparente
facilità di esecuzione, non tiene conto
che spesso gli artisti
del Novecento sono
giunti all’astrazione dopo un lungo e
complesso processo di elaborazione
del pensiero partito
proprio da seri studi accademici sulla
figurazione, decretandone poi la limitatezza, scegliendo
la via di una libertà
espressiva dai profondi significati. La
realtà è un vincolo, le
composizioni astratte
hanno sempre in sé
un profonda valenza
simbolica.
Contrapporre a tutto
questo l’eccezionale
ed unica abilità dei
grandi artisti figurativi, non tiene conto
che ogni creazione
artistica deve essere
rapportata al periodo
storico e culturale
di appartenenza. Il
messaggio contenuto
in un’opera rinascimentale o barocca,
apparentemente leggibile perché realizzata associando fra
loro elementi riconoscibili, non è affatto
cosa semplice perché al suo interno
vi sono molteplici e
complesse letture.
Significati legati alla
storia, al mito, alla
religione, espressioni
dichiarate di un potere politico e religioso, di committenze
private e pubbliche,
ne rendono possibile l’esistenza, ne
influenzano i temi
e la composizione.
Osservare il preziosi
elementi rappresentati in una natura
morta del Seicento,
è molto più facile che
saperne interpretare
il complesso significato simbolico.
La ricerca della verosimiglianza, l’avvicinarsi ad una rappresentazione il più
possibile realistica
che imita la realtà,
deve tener conto che
ciò che viene dipinto
sulla tela è solo apparenza, quindi non
è verità.
Gli artisti astratti si
liberano dalle sovrastrutture per andare
all’essenza della creazione ed esplorare
campi mai praticati in
precedenza, liberi da
vincoli preordinati.
Mentre Kandinskij
comunica con le sue
Composizioni astratte l’immediatezza
espressiva, così come
è prerogativa della
musica, Paul Klee
propone una profonda e lenta riflessione
sulla visione dell’opera d’arte citando
le parole del filosofo
J.G. Fichte che afferma che “per guarda-
re un quadro occorre
una seggiola”. L’olandese Piet Mondrian
crea composizioni
di linee ortogonali e
campi colorati, pure
e assolute, per ‘eliminare il tragico dalla
vita’ (G.C.Argan) e
il russo Malevič, con
le sue semplificazioni ridotte a forme
pure come quadrati,
ritiene importante
il ‘sentimento puro
che ignora l’oggetto
come è abitualmente
accettato’ e propone
un vero realismo che
non ripeta e modifichi
le forme della natura.
Lucio Fontana con
i suoi tagli supera i
limiti della tela alla
ricerca di una nuova
spazialità.
Molti artisti del Novecento scelgono di
aderire alla corrente
figurativa e naturalistica, altri sperimentano l’arte astratta e
informale rendendo
proprio per questo
le differenti le opere
prodotte particolarmente stimolanti.
Arch. Sonia Lolli
15
La fattoria di Federico
Fiabe per bambini, genitori e nonni
E dopo amoree cattiveria parliamo di solidarietà.
I topini giramondo
G
ino e Gina sono due topolini
irrequieti e intraprendenti.
Ogni tanto cambiano casa,
fanno fagotto e si spostano in
cerca di nuovi paesaggi e nuovi
vicini con cui fare amicizia.
Da un po’ di tempo abitano in
montagna, ma d’inverno fa molto
freddo, le notti sono lunghe e
buie e poi, si sa, i topi montanari
sono poco socievoli e un po’ zucconi. Gino e Gina, raccolte le loro
poche cose, si mettono in viaggio. “Avrei voglia di mettere su
casa in riva a un lago, dice Gina,
il clima è mite, l’aria è buona,
belli i panorami e molto ospitali
gli abitanti”.
Cammina cammina, passano i
giorni, ma i due topolini non trovano nulla che li soddisfi.
Scoraggiati, con i piedini doloranti e le gambette indolenzite,
sono sul punto di de­sistere e di
piantare le tende lì dove si trovano, quando Gino, all’improvviso,
scorge davanti a sé lo stagno di
Pietro, la carpa, e dei nostri amici
della fattoria.
“Che bello - esclama il topolino
- ecco il lago che stavamo cercando! Le acque sono azzurre,
le sponde ricche di vegetazione,
l’aria fine e profumata”.
Su una collinetta erbosa, a pochi
passi dall’acqua, da dove si gode
un’ottima vista, la coppia decide
di mettere su casa. Gino e Gina
si danno subito da fare e in poco
tempo costruiscono una bella
casetta. Poi pensano al giardino:
tagliano l’erba, piantano i fiori,
tracciano graziosi vialetti e, dietro casa, mettono a semina un
po’ di mais per il popcorn di cui
sono ghiotti. Passano i mesi: la
vita scorre serena, gli abitanti
16
sono simpatici, l’inverno è limpi­
do e mite e già la primavera si
annuncia con i suoi tiepidi zefiri,
quando un giorno, al­l’alba, una
forte scossa scuote violentemente la collinetta fin dalle radici.
I topini vengono sbalzati dai loro
letti e squittendo terrorizzati
corrono fuori.
Oh, meraviglia! La collina si
sta muovendo; davanti a loro è
cambiato il panorama, non più lo
stagno, ma il noce che si trovava
alle loro spalle. La montagnola ha
preso a camminare, allontanandosi via via più dalla riva.
Gino e Gina stanno per mettersi
in salvo, saltando sulla terra ferma, quando una voce cavernosa
proveniente dall’interno della collinetta, chiede: “Siete ancora lì?”.
Che cosa era successo? I nostri
due amici avevano preso dimora
sul guscio di una grossa tartaruga in letargo, su cui via via
si era depositato del terriccio e
poi cresciuta l’erba, facendola
sembrar in tutto e per tutto a
una collinetta.
“Se volete, potete restare - li
tranquillizza la tartaruga - Nel
dormiveglia avevo sen­
tito che
qualcuno stava trafficando sopra
di me, ma avevo troppo sonno
per venire fuori a vedere che
cosa stesse succedendo. Ora,
dopo tanti mesi di letargo, mi è
venu­ta fame e sono uscita dal
guscio per cercare qualcosa da
mettere sotto il becco, mi po­tete
aiutare?”.
I due topolini, felici di essere utili
a colei che è diventata la loro
padrona di casa, le procurano un
po’ d’insalata e qualche carota.
Dopo essersi rifocillata, Greta,
questo il nome della tartaruga,
Testo di Federico Nenzioni
Disegni di Rosa Pesci
fa loro questa propo­sta: “Perché
non rimanete? Potete sistemarvi come volete: ampliare casa,
abbellire a vostro piacimento il
giardino, coltivare un orto; l’unica cosa che vi chiedo di non
fare è scavare buche e gallerie.
In cambio mi farete da custodi,
vigilando che nessuno mi disturbi
quando dormo”.
Gino e Gina accettano con entusiasmo. Greta è una giramondo
e così i nostri topolini possono
finalmente soddisfare la loro
grande voglia di vedere cose
nuove. La tartaruga, in cambio,
può dormire sonni tranquilli.
Dove vanno, tutti corrono a vedere quella collinetta vagante e
offrono loro tante cose buone
da mangiare. Poco alla volta, la
reciproca convenienza si è trasformata in una solida amicizia:
ora, non li unisce più solo un reciproco tornaconto, ma un forte
sentimento di solida­rietà.
La morale? È ancora Pietro, la
carpa, a farla in rima, come
sempre.
La convenienza per durare
vicendevoli frutti deve dare,
ma non la solidarietà
che nulla chiede
e molto generosamente dà.
Appendice
Il valore di un uomo
dovrebbe essere misurato
in base a quanto dà e non in base
a quanto è in grado di ricevere.
Albert Einstain
Questa favoletta introduce un
concetto molto importante, ma
non facile da trasmet­tere a un
bambino: quello della solidarietà.
È un concetto, questo, che difficilmente è in grado ancora di
comprendere appieno, serrato
com’è nel proprio egocentrismo.
Gli si chiede di rinunciare a qualche cosa senza ricevere nulla in
cambio. È opportuno, quindi,
affrontare l’argomento che il
raccontino introduce, dopo aver
valutato il livello di maturità del
bambino; in caso contrario l’argomento non solo non verrebbe
recepito, ma potrebbe addirittura
indispettirlo. Tenuto debitamente conto di quanto sopra detto,
come introdurre l’argomento?
Con le seguenti domande.
Perché i topolini accettano la
proposta di Greta?
Qual è il vantaggio che ne ricavano?
E qual è il vantaggio per la tartaruga?
Ottenute le risposte, fategli presente che anche lui si comporta
allo stesso modo in situazioni in
cui riceve un vantaggio in cambio
di qualche cosa che gli appartiene. Alla base di questo comportamento c’è quindi una convenienza per entrambe le parti.
Se venissero meno le condizioni
su cui si basa questo rapporto,
cambierebbe conseguentemente
anche il loro comportamento.
Quindi, quando fra due persone
esi­ste una corrispondenza di reciproca utilità ci troviamo di fronte
a un relazione di con­venienza.
A questo punto, con le seguenti
domande aiutiamolo a fare un
salto di qualità: in­
troducete il
concetto di solidarietà, alla base
della quale c’è soprattutto un
sentimento di gratuità.
Non ti è mai capitato di dare
qualcosa a qualcuno senza pretendere nulla in cam­bio come,
ad esempio, nei confronti di
mamma, papà e di persone a
cui vuoi bene?E tutto ciò non ti
è pesato, vero?
Ottenuta la risposta, si spiega la
differenza esistente fra convenienza e solidarietà.
La prima sottende un vantaggio,
un tornaconto personale. È frutto
di un calcolo e quindi coinvolge
più la ragione del sentimento.
Non è un concetto negativo, il
mon­do, e non solo quello degli
affari, si regge sul rapporto di
convenienza.
Il secondo, invece, è soprattutto un atto di generosità che
è svincolato da ogni for­ma di
tornaconto.
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