Anno X - n° 10
Dicembre 2013
TARIFFA REGIME LIBERO: POSTE ITALIANE S.P.A. - SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE 70% - DCB (BOLOGNA)
www.comune.bologna.it/iperbole/buonenuove
Buon Natale?
Tante Buone Notizie
Un volume
di memorie
Un aviatore
da record
4
Efrikian:
vi racconto
la mia vita
Ho 99 anni
e la testa
tra le nuvole
Premi di laurea
e di ricerca
9
Profutura
incoraggia
i migliori
9
Basta un gesto per far virare una cattiva notizia al bello
L
o so. C’è ben poco da
ridere. Ascoltate un
qualsiasi telegiornale e
fate una classifica tra buone
e cattive notizie. Queste ultime, tra treni che deragliano,
accuse di concussione, muri
e affreschi che si sgretolano
(e scelgo apposta le meno
cruente) fanno sempre la
parte del leone.
Quasi, con perfidia da manuale, il capo redattore del
tg avesse selezionato il meglio del peggio. Se qualcosa
di positivo mai ci fosse meglio relegare il tutto in coda,
tra le previsioni del tempo e
la pubblicità. Perché da noi,
verrebbe da domandarsi,
impera questo modo di fare
giornalismo all’insegna del
catastrofico? Perché tutto, o
quasi, in questo Paese sembra spingerci alla depressio-
ne, tra tasse che si moltiplicano, aziende in crisi, lavoro
sempre più difficile da trovare o da mantenere?
Da undici anni noi de Le Buone Notizie siamo un argine
a difesa dell’ottimismo. Una
barriera fragile, lo sappiamo,
fatta solo di buona volontà,
ma comunque un gesto di
speranza, di fiducia.
In un bel servizio che leggerete in questo numero si
parla di una Bologna che ricomincia a vedere lontano.
Creando strutture museali
(Seragnoli, Golinelli, Roversi
Monaco) che sfidano la routine del pensiero negativo
per offrirci, nella cultura, un
sicuro porto, luminoso, un
respiro importante in que-
ste giornate dal fiato corto.
Questa nostra città ha bisogno di energie nuove, di un
passo deciso per riportarsi
in vetta alla classifica: non
basta, come ricordava un rotariano sere fa, la ‘coda’ per
la ragazza con l’orecchino di
perla se poi non si vanno ad
ammirare i tesori (semisconosciuti) di una delle Pinacoteche più ricche d’Italia.
Ma, a volte, contano anche
le mode se riescono a portare migliaia di persone ad
ammirare un capolavoro.
Chissà che la bellezza, l’arte
ai massimi livelli non riesca
nel miracolo di aprire le nostre menti, di farci capire che
solo girandoci attorno (natura ma anche splendidi pa-
Visitate il nostro sito
www.comune.bologna.it/iperbole/buonenuove
Il Consiglio direttivo dell’Associazione no profit,
editrice di “Le Buone Notizie”, è così formato:
Giorgio Albéri - Presidente
Fabio Raffaelli - Vice Presidente
Ornella Elefante - Segretario/Tesoriere
Maria Dagradi - Consigliere
Paola Miccoli - Consigliere
Andrea Ponzellini - Consigliere
Luisella Gualandi - Revisore dei conti (Presidente)
Donatella Bruni - Revisore dei conti
Comitato di Redazione:
Roberta Bolelli, Giorgia Fioretti,
Francesca Rispoli Valenti,
Manuela Valentini
lazzi ereditati da un passato
glorioso) possiamo ammirare un mondo diverso, linfa
preziosa per il nostro futuro.
è vero, come diceva la sovrintendente di Caserta sere
fa in tv, che deve cambiare
l’atteggiamento generale di
tutti noi italiani.
Una strada nuova che ci
spingerà a fare qualcosa di
concreto verso i nostri monumenti, disprezzando e
contrastando chi li lascia andare in rovina. Penso all’eccezionale lavoro del Fai, di
Italia Nostra, di chi si batte,
insomma, perché tante cattive notizie possano virare al
bello. Diamo loro una mano,
non lasciamoci vincere dal
catastrofismo.
Buon Natale
dal vostro direttore
Fabio Raffaelli
Le Buone Notizie nasce da un’idea
di Francesca Golfarelli e Fabio Raffaelli
Testi e fotografie vanno inviati all’e-mail
[email protected]
Edito da Associazione Buone Notizie
Redazione: Piazza Volta, 7 - 40134 Bologna
Tel. 051.614.23.27 - Fax 051.46.67.51
Direttore responsabile: Fabio Raffaelli
Direttore editoriale: Giorgio Albèri
Segreteria di redazione: Ornella Elefante
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2
Firma
...............................................................................................................
Le Buone Notizie, undici anni spesi bene
C
on questo undicesimo
anno si completa un
impegnativo periodo
che ha visto la Redazione
del nostro mensile sempre
più compatta e motivata
dalle numerose testimonianze d’affetto e dai complimenti ricevuti.
Abbiamo lavorato in questi
anni in grande allegria,
amicizia e collaborazione,
è stato un lavoro di gruppo privo di sovrapposizioni
e che si è avvalso, oltre
che del volontariato dei
redattori, della qualificata
collaborazione di giornalisti
esterni.
Il settore tipografico, unitamente a quello grafico,
ha sempre risposto positi-
vamente alle nostre richieste e in questi undici anni
abbiamo pubblicato centinaia di articoli, altrettante
fotografie e abbiamo fatto
redazione tutti i martedì di
ogni mese. Abbiamo tentato come redazione di dare
un’immagine vivace ed articolata con un patrimonio
ricchissimo di idee.
E siamo giunti alla fine
di un altro anno. Il merito principale di questo
traguardo non è tuttavia
nostro, ma dei Lettori che
hanno creduto nella nostra
comunicazione, nei nostri
articoli e ci hanno confortato con i loro suggerimenti,
le loro approvazioni, le loro
obiezioni. Accanto a queste
considerazioni, anche gli
abbonamenti sono utili,
anzi necessari e assumono
un valore fondamentale
per la continuità del nostro
cammino.
Il considerevole aumento
delle tariffe postali e la crisi
economica che ha colpito il
Paese non ha risparmiato le
testate come la nostra, ma
il Consiglio Direttivo non ha
voluto “ritoccare” l’importo
dell’abbonamento annuo
lasciandolo invariato a 30
euro (per comodità, unitamente a questo numero, è
stato accluso un bollettino
postale già compilato).
Il sostegno dei Lettori, l’unico finanziario per la nostra testata, darà, ancora
una volta, il segno di un
percorso comune pieno di
soddisfazioni.
Per motivi che possono
essere ben compresi, la
Segreteria di Redazione si
vedrà costretta a depennare dalla nostra lista chi non
rinnoverà l’abbonamento
per il 2014.
Buon Natale, buon Anno e
viva “Le Buone Notizie”.
Il Direttore Editoriale
Giorgio Albéri
Buon Natale dal profondo del cuore
P
er l’intero anno, su questa pagina abbiamo parlato di emozioni, di sentimenti.
è così difficile a volte, parlarne veramente…
Alcune persone tendono ad esporsi troppo, a raccontare esageratamente di sé,
fino quasi a perdere il confine tra il proprio mondo interno e la realtà circostante.
Penso ad esempio al fenomeno dei social network; veri e propri palcoscenici dove
possono essere narrate storie di vita riservate e personali, a volta con conseguenze
molto difficili poi da sostenere e gestire. Altri invece, fanno molta fatica a contattare
il proprio sentire, faticano a comprendere e tradurre le sensazioni che si affacciano
alla loro consapevolezza.
In entrambi i casi però, forse c’è un denominatore comune, che consiste nel giudicare tutto quello che proviamo e sentiamo. Ci sono emozioni che noi giudichiamo
buone, positive, accettabili ed emozioni che giudichiamo negative o riprovevoli o
ridicole. Per una volta, proviamo a fermarci un attimo…
Approfittiamo dell’occasione del Natale, della sua atmosfera così densa e particola-
Il vecchio Natale (M. Moretti)
Poesia di Natale ( Z. Liù)
Mentre la neve fa sopra la siepe
Che neve, che sera!
un bel merletto e la campana suona,
Ma ad un tratto comparve una stella
Natale bussa a tutti gli usci e dona
ed ecco sembrò primavera.
ad ogni bimbo un piccolo presepe.
La siepe che dianzi era brulla
A tutti il vecchio dalla barba bianca
fiorì d’improvviso.
porta qualcosa, qualche bella cosa.
S’udiva leggero un pio ritmo di culla
E cammina cammina senza posa
e un palpito d’ali ed argento
e cammina e cammina e non si stanca.
e un dolce tinnar di campane
E dopo aver tanto camminato
portato giù a valle dal vento.
nel giorno bianco e nella notte azzurra
E vivo splendeva laggiù
conta le dodici ore che sussurra
nell’umile grotta a Betlemme
la mezzanotte e dice al mondo: -è nato!
un fiore divino: Gesù
re, per metterci un po’ in ascolto di noi.
Di seguito trascrivo due poesie. Sappiamo quanto le poesie, la musica, la visione
di un film possono facilitare momenti
intensi di contatto profondo con noi
stessi. Forse i più giovani sorrideranno
di fronte ad un frasario a volte semplice,
quasi infantile.
E magari le persone della mia età potranno commuoversi pensando alla propria
giovinezza, ai Natali di tanti anni fa, con
il profumo dei mandarini, dei torroni. La
magia dell’attesa, i propri cari attorno
all’albero che profumava di resina e foreste misteriose…
Non ha importanza: proviamo a leggerle
predisponendoci con calma e tranquillità
a percepire quello che proviamo. Così,
semplicemente, senza giudicare, senza
cercare di spiegare.
Un momento per noi, una pausa preziosa, un piccolo regalo di Natale.
Paola Miccoli
3
Laura Efrikian racconta ‘La vita non ha età’
è
stato il circolo
Ufficiali dell’Esercito di Bologna, davanti ad un
folto pubblico, ad
ospitare, negli ultimi giorni di novembre, la presentazione
del libro “La vita non
ha età” dell’attrice/
scrittrice Laura Efrikian., intervistata dal
giornalista Giorgio
Albéri.
Le domande, sapientemente poste,
hanno permesso
all’autrice di rievocare momenti della
vita passata: dalla
presentazione del Festival di Sanremo nel
1960 alle numerose
“imprese” televisive
quali l’indimenticabile “Cittadella” e “Davide Copperfield” per
poi passare a quelle
cinematografiche.
Inevitabile il ricordo
del periodo ‘morandiano’ e Laura ha
sottolineato come, di
quel periodo, siano
la più bella testimonianza i figli Marianna e Marco, che le
hanno regalato cinque splendidi nipoti.
Un altro aspetto molto toccante è stato il
capitolo ‘Africa’, che
ha testimoniato e
testimonia tuttora la
grande sensibilità e il
grande altruismo che
caratterizzano e nobilitano la vita della
Efrikian.
Infatti, si adopera co-
stantemente
per migliorare la vita di tanti
bambini e delle loro
famiglie in una località del Kenia.
Il tempo è veramente volato e tutti i presenti hanno rivolto
un grande applau-
so a questa attrice/
scrittrice che non ha
certo dimenticato
la sua dimensione
umana e che ha poi
salutato tutti affettuosamente con un
brindisi a ricordo della serata.
Donatella Bruni
I figli? L’avventura più bella (e difficile) di una coppia
D
urante una
delle cene con
amici, ho avuto modo di notare –
come peraltro avevo
fatto tante altre volte
– che ogni discorso
cadeva inesorabilmente attorno ad un
argomento: i figli.
La partita di basket
del ‘grande’, i suoi
problemi dovuti ad
un recente stiramento muscolare, le sue
potenzialità di ripresa
più volte sottolineata
dall’edizione locale
(di un giornale ad
edizione molto limitata), piuttosto che le
amicizie scolastiche
della ‘piccola’, l’insegnante non proprio
adatta a gestirne i
progressi, e via discorrendo, dal primo
al dessert, passando
per la frutta.
I figli (chi scrive è
padre di due splen-
4
dide ragazze), sono
l’avventura più bella
che possa capitare ad
una coppia, il cui reciproco volersi bene,
quasi per incanto,
cede il passo ad una
forma di amore disinteressato, che nulla
ha da reclamare, se
non l’incondizionata
e totale dedizione al
bene dei ragazzi.
Quando sono piccoli,
inoltre, ti fanno sentire necessario ed
importante, e ti regalano quella sensazione di prosieguo della
propria esistenza,
che riempie di conforto nei tanti dubbi
che la vita periodicamente pone.
Il punto è che i nostri ragazzi, questa
loro centralità, non
dovrebbero percepirla sin dalle prime
fasi della loro vita.
La comprenderanno
sicuramente - questo
si - quando diventeranno grandi (e
se ci va grassa, ci
riconosceranno anche di aver fatto, tra
mille errori, il nostro
meglio).Ma questo
dovrebbe accadere avanti negli anni,
diciamo al termine
dell’adolescenza.
Sino ad allora, sarebbe meglio imparassero a vivere prima
in una comunità ristretta (la famiglia),
assimilandone le poche, ma essenziali
regole di convivenza
e poi in un gruppo
più grande (la scuola, le associazioni),
imparando a rispettare la libertà degli altri, soprattutto
quando implica una
limitazione di quella
propria.
L’azione educativa
dovrebbe, in altre parole, essere ispirata
a rendere i ragazzi
utenti esclusivi di un
‘sistema’ genitoriale
e familiare, senza,
per questo, far loro
percepire di esserne
la ragion d’essere.
Ne va della loro preparazione per la vita,
perché è bene che
vi si affaccino con
un’idea non ‘sovradimensionata’ della
propria individualità
(si legga Ego) rispetto alla comunità in
cui si andranno a
collocare, e con una
chiara consapevolezza che nulla è loro
dovuto, e che tutto
è da conquistare con
impegno e fatica (e
tanta fortuna).
Solo così consegneremo alla società giovani ben ‘equipaggiati’ per superare le
inevitabili sfide che
dovranno affrontare,
in un mondo come
l’attuale, decisamente più spietato
di quello in cui i loro
genitori hanno dovuto affermarsi.
Antonio Vecchio
La nostra Bologna torna a ‘pensare lungo’
“B
ologna si
sottovaluta. Ha talmente tante potenzialità... turistiche
soprattutto, che potrebbe svoltare davvero”. Sono parole di
Oscar Farinetti, un
uomo che di progetti
di successo ha una
certa esperienza e
ne ha anche messo
Oscar Farinetti
uno sul tavolo per la
nostra città.
Ma negli ultimi tempi
sembra che Bologna
– una città con un
illustre passato ma
oggi un po’ ripiegata su se stessa - si
stia, seppur faticosamente, rivitalizzando
grazie ad importanti
iniziative di investimento che vanno ad
arricchire il sistema
culturale della città
e la sua offerta complessiva, promosse
– spesso con impegno solitario in un
contesto istituzionale
ed economico “di-
stratto” - da alcune
Fondazioni bolognesi
e dalle illustri personalità che ne sono
alla guida.
E’ partito con l’inaugurazione del 2010
e si è via via completato il vasto progetto della Fondazione Carisbo di Genus
Bononiae-Musei nella
Città, promosso per
impulso dell’allora
Presidente Fabio Roversi Monaco, che
oggi ne è alla guida con un investimento
complessivo di 120
milioni di euro e oltre 300.000 visitatori
dall’apertura - un
percorso culturale,
artistico e museale
articolato in edifici
nel centro storico di
Bologna, restaurati e
recuperati per finalità
pubbliche. Nell’ottobre di quest’anno è
stato inaugurato il
Mast (Manifattura di
Arti Sperimentazione
e Tecnologia), fortemente voluto da Isabella Sèragnoli, imprenditrice e grande
mecenate di Bologna,
con un investimento
di circa 50 milioni di
euro: 25mila mq per
un edificio che “contiene tanti edifici“
con spazi di incontro
e di aggregazione
dedicati ai dipendenti
del Gruppo ma aperti
anche alla città, con
un’attenzione parti-
colare ai giovani.
E dopo due importanti realizzazioni, due
importanti progetti.
Il primo nasce dal
coraggio e dalla lungimiranza di Marino
Golinelli, presidente
della Fondazione che
porta il suo nome,
che farà di Bologna
la “città dei bambini”, con un “dono” ai
bolognesi a 25 anni
dalla nascita della
sua Fondazione.
Nell’area dell’ex fonderia Sabiem di Borgo Panigale, chiusa
nel 2008 a causa del
fallimento, Golinelli realizzerà la sua
«cittadella» culturale
dedicata a bambini e
adolescenti. Un investimento di circa
8 milioni su una superficie complessiva
di circa 9.000 metri
quadrati, una riqualificazione e trasformazione importante
di un’area industriale
dismessa, con logiche simili a quelle
che hanno ispirato la
creazione del Mast,
con l’obiettivo di diffondere la cultura
scientifica, tecnologica e umanistica ai più
piccoli e alle nuove
generazioni , come
è nella mission della
Fondazione Golinelli.
Secondo Golinelli la
nuova grande sede
della Fondazione si
potrebbe inaugurare
in tempo per l’Expo
2015, creando un
Centro polifunzionale per la cultura e
la conoscenza, con
capacità di attrazione
a livello nazionale e
cittadino, rivolto in
particolare alle scuole e ai giovani, “futuri
cittadini di un mondo
globale”, ma aperto
anche a tutta la collettività.
Il secondo progetto
promosso da Oscar
Farinetti, inventore
di Eataly e dal Preside della Facoltà di
Agraria di Bologna,
Andrea Segré, creatore del Last Minute
Market, ha un nome,
potremmo dire disinvolto, “FICo” (acron i m o d i Fa b b r i c a
Italiana Contadina),
la «Disneyworld del
cibo», 80mila metri
quadrati al Centro
agroalimentare di
Bologna da realizzare entro l’autunno
2015, in concomitanza con l’Expo di
Marino Golinelli
Milano, con un investimento complessivo di 100 milioni
di euro, di cui 45
entro il 31 dicembre
per l’avvio dell’operazione. Secondo le
previsioni FICo potrebbe portare a Bologna circa 10milioni
di turisti a tre anni
dall’apertura, a patto
che vengano rafforzate le infrastrutture
cittadine (passanti
autostradali, sistemi
di trasporto metropolitani e tangenziale).
E così Bologna torna
e “pensare lungo”.
Roberta Bolelli
Fabio Roversi Monaco
5
La crisi non scoraggia gli imprenditori tenaci
C
risi, recessione, depressione. Espressioni
da qualche anno ricorrenti nei discorsi,
nelle conversazioni
e nei pensieri di tutti gli italiani. Dal Parlamento al bar dello
sport, dalle colonne
dei giornali alle telefonate con i parenti, non c’è argomento che non sia trattato o declinato sotto questo aspetto. La
crisi, più che un fenomeno puramente
economico, è diventata uno stato emotivo, un termine che
racchiude in sé i timori e le incertezze dei nostri giorni.
Per uscirne ci vogliono passione, investimenti e, soprattutto, coraggio. Lo stesso coraggio che hanno avuto i protagonisti dell’edizione 2013
del Premio ‘Capitani dell’Anno’. Uomini e donne che hanno quotidianamente rifiutato l’idea di
lasciarsi vivere dalla
recessione, premiati
il 16 novembre a Roma proprio per il loro impegno e la loro
caparbietà. La manifestazione, organizzata da Editutto
e dall’Osservatorio
Economico Baker
Tilly Revisa, si è articolata in tre diverse
tappe, toccando Genova, Milano e, appunto, Roma.
L’appuntamento capitolino ha chiuso
nel migliore dei modi questa edizione
2013, la prima a carattere nazionale, del
‘Premio Capitani’, riunendo, nella splendida Sala del Mito della
Galleria Nazionale di
Arte Moderna e Contemporanea di Roma, imprese di livello internazionale co-
6
me il Gruppo Salini,
storiche (da Gentilini a Pasta Paone, da
Fiorucci a Orsolini)
ma anche i ‘capitani’
di start up, che hanno dimostrato, visti
i tempi, un coraggio
imprenditoriale davvero encomiabile.
Senza dimenticare
imprese artigianali come quella dei
Gammarelli, dal 1798
sarti dei Papi, le Vetrate d’Arte Giuliani,
veri e propri capolavori che spaziano
dalla Cappella Sistina al Qatar. Un premio anche al femminile con una presenza
di tutto rispetto come
quella di Carla Delfi-
no, al timone di Imperial Emporium, leader nel campo delle
macchine per il controllo del denaro. Inoltre, è stato riservato uno speciale riconoscimento ‘Capitani della Ricerca’,
conferito al Campus
Bio-Medico di Roma,
vero e proprio fiore
all’occhiello del sistema sanitario nazionale. ‘Il premio - ha
affermato il Presidente di Editutto Fabio
Raffaelli in apertura
di cerimonia - è stato creato per dare luce e rendere omaggio
a quegli imprenditori
che, più di altri, hanno saputo dettare i
ritmi della complessa ma, ci auguriamo, prossima e positiva uscita dal lungo
periodo di recessione. “Dopo i successi
di Genova e di Milano, - ha proseguito
Raffaelli - la tappa di
Roma è stata la grande conclusione di una
edizione 2013 ricca di
consensi e di soddisfazioni. Una cavalcata entusiasmante che il prossimo ci
porterà fuori dai confini nazionali. Infatti, grazie al patrocinio di Eapo & Istitutional Comunication, il 2014 vedrà
la nascita a Bruxelles del ‘Premio
Totti Capitano dei Capitani
F
rancesco Totti ‘Capitano
dei Capitani’. Al calciatore simbolo della Roma è
stato consegnato l’importante
riconoscimento, assegnato da
Editutto e da Baker Tilly Revisa
nell’ambito della manifestazione
‘Capitani dell’Anno 2013’, che
premia non solo il grande atleta
(300 gol da professionista, di cui
230 in serie A e sempre con la
stessa maglia, secondo soltanto
a Silvio Piola nella classifica dei
marcatori di tutti i tempi nel
massimo campionato nazionale)
ma anche la sua capacità di fare
squadra.
Capitani dell’Anno
Europa’.”
“Roma ha risposto in
maniera entusiastica
a questa nostra iniziativa – ha affermato Maurizio Godoli
dell’Osservatorio Economico Baker Tilly
Revisa - confermando la necessità, in Italia, di rivalutare la
figura dell’imprenditore. Uomini e donne che sanno mettersi in gioco e accettare le sfide. Personaggi, come quelli
presenti stamani, che
hanno preso decisioni
vitali per migliaia di
famiglie”. L’iniziativa
ha, inoltre, coinvolto
il mondo della scuola, invitando alla cerimonia di consegna
dei premi un importante numero di studenti provenienti dalle università e dai licei romani. Un forte
segnale di quanto gli
organizzatori prestino attenzione ai giovani e di come simili
iniziative possano costituire un ponte tra
scuola e lavoro. Due
mondi che, in teoria,
dovrebbero essere in
continua comunicazione, quasi legati da
un rapporto di causa
- effetto, ma che nella realtà risultano distanti anni luce.
Andrea Barrica
Pasolini Zanelli, una grande firma dagli Usa
P
arlare con un
grande giornalista dà
sempre un’emozione e qualche giorno fa, personalmente, l’ho provata intervistando Alberto
Pasolini Zanelli.
Bolognese doc ha
intrapreso la carriera di giornalista
nel 1960 come redattore de Il Resto
del Carlino, ma subito ha dimostrato
una grande passione per i reportage
esteri. Raffinato per
natura, curioso ed
attento agli eventi,
gli domandiamo la
motivazione per cui
ha preferito raccontare il mondo, cercando di spiegarlo a se stesso ed agli altri.
Avevo 16 anni quando mi è stato pubblicato il primo articolo;
ricordo che trattai la
vita di Mozart. Poi, negli anni ‘50 mi occupai
di sport, specialmente
di gare automobilistiche e conobbi Manuel
Fangio e Tazio Nuvolari. Ma, da giovane cronista, ho sentito il bisogno di vivere ed abitare all’estero per trasmettere ai miei lettori le notizie che “catturavo” con un grande entusiasmo. Ho iniziato in Germania,
sempre per il giornale
bolognese e poi negli
Stati Uniti. Nel 1977
sono stato chiamato
dal grande Indro Montanelli come editorialista de ‘Il Giornale’ ed
inviato speciale a Washington.
Dai suoi numerosi
scritti, emerge che
lei è un eclettico ed
innamorato del suo
lavoro.
è vero, sono sempre rimasto affascinato dai contesti più
diversi e
ho cercato
di capirne
le dinamiche, specialmente
quando mi
sono trovato ad intervistare personalità del mondo politico.
A proposito di politica, quale personaggio ha suscitato
in lei maggiore interesse e, forse, ammirazione?
è difficile scegliere fra
centinaia di persone
avvicinate in 40 anni
di carriera, ma forse,
l’intervista che mi ha
dato più emozione è
stata quella effettuata
a Ronald Reagan. L’ho
ammirato come politico e come uomo specialmente per la semplicità che lo ha sempre contraddistinto.
Michail Gorbaciov, che
ha creato attorno a
sé un alone di mistero, l’ho molto ammi-
rato per avere saputo imporre un capovolgimento politico
all’interno
dell’URSS e, successivamente nel mondo.
Come giornalista
ha ricevuto prestigiosi premi quali il “Prezzolini”, il
“Max David”, l’ “Hemingway”: quale di
questi le ha dato più
soddisfazione?
Il “Prezzolini” anche
perché conobbi questo scrittore personalmente ed inoltre era stato il maestro di
Montanelli e Spadolini.
Nelle librerie si possono trovare numerosi suoi libri: gli argomenti sono per lo
più politici o ha dato
spazio a narrazioni
fantastiche?
Sono un giornalista
che ha raccontato
Come sostenere
le Buone Notizie?
Vedi a pagina 2
sempre notizie legate
agli avvenimenti politici internazionali, però, a volte, ho collegato dei personaggi storici o mitologici come
nel libro “L’ora di Telemaco, l’odissea americana”. In esso ho
paragonato gli americani, dopo i trionfi di
due conflitti mondiali,
che si “smarriscono”
con la guerra fredda,
col terrorismo, con il
crollo finanziario, con
le numerose guerre in
Irak e in Afghanistan,
agli Achei che, tremila
anni fa, dopo la guerra di Troia, si perdono per i crudeli venti
di tempesta rischiando il naufragio. Il paragone è audace, ma
stimolante.
In tutti noi giornalisti vi è un “maestro” che ci ha indirizzato a questo
stupendo mestiere:
per lei?
Io ho avuto l’onore di
lavorare con due grandi giornalisti: Giovanni
Spadolini e Indro Montanelli.
Il primo, un grande
maestro di stile e lavoratore senza tempo, il
secondo, di grande umanità, mi ha onorato della sua amicizia e
mi ha veramente insegnato a fare il corrispondente estero.
Ciò che mi ha colpito di più negli scritti di Pasolini Zanelli non è solo la vastità degli interessi, della cultura e
di una curiosità insaziabile, quanto la
capacità poetica di
rendere l’una e le
altre.
In un’immagine, in
una frase, riesce a
rendere un concetto e a dare al lettore
l’idea di ciò che sta
avvenendo.
Giorgio Albéri
30
Bastano
Euro
7
Omaggio a Calvino, gigante della letteratura
I
talo Calvino oggi
avrebbe 90 anni.
Un gigante della
letteratura, che ancora attira l’attenzione sul significato delle sue parole
che riescono sempre
ad andare oltre.
E’ nato nel 1923 a
Santiago de Las Vegas in Cuba dove
il padre era impegnato in una stazione sperimentale di
agricoltura. Appena
due anni dopo la sua
nascita, i genitori decisero di tornare in
Italia, a Sanremo;
egli ha amato questa città, dove, in un
ambiente familiare
sereno e agiato, ha
trascorso l`infanzia,
l`adolescenza e la
prima giovinezza.
Nel 1944 si è unito ai partigiani della
brigata Garibaldi che
operavano nella zona
delle Alpi Marittime e
questo periodo inciderà profondamente
sulla sua formazione.
Conseguita la laurea
in Lettere all’università di Torino, trovandosi a vendere
libri a rate, era venuto a contatto con la
casa editrice Einaudi.
Ha conosciuto Pavese e, su consiglio
dello scrittore, ha
iniziato il romanzo
“Il sentiero dei nidi
di ragno”, ispirato
alla sua esperienza
partigiana. Nella vicenda narrata, dice
l`autore, “nessuno
è eroe”, solo i fatti
parlano, visti attraverso gli occhi attenti
e ingenui di Pin, un
ragazzino genovese.
Tra i romanzi di Calvino ricordiamo: “Il
barone rampante”
ed “Il cavaliere inesistente”, “Marcovaldo”, “Se una notte
d`inverno un viaggiatore”. Nel 1985,
mentre stava lavorando ad un ciclo di
conferenze da tenere
negli U.S.A, la morte
lo coglie improvvisamente. Un autore
completo, che ha indagato la società italiana con quella leggerezza tipica di chi
sa accompagnare per
viaggi immaginari
e, al tempo stesso,
reali. Calvino, ha attraversato Città Invisibili e ci ha condotto
in mondi lontani raccontando storie, vite
e persone. E’ stato
l’espressione della
cultura che sa vivere
e che riesce a dare
senso alle cose apprezzandone i dettagli, con la voglia e la
La grande sfida della Filantropia
“L
a grande sfida della filantropia è
migliorare strutturalmente la condizione
dei deboli attraverso
azioni che forniscano
loro le risorse per individuare e perseguire
questo obiettivo. E la
ricchezza materiale è
solo uno degli aspetti
che caratterizza la
ricchezza: oggi quel
che conta davvero è
la politica dell’accesso. Accesso uguale
ricchezza, esclusione
uguale povertà.”
Queste parole della
bolognese Barbara
Maccaferri (membro
del comitato grandi eventi di Agenda
Sant’Egidio) ben riassumono il significato
del Forum italiano
della Filantropia, che
si è svolto alla fine di
8
ottobre a Roma, ai
Musei Vaticani, per
discutere e approfondire il tema della «Ricchezza contro
povertà». Il Forum
nasce all’interno di
Agenda Sant’Egidio,
associazione onlus
fondata da Maite Bulgari che sostiene le
attività contro la povertà, promosse dalla
Comunità di Sant’Egidio. Nell’attuale contesto economico, per
chi produce più ricchezza diventa prioritario farsi carico delle
disuguaglianze e dei
bisogni sociali, non
solo con le proprie
risorse, ma mettendo
a disposizione anche
relazioni e capacità
personali per contribuire attivamente
alla risoluzione dei
problemi.
Con questo obiettivo
comune si sono ritrovati, tra gli altri, Paolo
Bulgari, Luca Cordero
di Montezemolo, Luigi Gubitosi, Gianni e
Maddalena Letta, il
Cardinale Gianfranco
Ravasi, Andrea Riccardi, Fulvio Conti,
Nerio Alessandri, Alberta Ferretti, Giovanni Malagò, Massimo Sarmi e da Bologna appunto Barbara
Maccaferri, Marino e
Paola Golinelli, Monica Bravi che dirige la
Fondazione Seràgnoli. Per condividere
esperienze e aprire
un confronto internazionale tra filantropi,
opinion leader e studiosi sulla “cultura del
dono”, e sull’impatto
di questa sulla coesione sociale e su una
più equa distribuzione
del benessere in Italia
e nel mondo.
Roberta Bolelli
forza di scoprire cose
nuove. Ed ecco che ci
si ritrova ad essere
un lettore speciale
in una notte di inverno, che soltanto
lui poteva inventare, con quel gioco di
parole che diventano mirabili citazioni. Frasi appropriate
che abbelliscono una
pagina e la rendono
diversa dalle altre.
Calvino ha scelto la
fantasia per raccontarci storie che non
dimenticheremo mai,
ma in quella fantasia è riposta tutta
la sua arte. L’arte
del descrivere amori difficili mentre ci
invita a rileggere i
classici per attingere
dal passato nuove
energie. Il piacere
della lettura nei suoi
racconti e romanzi
non viene mai meno
e inoltre ha cambiato
continuamente i temi
e motivi della sua
narrativa, cosa che
pochi autori italiani
sono riusciti a fare.
Scrivere di Calvino
non è compito facile. Il suo pensiero
non dovrebbe essere
ricordato, ma trasmesso. Il suo insegnamento, dovrebbe
essere fondamentale
nelle nuove generazioni i cui miti
imbruttiscono il linguaggio e annientano
la lettura. Riscoprire
Italo Calvino è riscoprire la bellezza
della lettura con i
continui esercizi di
stile cambiando ritmo
e posizione; infatti,
mentre si legge si
ha la sensazione di
spostarsi continuamente, di entrare
in scena o di seguire le inquadrature:
Calvino permette di
essere registi della
propria lettura.
Donatella Bruni
Volpi, 99 anni e la testa tra le nuvole
H
a la testa tra
le nuvole, ma
non è affatto distratto. Anzi è molto
attento, né potrebbe
non esserlo: infatti,
gli hanno rinnovato
il brevetto di volo lo
scorso settembre, ma
in tutto ciò, non vi
sarebbe nulla di eccezionale se non fosse
per il fatto che il nostro ‘Icaro’ ha da poco
compiuto 99 anni.
è il decano dei piloti
italiani e, nel vederlo
Volpi, è questo il suo
nome, ha il brevetto
da 78 anni e molte
migliaia di ore di volo
sulle spalle.
Per me, geriatra, ciò
che è affascinante di
questo uomo così eccezionale, è che il pilotaggio di un aereo
richiede una serie di
abilità tipiche di una
persona molto più giovane: abilità che il nostro Decano del volo
mostra di possedere
intatte. In Europa un
intervistato alla televisione, egli mostra una
straordinaria lucidità
e…tanti anni di meno.
Il Colonello Francesco
comandante di aereo va in pensione a
65 anni ed è chiaro
che pilotare un Boeing
deve essere, sicura-
mente, più impegnativo che non pilotare
un aereo piccolo. E’
ovvio che, nel primo
caso, si tratta di trasportare passeggeri
ed un equipaggio sani
e salvi ed è normale,
quindi, che sia necessaria anche una certa
vitalità, oltre ad una
salute perfetta.
Tuttavia il pilotare un
aereo, quale che esso
sia è, comunque, cosa
molto complessa che
richiede che le facoltà
mentali siano integre.
Ma quali sono queste
facoltà? Si tratta della cognitività che si
basa, anche, sull’uso
della memoria procedurale: il ricordo di
come si fanno le cose.
E’ necessario, inoltre,
che vi sia un senso
sviluppato di percezione, che fa sempre
parte della cognitività.
Con il termine percezione intendiamo,
infatti, consapevolezza e la capacità
di identificazione, di
discriminazione e di
orientamento. Ma non
basta: occorre che vi
sia un elevato grado di
attenzione. Per attenzione intendiamo: la
capacità di filtrare informazioni e di essere
in grado di elaborare
risposte adeguate, le
quali si basano su ragionamento e calcolo.
L’attenzione comprende anche la capacità
di pianificare le cose
e di saper risolvere i
problemi.
Il Colonello Volpi, poi,
non ama usare il “pilota automatico”. “A me
piace ancora andare
a mano” dice con una
certa fierezza: il che
lo rende ancora più
eccezionale. Lo scorso
12 ottobre, giorno del
suo compleanno, egli
ha dunque decollato
dall’Aeroporto Caproni, ai comandi di un
ultraleggero biposto
Mcr 25, con a fianco
il presidente dell’Avioclub di Trento ed
ha sorvolato, per una
ventina di minuti, la
sua città.
“Le emozioni di una
volta non le provo
più, ora per me è divertimento puro” ha
aggiunto Volpi il quale, ha un passato di
pilota nell’Aeronautica
Militare, con missioni
in Russia e nel Mediterraneo ed egli avrà,
quindi, assaporato più
di una scarica di adrenalina nella sua lunga
vita ai comandi di aeromobili.
“Fino a quando la salute me lo consentirà
non intendo rinunciare
a questa incredibile
esperienza” ha, infine, detto il Decano
dei piloti italiani in
una recente intervista.
Con ciò egli ha dimostrato di conoscere
i suoi limiti: ciò che,
credo, rappresenti una
garanzia per lui e per
l’incolumità altrui. Un
pilota, infatti, mi disse
una volta: “volare è
una passione, ma è
molto meglio trovarsi
a terra con la voglia
di volare, che trovarsi
ai comandi di un aereo con la disperata
voglia di atterrare” Il
Protagonista di questa
storia dimostra che ci
fa bene fare ciò che ci
appassiona e, finché ci
appassiona, facciamo
bene a farlo.
Stefano Crooke
Profutura, premi di laurea e di ricerca
N
elle prestigiose
sale del Circolo
Ufficiali dell’Esercito di Bologna,
l’appuntamento dedicato alla ricerca scientifica. Il 29 novembre,
l’Associazione Profutura ha voluto premiare
quattro neo laureati
nel nostro Ateneo che
hanno “speso” parecchio del loro tempo
in studi dedicati al
campo della geriatria
e gerontologia.
Erano presenti il dott.
Marco Macciantelli,
Sindaco di San Lazzaro di Savena che ha
consegnato il premio
al dottor. Giacomo
Veronese, la professoressa Carla Faralli
del Senato Accademico, in rappresentanza
del Magnifico Rettore,
che ha premiato il
dottor Michele Protti, il professor Santi
Mario Spampimato,
coordinatore del corso
di laurea di Farmacia
che ha consegnato il
diploma alla dott.ssa
Valeria Vitellaro ed
il Colonnello Antonio
Jannece, comandante provinciale di Bologna dei Carabinieri
che ha dato il Premio
alla dottoressa Elisa
Zagni.
La manifestazione,
proprio perché giunta
alla sua dodicesima
edizione, ha avuto il
supporto anche dei
Soci Faralli, Sazzini e Mangolini che
hanno contribuito con
tre premi in ricordo
dei loro cari, ma il
contributo finanziario
maggiore è stato dato
anche quest’anno dalla Fondazione della
Cassa di Risparmio
di Ravenna.
Gli interventi tenuti dagli accademici
hanno dato maggiore
importanza all’avvenimento che ha rinsaldato la felice unione
fra le forze costruttive del giovane e le
necessità del mondo
dell’anziano.
Anche in questa edi-
zione la Commissione
esaminatrice, composta dai Professori Rita
Gatti, Nadia Ghedini
e dal dott. Maurizio
Martone, ha dovuto
valutare le numerose
domande pervenute
da parte di ottimi partecipanti.
Fra una premiazione e
l’altra il M° Lamberto
Lipparini ha offerto
applauditi intermezzi
musicali eseguiti al
pianoforte.
Donatella Bruni
Da sinistra:
Santi Mario Spampinato,
Giorgio Albéri, Michele Protti,
Carla Faralli, Valeria Vitellaro,
Rita Gatti, Elisa Zagni
e Giacomo Veronese
9
Se una goccia di sangue parla di droga
N
ella suggestiva cornice di Palazzo Vespignani a Imola,
sede didattica distaccata
dell’Alma Mater Studiorum
- Università di Bologna, si
to posti. È sempre importante ribadire la concreta
necessità sociale, medica
e scientifica di condurre
attività e ricerche volte allo
studio e al contrasto della
è svolta una giornata scientifica dal titolo “Vecchie
e nuove droghe: aspetti
chimico-tossicologici, clinici e sociali”, organizzata nell’ambito del Master
Universitario di II livello in
Analisi Chimiche e ChimicoTossicologiche Forensi. L’evento, inizialmente pensato
per ricercatori e studenti
universitari, è stato poi
aperto alla popolazione
tutta, visto il forte impatto
sociale oltre che scientifico
delle tematiche proposte,
e ha registrato un gran
numero di presenze, occupando completamente l’aula magna da quasi duecen-
tossicodipendenza, fenomeno che rappresenta una
delle più grandi emergenze
sociali dei nostri tempi e
una vera e propria sfida per
le attuali e future generazioni. Il consumo di sostanze stupefacenti, vecchie e
nuove, non accenna affatto
a diminuire né in diffusione
né in importanza, né in Italia né nel resto del mondo.
I lavori della giornata
scientifica sono cominciati
con le preziose testimonianze di illustri esponenti
delle Forze dell’Ordine,
costantemente impegnate
nelle azioni di controllo e
contrasto dello spaccio e
del consumo di droghe sul
territorio bolognese, come
il Dott. Massimiliano Serpi,
Procuratore Aggiunto della
Repubblica, il Dott. Andrea
Del Ferraro, Dirigente del
Gabinetto Regionale di Polizia Scientifica e il Capitano
Sabato Simonetti, Comandante del Nucleo Antisofisticazioni (NAS). Si sono
poi alternate interessanti
relazioni di esponenti del
mondo accademico, provenienti da diverse Università
Italiane (Bologna, Milano e
Macerata), che hanno illustrato le tecniche analitiche
attualmente più utilizzate
per gli accertamenti sulle
droghe d’abuso ottenute
dai sequestri e per il monitoraggio del consumo di
analitica recentemente
pubblicata su importanti
riviste scientifiche internazionali, basata sull’impiego
di un’unica goccia di sangue per rivelare la positività all’uso delle più diffuse
sostanze illecite presenti
sul mercato clandestino,
dalle più conosciute come
Cannabis e cocaina, alle più
nuove smart drugs e club
drugs, sempre più diffuse
tra giovani e giovanissimi
e già causa di numerosi
casi di intossicazioni gravi
e decessi.
Con l’aula magna ancora affollata di studenti,
docenti, ricercatori e altri
spettatori si è conclusa
questa ricca giornata scientifica all’insegna dell’infor-
stupefacenti.
La professoressa Laura
Mercolini (nella foto), Ricercatore presso il Dipartimento FaBit, ha presentato
un’innovativa metodologia
mazione e della formazione
sulle problematiche connesse all’abuso di sostanze
stupefacenti, sia di vecchia
sia di nuova generazione.
Giorgio Albéri
Un giorno da Batman per dimenticare la malattia
M
iles Scott è un bambino di
soli cinque anni che soffre
di leucemia, termine medico
comunemente utilizzato per designare
il tumore del sangue. I medici gli hanno
diagnosticato la patologia tre anni fa e da
allora grazie alla chemioterapia Miles sta
meglio e la sua situazione clinica sembra
momentaneamente sotto controllo.
Si tratta di una malattia molto grave che
lo vedrà inesorabilmente soccombere.
L’associazione Make a Wish ha così
deciso di realizzare l’ultimo desiderio
del piccolo Miles, trasformando la città
di San Francisco in Gotham City e Miles
in Batman, il suo eroe preferito.
Una volta travestito con una versione
mini del tradizionale costume da Batman
10
è stato protagonista di una giornata da
super eroe, ricca di suggestive avventure
riprese dal celebre fumetto.
Un sogno talmente grande da allontanare
l’incubo della leucemia.
Tutto ciò è stato possibile grazie
all’adesione di settemila volontari, del
sindaco e del corpo di polizia che ha
chiuso al traffico ampie zone della città.
Per qualche ora San Francisco si ferma,
interrompendo quella corsa quotidiana
che ci rende ciechi ed indifferenti ai
dolori altrui e, aprendo occhi e cuore,
ha deciso di donare il proprio tempo per
coronare il sogno di Miles.
Il padre Nick Scott ha rilasciato una breve
intervista dove affermando che si tratta
di una giornata di affetto e volontariato
collettivo, ha espresso la sua gratitudine
e non ha celato la sua commozione.
Una vicenda incredibile che fa riflettere;
ci regala un sorriso, ma ci lascia al
contempo attoniti.
Di cosa ha dunque bisogno la nostra
società?
Affetto, amore, spontaneità sembrano
sentimenti sempre più precari, smembrati
dal loro significato più profondo che ci
fa alzare il capo chino e volge il nostro
sguardo verso l’orizzonte.
Siamo corpi pensanti costantemente
in gioco, riteniamo di aver compreso
le regole per non uscire dalla partita,
ma forse ci mancano proprio quelle per
vincere.
Marco Bressan
Tra i Media la televisione ancora in testa
L
a ‘mutazione digitale’ è la formula che meglio
esprime l’attuale fase
evolutiva della comunicazione nel nostro
Paese. E’ il quadro
di una grande transizione infatti quello
che emerge dall’11°
Rapporto CENSISUCSI sulla Comunicazione presentato
di recente, che analizza gli andamenti
dei ‘media’ (mezzi e
contenuti) nel corso
degli ultimi anni.
Alcuni dati relativi
ai ‘media’ principali
sono particolarmente
significativi. La tele-
visione si conferma
la prima fonte informativa per il 97% degli italiani (probabilmente anche grazie
al rilevante aumento
dell’offerta a seguito
del passaggio al digitale terrestre), la
radio rimane stabile
appena sotto l’80%,
i quotidiani scendo-
no dal 67% al 43%,
mentre i cellulari/
smartphones crescono dal 78% all’86%
e internet balza dal
45% al 65%.
In questi numeri si
coglie l’evoluzione
che sta trasformando
i processi della comunicazione, agendo
anche all’interno dei
mezzi tradizionali.
Non a caso nell’ultimo anno la TV satellitare lievita del 9%,
la radio sui telefonini
cresce del 15%, gli
smartphones registrano il maggior incremento di utilizzo, i tablets passano
dall’8% al 14%, gli
e-book (pur rappresentando al momento il 5% dell’editoria)
sono raddoppiati.
Il digitale non è solo
una tecnologia ma un
“universo” che coinvolge mezzi e contenuti nonché i circuiti
di condivisione, configurando un modello
di “digital life” che
cambia i nostri riferimenti ad esempio
nell’intrattenimento,
nel modo di viaggiare, nell’informazione
su aziende e prodotti, negli acquisti,
nei servizi di comunicazione one to one
(Skype, WhatsApp
per citare i più diffusi), nei social networks. Il web ha anche
effetti economici e
produttivi in quanto
non solo influenza la
conoscenza ma attribuisce anche credibilità alle aziende che
sono presenti nella
rete.
Anche il mondo dell’editoria sta progressivamente cambiando ,
con l’evoluzione verso la multimedialità e
la presenza su tutte
le piattaforme (PC,
tablet, smartphone,
ecc.) nella produzione di contenuti
dell’informazione
giornalistica sfruttando la natura interattiva dei nuovi “media”:
fenomeno innovativo
il cosiddetto citizen
journalism o giornalismo collaborativo
accanto e a supporto
del giornalismo classico, che mantiene
comunque un ruolo
centrale per la selezione e mediazione
dei contenuti.
La mutazione digitale
si accompagna ad un
processo di “differenziazione generazionale”, al momento
significativo ma che
tenderà a ridursi in
funzione della naturale evoluzione demografica. Ad esempio oggi traggono
le informazioni da
internet il 90% dei
giovani contro il 21%
degli over 60, mentre
dai giornali il 23% dei
giovani contro il 52%
degli over 60.
E si manifestano anche situazioni con
qualche criticità
(sulle quali la scuola
dovrebbe svolgere
un ruolo più attivo):
il 50% dei giovani
(45% under 30) risulta “perennemente
connesso”; il 20%
degli italiani (45%
giovani) usa internet
ma non legge libri,
giornali, periodici,
ecc.
Per dirla con Giuseppe De Rita (nella
foto) “più connessioni non significano
necessariamente più
connettività sociale”. è questa forse
l’ulteriore sfida della
mutazione digitale.
Roberta Bolelli
11
Ecco un nuovo modo di vivere l’Università
C’
è una buona notizia per coloro che
hanno dovuto rinunciare all’università per
motivi di tempo o per motivi economici.
Avete mai sentito parlare
di “e-learning?”
Si tratta di un nuovo modo
di interpretare l’insegnamento da una parte e l’apprendimento dall’altra. La
centralità è lo studente e
le sue esigenze: quali sono
i suoi gusti, le attitudini,
quali sono i suoi impegni
personali, le sue capacità e
possibilità di dedicarsi allo
studio.
L’e-learning prova a rispondere a tutte queste esigenze e proprio su questo
sistema si sta sviluppando
anche un nuovo modo di
vivere l’università, un sistema che a sua volta sta
contribuendo al diffondersi
di corsi di laurea e master
‘online’.
Con un computer connesso ad internet è possibile
assistere alle lezioni di un
corso di laurea, abbattendo
in questo modo le distanze
tra il singolo studente e
dove invece si trovano le
università.
Questo comporta un risparmio di tempo e di denaro:
di tempo, perché lo studente non deve spostarsi ogni
giorno per andare ad assistere alle lezioni, ricavando
così più tempo per se e per
i suoi impegni personali;
di denaro, perché potendo
studiare a casa propria,
non ci sono tutte le spese
inerenti uno spostamento.
Questo modo di insegnare
a distanza risulta poi estremamente utile per tutti
quei lavoratori e lavoratrici
che hanno un diploma e
che vorrebbero laurearsi
(esempio lampante sono le
mamme impegnate tutto
il giorno a casa con figli e
famiglia).
Questa opportunità può
essere data anche a quei
laureati che vogliono spe-
12
cializzarsi con un master
e che non hanno però la
possibilità di seguire le
lezioni. Per questi potenziali studenti le università
telematiche non solo sono
un’opportunità, ma in molti
casi anche l’unica possibilità per realizzare i loro
sogni.
Riteniamo infatti, che l’istruzione sia un “bagaglio”
che nobilita la persona e
non vogliamo né possiamo
adattarci ad una società
che abbandoni o non consideri questi valori.
Eleonora Dimichino
Poli, siamo già a quota tre
Q
uesto libro di Marco
Poli, che fa seguito a
due precedenti editi dallo stesso editore (“Cose d’altri tempi”, 2008,
e “Cose d’altri tempi 2”,
2011), propone gli articoli
apparsi nelle omonima rubrica del “Carlino Bologna”
a partire da ottobre 2011 a
settembre 2013.
Nel libro sono presenti anche articoli pubblicati sia
sull’edizione bolognese, sia
su quella nazionale de “Il
Resto del Carlino”; nonché
alcuni articoli apparsi sul
periodico “Le buone notizie. ”
Si tratta di scritti di agevole
lettura che presentano episodi, curiosità, personaggi
e avvenimenti bolognesi
esposti con una narrativa
sintetica, ma godibile.
è un percorso costituito da
decine e decine di frammenti storici che offrono al
lettore aspetti di una Bologna meno nota e, quindi, in
grado di suscitare curiosità
e interesse; un percorso
che non è mai frutto di fantasia, ma è sempre sorretto
da fonti storiche.
Il libro contiene “100 pillole”, scritti brevi la cui lettura si può esaurire in pochi
minuti: il lettore potrà
imbattersi in personaggi
di rilievo, molti dei quali
incontriamo ogni giorno
nella città poiché sono tito-
lari di una via; poi vi sono
le attività economiche di
“lungo corso”, negozi o
aziende che esistono da
decenni e magari sono
gestiti dalla stessa famiglia
che li avviò.
Poi vi sono i “pro me-
moria” di anniversari che
riguardano personaggi o
avvenimenti: un capitolo è
dedicato al nostro Prospero
Lambertini, prima Arcivescovo di Bologna poi grande Papa Benedetto XIV.
Donatella Bruni
Dicembre, San Petronio torna a splendere
«Q
uesta è
una città
che - a saperla leggere - da ogni
suo angolo rimanda
alla verità e al primato
del mondo invisibile.
Tutto ciò si fa ancora
più evidente in alcune
sedi imponenti e mirabili di preghiera e di
vita liturgica, che sono
anche più ricercate dai
forestieri, i quali intuiscono che proprio da
questi monumenti, più
che da altri, traluce la
bellezza e la grandezza propria di questa
città». (G. Biffi, La città di San Petronio nel
terzo millennio, Nota
pastorale, Bologna, 12
settembre 2000).
Un bella novità in
Piazza Maggiore sotto
l’albero per tutti i bolognesi. La gigantesca
impalcatura che copre
la facciata di San Petronio sta per essere
finalmente smontata.
Si comincerà il 21 dicembre, pochi giorni
prima di Natale, con
la presentazione della
Porta Magna della Basilica accompagnato e
scandito da proiezioni,
musiche d’organo e
fuochi d’artificio.
Dopo un lungo ed impegnativo restauro
diretto dall’architetto
Roberto Terra insieme al collega Guido
Cavina (i lavori sono
iniziati nel settembre
del 2010), tra pochi
giorni si potrà quindi
ammirare uno dei più
preziosi cicli scultorei del Rinascimento,
realizzato ad opera di
Jacopo della Quercia
(la Madonna col bambino al centro affiancata da San Petronio
e Sant’Ambrogio e le
splendide formelle).
Moltissime iniziative
hanno accompagnato
questo lungo percorso
per ripristinare l’originaria bellezza di
uno dei simboli più
amati di Bologna, che
rappresenta da sem-
pre l’espressione del
sentimento religioso e
insieme del sentimento civico della nostra
gente. Le visite alla
terrazza panoramica (che continueranno sino al 1 gennaio
2014) e al cantiere del
restauro hanno permesso a oltre 100.000
visitatori di vedere da
vicino le statue e di
godere di una visione
straordinaria di piazza Maggiore e della
città tutta. Sono stati
organizzati numerosi
incontri con illustri
storici dell’arte (Eugenio Riccomini, Andrea
Emiliani, Anna Maria
Matteucci, ecc.) e si
sono realizzate importanti mostre (la più
recente conclusasi il 6
dicembre ed allestita
all’Oratorio di Santa
Maria della Vita che si
riproporrà nel Cortile
di Palazzo d’Accursio
nei prossimi mesi).
E’ stata inaugurata la
cappella restaurata di
San Vincenzo Ferrer e
si sono tenuti significativi appuntamenti di grande musica.
Quest’anno è stato
pregevolmente concluso dallo splendido
Concerto in Basilica
con l’esecuzione della
“Messa dell’incoronazione di Mozart”,
eseguita dell’Orchestra e Coro del Teatro
Comunale di Bologna
con la direzione del
Maestro Roberto Abbado.
Ma questo non è che
l’inizio di un programma celebrativo che
procederà fino in primavera del prossimo
anno con una serie di
iniziative importanti
(mostre, convegni,
concerti) quando si
concluderà con l’evento finale dello svelamento completo della
facciata.
“Come per la sua costruzione – osserva il
Primicerio della Basilica, monsignor Oreste
Leonardi ricordando
le diverse campagne
che sono state lanciate («Adotta una cappella», «Adotta una
formella», «Adotta
un mattone») - anche
questo impegnativo
programma di restauro è stato e sarà reso
possibile grazie al contributo dei cittadini,
delle aziende, delle
fondazioni bancarie e
delle istituzioni bolognesi che sentono il richiamo e il valore della
Basilica come grande
simbolo religioso ma
anche espressione di
una città operosa e
sensibile alle proprie
tradizioni culturali.”
Roberta Bolelli
Un orologio per regolare caldo e freddo
F
inora gli umani hanno sempre tentato di riscaldare o
raffreddare un’ambiente per
stare meglio e adattarlo alle proprie esigenze. Falò, termosifoni,
stufe e condizionatori sono nati
proprio per plasmare l’ambiente
a nostro piacimento, ma con l’avanzare della coscienza ecologica
alcuni scienziati del MIT di Boston
hanno pensato a una soluzione
inversa: regolare la temperatura
dell’uomo in base a quella circostante. Maglioni, felpe e giacche
già operano in tal senso ma la nuova invenzione va molto più avanti.
Si chiama Wristify e si presenta
come un orologio squadrato con
un cinturino piuttosto importante
e una scatoletta larga poco più del
polso. In realtà però è un bracciale
termoelettrico con un diffusore
metallico in lega di rame che grazie a dei sensori misura prima la
temperatura corporea poi quella
ambientale e in seguito le elabora.
La magia, se così si può dire, arriva però nell’ultimo stadio quando il
device invia al polso degli impulsi
termici caldi o freddi che stimolano il corpo umano a raggiungere la temperatura adeguata.
Sembra una visione futuristica
ma ad uno sguardo più attento si
scopre che le sue radici affondano
molto lontano. Wristify infatti fa
leva sulla capacità di alcune parti
della nostra pelle di adattare la
temperatura corporea, un sistema che adottiamo da secoli solo
che non lo sappiamo. Quando
mettiamo il polso sotto l’acqua
fredda prima di berla o poggiamo
un panno fresco sulla fronte di un
malato stiamo già influenzando
la temperatura corporea solo che
ora lo si può fare in modo pratico,
costante e controllando perfettamente tutte le variabili.
Giulia Petrozzi
13
Un passo per il portico più lungo al mondo
è
iniziata la lunga
marcia di Un
passo per San
Luca, progetto di
crowdfunding civico
dedicato alla raccolta
fondi per il restauro
del portico più lungo
al mondo. L’obiettivo
è raccogliere 300.000
euro tramite donazioni, sponsorizzazioni e iniziative.
San Luca è il cuore di
Bologna, il faro che,
scorto da lontano,
fa sentire a casa. Il
portico che conduce
al Santuario è un monumento architettonico che è soprattutto bene comune e a
causa di cedimenti e
abbassamenti del
terreno ha urgente
bisogno di interventi
di manutenzione; un
gesto, un passo, che
per essere compiuto
chiede l’aiuto di tutti. La raccolta fondi
servirà per aprire due
cantieri di restauro
nelle arcate che più
necessitano di opere
conservative. Qualsiasi cifra raccolta sarà
impegnata immedia-
Luca, ed è reso poss i b i l e g ra z i e a l l a
collaborazione con
GINGER - Gestione
Idee Nuove e Geniali
in Emilia Romagna,
realtà attiva nella
promozione e realiz-
del Patrimonio Mondiale dell’Unesco.
Con Un passo per
San Luca, per la prima volta in Italia una
Pubblica Amministrazione decide di utilizzare il crowdfunding come strumento
primo per chiedere
ai cittadini di partecipare al restauro e
alla valorizzazione di
un bene artistico che
è, in primis, bene
comune.
Un passo per San
Luca è infatti promosso dal Comune
di Bologna e dal Comitato per il restauro
del Portico di San
zazione di progetti di
crowdfunding con un
forte legame con il
territorio.
Il crowdfunding funz i o n a s o p ra t t u t t o
perché permette a
ognuno, in base alle
proprie possibilità,
di contribuire a un
progetto condiviso.
Proprio in quest’ottica, il Sindaco e il
Comune di Bologna
chiamano a raccolta
tutti i cittadini e decidono di fare la loro
parte diventando i
primi donatori con un
contributo di 100.000
euro.
Da qui 100% San
Luca, la sezione del
sito che ospiterà tutti
i nominativi che sceglieranno di donare
100 euro, oltre alle
foto e ai video in cui
rispondere in poche
parole alla domanda
“Perché 100% San
Luca?”. Per promuovere l’iniziativa saranno coinvolte note
personalità bolognesi
che decideranno di
sostenere per prime
il progetto.
Ornella Elefante
tamente nelle attività
di manutenzione: già
con 15.000 euro si
può restaurare un
arco di portico.
Il crowdfunding civico ben si sposa a
iniziative che coinvolgono un simbolo,
un luogo in grado
di racchiudere in sé
molteplici significati e
suggestioni, proprio
come il portico di San
Luca a Bologna.
Un passo per San
Luca sarà una piattaforma web (www.
unpassopersanluca.it) per raccogliere le donazioni online, arricchita dalla
periodica pubblicazione di notizie, aggiornamenti, video
e immagini. A questo si affiancheranno
14
iniziative legate sia
alla diffusione della
raccolta fondi, che
alla promozione del
portico di San Luca,
anche alla luce della
candidatura dei portici di Bologna a sito
Scifo, per Arte dalla Sicilia a Milano
I
n occasione della collettiva dal titolo ‘Digital
Life’ al MACRO Testaccio, intervistiamo Marco
Maria Giuseppe Scifo,
un giovane artista siciliano
che vive a Milano ormai
da parecchi anni. Nelle
spaziose sale del Museo
d’Arte Contemporanea di
Roma, Scifo espone fino
al 1° dicembre un’installazione che consiste in una
videoproiezione ottenuta
da una sequenza di disegni
a carbone e proiettati su un
letto di sale. Con In nubibus project room – questo
il titolo dell’opera – l’artista
intende compiere un’indagine a proposito della
materia di cui si compone il
nostro habitat. Ma lasciamo
che sia lo stesso Scifo a
parlarcene…
Marco, puoi presentarti
per favore?
«Sono nato ad Augusta in
Sicilia trentasei anni fa; la
mia carriera in ambito artistico è iniziata sui banchi
dell’Istituto d’Arte di Siracusa per proseguire nelle
sale dell’Accademia di Belle
Arti di Brera a Milano.»
A proposito di Brera, tu
oggi insegni proprio lì….
«Sì, come già ho anticipato, da giovane ho studiato lì
poi sono diventato docente
di Disegno per la Scultura.
Ne approfitto per sottolineare quanto io abbia sempre
creduto nell’importanza
del sistema scolasticoeducativo in generale, ed in
particolare in quello da me
frequentato e vissuto. Perciò fatico a comprendere le
lamentele di coloro che lo
denigrano senza neanche
conoscere la magia della
comunione che si viene
a creare all’interno di un
laboratorio animato da
allievi intenti a soddisfare interrogativi comuni.
Durante le mie lezioni,
cerco di trasmettere la
mia esperienza, ponendo
al centro della discussione
il rapporto tra docente
e discente. Un vero e
proprio tandem; mi riferisco all’origine latina di
questo termine: tandem,
propriamente ‘infine’, due
cavalli che attaccati l’uno
dietro l’altro trainavano le
antiche carrozze.»
Quale tecnica artistica
prediligi?
«Non ne preferisco una
in particolare, ma il disegno - che sia progettuale
o che sia il risultato di
processi logici o di preparazione del gesto - è
sempre a fondamento del
mio linguaggio. Questo a
causa di uno dei limiti delle opere plastiche, poiché
quando si interviene nello
spazio e si considera la
fisicità dei materiali, bisogna concedersi un lungo
periodo di calcolo
per fare in modo
che l’opera sia risolta in se stessa.
Il tutto a differenza della pittura
in cui l’approccio
all’immagine è
quasi sempre diretto. Correggere
un errore di proporzioni o di
staticità di una scultura non
è semplice come ridipingere una porzione di tela, ed
è per questo che in molti
dei miei disegni progettuali
si fa necessariamente un
uso tecnico e tecnologico
di programmi di grafica
informatica.»
Quali sono i principi fondamentali sui quali si
basa il tuo modo di fare
e vedere l’arte?
«L’indagine che sto portando avanti da alcuni anni
ruota attorno ad alcuni
concetti quali l’habitat (da
intendersi nella sua accezione più estesa possibile),
la natura umana e quella
animale, considerate come
piccoli insiemi di masse
molecolari che si spostano nello spazio. Il tutto si
potrebbe riassumere in un
unico organismo vivente
che è l’Anima Mundi (o
Anima del Mondo), ovvero
in ciò che i platonici usano
per indicare la vitalità della
natura nella sua totalità.
L’Anima Mundi rappresenta
il principio unificante da cui
prendono forma i singoli
organismi, i quali, pur articolandosi e differenziandosi
ognuno secondo le proprie
specificità individuali, risultano legati tra loro in una
comune anima universale.
Questa tesi è confermata
anche dal fatto che l’uomo
è fatto dalla stessa materia
che compone il mondo. Il
nostro corpo è composto
per il 96% da atomi d’idrogeno, carbonio, ossigeno
e azoto che sono quattro
degli elementi più presenti
nell’universo.»
Progetti futuri?
«Nel mio studio milanese
sto lavorando ad alcuni progetti da realizzare
nell’immediato futuro. Inoltre, recentemente sono
stato invitato a partecipare
al premio d’arte della Fondazione VAF, un’impresa
culturale tedesca il cui
obiettivo è collezionare,
valorizzare, rendere accessibile, diffondere e fare
conoscere l’arte italiana
moderna e contemporanea
dai capolavori del Novecento ai più recenti contributi
creativi.»
Manuela Valentini
15
Il popolo della notte
Continua la pubblicazione
del racconto di Federico Nenzioni.
Ma tu chi sei che avanzando
nel buio della notte inciampi
nei miei più segreti pensieri
William Shakespeare
il popolo della notte
Generalmente era gente poco
loquace, non abituata a comunicare con il prossimo, che se
ne stava in silenzio, gli occhi
persi nel vuoto, ad ascoltare
e, solo se sollecitata da Gaitanen, ad approvare o meno
quanto veniva loro proposto,
esprimendo il suo assenso o la
sua contrarietà con mormorii e
mugugni.
Ma questa volta erano troppo
coinvolti ed esasperati per
quanto stava avvenendo in
casa loro e si capì subito che
il loro umore li predisponeva
ad optare per delle soluzioni
estreme.
Alla domanda di Gaitanen:
“Allora questi ragazzi…?”, la
risposta fu: “Sanno troppe
cose, è meglio che rimangano
qui”, affermazione che provocò
l’immediata reazione di Calzinaz che, presa una lanterna,
cominciò ad arretrare verso
l’uscita, e noi con lui.
Ci eclissammo quatti quatti,
senza attendere che l’assemblea giungesse ad una più
realistica conclusione.
Imboccammo il tunnel che
avevamo percorso all’andata
e che saliva involgendosi in
ampie spire verso il terzo livello superiore, ma qui giunti, ci
trovammo di fronte a un trivio:
una strada scendeva, altre due
salivano. Scartata quella in discesa, decidemmo di prendere
a sinistra, ma poco dopo ci
trovammo davanti a un bivio:
una via scendeva, l’altra saliva.
Questa volta decidemmo di
scendere perché dalle tenebrose profondità di quel passaggio
giungeva uno scroscio d’acqua;
quel varco ci avrebbe portati
a livello dei canali e di lì, poi,
finalmente all’aperto?
Imboccammo quello stretto
varco la cui volta via via si abbassava costringendoci a procedere piegati e poi a carponi.
Nonostante tutto continuammo
ad avanzare perché la luce della lanterna ci rimandava, là in
fondo, un intermittente sfavillio
come se migliaia di lucciole
intrecciassero i loro voli.
Infatti, poco più avanti il tunnel
sboccava in una grotta tempestata da migliaia di cristalli di
gesso che riflettevano una luce
diamantina che moltiplicava
per mille il flebile bagliore della
lanterna.
Un laghetto d’acqua trasparente, alimentato da una cascatella, fumigava a contatto con
l’aria fresca della grotta: eravamo giunti alla fonte Alexander,
acqua termale bicarbonatosolfato-calcica dalle ottime
facoltà terapeutiche.
L’acqua aveva sempre esercitato in noi un grande fascino;
alla vista di quel trasparente
laghetto, non riuscimmo a trattenerci, tolti frettolosamente i
vestiti, prendemmo la rincorsa
e ci tuffammo schiamazzando
allegramente.
Un delizioso tepore ci penetrò
nelle membra e nelle ossa
infreddolite, sciogliendo ogni
tensione fisica e mentale.
Uscimmo mal volentieri, ma
avevamo indugiato lì anche
troppo, dovevamo riprendere il
cammino in fretta, prima che il
popolo della notte si accorgesse
della nostra scomparsa. Imboccammo il tunnel che scendeva
ripido davanti a noi.
Una caratteristica dei gessi
bolognesi è che fra una faglia
e l’altra del minerale si trovano
spessi strati di argilla scivolosa
come sapone e la galleria che
imboccammo era scavata appunto nell’argilla.
Pochi passi e Cicciomegar,
Calzinaz ed io, perduta ogni
aderenza col suolo, scivolammo
risucchiati verso il fondo, dove
la corsa finiva in una pozza fangosa che ne attutiva la caduta.
Fuori, all’imbocco, era rimasto
solo Sussezza con la lanterna,
mentre noi nel buio più fitto
cercavamo inutilmente di rimetterci in piedi.
Ci trovavamo in una cavità
fangosa senza sbocchi. Risalire
era impossibile, mani e piedi
non riuscivano a far presa sul
terreno scivoloso.
All’imbocco, 10-15 metri più
su, Sussezza ci chiamava piagnucolando.
“Siamo intrappolati, vai, cerca
aiuto”, gli gridammo.
“Ma, se il popolo della notte ci
trova…”,
“Vai, presto, non abbiamo scelta o facciamo la fine del topo…”,
gridammo più forte.
Il tremebondo Sussezza, con il
groppo in gola, imboccò nuovamente lo stretto cunicolo che ci
aveva portato lì.
Stava per uscirne, quando
due braccia lo afferrarono e lo
scaraventarono a terra; ancora
una volta Lametta era su di lui.
Poi, tutto accadde rapidamente; Sussezza vide materializ-
il ritorno
Ci riportarono a livello dei
canali e Gaitanen ci mostrò
la via: “Seguite la corrente e
ritornerete al punto da cui siete
partiti”.
Ci avviammo, immersi fino ai
ginocchi nella fredda corrente
del canale delle Moline, Calzinaz in testa che fendeva l’oscurità tenendo alta la fiaccola che
l’eremita ci aveva dato prima di
congedarci.
Che differenza da quando eravamo partiti! Allora, baldanzosi, sicuri di sé e un po’ arro-
16
ganti, ora, stremati, depressi,
impauriti.
Ritornavamo senza ciò che
di prezioso avevamo portato
con noi, alcune cose di nostra
proprietà, altre avute in prestito, tante di cui ci eravamo
appropriati all’insaputa dei loro
legittimi proprietari.
E le pene che avevamo procurato ai nostri genitori, come
considerarle?
Il fardello che ci portavamo
sulle spalle era molto pesante.
Avanzavamo in silenzio, assorti
nei nostri pensieri e tormentati
dalle nostre paure.
Intanto, fuori di lì, da due giorni
e due notti, come spesso accade in autunno, pioveva ininterrottamente; una pioggia fine,
persistente cadeva sui colli che
dominano Bologna; l’acqua,
dopo aver dilavato campi e
prati, si riversava copiosa nella
valle di Roncrio sul cui fondo
scorre il torrente Aposa.
Una corrente fangosa che trascinava con sé rami e tronchi,
dopo aver lambito i piedi del
Archi di vari stili si susseguono lungo
la volta del torrente Aposa.
zarsi alle spalle di Lametta il
ragazzino dal naso rincagnato
della banda dei bassotti che,
con la canna della pistola del
fratello di Cicciomagher, colpiva
alla nuca Lametta, che si voltava furioso.
Presa la mira, gli sparava un
piombino che lo colpiva poco
sotto l’occhio destro.
Nemmeno Polifemo, accecato
da Ulisse, urlò così forte per il
dolore e la rabbia.
Lametta tappandosi l’occhio
ferito con una mano, fuggì ululando come un lupo.
Intanto nel buio più fitto, allo
sconforto si era sostituito, in
noi, uno stato di sonnolente
sospensione, come se quella
situazione ci fosse estranea.
Un lieve fruscio ci scosse dal
torpore in cui eravamo caduti e
improvvisamente fece capolino
Lulù con una corda assicurata
alla vita e una torcia elettrica
in mano.
Ad uno ad uno risalimmo in
superficie tirati su dalle robuste
braccia di Zigant.
“Perché siete fuggiti?”, chiese
Gaitanen, “avventurarsi in questi luoghi è pericoloso”,
“Perché ci avreste impedito
di andarcene”, rispose stizzito
Calzinaz.
“No, ma ci dovete promettere di
non mettere più piede qui e di
non rivelare a nessuno quanto
avete visto”.
Promettemmo con trasporto: di
quei luoghi sotterranei non ne
potevamo più, volevamo solo
risalire in superficie e dimenticare al più presto quell’avventura.
…L’uomo non può tornare mai
allo stesso punto da cui è partito,
perché, nel frattempo, lui stesso
è cambiato. Da sé stessi
non si può fuggire.
Andrej Arsen’evič Tarkovskij
colle di San Michele in Bosco,
si dirigeva impetuosa verso il
punto dove il torrente s’inabissa fra le Porte San Mamolo e
Castiglione: qui l’Aposa entrava
ruggendo e ribollendo nelle
viscere della città.
Fine 9a puntata
(segue nei prossimi numeri)
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