INTRODUZIONE AL LATTE I Principi Alimentari analizzati finora (acqua, sali minerali, glucidi, protidi, lipidi e vitamine) sono, a varia entità, i costituenti degli alimenti che occorre introdurre nell’organismo per rifornirlo di energia e materia per poter crescere, svilupparsi e mantenersi in uno stato di buona salute. Questi stessi Principi Alimentari devono costituire gli ingredienti degli alimenti da destinare anche agli individui che necessitano di un’alimentazione particolare o di un’alimentazione particolare dietetica, eventualmente presentati o modificati in maniera opportuna per l’aspetto quali-quantitativo, per soddisfare i loro bisogni nutrizionali nel particolare stato fisio-patologico in cui si trovano. L’ alimento di più largo impiego nella popolazione infantile è il LATTE. Esso che può essere: • latte materno, come alimento di base • latte vaccino, nelle varie forme di preparati lattei artificiali • latte speciale, dedicato ad una popolazione infantile particolare Oltre al latte ci sono vari altri alimenti con destinazione particolare e specifica, sia per l’alimentazione dei bambini che degli adulti. Di essi parleremo in ambito della legislazione corrente e in alcuni momenti successivi all’aspetto normativo. A questi argomenti facciamo ora precedere la trattazione sull’alimento LATTE per vedere le sue caratteristiche costitutive e le differenze nell’ambito delle varie specie di mammiferi. IL LATTE E’ UN ALIMENTO COMPLETO IL LATTE Definizione e generalità Secondo la legge “il latte è il prodotto della mungitura regolare, completa e ininterrotta della mammella di bovine che si trovino in buono stato di salute e di nutrizione e non siano affaticate dal lavoro”. Il latte non proveniente da bovina deve essere evidenziato con il nome della specie da cui proviene, es. latte di pecora. Il latte che ha subito almeno un trattamento termico o altro trattamento equivalente può essere classificato come segue: • latte intero, contenente almeno il 3,5% di grasso; • latte parzialmente scremato, contenente tra l’1,5 e l’1,8% di grasso; • latte scremato, contenente meno dello 0,3% di grasso; • latte concentrato, è quello in cui viene fatta evaporare acqua per cui rimane arricchito di tutti i costituenti; • latte in polvere, è il prodotto ottenuto dalla disidratazione quasi completa del latte; • latte industriale, è quello utilizzato per la fabbricazione di burro e formaggio. Dal punto di vista biologico il latte è un secreto della ghiandola mammaria prodotto in parte a spese del sangue (es. globuline) ed in parte elaborato dalla mammella stessa (es.caseina). Il colostro è il primo liquido secreto dalla mammella subito dopo il parto. è denso, di colore giallognolo che in circa 3 giorni modifica le sue caratteristiche fisiche e chimiche, assumendo quelle specifiche del latte. E’ indispensabile al vitello appena nato esplicando funzioni immunitarie a livello intestinale, e nutritive (molto ricco di vitamine). Dal punto di vista chimico-fisico il latte è una miscela di acqua che tiene in soluzione zuccheri, sostanze azotate, vitamine, sali, e tiene in sospensione grassi, alcune vitamine, proteine e alcuni sali. La percentuale dei diversi componenti varia a seconda delle specie che lo hanno prodotto e, per gli animali della stessa specie, a seconda della razza, dell’età, della fase di lattazione, dello stato di salute e delle tecniche di alimentazione e di allevamento. COMPOSIZIONE DEL LATTE Acqua Libera e parzialmente legata con micelle proteiche Proteine Soluzione e dispersione colloidale Composti azotati non proteici Soluzione Glucidi Soluzione Lipidi, Vitamine (liposolubili) Emulsione Sali minerali Soluzione Vitamine (idrosolubili) Soluzione Enzimi Soluzione Ormoni Soluzione Acidi organici Soluzione Fattori di difesa o immunitari Soluzione IL LATTE INTERO DI VACCA Contenuti Dettaglio dei contenuti Acqua Caseine (76%) Sieroproteine (18%) enzimi Trigliceridi (95%) di-monogliceridi (2-3%) Lipidi acidi grassi liberi (1%) steroli (colesterolo etc.) lattosio Glucidi aminozuccheri calcio, magnesio, potassio, fosforo e sodio Sostanze minerali fosfati, cloruri, solfati e bicarbonati Acidi organici citrati e lattati aminoacidi liberi Sostanze azotate non urea e ammoniaca proteiche creatina e nucleotidi liposolubili (A, D, E e K) Vitamine idrosolubili (B1, B2, B12, PP, C, acido pantotenico) Gas ossigeno e azoto zinco, ferro, rame, selenio, iodio, Micro elementi silicio e cromo Fibra alimentare Parte di prodotto digerita dopo 1 ora Proteine Composizione chimica Valori (%) 87,3 3,18 3,64 4,72 0,56 0,18 0,4 - 0 32 GLI ALIMENTI PER LATTANTI Gli alimenti per lattanti sono i prodotti destinati a soggetti con meno di 12 mesi di età. L'alimentazione nel primo anno di vita è fondamentale perché indirizza ogni individuo verso un approccio alimentare corretto o scorretto in età adulta; predisporre precocemente una corretta alimentazione significa fornire una delle armi più potenti che abbiamo a disposizione per prevenire le malattie degenerative dell'età adulta ed avanzata (diabete, malattie tumorali e cardiovascolari). Un intervento di educazione alimentare in età pediatrica presenta due vantaggi: 1) il soggetto è molto recettivo 2) una correzione di cattive abitudini in età precoce può risolvere e rendere reversibili eventi negativi che si siano già instaurati (ad esempio l'obesità). L'ALLATTAMENTO AL SENO Non si può parlare di prodotti per l'allattamento artificiale senza introdurre una trattazione relativa all'allattamento al seno. La totalità delle Scuole Pediatriche e delle Comunità Scientifiche indica infatti il latte materno come l'unico in grado di soddisfare tutte le esigenze del lattante, intendendo non solo il fabbisogno di nutrienti ma anche l'apporto di fattori funzionali, quali anticorpi ed ormoni. In Italia, c'è sempre stata un'ampia diffusione dell'allattamento naturale anche quando negli anni '60-'70 si era osservata nei Paesi Industrializzati una generale diminuzione del numero di donne che allattavano il proprio bambino. Negli ultimi decenni si è avviata invece, in tutti i Paesi occidentali, un'importantissima controtendenza che, restituendo al latte materno il suo giusto e fondamentale ruolo, ha dato nuove e importanti indicazioni al mondo industriale per la messa a punto di prodotti destinati all'allattamento artificiale. Nella Tabella seguente vengono elencate le motivazioni scientifiche e pratiche che consigliano l'allattamento al seno. Le principali ragioni che indicano il latte materno come primo ed insostituibile alimento per il neonato Caratteristica Principali vantaggi Composizione Presenza di nutrienti in quantità e proporzioni adeguate Protezione nei confronti delle infezioni batteriche Apporto di immunoglobuline, lattoferrina, lisozima e cellule del sistema immunitario Azione preventiva Riduzione dell'incidenza di allergie alimentari in età adulta Riduzione della comparsa di obesità precoce Benessere psicologico Miglioramento del rapporto madre-figlio Praticità Sempre pronto, fresco e a temperatura corporea Aspetto economico Costo molto contenuto Come discuteremo in seguito, il latte materno è l'unico alimento che presenta la composizione in nutrienti idonea alle esigenze del neonato; questo aspetto è forse quello meno critico in quanto si può giungere ad una composizione simile, anche se non equivalente, nei prodotti formulati. L'aspetto che non è in alcun modo riproducibile è la sua "funzione immunitaria"; particolarmente importante è il contenuto di anticorpi, soprattutto immunoglobuline di classe IgA, in grado di indurre nel neonato immunità passiva verso numerosi patogeni. In studi sperimentali sono stati identificati e dosati nel latte materno anticorpi contro i Clostridi, gli Stafilococchi, gli Pneumococchi, l'Escherichia coli, il Vibrione del colera, il Rotavirus, il Poliovirus, la Candida albicans ed altri. Accanto agli anticorpi specifici ci sono altre componenti in grado di proteggere il neonato dalle infezioni batteriche e virali, ovvero la lattoferrina, il lisozima e cellule immunocompetenti come macrofagi, linfociti e neutrofili. Questa batteria di fattori di difesa spiega perché i neonati allattati al seno contraggono meno facilmente patologie e giustifica l'insostituibile ruolo dell'allattamento naturale nella sopravvivenza dei bambini nei paesi del terzo mondo. Nello stesso modo agli inizi del XIX secolo, in assenza di adeguate norme igieniche e terapie antibiotiche efficaci, la disponibilità di latte materno era la carta in più a disposizione per combattere la mortalità infantile in tutto il mondo. E stato anche dimostrato che l'allattamento al seno è fondamentale per la prevenzione delle allergie alimentari. L’allattamento artificiale porta infatti ad un incontro con proteine di altra specie in una fase della vita in cui il sistema immunitario non è ancora pronto a riconoscere gli alimenti come agenti non pericolosi (induzione della "tolleranza"). Altri dati epidemiologici hanno evidenziato che l'allattamento al seno induce nel neonato un miglior autocontrollo nell'assunzione di latte, per cui meno numerosi sono i bambini tendenti al sovrappeso. Evidente è l'importanza dell'allattamento al seno nell'instaurarsi di un rapporto psicologico positivo tra la madre e il figlio, a beneficio di entrambi. Altrettanto intuitive sono 1) la praticità del latte materno, disponibile in qualunque momento nelle condizioni di temperatura ideale e 2) il modico costo che si limita all'alimentazione materna che deve essere incrementata, sia per apporto calorico che di alcuni nutrienti, di una piccola percentuale. Affinché il latte materno venga sempre proposto come prima alternativa nell'alimentazione del lattante, l'OMS-UNICEF ha stilato le dieci regole guida per l'ospedale amico del bambino (Tabella). Si tratta di regole da rispettare nei reparti di ostetricia al fine di aiutare tutte le donne ad allattare al seno. Ovviamente queste regole possono essere applicate in modo diverso, tenendo conto delle pratiche pediatriche del singolo ospedale e delle esigenze specifiche della madre. Ad esempio non tutte le madri accettano con favore il rooming-in, ovvero la presenza del bambino in camera nelle 24 ore; alcune preferiscono affidare per un certo numero di ore la cura del bambino al personale ospedaliero. Anche l'allattamento a domanda risulta stressante per certe madri che tenderanno a regolarizzare l'orario delle poppate. Infine sebbene molto comune negli Stati Uniti, la pratica dei gruppi di supporto psicologico non ha molta tradizione nei Paesi mediterranei. Le dieci regole dell'ospedale amico del bambino (OMS/UNICEF) - Avere un protocollo scritto sulle strategie di promozione dell'allattamento al seno - Istruire tutto il personale a mettere in pratica queste strategie - Informare tutte le donne in gravidanza sui benefici dell'allattamento al seno Aiutare le madri ad iniziare l'allattamento al seno entro mezz'ora dalla nascita - Mostrare alle madri il miglior modo per allattare al seno - Non dare ai neonati altri alimenti o bevande oltre al latte materno, a meno di indicazione medica - Praticare il "rooming-in", permettendo alle madri e ai loro bambini di rimanere insieme tutto il giorno - Incoraggiare l'allattamento a domanda - Non utilizzare tettarelle artificiali e succhiotti -Incoraggiare la formazione di gruppi di supporto ed indirizzarvi -le madri LE BASI SCIENTIFICHE PER LA FORMULAZIONE DI PRODOTTI PER LATTANTI Da quanto detto in precedenza è evidente che l'allattamento naturale va sempre e comunque promosso, tranne nei casi di comprovata impossibilità o di gravi controindicazioni. Per comprovata impossibilità si intende la reale assenza di latte, che deve essere stabilita sulla base di più tentativi; per gravi controindicazioni si intendono invece patologie gravi (tumori, epatopatie, cardiopatie gravi, ecc.), anomalie del seno (malformazioni o interventi chirurgici) ed assunzioni di farmaci essenziali per la madre, in grado di passare nel latte e dare problemi nel neonato (anticonvulsivanti, antidepressivi quali i sali di litio, altri farmaci con azione sul sistema nervoso, alcuni antibiotici, ecc.). Composizione chimica del latte materno e vaccino Partendo dal presupposto che tutte le formulazioni, destinate a lattanti sani, attualmente in commercio hanno come componente di base il latte vaccino, verranno qui di seguito elencate le principali differenze osservabili in senso quali-quantitativo tra il latte umano e quello vaccino. Sulla base di queste differenze saranno poi descritti i processi tecnologici utilizzati per modificare la composizione del latte di partenza, il latte vaccino, al fine di avvicinarla il più possibile a quella del latte materno. Nella Tabella che segue viene riportata in parallelo la composizione del latte materno e del latte vaccino. Vi sono descritti tre tipi di latte materno: il colostro, il latte di transizione e il latte maturo. Per colostro si intende il latte prodotto dal primo al quinto giorno di lattazione; per latte di transizione quello secreto dal quinto al decimo giorno e infine per latte maturo quello successivo al decimo giorno. La composizione percentuale è molto diversa e discuteremo in seguito l'importanza di questa progressiva variazione del latte materno. Il sodio viene riportato in Tabella ad indicare le differenze osservabili nella componente minerale del latte. Da una osservazione superficiale della tabella, si potrebbe definire il colostro simile, in composizione percentuale, al latte vaccino; dimostreremo però che tra questi due prodotti vi sono differenze fondamentali. Composizione media dei diversi tipi di latte materno e del latte vaccino (i dati sono espressi per 100 grammi) Tipo di latte Proteine (g) Lipidi (g) Zuccheri (g) Sodio (mEq) Colostro 2.7 2.0 5.0 2.1 Latte di transizione 1.6 2.8 6.5 0.6 Latte maturo 1.1 3.2 7.0 0.7 Latte vaccino 3.2 3.7 4.8 2.2 LIPIDI La frazione lipidica del latte è il grasso alimentare più complesso che si conosca ed è unico nel suo genere; è costituita principalmente da TRIGLICERIDI che contengono oltre 140 acidi grassi diversi. Nella Tabella che segue sono riportate la distribuzione delle varie classi lipidiche nel latte vaccino e nel latte materno; di quest'ultimo vengono riportate le variazioni nel contenuto medio durante la lattazione. Il contenuto percentuale di grassi nel latte vaccino e nel latte materno è sovrapponibile, soprattutto quando si considera la composizione del latte umano maturo. La distribuzione percentuale delle varie classi di lipidi è ancora una volta simile nei due latti; nel latte vaccino però troviamo piccole quantità (1-2%) di monogliceridi, digliceridi, acidi grassi liberi ed esteri del colesterolo che sono presenti solo in tracce nel latte umano. Le differenze tra latte umano e vaccino divengono fondamentali quando si paragoni, delle due frazioni lipidiche, il contenuto in acidi grassi (Tabella a seguire). Distribuzione percentuale delle varie classi lipidiche nel latte vaccino e materno Classe lipidica Lipidi totali (% nel latte) Colostro (m ± DS) Latte di transizione (m ± DS) 2.04±1.32 2.89 ± 0.31 Latte maturo Latte vaccino (m ± DS) (m ± DS) 3.19 ± 0.43 3.7 Fosfolipidi Colesterolo 1.1 1.3 0.8 0.7 0.6 0.5 0.20-1.00 0.42-0.46 Trigliceridi Digliceridi Monogliceridi 97.6 98.5 98.9 95.8-98.0 0.28-0.59 0.16-0.38 Acidi grassi liberi Esteri del colesterolo 0.10-0.44 tracce-0.02 Contenuto percentuale (in peso) in acidi grassi della frazione lipidica del latte vaccino e materno Acido grasso Atomi di carbonio Latte materno e insaturazioni (intervallo) 2.0-4.0 1.0-3.8 0.90-1.9 Acido butirrico Acido capronico Acido caprilico C4 C6 C8 Acido caprinico C10 Acido 9-decenoico Acido laurico Acido lauroleico Acido miristico Acido miristoleico Acido palmitico Acido palmitoleico Acido stearico C10:1 C12 C12:1 C14 C14:1 C16 C16:1 C18 tracce-0.10 5.5-7.5 tracce-0.10 6.2-8.5 0.40-0.60 20.4-25.0 2.90-3.30 6.5-8.0 0.20-1.9 2. 2- 5. 0 0.2 9.0-16.0 1.1-4.0 14.8-35.3 1.7-5.7 9.0-15.2 Acido oleico Acido linoleico Acido linolenico Acido arachidonico Acido eicosapentaenoico Acido docosaesaenoico C18:1 C18:2 C18:3 C20:4 C20:5 31.3-37.8 7.0-11.0 0.25-0.90 0.46-0.90 0.12-0.20 20.0-44.0 1.3-3.7 0.5 0.2 C22:6 tracce-0.40 tracce-0.15 tracce-0.46 Latte vaccino (intevallo) 1.0-2.0 0.30 1.2-4.0 DIFFERENZE una maggior presenza nel latte vaccino di acidi grassi saturi (circa il 65%) a scapito di quelli insaturi che sono invece più abbondanti nel latte materno - uno scarso contenuto nel latte vaccino di acidi grassi essenziali; in particolare il contenuto di acido linoleico è circa il 20% di quello riscontrabile nel latte umano - nel latte umano sono contenuti l'acido eicosapentaenoico (EPA) e docosaesaenoico (DHA) che sono importanti nello sviluppo del sistema nervoso centrale. ALTRE DIFFERENZE - l'acido palmitico nel latte umano, a differenza di quello vaccino si trova preferenzialmente nella posizione centrale (posizione beta o 2) del trigliceride; questa caratteristica determina una migliore solubilizzazione e un accresciuto assorbimento dell'acido palmitico. I trigliceridi vaccini al contrario, tendono a formare saponi di calcio insolubili, che rendono meno biodisponibili sia l'acido palmitico sia il calcio; - nel latte umano, l'acido butirrico è praticamente assente e questo riduce il verificarsi del rigurgito che può essere stimolato dall'azione irritante di questo acido grasso; PROTEINE Esistono sostanziali differenze nella composizione proteica del latte umano e vaccino. Innanzi tutto la concentrazione di proteine nel latte umano è circa un terzo di quella riscontrabile nel latte vaccino ed è comunque sempre inferiore a quella del latte di altri mammiferi comunemente allevati nel nostro Paese. Come si può osservare la concentrazione proteica del latte di una certa specie è direttamente proporzionale alla sua velocità di crescita nel primo periodo della vita: il coniglìo, che raddoppia in sei giorni il peso registrato alla nascita, ha bisogno di un apporto plastico, ovvero di proteine, molto elevato. Mammifero Contenuto proteico (%) Tempo di raddoppio del peso corporeo rispetto alla nascita (giorni) Donna 1.1 180 Cavalla 2.0 60 Vacca 3.2 47 Capra 4.3 22 Pecora 4.9 15 Scrofa 5.8 14 Coniglia 10.4 6 Contenuto proteico medio del latte e accrescimento corporeo neonatale in alcune specie di mammiferi Tra latte materno e latte di altri mammiferi esiste una differenza importante nella distribuzione delle proteine nelle due classi principali: caseine e sieroproteine (Tabella). L'elevato contenuto caseinico rende il latte vaccino (e quello di altri mammiferi filogeneticamente simili) meno digeribile per il neonato, infatti le caseine al pH dello stomaco subiscono il fenomeno della coagulazione acida. Distribuzione delle proteine nel latte di diverse specie animali (% del totale proteico) Mammifero Caseine Sieroproteine Donna 35 65 Vacca 80 20 Pecora 84 16 Capra 84 16 Asina 33 67 Bufala 60 40 Le sieroproteine hanno un elevato valore biologico, perché non coagulano a pH acido ma danno un precipitato soffice facilmente aggredibile dagli enzimi proteolitici del tratto gastrointestinale. Nella Figura 5 è illustrata la separazione elettroforetica delle proteine del latte vaccino e del latte di donna; di quest'ultimo sono confrontati campioni di colostro, latte di transizione (6° giorno) e latte maturo (31° giorno). Il latte vaccino è costituito da quattro componenti principali; dall'alto al basso del gel si succedono a,-caseina, b-caseina, b-lattoglobulina e alattoalbumina. Nei campioni di latte umano abbiamo invece un numero superiore di bande con un profilo elettroforetico diverso in relazione al periodo di lattazione considerato. Il colostro è molto più ricco di sieroproteine e in particolare presenta due bande, in diverse posizioni della corsa elettroforetica, molto abbondanti: queste bande corrispondono alla catena pesante e leggera dalle immunoglobuline, in particolare di classe A. La presenza consistente di anticorpi nei primissimi giorni di lattazione (dalla montata lattea al terzo-quarto giorno) assume un' importanza critica, in quanto nei primissimi giorni di vita l'intestino del neonato è più permeabile e consente il passaggio anche di macromolecole. Gli anticorpi potranno quindi fornire immunità passiva al neonato a livello sistemico; nei periodi successivi l'assorbimento di macromolecole risulta molto contenuto (se non in situazioni patologiche) e il ruolo delle IgA si limiterà a una protezione locale a livello del tratto gastro-intestinale Entreranno cioè a far parte del sistema GALT (Gut Associated Lymphoid Tissue ovvero tessuto linfoide associato all'intestino), di cui tratteremo nel capitolo dedicato alle allergie alimentari. Anche nel latte di transizione e maturo, vi è una preponderanza di proteine appartenenti alla classe delle sieroproteine, mentre le cascine sono molto meno abbondanti. Nella Tabella 9 è riportata la composizione media delle principali proteine del latte materno e vaccino; per il latte materno si sono considerati valori relativi al latte maturo. E però importante ricordare che il latte materno subisce alcune modifiche nella sua composizione procedendo dal colostro al latte maturo; queste variazioni sono sensibili per alcune proteine come illustrato in Tabella 10. In Figura 6 è rappresentato a titolo di esempio l'andamento della lattoferrina, determinato analizzando il latte di sei donne che hanno partorito a temine. Partendo dal gel illustrato in Figura 5, descriveremo le diverse sieroproteine del latte umano e vaccino. SIEROPROTEINE DEL LATTE UMANO La lattoferrina ha un peso molecolare di circa 80 kDa ed è costituita da due lobi globulari separati, collegati da una porzione ad a-elica. Ogni lobo lega un atomo di ferro e ogni atomo di ferro è coordinato a quattro ligandi: una istidina, un aspartato e due tirosine. La lattoferrina, legando ferro, svolge due funzioni importanti: a) migliora la biodisponibilità del ferro per il neonato b) inibisce la moltiplicazione di batteri e funghi patogeni, a cui sottrae il ferro necessario per la crescita. La sieroalbumina è la principale proteina del siero da cui viene veicolata nel latte; ha un peso molecolare di circa 67 kDa ed è presente alla concentrazione di circa 0.2-0.6 g/litro. Il suo ruolo nel latte non è ancora completamente conosciuto, ma riferendosi alle funzioni di carrier della sieroproteina nel sangue, si può ipotizzare che anche nel latte funga da carrier passivo di ligandi (acidi grassi. calcio, elementi in tracce, ormoni, ecc.). Le immunoglobuline presenti nel latte appartengono principalmente alla classe delle IgA; la forma nettamente più abbondante (oltre il 95%) è quella dimerica detta IgA secretoria o IgAs. Le IgAs sono costituite da due monomeri identici di IgA unite da un polipeptide di 15 kDa detto J chain e complessate ad un glicopeptide di 75 Ma detto componente secretoria; il peso molecolare complessivo è di circa 380 kDa. Le immunoglobuline come già descritto precedentemente, svolgono un ruolo immunitario fondamentale. Il lisozima ha un peso molecolare di circa 15 KDa ed è presente nel latte umano a concentrazioni molto superiori rispetto a quelle riscontrate in altre specie di mammiferi. Il lisozima catalizza l'idrolisi di specifici legami a livello della parete batterica e questa caratteristica fa ipotizzare un suo contributo alle proprietà batteriostatiche del latte materno. La sua corsa elettroforetica è molto vicina alla b-lattoglobulina vaccina da cui però si discosta molto per composizione amminoacidica e caratteristiche chimiche. L' a-lattoalbumina rappresenta il 10-20 % delle proteine totali del latte materno e ha un peso molecolare di 14.1 kDa. L' a-lattoalbumina entra a far parte della lattosio sintetasi, enzima responsabile della sintesi del lattosio a livello della ghiandola mammaria. Il ruolo più importante di questa proteina è però probabilmente legato all'apporto nutrizionale; infatti, la composizione amminoacidica della a-lattoalbumina soddisfa esattamente il fabbisogno di amminoacidi dei neonati. Oltre a queste componenti, più abbondanti, si riscontrano altre proteine con funzione enzimatica o di carrier: lipasi (fondamentale per la digeribilità della porzione lipidica) e proteine che legano folati, vitamina B 12, vitamina D, tiroxina e corticosteroidi. SIEROPROTEINE DEL LATTE VACCINO Le sieroproteine del latte vaccino comprendono principalmente due componenti: la a-lattoalbumina e la b-lattoglobulina. L' a-lattoalbumina bovina è una proteina con peso molecolare di circa 14 kDa; presenta un'omologia di sequenza con la corrispondente proteina umana del 78%. La b-lattoglobulina, nonostante il nome, è una albumina con peso molecolare di 18 kDa; è presente in natura come miscela di monomeri e dimeri. Questa proteina, molto rappresentata nel latte vaccino. è assente nel latte umano e per questo motivo in passato si riteneva che la b-lattoglobulina costituisse il principale allergene del latte. Vedremo nel capitolo sulla patologia allergica, che in realtà la b-lattoglobulina è solo uno dei possibili allergeni coinvolti nell'allergia al latte vaccino. Sempre di questa frazione fanno parte alcune altre componenti, presenti in quantità inferiore: immunoglobuline, sieroalbumina, lattoferrina ed alcuni enzimi (catalasi. perossidasi, fosfatasi, ecc.). CASEINE DEL LATTE UMANO Le caseine umane si organizzano come quelle delle altre specie animali in micelle che conferiscono al latte il classico aspetto bianco opalescente; nelle micelle sono inglobate, oltre alla porzione proteica, il fosfato di calcio e alcuni altri costituenti ionici. Nell'uomo l'abbondanza della frazione caseinica è minore: nel colostro è quasi assente e aumenta progressivamente con il procedere della lattazione fino ad arrivare a circa il 40% del totale delle proteine nel latte maturo. Le caseine umane sono costituite da b-caseina e K-caseina; poste in campo elettrico migrano in modo diverso rispetto alle corrispondenti proteine vaccine, avendo caratteristiche chimiche diverse da queste ultime, ovvero peso molecolare e carica. La b-caseina umana ha un peso molecolare di circa 24 kDa e presenta diversi siti di fosforilazione (in vivo ne sono stati identificati fino a 5). La caratterizzazione della k-caseina umana risulta complessa, essendo presente in quantità molto piccole e altamente sensibile alla proteolisi. Ha un peso molecolare di circa 37 kDa di cui 19 kDa sono apportati dagli zuccheri. Il ruolo fisiologico della caseina umana sembra principalmente quello di apportare al neonato amminoacidi, calcio e fosfato; si ritiene però che altre funzioni possano essere attribuite alla caseina o meglio a polipeptidi prodotti durante la digestione gastro-intestinale; tra questi ricordiamo: i caseinfosfopeptidi o CPP: sono frammenti N-terminali della b-caseina umana altamente fosforilati e quindi in grado di mantenere il calcio nella forma solubile, ovvero più biodisponibile; le casomorfine: frammenti liberati dalla proteolisi gastro-intestinale del latte umano hanno una dimostrata attività oppioide in vitro, anche se molto meno importante di quella osservata con le casomorfine da latte vaccino. Sebbene non vi sia al momento alcuna dimostrazione definitiva di un'attività nel neonato, si ipotizza che questi peptidi possano svolgere un ruolo nell'induzione del sonno e nella modulazione di alcuni ormoni (insulina e somatostatina); sono stati descritti peptidi con altre possibili funzioni nel neonato; tra questi i peptidi ad attività iminunostimolante. CASEINE DEL LATTE VACCINO Nel latte vaccino le caseine si distribuiscono nelle frazioni a-caseina (aS1 e aS2), bcaseina (con tracce dei frammenti g) e -K-caseina, che si organizzano in strutture micellari, complessi macromolecolari che inglobano minerali (fosfato di calcio, magnesio). La K-caseina si dispone nella porzione esterna della micella e, grazie alla sua porzione saccaridica, ha una funzione colloidal-protettrice ossia impedisce l'aggregazione e precipitazione delle micelle in condizioni normali. L' a-caseina, assente nel latte umano, è la componente più abbondante; costituisce infatti il 40-50% di questa frazione. Ha peso molecolare di circa 24 kDa e un numero variabile di siti di fosforilazione (fosfoserine). La b-caseina rappresenta circa il 30% della frazione caseinica e contiene 5 siti fosforilati in corrispondenza dell'amminoacido serina. La K-caseina rappresenta circa il 15% del totale ed ha come già detto funzioni stabilizzatrici sulle micelle. Le g caseine sono frammenti carbossi terminali a diverso peso. CARBOIDRATI Anche nel caso della componente carboidratica si osservano differenze qualiquantitative tra il latte di donna e quello vaccino. In Tabella 11 viene illustrato il contenuto di carboidrati nelle due tipologie di latte; nel latte umano il tenore di zuccheri è superiore e si osserva la presenza di una percentuale significativa di oligosaccaridi, 1.1. % contro lo 0.1 % del latte vaccino. Il lattosio viene scisso in glucosio e galattosio ad opera della lattasi (bgalattosidasi), enzima legato all'orletto a spazzola degli enterociti. Il lattosio ha per il neonato un importante ruolo energetico e nutrizionale; infatti, oltre a fornire una quota importante delle calorie (circa il 40% del totale) svolge alcune specifiche funzioni: - facilita l'assorbimento di calcio e magnesio nell'intestino; - regola il pH dell'intestino, contribuendo ad aumentare la resistenza nei confronti dei microrganismi patogeni; - il galattosio, liberato per idrolisi del lattosio, partecipa alla sintesi dei cerebrosidi che sono indispensabili alla normale maturazione del SNC. Gli oligosaccaridi sono presenti in quantità significativa solo nel latte umano; comprendono diverse molecole (un centinaio) di cui solo circa 60 sono conosciute dal punto di vista della struttura chimica. Le funzioni di questi composti, pur non ancora del tutto chiarite, possono essere così riassunte: - la maggior parte degli oligosaccaridi contenuti nel latte umano sono digeriti a livello intestinale ed utilizzati sia a scopo energetico sia a scopo sintetico (glicolipidi, glicoproteine, ecc.); - per l'alto peso molecolare contribuiscono alla regolazione della osmolarità del latte, riducendo i processi fermentativi; - favoriscono la crescita della flora batterica acidogena, contrastando quella dei microrganismi patogeni. VITAMINE Nel latte, il contenuto vitaminico è fortemente influenzato dalla dieta della donna o della vaccina. e quindi può risentire di diverse variabili tra cui le integrazioni vitaminiche c/o il periodo stagionale. Nella Tabella 12 è riportato il contenuto vitaminico del latte umano e vaccino; per le motivazioni sopra riportate, i valori tabulati vanno intesi come indicativi e utili a identificare le differenze macroscopiche. In particolare, nel latte materno si osserva un contenuto significativamente più elevato di vitamina E e vitamina C; questo dato è importante perché i valori del latte materno sono al limite del fabbisogno del neonato e pertanto l' assunzione di latte vaccino (non modificato) potrebbe portare a situazioni carenziali. Al contrario, il latte materno risulta meno ricco in vitamina K, acido folico e biotina. La vitamina K e l'acido folico vengono sintetizzati dalla flora batterica intestinale, quindi si dovrà colmare questa "carenza" solo nel caso dei neonati prematuri (o con particolari patologie) laddove la flora batterica intestinale non sia in grado di sintetizzarle a sufficienza. Nel caso della biotina si ipotizza che la "eritrodernmia desquamativa di Leiner" (più frequente nei neonati allattati al seno) trovi una delle concause nella carenza di questa vitamina. SALI MINERALI Il contenuto minerale del latte umano è circa il 30% del corrispondente valore nel latte vaccino: 0.2 contro 0.7 g/ 100 mL, rispettivamente. Il minor contenuto in sali, come il ridotto tenore proteico, del latte umano determina un carico renale meno stressante per il neonato. Il maggior contenuto minerale nel latte vaccino riguarda principalmente i macroelementi, mentre minori differenze sono osservabili nella quota di microelementi, quali ferro, rame, zinco, ecc. Analizzando le principali differenze, illustrate in Tabella 13, possiamo affermare che: - il contenuto di sodio del latte vaccino è eccessivo per il neonato che presenta una ridotta capacità di escrezione; - il contenuto di calcio nel latte umano soddisfa il fabbisogno nutrizionale del neonato sano; il calcio è inoltre presente in forma biodisponibile: ne viene utilizzato il 75% contro il 20% di quello apportato con il latte vaccino; - il contenuto di ferro è scarso nelle due tipologie di latte (meno in quello umano) ma molto diversa è la biodisponibilità: 50% da latte umano contro 10% da latte vaccino; - alcuni microelementi sono più abbondanti nel latte umano (iodio e rame). CARATTERISTICHE DEI LATTI ARTIFICIALI PER L’INFANZIA La conoscenza della differenza di composizione tra latte umano e vaccino ha portato allo sviluppo di processi tecnologici per la produzione industriale di latti artificiali il piu’ possibile vicini al latte di donna, che è considerato l’alimento ottimale per il lattante. Per fare cio’ vengono apportate MODIFICHE SUL LATTE VACCINO. ALIMENTI LATTEI ARTIFICIALI PER L’INFANZIA Vengono prodotti e commercializzati nelle forme LIQUIDA IN POLVERE (prevalente) A partire dal latte vaccino adattato alle caratteristiche del latte materno LE TECNICHE DI PRODUZIONE E DI CONSERVAZIONE La preparazione di un prodotto dietetico dovrebbe sempre prevedere il ricorso a tecniche che preservino l'integrità dei nutrienti, sia a prodotto finito, sia durante il previsto periodo di conservazione. Si deve infatti considerare che il consumatore di un prodotto destinato ad un'alimentazione particolare è in genere un individuo che si trova in condizioni fisiologiche meritevoli di particolari attenzioni o in condizioni patologiche più o meno gravi. I principali trattamenti effettuati nelle varie fasi del processo produttivo di un prodotto dietetico sono in linea di massima inquadrabili in quelli impiegati normalmente nell'industria alimentare e che prevedono il ricorso a mezzi fisici, chimici e biologici. L'impiego di MEZZI FISICI comprende il ricorso a filtrazioni, centrifugazioni, alte e basse temperature, alte e basse pressioni, radiazioni, campi elettrici ad alta intensità, ecc. L'impiego di MEZZI CHIMICI consiste nell'aggiungere all'alimento determinate sostanze che ne migliorino alcune caratteristiche e ne prolunghino la conservazione. Infine, il ricorso a MEZZI BIOLOGICI si basa sull'utilizzazione di microrganismi, o, più semplicemente, di enzimi che, oltre a rendere il prodotto conservabile nel tempo, può sovente trasformarne e migliorarne anche le caratteristiche nutritive ed organolettiche. I processi impiegati per la produzione alimentare possono prevedere anche il contemporaneo ricorso a più mezzi. Ad esempio, si può sottoporre un alimento a radiazioni mantenendolo nel contempo a basse temperature, oppure trattarlo termicamente e aggiungere determinati additivi, oppure ancora affumicarlo in modo da scaldarlo e contemporaneamente trattarlo con sostanze ad azione antisettica presenti nei fumi. TRATTAMENTI CON MEZZI FISICI Gli interventi di natura fisica sono particolarmente importanti in questa trattazione, perché sono quelli più frequentemente utilizzati per la produzione e la conservazione di un prodotto destinato ad un'alimentazione particolare. Gran parte dei trattamenti effettuati nell'industria dietetica si basano infatti su un'applicazione o una sottrazione controllata di calore e sull'impiego di contenitori isolanti e protettivi, per impedire una riumidificazione e/o una ricontaminazione microbica. I parametri principali considerati in tali trattamenti sono, oltre naturalmente alla temperatura, il tempo, la presenza d'acqua ed il pH, ed anche su questi si opera in modo estremamente controllato per salvaguardare il più possibile la qualità nutrizionale del prodotto. Inoltre va ricordato che per determinati prodotti, come quelli per l'infanzia, non è consentito l'uso di conservanti e la conservazione è garantita esclusivamente dal ricorso a trattamenti di tipo fisico. Nelle Figure che seguono sono schematizzati i percorsi che portano alla produzione di alimenti per lattanti, liquidi ed in polvere, e di prodotti per lo svezzamento, omogeneizzati e liofilizzati. Si può notare che tali produzioni prevedono un alto numero di fasi in cui si effettuano interventi di natura fisica. Trattamenti fisici previsti per la produzione di alimenti per lattanti In questi ultimi anni, per salvaguardare in modo sempre più soddisfacente l'integrità dei nutrienti e le caratteristiche organolettiche dei prodotti alimentari, si sono studiate possibilità d'impiego di nuove "tecniche dolci", o "mild technologies", come il ricorso a radiazioni o ad alte pressioni, che possano essere alternative soprattutto ai trattamenti termici. Per gli alimenti liquidi, ad esempio, si sono approntati speciali sistemi di filtrazione con i quali il prodotto viene fatto passare attraverso speciali membrane artificiali che consentono la separazione di particelle di dimensioni estremamente ridotte. Altri trattamenti, basati come la filtrazione su un'azione meccanica, sono la centrifugazione e l'omogeneizzazione. Con la centrifugazione si possono separare due parti dell'alimento a diversa densità, come la crema dal latte o solidi finemente dispersi nel liquido, come i cristalli di saccarosio dalle acque madri. Utilizzando l'ultracentrifugazione si possono separare componenti ancora più piccoli a struttura macromolecolare, come le proteine globulari. Con l'omogeneizzazione, invece, si possono rendere più uniformi ed in definitiva più stabili determinati prodotti. Ad esempio, l'omogeneizzazione del latte porta ad una sensibile riduzione delle dimensioni dei globuli di grasso con miglioramento anche del gusto e della digeribilità. Tale tecnica è anche ampiamente utilizzata per ridurre prodotti solidi di origine vegetale ed animale in particelle così minute da non essere masticabili. Si ottengono così gli omogeneizzati, prodotti dalla consistenza omogenea e cremosa, impiegati abbondantemente in pediatria, ma anche in geriatria e in alcune patologie gastrointestinali. IMPIEGO DELLE ALTE TEMPERATURE Il ricorso alle alte temperature consente l'inattivazione degli enzimi e la parziale o totale eliminazione della carica microbica presenti nell'alimento. L'attività enzimatica può essere bloccata irreversibilmente mantenendo l'alimento per alcuni minuti a 60-80 °C. La termoresistenza dei microrganismi dipende: a) dalla natura del microrganismo stesso: ad esempio, i batteri sono meno termoresistenti delle muffe e dei lieviti; b) dalle caratteristiche dell'alimento: ad esempio un pH acido rende l'ambiente meno favorevole ai microrganismi; c) dalla temperatura e dal tempo di esposizione del microrganismo a tale temperatura: un determinato aumento di temperatura comporta un incremento della velocità di distruzione dei microrganismi nettamente superiore a quella delle reazioni di alterazione dell'alimento; per questo si tende ad utilizzare temperature sempre più alte per tempi sempre più brevi. I trattamenti con i quali l'alimento, come tale, viene sottoposto ad alte temperature sono la pastorizzazione e la sterilizzazione. Ricorrendo alle alte temperature si può anche allontanare l'acqua dall'alimento, come avviene con la concentrazione per evaporazione e con l'essiccamento. Con queste due tecniche si ottiene una riduzione di peso e volume del prodotto, ma soprattutto, con l'eliminazione di buona parte dell'acqua, si può creare un ambiente meno favorevole alla proliferazione microbica. In un materiale organico, come quello che costituisce normalmente un alimento, l'acqua è presente in forma "libera", indispensabile per la vita dei microrganismi, e in forma "legata", come può essere, ad esempio, quella di cristallizzazione o quella bloccata dalle proteine, che hanno per essa una grande affinità. Tale forma non facilita l'attività microbica, né la mobilità dei reagenti e quindi non favorisce lo sviluppo di reazioni biochimiche. Un parametro utilizzato per indicare la presenza d'acqua in un alimento è l'attività dell'acqua, aw data dall'espressione: aw= p/p0 dove p rappresenta la tensione di vapore dell'acqua sulla superficie dell'alimento e po la tensione di vapore dell'acqua pura a quelle stesse condizioni di pressione e temperatura. È quindi evidente che per rendere più ostile l'ambiente ai microrganismi e per ostacolare i processi degradativi occorre avvicinare il più possibile a zero il valore di a, ossia allontanare l'acqua dall'alimento per far tendere a zero il valore di p. Il trattamento che prevede somministrazioni di calore comporta inevitabilmente, modificazioni fisiche e chimiche dell'alimento proporzionali all'intensità del trattamento stesso. È fondamentale quindi ottimizzare il processo termico, tenendo conto del possibile sviluppo di reazioni utili o indesiderate, della loro energia di attivazione e dell'influenza della temperatura sulla loro velocità. LA PASTORIZZAZIONE La pastorizzazione è impiegata soprattutto per trattare alimenti liquidi, come latte, vino, succhi di frutta ed altre bevande. Essa è indicata soprattutto per prodotti di origine vegetale, mentre per quelli di origine animale è poco utilizzata, fatta eccezione per il latte e i suoi derivati, perché non distrugge alcune forme di microrganismi che potrebbero compromettere l'integrità dell'alimento con rischi per la salute dei consumatori. Con tale processo è possibile inattivare gli enzimi ed eliminare buona parte della carica microbica. Il prodotto pastorizzato può essere conservato per tempi più meno lunghi a seconda del tipo di alimento, delle condizioni di riscaldamento impiegate e della temperatura di conservazione. Ad esempio la pastorizzazione del latte elimina i germi patogeni (tifo, tubercolosi, ecc.) e consente la conservazione per alcuni giorni a basse temperature, mentre la pastorizzazione di un succo di frutta, già protetto da un pH inferiore a quello del latte, può protrarre la conservazione anche per diversi mesi a temperatura ambiente. La pastorizzazione è abbinata spesso ad altri trattamenti che concorrono anch'essi alla conservazione del prodotto, come l'impiego di basse temperature (ad esempio per il latte), l'aggiunta di additivi (ad esempio per i succhi di frutta) e il confezionamento sotto vuoto. A seconda delle temperature impiegate e della durata del trattamento si possono individuare tre diversi tipi di pastorizzazione: - la bassa pastorizzazione, quando si tratta l'alimento a 60-65 °C per circa 30 minuti; - l'alta pastorizzazione, quando si opera a temperature di 75-85 °C per 2-3 minuti; - la pastorizzazione rapida o HTST (High Temperature Short Time), quando le temperature sono di 75-85 °C, ma i tempi di trattamento sono di soli 15-20 secondi. Il latte pastorizzato si conserva 6 giorni La bassa pastorizzazione viene usata anche per liquidi molto densi e solidi, impiegando sistemi a bagnomaria, vasche a doppio fondo, stufe, ecc. Per alimenti di alto valore nutritivo, come il latte, si preferisce invece evitare la bassa pastorizzazione, perché si è constatato che i nutrienti subiscono meno danni se si alza sensibilmente la temperatura e contemporaneamente si accorciano molto i tempi di trattamento. LA STERILIZZAZIONE Con questo trattamento termico, si distruggono tutte le forme microbiche, in modo che il prodotto, una volta sterilizzato nel proprio contenitore, possa essere conservato per molto tempo a temperatura ambiente. In alcuni casi, come negli omogeneizzati, il confezionamento può essere fatto sotto vuoto. Con la sterilizzazione tradizionale il calore viene applicato per un tempo che dipende dal grado di contaminazione microbica del prodotto, dalle sue caratteristiche, in particolare dal pH, e dalla velocità di penetrazione del calore nel prodotto stesso. Tale velocità di penetrazione dipende, a sua volta, oltre che dal tipo di prodotto, anche dalle caratteristiche del contenitore e dello sterilizzatore. Tenendo conto di questi fattori la sterilizzazione viene fatta essenzialmente in due modi: a) a 100 °C, in bagno aperto e per tempi variabili, per prodotti a basso pH, ossia quelli a base di vegetali, come frutta e ortaggi; b) a 115-120 °C in autoclavi (statiche, rotative) per tempi non inferiori ai 20 minuti, per prodotti a pH neutro o poco acido, comprendenti soprattutto quelli di origine animale, come latte e derivati, carni e pesce. Questa tecnica di conservazione effettuata in contenitori sigillati, detta appertizzazione (dall'inventore francese F. Appert), trova un'ampia applicazione anche in campo dietetico. Ad esempio nella preparazione dei già ricordati omogeneizzati è il trattamento conclusivo, eseguito dopo il loro confezionamento sotto vuoto. Per prodotti liquidi si può effettuare una sterilizzazione UHT (Ultra High Temperature), che consiste in un trattamento a temperature molto alte, dell'ordine dei 140-150 °C, per tempi ridotti a pochi secondi. Questo tipo di sterilizzazione può essere diretta, detta anche uperizzazione, se si effettua un'iniezione di vapore caldo direttamente nel prodotto, o indiretta, se esso viene messo a contatto con scambiatori di calore. Questi sono in genere costituiti da lamine metalliche riscaldate sulle quali si fa passare uno strato sottile del prodotto, in modo che esso venga tutto rapidamente portato e mantenuto per brevissimo tempo alla temperatura di sterilizzazione. Per ridurre al minimo i danni al valore nutritivo e alle caratteristiche organolettiche di alimenti fluidi pastorizzati o sterilizzati (latte, succhi di frutta, ecc.), il trattamento termico, che è applicato in continuo, viene seguito immediatamente da raffreddamento e da confezionamento asettico. Tale tecnica prevede anche la sterilizzazione dell'impianto, il trasporto asettico del prodotto e la sua immissione nel contenitore. Quest'ultimo può essere preventivamente sterilizzato se il prodotto deve essere conservato a lungo o non è sufficientemente acido. Il latte UHT si conserva 3 mesi LATTE CONCENTRATO E LATTE IN POLVERE Sono considerati «latte conservato» dalla vigente legislazione (Direttiva 2001/114 CE, attuata con DLgs 49/2004): il latte concentrato o parzialmente disidratato, che si ottiene dal latte intero, parzialmente o totalmente scremato o da una miscela di tali prodotti con eventuale aggiunta di crema di latte e/o di latte totalmente disidratato. Nel prodotto finito, l'aggiunta di latte totalmente disidratato non deve superare il 25% dell'estratto secco totale; il latte in polvere o totalmente disidratato, che è il prodotto solido ottenuto direttamente mediante eliminazione dell'acqua dal latte intero, parzialmente o totalmente scremato, dalla crema di latte o da una miscela di tali prodotti, il cui tenore in acqua è uguale o inferiore al 5 % del peso del prodotto finito. Latte parzialmente disidratato Latte totalmente disidratato LA DISIDRATAZIONE DEL LATTE LATTE IN POLVERE LATTE CONCENTRATO Il latte parz. e totalm. disidratato METODI DI DISIDRATAZIONE DEL LATTE A) LATTE PARZIALMENTE DISIDRATATO (o evaporato o concentrato a 1/3 del volume iniziale) Mediante • • • EVAPORAZIONE A PRESSIONE RIDOTTA (40-50°C, 50-100 mmHg) CRIOCONCENTRAZIONE (-3, -7°C) OSMOSI INVERSA (t.a. 30-60 atm P) Metodi particolarmente vantaggiosi, non c’è riscaldamento, il prodotto rimane integro A) LATTE TOTALMENTE DISIDRATATO, in polvere (acqua < 5%) Mediante • • • ESSICCAMENTO PER CONTATTO CON SUPERFICIE RISCALDATA (essiccatori a tamburo o rulli) ESSICCAMENTO CON ARIA CALDA (Sistema Spray Drying a spruzzo, Sistema Foam Drying a schiuma) ESSICCAMENTO PER LIOFILIZZAZIONE (in autoclave a t <20°C, p < 1 torr) I latti parzialmente disidratati per riscaldamento possono presentare come difetti parziale perdita di vitamine termolabili, imbrunimento di Maillard, sabbiosità dovuta a cristalli di lattosio LA CONCENTRAZIONE PER EVAPORAZIONE La concentrazione di un prodotto alimentare ottenuta per riscaldamento si basa sulla progressiva evaporazione dell'acqua, ottenuta con appositi apparecchi chiamati appunto evaporatori. Questa tecnica viene ampiamente utilizzata nell'industria alimentare; ad esempio, può costituire un pretrattamento di prodotti da sottoporre a successive trasformazioni, come l'essiccamento e la cristallizzazione, oppure può servire per ottenere un prodotto da destinare all'industria di trasformazione o un prodotto già finito che, se è chiuso ermeticamente, può essere conservato per tempi molto lunghi. Un evaporatore convenzionale ha generalmente una struttura cilindrica parzialmente circondata da uno scambiatore di calore a fascio tubiero. Nella parte intermedia della camera cilindrica entra il prodotto, mentre dalla cima esce il vapore e dal fondo il prodotto concentrato. Un tale apparecchio può essere messo in serie con un secondo evaporatore in modo da costituire un evaporatore a multiplo effetto, ossia un'apparecchiatura in cui il vapore caldo che si libera nel primo elemento diventa il fluido riscaldante per il secondo. Spesso si opera a pressione ridotta per evitare che il prodotto, portato all'ebollizione per favorire l'allontanamento dell'acqua, venga a trovarsi a temperature troppo alte. In tal caso il "vuoto" è fatto da una pompa meccanica preceduta da un condensatore che blocca il vapore che si libera dal prodotto. Ad esempio per marmellate, conserve di pomodoro, ecc. si possono usare evaporatori a boule, di forma semisferica, la cui parete è cava per permettere la circolazione del fluido riscaldante. Essi operano ad una pressione ridotta che consente di mantenere la temperatura di ebollizione del prodotto a circa 60°C. L'evaporatore può essere seguito da uno scambiatore di calore che consente di abbassare abbastanza rapidamente la temperatura del prodotto a circa 20 °C, per salvaguardarne il più possibile le caratteristiche sensoriali e nutrizionali. Alla concentrazione spesso si fanno seguire altri trattamenti a caldo effettuati sul prodotto dopo che questo è stato confezionato. CRIOCONCENTRAZIONE: l’acqua viene allontanata dal sistema previa trasformazione in ghiaccio (per il latte –3, -7°C) OSMOSI Negli ultimi decenni, i processi fondati sull'impiego di membrane sono passati da uni fase sperimentale a una di sviluppo, grazie alla realizzazione di membrane sempre piu’ perfezionate e adatte a una applicazione industriale. Può essere definita membrana qualsiasi struttura di spessore molto ridotto che separa due fasi omogenee fluide (il solvente puro da una sua soluzione o due soluzioni dello stesso solvente a diverse concentrazioni) e risulta chimicamente e fisicamente distinta da queste. A differenza delle membrane biologiche, quelle artificiali si presentano generalmente solide, con una struttura ben definita e un numero di funzioni molto più limitato. Attualmente, le membrane più utilizzate, costituite da polimeri organici (acetato di cellulosa o composti sintetici), possono essere: - omogenee a struttura simmetrica: composte da sottili strati di un'unica sostanza, non possiedono pori ma funzionano per diffusione; - porose a struttura simmetrica: si comportano come setacci, lasciando passare particelle di diametro inferiore a quello dei pori; - asimmetriche: formate da due strati sovrapposti, uno sottilissimo e omogeneo e uno con micropori, più spesso. Una struttura che lasci fluire selettivamente il solvente e trattenga i soluti viene detta membrana semipermeabile. In presenza di membrane semipermeabili, si assiste al fenomeno dell'osmosi (dal greco osmós = spinta), cioè del passaggio del solvente puro dalla soluzione più diluita a quella più concentrata. Per impedire questo passaggio, occorre applicare, dalla parte della soluzione più concentrata, una pressione idrostatica, per esempio con un pistone; tale pressione prende il nome di pressione osmotica (Fig 14.4). L'entità della pressione osmotica è diversa per differenti soluzioni; essa dipende esclusivamente dal numero di particelle ioniche e non ioniche presenti in soluzione (concentrazione osmolare oppure osmolale*) e non dalle loro dimensioni, forma, carica elettrica. P = R•T•C in cui: c = concentrazione osmolale R = costante dei gas T = temperatura assoluta Il fenomeno dell'osmosi, largamente presente in natura, può essere sfruttato industrialmente per concentrare una soluzione diluita, nel nostro caso l'alimento, mettendola a contatto con una a maggiore concentrazione, appositamente preparata, per mezzo di una membrana semipermeabile. Basandosi su questi principi, è stata messa a punto una tecnica di disidratazione di alimenti solidi (frutta e verdura) denominata osmosi diretta. Essa consiste nell'immergere i prodotti in soluzioni ipertoniche eventualmente riscaldate. In questo caso, la membrana separatrice è quella delle cellule che si trovano in superficie. Il termine osmosi indica in chimica e in fisica il fenomeno consistente nel movimento di diffusione di due liquidi miscibili di diversa concentrazione, attraverso un setto poroso o una membrana, semipermeabile o permeabile ai due mezzi. Due metodi di conservazione dei cibi che sfruttano l'effetto osmotico, sia a livello industriale che in ambito casalingo, sono ad esempio la salatura e la salamoia. Ogni soluzione possiede una pressione osmotica che è direttamente proporzionale alla sua molarità. Quando sui due lati della membrana si trovano soluzioni a diversa concentrazione, la differenza di pressione osmotica muove le molecole di solvente dalla soluzione più diluita (ipotonica) verso la soluzione più concentrata (ipertonica), fino a quando le concentrazioni delle due soluzioni diventano identiche (isotoniche) e i due potenziali chimici si equivalgono. L'osmosi inversa è invece il fenomeno che si verifica quando si applica, alla superficie di una membrana semipermeabile che separa due soluzioni di concentrazione diversa, una differenza di pressione contraria alla pressione osmotica e a essa superiore, per cui il flusso del solvente avviene dalla soluzione più concentrata a quella più diluita. L'osmosi inversa è una delle tecnologie usate per rendere potabile l'acqua marina e purificare le acque degli acquedotti dal rubinetto di casa. ULTRAFILTRAZIONE E IPERFILTRAZIONE (OSMOSI INVERSA) I metodi basati sull'uso di membrane preparate artificialmente consentono la separazione dei componenti delle soluzioni in base alle dimensioni dei pori della membrana e quindi alla capacità di questa di trattenere particelle più o meno grosse. In tal senso, si possono distinguere quattro processi: Gli impianti sono molto semplici e poco ingombranti, costituiti da supporti su cui vengono collocati i filtri (membrane), pompe di alimentazione, dispositivi per il controllo di pressione e temperatura. La superficie filtrante può essere aumentata con l'impiego di membrane aggiuntive, consentendo una notevole flessibilità nelle prestazioni quantitative. La MICROFILTRAZIONE viene utilizzata quando si vogliono filtrare liquidi con particelle in sospensione del diametro di 0,1-10 µm, utilizzando membrane porose simmetriche, di solito di tipo tubolare, con circolazione parallela del liquido (flusso tangenziale), e non perpendicolare, rispetto al filtro, a velocità tale da evitare la formazione di depositi sulla superficie. Acqua, macromolecole e sostanze disciolte passano attraverso la membrana. Vengono trattenute le sospensioni, i batteri, i colloidi, i macrocristalli. I processi più largamente impiegati a livello di industria alimentare sono l'ultrafil trazione (UF) e l'osmosi inversa (RO) (Reverse Osmosis). ULTRAFILTRAZIONE Mediante questo processo, si possono separare i solidi sospesi, le sostanze colloidali e le macromolecole dal filtrato in cui restano disciolti i soluti a basso peso molecolare (sali, zuccheri ecc.). Le membrane utilizzate sono di tipo asimmetrico e possono avere diverse configurazioni. Anche in questo caso, il flusso è tangenziale e non perpendicolare. Si parla invece di nanofiltrazione (NF) quando le membrane lasciano passare solo acqua e ioni monovalenti. Le applicazioni dell'UF sono molteplici: - trattamento del latte per produzione di yogurt, creme e dessert; - trattamento del latte prima della caseificazione (per standardizzare il prodotto); - trattamento del siero di latte per recupero delle proteine ed eliminazione del pro blema degli scarichi inquinanti; - estrazione di proteine dal latte di soia, dall'uovo intero e dall'albume, dal sangue; purificazione di enzimi, vitamine e ormoni; - chiarificazione di succhi di frutta, mosti, vini, birra, aceto: allontanamento di gomme e mucillagini. OSMOSI INVERSA In un normale processo osmotico, l'acqua passa attraverso la membrana semipermeabile dalla soluzione più diluita a quella più concentrata, fino al raggiungimento di un equilibrio (uguale pressione osmotica nelle due soluzioni). Nei processi di osmosi inversa, dalla parte della soluzione più concentrata (alimento) si applica una pressione idrostatica superiore alla pressione osmotica con conseguente inversione del flusso del solvente che fuoriesce dalla soluzione. Le membrane utilizzate sono quelle per iperfiltrazione che, praticamente, si possono considerare omogenee e attraverso le quali il trasporto del solvente avviene per diffusione. Esse sono permeabili solo all'acqua, con perdite di componenti a basso p.m. trascurabili. Facendo scorrere il fluido tangenzialmente alla superficie delle membrane, come nella microfiltrazione e nell'UF, non si formano depositi su di esse, che così si autopuliscono consentendo una migliore funzionalità per un tempo più lungo. Mentre negli altri processi a membrana si impiegano pressioni piuttosto modeste (1-10 bar*), per l'osmosi inversa queste devono essere di molto superiori (30-60 bar) al fine di vincere la notevole pressione osmotica esercitata dai componenti a basso peso molecolare trattenuti in soluzione. Le ricerche sull'osmosi inversa, iniziate fin dai primi anni Sessanta del Novecento, hanno raggiunto il pieno sviluppo nel campo della potabilizzazíone di acque salmastre e di scarico: in questo caso, il prodotto che interessa non è il concentrato, ma il permeato, cioè l'acqua, che deve essere più pura possibile. Superate alcune difficoltà inerenti alle caratteristiche delle membrane con la creazione di nuovi materiali, il settore di impiego dell'osmosi inversa si è esteso alla concentrazione degli alimenti, per gli indubbi vantaggi che provengono dall'operare a temperatura ambiente, evitando così ogni alterazione da calore. Le principali applicazioni consistono in: -concentrazione di estratti di tè e caffè prima della liofilizzazione; -concentrazione del latte e dei succhi di frutta; - concentrazione del pomodoro per salse destinate al consumo diretto o alle industrie per la produzione di doppio o triplo concentrato; - concentrazione del mosto d'uva (dopo un eventuale pretrattamento dello stesso con UF). L’ESSICCAMENTO L'essiccamento è sicuramente uno dei metodi più antichi per conservare gli alimenti, basta pensare all'esposizione al sole dei cereali, dei pomodori ecc. Il prodotto essiccato presenta notevoli pregi, come una sensibile riduzione di peso e di volume e la possibilità di essere conservato per mesi a temperatura ambiente, se convenientemente confezionato, evitando l'assorbimento di umidità o, meglio ancora, se si compie una sigillazione ermetica sotto vuoto o in atmosfera di gas inerte. Con tale tecnica si elimina gran parte dell'acqua dall'alimento, attraverso operazioni che vanno condotte ìn modo controllato per non danneggiare eccessivamente i nutrienti. Allontanare acqua per evaporazione da materiale organico è infatti un'operazione molto più difficoltosa di quella necessaria per essiccare materiale inorganico. Se, ad esempio, si scalda un letto di sabbia, l'acqua si allontana completamente per evaporazione, passando agevolmente attraverso una porosità che resta praticamente costante durante tutta l'operazione. Nel materiale biologico, invece, il vapore deve passare attraverso una matrice che diventa sempre più densa, in cui l'aumento della concentrazione di sali comporta una progressiva riduzione della tensione di vapore dell'acqua rimasta, le cui molecole sono anche in parte "legate" a composti macromolecolari, come le proteine. Inoltre, col progredire del processo di essiccamento, nell'alimento avvengono modifiche superficiali che rendono sempre più difficile l'ulteriore allontanamento dell'acqua; ad esempio la rapida evaporazione superficiale può formare una pellicola dovuta alla gelatinizzazione degli amidi e alla denaturazione delle proteine. Per questo insieme di ragioni il progressivo allontanamento dell'acqua da tessuti biologici richiede condizioni sempre più drastiche, tanto che ci si deve rassegnare alla presenza di un minimo contenuto di umidità nel prodotto essiccato. Da quanto è stato esposto emerge chiaramente che l'essiccamento di un prodotto di interesse dietetico va effettuato tenendo soprattutto presenti due aspetti: a) la difficoltà crescente di allontanare l'acqua dall'alimento, b) la necessità di non impiegare temperature troppo alte. Per questo sono state sempre più affinate le tecniche di essiccamento per le quali sono oggi disponibili vari tipi di apparecchiature. Tali tecniche possono essere ricondotte essenzialmente a due tipi di processi base: a) essiccamento a pressione normale, b) essiccamento a pressione ridotta. ESSICCAMENTO PER CONTATTO DIRETTO CON UNA SUPERFICIE RISCALDATA In questo caso, il calore arriva al prodotto tramite una superficie metallica che funziona anche da supporto. I più diffusi strumenti che sfruttano tale metodo sono gli essiccatori a tamburo (figura 14.8) o drum dryer, adatti per alimenti pastosi che vengono distribuiti su due cilindri ravvicinati, ruotanti in senso opposto e riscaldati dall'interno con vapore. Sulla superficie si forma una crosta di prodotto più o meno spessa, a seconda della minore o maggiore vicinanza dei tamburi, che viene poi raschiata con appositi coltelli e macinata. Vi sono anche essiccatori per contatto in cui si possono lavorare sottovuoto prodotti alimentari termosensibílí. L'energia termica è fornita attraverso la parete della vasca, a contatto con il prodotto, che viene poi raccolto in un depolverízzatore posto sulla cima dell'apparecchio (i, figura 14.9). ESSICCATORE A TAMBURO ESSICCAMENTO CON ARIA CALDA In questo metodo, che risulta il più diffuso, l'aria calda ha una duplice funzione: quella di trasmettere il calore all'alimento e quella di asportare il vapore che da esso si libera. L'umidità assoluta dell'aria, cioè la quantità di vapore assorbibile fino alla saturazione, aumenta con l'aumentare della temperatura; quindi, l'alimento essiccherà tanto più velocemente quanto più alte saranno la temperatura e la velocità di circolazione dell'aria che consente il ricambio di quella umida con quella più secca. L'essiccamento, tuttavia, non deve avvenire in maniera troppo rapida, per evitare l'indurimento degli strati superficiali che farebbero da barriera all'umidità di quelli sottostanti, compromettendo la buona riuscita del processo; infatti, come si vedrà, le temperature, dapprima abbastanza alte, vengono poi abbassate a valori di poco superiori a quelli ambiente. Di seguito uno degli essiccatori piu’ diffusi: Essiccatori a spruzzo o spray drying Questo sistema, il più utilizzato per l'essiccazione dei prodotti fluidi, consente di operare in maniera continua. Il fluido (latte, caffè, tè, succhi di frutta o pomodoro) viene pompato dal serbatoio e condotto all'atomizzatore, quindi è nebulizzato all'interno di una camera in cui circola aria filtrata e riscaldata. Le gocce di liquido, durante la caduta verso il basso, si prosciugano e si raccolgono, come polvere, nel fondo dell'apparecchio, per venire poi trasportate all'esterno dal flusso stesso dell'aria. Le camere hanno dimensioni variabili da alcuni metri di altezza fino a 30 m. I vantaggi di questo sistema risiedono nella brevità dei tempi di trattamento (Vfigura 14.7). Essiccamento a pressione ridotta. La liofilizzazione. L'essiccamento a pressione ridotta ha il vantaggio, rispetto a quello a pressione normale, di una riduzione dei tempi del trattamento, di una minore presenza di ossigeno e di un'esecuzione a temperature più basse. Tale trattamento richiede però il ricorso ad apparecchiature un po' più complesse; ad esempio, nel caso di essiccatori per materiale solido, il fluido riscaldante non può circolare liberamente, come l'aria negli essiccatori ad armadio e a tunnel descritti, ma è immesso in cavità ricavate nei ripiani sui quali è riposto il prodotto da essiccare. Particolarmente importate è l'essiccamento effettuato su materiale che almeno per la prima fase del processo è congelato. Tale processo prende il nome di liofilizzazione ed è basato sul passaggio di stato dell'acqua dell'alimento dallo stato solido direttamente a quello di vapore. In Figura 5 è riportato il diagramma di stato dell'acqua in cui è tracciato un ipotetico percorso effettuato per la sua sublimazione. Il prodotto si trova inizialmente nel punto a, ossia in condizioni di temperatura e pressione inferiori a quelle relative al punto triplo (T = 0°C, p = 4.6 mm Hg), in cui vi è la coesistenza delle tre fasi, solido, liquido e vapore; con un progressivo riscaldamento e mantenendo costante la pressione si giunge in b, alle cui condizioni di temperatura e pressione l'acqua inizia ad allontanarsi per sublimazione. Un impianto di liofilizzazione di tipo industriale comprende i settori di preparazione, congelamento, liofilizzazione e confezionamento. Nel settore di preparazione vengono approntate le linee di lavorazione adatte ai vari prodotti da liofilizzare, che possono essere a base di carne, vegetali o liquidi. Ad esempio per le carni si può compiere una macinazione del prodotto congelato seguita da cottura e omogeneizzazione (vedi Figura 2). Il settore di congelamento è costituito da celle frigorifere, mantenute ad una temperatura di circa-35°C, in cui vengono introdotti i carrelli con i vassoi sui quali sono state sistemate porzioni del prodotto. i tempi devono essere rapidissimi per favorire una solidificazione dell'acqua che danneggi il meno possibile il prodotto. Se quest'ultimo è liquido si può utilizzare un'apparecchiatura a cilindri rotanti, simile a quella usata per ottenere prodotti essiccati, che lo congela sotto forma di scaglie; queste potranno passare successivamente ad una granulatrice, che li trasformerà in granuli, in modo da poter ottenere poi un'alta velocità di sublimazione. Nel settore di liofilizzazione i carrelli sono immessi in apposite camere in cui sono create le condizioni di temperatura e pressione necessarie per la sublimazione dell'acqua. Il riscaldamento può essere fornito da piastre scaldate anche fino a 150200 °C, ma poste in modo da fornire calore solo per irraggiamento e garantire così un riscaldamento uniforme ed una altrettanto omogenea liofilizzazione. È però importante che la temperatura delle piastre venga rapidamente abbassata, quando gran parte dell'acqua è sublimata, per evitare il surriscaldamento superficiale del prodotto Il vapore acqueo, che si sviluppa durante la fase di essiccazione, è raccolto in un condensatore collegato alla camera di liofilizzazione. La temperatura del condensatore è, in genere, tale da garantire, attraverso un'opportuna condensazione del vapore, una pressione che consenta di operare sempre in liofilizzazione fino ad un'umidità residua del prodotto inferiore all' 1 %. Infine nel settore di confezionamento il prodotto liofilizzato è chiuso in appositi contenitori. Il suo confezionamento, sotto vuoto o in atmosfera di gas inerte, è molto importante perché, essendo molto poroso e con una grande superficie, occorre evitare il contatto con l'aria e quindi con l'ossigeno e l'umidità. I vantaggi della liofilizzazione sono numerosi: - lavorando a pressione ridotta l'ossigeno è presente in piccole quantità; - si hanno scarse perdite di composti volatili; - l'umidità finale è molto contenuta; - il prodotto spesso mantiene la struttura e il volume iniziale con la stessa di stribuzione dei componenti solidi e può quindi essere comodamente ripristinato con l'aggiunta d'acqua; - il prodotto può essere liofilizzato già nel contenitore definitivo e, una volta chiuso ermeticamente, può essere conservato a lungo a temperatura ambiente; - la leggerezza, la possibile riduzione di volume per compressione, la facilità di conservazione e di trasporto, fanno del liofilizzato un prodotto ideale in determinate situazioni d'emergenza. La liofilizzazione in campo alimentare comporta, però, alti costi, che rendono il prodotto poco competitivo rispetto a quelli che hanno subito altri trattamenti. Inoltre grandi quantità di materiale richiedono tempi lunghi, perché il riscaldamento non deve compromettere il valore nutritivo del prodotto. Un'ottima soluzione per superare gli inconvenienti creati dal riscaldamento tradizionale in liofilizzazione è rappresentato dal ricorso alle microonde. Per prodotti pregiati, come quelli per lo svezzamento, l'incremento dei costi di produzione richiesti dalla liofilizzazione potrebbero essere giustificati dall'ottenimento di un prodotto con migliori caratteristiche nutrizionali. Occorre però considerare l'incremento dei danni nutrizionali che possono derivare dall'inserimento di un ulteriore trattamento, come la liofilizzazione, all'interno della linea di produzione.