DARIO DONADONI
Ma tu che ne sai?
Tre racconti estivi
di un praticante della follia
DARIO DONADONI
Ma tu che ne sai?
Tre racconti estivi
di un praticante della follia
Scritti leggermente didattici
per operatori che lavorano con chi la pensa diversamente
Ad uso interno - Agosto 2010
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Un omaggio
semplice e sciocco
al mio maestro preferito,
Giovanni Carlo Zapparoli.
Per trent’anni
mi ha aiutato e sostenuto,
e non so perchè.
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Vorrei subito ringraziare le persone
che mi hanno insegnato a ridare speranza
a chi l’ha persa o non intende perderla.
I maestri più efficaci sono stati i pazienti
che hanno avuto il coraggio
di affidarsi fiduciosamente alle équipes curanti
di cui ho fatto parte.
Esprimo una sincera stima e gratitudine
alla Dottoressa Barbara Pinciara
e al Dottor Luigi Rebosio che mi hanno guidato
e sopportato nei primi lunghi anni
di esperienza nel servizio pubblico.
Ringrazio tutti i colleghi passati e presenti
che mi hanno permesso di realizzare un sogno
che non pensavo di avere.
Un affettuoso grazie agli amici
che mi hanno dato consigli preziosi
per la stesura di questi raccontini.
E un applauso agli ospiti delle Comunità
che hanno prodotto i disegni
a commento di questo scritto:
Marco Spadon
Giusy Pasini
Claudio Salvago
Maria Luisa Cannas
Mariarosa Colasuonno
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INDICE GENERALE
1. Non diciamolo a nessuno
2. Il presidente è impazzito
3. Bar Sport Tabaccheria
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pag.0111
pag.0171
pag.0111
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PREMESSA
Questi racconti nascono da un pensiero fisso che mi ha tormentato durante il periodo delle ferie estive.
Uno dei nodi più difficili da sciogliere nel rapporto fra le persone che curano e le persone che accettano di essere prese in cura, è quello della sfida fra due poteri forti che cercano di difendere e mantenere saldamente
le proprie convinzioni. Ma spesso cercano di prevalere l’uno sull’altro.
Si attivano schermaglie sottili, spesso nascoste, ma a volte palesi, che
logorano la reciproca fiducia e compromettono il buon esito della cura.
Il pensiero che sottende a questa sfida l’ho formulato nel titolo. È una
frase soltanto pensata da entrambi i “contendenti”. Difficilmente può
capitare che una persona malata abbia il coraggio di dire a chi si sta
occupando di lei in quel momento “Ma lei che ne sa di me?”
E viceversa un operatore non avrà la spudoratezza di dire a un malato
che si sta affidando alle sue cure “Ma lei che ne sa di cosa ha bisogno?”
Credo che una chiave molto efficace per evitare il vortice della sfida
sia una sincera modestia professionale di chi ha il diritto e il dovere di
curare. Senza nulla togliere alla competenza e alla professionalità dei
curanti e alla disponibilità delle persone malate di affidarsi a loro, a volte
può aiutare avere poche certezze e tanti dubbi. E la consapevolezza che
quello che si conosce oggi, domani sarà superato.
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Non diciamolo a nessuno
Il punto di vista delle persone in cura
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INDICE
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12.
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16.
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18.
19.
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13.
14.
15.
16.
17.
18.
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20.
21.
22.
Chiara
La sfiga
L’idea
L’accordo
L’intrigo
Primi passi in comunità
La contaminazione
Maledetto cellulare
Meglio il carcere
In trappola
La farmacista
Il taciturno
La musicista
La riunione
Il mio compagno di camera
La rassegnazione
L’inginocchiatoio
Le regole
Il sermone
L’imprendibile
L’atteggiamento accogliente
La dimissione
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pag. 013
pag. 015
pag. 018
pag. 019
pag. 022
pag. 024
pag. 028
pag. 030
pag. 033
pag. 035
pag. 037
pag. 039
pag. 041
pag. 043
pag. 047
pag. 052
pag. 057
pag. 060
pag. 063
pag. 065
pag. 067
pag. 069
1. Chiara
Questa sera sono stanca. Poco fa mi sono fatta una doccia rilassante e
ora sono sdraiata sulla poltrona del mio studiolo, avvolta nel mio accappatoio. Una bella bibita ghiacciata mi aiuterà a riprendere le energie.
Sul tavolino lì accanto scorgo un libretto di poche pagine che una mia
amica mi ha consigliato di leggere. In copertina c’è una illustrazione
invitante. Lo prendo in mano, lo sfoglio. È carta morbida, ha un buon
profumo. Apro la prima pagina...
- Ciao, mi chiamo Paolo...
Oddio che succede? Il libro mi parla? Non avrò le allucinazioni...! Mi
stavo rilassando, ma questa voce mi ha fatto sobbalzare... Che faccio...
La voce è proprio chiara e forte, sembra reale. Dopo alcuni attimi di
sconcerto decido di allontanare il pensiero, semmai me ne occuperò
domani. Dopo una bella dormita dicono che passa tutto...
Ma il pensiero ritorna, non riesco ad evitarlo, e allora, anche se un po’
preoccupata, provo a stare al gioco. Risponderò alla voce che viene dal
libro. Tutto d’un fiato rispondo:
- Piacere, sono Chiara. La mia amica Gianna mi ha proposto di
leggerti. E questa sera ho voglia di trascorrere qualche ora nella
lettura...
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- Bene. Non preoccuparti, facciamo come se fosse un gioco, d’accordo? Mi auguro che questo racconto sia in sintonia col tuo stato
d’animo e con i tuoi interessi.
- Ok Paolo... Proviamo.
Mi sento un po’ inquieta. Ma forse è solo ansia da evento nuovo e incomprensibile.
Faccio un bel respiro e mi preparo al gioco.
- Mentre leggo il tuo racconto posso interromperti per farti qualche
domanda?
- Ma certo, Chiara. Anzi, anch’io mi permetterò di chiederti qualche parere mentre mi leggerai. Allora...
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2. La sfiga
È il 17 aprile del 2006. Le quattro del mattino. Sono sdraiato nella
mia vecchia macchina e non riesco a prendere sonno. Il vento sbatte la
grandine contro il parabrezza e provo un po’ di paura. Fuori non si vede
nulla. La mia auto e’ parcheggiata al lato di una strada, di fianco a un
capannone dove alcuni operai stanno facendo il turno di notte. La loro
presenza mi rassicura, nonostante la grandine stia mitragliando il tetto
e il fragore mi impedisca di chiudere occhio.
Poi finalmente la grandine si trasforma in una pioggerellina leggera che
accarezza e avvolge tutta la macchina, come in un affettuoso abbraccio.
Il rumore della pioggia sui vetri mi ha sempre aiutato a rilassarmi, il
sonno ormai se n’è andato, così comincio a pensare.
- Mmm... quando uno comincia a pensare diventa pericoloso, vero
Chiara?
- Sì sì, capita anche a me. Ma mi piace il rischio.
Per alcuni minuti mi scorrono nella mente immagini di momenti felici
della mia vita, poi il pensiero cade rovinosamente sulla situazione attuale.
Da qualche mese sono separato da Elena, mia moglie, e non so come
farò a versare l’assegno di mantenimento a lei e gli alimenti a mia figlia,
Lucia di 6 anni.
La scorsa settimana ho ricevuto una lettera dalla ditta in cui lavoro –
lavoravo - che mi mette in cassa integrazione a zero ore per un anno.
Una sfiga così, tutta in una volta, non mi era mai capitata. Non mi
bastano più i soldi per pagare l’affitto del monolocale arredato che un
amico mi ha messo a disposizione, ed è per questo che adesso mi trovo
a passare le notti in macchina. Una macchina comperata con fatica 13
anni fa grazie agli incentivi statali.
Ormai non ho più voglia di addormentarmi. Il cervello sta girando vorticosamente per trovare una soluzione alla mia penosa situazione.
Sembra che il mondo mi stia crollando addosso e dovunque scappo
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questo maledetto mondo a forma di palla mi insegue e mi inchioda in
un vicolo cieco. Come se un grande martello arrivasse inesorabilmente
su di me e mi facesse fare la fine di una zanzara che una mano impietosa
spiaccica sul muro.
Accidenti. Devo trovare una soluzione a questa situazione così incerta
e preoccupante.
Ehi, Chiara, ti stai addormentando? Dai, ascoltami ancora un po’.
E va bene, proseguo.
I miei genitori sono stati dei grandi lavoratori e adesso che sono in pensione non possono neppure godersi in pace i quattro soldi che lo Stato
passa loro.
Infatti spesso allungano qualche soldo a mia sorella Vittoria, che percepisce una pensione di invalidità civile di circa 250 euro. Si, perché mia
sorella è malata, è schizofrenica, e questi pochi soldi le bastano appena
per il caffè, le sigarette, qualche vestito.
Mi ritengo un uomo semplice, curioso, affettuoso e anche grintoso
quando è necessario.
Lavoravo, ormai così bisogna dire, come operaio in una ditta di liquori,
ero lì da circa dieci anni e mi trovavo bene.
Avevo sposato una donna semplice e carina. Ma Elena, qualche tempo
fa ha ceduto alle attenzioni di un cretino, ed ha cominciato a trascurare
pesantemente la casa e la famiglia. Alla fine ha chiesto la separazione.
Non ci siamo accordati sulla consensuale per le sue eccessive pretese, e
siamo andati diritti alla giudiziale.
Allungo la mano sul sedile del passeggero e prendo le sigarette. Ne accendo una.
Mi sento stanco di pensare continuamente al passato, di considerare le
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mie colpe e la vergogna di fronte ai miei genitori e agli amici. Sono qui
con la faccia sudaticcia in mano, la barba e i capelli incolti, gli occhi
stanchi. La scarsa luce del lampione muove le ombre create dai miei
movimenti.
Il pensiero della mia situazione mi tormenta...
Ad un tratto mi balena un’idea folle. Immediatamente sento un tuono
poderoso, e poi un lampo.... Penso che anche il cielo con quel tuono
e quel lampo mi voglia manifestare la sua approvazione. Alzo la testa,
raddrizzo la schiena, allungo il collo, mi sistemo le maniche della camicia, stringo i pugni verso il parabrezza e mi viene da urlare: eureka, ho
trovato!
- Chiara, vuoi sapere di cosa si tratta? Ti racconto...
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3. L’idea
Ecco, la situazione di mia sorella mi ha suggerito l’idea di fingermi schizofrenico e di farmi mandare in una comunità terapeutica per il periodo della cassa integrazione. Conosco bene i pensieri delle persone che
convivono con questi problemi e conosco pure lo psichiatra del servizio
pubblico che la cura. Uno del tutto ‘fuori di testa’..., come tanti del
resto. In comunità potrei ottenere vitto e alloggio al prezzo modico di
sentirmi i testicoli strizzati e calpestati. Ma forse potrei anche divertirmi. Questa ipotesi mi stuzzica la mente: incomincio a sognare ad occhi
aperti. Qualche ora dopo, ormai è mattina, sistemato alla bell’e meglio,
corro dallo psichiatra di mia sorella, devo subito mettere in atto il mio
piano. Inciampo tre volte sulle scale, ma non me ne accorgo neppure.
Sono troppo proiettato nel disegno che ho elaborato durante la notte
con una diabolica genialità che non sospettavo di avere.
Arrivo alla porta ed entro.
- Lei chi è? Mi sento chiedere da una operatrice straniera.
- Sono il fratello di Vittoria Tocchetti, una paziente del Dottor
Magnifico, vorrei urgentemente un appuntamento con lui.
- Vediamo un po’... C’è un posto libero fra 15 giorni, venerdì
17 maggio alle 11,10... Le va bene?
Accidenti, no, non va bene... Non posso tenermi questo pensiero per
due settimane, sarei travolto dall’ansia.
- Non si potrebbe anticipare? È veramente urgente.
- Vediamo... ci sarebbe un buco il giorno prima...
- No, è ancora troppo.
Comincio a sudare e a innervosirmi.
- Aspetti, chiedo al Dottore... un attimo...
Oggi è un giorno fortunato per lei. Il Dottor Magnifico
la riceve subito perchè una paziente non si è presentata.
Ah, ecco, adesso va meglio.
- La ringrazio per l’interessamento, è stata molto disponibile.
Raddrizzo la schiena e mi do’ una ritoccata ai capelli.
- Permesso?
- Avanti avanti.
Eccolo il Dottor Magnifico: grande, possente, con una chioma leonina,
occhi chiari e penetranti, camice un po’ sciupato e spiegazzato. Mi rivolge
un mezzo sorriso e mi invita ad accomodarmi. Ecco, adesso viene il bello.
Sento un impulso forte a dire subito la mia idea senza troppi preamboli.
Il Dottore mi sembra di buon umore e quindi mi sento più incoraggiato.
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4. L’accordo
- Dottore, ho bisogno di lei. Sono in una situazione tragica.
È questione di vita o di morte.
- Bene, mi dica.
Come sarebbe a dire “bene”? sono in una situazione tragica e lui dice
“bene”. Vabbè, non ho tempo per perdermi in questi particolari. Ho il
bisogno troppo impellente di esporgli la mia idea.
- Dottore non mi prenda per un malato, non ho tempo di ammalarmi. Vorrei esporle un pensiero che per me è vitale.
Gli racconto brevemente la storia della mia famiglia che ho perso e del
lavoro, ugualmente perso.
- Dottore, per risolvere la mia drammatica situazione attuale, le
chiedo di aiutarmi ad entrare in una Comunità Terapeutica,
solo temporaneamente, certo. Ho assoluto bisogno di un luogo per dormire e mangiare. Mi faccia la diagnosi, mi prescriva
dei farmaci, faccia tutto ciò che ritiene opportuno... basta che
mi mandi in una comunità. Le prometto che alla fine di questa vicenda nessuno saprà nulla. Sarò un paziente modello.
Docile e ubbidiente. Consideri questa avventura come una
iniziativa di prevenzione, se vuole. Senza questa protezione
comunitaria potrei veramente diventare come mia sorella. E
in questo caso dovrebbe ricoverarmi in ospedale e costerei ancora di più allo Stato.
Inoltre la mia degenza potrà costituire una specie di verifica
sulla efficacia terapeutica della comunità. Mia sorella mi ha
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detto che lei non ha fiducia nella cura comunitaria. Pensa che
siano soldi sprecati. Io posso fornirle l’occasione per sciogliere
questo dubbio.
Infine potrebbe interpretare questa specie di complotto come
un intrigo per prendersi una rivincita nei confronti di tutto il
sistema psichiatrico e dei suoi colleghi raccomandati.
In conclusione: io ho bisogno di una comunità per non cadere nella depressione più nera. E per lei questa avventura può
rappresentare una rivalsa.
Forse ho esagerato... Il Dottore ha abbassato le sopracciglia e gli occhi
si sono fatti più piccoli. Non sono stato convincente. Ho offeso la sua
dignità. Accidenti, adesso mi fa veramente ricoverare in ospedale e mi
imbottisce di farmaci. Oppure mi caccia via come un imbroglione urlandomi parole di fuoco. Comincio ad agitarmi.
Il Dottore continua a fissarmi negli occhi. Passa qualche minuto e poi
appoggia gli avambracci sul tavolo. Chiude ancora di più gli occhi. Fa
un respiro profondo e poi, con un bagliore nello sguardo mi dice lentamente e chiaramente:
- Ci sto! Lei ha veramente bisogno di un luogo protetto per questi mesi a venire. Non vorrei che si ammalasse come sua sorella. Quindi giuridicamente ho le spalle coperte.
Per quanto riguarda la comunità mi sembra una buona occasione per verificarne l’efficacia terapeutica.
E per la rivincita sui miei saccenti colleghi sputasentenze...
sono pronto!
È un’impresa folle, ma è tempo per me di fare una follia. Nella
mia vita ho sempre cercato di comprendere, analizzare, ragionare. Mi sono spremuto la mente oltre il necessario. E il
risultato è che gli altri fanno carriera e io resto sempre al palo.
Adesso basta. Questo è un gioco che mi affascina e voglio giocarlo fino in fondo. Vediamoci questa stasera alle 21 a casa
mia, e metteremo a punto il piano strategico.
Wow! È andata! Faccio un gran respiro e, mi alzo, ci diamo la mano....
tutti e due abbiamo una presa forte, più del normale. Segno che l’accordo è sincero. Mentre varco la soglia dello studio mi giro per un ultimo
saluto e tutti e due abbiamo la mano alzata col palmo aperto.
Cammino veloce verso l’uscita. Saluto l’operatrice straniera con un
grande sorriso... Accidenti, il mio entusiasmo stride un po’ col viso impaurito e preoccupato di quando sono entrato... Devo cominciare ad
allenarmi a tenere comportamenti coerenti in ogni situazione, altri20
menti rischio di far crollare tutto il piano strategico.
Di fronte al Centro di Salute Mentale c’è un bar, un po’ squallido a dire
il vero, e non in linea con la mia felicità, ma entro lo stesso a festeggiare
l’impresa che risolverà i miei problemi di sopravvivenza.
Per un momento penso alla responsabilità del medico e mi sento un po’
in colpa, ma poi mi convinco della bontà della mia richiesta. In fondo
la mia necessità è al di sopra di tutto. Costi quel che costi. Mi faccio un
bel sorriso e alzo il calice di spumante.
- Caro Paolo, mi sembra che il dottore sia un po’ troppo euforico
per questa proposta. Mi sembra così arrabbiato con i suoi colleghi
e il sistema psichiatrico che questo progetto gli fa perdere la testa.
Sei sicuro che questo piano possa arrivare fino in fondo? Mi dispiacerebbe se tutto finisse male.
- Hai ragione, Chiara, il dottore mi sembra più eccitato di me.
Ti confesso che mi sta prendendo un po’ di timore, ma ormai il
dado è tratto. Andrò fino in fondo, costi quello che costi.
- Incrocio le dita. Auguri.
- Le incrocio anch’io. Assistimi, ti prego. A presto.
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5. L’intrigo
Alle 21 precise suono il campanello di casa sua. Abita in un vecchio
condominio, ma ordinato e pulito.
Il dottore mi accoglie sulla porta di casa e mi fa accomodare su una
poltrona. Mi racconta che vive da solo. Una signora viene a pulire una
volta alla settimana. Per il resto si arrangia per conto proprio. Ho la sensazione che in quella casa il tempo si sia fermato. Il colore dominante è
il grigio sporco, l’odore è quello di una casa di riposo. Non è piacevole,
ma dobbiamo parlare di cose importanti. Infatti vedo il dito del dottore
puntato su di me.
- Allora, dobbiamo progettare un piano verosimile che esalterà la
nostra mente.
Prima di tutto dobbiamo aprire una cartella clinica intestata
a lei. Dobbiamo inventarci una storia delirante di cui lei è il
protagonista.
Devo convincere il mio Primario che lei ha bisogno di una
comunità terapeutica per un periodo di riassetto mentale e per
preparare una nuova ripartenza per il suo futuro. Ovviamente
dovrò prescriverle dei farmaci e la terrò monitorata per tutto
il tempo di questo progetto.
Ma... che ne dice di darci del tu, ormai siamo compagni di
avventura. Da dove cominciamo?
Dietro a quella mole massiccia e alla faccia scura, ora mi sembra di intravedere anche un buon diavolo. Forse sa anche essere ironico.
- Per la storia delirante non c’è problema. Ho pensato di essere
un inviato di S. Paolo che mi ha incaricato di continuare la
predicazione del vangelo su questa terra, e di scrivere altre lettere ai fedeli perchè si convertano alla fede di Cristo, unico
salvatore del mondo. Che ne dici... Può essere plausibile? Il
mio nome mi ha suggerito questa idea...
- Si... bene!.
Per i farmaci ho pensato di prescriverti il Mìracol. Viene prescritto a quasi tutti i pazienti. Non ha particolari effetti collaterali, spero che non ti faccia troppo male.
Per la comunità domani incarico l’assistente sociale di cercartene una adatta. Dovrete parlarvi e conoscervi perchè sarà lei
a prendere i contatti con la comunità e ad accompagnarti per
un sopralluogo senza impegno.
Intanto dovrai prepararti psicologicamente. Dovrai imparare
a mentire in modo credibile, e senza ridere sotto i baffi. Dovrai
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ingoiare rospi senza battere ciglio. Dovrai allenare la fantasia a
inventare rapidamente dei pensieri verosimili...
Pensaci bene. Conto che ti preparerai al meglio e che tra qualche giorno tu ti sia trasformato in un perfetto paziente.
Ah, dimenticavo la diagnosi... direi che schizofrenia paranoide
calza a pennello. Leggiti qualcosa per conoscere meglio questa
patologia così sarai più convincente.
- Mi farò consigliare da mia sorella che ormai è un’esperta in pazientologia applicata. Mi preparerò, studierò, farò anche delle
prove allo specchio. Sarò perfetto.
- Bene, vediamoci domani mattina al Centro così avviamo la prassi amministrativa. Acqua in bocca e in bocca al lupo a tutti e
due. Ciao. A domani.
- A domani.
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6. Primi passi in Comunità
Una settimana dopo, l’assistente sociale, Anna Spolverini, mi convoca
al Centro.
Sarà la mia operatrice di riferimento per le necessità sociali e in particolare per questo periodo di preparazione alla comunità. Chiacchieriamo
per un’oretta circa per conoscerci a vicenda, con l’accordo di rivederci
quando ci sarà una comunità disponibile ad accogliermi. La trovo simpatica e molto disponibile. Non fa troppe domande, tanto c’è tempo.
Credo di essere in buone mani. E poi non è una operatrice di primo
pelo, ha un bel po’ di esperienza e questo mi tranquillizza.
Il 25 maggio vengo convocato dall’assistente sociale per visitare la comunità.
L’unica che ha posti liberi è “Il Veliero”, a 40 chilometri da qui. L’assistente sociale mi propone di andare a vederla, visto che non ho mai avuto esperienze di comunità. Forse teme che mi spaventi, ma la rassicuro
che sono molto ben motivato.
Tre giorni dopo si parte. Salgo sulla Panda dell’Azienda Ospedaliera,
alla guida c’è l’assistente sociale.
È una bella signora di 45 anni circa. Durante il viaggio mi racconta che
ha un marito e due figli maschi di 15 e 18 anni. Non sembra arrabbiata
con la vita come tante altre. Speriamo che porti bene. Per la strada si
parla del più e del meno. Non è invadente e non mi strizza il cervello.
Buon segno.
Arrivati alla comunità mi soffermo a guardare la grande villa. Davanti
alla porta c’è un signore che fuma pensieroso. Vedo anche una signora
con vestiti sgargianti e con una borsetta piatta in mano. Forse è vuota.
Ci avviciniamo alla porta d’ingresso e vedo tanti posacenere pieni di
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mozziconi. Ce ne sono parecchi anche per terra.
Entriamo. C’è un via vai intenso... almeno 5 persone camminano velocemente e non so distinguere i pazienti dagli operatori. L’assistente
sociale bussa a una porta chiusa. Esce un’operatrice, credo, e subito la
mia assistente sociale chiede di parlare con la coordinatrice con la quale
è d’accordo di farmi visitare la comunità.
- Un attimo. Può attendere qui?
- Certamente.
Qui non c’è una sedia. Stiamo in piedi e aspettiamo. Quella porta chiusa mi insospettisce. Mi sembra che nasconda grandi segreti.
- Ehi Chiara, non è che sto già diventando sospettoso?
- Non so, ma forse si tratta soltanto di ansia per questa avventura
che sta per iniziare... Hai voluto la bicicletta? Adesso pedala e
attento alle buche.
- Grazie del consiglio. Ne farò tesoro.
La porta si riapre ed esce la coordinatrice che saluta l’assistente sociale
con un bel sorriso. Si danno del tu. Si vede che si conoscono da tempo
per altre storie come la mia... ops... non proprio come la mia.
Ci diamo la mano. Mi accorgo che la sua è molle.
- Allora facciamo un giro per la comunità? Vediamo un po’, da
che parte cominciamo... Partiamo dalle camere.
Accidenti che disordine! Meno male che almeno è ben pulito. Sono
camere singole e doppie.
Mi chiedo se è meglio stare soli o in compagnia. Ci penserò più avanti.
La visita prosegue nella sala da pranzo, nel salotto, nella cucina. Anche
la cucina mi insospettisce. Mi sembra che sia un luogo di tortura più
che di piacere. Non mi manderanno lì a lavare i piatti e le pentole!?!
Poi andiamo in un’area un po’ staccata dove ci sono delle salette e un
laboratorio di lavoro. La coordinatrice dice che chi vuole può dedicare
un po’ di tempo ad attività di assemblaggio, oltre ai lavori di giardinaggio, di manutenzione e tanti altri. Sono tutte attività che prevedono un
piccolo compenso come tirocinio lavorativo. Poi c’è una sala in cui si fa
arteterapia, musicoterapia, danzaterapia. Mi chiedo come posso cavarmela con queste strane terapie. Anche a questo penserò più avanti.
- Cosa ne pensa? - mi chiede a bruciapelo la coordinatrice -.
- L’ambiente mi sembra gradevole e ospitale. Verrei volentieri qui.
- Sarà il medico della comunità a decidere dopo aver fatto almeno
un colloquio con lei, col suo medico, e con l’assistente sociale
qui presente.
Sarà la solita procedura - penso - mentre l’assistente sociale e la coordinatrice stanno parlando di vestiti e di vacanze.
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La visita, per altro molto formale, è finita e ci avviamo verso l’uscita.
Sento una persona che sta alzando la voce, mi giro e vedo che sta discutendo animatamente con una ragazza. Non mi faccio domande e
arriviamo all’uscita.
Stretta di mano, sorrisi, e un augurale arrivederci.
Mentre torniamo l’assistente sociale ovviamente mi chiede cosa ne penso. Non voglio sbilanciarmi e accenno a vaghe sensazioni buone e altre
meno buone. In fondo ho solo visto dei muri e delle persone. Non ho
conosciuto nessuno. Concludiamo che devo provare.
Arrivati al Centro l’assistente sociale mi dice che fisserà subito col medico della comunità un appuntamento al quale parteciperà sia lei che il
dottor Magnifico.
Bene, ci avviciniamo sempre di più al momento fatidico. Intanto cerco
di ricordare quello che ho visto e sentito, e comincio a pensare come
adattare le parole e il comportamento in quelle situazioni.
- Chiara, mi devo pur preparare, giusto?
- Certo, comincia ad affilare la mente.
Dopo pochi giorni rieccomi sulla Panda con i miei due ‘protettori’ del
Centro: il compare dottore e l’assistente sociale. La coordinatrice della
comunità ci accompagna nello studio del medico per il colloquio. Immagino che sia come un colloquio di lavoro. Cambiano solo i contenuti, ma la metodologia non cambia.
Ahi, il medico della comunità è magro. Non mi sono mai piaciuti i
magri, perchè ho sempre pensato che consumino troppe energie per lo
stress, per l’ansia, o per motivi fasulli.
Incrocio le dita. I soliti sorrisi di convenienza e i saluti di benvenuto.
Vedo che il medico sta rileggendo il mio curriculum vitae che racconta la
mia storia disastrata e le mie disavventure, con l’aggiunta di quello che
il dottor Magnifico ha scritto per rendere credibile la mia necessità di
una cura comunitaria e riprendere una vita meno sfortunata di prima.
I medici parlano fra loro della mia anamnesi e all’improvviso il medico
della comunità mi chiede:
- A cosa pensa che potrebbe servirle un periodo in comunità?
Guardo il dottor Magnifico, non so se dare una risposta da persona sana
o malata. Riesco a mantenere la freddezza. Devo indovinare quello che
lui si aspetta di sentire e contemporaneamente devo accennare alla mia
patologia.
- Qui posso essere curato più efficacemente e posso abituarmi meglio a una vita sociale. Come ha letto nella relazione io vivo un
po’ nel mondo delle nuvole.
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Leggo soddisfazione nelle facce di tutti. Capisco di avere azzeccato la
risposta.
- E con le regole come se la cava? Qui ce ne sono tante.
- Mi impegnerò a trovare la quadratura del cerchio.
Altri sorrisi soddisfatti. Comincio a divertirmi in questa sfida intellettuale col dottore della comunità. Seguono altre domande alle quali riesco a dare risposte ben ponderate da una parte ma sbilanciate dall’altra.
Mi sembra attento e perspicace questo dottore, ma avrà pane per i suoi
denti. Ci alziamo. Ci salutiamo e ci avviamo verso l’uscita.
- Chiara che ne dici? Sono stato bravo?
- Ma certo, vedrai che sarai... assunto.
Infatti due settimane dopo arriva la comunicazione che sono stato ammesso e che posso entrare in comunità il 18 luglio.
Vado al Centro per parlare col dottor Magnifico e ci complimentiamo a
vicenda di come sono andate le cose.
Ma adesso comincia l’avventura e il gioco si fa duro.
Il 18 luglio sono di nuovo davanti alla porta della comunità con quattro
borse piene di cose mie. Finalmente le ho tolte dalla mia casa-macchina
e posso appenderle in un armadio vero.
Saluto con sincera gratitudine l’assistente sociale che mi ha accompagnato di nuovo e mi affido a un’infermiera che mi accompagna in camera per una prima sistemazione del mio bagaglio.
Ho un compagno di camera, che ora però non c’è, è andato a fare un
giro per il paese. L’infermiera è stata molto cordiale e disponibile.
Ormai sono solo. Mi sdraio pochi minuti sul letto e guardo il soffitto.
Penso a quello che lascio e a quello che troverò. Ma sono determinato
a fare questa esperienza, sia perchè è l’unico modo per avere casa e alloggio senza spese, sia per la sfida al mondo psichiatrico che col mio
magnifico compare voglio ingaggiare.
- Chiaraaa... mi aiuterai vero nei momenti difficili?
- Ma certo, ti sto leggendo apposta.
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7. La contaminazione
Mi è stato detto che alle 12,30 si pranza. Mi do una ripulita e mi metto
in ordine. Scendo le scale ed entro in sala da pranzo. Accidenti. C’è un
drappello di persone già sedute a tavola in attesa del pranzo. Ma quanti
ospiti ci sono? Ne conto venti, ma alcune sedie sono ancora vuote.
Ecco, arrivano anche gli operatori che prendono posto accanto agli altri.
Due di loro servono il pranzo.
Un ospite, Massimo, comincia a lamentarsi del cibo. Per lui fa schifo.
Chissà quanti batteri ci navigano. Chi può garantire che sia stato cucinato secondo tutte le norme di sicurezza? Comincia ad alzare la voce.
- È mai possibile che qui manchi qualsiasi controllo su quello che
mangiamo? Io non riesco a mangiare questa roba. Non so
come fate voi a mandare giù questa schifezza. Nessuno dovrebbe mangiare! Questo cibo non è sufficientemente puro.
È al di sotto del settanta per cento di purezza. Si può morire.
Tutti zitti... nessuno osa fiatare. Massimo ripete le stesse parole con un
tono più alto e più minaccioso.
- Non sei obbligato a mangiare. Puoi anche saltare. Magari stasera ci sarà qualcosa che ti piace. - Così esordisce Ludovica,
un’educatrice ben truccata e ingioiellata. Indossa scarpe con
tacchi a spillo... e vedo anche una scollatura un po’ eccessiva.
- Io ho il diritto di mangiare, e di mangiare sano e puro.
La Regione vi dà i soldi per me. Usateli per il meglio!
- Hai ragione - interviene Emilia, una infermiera giovane e carina con occhialini rossi - Se vuoi c’è della mozzarella e del
tonno. Sono cibi in scatola. Di questi ti fidi?
- Mica posso mangiare sempre tonno e mozzarella. Io sto male
solo a guardarvi ingoiare questa roba.
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È la volta di Liliana, una signora di mezz’età che ha i modi di una mamma apprensiva.
- Massimo, vuoi che prepariamo due uova al tegamino e due foglie
di insalata che laviamo insieme?
- No, non mi piacciono le uova e poi l’insalata va disinfettata col
Sanatol. Lo usate qui?
Altro tentativo andato a vuoto. Vedo che tutti gli ospiti hanno la faccia
affondata nel piatto e mangiano velocemente come se volessero liberarsi
da quella situazione difficile e imbarazzante. Anch’io faccio come loro,
ma sono curioso di vedere come andrà a finire.
Dopo alcuni minuti di silenzio, Massimo comincia ad innervosirsi. Sento Rosa, un’educatrice dall’aspetto tranquillo, che gli chiede:
- Ma proprio tutto questo cibo non è puro? Prova a guardare bene
nella pentola, magari ci sono delle parti che non sono così
contaminate, e solo tu le puoi vedere. Potresti scegliere le parti
più pure col mestolo e metterle in un piatto ben lavato e sanificato. Dai, prova a guardare.
Vedo Massimo che guarda nella pentola... lentamente prende il mestolo... scruta nel risotto e riesce a metterne un po’ nel piatto.
Ecco, Rosa ci è riuscita. È una signora sui 50 anni e deve conoscere molto bene questi problemi. L’unico operatore uomo, Gigi, non è
intervenuto, forse perchè pensa che il cibo sia cosa da donne, oppure
semplicemente perchè non sapeva cosa dire.
Comunque il problema è stato affrontato e risolto brillantemente. Dopo
dieci minuti Gigi si rende utile portando il caffè e poco dopo la sala da
pranzo è vuota. Sono spariti tutti.
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8. Maledetto cellulare
Mi siedo nella veranda su una sedia di plastica verde, e mentre mi fumo
una sigaretta cerco di studiare le caratteristiche degli operatori. Meglio
conoscere bene - come dire - le mie vittime, gli educatori, gli infermieri.
Mah... non so che tipo di rapporto si instaurerà fra me e loro.
Gigi si siede di fianco a me e anche lui si fuma una sigaretta. All’inizio
non dice nulla, poi mi chiede se ho qualche interesse particolare, se mi
piace fare qualcosa o andare da qualche parte, perchè in comunità - dice
- c’è il rischio di annoiarsi a morte. E come si sa, l’ozio è il padre dei vizi.
Mi sento tranquillo. Gli rispondo che mi piace conoscere cose nuove,
mi piace leggere, conversare, anzi ho il dovere di predicare e di convertire le persone alla fede in Dio.
A queste parole Gigi si è bloccato. Tiene la sigaretta in bocca più a lungo
stringendola fra due dita, e intanto presta più attenzione per ascoltare
meglio il mio problema.
Gli racconto che S. Paolo mi ha incaricato di portare il Vangelo a tutte
le persone del mondo...
- Scusa mi stanno chiamando al cellulare - dice Gigi - ci sentiamo un’altra volta...
Ecco il solito telefono che interrompe tutte le conversazioni importanti.
Quanto lo odio! Quando suona il cellulare c’è sempre qualcuno più
importante di me. Anche qui c’è questo maledetto problema. Forse lo
squillo del cellulare dà la sensazione che qualcuno abbia bisogno di me,
mi desideri... e allora il resto del mondo non esiste più.
Dopo dieci minuti passa Rosa. Ha gli occhi neri, dolci e penetranti. È
un po’ cicciottella, ha un bel sorriso e si siede di fronte a me.
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- Buongiorno signor Paolo. Come va?
- Per adesso bene. Mi devo ambientare.
- Di qualsiasi cosa abbia bisogno chieda pure. Siamo qui per questo. È la prima volta che si trova in una comunità?
- Sì.
- Allora le dico subito che sarà dura. Passare dalle proprie abitudini alle regole imposte da un’organizzazione non è facile. Ci sono delle regolette che da una parte possono pesare,
dall’altra però mettono un po’ di ordine e danno un senso di
sicurezza.
Poi ci siamo noi operatori che spesso tendiamo a tormentarvi
perchè abbiamo il compito di privilegiare le esigenze di tutto
il gruppo degli ospiti e a volte calpestiamo qualche esigenza
individuale.
Anche il cellulare di Rosa suona, ma lei stranamente non si scompone.
Mi sento in dovere di dirle:
- Prego, risponda pure.
- Assolutamente no. Sto parlando con lei. Avrò tempo più tardi
per richiamare.
La sua risposta mi sorprende, e continuo il mio racconto:
- Sa, la mia missione è quella di pregare e di predicare. Avrò bisogno di un inginocchiatoio e di andare in giro a diffondere la
Verità. Potrò fare queste cose?
- Per l’inginocchiatoio non c’è problema. Per diffondere la Verità vedrà lei come fare. Certo noi non possiamo impedirglielo. Sia prudente.
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Bello questo discorsetto. Sembra chiaro e sincero. Tra un po’ di giorni la
metterò alla prova e vediamo se tutto andrà come dice.
Le ho poi raccontato della mia storia familiare e del lavoro. L’ho vista
molto attenta e interessata. Poi mi ha salutato con un leggero sorriso.
- Chiara, ti piace Rosa? Non so ancora se è un’educatrice o un’infermiera.
- Si, mi sembra una persona pacata. Per ora mi piace. Ma non correre, non farti prendere da facili entusiasmi.
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9. Meglio il carcere
Mi si avvicina un ospite con la faccia molto scura.
- Sei nuovo? Come ti chiami?
- Si, sono arrivato oggi. Mi chiamo Paolo. E tu?
- Antonio. Che farmaci prendi?
- Il Mìracol.
- Anch’io. Allora abbiamo la stessa malattia. Cos’hai combinato
per essere qui?
- Ho perso la famiglia e il lavoro. E mi sono ammalato.
Ho l’istinto di predicare il vangelo alla gente.
- Io sono qui da sei mesi, ma non riesco a starci. C’è troppa libertà.
Mi sento attratto da tante cose che mi fanno star male. Con
le donne non ci so fare. Sono invidioso di quelli che stanno
meglio di me. Ho le mani bucate. Quando mi arrabbio tutti
scappano. Non riesco a stare a tavola con gli altri. Sono tutti
coglioni che accettano di vivere da pecore anziché da leoni.
Invece quando ero in carcere stavo bene. Facevo le pulizie.
Prendevo uno stipendio. C’era più rispetto.
- Come mai eri in carcere?
- Ho ucciso mio padre in un momento di follia. L’ho trovato a letto
con la mia fidanzata e ho perso la testa.
- Che brutta storia!
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- Sì, e adesso vorrei trovare un modo per farmi rimandare in carcere. Qui non ce la faccio più e gli operatori non lo capiscono.
Corro il rischio di combinare qualche guaio in comunità e
vorrei evitarlo. In fondo in questa comunità ci sono persone
brave, insieme ad altre che è meglio evitare. Tu cosa mi consigli?
- Non saprei... Forse potresti andare davanti alla caserma dei
carabinieri e prendere a sassate la loro macchina. Non faresti
del male a nessuno e i carabinieri ti porterebbero subito dentro. Ma non so se è un buon consiglio...
- Beh, ci penserò. I carabinieri li conosco
già. Mi hanno convocato due settimane fa perchè una ragazza
a cui ho regalato una rosa si è spaventata, e si e’ rivolta ai carabinieri.
- Ma che strane certe persone.
- Scusa adesso devo farmi almeno cinque chilometri con passo
veloce per farmi passare l’agitazione che ho nella testa. Ho
voglia di urlare ma è meglio che mi incazzo per conto mio
mentre cammino. Ci vediamo. Ciao.
- Ciao.
- Ehi Chiara. Che bell’impatto! Mi sono sentito di gesso e anche un
po’ disarmato di fronte al suo racconto e alla sua richiesta. Non
saranno tutti così, spero.
- Spero proprio di no altrimenti è meglio che rinunci al tuo folle
progetto.
- Non sia mai! Ho una missione da compiere e la porterò fino in
fondo. Così dicono gli eroi nei libri più famosi.
- Allora vai, mio eroe, àrmati di prudenza e pazienza e affronta
le situazioni difficili, sprezzante del pericolo e... masticando una
gomma scaccia-ansia.
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10. In trappola
Faccio un giro nel giardino di fianco alla comunità. Su una panchina
c’è una ragazza triste. Mi siedo di fianco a lei e le chiedo come si sta in
questa comunità.
- Da schifo! Devo sempre dipendere da loro. Ho 35 anni e devo
chiedere il permesso per qualsiasi cosa. E a volte sparano cazzate che sembrano dei deficienti. Non capiscono niente della
nostra malattia.
Penso a Rosa e mi viene difficile condividere quello che sta dicendo.
Però se lei pensa questo, come faccio a darle torto? Ognuno vede le cose
a modo suo. Noto che ha un braccio fasciato.
- Cosa ti sei fatta al braccio?
- Ieri ero incazzatissima e mi sono tagliata con la limetta delle unghie.
Ho chiesto di fare qualche ora di tirocinio lavorativo nel laboratorio e la coordinatrice mi ha detto che per il momento non se
ne parla. E io ho reagito facendomi del male. Invece di romperle
una sedia sulla testa ho preferito tagliarmi. Io non posso stare
senza soldi e vorrei guadagnarmeli con un lavoretto. Dico bene?
E poi qui mi annoio. Dal mattino alla sera non ho niente da fare.
Nessuno mi guarda nè mi parla perchè sono una rompipalle. Ed
è vero. Mi sento sempre nervosa e inviperita con tutto e con tutti. Non vedo un futuro. Sembra che tutti si allontanino da me.
Da piccola sono stata affidata a più famiglie. Da giovane sono
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stata in un istituto per adolescenti e adesso sono in una comunità per adulti. Cazzo, mica passerò la vita nelle comunità! Io
voglio sposarmi, avere dei figli e vivere dignitosamente. Ma
non vedo vie d’uscita. Mi sento in trappola!
Accidenti... pensavo di essere sfigato soltanto io, ma questa ragazza e
l’ospite di poco fa ne hanno passate peggio di me.
Le offro una sigaretta. L’accetta volentieri e fumiamo insieme in silenzio. Ognuno pensa alle proprie sfighe. Chiamalo silenzio!
Dopo un po’ passa un omone grande e grosso che la invita... non le ho
chiesto come si chiama... e si allontanano.
Allora decido di andare in camera a sistemare altre cose che ho lasciato
nelle borse e poi mi stenderò qualche minuto sul letto.
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11. La farmacista
Appoggio la mano sulla maniglia della porta della camera e mi viene un
sospetto atroce... apro la porta... nooo!! il mio compagno di camera...
russa!!. Come potrò dormire... Pensieri di inquietudine mi assalgono. E
mentre penso ad una soluzione, sento altri rumori simili provenire dalla
camera accanto. Non è possibile! Ne sento due! Devo per forza trovare
una soluzione. Sembra una cosa da nulla, invece il rischio di non dormire mi terrorizza.
Chissà come fanno le mogli che hanno un marito che russa. Resisteranno per amore... o per masochismo...? Mi pare di essere ancora nella mia
vecchia macchina a pensare al modo di risolvere un problema difficile.
Alla fine decido che la soluzione migliore è quella di comperare dei tappini da mettere nelle orecchie.
Subito corro verso l’uscita.
- Scusi, può dirmi dove va e quando pensa di ritornare? Sa, abbiamo la responsabilità degli ospiti e quindi dobbiamo sapere.
- Sto correndo in farmacia per prendere dei tappini da mettere nelle
orecchie, così stanotte forse potrò dormire. Il mio compagno
di camera russa. E anche il vicino della camera accanto.
Potrebbe indicarmi dove trovo una farmacia?
- Vada a sinistra, la seconda via a destra. È sull’angolo.
- Grazie, torno subito.
In farmacia cerco i tappini negli espositori. Abbasso gli occhi e vedo
la farmacista. Una donna splendida e affascinante. Alta, capelli sciolti,
occhi chiari e penetranti, bocca sensuale, bella scollatura, e bello anche
quello che si intravede, fantastico.
Ecco, ora tocca a me.
- Vorrei un paio di tappini da mettere nelle orecchie... anzi
facciamo due paia.
Si allontana di qualche passo e faccio in tempo a vedere due belle gambe
sotto la gonna corta... sembra una modella! Prendo i tappini. Pago.
Mentre esco penso contemporaneamente ai tappini e alla farmacista.
Inciampo in uno scaffale e mi cadono i tappini. Lo scaffale dondola
pericolosamente, lo trattengo cercando di non farlo cadere. Un signore
anziano raccoglie i miei tappini. Lo ringrazio. Mi giro verso il banco e
“scusate combino sempre guai... fin da quando ero piccolo...”. Ridono.
E ride anche la farmacista. Che bella donna! Dovrò venire più spesso in
questa farmacia.
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Torno in comunità e avviso di essere rientrato. Metto i tappini nel cassetto del comodino stando attento a non svegliare il mio compagno.
Torno nella veranda e mi fumo l’undicesima sigaretta della giornata.
- Ehi, Chiara, che donna fantastica, la farmacista!
- Così avrai un pensiero piacevole che ti farà compagnia mentre
dormirai con due tromboni...! Lucidati pure gli occhi. In mancanza d’altro...
- Dai non sfottermi. Almeno qualche bel pensiero mi farà compagnia in questa prima notte di comunità. A proposito, tu come sei?
- Eh caro Paolo, ti lascio questo dubbio e spero che ti corroda la mente quando pensi alla farmacista.
- Questa me la lego al dito, spiritosa.
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12. Il taciturno
Dopo la cena alcuni ospiti sostano nella veranda a fumare e fare due
chiacchiere. Altri sono andati a fare un giro in paese. Vedo il mio compagno di camera. Mi avvicino.
- Ciao - gli dico - sono il tuo nuovo compagno di camera.
Mi guarda e mi scruta.
- Come ti chiami?
- Paolo e tu?
- Riccardo.
Resto qualche minuto a pensare alla seconda domanda.
- Da quanto tempo sei qui?
- Tre anni.
- E come ti trovi?
- Bene.
Passo altri minuti a cercare nuove domande. Mi sembra un tipo poco
loquace. Infatti è lento nei movimenti e nei pensieri. Ha i capelli spettinati e la barba incolta. Occhi marroni e pantaloni neri che sembrano
indossati da mesi. Mi danno una sensazione di sudicio. Ha in bocca
una sigaretta. Nessuna delle persone che gli sono attorno gli rivolge la
parola. Lo guardo per trovare qualcosa da dire. Ma forse è meglio non
dire più niente. Leggo nei suoi occhi un qualcosa di spento, ma anche
qualcosa di vivo. Il ‘qualcosa di spento’ mi induce a tenermi lontano.
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C’è un po’ di allegria in veranda. Uno racconta una barzelletta, un altro
dice che c’è una festa in paese e che magari domani si potrebbe andare a
vedere com’è. Una ragazza parla del film che ha visto ieri. Un’altra cerca
di imbastire un discorso filosofico su quello che è giusto e quello che
non è giusto.
Sono sicuro che il mio compagno di camera ha ascoltato tutto e non ha
perso una virgola. Ho visto che ogni tanto alzava lo sguardo per fissare
il parlatore di turno. Ho la sensazione che la sua fredda solitudine abbia
bisogno di essere riscaldata dalla vicinanza e dalla vitalità degli altri.
Forse gli piace anche camminare sotto i raggi bollenti del sole. E scommetto che quando è in macchina sente un lieve piacere nel guardare
il mondo che gli si muove attorno mentre lui è seduto, immobile, sul
sedile posteriore.
Dopo un’oretta la veranda piano piano si spopola. Ad uno ad uno gli
ospiti vanno a dormire. Io rimango ancora un po’. Mi trovo da solo. E
sento il bisogno di stare solo. È tanto che non provo il piacere di stare
solo, senza pensieri, senza emozioni.
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13. La musicista
Passano due settimane. È arrivata una persona nuova. Ha un’aria terribilmente impaurita. È piccola e magra. Capelli corti e due occhioni
scuri. È seduta su una panca nella solita veranda e muove il busto avanti
e indietro. Mi sento in dovere di sedermi di fianco a lei per non farla
sentire sola.
- Ciao. Sei nuova. Come ti chiami?
- Nora.
Noto che si allontana leggermente da me. Le faccio paura?
- Come mai sei qui?
Mi guarda fisso negli occhi. Silenzio.
- Sto scappando! Sono una flautista e suono in un’orchestra. Un
mio collega mi perseguita e vuole uccidermi. Io scappo, ma
lui riesce sempre a scovarmi e io sono terrorizzata da lui. È
sempre armato e vuole farmi la pelle a tutti costi. Sono anni
che cerco di nascondermi, ma lui conosce tanta gente e finisce
sempre che qualcuno fa la spia. Ho cambiato regione, ho cambiato nazione. Quell’uomo vuole vendicarsi di qualcosa che io
non conosco. Adesso sono qui, ma so che presto mi scoverà e
dovrò scappare chissà dove.
- Tranquilla, io non sono un musicista. Anzi odio la musica classica.
- Pensa che a volte me lo sogno anche di notte. Un incubo!
- Ma non c’è qualcuno o qualcosa che ti difende?
Non si può essere soli di fronte a un pericolo così grande.
- Purtroppo no.
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- Ho sentito che qui alcuni hanno un santo in paradiso che li difende. Per esempio una signora che è stata dimessa l’altro ieri.
Tu ora dormi nel suo letto. Magari il suo santo protettore è
rimasto qui per proteggere te. Spesso sopra il letto c’è una immaginetta della madonna o di un santo protettore. E poi sei
fortunata che dormi in camera con una compagna. Lei potrà
chiamare aiuto in caso di pericolo. Potresti sprangare la porta
e la finestra. Mettere delle cordicelle a 10 centimetri dal pavimento, così il tuo persecutore inciampando sveglierà tutta la
comunità e gli operatori correranno qui a difenderti. Potresti
chiedere agli operatori di fare a turno la guardia alla porta...
- Ci penserò. Mi aiuterai a trovare una soluzione?
- Ma certo. Sono un esperto nella risoluzione di problemi.
Tanto per cominciare non stare mai da sola e ricordati che un
bel calcio nei testicoli fa sempre male. Io mi procurerò un bel
bastone nodoso, e lo porterò sempre con me. E ti guarderò a
vista.
Vuoi un caffè? C’è un bar qui di fronte e fanno un ottimo
caffè.
- Volentieri, grazie.
- Chiaraaa... mi è venuta una fifa boia.
Mi sembra di essere impazzito pure io. Che vitaccia deve fare
questa signora. Sempre all’erta e in difesa, col terrore sul volto.
Non la invidio. Sinceramente non pensavo che si potesse soffrire
tanto. Qui si può anche morire di paura. Torno al bar, questa
volta da solo, a farmi un bicchierino scacciapensieri.
- Neanch’io sapevo di storie come questa. Comunque sei stato bravo.
Ti sei immedesimato nella sua condizione e hai cercato di provare
le sue emozioni. Adesso puoi aiutarla veramente. Non so come,
ma qualche buona idea ti verrà in mente.
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14. La riunione
Tre giorni dopo casualmente passo davanti all’ufficio degli operatori. Mi
siedo su una delle sedie della sala d’attesa. Mentre mi godo il fresco portato dall’aria corrente, sento delle voci provenire dall’ufficio. Mi sembra
che parlino in tanti e uno per volta. Forse è la riunione settimanale di
cui mi ha detto un ospite.
La tentazione di ascoltare è forte. Penso a Oscar Wilde che diceva “resisto a tutto tranne che alle tentazioni”, e allora cedo. Aguzzo le orecchie
e chiudo gli occhi. Ad un certo punto sento il dottore che chiede.
- Come va il signor Paolo?
- Sembra bene. Parla poco. Sta sulle sue.
- Non crea problemi. Sta alle regole.
- Mi sembra simpatico.
- Pare disponibile a collaborare.
- A proposito, dice Rosa, qualche giorno fa mi ha chiesto se può
avere un inginocchiatoio in camera per pregare.
- Eh no! Non si possono fare differenze. Se prendiamo l’inginocchiatoio a lui chissà quante cose chiederanno gli altri.
- Ma gli serve per mantenere attivo il suo impulso di pregare e
predicare.
- Se lo tenga nella sua fantasia.
- Se proprio lo vuole se lo comperi lui.
- Ma in fondo non crea nessun disturbo.
- Però gli concediamo un privilegio rispetto agli altri.
- Beh, mi pare giusto che ognuno abbia i suoi piccoli privilegi,
se non vanno contro le regole nè sono in contrasto con le esigenze degli altri.
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- No, qui devono essere tutti uguali!
- Ma come facciamo a considerare tutte uguali persone con
esigenze diverse?
- Devono abituarsi fin dal primo giorno a non avere tutto
quello che chiedono.
- Ma è appena arrivato. Mi sembra giusto che si ambienti piano
piano.
- Ma scusate, se alcuni hanno la radio in camera, e qualcuno anche la sua TV, perchè non possiamo permettergli di tenere un
inginocchiatoio?
- Infatti. E poi, come facciamo a distinguere ciò che dobbiamo
decidere noi per loro, e ciò che invece possono decidere loro
autonomamente. A me sembra che usare un inginocchiatoio
in camera rientri nelle scelte che un paziente puo’ autonomamente fare.
- No! Tutto deve essere deciso dall’équipe perchè i pazienti non
sanno quello di cui hanno bisogno, e tantomeno sanno gestire
le loro cose.
- Non sono d’accordo, non sono degli incapaci. Sono persone che
hanno alle spalle una storia molto seria, un buon curriculum
scolastico e spesso anche buone competenze professionali.
Come facciamo a pensare che non capiscano quello di cui
hanno bisogno...
- Certo, quando stanno malissimo dobbiamo essere noi operatori
a decidere per loro, ma quando stanno bene sono perfettamente in grado di farci capire le loro esigenze.
- È inutile che stiamo qui a discutere. E se poi la Direzione non
autorizza questo acquisto?
- Giusto. E se poi Paolo scivola dall’inginocchiatoio e si fa male?
Di chi è la responsabilità?
- Ho appena chiamato la Direzione. Dice che per loro non c’è
problema. Dobbiamo decidere noi se dal punto di vista terapeutico l’uso di questo inginocchiatoio sarebbe un vantaggio
per il paziente.
- Accidenti. Ancora una volta ci hanno fregato. Adesso siamo daccapo.
Dio mio, che putiferio ha scatenato la mia richiesta. Mi domando come
affrontano questioni ben più importanti della mia. Da una parte mi piacerebbe lasciarli litigare all’infinito, dall’altra mi dispiace di aver creato
questo problema e non vorrei che le conseguenze ricadano su di me. Mi
alzo e vado a sedermi in veranda. Meglio che nessuno mi veda origliare.
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Dopo circa mezz’ora Rosa mi raggiunge e mi dice che l’équipe ha negato il consenso all’utilizzo dell’inginocchiatoio. Aggiunge anche di essere
molto rammaricata per non essere stata sufficientemente convincente
nei confronti dei suoi colleghi. “Non importa. Non è indispensabile.
Comunque grazie di avermi sostenuto”.
Rosa se ne va. Penso alla difficoltà di lavorare in équipe e alla frustrazione di chi sostiene un’idea mentre prevale l’opinione di altri. Anche una
decisione presa a maggioranza non è detto che sia la migliore o la più
opportuna.
Mi ha colpito sentire Rosa che sosteneva la necessità di distinguere tra
le scelte che gli operatori devono fare per i pazienti, e le scelte che invece riguardano la vita personale di ciascuno. Per esempio, penso che
in fondo ognuno abbia il diritto di decidere se fumare o non fumare.
Fumano anche gli operatori. Tocca a loro poi fissare delle regole, in base
anche alle norme igieniche nazionali, che definiscono i luoghi dove è
consentito fumare.
L’inginocchiatoio fa parte della mia vita e quindi dovrei essere io a decidere se tenerlo con me come tengo l’orologio, la statuina della madonna, il rosario, la bibbia, ecc. Basta che il mio compagno di stanza non
lo senta come un problema.
- Chiara, cominciano le complicazioni sia per me che per gli operatori. Però hai visto? Hanno discusso animatamente ma in modo
pacato e senza diverbi...
Mi sembra un gruppo variegato dove ognuno ha le idee chiare.
Sembrano i parlamentari a Montecitorio. Fanno la voce grossa
ma alla fine arrivano a una decisione. E ad ogni decisione c’è chi
ride e c’è chi piange.
A pensarci bene non è detto che le leggi siano giuste o ingiuste. Le
leggi sono lo specchio del tempo in cui sono state emanate e contengono i principi e i valori di quel tempo. È possibile che dopo
qualche decennio le leggi vengano radicalmente cambiate. Ma
allora anche le regole della comunità non sono eterne. Sia le leggi
che le regole non sono assolute, ma relative al proprio tempo. E
quindi mi pare corretto sostenerle senza accanimento ma col sano
realismo di chi sa che fra alcuni anni potranno essere diverse. Che
ne dici, Chiara?
- Dico che sei qui da poco tempo e sei già così saggio. Ho la sensazione che la comunità ti faccia proprio bene. Sembri qui per
fare gli esercizi spirituali anzichè il paziente. Vista la tua missione... Ma continua così, finora vedo solo cose positive.
- Ok, allora procediamo con prudenza e pazienza. Grazie di esser45
mi vicina. La tua presenza mi induce a pensare e a confrontarmi
con te. Ciao. A presto. Un bacio.
- Ehi che c’entra il bacio! Non cominciamo con la confidenza.Ti
sto leggendo con un animo intellettuale e non con sentimento
emotivo. Hai già la tua farmacista a cui pensare. Non pensare
a me.
- Che permalosa sei! Va bene starò più attento. Ciao. A presto.
46
15. Il mio compagno di camera
È arrivata la sera. Sono stanco e mi stendo sul letto. Il mio compagno è
già addormentato. Cerco di non fare rumore. Mi lavo i denti e i piedi.
Le parti intime le laverò domani, tanto nessuno le vede e tantomeno le
usa.
Scivolo sotto le coperte. Mi piace dormire sul fianco. Ma mentre a casa
non ho nessuno di fianco, adesso vedo il mio compagno che dorme beato. I farmaci l’avranno stroncato. So che ne prende tanti. È lì disteso,
sembra morto, se non fosse per quel naso robusto che di notte si trasforma in una tromba infernale.
Ha la bocca rovinata dal fumo. Parla poco ma chissà quanti pensieri
ha nella sua mente. Chissà se anche lui ha una fantasia che lo aiuta a
sopportare la vita. Forse si è convinto che in cielo c’è un arcangelo particolare che lo protegge. Non lo vede ma lo sente. Anzi forse lo vede e si
parlano. Un arcangelo è rassicurante. Non è un semplice angelo. È uno
che ha fatto carriera in paradiso. È più vicino a Dio e quindi potrebbe
chiedergli consiglio. Certo non si può pensare che sia lui a consigliare
Dio. Non è come un consigliere del Re. Il paradiso è un regno tutto
particolare. Non ho le idee chiare sul paradiso ma, cercando di ricordare
quando ero chierichetto, mi immagino che sulla nuvola più alta di tutte
ci sia Dio padre onnipotente. Sotto di lui ci sono tre nuvolette che formano una mezzaluna. In quella centrale abita suo Figlio, alla sua destra
ecco sua Madre, e a sinistra un qualcosa che si chiama Spirito, che vedo
ben confuso nella sua casa-nuvola. Sotto di loro c’è la guardia speciale,
una specie di teste di cuoio, che sono appunto gli arcangeli e sotto ancora c’è l’esercito degli angeli. Infine, su una specie di prato verde, ci sono
tante statuine mobili. Forse si tratta dei santi che hanno vissuto una vita
irreprensibile sulla terra. E anche lì continuano a vivere allo steso modo.
Contenti loro!.
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Certo un arcangelo è molto ben preparato alla difesa, e quindi averne
uno al fianco è molto rassicurante. Ci si sente forti quasi come lui. Ma
mi chiedo se il mio vicino di letto avrà qualcun altro che lo protegge.
Non si sa mai. È sempre meglio avere due difensori. Nel caso uno fosse
distratto c’è l’altro pronto a intervenire. Forse la sua fantasia ha creato
anche due cigni che in quanto a difendere e ad attaccare sono formidabili. Li avrà al fianco durante la giornata. Si accucciano quando lui è
seduto e allargano le ali quando sentono odore di pericolo. Forse anche
adesso sono lì di fianco al suo letto e mi tengono d’occhio. Meglio stare
immobili e non destare sospetti.
Le palpebre nascondono gli occhi chiusi. Sono occhi grandi. Chissà se
sono così dalla nascita oppure si sono ingranditi per le paure provate.
Una volta ho visto gli occhi di una mucca che stava per essere inghiottita dal fango dopo un’alluvione. Erano occhi enormi. Sembrava che
urlassero aiuto alla gente attonita e impotente che le era attorno e la
guardavano con gli occhi pieni di pena. Ho visto poi che un elicottero
si era calato. Alcuni uomini l’hanno imbragata e lentamente l’hanno
sollevata, coperta di fango fino alla pancia. Era una cosa insolita vedere
una mucca volare nel cielo, lo sguardo impaurito, fisso verso la terra che
si allontanava... Tratta in salvo e adagiata a terra, ora sembrava quasi che
sorridesse, rassicurata dai suoi salvatori che le sono rimasti al fianco. Da
terra un applauso lungo e fragoroso ha accompagnato la mucca che si
allontanava verso la salvezza.
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Guardo la mano destra ben distesa sul lenzuolo. È una mano piccola ma
solida. Le dita sono corte. Una mano giusta per stringere i pugni mentre
il pensiero invoca il controllo degli impulsi. Quel pugno avrà certamente colpito un volto o una schiena. Chissà a quante provocazioni avrà
dovuto resistere.
Forse è un brianzolo che spesso si è sentito dire “lazarùn, va a laurà”.
Ma quale lavoro. Già il lavoro mentale quotidiano di pensare a come
evitare i pericoli, a come superarli o neutralizzarli, è una fatica sovrumana. Eppure tante persone non lo sanno o non ci credono. E poi con le
superdosi di farmaci che si devono quotidianamente ingurgitare, come
si fa a pensare di poter lavorare. Sembra che da decenni ogni giorno prenda una valanga di farmaci. Certo gli faranno bene per la malattia, ma al suo fisico? Non vorrei certo
essere nei suoi panni. Sono poche gocce tutti i giorni, ma in tanti anni
saranno l’equivalente di una damigiana. Avrà provato a ribellarsi. Sarà
finito in ospedale dove gli avranno raddoppiato la dose. Certo gli sarà
costato parecchio rassegnarsi alla dipendenza dai farmaci. Dipendenza
da tutto. Quando si è malati gravi si dipende da tutto e da tutti. Figuriamoci quando da una parte si ha bisogno di elevarsi al di sopra di questa
terra per avere una parvenza di libertà, e dall’altra dover fare i conti con
le leggi, le regole, i servizi sanitari, i familiari, la comunità... È uno scontro titanico fra bisogno di libertà onnipotente e necessità di dipendenza.
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Le estremità del dito indice e medio della mano sono incrostate di marrone scuro. È certo un gran fumatore. Sigarette e caffè saranno i suoi
rari piaceri della giornata. Eppure chissà quanti gli avranno parlato dei
danni del fumo. Sarebbe come dire ai soldati in trincea che il fumo fa
male. Hanno la morte davanti agli occhi... Le sigarette sono certamente
meno dannose della paura che attanaglia i loro pensieri. Domani gli
offrirò una delle mie sigarette e ce la fumeremo insieme.
Dal lenzuolo spunta fuori un piede. È segnato e calloso. Non si è lavato.
Si sarà dimenticato. Già, con tutti i pensieri che ha in testa come fa a
ricordare una cosa così banale. Chissà se gli operatori glielo fanno notare e lo invitano ad aver cura della sua igiene. Dai fatti sembra che gli
operatori, pur avendo l’ingrato compito di provvedere all’igiene, non
siano così pretenziosi. Meno male. Spero che siano così anche con me.
Quei piedi hanno uno strato di crosta mai visto. Chissà quanti chilometri percorre ogni giorno. Proprio ieri l’ho visto camminare avanti e
indietro per il corridoio con una sigaretta in bocca e lo sguardo fisso per
terra. Sembrava che avesse la gobba. L’ho anche visto camminare per il
paese. “Solo e pensoso...” come recita il sonetto di Petrarca. Camminare
lo allontana dai pericoli che si annidano nell’ozio e nella folla. Sembra
di essere più liberi. Si puo’ sperare di incontrare qualche novità terrena
che distolga i pensieri dalla fissità del bisogno di erigere difese celesti.
Quei piedi l’avranno portato in chiesa a chiedere qualche grazia alla
madonna. L’avranno portato in ospedale per interrompere il martellamento delle voci che gli imponevano di farla finita o di aggredire qualche persecutore troppo assillante. L’avranno portato su una panchina a
sentire l’aria fresca del parco, con la speranza che l’aria porti via qualche
pensiero di troppo. L’ho visto camminare curvo. La schiena sembrava
più grande di quanto non lo sia in realtà. Era come se camminasse in
montagna con uno zaino troppo pesante per lui. Se accettasse un mio
regalo gli regalerei un bel paio di scarpe comode e robuste. Che possa
camminare a lungo in terra e in cielo.
Che orecchio grande. Sembra che unisca il cervello e i sensi che abitano
sulla faccia: vista, gusto, odorato e in parte il tatto. Molta ipersensibilità
passa dall’orecchio. E anche dall’occhio. Forse per questo gli occhi sono
grandi. Questo orecchio adesso si sta riposando. Al mattino quando
apre gli occhi, le orecchie cominciano a lavorare. Sentono tante voci che
vengono dalla testa e tante voci che vengono dagli abitanti del mondo.
Mi chiedo se le voci del mondo sono più benevole o più malevole.
A una considerazione superficiale mi sembrano maggiori le voci malevole. Sono tante le persone che sparano pensieri e parole fuori luogo.
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Credono di capire. Credono di consigliare. Si impegnano a curare questa maledetta malattia ma i successi sono pochi. “Se prendi questi farmaci starai meglio”. Ma che ne sai tu dell’effetto dei farmaci sul mio
corpo e sulla mia mente? “Devi comportarti bene se vuoi vivere nella
società”. Ma la società mi fa paura, mi sento più sicuro se sto solo. “In
casa, come in comunità, bisogna rispettare le regole, così viviamo tutti
più tranquilli”. Un malato grave non ha bisogno di regole. Ha bisogno
di una vita apparente o di una morte apparente, che forse è lo stesso.
Sente il bisogno di liberarsi da qualsiasi vincolo per illudersi di vivere
ancora a un passo dalla morte o per prepararsi al gran passo. È come un
malato terminale. Che gliene frega delle regole. Che gliene frega degli
altri. Ha la sensazione che presto morirà e dovrà andarsene a mani vuote. Che gliene frega del futuro. Gli basta il presente e ogni istante è il
presente. Credo che l’orecchio del mio vicino abbia sentito tante delle
frasi che si dicono ai bambini, che bisogna crescere, adattarsi al mondo, prepararsi adeguatamente al futuro attraverso la scuola, il lavoro, la
vita sociale, ecc... Ma il mio vicino, mi pare, non pensa al futuro. Vive
il presente. Che gliene frega del lavoro, della società.
Non invidio gli operatori. È un compito difficile il loro. Fanno un lavoro che si basa principalmente sulla parola e sull’esempio. Hanno il
dovere di pensare al futuro di tutti gli ospiti. Ma se conoscessero e comprendessero fino in fondo quello che si agita nella mente di un malato
grave, aprendo bene gli occhi, spalancando bene le orecchie, e cercando
di immedesimarsi nella sofferenza, forse vedrebbero che il passato, presente e futuro sono mescolati e confusi insieme in quell’istante. Solo
da questo punto di partenza si può tentare di costruire un tempo, una
quotidianità, una vita personale, una vita sociale e un futuro anche per
chi ha la sensazione di essere prossimo alla fine.
Provo un sentimento di condivisione e di vicinanza al mio vicino di
letto. Provo anche dell’affetto. Ora la mia mente è stanca ma imbottita
di buoni pensieri. È giunto il momento di dormire. Mi infilo i tappini
nelle orecchie ma ho la sensazione di sentire tante cose. Non sento il
russamento, le mie orecchie stanno ascoltando tante voci dal mondo.
Le voci di persone che parlano con gli occhi, con i gesti e con l’anima.
- Paolo, ma quante cose hai notato da pochi particolari.
Ma come è possibile?
- Mi viene naturale osservare e ascoltare. Basta dare un calcio ai propri pensieri, e lasciare che le cose parlino spontaneamente alla tua
mente libera e accogliente.
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16. La rassegnazione
Passano tre mesi. Ormai mi sto abituando alla comunità, a tutti i suoi
vantaggi e svantaggi. Sono seduto nella veranda su una sedia di plastica
verde. Questo è il salotto preferito dagli ospiti. Lì si parla, si discute, si
ride, si piange.
Si siede Veronica. Una trentina di anni circa. Forse meno. Si accende
una sigaretta. Guarda un po’ in giro in silenzio. Poi attacca bottone:
- Perchè sei qui?
- Ho perso la famiglia e il lavoro... e poi sento delle voci che a volte
mi creano problemi.
- Ah... e com’era il lavoro?
- Mi trovavo bene. Era faticoso ma resistevo bene. Mi facevo gli
affari miei. Non ho mai litigato. Non sapevano che sentivo le
voci. Mica sono scemo a raccontare tutto. Neanche la mia ex
moglie lo sapeva. E adesso sono qui. Spero di poter riprendere
il lavoro quando finirà la cassa integrazione.
- Io non ho mai lavorato. Mi dicono che ho un disturbo di perso52
nalità border line e mi danno dei farmaci. Vivo con mia madre
e sono sempre incazzata con tutti. Non so perchè.
- E come fai a trovare i soldi per campare?
- Mi arrangio...
Penso ad alcune ipotesi, ma non ne trovo una ragionevole, e allora oso
chiederle:
- ... in che modo ti arrangi?
- Beh... me li faccio dare dagli uomini in cambio di favori.
Comincio a capire...
- E non ti è mai successo nulla di pericoloso?
- Qualche volta.
- E qualcosa di divertente?
- Sì sì, certo.
- Per esempio?
- Una volta, in comunità, è venuto uno nella mia camera. Stavamo facendo sesso quando abbiamo sentito i passi di un operatore. Subito lui si è ficcato sotto il letto. Quando l’operatrice è
entrata ha fiutato qualcosa e ha scoperto tutto quando quello
scemo sotto il letto ha cominciato a tossire. L’operatrice ha cominciato ad alzare la voce ricordando le regole, la moralità, ecc...
- Infatti ho letto una regola secondo la quale il sesso non è permesso
in comunità, ma fuori ognuno è libero di fare come crede.
- Figurati! Gli operatori non hanno idea dei giri di sesso che ci sono qui. C’è un mandrillone che scopa con tutte. Io lo faccio
solo per soldi sia qui che al parco, in macchina, a casa di qualcuno...
- Accidenti, non me ne sono mai accorto.
- Apri gli occhi, ragazzo. Pensa che una volta hanno accompagnato un’ospite da una prostituta. E adesso questo qui non ci va
più perchè non vuole più fare brutte figure. Me l’avesse detto... ci avrei pensato io. Invece l’ingenuo va a parlarne con gli
operatori...
- Mi sembra che tra gli ospiti e gli operatori si parli poco.
- Per forza, ogni cosa che chiedi o dici trovano sempre una regola
che ti castra. E allora vadano a quel paese. Io mi arrangio da
sola per tutto e cerco di fare quello che mi pare. Però ci sono
un paio di operatori con cui mi trovo bene. Non rompono
le scatole e sono anche simpatici. Con loro parlo del più e
del meno ma sto molto attenta a fare delle richieste: dicono
sempre che ne devono parlare in équipe. Tutto viene deciso in
équipe. Ma a me non va che tutti gli operatori sappiano le mie
cose. Ho bisogno di avere dei miei segreti. Mi sento più libera
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e mi sembra di avere qualcosa di mio e solo mio. Tenendomi
qualche segreto mi pare di avere più personalità. Altro che
disturbo di personalità. È vero che sono sempre incazzata con
tutti, però non ho mai fatto casino.
Qui gli operatori sembrano i custodi delle regole. Sono il loro
vangelo. Ma alla fine tra le regole e gli orari per prendere i
farmaci, il mangiare, i colloqui, e il resto... che palle!
Io voglio sentirmi libera di fare quello che mi pare e quando
mi pare. Ma qui non si può. Quasi quasi è meglio tornare a
casa. Mia madre mi lascia fare tutto. Mi hanno mandata qui
per vedere se riesco ad essere un po’ piu’ tranquilla e serena
adeguandomi a questa specie di piccola società. Mah... Queste
norme mica le trovi quando esci di qui. Mi sembra di essere
tornata a scuola quando mi dicevano che la matematica o la
geografia mi sarebbero servite nella vita. Che ne pensi?
- Non saprei. Te lo saprò dire fra qualche anno. A me la scuola ha
insegnato qualcosa. Chissà che anche questo periodo mi serva.
Ma adesso è presto per saperlo. Comunque anch’io sono qui
sia per ragioni economiche sia per vedere se riesco a frenare
l’impulso di predicare il vangelo alla gente che incontro. In
fondo siamo molto simili. Tutti e due abbiamo il bisogno di
fare quello che ci pare e quando ci pare.
Io sogno di predicare e tu di vivere libera e senza vincoli. Io
accetto di prendere dei farmaci e di parlare col medico, mentre tu accetti di procurarti i soldi per vivere facendo quello che
fai.
Il dottore dice che ho impulsi di onnipotenza. Ma forse tutti
abbiamo dei sogni che vorremmo realizzare con testardaggine
a costo di incasinarci.
- Ci dicono che siamo malati, ma non abbiamo gli impulsi 24 ore
su 24. Quando stiamo bene la nostra mente funziona. Non
siamo stupidi!
- Ah ah ah... Hai ragione. Sei simpatica.
Andiamo al bar a farci un aperitivo? Offro io.
- Va bene. Prendiamoci qualche altra cosa oltre alle solite sigarette
e caffè.
Dopo l’aperitivo ci salutiamo. Ho voglia di fare un giro per il paese. Un
po’ di pensieri mi frullano nella testa. E quello del sesso è il primo. In
questi mesi non ho sentito desideri sessuali, forse per la novità dell’ambiente comunitario. Ma adesso sarà bene che mi prepari. Non si sa mai.
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- Chiara, Chiara. Hai letto bene? Forse è meglio qui che a casa.
Mia moglie non aveva mai tempo per il sesso e ogni volta aveva
mille ragioni per rimandare. Qui invece... questa Veronica mi è
simpatica. Non è malaccio e magari... chissà...
- Caro Paolo, vedo che la comunità comincia ad avere dei vantaggi
per te. Ho l’impressione che ci trovi gusto. Che ti devo dire....
continua così, mi diverto anch’io.
- Beh, non sperare che ti racconti particolari eccitanti... quelli li
tengo per me.
- Stai tranquillo, assomiglio più a tua moglie che a Veronica.
- Oh povera te. Dai, diamoci da fare, io qui in comunità e tu a casa.
- Non ci penso proprio.
- Allora ciao.
- Ciao monellaccio!
Passeggio per il paese contento e soddisfatto. Ecco, la farmacia.
O meglio, la farmacista. Allungo il passo. Entro. Ero così concentrato
sulla farmacista che ho dimenticato di pensare a qualcosa da comperare.
Ma sì... una scatola di preservativi. Però acquistare soltanto quelli mi
imbarazza un po’. Prendo anche un lassativo, fa sempre bene. Davanti a
me ci sono due persone, bene, così ho il tempo di osservare la farmacista. Sta confezionando un pacchetto, si piega un po’ in avanti lasciando
scoprire la parte alta del seno. Scorgo il reggiseno, viola con un leggero
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pizzo bianco ai bordi. Che meraviglia! La mia fantasia vola... Ora tocca
a me. Aguzzo gli occhi per vedere più da vicino quello splendore di seno.
È uno spettacolo! Quando va alla cassa e mi dà lo scontrino mi lancia un
sorrisetto sornione. Sorride perchè ha notato il mio sguardo fisso sul suo
seno o per i preservativi che ha nascosto con discrezione sotto la scatola
del lassativo? Comunque sia, mi fa piacere. Esco dalla farmacia. Sono
troppo contento e non voglio ritornare subito in comunità col rischio
che qualcuno o qualcosa interrompa questa felicità.
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17. L’inginocchiatoio
Mi sembra di scorgere in lontananza dei gazebo. È un mercatino
dell’usato. Gli oggetti vecchi e già vissuti mi hanno sempre incuriosito.
Passo da un gazebo all’altro, e ad un tratto l’occhio rimane fulminato
da un inginocchiatoio. È il cielo che mi ha fatto arrivare lì. Lo guardo
attentamente. È bello, e anche pieghevole. Chiuso sembra uno sgabello.
E’ proprio quello che fa per me. Chiedo quanto costa. “Offerta libera”
mi dice la ragazza con un sorriso accattivante. Alzo gli occhi e vedo un
grande cartello che dice “Raccolta fondi per l’Associazione Il Ramoscello.” Oggi è un giorno da incorniciare. Le chiedo quanto potrei offrire
per l’inginocchiatoio.
- Il massimo che può - dice ancora sorridendo - i soldi vanno a
favore di un’associazione che si occupa di salute mentale.
Cavoli, allora devo proprio comprarlo.
- Trenta euro vanno bene?
- Vanno bene, però ritornerà altre volte a trovarci. Vero?
- Ah, certamente. Mi interessa la malattia mentale. Ci sono dentro fino al collo!
- Beh... allora la testa è salva - sorridiamo tutti e due.
Le auguro di uscirne al più presto. Anche se non mi sembra
che lei abbia l’aspetto di una persona che sta male.
- Oggi è un giorno particolare. Non so come mai, mi sta andando
tutto a meraviglia. Si vede che tutti i santi del paradiso stanno
tifando per me.
- Ecco il suo inginocchiatoio piegato in tre parti, così sembra un
semplice sgabello. Ci rivediamo, eh.
- Ok, a presto.
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- Chiara, hai visto che giornata meravigliosa? Meglio di così non si
può. La fortuna mi ha proprio baciato intensamente oggi.
- Sì. La fortuna è stata tua compagna, oggi. Adesso mandala da
me, ne avrei bisogno anch’io... Magari nelle vesti di un macho
provocante.
- Ok, parlo con S. Paolo e chissà che ti mandi uno stallone umano
simile al cavallo da cui è stato disarcionato, fulminato dalla luce
divina.
- Sai che anche in paradiso S. Paolo si muove a cavallo?
- Il solito privilegiato.
Cammino veloce verso la comunità. Non vedo l’ora di provare l’inginocchiatoio. Appena varco l’ingresso trovo un’operatrice che mi fa presente l’ora. È tardi e tutti hanno già cominciato a pranzare. Mi scuso.
Imbocco le scale per salire in camera e incontro la coordinatrice.
- Cos’è quello?
- È uno sgabello che si trasforma in inginocchiatoio.
- Ma l’équipe aveva deciso di non consentirle di usarlo.
Accidenti, l’euforia di aver trovato ciò che fa per me mi ha fatto scordare che non potevo usare l’inginocchiatoio. Tento una difesa, anche se
debole.
- Infatti è prima di tutto uno sgabello e solo secondariamente un
inginocchiatoio.
- Non si arrampichi sui vetri! Adesso vada pure a pranzo, dopo ne
parliamo.
Ecco, adesso la giornata fortunata volge al termine... Non scendo a pranzo. Non provo l’inginocchiatoio. Penso a come difendermi e a come
giustificare quella trasgressione. Sento bussare alla porta. È l’ora del rendiconto. Scendo le scale, l’operatrice mi precede. La vedo malvestita e
brutta. Con un culone a botte che mi fa dimenticare le meravigliose botticelle della farmacista. Entriamo nello studio. Comincia l’interrogatorio.
- Avevo molta fiducia in lei, invece oggi mi ha deluso. Non ha rispettato la decisione dell’équipe, e questo è grave.
Non avevo voglia di discutere. Ero troppo amareggiato.
- Mi dica lei cosa devo fare.
- Per ora nulla, comunque ne parlerò nella prossima riunione d’équipe.
- Va bene. Ma intanto posso usare l’inginocchiatoio?
- Assolutamente no! Prima dobbiamo parlarne noi operatori.
Usciamo dalla stanza, e mentre io vado a sedermi nella veranda, lei si
dirige subito nello studio grande degli operatori e racconta tutto. Li
sento parlottare fra loro ma distolgo subito l’attenzione. Mi sento triste.
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Suona il cellulare. Ma chi può essere. È il dottor Magnifico. Ci sentiamo
ogni 15 giorni circa per verificare il programma terapeutico (così chiamiamo il nostro piano strategico).
- Buongiorno. Come stai?
- Nel complesso direi bene. Il programma terapeutico va sostanzialmente bene. Proprio adesso ho però avuto una discussione
per un inginocchiatoio che avevo chiesto e che l’équipe non
mi ha accordato. Ho avuto l’occasione di comperarne uno a
buon prezzo dimenticandomi del divieto e adesso devono discutere in équipe per vedere il da farsi.
- Mi chiedo cosa c’entri un oggetto personale con la cura comunitaria.
- Me lo sono chiesto anch’io, ma qui è meglio far finta di essere
d’accordo. Sai, con alcuni operatori si riesce a dialogare, con
altri no. A volte non considerano che vi sono aspetti che esulano dalla loro competenza, e riguardano la sfera privata degli
ospiti.
- Adesso chiamo il medico e gliene parlo.
- E tu come stai, dottore? Come va il tuo lavoro?
- Va come sempre. Vorrei fare tante cose ma il personale è scarso.
Il Primario pensa solo a far quadrare il budget e a far rispettare
le decine di procedure. Hai ragione tu. Lasciamo scorrere il
tempo. Dicono che il tempo è medico.
- Ah, ah, ah... Vedo che alla fine siamo sulla stessa barca.
Io ho le regole sopra la testa e tu le procedure.
- Già, è vero. Sei acuto caro Paolo. Se fossi un mio collega faremmo grandi cose insieme.
A presto. Vedrai che risolveremo la questione dell’inginocchiatoio.
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18. Le regole
Una settimana dopo, inaspettatamente, Rosa mi dice che l’équipe ha
deciso di permettermi di tenere in camera l’inginocchiatoio.
- Sai, io ero d’accordo con te da subito, ma spesso sorgono contrasti tra chi imbocca rigidamente la strada della ragione e della responsabilità e chi invece sostiene una linea di maggiore
comprensione delle esigenze individuali, pur nel rispetto delle
esigenze del gruppo e della comunità. A volte prevale la ragione e altre volte la comprensione.
- Spesso la ragione ha il sopravvento, lo so. So di far rivoltare nella
tomba il buon vecchio Kant, filosofo di lusso e poco permaloso, ma mi permetto di stravolgere i titoli di due opere dicendo
che la “ragion pura” spesso ti conduce fuori strada, mentre la
“ragion pratica” ti salva in tante situazioni.
- Sai, ho sempre pensato che le regole sono necessarie, ma a volte
non riusciamo a rispettarle neanche noi operatori. Trovo imbarazzante pretendere il rispetto di norme che io stessa non
riesco a rispettare.
Queste benedette e maledette regole andrebbero aggiornate
ogni anno. Dovrebbero essere poche, chiare e gestibili. E poi,
ancor prima, andrebbe chiarito cosa è pubblico e cosa è privato. Cioè, nel contesto comunitario, ciò che è di tutti, e quindi
soggetto a regole, e ciò che è del singolo cittadino, e quindi da
lui scelto liberamente.
A volte ho l’impressione che la mentalità di chi lavora in comunità sia del tipo “Quello che è mio è mio, e quello che tuo
è nostro”, come se gli ospiti non avessero nulla di proprio.
Ho dei figli adolescenti, e mi accorgo di come sia diverso
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l’approccio educativo con bambini piccoli e con adolescenti. Quando i miei figli erano piccoli usavo un atteggiamento
molto direttivo, ora che sono adolescenti mi sembra più efficace usare un atteggiamento collaborativo.
Infatti ho capito che diventeranno adulti solo se sapranno
contestarmi, tradirmi, e sognare di diventare più bravi di me.
Entrambi questi approcci sono necessari. Ma quando l’uno e
quando l’altro: questo è il problema. Ma qui siamo ancora in
alto mare.
Scusami Paolo, ti ho espresso alcuni miei pensieri e non vorrei
averti caricato di altre preoccupazioni oltre a quelle che hai
già. Ora devo andare. Ciao. Buona giornata.
- Buona giornata a lei.
Una confidenza professionale così sincera e aperta con un ospite non
l’avrei mai immaginata.
Si vede che mi ritiene una persona in grado di capire e di riconoscere
che nella gestione della comunità ci sono anche dubbi, e non soltanto
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verità. Ci sono incoerenze e incomprensioni.
Nella discussione di gruppo ci sono inevitabilmente diverse visioni dello
stesso problema. C’è la visione medica, quella psicologica, quella sociale, quella educativa, quella infermieristica, quella amministrativa... Non
sempre si trova una strada comune da percorrere e quindi probabilmente talvolta prevale l’una, ora l’altra, ora l’altra ancora. Insomma, come
si dice in Brianza, “Cent có, cent crap”, e qualcuno un po’ fantasioso
aggiunge “Cent cü, dusent ciàp”.
La confidenza di Rosa mi ha lusingato, mi sento apprezzato.
Mentre sono immerso in queste considerazioni incontro Ludovica,
l’educatrice con i tacchi a spillo.
- Ho saputo dell’inginocchiatoio. Stavolta le è andata bene, grazie
al medico del suo Centro. Secondo me comunque non è giusto. Se tutti portassero un inginocchiatoio in camera... C’è la
chiesa qui vicino, perchè non va lì a pregare?
Ecco la prova che ci sono operatori inutili e dannosi. Valuto rapidamente se mi conviene risponderle o tacere. Decido di provare a porle una
questione idiota come la sua.
- Sa, se tutte le operatrici si vestissero in modo così vistoso e poco
decoroso come lei, vi scambierebbero per persone fuori di testa.
- Ma che dice, sono molto elegante e giovanile.
È offesissima, ma è talmente stupida che non coglie neppure la presa in
giro.
- Il suo abito starebbe molto bene indossato da una ragazza di 20
anni, bella, alta, magra, sportiva... Pregherò il Signore che perdoni questo suo atto di presunzione e che l’accolga ugualmente nel suo paradiso.
- Ecco, adesso ci capiamo. Lei è un paziente e io un’operatrice!
Lei si deve adeguare a noi, e non noi a lei.
- È vero. Ha ragione. Voi operatori avete sempre ragione.
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19. Il sermone
Sono sicuro che Ludovica andrà a confidarsi con le sue colleghe. Sento
il bisogno di fare qualcosa di eclatante per confermare il mio ruolo di
paziente.
Ecco, prendo una sedia e la porto sul marciapiede all’ingresso della comunità. Ci salgo sopra, allargo le braccia e guardo il cielo. Cerco di
immedesimarmi il più possibile con S. Paolo e con il Papa, ed esordisco
per la prima volta a predicare l’amore universale.
“Cari fratelli e sorelle, in questo tempo in cui prevale l’individualismo e
lo scetticismo, dobbiamo pregare Dio che ci illumini la mente e il cuore. Il materialismo sta corrodendo il mondo e la tentazione della carne
sta prevalendo sullo spirito. Convertitevi, fratelli e sorelle. Se tutti ci
dessimo la mano e facessimo un girotondo attorno al mondo...” (acc...
ma queste sono le strofe di una vecchia canzone che cantavo quando ero
giovane...). Cerco di continuare, ma ecco che Giorgio, un infermiere di
buon senso, mi prende per il bacino e mi accompagna a terra. Emilia,
da brava infermiera, toglie subito la sedia per non farmi fare brutta figura e per far tornare tutto alla normalità.
Mi ritrovo così davanti al medico che mi aumenta la dose della terapia
per qualche giorno, in attesa di vedere se il delirio salvifico diminuisce.
Poi tutto tace. In fondo un delirio fa meno paura di una aggressione
verbale o fisica. Fa meno paura anche della fastidiosa e insistente vicinanza fisica di Teodoro, un paziente che ha sempre qualcosa da ridire. È
un brontolone nato ed è sempre attaccato agli operatori per rivendicare
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quello che è giusto e quello che è ingiusto. Spesso gli operatori sono al
limite della sopportazione perchè Teodoro pretende tutte le attenzioni
per sè e perchè in certi momenti mette seriamente in crisi gli interlocutori con i suoi ragionamenti.
- Ciao Chiara. Ti è piaciuta la commedia? Hai visto che attore
sono diventato? Se non rientro al lavoro posso dedicarmi al teatro.
- Figurati... Mi sarebbe piaciuto vedere come rimediavi a quella gaffe della canzone di Endrigo. Comunque sì, sei stato divertente.
Complimenti.
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20. L’imprendibile
Una notte - tutti eravamo nelle nostre camere - il silenzio della comunità à stato rotto dalle urla di un ospite che gridava. Gli operatori arrivano
di corsa e trovano Mario appeso con la sciarpa al braccio della doccia.
Troppo tardi. Dopo trent’anni di sofferenza ha deciso di passare a miglior vita.
Dopo i primi momenti di confusione per l’arrivo dei carabinieri e del
medico legale, tutti ci domandiamo il motivo di questo gesto estremo.
Mi pare di capire che nessuno sappia darsi una spiegazione. Mario era
un signore di 50 anni circa. Solitario e taciturno. Non ricordo se qualcuno era mai riuscito a parlare con lui.
Dopo alcuni giorni incontro Rosa mentre arriva in turno e le chiedo
di poterle parlare. Mi chiede gentilmente di attendere 15 minuti per
le consegne, poi mi avrebbe raggiunto. Aspetto. Ora è libera e si siede
accanto a me. Le chiedo, se non è un problema per la privacy, qualcosa
della vicenda di Mario.
- Nessuno degli operatori è in grado di darsi una ragione. Era
un signore con cui era difficile parlare. Sempre isolato e immerso nei suoi pensieri. L’unico segno di vita era la sciarpa
della Roma che teneva sempre al collo... fino all’ultimo. Era
imprendibile. Spesso ci siamo domandati come entrare in relazione con lui, ma nonostante numerosi tentativi non ci siamo mai riusciti.
Io ho una mia ipotesi riguardo al suicidio. Mario aveva ac65
cettato di venire in comunità a condizione, dopo un anno, di
tornare a casa. Ma trascorso questo periodo, sia il suo Centro
sia noi gli avevamo consigliato di restare. Lui ha dovuto subire
questa decisione. Dopo alcuni mesi ha nuovamente chiesto di
ritornare a casa, ma ancora una volta gli era stato suggerito di
non lasciare la comunità.
Secondo me, quando Mario ha capito che probabilmente non
non avrebbe più rivisto la sua casa, ha deciso di scegliere il Paradiso, la casa di tutti quelli che hanno sofferto nella vita. Non
ha tollerato di essere stato preso in giro e neanche di essere stato così svalutato. Si è tolto la vita, e così ha dimostrato di aver
preso lui l’ultima decisione, personalissima e rispettosissima,
smentendo così chi si illudeva di avere potere su di lui.
Oddio, Paolo, ti ho parlato di cose tristi.
- Mi fa piacere parlare con te. Ti stimo molto come persona
e come professionista. Se sono invadente e non puoi soddisfare le mie curiosità ti prego di dirmelo, e apprezzerò la tua
schiettezza; sono un vostro paziente e so di non avere il diritto
di conoscere dettagli che riguardano la vita degli altri ospiti.
- Sei un paziente, d’accordo, ma siamo anche due persone intelligenti e meritiamo il reciproco rispetto. Diciamo che tu hai dei
problemi e io ne ho altri, come mi ha suggerito un ospite lo
scorso anno. Quindi siamo alla pari da questo punto di vista.
La differenza è che io ho il compito istituzionale di fare il possibile perchè tu stia bene, mentre tu hai il compito di decidere
se fidarti e affidarti alle nostre cure, senza rinunciare alla tua
capacità di pensare e di decidere.
Ad un convegno una volta ho sentito dire che le persone con
problemi molto gravi preferiscono non fidarsi di nessuno. Si
sentono più sicuri utilizzando una specie di autocura e chiedendo al medico di avere una funzione di supervisione.
Ora però ti devo salutare. Ci risentiamo presto. Ciao.
Accidenti, questa Rosa mi ha lasciato basito un’altra volta. Ha un rispetto incredibile degli ospiti e sa comunicare con semplicità e chiarezza.
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21. L’atteggiamento accogliente
Vado in camera a stendermi un po’ sul letto. Riccardo sta guardando
fuori dalla finestra.
- Ciao.
- Come va?
- Bene.
- Quando pensi di andare via?
- Non lo so.
- Il tuo medico cosa dice?
- Non lo so.
- E gli operatori qui cosa dicono?
- Non lo so.
Che chiacchierata faticosa... Mi stendo sul letto e sto quasi per appisolarmi quando Riccardo imprevedibilmente mi dice:
- Non so nulla di quello che sarà il mio futuro. Nessuno mi chiede niente e io non chiedo niente. Non sento il mio medico del
Centro da sei mesi e quando ci incontriamo mi chiede se qui
mangio bene e se mi annoio. Credo che voglia che io resti qui
per tutta la vita. Anche i miei familiari lo vogliono. E anche
gli operatori. In fondo non creo problemi. Faccio tutto quello
che mi chiedono. Non rompo le scatole. Sono un paziente
modello. Ubbidiente e taciturno.
- Mi dispiace.
- Ho studiato. Ho lavorato. Poi mi sono ammalato. Sono stato curato da almeno dieci psichiatri diversi ma non sono guarito.
Adesso mi sento rassegnato e parcheggiato qui. Forse è meglio
così.
Non ho futuro. Vivo giorno per giorno e basta. Cerco di non
pensare a nulla.
- Peccato.
- Che ci vuoi fare. Da alcuni anni ho perso la voglia di vivere, di
divertirmi... Delle voci insistono a dirmi che sono uno scemo,
un asino, un fallito. Mi invitano a prendere a botte mia madre
che mi ha fatto nascere.
A volte sento il Papa bestemmiare...
Questa è bella. Meno male che non sa cosa dicono le voci che ho inventato per me.
- A volte vedo anche una dottoressa nuda.
- Beato te.
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Potessi io anche solo sognare la farmacista nuda. Meno male che la fantasia non mi manca.
- Ormai anche il sesso non mi dice più nulla. So che c’è la Veronica sempre in forma, ma i farmaci mi hanno distrutto. In
fondo qui non sto male. Gli operatori mi lasciano in pace. Il
medico è come tanti altri, è bravino e non fa troppi danni. La
coordinatrice è un po’ fissata col super controllo, ma forse è il
suo mestiere.
Ogni tanto passa di qui il presidente della cooperativa. È un
bravo ragazzo, ma non conta niente. Una volta ho provato
a parlargli e lui mi ha ascoltato con attenzione, ma alla fine
mi ha detto che dovevo rivolgermi alla coordinatrice. Qui comanda l’équipe, altro che il presidente....
Scusami, forse ti ho fatto perdere tempo.
- No no, sei stato gentile. In fondo sono solo due chiacchiere.
Ho notato che Riccardo risponde a monosillabi quando gli si chiede
qualcosa. Invece racconta volentieri quando non è incalzato dalle domande. Vai a capire questi pazienti. Comunque mi pare che la sappia
lunga sulla vita di comunità. È senz’altro un acuto osservatore. E anche
un bel chiacchierone se lo si prende per il verso giusto.
- Ehi Chiara, che mi dici?
Sono contento che Riccardo si sia confidato con me. In fondo è
una persona intelligente che si nasconde dietro al silenzio.
- Condivido. Ma, caro Paolo, se vai avanti così non ti riconosco più.
Passi dalla passione per la farmacista formosa a quella di psicologo.
- Forse il vero Paolo è proprio questo. Mediterò. Ciao.
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22. La dimissione
Ormai sono passati otto mesi. Ho tenuto aggiornato regolarmente il
mio dottore e l’assistente sociale del Centro. Ho parlato qualche volta
con mia moglie e mia figlia, non sembravano tanto dispiaciute di come
e dove stavo. Nessuno si è accorto dell’inganno. Adesso mi sto abituando alla vita di comunità. Vedo tanti limiti, ma anche tanti vantaggi.
Non posso dire di trovarmi male.
Sto riflettendo tranquillamente su queste cose quando la coordinatrice
mi chiama. Mia moglie ha inviato qui una busta con dentro una busta
più piccola. La apro. La mia ditta mi convoca per il rientro in azienda.
La cassa integrazione è finita e il lavoro ricomincia.
Finalmente!! È finita la sfiga!
Informo la coordinatrice della bella notizia e telefono subito al dottor
Magnifico. Viene fissata la data della mia dimissione: 9 febbraio. Manca
una settimana. Informo tutti gli ospiti e tutti gli operatori. Mi sento
euforico e non sto nella pelle. Chiedo di andare al Centro per parlare col
mio dottore e con l’assistente sociale. Due giorni dopo sono davanti ai
miei due ‘protettori’. Li ringrazio calorosamente e ci complimentiamo a
vicenda dell’ottima conclusione della mia vicenda. In fondo mi hanno
salvato la vita.
Prima delle dimissioni, il dottor Magnifico mi invita di nuovo nel suo
studio e qui il tono cambia. Stranamente mi sento come vuoto. Il mio
dottore e’ un po’ triste, e anch’io sento una certa inquietudine. Siamo
seduti su due poltrone, uno davanti all’altro. Mi viene spontaneo esprimere quello che ho nella mente.
- Sai, Ettore, ho la sensazione che mi mancherà qualcosa. Avevamo l’obiettivo di imbrogliare il sistema psichiatrico. Adesso
invece sento gratitudine per il gruppo di operatori e di ospiti
con i quali ho vissuto in questo periodo.
Ho conosciuto la sofferenza vera. Ho conosciuto la difficoltà
enorme di essere d’aiuto. Alcuni operatori sono persone eccezionali e non li dimenticherò mai. Altri, sono un po’ strani e
maldestri, ma non riesco a pensarne male.
Mi sento più ricco. Questo periodo mi ha salvato dalla rovina
totale; aver conosciuto te e l’assistente sociale ha rivitalizzato
una situazione che poteva cadere rovinosamente. Devo ringraziarvi tutti: il personale del Centro e della Comunità. Mi
sento commosso da questo passaggio inaspettato: dalla sfida
alla gratitudine...
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- Caro Paolo ci siamo letti nel pensiero. Alla notizia della tua reintegrazione nell’azienda ho provato un vuoto nell’anima.
Come se tutto cadesse nel nulla. Ho pensato a quanto siamo
stati stupidi nel programmare quella sfida illusoria. Sembra
che questo folle progetto ci abbia fatto diventare più sani.
L’aver vissuto da vicino questa tensione di sfida onnipotente
ha spazzato via la rabbia che sentivo dentro. Ora mi sento
uno psichiatra come tanti altri, con tutti i dubbi, le difficoltà
e qualche soddisfazione. Però sento una grande pace dentro
di me. Forse ora mi sento finalmente in pace con me stesso e
con il mondo, come il condottiero che torna sconfitto dalla
battaglia, ma ritrova gli affetti e la pace nella sua terra. Come
dire: trova la pace grazie alla guerra.
Ci alziamo lentamente dalle poltrone. Ci abbracciamo commossi e ci
ripromettiamo di rivederci come buoni amici.
Mentre sono sull’autobus che mi riporta alla comunità per gli ultimissimi giorni, penso alla mia lettrice.
- Cara Chiara. Hai visto che storia imprevedibile? Non riesco a capire come e perchè sia avvenuto questo ribaltamento di aspettative. Ma è successo. Vale anche per Ettore. Che ne pensi?
- Penso che hai avuto un culo da gigante. Hai avuto coraggio, hai
combattuto, hai vissuto esperienze che prima non conoscevi, e
adesso ti ritrovi più sano di prima. Ringrazia gli operatori e gli
ospiti che hai conosciuto. Sono loro, le persone malate che hanno
guarito te che sembravi sano. Vai a capire la vita. Ma adesso rimane una sola cosa da fare: non diciamolo a nessuno.
- Accidenti è vero - rispondo sorridendo e sussurrando - grazie Chiara, hai ragione, non diciamolo a nessuno.
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Il presidente è impazzito
Il punto di vista dei curanti
71
INDICE
1. I primi mesi di Piero:
Prima riunione
Seconda riunione
Terza riunione
pag. 076
pag. 079
pag. 085
2. Dopo due anni di Gloria:
1
1
le due facce della medaglia
l’impotenza e lo sfinimento
Prima riunione
Seconda riunione
Terza riunione
pag. 090
pag. 093
pag. 096
3. La primavera di Fabio:
un rompiballe professionista
Ultima riunione alla comunità
“Mamma gatta”
pag. 099
Ultima riunione alla comunità
“Locanda del pellegrino”
pag. 101
Quinta riunione nell’appartamento
“L’orso bruno”
pag. 104
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Il presidente della cooperativa sociale “Le tre barche” è impazzito.
E’ convinto che gli operatori delle tre comunità psichiatriche che presiede sparlino di lui e vogliano impadronirsi della cooperativa; che ci siano
alcuni soci che istigano gli altri a sovvertire le parti. Vogliono governare
una organizzazione così complessa e difficile senza avere le competenze
necessarie. Illusi e incompetenti!
Non si può restare inerti di fronte a questo pericolo. Bisogna agire subito e bene. Bisogna salvare le barche intanto che si è ancora in tempo,
stroncando sul nascere questa ribellione.
Sa che gli operatori si incontrano per organizzare una strategia, e impadronirsi della direzione della cooperativa. È un vero e proprio ammutinamento. Il presidente teme questo gruppo di “marinai” che trama alle
sue spalle. Sente che la sfida è difficile. Deve escogitare presto un piano
per scoprire cosa stanno complottando, per poi annientarli.
Una notte gli balena un’idea: collocare furtivamente una cimice sotto il
tavolo della sala riunioni per registrare le trame ordite dai traditori.
È il primo passo per incastrare i leader e i loro sostenitori. Ma sì, è una
buona idea. Il presidente si sente più sollevato e non vede l’ora di mettere in atto il suo contro piano. Si fa consigliare da un investigatore e
compera una cimice adatta.
Una domenica sera si reca nella comunità più sospetta e si siede al tavolo
delle riunioni. Scherza con gli operatori presenti e parla di vacanze. Ad
un tratto sente la voce potente, ma virtuale, dell’investigatore che gli
indica di posizionare la cimice nell’angolo del tavolo, dove la gamba si
fissa al piano. In quella posizione può facilmente prenderla e rimetterla
in qualunque momento, senza destare sospetti.
Gli sembra di vedere l’investigatore con un impermeabile nero, il bavero alzato, un cappello e gli occhialoni scuri, un sigaro in bocca. Proprio
come nei film polizieschi. Pensava di poter agire da solo e invece si
impone, suo malgrado, la consulenza virtuale dell’esperto investigatore.
Gli sembra di avere nell’orecchio una microradio che lo guida.
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Così fa cadere dalla tasca il cellulare che va a finire ovviamente sotto il
tavolo. Lo raccoglie con abile mossa e intanto incastra la cimice nell’angolo del tavolo, dove gli ha suggerito la voce. Poi, con una scusa saluta
tutti ed esce di fretta. Il primo passo è fatto. Sembra soddisfatta anche la
voce. Pare addirittura che sorrida. Tutti i giovedì mattina dalle 9 alle 11
l’équipe si riunisce. Il presidente manifesta un po’ di ansia, ma la voce
dell’investigatore lo rassicura. “Tranquillo, vedrai che presto i traditori si
scopriranno. Dal momento che gli operatori non possono vedermi nè sentirmi perchè sono una voce solo per te, andrò io alla riunione, e poi ti riferirò
tutto. La cimice avrà lo scopo di riportare la verità con la certezza della
registrazione, così saremo entrambi sicuri di quanto viene detto”. Sente che
tutto filerà secondo i piani.
Alle 9, tutti puntuali. Il medico, la psicologa coordinatrice, due infermieri, due educatori, un assistente sociale e un’ausiliaria socio-assistenziale. La coordinatrice ha il compito di condurre la riunione. In tutto
sono 8 persone.
74
I primi mesi di Piero:
le due facce della medaglia
(Legenda: D = dottore (uomo); C = coordinatrice (donna); Ia = infermiera;
Ie = infermiere; Ed = educatrice e Eu = educatore;
S = assistente sociale (uomo); A = ausiliaria)
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Prima riunione
C - Oggi ci aspetta una nuova sfida. È arrivato il signor Piero
Cassani. È qui da una settimana e dobbiamo impostare
un programma terapeutico provvisorio, in attesa di capire
meglio le sue esigenze di vita e di cura. È la prima volta che
viene ospitato in una comunità, e quindi non sarà facile né
per lui, né per noi.
Dottore, dall’alto della sua responsabilità, vuole cominciare lei?
D - Volentieri. Ma le faccio notare che anche lei ha la responsabilità organizzativa all’interno della comunità, come una
capo sala in ospedale.
Dopo la presentazione che il Direttore Sanitario ci ha fatto
nel mese scorso, ho parlato due volte col signor Cassani.
Mi ha detto di essere stato ricoverato nella nostra Comunità non per sua volontà, ma per decisione del suo Cps
(Centro psico-sociale) che si è accordato con i suoi familiari. E quindi non sa cosa pensare e tantomeno cosa fare.
Sa soltanto che dovrà restare qui per un anno, per vedere
se la sua salute potrà trarne giovamento. Ma lui non ha
nessuna fiducia di migliorare.
Mi ha anche confidato che si annoia molto e che è senza
soldi. Dei farmaci non ha molta fiducia, ma comunque
assume quello che gli viene prescritto.
Ed -Ho notato che è un tipo taciturno, parla poco con gli altri. È
spesso seduto in veranda a fumare. Una volta gli ho acceso
la sigaretta e gli ho chiesto come va. Mi ha risposto con
brevi parole, come per chiudere subito il dialogo.
Eu -A me invece ha parlato di casa sua dicendo che i suoi genitori
sono prossimi alla pensione. E dopo le cose cambieranno.
Quando tornerà a casa staranno bene tutti insieme. E qui
gatta ci cova...
Ie - Io ho il sospetto che a volte nasconda i farmaci sotto la lingua
e poi li sputi. Però non ne sono sicuro. Lui e’ più svelto di
un gatto e io più lento di una lumaca. È una sfida impari:
lui è un vero professionista.
Ia - Io non mi sono accorta di niente. Una volta gli ho chiesto da
quanto tempo prende questi farmaci. Mi ha risposto: “Da
quando mia mamma mi ha portato dal medico la prima
volta”. Un giorno gli ho chiesto la sua età. “Trentacinque
76
anni - mi ha risposto - ma non sono sicuro”. Dottore, qui
ci dovrà dare qualche interpretazione.
C - Il giorno dopo il suo ingresso in Comunità mi ha chiesto di
poter uscire per andare a comperare le sigarette. Gli ho
risposto che poteva andare quando voleva, che e’ sufficiente avvertire un operatore specificando dove, e per quanto
tempo si sarebbe trattenuto. Gli ho precisato che questo
è necessario per motivi di responsabilità della Comunità.
E adesso come procediamo? Mi pare che lo conosciamo
troppo poco per fare un programma terapeutico. Secondo
voi cosa possiamo approfondire?
D - Beh, io telefonerei al medico del suo Cps per capire meglio se
questa terapia farmacologica ha avuto buon esito in passato. Penso sia opportuno capire anche come sia giunto
all’idea della comunità, e se ha qualche consiglio da darci sul tipo di approccio relazionale da utilizzare col signor
Cassani, che cosa in passato l’ha messo sulla difensiva.
Ma forse è meglio parlare a quattr’occhi col medico del
Cps nella sua sede. La prima volta è meglio una bella chiacchierata, così ci conosciamo meglio. Che ne dite?
Infine sarebbe utile che l’illustre l’assistente sociale, qui
presente, parlasse col signor Cassani per vedere con lui
come occupare il tempo durante la giornata, e capire la
questione dei soldi.
S - Qui di illustri ci sono soltanto gli ospiti. Loro sì che sono degli
esperti della loro malattia. Noi siamo soltanto degli operatori con tanti limiti, e spesso siamo anche ciechi, sordi
e muti, di fronte ai loro problemi. Comunque domani gli
chiedo se gradisce parlare con me di queste questioni.
A - Io cercherò di essere attenta a come gestisce le sue cose. Credo
che sia utile verificare il suo grado di autonomia nella cura
di sè. Ma se poi tornerà a casa avrà la madre, pure in pensione, che gli farà da serva. E quindi non so quanto sia utile
stimolarlo all’autonomia. Ci penseremo meglio in seguito.
Ia - Io proverò a chiedergli qualcosa del suo passato, soprattutto riguardo ai farmaci. E poi mi ha incuriosito che non sia sicuro della sua età. Magari torno sull’argomento.
C - Credo che ci possano dare molti consigli su come metterci in
relazione con il loro figlio. Sappiamo che ha avuto due trattamenti sanitari obbligatori, ma non sappiamo bene cosa
sia successo prima, e come abbia reagito dopo.
Bene. Allora io scrivo gli impegni che ci siamo presi e ne
77
riparliamo fra tre settimane.
Dottore, lei che ha la responsabilità finale del programma
terapeutico, è d’accordo?
D - Sì, d’accordo. C’è qualcuno che vuole venire con me a parlare
col medico del suo Cps?
S - Forse è meglio che venga io. Essendo la sua prima esperienza
di comunità è importante riproporre il suo modo personale di gestire il tempo libero, i soldi, ecc. Invece gli educatori
e gli infermieri avranno la possibilità di scambiare, insieme alla coordinatrice, molte informazioni con i genitori
riguardo alla vita quotidiana e alla gestione dei farmaci.
C - Ok. Adesso al lavoro. Ci aspetta una giornata faticosa perchè
ci sono due ospiti che non stanno bene e potrebbero mettersi in qualche pasticcio.
Come un boato, al presidente arriva subito la voce dell’investigatore. “Ho
sentito che gli operatori intendono allargare le forze anche alle famiglie degli
ospiti e ad altri servizi di cura. Caro presidente, stai attento! Il numero di
coloro che complottano si fa più consistente.
Dovresti mettere una cimice anche nei Cps e nelle case delle famiglie degli
ospiti...”
Dopo essersi protetto un orecchio con una mano per la potente onda sonora,
con l’altra mano il presidente si accarezza il mento e si fa pensieroso. Alla
fine risponde. “Aspettiamo. Vediamo di capire meglio le loro intenzioni.
Dobbiamo conoscere la loro potenza d’urto. Intanto penserò a qualcosa che
li possa mettere in competizione fra di loro. Qualcosa che li divida, secondo
il famoso detto latino “Divide et impera”.
78
Seconda riunione
C - Allora, cosa emerge dalle informazioni raccolte dalla sua anamnesi passata? E poi facciamo la catamnesi del signor
Piero dal momento del suo ingresso in comunità fino a
questi ultimi giorni. Per la nuova infermiera, preciso che
la catamnesi è la raccolta di informazioni che riguardano
solo un periodo della sua vita, come ad esempio dal primo
giorno di presa in cura al Cps fino all’ingresso in comunità.
Oppure dall’ingresso in comunità ad oggi.
D - La vedo bene informata, gentile coordinatrice. Si vede che è
preparata...
Allora, io ho raccolto queste informazioni. Il medico del
Cps mi ha riferito che il signor Cassani è stato ricoverato
due volte con trattamento sanitario obbligatorio. La prima
volta perchè ha percosso la madre, dimenticandosi che la
mamma è sacra, perchè aveva espresso perplessità sulla sua
decisione di fare un viaggio in Germania. La seconda volta
perchè entrambi i genitori si sono rifiutati di acquistare
l’organo che il figlio pretendeva di suonare con l’aiuto di
un grande maestro. Ovviamente non intendevano buttare
dalla finestra i soldi necessari. E ci è mancato poco che il
signor Cassani buttasse dalla finestra i genitori.
Il medico del Cps ritiene fondato il nostro sospetto che
butti via i farmaci che gli sono stati prescritti. Il nostro paziente non ha ancora accettato la sua malattia e quindi secondo lui i farmaci sono inutili e dannosi. Il che è vero, ma
sono il male minore. Chissà cosa si prova a prendere questi
farmaci. Mi fa paura soltanto il pensiero di vedermeli davanti al naso. Se fossero prescritti a me, mi ribellerei, esattamente come fa lui. E farei il possibile per imbrogliare gli
infermieri...
Per gli operatori del Cps la comunità ha un significato diagnostico e prognostico: serve cioè per capire se è possibile
pensare a un tipo di contesto alternativo alla famiglia. Verificare se e quanto è in grado di accettare una autonomia
nella cura di sè e nella gestione di una casa diversa da quella dei genitori.
Riguardo al modo di impostare una buona relazione con
lui, il medico del Cps suggerisce di non prenderlo di petto.
Un accoglimento morbido delle sue richieste lo ben dispo79
ne ad accettare una mediazione.
E questo vale anche per voi nei miei confronti.
C - D’accordo dottore. La accoglieremo tutti i giorni con una
fetta di torta e un caffè. Va bene?
Mi pare che abbiamo un bel lavoro da fare. L’educatrice,
l’infermiera ed io abbiamo parlato con i suoi genitori due
giorni fa, ed è emerso che il figlio è sempre immerso nei
suoi pensieri e ogni tanto, come se si svegliasse, fa richieste
impossibili. Come ad esempio l’acquisto di un organo, o
andare da solo in Germania, volersi stabilire nel Tibet...
Con i farmaci ha un pessimo rapporto. Ci hanno confidato
che qualche volta, disperati, gli hanno sciolto le pastiglie
nel cibo. Ma non intendono più ricorrere a questi sotterfugi. Temono di essere scoperti e non vogliono rischiare di
essere vissuti come genitori “cattivi”. Già il figlio li considera traditori per aver chiamato l’ambulanza che l’ha portato in ospedale.
A - In effetti, riguardo alla cura di sè, lascia molto a desiderare.
Si veste in modo decoroso, ma non si lava mai. Non ha il
senso dell’ordine e del tempo. Chiede di mangiare in momenti insoliti e non sa aspettare l’ora di pranzo o di cena.
È uno spirito un po’ troppo libero. Non sarà facile per lui
accettare le briglie che la vita inevitabilmente lo costringerà
a indossare.
Ed -Ho parlato due volte con lui. O meglio, diciamo che abbiamo scambiato due parole mentre fumavamo una sigaretta.
Mi sembra che tenda a mostrare che tutto va bene. Sia qui
che a casa, per lui non ci sono problemi. Deve solo aspettare che i suoi genitori vadano in pensione. Mi disarma
ogni volta che gli pongo una domanda. Risponde a monosillabi... Non so più che dirgli. Figuriamoci cosa possiamo
fare...
Ie - Se non ci fosse l’occasione delle sigarette, non so quanto
saremmo disponibili a fare due chiacchiere con lui. Le sigarette sono un veicolo perfetto per intavolare discorsi più o
meno importanti. Mi sembra che i farmaci li assuma. Forse
fa il “bravo bambino”. Almeno per ora.
A tavola mangia in cinque minuti e poi sparisce. Sembra
che gli altri lo mettano a disagio. È tendenzialmente un solitario. Anch’io sono imbarazzato a parlare con lui. Sembra
imprendibile. Non riesco a pensare qualcosa da chiedergli.
Già è tanto se riesco a stargli accanto per pochi secondi.
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C - Ragazzi, qui il lavoro è sottile. Mi pare evidente che è difficile comunicare con lui. Nega qualsiasi difficoltà. Non ha
una giusta percezione della sua malattia...
Eu -Spero di cavarmela nel caso mi ponesse una richiesta impossibile.
Cari colleghi, state pronti perchè avrò bisogno del vostro
aiuto e sostegno.
D - Eh sì. Dobbiamo mettere a fuoco un tipo di approccio terapeutico non troppo intrusivo. Altrimenti si allontanerà
da noi ancora di più. Possiamo provare a fare come con i
gatti. Non so quanto sia una tecnica che vale per gli umani... se andiamo verso di loro, si allontanano, se invece
stiamo fermi, e magari ci accovacciamo per terra, forse si
avvicinano. E se si avvicinano, gli porgiamo una mano da
annusare, senza alzarla per accarezzare la fronte. La sentirebbero come una minaccia.
Confesso che anch’io mi sento in difficoltà ma queste sono
situazioni oggettivamente difficili da affrontare. Se riusciremo a stabilire una relazione con lui rispettando la distanza di sicurezza che lui ci propone, forse potremo aiutarlo.
Altrimenti sarebbe un’occasione persa, per lui e per noi.
Io proporrei due cose: la prima, tenere un atteggiamento
di vicinanza e di attesa aspettando che sia lui a fare il primo passo. La seconda, se dovesse farci qualche richiesta
impossibile ricordiamoci di porci come intermediari fra le
sue esigenze specifiche e le nostre esigenze organizzative e
sociali. Il risultato di questa mediazione sarà certamente
qualcosa di strano e di inconsueto, ma è l’unica possibilità
di mantenere una relazione con lui, che col tempo potrebbe diventare terapeutica.
Per adesso dobbiamo avere l’obiettivo di instaurare una relazione pacata, che non generi timore, che non lo faccia allontanare. E questo deve essere un atteggiamento costante,
non una trappola nella quale, una volta caduto, riteniamo
di averlo in pugno. Le persone malate hanno una sensibilità straordinaria nel distinguere gli atteggiamenti sinceri da
quelli falsi.
C - Direi che il dottore ha indicato la strada da percorrere. Ci
aggiorniamo fra un mese. Buon lavoro.
S - Scusate. Come al solito vi siete dimenticati di me. Io ho
potuto fare una bella chiacchierata col signor Cassani riguardo al tempo libero e ai soldi. Ma ora vedo che non c’è
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tempo. Vi dico solo che ho scritto in sintesi il colloquio e
lo metto nella cartella clinica, così chi vuole può andarlo a
leggere. Direi, comunque, che le tematiche sono quelle già
emerse dai vostri interventi.
C - Scusaci tu. Ci dispiace non sentire la tua parte. Promettiamo che la prossima volta sarai tu a ad introdurre la discussione. D’accordo?
S - Per niente! La prossima volta non solo voglio parlare per
primo, ma esigo due fette di torta appena sfornata che
qualche brava educatrice qui presente ci porterà per sollevare il nostro umore e cominciare la giornata lavorativa
con spirito di collaborazione...!
Un coro di sì fa tornare il sorriso al gruppo, e tutti lasciano la
sala. La coordinatrice però si trattiene per leggere il colloquio
che l’assistente sociale ha trascritto. Si apparta in un angolo e
legge con interesse. Ecco il testo.
- Buongiorno signor Cassani. La ringrazio di aver accettato il mio
invito. Non ho nulla da chiederle o da proporle. Semplicemente volevo informarla dei miei compiti all’interno della cooperativa, nel caso in futuro fosse interessato.
- Mi dica.
- In sostanza mi occupo dei diritti previdenziali, assistenziali e
sanitari delle persone qui ospitate. Mi occupo anche delle iniziative condotte da consulenti, come le attività artistiche, musicali; le attività di movimento, come la ginnastica, il nuoto;
e poi altre iniziative come il laboratorio di fotografia creativa.
Infine, in collaborazione con altre persone, mi occupo di attività che prevedono un compenso. Non si tratta di un lavoro
vero e proprio, ma occasioni per svolgere qualcosa di utile per
gli altri e per la cooperativa. Come ad esempio bagnare il giardino, collaborare alla manutenzione della comunità, al lavoro
nella lavanderia, ecc. In fondo si tratta di guadagnare qualche
soldo per le sigarette o il caffè.
- Sì, ma io non ho bisogno di nulla. Ho già tutto quello che mi
serve.
- Si vede che ha una buona sicurezza alle spalle. Meglio così.
- Sì sì.
- La giornata le passa in fretta? O si annoia?
- La giornata la passo bene. Non mi annoio.
- Complimenti. Ha delle buone risorse personali.
- Sì.
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- Bene. Mi fa piacere che non abbia bisogno di nulla. Prima di
salutarci le vorrei presentare le altre persone che sono in ufficio. Che ne dice?
- Va bene.
- Allora. Lei è Liana e si occupa dell’aspetto economico della
cooperativa. È una mamma buona e generosa. Ecco Marinella, si
occupa di organizzare e rimproverare gli operatori quando
combinano qualche marachella. Maria Antonietta invece si
occupa della Qualità Aziendale e sgrida tutti perchè c’è sempre qualcosa che non va. Infine Cristina, collabora col Direttore Sanitario per valutare e facilitare l’ingresso degli ospiti
nelle comunità.
- Sì, la signora la conosco. Ci siamo visti prima di venire qui.
- È vero - dice Cristina - Come sta?
- Bene.
- Guardi, stavo andando a prendere un caffè alla macchinetta.
Posso offrirle un caffè?
- Mah... veramente... ma sì un caffè, però decaffeinato.
- Va bene. Ne abbiamo di diversi tipi. Scelga quello che preferisce.
Qualche minuto di silenzio mentre si inseriscono le monete e si sentono
i primi fischi dei caffè pronti. E poi inaspettatamente il signor Cassani
si rivolge all’assistente sociale.
- Ma quanti soldi date a chi fa quei lavoretti di cui prima mi ha
parlato?
- Tre euro all’ora. È una miseria, lo sappiamo, ma è una specie di
ringraziamento per l’aiuto che viene fornito alla comunità.
- Ah, e quali altri lavori si possono fare?
- Guardi ho appena aggiornato l’elenco dei lavoretti. Adesso le dò
una copia così se la guarda con comodo.
- Bene. Comunque non sono interessato. Eventualmente io potrei
fare il consulente per migliorare l’organizzazione del lavoro.
Ma ovviamente dovrei essere pagato adeguatamente. Non al
di sotto di 3.000 euro al mese.
- Ha una bella competenza! Complimenti - dice Cristina - Dovrebbe
darci una consulenza per l’ufficio. Siamo molto disorganizzati
e confusionari.
- Sì, ma adesso sono fuori forma. Non esercito da troppi anni. Ho
dimenticato molte cose e non mi sento in grado di dare consulenze.
- Come dire “impara l’arte e mettila da parte”... Le rimane la competenza senza esercitarla.
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- Ecco sì. Ho tante competenze molto elevate ma non posso metterle a frutto. Ci sono persone che me lo impediscono. Sono
loro prigioniero. Mi costringono a fare quello che dicono. Si
vendicano prendendomi in giro e dicendomi che sono un
buono a nulla. Anche per questo a volte litigo con mia madre
che mi impedisce di fare quello che queste persone mi impongono. Per esempio mi dicono di diventare un grande organista
e mia madre non mi compera l’organo. Però alla fine mia madre è buona. Le voglio molto bene.
Stiamo in silenzio per un momento. Nessuno di noi si sente di aggiungere qualcosa all’apertura emotiva del signor Cassani.
- Scusate. Ora devo andare. Grazie per le informazioni.
- Arrivederci signor Cassani. Stia bene.
Io e Cristina ci guardiamo sorpresi. Non ci aspettavamo che si esponesse
così presto. Abbiamo avuto la sensazione che con la dovuta prudenza
forse il signor Cassani possa accettare un filo di alleanza con noi. Tutto
sta a non approfittare delle sue aperture per invaderlo con le nostre
richieste e proposte. Forse è meglio lasciare a lui l’iniziativa di attivarsi
quando si sente, o quando ne sente il bisogno.
-“Ehi, presidente. Qui stanno raccogliendo le competenze. Oltre alle loro
bislacche capacità chiedono aiuto anche agli ospiti. Cosa intendi fare?”
-“Che vuoi che faccia... Devo trovare una strategia vincente. Ma tu non mi
suggerisci mai niente. Che razza di investigatore sei? Invece di aiutarmi
mi poni solo problemi e sono sempre più gravi”
-“Hai voluto tu le barche. Adesso rema!”
84
Terza riunione
C - Eccoci qui per un nuovo aggiornamento sul signor Cassani.
Come promesso tocca all’assistente sociale aprire la verifica. Mi dispiace per la torta, ma oggi l’educatrice ha chiesto
un cambio turno.
S - Lo supponevo. Penso che abbiate letto la sintesi che ho scritto
la volta scorsa. Mi era sembrato che un barlume di collaborazione fosse possibile. E ne ho avuto conferma in questi
giorni. È ritornato da me, ha salutato Cristina, e insieme ci
siamo presi un caffè. Mi sembra che abbia preso in simpatia Cristina. Parla volentieri con lei.
Forse sarebbe utile coinvolgere anche lei in questa fase
di preparazione di un programma. Mentre prendevamo
il caffè, ho notato che il signor Cassani si rivolgeva quasi
sempre a lei e ignorava me. A Cristina ha chiesto di poter
frequentare un corso di informatica, perchè vuole diventare esperto in questo campo. Le ha chiesto anche di partecipare al gruppo musicale che si tiene tutti i lunedì mattina.
Cristina è stata brava perchè non gli ha chiesto ragione di
queste richieste. Gli ha detto semplicemente che non ci
sono problemi, che potrebbe provare, con la possibilità di
interrompere in qualsiasi momento questi corsi. Insomma,
si sta muovendo. Non so se è mosso da un reale interesse
per i corsi oppure dall’interesse per Cristina. So che tanti
preferiscono parlare con lei piuttosto che con me. Comunque sia, Cristina non ha problemi ad accettare questo ruolo. E io accetto di mettermi da parte. L’obiettivo principale
è quello che il signor Cassani si trovi bene con qualcuno e
si muova con coraggio, fiducia e prudenza.
Ed -A me invece ha espresso il desiderio di fare una vacanza rilassante ai Caraibi. Vi leggo come è andato il colloquio che
ho scritto e che metto nella cartella clinica.
- Mi scusi signorina, posso chiederle una cosa privatamente?
- Certo. Andiamo in fondo alla veranda. C’è più riservatezza.
- In questo periodo sono un po’ nervoso. Credo di avere urgentemente bisogno di una vacanza ai Caraibi. Mi potete aiutare?
- Lei ha già in mente un luogo preciso ai Caraibi?
- No. Ai Caraibi si sta bene dovunque.
- In effetti è vero. Quanti soldi ci vorranno?
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- Non lo so. Magari mia madre lo sa.
- Avrebbe il coraggio di andare là solo? Io avrei una paura terribile. Già ho paura dell’aereo, figuriamoci a trovarmi in
un luogo bellissimo ma sconosciuto.
- Non ci sarebbe qualcuno che lei conosce che potrebbe
venire con me?
- In questo momento no. Ma potrei chiedere.
- Sì, mi farebbe una grande cortesia.
- Avrò bisogno di alcuni giorni. Intanto lei pensi a cosa
potrebbe portare con sè. Si informi all’aeroporto di quello che è consentito portare. Dovrebbe inoltre procurarsi i
soldi. E si prepari mentalmente.
- D’accordo.
- So che tra un mese e mezzo ci sarà la possibilità di fare
una vacanza al mare, sull’Adriatico. Certo non è come ai
Caraibi... però non costa niente e si va in compagnia.
- Buono a sapersi... Ci penso... le farò sapere.
- Io sono qui. Quando vuole posso darle ulteriori dettagli.
Credo che alla fine accetterà la vacanza sull’Adriatico.
Ie - A me invece ha ripetuto più volte che i farmaci gli fanno male
e non capisce perchè li debba prendere. Dottore, faccia
qualcosa. Io non so come cavarmela in questa situazione.
Confesso che questo signore mi sta antipatico e faccio fatica ad essere accogliente. Mi sento più a mio agio con le
persone depresse. Invece le psicosi scombinano la mente
pure a me.
D - Caro, tu la mente ce l’hai scombinata dalla nascita. Hai solo
la fortuna che nessuno ti abbia ancora fatto una diagnosi,
altrimenti non saresti qui. Comunque cercherò di affrontare questo problema con lui. Intanto è meglio che tu stia
lontano da questo signore che ti mette in difficoltà. Qualche tuo collega farà la tua parte. E tu lo ricambierai quando
si dovrà lavorare con una persona molto depressa.
Mi sembra di capire che il signor Cassani sia più intraprendente con le donne. Se e è così, care signore tocca a voi
prendere in mano la situazione.
C - Vediamo di concludere. Dottore mi corregga se sbaglio.
Mi sembra che il signor Cassani si senta a suo agio con le
signore e quindi ben venga la collaborazione di Cristina nel
programma terapeutico. Inoltre ha bisogno di alleggerire i
suoi pensieri, che ancora non conosciamo, col progetto di
una vacanza.
86
Vuole anche coinvolgersi in qualche attività. Non sappiamo ancora perchè, ma a lui sarà certamente chiaro. Sembra
che non essere invadenti lo rassicuri e gli permetta di essere
attivo. Pare anche che accetti la mediazione fra le sue aspirazioni e le possibilità reali. Quindi dobbiamo continuare
a mantenere la funzione di intermediari fra le sue esigenze,
per ora facili da gestire, e la realtà comunitaria.
Che dice, Dottore, c’è qualche altra cosa da aggiungere?
D - Credo di sì. Mi sembra che il programma delle prossime settimane sia realistico. Credo sia opportuno informare il medico del suo Cps della linea che stiamo adottando, per vedere se la condivide e se è coerente con la sua visione più
generale del futuro del signor Cassani.
Infine dobbiamo aggiornare i suoi familiari che il loro figlio non sta così male. Aspetterei a dire che sta meglio,
perchè non conosciamo ancora abbastanza i suoi genitori.
Non sappiamo se hanno un reale desiderio che lui “guarisca” e se possono scattare meccanismi di invidia nei nostri
confronti. Non sappiamo, cioè, se sono convinti di poter
guarire il loro figlio soltanto loro, e nessun altro.
Mi incarico io di aggiornare il medico del Cps.
C - Ok. Io parlo con i familiari. Mi sembra di poter affermare che
ci stiamo muovendo bene. Dobbiamo continuare ad avere
una buona professionalità e tanta fortuna. Anche un po’ di
auto ironia non guasta.
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-“Il medico e la coordinatrice sono una coppia formidabile. Ne sanno una
più del diavolo. Sarà dura, caro presidente. Mi sa che questi “traditori” ti
strapperanno il timone e ti getteranno in mare, con buona soddisfazione
dei pescecani”.
-“Grazie dell’incoraggiamento. Sei un vero amico...
Se dovessi lasciarci la pelle sta’ sicuro che ti perseguiterò per tutta la vita.”
-“Dai non prendertela. In fondo ti faccio vedere gli aspetti difficili della
tua guerra personale. O preferisci che ti dica che hai sempre ragione? Dai,
accetta anche le provocazioni. Non essere troppo presuntuoso e permaloso.
Altrimenti mi costringi a non parlarti più e in questo caso saresti solo solissimo. Ti conviene?”
-“Allora diamoci una calmata tutti e due e ricominciamo daccapo”.
-“Ok. Va bene”.
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Dopo due anni di Gloria:
l’impotenza e lo sfinimento
89
Prima riunione
C - Oggi affronteremo una verifica difficile. Dobbiamo parlare di
Gloria. Chi si sente di cominciare?... Vedo che vi guardate
l’un l’altro... Dottore, assecondi il suo narcisismo e rompa
il ghiaccio.
D - Attenta, in fatto di narcisismo possiamo fare una graduatoria
e non so se io sarei in testa...Vi vedo tutti un po’ abbattuti. Avete perso l’entusiasmo degli anni giovanili? Su, proviamo ad affrontare la situazione con coraggio. Sappiamo
tutti che Gloria è qui ormai da due anni. E che ci ha messi
tutti alla prova. D’altra parte la sua storia di abbandoni e
di abusi l’ha riempita di rabbia. Ha alle spalle 26 anni di
lotta per non sputare fuori l’odio e la rabbia nei confronti
dei genitori mai conosciuti, delle persone che si sono prese
cura di lei, del mondo intero. Ma non ce l’ha ancora fatta.
Sembra che odi chi le vuole bene e sputi in qualsiasi piatto le venga offerto. Da una parte fa tenerezza, dall’altra
esprime un’aggressività, anche fisica, che mette paura. Con
fatica sta tenendo il suo lavoro di operaia in una ditta che
produce oggetti in plastica. Eppure io credo che possiamo
farcela a darle qualcosa di buono. Credo che in due anni
con noi abbia capitalizzato qualcosa. Io ho ancora fiducia.
C - In effetti anch’io ho ancora fiducia, nonostante i ripetuti
gesti auto ed etero lesivi e le crisi durante le quali ha sfasciato mezza comunità.
Ia - Io invece penso che abbiamo speso tutte le forze e le energie
e adesso non abbiamo più nulla da darle. Siamo stati accoglienti e professionali. Le abbiamo anche voluto bene.
L’abbiamo presa con le buone e con le cattive. E il risultato
è che tanti di noi hanno ancora i lividi in qualche parte del
corpo. Io sono estremamente delusa e non ho la forza di
investire ulteriori energie.
Eu -Io qualche energia ce l’avrei ancora, ma non possiamo essere
in pochi a riprendere una relazione terapeutica con lei. O
tutti o nessuno. Chi se la sente e chi non se la sente? Dalle
mani alzate siamo metà e metà. Credo che sia oggettivamente difficile riprendere in mano la situazione.
S - Si potrebbe provare a pensare un programma nuovo che
ci impegni un po’ meno e non esiga troppo da Gloria.
Meno chiediamo a lei e a noi stessi e meno ci illudiamo.
90
Ed -Cosa proporresti?
S - Non lo so. È più una domanda, la mia, non una risposta.
Volevo soltanto verificare se - sulla base di un impegno
minimo da parte di tutti - possiamo tentare un nuovo
programma.
Ie - Scusate. Forse sarò negativa, ma mi sembra che le persone meno
coinvolte siano le più ottimiste, mentre le persone che ci
hanno messo anima e corpo giorno dopo giorno, e sono
state vicine a Gloria nei momenti di rabbia e di aggressività, sono invece le più pessimiste.
C - In effetti siamo di fronte a due posizioni: chi è ottimista e chi è
pessimista. Come ne usciamo?
D - Beh, io credo di avere dato molto in termini di energie mentali
ed emotive. E come medico ho giurato di fare il possibile
per guarire le persone malate. E quindi per me è normale
continuare a curarla fino alla fine.
Ie - Quale fine? Fino a quando si taglierà in modo più profondo
e ce la farà a passare a miglior vita? Dobbiamo assisterla
accettando le sue provocazioni fino alla sua morte? E forse
anche alla nostra morte emotiva? Adesso si sta anche procurando droga al lavoro, ha rapporti promiscui, fa quello
che le pare e non riusciamo a metterle uno stop. È più il
tempo che passa in ospedale che qui. Che senso ha aspettare? Io proporrei di dimetterla. Anche al lavoro non la sopportano più. Fino a quando ha senso continuare a tollerare
il suo esagerato senso di libertà che la porta a odiare chi le
pone un limite e a vivere in modo disgregato e forsennato?
Io, ripeto, propendo per una dimissione.
D - No, dai. Per me le dimissioni oggi non sono una soluzione.
Qualche piccolo miglioramento in questi due anni c’è stato.
Ed - A me pare esattamente il contrario. Scusi dottore, ma durante
il primo anno di permanenza qui, tutto sommato non
è stata tanto male. Ma ad un certo punto, non so come
mai, ha cominciato a peggiorare e ho l’impressione che la
comunità ora per lei sia proprio dannosa. Quindi, per il
suo bene, è meglio che il suo Cps trovi un’altra soluzione.
D -Non vorrei essere nei panni del medico del suo Cps. Comunque credo che le nostre posizioni rispecchino lo stato emotivo
di Gloria. Da una parte vorrebbe vivere e dall’altra vorrebbe morire. E non riesce a tollerare questa angoscia. Ricordo
che il suo medico riferiva di numerosi tentativi di suicidio
prima di essere segnalata al Cps. Non so se siano stati solo
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dimostrativi o se c’era un reale proposito. Dovrei verificarlo.
C - Dottore, apprezziamo la sua tenacia nel cercare un minimo
appiglio per curarla. E anch’io sono solidale con lei. Ma in
questo momento non riusciamo a prendere una decisione.
Io propongo di prenderci due settimane di tempo perchè
ognuno pensi a qualcosa di concreto.
D - Devo riconoscere che le emozioni che tutti proviamo sono
le stesse che inquietano Gloria. Lei non sa decidersi, e anche noi non sappiamo che pesce pigliare. O meglio, alcuni
di noi hanno chiaramente in mente una strada e altri la
strada contraria. Sono due linee chiare che corrono parallele, non è confusione. E questo è anche peggio. Beh, accetto
la proposta della coordinatrice. Voi cosa ne pensate?
Operatori - Siamo d’accordo. Facciamo un ultimo sforzo.
-“Ehi, presidente. Io non ci capisco più nulla. Adesso sono pure disposti a
perdere alleati.”
-“Si vede che non si fidano. Preferiscono perdere eventuali traditori invece
che nutrire una serpe in seno. In fondo stanno facendo quello che abbiamo intenzione di fare noi. La preoccupazione prende anche loro, non solo
noi.”
-“Eppure quella Gloria non mi sembra una traditrice. Mi sembra più una
fifona”.
-“Caro investigatore, per me ha tradito la loro fiducia. Hanno seminato
tanto e non hanno raccolto niente. Come dicono tutte le mamme ai figli
ingrati “Dopo tutto quello che ho fatto per te, adesso mi volti le spalle”.
Certo è un bel problema. Fare i genitori/operatori non è certo facile. Ci
vuole sempre tanta competenza e altrettanta fortuna. Come spieghi che
nella stessa famiglia ci sono figli bravi e figli deviati? E che persone deviate
appartengano sia a famiglie ricche che a famiglie povere?”
-“Non ci ho mai pensato. Sai, io sono abituato a scoprire come stanno le
cose ma non mi chiedo mai il perchè.
E adesso cosa facciamo?”
-“Nulla. Vedi che il tempo è medico? Aspetta e vedrai che magari le cose si
risolvono da sole. Già si intravede una crepa nella loro organizzazione.
Aspettiamo ancora”.
-“Ok, aspettiamo”.
92
Seconda riunione
C - Eccoci ancora qui con la patata bollente in mano. Allora, a
proposito di Gloria, quali riflessioni?
Eu -Io ho pensato ai primi mesi che era qui. Mi sembra che si trovasse bene perchè spostava tutto l’interesse sul gioco per
dimenticare i suoi problemi. Vi ricordate che giocava spesso e volentieri al calcetto, al ping pong, andava in piscina,
giocava a bocce... insomma partecipava a tutte le attività sportive e di movimento. Senza negare l’importanza
dell’aspetto psicologico e medico, forse oggi sarebbe utile
ritornare a quella fase.
D -Beh, la comunità non è un centro sportivo e neppure un albergo. Non si può ridurre tutto a gioco. Gloria ha bisogno anche di capire i nodi che le impediscono di ridurre la rabbia
che ha dentro. Una psicoterapia le farebbe senz’altro bene.
A me chiede spesso di parlare e di aiutarla.
Ie - Dottore, forse le chiede un miracolo. Ma in attesa di questo
miracolo noi infermieri e educatori cosa possiamo fare?
Ed -Potremmo giocare con lei senza strizzarle il cervello. A questo
penserà il dottore... Parlando seriamente, potremmo dividerci gli obiettivi. Il medico pensa a un lavoro psicologico.
E noi ci occupiamo di farla giocare e cerchiamo di aiutarla
a rilassarsi. I due obiettivi non mi sembrano in contraddizione.
S - Se volete posso predisporre una serie di iniziative di gioco
per lei e per gli altri.
C - Mah, non mi sembra un lavoro integrato. Sembra che da
una parte si faccia un lavoro e dall’altra lo si disfi.
93
Ed -Io invece sono d’accordo col mio collega. Mi sembra che ci
occupiamo di due esigenze compresenti e importanti. Non
dobbiamo o farla solo ragionare o farla solo giocare. A me
sembra che Gloria possa trarre giovamento da queste due
attività.
A - Se fosse mia figlia le darei quattro schiaffoni, ma è una paziente e quindi non posso fare altro che tenere un atteggiamento di accudimento leggero.
D - Accudimento leggero??? Non ho mai sentito parlare di que sta terapia. Che cosa intendi dire?
A - Non so se è una terapia. È una espressione che mi è venuta
adesso. Intendo dire che possiamo essere a disposizione per
le sue esigenze di base, come aiutarla a tenere in ordine
il letto, a offrirle qualche sigaretta, regalarle una maglietta, parlare di sport, raccontare barzellette, ecc... Insomma
possiamo considerarla, consapevolmente, come un’amica,
senza essere troppo opprimenti. Io come Asa a volte ho
l’impressione che noi operatori ci dimentichiamo la prima
regola del nostro lavoro che è quella di non “soffocare”, di
non pesare troppo sugli ospiti. Volgarmente, direi che non
dobbiamo ‘rompere le palle’, anche se inevitabilmente a
volte succede.
D - È buona regola avere con gli ospiti un atteggiamento che
svolga una funzione terapeutica, e non di semplice amicizia, anche se consapevolmente. Per me è una strada pericolosa.
Ie - D’altra parte un lavoro terapeutico condiviso l’abbiamo già
sperimentato. A che serve ripeterlo? E poi, Dottore, lei dice
che Gloria “deve capire i nodi ecc...” ma io credo che facciamo fatica noi stessi a capire i nodi che ingarbugliano la
nostra vita. E anche quando li abbiamo capiti, testardamente continuiamo a ripetere gli stessi errori. A me sembra
già tanto che sia ancora viva. Non so cosa possiamo pretendere di più.
C - Dobbiamo evitare di concludere come la volta scorsa.
Qualcuno deve fare un passo indietro. Sembra che la proposta di impegnare Gloria nell’area ludica e di avere un atteggiamento leggermente accogliente sia la strada più condivisa e che ci permette di continuare a metterci in gioco
con lei. Guarda caso “in gioco”.
D - Va bene. Ho capito. Non sono tanto convinto ma accetto la
linea che voi proponete. Forse avete ragione. È l’unica re94
alisticamente percorribile. Da parte mia, con fatica, cercherò di psicologizzare al minimo il rapporto con lei e sottolineerò il bello di divertirsi con gli altri. Faccio un passo
indietro. Ma ricordatevelo: oggi a me domani a te.
C - Ok, ce lo ricorderemo: oggi a te e domani ancora a te.
Risata generale.
D - Se non fosse che ho molta stima di voi vi prenderei a calci e vi
offrirei un caffè avvelenato.
Ei - Dai Dottore, se lei fosse permaloso non ci permetteremmo di essere così sinceri! Il suo narcisismo al di sotto della
media dei suoi colleghi ci permette di intenderci. Peccato
che il suo bisogno di onnipotenza, di definire minuto per
minuto la vita dei malati e dei colleghi apparentemente
sani, sia sempre alle stelle. Ma ormai siamo rassegnati. Non
guarirà mai.
D - Andate tutti a quel paese. Stronzi!
C - Ok. Agli ordini Dottore. Tutti ai vostri posti di combattimento.
95
Terza riunione
C - Il Dottore è impegnato al telefono, e mi ha detto di cominciare la riunione anche senza di lui.
Il programma ludico e di accudimento sembrava funzionare abbastanza bene fino a quando Gloria, la scorsa settimana si è tagliata i polsi e ha chiesto di essere ricoverata in
ospedale. Ci risiamo con le stesse difficoltà...
Ei - Beh, adesso basta. Io la dimetterei.
Ie - È troppo frustrante dare cose buone e ricevere calci.
Io getto la spugna.
Eo -Se facesse un ricovero ogni tre mesi sarebbe ancora accettabile continuare, ma un ricovero o più al mese no, non è
ammissibile. Anch’io ho perso ogni speranza.
C - È opportuno preparare le dimissioni con i suoi invianti e
con i suoi familiari. Dobbiamo impegnarci a preparare tutto per bene. Le dimissioni sono sempre operazioni delicate
quando non sono programmate o concordate. Il medico
ed io provvederemo ad accordarci con i servizi e i familiari,
mentre voi penserete agli aspetti più pratici ed anche ad
informare gli altri ospiti.
D -Scusate, ero al telefono con l’ospedale in cui è ricoverata GloIl medico mi ha detto che Gloria non intende più ritornare
in comunità e si autodimette. Non mi aspettavo una decisione così netta. Voi cosa avete pensato?
C - Tutti la pensiamo come Gloria. Mi pare che alla fine ci abbia
messi tutti d’accordo.
Ei - Per fortuna ci ha pensato lei a risolvere la situazione. Alla
dobbiamo ringraziarla.
Ia - Forse ha capito le nostre difficoltà e ha deciso di togliere
il disturbo.
Ie - In fondo mi dispiace, ma non siamo ancora attrezzati per
fare i miracoli.
D - Dobbiamo accettare il nostro fallimento. Non siamo onni potenti, come qualcuno pensa di me...
Eo -Perchè fallimento? Abbiamo fatto un pezzo di strada con lei
e siamo sopravvissuti tutti, e abbiamo anche fatto qualcosa
di buono. Adesso altri faranno un altro pezzo. Speriamo
che siano più bravi di noi.
C - Vi ricordate gli altri pazienti con patologia simile a quella di
Gloria, come hanno continuato la loro vita dopo la dimissione?
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Ei - Io ricordo Matteo che si è messo in un giro di droga e ci ha
lasciato la pelle.
Ie - Io invece ricordo che Luisa ha trovato un signore un po’ strano col quale convive. Ricordo anche Simone che oggi fa il
barbone a Milano.
Ia - Mi viene in mente Giovanni che poco dopo le dimissioni si è
suicidato. Daniela invece si è rimessa in riga davanti alla
responsabilità di avere un figlio da crescere.
D - Adesso stiamo a vedere Gloria. Che Dio gliela mandi buona. Noi abbiamo fatto il possibile. Ho l’impressione che
per curare queste persone dobbiamo mettere in conto una
fortuna sfacciata e l’imprevedibilità della sorte. Io auguro a
tutti loro di trovare la forza di resistere alle sventure della
vita e che trovino dentro di sè una forte capacità di resilienza, cioè di reagire.
Ora dobbiamo guardare avanti nonostante il peso emotivo
di questa autodimissione. Mettiamo da parte la delusione,
la frustrazione, il vuoto mentale, e forse anche un po’ di
rabbia per la sensazione di avere perso un’opportunità.
E per accontentarvi, io metterò da parte anche il mio narcisismo e il mio senso di onnipotenza.
C - Grazie, Dottore. Le vogliamo bene. Ma non lo dica a sua
moglie. Potrebbe essere gelosa.
-“Caro presidente, abbiamo un traditore in meno e un gruppo di ribelli
depresso. Tra non molto possiamo infliggere il colpo mortale che annienterà
l’ammutinamento.”
-“Già, ma quale colpo mortale? A te lo darei anche subito e volentieri. Ma
a quei briganti da quattro soldi è un po’ più difficile.”
-“Ti voglio vedere come zittisci il mio vocione. E poi, riconoscilo, senza di
me ti annoieresti e naufragheresti nel mare delle difficoltà. Hai bisogno di
me come voce consolatrice. Senza di me moriresti di solitudine e di paura.”
-“Ok ok. Non posso darti torto. Ma non irritarmi troppo perchè so reagire
anche violentemente.”
-“D’accordo. Messaggio ricevuto forte e chiaro”.
97
La primavera di Fabio:
un rompiballe professionista
Quest’ultima parte del racconto è stata scritta con la collaborazione del protagonista
(Fabio Raffaldi) che si è prestato a fare da supervisore e garante
della veridicità del contenuto.
98
Ultima riunione alla Comunità “Mamma gatta”
C - Oggi dobbiamo parlare seriamente di Fabio. Ormai sono
mesi che ci sta portando all’esasperazione e non sappiamo
più come contenere le sue manifestazioni di nervosismo.
Abbiamo provato con le buone, niente. Con le minacce,
niente. Con i farmaci, niente. Ormai siamo disarmati. Abbiamo tutti esaurito la capacità di essere accoglienti, comprensivi, propositivi, ecc. Propongo che sia dimesso.
Ed -In effetti anch’io sono esausta. Nonostante per mezza giornata lui sia al lavoro, basta l’altra metà a innervosire tutti,
operatori e ospiti. Non gli va bene niente. Tutto deve essere organizzato come piace a lui. E poi vuole pure i bacini
dalle sue operatrici preferite. Io non riesco proprio a capire
come possiamo andare avanti.
Ia - Io sono una delle operatrici a cui chiede bacini... Morsi gli
darei altro che bacini! E poi quando mi parla mi sta sempre
a venti centimetri dal naso. Devo sempre respingerlo, altrimenti chissà dove arriva.
Eu -Fabio mi ha detto che si avvicina così tanto alle persone
perché ci vede poco... Non so quanto potremmo pretendere da lui. Ha avuto una storia di continui abbandoni, ha
vissuto sempre sulla strada, è stato anche in carcere. Da noi
è venuto direttamente dal dormitorio pubblico. Mi sembra
già tanto che accetti di stare qui. Purtroppo è diventato
stressante anche per gli altri ospiti che ormai non lo sopportano più. E noi dobbiamo proteggere anche gli altri
ospiti.
S - Mi dicono che al lavoro si trova bene. È un bravo lavoratore.
Anche lì brontola sempre, ma non crea troppi problemi.
In fondo conosce bene il lavoro all’isola ecologica e gli piace controllare tutto quello che viene scartato dagli altri.
Ogni tanto prende qualcosa da regalare agli amici. Quali
amici, solo lui lo sa.
Ie - Mi spiace dover pensare che abbiamo esaurito tutte le energie,
d’altra parte gli abbiamo dedicato tempo, pazienza, sostegno, l’assistente sociale gli ha anche trovato un lavoro, e
lui non è cambiato di una virgola. Anzi forse è peggiorato.
Quando entra in comunità dopo aver bevuto qualche birra
o aver fumato cannabis è incontenibile. Forse è un male
per lui continuare a restare qui.
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A - Io sono qui da poco, ma ho notato che è molto ordinato e pulitissimo. È più bravo di me. Il guaio è che pretende che
tutti siano puliti e ordinati come lui. E da queste pretese
nascono le tensioni.
D - Parlando con lui emerge molto chiaramente che ha una
mentalità da uomo della strada. Abituato a difendersi dai
delinquentelli e dovendo arrangiarsi con qualche furtarello, sente il bisogno di non fidarsi di nessuno e di esigere
rispetto anche imponendosi con una voce forte e decisa.
Purtroppo non riesce a comprendere che questo atteggiamento è controproducente, e allontana gli altri. Ma forse
è questo che vuole: tenere gli altri a giusta distanza per
muoversi più liberamente. In fondo è un lupo solitario che
non accetta di stare in un branco.
C - Comunque sia, credo che le dimissioni siano necessarie per
noi e per lui. Non possiamo più tollerare che gridi il suo
disprezzo verso gli operatori di fronte agli altri ospiti. Insomma io non mi sento in grado di continuare a sentirmi
impotente e disarmata.
Ed -Io sono stanca di essere la sua “fatina”, così mi chiama, se
non vedo un miglioramento da parte sua. A volte mi chiama anche a casa e in qualsiasi momento. Non riesco a tenerlo a giusta distanza. È un peso sempre più grande e non
voglio soccombere. Ho una famiglia e anch’io ho le mie
fragilità.
D - Va bene. Parlerò col medico del suo Cps e col nostro Direttore Sanitario. Prepariamo le dimissioni.
C - Io parlerò con Fabio. Spero che non si arrabbi troppo. In fondo
una presa di coscienza dei nostri limiti e dei suoi, gli fa
certamente bene.
-“Accidenti. Qui ne dimettono un altro. E di quelli tosti. Sarebbe un per fetto combattente. Non capisco perchè se ne liberano”.
-“Non si può capire tutto nella vita. Vedi che piano piano le loro fila si
assottigliano?”
-“Vedo vedo. Hai ragione. Io poi che non sono abituato a pensare non posso
certo pretendere adesso di capire tutto. Imparerò”.
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Ultima riunione alla Comunità “Locanda del Pellegrino”
C - Rieccoci a parlare di Fabio. Dopo averlo accolto su proposta
del Direttore Sanitario siamo ancora nella situazione in cui
si sono trovati i nostri colleghi della Comunità precedente.
Ma con una aggravante: oggi, dopo aver bevuto una birra,
ha spintonato e fatto cadere un’operatrice che si è anche
fatta male. E questo non è tollerabile. Propongo una dimissione immediata.
Ed -Sono perfettamente d’accordo. Questa è una regola in derogabile e deve essere applicata senza troppe spiegazioni. Gli
ospiti sono molto attenti alla nostra coerenza riguardo al
rispetto delle regole.
Eu -Talvolta mi fa tenerezza, ma dobbiamo riconoscere che non
riusciamo proprio a modificarlo di una virgola. Recrimina
su ogni cosa. Non gli va bene niente. È giusto solo quello che
lui pensa e fa, e qualsiasi cosa gli altri facciano è sbagliata. E si
mette a discutere per ore su quella che lui reputa un’ingiustizia. Il giusto e l’ingiusto sono il suo cavallo di battaglia.
Sembra che vada alla ricerca di ingiustizie per arrabbiarsi
e rivangarle per giorni interi. Non ha altri argomenti da
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raccontare se non il suo passato di sbandato, carcerato, ladruncolo. Non si riesce proprio a schiodarlo dalle sue convinzioni.
Ia - E poi, questa cazzo di bicicletta che usa tutti i giorni e tutti i
giorni ne ha una! Dice che è sempre sgonfia o bucata. Sospetta che qualcuno ce l’abbia con lui. È pur vero che qualcuno lo tratta male ma a volte se lo merita. Porta sempre
all’esasperazione!
Ie - A volte quando discuto con lui delle “ingiustizie” devo ammettere che non sempre ha torto, ma insiste fino a farne
una tragedia. È un uomo intelligente e anche buono e generoso, quando vuole, ma tutto questo passa in secondo
piano. Anche quando ci complimentiamo con lui per le
sue buone qualità, sembra che non serva a nulla. È immodificabile.
D - Questa è la triste realtà. È immodificabile. E così com’è non
si può accettare che resti in comunità. Se poi adesso aggiunge anche atti di violenza gratuita... Beh, non ci resta
altro che dimetterlo. Creeremo un problema al suo Cps,
ma per noi la diagnosi è che non è adatto a stare in una
comunità. Il problema, oltre a quello personale, è anche
quello del gruppo. Il gruppo, invece di aiutarlo a ridimensionare le sue esigenze, le esaspera e lo rende irascibile e
incontenibile.
C - Basta discutere. Non ci voglio più pensare. Per me la vicenda
è chiusa. Ora dobbiamo proporgli un ricovero volontario
in ospedale per la violenza gratuita all’operatrice. In caso
contrario non resta che il ricovero obbligatorio. Siamo tutti d’accordo? Dottore, la sua responsabilità è intatta?
C - Sì. Mi prendo consapevolmente questa responsabilità.
102
Tutti - Siamo d’accordo.
-“Caro presidente. Ormai rinuncio a capire. O sono fuori di testa loro o lo
sono io.”
-“Forse lo siamo noi. Questa mossa ha spiazzato anche me. Non capisco dove
vogliano arrivare. Aspettiamo ancora. Forse più avanti capiremo meglio”.
103
Quinta riunione nell’appartamento “L’orso bruno”
C - Oggi pensiamo ancora a Fabio.
Dopo aver vissuto in due comunità, abbiamo accettato il
compito di fargli sperimentare la convivenza in un appartamento. Paradossalmente la minore presenza di operatori
e di ospiti potrebbe essergli di vantaggio. Ma tutto dipende
da lui. Mi sembra di avere capito che ha paura ad abbandonare il suo atteggiamento passato per assumerne uno nuovo
che lui non conosce, oppure non lo rassicura abbastanza.
D’altra parte non è facile lasciare un tipo di vita collaudato
e affidarsi a un modo di vivere nuovo e sconosciuto. La
vita precedente era incerta e pericolosa, ma e’ l’unica che
conosce; una vita più tollerante e accogliente non sarebbe
attinente alle sue caratteristiche e alla sua storia. A lui il
compito di provare, se vuole. Il suo futuro dipende da questo cambiamento, e lui lo sa bene.
Ed -Hai ragione. Lui cammina sempre su un campo minato, anzi
è attratto dai campi minati, e gli piace proprio mettere il
piede sulle bombe e farle esplodere, come fossero residui di
sigarette non ancora spente. Sembra che sia attratto dalla
provocazione. Gli piace provocare. Ne parla per giorni e
giorni. Sono la sua ossessione. Potrebbe fare il bombarolo di
professione, visto che ha perso il lavoro all’isola ecologica.
C - Già, adesso che non ha un lavoro continuativo è anche più
esposto a pensieri tormentosi.
Ma hai notato che è bravo in cucina? Gli altri ospiti gradiscono il suo menù.
Peccato che con la sua mania della pulizia li mette tutti in
riga. Bisogna svuotare il secchio dell’umido tutti i giorni, il
bagno deve essere perfettamente pulito, il tavolo deve essere sempre in ordine, bisogna mangiare con calma...
Mi ha raccontato che si innervosisce quando gli altri man104
giano in pochi minuti. Il cibo è un piacere per lui e deve
esserlo per tutti. Gli ho fatto notare che se per lui è un piacere, per altri può essere una sofferenza, soprattutto mangiare insieme ad altri.
Ecco, fa fatica a pensare che gli altri possano avere pensieri
diversi dai suoi. Come se fosse giusto soltanto quello che
lui fa e pensa. Chissà se ce la farà ad abbandonare questa
difesa.
Ed -Ho notato che quando racconta queste cose è un attore nato.
È divertente e simpaticissimo. Quando imita gli extracomunitari poi.... da rotolarsi per terra dal ridere. Una volta
ha anche raccontato una barzelletta che ci ha fatto morire
tutti dal ridere. Quando vuole è veramente simpatico.
Un altro ostacolo che lui deve superare consiste nel rinunciare alla birra e al fumo. Non so se ce la farà. Lui pensa
che il fumo sia un tranquillante e che lo renda più tollerante. Sarà... io però lo preferisco più esuberante ma autentico. Raccontava che, dopo aver bevuto una birra, riusciva
a tollerare che la gente in metrò non riuscisse a scendere
dalla carrozza perchè gli altri salivano di corsa per accaparrarsi un posto a sedere. Invece da sobrio questa scena
lo innervosiva sempre molto! Ma se la regola stabilisce che
chi scende ha la precedenza, perchè gli altri devono salire?!
Per lui è incomprensibile. E pensare che qualche anno fa ci
aveva detto che “le regole sono fatte per essere infrante...”.
C - A me non sembra che abbia una patologia grave. È gravosa,
nel senso che ce l’hai “attaccato alla giugulare” per tutto
il giorno. Anzi è come una zanzara che di notte ti ronza
attorno all’orecchio e non ti lascia dormire. E per acchiapparla ti dai tanti schiaffoni sull’orecchio senza riuscire a
beccarla. E al mattino sei nervoso e incazzato. Oh, Fabio
Fabio! In che situazione ci hai cacciato!
Ma che razza di riunione di verifica è questa? Ci stiamo
divertendo un po’ troppo. Dai, siamo seri.
Allora, Fabio su chi può contare nel presente e nel futuro?
Ormai ha 50 anni. Nel presente può contare su sua madre e sullo “zio” che convive con la madre. Ma non più
di tanto. La madre si aspetta che sia un bravo lavoratore
e che sia autonomo economicamente. Come lavoratore è
bravissimo, ma non sarà facile trovargli una nuova occupazione. Oggi collabora con l’associazione “Il ramoscello”
che raccoglie fondi attraverso la vendita di oggetti donati
105
da gente comune. Tiene in ordine il magazzino. Purtroppo
è occupato poche ore alla settimana ma forse è meglio così.
Poco tempo fa mi ha detto che forse è meglio che abbia
pochi soldi in tasca perchè altrimenti correrebbe il rischio
di spenderli subito e male. Invece con la sua sola pensione
è costretto a misurare i soldi e quindi non è tentato di acquistare fumo o birra. Questa è saggezza e intelligenza. Mi
sembra che questi pensieri possano piano piano diventare
convinzioni e chissà che lo portino su una buona strada.
Ed -Il mese scorso, insieme ad altri ospiti, ha collaborato con questa associazione, a montare e smontare il gazebo, a riordinare gli oggetti e i vestiti sui tavoli. È stato bravissimo,
come gli altri. Anche tre ragazze hanno collaborato a prestare servizio ai tavoli nel corso di una festa che è durata tre
settimane. Hanno parlato, mangiato, bevuto tutti insieme.
E in questa occasione Fabio ha raccontato la sua prima
barzelletta.
C - Dai, raccontaci questa barzelletta, ci incuriosisci...
Ed -C’è un coniglietto giovane giovane, un cucciolo, che si affaccia per le prime volte al mondo che lo circonda. Trotterella qua e là e si ferma davanti a un fiume. Guarda nell’acqua e vede un animale più piccolo di lui, tutto rosa. Allora
gli chiede:
- Chi sei?
- Una trota salmonata.
- Perchè ti chiami così?
- Perchè mia madre era una trota e mio padre un salmone.
- Ah, non lo sapevo. Grazie dell’informazione. Ciao.
Il coniglietto saltella sull’erba e si trova in un bosco.Vede
un animale più grande di lui e gli chiede:
- Chi sei?
- Un cane lupo.
- Perchè ti chiami così?
- Perchè mia mamma era un cane e mio papà era un lupo.
- Ah, non lo sapevo. Grazie. Ciao.
Il coniglietto si ferma a riposarsi all’ombra di un albero.
Vede un animaletto che gli ronza davanti al naso e gli chiede:
- Chi sei?
- Una zanzara tigre.
... (ci pensa un attimo)... ehhhh... adesso non esageriamo!
C - Ah, ah, ah divertente!
Ma che razza di riunione... Vi ricordo che non abbiamo
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ancora finito di vedere su chi possa contare per il presente
e per il futuro. Dicevamo che può contare poco sulla madre e sullo “zio”. Può invece contare molto sul suo Cps, in
particolare sull’assistente sociale che lo aiuta in tante cose e
qualche volta lo sgrida benevolmente perchè ha l’abilità di
farsi cacciare via da tutte le comunità in cui viene ospitato.
E poi piange per aver perso le opportunità che gli sono
state offerte. Lacrime di coccodrillo. Adesso ci siamo noi,
fino a quando lui non ci farà sentire impotenti e delusi. In
fondo potrebbe essere la sua ultima possibilità. Poi gli resta
il dormitorio pubblico e la strada. Come prima. Io spero
tanto che ce la faccia. A cinquant’anni si meriterebbe una
vita più tranquilla. Forse potrebbe cominciare a fare la vita
da pensionato che ogni tanto si impegna in lavoretti per
arrotondare la pensione. Una vita da lavoratore attivo gli
monterebbe la testa con chissà quali miraggi e pensieri di
onnipotenza.
Possiamo vedere con lui cosa ne pensa. Ora fermiamoci
qui. Abbiamo fatto una riunione da mese di agosto. Un
po’ allegra ma comunque ricca di contenuti. Ora ci rimane
di informare l’assistente sociale del Cps e, se possibile, fare
due chiacchiere con la madre per un reciproco aggiornamento, magari con un tono leggero come quello di oggi.
Ed -Che ne dici se ci prendiamo un caffè in compagnia degli
ospiti rimasti in casa?
C - Ottima idea. Andiamo.
-“Ehi presidente. Qui la musica è totalmente cambiata. Queste operatrici
sono allegre e si raccontano pure barzellette. Non hanno proprio in testa
di ribellarsi e impadronirsi della cooperativa. Ma non è che hai preso una
cantonata? Hai capito fischi per fiaschi? Mi sa che un fiasco te lo sei bevuto
tutto in una volta.”
-“In effetti mi sento un po’ disorientato. Dicono che la paura faccia dei
brutti scherzi. Non vorrei che la paura di perdere la poltrona mi abbia
annebbiato la mente. Sarà meglio fare un salto al loro “covo” e togliere la
cimice per esaminare con comodo tutta la registrazione.”
“Forse è meglio. I fatti dicono sempre la verità. Le parole non sempre”.
Il presidente torna alla comunità per togliere la cimice. Si siede al tavolo.
Sente alcuni operatori parlare fra loro. Sembra che non ci sia una chiara
distinzione dei compiti e delle responsabilità fra di loro. Il medico tende
a centralizzare la sua responsabilità. Gli infermieri si sentono troppo
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controllati. Gli educatori invece si sentono un po’ svalutati. Vedendo
il presidente, gli operatori gli chiedono un aiuto per rimettere insieme
una professionalità che si sta appiattendo.
Li rassicura che al più presto si farà una riunione tutti insieme per chiarire meglio compiti e responsabilità. Il presidente sottolinea che la linea
ufficiale è quella della distinzione delle varie funzioni e la loro integrazione. Infatti se le funzioni non sono chiare non possono essere integrate. Tanto meno possono essere integrate le risorse e le necessità a tutti i
livelli. E quindi si procederà ad aggiornare, come ogni due anni bisogna
fare, i compiti e le responsabilità di tutte le figure professionali, comprese le funzioni direttive e politiche.
Quando la situazione si è tranquillizzata, il presidente mette la mano
nell’angolo in cui aveva posizionato la cimice.
Ma... la cimice non c’è più! Panico! Chi l’avrà trovata? Adesso qualcuno penserà che ci sono delle spie in comunità. Ma la spia è proprio il
presidente! Sudori freddi gli passano sulla fronte. Gli occhi sbarrati, le
braccia bloccate, i piedi che sembrano di piombo. Controlla sotto il
tavolo, nel caso l’avessero girato. Niente da fare. La cimice non c’è in
nessun angolo. Il presidente si rialza, pallido come uno straccio ed esce
a prendere un po’ di aria. Si siede su una sedia, pensa a quando verrà
scoperta la sua macchinazione.
Si avvicina la signora delle pulizie, gli dice di aver trovato uno strano
anello per terra, sotto il tavolo. Glielo mostra, e gli chiede di esporlo nella bacheca nella speranza che il proprietario si faccia vivo. Ecco
dov’era finita la cimice...!
Il presidente sente una fiacchezza in tutto il corpo, gli sembra di avere
perfino la gobba. Passato il momento di smarrimento, ringrazia la signora e le dice che non è un anello da mettere al dito ma un anello che
serve per chiudere delle tendine particolari.
Si rigira nella mano l’anello/cimice. Lo guarda, lo riguarda, lo accarezza
con gli occhi di un bambino. Poi lo mette in tasca e ritorna in ufficio.
In macchina pensa a una cosa che gli sembra importante: gli operatori
gli hanno chiesto aiuto riconoscendo il suo ruolo. In quella richiesta ha
anche sentito un certo affetto e ha provato piacere. Forse un presidente
ha bisogno anche di essere amato dai suoi collaboratori? Forse sì. Questo bisogno nuovo e imprevisto lo rassicura e gli permette di tenere la
guida della cooperativa. Mantiene viva la sua creatività e la chiarezza
organizzativa. Mantiene lucida la visione delle buone relazioni che permettono un buon lavoro terapeutico con gli ospiti. In caso contrario
non avrebbe più senso la sua presenza.
Da questo punto di vista tutti coloro che lavorano in gruppo hanno lo
stesso bisogno: quello di sentirsi apprezzati e valorizzati. Il presidente è
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come tutti gli altri e gli altri sono tutti presidenti.
Questa nuova e forse strana considerazione aiuta a gestire il potere nel
modo più consono alla qualità del lavoro nel campo psichiatrico. Infatti
i malati di cui ci si prende cura sono tutti presidenti della loro malattia,
nel senso che “presiedono” con grande e personalissima competenza il
campo della sofferenza psicologica.
Da allora il presidente non ha più sentito la voce dell’investigatore.
L’ha salutato mentalmente e cordialmente.
Ora si sente davvero bene.
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Bar Sport Tabaccheria
Altri punti di vista
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INDICE
Lunedi 13 agosto
pag. 114
Martedi 14 agosto
pag. 118
Mercoledi 15 agosto - Ferragosto pag. 125
Giovedi 16 agosto
pag. 133
Venerdi 17 agosto
pag. 139
Sabato 18 agosto
pag. 145
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Il Bar Sport si trova sulla strada principale di un paese in provincia di
Milano. È molto frequentato perchè vi si possono acquistare anche le
sigarette ed inoltre è la sede di un “Inter Club”.
E poi i due gestori sono molto simpatici. Mario e Maria. Lui è grande
e grosso con due baffoni sotto il naso, mentre lei è piccola e rotondetta.
Sono entrambi sulla sessantina e quando si guardano i loro occhi brillano ancora.
Il bar è frequentato da persone semplici e schiette. Le più simpatiche
sono quelle che hanno l’indice e il medio di una mano bruciati dalle
sigarette accese che ostinatamente non vogliono buttare. A volte hanno
qualche macchia di caffè sulla maglietta o sulla camicia. Sono queste le
persone a cui Mario e Maria prestano più attenzione e alle quali sono
più affezionati.
Mario e Maria hanno avuto una figlia con problemi di depressione.
Al termine della scuola magistrale, Grazia non ha voluto fare la maestra
ne’ altri lavori. Ha preferito buttarsi dal duomo di Milano e farla finita
con la vita. E loro ancora oggi non sanno come possa essere successo. A
volte se ne fanno una colpa, altre volte si affidano all’incomprensibile.
Fatto sta che davanti al loro bar c’è una comunità psichiatrica e ogni giorno alcuni ospiti e qualche operatore vengono a consumare qualcosa. E i
due coniugi sentono il dovere e il piacere di fare qualcosa di buono per
loro, come se questa loro attenzione fosse rivolta alla loro figlia in cielo.
Il mese più propizio per queste particolari premure è il mese di agosto.
Tutti vanno in vacanza. Il paese si svuota. Ma il bar si anima di quelle
persone che hanno due dita marroni o la maglietta macchiata. Loro non
vanno in vacanza.
La settimana di ferragosto poi è la più viva perchè nel silenzio delle strade si sentono meglio le chiacchiere ovattate dei signori che si ritrovano
al bar sport. In questa settimana il bar sembra trasformarsi in una tranquilla comunità dove le voci calme e calde di questi speciali frequentatori animano ogni angolo e ogni cosa presente nelle sale e salette del bar
tabaccheria.
Anche le sigarette sembrano uscire dai loro pacchetti e danzare liberamente sui tavoli e le sedie. E dopo questo gioco si ritirano ordinatamente nei loro pacchetti che restano fermi in attesa di appartenere a
qualcuno.
113
Lunedi 13 agosto
Alle 8,05 si presenta il primo speciale cliente. Franco.
Apre gli occhi molto presto al mattino e non riesce a stare a letto.
È quasi sempre il primo ad uscire dalla comunità per fare un giretto e
comperare il giornale. È convinto che un’ottima colazione sia di buon
augurio per trascorrere una giornata serena.
- Buongiorno, Franco.
- Buongiorno, Mario.
- Dormito bene?
- Non tanto. Sogno sempre di essere in guerra e stanotte ero ricercato dalla Gestapo. Che paura! E stamattina già mi sento stanco.
- Che strani sogni... E perchè ti cercavano?
- Il mio paese era occupato dai tedeschi e questa notte qualcuno ha
incendiato la mia casa. I tedeschi sono venuti a controllare,
volevano sapere da me chi aveva appiccato l’incendio. Io ho
cominciato a scappare e loro mi hanno inseguito. Mi sono
svegliato che ancora mi stavano cercando. Stavolta mi è andata bene. Sono stato più furbo di loro.
- Tutte le notti fai sogni di questo tipo?
- Quasi tutte le notti sogno di essere inseguito, ma il contesto cambia ogni volta. Spesso il sogno è ambientato nel Far West.
Lo sceriffo con alcuni volontari mi insegue pensando che io
sia un bandito che ha ucciso qualcuno o rubato qualcosa.
- Ti servo il solito caffè e la brioche ancora calda?
- Sì, grazie. Il tuo caffè è molto buono...
Oh, buongiorno Maria.
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- Buongiorno, Franco. Ha visto che bella giornata? Fa caldo ma
non è afoso. Cosa pensa di fare oggi?
- Questa mattina alle 11 ho un appuntamento col dottore.
Nel pomeriggio invece vorrei fare una passeggiata nel parco.
- È bravo il dottore con cui parli?
- Sì, è bravo. Mi ascolta e non mi stressa. Due settimane fa mi ha
proposto di frequentare il gruppo di arteterapia. Io so disegnare abbastanza bene ma non ho voglia nè di stare in gruppo nè
di fare cose artistiche. Io sto bene da solo e al massimo reggo
la conversazione con un’altra persona. In due ho il tempo di
ascoltare con attenzione quello che l’altro dice e riesco anche
a rispondere con calma. In gruppo invece parlano in troppi
e io non riesco a seguire tutti. Alla fine mi sento stordito e
confuso.
- Hai ragione. È difficile stare in gruppo. Pensa che noi qui, quando
ci sono troppe persone a cui dobbiamo dare retta, spendiamo
tante di quelle energie che alla fine della giornata siamo cotti.
E alla sera, quando siamo a tavola Mario ed io, non abbiamo
neanche la forza di dire una parola, tanto la mente è affaticata.
- Sai, Maria, la mia mente lavora tutto il giorno. Sento delle voci
che mi dicono che sono un buono a nulla. Un fannullone. Io
non riesco a fare le cose. Non riesco a concentrarmi perchè le
voci mi dicono di fare così e cosà. Ogni tanto mi lasciano in
pace e in questi momenti vorrei riposare. Vedi, parlando con
te, così tranquillamente, la mia mente non si affatica e anche
le voci mi lasciano in pace. Con te la mia mente riposa. Con
altri invece ho un terremoto di pensieri che devastano la mia
giornata.
- Oggi non so cosa rispondere al medico, riguardo all’arteterapia.
Cosa mi suggerisci?
115
- Potresti dirgli le cose che hai detto a me. Pensi di poterlo fare?
- Non lo so. Il dottore si aspetta che io partecipi a questo gruppo
e se gli dico di no magari si offende. Magari anche lui mi dice
che sono un fannullone, come le voci.
- Già. È un bel dilemma.
- Quasi quasi gli dico che frequento già i clienti del tuo bar.
E questo mi fa stare bene. In fondo parlo già con te, con Mario, con Stefano, con Giorgio, Arianna, Simone... A modo
mio sono socievole e produco pensieri buoni. Che senso
avrebbe per me fare gruppo con persone malate come me,
che producono cose vagamente artistiche? Invece parlare con
persone che stanno bene, anche se hanno altri problemi, è
meglio. Non ti pare?
- Mi pare che hai ragione. Dai, prova ad esprimere al tuo medico questi bei pensieri. Magari cambia idea.
- Grazie. Sei una delle poche persone che mi dà ragione.
Adesso vado. Ripasso questi pensieri e poi vado dal medico.
- Poi mi racconterai.
Alle 16,30 entra di corsa Stefano. Prende un quadretto di cioccolato e
lo divora in pochi attimi.
- Che ti succede, Stefano? Chiede Mario con la sua consueta calma.
- Mi è venuta una fame tremenda e non so resistere.
- Hai mangiato abbastanza a pranzo?
- Sì sì. Oggi spaghetti alla carbonara e bistecca ai ferri con le patatine fritte.
- Però! Un buon pranzetto!
- Buono sì. Ma ho sempre una gran fame.
- Cosa dicono gli esami del sangue?
- Dicono che scoppio di salute.
- Ah ah, allora continua così.
- No, così non va bene. Mi sento ansioso. Gli operatori mi controllano perchè non esageri nel mangiare. E fanno bene. Ma
la fame è più forte di me. Pensa che di notte mi alzo e divoro
tutto quello che trovo in giro. Ho scoperto che dietro alla
cucina c’è una dispensa. Riesco ad aprirla anche al buio senza
rovinare niente e divoro alcune brioches. Non troppe, altrimenti se ne accorgono.
- Sei furbetto, eh!?
- Non lo faccio per cattiveria. Ho un impulso irrefrenabile a riempirmi lo stomaco. Mi dicono che sono bulimico. Sono tutti
disperati, tranne io. Vedo che gli operatori si affannano a te116
nermi lontano dal cibo. Ma io li frego sempre. Poveretti. A
volte mi fanno pena.
Invece gli altri ospiti, quando mi vedono rubacchiare qualcosa
da mettere sotto i denti, sembra che mi dicano “Ci dispiace,
non possiamo aiutarti. Teniamo il segreto con gli operatori,
ma non crearci problemi. E attento a non incasinarti troppo.”
- Loro capiscono che in fondo ti stai facendo del male da solo.
- Sì. Ci capiamo al volo e prevale una certa solidarietà. Sanno che
mi logoro, ma capiscono quando gli impulsi sono incontrollabili. E sperano che sopraggiunga qualche evento propizio che
mi riduca l’ansia. Forse si aspettano che gli operatori trovino
una soluzione per me al più presto.
- Senti Stefano, mi aiuti ad alzare le sedie? Vorrei passare il pavimento col panno umido.
- Volentieri. Da dove comincio?
- Da là in fondo.
Mentre lavo il pavimento gli chiedo cosa ne pensa della campagna acquisti dell’Inter. E chiacchieriamo per un’oretta.
- Sei bravo nei lavori manuali! Potresti aiutarmi più spesso.
- Ma sì, tanto non ho niente da fare. Beh, Mario, adesso torno in
comunità.
- Aspetta. Ti regalo questo portachiavi con i colori dell’Inter per
ringraziarti dell’aiuto che mi hai dato.
- Grazie, sei gentile.
Mentre Stefano si avvia all’uscita, Mario considera che insieme hanno
parlato e fatto qualcosa per quasi due ore, durante le quali Stefano non
ha nè chiesto nè toccato una caramella. Sua moglie, mentre serviva al
bar, ogni tanto mandava dei sorrisi benevoli ad entrambi.
A Mario sembra che questi malati abbiano due diverse modalità di comportamento: uno in comunità, e uno fuori dalla comunità.
Come se fuori avessero maggiore autocontrollo e maggiore bisogno di
sentirsi come gli altri.
Forse questi ospiti dovrebbero pensare alla comunità come ad un albergo dove si mangia e si dorme. Per il resto... tutti fuori! È vero che la
comunità è principalmente un luogo di cura e di ripresa da un periodo
di forte malessere, ma rimane il fatto che fuori da quel cancello si comportano in modo diverso.
117
Martedi 14 agosto
Alle 8,20 arriva Vincenzo. È un bravo infermiere, ma un po’ esuberante.
- Buongiorno, Maria. Come va?
- Bene. E lei?
- Ah, oggi sarà una giornataccia. Ci sono due ospiti che non stanno per niente bene. Uno va controllato a vista perchè divora
tutto quello che trova davanti agli occhi. E un altro vorrebbe
fare due passi in paese ma è in uno stato di completa confusione e abbiamo paura che si perda.
- Li mandi a fare un giro qui da noi. Magari due chiacchiere del
più e del meno potrebbero cambiare i loro pensieri. Un po’
voi e un po’ noi... chissà che le cose vadano meglio. Una mano
lava l’altra. Tanto in questi giorni non c’è quasi nessuno. Sono
una compagnia anche per noi.
- Ma non andate in ferie?
- Sì, chiuderemo la settimana dopo ferragosto. Andiamo da mia
sorella che ha una casa in montagna qui vicino.
- Va bene. Se questi ospiti si trovassero in difficoltà, chiamateci.
- D’accordo. Buona giornata.
Alle 10,30 arriva Sergio. Si siede con gli occhi bassi a un tavolino e chiede un caffè a Mario.
Poco dopo, Iannuzzo, un giovane operaio metalmeccanico si siede allo
stesso tavolo. Sergio e Iannuzzo si conoscono da tempo. Hanno la stessa
passione per il calcio e tutti e due tifano per l’Inter. Al bar leggono “La
Gazzetta dello Sport” e quasi tutti i lunedì sera discutono dei risultati
delle partite.
Tutti e due hanno la faccia scura e nessuno osa parlare per primo. Mario
si avvicina al tavolo e chiede a Iannuzzo cosa desidera.
- Un decaffeinato.
- Che strano. Di solito preferisci un caffè bello forte.
- Oggi sono troppo incazzato e confuso. Ho bisogno di calma.
Mentre Mario prepara il decaffeinato, Sergio alza gli occhi.
- Iannù, che ti è successo? È la prima volta che ti vedo così nero.
- Infatti è la prima volta che mi succede un terremoto così devastanLa mia ragazza mi ha mollato, così all’improvviso, senza una
spiegazione. L’ho chiamata al cellulare per vederci e mi ha risposto che è stanca di me e delle mie scenate di gelosia. Ma
quale gelosia! Mi infastidisce sentirla parlare allegramente con
i suoi colleghi di lavoro. So che uno le fa il filo. Le pianta gli
118
occhi addosso e sembra che la spogli con lo sguardo. Parlano
di stupidaggini e ridono insieme come due cretini. Ogni scusa
è buona per telefonarsi. Lei mi dice che si chiamano per lavoro. Ma a chi vuole darla ad intendere.... mica sono scemo!
E poi, chissà perchè, anche il suo capo ha sempre bisogno
di vederla. Anche lui le pianta gli occhi sempre lì, fissi sulle
tette. E lei mai una volta che faccia una mossa per coprirsi.
Anzi adesso che è estate va in giro come se fosse sul lungomare. Mia madre mi dice che una vera donna non si comporta
così. Quando si è innamorati ci vuole rispetto reciproco. Bisogna dirsi tutto senza problemi. Io le dico sempre tutto, ma
lei non lo so.... E adesso mi dice che è colpa della mia gelosia.
Ma che razza di ragionamento è? E’ lei che sbaglia, non io!
Arriva Mario col decaffeinato. Ma Iannuzzo è troppo arrabbiato e perciò preferisce tornare subito dietro al banco.
- Bel problema. E adesso cosa pensi di fare?
- Che ne so. La prenderei a botte. La insulterei. O forse la chiamerei per parlare, discutere, chiarire... Mah, ci devo pensare.
Mia madre mi dice di lasciarla perdere. Ma io non voglio passare per cornuto...
Ma vedo che anche tu hai una faccia... Dai, raccontami qualcosa prima che scoppi di rabbia.
- Da alcuni giorni ho un dubbio: non so se ammazzarmi o ammazzare i miei genitori.
- ...azzo! Un problemino da niente.
- Sono stanco di essere malato. Non riesco a fare nulla. Sono in
balìa delle voci che mi perseguitano tutto il giorno, e non ne
vengo fuori.
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Non riesco a conciliare il mio desiderio di libertà con la dipendenza da queste voci. Io voglio essere libero e non schiavo di
queste voci maledette.
Devo trovare una soluzione definitiva. Vorrei ammazzare i
miei genitori che mi hanno fatto nascere malato. Ma le voci
continuerebbero a tormentarmi. Forse è meglio che mi faccia
fuori io, così tolgo il disturbo a tutti.
- Calma calma, non farmi spaventare! Fai venire voglia anche a
me di ammazzare la mia ormai ex che in questi ultimi mesi
me ne ha dette un sacco. Qui tutti e due ne abbiamo sentite
di parole e di voci! Tu ti senti vittima e io mi sento cornuto.
Belle storie! Adesso i miei amici, quando mi guarderanno, rideranno di me. Mia madre pensa che soltanto lei non potrà
mai tradirmi. E io che devo pensare? Speravo che almeno tu
mi avresti dato qualche buon consiglio, invece sei incazzato
e confuso peggio di me. Siamo entrambi nella merda fino al
collo!
- Eh sì, io ormai non ho più speranze. Ho lottato con tutte le
mie forze e mi trovo perdente. Neanche i farmaci mi aiutano.
Adesso vado a comperare una pistola e preparo un piano.
- Cavoli, come corri in fretta! Dai, aspetta un attimo. Ragioniamo. Senti. Ma perchè invece di comperare una pistola non
provi a tirare con l’arco? Io ci ho provato e ti assicuro che viene
fuori tutta la rabbia che hai dentro e dopo ti senti più rilassato.
Io mi allenavo nella palestra di un paese qui vicino. Se vuoi
ti posso accompagnare per vedere se questo sport ti piace. Si
paga solo l’iscrizione. L’arco e le frecce te le affittano a un euro
per ogni allenamento. Ti va di provare? Senza impegno, eh!
- Da qualche parte devo pur sfogare la mia rabbia... Dai, ci
mettiamo d’accordo. Però mi devi accompagnare tu.
- Ok va bene. Mi informo meglio e ti farò sapere.
Iannuzzo si alza. Ma Sergio lo ferma prendendolo per un braccio.
- Ehi, aspetta un momento. Dobbiamo ragionare anche sulla tua
situazione.
Facciamo così. Io accetto di iscrivermi al tiro con l’arco a condizione che tu lasci libera la tua ex ragazza. In fondo anche
lei, come me, è schiava di qualcosa. Lei della tua gelosia e io
delle voci. La posso capire bene. A volte mi sembri mia madre.
Scusa eh, ma nè io nè la tua ex siamo delle belle statuine nelle
mani di altri. Abbiamo bisogno di sentirci liberi e non burattini mossi dalle dita di un burattinaio.
120
- Ah, grazie. Pure del burattinaio mi dai... Ma guarda che io non
sono geloso. Voglio solamente che lei sia la mia donna. E solo
mia.
- E dici niente? Come fai a pensare che è tua? L’hai comperata
al mercato? Solo tua madre è sicuramente tua. Come per me
la mia. E se le nostre mamme ci fanno soffrire dobbiamo decidere se farle fuori o rassegnarci.
- Beh, allora proviamo per un po’ di tempo a rassegnarci. Chiediamo una tregua. Forse è meglio. Dai, beviamoci su. Ti va un
aperitivo?
- Ma sì. Per me analcolico, con un po’ di patatine.
Iannuzzo chiama Mario che arriva subito. Vede che le facce sono meno
tese e tira un sospiro di sollievo.
- Mario, ci porti due aperitivi con contorno? Quant’è?
- Oggi offro io - dice Mario - festeggio il trentacinquesimo anniversario di matrimonio con Maria.
- Che iella! Proprio oggi che sono stato piantato e Sergio ha il morale sotto i piedi. Comunque auguri a voi. Alla vostra salute!
Mentre le campane del paese battono le ore 18, Marina, una ragazza del
paese, sta parlando animatamente con Maria. Sigaretta in bocca, gonna
corta, stivaletti neri. Capelli neri e occhi neri. Tutto di lei è nero in questo giorno roseo per Mario e Maria.
Arriva anche Sonia, una ragazza cicciottella che è ospite da sei mesi
nella comunità di fronte. Capelli biondi, occhi azzurri, maglietta gialla
e stretta, con una macchiolina di caffè sopra l’ombelico. Sonia si siede
al solito tavolo, gira e rigira nervosamente tra le mani un pacchetto di
121
sigarette e chiede a Maria l’ennesimo caffè della giornata.
Quando scorge Marina, la invita a sedersi al suo tavolo. Marina si avvicina un po’ svogliata, ritrae la sedia e si siede un po’ di traverso, con le
gambe comodamente accavallate.
- Ciao Marina, posso offrirti qualcosa?
- Sì, un po’ di veleno per i miei genitori.
- Oh cavoli! Che ti hanno combinato?
- Ho litigato con loro. Alle cinque e mezza torno a casa dal lavoro
stanca e nervosa e loro mi dicono di non lasciare in disordine
come al solito la camera, perchè hanno appena finito di pulirla. Ho 29 anni e non sopporto più che loro mi dicano quello
che devo o non devo fare. La stanza è mia e la tengo come
mi pare. Non mi va che la puliscano loro nè che fingano di
metterla in ordine per rovistare tra le mie cose. Quasi tutti i
giorni ce n’è una nuova. Non li sopporto più! Voglio andare
via di casa!
- E come fai? Ce li hai i soldi?
- I soldi che ho non mi bastano. Dovrei fare un mutuo.
- Quando ti sposerai magari sarà più facile. In due ci si aiuta.
- Figurati! Gli uomini sono tutti stronzi, egoisti e bugiardi. Uno
peggio dell’altro. Non ho mai avuto fortuna con gli uomini.
Vogliono sempre e solo la stessa cosa. Che vadano al diavolo
anche loro! Voglio stare sola. Con la libertà di fare quello che
mi pare. Arredare la casa come piace a me e solo a me. Se
voglio il posacenere lì, lì deve restare, e nessuno me lo deve
spostare.
- Però sei fortunata ad avere un lavoro.
- Questo sì. Lavorare come impiegata comunale mi piace, e non
c’è il rischio di perdere il posto. Lo stipendio è basso, ma il
lavoro è sicuro. Però purtroppo ho alcune colleghe pettegole
che mettono il naso nei fatti altrui e rovinano l’immagine vera
di me e di altre mie colleghe che invece sono veramente brave.
E questo mi fa innervosire parecchio.
- Però il lavoro è una sicurezza. Il resto è secondario. Il presidente
della cooperativa una volta mi ha detto “Dovunque vai, rompicoglioni trovi”. Forse ha ragione. Infatti in comunità ci sono
almeno due ospiti rompipalle che fanno venire i nervi a tutti.
- Avrà anche ragione ma non è consolante. Non si può tutti i
giorni mangiare pane e rabbia sia in casa che fuori casa. Non
ne posso più!
- E che alternative hai?
- Purtroppo nessuna. E la sfortuna vuole che mia mamma non stia
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molto bene e spesso devo anche assisterla. Certo che assistere
una madre così pesante non è facile. Insomma, sono anni che
sono sempre nervosa e ho paura di cedere. Magari è la volta
buona che mi ricoverano nella tua comunità. E sui giornali
leggeranno “Giovane donna presa da raptus distrugge il reparto frutta e verdura nel minimarket del paese, e finisce in una
comunità psichiatrica”.
- Dai, così ci facciamo compagnia. E anche tu risolvi il problema
della casa. Letto e pappa sono assicurati.
- Ma tu che ci fai in comunità. Perchè sei finita lì? Strano, ma non
te l’ho mai chiesto prima.
- È una brutta storia. I miei genitori si sono separati dieci anni
fa. Mio padre beveva e spesso picchiava mia madre. Poi mio
padre è morto e mia madre si è messa con un altro. Beve anche
questo, ma picchia di meno.
Ha tentato più volte di mettermi le mani addosso, ma l’ho
minacciato col coltello urlandogli che se ci avesse provato
un’altra volta l’avrei ammazzato. Allora lui un giorno è venuto
a casa con un suo amico e insieme volevano usarmi per i loro
porci comodi. Pensavano che in due avrebbero avuto la meglio. Invece sono riuscita a scappare e non sono più rientrata
in casa.
Così a diciannove anni ho cominciato a fare la barbona. Ho
cercato invano lavoro. La mia situazione non rassicurava nessun datore di lavoro. Allora ho cominciato a mettermi in compagnie di sbandati. Rubacchiavo, spacciavo, mi prostituivo...
tutto per avere due soldi per campare.
Alla fine uno spacciatore mi ha massacrato di botte. Qualcuno
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mi ha trovata sanguinante per terra in strada e ha chiamato la
polizia che mi ha portata al pronto soccorso. Da lì sono finita
nel reparto psichiatrico e adesso sono qui in questa comunità.
- Cavoli! Che storia! E che coraggio hai avuto. Ma dopo la comunità cosa farai?
- Boh. Non lo so proprio. Se mi aiutassero a trovare un lavoro,
forse in qualche modo me la caverei. Magari andiamo ad abitare insieme... Che ne dici?
- Dico che non è una buona idea. Io voglio stare sola. Insieme
litigheremmo subito e dovremmo separarci presto.
Che destino il nostro: tutte e due vogliamo separarci dalle
nostre famiglie e non riusciamo a trovare il modo di essere autosufficienti. Tu al verde e io con due soldi, come potremmo
sopravvivere?
- Eh già. È proprio un problema di sopravvivenza. Per fortuna il
mio Centro psicosociale per ora mi sta aiutando. Sono grata
agli operatori che stanno pensando a me e al mio futuro. Collaboro il più possibile con loro perchè voglio uscire definitivamente dalla situazione di violenza che ho vissuto sia in casa
sia sulla strada.
- Te lo auguro. Meriti una vita più serena per il futuro. Senti, teniamoci in contatto. Questo sarà il nostro bar. Il luogo speciale per raccontarci le nostre cose e preparare il nostro futuro.
- D’accordo. Ci vediamo anche domani sera?
- Sì, alla stessa ora. Verso le 18, va bene?
- Va benissimo. Tanto ceniamo alle 19,30. Ciao Marina.
- Ciao Sonia. A domani.
Si abbracciano. Vanno insieme da Maria e la salutano con un sorriso.
“Che il cielo le aiuti” - pensa Maria guardandole mentre escono lentamente dal bar - Sono giovani, hanno bisogno di molta fortuna e di
essere in buone mani”.
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Mercoledì 15 agosto, Ferragosto
Anche a ferragosto il bar sport è aperto. Forse è l’unico in tutto il paese.
Maria e Mario hanno pensato di rendere un buon servizio per le poche
persone rimaste in paese. Così anche i fumatori più distratti potranno
comperare le sigarette e godersi qualche minuto di tranquillità facendo
due chiacchiere davanti al profumo di un buon caffè.
Intanto arriva un cliente abituale. È Gigi, un infermiere della comunità.
Dopo il turno di notte ama godersi un buon cappuccio con la brioche
calda, prima di tornare a casa. Si siede comodo al tavolo, nell’angolo
vicino alla finestra e aspetta che Mario abbia il tempo di servirlo. Vedendolo particolarmente stanco, Mario ha pensato di fargli un po’ di compagnia. Chiede a Maria di sostituirlo al banco e si siede al suo tavolo.
- Ciao Mario. Come va?
- Bene, e tu? Come è andato il turno di notte?
- Bene. Sono stanco ma soddisfatto.
- Adesso finalmente puoi andare a casa e goderti la giornata di
festa con tua moglie. Cosa farete di bello?
- Appena a casa mi butterò sul divano e chiuderò gli occhi per una
mezz’oretta e poi forse faremo un giretto in montagna a prendere un po’ di fresco. Se mia moglie è d’accordo, prenderemo
un sentiero che conosciamo bene e nel giro di un’oretta arriveremo a un rifugio dove si mangiano piatti squisiti. Preparano
pizzoccheri valtellinesi, casoncelli bergamaschi, polenta taragna, salamelle, brasato, cervo, capriolo, stinco, funghi porcini, salumi, formaggi alla piastra, dolci, caffè, ammazzacaffè
e ancora ammazzacaffè. Quando sento la signora del rifugio
che elenca i piatti del giorno, il mio stomaco diventa euforico,
mentre il fegato va in depressione. Fortunatamente non ho
allergie nè intolleranze. Ho solo l’imbarazzo della scelta.
- Ah, e dicevi di andare a prendere il fresco! Sentirai che caldo
dopo un pranzettino vegetariano come te lo ha descritto la
montanara.
Domenica anch’io andrò in montagna da mia cognata. È bravissima in cucina e anche per noi saranno giorni di vacanze
al fresco.
Maria porta un cappuccio e una brioche ai cereali a Gigi e un caffè al
marito. Fa un sorrisino a tutti e due prima di ritornare dietro il banco.
- Senti Gigi, ma come passano il ferragosto i vostri ospiti? Fate
qualcosa di diverso o è una giornata come tutte le altre?
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- Franca e Gianna organizzano una grigliata all’aperto. Gli scorsi anni è sempre stata gradita. Mi sembra giusto che anche gli
ospiti a ferragosto si godano qualcosa di diverso. Già monta
l’invidia per quelli che sono in vacanza e loro no. Almeno una
grigliata se la meritano.
Che brutta malattia la follia. Sentono voci e vedono persecutori nascosti in ogni angolo. Oppure provano un gran vuoto
nella testa e nell’anima. E si aggrappano a qualcosa di concreto per sentirsi vivi. A volte si feriscono pur di sentire di
esistere. Sono invasi da sentimenti di paura e di confusione.
Rifiutano la dipendenza da bisogni che li travolgerebbero e si
rifugiano in un mondo di onnipotenza che li salva.
Pensano “non ho bisogno di niente e di nessuno”, mentre in
realtà hanno bisogno di tutto e di tutti. Vedono le cose, le persone, il mondo, con occhi diversi da chi sta bene. Sono proprio due visioni e interpretazioni diverse, anche dei minimi
particolari. Devono avere una grande pazienza a sopportare
noi operatori che facciamo fatica a “vedere” le cose come le vedono i loro occhi e la loro mente. Sembra di appartenere a due
mondi lontani. A volte li paragono perfino ai malati terminali.
Spero di non ammalarmi di follia. È una sofferenza atroce.
-Ma cosa si può fare per aiutarli?
- Tutto e niente. L’obiettivo principale è stabilire una relazione
di fiducia con loro.
E questa è già un’impresa difficile perchè sono tendenzialmente sospettosi. E a ragione. A volte noi usiamo parole o gesti
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che a noi sembrano innocui, mentre da loro sono vissuti come
violenza alla loro dignità. Il rispetto per la loro intelligenza,
per le loro esigenze e per la loro malattia deve essere sempre
al di sopra di tutto.
Ci viene istintivo considerarli come bambini indifesi che non
sanno qual è il loro bene e il loro male. Sono convinto che
loro siano in grado di mostrarci la strada più opportuna da
percorrere per aiutarli a soffrire di meno.
Se il rapporto reciproco è di fiducia, forse riescono a suggerirci
quello di cui avrebbero bisogno. Certo non lo diranno mai col
nostro linguaggio razionale ed esperienziale. Useranno il loro
linguaggio nascosto dietro le paure, le fantasie e le allucinazioni.
Sembreranno indicazioni impossibili da comprendere. Ma se
liberiamo la nostra mente da pregiudizi, convinzioni, presunzioni, potere, eccessi di zelo, ecc. forse troviamo i presupposti
per comprendere qualcosa di imprevedibile e di incredibile.
Abbiamo la possibilità di accompagnarli fino al confine del
loro territorio di sicurezza in modo che possano guardare al
mondo dei cosiddetti sani come se fossero davanti a una finestra.
Forse non avranno mai il coraggio di abbandonare le loro sicurezze costruite in anni di prove, ma daranno il massimo
delle loro possibilità e della loro disponibilità.
- Ma non si adatteranno mai alla realtà?
- Quale realtà? La nostra o la loro? Credo che uno degli errori
più comuni sia quello di costringerli ad aderire totalmente ai
nostri parametri.
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- Quando parliamo di cura o di riabilitazione spesso siamo convinti che debbano lavorare, avere una casa, convivere felicemente con qualcuno, secondo la nostra realtà.
Invece credo che al massimo possano accettarne soltanto alcuni aspetti. Questa nostra presunzione di renderli “normali”,
cioè aderenti alle norme che fanno parte della nostra vita, ha
un sapore di violenza perchè non saranno mai in grado di farle
proprie. Facciamo loro una richiesta impossibile da realizzare.
Sarebbe sufficiente che stessero nella fascia di sicurezza più
vicina al nostro modo di vivere e di intendere la vita.
- Scusa, ma faccio fatica a seguirti. Allora non guariranno mai?
- Possiamo parlare di “guarigione sociale”, che significa accettare
di vivere nella società anche senza condividerla o opporvisi. È
una specie di presenza neutrale che non danneggia il malato e
neanche gli altri.
- Ma che lavoro difficile è il vostro!
- Sì, è difficile ma molto gratificante. Io sono felice quando un
paziente riesce a guardare le persone e le cose con occhi meno
angosciati, e magari anche a godersi qualcosa che gli permetta
di riposare la mente e di accettare la sua vita nonostante il
prezzo altissimo che gli chiede.
- Caro Gigi, mi sta scoppiando la testa. Sarà meglio che torni a
dare una mano a mia moglie prima che anch’io debba pagare
un prezzo salato.
- Hai ragione. Non sono discorsi da ferragosto. Semmai continuiamo un’altra volta. Adesso vado a casa e mi preparo a una
giornata rilassante. Spero solo di non litigare subito con mia
moglie altrimenti addio pranzettino al rifugio. Sai tutto è possibile. Ci vuole poco a rovinare una bella giornata.
Ciao Mario. Buona vacanza anche a te...
Gigi esce dal bar e si allontana. Mario invece rimane dietro al banco,
un po’ stordito dai ragionamenti di Gigi. Si passa la mano sulla fronte
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come se volesse accantonare temporaneamente i pensieri per renderli
meno pesanti. Poi guarda negli occhi la mogliettina sempre tranquilla e
sorridente, e riprende a servire caffè e sigarette.
Alle 16,30 finiscono i passaggi di consegna nella comunità. Franca e
Gianna, infermiera ed educatrice, si fermano al bar per prendere una
bibita fresca. Salutano Mario e Maria e si siedono al solito tavolo.
- Allora Franca, come è andata la grigliata secondo te? - chiede
Gianna visibilmente stanca.
- Come gli altri anni, mi pare. Un po’ noiosa e lunga. Mi pare
che gli ospiti si sentano obbligati a partecipare, non mi sembrano interessati. A loro interessa solo mangiare qualcosa di
diverso e scappare subito in camera. I pochi che restano fanno
finta di stare al gioco ma lo fanno per non deluderci.
- A me invece sembra che siano stati contenti. Hanno anche ballato e cantato.
- Sì, ma fanno fatica a contrastare la loro tendenza alla passività.
Per me è inutile fare queste feste. È più la fatica che facciamo
noi, e come risultato non otteniamo gran che. Qualcuno sarà
stato anche contento, ma sono i soliti due o tre che hanno
bisogno di stare sempre in movimento. Mah, mi chiedo chi
ce lo fa fare.
- Non credi che creare delle occasioni per festeggiare qualcosa
possa aiutarli a cambiare i pensieri? E poi, fosse solo un pranzo
diverso dal solito, non ti sembra già una buona cosa?
- Per me è tutto tempo sprecato. Credo che questi ospiti non cambieranno mai. In fondo hanno dei limiti che non supereranno
mai. Avranno sempre bisogno di qualcuno che faccia loro da
supporto. Neanche i farmaci li aiutano. E allora che lavoriamo
a fare? Teniamoli così come sono e basta. Forse non capisco
niente di questo lavoro. Forse non sono neanche adatta a farlo. Nelle riunioni si dicono tante cose di loro, ma sinceramente quando parla il medico non capisco nulla. Vado avanti fin
che me la sento. E poi vedrò cosa fare.
- Per me invece è diverso. Sento il piacere di lavorare con loro e
per loro. Quando parlo con un ospite, di solito mi pare di
capire qualcosina. Mi piace ascoltarli senza pregiudizi per
scoprire il loro pensiero. Non ci sono due ospiti uguali. Per
questo mi piace comprendere la diversità e ingegnarmi per
mediare le loro esigenze con le nostre. Lavorare con queste
persone mi stimola la creatività e la voglia di trovare soluzioni
sempre nuove e diverse.
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In fondo che ne sappiamo della risonanza che la grigliata ha
prodotto nella loro giornata e nella loro mente? Domani magari cercherò di scoprirlo con la dovuta prudenza.
- Beata te che sei contenta di questo lavoro. Io non riesco a fare
lo sforzo di capire le loro esigenze. C’è un assetto organizzativo che devono rispettare e basta. Sono convinta che se riusciranno ad adeguarsi a queste norme, quando torneranno a
casa sapranno rispettare le esigenze della convivenza familiare.
- Io credo proprio di no. Prima di tutto dobbiamo essere noi a dare il buon esempio rispettandole per primi, e non sempre
avviene. E poi dobbiamo suggerire loro i vantaggi che si ottengono quando si utilizzano le norme ragionevolmente. Se
riusciranno ad interiorizzarle avranno senso anche nel loro
domani. Secondo me dobbiamo evitare di comportarci sempre come i custodi delle regole. Proprio come fanno i vigili
quando mettono la multa alle macchine in divieto di sosta.
Non per niente siamo i primi a incazzarci per la multa che ci
è stata imposta e troviamo mille ragioni per sostenere che non
abbiamo colpe. Anzi tendiamo a dire che la colpa è del vigile,
che è passato proprio in quel momento!
- Ma il vigile ha ragione.
- Certo che ha ragione. Ed è vero che tocca a noi rispettare il codice stradale. Ma tu non hai mai premura? Non rischi mai
nulla? Non ti ribelli mai a qualcosa o a qualcuno? Sei sempre
perfetta? Non ti capita di sbagliare qualcosa, o meglio, di voler fare qualcosa di sbagliato solo per il gusto di farlo? Non
pensi di avere dei limiti? Scusa, ma sembri una ragioniera del
comportamento. Come se la vita fosse solo una sequenza di
comportamenti aderenti a quello che la società ti chiede. Ma
in questo modo costringi gli altri ad essere perfetti come te.
Vuoi che tutte le persone siano a tua immagine e somiglianza?
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- Perchè, è sbagliato?
- Non è sbagliato, ma penso che incorniciando e razionalizzando tutti i comportamenti, togli spazio alla sensazione di libertà di cui, almeno io, sento il bisogno. È vero che le emozioni
a volte ti conducono a commettere errori. Ma che importa! Ti
permettono anche di goderti qualcosa di piacevole.
Scusa, ma quando fai l’amore con tuo marito, è solo una questione di posizioni concordate e di momenti precisi, tipo applicare ogni volta le indicazioni di due pagine consecutive del
Kamasutra, tutti i martedì dalle 22,30 alle 23, perchè il mattino dopo devi alzarti alle 7 per essere al lavoro alle 8? Mai una
volta che possa capitare al giovedì notte quando siete stanchi
morti e dovete alzarvi ancora prima per accompagnare i figli a
scuola?
- Io preferisco usare la ragione in tutte le cose. Mi rassicura e mi
sento la coscienza a posto.
- A me invece piace ogni tanto ribellarmi alla monotonia e alle eccessive sicurezze. Mi piace fare un po’ di testa mia, anche
se poi mi incasino. Così mi sento libera. Perchè se dovessi
pensare sempre al dovere non avrei mai nè spazio nè tempo per il piacere. Se invece prima mi godo qualcosa che mi
piace, dopo mi viene più facile svolgere il mio dovere. Non
solo, ma posso anche capire meglio le persone che sbagliano o si godono qualcosa dimenticandosi di qualche impegno.
Insomma, Franca, mi sembra di capire che mentre tu ti senti
bene aderendo razionalmente ai comportamenti richiesti dalla società e dal comune buon senso, io invece preferisco non
rinunciare a qualche trasgressione che mi fa sentire me stessa,
viva e libera.
- Cara Gianna, siamo proprio diverse.
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- Sì. Però questa diversità di carattere non ci impedisce di lavorare insieme con questi ospiti, perchè alcuni avranno bisogno
di un buon autocontrollo di cui tu sei un’esperta, mentre altri
preferiscono trasgredire e complicarsi la vita. E in questo io
sono maestra. Possiamo ammettere tranquillamente che, pur
avendo noi mentalità e comportamenti così diversi, in fondo
riusciamo a collaborare ugualmente e organizzare anche una
grigliata a ferragosto. Possiamo anche riconoscere che il nostro modo di intendere la vita ci sta reciprocamente sui nervi,
senza scatenare una lotta per difendere a denti stretti la nostra
integrità.
Ognuno di noi due comprende e accetta la personalità dell’altra. Questo è il vero rapporto costruttivo fra le persone intelligenti e concrete.
Purtroppo con persone troppo narcisiste, permalose, gelose
e invidiose questi argomenti non si possono neanche sfiorare. Queste tendenze imbrigliano e distorcono l’intelligenza, e
non le permettono di distinguere ciò che è essenziale da ciò
che è superfluo.
In fondo in comunità siamo come una famiglia allargata: ci
sono i genitori, i nonni, gli zii, i nipoti, e altri parenti acquisiti. C’è ampio spazio per gestire le funzioni materne, paterne,
e tutte le altre. C’è solo da augurarsi che i diversi operatori si
destreggino bene in queste funzioni secondo le loro capacità,
caratteristiche e limiti, senza aggredirsi a vicenda.
Ahimè, è difficile poi per le figure genitoriali collaborare fra
loro, con i nonni che tendono a viziare, e con gli zii che hanno
abitudini, mentalità e comportamenti diversi, ecc...
- Gianna, vedo che tu hai ancora molte energie mentali da spendere. Io invece le ho praticamente esaurite e quindi è meglio
che andiamo a casa. Oggi è ferragosto e ci rimane ancora la
serata per festeggiarlo in famiglia.
- Hai ragione. Ho parlato troppo, come al solito. Io non so cosa
farò stasera. Improvviserò qualcosa con la mia famiglia. E tu
che farai?
- Tutti gli anni a ferragosto andiamo a cena in un ristorantino
sul lago. È una tradizione ormai consolidata.
- Ovviamente.
- Punzecchi, eh?
- Dai, facciamo subito la pace. Oggi siamo stanche tutte e due.
- Ma certamente. Ciao Gianna.
- Ciao Franca, salutami la tua famiglia.
- Grazie, anche tu.
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Giovedì 16 agosto
Giovanna, Adele e Valeria verso le 11 entrano contente nel bar e salutano con la mano Mario e Maria. Questa volta si siedono al tavolo centrale, come se volessero far sapere a tutti la loro felicità. Da alcuni giorni
stanno collaborando con una associazione del paese che ha allestito una
di quelle feste estive in cui alla sera si cucina, si mangia e si balla. Fanno
segno a Mario: tre cappuccini e tre brioches. Maria li porta al tavolo e le
tre ragazze la invitano a sedersi per ascoltare la novità.
- Sai che da lunedì scorso facciamo servizio ai tavoli alla festa del
paese? Pensa che inaspettatamente ieri sera gli organizzatori
ci hanno premiate perchè siamo brave. Una targa ricordo, la
maglietta della loro associazione e un buono di 50 euro a ciascuna da spendere in un grande negozio di musica.
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- Si vede che ve lo meritate.
- Per tre ore sgobbiamo andando avanti e indietro per i tavoli
con i vassoi. Ci sono persone carine ma ci sono anche cafoni.
E dobbiamo essere sempre gentili e cortesi.
- Pensa che uno mi ha anche chiesto il numero di cellulare. Era
brutto, vecchio e viscido. Gli avrei rovesciato il vassoio in testa. A me piacciono i ragazzi della mia età, ma finora non ne
ho trovato uno che mi vada a genio.
- Io invece sono concentrata sul mio compito. Nessuna parola
di troppo e nessun sorriso gratuito. È un lavoro serio e importante.
- Quanto dura questa festa?
- Tre settimane. Speriamo di farcela. Serviamo dalle 19 alle 22, ma
ci fermiamo fino alle 22,30. Mangiamo qualcosa e poi torniamo in comunità in bicicletta.
- Quasi tutte le sere vengono alcuni ospiti della comunità a bere
qualcosa e ci piace servire anche loro. C’è sempre un bel movimento di persone. Alcune le conosciamo. Anzi, sai che è
venuta più volte anche Sara che frequenta il tuo bar?
- È vero. È venuta con alcune sue amiche. Che casino! Ridevano e mangiavano di gusto. Prendevano in giro i ragazzi che
si avvicinavano commentando il loro abbigliamento, e non
solo... Sai, Maria, qui al bar Sara è sempre ben vestita, ordinata e attenta alle parole che dice. Ma quando è in compagnia è
irriconoscibile. Parolacce, vestiti colorati come quelli delle ragazzine. Qualsiasi cosa indossi è troppo corta. Tranne le scarpe
da tennis che sono grandissime.
- Sapete che la vostra presenza mi dà un senso di piacere?
- Grazie, Maria, tu sì che ci capisci e ci stimi. Anche tu sei bravissima. Tu e Mario siete così bravi e disponibili che è un piacere
prendere un caffè da voi. Siete l’anima di questo bar.
- I vostri genitori sanno di questo lavoretto che state facendo?
- Sono molto contenti, anche perchè la comunità ci corrisponde
una piccola somma come tirocinio lavorativo. Guadagnamo
qualcosa per comperarci le sigarette e fare qualche spesuccia.
- Mia mamma invece non è mai contenta. Vorrebbe che facessi
un lavoro continuativo e mi guadagnassi uno stipendio vero.
Ma non riesco. Ci ho provato in passato ma è incompatibile
con la mia malattia. Invece lavoretti saltuari come questo riesco a reggerli meglio.
- Io non ho più i genitori e quindi il problema non si pone. Sono
contenta io, e questo mi basta.
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- Giusto. In fondo dovete pensare a voi stesse, al vostro presente
e al vostro futuro. E intanto godetevi le cose buone che la vita
vi offre. A volte sono solo caffè e sigarette, altre volte possono
essere feste di questo tipo o altri momenti gradevoli.
- Mi pare che stiate facendo anche una specie di vacanza in queste tre settimane.
- Sì sì. Facciamo delle lunghe risate con gli amici dell’associazione.
Ci sembra di vivere in una famiglia con tanti parenti. Alcuni
sono spiritosi, altri più musoni. Alcuni brontolano sempre,
altri lasciano correre. Le donne in cucina poi... sono sempre
allegre e parlano dei loro mariti come se fossero dei bambini
che non crescono mai.
- Una di loro, mentre lavava i piatti, raccontava di suo marito
che in casa non sa fare niente. E stava meditando di fare un
viaggio con alcune amiche per vedere come se la sarebbe cavata da solo in casa. Suo marito non sa dove sono i calzini,
le camicie, le mutande... Non sa farsi neanche due uova al
tegamino. Questa signora diceva che ormai è giunta l’ora di
riprendere in mano la sua vita. Ha tentato per trent’anni di
rendere suo marito più autonomo, ma senza successo. Lui
dice che l’uomo deve fare l’uomo, mentre la donna deve fare
la donna. Col cavolo! In realtà lui fa il padrone e io la serva.
Ma adesso è venuta l’ora della riscossa. Andrà a Lourdes per
una settimana con tre amiche e lo pianta in asso.
- Magari chiederà alla Madonna di farle la grazia di capovolgere
i ruoli in casa. Almeno per un mesetto. Il tempo di godersi lo
spettacolo.
- Maria, purtroppo adesso dobbiamo andare. Grazie della compagnia.
- Tornate quando volete e tenetemi aggiornata. Soprattutto riguardo alla storia della signora che “vuole riprendere in mano
la sua vita”.
- Ma dai, tu e Mario siete come Cip e Ciop. Siete ancora innamorati come due adolescenti alla prima cotta.
- Allora buona giornata a tutte. Oggi il caffè è gratis.
- Grazie, Maria. Almeno un bacione te lo possiamo dare?
- Ma certo.
Maria guarda le tre ragazze che escono felici e poi torna dietro il banco.
Racconta a Mario quanto faccia bene anche a lei trascorrere qualche
piacevole minuto in loro compagnia. Sembrava che avessero dimentica135
to i loro problemi e si comportavano come tre bambine felici. Abbassa
gli occhi e pensa a sua figlia che non c’è più. Le sarebbe piaciuto che
sua figlia fosse con loro e come loro. Malata sì. Ma con dei momenti di
serenità che avrebbe reso la madre piena di orgoglio.
Alle 14 Luciano entra nel bar. È triste, si siede ad un tavolo appartato,
la sua testa è piegata fin quasi a toccarlo. Non chiede nulla. Mario lo
vede piuttosto depresso e si siede di fronte a lui.
- Ciao Luciano, desideri qualcosa?
- No grazie. Posso stare qui un po’ con i miei pensieri? Non ti
darò fastidio. Ne approfitto intanto che il bar è ancora vuoto.
- Hai litigato con qualcuno?
- No no, ma devo risolvere una questione molto importante.
Sto meditando di andarmene dalla comunità. Non riesco più
a reggere questa condizione di dipendenza. Io sono un artista.
So dipingere bene, ho fatto delle mostre in passato. E ho ricevuto riconoscimenti molto lusinghieri.
- Ma come mai sei qui?
- Spesso mi chiudo in casa perchè ho paura che qualcuno mi
faccia del male. E quando cammino per il paese mi devo guardare alle spalle. Ho sempre un coltello in tasca per difendermi
in caso di assalto da parte di qualche gruppo di sbandati.
Sono qui controvoglia. Mi dicono che un periodo in comunità mi potrebbe aiutare a sentirmi meno preoccupato. Gli
operatori mi dicono che devo abituarmi a rispettare le regole.
Ma un artista come me non può sottostare a troppo rigore.
Perderei la mia libertà creativa.
Il medico mi dice che sono obbligato a prendere i farmaci che
mi prescrive.
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Ho bisogno di uno spazio per poter dipingere e mi concedono
solo un angolo buio di una saletta. No. Io non ce la faccio.
Preferisco stare a casa con mia mamma dove ho tutto il necessario per creare le mie opere.
Io cerco di adattarmi alla situazione facendo lo sforzo di confidare i miei pensieri al medico. Lo accontento assumendo i
farmaci, anche se mi fanno male. Me ne sto spesso appartato e
solo, perchè gli altri sono dei pecoroni che si fanno trascinare
dove loro neanche sanno.
- Ma non c’è un margine di intesa, un compromesso che sia
accettabile da entrambe le parti?
- No. Soltanto una signora addetta alle pulizie mi capisce. Ma
non può fare nulla. Ho provato a spiegare le mie esigenze agli
operatori. Mi hanno risposto che non possono assecondare
troppo le mie richieste personali, perchè devono essere privilegiate le esigenze del gruppo e quelle organizzative.
Ognuno fa le sue scelte. Gli operatori scelgono questo tipo di
organizzazione e io scelgo di tornare a casa mia. Mi spiace, ma
non posso adattarmi a questa vita troppo disciplinata. Io sono
genio e sregolatezza, come si dice.
- Mi dispiace se te ne andrai. Mi mancheranno i disegni improvvisati su pezzi di carta qualsiasi che facevi qui al bar. Mi
mancheranno anche le simpatiche caricature dei clienti un po’
originali.
- Ho deciso. Ora vado a preparare le borse e me ne torno a casa.
Subito.
- Auguri Luciano. E buona fortuna.
Luciano se ne va e Mario resta seduto ancora un po’. Non riesce ad alzarsi. I pensieri sono pesanti nella sua testa. Certo non può dire nulla sul
lavoro degli operatori. E non può dire nulla neanche su un percorso di
cura. E neppure su un normale processo educativo. Ha avuto una figlia,
ma non ha avuto fortuna. Quindi è costretto al silenzio totale. Però non
può rinunciare a pensare da solo.
Si domanda qual è il punto di partenza e il punto di arrivo di un processo educativo e di cura. Per imparare ad adattarsi a nuove regole bisogna
rispettarle subito o adattarvisi gradualmente?
Mario non sa rispondere. Non ha sufficiente esperienza. Però si chiede
se Luciano, che è un artista intollerante dei limiti perchè abituato a
dipingere liberamente quello che “vede” con la fantasia, debba essere
subito imbrigliato in una rete che disciplina rigidamente la sua vita quotidiana.
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Gli sembra una contraddizione. È come domare un cavallo selvaggio
che si ribella e disarciona una lunga serie di cowboys, prima di accettare
le redini.
Anche a questa domanda Mario non sa e non può rispondere perchè
non è il suo lavoro.
Si alza e raggiunge sua moglie al banco. E si sente triste.
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Venerdì 17 agosto
Alle 8.45, Giovanni, un bravo educatore, termina il turno di notte. Decide di fermarsi al bar per una colazione ristoratrice, spera di essere solo
perchè sente il bisogno di togliersi i pensieri della notte.
Si siede al tavolo più lontano dal bancone, quello più silenzioso, mentre
Mario gli porta un cappuccio e una brioche.
Ma ecco, una voce squillante lo saluta da lontano. Resta bloccato per un
attimo e il boccone gli si strozza in gola. È Attilio, un ospite vivacissimo,
sempre in movimento e molto loquace, ama chiacchierare dal mattino
quando apre gli occhi, alla sera quando li chiude.
- Ciao Giovanni, posso sedermi al tuo tavolo?
- Certo, ma solo un minuto perchè sto per scappare via.
- Come stai? Mi offri un caffè?
- Ok, ma solo un caffè.
- Mario mi porti un caffè macchiato caldo? Offre Giovanni.
Adesso cosa fai? Vai a casa?
- Sì.
- E cosa farai? Vai a dormire?
- Sì.
- Ma è una bella giornata. Perchè non vai a fare un giro in macchina con tutta la famiglia? Io, se fossi al tuo posto, controllerei la macchina. Acqua, olio, pressione delle gomme... Sei
sicuro che le gomme non siano troppo lisce? Ieri sera le guardavo e mi pareva che fossero al limite.
- Vanno bene.
- Certo che hai la carrozzeria ammaccata da tutte le parti. Si
salva solo il tetto. Dovresti portarla dal carrozziere. Spenderai
un po’ di soldi ma la macchina sarebbe come nuova. Quando
avevo la mia macchina la tenevo sempre in ordine. Ad ogni
graffio la portavo dal carrozziere. Non sopportavo che avesse
il minimo difetto...
Ma questo caffè non è buono! Devo dirlo a Mario. Marioooo... il caffè non è buono, non è come quello delle altre volte.
Come mai?
- Ho cambiato tipo di caffè. Non ti piace?
- Neanche un po’. È aspro. Un caffè così aspro non lo berrà
nessuno. Non puoi riprendere il vecchio? Era così buono.
- Tanti clienti preferiscono questo.
- Non è possibile. Secondo me tra alcuni giorni più nessuno
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frequenterà il tuo bar.
- Perchè non provi in un altro bar? Magari fanno un caffè migliore.
- No. Sono comodo qui da te. Non sarà il latte caldo che hai
messo nel caffè? Era cagliato? Era una sottomarca? Il caffè deve
essere perfetto. Prova a guardare la confezione del latte. Forse
è scaduto. Adesso mi ci vuole una caramella per cambiare il
gusto.
- Te la porto subito. Di che gusto la vuoi?
- Liquirizia.
- Liquirizia non ce l’ho. C’è al limone, alla menta, alla fragola,
ai frutti di bosco,...
- Ma lo fai apposta. Lo sai che mi piacciono le caramelle alla
liquirizia, perchè non le ordini? Le altre fanno schifo.
- Scusa Attilio, devo andare al banco. Si è fatta la fila e mia
moglie da sola non ce la fa.
- Va bene. Va bene. Hai visto, Giovanni, come è scaduto questo
bar? Non hanno niente. E io ho bisogno di una caramella alla
liquirizia...
Scusi, signora, ha per caso una caramella alla liquirizia?
- No. Oggi no.
- Ma guardi bene nella borsetta. Magari trova una caramella
che non si ricorda di avere. Chissà quante caramelle sono
sparse sul fondo.
- Mi spiace ma non ho tempo di guardare nel fondo della borsetta.
- Ma provi. Ci vuole un minuto. Lo faccia per me.
- No.
- Ma come è cattiva... Scommetto che per i suoi nipotini svuoterebbe la borsetta. Chissà quante cose farebbe per loro. Io le
chiedo solo un minuto.
- No. La saluto.
- E va bene.....
- Scusi, signore, avrebbe una caramella alla liquirizia? Sa, Mario
ha cambiato tipo di caffè. E questo è schifoso. Poi anche il
latte deve essere scaduto. Giovanni non ha caramelle. Quella
signora invece secondo me ce l’ha, ma non vuole cercarla nella
borsetta. Lei ce l’ha?
- Non ce l’ho, ma posso offrirle una sigaretta, se vuole.
- Ah sì, una sigaretta va bene. Avrebbe anche l’accendino?
- Sì, ma guardi che qui non può fumare. È vietato dalla legge.
- Allora esco. Se mi presta l’accendino accendo la sigaretta fuori
140
dal bar e poi glielo riporto subito.
- Guardi, glielo regalo.
- Grazie, lei sì che è una brava persona. È di questo paese? Li
conosco quasi tutti, ma non ricordo di averla mai vista. Che
macchina ha? È perfettamente a posto?
- Certo. Ma non doveva fumarsi la sigaretta?
- Ah già. Adesso esco. Giovanni, allora siamo sicuri che la tua
macchina è a posto? Altrimenti non puoi andare molto lontano. Anche tua moglie ha la macchina?
- Attilio... la sigaretta... !!!
- Ok, ho capito. Vado così non vi disturbo.
Giovanni è esausto. Gli altri clienti invece sono divertiti. Ma perchè
proprio stamattina doveva venire al bar?
Il signore che gli ha offerto la sigaretta si gira verso Giovanni.
- Me l’aspettavo e mi sono premunito.
- Cioè?
- Oggi è venerdì 17. Guardi quanti cornini ho nelle tasche esterne e interne della giacca. Lei ha dei cornini scacciasfiga? Se
vuole gliene posso vendere di diversi tipi, di diverse forme e
di diversi colori.
- No grazie. Ora devo andare.
- Ma solo uno. Vedrà che sarà contento e passerà una giornata
meravigliosa.
- Guardi, ormai mi è chiaro che posso passare una giornata meravigliosa solo a casa mia, sdraiato sul divano, nel silenzio più
assoluto.
- Come vuole. Stia attento per la strada.
Giovanni pensa di essere ormai prossimo al collasso. Con le ultime forze
rimaste si alza dalla sedia e va verso la cassa per pagare il caffè. Mario lo
saluta facendogli l’occhiolino.
Uscendo, vede Attilio sul marciapiede, sta ancora fumando la sigaretta.
Non è possibile! Ci sarà un’altra uscita? Rivolge un rapido sguardo a
Mario che gli indica quella di servizio che sbocca vicinissimo alla sua
macchina. Giovanni è sfinito. Ed è solo mattina.
141
Nel tardo pomeriggio il bar è semivuoto. Entra una ragazza vestita in
modo vistoso. Si siede a un tavolo centrale. È abbronzatissima. Indossa
un vestito molto colorato, corto e scollato. Ha le gambe accavallate e il
piede dondola nervosamente. In mano tiene un telefonino viola e sta
mandando dei messaggini.
- Un caffè decaffeinato e un bicchiere d’acqua di rubinetto, per
favore.
- Subito - risponde Mario che non ha mai capito il gusto di prendere un caffè e insieme un bicchiere d’acqua, di rubinetto per
giunta.
- Ecco il suo decaffeinato e l’acqua.
- Grazie. Non avrebbe lo zucchero di canna, per favore?
- Certo.
- Avrebbe anche una barretta di cioccolato?
- Gliela porto subito.
- Ma questa è al latte. Non l’avrebbe fondente?
- Si, gliela porto.
- Ma ha solo questa marca o anche altre?
- Signorina, se vuole guardare lei... in fondo al bancone c’è tutto quello che abbiamo.
- No no, va bene così. Sa, devo stare attenta perchè il cioccolato
crea dipendenza e allora cerco di cambiare spesso tipo e marca.
Anche col caffè bisogna stare attenti. Il cuore e lo stomaco
potrebbero risentirne. Per questo aggiungo anche dell’acqua.
Diluisce meglio il caffè e attenua il sapore del dolce.
- Mi spiega perchè alcuni bevono prima l’acqua e poi il caffè?
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- Per preparare lo stomaco a ricevere il caffè. È per prevenzione.
- E perchè alcuni clienti chiedono il caffè macchiato caldo e altri macchiato freddo?
- Perchè macchiato caldo il caffè mantiene un sapore delicato,
mentre macchiato freddo il caffè prende un sapore più forte.
- Quante cose sa.
- Eh sì. Mi piace capire il perchè di ogni cosa. Lei, per esempio,
è molto attento ai suoi clienti e quindi immagino che il suo
bar sia molto frequentato.
- In effetti, a parte oggi, di solito ci sono molti clienti sia fissi che
di passaggio. Le posso chiedere di dov’è?
- Sono di Milano. E’ la prima volta che vengo qui.
- Si vede che non è di queste parti. Ha un accento diverso.
- È anche un acuto osservatore. Lei dev’essere una persona molto
calma e riflessiva.
- Insomma...
- Sì si. Ne sono certa. Ha un’aria tranquilla e sa ascoltare. Anche
il bar ha colori e tonalità che invitano alla calma. A parte il
nero e azzurro della bandiera dell’Inter. Anche la sua signora...
vedo che è molto tranquilla. Invece quel signore che sta leggendo il giornale dev’essere molto razionale. Forse è un politico militante.
- Le piace interpretare il carattere delle persone sulla base di pochi elementi...
- Mi piace moltissimo.
- E cosa significa quando uno muove un piede nervosamente?
- Che come minimo ha un’ansia non controllata. Sa, l’ansia gioca sempre dei brutti scherzi. Riduce l’intelligenza, aumenta
l’emotività, fa perdere oggettività, ecc. È una brutta bestia da
domare. Sono esperta nel riconoscere l’ansia nelle persone.
- E del telefonino che mi dice?
- Dico che è un oggetto che parla molto della personalità di chi
lo possiede. Può significare potere, narcisismo, esibizionismo,
...
- E io che non l’ho e non voglio averlo?
- Ah, significa che non vuole stare al passo con i tempi. E che non
vuole essere disturbato. Ama la vita tranquilla e non vuole
dipendere da un cellulare che suona in continuazione.
Ad un tratto una voce femminile risuona in tutto il bar.
- Ciao Enrica! Che ci fai qui?
- Sono qui per un colloquio di lavoro.
- Ma dove?
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- Presso una comunità che dovrebbe essere qui vicino, “Le tre barche”. Sai dov’è?
- Ma certo, è qui di fronte.
- Oh, sono già le 18. Scusate ma devo scappare. Quanto le devo?
E con te, Rosanna, ci sentiamo presto. Ciao.
Mario conosce bene Rosanna, è una sua lontana parente, e le chiede chi
è la sua amica.
- È stata una mia compagna di università.
- Quindi anche lei una psicologa!?! Mi sembrava una persona
così stressata e stressante...
- Dai non esagerare.
- Mah! Oggi ne ho abbastanza di sopportare persone che parlano troppo e interpretano tutto. Speriamo che questo venerdì
17 finisca presto altrimenti chiudo il bar prima del tempo.
- Dai, fai due chiacchiere con la tua mogliettina che è sempre
così calma e tranquilla....
- Non cominciare anche tu! Ma siete tutte così stronzette voi
psicologhe?
- Oh siamo anche peggio.
- No, pietà! Dimmi cosa vuoi e scappa subito fuori dal bar.
- Due pacchetti delle solite sigarette.
- Eccole qua. E adesso fuori dalle scatole, immediatamente!
Finalmente la pace. Mario e Maria si preparano un caffè bollente al ginseng e se lo gustano fino in fondo. Questo è stato l’unico piacere vero
della giornata.
144
Sabato 18 agosto
Concluso il turno di notte, Antonio e Alessandro, un infermiere e un
educatore, si fermano al bar per un caffè ristoratore. E invitano Mario a
sedersi in loro compagnia, visto che è l’ultimo giorno di apertura. Domenica infatti il bar chiude.
- Caro Mario, sei pronto per una ‘lunghissima’ settimana di ferie?
- Direi di sì. Spero che ci sia bel tempo altrimenti sarà difficile
godersi la montagna. Mi piacerebbe fare qualche passeggiata e raggiungere rifugi dove si mangia leggero... tipo polenta
taragna e brasato! e si beve vino rosso nostrano e tanti tipi di
grappe preparate con erbe locali.
E voi continuerete il lavoro?
- Eh sì. Le vacanze per noi sono già terminate, adesso ci tocca
riprendere il dovere quotidiano.
- Come è andata stanotte?
- Bene - dice Antonio - Che ne dici, Alessandro?
- Sì sì - risponde Alessandro - C’è stato soltanto un momento
in cui mi sono sentito un po’ in difficoltà con Eugenia.
Alle 22,30 mi ha chiesto se poteva chiamare sua madre al
cellulare perchè sentiva un po’ di nostalgia. Una settimana fa
in équipe avevamo concordato con lei che tutte le sere alle 21
ci avrebbe consegnato il cellulare, perchè altrimenti tende a
telefonare tutta la notte alla famiglia e agli amici.
145
Le ho chiesto le abitudini serali della sua famiglia, e le ho risposto che mi sembrava un buon pensiero.
Ho chiamato sua madre che si è mostrata d’accordo. Così
gliel’ho passata.
Eugenia è rimasta qualche minuto con la mamma e poi mi ha
riconsegnato il cellulare, ringraziandomi. L’ho visto contenta.
Avevo considerato la possibilità di dirle di no, in linea con
quanto precedentemente concordato con lei e in équipe. Ma
mi è sembrato opportuno introdurre una piccola eccezione.
In effetti so di non aver mantenuto fede all’accordo sottoscritto e anche all’orientamento che l’équipe si era dato.
Insomma, il dilemma era: trascurare l’esigenza che Eugenia mi
aveva espresso, oppure tradire l’orientamento dell’équipe. Ho
scelto la seconda opzione. Anche perchè da un po’ di tempo
penso che forse tendiamo ad essere un po’ troppo formali nei
rapporti con gli ospiti.
Non nego l’importanza di formalizzare alcune situazioni, ma
se esageriamo corriamo il rischio di perdere una parte di autonomia professionale e la collaborazione degli ospiti.
Prevarrebbe infatti il diritto e il dovere di rispettare reciprocamente gli accordi, sempre, comunque e dovunque. Ma in questo modo diventiamo tutti piccoli robot telecomandati. Una
volta inserito il programma terapeutico nella testa di ognuno,
il robottino esegue il programma fino all’esaurimento delle
pile. E poi? Poi la relazione tra noi e gli ospiti si scarica. Si
svuota. Perde di significato. Ci si allontana e ci si isola. E’ la
fine della fiducia reciproca.
Che ne dici Antonio?
- Sono d’accordo. In fondo in équipe potremmo concordare
che, una volta formalizzato un accordo, ogni operatore possa
in scienza e coscienza muoversi liberamente secondo la propria personalità e professionalità, in base al contesto e all’esigenza del momento.
In questo modo ci si impegnerebbe sicuramente a osservare
gli accordi presi, ma ci si sentirebbe anche liberi e responsabili
di fare eccezioni rispettose nei confronti dell’ospite. Questo,
secondo me, è il vero modo di gestire la nostra professionalità.
Anche l’ospite vivrebbe con maggiore libertà il suo rapporto
con noi avendo la consapevolezza che l’accordo sottoscritto
146
non è una trappola dalla quale non potrà più uscire. Gli ospiti
non si sentirebbero ‘blindati’ per chissà quanto tempo.
Così come io mi sento di poter rispettare le regole, pur adattandole al contesto specifico, così credo che gli ospiti possano
interiorizzare più stabilmente una regola se questa non diventa un cappio al collo.
Insomma, “Rem tene, verba sequentur” come dice un motto latino. Cioè, tieni ben chiaro nella mente la sostanza delle cose,
e le parole (e i fatti) verranno da sè.
Le riunioni servono per delineare una strada “larga” da seguire. Ognuno poi utilizzerà le proprie conoscenze e competenze
per muoversi in quella direzione, con la maggiore coerenza
possibile.
Ricordo che una volta, in una riunione con un gruppo di ospiti, avevo chiesto loro se preferivano una vita più libera e con
qualche guaio che li avrebbe portati in ospedale, oppure una
vita ben controllata e ordinata, e senza ricoveri. All’unanimità
si sono dichiarati favorevoli alla prima ipotesi.
Credo che respirare una sensazione di libertà sia la condizione
preferita. Certamente a volte è necessaria un’azione più contenitiva, in particolare nei momenti in cui non si sta bene e si ha
bisogno di un limite alla propria libertà. Sembra che alcuni
abbiano bisogno di una vita più libera, come i passeri che in
gabbia morirebbero, mentre altri sentano la necessità di una
vita più protetta.
Mi sembra che un programma di cura comunitaria assomigli
a una dieta personalizzata. Può essere rigida o morbida. Importante è raggiungere una buona forma.
Ricordo che, durante il servizio militare, ogni istante del giorno e della notte era codificato. E il risultato, in tanti di noi
ragazzi, era una gran rabbia e il desiderio di essere congedati al
più presto. Alcuni combinavano anche qualche pasticcio pur
di farsi mandare in ospedale e poi in congedo anticipato.
È strano, io che ho fatto il servizio militare cerco di evitare
il più possibile una gestione troppo rigida e artificiosa della
comunità, mentre chi non ha avuto questa esperienza tende a
pensare la comunità come un insieme di regole precise e immutabili, dalle quali è bene non derogare mai.
A volte penso che, al di là del tipo di organizzazione che ci vo147
gliamo dare, un clima di buon accudimento, di comprensione, di disponibilità, di buon senso, possa essere per gli ospiti
una condizione favorevole per continuare a vivere nonostante
la propria malattia. E forse questa sensazione li fa già stare
meglio.
- Sì, anch’io ho la stessa sensazione.
Credo che dietro il bisogno di eccessiva istituzionalizzazione
dei rapporti umani ci sia anche un segno di sottile violenza.
Nei vecchi manicomi prevaleva il compito di custodia e quindi tutto era regolamentato da protocolli rigidi. Infatti gli ospiti erano come numeri e non avevano neanche la possibilità
di chiedere qualcosa. Ognuno si isolava per conto proprio e
moriva solo. I pazienti in manicomio li ho conosciuti bene, li
andavo a prendere per riportarli nel loro territorio di residenza. Erano i primi anni della riforma Basaglia.
Oltre alla violenza inumana, percepivo negli operatori una
certa soddisfazione nell’esercitare potere su quegli esseri umani feriti e indifesi. Non per nulla i medici e gli infermieri avevano appeso alla cintura dei pantaloni, e in bella vista, il mazzo di chiavi che soltanto loro potevano usare. Questo segno
di potere è ben visibile in una foto che Berengo Gardin aveva
scattato poco prima della riforma Basaglia in un manicomio
di un paese vicino.
Ecco, ho l’impressione che a volte anche noi, con parole e
gesti inopportuni, provochiamo negli ospiti una dipendenza
eccessiva, inutile e dannosa.
Non certo come allora, ma talvolta insinuiamo inconsapevolmente una sottile violenza che dà a noi operatori una sensazione di potere che ci mette un gradino sopra di loro.
Per esempio una frase del tipo “io sono l’operatore e tu il paziente” esprime un rapporto di potere più che il compito di
cura che il paziente ci affida e ci riconosce.
Anche una frase tipo “tu sei ansioso”, quando un ospite pone
insistentemente una domanda che l’operatore non vuole considerare.
Oppure quando un ospite chiede qualcosa e gli operatori non
hanno tempo di dargli retta, mentre immediatamente dopo
ascoltano la richiesta di un altro ospite forse più simpatico o
più bisognoso.
148
È così che un ospite si sente “trasparente” o, peggio, tradito.
“Se fai così, lo dico al dottore”. “Non posso farci niente, devi
arrangiarti”. “Se tutti facessero così!” E tante altre frasi simili,
inadeguate e a volte ciniche.
- Sono d’accordo. E poi la vita comunitaria è già di per sè
un’istituzione più lenta della vita familiare o individuale: per
una piccola richiesta a volte gli ospiti devono rivolgersi al
medico della comunità, a quello del Cps, alla coordinatrice,
all’assistente sociale, all’amministratore di sostegno...
Noi siamo i nodi di questa rete istituzionale. Loro ci sono
dentro. E il senso di dipendenza e di smarrimento si fa feroce.
Sembra di muoversi in un labirinto da cui non si riesce ad
uscire.
Inoltre credo che sia molto faticoso per gli ospiti stare quotidianamente in attesa per un colloquio, la terapia, i soldi, il
cellulare, ecc. Tutto è regolato da orari precisi: loro devono
essere puntuali, noi non sempre.
Una volta stavo per bussare alla porta dell’ufficio dei nostri
colleghi che erano in riunione, avevo bisogno di una chiave.
C’era un ospite davanti alla porta e non osava bussare perchè
la regola dice che durante le riunioni gli operatori non devono
essere disturbati. Così ho provato ad immedesimarmi, e ho
aspettato a lungo anch’io senza bussare.
Alla fine me ne sono andato pensando al senso di impotenza e
di rabbia che avevo provato.
- Che lavoro difficile il vostro - osserva Mario.
- Sì, è molto difficile aiutare queste persone a conciliare libertà
e vincoli, autonomia e dipendenza, potere e impotenza, sfida
e rassegnazione...
A volte mentre parlo con un ospite mi sento strano. Mi sembra di avvertire il suo pensiero: “Ma tu che ne sai di me?”
Si è fatto tardi, e Antonio e Alessandro se ne tornano a casa.
La sera, a tavola, Mario racconta alla moglie il dialogo dei due operatori. E Maria, con molta naturalezza, commenta:
- In fondo questi ospiti sono i loro clienti, esattamente come
noi abbiamo i nostri. L’unica differenza è che loro non pagano
149
personalmente la prestazione che ricevono, è la Regione che
paga per loro. Ogni operatore dovrebbe avere la modestia e
il coraggio di guardare negli occhi l’ospite che ha di fronte,
e chiedersi “ma quello che sto facendo per te vale i soldi che
ricevo per occuparmi della tua salute?”.
- Ti ricordi quel signore con la barbetta bianca, vestito sempre
allo stesso modo, che ogni tanto viene qui a prendere il caffè?
dice che la comunità è come una bottega di sartoria nella quale si confezionano vestiti come piacciono ai clienti, anche se
non sono proprio alla moda.
Non conosceremo mai a fondo questi problemi, possiamo
solo fare tante domande. E allora teniamoci i nostri dubbi e
assaporiamo la certezza che domani inizieranno le nostre vacanze. Si guardano negli occhi luminosi e si ritrovano abbracciati teneramente.
150
Conclusione
A conclusione di questi racconti mi fa piacere riportare la lettera che
una signora - una mamma - mi ha consegnato diversi anni fa, qualche
giorno prima di lasciare l’appartamento protetto.
Mi sono chiesta spesso, in questo ultimo periodo, se fosse utile - andando via - lasciare a tutti voi un mio scritto.
Consapevole che forse non si fa mai niente di giusto in questo mondo, penso di non sbagliare nel farlo.
Mi sento come uscita dal “Grande Fratello”, non saprei dire in
quale graduatoria, ma di sicuro lascio dietro di me un lungo intensissimo periodo vissuto con voi e altre persone che sono passate
di qui.
Questa parentesi della mia esistenza è stata una grande scuola di
vita in tutte le sue sfaccettature dalle più facili alle più difficili,
dalle più belle alle più brutte, dalle più giuste alle più ingiuste; un
mescolarsi di emozioni, contatti, incomprensioni, intese, divertimenti, ma mai noia.
In questi anni trascorsi in comunità non mi sono mai annoiata.
Ho imparato a gestire meglio me stessa sia dentro di me che nella
società, ho imparato a mantenermi nel reale conservando i miei
sogni e credendo sempre di più in un futuro migliore per me.
Tutto questo grazie a voi operatori, alla vostra disponibilità e comprensione, ognuno con le proprie particolarità, anche quelle spinose, pronti ad aprire porte di comunicazione raccogliendo le mie
ansie, le mie esagerazioni e le mie sfide, contenendo tutto ciò per
restituirmi il positivo e la fiducia necessaria per andare avanti.
Questa sorta di miracolo di aver raggiunto l’ autonomia necessaria per stare in piedi sulle mie gambe, è potuto avvenire perché
fondamentalmente mi sono sentita accolta per quella che ero, che
sono stata, e che sono. Mi rendo conto che non è stato un processo facile per entrambe le
parti, posso immaginare la vostra difficoltà a relazionarvi con una
151
personalità come la mia, complessa e molto spesso vulcanica: è stato
un gran bel gioco di squadra.
Vorrei dire grazie anche a voi ospiti, a volte compagni di viaggio
e a volte invece no, grazie per avere almeno tentato di relazionarvi con me, nel bene e nel male, perché niente è veramente bene e
niente è veramente male. Ma soprattutto vi dico che “se ce l’ho
fatta io potete farcela anche voi”: nell’arco della mia esistenza mi
sono spesso sentita un caso senza speranza, ma non ho mai smesso
di lottare e di credere nella riuscita; e questa tenacia mi ha sicuramente aiutato.
Lascio l’appartamento serena nonostante il malumore che aleggia
nell’aria. Forse questo è un modo di soffrire di meno il distacco.
Grazie anche per questo a tutti voi.
Non ho limiti nel dirvi grazie
Mariarosa Colasuonno
Gennaio 2004
152
Le Vele
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