TRACCIA PER LE LEZIONI 14-15
martedì 17 giugno, ore 1630-1815, aula I
ARGOMENTI
•
DALLA CIBERNETICA ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
storia dell'informatica - UNIUD
2007-8 - c. bonfanti - traccia lez. 14-
IA (AI): una definizione?
«Lo studio di come far sì che i computer possano fare cose
che, al momento, gli umani sanno fare meglio di loro.»
(Rich e Knight, 1991)
è una delle tante, ma propone alcune connotazioni rilevanti ...
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IA (AI): una definizione?
«Lo studio di come far sì che i computer possano fare cose
che, al momento, solo gli umani sanno fare.»
- i computer (leggasi l’informatica) sono essenziali per l’IA.
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IA (AI): una definizione?
«Lo studio di come far sì che i computer possano fare cose
che, al momento, solo gli umani sanno fare.»
- i computer (leggasi l’informatica) sono essenziali per l’IA.
- contapposizione tra computer e umani.
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IA (AI): una definizione?
«Lo studio di come far sì che i computer possano fare cose
che, al momento, solo gli umani sanno fare.»
- i computer (leggasi l’informatica) sono essenziali per l’IA.
- contapposizione tra computer e umani.
- carattere momentaneo e progressivo della ricerca.
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Tassonomia delle definizioni di IA
(Russel e Norvig, 1995; con adattamento)
MODELLO
umano
PROCESSO
astratto
Scienza dei sistemi che ...
pensiero
...pensano
come gli umani
...pensano
razionalmente
comportamento
...agiscono
come gli umani
...agiscono
razionalmente
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Le possibili definizioni di AI possono essere classificate in base a due coordinate: quelle nella parte superiore
pongono l’accento sul processo del pensiero/ragionamento, mentre quelle nella parte inferiore si concentrano
sul comportamento dei sistemi. Quelle poi sulla sinistra assumono come termine di paragone il modello umano,
mentre quelle sulla sinistra si confrontano con un modello astratto qualificabile come razionale. Questo
naturalmente non implica che l’intelligenza umana sia non-razionale, ma solo il fatto che l’intelligenza umana
possiede molte cose in più rispetto alla pura razionalità.
Si traducono qui appresso le definizioni di AI date da diversi autori e che Russel e Norvig propongono come
esemplificative.
Sistemi che pensano come gli umani
«Il nuovo e stimolante sforzo per far sì che i computer pensino … macchine con una mente, nel senso più pieno e
letterale.» (Haugeland, 1985)
«[‘automazione delle] attività che associamo col pensiero umano, attività come prendere decisioni, risolvere
problemi, apprendere ... » (Bellman, 1978)
Sistemi che agiscono come gli umani
«L’arte di creare macchine che svolgono funzioni che richiedono intelligenza quando siano svolte da esseri
umani.» (Kurzweil, 1990)
«Lo studio di come far sì che i computer possano fare cose che, al momento, gli umani sanno fare meglio di loro.»
(Rich e Knight, 1991; già citata)
Sistemi che pensano razionalmente
«Lo studio delle facoltà mentali mediante l’impiego di modelli computazionali. » (Charniak e McDermott, 1985)
«Lo studio degli algoritmi che mettono in grado di percepire, ragionare e agire. » (Winston, 1992)
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Sistemi che agiscono razionalmente
«Un campo di studi che cerca di spiegare e di emulare il comportamento intelligente in termini di processi
computazionali. » (Schalkoff, 1990)
«Il settore della computer science che si occupa dell’automazione del comportamento intelligente. » (Luger e
Stubblefield, 1993)
Occorre notare che, malgrado la riconosciuta autorevolezza degli autori, tutte queste definizioni sono piuttosto
vaghe e talvolta illusorie in quanto fanno riferimento all’intelligenza umana che rimane - e permane tuttora un’entità non definita.
Tuttavia esse caratterizzano - almeno a livello intuitivo - altrettanti indirizzi di ricerca che sono stati effettivamente
perseguiti con maggiore o minore intensità ed efficacia nella storia dell’intelligenza artificiale.
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Evoluzione dell’IA come scienza marcatamente
multidisciplinare
e
interdisciplinare
Per esemplificare ...
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Un tratto notevole dell’evoluzione storica dell’IA è stato il suo caratterizzarsi come scienza marcatamente
multidisciplinare e interdisciplinare; una tendenza che, pur presente fin dai suoi esordi, si è via via articolata in
forme sempre più complesse.
Gli schemi che seguono rappresentano una efficace sintesi di tale evoluzione, che - durante la seconda guerra
mondiale e nel decennio successivo - prese le mosse dall’incrocio e dalla reciproca fertilizzazione delle tre
componenti originarie: l’informatica, la neuroscienza e la psicologia.
Gli schemi sono tratti da Bechtel e al., 2004 (vedi bibliografia) con adattamenti del docente. Occorre aggiungere
che questi schemi risentono delI’orientamento “cognitivista” degli autori, che si manifesta per esempio nel non
menzionare espressamente la matematica e la logica (che si possono dare per implicite nell’informatica) e, in
generale, nel sottacere gli aspetti tecnologici e sperimentali (che si distribuiscono principalmente all’interno della
stessa informatica, della psicologia e della neuroscienza).
Inoltre, nel primo degli schemi sarebbe più appropriato parlare di scienza/ingegneria dei calcolatori: infatti,
all’epoca cui ci si riferisce, il neologismo “informatica” non era stato ancora introdotto.
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Evoluzione dell’IA: il nucleo originario
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Evoluzione dell’IA: una scienza multidisciplinare
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Evoluzione dell’IA: una scienza interdisciplinare
1: cibernetica
2: neurolinguistica
3: neuropsicologia
4: simulazione dei
processi cognitivi
5: linguistica
computazionale
6: psicolinguistica
7: filosofia della
psicologia
8: filosofia del linguaggio
9: linguistica
antropologica
10: antropologia cognitiva
11: evoluzione del
cervello
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1: cibernetica
2: neurolinguistica
3: neuropsicologia
4: simulazione dei
processi cognitivi
5: linguistica
computazionale
6: psicolinguistica
7: filosofia della
psicologia
8: filosofia del linguaggio
9: linguistica
antropologica
10: antropologia cognitiva
11: evoluzione del
cervello
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Avendo menzionato la cibernetica, è d’uopo farne qualche cenno in quanto è proprio nell’ambito della
cibernetica che sono germogliate molte delle idee e delle linee di ricerca che sono poi confluite nel “calderone”
dell’intelligenza artificiale.
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1943: nasce la Cibernetica (Somenzi e Cordeschi, 1986)
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Oltre agli autori dei tre lavori fondativi, del gruppo dei cibernetici facevano parte altri scienziati di gran nome quali
ad esempio Claude Shannon - un personaggio che abbiamo incontrato più volte in questo corso - e anche giovani
che si stavano avviando a una brillante carriera - tale è il caso di Marvin Minsky che qualche anno dopo figurerà
tra i padri fondatori dell’intelligenza artificiale.
Fu comunque Norbert Wiener a battezzare come Cibernetica la nuova disciplina; e il battesimo avvenne con la
pubblicazione del suo libro Cybernetics, or Control and Communication in the Animal and the Machine.
Anche von Neumann, pur impegnatissimo negli incarichi governativi, entrò immediatamente in sintonia con i nuovi
orizzonti di ricerca proposti dai cibernetici; come sua consuetudine lo fece alla grande con due saggi intitolati The
General and Logical Theory of Automata (1951) e The computer and the Brain (pubblicato postumo, nel 1958,
pochi mesi dopo la sua morte).
Nel brano di Somenzi e Cordeschi, a proposito del lavoro di Rosenblueth, Wiener e Bigelow, fa spicco
l’equivalenza tra sistemi a reazione negativa e comportamento teleologico, ovvero orientato a raggiungere un
determinato scopo. In effetti i sistemi elettronici a reazioni negativa erano una delle novità tecnologiche scaturite
dalle ricerche sui sistemi di controllo per impiego bellico, ricerche di cui almeno Wiener, tra gli autori, era ben al
corrente.
In una prospettiva storica occorre però ricordare che i sistemi a reazione negativa, sebbene non elettronici, erano
già ben conosciuti. Nella figura che segue è illustrato in termini molto schematici il principio di funzionamento di
due esempi classici di tali sistemi, il cui scopo è quello di tenere costante - o meglio entro limiti molto stretti - il
regime di un motore a vapore (regolatore di Watt) o la temperatura di una massa fluida (termostato elettrico).
E sistemi a reazione negativa si riscontrano anche in natura: tali sono per esempio la sudorazione (che ha un
effetto termostatico in ambienti caldi) oppure la dinamica numerica delle popolazioni prede / predatori, che il
matematico Vito Volterra aveva descritto con un modello matematico.
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Controllo a feedback negativo (omeostati):
due esempi classici
Tinterruttore
termico
valvola
T+
caldaia
motore
~
Regolatore di J. Watt
Termostato
(l’elemento colorato in viola è una
barretta metallica ad alto
coefficiente di dilatazione termica)
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Agli inizi, nacque qualche confusione terminologica ...
CIBERNETICA intesa impropriamente come sinonimo di
COMPUTER SCIENCE/EGINEERING
… e qualche incomprensione
(Bowden, 1953)
Nel periodo 1946-53 la Fondazione Macy (USA) sponsorizza ben
10 conferenze del “gruppo dei cibernetici” i quali, pur seguendo
diversi indirizzi di ricerca, manifestano una forte coesione.
Col tempo, la cibernetica comincia però a perdere una
connotazione unitaria e si avvia a reincarnarsi sotto altre etichette
disciplinari quali la Teoria (e ingegneria) dei sistemi e l’incipiente
Intelligenza artificiale. Il termine Cibernetica rimane comunque
ben vivo nella denominazione di parecchi istituti scientifici.
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Nel “decennio cibernetico” (1943-53) e subito dopo, i computer
vengono progressivamente percepiti e utilizzati come
“manipolatori di simboli” e non solo come strumenti di calcolo.
Si compiono i primi passi verso l’IA:
- 1950: A.M. Turing, nell’articolo Computing Machinery and
Intelligence, propone il suo famoso Test (“gioco dell’imitazione”)
che, per molti versi, è attuale ancora oggi;
- 1951: il giovanissimo Marvin Minsky, allievo di Pitts e
McCulloch, costruisce SNARC, la prima macchina a rete neurale;
- 1950 (Turing), 1953 (Shannon): programmi giocatori di
scacchi;
- 1955: Allen Newell (futuro premio Nobel) e Herbert Simon
creano il programma Logic Theorist, che riesce a dimostrare 38
teoremi dei Principia Mathematica di Russel e Withehead.
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Considerato il suo carattere fondazionale, riportiamo uno stralcio dell’articolo in cui Turing, già nelle prime battute,
prende il toro per le corna e presenta il suo test d’intelligenza (più esattamente il test di “capacità di pensiero”).
«Mi propongo di considerare la domanda: “Possono pensare le macchine?” […]
La […] forma del problema può essere descritta nei termini di un gioco, che chiameremo “il gioco
dell’imitazione”. Questo viene giocato da tre persone, un uomo (A), una donna (B) e l’interrogante
(C), che può essere dell’uno o dell’atro sesso. L’interrogante viene chiuso in una stanza, separato
dagli altri due. Scopo del gioco per l’interrogante è quello di determinare quale delle altre due
persone sia l’uomo e quale la donna. Egli le conosce con le etichette X e Y, e alla fine del gioco darà
la soluzione “X è A e Y è B” o la soluzione “X è B e Y è A”. […]
Poniamo ora la domanda: “Che cosa succederà se una macchina prenderà il posto di A nel gioco?”.
L’interrogante darà una risposta errata altrettanto spesso di quando il gioco viene giocato tra un
uomo e una donna?
Queste domande sostituiscono quella originale: “Possono pensare le macchine?” »[1]
Considerato il calcolatore elettronico come “macchina” per antonomasia in questo contesto e valutato l’enorme
potenziale di incremento delle sue capacità (allora ancora embrionali in termini di velocità, di memoria e di
software), Turing esprime la convinzione che la risposta positiva sarebbe stata verificabile nel giro di qualche
decennio; tra l’altro introduce il concetto allora inedito - e la fattibilità - di macchina capace di imparare.
Turing si pone inoltre verso se stesso nelle vesti di avvocato del diavolo ed esamina criticamente una nutrita serie
di possibili obiezioni alla sua convinzione; obiezioni che già circolavano o che sarebbero state effettivamente
formulate in seguito.
Speciale attenzione merita è l’obiezione designata come l’argomento dell’autocoscienza, che era già stata
sollevata da J. Jefferson nel 1949. Tale obiezione, in buona sostanza, nega che una macchina possa avere
coscienza del proprio operare; dato che l’auconsapevolezza è componente essenziale del pensiero umano, il
pensiero meccanico - quand’anche possibile - sarebbe quindi definitivamente carente rispetto al modello che
intende imitare.
[1]
La citazione è tratta da Somenzi e Cordeschi, 1986 (vedi bibliografia), in cui l’articolo è tradotto per intero.
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Un’obiezione analoga fu sollevata nel 1980 dal filosofo J.R. Searle il quale si basò anch’egli su un esperimento
concettuale: quello della stanza cinese (vedi Carlucci Aiello, 2004) la cui sostanza si riduce al fatto che una
persona completamente ignorante della lingua e della scrittura cinese, avvalendosi di strumenti e procedimenti
puramente formali - e quindi meccanici o meccanizzabili -, riesce a sostenere correttamente uno scambio di
messaggi scritti, con persone di madrelingua cinese, pur senza comprenderne neppure una parola. Searle
conclude che il dialogo apparentemente “intelligente”, è in realtà carente di comprensione semantica da parte del
dialogatore ignorante: uno dei problemi tuttora aperti ai cultori di neuroscienza e scienza cognitiva.
Sia la “autocoscienza” di Jefferson e sia la “comprensione” di Searle sono praticamente irrilevanti per i
comportamentisti (tra i quali Turing) i quali basano il giudizio di capacità di pensiero - o di intelligenza unicamente dal comportamento dell’agente meccanico quale osservabile dal suo esterno. Per di più essi
obiettano che i filosofi fanno appello a quei caratteri “qualitativi” del pensiero e dell’intelligenza umana dei quali
non esiste una conoscenza adeguata e neppure una definizione soddisfacente; ciascun umano li percepisce solo
in modo soggettivo all’interno della propria mente.
Più di recente, a partire dal 1992, il punto di vista “filosofico” è stato sostenuto con grande veemenza polemica
da Hubert L. Dreyfus. All’altro estremo, i riduzionisti più convinti inseguono la possibilità di spiegare
autocoscienza, comprensione e simili, riducendoli a fenomeni fisico-chimici - osservabili e misurabili e quindi
teoricamente riproducibili in creature artificiali - che avvengono nel cervello, come del resto è già appurato per
molti degli “stati emozionali” di animali e di persone.
Passando a un punto di vista più concreto, è importante notare come nella storia dell’IA le fasi di entusiasmo e di
successo si siano alternate con quelle di ripensamento critico e di vera e propria stasi: alcuni autori parlano di
inverni dell’IA. A questi alti e bassi hanno fatto sistematicamente riscontro l’incremento o la diminuzione dei
finanziamenti alle attività di ricerca da parte dell’industria privata e degli enti governativi; tra questi ultimi, in
particolare, gli enti interessati alle applicazioni belliche. In tempi recentissimi, alcune statistiche sembrano
confermare una vivace ripresa dei finanziamenti dopo il fatidico “undicisettembre” e in concomitanza con l’inizio
della guerra in Iraq.
L’interesse per le applicazioni industriali ha riguardato particolarmente la tecnologia dei sistemi esperti divenuti ormai prodotti commerciali - e la robotica, in tutti i suoi svariati settori d’impiego.
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L’esposizione delle linee evolutive dell’intelligenza artificiale
segue la traccia dell’articolo
L. Carlucci Aiello e M. Dapor “Intelligenza artificiale: i primi
50 anni”; Mondo Digitale, N.10, giugno 2004, pp.3-20
che fa parte integrante dei materiali di supporto a questa
lezione.
(Il periodico dell’AICA Mondo Digitale - Rassegna critica del settore ICT è interamente consultabile sul
portale http://www.aicanet.it)
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A conclusione, alcuni flash dalla storia
dell’intelligenza artificiale:
- giocatori di scacchi
- conversatori artificiali
- contributi italiani
- robot e automi del passato
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Giocatori di scacchi: avvenimenti e cronologia
(Castelfranchi e Stock, 2000)
1953: in Bowden, 1953,Turing pubblica l’articolo Digital computers applied to games (scacchi, dama, nim)
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Di fronte agli innegabili e stupefacenti progressi conseguiti in questa nicchia specialistica (il gioco degli scacchi),
alcuni critici, che certo non allignano tra gli estimatori dell’IA, hanno reagito “cambiando le carte in tavola”:
convinti che, malgrado tutto, il computer continui ad essere una macchina “filosoficamente stupida”, essi hanno
concluso che non sono stati i computer campioni di scacchi a manifestare intelligenza - comunque circoscritta a
un settore molto particolare - ma che, al contrario, sia stato il gioco degli scacchi ad essersi alla fine rivelato un
gioco stupido.
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Conversatori suggestivi: ELIZA, la psicoterapeuta artificiale di
Weizenbaum
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Joseph Weizenbaum, nel 1965, scrisse un programma che poteva simulare diversi ruoli a seconda del repertorio
di frasi, chiamato lo script, che gli veniva fornito. Il ruolo in cui riscosse maggiore successo fu quello di una
psicoterapeuta di nome Eliza, che poi fu adottato come nome dell’intero programma.
Il programma di Weizenbaum era il primo conversatore artificiale capace di prestazioni interessanti; la sua
strategia di conversazione, come traspare dal dialogo qui trascritto, era quella di “giocare di rimessa” formulando
le proprie frasi - semplici domande, in massima parte - come rielaborazione delle frasi dell’interlocutore umano. Il
successo nel ruolo di Eliza dipese dal fatto che questa era in effetti la strategia adottata dagli psicoterapeuti della
cosiddetta “scuola rogeriana”: non prendere l’iniziativa ma incoraggiare semplicemente il paziente a raccontare le
proprie faccende. Nel brano precedente, Martin è il paziente (persona umana)
Quasi contemporaneamente, Kenneth Colby realizzò un programma più sofisticato di quello di Weizenbaum ma
chiaramente ispirato alla sua concezione. Malgrado tra i due ricercatori fossero nati dei dissapori per questioni di
priorità, si accordarono per fare dialogare tra loro i due conversatori automatici, approfittando del fatto che il
programma di Colby impersonava un personaggio, chiamato Parry, affetto da paranoia e quindi esattamente
complementare al ruolo di Eliza. Castelfranchi e Stock hanno riportato il seguente campione di conversazione tra
Eliza e Parry.
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Conversatori suggestivi: PARRY vs. ELIZA
N.B. DOTTORE = ELIZA
Castelfranchi e Stock, 2000 (vedi bibliografia)
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A parte il fatto che il dialogo è così sconclusionato da poter appartenere ad un copione di teatro del non-sense,
salta subito all’occhio che nel corso di esso non esiste il benché minimo scambio di informazione significativa.
Se Eliza e Parry, presi da soli, erano molto al di sotto della soglia del test di Turing, la capacità espressiva dei due
messi insieme risultava ancora più avvilente.
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Contributi di scienziati italiani.
- Camillo Golgi
- Eduardo Caianiello
- Valentino Breitemberg
- Luigi Stringa
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Contributi di scienziati italiani.
- Camillo Golgi (1843-1926; premio Nobel 1906). La sua scoperta delle tecniche microscopiche per indagare la
struttura delle cellule cerebrali, più tardi chiamate “neuroni”, ha aperto la strada allo sviluppo della
neurofisiologia moderna.
- Eduardo Caianiello (1921-1993) Come fisico teorico ha dato importanti contributi nella teoria quantistica dei
campi. Come cibernetico è stato tra i pionieri nello studio delle reti neurali. Ha fondato e diretto numerose
istituzioni scientifiche tra le quali l’Istituto di Cibernetica del CNR (Pozzuoli) che è stato intitolato al suo nome.
- Valentino Breitemberg (x). Studioso di fama internazionale, è stato allievo e collaboratore di Caianiello e ha
dato importanti contributi in diversi settori di ricerca connessi alla - e derivati dalla - cibernetica; quella dei
“veicoli pensanti” (o “di Breitemberg”) è tra le sue concezioni più originali. Dirige a Tübingen l’Istituto Max Plank
per la cibernetica biologica.
- Luigi Stringa (x-x). Tra i suoi successi iniziali figura il sistema EMMA (Elaboratore Multi Mini Associativo),
prodotto negli anni Settanta dalla Selenia-Elsag. EMMA, uno dei primi riconoscitori “intelligenti” di caratteri, è
stato utilizzato per lo smistamento automatico della posta in base alla lettura del CAP. Fino alla prematura
scomparsa, ha poi diretto l’IRST (Istituto Trentino per la Ricerca Scientifica), allora appena costituito,
promuovendovi in particolare il progetto di robotica denominato MAIA (Modello Avanzato di IA).
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ANDROIDI, AUTOMI E ROBOT NELLA STORIA:
UNA CARRELLATA PER IMMAGINI.
Creazione “del 1°ordine”,
presente in tutte le culture e
religioni creazioniste: l’Ente
supremo infonde all’uomo la
vita (e l’intelligenza).
Creazione “del 2°ordine”, una
aspirazione plurimillenaria:
l’uomo si pone a sua volta in
veste di creatore e infonde la
vita (e l’intelligenza) alla
propria creatura “artificiale”.
L’atto creativo divino in un celebre affresco di
Michelangelo (in alto) e, in fotomontaggio, l’allegoria
della “creazione del 2° ordine”.
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Il mito del Golem, fiorito nel tardo
Cinquecento da origini cabalistiche:
il rabbi Löw assembla dalla creta un
essere antropomorfo e lo rende vitale
imprimendogli sulla fronte la parola
“verità”.
Da questa leggenda sono derivate
diverse opere letterarie e poi film di
stile espressionista (1920-30).
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Il termine “robot” (che
deriva dal ceko robota =
lavoro pesante e
servile), oggi di uso
corrente, nasce nel 1920
da un dramma fantastico
di Karel Čapek, adattato
in seguito per il cinema.
Ne sono protagonisti una
genìa di uomini
meccanici, creati dal
malefico Rossum.
È stato il capostipite di un ininterrotto filone letterario e filmico
che ha fortemente influito sull’immaginario popolare; un esempio
recente è il film “io robot”.
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Come capita di sovente, la cronaca
sensazionalista attribuisce il primato
cronologico sulla base di una gratuita
disinformazione.
In realtà, la tradizione dei congegni
automatici “meravigliosi” - spesso
antropomorfi - risale almeno a Erone
e agli ingegneri dell’epoca ellenistica.
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A
Automi arabi del XIII secolo
(da Losano, 2003)
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B
La tradizione alessandrina venne raccolta e portata a nuovi splendori nei secoli di massimo sviluppo della cultura
arabo-islamica, a cui risalgono moltissimi esempi di ingegnosi automi. Si tratta di meccanismi talvolta non privi di
utilità pratica, ma il cui scopo principale era quello di destare meraviglia negli spettatori e di recare prestigio al
signore che li aveva commissionati o finanziati. Notevole il fatto che tali “meraviglie” hanno quasi sempre a che
fare con l’idraulica, a testimonianza del culto per l’acqua e per i giardini che fu uno dei tratti caratterizzanti di
quella raffinata cultura.
A documentazione del loro scopo mirifico, riportiamo qualche dettaglio sui due automi rappresentati nelle figure.[1]
Figura A. Il meccanismo viene portato alla presenza del re e messo in azione da un servo, che apre la valvola che
regola il flusso dell’acqua dal serbatoio interno alla brocca, agendo sulla leva che sporge dalla parte posteriore del
collo. Dal serbatoio l’acqua scende in una delle due camere di cui si compone la brocca ed espelle l’aria
attraverso il tubo più breve, nascosto nel braccio della figura. Questo tubo termina in un fischietto che resta perciò
in azione per tutto il tempo in cui la brocca si riempie d’acqua, dando l’illusione che sia l’uccello sulla brocca a
fischiare. Quando la brocca è colma, il fischio cessa e dalla brocca fuoriesce acqua in quantità sufficiente per le
abluzioni rituali. Lo svuotamento della brocca muove un galleggiante, che aziona il braccio sinistro della statua.
Esso si abbassa e porge gli oggetti da toeletta a chi ha compiuto l’abluzione.
Figura B. L’acqua del bacino esce sul lato sinistro e muove la ruota a pale posta sul piano inferiore, che mediante
due ruote dentate aziona l’asse verticale su cui si muove la parte superiore del meccanismo. Al di sopra del
dell’acqua e fissato all’asse in movimento si trova un disco di rame. Su di esso sta una scultura di bue (il tutto è
realizzato in miniatura) ma senza poggiarvi le zampe: l’animale è infatti collegato all’asse verticale da una stanga
rigida, grazie alla quale esso ruota insieme con l’asse sfiorando il disco. Si ha così l’illusione che sia l’animale a
muovere l’intero meccanismo. Il tutto è completato da una coppia di ruote dentate, situate al di sopra del bue, che
aziona un nastro, cui sono fissati numerosi orci che provvedono al sollevamento dell’acqua. Quest’ultimo
meccanismo, derivato dalla tecnologia indiana, era effettivamente usato in agricoltura per sollevare acqua ad uso
irriguo.
[1]
Le descrizioni sono riprese da Losano, 2003 (vedi bibliografia) con qualche adattamento del docente.
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Lo scrivano: automa androide del Settecento
(da Carrera e Loiseau, 1980)
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Come molti altri influssi culturali, anche la tradizione degli automi si trasmise dai paesi arabi del Mediterraneo
all’Europa occidentale dove prese piede già in epoca rinascimentale ed ebbe il massimo fulgore nel Settecento, il
“secolo dei lumi”.
I temi preferiti erano le rappresentazioni antropomorfe di attività tipiche delle arti e dei mestieri: androidi e andreidi
che suonano strumenti musicali, danzatori e danzatrici, acrobati e anche giocatori di scacchi (del “turco” di von
Kempelen si è parlato in altra parte del corso).
Il piccolo scrivano, qui raffigurato a titolo di esempio - ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi a dismisura, anche
contando solo gli esemplari giunti fino a noi -, è rappresentato con notevole realismo nelle dimensioni reali di un
bimbo. Le sue capacità comportamentali consistono nella scrittura di un breve testo, con braccio e mano che,
oltre a scrivere in bella calligrafia, vanno a caporiga e intingono la penna; gli occhi seguono il procedere della
scrittura. La foto dei meccanismi nascosti nel corpo dell’automa testimonia la complessità e la precisione
raggiunta dai maestri artigiani dell’epoca. Non è certo un caso che il piccolo scrivano e altri automi di pari
ingegnosità siano stati costruiti da Pierre Jaquet-Droz a Neuchâtel e abbia contribuito allo stabilirsi in quella zona
della rinomata industria dell’orologeria meccanica.
Jaquet-Droz era poi tutt’altro che un inventore solitario: le idee circolavano e lui stesso, col bagaglio di
un’istruzione superiore, era in contatto con Vaucanson - altro costruttore di automi, basta ricordare la sua celebre
anatra - e con scienziati del calibro dei Bernouilli.
Anche in questo ambiente settecentesco la costruzione di automi non aveva alcuna finalità pratica ma era
motivata dal desiderio di rendere manifesta l’abilità degli inventori e di procurare loro prestigio nelle corti e nei
circoli nobiliari e intellettuali di tutta Europa. Questa attitudine alla “invenzione per l’invenzione” era del resto
condivisa dai molti scienziati e artigiani settecenteschi - più o meno abili e più o meno noti - i quali, da Leibniz in
poi, si sono dedicati alle calcolatrici meccaniche che erano infatti regolarmente in esemplare unico. Per muovere i
primi passi verso il business della produzione industriale doveva passare ancora qualche decennio, con la
maturazione della rivoluzione industriale: se n’è parlato a proposito della storia dei calcolatori meccanici.
storia dell'informatica - UNIUD
2007-8 - c. bonfanti - traccia lez. 14-
Bibliografia delle opere citate
- Bechel W., Abrahamsen A., Graham G. (a cura di M. Maraffa) Menti, cervelli e calcolatori; storia della scienza cognitiva; Laterza, 2004.
- Bowden B.V. (editor) Faster than thought; Pitman & Sons, 1953.
- Carrera R., Loiseau D. Androidi: le meravigliose macchine dei celebri Jaquet-Droz; Franco Maria Ricci, 1980.
- Castelfranchi Y., Stock O. Macchine come noi- La scommessa dell’intelligenza artificiale; Laterza, 2000.
- Losano M.G. Automi d’Oriente -“Ingegnosi meccanismi” arabi del XIII secolo; Eizioni Medusa, 2003.
- McCorduck P. Storia dell’intelligenza artificiale; Franco Muzzio editore,1987.
- Russel S., Norvig P. Artificial Intelligence - A Modern Approach; Prentice Hall, 1995.
- Somenzi V., Cordeschi R. (a cura di) La filosofia degli automi; Boringhieri, 1986.
Materiale integrante della lezione
- Carlucci Aiello L., Dapor M. “Intelligenza artificiale: i primi 50 anni”; Mondo Digitale, N.10, giugno 2004, pp.3-20.
Letture suggerite
- Ciancarini P. “Il computer gioca a scacchi”; Mondo digitale, N.15, settembre 2005, pp.3-16.
- Longo G.O. “L’etica al tempo dei robot”; Mondo Digitale, N.21, marzo 2007, pp.3-20.
(Il periodico dell’AICA Mondo Digitale - Rassegna critica del settore ICT è interamente consultabile sul portale http://www.aicanet.it)
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2007-8 - c. bonfanti - traccia lez. 14-
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Lezioni 14-15 - Nucleo di Ricerca in Didattica dell`Informatica