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India
Da una intervista di
Marilia Albanese
e W.Weick
a Kapila Vatsyayan,
direttrice del
Centro Nazionale
per le Arti
Indira Gandhi
Testo e foto
di Maria Bambina Pagani
La Dea ferita
Terra, Acqua, Fuoco, Aria, Etere
V
iviamo, senza saperlo, tra immagini mai del
tutto morte e raramente del tutto comprese che alimentano e trasformano la nostra vita;sono espressioni di una energia che emerge da una profondità senza tempo capace di generare e
distruggere l’universo.Il suo gioco a volte crudele sembra
riflettere una superiore conoscenza delle leggi della vita.
In India il divino si proietta in molteplici forme: 33 milioni di divinità secondo la tradizione ma l’immagine più diffusa è quella della Dea , la signora della vita e della morte
che sotto sembianze diverse incarna sempre e comunque
la Shakti, la divina energia femminile, la grande madre dai
multiformi e contrastanti aspetti.
Il titolo la dea ferita mi suggerisce tante cose: nella tradizione indiana quando le Dee vengono ferite diventano
Demonesse: questo è uno dei messaggi del titolo.
Vi racconterò un avvenimento che è veramente avvenuto. In una zona dell’India, abitato principalmente da comunità tribali, c’erano due corsi di acque forestali che
scorrevano tra i villaggi. In India, tradizionalmente, i fiumi
hanno nomi di divinità femminili, come Ganga,Yamuna e
via dicendo.Ora,questi due fiumi erano limpidi corsi d’acqua forestali.
Ero stata a vedere le danze tribali e avevo passato l’intera notte prendendovi parte assieme ad amiche e ai locali; ho ballato l’intera notte e al mattino proposi di andare
al fiume.Quelle donne apparentemente illetterate ma pro-
fondamente colte e percettive,così mi risposero:“Noi non
vogliamo più andare al fiume” ed allora chiesi cosa era successo, mi dissero che il fiume aveva cambiato forma.
Espressi incredulità perché pensavo si trattasse di superstizione, ma loro ribadivano che si erano trasformati in
Shakini e Dakini, che sono nomi di demonesse. Ma perché? Risposero:“sono diventati l’uno grigiastro e torbido
e l’altro rossastro”. Insistetti per andare al fiume e mi dissero che non avrebbero toccato l’acqua perché era diventata velenosa.Che cosa era successo in realtà? Era successo che a monte dei fiumi era stata installata una fabbrica e le acque entravano nei corsi d’acqua dando all’uno un colore grigio cenere e tingendo l’altro di un colore rossastro
Dunque le donne non sapevano che stava succedendo tutto questo, ma percepivano che era avvenuta una trasformazione in peggio ed il loro modo di definire l’accaduto
era l’affermazione che le dee buone fossero diventate demonesse.
La potenza dei fiumi ha da sempre colpito l’immaginario
indiano che ha dato loro statura divina; lo scorrere impetuoso della corrente è il simbolo dell’energia cosmica
femminile matrice e sostegno dell’esistenza: Ganga,Yamuna, Sarasvati e le altre dee si manifestarono sulla terra come fiumi sacri; ogni offesa comportava conseguenze disastrose e la collera delle divinità violate si abbatteva sugli
uomini strappando loro la terra, i venti e la vita. Ciò che
un tempo era mito oggi è realtà: il disboscamento selvaggio ha portato all’erosione della terra che non è più in grado di contenere entro gli argini i fiumi ingrossati dalle piene monsoniche. Le Dee sono diventate demonesse e devastano tutto ciò che incontrano sul loro cammino: impotenti, gli uomini sono costretti alla fuga trasformati in
profughi dai loro errori blasfemi.
Tra i fiumi indiani il più sacro è il Gange, la dea Ganga che
nel cielo scorre come via lattea scesa sulla terra a benedire gli uomini.
La discesa del Gange è uno dei miti indiani che preferisco:ce ne sono moltissime versioni,ma desidero proporvi
quella in cui compare l’oceano con la sua vastità e l’uomo con la sua avidità,perchè si presta particolarmente ad
una lettura ecologica.Ad un certo punto del mito cento
figli di Yuri bevono tutta l’acqua dell’oceano prosciugandolo: ciò fa sparire il potere acquatico dell’oceano ed il
conseguente inaridirsi della terra per cui tutti sono alla
ricerca dell’acqua.La motivazione profonda del mito è che
tutti i vapori dell’oceano si sono dissolti in cielo, nell’Akash, nell’essenziale. Come fare a farli ridiscendere sulla
terra? Si decide di effettuare un pellegrinaggio, ma non
porta risultato; allora ci si reca da un saggio e questi afferma che nulla può ormai riportare giù dal cielo le acque,a meno che un uomo non si sottoponga a rigide pratiche ascetiche per un lunghissimo periodo, così un uomo, Bagiratha, si impose una severa penitenza per invo-
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care il ritorno delle acque. Le sue pratiche hanno effetto, ma un altro grande ostacolo si profila perché nel frattempo era avvenuta una grandiosa trasfigurazione delle
acque che in cielo sono diventate le due nuove Dee, di
nome Ganga e Yamuna.
Una volta invocate, Ganga decide di ridiscendere tra gli
uomini, ma allora tutti si preoccupano perché se lei tornerà con la potenza di una Dea, lo farà in scrosci torrenziali e devasterà la terra. Qui è adombrata la paura del
principio femminile che può essere anche devastante.Così, di nuovo, la gente prega perché non sa cosa fare e si
rivolge a Shiva implorandolo di fare in modo che le acque tornino a scorrere in maniera regolata.Allora Shiva
scioglie i suoi lunghi capelli inanellati attraverso i quali
Ganga discende e, trattenuta dalle chiome, scorre come
un fiume.
Quale è la morale di questa storia?? Naturalmente è ecologica: spiega della terra, degli oceani, dei vapori che provengono dalle masse glaciali e dai quali sgorgano corsi
d’acqua.
Ma come può scorrere un fiume nell’ambiente naturale
senza essere devastante a meno che non ci siano le foreste? I riccioli di Shiva sono le grandi foreste, le verdi distese himalayane,ora devastate,che proteggevano il suolo.
Ganga infatti scaturisce da ciò che è conosciuto letteralmente come il “parco dei riccioli di Shiva”.
L’unica via di speranza ove l’acqua non è solo garanzia biologica di sopravvivenza ma il simbolo di purificazione e di
vita eterna, il Gange è al centro della geografia mistica indiana; immergendosi nei flutti della madre Ganga i pellegrini cercano il riscatto dal peccati accumulati in
questa e nelle precedenti vite.A
Benares giungono milioni di
pellegrini da tutta
l’India
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“Io venni a Te come bimbo alla madre
io venni a Te consunto dalla malattia
Oh!! Tu che sei il medico perfetto, io venni
il cuore arso dalla sete, da Te
Oceano di dolce nettare
fa di me ciò che tu vuoi”
Sollievo per i vivi, Ganga è supremo rifugio dei defunti, le
cui ceneri accoglie in un abbraccio materno riportando le
anime alla fonte celeste da cui è scaturita; non vi sarà più
ritorno per coloro che si spengono lungo i bordi del sacro fiume; gli effetti del karma, l’agire che matura conseguenze positive o negative della lunga catena delle reincarnazioni sono neutralizzati dall’acqua benedetta del
Dea.
Simbolo del femminile, l’acqua rimanda al grembo dell’Universo, alla dimensione fluida, caotica e indifferenziata
dell’inizio, quando la scintilla divina, energia di diversificazione e ordinamento, ha acceso le acque cosmiche generando in esse la vita.A Daripar, una delle sette città sante
dell’induismo, per Divali, la festa delle luci, il buio si riveste di nuove luci in un riverente saluto al sole tornato a
risplendere dopo la stagione delle piogge.
L’Arati, una delle cerimonie più importanti della ritualità
indù celebra l’origine dell’esistenza e l’apparire dell’universo: l’Acqua e il Fuoco, la Dea e il Dio, Ganga e Shiva
rappresentano la polarizzazione dell’Assoluto, dell’Uno
che si è fatto Due per manifestare il molteplice: è dagli
opposti, infatti, che scaturisce la vita. Ma se l’acqua ricorda al devoto l’inizio dell’universo, essa è al tempo stesso
l’allusione alla sua fine, all’arresto del ciclo delle reincarnazioni..
Nei gesti del sacerdote che sposa l’acqua al fuoco riunificando i due elementi si ripristina l’indissolubilità dell’Assoluto che torna ad essere Uno: il fuoco che stemperandosi nell’acqua la transustanza in luce,il flusso del
divenire si arresta, e l’essere si dissolve
nella pace ineffabile del non essere.
I cinque elementi sono come in molte altre culture acqua, terra, aria, fuoco, etere.
Di questi 5 elementi si parla nella tradizione
indiana da tempo immemore. Il primo capitolo
dell’antichissimo Rigveda si apre celebrando il
Fuoco;il fuoco che è anche Energia;il fuoco che
è Sole e il sole che a sua volta è il segno del
fuoco nel cielo.
Il fuoco è contenuto nelle acque con le
quali è sempre in stretta relazione ed è
un pilastro di fuoco una delle più grandi
rappresentazioni del grande Dio Shiva che
si manifesta nell’universo: simbolo tangibi-
le del tutto che emerge,si innalza e ascende all’ultimo principio intangibile, quello della non sfera, ineffabile dimensione che è al tempo stesso vacuità e pienezza: l’Akash.
Nella puja si prega la dea Ganga per propiziarsene i benefici influssi; il rito include simbolicamente i 5 elementi:
le luci che evocano il fuoco, il cibo che rimanda alla terra, l’acqua, i fiori e gli incensi che alludono all’aria, il suono della campanella che simboleggia l’etere. Ogni atto del
rito è accompagnato dalla ripetizione dei nomi del divino
e dai mantra, concise formule sacre, che racchiudono in
sé l’essenza della divinità.
L’acqua è l’inizio celestiale da cui emerge tutto il creato;
l’acqua è il momento del non luogo, del non tempo, del
non spazio; è la dimensione del non differenziato, e ciò
spiega perché nella tradizione indiana il Signore della creazione Vishnu è considerato giacere sulle acque eterne dell’oceano. E’ come disteso su un serpente, avvolto in una
spirale infinita,senza inizio e senza fine.Dall’acqua,dal suo
ombelico sorge il loto. Così, in termini sia biologici che
mitologici, dal momento della non differenziazione si passa al primo principio di differenziazione; dalla vita acquatica, i serpenti e i rettili, emerge diversificandosi la vita vegetativa simboleggiata dallo spuntare del fusto del loto dall’ombelico. Ne scaturisce di conseguenza l’immagine di
quel primo anfibio del mondo naturale che è la testuggine che nuota nelle acque. Quindi è stato logico pensare
che il secondo principio elementare, la Terra, riposi sulla
tartaruga e questa terra, tanto presente negli inni e negli
incantesimi antichi, è celebrata in una magnifica composizione poetica quale madre del tutto, mentre il cielo è il
padre, come del resto avviene anche nell’antica tradizione greca e latina. Dai principi di acqua e terra si arriva agli
altri due per simbiosi, difatti acqua e terra non possono
accendersi e rigenerarsi senza l’intervento del Fuoco
energia e dell’Aria.
Ma tutto, terra, acqua, fuoco, aria è contenuto nel più sottile degli elementi, l’Etere, che è anche il suono primigenio; la luce, simboleggiando l’etere e il suono primordiale: OM li rappresenta entrambe.
Nell’OM, mistico monosillabo, seme di tutti i mantra, è
contenuta l’intera manifestazione.A livello di microcosmo
(di essere umano) vi è corrispondenza tra ciascuno di
questi elementi e gli organi di senso e le percezioni sensorie, in modo che tutto possa essere elaborato.
L’etere è correlato all’orecchio perché l’etere è suono e
l’organo dell’udito è l’orecchio;
così il fuoco è collegato alla vista, poiché è il fuoco che
abilita alla visione della luce in quanto il fuoco è anche
luce e irraggiamento.
Altre relazioni vengono stabilite: la terra e l’odorato,l’acqua ed il gustare,l’aria e il toccare.Non solo:ulteriori corrispondenze collegano le sfere celesti e terrestri e questi
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5 elementi che vengono correlati alle direzioni dello spazio e delle galassie entrando in tal modo nel sistema dello Zodiaco, nel macrocosmo.
Quindi, da questi 5 elementi emerge una visione cosmica
dato che tutto è contenuto in loro e loro sono contenuti in tutto e permeano tutto: l’ambiente, il mondo biologico a partire da quello botanico, il mondo cosmico che è
ciclico, il mondo mitologico e perfino il mondo economico si accordano fra di loro.
Domanda: quale è il primo ed ultimo dovere dell’uomo in questo ordine cosmico, e cosa succede
se non si rispetta questo dovere?
Sono una persona troppo piccola per parlare dell’uomo e
del dovere cosmico; tutto ciò che so è che ogni volta che
nel mondo è successo che l’uomo perdesse il dialogo
con gli elementi,che ritenesse di essere il dominatore della natura, si sbagliava.
Finché l’uomo ricorda di essere uno fra le innumerevoli moltitudini di organismi in questo mondo di materia organica e inorganica credo che possa avere un suo spazio; ma in questi secoli l’uomo ha
perso la consapevolezza della purezza delle Acque, della
sacralità della Terra, dell’incontaminazione dell’Aria, dell’uso parsimonioso del Fuoco, ovvero di ciò che oggi è
energia. L’uomo ha seguito un percorso che progressivamente lo ha portato all’oblio del passato e credo che il
suo dovere stia nel ristabilire relazioni intrinseche tra se
stesso come specie umana e la natura quale insieme di
questi 5 elementi. Ciò insegnerebbe senza dubbio un po’
di umiltà. Ma purtroppo è difficile tornare indietro.
L’India è nutrita dai fiumi ed è in questi che scorre la potenza generatrice del divino, la stessa che come linfa vitale pervade le Nadi, i canali energetici del corpo sottile
dell’uomo. Sugli stipiti, all’ingresso dei templi, le immagini
delle dee Ganga e Yamuna vegliano a sinistra e a destra
della soglia, simboli delle due nadi principali che rappresentano nell’uomo le polarità e lo scorrere dell’energia.
“Oh madre Ganga
possa il tuo flusso abbondante benedire il mondo
Tu che sei il tesoro di Shiva, giocoso Signore di tutta la terra,
Tu che sei l’essenza delle sacre scritture
e l’incarnazione della misericordia degli dei
possano le tue acque, sublime nettare di immortalità,
placare le nostre anime afflitte.
Io prego di poter prendere congedo
dal mio corpo sulle tue rive
bevendo la tua acqua
avvolgendomi nei tuoi flutti
ricordando il tuo nome
posando il mio sguardo su di Te”
Ma cosa è rimasto della sacralità del fiume nel mondo di
oggi? l’India, la Dea dai lunghi capelli d’acqua, ha avvelenato il suo splendore. A Benares, la città più santa dell’Induismo, l’acqua ha raggiunto livelli di inquinamento terribili, di molto superiori ai massimi previsti dall’Organizzazione Mondiale della Salute.
Liquami e rifiuti di ogni genere si mescolano con le sostanze tossiche emesse dalle fabbriche: mercurio, zinco,
piombo, formando un cocktail micidiale per ogni forma di
vita.Le conseguenze sono facilmente immaginabili;muoiono non soltanto i microrganismi e i pesci (in 10 anni il pescato è calato del 75%), muoiono anche migliaia di persone per malattie intestinali, della pelle, degli occhi e di epidemie legate al consumo dell’acqua.
Si continua ad affermare che morire in riva al Gange, spirare con qualche goccia di Ganga sulle labbra sia il destino più elevato cui un indù possa sperare. Con i livelli di
inquinamento di oggi, il desiderio si realizza fin troppo facilmente, non solo per i fedeli che volontariamente si affidano all’abbraccio rituale di Ganga, ma anche per i poveretti costretti a dipendere dalle sue acque per la sopravvivenza quotidiana.
Abbiamo speso molti milioni di rupie cercando di ripulire il Gange con l’aiuto della banca mondiale e di molte altre agenzie:gli interventi potranno funzionare per un breve periodo, forse, ma a lungo termine riusciremo a tenere questi fiumi puliti solo se li considereremo sacri.
Un tempo le acque di questi fiumi erano le acque della vita e, quindi, compito primario dell’uomo era di mantenerli puliti, questo non è possibile se non li si considera
sacri.Voi non andate ad inquinare la Chiesa; nel momento in cui entrate nello spazio della chiesa, ritenete di essere in un luogo sacro e, almeno per quel periodo, rispettate la necessità di essere puri.È fondamentale riuscire
a riportare la consapevolezza che i fiumi sono il sostegno
della vita e ripristinare il senso del sacro riferito all’ambiente.
Tradizionalmente nel passato era invalsa la strategia di
considerare sacro ogni area e ogni aspetto della natura che fornisse mezzi di sussistenza all’uomo, il che significava trasformarli in qualcosa che non doveva essere distrutto. Per tutti questi anni, qualsiasi cosa sia
successo, abbiamo svalutato qualsiasi dimensione della psiche umana che non fosse puramente funzionale
in una distinzione pericolosa e conflittuale tra concreto e spirituale.
Ciò ha cancellato il senso di rispetto per i fenomeni
della natura come componenti sottili dell’uomo e ha
causato disordine; se questi valori fondamentali
non vengono recuperati, non vedo come potremo ripulire questi fiumi. Bisogna instillare
in ogni essere umano il senso del sacro, la consapevolezza del ruolo e dello spazio dell’uomo nell’universo, la certezza che ciò che il singolo fa gli si ripercuote contro. Se
sopravviene questa consapevolezza, ogni volta che si sta
per gettare un sacchetto di plastica, apparirà un demone
pronto a punirmi; se non c’è la percezione delle conseguenze legate alle proprie azioni non c’è possibilità di
scampo.
Non è più possibile sperare che i fiumi siano in grado di
metabolizzare i rifiuti di oggi e non possiamo attenderci
l’intervento divino: nel mito, Khrisna, discesa provvidenziale del dio Vishnu, sconfigge il serpente Kalya, che infestava e inquinava le acque dello Yamuna, e lo esilia nell’oceano. Il fiume torna puro e la natura rifiorisce: è un monito per noi uomini del 2000, è la coscienza del sacro nel
cuore di ciascuno che tutela l’integrità dell’ambiente. La
fiamma che alimenta la vita è il cuore stesso della Dea, la
Shakti, l’energia cosmica materna che nutre, protegge e
regola i ritmi esistenziali seguendo un imperscrutabile disegno: il mondo dell’acqua, della terra e del cielo sono regolati da un profondo equilibrio simbiotico
Da sempre la natura in India è stata il luogo privilegiato
per adorare il Divino; le donne particolarmente sensibili alla dimensione naturale dell’essere ne percepiscono e ne celebrano la sacralità in
numerosi riti tramandati da madre
in figlia.
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