(02-34)Articoli 3/2005 23-07-2005 13:01 Pagina 21 India Da una intervista di Marilia Albanese e W.Weick a Kapila Vatsyayan, direttrice del Centro Nazionale per le Arti Indira Gandhi Testo e foto di Maria Bambina Pagani La Dea ferita Terra, Acqua, Fuoco, Aria, Etere V iviamo, senza saperlo, tra immagini mai del tutto morte e raramente del tutto comprese che alimentano e trasformano la nostra vita;sono espressioni di una energia che emerge da una profondità senza tempo capace di generare e distruggere l’universo.Il suo gioco a volte crudele sembra riflettere una superiore conoscenza delle leggi della vita. In India il divino si proietta in molteplici forme: 33 milioni di divinità secondo la tradizione ma l’immagine più diffusa è quella della Dea , la signora della vita e della morte che sotto sembianze diverse incarna sempre e comunque la Shakti, la divina energia femminile, la grande madre dai multiformi e contrastanti aspetti. Il titolo la dea ferita mi suggerisce tante cose: nella tradizione indiana quando le Dee vengono ferite diventano Demonesse: questo è uno dei messaggi del titolo. Vi racconterò un avvenimento che è veramente avvenuto. In una zona dell’India, abitato principalmente da comunità tribali, c’erano due corsi di acque forestali che scorrevano tra i villaggi. In India, tradizionalmente, i fiumi hanno nomi di divinità femminili, come Ganga,Yamuna e via dicendo.Ora,questi due fiumi erano limpidi corsi d’acqua forestali. Ero stata a vedere le danze tribali e avevo passato l’intera notte prendendovi parte assieme ad amiche e ai locali; ho ballato l’intera notte e al mattino proposi di andare al fiume.Quelle donne apparentemente illetterate ma pro- fondamente colte e percettive,così mi risposero:“Noi non vogliamo più andare al fiume” ed allora chiesi cosa era successo, mi dissero che il fiume aveva cambiato forma. Espressi incredulità perché pensavo si trattasse di superstizione, ma loro ribadivano che si erano trasformati in Shakini e Dakini, che sono nomi di demonesse. Ma perché? Risposero:“sono diventati l’uno grigiastro e torbido e l’altro rossastro”. Insistetti per andare al fiume e mi dissero che non avrebbero toccato l’acqua perché era diventata velenosa.Che cosa era successo in realtà? Era successo che a monte dei fiumi era stata installata una fabbrica e le acque entravano nei corsi d’acqua dando all’uno un colore grigio cenere e tingendo l’altro di un colore rossastro Dunque le donne non sapevano che stava succedendo tutto questo, ma percepivano che era avvenuta una trasformazione in peggio ed il loro modo di definire l’accaduto era l’affermazione che le dee buone fossero diventate demonesse. La potenza dei fiumi ha da sempre colpito l’immaginario indiano che ha dato loro statura divina; lo scorrere impetuoso della corrente è il simbolo dell’energia cosmica femminile matrice e sostegno dell’esistenza: Ganga,Yamuna, Sarasvati e le altre dee si manifestarono sulla terra come fiumi sacri; ogni offesa comportava conseguenze disastrose e la collera delle divinità violate si abbatteva sugli uomini strappando loro la terra, i venti e la vita. Ciò che un tempo era mito oggi è realtà: il disboscamento selvaggio ha portato all’erosione della terra che non è più in grado di contenere entro gli argini i fiumi ingrossati dalle piene monsoniche. Le Dee sono diventate demonesse e devastano tutto ciò che incontrano sul loro cammino: impotenti, gli uomini sono costretti alla fuga trasformati in profughi dai loro errori blasfemi. Tra i fiumi indiani il più sacro è il Gange, la dea Ganga che nel cielo scorre come via lattea scesa sulla terra a benedire gli uomini. La discesa del Gange è uno dei miti indiani che preferisco:ce ne sono moltissime versioni,ma desidero proporvi quella in cui compare l’oceano con la sua vastità e l’uomo con la sua avidità,perchè si presta particolarmente ad una lettura ecologica.Ad un certo punto del mito cento figli di Yuri bevono tutta l’acqua dell’oceano prosciugandolo: ciò fa sparire il potere acquatico dell’oceano ed il conseguente inaridirsi della terra per cui tutti sono alla ricerca dell’acqua.La motivazione profonda del mito è che tutti i vapori dell’oceano si sono dissolti in cielo, nell’Akash, nell’essenziale. Come fare a farli ridiscendere sulla terra? Si decide di effettuare un pellegrinaggio, ma non porta risultato; allora ci si reca da un saggio e questi afferma che nulla può ormai riportare giù dal cielo le acque,a meno che un uomo non si sottoponga a rigide pratiche ascetiche per un lunghissimo periodo, così un uomo, Bagiratha, si impose una severa penitenza per invo- 21 (02-34)Articoli 3/2005 23-07-2005 13:01 Pagina 22 India care il ritorno delle acque. Le sue pratiche hanno effetto, ma un altro grande ostacolo si profila perché nel frattempo era avvenuta una grandiosa trasfigurazione delle acque che in cielo sono diventate le due nuove Dee, di nome Ganga e Yamuna. Una volta invocate, Ganga decide di ridiscendere tra gli uomini, ma allora tutti si preoccupano perché se lei tornerà con la potenza di una Dea, lo farà in scrosci torrenziali e devasterà la terra. Qui è adombrata la paura del principio femminile che può essere anche devastante.Così, di nuovo, la gente prega perché non sa cosa fare e si rivolge a Shiva implorandolo di fare in modo che le acque tornino a scorrere in maniera regolata.Allora Shiva scioglie i suoi lunghi capelli inanellati attraverso i quali Ganga discende e, trattenuta dalle chiome, scorre come un fiume. Quale è la morale di questa storia?? Naturalmente è ecologica: spiega della terra, degli oceani, dei vapori che provengono dalle masse glaciali e dai quali sgorgano corsi d’acqua. Ma come può scorrere un fiume nell’ambiente naturale senza essere devastante a meno che non ci siano le foreste? I riccioli di Shiva sono le grandi foreste, le verdi distese himalayane,ora devastate,che proteggevano il suolo. Ganga infatti scaturisce da ciò che è conosciuto letteralmente come il “parco dei riccioli di Shiva”. L’unica via di speranza ove l’acqua non è solo garanzia biologica di sopravvivenza ma il simbolo di purificazione e di vita eterna, il Gange è al centro della geografia mistica indiana; immergendosi nei flutti della madre Ganga i pellegrini cercano il riscatto dal peccati accumulati in questa e nelle precedenti vite.A Benares giungono milioni di pellegrini da tutta l’India 22 “Io venni a Te come bimbo alla madre io venni a Te consunto dalla malattia Oh!! Tu che sei il medico perfetto, io venni il cuore arso dalla sete, da Te Oceano di dolce nettare fa di me ciò che tu vuoi” Sollievo per i vivi, Ganga è supremo rifugio dei defunti, le cui ceneri accoglie in un abbraccio materno riportando le anime alla fonte celeste da cui è scaturita; non vi sarà più ritorno per coloro che si spengono lungo i bordi del sacro fiume; gli effetti del karma, l’agire che matura conseguenze positive o negative della lunga catena delle reincarnazioni sono neutralizzati dall’acqua benedetta del Dea. Simbolo del femminile, l’acqua rimanda al grembo dell’Universo, alla dimensione fluida, caotica e indifferenziata dell’inizio, quando la scintilla divina, energia di diversificazione e ordinamento, ha acceso le acque cosmiche generando in esse la vita.A Daripar, una delle sette città sante dell’induismo, per Divali, la festa delle luci, il buio si riveste di nuove luci in un riverente saluto al sole tornato a risplendere dopo la stagione delle piogge. L’Arati, una delle cerimonie più importanti della ritualità indù celebra l’origine dell’esistenza e l’apparire dell’universo: l’Acqua e il Fuoco, la Dea e il Dio, Ganga e Shiva rappresentano la polarizzazione dell’Assoluto, dell’Uno che si è fatto Due per manifestare il molteplice: è dagli opposti, infatti, che scaturisce la vita. Ma se l’acqua ricorda al devoto l’inizio dell’universo, essa è al tempo stesso l’allusione alla sua fine, all’arresto del ciclo delle reincarnazioni.. Nei gesti del sacerdote che sposa l’acqua al fuoco riunificando i due elementi si ripristina l’indissolubilità dell’Assoluto che torna ad essere Uno: il fuoco che stemperandosi nell’acqua la transustanza in luce,il flusso del divenire si arresta, e l’essere si dissolve nella pace ineffabile del non essere. I cinque elementi sono come in molte altre culture acqua, terra, aria, fuoco, etere. Di questi 5 elementi si parla nella tradizione indiana da tempo immemore. Il primo capitolo dell’antichissimo Rigveda si apre celebrando il Fuoco;il fuoco che è anche Energia;il fuoco che è Sole e il sole che a sua volta è il segno del fuoco nel cielo. Il fuoco è contenuto nelle acque con le quali è sempre in stretta relazione ed è un pilastro di fuoco una delle più grandi rappresentazioni del grande Dio Shiva che si manifesta nell’universo: simbolo tangibi- le del tutto che emerge,si innalza e ascende all’ultimo principio intangibile, quello della non sfera, ineffabile dimensione che è al tempo stesso vacuità e pienezza: l’Akash. Nella puja si prega la dea Ganga per propiziarsene i benefici influssi; il rito include simbolicamente i 5 elementi: le luci che evocano il fuoco, il cibo che rimanda alla terra, l’acqua, i fiori e gli incensi che alludono all’aria, il suono della campanella che simboleggia l’etere. Ogni atto del rito è accompagnato dalla ripetizione dei nomi del divino e dai mantra, concise formule sacre, che racchiudono in sé l’essenza della divinità. L’acqua è l’inizio celestiale da cui emerge tutto il creato; l’acqua è il momento del non luogo, del non tempo, del non spazio; è la dimensione del non differenziato, e ciò spiega perché nella tradizione indiana il Signore della creazione Vishnu è considerato giacere sulle acque eterne dell’oceano. E’ come disteso su un serpente, avvolto in una spirale infinita,senza inizio e senza fine.Dall’acqua,dal suo ombelico sorge il loto. Così, in termini sia biologici che mitologici, dal momento della non differenziazione si passa al primo principio di differenziazione; dalla vita acquatica, i serpenti e i rettili, emerge diversificandosi la vita vegetativa simboleggiata dallo spuntare del fusto del loto dall’ombelico. Ne scaturisce di conseguenza l’immagine di quel primo anfibio del mondo naturale che è la testuggine che nuota nelle acque. Quindi è stato logico pensare che il secondo principio elementare, la Terra, riposi sulla tartaruga e questa terra, tanto presente negli inni e negli incantesimi antichi, è celebrata in una magnifica composizione poetica quale madre del tutto, mentre il cielo è il padre, come del resto avviene anche nell’antica tradizione greca e latina. Dai principi di acqua e terra si arriva agli altri due per simbiosi, difatti acqua e terra non possono accendersi e rigenerarsi senza l’intervento del Fuoco energia e dell’Aria. Ma tutto, terra, acqua, fuoco, aria è contenuto nel più sottile degli elementi, l’Etere, che è anche il suono primigenio; la luce, simboleggiando l’etere e il suono primordiale: OM li rappresenta entrambe. Nell’OM, mistico monosillabo, seme di tutti i mantra, è contenuta l’intera manifestazione.A livello di microcosmo (di essere umano) vi è corrispondenza tra ciascuno di questi elementi e gli organi di senso e le percezioni sensorie, in modo che tutto possa essere elaborato. L’etere è correlato all’orecchio perché l’etere è suono e l’organo dell’udito è l’orecchio; così il fuoco è collegato alla vista, poiché è il fuoco che abilita alla visione della luce in quanto il fuoco è anche luce e irraggiamento. Altre relazioni vengono stabilite: la terra e l’odorato,l’acqua ed il gustare,l’aria e il toccare.Non solo:ulteriori corrispondenze collegano le sfere celesti e terrestri e questi (02-34)Articoli 3/2005 23-07-2005 13:01 Pagina 23 India 5 elementi che vengono correlati alle direzioni dello spazio e delle galassie entrando in tal modo nel sistema dello Zodiaco, nel macrocosmo. Quindi, da questi 5 elementi emerge una visione cosmica dato che tutto è contenuto in loro e loro sono contenuti in tutto e permeano tutto: l’ambiente, il mondo biologico a partire da quello botanico, il mondo cosmico che è ciclico, il mondo mitologico e perfino il mondo economico si accordano fra di loro. Domanda: quale è il primo ed ultimo dovere dell’uomo in questo ordine cosmico, e cosa succede se non si rispetta questo dovere? Sono una persona troppo piccola per parlare dell’uomo e del dovere cosmico; tutto ciò che so è che ogni volta che nel mondo è successo che l’uomo perdesse il dialogo con gli elementi,che ritenesse di essere il dominatore della natura, si sbagliava. Finché l’uomo ricorda di essere uno fra le innumerevoli moltitudini di organismi in questo mondo di materia organica e inorganica credo che possa avere un suo spazio; ma in questi secoli l’uomo ha perso la consapevolezza della purezza delle Acque, della sacralità della Terra, dell’incontaminazione dell’Aria, dell’uso parsimonioso del Fuoco, ovvero di ciò che oggi è energia. L’uomo ha seguito un percorso che progressivamente lo ha portato all’oblio del passato e credo che il suo dovere stia nel ristabilire relazioni intrinseche tra se stesso come specie umana e la natura quale insieme di questi 5 elementi. Ciò insegnerebbe senza dubbio un po’ di umiltà. Ma purtroppo è difficile tornare indietro. L’India è nutrita dai fiumi ed è in questi che scorre la potenza generatrice del divino, la stessa che come linfa vitale pervade le Nadi, i canali energetici del corpo sottile dell’uomo. Sugli stipiti, all’ingresso dei templi, le immagini delle dee Ganga e Yamuna vegliano a sinistra e a destra della soglia, simboli delle due nadi principali che rappresentano nell’uomo le polarità e lo scorrere dell’energia. “Oh madre Ganga possa il tuo flusso abbondante benedire il mondo Tu che sei il tesoro di Shiva, giocoso Signore di tutta la terra, Tu che sei l’essenza delle sacre scritture e l’incarnazione della misericordia degli dei possano le tue acque, sublime nettare di immortalità, placare le nostre anime afflitte. Io prego di poter prendere congedo dal mio corpo sulle tue rive bevendo la tua acqua avvolgendomi nei tuoi flutti ricordando il tuo nome posando il mio sguardo su di Te” Ma cosa è rimasto della sacralità del fiume nel mondo di oggi? l’India, la Dea dai lunghi capelli d’acqua, ha avvelenato il suo splendore. A Benares, la città più santa dell’Induismo, l’acqua ha raggiunto livelli di inquinamento terribili, di molto superiori ai massimi previsti dall’Organizzazione Mondiale della Salute. Liquami e rifiuti di ogni genere si mescolano con le sostanze tossiche emesse dalle fabbriche: mercurio, zinco, piombo, formando un cocktail micidiale per ogni forma di vita.Le conseguenze sono facilmente immaginabili;muoiono non soltanto i microrganismi e i pesci (in 10 anni il pescato è calato del 75%), muoiono anche migliaia di persone per malattie intestinali, della pelle, degli occhi e di epidemie legate al consumo dell’acqua. Si continua ad affermare che morire in riva al Gange, spirare con qualche goccia di Ganga sulle labbra sia il destino più elevato cui un indù possa sperare. Con i livelli di inquinamento di oggi, il desiderio si realizza fin troppo facilmente, non solo per i fedeli che volontariamente si affidano all’abbraccio rituale di Ganga, ma anche per i poveretti costretti a dipendere dalle sue acque per la sopravvivenza quotidiana. Abbiamo speso molti milioni di rupie cercando di ripulire il Gange con l’aiuto della banca mondiale e di molte altre agenzie:gli interventi potranno funzionare per un breve periodo, forse, ma a lungo termine riusciremo a tenere questi fiumi puliti solo se li considereremo sacri. Un tempo le acque di questi fiumi erano le acque della vita e, quindi, compito primario dell’uomo era di mantenerli puliti, questo non è possibile se non li si considera sacri.Voi non andate ad inquinare la Chiesa; nel momento in cui entrate nello spazio della chiesa, ritenete di essere in un luogo sacro e, almeno per quel periodo, rispettate la necessità di essere puri.È fondamentale riuscire a riportare la consapevolezza che i fiumi sono il sostegno della vita e ripristinare il senso del sacro riferito all’ambiente. Tradizionalmente nel passato era invalsa la strategia di considerare sacro ogni area e ogni aspetto della natura che fornisse mezzi di sussistenza all’uomo, il che significava trasformarli in qualcosa che non doveva essere distrutto. Per tutti questi anni, qualsiasi cosa sia successo, abbiamo svalutato qualsiasi dimensione della psiche umana che non fosse puramente funzionale in una distinzione pericolosa e conflittuale tra concreto e spirituale. Ciò ha cancellato il senso di rispetto per i fenomeni della natura come componenti sottili dell’uomo e ha causato disordine; se questi valori fondamentali non vengono recuperati, non vedo come potremo ripulire questi fiumi. Bisogna instillare in ogni essere umano il senso del sacro, la consapevolezza del ruolo e dello spazio dell’uomo nell’universo, la certezza che ciò che il singolo fa gli si ripercuote contro. Se sopravviene questa consapevolezza, ogni volta che si sta per gettare un sacchetto di plastica, apparirà un demone pronto a punirmi; se non c’è la percezione delle conseguenze legate alle proprie azioni non c’è possibilità di scampo. Non è più possibile sperare che i fiumi siano in grado di metabolizzare i rifiuti di oggi e non possiamo attenderci l’intervento divino: nel mito, Khrisna, discesa provvidenziale del dio Vishnu, sconfigge il serpente Kalya, che infestava e inquinava le acque dello Yamuna, e lo esilia nell’oceano. Il fiume torna puro e la natura rifiorisce: è un monito per noi uomini del 2000, è la coscienza del sacro nel cuore di ciascuno che tutela l’integrità dell’ambiente. La fiamma che alimenta la vita è il cuore stesso della Dea, la Shakti, l’energia cosmica materna che nutre, protegge e regola i ritmi esistenziali seguendo un imperscrutabile disegno: il mondo dell’acqua, della terra e del cielo sono regolati da un profondo equilibrio simbiotico Da sempre la natura in India è stata il luogo privilegiato per adorare il Divino; le donne particolarmente sensibili alla dimensione naturale dell’essere ne percepiscono e ne celebrano la sacralità in numerosi riti tramandati da madre in figlia. 23