CONGREGAZIONE MARIANA
DELLE CASE DELLA CARITA’
CAPITOLO DELLE
CARMELITANE MINORI
DELLA CARITA’
1996
DOCUMENTO FINALE
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PREAMBOLO
Deo Gratias!
E' passato più di un anno da quando è terminato il Capitolo delle Carmelitane
Minori della Carità e solo ora sono pronti i documenti.
Il Capitolo è stato un momento di grande ricchezza liturgica, di comunione e di scambio
con le nostre Sorelle della missione; segnato però dalla nostra inesperienza, causa del
ritardo di questi documenti.
E' stato tuttavia un momento dove ci si è confrontati, si è discusso e non si è potuto
evitare qualche scontro ... poi si è cercato di fare unità nello spirito di don Mario, nostro
padre.
Questo materiale è adesso alla nostra attenzione: accostiamoci con fede per cercare di
vivere sempre di più e meglio la nostra consacrazione a Dio come Carmelitane Minori e
per entrare sempre di più nel dono che il Signore ha dato a don Mario.
Lo Spirito Santo, in quest'anno a Lui dedicato in preparazione al Giubileo del 2000, ci
aiuti a far tesoro di questo lavoro.
Maria Regina e Decoro del Carmelo ci benedica e ci prenda per mano in questo cammino
verso Gesù nostro Signore.
Reggio Emilia, 19 marzo 1998
Suor M. Concetta Fontana
(Superiora Maggiore delle Carmelitane Minori della Carità)
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INTRODUZIONE AL DOCUMENTO CAPITOLARE
TESTI:
"Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei
carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti
padri, perché sono io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante il Vangelo. Vi esorto
dunque, fatevi miei imitatori!". (1Cor. 4, 14-16)
DALL'ESORTAZIONE POST SINODALE "VITA CONSECRATA" DI GIOVANNI
PAOLO II (n. 84)
"Nella storia della Chiesa, accanto ad altri cristiani, non sono mancati uomini e donne
consacrati a Dio che, per un particolare dono dello Spirito, hanno esercitato un autentico
ministero profetico, parlando nel nome di Dio a tutti ed anche ai Pastori della Chiesa. La
vera profezia nasce da Dio, dall'amicizia con Lui, dall'ascolto attento della sua Parola
nelle diverse circostanze della storia. Il profeta sente ardere nel cuore la passione per la
santità di Dio e, dopo averne accolto nel dialogo della preghiera la parola, la proclama
con la vita, con le labbra e con i gesti, facendosi portavoce di Dio contro il male ed il
peccato. La testimonianza profetica richiede la costante e appassionata ricerca della
volontà di Dio, la generosa e imprescindibile comunione ecclesiale, l'esercizio del
discernimento spirituale, l'amore per la verità. Essa si esprime anche con la denuncia di
quanto è contrario al volere divino e con l'esplorazione di vie nuove per attuare il
Vangelo nella storia, in vista del Regno di Dio".
DAL DISCORSO DI DON MARIO DEL 6-5-1985 IN S. GIROLAMO
"Se ci sono delle divisioni è perché non siete sottomesse; l'unità la trovate in me, nel
seguire fino in fondo le linee che do alla Famiglia, nell'obbedire a me che sono vostro
padre ...".
SVILUPPO:
All'inizio dei lavori, e per rispondere alle domande suscitate dal discorso di padre
Sghedoni, o chiarire obiezioni uscite nell'assemblea del 11/11/1996 in S. Teresa a Reggio,
mi pare importante far luce sulla differenza tra lo spirito del Fondatore e lo spirito di
fondazione e aggiungere quanto segue.
Per "Spirito del Fondatore" s'intende quella intuizione che il Signore dà,
attraverso lo Spirito Santo, alla persona del Fondatore mediante una vera e propria
assistenza dello Spirito Santo. Alcuni esempi molto pratici e semplici in don Mario li
troviamo nel diario dei suoi 19 anni.
In quel testo don Mario ha già una lettura ben precisa della persona del povero, "presenza
reale di Cristo che mi viene incontro". Stupisce che un giovane entrato in Seminario a 17
anni a 19 anni possa dire: "Uno che vedendo un povero o un disgraziato, non lo solleva,
perde una grazia: è come chi vedendo passare il SS. Sacramento non si inginocchia in
atto di adorazione".
E ancora: "Quando sarò prete, se (Dio) il Signore vuole, mi dedicherò in gran parte agli
umili, ai poveri, ai disgraziati: essi che nulla pretendono meritano molto".
1
2
Questa é una costante in don Mario in cui si vede veramente un'azione costante dello
Spirito Santo che lo prepara a ciò che dovrà essere. Vediamo continuare questo pensiero
1 "A
2
Maggior Gloria di Dio" pag. 15
Ibi pag. 16
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quando sarà sacerdote; nello scritto (non datato ma certamente dei primi tempi
dell'Ospizio) scrive "Il povero é Cristo, quanto più bisognoso e sofferente tanto più
Cristo, quello che fate a uno di questi minimi é fatto a me; si tira questa importantissima
conclusione: non agisco per far del bene al prossimo, non cerco di risolvere dei problemi
sociali di umanità, di andare incontro a bisogni (questo rimane vero, ma viene come
corollario, io parto di qui: Gesù Cristo mi fa l'immenso piacere di venirmi incontro nel
povero, nel sofferente, per farmi capire il più grande precetto della legge - Ama -. È una
continuazione del - sic Deus Dilexit mundum ut unigenitum Iesu Cristum daret - questo
dare continua".
Questa azione dello Spirito santo si tradurrà nella fondazione delle Case della Carità.
Questo é lo spirito del Fondatore: quell'intuizione dello Spirito Santo che lo urge, spinge
dal di dentro, che egli stesso non sa a volte comprendere, é qualcosa più grande di lui, più
forte di lui, che lui non riesce a contenere. E' l'azione dello Spirito Santo.
Nella lettera del 16-7-1943 che scrive al Vescovo Brettoni c'è una espressione bellissima:
"Eccellenza, è la Carità che prende un pò la mano, è la bellezza sovrumana della Carità
che urge". Pare che dica: io ho dentro qualche cosa che non riesco a trattenere, mi
scappa fatta la carità.
Questo é lo spirito del Fondatore, questo ce l'ha lui e questo é uno spirito che rimane tutto
suo.
3
4
Per "Spirito di fondazione" s'intende ciò che il Fondatore, sotto l'azione dello
Spirito Santo, codifica e fissa negli Statuti e nei Regolamenti della Famiglia che nasce
dalla sua paternità.
In altre parole: lo Spirito Santo, che ha preparato don Mario, lo conduce e lo guida in
questa azione con tutto ciò che abbiamo detto fino ad ora, attraverso una sua sensibilità,
attraverso un'urgenza che lui sente, attraverso il suo essere parroco, nel contesto storicoculturale in cui si viene a trovare, attraverso l'incontro che lui fa personalmente coi poveri
e così via, lo porta a dare inizio alle Case della Carità, a fondare la Congregazione
Mariana delle Case della Carità.
Questo spirito il Fondatore lo traduce e lo fissa nei Regolamenti. Se ricordate Don Mario
diceva: "la vostra Regola é il vostro Vangelo sbriciolato". In altre parole: questo é lo
spirito che il Signore mi ha dato per voi, per vivere oggi il Suo Vangelo.
Il carisma viene così consegnato da don Mario alla nostra Famiglia, verificato e
approvato dalla Chiesa, nei:
- "Primo regolamento dell'Ospizio di Santa Lucia" nelle stesure "A" e "B";
- "Regolamento interno provvisorio della Congregazione Mariana
delle Case della
Carità" (1956);
- "Regolamento provvisorio dei Fratelli della Carità" (1972).
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Nessuno può quindi presumere di avere lo spirito di Don Mario, lo spirito del Fondatore;
quello rimane suo, quella rimane un'esperienza sua, unica e irripetibile, ci diceva padre
Sghedoni.
Noi abbiamo lo spirito della fondazione; quello spirito che indirizza la nostra vita, le
nostre scelte, ogni nostra azione.
All'interno della Congregazione Mariana, ognuno di noi è chiamato a portare a pienezza i
doni di natura e di grazia che Dio gli ha fatto, vivendo o cercando di vivere lo spirito
della fondazione, cioè: i 12 Articoli, gli Statuti dei singoli Rami, ecc.
Ibi pag. 23
Ibi pag. 70
5 Ibi pag. 61
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E' ovvio che don Mario rimane per ciascuno Padre, modello ed esempio a cui riferirsi
costantemente. Tuttavia è importante distinguere: il suo modo di sentire, di vivere la
Carità é un dono particolarissimo dello Spirito dato a lui, noi dobbiamo vivere lo spirito
della fondazione, altrimenti rischiamo di scimmiottare il Fondatore, mentre invece siamo
chiamati a vivere il Carisma.
Padre Sghedoni ci ha portato l'esempio di quel ragazzetto che voleva seguire S. Francesco
e quindi lo imitava in tutto. L'esempio è molto chiaro: quel ragazzino doveva seguire la
spiritualità di Francesco, ma non Francesco in quanto tale; non poteva fare le penitenze di
Francesco o pretendere di avere l'esperienza mistica di Francesco, quella é sua, e rimane
sua, l'esperienza mistica di Francesco rimane unica e irripetibile; può darsi che qualcuno
dei suoi figli ne faccia una parallela, similare, o anche più grande.
Per approfondire cogliere in fedeltà il carisma di una fondazione è anzitutto
necessario rifarsi agli scritti del Fondatore, al suo esempio di vita, alle testimonianze di
quanti sono convissuti con lui, alle eventuali biografie, alle sane tradizioni conservate
dall'Istituto, come derivate e ispirate dalla persona stessa del Fondatore, come pure dalle
fonti da cui il Fondatore ha ricavato la sua spiritualità.
Pur riconoscendo che non tutto ciò che il Fondatore ha detto e fatto ha valore carismatico,
e che non tutti i testi hanno lo stesso spessore e la stessa pregnanza, tuttavia tutto ciò che
egli ha scritto, detto o fatto, concorre e aiuta a scoprire e comprendere in modo più
profondo e attuale il carisma.
E' necessaria una lettura complessiva del suo pensiero, evitando la tentazione di una
lettura frammentaria o estrapolata dal suo contesto e dalla globalità del suo insegnamento.
Tentazione quanto mai presente quando cerchiamo più un supporto e una conferma a
nostre convinzioni personali che di scoprire la verità.
Forse vale la pena ricordare che in questo lavoro di ricerca è essenziale "la circoncisione
del cuore", cioè aprire il cuore ad un ascolto sincero e profondo, cercando di sospendere il
più possibile il nostro giudizio o i gusti personali, le nostre convinzioni o sicurezze del
già vissuto, della paura del rinnovamento, ecc... perché ognuno possa cogliere il dono
dello Spirito. Ciò non vuol dire accettare tutto a scatola chiusa o svendere la propria
intelligenza, ma una onestà di ricerca fatta in comunione con il fratelli e le sorelle, avendo
piena stima e fiducia che tutti cercano con onestà e chiara coscienza il cammino della
verità, che porta anche a saper rinunciare al proprio punto di vista o a porsi in una
paziente attesa.
Infatti di fronte a cose che non si comprendono appieno o non collimano con la sensibilità
personale è necessario porsi in un atteggiamento di umile attesa, chiedendo luce, che può
venire da una sorella, dalla Famiglia, dagli eventi della Chiesa, o della storia, ecc...
Quindi ci si dovrà costantemente chiedere cosa ne pensasse don Mario, che cosa ha
lasciato scritto in merito, come è stato vissuto nella tradizione della famiglia, ecc... per
poterci abbeverare alla fonte più autentica.
Questo non implica che si debba assumere come assoluta la lettura dei problemi o degli
eventi che don Mario ne ha fatto, legata al suo tempo, ma cogliere lo spirito che lo
animava, l'ansia che portava nel cuore, l'amore incondizionato per la Chiesa, in un ascolto
autentico del Magistero.
Se il carisma, come abbiamo detto, è dono dello Spirito Santo ha la caratteristica
di essere inesauribile; dobbiamo allora cercare di viverlo in pienezza oggi, sapendo che
domani lo Spirito mi manifesterà e mi farà comprendere una dimensione più ampia. Di
conseguenza dobbiamo accostarci al carisma di don Mario con lo stesso silenzio, ascolto,
umiltà e sottomissione che abbiamo verso la Parola di Dio, in quanto è opera dello Spirito
Santo.
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Poi ci sono i Superiori che hanno il compito di discernere e di indicare il cammino nel
tempo e nel contesto attuale. Nella adesione obbediente a queste indicazioni troveremo la
comunione e la unità della Famiglia.
Infatti la comunione non è il frutto di un compromesso raggiunto, dove ciascuno cede o
ottiene qualcosa, ma lo scoprire insieme la verità a cui tendiamo e piegarsi ad essa con
amorosa adesione.
Il carisma di una Congregazione, frutto dello Spirito, è inesauribile e sempre fecondo di
nuovo cammino. Perciò non lo si può chiudere in una definizione o comprensione fatta
"una volta per sempre", ma rimane sempre da approfondire e da attualizzare nel mutare
del tempo e della storia.
Non dobbiamo mai dimenticare che questo lavoro va fatto nella Chiesa e con la Chiesa
per non rischiare di "aver corso o di correre invano" .
La domanda su ciò che essenziale del Carisma e ciò che è marginale mi pare richiami a
Mt 22,34; e Mt 23,23, e che le risposte di Gesù possano valere anche per noi. "Qual è il
più grande comandamento della legge?" Dall'amore per il Signore e i fratelli dipende
tutta la legge e i profeti. La decima della menta, dell'anèto e del cumino vengono
certamente dopo la giustizia la misericordia e la fedeltà, ma Gesù insegna: "queste cose
bisognava praticare senza omettere quelle".
Il documento "Vita Consecrata" riportando un testo di Mutuae Relationes dice: "Le varie
forme in cui vengono vissuti i consigli evangelici, infatti, sono espressione e frutto di
doni spirituali ricevuti dai fondatori e fondatrici e, come tali, costituiscono una
«esperienza dello Spirito», trasmessa ai propri discepoli per essere da questi vissuta,
custodita, approfondita e costantemente sviluppata in sintonia con il corpo di Cristo in
perenne crescita ... (omissis) ... Per questo la Chiesa ha cura che gli istituti crescano e si
sviluppino secondo lo spirito dei fondatori e delle fondatrici e le loro sane tradizioni".
Diviene allora chiaro che dobbiamo leggere il Magistero della Chiesa partendo dalla
conoscenza ed esperienza del nostro specifico per comprendere come incarnare qui, oggi,
in piena comunione con la Chiesa, il dono che ha fatto attraverso don Mario, in un
profondo "sentire cum Ecclesia", per edificare il Corpo Mistico del Cristo.
Inoltre l'amore grande per la Chiesa e la comunione con Essa permette al carisma di
esprimere pienamente la sua forza profetica, che precede il Magistero, ma al quale rimane
sempre sottomesso.
Si rende quindi neccessario per la Famiglia, oltre che cercare di raccogliere tutto ciò che è
reperibile del pensiero e della vita di don Mario, iniziarne uno studio approfondito, al
servizio dei Rami e per una formazione più unitaria.
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7
La vita consacrata nella Chiesa manifesta il mistero di Cristo. Un Fondatore é
chiamato a manifestare nella Chiesa, attraverso l'opera a cui il Signore lo chiama, una
sfaccettatura del volto di Cristo, del mistero di Cristo. Non manifesta tutto il mistero di
Cristo, ma ne manifesta un qualche aspetto. Giovanni Paolo II nella esortazione
apostolica "Vita Consecrata" così definisce: "il Sinodo ha fatto memoria di quest'opera
incessante dello Spirito Santo, che nel corso dei secoli dispiega le ricchezze della pratica
dei consigli evangelici attraverso i molteplici carismi, e anche per questa via rende
perennemente presente nella Chiesa e nel mondo, nel tempo e nello spazio, il mistero di
Cristo".
"In effetti, è sempre questa triplice relazione che emerge, pur con i tratti specifici dei vari
modelli di vita, in ogni carisma di fondazione, per il fatto stesso che in essi domina un
profondo ardore dell'animo di configurarsi a Cristo, per testimoniare qualche aspetto del
8
6 cfr.
Gal 2,2
Consecrata (V.C.) n° 48
8 V.C. n° 5
7 Vita
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suo mistero, aspetto specifico chiamato ad incarnarsi e svilupparsi nella più genuina
tradizione dell'istituto, secondo le regole, le costituzioni e gli statuti".
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Questa manifestazione del mistero di Cristo é finalizzato a due cose:
- come risposta terapeutica a un male nella comunità
cristiana
o del mondo;
- e per rispondere a un bisogno nella Chiesa o nella
società.
Paiono essere queste le due finalità.
Se noi guardiamo alla storia dei santi fondatori ci accorgiamo che il loro carisma nasce in
un determinato contesto storico e sociale e per un particolare bisogno. Alcuni esempi:
- Francesco per proclamare la povertà come valore e sequela di Cristo.
- Giovanni Bosco affronta il problema dei ragazzi: la società industriale che nasce e crea
spazi di abbandono dove la malavita e malcostume regnano e don Bosco introducendo il
concetto di prevenzione dà una risposta.
- La beata Cabrini: per il problema dell'emigrazione.
- San Camillo de Lellis: c'é l'abbandono degli ospedali in condizioni che noi non
riusciamo neanche ad immaginare. Ammalati che giacciono da giorni e da mesi sui loro
escrementi, in mezzo alla paglia, serviti, anziché da infermieri, dai carcerati come parte
della loro pena.
- Così San Giovanni di Dio, ecc ...
Quando una Congregazione si riunisce in Capitolo cerca di verificare la sua
fedeltà al dono che ha ricevuto da Dio per la Chiesa attraverso il Fondatore. E' il tempo
della revisione e della conversione per poter essere veramente quel segno che Dio ha
voluto all'interno della Chiesa. Conversione che dovrebbe portare la Congregazione a
scelte coraggiose in riguardo al futuro, e ad abbandonare tutto ciò che nel tempo avesse
allontanato la "Famiglia" dallo Spirito genuino del Fondatore.
Dobbiamo tenere sempre presente che nel rapido mutare dei tempi e delle situazioni
siamo chiamati a dare nuove risposte ai bisogni della Chiesa e della società in una fedeltà
dinamica al carisma, che significa: non adattare il carisma ai bisogni, ma rispondere ai
bisogni col il proprio carisma. E' l'attualizzazione che si piega al carisma, non viceversa.
9 V.C.
n° 36
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VITA DI CONSACRAZIONE
Per introdurci al tema della vita di consacrazione è bene riferirci alla II Circolare
scritta da don Mario alle Case della Carità il 18 dicembre 1968. Essa ci fa conoscere
come don Mario voleva e vedeva la Carmelitana Minore.
18 Dicembre 1968
SECONDA CIRCOLARE ALLE CASE DELLA CARITÁ
Carissime Suore,
a seguito dei due ritiri alla nostra Casa della Preghiera, mi pare conveniente fare
alcune considerazioni. - Ho riflettuto su alcuni punti: a me sembra apparso quanto segue:
e voi che ne dite?
1-) Forse fra noi non siamo molto socievoli e comunitari, e quando ci troviamo tendiamo
a parlare ciascuno con qualcuna o qualche gruppetto ma sentire una qualunque che porta
una esperienza o denuncia una difficoltà e un dubbio e partecipare tutte a
quell'argomento, o prendere parte tutte con interesse ai problemi di ciascuna, forse non
avviene ancora. - Può darsi che questo derivi dal vivere abbastanza isolate e vedervi poco
fra voi, o forse anche dal fare poca comunità nelle vostre Case fra voi e con gli ospiti. C'è sempre qualcuno che può essere messo al corrente delle cose di casa o che può essere
sentito e interpellato con utilità. 2-) Forse la Regola non è troppo conosciuta e approfondita. - E' il vostro estratto del
Vangelo che portate sempre con voi e che ogni giorno potete consultare. - Per qualsiasi
evenienza, per qualunque cosa capiti mi pare sia conveniente, prima di tutto, vedere se
non c'è niente nella Regola che ci illumini; perché non pare, ma c'è molta roba dentro la
Regola. 3-) Se facciamo di tutto per essere una vera famiglia, può darsi che dobbiamo crescere
nella sincerità e lealtà e nel mettere tutto in comune.
4-) Nelle cose, ci vuole una gerarchia, un ordine di importanza: ed è più importante quel
che riguarda Dio che quel che riguarda noi; prima Dio poi i fratelli; prima il cielo poi la
terra; prima l'anima poi il corpo. - Del resto vedete nei Comandamenti:
Prima i primi tre
poi gli altri sette,
prima l'amor di Dio
poi l'amor del prossimo.
Così nel Padre Nostro:
prima le cose di Dio: la Sua Volontà, il Suo Nome, il Suo Regno
poi le cose per noi:
il pane quotidiano
la remissione e il perdono
l'andare d'accordo e
la liberazione dal Male. Anche nella Regola vi sono cose più importanti e altre meno. - Non bisogna lasciare
queste, ma soprattutto quelle. Per esempio nei primi 15 - 18 articoli, si parla del gruppo degli ausiliari e cooperatori.
Forse non l'abbiamo fatto molto: conviene suscitare, stimolare, raccomandare,
organizzare questi gruppi, per radunarli qualche volta. -
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Leggere quegli articoli, far conoscere il nostro spirito. Se vi lasciate prender sempre dalle
cose immediate, dalle necessità, dalle cose da fare, dal troppo lavoro, finite per
dimenticare di propagandare il Regno, le Missioni, la Salvezza.
I voti vi consacrano più per un lavoro di questo tipo che per diventare delle donne di
servizio e delle sfaticone. Prenderemo delle macchine per molte cose e ci faremo aiutare
per molte altre: ma non dimentichiamo che questa animazione fa parte della vostra
Consacrazione e Vocazione.
5-) Un'ultima cosa: una Carmelitana Minore è soprattutto per la ricerca amorosa e
delicata di Dio nella intimità con Lui: e poi nella ricerca e nel servizio di Lui nei poveri,
negli ospiti, in tutti.
Ora mi prende un grande timore: che il troppo vostro fare, una stanchezza continuata e
prolungata, la salute un po' cagionevole, delle paure a volte insistenti che vi complessano
un po', delle cure che fate senza consultare il medico o senza stare alle sue prescrizioni, e
un sacco di altre se, (compreso uno spirito di pettegolezzo che a volte affiora)
v'impediscono una vera ricerca dell'amor di Dio per mezzo della Preghiera. Perché la
Preghiera, l'Orazione, il colloquio con Dio, l'amicizia e lo sposalizio con Lui, sono una
cosa che è entrata in noi, che ci accompagna sempre che è la nostra vita vera, quella di
sempre, di ogni momento: è il sangue che ci scorre sempre, è il respiro di ogni istante.
Non c'è una divisione, una separazione: adesso vado a pregare o a stare con Dio - poi è
finito e adesso vado a fare altre cose!
Ma no!! andate là, state con Lui, e quindi pregate (vedi nota!) e poi quello che avete
messo dentro lo portate fuori nelle vostre cose, nei vostri conti, nei vostri rapporti, viaggi,
nelle telefonate, nelle compere, con i rappresentanti, nei contatti con i Parroci, e il popolo
di Dio, con le amministrazioni, e con gli incaricati, i visitatori, i giovani che vengono, i
curiosi, i dottori, gli ispettori ... i cani e i gatti che passano: tutti e soprattutto gli ospiti,
debbono sentire che siete state a pregare.Mi raccomando siate brave e perdonatemi queste molte parole: debbo usarne molte
perché sono poveri facchini, colombi viaggiatori che portano poco ciascuno e il Signore
ha un granaio pienissimo. Vi auguro il più felice buon Natale nel Signore. - A tutte e a ciascuna in particolare vi
chiedo di pregare molto anche per me. Con sincero affetto.
Vostro Padre
NOTA
Mi raccomando: la paura più grossa che ho è che facciate forse con stanchezza, con
preoccupazione, con fretta, con ansia, con superficialità e quindi con distrazione, senza
pace vera, senza abbandono, senza tenerezza e quindi senza riposo e ricupero; senza
entusiasmo e quindi non riprendete slancio, senza vera fede e quindi non guarite mai dai
vostri mali, senza speranza e quindi vi abbattete così spesso, e credo soprattutto senza
Amore: quello vero, quello totale, quello "come io, vi ho amato". - Se non abbiamo capito
questo possiamo chiudere bottega. La differenza fra voi e le buone persone che fanno o possono fare quel che fate voi, con
preparazione professionale, con conoscenza della psicologia, con istruzione e diplomi,
con stipendi e impegni di altro genere, è proprio questo: che voi siete piene di Lui
sempre, anche se ignoranti, sprovvedute, malandate, piaghe, pive, borsette, carcasse e
tutto quello che volete voi. -
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INTRODUZIONE
In questo ultimo anno il Sinodo dei Vescovi ci ha aiutato a riflettere sulla vita
consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo attraverso un testo molto
significativo e illuminante: Esortazione Apostolica Post Sinodale di Giovanni Paolo II
"Vita Consecrata". A partire da Cristo colto nel mistero della Trasfigurazione,
l'esortazione apostolica ci presenta la vita consacrata nei suoi aspetti più profondi,
teologici. Emergono anche alcuni aspetti profetici della vita consacrata:
- nella Chiesa, della quale esprime l'intima natura di sposa di Cristo;
- nel mondo, dal quale raccoglie le sfide della sessualità, del possesso, dell'autonomia
dell'uomo da Dio e le relativizza additando Dio come bene assoluto.
I consacrati vivono un'esperienza singolare illuminati dal rapporto con Gesù, Verbo
Incarnato. Essi si pongono come segno e profezia per tutti i cristiani e per il mondo. "Non
possono perciò non trovare in essi particolare risonanza le parole estatiche di Pietro:
«Signore, è bello per noi stare qui!» (Mt 17,4). Queste parole dicono la tensione
cristocentrica di tutta la vita cristiana. Esse, tuttavia, esprimono con particolare
eloquenza il carattere totalizzante che costituisce il dinamismo profondo della vocazione
alla vita consacrata: «Come è bello restare con Te, dedicarci a Te, concentrare in modo
esclusivo la nostra esistenza su di Te!» In effetti, chi ha ricevuto la grazia di questa
speciale comunione con Cristo si sente come rapito dal suo fulgore: egli è il «più bello
tra i figli dell'uomo» (Sal 45 [44], 3), l'Incomparabile" ("Vita Consecrata" n. 15).
Riteniamo quindi importante fondare le nostre riflessioni e il cammino che ci aspetta su
questo testo che la Chiesa oggi ci dona, in obbedienza alle indicazioni di don Mario che
tanto ci ha insegnato ad amare la Chiesa e a «sentirne il polso», e nella ricerca di essere
attente e aperte a quello che ci succede intorno.
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SACRALITÀ - CULTO SPIRITO CARMELITANO
TESTI:
"Il Signore disse a Mosè: «Parla a tutta la comunità degli Israeliti e ordina loro: Siate
santi, perché Io, il Signore, sono Santo. Osserverete dunque tutte le mie leggi e tutte le
mie prescrizioni e le metterete in pratica, perché il paese dove io vi conduco ad abitare
non vi rigetti. Non seguirete le usanze delle nazioni che io sto per scacciare davanti a voi;
Sarete santi per me, poiché Io, il Signore, sono santo e vi ho separati dagli altri popoli,
perché siate miei" (Lv 19, 1-2; 20, 22-23. 26).
"Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come
sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non
conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra
mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto"
(Rm 12, 1-2).
DAL DECRETO DEL CONCILIO VATICANO II "PERFECTAE CARITATIS" (n. 6)
"Coloro che fanno professione dei consigli evangelici prima di ogni cosa cerchino e
amino Dio che ci ha amati per primo e in tutte le circostanze si sforzino di alimentare la
vita nascosta con Cristo in Dio donde scaturisce e riceve impulso l'amore del prossimo
per la salvezza del mondo e l'edificazione della Chiesa. Questa Carità anima e guida
anche la stessa pratica dei consigli evangelici".
DALL'ESORTAZIONE POST SINODALE "VITA CONSECRATA" DI GIOVANNI
PAOLO II (n. 84)
"Il carattere profetico della vita consacrata è stato messo in forte risalto dai Padri sinodali.
Esso si configura come una speciale forma di partecipazione alla funzione profetica di
Cristo, comunicata dallo Spirito a tutto il Popolo di Dio. E' un profetismo inerente alla
vita consacrata come tale, per il radicalismo della sequela di Cristo e della conseguente
dedizione alla missione che la caratterizza. La funzione di segno, che il Concilio Vaticano
II riconosce alla vita consacrata, si esprime nella testimonianza profetica del primato che
Dio ed i valori del Vangelo hanno nella vita cristiana. In forza di tale primato nulla può
essere anteposto all'amore personale per Cristo e per i poveri in cui Egli vive. La
tradizione patristica ha visto un modello della vita religiosa monastica in Elia, profeta
audace e amico di Dio. Viveva alla sua presenza e contemplava nel silenzio il suo
passaggio, intercedeva per il popolo e proclamava con coraggio la sua volontà, difendeva
i diritti di Dio e si ergeva a difesa dei poveri contro i potenti del mondo (cfr. 1 Re 1819)".
DALLO SCRITTO DI DON MARIO " CREDO CHE IL SIGNORE STIA
LAVORANDO SODO PER LA CONVERSIONE DI QUALCUNO" DEL 27-9-1972
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"* Spirito Carmelitano La ricerca e la comunione di Dio e con Dio Padre per Gesù Cristo nello Spirito Santo
guidati e accompagnati da Maria SS.ma
Dio: per se stesso, per la Sua Gloria, per la Sua Santissima
Volontà, per il Suo
Regno, per la Sua Lode, per il Suo Dominio Assoluto di noi, per la Grazia della entrata
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in Lui e
della Unione con Lui qui in terra per la Visione e il Dono nella
Beatitudine del Paradiso.
Dio nel Suo Cristo, nella Sua Chiesa, nei Suoi Figli (tutti gli
di tutti i tempi, nei fratelli defunti e viventi in Lui
uomini) nei Suoi Santi
Dio specialmente nei Suoi poveri
(quelli delle beatitudini e del giudizio finale).
* Stile e Servizio ai fratelli più poveri
(vedi: Carmelitane Minori della Carità) nei quali come nella Parola e nella Eucaristia vi è
tutto Cristo:
Si serve, si adora, si celebra, si loda Dio in loro, con gioia e con premura come per
la Parola e l'Eucaristia.
E si cerca Dio in loro come si cerca nella Parola e nella
Eucaristia.
E si usano i Poveri come si usa della Parola e dell'Eucaristia.
Quindi si cerca di mettere tutto il culto e la Liturgia che si ha
per la Parola e
l'Eucaristia anche per i Poveri.
POVERI: E' questo il punto specifico che ci differenzia dal Primo
Ordine
Carmelitano: qui silenzio, clausura, estraneità al mondo per servire Dio e i fratelli tutti
che sono tutti Poveri - in una dimensione tutta spirituale e interiore.
Si potrebbe dire: si cercano tutte le anime in una direzione ascensionale e verticale in Dio,
si tende a Dio e si trovano tutte le anime e si servono in Lui veramente e totalmente ed
efficacemente. Direi in una immobilità dinamica che rispecchia quella della Trinità in Se
Stessa.
Per noi: è la medesima ricerca di Dio e della sua Gloria ma non nella ascensione
verticale, ma nella discesa ed espansione orizzontale che rispecchia il dinamismo
pellegrinante della Incarnazione del Verbo di Dio: quindi non clausura ed estraneità al
mondo, ma apertura e immersione nel mondo. Ed avendo Gesù nella sua Incarnazione
scelto e prediletto i poveri, sulla sua strada e col suo aiuto si cerca di incarnarsi
totalmente nel mondo come Lui e si cercano i poveri come un modo inventato da Dio per
essere veramente incarnati: la scarsa o nessuna attrattiva naturale per i poveri e chi soffre
(come i «nostri» poveri) ci aiuta a verificare lo spirito di fede continuo che è necessario
avere per vedere e seguire Lui Incarnato. E ci aiuta anche a conservare la gioia e
beatitudine che Lui ha promesso a chi vive così.
Carmelo attivo quindi ma nella continua ansia contemplativa. O contemplazione attiva
fuori dal chiostro con oggetto immediato Cristo nei Poveri. Tutta la pedagogia del
Carmelo contemplativo e claustrale è di nuovo usata e conservata in questa «nuova
forma» di contemplazione. Teoricamente ... se Dio mi permette l'espressione, sarebbe una
ricomposizione dell'equilibrio tra vita attiva e vita contemplativa. Se può usarsi un
paragone, direi: è una continua ascensione verso Dio sulle ali della Contemplazione e
Azione; con la precisa clausola e condizione che: tanto si vola quanto le due ali crescono
insieme e sono equilibrate, senza alcuna accentuazione per l'una o per l'altra, pena
l'impossibilità di volare".
SVILUPPO:
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Dio "ci ha scelti [in Cristo] prima della creazione del mondo, per essere santi e
immacolati al suo cospetto nella carità" (Ef 1,4).
La vita di consacrazione nasce dall'iniziativa di Dio che da sempre per amore ci ha
chiamati ad appartenere a lui in modo assoluto ed esclusivo. L'esperienza di questo amore
gratuito di Dio, espresso attraverso l'offerta di Gesù Cristo, è talmente profonda e forte
che ci porta a rispondere con dedizione totale, consacrando tutto, presente e futuro nelle
sue mani.
Gesù Cristo ha offerto la sua vita per noi e ci chiama a collaborare in modo sempre più
totalizzante alla sua opera di redenzione.
Se la nostra vita si pone in quest'ottica di dono totale e incondizionato diventa vera
espressione della gloria di Dio e rende testimonianza al suo Amore.
La consacrazione trova le sue radici nel sacramento del Battesimo e ne è lo sviluppo.
Consapevolmente e liberamente sulle orme di Gesù e per sua grazia condividiamo la sua
morte e sepoltura per rinascere a una vita nuova. Questa consapevolezza ci sostiene nella
vita concreta di ogni giorno, suggella il nostro cuore volgendolo continuamente a Dio e
indirizzando a lui tutti i pensieri, le parole e le opere, perché possa trasparire la "nuova
creatura" voluta dal Signore.
1) CONTEMPLAZIONE
SIGNORIA DI DIO E RICERCA DI DIO SOLO
1
Alla scuola del Carmelo la nostra consacrazione si esprime nella continua ricerca
di Dio e del suo primato,
per vivere alla sua presenza
cercarlo all'interno del cuore
vederlo in tutte le cose.
Questo è possibile anche nella confusione e nel ritmo quasi frenetico che distingue la
nostra vita. I disagi delle persone, le sofferenze dei poveri, i pesi da portare ... scavano
dentro di noi uno spazio, ci liberano dal nostro io che invade tutto il nostro cuore. Dio ha
così più possibilità di prendere possesso della nostra umanità svuotata dall'io e di
condurci alla contemplazione di lui per una piena imitazione di Cristo.
Riconosciamo che abbiamo bisogno di Dio come del cibo, dell'aria, del sole, abbiamo
bisogno di scoprire la sua presenza che ci sostiene e ci aiuta ad abbandonarci con fiducia
per accogliere tutto quello che vuole darci.
L'abbandono fiducioso non ci rende passivi nei confronti della vita, ma ci aiuta a non
lasciarci schiacciare dalle occupazioni quotidiane e a rivolgere più frequentemente e con
DALL'OMELIA DEL CARD. BALLESTRERO IN GHIARA ALLA FAMIGLIA
DELLE CASE DELLA CARITÁ NEL 1980
"Il Profeta Elia ardeva di zelo per la gloria del Signore. Tutta la Bibbia è piena della
Signoria di Dio, però questo non è mai stato messaggio esclusivo di nessun Profeta. E'
stato invece l'unico messaggio del Profeta Elia. Egli ha avuto una profonda esperienza di
Dio, fino a vederlo: questa è contemplazione. Santa Teresa richiama il senso della
Signoria di Dio, quando lo Chiama "Sua Maestà"; non è pervasa però dal senso di Timore
e Tremore del Profeta. Dopo la rivelazione di Cristo, giustamente è dominata dall'Amore.
Elia ha paura di vedere Dio; Santa Teresa desidera vedere Dio negli occhi. Il Carmelo
non è un programma di vita, un messaggio offerto, ma un messaggio vissuto. Le anime
carmelitane dovrebbero essere anime folgorate da Dio. La Preghiera non è una delle cose
da fare, ma essa dà vita a tutta la giornata. Non esiste la Preghiera, ma esiste l'orante. La
preghiera è un cammino. Santa Teresa dice: "Che qualcuno Tu lo ami più di me non mi
importa proprio niente; ma che qualcuno Ti ami più di me, questo non sia mai".
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1
più attenzione il nostro sguardo alle meraviglie di Dio che ci circondano. Scoprire
sempre più i doni di cui siamo colmati e che arricchiscono i nostri fratelli ci invita a
trasformare ciò che viviamo in un continuo rendimento di grazie, in una lode che si
esprime nelle nostre giornate anche nel canto. Don Mario ci dice che "C'è bisogno di dar
«lode bene» a Dio. Le sfumature delle tenerezze della nostra maternità, non le vedrò io,
non le vedrà chi abbiamo vicino, ma Dio le vede!" (Dallo Scritto di don Mario "Omelia
del 15 luglio1966" pag. 156).
La lode, il ringraziamento, l'offerta sono l'anima della preghiera continua. La vita alla
presenza di Dio è possibile solo se sappiamo staccarci dalle nostre occupazioni per
dedicare parte della nostra giornata a un colloquio diretto con lui. Don Mario ci diceva:
"La preghiera è il nostro mestiere, la nostra vita" - "Quando si va alla preghiera si va
dal Re".
2
3
Diventare dono per il Padre e per i fratelli è per noi non tanto frutto di virtù personale, ma
si realizza con l'obbedienza e la fedeltà alla vita di tutti i giorni, al ritmo che caratterizza
le nostre Case cioè ad un alternarsi di momenti di preghiera, di lavoro ...
Questo ci permette di ricondurre ad "unità" il nostro essere e di evitare che si crei in noi
una frantumazione e una dispersione. Vivere in unità è pregare con tutto il cuore, servire
con tutto il cuore senza rifugiarci nei ricordi del passato o preoccuparsi eccessivamente
del futuro.
Affrontiamo ogni istante e ciò che in esso stiamo facendo come tassello essenziale del
grande progetto che Dio ha su di noi. Ad es: alzando gli ospiti cerchiamo di essere
presenti a ciò che ci è chiesto di compiere. Dio fa di ogni avvenimento, di ogni piccola
cosa un luogo per l'incontro personale con lui. Ciò che conta è la carità con cui viviamo
quello che ci viene chiesto.
La contemplazione che ci deve animare in ogni istante ci fa intuire quell'unione e lode
che saranno in pienezza nell'eternità, quando vivremo "a faccia a faccia" con Dio.
4
2) IL CULTO DI DIO
ORAZIONE
Ci sono alcune indicazioni, che ci vengono sempre dalla spiritualità carmelitana,
che racchiudono la sostanza del cammino di orazione.
DAGLI SCRITTI DI SAN GIOVANNI DELLA CROCE (AVVISI A UN RELIGIOSO
N. 9)
"(Il carmelitano) Sia che mangi o beva, sia che parli o tratti con i secolari o faccia
qualche altra cosa, desideri sempre Dio tenendo in Lui l'affetto del cuore, cosa molto
necessaria per raggiungere la solitudine interiore, la quale vuole che l'anima non abbia
alcun pensiero non indirizzato a Dio [...]".
3 DAGLI SCRITTI DELLA BEATA ELISABETTA DELLA TRINITÁ (RITIRO
"COME SI PUÒ TROVARE IL CIELO SULLA TERRA" decimo giorno-seconda
orazione)
"Nel cielo della sua anima, la Lode di gloria comincia già il suo ufficio dell'eternità. Il
suo cantico è ininterrotto [...] canta sempre, adora sempre, è come passata tutta, per così
dire, nella lode e nell'amore, nella passione della gloria del suo Dio. [...] Un giorno il velo
cadrà, saremo introdotti nei vestiboli eterni e lassù canteremo nel seno dell'amore
infinito. Dio ci darà allora il «nome promesso ai vincitori»: Quale sarà?! Laudem
gloriae".
4 DAGLI SCRITTI DI SANTA TERESA DI GESÙ BAMBINO (MAN. C 317)
"Per me la preghiera è uno slancio del cuore, è un semplice sguardo gettato verso il Cielo,
è un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia, insomma è qualche cosa
di grande, di soprannaturale, che mi dilata l'anima e mi unisce a Gesù".
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2
L'orazione è vista
come cammino interiore di preghiera
amore sponsale per l'umanità di Cristo
silenzio, umiltà, amore per la sofferenza.
Per comprendere queste definizioni partiamo da come S. Teresa di Gesù ci descrive la
preghiera: "Un amoroso trattenerci con il Signore dal quale ci sappiamo e ci sentiamo
amati" (Vita 8,5).
Questo rapporto va oltre le parole, i riti, la concentrazione, il silenzio. E' puro dono di Dio
che ci ha creato per amore e che, in questo trattenimento, ci manifesta il suo amore in
modo unico e personale.
E' un cammino interiore di preghiera progressivo, paziente, legato al percorso che
caratterizza ognuno di noi nell'incontro con le Tre Mense:
- Nella liturgia con l'ascolto della Parola impariamo a conoscere Dio e come Dio
stesso agisce nella storia.
- Nell'Eucaristia veniamo assunti dall'offerta di Gesù e in lui diventiamo Chiesa
entrando in comunione con i fratelli.
- Nel cammino con i fratelli abbiamo bisogno di riconoscerlo continuamente
presente, vivo in noi e in loro.
Sono tappe che si alternano e si compenetrano e che ci permettono di vivere una continua
ricerca di lui per accoglierlo nel nostro cuore e incarnarlo nella nostra vita.
"Tutto questo ci rende facile il cammino con Cristo che è proprio il Dio - con - noi; non
solo perché l'abbiamo nella Parola, nell'Eucaristia, nei Poveri, ma perché è con noi;
cammina con noi, vive e cresce con noi, gioisce e soffre con noi: se cadiamo ci rialza
perché già Lui è ... caduto. Se ci impauriamo ci conforta perché Lui ha già avuto
paura; se sbandiamo ci riporta sulla giusta strada
perché Lui è la Via; se sbagliamo ci illumina perché è la Verità; se moriamo ci risuscita
perché è la Vita" (Dallo Scritto di don Mario "Chi è il cristiano" pag. 237).
Incontrando Gesù nelle Tre Mense siamo chiamate ad esprimere un continuo servizio
liturgico: tutta la nostra giornata deve diventare culto a Dio. L'azione, ispirata dalla Parola
di Dio, corroborata dall'Eucaristia, incarnata nel servizio ai Poveri, diventa preghiera e
offerta vera di tutta la vita, come culto spirituale, santo, gradito a Dio (cfr. Rm 12,1-4).
Passiamo così da una Mensa all'altra senza distoglierci dalla presenza di Dio.
Pag.
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Nella Griglia di lettura don Mario ci indica dei modi che sono per noi un filtro
attraverso cui far passare tutto quello che viviamo per verificare continuamente la nostra
vita alla luce del Signore e lasciarci purificare da lui.
- L'Eucaristia è il centro della giornata e non un momento tra i tanti. Dobbiamo
quindi aver premura di preparare la celebrazione eucaristica in modo degno,
preparando gli ospiti stessi, fermando tutte le attività della Casa e invitando
gli ausiliari, obiettori ed eventuale personale a parteciparvi perché sia
veramente il culmine e la fonte della vita della Casa.
5
- Fondamentale è la meditazione della Parola di Dio del giorno: "Questo
comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te.
Anzi, questa Parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore
perché tu la metta in pratica" (Dt 30,11.14).
- E' indispensabile meditare la nostra Regola per imparare a vivere come il
Signore ci vuole e dove ci ha chiamate: "La vostra Regola è il vostro
Vangelo sbriciolato" - ci dice don Mario.
- Siamo chiamate a curare la celebrazione della Liturgia delle Ore fatta bene,
possibilmente in canto, con calma e puntualità.
- E' importante che recuperiamo con fedeltà la recita quotidiana del S. Rosario
con gli ospiti e personalmente, usando possibilmente i "Misteri per ogni
giorno".
5
GRIGLIA DI LETTURA SCRITTA DA DON MARIO IL 30-12-83: DAL MANUALE
pag. 111
"La nostra griglia di lettura:
1. Intenzione di ogni giorno della settimana.
2. Rosario di ogni giorno: i 35 Misteri.
3. Lettera del «1961»: prendiamo un po' da tutti i grandi Ordini.
4. La Parola di Dio che ci viene donata dalla S. Chiesa
- ogni giorno nella Celebrazione Liturgica della Messa
- e dell'Ufficio: ( * tempi liturgici
* celebrazioni dei Misteri di Cristo, della Madonna
della Chiesa
* culto dei Santi e dei defunti).
5. La Regola, i 12 articoli per tutti e poi i regolamenti propri per ogni «ramo».
6. Tutto per realizzare con pienezza la
CASA DELLA CARITÁ
- che si deve diffondere e moltiplicare in tutto il mondo
- come: * un granello di sale
* un lumicino di luce
Per diffondere la «Civiltà dell'Amore»
* un pugno di lievito
se siamo fedeli alle cose di sopra, DIO
manderà quando e dove e come crederà
LUI
i collaboratori suoi per la bisogna!
«sic spondeo, sic juro, sic me Deus
adiuvet et S. Mater Ecclesia per Mariam».
* Perno fondamentale:
la Divina Eucaristia
nella ormai collaudata:
Mensa della Parola - Mensa del Corpo e Sangue di Cristo - Mensa dei Poveri
(Comunità)".
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e
Il cammino di verifica e purificazione è aiutato dal sacramento della confessione, che
manifesta visibilmente la bontà di Dio e la grazia della sua misericordia; che riaccende in
noi l'amore di Dio e ci riconcilia con i fratelli; sacramento che ci richiama ogni volta alla
conversione, cioè a riordinare la nostra vita per renderla più conforme a Cristo.
6
7
Riscopriamo il valore delle Ufficiature.
Andiamo ad attingere al patrimonio spirituale della Chiesa celebrando
solennemente i Santi, nel giorno della loro festa e nella chiesa a loro dedicata,
perché, dalla liturgia e dalla maggior conoscenza della loro vita, riceviamo un
arricchimento per noi e per la Chiesa tutta.
Per questo è importante che cerchiamo tutti i modi possibili, secondo le
situazioni in cui ci troviamo, perché tante persone possano attingere alla
ricchezza che viene dai Santi, perché si possa rivitalizzare il loro culto anche
nelle chiese dove non vengono celebrati.
Il celebrare le feste dei santi con la preghiera e la liturgia è per sottolineare,
vivere e testimoniare sempre più il primato di Dio e della sua lode.
Inoltre partecipiamo alle feste delle Case. Approfondire il Mistero a cui sono
intitolate è far memoria del dono di misericordia di Dio che passa attraverso la
Casa stessa e ci aiuta a vivere la comunione come Case unite da un'unica
"corona", da un unico Rosario.
Grazie a questi momenti la Parola entra con abbondanza nella nostra giornata: deve
calarsi nel nostro cuore e avere la possibilità di sedimentarsi. Ci lasceremo guidare ogni
giorno dallo spirito del Signore solo se la conoscenza di Cristo si è radicata in noi: "[...]
non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi" (Mt
10,20).
Momenti di silenzio per rileggere, ruminare, incarnare in noi la Parola diventano
indispensabili.
E' importante sfruttare tutte le occasioni possibili, ma visto il ritmo incalzante
delle nostre giornate, ci impegnamo a fissare nelle Case uno spazio prolungato
di preghiera personale. Le suore di ogni Casa si accorderanno per decidere gli
orari possibili, cercando di evitare ogni occasione che ci distolga da questo
essenziale momento di rapporto "a tu per tu" con il Signore, con il quale
vogliamo vivere una comunione piena.
Inoltre aiutiamoci a sostenere momenti periodici di ritiro e di preghiera tra
sorelle dove sia possibile approfondire insieme temi spirituali. Pregare insieme
6
ART. 59 DELLO STATUTO
"§1 Per un autentico cammino di vita spirituale la Carmelitana Minore della Carità si accosti
frequentemente e con fede al sacramento della Penitenza: vi si prepari con l'esame di coscienza quotidiano.
§2 Si consiglia la verifica del cammino di conversione con un'attenta direzione spirituale
condotta da un sacerdote".
7 DA UN DISCORSO DI DON MARIO AL CAPITOLO DEL 5-11-1972
"Bisogna confessarsi, per amare la penitenza. Non è un vizio di gola, ma un dono di Dio
consacrato dal carisma del Sacramento, che ci dà il gusto della croce, della sofferenza.
... come carmelitane e carmelitani bisogna che arriviamo ad amarla, a desiderarla. Teresa la grande ... è
arrivata a dire:"... o patire o morire".
... E San Giovanni della Croce ... chiede il disprezzo, l'obbrobrio per il Nome di Dio, lo scorticamento dello
Spirito.
... l'amore alla sofferenza si ottiene solo per un dono particolare di Dio che ci viene dato
per la Penitenza ... sacramento formidabile, che ci allena, ci irrobustisce, ci prepara, ci
corrobora".
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ci aiuta a trovare unità, a dare maggiore spessore spirituale alla vita delle nostre
comunità, più entusiasmo, ad imparare a vivere sempre più da persone
consacrate, donate.
Ribadiamo anche l'importanza di partecipare ai ritiri proposti dalle Diocesi come
occasione di comunione con le suore di altre Famiglie religiose.
3) CONFORMATI A CRISTO
Per conformare la nostra vita a Cristo, don Mario ci ha lasciato alcune indicazioni
che ci aiutano ad abbandonarci con più fiducia e a lasciarci guidare dalla Provvidenza di
Dio.
- Gesù è Verità, detesta i sotterfugi, le ipocrisie, le falsità. Anche noi siamo chiamate ad
essere schiette e leali, a consegnarci ai superiori per tutto quello che siamo e viviamo,
perché ci possano correggere e indirizzare sulla giusta strada. Non retrocediamo per
paure e per scelte di comodo ma cerchiamo rapporti autentici dove, grazie a una piena
trasparenza, può passare Gesù.
- La ricerca della Verità ci sprona a non fermarci alla superficie degli eventi ma ad
approfondirli per leggerli alla luce del Vangelo.
- L'obbedienza di Gesù nasce dalla sua intima comunione con il Padre. Per noi questa
obbedienza si traduce nella sottomissione piena, piegandoci a ciò che lo Spirito ci ha
donato attraverso don Mario, a ciò che ci viene indicato, mettendoci in discussione,
perché cuore e mente siano liberi dall'orgoglio e dalle nostre sicurezze.
Vivendo così indirizzati dalla fede comprendiamo la necessità di dimenticarci perché
Gesù possa prendere pieno possesso di noi e non sia più la mentalità mondana e
sentimentale a guidarci.
- La mentalità mondana è dominata dall'efficientismo cioè da un modo di leggere la realtà
che guarda solo al risultato, rischiando di non essere abbastanza attenti alle persone.
Anche noi a volte siamo legate a schemi o a scelte disincarnate che ci rendono
difficile accogliere fino in fondo le situazioni che cambiano. Ad esempio, pensiamo di
esprimere l'amore al Signore e ai fratelli con un'attenta pulizia della Casa e rischiamo
così di non trovare il tempo per la preghiera e per l'ascolto delle persone. Oppure
rimaniamo legate solo a modi esterni che esprimono la partecipazione alla vita della
Chiesa e della nostra Famiglia senza approfondire il senso delle scelte che facciamo.
L'efficientismo sia materiale che spirituale ci allontana da una donazione piena
rendendoci più attente al fare che all'essere.
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- Un altro rischio in cui ci fa cadere la mentalità mondana è quello di fermarci a facili
sentimentalismi, spesso dettati dal vittimismo, dal sentirci giudicate, dal fermarci ai
DAGLI SCRITTI DELLA BEATA ELISABETTA DELLA TRINITÀ (LETTERA
N.268)
"[...] per arrivare alla vita ideale dell'anima credo che bisogna vivere nel soprannaturale,
cioè non agire mai «naturalmente». Bisogna prendere coscienza che Dio si trova nel più
intimo di noi ed affrontare tutto con lui. Allora non si è mai banali, neppure facendo le
azioni più ordinarie perché non si vive in queste cose, ma si va al di là di esse".
9 DAI DISCORSI DI DON MARIO, SAN GIROLAMO 6-5-1985
"Prima del come dobbiamo fare, dobbiamo impegnarci sul come dobbiamo essere. Prima
dobbiamo essere, poi agire. La vita attiva è la seconda fase dopo quella contemplativa,
altrimenti la vita attiva porta all’inferno. Se non c’è vita contemplativa di fondo, non c’è
vita apostolica, c’è solo pragmatismo, c’è solo attivismo!".
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fastidi e ai permali, dal chiuderci davanti alle difficoltà e da un certo perbenismo che
impediscono di metterci accanto al fratello e di accogliere il dono che porta. Tutto ciò
per scoprire insieme la volontà del Padre.
Suggeriamo di fare più momenti di revisione di vita tra sorelle e come Case a partire dai
"Discorsi di don Mario ai Consigli", dove continuamente parla di questi argomenti e ci dà
le indicazioni per vivere secondo la mentalità evangelica.
Il Signore lavora per rendere i nostri cuori docili ad accoglierlo e ad unirci a lui. Plasma
la nostra natura per conformarla alla sua e ci trasforma grazie a un cammino nell'umiltà,
nel silenzio, nella mortificazione, nella fede, nella speranza e nella carità. Questo
cammino ci libera, ci porta sempre più all'essenziale "amare Dio è spogliarsi per Dio di
tutto ciò che non è Dio" (S. Giovanni della Croce II Salita 5,7), ci semplifica perché ci
rende sempre più simili a Dio che è Amore.
Con Dio non servono tante parole ma solo «stare»: "Per la vita del Signore, Dio
d'Israele, alla cui presenza io sto [...]" (1Re 17,1):sto dove sono mandata, sto con le
persone che ho accanto, sto nelle situazioni in cui il Signore ogni giorno mi pone (cfr. 5
Mistero Ecclesiale).
4) CASA - TABERNACOLO ALLARGATO
La Casa è il Tabernacolo allargato dove Cristo è riconosciuto, adorato, amato e
servito nei poveri come vera Liturgia.
La Casa, quale Tabernacolo è luogo sacro in quanto espressione dell'Amore di Dio e
segno di riparazione al male attraverso la sofferenza accolta, amata e offerta in unione
alla croce di Cristo. 0
- Cercando di creare un clima di gioia con i nostri poveri, li aiutiamo ad accogliere più
serenamente la loro sofferenza. Diamo valore a ciò che vivono, perché la sofferenza,
unita a quella di Gesù, è promessa di salvezza per il mondo intero. "Completo nella mia
carne ciò che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa" (Col
1,24). Questo è un segno e un annuncio urgente in un mondo che rifiuta la sofferenza. 1
- Una profonda comunione con i poveri aiuta e sostiene il nostro cammino di
consacrazione. Guardiamo a loro nei momenti di tentazione e difficoltà, a loro che vivono
prove pesanti o situazioni di vita, senza averle scelte.
- Alcuni poveri comprendono e aderiscono al Cristo che è in loro e lasciano intravedere
germi di consacrazione. Se ce ne accorgiamo, cerchiamo di alimentare queste aspirazioni,
di farle crescere e di scoprire i modi perché possano esprimere la loro donazione al
Signore.
1
1
Per rendere evidente che la Casa è un luogo sacro, chi la abita e la frequenta deve
mostrare, con gli atteggiamenti e i modi di rapportarsi, una novità di vita che si ispira alla
carità evangelica. Soprattutto noi sorelle dobbiamo esprimere, anche esternamente, la
nostra consacrazione. Siamo nel mondo, ma non del mondo, siamo scelte e messe da
parte per essere solo del Signore e in lui siamo per tutti, senza particolarismi, in un
rapporto nuovo che ci pone in ascolto e accoglienza di tutti, rinunciando a modi
tipicamente mondani di preferenze, di giudizio, di chiusura ...
10
DAGLI SCRITTI DELLA BEATA ELISABETTA DELLA TRINITÀ (LETTERA N.
45)
"[...] tutte le nostre sofferenze finiscono per attaccarci al nostro unico Tutto. Ci purificano
l'anima per condurci all'unione".
11 DAI DISCORSI DI DON MARIO, SASSUOLO 1-4-1982
"[...] ma non siete lì per la riparazione dei peccati? Cosa volete star bene allora? Alla
Casa non si ripara tirando a lucido, ma si ripara soffrendo".
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Il nostro stile di vita dà un'impronta determinante alla Casa e siamo perciò le prime
responsabili dell'aria che in essa si respira. Gli atteggiamenti esterni, perché siano veri e
di testimonianza, devono nascere da una intensa vita interiore e dalla fedeltà alla nostra
vocazione di essere SPOSA di Cristo, MADRE e SORELLA dei poveri e di tutti coloro
che il Signore ci dona.
- Siamo chiamate ad essere SPOSE, ad esprimere la nostra fedeltà in una continua unione
con Gesù. L'amore indiviso per Cristo deve trasparire nella nostra vita e manifestarsi
attraverso atteggiamenti di semplicità e apertura. 2
1
- Siamo MADRI donandoci gratuitamente e totalmente al Signore e ai poveri con amore e
dedizione. Come madri siamo chiamate ad essere vicine agli ospiti e agli ausiliari per
accompagnarli nella fede e nell'amore del Signore aiutandoli a scoprire la presenza di
Dio in loro. Lo Spirito ci suggerirà i modi per sviluppare il senso del primato di Dio
in chi ci sta intorno. Con l'esempio di vita e con il dialogo personale vissuto con
semplicità, non da maestre, cerchiamo di comprendere i problemi delle persone per
crescere insieme. In questo cammino riconosciamo l'importanza di indirizzare le
persone a sacerdoti che possano, per il loro ministero, discernere e far crescere l'opera
di Dio. Cerchiamo, noi per prime di essere in dialogo con questi sacerdoti per un
maggiore confronto e una maggiore collaborazione, per evitare di dare indicazioni
diverse creando confusione nelle persone.
- Siamo SORELLE dei poveri e di quanti il Signore ci mette vicino se condividiamo la
nostra vita con loro. Se superiamo i legami della carne e del sangue vivremo nella
nuova famiglia generati da Dio nella fede (cfr. Gv 1, 12-13) e aiuteremo i fratelli a
sperimentare questa nuova comunione.
Il nostro compito è di custodire i piccoli che il Signore ci affida. Sono le membra meno
onorate e più martoriate del Corpo di Cristo e perciò vanno circondate di maggior
attenzione e riguardo (cfr. 1Cor 12, 22-24). Deve essere nostra premura educare coloro
che ci affiancano nella liturgia dei poveri a un sempre maggior amoroso rispetto specie
nei servizi più delicati.
• Non scandalizziamoli con atteggiamenti scorretti e chiacchiere poco delicate;
aiutiamoli a riconoscere e ad accogliere i loro limiti sostenendoli perché esprimano i
veri doni che possono comunicare.
•
Siamo anche attente all'uso della televisione e della stampa che viene introdotta in
Casa, perché non tutti hanno il senso critico sufficiente per filtrare i messaggi e le
immagini che ci raggiungono attraverso questi mezzi e che spesso condizionano e
disturbano la vita interiore.
•
Siamo puntuali nella preghiera e richiamiamo tutti a un maggior silenzio, specie dopo
compieta.
•
I poveri che ci sono affidati sono un dono per la Chiesa. Cerchiamo quindi di
condurre tutti, in particolare la comunità parrocchiale dove siamo inseriti, a
riconoscere la loro ricchezza e a sentirsene responsabili.
12
DAI DISCORSI DI DON MARIO, SAN GIROLAMO 6-5-1980
"E’ più importante vivere lo sposalizio che il fare. Dobbiamo sentire il bisogno di Dio, ci
vuole interiorità. Se non abbiamo dentro Dio, la Casa ci può soffocare e dopo siamo
prostrati. Il ripiegare su noi stessi non ci dà la gioia!".
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Condividere con i poveri, camminare al loro fianco, per la mentalità del mondo è cosa
"inutile" perché i poveri sono inutili, non contano niente, non rendono niente nella nostra
società.
"Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò
che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile
e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo
possa gloriarsi davanti a Dio" (1Cor 1,27-29).
"L'inutilità" di quello che facciamo mette allora in evidenza e testimonia che il senso
della nostra vita è l'attesa del Signore e questo è il dono più grande secondo la mentalità
del Vangelo.
Questo aspetto è profondamente legato alla spiritualità carmelitana: anche le suore di
clausura vivono l'attesa del Signore in un modo "inutile" perché la preghiera è cosa inutile
secondo la mentalità "del mondo". L'esperienza dell'"inutilità" ci riporta alla verità della
nostra vocazione e, attraverso la vita con i poveri, diventa un richiamo per tutta la Chiesa.
In questo cammino, impossibile senza la fede, Maria ci è madre e maestra. Lei per prima
ha vissuto l'itinerario della fede: "Beata colei che ha creduto" (Lc 1, 45). Infatti è stata
vicino a Gesù nella quotidianità, nelle piccole cose di tutti i giorni ma solo mediante la
fede riconosce in lui il Figlio di Dio.
Maria è Beata perché ha creduto a partire dall'Annunciazione, ha creduto ogni giorno tra
tutte le prove e le contrarietà dell'infanzia di Gesù, della vita nascosta a Nazareth, della
predicazione, del Calvario. Anche lei ha vissuto la fatica del cammino della fede, è stata
sempre presente nel mistero di Cristo e continua a mostrarlo a noi (cfr. Redemptoris
Mater 12-19).
I laici presenti in assemblea capitolare ci hanno richiamato a seguire con totalità la nostra
vocazione, a non darci giustificazioni per attenuare la radicalità che abbiamo scelto.
Soprattutto viviamo con verità il rapporto semplice e di condivisione con i poveri, perché
è il nostro modo per annunciare il primato di Dio. Coloro che frequentano le Case e ne
condividono lo spirito hanno bisogno di ritrovare nella nostra vita gli aspetti essenziali e
fondanti dell'essere cristiani; hanno bisogno di confrontarsi con scelte quotidiane ispirate
al Vangelo per non assorbire la mentalità mondana.
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MENSA DELLA PAROLA DI DIO
TESTI:
"Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere
irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia seme al seminatore
e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me
senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho
mandata" (Is 55, 10-11).
"Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa
penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla
e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore" (Eb 4, 12).
DAL DECRETO DEL CONCILIO VATICANO II "DEI VERBUM" (n. 21)
"Nei libri sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai
suoi figli ed entra in conversazione con essi; nella Parola di Dio poi è insita tanta efficacia
e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa la forza della
loro fede, il nutrimento dell’anima, la sorgente pura e perenne della vita spirituale".
DALL'ESORTAZIONE POST SINODALE "VITA CONSECRATA" DI GIOVANNI
PAOLO II (n. 94)
"La Parola di Dio é la prima sorgente di ogni spiritualità cristiana. Essa alimenta un
rapporto sponsale con il Dio vivente e con la sua volontà salvifica e santificante. [...]
Gioverà pertanto alle persone consacrate fare oggetto di assidua meditazione i testi
evangelici e gli altri scritti neotestamentari che illustrano la Parola e gli esempi di Cristo e
della Vergine Maria e la apostolica vivendi forma. Ad essi si sono costantemente riferiti i
fondatori e fondatrici nell'accoglienza della vocazione e nel discernimento del carisma e
nella missione del proprio istituto".
DAL DISCORSO DI DON MARIO, PIETRAVOLTA 4-8-1981
"Ho paura che quando decidete una cosa non lo facciate secondo lo spirito del Vangelo,
delle Letture, ma pensando a che cosa diranno gli altri. Dobbiamo cambiare! Dobbiamo
fermarci di più sulla Parola di Dio ogni giorno. [...]
Bisogna imparare ad osservare, a stare attenti, allora scopriamo i tesori di ogni giorno
nelle letture. E dobbiamo rilevarlo in quello che il Signore ci dice, non ce lo deve far
rilevare nessun altro, se no ce lo scordiamo. [...]
Vi lasciate prendere dalle cose e non riuscite a tirar fuori dalla Sacra Scrittura quello che
vi aiuta.
Tutti i consigli, tutte le baracche vanno inserite nella Bibbia. [...]
Siete abituate ad ascoltare Dio? O leggete degli altri libri, pensate delle altre robe
soprattutto quando fate l’adorazione...?! Se uno vive con Dio si trova bene in qualsiasi
parte. Se stabiliamo un programma di vita normale, non guardiamo gli avvenimenti
attraverso la Bibbia".
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SVILUPPO:
1) COME ACCOSTARSI ALLA PAROLA DI DIO
Dio Padre donandoci il suo Figlio Gesù ci ha rivelato se stesso.
"Infatti donandoci il Figlio suo, che è la sua Parola, l'unica che Egli pronunzi, in essa ci
ha detto tutto in una sola volta e non ha più niente da manifestare" (S. Giovanni della
Croce II Salita 22,3 e cfr. 22,4-5-6).
Ogni battezzato, e a maggior ragione ogni consacrato, che intende seguire Gesù più da
vicino e conformarsi a lui, ha bisogno dell'ascolto continuo della Parola.
La Parola, il Verbo fatto Carne è la Via per conoscere e aprirsi al "Pensiero" di Dio (cfr.
1Cor 2,16). L'uomo, esistenzialmente corrotto dal peccato originale, strutturalmente
portato a confrontarsi con le "ristrettezze" del suo cuore e della sua mente, solo nella
Parola amata, conosciuta, custodita, vissuta trova la via per aprirsi all'infinito amore di
Dio.
* Don Mario ci ha dato indicazioni chiare per accostarci alla Parola di Dio, per leggerla,
interpretarla e viverla in comunione e in sottomissione al Magistero, attraverso:
• La Parola che la Chiesa ogni giorno ci dona, perché come Madre amorosa sa quale
cibo ci è necessario. Il rapporto quotidiano con la Parola, che per noi è così
abbondante e ricca, è la risposta concreta alla vita di ogni giorno.
• Il Rosario che don Mario ha raccomandato e ha allargato con i 35 Misteri per aiutarci
ad approfondire la Parola al fine di meditare tutti gli aspetti della vita di Gesù: fonte a
cui attingere con i nostri poveri, da poveri.
• Il Mistero del Rosario a cui è intitolata la Casa, da approfondire e meditare (non solo
celebrandolo come momento di festa) perché essa viva e testimoni il dono che il
Mistero contiene.
1
Don Mario ci ha lasciato un esempio bellissimo di innamorato della Parola. Durante
l'assemblea capitolare dalle suore sono emersi tanti ricordi che testimoniano questo. Don
Mario dalla Parola di Dio sapeva trarre forza e luce sulle situazioni, sulle persone ... Ad
essa faceva riferimento nelle scelte ... Come un figlio che si rivolge al Padre, che si butta
in lui. Don Mario poteva sembrare un Profeta, un anima biblica e nello stesso tempo era
semplice e povero in mezzo ai poveri; «disarmato» davanti al suo Signore; «carta
bianca» nelle sue mani perché il Signore è tutto.
Nelle sue prediche si manifestava profondo conoscitore della Parola intera Antico e
Nuovo Testamento senza intellettualismi, ma sempre attento a sbriciolarla per noi e per i
poveri perché nella liturgia la Parola diventasse vita vissuta. Don Mario amava tenere la
Scrittura vicina alla vita, alle cose semplici. Raccontava un aneddoto di Suor Teresa che,
la notte di Natale, chiamò tutti fuori dicendo: - Correte, correte, là ci sono la Madonna e
S. Giuseppe con l'asinello che cercano un posto per far nascere Gesù, aprite i cuori ... -. In
questi episodi don Mario riconosceva un modo molto semplice di vivere e commentare la
Parola di Dio.
Ci ha insegnato a custodirla nel cuore scegliendo un versetto della Scrittura del giorno e
ripetendolo sui grani del Rosario: i CORONINI.
DALLO SCRITTO DI DON MARIO "PIANO DEL 1° ROSARIO DELLA CARITÀ"
27-12-54
pag. 115
"15 Case intitolate ciascuna a un Mistero del Santo Rosario. Quello può diventare
l'ispiratore del "clima spirituale" della Casa di Carità. E' il modesto omaggio alla nostra
Regina".
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1
Ci ha insegnato ad ascoltarla col cuore e con tutto noi stessi. Non ammetteva distrazioni
durante le letture, neanche per soffiarsi il naso: - E' il Signore che parla -.
Durante la liturgia manifestava la sua fiducia più piena nell'efficacia della Parola che crea
ciò che esprime, perché è Parola di Dio. Chiedeva anche a noi questa adesione. Ad
esempio ascoltando il versetto del Salmo: "Il Signore li liberò dalle loro angustie", ci
faceva notare che questo avviene in noi, è possibile, anche se non lo capiamo, se dovremo
aspettare ... il Signore ci ha già liberato con la sua Parola che è efficace.
In tanti episodi ci aiutava a credere nell'efficacia della Parola, di quella che la Chiesa ci
dona ogni giorno, che ha qualcosa da dire alle tue giornate, che cambia i tuoi modi, i tuoi
atteggiamenti, il tuo cuore ... nella Parola ci sono tutte le soluzioni. Se la meditiamo bene
ci dona pace e gioia anche se "taglia" (cfr. Eb 4,12).
* Maria per prima ci insegna con quale atteggiamento accostarci alla Parola di Dio.
Come ci dice don Mario: "Si passa dalla Madonna per arrivare a Dio" (Dallo Scritto di
don Mario "Omelia del 15 luglio 1966" pag. 160).
Maria, prima di essere madre di Gesù, ne è discepola e come tale indica alla Chiesa la via
per accogliere, custodire e incarnare oggi il Verbo di Dio.
Maria ascolta la Parola e l'accoglie con docilità: in tante occasioni, a partire
dall'Annunciazione, non comprende appieno, ma ugualmente apre il cuore e la mente per
poter camminare sulle orme che le indica il suo Dio. Vi è un continuo dialogo tra lei e suo
Figlio, è un rapporto personale, è preghiera; è un dialogo in cui spesso le parole lasciano
spazio al silenzio, perché la Parola entri nel cuore e lo modelli. Questo dialogo svela a
Maria il progetto di Dio e con umiltà traduce in pratica il messaggio ricevuto e testimonia
quanto crede. Maria ci mostra come la Parola, accolta nella docilità dello Spirito Santo
che plasma i nostri cuori, ci porta a vivere nell'obbedienza della fede, ad incarnare la
buona novella per la salvezza dei fratelli.
Anche noi ogni volta che ascoltiamo la Parola dobbiamo invocare il dono dello Spirito
Santo perché ci illumini e ci renda capaci di fare nostri i sentimenti di Gesù Cristo (cfr.
Fil 2) che in essa si mostra a noi.
Per questo è importante far posto alla Parola in noi
- con AMORE: è il modo che Dio ha scelto per rivelarsi a noi e solo con amore riusciamo
a metterci in vero dialogo con lui;
- con FEDE: una fede salda nutrita dalla certezza che la Parola di Dio è efficace, crea
quello che dice e lo realizza anche se noi non lo avvertiamo (cfr. Eb 14, 12-13);
- con OBBEDIENZA: se accogliamo la Parola con sollecitudine questa crea comunione
con Dio ed è fondamento della comunità (cfr. Gv 14, 23-24);
- con SILENZIO: è importante far tacere le sollecitazioni che arrivano dal mondo, far
tacere la nostra fantasia, le nostre idee e punti di vista perché in noi si crei il vuoto, il
"nulla" a cui ci invita S. Giovanni della Croce;
- con UMILTÀ': dobbiamo far tacere soprattutto il nostro orgoglio per svuotarci di noi
stessi ed essere così liberi e in ascolto.
* Santa Teresa di Gesù Bambino è un valido esempio su come sia importante mettere la
Parola al centro della nostra vita con semplicità, scoprendo sempre in essa la Verità che
illumina ogni nostro pensiero e ogni nostra azione.
Da uno scritto di don Mario:
"+ 14 - agosto - 79
Giov. = "Dio è Amore"
S. Teresa d. B. G. = "Dio è Misericordia"
[...]
S. Teresa d. B. G. ridimensiona la salita al Monte di Dio, Carmelo, con la discesa
di Dio verso l'uomo
che è l'Incarnazione.
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Dio è Amore - Dio è il Verbo e il Verbo si è fatto carne
Dio è uomo - quindi Misericordia E' il nuovo concetto del Carmelo".
Negli scritti di S. Teresa appare che lei vive, si muove, quasi abita nel Verbo che per
Amore le viene incontro.
In lei cresce il desiderio di conoscere la Parola per ritrovare i lineamenti del volto di
Cristo, della sua umanità, convinta che, mediante la Rivelazione, è in relazione con il Dio
vivo, in un dialogo di amicizia.
Teresa è "istruita da Gesù stesso in segreto nelle cose del suo amore" (Man. A 141).
Ha vissuto in un periodo storico in cui la Parola di Dio nella Chiesa non era accessibile a
tutti come oggi. Dio era considerato più come un giudice vendicativo che come un Padre
misericordioso. Teresa opera una rivoluzione: non siamo noi che conquistiamo Dio ma è
l'amore di Gesù che ci attira a sé. La consapevolezza della Misericordia di Dio è per
Teresa la chiave di lettura per capire la Scrittura. "Capire", termine da lei molto usato, è
insieme intuire e sperimentare.
Leggendo la Parola non si sofferma su fatti miracolosi, non ama lo straordinario ma trae
insegnamenti semplici, quotidiani.
Teresa si è così immedesimata nella Parola da tradurla per noi in un messaggio
accessibile a tutti gli uomini.
2) PAROLA E POVERI
a) I poveri: primi destinatari della Parola.
"Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione, e mi ha
mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio [...]" (Lc 4,18).
Gesù è venuto a rivelare il volto misericordioso del Padre, per riversare il suo dono
d'Amore, per offrire la liberazione dall'egoismo e dal peccato aprendo per tutti le
prospettive su quello che è il vero e definitivo destino dell'uomo: la salvezza. La malattia
e la morte che gravano sull'uomo come conseguenza del peccato originale ormai non
sono più l'ultima parola.
"Venne fra la sua gente ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti l'hanno accolto ha dato
il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome [...]" (Gv 1,11-12).
Dio sceglie i poveri come primi destinatari della Parola perché sono nella condizione di
accoglierlo e, proprio perché poveri e bisognosi accettano l'irrompere di Dio nella loro
vita. Gesù va a mangiare con i peccatori, accoglie i disperati, si ferma a parlare con le
donne, dà dignità ai bambini, guarisce i malati; a loro, solidale fino alla morte, dona la
salvezza che diventa l'assoluta speranza e garanzia di vittoria.
Per il povero allora la buona notizia diventa l'unica sorgente di grazia e di luce, è pane,
nutrimento e vita. Don Mario ci insegnava a spiegarla loro con semplicità, ricordandoci
che stiamo vicino a loro prima di tutto per questo.
2
3
b) I poveri: incarnazione e profezia di Dio.
LC 5, 23-24
"Che cosa è più facile, dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati e cammina? Ora,
perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati: io ti
dico - esclamò rivolto al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e va a casa tua".
3 DALLO SCRITTO DI DON MARIO "COME NASCE LA CASA = TENTATIVO ="
25-7-83 pag. 211
"«Se mi ami ... pasci» - il primo pascolo è la Parola e l'Eucaristia al povero perché non ha
altro: perché è vita per lui; dopo verrà anche il resto: da mangiare, da bere, da vestire ecc.
- per il corpo: Ma prima c'è l'anima!!!".
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2
- L'incarnazione è la scelta che Gesù ha fatto per condividere in tutto la condizione
dell'uomo e riscattarlo dal peccato e dalla morte. E per attuare questo nel modo più
radicale e profondo Gesù stesso nella sua vita terrena ha scelto di farsi piccolo, povero,
umiliato, crocifisso. Inoltre, dopo la sua ascensione al cielo lascia alla Chiesa il mandato
di continuare a cercarlo e a servirlo nelle membra sofferenti in cui egli continua a
identificarsi.
"In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli
più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25,40).
- Più è profonda e radicale la povertà dell'uomo più la gratuità e la misericordia di Dio si
manifestano. Il povero è profezia di Dio perché, non potendo contare su nessuna certezza
e sicurezza umana, si abbandona con fiducia e manifesta che l'amore del Signore è la
ricchezza più preziosa. Stando vicino ai poveri noi scopriamo quanto siano fasulle le
nostre maschere; i poveri mettono in luce le durezze del nostro cuore, quanto siano fallaci
le nostre sicurezze, il nostro orgoglio, il nostro desiderio di potere. I poveri sono profezia
di Dio perché, per la loro condizione di bisogno, ci aiutano a uscire dal nostro egoismo,
fanno emergere l'immagine del volto di Dio che è in noi e ad esprimere l'amore che è
stato seminato nel nostro cuore.
4
c) I poveri ci aiutano nell'ascolto della Parola.
I poveri sono i primi destinatari della Parola. Con loro dobbiamo ascoltare la Parola
accogliendo quello che lo Spirito attraverso di essi ci comunica. Spesso ci offrono
commenti semplici e preghiere spontanee, dove traspare il forte legame che la Parola ha
con la vita quotidiana. La Parola che passa attraverso di loro ci arriva filtrata dalla dura
esistenza che li ha forgiati, spesso dal buio, dall'angoscia, dalla fatica di continuare a
credere, ma anche dalla gioia di sentirsi amati profondamente da Dio; Essa allora si
imprime in noi con più forza.
Tante nostre esegesi spirituali e disincarnate, grazie a loro scendono nel concreto della
vita, colgono l'essenziale e smontano tanti nostri castelli inutili. E' bene per questo fare
dei momenti di condivisione sulla Parola e in particolare sulle letture della domenica
coinvolgendo ospiti e ausiliari spiegandola gli uni agli altri con semplicità, senza avere
timore a comunicare ciò che ci suggerisce, perché a ciascuno lo Spirito suscita cose
diverse.
3) LA PAROLA NELLA VITA DELLA CASA
La nostra vita nella Casa della Carità ci permette di vivere 24 ore su 24 l'incontro
con il Signore nelle tre Mense. In questa UNITÁ e CIRCOLARITÁ ognuna delle
Mense rimanda e illumina l'altra in un continuo intreccio di vita. Le tre Mense sono
l'anima e lo scopo della contemplazione di tutti i giorni. Constatiamo però la fatica e la
5
DAI DISCORSI DI DON MARIO, S. GIROLAMO 11-11-1980
"(La C.d.C.) [...] ha scoperto che a vivere accanto, a far famiglia con i più poveri, i più
malandati, i più piccoli (che piacciono tanto al Signore), si acquisisce un po' della loro
mentalità. Infatti si impara a sentirsi molto piccoli davanti a Dio per cui il Signore è
costretto a fare il dono che ha promesso: «Io ti rendo lode Padre, Signore del cielo e della
terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli»".
5 DALLO SCRITTO DI DON MARIO "CASE DELLA CARITÀ COSA SONO?" 1510-1966 pag. 163
4
"«Le Case della Carità si possono chiamare un frutto profetico del Concilio».
«Sono il prolungamento naturale della Messa: liturgia della Parola - liturgia Eucaristica liturgia della
Carità».
a) Le «Parole Sante» sono l'elemento sensibile di cui si serve lo Spirito Santo per farci arrivare la Sua
Voce, e che Egli riempie del «suo Carisma».
b) Il Pane e il Vino sono l'elemento sensibile che Gesù ha scelto e che Egli transustanzia nel Suo Corpo e
nel Suo Sangue, dato per noi - (quindi sacrificio - banchetto ecc.).
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necessità interiore di nutrirci alla Mensa della Parola in modo più vero perché illumini il
nostro cammino. Riconosciamo che se il ritmo delle nostre giornate ci fa trascurare la
Sacra Scrittura questo non va a vantaggio di una maggior attenzione ai poveri ma in realtà
ci priva della luce che illumina ogni uomo.
E' vero che l'Eucaristia mantiene il nostro cuore pronto ad accogliere il Signore che si
dona a noi per amore.
E' vero che i Poveri, con cui condividiamo le nostre giornate, ci mostrano come il Verbo
fatto Carne è presente nel nostro fratello.
Tutto questo però deve essere illuminato dalla Parola che rivela a noi Gesù e ci sostiene
nella fede.
La Parola ci conduce all'Eucaristia e ai Poveri. Infatti:
- ci indica che Gesù si dona per amore e ci chiede di offrire la nostra vita per amore:
"Fate questo in memoria di me" (1Cor 11,24);
- ci indica la presenza di Gesù nel fratello e di fronte alla sofferenza dà motivo di
fidarsi di lui che ha scelto questa via per amore;
- ci deve illuminare quando siamo nel buio e non capiamo dove ci conducono le
nostre strade.
Se la Mensa della Parola illumina e sostiene le altre due Mense, queste a loro volta ci
portano alla Parola.
- Gesù nell'Eucaristia unisce il dono della sua vita alla Parola che ci ha annunciato;
nell'Ultima Cena dice:"questo è il mio corpo dato per voi" e poi sulla croce lo dona
realmente.
Eucaristia è offerta e rendimento di grazie al Padre: Gesù ci unisce alla sua offerta e ci
coinvolge nel suo rendimento di grazie.
La Parola alimenta e sostiene il rendimento di grazie e l'offerta della nostra vita al
Padre e ai fratelli; il desiderio di offrirci come Gesù ci spinge a conoscere sempre di
più come lui ha donato la vita agli uomini per amore del Padre.
- Alla Parola ci avviciniamo guidate per mano dai fratelli più piccoli: stando con verità
vicino a loro ci abbandoniamo con più fiducia alla volontà del Padre espressa nella
Sacra Scrittura. Se siamo davvero piccole, la Parola arricchisce la nostra vita,
fecondandola.
6
La semplicità e l'essenzialità della vita di Casa, dove preghiera e servizio si alternavano
incessantemente senza distrazioni, aiutava le prime suore a custodire e a radicare nel
cuore la Parola che veniva loro annunciata. Inoltre erano cresciute in un ambiente povero
e avevano ricevuto un'educazione di fede che le ha formate a una vita cristiana solida.
Don Mario spiegava loro, come a tutta la parrocchia, la Sacra Scrittura con semplicità,
legandola alla loro vita, aiutandole a dare significato ad ogni gesto che compivano. Don
c) I «Poveri» sono l'elemento che Dio ha indicato e scelto come la «materia» della Carità
- il substrato dell'Amore = Aspettano, alla prova dei fatti, la prestazione, la realizzazione,
la testimonianza del nostro amore a Cristo -".
6 LC 1,30-38
"L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco
concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio
dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre
sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all'angelo:
«Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà
su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà
dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua
vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile:
nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore,
avvenga di me quello che hai detto»".
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Mario celebrava con loro e con la parrocchia i Misteri del Signore e le aiutava a vivere il
culto nella vita quotidiana.
Ora i tempi sono cambiati, l'ambiente in cui viviamo non ci forma ad una vita di amore,
di fede, di pietà, di sacrificio; le motivazioni che sostengono la nostra consacrazione sono
messe continuamente alla prova.
Constatiamo che la nostra formazione umana nasce da un'epoca storica in cui le verità
conosciute sono messe continuamente in discussione; il nostro modo di affrontare le
situazioni ci pone in atteggiamento critico e relativista verso tutto. Per queste, e forse altre
difficoltà, abbiamo bisogno di più spazi per conoscere la Parola, meditarla e
interiorizzarla.
Alla Sacra Scrittura, dobbiamo fare più riferimento nelle nostre giornate, su essa ci
dobbiamo fondare perché la nostra fede si rinsaldi, perché le nostre intenzioni si
purifichino. Se lasciamo agire la Parola essa riempie la nostra vita e rende più semplice il
nostro rapporto con il Signore.
E' la Parola che, accolta quotidianamente, ci dà il criterio di vivere di Dio che è Amore,
per acquisire e alimentare la fede che fa luce circa la storia, la vita, gli eventi, le persone.
La conoscenza della Parola, non tanto intellettuale quanto "di cuore", ci porta alla
conversione e ad affrontare la realtà, le decisioni, i problemi con una mentalità
evangelica, a vivere di fede, a "vedere al di là", a non assolutizzare i nostri problemi,
ma a sollevare lo sguardo al Signore del mondo e della storia.
7
8
9
Questa è un'indicazione che ci deve accompagnare tutta la vita.
- Durante la formazione iniziale è bene che ci siano ampi spazi in cui si ascolta, si
conosce, si medita la Parola. Ci si allena ad interiorizzarla con semplicità e a far
riferimento ad essa durante la giornata.
- Nella formazione permanente sarà utile continuare insieme questo cammino di
approfondimento, sostenuti dalle indicazioni della Tradizione e del Magistero,
lasciandoci aiutare da coloro che hanno avuto la possibilità di conoscerla e studiarla più a
fondo.
7 ART.
55 DELLO STATUTO
"Le Carmelitane Minori della Carità sono particolarmente attente e si lasciano guidare
dalla Parola di Dio che ogni giorno viene loro offerta dalla Santa Madre Chiesa nelle
letture della S. Messa e nella Liturgia delle Ore. Si uniscono alla preghiera universale
della Chiesa mediante la celebrazione di tutta la Liturgia delle Ore, cantata e comunitaria,
e con la partecipazione quotidiana all'Eucaristia".
8 DAI DISCORSI DI DON MARIO, S. GIROLAMO 3-6-1980
"Non avete il senso della volontà di Dio e nel fare le cose ci mettete sempre tanti «ma», e
i giudizi e l'opportunità di fare una cosa la volete scegliere voi invece di lasciarvi guidare
dal Signore cercando le soluzioni della giornata nella Parola che ci dà la Chiesa. La suora
prima di fare una telefonata tiene il libro della fede (Ufficio) in mano ... lo Spirito Santo
ha messo dentro tutto quello che è la nuova struttura dell'uomo [...]".
9 5° MISTERO MISERICORDIOSO
"L'insegnamento e la sequela di Gesù portano sul monte della Trasfigurazione: cioè a
«vedere al di là ...»
La salita con Gesù sul Tabor e la Trasfigurazione. Tutta la predicazione di Gesù e della
Chiesa porta a salire e alla trasfigurazione: cioè all'ascetica cristiana e al vivere di fede,
che vuol dire alla pratica progressiva di tutte le virtù e alla capacità di «vedere al di là».
Tutta la Legge (Mosé) e i Profeti (Elia) sono qui indicati e raccolti. Osservare la legge
dell'Amore e vivere alla presenza di Dio (e qui si sta veramente bene) è il fine di tutto il
Vangelo. Soprattutto vivere di fede: pensare e giudicare secondo la Scrittura, vedere le
cose nella loro vera interiorità e intimità (dove si ... vede Dio). Però nel tempo presente
bisogna anche saper scendere! Ma non si scorda più il Tabor!".
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Sono emersi alcuni suggerimenti.
• Cerchiamo di leggere la Bibbia in modo integrale.
• Cerchiamo di iniziare sempre i nostri incontri partendo dalla Parola di Dio del giorno.
• Rivalutiamo l'importanza della Casa della Preghiera quale luogo in cui ci è possibile
approfondire la Parola attraverso un maggior confronto con la spiritualità della
Famiglia (Magistero della Chiesa, vita dei santi, scritti di don Mario ... cfr. Art 16
dello Statuto).
I laici presenti in assemblea capitolare ci hanno richiamato all'essenzialità della nostra
vita e dei tempi che abbiamo per pregare, cercando di sfruttare di più e meglio quello che
già abbiamo a disposizione (ad esempio: settimana di preghiera, rosari, Liturgia delle
Ore, ecc.), di viverli senza lasciarci prendere dalle cose da fare, con più calma, come ci
insegnava don Mario.
La Chiesa, a partire dal Concilio e dagli ultimi documenti ci esorta ad essere in contatto
con le Scritture mediante una conoscenza accurata e una lettura assidua perché
"l'ignoranza delle Scritture infatti è ignoranza di Cristo" (San Girolamo) . 0
1
DAL DECRETO DEL CONCILIO VATICANO II "DEI VERBUM" (n. 25)
"Il santo Sinodo esorta con particolare forza tutti i fedeli cristiani, soprattutto i religiosi,
ad apprendere «la sublime scienza di Gesù Cristo» (Fil 3,8) con la frequente lettura delle
divine Scritture".
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10
MINORITÀ
TESTI:
"Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste
cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è
piaciuto a Te" (Mt 11,25-26).
"Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò
che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole e
disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo
possa gloriarsi davanti a Dio" (1Cor 1, 27-29).
DALL'ESORTAZIONE POST SINODALE "VITA CONSECRATA" DI GIOVANNI
PAOLO II (n. 75)
"Nella lavanda dei piedi Gesù rivela la profondità dell'amore di Dio per l'uomo: in lui Dio
stesso si mette a servizio degli uomini. Egli rivela al tempo stesso il senso della vita
cristiana e, a maggior ragione, della vita consacrata che è vita d'amore oblativo, di
concreto e generoso servizio. Ponendosi alla sequela del Figlio dell'uomo, la vita
consacrata si è caratterizzata per questo «lavare i piedi», ossia per il servizio specialmente
ai più poveri e ai più bisognosi. Se, da una parte, essa contempla il mistero sublime del
Verbo nel seno del Padre, dall'altro segue lo stesso Verbo che si fa carne, si abbassa, si
umilia, per servire gli uomini".
DALLA LETTERA SCRITTA DA DON MARIO ALLE SUORE DI S. GIOVANNI DI
QUERCIOLA IL 7-4-1951 pag.95
"Per adesso la cosa principale sono le vocazioni: quando vi parlo di questo, voi capite che
non ho nessuna qualità per insegnarvi tutte le virtù che si richiedono: ma voi capite che
abbiamo bisogno di gente che viva per gli altri senza pretese, senza molti castelli anche
nel campo dello spirito, ma con molta semplicità e povertà: povertà anche di
«aspirazioni», di vedute, di formazione; in questo senso: che non si pensi al modo usuale
della vita, delle abitudini, della «santità» delle Suore. Che si capisca la consacrazione alla
«nostra gente» senza grandi programmi, disposti a seguirla e a servirla in ogni
occorrenza, con umiltà e amore, da povera buona gente; anche cioè se non capiamo molto
e non vediamo niente (di Angeli, visioni, ecc.). Se la S. Chiesa qualche volta si accorgerà
di noi, e ci chiederà qualche piccolo servizio, di qualsiasi genere, anche per esempio fare
da mangiare al Papa e ai Cardinali in Conclave, o andare in Parlamento, o aprire un
negozio, o fare le commesse o le tramviere o qualsiasi altra cosa, anche la più curiosa; o
importante, come andare a fare qualche po' di tempo le contemplative nelle più elevate
condizioni, purché si conservi la nostra parentela e agganciamento alla «nostra gente» si
deve essere pronti a farlo. [...] Ma mi pare molto sicuro e molto del Signore rimanere
attaccati e ancorati a questa forma di vita umile, abbastanza nascosta, ma anche
abbastanza aperta per ogni genere di sofferenza e di povertà da accogliere, non come una
cosa nostra (perché ci sono tanti altri fratelli e sorelle che fanno quello che fate voi, e
anche meglio di voi) ma da ricevere come le cose che gli altri non possono, o non si
sentono, o non riescono a fare o non sono adatti a fare".
DALLO SCRITTO DI DON MARIO "FORMULE" pag. 74
"Formula Algebrica
L'Eucaristia sta al Sacerdote come il Deficiente sta al Frat. o sorella della C.".
Pag.
30 di 79
PREMESSA:
Durante il Capitolo è emersa la necessità di radicarci pi fortemente nella
vita della Chiesa, di Çpuntare il binocoloÈ sul nostro rapporto con la Chiesa
universale e particolare per conoscere, approfondire ed amare sempre più il
nostro carisma.
In particolare sono emerse alcune domande:
- Come siamo chiamate a vivere da "Minori" nella Chiesa.
- Come la viviamo ed esprimiamo oggi questa particolarità della nostra vocazione
carmelitana.
- Quale cammino dovremo fare per scoprire cosa significhi per noi essere
"Minori".
A questi interrogativi non sono state date risposte adeguate. Il Capitolo lo lascia
come percorso di approfondimento per il cammino futuro.
La nostra vocazione di Carmelitane Minori della Carità nasce dalla Casa
della Carità, Tabernacolo allargato della Parrocchia. Siamo nate dal cuore di un
parroco, siamo espressione della carità di una comunità parrocchiale. Siamo
nella Chiesa, vicine ai più piccoli, nei quali Gesù continua ad offrirsi per la
salvezza di tutti gli uomini. Il nostro legame con la Chiesa è quindi costitutivo
della nostra vocazione: non esistiamo per risolvere dei problemi, ma per
manifestare l'Amore che Dio attraverso la sua Chiesa nutre per ogni uomo.
La Chiesa, generata dall'Eucaristia, come Madre premurosa si preoccupa di
indicare a tutti gli uomini la via dell'amore, la via della fede in Cristo Gesù unico
Maestro, la via della speranza nel Regno di Dio che si realizza anche oggi. La
Casa della Carità, tutt'uno col tessuto ecclesiale è per tutti i fedeli un'itinerario di
fede che passa dalla Carità alla sorgente della Verità che è la Parola, alla grazia
dell'Eucaristia in uno scambio continuo che trova la sua unità nella Messa. La
Casa della Carità nasce dall'intuizione e dal desiderio di manifestare più
chiaramente a tutti la continuità tra la Messa e la vita. 1
Vivere la Messa continua nella Casa della Carità vuol dire per noi partecipare al
sacrificio di Gesù nell'obbedienza, nell'umiltà, nella disponibilità al Padre,
riconoscendo la nostra povertà dinanzi a lui. Vuol dire perderci ai piedi di Gesù,
non conservare alcuno spazio nel nostro cuore, perchè deve essere riempito
tutto dallo Spirito Santo. Vuol dire: “Dimenticarmi, dimenticare, essere
dimenticata”2
DALLO SCRITTO DI DON MARIO "COME NASCE LA CASA = TENTATIVO =
25-7-83" pag. 212
"Allora la Casa della Carità viene a prendere prima di tutto nella testa e nel cuore di
qualche seguace di Cristo la sua fisionomia vera: di espansione della mia Eucaristia cioè
del dono più grande che Dio mi ha fatto, ai miei fratelli, a tutti, nessuno escluso,
ponendomi un «disturbo» interiore continuo, che porterò con me in ogni istante della mia
esistenza, in ogni luogo, in ogni tempo finché non sarò arrivato a essere una lode perenne
di Gloria, un inno continuo di lode e Adorazione [...]. Ma questa è la più alta unione con
Dio e la continua presenza di Lui nella mia vita".
2 DALL'OPUSCOLO "CARO PADRE GILBERTO" - OMELIA DEL VESCOVO
MONS. GILBERTO BARONI DEL 8-6-78 pag. 19
"Dimenticarmi come se fossi morta, dimenticare il mulinello della fantasia ... tutto quello
che mi riguarda. Essere dimenticata, che nessuno si occupi di me. [...] non possiamo
arrivare a questa unicità se non attraverso alla Croce e attraverso alla morte. «Chi vuol
venire dietro di me rinneghi ...». Una sequela di Cristo di rinnegamento è sequela
Pag. 31 di 79
1
Questa vita eucaristica si realizza nella quotidianità, è fatta di gesti concreti,
ordinari e nello stesso tempo liturgici, espressione del culto di Dio presente in
mezzo a noi. Dio stesso ha scelto di incarnarsi in Gesù per essere vicino agli
uomini. Viviamo unite a lui, nella condivisione piena con tutti i fratelli, in un
servizio alle Tre Mense che è alla portata di tutti, è possibile a tutti.
Questa via dell'incarnazione ci porta sempre più vicino al cuore di Gesù, quindi al
cuore della comunità parrocchiale dove siamo, al cuore della Chiesa tutta.
SVILUPPO:
1) MINORITÀ E SPIRITO CARMELITANO
L'Art. 12 dello Statuto delle Carmelitane Minori ci aiuta ad entrare nel significato
della nostra vocazione carmelitana legata alla «nostra gente»: "Si aggiunge al nome di
Carmelitana la qualifica di «Minore» perché sia per lei un aiuto a capire il valore degli
ultimi, dei piccoli (cfr. Mt 18,10), a riconoscersi niente e ad aspettarsi tutto dal Signore,
confidando esclusivamente nel suo aiuto e nel suo amore: «... se non vi convertirete e
non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli» (Mt 18,3)".
Vivere alla presenza di Dio e annientarsi in lui fino a sperimentare il "nulla" carmelitano
è lo scopo della nostra vita.
- Suor Gemma, durante l'assemblea capitolare si è espressa così:
" ... Io poi non ho mai avuto nessun rimpianto, ... siamo state così appagate ... lui (ndr.
don Mario) ci ha proprio dato il Signore, perché noi non abbiamo cercato nessun altro ...
Ci diceva: «Se vi mandassero a far da mangiare al Papa, dovreste andare anche là, ma
così come siete, semplicemente». E io dico: Vorrei che la nostra vocazione, la nostra vita
fosse proprio così, una ricerca della semplicità. E anche se verrà una Edith Stein a bussare
la nostra porta, diremo di sì: «Vieni pure!»; non le diremo: «Brucia i tuoi libri. Spogliati
delle cognizioni che hai di filosofia... », ma le diremo: «Devi abituarti però ad essere
vicina ai piccoli, più spoglia possibile per essere con i poveri, per trovare Gesù povero,
per trovare quel Nulla carmelitano»".
Tutto questo quindi "da povera buona gente", "con molta semplicità e umiltà", nella via
della condivisione con i poveri, nella "consacrazione alla nostra gente" (cfr. Lettera di
don Mario alle suore di S. Giovanni di Q. del 7-4-1951).
E' questa via di minorità che caratterizza il nostro essere carmelitane, che ci indica come
vivere da contemplative "[...] non nella ascensione verticale, ma nella discesa ed
espansione orizzontale che rispecchia il dinamismo pellegrinante dell'Incarnazione del
Verbo di Dio [...] Ed avendo Gesù nella sua Incarnazione scelto e prediletto i poveri,
sulla sua strada e col suo aiuto si cerca di incarnarsi totalmente nel mondo come Lui e si
cercano i poveri come un modo inventato da Dio per essere veramente incarnati" (Dallo
Scritto di don Mario del 27-9-1972 pag. 180).
dell'amore. L'amore è donazione, non conservazione, è donazione di se stessi. Chi ama si
dimentica, dimentica se stesso: dimenticarsi, dimenticare, essere dimenticate: è l'amore
che porta a questo ... ma amore di Dio, da Dio. [...] Nella santa Messa si realizza tra me e
Cristo la comunione con la vittima, quindi con il sacrificio, il sacrificio, quindi l'impegno
ad accettare le sue disposizioni d'animo, il modo con cui è stato colpito ed ha accettato di
essere colpito: il silenzio, obbedienza, maledetto benediceva, silenzio cieco, obbedienza
assoluta all'unico Dio Padre per Cristo, davanti a Dio Padre Cristo è nulla, Cristo è
arreso, Cristo sventola bandiera bianca ...".
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Quindi la nostra peculiare presenza nella Chiesa è caratterizzata dalla familiarità con i
poveri. Vivere con loro è testimoniare nella Chiesa il primato assoluto di Dio nella gioia
di essere piccoli "Ti benedico o Padre ...", di condividere tutto con i piccoli per
riconoscerci niente e buttarsi nella misericordia di Dio. L'amore che non trasforma è
immaginario! I fratelli più poveri ci aiutano ad evitare il rischio dell'immaginario perché
ci tengono legate alla durezza della vita, quindi alla verità di Gesù che è morto per noi.
Per radicarci in questa via di minorità è fondamentale immergerci prima di tutto nel
carisma originale che ci è dato dall'intreccio del pensiero di don Mario e la vita delle
prime quattro suore.
Don Mario aiutava le suore a crescere nell'umiltà, accettando le umiliazioni e le
privazioni, in un cammino di ascesi radicato in una fede profonda. Hanno così vissuto la
minorità senza teorizzarla, ma comprendendo l'importanza di questo annientamento.
2) MARIA E SANTA TERESA DI GESÚ BAMBINO MAESTRE DI
MINORITÀ
* In questo cammino il primo nostro modello è Maria. A Nazareth ha accolto
Gesù, l'ha accompagnato e servito come madre premurosa in una vita semplice, di
nascondimento. Ha poi continuato a seguire Gesù fino ai piedi della croce, mostrando a
tutti una grande fiducia nella sua Parola: "Fate quello che vi dirà" (Gv 2,5), "Mia madre
e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc
8,21).
Sulla croce, nella completa manifestazione del Mistero Pasquale, Gesù dona sua madre a
Giovanni e in lui a tutti gli uomini, a tutta la Chiesa.
Dall'Annunciazione alla Pentecoste Maria si mostra come "singolare testimone del
mistero di Gesù" e con "questa eroica sua fede precede la testimonianza apostolica della
Chiesa". Per questo tutti gli uomini guardano a lei come madre e "cercano nella fede di
lei il sostegno della propria fede". La minorità della nostra vocazione ci chiede di imitare
questa maternità di Maria che, da Nazareth a Gerusalemme, con "la sua presenza
discreta, ma essenziale, indica la via della «nascita dallo Spirito»" (cfr. Redemptoris
Mater 24-27).
Il nostro rapporto di familiarità con i poveri ci aiuta a rivalutare l'importanza e la pienezza
della quotidianità, dei piccoli gesti di ogni giorno perché l'istante presente è il vero luogo
d'incontro con il Signore.
Tutto questo come sfida a una mentalità mondana che considera solo i gesti clamorosi e
tende a fuggire dal presente, a ripiegarsi sul passato o idealizzare il futuro.
3
* Santa Teresa di Gesù Bambino aveva scoperto che nella Chiesa la sua vocazione era
l'amore. La sua certezza più profonda, crollati tutti gli ideali, era "far contento Gesù".
4
DALL'OPUSCOLO "CARO PADRE GILBERTO" - OMELIA DEL VESCOVO
MONS. GILBERTO BARONI A FONTANALUCCIA IL 16-8-1985 pag.75
"Vorrei, Fratelli e Sorelle, che rimaneste «Fratelli e Sorelle fatti in casa», e cioè che
conservaste quello spirito di semplicità, di lavoro generoso, di tenerezza materna, di
saggezza casalinga, quasi rurale, che vi deve accompagnare".
4 DAGLI SCRITTI DI S. TERESA DI GESÚ BAMBINO (Man. B 254)
"Capii che l'amore racchiude tutte le vocazioni, che l'amore è tutto, che abbraccia tutti i
tempi e tutti i luoghi, in una parola che è eterna. Allora, nell'eccesso della mia gioia
delirante, esclamai: Gesù, Amore mio, la mia vocazione l'ho trovata finalmente, la mia
vocazione è l'amore! Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa, e questo posto, Dio mio, me
l'hai dato Tu!".
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3
Anche la fede a un certo punto le viene meno: è nel buio più profondo, ma le rimane
l'amore. La fede che la sostiene è solo il desiderio di far piacere a Gesù senza altri
interessi, senza certezze in cambio, nella gratuità più assoluta.
E' il dono che Dio ci ha fatto sulla croce: la possibilità di dare la vita per amore!
Noi siamo chiamati insieme, come comunità, a vivere la vocazione dell'amore nella
donazione gratuita della vita: nella sofferenza, nella preghiera, nella malattia, nel
lavoro ...
L'annientamento e la gratuità che Santa Teresa ha vissuto, noi li sperimentiamo e
testimoniamo insieme ai poveri. Per questo non stiamo solo dalla parte dei poveri, ma
insieme a loro e a tutto il popolo di Dio, diciamo al mondo la grandezza e la misericordia
del Signore.
Questa è la sapienza di cui don Mario voleva che fossimo piene. Non ci voleva ignoranti
ma colme della scienza che nasce dalla croce e che ci rende consapevoli del nostro essere
niente.
Il cammino di spogliazione e svuotamento può essere aiutato da atteggiamenti interiori
come:
° prendere come esempio Cristo servo;
° fidarsi della Provvidenza e della Misericordia;
° fidarsi dei superiori e della Famiglia;
° essere nella gioia;
° essere dimenticate;
° desiderare l'ultimo posto e i lavori più pesanti e umili;
° non cercare privilegi, diritti, onori;
° non difendersi e non scusarsi;
° scegliere sempre i più poveri e i più piccoli per imparare da loro.
5
6
Se riconosciamo la nostra piccolezza ci è possibile avvicinare i poveri non da padroni ma,
come fratelli, camminare insieme a loro condividendo i doni che il Signore ci ha fatto.
3) INNESTO NEL CEPPO DELLE PRIME SUORE
Tutte dobbiamo entrare in questa minorità, ciascuna attraverso quello che è: non è
il risultato di una propensione umana, legata eventualmente all'educazione ricevuta in
generazioni diverse (es. le suore anziane ce l'hanno mentre le giovani no).
Anche le suore giovani, sottomettendo alla fede e alla volontà di Dio le loro ricchezze e i
loro doni, così come le loro carenze di fede e di interiorità, compiranno questo cammino
di svuotamento.
Questo permetterà loro di cogliere il significato della minorità con una consapevolezza ed
un entusiasmo nuovi, tenendo sempre come punto di riferimento e come linfa vitale la
semplicità di vita delle prime suore. Si innesteranno così in questo ceppo originario
MT 20, 25-28
"[...] ma Gesù, chiamatili a sé, disse: «I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di
esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che
vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra
voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere
servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti»".
6 DISCORSO DI DON MARIO, SAN GIROLAMO 5-1-1982
"Se voi vi dimenticate non fate in tempo neanche a sentire i mali, [...] Se voi fate centro
in Gesù Cristo vi dimenticate di voi stesse per vedere e sentire i dolori degli altri. [...] Se
noi ci disfacessimo, finiremmo per non sentire più i nostri problemi. Il salmo 36 dice:
«Confida nel Signore»; è questa la proiezione fuori".
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5
(prime suore) e continueranno a vivere la minorità in situazioni che sono cambiate, pur
tenendo presente la loro diversa formazione umana e cristiana.
L'accoglierci per quello che siamo e l'impegno di tutte a vivere profondamente questa
dimensione della nostra vocazione sono i modi perché l'innesto (suore giovani) possa
crescere e svilupparsi.
7
- Suor Gemma durante l'assemblea capitolare ci ha detto:
"Ho sentito ... che avete ricordato che le figliole di adesso che vengono e che si sentono
anche chiamate, hanno la povertà di non avere la fede che abbiamo avuto noi. Allora io
ho pensato: «Ma non si può fare un innesto?!» Don Mario diceva: «Siete le suore fatte in
casa» e queste altre qui, che siano le suore fatte nell'orto? Che la pianta non si possa
tagliare e poi innestare? Non lo so, mi è venuto da ridere pensando a questo ... io pensavo
a come si fa ... io dico: ... bisogna che sia un qualche cosa che vi spoglia e che vi mette
davanti al Signore e che vi fa accettare tutto ... non so come dire ... studiate ancora di più,
se non avete avuto prima le cognizioni cristiane. Quando entrate o quando vi sentite
chiamate, cercate di fare più tesoro, scavate ancora di più e prendete il più possibile la
linfa cristiana".
- Suor Gemma ci ha dato anche alcune indicazioni per come affrontare l'interrogativo
sulla necessità o meno di far studiare le suore:
"Abbiamo parlato dello studio. Se la Famiglia avrà bisogno per la Famiglia (non dico per
andare a insegnare, neanche nelle parrocchie o ...), se la Famiglia avrà bisogno e la
Famiglia lo crederà, potrà anche qualche membro andare verso gli studi, anche
qualcheduna di noi, ma io direi proprio in casi dove si deve fare (non dico estremi, ma
insomma ...), proprio quando i superiori riconosceranno: «Qui ci vuole quella tale persona
che abbia quelle tali qualifiche anche di studio»".
Il Capitolo accoglie questo pensiero di Suor Gemma, riconoscendo che ciò che
caratterizza le sorelle delle Case della Carità è il rimanere vicino al Signore, presente
nelle Tre Mense, vivendo la spogliazione che ci è indicata dal Carmelo.
- Recuperiamo lo stile di semplicità, di maggiore essenzialità, di fiducioso abbandono alla
Provvidenza di Dio nella nostra vita e nella vita della Casa. Se le Case ultimamente
stanno perdendo queste caratteristiche probabilmente è perché ci creiamo sempre più
esigenze.
- Evitiamo la tentazione di cercare servizi più gratificanti per uscire dall'ordinarietà e non
incarnarci nelle situazioni in cui ci troviamo.
- Ovunque andiamo, qualsiasi impegno ci venga richiesto, dobbiamo portare con noi
questo forte legame con la "povera gente"; dobbiamo fare come la «tartaruga» che,
dove va, si porta dietro la Casa.
8
DAL DISCORSO DI DON MARIO, S. GIROLAMO 8-9-1981
"La pianta che nasce e cresce è da considerare nella sua realtà. Il tronco di adesso è stato
ramoscello, ma adesso è cresciuto, è diventato tronco e ha messo i rami, le foglie ... Le
suore anziane sono il tronco che manda la linfa ai rami perché facciano frutti. Se
spuntano fiori e frutti questi vengono dai rami giovani ...".
8 DA UN RITIRO FATTO DA DON MARIO (SUL "FERMENTO" N. 21 DEL 12-85
pag. 41)
"Ogni congregato mariano e in modo particolare i consacrati sono come delle tartarughe
che si portano sempre con loro la propria casa senza la quale muoiono. Noi possiamo
arrivare a fare qualsiasi cosa: basta portare sempre nel cuore la Casa della Carità e
cercare di suscitarla ovunque. Dio ci ha voluto come luce delle nazioni perché portiamo
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7
- Così, da "povera gente" accetteremo quei servizi di supplenza che ci vengano richiesti
dalla Chiesa, che i superiori approvano, in atteggiamento di umile disponibilità.
9
- Nelle attività che ci vengono affidate cerchiamo di essere delle animatrici, coinvolgendo
tutti, mandando avanti gli altri, sostenendoli perché possano esprimere le loro
capacità e mettendo noi stesse all'ultimo posto.
- Continuiamo a renderci disponibili, secondo le indicazioni dataci da don Mario, 0 a far
sì che la Casa della Carità possa essere punto di riferimento per l'animazione e
l'evangelizzazione nelle parrocchie dove manca il sacerdote residente.
1
- Il nostro modo di annunciare ed evangelizzare deve mantenersi semplice. Quando siamo
chiamate a parlare porteremo l'esperienza della nostra vita: "Il mondo ha bisogno più
di testimoni che di maestri" (Paolo VI).
4) LA MINORITÀ PER VIVERE LA COMUNIONE
La nostra minorità ci apre a tutti, ci porta a riconoscere che non possiamo fare da
soli, ci rende liberi nell'ascolto di tutti, colpisce alla radice la nostra autosufficienza.
Accogliere e vivere in profondità il nostro carisma ci libera sia dalla paura d'incontrare il
pensiero di altri, che potrebbe far vacillare le nostre sicurezze, sia dalla tentazione di
seguire altre spiritualità.
Approfondendo il dono che il Signore ci ha fatto ci accorgiamo con umiltà che è parte di
un tutto.
Quanto giova allargare lo sguardo e vedere il nostro carisma nel contesto del mondo e
della storia! Teniamo aperti gli orizzonti per accogliere le ricchezze presenti nella Chiesa
e nel pensiero degli uomini. Sull'esempio di don Mario, guidati dalla Parola di Dio, dal
Magistero e dallo «specifico» che ci caratterizza, faremo un discernimento, rimanendo
liberi da schemi assoluti, che ci impediscono di respirare a pieni polmoni. Così ci si sente
piccoli, si riconosce la necessità del dono degli altri, perché solo insieme, in comunione,
possiamo edificare la Chiesa.
la salvezza fino ai confini del mondo: per noi è portare la Casa della Carità per diffondere
la Civiltà dell'Amore".
9 DALLO SCRITTO DI DON MARIO "COMMENTO ALLA REGOLA 1981" pag. 202
"C'è qui tutto il Culto, la nuova Liturgia, le tre mense, i tre pani, i tre P.P.P. (come dicono a
Fosdondo). E' la Parola che continua e si prolunga, è la Messa che diventa interminabile, è l'Adorazione
Continuata ..... Altro che assistenza o servizi socio-sanitari; altro che Istituzioni, opera, organizzazione,
struttura, ecc ..... Perfino il diavolo .... potrebbe fare queste cose: ma la Carità no!!!!!
Questo spiega anche come, qualche volta, possiamo fare dei "servizi" di supplenza,
richiesti dalla S. Chiesa: anche se non sono sempre "Case della Carità" (alluvioni,
terremoti, pestilenze, lebbrosi o altro) ma sempre con la regola fondamentale di cui
sopra!".
10 DALLO SCRITTO DI DON MARIO "COME NASCE LA CASA = TENTATIVO =
25-7-83" pag. 212-215
"Con tante canoniche vuote e malandate (perché non ci abita nessuno) è facile poter
trovare un alloggio, uno spazio in cui possano vivere, vicino a Lui, i suoi e miei amici.
[...] Ad ogni modo: torno al concetto delle canoniche perché sono il segno di una
custodia, di una vigilanza, di una presenza attorno all'Eucaristia. Perché due o tre suore,
in mancanza d'altro, non aprono una canonica chiusa e vanno a tener compagnia al
Signore, radunando qualche fedele durante il giorno attorno a Lui per pregare insieme,
per incontrarsi, per conoscersi? Ma senza specifici programmi apostolici".
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All'interno del Corpo che è la Chiesa ogni membro ha bisogno degli altri, sia per chiedere
il loro aiuto, sia per esprimere il proprio dono. 1
Qualsiasi ruolo ricopriamo, qualsiasi posto occupiamo nella Chiesa ci accorgiamo che
senza il resto del Corpo saremmo nulla. L'occhio, per esempio è un membro nobilissimo
e quanto mai prezioso, ma non può dire alla mano - Non ho bisogno di te -. Che sarebbe
un corpo che fosse tutt'occhio se non una mostruosità? L'occhio ha bisogno delle altre
membra per essere se stesso, non solo per essere utile al corpo (cfr. 1Cor 12,14-27).
Se prendiamo coscienza del nostro essere minori siamo aiutate a crescere in questa
dimensione di essere parte di un tutto. I poveri sono obbligati dal loro stato a chiedere
aiuto, devono riconoscere che hanno continuamente bisogno degli altri. Noi, poveri con i
poveri, inseriti nel Corpo della Chiesa, dobbiamo crescere in questa coscienza e
disponibilità.
1
Vivere con fedeltà il nostro essere minori dovrebbe essere un richiamo anche per gli altri
Rami della Famiglia. Ogni persona che condivide il nostro spirito deve essere aiutata a
stare dalla parte dei poveri con umiltà e ascolto, non con superbia. Abbiamo quindi
maggior responsabilità nell'essere testimoni di questa particolare dimensione.
Non coltiviamo inoltre la pretesa di essere sempre capiti e accolti pienamente. Ci capita, a
volte, di lamentarci perché, alcuni all'interno della Chiesa, non colgono il nostro spirito e
ci ostacolano nel viverlo. La minorità ci dovrebbe aiutare a rendere grazie anche delle
incomprensioni, o almeno a imitare i poveri quando, senza pretese, si accontentano di ciò
che noi facciamo per loro. Cresciamo nel dialogo, ma con discrezione, senza imporci,
certe che il Signore non mancherà di far vedere a tutti la preziosità dei suoi prediletti,
secondo lo spirito del Magnificat: "Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli
umili".
DAL DISCORSO DI DON MARIO, S. GIROLAMO 1-12-1981
"Noi siamo i figli poveri della Chiesa, ma siamo nella Chiesa. Bisogna che teniamo
l'occhio aperto e vigile, dobbiamo tenere presente dove la Chiesa semina e dove è già
stato mietuto per poter andare a spigolare. Non possiamo andare in piazza del Monte a
spigolare, ma dobbiamo tenere l'occhio aperto, vigile, per scoprire dove il Signore ha
seminato, dov'è la messe. Non possiamo noi avere solo la dimensione della Chiesa
reggiana, la Chiesa è universale! Basterebbe che una di voi avesse un pizzico di spirito,
allora si moltiplicherebbero le iniziative, si animerebbe tutto, ma voi non sapete neanche
dove dovete andare a spigolare ...! Quello che sta facendo la Chiesa, dove agisce la
Chiesa, dove interviene la Chiesa è il S. Padre che ce lo dice! E' lui che ogni giorno ci dà
delle linee! Dobbiamo essere informate, non cestinate tutto ... dopo faremo quello che si
può. Dobbiamo leggere tutto, considerare tutto. [...] non dobbiamo lasciare perdere
niente, non possiamo ignorare nessun avviso, poi dobbiamo mettere in comune".
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11
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TESTIMONIANZA
Come introduzione ai tre documenti sulla Testimonianza della Vita Consacrata é
importante riferirci al seguente scritto di don Mario, perché ogni decisione presa in
comunità ha come fondamento il Discernimento In Comune.
Tananarive,
9
luglio 1972
B. Giovanna Scopelli
Alcuni appunti per preparare il Capitolo
Leggendo varie cose e riflettendo un po' su un metodo che ci possa servire come
strumento di rinnovamento spirituale della "Congregazione Mariana della Carità" mi è
parso opportuno di indicare un modo per approfondire lo spirito o "carisma" particolare
della Congregazione:
è la deliberazione comunitaria o più esplicito:
il discernimento in comune = D.I.C.
Vuol dire: ritrovarsi in comune (o a gruppi, o in consiglio, o in casa, o con suore di case
vicine) e vedere insieme come vivere la propria vocazione con animo rinnovato e più
pronto all'azione del Signore che guida la Chiesa. Non si deve credere di poter trovare la
soluzione di tutti i problemi, ma di cercare sempre di più la docilità allo Spirito per
poterci trasformare da uomini carnali in uomini spirituali e vivere così il carisma
apostolico cioè la nostra missione.
Alcuni principi fondamentali:
1) Continuo dialogo =
a) tra la Creatura e il Creatore =
preghiera e discernimento personale "con l'intento di trovare gioia e pace nello
Spirito Santo" sul punto o problema o questione che ci si pone davanti. In questa
fase, non è conveniente parlare con altri dello argomento, per non influenzarsi a
vicenda.
b) tra S. Scrittura e Tradizione della Chiesa =
vedere come la S. Madre Chiesa ha costantemente interpretato di fatto la S.
Scrittura e ha attuato le scelte per il Regno.
c) tra comunità propria e comunità ecclesiale =
che vuol dire: la volontà di Dio non si conosce solo da se stessi in una riflessione
solitaria ma anche da un confronto con la comunità ecclesiale in cui agisce il
medesimo Spirito.
Dico Comunità ecclesiale, perché non basta una riunione qualunque per discutere
qualche problema, ma una riunione che parta dalla Eucaristia e ci garantisca la
presenza del Signore in mezzo a noi.
Questo tipo di dialogo, comporta molta umiltà, accettazione dei punti di vista degli
altri, rinunzia ad eccessivo attaccamento alla propria opinione o punto di vista,
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paura di sbagliare e senso del proprio limite anche quando sembra di veder chiaro
e sembra ovvio quel che si pensa o si dice.
2) Completa oggettività = raggiungere una indifferenza completa
di fronte ad eventuali scelte o soluzioni: cioé, ad es. io penso
e credo che vada bene così, ma se poi ad altri o ai Superiori può sembrare diverso, non
casca niente e io sono pronto anche a fare diversamente. Per arrivare a questa
oggettività conviene:
a) con semplicità e franchezza vedere prima tutte le ragioni contro (un ordine o
scelta o questione proposta) poi le
ragioni a favore;
b) insieme con la preghiera mettere tutta la diligenza umana
possibile nel riflettere su una questione, nel determinare i problemi, esporre ad
altri i propri punti di vista con carità, eventualmente votare e accettare la
decisione;
c) valutare con spirito di fede le motivazioni pro e contro e
cogliere quelle mozioni
o proposte che portino l'impronta dello Spirito, scartando quelle che sono troppo
umane o
carnali.
3) Clima di fede = che ci riporta continuamente:
a) a cercare la Volontà di Dio; "non vogliate conformarvi a
questo secolo, ma
trasformatevi col rinnovare la Vostra
mente affinché possiate discernere qual'è la
Volontà di
Dio, ciò che è bene, ciò che gli è gradito, ciò che è perfetto" (Rom 12,2);
b) all'ascolto fiducioso della Parola di Dio: non solo i singoli ma la comunità è
aperta a quell'ascolto dal clima di fede;
c) allo spirito di preghiera e di filiale rapporto col Padre
comune.
Nella comunità riunita nel nome del Signore si trova l'espressione più completa
della Fede; "non ci sono credenti solitari, ma aggregazione alla Chiesa" (Atti 2,41
- 18,8);
d) all'incarnazione di questo spirito di fede nella situazione di fatto della comunità.
Non si fanno problemi teorici e non si perde tempo!
e) all'accettazione degli altri come delle persone in cui abita lo Spirito Santo e a
liberarli dalla loro solitudine. Se l'altro si sente giudicato o deriso non si apre: ma se si
sente accettato con simpatia viene messo in condizione di essere
più se stesso e
di entrare in comunione con gli altri.
Mi sembra che tenendo conto di questi elementi si possa davvero raggiungere il vero
D.I.C.
Quanto poi alle decisioni prese e accettate conviene tener presente che:
a) una decisione presa oggi può essere confermata domani o
dopo = solo allora diventa definitiva;
b) se produce pace interiore, gioia, calma può essere un segno di
conferma;
c) se i superiori approvano;
d) se nell'attuare le decisioni si riscontra uno Spirito più fraterno e
apostolico nei singoli, cioè se si cresce nell'amore può essere un segno sicuro di
conferma.
------------ °°°°°°°° ------------
Pag.
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PREGATE molto Dio e la Madonna che Vi illumini e nella preparazione dei questionari e
nella risposta o proposta che dovrete dare.
Nota: Nessuno vieta che, spiegando bene le cose di sopra; possano partecipare al D.I.C.
anche qualche laico che ci segue di più. Naturalmente vanno preparati e sentiti prima.
Sarà ottima cosa se al Capitolo potranno partecipare uno o due laici per ogni CASA, se è
possibile.
Pensate a radunare qualche volta "gli ausiliari e crocefissi" per sensibilizzare a questo.
Per ora non fateci entrare i preti, per i quali si faranno riunioni speciali.
DON MARIO
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VITA FRATERNA
TESTI:
"Erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nell'unione fraterna, nella
frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni
avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano
insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne
faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme
frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e
semplicità di cuore, lodando il Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo" (At 2, 4547).
DAL DOCUMENTO "LA VITA FRATERNA IN COMUNITÁ" (n. 14)
"A imitazione della prima comunità di Gerusalemme (cfr. At 2, 42), la Parola,
l'Eucaristia, la preghiera comune, l'assiduità e la fedeltà all'insegnamento degli apostoli e
dei loro successori, mettono a contatto con le grandi opere di Dio che, in questo contesto,
diventano luminose e generano lode, ringraziamento, letizia, unione di cuori, sostegno
nelle comuni difficoltà della quotidiana convivenza, reciproco rafforzamento nella fede.
[...] E' infatti attorno all'Eucaristia, celebrata o adorata, «vertice e fonte» di tutta l'attività
della Chiesa, che si costruisce la comunione degli animi, premessa per ogni crescita nella
fraternità".
DA UNA LETTERA DI DON MARIO SCRITTA A DON GIOVANNI VOLTOLINI IN
MADAGASCAR IL 15-7-1968
"[...] Sono contento che viviate in armonia e che facciate molta comunità: ricorda bene:
pregare insieme, mangiare insieme ma soprattutto parlare insieme di tutto il vostro mondo
e anche di quello degli altri, se ne avete tempo. Con quello spirito che univa gli amici dei
primi capitoli degli Atti. [...] Continuate a lavorare in uno spirito sempre più caldo di
amore, di bontà, di comprensione, ecc.".
SVILUPPO:
1) IL COMANDAMENTO NUOVO DELL'AMORE
La prima comunità di Gerusalemme unita intorno alla Parola e all'Eucaristia è il
modello a cui la Chiesa si è sempre ispirata per testimoniare al mondo, nella storia la
comunione fraterna nella lode di Dio e nella condivisione.
Questa prima comunità nasce per dono dello Spirito nella Pentecoste, radicandosi
direttamente nell'esperienza di piena condivisione vissuta da Gesù Cristo coi Dodici
Apostoli. Gesù Cristo ha impresso nell'essenza della Chiesa questo mistero di comunione:
"Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa
sola, come noi. E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come
noi una cosa sola" (Gv 17, 11.22).
La nostra chiamata alla vita fraterna nasce dalla comunione delle Tre Persone Divine.
L'amore di Gesù per la volontà del Padre si è espresso nel suo dono totale sulla Croce e si
comunica agli uomini grazie all'azione dello Spirito Santo suscitando in loro il desiderio
di donarsi ai fratelli. E' questa la sorgente e il senso della vita fraterna che siamo chiamate
a vivere. Essa vuole rispecchiare la profondità e la ricchezza del mistero della Trinità che
trova nella comunione fra gli uomini la via per essere presente nella storia.
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L'amore fraterno ci inserisce nel mistero della comunione di Dio, accresce in noi la
fiducia che la partecipazione alla comunione trinitaria può cambiare i rapporti umani,
può vincere i meccanismi di divisione presenti dentro di noi (cfr. Vita Consecrata 41).
Don Mario nel 1980 mentre pensa alla struttura della nostra Famiglia sottolinea l'esigenza
fondamentale che essa sia completa come il Corpo mistico della Chiesa e indica come
deve essere l'unione con Dio e fra di noi.
"f) fase pellegrinante quindi in cammino = verso la vita eterna e la Trinità Beata come
meta escatologica ma anche in ascesi continua nella perfezione per salire la montagna di
Dio, la S. Montagna, come ci indica il Vangelo «siate perfetti come è perfetto il Padre
mio» g) ma se farete queste cose (Vangelo - Beatitudini - Consigli) Noi verremo presso di voi e
abiteremo con voi (dentro di voi).
Quindi: anche qui in terra possibilità di unione con Dio, camminare alla continua
presenza di Dio, vivere di fede, speranza e amore, e quindi vivere nella Trinità" (Dallo
Scritto di don Mario "Struttura" 16 dicembre 1980 pag. 280).
L'amore di Cristo che per primo si è donato totalmente ci indica la via della sequela, la
via del comandamento nuovo "Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli
altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti
sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13, 34-35).
Il Signore quindi ci ha chiamate e ci unisce; solo per sua grazia ci può essere amore
incondizionato tra noi sorelle.
Solo riconoscendo che abbiamo ricevuto tutto dal Signore crescerà in noi la libertà dalle
pretese egoistiche verso le sorelle, la capacità di donarci senza contraccambio, di
comprometterci per amore dell'altra, nell'accoglierla così com'è senza giudicarla.
1
Ci sono alcuni atteggiamenti che ci aiutano a vivere la carità ed evitare mormorazioni e
chiacchiere:
• non pensare mai male dell'altra;
• non avere pensieri d'invidia, di disistima e disprezzo;
• non meravigliarsi di nessuna;
• non ridere di nessuna;
• parlare con delicatezza e rispetto;
• saper scusare;
• non fare schieramenti che portano divisione tra le suore.
2
DALL'ESORTAZIONE APOSTOLICA POST SINODALE "VITA CONSECRATA"
DI GIOVANNI PAOLO II (n. 42)
"L'amore ha portato Cristo al dono di sé fino al sacrificio supremo della croce. Anche tra
i suoi discepoli non c'é unità vera senza questo amore reciproco, incondizionato, che
esige disponibilità al servizio senza risparmio di energie, prontezza nell'accogliere l'altro
così com'è senza «giudicarlo» (cfr. Mt 7, 12), capacità di perdonare anche «settanta volte
sette» (Mt 18,22)".
2 DAL DIARIO DI DON MARIO - ALBINEA - 18 FEBBRAIO 1929 pag.10-12
"A me spetta dare il cuore al mio prossimo: spetta renderlo purissimo. [...] Essere buono
col mio prossimo: che ideale luminoso attuabile! Non penserò male di loro, mai. [...]
Perché dovrei avere pensieri d'invidia di disistima, di disprezzo? Neppure l'ultimo
peccatore si deve disprezzare. Non ci si deve meravigliare di nessuno. [...] Parlare con
delicatezza somma, non toccare mai certi tasti che potrebbero far dispiacere, non ridere
mai di nessuno anche se qualcuno lo merita. [...] Se si vuole fare del bene all'uomo
bisogna conoscere il cuore umano. [...] In fondo il cuore umano è sempre buono. Ora
bisogna scoprire questo fondo, cercarlo spesso tra un cumulo di cattiveria, di egoismo, di
impurità di superbia. [...] Certo nella comprensione del cuore umano entra anche questo:
che egli vuole essere scusato. Bisogna dunque saper scusare".
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1
Dalla consapevolezza dell'amore del Signore per noi scaturisce nel nostro cuore il
desiderio di donare la vita, gratuitamente, totalmente: è il Signore che cambia il nostro
cuore e quello dei nostri fratelli. Questa certezza ci dona la pace interiore perché,
chiamandoci a vivere il comandamento nuovo, ci libera dalla presunzione di essere gli
artefici del cambiamento nostro e degli altri e dalle nostre pretese.
La vita fraterna diventa quindi il segno più eloquente della comunione di tutta la Chiesa
ed è una chiara sfida e profezia in un mondo che sempre più vive nell'odio e nella
divisione. Diventa il segno di una possibilità autentica e concreta che, nell'amore di
Cristo, si può costruire la Civiltà dell'Amore nonostante che l'apparenza delle vicende
sociali e storiche sembrano dimostrare il contrario. E' il nostro "volerci bene" il segno più
credibile e autentico agli occhi del mondo.
La Civiltà dell'Amore si realizza prima di tutto nei nostri cuori se si aprono ad un nuovo
tipo di solidarietà radicato nella donazione di Gesù, nella donazione gli uni agli altri. La
nostra comunione è profezia in atto in una società che tende alla disgregazione ma che ha
anche un desiderio profondo di fraternità autentica. La realtà che ci circonda si aspetta da
noi una verità di vita, una testimonianza coerente (cfr. Vita Consecrata 84-85).
2) AUTORITÁ
Abbiamo visto così che la vita fraterna non è principalmente frutto del nostro
impegno ma è prima di tutto un dono di Dio. Egli ci chiama ad accogliere profondamente
il suo amore e ad aderire con tutto noi stesse alla sua volontà. Egli viene a noi attraverso
l'obbedienza all'autorità che incarna per noi la Parola di Dio e la traduce nelle situazioni
concrete secondo il nostro carisma.
L'autorità procede dallo Spirito del Signore che si avvicina ad ogni uomo per servirlo.
Gesù per primo si è chinato ed ha lavato i piedi ai suoi discepoli e ci ha detto: "Vi ho dato
infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi" (Gv 13,15).
L'esercizio dell'autorità trova il suo modello più autentico proprio nella lavanda dei piedi
e diventa autorevole nella misura in cui serve gratuitamente. Gesù capo e Signore si china
a servire. Noi siamo chiamate nella nostra vita di consacrazione a donarci totalmente al
servizio di Dio e in questa via siamo sorrette dalla comunità guidata da Dio attraverso gli
uomini.
L'autorità allora favorisce e sostiene la nostra consacrazione, ci guida sulla via del
servizio, dell'amore perché tanto più l'amore di Dio cresce nei cuori, tanto più i cuori si
uniscono.
3
4
5
DAL DOCUMENTO "LA VITA FRATERNA IN COMUNITÁ" (n. 48)
"Se il diffuso clima democratico ha favorito la crescita della corresponsabilità e della
partecipazione di tutti al processo decisionale anche all'interno della comunità religiosa,
non si può dimenticare che la fraternità non è solo frutto dello sforzo umano, ma è anche
e soprattutto dono di Dio. E' dono che viene dall'obbedienza alla Parola di Dio e, nella
vita religiosa, anche all'autorità che ricorda tale Parola e la collega alle singole situazioni,
secondo lo spirito dell'istituto".
4 DAI DISCORSI DI DON MARIO, SAN GIROLAMO 2-6-1981
"Non obbediamo a Dio se non gli permettiamo, attraverso queste persone, di lasciarci
lavare i piedi e se, attraverso queste persone, non diamo a lui tutta la nostra vita".
5 DAL DOCUMENTO "LA VITA FRATERNA IN COMUNITÁ" (n. 50)
"a) Un'autorità spirituale
Se le persone consacrate si sono dedicate al totale servizio di Dio, l'autorità favorisce e
sostiene questa loro consacrazione. In un certo senso la si può vedere come «serva dei
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3
Così è importante che dopo un dialogo fraterno vissuto nella fiducia reciproca ci sostenga
un atteggiamento di fede che ci aiuta ad andare al di là di ciò che vediamo noi per entrare
nella volontà che il superiore ci esprime.
Il dialogo è uno strumento per scoprire la volontà di Dio. Nella fraternità secondo lo
Spirito è però importante che tutti riconosciamo in chi guida la comunità l'espressione
della paternità di Dio (cfr. Vita Consecrata 92).
Non c'è vita comunitaria se non c'è autorità.
In un mondo dove predomina una visione dell'autorità nel suo aspetto più negativo di
"potere sugli altri", è necessario educare e formare le persone a vivere nella fede il
compito dell'autorità sottolineandone le caratteristiche di responsabilità e di servizio.
Per questo è emersa l'esigenza di momenti di formazione all'autorità per le sorelle che
hanno ruoli di guida per formarle all'umiltà, alla schiettezza, al discernimento, a prendere
decisioni di fede e per confrontarsi sul modo di condurre le Case.
6
Ai superiori è richiesto poi di trasmettere una mentalità di fede perché l'obbedienza venga
fatta con amore e apra il nostro sguardo all'orizzonte di Dio dove ogni cosa assume
significato anche se noi non lo comprendiamo.
7
servi di Dio». [...] E' necessario quindi che sia prima di tutto persona spirituale, convinta
del primato dello spirituale sia per quanto attiene alla vita personale che per la
costruzione della vita fraterna, conscia cioè che quanto più l'amore di Dio cresce nei
cuori, tanto più i cuori si uniscono tra di loro. [...]
b) Un'autorità operatrice di unità
Un'autorità operatrice di unità è quella che si preoccupa di creare il clima favorevole per
la condivisione e la corresponsabilità, che suscita l'apporto di tutti alle cose di tutti, che
incoraggia i fratelli ad assumersi le responsabilità e le sa rispettare, che «suscita
l'obbedienza dei religiosi, nel rispetto della persona umana», che li ascolta volentieri,
promuovendo la loro concorde collaborazione per il bene dell'istituto e della Chiesa, che
pratica il dialogo e offre opportuni momenti di incontro, che sa infondere coraggio e
speranza nei momenti difficili, che sa guardare avanti per indicare nuovi orizzonti alla
missione. E ancora: un'autorità che cerca di mantenere l'equilibrio dei diversi aspetti della
vita comunitaria. Equilibrio tra preghiera e lavoro, tra apostolato e formazione, tra
impegni e riposo".
6 DAI DISCORSI DI DON MARIO, SAN GIROLAMO 29-10-1985
"Quando noi formiamo delle suore é perché vivano in comunità e lì bisogna vivere
gerarchicamente... Ci vuole uno che comanda e che sappia comandare. Una della
cretinate più grosse che succede nel mondo è che nessuno sa comandare. C'é crisi di
autorità e per questo c'é crisi di obbedienza!! [...] noi ci specializziamo per fare con
spirito cristiano quelle robe che altri fanno con spirito tecnico: così è anche per il servizio
dell'autorità: se è fatto con spirito di compassione (cioè di Carità), porta ad essere disposti
a tutto per salvare il fratello. E' sbagliato parlare solo di gente che deve stare sotto,
bisogna che parliamo anche di gente che deve saper usare l'autorità. L'obbedienza
comporta anche la capacità di fare il servizio di essere superiore. [...] Bisogna che diamo
alle suore il senso dell'autorità che viene da Dio. Se in una Casa viene a mancare il perno
dell'autorità, ecco l'indecisione, l'insicurezza, le telefonate, l'andare in giro ... Dobbiamo
aiutare la gente ad usare la capacità di comandare".
7 DAI DISCORSI DI DON MARIO, SAN GIROLAMO 7-10-1980
"La normativa più bella é la semplicità e l'apertura. Per esempio: semplicità é anche
quella di leggere le lettere che arrivano o che partono delle vostre suore; la genuinità non
é l'impeto o il sentimento, ma é la fede. Bisogna che vi abituiate fin d'ora ad essere non
delle madri naturali ma spirituali. La nuova impostazione é questa: amare un po' di più le
suore nuove!".
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La fede dei superiori se è radicata in Cristo sostiene la nostra mancanza di fiducia, le
nostre incapacità a vivere i mandati che riceviamo.
Dopo la libertà del dialogo, indicazioni chiare ci aiutano maggiormente ad entrare nel
progetto di Dio e ad essere più unite nelle scelte. Le indecisioni, le incertezze lasciano
spazio ai ritorni su noi stesse, alla confusione, all'autonomia. Quest'ultima è un rischio nel
quale cadiamo con facilità perché non è abbastanza radicata in noi la consapevolezza che
essere consacrate vuol dire non appartenerci più. Coscienti che la nostra fragilità ci fa
riappropriare delle nostre autonomie diviene indispensabile la revisione tra sorelle.
In questo contesto ci sono di aiuto alcuni strumenti che la Famiglia ci offre per
camminare insieme nella volontà di Dio: la Superiora Maggiore aiutata dal suo Consiglio
e dalle Responsabili di zona, gli incontri dopo Consiglio.
Sottolineiamo ora gli aspetti fondamentali che li caratterizzano.
IL CONSIGLIO ha il compito di illuminare la Superiora Maggiore aiutandola nel suo
esercizio di governo perché tutto sia affrontato alla luce della Parola di Dio e del carisma.
E' un momento forte in cui si dovrebbe accogliere una conversione, un cambiamento,
proprio perché si ricerca con sincerità la volontà di Dio e il suo primato. Per ogni
Consiglio c'è un perno base: fede - lealtà - obbedienza per cui diventa importante: scavare a fondo senza arenarsi alla superficie e alle difficoltà; - lasciarsi guidare da una
mentalità evangelica senza cedere al vittimismo; - capaci di discernere, di essere attente
allo Spirito, quindi non grette e non chiuse; - sapersi mettere in discussione e piegarsi; essere leali e cercare la chiarezza.
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IL DOPO CONSIGLIO è momento: - di trasmissione della mentalità di fede e di amore
che in Consiglio si dovrebbe vivere e attingere; - di aiuto reciproco per accogliere le
scelte del Consiglio nella fiducia e portarne avanti le decisioni nell'unità; - di
condivisione perché tutte si rendano conto del cammino della Famiglia; - di verifica se le
nostre scelte di singole Case e suore sono conformi alle indicazioni del Consiglio; - di
raccolta di contributi e problemi da riportare al Consiglio e di aiuto per capire meglio la
situazione delle suore e delle Case; - di fraternità, sostegno e collaborazione anche per
problemi più concreti e stimolo per lavorare più in comunione con le Case della zona.
3) RESPONSABILITÁ RECIPROCA NELLA FEDE
La vita fraterna è sostenuta dalla responsabilità reciproca sia nel cammino di fede
sia per le scelte concrete che ne derivano. Siamo consapevoli che all'interno della
comunità ricopriamo ruoli diversi ma siamo tutte ugualmente importanti agli occhi del
Padre e al fine del bene comune. La similitudine che abbiamo già visto fra l'unione delle
persone Divine e l'unione tra di noi nella verità e nella carità ci aiuta a comprendere come
la realizzazione piena di ognuno passa inevitabilmente attraverso il dono di se stesso
all'altro nella comunione fraterna. Ognuno di noi è chiamato ad "esistere per" l'altro, ad
essere un "dono per" l'altro.
9
CFR. VERBALI DEI CONSIGLI DELLE SUORE DEL: 4-8-81; 8-9-81; 5-1-83; 238-83.
9 DAL DOCUMENTO "LA VITA FRATERNA IN COMUNITÁ" (n. 1)
"Fra questi discepoli, quelli riuniti nelle comunità religiose, donne e uomini «di ogni
nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9), sono stati e sono tuttora un'espressione
particolarmente eloquente di questo sublime e sconfinato Amore. Nate «non da volontà
della carne o del sangue», non da simpatie personali o da motivi umani, ma «da Dio» (Gv
1,13), da una divina vocazione e da una divina attrazione, le comunità religiose sono un
segno vivente del primato dell'Amore di Dio che opera le sue meraviglie, e dell'amore
verso Dio e verso i fratelli, come é stato manifestato e praticato da Gesù Cristo".
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8
L'accoglienza reciproca ci aiuta a cercare in ogni persona gli aspetti positivi e a puntare
la nostra attenzione su quelli. 0 Far famiglia coi poveri e vivere con loro è per noi un
insegnamento e uno stimolo a una maggior semplicità e apertura verso tutti. Ci aiuta a
vedere l'altra come segno e presenza del Signore, a valutare le diversità come ricchezza,
come luogo in cui si gioca la nostra comunione. Le diversità sono inevitabili, non sono
una concessione all'altro nell'attesa che si uniformi a me, che la pensi come me, ma sono
un'espressione dell'umanità dove Gesù stesso ha scelto di incarnarsi.
L'accoglienza ci aiuta a rinunciare a metterci al centro, ci porta a cercare le ragioni
dell'altro, ad ascoltarlo liberamente senza lasciarci condizionare da quello che già
pensiamo ma cogliendo la verità che l'altro mi porta.
L'accoglienza vera delle sorelle mi impedisce di fermarmi ad aspetti marginali o
superficiali per vedere in profondità, per sdrammatizzare e cercare sempre quello che
unisce più che quello che divide.
1
La fiducia e stima reciproca ci aiutano a vivere con più libertà la vita fraterna. Non sono
le diversità, i limiti e nemmeno i peccati ad ostacolarci ma gli indurimenti, il non mettersi
in discussione e non piegarci le une alle altre. Spesso pretendiamo che l'altra si adatti alle
nostre idee o non accettiamo che diversi punti di vista diano una più completa visione
delle situazioni che affrontiamo. La stima dell'altra nasce dalla consapevolezza che Dio
ha seminato anche in lei doni preziosi ed io sono chiamata a farle spazio perché possano
emergere (cfr. Scritto di don Mario "Progetto Dio" del 19-10-1982 pag. 283).
Coltiviamo un'attenzione particolare per sostenere la consacrazione delle sorelle che ci
vivono accanto, specialmente quelle in difficoltà. Siamo persone scelte non per qualità
particolari ma per Amore gratuito del Padre, unico scopo della nostra vita.
Dobbiamo essere attente al cammino dell'altra, dobbiamo essere disponibili ad accogliere
quello che l'altra vede in me anche al di là di ciò che io riesco a riconoscere.
Sosteniamoci così insieme per focalizzare l'essenzialità della nostra chiamata. 1
1
Il dono di sé, l'accoglienza, la fiducia e la stima reciproca trovano compimento
nell'amore oblativo vicendevole che ci pone le une in ginocchio davanti alle altre, in un
atteggiamento di umiltà e servizio. Questo ci costringe a dimenticarci, non ci lascia il
tempo e lo spazio per ripiegarci su noi stesse nè per facili sentimentalismi, nè per gelosie.
Si vive della certezza che il Signore ci ha date le une alle altre, affinché assieme possiamo
aiutarci, col dono della vita, a camminare verso la santità.
La comunità è via per seguire il cammino redentivo di Gesù, cammino di Croce e di
Risurrezione. Sulla croce l'amore di Gesù per il Padre e per tutti gli uomini raggiunge la
sua massima espressione. Dalla croce l'amore di Dio si riversa sul mondo e invade la
storia. Per rimanere fedeli a questo mistero siamo chiamate a contemplarlo e a
riconoscerlo nelle sofferenze della vita. Come Maria dobbiamo fermarci sotto la croce
senza ribellarci ma lasciandoci riempire dall'amore di Dio che ci porta alla totalità
oblativa.
4) CONDIVISIONE
DAI DISCORSI DI DON MARIO, SAN GIROLAMO 11-11-1980
"Cerchiamo sempre quello che c'é di buono, mettiamo il nostro giudizio in discussione,
lasciamo l'ultimo giudizio a Dio e cerchiamo di scusare, di coprire (come ha fatto il figlio
di Noé). Coprire non vuol dire nascondere certe «robe»: bisogna dirle, ma si dicono senza
fare mai un giudizio di condanna".
11 DAI DISCORSI DI DON MARIO, SAN GIROLAMO 19-8-1976
"[...] nostro dovere é curare la fede e il timore di Dio nelle sorelle, procurandoci
naturalmente di averlo noi".
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Condividere la nostra vita di comunità con tante persone ci arricchisce per lo
scambio che si crea tra le diverse vocazioni. 2 Può venirci la tentazione però di
colpevolizzare lo stile di apertura delle Case e così giustificarci quando si affievolisce il
nostro rapporto con le sorelle.
Nascondendoci infatti dietro l'urgenza di approfondire altri rapporti, rischiamo di
esonerarci dalla ricerca e dal desiderio di una ricca, anche se faticosa, vita fraterna fra di
noi. Per essere più attente alle sorelle dobbiamo prima di tutto interiorizzare il discorso di
Gesù: "Non vi chiamo più servi, [...] ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho
udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi" (Gv 15,15).
E' per noi un invito a conoscerci di più per avere un'amicizia profonda, accogliendo e
cercando ogni sorella. Non dobbiamo seguire le nostre propensioni cercando solo chi è
più in sintonia con il nostro pensiero; lasciando spazio a tutte, cogliamo il dono di
ciascuna con l'atteggiamento del Battista: "Egli deve crescere e io invece diminuire" (Gv
3,30).
La conoscenza, la condivisione, l'amicizia crescono nell'apertura e nel mettere tutto in
comune, 3 come cammino di espropriazione da noi stesse; come mezzo per farci
conoscere fino in fondo ed essere trasparenti; come necessità per creare un clima di
limpidezza; 4 come metodo di ricerca della volontà di Dio.
Don Mario ci ha indicato la "QUESTUA" come strumento di apertura e consegna a Dio e
alla comunità nella preghiera. E' un'elemosina che un fratello fa all'altro di ciò che ha
ascoltato, visto, vissuto nella giornata. Quando chiedevamo a don Mario quale dovesse
essere il contenuto della questua ci rispondeva: - per ora raccontate di tutto per abituarvi a
tirare fuori e perché tutto quello che vivete, viaggi, incontri con le persone e i poveri,
conferenze, esperienze ecc..., non sia vissuto a livello personale ma diventi patrimonio di
tutti. Tutto quello che facciamo lo facciamo nella Famiglia e a nome della Famiglia -.
Poi aggiungeva: - dovrete affinarvi a mettere in comune ciò che vi ha maggiormente
colpito e messo più a nudo il vostro essere. Soprattutto ciò che la Parola di Dio vi ha
comunicato risuonando nell'intimo del vostro cuore -.
1
1
1
In questo cammino di consegna impariamo a chiedere pareri e permessi anche per le
piccole cose a chi ci è vicino; se non c'è nessuno «anche alle formiche!» ci diceva don
Mario. Chiediamo pareri agli ospiti: anche se non sanno risponderci possono pregare per
noi. 5
1
La correzione fraterna ha le sue radici nell'amore e nella riconciliazione operata da
Cristo. La riconciliazione tra gli uomini è possibile solo perché Gesù, morto e risorto, ha
ristabilito l'alleanza con Dio e ha abbattuto il muro di separazione e di incomprensione tra
GAL 6,2
"Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo".
13 DALL'ESORTAZIONE APOSTOLICA POST SINODALE "VITA CONSECRATA"
DI GIOVANNI PAOLO II (n. 42)
"Per le persone consacrate, rese «un cuor solo e un'anima sola» (At 4,32) da questo
amore riversato nei cuori dallo Spirito Santo (cfr. Rm 5,5), diventa un'esigenza interiore
porre tutto in comune: beni materiali ed esperienze spirituali, talenti e ispirazioni, così
come ideali apostolici e servizio caritativo".
14 DAI DISCORSI DI DON MARIO, SAN GIROLAMO 11-11-1980
"Ci vuole limpidezza per manifestare quello che c'é di dentro! Creiamo questa apertura
fra di noi, diciamoci le cose con sincerità e lealtà senza tanti ragionamenti che fanno
sparire il clima di limpidezza. Se creiamo un clima così tra di noi, il Signore lavora".
15 DAI DISCORSI DI DON MARIO, SAN GIROLAMO 9-11-1982
"Quando abbiamo bisogno di un parere, di capire la volontà di Dio, raduniamo le persone
che ci stanno vicino, perché ognuno può avere delle indicazioni da darci, domandiamo
pareri a tutti, dicendo tutto, comunicando tutto".
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12
gli uomini (cfr. Ef 2,14). Ciascuna di noi ha bisogno delle indicazioni, delle correzione
dei fratelli per conoscersi più a fondo, per rivedere il proprio cammino e indirizzarlo con
più decisione alla sequela vera di Gesù.
Vi è un legame stretto e profondo tra sincerità e carità: "La correzione fraterna ci può
essere solo se c'è carità: se c'è un rapporto d'amore allora si può farla e uno l'avverte!"
(Dai Discorsi di don Mario, S. Giovanni di Q. 7-8-1984) . 6
In atteggiamento di fede chiediamo al Signore il dono dell'ascolto profondo e reciproco
senza impermalirci o fermarci davanti ai modi delle sorelle, accogliendo le provocazioni
nella ricerca della verità. Soprattutto la correzione fraterna che viene dai più piccoli
(sorelle, ospiti, ausiliari ...) è più faticosa di quella che viene dai superiori, ma è
altrettanto importante, perché nella quotidianità emergono quegli aspetti da correggere
che tante volte non notiamo in noi.
1
Per lasciarci aiutare con verità dalle sorelle e dai superiori sono importanti il rendiconto e
la revisione, modi che il Signore ci offre per combattere la nostra tendenza all'autonomia
e vivere maggiormente la nostra consacrazione. Aiutiamoci così a vicenda a consegnare
con maggior frequenza ciò che viviamo e pensiamo.
Per chiarezza sottolineiamo la differenza tra rendiconto e revisione.
RENDICONTO: consegna e verifica della propria vita che una suora fa alla superiora
(ognuna con la propria: che sia quella di Casa o di zona o maggiore) nell'apertura più
fiduciosa e nel rispetto dell'intimità della coscienza.
REVISIONE: condivisione e verifica della vita, anche spirituale, tra tutte le persone che
sono in Casa, superiora compresa.
Intensificare il rapporto tra Case vicine è un ulteriore sostegno per vivere la comunione
con tutta la Famiglia per avere un confronto più ampio che ci impedisce di chiuderci nei
confini della nostra Casa, di ripiegarci sui nostri problemi, rischiando di ingrandirli o di
assolutizzarli.
Incontrandoci impariamo soprattutto a condividere le nostre esperienze di fede, partendo
da un approfondimento comune della Parola di Dio, arricchendoci nel riconoscimento e
nello scambio delle grazie che il Signore mette sul nostro cammino. 7
Infine per favorire una maggiore comunione fra le sorelle e le Case si propone che la
Superiora Maggiore frequentemente visiti le Case per verificare ed aiutare le comunità.
1
La comunione che nasce nelle nostre comunità fra le sorelle e con tutti, è il contributo che
siamo chiamati a dare alla nuova evangelizzazione, è la testimonianza della carità, la
manifestazione concreta dei frutti del comandamento nuovo.
L'unità che nasce dall'Eucaristia e la gioia frutto della Spirito Santo, Padre dei poveri
sono segno inconfondibile della presenza del Signore in mezzo a noi.
DAI DISCORSI DI DON MARIO, SAN GIROLAMO 8-9-1981
"Non si può non correggere i fratelli: correggere non é una cosa libera ma doverosa! Ci
vuole limpidezza! Di fronte ai casi difficili non ci dobbiamo fermare: d'ora in poi per
quella sorella, che pensiamo di dover aiutare, faremo un quarto d'ora di adorazione
davanti al Santissimo".
17 DALLA CIRCOLARE DI DON MARIO DEL 18 DICEMBRE 1968
"Forse tra noi non siamo molto socievoli e comunitari, e quando ci troviamo tendiamo a
parlare ciascuno con qualcuna o qualche gruppetto ma sentire una qualunque che porta
una esperienza o denuncia una difficoltà e un dubbio e partecipare tutte a
quell'argomento, o prendere parte tutte con interesse ai problemi di ciascuna, forse non
avviene ancora.- Può darsi che questo derivi dal vivere abbastanza isolate e vedervi poco
fra voi, o forse anche dal fare poca comunità nelle vostre Case fra voi e con gli ospiti.C'è sempre qualcuno che può essere messo al corrente delle cose di casa o che può essere
sentito e interpellato con utilità.-"
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16
"Beato chi ha cura del povero" (Sl 40). La gioia e la misericordia sono lo scopo della
nostra vita (cfr. Art. 4 delle Costituzioni). Viviamo nella gioia per rendere vera questa
beatitudine. "Il regno di Dio [...] è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo: chi serve il
Cristo in queste cose, è bene accetto a Dio" (Rm 14, 17-18). Cantare le gioie del
Magnificat ci aiuta a vivere il rendimento di grazie e a non lasciarci schiacciare da
avvilimenti e pessimismi che sono frutto del nostro orgoglio. 8
1
Per sottolineare l'importanza di camminare nell'unità in sottomissione all'autorità, don
Mario nel Capitolo del 1972 ci diceva: - credere alla carità, e amare, è la vostra
vocazione. Siete degli sposati, dei venduti, dei compromessi, che hanno dato tutto.
Incoraggiatevi tra di voi, non tiratevi indietro, non tirate fuori difficoltà, non fate
propaganda di pessimismo. Abbiate gli stessi sentimenti, voi che mangiate lo stesso
Signore. Lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo, in un solo spirito. Andiamo tutti al
passo, tiriamo pari, non dividiamoci: non importa se sbagliamo, ma sbagliamo insieme -.
Dal rendimento di grazie dell'Eucaristia nasce la nostra ricerca di comunione, di unità
nell'adesione amorevole alla via che il Signore ha tracciato per noi e che ci viene indicata
dalla Famiglia. 9 Dobbiamo aiutarci a vicenda a ricominciare ogni giorno con rinnovata
speranza accogliendo il perdono gratuito del Signore e ringraziandolo continuamente per
il dono della comunità. 0
1
2
DAI DISCORSI DI DON MARIO, SAN GIROLAMO 12-4-1983
"Secondo fine é che noi possiamo ottenere la gioia: non c'é la Regola in una suora se non
c'é la gioia; sarà umile, paziente, sarà brava, sarà di preghiera, ma se non ha la gioia non é
della nostra Famiglia perché questo é il fine fondamentale".
19 DAI DISCORSI DI DON MARIO, SAN GIROLAMO 6-5-1985
18
"Se ci sono delle divisioni é perché non siete sottomesse; l'unità la trovate in me, nel
seguire fino in fondo le linee che do alla Famiglia, nell'obbedire a me che sono vostro
padre [...]".
20 DALL'ESORTAZIONE APOSTOLICA POST SINODALE "VITA CONSECRATA"
DI GIOVANNI PAOLO II (n. 45)
"La Chiesa tutta, infatti conta molto sulla testimonianza di comunità ricche «di gioia e di
Spirito Santo» (At 13,52). Essa desidera additare al mondo l'esempio di comunità nelle
quali l'attenzione reciproca aiuta a superare la solitudine, la comunicazione spinge tutti a
sentirsi corresponsabili, il perdono rimargina le ferite, rafforzando in ciascuno il
proposito della comunione. In comunità di questo tipo, la natura del carisma dirige le
energie, sostiene la fedeltà e orienta il lavoro apostolico di tutti verso l'unica missione".
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POVERTÁ
TESTI:
"Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di
natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio: ma spogliò se
stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini [...]" (Fil 2, 5-7).
DALL'ESORTAZIONE APOSTOLICA POST SINODALE "VITA CONSECRATA" DI
GIOVANNI PAOLO II (n. 90)
"[...] la povertà evangelica é un valore in se stessa in quanto richiama la prima delle
Beatitudini nell'imitazione del Cristo povero. Il suo primo senso é testimoniare Dio come
vera ricchezza del cuore umano. Ma proprio per questo essa contesta con forza l'idolatria
di mammona, proponendosi come appello profetico nei confronti di una società che, in
tante parti del mondo benestante, rischia di perdere il senso della misura e il significato
stesso delle cose. Per questo, oggi più che in altre epoche, il suo richiamo trova
attenzione anche tra coloro che, consci della limitatezza delle risorse del pianeta,
invocano il rispetto e la salvaguardia del creato, mediante la riduzione dei consumi, la
sobrietà, l'imposizione di un doveroso freno ai propri desideri".
DALLO SCRITTO DI DON MARIO "1° SABATO DEL MESE" 5 marzo '83 pag.
208
"4. é una miserabile ma decisa provocazione e sfida a tutta una impostazione di vita
mondana, attuale, consumistica, basata più sull'organizzazione, sull'ordine, sulla pulizia e
igiene, sul «rendimento» sull'efficienza, sul «perbenismo»
piuttosto che
sulla fede semplice e genuina del Vangelo e della Chiesa; sulla speranza di una sicura
assistenza della Provvidenza, che suggerirà i modi e i tempi dell'intervento quotidiano
[...]".
DAL DISCORSO DI DON MARIO, SAN GIROLAMO 2-10-1979
"amare la povertà non significa aiutare i poveri e magari noi non mancare di nulla, ma
farsi poveri condividendo la loro indigenza; per amore dei poveri, invece, abbiamo
trasformato le C.d.C. in luoghi dove non manca nulla: abbiamo perso il senso della
povertà".
ART. 46 dello STATUTO
"«Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto
povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9).
Anche il voto di povertà nasce dal dono d'Amore del Signore e invita le sorelle
Carmelitane Minori della Carità ad imitare sempre di più Cristo. Più sono libere dal loro
egoismo e dalle cose, più lasciano posto al Signore perché le ricolmi delle sue ricchezze.
La povertà liberamente scelta, le aiuta a riconoscere la loro pochezza, a mettersi nel
giusto rapporto con Dio e a lodarlo e ringraziarlo continuamente, perché tutto quello che
hanno viene da lui".
3° MISTERO GAUDIOSO
"Nascita a Betlemme - povertà: segno basilare.
La nascita di Gesù a Betlemme (casa del Pane) in una estrema povertà. Gli uomini non
hanno posto: ma non è solo per questo che Gesù nasce povero: è anche per scelta sua
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personale perché «exinanivit semetipsum», cioè scelta di privarsi di tutto oltre che di
annientarsi per indurci a credere solo nella Grazia divina e non nei mezzi umani e
naturali: che non disdegnerà, ma che ne userà con supremo distacco. E' segno di
santificazione e di grande illuminazione per Maria, Giuseppe, i pastori e i Magi".
SVILUPPO:
1) LA BEATITUDINE DELLA POVERTÁ
"Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio" (Lc 6, 20).
Questa è la promessa di Gesù, la fonte della nostra beatitudine, della gioia di seguire il
Signore nella povertà, ad imitazione sua che per primo "da ricco che era, si è fatto
povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà" (1Cor 8,9).
La vita di povertà così scelta testimonia a tutti che Dio è l'unica vera ricchezza dell'uomo,
è il Signore del mondo e della storia.
Riconoscendo la verità del nostro essere creature ci accorgiamo che non possediamo nulla
e ciò che siamo o riceviamo è tutto dono di Dio.
Gesù ha scelto di nascere povero, non ha trattenuto come "tesoro geloso la sua
uguaglianza con Dio", ma si è spogliato, si è fatto servo, ci ha indicato una strada di
annientamento (cfr. Fil 2, 5-11), perché in noi possa trovar spazio l'Amore del Padre.
Questo Amore traboccante diventa sorgente per l'offerta di noi stessi ai fratelli,
sull'esempio di Gesù, in atteggiamento di lode e di ringraziamento.
Gesù nel Pane dell'Eucaristia, fonte e culmine della nostra vita, c'insegna il dono totale di
noi stessi nella condivisione.
Infatti prima esigenza che scaturisce dall'Eucaristia è proprio formarsi e formare occhi e
cuori capaci di vedere e capire le necessità e le sofferenze dei fratelli che ci vivono
accanto. Dalla conoscenza spicciola e quotidiana nasce il desiderio di avvicinarsi, l'amore
per le persone. La conoscenza, nutrita dall'amore per le persone, conduce alla
condivisione, in uno scambio di dare e ricevere, in una scelta di povertà e sobrietà di vita.
Lo spirito di condivisione dev'essere la forza delle nostre comunità, deve insegnarci il
modo di accogliere e di farci sorelle dei più poveri: uno stile di vita sobrio ed essenziale
ci aiuta a camminare insieme ai poveri verso una sempre maggiore libertà dai beni
materiali e dall'egoismo.
Tenere fisso lo sguardo su Gesù servo, povero, umiliato e sofferente ci insegna a non
pretendere nulla per noi stesse, a non vantare alcun diritto e a ricercare in tutto la povertà
e la semplicità, fidandosi unicamente del Signore.
1
2
3
1COR 3, 21.23
"Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro [...] Ma voi siete
di Cristo e Cristo è di Dio".
2 DAL DOCUMENTO "EVANGELIZZAZIONE E TESTIMONIANZA DELLA
CARITÁ"
(n. 17)
"Facendo memoria del suo Signore, in attesa che egli ritorni, la chiesa entra in questa
logica del dono totale di sé. Attorno all'unica mensa eucaristica, e condividendo l'unico
pane, essa cresce e si edifica come «carità» ed è chiamata a mostrarsi al mondo come
segno e strumento dell'unità in Cristo di tutto il genere umano: «Poiché c'è un solo pane,
noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo» (1Cor 10,17).
3 DALLA CIRCOLARE DI DON MARIO DEL 5-5-61 DETTA LA «PRIMA»
"2) Ai Francescani abbiamo chiesto in dono un po' della loro povertà e semplicità per
diffondere nel mondo «Pace e Bene». Amate la povertà e la castità e sarete umili e
semplici nella povertà".
Pag. 52 di 79
1
Questa fiducia ci fa apprezzare le piccole cose e riconoscere (in tutto) la premurosa
Provvidenza di Dio.
Noi siamo chiamate a rimanere libere per gustare la sua amorevole attenzione,
rinunciando alle sicurezze, agli agi, alle comodità scegliendo la povertà: follia per il
mondo ma via per la sequela di Cristo povero con i poveri.
2) FIDUCIA NELLA PROVVIDENZA
Nel Capitolo ci siamo soffermate a valutare la povertà delle Case più che quella
personale, anche se sappiamo che sono strettamente legate.
Le 5 caratteristiche della Casa ci aiutano a percorrere le strade di una testimonianza
autentica perché la Casa della Carità, praticando l'accoglienza in spirito di condivisione,
di ringraziamento e di fiducia totale nella Provvidenza possa essere segno profetico nella
comunità parrocchiale, nella Chiesa ed evangelizzante per tutti (cfr. ETC 21).
"Sarà così presente nelle parrocchie:
a) un "parafulmine della Divina Giustizia" come risposta di Amore al male, e
come partecipazione visibile al sacrificio redentivo della Croce (cfr. Mt 8,16-17; Col
1,24; 1Cor 1,23), poiché il segno e la manifestazione suprema della Misericordia è la
Croce - Risurrezione;
b) un "grande lenzuolo" che copre e ripara molte miserie (cfr. Tb 12,9; Pr 10,12;
1Cor 13,7; Gc 5,20) perché il Signore perdona molto a chi molto ama (cfr. Lc 7,47);
c) una "scuola e palestra" di Carità e fraternità cristiana per tutti i fedeli,
secondo la tradizione delle 14 opere di Misericordia;
d) una dimostrazione della bontà e premura della Provvidenza di Dio;
e) un "fermento" di ricostruzione comunitaria nella carità di Cristo (cfr. Ef 4,116): la Casa della Carità è un fermento, una cellula iniziale di un ritorno del genere
umano alla sua unità nell'amore e ad una vita comunitaria evangelica" (Dall'Art. 5 delle
Costituzioni).
Prima di tutto sottolineiamo in modo più attento il 4° punto: la bontà e la premura della
Provvidenza di Dio si manifestano a noi e a chi passa per la Casa se non programmiamo
tutto noi, se non rispondiamo immediatamente o prevediamo tutte le possibili necessità.
Già nell'apertura delle nuove Case della Carità è importante educare la gente a preparare
per la Casa solo l'indispensabile, conservando uno stile sobrio ed essenziale, perché tutti,
nella povertà, possiamo sperimentare la premurosa Provvidenza che il Signore non fa
mancare ai suoi figli.
Questo stile deve continuare a caratterizzare la vita della Casa non solo come indicazione
per gli aspetti più materiali ma come aiuto che ci porta a riconoscere in ogni situazione la
mano del Signore che ci guida.
4
La Casa della Carità "scuola e palestra" (3° punto): andiamo alla scuola dei Poveri che
non hanno sicurezze, capacità, salute su cui confidare, che dipendono dagli altri in tutto.
Questa scuola di abbandono, spesso non scelto ma costretto dalle proprie vicende, ci
mostra la possibilità di una vita non gestita da noi; ci fa intravedere la nostra limitatezza e
ci fa nascere il desiderio di una semplicità che smascheri le false sicurezze e i falsi idoli.
LC 12, 22-24
"Per questo io vi dico: «Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete;
né per il vostro corpo, come lo vestirete. La vita vale più del cibo e il corpo più del
vestito. Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio,
e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi valete!»".
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4
Se riconosciamo le nostre povertà e la dipendenza dagli altri fratelli la Casa ci aiuterà,
come fermento (5° punto) a gioire perché siamo tutti figli di un grande Padre e ad
accogliere i doni di ognuno come necessari per l'edificazione della Chiesa (cfr. Ef 4, 1516).
Ricordiamoci che la Casa non è nostra ma appartiene alla Chiesa e in particolare alla
comunità parrocchiale in cui si trova. All'interno di questa è chiamata a fermentare la
comunità e insieme a questa va gestita anche economicamente.
Siamo attenti a testimoniare la povertà non in autonomia ma con un continuo confronto
che aiuti il parroco e i parrocchiani a vivere la loro responsabilità.
3) SITUAZIONE DELLE CASE RIGUARDO ALLA POVERTÁ
Guardiamo ora alle radici della nostra Famiglia e della nostra vocazione per
leggere come il Signore ci ha fatto camminare e vivere nella povertà. I primi tempi
dell'ospizio sono caratterizzati da un chiaro stile di sobrietà, di fiducia e abbandono
assoluto nella Provvidenza. Così pure nell'apertura delle prime Case don Mario si è
premurato che le suore partissero senza bagagli nè altre sicurezze (le testimonianze a
riguardo sono tante).
Il mutamento e il progresso socio-economico negli ultimi 30 anni hanno portato nelle
nostre Case tanta abbondanza al punto che, da una condizione di povertà, siamo arrivati a
non mancare di nulla e a concludere ogni anno con bilanci spesso attivi.
Questo ci mette in difficoltà nel vivere e testimoniare la povertà. Ci siamo chieste come
affrontare oggi anche concretamente il problema povertà, come comportarci in un
contesto in cui l'uniformarci allo stile medio delle famiglie non ci permette più una
testimonianza evangelica.
5
Le nostre condizioni di vita, di consacrate e di comunità, sono sempre più distanti da
quelle di tante famiglie disagiate e di tanti bisognosi che nella nostra società, ricca ed
opulenta, sono in numero sempre crescente.
- Impariamo a conoscere queste realtà per confrontarci con loro e ricercare uno stile
sempre più essenziale; non lasciamoci tentare ad "indorare" la Casa con la scusa che
lo si fa per i poveri.
La condizione di tanti popoli che vivono in miseria mette in discussione e richiama a
conversione il nostro stile di vita. Non accontentiamoci e non giustifichiamoci.
Una maggior conoscenza delle povertà che affliggono il mondo ci aiuta a fare scelte di
giustizia e di anticonsumismo per condividere coi poveri.
- Qualcuno in Famiglia si informerà sul commercio equo-solidale e sugli acquisti dei
prodotti, per aiutarci a fare scelte coerenti.
6
Se non cerchiamo costantemente di vivere in modo visibile l'abbandono totale nella
provvidenza non riusciamo a formare una comunità e una Casa che siano nel mondo
segno chiaro dell'Amore di Dio verso i più poveri.
LC 9, 1-3
"Egli allora chiamò a sé i Dodici e diede loro potere e autorità su tutti i demoni e di
curare le malattie. Eli mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi. Disse
loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né
due tuniche per ciascuno»".
6 DALL'ESORTAZIONE POST SINODALE "VITA CONSECRATA" DI GIOVANNI
PAOLO II (n. 82)
"La sincerità della risposta dei consacrati all'amore di Cristo li conduce a vivere da
poveri e ad abbracciare la causa dei poveri. Ciò comporta per ogni Istituto, secondo lo
specifico carisma, l'adozione di uno stile di vita, sia personale che comunitario, umile e
austero".
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5
- Davanti a tutto quello che ci passa tra le mani e ci regalano per noi e per la Casa,
facciamo un attento discernimento di quello che è essenziale, di quello che ci aiuta a
rimanere nella sobrietà, utilizzando quello che arriva in modo adeguato, anche a favore
dei poveri fuori della Casa.
- In tutta semplicità cerchiamo d'indirizzare anche le scelte dei nostri benefattori.
- Da parte nostra limitiamoci ad acquistare il necessario in piccole quantità.
Tutto ciò ci consentirà di accumulare meno scorte di qualsiasi genere.
7
8
Non ci ritroviamo più nella categoria dei "più bisognosi". L'abbondanza e la sicurezza
economica in cui viviamo tende a provocare esigenze e aspettative sempre maggiori in
noi suore e nei nostri poveri.
Le pensioni e gli accompagnamenti sono diventati garanzia per qualsiasi necessità e
d'altra parte sono un diritto del malato e non possiamo sospenderglielo a nostro arbitrio.
- E' importante aiutare tutta la comunità della Casa a sperimentare la gioia di
rinunciare a qualche cosa per condividerlo con i più poveri di noi. 0 Questo non deve
togliere nulla alle attenzioni ed alle piccole tenerezze materne nei confronti dei piccoli
e dei poveri, senza esigere troppo o irrigidirci.
- Coinvolgendoli in pieno nella vita di famiglia invitiamoli a condividere tutto anche le
cose materiali in spirito di fede e semplicità.
- Quando si accoglie un ospite è bene aiutare lui e i suoi familiari ad entrare in questa
mentalità spiegando loro la gestione economica e il perché ognuno deve condividere
quello che possiede.
9
1
Le nostre Case, parte integrante della comunità parrocchiale, devono conoscere le
necessità del contesto sociale in cui vivono.
- Possono suscitare animatori, attenti ai poveri della parrocchia, che coinvolgano tutti i
cristiani a provvedere alle necessità dei fratelli bisognosi.
Siamo «canali» per i quali passa la Provvidenza e perciò è doveroso che siamo più attente
anche alle necessità dei poveri fuori Casa. L'utilizzo di questa provvidenza dev'essere un
mezzo per far conoscere a tanti la gioia della gratuità per le cose che ci sono donate,
segno che Dio ha cura di ogni persona. 1
1
PR 3, 27-28
"Non negare un beneficio a chi ne ha bisogno, se è in tuo potere il farlo. Non dire al tuo
prossimo: «Va', ripassa, te lo darò domani», se tu hai ciò che ti chiede".
8 MT 6,19
"Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri
scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo [...]".
9 DAL DISCORSO DI DON MARIO, SAN GIROLAMO 12-4-1983
"[...] il Signore va dentro nell'anima, nei desideri. Ora quando abbiamo la disponibilità di
disporre, i nostri desideri vengono fuori, e ... speriamo che siano tutti desideri buoni ...!
[...] Quando invece abbiamo desiderio di questo o di quello e non abbiamo la possibilità e
dobbiamo chiedere al Vescovo o ai superiori, se questi ci dicono che non va bene, basta!,
bisogna rinunciare! Il principio è perché lo spirito di povertà ci porta anche a modificare i
nostri desideri".
10 2Cor 9, 6-9
7
"Tenete a mente che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza,
con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per
forza, perché Dio ama chi dona con gioia. Del resto, Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia
perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene, come
sta scritto:
ha largheggiato, ha dato ai poveri;
11
la sua giustizia dura in eterno".
DT 15, 7-8
Pag.
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- Troviamo delle modalità per gestire parte delle entrate che arrivano man mano
durante l'anno, in comunione col parroco, con la comunità parrocchiale o vicariale,
destinandoli ai più poveri della zona, alle missioni, alle povertà più emergenti
consultando il parere del Superiore Generale. 2
1
Fra le necessità primarie dei poveri, emergono oggi la mancanza di alloggio e di lavoro.
- Potremmo sensibilizzare le comunità parrocchiali a questi problemi.
- Inoltre la Casa della Carità potrebbe sostenere gli ausiliari perché suscitino possibili
cooperative di solidarietà attente a creare posti di lavoro per i più disagiati.
Ricordiamo il significato dell'AZZERAMENTO dei nostri attivi a fine anno nelle mani
del Vescovo diocesano:
la Casa della Carità è espressione della carità del Vescovo ed è un gesto di fede nella
Chiesa, riconsegnare quanto ci è stato donato per i poveri a colui che nella Diocesi
"presiede la carità" (San Ignazio di Antiochia) . 3
1
Qualche semplice indicazione per vivere la povertà quotidiana:
• imparare ad apprezzare le piccole cose e ringraziare per quello che riceviamo e
che la Famiglia ci offre: posto, comunità, parrocchia, incarichi e ruoli ...;
• usare solo lo stretto necessario, possibilmente quello che c'è in Casa;
• nell'uso delle cose, ricordarsi che non ci appartengono, quindi essere attente a
conservarle con ordine e cura;
• accettare la scarsità degli spazi dove viviamo e del tempo a nostra
disposizione; attente a non perdere il tempo che il Signore ci dona per lui ed i
suoi poveri;
• è povertà guadagnarsi il pane col sudore della fronte. 4
1
Il criterio delle scelte (acquisti, ristrutturazioni, cambiamenti ...) sembra essere molto
soggettivo: spesso ci lasciamo guidare dal nostro modo di valutare le cose. Dobbiamo
invece avere più attenzione nel confrontarci con lo spirito della Parola di Dio di ogni
giorno (vedi Griglia di lettura).
- Utile è il confronto con le Case vicine; soprattutto con la parrocchia, parroco e
parrocchiani più coinvolti, perché cresca sempre più la coscienza dell'appartenenza
anche materiale della Casa alla Parrocchia.
"Se vi sarà in mezzo a te qualche tuo fratello che sia bisognoso in una delle tue città del
paese che il Signore tuo Dio ti dà, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la mano
davanti al tuo fratello bisognoso; anzi gli aprirai la mano e gli presterai quanto occorre
alla necessità in cui si trova".
12 2COR 8, 13-15
"Qui non si tratta infatti di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza.
Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza
supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto:
colui che raccolse molto non abbondò,
13
e colui che raccolse poco non ebbe di meno".
DAL DISCORSO DI DON MARIO, S. GIROLAMO 7-2-1984
"La nostra Regola dice che non possiamo possedere, e ci sono 400 milioni che le Case in Diocesi
hanno di scorta ... Come facciamo a far vedere che la Casa é un parafulmine, una palestra, un lenzuolo,
una scuola, un fermento, una dimostrazione palese della Provvidenza?!?!
Non possiamo possedere? Allora azzeriamo i conti: la Provvidenza é quella lì!".
14 2TS 3,10
"[...] vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi".
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- Abbiamo attenzione a chiedere consiglio ai Superiori quando dobbiamo affrontare spese
consistenti, partendo dal presupposto che ogni scelta, anche economica, va verificata
con la comunità sottomettendoci gli uni agli altri nella fiducia che il confronto e la
comunione aprono i nostri cuori allo Spirito. 5
- Anche nelle ristrutturazioni delle Case atteniamoci ad un criterio di sobrietà e povertà.
1
DALLA LETTERA DI DON MARIO SCRITTA A DON GIOVANNI VOLTOLINI
IN MADAGASCAR IL 23-7-1968
"[...] desidero che decidiate voi, che vi impegniate voi, ma tutti insieme, non qualcuno o
ad uno per volta: o ci capiamo o non ci capiamo. La comunità è quella lì, anche se fa
perdere tempo: ma bisogna perderlo! Se nonostante il telegramma che io ho mandato
apposta perché ritardino, voi tutti, insieme avete deciso che vadano via ... perché tutto è
pronto, va bene, accetto la soluzione e non casca il mondo. Ma fate così anche voi per il
resto: badate che è valido quel che fate, se lo discutete e decidete con carità insieme con
tutti , non con dei ... notabili o qualificati o esperti. Sentite bene, se necessario anche
pareri da fuori, ma poi decidete voi: qui c'è il Signore".
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MENSA DEI POVERI:
RAPPORTO CON LE NUOVE POVERTÁ
TESTI:
"Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul
trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni
dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i
capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del
Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo.
Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da
bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete
visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore,
quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti
abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e
ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a
visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste
cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me" (Mt 25, 31-40).
DAL DOCUMENTO "EVANGELIZZAZIONE E TESTIMONIANZA DELLA
CARITÁ (n. 1)
"In realtà, il Pane della Parola di Dio e il Pane della Carità, come il Pane dell'Eucaristia
non sono Pani diversi: sono la Persona stessa di Gesù che si dona agli uomini e coinvolge
i discepoli nel suo atto di Amore al Padre ed ai fratelli".
DALLO SCRITTO DI DON MARIO "IL REGNO DI DIO CARITÁ" pag. 23
"= Non si potrebbe per esempio in un Comune tentare così: il clero si unisce e partendo
dal principio seguente: «il povero è Cristo» - quanto più bisognoso e sofferente, tanto più
Cristo - quello che é fatto a uno di questi minimi é fatto a me; si tira questa
importantissima conclusione: non agisco per fare del bene al prossimo, non cerco di
risolvere dei problemi sociali di umanità - di andare incontro a bisogni (questo rimane
vero, ma viene come corollario, io parto di qui: Gesù Cristo mi fa l'immenso piacere di
venirmi incontro nel povero, nel sofferente, per farmi capire il più grande precetto della
legge «Ama»".
SVILUPPO:
Sono tante e diverse le povertà che la storia e la società "producono" attorno a
noi.
1
DAL DOCUMENTO "EVANGELIZZAZIONE E TESTIMONIANZA DELLA
CARITÁ" (n.47)
"Il benessere vissuto in modo materialistico e l'eccessivo consumismo favoriscono
l'espandersi delle cosiddette «povertà post-materialistiche», che, se affliggono soprattutto
i giovani, toccano in genere i più deboli e indifesi, come gli anziani soli e non
autosufficienti, le vittime dell'alcool, della droga, dell'AIDS, i morenti abbandonati, i
malati di mente e i disadattati, i bambini in vario modo oggetto di violenza fisica o
psicologica da parte degli adulti. Ma non si possono ignorare anche le persistenti forme di
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1
L'accoglienza dei poveri che il Signore nella sua Provvidenza ci vuole mandare è aiutata
dalla presenza, per noi fondamentale, di una comunità familiare di minorati, bisognosi e
abbandonati riunita attorno all'Eucaristia. /
Coscienti che la nostra vocazione è aiutarli a conoscere il Signore, li accogliamo nella
liturgia continua della Casa e li aiutiamo ad attingere alle Tre Mense.
I poveri sono "i nostri signori e padroni" (San Vincenzo de' Paoli) e ci permettono di
servirli; sono loro che accolgono tutti, noi per primi, e ci insegnano ad accogliere gli altri.
2 3
La Casa, aperta ed accogliente, aiuta a considerare ogni persona figlio di Dio e fratello
nostro, importante per se stessa e non in base alla sua povertà; si preoccupa di cercare il
bene di coloro che accoglie, insieme al bene di tutta la comunità.
Diventa così, in seno alla parrocchia, un punto d'incontro per tutti coloro che la
Provvidenza ci vuole mandare.
Importante è che per noi sia sempre chiaro che: "Gesù Cristo mi fa l'immenso piacere di
venirmi incontro nel povero, nel sofferente, per farmi capire il più grande precetto della
legge «Ama»" (Dallo Scritto di don Mario "Il Regno di Dio Carità" pag. 23).
Anche le prime suore si sono trovate di fronte alle povertà più diverse (handicappati,
poveri, soldati feriti ...), ma hanno affrontato il problema nella più grande semplicità,
serenità e fiducia, senza disorientamenti, aprendo e offrendo la Casa con la sua
caratteristica fondamentale di "famiglia" dove c'è posto per tutti, sempre in
collaborazione con la parrocchia e sotto la paternità del parroco.
La "nostra gente" sono e saranno sempre i poveri, tutti i poveri. La scelta preferenziale
per loro ci farà inventare e trovare modi giusti per poter rispondere alle povertà
4
5
emarginazione della donna sul lavoro e nella società, le coppie e le famiglie disgregate.
Nonostante lo sviluppo economico, permangono gravi disuguaglianze sociali e resta
elevato il numero dei poveri affidati alla semplice assistenza".
2 DALLO SCRITTO DI DON MARIO "LA CASA DELLA CARITÁ" DEL 1951 pag.
87
"Base fondamentale: far parte di una famiglia dove ci siano i minorati e abbandonati poi,
nel limite delle possibilità interne e delle esigenze esterne, dedicarsi a qualsiasi attività
per cui, colla presenza, coll'opera, colla parola, si possa testimoniare Gesù Cristo nello
Spirito di Lui e della Chiesa".
3 DALLO SCRITTO DI DON MARIO "CASE DELLA CARITÁ COSA SONO?" 1510-1966 pag. 165
"Perché serva in questo senso la Casa della Carità non può avere espansioni troppo vaste, cioè non
deve accogliere comunità di poveri oltre 20-30 persone. Deve esserci preferibilmente la presenza di ogni
età e sesso per consentire un clima di famiglia...
[...] Cerca un piccolo nucleo di poveri, eventualmente li prende in prestito o a nolo o li va
a cercare lungo le strade e le siepi per costringerli a entrare o li compera (ce ne sono
sempre nelle parrocchie o in gruppi) perché diventino quel nucleo di poveri che serve a
noi - alla Comunità = altrimenti non è chiara la istituzione -".
4 DAL DOCUMENTO "EVANGELIZZAZIONE E TESTIMONIANZA DELLA
CARITÁ" (n.39)
"La carità evangelica, poiché si apre alla persona intera e non soltanto ai suoi bisogni,
coinvolge la nostra stessa persona ed esige la conversione del cuore. Può essere facile
aiutare qualcuno senza accoglierlo pienamente. Accogliere il povero, il malato, lo
straniero, il carcerato è infatti fargli spazio nel proprio tempo, nella propria casa, nelle
proprie amicizie, nella propria città e nelle proprie leggi. La carità è molto più
impegnativa di una beneficenza occasionale: la prima coinvolge e crea un legame, la
seconda si accontenta di un gesto".
5 EB 13,2
"Non dimenticate l'ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza
saperlo".
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nell'evolversi del tempo e delle problematiche senza dimenticare che la Casa della Carità
non è un'opera sociale ma è il culto di Dio nei poveri.
Tutte le povertà ci evangelizzano, perché ci interrogano profondamente su qual'è la nostra
identità e la loro, sulla Buona Novella che ancora non abbiamo loro annunciato (cfr. ETC
10).
Nella preghiera e nell'adorazione portiamo questi nostri fratelli davanti al Signore, perché
susciti e sostenga anche altri a camminare con loro quando noi non siamo in grado di
aiutarli.
Pag.
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FORMAZIONE
TESTI:
L'esempio da mettere in pratica - missione e mandato:
"Gesù sapendo che il padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a
Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno
alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad
asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli
disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?» Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo
capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!» Gli
rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro:
«Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!» Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il
bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma
non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi». Quando
dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete
ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se
dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi
gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche
voi. In verità, in verità vi dico: Un servo non è più grande del suo padrone, né un
apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le
metterete in pratica»" (Gv 13, 1-17).
DAL
DECRETO
DEL
CONCILIO
VATICANO
II
"APOSTOLICAM
ACTUOSITATEM" (n. 29-31)
"In primo luogo il laico impari ad adempiere la missione di Cristo e della Chiesa vivendo
anzitutto nella fede il divino mistero della creazione e della redenzione, mosso dallo
Spirito Santo che vivifica il popolo di Dio e che spinge tutti gli uomini ad amare Dio
Padre e in lui il mondo e gli uomini. [...]
Ma poiché la formazione all'apostolato non può consistere nella sola istruzione teorica, il
laico, fin dall'inizio della sua formazione, impari gradualmente e prudentemente a vedere
tutto, a giudicare e ad agire nella luce della fede, a formare e a perfezionare se stesso con
gli altri mediante l'azione e ad entrare così attivamente nel servizio della Chiesa. [...]
[...] i laici debbono essere particolarmente formati a stabilire il dialogo con gli altri,
credenti e non credenti, per annunziare a tutti il messaggio di Cristo".
DAL DISCORSO DI DON MARIO, PIETRAVOLTA 4-5-1982
"Guardiamoci in faccia: non si può fare le suore come si faceva una volta. Bisogna che
voi siate attente perché il primo problema non sono i poveri (è vero che è il primo atto
fondamentale che compite al di fuori di voi). E’ cambiata tanta roba nel mondo!!
Smettetela di fare voi le Case ma insegnate ad altri a farle; invece continuate a farle voi
perché fate prima e tribolate meno a farle voi. [...]
Abbiamo tanta gente intorno e non ce la salviamo l’anima da soli. Dobbiamo chiedere al
Signore che ci dia lo spirito di fede e occhi chiari per poter aiutare tutti quelli che
arrivano alla C.d.C.
La C.d.C. non si fa con delle parole...dobbiamo portare tutti a chiedersi e a guardare
qual’è la volontà di Dio".
Pag.
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SVILUPPO:
FORMAZIONE DELLE SUORE
L'argomento della formazione è stato approfondito soprattutto per quanto riguarda
il Ramo degli ausiliari. Riconosciamo però l'importanza di affrontare anche la formazione
continua delle suore, perché rimangono ancora tanti interrogativi irrisolti, e conveniamo
che uno studio di questo argomento deve essere condotto con i Fratelli, così che in un
dialogo, che tende alla comunione, possano emergere le linee da seguire.
Prima di tutto è necessario chiarire i ruoli diversi che ricopriamo all'interno della
Famiglia, perché un approfondimento del ruolo particolare di ogni Ramo aiuta tutta la
Congregazione Mariana a vivere con pienezza il dono che abbiamo ricevuto.
Una chiarezza iniziale permetterà inoltre di muoverci in futuro con più serenità, con un
rischio minore di mancare di fedeltà al carisma.
Un discorso che ci sta molto a cuore è quello di scoprire e far emergere la varietà e
reciprocità dei doni, di cercare una lettura chiara di questi termini, evitando di dare ad
essi significati diversi che rendono difficoltosa la comprensione. Questo lascerà spazio ad
un confronto più costruttivo.
Capire come deve procedere il rapporto a livello formativo tra Fratelli e Sorelle rimane un
problema aperto e sul quale dovremo lavorare.
Sono emerse diverse letture ed è stato lasciato ad un confronto più vasto fra i Rami dare
indicazioni.
Pag.
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FORMAZIONE DEGLI AUSILIARI
1) CAMMINO DI COMUNIONE
"[...] quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché
anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo
Gesù Cristo" (1Gv 1,3).
All'interno del Corpo mistico che è la Chiesa ogni dono esiste per essere comunicato e
condiviso. L'annuncio e la condivisione aiutano a vivere la comunione ad immagine della
Trinità, dove ogni persona ha un dono specifico che offre alle altre per amore. La
coscienza di aver ricevuto un dono particolare si deve accompagnare in noi alla
responsabilità di comunicarlo: infatti ogni dono cresce per noi e per gli altri e ci
arricchisce nella misura in cui viene "trafficato" nella vita. Comunione e missione sono
l'anima di tutta l'azione della Chiesa e dei suoi singoli membri.
Riconoscendo il dono grande che ci è stato dato con la Casa della Carità siamo chiamati a
trasmetterlo con fedeltà ed efficacia.
1
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3
Perché l'annuncio trovi accoglienza è necessario conoscere le realtà in cui viviamo e dove
sono inserite le varie Case. Infatti rispettare i diversi ambienti culturali, considerare la
storia delle varie parrocchie, conoscere le realtà in cui siamo o le persone che ci vivono
accanto, mettersi in ascolto attento e paziente permette che l'annuncio abbia maggior
forza ed efficacia, perché legato alla vita reale.
Per questo al cambio delle suore è bene che con un dialogo e uno scambio più profondo si
conoscano le scelte privilegiate che sono state compiute in precedenza e così insieme
definire come è bene poi procedere. E' infatti un rischio delle suore quello di avere
schemi rigidi che ostacolano un ascolto vero delle situazioni e delle persone in mezzo alle
quali siamo chiamate a vivere. L'avvicendamento porta allargamento degli orizzonti e
rinnovamento. Un maggior confronto tra le sorelle aiuta a dare più continuità alla vita
della Casa e al rapporto che gli ausiliari hanno con questa, evitando per loro il rischio di
legarsi solo alla figura o ai modi di una suora.
Dobbiamo per prime tenere il cuore libero da schemi rigidi e da valutazioni definitive
sulle persone per coltivare l'ascolto e la disponibilità e non metterci in contrapposizione
con altri che ci hanno preceduto o ci seguiranno. La suora è responsabile della
1
GV 1, 35-42
"Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù
che passava disse: «Ecco l'Agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano disse: «Che cercate?» Gli risposero: «Rabbi (che significa
Maestro), dove abiti?» Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove abitava e quel
giorno si fermarono presso di lui: erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea,
fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse:
«Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» e lo condusse da Gesù".
2
DALL'ESORTAZIONE POST SINODALE "CHRISTIFIDELES LAICI" DI
GIOVANNI PAOLO II (n. 32)
"La comunione e la missione sono profondamente congiunte tra loro, si compenetrano e
si implicano mutuamente, al punto che la comunione rappresenta la sorgente e insieme il
frutto della missione: la comunione è missionaria e la missione è per la comunione".
3 GV 15,16
"Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate
frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio
nome, ve lo conceda".
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comunione; fa crescere e indirizza ogni persona all'incontro col Signore e coi fratelli,
come tramite che sparisce senza legare a sè le persone.
4
Arrivare a una maggiore essenzialità e definire un ordine di valori da comunicare
permette di non dare la stessa importanza a tutto ciò che si vive quotidianamente nella
Casa e nella Famiglia, dandosi il tempo per il dialogo e il confronto sulle cose che
davvero valgono, per discernere insieme le primarietà senza fermarsi su aspetti secondari.
Gli elementi che ci sembrano fondamentali nella formazione degli ausiliari non sono una
novità ma sono da rivalutare ed è necessario fare ad essi più riferimento.
In ordine di importanza sono:
I - Una crescita umana e cristiana alla scuola delle Tre Mense: Parola, Eucaristia e
Poveri sono i maestri che ci formano quotidianamente non solo nella vita di
fede. Nell' esistenza delle persone non possono esserci due vite parallele:
spirituale e umana che provocherebbero una frattura tra fede e vita ma ogni
attività richiede un impegno attento, perché luogo di incontro con Cristo.
II - La consapevolezza e la crescita nell'essere parte viva della Chiesa, di una
parrocchia.
Ogni battezzato è inscindibilmente membro del Corpo di Cristo che è la Chiesa e
vive di questo mistero di grazia. L'immagine della vigna è simbolo non solo del
popolo di Dio ma di Gesù Cristo stesso. Quest'immagine ci aiuta a capire che
non solo siamo gli operai mandati a lavorare nella vigna, ma siamo parte della
vigna stessa: "Io sono la vite, voi i tralci" (Gv 15,5) (cfr. Lumen Gentium 6).
Essendo diversi nella Chiesa tutti i ministeri e i carismi sono necessari alla
crescita, ciascuno secondo le proprie modalità: la parrocchia è il primo luogo
dell'apostolato comunitario, fonde insieme le differenze umane e le inserisce
nell'universalità della Chiesa.
III - Il senso di appartenenza alla Congregazione Mariana e di responsabilità verso
di essa.
E' necessario presentare a coloro che frequentano la Casa della Carità cos'è la
Congregazione Mariana, il suo spirito, come è articolata; è bene invitarli a
partecipare ad alcuni momenti della vita della Famiglia perché possano rendersi
conto di persona del cammino che si propone. Da una maggior conoscenza
potrà nascere in loro con libertà il desiderio di rendersi maggiormente
responsabili della Congregazione Mariana, nella fedeltà al suo carisma e alla
Chiesa nella quale è inserita.
Questo ordine, pur lasciando spazio alla creatività e al modo di concretizzarli, partendo
da parametri di confronto chiari e comuni sui quali è possibile dialogare e costruire, può
aiutarci ad indirizzare meglio le energie, ad evitare disorientamenti in noi e negli ausiliari,
ad equilibrare l'impegno nella Casa, nella Chiesa, nella Famiglia, a riconoscere sempre
più chiaramente che siamo qui per amare Dio e i fratelli come vuole lui.
DALL'ESORTAZIONE POST SINODALE "CHRISTIFIDELES LAICI" DI
GIOVANNI PAOLO II (n. 31)
"Il grido di dolore e di sconcerto dell'apostolo Paolo: «Mi riferisco al fatto che ciascuno
di voi dice: ”Io sono di Paolo”, ”Io invece sono di Apollo”, ”E io di Cefa”, ”E io di
Cristo!”. Cristo è stato forse diviso?» (1Cor 1, 12-13) continua a suonare come
rimprovero per le «lacerazioni del corpo di Cristo». Risuonino, invece, come appello
persuasivo queste altre parole dell'apostolo: «Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore
nostro Gesù Cristo, ad essere unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi,
ma siate in perfetta unione di pensiero e d'intenti» (1Cor 1,10)".
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2) CONTENUTI
Consapevoli che gli ausiliari sono parte integrante della nostra Famiglia, tutte le
suore riconoscono l'importanza di offrire loro la possibilità di approfondire lo spirito e lo
stile della nostra vita, per condividere con loro le responsabilità che si incontrano nelle
Case.
Dobbiamo affidare agli ausiliari compiti importanti nella conduzione della Casa.
Aiutiamoli allora a conoscere profondamente gli ospiti, a farsene carico, a rendersi conto
che la vita della Casa in tutti i suoi vari aspetti, spirituali, materiali, di relazione con
l'esterno appartiene alla loro esistenza, perché siamo un'unica famiglia. In questo
cammino sono da accompagnare con pazienza, cercando di discernere i doni particolari
che ognuno può esprimere, non chiedendo a tutti lo stesso tipo di presenza e di impegno,
rispettando e sostenendo le diverse vocazioni. Soprattutto nutriamo verso tutti una
profonda fiducia, accogliendoli con semplicità perché sempre si riconoscano membra
essenziali della Casa.
Abbiamo doni e modi diversi, ma è proprio questo ciò che arricchisce la nostra vita di
famiglia.
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La gratuità è un elemento essenziale che siamo chiamate ad avere sempre presente. Le
persone che incontriamo e che dobbiamo accogliere ed accompagnare, devono scoprire
prima di tutto, attraverso la vita della Casa, quello che il Signore vuole da loro, devono
approfondire il rapporto personale con lui, perché possa parlare alla loro vita.
Questo senza fermarsi a particolarismi e attaccamenti ma scoprendo nelle persone la sua
presenza.
Le persone che il Signore ci manda sono un dono suo e a lui vanno portate, educandole a
fare le cose senza tornaconto, senza aspettarsi un risultato immediato, dimenticandosi di
sè e dell'utilità di ciò che fanno.
Gratuità è donarsi con generosità, senza risparmi ma riconoscendo che tutto ciò che
abbiamo, tempo ed energie sono dono suo e a lui vanno restituite. Gli impegni di tutti i
giorni rischiano di appesantire il cammino, di ridurlo a una serie di calcoli scordandoci il
valore più profondo della parola "gratis". Chi conosce l'infinita misericordia del Signore
non può che sbilanciarsi verso di lui e verso i fratelli.
6
I poveri in quanto presenza viva di Gesù, aiutano a conoscerlo più profondamente, a
cercare la verità dell'essere cristiani. Quindi non un rapporto istintivo e sentimentale ma
un rapporto vissuto nella quotidianità, in una conoscenza fatta di attenzione, di ascolto,
di cammino insieme con loro, anche nelle difficoltà e nei momenti più pesanti.
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DAI DISCORSI DI DON MARIO, PIETRAVOLTA 7-4-1980
"Chi segue i cooperatori? Loro che capitano una volta ogni tanto? Non aggredirli con le cose da
fare! Lasciare che prima un po' vedano...
Nelle case le tre sezioni ci devono essere: i poveri sono la materia prima ma non fanno la C.d.C., come
l’Eucaristia non fa la Chiesa anche se c’è Gesù Cristo: se intorno non ci sono i cristiani non fa la Chiesa.
Siamo focomelici senza gli ausiliari e i cooperatori!".
6 DALLO SCRITTO DI DON MARIO "CHI È IL CRISTIANO"
23-7-1983 pag. 235-236
"Il cristiano responsabile capisce che per custodire e sviluppare la Fede occorre un'educazione
permanente, quindi, superata l'infanzia spirituale, vive la pubertà e la giovinezza cristiane aiutato dai
Sacramenti della penitenza e della Eucaristia.
In queste fasi evolutive comincia il contatto personale con la Parola di Dio, l'Eucaristia, con la Comunità.
Allora si pone il fondamentale problema del cristiano:
«SIGNORE CHE COSA VUOI CHE IO FACCIA?»
Non è vero che ciascuno sia libero di scegliere la propria esistenza o che questa sia
determinata dalle circostanze esterne".
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Noi sorelle siamo chiamate in questo a favorire la condivisione, nelle piccole cose di tutti
i giorni, a custodire la vita semplice di Casa fatta di preghiera, di servizio ai poveri, di
vita di parrocchia.
Aiutiamo gli ausiliari ad avere con gli ospiti un rapporto familiare di amicizia, a non
avvicinarli solo per servizi particolari ma a conoscere le loro attitudini e i loro limiti, ad
accoglierli per quello che sono e per la ricchezza che portano. Crescere in questa
confidenza crea una continuità nel rapporto: - non sto più di dieci giorni senza vedere un
amico! 7
La gratuità ci aiuta a non impossessarci delle persone, ma a condurle alla Chiesa in
quanto porzione del popolo di Dio in cui vivono, cioè alla parrocchia e alla diocesi,
coltivando insieme a loro un dialogo sincero con i loro pastori e con gli altri componenti
ecclesiali per il desiderio sempre più grande di vivere in comunione.
In questa ottica di Chiesa teniamo conto della larghezza di don Mario che ci teneva ad
arrivare al cuore di tutti, a seminare in ogni occasione l'amore di Dio. Chiunque ha la
possibilità di allenarsi allo spirito delle Tre Mense per portarlo nei luoghi dove vive.
8
9
Alcuni per una chiamata particolare del Signore riconoscono che questo dono li coinvolge
più direttamente. Cresce in loro il desiderio di vivere con più responsabilità
l'appartenenza alla Famiglia e di essere fautori della semina delle Case e del loro spirito
nei luoghi in cui abitualmente vivono ed operano. Queste persone vanno accompagnate
con un cammino di preparazione che le aiuti ad approfondire gli elementi della fede e il
carisma della Famiglia. Vanno sostenute con un rapporto di verifica e confronto
DALLA NOTA PASTORALE "CON IL DONO DELLA CARITÁ DENTRO LA
STORIA" - CONVEGNO DI PALERMO 1995 - (n. 34)
"Evangelizzare i poveri, testimoniare che sono amati da Dio e contano molto davanti a
lui, significa riconoscere che le persone valgono per se stesse, quali che siano le loro
povertà materiali o spirituali; significa dar loro fiducia, aiutandole a valorizzare le loro
possibilità e trarre il bene dalle stesse situazioni negative. Le comunità cristiane devono
essere accoglienti verso i poveri, promuovendo la loro crescita umana e cristiana e
aprendo loro spazi di testimonianza e di azione nella Chiesa e nella società. Essi sono in
grado non solo di ricevere, ma di dare molto. Non solo vengono evangelizzati, ma
evangelizzano. Ci arricchiscono di una più profonda comprensione ed esperienza del
mistero di Cristo".
8 DALLO SCRITTO DI DON MARIO "REGOLAMENTO BASE DELLA
CONGREGAZIONE MARIANA DELLE CASE DELLA CARITÁ" pag. 254
"L'unione con Cristo ci conduce all'unione con la Chiesa, nella quale Cristo è presente e
continua la Sua Missione di Salvezza. Consapevoli d'essere noi stessi membra della
Chiesa ci renderemo più idonei a incontrare Cristo in ogni uomo e in ogni situazione se
faremo attenzione ai segni dei tempi e alle mozioni dello Spirito Santo: accetteremo e
diffonderemo la dottrina della Chiesa, collaborando con i Pastori, condividendone le
preoccupazioni, con una sensibilità aperta alle situazioni in cui vive oggi la Chiesa
Universale, diocesana parrocchiale -".
9
DAL DECRETO "APOSTOLICAM ACTUOSITATEM" DEL CONCILIO
VATICANO II (n. 33)
"E' il Signore stesso infatti che ancora una volta per mezzo di questo santo Sinodo invita
tutti i laici ad unirsi sempre più intimamente a lui e, sentendo come proprio tutto ciò che
è di lui (cfr. Fl 2,5), si associno alla sua missione salvifica. E' ancora lui che li manda in
ogni città e in ogni luogo dove egli sta per venire (cfr. Lc 10,1), affinché gli si offrano
come cooperatori nelle varie forme e modi dell'unico apostolato della Chiesa, che deve
continuamente adattarsi alle nuove necessità dei tempi, lavorando sempre generosamente
nell'opera del Signore, sapendo bene che faticando nel Signore non faticano invano (cfr.
1Cor 15,58)".
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7
personale per accogliere come dono il mandato della Chiesa dato loro col segno del
crocifisso.
La piena appartenenza alla Chiesa locale e alla nostra Congregazione può portare a vivere
con difficoltà uno degli aspetti della nostra vocazione: mantenere una sana tensione tra
quello che siamo come Congregazione e come Chiesa. Questo ci aiuta a tenere gli
orizzonti aperti, a vedere più in là della nostra Casa, a non chiuderci, a non squilibrarci in
un senso o nell'altro. Ciò vuol dire incarnare la nostra vita lì dove siamo, sapendo di
esserci per tutta la Famiglia, per tutta la Chiesa, per tutto il mondo.
Per vivere un profondo dialogo tra Congregazione Mariana e Chiesa locale è importante
cercare uno scambio anche nella formazione degli ausiliari perché tutti gli elementi che
sostengono la vita della Casa possano portare il loro contributo, possano arricchire questo
cammino formativo con le loro competenze particolari. Approfittiamo delle occasioni
offerte dalla Chiesa locale per approfondire argomenti che ci stanno a cuore, senza creare
momenti alternativi, che possono essere più specifici e mirati, ma che non favoriscono
una crescita in comune.
Tante persone che vengono in Casa hanno anche bisogno di approfondire gli elementi
essenziali della fede cristiana. Non è propriamente un compito nostro, ma è bene che ce
ne rendiamo conto e che almeno le indirizziamo a chi può aiutarle a conoscere le verità
fondamentali dell'essere cristiano.
3) MODI DI FORMARE
E' evidente che non esiste un unico modo di formare.
I - L'esempio di vita è il primo messaggio che giunge al
cuore delle persone.
II - E' poi auspicabile che l'esempio sia accompagnato da un dialogo e da un rapporto
personale, perché oggi si riscontra con maggior frequenza la difficoltà a far
parlare i segni, a riflettere su questi, ad approfondire ciò che tante volte si afferma
come dato di fatto, senza comprenderlo e viverlo a fondo. La funzione di "scuola e
palestra" che la Casa ha in sè, necessita di essere accompagnata da spiegazioni più
esplicite per la mancanza di supporti di fede che riscontriamo nelle persone che la
frequentano.
III - Gli incontri di formazione e di confronto aiutano nella difficoltà di essere
capillari nel rapporto personale (anche se non suppliscono) e aiutano ad
approfondire i vari temi grazie all'apporto di tanti. 0
1
Dall'analisi di questi vari modi di formare deriva anche la necessità di doni diversi.
- La vita della Casa, il far famiglia coi poveri attorno a Gesù è un messaggio che tutti
possono cogliere e rimane quindi l'elemento base e fondamentale. Noi sorelle siamo
chiamate in questo a testimoniare con l'esempio di vita il primato di Dio nelle Tre Mense.
Siamo chiamate ad accompagnare le persone che entrano in Casa, a testimoniare la Sua
presenza attraverso i semplici gesti quotidiani, cercando di pregare insieme, di lavorare
insieme, di affrontare insieme le situazioni. 1
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DAI DISCORSI DI DON MARIO, PIETRAVOLTA 7-4-1980
"Le ausiliarie sono quelle donne che sono un po' legate alla nostra Famiglia, ma con legame
amoroso; bisogna chiamarle insieme per pregare e cercare di capire... Queste sono cose più importanti dei
conti, ma bisogna averlo capito noi! Anche perché vengono con gioia! [...]
E quelle che hanno capito di più, seguirle di più, prepararle, radunarle, trovarsi per
parlare assieme anche dei problemi della Casa. Le ausiliarie si fermano lì nell’ambiente; i
giovani bisogna legarli; la suora ha delle responsabilità".
11 DAI DISCORSI DI DON MARIO, PIETRAVOLTA 1-6-1982
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- Per il dialogo personale è necessario crescere in un ascolto libero e gratuito che, nel far
famiglia, sa valorizzare i doni di ciascuno secondo quanto è suggerito dall'Art. 4 dello
Statuto. 2
E' evidente che alcune hanno una capacità di ascolto e di intuizione in modo innato; per
altre invece è necessario coltivarla e modellarla dentro di sè. Ci vuole comunque la
consapevolezza che il dono di saper comunicare è di tutte, anche se in modi diversi.
Non fondiamo la capacità di ascolto solo a livello psicologico, ma crediamo invece che
nasce soprattutto da una fede adulta e radicata e da un rapporto profondo con la Parola di
Dio e con la Chiesa.
Può infine essere d'aiuto una maggior conoscenza da parte nostra del mondo e delle realtà
da cui provengono le persone che avviciniamo. 3
1
1
- Per favorire un dialogo e un confronto spicciolo sulla vita di Casa è importante fissare
con frequenza momenti familiari di incontro, dove con semplicità si condivide la vita
della comunità e delle persone che la abitano e la frequentano. Questo ci aiuta a limitare
l'autonomia, a condividere le responsabilità e soprattutto a pregare gli uni per gli altri e
sostenerci nel leggere il quotidiano con un'ottica di fede e di fiducia nel Padre.
- La capacità di guidare incontri formativi necessita di una preparazione teorica su ciò che
si vuole comunicare e il superamento di una certa forma di timidezza, di pigrizia, di
tendenza a delegare o a vivere con poca responsabilità questo compito. Forse non tutte
abbiamo la capacità di assumerci un tale impegno ma nessuna può sentirsi esonerata dal
parteciparvi in modo attivo e dal sostenere queste attività con una intensa preghiera e
offerta.
Nel contesto di una maggior responsabilizzazione è bene coinvolgere gli ausiliari più
anziani in questo compito formativo. Facendo un attento discernimento si scelgono coloro
a cui viene affidato questo compito dando loro le possibilità e i mezzi per prepararsi in
modo adeguato.
"La prima cosa da fare è «sgrossare» e «studiare» le persone che vengono, facendole camminare
secondo la nostra linea. La prima volta che una persona viene in una Casa non le si comanda, non le si fa
fare delle cose, ma la si affida a qualcuno che se la tiri dietro e che la guidi. Prima di tutto ci sono da
insegnare i 12 articoli; quindi per i ragazzi è necessario un periodo di C.A.R (preparazione) alla
Macchiaccia e all’Ospizio per una lucidata, con una intensa vita liturgica (per le ragazze magari
intruppandole con le novizie).
Queste cose sono importanti per tutti anche per quelli che non fanno la leva; quelli che
vengono in Casa vanno aiutati, seguiti, studiati prima ancora di essere «utilizzati»".
12 ART. 4 DELLO STATUTO
"Le Carmelitane Minori della Carità sono responsabili del clima famigliare che deve
animare la Casa della Carità nel discernimento e nell'accoglienza, nella valorizzazione e
armonizzazione dei doni che ognuno ha ricevuto dal Signore. A questo scopo sono
chiamate in particolare ad aiutare, moralmente e spiritualmente, tutti coloro che
provvidenzialmente avvicinano, affinché ciascuno scopra, approfondisca e custodisca
fedelmente la particolare vocazione ricevuta".
13 DALLA COSTITUZIONE PASTORALE "GAUDIUM ET SPES" DEL CONCILIO
VATICANO II (n. 1)
"Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri
soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le
angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel
loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel
Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre,
ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti. Perciò la comunità dei
cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua
storia".
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La presenza degli ausiliari più anziani è insostituibile per accompagnare i nuovi arrivati:
per questi essi sono i modelli che riconoscono più vicini alle loro problematiche e quindi
sono più in grado di offrire delle risposte.
Se in alcune Case manca l'aiuto che può venire dagli ausiliari più anziani è importante
sostenerle con il contributo delle Case e delle suore vicine. Ognuno metta a servizio degli
altri il dono ricevuto per l'edificazione della Famiglia e per la sua diffusione. 4
Col procedere del cammino della Famiglia prendiamo sempre più coscienza del ruolo
importante degli ausiliari e della necessità di sostenerli con un iter formativo più attento a
rispondere alle loro esigenze. Per questo è auspicabile un confronto frequente fra noi
suore su questo argomento per crescere nella consapevolezza che a noi compete
accompagnarli e farci carico del loro cammino. 5
1
1
DALL'ESORTAZIONE POST SINODALE "CHRISTIFIDELES LAICI" DI
GIOVANNI PAOLO II (n. 63)
14
"Nell'opera formativa alcune convinzioni si rivelano particolarmente necessarie e feconde. La
convinzione, anzitutto, che non si dà formazione vera ed efficace se ciascuno non si assume e non sviluppa
da se stesso la responsabilità della formazione: questa, infatti, si configura essenzialmente come
«autoformazione».
La convinzione, inoltre, che ognuno di noi è il termine e insieme il principio della formazione: più veniamo
formati e più sentiamo l'esigenza di proseguire e approfondire tale formazione, come pure più veniamo
formati e più ci rendiamo capaci di formare gli altri.
Di singolare importanza è la coscienza che l'opera formativa, mentre ricorre con
intelligenza ai mezzi e ai metodi delle scienze umane, è tanto più efficace quanto più è
disponibile alla azione di Dio: solo il tralcio che non teme di lasciarsi potare dal vignaiolo
produce più frutto per sè e per gli altri".
115 DAI DISCORSI DI DON MARIO, S. GIROLAMO 4-6-1985
"I 12 articoli voi non li vivete e non li fate vivere e non li insegnate! In Casa nostra si usa così, si
mangia così, si lava così... e si prega così! Bisogna partire dal basso: se voi fate le matriarchesse e guai a
chi viene in Casa, allora non viene nessuno! [...]
Se viene della gente e non sappiamo cosa fargli fare, vuol dire che non siamo abituati a
pensare agli altri. E’ più difficile insegnare agli altri che fare da soli!".
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APPENDICE
Pag.
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OMELIA DEL VESCOVO MONS.
PAOLO GIBERTINI
CELEBRAZIONE PER IL CAPITOLO DELLE
CARMELITANE MINORI
DELLA CARITA’
15 NOVEMBRE 1996
BASILICA DELLA BEATA VERGINE DELLA GHIARA
1- Sono qui per voi carissime figliuole, Sorelle Carmelitane Minori, come vostro
Vescovo che celebra e parla. Ma, aggiungo: la sua parola è di un monaco, già priore e
abate, esperto nell'arte di partecipare a Capitoli conventuali, provinciali, generali e anche
presidenziali, preside della Confederazione. Quindi quanto vi dirò è frutto di esperienza.
Dopo la scomparsa fisica del venerato vostro Padre e Fondatore Don Mario (sempre però
presente per la comunione dei Santi), questo Capitolo Generale (primo nella vostra
storia), assume, nelle vostre Comunità, grande importanza:
- per la vostra Congregazione di Carmelitane Minori della Carità,
- per la vostra personale crescita nella assimilazione della spiritualità del vostro Istituto,
- per le Case di Carità,
- per la Chiesa particolare in cui siete inserite ed operate.
2- A distanza di 10 anni dall'ingresso di Don Mario nella eternità, questo Capitolo
Generale pone fine al tempo della "orfanità" e rende l'Istituto (maggiorenne),
responsabile, attraverso i suoi organi direttivi, delle proprie scelte operative, tenendo
presenti le linee di fondo tracciate dal Fondatore per le Case della Carità.
Il Capitolo Generale è segno di età adulta della Congregazione. E', infatti, espressione
della partecipazione, della sollecitudine di tutti i suoi membri per il bene della comunità.
E' massima autorità interna, straordinaria, della Congregazione, strumento di riflessione,
di decisione, esercitato in forma collegiale temporanea:
corresponsabilità
complementarietà
condivisione
sono le tre note dominanti di esso.
Quindi, suo compito fondamentale è di dirigere concretamente la Congregazione al
compimento della sua missione, mantenendola fedele al carisma del Fondatore.
3- Nelle letture di oggi troviamo quale sia il vostro carisma, esposto ampiamente
nell'"istrumentum laboris" del Capitolo, da voi preparato.
Distacco dal mondo per stare con Dio.
Vita di servizio ai poveri.
a) Abbandono del mondo.
Nel Vangelo odierno sia Lot che Noé sono un modello di questa maturità spirituale,
comunitaria.
Lot, seguendo la ispirazione di Dio, esce da Sodoma ed abbandona persone e cose, senza
voltarsi indietro, per andare dove Dio lo vuole e si salva dalla pioggia di fuoco e zolfo dal
Cielo.
Ogni vocazione religiosa è liberazione dai tentacoli del mondo che irretisce anche la
vostra di Carmelitane Minori della Carità!
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Prima si esce dal mondo poi gradualmente si entra in intimità con Dio.
b) Case di Carità (vita di famiglia).
Quell'arca di Noé, dove Dio fece entrare ogni sorta di animali per salvarli dal diluvio, é
forse anche per voi (come lo è per me) una immagine delle vostre umili Case di Carità,
dove c'è posto per quelli che solo ivi possono trovare salvezza, cura, amore che nel
mondo, alluvionato dalle correnti dell'egoismo ed efficientismo non avrebbero?
c) Case di fraternità.
La seconda lettera di Giovanni, indirizzata ad una comunità cristiana (chiamata signora)
è una messa in guardia contro i pericoli della vita in comune e una calda esortazione (alle
figlie della signora della Congregazione delle Carmelitane Minori) ad essere fedeli alla
vera dottrina (carisma di Don Mario), praticando l'amore fraterno, comandamento dato
dal Salvatore.
L'insistenza nel rimanere nella fedeltà della vostra spiritualità e del camminare
(progredire), amandoci gli uni gli altri, è garanzia di possedere il Padre e il Figlio.
Tre sono i tempi di ogni Capitolo Generale:
preparazione, celebrazione, attuazione.
4- Preparazione
Mi compiaccio del vostro accurato impegno nel preparare le schede di lavoro,
attingendo alla Parola di Dio, alla fonte degli scritti e discorsi di Don Mario e ai maestri
della spiritualità carmelitana.
Mi congratulo ed elogio le consorelle che o personalmente o in gruppo, spinte da vivo
senso di amore alla causa dell'Istituto, con fantasia e creatività, hanno dato il loro
contributo. Sono al corrente della mobilitazione in tutte le Case di Carità, per arruolare
con le Suore, gli ospiti, ausiliari e sposi a formare un esercito di oranti e sofferenti per il
buon esito di questo Capitolo.
5- Celebrazione
E' di buon auspicio il tempo della celebrazione.
Anno Mariano in onore della Madonna della Ghiara, da cui, come Marchino il
sordomuto guarito, viene quale dono dello Spirito Santo, la grazia del saper ascoltare, e
del parlare con saggezza.
Anno Teresiano centenario della morte di S. Teresa del Bambino Gesù, modello
di vita comunitaria nella semplicità, pazienza, ed umiltà.
Il Capitolo, essendo nella Chiesa continuazione della effusione dello Spirito Santo nel
Cenacolo, esige la profonda, intima convinzione che protagonista è lo Spirito di verità e
di unità. "Sarò con voi" (Giovanni), "Sarò in voi" (Giovanni).
a) Quindi:
Conversione
- Sentirsi strumenti docili dello Spirito Santo.
- Porsi con Maria in umile e fiducioso ascolto del Signore, disponibili agli impulsi dello
Spirito Santo, il solo che fa "nuove tutte le cose".
- Mettersi in umile ascolto di tutte le Sorelle, senza presumere di avere il monopolio
della verità. La verità non esce mai da una sola testa, ma tanti raggi di luce danno il faro
luminoso, purché dallo Spirito sappiano farsi unire.
- Nutrire stima e rispetto di tutte le consorelle, accogliendole e valutando quanto da
loro viene detto, sapendo (dal libro di Daniele) che come nell'episodio di Susanna, il
giovane Daniele ha giudicato i vecchioni, Dio si rivela ai semplici. Anche S. Benedetto
ricorda questo intervento di Dio.
- Indispensabile il dialogo moderato, equilibrato.
Pag.
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b) Guardare a Cristo
- Per far sì che ogni membro della Congregazione e tutta la Famiglia, sempre più rifletta
il volto, la persona di Cristo, nel suo mistero pasquale, specialmente nell'aspetto
crocifiggente.
- E allora come Maria saper parlare (smarrimento di Gesù al Tempio, Cana ...), come
frutto di fantasia, di intelligenza, di amore ai poveri, ma con franchezza, senza timore,
senza aggressività.
- Trattandosi di elezioni, puntare su chi secondo l'opinione personale, può maggiormente
aiutare alla configurazione a Cristo.
c) Guardare al mondo
Cogliere nel mondo che si evolve a danno dei poveri, i segni dei tempi che richiedono
una continua risposta a nuove situazioni entro l'ambito del vostro carisma, e nello stile
della vostra spiritualità.
Forte tentazione oggi, lasciarsi travolgere dall'attività, posponendo al primato di Dio il
molto da fare. Mi pare che Don Mario abbia difeso i diritti del Signore, dei fedeli che
l'hanno conosciuto.
Non sarà in prima fila, ma sarà come Mosé sul monte che prega.
Quindi a chi succederà, come Madre Generale e al consiglio, sono sicuro che nello spirito
di questo Capitolo, presterete la obbedienza non solo esterna (azioni), ma anche di cuore.
DOPO
All'interno di Casa.
So che la Carissima Suor Maria, per motivi non solo di salute, ma anche di grande
umiltà, diventerà dimissionaria, mi ha chiesto di acconsentire a questa sua domanda.
L'ho fatto a malincuore. A Lei va tutta la gratitudine vostra, della Diocesi, di tutte le Case
della Carità.
6- Accoglierete come iniziativa che obbliga quanto verrà disposto, anche se dovesse
imporre sofferenze.
7- All'esterno di Casa.
Il vostro Capitolo è un fatto ecclesiale, perché dei suoi frutti beneficierà la Chiesa
nella quale siete inserite e nella quale crescete come figlie di Dio (sacramenti) e come
consacrate.
Con il rinnovamento interiore di un Istituto operato in profondità, con audacia dallo
Spirito, si arricchisce la Comunità ecclesiale.
Se un'anima che si eleva, eleva tutti, quanto più vero sarà se una comunità intera migliora
in intensità e fervore il suo appartenere a Cristo e il servizio dei poveri.
La santità di Teresa di Lisieux che tanto bene ha portato alla Chiesa, vi insegna ad
assimilare la sua spiritualità e amore per le anime.
Oso affermare per la intima comunione con tutte le realtà ecclesiali che ogni Capitolo di
Istituto dovrebbe essere una nuova epifania di Dio nella sua Chiesa, e una più penetrante
incarnazione del Verbo nelle anime.
Concludo
La Eucaristia che stiamo per celebrare nella quale preghiamo per Don Mario, tutte le
Suore che vi hanno preceduto, per Suor Maria, perché riabbia salute e tante grazie.
La Madonna della Ghiara, modello perfetto della vita consacrata, vi ottenga luce, grazie
spirituali, serenità e gioia durante tutto il vostro Capitolo, e che poi possiate attuarlo nella
vita di ciascuna.
Pag.
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TRACCIA DEL DISCORSO DI PADRE GUGLIELMO SGHEDONI
ALL'APERTURA DEL CAPITOLO
DELLE CARMELITANE MINORI
DELLA CARITÁ
VENERDI 15-11-1996
BASILICA DELLA BEATA VERGINE DELLA GHIARA
1 - Il Capitolo Generale è il supremo organismo legislativo dell'Istituto, riconosciuto
dalla Chiesa locale con la approvazione delle Costituzioni e dello Statuto.
Esso impegna lo Spirito Santo, fonte di ogni sapienza, e la Vergine SS., Sua primaria
collaboratrice e vostra Patrona principale, ad esserne forza ispiratrice e garante per
quanto dovrete formulare per il bene e il progresso dell'Istituto.
a) Il Capitolo (Cfr. Card. Pironio): è un evento di Chiesa: dalla vostra crescita e dal
vostro rinnovamento dipende un nuovo arricchimento ed una nuova spinta per la Chiesa
locale da cui siete state generate e per la quale lo Spirito Santo vi ha poste a dare la vostra
ricchezza di vita e la vostra testimonianza di carità.
b) Il Capitolo: è una tappa storica nel cammino carismatico del vostro Istituto; in esso
dovrete compiere quella verifica, e quella rettifica che risulterà necessaria per la vostra
vita e per le vostre norme, onde assicurare un più accelerato cammino di tutte verso una
più intensa comunione d'Amore con Dio e con i fratelli.
c) Il Capitolo è un singolare momento di grazia per tutte le Suore capitolari e non
capitolari: è uno degli elementi di santificazione che Dio ha programmato dall'eternità per
voi per segnare il cammino sul quale intende condurvi dall'eternità.
Il Capitolo deve essere la sagra e la corsa a cronometro della fraternità. Sono qui
spiritualmente uniti a voi, Don Mario, e tutti i Fratelli e le Sorelle che vi hanno preceduto
nell'eternità: vi supplicano di continuare e perfezionare il carisma e la Missione della
Congregazione Mariana nella Chiesa.
- Non può essere nè sciupato, nè vanificato questo straordinario incontro: lo Spirito Santo
opera per la comunione e la più intima unione tra di voi e con i fratelli più bisognosi.
- Chi opera contro l'unità e la comunione, con divisioni, contrasti, opposizioni, critiche e
mormorazioni, opera contro lo Spirito Santo.
- Lo Spirito Santo vi invita ad operare in sintonia con Lui per il bene di tutti.
2 - I Carismi sono grazie e doni soprannaturali, effusi dallo Spirito Santo attraverso i
sacramenti del Battesimo e della Cresima. Essi costituiscono il codice genetico spirituale,
nel quale è già iscritto l'itinerario personale di salvezza di ogni cristiano. Nessuno può
vanificare il progetto di Dio su di lui.
= Efesini 4,7: "A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura del dono di
Cristo".
4,11-13: "E' Lui che ha stabilito alcuni come Apostoli, altri come profeti, altri come
evangelisti, altri come Pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il
Ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finchè arriviamo tutti alla unità della fede
Pag.
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e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che
conviene alla piena maturità di Cristo".
4,15-16: "Vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso
di Lui, che è il Capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso,
mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l'energia propria di ogni membro,
riceve forza per crescere in modo da edificare sè stesso nella carità".
= Lumen Gentiun, n. 12: "Dio - distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a Lui (1Cor 12,11), dispensa tra i fedeli di ogni ordine, grazie speciali (=carismi), con le quali li
rende adatti e pronti ad assumersi incarichi ed uffici utili al rinnovamento e alla maggiore
espansione della Chiesa. - A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perchè torni a
comune vantaggio. -" (1Cor 12,7).
= 1Pietro, 4,10: "Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli
altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio".
- Che uso abbiamo fatto fino ad oggi dei doni di Dio? Il Capitolo offre occasioni di
mettere i vostri doni al servizio di Dio, delle vostre Sorelle e dei poveri.
3 - Carisma del Fondatore: è l'insieme dei doni soprannaturali dati da Dio ad un
battezzato, perché in lui si renda stabilmente manifesto nella Chiesa qualche aspetto della
santità della Persona e del Vangelo di Cristo, a stimolo e conforto di tutti i seguaci di Lui.
Al Fondatore è concessa una lettura e una comprensione carismatica di Cristo e
del suo Vangelo, affinché Egli ne renda partecipi coloro, nell'animo dei quali, Dio ha
posto una correlativa e armonica consonanza spirituale (la vocazione).
Il Fondatore ha quindi una sua personale testimonianza e una sua propria
spiritualità che lo caratterizza nella Chiesa. Il Carisma del Fondatore è quindi singolare e
irripetibile e perciò irriproducibile (solo parzialmente imitabile). (La imitazione dei Santi
è un tema da rivedere: ogni battezzato, con i suoi carismi, è un caso irripetibile della
grazia; con la sua grazia e con i suoi carismi Egli deve realizzare una sua propria
particolare santità).
Il carisma e la spiritualità del Fondatore (che Dio per vie misteriose prepara alla
sua missione nella Chiesa), vanno colti e ricostruiti dagli effetti prodotti e dalle azioni e
opere manifestate nel suo ambiente ecclesiale; dai suoi scritti, dalle testimonianze di
quanti sono convissuti con lui; dalle Biografie, e dalle "sane tradizioni" conservate
dall'Istituto, cioè derivate e ispirate dalla persona stessa del Fondatore; come pure dalle
fonti da cui il Fondatore ha ricavato la sua spiritualità: Santi Padri, Carmelo, Opere di S.
Teresa e di S. Giovanni della Croce ...
Non tutto ciò che il Fondatore ha detto e fatto ha valore carismatico. Non tutto
infatti nella sua vita ha avuto origine dallo Spirito Santo: neppure nella vita dei Santi!
Lumen Gentium n. 12: "Il giudizio sulla genuinità e sull'uso ordinato dei carismi
appartiene a coloro che detengono l'autorità nella Chiesa; ad essi spetta soprattutto di non
estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono" (Cfr. 1Tess 5,12 e
19-21) (la Chiesa usa questo suo discernimento specialmente nei processi di
canonizzazione).
4 - Il Carisma dell'Istituto: è la particolare spiritualità che dal Fondatore, e dai suoi
Pag.
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primi collaboratori, è stata trasmessa a quanti si sono sentiti chiamati a seguire Cristo su
questo particolare sentiero di luce. Essa viene trasmessa alle varie generazioni dei
chiamati, attraverso la memoria viva che resta del Fondatore nell'Istituto, attraverso i suoi
scritti, e particolarmente attraverso Regole, Costituzioni o Statuti da lui redatti, e
approvati dalla Autorità Ecclesiastica competente.
Il Carisma delle Carmelitane Minori, mi sembra già indicato a grandi linee, negli
articoli 1-5 delle Costituzioni del 1987; ma in modo più abbondante ed esplicito nel
volume -Il Carretto- (-Storia delle Carmelitane Minori della Carità-) I parte, cap. IV Basi di spiritualità - pag. 115-141, 1996.
La Chiesa è custode, interprete e garante dei carismi che vengono dati a lei e a
tutti i suoi Figli, soprattutto ai consacrati.
- Lumen Gentium n. 45: "Essa seguendo docilmente gli impulsi dello Spirito Santo,
accoglie le regole proposte da uomini e donne esimi, e dopo averle messe a punto più
perfettamente, dà loro una approvazione autentica; con la sua autorità vigile e protettrice
viene pure in aiuto agli Istituti, dovunque eretti per l'edificazione del Corpo di Cristo,
perché abbiano a crescere e fiorire secondo lo spirito dei Fondatori".
- Mutuae relationes (1978) Parte III, n. 11: "Il carisma dei Fondatori si rivela come una
esperienza dello Spirito, trasmessa ai propri discepoli per essere da questi vissuta,
custodita, approfondita e costantemente sviluppata in sintonia con il Corpo di Cristo (la
Chiesa) in perenne crescita".
- Paolo VI: - Evangelica Testificatio - Carisma dei Fondatori -, n. 11: "Il Concilio insiste
sull'obbligo, per i Religiosi e le Religiose, di essere fedeli allo spirito dei loro Fondatori,
alle loro intenzioni evangeliche e all'esempio della loro santità". Memori che il carisma
del Fondatore rimane fisso nella storia della Chiesa; mentre il carisma dell'Istituto deve
camminare e crescere con la Chiesa stessa!
5 - Il dono del discernimento. E' il dono dello Spirito Santo che dà la possibilità di
discernere, valutare, distinguere e giudicare, se pensieri, azioni e atteggiamenti nostri o di
altri a noi affidati, derivano dallo Spirito di Dio, dal demonio o dallo spirito e dai
sentimenti umani.
La Chiesa quindi può discernere, giudicare, valutare e correggere tutto quanto
riguarda l'attuazione pratica nella Chiesa, tanto del carisma del Fondatore, quanto quello
di ogni Istituto.
Gli Istituti Religiosi nascono nella Chiesa e dalla Chiesa, e vivono nella Chiesa e
per la Chiesa: Dio li affida alla cura materna della Chiesa. I Religiosi dei vari Istituti,
sono ritenuti, da parte della Autorità della Chiesa, esperti del carisma del Fondatore, e
partecipi e quindi capaci di discernere il carisma dell'Istituto.
Il -Motu proprio di Paolo VI- Ecclesiae sanctae (1966), attribuisce ai Capitoli dei
vari Istituti Religiosi, il compito di ridefinire il carisma dell'Istituto, in vista del
rinnovamento della vita religiosa, voluto dal Concilio Vaticano II e sempre salva la
definitiva approvazione dell'autorità della Chiesa (Parte II, -Norme per l'attuazione del
decreto 'Perfectae caritatis', parte I, nn. 16-19, pag. 40-41) Cfr. 16, § 3: - Gli Istituti
cerchino di approfondire la conoscenza genuina del loro spirito primitivo, affinché,
conservandolo fedelmente negli adattamenti da portare, la vita religiosa venga purificata
da elementi estranei e liberata da quelli superati. Pag.
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Ne consegue che, uno o più religiosi di un altro Istituto, possono aiutare altri
Istituti nella applicazione delle tecniche del Capitolo e del rinnovamento conciliare, ma
non possono essere autentici interpreti di un carisma (del Fondatore e dell'Istituto) di cui
non sono partecipi.
Pag.
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INDICE
PREAMBOLO ………………………………………………………..…….. Pag.
2
INTRODUZIONE AL DOCUMENTO
CAPITOLARE ………………………………………………………………. Pag.
3
VITA DI CONSACRAZIONE:
Seconda Circolare alle Case della Carità
18 Dicembre 1968 (don Mario Prandi) ……………………………………… Pag.
8
Introduzione ………………………………………………………….……….. Pag.
10
Sacralità - Culto - Spirito Carmelitano .............................................................. Pag.
11
Mensa della Parola di Dio .................................................................................. Pag.
22
Minorità ……………………………………………………………………….. Pag.
30
TESTIMONIANZA:
Alcuni appunti per preparare il Capitolo
Tananarive 9 luglio 1972 (don Mario Prandi) ………………………………... Pag.
39
Vita fraterna ……………………………………………………………………Pag.
42
Povertà ………………………………………………………………………
Pag.
51
Mensa dei Poveri
Rapporto con le nuove povertà ……………………………………………….. Pag.
58
Formazione …………………………………………………………………….Pag.
Formazione delle suore ……………………………………………………….. Pag.
Formazione degli ausiliari …………………………………………………….. Pag.
61
62
63
APPENDICE:
Omelia del Vescovo Mons. Paolo Gibertini
all'apertura del Capitolo ………………………………………………………. Pag.
71
Traccia del discorso di Padre Guglielmo
Sghedoni all'apertura del Capitolo ……………………………………………. Pag.
74
Pag.
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A CURA DELLA CONGREGAZIONE MARIANA
DELLE CASE DELLA CARITÁ
STAMPATO IN PROPRIO PRESSO
"LA MACCHIACCIA"
PRO MANUSCRIPTO
Pag.
79 di 79
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CAPITOLO DELLE CARMELITANE MINORI DELLA CARITA` 1996