LUCE ARCHITETTO DELL’OMBRA Luce architetto dell’ombra “Ho bisogno della mia oscurità”, Eugenio Montale. “Ma lo sai che nei grandi spazi interstellari la luce viaggia al buio?- diceva Malerba, Fantasmi romani Nel vuoto la luce scompare mentre il suo viaggio continua velocissimo. Diventa luce solo quando incontra un corpo solido, un pianeta o un asteroide. Le grandi distanze dell’universo si misurano in anni-luce ma in realtà si potrebbero chiamare anni-buio. Insomma nei grandi spazi vuoti dell’universo c’è solo il buio profondo, che resta buio anche quando è attraversato dalla luce”. La materia prima dell’universo non è la luce, ma l’oscurità, è l’immagine di un sole nero dal quale s’irradia la notte. Talvolta, ancora oggi, alcuni fenomeni astronomici ce lo ricordano, come l’eclissi che manifesta uno stato di sopravvivenza della luce, un fuoco che resta strisciante, nascosto, latente. La luce è stata oscurata, domata; di lei c’è ancora un “resto”, come un fuoco che, nelle ceneri, permanga in attesa. Analogamente il buio, non è mai del tutto sconfitto. Costantemente, fatalmente, ostinatamente circonda la luce. L’assedia da ogni dove. Dentro il buio, l’individuo si scava la sua nicchia di luce. Illumina la zona che lo interessa, ma resta circondato da un “alone” di tenebra. Lentamente la conquista della notte da parte della luce artificiale ha creato una sorta di inquinamento che talvolta ci rende invisibili le stelle. Il progresso tecnologico, infatti, ha inventato il giorno infinito. È stata una battaglia lunga contro la tenebra che prima era appena scalfita dalla fiamma del fuoco o dalla luce esigua di una candela, che, tremolando, rendevano più suggestiva e terribile la tenebra circostante. Molte lampade contemporanee realizzano un tipo di luce capace di suggestionare altri sensi oltre la vista: una luce che fa sentire, ad esempio, l’umidità dell’aria, la freschezza dell’acqua, il tepore della fiamma, il moto del vento. Ma soprattutto mettono in scena il misterioso e affascinante slittamento di ruoli tra luce e tenebre. Molte lampade cercano, infatti, di produrre una luce che lasci da parte la sua vocazione strettamente funzionale, quella di illuminare, per raccontare invece la genesi del suo “venire alla luce”, e dunque la sua relazione con l’ombra: dal momento in cui emerge, a fatica, dal buio, o invece, in questo, si dissolve. Parlano di una luce che a fatica si fa strada 2 attraverso il buio, una luce che vagamente brilla attraverso i suoi interstizi, o che dissemina di macchie luminose e chiare uno spazio votato al nero. Questo raggio d’azione della luce può essere in vario modo “ritagliato”. Di qui il problema dei contorni dell’ombra e del modo in cui la luce la segmenta, dona una diversa definizione alla sua forma . Luce, dunque, architetto dell’ombra. La ricerca “Luce architetto dell’ombra” da parte degli studenti della specialistica di Design del Prodotto ha prodotto, come risultato finale non solo la qui presente pubblicazione on line che ha selezionato i contributi più pertinenti riguardo a questo tema, ma anche l’installazione Eclisse sotto la direzione dell’architetto Alberto Pasetti, fatta in occasione delle Notti Bianche dello IUAV, per Art Night, Venezia, Giugno 2011. Questa installazione appare in apertura al video che accompagna la qui presente pubblicazione che focalizza la realizzazione, da parte dei designer, sia di lampade pensate come fragile sospensione tra stati di sparizione e/o apparizione della luce in relazione all’ombra, sia di lampade che, attraverso dispositivi di riflessione, rifrazione e diffrazione, producono complesse morfologie di ombre sulle superfici dello spazio che le avvolgono, trasformandolo in veri e propri paesaggi immaginari. Qui di seguito alcuni temi trattai nel corso di Semiotica degli artefatti: Funzione e funzionalità della luce; Ma la luce non serve solo a illuminare; Luce e miti dell’origine; Luce nera; New space light modulators; Con la luce uno spazio “altro”; Night city; Illuminazione site specific; Poetica dell’ombra pittura della luce; Polimorfismo della luce; Costruire mondi: che paesaggio è mai questo? Divenir materia della luce/ divenir luce della materia; Tattilità della luce; Dimensione senso- motoria della luce; Quando la lampada è scultura; Charme del vedere in negativo; Il tempo della luce; “La mia lampada”. Ombre dunque come viste dagli occhi di un bambino o da quelli di un artista adulto che sa tuttavia rimembrare l’inquietante estraneità di quelle cose scure, mai situabili, sempre a mezza via tra un’esistenza e un’insistenza. Patrizia Magli 3 La Luce nera di Giorgio Dall’Osso Eclisse - Vico Magistretti La lampada di Magistretti disegna, con il suo corpo formato da tre parti di sfera, la scena di un eclissi di sole. La luce scaturisce dal cuore della lampada e cerca di sfuggire al buio che ricopre sempre di più il centro all’avanzare dell’eclissi. É qui che nasce la luce nera, una scena oscurata che mantiene un chiarore. La luce diventa contorno alla sorgente e ne ingentilisce i contorni. Il cuore nero della lampada è un attimo, un momento della luce, una tangenza tra due mondi, la luce e il buio. Investigare il tema della “luce nera” pone problemi perché, già nella sua enunciazione poetica, il nome, sotto forma di ossimoro, comporta una difficoltà di concretizzazione. Il tema della luce nera punta su un momento particolare, quando il centro della sorgente luminosa diventa il luogo più scuro della scena. Si tratta dunque di scandagliare il significato profondo di questo “momento della luce”. La fonte luminosa, che irradia l’ambiente circostante come un cuore con le sue arterie, cambia aspetto, diventa un cuore nero che nonostante l’aspetto oscuro continua a portare in sé un’energia irradiante. La luce nera è dunque una scena oscurata che mantiene un proprio chiarore; un attimo in cui si verifica la tangenza tra i mondi della luce e dell’ombra; un nero che ingloba la luce e ne è inglobato a sua volta; uno scambio tra opposti che genera, per un momento, una nuova fase della luce. 4 Nel suo essere momento, la luce nera è incerta e sublime. Parlando di luce nera è doveroso citare le sue due concretizzazioni più rappresentative, una nel mondo naturale, l’eclissi, l’altra in quello artificiale, la lampadina nera. La prima nata dall’allineamento di pianeti, la seconda, artificio dell’uomo usato nel mondo professionale. Per Lampada di Wood o luce nera si intende una sorgente luminosa che emette radiazioni elettromagnetiche prevalentemente nella gamma degli ultravioletti e in misura trascurabile nel campo della luce visibile. Una luce di Wood può essere realizzata con gli stessi processi di una lampada fluorescente in cui però il vetro chiaro della lampada viene sostituito da un vetro scuro blu o viola, detto vetro di Wood, la cui colorazione si ottiene con l’impiego di ossido di nichel. Una lampada così realizzata ha la caratteristica di bloccare le componenti della luce con lunghezza superiore ai 400 nanometri. Una lampada di Wood produce luce non direttamente visibile dall’occhio umano. Possibili applicazioni di queste proprietà si hanno nella lotta alla falsificazione delle banconote, nella ricerca di fessure in strutture metalliche, nella individuazione di macchie da liquidi organici non visibili ad occhio nudo. In medicina sono usate per evidenziare alcune infezioni da funghi e diverse altre malattie a carico della pelle, in paleografia per identificare simboli o lettere altrimenti illeggibili ad occhio nudo su pergamene o papiri, in restauro per individuare la presenza di vari colori. Nei luoghi di divertimento le lampade di Wood sono ampiamente usate per creare effetti di fluorescenza su vestiti, occhi e denti. L’eclissi, o eclisse, è un evento astronomico che av- 5 viene quando un corpo celeste, come un pianeta o un satellite, si colloca tra una sorgente di luce (ad esempio il Sole) e un altro corpo: in altre parole, il secondo corpo entra nel cono d’ombra del primo. La parola “eclissi” deriva dal greco: ἔκ (ek), preposizione che significa “da” (moto da luogo), e λείπειν, (leipein), che significa “allontanarsi” ovvero “nascondersi”, “rendersi invisibile”. Il termine è un sostantivo che può essere indifferentemente di genere maschile o femminile. Le eclissi possono essere divise in quattro categorie a seconda che il corpo oscurato lo sia in tutto o in parte: eclissi totale, quando il corpo è completamente oscurato; eclissi parziale, quando il corpo è solo parzialmente oscurato; eclissi anulare, quando il corpo è più grande dell’occultatore e quindi non viene oscurato del tutto, ma ne rimane solamente un cerchio luminoso; eclissi ibrida, quando la grandezza del corpo è simile a quella dell’occultatore e, per un gioco di distanze, in alcune zone si osserva un’eclissi totale, in altre un’eclissi anulare. 6 È il 1965 quando Vico Magistretti progetta per l’Artemide la lampada Eclisse che verrà prodotta dalla stessa casa nel 1967. Sulla lampada, Magistretti afferma di essersi ispirato alle antiche lampade dei ladri e dei minatori dette “lanterne cieche”: “[...] guardando una cosa che non era mai servita per leggere di notte, ma per rubare, come la lampada dei ladri, quella lanterna cieca, ha fatto venir fuori un’altra lampada che era l’‘eclissi’ insomma [...]” Lo stesso anno della produzione la lampada vince il prestigioso premio di design “compasso d’oro” e il Museum of Modern Art di New York (MOMA) la annovera nella sua collezione di oggetti di design. La lampada Eclisse è costituita da due parti di sfere (A e C) e da una semisfera (B). Le due parti di sfere costituiscono la parte superiore della lampada, sono concentriche e un perno permette a quella più piccola (C) di girare all’interno dell’altra (A) che è invece ancorata all’asse verticale. Le due parti di sfera inglobano al loro interno una lampadina di forma sferica ed il supporto cilindrico della stessa. La parte di sfera esterna (A) è idealmente tangente alla semisfera (B) sottostante che funge da base della lampada. Al di sotto della semisfera, un cilindro di minima altezza e di diametro di poco inferiore a quello della sfera, fa appoggiare la lampada al piano. Nella calotta inferiore delle due parti di sfere (A e C) è inserita una ghiera di plastica di spessore minimo. La lampada è di dimensioni piuttosto ridotte e presenta un buon rapporto tra le parti, infatti, analizzandola, si scopre che le dimensioni sono state ricavate tramite uno studio della forma basato sul rapporto aureo. La lampada in generale presenta una simmetria totale rispetto all’asse verticale ed orizzontale. Quando la parte di sfera mobile (C) è rivolta con l’incavo verso l’esterno la lampada, sul piano frontale, risulta perfettamente simmetrica mentre sul piano laterale il taglio delle sfere superiori rompe la simmetria. Sotto molti aspetti la forma della lampada sottolinea quello che già il nome della stessa aveva palesato, l’eclisse. In particolare la rotazione della sfera interna, più piccola rispetto a quella che l’avvolge, richiama il ruotare delle orbite dei pianeti così come le forme tonde imitano l’ideale dei corpi del sistema solare. Infine anche la tangenza tra le due porzioni di sfera (A e B) richiamano simbolicamente quello che è l’eclisse, l’avvicinarsi e, immaginariamente, lo sfiorarsi tra due corpi celesti. 7 Le parti di sfera che costituiscono la lampada sono in alluminio laccato. Le due semisfere tangenti (A e B) sono dello stesso colore ma vengono vendute in tre diversi toni (arancione, bianco, blu) mentre la semisfera girevole interna è di colore bianco in ogni modello. Il pezzo che si interpone tra la base e il piano d’appoggio è in plastica nera come anche la ghiera situata nella calotta inferiore della semisfera A; questo pezzo è dotato di una profonda zigrinatura sulla superficie. L’elemento predominante della lampada è l’alluminio, metallo estratto dalla terra e che va a costruire, nella scenografia della lampada di Magistretti, i pianeti che si muovono. La semisfera ruotante (C) rappresenta il satellite che si interpone tra la fonte luminosa e l’osservatore e, come la luna, è bianca. La luce della lampada Eclisse di Vico Magistretti deriva da una lampadina ad incandescenza, ad essa appartiene perciò un colore caldo, riconducibile al Sole e al focolare. Analogamente a quella solare, nella lampada Eclisse si possono distinguere le seguenti fasi della luce: una fase aperta in cui la sorgente luminosa non è schermata; una fase intermedia e una fase chiusa, quando la lampadina è completamente schermata. i) Nella fase aperta, la luce irradia in parte direttamente dalla fonte luminosa, in parte riflessa dall’interno della semisfera che ruota. In questa fase la luce, liberata dalla fonte, descrive una parabola dai contorni netti sulla base. È la luce diretta del giorno che dal sole oltrepassa lo spazio e giunge a scaldare la terra, solo un emisfero però, così nella lampada solo una parte della base viene illuminata, l’altra rimane al buio. ii) Nella fase intermedia, la luna interseca la sua orbita con quella del sole e della terra, la materia si confonde, si mescola, ma è tutta un’illusione di sovrapposizioni e allineamenti. La luce del sole rimane concentrata in un punto sempre più piccolo che viene divorato lentamente dal buio, mentre un bagliore di luce comincia a circondare la luna. Sulla terra avanza inevitabilmente l’ombra, così come sulla base rimane solamente un piccolo spiraglio di luce. iii) Nella fase chiusa, la luna copre interamente la sagoma del sole. La terra, la base delle lampada, non è più illuminata, la luce non illumina più il mondo ma vuole essere guardata. È il momento dell’eclissi, la luce non nasce più da un cuore di fuoco abbaglian- 8 te, ma da un cuore nero che, nonostante l’aspetto oscuro, continua a portare dentro di sé un’energia irradiante. Nella lampada infatti la luce si riflette tra le due porzioni di sfera che contengono la lampadina, fino a sfuggire dal varco rimasto libero tra le due curvature della materia. Ma non è la stessa luce di prima, è un raggio, più debole, incerto, dolce e meraviglioso. Il valore ludico e “mitico” della luce La lampada Eclisse prevede una forte interazione con l’utente che la possiede. Progettandola Vico Magistretti pensò che la calotta interna poteva essere ruotata, modulando la luce a piacimento. Nella prima fase produttiva la lampada non era dotata della ghiera di plastica zigrinata tra le due calotte superiori. Questa aggiunta venne fatta successivamente per evitare che gli utenti si scottassero le dita maneggiando la lampada accesa che, essendo dotata di luce ad incandescenza, ed essendo fatta in alluminio, raggiungeva temperature piuttosto elevate. È interessante infatti questa interazione “scottante” con l’oggetto, che prima ti invita ad allungare la mano per modulare la luce, poi ti punisce con il calore se non hai preso le dovute precauzioni. Così l’oggetto così l’eclisse. Nella storia dell’uomo l’eclisse è un fenomeno che è sempre stato visto come un momento magico, divino, qualcosa che nella sua comparsa presagiva o seguiva qualcosa di importante. L’uomo, al verificarsi dell’eclissi non può che fermarsi a contemplare, nella paura o nello stupore, questo meraviglioso fenomeno che si verifica nel cielo. Un tempo non sapeva cosa si nascondesse in questo evento e l’aura magica che lo circondava era totale. Ma l’uomo, si sa, è curioso, desidera sapere, vuole plasmare la materia e dominarla, costantemente è soggetto alla tentazione di allungare la mano. Ma la natura, dal canto suo, è incontrollabile, troppo forte per essere dominata dall’uomo, e così questi allunga la mano e si scotta. La lampada segnala dunque il desiderio di carpire l’eclissi contro l’impossibilità di farlo. Il desiderio di mutarne la luce contro l’impossibilità di farlo a mani nude. Questo scottarsi aumenta l’interazione della lampada che deve essere impostata nei primi minuti di accensione prima che scotti o maneggiata con cura nei momenti successivi. È dunque dotata di una forte ambiguità. 9 La lampada Eclisse è un oggetto che sottrae la luce alla sorgente, una lampada radicale che sovverte l’ordine della luce creando un momento sospeso tra la luce e l’ombra. Il progetto è stato in previsione di un utilizzo sopra il comodino e si posizione quindi di fianco al letto dell’utilizzatore. La scenografia che rappresenta è quella del conflitto tra luce e ombra e l’attimo che esprime, quello dell’eclisse. È il momento di tangenza tra i due mondi. Il giorno con la luce e la notte con il buio. La giornata dell’uomo è divisa tra giorno e notte, tra attività e riposo, da un breve momento che è quello dell’andare a letto. Questo momento sancisce il contatto tra giorno e notte così come l’eclisse sancisce il contatto tra la luce e il buio. Eclisse è perciò una lampada che accompagna l’uomo nel momento della giornata in cui si corica, un’azione spesso veloce e insignificante ma che l’oggetto sottolinea e rende misteriosa con la sua immagine di cuore nero. L’Eclisse è il punto di contatto tra l’azione nella luce, e il riposo nell’ombra. Un riposo che nasconde dentro di sé ancora una forte energia, ma un’energia che poco a poco si affievolisce. Alcune illuminanti ambiguità: luci che nel darsi si negano Se mettiamo a confronto Eclisse con altre lampade prodotte da Magistretti, oltre che a scoprire una poetica comune sul tema della luce da parte del designer, potremmo individuare meglio la particolarità di questa lampada. Si prenda l’esempio di Atollo. Si tratta di una lampada da tavolo dalle forme geometriche, progettata da Vico Magistretti e prodotta da Oluce nel 1977. Atollo mostra un attento studio compositivo delle forme, la grande calotta semisferica appare quasi in equilibrio sulla porzione superiore conica della base. Sia il diffusore che la base sono realizzati, nella prima versione, in alluminio verniciato che poi dalla fine degli anni 80 è stato mutato in vetro di murano opalino. Atollo - Vico Magistretti 10 Questa lampada ha vinto il premio Compasso d’Oro nel 1979 ed è tuttora esposta nella collezione del MOMA di New York. Anche questa lampada è suddivisa idealmente in tre parti fondamentali: il cilindro, il cono e la semisfera. La lampada mostra una grande coerenza proporzionale tanto che risulta anch’essa disegnata tenendo come parametro proporzionale il rapporto aureo. Ma, ancora di più, l’Atollo si collega all’Eclisse per il tema della luce nera. La semisfera copre completamente la sorgente luminosa e blocca il flusso di luce concentrandolo solo verso la propria base. Alla luce non resta che sfuggire verso il basso, e dar risalto al cuore nero che l’ha generata, o meglio, costretta, imprigionata. Rispetto all’Eclisse, che proponeva il controllo della luce tramite il movimento della calotta interna, l’Atollo fissa per sempre il momento della luce all’interno del suo cuore nero. Essa rappresenta un attimo congelato nel tempo. L’evoluzione del concetto di luce nera in questa lampada è più maturo e gioca su diversi fronti di significato tra cui l’attimo dell’esplosione nucleare che in un attimo annienta ogni cosa (l’atollo appunto) e si protrae coi suoi effetti distruttivi in un tempo sconfinato. 11 Taikal - Vico Magistretti A distanza di anni Vico Magistretti continua a lavorare sul tema della luce nera. Nella lampada Tikal, disegnata nel 2005 per Fontana Arte, mantiene una certa coerenza geometrica, lasciandolo da parte la divisione in tre volumi, come aveva invece fatto con le altre lampade analizzate. Rispetto all’Atollo, Magistretti riutilizza il fattore di interazione tra uomo e luce nera consentendo una regola¬zione di questa tramite la mano dell’utente come nell’Eclisse. Tikal è una lampada caratterizzata da una forma morbida ed essenziale, la luce è di tipo fluorescente a basso consumo. Queste caratteristiche la rendono luce di cortesia ideale su qualsiasi tipo di comodino. È di alluminio verniciato bianco, blu o grigio. La diffusione della sua luce avviene mediante la rotazione della parte superiore della struttura. Come nelle due lampade precedenti la fonte della luce è completamente celata dietro i volumi opachi, che ne incupiscono il cuore e ne costringono i raggi a fuoriuscire attraverso strette feritoie dove la luce appare come un semplice resto di materia luminosa. Rispetto all’Eclisse cambia la temperatura della luce, che collegava immediatamente all’immagine del sole; la luce di Tikal, invece, è fredda e innaturale, quasi venisse da un altro pianeta. Tikal è il nome di un’antica città Maya, localizzata in Guatemala. In questa città sono numerose piramidi che, secondo le credenze Maya, collegavano l’uomo alle divinità. La lampada Tikal, nella sua forma pressoché conica, richiama questa idea di piramide come elemento di relazione tra l’uomo e il cielo, attraverso l’intermediazione della luce. La ricerca del comprensibile in contrasto con l’incomprensibile, è quello che accomuna l’Eclisse e la Tikal, nonostante siano passibili di diverse interpretazioni; la prima con l’impossibilità di tipo fisico, la seconda con la difficoltà di carpire il significato metafisico. 12 La lampada da tavolo Dalù è un progetto del 1965 di Vico Magistretti per Artemide. Lavorando in modo sapiente sulla modellazione della forma, Magistretti ottiene un unico pezzo in ABS stampato che funge sia da base di appoggio che da calotta semisferica contenente la lampadina che emette luce diretta ma senza abbagliare. A differenza delle altre tre lampade di Magistretti, nella Dalù non si può parlare di luce nera perché la fonte, nonostante sia oscurata in buona parte dalla calotta, è visibile dall’utilizzatore. Ci sono però altre caratteristiche che l’accomunano con la lampada Eclisse, in particolare la scelta della Dalù - Vico Magistretti forma. Anche in questo oggetto il designer sceglie di lavorare con delle parti di sfera, tuttavia inserisce dei raccordi più complessi sfruttando le possibilità che il materiale gli offre. La lampada Eclisse di Vico Magistretti cela dunque nel suo progetto diverse scelte stilistiche e concettuali che addensano questo oggetto di significato. Analizzando la lampada del designer italiano secondo il motivo della “luce nera”, emergono alcune osservazioni conclusive. Innanzitutto, la lampada, nel momento in cui nasconde la fonte di luce, crea una scenografia dove protagonista è il cuore nero della luce. Per cuore nero intendendo quel centro vitale della lampada che emana luce, nonostante questa, contemporaneamente, resti bloccata dentro la lampada. È un centro caldo, che sospende nel tempo il momento di incontro tra la luce e l’ombra. Non è né luce né ombra, è la loro unione e la loro esclusione. L’eclissi, che la lampada rappresenta, è un fenomeno magico, quasi divino e spinge l’uomo alla curiosità; tuttavia l’eclissi è anche un fenomeno naturale incontrollabile e nonostante l’apparenza, nella lampada, il suo calore bruciante è pronto a scottarti. Infine la lampada, posizionata sul comodino, raccorda con dolcezza le due parti della giornata dell’uomo, facendo incontrare per un istante prolungato nel tempo, la luce dell’azione nel giorno e il buio del riposo nella notte. Sitografia www.artemide.com www.oluce.com www.wikipedia.org 13 La luce non serve solo ad illuminare. di Maddalena Rossi La luce non ha solo la funzionalità primaria di illuminare, ma anche di creare atmosfere nuove, ambienti in grado di evocare emozioni nell’osservatore. La luce delle lampade è creatrice, oltre che rivelatrice: là dove si nega o dove si afferma, riconfigura lo spazio in cui s’inscrive. In altre parole, plasma l’ombra. A sua volta, l’ombra completa l’oggetto “generatore di luce”: la lampada non ha significato senza l’ombra; solo il connubio tra luce e ombra dà vita a proiezioni creatrici di nuove “architetture”. L’ombra racconta la luce poiché contiene molte informazioni su di essa, parla del suo viaggio e di tutte le avventure incontrate lungo il suo percorso. Grazie a questa particolare sensibilità da parte di molti designer, oggi le lampade hanno subito una profonda mutazione. La loro evoluzione nel tempo si rivela così radicale che, osservandole, fanno emergere molti interrogartivi. Come funzionano? Che caratteristiche hanno? Quesiti dettati dalla curiosità mista allo stupore di fronte a oggetti di estrema bellezza e la cui funzione di illuminare spesso appare del tutto irrilevante. Perché queste lampade differiscono nel loro utilizzo e funzione? Esse sono in grado di trasformare il nostro stile di vita portando l’utente in un mondo diverso. Sfumare, cancellare, attenuare, arricchire, evidenziare, modificare gli spazi quotidiani cambiandone allo stesso tempo, il modo di vedere le cose una volta calato il sole, è il loro modo di esistere e di far esistere. Ne è un esempio Magdalena, la lampada di Terzani e Bruno Rainaldi. Prima di addentraci nella sua analisi è opportuna una breve precisazione sul significato di luce e di ombra. Luce, si legge sul dizionario, viene dalla radice latina luc e significa “splendere”. La luce è “radiazione elettromagnetica che comprende le lunghezze d’onda infrarosse, visibili, ultraviolette e i raggi x, la cui velocità, costante universale della fisica, si propaga alla velocità di 299. 790 km al secondo. Correntemente forma di energia che è causa di ogni sensazione della vista, prodotta dai raggi del sole o di qualsiasi altra sorgente luminosa”. 1 1 Magdalena - Bruno Rainaldi Gerardo Milani e Mario Pepe, Dizionario di arte e letteratura, Zanichelli, Bologna, 2002, voc. “Ombra”. 14 A sua volta ombra viene dal latino umbra e, dice semopre il dizionario, significa: “Diminuzione della luminosità, dovuta a un corpo opaco posto tra la sorgente di luce e l’oggetto o la zona illuminata. Sagoma scura proiettata da ogni corpo opaco se esposto a una sorgente di luce”2. Basti le due definizioni tratte dal vocabolario per capire quanto le origini di tali termini siano opposte tra loro. Nonostante tale antitesi, luce e ombra sono unite e inseparabili nella lampada Magdalena. L’ombra, in questo caso, più che essere antagonista è compagna della luce. Con le sue infinite proiezioni e sfumature, l’ombra instaura con la luce un dialogo pacato, in cui l’alternanza tra parti illuminate e adombrate crea geometrie chiaroscurali che stimolano nell’osservatore emozioni e percezioni estetiche. Le ombre generate dalla luce di Magdalena sono seducenti, strane, immateriali, prive di consistenza. Crescono e decrescono, scompaiono e ricompaiono. Generate dal dialogo con la luce, sono ombre d’indole non tenebrosa ma serena. Oscurando e mimetizzando parti dello spazio circostante, portano l’osservatore in una zona di pace interiore e di meditazione. Ma vediamone da vicino il meccanismo a cominciare dal nome datole dal suo creatore. Magdalena Perché dunque la nostra lampada si chiama Magdalena? È puramente casuale o già nel nome è prefigurata una sua particolare qualità? “Magdalena, nome etnico, deriva dall’ebraico Magdalenne e significa “donna di Magdala”, Magdala (in Aramaico Magdala, in ebraico Migdal, significa torre) è una piccola cittadina israeliana sulla sponda occidentale del lago di Tiberiade, detto anche di Genezaret. Magdala è citata nel talmud come città dell’antica Palestina. Deve la sua notorietà principalmente per essere indicata come la città di origine di Maria di Magdala. Maria Maddalena, secondo il Nuovo Testamento, attraverso pochi versi, ella viene identificata come la peccatrice, la prostituta che lava e unge i piedi di Gesù. Dopo tale incontro Maria Maddalena si pente e intraprende con egli la via della conversione”.3 Ombra e luce caratterizzano dunque la figura della Maddalena, una donna prima perduta in una vita di peccato e poi ritrovata, dedita alla ricerca della pace interiore; una pace che equilibra il rapporto con il passato e presente, dove l’ombra diventa non tenebra ma riflessione del proprio io interiore. 2 3 Ibidem http://www.significatodeinomi.net ; http://it.wikipedia.org/wiki/Maria_Maddalena 15 La “nostra” Magdalena è una lampada a sospensione progettata nel 2005 dal designer Bruno Rainaldi per l’azienda Terzani di Firenze. E’ realizzata in metallo placcato stagno e si distingue per un gradevole girotondo di tagli effettuati con tecnologia laser 3D che riproducono insoliti effetti circolari visibili quando la lampada viene accesa. Magdalena è stata progettata in due diversi diametri: di 500 mm o 700 mm; la lunghezza massima della sospensione è di 1900 mm. La fonte luminosa necessaria è una lampada ad incandescenza da 300W E27. È caratterizzata da un peso leggero, ed è composta da un globo metallico che permette alla luce sia di filtrare fuori dall’involucro, sia di venirne bloccata all’interno. Questo passaggio luminoso alternativamente bloccato o permesso dalla morfologia strutturale della lampada produce proiezioni di ombre e di luci. Zone illuminate ed adombrate si inscrivono sulle pareti dello spazio circostante, evocatrici della doppia personalità della donna di cui la lampada porta il nome. Magdalena, infatti, è una lampada che fa sentire l’osservatore sospeso in atmosfere che richiamano le sabbie di luoghi medioorientali, all’interno delle quali si perde in meditazioni che lo riportano nella profondità di se stesso. 16 Magdalena e le altre … Per capire quanto questa lampada sia unica nel suo genere, è utile metterla in relazione con altre lampade che si articolano attorno alla stessa tematica, come Andromeda di Ross Lovegrove, (Yamagiwa Lighting) e Allegro, Atelier Oï, Foscarini. Come Magdalena(1) anche Andromeda e Allegro luce ed ombra definiscono gli spazi. Le tre lampade a sospensione, al di là della comune funzionalità, morfologicamente differiscono per diversi aspetti. Ma assolvono questa funzione analoga in modo diverso. Magdalena si sviluppa in verticale come negli altri due casi; nella parte terminale è collocata una sfera, per cui emerge un’espansione in orizzontale uguale in tutti i punti rispetto al centro. In Andromeda, invece, la parte terminale prevede uno sviluppo orizzontale maggiore, risultando un’elisse, una figura molto diversa dalla sfera anche per i significati simbolici che contiene. Allegro mantiene lo sviluppo verticale omogeneamente dall’alto verso il basso, ma nella parte terminale presenta una forma allungata sull’asse orizzontale formando una ruota che spezza la figura rendendola più dinamica. Le linee che descrivono le tre lampade sono dunque profondamente diverse tra loro, nella prima, morbide e tonde terminano in una forma perfetta (la sfera) la cui texture si presenta come un’alternanza parallela tra linee piene e vuote che si inscrive su tutta la superficie del diffusore. Nel secondo caso la forma oblunga dell’oggetto è ripresa anche dai “buchi” superficiali che ne trapassano la figura tridimensionale portandola ad essere un tutt’uno di linee morbide ma virtuose. L’ultimo oggetto presenta sottili e definite linee rette che ne scandiscono la figura in modo ripetitivo. Mentre Magdalena ed Andromeda derivano da una sorta di “netification”, ossia dalla riduzione di massa fisica tramite la perforazione selettiva sulla superficie, Allegro è una lampada che procede dall’addizione di pezzi: tanti tubicini intervallati e incastrati tra loro. La fonte luminosa in tutte e tre le lampade è situata all’interno del diffusore, ma trattandosi di sorgenti diverse necessitano di collocazioni mirate. Magdalena presenta una sorgente nel suo punto centrale, producendo una luce globale ed omogenea in tutti i punti circostanti. Andromeda ha come sorgente dei led, e questi vengono posizionati nella parte interna e inferiore della struttura ellittica; essi, infatti, devono riflettere la loro luce nella parte sovrastante per consentire un’illuminazione diffusa. Allegro invece presenta una sorgente alogena collo- Andromeda - Ross Lovegrove Allegro - Atelier Oï 17 cata nel punto più alto, e risulta una luce più diretta verso il basso. E’ molto importante il posizionamento della fonte luminosa poiché influisce nel determinare l’effetto finale della lampada quando è accesa. Magdalena genera infatti cerchi concentrici di luce ed ombra, come se volessero indicare all’osservatore gli aspetti più conosciuti e più nascosti della nostra esistenza: la nostra intima duplicità fatta di luci e di ombre, appunto. In Andromeda, invece, la luce è catturata all’interno della rete strutturale, dando così vita a una lieve ombra esterna. La luce è riflessa da specchi orientati che ne massimizzare l’emissione distribuendola liberamente nello spazio. Ne consegue che, grazie a queste proiezioni, Andromeda rappresenta una creatura marina, fluttuante nello spazio aperto dell’oceano, o un meteorite cavo e leggero vagante nello spazio infinito, evocando, in questo modo, il senso sia di una natura acquatica sia siderale negli ambienti che abitiamo. Allegro invece, grazie al suo particolare disegno di elementi metallici, consente di ottenere effetti di luce e ombra che tendono a sfumare l’uno nell’altro, creando sensazioni di incorporeità. Tutto ciò avviene tramite il movimento: l’oscillazione fa vibrare gli elementi di alluminio che emettono un suono morbido e magico. Tornando a Magdalena Magdalena è costituita da quattro parti fondamentali: il cavo di sospensione, il cavo per energia, il diffusore, la sorgente luminosa. Magdalena è sospesa al centro della stanza grazie ad un cavo di sospensione di in metallo che si presenta come una retta sottile, perpendicolare all’asse orizzontale, passante per il centro del diffusore e dotata di sezione rotonda. Nel suo tratto finale, il cavo, si dirama in due linee che terminano sulla linea curva del diffusore unendosi ad esso per assolvere il ruolo stabilito di sostenere tutto il peso della lampada. Si appoggia a tratti, su questo primo cavo di sospensione, un secondo cavo, adibito al passaggio della corrente, anch’esso di sezione circolare, e anch’esso procede dall’alto verso il basso. Quest’ultimo si presenta invece come una linea irregolare: una linea ricurva concava e convessa in modo alternato. Il cavo dell’erogazione elettrica s’inserisce all’interno del diffusore sino quasi a metà, dove si unisce alla sorgente luminosa dovendole trasferire energia elettrica. 18 La sorgente luminosa, dotata di forme ricurve e continue, è collocata nel punto centrale del diffusore. Spicca nell’insieme il cavo per la corrente di colore rosso: un colore primario, molto saturo e luminoso, rosso quasi a segnalare il passaggio di corrente, ossia di energia, riconducibile al il fuoco simbolicamente indicato dal colore rosso. Il rosso crea un forte distacco col resto della lampada di colore argenteo del diffusore. Quest’ultimo costituisce la parte terminale della lampada e assolve il programma di modulare la luce quando questa è accesa: si tratta di un globo metallico con tramatura geometrica 2d. Il diffusore è riconducibile alla forma geometrica di una sfera, nel dettaglio sono due semisfere unite. è una sfera leggera sospesa nel vuoto. Questa figura geometrica così carica di significati nella sua perfezione formale, determina in gran parte il valore simbolico della lampada.4 Rudolf Arnheim (1982; tr. it: 85) diceva, a proposito della sfera: “I promotori più radicali della composizione centrica sono le aree racchiuse in forme rotonde come i volumi sferici. Tali strutture sono interamente determinate dal loro fulcro collocato nel mezzo, e su quel fulcro convogliano un predominio non capace di compromessi. La rotondità pura rifiuta ogni relazione con le coordinate eccentriche dello spazio terrestre. Sebbene di per se stessa essa non si diriga in alcuna direzione, incoraggia la mobilità: appartiene a tutti i luoghi e a nessuno. E’ una forma fluttuante, poiché gli oggetti sferici non avendo né angoli né spigoli non puntano verso nessun luogo e non hanno punti deboli” . La sfera è dunque simbolo di leggerezza come lo si nota anche in Magdalena, dove la forma cava che la compone sembra aleggiare sospesa come un corpo astrale volto ad irradiare l’ambiente della sua luce e della sua ombra. Il movimento circolare è perfetto, immutabile, senza inizio né fine né variazione; questo fa sì che esso possa rappresentare il tempo, un tempo come successione continua e invariabile di istanti tutti identici gli uni agli altri, una ciclicità che si rispecchia nella proiezione di ombre concentriche nello spazio. La centricità di tale figura viene però spezzata dalla texture, estesa su tutta la superficie del globo. È una trama di linee orizzontali e verticali che formano tanti 4 “ La sfera (dal lat. Sphaera) è il luogo dei punti dello spazio che da un punto fisso, detto centro, hanno distanza non superiore a un numero dato, detto raggio.. La sfera è il luogo dei punti che in uno spazio hanno distanza costante da un punto dato. Spazio topologico omeomorfo a una sfera.”. Cfr. Nicola Zingarelli, lo Zingarelli: Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli, Bologna, 1995, voc. “Sfera” 19 rettangoli lunghi e stretti, alcuni vuoti, altri pieni. Per questa sua conformazione, il diffusore è l’elemento di intermediazione con la luce che filtra. Il metallo di cui è composto il diffusore è riflettente, lucido, omogeneo; evidenzia la forma dell’oggetto conferendogli maggior luminosità; le ombre infatti, sono rischiarate, come una patina leggera si adagiano sulle pareti. Due sono gli elementi costitutivi più rilevanti di Magdalena: Il diffusore ha il compito di lasciare passare e ostacolare al contempo il passaggio della luce per dare vita alle nuove configurazioni delle ombre nello spazio. L’oggetto che in primo momento riceve la luce è riflettente, dato il materiale metallico lavorato lucido; questo consente alla luce (dopo aver subito una leggera riflessione dalle pareti), di rimbalzarvi e diffondersi ulteriormente, andando a rischiarare le ombre proiettate nell’ambiente. L’oggetto che emette luce, la lampadina, è collocata al centro del diffusore e genera una luce omogenea che filtra attraverso la texture dell’involucro formata da parti piene ed altre forate. 20 Questo elemento di mediazione che si interpone tra la fonte luminosa ed il bersaglio ha uno scopo ben preciso, senza il quale nulla di quanto detto fin’ora avrebbe potuto verificarsi. Tale elemento manipola la luce, ne modifica il percorso dando vita alle proiezioni d’ombra che avvolgono l’ambiente circostante. Mentre il flusso luminoso resta costante in tutte le direzioni, il passaggio attraverso l’elemento di mediazione produce effetti diversi sulla superficie dello spazio. Le pareti piane, lisce, bianche che accolgono il gioco di luce ed ombra prodotto da Magdalena a loro volta riflettono la luce e ne rimandano una parte verso la sua origine; a questo punto entra in gioco l’involucro, che ha il compito a sua volta di riflettere la luce, rimandandola nuovamente verso le pareti con lo scopo di rischiarare le ombre rendendole patina leggera e fluida. Il colore delle ombre risulta chiaro. Sono ombre patina, come Tanizaki le definiva, ombre che tentano di attenuare l’eccessiva chiarezza e luminosità degli ambienti odierni. Ma non è tutto. Le ombre prodotte dalla luce di Magdalena sono ombre portate, quelle che Michael Baxandall chiama cast shadow5. Ad una attenta osservazione, ci accorgiamo, tuttavia, che il risultato di queste ombre non è uguale in tutti i punti. 5 “Ombra detta anche cast shadow, qualora un’ombra risulti proiettata su una superficie appartenente a un oggetto diverso da quello che produce l’ombra stessa.” Michael Baxandall,(1995; tr.it.: 11.1995) 21 Abbiamo detto che Magdalena è caratterizzata da un sistema di alternanza tra elementi traforati e elementi pieni che ritmano luce ed ombra sulle superfici dello spazio circostante. Ciò comporta un diverso effetto di ombre inscritte nello spazio, come vediamo nello schema sotto. punto di emmissione di ombre portate dalla lampada punti dell’ambiente in cui si proiettano le ombre portate Le ombre proiettate sulle pareti frontali della stanza illuminata dalla lampada sono nette e ben definite, dato che sono perpendicolari agli assi verticali e orizzontali della sfera. La lampada però, a causa dell’inclinazione superficiale del globo, in altre zone proietta delle ombre con una soglia di penombra. Si tratta di quella penombra che, per Baxandall, era quella zona di transizione in cui l’ombra vera e propria procede verso un lento e progressivo scivolamento nella luce. punto di emmissione delle penombre della lampada punti dell’ambiente in cui si sviluppano le penombre 22 Le forme delle ombre generate da Magdalena, rispecchiano la texture riportata su tutta la superficie della sfera. Osservando le pareti, si nota come le ombre complessivamente, permettano di ricostruire la forma tridimensionale della sfera. Sulle superfici circostanti il globo, è proiettata una moltitudine di cerchi concentrici che dall’alto si allargano progressivamente fino al punto massimo per poi tornare piccoli verso il basso. I cerchi di luce si alternano a quelli di ombra, scindendo, ma al tempo stesso mantenendo legati questi due opposti che scandiscono lo spazio in modo ciclico e continuo. All’interno di siffatto ambiente, sembra di essere immersi all’interno della stessa sfera; i disegni riconducono alle morfologie proprie delle sabbie dei paesi orientali, sabbie che sotto la carezza del vento assumono tali morfologie. Tutto ciò rimanda, infatti, al deserto, luogo di meditazione e misticismo, proprio come le ombre della lampada che si sviluppano nello spazio, in modo lento, avvolgendo l’osservatore. L’ombra articola lo spazio del quotidiano, creando un luogo nuovo per chi vi abita. Tale caratteristica, permette di fuggire da un mondo caotico, frenetico, per immergersi in un ambiente altro. Al calar del sole, quando il giorno volge al termine, giunge l’ora di intraprendere un nuovo modo di osservare le cose all’ombra di una luce che non serve solo ad illuminare ma a far sognare ad occhi aperti, a farci viaggiare pur restando immobili. 23 Il “venire alla luce” della luce di Chiara Basso Il tema della luce abbraccia un complesso panorama di argomenti in un continuum di contrapposizioni. Tra queste, in riferimento soprattutto agli oggetti di design spicca il tema dell’involucro come elemento diafframatico (attante di controllo) che si interpone tra la fonte della luce (attante sorgente) e l’obiettivo (attante bersaglio); esso ci fa vedere e, al tempo stesso, cela a seconda del grado di trasparenza che presenta. L’involucro, in relazione alla luce, diventa emanazione e al tempo stesso “prigione” di energia: è una superficie sulla quale agiscono, talvolta violentemente, forze che operano dall’esterno e forze che esercitano dall’interno. La Less Lamp di Jordi Canudas e l’Installazione Egg di Ingo Maurer mostrano come le forze agenti sull’involucro cambino i valori fotici e le relazioni con l’ombra attraverso il processo di “venire alla luce” della luce. Egg - Ingo Maurer Egg è un’installazione di Ingo Maurer, esposta allo Spazio Krizia al Salone del Mobile di Milano nel 2009. Si tratta di un’installazione formata da grosse uova bianche poste al centro della stanza. L’artista ha creato un pezzo unico ispirato a uno degli emblemi della perfezione assoluta che è l’uovo di struzzo che domina la scena della “Sacra Conversazione” di Piero della Francesca; una forma “splendida e perfetta”, ricorrente nel lavoro del light designer tedesco, che qui mette in scena drammaticamente la fuoriuscita della luce primigenia. Il risultato è un’immagine semplice ed essenziale, imperniata sull’emozionalità del manufatto che diventa protagonista dell’arredo di una stanza. 24 L’uovo, di dimensioni 80x40 cm, è stato costruito con cinque chilogrammi di gusci d’uovo frantumati per rivestire l’esterno, cento chilogrammi per la creazione dello scheletro e un minuzioso lavoro inteso a nascondere le strutture e gli elementi elettronici. La forma perfetta dell’uovo è percorsa da larghe e discontinue fessure di luce che ne fratturano l’involucro. Egg in italiano significa uovo. La parola uovo deriva dal latino ovum = gr. ôòn per ôiòn, òFion, come si arguisce dalla forma dialettica di Lesbo oion, e di Argo òbeon, che gli etimologi suppongono rappresenti una forma ÂVJAM, che sarebbe un aggettivo proveniente da A|VIS = uccello, in un certo qual modo somigliante al gr. Ornithion = uccelletto, pulcino, ciò che è proprio degli uccelli, da ornis = uccello, sicché alla lettera significherebbe ciò che proviene dall’uccello. Tutto questo per capire che la parola riporta a ciò che è realmente, e cioè un involucro che ha la funzione di essere contenitore della cellula riproduttrice di tutti gli animali ovipari. Dall’uovo infatti nasce la vita animale. L’involucro in generale è una sorta di pelle, membrana limitante e protettiva. Superfici difensive sono presenti in tutti quegli oggetti che assumono la funzione di contenitori. Negli involucri abbiamo una faccia interna e una esterna, cioè un’interfaccia che permette la distinzione tra dentro e fuori dell’involucro contenitore. Nell’opera di Ingo Maurer, l’involucro è un guscio d’uovo le cui funzioni sono molteplici: innanzitutto è il suo essere contenitore di luce, poi funge da barriera e quindi da interfaccia tra l’esterno e l’interno; tenta di mantenere la luce all’interno ma si vedono alcune crepe, fratture iscritte sulla superficie che la fanno fuoriuscire. Queste spaccature sono determinate dalla stessa luce che è energia pura che, con la sua forza, modifica violentemente l’involucro perfetto dell’uovo. La forma dell’involucro, dice Jacques Fontanille (2004) è prodotta dall’interazione tra materia ed energia: le forze provenienti dall’interno trasformano e plasmano la materia per darle forma. In questa installazione l’involucro dell’uovo è una barriera per la luce racchiusa in esso. Quest’uovo è colto nella fase in cui si sta spezzando, si sta spaccando come se una forza dall’interno lo stesse per distruggere. Questa forza è la luce, la luce che vuole uscire da questa barriera protettiva ma costrittiva, per evadere e mostrarsi al mondo. La luce è l’energia che interagisce con il guscio e lo deforma. 25 Tempi diversi di “venir alla luce” Egg è un oggetto “non unico” per la sua forma, infatti, possiamo metterlo a confronto con altri oggetti simili che hanno la stessa funzione di illuminare. Come primo esempio prendiamo in considerazione Less Lamp, la lampada di Jordi Canudas che figurativamente richiama l’immagine dell’uovo come Egg, ma l’essenza “poetica” dell’oggetto, se così possiamo dire, è l’opposto. Entrambi sono involucri contenitori di luce: Egg è un involucro con una luce che si rivela come un’energia interna che rompe il guscio, mentre Less Lamp prende forma da un’energia esterna che rompe il guscio. Infatti, è proprio l’utente che grazie a un apposito martelletto, dato in dotazione con la lampada, spacca l’involucro per formare la luce che più gli aggrada. La differenza principale è che Less Lamp è una lampada in divenire, in continuo mutamento grazie all’azione dell’utente, mentre Egg è colta in un momento di stasi, bloccata in un momento di rottura del guscio, come se il mondo si fosse fermato improvvisamente. Less lamp - Jordi Canudas 26 Un’altra lampada è Broken Egg dello stesso Ingo Maurer. È una lampada in porcellana progettata nel 1996. Mentre in Egg c’è una simbologia mitica del “venire alla luce” della luce, in Broken Egg il processo è già avvenuto: la parte destra dell’uovo non esiste, è un uovo già aperto, e la luce fuoriesce dalla parte aperta. In questo caso l’uovo è un involucro contenitore di luce meno emblematico di Egg che rappresenta il movimento di una nuova luce. Broken Egg - Ingo Maurer Quello che dunque distingue queste lampade è un problema di aspettualizzazione temporale. Egg, mete in scena il processo di “venire alla luce” della luce nel suo momento incoativo, iniziale, quando l’uovo ancora mostra un’integrità di forma, ma una forma che già cede alle forze interne che la stanno disgregando. Less Lamp di Jordi Canudas, invece, mette in scena l’intero processo e coinvolge l’utente come elemento attivo in questa “nascita” violenta. Broken Egg dello stesso Ingo Maurer presenta il processo nella sua fase terminale. L’uovo a perduto l’integrità della forma e la luce fuoriesce libera. 27 In principio era l’uovo L’installazione di Egg è composta da un uovo che si sta rompendo, dove all’interno ha una potente luce che sembra spaccarlo, romperlo con forza; quest’uovo è appoggiato su di un piano bianco che riflette la luce e crea un’ombra propria e un’ombra portata. L’uovo ha una forma ellittica, allungata che si allarga verso il centro e ha uguale arrotondamento alle estremità. Quest’installazione evoca la rinascita della luce che con la sua forza interna infrange il guscio: è la nascita primordiale della luce. Come è stato detto Egg è ispirato ad un uovo di struzzo più precisamente Ingo Maurer ha preso ispirazione da “La sacra conversazione” di Piero della Francesca. L’intera scena è rappresentata in un interno, sovrastato da una conchiglia a cui è appeso un uovo di struzzo. La sacra conversazione - Piero della Francesca 28 L’uovo posto nella conchiglia, come una perla, è simbolo del frutto della generazione. Infatti l’uovo ha sempre avuto un forte simbolismo sacro, nell’interpretazione del dipinto, molti sono stati i sensi attribuitigli come il valore alchemico-cristiano dei quattro elementi, o anche il richiamo all’uovo come simbolo di vita, nascita e rinascita. Un uovo, quello raffigurato nella scena Sacra, illuminato da una luce uniforme, come a regalare l’idea di uno spazio centralizzato, armonico e geometricamente equilibrato. Un uovo, quello di Ingo Maurer, che racchiude in sé la luce, la distribuisce propagandola attraverso le crepe prodotte dal suo irrompente potere. Un uovo che dà luce alla vita il primo e un uovo che dà vita alla luce il secondo. L’uovo di Ingo Maurer è posto su un piano bianco lucido. Nel suo guscio scorrono delle crepe dall’alto verso il basso nella parte più stretta sia a destra che a sinistra. La crepa di luce di sinistra inoltre si collega con quella di destra in alto, mentre la crepa destra sembra proseguire sulla superficie d’appoggio. L’oggetto, oltre che sistemato in una superficie piana, è collocato in un ambiente semi-buio per mettere in risalto la luce che contiene. In questo senso Egg ha un forte richiamo figurativo anche con l’opera scultorea di Constantin Brancusi del 1921 intitolata “Il principio del mondo”, scultura di un grande uovo di marmo, sistemata su una superficie levigata e illuminata da un fascio di luce proveniente dall’alto a sinistra. Il fondo, dietro la scultura, riflette la fonte di luce sotto la forma di un grande semicerchio che occupa tutta la parte superiore dell’immagine. Quanto all’uovo, si trova per metà in luce e per metà in ombra. Tutta la parte inferiore della fotografia è occupata da un riflesso perfettamente scuro. Si fa fatica a dire se questo secondo uovo sia una proiezione dell’ombra o se sia il riflesso speculare della forma scolpita. Più probabilmente è le due cose insieme, rievocando così qualcosa dell’antica ambiguità platonica circa i gradi di realtà propria riflessa. L’evocazione che presentano le due uova è molto simile, sono simbolo di rinascita e la luce delle due immagini è qualcosa di unico che in uno trapela dal guscio e nell’altro ne esalta le forme. Il principio del mondo - Costantin Brancusincusi 29 Tornando a Egg, questo presenta dei tratti distintivi curvilinei, infatti si può riconoscere una forma ellittica data da linee convesse. Quest’ellisse è spezzata da crepe, ovvero linee spesse e spezzate che corrono lungo tutta la superficie: una linea crea, idealmente, una diagonale che corre dalla parte in alto a destra alla parte in basso a sinistra ed è la linea principale da cui poi si diramano altre due linee, una linea che prosegue verso sinistra e una che corre lungo tutta la parte destra e circonda un’estremità dell’ellisse. I colori che caratterizzano l’oggetto hanno tonalità che vanno dal bianco al nero, sono quindi acromatici, secondo una gradazione di grigi che è presente su tutto il guscio d’uovo e che sono dovuti alla rifrazione della luce e all’ottenebramento dell’ombra. L’uovo, di un colore bianco puro, nei punti dove la luce brilla, mentre nei punti d’ombra domina il grigio in tutte le sue sfumature e gradazioni. La luce che fuoriesce dalle crepe che rendono imperfetto l’uovo, è una luce forte. Essa si riflette sul piano d’appoggio creando un riflesso abbagliante; forma un’ombra portata sul piano, un’ombra definita e grigia, che entra in contrasto con i “lampi” formati dalla luce delle spaccature. L’oggetto, invece, è illuminato alle estremità in alto e in basso, mentre la parte centrale è ombreggiata. Il piano d’appoggio, invece, ha una superficie liscia, regolare e riflettente. 30 Il piano riflette dunque la luce emessa dall’uovo. L’ambiente in cui si trova è un ambiente di ombra, dal colore scuro dove solo l’uovo è messo in risalto. La luce che s’infrange e si riflette sul piano e a sua volta sul guscio dell’uovo crea giochi d’ombra con il piano d’appoggio e con l’ambiente che lo circonda trasformandolo in una sorta di luogo di culto che custodisce questo simbolo di nascita che attende d’essere venerato. L’oggetto è posizionato su di un piano d’appoggio, dalla sua sembianza delicata nessuno sembra quasi in grado di volersi avvicinare o toccarlo. Data anche la sua valenza mitica, forse, anche per le sue grandi dimensione l’utente si avvicina con cautela per osservarne le fattezze, la valorizzazione mitica presuppone un distacco tra oggetto e utilizzatore che esercita comunque un voler vedere. Non è un oggetto fatto per scopi funzionali, la sua luce ancestrale è quasi eclissata nell’uovo. L’uovo è il classico simbolo di vita, ma in questo caso è simbolo della nascita del mondo da cui tutto parte e si forma. La prima cosa creata è stata la luce quindi per questo è creazione del mondo. “Il venire alla luce” della luce è il nascere della luce, è il suo diventare reale e palpabile per mostrarsi all’uomo e far comprendere che da lei tutto si mostra e si crea. Sitografia http://www.atcasa.corriere.it http://www.etimo.it http://www.lavorincasa.it 31 La natura polemica della luce di Cristian Durofil La luce è generatrice d’ombra, vive di essa ma al tempo stesso è l’ombra che racconta la luce, come arriva al bersaglio, con qualità e sfaccettature delineate dall’ambiente e più in particolare dalle superfici che con lei entrano in contatto. Se la luce illumina, si confronta e relaziona con ciò che trova nel suo cammino, è l’ombra tuttavia a demarcare il margine degli oggetti e ci aiuta percettivamente a riconoscerne le forme. La luce, come dice Michelangelo, è energia viva a cui va data una forma, va in-formata, per diventare da “materia bruta” in potenza a “materia pura” in atto. Nel rapporto tra materia ed energia l’involucro svolge una funzione fondamentale: è l’elemento di controllo che si interpone, nel cammino della luce, tra l’attante sorgente, la luce e l’attante bersaglio. L’involucro identifica, più in generale, la funzione che il design ha nei confronti della luce, ossia mettere in scena il modo essa si relaziona con ciò che le sta attorno. Questo elemento diviene una mediazione tra un dentro e un fuori, un dispositivo modale6 che talvolta, invece di agevolare , si costituisce come un <<non fa fare>> che si oppone al programma narrativo7 di base della luce che è quello di illuminare, colpendo il bersaglio. L’involucro connette, ma al tempo stesso separa impregnandosi di contenuti di valore, divenendo filtro di regolazione di energie e superficie di iscrizione, sia delle forze che pulsano internamente sia di quelle che agiscono dal di fuori. Sigmund Freud riguardo a ciò elabora, nel “Progetto di una psicologia” (1895), la nozione di barriera di contatto quale elemento che ferma il passaggio ma al tempo stesso lo permette in parte. Anzieu, riprendendo Freud, definisce questo elemento diafframmatico il moi-peau, l’io pelle, ciò che pone in contatto il mio essere con gli altri, soglia, tra un dentro e un fuori, portatrice delle tracce del nostro vissuto. Nella sua opera “La moi-peau” (1985) lo psicanalista francese descrive le funzioni di questa “pelle”, quale involucro contenitore del Sé, barriera protettiva della vita psichica e filtro di scambi. Ne è un esempio significativo la lampada Less Lamp che è un progetto del 2008 realizzato dal giovane designer spagnolo Jordi Canudas e prodotto tutt’ora da Metalarte. La lampada a sospensione è costituita da un uovo nero in ceramica, i cui ingombri sono 25cm per 22cm, e un cavo lungo 180cm, viene alimentata 6 Modale: in semiotica le modalità sono predicati che modificano altri predicati. Le modalità sono quattro: manipolazione (è un <<far fare>>), competenza (è un <<essere del fare>>), performanza (è un <<far essere>>), sanzione (è un <<essere del fare>>). P.Magli, Semiotica - Teoria, metodo, analisi, Venezia, Marsilio, 2004, pag.77-78 7 Programma narrativo: progamma d’azione finalizzato al raggiungimento di uno scopo. P.Magli, Semiotica - Teoria, metodo, analisi, Venezia, Marsilio, 2004, pag.91 32 a 230V ed utilizza, come fonte luminosa, una comune lampadina E14 a massimo 42W. L’oggetto, pensato per produrre una luce d’ambiente in spazi interni, viene venduto assieme all’apposito martelletto che l’utente utilizza per forare la superficie dell’involucro della lampada, generando la composizione izione estetica e luminosa che più gradisce. mplare circa la teAbbiamo detto che Less Lamp è esemplare e, per farsi stramatica dell’involucro e di come la luce, to violento. Già il da, intrattenga con questo un rapporto nome è sintomatico. Less lamp = letteramente eramente “meno nea il tema del di una lampada”, figurativamente delinea ichelangiolesco togliere, del sottrarre riprendendo il michelangiolesco ggetto è quindi “per forza di levare”. Dal nome dell’oggetto facile comprendere come l’obiettivo del designer sia stato quello di voler mettere in scena un n processo, un tempo durativo nel corso del quale la “materia bruta”, ia via spazio alla costituita dall’involucro nero, lascia via ne il programma “materia pura”, la luce, realizzandone narrativo originario, ossia illuminare. In tal senso il guscio dell’uovo viene completamente one: è una geperforato dall’utente fino a frantumazione: tilizzatore stesnesi, la nascita della luce, però dell’utilizzatore so, ad opera della passionalità con cuii si rapporta all’oggetto e nello specifico al suo involucro. nlucro. Il mettere in scena un processo e non uno stato è una caratteristica di gran parte dell’arte e della scultura a tende quasi a contemporanea, nella quale la materia smaterializzarsi per divenire un flusso di energia, prea” concretezza scindendo a volte da quei tratti di “dura” tipici della tradizione; ne sono un esempio empio le installazioni di Naum Gabo, le architetture di Ned Kahn o le opere di luce di James Tourell o Olafurr Eliasson. le diverse sono Nel panorama del design internazionale le lampade legate alla tematica della materia e dell’energia e all’importanza dell’involucro, o, e trasmettono ognuna sensazioni ed emozioni completamente differenti, dovute al diverso approccio progettuale con ngendo il campo le quali sono state realizzate. Restringendo llo morfologico ad alcune che sono accumunate a livello dalla forma a uovo si è voluto confrontare ontare alla Less urer (1), la lamlamp, l’installazione Egg di Ingo Maurer oken Egg lamp pada Uovo di Fontana Arte (2), la Broken mpada a mosaiancora di Ingo Maurer (4) e una lampada co (3). Tale scelta è dovuta al fatto che partendo da una forma comune queste lampade favoriscono, sia ualizzazione8, dei a livello fotico che a livello di aspettualizzazione ragionamenti interessanti. 8 1 2 3 4 Aspettualizzazione: è una sovra-determinazione della temporalizzazione. P.Magli, Semiotica - Teoria, metodo, analisi, Venezia, Marsilio, 2004, pag.161-162 33 L’installazione Egg è la più vicina e al tempo stesso lontana rispetto a Less Lamp, quasi fossero due metà ampante che si completano vicendevolmente, e ciò è lampante na sono osservando il fatto che le forze in gioco in una o. L’inagite dall’interno mentre nell’altra dall’esterno. stallazione è caratterizzata da un uovo molto grande ostantin che cita, in maniera chiara e convincente, Costantin uo uovo Brancusi e le foto fatte dallo stesso artista al suo mbra e colto all’interno dell’ancestrale conflitto tra ombra a romluce. Maurer lavora a un involucro che sembra persi dall’interno, sottoposto alla pressione continua ntin dell’energia di luce che contiene, mentre tenta disperatamente di resistervi. Canudas invece fa in modo che l’involucro si rompa dal “di fuori”, soggetto alle giscono forze di un attante esterno. I due gusci reagiscono dunque, in modo diametralmente opposto, alle foror ze cui sono soggetti: Egg si crepa lasciando passare a comdelle lame di luce, non arrivando mai a rottura pleta e rappresenta la “fotografia” di un istante incoaerforata tivo cristallizzato, mentre Less Lamp viene perforata dal martelletto, fino alla completa disintegrazione, ne, descrivendo un processo che si svolge in modo durativo nel tempo. A livello fotico le differenze sono evidenti, l’installazione è caratterizzata da una luce compatta che fuorisce dalle crepe dell’involucro e genera, nel contesto nel quale è inserita, un vero e proprio conflitto tra la luce e l’ombra portata del guscio. La lampada di Canudas lla propunta, anche per quanto riguarda la luce, sulla cessualità, da una luce perforante, che si fa strada attraverso i vari fori della superficie, si passa ad una ura delluce più compatta nel momento in cui la struttura l’involucro collassa e si rompe totalmente. Ancora diverso è il discorso per la lampada Uovo di Fontana Arte nella quale l’involucro rimane intatto, ma la luce che forza dall’interno viene diffusa attraverso la superficie dell’uovo grazie alla materia bianca traslucida di cui è composto. Diviene fondamentale nuovamente il tema della materia degli oggetti nel rapporto che instaura con la luce. Materia e luce, entrambe, si modificano nel momento in cui si relaapprezionano. A livello aspettuale questo oggetto rappreuovo da senta un momento puntuale, l’istante in cui l’uovo iore che spento viene acceso con un improvviso bagliore elle susi diffonde provocando delle ombre sfumate nelle perfici circostanti. La lampada a mosaico, se da punto di vista artistico potrebbe non colpire particolarmente, è un esempio calzante riguardo alla temporalità in quanto rappre- ASPETTUALIZZAZIONE puntuale - la luce si accende con un improvviso bagliore ma l’involucro non mostra alcun segno di rottura incoativo l’involucro <<sta per>> rompersi incoativo - iniziato l’involucro si è fratturato ma non rotto terminativo l’involucro è rotto 34 senta un momento incoativo, nel quale il guscio dell’uovo deve ancora schiudersi , nel momento in cui <<sta per>> mostrare le prime crepe. La luce, che pulsa all’interno, non riesce a perforare l’involucro, vi rimane rinchiusa ma, analogamente alla lampada di Fontana Arte, la possiamo vedere diffusa attraverso il materiale. L’ultimo esempio è rappresentato dalla Broken Egg Lamp di Maurer che chiude il “percorso di aspettualizzazione” aperto con le lampade fino ad ora descritte, con un momento terminativo nel quale l’uovo si è oramai schiuso e rotto. L’uovo bianco di piccole dimensioni lascia passare la luce attraverso l’apertura che si è creata, mentre quel che resta dell’involucro rimane impenetrabile. durativo la lampada rappresenta un processo in divenire 35 Uovo forma perfetta Di particolare importanza a livello figurativo e simbolico è la figura dell’uovo che, come prima definizione, tratta dal vocabolario della lingua italiana Zingarelli9, rappresenta il gamete femminile e quindi la nascita, il concepimento. L’uovo nella tradizione era visto come simbolo di fertilità e purezza, qualcosa al confine con il magico a causa dell’allora inspiegabile nascita di un essere vivente da un oggetto così particolare. Nel corso della storia ha sempre rivestito il ruolo del simbolo della vita in sé, ma anche del mistero. La sua forma ovale rimanda a Rudolf Arnheim (1982; tr.it.: 104108) quando sostiene che “l’ovale paga un aumento di tensione con una perdita di simmetria centrica (…). Ancor più del tondo l’ovale è una forma allegra (…) l’ovale arrotonda gli angoli, e perciò adatta il soggetto più comodamente”; e ancora, citando lo storico Aby Warburg, afferma: per Platone il cerchio era stato il simbolo della perfezione, la figura creativa per i concetti dell’universo. In realtà, comunque, era l’ellisse questa figura creativa perché i suoi due poli riproponevano le caratteristiche dell’universo: essi controllavano i moti del cosmo, ed erano i simboli dell’uomo con la sua struttura bipolare di corpo e anima. Laddove c’era vita, la dualità dei poli era evidente; non solo nell’elettricità ma nel giorno e nella notte, nell’estate e nell’inverno, nell’uomo e nella donna. (ibidem) Evidente è quindi la densità di senso che si addensa attorno a questa forma, al suo essere alla base della vita in quanto procreatrice di vita. Analogamente nel caso nostro caso, in quanto generatore di luce, nel “venire alla luce” della luce. Ma c’è da chiedersi come mai Canudas per la sua Less Lamp abbia scelto proprio un uovo nero, un uovo d’ombra, uno schermo scuro che imprigiona la luce nell’inestricabile rapporto polare che lega stabilmente la luce all’ombra. La lampada in quanto rappresenta un processo in divenire modifica la sua configurazione rapportandosi con l’utente: inizialmente si compone di due elementi principali immediatamente distinguibili, il cavo di sostegno e l’involucro. Il primo è in alto e si sviluppa in verticale, il secondo è in basso, ma collegato al primo e si estende a partire dalla sua verticale. Il tutto si presenta simmetrico rispetto ad un ipotetico piano verti9 Uovo: prima definizione , “gamete femminile degli animali a riproduzione sessuata, ricco di sostante nutritive, di forma sferica, elissoidale o cilindrica” . 36 cale di riferimento. Man mano che l’utilizzatore agisce sul guscio esterno comincia a scorgere l’interno dell’involucro; la verticalità viene manomessa dapprima da piccoli fori e poi definitivamente soverchiata dalle crepe che si vengono a creare, tendenti globalmente alla non-verticalità (orizzontalità o obliquità). A rottura completa l’uovo si scompone in due parti distinte ed è introdotta una nuova componente, ossia la lampadina emittente di luce; quest’ultima, a sua volta, contenente all’interno di un contenuto rappresentato dall’involucro. Quanto detto per le categorie topologiche ha estremo risalto in quelle eidetiche. Si riconosce inizialmente una linea verticale a cui si collega una linea di contorno curva posta in basso. La prima componente è sottile mentre la seconda delinea un volume ovale più importante. In un secondo momento questa semplicità nella conformazione spaziale viene disturbata dal crearsi di innumerevoli cerchi di piccole dimensioni e interrotta da delle linee che scompaginano l’ordine verticale. La superficie degli elementi costitutivi dell’oggetto è completamente liscia, monocromatica, la componente verticale è bianca opaca mentre quella inferiore è nera, nelle varianti con finitura lucida o opaca, e non sono presenti texture se non la consistenza granulare della materia ceramica della lampada. Nel momento della rottura del guscio si scopre che l’interno dell’uovo, a differenza dell’esterno nero, è bianco opaco; ritorna quindi, anche in relazione ai cromatismi della lampada, il contrasto tra chiaro e scuro, luce ed ombra, tra un involucro nero che nasconde un “cuore” bianco. Il cavo di sostegno ha una consistenza morbida mentre l’involucro è duro ma fragile, caratteristica del materiale ceramico con cui è fatto. Il tutto, quando totalmente integro, dà, ad un primo impatto, la sensazione di qualcosa di pesante che poi si rivela, toccandolo, estremamente delicato e leggero. Tali sensazioni hanno un riscontro pratico quando si comincia a perforare l’involucro. La particolarità di Less Lamp parte dal fatto che inizialmente la lampada non fa luce, ma l’involucro nero la trattiene in sé. L’intervento dell’utilizzatore ha la funzione di sconvolgerne i valori fotici: dal buio, attraverso i fori nel guscio dell’uovo, una luce puntiforme e perforante inizia ad uscire, a far sentire la sua presenza, a “nascere” fino a diventare figurativamente un cielo nero ricoperto di stelle. A seconda di come si interviene sull’involucro, queste configurazioni di luce 37 cambiano; da pochi punti luminosi si arriva ad averne e n moltissimi fino a che la struttura cede e si divide in ra due, lasciando spazio ad una luce compatta, libera di esprimere tutta la sua energia, direttamente, sul-to la superficie sottostante, e più diffusamente nel resto dell’ambiente. Nella lampada si “impara” a riconoscere, nello svol-gersi del processo, non solo le due componenti ini-te ziali, cavo di sostegno e involucro, ma anche la fonte emittente. Il cavo svolge il programma narrativo di sostenere il peso dell’uovo e di portare la corrente te e alla fonte luminosa. L’involucro è custode e protettore sa dell’energia che racchiude, è materia che va rimossa ce, per far sì che la lampada, ed in speciale modo la luce, possa realizzare il compito di illuminare. L’oggetto anche se a prima vista può apparire sem-e plice dal punto di vista plastico, in quanto semplice ovale collegato ad una retta verticale, diviene com-plesso e denso di significati nel momento in cui vie-ne introdotta la figura dell’utente. Quest’ultimo è un n attante esterno che modifica la situazione e i valo-la ri in campo diventando egli stesso costruttore della lampada e produttore di senso. In questo modo, si viene a creare un rapporto intimo tra la lampada do e l’utilizzatore: è lui il protagonista, in qualche modo il de designer, che crea l’oggetto, lo plasma come crede ue meglio, trasportato dalle sue sensazioni e dalle sue emozioni; l’utente è come un’artista che si trova di fronte ad una tela bianca che deve iniziare a dipin-gere. Attraverso il martelletto, comincia ad incidere e ti, sulla superficie dell’involucro la trama dei propri gesti, la il suo modo d’essere, contribuendo alla genesi della a luce. E’ proprio qui il senso profondo del “venire alla ze luce” della luce: una luce che con le sue sole forze non riesce a prevaricare sull’involucro, che la costrin-si ge entro i suoi limiti, ma che viene aiutata a liberarsi vo proprio da chi si interfaccia con l’oggetto. Un uovo a solitamente si schiude da solo, in questo caso è la n persona ad aiutare questa nascita della luce. Da un prodotto neutro, seriale, Less lamp diventa un’ope-lui ra d’arte unica, irripetibile, di “vera proprietà” di colui che l’ha acquistata: diviene la sua lampada. L’interazione con l’oggetto rimane comunque un’operazione aggressiva, è un martellare, un incidere come il Dio raccontato dalla “Qabbalah”(2005) di Giulio Busi10 che disegna, graffia, intaglia, in preda alla sua furia creativa, il “foglio”, il fuoco bianco, con il fuoco nero imponendo il suo sigillo. 10 G.Busi, Qabbalah visiva, Torino, Einaudi, 2005 38 La persona stabilendo questo legame con la lampada, si congiunge intimamente con essa. Non è più un “clic” di un interruttore distaccato e distante il contatto tra noi e l’oggetto, ma nel caso di Less Lamp si entra in L’interazione con l’oggetto rimane comunque un’operazione aggressiva, è un martellare, un incidere come il Dio raccontato dalla “Qabbalah”(2005) di Giulio Busi che disegna, graffia, intaglia, in preda alla sua furia creativa, il “foglio”, il fuoco bianco, con il fuoco nero imponendo il suo sigillo. La persona stabilendo questo legame con la lampada, si congiunge intimamente con essa. Non è più un “clic” di un interruttore distaccato e distante il contatto tra noi e l’oggetto, ma nel caso di Less Lamp si entra in un rapporto diretto, la si tocca, si sente la sua superficie, la si manipola, percuote, perfora, si crea, con essa, un’affinità sinestetica. Louvre - Jean Nouvel Grafia di luce, tela d’iscrizioni L’involucro durante il processo subisce e porta in sé il segno del vissuto della lampada, porta testimonianza della sensibilità dell’utente-creatore. E’ un climax ascendente che fa sorgere la luce dall’ombra. Una luce che, come detto, da sola non riesce a liberarsi dalla “prigione” dell’involucro, ma che, con l’aiuto dell’utilizzatore, esplode in tutta la sua energia attraverso i molteplici buchi che perforano la nerezza dell’involucro, la sua ombra opaca. Una luce che diventa perforante, puntiforme, acuminata come la punta di una lama, un cielo che si illumina nel buio della notte. Un’analogia, a livello architettonico, la possiamo trovare nell’opera del Louvre negli Emirati Arabi, realizzata da Jean Nouvel, nella quale si assiste ad una smaterializzazione dell’ambiente attraverso una luce naturale diffusa e puntiforme, che penetra nell’edificio, perforandone le pareti dall’esterno, creando, in questo modo, giochi d’ombra affascinanti, omologando tutto lo spazio ed eliminando le separazioni tra pareti, soffitto e pavimento. 39 La lampada diventa lampada Paradossalmente però, così come un cielo stellato, anche la lampada costellata da questi piccoli punti luce fatica ad illuminare l’ambiente circostante. È una lampada che non ha ancora la forza di esprimersi, è in una fase in cui genera sensazioni, emozioni, aspettattive ma non esplica fino in fondo la funzione per cui una lampada generalmente è progettata. Soltanto rompendo totalmente l’involucro, la lampada riesce ad illuminare e diventa finalmente lampada, realizzando il suo programma narrativo originario; al tempo stesso è in grado di creare i più differenti scenari d’ombra. La luce compatta, diretta, sulla superficie immediatamente perpendicolare alla zona di rottura, genera delle ombre portate11 che variano a seconda della conformazione di quel che rimane dell’involucro. Queste ombre sembrano quasi voler scontrarsi ancora contro la luce, come prima faceva l’involucro, delineando assieme ad essa una zona di soglia sfumata che le separa, ma che al tempo stesso le mantiene in contatto. Si creano quindi tre zone distinte ma in stretta relazione: una luce diretta normale alla zona di frattura, una zona d’ombra e una zona di filtro sfumata, una sorta di involucro invisibile che collega le altre due zone perché non esiste ombra senza luce e luce senza ombra. zona d’ombra zona di contatto sfumata zona di luce diretta 11 Michael Baxandall definisce tre tipi di ombre: ombre proeittate o portate, proprie e sfumate. M.Baxandall, Ombre e Lumi, Torino, Einaudi, 2003. 40 Funzione mitica della luce Less Lamp pone l’accento su un’assiologia di valori che coinvolgono l’intero sistema lampada, dalla suo involucro contentente ad uovo, che rinvia al tema della vita, del concepimento, al suo contenuto, ossia la luce, colei che si realizza riuscendo attraverso l’utente ad oltrepassare i confini entro cui era costretta. La lampada ha quindi una chiara funzione mitica rappresentata dal procedere delle luce secondo le tappe dei modi di esistenza12 passando da un <<essere del fare>>, non ancora realizzato, a un <<far essere>> che si realizza. Per svolgere la sua azione di illuminare deve diventare “competente”: deve superare i limiti posti dall’involucro nero, a cui la luce rimane comunque intrinsecamente legata, attraverso la figura dell’utilizzatore, attante-aiutante esterno, che accompagna la luce in questo suo percorso di nascita e realizzazione. Attraverso un processo, il designer, ci ha saputo rendere complici e protagonisti della storia della lampada, creando un intenso legame valoriale tra quelli che sono i nostri pensieri e le nostre emozioni e quelle che sono le caratteristiche connaturate all’oggetto. In un turbinio di sensazioni nella quali sono coinvolti tutti i sensi dell’individuo, diveniamo soggetti attivi di un evento straordinario: il “venire alla luce” della luce all’ombra di un uovo nero. VIRTUALE ATTUALE REALIZZATO VOLER FARE SAPER FARE DOVER FARE POTER FARE ESSERE DEL FARE FAR ESSERE modi di esistenza modalità 12 luce vuole illuminare virtuale VOLER/DOVER FARE NON VOLER/DOVER l’ombra si oppone FARE alla luce involucro attante che <<non fa fare>> NON POTER/SAPER FARE POTER/SAPER FARE la luce diventa competente <<può fare>> attuale la luce illumina realizzato FAR ESSERE G.Marrone, Il discorso di Marca - Modelli semiotici per il branding, Bari, Laterza, 2007, pag. 58.59 41 La duplice natura dei dragoni volanti e degli occhi di libellula di Stefano Tosello Dragonfly - Materialise & Platform Studio In che modo una semplice libellula riconfigura lo spazio dove volteggia serena? La risposta ci viene da Dragonfly, semplice lampada a sospensione, di dimensione Ø 33 cm / H 20 cm, nata dalla collaborazione fra l’azienda belga Materialise e il duo Jan Wertel e Gernot Oberfell di Platform Studio, e la cui forma prende ispirazione dalla struttura a nido d’ape che caratterizza gli occhi degli insetti. La luce color miele filtra attraverso celle esagonali, chiuse nella parte superiore e aperte verso il basso, in grado di creare un mix di colori e rifrazioni. La lampada è il risultato di tecniche 3D di prototipazione rapida, di modelli e strutture ispirate alla natura. È il prodotto dell’incontro straordinario fra tecnologia, natura e intuizione umana che poco sembra finalizzato ad un esclusivo ruolo funzionale, quello di “illuminare”, ma che molto invece “ci illumina” sulle nuove tendenze del design contemporaneo. Tradotto in italiano, il termine dragonfly ha il significato di libellula, l’insetto degli stagni. Una delle caratteristiche principali di questi animali è data dalla particolare fisionomia degli occhi cosiddetti composti, poiché formati da un insieme di unità elementari (fino a diverse migliaia) dette ommatidi. L’ommatidi è un elemento prismatico formato da cornea, cristallino e retinula. La cornea è la parte più esterna e consiste di una lente convessa, immediatamente sotto è presente un corpo rifrangente, il cristallino, infine la retinula 42 è la parte dove si concentra il recettore. La forma e le celle esagonali che caratterizzano la lampada fanno riferimento alla fisionomia dell’occhio composto, dove cornee e cristallini compongono il corpo diffusore. Se solitamente siamo abituati a considerare l’occhio come un organo in grado di catturare la luce, in questo caso le parti si invertono e al ricettore si sostituisce la fonte luminosa che non cattura la luce ma la emette. È particolare anche il fatto che alla forma di un occhio composto venga associato un nome esso stesso composto, Dragonfly, unione delle parole dragon=drago, e fly=volare. Ne consegue che potremmo associare la figura della lampada anche all’immagine di un drago volante dalla pelle squamata. Dragonfly si compone di tre parti - fonte, involucro e sostegno - distinguibili grazie all’analisi plastica. La fonte è centrale è inclusa nell’involucro esterno. Il sostegno, che occupa la parte superiore, si trova invece in posizione periferica. Involucro e fonte luminosa hanno forme simili e presentano entrambe sezioni orizzontali circolari. Sul piano prospettico la fonte ha una base superiore cilindrica e si chiude a sfera, mentre l’involucro è tendenzialmente un ellissoide, allungato nella parte superiore e con altezza inferiore alla larghezza. L’involucro inoltre presenta sulla superficie, forme esagonali che, da cave nella parte inferiore, diventano piene e convesse sulle facce laterali. Il sostegno ha forma di linea retta, esile e cilindrica, con andamento verticale, di colore grigio e realizzata in gomma. Per comprendere l’articolazione corporea di questo oggetto, e dunque il modo in cui si articolano struttura e involucro, è necessario considerare le varie componenti e i loro rispettivi piani narrativi. I tre corpi danno luogo, a livello figurativo, a tre componenti riconoscibili e nominabili: la lampadina (fonte) il corpo diffusore (involucro) e il cavo di alimentazione(sostegno). La lampadina è il corpo illuminante di una lampada elettrica, nella specie è stata utilizzata una lampada a incandescenza. L’azione della lampadina è illuminare, una lampada ad incandescenza di forma sferica ha la capacità di diffondere energia luminosa in maniera più o meno uniforme su tutta la superficie. Il suo solido fotometrico, ovvero la rappresentazione che descrive l’intensità luminosa della lampadina, ha la forma di una mela, la luce si irradia maggiormente sul piano orizzontale e decresce per quanto riguarda il piano zenitale (risulta nulla sul punto zenitale su- 43 periore che corrisponde alla zona occupata dal cavo dell’alimentazione elettrica). Le caratteristiche espresse finora ci fanno pensare che la relazione di continuità di forma fra fonte e involucro viene turbata dai contrasti di direzionalità (fonte/ sviluppo verticale, involucro/sviluppo orizzontale). In questa composizione il sostegno che appare legato alla fonte è estraneo tuttavia alle tensioni create dalla contrapposizione delle altre due parti. Il contrasto è evidenziato dalle diverse posizioni (fonte inclusa e involucro includente), dagli spazi occupati dai due elementi (fonte piccola e centrale, involucro grande e periferico) ed è accentuato ulteriormente dalle caratteristiche cromatiche. La fonte ha un colore bianco e luminoso mentre l’involucro è di color ambra o terracotta e varia da saturo e luminoso nella parte centrale a de-saturato e meno luminoso in quella periferica. Tuttavia è solo grazie ad una vista zenitale dal basso verso l’alto che è possibile vedere il colore originale della fonte di cui, altrimenti, si vedono solo forme sfumate nel piano frontale. La fonte ha superficie esterna in vetro trasparente con un filamento interno in tungsteno mentre l’involucro è realizzato con una particolare resina plastica liscia e levigata nei contorni, opaca per quanto riguardano le proprietà ottiche, con caratteristiche del tutto simili a quelle del vetro satinato. Abbiamo detto che l’involucro è illuminato dall’interno. L’illuminazione della fonte, di tipo diffuso su tutti i lati tranne che su quello superiore, traspare dalle pareti laterali dell’involucro, penetra il materiale e fuoriesce in modo più debole e con colore diverso, presentandosi sempre bianca se osservata dal piano inferiore e di colore ambra o terracotta (più intenso centralmente e sfumato nella zona periferica) sulla superficie laterale. Ma è quest’ultima che dona alla lampada tutto il suo fascino enigmatico e che è cambiata dall’involucro esterno, ovvero dal corpo diffusore. Un diffusore è l’apparecchio atto a propagare e distribuire energia nello spazio, nel nostro caso specifico uniformando e diffondendo la luce. In base al materiale utilizzato e alla sua forma, un diffusore può allargare il fascio luminoso o filtrarlo fino a schermarlo. Queste caratteristiche sono quindi fondamentali per determinare il percorso della luce e come questa può essere modulata, i diffusori infatti assorbono il flusso luminoso e lo restituiscono per una parte come luce rifratta. Il corpo diffusore di Dragonfly porta a termine il suo piano narrativo in maniera piuttosto complessa. 44 Come abbiamo già avuto modo di vedere, la continuità della superficie laterale è rotta dal passaggio nella parte inferiore. La presenza di una superficie vallonata di tante lenti e l’utilizzo di un materiale sabbiato fanno sì che la luce risulti più intensa nella parte centrale e frantumata nelle zone periferiche. L’effetto si deve infatti al principio di rifrazione della luce. L’onda luminosa che fuoriesce dalla lampadina passa da un mezzo (l’aria) ad un altro (la resina plastica) con indice di rifrazione maggiore. Il suo percorso subisce quindi una modifica di direzione e l’effetto è di vedere la luce frazionata e segmentata dalle tante piccole curvature dell’occhio. La luce subisce la concentrazione all’interno di ogni piccola lente esagonale e al tempo stesso è assorbita per non accecare. La vista della lampada da un’altezza di 1.50 mt (standard per il posizionamento dell’occhio umano negli studi ergonomici) risulta gradevole allo sguardo. Diverso è la diffrazione di questa luce dovuta al corpo diffusore nella zona inferiore, dove essa può attraversarne le cavità tonde aggirando i contorni e stagliandosi sulle superfici in modo diretto, con piena intensità. Un confronto Interessanti sono le analogie fra Dragonfly e la lampada Caboche di Patricia Urquiola. Forma e funzionamento sono abbastanza simili, mentre il procedimento per il raggiungimento dei risultati è molto diverso. Entrambe sono lampade a sospensione, di forma ellissoidale, con differenze di illuminazione nel passaggio fra luce laterale e luce zenitale. Entrambe utilizzano un corpo diffusore dove è fondamentale il principio della rifrazione. Se per Dragonfly le lenti erano ottenute grazie alla lavorazione del materiale con l’inspessimento di selezionate zone operato da macchine utensili, per Caboche la costruzione del corpo diffusore è realizzata dall’utente stesso che ha la possibilità di incastrare le lenti alla struttura di sostegno come se stesse addobbando il suo albero natalizio. La progettazione delle due lampade gioca su ambiti diametralmente opposti. L’approccio con la lampada Caboche è di tipo ludico e il sistema di lenti ha una funzione di tipo decorativo/fantastico. Caboche vuole sorprendere per la capacità di produrre una luce spettacolare di elevata qualità scenica. Dragonfly invece ha un approccio molto più tecnico. Si assiste infatti alla messa in pratica di leggi della natura, con una forma che riprende l’occhio della libellula quan- Caboche - Patricia Urquiola 45 do invece Caboche prende spunto da un braccialetto con perline degli anni 60’. L’incontro fra la natura e la tecnologia è un tema molto caro ai due designer Wertell e Oberfell, ripreso sistematicamente anche nella loro opera più recente dal nome Diatom. Qui, il disegno della lampada riprende la struttura vista al microscopio delle alghe diatomee. Ancora una volta si assiste al parallelismo fra forme naturali e geometrie matematiche: in questo caso il diffusore è creato dall’inclusione di complesse strutture molto simili a composizioni molecolari. Lume degli occhi miei L’occhio della libellula e l’immagine di un drago volante sono solamente alcune delle immagini che la lampada richiama. Analizzando il funzionamento dell’occhio, abbiamo capito che il sistema cornea-cristallino ha la capacità di convogliare i raggi luminosi in fotogrammi che vengono registrati dai recettori. Nella lampada ai recettori si sostituisce la fonte luminosa, seguendo un percorso inverso, i raggi luminosi si diffondono attraverso le lenti che compongono il corpo diffusore. È curioso vedere come questa immagine dell’occhio illuminato fosse presente già al tempo degli egizi, i quali veneravano il Dio Horus. Horus era il Dio del cielo, che aveva il sole come occhio destro e la luna come occhio sinistro. La sua natura comprendeva una chiaroveggenza che gli consentiva di vedere ogni cosa, una capacità visiva molto acuta e una sviluppata consapevolezza. L’occhio di Horus spesso compare illuminato e rappresentato con raggi di luce che fuoriescono dal suo iride, possiamo quindi trovare una relazione fra questa rappresentazione e la lampada che in qualche modo sembra quasi volersi svelare e voler svelare. Come una lampada a paralume anch’essa disegna una luce ambientale nelle zone periferiche e una luce d’accento sulla zona sopra cui viene posta. Se le superfici laterali celano, la parte inferiore è aperta, libera di illuminare con piena potenza e mostrare la realtà. La lampada può richiamare anche la forma di un alveare. Le forme esagonali che compongono la superficie sono del tutto simili alle celle delle casette delle api. Così, anche l’aspetto del materiale utilizzato (denso con piccole bollicine d’aria e di color ambrato) ci fa pensare al miele prodotto dalle api. La lampada vuol sembrare un oggetto della natura prodotto dalla 46 natura, privo di artifici, quando invece è esattamente l’opposto. Anche la forma della lampadina è mascherata dietro il corpo diffusore che, opaco, ne lascia intravvedere solamente i contorni sfumati, spezzandone la forma. Dragonfly è dunque una lampada a sospensione in grado di illuminare sia con luce diffusa che con luce diretta. Nelle lampade comuni il corpo diffusore avvolge la lampadina solo parzialmente. Questo accorgimento consente un’illuminazione d’accento della zona sottostante mentre il paralume ha il compito ulteriore di concentrare la luce verso il basso, riducendo le dispersioni, come un riflettore. Dragonfly tende invece a chiudere l’involucro attorno alla lampadina, che rimane prigioniera nel suo spazio centrale. L’effetto è quello di una luce che viene trattenuta e resa più flebile dal materiale laterale, mentre invece, come un raggio che filtra fra le nuvole, si libera e si dipana quando illumina verso il basso. Una volta accesa, Dragonfly entra in relazione con l’ambiente che la circonda e con l’utilizzatore che ne fa uso. La superficie ambrata laterale del corpo diffusore lascia trasparire un bagliore diffuso che disegna sulle pareti un ambiente caldo e accogliente. Produce ombre dai contorni estesi, morbidi e poco articolati, tratteggia ombre che si allungano sempre più man mano che ci alziamo all’altezza della lampada. L’ambiente illuminato evoca la luce che illumina la casa nel momento del tramonto quando il sole raggiunge l’angolo critico e le particelle vengono percepite di colore arancione tendente al rossastro. Sotto la lampada avviene tutt’altro, qui la luce della lampadina non è assorbita dall’involucro, ma cade con un percorso dritto e si focalizza sulla zona sottostante. Le superfici su cui la luce si staglia non mutano di colore, qui le ombre si fanno più nette e più corte, qui la luce è utile all’utilizzatore che vuole leggere un giornale e che necessita di una luce d’accento sulla zona che deve consultare. Il piano narrativo della lampada viene quindi portato a termine in due modi, con una luce ambientale nelle zone più periferiche e con un’illuminazione di tipo diretto nelle zone sottostanti la lampada. 47 Esplorare Dragonfly e individuare le sue caratteristiche, ha portato a scoprire i dualismi e i contrasti che la valorizzano e la denotano. Parliamo di una lampada che prende spunto dalle forme naturali e nel particolare dall’occhio della libellula. L’articolazione delle superfici che la rivestono è però il frutto di complessi meccanismi artificiali, dell’uso del computer nel disegno, della realizzazione con tecnica di prototipazione rapida grazie a macchinari tecnologicamente avanzati. Un contrasto artificiale/naturale che ritroviamo anche nel modo di fare luce, una luce artificiale prodotta dalla lampadina, che disegna sulle pareti laterali del corpo diffusore un bagliore e un colore molto simili a quelli prodotti da una candela che brucia. Una luce essa stessa diversificata a seconda di come fuoriesce dall’involucro della lampada, che segue percorsi diversi finendo in parte assorbita e rifratta sulle pareti laterali e che invece schiva i contorni e si diffrange quando cade verticalmente verso il basso. Un oggetto semplice e dalle mille sfaccettature, da una parte capace di irradiare luce calda del sole al tramonto nell’ambiente circostante proiettandoci in una atmosfera immaginaria, ma dall’altra, proiettando con intensità il suo fascio di luce sulle superfici sopra cui viene posto, ci tiene ben saldi alla nostra realtà con tutte le esigenze da espletare che questa ci pone. Sitografia http://scienceblogs.com/grrlscientist/2009/07/dragonflies.php http://www.mgxbymaterialise.com/designers/designer/detail/ detail/15 http://www.luxemozione.com/2009/04/immagini-dinamiche-diluce-e-ombra.html http://www.miodesopsie.it/sito/anatomia.asp http://www.stefanomazzanti.it/pubbli/estratto02.htm 48 Inquietudini luminose. La dimensione senso-motoria della luce. di Luca Fioraso Chi ha detto che la luce è immobile, fissa, statica? Neppure quella naturale è tale. Cambia in ogni momento, con la rotazione terrestre, con il cammino delle nuvole quando incrociano il sole. Anche la luce di un’umile candela vibra e si contorce ai più lievi soffi d’aria. Analogamente oggi anche la luce artificiale sembra inquieta, mobile, dinamica, interattiva. Qualsiasi sorgente luminosa può dipendere da forze esterne che interagendo con la sorgente creano particolari atmosfere di compenetrazione tra luce e ombra. Il movimento entra come punto forza, portando con sé un totale cambiamento: la luce si muove, viene mossa e con essa anche la nostra percezione dell’ambiente si trasforma. È il caso di Swarm Light. Random International (Stuart Wood, Flo Ortkrass, Hannes Koch) in collaborazione con Fredik Pretini, esposta al Design Miami/Basel Art nel 2010. Swarm Light - Random International 49 Swarm Light è un’installazione luminosa interattiva strutturata in tre enormi cubi LED che pendono dal soffitto, ciascuno dei quali ha un lato di 81 centimetri ed è composto da cento barre di ottone molto sottili ancorate ad una piattaforma quadrata fissata al soffitto. Ogni barra di ottone è in realtà il risultato dell’accoppiamento di tre diverse aste verticali fissate l’una all’altra da circuiti elettronici esagonali. Tre lati del microchip sono destinati ad ospitare le tre aste, gli altri supportano tre fonti luminose a LED. L’effetto risultante è di tre grandi cubi organizzati in una griglia tridimensionale, in ognuno dei quali sono presenti mille moduli LED e ogni modulo è dotato di tre diodi luminosi che generano tremila diversi punti luce. La tipologia di LED scelta dai progettisti è una sorgente monocolore il cui spettro luminoso si avvicina alla colorazione bianco/blu (bianco ghiaccio) generando una luce fredda che contrasta con la tinta bruciata dell’ottone. La piattaforma che sostiene le tre strutture è di acciaio lucido, materiale che riflette le radiazioni luminose determinando così una continua variazione all’interno dello spazio, moltiplicando all’infinito i punti luminosi. Lo spazio progettato per ospitare l’installazione prevede un soffitto completamente nero (assorbente), pareti bianche opache (semi-assorbente) e pavimento grigio (neutro). Si delinea quindi un microambiente dove, ancor prima dell’intervento dello spettatore, si instaurano dei reciproci rapporti tra le varie parti. L’impianto utilizza quattro sensori per raccogliere il suono e il movimento del pubblico in sala, consentendo così allo sciame di reagire a seconda dei diversi cambiamenti elaborati in tempo reale dal software che li trasforma in animazione di luce fluttuante sospesa. Lo spettatore viene a conoscenza dell’installazione in prossimità dell’impianto grazie alla risposta dinamica generata da essa: è lo spettatore, infatti, a guidare inconsapevolmente l’azione; la sua presenza corporea e sonora si esprime attraverso la luce. Un oggetto apparentemente inanimato rappresenta in realtà, attraverso la luce, il movimento frenetico di uno sciame. 50 Già il nome è tutto un programma Swarm Light è un nome composto, nel quale convivono due diversi aspetti dell’installazione: sciame, sostantivo maschile (trad. swarm), e luce, sostantivo femminile (trad. light). In primo luogo sciame (trad. swarm) ha una forte componente naturalistica con una duplice chiave di lettura, rimanda infatti sia a scenari naturali terrestri che spaziali. Con il termine sciame, infatti, si indica una moltitudine di cose, persone o animali in movimento; andamento dinamico che ricorda il movimento fluido tipico dei cosiddetti insetti sociali come api e formiche, gruppi di animali dotati di un comportamento collettivo molto complesso e articolato. La luce quindi traduce la presenza corporea e sonora dello spettatore nel movimento frenetico di uno sciame. Un insieme “vivente” in grado di rispondere attivamente alla presenza umana e addirittura di fermarsi se intimorito dall’eccessivo brusio presente nella stanza. Proprio come avviene in primavera, lo sciame di api esce dall’alveare raccogliendosi attorno alla regina per creare una nuova colonia, così come nell’installazione la luce circonda e avvolge lo spettatore. Allo stesso tempo però la scelta di posizionare la luce sul soffitto e di mantenere quindi una certa distanza fisica con lo spettatore rappresenta il tentativo di creare una sorta di volta celeste illuminata da infiniti punti luminosi, appunto le stelle. Del resto con il termine sciame, da un punto di vista prettamente astronomico, si intende il cosiddetto sciame meteorico: gruppo di meteore che viaggiano con velocità uguali seguendo orbite eliocentriche, dando origine al fenomeno della pioggia di stelle cadenti se assai numerose. Infine la seconda parte del nome light indica l’aspetto prettamente funzionale dell’installazione cioè illuminare. Con il termine luce si intende infatti la porzione dello spettro elettromagnetico visibile all’occhio umano necessaria per poter irradiare, dare luce ad uno spazio. Notiamo quindi come questo nome composto, scelto per l’installazione, racchiuda già in sé due aspetti: uno prettamente ludico legato al termine swarm e uno tecnico/scientifico legato al termine light. La forma, nella sua totalità, permette di riconoscere la figura assolutamente regolare di questa installazione, in cui si cerca di riproporre in chiave geometrica e ludica le traiettorie rettilinee di elementi naturali diversi 51 come stelle cadenti, meteore e granelli infuocati. Il punto luminoso LED sembra essere parte di un sistema collettivo molto più ampio: una tempesta di stelle cadenti, un insieme di scie luminose visibili nel cielo notturno determinate da minuscoli frammenti di polvere e roccia che entrano in collisione con la nostra atmosfera bruciando. Ed è proprio questa effimera traccia di luce che viene riproposta nell’installazione, un insieme di strisce luminose che generano particolari bagliori di tracce incandescenti. Il comportamento di questo insieme di punti luminosi crea una vera e propria tempesta di stelle che illuminano l’intera stanza. L’installazione però può anche mutare e cambiare il proprio movimento assumendo andamenti leggeri, calmi e morbidi, avvicinandosi così a un’interpretazione più naturalistica. Lo swarm diventa allora un vero e proprio sciame di lucciole. Senso motricità La dimensione legata a Swarm Light, o più in generale a qualsiasi tipo d’installazione multi-sensoriale, rappresenta un continuo mutamento delle percezioni. Si tratta infatti di situazioni in cui concorrono diverse esperienze correlate a sfere sensoriali differenti che producono una sinestesia in fieri. Come sostiene Jacques Fontanille: Il sincretismo (dei modi semiotici del sensibile) e la sinestesia (degli ordini sensoriali) non sono complicazioni supplementari o elaborazioni sofisticate e ulteriori, ma la condizione stessa dell’apparizione della funzione semiotica nell’uomo. (Fontanille 2004, p. 136) Si assiste così a una sovrapposizione di sensazioni prodotte da diversi organi di senso che portano il soggetto a vivere una complessa e totale esperienza percettiva. In Swarm Light attività diverse, come suono e moto, collaborano a costruire un’esperienza dinamica altamente coinvolgente. La percezione è il risultato di un’esperienza globale in cui lo spettatore s’immerge completamente, conscio del proprio ruolo. Egli infatti non interagisce passivamente con l’installazione, ma sfrutta le proprie conoscenze e attua un comportamento attivo: muovendosi, agitandosi nello spazio, modulando l’intensità della propria voce, battendo le mani e così via, riesce a generare un cambia- 52 mento visibile nella luce prodotta dall’installazione. È possibile cogliere il cambiamento, la mutazione della luce solo attraverso un movimento fisico del proprio corpo o della propria voce, anch’essa prodotta dal movimento vibrato delle corde vocali nella laringe durante l’espirazione. Il settore illuminotecnico è oggetto di una profonda trasformazione, spinto dall’esigenza dei consumatori di poter controllare personalmente i flussi e gli scenari luminosi. Grazie alle nuove tecnologie sviluppate negli ultimi anni, ci troviamo di fronte a degli scenari innovativi in cui gli spazi diventano luoghi altamente dinamici e interattivi in grado di racchiudere un oggetto completamente ripensato in un’ottica di continuo cambiamento, cosicché l’oggetto stesso si presenta come il risultato di un processo in divenire. Ed è proprio ciò che accade nell’installazione Swarm Light, in cui è necessario un processo di continua costruzione dell’interazione tra l’oggetto e lo spettatore: due entità di natura diversa agiscono l’una sull’altra con reciproche modificazioni del loro stato. Ovviamente questo genere di oggetti sono programmati appositamente per creare nello spettatore la sensazione che siano in grado di “avvertire” e quindi di rispondere prontamente alle azioni compiute dal soggetto. Ciò non toglie che nell’esperienza vissuta dallo spettatore l’installazione sia in grado di carpire in modo dettagliato suoni e movimenti messi in atto dall’utente, generando una particolare complicità tra il soggetto e l’oggetto. Scherzare con la luce Fino ad oggi la luce si è sempre accesa per mezzo di un interruttore, di una manopola o di un qualsiasi strumento su cui una leggera pressione era in grado di controllare e gestire il flusso luminoso all’interno di uno spazio. Ora questo genere di installazioni rivoluzionano completamente un gesto così quotidiano come accendere o spegnere la luce. Swarm Light non presenta nessun elemento caratteristico dei sistemi di illuminazione tradizionali, ma avvia un nuovo processo di fruizione della luce, indipendente da un contatto fisico con l’oggetto, in cui il corpo stesso dell’utente diventa attivo e necessario per avviare le modificazioni luminose cercate. Proprio per questo motivo non è inizialmente facile comprendere la funzione dell’installazione, ma dopo una prima fase di esplorazione l’utente comprende il legame che lo unisce all’ogget- 53 to e avvia così la relazione. Si effettua quella che è la funzione ludica dell’installazione ed è solo comprendendo questo aspetto che è possibile interagire con Swarm Light. Grazie all’innovazione tecnologica sono sempre più numerosi gli oggetti e le installazioni in cui il corpo entra prepotentemente come mezzo attivatore di un qualche cambiamento, talvolta legato ad una variazione cromatica, altre volte all’intensità della luce. Tra le installazioni di maggior successo in cui lo spettatore assume un ruolo attivo nella definizione della luce, vi è sicuramente il progetto del gruppo collettivo Blendid per l’esposizione Re-ACT/Interactive Light Art in Olanda. Questa scultura, così è definita dal team di progettisti, interseca uno sciame statico di oggetti leggeri ad uno sciame di colori in movimento in grado di reagire agli spostamenti sottostanti degli spettatori. Il suo aspetto richiama gruppi di greggi o di sciami dove molti elementi sembrano fondersi in un unico organismo con un proprio carattere distinto. La posizione delle persone sotto l’installazione attira lo sciame di luce colorata che viaggia da una parte all’altra dello spazio generando un’interazione ludica tra gli spettatori e questo oggetto composto da 500 54 Interactive Light Art - Blendid elementi, nei quali la luce colorata viaggia creando particolari animazioni. Simile è l’idea alla base del progetto E4 Moodwall di Matthias Oostrik dove i movimenti del pubblico sono tradotti in sfumature di colore, contrasti di luci che creano una sorta di paesaggio fantastico vicino all’aurora boreale. A volte le luci si accendono tutte insieme, danzano sulla superficie, altre volte sono semplicemente delle sfumature sovrapposte, immagini sempre diverse e in continuo mutamento gestite direttamente dalla presenza corporea dello spettatore. In alcuni casi questo genere d’installazioni vengono collocate in aree degradate di grandi centri urbani in cui il connubio luce e colore riqualifica l’ambiente, come nel caso del Moodwall, struttura installata in un quartiere periferico di Amsterdam. Notiamo però come in molti oggetti non sia più direttamente lo spettatore ad attivare l’illuminazione ma fenomeni del tutto esterni come il vento nel caso, per Moodwall - Matthias Oostrik 55 esempio, della lampada Firewinder progettata da Tom Lawton. L’oggetto infatti è completamente alimentato dal vento generando bagliori più o meno fervidi a seconda dell’intensità dell’energia eolica prodotta. Si tratta di installazioni e oggetti che utilizzano linguaggi espressivi diversi ma accomunati da una stessa filosofia progettuale, in cui la forza motrice è affidata a Firewinder - Tom Lawton elementi nuovi come il movimento dello spettatore, il rumore di una folla o l’intensità del vento. La particolarità di Swarm Light, come di queste luci, sta nella creazione di una fruizione della luce estremamente legata alla fisicità dello spettatore. In questo genere di installazioni la corporeità della persona entra come nuovo punto forza del progetto, al punto tale da attribuirgli capacità che fino a qualche tempo fa sarebbero apparse innaturali come regolare e gestire un flusso luminoso. Dentro il corpo dello sciame Ma vediamo più da vicino come si articola questa installazione. Swarm Light, nella sua totalità, si sviluppa su due piani: uno principale/primario occupato dall’installazione stessa e uno secondario che funge da scenario quindi circondante l’installazione. I due spazi sono tra loro proporzionati e mantengono lo stesso rapporto. Swarm Light è situata nella parte alta della stanza che l’accoglie e occupa circa 1/3 del totale. L’installazione stessa può essere virtualmente suddivisa in due parti: la zona alta è destinata all’ingombro dei cavi, mentre la restante parte ospita le fonti luminose a LED re- 56 sponsabili dell’illuminazione finale. Vi è quindi un rapporto bilanciato (50:50) tra la parte alta-inanimata e la parte bassa-animata. Swarm Light è strutturata in 300 assi verticali caratterizzati da un andamento lungo, dritto e non segmentato. Completamente diverso è invece l’andamento della luce che non segue percorsi fissi e definiti ma traiettorie casuali dipendenti esclusivamente dalla presenza dello spettatore all’interno dello spazio. Lo spazio circostante l’installazione è composto da tre diverse tinte acromatiche in corrispondenza dei piani: il soffitto/nero, le pareti/bianco e il pavimento/grigio. Ogni tonalità rappresenta una diversa superficie quasi a voler sottolineare i differenti piani X, Y e Z. Le aste dell’installazione invece sono in ottone, colore bruno, bruciato che si differenzia dal resto dell’ambiente. Tuttavia l’installazione non possiede un colore definito ma si confonde con lo spazio, si miscela con l’ambiente e volutamente “scompare” lasciando in vista solo ed esclusivamente i punti luminosi che ne definiscono il colore principale, ovvero il bianco freddo dei LED utilizzati (cool white superiore ai 5300 K secondo la norma UNI 12464). Gli effetti luce/ombra generati da Swarm Light sono difficilmente catalogabili perché rispondono direttamente a movimenti e rumori generati nello spazio dagli spettatori. Complessivamente notiamo una luce fluida e morbida in linea quindi con il concept dell’installazione che mira a ricreare artificialmente i movimenti in sciame d’insetti intelligenti come le lucciole. Da sottolineare poi la presenza di ombre portate sulle superfici della stanza dovute a questi imponenti cubi tridimensionali che inevitabilmente proiettano le proprie sagome. L’installazione, nella sua complessità, presenta due fenomeni che interessano il rapporto luce e materia. Possiamo infatti suddividere i materiali utilizzati in due categorie: materiali riflettenti vs. materiali assorbenti. Il sostegno, la struttura e parte dei circuiti dell’installazione sono caratterizzati da materiali altamente riflettenti come ottone e acciaio lucido, a differenza invece del pavimento e del soffitto che assorbono gran parte delle radiazioni luminose in quanto composti da materiali cementizi, porosi e scuri. Le pareti, bianche e porose, possono essere inserite in una categoria a parte poiché riflettono e assorbono contemporaneamente la luce, avviando così un processo di continua miscelazione del flusso luminoso per ottenere un illuminamento omogeneo della superficie. 57 Azione e retroazione tra luce, spazio, tempo e uomo Luce e spazio sono inscindibili. È il rapporto luce/ombra a generare sensazioni spaziali. Da sempre la luce interagisce in maniera molto forte con gli ambienti, i luoghi e gli spazi e da quando l’uomo è stato in grado di “catturarla” e quindi di modellarla, raccoglierla, orientarla, incanalarla, questa relazione si è fatta sempre più densa e importante. La luce è in grado di condizionare e a volte anche determinare il senso delle cose, degli ambienti e della stessa spazialità, ed è proprio ciò che fa Swarm Light attraverso il proprio illuminamento (flusso luminoso che cade sulle superfici dello spazio in cui l’installazione stessa è inserita). L’installazione dunque attraverso la propria luce permette la comprensione dello spazio e grazie alle ombre, generate dall’andare e tornare delle luce in presenza dello spettatore, definisce ritmo e temporalità. Quando la luce viene plasmata e orientata o quando viene riprodotta con il fuoco o la lampadina, essa diventa parte dello spazio in cui il soggetto è collocato; ma ancor di più quando la luce è plasmata dalla pre- 58 senza corporea dell’utente, si raggiunge un legame strettissimo tra oggetto, spazio e soggetto. Ogni elemento concorre al raggiungimento di un obiettivo: la modificazione della luce in funzione dello spazio. È lo spazio stesso, attraverso il cambiamento di scenari e di rapporti luce/ombra, a stimolare e influenzare il comportamento del soggetto. In Swarm Light lo spettatore interagisce con il sistema d’illuminazione in modo attivo; non subisce passivamente la luce ma attua una serie di comportamenti che generano una risposta nell’installazione. Questa è caratterizzata da una luce dinamica in grado di mutare la propria presenza all’interno dello spazio in cui il soggetto è situato. L’illuminazione dunque è modulata dal rapporto luce/utente all’interno di una relazione sempre più simbiotica. Da sempre il soggetto ha instaurato un legame molto forte con l’illuminazione artificiale. E’ possibile per esempio spegnere una candela con le proprie dita: è sufficiente bagnare leggermente l’indice e il pollice, stringere lo stoppino soffocandone la fiamma. Oppure esercitando una leggera pressione con l’indice su un interruttore è possibile accendere o spegnere una sorgente luminosa. Si tratta quindi di un rapporto tattile in cui avviene un reale contatto tra il soggetto e la sorgente. Ma oggi, in particolar modo in questa tipologia di installazioni, basta la sola presenza del soggetto a generare modificazioni luminose. La luce reagisce non solo per la presenza fisica del soggetto, ma anche per le variazioni tonali della voce o i movimenti compiuti nello spazio. Si tratta dunque di un fenomeno con cui l’utente interagisce direttamente, il soggetto dialoga attraverso il proprio corpo con Swarm Light, la quale, attraverso cambiamenti luminosi, è in grado di formulare una risposta interattiva. Usare Swarm Light significa dunque interagire con essa allo scopo di raggiungere un obiettivo che può palesarsi attraverso una modificazione della luce emessa. L’utente fa conoscenza dell’installazione nel momento stesso in cui si relaziona attivamente con essa, attraverso una serie di azioni accumulando così dei feedback (in italiano retroazione) che gli permettono di assimilare nella propria mente nozioni fondamentali per l’uso. Pertanto lo spettatore agisce e controlla gli effetti della propria azione per poter calibrare gli istanti successivi. Una volta che lo spettatore ha compreso che la luce prodotta da Swarm Light reagisce al rumore, è portato a compiere delle azioni che 59 avviano un processo di cambiamento nella luce: batte le mani, urla, modula la tonalità della voce e così via. Con il termine “uso” si intende quindi un processo in divenire, una metamorfosi continua, una luce dinamica in cui il soggetto agisce e si comporta per raggiungere una variazione della luce, variazione che ne diventa il principale obiettivo. Questa interazione reciproca fra ambiente e soggetto, che permette la produzione di un “mondo” e che considera la cognizione inseparabile dai processi senso motori, dalla azione e dalla percezione, viene chiamata nei lavori di Varela, Thompson e Rosh: enazione. Gli autori sottolineano il ruolo attivo del soggetto in relazione con il mondo sensibile. L’aspetto interessante dell’approccio enattivo è rappresentato dal ruolo fondamentale assunto dal corpo nei processi cognitivi. In questo senso Varela parla di azione incarnata: Usando il termine incarnata intendiamo mettere in risalto due idee: in primo luogo, il fatto che la cognizione dipende dal tipo di esperienza derivante dal possedere un corpo con diverse capacità sensomotorie, e in secondo luogo, il fatto che tali capacità sensomotorie individuali sono esse stesse incluse in un contesto biologico, psicologico e culturale più ampio. Usando il termine azione intendiamo porre l’accento ancora una volta sul fatto che, nella cognizione vissuta, i processi sensori e motori, la percezione e l’azione sono fondamentalmente inscindibili. (Varela 1992, p. 206) Lo spettatore quindi non è un semplice osservatore, ma attraverso il proprio corpo agisce sull’opera interattiva. Un’installazione ludica presuppone un’intensa partecipazione e coinvolgimento dello spettatore, il quale assume un atteggiamento attivo, giocoso, esplorativo e interattivo. Uno spazio, quello creato da Swarm Light, in cui ogni gesto, movimento o rumore viene tradotto in segnale luminoso, in luce, un gioco insomma, dall’evoluzione sempre inaspettata e imprevedibile. Swarm Light si basa dunque sul coinvolgimento e sull’intervento diretto dello spettatore: l’installazione infatti “esiste” poiché essendo sensibile agli stimoli esterni provenienti dal soggetto è in grado di rispondere a questi in tempo reale. Così facendo lo spettatore è in grado di comprendere le relazioni di causa ed effetto legate alle proprie azioni. Tra l’installazione e il soggetto s’instaura una vera e propria interazione ludica, in cui l’utente è consapevole del proprio ruolo attivo e della capacità che possiede di poter modificare gli eventi, e quindi la luce all’inter- 60 no dello spazio dell’installazione. Pertanto il soggetto diventa protagonista di un’esperienza sensoriale totalizzante che gli consente di essere pienamente artefice dei cambiamenti di luce, in un contesto affascinante non solo per gli effetti luminosi, ma anche per la straordinaria reattività che si stabilisce tra le sue azioni e l’installazione. In questo tipo d’installazioni il corpo si dilata, si estende, si trasforma portando lo spettatore ad una nuova percezione di sé. Un corpo “nuovo” attivo all’interno dello spazio, in cui il confine tra soggetto/oggetto è sempre più di difficile individuazione trattandosi di una situazione in continua metamorfosi. L’aspetto sicuramente più interessante di Swarm Light sta nel fatto di offrire allo spettatore una fruizione attiva, partecipe e interattiva nella quale la luce esiste solo grazie alla presenza fisica, l’intervento e l’azione del soggetto senza la quale l’installazione rimarrebbe inanimata. La senso motricità, dunque, consiste nel coinvolgere lo spettatore in una dimensione di continua trasformazione, in cui la luce stessa diventa la traduzione visiva del cambiamento. Sitografia http://www.blendid.nl/ http://www.firewinder.com/ http://www.magdatt.nl/ http://www.random-international.com/ http://www.vimeo.com/ 61 Del vento divenuto luce La dimensione senso motoria della luce di Isis Cocco “Non importa essere piccoli o imponenti, il vento parla in materiali differenti... ”13. Abbiamo visto come la luce da semplice sorgente fissa, statica, immobile diventi dinamica ed interattiva. Qualsiasi sorgente luminosa può dipendere da forze esterne che interagendo con la sorgente creano particolari atmosfere di compenetrazione tra luce e ombra. Il movimento entra come punto forza portando con sé un totale cambiamento: la luce si muove, è mossa e con essa anche la nostra percezione dell’ambiente si trasforma. Cos’è la dimensione senso motoria? E, cosa ancora più interessante, come si può associare questo aspetto alla luce? Quali sono le caratteristiche della senso motricità che la luce riesce a rendere proprie? Le parola ha diversi significati: «sènso » s. m. [lat. s nsus -us, der. di sentire «percepire», part. pass. sensus]. a. La facoltà di ricevere impressioni da stimoli esterni o interni (affine quindi a sensibilità). b. Più comunemente ciascuna delle distinte funzioni per cui l’organismo vivente raccoglie gli stimoli provenienti dal mondo esterno e dai suoi stessi organi e, previa opportuna trasformazione, li trasmette al sistema nervoso centrale, informandone o no la coscienza. “motricità” s. f. [der. di motrice, femm. dell’agg. motore, sull’esempio del fr. motricité]. In neurofisiologia, la funzione motoria, con riferimento alla complessa integrazione dei molteplici meccanismi che vi intervengono: m. volontaria, involontaria. Anche, l’attitudine a compiere, controllare e coordinare i movimenti, espressione dell’integrità delle strutture centrali e periferiche del sistema motorio. La definizione di senso motricità dunque porta all’accomunarsi di due principali concetti: i sensi e il movimento; entrambi pongono l’accento sul comportamento dell’uomo in rapporto ad uno spazio con cui si relaziona; nel caso del movimento lo spazio fa da contenitore agli spostamenti della persona, per quanto riguarda i sensi, invece, questi sono intesi come i vista, udito, tatto, olfatto, gusto, sensi che l’essere 13 Inventario, n.2, p.13. 62 umano attiva per recepire, percepire ed poi interpretare il mondo che lo circonda e con cui si relaziona. Jaques Fontanille (2004; tr.it.: 132) riconosce che “ il mondo sensibile non può accedere alla significazione senza la mediazione del dominio senso motorio”. La dimensione senso-motoria si pone, quindi, come un elemento d’intermediazione tra il mondo sensibile e la significazione. La sfera della senso-motricità non è completa senza il movimento che modula e attua la percezione del fenomeni per essere recepiti poi dai sensi. La dimensione senso-motoria rappresenta il problema dell’inter-attanzialità tra l’uomo e altri elementi ambientali. Un esempio singolare di questa dimensione senso motoria della persona è analizzata da Agata Meneghelli in un articolo dedicato all’interazione tra giocatore e videogioco Rhythm Games nel quale la Meneghelli cerca di spiegare le pratiche che vengono messe in atto durante questi giochi. Nei Rhythm Games l’utente, il Soggetto Operante, si colloca su una piattaforma e, seguendo i segnali visivi e sonori prodotti dal Videogioco, il Destinante ManipolatoreSanzionatore, deve muoversi di conseguenza rispondendo nel modo giusto. Il giocatore, infatti, - dice la Meneghelli (2007: 7) - è chiamato a provare con i sensi le modificazioni del micro-mondo creato dal gioco, a sperimentare tali modificazioni come modulazioni interne che coinvolgono gli stati del corpo proprio e a tradurre queste modulazioni in movimenti corporei. Questa pratica di traduzione estesica produce senso di per sé stessa e contribuisce in modo determinante alla costruzione dell’esperienza vissuta dal giocatore. Analogamente Fontanille (2004; tr.it.: 180) sostiene che: Nel momento in cui il centro sensibile è in movimento, dice Fontanille- esso diviene un’istanza discorsiva a pieno titolo, suscettibile di scegliere la propria posizione, di imporre un certo orientamento e di suscitare una funzione semiotica. Vediamo dunque quali fattori entrano in contatto con la luce. La luce artificiale, tenendo in considerazione la nascita dell’energia elettrica, è stata concepita come un elemento funzionale statico, fisso, comandato dall’uomo attraverso le varie interfacce come l’accensione con interruttore a muro o con interruttore annesso all’oggetto lampada. La luce nelle nostre case si attiva al 63 comando e resta in funzione, salvo guasti, fino a che la persone non ne decretano il termine di utilizzo. Ma nel momento in cui all’elemento statico della luce viene accostato il movimento, il tradizionale binomio fonte luminosa-interruttore subisce una rottura; la luce è ora “comandata” dalla dimensione senso-motoria, viene messa in relazione con il suo utente, l’attore, che ne determina la funzione utilizzando mezzi non convenzionali come un semplice battito di mani o un suono emesso con la voce. L’utente, eliminato l’interruttore come tramite, si trova così in stretta connessione con la luce e ne comanda le modulazioni. Tuttavia le nuove tecnologie nell’ambito del design e delle innovazioni hanno portato ad un ulteriore ipotesi attanziali; la luce viene attivata, controllata, portata a termine non più solo dall’uomo, ma da altri elementi che possono entrare in gioco e diventare gli attori di questo azione. Ed è proprio questo tipo d’interazione che qui tentiamo di approfondire, ovvero, cercheremo di vedere più da vicino cosa accade nell’affascinante relazione che si crea quando la luce incontra uno dei quattro elementi, ovvero quando la natura diventa lei l’attore protagonista e disegna la sua luce. Firewinder è una lampada da esterno progettata e prodotto nel 2008 da Tom Lawton, un giovane designer inglese. Non si tratta di una semplice lampada che serve ad illuminare o a produrre un’atmosfera ma racchiude in sé un pensiero molto più profondo. Firewinder è un oggetto all’apparenza molto semplice, si compone di una singola struttura di base a forma di spirale di materiale polimerico riciclabile di color verde. La sorgente luminosa che sfrutta questa lampada sono i led,14 led disposti ad intervalli regolari lungo tutto il profilo della figura geometrica. Alle estremità 64 della spirale, infine, si notano due estensioni a tondino che servono come gancio per adagiare la lampada al supporto scelto; Firewinder non ha un alloggio fisso, ma può essere collocata in svariati modi: può essere inserita nella specifica base di legno a forma di C che si presenta come sede ad hoc per la lampada, può esser appesa con un filo ad un albero o collocata per terra tramite un piedistallo inserito nel terreno oppure, nel caso più estremo, può essere perfino tenuta in mano. Gli ambienti e le situazione in cui può essere utilizzata sono le più disparate: da una festa su un prato, ad una manifestazione in città fino a bordo di una nave. Firewinder si inserisce in tutti i luoghi, unica prerogativa richiesta è il vento. Ed è proprio questo fenomeno atmosferico il vero attore che agisce su questa lampada che non fa uso di nessuna batteria se non dell’energia del vento. 65 Come dice Francesco M. Cataluccio, (2010:10): “Non c’è niente di più indescrivibile del vento. Invisibile e impalpabile. (....) Le architetture e gli oggetti che vogliono averci a che fare debbono per forza adattarsi, nelle loro forme, alla sua invisibile ma forte pervasività. Perché il vento è libertà di movimento, non accetta ostacoli sul suo cammino.” La forma circolare di Firewinder è stata studiata da Lawton per la necessità, appunto, di adattarsi all’azione del vento; le ali ad elica formate dalla curva a spirale, nel momento del contatto, si riempiono di questa spinta vitale che è il vento: si fan trascinare e travolgere iniziando un frenetico giro all’infinito; ed è proprio in questo momento, con questa energia donata che le luci iniziano ad accendersi formando continui disegni nell’aria, visibili ad una distanza superiore di 250 metri con venti forti. Ma vediamo questa lampada più da vicino. A iniziare dal nome. Il nome delle opere d’arte, come degli oggetti di design, è un elemento molto importante: è la traccia che l’artista o designer ci lascia per poterne intuire il significato più profondo. Nel nostro caso Tom Lawton vuole sottolineare gli elementi pertinenti della sua invenzione, luce e vento, donando all’oggetto un nome fortemente evocativo, Firewinder. La luce ricorda il suo antenato più lontano, il fuoco, da cui nasce quella artificiale; l’elemento naturale si accosta al vento che, come si può leggere dal nome, winder, è un soggetto attivo, è un attore che svolge un’azione: Firewinder. Ma qual è l’operazione evocata dal nome?Cosa fa il vento sul fuoco? 66 Il primo collegamento logico porta a pensare l’avvicinamento tra fuoco e aria; il fuoco è un elemento forte, indomabile, legato alla passione; l’aria è invece soffio vitale e quando incontra il fuoco lo anima, lo ravviva, gli dà ancora più forza di quella che già possiede. Ed è proprio questo che il nome Firewinder riesce ad evocare, è questo che cerca di dirci letteralmente con la lampada: l’aria che da vita alla luce. Gaston Bachelard, nel libro sull’aria, apre una breve parentesi sul vento dove il suo soffiare è visto come “un combattimento strano che spesso manifesta un’azione vigorosa senza oggetto”14. Come Firewinder, molti altri oggetti, grazie al vento, riescono a funzionare. Il caso più antico è il mulino a vento, una struttura costruita per sfruttare l’energia del vento trasformandola in energia meccanica, ossia in energia cinetica. L’origine di queste costruzioni ebbe luogo in Persia circa 3000 anni prima di Cristo, ma nella conoscenza comune vengono associate soprattutto ai paesaggi fioriti dell’Olanda dove, dal 1180, venivano usati per il sollevamento dell’acqua. Il prolungamento moderno di questa tecnologia si ritrova nelle pale eoliche che sovrastano ormai svariate zone del Pianeta. Vere e proprie centrali di energia che ogni giorno “raccolgono” il vento tra le loro braccia per tradurlo in energia pulita da utilizzare. E’ possibile dunque trovare alla base di Firewinder un incontro dinamico e patemico fra due elementi naturali, il fuoco ed il vento( aria). Gaston Bachelard afferma che “Il fuoco è la vita; la vita è un fuoco. (…). All’origine di questa assimilazione, c’è, pensiamo, l’impressione che la scintilla (…) è una piccola causa che produce un grande effetto.”15 Del vento invece dice: “Si potrebbe affermare che il vento furioso sia il simbolo della collera a cui manca un oggetto, un pretesto.”16 Continua, sempre nel suo libro “Psicanalisi dell’aria”: “Ciascuna fase del vento ha una sua psicanalisi. Il vento si eccita e si scoraggia. Grida e si lamenta, Passa dalla violenza allo smarrimento, Il carattere stesso dei soffi taglienti e inutili può rendere un’immagine di una malinconia ansiosa, molto diversa dalla malinconia affranta.” 17 Da queste riflessioni è possibile riscoprire dentro questi elementi una grandissima forza vitale: il fuoco si sa, è difficile da domare e accudire e il vento d’altro canto non è facile da fermare e dominare ai propri voleri. L’incontro tra queste due forze passionali non potrà che essere uno scambio dinamico che è 15 Gaston Bachelard, 1984. Gaston Bachelard, 2007, Psicanalisi dell’aria, Red Edizioni, Milano, p.244. 17 Gaston Bachelard, 2007, Psicanalisi dell’aria, Red Edizioni, Milano, p.249. 16 67 esattamente quello che succede osservando l’azione di Firewinder: il vento entra in contatto con il fuoco, personificato dalle luci dei led, e ciò che ne nasce sono disegni di luce. Si può quasi dire che l’aria si scontra con il fuoco cercando di dominarlo; lo utilizza come un pennello per disegnare nello spazio buio forme di luce. Questo incontro così movimentato, questa continua rincorsa creatrice viene spiegato da Fontanille (2004, tr.it.: 184) con queste parole: Messa in scena di un conflitto tra qualcosa che pertiene all’energia( valenza d’intensità) e qualcosa che pertiene alla materia, ossia al dispiegamento figurativo della sostanza nell’estensione( valenza d’estensione). Da diversi anni il design contemporaneo ha iniziato ad avere un occhio di riguardo verso le tematiche ambientali rivolte al raggiungimento di un benessere dell’uomo senza, tuttavia, danneggiare ulteriormente il pianeta Terra. La tendenza ecosostenibile è entrata a pieno titolo nei maggiori progetti di design; Firewinder non è dunque l’unica lampada progettata per sfruttare al massimo una delle migliori energie naturali quale il vento. Flow - Vasquez & Lőrincz Ad esempio, si prenda il dispositivo luminoso detto Flow che è un lampione pubblico progettato nel 2010 da due giovanissimi ragazzi ungheresi, Alberto Vaőrincz, pensato per le zone ventose del Sud America.La soluzione formale del prototipo è simile a quella di Firewinder poiché sfrutta la spirale come forma di base ma la struttura viene semplificata con elementi orizzontali ripetuti regolarmente. Questi elementi sono canne di bamboo tagliate, entro le quali sono situati i led. Il bamboo è il secondo punto 68 forte del lampione perché riduce ulteriormente i costi di produzione in quanto il materiale è facilmente reperibile nelle zone sud americane e dona un ulteriore aspetto di eco-design alla lampada. La forma simile implica anche un funzionamento simile, le luci dei led s’illuminano utilizzando l’energia eolica del vento che muove Flow in tutte le direzioni. Wind Lamp - Kyung Kuk Kim Wind Lamp è il secondo oggetto preso in esame; è un progetto di Kyung Kuk Kim e parte non da un’idea ma da un luogo. Il designer che vive a Seoul conosce bene la sua città e le sue caratteristiche che la fanno diventare unica. In questo progetto il suo sguardo si è soffermato sul fiume che attraversa la metropoli, il Fiume Han, portatore di vento. L’idea di Kyung è di inserire nell’ambiente cittadino una sorta di pala eolica dal design raffinato che emette luce e raccoglie energia per illuminare le altre luci pubbliche. Il corpo bianco allungato pende verso il basso a ricordare una goccia. Presenta dei tagli verticali che fanno intravedere una parte interna alla struttura: è questa sezione nera l’anima di Wind Lamp, la pala eolica a forma di elica che si muove al soffiare del vento accendendo la sorgente led collocata nell’apice più estremo della goccia. Light Wind, infine, è un progetto del 2006 dello studio olandese Demakersvan e, come gli oggetti precedenti, è un lampione che si illumina sfruttando l’energia del vento, in questo caso, l’energia del vento dei paesi olandesi. La struttura è estremamente semplice, un lungo stelo sorregge una sorta di cilindro cavo con le fonti lumi- 69 Light Wind - Demakersvan nose, il tutto sovrastato da due grandi ali (2metri) che riescono a catturare e sfruttare qualsiasi vento nell’arco della giornata. La forma si presenta grossolana e senza alcun rimando alle linee aerodinamiche usate di norma negli oggetti che hanno a che fare con il vento. Da questo piccolo raffronto emerge l’esigenza da parte molti designer di progettare e produrre lampade per la collettività, per l’arrendo urbano come lampioni a risparmio energetico che raccolgano energia da distribuire alla città. Firewinder si discosta da questi oggetti analoghi per diversi aspetti. Per prima cosa, tutti questi progetti sono stati pensati partendo da un luogo. Firewinder nasce invece con un intento molto più poetico; nasce dalla voglia di riuscire a visualizzare il vento. Non avendo nessun legame con uno specifico paesaggio è facilmente adattabile a qualunque luogo ventilato anche grazie alle sue dimensioni che lo riportano dentro una sfera più familiare, inserita in una ambiente conviviale in cui, tuttavia, non vuole illuminare lo spazio che lo circonda ma solo donare una atmosfera luccicante con un continuo gioco tra movimento e percezione visiva. Firewinder è una lampada da esterno che, per poter raccogliere tra le sue curve il vento, ha bisogno di una forma specificata che si deve sviluppare necessariamente lungo un asse verticale. Le dimensione di ingombro di Firewinder non sono note se non quelle relative all’altezza, di 65 cm e 41 cm, da cui si può apprendere che vi sono due formati diversi della lampada. Come già detto, è possibile individuare un asse verticale centrare su cui si sviluppa, partendo dall’apice in basso, la spirale che si protende verso l’alto. 70 La forma tridimensionale di Firewinder ha un aspetto molto semplice che dà una sensazione di leggerezza; le zone create da questa curva a spirale costruiscono delle “risacche” dove il vento si insinua per muovere l’intera struttura, la quale, nel momento del moto, ingloba il vento, catturandolo tra le sue linee per girare. Firewinder, escluse le sue due estremità di collegamento, è fatto di un unico elemento verticale composto da una linea curva, la spirale, che ne delinea in modo netto il profilo; il suo disegno parte dal basso e sale verso l’estremità più alta con questa ritmicità continua e verso un ipotetico infinito che non potrà raggiungere mai; l’aspetto generale è di una massa circolare caratterizzata da spazi vuoti concavi che si ripetono. I materiali che Tom Lawton utilizza sono di matrice polimerica molto leggera in grado di sfruttare l’energia del vento. Al tatto la superficie si presenta liscia e senza alcun tipo di texture che possa limitare l’azione dell’aria. La struttura è, come già detto, leggera seppure rigida e solida; il materiale deve riuscire a resistere alle spinte; deve essere solo la lampada che, con la giusta conformazione, si possa adattare al vortice della brezza. Il materiale è di color verde chiaro o scuro, per favorire l’accostamento a un ambiente esterno naturale; l’assenza di brillantezza e l’aspetto opaco sono dovuti al materiale plastico utilizzato. La sorgente luminosa, 14 led disposti sul profilo della spirale. L’effetto che si crea è una luce compatta che tuttavia si modifica, si trasforma e si amalgama alle luci emesse dagli altri led in successione quando la lampada comincia a girare ad un andamento più forte; da unica e compatta la luce globale di Firewinder diventa più diffusa e crea nell’aria un disegno luminoso e circolare che tende verso l’alto. Con l’aria violenta – dice Bachelard - potremo cogliere la furia elementare, che è movimento, nient’altro che movimento. Vi troveremo delle immagini particolarmente importanti in cui volontà e immaginazione si uniscono. Da una parte, una forte volontà non legata a nulla e , dall’altra, un’immaginazione priva di qualsiasi raffigurazione si sostengono vicendevolmente.18 Aria, vento, movimento … parole che continuano a ritornare, che continuano, assieme al fuoco, ad essere la vera essenza del significato di Firewinder. Il vento e la sua personalità nella notte soffiano; la sua forte volontà e l’immaginazione, sottolineate da Bachelard, trovano finalmente una raffigurazione nell’in18 Gaston Bachelard, 2007, Psicanalisi dell’aria, Red Edizioni, Milano, p.244 71 contro scontro con il lampioncino Firewinder; una raffigurazione visiva che rende il vento artista riuscendo alla fine nella sua impresa di rappresentare e sfogare la sua furia, il suo movimento in luce. L’aria, l’attore principale di questo gioco, è un soggetto manipolatore che decide la sorte mutevole della lampada. In questo atto rotatorio continuo il fattore tempo ha una grande importanza; quando il vento con la sua forza fa girare la spirale di Firewinder in un movimento che non sembra aver termine quello che si presenta è un processo durativo; tuttavia, essendo un processo iterativo, ossia un processo che ha un inizio e una fine ma che continua a ripetersi, se prendiamo in osservazione questi due singoli momenti possiamo intuire che il processo avrà ogni volta un inizio o una fine più o meno lenti in diretta conseguenza alla forza del vento. Legata al movimento, la luce diventa un divenire, una luminosità dinamica in continua metamorfosi grazie ai suoi disegni luminosi che nascono, si trasformano, muoiono e rinascono come il vento vuole. Come diceva Gabriele D’Annunzio: E il vento era come il rammarico di ciò che non è più, era come l’ansia delle geniture non formate ancora, carico di ricordi, gonfio di presagi, fatto di anime lacere e d’ali vane.19 Il senso comune vede spesso il vento attorno a noi come una forza naturale che crea rumori, suoni e a volte grida; di qui la sua forte soggettività. Legare il vento ad una turbolenza passionale vuol dire legare questo tumulto alla lampada Firewinder attribuendole una funzione mitica. La lotta con il vento trasformano la percezione di Firewinder. la lampada diventa un vortice luminoso e sonoro in continua mutazione. Questa metamorfosi luminosa è così forte che porta Firewinder a prolungarsi verso la personificazione dell’uomo. Come diceva Eugène Guillévic: C’è qualcuno dentro al vento Sitografia http://www.firewinder.com/ http://igendesign.wordpress.com/ http://www.yankodesign.com/ http://www.demakersvan.com/ http://dictionary.cambridge.org/ 19 Gabriele D’Annunzio, Contemplazione della morte, Mondadori, Verona, 1928, p.128. 72 Site Specific Illumination: Projection Mapping di Luca Del Negro “Tutta la materia è luce. E’ la luce che, quando termina di essere luce, diventa materia. Nel silenzio c’è tensione verso l’espressione, nella luce tensione verso l’opera […]. Perciò le montagne sono luce esaurita; così le correnti, l’aria, tu stesso.” Louis Kahn20 “È la luce che dà la sensazione di spazio. Lo spazio è annullato dall’oscurità. Luce e spazio sono inscindibili. Se si elimina la luce il contenuto emotivo dello spazio scompare e diventa impossibile coglierlo. Nell’oscurità non esiste alcuna differenza fra la valutazione emozionale del vuoto e quello di un interno ben articolato.” Siegfried Giedion21 “L’architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi assemblati nella luce” Le Corbusier 22 A partire dalla seconda metà del ‘900 alcuni artisti iniziano ad abbandonare il concetto di museo e spazio espositivo in senso stretto. Allargando i propri orizzonti e decontestualizzano lo spazio museale, essi spostano le loro opere negli spazi pubblici. Per alcuni è stata una reazione alla sterilità dello “spazio bianco” delle gallerie, per altri, il clima elitario della scena artistico - culturale ha reso impossibile mostrare il proprio lavoro in una galleria; per altri ancora, lavorare al di fuori della galleria rappresentava l’opportunità di affrontare un pubblico esterno e diverso rispetto a quello dell’elite intellettuale. Da qui inizia il Site Specific, movimento d’arte in cui l’opera esiste solo in un determinato spazio e per quel determinato spazio. Nel 1966 Robert Barry, ha dichiarato: “L’installazione Site Specific è fatta per soddisfare il luogo in cui è stata installata. Non può essere spostata senza essere distrutta.”23 Nel 1989 Richard Serra ha detto: “Le opere diventano parte del sito e per modificarle è necessario riprogettare sia concettualmente che percettivamente l’organizzazione del sito.”24 Questo era vero per i primi esempi di arte Site Specific, ma in seguito il concetto e l’importanza delle opere d’arte in relazione al sito si sono evolute. Sebbene le opere d’arte oggi abbiano ancora un forte legame con l’ambiente, tuttavia il sito può essere cambiato lasciando immutato il significato dell’opera: sostanzialmente l’installazione può diventare itinerante. Ciò che resta immutato nel concetto di Site Specific è la creazione di un’opera legata allo 20 Louis Kahn - http://www.luxflux.net/n17/recensioni1.htm. 21 Siegfried Giedion (1954), Spazio, tempo ed architettura, Hoepli, 1984. 22 Le Corbusier (1923), Verso una Architettura, Longanesi, Milano, 2002 23 Robert Barry, 1966 - Gillian McIver, History of site-specificity in art. 24 Richard Serra 1989 - Gillian McIver, History of site-specificity in art 73 spazio. Quello dello spazio è un terreno conteso da diverse correnti artistiche come la Public Art, la Land Art e ciò che è Site Specific. L’arte rende rilevante il sito in maniera concettuale, ma non deve essere fisicamente costretto a quel determinato luogo. Le installazioni Site Specific, sono un’espressione artistica che integra altre discipline, come la sociologia e l’urbanistica, nella pratica e nella teoria dell’arte. Si esplora l’impatto che l’opera produce non solo sulla città fisica e sullo spazio, ma anche sul ruolo che i cittadini-utenti svolgono in esso, in quanto presenti nel sito. Questo linguaggio trasforma il paesaggio fisso della città in una piattaforma interattiva nella quale il passante diventa utente attivo. Inizialmente queste opere erano viste come un giocoso esempio di creatività. Interventi come questi, nella loro essenza, non erano solo giochi creativi, ma il segnale di una nuova corrispondenza estetica tra l’individuo e gli spazi urbani. L’opera è progettata attraverso la ricerca e l’interpretazione delle peculiarità di un determinato sito di cui si studiava le caratteristiche topografiche, architettoniche, culturali, sociali e ambientali. Nell’arte Site Specific si è spesso usata la luce come protagonista dell’opera, in quanto è un mezzo che riesce a precisare la natura e gli sviluppi della sua peculiare concezione, creando un forte legame con l’ambiente circostante. Essa infatti con la sua apparente immaterialità riesce a eliminare la fisicità del supporto e i relativi confini e perimetri. Nell’architettura la luce è la vera generatrice dello spazio; la si può considerare un materiale da costruzione con un’insostituibile funzione compositiva: senza luce non esiste nessuno spazio. La logica sperimentale di ricerca sulla luce e lo spazio nell’arte contemporanea sono stati affrontati in opere di molti artisti, come Lucio Fontana, Gianni Colombo, James Turrell, Bruce Nauman, Robert Irwin, Dan Flavin, Olafur Eliasson, nelle opere dei quali lo spazio e la luce tendono a creare nuove situazioni percettive. Projection Mapping Una nuova forma d’arte si sta diffondendo nelle principali zone urbane d’Europa e del Mondo. E’ l’arte del Projection Mapping che attraverso alcune proiezioni trasforma qualsiasi superficie in un display video, creando l’illusione che l’oggetto sia in movimento. La tecnica del Projection Mapping consiste nella proiezione di animazioni in 3D e motiongraphic. Si tratta 74 di animazioni complesse che, grazie ad una preventiva scansione e mappatura del piano su cui vengono proiettate (edifici o oggetti), interagiscono con ogni punto della scena, riconoscendo spigoli o forme degli oggetti presenti. La base di partenza è l’architettura e le superfici sulla quale viene effettuata la proiezione. Le facciate si animano di luce, colore e movimento dando la sensazione che l’edificio prenda vita. Attraverso software specializzati (portata massima di 1,5 Km), le immagini sono proiettate su facciate di edifici adattandosi alle loro forme. Questi video raccontano storie, eventi in forma astratta che non sempre hanno uno scopo puramente commerciale. In questo modo, il supporto diventa il contesto spaziale di ogni tipo di creazione. La sovrapposizione alle strutture materiali, di una skin virtuale su misura, rende possibili scenari creativi senza limiti. La Projection Mapping è una forma d’arte, uno strumento di comunicazione d’eccellenza, le proiezioni possono far vedere ciò che non è mai stato visto prima. La tecnica del Projection Mapping si sta diffondendo in vari ambienti, per lo più a scopo commerciale e pubblicitario. La videoproiezione non ha più uno scopo puramente artistico, ma sta prendendo un aspetto più ludico, ricreativo. Si vengono a creare dei veri e propri eventi che hanno l’obiettivo di offrire un’esperienza coinvolgente per l’osservatore.Le Projection Mapping possono consistere in riconfigurazioni astratte della forma architettonica dell’edificio; oppure possono ricreare ambienti o elementi che interagiscono con le parti statiche della facciata. Il più delle volte però si è di fronte ad una combinazione delle due. Tra le varie Projection Mapping esemplare è KraftWork. Nel 2010 a Wolfsburg in Germania si è svolto il “Festival della Luce”. L’occasione era di celebrare il 10° anno di Autostadt, un parco a tema (di proprietà Disney) dove sperimentare il futuro della Volkswagen (e Audi), la tecnologia e i concetti della sostenibilità. Per quest’occasione è stato ingaggiato il gruppo Seeper, che ha creato un’installazione di Projection Mapping, dal titolo KraftWork. E’ stato creato un accattivante racconto audiovisivo, della durata di 2 minuti circa, proiettato sul prospetto dell’edificio, che muovendosi attraverso l’evoluzione, l’espressione, l’emozione, la semplicità, l’essenza e l’eccitazione della luce, ha voluto comunicato la storia, i valori e il processo della Autostadt. In questa videoproiezione è visualizzato lo scontro cromatico tra due colori, il magenta e il ciano, che 75 hanno come obiettivo la conquista dell’intero spazio. Campo di battaglia è la facciata. I colori sono rappresentati da elementi geometrici come cubi, sfere, linee che, con i loro spostamenti, creano delle situazioni di squilibrio nella struttura della facciata, sconvolgendola. L’evocazione narrativa della luce permette la realizzazione di uno spazio altro, fantastico. E’ una simulazione in cui la facciata non rimane più statica ma prende vita, mostrando all’osservatore qualcosa che in realtà non esiste: un’illusione. La facciata è articolata in tre livelli: un piano di base costituito dal corpo compatto dello stabile, un altro livello (intermedio) che potremmo definire aggettante rispetto a quello base che comprende sette colonne; e un ultimo livello che comprende due torri parallelepipedi e finestrate. Le colonne del livello intermedio si alternano alle due torri dell’ultimo livello, e sono poste a gruppi di due all’estremità dell’edificio mentre le tre rimanenti si trovano nella parte centrale. KraftWork inizia dopo il tramonto, dopo che il sole ha lasciato il posto all’oscurità, rendendo difficile la vista della facciata. La videoproiezione inizia con una mappatura: punti di luce iniziano a muoversi. Le linee di luci, tracce del movimento dei punti, fanno da supporto ad una rappresentazione di ordine figurativo: seguono la struttura della facciata, evidenziandone la griglia costruttiva. Le linee luminose, ridisegnando la struttura geometrica del palazzo, la evidenziano allo sguardo dell’osservatore. La mappatura inizia tracciando i contorni degli elementi aggettanti, le torri e le colonne e poi passa alla profilatura delle finestre presenti sulla facciata. All’inizio della sequenza, l’edificio viene illuminato nella sua totalità per far capire all’osservatore la corrispondenza tra la griglia creata dalle luci e la facciata originale. La luce non è proiettata, in un unico momento, sull’intera facciata, ma gradualmente dall’esterno verso l’interno, per poi ritornare nell’oscurità. Improvvisamente le braccia che hanno diffuso il colore cadono al suolo, si frantumano, e al loro posto la facciata diventa di colore ciano gradualmente dal basso verso l’alto, prendendo possesso delle torri e del livello base suddividendolo in cubi che rispecchiano la griglia visualizzata nella prima fase. In seguito a questa prima fase di inquadramento spaziale, nella proiezione si manifesta il principale protagonista: un cubo cavo color magenta, che sarà quasi sempre presente nella proiezione. Questo, sbucato dal centro della facciata, prolunga due braccia lateralmente 76 seguite da una luce spot. Con questo sistema il cubo diffonde il colore in tutte le colonne che evidenziano il livello intermedio della facciata. I cubi colorati, che disegnano gli elementi della facciata, iniziano a muoversi su se stessi. Poi il cubo magenta si sposta addentrandosi nello spazio della facciata seguendo una traiettoria non precisa, quasi casuale. Tenta di stabilire una relazione con il livello di base. Infatti, muovendosi provoca piccoli cubetti color ciano i quali si muovono in relazione al suo spostamento perdendo il loro ordine originario. In seguito tutti i cubi si trasformano in sfere liquide color ciano che, una dopo l’altra, scoppiano e, alla fine,resta da sola la sfera color magenta. La fluidità degli elementi ciano si ripresenta momentaneamente come risalita di un liquido sulla facciata. La proiezione adesso si concentra sulle due torri dell’ultimo livello, prima quasi del tutto risparmiate da questi strani movimenti. Le torri subiscono una trasformazione che va dal basso verso l’alto e poi viceversa. Iniziano a scomporsi in cubi che si muovono, scambiandosi di posto, portando le torri ad una situazione di confusione, per poi tornare all’ordine originale. Ricomposte, iniziano a riempirsi di colore, prima ciano dal basso verso l’alto e poi magenta dall’alto verso il basso. La scena torna nell’oscurità e viene invasa da serpentine magenta che riempiono la facciata con dei movimenti casuali. Subito dopo inizia una sorta di conflitto. A intermittenza si presentano lampi ciano e magenta che invadono l’intera facciata, sembra quasi un duello, finche il magenta conquista la scena e tutta la facciata ne è riempita. E’ un confronto polemico, un vero e proprio scontro per il dominio dello spazio. Un colore ha sopraffatto l’altro e ora, al termine del conflitto, la facciata monocroma magenta si frantuma in mille pezzi come fosse una lastra di vetro. Questa Projection Mapping ha una significazione di tipo ludico, estetico e celebrativo dell’area all’interno della quale si svolge l’evento. Allo spettatore viene rivelato uno spazio riconfigurato completamente in cui le architetture della facciata continuano ad esistere ma vengono reinterpretate con diverse animazioni. Si scopre, così, una nuova geometria dello spazio, un piano insolito disegnato con fasci di luce che si sovrappongono, ma contemporaneamente interagiscono e dialogano con le architetture della facciata animandola, scomponendola, analizzandola e distruggendola. 77 La Projection Mapping è accompagnata da una musica il cui ritmo segue le immagini della narrazione. L’effetto audio accresce la spettacolarizzazione dell’evento colpendo maggiormente l’attenzione dell’osservatore, dando anche più valore all’installazione stessa. Nella prima fase di mappatura la musica è tranquilla, non sono presenti suoni forti. Dalla scena dell’introduzione dell’elemento ciano iniziano a sentirsi le percussioni, che vanno a tempo con i movimenti degli elementi colorati. La musica lentamente cala fino alla scena di destabilizzazione. Da qui le percussioni riprendono vita, accelerando anche il ritmo per raggiungere l’apice nella scena del conflitto cromatico. La musica termina infine con il rumore della rottura di un vetro, reale corrispondenza con la scena proiettata. L’idea che governa quest’opera è un’idea narrativa: in che modo la luce è capace di stravolgere e sovvertire il nostro mondo quotidiano. In questo caso come si confronta con gli spazi architettonici riconfigurandone non sole le forme, ma evidenziandone le contraddizioni latenti attraverso una sorta di battaglia cromatica tra il magenta e il ciano. E’ uno scontro, un gioco di ruoli per il dominio dello spazio. Nello svolgersi della battaglia avviene una trasformazione percettiva dello spazio, tesa a ridefinire i volumi del luogo attraverso l’inusuale impatto dei tracciati luminosi. La funzione straniante della luce porta alla realizzazione di un qualcosa di illusorio: la facciata dell’edificio prende vita, si trasforma, si colora. È tutta una simulazione, è vero, ma è una simulazione illusoria che tuttavia parla del potere performativo della luce, e questo potere invece è reale. Sitografia Projection Mapping: http://ziogeek.com/lo-straordinario-mondo-del-3d-projectionmapping/ http://www.projectionmapping.it La luce in relazione lo spazio http://www.larici.it/architettura-ambiente/composizione/particolari/luce/ María Andueza, Site-Specific Sound Installations in theUrban Environment http://www.mti.dmu.ac.uk/events-conferences/sssp2009/proceedings/10_SSSP09_Andueza.pdf Scott Burnham, Site-Specific Urban Design: The Call and Responseof Street Art and the City, 2010 http://scottburnham.com/2010/04/site-specific-urban-designthe-call-andresponse-of-street-art-and-the-city/ - Gillian McIver, History of site-specificity in art http://bak.spc.org/luna-nera/art-site/artsite_book/NOGRAFIK/1.pdf 78 Quando la lampada è scultura. di Nadia Andreatta e Elisabetta Costa Falkland - Bruno Munari Gatto - fratelli Catiglioni Che significa “divenir scultura” per una lampada? Alcuni artefatti che solitamente si pensa essere stati prodotti al solo scopo di illuminare, in realtà, per la particolarità del loro processo di produzione, dei materiali scelti, del loro disegno e soprattutto per lo specifico valore che hanno dato alla luce non sono solo delle semplici lampade funzionali, ma vere e proprie sculture. È il caso, ad esempio, della lampada Gatto dei fratelli Castiglioni, prodotta da Flos nel 1960 e della lampada Falkland di Bruno Munari, prodotta da Danese nel 1964. Ma anche la lampada Fata di Michele De Lucchi condivide, con queste, una luce diffusa, morbida, capace sia di rispondere alla sua funzione principale (illuminare l’ambiente), sia di rinviare a significati secondari, impliciti, assumendo “valori simbolici” di carattere sociale e culturale. In tutti questi casi, si tratta di una luce trattenuta, “incarnata” in una membrana che può essere di vetro soffiato (Fata), di tessuto elastico (Falkland) o di resina di “cocoon” (Gatto). La possibilità di essere diffusa per la luce spesso dipende dal fatto che tra la fonte luminosa e il bersaglio s’interpone un elemento di intermediazione che può avere le seguenti caratteristiche: “ostacolo riflettente, ostacolo assorbente e ostacolo opaco”. Mettendo in relazione il gradiente del tempo di risposta con il gradiente dell’intensità luminosa, accade che l’ostacolo riflettente rinvii immediatamente la luce, quello assorbente la trattenga per un certo 79 periodo e poi la ritrasmetta, mentre l’ostacolo opaco non la restituisca più. Nella lampada Falkland di Munari e nella lampada Gatto dei fratelli Castiglioni, abbiamo un involucro composto da una membrana traslucida che rispecchia le qualità dell’ostacolo assorbente. Questa membrana, infatti, non cattura l’irraggiamento, ma lo trattiene e lo restituisce senza che si possa percepirne la sorgente. Quindi l’effetto è di percepire la luce come se fosse incarnata nella materia; la membrana traslucida connette e separa la fonte luminosa con il bersaglio, creando un’atmosfera di sospensione, una sorta di tempo di attesa. Questo modo di essere della luce messa in memoria nella materia implica una potenzializzazione dell’illuminazione. I materiali adoperati per la costruzione della membrana conferiscono un valore aggiunto proprio per la loro peculiarità di realizzazione. La resina utilizzata dai fratelli Castiglioni consiste in un materiale che, solidificandosi a contatto con l’aria, prende la forma della struttura di acciaio sulla quale è spruzzato. Il risultato di quest’operazione è la percezione di un oggetto scultoreo che comunica una seducente morbidezza materica. Munari, nella produzione di Falkland, è stato il primo ad attuare un “trasferimento tecnologico” da un settore all’atro, operando una sorta di de-materializzazione della lampada che dissolveva la luce in un’eterea nuvola, utilizzando anelli metallici e una calza da donna. Nelle lampade dei fratelli Castiglioni, il materiale della membrana esterna ricorda invece l’elasticità della tela di ragno che fa di queste lampade delle sculture eteree e leggere. Ma vediamone più da vicino il meccanismo. All’interno della lampada Gatto troviamo un sottile telaio di 16 tondini metallici, verniciati di bianco, uniti tra loro da cerchi di raccordo saldati a diverse altezze, montato su una base in legno (B) che regge anche il porta lampada (A) da cui parte il cavo elettrico e all’esterno una maglia di cocoon che ricopre la struttura lasciando scoperta solamente una porzione circolare sulla calotta superiore. La lampada è formata da due parti - struttura e la membrana - distinguibili grazie alle loro caratteristiche plastiche. Sul cavo è presente il dimmer elettronico che consente la regolazione a step dell’intensità luminosa. La struttura portante è interna e compie una rotazione di 360° attorno all’asse centrale della lampadina mentre la membrana, pur effettuando la stessa rotazione, rimane all’ester- 80 no. La base di legno del portalampada è utilizzata per bloccare, tramite due viti (C), tutta la struttura di metallo sulla quale viene precedentemente spruzzato il polimero. É molto interessante notare come tramite questo procedimento di assemblaggio artigianale delle parti, ogni pezzo finale risulti unico e per questo ancora più carico di quella componente poetica che contraddistingue questa lampada. La sua forma è, infatti, il risultato di un intervento di arresto nella rotazione della struttura, durante la spruzzatura della fibra, più intensa nei punti di maggiore sporgenza rispetto alle altre aree. I tondini della struttura interna sono lisci, mentre la membrana esterna è leggermente ruvida; questo crea una contrasto tra le parti poiché, una volta accesa, la lampada risulta a prima vista leggera e delicata, grazie al suo involucro semitrasparente, ma allo stesso tempo “solida” per l’anima interna che la sostiene. La Gatto ha le dimensioni di 56 cm di altezza per 35 cm di diametro della base mentre la Gatto piccola ha un’altezza di 30 cm e un diametro di 19 cm. La scelta progettuale delle sue dimensioni e della sua tipologia (lampada da tavolo), ne fanno un oggetto idoneo ad ogni tipo di ambiente. Riguardo alle sue qualità cromatiche, si riscontrano differenze tra lampada accesa e lampada spenta: attraversata dalla luce naturale o da una luce comunque esterna ad essa, la membrana esterna risulta omogeneamente illuminata e il colore appare di una tinta bianca uniforme. Accendendola invece, si rischiara maggiormente la parte centrale e quella superiore creando un leggero distacco cromatico con la parte inferiore (dove è situato il portalampada). Con l’impiego del cocoon, i fratelli Castiglioni hanno operato un “trasferimento tecnologico” da una dimensione di utilizzo ad un altra: il cocoon infatti era usato delle forze armate americane per preservare mezzi bellici in disuso, grazie alle sue caratteristiche impermeabili ed elastiche. In questo caso, applicato nel campo dell’illuminazione, svolge un ruolo di contenitore e rivelatore della luce così da trasmettere uno stravolgimento di senso rendendola tattile: sembra che la luce possa essere toccata. Nella parte superiore della calotta vi è un foro, determinato dall’accostamento dei tondini metallici della struttura interna che non toccandosi perfettamente in quel punto, donano all’oggetto un’altra particolarità. Infatti il fascio di luce che ne deriva, anche se debole, contribuisce ad accentuare l’intensità luminosa della porzione su- 81 periore, che diminuisce nella base dove dolcemente si dissolve in modo omogeneo creando un’ ombra propria. Luce diffusa Luce puntiforme Luce concentrata Luce filtrata Una volta accesa, la lampada, crea intorno a sè una luce diffusa, delicata, non invasiva che non ha direzione specifica, con “infinite superfici riflettenti”. Questo tipo di luce non produce alcuna ombra esterna se non un’ombra propria (aderente); al di sotto del restringimento centrale della lampada, infatti, le superfici per la loro angolazione si sottraggono all’azione della luce. La membrana traslucida, che agisce da “filtro” tra la sorgente luminosa e l’ambiente circostante gioca un ruolo centrale nella diffusione della stessa luce. Il materiale usato per l’involucro riesce a dare corpo alla luce, trattenendola al suo interno e restituendola solo in piccolissima parte e in modo graduale verso l’esterno. La membrana ci proietta così in una dimensione fisica e materica della luce. La lampada Falkland di Munari, viene venduta in una scatola e il fruitore deve semplicemente estrarla ed appenderla; “al resto ci pensa lei”. Grazie alla forza di gravità infatti, il tubolare di filanca si estende facendo aumentare la tensione creata dagli anelli così che si riesce a definirne la forma. Se si osserva questa lampada chiusa nella sua confezione, essa può apparire estremamente complessa; appendendola si scopre come sia invece un insieme di pezzi, uniti come un puzzle. Analizzando la composizione della lampada, partendo dall’alto, troviamo il cavo elettrico, il portalampada in alluminio, con annessa lampadina, il tubolare di filanca e sei anelli metallici. Il paralume è costituito dal tubolare di nylon su cui vengono inseriti, mediante appositi orli e fori, gli anelli metallici. La parte superiore non è unitaria, ma composta da più sottoparti, nello specifico, l’anello più alto del tubolare viene incorporato al portalampada, ove al suo interno viene successivamente inserita la lampadina. Falkland venne pensata in origine usando una maglia elastica tubolare, che prende forma mediante l’inserimento di alcuni anelli metallici di diverso diametro. 82 Il suo design è incentrato sulla ricerca di una struttura essenziale, di estrema semplicità formale. Alta più di un metro e sessanta quando sospesa, con un diametro di 40 cm, si compatta nella sua confezione in pochi centimetri. Costituita dunque da sei anelli metallici, apribili, e da una calza di nylon da donna, la lampada assume un orientamento verticale scandito dagli anelli; questi vengono posizionati, all’interno della calza, a distanze differenti (partendo dal basso 30-15-30-45-30-15 cm) e con diametri diversi l’uno dall’altro. Il risultato è una forma “spontanea” che, letta frontalmente, è composta da linee rette in contrasto con il gioco del contorno, tra curve concave e convesse. Questo effetto è accentuato se consideriamo il diverso spessore dei materiali: la calza, leggera ed elastica, quasi si annulla quando si trova in corrispondenza degli anelli. La stessa contrapposizione si ritrova anche nelle qualità cromatiche dell’oggetto; infatti, quando la luce è spenta, l’intera lampada appare bianca ma, in prossimità delle parti metalliche, il tono varia da un bianco candido a un grigio molto chiaro. Al contrario, quando è accesa, la parte superiore si rischiara uniformemente, mentre la parte inferiore è caratterizzata da giochi chiaro-scuro. In altre parole, dove inizia la concavità è più chiaro, ma poco a poco i valori cromatici perdono di saturazione. I fili di nylon riescono a riflettere la luce della lampadina, dando origine ad una zona intensa molto luminosa e brillante nella parte superiore. Nella sezione inferiore, la luce si concentra verso il basso sfruttando la calza per modellare delle zone d’ombra propria e proiettando al suolo un cono di luce concentrata. L’effetto risultante è accentuato dalla membrana che ha la funzione di nascondere la sorgente e di filtrare la luce. Quest’ultima, filtrata dal tubo, utilizzando la texture del tessuto, crea un caratteristico effetto di luminosità morbida e diffusa. Baxandall la definisce come luce ambiente, come sorgente luminosa non direzionale dotata d’infinite superfici riflettenti: è una luce che non produce ombra. L’unica ombra che riusciamo a individuare, infatti, è quella propria, dove le superfici poste al di sotto della mezzeria della lampada, si sottraggono all’azione della luce a causa della loro angolazione. Si può inoltre osservare che, nella parte inferiore, la luce si concentra in un unico fascio a causa della forma del paralume ed emessa quindi in modo puntiforme; questa però non è capace di produrre delle ombre dai contorni netti. 83 Le lampade Gatto e Falkland, come abbiamo visto, possono essere associate al tema delle sculture di luce per le loro caratteristiche intrinseche: la luce infatti si mostra sotto un duplice aspetto materiale e immateriale. “Immateriale e impalpabile” sono le qualità della luce prima di attraversare la membrana traslucida esterna dove poi si materializza, trasformata in superficie. L’oggetto può quindi essere definito scultura? Da sempre la luce è stata considerata come un agente rivelatore avendo semplicemente la funzione di illuminare; nel progetto dei fratelli Castiglioni, la luce plasma la materia divenendo sia il soggetto della rappresentazione sia, a causa della membrana traslucida, il suo materiale. La mia lampada di Chiara Murarotto B.L.O - Marcel Wanders La lampada B.L.O. di Marcel Wanders è una lampadina da comodino a forma di candela posta su un tradizionale portacandele con il manico ad anello, che si spegne con un soffio. Delle vecchie lampadine che l’hanno preceduta, più vicine alla natura come la candela, la lampadina conserva ancora il segno di un’intimità privilegiata: attribuisce un valore particolare alle cose, crea ombre, inventa presenze, traccia paesaggi, localizza oggetti. Molte lampadine dei giorni nostri 84 cercano di imitare, nella loro forma a tortiglione, l’idea dell’antica candela. Alcune rendono più realistico questo effetto attraverso colorazioni particolari dell’involucro o attraverso lo sfavillio giallo incandescente dei fili interni simulando il pulsare tremulo di una fiammella. Ma anche nella lampadina classica, quella di vetro trasparente, la forma ne rivela la funzione più intima: il fatto di essere, in quanto fonte di luce, un richiamo all’origine delle cose. La fiamma della candela ci restituisce, nei nostri lontani ricordi, situazioni di veglie solitarie, di una vita lenta. A lavorare nell’ambivalenza tra il chiaro e lo scuro è proprio la candela che lavora in un lento processo verso la conquista del limite del visibile e si esprime in una forma mobile, ma allo stesso tempo fragile. La candela richiama ricordi, diventa compagna del lavoro solitario, fa valere la sua presenza disegnando lo spazio. Forte e senza massa, mantiene la forma dritta verso il suo destino di verticalità. Come dice Bachelard nel libro “La fiamma di una candela”: Chi veglia davanti alla sua fiamma interrompe la lettura. Pensa alla vita. Pensa alla morte. Questa luce, un soffio l’annienta, una scintilla la riaccende. La fiamma è facile nascita e facile morte. Vita e morte possono essere poste qui l’una accanto all’altra. Vita e morte sono, nella loro immagine, contrari perfetti. La candela che si spegne è un sole che muore. La candela muore più dolcemente perfino dell’astro del cielo. Lo stoppino si piega, lo spoppino si annerisce. La fiamma ha preso il suo oppio nell’ombra che la serra. La fiamma muore bene.Ogni sognatore di candela, ogni sognatore di piccola fiamma lo sa bene. Si sogna due volte quando si sogna in compagnia della candela. La meditazione davanti alla candela diventa, secondo l’espressione di Paracelso, l’esaltazione dei due mondi. L’illuminazione è realmente una conquista. Per Bachelard la fiamma non solo illumina e brilla, ma parla con il suo crepitio, è un’immagine che racconta una fragilità contro cui combatte la volontà di mantenersi in vita. La fiamma conserva un duplice fuoco, uno più forte che divora l’altro. Essa emette rumore, fruscia, geme, soffre : è l’oscillazione tra slancio vitale e gravità, tra libero fluire e eventualità delle interruzioni. La sua luce ci scava intorno una grotta d’intimità dentro le tenebre. Ed è così che un’immagine tanto semplice quanto quella della fiamma di una candela, attiva un numero indefinito di storie possibili. Nella lampada ad olio se il vetro non era perfetta85 mente diritto il vetro fumava. È sempre conveniente accordare agli oggetti familiari l’amicizia attenta che meritano. Una buona lampada, un buono stoppino, olio buono, ed ecco una luce che rallegra il cuore. Chi ama la bella fiamma ama il buon olio. Quanto più vecchia è la sostanza che essa consuma, tanto più sicuramente la lampada viene sognata nel suo statuto di creatura creante. Ma queste azioni che si facevano con la luce non appartengono più al nostro tempo. Le evochiamo soltanto per segnalare un ricordo perduto, divenuto tutt’al più materia di storia, sapere di vecchio sapere. Il passaggio dalla luce del fuoco alla luce artificiale della lampadina ha comportato dei cambiamenti sia percettivi che d’interazione. Quel che è certo è che la lampadina elettrica non ci darà mai lo stesso ricordo della lampada viva che traeva la sua luce dall’olio. Siamo entrati nell’era della luce amministrata. Nostro unico ruolo è girare un interruttore. Non siamo altro che il soggetto meccanico di un gesto meccanico. Nel suo libro Vers une cosmologie, Eugène Minkowski, nel capitolo “Accendo la lampada”, sostiene che un dito sull’interruttore basta per far succedere allo spazio nero lo spazio immediatamente chiaro. Lo stesso gesto meccanico produce la trasformazione inversa. Un piccolo scatto dice, con la stessa voce, il suo si o il suo no. Con un interruttore elettrico possiamo giocare all’infinito al gioco del si e del no. L’intimità della fiamma della candela è evocata da un oggetto del design contemporaneo, la lampada da notte B.L.O. progettata dal designer Marcel Wanders e prodotta da Flos. Si tratta di una “abat-jour”da comodino che ha la forma classica della bugia, ovvero della candela, con tanto di manico e fornisce luce diretta e indiretta. La sua particolarità è che il designer non si è limitato alla semplice ripresa formale, ma ne ha integrato il sistema con un dispositivo per cui l’accensione e soprattutto lo spegnimento avvengono soffiando in direzione della lampadina dalla forma di fiamma. Questa lampada di Flos è romantica come le candele di una volta, ma pratica come una moderna lampadina. Raccoglie dentro di sé il carattere ludico di un oggetto quotidiano, diventa “la mia lampada personale” individuando nuove relazioni tra naturale e artificiale in una continua ricerca sulla possibilità di risolvere il conflitto tra natura e tecnologia. Per quanto possa essere semplice, il gesto di accendere una candela, e’ un rituale che agisce efficace- 86 mente creando un valore simbolico e regalando un momento di magia. La lampada B.L.O. richiama immediatamente la forma di una candela di un tempo, composta da una base a forma di piattino con un manico, un portacandele con lampadina a incandescenza a forma di fiamma. Dietro alla fiamma c’è un tondo in metallo con il sensore che permette alla lampada di accendersi o spegnersi al suono del soffio. L’acronimo B.L.O. indica la funzione dell’oggetto, “blowing” dall’inglese “soffiare”, ed è proprio questa azione che determina l’accensione o lo spegnimento della luce. Si crea non solo un’interazione personale tra la persona e l’oggetto, ma questo destarsi o addormentarsi per un soffio soffiato dall’utente, di fatto personifica la lampada, le dà vita, la fa passare da “inanimato” ad “animato”. La base a forma di piattino della lampada è di polimetilmetacrilato, è circolare, con i bordi rialzati, e al centro è inserito un manico a forma di anello. Que- 87 sto manico possiede una particolare prominenza, la quale assicura una buona presa della mano. Il fondo del piattino ricorda il classico candeliere del passato che aveva lo scopo di raccogliere la cera sciolta della candela, mentre il manico aveva lo scopo di evitare scottature e di portare la lampada con sé in qualsiasi luogo. Il corpo, che funge da finta candela, è di forma conica e fa da tramite tra due elementi, assicurando il blocco perfetto tra la base e la lampadina. Nel corpo è innestato il diffusore in alluminio lucidato per fornire luce diretta e riflessa. La particolare forma a tortiglione della lampadina ricorda la fiamma della candela. La semplicità della lampada è dovuta al disegno delle sue componenti che manifestano una netta propensione alla rotondità a causa della curvatura della base, del diffusore, del corpo e del manico. Marcel Wanders non si é limitato alla semplice ripresa formale della candela, ma ne ha integrato il sistema con un dispositivo per cui l’accensione e soprattutto lo spegnimento avvengono soffiando in direzione della lampadina dalla forma a fiamma. L’on-off può avvenire anche con interruttore, mentre un selettore alla base consente di disattivare il sistema “a soffio” o di aumentarne o diminuirne la sensibilità, a seconda della “capacità polmonare” dell’utente. La lampada B.L.O. è costituita da quattro elementi principali che sono: il piattino di base, il corpo, la lampadina e un riflettore di luce. Predomina la verticalità e la rotondità. La struttura risulta essere simmetrica ed equilibrata. Il piattino di base è di dimensione maggiore rispetto agli altri componenti, il corpo cilindrico intermedio, tiene insieme la base con la lampadina rimovibile, mentre dal corpo è innestato il riflettore per diffondere la luce emessa dalla candela. Lungo il profilo del piattino, nel lato destro sporge un manico a forma di anello. La configurazione plastica delinea un corpo unico che appare anche esso scisso, costituito da due parti fortemente distinte: una arrotondata che si lascia avvolgere e una acuminata che è disposta a penetrare. L’asse predominante è sicuramente quello verticale che, oltre a guidare la percezione, può essere visto anche come un asse di simmetria: pur non essendoci una perfetta corrispondenza tra la metà destra e sinistra, per la presenza del manico, è possibile comunque far riferimento ad una sostanziale simmetria o, quantomeno, ad una simmetrica organizzazione degli spazi nella due metà (destra/sinistra). Il riflettore è di forma concava, per diffondere i raggi luminosi 88 provenienti dalla lampadina, così come il piattino, che ricorda il classico candeliere volto ad ospitare la cera disciolta. Il riflettore è innestato perpendicolarmente al corpo. La struttura creata dalle linee di forza e il loro punto di origine situato sull’asse di simmetria richiamano la generale simmetria e il senso di verticalità. La morbidezza delle forme della luce, con la riflessione e l’utilizzo del monocolore neutro, strumentale alla qualità della luce e della lampada, definisce i luoghi da abitare. Mentre il diffusore che riflette la luce proveniente dalla fonte delinea e modula gli spazi verso l’esterno, penetra le ombre e trasforma l’oscurità assoluta in un’oscurità relativa. Accade poi che essa stabilisca decise differenze tra ombra propria e ombra portata penetrando la prima con luce secondaria relativamente intensa e la seconda con luce ternaria ormai debole. La diffusione della luce attenua la netta differenza prodotta dalle ombre, le rischiara gradualmente. Le ombre in primo piano sono trasparenti e illuminate da luce riflessa percepibile, quelle in secondo piano sono invece più scure e impenetrabili. La “mia” lampada è il mio spazio privato B.L.O. è dunque una lampada che non vuole fornire una luce diretta, ma diffusa e riflessa che trasforma l’ambiente in un ritrovo calmo e raccolto. L’uso della lampada instaura una relazione diretta, un “incontro ravvicinato” tra l’oggetto e l’uomo riportando alla memoria azioni legate alla natura, come quella di spegnere una fiamma. Possiamo così pensare a ragione che la lampada attesti il carattere antico, addirittura primitivo, di quella ricerca di un buon contatto che sta alla base del pensiero tecnico. La lampada diventa un oggetto da portare con sé e riveste il ruolo tematico dell’amico fedele. Da un lato si ha dunque tradizione, e, dall’altro, innovazione e ironia. L’innovazione e l’ironia è data dal curioso modo di interagire con essa, ossia con il soffio. Altre lampade tuttavia rimandano al tema della fiamma e della candela. Ad esempio la Lampada Lampadina di Achille Castiglioni, prodotta nel 1972 dalla Flos. Questa è una lampada “nuda e cruda” di estrema semplicità formale e leggerezza. È una lampada da tavolo a luce diretta/diffusa, costituita da una grossa lampadina montata su un portacandele cilindrico e da una base di dimensione maggiore. La funzione ON/OFF dell’apparecchio, av- Lampadina - Achille Castiglioni 89 viene mediante un interruttore collocato sul supporto lampada, manovrabile dall’esterno. I due oggetti presentano scelte stilistiche comuni, in generale è facile notare che entrambe sono simmetriche e hanno uno sviluppo verticale, ma anche delle “discontinuità” relative alle componenti strutturali. La lampada Lampadina è stata disegnata utilizzando linee e volumi spezzati, identificabili e “non continui”e resi visibili con l’uso di diversi materiali, la lampada di vetro trasparente con una parziale sabbiatura su un lato della sfera crea luce diffusa nell’ambiente, il corpo in bakelite e la base in alluminio anodizzato è in grado di contenere il filo avvolgibile in eccesso in modo da permettere una maggiore flessibilità. In base a queste considerazioni le differenziazioni mostrano le due lampade come rappresentanti di due stili, due modi diversi di affrontare le questioni estetiche e funzionali. L’elemento di maggiore contrasto è dato dalla forma della lampadina: da un lato la rotondità dalla lampada Lampadina che richiama la figura dell’acqua e, dall’altro, la forma appuntita nella sommità della B.L.O. che rimanda alla fiamma della candela. Generano, quindi, due tipi di luci differenti: la prima diretta/ diffusa, mentre la seconda riflessa/diffusa. Differenti sono anche il funzionamento e l’interazione con l’utente: nella lampada Lampadina il contatto con il corpo è mediato dall’interruttore, nella B.L.O. il contatto di accensione/spegnimento è dato dal soffio. Come fa rilevare Baudrillard, la lampadina fa parte di quella categoria di oggetti d’uso come gli elettrodomestici, automobili, apparecchi di riscaldamento che richiedono un’energia o un intervento umano ridotto al minimo. Il bottone, la leva, la manopola, il pedale, o addirittura niente: la sola presenza nel caso di cellule fotoelettriche, si è sostituita alla pressione, alla percussione, al volume e alla ripartizione delle forze, al gesto rotatorio della mano. Fa parte di quella categoria di oggetti che, data l’astrazione assoluta dell’azione a distanza, contribuiscono in pratica all’impoverimento della mediazione gestuale tra l’uomo e le cose. Ma a questo minimo di sforzo fisico richiesto all’utente per mettere in azione l’oggetto lampadina, corrisponde, inversamente, un massimo di prestazione, di potenza e di energia. È infatti questo il destino della lampada, vera epifania della modernità: sublime effetto immateriale, efficienza silenziosa, utilizzabilità incorporea, da un lato, e, dall’altro, nostra dipendenza inconsapevole quanto assoluta dal mondo di alcuni oggetti quotidiani. Di qui il significato profondo 90 e controverso della lampadina: il servo invisibile e silenzioso, divenuto padrone onnipotente di una delle nostre più recenti conquiste, quella di una visibilità ininterrotta e illimitata, anche dentro il cuore delle tenebre, in una “notte buia e tempestosa”. La comparazione invece con la lampada Bi-Color LED Candle richiama ancora, a livello figurativo, l’elemento candela, ma sviluppato a livello formale in modo differente. Si tratta di una candela a cera solida che ha un aspetto naturale, una luce tremolante come le candele vere, ma con ulteriori caratteristiche. L’accensione e lo spegnimento avviene anche qui con il semplice soffio, ma si tratta di un’interazione differente: nella lampada B.L.O. la fonte è in vista ed esterna all’oggetto, mentre nella lampada Bi-Color LED Candle, occorre soffiarci dentro. In questo secondo caso si ha una luce diffusa, mascherata dall’oggetto stesso perché la fonte luminosa è inglobata, schermata, creando un alone luminoso proprio. La candela ha un interruttore per selezionare la fiamma che si desidera: blu freddo o una fiamma più realisticamente giallastra. Entrambe queste lampade hanno uno sviluppo verticale, ma forme sostanzialmente diverse; in questo caso abbiamo un solo elemento, cilindrico, in un unico materiale semitrasparente che crea effetti visivi diversi in fase di accensione e spegnimento. La luce è trattata non come un dato inerte, ma come elemento di vita, suscettibile d’entrare nel ciclo delle metamorfosi e di assecondarle. La luce non rischiara soltanto la massa interna, ma dà forma allo spazio circostante, lo modella. Bi-Color LED Candle Ma torniamo a B.L.O; secondo il dizionario il termine “manico” significa parte di un oggetto facilmente impugnabile, di varia forma e materiale, che serve per trasportare o sollevare l’oggetto stesso. “Impugnatura” è parte di un oggetto che si stringe in pugno per poterlo adoperare. A partire da queste definizioni è possibile pensare che il manico (o impugnatura) come parte dell’involucro di un oggetto che media e modula le relazioni con l’esterno, che media tra una istanza esterna all’oggetto (l’utilizzatore) e l’oggetto stesso. Questa mediazione consiste nella manipolazione (indiretta) dell’oggetto e si articola in una congiunzione tra utilizzatore e impugnatura e, quindi, in una serie di movimenti mano-oggetto che possono dispiegarsi 91 una volta impugnato l’oggetto. Si tratta, dunque, di un’operazione di miscela, a partire dalla quale sono possibili una serie di ulteriori azioni e operazioni. L’impugnatura della lampada, permette sia la libertà di movimento, sia la possibilità, impegnando nell’azione del consumo una mano soltanto e di utilizzare l’altra per altre attività (portare una borsa, sostenere un giornale, tenere la mano di un bambino...). La lampada crea dunque una stretta relazione con l’utilizzatore. È un oggetto carico di ironia , “ricorda” la sua vita precedente, ossia quello della candela vera e propria. Ma con qualcosa di aggiunto: una maggiore relazione empatica data dall’accendere la lampada con il soffio. Richiama un gesto naturale, ma diverso dalla realtà: la fiamma si spegne soltanto, in questo caso il soffio la accende e anche la spegne. Questa lampada dunque richiama la candela di un tempo, quella lampada che si portava con sé il pensatore solitario. Parla di un tempo in divenire: la cera che si scioglieva sulle pareti della candela non era altro che il segno del tempo. Il pensatore solitario accendeva la sua lampada, ecco il suo libro illuminato, e libro e candela formavano insieme un isolotto di luce tra le tenebre della notte. Analogamente la lampada B.L.O. parla di un’aspirazione alla solitudine intima e illuminata con discrezione dove tutto deve avvenire piano, molto piano. Evoca veglie e il fantasticare accanto alla piccola luce animata, spesso tremula, di una candela che si consumava. Si direbbe che sia stata la candela, con la sua allusiva luce, a inventare la penombra, il chiaroscuro, gettando luce instabile su ciò che è vicino. Un alone poetico circonda la luce della lampada nel chiaroscuro dei sogni che ridanno vita al passato. Analogamente le lampade a petrolio non facevano solo luce, ma proiettavano ombre. Come dice Georges Didi Huderman in Sculture d’ombra : “pensiamo al minuscolo e magnifico paradosso della lampada a petrolio: ciò che essa esala è sdoppiato, contraddittorio. È luce , ma è anche fuliggine. È la possibilità aperta al visibile nella notte, ed è anche, nel giorno, la lenta vittoria delle ombre sui muri e sui soffitti della casa: una ‘de-locazione’ di luce in ombre soffiate sulle pareti”. 92 Bibliografia consultata Anzieu, Didier 1987 Le Moi-peau, Paris, Bordas (tr.it. L’io-pelle, Roma, Borla, 1994). Arnheim, Rudolf 1982 The Power of the Center. A Study of Composition in the Visual Arts, University of California Press, Berkeley-Los Angeles (tr.it Il potere del centro. Psicologia della composizione nelle arti visive, Torino, Einaudi, 1994). Bachelard, Gaston 1984 L’intuizione dell’istante. 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