Corso di Scienze Applicate ai Beni Culturali AA 2013-2014 1 Docente Dr. Peana Massimiliano La Ceramica Nuragica Angela Murtas; matricola 30048831; e-mail: [email protected] RIASSUNTO La civiltà nuragica ci ha lasciato in eredità numerose tracce della sua esistenza in Sardegna; non solo costruzioni e migliaia di monumenti, ma anche utensili e manufatti utilizzati nel quotidiano, tra i quali spiccano senza dubbio per importanza, rarità e caratteristiche differenti da quelli di altri popoli, i manufatti ceramici. Sebbene i ritrovamenti nell’isola di ceramica nuragica siano piuttosto numerosi, mancano stratigrafie significative e soprattutto mancano ad oggi studi archeometrici approfonditi su di essa, anche per gli alti costi, in alcuni casi, delle varie tecniche analitiche da sfruttare, quali la AAS, l’ICP-MS, la XRF, le microscopie e l’INAA. Per la datazione, si fa ricorso alla tecnica della termoluminescenza. INTRODUZIONE N el corso del tempo, i popoli che si sono avvicendati, ci hanno lasciato numerose testimonianze del loro passato: non solo costruzioni e monumenti, ma anche varie tracce materiali tra le quali vanno sicuramente annoverati i manufatti ceramici. Dal punto di vista chimico e tecnologico, per ceramica si intende un materiale sintetico, parzialmente o totalmente cristallino, solido, inorganico, non metallico, formato a freddo e consolidato per trattamento termico o per sinterizzazione, duro, non combustibile e inossidabile, soggetto a rottura fragile. Tra quelli rinvenuti nei siti archeologici dal neolitico all’età moderna, è il materiale più comune; l’abbondanza di ritrovamenti è probabilmente da attribuirsi alla facilità di reperimento delle materie prime e dalla semplicità di preparazione. Tali motivi sono anche alla base della comparsa di manufatti ceramici in tutte le civiltà, sia quali oggetto di culto e decorativi, sia quali utensili funzionali: da cucina, da mensa, per il trasporto di sostanze. I ritrovamenti di ceramica sono per gli archeologi di grande importanza per stabilire la cronologia di un sito e per individuare aree culturali omogenee; le proprietà di durezza della ceramica fanno sì che essa possa essere spesso rinvenuta anche nelle pavimentazioni di svariate costruzioni tra i quali i nuraghi, tipici della civiltà nuragica. 1. La civiltà nuragica La civiltà nuragica si sviluppa in Sardegna in un arco temporale compreso tra l’Età del Bronzo ed il II secolo a.C., durante l’età romana. Essa trae il nome non da un preciso soggetto etnico o da una corrente ideale, bensì dai nuraghi, imponenti costruzioni megalitiche di forma troncoconica presenti su tutto il territorio sardo e segno distintivo di tutta l’isola, la cui funzione è oggetto di studio e dibattito ormai da tempo. Oltre alle costruzioni nuragiche, tale civiltà ci ha tramandato svariati edifici quali i templi dell'acqua sacra e le tombe dei giganti, sculture in pietra tra le quali si ricordano le statue in arenaria di Monti Prama, nonchè bronzetti, armi e utensili vari. Tra le produzioni materiali appena citate, spicca ed assume un ruolo di primo piano la vasta produzione ceramica, come vedremo nel prosieguo. La civiltà nuragica viene distinta dal grande Giovanni Lilliu in cinque differenti fasi sulla base di caratteristiche politiche e socio-economiche: Età del Bronzo - NURAGICO I: Bronzo Antico e Medio (1800-1500 a.C.) - NURAGICO II: Bronzo medio (1500-1200 a.C.) - NURAGICO III: Bronzo recente e finale (1200-900 a.C.) 2 La Ceramica Nuragica Età del Ferro - NURAGICO IV: Età del ferro (900-500 a.C.) - NURAGICO V: dal V secolo sino all’invasione romana (500-38 a.C.) Come vedremo successivamente, tale suddivisione si riflette anche nelle caratteristiche delle produzioni ceramiche, la cui evoluzione analizzeremo più nel dettaglio. 1.1 La ceramica nella civiltà nuragica All’interno della civiltà nuragica, come ricordato in precedenza, la ceramica riveste un ruolo centrale, tanto che nessun sito archeologico ne è privo; i ritrovamenti sono infatti decisamente numerosi e possono in taluni siti datare ai vari periodi dell’età nuragica. Come già nel Neolitico e nella civiltà prenuragica, durante il periodo nuragico la produzione di vasellame ceramico si adeguò continuamente alle esigenze ed alle attività di vita quotidiana, principalmente incentrata sull’agricoltura e l’allevamento; nel corso delle varie fasi, le ceramiche assunsero infatti forme, tipologie ed aspetti decorativi unici, grazie anche a tecniche di manifattura sempre più sofisticate. Tale evoluzione risulta tanto marcata da introdurre notevoli differenze tra i manufatti di produzione più antica (affini a quelli di epoche precedenti) e quelli più recenti: all’inizio dell’epoca nuragica la ceramica non presentava infatti decorazioni, che furono introdotte successivamente e la contraddistinsero dalle altre ceramiche dei popoli coevi. Oltre al continuo aumento degli standard qualitativi della manifattura, la civiltà nuragica sviluppò una vasta gamma di forme vascolari tra le quali ziri, olle, ciotole, scodelle, tazze, tegami, bollitoi, fornelli, vasi askoidi e lucerne. 1.2 Evoluzione della ceramica Come già accennato, le ceramiche vengono suddivise sulla base della più generale classificazione delle fasi nuragiche ad opera del Lilliu: Età del Bronzo NURAGICO I Bronzo Antico e Medio (1800-1500 a.C.) con ceramica della cultura di Bonnanaro. Le prime produzioni erano essenziali e funzionali, per lo più prive di decorazioni: le superfici erano grossolane, mai del tutto lisce e lucidate a stecca, dal colore Bruno (Fig. 1). Nei rari casi in cui le decorazioni erano presenti, erano geometriche impresse o incise. Figura 1. Tazza carenata monoansata, Cultura Bonnanaro, Bronzo Antico, terracotta; h 15 cm, Cagliari, Museo Archeologico Nazionale. Il manufatto proviene da Corona Montana, presso Bonnanaro. NURAGICO II Bronzo medio (1500-1200 a.C.) con ceramiche dalla decorazione metopale, con nervature e del tipo “a pettine”: le decorazioni venivano incise ed impresse sull’argilla in ripetute file di punti mediante uno strumento dentato, poste soprattutto sulle superfici interne (fondo e pareti) di bassi tegami, teglie o comunque contenitori da cucina destinate al pane. NURAGICO III Bronzo recente e finale (1200-900 a.C.) nel quale si affina la tecnica della ceramica (Fig. 2,3). La produzione vascolare si caratterizza per la presenza di vasi, spesso a pasta grigia, di varie forme tra le quali predominano olle ad orlo ingrossato, vasi a collo con due o quattro anse, anche in Angela Murtas 3 versione miniaturistica (a carattere rituale), grandi vasi ovoidi con anse a gomito rovescio, tegami con fondo decorato a pettine. Nella fase finale compaiono le prime brocche askoidi, talvolta ornate da semplici motivi decorativi. La presenze in contesti nuragici di frammenti di importazione micenea indica l'arrivo in Sardegna di mercanti egei attirati nell’isola dalle risorse minerarie. Al termine dell'età del Bronzo le ceramiche rinnovarono l’aspetto decorativo: le decorazioni in questo periodo sono di carattere geometrico molto ricche e raffinate, con impressione di cerchielli concentrici e linee sottili parallele. Il vasellame da mensa viene interessato in modo marginale da questa nuova fase. Figura 2. Olla globulare, Cultura Nuragica, Bronzo Recente, terracotta, h 31 cm, Cagliari, Museo Archeologico Nazionale. Proviene dal tempio a pozzo di Funtana Coberta, presso Ballao. Figura 3. Vaso a scomparti con presina forata, Cultura Nuragica, Bronzo Finale, terracotta; h 22 cm, Sassari, Museo Archeologico “G.A. Sanna”. Proviene dal nuraghe Nastasi di Tertenia. Età del Ferro NURAGICO IV Età del ferro (900-500 a.C.) con ceramiche dalle argille fini, più depurate e con la superficie accuratamente lisciata e lucidata sino ad ottenere una patina brillante di colore rossiccio (“tecnica a stralucido”). Troviamo varie forme vascolari, tra le quali le più documentate sono quelle del vaso globoide e ovoide, delle tazze carenate, delle scodelle biansate, spesso arricchite da eleganti motivi decorativi. La decorazione è di tipo geometrico con motivi impressi o incisi di cerchielli concentrici, rametti schematici, zigzag, sottili linee e grossi punti. I vasi usati per la mescita, la conservazione o il trasporto dei liquidi sono maggiorente interessati a questo nuovo aspetto decorativo. NURAGICO V Dal V secolo sino all’invasione romana (500-38 a.C.) con la comparsa di ceramica di produzione soprattutto fenicia e greca, con forme nuove come la brocca ad orlo lobato e la fiasca da pellegrino e motivi decorativi dipinti (Fig. 4). Figura 4. Vaso piriforme, Cultura nuragica, Età del ferro, terracotta graffita e impressa, h 32 cm, Museo Archeologico di Cagliari. Proviene da Sant'Anastasia di Sardara. 4 La Ceramica Nuragica 2. L’analisi della ceramica: il contributo dell’archeometria Con archeometria si intende l’applicazione di analitiche scientifiche, sia qualitative che quantitative, su materiali di interesse storico, la cui nascita risale ai primi anni ’60, quando ad Oxford viene fondata la rivista Archeometry. L’archeometria ha permesso di effettuare studi approfonditi sulla ceramica, in quanto i suoi campi di applicazione sono molteplici (determinazione e preparazione dell’impasto, foggiatura, decorazione, tecniche di cottura, post cottura). Attraverso l'analisi chimica dei manufatti è possibile avere informazioni sulla tecnologia con cui sono stati creati nell'antichità. Ciò risulta fondamentale soprattutto per quanto riguarda gli oggetti in ceramica, per i quali è utile avere informazioni sulla temperatura e sull'ambiente di cottura dei materiali. Le tecniche analitiche permettono la rivelazione di fasi cristalline particolari e conoscendo la stabilità delle diverse fasi alle varie temperature, è possibile formulare ipotesi sulla temperatura e sull'atmosfera (ossidante o riducente) del forno di cottura usate dai ceramisti, oppure sugli additivi impiegati nei processi di lavorazione. Le più comuni tecniche analitiche impiegate per lo studio dei manufatti ceramici possono essere suddivise in base alla fonte di sollecitazione del campione (fotoni, elettroni, protoni ecc.), in base all’area indagabile (analisi macroscopiche e microscopiche), in base alle modalità di preparazione del campione (distruttiva, paradistruttiva, non distruttiva) oppure in base al tipo di indagine archeometrica per cui sono solite essere impiegate (provenienza, tecnologia, conservazione e datazione). Purtroppo, nel caso della ceramica nuragica e in generale di tutti i materiali sardi, la situazione risulta complessa per l’assenza pressoché totale si studi analitici sulle argille e sui manufatti. 2.1 Il campionamento Prima di procedere all’applicazione delle tecniche analitiche, è necessario procedere al campionamento, la procedura adottata per selezionare un campione: questo è la piccola parte di un tutto, che deve permettere di comprenderne le proprietà complessive. La campionatura ha come obiettivo finale la conoscenza e la conservazione del reperto e deve rispondere ad alcuni vincoli: - compatibilità con l’unità e la tutela del bene; - rispettare i contenuti estetici, storici e salvaguardare l’integrità fisica del manufatto; - limitazione nel numero e nelle dimensioni dei prelievi, pur garantendo le finalità analitiche; - rappresentatività della tipologia e della fenomenologia da studiare; - selettività al fine di ottimizzare le operazioni analitiche e l’interpretazione dei risultati. 2.2 Le tecniche analitiche Spettrometria ad assorbimento atomico (Atomic Absorption Spectrometry – AAS): è una tecnica distruttiva che ci offre un’informazione di tipo quantitativo: identifica gli elementi presenti in un campione (misurando la diminuzione dell’intensità delle radiazioni emesse da una sorgente eccitatrice (lampada a catodo cavo) in seguito all’assorbimento di energia (assorbimento di risonanza) da parte degli atomi del campione stesso. Lo spettro di assorbimento è tipico degli elementi che lo compongono; il campo spettrale interessato va dal lontano ultravioletto al lontano infrarosso. Il campione richiesto varia da pochi milligrammi a circa 1 g a seconda del numero di elementi da determinare e delle eventuali diluizioni da effettuare. Il campione è portato in soluzione mediante tecniche di solubilizzazione in acidi. La strumentazione è molto complessa ed il costo è elevato. Spettrometria di fluorescenza a raggi X (XRF, X-Ray fluorescence): tale tecnica si basa sull’eccitazione del campione di materiale ottenuta mediante radiazione X; nel ritornare allo stato fondamentale gli atomi del campione emettono infatti radiazioni dette appunto di fluorescenza. Lo spettro di emissione è caratteristico di ogni elemento, che può pertanto essere identificato mediante l’analisi dello stesso in termini di lunghezze d’onda e intensità; tale analisi può essere condotta in modo qualitativo, e quindi più rapido, oppure in modo quantitativo mediante il confronto dell’emissione con quella di campioni di composizione Angela Murtas 5 nota. La fluorescenza a raggi X è tecnica largamente disponibile, relativamente economica e veloce. La versatilità della tecnica è tale da permettere l’esecuzione di analisi in vuoto (= in laboratorio) e in aria (= in situ). La sensibilità varia in base al tipo di strumentazione impiegata e alle condizioni di analisi (circa 1 ppm per analisi in vuoto, 1000 ppm per analisi in aria). L’analisi in vuoto consente di rilevare e quantificare tutti gli elementi chimici dal Boro all’Uranio, mentre l’analisi in aria ha un limite di rilevabilità maggiore. La preparazione del campione può essere nulla (inserimento del campione tal quale se sufficientemente piccolo) o richiedere la polverizzazione (pasticca) e talvolta la fusione (pillola di vetro) di una quantità variabile in peso. La fluorescenza a raggi X a seconda delle fasi di preparazione del campione fa parte del gruppo delle tecniche non distruttive, e nelle distruttive in caso di preparazione in pillole di vetro. In archeometria, la fluorescenza a raggi X è comunemente impiegata per lo studio delle ceramiche ma anche di moltissimi altri tipi di reperti . Spettrometria di massa a emissione a plasma con accoppiamento induttivo (Inductively Coupled Plasma Mass Spectrometry – ICP-MS): è una tecnica più sensibile (10 ppb) ed accurata rispetto allo XRF ma non è altrettanto disponibile. Consente di determinare e quantificare gli elementi maggiori, minori ed in traccia — dal Litio all’Uranio — di materiali solidi e liquidi. La preparazione del campione prevede la polverizzazione e l’attacco di soluzione acida di una minima porzione di campione. In archeometria, la spettrometria di massa è impiegata non solo per lo studio delle ceramiche ma anche di moltissimi altri tipi di reperti. Attivazione neutronica (Instrumental Neutron Activation Analysis – INAA): è una tecnica analitica nucleare, più veloce, sensibile e accurata rispetto alle XRF e ICP-MS, ma meno diffusa in quanto richiede l’utilizzo di un reattore nucleare. Consente di determinare e quantificare gli elementi maggiori, minori e in traccia. La preparazione del campione può essere nulla (inserimento dell’oggetto tal quale se sufficientemente piccolo) o richiedere il distacco di una piccola porzione del manufatto. In questa analisi, il campione viene irraggiato con neutroni molto energetici; ciò determina la formazione di isotopi instabili di ciascun elemento. L’energia assorbita dagli elementi è ri-emessa sotto forma di raggi γ quando gli isotopi tentano di tornare alla stabilità: l’energia caratteristica di ogni elemento viene poi misurata mediante un detector. L’attivazione neutronica può rientrare nel gruppo delle tecniche paradistruttive in quanto l’irraggiamento rende il campione radioattivo per molti anni. In archeometria, l’attivazione neutronica è impiegata per lo studio delle ceramiche ma anche di moltissimi altri tipi di reperti. PIXE (Particle Induced X-ray Emission) e PIGE (Particle Induced γ-ray Emission): La PIXE è una tecnica veloce, non distruttiva e multi elementare, usata per la determinazione di elementi a basso Z, alla quale si affianca spesso la PIGE per la determinazione di elementi leggeri. In questa tecnica, l’eccitazione degli atomi da analizzare è prodotta dalla ionizzazione ‘profonda’ effettuata da un fascio di protoni con energia pari a qualche MeV in un acceleratore elettrostatico di tipo Van de Graaff. Nel caso della PIXE, i protoni provocano l’emissione di raggi X che hanno lunghezza d’onda caratteristici per ciascun elemento; nel caso della PIGE, i protoni colpiscono il nucleo degli atomi e generano raggi γ che hanno caratteristiche energetiche tipiche dell’elemento o degli elementi presenti. Il processo di ionizzazione, genera nel punto in esame aumenti di temperatura che in alcuni casi possono danneggiare l’oggetto. La corrente del fascio deve essere quindi opportunamente regolata. Microscopia ottica (optical microscopy – OM) in luce polarizzata su sezione sottile: è la tecnica più comunemente impiegata ed economica. L’analisi consente la determinazione qualitativa delle fasi minerali e l’acquisizione di informazioni strutturali. La preparazione del campione prevede l’esecuzione della sezione sottile, ovvero di una pellicola estremamente sottile (30 micron) fissata su di un vetrino porta oggetto mediante un collante. L’analisi richiede in media alcune ore per campione e fa parte del gruppo delle tecniche paradistruttive. In 6 La Ceramica Nuragica archeometria, la microscopia ottica è impiegata non solo per lo studio delle ceramiche ma anche di moltissimi altri tipi di reperti, organici ed inorganici. Microscopia elettronica a scansione (Scanning Electron Microscopy – SEM): è una tecnica largamente utilizzata e disponibile. La strumentazione consente di eseguire analisi strutturali e di determinare la composizione elementare a scala micrometrica. La preparazione del campione può limitarsi alla metallizzazione (il campione deve essere reso conduttivo) o prevedere l’esecuzione di una sezione lucida (per frammenti di grandi dimensioni o superfici curvilinee). In questa analisi, un filamento di tungsteno produce un fascio di elettroni che colpisce il campione in condizioni di vuoto, inducendo l’emissione di elettroni secondari e retro diffusi; questi ultimi vengono raccolti dal rilevatore e convertiti in segnali elettrici, che mediante un software verranno a loro volta convertiti in pixels per ottenere l’immagine della superficie del campione. La microanalisi permette l’analisi semi-quantitativa della composizione chimica della superficie del campione. La microscopia elettronica a scansione fa parte del gruppo delle tecniche non distruttive e paradistruttive. In archeometria, la microscopia elettronica a scansione è impiegata non solo per lo studio delle ceramiche ma anche di moltissimi altri tipi di reperti. Microsonda elettronica (Electron Probe MicroAnalysis – EPMA): è una tecnica mediamente disponibile ed economica. Analogamente al SEM, la strumentazione richiede una simile preparazione del campione, opera sotto vuoto, consente l’acquisizione di immagini e la caratterizzazione qualitativa e quantitativa dei materiali. Diversamente dal SEM, l’intensità dei raggi X secondari è più elevata, i tempi di analisi sono più lunghi, l’accuratezza del risultato è maggiore. Il campione è bombardato con un fascio di elettroni ad alta energia focalizzato sopra un punto che corrisponde mediamente a una dimensione di circa 3 x 3 micron. Gli elettroni eccitano gli atomi che emettono raggi X di fluorescenza caratteristici dei vari elementi presenti nel campione. Un sistema di cristalli analizzatori seleziona le varie lunghezze d’onda e i contatori-rivelatori ne misurano l’intensità, risalendo così al tipo e alla qualità degli elementi emettitori. Si possono analizzare gli elementi dal fluoro all’uranio, con grande precisione analitica. Il potere di penetrazione è di 2.10 micron e l’analisi può essere impiegata per definire sia i componenti della massa di fondo, sia il digrassante e le sue eventuali microscopiche inclusioni, e anche le variazioni di composizione in un singolo cristallo, sempre tenendo conto che l’analisi non è rappresentativa del campione nel suo insieme ma soltanto del punto analizzato. E’ una tecnica paradistruttiva, richiede un 2 campione di alcuni mm da sottoporre a levigatura in modo da acquistare una superficie senza asperità e perfettamente piana (trattamento indispensabile per ottenere analisi elementari di ottimo livello). Successivamente il campione deve essere ricoperto con un sottilissimo velo di grafite oppure d’oro qualora si vogliano ottenere soltanto immagini, con procedura analoga a quella seguita per i campioni destinati all’analisi SEM EDS. In archeometria, è impiegata per lo studio di numerosi tipi di materiali archeologici, ceramici e non. Microscopia elettronica a trasmissione (Transmission Electron Microscopy – TEM): è una tecnica scarsamente disponibile e relativamente dispendiosa. L’analisi consente altresì di effettuare analisi elementari ed in diffrazione ad alta risoluzione (High Resolution Transmission Electron Microscopy – HR TEM). Rispetto al SEM, la scala di osservazione è nano metrica, l’energia conferita agli elettroni è molto più alta e l’immagine è il risultato del passaggio degli elettroni attraverso il campione. La preparazione del campione prevede il distacco e l’assottigliamento di una porzione minuscola di campione (diametro: 2 mm; spessore: non più di poche centinaia di nm). La microscopia elettronica a trasmissione può rientrare nel gruppo delle tecniche non distruttive per l’esigua quantità di campione necessaria all’indagine. Spettroscopia Mössbauer (Mössbauer Spectroscopy): è una tecnica scarsamente disponibile, relativamente economica ma lenta. L’analisi consente di caratterizzare i composti del ferro e Angela Murtas 7 2+/ 3+ stabilire il rapporto Fe Fe . La preparazione del campione richiede la macinatura di un’esigua quantità in peso. La spettroscopia Mössbauer fa parte del gruppo delle tecniche distruttive; in archeometria, la spettroscopia Mössbauer è prevalentemente impiegata per lo studio delle ceramiche, sia per indagini di provenienza che per la ricostruzione della tecnologia produttiva. Micro-spettroscopia Raman (Raman Micro-Spectroscopy): è una tecnica mediamente disponibile, economica e molto veloce. Il campione viene irraggiato con una radiazione monocromatica e rimette luce a lunghezza d’onda maggiore in quanto parte dell’energia viene assorbita per far vibrare i gruppi funzionali delle molecole del campione che così possono essere rivelati: si misura la luce diffusa dai gruppi funzionali dopo l’assorbimento. La versatilità della tecnica permette di analizzare in situ composti organici e inorganici, senza bisogno di alcuna preparazione del campione. L’analisi richiede tempi variabili da alcuni secondi ad alcuni minuti. La spettroscopia Raman fa parte del gruppo delle tecniche non distruttive. In archeometria, la spettroscopia Raman è prevalentemente impiegata per lo studio dei pigmenti e l’analisi dei rivestimenti ceramici. Diffrattometria a raggi X (X-Ray Diffraction – XRD): è una tecnica largamente disponibile, relativamente economica e veloce. La sensibilità della tecnica è variabile in base al tipo di strumentazione impiegata (1% circa). L’analisi consente il riconoscimento delle fasi cristalline e delle percentuali amorfe, allo stato solido o liquido. La preparazione del campione può essere nulla (analisi del campione tal quale) o richiedere la polverizzazione di una minima quantità di campione. L’analisi richiede in media circa 45 minuti per campione: il campione viene irraggiato con raggi X e questi vengono diffratti secondo angoli caratteristici della sostanza stessa; il rivelatore misura la posizione e l’intensità dei raggi diffratti, grazie alle quali è possibile l’identificazione di una data sostanza all’interno del campione mediante confronto tra le misure ottenute e gli standard, mentre l’abbondanza di una sostanza viene determinata attraverso metodi matematici. La diffrattometria a raggi X fa parte del gruppo delle tecniche non distruttive (analisi del campione tal quale) e paradistruttive (analisi della polvere). In archeometria, la diffrazione a raggi X è comunemente impiegata non solo per lo studio delle ceramiche ma anche di moltissimi altri tipi di reperti. Spettroscopia infrarossa in trasformata di Fourier (Fourier Transform Infra-red Spectroscopy – FTIR): è una tecnica mediamente disponibile, relativamente economica e veloce. Consente l’analisi qualitativa e semi-quantitativa di composti organici ed inorganici, fornendo una cosiddetta “impronta digitale” del composto in esame. La preparazione del campione prevede la fine macinatura del campione, nonché la dispersione in olio o la pressatura della polvere. In archeometria, la spettroscopia infrarossa è impiegata per lo studio delle ceramiche, delle resine naturali quali l’ambra, dei pigmenti, della carta e degli inchiostri ecc. 2.3 La datazione Per ottenere quante più informazioni possibili sul campione che ci apprestiamo a studiare, alle tecniche analitiche sopra citate si può aggiungere anche l’enorme contributo dato dalle nuove tecniche di datazione; nel caso della ceramica, si fa riferimento alla tecnica della termoluminescenza (Thermoluminescence – TL). È la tecnica attualmente più efficace per la datazione dei manufatti ceramici (i più abbondanti nei siti archeologici degli ultimi 100000 anni), e consente anche di datare i materiali organici superando l’arco di tempo del radiocarbonio. Basi del metodo: i materiali a struttura cristallina come la ceramica contengono in piccole quantità elementi radioattivi quali uranio, torio e potassio: questi decadono con velocità costante e nota emettendo radiazioni che bombardano la strutta cristallina dislocando gli elettroni. Questi ultimi vengono intrappolati nei punti d’imperfezione del reticolo cristallino, dove col tempo il loro numero aumenta. Se il materiale viene riscaldato ad una temperatura di 500° o più, gli elettroni intrappolati emettono luce secondo appunto il fenomeno della termoluminescenza. 8 La Ceramica Nuragica Misurando la quantità di termoluminescenza emessa da un campione si può arrivare a calcolare il tempo trascorso a partire dalla cottura originaria del pezzo. Per datare il campione si deve valutare la sua capacità intrinseca di accumulare elettroni, esponendolo in laboratorio ad una radiazione nota e poi riscaldandolo a 500° e misurare la termoluminescenza emessa. Limiti del metodo: le date ottenute col metodo presentano un errore del ± 10%. 3. Esempio di applicazione delle tecniche analitiche: la ceramica di Sant’Imbenia Sant’Imbenia è un sito nuragico situato nel NE della Sardegna nella rada di Porto Conte (Alghero). Il villaggio nuragico è di interesse soprattutto per i numerosi ritrovamenti di ceramica sia nuragica (realizzata tra VIII e VII secolo a.C.), sia importata, sia mista; nella zona è stata selezionata un’area di 15 Km nella quale sono stati campionati tre tipi di materiali argillosi provenienti da Porto Ferro (PF) con terra argillosa plastica ed inclusi vegetali, dal lago di Baratz (LB) con materiale scuro, quasi marrone e inclusi vegetali e dalla zona aeroportuale (PS) con materiale di colore grigio, granulometria fine e consistenza sciolta. Le analisi mineralogiche e petrografiche sono state condotte sia su campioni archeologici che su quelli realizzati in laboratorio. I campioni sono stati realizzati manualmente in laboratorio: una volta pronta, la massa è stata messa in uno stampo precedentemente bagnato e ricoperto di sabbia per evitare che la terra argillosa si attaccasse alle pareti. Dopo 4 giorni i campioni asciutti sono stati tagliati in porzioni più piccole e riscaldati per un’ora a 100°, dopodiché si è proceduto alla cottura tra 700 e 1000 gradi. Una volta raggiunta la temperatura voluta, si è spento il forno dopo un’ora ed infine i campioni sono stati lasciati 24 ore nel forno spento affinchè il raffreddamento fosse graduale. Tra le tecniche analitiche che sono state utilizzate, sono la MOP (microscopia ottica polarizzata) che ha permesso il riconoscimento microscopico dei materiali, la DRX (diffrattometria a raggi X) che ha permesso di conoscere in modo dettagliato la composizione mineralogica dei materiali e la FRX (fluorescenza a raggi X) con cui sono stati determinati gli elementi maggiori. I risultati ottenuti sono stati piuttosto interessanti; i campioni LB e PF e quelli archeologici sono tutti caratterizzati dalla presenza di quarzo, ematite, mica, calcite, plagioclasi, frammenti di rocce metamorfiche e illadi. I campioni di produzione nuragica sono caratterizzati dalla presenza di minerali vulcanici, e ciò apre due ipotesi: potrebbe o trattarsi di un’aggiunta volontaria dei minerali vulcanici all’impasto o significare l’utilizzo di una materia prima che già avesse queste caratteristiche, forse quella proveniente dall’area di Totubella, a ca. 15 km dal sito. I campioni PS invece non hanno dato buoni risultati, poiché si sono rotti in cottura. CONCLUSIONI Come si rileva da questo lavoro, lo studio della ceramica richiede la collaborazione tra professionisti delle diverse discipline: non solo umanisti quali archeologi o studiosi d’arte, ma anche scienziati quali i chimici, che possono dare un contributo enorme per una più completa lettura storica e archeologica del bene culturale, mediante l’utilizzo delle varie tecniche analitiche. Nello scegliere le tecniche da adottare, lo studioso deve sapere combinare attentamente gli obiettivi e le necessità della ricerca con i costi e le potenzialità delle diverse analisi. La continua evoluzione delle tecniche d’indagine e la loro maggiore accessibilità, permetteranno di ottenere informazioni sempre più ricche ed accurate sui reperti ritrovati nei siti archeologici dell’isola, e di conseguenza sulla civiltà nuragica che l’ha abitata. Questo consentirà di riempire i buchi neri di conoscenza che tutt’oggi si hanno riguardo l’antica popolazione nuragica. RIFERIMENTI [1] Campus, F., Leonelli, V., La tipologia della ceramica nuragica. Il materiale edito, Viterbo 2000 [2] Cuomo di Caprio, N., Ceramica in archeologia. VOL. 2: Antiche tecniche di lavorazione e moderni metodi d’indagine, L’Erma di Bretschneider (collana Studia archaelogica) 2007 [3] Ferrarese Ceruti, M. L., Archeologia della Sardegna preistorica e protostorica, Poliedro 1997 [4] Gliozzo, E., Introduzione allo studio della ceramica in archeologia Angela Murtas 9 [5] [6] [7] Lilliu, G., introduzione di Moravetti, A., La civiltà nuragica, Sardegna Archeologica, Carlo Delfino Editore, 1986 Renfrew, C., Bahn, P., Archeologia: Teoria, Metodi, Pratica, Zanichelli Ceramiche: Storia, linguaggi e prospettive in Sardegna - Ilisso, Nuoro 2007 XLIV Riunione Scientifica – La preistoria e la protostoria della Sardegna, Firenze 2012. De Rosa Beatrice, Cultrone Giuseppe, La ceramica di Sant’Imbenia: archeometria e produzione. Dati preliminari