Quantitativismo, postmodernità e marxisti
• Gli anni del secondo dopoguerra sono segnati da una crisi sociale
ed economica che porta i geografi a rimettere in discussione il ruolo
della loro disciplina. Pressati dai crescenti problemi urbani e
regionali, dalla necessità di ricostruire quanto nella guerra era stato
distrutto, nonché di far fronte in qualche modo al nuovo problema
del sottosviluppo, venutosi a creare in seguito al processo di
decolonizzazione, gli studiosi di scienze sociali (e ai primi posti i
geografi) si sentono in obbligo di fornire risposte concrete.
Elisée Reclus, La diffusione delle città nel territorio (La
couverture du territoire par les villes) (1905)
Se la terra fosse completamente uniforme nel rilievo, nelle qualità dei suoli e
nelle condizioni climatiche, le città occuperebbero, per così dire, una
posizione geometrica: l’attrazione reciproca, l’istinto sociale, la facilità degli
scambi le avrebbe fatte nascere a distanze uguali le une dalle altre. Data
una regione piana, senza ostacoli naturali, senza fiume, senza porto, sita in
una posizione particolarmente favorevole e non divisa in Stati politici distinti,
la città più grande sarebbe sorta direttamente al centro del paese; le città
secondarie si sarebbero ripartite a intervalli uguali sul circondario,
spazializzate ritmicamente, e ciascuna di esse avrebbe avuto il suo sistema
planetario di città inferiori, aventi la loro corte di villaggi. Su una piana
uniforme, l’intervallo tra le diverse agglomerazioni dovrebbe essere di una
giornata di cammino: il numero di leghe percorse a piedi mediamente tra
l’alba e il crepuscolo, ovvero tra dodici e quindici corrispondenti alle ore del
giorno, costituisce il passo regolare tra una città e l’altra… Per quanto
riguarda i villaggi, la loro distanza media si misura sul percorso che può
coprire l’agricoltore che spinge il suo carretto carico di fieno o di spighe di
grano.
•
In questo senso, il paradigma storicista – si capisce – non è in grado di
venire in soccorso; è così che le sue approssimazioni vengono messe da
parte in nome della ‘precisione scientifica’, necessaria per “controllare e
regolare la complessità economica e sociale del fenomeno della crescita
metropolitana” (Torres 1996), per attuare efficaci progetti e forme di
pianificazione a livello regionale, per elaborare, in altre parole, veri e propri
strumenti di controllo sociale in grado di avere un effetto immediato.
•
Dall’altro canto, il rapido sviluppo di nuove tecnologie, che vede la
comparsa dei primi elaboratori, nonché la proliferazione di inediti strumenti
concettuali (si pensi, ad esempio, alla teoria dell’informazione e della
comunicazione), offre una possibilità concreta di sottoporre ad analisi
scientifica la grande molteplicità di problematiche sociali e territoriali, tanto
che, secondo Capel, “l’euforia quantitativa raggiunge il massimo apogeo
negli anni Cinquanta, allorché tutte le scienze sociali provano ad introdurre
questi metodi come apparente panacea per risolvere i propri problemi”
(Capel 1987).
• In questo quadro “tra i professionisti delle scienze più teoriche,
l’asserzione che la sintesi regionale costituisse l’identità essenziale
della geografia conferiva alla disciplina un’immagine dilettantistica.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale si esigeva che le università del
Nord America formassero persone in grado di risolvere problemi, o
‘tecnici sociali’ in grado di gestire la sempre più complessa struttura
dei processi economici. I geografi non tardarono ad adottare
costruzioni teoriche e modelli in grado di promuovere lo status della
loro scienza e giustificare la loro posizione accademica” (HoltJensen 1999).
•
E’ così che negli anni Cinquanta, sull’onda di questa ‘rivoluzione
quantitativa’, nasce nel mondo anglosassone una ‘nuova geografia’,
una geografia che non si accontenta più di ‘descrizioni’, ma
pretende di dare ‘risposte’, risposte che solo una geografia intesa
come scienza esplicativa è in grado di fornire attraverso la
formulazione di leggi generali, di teorie scientifiche. Lo sviluppo di
questa ‘nuova geografia’ procede di pari passo con il successo di
altre nuove branche disciplinari, come la geografia economica o la
scienza regionale. A differenza dei geografi storicisti, i geografi
neopositivisti credono in un ordine soggiacente all’apparente caos,
ordine al quale si può arrivare solo disponendo di teorie in grado di
scoprirlo e spiegarlo. E’ così che “l’osservazione, il lavoro empirico
appaiono alla fine e non all’inizio come accadeva con i metodi
induttivi fino ad allora dominanti” (Capel 1987).
•
Il primo a formulare una simile impostazione era stato Walter
Christaller (1893 – 1969), con la sua famosa tesi “Le località
centrali nella Germania meridionale”, ispirata alle teorie economiche
dominanti e discussa nel 1933. Con questo lavoro Christaller
intendeva spiegare come i servizi tendano a disporsi sul territorio,
secondo un ipotetico ordine; un ordine del tutto ‘razionale’, basato
su una divisione del territorio (che per semplicità egli ipotizza come
uno spazio isotropico) in maglie uniformi e gerarchizzate, all’interno
delle quali si muove un attore (il consumatore) altrettanto ‘razionale’
e perfettamente informato sulle caratteristiche del mercato, tanto da
recarsi necessariamente nella località più vicina per usufruire di un
dato servizio, riducendo così al minimo i costi di trasporto (ipotizzati
come proporzionali alla distanza).
• Con questa teoria generale e deduttiva Christaller ci suggerisce che
“indipendentemente da come appare la realtà, la teoria ha una
sua validità in virtù solamente della propria logica e della
propria coerenza. Confrontando poi questa teoria con la realtà,
potremo stabilire da un lato fino a che punto la realtà
corrisponde alla teoria e possa quindi venir chiarita da questa,
e dall’altro in che cosa se ne discosti” (Capel 1987).
•
L’opera di Christaller ha tuttavia scarso impatto in Germania al
momento della pubblicazione, in quanto “le sue idee sulla
formazione dei modelli erano in disaccordo con le idee geografiche
prevalenti a quell’epoca ed egli non riuscì a ottenere una cattedra
universitaria. Solo negli anni Cinquanta le idee di Christaller
ricevettero ampi riconoscimenti nel mondo anglosassone” (Haggett
1997). In termini kuhniani, “il tentativo di spiegare la distribuzione e
la gerarchia delle località centrali attraverso un modello teorico
generale non era accettabile all’interno del paradigma allora
dominante” (Holt-Jensen 1999). Solo in seguito alla ‘rivoluzione
quantitativa’ (che conduce al cambio di paradigma) il modello di
Christaller viene rivalutato, e anzi trova pure applicazione pratica,
come nel caso della pianificazione dei villaggi nel Nord Oost Polder
in Olanda. Il territorio pianeggiante del polder è forse, infatti, quello
che più si avvicina alla superficie isotropica immaginata da
Christaller e che meglio si presta quindi all’applicazione della sua
teoria (Holt-Jensen 1999).
•
La teoria di Christaller viene poi a rappresentare
un’importantissima fonte d’ispirazione per i geografi americani,
impegnati nell’elaborazione di modelli teorici di strutture
urbane e città come località centrali. “L’accelerazione del
lavoro teorico era particolarmente marcata nell’ambito di quelle
istituzioni guidate da geografi di formazione ‘scientifica’
(specialmente fisica e statistica), e/o dove v’erano buoni
contatti con gli sviluppi nella letteratura dell’economia teorica.
Durante gli anni Cinquanta in numerose università la
commistione tra economia e geografia aveva dato luogo a una
fiorente produzione di nuove idee e tecniche” (Holt-Jensen
1999).
• In particolare, William J.Garrison nel 1955 conduce un
seminario sulle applicazioni della statistica per i dottorandi
dell’Università di Washington, Seattle, molti dei quali
diverranno figure ‘leader’ nell’ambito del paradigma
neopositivista negli Stati Uniti. Centro principale di questa
geografia teorica diviene l’Università di Chicago, dove Garrison
stesso, insieme ad alcuni suoi ex-dottorandi, si era
successivamente trasferito ad insegnare.
•
•
Anche in Europa il lavoro di Christaller trova fortuna dopo la Seconda Guerra
Mondiale. A presentarlo in Svezia è Edgar Kant, un geografo estone rifugiato a
Lund.
Il suo giovane assistente, Torsten Hägerstrand, indirizza le sue ricerche verso
un ‘processo d’innovazione’ che si basa su metodi statistici e matematici.
Elabora modelli basati sul calcolo delle probabilità, seguiti poi da prove
empiriche, facendo guadagnare grande popolarità al suo dipartimento, che in
pochi anni diventa un altro centro di fama mondiale.
•
“La teoria della probabilità si applica da questo momento in geografia con una
tale intensità che David Harvey non ha dubbi sullo scrivere che ‘se dovessimo
selezionare un linguaggio matematico come dominante nell’attuale ricerca
accademica, questo sarebbe probabilmente quello della teoria della
probabilità’; nel 1969 dichiara poi che ‘l’uso del linguaggio probabilistico è abituale in
geografia’.
•
Le leggi, si afferma, non necessariamente devono essere causali: dalla scoperta
dell’indeterminatezza da parte di Heidenberg è noto che possono essere anche
stocastiche; la legge causale sarebbe una legge stocastica con un alto grado di
certezza” (Capel 1987).
• Nel concentrarsi sul ‘processo’ piuttosto che su una realtà
statica, Hägerstrand rompe definitivamente con la tradizione
regionale impostasi con il paradigma storicista (Holt-Jensen
1999), ma non è il primo comunque.
• Ancora prima di lui, infatti, F.K. Schaefer, geografo tedesco di
formazione statistica e docente presso l’Università dello Iowa,
aveva criticato duramente la concezione ‘classica’ di regione
ereditata dal precedente paradigma, promuovendo, invece, un
approccio teorico, in grado di formulare spiegazioni di carattere
universale.
• “I casi unici – sostiene – non possono essere spiegati da una sola
teoria; di norma, anzi, ne richiedono una serie. E’ quanto accade
con la ‘regione’ dei geografi storicisti che, per definizione, è unica,
data la singolare combinazione di fenomeni fisici ed umani in essa
presenti” (Capel 1987).
• Schaefer si oppone dunque alla concezione di regione come
‘unicum’, sostenendo, invece, che “l’unica geografia scientifica è
quella sistematica poiché consente di ricercare leggi generali,
di formulare teorie che poi vengono applicate allo studio
regionale.
• Perciò, pensa Schaefer, non si deve porre l’enfasi dello studio
geografico sull’analisi regionale, anche se la si può compiere per
comprovare la validità di una serie di teorie che sono state prima
formulate e che cercano di spiegare la peculiare combinazione dei
fenomeni prodottisi in un’area data.
• La regione diviene così una specie di laboratorio in cui si
verifica la validità delle teorie prodotte dal geografo
sistematico” (Capel 1987). Il concetto di regione non scompare
dunque nel nuovo paradigma: semplicemente cambia aspetto, viene
rielaborato. Si parla ora di ‘regioni polarizzate’, di ‘teoria generale
dei sistemi’ e di altri concetti ancora....
GEOGRAFIE RADICALI E POSTMODERNE
•
Negli anni Sessanta, quando il paradigma neopositivista sembra ormai
dominare la scena delle scienze sociali con le sue ‘certezze matematiche’
e i suoi modelli, inizia a svilupparsi una nuova corrente critica che
rimette in discussione i principi sui quali si fonda il paradigma.
•
Questa nuova crisi nelle scienze sociali in realtà non è che un riflesso della
condizione di sconcerto in cui si è venuta a trovare la società,
sottoposta a una serie di sconvolgimenti e disillusioni:
si pensi alla fine della guerra fredda,
al completamento del processo di decolonizzazione,
alla crisi del sistema di dominazione occidentale.
•
Insieme a quest’ultimo entrano in crisi pure i tradizionali valori del
sistema capitalista, responsabile del deterioramento della biosfera, del
degrado della città e della condizione di alienazione in cui si è venuto a
trovare l’uomo moderno.
• Le pianificazioni basate sulle teorie spaziali neopositiviste,
nelle quali un tempo si era nutrita una così grande fiducia,
dimostrano tutta la loro debolezza, così come anche il mito
dell’infallibilità di una scienza oggettiva in grado di risolvere i
problemi che affliggono la società inizia a vacillare.
•
In risposta a questa situazione di disillusione generale e in seguito alla
presa di coscienza delle carenze del paradigma neo-positivista, si
sviluppano una serie di correnti critiche (o radicali). E’ così che la visione
‘meccanicistica’ del mondo, propria del paradigma neo-positivista e, più
in generale, delle scienze empiriche, viene affiancata da altre due
metafore.
•
La prima, quella ‘realista’, adottata dalle scienze critiche, propone una
lettura del mondo in chiave marxista, lettura che sarà, appunto, alla
base delle geografie marxiste, ‘impegnate’ sul piano sociale e quindi
incentrate sull’analisi di fenomeni come la povertà, l’emarginazione
sociale, le condizioni di vita urbana, i conflitti sociali, ecc.
•
La seconda, quella ‘umanista’, propria delle scienze ermeneutiche,
invita invece a considerare il mondo in chiave soggettiva, demolendo
così il mito positivista della ‘realtà oggettiva’ e della ‘neutralità
dell’osservatore’ (Capel 1987).
•
Ne scaturisce una nuova geografia umanistica (o antropocentrica),
costruita cioè ‘attorno all’uomo’, considerato non più ‘una pedina’ che si
sposta da una parte all’altra della carta seguendo le razionali logiche
del mercato, ma come il vero protagonista, dotato altresì di una
sensibilità che trascende ogni teorizzazione di tipo matematico.
•
Una geografia, quella umanistica, interessata quindi allo studio di
luoghi e paesaggi, non più intesi come ‘oggetti’, ma piuttosto come
‘spazi poeticizzati’, dotati di una propria identità e di una propria
retorica, o meglio ancora come “spazi vissuti, al punto tale da
determinare una grandissima personalizzazione delle percezioni, con
nette delimitazioni, con confini senza equivoci” (Lando 1993).
La polifonia di questo scenario dominerà gli anni Ottanta e
si offrirà come presupposto per una nuova “svolta
culturale”, come la definirà Johnston (1997), che porterà
- a un definitivo rigetto della logica neo-positivista,
- a un diffuso “scetticismo verso i grandi postulati e le
grandi teorie dell’era moderna” (Johnston & Gregory
1998) e
- a un’aperta denuncia e codificazione della cosiddetta
crisi della rappresentazione.
•
Si assisterà, quindi, alla nascita di una geografia postmoderna,
assolutamente refrattaria a qualsiasi tipo di struttura rigida, di
classificazione, di ordine e di dogma, e anzi, difficilmente inquadrabile
all’interno del modello kuhniano, dal momento che una caratteristica
del postmoderno è proprio quella di rompere con la logica
paradigmatica:
•
qualsiasi ‘mappa cognitiva’ di una disciplina, per usare un termine
caro ai ‘postmderni’, è infatti, per forza di cose, parziale e soggettiva.
•
La sua configurazione non può prescindere dalla parzialità e dalla
soggettività di chi la produce.
•
Pertanto, il tentativo di tracciare lo ‘stato dell’arte’ della geografia
postmoderna costituirebbe un’impresa velleitaria, proprio perché
l’introduzione del postmoderno in geografia ha significato
– la rottura della logica paradigmatica,
– lo scetticismo nei confronti delle ricostruzioni lineari della storia
disciplinare,
– la denuncia dell’ordine che ogni cartografia, ogni operazione di mapping,
tenta di imporre silenziosamente sulla realtà.
•
•
•
Ne consegue che qualsiasi progetto culturale – anche la proposta di un
percorso antologico – può essere inteso solo come uno ‘stratagemma’,
come un tentativo di ingabbiare una determinata realtà secondo una
(altrettanto) determinata prospettiva, in un dato luogo e in un dato
momento.
La scelta è tra il dichiarare le condizioni su cui il progetto si regge oppure
il nasconderle. Ogni testo ha infatti un Autore con la sua storia e i suoi
obbiettivi, un contesto culturale e materiale di riferimento, e un tempo.
E non è mai un atto innocente. (…) Il contesto accademico che ha reso
possibile il dibattito sul postmoderno (quello anglo-americano), che alle
sollecitazioni interne ed esterne provocate dall’avanzare del pensiero
postmoderno in filosofia e nelle scienze sociali, ha reagito spesso in
maniera frammentata e incoerente, ma in molti casi ha tuttavia risposto
con atteggiamenti comuni, o perlomeno configurabili all’interno di una
serie di ‘filoni’” (Minca 2001).
• Ciò è reso, inoltre, ancora più difficile dal fatto che stiamo tuttora
vivendo questa fase, che potremmo definire ‘post-paradigmatica’:
Kuhn stesso, infatti, ci avverte della difficoltà di definire il
paradigma corrente (se di paradigma poi in questo caso
possiamo veramente parlare…).
• Potremmo allora paragonare queste nuove geografie
postmoderne, più che a ‘compartimenti’, a diramazioni che si
abbracciano e si intersecano in continuazione, all’insegna della
fluidità e della ‘flessibilità’, come testimoniano le denominazioni
stesse dei vari filoni.
• Il campo d’azione di queste nuove geografie è particolarmente
ampio; esso, infatti, si muove dalla costruzione dell’individualità
attraverso
– le poetiche dello spazio alla questione ambientale, intesa come problema
culturale,
– dal dibattito sul problema della descrizione, sintomatico della ‘crisi della
rappresentazione’ cui si accennava,
– a una ri-lettura del pensiero sociale e politico, e così via.
• Più che di ‘geografia postmoderna’, allora, sarebbe forse più corretto
parlare di ‘geografie postmoderne’, dal momento che la pluralità,
l’indeterminatezza e la frammentarietà che caratterizzano il
postmoderno si riflettono inevitabilmente anche nel campo
disciplinare della geografia, producendo una serie di complesse
diramazioni – basti ricordare, ad esempio, le geografie femministe,
le geografie postcoloniali, la geografia post-marxista e la new
cultural geography.
• Queste nuove geografie spesso condividono strumenti e approcci
(alcuni dei quali appartenenti alle precedenti geografie umanistica e
marxista), per cui risulta molto difficile (oltre che improprio) operare
una ‘classica’ suddivisione in ‘compartimenti stagni’.
• La principale strategia utilizzata dai geografi postmoderni,
indipendentemente dal loro campo d’interesse, è la ‘decostruzione’,
“un modo d’interpretazione critica, che cerca di dimostrare
come la (diversa) collocazione di un autore (o di un lettore), in
termini di cultura, di classe, genere ecc., abbia influenzato la
scrittura (e la lettura) di un testo. I significati di un testo sono
dunque, se non infiniti, quantomeno considerevoli.
• La decostruzione è quindi essenzialmente un metodo
destabilizzante, che getta nel dubbio la pretesa di autorità delle
precedenti tradizioni” (Johnston & Gregory 1998). Questo tipo di
lettura apre naturalmente prospettive del tutto inedite e una serie di
problematiche di indubbio interesse
Funzionalismo modernista
vs
postmodernità
C. Baudelaire
• La modernità è il transitorio, il fuggitivo, il
contingente, la metà dell’arte di cui l’altra
metà è l’eterno e l’immutabile
Il pittore della vita moderna 1863
Marchall BERMAN :
• Trovarsi in un ambiente che ci promette
avventura, potere, gioia, crescita,
trasformazione di noi stessi e del mondo e
che al contempo minaccia di distruggere
tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che
conosciamo, tutto ciò che siamo.
• L’esperienza della modernità, 1985
HABERMAS
• SVILUPPARE UNA SCIENZA
OBIETTIVA, UNA MORALE E UN
DIRITTO UNIVERSALI, UN’ARTE
AUTONOMA SECONDO LE RISPETTIVE
LOGICHE INTERNE.
WEBER /BERNSTEIN
I pensatori illuministi ponevano un legame forte e necessario fra la
CRESCITA della scienza, la RAZIONALITA’ e la LIBERTA’
umana universale.
Una volta smascherata e compresa l’eredità illuminista, si rivelava
il trionfo della RAZIONALITA’ FINALIZZATA-STRUMENTALE
che colpisce la totalità della vita sociale e culturale, le strutture
economiche, il diritto, l’amministrazione burocratica e persino le
arti.
La crescita (della razionalità finalizzata strumentale) non porta alla
realizzazione della libertà universale ma alla creazione di una
“gabbia di acciaio” di razionalità burocratica.
SCHEMA 1
MODERNISMO
Romanticismo
Forma (congiuntiva, chiusa)
Finalità
Progetto
Gerarchia
Oggetto d’arte/opera finita
Distanza
Creazione/totalizzazione/sintesi
Presenza
Concentrazione
Genere/confine
Semantica
Leggibile
Genitale/fallico
Determinatezza
POSTMODERNISMO
Dadaismo
Antiforma (disgiuntiva, aperta)
Gioco
Caso
Anarchia
Processo/performance/happening
Partecipazione
Decreazione/decostruzione/antitesi
Assenza
Dispersione
Testo/intertesto
Retorica
Scrivibile
Polimorfo/androgino
Indeterminatezza
Romanticismo – Arte
•
•
•
•
ritorno alla natura,
Nazionalismo
Sguardo al passato medioevale
aspirazione all’assoluto
La libertà che guida il popolo –
Eugène Delacroix 1830
Il Bacio - Francesco Hayez 1859
Marina di Posillipo - Giacinto Gigante 1844
dadaismo
• Anti arte
• Anti estetica
• Non messaggio
Fontana – M. Duchamp 1917
Merzbau – Kurt Schwitters 1923-1932
Architettura post-moderna
•
In generale, per il post-modernismo si intende la tendenza e la consapevolezza della
società contemporanea che considera superato lo status quo del progresso continuo
ed ascendente proprio della modernità. Le certezze ideali, filosofiche, scientifiche in
un futuro sempre migliore ed in perenne ascesa vengono ad affievolirsi, fino a
negarne la validità.
•
Occorre invece ripensare la storia e recuperare la memoria del passato.In particolare,
nell'architettura postmoderna si definiscono gli studi e le esperienze che, dalla metà
degli anni anni sessanta /anni settanta del XX secolo, hanno contestato le funzioni, le
forme, gli spazi i particolari, l'ambiente costruito propri del Movimento Moderno.
•
L'architetto post-moderno progetta una nuova architettura, che esprime una libertà
stilistica sgombra dai vincoli modernisti, che attinge dalla storia del passato
“frammenti” di diverse culture, elaborando non una falsificazione storica, come
l'eclettismo ottocentesco, ma una nuova composizione “post-moderna”.
Bofill – Montpellier Edificio Dép. Hérault
Leon Krier - 1985
Architettura moderna
Robie House – F. Lloyd Wright
Bauhaus - Dessau
Casa del Fascio - Como
Piacentini – Colosseo quadrato
Complesso di Pruitt-Igoe, St Luis (Missouri) - Minori Yamasaki 1952
Demolizione 16 marzo 1972
• Il Betilo è la pietra sacra che in Medio Oriente si credeva caduta dal
cielo e dotata di poteri magici. Questo simbolo designava l'oggetto
del culto rivolto agli spiriti delle pietre sacre. L’Omphalos, (ombelico
ma anche pietra scolpita ne tempio di apollo a delfi) dice Guenon,
era di solito materialmente rappresentato da una pietra sacra, che
si definiva Betilo o Betile, e che in ebraico non è altro che BeithEl, la “casa di Dio”, l’abitacolo divino. La pietra è difatti
propriamente la casa di Dio, il Tabernacolo sede della Shekinah, e il
culto ad essa legato era rivolto non alla pietra, ma alla divinità
che in essa risiedeva. Quella stele avrebbe dovuto ricordare per
sempre il passaggio della meteora: poiché essa diventava una "Bayt
Allah", la dimora di Dio.
• Pietre sacra, a forma di stele fallica o antropomorfa, rinvenute
in molte tombe di giganti di età nuragica.
1. Il Museo
"Museo mediterraneo dell'arte nuragica e
dell'arte contemporanea", che si
localizzerà sul porto di Cagliari. Finalità
del nuovo Museo sarà ospitare reperti
dell'arte nuragica e opere di arte
contemporanea e favorire un confronto
critico ed interpretativo tra le due sfere
Cinque sfide
1. Il Museo dovrà fungere da volano di
rimandi per gli altri luoghi di identificazione
dell'arte nuragica nella Sardegna e nel
bacino del Mediterraneo, a partire dal
Museo Archeologico di Cagliari.
Cinque sfide
2. Il nuovo Museo dovrà ospitare un
laboratorio di confronto e
sperimentazione che accosti in forme
e modi inconsueti gli oggetti e le
opere di arte nuragica e
contemporanea.
Cinque sfide
3. Il Museo dovrà offrire un percorso
espositivo multiplo, capace di mettere in
tensione e fare interagire la percezione
estetica delle opere con la loro
storicizzazione e contestualizzazione.
Cinque sfide
4. Il Museo dovrà costituirsi come luogo
di produzione, ricerca e sperimentazione
sulle relazioni tra arte nuragica e arti
contemporanee.
Cinque sfide
5. Il nuovo Museo dovrà infine rappresentare a tutti gli effetti un
motore di rigenerazione urbana per la città di Cagliari. La
presenza all'interno e nei pressi del Museo di spazi di tipo ricettivo e
di intrattenimento rivolti sia ai visitatori, sia ai turisti, sia ai cittadini
potrà infatti aiutare il Museo a connotarsi come porta di accesso e
visibilità per l'isola. Particolare attenzione dovrà quindi essere data
dai concorrenti alle forme di accesso al Museo e alle relazioni tra i
suoi spazi interni ed esterni. La sequenza degli spazi di carattere
pubblico (hall di ingresso, libreria, mediateca, bar, ristoranti, sala
conferenze, spazi commerciali...) dovrà infatti essere progettata in
stretta coerenza con il contesto spaziale, culturale ed
economico circostante la nuova architettura.
Vince il progetto della architetto Zaha Hadid
irachena, decostruttivista, allieva di Koolhas,
che in questi anni progetta (tra l’altro) - Grattacielo
City life a Milano, la stazione di Napoli - Afragola, il
Museo Maxxi (Museo Arte XXI secolo) a Roma,
Stazione marittima di Salerno, il Rhegium
waterfront di Reggio Calabria… il Guggenheim di
Taiwan.
su un totale di 10 progetti presentati da:
- Massimiliano Fuksas, Herzog & De Meuron,
Gonçalo Nuno Pinheiro de Sousa Byrne, Archea,
Francesco Garofalo, Giampiero Lagnese, Mutti, OBR,
Jean Nouvel,
Dal progetto della Hadid
• Il nuovo museo è come una concrezione
corallina, cava al suo interno, dura e porosa
sulla superficie esterna, ma in grado di ospitare,
in un continuo scambio osmotico con
l’ambiente esterno, attività culturali in un
ambiente vivo e mutevole. A tratti si assimila al
terreno, creando un nuovo paesaggio,
talvolta acquista una forte massività
definendo un nuovo skyline.
Notazioni critiche
• - quartiere periferico, popolare, enclanve
« sensibile »
• forte valore urbanistico di posizione e di
pregio paesaggistico
• Spinta del capitale edilizio e delle società
immobiliari alla riqualificazione architettonica,
urbanistica, rischio di espulsione dei ceti
popolari
• Il museo non rientra nel piano strategico della
città
Terminal croceristico
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G2. Quantitativismo, post-modernità e marxisti