Uno scienziato sociale nella stanza dei bottoni. Il Mezzogiorno visto dal governo Conversazione con Carlo Trigilia di Daniela Piana e Francesco Raniolo1 MEZZOGIORNO Si riporta il testo di una intervista-conversazione di D. Piana e F. Raniolo con C. Trigilia che si è svolta in occasione del XXIX Convegno della Società Italiana di Scienza politica il 10 Settembre 2015. [Piana] Giovanni Sartori, anni fa, siamo alla fine degli anni '50, lamentava che alla cultura italiana mancava, da sempre, l’apporto di un serio e pacato sapere empirico. Per lui lo scopo della scienza politica, credo forse ancor più che delle altre scienze sociali, doveva essere quello di favorire “l’azione intelligentemente condotta” – Merton avrebbe detto un’azione orientata dalla curiosità strumentale piuttosto che dalla curiosità oziosa – per esempio nel modo di concepire e progettare le politiche. Poi, però, quando ci si trova a ricoprire ruoli di governo c’è la fatica della realizzazione, la “recalcitranza dei mezzi”, le resistenze e reazioni del contesto, le conseguenze non-intenzionali. Cosa ci può dire il Prof. Trigilia del contrasto, per così dire, tra l’ottimismo della progettazione e il pessimismo della realizzazione in una fase che richiedeva al governo di affrontare problemi legati alla crisi, complessi se non intrattabili? Che cosa sperimenta uno scienziato sociale –in particolare un sociologo o un politologoche si trova coinvolto in un’attività di governo rispetto alla sua formazione e al modo in cui la sua esperienza professionale lo porta a concepire le politiche? Permettetemi anzitutto una battuta sul titolo che avete scelto per la nostra conversazione. Mi sembra molto impegnativo. L’espressione ‘scienziato sociale’ è sicuramente importante e La conversazione si è svolta in occasione del XXIX Convegno della Società Italiana di Scienza politica, Arcavacata di Rende (Cosenza) 10-11 Settembre 2015. 1 StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 mi intimidisce un po’. Quanto alla ‘stanza dei bottoni’, se ci fosse davvero, non credo che mi ci avrebbero fatto entrare. Ma non c’è: posso dirvi che l’ho cercata, ma non l’ho trovata. Del resto, se ne accorse presto lo stesso Nenni, che coniò l’espressione ‘stanza dei bottoni’ riferita alla politica, ma poi ammise - e lo riconobbe nei suoi Diari – di non averla trovata. Personalmente ho sperimentato che per riuscire a realizzare qualcosa bisogna entrare e uscire da molte stanze, non solo della politica ma anche dell’amministrazione. Di solito si pensa alla negoziazione politica con gli altri ministri e con il presidente del Consiglio. Questa dimensione è certamente importante ed è da notare che il colore politico dei singoli ministri non conta, o conta molto poco: c’è in generale una spinta a massimizzare il controllo sulle risorse e il potere decisionale di ogni singolo ministero. Il presidente del Consiglio ha un ruolo decisivo quando ci sono contrasti forti. D’altra parte, si sottovaluta spesso la forte ‘asimmetria informativa’ tra chi svolge il ruolo di ministro e le sue stesse strutture amministrative, anche per un ministro ‘tecnico’. Se non la si controlla impegnandosi molto su questo terreno, si riduce la capacità di decisione e l’autonomia del ministro che ha la responsabilità di indirizzo politico. In altre parole, di solito si pensa all’influenza dell’amministrazione e delle burocrazie nella fase a valle del processo decisionale, in sede di attuazione. Ma non è solo così. L’influenza si esercita anche a monte, nella misura in cui pone dei vincoli alle scelte di indirizzo politico del ministro basati sulle conoscenze specifiche e tacite delle stesse burocrazie, che a volte possono frenare iniziative di innovazione in un determinato campo. Nel mio caso, per esempio, nella governance dei fondi europei, perché enfatizzavano dei vincoli legati alle prassi tradizionalmente seguite, che implicano dei legami informali - reti di relazione - con altre burocrazie: quelle regionali o quelle di Bruxelles. Le alte burocrazie temono in genere che il cambiamento metta in discussione queste prassi, costituitesi nel tempo, che facilitano il loro lavoro. E le difendono giocando sull’asimmetria informativa che condiziona i titolari dell’indirizzo politico. Entrare nel merito delle questione tecniche, spesso complicate, approfondirle autonomamente, anche con l’aiuto di collaboratori esterni alle strutture amministrative di riferimento, è importante per esercitare più consapevolmente e autonomamente le proprie responsabilità politiche. Provo ora a rispondere alla domanda che mi ponete sulla mia esperienza, che è stata peraltro - lo ricordo - molto breve (meno di un anno). StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 Che cosa colpisce chi ha una formazione e un’esperienza nel campo delle scienze sociali quando si tratta non più solo di proporre degli interventi derivanti dall’attività di ricerca, per esempio per lo sviluppo economico, ma di definire e attuare delle politiche specifiche? Con riferimento ai temi dell’economia e dello sviluppo direi che si conferma l’importanza degli aspetti relazionali e istituzionali rispetto a quelli strettamente economici, ma nello stesso tempo si devono fare i conti con la difficoltà di portare avanti politiche che tocchino questi aspetti. Primo aspetto. L’organizzazione delle attività economiche e lo sviluppo sono stati sempre fortemente dipendenti dai fattori culturali e istituzionali che incidono sulle differenze territoriali, basti pensare a Max Weber e alla tradizione della sociologia economica, ma anche al filone dell’istituzionalismo economico che si è sviluppato nel tempo fino ai giorni nostri. Oggi - lo dico molto schematicamente - il ruolo dei fattori culturali e relazionali (capitale sociale) e istituzionali in senso stretto (le regole) è ancora più importante perché la produzione di beni e servizi più che in passato richiede una buona cooperazione tra diversi operatori economici, specializzati in singole parti o fasi. Un prodotto o un servizio finale sono realizzati in modo tanto più efficiente e competitivo quanto più vi partecipano operatori autonomi competenti ma che si possano anche fidare gli uni degli altri. Crescono infatti i costi di transazione potenziali legati al carattere non strettamente aziendale delle attività produttive e lo sviluppo passa dalla capacità di ridurli, sia attraverso norme informali e fiducia, sia attraverso il contributo di istituzioni pubbliche alla realizzazione di beni collettivi che i singoli operatori non possono produrre da soli ma che incidono sulla loro azione e sulle forme di cooperazione. Si pensi all’istruzione e al capitale umano, alle conoscenze disponibili nelle università e nei centri di ricerca, alle infrastrutture materiali e immateriali, ma anche alla giustizia e al rispetto dei contratti, o al comportamento non arbitrario della PA. Chi viene dalle scienze sociali – sociologi, politologi, ma oggi sempre più anche economisti – è sensibile a questi aspetti culturali, relazionali e istituzionali per lo sviluppo. Ma intervenire è più complesso e difficile e soprattutto richiede più tempo. Per due motivi principali: perché sono politiche che se ben concepite portano vantaggi diffusi, non concentrati su singoli attori pubblici o privati, che non solo non ne traggono benefici diretti, ma possono vedere intaccati i loro interessi costituiti, protetti da determinate regole formali (istituzioni) e informali (capitale sociale); e perché sono politiche che per loro natura StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 richiedono tempi più lunghi per la loro realizzazione e per produrre risultati concreti. Entrambi i motivi rendono interventi di questo tipo – istituzionali – che pure sarebbero spesso più importanti, anche più difficili da realizzare perché meno compatibili con il forte orientamento a breve dell’attività di governo, specie dei nostri governi. Di fronte a queste difficoltà acquista inevitabilmente peso e ruolo l’armamentario più consolidato dell’economia che tende a incidere nell’immediato sui comportamenti dei diversi attori. Per esempio, se c’è un contesto territoriale che è carente sotto il profilo dei beni collettivi (competenze e capitale umano, infrastrutture, efficienza amministrativa, criminalità), si cerca di compensare con incentivi le imprese esterne che investono o anche quelle locali che sono penalizzate da diseconomie esterne. Le ricette economiche tradizionali di questo tipo, anche se sovente si rivelano poco efficaci a medio e lungo termine, nel breve hanno il vantaggio di essere più comprensibili e più appetibili per la politica, perché permettono di stabilire alleanze con gruppi di interesse, di definire interventi di spesa quantificabili e comunicabili dai media – un aspetto sempre più importante – e anche di cercare il consenso per aggregazione (come nel caso di alcuni provvedimenti a favore delle imprese e di altri a favore dei sindacati) i cui costi si scaricano sovente sul futuro, come ben sappiamo in Italia. A ciò è da aggiungere che l’esigenza di interventi antirecessivi, in periodi di crisi come l’attuale, accrescono la necessità di ricorrere a misure che incidono direttamente sui comportamenti degli attori economici. Politiche economiche che producano effetti nel breve termine sono comunque necessarie. Che cosa può fare allora chi per formazione e esperienza è più sensibile agli aspetti istituzionali? Da un lato, una strada possibile è quella di definire interventi che incidono con incentivi sui comportamenti a breve degli attori in modo da avere risultati più immediati, cercando però di ridurre possibili effetti distorsivi, che si rivelano fattori di inefficienza e scarsa efficacia a medio e lungo termine. Da questo punto di vista, meglio incentivi automatici che discrezionali, meglio incrementare i fondi di garanzia per facilitare il credito, o il sostegno alla crescita dell’imprenditorialità giovanile tramite il credito, rispetto agli incentivi tradizionali, che spesso diventano una forma di droga e di protezione del mercato, senza StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 effetti significativi in termini di sviluppo autonomo, come rischia di accadere per gli sgravi fiscali generici di cui si discute oggi. Dall’altro lato, avviare nello stesso tempo interventi più a lungo termine su aspetti istituzionali (sulle regole); per esempio riformare le disposizioni sull'uso dei fondi europei per evitare frammentazione e dispersione e nello stesso tempo orientare l’allocazione verso beni collettivi efficaci (infrastrutture materiali e immateriali, come quelle digitali, scuola e capitale umano, efficienza della PA, rafforzamento della giustizia, lotta alla criminalità). In modo da attaccare le cause della malattia e non cercare soltanto di curare il sintomo con strumenti di compensazione delle diseconomie esterne a livello territoriale. In questo senso, si dovrebbe tenere conto che gli interventi per la coesione territoriale non dovrebbero essere ridotti all’impiego dei fondi strutturali europei. Dovrebbero coinvolgere l’uso delle risorse nazionali del Fondo Sviluppo e Coesione (ex fondi FAS) da programmare – come del resto prevede la normativa vigente – in stretto rapporto con i fondi europei. In questa direzione avevamo cominciato a muoverci, così come nella direzione di un'indispensabile riorganizzazione dell’intervento ordinario legato alla fornitura di servizi fondamentali garantiti dalla Costituzione attraverso i quali passa la stragrande quota degli interventi redistributivi per il Mezzogiorno (istruzione, sanità, assistenza). Non è accettabile che lo stato spenda per questi servizi non meno che per le regioni più sviluppate, ma che la qualità dei servizi sia spesso molto più bassa. E tutto ciò incide sulla coesione sociale e quindi anche sullo sviluppo. Su questo punto vorrei chiudere dicendo che la mia esperienza è stata troppo breve per vedere se il tentativo di conciliare politiche economiche a breve e politiche sugli aspetti istituzionali a medio e a lungo termine possa funzionare. Ma certo la necessità di intervenire efficacemente sugli aspetti istituzionali appare centrale. [Raniolo] In parte quanto detto si ricollega ad un secondo tema di questa nostra conversazione. Questa estate, dopo le anticipazioni dell’ultimo rapporto Svimez sullo stato dell’economia del Meridione e in seguito ad un articolo dello scrittore Saviano, si è aperto un dibattito sullo stato di salute del Mezzogiorno, della sua economia e della stessa società ai tempi della crisi. A dire il vero, la de-tematizzazione di quella che una volta veniva etichettata la “questione StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 meridionale” ha accompagnato buona parte dell’ultimo ventennio. Apparentemente sembrerebbe che non ci sia discontinuità dal terzo governo Berlusconi fino all’attuale governo Renzi: dalla scomparsa dei fondi Fas a quella del ministero della coesione sociale. E’ veramente così? E da che cosa dipende la perdita di rilievo del problema del Mezzogiorno nell’agenda politica che dura da tempo? La perdita di attenzione per il tema del Mezzogiorno nel dibattito pubblico e nell’agenda di governo è un dato oggettivo, incontestabile, e dipende a mio avviso da due fattori principali: il primo ha una connotazione più partigiana e riguarda l’esperienza del ‘berlusconismo’ e la sua influenza nella politica dello scorso ventennio; il secondo ha una valenza più generale, che prescinde dallo stesso colore politico dei governi, e ha a che fare con il problema della centralità degli aspetti istituzionali per lo sviluppo e dei costi e dei tempi lunghi che abbiamo già toccato. Partiamo dal primo aspetto, più visibile e riconoscibile. L’ascesa del berlusconismo coincide con l’emergere nel discorso pubblico della ‘questione settentrionale’ perché esprime la mobilitazione dei ceti produttivi del centro-nord, protagonisti dello sviluppo di piccola impresa e dei distretti, che si sentono minacciati dall’accresciuta pressione fiscale, in parte legata al finanziamento della redistribuzione verso le regioni meridionali, in una situazione in cui svalutare è prima difficile (anni '80 e primi ‘90), e poi impossibile (ingresso nell’euro). Il berlusconismo, sotto l’influsso della Lega, dà rilievo mediatico alla questione settentrionale legandola al tema del federalismo, e sposta risorse non trascurabili (per esempio attraverso i fondi FAS allocati dal ministro Tremonti) a favore delle regioni del Centro-Nord. Ma si tratta di flussi molto limitati rispetto alla grande redistribuzione a favore del Sud (60 miliardi all’anno negli ultimi decenni, secondo le stime di Banca d'Italia) che non è scalfita nelle sue colonne portanti legate all’intervento ordinario per i servizi fondamentali. Perché? Perché il berlusconismo non può permettersi di perdere politicamente il Sud, si pensi alla Sicilia del “61 a 0” del 2001. Dunque si parla meno nel dibattito politico e nei media di questione meridionale e più di questione settentrionale. La questione meridionale è messa sotto il tappeto e non ha rilievo nell’agenda politica, ma i meccanismi tradizionali distorti di integrazione del Sud nello sviluppo nazionale restano nella sostanza inalterati per garantire l’equilibrio elettorale del centro-destra. StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 Il costo politico di perdere consensi al Sud ci porta all’altro fattore più generale: quello dei costi politici elevati di interventi sugli aspetti istituzionali e dei tempi lunghi di resa di tali interventi per i governi, indipendentemente dal colore politico. Tutto ciò spinge a non prendere di petto il problema del Sud. Per mettere meglio a fuoco questo secondo aspetto più generale, che non riguarda solo i governi di centro-destra, occorre però fare riferimento alla diagnosi dei problemi di sviluppo del Sud. [Raniolo] Negli ultimi anni le interpretazioni sui limiti dello sviluppo del Mezzogiorno, anche in seguito alle riforme del Titolo V della Costituzione e al dibattito sollevato, sono state fortemente suggestionate dal c.d. “neoistituzionalismo”. Basti pensare alla diffusione del lavoro di Acemoglu e Robinson “Whay nations fail”, del quale tu stesso ti sei occupato in un recente scritto apparso su “Stato e Mercato”2. La tesi centrale dei due studiosi è che i casi di insuccesso dello sviluppo (economico e politico) sono da attribuire al ruolo di “élites estrattive”, al limite a vere e proprie cleptocrazie. Vi ritrovo echi del tuo libro “Non c’è nord senza sud” (Laterza, 2012). È così? Puoi precisare la tua posizione al riguardo? Da tempo sono convinto che il problema, prima che economico, è di funzionamento delle istituzioni. Mi riferisco anzitutto alle istituzioni pubbliche di governo (regioni, comuni, province), alle regole formali e alla loro scarsa capacità – per usare un eufemismo – di offrire beni collettivi efficaci per i territori che abbiamo visto quanto siano importanti per lo sviluppo sano. Ma mi riferisco anche alle istituzioni che regolano i rapporti tra centro e periferia. Il problema non dipende dunque in prima istanza da carenza di risorse economiche e di aiuti da parte dello stato centrale, anche se interventi efficaci sono necessari. Il problema è meno l’acqua e più l’acquedotto che porta e distribuisce le risorse. Vi è stata e vi è una redistribuzione imponente, ma l’uso di tali risorse è stato ed è distorto dalla preferenza per politiche assistenziali e clientelari dei governi locali e regionali, non contrastate adeguatamente dai governi centrali. Perché? Questo è il nodo più complesso e controverso, ma a mio avviso decisivo. Ha a che fare con aspettative diffuse rispetto alla politica. Ci si riferisce a Cultura, istituzioni e sviluppo, La lezione di Max Weber e il neo-istituzionalismo, in “Stato e Mercato”, n. 104, 2015, pp. 263-280. Il riferimento puntuale del libro di D. Acemoglu e J.R. Robinson è Why Nations Fail. The origins of power, prosperity, and poverty, Crown Business, New York, 2009 (trad. it. Perché le nazioni falliscono. Alle origini di prosperità, potenza e povertà, il Saggiatore, Milano, 2013). 2 StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 Gli orientamenti e i comportamenti prevalenti delle classi politiche locali, che naturalmente sono anche differenziati – e voglio sottolinearlo a scanso si equivoci - non sono comprensibili solo con il prevalere di interessi che oggi con terminologia di moda si chiamano ‘estrattivi’; cioè volti a un uso particolaristico delle risorse a vantaggio proprio e di gruppi che le sostengono in termini di consenso. Bisogna guardare alle basi sociali e culturali di una politica che non riesce a usare adeguatamente le risorse e i poteri crescenti di cui ha goduto per finalità di interesse collettivo. Se si sono affermate classi politiche di questo tipo è anche perché le aspettative diffuse verso la politica nelle società locali le hanno sostenute. E questo dipende anche da fattori culturali e relazionali, non solo dalla arretratezza economica e dalle difficoltà istituzionali, che pure hanno certo rinforzato il quadro. Robert Putnam ha proposto di guardare alla carenza di cultura civica e quindi a aspettative particolaristiche verso la politica che si sarebbero riprodotte nel tempo a partire dalla grande cesura storica legata alla mancata esperienza dei liberi comuni nel Mezzogiorno. A mio avviso bisogna guardare anche a una fase storica meno lontana, all’affermazione della politica di massa senza processi di mobilitazione collettiva capaci di generare aspettative non particolaristiche verso la politica e di farle sedimentare, come è avvenuto al Centro-Nord con il movimento socialista e quello cattolico, a fine Ottocento e poi dopo la seconda guerra mondiale. Naturalmente, questo non vuol dire che non ci siano stati fenomeni di mobilitazione collettiva in molte aree del Sud, ma i loro effetti sono rimasti limitati. In ogni caso la classe politica locale è spinta a cercare il consenso con politiche assistenziali e clientelari e la grande redistribuzione che comincia nel secondo dopoguerra con l’espansione dello stato sociale costituisce un’opportunità rilevantissima. Che si incrocia con l’altra grande tendenza dell’ultimo quarantennio: il rafforzamento dei poteri locali, con le regioni e la crescita di competenze degli enti periferici. Si determinano però così effetti perversi delle politiche ai fini dello sviluppo: carenza di beni collettivi, corruzione politica, opportunità di crescita della criminalità organizzata, imprenditorialità assistita. Tutta colpa della politica locale? No, c’è una grande responsabilità dei governi centrali i quali hanno tradizionalmente redistribuito risorse senza valutarne e controllarne efficacemente l’uso in cambio del consenso procurato dai “mediatori” della classe politica locale. Il Mezzogiorno è stato a lungo un ‘esercito elettorale di riserva’, utilizzato da governi di tutti i colori. Ma ha anche alimentato il mercato per le attività economiche del Nord in una sorta di StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 ‘keynesismo perverso’. Oggi questo meccanismo è diventato economicamente sempre più oneroso per tutto il paese. Metterci mano è però troppo costoso politicamente. Comporta interventi sugli aspetti istituzionali che richiedono tempo. Di fatto si continua con il vecchio sistema, ma se ne parla sempre meno per evitare di perdere consenso al Nord come al Sud. In questo quadro si può capire meglio la de-tematizzazione di cui si diceva. E’ troppo gravoso per i governi intervenire sugli aspetti istituzionali, che pure sono centrali per lo sviluppo del Sud, per il contrasto fra i costi da sostenere a breve, e i potenziali vantaggi a lungo. Quindi preferiscono tenersi lontani, salvo fare periodicamente promesse di “grandi piani” con un valenza più mediatica. [Piana] Torniamo ad un discorso più generale. Che significato ha avuto la crisi economica nel contesto delle trasformazioni cui sono andate soggette in questi anni la società e l’economia del Mezzogiorno? Come hanno reagito queste ultime alla crisi degli ultimi anni? Da un lato c’è una contrazione di risorse indubbia, dall’altro la difesa ad oltranza e aggressiva di canali redistributivi (una sorta di regionalismo competitivo). Ma ci sono solo ambiguità o anche ombre? Più volte da studioso e da ministro hai richiamato per esempio la rilevanza di ambiti specifici quali: beni culturali e ambientali, specializzazione agricola di notevole rilievo, risorse di conoscenze scientifiche non trascurabili nei nostri atenei (Rapporti RES). La crisi degli ultimi anni ha certamente aggravato il divario tra le regioni del Centro-Nord e quelle del Mezzogiorno, che però si era allargato - come si sa - già negli anni precedenti. E tuttavia nel Mezzogiorno contemporaneo non ci sono solo ombre ma anche qualche luce attuale e molte luci potenziali. Le ombre. Non ripeto le cifre che sono state già più volte ricordate, ma sappiamo che nel Sud, dal 2008 al 2014, si è determinato un calo del PIL doppio di quello del Centro-Nord, accompagnato da una serie di fenomeni come la caduta degli investimenti, il forte ridimensionamento del settore manifatturiero, l’ulteriore emorragia di occupazione, la crescita a livelli inaccettabili della povertà delle famiglie, la riattivazione dei flussi emigratori, ora sempre più alimentati da soggetti con elevati livelli d’istruzione. Sullo sfondo procede poi il calo demografico per effetto di un abbassamento del tasso di natalità. StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 La diagnosi del peggioramento delle condizioni economiche e sociali del Sud e dell’acuirsi del divario con il resto del paese deve considerare diversi elementi. Da un lato, il Mezzogiorno paga la fragilità della sua struttura manifatturiera, che ha risentito maggiormente della concorrenza dei paesi emergenti nella fasce di beni più esposti alla concorrenza di costo, in un quadro in cui non si può usare l’arma della svalutazione. Le imprese dinamiche, capaci di esportare e quindi di difendersi dal calo della domanda interna sono una quota ben più ridotta che nel resto del paese. Non ha dunque funzionato, o ha funzionato solo in misura molto limitata, la risorsa dell’export, che al Centro-Nord ha invece limitato i danni della crisi. D’altro canto le regioni meridionali, tradizionalmente più dipendenti dalla spesa pubblica e dall’intervento dello stato, hanno risentito di una marcata diminuzione delle risorse pubbliche, sia in termini di spesa corrente che – soprattutto – di spesa in conto capitale. E hanno potuto usufruire in misura più ridotta delle regioni settentrionali degli ammortizzatori sociali legati alla posizione lavorativa (cassa integrazione nelle varie forme, compresa quella in deroga, pensioni legate all’occupazione). Peraltro in una situazione in cui è andato invece aumentando il carico fiscale, specie per la tassazione locale regionale. Le luci. Naturalmente, il quadro del Mezzogiorno è più variegato. Ci sono settori, come l’agricoltura specializzata, l’industria alimentare o l’high tech, specie l’avionica o l’elettronica, che hanno performance positive. Il turismo legato ai beni culturali e ambientali, mostra segni dinamismo, anche se ben inferiori alle potenzialità, come suggerisce il confronto con altre destinazioni. [Raniolo] Quanto hai appena detto porta con sé un’altra questione. Si può descrivere il Sud come preso in un duello tra stagnazione e dinamismo/innovazione, che produce una varianza e differenziazione interna alle stesse regioni meridionali? Ma quali sono i limiti di questa varianza virtuosa, che sembra non fare da traino a sufficienza? Certo ci sono differenze tra diversi territori. Nel complesso, però, allo stato attuale, la componente più dinamica del tessuto produttivo meridionale sembra non avere le forze sufficienti per sostenere lo sviluppo autonomo di un’area con venti milioni di abitanti. StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 Da qui la crescita di “adattamenti regressivi” che si stanno rafforzando in questi anni e che contribuiscono a spiegare la tenuta – almeno finora – sul piano sociale di territori che sperimentano una contrazione così marcata e rapida delle condizioni di vita. Ci sono infatti indizi consistenti di una forte crescita del lavoro nero e di attività economiche nelle quali si diffonde un’‘alleanza nell’ombra’3 tra imprenditorialità e criminalità organizzata. Cresce inoltre l’emigrazione istruita, che priva il Sud di risorse essenziali per la formazione di nuova imprenditorialità sana. Infine, si registra un calo demografico che fa crescere l’invecchiamento e contribuisce a ridurre i fattori di dinamismo economico e sociale. Occorrerebbe dunque impedire che le forze regressive legate all’illegalità, alla corruzione e alle mafie si affermino ulteriormente a scapito di quelle che vogliono invece giocare sul merito, sull’onestà e sulla capacità di competere sul mercato. C’è in sostanza una sorta di ‘duello’ in corso tra fenomeni di dinamismo e di innovazione da un lato e adattamenti regressivi dall’altro. Compito di una efficace politica di sviluppo dovrebbe essere quello di rafforzare gli elementi di dinamismo e di innovazione sfruttando le opportunità che la stessa globalizzazione crea per le regioni meridionali. Bisogna tenere presente che il Sud dispone di risorse potenziali che la stessa globalizzazione fa crescere di valore perché aumenta la domanda internazionale di tali beni e servizi: dal saper fare per produzioni di qualità (non solo nell’industria ma anche in agricoltura e nell’agroindustria), al patrimonio ambientale e storico-artistico, non certo inferiore a quello delle regioni del Centro-Nord; dalla logistica legata ai traffici nel Mediterraneo alle energie rinnovabili. La valorizzazione delle risorse locali non è però automatica, non avviene ad opera dei soli stimoli del mercato, ma richiede beni collettivi materiali e immateriali che sono particolarmente carenti e che gli operatori economici da soli non sono in grado di produrre, ma dai quali dipende la crescita degli investimenti: le infrastrutture, l’istruzione e il capitale umano, la connessione efficace tra esigenze di innovazione delle imprese e conoscenze detenute dal mondo dell’università e della ricerca, la capacità di cooperazione tra imprese, l’efficienza della pubblica amministrazione e della giustizia, la coesione sociale e quindi il ruolo di servizi sociali efficaci. Fondazione RES, a cura di Sciarrone R.. Alleanze nell'ombra: mafie ed economie locali in Sicilia e nel Mezzogiorno, Donzelli Editore, Roma, 2011. 3 StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 C’è dunque un grande potenziale di risorse che richiede di essere valorizzato attraverso “beni collettivi per la competitività e per la coesione sociale” che sono – o dovrebbero essere – al centro delle politiche di sviluppo regionale. Su questo c’è un consenso piuttosto ampio. Il vero nodo critico riguarda le condizioni politiche e istituzionali per realizzare tale obiettivo, ovvero i caratteri specifici delle politiche di coesione e di sviluppo. Il problema non è solo del Sud, ma riguarda il paese nel suo complesso. Con venti milioni di abitanti – un terzo della popolazione complessiva –, con una redistribuzione che si aggira intorno ai 60 miliardi (anche se in calo negli ultimi anni), con una criminalità organizzata che dalle sue basi meridionali si infiltra sempre più nelle economie locali del centro-nord, non è pensabile che il paese possa farcela a ripartire senza una svolta nello sviluppo del Sud. D’altra parte, il Mezzogiorno non è solo un vincolo ma può essere una grande opportunità per il Centro-Nord di mercato e investimento. [Piana] Ritorniamo a questo punto agli strumenti di policy, alle risorse. Più volte hai richiamato il punto che quando parliamo di politiche meridionali non si deve ragionare tanto in termini di più risorse, ma di qualità ed efficienza dell’utilizzo di queste risorse. Il tema si sposta inevitabilmente sui Fondi europei (e su altri strumenti quali PON/POR) e alla annosa questione fondi consistenti ma scarsi risultati. Perché non hanno funzionato? Per quel che riguarda i fondi europei, non c’è dubbio che ci sia stata non solo una bassa capacità e velocità di spesa, ma anche una scarsa efficacia della spesa, soggetta a una forte dispersione e frammentazione. E’ mancata una efficace strategia nazionale (che non vuol dire centralistica) in cui il ruolo degli attori centrali (i ministeri) e di quelli regionali e dei comuni si integrassero su pochi obiettivi ben definiti con forti esternalità positive, e quindi con un più incisivo ‘effetto-leva’ sullo sviluppo dei territori. In tutti i paesi che sono riusciti a usare meglio i fondi questa strategia nazionale sembra presente. Ma da che cosa dipendono le nostre difficoltà? Un primo fattore riguarda l’’offerta’ a livello della UE, cioè gli obiettivi perseguibili, che sono troppo ampi, e le azioni per perseguirli, per le quali di fatto non c’è un limite. Questo stimola inevitabilmente gli interessi, i responsabili politici e le burocrazie settoriali (al centro StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 e a livello regionale) a cercare di occupare tutte le caselle previste; e quindi a frammentare le risorse su un ventaglio troppo ampio, che riduce la massa critica e l’impatto, ma anche le possibilità di impiego delle scarse risorse amministrative, e di quelle di valutazione e di supporto. In un paese come l’Italia a alta frammentazione amministrativa questa offerta ha rilevanti effetti perversi. E’ paradossale che la UE da un lato critichi la dispersione e raccomandi di concentrare in base a valutazioni strategiche e dall’altro offra poi un menù così ricco da esaltare tutti gli appetiti. Il secondo fattore ha invece a che fare con la scelta nazionale – ma incoraggiata da Bruxelles – di appoggiarsi molto sulle regioni come interlocutori privilegiati, oltre che sui singoli ministeri, senza prevedere un maggiore ruolo di coordinamento a monte delle scelte, da attribuire al ministro per la coesione o comunque a una struttura dedicata e autorevole a livello centrale. Ricordo che il ministro per la coesione allo stato attuale ha un ruolo basato prevalentemente sulla moral suasion nei rapporti con gli altri interlocutori – regioni e ministeri – oltre che nei rapporti con il partenariato economico-sociale. Questa scelta di un debole ruolo di coordinamento a livello centrale ha avuto delle motivazioni culturali da non trascurare, legate in particolare all’idea che il ruolo delle regioni potesse portare a un significativo valore aggiunto in termini di maggiore aderenza degli interventi ai problemi specifici dei territori. Occorre ammettere onestamente (per me personalmente è anche un'auto-critica) che la scommessa di puntare sugli interlocutori istituzionali decentrati, le regioni in particolare, non ha funzionato – pur con le differenze che comunque si sono manifestate – perché, dati i caratteri del sistema politico, specie nel Sud, ha finito per favorire una frammentazione delle risorse, oltre che una difficoltà di spesa, in larga parte dovute alla intermediazione politicoburocratica. In altre parole, sistemi politici regionali e locali fortemente sensibili al reperimento del consenso attraverso meccanismi distributivi, spesso clientelari e interventi assistenziali, di cui abbiamo già parlato, hanno condizionato l’uso dei fondi europei. D’altra parte, anche nelle regioni del centro-nord dove queste caratteristiche del sistema politico sono meno pronunciate, il fenomeno della frammentazione delle risorse, la difficoltà di fare massa critica e di coordinare l’uso delle risorse tra le regioni e tra queste e i ministeri a livello centrale, sono evidenti. StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 Di questa situazione occorrerebbe prendere atto con interventi conseguenti. Già Fabrizio Barca, ministro per la coesione territoriale nel Governo Monti, si era posto il problema di rafforzare un ‘presidio nazionale’ nella definizione e nel controllo del processo di realizzazione degli interventi legati all’uso dei fondi. Personalmente ho condiviso questa prospettiva, ma credo di aver cercato di portarla avanti in termini ancora più radicali. Non si tratta di riportare semplicemente al centro maggiori responsabilità e poteri decisionali nel definire interventi per lo sviluppo. Tali interventi – dalla logistica all’energia, alla valorizzazione delle risorse locali – non possono saltare gli interlocutori istituzionali decentrati, senza i quali non è possibile realizzare gli obiettivi nei territori. Bisognerebbe quindi coinvolgerli nella definizione degli interventi e sostenerli nella realizzazione. Ma occorrerebbe anche porre dei vincoli maggiori a monte, nella definizione degli obiettivi e delle azioni su cui concentrare le risorse e delle misure che possono essere prese per perseguirli, e anche in termini di un maggior coordinamento effettivo tra le diverse regioni del Sud e del Centro-Nord, e con i ministeri, nella formulazione e realizzazione delle azioni. Nella mia breve esperienza ho cercato di rafforzare soprattutto tali vincoli a monte: concentrando le risorse su alcuni obiettivi strategici; limitando il numero di azioni attraverso le quali perseguire tali obiettivi e privilegiando azioni che riducano l’intermediazione politico-burocratica; estendendo e rafforzando i POR Nazionali; introducendo delle forme di coordinamento tra i Por Regionali e tra questi e quelli nazionali. Infine, ho ripreso l’idea dell’Agenzia per la Coesione Territoriale alla quale aveva lavorato Barca e sono riuscito a ottenerne l’approvazione. Nel disegno istituzionale ho puntato non solo sul contributo e il sostegno alle autorità di gestione nella realizzazione degli interventi, ma anche all’azione di monitoraggio continuo e puntuale che può portare anche a interventi sostitutivi da parte dell’Agenzia in casi di manifesta incapacità di realizzazione e di forti ritardi. L’Agenzia inoltre può assumere direttamente la progettazione e la realizzazione di interventi sperimentali. Insomma, veniva prefigurata come uno strumento importante per costruire e rafforzare una strategia nazionale in stretto rapporto con il Dipartimento per le politiche di coesione. StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 [Piana] Hai già introdotto gli argomenti della domanda successiva. A tuo modo di vedere che cosa abbiamo imparato dal Pon 2007-2013 che possa essere usato con effetto di apprendimento per il prossimo programma 2014-2020? Che cosa si è fatto e che cosa si sta facendo per migliorare l’efficacia di queste risorse (il prossimo ciclo mette in campo tra risorse europee e nazionali circa 100 miliardi)? C’è continuità tra la tua esperienza e quella del governo successivo? L’esperienza dell’uso dei fondi europei – sia quella del vecchio ciclo 2007-13 che del nuovo 2014-20 – mostra tutte le difficoltà di un ripensamento strategico di questo tipo. Anzitutto, le regioni, ma anche i ministeri, hanno resistito a una riprogrammazione degli ingenti fondi del vecchio ciclo non ancora spesi, volta a concentrarli su pochi obiettivi strategici con una forte valenza anticiclica e di sostegno rapido alla domanda attraverso il contenimento dell’intermediazione politico-burocratica. Spesso lo hanno fatto anche a fronte di un evidente ritardo nella spesa e di una elevata probabilità di perdita delle risorse. Il motivo è da individuare nella resistenza politica a rinunciare a un’intermediazione diretta delle risorse afferenti alle singole regioni e ai ministeri (due anni fa erano in ballo circa 20 miliardi che si sarebbero potuti riutilizzare più efficacemente). Allo stesso modo, nell’impostare il nuovo accordo di partenariato, si è evidenziata una resistenza politica ad accettare vincoli in termini di maggiore selezione degli obiettivi e di concentrazione delle azioni, da definire con una strategia nazionale integrata e di controllo sul processo di realizzazione. Come ministro per la coesione, in collaborazione con lo staff tecnico del DPS, pur con le difficoltà legate alla distribuzione attuale delle competenze, ho puntato su tre aspetti. Anzitutto, la concentrazione maggiore delle risorse su pochi obiettivi, motivata da un’analisi strategica dei problemi di sviluppo: innovazione e digitalizzazione, internazionalizzazione, occupazione e capitale umano, valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale; riqualificazione urbana e aree interne; inclusione e contrasto alla povertà. In secondo luogo, l’indicazione di un numero molto ridotto di azioni per perseguire gli obiettivi, scelte anche in relazione alla capacità di ridurre i rischi dell’intermediazione burocratico-politica, e inoltre la promozione di forme di coordinamento tra regioni, e tra regioni e ministeri nella StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 progettazione e realizzazione delle azioni. In terzo luogo, lo spostamento degli interventi infrastrutturali di maggior rilievo, inclusi non solo i trasporti ma anche la rete digitale, sul Fondo Sviluppo e Coesione, in modo da non appesantire i fondi europei con la realizzazione di opere che nel nostro paese comporta inevitabilmente – almeno finora – procedure complesse e tempi lunghi, non compatibili con quelli dei fondi. Inoltre, l’attribuzione di questo obiettivo all’FSC dovrebbe permettere di valorizzare meglio la destinazione di tale strumento ai suoi fini originari, previsti dalla legge – le grandi reti infrastrutturali con una riserva, ora all’80 %, per le regioni del Sud – evitando l’uso “bancomat” che ne è stato fatto in passato, spesso criticato. [Raniolo] Aiutaci a comprendere meglio. I nodi critici attengono alla frammentazione e alla dispersione di risorse caratteristiche del processo di programmazione? Quali misure sono state sperimentate nel passato più recente per ovviare a tali ostacoli rispetto alla sistematicità e alla coerenza degli interventi? Occorre rilevare che nella fase successiva all’impostazione dell’Accordo di Partenariato, fattori diversi – il cambio di governo e l’eliminazione della figura del ministro per la coesione, ma anche i tempi stretti per la conclusione dell’accordo e la pressione dei vari interlocutori coinvolti – hanno influito sulla configurazione finale che ha assunto l’Accordo. In particolare, mentre l’allocazione delle risorse tra i diversi obiettivi e la scelta relativa alle infrastrutture da realizzare prevalentemente con l’FSC sono stati sostanzialmente mantenuti, il repertorio delle azioni per la realizzazione degli obiettivi si è notevolmente ampliato (oltre 300). Ma è soprattutto il tentativo di coordinare e integrare i diversi piani operativi, regionali e nazionali, che non è riuscito - a mio avviso - a fare progressi significativi. Non a caso la loro stesura e i loro iter di approvazione hanno proceduto in forma isolata, seguendo peraltro le previsioni dei regolamenti europei. Certo è da tenere presente che, anche per l’azione impostata dal ministro Barca durante il Governo Monti, oltre che per le previsioni dei regolamenti europei, gli interventi devono ora opportunamente soddisfare vincoli più stringenti, in particolare in termini di definizione dei risultati attesi e di indicazione delle condizionalità ex ante. Così come è da considerare che StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 l’Agenzia per la Coesione Territoriale, una volta diventata pienamente operativa, potrà svolgere un ruolo positivo di sostegno alla realizzazione degli interventi, e anche di valutazione, e potrà esercitare poteri sostitutivi. Tuttavia, resta il fatto che queste nuove garanzie si pongono soprattutto a valle di un processo decisionale che a monte è rimasto molto frammentato e poco coordinato e integrato. Quanto al Fondo Sviluppo e Coesione, erede dei vecchi FAS, a più di un anno e mezzo dal suo stanziamento, che per legge deve avvenire all’avvio di ogni nuovo ciclo dei fondi europei (legge di stabilità approvata nel dicembre del 2013; oltre 50 miliardi per il 14-20); non è decollato e manca ancora una programmazione sulla base di una strategia complessiva che leghi gli obiettivi relativi alle grandi reti infrastrutturali - che dovrebbero essere oggetto di questo Fondo secondo la normativa vigente - con l’azione dei piani operativi regionali, che nel frattempo sono stati definiti in larga autonomia e senza integrazione rispetto all’FSC. In definitiva, questi fattori che ho schematicamente ricordato lasciano chiaramente intravedere il rischio che il nuovo ciclo dei fondi europei non riesca a contrastare efficacemente i difetti già emersi nelle esperienze precedenti, e confermano che sarebbe quindi necessaria una profonda riforma della governance dei fondi. Ma questo richiede un impegno politico adeguato e soprattutto la scelta di una chiara strategia e di un centro autorevole e qualificato di responsabilità a livello di governo. Naturalmente, intervenire oggi, a processo già avviato, e con i vincoli posti dalle complesse procedure europee, è certo ben più difficile. Più difficile ma non impossibile, tenendo anche conto delle opportunità offerte dalla programmazione del FSC e dalle decisioni relative al cofinanziamento nazionale. Ricordiamoci che, nonostante la discutibile riduzione del cofinanziamento nazionale, sono in ballo circa 100 miliardi. Si tratta di risorse consistenti che non ci si può permettere di disperdere o di usare in modo poco efficace. Il problema di mettere a punto interventi più efficaci a sostegno dello sviluppo chiama in causa un nodo politico difficile da sciogliere. In passato, i governi – influenzati spesso dall’esigenza di non compromettere il consenso dei territori - hanno preferito redistribuire fondi nazionali o europei senza porre vincoli e controlli nel loro uso ai decisori regionali e comunali, con la conseguenza di una forte frammentazione e dispersione delle risorse. Invertire la rotta richiede non solo la messa a punto di una buona strategia nazionale basata su obiettivi ben definiti, ma dipende anche dalla capacità e volontà dei governi nazionali di StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015 rompere lo scambio politico tradizionale tra centro e periferia, e quindi di definire meglio a monte la strategia e gli obiettivi, e di controllarne poi a valle la realizzazione. Vedremo. StrumentiRES - Rivista online della Fondazione RES Anno VII - n° 3 - Novembre 2015