Un itinerario per attraversare l’età di mezzo: elaborazione e rielaborazione dell’identità nella narrazione autobiografica Qualche premessa “saturazione” formativa odierna notevoli resistenze e difficoltà nel far recepire percorsi formativi, soprattutto nell’età di mezzo. Suscitare una domanda formativa, quindi una libera adesione alla proposta, innescando l'auto-formazione (adultità) Qualche premessa Nell’età di mezzo chiamati a: assumere in modo consapevole e responsabile la propria vita reale; integrare successi e fallimenti nel rinnovamento quotidiano delle scelte di fondo che hanno animato il proprio cammino umano, cristiano e vocazionale. Qualche premessa Nell’età di mezzo chiamati a: Accogliere il coraggio della fragilità. Disporsi a ricevere una seconda chiamata. Vivere la prova della fede in questo tempo. “Restare sotto i colpi” (ypo-ménein) della prova per lasciarsi purificare e vivere una rinnovata esperienza di Dio. Qualche premessa In modo paradossale gli itinerari di fede e di formazione nelle nostre comunità religiose possono innescare: - un regresso dell'adultità della persona - una certa passività e tendenza ripetere schemi e percorsi educativi, sia propri che proposti ad altri. Perché studiare la narrazione? Oggetto di studio di diverse discipline. Risorsa analitica interdisciplinare (critica letteraria, linguistica, sociologia, psicologia, ecc.). È un’attività connaturata all’uomo Ogni azione è un atto narrativo. Attraverso la narrazione Organizziamo la nostra memoria degli eventi passati e diamo a questi un senso. Esprimiamo e comunichiamo agli altri la nostra identità. Strutturiamo e ristrutturiamo il tempo della nostra vita credendo di fissarlo. La narrazione non è dunque soltanto un metodo per estrarre esperienze passate conservate nella memoria nella stessa successione in cui vengono organizzate nel testo. Piuttosto, il processo narrativo agisce come una sorta di catalizzatore della memoria, stimolando la sistematizzazione dei ricordi (Norrick 2000). Questioni terminologiche Usiamo il termine narrazione per riferirci alla forma discorsiva (tipo testuale, discorso, genere). Usiamo il termine storia per riferirci a ogni istanza concreta di narrazione, in altri termini alla singola manifestazione narrativa. Definizione Una narrazione si differenzia da qualsiasi altro testo non narrativo sulla base del criterio della legame temporale. Costituisce dunque narrazione “una sequenza di frasi che contenga almeno una connessione temporale” (Labov e Waletzky 1967, p. 21). Un testo è narrativo solo: a) se contiene almeno due enunciati che sono ordinati temporalmente; b) se un cambiamento nell’ordine in cui i due enunciati compaiono provoca anche un cambiamento nell’interpretazione semantica del testo. Es. (tratto da Labov 1997): D: (Che cosa accadde in Sud America?) R: ‘Oh, ero seduto al tavolo del bar' (E1) e arrivò un marinaio norvegese (E2) che mi invitò ad unirmi al suo gruppo di amici (E3) E1 ed E2 non sono ordinate temporalmente, E2 ed E3 invece lo sono. Storia vs. Cronaca A differenza della storia, la cronaca ha una organizzazione non solo temporale ma anche spaziale. Gli eventi raccontati non solo si svolgono lungo l’asse del tempo, ma presentano anche indicatori di cambiamento di luoghi, di personaggi, ecc. Esse si presentano come una sequenza di storie, e hanno funzione descrittiva. Le componenti della narrazione Abstract (“sommario”), anticipa il tema della narrazione (componente facoltativa). Orientation (“orientamento”), contiene le indicazioni spaziali e temporali della storia, sui personaggi, sulla loro identità e sul ruolo da essi ricoperto nel modo della storia. (componente obbligatoria +/-). Complicating action (“complicazione”), presente le azioni centrali e più importanti della storia (most reportable events) (componente obbligatoria). Valutazione, presenta il punto di vista del narratore sulla storia, sui protagonisti, ecc. (componente obbligatoria). Risultato, risoluzione della componente obbligatoria. Commento finale, valutazione finale della storia attraverso la quale il narratore stabilisce un legame tra fatti narrati e il presente (componente facoltativa). Si tratta di un modello ideale. Non è necessario che tutte le componenti siano presenti nella storia. Esistono elementi più obbligatori di altri, che sono invece facoltativi. In effetti, la sola componente realmente obbligatoria è la complicating action. Inoltre gli enunciati orientativi e valutativi possono trovarsi in più parti della storia. Approccio psicologico Che cosa ci dice in più? Ci dice che l’organizzazione temporale che noi diamo alle nostre narrazioni non è statica, valida una volta per tutte, ma dinamica. Gli eventi narrati non sono una realtà oggettiva, ma sono soggetti anch’essi a variazione. Tale mutamento dipende da vari fattori, che però possono essere spiegati col fatto che ciò che si chiama identità è una realtà fluida, che muta essa stessa. Per questo motivo Bruner sostiene che la narrazione è la rappresentazione di una “realtà coniugata al congiuntivo”, legata alle possibilità di cambiamento proprie della natura umana. Il “che cosa” (la complicating action) resta per lo più immutato, ma cambia il “come” e “il perché” (l’evaluation). Cambia cioè quello che si definisce “stile”. Es: le narrazioni dei sopravvissuti alla Shoah (Schiffrin 2003). Narrazione e identità La narrazione autobiografica trasmette un significato sociale (identitario), in quanto il suo autore si presenta agli altri (ma anche presenta gli altri) in un modo conforme a quanto egli reputa opportuno e conveniente rispetto anche al sistema culturale di riferimento e alle aspettative del destinatario. Questo significato si ri-costruisce e si cocostruisce, è cioè oggetto di negoziazione (anche nello scritto). Ogni narrazione è dunque sempre contestualizzata, almeno da tre punti di vista. Intersoggettivo: l’evento narrato è inserito in uno spazio relativo a ciò che noi pensiamo delle intenzioni e delle credenze degli altri. Strumentale: la narrazione, come tutte le azioni umane, risponde a uno scopo. Normativo: l’evento e la sua rappresentazione sono situati in un contesto di norme, di obblighi e di aspettative. Indicatori di identità 1) Indicatori di causa o azione. Tutti quegli elementi che segnalano azioni involontarie o scelte volontarie compiute in vista di un fine. Dal punto di vista linguistico sono spesso espressioni di esitazione a cui seguono espressioni di intenzione. Es: Pensai a quello che dovevo fare / / Non sapevo come comportarmi, ecc. 2) Indicatori di impegno. Segnalano adesione di chi agisce a un’azione pensata o compiuta; accettazione o opposizione ad azioni connotate da norme; disponibilità ad accettare sacrifici; analisi della situazione psicologica al momento del fatto narrato. Dal punto di vista linguistico sono spesso verbi modali deontici come “dovere”, “essere obbligati a”, ecc. ES: Non potevo continuare in quel modo / dovevo fare qualcosa / Decisi di cambiare lavoro, ecc. 3) Indicatori di riferimento sociale. Segnalano a quali persone (singoli o gruppi) il protagonista/narratore fa riferimento come suoi sostenitori (o suoi oppositori) in relazione alle scelte compiute e alle azioni svolte. ES: senza i miei amici non avrei superato mai quel momento / mi trovavo in vacanza con i miei genitori, ai quali sono molto legato, ecc. 4) Indicatori di valutazione. Segnalano il modo in cui il protagonista/narratore giudica i fatti, i co-protagonisti, il grado di soddisfazione o insoddisfazione verso questi. ES: alla fine devo dire che poteva andarmi peggio / quel professore era l’antipatia fatta persona, ecc. 5) Indicatori di qualità. Segnalano stati d’animo, interessi, emozioni. Dal punto di vista linguistico si esprimono attraverso verba sentiendi.