Breve panorama dei popoli e delle lingue del Friuli Kurzer Ausblick auf die Völker und Sprachen Friauls Short panorama of people and languages of Friuli Giovanni Frau, Università di Udine Riassunto Nel variegato panorama linguistico ed etnico che le Alpi mostrano nel loro insieme, il Friuli occupa una posizione privilegiata perché soltanto sul suo territorio (rispetto al resto d’Europa e del mondo) si sono incontrati e ancora convivono i rappresentanti di quelle culture che poi, saldate dai principi del Cristianesimo, diedero origine a quella che oggi chiamiamo “civiltà occidentale”: si tratta dei discendenti di genti latine, germaniche e romanze, qui insediatesi storicamente in epoche successive e in seguito ad avvenimenti diversi. È abbastanza interessante sottolineare che tale incontro non è avvenuto nel più ospitale e sicuramente più accessibile territorio pianeggiante della regione, ma nella sua parte montuosa, quasi a riaffermare che le Alpi, da questa come dalle altre parti, non furono elemento di divisione, così che la catena alpina, mai ritenuta dai suoi abitanti quale un confine fra etnie diverse, si deve considerare piuttosto come un elemento di unione. È ben noto infatti che le divisioni politiche e amministrative ricalcate su elementi geografici risultano scelte relativamente recenti che, sebbene imposte agli abitanti, raramente riuscirono a sovvertirne la tradizione culturale, compresa quella linguistica: ne è esempio la storia dell’intero Friuli orientale (o Goriziano), ma anche di altri territori, quali le aree ladine del bacino dell’alto Cordevole e dell’Ampezzano, attualmente bellunesi, perciò italiane, aree conservatesi tali, cioè friulana o ladine, nonostante la secolare sudditanza (durata fino al 1918) a uno Stato di lingua e cultura diverse. Zusammenfassung Im vielfältigen Panorama der Sprachen und Völker der Alpen nimmt das Friaul eine bevorzugte Position ein, da nur auf seinem Territorium (im Vergleich zum Rest Europas und der Welt) die Vertreterinnen jener Kulturen zusammentrafen und noch immer gemeinsam nebeneinander leben, die, zusammengeschweißt durch die Grundlagen des Christentums, den Ursprung der so genannten “westlichen Zivilisation” bildeten: es handelt sich um die Nachfahren lateinischer, germanischer und romanischer Bevölkerungen, die sich hier in unterschiedlicher Zeitfolge und aufgrund verschiedener Ereignisse niedergelassen haben. Es ist wichtig, darauf hinzuweisen, dass diese Begegnung nicht im gastfreundlichsten und am besten zugänglichen, ebenen Gebiet ������������������������������������������������������������������������ Riedizione, con essenziali integrazioni ed aggiornamenti, del testo già ���������������������� pubblicato col titolo “Un ����������������������������� crocevia di lingue diver� se: il Friuli” in Cason Angelini E., Giulietti S., Ruffini F.V. (a cura di), Il privilegio delle Alpi: moltitudine di popoli, culture e paesaggi, Eurac – Research, Accademia Europea/ Europäische Akademie, Bolzano/Bozen – Fondazione G. Angelini, Belluno, 2004, pp.73-78”. alpine space - man & environment, vol. 12: Le Alpi che cambiano tra rischi e opportunità © 2011 iup • innsbruck university press, ISBN 978-3-902811-09-7 Le Alpi che cambiano tra rischi e opportunità der Region stattgefunden hat, sondern in seinem gebirgigen Teil, beinahe um wiederum zu bestätigen, dass die Alpen – nicht nur hier, sondern auch anderswo – kein trennendes Element darstellen, sodass man die Alpenkette, die von ihren Bewohnern nie als Grenze zwischen verschiedenen Ethnien gesehen wurde, tatsächlich als ein Element der Vereinigung betrachten muss. Es ist in der Tat wohl bekannt, dass politische und verwaltungstechnische Aufteilungen, die über geographische Gegebenheiten gestülpt werden, relativ jungen Ursprungs sind; auch wenn sie den Bewohnern aufgezwungen wurden, konnten sie selten die kulturellen Überliefer� ungen, einschließlich der Sprache, umstürzen. Ein Beispiel dafür ist die Geschichte im gesamten östlichen Friaul oder im Gebiet von Görz, aber auch in anderen Gebieten, wie beispielsweise in den ladinischen Gegenden des oberen Cordevole und im Ampezzanischen, heute bellunesisch, folglich italienisch, die sich so erhalten haben, d.h. friulanisch oder ladinisch, obwohl sie über Jahrhunderte (bis 1918) zu einem Staat mit anderer Sprache und Kultur gehörten. Abstract Friuli stays in a privileged position in the varied linguistic and ethnic panorama that charac� terizes Alps and this because only on its territory (compared to Europe and the rest of the world) met and still live together the representatives of those cultures that later on, connected to Christian principles, gave birth to what we call “western society”: they are Latin, German and Romance here settled in succeeding times and following different facts. It is quite inter� esting to underline that this meeting has not occurred in the more welcoming and accessible flat territory of the region, but in its mountainous part, almost to maintain that Alps, here and elsewhere, were not an element of division. And this to say the Alps were never considered as limit between different human groups, but an element of union. It is in fact well known that administrative and political divisions made on geographical elements are a recent fact, which even if imposed on inhabitants rarely can change the cultural and linguistic tradition: an example of this is the history of the entire eastern Friuli, but also of other territories such as the Ladin areas of the basin if high Cordevole and Ampezzano, now belonging to the province of Belluno, thus Italian, but still culturally Friulian and Ladin, in spite of the subjection to a culturally and linguistic different country. 1. Cenni storici Fondamentale, ancorché neppure esso esclusivo, fu il ruolo avuto dai Romani nella creazione dell’identità della lingua friulana, che non per nulla si annovera fra gli idiomi neolatini, sebbene con precisi caratteri di individualità, concordemente riconosciuti dagli studiosi. Tali caratteri, che in parte distinguono il friulano anche dalle altre parlate dell’Italia settentrionale, specialmente del vicino Veneto, cominciarono a svilupparsi già nel primo medioevo, non tanto all’epoca del dominio dei Goti (durato poco) nella X Regio, quanto con la definitiva occupazione della regione da parte dei Longobardi che, scesi nel nostro territorio nel 568 sotto la guida di Alboino, ne fecero la base per l’espansione verso il resto d’Italia. Ai Longo� bardi capitò in Friuli quello che era successo ai Venetici e ai Celti, venuti a contatto coi Latini: mescolatisi con le popolazioni romanze locali, portatrici di una cultura raffinatissima, 142 Breve panorama dei popoli e delle lingue del Friùli la romana, che aveva raggiunto alti vertici di conoscenza e di pensiero, dopo un periodo di bilinguismo, i Longobardi finirono per abbandonare la propria favella e, con essa, in un certo senso anche la propria identità, come avviene normalmente, quando entrano in contatto fra di loro popolazioni portatrici di livelli culturali diversi (il più debole, prima o dopo, general� mente finisce per soccombere dinnanzi al più elevato). Ma la storia dei Longobardi (prima della loro, quella dei Goti e, dopo, quella dei Franchi, subentrati ai Longobardi, pur per la poca parte che ne ebbero) non passerà senza lasciare dei relitti, sia nella toponomastica, che nel comune lessico del friulano moderno, comunque non senza influenzare la storia della lingua friulana (pare che dalla lingua longobarda sia stato intaccato proprio il doppio sistema vocalico) e contribuire perciò alla formazione della sua individualità. Dopo le alterne vicende, in seguito alle quali il Friuli era stato incorporato nel Sacro Romano Impero Germanico, per volontà dell’Imperatore, a partire dal 1077, la regione venne affidata all’amministrazione dei Patriarchi (che fino al 1250 furono quasi tutti di estra� zione tedesca), i quali detennero il potere religioso e politico per secoli fino al 1420, quando lo Stato Patriarcale finì per essere inglobato nella Repubblica di Venezia. Fu durante questo periodo che si consolidarono le differenze fra le singole parlate romanze, così che le caratte� ristiche del friulano e la sua spiccata identità linguistica si possono considerare il risultato sul piano culturale del lungo isolamento della regione rispetto al resto della Penisola. Il governo della Serenissima sul Friuli durerà incessantemente fino al 1797, sostituito poi dai Francesi di Napoleone e dagli Austriaci dell’Impero fino al 1866, quando ad essi subentrerà il Regno d’Italia, divenuto Repubblica dopo la seconda guerra mondiale. 2. I l Friuli regione autonoma Nel Friuli, divenuto Regione Autonoma della Repubblica Italiana, unito a quel poco che era rimasto dopo la seconda guerra mondiale della Venezia Giulia, convivono oggi pacifica� mente, al centro di quel singolare crocevia, unico al mondo, popolazioni neolatine, slave e germaniche, che intrattengono amichevoli rapporti con le vicine nazioni di Austria e di Slovenia attraverso confini che si possono davvero considerare aperti. Nel variegato panorama linguistico della regione, il friulano rappresenta l’idioma materno più diffuso. Parlato ancora da ca. 500.000 persone (sui ca. 900.000 abitanti delle tre province del Friuli, esclusa perciò Trieste che ne conta meno di 300.000), stando a vecchie stime non ufficiali, il friulano appare ancora ben conservato nonostante le progressive perdite degli ultimi decenni e nel complesso mostra un buon grado di vitalità. Ciò è dovuto anche al fatto che in questa regione, a differenza di altre, l’urbanesimo è stato fenomeno poco rilevante e lo sviluppo industriale si è rivelato più lento e equilibrato. Esso è stato compensato dalla diffusione di un tipo di economia locale agricolo-industriale, secondo cui il contadino (che è l’autentico custode della antica lingua) non è mai diventato del tutto operaio: e quando dalla fabbrica ritorna al paese, il più delle volte ridiventa contadino. La particolare storia della regione, la conformazione della sua natura, il temperamento degli abitanti (poco favorevoli all’innovazione), il limitato processo di urbanizzazione hanno senz’altro favorito, oltre che la formazione di un linguaggio fortemente individuale rispetto al resto dell’Italia settentrionale e il mantenimento di un buon grado di vitalità, anche la forma� 143 Le Alpi che cambiano tra rischi e opportunità zione delle varietà dialettali del friulano, oggi suddivise fra friulano occidentale e friulano centro-orientale (compresa la Carnia). Unico centro rilevante di influenza fu per lunghi secoli (dopo il declino di Cividale, antica capitale) la città di Udine, grazie al suo prestigio culturale, sociale e politico-amministrativo: ma tale prestigio non fu mai così forte da affer� marsi anche nei centri più importanti di subattrazione, per cui i tratti linguistici innovativi, partiti da Udine, non sempre hanno oltrepassato i limiti della pianura circostante. Proprio nella pianura centrale e nella cerchia collinare morenica, si è andata diffondendo, specie negli ultimi decenni, quale conseguenza di iniziative provenienti dalla città, una parlata comune, la cosiddetta coinè friulana, di valenza prettamente letteraria, che ricalca grosso modo le carat� teristiche del friulano centrale. Come è noto, al friulano (assieme ad altre consimili parlate minoritarie della Penisola considerate storiche) dal 1999 è riconosciuto lo status di lingua da parte della Repubblica Italiana, che con apposita legge (L. n. 482), ha promulgato una organica serie di provvedi� menti per la sua tutela e promozione, che integrano e si aggiungono a quelli già previsti dalla Regione Friuli Venezia Giulia con precedente legge n.15 del 1996. 3. I l friulano come continuazione del latino regionale Sul piano storico-linguistico, il friulano rappresenta in sostanza la continuazione del latino regionale di Aquileia, cioè della lingua portata dai coloni di Roma, sviluppatasi poi abbastanza autonomamente con innesti del substrato, specie gallo-carnico. Un altro interessante problema riguardante la genesi del friulano, problema di recente forse avviato a soluzione, è rappresentato dalla individuazione della varietà regionale di latino popolare importato dai primi coloni nel territorio di Aquileia, ovvero dalla identificazione della loro regione di provenienza. Sembra dunque ora che l’area dalla quale si sarebbero mossi i primi abitanti romani di Aquileia fosse il Sannio (corrispondente all’incirca agli attuali Molise e a parte dell’Abruzzo e Campania orientale), stando alla ipotesi di Pellegrini, che si fonda sull’analisi di alcuni lessemi, in particolare del latino fulgur, che popolarmente si è continuato solo nel friulano fòlc e nell’abruzzese e molisano fògliore e simili. Da un altro versante è importante indagare a fondo i rapporti, che furono già antichi (basterebbe richiamare le famose iscrizioni confinarie, cosiddette del Civetta, analizzate da Giovanni Angelini, che fissavano in quella parte i FIN(es) BEL(lunatorum) IUL(iensium): confini tra bellunesi e friulani, ossia gli abitanti di Iulium Carnicum, cui era aggregato anche il Cadore), fra le vicine varietà friulano-carniche e bellunese-cadorine, ovvero sul ruolo storico-linguistico avuto dal Municipium romano di Iulium Carnicum, la cui giurisdizione era amplissima, giungendo essa fino alla Pusteria. In via preliminare, bisognerebbe individuare in modo sicuro le vie seguite dalle correnti di penetrazione e di diffusione verso occidente della antica latinità carnico-aquileiese, anche se è certo che il percorso preferito fin dall’inizio fosse rappresentato dalla strada del Passo della Mauria. Nuova luce a illuminare aspetti non del tutto chiari verrà sicuramente ancora dall’analisi comparativa fra le parlate dell’area di confine fra Bellunese e Friuli. Risulteranno utili tali indagini anche al fine di una più approfondita conoscenza della posizione dei dialetti cadorini-bellunesi nell’ambito delle parlate cosiddette “ladine”. Usiamo qui “ladino” come termine di comodo per indicare l’insieme delle parlate alpine, così ormai tradizionalmente 144 Breve panorama dei popoli e delle lingue del Friùli denominate, ma senza con ciò avvalorare la tesi della unità ladina, come venne formulata da Ascoli nel 1873 (cioè l’esistenza di un gruppo linguistico individuale e unitario, in passato esteso dai Grigioni della Svizzera lungo la catena alpina fino al Quarnaro, in seguito spezzato da un cuneo tedesco, sceso lungo l’Adige, e da un cuneo veneto, risalito dal Piave, così da ridursi ai tre tronconi residui, cioè i Grigioni, la Ladinia Dolomitica e il Friuli). 4. L e comunità di lingua tedesca Non dipese da una scelta politica o dalla volontà dei Patriarchi di estrazione germanica, sopra menzionati, la presenza delle comunità di lingua tedesca oggi riscontrabile in alcune aree alpine del Friuli: esse ebbero invece già dall’inizio carattere di insediamento spontaneo da parte di pochi nuclei di persone, spostatesi verosimilmente da alcune valli della Carinzia nell’arco del sec. XIII, sotto la spinta della possibilità di occupazione nell’attività mineraria (a Sappada, a Timàu, ca. 700 abitanti, nella valle del But, ai piedi del Passo di Monte Croce Carnico) o di sfruttamento di terre per nulla o scarsamente abitate (a Sàuris, ca. 500 abitanti, nell’alta valle del Lumièi, affluente del Tagliamento, in Càrnia, nel Mandamento di Ampezzo). Diversa è invece la storia dei tedescofoni della Valcanale (nei paesi da Pontebba a Tarvisio), già sudditi fino al 1918 dell’Impero Austro-Ungarico. Si tratta di poche migliaia di persone, che parlano varietà di tedesco di tipo carinziano (o austro-bavarese), talvolta in convivenza con la favella slovena e friulana. Per cui gli abitanti di quei centri sono spesso bi- o trilingui, tenuto conto anche dell’italiano e/o del tedesco e dello sloveno letterario. In tutte queste comunità si nota purtroppo soprattutto fra i giovani un progressivo cedimento, sebbene in forma e misura diverse da luogo a luogo, degli antichi dialetti: tale cedimento è in parte frenato dalla riscoperta delle radici e dal risveglio della coscienza linguistica, favorito da numerose iniziative di associazioni culturali e private e dalle amministrazioni locali, in ciò sostenute dal riconoscimento e dalle opportunità, anche di ordine finanziario, offerte dalla già citato ordinamento statale 482 di tutela per le minoranze linguistiche e da consimili provvedimenti della Regione, in particolare dalla recente legge n. 20 del 20 novembre 2009 («Norme di tutela e promozione delle minoranze di lingua tedesca del Friuli Venezia Giulia»). È da notare che anche le popolazioni germaniche e slave, oggi presenti nella regione, pur coscienti della loro parlata indigena, si considerano a buon diritto storicamente cittadini del Friuli, perché sin dalle origini ne parteciparono alle unitarie vicende storiche e culturali. 5. L e aree slavofone del F riuli Esse sono ubicate lungo la fascia di confine nord-orientale montuosa e collinare, immedia� tamente a contatto col confine nord-orientale dell’Italia. Gran parte di questo territorio (valli del Torre e valli del Natisone), appartenente alla provincia di Udine, è conosciuto normal� mente col nome di Benècija o Slàvia veneta (a ricordo dell’antica dipendenza dalla Repubblica di Venezia), ma noi oggi preferiamo chiamarlo Slàvia veneta. Esse si suddividono nei seguenti gruppi dialettali sloveni (muovendo da nord): 1. lo zegliano (ovvero ziljsko), propaggine italiana, acquisita dopo la prima guerra mondiale, del dialetto sloveno parlato nella valle carinziana di Zèglia o del Gail, ancora diffuso 145 Le Alpi che cambiano tra rischi e opportunità in alcuni centri della Valcanale, in convivenza talvolta col dialetto tedesco e/o col friulano; 2. il resiano (rezijansko), usato in tutti i paesi della Val di Rèsia (laterale del Canale del Ferro), che rappresenta il più interessante, perché più conservativo, dei dialetti sloveni del Friuli; 3. il tersko, cioè i dialetti del Torre, sulle Prealpi, con propaggini già antiche verso la pianura; 4. il nadiŝo, ossia i dialetti sloveni della Val Natisone (e delle convalli), il tipo più diffuso e più vitale; seguono le varietà della provincia di Gorizia (briŝko cioè del Collio o collinare) e di Trieste (kraŝko, perché parlato prevalentemente nei paesi del Carso). Osserviamo che gli slovenofoni della fascia prealpina orientale del Friuli, qui venuti molti secoli fa, hanno saputo conservare fino ai nostri giorni il loro antico idioma, in ciò favoriti senz’altro dal relativo isolamento in cui si trovarono fin dall’inizio, essendosi insediati in aree per nulla o scarsamente abitate, ma soprattutto per il tenace attaccamento alle radici etnico-linguistiche. Sul piano del riconoscimento, gli Sloveni residenti nella Provincia di Udine sono stati praticamente ignorati dallo Stato sino all’entrata in vigore della legge n. 38 del 23 febbraio 2001, che prevedendo opportune «Norme per la tutela della minoranza linguistica slovena della Regione Friuli -Venezia Giulia», ha dato notevole impulso alla politica linguistico-cultu� rale di promozione e sviluppo delle parlate locali, prima lasciate a sporadici interventi di portata ristretta attuati dagli enti locali. Alla normativa statale si sono aggiunte ulteriori leggi di sostegno da parte della Regione Friuli-Venezia Giulia. Diverso risulta, invece, il tratta� mento riservato agli altri Sloveni della regione, i quali godono della speciale tutela da parte dello Stato italiano, specialmente in campo scolastico, prevista alla fine della seconda guerra mondiale dal trattato internazionale, noto come “Memorandum” di Londra del 1948. D’altronde gli abitanti di tali territori slovenofoni non sono unanimi sulla scelta degli strumenti e del modello linguistico da salvaguardare e diffondere, che qualcuno vorrebbero identificare soprattutto nello sloveno letterario, inteso quale solo collante capace di salva� guardare pure l’identità delle valli slovenofone. A tale scelta si oppone però un’importante parte della popolazione, che vi ravvisa il tentativo di imporre una lingua che non considera sua (lo sloveno letterario ricalca infatti grosso modo le varietà dei dintorni di Lubiana), a discapito dei dialetti locali, che sono considerati invece gli unici da tutelare. A monte di questo atteggiamento c’è da una parte la coscienza di sentirsi da sempre legati alle vicende storiche del Friuli e, indirettamente, dell’Italia, dall’altra la consapevolezza che gli originari legami con gli Sloveni dell’opposto versante alpino, specie con quelli dell’area di Lubiana, pur mai spezzati, per le ragioni sopra ricordate, non furono mai strettissimi. Si aggiunga che fino a qualche anno fa per queste persone insistere troppo su rapporti di parentela, anche linguistica, coi vicini confinanti della ex repubblica iugoslava, poteva valere l’accettazione di un marchio politico a pochi gradito. Ogni provvedimento di tutela dovrà però essere considerato benvenuto, tenuto conto dei pericoli che stanno correndo queste parlate anche in rapporto alla loro sopravvivenza. 146